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IL RITORNO

DEL
MELOGRANO

DI

Alessio Stefanelli

-1-
Travelmind
primo giorno – il mattino -4

Travelmind
Il tramonto - 11

Travelmind
L’alba del secondo giorno -12

Per strada- L’incontro -14

Per strada – L’abbraccio -17

Là -20

I pescatori -31

Rachid -37

Epilogo -41

-2-
…ti seguirò ovunque
mia amata giovinezza…

-3-
Travelmind
Primo giorno – Il mattino
Per lui viaggiare era un po’ sentire.
E sentire era scorrere lungo le vie che
portano alle proprie verità.
Non immaginava altro, non aspettava che
viaggiare: proprio lì, lungo lo strisciare
ferroso dei chilometri capiva l’importanza di
molte cose.
Cominciava sempre lentamente, saliva sul
treno che sembrava dirigersi nel luogo
predestinato, poi invece dopo un po’ di
tempo, lo spazio infinito gli entrava nelle
cavità più oscure dell’anima e succedeva una
cosa strana: invece che vedere luoghi e
paesaggi con mani definite, scrutava dal
vetro e sorprendentemente leggeva se stesso,
filtrandosi: ogni cosa che appariva fuori
era una sua creazione.
Se era nuvoloso in realtà poteva apparire
sereno, o se il sole faceva sudare anche le
pietre, per lui magari..nevicava.
Il treno entrava, penetrava in stazioni
in cui non era mai approdato, con fermate
immaginarie e spazi dettati dal tempo, o
pianure ondeggianti di pensieri trasparenti.

-4-
Viaggiava lungo i binari dell’anima e questo
lo inoltrava ogni volta in luoghi nuovi.
Lui creava la via …e il treno ne seguiva
l’invenzione, le rotaie si generavano
centimetro dopo centimetro con gli occhi
chiusi e la mente aperta…e quella macchina
sbuffava generosa portandolo in luoghi senza
nome.
Per lui viaggiare era un po’ sentire, e
quindi anche un po’ amare … e tutto ciò
rappresentava la sua massima espressione.
Un essere che osava squarciare le sue
membra e ricucirle ogni volta che scendeva da
quel treno non era persona comune. Cercava
risposte, ma le trovava solo scomponendosi in
miliardi di particelle nei paesaggi che
attraversava.
Al suo passaggio come una spugna,
assorbiva e succhiava ardentemente le mille
storie di uomini e donne: la storia di ognuno
era la sua, gli apparteneva, la rendeva
propria sintetizzandola intelligentemente e
iconizzandone il significato.
Sentendo profondamente nell’animo
l’appartenenza a queste vite, lui scriveva e

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scrivendo stava forgiando una figura,
un’immagine umana.
**********
Ruotare continuamente lungo il mondo e
non accorgersi per decenni del ciclo di vita
e sofferenza, esplosi mille e più volte nelle
nostre orecchie, visualizzati nella camera
oscura dei nostri occhi.
Di quanti bisogni inespressi ci siamo
impossessati e poi abbiamo lasciato che
andassero via liberamente.
Di quante richieste di aiuto abbiamo
rifiutato inconsapevolmente, da quanti
sorrisi, strette di mano e sguardi maliziosi
siamo passati scorrendo velocemente sulle
autostrade della vita.
Di quanti orizzonti abbiamo creduto di
vivere e invece ne abbiamo solo depredato il
fine.
Di come siamo e di come saremo scorrendo
sulle scie degli aeroplani in cui cercavamo
di volare, di come siamo stati e rimarremo,
poco rimane, ma infine è questa l’essenza:
ciò che siamo stati.
Di quanti mezzi abbiamo preso e in quanti
porti siamo sbarcati prima di arrivare a

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destinazioni inaspettate, misteriose o
stranamente conosciute.
Di quanti mezzi e a quanti fini abbiamo
utilizzato e teso per rompere la corda della
nostra ordinarietà e pazza magia del
quotidiano.
Di quanti giorni vissuti a cogliere quel
momento fatidico e a capire i segni
dell’essenzialità.
Da quanti vangeli personali abbiamo
appreso prima di capire qualcosa.
Quante e quali ferite devono chiudersi o
aprirsi prima di comprendere che la via è una
e sola, prescindendo da luoghi e tempi,
sfuggendo a stereotipi e false divinità.
Di come quando ti innamori e la
sensazione si scopre vento leggero e fresco
che arriccia i peli, e di quante volte lo fai
pensando che sia per sempre.
Di come quando pensi di capire tutto ma
non ti è dato perché sei uomo…
Così si vive, … cercando di capire
l’essenza della partita che giochiamo e che
dura poco più della morte di un fiore nella
stagione della vita.

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**********
Viaggiava per immergersi lentamente nel
lungo fluido della vita: conobbe ogni genere
di essere umano o forma vivente e vivendosi
li attraversava nel più profondo della
coscienza, là dove nessuno mai arriva, dove
ognuno teme di sbarcare, nell’underground
della composizione biologica, nella cantina
piena di ragnatele dove buttiamo giù il
pericolo in agguato su di noi.
Di tutto questo lui faceva collezione:
della cenere viva che pullulava nel
subconscio di ogni singola persona che
incontrava.

Quella domenica, nell’aria tremolante di


sole rosso, lui se ne stava ad osservarlo
scomparire dietro le colline e in ogni
momento osservava il movimento seghettato
della terra che lo accompagnava lentamente a
dormire e a fuggire dal suo io più intimo.

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Quale destino meritava quest’uomo; forse
quello di disintegrarsi nell’eterna quiete
dell’alba che quotidianamente riviveva,
mettendo a tacere ogni giorno che precede.
Forse quello di vedere uno spicchio di
luce e passare sotto la porta chiudente degli
anni che ci saltano sopra.
L’uomo errante tornerà al punto di
inizio, lontano nel tempo, ma lo farà con
piedi induriti e l’anima arricchita dalle
mille vite vissute.

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Travelmind
il tramonto

Dinanzi a lui
Un pianoforte che arpeggia
E una voce d’angelo che scandisce il suo
canto
La vibrazione della voce lo trascina
Innalzandolo oltre…
Al di sopra delle nuvole
Lo sfiora un vento leggero di amore
E scopre…nel vuoto dell’aria
La sua infinita pienezza.
Il pianoforte arpeggia
Continuamente
E lui vola ancora più in alto
Sorride di questo tramonto
Che poi tramonto
Non lo è più…

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Travelmind
L’alba del secondo giorno
Tardò a capire che un nuovo giorno stava per
arrivare, ma quando ci riuscì molte cose
apparivano come nei giorni di tramontana:
cristalline.
L’alba sconfinava dentro di sé e cominciava
ad illuminare ogni singola parte del suo
corpo.
Quella mattina sollevò la sua anima
fluttuante e incredibilmente non cercò come
al solito le ciabatte, ma poggiò i suoi piedi
caldi sul pavimento e guardò fuori,
accorgendosi che il sole lo stava già
osservando da tempo con i suoi raggi leggeri:
oggi è il tuo giorno, d'altronde…come tutti i
giorni.
Quella mattina volle andare nella sua
prima casa per incontrare una persona che non
incontrava da tempo:
> quale buon vento ti porta da me,
guerriero azzoppato dalla tua stessa natura;
uomo accecato dal peccato.
Vieni a me, figlio di questo tempo grigio,
vieni tra le mie braccia, prova a stringermi
con occhi socchiusi di gioia.

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Abbracciami forte, affinché tu possa sentire
il dolore e il suo potere, la croce e i suoi
misteri: tutto ciò sia la tua guida, il tuo
libro mastro.
Attraverso di me scoprirai la sofferenza di
essere traditi di nuovo dopo il dolore.
Attraverso di me assaporerai la morte, ed
ogni sensazione simile al sudore che scola
inesorabile sul viso bianco e freddo
d’acciaio.
Con me vivrai l’ imprevedibilità della tela
che viene tessuta davanti ai tuoi occhi e che
per te è invisibile.
Nel mio nome griderai ragione e ossigeno…e io
ti aiuterò sempre e comunque, se sarai bravo
a trovarmi nella giungla.

L’ a m o r et i r i sp o n d er
à s e m p r e.

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Per strada
L’ incontro
D'altronde non può appassionarti se non
quello che ti fa piangere, se non quello che
ti fa stringere le mandibole e stridere i
denti indurendo i lineamenti del viso…
E la incontrai.
L’angelo carezzevole che sempre lo aveva
sostenuto e consolato e riconsolato fino a
fargli scoprire il senso.
L’anima trasparente che nella sua assenza fa
sentire fortemente l’opposta presenza.
>ciao!<
>ciao<
>dove vai?<
>vado<
>E dove vai?!<
>vado a scoprire se quello che si immagina e
si sogna sia davvero tale; e te…cosa ne
pensi?<
>io penso…penso che non devi andare…insomma
si, andare per andare…non serve<
>ma io non vado per andare e basta!!<
>e allora??<
>vado per viaggiare nel cammino del sole, per
conoscere quella circonferenza che quest’

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ultimo crea ogni giorno..quella scia di luce,
dove va a finire? Lo sai te??eh?<
>va a finire qui … proprio qui…vedi…<

La guardò proprio lì, sul cuore, e vide che


batteva forte, quel piccolo strumento
d’amore,ebbe dispiacere per quello che stava
avvenendo, quasi si sentiva soffoca, ma in
ogni modo e in qualsiasi situazione si fosse
trovato, sentirsi soffocare sarebbe stata
legge, consuetudine, abitudine.
Gli dispiaceva a tal punto che voleva
prenderla per mano e portarla via con sé, il
suo amore supremo: quella donna era ancora
limpida, trasparente come quando si passa il
giornale sul vetro alitandoci sopra, si
vedeva attraverso…intoccabile sincerità e
onestà di donna vera.

La verità era che lei aveva vissuto due


volte, e questo la rendeva immune ma
soprattutto felice, lei era una di quelle
persone che meritavano di vivere il dono
della vita.

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Per strada
L’abbraccio
La poesia di quel momento era un abbraccio
universale, a trecentosessanta gradi, un
abbraccio fortissimo, soffocante, ma allo
stesso modo magicamente leggero e soffice
come la carezza della vita che respira
lentamente vicino al tuo orecchio, lo
riscalda, e quando non senti il fiato, in
quegli attimi, hai la sensazione di essere
abbandonato.
Tu lo senti anche ad occhi aperti
quell’abbraccio, quella sensazione che ti
cura, ti consola, ti custodisce… ” non ti
preoccupare qualcuno ti ama ” : Lei vive
accanto alla tua culla, ti spinge avanti e
indietro lentamente, dondola piano, senza far
rumore, come spugna che stringe e
silenziosamente fa scivolare giù il sangue
della vita e ti ama, ti adora, ti aiuta
salvandoti dalle serpi che strisciano negli
anni della vita, negli anni dell’abbraccio.
Gli anni dell’abbraccio, gli anni dell’addio,
gli anni della vita e quelli della morte che
ti accompagneranno nel viaggio.

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Quelle braccia penetreranno dentro di te come
se tu fossi di burro che si scioglie, e così
le tue membra cominceranno a sciogliersi
piano.
Aggrappandoti piangerai la tua disperazione,
perché lo sai che stai per andare e presto
sarai niente, sarai olio che scivola e non ha
meta, senza forma e consistenza…scivolerai e
basta…e lo farai sulle strade e sulle persone
che si avvicineranno a te.
E’ strano…cosa ti rimane della gente che hai
conosciuto?!
Cosa vi rimane degli uomini e delle donne che
sfuggenti sono comparse e scomparse come in
un sipario teatrale.
Cosa rimane del primo atto? e del secondo?
Forse restano le maschere degli attori…
anzi, se ci penso bene c’è una piccola cosa
che resta impressa in quell’angolo remoto
della cassa toracica,resta l’abbraccio,
l’affetto, il sentimento,come vuoi chiamarlo:
quello che è l’essenza di ciò che
trasmettiamo agli altri, il buono di noi
insomma.

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Ecco…
Mi abbracciò forte
stringendo e riscaldando la mia pelle
confusa
bagnandomi il collo e sussurrando la sua
voce…
il collo bagnato là fuori al freddo…
come una nudità
come se fossi solo
improvvisamente
le lacrime mi tatuavano sulla pelle il suo
amore…
il suo … abbraccio
ti amo…mi stringerai per sempre…

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La casa non era molto lontana dal mare, ma
neanche tanto vicina, tanto che non si
sentiva il movimento cadenzato delle onde.
Ad uguale distanza poi c’era la strada che
tagliava in due la pianura e terminava
dall’altro lato del mare, quello più buio,
profondo, oceanico e che lui non aveva mai
visto.
Era qui che amava soggiornare: a pochi metri
dall’onda, osservarla per molte volte ma
viverne sempre la distanza, questo
significava non prenderla mai, ma ciò gli
dava stabilità, o staticità forse.
Probabilmente era giusto che dopo tanto
vagare avesse scelto un posto nel mezzo, il
migliore, quello da dove si poteva osservare
la statale e il suo flusso di automobili da
un lato e il mare dalla parte della veranda
dei gerani.
In inverno la sua passione era quella di fare
l’amore vicino al camino dove gli piaceva
molto osservare il riflesso del fuoco
sull’azzurro dell’acqua: viveva di queste
piccole grandi cose ed era felice di
coglierne il momento.

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Il momento buono fuggiva spesso, ma quando
con attenzione osservava il cuore di ogni
attimo, ne coglieva la rosa, la polpa e il
calore profondo che nasconde.
La veranda dei gerani era sistemata con
estrema attenzione, quasi come fosse un
dipinto su tela di Monet, e a guardarla da
lontano quella verandina lì, sembrava proprio
un pezzo d’arte nell’immensità dell’oceano.
Azzurro e blu mare, rosso e verde geranio,
camino rosso e fuoco che ardeva dentro: nulla
era dato al caso.
Il fatto che lui avesse sistemato ogni angolo
in quella casa con precisione mentale, e
quasi maniacale era un po’ la sua essenza di
uomo, le sue mancanze e i suoi affetti, i
terrori e le lacrime di una vita. La casa era
la sua difesa attraverso cui attaccava il
mondo, attraverso la quale si voltava sulla
strada e decideva gli incroci che ogni giorno
doveva affrontare.
Un giorno sulla spiaggia mentre viaggiava
sul suo binario preferito incontrò uno
spirito con parvenze umane avvolto in un

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abbraccio di sabbia che girava vorticosamente
attorno al suo corpo.
Lo spirito disse semplicemente: COMPIACITI.
E lui capì che, nel dubbio eterno in cui vive
un uomo, forse aveva fatto una buona cosa a
vivere nel mezzo, tra il mare e la strada, in
quanto così poteva ammirare le bellezze e
disprezzare le cattiverie che venivano da due
mondi distanti.
Quanto…ma quanto è grande la distanza tra il
mare e la strada.

Nel mare incontri, sulla strada ti scontri,

Il mare ti sfiora gentilmente la pelle, la


strada ti sbatte sopra come un macigno,
la strada ancora ti respinge fuori quando ci
viaggi sopra, il mare invece ti avvolge
delicatamente … ti abbraccia e ti coccola nel
ritmo cadenzato delle onde…

ma il mare ti affonda anche, ti toglie l’aria


se vuole, ti abbandona nel vuoto…e non sarai
più in grado di risvegliarti…

il mare è imprevedibile..la strada di meno

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il mare è impetuoso, la strada ti distrugge
piano

il mare conquisterà la terra e la strada


prima o poi scmparirà.

Compiaciti…di aver scelto di non scegliere…è


la via giusta.
Poi lo raggiunse il suo gatto nero con
delicati piedini bianchi come avesse calzette
da tennis e strusciandosi sulle caviglie di
lui, lo distrasse, così perse lo spirito di
sabbia.

Nel ritornare delicatamente verso casa, sulla


sabbia fresca e soffice pensava che
nonostante tutto quello che il destino gli
aveva riservato, la sua vita andava molto
bene, grazie anche al viaggio, ad aver
virato: così come fanno gli aerei quando dopo
aver costruito un cerchio nei cieli, si
piegano su un lato e intraprendono una rotta.
Così aveva deciso anche lui di virare verso
una direzione, anche se non ben delineata.

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Davanti a sé un quadro a sfondo rosso con
l’ombra di un sassofonista…accanto invece un
bicchiere di scotch whisky regalatogli da un
vecchio amico dei tempi della rivolta, di
fronte a sé il suo notebook.
Ragionava, facendo roteare dolcemente il
whisky attorno alle pareti del bicchiere
ovale, di quello strano incontro del giorno
prima all’incrocio di via Calmieri.
Stava passeggiando in cerca di un paio di
pantaloni da indossare per una occasione
importante, e in attesa del verde per poter
attraversare la strada, colse di fronte a sé
uno sguardo noto, e poi ancora un sorriso
ancora più conosciuto. Provò a stringere le
sopracciglia per mettere a fuoco il viso
della persona e colse improvvisamente un
fiore. Dalla scatola confusa dei suoi ricordi
sfoderò un numero magico, che nessuno si
aspettava: Veronica.
Era un anno antico quando la salutò per
l’ultima volta dicendo che un giorno
sarebbero tornati insieme…e ora Veronica era
lì, forse perché le promesse adolescenti sono

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come film senza fine, come magica carezza che
sempre sarà.
Forse perché ciò che si scrive sul libro
della gioventù rimane là fin quando non viene
sfatato dalla banale sessualità, o forse
perché la bellezza di quei momenti è pulita
come un pezzo di cristallo sotto la luce del
sole.
Fatto sta che lei non si accorse di lui,
forse perché distratta dall’onda sontuosa
delle automobili e comunque guardava
lateralmente e non l’avrebbe mai visto.
Ma quando fece per attraversare lei alzò lo
sguardo ed ebbe la stessa sensazione
improvvisa di lui, come se qualcuno aldilà
della strada la stesse osservando e cominciò
a scrutare nella gente indiavolata come se ci
fosse un uomo che appartenesse a lei… e lo
vide.

Di quale formidabile forza è dotato lo


spirito della rimembranza, un calore forte
nello stomaco che rievoca vecchi fotogrammi,
sfocati ma vivi…anzi pulsanti.
Come se una montagna si muovesse per un
millesimo di secondo e quel secondo fosse

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dentro l’anima del cuore: eccolo il segno che
siamo vivi… il ricordo del bello o di ciò che
avrebbe potuto esserlo.
Ti amava Veronica, e ti ama ancora se tu lo
vuoi.

Ecco che lei lo ha individuato, forse


attirato dalla mira di lui, e parte un
sorriso dolce e improvviso, inaspettatamente
si lancia sul suo collo abbracciandolo con
dita morbide e intimorite: non lo ha
dimenticato. E questo lo consola molto di più
di ogni altra cosa in quel momento…il piacere
di sentirsi piaciuti è cosa che dura pochi
attimi, ma è forte come un orgasmo.

>Ciao!! Quanto tempo?(!)


come sono contenta di vederti qui! (banalità)
come stai?
>Bene grazie…(un sorriso)
>E te ti vedo bene! Bella come sempre!(uno
sguardo profondo di entrambi)
-sai ora sono fidanzata…(non era essenziale
saperlo in quel momento..non devi difenderti
Veronica!)
>Ma dai…da molto? (speranza!)

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-sto per sposarmi…(tre parole dette quasi a
rallentatore)
>ahah!!! Però…(volevo dire..ma avevamo detto
tanti anni fa che un giorno saremmo tornati
insieme..dove è rimasta quella promessa??!)

La notte fecero l’amore.


Non contava nient’altro…il fuoco acceso che
scintillava nei loro cuori li accompagnò per
ore fino all’alba in cui ancora intrecciati
da mille capelli e braccia scorgerono l’alba
dal mare.
Fu come viaggiare a mille all’ora nel passato
ma, come fa il gabbiano, sfiorando il pelo
dell’acqua; e ritornando sui loro corpi
fecero nascere il giorno, sulle punte dei
seni infreddoliti di lei, e sulle sue natiche
stanche.
Il giorno è nato dopo quella notte di tanti
anni fa in cui giurarono che quell’alba
sarebbe arrivata.
Sostanzialmente la amava ancora.

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**********************

Ogni volta che tornava a casa sentiva


profondamente l’incanto del tempo che
scorreva sulla sua vita e ciò che gli premeva
di più era l’insicurezza con cui ogni cosa
era stata affrontata nella sua vita prima di
questa nuova avventura, non si spiegava
perché ogni approccio insicuro dava
l’incredibile certezza negli occhi altrui
della debolezza.
Quella insicurezza spesso era frutto di una
voglia infinita di non avere defezioni, di
non sbagliare, di essere sinceramente
naturale e spontaneo, ma ahimè ciò non era
ben visto e questo era la linea comune di
ogni scena del suo teatro quotidiano.
Lì sulla sua poltrona, ammirando il fuoco
scintillante pensava a quanto forse la sua
vita stentava a volare, ma forse volare non
era volare sul serio, ma era tentare… era
provare… era cercare… era fallimento e
tristezza, insomma non gioia.
Era ciò che lui aveva voglia di avere ma non
riusciva ad avere, volare era perciò solo la
prova del volo, l’istruzione del volo e ciò
lì davanti al suo gattino, che accarezzava

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piano le sue gambe con leggero movimento
ondulato, arrivava nella sua testa come un
locomotore. Prove di volo era la vita di ogni
essere, il volo era tutto ciò che non
riusciva, l’esatto contrario era il bello, il
successo che, guardate un po’, la vita
portava a dimenticare in un attimo.
Non contava allora quello che era riuscito,
ma ciò che ripetutamente provava a risolvere
da anni oramai…
…il mistero di ogni follia è l’ostinazione…
l’ostinazione ceca però nel profondo
dell’anima infranta lo aveva obbligato a
vivere una vita già vista.
Beh lui era lì per smentirsi…questa
rappresentava la più grande prova di volo che
lui avesse mai sognato.

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I pescatori
Era una mattina piena di sole, di giovedì
e dalla finestra del soggiorno poteva vedere
i pescatori che tornavano dalla loro fatica
quotidiana: la barchetta blu di legno oramai
cadente di Giovanni Molinaro e quel fascio di
legname a forma di barca del signor Andrea
Cascina che, ogni mattina quando si inoltrava
tra le onde si aveva sempre la sensazione che
non sarebbe più tornata indietro, se solo si
pensava a quante volte e da quanti anni lo
trascinava in acqua per farlo pescare tra
l’oscurità delle burrasche.
Era una mattina piena di sole ma i pescatori
erano oscuri in volto, molto più del solito.
Eppure la pesca non era andata male, c’erano
le triglie, delle occhiate e un’ottima base
per delle zuppe.
Ma anche lo stesso pesce, di norma contento
di sfamare tante bocche, quel giorno era
intristito dal viso dei loro predatori: cosa
era successo dunque di tanto triste e
preoccupante?
Lui scese subito in spiaggia, come faceva
ogni mattina, a piedi scalzi per assaggiare i
polipetti crudi e da uno sguardo sfuggente

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capì che Giovanni aveva qualcosa che non
andava.
< Cosa c’è Giovà? qualcosa è andato storto
oggi?>
<niente, niente, non si preoccupi!...a
proposito, abbiamo delle ottime triglie
oggi!? Ne vuole?>
<le prenderò appena mi dice cosa è successo>
<lasci stare, non insista, non ha niente a
che fare con il mare e con il lavoro...>
<beh allora in famiglia?! Su dimmi Giovanni,
oramai ci conosciamo da un po’ di tempo,
penso che puoi anche confidarti con me
insomma…>

Intanto gli altri pescatori, compreso Andrea


Cascina si erano allontanati, capendo il
momento.
<niente… è mia moglie…>
<cosa c’è? Non sta bene?...gli è successo
qualcosa?>
<…il bambino…> - disse abbassando gli occhi
al di sotto della sabbia e ancor più giù;
<il bambino quale?> - dice lui sorpreso;
<…il nostro… si, insomma avremmo dovuto avere
un bambino, ma… ha dovuto abortire perché

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era… si …insomma… non c’era più
nell’utero...>
Parlava come se fosse una cosa normale
perdere un bambino nel ventre, ma lui sapeva
che per lui e sua moglie non lo era per
niente, ma rappresentava solo una delle
grandi tragedie della loro vita, l’ennesima.
Sua moglie non poteva avere bambini e forse
questo era stata l’unica occasione in cui
erano riusciti a credere a un miracolo,
insomma quell’uno per cento di possibilità
era svanito al vento come una promessa che il
fato gli aveva donato e tolto in poco più di
due mesi.
< ma..io non sapevo assolutamente niente
Giovanni…mi dispiace tanto…>
Lo guardava negli occhi ma lui era sempre
fisso lì a guardare la spiaggia, come a
maledire quella terra che gli aveva donato e
ucciso l’anima. Come se volesse parlare alla
terra e maledirne le sue false promesse di
redenzione.
Aveva sempre preferito il mare Giovanni, e
anche sua moglie, forse proprio per questo,
forse perché il mare gli aveva fatto veder
nascere tanti esseri, e gli aveva donato

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tanti “ piccoli ” che lui lasciava vivere e
faceva crescere dicendo “ c i vediamo da
grandi..ora gustatevi un po’ di vita! ” .
Giovanni era afflitto e lui quel giorno non
comprò pesce, ma andò a stare a casa con lui
e sua moglie per tenergli un po’ di compagnia
e a farsi raccontare qualche storia, come un
bambino.
Quella sera si fece coccolare da quella
coppia splendida che aveva necessità di un
figlio, e lui stesso si appropriò di quella
scena, sentendosi un po’ l’attore che recita
un ruolo comodo, rilassato, che già conosce
il suo pubblico: non aveva bisogno di essere
eroe ma passivamente subiva le loro coccole
uscendone attore principale e di successo,
mentre loro si rivestivano con occhi bassi di
vesti malavogliane.
Notò nella lunga serata che raramente
riuscivano a guardarlo negli occhi, non
trovavano cioè strada o luce che potesse
spiegare, più che consolare, giustificare più
che aiutare: piuttosto soffrire.
Non c’era più il cuoricino del loro piccolo
amore, rimasto pensiero, atto puro senza
realtà.

- 31 -
A metà…
Forma immaginata di amore umano, indifesa
volontà caduta dal primo scalino di una vita
mai vissuta.
Allora si accorse di una cosa… anzi
propriamente gli si illuminò la più cruda
delle realtà e come in una scena a
rallentatore con sottofondo di violini riuscì
a capire:
Solitudine…………
era questo il sentimento più brutto, si
senitivano soli e inconsolabili.
Questa era la malattia dell’attesa.
L’attesa…
Di ciò che hai sempre sperato ci fosse e che
non hai mai avuto, oppure di ciò che pur
scontato improvvisamente si allontana e per
destino ti ritrovi a piangere disperatamente
nelle notti…
e… solo… piangi… e intorno solo il tuo
pianto e l’eco della tua stessa anima si
diffonde nella stanza oscura…
e nessuno… pensa(insomma nessuno sta
immaginando) che in quel momento ti senti in
una sola parola…solo.

- 32 -
Ecco Giovanni e sua moglie, soli in quella
stanza come un purgatorio senza fine.
Andò via che erano le 3.00 di una notte
infinita e il suo gattino lo attendeva con la
coda ritta come un’antenna sull’orlo della
porta; almeno lui qualcuno ad aspettarlo lo
avevo trovato(si fa per dire).

- 33 -
Rachid
Rachid non dimenticò mai quell’abbraccio
profondo della sua Africa, del suo spirito
vivente, non era una terra ma spirito e vento
di scirocco che non ti abbandona mai e nelle
dita aride di una madre piangente ti dona la
tua vita.
Ondeggiò due tre volte tra le onde e poi
nella lacrima di una sofferenza con radici
antiche si trovò già nel blu
azzurro,ondeggiando a destra e al contrario,
in moto, verso tutto ciò che profumava di
nuovo parto.

Rachid stava per rinascere, rivivere in un


altro mondo e Allah si trasformava in Dio
Padre, il trino, lo Spirito Santo e il Cristo
… così nel cammino tutto si plasma come vuole
ogni credo spirituale, ogni idea di
sofferenza si materializza in esperienza
dolorosa e ogni sogno diventa reale.

Approdò solo dopo due giorni di travaglio e


di morti, sulle terre salentine, all’estremo
sud di un mondo occidentale che lui non

- 34 -
conosceva e che gli avrebbe cambiato
l’esistenza.
Il giorno stesso del suo parto, lì, lontano
nelle terre inaridite nasceva una creatura
che a lui si rifaceva, e ne sostituiva
l’immagine …suo figlio.
Tanto desiderato e amato già nell’idea di
averlo, ma che malauguratamente aveva prima
di nascere già la responsabilità di crescere
al posto del padre e soprattutto con l’idea
di un padre che appariva solo voce lontana e
che immaginava e fantasticava nei sogni più
tristi delle sue notti di sabbia.
Rachid non ebbe problemi a trovare un lavoro
regolare nella provincia del Nord, terra
fredda per clima e abitudini, terra che gli
permetteva di vivere e campare un’intera
famiglia, ma che non lo amava, né lo
accoglieva.
L’idea dell’accoglienza sembra cosa semplice
nei nostri tempi moderni dove tutto è
globalizzato e integrato, dove ogni uomo
sembra accettare e condividere tutto e tutti.
In realtà Rachid si accorse subito che l’idea
di accoglienza aveva spiegazioni diverse a
seconda dei vocabolari di lingua.

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Lì forse accogliere era semplice, bastava un
sorriso oppure rispondere con un gesto di
cortesia, ma insomma non era proprio così, o
meglio non era solo quello. L’accoglienza
nella sua idea era qualcosa di più
impegnativo, significava anche capire e
discernere, nonché operare e distinguere
gesti di sentita compartecipazione alla vita
di tutti i giorni.
Nella memoria della sua terra antica
l’accoglienza era compartecipazione e per
trovare tali rimembranze non era necessario
risalire molto nel tempo o nello spazio,
anzi, se ci penso bene … bastava ehm …
chiudere l e n t a m en t e gli occhi per ri
… abbracciare quei valori scomparsi: la
missione si poteva intitolare “ Alla ricerca
dell’abbraccio perduto e sue infinite
postille ” .

Si fermò a pensare davanti ai suoi gerani


profumati, e decise di scrivergli un
biglietto:
<Ti scrivo caro Rachid, perché ogni giorno
quando in autobus in questa città ai confini
dell’anima ti incontro per strada, in

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quell’angolo di verdure e frutta, io ti
ammiro… e ti amo, perché silenziosamente
accetti un sacrificio impossibile.
La verità è che sei fratello…
E fratello lo sei perché nella tua dignità di
uomo duro e a tratti violento nascondi una
tristezza e uno smarrimento senza fine.
Abbracciami fratello… se un giorno vedrò tuo
figlio ti riconoscerò nei suoi occhi
mediorientali>.

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Epilogo
Dopo anni da quel giorno di un lungo
strisciare ferroso era giunto ad un fine.
Ecco la mattina dritta e silenziosa nelle
pupille degli occhi, eccolo il mare che
sbatte lento, eccolo il fine… aveva deciso…
Aveva capito piuttosto.
Tutta la vita dietro di sé spingeva per
divenire futuro e rinnovarsi, rinascere di
una nuova vita nella stessa vita, anzi di più
vite dalla stessa vita.
Quante volte aveva sperato di capire l’attimo
in cui nel dissolversi delle ore si sarebbe
potuto tuffare e divenire tempo nello spazio,
lungo il viaggio degli anni.
Eccolo; era arrivato il momento della
disgregazione, cellula compatibile con ogni
genere e forma umana.
Pregò molto quella mattina, tanto da
sanguinare sulla sabbia:
<divengo oh mio dio… divengo l’essere e
l’essenza, divengo forma e divenire eterno,
non morirà il mio corpo, mai….
Prenderà la forma dell’anima e viaggerà per
pianure, monti e mari.

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Ho deciso mio Dio… non morirò, ho deciso mio
Dio diverrò continua forma.
Non saluterò nessuno perché sarò qui sempre e
sfuggirò alla morte adattando la mia anima a
corpi e forme sempre diverse, non mi farò mai
vedere dalla Intramontabile, sfuggirò con
l’abilità che tu, vita della mia vita, mi hai
insegnato, con l’amore compassionevole.
L’Intramontabile avrà terrore della mia luce
e ogni uomo vedrà la mia vera essenza…>.

D evi
R espirarmi
E
A marmi,
M e
I ndimenticabile
N ostalgica
G iovinezza.

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Info e contatti
alessio.stefanelli@libero.it

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