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DIRITTO

COMMERCIALE
(Campobasso)
Volume 1
- Il diritto dell’impresa -

scritto  da  
*Acquario  Capri*  
L’imprenditore

Nel nostro sistema giuridico la disciplina delle attività economiche ruota intorno alla figura
dell’imprenditore definito all’art. 2082 c.c. Tre criteri di selezione sono alla base della distinzione tra i
diversi tipi d’impresa e d’imprenditore operanti su piani diversi:
1. Oggetto dell’impresa (agricola, commerciale…)
2. Dimensione dell’impresa (piccola, media…)
3. Natura del soggetto che esercita l’impresa (individuale, pubblica…)
Nel codice civile ci sono norme applicabili a tutti gli imprenditori e a tutte le imprese senza ulteriori
specificazioni e norme applicabili solo ad una categoria d’imprenditori e di aziende.
Le definizioni tra i vari tipi d’impresa ed i vari imprenditori servono a definire meglio l’ambito di
applicazione dello statuto dell’imprenditore commerciale.

Per l’art. 2082 “è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica


organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”.
Per gli economisti l’imprenditore è quel soggetto che nel processo economico svolge funzione
intermediaria fra chi dispone dei necessari fattori produttivi e chi domanda prodotti e servizi. Egli
coordina, organizza e dirige il processo produttivo assumendo su di sé il rischio relativo ed è mosso
dal raggiungimento del massimo profitto (ricavi – costi). La disciplina dell’imprenditore è applicabile
ad attività caratterizzate da uno specifico scopo (produzione o scambio di beni o servizi) e da
specifiche modalità di svolgimento (organizzazione, economicità, professionalità). I requisiti dell’art.
2082 sono rilevanti ai fini della nozione civilistica dell’imprenditore e sono solo tendenzialmente
coincidenti con quelli fissati da altri settori.

L’impresa è attività finalizzata alla produzione o allo scambio di beni o servizi. È attività
produttiva. Nel qualificare un’attività come produttiva è irrilevante la natura dei beni o servizi
prodotti o scambiati, il tipo di bisogno da soddisfare, la qualificazione come attività di godimento o di
amministrazione del proprio patrimonio. Quindi sono imprese commerciali le società d’investimento,
quelle finanziarie e le holdings.

La funzione organizzativa dell’imprenditore si concretizza nella creazione di un apparato produttivo


stabile e complesso formato da persone e beni strumentali. L’organizzazione imprenditoriale può
essere anche organizzazione di soli capitali e del proprio lavoro intellettuale e/o manuale. Non è
necessario che l’attività organizzativa dell’imprenditore crei un apparato strumentale fisicamente
percepibile. Quindi la qualità d’imprenditore non può essere negata sia quando l’attività è esercitata
senza l’ausilio di collaboratori, sia quando il coordinamento degli altri fattori produttivi non si
concretizzi nella creazione di un complesso aziendale materialmente percepibile.

Per alcuni la semplice organizzazione a fini produttivi del proprio lavoro non può essere considerata
organizzazione di tipo imprenditoriale e in mancanza di un coefficiente minimo di
eteroorganizzazione deve negarsi l’esistenza d’impresa. Per altri l’imprenditore è anche il lavoratore
autonomo. In conclusione un minimo di organizzazione di lavoro altrui o di capitale è necessario per
aversi impresa. In mancanza si avrà semplice lavoro autonomo non imprenditoriale.

Per aversi impresa è essenziale che l’attività produttiva sia condotta con metodo economico con
modalità che consentono nel lungo periodo la copertura dei costi con i ricavi e l’autosufficienza
economica.

L’attività economica dev’essere esercitata con professionalità cioè dev’essere un esercizio abituale e
non occasionale di una data attività produttiva. Ciò non implica la presenza d’interruzioni nell’attività.
È possibile anche il contemporaneo esercizio di più attività d’impresa. Impresa si può avere anche
quando si opera per il compimento di un “unico affare”. La professionalità dev’essere accertata in base
ad indici esteriori e oggettivi.

Requisito minimo essenziale dell’attività d’impresa è l’economicità della gestione e non lo scopo di
lucro.

La destinazione al mercato della produzione non è richiesta da alcun dato legislativo. Ma per alcuni
l’impresa per conto proprio non è impresa.
L’impresa illegale non impedisce l’acquisto della qualità d’imprenditore e con pienezza di effetti
ferma restando l’applicazione di sanzioni amministrative e penali per l’oggetto dell’attività. Invece
l’impresa immorale non è impresa.

Il legislatore esclude la qualifica imprenditoriale per le professioni intellettuali. Per l’art. 2238 c.c. “Se
l'esercizio della professione costituisce elemento di un’ attività organizzata in forma d'impresa, si
applicano anche le disposizioni del titolo II. In ogni caso, se l'esercente una professione intellettuale
impiega sostituti o ausiliari, si applicano le disposizioni delle sezioni II, III e IV del capo I del titolo II.”
I requisiti dell’attività d’impresa possono ricorrere tutti anche nell’esercizio delle professioni
intellettuali quindi i professionisti non sono imprenditori “per libera opzione” del legislatore. Gli unici
2 casi d’imprenditori-professionisti sono il farmacista e l’agente di cambio.
Le categorie di imprenditori

A. IMPRENDITORE AGRICOLO E IMPRENDITORE COMMERCIALE


Il testo originario dell’art. 2035 c.c. stabiliva che: "E' imprenditore agricolo chi esercita un'attività
diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all'allevamento del bestiame e attività connesse. Si
reputano connesse le attività dirette alla trasformazione o all'alienazione dei prodotti agricoli, quando
rientrano nell'esercizio normale dell'agricoltura." Quindi vi erano attività agricole essenziali ed attività
agricole per connessione.
Ma la coltivazione del fondo, la silvicoltura e l’allevamento del bestiame hanno subito una profonda
evoluzione dal 1942. Il progresso tecnologico ha fatto avanzare l’agricoltura industrializzata e ha
consentito di ottenere prodotti merceologicamente agricoli con metodi che prescindono dallo
sfruttamento della terra e dei suoi prodotti. Oggi anche l’attività agricola può dar luogo ad ingenti
investimenti di capitale.
Oggi è ritenuta impresa agricola ogni impresa che produce vegetali o animali, ogni forma di
produzione basata su un ciclo biologico naturale.
Per l’odierno art. 2035 c.c. “È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività:
coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.
Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette
alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere
vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o
marine.
Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette
alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che
abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o
dall'allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante
l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività
agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e
forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge”.
Quindi:
- la produzione di specie vegetali ed animali è sempre qualificabile come attività agricola
essenziale;
- nella coltivazione del fondo si fanno rientrare anche le attività di orticoltura, coltivazione in
serra, “fuori terra” o in vivai e floricoltura;
- la silvicoltura è quell’attività caratterizzata dalla cura del bosco per ricavarne i relativi prodotti
(no estrazione di legname disgiunta dalla coltivazione del bosco);
- per allevamento di animali s’intendono anche la zootecnia svolta fuori dal fondo, gli
allevamenti in batteria, l’allevamento con alimentazione proveniente da fuori del fondo,
l’allevamento di cavalli da corsa o di animali da pelliccia, l’attività cinotecnica (allevamento di
cani), l’allevamento di gatti, l’allevamento di animali da cortile, l’acquacoltura (no acquisto di
animali all’ingrosso con lo scopo di rivenderli).
Le attività agricole per connessione sono attività oggettivamente commerciali. Per essere considerate
attività agricole ci devono essere 2 condizioni:
1) Il soggetto che esercita una tale attività dev’essere già qualificabile come imprenditore
agricolo poiché svolge in forma d’impresa una delle 3 attività agricole tipiche e attività
coerente con quella connessa (Si considerano imprenditori agricoli le cooperative di
imprenditori agricoli ed i loro consorzi quando utilizzano per lo svolgimento delle attività di
cui all'articolo 2135 del codice civile prevalentemente prodotti dei soci, ovvero forniscono
prevalentemente ai soci beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico)
[connessione soggettiva];
2) È sufficiente che le attività connesse non prevalgano, per rilievo economico, sull’attività
agricola essenziale.
L’imprenditore agricolo è esonerato dalla tenuta delle scritture contabili (art. 2214) e
dall’assoggettamento alle procedure concorsuali (art. 2221) ma è obbligato all’iscrizione nel registro
delle imprese (pubblicità notizia e legale).

L’art. 2195 c.c. individua le attività che qualificano l’imprenditore commerciale:


1) Attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi (industria automobilistica,
chimica…);
2) Attività intermediaria nella circolazione dei beni o servizi (commercio);
3) Attività di trasporto per terra, acqua o per aria (specificazione della categoria n°1);
4) Attività bancaria e assicurativa (specificazione delle categorie n°2 ed 1 rispettivamente);
5) Altre attività ausiliarie delle precedenti (agenzia, mediazione, deposito, commissione,
spedizione, pubblicità commerciale, marketing).
Gli elementi che individuano e distinguono l’impresa commerciale sono il carattere industriale
dell’attività di produzione di beni o servizi e il carattere intermediario dell’attività di
scambio. L’imprenditore commerciale è obbligato all’iscrizione nel registro delle imprese (pubblicità
legale), alla tenuta delle scritture contabili e all’assoggettamento alle procedure concorsuali.

La categoria degli imprenditori civili, sottoposti solo alla disciplina generale dell’imprenditore, non è
espressamente prevista dal legislatore. C’è una tesi propensa ad ammettere l’esistenza delle imprese
civili ritenendo che il requisito dell’industrialità debba essere inteso come attività che implichi
l’impiego di materie prime e la loro trasformazione in nuovi beni ad opera dell’uomo e che possa
essere qualificata attività intermediaria nella circolazione solo quella nella quale ricorre sia l’acquisto
sia la vendita di beni. Sarebbero quindi imprese civili quelle che producono beni senza trasformare
materie prime e quelle che producono servizi senza trasformare materie prime tranne quelle
individuate dai comma 3, 4 e 5 dell’art. 2195 c.c. Ma c’è anche una tesi contraria ad ammettere
l’esistenza delle imprese civili che è quella prevalente e ritiene che attività industriale significhi attività
non agricola ed il concetto di intermediazione debba essere inteso come equivalente di scambio.
Quindi l’imprenditore commerciale è ogni imprenditore non agricolo.

B. PICCOLO IMPRENDITORE. IMPRESA FAMILIARE


Il piccolo imprenditore è sottoposto allo statuto generale dell’imprenditore, è esonerato, anche se
esercita attività commerciale, dalla tenuta delle scritture contabili e dall’assoggettamento alle
procedure concorsuali mentre è obbligato all’iscrizione nel registro delle imprese (pubblicità notizia).
Nella legislazione speciale questa figura è oggetto di una ricca ed articolata disciplina che ne favorisce
l’esistenza e lo sviluppo. Ci sono 2 diverse definizioni del piccolo imprenditore nel codice civile e in
quello fallimentare:
 L’art. 2083 c.c. dive che: “Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani,
i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata
prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia.” Il carattere distintivo
di tutti i piccoli imprenditori è la prevalenza del lavoro proprio e familiare. Quindi per
aversi la piccola impresa è necessario che l’imprenditore presti il proprio lavoro nell’impresa e
che il suo lavoro e quello degli eventuali familiari che collaborano nell’impresa prevalgono sia
rispetto al lavoro altrui sia rispetto al capitale investito nell’impresa.
 L’art. 1, comma 2°, legge fall. stabilisce: “Sono considerati piccoli imprenditori, gli
imprenditori esercenti un’attività commerciale, i quali sono stati riconosciuti, in sede di
accertamento ai fini dell’imposta di ricchezza mobile, titolari di un reddito inferiore al minimo
imponibile. Quando è mancato l’accertamento ai fini dell’imposta di ricchezza mobile, sono
considerati piccoli imprenditori gli imprenditori esercenti un’attività commerciale nella cui
azienda risulta essere stato investito un capitale non superiore a lire novecentomila. In nessun
caso sono considerati piccoli imprenditori le società commerciali.” Di questo art. ora
sopravvive solo quest’ultima affermazione perché l’imposta di ricchezza mobile è stata
soppressa nel 1974, sostituita dall’IRPEF, mentre il criterio del capitale investito non
superiore a lire 900.000 è stato dichiarato incostituzionale nel 1989.
Alla luce di tutto ciò è piccolo imprenditore il titolare di un’impresa in cui prevale il lavoro
familiare ed in nessun caso lo è la società commerciale.

La L 860/1956 diceva che: “È artigiana, a tutti gli effetti di legge, l'impresa che risponde ai seguenti
requisiti fondamentali: a) che abbia per scopo la produzione di beni o la prestazione di servizi, di
natura artistica od usuale; b) che sia organizzata ed operi con il lavoro professionale, anche manuale,
del suo titolare e, eventualmente, con quello dei suoi familiari; c) che il titolare abbia la piena
responsabilità dell'azienda e assuma tutti gli oneri e i rischi inerenti alla sua direzione ed alla sua
gestione. La qualifica artigiana di un'impresa è comprovata dall'iscrizione nell'albo”. Il suo dato
caratterizzante era nella natura artistica od usuale dei beni o servizi prodotti e non più nella
prevalenza del lavoro familiare nel processo produttivo. Questa qualifica era anche
riconosciuta alle imprese costituite in forma di società cooperative o s.n.c. purché la maggioranza dei
soci partecipasse personalmente al lavoro e ,nell’impresa, il lavoro avesse funzione preminente sul
capitale.
La L 443/1985 ha abrogato quella precedente dando una definizione dell’impresa artigiana basata su:
a) l’oggetto dell’impresa costituito da qualsiasi attività di produzione dei beni o di prestazione di
servizi sia pure con alcune limitazioni ed esclusioni;
b) il ruolo dell’artigiano nell’impresa che deve svolgere in misura prevalente il suo lavoro nel
processo produttivo;
Il numero massimo dei dipendenti è più elevato rispetto al 1956, con la possibilità di raggiungere le
dimensioni di una piccola industria di qualità, ed è ribadito che devono essere diretti personalmente
dall’artigiano. Egli può essere titolare di una sola impresa artigiana.
Società cooperative e s.n.c., dapprima, poi anche s.r.l. unipersonali, s.a.s. e, più di recente, anche s.r.l.
pluripersonali possono essere imprese artigiani a condizione che la maggioranza dei soci, ovvero uno
nel caso di due soci, svolga in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo e
che nell'impresa il lavoro abbia funzione preminente sul capitale.
È scomparso ogni riferimento alla natura artistica o usuale, quindi si qualificano artigiane anche
imprese di costruzioni edili. Non è consentito desumere da nessuna norma che debba ricorrere anche
la prevalenza del lavoro proprio e dei componenti della famiglia sul lavoro altrui e sul capitale
investito.
Ma se non è rispettato il criterio della prevalenza dell’art. 2083 c.c., l’artigiano non è sottratto allo
statuto dell’imprenditore commerciale, sarà artigiano ai fini delle provvidenze regionali ma non ai fini
civilistici e potrà fallire. Anche la società artigiana in caso di dissesto fallirà e non godrà più
dell’esonero.
Le imprese artigiane non possono essere qualificate come imprese civili per la presenza del requisito
dell’industrialità.

È impresa familiare l’impresa nella quale collaborano il coniuge, i parenti entro il 3°


grado (nipoti) e gli affini entro il 2° grado (cognati), disciplinata dall’art. 230-bis c.c.:
“Salvo che sia configurabile un diverso rapporto il familiare che presta in modo continuativo la sua
attività di lavoro nella famiglia o nell'impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la
condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell'impresa familiare ed ai beni
acquistati con essi nonché agli incrementi della azienda, anche in ordine all'avviamento, in
proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. Le decisioni concernenti l'impiego degli utili
e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla
cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all'impresa
stessa. I familiari partecipanti all'impresa che non hanno la piena capacità di agire sono
rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi.
Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell'uomo.
Ai fini della disposizione di cui al primo comma si intende come familiare il coniuge, i parenti entro
il terzo grado, gli affini entro il secondo; per impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i
parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.
Il diritto di partecipazione di cui al primo comma è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga
a favore di familiari indicati nel comma precedente col consenso di tutti i partecipi. Esso può essere
liquidato in danaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione del lavoro, ed altresì in
caso di alienazione dell'azienda. Il pagamento può avvenire in più annualità, determinate, in difetto
di accordo, dal giudice.
In caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell'azienda i partecipi di cui al primo comma
hanno diritto di prelazione sulla azienda. Si applica, nei limiti in cui è compatibile, la disposizione
dell'art. 732.
Le comunioni tacite familiari nell'esercizio dell'agricoltura sono regolate dagli usi che non
contrastino con le precedenti norme.”
Con questo art. il legislatore predispone una tutela minima ed inderogabile del lavoro familiare
nell’impresa, qualora non ci sia un diverso rapporto giuridico tutelato dalla legge, riconoscendo ai
membri che lavorino in modo continuato nella famiglia o nell’impresa determinati diritti patrimoniali
ed amministrativi. I primi sono:
1) Diritto al mantenimento;
2) Diritto di partecipazione agli utili in proporzione alla quantità e alla qualità di lavoro
prestato;
3) Diritto sui beni acquistati con gli utili e sugli incrementi di valore dell’azienda in proporzione
alla quantità e alla qualità di lavoro prestato;
4) Diritto di prelazione sull’azienda in caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell’azienda
(secondo l’art. 732 c.c.).
Sono previsti:
- l’adozione a maggioranza, dove ciascun familiare ha diritto ad un voto, di alcune
decisioni in merito alla gestione straordinaria e di altre decisioni di particolare rilievo senza la
presenza dell’imprenditore in quanto destinatario di queste;
- il trasferimento del diritto di partecipazione esclusivamente a favore di altri membri della
famiglia nucleare e con il consenso unanime degli altri partecipanti;
- il diritto alla liquidazione in caso di cessazione della prestazione di lavoro e in caso di
alienazione dell’azienda.
Gli atti di gestione ordinaria sono di competenza esclusiva dell’imprenditore. Egli agisce nei confronti
di terzi in proprio e non come rappresentante dell’impresa familiare, quindi solo a lui saranno
imputabili gli effetti degli atti che pone in essere. Se l’impresa è commerciale solo l’imprenditore sarà
esposto al fallimento in caso di dissesto.

C. IMPRESA COLLETTIVA. IMPRESA PUBBLICA


Le società sono le forme associative tipiche previste dal nostro ordinamento. La società semplice è la
forma utilizzabile solo per l’esercizio di attività non commerciali. La società commerciale è quella che
può svolgere attività agricola (società di tipo commerciale con oggetto agricolo) o attività
commerciale (società di tipo commerciale con oggetto commerciale). Parte della disciplina propria
dell’imprenditore commerciale si applica alle società commerciali qualunque sia l’attività svolta. Le
società non sono mai piccoli imprenditori. Nelle s.n.c. e s.a.s. parte della disciplina dell’imprenditore
si applica solo o anche nei confronti dei soci a responsabilità illimitata.

Lo Stato e gli altri enti pubblici possono svolgere attività d’impresa in 3 modi:
a) possono svolgere direttamente attività d’impresa avvalendosi di proprie strutture
organizzative dotate di un’autonomia decisionale e contabile (imprese-organo);
b) possono dar vita ad enti di diritto pubblico il cui compito istituzionale esclusivo o principale
sia l’esercizio di attività d’impresa (enti pubblici economici) [dall’inizio degli anni ’90 sono
stati privatizzati prima formalmente e poi sostanzialmente]. Essi sono sottoposti allo statuto
generale dell’imprenditore con l’esonero dal fallimento e dalle procedure concorsuali minori
sostituiti da altre procedure;
c) possono svolgere attività d’impresa servendosi di strutture di diritto privato (società a
partecipazione pubblica).
Per le prime 2 tipologie le regole peculiari sono dettate dagli art. 2093, 2201 e 2221 c.c. L’art. 2093
dice che “le disposizioni” del libro V “si applicano agli enti pubblici inquadrati nelle associazioni
professionali. Agli enti pubblici non inquadrati si applicano le disposizioni di questo libro,
limitatamente alle imprese da essi esercitate. Sono salve le diverse disposizioni della legge.” L’art 2201
dice che “Gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale sono
soggetti all'obbligo dell'iscrizione nel registro delle imprese.” Quindi gli enti titolari d’imprese-organo
sono implicitamente esonerati dall’iscrizione nel registro delle imprese e dall’assoggettamento alle
procedure concorsuali per l’art. 2221 (“Gli imprenditori che esercitano un'attività commerciale, esclusi
gli enti pubblici e i piccoli imprenditori, sono soggetti, in caso d'insolvenza, alle procedure del
fallimento e del concordato preventivo, salve le disposizioni delle leggi speciali.”). Solo gli enti pubblici
che svolgono attività commerciale accessoria sono sottoposti allo statuto generale dell’imprenditore e
a tutte le restanti norme previste per l’imprenditore commerciale.

Le associazioni, le fondazioni e tutti gli enti privati con fini ideali o altruistici possono svolgere attività
commerciale qualificabile come attività d’impresa se fatta con metodo economico e professionalità.
Questa può essere anche l’oggetto esclusivo o principale dell’ente. Più frequentemente costituisce
un’attività accessoria. Non ci sono norme specifiche per questi enti. Essi possono essere imprenditori
a pieni effetti con l’esposizione al fallimento. Il fallimento di un’associazione non riconosciuta non
comporta però il fallimento degli associati illimitatamente responsabili.
L’acquisto della qualità d’imprenditore

A. L’IMPUTAZIONE DELL’ATTIVITÁ DI IMPRESA


1) Esercizio diretto dell’attività d’impresa (o con mandato con rappresentanza):
Non ci sono problemi nell’individuare il soggetto cui è imputabile la disciplina dell’attività d’impresa
quando gli atti d’impresa sono compiuti direttamente dall’interessato o da altri in suo nome. Per il
principio della spedita del nome, centro d’imputazione degli effetti dei singoli atti giuridici posti in
essere è il soggetto e solo il soggetto il cui nome è stato validamente speso nel traffico giuridico.
L’imprenditore può anche agire tramite mandato. [Il mandatario opera nell’interesse di un altro
soggetto e può porre in essere i relativi atti giuridici sia spendendo il proprio nome (mandato senza
rappresentanza) sia spendendo il nome del mandante (mandato con rappresentanza). Quando il
mandatario agisce in nome del mandante tutti gli effetti negoziali si producono direttamente nella
sfera giuridica del mandante. Il mandatario che agisce in proprio nome acquista i diritti e assume gli
obblighi derivanti dagli atti compiuti con i terzi, anche se questi hanno avuto conoscenza del
mandato.]
Quindi la qualità d’imprenditore è acquistata dal soggetto e solo dal soggetto il cui nome è stato speso
nel compimento dei singoli atti d’impresa. Diventa imprenditore colui che esercita personalmente
l’attività d’impresa compiendo in proprio nome gli atti relativi. Non diventa imprenditore il soggetto
che gestisce l’altrui impresa quando operi spendendo il nome dell’imprenditore, per effetto del potere
di rappresentanza conferitogli dall’interessato o riconosciutogli dalla legge. L’imprenditore diventa il
rappresentato quando gli atti sono compiuti tramite rappresentante che, anche se sostanzialmente
esercita l’attività d’impresa, non è mai imprenditore.

2) Esercizio indiretto dell’attività d’impresa (≈ mandato senza rappresentanza):


In questo caso ci può essere una dissociazione tra il soggetto formalmente imprenditore e il reale
interessato: uno è il soggetto che compie in proprio nome i singoli atti d’impresa (imprenditore palese
o prestanome), l’altro è il soggetto che somministra al primo i necessari mezzi finanziari, dirige in
fatto l’impresa e fa propri tutti i guadagni (imprenditore indiretto o occulto, dominus). Questo è il
fenomeno dell’esercizio dell’impresa tramite interposta persona. Qui il rischio d’impresa non sarà
sopportato dal reale imprenditore (cioè quello occulto) ma è da questi trasferito, attraverso lo schermo
dell’imprenditore palese, sui creditori.

Secondo la teoria del potere d’impresa, quando l’attività d’impresa è esercitata tramite prestanome,
responsabili verso i creditori sono sia il prestatore, sia il dominus, per quanto solo il primo acquisti la
qualità di imprenditore e sia senz’altro esposto al fallimento.
Secondo la teoria dell’imprenditore occulto il dominus di un’impresa formalmente altrui non solo
risponderà insieme a questi, ma fallirà sempre e comunque qualora fallisca il prestanome. Ciò sarebbe
giustificato dal 2° comma dell’art. 147 l.f. per cui il fallimento della società si estende anche ai soci la
cui esistenza sia scoperta dopo la dichiarazione di fallimento della società e dei soci palesi (fallimento
del socio occulto di società palese). Se fallisce la società occulta è inevitabile che fallisca anche
l’imprenditore occulto. Quindi si afferma la responsabilità e l’esposizione al fallimento di chiunque
domini un’impresa a lui formalmente non imputabile. È stata affermata la responsabilità del socio
tiranno di una s.p.a. e quella dell’azionista o degli azionisti sovrani. Si arriva a sanzionare con la
responsabilità personale o col fallimento ogni forma di dominio occulto o palese dell’altrui impresa.

B. INIZIO E FINE DELL’IMPRESA


La qualità d’imprenditore si acquista con l’effettivo inizio dell’esercizio dell’attività d’impresa, non
basta l’intenzione e l’iscrizione nel registro delle imprese non è condizione né necessaria né sufficiente
per l’attribuzione della qualità d’imprenditore commerciale.
Le società acquisterebbero la qualità d’imprenditori fin dal momento della loro costituzione quindi
prima ed indipendentemente dall’effettivo inizio dell’attività produttiva. Ma l’art. 2082 c.c. ricollega
l’acquisto della qualità imprenditoriale all’esercizio e non alla mera intenzione di esercitare un’attività
d’impresa, quindi il principio dell’effettività deve trovare applicazione anche per le società.

Se il compimento di atti tipici d’impresa non è preceduto da una fase organizzativa oggettivamente
percepibile, solo la ripetizione nel tempo di atti d’impresa coordinati ed omogenei renderà che non si
tratta di atti occasionali ma di attività professionalmente esercitata.
Se viene creata preventivamente una stabile organizzazione aziendale, indice non equivoco di attività
professionale, anche un solo atto di esercizio sarà sufficiente per affermare che l’attività è iniziata.
Anche gli atti di organizzazione sono atti d’impresa e possono essere equiparati agli atti di gestione
non preceduti da una fase organizzativa. Questi determineranno l’acquisto della qualità
d’imprenditore quando manifestano in modo non equivoco lo stabile orientamento dell’attività verso
un determinato fine produttivo sia pure non realizzato. Ma un singolo atto o più atti non coordinati
non saranno sufficienti per l’acquisto della qualità d’imprenditore per una persona fisica. Per le
società, invece, basta un solo atto di organizzazione imprenditoriale.

La qualità d’imprenditore si perde solo con l’effettiva cessazione dell’attività. Gli avvisi al pubblico, la
cancellazione dagli albi o registri… sono solo indici presuntivi. Solo per l’imprenditore commerciale è
importante la determinazione esatta del giorno di cessazione dell’attività per la previsione dell’art. 10
l.f. che lo stesso può fallire entro 1 anno da questa data. La fine dell’impresa è di regola preceduta dalla
liquidazione che costituisce ancora esercizio dell’impresa e si chiude con la definitiva disgregazione
del complesso aziendale. Posso sopravvivere solo le passività.
Per quanto riguarda le società, queste perdono la qualità d’imprenditore con la cancellazione dal
registro delle imprese che presuppone la disgregazione dell’azienda e l’integrale pagamento delle
passività. L’art. 10 l.f. si applica dal giorno di questa cancellazione.

C. CAPACITÁ E IMPRESA
La capacità di agire è presupposto per l’acquisto della qualità d’imprenditore, si acquista al
compimento del 18° anno di età e si perde in seguito ad interdizione o inabilitazione. L’esercizio
dell’attività d’impresa in violazione di tali norme non fa sorgere la qualità d’imprenditore ma la sorte
dei singoli atti dallo stesso compiuti è regolata da disposizioni.
L’incompatibilità è un divieto di esercizio di impresa commerciale posto a carico di coloro che
esercitano determinati uffici o professioni. La violazione di ciò espone solo a sanzioni amministrative
e ad un aggravamento delle sanzioni penali per bancarotta in caso di fallimento.
L’inabilitazione temporanea all’esercizio di un’attività commerciale non impedisce l’acquisto o il
riacquisto della qualità d’imprenditore commerciale.

È possibile l’esercizio di attività d’impresa per conto e nell’interesse di un incapace o da parte di


soggetti limitatamente capaci di agire con l’osservanza delle disposizioni. Mentre per l’attività agricola
valgono le norme di diritto comune, per l’attività commerciale si osservano gli art. 320, 371, 397, 424 e
425 c.c..
Il rappresentante legale dell’incapace è legittimato a compiere solo gli atti di ordinaria
amministrazione mentre può compiere quello di straordinaria amministrazione solo in caso di
necessità o di utilità evidente.
Il legislatore pone un divieto assoluto di inizio di impresa commerciale per i minori e gli interdetti. È
consentita solo la continuazione dell’esercizio di una impresa commerciale preesistente quando ciò sia
utile per l’incapace e sia autorizzata dal tribunale (ciò amplia i poteri del rappresentante legale). I
genitori o il tutore sono legittimati a compiere tutti gli atti che rientrano nell’esercizio dell’impresa.
L’inabilitato può compiere solo gli atti di ordinaria amministrazione ma la sua posizione è parificata
agli incapaci assoluti.
Solo il minore emancipato (minore che è ammesso dal tribunale a contrarre matrimonio prima del
compimento del 18° anno) può essere autorizzato dal tribunale anche ad iniziare una nuova impresa
commerciale, acquisendo la pena capacità di agire e esercitando l’impresa anche senza l’assistenza di
un curatore, e può compiere da solo gli atti di straordinaria amministrazione. L’autorizzazione è
soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese come la sua revoca.
Anche il minore è assoggettato al fallimento ma è possibile evitare che le sanzioni penali colpiscano il
minore fallito e ricadano anche sul rappresentante legale.
Lo statuto dell’imprenditore commerciale

A. LA PUBBLICITÁ LEGALE
Gli imprenditori hanno l’esigenza di poter disporre di informazioni veritiere e non contestabili su fatti
e situazioni di carattere organizzativo delle imprese con cui entrano in contatto. Ciò viene soddisfatto
dall’introduzione di un sistema di pubblicità legale che obbliga di rendere in pubblico dominio
determinati atti o fatti della vita dell’impresa, secondo forme e modalità predeterminate per legge.
Questo oltre all’accessibilità a terzi interessati (pubblicità notizia) ha anche effetto di opponibilità agli
atti.
Lo strumento utilizzato dalle imprese e società è il registro delle imprese, previsto dal nostro codice
civile. Questo ha dovuto attendere lunghi anni prima di essere applicato per la mancanza del relativo
regolamento d’attuazione, in cui è stato applicato un regime transitorio imperniato sull’iscrizione nei
preesistenti registri di cancelleria presso il tribunale e sull’esonero degli imprenditori commerciali
individuali e degli enti pubblici economici. Per le società di capitali era prevista anche l’iscrizione nel
Busarl, per le società cooperative nel Busc. Leggi speciali prevedevano altri adempimenti pubblicitari.
Con la L 580/1993 è stato istituito il registro delle imprese, pienamente operante solo dal 1997, con la
soppressione dei precedenti registri. Il registro delle imprese non solo è strumento di pubblicità
legale, ma è anche di informazioni di carattere organizzativo.
Il registro delle tenuto dalle camere di commercio in ciascuna provincia con tecniche informatiche, è
retto da un conservatore ed è vigilato da un giudice delegato dal presidente del tribunale. È articolato
in 2 sezioni:
1) Sezione ordinaria: vi sono iscritti gli imprenditori la cui iscrizione era prevista dal codice civile
cioè:
a) gli imprenditori individuali commerciali non piccoli(art. 2195 e 2202c.c.);
b) le società tranne quella semplice(art. 2200 c.c.);
c) i consorzi fra imprenditori con attività esterna (art. 2612 c.c.);
d) i gruppi europei di interesse economico (D.Lgs 240/1991);
e) gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un’attività commerciale
(art. 2201 c.c.);
f) le società estere che sono soggette alla legge italiana (art. 25 L 218/1995);
L’iscrizione nella sezione ordinaria del registro delle imprese ha sempre funzione di pubblicità legale e
ha diversi tipi di efficacia a seconda dei casi:
Efficacia dichiarativa: di regola è sempre presente. I fatti e gli atti iscritti sono opponibili a
chiunque e lo sono dalla loro registrazione, momento dal quale i terzi non potranno eccepire
la loro ignoranza (solo per le società di capitali e le cooperative l’opponibilità è piena solo
decorsi 15 giorni dall’iscrizione);
Efficacia costitutiva: è presente in alcune ipotesi tassativamente previste, è presupposto
perché l’atto sia produttivo di effetti e può essere totale (iscrizione dell’atto costitutivo delle
società di capitali e delle cooperative) o parziale (registrazione della deliberazione di riduzione
del capitale sociale per esuberanza di una s.p.a.);
Efficacia normativa: è presente in altre ipotesi ed è presupposto per la piena applicazione di
un determinato regime giuridico (s.n.c. e s.a.s.).
2) Sezioni speciali: sono 2 e vi sono iscritti gli imprenditori che inizialmente erano esonerati cioè
nella 1^:
a) gli imprenditori agricoli individuali(art. 2136 c.c.);
b) i piccoli imprenditori (art. 2083 c.c.);
c) le società semplici;
d) gli imprenditori artigiani.
… nella 2^:
a) le società fra professionisti (ora solo quelle tra avvocati).
L’iscrizione nelle sezioni speciali ha solo funzione di certificazione anagrafica e di pubblicità notizia,
ma per gli imprenditori agricoli e le società semplice ha efficacia di pubblicità legale.
I fatti e gli atti da registrare sono specificati da una serie di norme e sono diversi a seconda della
struttura soggettiva dell’impresa. Alcuni atti delle società di capitali e delle cooperative devono essere
pubblicati nella G.U. anziché nel registro delle imprese.
Prima di procedere all’iscrizione l’ufficio deve controllare che il fatto o l’atto è soggetto ad iscrizione e
che la documentazione è regolare nonché la sua esistenza e veridicità. Il controllo non investe anche la
validità dell’atto. Per gli atti sottoposti a controllo notarile l’ufficio deve verificare solo la regolarità
formale della documentazione. L’iscrizione viene fatta nel registro della provincia in cui ha sede
l’impresa e negli atti e nella corrispondenza dev’essere indicato il registro presso cui è stata iscritta. È
eseguita su domanda o d’ufficio come la cancellazione. L’iscrizione viene fatta nel registro della
provincia in cui ha sede l’impresa e negli atti e nella corrispondenza dev’essere indicato il registro
presso cui è stata iscritta. È eseguita su domanda o d’ufficio (come la cancellazione) entro 10 giorni
dalla data di protocollazione della domanda mediante l’inserimento dei dati nell’elaboratore
elettronico e la loro messa a disposizione del pubblico. Contro il provvedimento motivato di rifiuto
dell’iscrizione il richiedente può ricorrere entro 8 giorni al giudice del registro che provvede con
decreto. Contro di esso può essere proposto ricorso al tribunale che provvede con decreto.
L’inosservanza dell’obbligo di registrazione è punita con sanzioni amministrative pecuniarie e con
sanzioni indirette.

B. LE SCRITTURE CONTABILI
Le scritture contabili sono i documenti che contengono la rappresentazione, in termini quantitativi
e/o monetari, dei singoli atti d’impresa, della situazione del patrimonio dell’imprenditore e del
risultato economico dell’attività svolta. Queste contribuiscono a rendere razionale ed efficiente
l’organizzazione e la gestione dell’impresa e la loro tenuta è obbligatoria per tutti gli imprenditori
commerciali individuali non piccoli, per tutte le società commerciali non semplici e per gli enti
pubblici e di diritto privato che svolgono attività commerciale in via secondaria o accessoria. Per gli
altri la tenuta è facoltativa. (art. 2214 c.c.)

Il principio generale delle scritture contabili obbligatorie è che l’imprenditore deve tenere tutte le
scritture richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’azienda. In ogni caso devono essere tenuti:
• Il libro giornale: registro cronologico-analitico, numerato progressivamente in ogni pagina
prima dell’uso, in cui devono essere indicate le operazioni relative all’esercizio dell’impresa
nell’ordine in cui sono compiute (art. 2216 c.c.);
• Il libro degli inventari: registro periodico-sistematico, numerato progressivamente in ogni
pagina prima dell’uso, redatto all’inizio dell’esercizio dell’impresa e ogni esercizio che si
chiude col bilancio (prospetto contabile riassuntivo dal quale devono risultare con evidenza e
verità la situazione complessiva del patrimonio e gli utili conseguite o le perdite sofferte alla
fine di ogni anno) (art. 2217 c.c.).
Devono essere ordinatamente conservati gli originali della corrispondenza commerciale ricevuta e le
copie di quella spedita. Altre scritture contabili sono richieste dalla natura e dalle dimensioni
dell’impresa: libro mastro, libro cassa, libro magazzino. Tutte le scritture devono essere tenute
secondo le norme di un’ordinata contabilità (art. 2219 c.c.)o con sistemi informatici e devono essere
conservate per 10 anni (art. 2220 c.c.). Non sono soggette ad un controllo esterno tranne quelle di
s.p.a. quotate in borsa. Le sanzioni per la mancata tenuta delle scritture non sono generali e dirette ma
eventuali e indirette.

Le scritture contabili sono destinate a restare nella sfera interna dell’imprenditore non essendo
accessibili ai terzi. Ma ci sono delle eccezioni per le società di capitali e le cooperative che devono
rendere pubblico il bilancio depositandolo presso l’ufficio del registro e per le imprese soggette a
controllo pubblico che non hanno segreti nei confronti dell’organo pubblico preposto alla vigilanza.
Le scritture contabili possono essere rese note in un processo come mezzo di prova (efficacia
probatoria) a favore o contro l’imprenditore o contro i terzi. Il giudice può chiedere solo l’esibizione
delle singole scritture contabili. Solo in caso di controversie relative allo scioglimento della società,
alla comunione di beni e alla successione per causa di morte il giudice può ordinare la comunicazione
di tutte le scritture contabili alla controparte (art. 2709-2711 c.c.).

C. LA RAPPRESENTANZA COMMERCIALE
L’imprenditore si avvale della collaborazione di altri soggetti interni ed esterni all’organizzazione che
possono agire anche in rappresentanza dell’imprenditore. In generale il conferimento ad un altro
soggetto dell’incarico di compiere uno o più atti giuridici relativi alla propria sfera patrimoniale non
abilita di per sé l’incaricato ad agire in nome dell’interessato. Quindi il terzo che contratta con chi
dichiara di agire in veste di rappresentante è tenuto ad accertare esistenza, contenuto e regolarità
della procura, senza la quale non c’è un espresso conferimento della rappresentanza.

Vi è un sistema speciale di rappresentanza fissato dagli art. 2203-2213 c.c. determinato da 3 figure
tipiche di ausiliari interni automaticamente investiti del potere di rappresentanza, effetto naturale di
quella determinata collocazione nell’impresa ad opera dell’imprenditore che potrà essere modificata
solo con atto specifico. Queste 3 figure sono:
1) L’institore (art. 2203-2208 c.c.)
È colui che è preposto dal titolare all’esercizio dell’impresa o di una sede secondaria o di un ramo
particolare della stessa (direttore generale). È un lavoratore subordinato con la qualifica di dirigente,
al vertice assoluto o relativo della gerarchia del personale. Possono essere preposti
contemporaneamente all’esercizio dell’impresa anche più institori che agiranno disgiuntamente salvo
diverse previsioni. L’institore ha un potere di gestione generale, è tenuto, congiuntamente
all’imprenditore, all’adempimento degli obblighi d’iscrizione nel registro delle imprese e di tenuta
delle scritture contabili e all’assoggettamento al fallimento. Può avere anche un ampio e generale
potere di rappresentanza sia sostanziale, compiendo in nome dell’imprenditore tutti gli atti
pertinenti all’esercizio dell’impresa (non quelli che esorbitano dalla sua gestione e non può alienare o
ipotecare i beni immobili del proponente senza autorizzazione), sia processuale, stando in giudizio sia
come attore che come convenuto per le obbligazioni dipendenti da atti compiuti nell’esercizio
dell’impresa a cui è preposto. I poteri rappresentativi possono essere ampliati o limitati e ciò sarà
opponibile a terzi solo se la procura originaria o il successivo atto siano pubblicati nel registro delle
imprese. Mancando tale pubblicità la rappresentanza si reputa generale. L’institore deve rendere
palese al terzo con cui contratta la sua qualifica spendendo il nome dell’interessato. Per la
contemplatio domini l’institore che non comunica la sua rappresentanza fa valere ogni contratto per
se stesso ed il terzo. Egli è personalmente obbligato se omette di far conoscere al terzo che tratta per il
proponente e lo è anche il proponente.
2) I procuratori (art. 2209 c.c.)
Sono coloro che, in base ad un rapporto continuativo, hanno il potere di compiere per l’imprenditore
gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa, pur non essendo preposti ad esso. Sono ausiliari
subordinati di grado inferiore rispetto all’institore ed il loro potere decisionale è circoscritto ad un
determinato settore operativo dell’impresa o ad una serie specifica di atti (dirigente del personale,
direttore del settore pubblicità). Non hanno rappresentanza processuale, non sono tenuti agli obblighi
d’iscrizione nel registro delle imprese e di tenuta delle scritture contabili e l’imprenditore non
risponderà degli atti senza spedita del suo nome.
3) I commessi (art. 2210-2213 c.c.)
Sono ausiliari subordinati cui sono affidate mansioni esecutive e materiali che li pongono a contatto
con terzi (commesso di negozio, cameriere). Possono compiere atti che ordinariamente comporta la
specie di operazioni di cui sono incaricati. Non possono concedere dilazioni o sconti, non possono
derogare al contratto preposto dall’imprenditore, possono ricevere per conto dell’imprenditore le
dichiarazioni che riguardano l’esecuzione dei contratti ed i reclami relativi alle inadempienze e
chiedere provvedimenti cautelari nell’interesse dell’imprenditore.
I consorzi fra imprenditori

Per l’art. 2602 c.c. “Con il contratto di consorzio più imprenditori istituiscono un'organizzazione
comune per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese”. Ciò è stato
introdotto dalla L 377/1976 ed è regolato dagli art. 2602-2620 c.c..
Ci sono 2 tipi di consorzi:
1. Consorzi anticoncorrenziali: sono costituiti prevalentemente o esclusivamente per
disciplinare la reciproca concorrenza sul mercato fra imprenditori che svolgono la stessa
attività o attività similari, presentandosi così come una manifestazione di patti limitativi della
concorrenza. Essi sollecitano controlli per impedire che s’instaurino situazioni di monopolio
di fatto contrastanti con l’interesse generale (disciplina antimonopolistica);
2. Consorzi di coordinamento: sono costituiti per lo svolgimento di determinate fasi delle
rispettive imprese, presentandosi così come strumenti di cooperazione interaziendale
finalizzati alla riduzione dei costi di gestione delle singole imprese consorziate. Questi
ricorrono soprattutto nelle piccole e medie imprese. Rispondono all’esigenza di conservare e
di accrescere la competitività delle imprese e concorrono a preservare la struttura
concorrenziale del mercato. Perciò sono agevolati dal legislatore.

Il contratto di consorzio può essere stipulato solo fra imprenditori. Per l’art. 2603 c.c. “il contratto
deve essere fatto per iscritto sotto pena di nullità. Esso deve indicare:
1) l'oggetto e la durata del consorzio;
2) la sede dell'ufficio eventualmente costituito;
3) gli obblighi assunti e i contributi dovuti dai consorziati;
4) le attribuzioni e i poteri degli organi consortili anche in ordine alla rappresentanza in giudizio;
5) le condizioni di ammissione di nuovi consorziati;
6) i casi di recesso e di esclusione;
7) le sanzioni per l'inadempimento degli obblighi dei consorziati.
Se il consorzio ha per oggetto il contingentamento della produzione o degli scambi, il contratto deve
inoltre stabilire le quote dei singoli consorziati o i criteri per la determinazione di esse.”
La durata del contratto può essere liberamente decisa dalle parti. In mancanza di determinazione
questo è valido per dieci anni (art. 2604 c.c.).
Il contratto di consorzio è un contratto tendenzialmente aperto ed ammette nuovi consorziati con le
condizioni stabilite nel contratto. Comunque i nuovi imprenditori potranno aderirvi solo con il
consenso di tutti i consorziati. Infatti il contratto, se non è diversamente convenuto, non può essere
modificato senza il consenso di tutti i consorziati e le modificazioni devono essere fatte per iscritto
sotto pena di nullità (art. 2607 c.c.).
Salvo patto contrario, in caso di trasferimento a qualunque titolo dell'azienda, l'acquirente subentra
nel contratto di consorzio. Tuttavia, se sussiste una giusta causa, in caso di trasferimento dell'azienda
per atto fra vivi, gli altri consorziati possono deliberare, entro un mese dalla notizia dell'avvenuto
trasferimento, l'esclusione dell'acquirente dal consorzio (art. 2610 c.c.).
Il contratto di consorzio può sciogliersi limitatamente ad un consorziato per recesso o per esclusione.
Le cause dell’una e dell’altra devono essere indicate nel contratto. Quando non sono indicate opererà
la clausola di esclusione prevista dall’art. 2610 c.c. Nei casi di recesso e di esclusione previsti dal
contratto, la quota di partecipazione del consorziato receduto o escluso (cioè la quota di produzione
riservata a quel consorziato e non la quota di partecipazione al patrimonio del consorzio) si accresce
proporzionalmente a quelle degli altri.
Per l’art. 2611 c.c. “il contratto di consorzio si scioglie:
1) per il decorso del tempo stabilito per la sua durata;
2) per il conseguimento dell'oggetto o per l'impossibilità di conseguirlo;
3) per volontà unanime dei consorziati;
4) per deliberazione dei consorziati, presa a norma dell'art. 2606, se sussiste una giusta causa;
5) per provvedimenti dell'autorità governativa, nei casi ammessi dalla legge;
6) per le altre cause previste nel contratto.

Sul piano civilistico ci sono 2 tipi di consorzi:


1. Consorzi con (sola) attività interna: regolano i rapporti reciproci fra consorziati e
controllano il rispetto di quanto convenuto;
2. Consorzi con (anche) attività esterna: costituiscono un ufficio comune che svolge
attività con i terzi nell’interesse delle imprese consorziate.
Il carattere strutturale essenziale dei consorzi è la creazione di un’organizzazione comune cui è
demandato il compito di attuare il contratto assumendo e portando ad esecuzione le decisioni a tal
fine necessarie.
La struttura organizzativa di ogni consorzio si fonda sulla presenza di un’assemblea, organo con
funzioni deliberative composto da tutti i consorziati, e di un organo direttivo, con funzioni gestorie ed
esecutive. Le deliberazioni relative all'attuazione dell'oggetto del consorzio sono prese col voto
favorevole della maggioranza dei consorziati (art. 2606 c.c.). È richiesto il consenso di tutti i
consorziati per le modificazioni del contratto. Le deliberazioni che non sono prese in conformità alle
disposizioni possono essere impugnate davanti all'autorità giudiziaria entro trenta giorni. Per i
consorziati assenti il termine decorre dalla comunicazione o, se si tratta di deliberazione soggetta ad
iscrizione, dalla data di questa. I consorziati devono consentire i controlli e le ispezioni da parte degli
organi previsti dal contratto, al fine di accertare l'esatto adempimento delle obbligazioni assunte. La
responsabilità verso i consorziati di coloro che sono preposti al consorzio è regolata dalle norme sul
mandato (art. 2608 c.c.).

Se il contratto prevede l'istituzione di un ufficio destinato a svolgere un'attività con i terzi (consorzi
con attività esterna), un estratto del contratto deve, a cura degli amministratori, entro trenta giorni
dalla stipulazione, essere depositato per l'iscrizione (pubblicità legale) presso l'ufficio del registro delle
imprese del luogo dove l'ufficio ha sede. L'estratto deve indicare:
1) la denominazione e l'oggetto del consorzio e la sede dell'ufficio;
2) il cognome e il nome dei consorziati;
3) la durata del consorzio;
4) le persone a cui vengono attribuite la presidenza, la direzione e la rappresentanza del consorzio
ed i rispettivi poteri;
5) il modo di formazione del fondo consortile e le norme relative alla liquidazione.
Del pari devono essere iscritte nel registro delle imprese le modificazioni del contratto concernenti gli
elementi sopra indicati (art. 2612 c.c.).
Entro due mesi dalla chiusura dell'esercizio annuale le persone che hanno la direzione del consorzio
redigono la situazione patrimoniale osservando le norme relative al bilancio di esercizio delle s.p.a. e
la depositano presso l'ufficio del registro delle imprese (art. 2615-bis c.c.).
I consorzi possono essere convenuti in giudizio in persona di coloro ai quali il contratto attribuisce la
presidenza o la direzione, anche se la rappresentanza è attribuita ad altre persone (art. 2613 c.c.).
Quindi la mancanza di rappresentanza processuale passiva è inopponibile ai terzi.
Nei consorzi con attività esterna, i contributi dei consorziati e i beni acquistati con questi contributi
costituiscono il fondo consortile. Per la durata del consorzio i consorziati non possono chiedere la
divisione del fondo, e i creditori particolari dei consorziati non possono far valere i loro diritti sul
fondo medesimo (art. 2614 c.c.).
Ci sono obbligazioni assunte in nome del consorzio dai suoi rappresentanti, per le quali risponde
esclusivamente il consorzio e i creditori possono far valere i loro diritti solo sul fondo consortile (ma
non c’è nessuna forma di controllo sulla consistenza del patrimonio consortile, sulla rispondenza al
vero della situazione patrimoniale e sul rispetto del vincolo di destinazione del patrimonio consortile),
e obbligazioni assunte dagli organi del consorzio per conto dei singoli consorziati, per le quali
rispondono solidalmente sia il consorzio o i consorziati interessati, sia il fondo consortile ed in caso
d'insolvenza nei rapporti tra i consorziati il debito dell'insolvente si ripartisce tra tutti in proporzione
delle quote.

Consorzi e società sono istituti diversi per la diversità dei loro scopi. Il consorzio ha la funzione tipica
di produrre beni o servizi necessari alle imprese consorziate e tendenzialmente destinati ad essere
assorbiti dalle stesse. Quindi il suo intento non è lo scopo di ricavare un utile ma quello di usufruire
dei beni e servizi prodotti e messi a loro disposizione dall’impresa consortile in modo da conseguire un
vantaggio patrimoniale diretto nelle rispettive economie sotto forma di minori costi sopportati o di
maggiori ricavi conseguiti delle proprie imprese. Lo scopo consortile è simile a quello mutualistico
delle cooperative ma è specifico e tipico. Nel 1976 è stata riconosciuta la prassi dell’utilizzazione delle
forme societarie per il perseguimento di uno scopo consortile. L’art. 2615-ter dice che “Le società
previste nei capi III e seguenti del titolo V possono assumere come oggetto sociale gli scopi indicati
nell'art. 2602”. Le società consortili sono integralmente soggette alla disciplina del tipo societario
prescelto e non sono regolate per i profili formali dalle norme societarie e per quelli sostanziali dalle
norme del consorzio.
L’azienda

Definizione di azienda. L’art. 2555 definisce l’azienda come “il complesso dei beni organizzati
dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”. Da ciò emerge che l’azienda è un complesso di singoli
elementi che hanno unitaria destinazione verso uno specifico fine produttivo. Essa può essere vista
come il mezzo di cui l’imprenditore si avvale per lo svolgimento della propria attività (rapporto
mezzo/fine tra azienda e attività d’impresa).
L’azienda assume inoltre forte rilievo sul piano economico, acquistando solitamente valore maggiore
rispetto alla somma dei valori dei singoli beni (avviamento).
Si distingue tra avviamento oggettivo, quello ricollegabile a fattori suscettibili di permanere anche se
muta il titolare dell’azienda, e avviamento soggettivo, quello dovuto all’abilità operativa
dell’imprenditore sul mercato ed in particolare alla sua abilità nel formare, conservare e accrescere la
propria clientela.
Elementi costitutivi dell’azienda. Al fine di qualificare un dato bene come bene aziendale è rilevante
solo la destinazione dell’imprenditore all’esercizio all’attività d’impresa. Irrilevante è il titolo giuridico
(proprietà, usufrutto, altro) che legittima l’imprenditore ad utilizzare un dato bene.
Riguardo a cosa ricomprendere nella parola “beni”, l’opinione più diffusa considera elementi
costitutivi dell’azienda solo le cose in senso proprio di cui l’imprenditore si avvale, escludendo dunque
servizi, crediti, debiti, rapporti di lavoro e rapporti contrattuali.
Tra concezione atomistica e concezione unitaria. Le teorie unitarie considerano l’azienda come un
unico bene immateriale, sul quale il titolare potrebbe avere un diritto di proprietà unitario. Le teorie
atomistiche concepiscono invece l’azienda come una semplice pluralità di beni tra loro
funzionalmente collegati e sul quale l’imprenditore può vantare diritti diversi (proprietà, diritti reali
limitai, diritti personali di godimento). Mancando una legge di circolazione propria dell’azienda
l’ipotesi unitaria va rifiutata, tuttavia bisogna sempre tenere conto, nelle controversie, della
salvaguardia dell’unità funzionale dell’azienda.
Anche per quanti vogliono considerare l’azienda un’universalità di beni mobili (che secondo l’art. 816
sono “la pluralità di cose che appartengono alla stessa persona e hanno una destinazione unitaria”), la
disciplina dettata per tali universalità non è applicabile all’azienda, se non per risolvere problemi
pratici lasciati insoluti dalla disciplina dell’azienda. Infatti, l’azienda è di regola costituita da beni
eterogenei e può comprendere anche beni (mobili ma anche immobili) che non sono di proprietà
dell’imprenditore.
Trasferimento dell’azienda. Per stabilire se un determinato atto di disposizione dell’imprenditore
vada qualificato come trasferimento di azienda o come trasferimento di singoli beni aziendali, non si
guarda al nomen dato al contratto, ma al risultato realmente perseguito e realizzato.
Con il trasferimento di azienda, saranno considerati trasferiti tutti quei beni che hanno come funzione
lo svolgimento dell’attività d’impresa: è necessaria la specificazione dei beni che l’imprenditore non
vuole includere nel trasferimento.
Si noti che il trasferimento di azienda può riguardare anche un solo ramo d’azienda, purché dotato di
organicità operativa. Non è neanche necessario che l’azienda sia in funzione al momento della vendita,
ma solo che l’insieme dei beni trasferiti sia di per sé potenzialmente idoneo ad essere utilizzato per
l’esercizio di una determinata attività d’impresa.
La forma necessaria per la validità del trasferimento deve essere “la stessa forma stabilita dalla legge
per il trasferimento dei singoli beni che compongono l’azienda o per la particolare natura del
contratto”. Non esiste quindi un’autonoma ed unitaria legge di circolazione dell’azienda. Di
conseguenza, ad esempio, il trasferimento di immobili comporterà la forma scritta pena la nullità.
La forma richiesta ai fini di opponibilità ai terzi è invece quella scritta, per quanto riguarda le
imprese “soggette a registrazione”, includendo tra queste tutte le imprese, poiché tutte le imprese
vengono registrate, seppure con diversi tipi di pubblicità. Sempre per le imprese soggette a
registrazione, l’art. 2256 stabilisce anche che i relativi contratti, redatti per atto pubblico o per
scrittura privata autenticata, sono soggetti a iscrizione nel registro delle imprese.

EFFETTI DELLA VENDITA DELL’AZIENDA:


 Divieto di concorrenza dell’alienante. L’art. 2257 afferma che chi aliena un’azienda commerciale
deve astenersi, per un periodo massimo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova
impresa che possa comunque, “per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze”, sviare la clientela
dall’azienda ceduta.
Si vuole in questo modo contemperare l’esigenza dell’acquirente di godere dell’avviamento soggettivo
(che egli stesso ha pagato!), e quella dell’alienante a non vedere compressa la propria libertà di
iniziativa economica per troppo tempo.
Si noti che resta possibile stabilire un termine minore di cinque anni, ma mai maggiore, e che il
divieto è da ritenersi applicabile anche in caso di vendita coattiva (il divieto rimane al fallito).
Spesso si tenta inoltre di eludere il divieto attraverso inizio di impresa attraverso un prestanome,
costituendo una società di comodo o entrando in un’altra impresa concorrente come dirigente.
Si ritiene che il divieto debba considerarsi violato ogni volta si sia avuto sviamento di clientela
dall’azienda ceduta, per fatto concorrenziale direttamente o indirettamente dovuto all’alienante.
E’ comunque difficile provare l’elusione, e sono necessarie adeguate clausole per evitare tutto ciò.
 La successione nei contratti aziendali. La disciplina dettata riguardo alla successione nei contratti
aziendali deroga alla disciplina della cessione di contratti “normali” di diritto comune.
L’art. 2258 stabilisce che “se non è pattuito diversamente, l’acquirente dell’azienda subentra nei
contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa che non abbiano carattere personale”, e dunque
automaticamente, senza bisogno di alcuna manifestazione di volontà.
Al terzo contraente è riconosciuto il diritto di recedere dal contratto “entro tre mesi dalla notizia del
trasferimento, se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità dell’alienante”.
Da notare in questo caso che la deroga ai principi di diritto comune è ancora più marcata: non è
necessario il consenso del contraente ceduto, che può soltanto chiedere il risarcimento danni
all’alienante dando la prova (non facile!) che questi non ha osservato la normale cautela nella scelta
dell’acquirente dell’azienda. Inoltre il recesso non determina il ritorno del contratto in testa
all’alienante ma la definitiva estinzione dello stesso.
E’ evidente dunque il favor legislativo per il mantenimento dell’unità funzionale dell’azienda.
Riguardo al carattere personale dei contratti, l’opinione prevalente ritiene che contratti personali
siano quei contratti nei quali l’identità e le qualità dell’imprenditore alienante sono state in concreto
determinanti del consenso del terzo contraente (e non viceversa). Per il trasferimento di tali contratti
si ritorna alla disciplina di diritto comune di cessione del contratto.
Anche al fine di provare la giusta causa, il terzo deve dimostrare che l’identità dell’imprenditore era
essenziale ai fini del contratto.
 I crediti e i debiti aziendali. A) Riguardo ai crediti, la legge non dice, come invece fa con i contratti,
se crediti e debiti si trasferiscono direttamente con l’azienda o meno. L’opinione seguita è che il
trasferimento non è automatico, in mancanza di espressa previsione.
Inoltre, come recita l’art. 2259, dal momento dell’iscrizione del trasferimento dell’azienda nel registro
delle imprese, la cessione dei crediti relativi all’azienda ceduta ha effetto nei confronti dei terzi, anche
in mancanza di notifica al debitore o di sua accettazione. Tuttavia, “il debitore ceduto è liberato se
paga in buona fede all’alienante” (l’alienante deve naturalmente impegnarsi a pagare a sua volta il
debito all’acquirente). Nel caso di imprese non soggette a registrazione, vige invece la disciplina
generale della cessione dei crediti.
B) Riguardo ai debiti, l’art. 2560, al fine di tutelare i terzi creditori e l’esigenza di certezza, afferma che
l’alienante non è liberato dai debiti anteriori al trasferimento, se non ha il consenso dei creditori. Per
quanto riguarda le sole imprese commerciali, è previsto invece che “nel trasferimento di un’azienda
commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri
contabili obbligatori.
Usufrutto e affitto dell’azienda. L’azienda può essere costituita in usufrutto o concessa in affitto.
La costituzione in usufrutto comporta il riconoscimento di poteri-doveri in testa all’usufruttuario, per
tutelare sia la libertà dell’usufruttuario, sia l’interesse del concedente.
A tal fine, l’art. 2561 dispone che l’usufruttuario deve esercitare l’azienda sotto la ditta che la
contraddistingue, conducendo l’azienda senza modificarne la destinazione ed in modo da conservarne
l’efficienza dell’organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte. La violazione di tali
obblighi o la cessazione arbitraria dalla gestione dell’azienda determinano la cessazione dell’usufrutto
per abuso dell’usufruttuario. L’usufruttuario ha inoltre il potere-dovere non solo di godere dei beni
aziendali, ma anche di disporne nei limiti delle esigenze della gestione.
L’usufruttuario potrà comprare nuovi beni, che diventeranno di proprietà del nudo proprietario e sui
quali l’usufruttuario avrà diritto di godimento e potere di disposizione.
L’affitto di azienda ha come oggetto del contratto un complesso di beni organizzati ed è decisamente
diverso dalla locazione di un immobile destinato all’esercizio di attività d’impresa, che ha per oggetto
il locale in quanto tale. Nella pratica non è facile distinguerli.
Sia all’affitto, sia all’usufrutto si applicano le norme riguardo il divieto di concorrenza e la successione
nei contratti aziendali, al solo usufrutto la disciplina dei crediti aziendali, a nessuno dei due le norme
riguardanti i debiti aziendali anteriori, dei quali risponderanno unicamente il nudo proprietario o il
locatore.
I segni distintivi

I segni distintivi consentono all’imprenditore di essere individuato sul mercato e di essere distinto
dagli altri. I 3 segni principali sono la ditta, l’insegna ed il marchio. La loro funzione è di favorire la
formazione ed il mantenimento della clientela poiché consentono ai consumatori di distinguere fra i
vari operatori economici e di effettuare scelte consapevoli. L’imprenditore ha un’ampia libertà nella
formazione dei propri segni distintivi. È tenuto a rispettare però alcune regole. Egli ha diritto all’uso
esclusivo dei propri segni, relativo e strumentale alla realizzazione della funzione distintiva rispetto
agli imprenditori concorrenti. Può anche trasferire ad altri i propri segni distintivi.

La ditta è il nome commerciale dell’imprenditore e lo individua come soggetto di diritto nell’esercizio


dell’attività d’impresa. È un segno necessario, in mancanza del quale si usa il nome civile
dell’imprenditore.
Il nome civile è quello attribuito per legge: è a struttura fissa, unico e non liberamente modificabile
(art. 6 c.c.). È attributo della personalità ed è indisponibile ed intrasmissibile.
La ditta è regolata dagli art. 2563-2567 c.c.. I limiti che incontra l’imprenditore sono rappresentati dal
rispetto dei principi della verità e della novità. Il principio della verità (art. 2563 c.c.) ha contenuto
diverso a seconda che si tratti di ditta originaria o di ditta derivata. La prima è la ditta formata
dall’imprenditore che la utilizza e deve contenere almeno il cognome o la sigla dell’imprenditore con la
libertà di essere completata come si preferisce. Non è imposta però la corrispondenza con il nome
civile dell’imprenditore. Egli non è neppure tenuto a modificare la ditta patronimica qualora
intervengano mutamenti nel suo nome civile. La seconda è la ditta formata da un certo imprenditore e
successivamente trasferita ad un altro insieme all’azienda. Non è imposta l’integrazione della ditta col
proprio cognome o con la propria sigla. Per il principio della novità (art. 2564 c.c.) quando la ditta è
uguale o simile a quella usata da un altro imprenditore e può creare confusione per l'oggetto
dell'impresa e per il luogo in cui questa è esercitata, deve essere integrata o modificata con indicazioni
idonee a differenziarla. Per le imprese commerciali l'obbligo dell'integrazione o modificazione spetta a
chi ha iscritto la propria ditta nel registro delle imprese in epoca posteriore. Però il diritto all’uso
esclusivo della ditta e l’obbligo di differenziazione sussistono solo se i due imprenditori sono in
rapporto concorrenziale fra loro e quindi possa determinarsi confusione per l’oggetto dell’impresa e/o
per il luogo in cui questa è esercitata. La confondibilità delle ditte dev’essere valutata sul nucleo
caratterizzante e dominante di ditte effettivamente utilizzate.
Per l’art 2565 c.c. “la ditta non può essere trasferita separatamente dall'azienda. Nel trasferimento
dell'azienda per atto tra vivi la ditta non passa all'acquirente senza il consenso dell'alienante. Nella
successione nell'azienda per causa di morte la ditta si trasmette al successore, salvo diversa
disposizione testamentaria”. La ditta può essere trasferita anche quando non è trasferita l’intera
azienda ma solo un ramo della stessa purché dotato di organica unità. Chi ha trasferito l’azienda è
responsabile in solido con l’acquirente per i debiti da questo contratti spendendo la ditta derivata
qualora il terzo contraente abbia potuto ragionevolmente ritenere di trattare col cedente. Quindi è
l’alienante ad avere l’onere di portare a conoscenza dei terzi l’avvenuto trasferimento.
Per quanto riguarda le società alla ragione sociale e alla denominazione sociale si applica l’art. 2564.
Queste però non vanno identificate con la ditta ma vanno poste sullo stesso piano del nome civile. Le
società le devono avere e possono avere anche una ditta originaria nonché una o più ditte derivate.

L’insegna individua i locali in cui l’attività d’impresa è esercitata ed è disciplinata dall’art. 2568 c.c..

Il marchio individua e distingue i beni o i servizi prodotti ed è disciplinato dagli art. 2569-2574 c.c. e
dal R.D. 929/1942.
DIRITTO
COMMERCIALE
(Campobasso)
Volume 2
- Il diritto delle società -

scritto  da  
*Acquario  Capri*  
Le società

Le società sono organizzazioni di persone e di mezzi create dall’autonomia privata per l’esercizio in
comune di un’attività produttiva. Sono strutture organizzative tipiche, previste dal nostro
ordinamento per l’esercizio in forma associata dell’attività d’impresa. Il legislatore pone a disposizione
8 tipi di società:
1. la società semplice (art. 2251-2290 c.c.);
2. la s.n.c. (art. 2291-2312 c.c.);
3. la s.a.s. (art. 2313-2324 c.c.);
4. l’s.p.a. (art. 2325-2461 c.c.);
5. la s.a.p.a. (art. 2462-2471 c.c.);
6. l’s.r.l. (art. 2472-2497-bis c.c.);
7. la società cooperativa (art. 2511-2545 c.c.);
8. le mutue assicuratrici (art. 2546-2548 c.c.).
I singoli tipi di società sono diversi ma presentano alcuni elementi in comune che permettono loro di
essere raggruppati in categorie omogenee:
1. la società semplice, la s.n.c. e la s.a.s. sono società di persone;
2. l’s.p.a., la s.a.p.a. e l’s.r.l. sono società di capitali.

A. LA NOZIONE DI SOCIETÁ
L’art. 2247 c.c. dice che “Con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per
l'esercizio in comune di un'attività economica allo scopo di dividerne gli utili”. Fino al 1993 non era
consentita la costituzione di una società da parte di una sola persona. Con il D.Lgs. 88/1993 ciò è stato
eccezionalmente previsto per la s.r.l. che quindi può essere costituita anche con atto unilaterale.
Le società sono enti associativi a base contrattuale e possono essere inquadrate nella categoria dei
contratti associativi o con comunione di scopo. I caratteri strutturali dei contratti associativi e quindi
del contratto di società sono:
a) Le prestazioni di ciascuna parte possono anche essere di diversa natura e di diverso
ammontare ma tutte sono finalizzate alla realizzazione di uno scopo comune e trovano il loro
corrispettivo nella partecipazione ai risultati dell’attività comune o nell’acquisto della
partecipazione sociale;
b) Il contratto associativo è un contratto plurilaterale ed aperto (in aumento o in diminuzione);
c) Il contratto associativo è un contratto di organizzazione di una futura attività e non esaurisce
la sua funzione con l’esecuzione delle prestazioni.
d) La nullità, l’annullabilità, la risoluzione per inadempimento o per impossibilità sopravvenuta
che colpiscono il vincolo di una delle parti non comportano la nullità, l’annullabilità, la
risoluzione per inadempimento o per impossibilità sopravvenuta dell’intero contratto.
Essendo la società definita un contratto, ad essa sarà applicata la disciplina generale sui contratti nei
limiti della compatibilità con i caratteri propri del contratto associativo e del tipo di società in
questione.

Le società si caratterizzano per la contemporanea presenza di 3 elementi:


1) I conferimenti dei soci:
Sono costituiti dai contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società e hanno la
funzione di dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell’attività d’impresa.
Con i conferimenti, quindi, ciascun socio destina stabilmente parte della propria ricchezza personale
all’attività comune e si espone al rischio d’impresa. È essenziale che ciò sia fatto da tutti i soci.
Può costituire oggetto di conferimento ogni entità (beni e servizi) suscettibile di valutazione
economica che le parti ritengono utile o necessaria per lo svolgimento della comune attività d’impresa.

Il patrimonio sociale è costituito dai conferimenti eseguiti o promessi dai soci e successivamente
modificato qualitativamente e quantitativamente in relazione alle vicende economiche della società.
La sua consistenza è accertata annualmente col bilancio d’esercizio dove la differenza tra attività e
passività è chiamata patrimonio netto. L’attivo patrimoniale costituisce la garanzia generica
principale od esclusiva dei creditori della società.
Il capitale sociale nominale è un’entità numerica che esprime il valore in denaro dei conferimenti
quale risulta dalla valutazione compiuta nell’atto costitutivo della società. Esso rimane immutato
finché, con modifica dell’atto costitutivo, non se ne decide l’aumento o la riduzione. Il capitale sociale
nominale assolve a 2 funzioni:
• Funzione vincolistica: il capitale sociale indica il valore delle attività patrimoniali che i soci si
sono impegnati a non distrarre dall’attività d’impresa e che non possono liberamente
ripartirsi per tutta la durata della società. Ciò è un margine di garanzia patrimoniale
supplementare per i creditori.
• Funzione organizzativa: il capitale sociale è termine di riferimento per accertare
periodicamente se c’è un utile o se ci sono perdite.
• Funzione di base di misurazione: solo nelle società di capitali il capitale sociale è base di
misurazione di alcune situazioni soggettive dei soci sia di carattere amministrativo, sia di
carattere patrimoniale.

2) L’esercizio in comune di attività economica (scopo-mezzo):


L’oggetto sociale è la specifica attività economica, cioè quell’attività produttiva esercitata in comune
che presenta i caratteri propri dell’attività d’impresa, che i soci si propongono di svolgere,
predeterminata nell’atto costitutivo della società e modificabile nel corso della vita della stessa
seguendo alcune norme. L’attività economica dev’essere preordinata alla realizzazione di un risultato
unitario e comune, giuridicamente imputabile al gruppo in modo che tutti siano partecipi del suo
risultato positivo o negativo.

Ma le società possono essere utilizzate anche per l’esercizio di attività produttiva a carattere in
imprenditoriale come le società occasionali e le società fra professionisti.
Le società occasionali prevedono l’esercizio in comune di un’attività economica ma senza
professionalità (cioè occasionalmente). Quindi a loro è applicabile solo la disciplina della società
prescelta ma non quella dell’impresa. Si ha società senza impresa quando si è in presenza di un
esercizio in comune di un’attività oggettivamente non duratura.
Le società fra professionisti sono società formate da professionisti intellettuali che hanno per oggetto
unico ed esclusivo l’esercizio in comune dell’attività professionale. Essi esercitano un’attività
economica non considerabile per legge attività d’impresa. Gli incarichi professionali sono assunti dalla
società che giuridicamente si obbliga ad eseguire le relative prestazioni professionali. Le professioni
intellettuali hanno un carattere rigorosamente personale ed i professionisti intellettuali, per la L
1815/1939, devono usare nella denominazione del loro ufficio e nei rapporti con terzi esclusivamente
la dizione “studio tecnico, legale…” seguito dal nome e cognome, con i titoli professionali, dei singoli
associati.
Però l’evoluzione delle professioni intellettuali ha spinto verso l’utilizzazione di strutture organizzative
di tipo imprenditoriale per il loro esercizio in forma associata. La L 266/1997 ha conferito al Ministro
della Giustizia il potere di fissare con proprio decreto i requisiti per l’esercizio in forma societaria delle
attività previste dalla L 1815/1939 ma nel 1998 il governo ha rinunciato ad emanare il regolamento
sulle società di professionisti affidandolo ad una futura legge delega.
Ma la società fra professionisti non va confusa con l’assunzione congiunta di un incarico da parte di
più professionisti poiché questi eseguono personalmente una propria prestazione intellettuale, né va
confusa con la società di mezzi, costituita per l’acquisto e la gestione in comune di beni strumentali
all’esercizio individuale e personale delle rispettive professioni, né va confusa con la società di servizi
che offre sul mercato un prodotto complesso per la cui realizzazione sono necessarie anche prestazioni
professionali dei soci o dei terzi (società di ingegneria, società di elaborazione elettronica dei dati
contabili, società di revisione contabile).
Per le professioni non protette la forma societaria può essere assunta senza limitazioni ma per
costituire una società quanti esercitano professioni non protette esercitano un’opzione che li pone
fuori della categoria dei professionisti intellettuali e che impedisce di qualificare l’attività della società
come esercizio di una professione intellettuale. Per le professioni protette è esclusa l’ammissibilità di
qualsiasi forma societaria. È necessario che il legislatore definisca uno specifico statuto per le società
fra professionisti.

L’unica società fra professionisti attualmente esistente è la società per avvocati, introdotta dal D.Lgs
96/2001. Questa ha come oggetto esclusivo l’esercizio in comune dell’attività professionale dei propri
soci e può acquistare beni e diritti strumentali all’esercizio della professione e compiere qualsiasi
attività diretta a tale scopo. È regolata dalle norme della s.n.c.. Tutti i soci devono essere avvocati e
non devono partecipare a nessun’altra società tra avvocati. Il socio cancellato o radiato dall’albo viene
automaticamente cancellato dalla società, per quello sospeso l’esclusione è facoltativa. La ragione
sociale è costituita dal nome e dal titolo professionale di tutti i soci o di 1 o più seguito da “s.t.p.”. La
costituzione della società per avvocati è uguale a quella della s.n.c. ma l’iscrizione viene fatta in una
sezione speciale del registro delle imprese ed ha funzione di certificazione anagrafica e di pubblicità
notizia. È iscritta anche in una sezione speciale dell’albo degli avvocati. L’invalidità della suddetta
società è regolata: le cause sono le stesse di quelle dei contratti, per gli effetti c’è una disciplina
speciale. La società per avvocati non è soggetta a fallimento. La disciplina è volta a conciliare
l’esercizio in forma societaria della professione forense con il rispetto del principio della personalità
della prestazione e di quello della diretta responsabilità del professionista nei confronti del cliente. Il
cliente può scegliere il proprio difensore. L’incarico professionale può essere svolto solo dai soci in
possesso degli specifici requisiti prescritti per l’esercizio dell’attività richiesta. Solo gli incaricati sono
personalmente ed illimitatamente responsabili per l’attività svolta in esecuzione dell’incaricato. Con
essi risponde la società con il proprio patrimonio.
Riassunti scritti da GennaroAcquario1980 (acquario.80@libero.it). Disponibili tutti i riassunti di Giurisprudenza.

3) Lo scopo di divisione degli utili (scopo-fine):


Sotto il profilo dello scopo perseguibile le società possono essere distinte in 3 grandi categorie:
a. Società lucrative (art. 2247 c.c.) con lo scopo di conseguire utili destinati ad
essere divisi tra i soci;
b. Società mutualistiche (art 2511 c.c.) con lo scopo di procurare ai soci un
vantaggio patrimoniale diretto fornendo servizi o occasioni di lavoro a condizioni più
vantaggiose;
c. Società consortili (art. 2615-ter c.c.) con lo scopo di far usufruire i soci dei
beni e servizi prodotti e messi a loro disposizione in modo da conseguire un vantaggio
patrimoniale diretto nelle rispettive economie sotto forma di minori costi sopportati o di
maggiori ricavi conseguiti.

Gli elementi di distinzione tra le società e le associazioni risiedono nella natura dell’attività e nello
scopo-fine perseguibile:
- l’attività delle società dev’essere produttiva e condotta con metodo lucrativo o quanto meno
economico;
- lo scopo-fine delle società è uno scopo economico mentre quello delle associazioni è la
devoluzione a terzi degli eventuali risultati positivi dell’attività comune.
Quindi un’associazione per essere definita tale o non usa il metodo economico, o lo usa ma devolve
istituzionalmente gli utili conseguiti a scopi altruistici. Ma spesso gruppi associativi con scopi ideali si
servono dello strumento delle s.p.a. dichiarando nell’atto costitutivo un’attività economica ed uno
scopo lucrativo poi non perseguiti. Queste forme non sono legittime. Non poche sono le società di
diritto speciale senza scopo di lucro.

La differenza tra società e comunione è che la prima è un contratto che ha per oggetto l’esercizio in
comune di un’attività economica, la seconda è una situazione giuridica che sorge quando la proprietà
o altro diritto reale spetta in comune a più persone o un contratto che ha per oggetto il semplice
godimento della cosa comune. Anche nella comunione è previsto lo svolgimento di attività a contenuto
patrimoniale nell’interesse comune attraverso l’organizzazione di un gruppo ma il rapporto beni-
attività ed i poteri di cui l’organizzazione è investita sono diversi nei 2 istituti: nella società i beni
comuni hanno funzione servente, nella comunione è l’attività che svolge funzione servente rispetto ai
beni. Nella società i beni che fanno parte del patrimonio sociale hanno un vincolo di stabile
destinazione allo svolgimento dell’attività d’impresa, ma ciò non è presente nella comunione. Nella
società e nella comunione operano i seguenti differenti principi cardine:
Società Comunione
Ciascun partecipante può servirsi della cosa
Il socio non può servirsi, senza il consenso degli
comune, purché non ne alteri la destinazione e
altri soci, delle cose appartenenti al patrimonio
non impedisca agli altri partecipanti di farne
sociale per fini estranei a quelli della società.
parimenti uso secondo il loro diritto.
Il singolo socio non può provocare a sua
discrezione lo scioglimento anticipato della Ciascuno dei partecipanti può sempre domandare
società e la conseguente divisione del lo scioglimento della comunione.
patrimonio sociale.
Il creditore particolare del socio non può Il creditore particolare dei singoli comproprietari
soddisfarsi direttamente sul patrimonio della può liberamente aggredire anche la cosa comune
società. per soddisfarsi.
La comunione non gode di autonomia patrimoniale. Il regime patrimoniale delle società è applicabile
solo quando i beni sono destinati allo svolgimento di un’attività d’impresa. Sono vietate le società di
mero godimento.

Il discriminante tra comunione e società è la presenza o meno di un’attività comune d’impresa. È


possibile che dalla comunione si passi alla società e ciò avviene quando i comproprietari si servono dei
beni relativi per l’esercizio di una comune attività d’impresa. Non è possibile l’esercizio di un’impresa
collettiva priva di autonomia patrimoniale, definibile come comunione d’impresa. Ciò accade quando
un’azienda in comunione viene utilizzata dai comproprietari per l’esercizio in comune di attività
d’impresa, senza precisi accordi in merito al conferimento in società dei relativi beni. Un contratto di
società può essere concluso anche per fatti concludenti e per questi può avvenire anche il
conferimento. L’effettivo esercizio di un’attività d’impresa è oggettivamente apprezzabile come non
equivoco atto di destinazione societaria dei relativi beni.

Con l’impresa familiare si è in presenza di un’impresa collettiva il cui esercizio non dà vita alla
formazione di un patrimonio autonomo ed il cui regime non è accostabile né a quello dell’ordinaria
comunione né a quello della società di fatto. I creditori d’impresa potranno soddisfarsi su tutti i beni
della comunione alla pari con gli altri creditori della comunione senza diritto di preferenza e possono
aggredire anche il patrimonio personale dei coniugi ma solo per la metà del credito e solo se i beni
comuni non soddisfano i debiti. I creditori particolari possono soddisfarsi direttamente anche sui beni
della comunione legale.
B. I TIPI DI SOCIETÁ
Le società si distinguono in base a vari criteri:
1) lo scopo istituzionale perseguibile: società lucrative e società mutualistiche;
2) la natura dell’attività esercitabile: la società semplice è utilizzabile solo per attività non
commerciali mentre tutte le altre società sono utilizzabili per attività commerciali e non;
3) la personalità giuridica: le società di capitali e le cooperative ce l’hanno, le società di persone
no, quindi:
Società di capitali Società di persone
Organizzazione di tipo corporativo
Non è prevista l’organizzazione di tipo
basata sulla presenza di una pluralità di
corporativo.
organi.
Modello organizzativo che riconosce ad ogni
socio a responsabilità illimitata il potere di
Principio maggioritario domina il
amministrare la società ma richiede il consenso
funzionamento degli organi sociali.
di tutti i soci per le modifiche dell’atto
costitutivo.
Singolo socio senza potere diretto di
amministrazione e di controllo, solo con Singolo socio a responsabilità illimitata con
diritto di concorrere alla designazione potere di amministrazione e di rappresentanza
dei membri dell’organo di della società.
amministrazione e di controllo.
4) il regime di responsabilità per le obbligazioni sociali: nelle s.n.c. e nella società semplice
rispondono sia il patrimonio sociale sia i singoli soci personalmente ed illimitatamente; nelle
s.a.s. e s.a.p.a. ci sono soci a responsabilità limitata e soci a responsabilità illimitata; nelle
s.p.a. e s.r.l. risponde solo il patrimonio sociale.

Personalità giuridica ed autonomia patrimoniale costituiscono 2 diverse tecniche legislative per creare
le condizioni di diritto privato più propizie per la diffusione e lo sviluppo delle imprese societarie. Il
legislatore concede ai creditori sociali un trattamento preferenziale rispetto ai creditori personali dei
soci e consente a chi costituisce una società di creare un diaframma fra il proprio patrimonio e le
obbligazioni contratte collettivamente nell’esercizio in comune dell’attività d’impresa.
Nelle società di capitali e nelle cooperative ciò è conseguito in modo diretto e lineare
con il riconoscimento della personalità giuridica. Le società sono trattate come soggetti di
diritto formalmente distinti dalle persone dei soci. Quindi queste godono di una perfetta
autonomia patrimoniale. I beni conferiti diventano formalmente beni di proprietà della
società. Comunque questa alterità società-soci è formale e sussiste nei limiti in cui essa è
riconosciuta dall’ordinamento. In alcuni casi, in questi tipi di società, ci sono anche soggetti
responsabili personalmente.
Nelle società di persone, che non hanno personalità giuridica, i creditori personali dei
soci non possono aggredire il patrimonio della società per soddisfarsi (solo gli utili spettanti al
proprio debitore) mentre i creditori della società non possono aggredire il patrimonio
personale dei soci illimitatamente responsabili (possono farlo solo dopo aver tentato con esito
negativo di soddisfarsi sul patrimonio della società). I beni sociali sono considerati beni in
comproprietà, le obbligazioni sociali sono qualificate come obbligazioni proprie dei soci e la
responsabilità come responsabilità per debito proprio. La società acquista diritti e assume
obbligazioni per mezzo dei soci che ne hanno la rappresentanza e sta in giudizio nella persona
dei medesimi. Le società di persone sono trattate come autonomi centri d’imputazione, come
soggetti di diritto distinti dalle persone dei soci.

Quanti costituiscono una società possono liberamente scegliere fra tutti i tipi di società previsti se
l’attività non è commerciale, fra tutti i tipi tranne la società semplice se l’attività è commerciale. Se
l’attività non è commerciale, si applica la disciplina della società semplice a meno che i soci abbiano
voluto costituire le società secondo uno degli altri tipi. Se l’attività è commerciale, si applica la
disciplina della s.n.c.. Scelto un determinato tipo, le parti possono disegnare con clausole contrattuali
un assetto organizzativo della loro società parzialmente diverso da quello risultante dalla disciplina
legale del tipo prescelto. Se le clausole sono incompatibili con il tipo di società scelto, queste verranno
annullate con l’applicazione automatica della corrispondente disciplina legale. Non può essere
costituita una società stravagante che non risponde per nome e per criteri organizzativi ai tipi stabiliti
dalla legge. In questo caso la sanzione è la nullità della società atipica. I patti parasociali sono quegli
accordi che vengono stipulati dai soci al di fuori dell’atto costitutivo, al momento della costituzione
della società, per regolare il loro comportamento nella società o verso la società. Questi vincolano solo
gli attuali soci e la loro invalidità non incide sulla validità della società e degli atti sociali.

Con la stipula del contratto le parti contraenti divengono membri della struttura organizzativa creata,
acquistano la qualità di soci e diventano titolari di una serie articolata di situazioni soggettive di
natura amministrativa e di natura patrimoniale. Queste situazioni sono destinate ad esplicarsi
all’interno e nei confronti di un gruppo organizzato per la realizzazione di uno scopo comune.
La società per azioni

La s.p.a. forma con la s.r.l. e la s.a.p.a. la categoria delle società di capitali ed è una società nella quale:
1) per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società col suo patrimonio, a differenza della
s.a.p.a.;
2) la partecipazione sociale è rappresentata da azioni, a differenza della s.r.l..
La s.p.a. è il prototipo normativo delle società di capitali in quanto la sua disciplina è in gran parte
applicabile anche alla s.r.l. e alla s.a.p.a.. È il tipo di società più importante nella realtà economica a
causa della sua ampia diffusione e perché è la forma elettiva delle imprese di media e grande
dimensione.
Le caratteristiche della s.p.a. sono:
a) Personalità giuridica: la s.p.a. è un soggetto di diritto formalmente distinto dalle persone dei
soci e gode di una perfetta autonomia patrimoniale;
b) Responsabilità limitata dei soci: tutti i soci non assumono alcuna responsabilità personale
per le obbligazioni sociali, sono obbligati solo ad eseguire i conferimenti, perciò i creditori
della società possono far affidamento solo sul patrimonio per soddisfarsi;
c) Organizzazione corporativa: è basata sulla presenza dell’assemblea, degli amministratori e
del collegio sindacale. Il singolo socio ha solo il diritto di concorrere col suo voto alla
designazione dei membri dell’organo amministrativo e di controllo. Solo questi ultimi
rispondono personalmente dei danni arrecati alla società. L’assemblea è regolata dal regime
maggioritario e il peso di ogni socio è proporzionato alla quota di capitale sottoscritto e al
numero di azioni possedute. C’è un adeguato equilibrio fra ponderazione nelle decisioni ed
efficienza e rapidità nella condotta degli affari sociali;
d) Quote di partecipazione rappresentate da azioni: sono partecipazioni-tipo omogenee e
standardizzate con uguale valore e conferenti uguali diritti. La divisione del capitale sociale è
fatta con un criterio astratto-matematico, dividendolo con il valore nominale delle azioni e ciò
rende le azioni liberamente trasferibili e consentono la loro circolazione attraverso idonei
documenti.

La grande impresa sceglie la tipologia della s.p.a. per la limitazione del rischio individuale dei soci e la
possibilità di pronta mobilitazione dell’investimento che favoriscono la raccolta d’ingenti capitali. Si
rende possibile la compartecipazioni di azionisti imprenditori, di numero più ristretto ed animati da
spirito imprenditoriale, e azionisti risparmiatori, animati solo dall’intento d’investire fruttuosamente
il proprio risparmio e rassicurati dalla possibilità di pronto disinvestimento. Ma la s.p.a. viene
utilizzata anche per società a ristretta base azionaria.

La disciplina della s.p.a. ha subito numerosi interventi legislativi che hanno dato risposta ai problemi
irrisolti dal legislatore del 1942 e che hanno dato attuazione alle direttive emanate dall’UE. Le
tendenze sono queste:
1. È stato frenato il proliferare di mini s.p.a. con capitale del tutto irrisorio innalzando il capitale
minimo richiesto da £ 1.000.000 del 1942 a £ 200.000.000 del 1977 e a € 120.000 del 2004;
2. Si è dettata una specifica disciplina per le s.p.a. quotate in mercati regolamentati:
L. 216/1974: introduzione delle azioni di risparmio, maggior trasparenza degli assetti
proprietari, certificazione del bilancio, istituzione della CONSOB, organo pubblico di
controllo;
Riforma del mercato mobiliare del 1983: introduzione di nuove figure d’intermediari, di
organismi d’investimento collettivo e di specifiche regole di comportamento per l’offerta
al pubblico di valori mobiliari;
TUF (1998): revisione di tutti gli istituti delle società quotate precedentemente introdotti,
potenziamento dell’informazione societaria, rafforzamento degli strumenti di tutela delle
minoranze ed introduzione di altri, disciplina dei sindacati di voto, ridefinizione del ruolo
del collegio sindacale.
3. Si è riformata la disciplina delle società non quotate. L’obiettivo della riforma è quello di
semplificare la disciplina delle società di capitali e di ampliare lo spazio riconosciuto
all’autonomia statutaria per favorire la nascita, la crescita e la competitività delle imprese
italiane. Le caratteristiche della riforma sono:
Introduzione delle s.p.a. unipersonale r.l.;
Disciplina più flessibile dei conferimenti con possibilità di costituire patrimoni autonomi
destinati ad un singolo affare;
Previsione di nuove categorie di azioni;
Semplificazione della disciplina delle assemblee e introduzione di una disciplina dei patti
parasociali anche per le società non quotate;
Previsione di nuovi modelli di amministrazione e di controllo della società.
4. Si va delineando una disciplina specifica per i gruppi di società.

La s.p.a. è disciplinata dagli art. 2325-2451 c.c..

A. LA COSTITUZIONE
La costituzione della s.p.a. si articola in 2 fasi essenziali:
1. la stipulazione dell’atto costitutivo per atto pubblico
Può avvenire secondo 2 procedimenti:
a) stipulazione simultanea: l’atto costitutivo è stipulato immediatamente da coloro che
assumono l’iniziativa per la costituzione della società e questi provvedono contestualmente
all’integrale sottoscrizione del capitale iniziale;
b) stipulazione per pubblica sottoscrizione: l’atto costitutivo è stipulato al termine di un
procedimento che consente la raccolta fra il pubblico del capitale iniziale ed è congegnato in
modo da subordinare la stipulazione dell’atto costitutivo alla preventiva sottoscrizione del
capitale sociale. Il procedimento si articola in 4 fasi:
I. I promotori predispongono un programma che ne indichi l'oggetto e il capitale, le
principali disposizioni dell'atto costitutivo e dello statuto, l'eventuale partecipazione che
i promotori si riservano agli utili e il termine entro il quale deve essere stipulato l'atto
costitutivo. Il programma con le firme autenticate dei promotori, prima di essere reso
pubblico, deve essere depositato presso un notaio (art. 2333).
II. Raccolte le sottoscrizioni, i promotori, con raccomandata o nella forma prevista nel
programma, devono assegnare ai sottoscrittori un termine non superiore a 30 giorni per
fare il versamento. Decorso inutilmente questo termine, è in facoltà dei promotori di
agire contro i sottoscrittori morosi o di scioglierli dall'obbligazione assunta. Qualora i
promotori si avvalgano di quest’ultima facoltà, non può procedersi alla costituzione
della società prima che siano collocate le azioni che quelli avevano sottoscritte (art.
2334).
III. Salvo che il programma stabilisca un termine diverso, i promotori, nei 20 giorni
successivi al termine fissato per il versamento, devono convocare l'assemblea dei
sottoscrittori mediante raccomandata, da inviarsi a ciascuno di essi almeno 10 giorni
prima di quello fissato per l'assemblea, con l'indicazione delle materie da trattare.
L'assemblea dei sottoscrittori:
- accerta l'esistenza delle condizioni richieste per la costituzione della società;
- delibera sul contenuto dell'atto costitutivo e dello statuto;
- delibera sulla riserva di partecipazione agli utili fatta a proprio favore dai promotori;
- nomina gli amministratori, i membri del collegio sindacale e, quando previsto, il
soggetto cui è demandato il controllo contabile.
IV. L'assemblea è validamente costituita con la presenza della metà dei sottoscrittori.
Ciascun sottoscrittore ha diritto a un voto, qualunque sia il numero delle azioni
sottoscritte, e per la validità delle deliberazioni si richiede il voto favorevole della
maggioranza dei presenti. Tuttavia per modificare le condizioni stabilite nel programma
è necessario il consenso di tutti i sottoscrittori (art. 2335). Gli intervenuti all'assemblea,
in rappresentanza anche dei sottoscrittori assenti, stipulano l'atto costitutivo (art.
2336).
I promotori sono solidalmente responsabili verso i terzi per le obbligazioni assunte per
costituire la società. La società è tenuta a rilevare i promotori dalle obbligazioni assunte e a
rimborsare loro le spese sostenute, sempre che siano state necessarie per la costituzione della
società o siano state approvate dall'assemblea. Se per qualsiasi ragione la società non si
costituisce, i promotori non possono rivalersi verso i sottoscrittori delle azioni (art. 2338).
Essi sono solidalmente responsabili verso la società e verso i terzi:
1) per l'integrale sottoscrizione del capitale sociale e per i versamenti richiesti per la
costituzione della società;
2) per l'esistenza dei conferimenti in natura in conformità della relazione giurata indicata
nell'art. 2343;
3) per la veridicità delle comunicazioni da essi fatte al pubblico per la costituzione della
società.
Sono del pari solidalmente responsabili verso la società e verso i terzi coloro per conto dei
quali i promotori hanno agito (art 2339).
I promotori possono riservarsi nell'atto costitutivo, indipendentemente dalla loro qualità di
soci, una partecipazione non superiore complessivamente a un decimo degli utili netti
risultanti dal bilancio e per un periodo massimo di cinque anni. Essi non possono stipulare a
proprio vantaggio altro beneficio (art. 2340). Ciò si applica anche ai soci che nella costituzione
simultanea o in quella per pubblica sottoscrizione stipulano l'atto costitutivo (art. 2341).

La s.p.a. può essere costituita per contratto o per atto unilaterale. L'atto costitutivo deve essere
redatto per atto pubblico e deve indicare:
1) il cognome e il nome o la denominazione, la data e il luogo di nascita o di costituzione, il
domicilio o la sede, la cittadinanza dei soci e degli eventuali promotori, nonché il numero
delle azioni assegnate a ciascuno di essi;
2) la denominazione (deve contenere “s.p.a.”) e il comune ove sono poste la sede della società e
le eventuali sedi secondarie;
3) l'attività che costituisce l'oggetto sociale (è pratica diffusa indicare una pluralità di attività);
4) l'ammontare del capitale sottoscritto e di quello versato;
5) il numero e l'eventuale valore nominale delle azioni, le loro caratteristiche e le modalità di
emissione e circolazione;
6) il valore attribuito ai crediti e beni conferiti in natura;
7) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti (solo se si vuole modificare la
disciplina legale);
8) i benefici eventualmente accordati ai promotori o ai soci fondatori;
9) il sistema di amministrazione adottato, il numero degli amministratori e i loro poteri,
indicando quali tra essi hanno la rappresentanza della società;
10) il numero dei componenti il collegio sindacale;
11) la nomina dei primi amministratori e sindaci e, quando previsto, del soggetto al quale è
demandato il controllo contabile;
12) l'importo globale, almeno approssimativo, delle spese per la costituzione poste a carico della
società;
13) la durata della società ovvero, se la società è costituita a tempo indeterminato, il periodo di
tempo, comunque non superiore ad un anno, decorso il quale il socio potrà recedere.
L’omissione di uno o più punti legittima il rifiuto del notaio di stipulare l’atto. Lo statuto contenente le
norme relative al funzionamento della società, anche se forma oggetto di atto separato, costituisce
parte integrante dell'atto costitutivo e in caso di mancanza della forma di atto pubblico è nullo. In caso
di contrasto tra le clausole dell'atto costitutivo e quelle dello statuto prevalgono le seconde (art. 2328).

La s.p.a. deve costituirsi con un capitale non inferiore a € 120.000 (art. 2327), salvo i casi in cui leggi
speciali impongono un capitale minimo più elevato. Per procedere alla costituzione della società è
necessario:
1) che sia sottoscritto per intero il capitale sociale;
2) che siano rispettate le disposizioni relative ai conferimenti in sede di costituzione;
3) che sussistano le autorizzazioni e le altre condizioni richieste dalle leggi speciali per la
costituzione della società, in relazione al suo particolare oggetto.

La stipulazione dell’atto costitutivo produce una serie di effetti immediati e preliminari. I contraenti
restano vincolati dalla dichiarazione di costituire la società e non possono ritirare il loro consenso
finché non risulti che alla costituzione della società non si può giungere per fatti estranei alla loro
volontà: le somme depositate a titolo di conferimento restano vincolate fino al completamento del
procedimento di costituzione e possono essere consegnate solo agli amministratori che provano
l’avvenuta iscrizione nel registro delle imprese, solo se entro 90 giorni dalla stipulazione dell'atto
costitutivo o dal rilascio delle autorizzazioni previste dall’art. 2329 l'iscrizione non ha avuto luogo,
esse sono restituite ai sottoscrittori e l’atto costitutivo perde efficacia (art. 2331).
Il notaio che ha ricevuto l'atto costitutivo deve depositarlo entro 20 giorni presso l'ufficio del registro
delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede sociale, allegando i documenti comprovanti
l’osservanza delle condizioni richieste per la costituzione. Se il notaio o gli amministratori non
provvedono al deposito nel termine indicato nel comma precedente, ciascun socio può provvedervi a
spese della società (art. 2330).
Fino al 2000 con il deposito dell’atto costitutivo si apriva la fase del giudizio di omologazione da parte
del tribunale che doveva verificare l’adempimento delle condizioni stabilite dalla legge per costituire la
s.p.a.. Ora il controllo della legalità dell’atto è affidato solo al notaio che lo redige. Ma questo è un
controllo non solo formale ma anche sostanziale dell’atto costitutivo. Il notaio, infatti, potrà e dovrà
rifiutare di chiedere l’iscrizione nel registro delle imprese se l’atto e lo statuto contengono clausole
contrastanti con l’ordine pubblico o col buon costume nonché con norme imperative della disciplina
della s.p.a..

Fra la stipulazione dell’atto costitutivo e l’iscrizione nel registro delle imprese possono essere
compiute operazioni in nome della costituenda società. Per le operazioni compiute in nome della
società prima dell'iscrizione sono illimitatamente e solidalmente responsabili verso i terzi coloro che
hanno agito. Sono altresì solidalmente e illimitatamente responsabili il socio unico fondatore e quelli
tra i soci che nell'atto costitutivo o con atto separato hanno deciso, autorizzato o consentito il
compimento dell'operazione.
Prima dell'iscrizione nel registro è vietata l'emissione delle azioni ed esse, salvo l'offerta pubblica di
sottoscrizione, non possono costituire oggetto di una sollecitazione all'investimento. La società è
tenuta a rilevare i promotori dalle obbligazioni assunte e a rimborsare loro le spese sostenute, sempre
che siano state necessarie per la costituzione della società o siano state approvate dall'assemblea. Ma è
libera di accollarsi o meno le obbligazioni derivanti da operazioni non necessarie per la costituzione.
Se il procedimento di costituzione non giunge a compimento perché l’iscrizione è rifiutata, la società è
tenuta a rilevare i promotori dalle obbligazioni assunte e a rimborsare loro le spese sostenute, sempre
che siano state necessarie per la costituzione della società o siano state approvate dall'assemblea.
Nei confronti di terzi che entrano in contatto con la costituenda società sono responsabili non solo
coloro che hanno agito ma anche i soci fondatori che hanno autorizzato o consentito il compimento
dell’operazione.
Qualora successivamente all'iscrizione la società abbia approvato un'operazione, è responsabile anche
la società ed essa è tenuta a rilevare coloro che hanno agito.

Il procedimento di costituzione e l’atto costitutivo possono essere affetti da vizi ed anomalie. Prima
della registrazione vi è solo un contratto di società che può essere dichiarato nullo o annullato nei casi
e con gli effetti previsti dalla disciplina generale dei contratti. Con la registrazione nel registro delle
imprese la sanzione deve colpire la società-organizzazione e può consistere solo nello scioglimento
della società. Avvenuta l'iscrizione nel registro delle imprese, la nullità della società può essere
pronunciata soltanto nei seguenti casi:
1) mancata stipulazione dell'atto costitutivo nella forma dell'atto pubblico;
2) illiceità dell'oggetto sociale;
3) mancanza nell'atto costitutivo di ogni indicazione riguardante la denominazione della società,
o i conferimenti, o l'ammontare del capitale sociale o l'oggetto sociale.
La dichiarazione di nullità non pregiudica l'efficacia degli atti compiuti in nome della società dopo
l'iscrizione nel registro delle imprese. I soci non sono liberati dall'obbligo di conferimento fino a
quando non sono soddisfatti i creditori sociali. La sentenza che dichiara la nullità nomina i liquidatori.
La nullità non può essere dichiarata quando la causa di essa è stata eliminata e di tale eliminazione è
stata data pubblicità con iscrizione nel registro delle imprese (per impedire la dichiarazione di nullità
basterà che si provveda alla redazione per atto pubblico dell’atto costitutivo e sarà sufficiente una
modificazione dell’atto costitutivo deliberata a maggioranza dall’assemblea straordinaria per sanare
l’illiceità dell’oggetto sociale). Il dispositivo della sentenza che dichiara la nullità deve essere iscritto, a
cura degli amministratori o dei liquidatori, nel registro delle imprese (art. 2332). L’invalidità della
singola partecipazione non determina la nullità della società, opera come causa di recesso ex lege del
socio e la dichiarazione d’invalidità non ha effetto retroattivo.

2. l’iscrizione dell’atto costitutivo nel registro delle imprese


L'ufficio del registro delle imprese, verificata la regolarità formale della documentazione, iscrive la
società nel registro. Con l'iscrizione nel registro la società acquista la personalità giuridica e viene ad
esistenza (art. 2331).

B. LA SOCIETÁ PER AZIONI UNIPERSONALE. PATRIMONI DESTINATI


La s.p.a. unipersonale è una forma di s.p.a. consentita dalla riforma del 2003. Infatti ora è consentita
la costituzione della s.p.a. con atto unilaterale di un unico socio fondatore. Nella s.p.a. unipersonale
per le obbligazioni sociali di regola risponde solo la società col proprio patrimonio salvo alcuni casi
eccezionali. L’unico socio fondatore risponde in solido con coloro che hanno agito per le operazioni
compiute in nome della società prima dell’iscrizione nel registro dell’impresa mentre risponde
limitatamente alla sua quota per le obbligazioni sorte dopo l’acquisto della personalità giuridica da
parte della società. Al momento della sottoscrizione egli è tenuto a versare integralmente i
conferimenti in denaro mentre se viene meno la pluralità dei soci, i versamenti ancora dovuti devono
essere effettuati entro 90 giorni. Negli atti e nella corrispondenza dev’essere indicata l’unilateralità.
Gli amministratori devono depositare per l’iscrizione nel registro delle imprese una dichiarazione
contenente i dati dell’unico socio. Quando si costituisce o ricostituisce la pluralità dei soci, gli
amministratori ne devono depositare apposita dichiarazione per l'iscrizione nel registro delle imprese.
L'unico socio o colui che cessa di essere tale può provvedere alla pubblicità.
I contratti della società con l'unico socio o le operazioni a favore dell'unico socio sono opponibili ai
creditori della società solo se risultano dal libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di
amministrazione o da atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento.
L’unico socio risponde illimitatamente per le obbligazioni sociali solo quando non è stata osservata la
disciplina dell’integrale liberazione dei conferimenti e fino a quando non è stata attuata la specifica
pubblicità dell’art. 2362.

La tecnica dei patrimoni destinati ad uno specifico affare (art. 2247-bis-2447-decies)consente di


evitare la moltiplicazione formale delle società dei i relativi costi e permette di raggiungere risultati
sostanzialmente identici operando direttamente sul patrimonio dell’impresa societaria. Ci sono 2
modelli di patrimoni destinati:
a) la s.p.a. può costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali è destinato in
via esclusiva ad uno specifico affare, entro il 10% del proprio patrimonio netto e purché non si
tratti di affari attinenti ad attività riservate in base a leggi speciali. La costituzione avviene con
delibera a maggioranza assoluta del consiglio di amministrazione che deve contenere alcuni dati
identificativi dell’affare e dei beni e rapporti giuridici compresi nel patrimonio destinato. Questa
dev’essere verbalizzata da un notaio ed iscritta nel registro delle imprese. Diventa produttiva di
effetti della separazione patrimoniale solo 2 mesi dopo l’iscrizione, entro i quali i creditori della
società possono fare opposizione al tribunale. Per le obbligazioni contratte in relazione allo
specifico affare la società risponde nei limiti del patrimonio ad esso destinato. Resta salva
tuttavia la responsabilità illimitata della società per le obbligazioni derivanti da fatto illecito. Gli
atti compiuti in relazione allo specifico affare debbono recare espressa menzione del vincolo di
destinazione; in mancanza ne risponde la società con il suo patrimonio residuo. Con riferimento
allo specifico affare cui un patrimonio è destinato, gli amministratori o il consiglio di gestione
tengono separatamente i libri e le scritture contabili prescritti dagli art. 2214 e seguenti. Qualora
siano emessi strumenti finanziari, la società deve altresì tenere un libro indicante le loro
caratteristiche, l'ammontare di quelli emessi e di quelli estinti, le generalità dei titolari degli
strumenti nominativi e i trasferimenti e i vincoli ad essi relativi. I beni e i rapporti compresi nei
patrimoni destinati sono distintamente indicati nello stato patrimoniale della società. Quando si
realizza ovvero è divenuto impossibile l'affare cui è stato destinato un patrimonio, gli
amministratori o il consiglio di gestione redigono un rendiconto finale che, accompagnato da
una relazione dei sindaci e del soggetto incaricato della revisione contabile, deve essere
depositato presso l'ufficio del registro delle imprese.
b) la s.p.a. può stipulare un contratto di finanziamento di un affare pattuendo
che al rimborso siano destinati i proventi dell’affare stesso o parte di essi. Il contratto deve
indicare gli elementi essenziali dell’operazione. I proventi dell'operazione costituiscono
patrimonio separato da quello della società, e da quello relativo ad ogni altra operazione di
finanziamento effettuata ai sensi della presente disposizione, a condizione:
1) che copia del contratto sia depositata per l'iscrizione presso l'ufficio del registro delle imprese;
2) che la società adotti sistemi di incasso e di contabilizzazione idonei ad individuare in ogni
momento i proventi dell'affare ed a tenerli separati dal restante patrimonio della società.
Se il fallimento della società impedisce la realizzazione o la continuazione dell'operazione
cessano le limitazioni ed il finanziatore ha diritto di insinuazione al passivo per il suo credito.

C. I CONFERIMENTI
I conferimenti costituiscono i contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società e
hanno la funzione di dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell’attività
d’impresa.
Nella s.p.a., se nell'atto costitutivo non è stabilito diversamente, il conferimento deve farsi in danaro.
Alla sottoscrizione dell'atto costitutivo deve essere versato presso una banca almeno il 25% dei
conferimenti in danaro o, nel caso di costituzione con atto unilaterale, il loro intero ammontare (art.
2342). Costituita la società, gli amministratori possono chiedere in ogni momento ai soci i versamenti
ancora dovuti e non sono tenuti a rispettare eventuali termini presenti nell’atto costitutivo. Dal titolo
azionario devono risultare i versamenti ancora dovuti e coloro che hanno trasferito azioni non liberate
sono obbligati in solido con gli acquirenti per l'ammontare dei versamenti ancora dovuti, per il
periodo di 3 anni dall'annotazione del trasferimento nel libro dei soci. Il pagamento non può essere ad
essi domandato se non nel caso in cui la richiesta al possessore dell'azione sia rimasta infruttuosa (art.
2356).
Se il socio non esegue i pagamenti dovuti, decorsi 15 giorni dalla pubblicazione di una diffida nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica, gli amministratori, se non ritengono utile promuovere azione per
l'esecuzione del conferimento, offrono le azioni agli altri soci, in proporzione della loro partecipazione,
per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti. In mancanza di offerte possono far
vendere le azioni a rischio e per conto del socio, a mezzo di una banca o di un intermediario
autorizzato alla negoziazione nei mercati regolamentati. Qualora la vendita non possa aver luogo per
mancanza di compratori, gli amministratori possono dichiarare escluso il socio, trattenendo le somme
riscosse, salvo il risarcimento dei maggiori danni. Le azioni non vendute, se non possono essere
rimesse in circolazione entro l'esercizio in cui fu pronunziata la decadenza del socio moroso, devono
essere estinte con la corrispondente riduzione del capitale. Il socio in mora nei versamenti non può
esercitare il diritto di voto (art. 2344).

Non possono formare oggetto di conferimento le prestazioni di opera o di servizi. Ci sono limitazioni
per i conferimenti dei beni in natura e dei crediti. Le azioni corrispondenti a tali conferimenti devono
essere integralmente liberate al momento della sottoscrizione. Ci sono limitazioni anche per l’apporto
a titolo di conferimento di cose generiche, future o altrui nonché di prestazioni periodiche di beni. È
ammissibile il conferimento di diritti di godimento ed è conferibile ogni prestazione di dare
suscettibile di valutazione economica oggettiva e di immediata messa a disposizione della società.
Chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare la relazione giurata di stima di un esperto
designato dal tribunale nel cui circondario ha sede la società, contenente la descrizione dei beni o dei
crediti conferiti, l'attestazione che il loro valore è almeno pari a quello ad essi attribuito ai fini della
determinazione del capitale sociale e dell'eventuale soprapprezzo e i criteri di valutazione seguiti. La
relazione deve essere allegata all'atto costitutivo e deve restare depositata nel registro delle imprese.
L'esperto risponde dei danni causati alla società, ai soci e ai terzi. Gli amministratori devono, nel
termine di 6 mesi dall’iscrizione della società, controllare le valutazioni contenute nella relazione e, se
sussistano fondati motivi, devono procedere alla revisione della stima. Fino a quando le valutazioni
non sono state controllate, le azioni corrispondenti ai conferimenti sono inalienabili e devono restare
depositate presso la società. Se risulta che il valore dei beni o dei crediti conferiti era inferiore di oltre
un quinto a quello per cui avvenne il conferimento, la società deve proporzionalmente ridurre il
capitale sociale, annullando le azioni che risultano scoperte. Tuttavia il socio conferente può versare la
differenza in danaro o recedere dalla società; il socio recedente ha diritto alla restituzione del
conferimento, qualora sia possibile in tutto o in parte in natura. L'atto costitutivo può prevedere che
per effetto dell'annullamento delle azioni si determini una loro diversa ripartizione tra i soci (art.
2343).

L'acquisto da parte della società, per un corrispettivo pari o superiore al decimo del capitale sociale, di
beni o di crediti dei promotori, dei fondatori, dei soci o degli amministratori, nei 2 anni dall’iscrizione
della società nel registro delle imprese, deve essere autorizzato dall'assemblea ordinaria. L'alienante
deve presentare la relazione giurata di un esperto designato dal tribunale nel cui circondario ha sede
la società contenente la descrizione dei beni o dei crediti, il valore a ciascuno di essi attribuito, i criteri
di valutazione seguiti, nonché l'attestazione che tale valore non è inferiore al corrispettivo, che deve
comunque essere indicato. La relazione deve essere depositata nella sede della società durante i 15
giorni che precedono l'assemblea. I soci possono prenderne visione. Entro 30 giorni
dall'autorizzazione il verbale dell'assemblea, corredato dalla relazione dell'esperto designato dal
tribunale, deve essere depositato a cura degli amministratori presso l'ufficio del registro delle imprese.
Queste disposizioni non si applicano agli acquisti che siano effettuati a condizioni normali nell'ambito
delle operazioni correnti della società né a quelli che avvengono nei mercati regolamentati o sotto il
controllo dell'autorità giudiziaria o amministrativa. In caso di violazione delle disposizioni gli
amministratori e l'alienante sono solidalmente responsabili per i danni causati alla società, ai soci ed
ai terzi (art. 2343-bis).
Oltre l'obbligo dei conferimenti, l'atto costitutivo può stabilire l'obbligo dei soci di eseguire prestazioni
accessorie non consistenti in danaro, determinandone il contenuto, la durata, le modalità e il
compenso, e stabilendo particolari sanzioni per il caso di inadempimento. Le azioni alle quali è
connesso l'obbligo delle prestazioni anzidette devono essere nominative e non sono trasferibili senza il
consenso degli amministratori. Se non è diversamente disposto dall'atto costitutivo, gli obblighi
previsti non possono essere modificati senza il consenso di tutti i soci (art. 2345).
-Costituzione e conferimenti-

1) In generale.
1) La Spa rappresenta la forma più importante della Società di capitali (Spa - Sapa - Srl), nella quale:
• Ingente capitale sociale (120,000 euro).
• Le quote di partecipazione sono rappresentate da azioni (liberamente trasferibili).
• Personalità giuridica + Autonomia patrimoniale perfetta (cioè per le obbligazioni sociali risponde solo la società con il suo
patrimonio, e non i soci con il loro patr personale, neanche in via sussidiaria).

2) Nota: La disciplina della Spa ha subito dal 1942 ad oggi numerosi interventi legislativi, come:
• E’ stato posto un freno al crescere delle mini società per azioni con capitale irrisorio (circa 500,00 euro).
• Si è dettata una specifica disciplina integrativa per le Spa quotate in borsa (possibilità di emettere azioni di risparmio + istituzione di un
organo pubblico di controllo: la CONSOB – TUF 1998, testo unico in materia di intermediazione finanziaria).

2) L’Atto Costitutivo.
1) L’atto associativo è distinto in due parti:
• Atto costitutivo: in cui si manifesta la volontà delle parti di dar vita alla società e di eseguire i conferimenti + deve
essere redatto per atto pubblico a pena di nullità (Art 2328 Cc).

• Statuto: che contiene le norme relative all’organizzazione/funzionamento della società.


*Lo statuto è parte integrante dell’Atto cost che insieme formano un “contratto unitario” (in caso di contrasto tra i due, prevalgono le
norme dello statuto).

2) Lo statuto deve contenere:


• Dati anagrafici dei soci/promotori + il numero di azioni sottoscritte da ognuno.
• Denominazione/sede della società.
• Oggetto sociale.
• Ammontare del capitale sottoscritto/versato.
• Valore nominale/numero delle azioni.
• Norme sulla partecipazioni agli utili.
• Numero/poteri degli Amm/Collegio sindacale.
• Durata della società.

3) La Costituzione + Iscrizione.
1) Per la costituzione di una Spa, è necessario:
• Stipulazione dell’Atto Cost (per atto pubblico dinnanzi ad un notaio che ne accerta la regolarità).
• Iscrizione dell’Atto Cost nel Registro delle Imprese (entro 20gg da parte del notaio/Amm).
*Nel 2000 è stata soppressa la fase dell’Omologazione da pare del Tribunale, la quale cmq può essere attuata facoltativamente per le
sole modifiche dell’Atto cost.
• Sottoscrizione per intero del capitale sociale (120,000 euro).
• Deposito entro 1 mese (presso una banca) del 25% dei conferimenti in denaro/beni in natura/crediti (con stima da parte di un
esperto).
• Autorizzazioni del Governo/Ministro del tesoro/Banca d’Italia.

*Con la costituzione la società acquista autonomia patr perfetta + personalità giuridica.


*Per le operazioni compiute in nome della società prima dell’iscrizione, sono responsabili solid/illim vs terzi, coloro che hanno agito.
*Se entro 90gg la società non viene iscritta nel Registro delle Imprese, i sottoscrittori hanno diritto al rimborso di quanto versato.
*Prima dell’iscrizione è vietata l’emissione delle azioni.

2) Capitale sociale nominale: insieme dei conferimenti che i soci si obbligano a versare al momento della costituzione della
società/o aumento del cap, al fine di dar vita al “patrimonio iniziale della società” (può variare solo con apposite delibere).
Patrimonio sociale: è il complesso di att/pass della società in un dato momento (esso varia in base agli andamenti della società).

3) COSTITUTIZIONE SIMULTANEA: cioè l’Atto cost è stipulato immediatamente da coloro che assumono
l’iniziativa per la costituzione della società (provvedendo alla integrale sottoscrizione del capitale sociale) + stipulazione dell’Atto
cost in forma di atto pubblico davanti al notaio + il deposito da parte di questi/amministratori (entro 20gg) presso l’ufficio
del Registro delle Imprese che ne verifica la regolarità formale.
4) COSTITUZIONE PER PUBBLICA SOTTOSCRIZIONE: in alternativa al precedente procedimento, anche se cmq è
divenuto piuttosto in disuso in quanto complesso e costoso.
a) Programma: i promotori (con le loro firme) predispongono un programma di adesione per la costituzione della società, il quale deve
contenere: oggetto/capitale/principali disposizioni.

b) Pubblicità: il programma viene depositato dal notaio e reso pubblico (secondo le norme del TUF del 1998) mediante “offerte di
pubblica sottoscrizione” + preventiva pubblicazione di un prospetto info.

c) Adesioni: al programma mediante soscrizione delle azioni per atto pubblico/scrittura privata autenticata + entro 1 mese bisogna versare
i conferimenti presso una banca.

d) Assemblea dei sottoscrittori:


- Delibera sul contenuto dell’Atto cost/statuto.
- Nomina amministratori/sindaci.
- Quorum costitutivo è dato dalla metà dei sottoscrittori (i quali hanno ciascuno 1 voto indip dalle azioni sottoscritte).
- Quorum deliberativo è dato dal voto favorevole della maggioranza dei presenti (mentre si richiede la volontà di tutti in caso di
modifiche al programma).

e) Stipula dell’Atto cost: per atto pubblico + deposito per l’iscrizione nel Registro delle Imprese.

4) La Nullità.
1) Differenza:
A) Prima dell’iscrizione: vi è solo un contratto di società, che può essere dichiarato nullo/annullato nei casi previsti dalla disciplina dei
contratti.

B) Dopo l’iscrizione: l’unica sanzione può consistere solo nello scioglimento della società.

2) Dopo l’iscrizione, la Spa può essere dichiarata nulla nei seguenti casi:
• Mancata stipulazione dell’Atto cost (o nella forma dell’atto pubblico).
• Illiceità dell’oggetto sociale.
• Mancanza di ogni indicazione (nell’Atto cost/statuto) circa denominazione sociale/conferimenti/oggetto sociale.

*Non ha efficacia retroattiva (cioè la dichiarazione di nullità non pregiudica l’efficacia degli atti compiuti (in nome della società) dopo
l’iscrizione nel registro delle imprese).
*Può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse/rilevata d’ufficio dal giudice.

3) Con la sentenza di nullità, la società entra nella fase liquidatoria (con la nomina dei liquidatori).

6) I patti parasociali.
1)Patti parasociali: sono degli accordi di natura contrattuale (stipulati tra soggetti appartenenti ad una stessa
società) al fine di allearsi e di regolare l'agire comune all'interno della società, tipo:
• Sindacati di voto (cioè l’esercizio del diritto di voto nelle Spa).
• Sindacati di blocco (cioè limiti al trasferimento delle azioni)
• Sindacati di controllo (cioè acquisti da parte di terzi delle azioni).

2) Durata:
• La loro durata non può essere superiore a 5 anni (3 anni per le Spa quotate in borsa) +
• Sono rinnovabili +
• Ciascun contraente ha diritto di recedere con preavviso di 6 mesi.

7) Spa unipersonale.
1) L’Art 2328 dispone che la Spa può essere costituita per contratto o atto unilaterale (infatti la pluralità dei soci è condizione
essenziale per la sua costituzione, ma non per la sua sopravvivenza).

2) E’ necessario che sia versato l’intero ammontare dei conferimenti in denaro.

3) Se viene meno la pluralità dei soci, i restanti dovranno effettuare entro 90gg i versamenti ancora dovuti.

4) Per le obbligazioni sociali risponde solo la società con il suo patrimonio.


*Mentre in caso di insolvenza, il socio che possiede tutte le azioni risponderà illimitatamente.

5) Gli Amm devono depositare presso il Registro delle Imprese, una documentazione contenete le generalità dell’unico
socio.
-Le Azioni-
1) Le azioni.
1) AZIONI: rappresentano le quote di partecipazione dei soci nella Spa, liberamente trasferibili sono
rappresentate da documenti (titoli azionari) che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito.
a) Sono indivisibili/di uguale valore/conferiscono ai loro possessori uguali diritti.
b) A ciascun socio è assegnato un numero di azioni proporzionale alla parte di capitale sociale sottoscritta.
c) Non possono essere emesse per somma inferiore/superiore al loro valore nominale.
d) Devono contenere (denominazione/sede sociale - data/dell’iscrizione dell’atto cost nel registro delle imprese – valore
nominale/numero/ammontare delle azioni e capitale sociale - diritti/obblighi).

2) Sono Titoli di credito: documenti che incorporano un diritto di credito, cioè di ottenere una data prestazione
consistente normalmente nel pagamento di una somma di denaro.
• Letteralità: il diritto risulta scritto sul titolo stesso.
• Autonomia: ogni possessore acquista un diritto aut/indip dai precedenti possessori.
• Incorporazione: il diritto è incluso nel documento, quindi il credito circola tramite il documento (regola del possesso vale titolo)
• Astrattezza: il possessore potrà esigere la prestazione anche se il rapporto non esiste più/è viziato (cambiale/assegno).

3) Distinzione tra:
• Valore Nominale: rappresenta la parte del capitale sociale per ogni azione.

• Valore Reale/Patrimoniale: si ottiene dividendo il patrimonio netto della società per il numero di azioni, e varia nel tempo in
funzione delle vicende sociali.

• Valore di Mercato: è il valore che risulta dalla valutazione del prezzo di vendita dell’azione.

• Valore di Emissione con Sovrapprezzo: cioè il valore dell’azione in occasione di un aumento di capitale/emissione di nuove
azioni.

• Valore di Liquidazione: cioè il valore in caso di scioglimento/liquidazione della partecipazione dei soci.

4) Particolari tipi di azioni:


A) Azioni di Risparmio: per le società con azioni quotate in borsa.
- Attribuiscono particolari privilegi di natura patrimoniale.
- Non possono superare nel tot la metà del capitale sociale.
- Non possono essere emesse al portatore.
- Sono prive del diritto di voto nelle assemblee ord/straord.
- Prevede però:
- Assemblea speciale: che delibera sulle delibere della società che pregiudicano i diritti degli azionisti di risparmio.
- Rappresentante comune.

B) Azioni Nominative: sono intestate ad una determinata persona fisica/giuridica iscritta nel libro dei soci + per il
trasferimento c’è bisogno della doppia annotazione sul titolo/libro dei soci, e può avvenire tramite:
- Girata autenticata da un notaio.
- Transfert: si realizza mediante l’annotazione da parte della società emittente del nome dell’acquirente sul titolo/libro dei soci.

C) Azioni al Portatore: non sono intestate ad alcune persona + il trasferimento avviene mediante semplice consegna
del titolo all’acquirente che acquista tutti i diritti sociali.
*Non possono essere emessi al portatore finché le azioni non sono state interamente liberalizzate.

2) Regime di Dematerializzazione.
A decorrere dal 1998 le azioni di società quotate in borsa non possono essere materialmente emesse, ma sono rappresentate
da scritturazioni contabili all’interno di un sistema gestione accentrata (cioè le azioni sono sostituite da scritture contabili tenute
presso un depositario (il quale a sua volta li sub-deposita presso la società il Monte Titoli Spa).

• Dematerializzazione parziale: in questo caso esistono materialmente i titoli, e per il loro trasferimento l’alienante impartisce un
ordine di trasferimento al depositario che a sua volta effettua un giroconto a favore dell’acquirente.
*I diritti societari possono essere esercitati dal depositario (ove delegato dal socio) oppure direttamente dal socio (il cui depositario a
richiesta rilascia un’apposita certificazione).
• Dematerializzazione totale: nel caso di assenza totale del titolo sin dall’origine, in tal caso il trasferimento avviene tramite intermediari
autorizzati a norma del TUF.
3) Limiti alla circolazione delle azioni.
1) Limiti Legali: cioè le azioni sono liberamente trasferibili, tranne quando non possono essere vendute prima dell’iscrizione
della società nel registro delle imprese.

2) Limiti Convenzionali (cioè accordi tra i soci):


• Limiti Statutari: che risultano dall’Atto cost, e consentono di sottoporre il trasferimento delle azioni a determinate
condizioni/vietarne il trasferimento per un periodo non superiore a 5 anni.
*Qualsiasi clausola limitativa delle azioni deve essere introdotta nello Statuto a maggioranza dei soci ove (in disaccordo) è consentito
solo recedere.

• Clausole di prelazione: è la clausola che impone al socio alienante di offrire le azioni preventivamente agli altri soci,
rispetto a terzi.
*La sua violazione comporta l’inefficacia del trasferimento + il diritto di riscattare dal terzo le azioni.

• Clausole di mero Gradimento: in cui i soci (da parte di un organo sociale come il Consiglio di amministrazione) si vedono
attribuito il diritto di “approvare” il trasferimento delle azioni da un socio ad un terzo.
*La clausola è efficace solo se prevede un obbligo di riacquisto/diritto di recesso dell’alienante.

Riassunti scritti da GennaroAcquario1980 (acquario.80@libero.it). Disponibili tutti i riassunti di Giurisprudenza.


Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella s.p.a. e sono omogenee, standardizzate,
liberamente trasmissibili e rappresentate da documenti che circolano secondo la disciplina dei titoli
di credito.

Le azioni devono essere tutte di uguale valore. Possono essere emesse, ma non contemporaneamente:
azioni senza indicazione del valore nominale: lo statuto deve indicare solo il capitale
sottoscritto ed il numero di azioni emesse. La partecipazione del singolo azionista sarà
espressa in una percentuale del numero complessivo delle azioni emesse;
azioni con indicazione del valore nominale: lo statuto deve specificare il capitale sottoscritto e
il valore nominale di ciascuna azione (che potrà essere modificato solo attraverso una
modifica dell’atto costitutivo) nonché il loro numero complessivo.
In nessun caso il valore dei conferimenti può essere complessivamente inferiore all'ammontare
globale del capitale sociale. Le azioni non possono essere complessivamente emesse per somma
inferiore al loro valore nominale ma possono essere emesse per somma superiore e ciò è obbligatorio
quando è escluso o limitato il diritto di opzione degli azionisti sulle azioni di nuova emissione ed il
valore reale è superiore a quello nominale.
Il valore di bilancio delle azioni si ottiene dividendo il patrimonio netto per il numero delle azioni. Il
valore di mercato indica il prezzo di scambio delle azioni in un determinato giorno e risulta
giornalmente dai listini ufficiali quando si tratta di azioni quotate.

Le azioni conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Questa uguaglianza è relativa poiché è
possibile creare categorie di azioni fornite di diritti diversi ed è oggettiva poiché sono uguali i diritti
che ogni azione attribuisce, non i diritti di cui ciascun azionista globalmente dispone.

Le categorie speciali di azioni sono fornite di diritti diversi da quelli tipici e possono essere create con
lo statuto o con successiva modificazione dello stesso. Tutte le s.p.a. possono emetterle. Le assemblee
speciali approvano le deliberazioni dell’assemblea ordinaria che pregiudicano i diritti delle azioni
speciali. La società, nei limiti imposti dalla legge (divieto di emettere azioni a voto plurimo), può
liberamente determinare il contenuto delle azioni delle varie categorie. Possono essere create azioni
con diritto di voto limitato a particolari argomenti e azioni con diritto di voto subordinato al verificarsi
di particolari condizioni non meramente potestative. Ma le azioni senza voto non possono
complessivamente superare la metà del capitale sociale. Le società non quotate possono prevedere che
il diritto di voto sia limitato ad una misura massima e che sia introdotto il voto scalare. Inoltre per loro
non vale più il principio che il voto può essere escluso o limitato solo se le relative azioni sono assistite
da privilegi patrimoniali ma vale ancora il principio che possono essere emesse azioni privilegiate
anche senza limitazione dei diritti amministrativi.
Le azioni privilegiate attribuiscono un diritto di preferenza nella distribuzione degli utili e/o nel
rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società. Le azioni correlate sono fornite di
diritti patrimoniali correlati ai risultati dell’attività sociale di un determinato settore. Lo statuto
stabilisce i criteri di individuazione dei costi e ricavi imputabili al settore, le modalità di
rendicontazione, i diritti attribuiti a tali azioni, nonché l'eventuali condizioni e modalità di
conversione in azioni di altra categoria. Non possono essere pagati dividendi ai possessori delle azioni
correlate se non nei limiti degli utili risultanti dal bilancio della società.

Le azioni di risparmio incentivano l’investimento in azioni offrendo ai risparmiatori titoli meglio


rispondenti ai loro specifici interessi. Possono essere emesse solo da società quotate in mercati
regolamentari dell’UE e non possono superare la metà del capitale sociale. Possono essere emesse al
portatore e sono prive del diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie. I possessori non
possono intervenire in assemblea ed impugnare le delibere assembleari invalide. Le azioni di
risparmio sono dotate di particolari privilegi di natura patrimoniale e l’atto costitutivo determina il
contenuto del privilegio, le condizioni, i limiti, le modalità e i termini per il suo esercizio. È prevista
un’organizzazione di gruppo per la tutela degli interessi comuni che si articola nell’assemblea speciale,
che delibera in particolare sull’approvazione delle delibere dell’assemblea della società che
pregiudicano i diritti degli azionisti di risparmio e sulla transizione delle controversie con la società, e
nel rappresentante comune, che provvede all’esecuzione delle delibere dell’assemblea e tutela gli
interessi comuni degli azionisti di risparmio nei confronti della società.

Se lo statuto lo prevede, l'assemblea straordinaria può deliberare l'assegnazione di utili ai prestatori di


lavoro dipendenti delle società o di società controllate mediante l'emissione, per un ammontare
corrispondente agli utili stessi, di speciali categorie di azioni da assegnare individualmente ai
prestatori di lavoro, con norme particolari riguardo alla forma, al modo di trasferimento ed ai diritti
spettanti agli azionisti. Il capitale sociale deve essere aumentato in misura corrispondente.
L'assemblea straordinaria può altresì deliberare l'assegnazione ai dipendenti della società o di società
controllate di strumenti finanziari, diversi dalle azioni, forniti di diritti patrimoniali o diritti
amministrativi, escluso il voto nell'assemblea generale degli azionisti. In tal caso possono essere
previste norme particolari riguardo alle condizioni di esercizio dei diritti attribuiti, alla possibilità di
trasferimento ed alle eventuali cause di decadenza o riscatto.

Dal 2003 è prevista anche l’emissione di azioni e strumenti finanziari partecipativi che però non sono
parti del capitale sociale e non attribuiscono la qualità di azionista. Questi possono dotare di diritto di
voto su argomenti specificatamente indicati. Gli strumenti finanziari conferiscono anche diritti
amministrativi.

I titoli azionari sono i documenti che rappresentano le quote di partecipazione. La loro emissione è
normale ma non essenziale nelle s.p.a. non quotate. Nelle s.p.a. quotate e nelle società con azioni ed
obbligazioni diffuse in modo rilevante le azioni non possono più essere rappresentate da titoli ma la
loro circolazione è basata su semplici registrazioni contabili. Le azioni rientrano nella categoria dei
titoli di credito causali che possono essere emessi solo in base ad un determinato rapporto causale e
che si caratterizzano per la parziale sensibilità del rapporto documentato dal titolo alle eccezioni della
disciplina del rapporto societario. Le azioni possono essere nominative o al portatore. Tutte le azioni
devono essere nominative, salvo quelle di risparmio e quelle emesse dalle Sicav. Le azioni al portatore
si trasferiscono con la consegna del titolo, per le azioni nominative c’è una specifica disciplina.

Le azioni possono essere costituite in usufrutto o in pegno e possono formare oggetto di misure
cautelari ed esecutive. In questo caso il diritto di voto spetta al creditore pignoratizio o
all’usufruttuario che però non devono ledere l’interesse del socio, gli altri diritti amministrativi
spettano anche al socio. Se le azioni attribuiscono un diritto di opzione, questo spetta al socio ed al
medesimo sono attribuite le azioni in base ad esso sottoscritte. Qualora il socio non provveda almeno
3 giorni prima della scadenza al versamento delle somme necessarie per l'esercizio del diritto di
opzione e qualora gli altri soci non si offrano di acquistarlo, questo deve essere alienato per suo conto
a mezzo banca od intermediario autorizzato alla negoziazione nei mercati regolamentati. Nel caso di
aumento del capitale sociale, il pegno, l'usufrutto o il sequestro si estendono alle azioni di nuova
emissione. Se sono richiesti versamenti sulle azioni, nel caso di pegno, il socio deve provvedere al
versamento delle somme necessarie almeno 3 giorni prima della scadenza; in mancanza il creditore
pignoratizio può vendere le azioni. Nel caso di usufrutto, l'usufruttuario deve provvedere al
versamento, salvo il suo diritto alla restituzione al termine dell'usufrutto.

Ci sono dei limiti alla circolazione delle azioni:


Fino a quando le valutazioni non sono state controllate, le azioni corrispondenti ai
conferimenti sono inalienabili e devono restare depositate presso la società;
Le azioni con prestazioni accessorie devono essere nominative e non sono trasferibili senza il
consenso degli amministratori;
I soci possono determinare limiti convenzionali;
Sindacati di blocco possono limitare la circolazione delle azioni ed evitare l’ingresso in società
di terzi non graditi e vincolano solo le parti contraenti;
L’atto costitutivo può contenere limiti particolari. Nel caso di azioni nominative ed in quello di
mancata emissione dei titoli azionari, lo statuto può sottoporre a particolari condizioni il loro
trasferimento e può, per un periodo non superiore a 5 anni dalla costituzione della società o
dal momento in cui il divieto viene introdotto, vietarne il trasferimento. Le clausole finalizzate
a limitare la circolazione delle azioni sono:
o Clausola di prelazione: impone al socio che vuole vendere le azioni di offrirle prima
agli altri soci e di preferirli a terzi a parità di condizioni;
o Clausole di gradimento: sono clausole che richiedono il possesso di determinati
requisiti da parte dell’acquirente e clausole che subordinano il trasferimento delle
azioni al consenso di un organo sociale quasi sempre costituito dal consiglio di
amministrazione (clausole di mero godimento).
o Clausola di riscatto: prevede un potere di riscatto delle azioni da parte della società o
dei soci al verificarsi di determinati eventi.
Queste clausole possono essere introdotte o rimosse con delibera di assemblea straordinaria.

In nessun caso la s.p.a. può sottoscrivere azioni proprie. L’unica deroga è per l’esercizio del diritto di
opzione sulle azioni proprie detenute dalla società. Il divieto è assoluto. Se questo è violato le azioni
s’intendono sottoscritte e devono essere liberate dai soggetti che materialmente hanno violato il
divieto. In caso di sottoscrizione diretta le azioni s’intendono sottoscritte e devono essere liberate dai
promotori e dai soci fondatori o dagli amministratori. In caso di sottoscrizione indiretta il terzo che ha
sottoscritto le azioni è considerato sottoscrittore per conto proprio.
La società non può acquistare azioni proprie se non nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve
disponibili risultanti dall'ultimo bilancio regolarmente approvato. Possono essere acquistate soltanto
azioni interamente liberate. L’acquisto dev’essere deliberato dall’assemblea ordinaria, la quale ne fissa
le modalità, indicando in particolare il numero massimo di azioni da acquistare, la durata, non
superiore ai 18 mesi, per la quale l'autorizzazione è accordata, il corrispettivo minimo ed il
corrispettivo massimo. Il valore nominale delle azioni acquistate non può eccedere la decima parte del
capitale sociale. Le azioni acquistate in violazione debbono essere alienate secondo modalità da
determinarsi dall'assemblea, entro un anno dal loro acquisto. In mancanza, deve procedersi senza
indugio al loro annullamento e alla corrispondente riduzione del capitale. Le limitazioni contenute
nell'art. 2357 non si applicano quando l'acquisto di azioni proprie avvenga in esecuzione di una
deliberazione dell'assemblea di riduzione del capitale, da attuarsi mediante riscatto e annullamento di
azioni, a titolo gratuito, sempre che si tratti di azioni interamente liberate, per effetto di successione
universale o di fusione o scissione, in occasione di esecuzione forzata per il soddisfacimento di un
credito della società, sempre che si tratti di azioni interamente liberate. Gli amministratori non
possono disporre delle azioni acquistate se non previa autorizzazione dell'assemblea, la quale deve
stabilire le relative modalità. A tal fine possono essere previste, operazioni successive di acquisto ed
alienazione. Finché le azioni restano in proprietà della società, il diritto agli utili e il diritto di opzione
sono attribuiti proporzionalmente alle altre azioni; l'assemblea può tuttavia autorizzare l'esercizio
totale o parziale del diritto di opzione. Il diritto di voto è sospeso, ma le azioni proprie sono tuttavia
computate nel capitale ai fini del calcolo delle quote richieste per la costituzione e per le deliberazioni
dell'assemblea. Una riserva indisponibile pari all'importo delle azioni proprie iscritto all'attivo del
bilancio deve essere costituita e mantenuta finché le azioni non siano trasferite o annullate. La società
non può accordare prestiti, né fornire garanzie per l'acquisto o la sottoscrizione delle azioni proprie.
La società non può, neppure per tramite di società fiduciaria, o per interposta persona, accettare
azioni proprie in garanzia.

E' vietato alle società di costituire o di aumentare il capitale mediante sottoscrizione reciproca di
azioni, anche per tramite di società fiduciaria o per interposta persona. La disciplina e le sanzioni sono
identiche alla fattispecie della sottoscrizione di azioni proprie. La società controllata non può
sottoscrivere azioni o quote della società controllante. Le azioni o quote sottoscritte in violazione di
tali disposizioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dagli amministratori, che non
dimostrino di essere esenti da colpa. Chiunque abbia sottoscritto in nome proprio, ma per conto della
società controllata, azioni o quote della società controllante è considerato a tutti gli effetti
sottoscrittore per conto proprio. Della liberazione delle azioni o quote rispondono solidalmente gli
amministratori della società controllata che non dimostrino di essere esenti da colpa.
L’acquisto reciproco di azioni è possibile senza alcun limite solo quando fra le 2 società non intercorre
un rapporto di controllo e nessuna delle 2 è quotata in borsa. La società controllata non può
acquistare azioni o quote della società controllante se non nei limiti degli utili distribuibili e delle
riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio regolarmente approvato. Possono essere acquistate
soltanto azioni interamente liberate. L'acquisto deve essere autorizzato dall'assemblea ordinaria. Il
valore nominale delle azioni o quote acquistate non può eccedere la decima parte del capitale della
società controllante. La società controllata da altra società non può esercitare il diritto di voto nelle
assemblee di questa. Le azioni o quote acquistate in violazione di tali condizioni devono essere
alienate secondo modalità da determinarsi dall'assemblea entro un anno dal loro acquisto. In
mancanza, la società controllante deve procedere senza indugio al loro annullamento e alla
corrispondente riduzione del capitale, con rimborso del valore delle azioni annullate.
Nel caso di incroci azionari quando una o entrambe le società hanno azioni quotate in borsa ma tra di
loro non sussiste un rapporto di controllo, ci sono solo limiti quantitativi: se entrambe le società sono
quotate l’incrocio non può superare il 2% del capitale con diritto di voto, se solo una è quotata non può
superare il 10%. Se questi limiti sono superati la società non può esercitare il diritto di voto per le
azioni possedute in eccedenza, deve alienare l’eccedenza entro 1 anno se no la sospensione del diritto
di voto si estende all’intera partecipazione.
- O.P.A -
1) Nel TUF sono regolate le Offerte pubbliche di acquisto (OPA - denaro) o di scambio (OPS - con altri strumenti finanziari),
la quale potrà essere:
- Volontaria (l'iniziativa proviene esclusivamente dall'offerente e può avere ad oggetto qualsiasi tipo di strumento finanziario).
- Obbligatoria (è l'ordinamento a costringere l'offerente se sussistono determinate condizioni e può avere ad oggetto solo azioni ordinarie).

2) Le società che effettuano tali operazioni, ne danno preventiva comunicazione alla Consob allegando il documento d’offerta
(destinato alla pubblicazione) contenente le informazioni necessarie per i destinatari.

3) La Consob entro 15gg dalla comunicazione, può aggiungere ulteriori infoi utili alla documentazione, oppure può:
- Sospendere in via cautelare (in caso di fondato sospetto di violazioni).
- Dichiarare decaduta (in caso di accertata violazione).
*Se entro i 15gg la Consob non abbia espresso alcun parere vale il silenzio-assenso e il documento potrà essere pubblicato.

4) Si apre così la fase delle adesioni all’offerta raccolte dall’offerente o da intermediari specifici (banche). La Consob vigila..

5) Dobbiamo distinguere tra:


A) OPA TOTALITARIA: consiste nell'obbligo (da parte di chi abbia acquisito a titolo oneroso una partecipazione
societaria superiore al 30% del cap sociale di una Spa quotata) di lanciare un'OPA sulla totalità delle azioni ordinarie
residue.
*L'offerta va promossa entro 30gg dal superamento di tale soglia, ad un prezzo di acquisto non inferiore alla media aritmetica tra:
-prezzo medio ponderato di mercato degli ultimi 12 mesi..
-prezzo più elevato pattuito durante lo stesso arco temporale dall'offerente (per acquisto di azioni ordinarie della stessa società).

B) OPA PREVENTIVA: di acquisto/scambio avente ad oggetto almeno il 60% delle azioni quotate in mercati regolamentati
ita che attribuiscono il diritto di voto su argomenti rilevanti.

Squeeze out: termine giuridico che indica il diritto di acquisto sulle azioni residue in seguito alla promozione di un OPA
totalitaria. (Cioè in seguito alla promozione di un'Opa totalitaria (sia essa successiva o preventiva che conduce alla detenzione di almeno
il 98% del capitale con diritto di voto ma non della totalità delle azioni) l'offerente possa avvalersi del diritto di acquisto delle azioni
residue se ne abbia fatto menzione nel documento d'offerta).

C) OPA RESIDUALE: è un OPA obbligatoria che riguarda chiunque venga a detenere ed intenda mantenere una quota del
capitale sociale ordinario di una società quotata superiore al 90%.
*Chiunque si trovi in questa condizione (se non vuole lanciare l'OPA sul restante 10%) è tenuto a ripristinare entro 4 mesi un flottante
sufficiente a ripristinare il normale andamento delle quotazioni + la decisione deve essere comunicata alla Consob non oltre 10gg dal
superamento della soglia del 90%.

6) Chi ha lanciato l’offerta originaria potrà reagire all’OPA concorrente rilanciando il gioco con: aumento del
prezzo/quantitativo richiesto.

7) Alla scadenza del termine l’offerta è irrevocabile (se è stato raggiunto il quantitativo minimo richiesto) + ogni clausola contraria
è nulla.
*Se invece il quantitativo è stato superato, il documento di offerta dovrà specificare se si avrà riduzione del qnt/offerente acquista più
titoli.
Svolgimento dell’Assemblea.

1) Possono intervenire solo gli azionisti cui spetta il diritto di voto.

2) Si è posto l’obbligo di preventivo deposito delle azioni, le quali non possono essere ritirate (blocco dei titoli) prima che
l’assemblea abbia avuto luogo.
*In caso di azioni nominative, la società deve provvedere all’iscrizione nel libro dei soci di coloro che hanno partecipato all’assemblea.

3) Il Presidente:
• Ha il potere-dovere di verificare la regolare costituzione dell’assemblea.
• Regola lo svolgimento dell’assemblea + accerta i risultati delle votazioni.
• Gli esiti verranno poi verbalizzati per iscritto.

4) Conflitto di interessi:
• Il socio è libero di votare in assemblea, purché non si creino conflitti tra un suo interesse e quello della società (in tal caso
il voto o tutta la deliberazione finale potrà essere annullata).
• Il diritto di rinvio dell’assemblea (esercitatile 1 volta dai soci che dichiarano di non essere suff informati sulle delibere del giorno)
spetta esclusivamente solo ad alcuni soci in particolare, che potrebbero influire sulla decisione finale (1/3 del cap sociale).

5) Invalidità delle deliberazioni:


• Annullabile: nel caso in cui le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge/statuto, e dunque legittimati
all’azione (entro 90gg) sono: soci assenti/dissenzienti/Amm/Collegio sindacale.
*L’annullamento della deliberazione ha effetto verso tutti i soci, salvo i diritti acquistati dai terzi in buona fede.

• Nulla: nei casi di mancata convocazione dell’assemblea/del verbale/imposs-illiceità dell’oggetto, e può essere impugnata
da chiunque vi abbia interesse entro 3 anni dall’iscrizione nel Registro dell’Imprese (ma può anche essere rilevata d’ufficio
dal giudice).

La s.p.a. si caratterizza per la presenza necessaria di 3 organi:


1. l’assemblea dei soci;
2. l’organo amministrativo;
3. l’organo di controllo interno.
Oggi ci sono 3 sistemi di amministrazione e controllo:
Sistema tradizionale: è basato sulla presenza dell’organo amministrativo e del collegio
sindacale, il cui controllo contabile è stato sottratto ed affidato al revisore contabile o alla
società di revisione;
Sistema dualistico: in esso l’amministrazione ed il controllo sono esercitati da un consiglio di
sorveglianza e da un consiglio di gestione;
Sistema monistico: in esso l’amministrazione ed il controllo sono esercitati dal consiglio di
amministrazione e da un comitato per il controllo sulla gestione.

L’assemblea è l’organo composto dalle persone dei soci ed ha la funzione di formare la volontà della
società nelle materie riservate alla sua competenza dalla legge o dall’atto costitutivo secondo il
principio maggioritario. L’assemblea si distingue in:
Ordinaria: nelle società prive di consiglio di sorveglianza, l'assemblea ordinaria:
1. approva il bilancio;
2. nomina e revoca gli amministratori; nomina i sindaci e il presidente del
collegio sindacale e, quando previsto, il soggetto al quale è demandato il controllo
contabile;
3. determina il compenso degli amministratori e dei sindaci, se non è stabilito
dallo statuto;
4. delibera sulla responsabilità degli amministratori e dei sindaci;
5. delibera sugli altri oggetti attribuiti dalla legge alla competenza
dell'assemblea, nonché sulle autorizzazioni eventualmente richieste dallo statuto
per il compimento di atti degli amministratori, ferma in ogni caso la responsabilità
di questi per gli atti compiuti;
6. approva l'eventuale regolamento dei lavori assembleari.
Nelle società ove è previsto il consiglio di sorveglianza, l'assemblea ordinaria:
1. nomina e revoca i consiglieri di sorveglianza;
2. determina il compenso ad essi spettante, se non è stabilito
3. nello statuto;
4. delibera sulla responsabilità dei consiglieri di sorveglianza;
5. delibera sulla distribuzione degli utili;
6. nomina il revisore.
Straordinaria: delibera sulle modificazioni dello statuto, sulla nomina, sulla
sostituzione e sui poteri dei liquidatori e su ogni altra materia espressamente attribuita dalla
legge alla sua competenza. Lo statuto può attribuire alla competenza dell'organo
amministrativo o del consiglio di sorveglianza o del consiglio di gestione le deliberazioni
concernenti la fusione nei casi previsti dagli art. 2505 e 2505-bis, l'istituzione o la
soppressione di sedi secondarie, la indicazione di quali tra gli amministratori hanno la
rappresentanza della società, la riduzione del capitale in caso di recesso del socio, gli
adeguamenti dello statuto a disposizioni normative, il trasferimento della sede sociale nel
territorio nazionale.
Se i soci partecipanti all'assemblea non rappresentano complessivamente la parte di capitale richiesta
l'assemblea deve essere nuovamente convocata.

La convocazione dell’assemblea è di regola decisa dagli amministratori. Essa è obbligatoria nei


seguenti casi:
L'assemblea ordinaria deve essere convocata almeno una volta l'anno, entro il termine
stabilito dallo statuto e comunque non superiore a 120 giorni dalla chiusura dell'esercizio
sociale. Lo statuto può prevedere un maggior termine, comunque non superiore a 180 giorni,
nel caso di società tenute alla redazione del bilancio consolidato e quando lo richiedono
particolari esigenze relative alla struttura ed all'oggetto della società; in questi casi gli
amministratori segnalano nella relazione prevista dall'art. 2428 le ragioni della dilazione.
Gli amministratori o il consiglio di gestione devono convocare senza ritardo l'assemblea,
quando ne è fatta domanda da tanti soci che rappresentino almeno il 10% del capitale sociale
o la minore percentuale prevista nello statuto, e nella domanda sono indicati gli argomenti da
trattare. Se gli amministratori o il consiglio di gestione, oppure in loro vece i sindaci o il
consiglio di sorveglianza o il comitato per il controllo sulla gestione, non provvedono, il
tribunale, sentiti i componenti degli organi amministrativi e di controllo, ove il rifiuto di
provvedere risulti ingiustificato, ordina con decreto la convocazione dell'assemblea,
designando la persona che deve presiederla. La convocazione su richiesta di soci non è
ammessa per argomenti sui quali l'assemblea delibera, a norma di legge, su proposta degli
amministratori o sulla base di un progetto o di una relazione da essi predisposta.
Nelle società quotate il potere di convocare l’assemblea può essere esercitato anche solo da 2 membri
effettivi del collegio sindacale. Il collegio sindacale può, previa comunicazione al presidente del
consiglio di amministrazione, convocare l'assemblea dei soci, il consiglio di amministrazione o il
comitato esecutivo e avvalersi di dipendenti della società per l'espletamento delle proprie funzioni.
L'assemblea è convocata nel comune dove ha sede la società, se lo statuto non dispone diversamente.
L'assemblea è convocata dagli amministratori o dal consiglio di gestione mediante avviso contenente
l'indicazione del giorno, dell'ora e del luogo dell'adunanza e l'elenco delle materie da trattare. L'avviso
deve essere pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica o in almeno un quotidiano indicato
nello statuto almeno 15 giorni prima di quello fissato per l'assemblea. Lo statuto delle società che non
fanno ricorso al mercato del capitale di rischio può consentire la convocazione mediante avviso
comunicato ai soci con mezzi che garantiscano la prova dell'avvenuto ricevimento almeno 8 giorni
prima dell'assemblea. Pur in assenza di convocazione, l'assemblea si reputa regolarmente costituita,
quando è rappresentato l'intero capitale sociale e partecipa all'assemblea la maggioranza dei
componenti degli organi amministrativi e di controllo. Tuttavia in tale ipotesi ciascuno dei
partecipanti può opporsi alla discussione degli argomenti sui quali non si ritenga sufficientemente
informato e dovrà essere data tempestiva comunicazione delle deliberazioni assunte ai componenti
degli organi amministrativi e di controllo non presenti. È questa l’assemblea totalitaria. Essa può
deliberare su qualsiasi argomento ma la sua competenza è instabile e precaria.
L'assemblea è presieduta dalla persona indicata nello statuto o, in mancanza, da quella eletta con il
voto della maggioranza dei presenti. Il presidente è assistito da un segretario designato nello stesso
modo. Il presidente dell'assemblea verifica la regolarità della costituzione, accerta l'identità e la
legittimazione dei presenti, regola il suo svolgimento ed accerta i risultati delle votazioni; degli esiti di
tali accertamenti deve essere dato conto nel verbale. L'assistenza del segretario non è necessaria
quando il verbale dell'assemblea è redatto da un notaio.
I soci intervenuti che riuniscono un terzo del capitale rappresentato nell'assemblea, se dichiarano di
non essere sufficientemente informati sugli oggetti posti in deliberazione, possono chiedere che
l'assemblea sia rinviata a non oltre 5 giorni. Questo diritto non può esercitarsi che una sola volta per lo
stesso oggetto.
Le deliberazioni dell'assemblea devono constare da verbale sottoscritto dal presidente e dal segretario
o dal notaio. Il verbale deve indicare la data dell'assemblea e, anche in allegato, l'identità dei
partecipanti e il capitale rappresentato da ciascuno; deve altresì indicare le modalità e il risultato delle
votazioni e deve consentire, anche per allegato, l'identificazione dei soci favorevoli, astenuti o
dissenzienti. Nel verbale devono essere riassunte, su richiesta dei soci, le loro dichiarazioni pertinenti
all'ordine del giorno. Il verbale dell'assemblea straordinaria deve essere redatto da un notaio. Il
verbale deve essere redatto senza ritardo, nei tempi necessari per la tempestiva esecuzione degli
obblighi di deposito o di pubblicazione.

Il quorum costitutivo è quella parte del capitale sociale che deve essere rappresentata in assemblea
perché questa sia regolarmente costituita e possa iniziare i lavori. Il quorum deliberativo è la parte di
capitale sociale che si deve esprimere a favore di una determinata deliberazione perché questa sia
approvata.
L'assemblea ordinaria è regolarmente costituita con l'intervento di tanti soci che rappresentino
almeno la metà del capitale sociale, escluse dal computo le azioni prive del diritto di voto
nell'assemblea medesima. Essa delibera a maggioranza assoluta, salvo che lo statuto richieda una
maggioranza più elevata. Per la nomina alle cariche sociali lo statuto può stabilire norme particolari.
L'assemblea straordinaria delibera con il voto favorevole di tanti soci che rappresentino più della metà
del capitale sociale, se lo statuto non richiede una maggioranza più elevata. Nelle società che fanno
ricorso al mercato del capitale di rischio l'assemblea straordinaria è regolarmente costituita con la
presenza di tanti soci
che rappresentino almeno la metà del capitale sociale o la maggiore percentuale prevista dallo statuto
e delibera con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea. Salvo
diversa disposizione di legge le azioni per le quali non può essere esercitato il diritto di voto sono
computate ai fini della regolare costituzione dell'assemblea. Le medesime azioni e quelle per le quali il
diritto di voto non è stato esercitato a seguito della dichiarazione del socio di astenersi per conflitto di
interessi non sono computate ai fini del calcolo della maggioranza e della quota di capitale richiesta
per l'approvazione della deliberazione.
Se i soci partecipanti all'assemblea non rappresentano complessivamente la parte di capitale richiesta
l'assemblea deve essere nuovamente convocata. Nell'avviso di convocazione dell'assemblea può essere
fissato il giorno per la seconda convocazione. Questa non può aver luogo nello stesso giorno fissato per
la prima. Se il giorno per la seconda convocazione non è indicato nell'avviso, l'assemblea deve essere
riconvocata entro 30 giorni dalla data della prima, e il termine stabilito dal secondo comma dell'art.
2366 è ridotto ad 8 giorni.
In seconda convocazione l'assemblea ordinaria delibera sugli oggetti che avrebbero dovuto essere
trattati nella prima, qualunque sia la parte di capitale rappresentata dai soci partecipanti, e
l'assemblea straordinaria è regolarmente costituita con la partecipazione di oltre un terzo del capitale
sociale e delibera con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea.
Lo statuto può richiedere maggioranze più elevate, tranne che per l'approvazione del bilancio e per la
nomina e la revoca delle cariche sociali. Nelle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di
rischio è necessario, anche in seconda convocazione, il voto favorevole di tanti soci che rappresentino
più di un terzo del capitale sociale per le deliberazioni concernenti il cambiamento dell'oggetto sociale,
la trasformazione della società, lo scioglimento anticipato, la proroga della società, la revoca dello
stato di liquidazione, il trasferimento della sede sociale all'estero e l'emissione di azioni privilegiate.
Lo statuto può prevedere eventuali ulteriori convocazioni dell'assemblea. Nelle società che fanno
ricorso al mercato del capitale di rischio l'assemblea straordinaria è costituita, nelle convocazioni
successive alla seconda, con la presenza di tanti soci che rappresentino almeno un quinto del capitale
sociale, salvo che lo statuto richieda una quota di capitale più elevata.

Possono intervenire all'assemblea gli azionisti cui spetta il diritto di voto ed i soggetti che pur non
essendo soci hanno diritto di voto. Non è più necessario il preventivo deposito delle azioni presso la
sede della società o le banche. Ma lo statuto può richiedere il preventivo deposito delle azioni o della
relativa certificazione presso la sede sociale o le banche indicate nell'avviso di convocazione, fissando
il termine entro il quale debbono essere depositate ed eventualmente prevedendo che non possano
essere ritirate prima che l'assemblea abbia avuto luogo. Nelle società che fanno ricorso al mercato del
capitale di rischio il termine non può essere superiore a 2 giorni. Lo statuto può consentire
l'intervento all'assemblea mediante mezzi di telecomunicazione o l'espressione del voto per
corrispondenza. Chi esprime il voto per corrispondenza si considera intervenuto all'assemblea.
Gli azionisti possono partecipare all’assemblea sia personalmente sia a mezzo di rappresentante. Salvo
disposizione contraria dello statuto, i soci possono farsi rappresentare nell'assemblea. La
rappresentanza deve essere conferita per iscritto e i documenti relativi devono essere conservati dalla
società. Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio la rappresentanza può essere
conferita solo per singole assemblee, con effetto anche per le successive convocazioni, salvo che si
tratti di procura generale o di procura conferita da una società, associazione, fondazione o altro ente
collettivo o istituzione ad un proprio dipendente. La delega non può essere rilasciata con il nome del
rappresentante in bianco ed è sempre revocabile nonostante ogni patto contrario. Il rappresentante
può farsi sostituire solo da chi sia espressamente indicato nella delega. Se la rappresentanza è
conferita ad una società, associazione, fondazione od altro ente collettivo o istituzione, questi possono
delegare soltanto un proprio dipendente o collaboratore. La rappresentanza non può essere conferita
né ai membri degli organi amministrativi o di controllo o ai dipendenti della società, né alle società da
essa controllate o ai membri degli organi amministrativi o di controllo o ai dipendenti di queste. La
stessa persona non può rappresentare in assemblea più di 20 soci o, se si tratta di società che fanno
ricorso al mercato del capitale di rischio più di 50 soci se la società ha capitale non superiore a €
5.000.000, più di 100 soci se la società ha capitale superiore a € 5.000.000 e non superiore a €
25.000.000, e più di 200 soci se la società ha capitale superiore a € 25.000.000.
Per le società non quotate sono stati introdotti 2 istituti:
1. la sollecitazione: è la richiesta di conferimento di deleghe di voto rivolta a tutti gli azionisti da
parte di uno o più soggetti che richiedono l’adesione a specifiche proposte di voto.
2. la raccolta delle deleghe: è la richiesta di conferimento di deleghe di voto effettuata da
associazioni di azionisti esclusivamente nei confronti dei propri associati.

Versa in conflitto d’interesse l’azionista che in una determinata deliberazione ha un interesse


personale contrastante con quello della società. In questa situazione al socio non è più vietato di
votare, ma la deliberazione approvata con il voto determinante di soci che abbiano, per conto proprio
o di terzi, un interesse in conflitto con quello della società è impugnabile a norma dell'art. 2377
qualora possa recarle danno. Quindi per essere annullata la delibera adottata col voto del socio in
conflitto d’interessi occorre che il suo voto sia stato determinante e che la delibera possa danneggiare
la società. Gli amministratori non possono votare nelle deliberazioni riguardanti la loro
responsabilità. Nel sistema dualistico i componenti del consiglio di gestione non possono votare nelle
deliberazioni riguardanti la nomina, la revoca o la responsabilità dei consiglieri di sorveglianza (art.
2373). Quando una deliberazione è adottata dalla maggioranza per danneggiare i soci di minoranza
l’art. 2373 non è invocabile. Inoltre l’annullabilità della delibera è affermata quando la stessa sia
ispirata dal solo scopo di danneggiare singoli soci.

I sindacati di voto sono accordi con i quali alcuni soci s’impegnano a concordare preventivamente il
modo in cui votare in assemblea. Possono avere carattere occasionale o permanente ed in quest’ultimo
caso possono essere a tempo determinato o indeterminato nonché riguardare tutte le delibere o solo
quelle di un determinato tipo. Si può stabilire che il modo come votare sarà deciso all’unanimità o a
maggioranza dei soci sindacati. I sindacati di voto danno un indirizzo di voto unitario all’azione dei
soci sindacati, consente una migliore difesa dei comuni interessi quando è stipulato fra soci di
maggioranza. Ma i sindacati cristallizzano il gruppo di controllo, il principio maggioritario finisce per
essere rispettato solo formalmente.
Nelle società non quotate sia i sindacati di voto e sia gli altri patti parasociali non possono avere
durata superiore a 5 anni ma sono rinnovabili alla scadenza. Possono essere anche a tempo
indeterminato ma il contraente può recedere con preavviso di 6 mesi. La stessa disciplina vale per le
società quotate e quelle che le controllano ma i patti a tempo determinato non possono avere durata
superiore a 3 anni.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio i patti parasociali devono essere
comunicati alla società e dichiarati in apertura di ogni assemblea. La dichiarazione deve essere
trascritta nel verbale e questo deve essere depositato presso l'ufficio del registro delle imprese. In caso
di mancanza della dichiarazione i possessori delle azioni cui si riferisce il patto parasociale non
possono esercitare il diritto di voto e le deliberazioni assembleari adottate con il loro voto
determinante sono impugnabili a norma dell'art. 2377. Nelle società quotate i patti devono essere
comunicati alla Consob pubblicati per estratto sulla stampa quotidiana e depositati presso il registro
delle imprese del luogo dove la società ha sede legale. La violazione di tali obblighi comporta la nullità
dei patti e la sospensione del diritto di voto relativo alle azioni sindacate. Nessuna pubblicità è
prevista per i patti riguardanti società non quotate che non fanno appello al mercato del capitale di
rischio.
Le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge o dello statuto possono essere
impugnate dai soci assenti, dissenzienti od astenuti, dagli amministratori, dal consiglio di sorveglianza
e dal collegio sindacale. L'impugnazione può essere proposta dai soci quando possiedono tante azioni
aventi diritto di voto con riferimento alla deliberazione che rappresentino, anche congiuntamente,
l'uno per mille del capitale sociale nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio e il
5% nelle altre; lo statuto può ridurre o escludere questo requisito. Per l'impugnazione delle
deliberazioni delle assemblee speciali queste percentuali sono riferite al capitale rappresentato dalle
azioni della categoria. I soci che non rappresentano la parte di capitale indicata e quelli che, in quanto
privi di voto, non sono legittimati a proporre l'impugnativa hanno diritto al risarcimento del danno
loro cagionato dalla non conformità della deliberazione alla legge o allo statuto.
La deliberazione non può essere annullata:
1. per la partecipazione all'assemblea di persone non legittimate, salvo che tale partecipazione
sia stata determinante ai fini della regolare costituzione dell'assemblea;
2. per l'invalidità di singoli voti o per il loro errato conteggio, salvo che il voto invalido o l'errore
di conteggio siano stati determinanti ai fini del raggiungimento della maggioranza richiesta;
3. per l'incompletezza o l'inesattezza del verbale, salvo che impediscano l'accertamento del
contenuto, degli effetti e della validità della deliberazione.
L'impugnazione o la domanda di risarcimento del danno sono proposte nel termine di 90 giorni dalla
data della deliberazione, ovvero, se questa è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese, entro 90
giorni dall'iscrizione o, se è soggetta solo a deposito presso l'ufficio del registro delle imprese, entro 90
giorni dalla
data di questo. L'annullamento della deliberazione ha effetto rispetto a tutti i soci ed obbliga gli
amministratori, il consiglio di sorveglianza e il consiglio di gestione a prendere i conseguenti
provvedimenti sotto la propria responsabilità. In ogni caso sono salvi i diritti acquistati in buona fede
dai terzi in base ad atti compiuti in esecuzione della deliberazione. L'annullamento della deliberazione
non può aver luogo, se la deliberazione impugnata è sostituita con altra presa in conformità della legge
e dello statuto. In tal caso il giudice provvede sulle spese di lite, ponendole di norma a carico della
società, e sul risarcimento dell'eventuale danno. Restano salvi i diritti acquisiti dai terzi sulla base
della deliberazione sostituita (art. 2377). L'impugnazione è proposta con atto di citazione davanti al
tribunale del luogo dove la società ha sede.
Il socio o i soci opponenti devono dimostrarsi possessori al tempo dell'impugnazione del numero delle
azioni previsto dall'art. 2377. Qualora nel corso del processo venga meno a seguito di trasferimenti per
atto tra vivi il richiesto numero delle azioni, il giudice, previa se del caso revoca del provvedimento di
sospensione dell'esecuzione della deliberazione, non può pronunciare l'annullamento e provvede sul
risarcimento dell'eventuale danno, ove richiesto. Con ricorso depositato contestualmente al deposito,
anche in copia, della citazione, l'impugnante può chiedere la sospensione dell'esecuzione della
deliberazione. In caso di eccezionale e motivata urgenza, il presidente del tribunale, omessa la
convocazione della società convenuta, provvede sull'istanza con decreto motivato, che deve altresì
contenere la designazione del giudice per la trattazione della causa di merito e la fissazione, davanti al
giudice designato, entro 15 giorni, dell'udienza per la conferma, modifica o revoca dei provvedimenti
emanati con il decreto, nonché la fissazione del termine per la notificazione alla controparte del
ricorso e del decreto. Il giudice designato per la trattazione della causa di merito, sentiti gli
amministratori e sindaci, provvede valutando comparativamente il pregiudizio che subirebbe il
ricorrente dalla esecuzione e quello che subirebbe la società dalla sospensione dell'esecuzione della
deliberazione; può disporre in ogni momento che i soci opponenti prestino idonea garanzia per
l'eventuale risarcimento dei danni (art. 2378).

Nei casi di mancata convocazione dell'assemblea (non si considera mancante nel caso d'irregolarità
dell'avviso, se questo proviene da un componente dell'organo di amministrazione o di controllo della
società ed è idoneo a consentire a coloro che hanno diritto di intervenire di essere tempestivamente
avvertiti della convocazione e della data dell'assemblea. L'impugnazione della deliberazione invalida
per mancata convocazione non può essere esercitata da chi anche successivamente abbia dichiarato il
suo assenso allo svolgimento dell'assemblea), di mancanza del verbale (non si considera mancante se
contiene la data della deliberazione e il suo oggetto ed è sottoscritto dal presidente dell'assemblea, o
dal presidente del consiglio d'amministrazione o del consiglio di sorveglianza e dal segretario o dal
notaio. L'invalidità della deliberazione per mancanza del verbale può essere sanata mediante
verbalizzazione eseguita prima dell'assemblea successiva. La deliberazione ha effetto dalla data in cui
è stata presa, salvi i diritti dei terzi che in buona fede ignoravano la deliberazione) e di impossibilità o
illiceità dell'oggetto la deliberazione può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse entro 3 anni
dalla sua iscrizione o deposito nel registro delle imprese, se la deliberazione vi è soggetta, o dalla
trascrizione nel libro delle adunanze dell'assemblea, se la deliberazione non è soggetta né a iscrizione
né a deposito. Possono essere impugnate senza limiti di tempo le deliberazioni che modificano
l'oggetto sociale prevedendo attività illecite o impossibili. Nei casi e nei termini previsti l'invalidità
può essere rilevata d'ufficio dal giudice (art. 2379). Nei casi previsti dall'art. 2379 l'impugnativa
dell'aumento di capitale, della riduzione del capitale o della emissione di obbligazioni non può essere
proposta dopo che siano trascorsi 180 giorni dall'iscrizione della deliberazione nel registro delle
imprese o, nel caso di mancata convocazione, 90 giorni dall'approvazione del bilancio dell'esercizio
nel corso del quale la deliberazione è stata anche parzialmente eseguita. Nelle società che fanno
ricorso al mercato del capitale di rischio l'invalidità della deliberazione di aumento del capitale non
può essere pronunciata dopo che sia stata iscritta nel registro delle imprese l'attestazione che
l'aumento è stato anche parzialmente eseguito; l'invalidità della deliberazione di riduzione del capitale
o della deliberazione di emissione delle obbligazioni non può essere pronunciata dopo che la
deliberazione sia stata anche parzialmente eseguita. Resta salvo il diritto al risarcimento del danno
eventualmente spettante ai soci e ai terzi.
- Collegio Sindacale -

1) Collegio Sindacale: è l’organo di controllo interno della Spa, con funzioni di vigilanza sulla corretta
amministrazione + sull’attività della società + controllo contabile.

2) Si compone di 3/5 membri (soci/non soci) + 2 supplenti (mentre il numero è libero nelle Spa quotate).
*In caso di rinunzia/decadenza/morte dei sindaci, subentrano i supplenti in ordine di età (fino alla prox assemblea), scelti dal Registro dei
revisori contabili.

3) I primi sindaci sono nominati dall’Atto Cost, poi dall’Assemblea ordinaria.


*Durano in carica 3 anni + la pubblicità della nomina, avviene attraverso l’iscrizione nel Registro (entro 30gg dagli Amm).

4) Tutti i sindaci e i loro requisiti sono fissati da apposito regolamento del Ministro di Giustizia.
*Spa non quotate sono iscritte nel registro dei revisori contabili.

5) Deve riunirsi almeno ogni 3 mesi, con:


• Quorum cost (magg dei sindaci).
• Quorum delib (magg assoluta dei presenti).

6) Hanno il potere/dovere di:


• Convocare/assistere/intervenire alle adunanze (dell’Assemblea/Consiglio di Amministrazione/Comitato Esecutivo) +
• Impugnare le delibere +
• Compiere atti di ispezione/controllo (informando la Consob sulle irregolarità riscontrate nell’attività di vigilanza).
*Il tutto deve essere poi annotato nel “libro delle adunanze e deliberazioni del Coll Sindacale”.

7) Sono resp in solido con gli Amm per le omissioni dei loro doveri (se sussiste un nesso di causalità).

8) Cause di ineleggibilità:
• Interdizione.
• Inabilitazione.
• Fallimento.
• Parentela entro il 4°grado degli Amm.

9) Cessano dall’ufficio prima della scadenza per:


• Revoca (da parte dell’assemblea solo per giusta causa).
• Rinunzia.
• Decadenza dall’ufficio mediante canc/sosp dal registro dei revisori contabili-iscrizione dall’albo.
*solo per giusta causa e delibera dell’assemblea approvata con decreto del tribunale.
• Morte.

10) Deve informare la Consob le irregolarità riscontrate nell’attività di vigilanza.

Nota: Con la riforma del 2003 il controllo contabile è sottratto ai sindaci ed attribuito ad un revisore esterno, il quale:

a) Persona fisica/società di revisione iscritta nel Registro dei revisori contabili presso il Ministero della Giustizia.

b) Per le Spa quotate in borsa, tale controllo è effettuato da una società di revisione.
Per le Spa minori (non quotate in borsa/non redicono il bilancio consolidato) tale controllo è in capo al Collegio.
- Amministrazione -

1) In generale.
1) La Spa può avere sia 1 Amm unico/Consiglio di Amm (organo collegiale + magg).

2) Agli Amm è affidata:


• la gestione/direzione/rappresentanza della società +
• convocano l’assemblea.
• curano i libri contabili.
• redicono il bilancio d’esercizio.
• vigilano sulla società.

3) I primi di loro sono nominati dall’Atto cost, poi dall’Assemblea ordinaria.


*Durano in carica 3 anni e sono rieleggibili.

4) Possono essere soci/non soci.

5) Non possono esserlo: interdetto/inabilitato/fallito/condannato/soci a resp illim di altra società.

6) Il loro compenso consiste in una partecipazione agli utili della società.

7) Devono adempiere ai loro doveri con diligenza professionale + sono solidalmente resp vs la società per l’inosservanza dei
doveri loro imposti dalla legge/statuto.
*L’azione di resp (promossa con deliberazione dell’assemblea ordinaria/soci), si prescrive nel termine di 5 anni dalla cessazione della
carica dell’Amm + l’assemblea provvede alla loro sostituzione.

8) Sono cause di cessazione dall’ufficio di amministrazione prima della scadenza:


• Revoca (da parte dell’assemblea).
• Rinunzia (da parte degli Amm).
• Decadenza (dall’ufficio).
• Morte: a) se rimane in carica la magg degli Amm, questi provvedono alla cooptazione dei nuovi.
b) se viene a mancare la magg, i rimanenti convocano l’assemblea per la nomina dei nuovi.
c) se vengono a mancare tutti gli Amm, il Collegio sindacale convoca d’urgenza l’assemblea per la sostituzione.

9) Il Consiglio di Amministrazione può delegare le proprie attribuzioni:


A) Comitato Esecutivo (potere gestorio): è un organo collegiale, le sue decisioni sono adottate in riunioni nelle quali
possono assistere anche i sindaci.

B) Amministratori delegati (potere di rappresentanza): sono organi unipersonali che agiscono disgiunt/congiunt a
seconda di quanto previsto dall’Atto Cost.

*Amministratore di fatto: è il soggetto privo della veste formale di Amm, dunque è l’azionista di comando, detentore
del reale potere decisionale.

2) La società può scegliere tre modelli:


1) Assetto tradizionale, fondato su:
a) organo amministrativo (monocratico/collegiale) +
b) organo di controllo (collegio sindacale).

2) Sistema Dualistico, basato sulla ripartizione delle competenze tra:


a) consiglio di gestione (che amministra la società + stesse norme del Consiglio di Amm) +
b) consiglio di sorveglianza (nominato dall’assemblea, che nomina/revoca/vigila sul primo).

3) Sistema Monastico: vi è 1 solo Consiglio di Amministrazione come organo amministrativo + al suo interno vi è costituito
il comitato di controllo sulla gestione.
3) Il consiglio di Amministrazione.
1) Il consiglio è convocato dal presidente.

2) Per la validità delle deliberazioni è necessario il 50%+1 degli amministratori in carica (quorum costitutivo) e dei presenti
(quorum deliberativo).

3) Le deliberazioni contrarie alla legge/statuto possono essere impugnate entro 90gg da parte dei amministratori/sindaci
assenti o dissenzienti.
*Salvo i diritti acquistati da terzi in buona fede.

4) L’amministratore deve dare notizia agli altri amministratori/collegio sindacale di qualunque suo interesse che riguarda la
società, interesse indicato nella sua natura/termini/origine/portata.

5) E’ previsto un organo di controllo che vigila sull’osservanza delle regole adottate dal consiglio, e ne riferisce nella
relazione dell’assemblea.

6) Gli Amm rispondono solidalmente verso la società per l’inosservanza dei doveri loro imposti dalla legge/statuto promossa
con deliberazione dell’assemblea ordinaria/soci.
*L’azione di resp si prescrive nel termine di 5 anni dalla cessazione della carica dell’Amm + l’assemblea provvede alla loro sostituzione.

A. GLI AMMINISTRATORI
Gli amministratori (che formano il consiglio di amministrazione ma la s.p.a. può avere anche un
amministratore unico) sono l’organo cui è affidata la gestione dell’impresa e ad essi spetta compiere le
operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale. Essi hanno le seguenti funzioni, esercitate
in posizione di formale autonomia rispetto all’assemblea:
1) Deliberano su tutti gli argomenti attinenti alla gestione della società che non siano
riservati per legge all’assemblea (potere gestorio);
2) Hanno la rappresentanza generale della società (potere di rappresentanza);
3) Danno impulso all’attività dell’assemblea;
4) Devono curare la tenuta dei libri e delle scritture contabili della società e devono
redigere il progetto di bilancio;
5) Devono prevenire il compimento di atti pregiudizievoli per la società o evitarne e
attenuarne le conseguenze dannose.

La nomina degli amministratori spetta all'assemblea, fatta eccezione per i primi amministratori, che
sono nominati nell'atto costitutivo. Il numero degli amministratori o l’indicazione di un numero
minimo o massimo è stabilito dallo statuto. L'amministrazione della società può essere affidata anche
a non soci. Lo statuto può subordinare l'assunzione della carica di amministratore al possesso di
speciali requisiti di onorabilità, professionalità ed indipendenza. Non può essere nominato
amministratore, e se nominato decade dal suo ufficio, l'interdetto, l'inabilitato, il fallito, o chi è stato
condannato ad una pena che importa l'interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o
l'incapacità ad esercitare uffici direttivi.
Gli amministratori non possono essere nominati per un periodo superiore a 3 esercizi, e scadono alla
data dell'assemblea convocata per l'approvazione del bilancio relativo all'ultimo esercizio della loro
carica. Gli amministratori sono rieleggibili, salvo diversa disposizione dello statuto.
Sono cause di cessazione:
a) La scadenza del termine. Questa ha effetto solo dal momento in cui l’organo amministrativo
è stato ricostituito;
b) La revoca da parte dell'assemblea in qualunque tempo, anche se nominati nell'atto
costitutivo, salvo il diritto dell'amministratore al risarcimento dei danni, se la revoca avviene
senza giusta causa;
c) La rinuncia (dimissioni). Questa ha effetto immediato se rimane in carica la maggioranza
degli amministratori, se no ha effetto solo dal momento in cui l’organo amministrativo è stato
ricostituito in seguito all’accettazione dei nuovi amministratori;
d) La decadenza per una causa d’ineleggibilità;
e) La morte.
Per le cause b), d) ed e) sono previste 3 ipotesi:
a. Se rimane in carica più della metà degli amministratori nominati dall’assemblea i superstiti
sostituiscono provvisoriamente quelli venuti meno con delibera consiliare approvata dal
consiglio sindacale;
b. Se viene a mancare più della metà degli amministratori nominati dall’assemblea i superstiti
convocano l’assemblea per sostituire i mancanti ed i nuovi amministratori scadono con quelli
in carica all’atto della nomina;
c. Se vengono a cessare tutti gli amministratori o l’amministratore unico il collegio sindacale
deve convocare con urgenza l’assemblea per la ricostituzione dell’organo amministrativo.
Sono valide le clausole statutarie che prevedono la cessazione di tutti gli amministratori e la
ricostruzione dell’intero collegio da parte dell’assemblea a seguito della cessazione di alcuni
amministratori. L’assemblea per la nomina del nuovo consiglio è convocata d'urgenza dagli
amministratori rimasti in carica
Entro trenta giorni dalla notizia della loro nomina gli amministratori devono chiederne l'iscrizione nel
registro delle imprese indicando per ciascuno di essi il cognome e il nome, il luogo e la data di nascita,
il domicilio e la cittadinanza, nonché a quali tra essi è attribuita la rappresentanza della società,
precisando se
disgiuntamente o congiuntamente.

I compensi spettanti ai membri del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo sono
stabiliti all'atto della nomina o dall'assemblea. Essi possono essere costituiti in tutto o in parte da
partecipazioni agli utili o dall'attribuzione del diritto di sottoscrivere a prezzo predeterminato azioni di
futura emissione. La rimunerazione degli amministratori investiti di particolari cariche in conformità
dello statuto è stabilita dal consiglio di amministrazione, sentito il parere del collegio sindacale. Se lo
statuto lo prevede, l'assemblea può determinare un importo complessivo per la remunerazione di tutti
gli amministratori, inclusi quelli investiti di particolari cariche.
Gli amministratori non possono assumere la qualità di soci illimitatamente responsabili in società
concorrenti, né esercitare un'attività concorrente per conto proprio o di terzi, né essere
amministratori o direttori generali in società concorrenti, salvo autorizzazione dell'assemblea. Per
l'inosservanza di tale divieto l'amministratore può essere revocato dall'ufficio e risponde dei danni.

Quando l'amministrazione è affidata a più persone, queste costituiscono il consiglio di


amministrazione. Questo sceglie tra i suoi componenti il presidente, se questi non è nominato
dall'assemblea. L’attività è esercitata collegialmente e le decisioni devono essere adottate in riunioni
alle quali devono assistere i sindaci. Lo statuto può prevedere che la presenza alle riunioni del
consiglio avvenga anche mediante mezzi di telecomunicazione. Salvo diversa previsione dello statuto,
il presidente convoca il consiglio di amministrazione, ne fissa l'ordine del giorno, ne coordina i lavori e
provvede affinché adeguate informazioni sulle materie iscritte all'ordine del giorno vengano fornite a
tutti i consiglieri. Per la validità delle deliberazioni del consiglio di amministrazione è necessaria la
presenza della maggioranza degli amministratori in carica, quando lo statuto non richiede un maggior
numero di presenti. Le deliberazioni del consiglio di amministrazione sono prese a maggioranza
assoluta dei presenti, salvo diversa disposizione dello statuto. Il voto non può essere dato per
rappresentanza. Le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge o dello statuto possono
essere impugnate solo dal collegio sindacale e dagli amministratori assenti o dissenzienti entro 90
giorni dalla data della deliberazione. Possono essere altresì impugnate dai soci le deliberazioni lesive
dei loro diritti. In ogni caso sono salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti
in esecuzione delle deliberazioni.
L'amministratore che in una determinata operazione ha un interesse non necessariamente in conflitto
con la società:
deve darne notizia agli altri amministratori e al collegio sindacale precisandone la natura, i
termini, l'origine e la portata;
se si tratta di amministratore delegato, deve altresì astenersi dal compiere l'operazione,
investendo della stessa l'organo collegiale.
La deliberazione del consiglio di amministrazione deve adeguatamente motivare le ragioni e la
convenienza per la società dell'operazione.
Nei casi di inosservanza a quanto disposto le deliberazioni medesime, qualora possano recare danno
alla società, possono essere impugnate dagli amministratori e dal collegio sindacale entro 90 giorni
dalla loro data; l'impugnazione non può essere proposta da chi ha consentito con il proprio voto alla
deliberazione se sono stati adempiuti gli obblighi di informazione previsti. In ogni caso sono salvi i
diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti in esecuzione della deliberazione.
L'amministratore risponde dei danni derivati alla società dalla sua azione od omissione.
L'amministratore risponde altresì dei danni che siano derivati alla società dalla utilizzazione a
vantaggio proprio o di terzi di dati, notizie o opportunità di affari appresi nell'esercizio del suo
incarico.

Se lo statuto o l'assemblea lo consentono, il consiglio di amministrazione può delegare proprie


attribuzioni ad un comitato esecutivo composto da alcuni dei suoi componenti, o ad uno o più dei suoi
componenti. Questo è un organo collegiale e le sue decisioni sono adottate in riunioni alle quali
devono assistere i sindaci. Le deliberazioni devono risultare da un apposito libro delle adunanze e
delle deliberazioni del comitato esecutivo. Gli amministratori delegati sono organi unipersonali e
agiscono disgiuntamente o congiuntamente. Essi hanno la rappresentanza della società. Il consiglio di
amministrazione determina il contenuto, i limiti e le eventuali modalità di esercizio della delega; può
sempre impartire direttive agli organi delegati e avocare a sé operazioni rientranti nella delega. Sulla
base delle informazioni ricevute valuta l'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e
contabile della società; quando elaborati, esamina i piani strategici, industriali e finanziari della
società; valuta, sulla base della relazione degli organi delegati, il generale andamento della gestione.
Non possono essere delegati la redazione del bilancio, la facoltà di aumentare il capitale sociale e di
emettere obbligazioni convertibili per delega, gli adempimenti in caso di riduzione obbligatoria del
capitale, la redazione del progetto di fusione o di scissione. Gli organi delegati curano che l'assetto
organizzativo, amministrativo e contabile sia adeguato alla natura e alle dimensioni dell'impresa e
riferiscono al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale, con la periodicità fissata dallo
statuto e in ogni caso almeno ogni 180 giorni, sul generale andamento della gestione e sulla sua
prevedibile evoluzione nonché sulle operazioni di maggior rilievo, per le loro dimensioni o
caratteristiche, effettuate dalla società e dalle sue controllate. Gli amministratori sono tenuti ad agire
in modo informato; ciascun amministratore può chiedere agli organi delegati che in consiglio siano
fornite informazioni relative alla gestione della società.

Gli amministratori con rappresentanza devono essere indicati nello statuto. Se sono più di uno
dev’essere specificato se hanno il potere di agire congiuntamente o disgiuntamente. Il potere di
rappresentanza è generale. È in opponibile a terzi di buona fede la mancanza di potere
rappresentativo dovuta ad invalidità dell’atto di nomina. La società resta vincolata verso i terzi anche
se gli amministratori hanno violato eventuali limiti posti dallo statuto ai loro poteri di rappresentanza.
Le limitazioni ai poteri degli amministratori che risultano dallo statuto o da una decisione degli organi
competenti non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicate, salvo che si provi che questi abbiano
intenzionalmente agito a danno della società. Sono opponibili ai terzi i limiti legali del potere di
rappresentanza degli amministratori.

Gli amministratori sono responsabili civilmente del loro operato in 3 direzioni:


1) verso la società;
Gli amministratori devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dallo statuto con la
diligenza richiesta dalla natura dell'incarico e dalle loro specifiche competenze. Essi sono solidalmente
responsabili verso la società dei danni derivanti dall'inosservanza di tali doveri, a meno che si tratti di
attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più
amministratori. In ogni caso gli amministratori, fermo quanto disposto dal comma terzo dell'art.
2381, sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto
quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose. La
responsabilità degli amministratori è responsabilità per colpa e non responsabilità oggettiva. Infatti
la responsabilità per gli atti o le omissioni degli amministratori non si estende a quello tra essi che,
essendo immune da colpa, abbia fatto annotare senza ritardo il suo dissenso nel libro delle adunanze e
delle deliberazioni del consiglio, dandone immediata notizia per iscritto al presidente del collegio
sindacale (art. 2392). L’azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa in seguito a
deliberazione dell'assemblea, anche se la società è in liquidazione. La deliberazione concernente la
responsabilità degli amministratori può essere presa in occasione della discussione del bilancio, anche
se non è indicata nell'elenco delle materie da trattare, quando si tratta di fatti di competenza
dell'esercizio cui si riferisce il bilancio. L’azione può essere esercitata entro 5 anni dalla cessazione
dell'amministratore dalla carica. La deliberazione dell'azione di responsabilità importa la revoca
dall'ufficio degli amministratori contro cui è proposta, purché sia presa col voto favorevole di almeno
un quinto del capitale sociale. In questo caso l'assemblea stessa provvede alla loro sostituzione.
Questo procedimento tutela poco le minoranze azionarie. Ma In caso di fallimento, liquidazione coatta
amministrativa e amministrazione straordinaria le azioni di responsabilità spettano al curatore del
fallimento, al commissario liquidatore e al commissario straordinario (art. 2394-bis). Quando la
società è in bonis, essa può rinunziare all'esercizio dell'azione di responsabilità e può transigere,
purché la rinunzia e la transazione siano approvate con espressa deliberazione dell'assemblea, e
purché non vi sia il voto contrario di una minoranza di soci che rappresenti almeno il quinto del
capitale sociale o, nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, almeno un
ventesimo del capitale sociale, ovvero la misura prevista nello statuto per l'esercizio dell'azione sociale
di responsabilità (art. 2392-bis). L'azione sociale di responsabilità può essere esercitata anche dai soci
che rappresentino almeno un quinto del capitale sociale o la diversa misura prevista nello statuto,
comunque non superiore al terzo. Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio,
può essere esercitata dai soci che rappresentino un ventesimo del capitale sociale o la minore misura
prevista nello statuto. Per le società quotate i soci che assumono l’iniziativa devono essere iscritti nel
libro dei soci da almeno 6 mesi. La società deve essere chiamata in giudizio poiché l’azione è diretta a
reintegrare il patrimonio sociale. I soci che hanno agito possono rinunciare all'azione o transigerla;
ogni corrispettivo per la rinuncia o transazione deve andare a vantaggio della società. Anche la società
può rinunciare all’azione o transigerla con delibera assembleare e con le stesse limitazioni previste per
l’azione sociale di responsabilità esercitata dalla società.

2) verso i creditori sociali;


Gli amministratori rispondono verso i creditori sociali solo per l'inosservanza degli obblighi inerenti
alla conservazione dell'integrità del patrimonio sociale. L'azione può essere proposta dai creditori solo
quando il patrimonio sociale risulta insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti. L’azione può
essere proposta da i singoli creditori sociali, mentre in caso di fallimento solo dal curatore. Quanto
corrisposto dagli amministratori a titolo di risarcimento danni spetterà ai creditori fino alla
concorrenza del loro credito. Se l’azione risarcitoria è stata già esperita dalla società ed il relativo
patrimonio è stato reintegrato, i creditori non potranno più esercitare l’azione di loro spettanza.. La
transazione può essere impugnata dai creditori sociali soltanto con l'azione revocatoria quando ne
ricorrono gli estremi. La rinunzia all'azione da parte della società non impedisce l'esercizio dell'azione
da parte dei creditori sociali (art. 2394).

3) verso i singoli soci o terzi;


Le azioni di responsabilità della società e dei creditori sociali non pregiudicano il diritto al
risarcimento del danno spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da
atti colposi o dolosi degli amministratori. Devono ricorrere il compimento da parte degli
amministratori di un atto illecito nell’esercizio del loro ufficio e la produzione di un danno diretto al
patrimonio del singolo socio o del singolo terzo. L'azione può essere esercitata entro 5 anni dal
compimento dell'atto che ha pregiudicato il socio o il terzo (art. 2395).

I direttori generali sono dirigenti che svolgono attività di alta gestione dell’impresa sociale. Sono
parificati agli amministratori sotto il profilo delle responsabilità penali. Le disposizioni che regolano la
responsabilità degli amministratori si applicano anche ai direttori generali nominati dall'assemblea o
per disposizione dello statuto, in relazione ai compiti loro affidati, salve le azioni esercitabili in base al
rapporto di lavoro con la società.

B. IL COLLEGIO SINDACALE
Il collegio sindacale è l’organo di controllo interno della s.p.a. con funzioni di vigilanza
sull’amministrazione della società.

Nelle s.p.a. non quotate, il collegio sindacale si compone di 3 o 5 membri effettivi, soci o non soci.
Devono inoltre essere nominati 2 sindaci supplenti (art. 2397). Nelle s.p.a. quotate, fermo restando il
numero minimo di 3 sindaci effettivi e 2 supplenti, l’atto costitutivo può determinare liberamente il
numero dei sindaci.
I primi sindaci sono nominati nell’atto costitutivo, successivamente essi sono nominati dall’assemblea
ordinaria. Uno o più sindaci possono essere nominati, se ciò è previsto dallo statuto o ex lege, dallo
Stato o da enti pubblici. Nelle s.p.a. quotate, l'atto costitutivo contiene le clausole necessarie ad
assicurare che un membro effettivo sia eletto dalla minoranza. Se il collegio è formato da più di 3
membri, il numero dei membri effettivi eletti dalla minoranza non può essere inferiore a 2.
Nelle s.p.a. non quotate almeno un membro effettivo ed uno supplente devono essere scelti tra gli
iscritti nel registro dei revisori contabili istituito presso il Ministero della Giustizia. I restanti membri,
se non iscritti in tale registro, devono essere scelti fra gli iscritti negli albi professionali individuati con
decreto del Ministro della Giustizia, o fra i professori universitari di ruolo, in materie economiche o
giuridiche. Nelle s.p.a. quotate con regolamento del Ministro della Giustizia sono stabiliti i requisiti di
onorabilità e di professionalità dei membri del collegio.
Non possono essere eletti alla carica di sindaco e, se eletti, decadono dall'ufficio:
a) coloro che si trovano nelle condizioni previste dall'art. 2382;
b) il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori della società, gli
amministratori, il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori delle
società da questa controllate, delle società che la controllano e di quelle sottoposte a comune
controllo;
c) coloro che sono legati alla società o alle società da questa controllate o alle società che la
controllano o a quelle sottoposte a comune controllo da un rapporto di lavoro o da un
rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d'opera retribuita, ovvero da altri
rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l'indipendenza.
Lo statuto può prevedere altre cause di ineleggibilità o decadenza, nonché cause di incompatibilità e
limiti e criteri per il cumulo degli incarichi (art. 2399).
La retribuzione annuale dei sindaci, se non è stabilita nello statuto, deve essere determinata dalla
assemblea all'atto della nomina per l'intero periodo di durata del loro ufficio (art. 2402).
I sindaci restano in carica per 3 esercizi, e scadono alla data dell'assemblea convocata per
l'approvazione del bilancio relativo al terzo esercizio della carica. La cessazione dei sindaci per
scadenza del termine ha effetto dal momento in cui il collegio è stato ricostituito.
I sindaci possono essere revocati solo per giusta causa. La deliberazione di revoca deve essere
approvata con decreto dal tribunale, sentito l'interessato. Nel frattempo la delibera è improduttiva di
effetti ed il sindaco sgradito resta in carica. La cancellazione o la sospensione dal registro dei revisori
contabili e il sopraggiungere di una causa d’ineleggibilità sono causa di decadenza dall'ufficio di
sindaco. In caso di morte, di rinunzia o di decadenza di un sindaco, subentrano i supplenti in ordine di
età. I nuovi sindaci restano in carica fino alla prossima assemblea, la quale deve provvedere alla
nomina dei sindaci effettivi e supplenti necessari per l'integrazione del collegio.
La nomina dei sindaci, con l'indicazione per ciascuno di essi del cognome e del nome, del luogo e della
data di nascita e del domicilio, e la cessazione dall'ufficio devono essere iscritte, a cura degli
amministratori, nel registro delle imprese nel termine di 30 giorni.

Il controllo del collegio sindacale ha per oggetto l’amministrazione della società globalmente intesa e
si estende a tutta l’attività sociale al fine di assicurare che la stessa venga svolta nel rispetto della legge
e dell’atto costitutivo nonché dei principi di corretta amministrazione.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio il controllo contabile è esercitato da
una società di revisione iscritta nel registro dei revisori contabili.
I sindaci hanno il potere-dovere d’intervenire alle riunioni dell’assemblea, del consiglio di
amministrazione e del comitato esecutivo nonché d’impugnare le relative delibere. Il controllo
sull’amministrazione ha carattere globale e sintetico.
Il collegio sindacale può chiedere agli amministratori notizie, anche con riferimento a società
controllate, sull'andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Può altresì scambiare
informazioni con i corrispondenti organi delle società controllate in merito ai sistemi di
amministrazione e controllo ed all'andamento generale dell'attività sociale. Il collegio sindacale e i
soggetti incaricati del controllo contabile si scambiano tempestivamente le informazioni rilevanti per
l'espletamento dei rispettivi compiti. Nelle società quotate il collegio sindacale deve comunicare senza
indugio alla Consob le irregolarità riscontrate nell’attività di vigilanza.
I sindaci possono in qualsiasi momento procedere, anche individualmente, ad atti di ispezione e di
controllo, e a chiedere agli amministratori notizie anche con riferimento a società controllate
sull'andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Il collegio sindacale può altresì, previa
comunicazione al presidente del consiglio di amministrazione, convocare l'assemblea qualora
nell'espletamento del suo incarico ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi sia urgente necessità
di provvedere. Può promuovere il controllo giudiziario sulla gestione se ha fondato sospetto che gli
amministratori abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione.

Nelle s.p.a. non quotate il presidente del collegio sindacale è nominato dall’assemblea. Nelle s.p.a.
quotate è l’atto costitutivo a fissare i criteri di nomina. Il collegio sindacale deve riunirsi almeno ogni
90 giorni. La riunione può svolgersi, se lo statuto lo consente indicandone le modalità, anche con
mezzi di telecomunicazione. Il collegio sindacale è regolarmente costituito con la presenza della
maggioranza dei sindaci e delibera a maggioranza assoluta dei presenti. Delle riunioni dev’essere
redatto processo verbale. Nell'espletamento di specifiche operazioni di ispezione e di controllo i
sindaci sotto la propria responsabilità ed a proprie spese possono avvalersi di propri dipendenti ed
ausiliari.
Ogni socio può denunziare i fatti che ritiene censurabili al collegio sindacale, il quale deve tener conto
della denunzia nella relazione all'assemblea. Se la denunzia è fatta da tanti soci che rappresentino un
ventesimo del capitale sociale o un cinquantesimo nelle società che fanno ricorso al mercato del
capitale di rischio, il collegio sindacale deve indagare senza ritardo sui fatti denunziati e presentare le
sue conclusioni ed eventuali proposte all'assemblea; deve altresì convocare l'assemblea qualora ravvisi
fatti censurabili di rilevante gravità e vi sia urgente necessità di provvedere. Lo statuto può prevedere
per la denunzia percentuali minori di partecipazione.

I sindaci devono adempiere i loro doveri con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura
dell'incarico; sono responsabili, anche penalmente, della verità delle loro attestazioni e devono
conservare il segreto sui fatti e sui documenti di cui hanno conoscenza per ragione del loro ufficio. I
sindaci hanno l’obbligo di risarcire i danni qualora siano imputabili al mancato o negligente
adempimento dei loro doveri. Essi sono responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o
le omissioni di questi, quando il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità
degli obblighi della loro carica.

C. IL CONTROLLO CONTABILE
Ci sono 3 discipline parzialmente diverse:
1) Nelle s.p.a. che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio il controllo contabile è
esercitato da un revisore contabile o da una società di revisione, iscritti nel registro istituito
presso il Ministero della Giustizia. Lo statuto delle s.p.a. che non sono tenute alla redazione
del bilancio consolidato può prevedere che il controllo contabile sia esercitato dal collegio
sindacale. In tal caso il collegio sindacale è costituito da revisori contabili iscritti nel registro
istituito presso il Ministero della Giustizia;
2) Nelle s.p.a. che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio il controllo contabile è
esercitato solo da una società di revisione iscritta nel registro dei revisori contabili, la quale,
limitatamente a tali incarichi, è soggetta alla disciplina dell'attività di revisione prevista per le
società con azioni quotate in mercati regolamentati ed alla vigilanza della Consob;
3) Nelle s.p.a. quotate l’attività di revisione è riservata alle società di revisione iscritte in un
apposito albo speciale tenuto dalla Consob ed è integralmente assoggettato alla disciplina del
TUF.

Il soggetto al quale è demandato il controllo è nominato per la prima volta nell’atto costitutivo.
Successivamente l'incarico del controllo contabile è conferito dall'assemblea, sentito il collegio
sindacale, la quale determina il corrispettivo spettante al revisore o alla società di revisione per l'intera
durata dell'incarico. non possono essere incaricati del controllo contabile, e se incaricati decadono
dall'ufficio, i sindaci della società o delle società da questa controllate, delle società che la controllano
o di quelle sottoposte a comune controllo, nonché coloro che si trovano nelle condizioni previste
dall'art. 2399, primo comma. Lo statuto può prevedere altre cause di ineleggibilità o di decadenza,
nonché cause di incompatibilità; può prevedere altresì ulteriori requisiti concernenti la specifica
qualificazione professionale del soggetto incaricato del controllo contabile.
Nelle società quotate l’assemblea conferisce, in occasione dell'approvazione del bilancio, l'incarico di
revisione del bilancio di esercizio e del bilancio consolidato a una società di revisione iscritta nell'albo
ma se la società non adotta la relativa delibera l’incarico spetta d’ufficio alla Consob. L’incarico non
può essere conferito a società di revisione che si trovino in una delle situazioni d'incompatibilità
stabilite con regolamento dal Ministro di Giustizia.
L’incarico di revisione contabile dura 3 anni e nelle società quotate può essere rinnovato per non più
di 2 volte. L’incarico può essere revocato solo per giusta causa, sentito il parere del collegio sindacale.
La deliberazione di revoca deve essere approvata con decreto dal tribunale, sentito l'interessato. Lo
stesso vale per le società quotate ma non è necessaria l’approvazione del tribunale. Si provvede a
conferire l'incarico ad altra società di revisione ma l'attività di revisione contabile continua a essere
esercitata dalla società di revisione revocata fino a quando non acquista efficacia il conferimento del
nuovo incarico. Le delibere di conferimento e di revoca sono soggette ad iscrizione nel registro delle
imprese e nelle s.p.a. quotate devono essere trasmesse alla Consob.

Il revisore o la società incaricata del controllo contabile:


• verifica, nel corso dell'esercizio e con periodicità almeno trimestrale, la regolare tenuta della
contabilità sociale e la corretta rilevazione nelle scritture contabili dei fatti di gestione;
• verifica se il bilancio di esercizio e, ove redatto, il bilancio consolidato corrispondono alle
risultanze delle scritture contabili e degli accertamenti eseguiti e se sono conformi alle norme
che li disciplinano;
• esprime con apposita relazione un giudizio sul bilancio di esercizio e sul bilancio consolidato,
ove redatto.
Nelle società quotate il giudizio sul bilancio può essere:
- giudizio senza rilievi;
- giudizio con rilievi;
- giudizio negativo;
- dichiarazione d’impossibilità di esprimere il giudizio.
Il revisore o la società incaricata del controllo contabile può chiedere agli amministratori documenti e
notizie utili al controllo e può procedere ad ispezioni; documenta l'attività svolta in apposito libro,
tenuto presso la sede della società o in luogo diverso stabilito dallo statuto. Il collegio sindacale e i
soggetti incaricati del controllo contabile si scambiano tempestivamente le informazioni rilevanti per
l'espletamento dei rispettivi compiti.
Il soggetto incaricato del controllo deve adempiere i propri doveri con diligenza professionale. Trova
applicazione la disciplina dell’azione di responsabilità dettata per i sindaci. Nel caso di società di
revisione i soggetti che hanno effettuato il controllo contabile sono responsabili in solido con la società
medesima. L'azione si prescrive nel termine di cinque anni dalla cessazione dell'incarico.

D. I SISTEMI ALTERNATIVI
Il sistema dualistico, di ispirazione tedesca, è un modello organizzativo particolarmente adatto per
s.p.a. con azionariato diffuso e prive di uno stabile nucleo di azionisti imprenditori. Esso prevede la
presenza di 2 organi:
1. Consiglio di gestione
Svolge le funzioni proprie del consiglio di amministrazione nel sistema tradizionale. E' costituito da un
numero di componenti, anche non soci, non inferiore a 2. Fatta eccezione per i primi componenti, che
sono nominati nell'atto costitutivo, la nomina dei componenti il consiglio di gestione spetta al
consiglio di sorveglianza, previa determinazione del loro numero nei limiti stabiliti dallo statuto. I
componenti del consiglio di gestione non possono essere nominati consiglieri di sorveglianza, e
restano in carica per un periodo non superiore a 3 esercizi, con scadenza alla data della riunione del
consiglio di sorveglianza convocato per l'approvazione del bilancio relativo all'ultimo esercizio della
loro carica. I componenti del consiglio di gestione sono rieleggibili, salvo diversa disposizione dello
statuto, e sono revocabili dal consiglio di sorveglianza in qualunque tempo, anche se nominati
nell'atto costitutivo, salvo il diritto al risarcimento dei danni se la revoca avviene senza giusta causa.
Se nel corso dell'esercizio vengono a mancare uno o più componenti del consiglio di gestione, il
consiglio di sorveglianza provvede senza indugio alla loro sostituzione. L'azione di responsabilità
contro i consiglieri di gestione è promossa dalla società o dai soci, ma può anche essere proposta a
seguito di deliberazione del consiglio di sorveglianza. La deliberazione è assunta dalla maggioranza
dei componenti del consiglio di sorveglianza e, se è presa a maggioranza dei due terzi dei suoi
componenti, importa la revoca dall'ufficio dei consiglieri di gestione contro cui è proposta, alla cui
sostituzione provvede contestualmente lo stesso consiglio di sorveglianza. L'azione può essere
esercitata dal consiglio di sorveglianza entro 5 anni dalla cessazione dell'amministratore dalla carica.
Il consiglio di sorveglianza può rinunziare all'esercizio dell'azione di responsabilità e può transigerla,
purché la rinunzia e la
transazione siano approvate dalla maggioranza assoluta dei componenti del consiglio di sorveglianza e
purché non si opponga la percentuale di soci prevista dalla corrispondente disciplina dettata per la
rinuncia o transazione da parte dell’assemblea. La rinuncia all'azione da parte della società o del
consiglio di sorveglianza non impedisce l'esercizio delle azioni;
2. Consiglio di sorveglianza
Ha le funzioni di controllo proprie del collegio sindacale e le funzioni d’indirizzo della gestione che nel
sistema tradizionale ha l’assemblea dei soci. Salvo che lo statuto non preveda un maggior numero, il
consiglio di sorveglianza si compone di un numero di componenti, anche non soci, non inferiore a 3.
Fatta eccezione per i primi componenti che sono nominati nell'atto costitutivo, la nomina dei
componenti il consiglio di sorveglianza spetta all'assemblea, previa determinazione del loro numero
nei limiti stabiliti dallo statuto. I componenti del consiglio di sorveglianza restano in carica per 3
esercizi e scadono alla data della successiva assemblea. La cessazione per scadenza del termine ha
effetto dal momento in cui il consiglio di sorveglianza è stato ricostituito. Almeno un componente
effettivo del consiglio di sorveglianza deve essere scelto tra gli iscritti nel registro dei revisori contabili
istituito presso il Ministero della giustizia. I componenti del consiglio di sorveglianza sono rieleggibili,
salvo diversa disposizione dello statuto, e sono revocabili dall'assemblea in qualunque tempo con
deliberazione adottata da almeno un quinto del capitale sociale, anche se nominati nell'atto
costitutivo, salvo il diritto al risarcimento dei danni, se la revoca avviene senza giusta causa. Lo
statuto, fatto salvo quanto previsto da leggi speciali in relazione all'esercizio di particolari attività, può
subordinare l'assunzione della carica al possesso di particolari requisiti di onorabilità, professionalità
e indipendenza. Il consiglio di sorveglianza:
a) nomina e revoca i componenti del consiglio di gestione;
b) ne determina il compenso, salvo che la relativa competenza sia attribuita dallo statuto
all'assemblea;
c) approva il bilancio di esercizio e, ove redatto, il bilancio consolidato;
d) esercita le funzioni di cui all'art. 2403, primo comma;
e) promuove l'esercizio dell'azione di responsabilità nei confronti dei componenti del consiglio
di gestione;
f) presenta la denunzia al tribunale di cui all'art. 2409;
g) riferisce per iscritto almeno una volta all'anno all'assemblea sull'attività di vigilanza
svolta, sulle omissioni e sui fatti censurabili rilevati.
Lo statuto può prevedere che in caso di mancata approvazione del bilancio o qualora lo richieda
almeno un terzo dei componenti del consiglio di gestione o del consiglio di sorveglianza la competenza
per l'approvazione del bilancio di esercizio sia attribuita all'assemblea.
Il presidente del consiglio di sorveglianza è eletto dall'assemblea. I componenti del consiglio di
sorveglianza devono adempiere i loro doveri con la diligenza richiesta dalla natura dell'incarico. Sono
responsabili solidalmente con i componenti del consiglio di gestione per i fatti o le omissioni di questi
quando il danno non si sarebbe prodotto se avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro
carica.

Il sistema monistico, d’ispirazione anglosassone, si caratterizza per la soppressione del collegio


sindacale. L’amministrazione ed il controllo sono esercitati dal consiglio di amministrazione e da un
comitato per il controllo della gestione. Il controllo contabile è affidato ad un revisore contabile o ad
una società di revisione. La gestione dell'impresa spetta esclusivamente al consiglio di
amministrazione. Almeno un terzo dei componenti del consiglio di amministrazione deve essere in
possesso dei requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci dall'art. 2399, primo comma, e, se lo
statuto lo prevede, di quelli al riguardo previsti da codici di comportamento redatti da associazioni di
categoria o da società di gestione di mercati regolamentati. La determinazione del numero e la nomina
dei componenti del comitato per il controllo sulla gestione spetta al consiglio di amministrazione.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio il numero dei componenti del
comitato non può essere inferiore a 3. Il comitato è composto da amministratori in possesso dei
requisiti di onorabilità e professionalità stabiliti dallo statuto e dei requisiti di indipendenza, che non
siano membri del comitato esecutivo ed ai quali non siano attribuite deleghe o particolari cariche e
comunque non svolgano, anche di mero fatto, funzioni attinenti alla gestione dell'impresa sociale o di
società che la controllano o ne sono controllate. Almeno uno dei componenti del comitato per il
controllo sulla gestione deve essere scelto fra gli iscritti nel registro dei revisori contabili. Il comitato
per il controllo sulla gestione:
a) elegge al suo interno, a maggioranza assoluta dei suoi membri, il presidente;
b) vigila sull'adeguatezza della struttura organizzativa della società, del sistema di controllo
interno e del sistema amministrativo e contabile, nonché sulla sua idoneità a rappresentare
correttamente i fatti di gestione;
c) svolge gli ulteriori compiti affidatigli dal consiglio di amministrazione con particolare
riguardo ai rapporti con i soggetti incaricati del controllo contabile.

E. I CONTROLLI ESTERNI
Il controllo giudiziario sulla gestione delle s.p.a. (art. 2409) è una forma d’intervento dell’autorità
giudiziaria nella vita della società volta a ripristinare la legalità dell’amministrazione delle stesse.
Se vi è fondato sospetto che gli amministratori, in violazione dei loro doveri, abbiano compiuto gravi
irregolarità nella gestione che possono arrecare danno alla società o a una o più società controllate, i
soci che rappresentano il decimo del capitale sociale o, nelle società che fanno ricorso al mercato del
capitale di rischio, il ventesimo del capitale sociale (lo statuto può prevedere percentuali minori di
partecipazione), il collegio sindacale o l’organo di controllo nei sistemi alternativi e, nelle società che
fanno appello al capitale di rischio, il pubblico ministero, possono denunziare i fatti al tribunale con
ricorso notificato anche alla società. Il tribunale, sentiti in camera di consiglio gli amministratori e i
sindaci, può ordinare l'ispezione dell'amministrazione della società a spese dei soci richiedenti (le
spese per l'ispezione sono a carico della società nel caso in cui la richiesta è del collegio sindacale, del
consiglio di sorveglianza o del comitato per il controllo sulla gestione e del pubblico ministero),
subordinandola, se del caso, alla prestazione di una cauzione. Il provvedimento è reclamabile. Il
tribunale non ordina l'ispezione e sospende per un periodo determinato il procedimento se
l'assemblea sostituisce gli amministratori e i sindaci con soggetti di adeguata professionalità, che si
attivano senza indugio per accertare se le violazioni sussistono e, in caso positivo, per eliminarle,
riferendo al tribunale sugli accertamenti e le attività compiute. Se le violazioni denunziate sussistono
ovvero se gli accertamenti e le attività compiute risultano insufficienti alla loro eliminazione, il
tribunale può disporre gli opportuni provvedimenti provvisori e convocare l'assemblea per le
conseguenti deliberazioni. Nei casi più gravi può revocare gli amministratori ed eventualmente anche i
sindaci e nominare un amministratore giudiziario, determinandone i poteri e la durata.
L'amministratore giudiziario può proporre l'azione di responsabilità contro gli amministratori e i
sindaci. Prima della scadenza del suo incarico l'amministratore giudiziario rende conto al tribunale
che lo ha nominato; convoca e presiede l'assemblea per la nomina dei nuovi amministratori e sindaci
o per proporre, se del caso, la messa in liquidazione della società o la sua ammissione ad una
procedura concorsuale.

La Consob è un organo pubblico di vigilanza sul mercato dei capitali. È una persona giuridica di diritto
pubblico. Ha il controllo del mercato mobiliare e dei soggetti che in esso operano. Assicura
un’adeguata e veritiera informazione (continua, su richiesta e periodica) del mercato mobiliare sugli
eventi di rilievo che riguardano la vita delle società che fanno appello al pubblico risparmio.
- Modifiche dello Statuto -

1) Modifiche dello Statuto: ovvero ogni mutamento del contenuto del contratto sociale
(inserimento di nuove clausole/soppressione di quelle già esistenti).

• Le modifiche sono di competenza dell’Assemblea straordinaria (con magg).

• Il notaio (che ha verbalizzato la modifica) entro 30gg provvede al deposito/iscrizione nel Registro delle Imprese.

• E’ prevista un eventuale omologazione del tribunale qualora la modifica non superi il vaglio di legittimità del notaio (in tal
modo entro 30gg gli amm convocano l’assemblea per gli opportuni provvedimenti), dopo il tribunale controlla le condizioni e
ordina con decreto l’iscrizione nel Registro delle Imprese.

• Diritto di recesso (con lettera raccomandata spedita 15gg prima dell’iscrizione) è concesso ai soci (assenti/dissenzienti/astenuti)
nei casi:
- cambiamento dell’oggetto sociale.
- trasformazione/trasferimento della società.

2) Aumento del capitale sociale.


1) La nuova riforma del 2003 ha previsto che l’aumento non possa essere eseguito fino a che le nuove azioni preced emesse
non siano interamente liberate (in caso di violazione, gli amm sono solidalmente resp per i danni arrecati ai soci/terzi).

2) Competente è l’Assemblea straord (ma lo statuto da la possibilità agli amm di aumentare più volte il cap sociale per max 5 anni
dall’iscrizione della società nel Registro delle Imprese).

3) Il verbale della delibera deve essere redatto dal notaio + iscrizione nel Registro delle Imprese.

A) Aumento reale del Capitale sociale (a pagamento): con un aumento del patrimonio a seguito di nuovi
conferimenti.
• Entro 1 mese dalla comunicazione, i sottoscrittori delle nuove azioni devono versare il 25% del valore nominale di esse.
• Devono essere date in opzione prima soci attuali.
• Si ha un aumento del cap sociale nominale + patr della società.

*Le proposte di aumento del cap sociale devono essere illustrate dagli amm con una relazione + comunicazione al Collegio
sindacale/revisore contabile che effettua il controllo + deposito in sede 15gg prima dell’assemblea e visionabile dai soci.

B) Aumento nominale del Capitale sociale (o gratuito): aumenta solo il capitale sociale (utilizzando le
riserve/fondi disponibili) mentre il patrimonio della società resta invariato.
• E’ posto in essere dall’Assemblea straord (in proporzione alle partecipazioni possedute), attraverso:
- emissione di nuove azioni con le stesse caratteristiche di quelle in circolazione.
- aumento del valore nominale delle azioni in circolazione.

*Come forma di pubblicità/tutela verso i terzi (entro 30gg dalla sottoscrizione di nuove azioni) gli amm devono depositare un’attestazione
dell’avvenuto aumento presso il Registro delle imprese.

3) Riduzione del capitale sociale.


A) Riduzione reale del Capitale sociale (volontaria): che avviene attraverso il rimborso del capitale ai soci.
• Con la riforma del 2003 non è più richiesto il requisito dell’esuberanza del capitale rispetto all’oggetto sociale.
• Essa può aver luogo mediante:
- liberazione dei soci dai versamenti ancora dovuti.
- rimborso del capitale ai soci.
• Non può essere ridotto al di sotto del limite del cap sociale (120,000 euro).
• E’ deliberata dall’Assemblea straord (magg) deve indicare i motivi/ragioni della riduzione.
• 3 mesi dopo dall’iscrizione.

*Si richiede la pubblicità dell’operazione per consentire ai creditori sociali di proporre opposizione in tribunale (qualora il capitale
ridotto non è più sufficiente a soddisfare le loro esigenze).
B) Riduzione nominale del Capitale sociale (per perdite): consiste nell’adeguare la cifra del capitale sociale al
valore della perdita subita (purché non inferiore al minimo legale).
• Perdite non al di sotto del minimo legale (1/3): Gli amm convocano l’Assemblea straord per sottoporle la situazione
patrimoniale e deliberare sulla riduzione del cap sociale (in mancanza la riduzione è disposta con decreto del tribunale su richiesta
di amm/sindaci).

• Perdite al di sotto del minimo legale (1/3): Gli amm convocano d’urgenza l’Assemblea straord per ricostituire il minimo
legale/trasformazione della società (altrimenti vi sarà lo scioglimento/liquidazione della società).
- Le Obbligazioni -

1) Obbligazioni: sono titoli di credito (nominativi/al portatore) che incorporano un diritto di


credito verso la società al pagamento di una determinata somma/scadenza/interessi.

• L’obbligazione attribuisce la qualità di creditore (l’azione quella di socio).

• Attribuisce il diritto ad una “remunerazione periodica fissa” (indipendente dalle vicende eco della società) + diritto al
rimborso alla scadenza del valore del cap prestato.

• La società può emettere obbligazioni per somme non eccedenti il doppio del cap sociale/ris legale/ris disponibile,
risultanti dall’ultimo bilancio (tranne per quelli garantiti da ipoteca su immobili di proprietà della società max 2/3).

• La loro emissione rientra nella competenza degli Amministratori.


- la delibera di emissione deve risultare dal verbale redatto dal notaio + iscrizione nel Registro delle Imprese.
- l’ammontare delle obbligazioni deve risultare dal libro delle obbligazioni.

• Devono indicare denominazione-sede della società/ cap sociale/ data di emissione/ ammontare tot.

2) Tipi di obbligazioni:
• Obbligazioni ordinarie: danno diritto alla restituzione del capitale+interessi indip dalle vicende eco della società.

• Obbligazioni subordinate: il diritto degli obbligazionisti alla restituzione del capitale+interessi è subordinato alla
soddisfazione dei diritti di altri creditori (non azionisti) della società.

• Obbligazioni variabili: il diritto al pagamento degli interessi (non rimborso del capitale) è subordinato alle vicende eco
della società.

• Obbligazioni convertibili in azioni della società (proc diretto): attribuiscono il diritto potestativo di sottoscrivere azioni
della società utilizzando come conferimento le somme già versate al momento dell’acquisto delle obbligazioni
(l’obbligazionista diventa azionista).
- dopo la società deve deliberare sull’amento di capitale pari al valore delle azioni emesse.
- devono essere offerte in opzione agli azionisti/possessori di obbligazioni convertibili.
- non possono essere emesse per somme inferiori al loro valore nominale + il cap sociale sottoscritto deve essere interamente versato.
- competente per la loro emissione è Assemblea Straord/Amm (per max 5 anni dall’iscrizione della società).
- obbligazioni con warrant: attribuiscono all’obbligazionista il diritto di sottoscrivere/acquistare azioni della propria società,
fermo restando creditore per le obbligazioni possedute.

3) Assemblea degli obbligazionisti.


• E’ convocata dagli Amm/rappr comune (nominato dalla stessa assemblea/tribunale + dura 3 anni + è rieleggibile).
• Le relative delibere sono iscritte dal notaio nel Registro delle Imprese (e possono riguardare modifiche al tasso di interesse).
• L’assemblea delibera:
- nomina/revoca rappr comune.
- sulle proposte di concordato prev/fall/amm controllata.
- sulla costituzione di un fondo per le spese per la tutela.

Le obbligazioni sono titoli di credito che rappresentano frazioni di uguale valore nominativo e con
uguali diritti di un’unitaria operazione di finanziamento a titolo di mutuo. Danno diritto ad una
remunerazione periodica fissa e al rimborso del valore nominale del capitale prestato alla scadenza
pattuita. Danno diritto al rimborso del loro apporto (che può essere uguale, inferiore o superiore al
valore nominale del conferimento eseguito)solo in sede di liquidazione della società e sempre che
residui un attivo netto dopo che sono stati soddisfatti tutti i creditori. Ci sono alcuni tipi speciali di
obbligazioni:
a) obbligazioni partecipanti (la remunerazione periodica è commisurata agli utili di bilancio
dell’emittente)
b) obbligazioni indicizzate o strutturate (neutralizzano gli effetti della svalutazione monetaria e
adeguano il rendimento dei titoli all’andamento del mercato finanziario)
c) obbligazioni convertibili in azioni (danno all’obbligazionista la facoltà di convertirle in una
partecipazione dell’emittente o di una sua collegata)
d) obbligazioni con warrant (danno il diritto di sottoscrivere o acquistare azioni dell’emittente)
e) obbligazioni subordinate (il diritto degli obbligazionisti al pagamento degli interessi ed al
rimborso del capitale è subordinato all’integrale soddisfacimento degli altri creditori)

La società può emettere obbligazioni al portatore o nominative per somma complessivamente non
eccedente il doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti
dall'ultimo bilancio approvato. I sindaci attestano il rispetto del suddetto limite. Questo può essere
superato:
- se le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate alla sottoscrizione da parte di investitori
professionali soggetti a vigilanza prudenziale che rispondono della solvenza della società nei
confronti degli acquirenti che non siano investitori professionali se trasferiscono le
obbligazioni sottoscritte;
- se l'emissione di obbligazioni è garantita da ipoteca di primo grado su immobili di proprietà
della società, sino a due terzi del valore degli immobili medesimi.
- quando ricorrono particolari ragioni che interessano l'economia nazionale con provvedimento
dell'autorità governativa (art. 2412).
Il rapporto fra capitale più riserve ed obbligazioni deve permanere per tutta la durata del prestito
obbligazionario. la società che ha emesso obbligazioni non può ridurre volontariamente il capitale
sociale o distribuire riserve se rispetto all'ammontare delle obbligazioni ancora in circolazione il limite
non risulta più rispettato (art. 2413). È consentita la riduzione per perdite obbligatoria.

Se la legge o lo statuto non dispongono diversamente, l'emissione di obbligazioni è deliberata dagli


amministratori. In ogni caso la deliberazione di emissione deve risultare da verbale redatto da notaio,
è soggetta a controllo di legalità da parte dello stesso ed è depositata ed iscritta nel registro delle
imprese (art. 2410). Produce effetti e può essere eseguita solo dopo l’iscrizione. La deliberazione di
emissione di obbligazioni che preveda la costituzione di garanzie reali a favore dei sottoscrittori deve
designare un notaio che, per conto dei sottoscrittori, compia le formalità necessarie per la costituzione
delle garanzie medesime (art. 2414-bis). L’ammontare delle obbligazioni emesse deve risultare da un
apposito libro delle obbligazioni.

Le obbligazioni convertibili in azioni attribuiscono il diritto di sottoscrivere azioni della stessa società
in base ad un prefissato rapporto di cambio utilizzando come conferimento le somme già versate al
momento dell’acquisto delle obbligazioni. Devono essere offerte in opzione agli azionisti ed ai
possessori di obbligazioni convertibili precedentemente emesse. La delibera di emissione non può
essere adottata se il capitale sociale precedentemente sottoscritto non è stato integralmente versato.
Le obbligazioni convertibili non possono essere emesse per somma complessivamente inferiore al loro
valore nominale né per ammontare superiore al limite dell’art. 2412. L’assemblea straordinaria
delibera l’emissione di tali obbligazioni. Lo statuto può attribuire agli amministratori la facoltà di
emettere in una o più volte obbligazioni convertibili, fino ad un ammontare determinato e per il
periodo massimo di 5 anni dalla data di iscrizione della società nel registro delle imprese. In tal caso la
delega comprende anche quella relativa al corrispondente aumento del capitale sociale (art. 2420-ter).
L’assemblea straordinaria contestualmente alla delibera di emissione determina il rapporto di cambio
e il periodo e le modalità della conversione. Intanto la società deve deliberare l'aumento del capitale
sociale per un ammontare corrispondente alle azioni da attribuire in conversione. L’aumento del
capitale sarà sottoscritto via via che gli obbligazionisti eserciteranno il diritto di conversione. Nei casi
di aumento del capitale a pagamento e di emissione di azioni convertibili, il diritto di opzione spetta ai
possessori di obbligazioni convertibili. Nei casi di aumento del capitale mediante imputazione di
riserve e di riduzione del capitale per perdite, il rapporto di cambio è modificato in proporzione alla
misura dell'aumento o della riduzione. Fino a quando non siano scaduti i termini fissati per la
conversione, la società non può deliberare né la riduzione volontaria del capitale sociale, né la
modificazione delle disposizioni dello statuto concernenti la ripartizione degli utili. Può essere
superato dalla società concedendo agli azionisti la facoltà di conversione anticipata.
Gli interessi del gruppo degli obbligazionisti sono tutelati da 2 organi:
L’assemblea degli obbligazionisti
L'assemblea degli obbligazionisti delibera:
1) sulla nomina e sulla revoca del rappresentante comune;
2) sulle modificazioni delle condizioni del prestito;
3) sulla proposta di amministrazione controllata e di concordato;
4) sulla costituzione di un fondo per le spese necessarie alla tutela dei comuni interessi e sul
rendiconto relativo;
5) sugli altri oggetti d'interesse comune degli obbligazionisti.
L'assemblea è convocata dagli amministratori o dal rappresentante degli obbligazionisti, quando lo
ritengono necessario, o quando ne è fatta richiesta da tanti obbligazionisti che rappresentino il
ventesimo dei titoli emessi e non estinti. Si applicano all'assemblea degli obbligazionisti le disposizioni
relative all'assemblea straordinaria dei soci e le sue deliberazioni sono iscritte, a cura del notaio che ha
redatto il verbale, nel registro delle imprese. Per la validità delle deliberazioni sulle modificazioni delle
condizioni del prestito è necessario anche in seconda convocazione il voto favorevole degli
obbligazionisti che rappresentino la metà delle obbligazioni emesse e non estinte. All'assemblea degli
obbligazionisti possono assistere gli amministratori ed i sindaci (art. 2415). La disciplina dettata per le
delibere assembleari nulle e annullabili si applica alle delibere dell’assemblea degli obbligazionisti.
Il rappresentante comune
Il rappresentante comune può essere nominato dall'assemblea, se no è nominato con decreto dal
tribunale su domanda di uno o più obbligazionisti o degli amministratori della società. La nomina è
soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese. Il rappresentante comune dura in carica per un
periodo non superiore ad un triennio e può essere rieletto. Può essere revocato anche senza giusta
causa (art. 2417). Il rappresentante comune deve provvedere all'esecuzione delle deliberazioni
dell'assemblea degli obbligazionisti, tutelare gli interessi comuni di questi nei rapporti con la società e
assistere alle operazioni di sorteggio delle obbligazioni. Egli ha diritto di assistere all'assemblea dei
soci. Per la tutela degli interessi comuni ha la rappresentanza processuale degli obbligazionisti anche
nelle procedure concorsuali (art. 2418). Le disposizioni precedenti non precludono le azioni
individuali degli obbligazionisti, salvo che queste siano incompatibili con le deliberazioni
dell'assemblea previste dall'art. 2415.
- Il Bilancio -

1) Libri sociali.
1) Le società di capitali devono tenere i libri + scritture contabili, cioè:
• Libro dei soci: indica il n. azioni/cognome-nome del titolare/trasferimenti.
• Libro delle obbligazioni: indica l’ammontare delle obbligazioni emess/cognome-nome del titolare/trasferimenti..
• Libro delle adunanze e deliberazioni delle assemblee: vengono iscritti i verbali redatti per atto pubblico.
(consiglio di amm/ collegio sindacale/ comitato esecutivo/ assemblee degli obbligazionisti.).

2) Essi hanno efficacia probatoria, quindi devono essere regolarmente tenuti + numerati progress + bollati in ogni foglio +
sono esaminati solo da determinati soci.

2) Il Bilancio di Esercizio.
1)Bilancio di esercizio: è il documento contabile da redigersi al termine di ogni esercizio sociale (1 anno), che
rappresenta (in modo veritiero e corretto) la situazione patrimoniale/finanziaria + il risultato economico della
società.
*Ne sono i principi Chiarezza-Verità-Correttezza.

2) Esso è composto da:


• Stato Patrimoniale: contiene la descrizione/valutazione statica del patrimonio della società a fine esercizio (attività-
passità-netto patrimoniale).
a) Le voci sono divise in categorie omogenee precedute da lettere maiuscole + poi numeri romani + poi numeri arabi.

b) Per ragioni di chiarezza si stabilisce il divieto di compensare tra attività/passività e costi/debiti.

c) ATTIVO:
- crediti vs soci.
- immobilizzazioni.
- ratei/risconti attivi.

d) PASSIVO:
- debiti.
- patrimonio netto.
- Tfr.
- ratei/risconti passivi.

• Conto Economico: contiene una rappresentazione dinamica di tutte le variazioni intervenute nel patrimonio durante
l’anno (utili e perdite).
a) Le voci sono segnate da somme algebriche (+/-).

b) E’ redatto in forma scalare e si compone di:


- valore/costi della produzione.
- proventi/oneri finanz-straord.
- rettifiche di valore.

c) Il risultato globale verrà indicato prima al Lordo, poi al Netto delle imposte sul reddito (al fine di determinare l’utile o perdita
d’esercizio).

• Nota integrativa: è parte integrante del bilancio, attraverso di cui il lettore riceve info/spiegazioni sui valori dello
Stato patrimoniale e Conto Economico.

3) Procedimento.
a) Il bilancio deve essere redatto dagli Amministratori (assieme ad una relazione sulla gestione) almeno 1
volta l’anno + sottoporlo all’organo competente per l’approvazione entro 120gg dalla chiusura dell’esercizio
sociale.
*In caso di mancato deposito del bilancio per 3 esercizi consecutivi, la società è cancellata d’ufficio con consecutiva estinzione.

b) Il bilancio è approvato dall’Assemblea ordinaria (o nel sistema dualistico dal Consiglio di sorveglianza).
c) Almeno 30gg prima dell’approvazione dell’assemblea, gli amm. devono comunicare il bilancio + relazione del
Collegio Sindacale (il quale poi lo riferirà all’assemblea) + deposito in copia presso l’ufficio del Registro dlle
Imprese.

d) Una copia deve essere depositata in sede a disposizione dei soci.

e) Il mancato rispetto delle regole comporta la Nullità della delibera di approvazione (e non l’annullabilità) +
può essere proposto prima dell’approvazione del bilancio solo da soci che rappresentano almeno il 5% del
cap sociale.

f) E’ possibile distribuire Acconti sui dividendi, solo se:


• La società di revisione abbia rilasciato un giudizio positivo sul bilancio approvato.
• La loro distribuzione è deliberata dagli amministratori sulla base di un prospetto contabile.
• Non posso essere ritirate in caso di problemi (e se i soci li hanno riscossi in buona fede).
• Non risultino perdite dall’ultimo bilancio approvato.

Il bilancio è il documento contabile che rappresenta in modo chiaro, veritiero e corretto, la


situazione patrimoniale e finanziaria della società alla fine di ciascun esercizio nonché il risultato
economico dell’esercizio stesso. La sua funzione essenziale è quella di accertare periodicamente la
situazione del patrimonio della società. Il bilancio costituisce per i soci il solo strumento legale
d’informazione contabile sull’andamento degli affari sociali e costituisce per i creditori sociali il mezzo
per conoscere la consistenza del patrimonio della società. Per il fisco costituisce il termine di
riferimento per la tassazione dell’Irpeg. Se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge
non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni
complementari necessarie allo scopo (art. 2423).
Nella redazione del bilancio devono essere osservati i seguenti principi (art. 2423-bis):
1) la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della
continuazione dell'attività, nonché tenendo conto della funzione economica dell'elemento
dell'attivo o del passivo considerato;
2) si possono indicare esclusivamente gli utili realizzati alla data di chiusura dell'esercizio;
3) si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell'esercizio, indipendentemente
dalla data dell'incasso o del pagamento;
4) si deve tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell'esercizio, anche se conosciuti
dopo la chiusura di questo;
5) gli elementi eterogenei ricompresi nelle singole voci devono essere valutati separatamente;
6) i criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all'altro, se non in casi
eccezionali con l’obbligo di motivazione nella nota integrativa.

Il bilancio d’esercizio è formato da 3 documenti: lo stato patrimoniale, il contro economico e la nota


integrativa. Nello stato patrimoniale e nel conto economico devono essere iscritte separatamente, e
nell'ordine indicato, le voci previste negli art. 2424 e 2425. Le voci sono organizzate in grandi
categorie omogenee a loro volta articolate in sottocategorie, in voci ed in alcuni casi anche in sottovoci.
Per ogni voce dello stato patrimoniale e del conto economico deve essere indicato l'importo della voce
corrispondente dell'esercizio precedente. È vietato il compenso di partite (art. 2423-ter). Il bilancio
deve essere redatto in unità di euro, senza cifre decimali, ad eccezione della nota integrativa che può
essere redatta in migliaia di euro. Alle società che non superano determinate dimensioni è consentita
la redazione di un bilancio in forma abbreviata e può essere omessa la redazione della relazione sulla
gestione.

Lo stato patrimoniale rappresenta in modo sintetico la composizione quantitativa e qualitativa


della patrimonio della società e la sua situazione finanziaria nel giorno della chiusura dell’esercizio.
Consente l’immediata conoscenza del patrimonio netto della società. Dev’essere redatto nella forma a
colonne secondo lo schema dell’art. 2424.
Gli elementi patrimoniali destinati ad essere utilizzati durevolmente devono essere iscritti tra le
immobilizzazioni. Le partecipazioni in altre imprese in misura non inferiore a quelle stabilite dal terzo
comma dell'art. 2359 si presumono immobilizzazioni. Gli accantonamenti per rischi ed oneri sono
destinati soltanto a coprire perdite o debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei
quali tuttavia alla chiusura dell'esercizio sono indeterminati o l'ammontare o la data di
sopravvenienza. Nella voce: "trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato" deve essere indicato
l'importo calcolato a norma dell'art. 2120. Le attività oggetto di contratti di compravendita con
obbligo di retrocessione a termine devono essere iscritte nello stato patrimoniale del venditore. Nella
voce ratei e risconti attivi devono essere iscritti i proventi di competenza dell'esercizio esigibili in
esercizi successivi, e i costi sostenuti entro la chiusura dell'esercizio ma di competenza di esercizi
successivi. Nella voce ratei e risconti passivi devono essere iscritti i costi di competenza dell'esercizio
esigibili in esercizi successivi e i proventi percepiti entro la chiusura dell'esercizio ma di competenza di
esercizi successivi. Possono essere iscritte in tali voci soltanto quote di costi e proventi, comuni a due o
più esercizi, l'entità dei quali vari in ragione del tempo (art. 2424-bis).

Il conto economico espone il risultato economico dell’esercizio attraverso la rappresentazione dei


costi e degli oneri sostenuti, nonché dei ricavi e degli altri proventi conseguiti nell’esercizio. Dev’essere
redatto in forma espositiva scalare.
I ricavi e i proventi, i costi e gli oneri devono essere indicati al netto dei resi, degli sconti, abbuoni e
premi, nonché delle imposte direttamente connesse con la vendita dei prodotti e la prestazione dei
servizi. I ricavi e i proventi, i costi e gli oneri relativi ad operazioni in valuta devono essere determinati
al cambio corrente alla data nella quale la relativa operazione è compiuta. I proventi e gli oneri relativi
ad operazioni di compravendita con obbligo di retrocessione a termine, ivi compresa la differenza tra
prezzo a termine e prezzo a pronti, devono essere iscritti per le quote di competenza dell'esercizio (art.
2425-bis).

La nota integrativa, il cui contenuto è fissato dall’art. 2427, illustra e specifica le voci dello stato
patrimoniale e del conto economico fornendo informazioni integrative.
La relazione sulla gestione (art. 2428) assolve ad una funzione di resoconto sulla gestione della
società e sulle sue prospettive. Dalla relazione devono in ogni caso risultare:
1) le attività di ricerca e di sviluppo;
2) i rapporti con imprese controllate, collegate, controllanti e imprese sottoposte al controllo di
queste ultime;
3) il numero e il valore nominale sia delle azioni proprie sia delle azioni o quote di società
controllanti possedute dalla società, anche per tramite di società fiduciaria o per interposta
persona, con l'indicazione della parte di capitale corrispondente;
4) il numero e il valore nominale sia delle azioni proprie sia delle azioni o quote di società
controllanti acquistate o alienate dalla società, nel corso dell'esercizio, anche per tramite di
società fiduciaria o per interposta persona, con l'indicazione della corrispondente parte di
capitale, dei corrispettivi e dei motivi degli acquisti e delle alienazioni;
5) i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell'esercizio;
6) l'evoluzione prevedibile della gestione.

Per il legislatore i principi generali da rispettare nella valutazione delle voci sono: la prudenza
(comporta che il criterio base accolto è quello del costo storico) e la continuità nei criteri di
valutazione. Inoltre nell’art. 2426 sono determinati i criteri a cui bisogna attenersi nella valutazione di
alcuni cespiti:
1) le immobilizzazioni sono iscritte al costo di acquisto o di produzione (costo storico). Nel costo
di acquisto si computano anche i costi accessori;
2) il costo delle immobilizzazioni, materiali e immateriali, la cui utilizzazione è limitata nel
tempo deve essere sistematicamente ammortizzato in ogni esercizio in relazione con la loro
residua possibilità di utilizzazione;
3) l'immobilizzazione che, alla data della chiusura dell'esercizio, risulti durevolmente di valore
inferiore a quello determinato secondo i numeri 1) e 2) deve essere iscritta a tale minore
valore; questo non può essere mantenuto nei successivi bilanci se sono venuti meno i motivi
della rettifica effettuata;
4) le immobilizzazioni consistenti in partecipazioni in imprese controllate o collegate possono
essere valutate, con riferimento ad una o più tra dette imprese, per un importo pari alla
corrispondente frazione del patrimonio netto risultante dall'ultimo bilancio delle imprese
medesime, detratti i dividendi ed operate le rettifiche richieste dai principi di redazione del
bilancio consolidato nonché quelle necessarie per il rispetto dei principi indicati negli art.
2423 e 2423-bis. Quando la partecipazione è iscritta per la prima volta in base al metodo del
patrimonio netto, il costo di acquisto superiore al valore corrispondente del patrimonio netto
risultante dall'ultimo bilancio dell'impresa controllata o collegata può essere iscritto
nell'attivo, purché ne siano indicate le ragioni nella nota integrativa. La differenza, per la
parte attribuibile a beni ammortizzabili o all'avviamento, deve essere ammortizzata. Negli
esercizi successivi le plusvalenze, derivanti dall'applicazione del metodo del patrimonio netto,
rispetto al valore indicato nel bilancio dell'esercizio precedente sono iscritte in una riserva
non distribuibile;
5) i costi di impianto e di ampliamento, i costi di ricerca, di sviluppo e di pubblicità aventi utilità
pluriennale possono essere iscritti nell'attivo con il consenso, ove esistente, del collegio
sindacale e devono essere ammortizzati entro un periodo non superiore a 5 anni;
6) l'avviamento può essere iscritto nell'attivo con il consenso, ove esistente, del collegio
sindacale, se acquisito a titolo oneroso, nei limiti del costo per esso sostenuto e deve essere
ammortizzato entro un periodo di 5 anni;
7) il disaggio su prestiti deve essere iscritto nell'attivo e ammortizzato in ogni esercizio per il
periodo di durata del prestito;
8) i crediti devono essere iscritti secondo il valore presumibile di realizzazione (o prudente
realizzo);
8-bis) le attività e le passività in valuta, ad eccezione delle immobilizzazioni, devono essere iscritte
al tasso di cambio a pronti alla data di chiusura dell'esercizio ed i relativi utili e perdite su
cambi devono essere imputati al conto economico e l'eventuale utile netto deve essere
accantonato in apposita riserva non distribuibile fino al realizzo. Le immobilizzazioni in valuta
devono essere iscritte al tasso di cambio al momento del loro acquisto o a quello inferiore alla
data di chiusura dell'esercizio se la riduzione debba giudicarsi durevole;
9) le rimanenze, i titoli e le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni sono iscritti
al costo di acquisto o di produzione, ovvero al valore di realizzazione desumibile
dall'andamento del mercato, se minore; tale minor valore non può essere mantenuto nei
successivi bilanci se ne sono venuti meno i motivi. I costi di distribuzione non possono essere
computati nel costo di produzione;
10) il costo dei beni fungibili può essere calcolato col metodo della media ponderata o con quelli:
"primo entrato, primo uscito" o: "ultimo entrato, primo uscito"; se il valore così ottenuto
differisce in misura apprezzabile dai costi correnti alla chiusura dell'esercizio, la differenza
deve essere indicata, per categoria di beni, nella nota integrativa;
11) i lavori in corso su ordinazione possono essere iscritti sulla base dei corrispettivi contrattuali
maturati con ragionevole certezza;
12) le attrezzature industriali e commerciali, le materie prime, sussidiarie e di consumo, possono
essere iscritte nell'attivo ad un valore costante qualora siano costantemente rinnovate, e
complessivamente di scarsa importanza in rapporto all'attivo di bilancio, sempreché non si
abbiano variazioni sensibili nella loro entità, valore e composizione.

Nel sistema tradizionale il bilancio è redatto con la cooperazione dei 3 organi sociali, nel sistema
dualistico è predisposto dal consiglio di gestione e approvato da quello di sorveglianza.
Nelle società con sistema tradizionale, l'assemblea ordinaria deve essere convocata almeno una volta
l'anno, entro il termine stabilito dallo statuto e comunque non superiore a 120 giorni dalla chiusura
dell'esercizio sociale. Lo statuto può prevedere un maggior termine, comunque non superiore a 180
giorni, nel caso di società tenute alla redazione del bilancio consolidato e quando lo richiedono
particolari esigenze relative alla struttura ed all'oggetto della società. Gli amministratori redigono il
progetto di bilancio che, almeno 30 giorni prima della discussione dell’assemblea, dev’essere
comunicato al collegio sindacale con la relazione degli amministratori. Tale organo deve riferire
all’assemblea sui risultati dell’esercizio sociale e sull’attività svolta nell’adempimento dei propri
doveri, e fare le osservazioni e le proposte in ordine al bilancio e alla sua approvazione. Analoga
relazione è predisposta dal soggetto incaricato del controllo contabile. Il progetto del bilancio e i
relativi allegati devono restare depositati in copia nella sede della società durante i 15 giorni che
precedono l’assemblea e finché sia approvato. L’assemblea può approvare o respingere il progetto di
bilancio. Può anche modificarlo direttamente. L'approvazione del bilancio non implica liberazione
degli amministratori, dei direttori generali e dei sindaci per le responsabilità incorse nella gestione
sociale. Entro 30 giorni dall'approvazione una copia del bilancio, corredata dalle relazioni e dal
verbale di approvazione dell'assemblea o del consiglio di sorveglianza, deve essere, a cura degli
amministratori, depositata presso l'ufficio del registro delle imprese o spedita al medesimo ufficio a
mezzo di lettera raccomandata. Le azioni previste di annullabilità e/o di nullità non possono essere
proposte nei confronti delle deliberazioni di approvazione del bilancio dopo che è avvenuta
l'approvazione del bilancio dell'esercizio successivo. La legittimazione ad impugnare la deliberazione
di approvazione del bilancio su cui il revisore non ha formulato rilievi spetta a tanti soci che
rappresentino almeno il 5% del capitale sociale. Il bilancio dell'esercizio nel corso del quale viene
dichiarata l'invalidità tiene conto delle ragioni di questa.
La deliberazione sulla distribuzione degli utili è adottata dall'assemblea che approva il bilancio ovvero,
qualora il bilancio sia approvato dal consiglio di sorveglianza, dall'assemblea convocata dal consiglio
di sorveglianza. Non tutti gli utili sono distribuibili fra i soci. Se si verifica una perdita del capitale
sociale, non può farsi luogo a ripartizione di utili fino a che il capitale non sia reintegrato o ridotto in
misura corrispondente. Dagli utili netti annuali deve essere dedotta una somma corrispondente
almeno al 5% di essi per costituire una riserva, fino a che questa non abbia raggiunto il 20% del
capitale sociale. La riserva deve essere reintegrata se viene diminuita per qualsiasi ragione. Questa è la
riserva legale e costituisce una forma di autofinanziamento obbligatorio della società. La riserva
statutaria è imposta dallo statuto che stabilisce anche la quota parte di utili di esercizio da destinare
alla stessa e non distribuibili tra i soci. Sono riserve facoltative quelle discrezionalmente disposte
dall’assemblea ordinaria che approva il bilancio. Vincoli di destinazione degli utili possono derivare
dalle norme statutarie che prevedono una partecipazione agli utili a favore dei promotori, dei soci
fondatori e degli amministratori. Quindi gli utili di cui l’assemblea può disporre a favore dei soci sono
costituiti dagli utili distribuibili di esercizio e dagli utili accertati e non distribuiti negli esercizi
precedenti. L’approvazione del bilancio non determina l’insorgere di un diritto individuale degli
azionisti all’immediata assegnazione della propria parte degli utili, è necessaria un’ulteriore e distinta
deliberazione dell’assemblea. Non possono essere pagati dividendi sulle azioni, se non per utili
realmente conseguiti e risultanti dal bilancio regolarmente approvato. Gli azionisti non sono obbligati
a restituire i dividendi riscossi per utili non realmente esistenti quando erano in buona fede al
momento della riscossione, i dividendi sono stati distribuiti in base ad un bilancio regolarmente
approvato e dal bilancio risultano utili netti corrispondenti. La distribuzione di acconti sui dividendi è
consentita solo alle società il cui bilancio è assoggettato per legge al controllo da parte di società di
revisione iscritte all'albo speciale. La distribuzione di acconti sui dividendi deve essere prevista dallo
statuto ed è deliberata dagli amministratori dopo il rilascio da parte della società di revisione di un
giudizio positivo sul bilancio dell'esercizio precedente e la sua approvazione. Gli amministratori
deliberano la distribuzione di acconti sui dividendi sulla base di un prospetto contabile e di una
relazione, dai quali risulti che la situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società
consente la distribuzione stessa. Su tali documenti deve essere acquisito il parere del soggetto
incaricato del controllo contabile.

Il bilancio consolidato di gruppo è un bilancio, con la stessa struttura e lo stesso procedimento di


formazione del bilancio d’esercizio, redatto dalle società di capitali (capogruppo) che controllano altre
imprese e dalle società cooperative che controllano società di capitali in aggiunta al proprio e
rappresenta la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica del gruppo considerato nella sua
unità, come se si trattasse di un’unica impresa. Si considerano solo le imprese controllate tramite
possesso di partecipazioni. Sono escluse quelle controllate in base a particolari vincoli contrattuali e
quelle che svolgono un’attività del tutto eterogenea rispetto a quella della maggior parte delle imprese
controllate. Sono esonerati i gruppi di minore dimensione purché nessuna s.p.a. sia quotata. Non sono
inserite le partecipazioni della controllante in imprese incluse nel consolidamento e la corrispondente
frazione del patrimonio netto, i crediti e i debiti fra le imprese incluse nel consolidamento, i proventi e
gli oneri relativi ad operazioni effettuate fra le stesse, gli utili e le perdite conseguenti. Il bilancio
consolidato non è assoggettato all’approvazione dell’assemblea ma è assoggettata a revisione contabile
obbligatoria.
Lo scioglimento della società per azioni

Le s.p.a. si sciolgono:
1. per il decorso del termine (ma questo può essere prorogato prima della scadenza con delibera
dell’assemblea straordinaria. Per le s.p.a. che non fanno appello al capitale di rischio è
richiesta la maggioranza di più di un terzo del capitale sociale anche in seconda convocazione.
In tutte le s.p.a. è riconosciuto il diritto di recesso agli azionisti che non hanno concorso
all’approvazione della delibera);
2. per il conseguimento dell'oggetto sociale o per la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo,
salvo che l'assemblea, all'uopo convocata senza indugio, non deliberi le opportune modifiche
statutarie;
3. per l'impossibilità di funzionamento o per la continuata inattività dell'assemblea;
4. per la riduzione del capitale al disotto del minimo legale;
5. per deliberazione dell’assemblea straordinaria di scioglimento in seguito al recesso di uno o
più soci o all’impossibilità di provvedere al rimborso delle relative azioni senza ridurre il
capitale sociale o all’opposizione dei creditori alla riduzione;
6. per deliberazione dell'assemblea di scioglimento anticipato(per le s.p.a. che non fanno
appello al capitale di rischio è richiesta la maggioranza di più di un terzo del capitale sociale
anche in seconda convocazione);
7. per le altre cause previste dall'atto costitutivo o dallo statuto.
La società inoltre si scioglie per le altre cause previste dalla legge (art. 2484).
Gli amministratori devono senza indugio accertare il verificarsi di una causa di scioglimento e
procedere al suo accertamento e all’iscrizione nel registro delle imprese della dichiarazione o della
deliberazione assembleare. Essi, in caso di ritardo od omissione, sono personalmente e solidalmente
responsabili per i danni subiti dalla società, dai soci, dai creditori sociali e dai terzi. Quando gli
amministratori omettono gli adempimenti previsti, il tribunale, su istanza di singoli soci o
amministratori ovvero dei sindaci, accerta il verificarsi della causa di scioglimento, con decreto che
deve essere iscritto nel registro delle imprese (art. 2485). Alla denominazione sociale deve essere
aggiunta l'indicazione trattarsi di società in liquidazione. Gli effetti dello scioglimento si determinano
alla data dell'iscrizione presso l'ufficio del registro delle imprese della dichiarazione con cui gli
amministratori ne accertano la causa o alla data dell'iscrizione della relativa deliberazione
assembleare nei casi 5. e 6.

Gli amministratori restano in carica fino alla nomina dei liquidatori ma devono convocare l’assemblea
per le deliberazioni relative alla liquidazione. Essi conservano il potere di gestire la società, ai soli fini
della conservazione dell'integrità e del valore del patrimonio sociale. Gli amministratori sono
personalmente e solidalmente responsabili dei danni arrecati alla società, ai soci, ai creditori sociali ed
ai terzi, per atti od omissioni compiuti in violazione delle precedenti disposizioni (art. 2486). Le
disposizioni sulle decisioni dei soci, sulle assemblee e sugli organi amministrativi e di controllo si
applicano, in quanto compatibili, anche durante la liquidazione (art. 2488). Il collegio sindacale
continuerà a svolgere la consueta attività di controllo. La società può in ogni momento revocare lo
stato di liquidazione, occorrendo previa eliminazione della causa di scioglimento, con deliberazione
dell'assemblea presa con le maggioranze richieste per le modificazioni dell'atto costitutivo o dello
statuto. La revoca ha effetto solo dopo 60 giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della relativa
deliberazione, salvo che consti il consenso dei creditori della società o il pagamento dei creditori che
non hanno dato il consenso.

Gli amministratori, contestualmente all'accertamento della causa di scioglimento, debbono convocare


l'assemblea straordinaria dei soci perché deliberi, con le maggioranze previste per le modificazioni
dell'atto costitutivo o dello statuto, sul numero dei liquidatori e le regole di funzionamento, sui poteri
dei liquidatori, con particolare riguardo alla cessione dell'azienda sociale, di rami di essa, ovvero
anche di singoli beni o diritti, o blocchi di essi, e sugli atti necessari per la conservazione del valore
dell'impresa, ivi compreso il suo esercizio provvisorio, anche di singoli rami, in funzione del migliore
realizzo. Se gli amministratori omettono la convocazione, il tribunale vi provvede su istanza di singoli
soci o amministratori, ovvero dei sindaci, e, nel caso in cui l'assemblea non si costituisca o non
deliberi, adotta con decreto le decisioni ivi previste. I liquidatori restano in carica per tutta la durata
del procedimento di liquidazione ma possono essere revocati dall'assemblea o, quando sussiste una
giusta causa, dal tribunale su istanza di soci, dei sindaci o del pubblico ministero (art. 2487). La
nomina dei liquidatori e la determinazione dei loro poteri, comunque avvenuta, nonché le loro
modificazioni, devono essere iscritte, a loro cura, nel registro delle imprese. Avvenuta l'iscrizione gli
amministratori cessano dalla carica e consegnano ai liquidatori i libri sociali, una situazione dei conti
alla data di effetto dello scioglimento ed un rendiconto sulla loro gestione relativo al periodo
successivo all'ultimo bilancio approvato. Di tale consegna viene redatto apposito verbale (art. 2487-
bis). I liquidatori debbono adempiere i loro doveri con la professionalità e diligenza richieste dalla
natura dell'incarico e la loro responsabilità per i danni derivanti dall'inosservanza di tali doveri è
disciplinata secondo le norme in tema di responsabilità degli amministratori. I liquidatori devono
prendere in consegna i beni e i documenti sociali nonché redigere l’inventario del patrimonio sociale e
hanno il potere di compiere tutti gli atti utili per la liquidazione della società. Se i fondi disponibili
risultano insufficienti per il pagamento dei debiti sociali, i liquidatori possono chiedere
proporzionalmente ai soci i versamenti ancora dovuti. I liquidatori devono redigere il bilancio e
presentarlo, alle scadenze previste per il bilancio di esercizio della società, per l'approvazione
all'assemblea. Nel primo bilancio successivo alla loro nomina i liquidatori devono indicare le
variazioni nei criteri di valutazione adottati rispetto all'ultimo bilancio approvato, e le ragioni e
conseguenze di tali variazioni. Compiuta la liquidazione, i liquidatori devono redigere il bilancio
finale, indicando la parte spettante a ciascun socio o azione nella divisione dell'attivo. Decorso il
termine di 90 giorni senza che siano stati proposti reclami, il bilancio finale di liquidazione s'intende
approvato, e i liquidatori, salvi i loro obblighi relativi alla distribuzione dell'attivo risultante dal
bilancio, sono liberati di fronte ai soci. Approvato il bilancio finale, i liquidatori devono chiedere la
cancellazione della società dal registro delle imprese. I libri della società devono essere depositati e
conservati per 10 anni presso l'ufficio del registro delle imprese. Ferma restando l'estinzione della
società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei
confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di
liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La
domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l'ultima sede
della società. Qualora per oltre 3 anni consecutivi non venga depositato il bilancio di cui al presente, la
società è cancellata d'ufficio dal registro delle imprese. I creditori possono chiedere il fallimento della
società entro un anno dalla cancellazione della stessa dal registro delle imprese.
- Società in Accomandita Per Azioni -

1) Costituita come variante della Spa, si compone di 2 categorie di soci:


• Accomandatari: sono di diritto Amministratori e hanno resp illim/suss per le obbligazioni sociali.
*Il carattere sussidiario significa che i creditori sociali non possono pretendere da questi il pagamento dei debiti sociali se non dopo
l’escussione del patrimonio della società.
*Non hanno diritto di voto per la nomina/revoca dei sindaci.

• Accomandanti: sono resp nei limiti della quota di capitale sottoscritta, ma (se nominati Amm) assumono la
qualità di soci accomandatari con la conseguente resp illimitata.

2) Sono applicabili le stesse norme della Spa + le quote dei soci sono rappresentate da azioni.

3) La denominazione sociale deve contenere il nome di 1 socio accomandatario + indicazione di Sapa.

4) L’Atto cost deve indicare i nomi di tutti i soci Accomandatari.

5) Sono cause di cessazione dalla carica di Amm:


• Morte.
• Recesso.
• Trasferimento.
• Rinunzia.
• Revoca.
*Modifiche dell’Atto cost + revoca/sost degli Amm, la competenza spetta all’Assemblea straord (con magg di tutti gli accomandatari).

6) La società si scioglie in caso di cessazione dalla carica di tutti gli Amm (se nel termine di 180gg non si è provveduto alla
loro sostituzione), intanto verrà nominato un Amm provvisorio per gli atti di ordinaria amministrazione (egli però non assume
la carica di socio accomandatario).
- S.r.l -
1) In Generale.
1) Srl: è una società di capitali dotata (alla pari della Spa) di personalità giuridica e autonomia
patr perfetta (cioè per le obbligazioni sociali, risponde solo la società con il suo patrimonio).

2) Si applicano le stesse disposizioni sulla costituzione della Spa.

3) Le quote di partecipazione dei soci non sono rappresentate da azioni ma da quote (trasferibili/divisibili).

4) La società si può costituire con contratto/atto unilaterale (Srl unipersonale, in tal caso l’unico socio è illimitatamente resp + deve
versare da solo l’intero ammontare), con la forma dell’atto pubblico.

2) L’Atto costitutivo.
• Dati anagrafici di ogni socio.
• Denominazione/sede + indicazione di Srl.
• Cap sociale non inferiore a 10,000 euro.
• Conferimenti di ogni socio.
• Norme sul funzionamento della società.

3) Conferimenti.
a) L’ammontare dei conferimenti non può essere inferiore al globale del cap sociale.
b) All’atto della sottoscrizione, bisogna versare almeno il 25% dei conferimeni in denaro presso una banca.
c) Nel caso in cui venga meno la pluralità dei soci, entro 90gg bisogna versare il dovuto.
d) I conferimenti possono essere:
- in denaro.
- obbligazioni alternative (polizza assicurativa/fideiussione bancaria).
- qualsiasi elemento suscettibile di valutazione eco(natura/crediti/opera/servizi).

4) Capitale e quote.
1) Il capitale della Srl è diviso in quote in base al numero dei soci.

2) Il socio è titolare di 1 sola quota non inferiore ad 1 euro (nella Spa invece il socio ha più partecipazioni).

3) La quota è divisibile (l’azione è indivisibile).

4) Le quote sono liberamente trasferibili per Atto tra vivi (cn scrittura privata autenticata da notaio + deposito entro 30g nel
Registro) o per Mortis causa.

5) In caso di divieto del trasferimento delle partecipazioni, il socio ha diritto di recesso (non prima dei 2 anni dalla
costituzione della società) + in caso di divieto in Mortis causa gli eredi avranno dititto al rimborso della quota in
proporzione del patr sociale risultante dall’ultimo bilancio.

6) La quota può costituire oggetto di usufrutto/pegno/sequestro.

7) Alla Srl è vietato concedere prestiti/garanzie/accettare in garanzia proprie quote.

8) Il socio:
a) I diritti sociali spettano ai soci in misura proporzionale alla partecipazione posseduta da ciascuno (diritto di
intervento/voto/utili/opzione).
b) Il socio può recedere per:
• cambiamento dell’oggetto sociale.
• fusione/scissione/trasferimento della società.
c) La qualità di socio cessa per:
• recesso.
• fallimento.
• esclusione.
• vendita della quota (in tal caso l’alienante è obbligato in solido con l’acquirente per i versamenti ancora dovuti (max 3 anni
dall’iscrizione del trasferimento nel libro dei soci)
5) Amministratori.
1) L’amministrazione della Srl è affidata ad 1/più soci (Consiglio di Amministrazione) a tempo ind.
• Amm disgiuntiva (ciascun Amm esercita tale potere individualmente).
• Amm congiuntiva (si vota all’unanimità, quindi per le operazioni sociali è necessario il consenso di tutti i soci).

2) Possono essere nominati mediante consultazione scritta/consenso espresso scritto.

3) Sono di competenza dell’organo amm (redazione del bilancio/progetti di fusione-scissione/aumento di cap), ed hanno per
la legge la rappresenta della società.

4) Sono solid/illim resp vs la società (con i soci) dei danni causati dall’inosservanza dei loro doveri.

5) I soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di riceve dagli Amm notizie sullo svolgimento degli affari +
consultazione dei libri sociali.

6) Collegio Sindacale.
1) Se non previsto dall’Atto Cost, è obbligatorio solo se il cap sociale non è inferiore a 120,000 euro (in tal caso si applicano
le norme della Spa).

2) Spetta il controllo contabile.

3) Il bilancio deve essere redatto secondo le norme della Spa.

4) La Srl deve tenere:


- Libro dei soci.
- Libro delle decisioni dei soci/Amm/Collegio sindacale.

5) Nelle società in cui manca il Collegio sindacale, alcuni poteri di controllo dei sindaci sono attribuiti ai soci non
amministratori:
- Modifiche dell’Atto cost.
- Approvazione del bilancio + distribuzione degli utili.
- Nomina degli Amm/sindaci.

6) Ogni socio partecipa alle decisioni con il suo voto (in proporzione alla sua partecipazione) + Quorum deliberativo (voto dei soci
che rappresentano almeno la metà del cap sociale).

7) L’Assemblea.
1) L’assemblea è convocata dagli Amministratori con lettera raccomandata 8gg prima (non è necessario la pubblicazione sulla
G.Uff.), presso la sede sociale.

2) Possono intervenire tutti coloro iscritti nel libro dei soci.

3) Quorum costitutivo (tanti soci che rappresentano almeno la metà del cap sociale) + Quorum deliberativo (magg assoluta).

4) E’ presieduta dal presidente che verifica/controlla lo svolgimento + dell’esito deve essere redatto il verbale.

5) Le delibere:
a) contrarie alla legge/statuto: possono essere impugnate entro 90gg (dalla trascr nel libro dei soci) da parte dei
Amm/sindaci.
b) per oggetto illecito/impossibile: entro 3 anni dalla trascrizione (senza limiti quelle modificano l’oggetto).
c) di aumento/diminuzione del cap sociale: non può essere attuata finché i conferimenti dovuti non siano interamente
versati.
*si applicano le stesse norme della Spa.

6) Le modifiche dello Statuto riguarda l’Assemblea dei soci che delibera con voto favorevole dei soci che rappresentano
almeno la metà del cap sociale + verbale redatto del notaio + iscrizione nel Registro delle Imprese.
8) Srl Unipersonale.
Per le obbligazioni sociali (sorte nel periodo in cui l’intera partecipazione è appartenuta all’unico socio), egli è illimitatamente resp
+ deve versare l’intero ammontare.

La società semplice. La società in nome collettivo

La società semplice (art. 2251-2290 c.c.) è un tipo di società che può esercitare solo attività non
commerciale ed è il regime residuale dell’attività societaria non commerciale. È il prototipo normativo
delle società di persone in quanto la sua disciplina è in linea di principio applicabile anche alla s.n.c. e
alla s.a.s. per i rinvii operati dal legislatore.
La s.n.c. (art. 2291-2312 c.c.) è un tipo di società che può essere utilizzato sia per l’esercizio di attività
commerciale, sia per l’esercizio di attività non commerciale ed è il regime residuale dell’attività
societaria commerciale. Tutti i soci rispondono solidalmente ed illimitatamente per le obbligazioni
sociali e il patto contrario non ha effetto nei confronti dei terzi (art. 2291 c.c.).

A. LA COSTITUZIONE DELLA SOCIETÁ


Nella società semplice il contratto non è soggetto a forme speciali, salve quelle richieste dalla
natura dei beni conferiti (art. 2251 c.c.). Non sono dettate disposizioni specifiche per quanto riguarda
il contenuto dell’atto costitutivo. Fino al 1993 questo tipo di società non era assoggettata all’iscrizione
nel registro delle imprese. Fino al 2001 l’iscrizione, che avviene nella sezione speciale del registro, ha
avuto funzione di certificazione anagrafica e di pubblicità notizia. Ora ha funzione di pubblicità legale.
La registrazione, però, non incide né sull’esistenza né sulla disciplina.
Per la s.n.c. sono dettate regole di forma e di contenuto per l’atto costitutivo. L’iscrizione nel registro
delle imprese è condizione di regolarità della società ma non è condizione di esistenza della stessa.
L’omessa registrazione incide solo sulla disciplina della s.n.c.: i rapporti tra società e terzi vengono
regolati sotto alcuni aspetti dalla disciplina della società semplice e la società si dice irregolare. Di
contro una s.n.c. è regolare quando è iscritta nel registro delle imprese e quindi è disciplinata
integralmente dalle norme della s.n.c. L’atto costitutivo della società dev’essere redatto per atto
pubblico o per scrittura privata autenticata e deve contenere, per l’art. 2295 c.c.:
1) il cognome e il nome, il luogo e la data di nascita, il domicilio, la cittadinanza dei soci;
2) la ragione sociale, “costituita dal nome di uno o più soci con l'indicazione del rapporto sociale”
(art. 2292 c.c.);
3) i soci che hanno l'amministrazione e la rappresentanza della società;
4) la sede della società e le eventuali sedi secondarie;
5) l'oggetto sociale;
6) i conferimenti di ciascun socio, il valore ad essi attribuito e il modo di valutazione;
7) le prestazioni a cui sono obbligati i soci di opera;
8) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti e la quota di ciascun socio negli utili e
nelle perdite;
9) la durata della società.
La forma scritta, a pena di nullità, è richiesta quando il conferimento ha per oggetto immobili o diritti
reali immobiliari ma ciò è richiesto solo per la validità del conferimento immobiliare e se manca sarà
nullo solo il vincolo col conferente. Se il conferimento non è indispensabile per lo svolgimento
dell’attività sociale ciò s’interpreta dicendo che l’immobile è stato conferito a titolo di godimento
infranovennale.

Si parla di società di fatto quando il contratto di società si perfeziona per fatti concludenti. Essa è
regolata dalla disciplina della società semplice, se l’attività non è commerciale, o da quella della s.n.c.
irregolare, se l’attività è commerciale. Nel secondo caso è anche esposta al fallimento che determina
automaticamente il fallimento di tutti i soci, anche di quelli occulti.
La società occulta è la società costituita con l’espressa e concorde volontà dei soci di non rivelarne
l’esistenza all’esterno. Può essere una società di fatto o può risultare da atto scritto tenuto segreto dai
soci. Per comune accordo l’attività d’impresa dev’essere svolta per conto della società ma senza
spenderne il nome. Non vi è l’esteriorizzazione della società. Nei rapporti esterni l’impresa si presenta
come impresa individuale di uno dei soci o anche di un terzo. Lo scopo è quello di limitare la
responsabilità nei confronti dei terzi al patrimonio del solo gestore. Ma, se si acquisisce la prova
dell’esistenza tramite alcuni indici probatori, la società occulta può anche fallire e si applica il 2°
comma dell’art. 147 l.f..
Una società, ancorché non esistente nei rapporti tra i presunti soci, deve considerarsi esistente
all’esterno quando 2 o più persone operano in modo da ingenerare nei terzi l’opinione che essi
agiscono come soci e da determinare in essi l’incolpevole affidamento circa l’esistenza effettiva della
società. Questa è la società apparente. Ciò non permette ai soci appartenenti di eccepire l’inesistenza
della società e la società apparente è assoggettata al fallimento.

La partecipazione ad una società di persone richiede la capacità di agire. Per quanto riguarda la
partecipazione degli incapaci:
- il minore, l’interdetto e l’inabilitato possono solo conservare la partecipazione proveniente per
donazione o per successione mentre gli interdetti e gli inabili possono continuare la
partecipazione con autorizzazione del tribunale;
- il minore emancipato può partecipare alla costituzione o aderirvi successivamente, con
autorizzazione del tribunale.

Non esiste alcuna norma che vieta la partecipazione delle società di capitali in società di persone. Ma
la partecipazione di queste deve ritenersi inammissibile e nulla quando essa partecipa ad una s.n.c. o
come accomandatario di una s.a.s..

Il contratto di costituzione di una società di persone è invalido per le stesse cause previste dalla
disciplina generale dei contratti:
- nullità (quando il contratto è contrario a norme imperative, quando l’oggetto è impossibile o
illecito, quando il motivo comune determinante è illecito);
- annullabilità (in caso d’incapacità delle parti o di consenso viziato per errore, violenza o
dolo).
L’invalidità della singola partecipazione determinerà invalidità dell’intero contratto solo quando la
partecipazione viziata è essenziale per il conseguimento dell’oggetto sociale.
La dichiarazione di nullità o l’annullamento dell’intero contratto se l’attività non è ancora iniziata
produrrà l’effetto ex nunc di liberare le parti dall’obbligo di eseguire i conferimenti promessi ed il
diritto di restituzione di quelli eseguiti.
La sentenza di nullità intervenuta dopo l’inizio dell’attività opererà come semplice causa di
scioglimento della società. L’art. 2332 c.c. è applicabile anche alle società di persone: “Avvenuta
l'iscrizione nel registro delle imprese, la nullità della società può essere pronunciata soltanto nei
seguenti casi:
1) mancanza dell'atto costitutivo;
2) mancata stipulazione dell'atto costitutivo nella forma di atto pubblico;
3) (Numero soppresso dall'art. 32, comma 3, della L. 24.11.2000, n. 340, in G.U. 275/2000).
4) illiceità o contrarietà all'ordine pubblico dell'oggetto sociale;
5) mancanza nell'atto costitutivo o nello statuto di ogni indicazione riguardante la
denominazione della società, o i conferimenti, o l'ammontare del capitale sottoscritto o
l'oggetto sociale;
6) inosservanza della disposizione di cui all'art. 2329, n. 2;
7) incapacità di tutti i soci fondatori;
8) mancanza della pluralità dei fondatori.
La dichiarazione di nullità non pregiudica l'efficacia degli atti compiuti in nome della società dopo
l'iscrizione nel registro delle imprese.
I soci non sono liberati dall'obbligo dei conferimenti fino a quando non sono soddisfatti i creditori
sociali.
La sentenza che dichiara la nullità nomina i liquidatori.
La nullità non può essere dichiarata quando la causa di essa è stata eliminata per effetto di una
modificazione dell'atto costitutivo iscritta nel registro delle imprese.”

B. L’ORDINAMENTO PATRIMONIALE
Il socio è obbligato a eseguire i conferimenti determinati nel contratto sociale (art. 2253 c.c.). La
determinazione convenzionale del conferimento non è condizione essenziale per la valida costituzione
delle società di persona. Nel silenzio del contratto si presume che tutti i conferimenti debbano essere
eseguiti in denaro e se i conferimenti non sono determinati, si presume che i soci siano obbligati a
conferire, in parti eguali tra loro, quanto è necessario per il conseguimento dell'oggetto sociale (art.
2253 c.c.).
Può essere conferita ogni entità (bene o servizio) suscettibile di valutazione economica ed utile per il
conseguimento dell’oggetto sociale. Il conferimento può essere costituito anche dal trasferimento in
proprietà o in godimento di un’azienda pur se gravata da debiti, dalla prestazione di garanzie,
dall’inserimento del nome del socio nella ragione sociale ma non dalla semplice responsabilità
personale ed illimitata per le obbligazioni sociali.
Per le cose conferite in proprietà la garanzia dovuta dal socio e il passaggio dei rischi sono regolati
dalle norme sulla vendita (art. 2254 c.c.). Quindi il socio è tenuto alla garanzia per evizione e per vizi e
su di lui grava il rischio del perimento per caso fortuito della cosa conferita finché la proprietà non sia
passata alla società. Il perimento della cosa, prima che la proprietà sia passata alla società, comporta
che il socio può essere escluso dalla società ma finché ciò non è stato deliberato, il socio partecipa ai
risultati attivi e passivi dell’attività.
Il rischio delle cose conferite in godimento resta a carico del socio che le ha conferite come la loro
proprietà. La garanzia per il godimento è regolata dalle norme sulla locazione (art. 2254 c.c.). Il socio
potrà essere escluso dalla società qualora la cosa perisca o il godimento diventi impossibile per causa
non imputabile agli amministratori. Il socio ha diritto alla restituzione del bene al termine della
società nello stato in cui si trova o al risarcimento danni a carico del patrimonio sociale in caso
contrario.
Il socio che ha conferito un credito risponde dell'insolvenza del debitore, nei limiti indicati dall'art.
1267 per il caso di assunzione convenzionale della garanzia (art. 2255 c.c.).

Il socio d’opera è quel socio il cui conferimento è l’obbligo di prestare la propria attività lavorativa a
favore della società. Egli non è un lavoratore subordinato e non ha diritto al trattamento salariale e
previdenziale: il suo compenso è la partecipazione ai guadagni della società. Su di lui grava il rischio
dell’impossibilità di svolgimento della prestazione. In sede di liquidazione egli parteciperà solo alla
ripartizione dell’eventuale attivo che residua dopo il rimborso del valore nominale del conferimento ai
soci che hanno apportato capitali, mentre non ha diritto al rimborso del valore del suo apporto, ciò
compete solo a chi conferisce denaro o beni in proprietà. In mancanza di pattuizioni la parte del socio
d’opera è determinata dal giudice secondo equità.

Il socio non può servirsi, senza il consenso degli altri soci, delle cose appartenenti al patrimonio
sociale per fini estranei a quelli della società (art. 2256 c.c.). In caso contrario egli è tenuto al
risarcimento dei danni e ad essere escluso dalla società. Ciò è derogabile solo col consenso di tutti gli
altri soci.
Nella disciplina della società semplice è assente la nozione di capitale sociale. Non c’è nessuna norma
che garantisce che il patrimonio netto presenta un’eccedenza pari almeno alla cifra del capitale
sociale. Non è richiesta la valutazione iniziale dei conferimenti.
Nella disciplina della s.n.c. è prescritto che l’atto costitutivo della società deve indicare i conferimenti
di ciascun socio, il valore ad essi attribuito e il modo di valutazione (art. 2295 c.c.) ma non c’è nulla
sulla valutazione dei conferimenti diversi dal denaro. Non può farsi luogo a ripartizione di somme tra
soci se non per utili realmente conseguiti. Se si verifica una perdita del capitale sociale, non può farsi
luogo a ripartizione di utili fino a che il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente
(art. 2303 c.c.). La riduzione del capitale sociale è sempre facoltativa. La deliberazione di riduzione di
capitale, mediante rimborso ai soci delle quote pagate o mediante liberazione di essi dall'obbligo di
ulteriori versamenti, può essere eseguita soltanto dopo 3 mesi dal giorno dell'iscrizione nel registro
delle imprese, purché entro questo termine nessun creditore sociale anteriore all'iscrizione abbia fatto
opposizione. Il tribunale, nonostante l’opposizione, può disporre che l'esecuzione abbia luogo, previa
prestazione da parte della società di un’idonea garanzia (art. 2306 c.c.).

Tutti i soci hanno diritto di partecipare agli utili e partecipano alle perdite della gestione sociale.
Godono della massima libertà nella determinazione della parte a ciascuno spettante e non è necessario
che la ripartizione sia proporzionale ai conferimenti. C’è solo un limite: è nullo il patto (patto leonino)
con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite (art. 2265 c.c.) e
nulli sono anche i criteri di ripartizione congegnati per escluderlo/i, le convenzioni fra soci non
risultanti dall’atto costitutivo che violano il precedente art.. Ma i patti sono nulli se sono privi di una
propria giustificazione causale fra le parti stipulanti e configurano un negozio in frode alla legge. Se il
contratto nulla dispone, le parti spettanti ai soci nei guadagni e nelle perdite si presumono
proporzionali ai conferimenti. La parte spettante al socio che ha conferito la propria opera, se non è
determinata dal contratto, è fissata dal giudice secondo equità (art. 2263 c.c.). La determinazione della
parte di ciascun socio nei guadagni e nelle perdite può essere rimessa ad un terzo (art. 2264 c.c.).
Nella società semplice, salvo patto contrario, ciascun socio ha diritto di percepire la sua parte di utili
dopo l'approvazione del rendiconto (art. 2262 c.c.), predisposto dagli amministratori al termine di
ogni anno, salvo quanto stabilito. Nella s.n.c. ciò va coordinato con l’obbligo della tenuta delle
scritture contabili ed il bilancio dev’essere approvato da tutti i soci. L’approvazione del rendiconto o
del bilancio è condizione sufficiente perché ciascun socio possa pretendere l’assegnazione della sua
parte di utili. Nelle società di persone la maggioranza dei soci non può legittimamente deliberare la
non distribuzione degli utili accertati ed il loro reinvestimento nella società, sarà necessario il
consenso di tutti i soci.
Le perdite incidono direttamente sul valore della singola partecipazione sociale riducendolo
proporzionalmente. In sede di liquidazione il socio si vedrà rimborsare una somma inferiore al valore
originario del capitale conferito e solo all’atto di scioglimento della società i liquidatori possono
richiedere ai soci illimitatamente responsabili le somme necessarie per il pagamento dei debiti sociali
in proporzione alla parte di ciascuno nelle perdite.

Nella società semplice e nella s.n.c. delle obbligazioni sociali risponde innanzitutto la società col
proprio patrimonio: i creditori della società possono far valere i loro diritti sul patrimonio sociale.
Nella società semplice per le obbligazioni sociali rispondono inoltre personalmente e solidalmente i
soci che hanno agito in nome e per conto della società e, salvo patto contrario, gli altri soci. Il patto
deve essere portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei; in mancanza, la limitazione della
responsabilità o l'esclusione della solidarietà non è opponibile a coloro che non ne hanno avuto
conoscenza (art. 2267 c.c.). Nella s.n.c. tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le
obbligazioni sociali e il patto contrario non ha effetto nei confronti dei terzi. In entrambe le società la
responsabilità per le obbligazioni sociali precedentemente contratte è estesa anche ai nuovi soci. Lo
scioglimento parziale del rapporto sociale non fa venir meno la responsabilità personale del socio per
le obbligazioni anteriori al verificarsi di tali eventi. Ma lo scioglimento deve essere portato a
conoscenza dei terzi con mezzi idonei; in mancanza non è opponibile ai terzi che lo hanno senza colpa
ignorato. Nella collettiva regolare e nella società semplice l’opponibilità ai terzi delle cause di
scioglimento resta soggetta al regime di pubblicità legale delle modificazioni dell’atto costitutivo,
quindi, avvenuta l’iscrizione nel registro delle imprese, la cessazione della responsabilità personale per
le obbligazioni successive sarà opponibile anche ai terzi che l’abbiano ignorato.

I creditori sociali sono tenuti a tentare di soddisfarsi sul patrimonio della società prima di poter
aggredire il patrimonio personale dei soci. Nella società semplice il creditore sociale può rivolgersi
direttamente al singolo socio illimitatamente responsabile e sarà questi a dover invocare la preventiva
escussione del patrimonio sociale indicando i beni sui quali il creditore possa agevolmente soddisfarsi.
Nella s.n.c. regolare il beneficio di escussione opera automaticamente: i creditori sociali, anche se la
società è in liquidazione, non possono pretendere il pagamento dai singoli soci, se non dopo
l'escussione del patrimonio sociale (art. 2304 c.c.). Se ci sono le condizioni per poter agire contro i
soci, il creditore sociale potrà chiedere a ciascuno di essi il pagamento integrale del proprio credito. Il
socio che ha pagato potrà esercitare azione di regresso verso gli altri soci secondo la partecipazione di
ciascuno nelle perdite ma prima dovrà agire in regresso verso la società per l’intero debito. Spesso i
creditori più forti si fanno rilasciare dai soci specifiche garanzie personali per sottrarsi alle lungaggini
della preventiva escussione del patrimonio sociale in caso d’inadempimento.

Il patrimonio della società è insensibile alle obbligazioni personali dei soci ed intangibile da parte dei
loro creditori. Il creditore personale del socio non può aggredire direttamente il patrimonio della
società e se è anche debitore della società non può compensare il suo debito con il credito che ha verso
il socio. Egli però può far valere i suoi diritti sugli utili spettanti al socio suo debitore e compiere atti
conservativi sulla quota allo stesso spettante nella liquidazione della società. Nella società semplice e
nella s.n.c. irregolare il creditore particolare del socio può chiedere anche la liquidazione della quota
del suo debitore provato che gli altri beni del debitore sono insufficienti a soddisfare i suoi crediti. La
richiesta opera come causa di esclusione di diritto del socio. La società sarà tenuta a versare una
somma di denaro corrispondente al valore della quota al momento della domanda. Per la s.n.c.
regolare il creditore particolare del socio, finché dura la società, non può chiedere la liquidazione della
quota del socio debitore. Ma i soci possono prorogare la durata della società: se la proroga è espressa
ed iscritta nel registro delle imprese, il creditore particolare del socio può fare opposizione alla
proroga della società, entro 3 mesi dalla iscrizione della deliberazione. Se l'opposizione è accolta, la
società deve, entro 3 mesi dalla notificazione della sentenza, liquidare la quota del socio debitore
dell'opponente; se la proroga è tacita ciascun socio può sempre recedere dalla società, dando
preavviso, e il creditore particolare del socio può chiedere la liquidazione della quota del suo debitore
a norma dell'art. 2270 (se gli altri beni del debitore sono insufficienti a soddisfare i suoi crediti, il
creditore particolare del socio può inoltre chiedere in ogni tempo la liquidazione della quota del suo
debitore).
C. L’ATTIVITÁ SOCIALE
È previsto un modello di organizzazione fondato sulla distinzione amministrazione-modificazioni
dell’atto costitutivo e basato sui seguenti principi:
a) Ogni socio illimitatamente responsabile è investito del potere di amministrazione e di
rappresentanza della società;
b) È necessario il consenso di tutti i soci per le modificazioni del contratto sociale.

L’amministrazione della società è l’attività di gestione dell’impresa sociale. Il potere di amministrare è


il potere di compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale. Ogni socio illimitatamente
responsabile è amministratore ma l’atto costitutivo può limitare l’esercizio dell’attività
amministrativa ad alcuni soci. Ci sono 2 tipi di amministrazione:
1. Amministrazione disgiuntiva (art. 2257 c.c.): “Salvo diversa pattuizione (nell’atto costitutivo),
l'amministrazione della società spetta a ciascuno dei soci disgiuntamente dagli altri (ciascun
socio può intraprendere da solo e senza il consenso o il parere degli altri amministratori tutte
le operazioni che rientrano nell’oggetto sociale). Se l'amministrazione spetta disgiuntamente a
più soci, ciascun socio amministratore ha diritto di opporsi all'operazione che un altro voglia
compiere, prima che sia compiuta. La maggioranza dei soci, determinata secondo la parte
attribuita a ciascun socio negli utili, decide sull'opposizione”.
2. Amministrazione congiuntiva (art. 2258 c.c.): “Se l'amministrazione spetta congiuntamente a
più soci (stabilito ciò nell’atto costitutivo), è necessario il consenso di tutti i soci
amministratori per il compimento delle operazioni sociali. Se è convenuto che per
l'amministrazione o per determinati atti sia necessario il consenso della maggioranza, questa
si determina a norma dell'ultimo comma dell'articolo precedente. Nei casi preveduti da questo
articolo, i singoli amministratori non possono compiere da soli alcun atto, salvo che vi sia
urgenza di evitare un danno alla società”.

Il potere di rappresentanza è il potere di agire nei confronti dei terzi in nome della società, dando
luogo all’acquisto di diritti e all’assunzione di obbligazioni da parte della stessa. Esso coincide
puntualmente col potere gestorio. In mancanza di diversa disposizione dell’atto costitutivo esso spetta
a ciascun socio amministratore. Nell’amministrazione disgiuntiva ogni socio può decidere da solo e
stipulare atti in nome della società. Nell’amministrazione congiuntiva tutti gli amministratori devono
partecipare alla stipulazione dell’atto. Il potere gestorio e quello di rappresentanza si estendono a tutti
gli atti che rientrano nell’oggetto sociale e la rappresentanza è anche processuale. L’atto costitutivo
può prevedere una diversa regolazione del potere gestorio e di rappresentanza. Ci possono essere
anche delle limitazioni all’estensione del potere di rappresentanza del singolo amministratore. Nella
s.n.c. regolare essere non sono opponibili ai terzi se non iscritte nel registro delle imprese o se non si
provi che i terzi ne hanno avuto effettiva conoscenza. Nella s.n.c. irregolare l’omessa registrazione si
ritorce contro i soci. Nella società semplice si applica la disciplina della s.n.c. regolare mentre prima si
distingueva tra limitazioni originarie, sempre opponibili a terzi, e successive, portate a conoscenza dei
terzi con mezzi idonei.

I soci amministratori possono essere nominati direttamente nell’atto costitutivo o ivi può essere
stabilito che saranno nominato con atto separato. È rilevante ai fini della revoca la distinzione fra
amministratori nominati nell’atto costitutivo e amministratori nominati con atto separato: la revoca
del primo porta una modifica dell’atto costitutivo, dev’essere decisa all’unanimità e non ha effetto se
non ricorre una giusta causa, la revoca del secondo è fatta secondo le norme del mandato anche se non
ricorre una giusta causa. La revoca per giusta causa può in ogni caso essere chiesta giudizialmente da
ciascun socio.
Il rapporto di amministrazione costituisce rapporto autonomo e distinto dal rapporto sociale. Esso è
un rapporto sui generis non risolubile in quello del mandato. L’amministratore è investito per legge
del potere di compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale. Restano esclusi solo gli atti che
modificano l’atto costitutivo. Nella s.n.c. gli amministratori devono tenere le scritture contabili e
redigere il bilancio d’esercizio e devono provvedere agli adempimenti pubblicitari connessi
all’iscrizione nel registro delle imprese. Sono solidamente responsabili verso la società degli obblighi
imposti. Hanno diritto ad un compenso per il loro ufficio.

I soci non amministratori hanno:


- il diritto di avere notizie dello svolgimento degli affari sociali;
- il diritto di consultare i documenti relativi all’amministrazione;
- il diritto di ottenere il rendiconto degli affari sociali.
La s.n.c. ammette la figura dell’amministratore estraneo. Egli gestisce l’impresa nell’interesse
esclusivo dei soci ma è revocabile ad nutum ed è tenuto a rispettare le direttive provenienti dai soci.

Per l’art. 2301 c.c., nella s.n.c., “il socio non può, senza il consenso degli altri soci, esercitare per conto
proprio o altrui un’attività concorrente con quella della società, né partecipare come socio
illimitatamente responsabile ad altra società concorrente. Il consenso si presume, se l'esercizio
dell'attività o la partecipazione ad altra società preesisteva al contratto sociale, e gli altri soci ne erano
a conoscenza. In caso d'inosservanza delle disposizioni del primo comma la società ha diritto al
risarcimento del danno, salva l'applicazione dell'art. 2286.” Il divieto non impedisce di partecipare
come socio limitatamente responsabile in un’altra società concorrente né lo svolgimento di altra
attività della società quando si esclude un rapporto concorrenziale e può essere rimosso dagli altri
soci.

Il contratto sociale può essere modificato soltanto con il consenso di tutti i soci, se non é convenuto
diversamente. Nella s.n.c., ed ora anche nella società semplice, le modificazioni dell’atto costitutivo
sono soggette a pubblicità legale e finché non sono state iscritte nel registro delle imprese non sono
opponibili a terzi, a meno che si provi che questi ne erano a conoscenza. Nella s.n.c. irregolare le
modificazioni devono essere portate a conoscenza dei terzi con mezzi idonei e non sono opponibili a
coloro che le hanno ignorate. Può essere prevista nell’atto costitutivo una clausola che delibera la
modificabilità a maggioranza dell’atto costitutivo.

Il consenso di tutti i soci è necessario quando la decisione tocca le basi organizzative della società
(revoca dell’amministratore nominato nell’atto costitutivo, trasformazione della società, cambiamento
del metodo di amministrazione, V art. 2256 e 2301 c.c.)mentre la regola della maggioranza e della
maggioranza calcolata per quote d’interesse trova applicazione quando si tratta di decisioni che
attengono alla gestione dell’impresa comune (nomina e revoca degli amministratori per atto separato,
approvazione del bilancio…).

D. SCIOGLIMENTO DEL SINGOLO RAPPORTO SOCIALE


Il singolo socio può cessare di far parte della società per:
Morte: produce come effetto ex-lege lo scioglimento del rapporto con la società con il
conseguente obbligo per i soci superstiti di liquidare la quota del socio defunto ai suoi eredi
entro 6 mesi a meno che preferiscano decidere entro 6 mesi tra sciogliere la società (così gli
eredi non hanno più diritto alla liquidazione della quota nel termine dei 6 mesi ma devono
attendere la conclusione delle operazioni di liquidazione della società per partecipare alla
divisione dell’attivo residuo) ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano
(diventano soci per atto tra i vivi ma anche tutti i soci superstiti devono acconsentire), salvo
contraria disposizione del contratto sociale. I soci possono stabilire diversamente con alcune
clausole:
la clausola di consolidazione (agli eredi verrà liquidato il valore della quota del defunto
che resterà nella società);
la clausola di continuazione con gli eredi (consenso al trasferimento della quota mortis
causa precludendosi le altre alternative) può essere:
vincolante solo per i superstiti;
vincolante gli eredi all’entrata in società;
deliberante l’automatico subingresso degli eredi in società.
Recesso: è lo scioglimento del rapporto sociale per volontà del socio. Ogni socio può recedere
liberamente dalla società quando questa è contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita
di uno dei soci. Può inoltre recedere nei casi previsti nel contratto sociale ovvero quando
sussiste una giusta causa nel caso di contratto a tempo determinato (in tal caso il recesso ha
effetto immediato. Nei casi previsti nel primo comma il recesso deve essere comunicato agli
altri soci con un preavviso di almeno 3 mesi (art. 2285 c.c.).
Esclusione: è escluso di diritto il socio che sia dichiarato fallito dal giorno stesso della
dichiarazione di fallimento. Parimenti è escluso di diritto il socio nei cui confronti un suo
creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota a norma dell'art. 2270 e solo
quando la liquidazione è effettivamente avvenuta (art. 2288 c.c.). L'esclusione di un socio può
avere luogo per gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge o dal contratto
sociale, nonché per l'interdizione, l'inabilitazione del socio o per la sua condanna ad una pena
che importa l'interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici. Il socio che ha conferito
nella società la propria opera o il godimento di una cosa può altresì essere escluso per la
sopravvenuta inidoneità a svolgere l'opera conferita o per il perimento della cosa dovuto a
causa non imputabile agli amministratori. Parimenti può essere escluso il socio che si è
obbligato con il conferimento a trasferire la proprietà di una cosa, se questa è perita prima che
la proprietà sia acquistata alla società (art. 2286 c.c.). L’esclusione è deliberata dalla
maggioranza dei soci calcolata per teste col rispetto del metodo assembleare. La deliberazione
dev’essere comunicata all’escluso e ha effetto 30 giorni dopo la data di comunicazione. Entro
tale termine il socio può fare opposizione davanti al tribunale che può sospendere l’esecuzione
della delibera. Se non ottiene la sospensiva il socio cessa di far parte della società ma in caso
di accoglimento dell’opposizione è reintegrato nella società con effetto retroattivo. Se la
società si compone di due soci, l'esclusione di uno di essi è pronunciata dal tribunale, su
domanda dell'altro.

Nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi hanno
diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota. La liquidazione della
quota è fatta in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo
scioglimento ed il suo valore è determinato attribuendo ai beni il loro valore effettivo nonché tenendo
conto del valore dell’avviamento dell’azienda e degli utili e delle perdite sulle operazioni in corso.
Salvo quanto è disposto nell'art. 2270, il pagamento della quota spettante al socio deve essere fatto
entro 6 mesi dal giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto.

E. SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETÁ


L’art. 2272 c.c. dice che la società semplice e la s.n.c. si sciolgono:
1) per il decorso del termine fissato nell’atto costitutivo (ma è possibile prorogare questo termine
sia espressamente sia tacitamente quando, decorso il tempo per cui fu contratta, i soci
continuano a compiere le operazioni sociali);
2) per il conseguimento dell'oggetto sociale o per la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo
(ostacoli al funzionamento della società determinati dall’insanabile discordia tra soci);
3) per la volontà di tutti i soci (salvo che l’atto costitutivo non preveda la deliberazione a
maggioranza);
4) quando viene a mancare la pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi questa non è
ricostituita;
5) per le altre cause previste dal contratto sociale;
6) per fallimento e per provvedimento dell’autorità governativa con cui dispone la liquidazione
coatta amministrativa della società (solo per la s.n.c.).

Le cause di scioglimento operano automaticamente, la società entra automaticamente in stato di


liquidazione e la s.n.c. deve espressamente indicarlo negli atti e nella corrispondenza. Prima
dell’estinzione si deve provvedere al soddisfacimento dei creditori sociali e alla distribuzione del
residuo attivo ai soci. I poteri degli amministratori sono limitati al compimento degli affari urgenti
poiché la loro attività è esercitata dai liquidatori, nominati con il consenso di tutti i soci o, in caso di
disaccordo, dal presidente del tribunale, che però non possono intraprendere nuove operazioni e
rispondono solidalmente e personalmente per gli affari sociali intrapresi noncuranti del divieto. Se i
fondi disponibili risultano insufficienti per il pagamento dei debiti sociali, i liquidatori possono
chiedere ai soci i versamenti ancora dovuti sulle rispettive quote e, se occorre, le somme necessarie,
nei limiti della rispettiva responsabilità e in proporzione della parte di ciascuno nelle perdite. I
creditori personali dei soci dovranno attendere l’espletamento della liquidazione per potersi rivalere
sulla quota di liquidazione. Non muta la posizione dei creditori della società. Lo stato di liquidazione
può essere revocato dall’unanimità dei soci con il ritorno alla normale attività di gestione e con la
continuazione della stessa società.

Il procedimento di liquidazione è regolato dagli art. 2275-2283 c.c. e dagli art. 2309-2312 per la s.n.c.
ma può essere anche determinato dai soci nel contratto sociale o al momento dello scioglimento. Ha
inizio con la nomina di 1 o più liquidatori con il consenso di tutti i soci o, in caso di disaccordo, con
l’intervento del presidente del tribunale. I liquidatori possono essere revocati per volontà di tutti i soci
e in ogni caso dal tribunale per giusta causa su domanda di uno o più soci. Nella s.n.c. la deliberazione
dei soci o la sentenza che nomina i liquidatori e ogni atto successivo che importa cambiamento nelle
persone dei liquidatori devono essere, entro 30 giorni dalla notizia della nomina, depositati in copia
autentica a cura dei liquidatori medesimi per l'iscrizione presso l'ufficio del registro delle imprese.
Nella s.n.c. irregolare dev’essere portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei.
Con l’accettazione della nomina i liquidatori prendono il posto degli amministratori che devono
consegnare ai liquidatori i beni e i documenti sociali e presentare ad essi il conto della gestione
relativo al periodo successivo all'ultimo rendiconto. I liquidatori devono prendere in consegna i beni e
i documenti sociali, e redigere, insieme con gli amministratori, l'inventario dal quale risulti lo stato
attivo e passivo del patrimonio sociale. L'inventario deve essere sottoscritto dagli amministratori e dai
liquidatori.. I liquidatori devono definire i rapporti che si ricollegano all’attività sociale: convertire in
denaro i beni, pagare i creditori, ripartire il residuo attivo tra i soci. I liquidatori possono compiere gli
atti necessari per la liquidazione e, se i soci non hanno disposto diversamente, possono vendere anche
in blocco i beni sociali e fare transazioni e compromessi. Essi rappresentano la società anche in
giudizio. Se i fondi disponibili risultano insufficienti per il pagamento dei debiti sociali, i liquidatori
possono chiedere ai soci i versamenti ancora dovuti sulle rispettive quote e, se occorre, le somme
necessarie, nei limiti della rispettiva responsabilità e in proporzione della parte di ciascuno nelle
perdite. Nella stessa proporzione si ripartisce tra i soci il debito del socio insolvente. Ma i liquidatori
non possono intraprendere nuove operazioni. Contravvenendo a tale divieto, essi rispondono
personalmente e solidalmente per gli affari intrapresi. Inoltre non possono ripartire tra i soci, neppure
parzialmente, i beni sociali, finché non siano pagati i creditori della società o non siano accantonate le
somme necessarie per pagarli. Gli obblighi e la responsabilità dei liquidatori sono regolati dalle
disposizioni stabilite per gli amministratori, in quanto non sia diversamente disposto dalle norme
seguenti o dal contratto sociale.
Estinti tutti i debiti i liquidatori devono restituire ai soci i beni conferiti in godimento nello stato in cui
si trovano. Se i beni sono periti o deteriorati per causa imputabile agli amministratori, i soci hanno
diritto al risarcimento del danno a carico del patrimonio sociale, salva l'azione contro gli
amministratori. Se è convenuto che la ripartizione dei beni sia fatta in natura, si applicano le
disposizioni sulla divisione delle cose comuni. Estinti i debiti sociali, l'attivo residuo é destinato al
rimborso del valore nominale dei conferimenti. L'eventuale eccedenza é ripartita tra i soci in
proporzione della parte di ciascuno nei guadagni. L'ammontare dei conferimenti non aventi per
oggetto somme di danaro è determinato secondo la valutazione che ne è stata fatta nel contratto o, in
mancanza, secondo il valore che essi avevano nel momento in cui furono eseguiti.
Nella società semplice non vi è nessuna regola procedimentale per la chiusura del procedimento di
liquidazione.
Nella s.n.c. compiuta la liquidazione, i liquidatori devono redigere il bilancio finale e proporre ai soci il
piano di riparto (proposta di divisione dell’attivo residuo fra i soci). Il bilancio, sottoscritto dai
liquidatori, e il piano di riparto devono essere comunicati mediante raccomandata ai soci, e
s'intendono approvati se non sono stati impugnati nel termine di 2 mesi dalla comunicazione. In caso
d'impugnazione del bilancio e del piano di riparto, il liquidatore può chiedere che le questioni relative
alla liquidazione siano esaminate separatamente da quelle relative alla divisione, alle quali il
liquidatore può restare estraneo. Con l'approvazione del bilancio i liquidatori sono liberati di fronte ai
soci.

Nella s.n.c. irregolare la chiusura del procedimento di liquidazione determina l’estinzione della società
sempreché la disciplina sia stata interamente rispettata e siano stati soddisfatti tutti i creditori sociali.
Nella s.n.c. regolare, approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la
cancellazione della società dal registro delle imprese. Dalla cancellazione della società i creditori
sociali che non sono stati soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci e, se il
mancato pagamento è dipeso da colpa dei liquidatori, anche nei confronti di questi. Le scritture
contabili e i documenti che non spettano ai singoli soci sono depositati presso la persona designata
dalla maggioranza. Le scritture contabili e i documenti devono essere conservati per dieci anni a
decorrere dalla cancellazione della società dal registro delle imprese (art. 2312 c.c.). I creditori della
s.n.c. possono chiedere il fallimento dei soci entra 1 anno dalla cancellazione della società dal registro
delle imprese.
La società in accomandita semplice

La s.a.s. risponde alla funzione economica di consentire l’aggregazione di soggetti che intendono
gestire personalmente gli affari sociali assumendo la responsabilità illimitata e di soggetti che
intendono finanziare l’attività dei primi con rischio e poteri limitati ma assumendo la veste di soci.
Infatti la s.a.s. è una società di persone che si differenzia dalla s.n.c. per la presenza di 2 categorie di
soci:
1) Soci Accomandatari: rispondono solidalmente ed illimitatamente per le obbligazioni sociali e
solo a loro compete l’amministrazione della società;
2) Soci Accomandanti: rispondono limitatamente alla quota conferita per le obbligazioni sociali.
Questa struttura consente l’esercizio di un’impresa commerciale con limitazioni del rischio e non
esposizione a fallimento personale per alcuni soci.

Alla s.a.s. si applicano le disposizioni relative alla s.n.c. (art. 2315 c.c.). L'atto costitutivo deve indicare
i soci accomandatari e i soci accomandanti (art. 2316 c.c.) e la sua omessa registrazione nel registro
delle imprese comporta solo l’irregolarità della società.
La s.a.s. agisce sotto una ragione sociale costituita dal nome di almeno 1 dei soci accomandatari, con
l'indicazione di “s.a.s.”. L'accomandante, il quale consente che il suo nome sia compreso nella ragione
sociale, risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente con i soci accomandatari per le
obbligazioni sociali (art. 2314 c.c.).
La partecipazione di un incapace alla s.a.s. è subordinata in ogni caso all'osservanza delle disposizioni
degli articoli 320, 371, 397, 424 e 425. Ma si ritiene che questo regime non sia applicabile quando
l’incapace è accomandante.

I soci accomandatari hanno i diritti e gli obblighi dei soci della s.n.c.. L'amministrazione della società
può essere conferita soltanto a loro (art. 2318 c.c.).
I soci accomandanti hanno il diritto di concorrere con gli accomandatari alla nomina e alla revoca
degli amministratori quando l’atto costitutivo prevede la designazione degli stessi con atto separato
(per l’art. 2319 c.c. “se l'atto costitutivo non dispone diversamente, per la nomina degli amministratori
e per la loro revoca nel caso indicato nel secondo comma dell'art. 2259 sono necessari il consenso dei
soci accomandatari e l'approvazione di tanti soci accomandanti che rappresentino la maggioranza del
capitale da essi sottoscritto.”)e il diritto a chiedere la revoca per giusta causa degli amministratori.
I soci accomandanti non possono compiere atti di amministrazione, né trattare o concludere affari in
nome della società, se non in forza di procura speciale per singoli affari. Il socio accomandante che
contravviene a tale divieto assume responsabilità illimitata e solidale verso i terzi per tutte le
obbligazioni sociali e può essere escluso a norma dell'art. 2286. I soci accomandanti possono tuttavia
prestare la loro opera sotto la direzione degli amministratori e, se l'atto costitutivo lo consente, dare
autorizzazioni e pareri per determinate operazioni e compiere atti di ispezione e di sorveglianza. In
ogni caso essi hanno diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle
perdite, e di controllarne l'esattezza, consultando i libri e gli altri documenti della società (art. 2320
c.c.). I soci accomandanti non sono tenuti alla restituzione degli utili riscossi in buona fede secondo il
bilancio regolarmente approvato (art. 2321 c.c.).

Per quanto riguarda il trasferimento della partecipazione sociale per i soci accomandatari valgono le
regole dei soci della s.n.c., per gli accomandanti l’art. 2322 c.c. dice che “La quota di partecipazione
del socio accomandante è trasmissibile per causa di morte. Salvo diversa disposizione dell'atto
costitutivo, la quota può essere ceduta, con effetto verso la società, con il consenso dei soci che
rappresentano la maggioranza del capitale.”

La s.a.s. si scioglie, oltre che per le cause previste nell'art. 2308, quando rimangono soltanto soci
accomandanti o soci accomandatari, sempreché nel termine di 6 mesi non sia stato sostituito il socio
che è venuto meno. Se vengono a mancare tutti gli accomandatari, per il periodo indicato dal comma
precedente gli accomandanti nominano un amministratore provvisorio per il compimento degli atti di
ordinaria amministrazione. L'amministratore provvisorio non assume la qualità di socio
accomandatario. Scaduti i 6 mesi senza che venga ricostituita la categoria mancante, la s.a.s. si
trasforma tacitamente in una s.n.c. irregolare. I procedimenti di liquidazione e di estinzione sono
uguali a quelli della s.n.c.. Salvo il diritto previsto dal secondo comma dell'art. 2312 nei confronti degli
accomandatari e dei liquidatori, i creditori sociali che non sono stati soddisfatti nella liquidazione
della società possono far valere i loro crediti anche nei confronti degli accomandanti, limitatamente
alla quota di liquidazione.
È irregolare la s.a.s. il cui atto costitutivo non sia stato iscritto nel registro delle imprese. In questo
tipo di società il divieto d’immistione degli accomandanti ha carattere assoluto. La disciplina da
seguire è quella della s.n.c. irregolare.
Le società cooperative

Le società cooperative sono società a capitale variabile che si caratterizzano per lo specifico scopo
perseguito nello svolgimento dell’attività d’impresa: lo scopo mutualistico. La Repubblica riconosce la
funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La
legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni
controlli, il carattere e le finalità.

Lo scopo-mezzo delle cooperative è, come per le lucrative, l’esercizio in comune di un’attività


economica. Lo scopo-fine, invece, è lo scopo mutualistico, mentre nelle lucrative è la produzione di
utili da distribuire fra i soci. Lo scopo mutualistico consiste nel fornire beni o servizi od occasioni di
lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che
otterrebbero sul mercato. Nelle cooperative di consumo c’è una tendenziale coincidenza fra i soci e i
soggetti che usufruiscono dei beni o servizi prodotti dall’impresa sociale. Nelle cooperative di
produzione e lavoro i fattori produttivi necessari sono forniti dai soci stessi. L’attività d’impresa delle
cooperative si caratterizza per la gestione di servizio a favore dei soci che sono i destinatari elettivi dei
beni o servizi prodotti dalla cooperativa. Anche i soci mirano a realizzare un risultato economico ed un
proprio vantaggio patrimoniale che è quello di soddisfare un comune preesistente bisogno economico
conseguendo un risparmio di spesa per i beni o servizi acquistati dalla propria società o una maggiore
retribuzione per i propri beni o servizi alla stessa ceduti.

Le società cooperative possono fornire a terzi le medesime prestazioni che formano oggetto della
gestione a favore dei soci. Ciò è finalizzato alla produzione di utili: può essere attività oggettivamente
lucrativa. Lo scopo mutualistico può coesistere con un’attività con terzi produttiva di utili.
Incompatibile con lo scopo mutualistico è e resta l’integrale distribuzione ai soci degli utili prodotti
della cooperativa.

Le cooperative a mutualità prevalente sono caratterizzate da:


a) la presenza nello statuto di clausole che limitano la distribuzione di utili e riserve ai
cooperatori;
b) la circostanza che la loro attività deve essere svolta prevalentemente prestazioni lavorative dei
soci o beni e servizi dagli stessi apportati. Gli amministratori e sindaci devono documentare
nella nota integrativa l bilancio tali condizioni di prevalenza che ricorre quando i rapporti di
scambio con i soci superano il 50% del totale dei rapporti intrattenuti nell’anno della società.
Perdono la qualifica di cooperative a mutualità prevalente le società che per 2 esercizi non rispettano
tali condizioni e quelle esistenti che entro la fine del 2004 non si adeguano possono trasformarsi in
società ordinarie o in consorzio. Questo tipo di cooperative è tenuto ad iscriversi in un apposito albo
tenuto a cura del Ministero delle attività produttive. In una distinta sezione dello stesso albo si
iscrivono le altre società cooperative. L’atto costitutivo deve stabilire le regole per lo svolgimento
dell’attività mutualistica con i soci, se la società può svolgere la propria attività anche con terzi e nei
relativi rapporti dev’essere rispettato il principio di parità di trattamento.

La società cooperativa di medie e grandi dimensioni utilizza la disciplina della s.p.a., quella di piccole
dimensione utilizza la disciplina della s.r.l..
Per procedere alla costituzione di una società cooperativa è necessario che i soci siano almeno 9. Può
essere costituita una società cooperativa da almeno 3 soci quando i medesimi sono persone fisiche e la
società adotta le norme della s.r.l.. Se successivamente alla costituzione il numero dei soci diviene
inferiore a quello stabilito, esso deve essere integrato nel termine massimo di un anno, trascorso il
quale la società si scioglie e deve essere posta in liquidazione. La legge determina il numero minimo di
soci necessario per la costituzione di particolari categorie di cooperative. Non possono in ogni caso
divenire soci quanti esercitano in proprio imprese identiche o affini con quella della cooperativa, ma
ciò non vale per i soci sovventori. Il procedimento di costituzione ricalca quello della s.p.a. o s.r.l.. La
società deve costituirsi per atto pubblico. L'atto costitutivo stabilisce le regole per lo svolgimento
dell'attività mutualistica e può prevedere che la società svolga la propria attività anche con terzi. Le
indicazioni coincidono con quelle stabilite per la s.p.a.. È necessario inserire la indicazione specifica
dell'oggetto sociale con riferimento ai requisiti e agli interessi dei soci, i requisiti per l'ammissione dei
nuovi soci e la relativa procedura, secondo criteri non discriminatori coerenti con lo scopo
mutualistico e l'attività economica svolta, le condizioni per l'eventuale recesso o per la esclusione dei
soci, le regole per la ripartizione degli utili e i criteri per la ripartizione dei ristorni. La denominazione
sociale, in qualunque modo formata, deve contenere l'indicazione di società cooperativa. Le società
cooperative a mutualità prevalente devono indicare negli atti e nella corrispondenza il numero di
iscrizione presso l'albo delle cooperative a mutualità prevalente. L’atto costitutivo dev’essere iscritto
nel registro delle imprese e con l’iscrizione acquista personalità giuridica.

La disciplina dei conferimenti e delle prestazioni accessorie è identica a quella per la s.p.a. o s.r.l. a
seconda della dimensione della società. Nelle società cooperative per le obbligazioni sociali risponde
soltanto la società con il suo patrimonio. Il socio che non esegue in tutto o in parte il pagamento delle
quote o delle azioni sottoscritte può, previa intimazione da parte degli amministratori, essere escluso.
Il socio che cessa di far parte della società risponde verso questa per il pagamento dei conferimenti
non versati, per un anno dal giorno in cui il recesso, la esclusione o la cessione della quota si è
verificata. Se entro un anno dallo scioglimento del rapporto associativo si manifesta l'insolvenza della
società, il socio uscente è obbligato verso questa nei limiti di quanto ricevuto per la liquidazione della
quota o per il rimborso delle azioni. Il creditore particolare del socio cooperatore, finché dura la
società, non può agire esecutivamente sulla quota e sulle azioni del medesimo.

La partecipazione sociale può essere rappresentata da quote o da azioni. Il valore nominale di


ciascuna azione o quota non può essere inferiore a € 25 né superiore a € 500. Ove la legge non
preveda diversamente, nelle società cooperative nessun socio può avere una quota superiore a € 1000,
né tante azioni il cui valore nominale superi tale somma. L'atto costitutivo, nelle società cooperative
con più di 500 soci, può elevare il limite previsto nel precedente comma sino al 2% del capitale sociale.
I limiti non si applicano nel caso di conferimenti di beni in natura o di crediti e con riferimento ai soci
diversi dalle persone fisiche ed ai sottoscrittori degli strumenti finanziari dotati di diritti di
amministrazione.
La quota o le azioni dei soci cooperatori non possono essere cedute con effetto verso la società, se la
cessione non è autorizzata dagli amministratori, il cui provvedimento che la concede o la nega deve
essere comunicato al socio entro 60 giorni dal ricevimento della richiesta. Il silenzio vale assenso.
L’autorizzazione non potrà essere validamente concessa qualora l’acquirente non possegga i requisiti
soggettivi fissati per legge o dall’atto costitutivo. Il provvedimento che nega al socio l'autorizzazione
deve essere motivato e contro lo stesso il socio può proporre opposizione al tribunale.
L'atto costitutivo può autorizzare gli amministratori ad acquistare o rimborsare quote o azioni della
società, purché il rapporto tra patrimonio netto e complessivo indebitamento debba essere superiore
ad un quarto e l'acquisto o il rimborso sia fatto nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve
disponibili risultanti dall'ultimo bilancio regolarmente approvato.

I soci sovventori sono soci non specificatamente interessati alle prestazioni mutualistiche ed il loro
ruolo è elusivamente quello di apportare il capitale di rischio necessario per lo svolgimento
dell’attività della cooperativa. I loro conferimenti sono rappresentati da azioni o quote nominative
liberamente trasferibili. L’atto costitutivo può stabilire particolari condizioni a favore dei soci
sovventori per la ripartizione degli utili e la liquidazione delle quote o delle azioni. Il tasso di
remunerazione non può essere maggiorato più del 2% rispetto a quello previsto per i soci cooperatori.
L’atto costitutivo può attribuire a ciascun socio sovventore massimo 5 voti. I voti attribuibili ai
sovventori non possono mai superare un terzo dei voti spettanti a tutti i soci. I soci sovventori possono
essere nominati amministratori ma la maggioranza degli amministratori dev’essere costituita dai soci
cooperatori.
Le azioni di partecipazione cooperativa sono simili alle azioni di risparmio: sono prive di diritto di
voto e sono privilegiate nella ripartizione degli utili e nel rimborso del capitale. Possono essere emesse
per un ammontare non superiore al valore delle riserve indivisibili o del patrimonio netto risultante
dall’ultimo bilancio. Devono essere offerte in opzione per almeno la metà ai soci ed ai lavoratori
dipendenti della cooperativa. Possono essere emesse al portatore se interamente liberate. Le azioni di
partecipazione assicurano ex lege una partecipazione agli utili maggiorata del 2% rispetto a quella
delle quote o delle azioni dei cooperatori, hanno diritto di prelazione nel rimborso del capitale per
l’intero valore nominale, in sede di scioglimento della società, le perdite incidono sulle stesse solo per
la parte che eccede il valore nominale complessivo delle altre azioni o quote.
L’organizzazione di gruppo si articola nell’assemblea speciale di categoria e nel rappresentante
comune.
Alle società cooperative è stata consentita anche l’emissione di obbligazioni per la raccolta di capitale
di prestito. Il limite all’emissione è l’ammontare del capitale versato e delle riserve risultanti
dall’ultimo bilancio approvato. Tutte le cooperative possono emettere strumenti finanziari come la
s.p.a.. L'atto costitutivo stabilisce i diritti di amministrazione o patrimoniali attribuiti ai possessori
degli strumenti finanziari e le eventuali condizioni cui è sottoposto il loro trasferimento. Ai possessori
di strumenti finanziari non può essere attribuito più di un terzo dei voti spettanti all’insieme degli altri
soci presenti. Per gli strumenti senza voto è prevista un’organizzazione a tutela dei relativi interessi.
La cooperativa cui si applicano le norme sulla s.r.l. può offrire in sottoscrizione strumenti privi di
diritti di amministrazione solo a investitori qualificati.

Gli organi delle società cooperative disciplinati dalle norme sulla s.p.a. sono gli stessi della s.p.a. ed
identico è il riparto di funzioni, ma ci sono alcune diversità:
a) Ciascun socio cooperatore ha un solo voto, qualunque sia il valore della quota o il numero
delle azioni possedute. Solo ai soci persone giuridiche possono essere attribuiti massimo 5
voti, in relazione dell’ammontare della quota o delle azioni, oppure al numero dei loro
membri. L'atto costitutivo determina i limiti al diritto di voto degli strumenti finanziari offerti
in sottoscrizione ai soci cooperatori. Nelle cooperative di produzione l'atto costitutivo può
prevedere che il diritto di voto sia attribuito in ragione della partecipazione allo scambio
mutualistico, ma nessun socio può esprimere più di un decimo dei voti;
b) Nelle assemblee hanno diritto di voto coloro che risultano iscritti da almeno 90 giorni nel
libro dei soci;
c) Il socio può farsi rappresentare solo da un altro socio. Ciascun socio può rappresentare sino
ad un massimo di 10 soci;
d) L'atto costitutivo può prevedere che il voto venga espresso per corrispondenza, ovvero
mediante altri mezzi di telecomunicazione. In tal caso l'avviso di convocazione deve contenere
per esteso la deliberazione proposta;
e) I quorum costitutivi e deliberativi vanno calcolati secondo il numero dei voti spettanti per
testa ai soci;
f) L'atto costitutivo delle società cooperative può prevedere lo svolgimento di assemblee
separate, anche rispetto a specifiche materie ovvero in presenza di particolari categorie di
soci. Lo svolgimento di assemblee separate deve essere previsto quando la società cooperativa
ha più di 3000 soci e svolge la propria attività in più province ovvero se ha più di 500 soci e si
realizzano più gestioni mutualistiche. Le assemblee separate deliberano sulle stesse materie
che formeranno oggetto dell’assemblea generale ed eleggono dei soci-delegati che
parteciperanno a quest’ultima. L’assemblea generale è costituita dai delegati designati dalle
assemblee separate e delibera definitivamente sulle materie dell’ordine del giorno. Le
deliberazioni della assemblea generale possono essere impugnate anche dai soci assenti e
dissenzienti nelle assemblee separate quando, senza i voti espressi dai delegati delle
assemblee separate irregolarmente tenute, verrebbe meno la maggioranza richiesta per la
validità della deliberazione. Le deliberazioni delle assemblee separate non possono essere
autonomamente impugnate.

Se la cooperativa ha adottato il sistema dualistico, i possessori di strumenti finanziari non possono


eleggere più di un terzo dei componenti del consiglio di sorveglianza e più di un terzo dei componenti
del consiglio di gestione. I componenti del consiglio di sorveglianza eletti dai soci cooperatori devono
essere scelti tra i soci cooperatori.
Se la cooperativa ha adottato il sistema monistico, agli amministratori eletti dai possessori di
strumenti finanziari, in misura comunque non superiore ad un terzo, non possono essere attribuite
deleghe operative né gli stessi possono fare parte del comitato esecutivo.
Se la cooperativa ha adottato il sistema tradizionale, la maggioranza degli amministratori è scelta tra i
soci cooperatori. L'atto costitutivo può prevedere che uno o più amministratori siano scelti tra gli
appartenenti alle diverse categorie dei soci, in proporzione dell'interesse che ciascuna categoria ha
nell'attività sociale. L’atto costitutivo deve stabilire limiti al cumulo delle cariche ed alla rieleggibilità
degli amministratori, col limite massimo di 3 mandati consecutivi.
La nomina del collegio sindacale è obbligatoria solo quando la cooperativa ha un capitale non inferiore
a quello minimo della s.p.a., quando solo superati i limiti per la redazione del bilancio in forma
abbreviata o quando la società ha emesso strumenti finanziari partecipativi. L'atto costitutivo può
attribuire il diritto di voto nell'elezione dell'organo di controllo proporzionalmente alle quote o alle
azioni possedute ovvero in ragione della partecipazione allo scambio mutualistico. I possessori degli
strumenti finanziari dotati di diritti di amministrazione possono eleggere, se lo statuto lo prevede, nel
complesso sino ad un terzo dei componenti dell'organo di controllo.
Al collegio dei probiviri è affidata la risoluzione di eventuali controversie fra soci o fra soci e società,
riguardanti il rapporto sociale o la gestione mutualistica. Non possono essere delegati dagli
amministratori i poteri in materia di ammissione, di recesso e di esclusione dei soci e le decisioni che
incidono sui rapporti mutualistici con i soci.
Le società cooperative sono assoggettate al controllo giudiziario sulla gestione. Infatti i fatti previsti
dall'art. 2409 possono essere denunciati al tribunale dai soci che siano titolari del decimo del capitale
sociale ovvero da un decimo del numero complessivo dei soci, e, nelle società cooperative che hanno
più di 3000 soci, da un ventesimo dei soci. Il ricorso deve essere notificato a cura dei ricorrenti anche
all'autorità di vigilanza. Il tribunale, sentiti in camera di consiglio gli amministratori, i sindaci e
l'autorità di vigilanza, dichiara improcedibile il ricorso se per i medesimi fatti sia stato già nominato
un ispettore o un commissario dall'autorità di vigilanza. L'autorità di vigilanza dispone la sospensione
del procedimento dalla medesima iniziato se il tribunale per i medesimi fatti ha nominato un ispettore
o un amministratore giudiziario.

Le società cooperative sono sottoposte alle autorizzazioni, alla vigilanza e agli altri controlli sulla
gestione previsti dalle leggi speciali al fine di assicurare il regolare funzionamento amministrativo e
contabile delle stesse ed il rispetto delle condizioni richieste per la concessione delle agevolazioni
tributarie e creditizie. Per alcune cooperative la vigilanza spetta al Ministero del Lavoro ed è esercitata
tramite ispezioni ordinarie e straordinarie disposte ogni qualvolta se ne ravvisa l’opportunità. In caso
di irregolare funzionamento delle società cooperative, l'autorità governativa può revocare gli
amministratori e i sindaci, e affidare la gestione della società ad un commissario, determinando i
poteri e la durata. L'autorità di vigilanza può sciogliere le società cooperative e gli enti mutualistici che
non perseguono lo scopo mutualistico o non sono in condizione di raggiungere gli scopi per cui sono
stati costituiti o che per 2 anni consecutivi non hanno depositato il bilancio di esercizio o non hanno
compiuto atti di gestione.

La formazione del bilancio è assoggettata alla disciplina delle s.p.a.. Le cooperative più grandi devono
sottoporre il bilancio a revisione obbligatoria da parte di una società di revisione. Qualunque sia
l'ammontare del fondo di riserva legale, deve essere a questo destinato almeno il 30% degli utili netti
annuali. Una quota degli utili netti annuali (3%) deve essere corrisposta ai fondi mutualistici per la
promozione e lo sviluppo della cooperazione, nella misura e con le modalità previste dalla legge. Sono
indivisibili le riserve che per disposizione di legge o dello statuto non possono essere ripartite tra i
soci, neppure in caso di scioglimento della società. Le riserve indivisibili possono essere utilizzate per
la copertura di perdite solo dopo che sono esaurite le riserve che la società aveva destinato ad
operazioni di aumento di capitale e quelle che possono essere ripartite tra i soci in caso di
scioglimento della società. Per le cooperative a mutualità prevalente, devono essere previsti negli
statuti:
a) il divieto di distribuire i dividendi in misura superiore all'interesse massimo dei buoni postali
fruttiferi, aumentato di 2 punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato;
b) il divieto di remunerare gli strumenti finanziari offerti in sottoscrizione ai soci cooperatori in
misura superiore a 2 punti rispetto al limite massimo previsto per i dividendi;
c) il divieto di distribuire le riserve fra i soci cooperatori;
d) l'obbligo di devoluzione, in caso di scioglimento della società, dell'intero patrimonio sociale,
dedotto soltanto il capitale sociale e i dividendi eventualmente maturati, ai fondi mutualistici
per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.
In tutte le cooperative possono essere distribuiti dividendi, acquistate proprie quote o azioni ovvero
assegnate ai soci le riserve divisibili se il rapporto tra il patrimonio netto e il complessivo
indebitamento della società è
superiore ad un quarto. Il divieto non si applica nei confronti dei possessori di strumenti finanziari. La
quota di utili che residua se non assegnata dev’essere destinata a fini mutualistici. Dagli utili vanno
tenuti distinti i ristorni che costituiscono rimborso ai soci di parte del prezzo pagato per i beni o
servizi acquistati dalla cooperativa a prezzo di mercato, ovvero integrazione della retribuzione
corrisposta. Le cooperative devono riportare separatamente nel bilancio i dati relativi all'attività svolta
con i soci, distinguendo eventualmente le
diverse gestioni mutualistiche. L'assemblea può deliberare la ripartizione dei ristorni a ciascun socio
anche mediante aumento proporzionale delle rispettive quote o con l'emissione di nuove azioni.

Le società cooperative sono società a capitale variabile. Nelle società cooperative l'ammissione di
nuovi soci, non importa modificazione dell'atto costitutivo. La società può deliberare aumenti di
capitale con modificazione dell'atto costitutivo. L'ammissione di un nuovo socio è fatta con
deliberazione degli amministratori su domanda dell'interessato. La deliberazione di ammissione deve
essere comunicata all'interessato e annotata a cura degli amministratori nel libro dei soci. Il nuovo
socio deve versare, oltre l'importo della quota o delle azioni, il soprapprezzo eventualmente
determinato dall'assemblea in sede di approvazione del bilancio su proposta dagli amministratori. Il
consiglio di amministrazione deve entro 60 giorni motivare la deliberazione di rigetto della domanda
di ammissione e comunicarla agli interessati. L'atto costitutivo può prevedere, determinandone i
diritti e gli obblighi, l'ammissione del nuovo socio cooperatore in una categoria speciale in ragione
dell'interesse alla sua formazione ovvero del suo inserimento nell'impresa. I soci ammessi alla
categoria speciale non possono in ogni caso superare un terzo del numero totale dei soci cooperatori.
Al termine di un periodo comunque non superiore a 5 anni il nuovo socio è ammesso a godere i diritti
che spettano agli altri soci cooperatori.
Costituiscono cause di riduzione del numero dei soci e del capitale:
Recesso
Il socio cooperatore può recedere dalla società nei casi previsti dalla legge e dall'atto costitutivo. Il
recesso non può essere parziale. La dichiarazione di recesso deve essere comunicata con
raccomandata alla società. Gli amministratori devono esaminarla entro 60 giorni dalla ricezione. Se
non sussistono i presupposti del recesso, gli amministratori devono darne immediata comunicazione
al socio, che entro 60 giorni dal ricevimento della comunicazione, può proporre opposizione innanzi il
tribunale. Il recesso ha effetto per quanto riguarda il rapporto sociale dalla comunicazione del
provvedimento di accoglimento della domanda. Ove la legge o l'atto costitutivo non preveda
diversamente, per i rapporti mutualistici tra socio e società il recesso ha effetto con la chiusura
dell'esercizio in corso, se comunicato 3 mesi prima, e, in caso contrario, con la chiusura dell'esercizio
successivo.
Esclusione
Il socio che non esegue in tutto o in parte il pagamento delle quote o delle azioni sottoscritte può,
previa intimazione da parte degli amministratori, essere escluso. Ciò può aver luogo anche:
1) nei casi previsti dall'atto costitutivo;
2) per gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge, dal contratto sociale, dal
regolamento o dal rapporto mutualistico;
3) per mancanza o perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società;
4) nei casi previsti dall'art. 2286;
5) nei casi previsti dall'art. 2288, primo comma.
L'esclusione deve essere deliberata dagli amministratori o, se l'atto costitutivo lo prevede,
dall'assemblea. Contro la deliberazione di esclusione il socio può proporre opposizione al tribunale,
nel termine di 60 giorni dalla comunicazione. Qualora l'atto costitutivo non preveda diversamente, lo
scioglimento del rapporto sociale determina anche la risoluzione dei rapporti mutualistici pendenti.
Morte
In caso di morte del socio, gli eredi hanno diritto alla liquidazione della quota o al rimborso delle
azioni. L'atto costitutivo può prevedere che gli eredi provvisti dei requisiti per l'ammissione alla
società subentrino nella partecipazione del socio deceduto. In caso di pluralità di eredi, questi
debbono nominare un rappresentante comune, salvo che la quota sia divisibile e la società consenta la
divisione.
La liquidazione della partecipazione sociale, eventualmente ridotta in proporzione alle perdite
imputabili al capitale, avviene sulla base dei criteri stabiliti nell'atto costitutivo assumendo come base
il bilancio dell’esercizio in cui il rapporto si scioglie limitatamente al socio. Salvo diversa disposizione,
la liquidazione comprende anche il rimborso del soprapprezzo, ove versato ed il pagamento deve
essere fatto entro 180 giorni dall'approvazione del bilancio.

Il contratto con cui più cooperative appartenenti anche a categorie diverse regolano, anche in forma
consortile, la direzione e il coordinamento delle rispettive imprese (gruppo cooperativo paritetico)
deve indicare:
1) la durata;
2) la cooperativa o le cooperative cui è attribuita la direzione del gruppo, indicandone i relativi
poteri;
3) l'eventuale partecipazione di altri enti pubblici e privati;
4) i criteri e le condizioni di adesione e di recesso dal contratto;
5) i criteri di compensazione e l'equilibrio nella distribuzione dei vantaggi derivanti dall'attività
comune.
La cooperativa può recedere dal contratto senza che ad essa possano essere imposti oneri di alcun tipo
qualora, per effetto dell'adesione al gruppo, le condizioni dello scambio risultino pregiudizievoli per i
propri soci. Le cooperative aderenti ad un gruppo sono tenute a depositare in forma scritta l'accordo
di partecipazione presso l'albo delle società cooperative.

La società cooperativa si scioglie per le cause previste per le società di capitali con la sola differenza
che solo la perdita totale del capitale è causa di scioglimento. Sono specifiche cause la riduzione dei
soci al di sotto del numero minimo di 9 (o 3) se questo non è reintegrato entro un anno e la
liquidazione coatta amministrativa disposta dall’autorità governativa. In caso di irregolarità o di
eccessivo ritardo nello svolgimento della liquidazione ordinaria di una società cooperativa, l'autorità
governativa può sostituire i liquidatori o, se questi sono stati nominati dall'autorità giudiziaria, può
chiederne la sostituzione al tribunale.
Le mutue assicuratrici sono società cooperative caratterizzate dalla stretta interdipendenza che per
legge esiste fra la qualità di socio e la qualità di assicurato: non si può acquistare la qualità di socio, se
non assicurandosi presso la società, e si perde la qualità di socio con l'estinguersi dell'assicurazione.
Le obbligazioni sono garantite dal patrimonio sociale. I soci sono tenuti al pagamento dei contributi
fissi o variabili, entro il limite massimo determinato dall'atto costitutivo. L'atto costitutivo può
prevedere la costituzione di fondi di garanzia per il pagamento delle indennità, mediante speciali
conferimenti da parte di assicurati o di terzi, attribuendo anche a questi ultimi la qualità di socio.
L'atto costitutivo può attribuire a ciascuno dei soci sovventori più voti, ma non oltre 5, in relazione
all'ammontare del conferimento. I voti attribuiti ai soci sovventori, come tali, devono in ogni caso
essere inferiori al numero dei voti spettanti ai soci assicurati. I soci sovventori possono essere
nominati amministratori. La maggioranza degli amministratori deve essere costituita da soci
assicurati.
1) Disavanzo: dalla fusione può emergere un disavanzo che potrà essere:
- Disavanzo da concambio: cioè quando il cap sociale della incorporante (causato dalla fusione) sia maggiore rispetto a
quella della incorporata.
- Disavanzo da annullamento: cioè quando il valore annullato della partecipazione della incorporata sia maggiore del
netto della stessa determinato dai minimi storici.

2)Leveraged Buy-Out: si configura nel caso di fusione tra società, ove una delle quali abbia
contratto debiti per acquisire il controllo dell’altra. La legittimità dell’operazione dipenderà dal
patrimonio al momento della fusione, che dovrà essere sufficiente a soddisfare le obbligazioni
assunte per l’acquisizione.
*Si richiede: Progetto di fusione (che indichi le risorse finanz) + Relazione degli Amm (che indichi le ragioni che
giustificano l’operazione + un piano eco/finanz che indichi la fonte delle risorse finanziarie) + Relazione degli esperti.

3)Il 15 Dicembre 2005 è entrata in vigore la Decima Direttiva: è diretta a favorire la fusione
Transfrontaliera agevolando la cooperazione/raggruppamento tra società di capitali soggette
alla legislazione di differenti Stati della Comunità europea.
MUTUE ASSICURATRICI
E
MUTUA ASSICURAZIONE

Le mutue assicuratrici o società di mutua assicurazione (artt. 2546 ss.)


sono società cooperative caratterizzate dalla stretta interdipendenza fra la
qualità di socio e quella di assicurato: non si può acquistare la qualità di socio, se
non assicurandosi presso la società e si perde la qualità di socio con
l’estinguersi dell’assicurazione. Benché l’atto costitutivo possa prevedere anche
una categoria di soci sovventori, non assicurati, tale principio differenzia
nettamente le mutue assicuratrici rispetto alle comuni cooperative di
assicurazione, nelle quali si può essere assicurati senza divenire soci e il socio
ha diritto alle prestazioni assicurative solo se stipula distinto contratto di
assicurazione con la società.

Le mutue assicuratrici sono cooperative a responsabilità limitata. I soci


assicurati sono obbligati verso la società al pagamento di “contributi” che
costituiscono nel contempo conferimento e premio di assicurazione. Il
patrimonio sociale può essere però insufficiente per l’esercizio dell’attività
assicurativa. Per superare tale ostacolo, l’atto costitutivo può prevedere la
costituzione di fondi di garanzia mediante speciali conferimenti da parte dei
soci assicurati o di terzi, attribuendo a questi ultimi la qualità di socio.

Ai soci sovventori possono essere attribuiti più voti (massimo 5), in relazione
all’ammontare del conferimento. I voti attribuiti ai soci sovventori devono però
essere in ogni caso inferiori al numero dei soci assicurati. E’ inoltre consentito
che i soci sovventori siano nominati amministratori, ma la maggioranza degli
amministratori deve essere costituita da soci assicurati.
- LA TRASFORMAZIONE DELLE SOCIETA’ -

La trasformazione è il cambiamento del tipo di società. Il codice regola


espressamente solo la trasformazione di una società in nome collettivo o in
accomandita semplice in società di capitali. Certamente possibile è anche
l’ipotesi inversa, nonché la trasformazione della società semplice in altra
società di persone o di capitali e viceversa, purché in questo secondo caso
l’attività da esercitare dopo la trasformazione non sia attività commerciale.

Espressamente vietata è la trasformazione di una cooperativa in società


lucrativa. Si discute se sia possibile la trasformazione inversa, anche se la
soluzione negativa appare preferibile. La preclusione non opera per le società
con scopo consortile, dato che la legge consente loro l’utilizzazione di tutti i tipi
di società tranne la società semplice, e per le banche popolari.

La trasformazione deve essere deliberata secondo le modalità previste per


le modificazioni dell’atto costitutivo e con l’osservanza delle relative
maggioranze. Per le società di persone sarà quindi necessario il consenso di tutti
i soci, salvo che l’atto costitutivo non disponga diversamente. Per le società di
capitali sarà invece necessaria una delibera dell’assemblea straordinaria, da
adottare nelle società non quotate con la maggioranza rafforzata di più della
metà del capitale sociale anche in seconda convocazione. Per le società quotate,
invece, con la riforma del ’98 sono state soppresse le maggioranze rafforzate in
precedenza previste e trovano perciò oggi applicazione le normali maggioranze
introdotte per l’assemblea straordinaria. I soci assenti o dissenzienti hanno
diritto di recesso.

La delibera di trasformazione fissa le basi organizzative della società nella


nuova veste giuridica. Deve perciò rispondere ai requisiti di forma e di
contenuto previsti per l’atto costitutivo del tipo di società prescelto. Devono
inoltre essere rispettate le ulteriori regole previste per la costituzione della
società che risulta dalla trasformazione. Alla delibera di trasformazione deve
essere allegata una relazione giurata di stima del patrimonio sociale, redatta
secondo le norme stabilite per i conferimenti in natura nella società per azioni.
Si vuole in tal modo evitare che vengano eluse le norme poste a salvaguardia
dell’effettività del capitale della società trasformata, attraverso una
supervalutazione del patrimonio sociale. La delibera di trasformazione in
società di capitali, al pari dell’atto costitutivo, è soggetta ad omologazione da
parte del tribunale ed a iscrizione nel registro delle imprese. Con tale iscrizione
la società acquista personalità giuridica.
Se la società che risulta dalla trasformazione è una S.p.A. o una S.a.p.A.,
ciascun socio ha diritto all’assegnazione di un numero di azioni proporzionale al
valore della sua quota, secondo l’ultimo bilancio approvato. Nel caso di
trasformazione in S.r.l., invece, la quota deve essere espressa in un cifra di
mille lire (un euro) o multipla.

La trasformazione può comportare un mutamento del regime di


responsabilità dei soci. La legge non regola il caso in cui, a seguito della
trasformazione, i soci assumono responsabilità illimitata per le obbligazioni
sociali. E’ tuttavia pacifico che tale responsabilità opera anche per le
obbligazioni anteriori alla trasformazione. E’ infatti applicabile per analogia il
principio che chi entra in una società di persone risponde anche per le
obbligazioni sociali anteriori all’acquisto della qualità di socio (art. 2269).
Espressamente regolata è invece l’ipotesi inversa: a seguito della
trasformazione viene meno la responsabilità illimitata di alcuni o di tutti i soci
(art. 2499). I soci non sono ovviamente liberati dalla responsabilità per le
obbligazioni sociali anteriori all’iscrizione della delibera di trasformazione nel
registro delle imprese. E’ però introdotta una disciplina che agevola la
liberazione dei soci. E’ infatti stabilito che: a) il consenso dei creditori alla
trasformazione vale come consenso alla liberazione di tutti i soci a
responsabilità illimitata (non è quindi necessaria una specifica dichiarazione di
liberazione); b) il consenso alla trasformazione (e quindi alla liberazione dei
soci) si presume, se ai singoli creditori è stata comunicata per raccomandata la
delibera di trasformazione ed essi non hanno negato espressamente la loro
adesione, nel termine di 30 gg. dalla comunicazione. E, si badi, l’eventuale
dissenso non impedisce la trasformazione della società, ma esclude solo la
limitazione di responsabilità nei confronti del creditore dissenziente.
- LA FUSIONE DELLE SOCIETA’ -

La fusione è l’unificazione di due o più società in una sola. Essa può essere
realizzata in due diversi modi: a) con la costituzione di una nuova società, che
prende il posto di tutte le società che si fondono (fusione in senso stretto); b)
mediante assorbimento in una società preesistente di una o più altre società
(fusione per incorporazione). La fusione è oggi disciplinata dagli artt. 2501-
2504 sexies, nel testo introdotto dal d. lgs. 22/1991.

La fusione può aver luogo sia fra società dello stesso tipo (fusione
omogenea) sia fra società di tipo diverso (fusione eterogenea). La prima implica
anche la trasformazione di una o più delle società che si fondono. Le funzioni
eterogenee incontrano perciò gli stessi limiti esposti per la trasformazione, ed
in particolare si deve escludere la fusione di una società cooperativa con una
lucrativa.

La partecipazione alla fusione non è consentita alle società sottoposte a


procedura concorsuale e a quelle che si trovano in stato di liquidazione che
abbiano già iniziato la distribuzione dell’attivo.

La fusione determina la riduzione ad unità dei patrimoni delle singole società


e la confluenza dei rispettivi soci in un’unica struttura organizzativa che
continua l’attività di tutte le società preesistenti, mentre queste ultime – salvo
una nella fusione per incorporazione - si estinguono. Si estinguono però – ed è
questa la peculiarità della fusione – senza che si dia luogo ad alcuna definizione
dei rapporti con i terzi e fra i soci. Infatti, la società incorporante o che risulta
dalla fusione assume i diritti e gli obblighi delle società estinte. I creditori di
queste ultime potranno perciò far valere i loro diritti sull’unitario patrimonio
della società risultante dalla fusione. A loro volta, i soci delle società che si
estinguono diventano soci della società incorporante o della nuova società e
ricevono in cambio della loro originaria partecipazione quote o azioni di
quest’ultima, in base a un predeterminato rapporto di cambio.
Il procedimento di fusione si articola in tre fasi essenziali: il progetto di
fusione, la delibera di fusione e l’atto di fusione.

1) PROGETTO DI FUSIONE.
Gli amministratori delle diverse società partecipanti devono redigere un
progetto di fusione, nel quale sono fissate le condizioni e le modalità
dell’operazione, con le indicazioni previste dall’art. 2501 bis. Il progetto di
fusione deve essere iscritto nel registro delle imprese e, se alla fusione
partecipano società di capitali o cooperative, deve essere altresì pubblicato per
estratto sulla Gazzetta Ufficiale, almeno un mese prima della data fissata per
la deliberazione. Gli amministratori di ciascuna società devono redigere una
situazione patrimoniale della propria società; si tratta in sostanza di un vero e
proprio bilancio di esercizio infraannuale (cd. bilancio di fusione). Sono inoltre
prescritte una relazione unica degli amministratori, nella quale questi illustrano
e giustificano il progetto e indicano il rapporto di cambio, nonché una relazione
degli esperti, redatta per ogni società da esperti designati dal presidente del
tribunale, sulla congruità del rapporto di cambio e sull’adeguatezza del metodo
seguito. L’esperto risponde dei danni causati alle società partecipanti alla
fusione, ai loro soci e ai terzi. Per le società quotate la relazione deve essere
redatta da società di revisione.

Il progetto di fusione, le relazioni sopra indicate e le situazioni patrimoniali


devono restare depositate in copia presso ciascuna società nei 30 gg. che
precedono l’assemblea, e finché la fusione sia deliberata. I soci possono
prenderne visione.

2) DELIBERA DI FUSIONE.
La delibera di fusione viene adottata da ciascuna società nei termini in cui il
progetto è stato depositato. Eventuali modifiche sono possibili, ma implicano la
necessità di riaprire l’intero procedimento, a partire dalla redazione di un nuovo
progetto di fusione. Per l’approvazione vanno rispettate le norme dettate per le
modificazioni dell’atto costitutivo. In caso di fusione eterogenea, i soci assenti
o dissenzienti avranno diritto di recesso; diritto che invece non è riconosciuto
in caso di fusione omogenea, con esclusione dei soli soci dissenzienti di società
quotata quando la delibera di fusione comporta l’assegnazione di azioni non
quotate. Le delibere di fusione devono essere depositate nel registro delle
imprese, previa omologazione del Tribunale se la società risultante dalla fusione
è una società di capitali. La delibera delle società di capitali deve essere inoltre
pubblicata per estratto sulla Gazzetta Ufficiale.
La fusione può pregiudicare i creditori delle società partecipanti più solide.
E’ perciò stabilito che la fusione può essere attuata solo dopo che siano passati
due mesi dall’iscrizione o dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, se
richiesta, dell’ultima delibera delle società partecipanti. Nel suddetto termine
ciascun creditore anteriore alla pubblicazione può proporre opposizione, che
sospende l’attuazione della fusione fino all’esito del relativo giudizio, salvo
autorizzazione del Tribunale subordinata ad idonea garanzia.

Se alla fusione partecipa una società di persone e la risultante è una società


di capitali, resta ferma la responsabilità personale dei soci della prima per le
obbligazioni anteriori alla fusione, in applicazione della disciplina dettata per la
trasformazione.

3) ATTO DI FUSIONE.
Il procedimento si conclude con l’atto di fusione, redatto in forma pubblica
ma senza necessità di omologazione e depositato nel registro delle imprese dei
luoghi dove hanno sede tutte le società partecipanti. L’atto deve inoltre essere
pubblicato per estratto nella Gazzetta Ufficiale se una delle società
partecipanti o la società che risulta è una società di capitali o cooperativa
(pubblicità dichiarativa). Efficacia costitutiva ha invece l’ultima iscrizione nel
registro delle imprese, a partire dalla quale si produce l’unificazione soggettiva
e patrimoniale delle diverse società.

Una volta eseguite le iscrizioni indicate, l’invalidità dell’atto di fusione non


può essere più pronunciata, senza eccezione alcuna. Resta salvo solo il diritto al
risarcimento dei danni.
- LA SCISSIONE DELLE SOCIETA’ -

La scissione è operazione economica inversa alla fusione: il patrimonio di una


società è scomposto ed attribuito in tutto o in parte ad altre società,
preesistenti o di nuova costituzione. La scissione può essere totale o parziale.
Nella scissione totale l’intero patrimonio della società che si scinde viene
trasferito a più società. La prima società perciò si estingue, senza liquidazione e
definizione dei rapporti con creditori sociali e soci. Nella scissione parziale,
invece, solo parte del patrimonio viene trasferita. La società scissa resta perciò
attiva.

Beneficiarie della scissione possono essere: a) società di nuova costituzione,


che nascono per gemmazione dalla società che si scinde (scissione in senso
stretto); b) una o più società preesistenti (scissione per incorporazione), che
vedono incrementare il loro patrimonio e la compagine sociale per l’ingresso di
soci provenienti dalla società scissa.

Effetto tipico e costante della fusione è la diretta attribuzione ai soci della


società scissa delle azioni o quote delle società beneficiarie. Si è perciò fuori
dell’ambito della scissione quando le azioni o quote della società beneficiaria
sono attribuite alla stessa società scissa (scorporo).

Il procedimento ricalca quello della fusione, con gli opportuni adattamenti.


Gli amministratori delle società partecipanti devono redigere un unitario piano
di scissione, sottoposto alla stessa pubblicità del piano di fusione. Il progetto
deve prevedere che ciascun socio possa in ogni caso optare per la
partecipazione a tutte le società risultanti dalla scissione, in proporzione alla
sua quota originaria. Per la situazione patrimoniale, la relazione degli
amministratori e quella degli esperti, è integralmente richiamata la disciplina
della fusione. Si specifica tuttavia che a) la relazione degli amministratori deve
indicare i criteri di distribuzione delle azioni e il valore effettivo del patrimonio
netto da trasferire e b) la relazione degli esperti non è necessaria quando la
scissione avviene mediante costituzione di una o più società e le azioni o quote
sono assegnate con criterio proporzionale.
Rinvio alla disciplina della fusione si ha anche quanto a delibera di scissione,
omologazione, pubblicità, opposizione dei creditori e atto di scissione.

La scissione diventa efficace a partire dalla data in cui è stata eseguita


l’ultima iscrizione nel registro delle imprese dell’atto di scissione. A partire da
tale momento la ciascuna delle società beneficiarie assume i diritti e gli obblighi
della società scissa. E’ però stabilito che ciascuna delle società è solidalmente
responsabile, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa
trasferito o rimasto, dei debiti della società scissa non soddisfatti. Vale infine
per l’invalidità dell’atto di scissione la stessa disciplina dettata per la fusione.
Altro.
1) La denominazione sociale è un elemento essenziale dell’Atto cost, la sua mancanza è causa di nullità della
società.
La Corte d’Appello di Trieste nel 1998 ha stabilito che la denominazione sociale deve essere 1 soltanto e non è omologabile lo Statuto che
ne contiene più di una, mentre possono esserci abbreviazioni/sigle se previste.

2) Dopo la riforma societaria, il termine di durata non è più necessario, e se la società si costituisce a tempo
indeterminato, il socio può recedere trascorso 1 anno.
Infatti prima della riforma la durata era elemento necessario dell’Atto cost la cui mancanza impediva l’iscrizione nel Registro delle Imprese
(ma se ciò avveniva ugualmente, non determinava la nullità della società).

3) Il Tribunale di Roma del 2002 ha dichiarato valido il patto secondo cui “chi versa il capitale al momento della
costituzione della società, può anche anticipare il capitale agli altri soci” in quanto questi ultimi cmq
conferiscono il loro impegno e sono soci a tutti gli effetti/rischi.
Ciò si riferisce al caso dell’imprenditore (successivamente defunto) che in sede di costituzione della società ha versato il 60% del capitale
per lui + altro 40% per gli altri soci.

4) Strumenti finanziari partecipativi:


a) Oltre le azioni/obbligazioni, le Società per azioni possono emettere Strumenti finanziari partecipativi per soci/terzi a seguito
di apporti (opera/servizi) diversi dai conferimenti in denaro.

b) Attribuiscono diritti patrimoniali/amministrativi (escluso il diritto di voto nell’Assemblea degli azionisti) ma possono essere dotati
di diritto di voto su argomenti specifici.

c) Non è richiesto per tali apporti il requisito della valutazione economica (in quanto sono prestazioni non imputabili a capitale).

d) Così come gli Strumenti finanziari rappresentativi di uno specifico affare, che verranno contabilizzati tra i debiti se
attribuiscono un diritto di credito per la restituzione dell’apporto.

5) Corporate opportunities: ovvero la responsabilità degli amministratori per i danni causati alla società a
seguito dell’utilizzazione (a vantaggio proprio/terzi) di affari senza informare la società.
Oggi l’amministratore ha il dovere di informare prima la società riguardo opportunità di affari riscontrate nell’esercizio del suo incarico
(natura/termini/proprie intenzioni), la quale attraverso il consiglio deciderà sul da farsi.

6) La Polizza assicurativa ha ad oggetto la resp dei organi sociali per i comportamenti colposi che danneggiano
la società/creditori/soci/terzi.
In genere è la società a concludere il contratto di assicurazione in favore dei propri organi e a sostenerne i costi.

7) I soggetti del controllo contabile devono adempiere ai doveri con diligenza professionale + sono responsabili
vs la società/soci/terzi per i danni derivanti dal loro inadempimento. L’attività di revisione può essere:
- Obbligatoria (per le Spa quotate).
- Volontaria (richiesta stesso dalla società per informare i soci esterni sullo stato di salute della società).
- Certificazione.

8) La Corte d’Appello di Milano nel 1998 ha stabilito che (se il Rappresentate comune nell’Assemblea degli
obbligazionisti non verrà nominato) vi provvederà stesso il Tribunale su domanda di 10/+
obbligazionisti/amministr.
Egli può impugnare le deliberazioni dell’assemblea dei soci se lesive per l’interesse comune degli obbligazionisti.

9) Il Consiglio Notarile di Milano ha previsto che i conferimenti nella Srl di opera/servizi devono essere
limitati (natura/durata) + garantiti da fideiussione bancaria/polizza ass.
Se lo Statuto non dispone nulla, i conferimenti devono essere in denaro.

10) Oggi il fallimento non è più annoverato tra le cause di scioglimento della società Spa (si per Società di
persone).
Per cui dopo la conclusione della procedura concorsuale (se la società è ancora attiva) può riprendere l’attività senza che occorra alcuna
delibera assembleare.
SCHEMA COMPLETO DI CONTO ECONOMICO

A) Valore della produzione:


I) ricavi delle vendite e delle prestazioni;
2) variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semilavorati e finiti;
3) variazione dei lavori in corso su ordinazione;
4) incrementi di immobilizzazioni per lavori interni;
5) altri ricavi e proventi, con separata indicazione dei contributi in conto esercizio.
Totale……………………………………………………………………………………………………………………………………
…...

B) Costi della produzione:


6) per materie prime, sussidiarie, di consumo e di merci;
7) per servizi;
8) per godimento di beni di terzi;
9) per il personale: a) salari e stipendi;
b) oneri sociali;
c) trattamento di fine rapporto;
d) trattamento di quiescenza e simili;
e) altri costi;
I O) ammortamenti e svalutazioni:
a) ammortamento delle immobilizzazioni immateriali;
b) ammortamento delle immobilizzazioni materiali;
c) altre svalutazioni delle immobilizzazioni;
d) svalutazioni dei crediti compresi nell’attivo circolante e delle disponibilità liquide;
11) variazioni delle rimanenze di materie prime, sussidiarie, di consumo e merci;
12)accantonamenti per rischi;
13) altri accantonamenti;
14) oneri diversi di gestione.
Totale …………………………………………………………
Differenza tra valore e costi della produzione (A — B)
…………………………………………………………………………………

C) Proventi e oneri finanziari


15) proventi da partecipazioni, con separata indicazione di quelli relativi ad imprese controllate e
collegate;
I 6) altri proventi finanziari;
a) da crediti iscritti nelle immobilizzazioni, con separata indicazione di quelli da imprese
controllate e collegate e di quelli da controllanti;
b) da titoli iscritti nelle immobilizzazioni che non costituiscono partecipazioni;
c) da titoli iscritti nell’attivo circolante che non costituiscono partecipazioni;
d) proventi diversi dai precedenti, con separata indicazione di quelli da imprese controllate e
collegate e di quelli da controllanti;
17) interessi e altri oneri finanziari, con separata indicazione di quelli verso imprese controllate e
collegate e verso controllanti.
17-bis) utili e perdite su cambi.
Totale (15 + 16— 17+/ – 17-bis)
…………………………………………………………………………………………………………………

D) Rettifiche di valore di attività finanziarie:


18)rivalutazioni;a) di partecipazioni,
b) di immobilizzazioni finanziarie che non costituiscono partecipazioni;
c) di titoli iscritti nell’attivo circolante che non costituiscono partecipazioni;
19)svalutazioni; a) di partecipazioni;
b) di immobilizzazioni finanziarie che non costituiscono partecipazioni; c) di titoli
iscritti all’attivo circolante che non costituiscono partecipazioni.
Totale (18 — 19) …………………………………………………………………………………………………………………
E) Proventi e oneri straordinari:
20) proventi, con separata indicazione delle plusvalenze da alienazioni i cui ricavi non sono
iscrivibili al n. 5;
2 I) oneri con separata indicazione delle minusvalenze da alienazione i cui effetti contabili non
sono iscrivibili al n. 14 e delle imposte relative ad esercizi precedenti.
Totale delle partite straordinarie (20 —2
I)……………………………………………………………………………………………….
Risultato prima delle imposte (A — B + /— C + /— D + /—
E)………………………………………………………………………
22) imposte sul reddito dell’esercizio correnti, differite e anticipate;
23) utile (perdita) d’esercizio.
CONTENUTO DELLA NOTA INTEGRATIVA (ART. 2427)

La nota integrativa deve indicare, oltre a quanto stabilito da altre disposizioni:


1) i criteri applicati nella valutazione delle voci del bilancio, nelle rettifiche di valore e nella
conversione dei valori non espressi all’origine in moneta avente corso legale nello Stato;
2) i movimenti delle immobilizzazioni, specificando per ciascuna voce: il costo; le precedenti
rivalutazioni, ammortamenti e svalutazioni; le acquisizioni, gli spostamenti da una ad altra
voce, le alienazioni avvenuti nell’esercizio; le rivalutazioni, gli ammortamenti e le svalutazioni
effettuati nell’esercizio; il totale delle risoluzioni riguardanti le immobilizzazioni esistenti alla
chiusura dell’esercizio;
3) la composizione delle voci "costi di impianto e di ampliamento" e "costi di ricerca, di sviluppo
e di pubblicità", nonché le ragioni della iscrizione ed i rispettivi criteri di ammortamento;
3-bis) la misura e le motivazioni delle riduzioni di valore applicate alle immobilizzazioni
immateriali di durata indeterminata, facendo a tal fine esplicito riferimento al loro concorso
alla futura produzione di risultati economici, alla loro prevedibile durata utile e, per quanto
determinabile, al loro valore di mercato, segnalando altresì le differenze rispetto a quelle
operate negli esercizi precedenti ed evidenziando la loro influenza sui risultati economici
dell'esercizio e sugli indicatori di redditività di cui sia stata data comunicazione;
4) le variazioni intervenute nella consistenza delle altre voci dell’attivo e del passivo; in
particolare, per i fondi e per il trattamento di fine rapporto, le utilizzazioni e gli
accantonamenti;
5) l’elenco delle partecipazioni, possedute direttamente o per tramite di società fiduciaria o per
interposta persona, in imprese controllate e collegate, indicando per ciascuna la
denominazione, la sede, il capitale, l’importo del patrimonio netto, l’utile o la perdita
dell’ultimo esercizio, la quota posseduta e il valore attribuito in bilancio o il corrispondente
credito;
6) distintamente per ciascuna voce, l’ammontare dei crediti e dei debiti di durata residua
superiore a cinque anni, e dei debiti assistiti da garanzie reali su beni sociali, con specifica
indicazione della natura delle garanzie;
6-bis) eventuali effetti significativi delle variazioni nei cambi valutari verificatesi successivamente
alla chiusura dell'esercizio;
6-ter) distintamente per ciascuna voce, l'ammontare dei crediti e dei debiti relativi ad operazioni
che prevedono l'obbligo per l'acquirente di retrocessione a termine;
7) la composizione delle voci "ratei e risconti attivi" e "ratei e risconti passivi" e della voce "altri
fondi" dello stato patrimoniale, quando il loro ammontare sia apprezzabile nonché la
composizione della voce "altre riserve";
7-bis) le voci di patrimonio netto devono essere analiticamente indicate, con specificazione in
appositi prospetti della loro origine, possibilità di utilizzazione e distribuibilità, nonché della
loro avvenuta utilizzazione nei precedenti esercizi;
8) l’ammontare degli oneri finanziari imputati nell’esercizio ai valori iscritti nell’attivo dello stato
patrimoniale, distintamente per ogni voce;
9) gli impegni non risultanti dallo stato patrimoniale; le notizie sulla composizione e natura di
tali impegni e dei conti d’ordine, la cui conoscenza sia utile per valutare la situazione
patrimoniale e finanziaria della società, specificando quelli relativi a imprese controllate,
collegate, controllanti e a imprese sottoposte al controllo di queste ultime;
10) se significativa, la ripartizione dei ricavi delle vendite e delle prestazioni secondo categorie di
attività e secondo aree geografiche;
11) l’ammontare dei proventi da partecipazioni, indicati nell’art. 2425, n. 15, diversi dai dividendi;
12) la suddivisione degli interessi ed altri oneri finanziari, indicati nell’art. 2425, n. 17, relativi a
prestiti obbligazionari, a debiti verso banche, e altri;
13) la composizione delle voci "proventi straordinari" e "oneri straordinari" del conto economico,
quando il loro ammontare sia apprezzabile;
14) un apposito prospetto contenente:
a) la descrizione delle differenze temporanee che hanno comportato la rilevazione di imposte
differite e anticipate, specificando l'aliquota applicata e le variazioni rispetto all'esercizio
precedente, gli importi accreditati o addebitati a conto economico oppure a patrimonio
netto, le voci escluse dal computo e le relative motivazioni;
b) l'ammontare delle imposte anticipate contabilizzato in bilancio attinenti a perdite
dell'esercizio o di esercizi precedenti e le motivazioni dell'iscrizione, l'ammontare non
ancora contabilizzato e le motivazioni della mancata iscrizione;
15) il numero medio dei dipendenti, ripartito per categoria;
16) l’ammontare dei compensi spettanti agli amministratori ed ai sindaci, cumulativamente per
ciascuna categoria;
17) il numero e il valore nominale di ciascuna categoria di azioni della società e il numero e il
valore nominale delle nuove azioni della società sottoscritte durante l’esercizio;
18) le azioni di godimento, le obbligazioni convertibili in azioni e i titoli o valori simili emessi
dalla società specificando il loro numero e i diritti che essi attribuiscono.
19) il numero e le caratteristiche degli altri strumenti finanziari emessi dalla società, con
l'indicazione dei diritti patrimoniali e partecipativi che conferiscono e delle principali
caratteristiche delle operazioni relative;
19-bis) i finanziamenti effettuati dai soci alla società, ripartiti per scadenze e con la separata
indicazione di quelli con clausola di postergazione rispetto agli altri creditori;
20) i dati richiesti dal terzo comma dell'art. 2447-septies con riferimento ai patrimoni destinati ad
uno specifico affare ai sensi della lettera a) del primo comma dell'art. 2447-bis;
21) i dati richiesti dall'art. 2447-decies, ottavo comma;
22) le operazioni di locazione finanziaria che comportano il trasferimento al locatario della parte
prevalente dei rischi e dei benefici inerenti ai beni che ne costituiscono oggetto, sulla base di
un apposito prospetto dal quale risulti il valore attuale delle rate di canone non scadute quale
determinato utilizzando tassi di interesse pari all'onere finanziario effettivo inerenti i singoli
contratti, l'onere finanziario effettivo attribuibile ad essi e riferibile all'esercizio, l'ammontare
complessivo al quale i beni oggetto di locazione sarebbero stati iscritti alla data di chiusura
dell'esercizio qualora fossero stati considerati immobilizzazioni, con separata indicazione di
ammortamenti, rettifiche e riprese di valore che sarebbero stati inerenti all'esercizio.
SCHEMA COMPLETO DI STATO PATRIMONIALE
ATTIVO
A) Crediti verso i soci per versamenti ancora dovuti con separata indicazione della parte già richiamata

B) Immobilizzazioni:
I - Immobilizzazioni immateriali:
1)costi di impianto e di ampliamento;
2)costi di ricerca, di sviluppo e di pubblicità;
3)diritti di brevetto industriale e diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno;
4)concessioni, licenze, marchi e diritti simili;
5)avviamento;
6)immobilizzazioni in corso e acconti;
7)altre;
Totale …………………………………………………
Il - Immobilizzazioni materiali:
I) terreni e fabbricati;
2)impianti e macchinario;
3)attrezzature industriali e commerciali;
4)altri beni;
5)immobilizzazioni in corso e acconti;
Totale …………………………………………………
III - Immobilizzazioni finanziarie, con separata indicazione, per ciascuna voce dei crediti, degli importi
esigibili entro l’esercizio successivo:
I) partecipazioni in:
a) imprese controllate;
a) imprese collegate;
c) imprese controllanti;
d) altre imprese;
2) crediti:
a) verso imprese controllate;
b) verso imprese collegate;
c) verso controllanti;
d) verso altri;
3) altri titoli;
4) azioni proprie, con indicazione anche del valore
nominale complessivo;
Totale………………………………………………….
Totale immobilizzazioni (B)………………………….
C) Attivo circolante:
I - Rimanenze;
1)materie prime, sussidiarie e di consumo;
2)prodotti in corso di lavorazione e semilavorati;
3)lavori in corso su ordinazione;
4)prodotti finiti e merci;
5)acconti;
Totale………………………………………………….
II - Crediti, con separata indicazione, per ciascuna voce, degli importi esigibili oltre l’esercizio:
I)verso clienti;
2)verso imprese controllate;
3)verso imprese collegate;
4)verso controllanti;
4-bis)crediti tributari;
4-ter)imposte anticipate;
5)altri;
Totale………………………………………………….
III - Attività finanziarie che non sono immobilizzazioni:
I)partecipazioni in imprese controllate;
2)partecipazioni in imprese collegate;
3)partecipazioni in imprese controllanti;
4)altre partecipazioni;
5)azioni proprie, con indicazione anche del valore nominale complessivo;
6)altri titoli;
Totale …………………………………………………
IV - Disponibilità liquide:
I) depositi bancari e postali;
2)assegni;
3)denari e valori in cassa;
Totale …………………………………………………
Totale attivo circolante (C) ………………………….
D) Ratei e risconti, con separata indicazione del disaggio su prestiti

PASSI VO
A) Patrimonio netto:
I -Capitale
II -Riserva da sopraprezzo delle azioni
III -Riserve di rivalutazione
IV -Riserva legale
V-Riserva per azioni proprie in portafoglio
VI - Riserve statutarie
VII -Altre riserve, distintamente indicate
VIII -Utili (perdite) portati a nuovo
XI -Utile (perdita) dell’esercizio
Totale…………………………………………………

B) Fondi per rischi e oneri:


I)per trattamento di quiescenza e obblighi simili;
2)per imposte, anche differite;
3)altri.
Totale …………………………………………………

C) Trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato

D) Debiti, con separata indicazione, per ciascuna voce, degli importi esigibili oltre l’esercizio successivo:
I) obbligazioni;
2)obbligazioni convertibili;
3)debiti verso soci per finanziamenti;
4) debiti verso banche;
5) debiti verso altri finanziatori;
6) acconti;
7) debiti verso fornitori;
8) debiti rappresentati da titoli di credito;
9) debiti verso imprese controllate;
10) debiti verso imprese collegate;
11) debiti verso controllanti;
12) debiti tributari;
13) debiti verso istituti di previdenza e di sicurezza sociale;
14) altri debiti.
Totale ………………………………………………...

E)Ratei e risconti, con separata indicazione dell’aggio su prestiti


- I Revisori -

1) Con la riforma del 2003 il controllo contabile è sottratto ai sindaci ed attribuito ad un revisore esterno (persona fisica/società di
revisione iscritta nel Registro dei revisori contabili presso il Ministero della Giustizia), il quale:

• Per le Spa quotate in borsa, tale controllo è effettuato da una società di revisione.
• Per le Spa minori (non quotate in borsa/non redicono il bilancio consolidato) tale controllo è in capo al Collegio sindacale.

2) Il controllo contabile viene esercitato attraverso:


• Verifica di regolare tenuta della contabilità.
• Verifica che il bilancio di esercizio/consolidato corrispondano alle scritture contabili.
• Giudizio finale sul bilancio di esercizio/consolidato.

3) Per le Spa quotate, il giudizio può essere:


• Senza rilievi.
• Con rilievi.
*In questi 2 casi (tanti soci che rappresentano il 5% del cap sociale/la Consob) entro 6 mesi possono chiedere al tribunale una sentenza di
accertamento per sospetta difformità dei criteri di redazione del bilancio.
• Negativo.
• Impossibile da rilasciare.
*In questi altri 2 casi, la società di revisione informa immediatamente la Consob.

4) Ancora:
• Per le Spa quotate, l’assemblea (sentito il Collegio) conferisce l’incarico di revisione del bilancio ad una società di revisione
(iscritta..), determinandone durata/compenso (sulla base di un regolamento della Consob).

• L’incarico ha durata di 3 esercizi (9 esercizi per le Spa quotate + non è possibile il rinnovo se non sono decorsi 3 anni).

• L’incarico può essere revocato solo per giusta causa (sentito il parere del Collegio + approvata con decreto dal tribunale + diviene efficace
solo con l’approvazione da parte della Consob che, entro 20gg può anche vietarne l’esecuzione per mancanza di giusta causa).
Dopo la Consob notifica il provv alla società che delibera per il conferimento dell’incarico ad altra società di revisione.

• Non possono essere incaricati come revisori: i sindaci di società controllate/coloro che si trovano nelle condizioni di ineleggibilità e
decadenza dei sindaci.

• Attraverso poteri ispettivi, la Consob ogni 3 anni effettua controlli di qualità, vigilando sull’organizzazione/attività delle società di
revisione, applicando se necessario:
- sanzioni amm pecuniarie.
- vietando alle società di effettuare la revisione per max 5 anni.

• I soggetti incaricati del controllo contabile sono solidalmente resp vs la società/terzi dell’inadempimento dei loro doveri.
- Il Controllo Giudiziario (Art 2409) -

1) Per dare l’avvio al procedimento giudiziario, è sufficiente che vi sia fondato rispetto delle:
a) violazioni degli Amm nell’esercizio dei loro doveri (es: gravi irregolarità nella gestione che possono arrecare danno patr alla società).

b) gravi irregolarità nella contabilità/redazione del bilancio.

c) conflitto di interessi/mancata convocazione dell’assemblea per riduzione del cap sociale in caso di perdite.

2) Legittimati all’iniziativa sono:


• soci (che rappresentano 1/10 del cap sociale, o 1/20 nelle Spa quotate).
• Coll Sindacale/Consiglio di Sorveglianza/Comitato per il controllo della gestione.
*Non possono esserlo il creditore pignoratizio/l’usufruttuario.

3) Il procedimento di volontaria giurisdizione viene introdotto con ricorso al tribunale + notificato alla società.

4) Il tribunale deve sentire in camera di consiglio gli Amm/sindaci e (laddove riscontri fondato sospetto di gravi irregolarità) ordina
l’ispezione dell’amministrazione a spese dei soci richiedenti.

5) Da Notare:
a) Il tribunale non può ordinare l’ispezione (+ sospendere per un arco di tempo il procedimento) se l’assemblea sostituisce gli
Amm/sindaci con altri soggetti con magg professionalità (i quali accettano le attuali violazioni e faranno di tutto per eliminarli).

b) Se le violazioni continuano a sussistere, il tribunale può disporre gli opportuni provvedimenti provvisori + convocare
l’assemblea per le conseguenti deliberazioni.

c) Nei casi più gravi il tribunale può revocare gli Amm/sindaci e nominare un Amministratore Giudiziario, determinandone la
durata/poteri/compenso.

d) L’Amm. Giudiziario deve:


• adempiere ai propri doveri con diligenza professionale richiesta dalla natura del proprio ufficio.
• può essere revocato dal tribunale su richiesta di coloro che ne hanno fatto richiesta di nomina.
• può proporre azione di resp contro gli Amm/sindaci.
• convoca/presiede l’assemblea per (nomina di nuovi Amm/sindaci/liquidazione della società).
- I Patrimoni destinati ad uno specifico affare -

1) Con la riforma del 2003, l’Art 2447-bis indica due fattispecie:


a) patrimoni destinati ad uno specifico affare.
b) finanziamenti destinati ad uno specifico affare.

2) Con la separazione patrimoniale si costituisce un nucleo patrimoniale (separato da quello della società) per un tipo di attività
inerente all’oggetto sociale, in cui possono soddisfarsi solo i creditori originati da questa attività separata.

3) Con questa funzione non si crea nessuna nuova società in quanto il soggetto giuridico/organi sono gli stessi, mentre i beni/rapporti
sono indicati distintamente nel bilancio (uno per il patrimonio normale, l’altro per il patrimonio destinato ad uno specifico affare).
- Per ogni patrimonio separato, gli amm redigono un rendiconto separato (allegato al bilancio).
- Per gli Strumenti finanziari è prevista un’assemblea specialeche:
-nomina/revoca i rappr comuni.
-costituisce un fondo per le spese per la tutela.
- gestisce le controversie.

4) Ancora:
a) Il valore del patrimonio sp non può superare il 10% del patrimonio netto della società (al fine di sottrarre ai creditori sociali garanzie
patrimoniali).

b) La deliberazione di costituzione deve contenere:


- l’affare.
- beni/rapporti giuridici.
- piano eco/finanz.
- eventuali apporti di terzi.
- nomina di una società di revisione per il controllo.

c) La deliberazione è adottata dal Consiglio di Amm/Gestione (magg ass) + deposito/iscrizione nel Registro delle imprese (come
deliberazione di modifica dello Statuto).
- Nel termine di 2 mesi dall’iscrizione, i creditori sociali possono fare opposizione se (con la separazione) vengono pregiudicate le loro garanzie patr
- Dal momento della separazione, i creditori sociali non possono più far valere alcun diritto sul patrimonio dello specifico affare.

5) Nel caso in cui cessi l’attività dello specifico affare, gli amm redicono un rendiconto finale + relazione dei sindaci/revisore +
deposito presso l’Ufficio del Registro delle Imprese + dopo i creditori possono chiederne la liquidazione.

6) I creditori societari non possono rifarsi sul patrimonio sp, ma i creditori del patrimonio sp possono rifarsi anche sul patrimonio
della società in tre ipotesi:
- non siano stati rispettati gli obblighi di pubblicità.
- oggetto dell’attività sp illecito/impossibile.
Codice civile
Del lavoro
Delle società
Disposizioni generali (2247-2250)
Della società semplice
Disposizioni generali (2251-2252)
Dei rapporti tra i soci (2253-2265)
Dei rapporti con i terzi (2266-2271)
Dello scioglimento della società (2272-2283)
Dello scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio (2284-2290)
Della società in nome collettivo (2291-2312)
Della società in accomandita per azioni (2313-2324)
Della società per azioni
Disposizioni generali (2325-2332)
Della costituzione mediante pubblica sottoscrizione (2333-2336)
Dei promotori e soci fondatori (2337-2341)
Dei conferimenti (2342-2345)
Delle azioni (2346-2362)
Degli organi sociali
Dell’assemblea (2363-2379)
Degli amministratori (2380-2396)
Del collegio sindacale (2397-2409)
Delle obbligazioni (2410-2420ter)
Dei libri sociali (2421-2422)
Del bilancio (2423-2435bis)
Delle modificazioni dell’atto costitutivo (2436-2447)
Dello scioglimento della liquidazione (2448-2457)
Bis (2457bis-2457ter)
Delle società con partecipazione dello Stato o di enti pubblici (2458-2460)
Delle società d’interesse nazionale (2461)
Della società in accomandita per azioni (2462-2471)
Della società a responsabilità limitata
Disposizioni generali (2472-2475bis)
Dei conferimenti e delle quote (2476-2483)
Degli organi sociali e dell’amministrazione (2484-2493)
Delle modificazioni dell’atto costitutivo e dello scioglimento (2494-2497bis)
Della trasformazione, della fusione e della scissione delle società
Della trasformazione delle società (2498-2500)
Della fusione delle società (2501-2504sexies)
Della scissione delle società (2504septies-2504decies)
Delle società costituite all’estero od operanti all’estero (2505-2510)
Delle imprese cooperative e delle mutue assicuratrici
Delle imprese cooperative
Disposizioni generali (2511-2517)
Costituzione (2518-2520)
Delle quote e delle azioni (2521-2531)
Degli organi sociali (2532-2536)
Delle modificazioni dell’atto costitutivo (2537-2538)
Dello scioglimento e della liquidazione (2549-2541)
Dei controlli dell’autorità governativa (2542-2545)
Delle mutue assicuratrici (2546-2548)
Sommario del nuovo articolato del Libro V, titoli V e VI codice civile

CAPO V

SOCIETÀ PER AZIONI


(modificato dall'art. 1, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)

Sezione I – Disposizioni generali


2325 Responsabilità
2325 bis – Società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio
2326 Denominazione sociale
2327 Ammontare minimo del capitale
2328 Atto costitutivo
2329 Condizioni per la costituzione
2330 Deposito dell'atto costitutivo e iscrizione della società
2331 Effetti dell'iscrizione
2332 Nullità della società

Sezione II – Della costituzione per pubblica sottoscrizione


2333 Programma e sottoscrizione delle azioni
2334 Versamenti e convocazione dell'assemblea dei sottoscrittori
2335 Assemblea dei sottoscrittori
2336 Stipulazione e deposito dell'atto costitutivo

Sezione III – Dei promotori e dei soci fondatori


2337 Promotori
2338 Obbligazioni dei promotori
2339 Responsabilità dei promotori
2340 Limiti dei benefici riservati ai promotori
2341 Soci fondatori

Sezione III bis - Dei patti parasociali


2341 bis Patti parasociali
2341-ter Pubblicità dei patti parasociali

Sezione IV – Dei conferimenti


2342 Conferimenti
2343 Stima dei conferimenti di beni in natura e di crediti
2343-bis Acquisto della società da promotori, fondatori, soci e amministratori
2344 Mancato pagamento delle quote
2345 Prestazioni accessorie

Sezione V – Delle azioni e di altri strumenti finanziari partecipativi


2346 Emissione delle azioni
2347 Indivisibilità delle azioni
2348 Categorie di azioni
2349 Azioni e strumenti finanziari a favore dei prestatori di lavoro
2350 Diritto agli utili e alla quota di liquidazione
2351 Diritto di voto
2352 Pegno, usufrutto e sequestro delle azioni
2353 Azioni di godimento
2354 Titoli azionari
2355 Circolazione delle azioni
2355-bis Limiti alla circolazione delle azioni
2356 Responsabilità in caso di trasferimento di azioni non liberate
2357 Acquisto delle proprie azioni
2357-bis Casi speciali di acquisto delle proprie
2357-ter Disciplina delle proprie azioni
2357-quater Divieto di sottoscrizione delle proprie azioni
2358 Altre operazioni sulle proprie azioni
2359 Società controllate e società collegate
2359-bis Acquisto di azioni o quote da parte di società controllate
2359-ter Alienazione o annullamento delle azioni o quote della società controllante
2359-quater Casi speciali di acquisto o di possesso di azioni o quote della società
controllante
2359-quinquies Sottoscrizione di azioni o quote della società controllante
2360 Divieto di sottoscrizione reciproca di azioni
2361 Partecipazioni
2362 Unico azionista

Sezione VI – Dell’assemblea
2363 Luogo di convocazione dell’assemblea
2364 Assemblea ordinaria nelle società prive di consiglio di sorveglianza
2364 bis Assemblea ordinaria nelle società con consiglio di sorveglianza
2365 Assemblea straordinaria
2366 Formalità per la convocazione
2367 Convocazione su richiesta di soci
2368 Costituzione dell'assemblea e validità delle deliberazioni
2369 Seconda convocazione e convocazioni successive
2370 Diritto d’intervento all’assemblea ed esercizio del voto
2371 Presidenza dell'assemblea
2372 Rappresentanza nell'assemblea
2373 Conflitto d'interessi
2374 Rinvio dell'assemblea
2375 Verbale delle deliberazioni dell'assemblea
2376 Assemblee speciali
2377 Annullabilità delle deliberazioni
2378 Procedimento d'impugnazione
2379 Nullità delle deliberazioni
2379 bis Sanatoria della nullità
2379 ter Invalidità delle deliberazioni di aumento o di riduzione del capitale e della
emissione di obbligazioni

Sezione VI-bis Dell’amministrazione e del controllo


§1 Disposizioni generali
2380 Sistemi di amministrazione e di controllo
§2 Degli amministratori
2380-bis Amministrazione della società
2381 Presidente, comitato esecutivo e amministratori delegati
2382 Cause di ineleggibilità e di decadenza
2383 Nomina e revoca degli amministratori
2384 Poteri di rappresentanza
2385 Cessazione degli amministratori
2386 Sostituzione degli amministratori
2387 Requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza
2388 Validità delle deliberazioni del consiglio
2389 Compensi degli amministratori
2390 Divieto di concorrenza
2391 Interessi degli amministratori
2392 Responsabilità verso la società
2393 Azione sociale di responsabilità
2393-bis Azione sociale di responsabilità esercitata dai soci
2394 Responsabilità verso i creditori sociali
2394 bis Azioni di responsabilità nelle procedure concorsuali
2395 Azione individuale del socio e del terzo
2396 Direttori generali
§3 Del collegio sindacale
2397 Composizione del collegio
2398 Presidenza del collegio
2399 Cause d'ineleggibilità e di decadenza
2400 Nomina e cessazione dall'ufficio
2401 Sostituzione
2402 Retribuzione
2403 Doveri del collegio sindacale
2403-bis Poteri del collegio sindacale
2404 Riunioni e deliberazioni del collegio
2405 Intervento alle adunanze del consiglio di amministrazione e alle assemblee
2406 Omissioni degli amministratori
2407 Responsabilità
2408 Denunzia al collegio sindacale
2409 Denunzia al tribunale
§4 Del controllo contabile
2409-bis Controllo contabile
2409-ter Funzioni di controllo contabile
2409-quater Conferimento e revoca dell’incarico
2409-quinquies Cause di ineleggibilità e di decadenza
2409-sexies Responsabilità
2409 septies Scambio di informazioni
§5 Del sistema dualistico
2409-octies Sistema basato su un consiglio di gestione e un consiglio di
sorveglianza
2409-novies Consiglio di gestione
2409-decies Azione sociale di responsabilità
2409-undecies Norme applicabili
2409-duodecies Consiglio di sorveglianza
2409-terdecies Competenza del consiglio di sorveglianza
2409-quaterdecies Norme applicabili
2409-quinquiesdecies Controllo contabile
§6 Del sistema monistico
2409-sexiesdecies Sistema basato sul consiglio di amministrazione e un comitato
costituito al suo interno
2409-septiesdecies Consiglio di amministrazione
2409-octiesdecies Comitato per il controllo sulla gestione
2409-noviesdecies Norme applicabili e controllo contabile

Sezione VII – Delle obbligazioni


2410 Emissione
2411 Diritti degli obbligazionisti
2412 Limiti all’emissione
2413 Riduzione del capitale
2414 Contenuto delle obbligazioni
2414 bis Costituzione delle garanzie
2415 Assemblea degli obbligazionisti
2416 Impugnazione delle deliberazioni dell'assemblea
2417 Rappresentante comune
2418 Obblighi e poteri del rappresentante comune
2419 Azione individuale degli obbligazionisti
2420 Sorteggio delle obbligazioni
2420-bis Obbligazioni convertibili in azioni
2420-ter Delega agli amministratori

Sezione VIII – Dei libri sociali


2421 Libri sociali obbligatori
2422 Diritto d’ispezione dei libri sociali

Sezione IX – Del bilancio


2423 Redazione del bilancio
2423-bis Principi di redazione del bilancio
2423-ter Struttura dello stato patrimoniale e del conto economico
2424 Contenuto dello stato patrimoniale
2424-bis Disposizioni relative a singole voci dello stato patrimoniale
2425 Contenuto del conto economico
2425-bis Iscrizione dei ricavi, proventi, costi ed oneri
2426 Criteri di valutazioni
2427 Contenuto della nota integrativa
2428 Relazione sulla gestione
2429 Relazione dei sindaci e deposito del bilancio
2430 Riserva legale
2431 Sovrapprezzo delle azioni
2432 Partecipazione agli utili
2433 Distribuzione degli utili ai soci
2433-bis Acconti sui dividendi
2434 Azione di responsabilità
2434-bis Invalidità della deliberazione di approvazione del bilancio
2435 Pubblicazione del bilancio e dell'elenco dei soci e dei titolari di diritti su azioni
2435-bis Bilancio in forma abbreviata

Sezione X – Delle modificazioni dello statuto


2436 Deposito, iscrizione e pubblicazione delle modificazioni
2437 Diritto di recesso
2437-bis Termini e modalità di esercizio
2437-ter Criteri di determinazione del valore delle azioni
2437-quater Procedimento di liquidazione
2437-quinquies Disposizioni speciali per le società con azioni quotate sui mercati
regolamentati
2437 sexies Azioni riscattabili
2438 Aumento di capitale
2439 Sottoscrizione e versamenti
2440 Conferimenti di beni in natura e di crediti
2441 Diritto di opzione
2442 Passaggio di riserve a capitale
2443 Delega agli amministratori
2444 Iscrizione nel registro delle imprese
2445 Riduzione del capitale sociale
2446 Riduzione del capitale per perdite
2447 Riduzione del capitale sociale al disotto del limite legale
Sezione XI – Dei patrimoni destinati ad uno specifico affare
2447-bis Patrimoni destinati ad uno specifico affare
2447-ter Deliberazione costitutiva del patrimonio destinato
2447-quater Pubblicità della costituzione del patrimonio destinato
2447-quinquies Diritti dei creditori
2447-sexies Libri obbligatori e altre scritture contabili
2447-septies Bilancio
2447- octies Assemblee speciali
2447- novies Rendiconto finale
2447-decies Finanziamento destinato ad uno specifico affare

Sezione XII
2448 Effetti della pubblicazione nel registro delle imprese

Sezione XIII – Delle società con partecipazione dello Stato o di enti


pubblici
2449 Società con partecipazione dello Stato o di enti pubblici
2450 Amministratori e sindaci nominati dallo Stato o da enti pubblici

Sezione XIV – Delle società di interesse nazionale


2451 Norme applicabili

CAPO VI

DELLA SOCIETÀ IN ACCOMANDITA PER AZIONI


(modificato dall'art. 2, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)
2452 Responsabilità e partecipazioni
2453 Denominazione sociale
2454 Norme applicabili
2455 Soci accomandatari
2456 Revoca degli amministratori
2457 Sostituzione degli amministratori
2458 Cessazione dall’ufficio di tutti i soci amministratori
2459 Sindaci e azione di responsabilità
2460 Modificazioni dell'atto costitutivo
2461 Responsabilità degli accomandatari verso i terzi

CAPO VII

DELLA SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA


(modificato dall'art. 3, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)

Sezione I – Disposizioni generali


2462 Responsabilità
2463 Costituzione

Sezione II – Dei conferimenti e delle quote


2464 Conferimenti
2465 Stima dei conferimenti di beni in natura e di crediti
2466 Mancata esecuzione dei conferimenti
2467 Finanziamenti dei soci
2468 Quote di partecipazione
2469 Trasferimento delle partecipazioni
2470 Efficacia e pubblicità
2471 Espropriazione della partecipazione
2471 bis Pegno, usufrutto e sequestro della partecipazione
2472 Responsabilità dell’alienante per i versamenti ancora dovuti
2473 Recesso del socio
2473-bis Esclusione del socio
2474 Operazioni sulle proprie partecipazioni

Sezione III - Dell’amministrazione della società e dei controlli


2475 Amministrazione della società
2475-bis Rappresentanza della società
2475-ter Conflitto di interessi
2476 Responsabilità degli amministratori e controllo dei soci
2477 Controllo legale dei conti
2478 Libri sociali obbligatori
2478-bis Bilancio e distribuzione degli utili ai soci

Sezione IV – Delle decisioni dei soci


2479 Decisioni dei soci
2479-bis Assemblea dei soci
2479 ter Invalidità delle decisioni dei soci

Sezione V – Delle modificazioni dell’atto costitutivo


2480 Modificazioni dell’atto costitutivo
2481 Aumento di capitale
2481 bis Aumento di capitale mediante nuovi conferimenti
2481-ter Passaggio di riserve a capitale
2482 Riduzione del capitale sociale
2482-bis Riduzione del capitale per perdite
2482-ter Riduzione del capitale al disotto del minimo legale
2482-quater Riduzione del capitale per perdite e diritti dei soci
2483 Emissione di titoli di debito
CAPO VIII

SCIOGLIMENTO E LIQUIDAZIONE DELLE SOCIETÀ DI CAPITALI


(modificato dall'art. 4, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)
2484 Cause di scioglimento
2485 Obblighi degli amministratori
2486 Poteri degli amministratori
2487 Nomina e revoca dei liquidatori; criteri di svolgimento della liquidazione
2487-bis Pubblicità della nomina dei liquidatori ed effetti
2487-ter Revoca dello stato di liquidazione
2488 Organi sociali
2489 Poteri, obblighi e responsabilità dei liquidatori
2490 Bilanci in fase di liquidazione
2491 Poteri e doveri particolari dei liquidatori
2492 Bilancio finale di liquidazione
2493 Approvazione tacita del bilancio
2494 Deposito delle somme non riscosse
2495 Cancellazione della società
2496 Deposito dei libri sociali

CAPO IX

DIREZIONE E COORDINAMENTO DI SOCIETÀ


(modificato dall'art. 5, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)
2497 Responsabilità
2497-bis Pubblicità
2497-ter Motivazione delle decisioni
2497 quater Diritto di recesso
2497 quinquies Finanziamenti nell’attività di direzione e coordinamento
2497 sexies Presunzioni

CAPO X

DELLA TRASFORMAZIONE, DELLA FUSIONE E DELLA SCISSIONE


(modificato dall'art. 6, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)

Sezione I – Della trasformazione


2498 Continuità dei rapporti giuridici
2499 Limiti alla trasformazione
2500 Contenuto, pubblicità ed efficacia dell’atto di trasformazione
2500-bis Invalidità della trasformazione
2500-ter Trasformazione di società di persone
2500-quater Assegnazione di azioni o quote
2500-quinquies Responsabilità dei soci
2500-sexies Trasformazione di società di capitali
2500-septies Trasformazione eterogenea da società di capitali
2500-octies Trasformazione eterogenea in società di capitali
2500-novies Opposizione dei creditori

Sezione II – Della fusione delle società


2501 Forme di fusione
2501-bis Fusione a seguito di acquisizione con indebitamento
2501 ter Progetto di fusione
2501-quater Situazione patrimoniale
2501-quinquies Relazione dell'organo amministrativo
2501-sexies Relazione degli esperti
2501-septies Deposito di atti
2502 Decisione in ordine alla fusione
2502-bis Deposito e iscrizione della decisione di fusione
2503 Opposizione dei creditori
2503-bis Obbligazioni
2504 Atto di fusione
2504-bis Effetti della fusione
2504-ter Divieto di assegnazione di azioni o quote
2504-quater Invalidità della fusione
2505 Incorporazione di società interamente possedute
2505 bis Incorporazione di società possedute al novanta per cento
2505-ter Effetti della pubblicazione degli atti del procedimento di fusione nel
registro delle imprese
2505-quater Fusioni cui non partecipano società con capitale rappresentato da
azioni

Sezione III – Della scissione delle società


2506 Forme di scissione
2506-bis Progetto di scissione
2506-ter Norme applicabili
2506 quater Effetti della scissione

CAPO IX

DELLE SOCIETÀ COSTITUITE ALL’ESTERO


(modificato dall'art. 7, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)
2507 Rapporti con il diritto comunitario
2508 Società estere con sede secondaria nel territorio dello Stato
2509 Società estere di tipo diverso da quelle nazionali
2509 bis Responsabilità in caso di inosservanza delle formalità
2510 Società con prevalenti interessi stranieri

TITOLO VI

DISCIPLINA DELLE SOCIETA' COOPERATIVE


(modificato dall'art. 8, D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6)

CAPO I - DELLE COOPERATIVE

Sezione I - Disposizioni generali cooperative a mutualità prevalente


2511 Società cooperative
2512 Cooperativa a mutualità prevalente
2513 Criteri per la definizione della prevalenza
2514 Requisiti delle cooperative a mutualità prevalente
2515 Denominazione sociale
2516 Rapporti con i soci
2517 Enti mutualistici
2518 Responsabilità per le obbligazioni sociali
2519 Norme applicabili
2520 Leggi speciali

Sezione II - Costituzione
2521 Atto costitutivo
2522 Numero dei soci
2523 Deposito dell'atto costitutivo e iscrizione della società
2524 Variabilità del capitale

Sezione III - Delle quote e delle azioni


2525 Quote e azioni
2526 Soci finanziatori e sottoscrittori di titoli di debito
2527 Requisiti dei soci
2528 Procedura di ammissione e carattere aperto della società
2529 Acquisto delle proprie quote o azioni
2530 Trasferibilità della quota o delle azioni
2531 Mancato pagamento delle quote o delle azioni
2532 Recesso del socio
2533 Esclusione del socio
2534 Morte del socio
2535 Liquidazione della quota o rimborso delle azioni del socio uscente
2536 Responsabilità del socio uscente e dei suoi eredi
2537 Creditore particolare del socio

Sezione IV - Degli organi sociali


2538 Assemblea
2539 Rappresentanza nell'assemblea
2540 Assemblee separate
2541 Assemblee speciali dei possessori degli strumenti finanziari
2542 Consiglio di amministrazione
2543 Organo di controllo
2544 Sistemi di amministrazione
2545 Relazione annuale sul carattere mutualistico della cooperativa
2545-bis Diritti dei soci
2545-ter Riserve indivisibili
2545-quater Riserve legali, statutarie e volontarie
2545-quinquies Diritto agli utili e alle riserve dei soci cooperatori
2545-sexies Ristorni
2545-septies Gruppo cooperativo paritetico

Sezione V - Delle modificazioni dell'atto costitutivo


2545-octies Perdita della qualifica di cooperativa a mutualità prevalente
2545-novies Modificazioni dell'atto costitutivo
2545-decies Trasformazione
2545-undecies Devoluzione del patrimonio e bilancio di trasformazione
2545-duodecies Scioglimento
2545-terdecies Insolvenza

Sezione VI - Dei controlli


2545-quaterdecies Controllo sulle società cooperative
2545-quinquiesdecies Controllo giudiziario
2545-sexiesdecies Gestione commissariale
2545-septiesdecies Scioglimento per atto dell'autorità
2545-octiesdecies Sostituzione dei liquidatori

CAPO II

DELLE MUTUE ASSICURATRICI


2546. Nozione
2547. Norme applicabili
2548. Conferimenti per la costituzione di fondi di garanzia
DIRITTO
COMMERCIALE
(Campobasso)
Volume 3
- Contratti, Titoli di credito e Procedure
Concorsuali -

scritto  da  
*Acquario  Capri*  
I titoli di credito in generale

I titoli di credito sono documenti destinati alla circolazione:


i titoli di credito in senso stretto attribuiscono il diritto ad un a determinata prestazione che
consiste nel pagamento di una somma di denaro (come la cambiale, l’assegno bancario, le
obbligazioni, i titoli di debito);
i titoli di credito rappresentativi di merce attribuiscono il diritto ad un a determinata
prestazione che consiste nel diritto alla riconsegna di merci depositate o viaggianti (come la fede di
deposito, la polizza di carico);
i titoli di partecipazione rappresentano una situazione giuridica complessa e i relativi diritti
(come le azioni, le quote di partecipazione a fondi comuni d’investimento.
I titoli di credito si distinguono in:
titoli individuali: vengono emessi ognuno per una distinta operazione economica (come cambiali e
assegni);
titoli di massa: rappresentano frazioni di uguale valore nominale di una unitaria operazione
economica di finanziamento ed attribuiscono ciascuno uguali diritti (come azioni e obbligazioni).

La funzione dei titoli di credito è quella di rendere più semplice, rapida e sicura la circolazione dei diritti di
credito, neutralizzando i rischi e gli inconvenienti che al riguardo presenta la disciplina della cessione del
credito. Essendo le regole di circolazione dei beni mobili più sicure e semplici, si è creato un modello che
consenta di far circolare i crediti secondo regole analoghe a quelle che governano la circolazione dei beni
mobili. La finzione giuridica ritiene che oggetto di circolazione è il documento anziché il diritto menzionato,
mentre in realtà è l’opposto. Nel titolo di credito il diritto è incorporato nel documento e si concretizza in 4
principi cardine:
1) Principio dell’autonomia in sede di circolazione del diritto cartolare (art. 1994 c.c.): chi acquista la
proprietà del documento diventa titolare del diritto in esso menzionato anche se ha acquistato il
titolo a non domino, purché sia in buona fede ed entri in possesso del titolo. Ciò consente di
neutralizzare il rischio che chi trasferisce il credito non sia titolare dello stesso;
2) Principi della letteralità e dell’autonomia in sede di esercizio del diritto cartolare (art. 1993 c.c.): chi
acquista un titolo di credito acquista un diritto il cui contenuto è determinato esclusivamente dal
tenore letterale del documento. Acquista un diritto che è di regola immune dalle eccezioni fondate
sui rapporti personali intercorsi fra debitore e precedenti possessori del titolo. Ciò consente di
superare il rischio di vedersi opposte tutte le eccezioni che il debitore poteva opporre al cedente;
3) Principio della legittimazione: chi ha conseguito il possesso materiale del titolo di credito nelle forme
prescritte dalla legge è legittimato all’esercizio del diritto cartolare.
Pegno, sequestro, pignoramento devono essere effettuati sul titolo e non hanno effetto se non risultano dal
titolo (art. 1997 c.c.).
Il titolo di credito è un documento necessario e sufficiente per la costituzione, la circolazione e l’esercizio del
diritto letterale ed autonomo in esso incorporato.

La creazione ed il rilascio di un titolo di credito trovano giustificazione in un preesistente rapporto fra


emittente e primo prenditore (rapporto fondamentale o causale) ed in un accordo fra gli stessi con cui si
conviene di fissare nel titolo di credito la prestazione dovuta dal primo al secondo in base a tale rapporto
(convenzione di rilascio o esecutiva). Il titolo di credito riproduce in forma semplificata e schematizzata
l’obbligazione derivante dal rapporto fondamentale. La dichiarazione risultante dal titolo costituisce il
rapporto cartolare ed il diritto dalla stessa riconosciuto al portatore del titolo il diritto cartolare destinato a
circolare.
Se l’adempimento è richiesto dal primo prenditore, il debitore può opporgli tutte le eccezioni derivanti dal
rapporto fondamentale, trattandosi di eccezioni a lui personali. Se il titolo ha circolato e l’adempimento è
richiesto ad un terzo, decisiva nei confronti del terzo possessore è solo la lettera del titolo e a lui non sono
opponibili le eccezioni derivanti dal rapporto fondamentale intercorso col primo prenditore in quanto si
tratta di eccezioni a questi personali.

I titoli di credito si distinguono in:


titoli astratti: possono essere emessi in base ad un qualsiasi rapporto fondamentale e non
contengono alcuna menzione del rapporto che in concreto ha dato luogo alla loro emissione (come la
cambiale, l’assegno bancario, l’assegno circolare). In essi il contenuto del diritto cartolare è
determinato esclusivamente dalla lettera del titolo. Hanno letteralità piena e nei rapporti tra
emittente e terzo non si può far riferimento ad altre fonti regolamentari;
titoli causali: possono essere emessi solo in base ad un determinato tipo di rapporto fondamentale,
predeterminato per legge (come azioni, obbligazioni, libretti di deposito a risparmio e titoli
rappresentativi di merci). Il contenuto del diritto cartolare è determinato dalla lettera del titolo e
anche dalla disciplina legale del rapporto obbligatorio richiamato dal documento. Hanno letteralità
incompleta. In particolare i titoli rappresentativi di merce attribuiscono al possessore il diritto alla
consegna delle merci che sono in essi specificate, il possesso delle medesime e il potere di disporne
mediante trasferimento del titolo. Quindi rappresentano strumenti per la circolazione documentale
di merci e si caratterizzano perché l’obbligazione cartolare del vettore o del depositario ha per
oggetto la riconsegna di cose determinate e descritte nel documento.

Titolare del diritto cartolare è il proprietario del titolo, legittimato al suo esercizio è il possessore del titolo
nelle forme prescritte dalla legge. Di solito queste 2 figure circolano congiuntamente e coincidono nella
stessa persona.
Ci possono essere 3 tipi di circolazione:
a) Circolazione regolare
Il titolo viene trasferito dall’attuale proprietario ad altro soggetto in forza di un valido negozio di
trasmissione, che di regola trova fondamento in un preesistente rapporto causale fra le parti. Chi trasferisce
la proprietà del titolo dovrà consegnarlo ed adempiere le eventuali altre formalità necessarie per attribuire
all’acquirente la legittimazione all’esercizio del relativo diritto. Il solo consenso è sufficiente per il
trasferimento della proprietà del titolo ed il conseguente acquisto della titolarità del diritto;
b) Circolazione irregolare
La circolazione del titolo non è sorretta da un valido negozio di trasferimento. Se il titolo viene rubato, il
ladro non acquista la proprietà e la titolarità del diritto ma ha la possibilità di esercitarlo e di far circolare
ulteriormente il titolo. Chi ha perso il titolo può esercitare azione di rivendicazione e, se si tratta di titoli
all’ordine o nominativi, ottenere un surrogato del titolo smarrito o distrutto. Tutto ciò finquando il titolo non
perviene nelle mani di un terzo in buona fede (art. 1994 c.c.: “Chi ha acquistato in buona fede il possesso di
un titolo di credito, in conformità delle norme che ne disciplinano la circolazione, non è soggetto a
rivendicazione.”). Quindi purché si perfezioni l’acquisto a non domino di un titolo di credito devono ricorrere
3 presupposti: un negozio astrattamente idoneo a trasferire la proprietà del titolo, l’investitura
dell’acquirente nel possesso del titolo con l’osservanza delle formalità prescritte dalla relativa legge di
circolazione e la buona fede dell’acquirente;
c) Circolazione impropria
La circolazione avviene nella forma e con gli effetti della cessione e l’oggetto immediato del trasferimento è il
diritto cartolare non la proprietà del titolo.

I titoli di credito si distinguono in:


Titoli al portatore (art. 2003-2007 c.c.)
Questi recano la clausola “al portatore” anche se contrassegnati da un nome. Il trasferimento del titolo al
portatore si opera con la consegna del titolo. Il possessore del titolo al portatore è legittimato all'esercizio del
diritto in esso menzionato in base alla presentazione del titolo. Il titolo di credito contenente l'obbligazione di
pagare una somma di danaro non può essere emesso al portatore se non nei casi stabiliti dalla legge. Il
trasferimento di titoli al portatore di importo superiore a £ 20.000.000 (€ 10.330) può essere eseguito solo
tramite intermediari abilitati. Non è ammesso l’ammortamento.
Titoli all’ordine (art. 2008-2020 c.c.)
Sono titoli intestati ad una persona determinata e circolano mediante consegna del titolo accompagnata dalla
girata. Il possessore dal titolo all’ordine si legittima in base ad una serie continua di girate. La girata è una
dichiarazione scritta sul titolo e sottoscritta, con la quale l’attuale possessore ordina al debitore cartolare di
adempiere nei confronti di un altro soggetto. La girata deve essere scritta sul titolo e sottoscritta dal girante.
È valida la girata anche se non contiene l'indicazione del giratario. La girata al portatore vale come girata in
bianco. Se il titolo è girato in bianco, il possessore può riempire la girata col proprio nome o con quello di
altra persona, ovvero può girare di nuovo il titolo o trasmetterlo a un terzo senza riempire la girata o senza
apporne una nuova. In quest’ultimo caso la circolazione successiva avviene mediante semplice consegna
manuale del titolo. Qualsiasi condizione apposta alla girata si ha come non scritta. È nulla la girata parziale.
La girata trasferisce tutti i diritti inerenti al titolo. Quando vi siano state più girate, l’attuale possessore del
titolo si legittima in base ad una serie continua di girate di cui l’ultima a lui intestata o in bianco. Il debitore è
tenuto a controllare solo la regolarità formale delle girate. Di regola la girata non ha funzione di garanzia. Il
giratario acquista nei confronti dell’emittente un diritto letterale ed autonomo ed è di regola libero di
trasferire ulteriormente il titolo. Ci sono 2 tipi di girata con effetti limitati:
- la girata per procura: in essa il giratario assume la veste di rappresentante per l’incasso del
girante e il debitore può opporre al giratario per procura tutte e soltanto le eccezioni personali
opponibili al girante;
- la girata a titolo di pegno: essa attribuisce al giratario un diritto di pegno sul titolo. Il
giratario acquista un diritto autonomo e a lui non sono opponibili le eccezioni personali al girante.
Il giratario in garanzia può esercitare tutti i diritti inerenti al titolo per soddisfacimento del proprio
credito verso il girante.
Titoli nominativi (art. 2021-2027 c.c.)
Sono titoli intestati ad una persona determinata. L’intestazione deve risultare dal titolo e anche da un
apposito registro tenuto dall’emittente. Il possessore di un titolo nominativo è legittimato all’esercizio dei
relativi diritti per effetto della doppia intestazione a suo favore: sul titolo e nel registro dell’emittente. Per il
trasferimento della legittimazione nei titoli nominativi ci sono 2 procedure:
1) Il transfert
Prevede il cambiamento contestuale delle 2 intestazioni a cura e sotto la responsabilità dell’emittente. Ne può
far richiesta sia l’alienante che l’acquirente. Nel primo caso l’alienante deve esibire il titolo e deve provare la
propria identità e la propria capacità di disporre, mediante certificazione di un notaio o di un agente di
cambio. Se l'intestazione o il rilascio è richiesto dall'acquirente, questi deve esibire il titolo e dimostrare il suo
diritto mediante atto autentico.
2) Trasferimento mediante girata
In esso l’annotazione sul titolo è fatta dall’alienante, quella nel registro dell’emittente ad opera di
quest’ultimo e si rende necessaria solo quando l’acquirente voglia esercitare i relativi diritti. L’acquirente può
trasferire ad altri il titolo mediante ulteriore girata. La girata deve essere datata e sottoscritta dal girante e
contenere l'indicazione del giratario. Se il titolo non è interamente liberato, è necessaria anche la
sottoscrizione del giratario. Dev’essere anche autenticata da un notaio. Il trasferimento mediante girata non
ha efficacia nei confronti dell'emittente fino a che non ne sia fatta annotazione nel registro. Il giratario che si
dimostra possessore del titolo in base a una serie continua di girate ha diritto di ottenere l'annotazione del
trasferimento nel registro dell'emittente. Nessun vincolo sul credito produce effetti nei confronti
dell'emittente e dei terzi, se non risulta da una corrispondente annotazione sul titolo e nel registro. La
costituzione in pegno di un titolo nominativo può farsi anche mediante consegna del titolo, girato con la
clausola “in garanzia”o altra equivalente.

Il possessore di un titolo di credito ha diritto alla prestazione in esso indicata verso presentazione del titolo,
purché sia legittimato nelle forme prescritte dalla legge. Il debitore, che senza dolo o colpa grave adempie la
prestazione nei confronti del possessore, è liberato anche se questi non è il titolare del diritto.

Le eccezioni cartolari si distinguono in:


Eccezioni reali
a) Eccezioni di forma;
b) Eccezioni fondate sul contesto letterale del titolo;
c) Falsità della firma;
d) Difetto di capacità o di rappresentanza al momento dell’emissione del titolo;
e) Mancanza delle condizioni necessarie per l'esercizio dell'azione.
Eccezioni personali
a) Eccezioni personali fondate su rapporti personali:
- Eccezioni derivanti dal rapporto fondamentale che ha dato luogo all’emissione del titolo;
- Eccezioni fondate su altri rapporti personali con i precedenti possessori.
b) Eccezioni personali in senso stretto:
- L’eccezione di difetto di titolarità del diritto cartolare.

L’ammortamento è uno speciale procedimento diretto ad ottenere la dichiarazione giudiziale che il titolo
originario non è più strumento di legittimazione. Chi ha ottenuto l'ammortamento, su presentazione del
decreto e di un certificato del cancelliere del tribunale comprovante che non fu interposta opposizione, può
esigere il pagamento o, qualora il titolo sia in bianco o non sia ancora scaduto, può ottenere un duplicato.
In caso di smarrimento, sottrazione o distruzione del titolo, il possessore può farne denunzia al debitore e
chiedere l'ammortamento del titolo con ricorso al presidente del tribunale del luogo in cui il titolo è pagabile.
Il ricorso deve indicare i requisiti essenziali del titolo e, se si tratta di titolo in bianco, quelli sufficienti a
identificarlo. Il presidente del tribunale, premessi gli opportuni accertamenti sulla verità dei fatti e sul diritto
del possessore, pronunzia con decreto l'ammortamento che deve essere notificato al debitore e pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica a cura del ricorrente. Nonostante la denunzia, il pagamento fatto al
detentore prima della notificazione del decreto libera il debitore. È autorizzato il pagamento del titolo dopo
30 giorni dalla data di pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, purché nel
frattempo non sia fatta opposizione dal detentore. L'opposizione del detentore deve essere proposta davanti
al tribunale che ha pronunziato l'ammortamento, con citazione da notificarsi al ricorrente e al debitore. Se
l'opposizione è respinta, il titolo è consegnato a chi ha ottenuto l'ammortamento. Trascorso senza
opposizione il termine, il titolo non ha più efficacia, salve le ragioni del detentore verso chi ha ottenuto
l'ammortamento.
La procedura di ammortamento non è prevista per i titoli al portatore. Il possessore del titolo al portatore,
che ne provi la distruzione, ha diritto di chiedere all'emittente il rilascio di un duplicato o di un titolo
equivalente. Tuttavia chi denunzia all'emittente lo smarrimento o la sottrazione d'un titolo al portatore e
gliene fornisce la prova ha diritto alla prestazione e agli accessori della medesima, decorso il termine di
prescrizione del titolo.

I documenti di legittimazione servono solo a identificare l'avente diritto alla prestazione. I titoli impropri
servono a consentire il trasferimento del diritto senza l'osservanza delle forme proprie della cessione ma con
gli effetti di quest’ultimo. A questi 2 non è applicabile la disciplina dei titoli di credito ma solo l’art. 1992.
Il fallimento

Il fallimento è una procedura giudiziaria che mira a liquidare il patrimonio dell’imprenditore insolvente,
opportunamente reintegrato, e a ripartirne il ricavato fra i creditori, secondo criteri ispirati dal trincio della
parità di trattamento.

A. LA DICHIARAZIONE DI FALLIMENTO
I presupposti per la dichiarazione di fallimento sono:
a) la qualità di imprenditore commerciale non piccolo del debitore;
b) lo stato d’insolvenza dello stesso.
Il fallimento è sostituito dalla liquidazione coatta amministrativa per alcune categorie di imprenditori
commerciali individuate da leggi speciali. Cede il passo all’amministrazione straordinaria delle grandi
imprese in stato d’insolvenza quando ricorrono i presupposti specifici per l’applicazione di tale procedura.
L’imprenditore versa in stato d’insolvenza quando non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie
obbligazioni. Presupposto oggettivo è una situazione patologica ed irreversibile che coinvolge l’intero
patrimonio dell’imprenditore e non gli consente di soddisfare le obbligazioni assunte.
L’insolvenza si manifesta di regola con l’inadempimento di una o più obbligazioni o attraverso fattori
esteriori. Insolvenza è una situazione del patrimonio del debitore. Inadempimento è un fatto che rileva come
uno dei possibili indici dello stato d’insolvenza.

La cessazione dell’attività d’impresa o la morte dell’imprenditore non impediscono la dichiarazione di


fallimento. Il fallimento può essere dichiarato solo se non è trascorso più di un anno dalla cessazione
dell’attività o dalla morte. È necessario che lo stato d’insolvenza si sia manifestato prima di tali eventi o entro
l’anno successivo. Il fallimento dell’imprenditore defunto può essere chiesto anche dall’erede, purché
l’eredità non si sia già confusa nel suo patrimonio in quanto accettata senza beneficio d’inventario. Se
l’imprenditore muore dopo la dichiarazione di fallimento, la procedura prosegue nei confronti degli eredi,
anche se hanno accettato con beneficio d’inventario. Se vi sono più eredi, gli stessi devono designare uno di
essi che li rappresenti nella procedura. In mancanza, la designazione è fatta dal giudice delegato.

Il fallimento può essere dichiarato:


1) su ricorso di uno o più creditori (è l’ipotesi più frequente);
2) su richiesta del debitore (è una facoltà dell’imprenditore che provoca il suo fallimento per sottrarsi
ad una serie di azioni esecutive individuali in atto ma tale richiesta è un obbligo penalmente
sanzionato quando l’inerzia provoca l’aggravamento del dissesto. Chi chiede il proprio fallimento
deve depositare presso la cancelleria del tribunale le scritture contabili, il bilancio dei 2 anni
precedenti, uno stato particolareggiato ed estimativo delle sue attività, l’elenco nominativo dei
creditori e dei rispettivi crediti);
3) su istanza del PM (quando l’insolvenza risulta da fatti che configurano reati fallimentari e ciò al fine
di promuovere l’azione penale anche prima che il fallimento sia dichiarato);
4) dallo stesso tribunale d’ufficio (quando nel corso di un giudizio civile risulta l’insolvenza di un
imprenditore che sia parte nello stesso).
Il processo di fallimento è un processo speciale a carattere inquisitorio: il giudice non incontra limitazioni
processuali nell’acquisizione delle relative prove.
Competente per la dichiarazione di fallimento è il tribunale del luogo dove l’imprenditore ha la sede
principale dell’impresa.
Il procedimento per la dichiarazione di fallimento si svolge in camera di consiglio e con rito sommario. È
obbligatoria l’audizione dell’imprenditore al fine di consentirgli l’esercizio del diritto di difesa che sussiste nei
limiti compatibili con la natura sommaria del procedimento in camera di consiglio e con le esigenze di
celerità della procedura fallimentare.
Il tribunale può compiere d’ufficio tutte le indagini che ritiene opportune ai fini della dichiarazione di
fallimento e non è vincolato dall’iniziativa delle parti. Il rigetto della domanda va fatto con decreto motivato
contro il quale il creditore istante e lo stesso debitore possono proporre reclamo alla corte d’appelli. Se il
ricorso è accolto la corte deve rimettere d’ufficio gli atti al tribunale per la dichiarazione.
Il fallimento è dichiarato con una sentenza che contiene alcuni provvedimenti necessari per lo svolgimento
della procedura. La sentenza dev’essere comunicata per estratto al debitore, al curatore ed al creditore
richiedente e dev’essere resa pubblica. Essa è immediatamente esecutiva e i suoi effetti decorrono dalla data
del deposito in cancelleria.
Possono proporre opposizione contro la dichiarazione di fallimento il fallito e qualsiasi interessato tranne chi
ha richiesto il fallimento. Dev’essere notificata al curatore e al creditore richiedente e non sospende
l’esecuzione della sentenza.
L’opposizione è proposta dinanzi allo stesso tribunale che ha dichiarato il fallimento. Nel giudizio di
opposizione si dibatte sugli eventuali vizi del procedimento camerale e sul punto se i presupposti del
fallimento esistevano o meno all’epoca della relativa sentenza dichiarativa. Il fallimento andrebbe revocato
qualora si accerti che l’imprenditore non era insolvente al momento della dichiarazione di fallimento pur se
lo è attualmente, salvo la dichiarazione di un nuovo fallimento i cui effetti decorrerebbero da tale data.
Contro la sentenza che decide sull’opposizione può essere proposto appello. Contro la sentenza di appello si
può proporre ricorso per Cassazione.
Con il passaggio in giudicato della sentenza che ha accolto l’opposizione il fallimento è revocato. Ma restano
salvi gli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi fallimentari. All’ex fallito non resta che rivolgersi
nei confronti del creditore istante per ottenere la condanna al risarcimento dei danni. Se è così a carico del
creditore istante sono le spese di procedura ed il compenso al curatore. Altrimenti gravano sull’ex fallito o
sullo Stato.

B. GLI ORGANI DEL FALLIMENTO


Gli organi preposti allo svolgimento dell’attività del fallimento sono:
1. Il tribunale fallimentare
È il tribunale che ha dichiarato il fallimento. È investito dell’intera procedura fallimentare e sovrintende al
corretto svolgimento della stessa. Le sue funzioni sono:
a) nominare il giudice delegato ed il curatore, sorvegliandone l’operato e sostituendoli se necessario;
b) provvedere sulle controversie e decidere sui reclami contro i provvedimenti del giudice delegato;
c) chiedere chiarimenti ed informazioni al fallito, al curatore ad ai creditori.
Tutti i provvedimenti del tribunale fallimentare sono adottati con decreto non soggetto a reclamo. Il ricorso
alla Cassazione avviene solo se si tratta di decreti che incidono su diritti soggettivi.

2. Il giudice delegato
Dirige le operazioni del fallimento e vigila sull’operato del curatore e di chiunque presti la propria opera
nell’interesse del fallimento. Le sue funzioni sono:
a) nominare il comitato dei creditori;
b) procedere alla formazione dello stato passivo del fallimento e renderlo esecutivo con proprio decreto;
c) autorizzare il curatore a compiere gli atti di straordinaria amministrazione ed a stare in giudizio;
d) decidere sui reclami contro gli atti del curatore;
e) adottare provvedimenti urgenti per la conservazione del patrimonio.
Tutti i provvedimenti del giudice delegato sono adottati con decreto. Contro i decreti tutti possono opporsi
dinanzi al tribunale fallimentare entro 3 giorni. Il reclamo non sospende l’esecuzione ma costituisce il solo
rimedio contro i decreti del giudice delegato.

3. Il curatore
È l’organo preposto all’amministrazione del patrimonio fallimentare sotto la direzione del giudice delegato.
Ha la qualità di pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Entro 1 mese dalla dichiarazione di
fallimento il curatore deve presentare al giudice delegato una relazione particolareggiata sulle cause del
dissesto e sulle eventuali responsabilità del fallito. La funzione centrale del curatore è di conservare, gestire e
realizzare il patrimonio fallimentare. Per alcuni atti è necessaria l’autorizzazione scritta del giudice delegato.
La delega delle attribuzioni è ammessa solo per singole operazioni. Il curatore deve adempiere con diligenza i
doveri del proprio ufficio. È tenuto al risarcimento dei danni causato dalla sua gestione. Contro i suoi atti si
può opporre reclamo al giudice delegato. Contro decreto del giudice è ammesso il ricorso al tribunale. Il
curatore può essere revocato dal tribunale. Ha diritto ad un compenso per l’attività svolta.

4. Il comitato dei creditori


È composto da 3 o 5 membri scelti fra i creditori, è nominato dal giudice delegato ed ha funzioni consultive.
In alcuni casi il suo parere è obbligatorio e vincolante.

C. GLI EFFETTI DEL FALLIMENTO


Gli effetti del fallimento possono distinguersi in:
Effetti patrimoniali
Il fallito perde l’amministrazione e la disponibilità dei suoi beni che passano al curatore. Ma ciò non vale per i
beni ed i diritti strettamente personali, per ciò che il fallito guadagna con la propria attività, per ciò che non
può essere pignorato per legge. Il fallito ha diritto ad abitare nella casa di sua proprietà finché non la vende.
Se privo di mezzi di sussistenza il giudice delegato può concedergli un sussidio a titolo di alimenti. Lo
spodestamento vale anche per i beni che al fallito pervengono durante il fallimento. Con la dichiarazione di
fallimento il fallito non perde la capacità di agire né la proprietà dei suoi beni finché non siano trasferiti ad
altri con atti di disposizione dell’amministrazione fallimentare. Gli atti compiuti dal fallito sono inefficaci
rispetto alla massa dei creditori come lo sono anche i pagamenti eseguiti e ricevuti da lui. Il fallito non può
stare in giudizio né come attore, né come convenuto, può intervenire solo se è imputato di bancarotta o se
l’intervento è previsto dalla legge. In suo luogo ci sarà il curatore.
Effetti personali
Il fallito vede limitati il diritto al segreto epistolare ed il diritto alla libertà di movimento. Inoltre il fallito è
iscritto nel pubblico registro dei falliti, perde l’elettorato attivo e passivo, è interdetto dai pubblici uffici.
Queste incapacità personali cessano solo con la cancellazione dal registro dei falliti.
Effetti penali
Il fallito è esposto a sanzioni penali per reati compiuti prima o dopo il fallimento (bancarotta semplice,
bancarotta fraudolenta, ricorso abusivo al credito).

Il fallimento apre il concorso dei creditori sul patrimonio del fallito. Dalla sua data i creditori del fallito
diventano creditori concorsuali che acquistano il diritto di partecipare alla ripartizione dell’attivo solo in
seguito all’accertamento giudiziale del loro credito. I creditori concorsuali si dividono in:
- creditori chirografari: partecipano solo alla ripartizione dell’attivo fallimentare in proporzione ai loro
crediti;
- creditori privilegiati: hanno diritto di prelazione sul ricavato della vendita del bene oggetto della loro
garanzia per il capitale, gli interessi e le spese;
- creditori della massa: diventano creditori del fallito dopo la dichiarazione del fallimento per atti
legalmente compiuti dagli organi fallimentari e devono essere soddisfatti in prededuzione.
Con il fallimento all’esecuzione individuale sui beni del debitore, si sostituisce l’esecuzione collettiva
fallimentare. Ogni credito dev’essere accertato giudizialmente nell’ambito del fallimento, secondo le norme
fissate per la formazione dello stato passivo. Dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione
esecutiva individuale può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento. I creditori garantiti da
pegno o assistiti da privilegio speciale su mobili con diritto di ritenzione possono essere autorizzati dal
giudice delegato alla vendita dei beni vincolanti. Le banche possono iniziare o proseguire l’azione esecutiva
individuale sugli immobili ipotecati a garanzia di operazioni di alcuni tipi di credito.

Tutti i debiti pecuniari del fallito si considerano scaduti agli effetti del concorso alla data di dichiarazione del
fallimento. La dichiarazione di fallimento sospende il corso degli interessi convenzionali e legali, fino alla
chiusura del fallimento. La compensazione dei debiti del fallito con i creditori è ammessa anche se il credito
verso il fallito non è scaduto prima della dichiarazione di fallimento ma entrambi i crediti devono essere
anteriori alla dichiarazione di fallimento. La compensazione non ha luogo se il credito verso il fallito è stato
acquistato per atto fra vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell’anno anteriore. Il creditore concorre nel
fallimento di ciascuno dei coobbligati per l’intero credito ancora vantato alla data di dichiarazione di
fallimento fino al totale pagamento, ferma restando la possibilità di agire anche nei confronti dei coobbligati
in bonis. I diritti che spettano ai coobbligati verso il fallito, per effetto dell’azione di regresso, vanno a
beneficio del creditore finquando questi non sia integralmente soddisfatto.

Nel periodo che intercorre tra il momento in cui si manifesta lo stato d’insolvenza e quello in cui è dichiarato
il fallimento, l’imprenditore può aver compiuto una serie di atti che alterano l’integrità del proprio
patrimonio ed arrecano pregiudizio ai creditori. Ciò è risolto con le disposizioni che regolano l’azione
revocatoria. Il curatore, nell’interesse di tutti i creditori, può ottenere dal giudice che siano dichiarati
inefficaci nei confronti dei creditori gli atti di disposizione del patrimonio coi quali il debitore rechi
pregiudizio alle loro ragioni e che si soddisfino sui relativi beni come se gli stessi non fossero mai usciti dal
patrimonio del debitore. Tutti gli atti posti in essere dall’imprenditore in stato d’insolvenza si presumono
pregiudizievoli per i creditori perché idonei quanto meno ad alterare la par condicio creditorum. Presupposti
per la revocatoria fallimentare sono lo stato d’insolvenza dell’imprenditore e la conoscenza dello stato
d’insolvenza da parte del terzo. Gli atti posti in essere dall’imprenditore uno o due anni prima della
dichiarazione di fallimento si presumono compiuti in stato d’insolvenza. Per alcuni atti è posta anche una
presunzione relativa di conoscenza dello stato d’insolvenza da parte del terzo. L’atto di disposizione revocato
resta valido ma è inefficace nei confronti della massa dei creditori. All’azione revocatoria fallimentare è
applicabile la prescrizione quinquennale ed il termine comincia a decorrere dalla data di dichiarazione del
fallimento. Ci sono alcuni atti senz’altro privi di effetti nei confronti dei creditori:
a) atti a titolo gratuito compiuti nei 2 anni anteriori alla dichiarazione;
b) pagamenti di debiti che scadono nel giorno della dichiarazione di fallimento o successivamente, se
compiuti nei 2 anni anteriori alla dichiarazione.
Altri atti sono revocabili in seguito ad azione giudiziaria promossa dal curatore:
a) atti per i quali la conoscenza dello stato d’insolvenza si presume: atti anormali di gestione compiuti
nei 2 anni o nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento (atti a titolo oneroso caratterizzati da
una notevole proposizione fra le prestazioni del fallito e della controparte, pagamenti di debiti
effettuati con mezzi anomali di pagamento, pegni, anticresi ed ipoteche costituite per debiti
preesistenti non scaduti, ipoteche giudiziarie per debiti preesistenti ma scaduti);
b) atti per i quali il curatore deve provare che il terzo conosceva lo stato d’insolvenza: atti a titolo
oneroso compiuti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento.
Sono sottratte dalla disciplina della revocatoria alcune operazioni di finanziamento bancario.

Il coniuge di un imprenditore difficilmente ignora lo stato d’insolvenza di questi. Perciò la disciplina


revocatoria è resa più drastica quando i relativi atti di disposizione sono posti in essere fra i coniugi: è
eliminato il limite temporale ed è sempre presunta la conoscenza dello stato d’insolvenza da parte del
coniuge.
La presunzione muciana è la disciplina per gli acquisti da terzi del coniuge del fallito. I beni acquistati a titolo
oneroso dal coniuge del fallito nei 5 anni anteriori alla dichiarazione di fallimento si presumono acquistati
con denaro del fallito. Il coniuge può vincere la presunzione muciana solo provando che l’acquisto è avvenuto
con mezzi proprio o con denaro non proveniente dal patrimonio del fallito. Se prima del fallimento tali beni
sono stati alienati o ipotecati, la revocazione a danno del terzo non può aver luogo se questi provi la sua
buona fede. La presunzione muciana è incompatibile con il regime di comunione di beni: intervenuto il
fallimento la comunione si scioglie e le attività e passività facenti parte della stessa sono divise in parti uguali
fra i coniugi. Ora la presunzione muciana non esiste più per abrogazione implicita da parte della
giurisprudenza.

Il fallimento produce degli effetti sui contratti in corso di esecuzione ma essi dipendono dal tipo di contratto:
1. Contratti che si sciolgono di diritto:
- contratti di borsa su merci o titoli;
- associazione in partecipazione in caso di fallimento dell’associante;
- contratti di conto corrente, mandato e commissione;
- contratto di appalto;
2. Contratti che continuano ma il curatore ne subentra ex lege:
- contratto di locazione di immobili;
- contratto di assicurazione contro i danni in caso di fallimento dell’assicurato;
- contratto di edizione;
- contratto di cessione di crediti d’impresa.
3. Contratti che restano sospesi e il curatore decide se scioglierli o continuarli:
- contratto di vendita (anche a termine e a rate);
- contratto di somministrazione.
Per quanto riguarda i contratti non regolati, ove non occorre l’analogia con le figure regolate, deve trovare
applicazione la più elastica delle 3 regole.

Si può avere una continuazione dell’attività quando ciò è funzionale ad una migliore liquidazione del
complesso aziendale o si spera di venderlo in blocco. Ciò avviene con:
a) la continuazione temporanea: è disposta con provvedimento urgente dal tribunale, sentito il
curatore, quando l’interruzione improvvisa può provocare un danno irreparabile;
b) l’esercizio provvisorio: è disposto (e revocato) dal tribunale, solo se il comitato dei creditori si
pronunzia favorevolmente e indica le condizioni di ripresa.
c) l’affitto dell’azienda.

D. LO SVOLGIMENTO DELLA PROCEDURA


L’accertamento del passivo è diretto ad accertare quali creditori hanno diritto di partecipare alle ripartizioni
dell’attivo, l’ammontare dei loro crediti e le eventuali cause di prelazione. Con questo i creditori da
concorsuali diventano concorrenti. La procedura si apre con la domanda di ammissione dei creditori che
deve specificare le ragioni di prelazione e deve essere accompagnata dai documenti giustificativi del credito
vantato. La domanda di ammissione al passivo interrompe il decorso della prescrizione fino alla chiusura del
fallimento ed impedisce la decadenza dei termini per gli atti che non si possono compiere durante il
fallimento. Il giudice delegato predispone uno stato passivo provvisorio dove vengono indicati i crediti
ammessi, quelli non ammessi in tutto o in parte, quelli ammessi con riserva. Lo stato passivo provvisorio è
reso noto ai creditori mediante deposito in cancelleria. Dev’essere verificato esaminando le posizioni dei
singoli creditori. Ogni decisione spetta al giudice delegato. Esaurite le operazioni di verifica il giudice
delegato forma lo stato passivo definitivo, lo dichiara esecutivo con proprio decreto e lo deposita in
cancelleria. Nomina il comitato dei creditori. Possono essere presentate anche nuove domande di
ammissione finché non siano state esaurite tutte le ripartizioni dell’attivo fallimentare ma il trattamento dei
crediti ammessi tardivamente non è uniforme. Contro lo stato passivo possono essere proposte opposizioni
(dai creditori esclusi al fine di ottenere l’ammissione del loro credito o il riconoscimento di una causa di
prelazione disconosciuta dal giudice delegato) ed impugnazioni (dai creditori ammessi al fine di ottenere
l’eliminazione della massa passiva di uno p più crediti o della relativa causa di prelazione).

La liquidazione dell’attivo inizia dopo che lo stato passivo è stato reso esecutivo. Ad essa provvede il curatore.
Per i beni mobili ci sono varie scelte. La vendita dei beni immobili avviene di regola all’incanto ma può
avvenire senza incanto se il giudice la ritiene più vantaggiosa. Le somme che si rendono via via disponibili
sono ripartite fra i creditori. Si provvede al pagamento delle spese sostenute. Quanto residua è destinato al
pagamento dei creditori concorrenti ammessi con diritto di prelazione sulle cose vendute. Quanto residua
ulteriormente è destinato al pagamento dei creditori chirografari e privilegiati. Per le ripartizioni parziali il
curatore presenta ogni 2 mesi al giudice delegato un progetto di ripartizione delle somme disponibili. Il
giudice delegato stabilisce con decreto il piano di riparto e lo rende esecutivo. Le ripartizioni parziali non
possono superare i 90% delle somme disponibili. Il 10% va agli imprevisti. Esaurita la liquidazione, il
curatore rende al giudice delegato il conto della sua gestione che dev’essere approvato. Infine viene liquidato
il compenso al curatore e si procede alla ripartizione finale dell’attivo.

La procedura fallimentare può essere svolta con maggiore semplicità quando l’ammontare complessivo delle
passività non supera £ 1.500.000.

E. LA CESSAZIONE DEL FALLIMENTO


Il fallimento si chiude per:
1) Mancata presentazione di domande di ammissione allo stato passivo nei termini stabiliti;
2) Pagamento integrale dei creditori ammessi al passivo e delle spese della procedura;
3) Ripartizione integrale dell’attivo;
4) Impossibilità di continuare utilmente la procedura per insufficienza dell’attivo;
5) Concordato fallimentare.
La chiusura del fallimento è dichiarata con decreto motivato del tribunale su istanza del curatore, del fallito o
d’ufficio. Il decreto è pubblicato ed è reclamabile. Con la chiusura del fallimento decadono gli organi preposti
alla procedura e cessano gli effetti patrimoniali del fallimento. I creditori riacquistano la possibilità di agire
individualmente verso il debitore. Cessano le limitazioni della libertà del fallito ma non le incapacità
personali la cui riabilitazione è concessa dopo 5 anni dalla chiusura del fallimento con le prove della buona
condotta del fallito. La riabilitazione può essere concessa prima quando il fallito ha pagato integralmente
tutti i creditori ammessi nel fallimento e ha regolarmente adempiuto il concordato fallimentare.
Il fallimento chiuso per ripartizione integrale dell’attivo o insufficienza dell’attivo può essere riaperto. Ma è
necessario che non devono essere trascorsi 5 anni dal decreto di chiusura e nel patrimonio del fallito si
rinvengono nuove attività che rendono utile la riapertura. Può essere richiesta dal debitore o da qualsiasi
creditore. Non è necessario l’accertamento dell’esistenza attuale dello stato d’insolvenza. Al fallimento
concorrono anche i nuovi creditori. Solo il comitato dei creditori dev’essere nominato ex novo.

Il concordato fallimentare consente all’imprenditore fallito di chiudere definitivamente i rapporti


pregressi col pagamento integrale dei creditori privilegiati ed il pagamento in percentuale dei creditori
chirografari ottenendo la liberazione dei beni soggetti alla procedura fallimentare. Il fallito può avanzare
proposta di concordato dopo che lo stato passivo è stato reso esecutivo. Il contenuto della proposta può
essere variamente articolato. Non ci sono limitazioni per le garanzie. Persone diverse dal fallito possono
intervenire assumendo la posizione di obbligato principale per l’adempimento del concordato. Questo è
l’assuntore del concordato. Egli può obbligarsi in solido col fallito o restare il solo obbligato. Come
corrispettivo gli viene ceduto l’attivo fallimentare. È obbligato verso tutti i creditori anteriori all’apertura del
fallimento. La proposta di concordato è soggetta all’esame del giudice delegato che, in caso di accettazione,
ordina la comunicazione ai creditori e fissa il termine entro il quale gli stessi devono far pervenire la loro
dichiarazione di dissenso. Hanno diritto di voto i creditori chirografari ammessi al passivo. È necessario il
consenso della maggioranza numerica dei creditori aventi diritto di voto ed essi devono rappresentare
almeno i due terzi dell’ammontare dei loro crediti. Se il concordato è approvato si apre il giudizio di
omologazione del tribunale. Si può opporre chi ha interesse. Il tribunale decide sulle opposizioni con unica
sentenza. Il concordato omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al fallimento. Intervenuta
l’omologazione ha inizio l’esecuzione del concordato. Questo è eseguito dal fallito. Accertata la completa
esecuzione del concordato il giudice delegato ordina lo svincolo delle cauzioni e la cancellazione delle
ipoteche iscritte a garanzia del concordato. Gli effetti del concordato possono cessare per risoluzione
(inadempimento del concordato pronunziato dal tribunale) o per annullamento. Annullato o risolto il
concordato si riapre automaticamente il fallimento.
F. IL FALLIMENTO DELLE SOCIETÁ
Al fallimento delle società è applicabile la disciplina dell’imprenditore. Falliscono solo le società che
esercitano attività commerciale. Per quanto riguarda gli effetti del fallimento, ogni volta che la legge richiede
che sia sentito il fallito, dovranno essere sentiti gli amministratori o i liquidatori della società fallita. Al
curatore, autorizzato dal giudice delegato, è riservato l’esercizio delle azioni contro amministratori, sindaci,
direttori generali e liquidatori. La proposta e le condizioni del concordato fallimentare devono essere
approvate dai soci che rappresentano la maggioranza del capitale sociale, nelle società di persone, o
dall’assemblea straordinaria nelle società di capitali e nelle cooperative. La chiusura del fallimento non porta
l’estinzione della società.

Nei soci a responsabilità limitata il fallimento comporta che il giudice delegato può ingiungere loro di
eseguire i conferimenti ancora dovuti. Nelle società lucrative con soci a responsabilità illimitata, il fallimento
produce anche il fallimento dei soci a responsabilità illimitata. Il fallimento dei soci consegue
automaticamente al fallimento della società. Quest’ultimo determina anche il fallimento dei soci la cui
esistenza è successivamente accertata. Anche la società occulta e quella apparente sono soggette a fallimento.
Il fallimento dei soci può essere dichiarato solo entro l’anno dallo scioglimento del rapporto sociale.

Al fallimento della società partecipano solo i creditori sociali. Al fallimento dei singoli soci concorrono sia i
creditori sociali che quelli particolari. Il concordato fallimentare della società ha efficacia anche per i soci e fa
chiudere anche i loro fallimenti.
Il concordato preventivo

L’imprenditore che si trova in uno stato d’insolvenza può evitare il fallimento regolando mediante concordato
preventivo i rapporti con i creditori. Ciò può essere attuato prima che sia dichiarato il fallimento e serve ad
evitare lo stesso. È un concordato giudiziale, poiché è necessaria l’omologazione del tribunale per il suo
perfezionamento, e di massa, poiché è produttivo di effetti per tutti i creditori anteriori. La legge fissa
particolari condizioni soggettive ed oggettive di ammissibilità alla procedura: sono ammessi gli imprenditori
meritevoli per aver svolto in modo corretto la loro attività e che devono poter pagare anche almeno il 40% dei
creditori chirografari. È ammesso l’imprenditore che da almeno un biennio è iscritto nel registro delle
imprese ed ha tenuto una regolare contabilità, nei 5 anni precedenti non è stato dichiarato fallito o ammesso
ad altra procedura di concordato preventivo, non è stato condannato per bancarotta fraudolenta o per altri
delitti simili. Ci sono 2 tipi di concordato:
1. Concordato con garanzia
Il debitore deve offrire serie garanzie reali o personali di pagare per intero i creditori privilegiati ed almeno il
40% ai creditori chirografari entro 6 mesi dall’omologazione del concordato;
2. Concordato con cessione
Il debitore deve offrire la cessione di tutti i suoi beni assoggettabili.

La procedura inizia con la domanda di ammissione e alcuni allegati del debitore presentata con ricorso al
tribunale. Il tribunale svolge una prima indagine volta ad accertare se ricorrono le condizioni soggettive ed
oggettive richieste dalla legge e valuta la consistenza dell’attivo. Se l’accertamento ha esito negativo, il
tribunale dichiara inammissibile la proposta di concordato e con sentenza dichiara di ufficio il fallimento. Se
ha esito positivo, è dichiarata l’apertura della procedura, sono designati il giudice delegato ed un
commissario giudiziale ed è ordinata la convocazione dei creditori. Il debitore conserva l’amministrazione dei
suoi beni e continua l’esercizio dell’impresa. È necessaria l’autorizzazione del giudice delegato per gli atti che
eccedono l’ordinaria amministrazione se no sono inefficaci. Gli effetti per i creditori anteriori sono uguali a
quelli del fallimento. Non è applicata la disciplina della revocatoria fallimentare.

Non c’è il preventivo accertamento giudiziario dello stato passivo. Il commissario giudiziale convoca i
creditori sulla base di un elenco del debitore. Il commissario redige l’inventario e una relazione sul dissesto.
L’approvazione del concordato preventivo avviene in apposita adunanza dei creditori. Ogni contestazione è
decisa ai soli fini dell’ammissione al voto e del calcolo delle maggioranze dal giudice delegato. Il concordato
preventivo è approvato se riporta il voto favorevole della maggioranza dei creditori votanti che rappresentano
i due terzi dei crediti ammessi al voto. Se la proposta è respinta il tribunale dichiara il fallimento. Se le
maggioranza sono raggiunte si apre il giudizio di omologazione dove il tribunale controlla la convenienza
economica per i creditori, la sicurezza delle garanzie offerte o la sufficienza dei beni ceduti e la meritevolezza
dell’imprenditore. Se i risultati sono negativo il tribunale dichiara fallimento, se no omologa con sentenza il
concordato.

Il concordato viene eseguito sotto la sorveglianza del commissario. Nel caso di cessione il tribunale nomina
uno o più liquidatori ed un comitato di creditori per assistere alla liquidazione. Il concordato può essere
risolto o annullato negli stessi casi del concordato fallimentare.
L’amministrazione controllata

L’amministrazione controllata consente all’imprenditore che si trova in una situazione di crisi temporanea e
reversibile, in una situazione di temporanea difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, di superare tale
situazione attraverso il risanamento economico e finanziario dell’impresa nell’interesse preminente degli
stessi creditori, se esistono comprovate possibilità di risanare l’impresa. L’amministrazione controllata è un
beneficio riservato agli imprenditori meritevoli per aver svolto la loro attività in modo corretto.

La procedura inizia con la domanda di ammissione rivolta dal debitore al tribunale. Con essa egli chiede una
dilazione dei pagamenti per un periodo massimo di 2 anni nonché il controllo della gestione della sua
impresa e dell’amministrazione dei suoi beni a tutela degli interessi dei creditori.
Il tribunale controlla se ricorrono le condizioni della legge, valuta la meritevolezza dell’imprenditore e si
pronunzia con decreto non soggetto a reclamo. Se la domanda è accolta, con lo stesso decreto sono nominati
il giudice delegato e il commissario giudiziale, sono convocati i creditori per la votazione…
L’approvazione dei creditori è disciplinata da norme analoghe del concordato preventivo ma è sufficiente il
voto favorevole della maggioranza dei creditori chirografari che rappresentano la maggioranza dei crediti e si
tiene conto dei voti pervenuti per corrispondenza.
Se la procedura si consolida il giudice delegato nomina 3 o 5 creditori che assistono il commissario giudiziale;
se no cessano gli effetti del decreto di ammissione alla procedura ed il tribunale può dichiarare fallimento se
il dissesto è definitivo ed irreversibile.
L’imprenditore conserva la gestione dell’impresa e l’amministrazione del suo patrimonio sotto la direzione
del giudice delegato e la vigilanza del commissario giudiziale a cui il tribunale può tuttavia affidarla. I
creditori anteriori alla procedura non possono iniziare o proseguire azioni esecutive sul patrimonio del
debitore né possono acquistare diritti di prelazione. Continuano a decorrere gli interessi legali e
convenzionali. I rapporti in corso di svolgimento continuano. In caso di ammissione alla procedura di una
società gli effetti non si estendono ai soci illimitatamente responsabili.

Se al termine, o prima, l’imprenditore dimostra di essere in grado di soddisfare regolarmente le proprie


obbligazioni, il tribunale, con decreto, dichiara cessata la procedura. Se l’imprenditore non è stato in grado di
soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni o risulta che l’amministrazione controllata non può essere
utilmente continuata, il tribunale dichiara il fallimento o lo stato d’insolvenza a meno che l’imprenditore non
proponga un concordato preventivo.
La liquidazione coatta amministrativa

La liquidazione coatta amministrativa è una procedura concorsuale a carattere amministrativo cui sono
assoggettate determinate categorie di imprese. Può essere disposta non solo quando vi è lo stato d’insolvenza
ma anche per gravi irregolarità di gestione o per violazione di norme di legge o regolamentari. L’autorità
competente a disporre la liquidazione coatta non è mai l’autorità giudiziaria, bensì l’autorità amministrativa.
Obiettivo della liquidazione coatta è l’eliminazione dal mercato dell’impresa colpita dal relativo
provvedimento. Le imprese soggette a liquidazione coatta sono sottratte al fallimento. Solo in alcuni casi
sono ammesse entrambe le procedure e si risolve il conflitto fra le stesse secondo il criterio della prevenzione.

La liquidazione coatta amministrativa è disposta con decreto dell’autorità governativa che ha la vigilanza
sull’impresa. Entro 10 giorni dalla sua data, dev’essere pubblicato e depositato per l’iscrizione all’ufficio del
registro delle imprese. L’autorità governativa nomina il commissario liquidatore (svolge l’attività di
liquidazione)ed il comitato di sorveglianza (con funzioni consultive e di controllo). L’autorità giudiziaria
accerta lo stato d’insolvenza. L’accertamento preventivo dello stato d’insolvenza di un’impresa privata può
essere richiesto solo dai creditori. L’accertamento preventivo dello stato d’insolvenza di un’impresa che si
trova già in liquidazione coatta può essere richiesto solo dal commissario liquidatore o dal pubblico
ministero. In entrambi i casi l’insolvenza è dichiarata con sentenza. Gli effetti sono uguali a quelli del
fallimento sul patrimonio del debitore. Solo se è stato accertato lo stato d’insolvenza trovano applicazione le
norme della legge fallimentare relative agli atti pregiudizievoli ai creditori e le sanzioni penali disposte per il
fallimento. La liquidazione amministrativa non si estende ai soci illimitatamente responsabili a cui invece si
applica la disciplina della revocatoria fallimentare.

L’accertamento dello stato passivo, la liquidazione dell’attivo e il riparto del ricavato fra i creditori
concorrenti si svolgono in sede amministrativa. Lo stato passivo è formato d’ufficio dal commissario
liquidatore ed è da lui depositato nella cancelleria del tribunale. A questo punto si può aprire una fase
contenziosa. Alla liquidazione dell’attivo vi provvede il commissario. Per la sua ripartizione valgono criteri
analoghi a quelli dettati per il fallimento. Prima dell’ultimo riparto il commissario liquidatore deve
sottoporre all’autorità amministrativa di vigilanza il bilancio finale di liquidazione con il conto della gestione
ed il piano di riparto fra creditori. In mancanza di contestazioni il bilancio ed il piano di riparto s’intendono
approvati. Il commissario provvede alla ripartizione finale e all’iscrizione della cancellazione della società nel
registro delle imprese. La liquidazione coatta amministrativa si può concludere anche mediante concordato
ma non è richiesta l’approvazione dei creditori, è approvata direttamente dal tribunale.
TITOLI DI CREDITO
• TITOLI DI CREDITO (introduzione)

o Rapporto cartolare e rapporto fondamentale

o La legittimazione cartolare

o L’esercizio del diritto cartolare: le eccezioni reali e le eccezioni personali

o Formazione dei titoli di credito

o La struttura del diritto cartolare; titoli semplici e complessi. Diritto principale e diritti
accessori

o Circolazione del titolo di credito

o Tipi di titolo di credito

 Titoli al portatore

 Titoli all’ordine

 Titoli nominativi

o Il deterioramento dei titoli di credito

 Titoli al portatore

 Titoli all’ordine e nominativi

o Gestione accentrata dei titoli di massa

o La dematerializzazione dei titoli di credito

• TITOLI CAMBIARI

o I requisiti dei titoli cambiari

o La circolazione dei titoli cambiari

o L’obbligazione cambiaria a titolo di garanzia: l’avallo

o L’azione di regresso

o L’esercizio dei diritti cambiari

o L’azione causale e di arricchimento

• LA CAMBIALE

o Garanzie del credito cambiario

o Pagamento cambiario

o La cambiale di rivalsa

o Intervento cambiario

o Accettazione per intervento

o Pagamento per intervento


o Prescrizione

INTRODUZIONE AI TITOLI DI CREDITO

La nozione di titoli di credito comprende una serie variegata di documenti, quali ad esempio la
cambiale, l’assegno, le azioni e le obbligazioni.

Il titolo di credito è lo strumento volto a favorire la mobilizzazione dei diritti di credito, tutelando
l’acquirente contro i rischi insiti nel ricorso allo strumento generale della cessione di cui agli artt. 1262 e
ss., originato dal principio proprio secondo il quale l’acquirente non può acquisire posizione diversa da
quella del suo dante causa. Questo implica che:

a. Che se l’alienante non è titolare del credito ceduto, o lo stesso non è sorto o è stato già oggetto
d’una precedente cessione opponibili, allora nessun effetto acquisitivo si produce per il
cessionario.

b. Al cessionario risultano opponibili tutte le eccezioni opponibili al cedente, salvo la comprensione


della cessione accettata senza riserve.

Ai rischi esposti si aggiungono anche oneri di tipo formale:

a. Il Concessionario deve dare prova della cessione

b. Egli deve sottostare all’onere della tempestiva comunicazione al debitore dell’avvenuta


cessione per evitare un pagamento deliberatorio al cedente.

L’eliminazione di questi inconvenienti è data dall’estensione alla circolazione dei crediti della disciplina,
tipica della circolazione dei beni mobili, che garantisce all’acquirente in buona fede l’acquisto della
titolarità del bene pur in difetto della stessa. Questo è dovuto alla nascita del credito cartolare, che
origina da una dichiarazione unilaterale con la quale chi è gravato dell’obbligazione nei confronti di un
altro soggetto, in base ad un rapporto tipico, ne trasfonde i termini essenziali in un documento, con il
quale s’impegna ad eseguire la prestazione stabilita, a favore del possessore del titolo.

Per effetto dell’incorporazione, il credito cartolare presenta le seguenti caratteristiche:

• Letteralità: le risultanze del documento segnano i limiti della pretesa azionabile dal portatore.
Le eccezioni opponibili sono fondate sul contesto letterale. La letteralità può essere:

o Diretta quando il documento contiene tutti gli elementi utili ad individuare il contenuto
della pretesa

o Indiretta quando il documento rimanda, implicitamente o esplicitamente, ad altri


documenti

• Autonomia: indipendenza della posizione di ciascun portatore del titolo da quella del portatore
precedente, sia per la titolarità del diritto che per il contenuto di esso. L’autonomia implica
l’inopponibilità al possessore delle eccezioni fondate sui rapporti tra debitore e portatore
precedente, questo trova spiegazione sulla particolare modalità di acquisto a titolo originario.

Alla disciplina generale di tali titoli si affianca una disciplina speciale. La disciplina generale oltre ad
integrare le norme del codice e delle leggi speciali riservate a particolari figure di titoli di credito tipiche,
offre anche una disciplina minima alle figure create dall’autonomia privata.
Nel nostro ordinamento prevale il principio della libertà di emissione dei titoli di credito.
Titoli di credito: rapporto cartolare e rapporto fondamentale

Al debitore fanno capo due rapporti obbligatori:

• Fondamentale: derivante dalla relazione tipica fra debitore e primo prenditore

• Cartolare: scaturisce dal rilascio del titolo, differenziato dal primo per la sua fonte (sottoscrizione
documento), per il suo contenuto (“lettera” del documento) e per l’individuazione del creditore.

Il collegamento fra rapporto fondamentale e cartolare sta nel c.d. contratto di rilascio, cioè l’accordo tra
debitore e creditore con il quale si conviene la sottoscrizione e la consegna del titolo; i due rapporti
coincidono solo in capo al primo prenditore, mentre successivamente divergono in quanto il
trasferimento del titolo non comporta il trasferimento del credito causale. Ciò implica che l’obbligazione
cartolare si presenta come astratta nei confronti del terzo portatore.
Per evitare il doppio pagamento, l’esercizio dell’azione causale è subordinato alla restituzione del
documento. A seconda che dalla lettera del documento sia individuabile o meno il rapporto
fondamentale, i titoli di credito si dividono in:

• Causali, fanno capo alla disciplina legale del rapporto fondamentale

• Astratti disciplina sua propria ed autosufficiente

La legittimazione cartolare

Accanto alla titolarità del credito cartolare, riconosciuta al proprietario del documento, la legge
attribuisce al possessore del documento la legittimazione attiva (art 1992) che gli riconosce il diritto alla
prestazione in esso indicata verso presentazione del titolo; purché legittimato nelle forme previste dalla
legge (titoli al portatore, titoli all’ordine e titoli nominativi).

Alla legittimazione attiva si contrappone la legittimazione passiva in quanto il debitore cartolare, a meno
che non via sia dolo o colpa grave, è liberato se adempie alle prestazioni nelle mani del portatore,
anche se questi non è titolare del diritto.

La legittimazione è un mezzo tecnico per facilitare l’esercizio del diritto cartolare; il possesso del titolo è
condizione necessaria e sufficiente affinché il diritto cartolare venga esercitato.
I titoli possono essere distinti in titoli a legittimazione:

• Nominale l’esercizio del diritto cartolare è attribuito ad un soggetto individuato in base al


documento.

• Reale esercizio del diritto cartolare spetta a chiunque si trovi in possesso del titolo.

La possibilità di pretendere la prestazione, in base al possesso del titolo è propria anche di altri
documenti diversi dai titoli di credito: si tratta di documenti di legittimazione che servono, ad individuare
l’avente diritto alla prestazione (es. biglietto del cinema) e per i c.d. titoli impropri, a consentire il
trasferimento del diritto senza l’osservanza delle forme proprie della cessione. I documenti di
legittimazione sono emessi in connessione a contrattazioni che hanno carattere di massa (spettacoli
pubblici, trasporti) in cui l’intervallo tra emissione e conclusione del contratto rende necessario ricorrere
ad un mezzo convenzionale per l’individuazione del creditore. Tali documenti si differenziano dai titoli di
credito per l’assenza dell’incorporazione, in quanto il diritto alla prestazione trova fonte e disciplina nel
contratto originario e non nella proprietà del documento, che ha la sola funzione di riconoscimento del
contraente. I titoli impropri condividono con i titoli di credito la funzione di agevolare la circolazione dei
crediti.
Riassunti scritti da GennaroAcquario1980 (acquario.80@libero.it). Disponibili tutti i riassunti di Giurisprudenza.
L’esercizio del diritto cartolare: le eccezioni reali e le eccezioni personali

Eccezioni reali - Sono elencate in modo tassativo nell’art.1993 c1 e sono caratterizzate dal fatto di
essere opponibili a qualsiasi portatore, esse sono:

• Eccezioni di forma: limitazioni che l’ordinamento pone all’autonomia privata, imponendo che la
dichiarazione cartolare debba avere un contenuto determinato, pena l’inefficacia del titolo.

• Fondate sul contesto letterale del titolo: non si basa solo sull’ipotesi di divario tra contesto
attuale del titolo e le pretese del portatore, ma soprattutto sull’ipotesi di divario tra le pretese del
portatore ed il contesto originario del titolo al momento del rilascio al primo prenditore?
alterazione del titolo

• Falsità di firma: non riferibilità psicologica della sottoscrizione a colui il cui nome appare sul
titolo; rientrano in questa categoria le ipotesi in cui pur non vi è contraffazione materiale della
firma (omonimia), ma ne restano escluse le ipotesi di falso materia attuato in conformità della
volontà del soggetto (imitazione firma altrui)

• Difetto di capacità: è esteso a tutte le ipotesi d’esclusione o limitazione della capacità legale,
con riferimento all’obbligazione cartolare; questa non si riferisce ad incapacità naturale, poiché
non conoscibile dai pubblici registri.

• Difetto di rappresentanza: si sostanzia in un rinvio alla disciplina dell’agire in nome e per conto
altrui dell’artt. 1392 ss. c.c., può essere sanata con l’eventuale ratifica, da parte del soggetto il
cui nome appare speso nel contesto del titolo. Questa disciplina generale va coordinata con le
particolari caratteristiche del titolo di credito. Es. l’eccesso di potere sarà eccepibile solo se
rilevabile in base al raffronto tra i termine della procura ed il contesto del titolo.
Sia il difetto di capacità sia quello di rappresentanza rilevano in quanto esistenti al momento dell’emissione del
titolo, anche se sottoscritto in precedenza, costituendo in questo momento l’ultimo in cui il sottoscrittore può
revocare l’impegno cartolare distruggendo il titolo, o cmq non mettendolo in circolazione.

• Mancanza delle condizioni necessarie per esercizio dell’azione: sono tutte le ipotesi in cui la
legge, o l’autonomia privata, condizionino, mediante apposita indicazione sul titolo, l’esercizio
del diritto cartolare; es. disponibilità del portatore alla contestuale restituzione del titolo.

Eccezioni personali - Sono eccezioni opponibili solo ad un determinato portatore (art. 1993 eccezioni
opponibili). Si ritiene che la categoria si suddivida in due sub categorie che sono:

• Eccezioni fondate su un rapporto personale con il debitore: si ricollegano a tutti quei rapporti
intercorsi con un determinato portatore che siano idonei ad incidere negativamente sulla
pretesa cartolare (dilazione del termine, compensazione ecc.). In genere tali eccezioni sono
opponibili al portatore con il quale è intercorso il rapporto personale che ne costituisce il
fondamento; esse si propagano al portatore successivo se questo ha agito intenzionalmente a
danno del debitore al momento dell’acquisto del titolo.
Ciò che è importante non è la semplice conoscenza dell’esistenza delle eccezioni, bensì il dolo
cioè la collusione con il portatore precedente.

• Eccezioni personali in senso stretto la quale si riduce all’eccezione di difetto di titolarità, il


debitore rifiuta il pagamento, perché il possessore legittimo non ha la proprietà del titolo, e
quindi non ha la titolarità del credito; ciò può dipendere da:

o Essere entrati in possesso del titolo senza un contratto di rilascio o di trasmissione (in
base ad un contratto nullo o annullato)

o Dal difetto di proprietà del precedente possessore, salva la buona fede del portatore
attuale acquirente a non dominio.
Formazione dei titoli di credito

Il titolo di credito nasce con la sottoscrizione autografa del documento, ma non necessariamente
leggibile, essendo sufficiente un segno grafico che consenta di risalire al sottoscrittore.

• Titolo bianco: quando, già sottoscritto il titolo, la sua stesura totale/completamento spetta al
portatore.

• Accordo di riempimento: è quell’accordo tra sottoscrittore e primo prenditore in cui sono


contenuti i termini di redazione del testo.

• Titolo incompleto: ad esso è applicata la medesima disciplina dei casi precedenti, è quel titolo
sottoscritto ma ancora privo di degli estremi atti ad individuare l’obbligazione cartolare

• In caso di incapacità legale, totale o parziale, la sottoscrizione del titolo a cura del legale
rappresentante dovrà avvenire facendo risultare dallo stesso tale qualità così da evitare la
responsabilità derivante da una firma in proprio.

• La sottoscrizione tramite rappresentante dovrà avvenire attraverso la spendita del nome del
rappresentato, la quale deve in ogni caso risultare dal testo cartolare

• Titoli individuali: sottoscrizione del titolo di credito connessa ad un’operazione intervenuta con
uno o più soggetti determinati, es. cambiale.

• Titoli di massa: sottoscrizione del titolo di credito connessa ad un’operazione intervenuta con
la massa del pubblico di risparmiatori, es. azioni ed obbligazioni.

L’art. 1993 detta i requisiti necessari per la valida formazione del titolo, e sono:

• Riferibilità psicologica della sottoscrizione, la cui mancanza implica la nullità dell’obbligazione


cartolare

• La capacità legale del sottoscrittore al momento dell’emissione, in assenza della quale si ha


l’annullabilità, salvo convalida risultante dal testo del documento.

• L’esistenza di un conforme potere di rappresentanza al momento dell’emissione nel caso di


sottoscrizione in nome altrui, la cui mancanza da luogo all’inefficacia dell’obbligazione, sanabile
tramite ratifica

• La desumibilità del contesto originario del documento contenuto nell’obbligazione cartolare, la


cui mancanza determina l’inesistenza di quest’ultima.

• La possibilità, determinatezza o determinabilità e liceità della prestazione, la cui mancanza da


luogo a nullità

• L’uso d’espressione o indicazioni determinate nel caso di titoli formali la cui omissione comporta
la nullità.

La struttura del diritto cartolare; titoli semplici e complessi. Diritto principale e diritti accessori

• Titoli semplici: struttura semplice, soddisfazione unico interesse -->> possibile adempiere uno
actu con restituzione del documento (cambiale).

• Titoli complessi: struttura complessa con pluralità di pretese; è possibile la restituzione del
titolo solo se sono state soddisfatte tutte le pretese.

• Sono diversi dai titoli caratterizzati da pretesa principale e pretese accessorie -->> ad essi sono
annesse le cedole al cui distacco e consegna al debitore è subordinato il loro esercizio; con
finalità di facilitare l’esercizio e negoziazione delle singole pretese inerenti al titolo complesso e
alle prestazioni accessorie.

Circolazione del titolo di credito

Il titolo di credito comincia a circolare con l’emissione. La circolazione può essere:

• Volontaria: se fondata su un valido contratto di rilascio che comporta l’acquisto sia della
proprietà, nonché della titolarità, sia del possesso del titolo e quindi della legittimazione.

• Involontaria: quando manca il contratto di rilascio, ed in tal caso si avrà solo l’acquisto del
possesso e quindi della sola legittimazione. La scissione che esiste fra proprietà del titolo (che
rimane al vecchio portatore) e possesso qualificato (quindi legittimazione cartolare) può essere
sanato, a norma dell’art.1194 – effetti del possesso in buona fede - chi ha acquistato in buona
fede il possesso di un titolo di credito, in conformità alle norme che ne disciplinano la
circolazione, non è soggetto a rivendicazione.

Anche la circolazione successiva può assumere gli stessi aspetti, a seconda che il passaggio del
possesso sia accompagnato o meno da un valido contratto di trasmissione, si parlerà di circolazione
volontaria o involontaria.

Il fatto che il diritto cartolare circoli secondo i principi dell’acquisto a titolo originario, con conseguente
insensibilità della posizione del portatore alle eccezioni personali dei precedenti, non esclude che
questo diritto possa formare oggetto di una trasferimento a titolo derivato. Questo tipo di circolazione è
detta impropria e si verifica solo:

• nell’ipotesi in cui le parti dichiarino espressamente di volere questo fatto

• nel caso in cui la legge dichiari espressamente il trasferimento del titolo soggetto alle regole
della cessione.

Tuttavia, poiché la cessione ordinaria deve avvenire accompagnata dalla consegna del documento
probatorio, la circolazione impropria non si potrà mai avere per i titoli al portatore e per i titoli all’ordine
girati in bianco.

Tipi di titolo di credito

Vi sono tre tipi di titolo di credito:

1. titoli al portatore;

2. titoli all’ordine;

3. titoli nominativi.

La scelta di un tipo piuttosto che un altro, può essere modificata attraverso l’istituto di conversione del
titolo che consente di modificare la legge di circolazione fissata; da notare che tale modifica non può
avvenire unilateralmente dal portatore ma solo, su sua richiesta, dall’emittente.

Titoli al portatore

Per qualificare un titolo come al portatore è sufficiente, ma non necessaria, la mancanza di


un’indicazione nominativa; infatti, anche dove il titolo porti una intestazione, esso resta al portatore se vi
è apposita clausola pagabile al portatore.

La legittimazione si ha con la semplice detenzione del titolo di credito. Per il trasferimento della titolarità
e sufficiente la consegna pura e semplice. Sono titoli di credito al portatore i titoli emessi in serie, ad
esempio le obbligazioni di società.

La libertà riconosciuta per l’emissione di titoli atipici trova un limite, all’autonomia privata, nell’art. 2004
che sancisce il divieto di emettere titoli atipici al portatore aventi ad oggetto il pagamento in denaro,
pena la nullità. -->> Ratio serve ad evitare la formazione di documenti suscettibili di fare concorrenza
alla moneta legale. Vi sono due interpretazioni:

• Estensiva, include quei documenti che svolgono di fatto una funzione generalizzata, uguale alla
moneta (buono acquisto)

• Restrittiva, esclude dalla ratio, l’ipotesi in cui il pagamento in il pagamento in denaro non sia
l’oggetto esclusivo della promessa.

Titoli all’ordine

Titolo all’ordine è quel titolo che arreca, all’atto dell’emissione l’intestazione ad una persona
determinata, integrando una forma di legittimazione nominale, in quanto la pretesa della prestazione è
subordinata all’accertamento della riferibilità.

L’indicazione nominativa del destinatario della prestazione può variare durante il tempo, questo
attraverso una apposito meccanismo che è quello della girata, con il quale si trasferiscono tutti i diritti
inerenti al titolo. La girata deve essere totalitaria ed incondizionata, può essere effettuata anche tramite
rappresentante essendo sufficiente la spendita del nome. Salvo diversa pattuizione la girata non
comporta nessun tipo di responsabilità cartolare del giratario per eventuale mancato pagamento.

La girata può essere fatta: in pieno, quando contiene il nome del giratario o in bianco quando viene
apposta solamente la firma del girante; in tal caso la legge (art.2011 c2) offre al portatore 4 possibilità:

1. riempire la girata con il proprio nome

2. riempire la girata con il nome di un altro soggetto cui trasferisce il titolo

3. apporre una successiva girata, in pieno o in bianco

4. limitarsi alla semplice consegna del titolo al terzo, in modo tale che il titolo girato in bianco,
circoli manualmente, questo infatti non comporta l’uscita del titolo dalla categoria dei titoli
all’ordine, infatti è sempre possibile riprendere la circolazione documentata.

Sebbene la legge non dia una definizione precisa, la girata deve ritenersi inserita in una serie continua.

Accanto alla girata in pieno ed in bianco vi sono due forme di girate speciali:

1. girata per incasso o per procura attribuisce al giratario la legittimazione attiva come mero
mandato ad incassare in nome e per conto del portatore ? il giratario potrà attribuire ad altri una
legittimazione derivata cioè girare il titolo solo per l’incasso. A lui sono opponibili eccezioni
personali al girante e non quelle fondate sui rapporti personali con il debitore.

2. girata a titolo di pegno attribuisce legittimazione ad incassare in via primaria, in autonomia


rispetto ai rapporti tra debitore e girante. Condivide con la precedente una forma di limite alla
disposizione del titolo da parte del giratario.

Dobbiamo, infine, considerare anche:

• la girata simulata: si configura nel momento in cui si verifica una contraddizione fra posizione
apparentemente attribuita al giratario sotto il profilo della legittimazione e quella attribuita sotto il
profilo della titolarità in base al rapporto sottostante intercorso fra girante e giratario.

• la girata fiduciaria: presenza di particolari patti, fra girante e giratario, che limitano in vario modo
il diritto del giratario d’incamerare l’oggetto della prestazione riscossa, obbligandolo a trasferirlo
al girante.

Sono titoli all’ordine la cambiale e l’assegno.


Titoli nominativi

Sono titoli a legittimazione nominale la cui intestazione risulta sia dal titolo sia da un registro tenuto dal
debitore. Questo implica che il trasferimento del titolo, comportando la modifica di tale registro, richiede
collaborazione del debitore a cui la legge affida l’obbligo d’iscrizione del nuovo portatore.

La variazione dell’intestazione nominativa è denominata transfer e può essere richiesta sia


dall’alienante sia dall’acquirente ma a diverse condizioni a seconda che la richiesta sia fatta da:

• alienante: deve essere accompagnata da una certificazione rilasciata dal notaio o da un


agente di cambio, che accerti l’identità del richiedente e la sua capacità di disporre.

• acquirente: deve essere accompagnata dall’esibizione, oltre che del titolo, di un atto autentico
dal quale risulti il suo trasferimento da parte del precedente intestatario.

La titolarità e la legittimazione si possono conseguire in tre modi:

• mediante annotazione da parte dell’emittente del nome dell’acquirente del titolo, sul titolo
stesso e nel registro dell’emittente;

• mediante rilascio da parte dell’emittente di un nuovo titolo intestato all’acquirente e successiva


annotazione del rilascio nel registro;

• il titolo viene trasferito mediante girata autenticata. Il giratario del titolo che si dimostri
possessore in base ad una serie continua di girate, ha poi diritto di ottenere l’annotazione del
trasferimento nel registro dell’emittente.

Sono titoli nominativi le azioni di società.

Il deterioramento dei titoli di credito

L’applicazione rigorosa del principio di letteralità fa sorgere il problema della tutela del portatore nel
caso in cui, per varie cause, il titolo si deteriori. In tale caso l’art. 1005 c.c, stabilisce che il possessore
ha diritto di ottenere dall’emittente un titolo equivalente contro restituzione del primo o rimborso spese.

Tale fattispecie si realizza solo quando il titolo consente ancora l’individuazione dell’impegno cartolare,
ma vi sia il rischio che il processo di deterioramento si aggravi. Nel caso in cui questa individuazione
non sia più possibile, si parlerà di distruzione materiale con conseguente diversa disciplina.

Titoli al portatore

In caso di:

• Sottrazione, smarrimento o distruzione involontaria, il legislatore tenta di comporre il conflitto tra


l’interesse del portatore, a non vedere pregiudicata la possibilità di riscuotere la prestazione, il
terzo in buona fede, a cui il titolo sottratto o smarrito sia pervenuto attraverso un regolare
trasferimento, ed il debitore a non vedersi costretto ad un doppio pagamento. Tale disciplina
riconosce all’ex portatore la sola possibilità, decorsa la prescrizione, e quindi rischio di richiesta
da parte di eventuale terzo acquirente in buona fede, di ottenere la prestazione.

• Comprovata distruzione del titolo al portatore: l’art.2007 consente all’ex possessore di ottenere
a sue spese, dietro dimostrazione del precedente possesso, dal debitore un duplicato del titolo
equivalente. Laddove il titolo presunto distrutto, risulti in circolazione prevarrà il diritto acquistato
sullo stesso da un terzo in buona fede.
Titoli all’ordine e nominativi

Per i titoli a legittimazione nominale i problemi relativi a smarrimento o sottrazione del titolo sono risolti
mediante il ricorso ad una procedura detta d’ammortamento, la quale è prevista per: smarrimento,
sottrazione e distruzione senza differenza fra certa o presunta. Tale procedura riceve una dettagliata
disciplina per i titoli all’ordine, la quale è interamente richiamata per quelli nominativi.

La procedura d’ammortamento che presuppone la potenziale circolazione del titolo si svolge in due fasi:

1. Essenziale, non vi è contraddittore, serve a ridare al possessore, attraverso provvedimento


giudiziale che toglie valore al titolo in circolazione, la possibilità di riscuotere il credito cartolare.
Questa fase si apre con due atti provenienti dal possessore:

a. La denuncia al debitore

b. Ricorso all’autorità giudiziaria indirizzata al presidente del tribunale del luogo dove il
titolo è pagabile, e contenente i dati essenziali del titolo, o quelli necessari ad
identificarlo se in bianco.
A seguito dell’accertamento il presidente del tribunale emana un decreto detto d’ammortamento, il quale toglie
valore al titolo in circolazione e autorizza il pagamento se entro 30gg dalla data di pubblicazione sulla G.U. non
venga fatta contro di esso opposizione da parte del terzo detentore.

2. Eventuale che ha come contraddittore il terzo detentore che si oppone al provvedimento


giudiziario, il quale pena l’improcedibilità del processo deve depositare il titolo in cancelleria.
Se il presidente del tribunale respingerà l’opposizione, allora il titolo tornerà di proprietà del possessore,
altrimenti esso rimarrà nelle mani del terzo detentore. Il procedimento avviene, o per accertamento
dell’avvenuto acquisto in buona fede del detentore, o per nullità, di merito o dei presupposti procedurali, della
procedura d’ammortamento.
Se invece il termine di 30gg. decorre normalmente, il decreto d’ammortamento diviene definitivo e costituisce
titolo sostitutivo della perduta legittimazione cartolare, ed in base al quale l’ammortante può o ricevere il
pagamento, se il titolo è scaduto, oppure esigere un duplicato.

Gestione accentrata dei titoli di massa

Per far fronte agli inconvenienti che la connessione tra credito e documento determina nella
circolazione dei titoli di massa, è nata l’esigenza di sostituire ai tradizionali metodi di trasferimento del
titolo una serie di operazioni contabili di giro. A tal fine si impone la sostituzione della posizione
possessoria del portatore su species individuate di titoli, con una posizione contabili su una semplice
quantità numerica di titoli di un certo genus, e l’accentramento di tutto il materiale nelle mani di un unico
soggetto in grado di amministrarli e di operare i trasferimenti non materiali con apposite registrazioni in
accredito ed in addebito.

Per risolvere questo problema il legislatore è intervenuto prima con la Legge 16/6/86 n.289 attribuendo
alla Monte titoli S.p.A. l’esclusività della gestione centralizzata dei titoli di massa, e poi con
l’emanazione del T.U.I.F. contenuto nel D.lgs. 21/2/1998 n°58, che disciplina tra l’altro, la gestione
accentrata degli strumenti finanziari, riservata a S.p.a anche no profit aventi come oggetto esclusivo
tale attività, ma operanti in regime di concorrenza.
Gli strumenti finanziari ammessi al sistema della gestione accentrata sono:

1. le azioni e gli altri titoli rappresentativi del capitale di rischio negoziabili sul mercato dei capitali

2. le obbligazioni e gli altri titoli di debito negoziabili sul mercato dei capitali

3. i titoli normalmente negoziati sul mercato monetario

4. qualsiasi altro titolo normalmente negoziato che permette di acquisire gli strumenti indicati nelle
precedenti lettere e i titoli di Stato.
Se tali strumenti finanziari sono rappresentati dai titoli di credito, i soggetti abilitati ad entrare nel
sistema di gestione accentrata dei titoli, hanno la facoltà di sub depositare i titoli loro affidati presso il
gestore accentrato, previo consenso scritto del cliente. Ciò implica che tale sub deposito rompe ogni
rapporto tra cliente e specie fisiche da lui affidate in custodia, in quanto la gestione accentrata può
restituire non gli stessi titoli, ma altrettanti della stessa specie; il gestore accentrato non né acquisisce
la proprietà.

L’emissione di titoli a legittimazione nominale nel sistema di gestione accentrata, avviene mediante
l’apposizione di una speciale girata, con conseguente annotazione nel registro dell’emittente.
Presso la società di gestione accentrata, sono accesi conti a nome dei singoli depositanti, nei quali
sono totalizzati i titoli delle stesse specie, essi vengono trasferiti attraverso apposito ordine del cliente,
che poi il depositario trasmette al gestore accentrato, il quale eseguirà la scritturazione in addebito nel
conto del depositario dell’elemento, ed in accredito nel conto depositi dell’acquirente.

La dematerializzazione dei titoli di credito

La gestione accentrata dei titoli di massa comporta una dematerializzazione del titolo che possiamo
definire impropria, cioè limitata alla semplice fase di circolazione, mentre si parla di vera
dematerializzazione quando vi è la soppressione della necessità del documento.
Decisivo è il D.lgs. 24/6/98 n° 213 che ha introdotto l’euro, il quale, nel dettare la disciplina degli
strumenti finanziari dematerializzati, esclude che gli stessi siano rappresentati da titoli ai sensi e per gli
effetti della disciplina del codice.

Il legislatore individua 3 livelli di dematerializzazione:

1. obbligatoria legale che si riferisce agli strumenti finanziari negoziati o destinati alla negoziazione

2. obbligatoria regolamentare relativa a strumenti finanziari, diversi da quelli indicati, che la


Consob poteva indicare e che sono stati accentrati nel sopra citato d.lgs.

3. volontaria relativa a strumenti finanziari che pur non avendo le caratteristiche degli strumenti
soggetti a dematerializzazione obbligatoria, abbiano una rilevante diffusione fra il pubblico.

I documenti dematerializzati mantengono in ogni caso i vantaggi propri della disciplina cartolare, in
quanto:

• la legittimazione all’esercizio è svincolata dalla prova della titolarità

• è ferma la tutela dell’autonomia nell’acquisto del diritto

• la tutela dell’autonomia nell’esercizio del diritto, è garantita dal disposto secondo cui l’emittente
del titolo può opporre solo le eccezioni personali al soggetto stesso e quelle comuni a tutti gli
altri titolari degli stessi diritti.

TITOLI CAMBIARI

I titoli cambiari sono una sub categoria dei titoli di credito, sono ampiamente diffusi nella pratica, ciò
implica la disciplina particolarmente dettagliata, introdotta nel nostro sistema legislativo già dal 1933
(d.lgs. 14/12/1933 n°1669 << modificazioni alle norme sulla cambiale e sul vaglia cambiario >> e d.lgs.
21/12/1933 n° 1736 << disposizioni sull’assegno bancario, circolare e su alcuni titoli speciali
d’emissione, del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia >>) e che ha costituito ispirazione per il
legislatori che della disciplina del c.c. del 1942, ha inserito una disciplina generale dei titoli di credito.

A tale disciplina del 1933, ancora vigente, si associa quella contenuta nel codice civile (art. 2001
secondo il quale le norme generali sui titoli di credito si applicano in quanto non sia diversamente
stabilito da altre norme o da leggi speciali).
I titoli cambiari si presentano come promessa del sottoscrittore, o ordine impartito del traente verso il
trattario, avente ad oggetto il pagamento di una somma in denaro al portatore; la sottoscrizione ha
immediato effetto obbligatorio del traente.

La cambiale tratta e il pagherò cambiario rispondono alla funzione creditizia (differimento del
pagamento di una certa somma), mentre assegno bancario e circolare rispondono a una funzione di
pagamento. Alle obbligazioni del sottoscrittore corrispondono le obbligazioni di altri soggetti quali:
girante, avallante, trattario accettante e accettante per intervento.

Gli obbligati cambiari si dividono in due categorie:

• diretti coloro ai quali ci si deve rivolgere per il pagamento (cambiale tratta -->> trattario
accettante e suoi avallanti, pagherò -->> emittente e avallanti, assegno circolare -->> banca
emittente

• di regresso sono coloro ai quali ci si può rivolgere solo dopo aver chiesto il pagamento
all’obbligato in via principale o, nella cambiale tratta dopo il rifiuto dell’accettazione da parte del
trattario. Sono obbligati di regresso nella cambiale tratta -->> traente, giranti, loro avallanti e
accettante per intervento, nel pagherò -->> giranti e loro avallanti, nell’assegno bancario -->>
traente, giranti e loro avallanti, nell’assegno circolare -->> giranti.

Mentre nei confronti del portatore,si presentano tutti sullo stesso piano (il portatore può agire su ognuno
di essi indifferentemente). Ad ogni sottoscrizione cambiaria si attribuisce un grado connesso alla natura
della singola dichiarazione cartolare; solo l’adempimento dell’emittente di primo grado, comporta
l’estinzione di tutte le obbligazioni portate dal titolo; mentre l’adempimento da parte di un altro obbligato
lasci al solvens la possibilità d’agire cartolarmente contro gli altri obbligati in grado anteriore; a
differenza dei coobbligati di pari grado, non vi è solidarietà passiva se hanno diverso grado.

I requisiti dei titoli cambiari

Le obbligazioni portate dal titolo cambiario sono rette dal principio d’autonomia delle obbligazioni
cambiarie (l’invalidità di una non tocca la validità delle altre).
Vi è una distinzione fra requisiti:

• Formali indicazioni che devono risultare dal contesto del documento affinché questo integri un
titolo cambiario valido.

• Materiali sono le condizioni che devono ricorrere perché sia valida l’obbligazione assunta dal
singolo firmatario del contratto e sono:

o Paternità della sottoscrizione per evitare: difetto di rappresentanza, falsificazione,


omonimia

o La capacità d’agire al momento dell’emissione

o Il potere di rappresentanza al momento dell’emissione nel caso di sottoscrizione in


nome altrui

o Una forma determinata

o La rispondenza della pretesa del portatore ai termini del contesto originario della
dichiarazione sottoscritta.

La firma deve essere autonoma e autografa, costituita da nome e cognome o ditta, per la sottoscrizione
in nome altrui le norme cambiarie, derogando al diritto comune, addossano al sottoscrittore, senza
potere di rappresentanza, l’obbligo di pagare l’importo come se avesse firmato in proprio.
La circolazione dei titoli cambiari

Esistono alcune alla disciplina prevista per la circolazione dei titoli di credito che sono:

• Circolazione volontaria o involontaria

• Buona fede del terzo acquirente se con titolo valido

• Possibilità di riparo, per il nuovo portatore, da azioni di rivalsa.

Esclusiva dei titoli cambiari sono:

• Acquisto della proprietà per riscatto: si verifica quando il pagamento del titolo lascia sussistere
dei soggetti obbligati nei confronti del solvens;

• Tardività della girata, oltre che emissione della stessa, per quanto concerne la circolazione
impropria; rispetto alle constatazione del mancato pagamento da parte del designato in via
principale.

Molte sono le peculiarità per il trasferimento della legittimazione nei titoli cambiari emessi a favore di
persone determinate. I titoli sono soggetti alla legge di circolazione dei titoli all’ordine, effetto naturale
escludibile con la clausola “non all’ordine”, la quale comporta che il trasferimento viene sottoposto alle
regole della cessione, sia per quanto riguarda la forma, sia per quanto concerne gli effetti.

Altra differenza è la responsabilità cartolare del girante nei confronti dei portatori successivi, in caso di
mancato buon fine. Tale responsabilità è effetto naturale della girata cambiaria; la volontà del girante
può sia escludere, sia circoscrivere la responsabilità cartolare di regresso, vietando l’ulteriore girata del
titolo. Tale effetto obbligatorio è escluso per la girata all’incasso e la girata di pegno.

L’obbligazione cambiaria a titolo di garanzia: l’avallo

L’avallo è una dichiarazione cambiaria finalizzata allo scopo di garantire l’obbligazione assunta da un
altro obbligato cambiario. Riveste carattere d’accessorietà e è puramente formale, poiché la legge
dichiara che l’avallo è valido ancorché l’obbligazione è nulla, salvo che la nullità derivi da vizio di forma.

Costituisce garanzia dell’interesse del portatore come tale, non per adempimenti da parte del garantito.
L’esigibilità della prestazione nei confronti dell’avallante prescinde, oltre che dalla validità
dell’obbligazione del garantito, dalla constatazione di un adempimento da parte sua, poiché il portatore
può rivolgersi all’uno o all’altro.

L’avallante assume lo stesso grado di regresso dell’avallato. Poiché non è opponibile l’invalidità
dell’obbligazione dell’avallato, l’avallante non può opporre tutte le eccezione ad esso personalmente,
tranne il pagamento del titolo.

La prestazione dell’avallo, è consentita a chiunque, anche ad una altro firmatario, a condizione che il
suo impegno rafforzi la posizione del portatore. La scelta dell’obbligato da garantire è rimessa
all’autonomia dell’avallante; se viene omessa l’indicazione, la legge stabilisce che l’avallo viene dato
per il traente o emittente, facendo diventare l’avallante responsabile verso tutti i potenziali portatori.
L’avallo deve essere espresso con le formule per l’avallo o con la sottoscrizione purché questa sia
apposta sulla facciata anteriore del titolo e purché non si tratti di firma del coemittente o del traente.

Il pagamento effettuato dall’avallante non estingue il titolo, ma comporta l’acquisto a suo favore del
diritto cartolare contro l’avallante.
L’azione di regresso

Si distingue da quella diretta (verso obbligato in via principale) perché è condizionata alla verifica di 2
presupposti:

• Sostanziale mancato pagamento o accettazione del titolo

• Formale necessità che tale evento si constatato in forma determinante

La mancata accettazione è presupposto (dell’azione di regresso) autosufficiente poiché rileva come tale
e l’azione di recesso non è esercitabile se esistono clausole che escludono la responsabilità per
mancata accettazione apposta dal traente o dai giranti.

Il protesto è la constatazione in forma determinata del mancato pagamento, effettuata mediante atto
autentico redatto da un pubblico ufficiale. Nel caso in cui tale constatazione non avvenga in un
determinato termine utile, la sua omissione con riferimento al rifiuto d’accettazione, determina
l’impossibilità di esercitare l’azione di regresso per mancata accettazione. Se l’omessa constatazione,
riguarda il mancato pagamento -->> si ha la decadenza del portatore dall’azione contro gli obbligati di
regresso.

La finalità è quella di garantire gli obbligati di regresso circa la tempestività della presentazione e
l’effettivo suo mancato pagamento. Questo non è un limite alla legittimità del protesto poiché ad esso
può farsi ricorse anche quando non vi è da esercitare azione di regresso, in quanto ricorre comunque
l’interesse del portatore a far contestare in modo solenne il mancato buon fine del titolo e ad esercitare
pressione sull’obbligato cartolare. È legittimo il protesto contro avallante dell’obbligato in via principale.

La cambiale attribuisce competenza, a procedere al protesto, a notai ed ufficiali giudiziari in mancanza


dei segretari comunali. Il pubblico ufficiale è responsabile a risarcire i danni, sia nei confronti del
portatore (per mancato adempimento incarico o per invalidità protesto), sia nei confronti del protestato
(per illegittimità richiesta). Poiché il protesto è soggetto a pubblicità sul bollettino periodico della camera
di commercio, se effettuato illegittimamente, esso è fonte di danno risarcibile, del quale risponderanno il
solo portatore richiedente (se l’illegittimità della richiesta di pagamento non sia desumibile dalla lettera
del titolo), il solo pubblico ufficiale (se l’illegittimità del protesto è dovuta a sua negligenza), o entrambi
laddove l’illegittimità della richiesta è desumibile dal contesto del titolo.

Oltre la possibilità concessa, al pubblico ufficiale o al richiedente, di presentare entro 5 gg dal protesto,
richiesta di cancellazione, non esistono forme di tutela preventiva dal protesto illegittimo.
Gli adempimenti formali possono esser omessi in determinate ipotesi, in particolare la dispensa dalla
preventiva presentazione del titolo, ricorre in caso del fallimento del soggetto designato a pagare in
via principale, cui si affianca (per la sola cambiale tratta) quella del fallimento del traente di una tratta
non accettabile,essendo sufficiente, per esercitare il regresso, la presentazione della sentenza
dichiarativa.

Ipotesi di esonero dal protesto: dichiarazione di rifiuto (scritta sul titolo e firmata dal designato a
pagare in via principale, con la quale si respinge la richiesta di pagamento) e clausole “senza spese”
(che ha efficacia generale nei confronti di tutti gli obblighi di regresso se opposte dal creatore del titolo)
-->> il protesto è superfluo.

L’azione di regresso contiene: ammontare del titolo non pagato, interessi compensativi e di moro,
spese presentazione titolo ed levata protesto. Analoga azione può esser proposta dall’obbligato di
regresso che ha pagato, verso gli altri firmatari di grado inferiore al suo.

La legge pone onere al portatore di dare,entro 4gg dal protesto, comunicazione a girante, traente ed
obbligati di regresso, i quali dovranno fare la stessa cosa, nei due giorni successivi, ai loro giranti
?ratio.; predisporre l’obbligato di regresso al pagamento e di premunirsi nei confronti degli altri obbligati
verso i quali ha diritto di rivalsa. Il mancato adempimento di tali termini non comporta la perdita
dell’azione di regresso, ma solo il risarcimento in caso di danno.
L’esercizio dei diritti cambiari

La disciplina degli artt. 65 l. cambiaria e 57 l. assegni, permettono al debitore di eccepire al portatore la


nullità del titolo per difetto dei requisiti formali e tutte le eccezioni diverse da quelle fondate su rapporti
personali con i portatori precedenti.
Rimane la peculiarità del titolo cambiario con la distinzione fra eccezioni assolute (opponibili da
qualunque obbligato) e relative (opponibili solo da un obbligato determinato).
Sotto il profilo processuale, merita di essere menzionato il particolare trattamento che riceve l’esercizio
dei titoli cambiari, rispetto a quello dei diritti cartolari, laddove in giudizio d’esecuzione, al titolo
cambiario è riconosciuta, purché regolarmente bollato, la qualità di titolo esclusivo (normalmente
riservata ad atti pubblici o provvedimenti giudiziari).

L’azione causale e di arricchimento

L’azione causale
Azione derivante dal rapporto fondamentale; presenta particolari caratteri, dovuti alla potenziale
presenza di una pluralità di obbligati -->> vi è la possibilità che il soggetto passivo dell’azione inerente il
rapporto sottostante, abbia pretese cartolari di rivalsa.
Chi vuole esercitare l’azione causale deve adempiere a tutte le formalità necessarie per conservare al
debitore le azioni di regresso che possono competergli (anche le formalità dell’azione diretta). Il
portatore deve presentare, con risultato infruttuoso, il titolo cambiario all’obbligato in via principale e
deve far contestare la circostanza mediante protesto -->> ciò deve esser adempiuto indipendentemente
dalla spettanza al debitore di ulteriori azioni cartolari di regresso.

L’azione d’arricchimento
È la possibilità riconosciuta al portatore che ha perduto, per prescrizione o decadenza, l’azione
cartolare nei confronti di tutti gli obbligati cambiati, di agire nei confronti di un firmatario del titolo per la
somma della quali si sia ingiustamente arricchito a suo danno.
Normalmente l’arricchimento è ravvisabile, sia in capo al primo sottoscrittore del titolo sia al trattario
accettante.

LA CAMBIALE

Il termine cambiale disegna due fattispecie distinte che sono la cambiale tratta ed il pagherò cambiario.

• Cambiale tratta: ordine incondizionato, rivolto al traente verso il trattario, di pagare una somma
di denaro al portatore del titolo.

• Pagherò cambiario: promessa incondizionata, rivolta dall’emittente al portatore, di pagare una


somma determinata.

I requisiti formali che una cambiale deve possedere sono elencati negli artt. 1 – cambiale tratta - e 100
– pagherò – delle leggi speciali, e sono:

1. Denominazione titolo espressa nella lingua in cui esso è redatto: cambiale tratta,
vaglia/pagherò

2. Ordine o promessa di pagare una somma determinata


La sottoposizione di questi due elementi comporta la nullità del titolo.

3. Indicazione della scadenza del titolo: per esigenza di certezza del portatore, può essere:

a. A vista: l’esigibilità del titolo è rimessa al portatore che procede alla presentazione per il
pagamento, la presentazione coincide con l’esigibilità immediata.

b. A certo tempo vista: l’esigibilità del titolo è rimessa al portatore che procede alla
presentazione per il pagamento. La presentazione fa decorrere un certo tempo alla fine
del quale si può ottenere la prestazione.

c. A data certa: è predeterminata all’atto dell’emissione, titolo esigibile in un giorno


determinato
d. A certo tempo data: è predeterminata all’atto dell’emissione, il titolo è esigibile se
decorsa una frazione di tempo dall’emissione
L’omissione indica che la cambiale è esigibile a vista.

4. Indicazione del luogo di pagamento: non deve essere oggetto di enunciazione espressa, in
quanto se non indicato si considera luogo de pagamento, il luogo indicato accanto al nome del
trattario (nella tratta) o quello accanto al nome dell’emittente (se pagherò). Il luogo del
pagamento spesso non coincide con il domicilio dell’obbligato in via principale -->> se viene
fatta presso un terzo avremo: domiciliazione propria, se il pagamento deve essere effettuato dal
terzo, o impropria se il pagamento deve essere comunque effettuato dal debitore.

5. Indicazione nominativa del primo prenditore: essendo la cambiale un titolo all’ordine, al


mancanza di tale requisito implica inammissibilità di cambiali al portatore. La legge consente
che il primo prenditore coincida con il traente, poiché si hanno cmq esigente meritevoli di tutela.

6. Indicazione espressa della data d’emissione: necessaria come punto di riferimento per
valutare la capacità legale e patrimoniale di rappresentanza del sottoscritto e per computare il
temine massimo di presentazione per cambio a vista o a certo tempo vista.

7. Luogo d’emissione deve risultare dal titolo, ma cmq non è oggetto di enunciazione espressa,
dal momento che in mancanza di esso coincide con il luogo indicato accanto al nome del
traente o dell’emittente;

8. Sottoscrizione traente o emittente riferibile ad una persona astrattamente esistente.

La mancanza di uno di tali requisiti presuppone l’invalidità del titolo come cambiale: la loro presenza è
perciò necessaria solo alla presentazione del titolo al portatore in via principale, mentre possono essere
apposti durante la circolazione, dando così luogo al fenomeno della cambiale in bianco al momento
dell’emissione (equiparabile a quella incompleta, cioè priva di uno o più requisiti formalina entrata in
circolazione senza un accordo tra emittente e primo prenditore, in ordine al suo successivo
riempimento); la decadenza della possibilità di riempirla è 3 anni dall’emissione, ma cmq è in opponibile
al terzo in buona fede.

La cambiale di favore
L’apposizione della firma cambiaria, avviene da parte di un soggetto favorente, in base ad un accordo
con l’immediato prenditore, allo scopo di facilitargli la spendita del titolo ma con l’intesa che, al
momento del pagamento il favorente potrà eccepire al favorito il carattere di favore della firma.

La cambiale tratta
Ordine di pagamento, sia pure di regresso, dell’ordinate, il quale risponde dell’accettazione del
pagamento -->> delegazione di pagamento: delegante, debitore del delegatario, ordina ad un delegato
suo debitore di pagare al delegatario; se si è obbligato verso un terzo, il delegato non può far valere nei
confronti del terzo le eccezioni relative, sia ai suoi rapporti con il delegante, sia si rapporti di questo con
il delegatrio. L’obbligazione cartolare che il trattario assume verso il portatore, è insensibile sia al
rapporto di valuta sia al rapporto di provvista.

Prima dell’accettazione il trattario non è obbligato nei confronti del portatore, a meno che non abbia
assunto un preventivo impegno -->> responsabile cartolare, non nei confronti del portatore ma nei
confronti del traente.

Accettazione
Occorre presentare titolo al trattario; normalmente tale presentazione è facoltativa, specie se il
portatore ha fiducia del trattario (a parte l’ipotesi scadenza a tempo vista dove la presentazione è
necessaria).
Sull’accettazione può influire la facoltà del traente, facendo obbligo al portatore ovvero vietandola. In
questo caso abbiamo la figura della tratta non accettabile (vi è esclusione di responsabilità di regresso
del traente per mancata accettazione); l’accettazione può consistere nell’apposizione della firma del
trattario che deve essere incondizionata e conforme all’ordine ricevuto.
Garanzie del credito cambiario

Se l’emissione della cambiale è accompagnata da una garanzia reale (pegno o ipoteca) personale
(fideiussione), la garanzia è accessorio del credito e si trasferisce come tale a titolo derivativo. Se si ha
ipoteca, il trasferimento della garanzia dovrebbe rispettare le regole della nominatività (procedere di
volta in volta all’iscrizione del nuovo portatore nel registro immobiliare); per evitare tale incombenza si è
introdotta la cambiale ipotecaria (da trasmissione automatica a favore di ogni successivo giratario).
Le leggi speciali hanno introdotto la cambiale tratta garantita mediante cessione della provvista,
clausola che determina l’automatica acquisizione del credito di provvista che il traente vanta verso il
trattario, senza bisogno di separate cessioni o notifiche al debitore; il tutto alle condizioni:

• Che il credito di provvista derivi da forniture di merci

• Che il primo prenditore sia una banca.

Pagamento cambiario

La legge stabilisce i termini entro i quali la cambiale deve essere presentata all’obbligato in via
principale: data certa, certo tempo data o certo tempo vista, ciò implica che la cambiale va pagata o il
giorno di scadenza o entro i due feriali successivi, per le cambiali a vista entro un anno dall’emissione.

Mentre nell’ultima ipotesi l’inosservanza del termine determina la perdita di qualsiasi azione cambiaria,
negli altri casi si perde solo la possibilità d’esercizio dell’azione di regresso, mentre il primo prenditore
resta obbligato fino alla prescrizione (ma può comunque liberarsi, c.d. liberazione coattiva, di tale
termine per impossibilità d’identificare la controparte, depositando la somma oggetto dell’obbligazione
presso la Banca d’Italia).

In deroga alle norme sulle obbligazioni cambiarie, il creditore può rifiutare un pagamento parziale; l’art.
45 l.cambiaria stabilisce che il portatore è tenuto ad accettare il pagamento parziale per tutelare
l’obbligato di regresso; altra deroga al diritto comune, secondo il quale il tempo per adempiere
l’obbligazione si considera stabilito a favore del debitore, si ha sempre con il su citato articolo che
stabilisce che il portatore non è tenuto ad accetta il pagamento prima della scadenza, se comunque
effettuato, questo si considera a rischio e pericolo del debitore, in quanto non vi è liberazione cartolare.

L’azione di regresso per mancato pagamento è consentita, oltre che per l’infruttuosa presentazione
del titolo, anche anticipatamente, quando si verifichi la sottoposizione del trattario o dell’emittente a
procedure concorsuali le quali implicano o la presunta o la certa insolvenza del credito.

La cambiale di rivalsa
Cambiale attraverso la quale si figura come traente, il titolare dell’azione di regresso e come trattario
l’obbligato cambiario che è tenuto ad accettarle, pena risarcimento del danno.

Intervento cambiario
È costituito dall’iscrizione di un soggetto, che interviene prestando l’accettazione o pagando il titolo, allo
scopo di evitare l’azione di regresso verso un obbligato cambiario e verso tutti colore che hanno firmato
successivamente. L’intero può essere spontaneo o già programmato al momento della creazione, con
l’indicazione de un soggetto (sul titolo) al quale il portatore può, o deve, rivolgersi preventivamente,
prima di esercitare l’azione di regresso

Accettazione per intervento


Può essere fatto ogni qual volta il portatore di una tratta accettabile può esercitare regresso anticipato;
può essere anche rifiutata dal portatore, a meno che, non provenga da un soggetto indicato all’uopo sul
titolo. Ha per effetto, costringere il portatore ad attendere il pagamento del titolo alla scadenza e a
sottoporsi all’onere del doppio protesto.
Pagamento per intervento
Può avere luogo in qualunque cambiale e non può essere rifiutato dal portatore (pena la perdita della
possibilità dell’azione di regresso verso coloro che sarebbero stati liberati dall’intervento); il pagamento
deve essere integrale e tempestivo, entro il giorno successivo all’ultimo giorno utile per la legata del
protesto.

Prescrizione

• L’azione del portatore contro gli obblighi in via diretta si prescrive in 3 anni dalla scadenza e, nel
caso di cambiale a vista, dall’avvenuta presentazione infruttuosa.

• L’azione di regresso dell’ultimo portatore si prescrive in 1 anno dalla data del protesto o della
scadenza se vi è clausola senza spese.

• L’azione di ulteriore regresso si prescrive in 6 mesi dal giorno in cui l’obbligato di regresso ha
pagato la cambiale o è stata promossa azione nei suoi confronti.
La vendita è il contratto che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o di
un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo (art. 1470). La vendita è un contratto
consensuale: si perfeziona cioè col semplice accordo delle parti, senza che siano necessari la
consegna della cosa venduta o il pagamento del prezzo. E’ inoltre contratto con effetti reali: il
consenso delle parti è di regola sufficiente perché la proprietà si trasferisca dal venditore al
compratore, con conseguente passaggio in testa a quest’ultimo del rischio di perimento fortuito
della cosa (vendita reale o con effetti reali immediati). In alcuni casi tuttavia gli effetti reali della
vendita si producono in un momento successivo alla stipulazione del contratto, al verificarsi di
determinati eventi che determinano il passaggio della proprietà, senza che occorra un’ulteriore
manifestazione di volontà del venditore (vendita obbligatoria o con effetti reali differiti).
Costituiscono casi di vendita obbligatoria la vendita con riserva di proprietà, la vendita di cose
generiche, di cose future e di cose altrui.
Nella vendita di cose determinate solo nel genere la proprietà passa al compratore con
l’individuazione, fatta d’accordo fra le parti o nei modi dalle stesse stabiliti. Se si tratta di cose
che devono essere trasportate, l’individuazione avviene anche con la consegna al vettore o allo
spedizioniere.
Nella vendita di cose future il compratore acquista la proprietà non appena la cosa viene ad
esistenza, purché si tratti di cose individuate. La vendita di cose future non sempre però può
essere agevolmente distinta dal contratto d’appalto. Essa non è di per sé un contratto aleatorio. E’
perciò inefficace se la cosa non viene ad esistenza, salvo che le parti non abbiano espressamente
stabilito che il compratore deve ugualmente pagare il prezzo (cd. emptio spei).
Nella vendita di cose altrui il venditore è obbligato a procurare l’acquisto della cosa al
compratore e questi ne diventa proprietario nel momento stesso in cui il venditore acquista dal
terzo. Se il venditore non procura l’acquisto e il compratore conosceva l’altruità della cosa al
momento della conclusione del contratto, il compratore potrà ottenere la risoluzione del contratto
per inadempimento solo dopo che sia scaduto il termine, fissato convenzionalmente o dal
giudice, per l’acquisto da parte del venditore. Se invece il compratore ignorava l’altruità della
cosa, potrà chiedere immediatamente la risoluzione del contratto, con diritto al risarcimento dei
danni. Se la vendita riguarda cose solo parzialmente altrui, il compratore avrà diritto solo ad una
riduzione del prezzo. Potrà tuttavia chiedere la risoluzione del contratto se dalle circostanze
risulta che non avrebbe acquistato la cosa senza la parte di cui non è divenuto proprietario.

Le obbligazioni del venditore sono: 1. consegnare la cosa la compratore; 2. fargliene


acquistare la proprietà, in caso di vendita obbligatoria; 3. garantire il compratore dall’evizione e
dai vizi della cosa.
La consegna deve avvenire nel luogo e alla scadenza convenute. La cosa deve essere
consegnata nello stato in cui si trova al momento della vendita; se si tratta di cose determinate,
sul venditore grava anche l’obbligo di custodire la cosa fino alla consegna. Il venditore è tenuto a
consegnare anche i titoli e i documenti relativi alla proprietà ed all’uso della cosa venduta,
sempreché necessari per il normale esercizio del diritto.
Nella vendita con trasporto, il venditore si libera dell’obbligo di consegna rimettendo le
cose al vettore o allo spedizioniere e le spese di trasporto sono di regola a carico del compratore.
Se si tratta di cose generiche, la consegna costituisce individuazione, con conseguente
trasferimento della proprietà e passaggio in testa al compratore dei rischi relativi, salvo il diritto
al risarcimento dei danni nei confronti del vettore. Frequenti sono tuttavia le clausole che
modificano tale disciplina legale.
La vendita su documenti si ha quando le parti convengono di sostituire la consegna delle
merci con quella del relativo titolo rappresentativo. Il compratore è obbligato a pagare la merce
contestualmente alla consegna dei documenti.
Il venditore è tenuto alla garanzia per
evizione verso il compratore. Si ha evizione
quando il compratore perde in tutto
(evizione totale) o in parte (evizione
parziale) la proprietà o subisce una
limitazione nel libero godimento (evizione
limitativa) a seguito dell’azione giudiziaria
di un terzo che vanta diritti sulla cosa.
Il compratore può sospendere il pagamento del prezzo ancora dovuto in caso di pericolo di
evizione, salvo che il venditore presti idonea garanzia e sempre che il pericolo non fosse noto al
compratore al momento della vendita. Il compratore chiamato in giudizio dal terzo deve a sua
volta chiamare in causa il venditore, dato l’evidente interesse di questi a far respingere la
domanda del terzo. In mancanza, intervenuta l’evizione, il compratore perde la garanzia se il
venditore prova che esistevano ragioni per far respingere la domanda del terzo.
Subita l’evizione, il compratore ha diritto al risarcimento dei danni subiti. Se l’evizione è
stata totale, il venditore dovrà rimborsare al compratore il prezzo pagato e le spese sostenute,
anche se immune da colpa. Sarà inoltre tenuto al risarcimento integrale del danno in caso di
colpa o dolo. Se l’evizione è stata parziale, il compratore ha diritto solo ad una riduzione del
prezzo e al risarcimento dei danni. Può tuttavia chiedere la risoluzione se prova che non avrebbe
acquistato la cosa senza la parte di cui non è diventato proprietario. La stessa disciplina si applica
all’evizione limitativa.
La garanzia per evizione può essere aumentata, diminuita o esclusa dalle parti. E’ però nullo
il patto che esclude la garanzia per l’evizione derivante da fatto proprio del venditore, come si
verifica, ad esempio, quando questi abbia precedentemente alienato a un terzo lo stesso bene. In
caso di valida esclusione della garanzia, il venditore deve rimborsare solo il prezzo e le spese.
Anche tale obbligo viene meno se la vendita è stipulata a rischio e pericolo del venditore.

Il venditore è tenuto a fornire al compratore la garanzia per vizi della cosa che la rendano
inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore (art. 1490). La
garanzia copre di regola solo i vizi occulti, cioè non conosciuti o facilmente conoscibili al
momento dell’acquisto. La garanzia copre tuttavia anche i vizi facilmente riconoscibili quando il
venditore ha dichiarato espressamente che la cosa era esente da vizi, nonché i vizi apparenti (che
emergono ictu oculi) quando si tratta di cose che il compratore non ha potuto esaminare al
momento della conclusione del contratto.
La garanzia per vizi può essere limitata o esclusa, ma il relativo patto è nullo se il venditore
ha in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa.
Per effetto della garanzia il compratore può chiedere alternativamente: 1) la risoluzione del
contratto (azione redibitoria) con conseguente rimborso integrale del prezzo e delle spese; 2) la
riduzione del prezzo (azione estimatoria o quanti minoris) in rapporto al minor valore della
cosa. La scelta fra le due azioni è irrevocabile quando è fatta con domanda giudiziale. Questi
rimedi operano indipendentemente dalla colpa del venditore, che dovrà risarcire anche gli
ulteriori danni se non prova di aver ignorato senza sua colpa i vizi.
Il compratore decade dalla garanzia se non denunzia i vizi al venditore entro 8 gg. dalla
scoperta, salvo che il venditore abbia riconosciuto l’esistenza del vizio o l’abbia occultato.
L’azione si prescrive in ogni caso nel termine di un anno dalla consegna.

Dalla garanzia per vizi occulti la legge distingue il caso di mancanza di qualità della cosa,
che non ha cioè le qualità promesse o quelle essenziali per l’uso cui è destinata (art. 1497). In tal
caso il compratore ha diritto alla risoluzione del contratto, purché il difetto di qualità ecceda i
limiti di tolleranza usuali. In deroga alla disciplina generale della risoluzione per inadempimento,
la relativa azione è però soggetta agli stessi brevi termini di prescrizione e decadenza stabiliti per
la garanzia per vizi.

L’azione di risoluzione non è invece soggetta a termini di decadenza e soggiace all’ordinaria


prescrizione decennale in caso di aliud pro alio, quando cioè la cosa consegnata sia
completamente diversa da quella pattuita. La giurisprudenza ha finito con allargare tale ipotesi
anche ai casi in cui il bene difetti delle qualità essenziali per assolvere alla propria funzione,
finendo così per rendere evanescente la linea di confine con la mancanza di qualità.

Diversa dalle garanzie fin qui esaminate è la garanzia di buon funzionamento (art. 1512),
prevista per le sole cose mobili. Essa deve essere espressamente pattuita e riferita ad un periodo
di tempo determinato, durante il quale il compratore ha diritto di ottenere la sostituzione o la
riparazione della cosa. Il compratore deve, a pena di decadenza, denunziare i difetti di
funzionamento entro 30 gg. dalla scoperta. La relativa azione si prescrive in sei mesi.

Nelle vendite commerciali è diffusa l’utilizzazione di clausole sulla qualità della merce,
volte ad assicurare la presenza nella cosa venduta di specifiche qualità. Tali clausole sono: 1. la
vendita con riserva di gradimento, che si perfeziona solo dopo che il compratore ha esaminato
la merce ed ha comunicato al venditore che la stessa è di suo gradimento; 2. la vendita a prova,
nella quale il contratto è sottoposto alla condizione sospensiva che la merce abbia le qualità
pattuite o sia idonea all’uso cui è destinata; 3. la vendita su campione, contratto perfetto ed
immediatamente efficace nel quale dalla merce oggetto della vendita viene prelevato un
campione che deve servire come paragone per la qualità della merce. Pertanto qualsiasi
difformità, anche lieve, dalla merce consegnata attribuisce al compratore il diritto alla
risoluzione; 4. la vendita su tipo di campione, analoga alla precedente con l’unica differenza
che la risoluzione può essere chiesta solo se la difformità dal campione è notevole.

Obbligazioni del compratore sono quelle di pagare il prezzo e, se non è pattuito


diversamente, anche le spese del contratto e quelle accessorie, compreso l’eventuale trasporto.
La determinazione del prezzo è rimessa alla libera contrattazione delle parti, salvo che non si
tratti di beni con prezzo imposto dall’autorità amministrativa. In tal caso il prezzo di imperio si
sostituisce di diritto a quello pattuito, ferma restando la validità del contratto, e il compratore
potrà ripetere la differenza. La determinazione può anche essere affidata ad un terzo, che dovrà
determinare il prezzo con arbitrium boni viri, salvo che non risulti che le parti si siano
espressamente rimesse al mero arbitrio del terzo. Se le parti hanno omesso qualsiasi pattuizione
relativa al prezzo il contratto è nullo salvo che: a. si tratti di cose che il venditore vende
abitualmente ed in tal caso si presume che le parti abbiano voluto riferirsi al prezzo normalmente
praticato dal venditore; b. si tratti di merci aventi un prezzo di borsa o di listino, ed in tal caso il
prezzo è dedotto dai listini del luogo in cui la merce deve essere consegnata o da quelli della
piazza più vicina. Queste regole si applicano anche nel caso in cui le parti si siano riferite al
giusto prezzo. Altrimenti, in mancanza di accorto, il prezzo è determinato da un terzo nominato
dal presidente del tribunale.
Il deposito per conto è una procedura di liberazione coattiva del venditore più rapida di
quella ordinaria prevista in tema di mora del creditore. Se il compratore non si presenta per
ricevere la cosa acquistata, il venditore può depositarla, per suo conto e a sue spese, in un locale
idoneo, dandone notizia al compratore stesso.
L’esecuzione coattiva del contratto di vendita (artt. 1515-1516) consente alla parte pronta
ad adempiere di conseguire la controprestazione dovutagli senza necessità di ricorrere
all’autorità giudiziaria. Se il compratore rifiuta di pagare il prezzo, il venditore può far vendere
la cosa per conto e a spese di lui, salvo il diritto di pretendere dal compratore la differenza fra il
prezzo convenuto e il ricavato della vendita, oltre al risarcimento del danno. Se inadempiente è
invece il venditore, il compratore può far acquistare la cosa a spese di lui, salvo il diritto a
pretendere dal venditore il rimborso dell’eventuale maggior prezzo e il risarcimento del danno. Il
compratore può però avvalersi di questo rimedio solo per oggetti fungibili con un prezzo
corrente.
L’art. 1517 prevede una particolare forma di risoluzione di diritto esperibile nelle vendite
mobiliari, che ha luogo immediatamente e senza bisogno di adire l’A.G.: a) a favore della parte
che, prima della scadenza del termine stabilito, ha offerto all’altra la consegna della cosa o il
pagamento del prezzo, se l’altra parte non adempie puntualmente la propria obbligazione; b) a
favore del solo venditore quando il compratore, alla scadenza del termine stabilito per la
consegna, non ritira la cosa o non l’accetta, benché il termine per il pagamento del prezzo non sia
ancora scaduto e quindi non vi sia stato inadempimento di tale obbligazione. La parte che intende
avvalersi di tale risoluzione deve darne comunicazione all’altra parte entro 8 gg., altrimenti
decade.

La vendita con riserva di proprietà (artt. 1523 ss.) deroga sia al principio dell’immediato
effetto traslativo della vendita, in quanto il compratore diventa proprietario della cosa acquistata
solo col pagamento dell’ultima rata del prezzo, fermo restando che il venditore non ne può
disporre, sia al principio res perit domino, in quanto i rischi del perimento sono a carico del
compratore fin dal momento della consegna. La legge interviene tuttavia per tutelare il
compratore, stabilendo con norma inderogabile che il mancato pagamento di una sola rata, che
non superi l’ottava parte del prezzo, non dà luogo alla risoluzione del contratto. Il compratore
conserva inoltre il beneficio del termine per le rate successive.
Risolto il contratto, il venditore ha diritto alla restituzione della cosa; deve però restituire al
compratore le rate riscosse, salvo il diritto ad un equo compenso per l’uso della cosa, oltre al
risarcimento dei danni.
La riserva di proprietà è opponibile ai creditori del compratore solo se risulta da atto scritto
avente data certa anteriore al pignoramento.

La vendita con patto di riscatto (artt. 1500-1509) si ha quando il venditore si riserva il


diritto di riacquistare la proprietà della cosa entro un termine stabilito, mediante restituzione al
compratore del prezzo e delle spese sostenute. A tale forma di vendita, che può riguardare sia
beni mobili che immobili, si ricorre di regola quando il venditore deve far fronte a difficoltà
finanziarie che prevede di superare in breve tempo. Il termine massimo non prorogabile per il
riscatto è di due anni dalla vendita per i beni mobili e cinque anni per gli immobili. La somma
dovuta deve essere versata dal venditore contestualmente alla dichiarazione di riscatto. Il patto di
riscatto ha efficacia reale: se il compratore vende la cosa, il venditore può ottenerne il rilascio dai
successivi acquirenti, purché il patto sia ad essi opponibile. Il che non è però agevole nelle
vendite mobiliari, dato che il terzo acquirente è tutelato dalla regola che il possesso di buona fede
vale titolo.

La vendita ai consumatori fuori dei locali commerciali dell’impresa è fenomeno non privo
di pericoli per il compratore, specie in caso di vendita a distanza. La materia è regolata da due
testi legislativi in attesa di coordinamento: il d. lgs. 50/1992 e il d. lgs. 185/1999. Al compratore
è riconosciuto il diritto di revocare l’ordine di acquisto o di recedere dal contratto già concluso
entro 7 gg. (10 gg. per le vendite a distanza). Nelle vendite per corrispondenza o televisive tale
termine decorre dal ricevimento della merce. L’operatore commerciale ha il dovere di informare
per iscritto il consumatore del diritto di recesso indicando i termini, le modalità e le eventuali
condizioni per il suo esercizio. In mancanza, il termine è allungato a 60 gg. (3 mesi per i contratti
a distanza). In seguito all’esercizio del diritto di recesso, l’operatore commerciale deve restituire
il prezzo entro 30 gg. Il diritto di recesso è irrinunciabile ed è nulla qualsiasi clausola che ne
limiti l’esercizio. La competenza territoriale spetta inderogabilmente al giudice del luogo di
residenza o di domicilio del consumatore, sicché sono nulle le clausole che designano come foro
competente quello del venditore.

Il contratto estimatorio (artt. 1556-1558) è il contratto con il quale una parte (tradens)
consegna una o più cose mobili all’altra parte (accipiens) e questa si obbliga a pagarne il prezzo
entro un termine stabilito, salvo che restituisca le cose nello stesso termine. Tale contratto è
utilizzato nei rapporti tra fornitori e rivenditori quando quest’ultimo non vuole accollarsi il
rischio di dover pagare al fornitore la merce che gli rimane invenduta. Si tratta di un contratto
reale, nel quale solo l’accipiens può disporre delle cose ricevute, benché queste restino di
proprietà del tradens finquando il primo non le ha rivendute o comunque non ne ha pagato il
prezzo. I beni non possono essere sottoposti a pignoramento o a sequestro da parte dei creditori
dell’accipiens finché non ne sia stato pagato il prezzo, ma solo dai creditori del tradens. Con la
consegna della cosa tutti i rischi passano a carico dell’accipiens.

La somministrazione (artt. 1559 ss.) è il contratto con il quale una parte (somministrante) si
obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, ad eseguire a favore dell’altra (somministrato)
prestazioni periodiche o continuative di cose. La somministrazione è contratto di durata, che
consente di soddisfare un bisogno durevole del somministrato attraverso la stipulazione di un
unico contratto, che può avere ad oggetto solo cose (in caso di prestazione periodica o
continuativa di servizi siamo invece in presenza di appalto).
Il carattere continuativo o periodico delle prestazioni distingue nettamente la
somministrazione dalla vendita a consegne ripartite. La prima ha infatti per oggetto una
pluralità di prestazioni periodiche o continuative ed è diretta a soddisfare un bisogno durevole
dell’interessato, mentre la seconda ha ad oggetto un’unica prestazione, anche se per agevolarne
l’esecuzione da parte del venditore si stabilisce che la consegna debba essere frazionata nel
tempo. Alle singole prestazioni in cui si articola la somministrazione di consumo si applicano
tuttavia, in quanto compatibili, le norme che disciplinano la vendita obbligatoria.
Se le parti hanno omesso di specificare nel contratto di somministrazione l’entità delle
prestazioni, si intende pattuita la quantità corrispondente al normale fabbisogno del
somministrato al tempo della conclusione del contratto. Il prezzo, che si determina secondo le
regole della vendita, deve essere pagato all’atto delle singole prestazioni ed in proporzione delle
stesse. Nella somministrazione continuativa, deve avvenire secondo le scadenze d’uso.
L’inadempimento di una delle parti relativo a singole prestazioni legittima la controparte a
richiedere la risoluzione del contratto solo se l’inadempimento ha notevole importanza ed è tale
da menomare la fiducia nell’esattezza dei successivi adempimenti. Se l’inadempimento è di lieve
entità, il somministrante non può sospendere l’esecuzione del contratto senza darne congruo
preavviso (è ammesso patto contrario).
Il patto di preferenza è il patto col quale il somministrante si obbliga a preferire, a parità di
condizioni, lo stesso somministrante qualora intenda stipulare un successivo contratto di
somministrazione per lo stesso oggetto. Tale obbligo non può eccedere la durata di 5 anni.
La clausola di esclusiva può essere pattuita a favore del somministrante, del somministrato o
di entrambi. Nel primo caso, il somministrante non può ricevere da terzi prestazioni della stessa
natura né, salvo patto contrario, procurarsi le cose con mezzi propri. Nel secondo il
somministrante non può compiere forniture della stessa natura ad altri, nella zona per cui
l’esclusiva è concessa.

La concessione di vendita è un contratto atipico di durata a prestazioni periodiche, al quale


è applicabile per analogia la disciplina della somministrazione. Fermo restando che
l’organizzazione dei singoli punti vendita spetta ai concessionari, l’ingerenza del concedente è
assicurata da clausole che impongono ai venditori: a) un’efficiente organizzazione di vendita; 2)
l’acquisto di quantitativi minimi di merce a scadenze determinate; 3) la pratica di prezzi e
condizioni di vendita prestabiliti; 4) la fornitura di assistenza tecnica dopo la vendita; 5) controlli
periodici del concedente sull’efficienza dell’organizzazione di vendita. Normale è anche la
previsione di una clausola di esclusiva, unilaterale o reciproca.

Il franchising è una figura contrattuale atipica di origine statunitense, dal campo di


applicazione più ampio rispetto alla concessione di vendita, in quanto può riguardare anche la
produzione di beni o la distribuzione di servizi. Esso si caratterizza in quanto l’affiliato è tenuto a
utilizzare i segni distintivi dell’affiliante e ad adeguarsi completamente ai modelli operativi
prefissati dall’affiliante. Di tratta di un accordo complesso, in cui confluisce una pluralità di
prestazioni tipiche di altri contratti nominati (licenza d’uso di segni distintivi, somministrazione,
locazione o comodato di beni mobili o immobili ecc.).

L’appalto (art. 1565) è il contratto con il quale una parte (appaltatore) assume, con
organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o
di un servizio, verso un corrispettivo in danaro. L’appalto si caratterizza nell’ambito dei contratti
di lavoro autonomo per l’organizzazione di tipo imprenditoriale che presuppone. Quando invece
l’opera viene realizzata con lavoro prevalentemente proprio, siamo in presenza di contratto
d’opera (art. 2222) e non di appalto. Netta è anche la distinzione fra appalto e vendita o
somministrazione: il primo ha per oggetto una prestazione qualificata di fare; vendita e
somministrazione hanno invece per oggetto un dare.
La disciplina dettata dal codice è integralmente applicabile solo agli appalti privati. Quando
invece committente è un ente pubblico, essa è in più punti integrata o sostituita da una vasta e
complessa legislazione speciale.
Obbligazione fondamentale dell’appaltatore è quella di compiere l’opera o il servizio
commessogli. Salvo diversa pattuizione, deve anche fornire la materia prima necessaria per il
compimento dell’opera. Se la materia è invece fornita dal committente, l’appaltatore deve
denunziarne prontamente i difetti che possono compromettere la regolare esecuzione dell’opera.
L’opera deve essere eseguita secondo le modalità tecniche concordate, di regola analiticamente
descritte in un apposito documento, il capitolato. L’esecuzione deve avvenire a regola d’arte, e
l’appaltatore non può apportare variazioni senza l’autorizzazione del committente, che deve
essere approvata per iscritto. L’appaltatore ha diritto a un compenso aggiuntivo solo se
espressamente pattutito, salvo che le variazioni siano necessarie o, pur non necessarie, siano
ordinate dal committente. Il committente ha diritto di controllare lo svolgimento dei lavori e
verificarne lo stato, personalmente o a mezzo di un direttore dei lavori. Se non vengono rispettate
le modalità convenute o l’esecuzione non procede a regola d’arte, il committente può fissare un
congruo termine entro il quale l’appaltatore deve uniformarsi alle condizioni pattuite, decorso
vanamente il quale il contratto è automaticamente risolto. Completata l’opera e prima di
riceverne la consegna, il committente ha diritto di sottoporre la stessa a verifica finale (cd.
collaudo). Eseguito il collaudo, il committente è tenuto a comunicare il risultato negativo ove
intenda rifiutare l’opera. L’opera di considera accettata quando il committente omette di
procedere alla verifica senza giusto motivo, non ne comunica il risultato all’appaltatore entro
breve tempo ovvero riceve senza riserve l’opera, pur senza procedere a collaudo.
Con l’accettazione i rischi di perimento o deterioramento dell’opera passano al committente.
L’appaltatore è liberato dalla garanzia per difformità e vizi conoscibili dal committente e ha
diritto al pagamento del prezzo, salva diversa pattuizione.
La garanzia per le difformità e i vizi dell’opera copre solo i vizi occulti e quelli taciuti in
mala fede. Vizi e difformità devono essere denunziati all’appaltatore entro 60 gg. dalla scoperta,
salvo che siano stati riconosciuti o occultati da questo. L’azione si prescrive in due anni dalla
consegna dell’opera.
Il committente può chiedere la risoluzione solo se le difformità o i vizi sono tali da rendere
l’opera del tutto inidonea alla sua destinazione. In caso contrario può chiedere l’eliminazione dei
difetti a spese dell’appaltatore o una riduzione proporzionale del prezzo. Il committente ha
inoltre diritto al risarcimento del danno se le difformità o i vizi sono dovuti a colpa
dell’appaltatore; colpa che peraltro si presume, trattandosi di responsabilità contrattuale.
Se l’appalto ha per oggetto la costruzione di edifici o altri immobili destinati a lunga durata,
alla garanzia già esposta si aggiunge la responsabilità dell’appaltatore in caso di rovina totale o
parziale o di gravi difetti imputabili a vizi del suolo o a difetti di costruzione. La denunzia deve
essere fatta entro un anno dalla scoperta e l’azione si prescrive in un anno dalla denunzia.

Obbligazione fondamentale del committente è quella di pagare un corrispettivo in denaro.


Se le parti non hanno determinato il compenso, questo è calcolato con riferimento alle tariffe
esistenti e, in mancanza, dal giudice. Il prezzo può essere determinato a corpo, cioè globalmente
per tutta l’opera, o a misura. Nel primo caso, salvo patto contrario, l’appaltatore non ha diritto a
compenso aggiuntivo per le variazioni o le aggiunta da lui stesso apportate, anche se autorizzate
dal committente.
La revisione del prezzo può essere richiesta da entrambe le parti quando il costo dei
materiali o della mano d’opera subisce variazioni dovute a circostanze imprevedibili e superiori
al decimo del prezzo dell’appalto. La revisione può essere concessa solo per la differenza che
eccede il 10%. All’appaltatore è poi riconosciuto un equo compenso in caso di difficoltà di
esecuzione geologiche, idriche e simili non previste.
Se l’esecuzione dell’opera diviene impossibile per causa non imputabile ad alcuna delle parti,
il contratto si risolve secondo le regole generali. Il committente è tenuto a pagare la parte
dell’opera già compiuta nei limiti in cui essa è per lui utile. Se l’opera perisce o si deteriora
prima dell’accettazione, il rischio è a carico dell’appaltatore, salvo che per la materia prima
fornita dal committente.
Solo al committente è consentito recedere dal contratto in corso d’opera anche senza giusta
causa, tenendo però indenne l’appaltatore non solo delle spese e dei lavori, ma anche del
mancato guadagno. La morte dell’appaltatore non scioglie il contratto, salvo che non sia stato
stipulato intuitu personae. Il committente può tuttavia recedere se gli eredi dell’appaltatore non
diano affidamento.

Il subappalto è un contratto di appalto stipulato tra l’appaltatore e un terzo, avente ad


oggetto l’esecuzione della stessa opera assunta nei confronti del committente. L’appaltatore
assume perciò la veste di subcommittente nei confronti del subappaltatore. Il subappalto, totale o
parziale, è possibile solo se autorizzato dal committente. Obbligato e responsabile nei confronti
del committente resta l’appaltatore, il quale, chiamato in causa dal committente, può agire in
regresso verso il subappaltatore; deve però, a pena di decadenza, comunicare a questi, entro 60
gg. dal ricevimento, la denunzia proveniente dal committente.

Le grandi imprese spesso affidano ad altre medio-piccole alcune fasi della lavorazione dei
loro prodotti o di determinati componenti. E’ questo il fenomeno della subfornitura, che si
caratterizza per il fatto che il subfornitore agisce di regola secondo le direttive del committente,
si avvale del know-how di quest’ultimo ed è soggetto a controlli. La dipendenza tecnologica ed
economica del subfornitore ha indotto il legislatore a tutelarlo con la L. 192/1998. Tale legge,
che si applica alle subforniture di lavorazione o di prodotto eseguite in conformità a progetti,
conoscenze tecniche, modelli e prototipi forniti dal committente, stabilisce, tra l’altro: 1. il
contratto deve essere stipulato per iscritto a pena di nullità; 2. nel contratto devono essere
specificati i requisiti dei beni richiesti, il prezzo e i termini di consegna; 3. il prezzo pattuito deve
essere corrisposto in un termine che non ecceda i 60 gg.; 4. è nullo il patto che riservi ad una
delle parti il potere di modificare unilateralmente una o più clausole del contratto; 5. è nullo il
patto che attribuisce ad una delle parti della subfornitura ad esecuzione continuata o periodica la
facoltà di recesso senza congruo preavviso. E’ infine introdotto un generale divieto di abuso
dello stato di dipendenza economica in cui si trova la ditta subfornitrice.

Col contratto di trasporto (art. 1678) una parte (vettore) si obbliga, verso corrispettivo, a
trasportare persone o cose da un luogo ad un altro. Il codice detta una disciplina differenziata per
il trasporto di persone e per quello di cose. Tale disciplina è inoltre applicabile integralmente
solo ai trasporti terrestri su strada, in quanto il trasporto marittimo, aereo e ferroviario sono
regolati da leggi speciali.
Disciplina comune dettata dall’art. 1679 per i pubblici servizi di linea. Il concessionario è
obbligato ad accettare le richieste di trasporto che siano compatibili con i mezzi ordinari
dell’impresa e deve rispettare la parità di trattamento tra diversi richiedenti. In caso di più
richieste simultanee, deve essere preferita quella di percorso maggiore.
La conclusione del contratto di trasporto di persone è di regola accompagnata dal rilascio
di un biglietto di viaggio, che costituisce semplice documento di legittimazione e non titolo di
credito. Il vettore è responsabile per il ritardo o la mancata esecuzione del trasporto. E’ inoltre
responsabile dei sinistri che colpiscono la persona del viaggiatore durante il trasporto e della
perdita o avaria del bagaglio se non prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il
danno, dunque anche per colpa lieve. Si tratta di una presunzione di responsabilità che il vettore
potrà superare provando che il sinistro è dovuto a caso fortuito, a fatto del danneggiato o di terzi.
Sono invece nulle le clausole che limitano la responsabilità del vettore per i sinistri che
colpiscono la persona del viaggiatore.
Per orientamento consolidato, alla responsabilità contrattuale si aggiunge quella
extracontrattuale fondata sul principio generale del neminem laedere. La prima si prescrive in un
anno, la seconda in due. La disciplina della responsabilità fin qui esposta è applicabile anche al
trasporto gratuito, in deroga al principio generale secondo cui la responsabilità per colpa è
valutata con minor rigore quando il contratto è a titolo gratuito.
Altro è però trasporto gratuito, altro è trasporto amichevole. Il primo presuppone pur
sempre un impegno contrattuale del vettore, il secondo non trova invece fondamento in un
contratto. Ne consegue che nel trasporto amichevole non trova applicazione la disciplina della
responsabilità contrattuale del vettore, del quale il danneggiato sarà quindi tenuto a provare
anche il dolo o la colpa.
Il trasporto di cose è contratto consensuale concluso fra il mittente e il vettore. Il
destinatario può essere lo stesso mittente o persona diversa, da questi designata. Il mittente è
tenuto a indicare, di solito in apposito documento detto lettera di vettura, le indicazioni
necessarie. Su richiesta del mittente, il vettore è tenuto a rilasciargli un duplicato di tale lettera o
una ricevuta di carico, che possono essere rilasciati anche con clausola all’ordine. In tale ultimo
caso diventano titoli di credito rappresentativi della merce: il possessore legittimo potrà
esercitare tutti i diritti derivanti dal contratto di trasporto o trasferirli mediante girata del titolo,
nonché ovviamente ritirare la merce. Titoli di credito rappresentativi sono anche: nel trasporto
marittimo, polizza di carico, ricevuta per l’imbarco e ordini di consegna; nel trasporto aereo, la
lettera di trasporto aereo.
Quando non è stato emesso titolo rappresentativo della merce e nel contratto è indicato
destinatario diverso dal mittente, si parla di contratto a favore di terzo. Tuttavia, in deroga alla
disciplina dell’art. 1411, il destinatario non acquista i diritti derivanti dal contratto prima di aver
chiesto la riconsegna al vettore. Fino ad allora, creditore del trasporto è solo il mittente, cui
infatti la legge riconosce il diritto di contrordine.
Obbligo fondamentale del mittente è quello di pagare il corrispettivo del trasporto, salvo
che questo non sia stato posto a carico del destinatario (porto assegnato). In tale ultimo caso il
destinatario non può esercitare i diritti che gli derivano dal contratto di trasporto se non ha pagato
il corrispettivo.
Obbligo fondamentale del vettore è quello di eseguire il trasporto convenuto e di
consegnare la merce al destinatario, dandogli prontamente avviso dell’arrivo. Il vettore è inoltre
tenuto a custodire le cose fino alla consegna del destinatario. Può infine assumersi l’obbligo di
riscuotere per conto del mittente il prezzo della merce (clausola d’assegno). In tal caso assume la
veste ulteriore di mandatario all’incasso e risponde dell’importo degli assegni se consegna la
merce senza esigerne il pagamento.
Il vettore risponde per la mancata esecuzione del trasporto o per il ritardo secondo le norme
generali, salvo che fornisca la prova negativa che l’inadempimento non è a lui imputabile. E’
inoltre responsabile per la perdita o l’avaria delle cose consegnategli, dal ricevimento alla
riconsegna. E’ questa la cd. responsabilità ex recepto del vettore, per sottrarsi alla quale deve
fornire la prova positiva e specifica che la perdita o l’avaria sono dovute a caso fortuito, natura o
vizi delle cose o del loro imballaggio, fatto del mittente o del destinatario. Ne consegue che resta
a carico del vettore il rischio per cause equivoche o ignote. Tale regime, operante per i soli
trasporti nazionali su strada, è temperato: 1. dalla presunzione di irresponsabilità per calo
naturale per le cose soggette a diminuzione di peso; 2. dalla validità delle clausole che
stabiliscono presunzioni di caso fortuito per eventi che normalmente ne dipendono; 3.
dall’introduzione di limiti massimi all’ammontare del danno risarcibile, che però non operano in
caso di dolo o colpa grave del vettore.
Se la merce trasportata è accettata senza riserve, il vettore non risponde della perdita o
dell’avaria se non per dolo o colpa grave o per perdita parziale o avaria non riconoscibili al
momento della consegna. In tali casi il danno deve essere denunciato appena conosciuto ed entro
8 gg. dal ricevimento.

Il contratto di viaggio, ignorato dal codice, è parzialmente regolato da leggi speciali (L.
1084/1977 e D.Lgs. 111/1995). Meritano in particolare di essere ricordati i seguenti punti: 1.
Prima della conclusione del contratto i venditori del pacchetto turistico sono tenuti a fornire per
iscritto e in modo chiaro, preciso e non ingannevole le informazioni sui servizi offerti; 2. il
consumatore ha diritto di ottenere una copia del contratto, che deve essere redatto per iscritto e
contenere una serie di elementi volti a garantire la conoscenza di tutte le condizioni del viaggio;
3. il consumatore può cedere il contratto ove si trovi nell’impossibilità di fruirne nonché recedere
in ogni momento, pagando un’indennità predeterminata. 4. l’organizzatore può annullare il
viaggio senza esporsi al risarcimento dei danni solo per il mancato raggiungimento del numero
minimo o per forza maggiore, escluso in ogni caso l’eccesso di prenotazioni. 5. L’organizzatore
e l’intermediario sono responsabili per l’inesatto o mancato adempimento delle obbligazioni
rispettivamente assunte, salvo che non provino che ciò sia dovuto a causa loro non imputabile.

Con il contratto di albergo l’albergatore si obbliga, dietro corrispettivo, a fornire al cliente


l’alloggio in locali mobiliati e una serie più o meno articolata di servizi accessori (pulizia,
biancheria ecc.). Il contratto è privo di unitaria disciplina legale. La legge si limita a regolare un
solo aspetto: la responsabilità dell’albergatore per le cose portate dal cliente in albergo. Tale
responsabilità è illimitata per le cose che gli sono state consegnate in custodia o che ha rifiutato
di ricevere, mentre è limitata a 100 volte il prezzo giornaliero dell’alloggio per le cose che il
cliente porta con sé in albergo senza consegnarle all’albergatore. L’albergatore non può però
invocare la limitazione di responsabilità quando il cliente provi che il danno è imputabile a colpa
dell’albergatore, di suoi ausiliari o familiari. L’albergatore è invece esonerato dalla
responsabilità se prova che l’evento dannoso è imputabile a colpa del cliente, delle persone che
lo accompagnano o gli rendono visita, a forza maggiore o ala natura delle cose. Questo
particolare regime di responsabilità non è derogabile e si applica anche a case di cura,
stabilimenti balneari, ristoranti ecc.

I magazzini generali sono imprese di custodia di merci e derrate soggetti a specifica


regolamentazione ed a controllo della P.A. Il deposito nei magazzini generali è un deposito
regolare: il magazzino assume cioè l’obbligo di custodire le cose ricevute e di restituirle in
natura. Il deposito può avvenire anche alla rinfusa, cioè immagazzinando partite omogenee di
merce: ciascun depositante ha sulla massa un diritto pro quota. La responsabilità dei magazzini
generali è aggravata rispetto a quella del comune depositario, trovando applicazione un regime
identico a quello stabilito per il vettore di cose. Al magazzino generale è riconosciuto il diritto di
procedere alla vendita della merce, previo avviso al depositante, quando al termine del contratto
essa non è ritirata o è minacciata di deperimento.Il ricavato, dedotte le spese e quanto spetta al
magazzino, è tenuto a disposizione del depositario.
A richiesta del depositante, i magazzini generali devono rilasciare una fede di deposito, cui è
unita una nota di pegno. La fede di deposito è un titolo di credito all’ordine rappresentativo
della merce depositata, trasferibile con girata. Esso attribuisce al portatore legittimo il diritto alla
riconsegna della merce. La nota di pegno può essere utilizzata dal possessore per ottenere un
finanziamento garantito da pegno sulle merci depositate. Essa, staccata dalla fede di deposito,
indica che sulla merce è stato costituito un diritto di pegno. Il possessore della sola fede di
deposito potrà perciò ritirare la merce solo depositando presso i magazzini generali la somma
dovuta al creditore pignoratizio. Il possessore della nota di pegno che non sia stato pagato alla
scadenza può far vendere la merce depositata e soddisfarsi sul ricavato, dopo aver fatto
constatare il rifiuto mediante protesto. Se dopo la vendita rimane insoddisfatto, può agire contro
il debitore principale e contro i giranti della fede di deposito e gli altri giranti della nota di pegno.

Il mandato (art. 1703) è il contratto con il quale il mandatario si obbliga a compiere uno o
più atti giuridici per conto del mandante. Il mandato può riguardare uno o più atti giuridici
individuati (mandato speciale) o tutti gli affari del mandante o tutti gli affari di un determinato
tipo (mandato generale). Il mandato generale comprende solo gli atti di ordinaria
amministrazione, mentre gli atti eccedenti possono essere compiuti dal mandatario solo se
indicati espressamente.
Il mandato può essere conferito a più mandatari, congiuntamente o disgiuntamente, e può
essere anche collettivo, cioè conferito da più mandanti con unico atto. Il mandato è di regola
conferito nell’interesse esclusivo del mandante. Se è conferito anche nell’interesse del
mandatario o di un terzo si parla di mandato in rem propriam. Il mandato si presume oneroso e il
compenso, se non è determinato, è stabilito dalle tariffe professionali o dagli usi e, in mancanza,
dal giudice.
Nel mandato con rappresentanza il mandatario è legittimato ad agire non solo per conto
ma anche in nome del mandante. Tutti gli effetti degli atti posti in essere dal mandatario in nome
del mandante si producono direttamente in testa a quest’ultimo. Perché ciò si verifichi è però
necessaria una specifica ed ulteriore manifestazione di volontà: la procura. Il mandato è infatti
di per sé senza rappresentanza: abilita ed obbliga il mandatario ad agire per conto del mandante
ma in nome proprio. Il mandatario stipula perciò in proprio nome i contratti con i terzi ed assume
in proprio nome obbligazioni nei loro confronti. Né è tenuto a far conoscere ai terzi che sta
operando per conto altrui. Il mandatario senza rappresentanza acquista i diritti e assume gli
obblighi derivanti dagli atti compiuti con i terzi, anche se questi hanno avuto conoscenza del
mandato.
Il mandante, sostituendosi al mandatario, può esercitare diritti di credito derivanti dall’
esecuzione del mandato, purché ciò non pregiudichi i diritti che spettano al mandatario. La
norma quindi conferisce una semplice legittimazione ad esigere i crediti di cui il mandatario è e
resta titolare. Quando il mandato ha per oggetto l’acquisto di beni mobili, il mandante può
rivendicare le cose mobili acquistate per suo conto, salvi i diritti acquistati dai terzi per effetto
del possesso di buona fede. Nel caso di beni immobili, invece, in caso di mancato trasferimento
dal mandatario al mandante si applicano le norme relative all’esecuzione dell’obbligo a
contrarre.
Obblighi del mandatario: il mandatario deve eseguire il mandato con la diligenza del buon
padre di famiglia. La responsabilità per colpa è valutata con minor rigore quando il mandato è
gratuito. Il mandatario deve rispettare i limiti del mandato e osservare le istruzioni, anche
successive, del mandante. In caso contrario l’atto resta a suo carico, salvo che il mandante non lo
approvi. Deve invece discostarsi dalle istruzioni ricevute quando circostanze ignote al mandante,
che non possono essere comunicate in tempo, facciano ragionevolmente pensare che il mandante
avrebbe dato la sua approvazione. Eseguito il mandato, deve darne comunicazione senza ritardo
al mandante. L’operato si intende approvato dal mandante quando questi tarda a rispondere per
un tempo superiore a quello richiesto dalla natura dell’affare o dagli usi. Conclusa l’attività, il
mandatario deve rendere al mandante il conto del suo operato e rimettergli tutto ciò che ha
ricevuto a causa del mandato. Salvo patto contrario, il mandatario non risponde verso il
mandante delle obbligazioni assunte dai terzi con i quali ha contrattato. Questa regola subisce
però eccezione quando, al momento della conclusione del contratto, il mandatario conosceva o
avrebbe dovuto conoscere lo stato di insolvenza del terzo.
Il mandatario può eseguire il mandato anche a mezzo di un’altra persona, senza
autorizzazione del mandante. Questi tuttavia può agire direttamente contro il sostituto, ed il
mandatario è sempre responsabile delle istruzioni impartite al sostituto, nonché del suo operato,
quando la sostituzione non sia stata autorizzata o non sia necessaria.
Obblighi del mandante: oltre a corrispondere il compenso pattuito, il mandante deve
somministrare al mandatario i mezzi necessari per l’esecuzione del mandato e per l’adempimento
delle relative obbligazioni; deve rimborsargli le somme anticipate e risarcire i danni subiti a
causa dell’incarico. In mancanza il mandatario può soddisfarsi sui crediti pecuniari sorti dagli
affari conclusi con precedenza sul mandante e sui creditori di questo. Ha inoltre diritto di
privilegio sulle cose del mandante che detiene per l’esecuzione del mandato.
Il mandante può in ogni momento revocare l’incarico, dando un congruo preavviso se il
mandato è a tempo indeterminato. Dovrà però risarcire i danni se il mandato è oneroso e non
ricorre giusta causa. Il mandato è revocabile anche quando espressamente sia stato pattuito il
contrario. In tal caso, però, in assenza di giusta causa il mandante è tenuto al risarcimento del
danno anche se il mandato è gratuito. E’ invece irrevocabile ex lege il mandato in rem propriam,
salvo che non sia pattuito il contrario o ricorra giusta causa. Se il mandato è collettivo, la revoca
non ha effetto se non è fatta da tutti i mandanti, salvo che non ricorra giusta causa.
Il mandatario può sempre rinunziare al mandato, ma è tenuto al risarcimento dei danni se non
ricorre giusta causa. Il mandato non si estingue: a) quando ha per oggetto atti di impresa e questa
è continuata, salvo il diritto di recesso delle parti o degli eredi; b) per la morte o la sopravvenuta
incapacità del mandante, quando è stato conferito anche nell’interesse del mandatario o di un
terzo. Il mandato si estingue, infine, in caso di fallimento del mandante o del mandatario.

La commissione (art. 1731) è un mandato senza rappresentanza che ha per oggetto l’acquisto
o la vendita di beni, per conto del committente e in nome del commissionario. L’attività del
commissionario è perciò quella di concludere contratti di compravendita in nome proprio e per
conto del committente. La disciplina ricalca quella del mandato senza rappresentanza, salvo
alcune disposizioni specifiche: 1. il commissionario si presume autorizzato a concedere dilazioni
di pagamento, indicando al committente la persona del contraente e il termine concesso per il
pagamento; 2. ha diritto a un compenso, di regola costituito da una percentuale sul valore
dell’affare (provvigione); 3. Se la commissione ha ad oggetto titoli, divise o merci aventi un
prezzo ufficiale di mercato, il commissionario può rendersi acquirente in proprio, salvo che il
committente non abbia disposto diversamente. Inoltre il commissionario ha ugualmente diritto
alla provvigione.
Con lo star del credere il commissionario si rende responsabile nei confronti del
committente per l’esecuzione dell’affare e quindi per l’adempimento delle relative obbligazioni.
In tal caso ha diritto a un supplemento di provvigione. Questa particolare forma di garanzia è
dovuto anche in assenza di espressa pattuizione quando risulti dagli usi del luogo di conclusione
dell’affare.

La spedizione (art. 1737) è un contratto di mandato con il quale lo spedizioniere si obbliga a


concludere, in nome proprio e per conto del mandante, un contratto di trasporto, compiendo le
operazioni accessorie. La legge consente che lo spedizioniere provveda direttamente
all’esecuzione del trasporto (spedizioniere-vettore). Lo spedizioniere deve seguire le istruzioni
del committente e accreditare allo stesso premi, abbuoni e vantaggi di tariffa ottenuti, se non è
diversamente pattuito. In caso di revoca dell’incarico, il committente deve rimborsargli le spese e
corrispondegli un equo compenso.

Con il contratto di agenzia (art. 1742) l’agente assume, stabilmente e verso retribuzione,
l’incarico di promuovere contratti in una zona determinata. L’agente assume il nome di
rappresentante di commercio quando, oltre a promuovere i contratti, può anche concluderli in
nome e per conto del preponente. L’agente di commercio opera avvalendosi di una propria
autonoma organizzazione ed a proprio rischio. E’ dunque un lavoratore autonomo, ben distinto
da piazzisti e commessi viaggiatori, e non un lavoratore commerciale. Anzi, di regola è egli
stesso imprenditore commerciale. A certi effetti la sua posizione è tuttavia parificata ex lege a
quella dei lavoratori subordinati. L’attività di agente e rappresentante di commercio può essere
esercitata solo dagli iscritti in appositi ruoli.
Il contratto di agenzia può essere concluso anche verbalmente o per fatti concludenti; deve
però essere provato per iscritto. Di regola, comporta un diritto reciproco di esclusiva per la zona
prefissata.
Obbligo fondamentale dell’agente è quello di promuovere la conclusione di contratti nella
zona prefissata. L’agente deve agire secondo lealtà e buona fede, attenendosi alle istruzioni
ricevute. E’ inoltre tenuto inderogabilmente ad un ampio dovere di informazione sia sulla
situazione di mercato che sui singoli affari proposti. Di regola l’agente promuove soltanto la
conclusione dei contratti, ma non ha il potere di concluderli direttamente né di riscuotere i
relativi crediti. Il preponente può però conferirgli tali poteri, anche disgiuntamente.
Obbligo fondamentale del preponente è quello di corrispondere all’agente il compenso,
normalmente nella forma della provvigione. Sull’agente grava il rischio del buon fine dell’affare:
in caso contrario, non ha diritto neppure al rimborso delle spese. La provvigione diventa perciò
esigibile solo nel momento e nella misura in cui la prestazione è stata eseguita. L’agente ha
anche diritto alla provvigione anche per gli affari conclusi direttamente dal preponente con terzi
che l’agente stesso ha acquisito come clienti o che comunque appartengono alla sua sfera di
competenza.
La possibilità di prevedere nel contratto di agenzia la clausola dello star del credere, anche
solo parziale, è stata vietata dalla riforma introdotta dalla L. 526/1999. E’ tuttavia possibile
concordare una garanzia per singoli contratti individualmente determinati, purché sia previsto un
apposito corrispettivo e la garanzia non può essere superiore alla provvigione prevista per tale
affare.
Il preponente deve avvisare l’agente dell’accettazione o del rifiuto dell’affare o della mancata
esecuzione dello stesso. Le provvigioni devono essere inderogabilmente pagate all’agente entro
il mese successivo al trimestre in cui sono maturate.
Il contratto può essere a tempo determinato o indeterminato; nel primo caso, se il rapporto
continua alla scadenza, diviene a tempo indeterminato. Nel contratto a tempo indeterminato
ciascuna parte può recedere dando un preavviso fissato inderogabilmente dalla legge in misura
variabile in proporzione alla durata del rapporto (da 1 a 6 mesi). All’atto dello scioglimento
all’agente compete un’indennità di fine rapporto se il preponente continui a ricevere sostanziali
vantaggi dalle relazioni di affari con la clientela procuratagli, e sempre che il rapporto non si
sciolga per causa imputabile al preponente. Questa disciplina può tuttavia essere derogata in
favore dell’agente, ed in effetti gli accordi di categoria stabiliscono che l’indennità (che è
corrisposta dall’Enasarco) sia dovuta qualunque sia la causa di scioglimento del rapporto.

E’ mediatore (art. 1754) colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un
affare, senza essere legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, dipendenza o
rappresentanza. Il mediatore conserva piena libertà di azione anche se agisce su incarico di una
delle parti e può in ogni momento disinteressarsi dell’affare. Le parti sono libere di concludere o
meno l’affare, anche se al mediatore è stato conferito specifico incarico, salvo il solo rimborso
delle spese da parte di chi ha conferito l’incarico. Il mediatore ha diritto al compenso
(provvigione) per il solo fatto che l’affare si è concluso per effetto del suo intervento, quindi
anche se non aveva ricevuto alcun incarico di mediazione. Questa peculiarità del rapporto spiega
perché il legislatore si sia astenuto dal qualificare la mediazione come un contratto, e il dibattito
sulla natura contrattuale o meno della mediazione resta ancora aperto.
L’esercizio, anche occasionale o discontinuo, dell’attività di mediazione è subordinata
all’iscrizione in appositi ruoli presso le Camere di commercio. L’attività di mediatore è
incompatibile con l’esercizio di altre attività autonome o subordinate.
Il diritto alla provvigione matura con la conclusione dell’affare, indipendentemente dalla sua
esecuzione. La provvigione è di regola dovuta da entrambe le parti. Non ha diritto alla
provvigione il mediatore non iscritto negli appositi ruoli.
Il mediatore è responsabile verso le parti se omette di far conoscere le circostanze a lui note,
relative alla valutazione e alla sicurezza dell’affare. Egli è di regola estraneo all’esecuzione del
contratto, salvo diverso incarico da una delle parti. E’ infine responsabile ex lege per
l’esecuzione del contratto quando tace ad un contraente il nome dell’altro, anche quando dopo la
conclusione dell’affare il contraente occulto si manifesta all’altra parte.

Contratti Bancari
Con il contratto di conto corrente ordinario (artt. 1823-1833) le parti si obbligano ad
annotare in un conto i crediti derivanti da reciproche rimesse, considerandoli inesigibili ed
indisponibili fino alla chiusura del conto. Alla chiusura del conto il saldo, risultante dalla
compensazione globale di crediti e debiti annotati, diventa esigibile. Se il pagamento non è
richiesto, il saldo si considera come prima rimessa di un nuovo conto e il contratto si intende
rinnovato a tempo indeterminato.
Se non è diversamente pattuito sono inclusi nel conto tutti i crediti reciproci, esclusi quelli
non suscettibili di compensazione e, tra imprenditori, i crediti estranei alle rispettive imprese.
L’obbligo di annotazione può anche riguardare crediti verso terzi che, mediante inclusione nel
conto, vengono ceduti al ricevente. Tale inclusione si presume fatta salvo incasso. In mancanza
di riscossione il ricevente può agire per la riscossione o eliminare la partita dal conto.
I creditori dei correntisti non possono compiere atti conservativi od esecutivi sui singoli
crediti inclusi nel conto, ma solo sul saldo finale spettante al loro debitore.
Quando il contatto è a tempo indeterminato, ciascuna delle parti può recedere ad ogni
chiusura del conto, purché ne dia preavviso almeno 10 gg. prima. Sono cause legittime di recesso
interdizione, inabilitazione, insolvenza o morte di una delle parti.

Le imprese bancarie sono imprese commerciali la cui attività tipica consiste nella raccolta
del risparmio tra il pubblico e nell’esercizio del credito. Le operazioni di raccolta del risparmio si
definiscono operazioni passive, mentre quelle di concessione di credito da parte della banca sono
operazioni attive.
La L. 154/1992 ha introdotto una disciplina generale dei contratti bancari e assicurativi che
prevede una serie di obblighi di trasparenza. Le banche sono anzitutto tenute a rendere note al
pubblico le condizioni economiche delle operazioni e dei servizi offerti, mediante avvisi sintetici
affissi nei locali aperti al pubblico e fogli informativi analitici. I contratti devono essere redatti
per iscritto a pena di nullità, che può essere fatta valere solo dal cliente. E’ fissato anche il
contenuto minimo obbligatorio dei contratti. Per i contratti di durata sono regolate le modalità di
comunicazione delle variazioni sfavorevoli al cliente.

Il deposito bancario costituisce un tipo di deposito irregolare con il quale la banca acquista
la proprietà della somma ricevuta in deposito e si impegna a restituirla nella stessa specie
monetaria alla scadenza del termine convenuto (deposito vincolato) o a richiesta del depositante
(deposito libero), con o senza preavviso. Il tasso di interesse e le altre condizioni economiche
devono risultare dal contratto. In mancanza, la banca dovrà corrispondere il tasso nominale
massimo dei B.O.T. emessi nei dodici mesi precedenti.
Oltre che in conto corrente, i depositi bancari possono essere semplici e a risparmio. I
depositi semplici non possono essere alimentati da successivi versamenti e non prevedono la
possibilità di prelevamenti parziali prima della scadenza (es. certificati di deposito). I depositi a
risparmio danno invece al depositante la facoltà di effettuare successivi versamenti e
prelevamenti parziali, ma solo in contanti e, salvo patto contrario, solo presso la sede della banca
dove è stato costituito il rapporto. Il deposito a risparmio è comprovato dall’apposito libretto, le
cui annotazioni fanno piena prova nei rapporti tra banca e depositante. I libretti di deposito a
risparmio possono essere nominativi, nominativi pagabili al portatore e al portatore. Per tutti è
prevista una particolare procedura di ammortamento (L. 948/1951). E’ pacifico che libretti
nominativi e nominativi pagabili al portatore non sono titoli di credito. Si discute se lo siano
quelli al portatore.

L’apertura di credito (art. 1842) è il contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a
disposizione dell’altra parte una somma di denaro per un dato periodo di tempo o a tempo
indeterminato. L’apertura di credito differisce: dal mutuo (contratto reale) perché si perfeziona
indipendentemente dalla consegna del denaro; dalla promessa di mutuo in quanto la banca è
obbligata già con la stipula del contratto e non è necessaria un’ulteriore manifestazione di
volontà; dal mutuo consensuale, dato che all’obbligo della banca corrisponde un diritto
potestativo del cliente, che è libero di utilizzare o meno il credito concessogli. E il vantaggio del
contratto in esame è nel fatto che gli interessi sono dovuti non sul fido, ma sulle somme
effettivamente utilizzate.
L’apertura di credito può essere allo scoperto o assistita da garanzie, reali o personali. Le
garanzie si intendono date per tutta la durata dell’apertura di credito e dunque non si estinguono
nel momento in cui il cliente non dovesse essere debitore della banca.
Nell’apertura di credito a tempo determinato la banca può recedere anticipatamente solo per
giusta causa. Il recesso sospende immediatamente l’utilizzo del credito, ma la banca deve
concedere almeno 15 gg. per la restituzione delle somme. Nell’apertura a tempo indeterminato la
banca e il cliente possono recedere liberamente dal contratto, con un preavviso di 15 gg., ove non
sia fissato diversamente dai contratti o dagli usi. La normativa codicistica è ampiamente
derogata, tuttavia, dalle norme bancarie uniformi, che prevedono per entrambi i casi la possibilità
di recesso libero, anche con comunicazione verbale, con termine di 1 gg. per la restituzione delle
somme. Se il debitore è un consumatore il preavviso deve essere dato con lettera raccomandata e,
in caso di apertura di credito a tempo indeterminato si applica la disciplina codicistica.

L’anticipazione bancaria (art. 1846) è un’operazione di finanziamento garantita da pegno,


in cui la garanzia reale offerta alla banca è costituita esclusivamente da titoli o merci il cui valore
è facilmente accertabile e l’ammontare del credito concesso è proporzionale al valore della
garanzia, dedotta una percentuale (scarto). Tale collegamento funzionale permane anche durante
lo svolgimento del rapporto, in quanto, in deroga al principio dell’indivisibilità del pegno il
beneficiario dell’anticipazione può ritirare, anche prima della scadenza, parte dei titoli o delle
merci date in pegno in proporzione delle somme rimborsate, purché il credito residuo resti
sufficientemente garantito. La banca può ottenere un supplemento di garanzia se il valore delle
cose date in pegno diminuisce di 1/10 rispetto a quello iniziale.
L’anticipazione bancaria, che di solito è regolata in conto corrente, può essere propria o
impropria. L’anticipazione bancaria propria si ha quando merci o titoli sono costituiti in pegno
regolare. La banca non può perciò disporre delle cose ricevute in pegno e le dovrà restituire alla
scadenza, provvedendo alla custodia a spesa del cliente. Si ha invece anticipazione bancaria
impropria quando i titoli sono costituiti in pegno irregolare, non essendo stati individuati o
essendo stata conferita alla banca espressa facoltà di disporne. Quest’ultima forma non è più
prevista dalle n.b.u..

Lo sconto (art. 1858) è il contratto col quale la banca (scontante) anticipa al cliente
(scontatario) l’importo di un credito verso terzi non ancora scaduto, decurtato dell’interesse, e il
cliente cede alla banca, salvo buon fine, il credito stesso. La banca scontante può a sua volta
effettuare il risconto presso altra banca. Per legge il credito è ceduto alla banca salvo buon fine;
perciò lo scontatario resta obbligato al pagamento se non paga il debitore ceduto.
Diffuso è anche il forfaiting, sconto di crediti cambiari di regola a medio e lungo termine
che si caratterizza per l’assenza della clausola salvo buon fine e per il fatto che le cambiali sono
girate alla banca con la clausola “senza garanzia”, sicché nessuna azione è esercitabile contro lo
scontatario.

L’art. 1852 stabilisce che le operazioni bancarie possono essere regolate in conto corrente: il
correntista può disporre in qualsiasi momento delle somme risultanti a suo credito, salvo
l’osservanza del termine di preavviso eventualmente previsto. La banca apre un conto intestato al
cliente, nel quale vengono annotati versamenti e prelievi. Il cliente può disporre delle somme non
solo con prelevamento in contanti, ma anche mediante emissione di assegni bancari, rimesse,
bonifici, giroconti; può alimentare il conto anche versando assegni da riscuotere, se la banca li
accetta. La banca è inoltre tenuta a ricevere per conto del correntista i versamenti disposti da
terzi a favore dello stesso e ad eseguire incarichi di riscossione di crediti verso terzi.
Il contratto di conto corrente deve essere redatto per iscritto. Il titolare deve depositare la
propria firma (cd. specimen) per consentire alla banca di controllare l’autenticità della firma di
traenza degli assegni bancari e degli altri ordini ad essa indirizzati. La banca deve osservare la
diligenza del mandatario e risponde secondo le regole del mandato per l’esecuzione degli
incarichi.
Si distingue tra saldo contabile determinato dalle annotazioni in conto delle diverse
operazioni; saldo disponibile che indica l’ammontare giornaliero del credito di cui il cliente può
disporre e saldo per valute che rileva solo ai fini del calcolo degli interessi.
La valuta è la data convenzionale attribuita alle singole operazioni al fine del conteggio
degli interessi; essa di solito è differita di alcuni giorni per le operazioni passive e anticipata per
le attive. Per porre un freno agli abusi delle banche è stabilito per legge che i versamenti di
denaro, di assegni circolari emessi dalla stessa banca e di assegni bancari tratti sulla stessa
succursale devono essere conteggiati con la valuta dello stesso giorno.
Recentemente la Cassazione (sentenze 2374/1999 e 3096/1999) ha sancito la nullità della
clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi attivi (a favore della banca). Il legislatore è
intervenuto attribuendo al Cicr il potere di stabilire modalità e criteri per la produzione di
interessi, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni di conto corrente sia assicurata la stessa
periodicità nel conteggio degli interessi debitori e creditori. Oggi di fatto entrambi gli interessi
vengono, di regola, capitalizzati trimestralmente.
Il conto corrente bancario è di regola a tempo indeterminato e il correntista ha diritto di
ricevere, almeno una volta l’anno, l’estratto conto; può scegliere di riceverlo anche ogni 6 mesi,
3 mesi o mensilmente. Il cliente può proporre opposizione scritta entro 60 gg. dal ricevimento
dell’estratto conto; decorso tale termine lo stesso deve intendersi approvato.
Nel caso di conto cointestato, se la firma è disgiunta gli intestatari sono considerati, nei
confronti della banca, creditori in solido del saldo attivo debitori in solido del saldo passivo; se è
a firma congiunta, invece, gli atti di disposizione devono essere fatti da tutti i cointestatari,
mentre i versamenti possono essere fatti anche separatamente.
Se un soggetto ha più conti con la stessa banca, questi restano autonomi; tuttavia i relativi
saldi eventualmente di segno opposto si compensano reciprocamente.

La fideiussione omnibus è una garanzia personale generale, che assicura la banca per
l’adempimento di qualsiasi obbligazione, anche futura, assunta dal cliente garantito. La posizione
del fideiussore è perciò particolarmente gravosa, e il legislatore è intervenuto stabilendo che per
le obbligazioni future, quale tipicamente è la fideiussione omnibus, deve essere stabilito
l’importo massimo garantito.
In deroga a quanto stabilito per la fideiussione ordinaria, la fideiussione omnibus produce
effetti anche se l’obbligazione principale è dichiarata invalida, in quanto il fideiussore garantisce
comunque la restituzione delle somme erogate dalla banca. Inoltre, in deroga all’art. 1945, il
fideiussore omnibus è tenuto a pagare immediatamente alla banca, a semplice richiesta scritta,
restando così preclusa la possibilità di opporre eccezioni che spettano al debitore principale.
In caso di peggioramento delle condizioni patrimoniali del debitore, la banca non può
continuare a concedergli credito senza ottenere l’autorizzazione per iscritto del fideiussore.

Ispirato alla medesima finalità è il cd. pegno omnibus: i beni costituiti in pegno possono
essere utilizzati dalla banca a garanzia di tutti i crediti, presenti e futuri nei confronti del cliente.
Tale clausola è valida nei rapporti tra banca e cliente, ma non è opponibile agli altri creditori,
contrastando con l’esigenza della sufficiente indicazione del credito garantito dal pegno.

Col servizio delle cassette di sicurezza la banca mette a disposizione del cliente uno
scomparto metallico nei locali della banca, per riporvi oggetti, titoli o valori. La cassetta ha uno
sportello munito di doppia chiave: una è consegnata al cliente, l’altra è custodita dalla banca. La
cassetta può essere perciò aperta solo col concorso di entrambi, previa esibizione da parte del
cliente di apposito tesserino. La banca non può assistere alle operazioni di immissione e prelievo,
ma può solo chiedere la verifica del contenuto per ragioni di sicurezza. La banca risponde verso
l’utente per l’idoneità e la custodia dei locali e per l’integrità della cassetta, salvo il caso fortuito.
Sull’utente incombe l’onere di provare il valore del contenuto della cassetta. Sono state
dichiarate nulle dalla giurisprudenza le clausole volte a limitare il danno risarcibile o a obbligare
il cliente a non introdurre valori superiori a un importo stabilito.

Il leasing o locazione finanziaria è una tecnica contrattuale nata per consentire alle imprese
di disporre dei beni strumentali necessari per l’attività produttiva senza immobilizzare ingenti
capitali per l’acquisto. Il successo del leasing, anche per le agevolazioni fiscali di cui gode, ne ha
notevolmente ampliato l’ambito di utilizzazione.
Il leasing finanziario è concluso nell’ambito di un’operazione trilaterale alla quale
partecipano la società di leasing (concedente), l’impresa interessata all’utilizzo del bene
(utilizzatore) ed un’impresa che produce o distribuisce il bene stesso (fornitore). L’impresa di
leasing acquista dal fornitore il bene e lo cede in godimento all’utilizzatore, stipulando un
contratto, il contratto di leasing, appunto, che presenta i seguenti dati caratterizzanti: a) il
godimento è concesso per un periodo di tempo determinato; b) come corrispettivo del godimento
l’utilizzatore deve corrispondere un canone periodico; c) all’utilizzatore è riconosciuta la facoltà
di acquistare la proprietà del bene alla scadenza del contratto, pagando un prezzo predeterminato.
Il leasing si differenzia dalla locazione con patto di futuro acquisto della proprietà in quanto,
con apposite clausole, l’impresa di leasing pone a carico dell’utilizzatore tutti i rischi connessi al
godimento del bene: l’utilizzatore è tenuto a pagare i canoni pattuiti anche in caso di mancata o
ritardata consegna del bene da parte del fornitore; non può invocare la garanzia per vizi nei
confronti del concedente; è responsabile per la perdita o il perimento del bene anche se dovuto a
causa a lui non imputabile. Nei primi due casi all’utilizzatore è riconosciuto il diritto di esercitare
nei confronti del fornitore le azioni che spettano al concedente.
Il concedente ha diritto di chiedere la risoluzione del contratto anche in caso di mancato
pagamento di un solo canone, quale che ne sia l’ammontare e può trattenere integralmente i
canoni riscossi, salvo il risarcimento dei danni ulteriori. Tali ultime clausole derogano
vistosamente alla disciplina inderogabile della vendita con riserva di proprietà; parte della
dottrina e della giurisprudenza di merito contestano la validità della seconda. La Cassazione
distingue tra leasing tradizionale o di godimento (beni strumentali d’impresa) e leasing impuro o
traslativo (beni di consumo durevoli: nel primo caso l’impresa può trattenere tutti i canoni
riscossi ed esigere a titolo di risarcimento dei danni i canoni ulteriori e il prezzo di opzione; nel
secondo l’utilizzatore deve corrispondere solo un equo compenso per l’uso e il risarcimento dei
danni nella misura quantificata dal giudice.
Minori problemi solleva il leasing operativo o leasing diretto del produttore, nel quale i
beni sono concessi in godimento direttamente dal produttore, che si obbliga a fornire una serie di
servizi collaterali (assistenza, manutenzione ecc.). Tale forma di leasing ha in genere ad oggetto
beni quali fotocopiatrici, computer ecc.. Si ritiene che il contratto rientri nello schema della
locazione e resti assoggettato alla relativa disciplina inderogabile.
Nel lease-back o leasing di ritorno un imprenditore vende propri beni ad una società di
leasing che ne paga il prezzo e stipula col venditore un contratto di leasing avente ad oggetto gli
stessi beni. Si tratta di una forma alternativa di finanziamento della cui liceità si è dubitato, atteso
che è assimilabile alla vendita a scopo di garanzia, che secondo i più recenti orientamenti
giurisprudenziali ricade nel divieto di patto commissorio. Si è però convincentemente replicato
che il lease-back non è identificabile con la vendita a scopo di garanzia, perché nel primo manca
un credito preesistente e soprattutto perché il bene resta nella disponibilità del venditore. La
ragione del divieto del patto commissorio è di impedire che il debitore sia costretto a concedere
in garanzia beni di valore superiore al credito concessogli, mentre nel lease-back l’importo dei
canoni dovuti è di regola proporzionato al valore del bene trasferito. Il lease-back sarà pertanto
nullo solo qualora risulti una evidente sproporzione tra credito garantito e valore del bene
trasferito.

Il contratto di factoring, di origine statunitense, può essere definito come una cessione
globale id crediti pecuniari futuri, verso corrispettivo. Cessione che è assoggettata alla speciale
disciplina della L. 52/1991 quando ricorrono le seguenti condizioni: 1. il cedente è un
imprenditore; 2. i crediti ceduti sorgono da contratti stipulati nell’esercizio dell’attività di
impresa; 3. il cessionario è una banca o un intermediario finanziario.
La L. 52/2001 precisa che nell’accordo di factoring deve essere specificato il futuro debitore
ceduto e che la cessione può avere ad oggetto solo creditori che sorgeranno da contratti da
stipulare in un periodo non superiore a 24 mesi. L’accordo determina l’automatico trasferimento
dei crediti man mano che verranno ad esistenza. Il fornitore dovrà consegnare al factor i
documenti probatori dei crediti cedutigli e notificare al debitore l’intervenuta cessione delle
forme comuni. La cessione avviene di regola pro solvendo, e anzi il relativo importo, dedotta la
commissione del factor, è messo a disposizione del decente dopo l’incasso. Il cessionario può
tuttavia rinunciare, in tutto o in parte, alla garanzia della solvenza e assicurare il pagamento del
credito anche in caso di inadempimento del debitore; ed in tale evenienza il relativo importo è
messo a disposizione alcuni mesi dopo la scadenza. Il factor può anche concedere anticipazioni
sull’ammontare dei crediti, pro solvendo o pro soluto; nel primo caso, le somme devono essere
restituite qualora il debitore non paghi.

I caratteri essenziali della cartolarizzazione dei crediti possono essere così delineati (L.
130/1999): 1. la cessione a titolo oneroso di crediti pecuniari esistenti o futuri ad una società che
ha per oggetto esclusivo la realizzazione di operazioni di cartolarizzazione; 2. l’emissione da
parte di tale società di titoli di credito destinati a finanziare l’acquisto del portafoglio crediti
ceduto; 3. la destinazione esclusiva da parte della società cessionaria delle somme corrisposte dai
debitori ceduti al soddisfacimento dei diritti incorporati nei titoli emessi per finanziare l’acquisto
dei relativi crediti, nonché al pagamento dei costi dell’operazione.

Le carte di credito consentono al titolare di acquistare beni o servizi senza pagamento


immediato. Le carte di credito bilaterali sono rilasciate dalle stesse imprese fornitrici di beni o
servizi e consentono di effettuare acquisti in tutti i punti vendita dell’emittente, con differimento
del pagamento del prezzo. Le carte di credito trilaterali, di gran lunga più diffuse, sono invece
emesse da società specializzate che pagano ai fornitori quanto loro dovuto dai titolari della carta
e a scadenze periodiche si fanno rimborsare da questi ultimi quanto pagato ai primi per loro
conto. Per il servizio reso tali società percepiscono un compenso sia dagli esercizi convenzionati
che dai titolari della carta. Il meccanismo delle carte trilaterali è dunque reso possibile da una
serie di convenzioni che l’emittente stipula sia con i fornitori (convenzione di abbonamento) che
con gli utilizzatori della carta (convenzioni di rilascio) e riproduce, secondo l’opinione
preferibile, quello della delegazione di pagamento.

Costituisce credito al consumo la concessione, nell’esercizio di attività commerciale o


professionale, di credito sotto forma di dilazione di pagamento, di finanziamento o di altra
facilitazione finanziaria a favore di un consumatore, cioè di una persona fisica che agisce per
scopi estranei all’attività professionale o imprenditoriale eventualmente svolta.
Alle operazioni di credito al consumo si applica la disciplina generale in tema di trasparenza
delle operazioni bancarie e finanziarie. Deve inoltre essere indicato il tasso annuale effettivo
globale (Taeg) ed il relativo periodo di validità. Il contratto deve essere redatto per iscritto a pena
di nullità che può essere fatta valere solo dal cliente. Una copia deve essere consegnata al
consumatore. Il contratto deve sempre contenere una serie di indicazioni indicate dalla legge. Il
consumatore ha facoltà di adempiere anticipatamente ed in tal caso ha diritto ad un’equa
riduzione del costo complessivo del credito. In caso di inadempimento del fornitore, il
consumatore può agire contro il finanziatore, nei limiti del credito concessogli, quando
quest’ultimo ha l’esclusiva per la concessione del credito ai clienti del fornitore.

Costituiscono servizi di investimento le seguenti attività quando hanno ad oggetto strumenti


finanziari: 1. negoziazione per conto proprio; 2. negoziazione per conto terzi; 3. collocamento su
mercato; 4. gestione su base individuale di portafogli di investimento per conto terzi; 5. raccolta
e trasmissione di ordini e mediazione.
L’esercizio nei confronti del pubblico di tali servizi è riservato alle società di intermediazione
mobiliare (S.i.m.), alle banche ed alle imprese di investimento estere. Deroghe parziali sono
previste per intermediatori finanziari non bancari e società di gestione di risparmio, nonché, in
via transitoria, per società fiduciarie ed agenti di cambio.

Le società di intermediazione mobiliare devono essere costituite in S.p.A. con capitale


sociale determinato dalla Banca d’Italia. Ottenuta l’autorizzazione della Consob all’esercizio di
uno o più servizi di investimento, le S.i.m. sono iscritte in un apposito albo tenuto dalla stessa
Consob. Le S.i.m. sono inoltre soggette a revisione contabile obbligatoria e sottoposte alla
vigilanza della Consob e della Banca d’Italia. Come le banche, sono soggette ad amministrazione
straordinaria e liquidazione coatta amministrativa, con esclusione del fallimento.
Tutti i contratti relativi a servizi di investimento devono essere redatti per iscritto a pena di
nullità, che può essere fatta valere solo dal cliente. E’ altresì sancita la nullità relativa delle
clausole di rinvio agli usi per la determinazione del corrispettivo dovuto dal cliente e per ogni
altro onere a suo carico. In tali casi nulla è dovuto.
Gli strumenti finanziari e il denaro dei singoli clienti costituiscono patrimonio distinto da
quello dell’intermediario e degli altri clienti, sul quale non possono agire i creditori
dell’intermediario o dell’eventuale depositario. Le azioni dei creditori dei singoli clienti sono
ammesse nei limiti del patrimonio di loro proprietà. Salvo consenso scritto del cliente, l’impresa
di investimento non può utilizzare nell’interesse proprio o di altri il denaro o gli strumenti
finanziari dei clienti.
E’ venuto meno il principio secondo il quale le S.i.m. dovevano eseguire gli ordini di
acquisto e vendita dei clienti nei soli mercati regolamentati. S.i.m. ed altri soggetti autorizzati
devono, nell’offerta al pubblico di servizi fuori sede, avvalersi solo dell’opera di promotori
finanziari iscritti nell’apposito albo nazionale tenuto dalla Consob.
Con il contratto di gestione di portafogli di investimento il cliente affida all’intermediario
una determinata somma in denaro perché la investa in strumenti finanziari, che sono acquistati in
nome e per conto del cliente e detenuti in deposito regolare dall’intermediario o, previo consenso
scritto del cliente, in nome proprio e per conto del cliente. Gli strumenti sono poi gestiti
attraverso successive operazioni di investimento e disinvestimento tese ad incrementare il valore
del patrimonio. Il contratto deve essere redatto in forma scritta a pena di nullità e rispettare il
contenuto minimo stabilito dalla Consob. Se il contratto è concluso fuori sede o con tecniche di
comunicazione a distanza, acquista efficacia 7 gg. dopo la sottoscrizione e il cliente in tale
periodo può recedere liberamente. Il cliente può impartire istruzioni vincolanti e recedere dal
contratto in ogni momento.

Gli organismi di investimento collettivo del risparmio possono assumere nel nostro
ordinamento le forme dei fondi comuni e delle Sicav.
Nei fondi comuni di investimento gli investitori non diventano soci della società di gestione
che provvede all’investimento collettivo. Le somme versate dagli investitori e le attività in cui le
somme sono investite costituiscono infatti patrimonio autonomo (fondo comune) da quello della
società che lo amministra. I fondi comuni possono essere di tipo aperto o chiuso. Nei primi i
partecipanti possono ottenere in ogni momento il rimborso delle quote di partecipazione. Nei
secondi invece il diritto di rimborso è riconosciuto solo a scadenze predeterminate.
Le società di investimento a capitale variabile (Sicav) sono invece organismi di
investimento collettivo in forma di S.p.A., nei quali l’investimento da parte dei risparmiatori
avviene attraverso la sottoscrizione delle azioni emesse da tale società. Non si costituisce quindi
un patrimonio separato ed è lo stesso patrimonio della società, di cui gli investitori sono soci, ad
essere investito. La Sicav si differenzia da una comune S.p.A. per il fatto di essere a capitale
variabile: è possibile l’ingresso e l’uscita dei soci senza che le corrispondenti variazioni del
capitale sociale comportino una modifica dell’atto costitutivo.
L’appello al pubblico risparmio per sollecitare la sottoscrizione di prodotti finanziari di
nuove emissione (offerta pubblica di sottoscrizione) o l’acquisto di prodotti finanziari già emessi
(offerta pubblica di vendita) necessita di una specifica disciplina a tutela dei potenziali
investitori. La disciplina in esame, contenuta nel Tuf, non trova però applicazione quando
l’offerta è rivolta ai soli investitori professionali, o a un numero di soggetti non superiori a 200, o
l’ammontare complessivo non supera quello fissato dalla stessa Consob (attualmente 40.000
euro).
Coloro che intendono effettuare una sollecitazione all’investimento devono darne preventiva
comunicazione alla Consob, allegando un prospetto informativo destinato alla pubblicazione, che
deve contenere le informazioni necessarie affinché gli investitori possano pervenire ad una
fondata valutazione dell’offerta e della solidità della società che la propone. La pubblicazione del
prospetto deve essere autorizzata dalla Consob. Prima della pubblicazione è vietato raccogliere
adesioni o dare pubblicità all’offerta. Per l’offerta fuori sede vale anche in questo caso lo ius
poenitendi per l’investitore, entro 7 gg. dalla sottoscrizione.

I contratti di borsa sono contratti standardizzati che hanno di regola per oggetto il
trasferimento della proprietà di un determinato quantitativo di valori mobiliari individuati solo
nel genere, la cui esecuzione è differita ad una scadenza predeterminata. Si tratta di contratti
standardizzati: i tipi di contratti ammessi e i lotti minimi negoziabili sono stabiliti dal
regolamento del mercato. La negoziazione in borsa e negli altri mercati regolamentati è riservata
per legge a S.i.m., imprese di investimento estere autorizzate, banche italiane ed estere
autorizzate, agenti di cambio (fino all’esaurimento del relativo ruolo). Chi intende acquistare o
vendere titoli è tenuto a rivolgersi ad uno di tali operatori, conferendogli un apposito incarico
scritto (ordine di borsa).
L’esecuzione dei contratti avviene col sistema della stanza di compensazione: a scadenze
periodiche, gli organi della stanza provvedono la compensazione delle partite omogenee e
determinano il saldo di liquidazione per ciascun intermediario. Gli strumenti finanziari sono
trasferiti mediante semplici scritturazioni contabili sui conti degli intermediari aperti presso la
Monte Titoli. A loro volta gli intermediari annotano nei conti dei propri clienti gli strumenti
finanziari e i corrispettivi di loro competenza.
I contratti di borsa si distinguono in contratti a contanti o a termine. I primi devono essere
eseguiti entro 3 gg. dalla conclusione. Mentre per i titoli negoziati nel mercato ristretto sono stati
sempre consentiti solo contratti a contanti, per quelli quotati in borsa era in passato possibile
anche la stipulazione di contratti a termine. A partire dal febbraio 1996, con il completamento
del processo di informatizzazione delle negoziazioni, tutti i contratti di borsa devono essere
conclusi a contanti. Sopravvivono invece, anche se destinati a scomparire, i contratti a premio,
nei quali il compratore o il venditore si riserva, dietro corrispettivo, il diritto di non dare
esecuzione al contratto.
Il contratto future è un contratto uniforme a termine su strumenti finanziari, con il quale le
parti si obbligano a scambiarsi alla scadenza un certo quantitativo di attività finanziarie a prezzo
prestabilito; ovvero, nel caso di future su indici, a liquidarsi una somma in danaro pari alla
differenza fra il valore dell’indice di riferimento alla stipula del contratto e il valore dello stesso
indice alla scadenza.
Con il contratto di opzione, invece, una delle parti dietro pagamento di un corrispettivo
acquisisce la facoltà di acquistare (opzione call) o di vendere (opzione put) un certo quantitativo
di determinate attività finanziarie a un prezzo stabilito (prezzo di esercizio). Nel caso di opzioni
su indici di borsa, si acquista invece il diritto di ricevere una somma di denaro pari alla
differenza fra il prezzo di esercizio ed il valore dell’indice il giorno in cui l’opzione è esercitata o
alla scadenza. L’opzione sarà esercitata se l’ultimo valore è superiore al prezzo di esercizio;
altrimenti non verrà esercitata e si perderà il premio.
Il riporto (art. 1548) è il contratto con il quale il riportato trasferisce in proprietà al
riportatore titoli di credito di una data specie per un determinato prezzo. Nel contempo il
riportatore si obbliga a trasferire al riportato, ad una determinata scadenza, la proprietà di
altrettanti titoli della stessa specie, verso rimborso di un prezzo che può essere aumentato o
diminuito nella misura convenuta.
Il reato di aggiotaggio di borsa (art. 501 c.p.) consiste nella divulgazione di notizie false,
esagerate o tendenziose, ovvero l’utilizzazione di altri artifizi idonei ad alterare il regolare
andamento delle quotazioni di borsa.
L’insider trading (artt. 180-187 Tuf) consiste invece in operazioni speculative su valori
mobiliari poste in essere da chi, per la particolare posizione rivestita, è in possesso di
informazioni non ancora note alla massa degli investitori, che possono influenzare sensibilmente
il prezzo futuro dei titoli. Il divieto di tali operazioni, penalmente sanzionato, colpisce sia chi sia
in possesso di informazioni in ragione della propria appartenenza ad una società o all’esercizio di
una funzione (insiders), sia chi abbia ottenuto da questi ultimi informazioni privilegiate (tippees).

L’assicurazione (art. 1882) è il contratto con il quale l’assicuratore si obbliga, verso


pagamento di un premio, a rivalere l’assicurato, nei limiti convenuti, dal danno ad esso prodotto
da un sinistro (assicurazione contro i danni); oppure a pagare un capitale o una rendita al
verificarsi di un evento attinente alla vita umana (assicurazione sulla vita). L’aleatorietà del
contratto è temperata dalla possibilità per l’assicuratore, che assume professionalmente una gran
massa di rischi omogenei, di applicare la legge statistica dei grandi numeri per determinare la
probabilità media di verificarsi di un certo evento e conseguentemente di determinare il
corrispettivo.
L’attività assicurativa, per il suo rilievo economico e sociale, può essere assicurata solo da
S.p.A., Coop. a r.l. e società di mutua assicurazione. L’inizio dell’attività è subordinato
all’autorizzazione dell’Isvap. Le imprese di assicurazione sono soggette a liquidazione coatta
amministrativa con esclusione del fallimento; non possono svolgere altra attività né assumere
partecipazioni di controllo in società che svolgono attività diverse da quelle consentite.
L’assicurazione contro i danni è dominata dal principio indennitario: l’indennizzo dovuto
dall’assicuratore non può cioè superare il danno sofferto dall’assicurato. Tale principio non trova
applicazione, invece, per l’assicurazione sulla vita.
Il rischio è la possibilità che si verifichi un evento futuro e incerto. Il contratto di
assicurazione è nullo se il rischio non è mai esistito o ha cessato di esistere prima della
conclusione del contratto. Se il rischio cessa di esistere dopo la conclusione del contratto, questo
si scioglie e l’assicuratore ha diritto al pagamento dei premi finquando non venga a conoscenza
della cessazione del rischio e i premi relativi al periodo di assicurazione in corso gli sono dovuti
per l’intero.
In caso di dichiarazioni inesatte e reticenti dell’assicurato, che traggano in inganno
l’assicuratore sulla reale entità del rischio, se vi è stato dolo o colpa grave, l’assicuratore può
chiedere l’annullamento del contratto; in caso contrario può recedere. In entrambi i casi deve
dichiarare di volersi avvalere di tali forme di tutela entro 3 mesi dalla scoperta dell’inesattezza o
della reticenza.
In caso di diminuzione del rischio, l’assicuratore deve applicare il premio minore a partire
dalla scadenza successiva alla comunicazione da parte dell’assicurato; in alternativa può recedere
entro 2 mesi dalla comunicazione con effetto dopo un mese.
In caso di aggravamento rilevante del rischio, l’assicurato è obbligato a darne immediato
avviso all’assicuratore, che può recedere entro un mese.
L’assicuratore non è obbligato per i sinistri cagionati da dolo o, salvo patto contrario, colpa
grave del contraente, dell’assicurato o del beneficiario. Nell’assicurazione sulla vita è però
coperto, salvo patto contrario, il suicidio dell’assicurato che si verifichi dopo due anni dalla
stipulazione del contratto.
Il premio deve essere pagato anticipatamente ed è indivisibile, e cioè dovuto per l’intero
periodo in corso, anche se durante lo stesso resta sospesa o viene a cessare la garanzia
assicurativa. Se il premio non viene pagato alle scadenze convenute, l’assicurazione resta
sospesa (immediatamente se si tratta della prima rata, dopo 15 gg. per le rate successive) ed il
contratto si risolve di diritto se, nel termine di 6 mesi, l’assicuratore non agisce per la
riscossione. Resta in ogni caso fermo il diritto dell’assicuratore all’intero premio. Una diversa
disciplina è però dettata per l’assicurazione vita.
In deroga alla disciplina generale, la proposta scritta diretta all’assicuratore è irrevocabile per
15 gg. (30 gg. quando occorre visita medica), escluso il caso di assicurazione sulla vita per
periodo superiore a 6 mesi, nel quale la proposta è revocabile e il contraente può anche recedere
dal contratto entro 30 gg. dalla conclusione, con diritto al rimborso parziale del premio.
L’assicurazione può anche essere stipulata in nome proprio ma per conto altrui o per conto di
chi spetta. In entrambi i casi gli obblighi derivanti dal contratto devono essere adempiuti dal
contraente, salvo quelli che per loro natura non possono essere adempiuti che dall’assicurato. I
diritti derivanti dal contratto spettano invece all’assicurato. L’assicuratore può opporre
all’assicurato le eccezioni che avrebbe potuto opporre al contraente.
Il contratto di assicurazione è un contratto consensuale, ma deve essere provato per iscritto.
La riassicurazione è il contratto con il quale l’assicuratore si assicura contro il danno a lui
derivante dal verificarsi di un rischio assicurato. La riassicurazione è di regola stipulata in
abbonamento, prevedendo la riassicurazione di una percentuale di tutti i rischi previsti, ovvero di
quelli che eccedono una determinata forma. La riassicurazione non crea rapporti diretti tra
assicurato e riassicuratore. Alla massa degli assicurati è solo riconosciuto un privilegio speciale
collettivo sulle somme dovute dal riassicuratore al riassicurato.

L’associazione in partecipazione (art. 2549) è il contratto con il quale l’associante


attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari, verso
il corrispettivo di un determinato apporto, per lo più in denaro. Tale contratto determina un
cointeressamento dell’associato negli affari dell’associante, ma non dà vita alla formazione di un
patrimonio comune né ad attività economica giuridicamente comune, ma solo a rapporti interni
fra gli stessi. L’attività di impresa o l’affare dedotto in contratto è e resta imputabile al solo
associante, cui spettano in esclusiva la gestione dell’impresa o dell’affare. L’associato ha solo
diritto a rendiconto dell’affare compiuto o al rendiconto annuale se la gestione si protrae per più
di un anno, in modo da poter controllare la congruità degli utili riconosciutigli o delle perdite
addossategli. Se non è diversamente pattuito, la quota di utili o di perdite dell’associato è
proporzionale al valore dell’apporto; le perdite non possono però superare il valore dell’apporto.
Il contratto può essere stipulato con pluralità di associati. E’ però richiesto, salvo patto
contrario, il consenso dei precedenti associati.

I titoli di credito sono documenti destinati alla circolazione che attribuiscono il diritto ad una
determinata prestazione, che può consistere in una somma di denaro (titoli di credito in senso
stretto), in merci (titoli di credito rappresentativi di merci), o in una situazione giuridica
complessa, come ad es. le azioni di società (titoli di partecipazione).
L’incorporazione del diritto nel documento è caratteristica fondamentale dei titoli di credito
e si concretizza in quattro principi cardine: 1. autonomia del diritto: chi acquista la proprietà del
documento diventa titolare del diritto in esso menzionato, anche se ha acquistato il titolo a non
domino, purché sia in buona fede ed entri in possesso del titolo. 2. Letteralità ed autonomia in
sede di esercizio: il contenuto del diritto è determinato esclusivamente dal tenore letterale del
documento. Chi acquista un titolo di credito acquista un diritto autonomo dalla posizione del
dante causa; a lui sono opponibili solo le eccezioni (cd. eccezioni reali) tassativamente indicate
nell’art. 1993. 3. Legittimazione: chi ha conseguito il possesso materiale del titolo di credito
nelle forme prescritte dalla legge, è legittimato all’esercizio del diritto cartolare, senza essere
tenuto a provare l’acquisto della proprietà del titolo e la titolarità del diritto. 4. Vincoli: i vincoli
sul diritto menzionato in un titolo di credito devono essere effettuati sul titolo e non hanno effetto
se non risultano dal titolo.
La creazione o il rilascio di un titolo di credito trovano giustificazione in un preesistente
rapporto tra emittente e primo prenditore (rapporto fondamentale o causale) ed in un accordo
fra gli stessi con cui si conviene di fissare nel titolo di credito la prestazione dovuta
(convenzione di rilascio). La dichiarazione risultante dal titolo di credito costituisce il rapporto
cartolare ed il diritto dalla stessa riconosciuto al prenditore del titolo il diritto cartolare.
Se l’adempimento è richiesto dal primo prenditore, il debitore può opporgli tutte le eccezioni
derivanti dal rapporto fondamentale, trattandosi di eccezioni a lui personali (art. 1993). Se invece
l’adempimento è richiesto da un terzo, scattano a favore del terzo possessore i principi della
letteralità e dell’autonomia, del diritto cartolare: non sono opponibili le eccezioni derivanti dal
rapporto fondamentale.
Sono titoli di credito astratti quelli che possono essere emessi in base a qualsiasi rapporto
fondamentale e non contengono alcuna menzione del rapporto che ha dato luogo alla loro
emissione (es. cambiali). Sono invece titoli di credito causali quelli che possono essere emessi
solo in base ad un determinato tipo di rapporto fondamentale, predeterminato per legge (es.
azioni). Nei titoli astratti il contenuto del diritto cartolare è determinato esclusivamente dalla
lettera del titolo, mancando ogni riferimento al rapporto fondamentale che anche se apparisse è
per legge irrilevante. Questi titoli si definiscono titoli a letteralità piena. Nei titoli causali,
invece, il contenuto del diritto cartolare è determinato non solo dalla lettera del titolo, ma anche
dalla disciplina legale del rapporto obbligatorio. Tali titoli si definiscono perciò titoli a letteralità
incompleta. E’ comunque oggi pacifico, eccezion fatta per i titoli azionari, che anche ai titoli
causali è pienamente applicabile in sede di esercizio il principio dell’autonomia del diritto
cartolare.
Uno dei profili caratterizzanti la disciplina dei titoli di credito è la distinzione tra titolarità del
diritto cartolare e legittimazione all’esercizio dello stesso: titolare del diritto cartolare è il
proprietario del titolo; legittimato al suo esercizio è invece il possessore del titolo nelle forme
prescritte dalla legge (possessore qualificato).
Si ha circolazione regolare quando il titolo viene trasferito dall’attuale proprietario ad altro
soggetto in forza di un valido negozio di trasmissione. Ma il contratto con cui si trasferisce la
proprietà di un titolo si perfeziona col semplice consenso (contratto consensuale) o è necessaria
l’investitura nel possesso qualificato, mediante girata e consegna (contratto reale) ? La prima
soluzione, tuttora prevalente, è preferibile, dovendo trovare applicazione anche per i titoli di
credito il principio consensualistico fissato in via generale dall’art. 1376 per il trasferimento di
proprietà di una cosa materiale.
Si ha circolazione irregolare quando la circolazione non è sorretta da un valido negozio di
trasferimento. Chi ha perso il possesso del titolo contro la sua volontà potrà esercitare azione di
rivendicazione nei confronti del possessore. Inoltre, se si tratta di titoli all’ordine o nominativi,
potrà anche valersi della procedura di ammortamento. Se però il titolo perviene nelle mani di un
terzo di buona fede scatta a tutela di quest’ultimo il principio dell’autonomia in sede di
circolazione: non è infatti soggetto a rivendicazione.
In base alla legge di circolazione i titoli di credito si distinguono in titoli al portatore,
all’ordine e nominativi. Sono titoli al portatore i titoli che recano la clausola “al portatore”,
anche se contrassegnati da un nome. I titoli al portatore circolano mediante la semplice consegna
del titolo e il possessore è legittimato all’esercizio del diritto in essi menzionato in base alla sola
presentazione del titolo al debitore. L’emissione di titoli di credito al portatore è ammessa nei
soli casi previsti dalla legge: assegni bancari, libretti di deposito, azioni di risparmio,
obbligazioni di società, quote di partecipazione di fondi comuni, titoli del debito pubblico. Per le
norma antiriciclaggio il trasferimento di danaro e titoli al portatore di importo superiore a 20
milioni può essere eseguito solo da intermediari abilitati, tenuti ad identificare chi esegue il
trasferimento. Per i titoli al portatore non è, di regola, ammesso l’ammortamento.
I titoli all’ordine sono titoli intestati ad una persona determinata. Essi circolano mediante
consegna del titolo accompagnato dalla girata. Il possessore del titolo all’ordine si legittima
mediante una serie continua di girate. Sono titoli di credito all’ordine: la cambiale, l’assegno
bancario, l’assegno circolare, i titoli rappresentativi di merci. La girata è una dichiarazione
scritta sul titolo, di regola sul retro e sottoscritta, con la quale l’attuale possessore (girante)
ordina al debitore cartolare di adempiere nei confronti di altro soggetto (giratario). La girata può
essere piena o in bianco. E’ piena quando contiene il nome del giratario. E’ in bianco quando non
lo contiene e di regola è costituita dalla sola firma del girante. Chi riceve un titolo girato in
bianco può: riempire la girata col proprio nome o con quello di un terzo; girare di nuovo il titolo
in pieno o in bianco; trasmettere il titolo a un terzo senza girarlo, con la semplice consegna
manuale del titolo. La girata non può essere sottoposta a condizioni e qualsiasi condizione
apposta si ha per non scritta. E’ nulla la girata parziale. Effetto della girata è quello di mutare la
legittimazione all’esercizio del diritto cartolare. Il debitore è tenuto solo a controllare solo la
regolarità formale delle girate, ma non l’autenticità e la validità. Di regola la girata non ha
funzione di garanzia. Salvo diversa disposizione di legge (come per i titoli cambiari), o clausola
contraria risultante dal titolo, il girante non assume alcuna obbligazione cartolare.
I titoli nominativi sono titoli intestati ad una persona determinata per i quali l’intestazione
deve risultare non solo dal titolo, ma anche da un apposito registro tenuto dall’emittente (doppia
intestazione). Possono essere titoli nominativi le obbligazioni, le quote di partecipazione a fondi
comuni di investimento, i titoli del debito pubblico. Il trasferimento della legittimazione in questi
titoli può avvenire nelle forme del transfert (rilascio di nuovo documento dall’emittente) o della
girata (in questo caso non è però ammessa la girata in bianco e la girata deve essere datata ed
autenticata da un notaio o da un agente di cambio). Inoltre la girata del titolo nominativo non
attribuisce la legittimazione prima dell’annotazione del trasferimento nel registro dell’emittente.
Le eccezioni cartolari si distinguono in eccezioni reali, che sono opponibili a qualunque
portatore del titolo, ed eccezioni personali, opponibili solo ad un determinato portatore. Sono
eccezioni reali: 1. le eccezioni di forma; 2. le eccezioni fondate sul contesto letterale del titolo; 3.
la falsità della firma; 4. il difetto di capacità o di rappresentanza al momento dell’emissione del
titolo; 5. la mancanza delle condizioni necessarie per l’esercizio dell’azione.
Sono invece eccezioni personali: 1. le eccezioni derivanti dal rapporto fondamentale,
opponibili solo al primo prenditore; 2. le eccezioni fondate su altri rapporti personali con i
precedenti possessori, opponibili solo a colui che è stato parte del relativo rapporto; 3.
l’eccezione di difetto di titolarità del diritto cartolare, opponibile al possessore del titolo che non
ne ha acquistato la proprietà o la ha successivamente persa. Le prime due eccezioni personali
(cd. eccezioni personali fondate su rapporti personali) sono opponibili nei confronti di tutti i
successivi possessori in malafede o colpa grave; la terza (eccezione personale in senso stretto)
solo in caso di dolo dell’attuale possessore.

L’ammortamento è un procedimento volto ad ottenere la dichiarazione giudiziale che il


titolo originario non è più strumento di legittimazione (decreto di ammortamento). Chi ha
ottenuto l’ammortamento può infatti esigere il pagamento su presentazione del relativo decreto e,
se il titolo non è scaduto, ottenere dall’emittente un duplicato del titolo perduto. La procedura
inizia con la denunzia al debitore della perdita del titolo e con il contestuale ricorso al presidente
del tribunale del luogo in cui il titolo è pagabile. Il presidente del tribunale, premessi sommari
accertamenti, pronuncia con decreto l’ammortamento, che deve essere pubblicato nella G.U. e
notificato al debitore. Solo 30 gg. dopo la pubblicazione sulla G.U. il debitore può pagare
all’ammortante. Entro tale termine il terzo detentore del titolo può proporre opposizione ad
decreto di ammortamento, dinanzi allo stesso tribunale. Se non è stata proposta opposizione, il
decreto diviene esecutivo; restano però salve le ragioni del detentore verso chi ha ottenuto
l’ammortamento.
La procedura di ammortamento non è ammessa per i titoli al portatore, salvo libretti di
deposito e assegni bancari. Il possessore di un titolo al portatore che ne provi la distruzione ha
tuttavia diritto di ottenerne un duplicato. Nel caso di smarrimento o sottrazione, ha invece diritto
alla prestazione solo decorso il termine di prescrizione del titolo.

La cambiale è un titolo di credito la cui funzione tipica, anche se non esclusiva, è quella di
differire il pagamento di una somma di denaro attribuendo nel contempo al prenditore la
possibilità di monetizzare agevolmente il credito concesso, con il trasferimento del titolo.
Esistono due tipi di cambiale: la cambiale tratta e il pagherò cambiario o vaglia cambiario.
Nella cambiale tratta una persona (traente) ordina a un’altra persona (trattario) di pagare
una somma di danaro al portatore del titolo. La cambiale tratta ha perciò la struttura di un ordine
di pagamento: il traente dà l’ordine e per legge garantisce l’accettazione ed il pagamento del
titolo; il trattario è il destinatario dell’ordine di pagamento e diventa obbligato cambiario
principale solo in seguito all’accettazione; il prenditore che è il beneficiario dell’ordine di
pagamento.
Il pagherò cambiario o vaglia cambiario ha invece la struttura di una promessa di
pagamento: l’emittente promette il pagamento al prenditore.
Tutte le cambiali, tratte o pagherò che siano sono titoli: 1. all’ordine; 2. astratti; 3.
rigorosamente formali; 4. che possono incorporare una pluralità di obbligazioni; 5. esecutivi.
La cambiale è di consueto redatta su appositi moduli prestampati, predisposti
dall’amministrazione finanziaria, con i quali viene assolta l’imposta di bollo. Sono requisiti
formali essenziali della cambiale: 1. la denominazione di cambiale, vaglia cambiario o pagherò
cambiario; 2. l’ordine incondizionato nella cambiale tratta e la promessa incondizionata nel
vaglia cambiario di pagare una somma determinata (in caso di discordanza tra somma espressa in
cifre e in lettere, prevale la seconda; se la somma è scritta più volte in lettere o in cifre, prevale la
somma minore); 3. l’indicazione nella cambiale tratta del trattario (che può essere anche lo stesso
traente); 4. il nome del primo prenditore (nella cambiale tratta può essere lo stesso traente); 5. la
data di emissione della cambiale; 6. la sottoscrizione autografa del traente o dell’emittente.
Sono invece requisiti formali naturali della cambiale: 1. L’indicazione della scadenza (se è
omessa la cambiale si considera pagabile a vista; se è indicata, deve rientrare a pena di nullità in
uno dei quattro casi previsti dalla legge: a vista, a certo tempo vista, a certo tempo data, a giorno
fisso). 2. L’indicazione del luogo dove la cambiale è emessa (in mancanza, di considera
sottoscritta nel luogo indicato accanto al nome del traente o dell’emittente; mancando anche tale
ultima indicazione, la cambiale è nulla); 3. L’indicazione del luogo di pagamento (in mancanza
la cambiale tratta è pagabile nel luogo indicato accanto al nome del trattario, il vaglia cambiario
nel luogo di emissione. E’ possibile indicare come luogo di pagamento anche il domicilio di un
terzo. La domiciliazione della cambiale è propria se il pagamento deve essere effettuato dal terzo
quale rappresentante del trattario; è impropria se il pagamento deve essere effettuato presso il
terzo dallo stesso trattario o dall’emittente).
Non costituisce requisito di validità della cambiale il pagamento dell’imposta di bollo. La
mancanza o l’insufficienza originaria del bollo privano però la cambiale della qualità di titolo
esecutivo.

Non è necessario che tutti i requisiti siano presenti all’atto dell’emissione del titolo, ma è
sufficiente che la cambiale sia completa al momento in cui il portatore ne chiede il pagamento.
La cambiale che circola sprovvista di uno o più requisiti essenziali si chiama cambiale in
bianco. Di regola l’emissione della cambiale in bianco è accompagnata da un accordo di
riempimento. L’eccezione di abusivo riempimento non è opponibile al terzo possessore a meno
che questi abbia acquistato la cambiale in mala fede o abbia commesso colpa grave. Il portatore
decade dal diritto di riempire la cambiale in bianco dopo tre anni dal giorno dell’emissione del
titolo. Il riempimento tardivo non è però opponibile al terzo di buona fede.

L’assunzione di obbligazione cambiaria costituisce sempre atto eccedente l’ordinaria


amministrazione, anche se tale non è il relativo rapporto sottostante. Il rappresentante legale del
minore o dell’interdetto può assumere obbligazioni cambiarie in loro nome solo previa
autorizzazione del giudice tutelare, salvo che sia stato autorizzato alla continuazione di impresa
commerciale. Per l’inabilitato e il minore emancipato non autorizzato all’esercizio di impresa
commerciale è previsto che la loro firma sia accompagnata da quella del curatore con la clausola
“per assistenza” o altra equivalente. L’obbligazione cambiaria può anche essere assunta a mezzo
rappresentante, che deve far risultare tale sua qualità utilizzando la formula “per procura” o altra
equivalente.

L’invalidità della singola obbligazione cambiaria non incide sulla validità delle altre: se una
cambiale contiene firme di persone incapaci, false o di persone immaginarie, le obbligazioni
degli altri firmatari restano valide. Tutti gli obbligati cambiari sono obbligati in solido nei
confronti del portatore del titolo alla scadenza. Nei confronti di quest’ultimo, gli obbligati
cambiari si distinguono in obbligati diretti e obbligati di regresso. L’azione diretta nei
confronti dei primi non è subordinata a particolari formalità; l’azione di regresso nei confronti
dei secondi presuppone invece il verificarsi di determinate condizioni sostanziali (rifiuto
dell’accettazione o del pagamento) e formali (levata del protesto).
Sono obbligati diretti l’emittente, l’accettante e i loro avallanti. Sono obbligati di regresso il
traente, i giranti, i loro avallanti e l’accettante per intervento.
Nei rapporti interni gli obbligati cambiari sono disposti per gradi. Nella cambiale tratta
accettata, obbligato di primo grado è l’accettante, obbligato di secondo grado è il traente,
obbligato di terzo grado è il primo girante e seguono nell’ordine i successivi giranti. Nel vaglia
cambiario obbligato di primo grado è sempre l’emittente, seguono poi i giranti nell’ordine sopra
indicato. L’avallante assume invece un grado cambiario immediatamente successivo a quello
dell’obbligato per il quale l’avallo è stato dato ed identica regola vale per l’accettante per
intervento.
La graduazione delle obbligazioni cambiarie comporta che se paga l’obbligato di 1° grado,
tutti gli altri sono liberati non solo nei confronti del portatore, ma anche nei rapporti interni. Per
contro il pagamento effettuato da un obbligato di grado intermedio libera definitivamente solo
quelli di grado successivo, dato che il solvens ha azione cambiaria per il recupero dell’intera
somma pagata nei confronti degli obbligati di grado anteriore.

L’accettazione è la dichiarazione con la quale il trattario si obbliga a pagare la cambiale alla


scadenza. Prima dell’accettazione il portatore non ha alcuna azione, né cambiaria, né
extracambiaria, nei confronti del trattario, anche se questi è debitore verso il traente in base al
rapporto di provvista. L’emissione della tratta non comporta infatti cessione del credito di
provvista al prenditore.
Il traente può anche vietare che la cambiale sia presentata per l’accettazione, fermo restando
che anche la cambiale non accettabile deve essere presentata al trattario per l’incasso. La
presentazione per l’accettazione è tuttavia obbligatoria: a) nella cambiale a certo tempo vista,
dato che in tal caso è necessaria la presentazione per determinare la scadenza del titolo; b)
quando la presentazione per l’accettazione è prescritta dal traente o da un girante, con eventuale
fissazione del termine.
L’accettazione deve essere scritta sulla cambiale; è sufficiente la sottoscrizione del trattario
apposta sulla faccia anteriore della cambiale. L’accettazione deve essere incondizionata; può
però essere limitata ad una parte della somma, ed in tal caso il portatore potrà agire
anticipatamente contro gli obbligati di regresso per la parte residua.
Il rifiuto di accettazione della cambiale espone gli obbligati di regresso al pagamento prima
della scadenza (regresso per mancata accettazione). Per evitare questa conseguenza la legge
prevede l’istituto, in verità desueto, dell’accettazione per intervento. L’accettazione può essere
cioè fatta da un terzo. L’accettante per intervento non diventa in alcun caso obbligato principale.
Egli è tenuto nello stesso modo di colui per il quale interviene e, nel silenzio, l’accettazione si
reputa data per il traente.

L’emissione di una cambiale tratta non comporta la cessione del credito di provvista dal
traente verso il trattario e ciò rende la posizione del portatore insicura, soprattutto quando il
traente ha vietato l’accettazione. D’altro canto, l’eventuale cessione del credito di provvista offre
garanzia all’immediato prenditore, ma non opera automaticamente a favore dei successivi
giratari. Per ovviare a tali inconvenienti è stato introdotto l’istituto della cambiale tratta
garantita mediante cessione di credito derivante da forniture. Tale istituto consente di
realizzare un collegamento automatico fra circolazione del titolo e circolazione del credito di
provvista. La relativa clausola di cessione può però essere apposta solo nella tratta non
accettabile, o per l’eventualità che la tratta non venga accettata. La cessione può avere ad oggetto
solo un credito derivante da fornitura di merci e la clausola di cessione deve contenere, a pena di
nullità, la data e il numero della relativa fattura. La cessione può infine avvenire solo a favore di
una banca, ma giova a tutti i successivi giratari. La cessione diviene efficace con la notifica al
trattario.

L’avallo è una dichiarazione cambiaria con la quale l’avallante garantisce il pagamento della
cambiale per tutta o parte della somma. L’avallo deve risultare dal titolo; è sufficiente la
semplice sottoscrizione apposta sulla faccia anteriore del titolo, purché non si tratti della firma
del traente, del trattario o dell’emittente. L’avallo può essere dato per uno qualsiasi degli
obbligati cambiari e pertanto deve essere indicato per chi è dato; in mancanza di indicazione
l’avallo si intende dato ex lege per il traente o l’emittente. L’avallante è obbligato nello stesso
modo (diretto o di regresso) dell’avallato. Nei confronti del portatore del titolo l’avallante è
obbligato in solido con l’avallato e con gli altri obbligati cambiari; nei rapporti interni è invece
un obbligato di grado successivo rispetto all’avallato. Ha perciò azione cambiaria di rivalsa per
l’intero contro l’avallato e contro gli obbligati di grado anteriore.
L’obbligazione dell’avallante è autonoma, e pertanto è valida anche se l’obbligazione
garantita è nulla per qualsiasi altra causa che un vizio di forma. L’avallo si differenzia pertanto
dalla fideiussione, che è una garanzia accessoria. Non trovano pertanto applicazione nell’avallo
le norme che legittimano il fideiussore ad opporre al creditore tutte le eccezioni personali che
spettano al debitore principale.

La cambiale ipotecaria (art. 2381) è la cambiale garantita da ipoteca. L’ipoteca rilasciata a


garanzia di una determinata obbligazione cambiaria deve essere non solo iscritta nei registri
immobiliari, ma anche annotata sulla cambiale a cura del conservatore. In seguito
all’annotazione, l’ipoteca si trasferisce automaticamente con la girata, senza che sia necessario
annotare i successivi trapassi nei registri immobiliari. La cancellazione dell’ipoteca può essere
consentita anche prima del pagamento. In tal caso deve essere annotata anche sulla cambiale a
cura del conservatore e comporta la perdita del diritto di regresso nei confronti dei giranti
anteriori alla cancellazione.

La disciplina della circolazione della cambiale in larga parte coincide con quella dei titoli di
credito all’ordine in generale, con alcune peculiarità. Il trasferimento della cambiale mediante
girata può essere escluso dal traente o dall’emittente apponendo sul titolo la clausola “non
all’ordine” o altra equivalente. In tal caso la cambiale è trasferibile solo con una cessione
ordinaria, con la conseguenza che l’acquirente resta esposto a tutte le eccezioni opponibili ai
precedenti portatori.
La girata può essere fatta anche a favore del trattario o di uno qualsiasi degli obbligati
cambiari, senza che ciò comporti estinzione della relativa obbligazione per confusione (girata di
ritorno). Il giratario di ritorno, che può girare ulteriormente la cambiale, ha in tal caso azione
cambiaria solo contro l’obbligato diretto e coloro che hanno firmato prima di lui, non invece nei
confronti dei giratari intermedi, essendo a sua volta obbligato nei loro confronti.
Nella cambiale il girante risponde per legge, come obbligato di regresso, dell’accettazione e
del pagamento della cambiale. Può però esonerarsi con la clausola “senza garanzia” da ogni
responsabilità cambiaria per l’accettazione e/o per il pagamento.
La clausola “non all’ordine”, se apposta dal girante non impedisce l’ulteriore trasferimento
del titolo mediante girata, ma limita la responsabilità del girante all’immediato giratario.
La cambiale può essere girata anche dopo la scadenza. Tuttavia la girata effettuata dopo il
protesto per mancato pagamento o dopo la scadenza del termine per levarlo (girata tardiva)
produce solo gli effetti di una cessione ordinaria: il giratario non acquista cioè un diritto letterale
ed autonomo, pur restando dispensato dalla notifica al debitore.

Legittimato a chiedere il pagamento è il portatore della cambiale che giustifica il suo diritto
con una serie continua di girate. Le girate cancellate si hanno per non scritte. Chi paga alla
scadenza è tenuto a controllare solo la regolarità formale delle girate e la continuità delle stesse,
non l’autenticità della firma dei giranti e la validità sostanziale delle girate. Eseguiti tali controlli
ed identificato l’attuale possessore, il debitore è liberato anche se paga al non titolare, a meno
che da parte sua non vi sia stato dolo o colpa grave.
La cambiale deve essere presentata per il pagamento al trattario o all’emittente nel giorno
della scadenza o in uno dei due giorni feriali successivi (cambiale a giorno fisso o a certo tempo
vista o data) o entro un anno dalla data di emissione (cambiale a vista). L’omessa tempestiva
presentazione comporta la perdita dell’azione cambiaria nei confronti degli obbligati di regresso.
In deroga al diritto comune, il termine di scadenza della cambiale è termine essenziale non
solo per il creditore ma anche per il debitore cambiario. Il portatore della cambiale non è tenuto a
ricevere il pagamento prima della scadenza. Sempre in deroga al diritto comune, il portatore
della cambiale non può rifiutare un pagamento parziale.
Il pagamento per l’intero dà diritto alla restituzione del titolo, quietanzato dal portatore. In
caso di pagamento parziale, il debitore può esigere che ne sia fatta menzione sul titolo e gliene
sia data separata quietanza.
Il pagamento per intervento può essere effettuato, da un terzo o da persona già obbligata
cambiariamente (tranne l’accettante) per evitare che il portatore promuova azione cambiaria nei
confronti degli obbligati di regresso. Tale pagamento libera gli obbligati di grado successivo a
quello per il quale il pagamento è stato effettuato, mentre chi ha pagato acquisisce le azioni
cambiarie verso costui e gli obbligati di grado anteriore.

L’azione cambiaria diretta non è soggetta a particolari formalità, non è subordinata alla
levata del protesto e non è soggetta ad alcun termine di decadenza. Si prescrive in tre anni dalla
scadenza della cambiale.
L’azione cambiaria di regresso può essere esercitata alla scadenza, se il pagamento non ha
avuto luogo. Può inoltre essere esercitata anche prima della scadenza: 1. Se l’accettazione è stata
rifiutata; 2. in caso di fallimento o cessazione di pagamenti del trattario o dell’emittente, nonché
in caso di esecuzione infruttuosa sugli stessi; 3. in caso di fallimento del traente di una cambiale
non accettabile.
In caso di fallimento, per esercitare il regresso occorre produrre la sentenza
dichiarativa. Negli altri casi l’esercizio dell’azione è subordinato al protesto, che
deve essere elevato nei due giorni feriali successivi alla scadenza della cambiale (i
giorni di chiusura delle banche sono equiparati ai feriali). L’omessa levata del
protesto comporta la decadenza del portatore dalle azioni di regresso. Il portatore
può essere dispensato dal protesto, ma non dalla presentazione nei termini, con
apposita clausola (clausola “senza spese” o “senza protesto”).
Il portatore è inoltre tenuto a dare avviso della mancata accettazione o del
mancato pagamento al traente, al proprio girante e agli avallanti, nei 4 gg. feriali
successivi alla levata del protesto o al giorno della presentazione, se la cambiale è
“senza spese”. In mancanza il portatore non decade dal regresso, ma dovrà risarcire
gli eventuali danni, nei limiti dell’importo della cambiale. Anche l’onere di avviso è
derogabile (clausola “senza avviso”).
Gli obbligati cambiari, diretti e di regresso, sono tutti obbligati in solido nei
confronti del portatore, che può agire indifferentemente contro uno qualsiasi per
l’intera somma. Chi paga ha diritto alla consegna della cambiale col protesto e col
conto di ritorno quietanzato e può agire in regresso verso gli obbligati di grado
anteriore. Non ha invece azione cambiaria, neppure pro quota, nei confronti di
eventuali coobbligati di pari grado (es. coavallanti).
L’azione di regresso del portatore del titolo si prescrive in un anno dal protesto.
L’azione di regresso ulteriore del solvens in sei mesi dal pagamento. L’interruzione
della prescrizione opera solo nei confronti dell’obbligato cambiario rispetto al
quale è stato compiuto l’atto interruttivo.

Come anticipato, il protesto è l’atto autentico necessario per la conservazione


delle azioni di regresso, col quale si constata la mancata accettazione o il mancato
pagamento della cambiale da parte del trattario o dell’emittente.
Il protesto deve essere elevato contro i soggetti designati nella cambiale anche se
questi non sono presenti o il loro domicilio non è rintracciabile (cd. protesto al
vento). Sono abilitati alla levata notai, ufficiali giudiziari e loro aiutanti o, in
mancanza, i segretari comunali. Notai e ufficiali giudiziari possono valersi di
presentatori, nominati su loro indicazione dal presidente la Corte d’Appello. I
presentatori, anch’essi pubblici ufficiali, presentano il titolo e ne incassano
l’importo, o ne constatano il mancato pagamento. L’atto di protesto è invece
redatto successivamente dal notaio o dall’ufficiale giudiziario ed è sottoscritto
anche dal presentatore. Notaio e ufficiale giudiziario rispondono civilmente
dell’operato dei presentatori, in solido con questi ultimi.
Il protesto ha valore di atto pubblico e può essere annotato sulla cambiale o fatto
con atto separato. I protesti per mancato pagamento, a differenza di quelli per
mancata accettazione, sono soggetti a pubblicità legale nel “Registro informatico
dei protesti”. La registrazione di ciascun protesto è cancellata dopo cinque anni.
Tuttavia il debitore che paga la cambiale entro 12 mesi dalla levata del protesto
può ottenere l’immediata cancellazione del protesto, con istanza rivolta al
presidente della Camera di commercio. A seguito della cancellazione il protesto si
considera come mai avvenuto. Inoltre il debitore protestato che adempia alle
obbligazioni e non abbia subito ulteriori protesti può chiedere al presidente del
tribunale la riabilitazione, trascorso un anno dalla levata del protesto. Per effetto
della riabilitazione il protesto si ha per mai avvenuto e il debitore ha diritto alla
cancellazione definitiva dei dati relativi al protesto anche dagli elenchi dei
protesti.
L’illegittima levata del protesto può essere fonte di responsabilità per danni del
creditore richiedente o del pubblico ufficiale, per il discredito che arreca al
debitore.

La cambiale originariamente in regola col bollo vale come titolo esecutivo. Il


possessore della stessa può iniziare perciò la procedura esecutiva sui beni del
debitore senza doversi preventivamente munire di un provvedimento giudiziale di
condanna. L’esecuzione deve essere preceduta dalla notificazione del precetto, che
deve tra l’altro contenere la trascrizione integrale della cambiale o del protesto. Il
portatore della cambiale può anche valersi dell’ordinario procedimento di
cognizione, per ottenere una sentenza di condanna, o del procedimento monitorio,
per ottenere decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo.
Per realizzare il proprio credito il possessore della cambiale ha anche l’azione
causale, vale a dire l’azione relativa al rapporto di debito che ha dato adito
all’emissione del titolo. Per evitare una duplicazione di azioni in danno del
debitore, è però necessario per l’esercizio dell’azione causale che: a) siano stati
accertati col protesto la mancata accettazione o il mancato pagamento; b) il
portatore offra al debitore la restituzione della cambiale, depositandola in
cancelleria; c) il portatore abbia adempiute tutte le formalità necessarie per
conservare al debitore le azioni di regresso (es. levata tempestiva del protesto).
Qualora tutte le azioni cambiarie siano prescritte e il possessore del titolo non
abbia alcuna azione causale da porre in essere, è possibile esercitare l’azione di
ingiustificato arricchimento nei confronti del traente, dell’accettante o del girante
che si siano ingiustificatamente arricchiti in danno del portatore. L’azione si
prescrive in un anno dal giorno della perdita dell’azione cambiaria.

L’assegno bancario è un titolo di credito che contiene l’ordine incondizionato


diretto ad una banca di pagare a vista una somma determinata all’ordine di una
determinata persona o al portatore. Funzione tipica dell’assegno bancario è quella
di consentire l’utilizzazione di somme disponibili presso una banca per effettuare
pagamenti a terzi, evitando l’uso materiale del denaro.
L’assegno bancario è redatto dal traente su appositi moduli prestampati fornitigli
dalla banca (carnet di assegni) ed ha la stessa struttura della cambiale tratta, sulla
cui disciplina è modellato. Le principali differenze sono queste: 1. trattario può
essere solo una banca; 2. il rapporto di provvista tra traente e banca trattaria può
essere costituito solo da fondi disponibili presso la banca; 3. l’assegno bancario non
può essere accettato dalla banca trattaria; 4. l’assegno bancario è sempre pagabile
a vista, e deve essere presentato per il pagamento entro brevi termini; 5. l’assegno
bancario è assistito da una particolare disciplina sanzionatoria, di recente
depenalizzata, volta a reprimere l’emissione di assegni non autorizzati e di assegni
a vuoto.

L’esistenza presso la banca trattaria di fondi disponibili sufficienti e la convenzione


di assegno con la banca stessa costituiscono semplici requisiti di regolarità, la cui
mancanza espone a sanzioni amministrative, ma non comporta l’invalidità del titolo
né delle relative obbligazioni. Lo stesso dicasi per l’inosservanza delle norme sul
bollo, che ha come conseguenza che l’assegno perde la qualità di titolo esecutivo.
Sono invece requisiti di validità dell’assegno bancario: 1. la denominazione di
assegno bancario o cheque inserita nel contesto del titolo; 2. l’ordine
incondizionato di pagare una somma determinata; 3. l’indicazione della banca
trattaria; 4. l’indicazione del luogo di pagamento; 5. la data e il luogo di emissione
dell’assegno; 6. la sottoscrizione del traente.

La banca trattaria non può accettare l’assegno, dunque non assume alcun obbligo
cartolare nei confronti del portatore del titolo. Ma se l’assegno è regolare e
coperto, è quanto meno obbligata extracartolarmente verso il portatore a pagare
l’assegno ? E’ largamente prevalente la soluzione negativa: il rifiuto ingiustificato
espone la banca a responsabilità contrattuale nei confronti del traente, non del
prenditore.
La circolazione dell’assegno bancario segue regole analoghe a quelle dettate per la
cambiale, con l’unica differenza significativa che la girata al trattario vale come
quietanza ed estingue il titolo. Anche l’assegno bancario può essere garantito da
avallo, ma si tratta di istituto desueto data la breve vita del titolo. E’ precluso
l’avallo da parte della banca trattaria.
L’assegno deve essere presentato per il pagamento entro 8 gg. se è pagabile nello
stesso comune nel quale fu emesso; entro 15 gg. se è pagabile in altro comune.
L’omessa presentazione nei termini comporta la perdita dell’azione di regresso
contro i giranti e i loro avallanti, non però verso il traente. La banca è perciò libera
di pagare anche dopo la scadenza dei termini, salvo che abbia ricevuto l’ordine di
non pagare.
La banca è tenuta ad accertare la regolare continuità delle girate, ad identificare
colui che incassa ed a verificare che la firma del traente corrisponde allo speciman
depositato. Tali controlli sono necessari perché la banca non versi in colpa grave e
possa legittimamente addebitare al traente l’importo dell’assegno pagato.

In caso di mancato pagamento il portatore dell’assegno può agire in regresso contro


il traente, i giranti ed i loro avallanti. La disciplina è la medesima della cambiale,
con una significativa differenza: la presentazione del titolo alla banca trattaria nei
termini di legge e la contestazione del rifiuto di pagamento mediante protesto sono
necessarie solo per agire contro i giranti e i loro avallanti, non per l’azione di
regresso contro il traente e i suoi avallanti, fermo restando che il pagamento deve
essere preventivamente richiesto alla banca trattaria. L’azione di regresso del
portatore contro il traente, i giranti e gli altri obbligati si prescrive in 6 mesi dal
termine di presentazione. L’azione di ulteriore regresso dell’obbligato che ha
pagato l’assegno contro gli obbligati di grado anteriore si prescrive invece in sei
mesi dal giorno del pagamento.
L’assegno sbarrato è un assegno cui vengono apposte due rette parallele sulla
faccia anteriore. Lo sbarramento può essere generale (se tra le due barre non è
scritto nulla o è scritta la parola “banchiere”) o speciale (se è indicato un
banchiere, che può essere lo stesso trattario). Lo sbarramento non impedisce la
circolazione del titolo, che però può essere pagato solo ad un banchiere o ad un
cliente del trattario o, in caso di sbarramento speciale, solo al banchiere designato
o a suo cliente.
L’assegno da accreditare non può essere pagato per contanti, ma solo accreditato
in conto, giroconto o compensato con un controcredito della banca.
L’assegno non trasferibile può essere pagato solo all’immediato prenditore o
accreditato sul suo conto. La girata apposta si ha per non scritta e la cancellazione
della clausola per non avvenuta. La banca che paga un assegno non trasferibile a
persona diversa dall’originario prenditore, o dal banchiere giratario per l’incasso,
risponde del pagamento.
L’assegno turistico o traveller’s check si caratterizza per il fatto che il pagamento
è subordinato alla presenza sul titolo di una doppia firma conforme del prenditore:
la prima è apposta al momento del rilascio del titolo, la seconda al momento del
pagamento. Si tratta di un assegno bancario tratto da una banca su una propria
filiale o corrispondente estera e rilasciato al prenditore dietro contestuale
versamento dell’importo corrispondente in lire.

L’assegno circolare è un titolo di credito all’ordine che contiene la promessa


incondizionata della banca emittente di pagare a vista una somma di denaro. La sua
emissione avviene dietro versamento da parte del richiedente dell’importo
corrispondente. L’emissione di assegni circolari è consentita solo alle banche
autorizzate dalla Banca d’Italia, previa cauzione in titoli a garanzia dei medesimi e
solo per somme che siano presso di essa disponibili al momento dell’emissione. Non
è richiesta l’indicazione del luogo di pagamento, dato che l’assegno circolare è
pagabile presso tutti i recapiti della banca emittente. Il possessore deve presentare
l’assegno per il pagamento entro 30 gg., pena la decadenza delle azioni di regresso.
La prescrizione triennale dell’azione diretta contro la banca emittente decorre
dalla data di emissione.

Il fallimento è una procedura giudiziaria che mira a liquidare il patrimonio


dell’imprenditore insolvente, opportunamente reintegrato, e a ripartirne il ricavato
tra i creditori, seguendo criteri ispirati dal principio della parità di trattamento.
Sono dunque presupposti per la dichiarazione di fallimento la qualità di
imprenditore commerciale non piccolo del debitore e lo stato di insolvenza.
L’imprenditore versa in stato di insolvenza quando non è più in grado di soddisfare
regolarmente le proprie obbligazioni. Sono dunque indici dell’insolvenza: pagamenti
con mezzi anormali, fuga o latitanza dell’imprenditore, chiusura dei locali
dell’impresa, trafugamento dell’attivo e così via. E’ evidente che altro è
insolvenza, altro è inadempimento; quest’ultimo è solo un indice, peraltro non
necessario né sufficiente, dello stato di insolvenza.
Cessazione dell’attività di impresa o morte dell’imprenditore non impediscono la
dichiarazione di fallimento, che può però avvenire solo se non è trascorso più di un
anno da tali eventi.
Il fallimento può essere dichiarato su ricorso di uno o più creditori, dello stesso
debitore, del P.M. o d’ufficio dallo stesso tribunale. L’insufficienza delle prove
addotte dai creditori per dimostrare che ricorrono i presupposti del fallimento non
giustifica il rigetto della domanda, essendo il processo di fallimento a carattere
inquisitorio; il giudice non incontra perciò limitazioni processuali nell’acquisizione
delle relative prove. L’imprenditore che chiede il proprio fallimento deve
depositare le scritture contabili, il bilancio dei due anni precedenti, uno stato
particolareggiato ed estimativo delle proprie attività e l’elenco nominativo dei
creditori e dei rispettivi crediti. Il P.M. ha il potere-dovere di chiedere il fallimento
quando l’insolvenza risulti da fatti che configurano reati fallimentari. Il fallimento
è infine dichiarato d’ufficio quando nel corso di un giudizio civile risulta
l’insolvenza di un imprenditore che sia parte nello stesso. In tal caso il giudice ne
riferisce al tribunale competente per la dichiarazione di fallimento.
Competente per la dichiarazione di fallimento è il tribunale del luogo in cui
l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa. Il procedimento si svolge in
camera di consiglio e con rito sommario. Secondo il testo originario dell’art. 15 L.
fall. il tribunale aveva solo la facoltà, non l’obbligo, di sentire il debitore in camera
di consiglio. Sul punto è peraltro intervenuta nel 1970 la Corte Costituzionale
rendendo obbligatoria l’audizione dell’imprenditore al fine di consentirgli
l’esercizio del diritto di difesa. Tale diritto sussiste tuttavia nei limiti della natura
sommaria del procedimento camerale e delle esigenze di celerità della procedura
fallimentare.
Il tribunale può compiere d’ufficio tutte le indagini che ritiene opportune;
particolare rilievo assumono nella pratica le informazioni assunte tramite la P.G. e
la polizia tributaria.
Se il tribunale ritiene di non dover accogliere la domanda di fallimento, provvede
con decreto motivato, contro il quale è possibile proporre reclamo alla corte di
appello. Se il reclamo è accolto, la corte d’appello non può dichiarare il fallimento,
ma deve rimettere d’ufficio gli atti al tribunale per la relativa dichiarazione.
Il fallimento è dichiarato con sentenza, che contiene anche la nomina del giudice
delegato e del curatore, l’ordine al fallito di depositare scritture contabili e
bilancio entro 24 ore, i termini relativi al procedimento di accertamento dello stato
passivo. La sentenza deve essere comunicata per estratto al debitore, al curatore e
al creditore richiedente; essa è immediatamente esecutiva.

Possono proporre opposizione contro la dichiarazione di fallimento il fallito e


qualsiasi interessato (art .18 L.F.), escluso chi ha richiesto il fallimento.
L’opposizione, proposta dinanzi allo stesso tribunale che ha dichiarato il fallimento,
deve essere notificata al curatore e al creditore richiedente e non sospende
l’esecuzione della sentenza. Oggetto dell’opposizione sono gli eventuali vizi del
procedimento e la sussistenza dei presupposti del fallimento al momento della
relativa sentenza. Contro la sentenza che decide sull’opposizione può essere
proposto appello; contro la sentenza di appello può essere proposto ricorso per
Cassazione. Con il passaggio in giudicato della sentenza che revoca il fallimento
restano comunque salvi gli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi
fallimentari. All’ex fallito non resta che chiedere il risarcimento dei danni al
creditore istante, sempre che vi sia stata colpa di quest’ultimo. In tal caso anche le
spese di procedura e il compenso del curatore sono a carico del creditore.
Altrimenti, spese e compenso gravano sull’ex fallito, se all’origine della
dichiarazione di fallimento vi è stato un suo comportamento colposo. In caso
contrario, le sole spese della procedura (ma non il compenso) sono a carico dello
Stato.

Il tribunale fallimentare è investito dell’intera procedura; tutti i provvedimenti


sono adottati con decreto non soggetto a reclamo, ma solo a ricorso per Cassazione
ex art. 111 Cost. se incidono su diritti soggettivi. In deroga ai normali criteri di
competenza funzionale e per territorio, il tribunale fallimentare è inoltre
competente a decidere su tutte le controversie che derivano dal fallimento, anche
se relative a rapporti di lavoro (cd. vis actractiva), con l’unica eccezione delle
azioni reali immobiliari.

Il giudice delegato dirige le operazioni del fallimento e vigila sull’operato del


curatore. In particolare: 1. nomina il comitato dei creditori; 2. procede alla
formazione dello stato passivo e lo rende esecutivo con proprio decreto; 3.
autorizza il curatore a compiere gli atti di straordinaria amministrazione ed a stare
in giudizio, nominando direttamente gli avvocati; 4. decide sui reclami proposti
contro gli atti del curatore; 5. adotta i provvedimenti urgenti per la conservazione
del patrimonio, dispone la vendita dei beni mobili e provvede alla vendita degli
immobili. Contro i decreti del giudice delegato chiunque vi abbia interesse può
proporre reclamo dinanzi al tribunale fallimentare entro 3 gg. Il reclamo non
sospende l’esecuzione.

Il curatore è l’organo preposto all’amministrazione del patrimonio fallimentare,


sotto la direzione del giudice delegato. E’ pubblico ufficiale per quanto attiene
all’esercizio delle sue funzioni. Entro un mese dalla dichiarazione di fallimento, il
curatore deve presentare al giudice una relazione particolareggiata sulle cause del
dissesto e sulle eventuali responsabilità del fallito, indicando fra l’altro gli atti
dello stesso che intende impugnare (art. 33 L.F.).
Nell’amministrare il patrimonio fallimentare, il curatore necessita
dell’autorizzazione scritta del giudice delegato per gli atti di straordinaria
amministrazione e per stare in giudizio. Per alcuni atti, elencati nell’art. 35 L.F., il
giudice delegato nel dare l’autorizzazione deve sentire il comitato dei creditori e
possibilmente il fallito.
Il curatore deve esercitare personalmente le attribuzioni del proprio ufficio. La
delega ad altri è ammessa solo per singole operazioni e previa autorizzazione del
giudice delegato. Contro gli atti del curatore è ammesso reclamo al giudice
delegato. Il curatore può essere revocato in ogni tempo dal tribunale, anche
d’ufficio. Il curatore ha diritto a un compenso per l’attività svolta ed al rimborso
delle spese sostenute. Il compenso consiste in una percentuale dell’attivo realizzato
ed è liquidato dal tribunale con decreto.

Il comitato dei creditori è composto da tre o cinque membri, scelti tra i creditori e
nominato dal giudice delegato dopo l’approvazione dello stato passivo. Il suo parere
è consultivo in una serie di casi e vincolante in uno solo: quando deve essere decisa
la continuazione o la ripresa dell’esercizio dell’impresa del fallito. Il comitato ed
ogni suo membro possono sempre ispezionare le scritture contabili ed i documenti
del fallimento, nonché chiedere notizie e chiarimenti al curatore ed al fallito.

Effetti patrimoniali della dichiarazione di fallimento: il fallito perde


l’amministrazione e la disponibilità dei suoi beni, che passano al curatore. Lo
spossessamento colpisce tutti i beni e i diritti, eccezion fatta per quelli indicati
nell’art. 46 L.F. (beni e diritti di natura strettamente personale; assegni, stipendi,
pensioni e salari, nei limiti di quanto occorre per il mantenimento del fallito e della
famiglia; beni impignorabili per legge). Se proprietario della propria abitazione, il
fallito ha diritto a continuare ad abitarla fino alla vendita, nei limiti in cui è
necessario a lui e alla sua famiglia. Il fallito non perde la capacità di agire, né la
proprietà dei suoi beni finché non sono alienati a terzi dall’amministrazione
fallimentare. Gli atti posti in essere dal fallito sono però inefficaci rispetto alla
massa dei creditori se hanno per oggetto beni e diritti compresi nello
spossessamento. Parimenti inefficaci sono i pagamenti eseguiti e ricevuti dopo la
dichiarazione di fallimento. L’amministrazione fallimentare può decidere di
acquisire al fallimento quanto acquistato dal fallito dopo il fallimento, ma non
potrà disconoscere i corrispondenti debiti. Il fallito non può infine stare in giudizio
nelle cause relative a rapporti patrimoniali compresi nel fallimento. In suo luogo
starà in giudizio il curatore.

Effetti personali della dichiarazione di fallimento: Tutta la corrispondenza


diretta la fallito deve essere consegnata al curatore, che ha il diritto di trattenere
quella riguardante interessi patrimoniali deve conservare il segreto su quella
estranea a tali interessi. Il fallito inoltre non può allontanarsi dalla propria
residenza senza il permesso del giudice delegato e deve presentarsi agli organi della
procedura ogni qualvolta è chiamato. Queste limitazioni cessano automaticamente
con la chiusura del fallimento. Il fallito è iscritto nel registro dei falliti tenuto dalla
cancelleria del tribunale; perde l’elettorato attivo e passivo; è interdetto dai
pubblici uffici; non può essere amministratore o liquidatore di società, né iscritto
all’albo degli avvocati. Queste incapacità perdurano anche dopo la chiusura del
fallimento e cessano solo con la cancellazione dal registro dei falliti, che
presuppone la riabilitazione civile del fallito.

Il fallimento non fa venir meno le cause legittime di prelazione precedentemente


acquisite. I creditori privilegiati hanno diritto di prelazione sul ricavato della
vendita del bene oggetto della propria garanzia, per capitale, interessi e spese. Se
in tal modo non sono soddisfatti integralmente, per il residuo concorrono alla pari
con i creditori chirografari nella ripartizione di ciò che resta. I creditori chirografari
partecipano invece solo alla ripartizione dell’attivo fallimentare non gravato da
vincoli, in proporzione del loro credito.

Dai creditori concorsuali vanno poi distinti i creditori della massa, cioè coloro che
diventano creditori del fallito solo dopo la dichiarazione di fallimento, per atti
legalmente compiuti dagli organi fallimentari. Questi creditori devono essere
soddisfatti in prededuzione, vale a dire prima dei creditori concorsuali, per l’intero
e via via che il loro credito diviene esigibile.
Ogni credito, anche se munito di diritto di prelazione, deve essere accertato
giudizialmente nell’ambito del fallimento, secondo le norme fissate per la
formazione dello stato passivo. Dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna
azione esecutiva individuale può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel
fallimento.

Il divieto di azioni esecutive individuali subisce solo due eccezioni: 1. i creditori


garantiti da pegno o assistiti da privilegio speciale su mobili con diritto di
ritenzione possono essere autorizzati dal giudice delegato alla vendita dei beni
vincolati, una volta ammessi al passivo con prelazione; 2. le banche possono iniziare
o proseguire l’azione esecutiva individuale sugli immobili ipotecati a garanzia di
operazioni di credito fondiario, credito alle opere pubbliche e credito agrario.

L’apertura del concorso tra i creditori comporta la necessità della cd.


cristallizzazione della situazione debitoria del fallito. A tal fine tutti i debiti
pecuniari si considerano scaduti dalla data di dichiarazione del fallimento. A
concorso hanno diritto di partecipare anche coloro che vantano un credito
sottoposto a condizione o che può essere fatto valere verso il fallito solo dopo
l’escussione di altro obbligato principale. L’ammissione di tali creditori avviene
però con riserva.
La dichiarazione di fallimento sospende anche il corso degli interessi, convenzionali
e legali (cd. stabilizzazione dei crediti), ad eccezione dei crediti privilegiati, nei
limiti in cui gli interessi trovano capienza sul ricavato della vendita del bene
oggetto della garanzia. I crediti infruttiferi, per par condicio, subiscono una
proporzionale decurtazione.
La compensazione in sede fallimentare è ammessa anche se il credito verso il fallito
non è scaduto prima della dichiarazione di fallimento. Entrambi i crediti devono
però essere anteriori alla dichiarazione di fallimento. Per evitare possibili abusi, la
compensazione non ha però luogo se il credito verso il fallito è stato acquistato per
atto tra vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell’anno anteriore.

Spesso l’imprenditore, nel periodo antecedente alla dichiarazione di fallimento,


compie atti di disposizione che alterano l’integrità del proprio patrimonio ed
arrecano pregiudizio ai creditori. Intervenuto il fallimento sorge perciò l’esigenza
di tutelare la massa dei creditori contro tali atti, neutralizzando il pregiudizio loro
arrecato. Il problema in realtà non è esclusivo del fallimento e il legislatore lo ha
affrontato in via generale con l’azione revocatoria ordinaria (art. 2901). Il singolo
creditore può infatti ottenere dal giudice che siano dichiarati inefficaci nei suoi
confronti gli atti di disposizione con i quali il debitore reca pregiudizio alle sue
ragioni e così soddisfarsi sui relativi beni, come se gli stessi non fossero mai usciti
dal patrimonio del debitore. Tale azione non è però di agevole esercizio, in quanto
incombe sul creditore agente l’onere di provare l’eventus damni (impossibilità di
soddisfarsi sul residuo patrimonio) e il consilium fraudis del debitore e, se l’atto è a
titolo oneroso, anche del terzo).

L’azione revocatoria ordinaria è esercitabile anche in caso di fallimento, dal


curatore nell’interesse di tutti i creditori. In tal caso però essa concorre con la
azione revocatoria fallimentare. Il principio ispiratore della revocatoria
fallimentare è che tutti gli atti posti in essere dall’imprenditore in stato di
insolvenza si presumono pregiudizievoli per i creditori. Il curatore è perciò
dispensato dall’onere di provare l’eventus damni e il consilium fraudis. Presupposti
della revocatoria fallimentare sono infatti lo stato di insolvenza dell’imprenditore e
la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo. Ma vi è di più: gli atti
posti in essere dall’imprenditore in un certo periodo anteriore alla dichiarazione di
fallimento (uno o due anni a seconda dei casi) si presumono compiuti in stato di
insolvenza (cd. retrodatazione dell’insolvenza), sicché sarà il terzo a dover
dimostrare il contrario, e per alcuni atti è posta anche una presunzione relativa di
conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo. All’azione revocatoria
fallimentare è applicabile la prescrizione quinquennale prevista per la revocatoria
ordinaria. Il relativo termine comincia però a decorrere dalla data della
dichiarazione di fallimento e non da quella di compimento dell’atto, come per la
revocatoria ordinaria.

Vi è innanzitutto una categoria di atti soggetti a revocatoria di diritto, per il solo


fatto della sopravvenuta dichiarazione di fallimento: 1. atti a titolo gratuito
compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento; 2. pagamenti di
debiti che scadono nel giorno della dichiarazione di fallimento o successivamente,
anche se compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento. Per questi
atti il curatore non ha bisogno di agire in giudizio, in quanto il terzo è senz’altro
tenuto a restituire quanto ricevuto, indipendentemente dalla sussistenza dei
presupposti sopra indicati. Tutti gli altri atti sono revocabili in seguito ad azione
giudiziaria e si dividono in due categorie: quelli per i quali la conoscenza dello stato
di insolvenza di presume (atti anormali, caratterizzati da una notevole sproporzione
delle prestazioni, da mezzi anormali di pagamento, garanzie reali costituite
volontariamente per debiti preesistenti non scaduti, o anche scaduti, se la garanzia
è costituita nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento); quelli per i quali
dovrà essere invece il curatore a dimostrare la conoscenza dello stato di insolvenza,
e sempre che siano stati compiuti nell’anno anteriore alla dichiarazione di
fallimento (atti normali: pagamento di debiti liquidi ed esigibili effettuati con
mezzi normali, atti costitutivi di diritti di prelazione per debiti sorti
contestualmente, ogni altro atto a titolo oneroso).
Quando gli atti di disposizione sono posti in essere tra coniugi, la conoscenza dello
stato di insolvenza è sempre presunta e possono essere revocati tutti gli atti di
disposizione compiuti dall’inizio dell’esercizio dell’impresa al fallimento, senza
limiti temporali.

Quale è la sorte dei contratti che non hanno ancora avuto integrale esecuzione al
momento della dichiarazione di fallimento ? alcuni si sciolgono ex lege al momento
della dichiarazione di fallimento (contratti di borsa a termine, associazione in
partecipazione, appalto, conto corrente bancario). Altri invece continuano, in
quanto vantaggiosi per la massa dei creditori; sarà il curatore, che peraltro può
sempre recedere, a subentrare nel contratto (es. locazione di immobili,
assicurazione contro i danni, contratto di edizione, factoring ). Una terza categoria
di contratti resta sospesa e sarà il curatore, con l’autorizzazione del giudice
delegato, a decidere se sciogliere il contratto o continuarlo (es. vendita,
somministrazione, rapporto di lavoro subordinato, agenzia in caso di fallimento del
preponente).

Subito dopo la dichiarazione di fallimento il tribunale, sentito il curatore, può


disporre la continuazione temporanea dell’impresa quando dall’interruzione
improvvisa può derivare un danno grave ed irreparabile.
Dopo l’approvazione dello stato passivo il comitato dei creditori deve pronunciarsi
sull’opportunità di continuare (se già disposta la continuazione temporanea) o
riprendere l’esercizio dell’impresa. Se il parere è favorevole il tribunale può
disporre l’esercizio provvisorio dell’impresa. L’esercizio provvisorio deve essere
adottato con cautela in quanto, ovviamente, le obbligazioni relative sono
obbligazioni della massa e dunque vanno in prededuzione. Esso si giustifica solo se
volto alla migliore liquidazione del patrimonio del fallito, non se volto alla
conservazione dei posti di lavoro o a tentativi di risanamento.
La conservazione del complesso aziendale può essere realizzata anche attraverso
l’affitto d’azienda. In tal caso sarà ovviamente l’affittuario a gestire l’azienda e
ad assumersi in proprio le relative obbligazioni. All’affittuario è riconosciuto il
diritto di prelazione in caso di successiva vendita dell’azienda.

La procedura di accertamento del passivo si apre con la domanda di ammissione


dei creditori, a tal fine sollecitati dal curatore con apposito avviso. La domanda
deve specificare le eventuali ragioni di prelazione e deve essere accompagnata dai
documenti giustificativi del credito. Sulla base delle domande presentate, il giudice
delegato predispone uno stato passivo provvisorio, nel quale vengono indicati i
crediti ammessi (distinti in chirografari e privilegiati), quelli ammessi con riserva
(perché sottoposti a condizione o perché la documentazione non è completa), quelli
non ammessi. Lo stato passivo provvisorio viene depositato in cancelleria almeno 3
gg. prima dell’adunanza di verificazione, che può durare anche più udienze e nella
quale vengono esaminate le singole posizioni e ogni interessato può avanzare
osservazioni e contestazioni. In questa sede possono anche essere presentate nuove
domande di ammissione al passivo e possono essere esibiti ulteriori documenti.
Esaurite le operazioni di verifica, il giudice delegato forma lo stato passivo
definitivo, lo dichiara esecutivo con proprio decreto e lo deposita in cancelleria.
Sono ammesse anche domande di ammissione tardiva, fino all’esaurimento delle
ripartizioni dell’attivo fallimentare (art. 101 L.F.). Se il ritardo della domanda è
imputabile al creditore, questi sopporta tutte le spese conseguenti al ritardo e ha
diritto di partecipare solo alle ripartizioni dell’attivo successive all’ammissione,
salvi i diritti di prelazione. In caso contrario, il creditore è ammesso a prelevare
sull’attivo anche la parte che gli sarebbe spettata nelle ripartizioni precedenti.
Le opposizioni allo stato passivo (art. 98 L.F.) possono essere proposte dai
creditori al fine di ottenere l’ammissione del loro credito escluso, il riconoscimento
di una causa di prelazione disconosciuta dal giudice delegato, l’ammissione
definitiva in luogo di quella con riserva. Le impugnazioni dello stato passivo (art.
100 L.F.) possono invece essere proposte dai creditori ammessi e sono dirette ad
ottenere l’eliminazione dalla massa passiva di uno o più crediti o della relativa
causa di prelazione. Opposizioni e impugnazioni devono essere proposte con ricorso
al giudice delegato entro 15 gg. dalla ricezione della comunicazione dell’avvenuto
deposito dello stato passivo. Tutte le cause sono istruite congiuntamente dal
giudice delegato e decise dal tribunale fallimentare con unica sentenza, contro la
quale sono proponibili i normali gravami, con termini dimezzati rispetto a quelli
ordinari.

La procedura di liquidazione e ripartizione dell’attivo inizia dopo che lo stato


passivo è stato reso esecutivo. Le vendite di beni mobili e immobili si svolgono
secondo le norme che regolano le procedure esecutive individuali, con alcune
modifiche. Il giudice delegato ha ampia scelta sulle modalità e sui tempi della
vendita. Può anche disporre la vendita unitaria delle attività mobiliari o la vendita
in blocco dell’azienda. La vendita di beni immobili avviene di regola all’incanto;
può svolgersi senza incanto se ritenuta più conveniente. Le somme che si rendono
via via disponibili sono ripartite tra i creditori. Prima di procedere si deve
provvedere però al pagamento delle spese sostenute per la procedura e dei debiti
contratti dall’amministrazione del fallimento per l’eventuale continuazione
dell’esercizio dell’impresa. Quanto residua è destinato anzitutto al pagamento dei
creditori privilegiati, rispettando l’ordine dei privilegi. Ciò nei limiti del ricavato
della vendita dei beni su cui insiste il privilegio. L’ulteriore residuo è destinato
infine al pagamento dei creditori chirografari e dei creditori privilegiati, per la
parte del loro credito eventualmente rimasta insoddisfatta. Per le ripartizioni
parziali il curatore presenta ogni due mesi un progetto di ripartizione; il giudice
delegato stabilisce il piano di riparto e lo rende esecutivo. Le ripartizioni parziali
non possono superare il 90% dell’attivo; il residuo viene accantonato per eventuali
imprevisti.
Esaurita la liquidazione dell’attivo, il curatore rende il conto della sua gestione. Se
non sorgono contestazioni, il conto è approvato dal giudice in apposita udienza.
Altrimenti sulle contestazioni per le quali non si giunge in udienza ad un accordo, si
apre un regolar giudizio contenzioso davanti al tribunale fallimentare. Approvato il
conto, viene liquidato il compenso al curatore e si procede alla ripartizione finale
dell’attivo.

La procedura fallimentare si svolge con procedimento sommario quando


l’ammontare complessivo delle passività non supera L. 1.500.000: la nomina del
comitato dei creditori è facoltativa, può essere omessa l’apposizione dei sigilli e lo
stato passivo è formato d’ufficio dal giudice delegato, che decide anche sui reclami.
Tale istituto costituisce peraltro un relitto storico per il mancato adeguamento
dell’ammontare delle passività alla svalutazione monetaria.
La chiusura del fallimento si verifica per: a) mancata presentazione delle domande
di ammissione allo stato passivo; b) pagamento integrale dei creditori e delle spese;
c) ripartizione integrale dell’attivo; d) insufficienza dell’attivo.
La chiusura del fallimento è dichiarata su istanza del curatore, del fallito o
d’ufficio, con decreto motivato del tribunale, reclamabile entro 15 gg. dinanzi alla
corte d’appello. Con la chiusura cessano gli effetti patrimoniali del fallimento ed
anche le limitazioni della libertà del fallito. Permangono invece le incapacità
personali ricollegate all’iscrizione nel registro dei falliti. Tali effetti vengono meno
solo con la riabilitazione civile del fallito, concessa, su istanza del fallito o degli
eredi, quando siano passati 5 anni dalla chiusura del fallimento ed il fallito abbia
dato prove effettive e costanti di buona condotta. Può essere tuttavia concessa
anche prima quando il fallito ha pagato integralmente tutti i creditori ammessi nel
fallimento o ha adempiuto regolarmente il concordato fallimentare, purché la
percentuale stabilita per i creditori chirografari non sia inferiore al 25%.

E’ possibile la riapertura del fallimento, su richiesta del debitore o di qualsiasi


creditore, anche nuovo, purché: 1. non siano trascorsi 5 anni dal decreto di
chiusura; 2. nel patrimonio si rinvengono nuove attività che rendano utile la
riapertura o il fallito offra garanzie di pagare almeno il 10% ai creditori vecchi e
nuovi. La riapertura è rimessa in ogni caso alla valutazione discrezionale del
tribunale. Non è necessaria l’esistenza attuale dello stato di insolvenza.

Il concordato fallimentare consente all’imprenditore fallito di chiudere


definitivamente i debitori pregressi col pagamento integrale dei creditori
privilegiati e il pagamento in percentuale dei creditori chirografari, ottenendo nel
contempo la liberazione dei beni soggetti alla procedura fallimentare. Dopo
l’esecutività dello stato passivo, il fallito propone domanda di concordato
preventivo, con l’indicazione della percentuale offerta ai creditori chirografari, del
tempo del pagamento, delle garanzie offerte per il pagamento. La proposta può
prevedere il pagamento immediato ma in percentuale (concordato remissorio); il
pagamento differito ma dell’intero credito (concordato dilatorio); il pagamento in
percentuale e dilazionato (concordato misto).
La proposta di concordato è soggetta al preventivo esame del giudice delegato,
tenuto a chiedere il parere non vincolante del curatore e del comitato dei creditori.
Se ritiene la proposta conveniente, il giudice ne ordina la comunicazione ai
creditori e fissa un termine entro il quale essi possono far pervenire la loro
dichiarazione di dissenso. Per l’approvazione del concordato fallimentare è
necessario il consenso anche tacito della maggioranza numerica dei creditori
chirografari che rappresentino almeno i 2/3 dell’ammontare dei loro crediti.
Se il concordato è approvato si apre il giudizio di omologazione: il tribunale
controlla la legalità e la convenienza della proposta. Contro la sentenza che
omologa o respinge il concordato possono proporre appello gli opponenti e il fallito.
Con il passaggio in giudicato della sentenza si chiude il fallimento e il curatore deve
rendere il conto. Il concordato omologato è obbligatorio per tutti i creditori
anteriori al fallimento, anche se non hanno presentato domanda di ammissione al
passivo. Il concordato è eseguito dal fallito sotto la sorveglianza del giudice
delegato, del curatore e del comitato dei creditori. Gli effetti del concordato
possono cessare per risoluzione (se non vengono costituite le garanzie promesse o il
fallito non adempie alle scadenze convenute) o annullamento (se si scopre che il
passivo è stato dolosamente esagerato o l’attivo sottratto o dissimulato). Annullato
o risolto il concordato con sentenza del tribunale, si riapre automaticamente il
fallimento; tuttavia i creditori anteriori non devono restituire quanto già riscosso in
base al concordato e conservano le garanzie per le somme ancora dovute in base al
concordato stesso.

In caso di fallimento delle società, ogni volta che la legge richiede debba essere
sentito il fallito, saranno sentiti gli amministratori o i liquidatori. Nelle società di
capitali il curatore può esercitare, con l’autorizzazione del giudice delegato,
l’azione sociale di responsabilità.
Per i soci a responsabilità limitata, il fallimento della società comporta come unica
conseguenza che il giudice delegato può ingiungere loro di eseguire i conferimenti
ancora dovuti, anche se non scaduti. Nelle società lucrative con soci a responsabilità
illimitata, il fallimento della società produce invece anche l’automatico fallimento
di tali soci, senza che sia necessario accertare la loro personale insolvenza.
Falliscono perciò i soci (palesi od occulti) della S.n.c. ; gli accomandatari della
S.a.s. ; l’accomandante che ha violato il divieto di immistione.
E’ invece controverso il fallimento dell’unico azionista della S.p.a., dell’unico
quotista della S.r.l., degli accomandatari della sapa. La soluzione negativa è
prevalente per l’unico azionista e per l’unico quotista. per espressa scelta
legislativa, invece non falliscono in estensione i soci a responsabilità illimitata delle
società cooperative.

In caso di contestuale fallimento della società e dei soci, al primo partecipano solo i
creditori sociali; al secondo anche i creditori particolari dei singoli soci. Vengono
conseguentemente formati distinte masse passive ed attive. Il concordato
fallimentare della società ha, salvo patto contrario efficacia anche per i soci,
ciascuno dei quali può anche concludere un concordato particolare.

Il concordato preventivo (art. 160 l.f.) può essere attuato prima che sia dichiarato
il fallimento e serve per evitare lo stesso. Può essere ammesso a tale procedura
solo l’imprenditore che: 1. è iscritto nel registro delle imprese ed ha tenuto una
regolare contabilità da almeno un biennio; 2. nei cinque anni precedenti non è
stato dichiarato fallito o ammesso ad altra procedura di concordato preventivo; 3.
non è stato condannato per bancarotta, delitti contro il patrimonio, la fede
pubblica, l’economia pubblica, l’industria o il commercio.
Il debitore deve inoltre rispondere quantomeno ad una delle seguenti condizioni: a)
Offrire serie garanzie reali o personali di pagare per intero i creditori privilegiati
ed almeno il 40% ai creditori chirografari; b) Offrire la cessione di tutti i suoi beni
assoggettabili al fallimento, sempre che la loro valutazione faccia fondatamente
ritenere che i creditori privilegiati siano soddisfatti per intero e quelli chirografari
almeno al 40%.
Alla domanda devono essere allegati le scritture contabili, uno stato analitico delle
attività e l’elenco nominativo dei creditori, il tribunale svolge una prima indagine
volta ad accertare se ricorrono le condizione richieste dalla legge. Se
l’accertamento ha esito negativo il tribunale dichiara inammissibile il concordato e
con sentenza dichiara d’ufficio il fallimento. Se invece ritiene ammissibile la
proposta con decreto non impugnabile ammette il concordato preventivo , nomina il
giudice delegato e il commissario giudiziale, ordina la convocazione dei creditori
entro 30 giorni, fissa la somma necessaria per le spese della procedura che il
debitore deve versare entro 8 giorni.
A differenza che nel fallimento, il debitore conserva l’amministrazione dei suoi
beni e l’esercizio dell’impresa, sia pure sotto la vigilanza del commissario giudiziale
e la direzione del giudice delegato. L’autorizzazione di quest’ultimo è necessaria
per gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione.
Dalla data di presentazione del ricorso i creditori anteriori al decreto di ammissione
alla procedura non possono, a pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive
individuali.
Nel concordato preventivo manca l’accertamento dello stato passivo. Il commissario
giudiziale provvede perciò a convocare i creditori sulla base dell’elenco nominativo
approntato dal debitore, apportandovi le necessarie modifiche. Nel contempo il
commissario redige una relazione sulle cause del dissesto, sulla condotta del
debitore e sulla proposta del concordato. Diversamente che per il concordato
fallimentare, l’approvazione del concordato preventivo avviene in apposita
adunanza, presieduta dal giudice delegato, alla quale possono intervenire anche i
creditori non convocati provando in tale sede il loro credito. Anche per
l’approvazione del concordato preventivo è richiesta una doppia maggioranza: la
maggioranza dei creditori chirografari votanti che rappresentino i due terzi dei
crediti in chirografo ammessi al voto.
Se la proposta di concordato è respinta, il tribunale dichiara il fallimento. Se le
maggioranze sono invece raggiunte, si apre il giudizio di omologazione, analogo a
quello del concordato fallimentare.
Il concordato omologato viene eseguito sotto la sorveglianza del commissario
giudiziale e può essere risolto o annullato negli stessi casi previsti per il concordato
fallimentare.

L’amministrazione controllata è una procedura concorsuale la cui funzione è


quella di consentire all’imprenditore che si trova in una situazione di crisi
temporanea e reversibile di superare tale situazione attraverso il risanamento
dell’impresa. A tal fine l’imprenditore può chiedere ai creditori una sospensione dei
pagamenti fino a due anni, durante i quali continua l’attività sotto il controllo
dell’A.G.
Per l’ammissione all’amministrazione controllata sono richiesti i medesimi requisiti
di meritevolezza stabiliti per il concordato preventivo. Il presupposto oggettivo
invece non è lo stato di insolvenza, ma la temporanea difficoltà di adempiere le
proprie obbligazioni e la comprovata possibilità di risanare l’impresa.
Con la domanda di ammissione il debitore chiede al tribunale una dilazione dei
pagamenti per un periodo massimo di 2 anni, nonché il controllo della gestione
della sua impresa e dell’amministrazione dei suoi beni a tutela degli interessi dei
creditori. Il tribunale, valutato il ricorrere dei presupposti, si pronuncia con
decreto non reclamabile. In questo caso dunque il giudizio di meritevolezza di
svolge in sede di ammissione alla procedura, dato che manca la fase do
omologazione.
Se la domanda è accolta, con lo stesso decreto il tribunale: nomina il giudice
delegato e il commissario giudiziale; ordina la convocazione dei creditori per la
votazione, non oltre 30 gg.; fissa il termine, non superiore a 8 gg., per il deposito
della somma necessaria per lo svolgimento dell’intera procedura. L’approvazione
dei creditori è disciplinata con norme analoghe a quelle previste per il concordato
preventivo, ma per l’approvazione è sufficiente il voto favorevole della
maggioranza dei creditori chirografari che rappresentino la maggioranza dei crediti.
Come nel concordato preventivo: a) l’imprenditore conserva la gestione
dell’impresa e del proprio patrimonio, sotto la vigilanza del commissario giudiziale
e del giudice delegato, il quale deve autorizzare gli atti eccedenti l’ordinaria
amministrazione; b) i creditori anteriori all’inizio dell’amministrazione controllata
non possono iniziare o proseguire azioni esecutive.
Se al termine fissato o anche prima l’imprenditore dimostra di essere in grado di
soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni, il tribunale con decreto dichiara
cessata la procedura. Se invece, scaduto il termine, l’imprenditore non è in grado di
soddisfare le proprie obbligazioni, il tribunale dichiara il fallimento, salvo che
l’imprenditore non proponga un concordato preventivo.

La liquidazione coatta amministrativa è una procedura concorsuale a carattere


amministrativo cui sono soggette determinate categorie di imprese, per il rilievo
economico e sociale della loro attività: banche, società facenti parte di un gruppo
bancario, assicurazioni, cooperative e consorzi di cooperative, S.i.m., società di
gestione del risparmio, S.i.c.a.v., società di gestione accentrata di strumenti
finanziari, società fiduciarie e di revisione.
Fine dell’istituto è l’eliminazione dal mercato dell’impresa, che non è
necessariamente insolvente, attraverso un procedimento di liquidazione che
assicura anche il soddisfacimento dei creditori. La regola è che le imprese soggette
a liquidazione coatta amministrativa sono sottratte al fallimento. In alcuni casi (es.
cooperative) la legge ammette entrambe le procedure e risolve il possibile conflitto
tra le stesse col criterio della prevenzione: la dichiarazione di fallimento preclude
la liquidazione coatta e viceversa.
La liquidazione coatta è disposta con decreto dell’autorità governativa che ha la
vigilanza sull’impresa. Entro 10 gg. tale decreto viene pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale e iscritto nel registro delle imprese. Vengono anche nominati il
commissario liquidatore (tre commissari per imprese di una certa importanza) ed il
comitato di sorveglianza. Il primo è l’organo deputato a svolgere l’attività di
liquidazione, secondo le direttive dell’autorità. Il secondo, composto da 3 o 5
membri esperti del ramo, ha funzioni consultive e di controllo.
Resta invece di competenza esclusiva dell’A.G. l’accertamento dello stato di
insolvenza, che può essere richiesto di uno o più creditori per l’impresa non ancora
in liquidazione. La sentenza che accerta lo stato di insolvenza è comunicata
all’autorità governativa entro 3 gg., perché disponga la liquidazione, che costituisce
in questo caso atto dovuto. Se invece l’impresa è già in liquidazione coatta,
l’accertamento dello stato di insolvenza può essere chiesto al tribunale solo dal
commissario liquidatore o dal P.M.
Gli effetti del provvedimento di liquidazione coatta amministrativa sono in parte
diversi a seconda che sia stato accertato o meno lo stato di insolvenza. In entrambi i
casi trovano applicazione le norme in tema di effetti del fallimento sul patrimonio
del debitore (spossessamento), e se l’impresa è una società restano sospese le
funzioni degli organi sociali. Si applicano inoltre integralmente le norme che
regolano gli effetti del fallimento per i creditori e i rapporti giuridici in corso di
svolgimento. Solo se è stato accertato lo stato di insolvenza trovano invece
applicazione le norme sugli atti pregiudizievoli ai creditori e le sanzioni penali
previste per il fallimento. Si tenga infine presente che la liquidazione coatta
amministrativa di una società non si estende in alcun caso ai soci illimitatamente
responsabili della stessa.
La liquidazione coatta amministrativa si sviluppa, come il fallimento, attraverso le
fasi dell’accertamento dello stato passivo, della liquidazione dell’attivo e del
riparto del ricavato. Tutte queste fasi si svolgono però in sede amministrativa. Non
è necessaria una domanda di ammissione dei creditori e lo stato passivo è formato
d’ufficio dal commissario liquidatore sulla base delle scritture contabili, dei
documenti dell’impresa e delle eventuali istanze dei creditori, ai quali devono
essere comunicate le somme risultanti a credito. Il commissario liquidatore forma
lo stato passivo definitivo e lo deposita nella cancelleria del tribunale; col deposito
lo stato passivo diventa esecutivo. A questo punto è possibile la proposizione di
opposizioni e impugnazioni da parte dei creditori, da avanzare con ricorso al
presidente del tribunale.
Notevolmente più snella è anche la liquidazione dell’attivo, cui provvede il
commissario liquidatore, investito per legge di tutti i poteri necessari. Per la
ripartizione dell’attivo valgono regole analoghe a quelle del fallimento. Le
ripartizioni parziali sono però facoltative. Prima dell’ultimo riparto, il commissario
sottopone all’autorità amministrativa di vigilanza il bilancio finale, con il conto
della gestione e il piano di riparto. Entro 20 gg. dalla pubblicazione sulla G.U.
dell’avvenuto deposito presso la cancelleria del tribunale del bilancio finale,
possono essere mosse le eventuali contestazioni davanti al tribunale stesso. In
mancanza di contestazioni, bilancio finale e piano di riparto si intendono approvati.
La liquidazione coatta amministrativa può chiudersi anche mediante concordato. In
tal caso non è richiesta l’approvazione dei creditori e la proposta, presentata
dall’imprenditore previa autorizzazione dell’autorità di vigilanza, è infatti
approvata direttamente dal tribunale.

L’amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi, introdotta nel


1979 e radicalmente riformata nel 1999, ha finalità conservative del patrimonio
produttivo, mediante prosecuzione, riattivazione o riconversione delle attività
imprenditoriali. Tale procedura è riservata alle imprese commerciali soggette a
fallimento che: a) hanno un numero di dipendenti non inferiore a 200 da almeno un
anno; b) hanno debiti per un ammontare complessivo non inferiore a 2/3 dell’attivo
dello stato patrimoniale e dei ricavi dell’ultimo esercizio; c) sono in stato di
insolvenza; d) presentano concrete prospettive di recupero dell’equilibrio
economico.
La procedura è articolata in due fasi. Nella prima fase il tribunale accerta lo stato
di insolvenza e, in presenza dei primi due requisiti sopra indicati, deve astenersi dal
dichiarare il fallimento ed invece emettere sentenza dichiarativa dello stato di
insolvenza. La sentenza è comunicata entro 3 gg. al Ministro dell’industria. Il
tribunale nomina un giudice delegato e uno o tre commissari giudiziali, in
conformità delle indicazioni del Ministro, se pervenute.
L’imprenditore conserva l’amministrazione dei suoi beni e l’esercizio dell’impresa,
sotto la vigilanza del commissario giudiziale. I creditori non possono iniziare o
proseguire azioni esecutive individuali, né acquisire diritti di prelazione. Gli effetti
della dichiarazione dello stato di insolvenza si estendono ai soci illimitatamente
responsabili.
Il commissario giudiziale redige una relazione sull’esistenza delle concrete
prospettive di recupero dell’equilibrio economico dell’attività e la deposita in
cancelleria entro 30 gg. dalla dichiarazione dello stato di insolvenza. Entro 30 gg.
dal deposito, il tribunale, se ritiene che sussistono concrete prospettive di
risanamento, dichiara aperta la procedura di amministrazione straordinaria,
altrimenti dichiara il fallimento.
L’amministrazione straordinaria si svolge ad opera di uno o tre commissari
straordinari nominati dal Ministro dell’industria, che nomina anche un comitato di
sorveglianza composto da 3 o 5 membri, con funzioni consultive. Il commissario
straordinario entro 60 gg. predispone un programma per il recupero dell’equilibrio
economico delle attività imprenditoriali, optando per uno degli indirizzi alternativi
previsti per legge: programma di cessione dei complessi aziendali, da realizzare
entro un anno; programma di ristrutturazione, da attuare entro due anni. Col primo
si avvia anche una fase di liquidazione volta a soddisfare i creditori. Col secondo si
tende invece a risanare l’impresa e a mettere in condizione l’imprenditore,
successivamente, di soddisfare i creditori. L’esecuzione del programma è
autorizzata dal Ministero dell’industria, che può anche mutare indirizzo nel corso
della procedura.
L’amministrazione straordinaria termina per conversione in fallimento o per
chiusura della procedura. La prima può essere disposta nel corso della procedura
quando risulta che la stessa non può essere utilmente proseguita o al termine della
stessa, quando la cessione non sia avvenuta o l’imprenditore non abbia recuperato
la capacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. La seconda avviene
in caso di concordato, mancata presentazione di domande di ammissione al passivo,
recupero da parte dell’imprenditore della propria solvibilità, pagamento o
estinzione di tutti i debiti, ripartizione finale dell’attivo.