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Come ogni poema epico anche il Baldus parte con una invocazione alle Muse.

alle Muse. Ma non quelle classiche, che sono


"minchione", bens quelle maccheroniche, "pancifiche", che "vengano a imboccare di gnocchi il loro poeta e gli portino
cinque o magari otto catini di polenta" (I, 15).
La storia comincia con Baldovina, figlia del re di Francia, "un'altra Pallade quanto al senno, un'altra Venere quanto a
bellezza" (I, 92), la quale si innamora di Guidone, discendente di Rinaldo, eroe senza pari, cavaliere straordinario,
campione di giustizia, gloria del popolo di Francia. C' un torneo e Guidone ne vincitore assoluto. Ma innamoratosi a
sua volta perdutamente di Baldovina, Guidone "del tutto vittorioso peraltro non , bens vinto dall'amore, i ceppi ai piedi e
al collo e le manette alle mani..." (I, 372).
Insomma, i due son persi d'amore: "il cuore di Baldovina brucia nelle sue fornaci e certo non meno di lei va arrosto
Guidone dentro le sue budelle..." (I, 542).
Cosa fa Guidone? Quello che fece Sansone ("ubriaco") quando si innamor di Dalila, pi precisamente quando "fin
tosato dalla vile puttanella" (I, 573), che in maccheronico suona: "tandem imbriagum vilis putanella tosavit". Guidone cio
durante la notte rapisce Baldovina, se la carica in spalla "e non volle deporla mai pi dagli omeri robusti finch tutti e due
non furono usciti dai paesi di Francia" (I, 577).
Attenzione, lettore! Delle decine e decine di donne citate nel poema, Baldovina l'unica, assolutamente l'unica, che non
sia dal poeta apostrofata come troia o bagascia o scrofa o puttana o strega o porca...! L'accanimento misogino di
Folengo assoluto, totalizzante, imprescindibile, incrollabile, ubiquitario, tassativo. Ed , tuttavia, spassoso, sempre,
anche all'ennesima reiterazione.
Dunque, quella notte (e siamo al secondo canto) Guidone e Baldovina sono fuggiti. L'indomani, di prima mattina, la citt,
Parigi cio, si risveglia e tutti tornano ( uno dei passi famosi e bellissimi del poema) alle usuali occupazioni. "Com'
buona consuetudine ognuno riprende le proprie faccende: la campana richiama gli scolari allo studio dei libri, torna alla
Corte il cortigiano con la sua cavalla che cammina di buon passo, torna l'avvocato al palazzo assassino di giustizia; il
medico percorre la citt scrutando le orine e intanto il notaio si avvia e scrivere i suoi maccheronici verbali; ritornano ai
forni i fornai, i fabbri alle fucine e il barbiere ricomincia a molare i suoi rasoi..." (II, 6). un passo celebre, un esempio dei
tanti momenti di incantata poesia del lungo dispersivo poema quando, abbandonando i toni epici, o di parodia epica, il
poeta riscopre la sua vena pi autentica, ch' quella di cantore rusticano e realistico della vita quotidiana da strapaese.
Qui, in questo passo, vita cittadina, in altri momenti, i migliori, vita rustica di campagna e borgata: contadini, pastori,
massaie, animali, vicini di casa, preti frati e parrocchiani, ribaldi e signorotti, zotici e furbacchioni, bambini e casalinghe,
sacrestani e commercianti. Qui il passo breve, brevissimo, si torna subito all'azione, ma merita citarlo proprio perch
il primo incontrato finora fra tanti ed un assaggio della poetica pi autentica del Folengo, la poetica borghese,
rusticana, terragna, popolare.
Dunque Parigi si risveglia, il re scopre il rapimento della figlia, s'infiamma, minaccia vendetta, scatena inseguimenti,
promette taglie, ma Guidone ormai lontano e del re non ne sentiremo mai pi parlare.
Guidone andato a Mantova e da l alla vicina Cipada, un villaggio contadino che il centro focale dell'intero poema.
Perch Cipada? Perch , nella realt, il modesto e sconosciuto paese natale del Folengo, il quale, nella scanzonata
parodia epica del poema, si diletta nel farne una nuova omerica Ilio o una nuova dantesca Florenza, luogo di partenza e
d'incontro di tutte le vicende narrate e celebre patria dei protagonisti del lungo racconto. Raggiunge Cipada ramingo
povero e affamato e, per giunta, con la moglie incinta. Lo incontra, gli offre generosamente ospitalit nella propria
capanna, lo sfama, un umile, allegro, misero contadino di nome Berto Panada: "tutta la sua gioia e delizia, tutto il suo
passatempo, erano soltanto l'orto, nove pecore e sette caprette, un'unica mucca, un asino, un maiale, la gatta e qualche
gallina..." (II, 143).
bellissimo questo secondo canto del Baldus, tutto permeato di delicata poesia bucolica, le intime gioie dell'umilt e
della modestia, l'ospitalit, la generosit, l'accontentarsi di poco, il realismo delle piccole povert domestiche, la stanga
all'uscio, il treppiede, il focolare, lo sgabello, il paiolo, l'olio bollente, la vampa del fuoco e gli occhi annegati nelle lacrime
per il troppo fumo della cucina... Splendida la descrizione dell'umile, ma gustosissimo, pasto, in contrapposizione alla
descrizione del sontuoso banchetto del primo canto, alla corte del re di Parigi, ove Guidone aveva partecipato, assiso
accanto al re, come ospite d'onore vincitore del torneo.
L, alla corte di Parigi, "fegato avvolto nella reticella", lo "zenzero piccante sopra la gelatina" i "fagiani... cotti a puntino",
"la salsa di mandorle" e lo "stufato di carne grassa" e i "capponi lessati" spruzzati "con gocce d'acqua di rose e con
zucchero in polvere" (I, 414-429). E qui, nella capanna di Cipada, "sei uova bianche di cui tre una gallina le aveva cagate
poco prima: ne mette tre sulla cenere, da bere sudate, tre le prepara per fare una frittatina...". Poi da un catino, "a cui la
gatta fa sempre la posta per agguantare la preda" ecco "abbrancato" qualche "pesciolino, sia lasche sia vaironi.. nati dal
Mincio che gira attorno alla citt di Mantova"... Ed ecco che l'ex figlia di re, Baldovina, "si leva i guanti dalle nivee mani e
rovescia le maniche sulle braccia ben candide e tornite, piglia un coltello, disquama i pesci, getta via le porcherie e cava
la pelle ai ranocchi come se gli tirasse via le braghesse..." (II, 198) e, sempre Baldovina, "guarda di sottecchi il marito"
Guidone e "dimenticando ogni affanno prorompe in una risata senza freno... tenendosi a freno la milza al vedere quanto
sia maldestro quel grand'uomo", campione di spada e di lancia, "a maneggiare una padella di cucina mentre il fumo... e il
fuoco lo costringono a piangere i suoi peccati..." (II, 215).
il canto della vita rustica, della pace e della serenit bucolica, questo secondo canto del poema, dove Berto Panada,
l'uomo pi buono e generoso al mondo, offre ospitalit, soccorso e conforto a questi suoi nuovi amici e dichiara con
gioia: "mangio un capo d'aglio, uno solo, molto pi in pace di quanto i papi e gli altri grandi signori mangino mille
guazzetti..." (II, 319).
Riprende l'azione: gi l'indomani quel campione d'eroismo che Guidone sente l'impellente bisogno d'andarsene in
Terra Santa e parte e scompare di scena (ricomparir, in una breve significativa apparizione, molti, molti canti pi in l,
trasformatosi in un santo eremita) mentre, quello stesso giorno, Baldovina, rimasta sola in casa, col marito ormai partito
e Berto fuori, a lavorare i campi, partorisce un bel bambino di nome Baldo. Sola, con "le doglie che all'improvviso
abbrancano le sue viscere", dolorante per "le trafitture che Baldo, non ancora nato, comincia a infliggere da ogni parte",
Baldovina si lamenta e chiede aiuto, "per inutilmente, perch soltanto la gatta poteva risponderle gnao..." (II, 453).
Rientra Berto, stanco del lavoro, si scopre "zio" d'un bel maschietto e subito con allegria si dispone a "far da comare" per
la puerpera e "da balia per il puttino" e "lavatesi le mani sporche di letame si avvia verso la stalla: tira fuori una capra
prendendola per le corna, fa in modo che allarghi le gambe di dietro, munge le mammelle gonfie e riempie di latte fresco
una ciotola pulita, dentro vi affetta un pezzo di pane... poi cuoce delle uova... appena raccolte... e cos rinfranca la
puerpera riempiendo le sue vene vuote di sangue e finalmente restituisce le forze alle sue ossa" (II, 487-497).
Si conclude qui il secondo canto, uno dei pi belli di tutto il libro, bello e rappresentativo insieme delle due facce di
questo curioso poema, da una parte l'epica smargiassona ed eroicomica alla "Baldo fulmine di battaglia", dall'altra la
poetica lirico-realistico-rusticana alla Berto Panada che "lavatesi le mani sporche di letame" munge la capretta per
rinfrancare la puerpera

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