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Ma vedi l un'anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: 60 quella ne 'nsegner la via pi tosta.

Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa 63 e nel mover de li occhi onesta e tarda! Ella non ci dicea alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando 66 a guisa di leon quando si posa. Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; 69 e quella non rispuose al suo dimando,

Ma vedi l un'anima che stata posta sola e che guarda verso di noi: ella ti insegner la via pi breve. Ci avvicinammo a lei: o anima lombarda, come stavi altera e disdegnosa nel tuo guardare lento! Ella non ci parlava, ci lasciava proseguire, seguendoci con lo sguardo a guisa di leone che riposa. Anche Virgilio le si avvicin, pregandola di indicarci la migliore salita; e quella non rispose alla sua domanda, ma ci chiese del nostro paese e della nostra vita, e il maestro cominci (pronunciando il nome della citt natale) Mantova..., e l'ombra, chiusa in se stessa fino a quel momento, si alz verso di lui dal luogo dove prima stava, dicendo: O Mantovano, io son Sordello della tua terra!; e si abbracciarono. Sordello da Goito, nato da famiglia nobile verso il 1200, fu giullare prima e poi uomo d'armi alla corte di Azzo VII d'Este; peregrin prima nelle corti di Provenza e poi lasci l'Italia, viaggiando nel mondo, sempre come uomo di corte. Al seguito di Carlo d'Angi nella spedizione in Italia, cade prigioniero prima di giungere nel Regno di Napoli, dove Carlo d'Angi sconfisse re Manfredi. Trovatore, uomo d'armi, signore di parecchi castelli, Sordello da Goito compose canzoni d'amore. Tra le sue poesie rest famoso "Il Pianto". Ahi serva Italia, albergo di dolore, nave senza nocchiero in gran tempesta, non pi Signora, esemplare di intere nazioni, ma bordello! Quell'anima gentile fu cos pronta a far festa al suo concittadino, solo al nome della sua terra; e in te, Italia, si dilaniano fra loro i cittadini di una stessa citt, chiusa da fossi e da muri, con i suoi abitanti sempre rissosi e discordi. Qui il riferimento va anche agli uomini della Terra, "cittadini di una stessa citt" divisi in nazioni da confini e barriere, e che da fratelli sono divenuti nemici.

ma di nostro paese e de la vita ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava 72 Manta..., e l'ombra, tutta in s romita,

surse ver' lui del loco ove pria stava, dicendo: O Mantoano, io son Sordello 75 de la tua terra!; e l'un l'altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, 78 non donna di province, ma bordello! Quell'anima gentil fu cos presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, 81 di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode 84 di quei ch'un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, 87 s'alcuna parte in te di pace gode. Che val perch ti racconciasse il freno Iustinano, se la sella vota? 90 Sanz'esso fora la vergogna meno. Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, 93 se bene intendi ci che Dio ti nota, guarda come esta fiera fatta fella per non esser corretta da li sproni, 96 poi che ponesti mano a la predella. O Alberto tedesco ch'abbandoni costei ch' fatta indomita e selvaggia, 99 e dovresti inforcar li suoi arcioni,

Cerca, o sventurata, le tue regioni marittime lungo le coste e considera lo stato delle regioni continentali, per vedere se in una qualunque parte vi sia pace. A che vale, o Iustiniano, riaccomodare il freno, se il trono vacante? Senza le leggi romane, la vergogna sarebbe minore. Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar sedere un Cesare sulla tua sella, se bene intendi ci che Dio ti indica, guarda come la fiera Italia divenuta riottosa, perch non corretta dagli sproni, da quando ponesti mano tu alla briglia, o gente incapace. O tedesco Alberto d'Asburgo, che abbandonasti l'Italia, ora divenuta indomita e selvaggia, mentre tu avresti dovuto inforcare gli arcioni, giusto giudizio venga dalle stelle per la tua trascuratezza e cada sul tuo sangue, talmente che il tuo successore ne abbia timore e insegnamento! Tu e tuo padre avete permesso che l'Italia, "il bel giardino dell'Impero" rimanga privo di ogni bene, bellezza e virt. Vieni a veder l'Italia, la famiglia dei Montecchi, dei Cappelletti, dei Monaldi, dei Filippeschi, uomo senza cura (vieni a visitare l'inselvatichito giardino dell'Impero): alcune di queste famiglie sono gi scomparse nelle guerre civili ed altre temono di subire la stessa sorte! Vieni, o crudele, a vedere l'oppressione prodotta dai nobili feudatari e cura le loro magagne; vedrai la contea di Santafiora com' decaduta! Vieni (Imperatore senza corona) a vedere la tua Roma che piange per la tua trascuratezza, e che vedova sola, giorno e notte ti chiama: Cesare mio, perch non mi accompagni? Vieni a vedere la gente quanto si ama! e se nulla di noi piet ti muove, vieni a vergognarti della cattiva fama che ti sei acquistato presso gli italiani. E se lecito mi , o sommo Giove che fosti in terra per noi crocifisso, son forse gli occhi tuoi

giusto giudicio da le stelle caggia sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, 102 tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, per cupidigia di cost distretti, 105 che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 108 color gi tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; 111 e vedrai Santafior com' oscura! Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e d e notte chiama: 114 Cesare mio, perch non m'accompagne? Vieni a veder la gente quanto s'ama! e se nulla di noi piet ti move, 117 a vergognar ti vien de la tua fama. E se licito m', o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso,

120 son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? O preparazion che ne l'abisso del tuo consiglio fai per alcun bene 123 in tutto de l'accorger nostro scisso?

rivolti altrove? Oppure Tu permetti tanto male, in previsione di un bene concepito negli abissi dei Cieli e che l'intelligenza umana, col suo misero intuito, non raggiunge? Poich le citt d'Italia son tutte piene di tiranni, e un Marcello diventa ogni villano che parteggiando per un partito sale (su un seggio di capo senza esserne degno). Firenze mia, puoi essere ben contenta (dice sarcasticamente) perch tutti questi mali non ti toccano, grazie al popolo tuo che a far bene s'ingegna. Molti uomini hanno giustizia in cuore e tardi scocca per non giungere all'arco senza consiglio, ma il popolo tuo l'ha al sommo della bocca. Molti uomini rifiutano il comune incarico; ma il popolo tuo risponde sollecito senza essere chiamato, e grida: Io mi sobbarco! Or ti fa lieta, perch ne hai motivo: tu ricca, tu con pace, tu con senno! Se dico il vero, l'apparenza non lo nasconde. Atene e Sparta, che pure ebbero savie leggi, fecero ben poco in confronto a te, o Firenze, che fai tanto sottili provvedimenti, che a met novembre non giunge quello che tu inizi in ottobre. Quante volte, nel tempo che rimembra legge, moneta, ufficio e costume tu hai mutato e rinnovate le tue membra! Se tu ricordi e vedi bene, vedrai te somigliante a quell'inferma, che non pu trovare posa in su le piume, ma si volta e rivolta, volgendosi ora su l'uno, ora su l'altro fianco, per fare schermo al dolore. qui presente il riferimento al genere umano costretto al dolore.

Ch le citt d'Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa 126 ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, 129 merc del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a l'arco; 132 ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde 135 sanza chiamare, e grida: I' mi sobbarco! Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace, e tu con senno! 138 S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. Atene e Lacedemona, che fenno l'antiche leggi e furon s civili, 141 fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch'a mezzo novembre 144 non giugne quel che tu d'ottobre fili. Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume 147 hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non pu trovar posa in su le piume, 151 ma con dar volta suo dolore scherma.

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