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Hermann Hesse

Amicizia

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Hermann Hesse

Amicizia

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La bassa sala dell'osteria era piena di fumo, di odor di birra, di polvere e frastuono. Un paio di matricole si scambiavano colpi di spada e tracciavano mulinelli nel fumo denso del tabacco, un ubriaco stava seduto sul pavimento e biascicava una canzone insensata, all'estremit del tavolo alcuni studenti pi anziani giocavano a dadi. Hans Calwer fece un cenno al suo amico Erwin Mhletal e si avvi alla porta. Ehi, gi via?, grid uno dei giocatori. Hans si limit ad annuire e se ne and, seguito da Mhletal. Li accolse, sull'ampia e vuota piazza del mercato, l'aria fredda della notte invernale e la luce azzurra delle stelle. Con un respiro di sollievo, e aprendo il cappotto che si era appena abbottonato, Hans prese la via di casa. Il suo amico lo segu per un tratto in silenzio, accompagnava Calwer a casa quasi ogni sera. Ma alla seconda strada si ferm. Bene, disse, buonanotte. Vado a letto. Buonanotte, disse Hans brevemente, e prosegu per la sua strada. Ma dopo pochi passi torn indietro e chiam l'amico. Erwin!

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S? Faccio un pezzo di strada con te. D'accordo. Per vado a letto, son gi mezzo addormentato. Hans torn indietro e prese Erwin a braccetto. Ma non lo condusse a casa, bens gi al fiume, passando per il ponte e il lungo viale di platani, ed Erwin lo segu senza protestare. Allora, cosa c'? chiese infine. Sono veramente stanco. Ah, s? Anch'io, ma in un altro modo. Cio? Insomma, questo l'ultimo mercoled che vengo alla taverna. Sei pazzo. No, tu lo sei, se questa storia ti diverte ancora. Cantare a squarciagola, ubriacarsi a comando, ascoltare discorsi idioti e farsi ghignare in faccia e battere sulle spalle da una ventina di imbecilli: non ci sto pi. Ci sono entrato a suo tempo, come tutti, in un momento d'entusiasmo. Ma ne esco a mente lucida, e per buoni motivi. E gi da domani. S, ma ... deciso e basta. Tu sei l'unico a saperlo in anticipo; sei anche l'unico al quale importi qualcosa. Non volevo chiederti consigli. Allora non te ne dar. Quindi te ne vai. La cosa non passer senza qualche scalpore. Forse no. Forse. Beh, affar tuo. Non mi sorprende molto, non facevi che brontolare, e da noi le cose vanno cos e cos. Solo che altrove non vanno affatto meglio, sai. Oppure, per cambiare un po', vuoi entrare in una corporazione goliardica? No. Pensi forse che me ne vada oggi per entrare domani da qualche altra parte? Allora potrei restare, no? Associazione di studenti o corporazione goliardica o societ di connazionali, l'una vale l'altra. Voglio esser padrone di me, e non pi il

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burattino di tre dozzine di consoci. Tutto qui. Gi, tutto qui. Veramente dovrei sconsigliarti, ma con te se ne perde l'abitudine. Se fra tre settimane te ne pentirai ... Devi veramente avere sonno. Quindi va' a letto e scusa se ti ho rubato del tempo prezioso con simili sciocchezze. Buonanotte, io passeggio un altro po'. , Erwin gli corse dietro spaventato e un po' irritato. E davvero difficile parlar con te. Se non posso dir niente, perch mi comunichi una cosa del genere? Ah, pensavo che forse ti sarebbe interessata. Buon Dio, Hans, sii ragionevole! Che senso ha accapigliarci tra noi? Non mi hai capito. Ancora! Sii ragionevole! Dici quattro parole, e non appena ti rispondo, ecco che non ti ho capito! Adesso di' chiaramente cosa volevi! Informarti che domani mi dimetto dall'associazione. E poi? Il poi affar tuo. Erwin cominciava a capire. Ah, cos?, disse con calma forzata. Domani ti dimetti, dopo averci pensato su tutto il tempo che occorreva, e pensi che io debba correrti dietro a gambe levate. Ma sai, la cosiddetta tirannia dell'associazione non mi opprime poi tanto, e l ci sono persone che per il momento sono abbastanza buone per me. Tutto il rispetto per l'amicizia, ma il tuo cagnolino non voglio esserlo. Sta bene. Come ho detto, mi spiace di averti disturbato. Salve. Si allontan lentamente, con un passo nervoso, artificiosamente leggero, che Erwin ben conosceva. Lo segu con lo sguardo, inizialmente con l'intenzione di richiamarlo, ma la cosa diventava ogni momento pi difficile. Allora se ne and! Va' pure, va' pure!, brontolava a mezza voce, e segu Hans

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con lo sguardo sino a che questi non scomparve nell'oscurit della notte e nel riflesso azzurrino della neve. Allora si volse e ripercorse lentamente tutto il viale e le scale del ponte, dirigendosi verso casa. Gi gli dispiaceva, e il suo cuore senza lasciarsi fuorviare batteva ancora dietro il vecchio amico che si allontanava. Allo stesso tempo per pensava alle ultime settimane, e a come Hans si era fatto sempre pi difficile da contentare, sempre pi superbo e imperioso. E adesso con due parole voleva indurlo a un passo importante, cos come ai tempi della scuola lo aveva adibito senz'altro, e senza neanche chiedere il suo parere, a complice delle sue marachelle. No, questo era troppo. Faceva bene a lasciar perdere Hans, forse sarebbe stata la sua salvezza. Adesso gli sembrava di essere stato, lungo il corso di tutta la loro amicizia, sempre quello tollerato, sfruttato, subalterno; anche i compagni dell'associazione lo avevano spesso preso in giro per questo. Affrett il passo, spronato da un fittizio senso di trionfo, sentendosi coraggioso e deciso. Rapido apr il portone, sal le scale ed entr nella sua stanzetta, dove si coric al buio. Dalla finestra vedeva il campanile della collegiata entro un'azzurra corona di stelle, nella stufa ardeva stancamente una brace tardiva. Erwin non poteva dormire. Rabbiosamente cercava un ricordo dietro l'altro che si adattasse alla ribellione del suo animo. Install dentro di s un avvocato che doveva dar ragione a lui e condannare Hans, e l'avvocato aveva raccolto molto materiale. A volte l'avvocato non andava troppo per il sottile, metteva in campo persino i soprannomi e le parole ingiuriose che talvolta i compagni dell'associazione avevano appioppato ad Hans,e ripeteva gli argomenti di ore di collera precedenti, di cui Erwin poi si era sempre vergognato. Un po' si vergognava anche adesso, e a volte interrompeva l'avvocato, quando questo diventava maligno. Ma alla fine che

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senso aveva usare ancora dei riguardi e pesare le parole? Amareggiato e rabbioso trasformava l'immagine della sua amicizia sino a farle assumere l'aspetto di una violenza, di cui Hans si era reso colpevole nei suoi confronti. Si stupiva della folla di ricordi che gli venivano in aiuto. C'erano giorni nei quali era andato da Hans angosciato, impensierito, e lui non lo aveva preso per niente sul serio, gli aveva messo davanti del vino oppure lo aveva trascinato con s a un ballo. Altre volte, quando era allegro e pieno di progetti per divertirsi, con un' occhiata e due parole Hans lo aveva fatto vergognare della propria allegria. Una volta Hans aveva persino parlato in modo apertamente offensivo della ragazza di cui Erwin allora era innamorato. Gi, e in fondo era stato solo su consiglio di Hans e per amore di Hans, se era entrato nell'associazione. A lui in realt sarebbe piaciuta di pi la corporazione studentesca. Erwin non trovava pace. Doveva portare alla luce sempre pi cose sepolte, sino alle avventure miticamente lontane dimenticate, dei primi anni di scuola. Sempre e sempre era stato il buono, il paziente, lo stupido, e ogni volta c'era stata una baruffa era sempre stato il primo ad andare a chiedere scusa o a far finta di non ricordarsene pi. Gi lui era appunto un buono. Ma a che scopo tutto ci? Che cosa aveva in fondo questo Hans Calwer, perch dovesse correr dietro? S, un po' di arguzia e una certa sicurezza di contegno, queste le aveva, e sapeva essere intelligente, deciso. Ma d'altra parte era quanto mai presuntuoso, faceva l'interessante, guardava tutti dall'alto in basso, dimenticava appuntamenti e promesse ma s'infuriava se per una volta non si manteneva alla lettera la parola data a lui. Ora, questo poteva anche passare, Hans era sempre un po' nervoso, ma quell'orgoglio, quella sicumera, quella spocchia sovrana, sprezzante, mai soddisfatta, quello era imperdonabile.

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Dei vecchi, stupidi ricordi uno era particolarmente ostinato. Avevano ambedue tredici, quattordici anni e sino allora ogni estate erano andati a rubare delle prugne primaticce da un albero che apparteneva a un vicino di Erwin. Anche quella volta Erwin aveva tenuto d'occhio quell'albero e di tanto in tanto aveva fatto un assaggio, e una sera era andato, felice e con aria di mistero, a casa di Hans a dirgli: Ehi, sono mature. Che cosa?, aveva chiesto Hans, con una faccia come se non capisse e pensasse a tutt'altro. E poi, quando Erwin stupito gli aveva ricordato ridendo le prugne, Hans lo aveva guardato distaccato e compassionevole e aveva detto: Prugne? Ah, tu intendi che dovrei rubare delle prugne? No, grazie. Ah, il grande Hans! Come si rendeva sempre interessante! Cos era successo con le prugne, ed esattamente cos and con la ginnastica, la declamazione, le ragazze, la bicicletta. Quello che ancor ieri era stato ovvio, oggi veniva liquidato con un'alzata di spalle e lo sguardo di chi non ne vuol sapere pi nulla. Proprio come oggi, con quelle dimissioni dall'associazione! Erwin avrebbe voluto iscriversi alla corporazione studentesca, ma no, Hans non voleva, ed Erwin aveva ceduto. E oggi nemmeno una parola sul fatto che a suo tempo era stato solo e soltanto Hans a decidersi per l'associazione. Qualche volta, vero, aveva dovuto dar ragione ad Hans quando si prendeva gioco o si lamentava della via associativa. Ma non per questo si prendeva su e si rompeva la parola e si andava via, semplicemente per noia. Lui in ogni caso non l'avrebbe fatto, e tanto meno per amore di Hans. Le ore suonavano dal campanile nel freddo della notte, nella stufa la brace si era spenta. Erwin pian piano si calm, i ricordi si confusero e si dispersero, argomenti e accuse erano esauriti, il severo avvocato taceva, eppure non poteva prender sonno. Era arrabbiato. Perch? Sarebbe bastato che interrogasse il suo

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cuore. Questo era pi instancabile di tutto il resto e, che la mente si adirasse e accusasse oppure tacesse stanca, batteva ostinato e triste dietro l'amico, che nel pallido chiarore della neve se n'era andato via, sotto i platani. Intanto Hans nel parco seguiva il fiume, di viale in viale. Il suo passo nervoso via via che camminava si fece regolare, di tanto in tanto si fermava a guardare attentamente il fiume scuro .e la citt buia e addormentata. Non pensava pi a Erwin. Rifletteva su quel che avrebbe fatto l'indomani, sulle cose da dire e sul comportamento da tenere. Era spiacevole annunciare il proprio ritiro dall' associazione, perch i motivi erano tali che non poteva esternarli n impelagarsi in risposte e sollecitazioni. Non vedeva altra via se non rinunciare a qualsiasi giustificazione e lasciare che gli altri la pensassero come volevano. Soltanto, nessuna discussione, nessuna spiegazione su cose che riguardavano solo lui, e perdi pi con gente che non lo avrebbe capito. Ponder parola per parola quel che voleva dire. Sapeva bene che l'indomani avrebbe parlato diversamente, ma quanto pi a fondo sviscerava la situazione adesso, tanto pi calmo sarebbe restato. E dipendeva tutto da questo: restar calmo, ingoiare qualche incomprensione, passar sopra a qualche rimprovero, ma soprattutto rifiutare le discussioni, e non atteggiarsi a incompreso, a offeso, e nemmeno ad accusatore o a saccente o a riformatore. Hans cerc di immaginarsi le facce dell'anziano e degli altri, soprattutto di quelli che gli erano antipatici, e che temeva potessero irritarlo e fargli perdere la calma. Le vide farsi sorprese e risentite, le vide assumere l'espressione del giudice, dell'amico offeso, dell'interlocutore benevolo e le vide raffreddarsi, respingere, non comprendere, odiare quasi. Alla fine sorrise, come se avesse gi tutto dietro le spalle. Pens, rievocandoli con stupita curiosit, all' epoca del suo

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ingresso nell' associazione, a tutto quel primo strano semestre. In realt vi era entrato abbastanza freddo, anche se con molte speranze. Ma poi era stato preso da quella strana ebbrezza che era durata otto giorni, durante i quali venne trattato con amabilit dagli studenti anziani e coinvolto con sollecitudine nei loro discorsi. Lo trovavano sveglio e intelligente e glielo dicevano, lodavano le sue doti di socievolezza, delle quali aveva sempre dubitato, lo trovavano originale. E in quell'ebbrezza si lasci ingannare. Gli sembrava di giungere, da una solitaria lontananza, tra gente del suo stampo, in un luogo e tra persone cui potersi sentire affine, e pi in generale di non esser destinato a essere un isolato, come aveva creduto prima. La compagnia degli altri, di cui spesso aveva sentito la mancanza, lo schiudersi in una collettivit, di cui spesso era stato amaramente privo, n gli sembravano vicini, possibili, anzi naturali. Questo dur qualche tempo. Si sentiva bene, in salvo, era riconoscente e aperto con tutti, stringeva la mano a tutti, trovava tutti buoni, imparava con divertito umorismo le usanze della taverna. e poteva tutto commosso cantare con gli altri qualche canzone di filosofica insensatezza. La cosa comunque non dur molto. Presto si accorse quanto pochi capissero il senso dell'insensatezza, quanto stereotipati fossero i discorsi umoristici, e convenzionali in modi noncuranti e cordiali della fratellanza. Presto non pot pi prendere veramente sul serio i discorsi sulla dignit e sacralit dell'associazione, del suo nome, dei suoi colori, del suo gonfalone, delle sue armi, e osserv con spietata curiosit il comportamento di alcuni vecchi filistei, i quali durante una visita alla citt universitaria tennero un discorso ai loro giovani confratelli, vennero riempiti di birra e con gesti stantii si unirono all'allegria dei giovani, la stessa dei tempi loro. Vide e sent quel che i suoi compagni dicevano e pensavano dello studio, dell'attivit scientifica, dell'impegno o

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della professione futura. Osserv quel che leggevano, il modo in cui giudicavano gli insegnanti; a volte gli giunse all'orecchio anche il loro giudizio su di lui. Allora vide che tutto era come prima e come ovunque, e che lui era tanto poco fatto per quella compagnia come per qualsiasi altra . Da quel giorno sino, ad oggi era durata la maturazione del suo proposito. Senza Erwin sarebbe stata pi rapida. Lo aveva trattenuto lui, sia con l'affettuosit di sempre, sia per un senso di responsabilit, visto che lo aveva seguito nell'associazione. Adesso restava da vedere come si sarebbe comportato. Se si trovava meglio l, Hans non aveva alcun diritto di trascinarlo con s in una vita diversa. Era stato irritabile e sgarbato anche oggi; ma perch Erwin accettava tutto? Erwin non era un mediocre, ma era debole e insicuro. Hans ripens alla loro amicizia risalendo sino ai primi anni di essa, quando Erwin lo aveva conquistato dopo lunghi e timidi tentativi. Da allora tutto era partito da Hans: giochi, marachelle, mode, sport, letture. Erwin aveva seguito le trovate pi strane e i pi spericolati pensieri dell'amico con ammirazione e sensibilit, non lo aveva mai lasciato solo. Ma, cos pensava Hans, per conto suo aveva fatto e pensato poco. Lo aveva quasi sempre compreso, sempre ammirato, aveva aderito a tutto. Per insieme non avevano vissuto una vita comune, fusione di due esistenze individuali, ma Erwin aveva vissuto appunto la vita del suo amico. Questo ad Hans veniva in mente ora, e il pensiero lo spavent, perch in questa amicizia di anni egli non era stato affatto il perspicace e il sapiente, come aveva sempre creduto. Al contrario, Erwin lo conosceva meglio di chiunque altro, ma lui conosceva appena Erwin. Questi era sempre stato il suo specchio, il suo imitatore. Forse in tutte le ore che non stava con Hans aveva condotto una vita sua, tutta diversa. Quanto bene si era trovato con alcuni compagni di scuola, e adesso con alcuni

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membri dell'associazione, con i quali Hans non aveva mai instaurato un rapporto, fosse pure di antipatia! Era una cosa triste. Dunque non aveva mai davvero avuto un amico, non aveva mai condiviso la vita di un altro? Aveva avuto un accompagnatore, un ascoltatore, un consenziente, un complice, non di pi. Gli vennero in mente le ultime parole pronunciate da Erwin in quella brutta serata: Non voglio essere il tuo cagnolino. Dunque Erwin stesso aveva intuito la natura del loro rapporto; si era temporaneamente prestato a fare il cagnolino perch ammirava Hans e gli era affezionato. E certamente lo aveva intuito gi da prima e talvolta se n'era indignato, ma glielo aveva tenuto nascosto. Aveva vissuto una seconda vita, una vita sua, tutta diversa, nella quale l'amico non aveva parte, della quale non sapeva nulla, dove non c'era posto per lui. Con sdegnosa tristezza Hans cerc di allontanare questi pensieri, che ferivano il suo orgoglio e lo immiserivano: Adesso aveva bisogno di esser forte e di riflettere per altre cose, di Erwin non voleva curarsi. Eppure soltanto ora sentiva che, in queste sue dimissioni, per lui era essenziale solo la questione se Erwin sarebbe venuto con lui oppure lo avrebbe piantato in asso. Il resto era soltanto un epilogo, un ultimo passo formale che dentro di s aveva compiuto gi da tempo. Un'impresa e una prova di forza lo diventava solo a causa di Erwin. Se questi rimaneva con gli altri e rinunciava a lui, allora Hans aveva perso la battaglia, allora la sua persona e la sua vita valevano davvero meno di quelle degli altri, allora non poteva pi sperare di avvincere e trattenere a s un altro essere. E se cos era, allora aveva davanti un brutto periodo, molto pi brutto di tutti quelli precedenti. Torn ad assalirlo, come gi altre volte, una collera impotente, quella, contro l'impostura del mondo e contro se stesso, per

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averci creduto nonostante la sua pretesa superiorit. cos era con l'universit e soprattutto con la situazione di studente. L'universit era una scuola antiquata, male organizzata; concedeva all'allievo una libert apparentemente illimitata, per catturarlo poi tanto pi strettamente attraverso un sistema d'esami meccanico e stereotipato, senza peraltro proteggerlo dalle ingiustizie, dalla protezione benevola sino alla corruzione. Bah, questo lo preoccupava poco. Ma la vita studentesca, le associazioni graduate in base alla nascita e alla ricchezza, le comiche uniformi, la mania dei discorsi del tipo benedizione alla bandiera, che ricordavano le societ corali maschili dei borghesi, l'abbracciar bandiere su bandiere, il romanticismo frusto e ormai insulso sulla vecchia Heidelberg e la libera goliardia, mentre per allo stesso tempo si badava alla piega dei pantaloni, tutto questo non soltanto continuava ad esistere, ma in quella ridicola trappola c'era caduto anche lui! Ad Hans venne fatto di pensare a uno studente che o gli era stato vicino di banco alle lezioni sulle religioni orientali. Indossava uno spesso mantello di loden di foggia antiquata, pesanti stivali da contadino, pantaloni rattoppati e una ruvida sciarpa di maglia, ed era presumibilmente un figlio di gente di campagna che studiava teologia. Per i colleghi a lui sconosciuti, che appartenevano a un altro mondo, eleganti coi loro berretti e i loro nastrini, i fini soprabiti e le galosce, gli occhialetti d'oro e le sottilissime canne da passeggio all'ultima moda, costui aveva sempre un sorriso arguto, buono, quasi di ammirazione, eppure di superiorit. La sua figura un po' comica spesso aveva avuto per Hans un non so che di commovente, a volte addirittura di imponente. Quella persona umile, pensava ora, era molto pi vicina a lui di tutti i suoi colleghi, e la ammirava un po' per la serena soddisfazione con cui portava attorno la sua diversit e i suoi rozzi stivali. Ecco uno che, come lui, era completamente

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solo eppure sembrava in pace, e che evidentemente non conosceva affatto l'umiliante bisogno di essere, almeno esteriormente, uguale agli altri. Hans Calwer firm con un sospiro di sollievo la ricevuta del pacchetto recatogli dal domestico dell'associazione, e che conteneva una laconica ultima lettera del segretario, il suo libro di canti goliardici e alcune bagatelle di sua propriet rimaste nella sala di ritrovo. Il servitore era molto sostenuto e da principio non voleva nemmeno accettare una mancia, cosa che di certo gli era stata espressamente proibita. Ma quando Hans gli porse un tallero, lo accett con vivi ringraziamenti e disse tutto gentile: Non avrebbe dovuto farlo, signor Calwer. Che cosa? Darle un tallero? No, ritirarsi non avrebbe dovuto. Son sempre cose antipatiche, sa. Beh, le faccio tanti auguri, signor Calwer. Hans era lieto di essersi liberato di quella faccenda penosa. Dei suoi tre berretti, ne aveva gi regalati due ieri e messo il terzo come ricordo nella cassetta da viaggio, con un nastro e le foto di alcuni membri dell'associazione. Nello stesso posto ripose adesso anche il libro di canti goliardici, decorato con uno stemma a tre colori, chiuse la cassetta e si stup di quanto rapidamente ci si potesse sbarazzare di tutta quella storia. La discussione in assemblea era sta bens un po' irritante e offensiva, ma ora tutto era finito. Guard verso la porta. Di questo aveva sofferto pi di tutto, che a ogni ora del giorno gli piombassero in casa dei compagni sfaticati, guardassero e criticassero i suoi quadri, cospargessero tavolo e pavimento con la cenere dei loro sigari e gli rubassero tempo e quiete, senza dar niente in cambio e senza prender sul serio le sue allusioni al voler lavorare e stare solo. Una mattina

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che Hans non era in casa, uno addirittura si era seduto al suo tavolo e aveva trovato nel cassetto un manoscritto. Era il suo primo lavoro di una certa ampiezza, intitolato con qualche presunzione Parafrasi sulla legge della conservazione della forza, e Hans dopo aveva dovuto letteralmente difendersi e mentire, per allontanare il sospetto di essere un tremendo ambizioso. Adesso per aveva la sua tranquillit, e non era pi costretto a mentire. Si vergognava di quegli odiosi momenti in cui restava immobile, quasi senza respirare, dietro la porta chiusa, mentre di fuori un compagno bussava, o di quando, ridendo e dissimulando il proprio dispiacere, ascoltava far dello spirito, in un gergo da osteria, su una questione che per lui era importante. Era acqua passata. Adesso voleva sguazzare come un crapulone nella sua pace e nella sua libert e lavorare indisturbato alle parafrasi. Voleva riprendersi in affItto anche un pianoforte. Il primo mese ne aveva avuto uno, ma lo aveva restituito perch attirava gente, e uno dei membri dell'associazione era venuto quasi tutti i giorni a suonarci dei valzer. Adesso tornava a sperare di vivere qualche buona serata tranquilla, alla luce della lampada, tra l'aroma delle sigarette, i suoi libri prediletti e della buona musica. Voleva anche riprendere gli esercizi al piano, per recuperare i mesi perduti. A questo punto gli venne in mente di aver trascurato un dovere. Il professore di lingue orientali, che aveva conosciuto in quanto membro laureato e fondatore insieme ad altri dell' associazione, a casa del quale si recava spesso in visita, non sapeva ancora niente delle sue dimissioni. And da lui quel giorno stesso. La casetta semplice, situata in una tranquilla zona periferica, lo accolse col grato lindore che ben conosceva, con le piccole stanze accoglienti piene di libri e di quadri antichi e con il profumo di una vita confortevole e quieta, eppure ospitale, di persone cortesi e squisite.

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Il professore lo ricevette nel suo studio, un vasto ambiente ricavato grazie alla demolizione di una parete, con una quantit sterminata di libri. Buongiorno, signor Calwer. Qual buon vento la porta? La ricevo qui, perch non posso interrompere per molto il mio lavoro. Ma dal momento che giunge a un' ora insolita, avr bene un motivo speciale, no? Certamente. Mi consenta due parole, dato che purtroppo l'ho gi disturbata. Invitato dal professore si sedette e raccont la sua faccenda. Non so come lei la interpreter, professore, e se ammetter le mie ragioni. Ormai le cose stanno come stanno, mi sono dimesso. L'esile, scarno studioso sorrise. Caro signore, che cosa posso dire? Se lei ha fatto quel che sentiva di dover fare, va tutto bene. Veramente, sulla vita all'interno di una associazione io la penso diversamente da lei. Mi sembra buono e auspicabile che in questi circoli la libert studentesca si imponga delle leggi e, sia pure per gioco, crei una specie di organizzazione o di stato, al quale l'individuo debba subordinarsi. E ritengo che ci sia prezioso proprio per le nature solitarie, non molto socievoli. A quel che ciascuno dovr incontrare in seguito, e spesso con dolorosi sacrifici, ci si pu abituare gi qui, e in modo meno penoso: vivere insieme agli altri, appartenere a una comunit, servire gli altri salvaguardando, allo stesso tempo, la propria autonomia. Ciascuno, prima o poi, dovr impararlo, e una scuola preparatoria come l'associazione facilita questo processo in modo essenziale, a quanto ho potuto constatare. Spero che lei inizi altre strade e non si barrichi anzi tempo in una solitudine da studioso o da artista. Quando necessaria, essa giunge da sola, non occorre evocarla. Nella sua decisione vedo soprattutto la

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reazione e la legittima difesa di una persona sensibile alle delusioni che ogni vita sociale comporta. Lei mi sembra un po' nevrastenico, quindi la cosa doppiamente comprensibile. Altra critica non mi compete. Ci fu una pausa, Hans aveva l'aria imbarazzata e insoddisfatta. L'uomo lo guard benevolmente coi grigi occhi un po' stanchi. Non creder mica, disse sorridendo, che la sua decisione abbia radicalmente cambiato la mia opinione su di lei o diminuito la mia stima? - bene, su questo punto almeno sa come la penso. Hans si alz e ringrazi caldamente. Poi disse, arrossendo un po, Ancora una domanda, professore. E stato soprattutto questo a condurmi qua. Debbo sospendere oppure limitare le mie visite in questa casa? Non so come comportarmi, e spero che lei non interpreti erroneamente la mia domanda nel senso di una preghiera. Vorrei soltanto che mi desse un cenno. Il professore gli diede la mano. Allora le faccio cenno, ma non di allontanarsi. Venga pure come prima. Certo non il luned sera; "aperto", vero, ma quella sera vengono regolarmente i membri dell'associazione. Questo le basta? S, mille grazie. Sono cos contento che lei non sia adirato con me. Addio, professore. Hans usc, scese le scale e attraverso il giardino ricoperto da una sottile, delicata coltre di neve raggiunse la strada. In realt non si era aspettato niente di diverso, tuttavia era grato di quella gentilezza. Se quella casa non gli fosse rimasta aperta, nulla pi lo avrebbe legato a quella. citt, che pure non poteva lasciare. Il professore e sua moglie, per la quale Hans nutriva un'ammirazione quasi da innamorato, gli erano sembrati sin dalla sua prima visita affini al suo modo di essere. Credeva di sapere che quei due fossero di quelle persone destinate a

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prendere tutto sul serio e ad essere infelici. Eppure vedeva che non lo erano, nonostante la moglie soffrisse visibilmente del fatto di non aver figli. Gli pareva che quelle persone avessero raggiunto qualcosa che forse non sarebbe stato negato neanche a lui: una vittoria su se stessi e sul mondo, e con essa un delicato, spirituale calore di vita, quale si ritrova presso quei malati che sono tali ormai solo nel corpo e che, al di l del dolore, hanno conquistato alla propria anima messa a cimento una vita bella, purificata. La sofferenza, che trascina in basso altri, li ha resi buoni. Hans pens con soddisfazione che adesso alla Corona era l'ora della birra serale, e che lui non doveva andarci. And a casa, mise qualche palettata di carbone nella stufa, si aggir per la stanza canticchiando piano e osserv il precoce calar della sera. Provava un senso di benessere, e gli sembrava di vedersi davanti un periodo buono, di lavoro umile e diligente rivolto a nobili traguardi, e tutta la sobria soddisfazione di una vita di studioso, nella quale l'esistenza personale scorre quasi inavvertita, poich passione e lotta e inquietudine del cuore, tutto gira a vuoto e si esaurisce, sul piano astratto della speculazione. Dal momento che non era uno studente, tanto pi voleva essere uno che studia, non per prepararsi a un esame o a una professione, ma per misurare e potenziare su grandi oggetti la propria forza e il proprio anelito. Interruppe la melodia, accese la lampada e si sedette, i pugni sulle orecchie, sopra un libro di Schopenhauer che recava i segni di molte letture, ed era pieno di sottolineature e di rimandi a matita. Cominci da una frase gi sottolineata due volte: Questo singolare appagarsi delle parole contribuisce pi di qualsiasi altra cosa alla perpetuazione degli errori. Infatti, basandosi su parole e frasi fatte tramandate dai suoi predecessori, ciascuno passa fiduciosamente accanto a punti

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oscuri e a problemi, sicch questi nel corso dei secoli si trapiantano di libro in libro e la mente pensante, soprattutto in giovent, comincia a dubitare se sia essa incapace di comprendere, oppure se si trovi di fronte a qualcosa di realmente non comprensibile. Come gran parte delle persone di doti non comuni, Hans era apparentemente smemorato. Una nuova situazione, un nuovo corso di pensieri potevano momentaneamente assorbirlo e coinvolgerlo al punto da fargli dimenticare tutto quel che gli stava accanto, e che sino a un momento prima era stato vivo e presente. Ogni volta la cosa durava sino a che egli non avesse interamente afferrato e fatto proprio l'elemento nuovo. Allora non soltanto ritornava la memoria, faticosamente coltivata, di tutto il contesto della sua vita, ma lo incalzavano, in un affollamento spesso molesto, reminiscenze e immagini di grande chiarezza. In quei periodi soffriva l'amara pena di ogni introspettivo che non sia anche artista creativo. Per il momento aveva completamente dimenticato Erwin. Adesso non aveva bisogno di lui, si sentiva appagato della libert e della tranquillit riconquistate e non pensava n al futuro n al passato, ma saziava il suo desiderio di solitudine, di letture e di lavoro, che in quei mesi era diventato una vera e propria fame, e sentiva ormai sepolto dietro di s, quasi senza traccia, il tempo del chiasso e delle numerose compagnie. A Erwin le cose andavano diversamente. Aveva evitato un incontro con Hans, e ascoltato con caparbia indifferenza la notizia delle sue dimissioni e i commenti irritati, talvolta anche dispiaciuti, dei colleghi. Come amico intimo del fuggiasco era stato fatto segno, nei primi giorni, ad alcune allusioni che accrescevano il suo sdegno e rafforzavano il suo distacco da Hans. Infatti questa volta non

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voleva assolutamente cedere. Ma la sua volont non poteva impedire che qualsiasi parola ingiusta e astiosa contro colui che se n'era andato gli facesse male. Poich per non aveva nessuna intenzione di soffrire inutilmente per quell'ingrato, evitava istintivamente di star solo e di riflettere, trascorreva l'intera giornata coi compagni e si imbeveva di una forsennata allegria. E appunto per questo non super la cosa, n si tolse dal cuore l'importuno amico. Anzi, allebbrezza artificiosa seguivano una vergogna e un abbattimento profondi. Al dolore per l'amico perduto si aggiungevano le accuse che rivolgeva a se stesso e la pentita constatazione della propria vigliaccheria e dei propri sleali tentativi di dimenticarlo. Una volta, dieci giorni dopo le dimissioni di Hans, Erwin partecipava con altri compagni a una passeggiata per le vie della citt. Era un'assolata mattina invernale, il cielo d'un azzurro chiaro e l'aria fredda e asciutta. Per le strade dell'antica cittadina brillavano con allegro fulgore i berretti colorati degli studenti a passeggio, agili cavalieri in uniforme di gala galoppavano facendo limpidamente risuonare il suolo invernale duro e asciutto. Erwin passeggiava con una dozzina di compagni, tutti con i loro chiassosi berretti rosso mattone. Gironzolavano lentamente per le due vie principali, salutavano con grande zelo e dignit i loro conoscenti di altri colori, ricevevano con maestosa noncuranza gli umili saluti di servi tori, osti e negozianti, guardavano le vetrine, sostavano agli angoli affollati e parlavano a voce alta e disinvoltamente dei passanti, donne e fanciulle, professori, cavalieri e cavalli. Si erano appena fermati davanti a una libreria e gettavano uno sguardo ai quadri, ai libri e ai manifesti esposti, quando la porta si apr e usc Hans Calwer. I dodici o quindici berretti rossi si voltarono sprezzantemente da un' altra parte oppure si

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sforzarono di esprimere, con la fissit dei volti e le sopracciglia esageratamente alzate, rifiuto, ripulsa, disprezzo, totale misconoscimento, addirittura annientamento. . Erwin, che per poco non si era scontrato con Hans, arross cupamente e timoroso si volse, come per evitarlo, verso la vetrina. Hans pass loro accanto con volto impassibile e senza mostrare alcuna fretta; non si era accorto di Erwin, e non si sentiva per niente imbarazzato dagli altri. Nell'allontanarsi fu lieto che la vista dei berretti e dei volti anche troppo noti non lo avesse quasi per nulla emozionato, e pens con stupore che soltanto due settimane prima era dei loro. Erwin non riusciva a nascondere la commozione e l'imbarazzo. Non agitarti!, disse lo studente anziano che gli faceva da tutore. Un altro inve: Quello spocchioso! Ha fatto appena in tempo a squagliarsela! Lo avrei picchiato molto volentieri. Sciocchezze, intervenne conciliante l'anziano. In realt si comportato in modo irreprensibile. N'en parlons plus. Erwin percorse con loro ancora una strada, poi scusandosi brevemente si liber e corse a casa. Sino a quel momento non aveva assolutamente pensato che a ogni istante avrebbe potuto incontrare Hans per strada, e in realt in quei dieci giorni non lo aveva mai visto. Non sapeva se Hans si era accorto di lui, ma quella situazione ridicola e poco dignitosa non gli lasciava la coscienza tranquilla. Era una cosa troppo stupida; a due passi da lui camminava il suo migliore amico, e lui non poteva neanche dirgli buongiorno. Nei primi giorni di dispetto aveva addirittura promesso al suo studente tutore di non intrattenere rapporti non ufficiali con Hans Calwer. Adesso nemmeno lui capiva pi il perch, e non gli sarebbe importato niente di rompere la parola data. Hans per non aveva assolutamente l'aspetto di chi sia triste per aver perduto un vecchio amico. Il volto e l'andatura erano

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freschi e tranquilli. Vedeva quel volto cosi chiaramente: gli occhi freddi, intelligenti, la bocca sottile e un po' arrogante, le guance ferme e rasate, e la fronte luminosa, troppo vasta. Era lo stesso volto di allora, dei suoi primi anni di scolaretto, quando lo ammirava tanto e osava appena sperare che quel ragazzo distinto, sicuro, segretamente appassionato potesse un giorno diventare un amico. Invece era successo, ed Erwin lo aveva piantato in asso. Poich Erwin aveva fatto violenza al suo dolore per la rottura con Hans e aveva ingannato se stesso con la giocondit del suo comportamento, questa autoaccusa lo trov pienamente colpevole. Dimenticava che spesso Hans gli aveva reso parecchio difficile restargli amico, che prima lui stesso aveva pi volte dubitato dell'amicizia di Hans, e che gi da parecchio Hans avrebbe potuto scrivergli o cercarlo; dimenticava anche di aver effettivamente desiderato rompere quell'impari rapporto, di non voler essere mai pi il cagnolino. Dimenticava tutto, e vedeva soltanto la sua perdita e la sua colpa. E mentre sedeva disperato alla sua piccola, scomoda scrivania, inaspettatamente proruppero dai suoi occhi copiose lacrime e gli caddero sulla mano, sui guanti gialli e sul berretto rosso. A ben guardare, era stato Hans che, passo dopo passo, lo aveva trascinato con s dal paese dell'infanzia nel regno della conoscenza e della responsabilit. Ma ora ad Erwin sembrava che la primitiva, intatta gioia di vivere lo avesse abbandonato solo a partire da quella perdita. Pens a tutte le follie e le mancanze della sua vita di studente, e si vide insozzato e caduto. E per quanto, nel dolore di quell'ora di debolezza, esagerasse nel mettere confusamente tutto ci in rapporto con Hans, c'era tuttavia un certo che di vero. Perch, senza saperlo n volerlo, Hans era stato la sua coscienza. Cos, per Erwin, il vero dolore e la vera colpa coincisero con il

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suo primo impeto di nostalgia per l'infanzia, che assale quasi tutte le persone giovani e che, a seconda dei casi, pu assumere tutte le forme, da un semplice abbattimento sino a un autentico e follemente logico pessimismo giovanile. L'animo indifeso e debole del ragazzo in quell'ora piangeva l'amico, la propria colpa, la propria leggerezza, il paradiso perduto dell'infanzia, tutto insieme, e non c'era una mente lucida, fredda, che gli dicesse che la radice di ogni male va ricercata nella propria natura debole, troppo fiduciosa, troppo instabile. Proprio perci questo accesso non dur a lungo. Lacrime e disperazione lo avevano stancato; and a letto presto e dorm di un sonno lungo, profondo. E quando, nella sensazione di benessere animalesco che segue a un lungo sonno, il ricordo del giorno precedente voleva risollevarsi e diffondere intorno a s nuove ombre, Erwin Mhletal era tornato abbastanza fanciullo da cercar conforto presso i compagni e in una colazione a base di liquori in una pasticceria. In mezzo a visi freschi e a discorsi allegri, nello splendore dei colori, servito loquacemente da una graziosa e svelta cameriera, adagiato fra triste e allegro sulla sua comoda sedia, portava alla bocca minuscoli panini e con diversi liquori mise assieme uno strano intruglio, che in verit non aveva proprio un buon sapore, ma divert molto lui e gli altri e gli diffuse in testa, al posto dei pensieri, una nebbia leggera, ondeggiante, gradevole. Anche i compagni trovarono che quel giorno Mhletal era proprio in gamba. Il pomeriggio ci fu una lezione durante la quale Erwin dormicchi, poi l'ora di equitazione lo rimise di buon umore, sicch and al Bue Rosso a far la corte alla nuova cameriera. Ma poich l non ebbe fortuna, anzi trov l'oggetto dei suoi desideri sequestrato da uno stuolo di soldati che facevano l'anno di volontariato, fini per terminare soddisfatto la giornata in un caff.

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And avanti cosi un bel pezzo, come un malato che nei momenti di lucidit riconosce esattamente il proprio male, ma lo nasconde a se stesso dimenticandolo e cercando stimoli piacevoli. Pu ridere, parlare, bere, lavorare, leggere, ma non riesce a liberarsi da una sensazione sorda, che rare volte si fa strada sino alla superficie della coscienza, e a tratti gli torna chiaro il ricordo che la morte. alberga nel suo corpo, e lavora e cresce in segreto. Andava a passeggio, a cavallo, tirava di scherma, frequentava osterie e teatri: un giovanotto sano, gagliardo. Ma non era in pace con se stesso e portava nascosto dentro di s un male, di cui avvertiva la presenza anche nelle sue ore buone, e che si pasceva di lui. Per strada, d'improvviso trepidava al pensiero di poter incontrare Hans. E di notte, quando si addormentava stanco, la sua anima inquieta percorreva i sentieri del ricordo e di nuovo sapeva con certezza che l'amicizia con Hans era stata il suo bene pi grande, e che a nulla valeva negarlo e dimenticarlo. Una volta, in presenza di Erwin, un compagno fece notare ridendo agli altri che usava molte espressioni ereditate da Hans. Erwin non disse nulla, ma non fu capace di ridere con gli altri e presto se ne and. Dunque anche ora dipendeva da Hans e non poteva negare di appartenergli e di dovergli intere parti della sua vita. Alle lezioni dell'orientalista, Hans Calwer aveva incontrato regolarmente lo studente dall'aspetto campagnolo, e spesso gli era stato seduto accanto. Lo aveva osservato con attenzione, e nonostante l'aspetto trascurato il suo modo di essere gli piaceva sempre pi. Aveva visto che stenografava accuratamente e instancabilmente le lezioni e lo aveva invidiato per quell'arte, che lui non aveva mai voluto imparare per antipatia. Una volta era di nuovo seduto accanto a lui e, senza trascurare la

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lezione, osservava quell'uomo diligente. Vedeva con soddisfazione l'attenzione e la comprensione che il volto di lui esprimeva, prender vita in lievi movimenti. Una volta lo vide annuire, un'altra sorridere, e nell'osservare quel volto cos vivo prov non soltanto rispetto, ma ammirazione e simpatia. Decise di fare la conoscenza di quello studente. Quando la lezione fu finita e gli ascoltatori lasciarono la piccola aula, Hans segu da lontano il mantello di loden per vedere dove abitasse. Con suo stupore, lo sconosciuto non si ferm in nessuna delle vecchie viuzze dove si potevano trovare in affitto camere a buon mercato, ma si diresse verso un quartiere nuovo ed esteso, dove c'erano giardini, palazzine private e ville e abitava solo gente benestante. Adesso Hans Calwer diventava curioso, e continu l'inseguimento a distanza pi ravvicinata. L'uomo dal mantello di loden camminava e camminava, oltre le ultime ville e gli ultimi cancelli dei giardini, sin dove la strada ampia e ben tenuta sfociava in un sentiero che, attraverso alcune piccole ondulazioni del terreno, probabilmente coltivabile, conduceva in una zona poco frequentata, e per Hans totalmente sconosciuta. Ancora per un quarto d'ora o pi Hans continu a seguire quello che gli camminava davanti, facendoglisi sempre pi vicino. Adesso lo aveva quasi raggiunto, quello ud i suoi passi e si volt. Scrut Hans con aria interrogativa, con uno sguardo tranquillo degli occhi scuri, schietti e sereni. Hans si tolse il cappello e salut. L'altro ricambi il saluto, e ambedue si fermarono. Fa una passeggiata?, chiese infine Hans. Vado a casa. S, ma dove abita? Ci sono ancora case qua fuori? Non qui, a una mezz'ora di cammino. C' un villaggio, Blaubachhausen, e io abito l. Ma lei certamente conoscer questa zona.

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No, la prima volta che vengo fin qua, disse Hans. Posso fare un pezzo di strada con lei? Mi chiamo Calwer. S, piacere. lo mi chiamo Heinrich Wirth. L'ho gi vista al seminario su Buddha. Proseguirono fianco a fianco, e Hans involontariamente regol il suo passo su quello pi deciso del suo vicino. Dopo un certo silenzio, Wirth disse: Prima lei portava sempre un berretto rosso. Hans rise. S, disse. Ma cosa passata. stato un equivoco, che durato per un semestre e mezzo. E d'inverno, col freddo, meglio un cappello. Wirth lo guard e annu. Disse un po' imbarazzato: buffo, ma pensi che la cosa mi fa piacere. E perch mai? . Oh, non c' un motivo particolare. Ma qualche volta avevo la sensazione che quella non fosse una cosa per lei. Allora mi ha osservato? Non proprio. Ma tuttavia ci si vede l'un l'altro. All'inizio mi sentivo a disagio, quando lei sedeva accanto a me. Pensavo: ecco un altro impeccabile, che non si pu guardare senza che dia in escandescenze. Ce ne sono di tipi del genere, no? S, ce ne sono. Eccome. Dunque. E poi mi accorsi di averle fatto torto. Mi accorsi che lei veniva davvero per imparare ed ascoltare. Beh, anche gli altri fanno lo stesso, Lei pensa? Non molti, credo. La maggior parte di loro vogliono fare un esame, nient'altro. Ma per questo bisogna anche studiare. Anche, s, ma non molto. Per bisogna aver fatto atto di presenza, aver frequentato le lezioni eccetera. Quel che si pu imparare su Buddha in un seminario, all'esame non vien fuori. Non c' dubbio. Per - mi consenta - scopo delle universit non

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quello di una qualche edificazione morale. L'aspetto non scientifico, il valore religioso di Buddha li si pu trovare, per esempio, anche in un libro tascabile. E vero, non intendevo questo. Del resto non sono un buddista, come lei potrebbe pensare, anche se gli Indiani mi piacciono. Dica, conosce Schopenhauer? S, credo. Dunque. Allora posso spiegarglielo in due parole: una volta ero quasi buddista, per come la pensavo. E Schopenhauer mi ha aiutato a venirne fuori. Non capisco bene. Gli Indiani vedono la salvezza nella conoscenza, non vero? Anche la loro morale non se non una esortazione alla conoscenza. Questo mi attraeva. Ma poi stavo l, e non sapevo se la conoscenza non era la strada che conduce a ci che giusto, oppure se ero io che non avevo raggiunto un sufficiente grado di conoscenza. E la cosa naturalmente sarebbe andata sempre pi avanti e mi avrebbe distrutto. Allora ripresi in mano Schopenhauer, la cui ultima sentenza che l'attivit conoscitiva non la suprema attivit, quindi non pu da sola farci raggiungere lo scopo. Quale scopo? Questo chieder molto. Allora sar per un'altra volta. Ma non capisco bene come questo possa averla aiutata. Come poteva sapere chi avesse ragione, se Schopenhauer o la dottrina indiana? L'una cosa contro l'altra. Dunque la scelta fu sua. Ma no. Gli Indiani erano molto progrediti nella conoscenza, ma non possedevano una teoria della conoscenza. E stato Kant a introdurla, e noi non possiamo farne a meno. Questo giusto. Bene. E Schopenhauer prende le mosse da Kant. Dunque io

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dovevo aver fiducia in lui, cos come un pilota di dirigibili si fida pi di Zeppelin che del sarto di Ulm, semplicemente perch da allora sono stati compiuti dei concreti passi avanti. Quindi sulla bilancia i pesi non erano del tutto uguali, come vede. Ma non era questo l'essenziale. C'erano, vero, una verit contro l'altra. Ma una potevo afferrarla solo con l'intelletto, per il quale essa era ineccepibile. L'altra trovava in me una risonanza, potevo afferrarla da cima a fondo, soltanto per non con la testa. S, comprendo. Su questo non si discute. E da allora soddisfatto di Schopenhauer? Heinrich Wirth si ferm. Santo cielo!, esclam vivacemente, ma sorridendo. Soddisfatto di Schopenhauer! Che significa? Si pu essere grati a una guida che ci risparmia molti giri viziosi, ma si continua a cercare la prossima. Gi, come se si potesse essere soddisfatti di un solo filosofo! Allora si sarebbe alla fine. Ma non allo scopo? No, certamente no. Si guardarono, contenti l'uno dell'altro. Non ripresero il loro discorso filosofico, sentendo ambedue di non essere interessati a un semplice scambio di parole, e che dovevano conoscersi meglio prima di parlare di certe cose. Ad Hans sembrava di avere inaspettatamente trovato un amico, ma non sapeva se l'altro prendesse lui altrettanto sul serio, provava anzi un senso di sfiducia, come se Wirth, nonostante la sua spensierata schiettezza, fosse troppo solido e sicuro per concedersi con facilit. Era la prima volta che provava un simile rispetto per una persona praticamente sua coetanea e che si sentiva come se avesse potuto riceverne qualcosa, senza provarne indignazione. Dietro neri corrugamenti del terreno macchiati di neve, tra i nudi

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alberi da frutta si innalzavano via via i tetti chiari di un villaggio. Il rumore ritmico delle trebbiatrici e il muggito delle mucche si spandevano nel silenzio dei campi deserti. Blaubachhausen, disse Wirth, indicando il piccolo villaggio. Hans voleva congedarsi e tornare indietro. Supponeva che il suo conoscente abitasse poveramente e non avesse piacere di farlo vedere, oppure che quello fosse il suo villaggio natale, dove viveva in famiglia. Adesso quasi a casa, disse, e anch'io voglio tornare indietro e vedere di arrivare per pranzo. Non lo faccia, disse cortesemente Wirth. Venga con me sino alla fine e vedr dove abito e che non sono un vagabondo, ma che possiedo una stanza di tutto rispetto. Pu anche mangiare al villaggio, e se si contenta di un po' di latte, pu essere mio ospite. . L'offerta era fatta con tanta naturalezza, che Hans accett volentieri. Salirono verso il villaggio per una strada incassata tra della sterpaglia spinosa. Vicino alla prima casa cera un abbeveratoio, davanti al quale un fanciullo aspettava che la sua Mucca finisse di bere. L'animale volse verso i due che arrivavano la testa dai begli occhi grandi, e il ragazzino corse loro incontro e diede la mano a Wirth. Per il resto, la viuzza era immersa nel silenzio e nella solitudine invernali. Per Hans era strano passare, dalle strade e dalle aule cittadine, inaspettatamente in quel cantuccio e i stup anche del suo compagno che viveva e sembrava trovarsi a una e dall'altra parte e ogni giorno e non pi volte al giorno, faceva quel lungo cammino per recarsi in citt. Abita distante dalla citt, disse. Un'ora. Una volta fatta l'abitudine, sembra molto meno. E abita qua fuori tutto solo? No, affatto. Abito in casa di contadini e conosco mezzo

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villaggio. Penso che qui ricever poche visite - studenti, amici ... Quest'inverno lei il primo a farmi visita. Ma nel semestre estivo c'era uno che veniva spesso, un teologo. Voleva leggere Platone con me, e l'abbiamo anche cominciato e letto per tre o quattro settimane. Poi via via non pi. venuto. La strada era troppo lunga, aveva amici anche in citt, e gli passata la voglia. Adesso a C6ttingen per l'inverno. Parlava tranquillo, quasi indifferente, e Hans ebbe l'impressione che ormai a quell'eremita importasse ben poco della compagnia, dell'amicizia, della rottura di un'amicizia. Studia teologia anche lei?, chiese. No. Sono iscritto a filologia. Oltre al seminario indiano, seguo storia della cultura greca e antico alto tedesco. L'anno prossimo, spero, ci sar un seminario di sanscrito, e voglio parteciparvi. Per il resto lavoro per conto mio, e vado in biblioteca tre volte a settimana. Erano arrivati davanti alla casa di Wirth. La fattoria era linda e silenziosa, intonacata di bianco e con le travi dipinte in rosso, e separata dalla strada da un frutteto. Dei polli razzolavano qua e l, e oltre il cortile, su una vasta aia, trebbiavano il grano. Wirth precedette il suo ospite in casa e su per una stretta scala che odorava di fieno e di frutta messa a seccare. In cima, nella: semioscurit del corridoio privo di finestre, apr una porta e lo avvert della soglia alta alla maniera antica, perch non inciampasse. Entri, disse Wirth, io abito qui. L'ambiente, nonostante la rustica semplicit, era assai pi ampio e confortevole della stanza cittadina di Hans. Era una camera molto vasta con due larghe finestre. In un angolo piuttosto buio c'erano un letto e un tavolino da toletta con un' enorme brocca di terraglia grigia e blu. Accanto alle finestre, prendendo luce da

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tutte e due, c'era un'enorme scrivania d'abete, piena di libri e di quaderni, e accanto un semplice sgabello di legno. L'unica parete esterna era interamente occupata da tre alti scaffali pieni di libri sino in cima, sulla parete di fronte c'era una gigantesca stufa di ceramica giallo-marrone, accesa senza risparmio. C'erano inoltre un armadio e un secondo tavolo pi piccolo, su cui erano poggiati un boccale di terracotta pieno di latte e una pagnotta. Wirth port dentro un secondo sgabello e preg Hans di sedere. Se si vuol fermare con me, lo invit, mangiamo subito. L'aria fredda mette fame. Altrimenti la porto alla trattoria, come preferisce. Hans prefer rimanere. Ricevette una ciotola senza manico a righe bianche e azzurre, un piatto e un coltello. Wirth gli vers del latte e gli tagli un pezzo di pane, poi si serv. Tagliava il suo pane in lunghe strisce che intingeva nel latte. Vedendo che il suo ospite non era avvezzo a questo modo di mangiare, usc un'altra volta e torn con un cucchiaio, che gli porse. Mangiarono in silenzio, Hans non senza imbarazzo. Quando ebbe finito e non volle pi nulla, Wirth and all'armadio, ne prese una magnifica pera e gliela offri: Ho ancora qualcosa per lei, perch non mi resti con la fame. La prenda pure, ne ho una cesta piena. Sono di mia madre, che mi manda in continuazione delle cose buone. Calwer non finiva di stupirsi. Aveva creduto che quell'individuo fosse un povero diavolo che studiasse teologia con una borsa di studio, e adesso veniva a sapere che si occupa a di materie che non davano da vivere, e vedeva inoltre, dalla considerevole biblioteca, che non poteva esser povero. Non era infatti una biblioteca d'accatto, ereditata oppure messa su con regali casuali, che si porta con s e si conserva senza farne uso, ma una raccolta di libri buoni, parte dei quali nuovi, con rilegature semplici e dignitose, acquistati chiaramente in

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pochi anni. Una serie di scaffali conteneva scrittori di tutti i popoli e di tutte le epoche, sino a Hebbel e persino a Ibsen, oltre agli autori antichi. Il resto era letteratura scientifica di vari campi; uno scaffale pieno di volumi non rilegati conteneva molte opere di Tolstoj, una quantit di opuscoli e di volumetti tascabili. Quanti libri ha!, esclam Hans con meraviglia. Anche uno Shakespeare. Ed Emerson. E qui c' la Psiche di Rhode! un vero tesoro. S. Se ci sono cose che lei non ha e che vorrebbe leggere, le prenda pure. Sarebbe meglio se si potesse vivere senza libri, ma non si pu. Un'ora dopo Hans se ne and. Wirth gli aveva consigliato di tornare in citt per un'altra strada, migliore, e lo accompagn per un tratto perch non si perdesse. Giunti alla strada inferiore del villaggio, ad Hans sembr di riconoscere il posto, come se ci fosse gi stato. E quando passarono davanti a una locanda nuova, con un grande parco di castagni, improvvisamente ricord. Era stato nei primi tempi, subito dopo il suo ingresso nell'associazione, erano usciti in land e si erano seduti in quel giardino, allegri e gi brilli, con gaiezza rumorosa. Si vergogn. Forse a quel tempo il teologo che poi aveva mancato di parola era a casa di Wirth, e stavano leggendo Platone. Quando si salutarono, Hans fu invitato a tornare, cosa che promise volentieri. Solo in seguito gli venne in mente di non aver lasciato il suo indirizzo. Ma era sicuro di incontrare ancora il suo nuovo conoscente al seminario indiano. Per tutta la strada del ritorno pens a lui con curiosit. Il suo abbigliamento grossolano, il fatto di abitare l fuori in casa di contadini, il suo pranzo a base di pane e latte, la madre che gli mandava le pere, tutto questo aveva un nesso, ma non andava d'accordo coi molti libri e con i discorsi di Wirth. Certo era pi anziano di quanto

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sembrasse, e doveva aver gi fatto parecchie esperienze. Il modo semplice e disinvolto di parlare, di far conoscenza, di prestarsi a un dialogo pur mantenendo un suo riserbo, contrastava con il resto della sua personalit quasi aristocratica. Ma indimenticabile era il suo sguardo, lo sguardo tranquillo, schietto, sicuro dei begli occhi scuri e cordiali. Anche quel che aveva detto di Schopenhauer e della filosofia indiana non era nuovo, ma suonava come realmente vissuto, non letto o imparato a memoria. Nel ricordo di Hans risuonavano ancora, con tono vagamente eccitante, ammonitore, come l'eco vibrata di una corda profonda, le parole che quello aveva detto sul suo scopo. Ma che specie di scopo era? Forse quello che gi stava l per lui, ancora oscuro ma presagito, mentre l'altro l'aveva gi riconosciuto e lo perseguiva consapevolmente? Per Hans credeva di sapere che ogni uomo ha la sua propria meta, ciascuno una diversa, e che in questo campo coincidenze apparenti possono solo essere illusorie. Tuttavia era possibile che due individui percorressero insieme lunghi tratti di strada, e fossero amici. E sentiva di desiderare l'amicizia di quell'uomo, di esser pronto per la prima volta a subordinarsi e ad abbandonarsi a un altro, ad accettare grato e consenziente la superiorit di un altro. Un po' stanco e infreddolito torn in citt quando gi annottava. And a casa e chiese un t; la sua padrona di casa gli raccont che uno studente era venuto due volte e aveva chiesto di lui. La seconda volta si era fatto aprire la stanza di Hans e aveva aspettato l per pi di un'ora. Non aveva lasciato messaggi. La donna non sapeva il suo nome, ma dalla descrizione che ne fece. Hans cap che era Erwin. Il giorno dopo lo incontr all'ingresso dell'aula magna. Erwin era pallido e aveva l'aria di non aver dormito. Portava i

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colori dell' associazione ed era in compagnia dei membri di questa, e quando vide Hans si volt e guard intenzionalmente da un'altra parte. Hans si chiese se dovesse andare a trovarlo, ma non seppe decidersi. Conosceva bene la debolezza e l'influenzabilit di Erwin, e non dubitava che dipendesse solo da lui ricondurlo sotto la propria influenza. Ma neppure lui sapeva se questo sarebbe stato un bene per entrambi. Che Erwin a poco a poco lo dimenticasse e, frequentando tanta altra gente, diventasse pi autonomo, era forse la soluzione migliore. Gli riusciva doloroso non aver pi un amico, e particolarmente penoso era il pensiero che una persona, che gli era divenuta estranea, potesse conoscerlo cos bene e avere tanti ricordi in comune con lui. Ma meglio questo, che continuare forzatamente un rapporto cos unilaterale! Tra s e s ammise che per lui era in un certo senso un bene essersi liberato dalla responsabilit di quell'amico troppo poco indipendente. Dimenticava tuttavia di esser stato di tutt'altra opinione due settimane prima. Allora gli sembrava una umiliante sconfitta il fatto che Erwin preferisse restare nell'associazione anzich restargli amico, adesso la cosa lo lasciava freddo. Ci in parte nasceva semplicemente dalla soddisfazione per la sua nuova vita, ma molto pi, e pi di quanto egli stesso immaginasse, dalla sua nuova ammirazione per Heinrich Wirth e dalla speranza di trovare in lui un nuovo amico, a cui voler bene in modo tutto diverso. Erwin era stato un compagno di giochi, ma l'altro poteva esser realmente partecipe del suo pensiero e della sua vita, un consigliere, una guida e un compagno di strada; Erwin nel frattempo non se la passava bene. I suoi compagni non poterono non accorgersi del suo umore instabile, nervoso, e alcuni intuirono che Hans ne era la causa. All'occasione glielo facevano notare, e uno, un tipo alquanto grossolano, si divert a

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definire un amoretto l'amicizia di Erwin per Hans e a chiedergli se, ora che grazie a Dio Hans s'era tolto di mezzo, non volesse finalmente innamorarsi di una donna, com' era costume tra giovanotti sani. La rabbia furibonda da cui Erwin fu assalito per poco non port a una zuffa sanguinosa. Si gett sul motteggiatore, che gli dovettero strappar via a forza, e i compagni pi anziani non trovarono altro mezzo per calmarlo se non costringendo quel villanzone a chieder scusa a Erwin. Poich le scuse erano forzate, e provenivano dal cuore tanto poco quanto la richiesta di esse, la frattura non si san, ed Erwin non soltanto acquist un nemico che era costretto a vedere tutti i giorni, ma anche dagli altri i sent trattato con un certo qual compatimento che gli tal e ogni disinvoltura. Adesso recita a la parte dell'uomo forte non soltanto davanti a se stesso, ma anche di fronte agli altri, e gli riusciva male. Il giorno di quell'affronto aveva fatto le due visite a vuoto a casa di Hans. Adesso gli faceva una colpa di non essersi fatto trovare in casa, e con triste soddisfazione vedeva sfumato il momento in cui l'offesa e la rabbia recente gli avrebbero reso pi facile un passo ardito e liberatorio. Quindi lasci che le cose andassero come volevano, e andavano abbastanza male. Agli occhi dei compagni si sforzava di salvar. la faccia, dandosi particolarmente da fare alla e al maneggio. Pi in l la sua forza non arrivava, e sentendosi tenuto d'occhio oppure trattato con cautela dai compagni, e non reggendo a lungo di restarsene a casa a lavorare, o di passeggiare da solo, prese l'abitudine di recarsi a qualsiasi ora del giorno nei caff e nelle osterie, e di bere l qualche bicchiere di birra, qua una mezza bottiglia di vino, l ancora un bicchierino di liquore, sicch gran parte del tempo andava in giro in uno stato di confuso stordimento. Davvero ubriaco non lo si vedeva mai, ma perfettamente sobrio di rado, e in brevissimo tempo acquis alcune delle note

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abitudini e dei gesti del bevitore, che una volta ogni tanto possono risultare tanto comici e allegri, ma alla lunga sono tristi e ripugnanti. Una sbornia presa in un momento di gioia o di rabbia pu essere liberatoria, allegra, amabile, ma lo stordimento semilucido del cliente fisso delle osterie, che distrugge la propria vita in maniera comoda, lenta, inerte, sempre qualcosa che addolora e ripugna. Una pausa salutare fu recata dalle vacanze di Natale. Erwin torn a casa e, non sentendosi bene, vi rimase una settimana di pi, si fece curare dalla madre e dalle sorelle e le alliet, loro che da principio si erano spaventate per il suo aspetto cos mutato, con una prorompente tenerezza quasi infantile, che scaturiva dal rimorso per le proprie follie e dal bisogno di protezione dettatogli dal suo temperamento instabile. Aveva in certo qual modo contato sul fatto che anche Hans Calwer avrebbe trascorso le vacanze nella cittadina natale, e che qui sarebbe avvenuta una riconciliazione o per lo meno un chiarimento. Ma rest deluso. Calwer, che era orfano, aveva profittato delle vacanze per fare un viaggio. Nella sua morbosa mancanza di autonomia, Erwin lasci perdere e, tornato all'universit, riprese la vita di prima. Nei momenti di lucidit vedeva chiaramente che la sua era una situazione insostenibile, e in realt aveva deciso da un pezzo di deporre il berretto rosso e di mettersi dalla parte di Hans. Ma, nel suo stato di debolezza e di auto compatimento, continuava a lasciarsi andare e aspettava dall' esterno quel che poteva trovare soltanto dentro di s. A ci si aggiunse una nuova follia, che ben presto lo cattur pericolosamente. Com' uso degli studenti perdigiorno, ai quali mancano sia un vero lavoro sia dei veri amici, egli cercava distrazione sempre pi al di fuori della sua compagnia, e in osterie di quart'ordine, frequentare le quali per la verit gli era vietato, fece la

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conoscenza di poveri diavoli, studenti sbandati e ubriaconi. Tra queste persone c'erano, oltre a dei perfetti idioti, anche delle teste dotate e originali, che nell' oscurit di squallide osterie trascinavano una loro genialit rivoluzionario-malinconica e potevano dar l'impressione di grande originalit, dato che non facevano nient'altro se non sottendere alla insensatezza della loro vita un senso di loro invenzione. Tra loro prosperavano un umorismo maligno, un linguaggio impudente e urtante e un aperto cinismo. Quando, in una piccola e squallida taverna di periferia, Erwin conobbe per la prima volta alcune di queste persone - era subito dopo Natale -, ader bramosamente a quel disordine. Trovava che l il tono fosse molto pi arguto di quanto fosse uso nella sua associazione, eppure si accorse che, come membro di un'associazione goliardica importante e insignita dei colori, egli godeva d'un certo rispetto, nonostante tutte le barzellette che ci si facevano sopra. Naturalmente venne salassato subito la prima volta. Lo si trov relativamente godibile anche se ancora cucciolo, e gli si fece l'onore di lasciargli pagare il conto della piccola tavolata. Tutto questo in fondo non era male, e lo avrebbe attirato tutt'al pi per qualche serata. Ma, quando si fu rivelato un buon diavolo e un possibile anfitrione, lo condussero in uno strano caff, l'Ussaro azzurro, dove gli avevano fatto balenare dei godimenti inauditi. Queste magnificenze in realt non erano cos splendide, il locale era scuro e sordido, un miserabile buco buio con un vecchio bigliardo e dei vini cattivi, e le cameriere compiacenti non erano seducenti nemmeno la met di quanto il povero Mhletal si era immaginato. Comunque fosse, egli respirava l un'aria diabolica e corrotta, e godeva il discutibile piacere, che tuttavia affascina gli ingenui, di trovarsi con la coscienza sporca in un luogo proibito.

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E poi, alla sua seconda visita all'Ussaro azzurro conobbe anche la figlia della padrona. Si chiamava signorina Elvira, e in casa comandava lei. Un tipo deplorevole di perversa bellezza le dava potere su quei giovanotti, che le si attaccavano come le mosche al vischio e sui quali essa esercitava un dominio incondizionato. Se uno le piaceva, gli si sedeva sulle ginocchia e lo baciava, e se era povero non gli faceva pagare il conto. Ma se aveva le lune, neanche il preferito poteva consentirsi scherzi o tenerezze. Mandava via chiunque non le andasse a genio, e gli proibiva temporaneamente o per sempre di frequentare il locale. Non faceva entrare gli ubriachi, neppure se erano degli amici. Aveva con i novellini, che ancora davano l'impressione di timida innocenza, un comportamento materno; non tollerava che uno di loro si ubriacasse o che gli altri lo imbrogliassero sui soldi oppure che lo prendessero in giro. Ogni tanto le veniva tutto a noia, e allora non si faceva vedere per l'intera giornata, oppure sedeva inavvicinabile su una poltrona imbottita e leggeva romanzi, operazione durante la quale a nessuno era consentito disturbarla. La madre si rassegnava a tutti i suoi capricci ed era contenta quando passavano senza burrasche. Quando Erwin Mhletal la vide per la prima volta, la signorina Elvira sedeva sulla poltrona imbottita dei suoi giorni di malumore, aveva davanti a s un'annata malamente rilegata di una rivista che sfogliava distratta e nervosa, e non degnava d'uno sguardo i clienti e il loro andirivieni. La sua pettinatura, solo apparentemente negletta, faceva pendere i bei capelli morbidi e ben curati, che si gonfiavano sulle tempie, sul volto pallido, mobile e capriccioso; sottili palpebre dalle lunghe ciglia nascondevano i suoi occhi. La mano sinistra posava oziosa sul dorso di un grosso gatto grigio, che fissava sonnolento coi verdi occhi obliqui. Solo quando Erwin e i suoi compagni furono serviti di vino e

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occupati a giocare a dadi, la signorina sollev le palpebre e osserv i nuovi ospiti. Guard soprattutto il novellino, ed Erwin si sent imbarazzato sotto quel crudo sguardo indagatore. Ma presto essa torn a ritirarsi dietro il suo librone. Quando, un'ora dopo, Erwin si alz insoddisfatto per andarsene, essa si lev rivelando la figura snella e flessuosa, e quando Erwin salut gli fece un cenno, sorridendo quasi impercettibilmente con aria invitante. Egli usc scombussolato, e non poteva scacciar di mente l'occhiata tenera, ironica, promettente di lei, e le sue fattezze fini e aristocratiche. Non aveva pi quello sguardo diretto e innocente, al quale piace solamente ci che sano e senza difetti, e tuttavia era ancora abbastanza inesperto da prendere la finzione per genuinit, e da vedere in quella fanciulla felina non un angelo, certo, ma una donna di affascinante perversit. Da allora si rec all'Ussaro azzurro tutte le sere che poteva sottrarsi incontrollato ai suoi compagni.. per vivere, a seconda dell'umore di Elvira, qualche ora di conturbante felicit oppure umiliazioni e arrabbiature. La sua sete di libert, alla quale aveva sacrificato il suo unico amico e che alla lunga trovava fastidiosi anche i doveri e le regole della sua associazione studentesca, adesso si sottometteva senza resistenza ai capricci e agli umori di una civetta imperiosa, che oltretutto viveva in una stamberga ributtante e non faceva alcun mistero di esser capace di amare chiunque, e non uno soltanto, ma parecchi, sia uno dopo l'altro che tutti insieme. Cos Erwin si era incamminato sulla strada gi percorsa da molti frequentatori dell'Ussaro azzurro. Una volta la signorina Elvira gli intim di trattarla a champagne, un'altra lo rimand a casa perch aveva bisogno di sonno, una volta non si faceva vedere per due o tre giorni, un'altra gli metteva in tavola delle squisitezze e gli prestava dei soldi.

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Di tanto in tanto il suo cuore e la sua ragione si ribellavano e gli procuravano giorni disperati, nei quali non faceva che accusarsi e prendere decisioni che sapeva non si sarebbero mai tradotte in azione. Una sera che aveva trovato Elvira di cattivo umore e passeggiava infelice per le strade, pass sotto casa di Hans e vide la sua finestra illuminata. Si ferm e guard su con vergogna e nostalgia. Hans era al pianoforte e suonava arie del Tristano, la musica erompeva ed echeggiava nella strada buia e tranquilla, ed Erwin cammin su e gi ascoltando per un buon quarto d'ora. Ma la luce alla finestra si spense, e subito dopo egli vide il suo amico lasciare la casa in compagnia di un giovane alto, vestito rozzamente. Erwin sapeva che Hans non suonava il Tristano a uno qualunque. Dunque, aveva trovato un altro amico! In casa dello studente Wirth a Blaubachhausen Hans sedeva davanti alla stufa marrone, mentre Wirth passeggiava per l'ampia stanza dal soffitto basso. Dunque, diceva Wirth, presto raccontato. Sono figlio di contadini, come lei avr ben notato. Ma mio padre era un contadino particolare. Apparteneva a una setta diffusa dalle nostre parti, e ha dedicato la sua esistenza, sin quanto ne so, alla ricerca di una via che portasse a Dio e alla vera vita. Era benestante, ricco quasi, e si occupava della sua grande azienda tanto bene da farla prosperare, anzich decadere, nonostante la sua bont d'animo e il bene che faceva. Ma per lui non era questa la cosa principale. Molto pi importante era quello che chiamava la vita dello spirito. Questa lo assorbiva pressoch totalmente. Andava regolarmente in chiesa ma non l'approvava, e trovava la propria edificazione nella sua setta, nella predicazione laica e nell'interpretazione della Bibbia. Nella sua stanza

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aveva tutta una serie di libri: Bibbie commentate, considerazioni sui Vangeli, una storia della Chiesa, una storia universale e una quantit di letteratura devozionale, parte della quale mistica. Non conosceva Bhme ed Eckart, bens la teologia tedesca, qualche pietista del XVII secolo, soprattutto Arnold, e qualcosa di Swedenborg. Era quasi commovente vederlo cercarsi una via nella Bibbia, con un paio di confratelli, sempre sulle tracce di una luce presentita e sempre perdendosi nella sterpaglia, e sentire sempre pi chiaramente, via via che invecchiava, che una sola meta era quella giusta, ma che la sua via era sbagliata. Capiva che senza uno studio metodico la cosa non poteva funzionare, e poich io avevo aderito gi presto alla sua causa, ripose le sue speranze su di me e pens che se mi avesse fatto studiare, la ricerca devota unita alla scienza reale avrebbero pur dovuto condurre a una meta. Gli dispiaceva per la fattoria, e a mia madre ancor di pi, ma fece il sacrificio e mi mand a studiare in citt, bench come figlio unico mi sarebbe toccato incaricarmi dell'azienda. Alla fine mor, ancor prima che fossi all'universit, e forse per lui stato meglio cos che vedere che non sono diventato n un riformatore n un esegeta della Scrittura, e neppure un vero cristiano cos come lui lo concepiva. Lo sono, ma in un senso un po' diverso, e lui non l'avrebbe capito. Dopo la sua morte la fattoria fu venduta. Mia madre prima di questo aveva tentato varie volte di convincermi a fare il contadino, ma la mia decisione era presa, e cos dovette rassegnarsi a malincuore. Venne ad abitare con me in citt, ma ci resistette solo un anno. Da allora vive nel nostro villaggio presso dei parenti, e ogni anno vado a trovarla per un paio di settimane. Il suo cruccio ora che non faccio studi che mi daranno un guadagno, e che non ha speranza di vedermi parroco o dottore oppure professore all'universit. Ma ha imparato da

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mio padre che con quelli che seguono la voce dello spirito non valgono n preghiere n ragionamenti. Ogni volta che le racconto che aiuto la gente di qui a mietere, a fare il mosto o a trebbiare, diventa pensierosa e immagina tra i sospiri come sarebbe bello se lo facessi come padrone nella nostra fattoria, invece di condurre una vita incerta fra gente estranea. Sorrise e si ferm. Poi trasse un lieve sospiro e disse: s, strano. E in fondo non so neppure se morir contadino. Forse succeder che un giorno mi comprer un pezzo di terra e imparer di nuovo ad arare. Se qualcosa bisogna pur fare e non si proprio un uomo d'eccezione, alla fine non c' nulla di meglio che coltivare la terra. Ma perch?, grid Hans. Perch? Perch il contadino semina e raccoglie lui stesso il proprio pane, ed l'unico che possa vivere direttamente del lavoro delle sue braccia, senza trasformare un giorno dopo l'altro il suo lavoro in denaro e poi di nuovo il denaro in cibo e indumenti, in un circolo vizioso. E anche perch il suo lavoro ha un senso. Quel che il contadino fa quasi tutto necessario. Quel che gli altri fanno, raramente necessario, e la maggior parte di loro potrebbe altrettanto bene fare altre cose. Senza frutti della terra e senza pane nessuno pu vivere. Ma senza gran parte dei mestieri e delle fabbriche, anche senza scienza e libri si potrebbe vivere benissimo, o almeno molti lo potrebbero. Sta bene. Ma il contadino quando sta male va dal medico, e la contadina quando ha bisogno di conforto, dal prete. Alcuni, ma non tutti. Comunque a loro serve pi un consolatore che un medico. Una sana razza di contadini conosce solo poche malattie, e per queste esistono rimedi casalinghi, e alla fine bisogna pur morire. Ma del prete o comunque di un altro consigliere, la maggior parte di loro ha bisogno, per questo non voglio tornare a fare il contadino prima di essere in grado di

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dar consigli, almeno a me stesso. questa dunque la sua meta? S. Lei ne ha forse un'altra? Essere in grado di far fronte all'inintelligibile, avere in se stessi il consolatore, questo tutto. Uno trova soccorso nella conoscenza, l'altro nella fede, c' chi ha bisogno dell'una e dell'altra, e alla maggior parte della gente l'una e l'altra servono a poco. Mio padre ci ha provato a modo suo e gli andata male, o almeno non ha mai raggiunto una pace perfetta. Credo che questa non la raggiunga mai nessuno. Invece s, pensi a Buddha! E poi a Ges. A quello che hanno raggiunto, io credo, sono arrivati per strade cos umane, che si penserebbe debba esser possibile a chiunque. E penso che gi molti uomini Ci siano giunti, senza che lo si sappia. Lo crede veramente? Sicuro. I Cristiani hanno santi e beati. E i Buddhisti hanno molti Buddha, che hanno conquistato per s la condizione del Buddha, perfezione e redenzione totali. In questo essi sono del tutto pari al grande Buddha, solo che lui andato oltre, comunicando al mondo la sua via per la redenzione. Anche Ges non ha tenuto per s la propria beatitudine e la propria intima perfezione, ma ha predicato la sua dottrina e ad essa ha sacrificato la vita. Se era l'uomo pi perfetto, sapeva anche quel che faceva agendo cos, e, come tutti i grandi martiri, ha espressamente insegnato quel che possibile, non quel che impossibile. D'accordo. Su queste cose ho riflettuto poco. Si pu dare alla vita questo o quell'altro senso, per consolarsi. Ma un'illusione. Caro signor Calwer, cos non andiamo avanti. Illusione una parola al posto della quale pu usare mito, religione, presagio, ideologia. Che cosa reale? Lei, io, questa casa, questo

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villaggio? Perch? Questi enigmi sono insolubili, ovviamente, ma sono poi cos importanti? Noi sentiamo noi stessi, con il nostro corpo urtiamo contro altri corpi, e con 'la nostra mente contro gli enigmi. Non si tratta di buttar gi la parete, ma di trovare la porta. Dubitare della realt delle cose una condizione; si pu restar fermi ad essa, ma non lo si fa se si pensa. Infatti pensare non immobilit, ma movimento. E per noi non si tratta di risolvere ci che viene riconosciuto come insolubile. S, ma se non possiamo spiegare il mondo, a che scopo pensare? A che scopo? Per fare quel che possibile. Se tutti volessero porsi di questi limiti, non avremmo Copernico n Newton, e nemmeno Platone e Kant. Ma lei gi non lo pensa seriamente. Ad ogni modo, non cos seriamente. Voglio solo dire che, di tutte le teorie, quelle sull'etica sono le pi pericolose. . S. Ma io non parlavo di teorie, bens di uomini, la cui vita rappresenta la soluzione di un problema, quindi una redenzione. Ma noi due siamo ancora troppo distanti l'uno dall'altro; dobbiamo conoscerci meglio, poi si trover pure un terreno sul quale intenderei bene. S, lo spero. Siamo veramente lontani, vale a dire che lei molto pi avanti di me. Lei gi comincia a costruire, mentre io sto ancora demolendo e creando dello spazio. Sinora non ho imparato se non a diffidare e ad analizzare, e ancora non so se potr fare altro. Chiss? Lei ieri ha suonato per me, e con qualche brano musicale mi ha dato l'idea di un'opera d'arte, sicch io ne ho realmente ricevuto qualcosa. Questa non pi analisi. - Ma adesso venga, usciamo prima che faccia buio. Uscirono di casa nel freddo e grigio pomeriggio di gennaio, e lungo sentieri ghiacciati raggiunsero una collina dove si

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ergevano betulle dai rami sottili, e si apriva una vista su due valli fluviali, sulla vicina citt e sui villaggi lontani. Quando i due ripresero a parlare, fu di faccende personali. Hans raccont dei suoi genitori, dei tempi di scuola, degli studi fatti sino allora. Appurarono che Wirth aveva circa quattro anni pi di Hans. Questi camminava accanto a Wirth con la quasi angosciosa sensazione che quell'uomo gli fosse destinato come amico ma che tuttavia non fosse ancora il caso di parlarne, e forse non lo sarebbe stato per lungo tempo. Intuiva che il suo conoscente aveva una natura diversa dalla sua, e che un'amicizia con lui poteva basarsi non su un avvicinamento e una fusione, ma soltanto sul fatto che ciascuno dei due, consapevole della propria indole individuale, si accostasse all'altro liberamente e gli riconoscesse i suoi diritti. Eppure Hans si sentiva meno che mai sicuro di s. Sin da quando aveva preso coscienza, si era sentito come una persona di stampo assai ben definito, diversa da tutte le altre, non parte di una massa; gli aveva sempre anche dato fastidio sapersi cos giovane. Adesso, di fronte a Wirth, si sentiva invece immaturo e giovane davvero. Si accorgeva altres che la sua superiorit su Erwin Mhletal e su altri compagni gli aveva conferito una falsa sicurezza e che di questa superiorit aveva fatto cattivo uso. Di fronte a questo Heinrich Wirth, non bastava possedere un po' d'intelligenza e qualche abilit dialettica. Egli doveva prendersi sul serio, esser pi modesto, e non contrabbandare le sue speranze per realizzazioni. Quest'amicizia per lui non sarebbe pi stata un gioco e un lusso, ma un raccogliere e un misurare di continuo le proprie forze e il proprio valore su quelli dell'altro. Wirth era un individuo per il quale ogni problema di pensiero e di vita i traduce a in compito morale, e non senza pena Hans intuiva che un siffatto equipaggiamento era ben diverso dal suo habitus spirituale, che aveva in troppa affettazione.

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Wirth non i faceva tanti problemi. Avvertiva che Hans aveva bisogno di amicizia, e in cuor suo gli dava il benvenuto. Ma Hans non era il primo che gli si avvicinava, ed egli si preparava in anticipo a veder andar via anche lui un giorno o l'altro. Forse anche Calwer era uno dei tanti che si interessavano dei suoi scopi, e non era di interesse che Wirth aveva bisogno, ma di compartecipazione attiva, sacrificio, dedizione. Eppure una simpatia involontaria lo attirava con dolce forza verso Hans. Questi aveva qualcosa che Wirth non possedeva e che perci apprezzava doppiamente, un rapporto innato con il bello, con ci che non asservito a uno scopo, con l'arte. L'arte era l'unico campo della vita intellettuale al quale Wirth, con dispiacere, era rimasto estraneo, e che per intuiva contenesse in s una liberazione. Pertanto in Hans non vedeva un discepolo, che avrebbe imparato qualcosa da lui e poi avrebbe ripreso la sua strada, ma sentiva, e sperava, che sarebbe stato possibile imparare a sua volta da lui e trovare in lui una guida. Si salutarono pensierosi, senza riuscire a trovare un tono di cordialit. Si erano avvicinati l'uno all'altro troppo rapidamente, e provavano ambedue una resistenza istintiva verso il momento della reciproca dedizione e della- totale sincerit, senza le quali nessun rapporto di conoscenza diventa un'amicizia. Fatti un centinaio di passi, Hans si volse a guardare l'altro, con una mezza speranza che anch'egli si girasse. Ma Wirth si allontanava col suo passo regolare verso il villaggio e il crepuscolo precoce, e aveva l'aspetto di un uomo sperimentato che percorre da solo il suo duro cammino con la stessa sicurezza come se fosse con un compagno, e non si lascia facilmente sviare da desideri e inclinazioni. Cammina come dentro un'armatura, pens Hans, e prov un bruciante desiderio di colpire segretamente quel bene armato e di ferirlo attraverso uno spiraglio non difeso.

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E decise di aspettare in silenzio che anche quell'uomo cos sicuro dei suoi scopi diventasse un giorno debole e umano e, bisognoso d'affetto. Senza che lo sapesse o ci pensasse, questa speranza e questo suo doloroso desiderio erano quasi esattamente della stessa natura della ricerca d'attenzione e della fervida pazienza con cui, nei lontani tempi dell'infanzia, Erwin lo aveva incalzato. A lui oggi Hans non pensava, n in genere ci pensava pi molto non sapeva che, per colpa sua, qualcuno stava soffrendo e smarrendosi. Erwin era sempre innamorato della signorina Elvira almeno credeva di esserlo. Tuttavia si lasciava andare alla sua vita dissoluta con una certa prudenza, e negli ultimi tempi erano tornate spesso le ore della resa dei conti e dei buoni propositi. La sua vera natura, bench in quel momento stordita e impotente, in segreto si ribellava con un senso di malessere morale a quel sordido ambiente. La lunatica Elvira gli facilitava le cose, mostrandosi quasi sempre mordace e scostante e preferendogli due o tre clienti fissi. C'erano momenti in cui Erwin credeva di essersi gi lasciato alle spalle tutto questo, e di conoscere la strada che riconduceva alla stima di s e alla tranquillit. Occorreva soltanto un fermo proposito, un breve periodo di costante astensione, forse una confessione. Ma tutto questo non veniva affatto da solo, e l'ancor troppo infantile sviato dovette apprendere con spavento che le cattive abitudini, una volta contratte, non si possono cambiare come una camicia, e che prima di conoscere e di evitare il fuoco, il fanciullo deve essercisi dolorosamente scottato. Credeva comunque di esser rimasto scottato abbastanza, e di aver conosciuto il dolore abbastanza, ma qui s'ingannava di molto. Gli erano riservate altre amarezze che non immaginava. Un giorno, mentre era ancora a letto, and a trovarlo lo studente

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anziano che nell'associazione gli faceva da tutore, un giovane spigliato ed elegante con cui Erwin aveva subito simpatizzato. Negli ultimi tempi, per, i suoi rapporti con lintera associazione si erano fatti cos tesi e artificiosi, che praticamente non frequentava pi nemmeno dei compagni isolati. Perci quella visita inaspettata suscit in lui disagio e diffidenza. Salve, tutore, grid sbadigliando con ostentazione, e si lev a sedere sul letto. Come va, piccolo? Ancora a letto? S, mi alzo subito. Oggi c' lezione di scherma? Lo dovresti sapere da te. Ma s. Allora sta' a sentire, piccolo! Mi sembra che ci siano alcune cose che non sai, e me ne meraviglio. Quindi debbo rivederti un po' le bucce. Proprio adesso? E la cosa migliore. Te l'avrei detto i giorni scorsi, ma non sei mai In casa. E non vorrei venirti a cercare alla "Stella d'Oro". Alla "Stella d'Oro"? Che vuoi dire? Ragazzo, non dire bugie inutili! Sei stato visto due volte alla "Stella d'Oro", e sai che quel locale ti vietato. Non ci sono mai stato con i colori dell'associazione. Spero bene! Ma non devi assolutamente andarci, e nemmeno alla "Balena". E non devi neppure avere a che fare con lo studente in medicina Haseler, che nessuna persona perbene guarda pi in faccia, e neppure con lo studente in filosofia Meyer, che tre semestri fa stato buttato fuori dai Renani perch barava al gioco, e che se l' data a gambe in due sfide. Buon Dio, questo non potevo saperlo. Tanto meglio, se non lo sapevi. Il fatto che tu preferisca la compagnia di questi signori a quella dei tuoi soci, diventa cos un po' meno mortificante per noi.

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Sai benissimo perch mi sono tenuto lontano dai compagni. S, quella storia di Calwer ... E il modo in cui sono stato offeso in mezzo a voi ... Prego, quello era uno solo, un villanzone, vero, e ha fatto pubblica ammenda. Insomma, allora cosa debbo fare? A questo punto mi dimetto. Si fa presto a dirlo. Ma se sei un tipo come si deve, non lo farai. Non dimenticare che non sei Calwer. Il suo caso era diverso. Le sue dimissioni sono state penose per noi, ma - con tutto il rispetto - quello era ineccepibile. La tua situazione un po' diversa. Ah s? Io non sono ineccepibile? No, piccolo, mi spiace. E poi non alzare la cresta, se puoi, fallo per me. La mia non una visita ufficiale, come forse credi, sono qui in via del tutto amichevole. Quindi fa' il bravo. - Vedi, se adesso volessi dimetterti, non sarebbe molto furbo da parte tua, perch hai commesso delle sciocchezze alle quali dovresti innanzitutto rimediare. Non ci vuol molto. Qualche settimana di condotta irreprensibile, nient'altro. Cos ti passeranno anche questi pensieri oziosi. Vedi, gi a molti altri successo come a te, i tuoi piccoli eccessi sono ancora inoffensivi, e si messo riparo a cose ben pi gravi. E poi, a dirla tutta, potrebbe diventare increscioso per te volerti dimettere adesso. Perch? Non capisci? Ti si potrebbe prevenire. Vuoi dire buttarmi fuori? Per essere stato un paio di volte alla "Stella d'Oro"? Gi, non sarebbe un buon motivo. Ma sai, in caso di necessit pu darsi che lo si farebbe. Sarebbe duro, anche ingiusto, ma non potresti farci nulla. E allora per te sarebbe finita. Pu essere divertente bere ogni tanto un bicchiere con dei tipi un po' bacati, ma dover essere dei loro ... no, sarebbe brutto, anche per

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caratteri pi forti del tuo. Ma allora cosa debbo fare? Nient'altro che rompere con quelle compagnie. Non hai da temere nessun interrogatorio. Dir che ti sei reso conto che negli ultimi tempi la tua condotta lasciava a desiderare, e che mi hai promesso di riparare subito e radicalmente. cos tutto risolto. Ma se non sono adatto a voi, e tra voi non sto bene? Questo affar tuo. So soltanto che gi a molti successo lo stesso, e che son riusciti perfettamente a venirne fuori. Andr cos anche a te. E se alla fine non sar cos, puoi sempre dimetterti. Ma non ora, in nessun caso. Capisco. Ti sono grato di volermi aiutare, davvero. Dunque non andr pi alla "Stella" e mi sforzer di soddisfarvi. Questo basta? Per quanto mi riguarda, s. Solo che, ti prego, devi pensare che io ... voglio dire, ho preso per cosi dire su di me la responsabilit di questo stupido affare, perch ti venisse risparmiata un'ammonizione ufficiale. Naturalmente posso farlo una sola volta, capisci. Se tu in seguito ... E ovvio. Hai gi fatto ora molto pi di quanto dovessi. Sta bene. Adesso fai un piccolo sforzo: fatti vedere pi spesso da noi, anche quando non c' niente di ufficiale, vieni pi spesso al caff e alle passeggiate, e datti da fare alla scherma. Allora tutto si sistemer. Erwin non era certamente di questa opinione. Trovava anzi che tutto andasse peggio, e non aveva n la speranza n l'intenzione di portare a termine in modo soddisfacente la sua carriera di membro di un'associazione studentesca. Si ripromise di restarvi soltanto sino a che non sarebbe potuto uscirne volontariamente, con onore e dignit, verso la fine del semestre. Da allora Erwin evit del tutto, senza sentirne la mancanza, le taverne proibite e i loro clienti. Ad eccezione per dell'Ussaro

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Azzurro. Vi si rec gi pochi giorni dopo, anche se con la mezza idea di farne una serata d'addio, ma non aveva fatto i conti con Elvira. Questa si accorse subito delle sue intenzioni, e quel giorno fu cos carina e trattabile, che l'indomani lui torn di nuovo. Allora essa gli cav fuori senza fatica il segreto delle sue preoccupazioni. Gli consigli vivamente di restare nell'associazione, altrimenti non lo avrebbe voluto pi vedere. Cos, sentendosi come un ladro, continu a recarsi furtivamente in quel locale malfamato, e ricadde come prima sotto il potere della ragazza. E non appena essa fu nuovamente sicura di lui, ecco che tornarono anche tutti i suoi capricci. Per cui egli, adirato e realmente amareggiato, le fece una violenta scenata, che per fin male. Essa lo lasci sbraitare, e tir fuori quietamente un sudicio libriccino in cui erano segnati, cifra su cifra, i suoi debiti all'osteria e le somme in contanti ottenute in prestito, alle quali egli non pensava pi da tempo, e la cui restituzione essa aveva rifiutato con una risata, quando lui gliel'aveva offerta: il tutto ammontava a una cifra sorprendentemente alta. Nelle serate d'allegria si erano bevuti champagne e vini costosi, senza che lui li avesse espressamente ordinati, e i compagni d'osteria erano stati bravamente della partita e avevano lasciato che lui mescesse. Anche quelle bottiglie stavano tutte l, ben contate, in quel libriccino e lo guardavano sogghignando slealmente. Il totale era troppo alto perch lui potesse pagarlo un po' alla volta col suo assegno mensile, e purtroppo quello non era l'unico debito che avesse . esatto o no?, chiese la signorina Elvira con tranquilla maest. Si era aspettata che lui protestasse, e in caso estremo avrebbe abbonato buona parte della somma. Ma Erwin non protest. S, sar cos, disse timido e sottomesso.

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Scusami, in questo al momento non avevo affatto pensato. Naturalmente pagher il pi presto possibile. Puoi aspettare ancora un po'? Questo successo oltrepass tanto le aspettative di lei, che essa ne rimase toccata e lo carezz con aria materna. Vedi, disse soavemente, non per cattiveria. Volevo solo ricordarti che io non ti faccio credito soltanto di parole ingiuriose. Se sarai bravo, il libretto rester tranquillamente dov', non ho bisogno di questo denaro, e se mi viene il ghiribizzo lo butto nel fuoco. Ma se tu sarai sempre scontento e mi farai arrabbiare, potrebbe succedere che io parli del tuo conto ai signori della tua associazione. Erwin impallid e la guard fisso. Su, rise lei, non aver paura. Ma era troppo tardi. Egli aveva paura, sapeva di esser caduto in trappola e che avrebbe dovuto vivacchiare alla merc di una speculatrice. S, s, disse, e rise scioccamente. E poi se ne and, triste e umiliato. La sua infelicit di prima, ora lo vedeva bene, era stata puerile, e la sua disperazione ridicola. Adesso a un tratto sapeva a che cosa possono condurre un po' di leggerezza e di follia, e vedeva sotto una luce cruda e abbagliante l'ambiente in cui era entrato con un'innocenza. pari alla sua cattiva coscienza. Ora bisognava far qualcosa. Non poteva andare attorno con una corda al collo. E tutta la sordidezza e il fallimento di quei pochi mesi, che ancora ieri possedevano una parvenza di amabile anarchia, ora d'improvviso lo assediavano atroci e strapotenti, cos come la palude circonda uno che, dopo aver tentato qualche passo, improvvisamente affonda fino al collo. Come ogni giovanotto un po' sconsiderato, nei momenti di ubriachezza Erwin si era talvolta baloccato con l'idea che, nel momento in cui ogni gioia fosse finita, si poteva sempre

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prendere un revolver e uccidersi. Adesso che l'angoscia era l, anche questo perverso conforto era volato via e non riemergeva neanche come possibilit. Ora non si trattava di compiere un ultimo gesto di vilt, ma di assumersi tutta la responsabilit di una brutta e incresciosa serie di sciocche follie e di espiare, se possibile. Si era svegliato da uno stato di sopore trasognato, irresponsabile, incomprensibile e non pensava neppure per un istante a riaddormentarsi. Pass la notte a far piani. Ma per quanto necessario fosse cercare aiuto, qualcosa lo spingeva ancora pi prepotentemente a considerare, sempre di nuovo e sempre con meraviglia e orrore, linconcepibile. Era dunque diventato in qualche settimana una persona diversa? Era stato cieco? Inorridiva a questa idea, ma sapeva che questa era una paura tardiva, il pericolo era passato. Ma il debito doveva essere saldato a ogni costo, il resto sarebbe venuto sa s La mattina il suo piano era pronto. And da suo studente tutore, che trov intento a radersi. Questi si spavent del suo aspetto e temette che stesse accadendo qualche disgrazia. Erwin lo preg di scusarlo per un giorno o due doveva partire. Ti morto qualcuno?, domand quello con simpatia, ed Erwin nella fretta accolse volentieri la menzogna che cos gli veniva offerta. Si, disse rapido. Ma adesso non posso darti spiegazioni. Dopodomani, al pi tardi sar qui. Sii gentile di scusarmi allora di scherma! Dopo ti dir tutto. Grazie mille e addio! Corse alla stazione. Arriv nella sua cittadina di pomeriggio e, evitando la casa di sua madre, corse allufficio di suo cognato. Questo era comproprietario di una piccola fabbrica, e lunica persona a cui Erwin al momento potesse rivolgersi per chiedere denaro.

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Le filosofiche Parafrasi sulla legge della conservazione della forza erano state condotte a termine in base al pensiero

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Il cognato fu un poco sorpreso di vederlo, e si raffredd alquanto quando Erwin gli disse di trovarsi in imbarazzi finanziari. Sedettero uno di fronte allaltro in una stanza adiacente, ed Erwin guard con imbarazzo il viso modesto, solido del marito di sua sorella, per il quale non aveva mai provato un grande interesse. Ma una volta o laltra doveva pur farsi male ed espiare, quindi prefer farlo subito, e dopo aver preso fiato si lasci andare, e rese allo stupito commerciante una piena confessione. Essa dur, interrotta da brevi domande, unora buona. Segu una pausa penosa. Infine il cognato chiese: E che farai, se non posso darti il denaro?. Erwin si era talmente impegnato nella sua confessione che era vicino al limite, e rimpiangeva quasi la sua sincerit. Avrebbe voluto dire: Questo non ti riguarda, ma si trattenne e mand gi. Alla fine disse esitando: C' solo una via. Se tu non vuoi o non puoi, andr da mia madre e le dir tutto. Tu sai quanto ne soffrir. Le sar anche difficile mettere insieme tutta la somma, anche se lo far di sicuro. Forse potrei rivolgermi anche a uno strozzino, ma prima volevo chiedere a casa. Il cognato si alz e annu pensieroso. S, disse esitante, naturalmente ti dar il denaro, all'interesse corrente. Dopo in ufficio potrai firmare la ricevuta. Non posso darti consigli, vero? Mi dispiace che ti sia andata cos. Verrai a bere un t da noi? Erwin lo ringrazi imbarazzato, ma non accett l'invito. Voleva ripartire prima di sera. Anche al cognato questa sembr la cosa migliore. S, come credi, disse. La cambiale puoi prenderla subito.

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originario, vero, ma al loro autore non procuravano pi una reale soddisfazione. Hans Calwer subiva gi fortemente l'influenza del rustico pensatore Wirth, il cui modo di affrontare i problemi era s pi parziale, ma assai pi diretto e conseguente del suo. Aveva pensato di fargli leggere il manoscritto, ma aveva subito rinunciato a questo proposito, credendo di saper bene che quello avrebbe trovato il suo lavoro inutile e affettato. E pian piano sembrava cos anche a lui. Trovava che lo scritto volesse destar troppo l'interesse, quasi come un articolo d'appendice, e lo stile era troppo compiaciuto. Distruggerli non voleva, quei fogli scritti con tanta cura che aveva appena riletto, ma li arrotol, li leg con uno spago e li ripose in un angolo dell'armadio, per non rivederli tanto presto. Era sera. La lettura e la penosa autocritica lo avevano innervosito e alla fine immalinconito. Infatti vedeva bene di non essere ancora maturo per produrre qual o di realmente valido, eppure lo tormenta a il desiderio di esprimersi in segreto e di dare una forma accurata e definitiva alle sue meditazioni e alle sue idee. Allo stesso modo, quand'era a scuola, aveva scritto temi e poesie e una o due volte l'anno li riesaminava e li distruggeva, mentre per si faceva sempre pi ardente il desiderio di scrivere qualcosa di pi duraturo. Gett nella stufa il mozzicone della sigaretta, sost un poco accanto alla finestra e fece entrare l'aria invernale, e infime si sedette al piano. Dapprima improvvis. Poi, dopo breve riflessione, scelse la ventitreesima sonata di Beethoven e la esegu con cura e fervore crescenti. Aveva appena finito, e sedeva ancora chino sullo sgabello, quando bussarono alla porta. Si alz e and ad aprire. Erwin MiiWetal entr. Tu, Erwin?, esclam Hans stupefatto e un po' imbarazzato. S, posso?

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Naturalmente. Vieni dentro! Gli tese la mano. Si sedettero al tavolo, alla luce della lampada, ed ora Hans vide quel viso cos familiare mutato e stranamente invecchiato. Come stai?, chiese per rompere il ghiaccio. Erwin lo guard e sorrise. Mah, cos cosi. Non so se la mia visita ti faccia piacere, ma volevo tentare una buona volta. Volevo raccontarti un po' di me, e forse chiederti anche un favore. Hans ascoltava quella voce che ben conosceva e si stupiva di quanto bene gli facesse e di quanto piacere perduto, e mai rimpianto, essa gli recasse. Gli tese ancora una volta la mano attraverso il tavolo. gentile da parte tua, disse cordialmente, Non ci vediamo da tanto tempo. Veramente forse sarei dovuto venire io da te, ti avevo offeso. Beh, ora sei qui. Prendi una sigaretta. , Grazie. E confortevole qui. Hai di nuovo un pianoforte. E anche le stesse buone sigarette. - Eri arrabbiato con me? Arrabbiato! Dio sa com' successo. Quella stupida associazione - beh, scusa! Di' pure, neanche io ci rester per molto. Pensi? Ma non per causa mia? Naturalmente avrai avuto di certo molte noie per colpa mia. Non vero? E vero, ma acqua passata. Se hai tempo, ti racconto le mie res gestae. Te ne prego. E non mi risparmiare. Oh, qui tu non c'entri quasi per niente, anche se ho pensato a te in tutto questo tempo. Avrei dovuto dare le dimissioni con te, ma in quel periodo tu eri un po' brusco, e io mi ribellavo e non volevo seguirti sempre qualunque cosa tu facessi. Beh, questo lo sai gi. Da allora le cose non mi sono andate bene, e la colpa stata mia. Cominci a raccontare, e Hans dovette ascoltare con meraviglia

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e spavento quel che era successo al suo amico, mentre egli aveva pensato poco a lui e se l'era cavata bene anche senza di lui. Non so bene come sia successo, ud che diceva. In realt cose di questo genere non hanno alcun interesse per me. Ma allora, appunto, non ero del tutto in me. Andavo in giro continuamente in uno stato come di vertigine, e lasciavo che le cose andassero come volevano. E adesso viene il capitolo principale. Si svolge al caff Ussaro azzurro, che certamente tu non sai nemmeno che esista. E venne la storia con la signorina Elvira. Ad Hans questa sembr cos triste eppure cos ridicola, che Erwin non pot fare a meno di ridere della sua faccia. E adesso?, chiese Hans alla fine. Natura1mente ti serve del denaro. Ma dove prenderlo? Il mio lo metto a tua disposizione, ma non basta. Grazie, ma il denaro c' gi, disse Erwin allegramente, e raccont anche quell'episodio, dopo di che Hans dichiar che il cognato era una persona per bene. Ma come posso aiutarti?, chiese poi. Accennavi a qualcosa. S. Puoi farmi un grande favore. Cio, se tu domani volessi andar l e saldarmi quello stupido conto. Uhrn, s, naturalmente posso occuparmene. Mi chiedo soltanto se non dovresti farlo tu. Sarebbe un piccolo trionfo, e un modo impeccabile di venirtene via. Questo s, Hans, ma credo che ci rinuncer. Non vilt di questo sono abbastanza certo, ma semplicemente disgusto, perch non voglio pi vedere n quel locale n quella strada. E poi pensavo, se vai l vedi anche l'ambiente, come illustrazione per il mio piccolo racconto, e cos avremo un ricordo comune di quel periodo e dellUssaro azzurro. Questo convinse Hans, che accett l'incarico con non poca

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curiosit. Quando Erwin tir fuori le banconote e le monete d'oro e le cont sul tavolo, Hans esclam ridendo: Dio buono, ma un mucchio di soldi!. E aggiunse serio: Sai, una vera vergogna, una stupidaggine pagare tutto. Elvira ti avr certamente addebitato il triplo della somma, e sar contenta e far un buon affare se ricever la met del totale. Tutto questo denaro! Non va. In ogni caso posso portar con me un poliziotto. Ma Erwin non ne volle assolutamente sapere. Forse hai perfettamente ragione, disse calmo, e del resto l'avevo pensato anch'io. Ma non voglio. Lei deve avere il suo denaro, e se lo riscuote tutto e con gli interessi, io riacquisto la mia libert. E anche se adesso acqua passata, per un certo periodo sono stato innamorato di lei. Ah, fantasie!, si arrabbi Hans. Sia pure. Ma lo sono stato. E voglio che mi prenda per una stupida persona per bene, ma non per un suo pari. E allora, ammise Hans, Una donchisciottata sempre certamente la cosa pi nobile. E sciocco da parte tua, ma bello. Dunque domani m'incaricher della cosa. Poi ti sapr dire. Si separarono contenti, e Hans era lieto di poter fare qualcosa per l'amico e di saldare cos una piccola parte del suo debito con lui. La mattina dopo si rec all'Ussaro azzurro, dove Elvira lo ricevette con gran diffidenza, dopo avergli fatto fare una lunga anticamera. Di fronte alla sua aria imponente, Hans rinunci subito a un vago tentativo di chiederle ragione della disonest della sua manovra, e si limit a consegnarle quel mucchio di soldi e a chiederne ricevuta, che ottenne e che per sicurezza fece firmare anche dalla madre di Elvira. Con questo documento and da Erwin, che nel riceverlo rise e tir un respiro di sollievo. Posso chiederti ancora una cosa?, cominci poi con

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imbarazzo. S, ma che cosa? Chi lo studente che qualche sera fa era da te, e al quale hai suonato il Tristano? Hans era confuso e commosso nel vedere che Erwin si era tanto interessato alla sua vita, e aveva persino origliato davanti alla sua finestra. Si chiama Heinrich Wirth, disse lentamente, forse una volta lo conoscerai. Avete fatto amicizia? Un po', s. L'ho conosciuto al seminario. una persona di valore. Ah s? bene, forse una volta lo vedr a casa tua. Oppure ti secca? Che dici! Sono contento che tu riprenda a venire da me. Ma, sotto sotto, la cosa lo disturbava un po'. Nella domanda di Erwin c'era stata una sfumatura di gelosia che . non gli piaceva, perch non aveva intenzione di concedere a Erwin una qualsiasi influenza sul suo rapporto con Wirth. Ma non lo diede a vedere, e la sua gioia per la riconciliazione era abbastanza genuina perch non nascesse in lui al primo momento nessuna preoccupazione. Inizi cos un periodo di tranquillit, soprattutto per Erwin, che si portava attorno la sensazione di felicit di chi uscito da una malattia, e considerava anche i suoi compagni e le loro esigenze con maggior benevolenza ed equit. Sospettava che la sua rinata amicizia con Hans Ca1wer non fosse rimasta nascosta ai suoi colleghi, ed era lieto che non gliene chiedessero conto. Tanto pi volentieri si adoperava ad assolvere i suoi obblighi. Non mancava a nessuna riunione, si riavvicin amichevolmente al suo studente tutore, partecipava alle serate all' osteria degli studenti dei semestri pi avanzati, e poich faceva tutto questo

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non di malavoglia o con aria seccata, ma sempre di buon umore e con buona volont, gli altri non tardarono a trovarlo sufficientemente migliorato e gli si riavvicinarono con nuova amichevolezza. Il che lo faceva sentir bene; ritrov equilibrio e senso dell'umorismo, e non pass molto che l'associazione fu contentissima di lui, e lui di se stesso. Le dimissioni non gli sembravano pi necessarie, ad ogni modo non aveva pi fretta. Anche Hans si trovava bene in quella situazione. Erwin lo andava a trovare due o tre volte a settimana, e dal momento che era diventato pi autonomo e non accennava pi a tornare alla dipendenza di un tempo, Hans rest pi libero di se stesso e non trov che pi piacevole quel rapporto pi rilassato. Verso la fine del semestre Erwin and a trovarlo e si mise a parlare della sua vita nell'associazione. Pensava che fosse arrivato il momento di dimettersi, cosa che adesso poteva fare onorevolmente, oppure di rimanervi per sua libera decisione, dato che ora sarebbe avanzato a goliardo. E quando Hans gli dichiar sorridendo che trovava che i colori gli stessero bene, e che lo consigliava di continuare a portarli, grid vivamente: Hai ragione! Vedi, bastava che tu dicessi una parola e io sarei saltato fuori; mi sei sempre pi caro di tutta quella fiera l. Per mi diverte, e dato che ho tenuto duro per il periodo di matricolato, sarebbe sciocco andarmene quando comincia veramente lo spasso. Dunque, se non te ne hai a male, rimango. Cosi la vecchia inseparabilit se n'era andata, per non c'erano neanche pi malintesi, litigi e burrasche; il rapporto appassionato di un tempo era diventato pacifico, comodo e un po' superficiale. Si facevano delle concessioni reciproche, non discutevano pi insieme di tutto, si lasciavano in pace l'un l'altro eppure sentivano, quand'erano insieme, di appartenersi. Veramente, Erwin all'inizio si era ripromesso di pi, ma l'allegra

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compagnia nell'associazione surrogava qualche rimpianto, e un inconsapevole orgoglio in lui percepiva come un progresso la sua graduale liberazione dall'influenza di Hans. E Hans era tanto pi soddisfatto di questa situazione, in quanto Heinrich Wirth gli dava sempre pi da fare. Poco prima della conclusione del semestre, una sera Erwin incontr Wirth a casa di Hans. Osserv con attenzione quell'uomo di cui era geloso, e bench costui lo accogliesse amichevolmente, non gli piacque in modo particolare. Gli da a fastidio gi l'aspetto esteriore di quel rustico Posso chiederti ancora una cosa?, cominci poi con imbarazzo. S, ma che cosa? Chi lo studente che qualche sera fa era da te, e al quale hai suonato il Tristano? Hans era confuso e commosso nel vedere che Erwin si era tanto interessato alla sua vita, e aveva persino origliato davanti alla sua finestra. Si chiama Heinrich Wirth, disse lentamente, forse una volta lo conoscerai. Avete fatto amicizia? Un po', s. L'ho conosciuto al seminario. una persona di valore. Ah s? bene, forse una volta lo vedr a casa tua. Oppure ti secca? Che dici! Sono contento che tu riprenda a venire da me. Ma, sotto sotto, la cosa lo disturbava un po'. Nella domanda di Erwin c'era stata una sfumatura di gelosia che non gli piaceva, perch non aveva intenzione di concedere a Erwin una qualsiasi influenza sul suo rapporto con Wirth. Ma non lo diede a vedere, e la sua gioia per la riconciliazione era abbastanza genuina perch non nascesse in lui al primo momento nessuna

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preoccupazione. Inizi cos un periodo di tranquillit, soprattutto per Erwin, che si porta a attorno la sensazione di felicit di chi uscito da una malattia, e considerava anche i suoi compagni e le loro esigenze con maggior benevolenza ed equit. Sospettava che la sua rinata amicizia con Hans Calwer non fosse rimasta nascosta ai vuoi colleghi ed era lieto che non gliene chiedessero conto. Tanto pi volentieri i adoperava ad assolvere i suoi obblighi. on mancava a nessuna riunione, si riavvicin amiche solamente al suo studente tutore, partecipava alle serate all' osteria degli studenti dei semestri pi avanzati, e poich faceva tutto questo non di malavoglia o con aria seccata, ma sempre di buon umore e con buona volont, gli altri non tardarono a trovarlo sufficientemente migliorato e gli si riavvicinarono con nuova amichevolezza. Il che. lo faceva sentir bene; ritrov equilibrio e senso dell'usaggio, la cui cos poco giovanile dignit e la cui vita vegetariana lo impressionavano poco, cosa di cui Hans si accorse non senza irritazione. Tent persino di prendersi un po' gioco del forestiero, e parl con esagerato interesse di cose studentesche. E poich Wirth lo ascoltava con pazienza e lo incoraggiava persino con qualche domanda, cambi argomento e si mise a parlare di astinenza e di vegetarianesimo. Che specie di vantaggi ricava da questa vita ascetica?, domand. Altra gente mangia e beve bene, eppure non ha disturbi. Wirth rise bonariamente. Bene, allora continui pure a bere! I disturbi verranno in seguito. Ma anche adesso lei avrebbe dei vantaggi, se vivesse diversamente. Quali, per esempio? vuol dire che potrei risparmiare dei soldi? Di questo m'importa poco. E perch, poi? Ma io penso a qualcos'altro. Per esempio, io vivo da tre anni alla mia maniera, che lei chiama ascetica, e non

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sento bisogno di donne. Prima ne soffrivo moltissimo, cosa che capita a tutti gli studenti. Quel che lei guadagna in forza e resistenza cavalcando e tirando di scherma, poi lo spende all'osteria, e trovo sia un peccato. Erwin era un po' in imbarazzo e rinunci a continuare la discussione. Aggiunse soltanto: Si potrebbe pensare che fossimo tutti degli storpi. Io non tengo molto a una salute della quale ci si debba continuamente occupare. I giovani dovrebbero pur essere in grado di sopportare qualcosa. Hans pose fine alla conversazione aprendo il pianoforte. Cosa debbo suonare?, chiese a Wirth. Oh, di musica non capisco niente, purtroppo. Ma se lei fosse cos gentile, mi piacerebbe riascoltare la sonata. Hans annu e apr uno spartito di Beethoven. Mentre suonava, da come a volte si girava a cercare lo sguardo di Wirth, Erwin si accorse che suonava soltanto per lui e che con la sua musica cerca a di accattivarselo. Lo vide, e invidi per questo quello zoticone, e al termine della giornata, quando ripresero a discorrere, si mostr gentile e modesto. Vedeva che quell'uomo aveva acquistato del potere sul suo amico, e vide anche che Hans, se si fosse trovato a dover scegliere, avrebbe sacrificato lui, non l'altro. Non voleva che si arrivasse a questa scelta. L'influenza che Wirth esercitava su Hans non gli sembrava buona. Gli pareva che quello trascinasse ancor pi il suo amico dalla parte alla quale egli era gi troppo portato, a un arzigogolio e a un'eccentricit che lui trovava un po' ridicoli c un po' inquietanti. Anche prima Hans aveva avuto, vero, qualcosa del visionario e del pensatore, ma ciononostante era sempre stato un tipo vivace, elegante, al quale era impossibile rendersi ridicolo. Ma ora, trovava Erwin, quel Wirth lo traviava, e cercava di far di lui un orso, un rimuginatore di problemi. Wirth non perse la sua bonariet, mentre Hans subodor quel

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che c'era in aria e se la prese con Erwin. Glielo fece anche notare e, parlando con lui, ricadde nel vecchio tono di superiorit che Erwin adesso non tollerava pi, sicch si conged presto e se ne and via irritato. Perch stato cos brusco col suo amico?, chiese Wirth con aria di disapprovazione. Mi rimasto simpatico. Davvero? Oggi lo trovavo insopportabile. Che modo questo, di prenderla in giro cos stupidamente? Non era poi cos grave. Posso bene sopportare una presa in giro. Se mi fossi arrabbiato, lo stupido sarei stato io. La cosa non era rivolta a lei, era rivolta a me. Lui ritiene che io non debba frequentare altri che lui. Intanto se ne va in giro tutto il giorno con una ventina di compagni. Caspita, lei si arrabbia sul serio! Dovrebbe disimpararlo, almeno nei confronti degli amici. Per il suo amico stato spiacevole non trovarla solo, e ce l'ha fatto un po' notare. Ma per il resto lo trovo simpatico e amabile; mi piacerebbe conoscerlo meglio. Va bene, lasciamo perdere. L'accompagno per un tratto, se permette. Scesero nella strada buia, traversando la ,citt che qua e l risuonava di cori, e uscirono lentamente in aperta campagna, dove alitava lieve, senza stelle, la mite notte di marzo. Dai pendii settentrionali delle colline giungeva il pallido barlume di sottili strisce di neve. L'aria spirava con molle indolenza tra i cespugli spogli, il paesaggio lontano si stendeva nero nella notte impenetrabile. Heinrich Wirth procedeva come sempre calmo ed energico; Hans camminava agitato al suo fianco, cambiava spesso andatura, talvolta si fermava e guardava nell' oscurit azzurrina della notte. Lei inquieto, osserv Wirth. Dimentichi dunque quel piccolo incidente.

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Non per questo, Wirth non rispose. Per un po' avanzarono in silenzio. In una fattoria lontana dei cani cominciarono ad abbaiare. In un cespuglio vicinissimo un merlo cantava. . Wirth alz il dito: Sente?. Hans annui ed affrett il passo. Poi d'un tratto si ferm. Signor Wirth, cosa pensa veramente di me? Questo non posso dirglielo. Voglio dire - non vorrebbe essere mio amico? Penso di esserlo. Non completamente. Ah, io credo di aver bisogno di lei, ho bisogno di una guida e di un compagno. Non pu capirlo? Lo posso. Lei vuole qualcosa di diverso dagli altri; sta cercandosi una strada, e pensa che forse io potrei conoscere quella giusta. Ma io non la conosco, e credo che ciascuno debba trovarsi la sua. Se posso aiutarla, bene! In questo caso dovr percorrere con me un tratto della mia strada. Non la sua, e credo che questo tratto non sar lungo. Chiss? ma come posso fare a percorrere la sua strada? Dove conduce? Come faccio a trovarla? semplice. Viva come vivo io, le far bene. E come? Cerchi di star molto all'aria aperta, se possibile di lavorar fuori. Conosco posti dove possibile farlo. Inoltre non mangi carne, non beva alcolici, niente caff e t, e smetta di fumare. Viva di pane, latte e frutti della terra. Questo linizio. Quindi debbo diventare vegetariano. E perch? Per disabituarsi alleterno chiedere il perch;e. se si vive saggiamente, diventano ovvie molte cose che prima sembravano problematiche. Crede? Pu darsi. Ma trovo che la prassi dovrebbe essere il risultato della riflessione, e non viceversa. Non appena avr

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capito per che cosa utile questa vita, potr anche provarci. Ma cos alla cieca ... S, questo affar suo. Lei mi ha chiesto consiglio, e io le ho dato il mio consiglio, l'unico che conosca. Lei voleva cominciare con il pensiero e finire con la vita, io faccio il contrario. Questa la strada di cui parlavo. E se io non la percorro, lei non vuol essere mio amico? Non funzionerebbe. Possiamo comunque parlare e fIlosofare insieme, un esercizio piacevole. Non voglio certo convertirla. Ma se vuol essere mio amico, devo innanzitutto poterla prendere sul serio. Continuarono a camminare. Hans era sconcertato e deluso. Invece che un fervido conforto, invece che una cordiale amicizia gli veniva offerta una specie di ricetta di medicina naturale, ch6 gli appariva superflua, quasi ridicola. on mangiar carne, e sar tuo amico. Ma se pensava alle conversazioni di un tempo con Wirth, e alla sua personalit, la cui seriet e la cui sicurezza lo avevano attratto tanto potentemente, non poteva considerarlo un semplice apostolo di Tolstoj o del vegetarianesimo. Nonostante la delusione, cominci a riflettere sulla proposta di Wirth e pens quanto sarebbe stato solo, se lo avesse abbandonato anche l'unica persona che lo attraeva e da cui si aspettava un sostegno. Avevano fatto molta strada ed erano gi davanti alle prime case di Blaubachhausen; allora Hans tese la mano all'amico e gli disse: Prover a seguire il suo consiglio. Hans cominci la nuova vita subito il mattino dopo. Lo faceva pi per mostrare a Wirth la sua docilit che per convinzione, e gli riusc meno facile di quanto pensasse. Signora Strhle, disse la mattina alla sua padrona di casa, da oggi non bevo pi caff. Mi procuri per favore un litro di latte al giorno. Sta male?, chiese stupita la signora Strhle.

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No, ma il latte pi sano. Essa esegu senza commenti quel che lui voleva; ma la cosa non le piacque. Il suo inquilino era diventato un po tocco, si vedeva bene. Quel leggere tanti libri da parte di uno studente cos giovane, quel suonare il pianoforte in solitudine, l'essersi ritirato da un'associazione cos importante, l'amicizia con quel filologo cos trasandato e adesso la mania del latte: c'era qualcosa che non andava. Da principio era stata contenta di avere un inquilino cos tranquillo e riservato, ma questo era troppo, e avrebbe preferito che, come gli altri, ogni tanto fosse tornato a casa con una bella sbronza e si fosse messo a dormire sulle scale. Da allora lo tenne d'occhio con diffidenza, e quel che vide non le piacque affatto. Not che non andava pi a mangiare al ristorante, e che ogni giorno portava a casa di nascosto dei pacchetti, e quando and a controllare, trov un cassetto pieno di avanzi di pane, noci, mele, arance e prugne secche. Povera me!, esclam a questa scoperta, e addio al suo rispetto per Hans. Quello, o era matto oppure non gli mandavano pi soldi. E quando qualche giorno dopo egli la avvert che il semestre successivo avrebbe traslocato, essa alz le spalle e disse solo: Come vuole, signor Calwer. Intanto Hans aveva preso in affitto da certi contadini una stanza a Blaubachhausen vicinissima a quella di Wirth, e voleva stabilircisi dopo le vacanze. Bere latte e mangiar frutta non lo disturbava molto, ma quella vita gli sembrava un ruolo che gli fosse stato imposto per forza. Invece gli era duro fare a meno delle sigarette, e almeno una volta al giorno veniva il momento in cui, a dispetto di tutto, se ne accendeva una e se la fumava, con la coscienza che gli rimordeva, davanti alla finestra aperta. Ma dopo qualche giorno prov vergogna e regal tutte le sue sigarette, una grande scatola piena, a un fattorino che gli aveva portato una rivista.

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Mentre Hans trascorreva cos le sue giornate e non era troppo allegro, Erwin non si era fatto pi vedere. Era irritato dall'epoca di quella serata, e non voleva pi assolutamente incontrarsi con Wirth. Inoltre, dato che alle vacanze mancava solo una settimana, era molto impegnato, perch adesso veniva trattato come un goliardo che lasciava assai ben sperare di s e si stava preparando a passare, da matricola che era, nelle file di coloro che erano rispettati e importanti. Cos fu che and a trovare Hans solo il giorno prima di partire. Lo trov occupato a fare i bagagli e vide subito che non voleva conservare la stanza, poich il pianoforte era stato portato via, e i quadri erano staccati dalle pareti. Vuoi traslocare?, esclam sorpreso. S. Siediti! Hai gi una nuova stanza? - S? E dove? Fuori citt, per l'estate. Ah - e dove? A Blaubachhausen. Hans scosse il capo. Dunque fai sul serio? Certamente. A Blaubachhausen! Da quel Wirth, eh? Dal mangiatore di rape. - Senti, sii ragionevole e non farlo. Ho gi preso in affitto una stanza e ci andr. Che t'importa? Ma Hans! Lascia perdere lui e le sue fisime! Riflettici ancora. Hai una sigaretta? No, ho smesso di fumare. Ah. Per questo, dunque! E adesso te ne andrai dall'uomo dei boschi e sarai il suo discepolo? Sei diventato modesto, debbo dire. Hans aveva temuto il momento in cui avrebbe dovuto far sapere a Erwin la sua decisione. Adesso l'ira lo aiut a superare l'imbarazzo. .

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Grazie per l'affettuoso giudizio, disse freddamente, dovevo aspettarmelo. Del resto non ho l'abitudine di farmi dar consigli da te. Erwin si inaspr. No, purtroppo no. Quindi, fai pure da solo le tue stupidaggini. Con piacere. Lo dico sul serio. Se vai a vivere l fuori col tuo sudicio santone, non potr pi farmi vedere con te. Non necessario. Vai pure dai tuoi imbecilli colorati. Erwin ne aveva abbastanza. Avrebbe potuto picchiare Hans se questi non gli avesse fatto un po' pena. Corse fuori senza salutare, si sbatt dietro la porta e se ne and. Hans non lo richiam indietro, bench la sua rabbia stesse gi sbollendo. Ormai si era votato a conquistare con la sottomissione quell'ostinato, tranquillo Wirth; ora si trattava di resistere e di non cedere. In cuor suo capiva benissimo Erwin; quel suo discepolato sembrava quasi ridicolo anche a lui. Ma ormai voleva percorrere quella strada impervia; voleva per una volta incatenare la sua volont e rinunciare alla libert, per una volta servire dal basso. Forse era questa la strada che gli mancava, forse quell'esile ponte portava alla conoscenza e all'appagamento. Come in passato era entrato, in una ventata d'entusiasmo, in un'associazione per la quale non era fatto, cos anche adesso la sua debolezza e la sua insoddisfazione lo spingevano a cercare un punto fermo, un rapporto. Del resto, era convinto che dopo un po' di broncio Erwin sarebbe tornato da lui. In questo si sbagliava di grosso. Dopo quel che Erwin aveva passato per causa sua dopo le sue dimissioni, egli avrebbe potuto di nuovo incatenarlo pi saldamente e trattenerlo a s per sempre. Erwin si era aspettato di pi dal suo riavvicinamento ad Hans. Inoltre all'Ussaro azzurro, nell'ufficio di suo cognato e

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soprattutto presso i suoi compagni nell'associazione aveva imparato cose che Hans non immaginava, e che avevano fatto crollare il potere incondizionato che egli un tempo aveva esercitato su di lui. Nonostante le sue follie giovanili, senza avvedersene era diventato adulto, e senza che se ne rendesse chiaramente conto neppure lui, si era sottratto all'antica superiorit di Hans e aveva imparato a vedere che l'amico tanto ammirato, con tutta la sua intelligenza, non era per un eroe. Insomma, Erwin non si prese troppo a cuore la sua nuova rottura con Hans. Certo gli dispiaceva, e non si sentiva del tutto senza colpa; ma in fondo trovava che Hans se l'era meritata, e presto non pens pi alla faccenda. Altre cose stavano preparandosi per lui. Quando, piacevolmente stanco per l'anniversario della fondazione e i relativi festeggiamenti torn a casa per le vacanze pasquali, nella sua nuova magnificenza di goliardo fece un'ottima impressione alla mamma e alle sorelle. Era contento, raggiante, amabile e capriccioso, andava a far visite indossando un nuovo ed elegante abito estivo, giocava a domino con la madre e portava fiori alle sorelle, conquist il cuore delle zie rendendo loro piccoli servigi e si adoper in ogni maniera a mantenere un contegno gradevole e impeccabile. La cosa aveva i suoi buoni motivi. Subito il primo giorno di vacanza. Erwin Mhletal si era innamorato. Da suo zio era ospite una fanciulla, amica delle cugine. Era graziosa, vivace, maliziosa, giocava a tennis, cantava, parlava dei teatri di Berlino e non si faceva per nulla impressionare dal giovane studente, bench lo vedesse assai di buon occhio. Tanto pi questi si dava da fare e si profondeva in amabilit e servizievolezza, sinch quell'orgogliosa non si intener e finalmente cedette, ed egli pot coronare la conclusione di quelle belle vacanze con un fidanzamento segreto.

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Di Hans non si parl mai. Quando un giorno la madre di Erwin chiese di lui, egli disse brevemente: Calwer! Ah, quello non ha giudizio! L'ultima novit che diventato astemio e vive con un tizio eccentrico, un buddista o teosofo o qualcosa del genere, che si taglia i capelli solo una volta all'anno. Il semestre estivo inizi magnificamente. I parchi erano in fiore e riempivano la citt del dolce profumo del lill e del gelsomino; le giornate erano radiosamente azzurre e le . notti gi avevano una mitezza estiva. Gruppi variopinti di studenti camminavano vanitosamente per le strade, cavalcavano, andavano in carrozza e portavano a passeggio le giovani matricole. La notte dalle finestre aperte e dai giardini risuonava l'eco dei canti. Di questa vita gioiosa Hans vedeva ben poco. Si era trasferito a Blaubachhausen, ogni mattina andava con Wirth in citt dove frequentava un seminario di sanscrito, a pranzo intingeva il suo pane nel latte, passeggiava oppure cercava di dare una mano nei lavori dei campi, e ogni sera si gettava stanco morto sul suo saccone di paglia, senza riuscire a dormir bene. Il suo amico non gli rendeva la vita facile. Credeva solo in parte alla sua seriet, e si era proposto di sottoporlo a una dura scuola. Senza perder mai la sua calma e il suo buonumore e senza mai comandare, lo costringeva a vivere in tutto e per tutto alla sua maniera. Leggeva con lui le Upanihad vediche, studiava con lui il sanscrito, gli insegn a tenere in mano una falce e a tagliar l'erba. Se Hans era stanco o irritato, alzava le spalle e lo lasciava in pace. Se Hans cominciava a ragionare sulla vita, sorrideva e non apriva bocca, neanche quando Hans andava su tutte le furie e diventava offensivo. Mi spiace, disse una volta, che la cosa ti riesca tanto difficile. Ma se non avrai prima provato sulla tua persona il travaglio della vita, e imparato a capire che cosa significa non esser schiavi dei piaceri e del fascino della vita esteriore, non

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potrai progredire. Tu stai percorrendo la stessa strada percorsa da Buddha e da tutti coloro che volevano seriamente giungere alla conoscenza. L'ascesi in s non ha alcun valore n ha mai reso santo nessuno, ma necessaria come primo passo. Gli antichi Indiani, dei quali veneriamo la saggezza e ai cui testi e alle cui dottrine oggi l'Europa vorrebbe tornare, potevano digiunare quaranta giorni e pi. Solo quando sono completamente superate e divenute di secondaria importanza le necessit fisiche, pu cominciare una vita veramente spirituale. Non devi diventare un penitente indiano, ma imparare l'imperturbabilit, senza la quale nessuna vera contemplazione possibile. Non di rado Hans era cos stanco e irritato, che gli era impossibile recarsi con Wirth al lavoro oppure semplicemente stare in sua compagnia. Allora andava, oltre i prati dietro casa sua, su una collina. erbosa, ombreggiata dai larghi rami di alcuni abeti, si gettava sull' erba e restava cos sdraiato per lunghe ore. Gli giungevano all'orecchio i rumori del lavoro dei campi, quello chiaro, acuto delle falci che venivano affilate e quello molle dell' erba tagliata, udiva cani abbaiare e bambini gridare, talvolta anche studenti traversare in carrozza il villaggio, cantando a squarciagola. E ascoltava stanco e paziente e li invidiava tutti, i contadini, i bambini, i cani, gli studenti. Invidiava l'erba per la sua crescita silenziosa e la sua morte facile, gli uccelli per il loro librarsi, il vento per il suo volo indolente. Come tutto questo viveva facilmente e semplicemente, come se la vita fosse un godimento! A volte lo visitava un sogno malinconicamente bello erano quelli i suoi giorni migliori. Allora pensava alle serate trascorse a casa del professore, e alla sua bella, silenziosa moglie, di cui conservava dentro di s l'immagine fine, suscitatrice di nostalgia, e gli pareva che in quella casa si vivesse una vita

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seria, reale, con sacrifici e sofferenze necessari, sensati, mentre lui si procurava ad arte sofferenze e sacrifici non necessari, per giungere pi vicino al senso della vita. Questi pensieri andavano e venivano col vento, simili a un sogno, involontari. Non appena la stanchezza e la quiete dell'animo diminuivano, ecco che Heinrich Wirth campeggiava di nuovo in mezzo ai suoi pensieri, e teneva fisso su di lui lo sguardo interrogativo del suo occhio calmo, con un muto comando. Non si liberava di quell'uomo, per quanto forse talvolta lo desiderasse anche. A lungo nascose a se stesso di essersi aspettato da Wirth qualcosa d'altro, e di essere deluso. Il cibo spartano, il lavoro dei campi, la rinuncia a ogni comodit gli erano dolorosi, vero, ma non lo avrebbero fatto rinsavire tanto presto. Gli mancavano pi di tutto le quiete ore della sera al pianoforte, le lunghe, piacevoli giornate di lettura, la sigaretta al crepuscolo. Gli sembravano anni che non sentiva pi della buona musica, e talvolta avrebbe dato tutto pur di star seduto un' ora, fresco e ben vestito, tra gente elegante. Questo era facile ottenerlo, bastava solo andare in citt, e magari dal professore. Ma non voleva e non poteva. Non voleva assaporare di nascosto quello a cui aveva solennemente rinunciato. Inoltre era continuamente stanco e svogliato, quella vita insolita non gli giovava, come non giova nessuna cura drastica che non venga intrapresa spontaneamente e per intima necessit. Pi di tutto soffriva che il suo maestro e amico osservasse tutti i suoi sforzi con silenziosa ironia. Non si faceva mai gioco di lui, ma guardava e taceva, e sembrava accorgersi benissimo che Hans era sulla strada sbagliata e che si sottoponeva a una tortura inutile. Dopo due mesi caldi e amari, la situazione divenne insostenibile. Hans aveva perso il vezzo di ragionare, e taceva

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immusonito. Da alcuni giorni non lavorava pi, e quando verso mezzogiorno tornava dalle lezioni, passava il resto della giornata sdraiato sul suo prato, inoperoso e sfiduciato. Wirth allora trov che fosse tempo di metter fine a quella storia. Una mattina, lui che era sempre in piedi per tempo, si present da Hans, che stava ancora a letto, gli si sedette vicino e lo guard col suo sorriso tranquillo. Allora, Hans? Che c'? gi ora di andare a lezione? No, sono le cinque appena. Volevo chiacchierare un po' con te. Ti disturbo? Veramente s, a quest'ora. Ho dormito poco. Cos' successo? . Niente. Parliamo un po'. Di', sei contento veramente? No, affatto. Si vede. Credo che per te la cosa migliore sarebbe prendere in affitto una bella stanza in citt, con un pianoforte. Ah, smettila con questi scherzi! So che non hai voglia di scherzare. Ma nemmeno io. Lo penso sul serio. - Vedi, hai voluto percorrere la mia strada, e debbo dire che non ti sei risparmiato. Ma non vuole funzionare, e io penso che dovresti metter fine a questo tormento, no? Adesso ti sei accanito e hai impegnato il tuo onore a non cedere, ma non ha pi senso. S, pare anche a me. E stata una sciocchezza che mi costata un' estate. E tu sei stato a guardare e ti sei divertito. Che eroe sei! E ora che ne hai abbastanza e cominci ad annoiarti, fai benevolmente un cenno di congedo e mi mandi via. Niente parole grosse, Hans! Forse ti sembrer cos, eppure sai che le cose son sempre diverse da come ci appaiono. Veramente avevo pensato che sarebbe andata a finire cos, ma non mi ci sono divertito. Le mie intenzioni erano buone, e credo che qui tu abbia imparato qualcosa.

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Oh s, ho imparato quanto basta. on dimenticare che l'hai voluto tu. Perch non avrei dovuto lasciarti fare, sinch la cosa non sembrava pericolosa? Ma adesso basta. Di quanto accaduto sin qui possiamo prenderci la nostra responsabilit tutti e due, mi sembra. E adesso? Questo devi saperlo tu. Avevo sperato che potessi far tua la mia vita. Non andata - quel che per me era libera scelta, per te una triste costrizione che ti sta rovinando. Non voglio dire che la tua volont non sia arrivata a tanto, bench io creda nel libero arbitrio. Tu sei diverso da me, pi debole, ma anche pi fine, per te sono una necessit delle cose che per me sono un lusso. Se per esempio la tua musica fosse stata una semplice presunzione o un'inutile smanceria, adesso non ne sentiresti tanto la mancanza. Smanceria! Hai una bell'opinione di me! Scusa! La parola non era intesa in senso cos brutto. Diciamo invece illusione. cos stato con i tuoi pensieri filosofici. Eri scontento di te, hai maltrattato e tiranneggiato quel bravo ragazzo del tuo amico. Hai provato col berretto rosso, poi studiando Buddha, poi con me. Ma il sacrificio totale di te stesso non l'hai mai fatto. Ti sei sforzato di farlo, ma non ci sei riuscito. Ti ami ancora troppo. Permetti che ti dica tutto! Credevi di essere in grandi angustie, ed eri pronto a dar tutto pur di trovare la tua pace. Ma non hai saputo dare te stesso, e forse non lo saprai mai. Hai cercato di fare il massimo sacrificio, perch vedevi che in esso io ero felice. Volevi fare la mia strada, e non sapevi che essa conduce al nirvana. Volevi potenziare e innalzare la tua vita, e in questo io non potevo aiutarti, perch il mio scopo quello di non aver pi una vita mia e di dissolvermi nel tutto. lo sono il contrario di te, e non posso insegnarti nulla. Fa' conto di essere entrato in un monastero e di esserne rimasto

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deluso. Hai ragione, proprio qualcosa del genere. Per cui tu adesso te ne andrai e cercherai altrove la tua salvezza. stato, appunto, un allungare la strada. E la meta? La meta la pace. Forse sei forte e artista a sufficienza - allora imparerai ad amare la tua insufficienza e a farne materia di vita. lo non ne sono capace. Oppure, chiss, tornerai all'idea di sacrificarti e darti via totalmente, e allora sarai di nuovo sulla mia strada, comunque tu la possa chiamare, ascesi, Buddha, Ges, Tolstoi o che cos'altro. Essa ti sar sempre aperta. Ti ringrazio, Heinrich, lo fai a buon fine. Dimmi soltanto un'altra cosa: come vedi la vita che ti sta davanti? Dove condurr alla fine la tua strada? Spero che porti alla pace. Spero che mi porti a poter gioire della mia conoscenza e tuttavia a riposare sereno nella mano di Dio come un uccello e una pianta. Se ne sar in grado, un giorno racconter agli altri della mia vita e del mio sapere, per il resto non cerco niente, se non di poter superare per me la morte e la paura. Questo lo potr soltanto se non sentir pi la mia vita come qualcosa di individuale e di separato, soltanto allora ogni istante della mia vita avr un senso. Questo molto. Questo tutto. Questa la sola cosa per cui valga la pena di desiderare e di vivere. La sera del giorno dopo bussarono alla porta di Erwin. Questi grid di entrare, pensando che fosse il compagno dell'associazione che stava aspettando. Quando si volt, Hans stava di fronte a lui. Lo guard stupito e imbarazzato. Tu? S, scusa! L'ultima volta ci siamo separati senza salutarci. S, lo so. Ma ... Mi dispiace, la colpa stata mia. Sei ancora in collera con

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me? No. Ma scusa, aspetto qualcuno ... Solo un minuto! Domani parto; non mi sento molto bene, e comunque l'estate prossima non torner pi qua. Peccato. Che cos'hai? Niente di grave, spero? No, sciocchezze. Volevo solo sentire come stavi. Bene, no? S. Ma gi, tu non sai... Che cosa? Sono fidanzato, dalla primavera scorsa. Finora non era una cosa ufficiale, ma la settimana prossima vado a Berlino per la promessa ufficiale. Infatti la mia fidanzata di Berlino. Congratulazioni. Fortunato che sei! Adesso ti metterai a studiare medicina come un pazzo. Sto gi cominciando. Ma dal prossimo semestre si sgobber! E tu, che progetti hai? Forse Lipsia. Ma ti disturbo, non vero? Beh, se non te ne hai a male ... sto aspettando un compagno dell'associazione. Capisci, sarebbe spiacevole anche per te ... Giusto. A questo non avevo pi pensato. Beh, sin quando ci rivedremo, queste storie saranno bell'e dimenticate. Sta' bene, Erwin. Addio, Hans, e non prendertela. stato gentile da, parte tua, venire. Mi scriverai? - Grazie. E buon viaggio! Hans scese le scale. Voleva ancora fare una visita d'addio al professore, con il quale il giorno prima aveva avuto un lungo colloquio. Alz gli occhi ancora una volta alla finestra di Erwin. Mentre si allontanava, pensava ai contadini laboriosi, ai bambini del villaggio, all'associazione dai berretti rosso mattone, a Erwin e a tutti quei felici ai quali i giorni scorrono lievi tra le dita e senza rimpianti, e poi a Heinrich Wirth e a se stesso e a tutti coloro per i quali la vita un cimento, e che salutava in cuor suo come suoi amici e fratelli.

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(1907/1908)

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