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Simone Weil, La personne et le sacr, trad. it.

, La persona e il sacro, a cura di Maria Concetta Sala, con un saggio di Giancarlo Gaeta, Adelphi edizioni, Milano 2012

di Claudio Tugnoli

1. Scritto da Simone Weil allinizio del 1943, poco prima della morte, il breve saggio una sintesi della sua antropologia. Non possiamo dire che qualche essere umano non ci interessa senza ferirlo e senza commettere una grave ingiustizia, per possiamo legittimamente dire che la sua persona non ci interessa. Ma anche in riferimento a se stessi la differenza tra se stessi e la propria persona essenziale. Infatti, ammonisce la Weil, posso dire La mia persona non conta senza degradarmi, ma non posso autoflagellarmi e screditarmi dicendo Io non conto (p. 11). Una determinata persona o la persona umana non hanno nulla di sacro. Sacro invece un certo uomo in carne ed ossa. Inutile quindi volersi appellare alla persona, che Weil considera una nozione sbagliata. Se quel che vi di sacro in lui per me fosse la persona umana, potrei cavargli gli occhi facilmente. Una volta cieco, sar una persona umana esattamente come prima (p. 12). Neppure se aggiungiamo i diritti della persona umana andremo lontano. Si tratta di nozioni vuote, ancorate a nulla e quindi suscettibili di essere utilizzate per giustificare qualsiasi tirannia. Di pi: se un uomo fosse sacro nella sua interezza, non lo sarebbe per le sue braccia lunghe, per i suoi pensieri mediocri, per la sua occupazione per nessuno degli aspetti particolari che lo caratterizzano. Nessuno dei molti elementi di questuomo potrebbe mai trattenere la mia mano: Ci che riuscirebbe a trattenerla il fatto di sapere che se qualcuno gli cavasse gli occhi la sua anima sarebbe straziata dal pensiero che gli viene fatto del male (p. 13). Da sempre, nel cuore delluomo, per quanti crimini possa aver

commesso, subito o osservato, c lattesa che gli venga fatto del bene. Ma proprio questo sacro, precisa Simone Weil, a questo ci si riferisce quando si dice che un certo essere umano sacro. Questa attesa di ricevere del bene (e, potremmo aggiungere, linclinazione a ricambiare il bene ricevuto o, semplicemente, la propensione a fare del bene), insieme sacra e impersonale, perch universale e necessaria, ineludibile. In ogni essere umano, scrive Simone Weil, sacro in primo luogo il bene, sola fonte del sacro. E tutto ci che relativo al bene sacro, compresa lattesa di ricevere del bene, detta anche giustizia. Il suo opposto il dolore dellingiustizia, quando quellattesa del bene delusa o ferocemente contraddetta dalla violenza peggiore. Si tratta tuttavia di una giustizia/ingiustizia in senso assoluto, del tutto diversa, annota Simone Weil, dallattenzione del ragazzino sospettoso e geloso perch teme che il fratello abbia ricevuto una porzione di torta maggiore della sua. Qui la giustizia/ingiustizia intesa in senso comparativo e distributivo, con la relativa incertezza del criterio, giacch il presupposto della giustizia distributiva naturalmente la decisione relativa alluguaglianza/diseguaglianza dei soggetti, per stabilire se la porzione di torta, nel nostro caso, debba essere la stessa o meno. Il bene, sola fonte del sacro, la vera giustizia, quella profonda, che non rivendica, che non si confronta, n deve vendicarsi, ma pu solo provare immenso dolore per il male ricevuto. Lingiustizia in senso assoluto, la violazione dellattesa di ricevere del bene, non potr mai essere risarcita, cos come la giustizia del bene ricevuto e offerto risplende di luce propria senza alcun bisogno di ricompensa. La parte del cuore degli sconfitti, che hanno ripetutamente ricevuto del male ad opera di aguzzini capaci di provare volutt, la parte del cuore che grida, scrive Simone Weil, pu ridursi a un grido silenzioso e apparire come morta. Ma nessuna parola potr rendere lumiliazione di uno sventurato che balbetta al cospetto di un magistrato, che lo canzona con motti di spirito (p. 15). Assolutamente fondamentale quindi fornire alle persone strumenti espressivi adeguati, per impedire che la tanto sbandierata libert di espressione sia riconosciuta di fatto solo ai partiti, ai sindacati e anche alle Chiese. Una societ in cui la democrazia identificata con il gioco dei partiti e la gestione diretta e conflittuale del potere da parte di queste organizzazioni, non realmente democratica, ma solo poco meno che totalitaria. Infatti quando la libert di espressione si riduce di fatto alla libert di propaganda per questo

genere di organizzazioni, le uniche parti dellanima umana meritevoli di esprimersi non sono libere di farlo (p. 16). Lidea di Simone Weil che il sacro non sia la persona, ma qualcosa di impersonale (Tutto ci che nelluomo impersonale sacro, e nientaltro lo , p. 17), merita senzaltro alcune precisazioni di approfondimento. Non le facolt artistiche o scientifiche, la scienza, larte, la filosofia, sono sacre, ma qualcosa di anonimo che sta molto al di sopra. Che sia rimasto o sia andato perduto il nome di coloro che hanno avuto accesso a questa realt impersonale del sacro, del tutto casuale e secondario. E anche se il nome si conservato, la loro persona scomparsa. La verit e la bellezza sono tra le cose sacre, non la persona come concetto n la persona singolare destinata a dissolversi. La verit il sacro della scienza, la bellezza il sacro dellarte, ma la verit e la bellezza sono impersonali perch la perfezione impersonale (p. 19). Per raggiungere il sacro dobbiamo trascendere lio, superare la persona che in noi non che errore e peccato. Quando diciamo che il sacro limpersonale non dobbiamo confonderlo con il collettivo, al contrario solo se la collettivit si dissolve in persone separate sar possibile a ciascuna di esse accedere al sacro. 2. In ogni epoca stato commesso il grave errore di attribuire alla collettivit il carattere sacro, che Weil chiama idolatria, con evidente riferimento ai nazionalismi. La sottomissione della persona alla collettivit un dato di fatto, scrive Weil, il che rende assurdo trasformarla in valore sacrale. Si tratta di una circostanza meccanica, come la subordinazione del grammo al chilogrammo (p. 21). Anche gli artisti e gli scienziati sono asserviti alla moda, al collettivo; e la loro stessa evoluzione personale, lo sviluppo della loro creativit, che essi contrappongono al secolo, avviene lungo i binari delle tendenze collettive. Ma proprio qui sta il punto: non coltivando se stessi, lusingando il proprio io che ci si distacca dal collettivo e si diventa autenticamente se stessi, perch il risultato sar comunque un se stessi come eco del collettivo. E allora il punto proprio questo: nessuno pu sfuggire al collettivo immergendosi nel personale e approfondendo il proprio io, ma solo elevandosi al di sopra del personale e penetrando nellimpersonale (p. 22). Solo in tal modo ciascuno pu raggiungere qualcosa che non appartiene al collettivo; solo il bene impersonale pu realmente rappresentare per ciascuno lelemento di distinzione. Anche se questa forza dellimpersonale debole e una collettivit ha una forza sovrastante

rispetto a un uomo solo, pure nessuna collettivit pu prescindere dallazione di spiriti solitari. Tra personale e collettivo non c alcuna opposizione, ma solo corrispondenza; la vera opposizione quella in cui personale e collettivo si distinguono dallimpersonale. Solo lindividuo pu penetrare nellimpersonale, il sacro fonte di ogni bene. Il carattere sacro degli esseri umani non il concetto di persona e neppure la persona singola, ma limpersonale che in ciascuno. Chi penetrato nellambito dellimpersonale vi trova una responsabilit nei confronti di tutti gli esseri umani. Quella di proteggere in loro non gi la persona, bens ogni fragile possibilit di passaggio nellimpersonale che la persona ricopre (p. 22). Questo sacro impersonale la fonte di ogni bene, compresa lattesa di ricevere del bene e un dolore affranto, senza voce, per tutto il male che le viene inflitto. Il criterio che si deve adottare per regolare i rapporti tra collettivit e persona, considerando la tendenza naturale della persona a lasciarsi andare, a sprofondare nel collettivo, pi di quanto questultimo rappresenti per la persona il pericolo di esservi assimilata, dovrebbe essere quello di scartare quanto suscettibile di impedire la crescita e la misteriosa germinazione della parte impersonale dellanima (p. 24). Alla persona dovrebbero essere concessi tempo libero e spazi per raggiungere livelli di attenzione sempre pi profondi. Il lavoro manuale, per quanto penoso, procura tuttavia una uguale possibilit di accedere a una forma impersonale di attenzione (p. 25). 3. Le lotte sindacali che dovrebbero migliorare la sorte delloperaio, in realt mercanteggiano sulla sua anima in una squallida messa in scena che dipende dalla nozione di diritto, che Weil considera equivoca. La nozione di diritto legata a quella di spartizione, di scambio, di quantit. E non pu reggersi se non sul processo, sulla rivendicazione, che a sua volta sarebbe solo ridicola se non ci fosse disponibile una forza pronta a difenderlo, a sostenerlo (p. 27). Dunque la violenza e il diritto si chiamano in causa a vicenda. Diritto, persona, democrazia, violenza: tutte nozioni che si tengono, dato che nessun diritto pu imporre il proprio riconoscimento se non evocando la minaccia di ricorrere alla forza. Il diritto senza la forza unimbecillit farsesca, nel senso etimologico del termine. Quale difesa in grado di opporre la democrazia contro i dittatori, si chiede Simone Weil con Bernanos. Il fatto che la persona

comunque dipendente dalla collettivit e il diritto non nulla senza la forza che lo sostiene. La nozione di diritto naturale unaberrazione, scrive Weil, che gli intellettuali della cerchia di Diderot hanno portato in auge (unica eccezione: Rousseau, che era uno spirito lucido, potente, e dispirazione veramente cristiana, p. 29). I Romani hanno inventato il diritto, avendo compreso, come Hitler, che la forza pu prevalere indisturbata solo se ammantata di qualche idea. Antigone oppone al diritto e alla forza, una giustizia superiore alla legge, lamore. Diritto e amore sono incompatibili: sarebbe inconcepibile un Francesco dAssisi che parla di diritto. Il diritto, che non ha relazione alcuna con la carit, non in grado di dar voce al dolore per una violenza subita e spesso d una risposta rivendicativa, di ritorsione, senza ottenere alcun risultato. Il diritto riferito alla persona e si parla quindi di diritto della persona a evolversi e a emanciparsi, ma in tal modo si fa un torto agli oppressi, perch dalla rivendicazione si passa allinvidia. Lo sviluppo della persona frainteso come acquisizione di un privilegio sociale, di uno status e di un prestigio superiore, secondo la logica della collettivit. Il diritto della persona, se riconosciuto e reso efficace, diventa uno strumento di affermazione personale e di prevaricazione, in una societ che tende a riprodurre al suo interno lopposizione tra invidiosi e privilegiati, vittime e sfruttatori; tra quelli che hanno la forza per affermare i propri diritti e quelli che non ce lhanno. Gli intellettuali per tacciono tutto questo alle folle. I privilegiati possono pretendere di avere una giustificazione oppure dichiararsi disponibili a concedere a tutti una porzione dei loro privilegi; entrambi gli atteggiamenti sviano il popolo dal vero bene, che ha a portata di mano, ma non sa vedere. E tutto ci che non il bene soprannaturale male. Il diritto non il bene, se posso farne buono o cattivo uso, invece verit, bellezza, giustizia, compassione sono sempre e ovunque dei beni (p. 37). I senza talento, gli idioti, gli umili, vanno valorizzati, perch sono gli umili che amano la verit. Occorre quindi rispettare e aver cura della crescita del genio, pi che la fioritura dei talenti. Solo gli uomini di genio, gli eroi puri e i santi, possono essere di aiuto agli sventurati. Infatti tra verit e sventura vi unalleanza naturale, giacch luna e laltra sono supplici mute, condannate in eterno a starsene prive di voce al nostro cospetto (p. 39). Ma ammettere la realt della sventura difficile, perch significa trovare la forza per confessare a se stessi e fare propria la verit scomoda, che un bel giorno posso perdere tutto, perch tutto ci che ho e sono posso

perderlo. Se provo a pensare questa verit, penso la sventura, quel niente in cui posso essere ridotto in qualsiasi momento (p. 43). Sventura e verit possono essere riconosciute solo dallattenzione dello spirito di giustizia e di verit. E lo spirito di giustizia e di verit non altro che quella particolare specie di attenzione che puro amore (p. 45). Lo spirito di giustizia e amore diffonde sulla sventura la luce della bellezza. Cos vediamo che giustizia, verit e bellezza sono sorelle. Solo lo spirito di giustizia e amore permette di vedere esattamente la sventura qual , incita a rimanere vigili e attivi per onorare la giustizia: La giustizia consiste nel vigilare che non sia fatto del male agli uomini (p. 47). Bisogna comunque distinguere nettamente il grido di chi subisce il male da quello di chi si lamenta perch laltro possiede pi di lui. Il secondo grido va messo a tacere con il diritto, i codici, i contratti, ecc. Ma il grido di chi chiede perch gli viene fatto del male pone una questione del tutto diversa, perch allora la sua anima abbandonata in balia di esseri umani e al loro capriccio. Fare del male a qualcuno significa infliggergli non solo il dolore, la sofferenza, ma altres lorrore stesso del male (p. 48). E viceversa fargli del bene significa trasmettergli non solo il bene, ma anche la percezione gioiosa del bene ricevuto. La parte dellanima che si chiede perch le sia fatto del male la parte profonda, impersonale, in ogni essere umano, che dallinfanzia rimasta perfettamente integra. Si ha dunque il dovere di impedire che agli uomini sia fatto del male, vigilare affinch non si perseguiti alcuno e soprattutto non si giustifichi alcuna forma di persecuzione, discriminazione, ingiustizia. Di qui la necessit del castigo, che ha la funzione di reintegrare il colpevole nel bene, in parallelo al suo reinserimento nella comunit. Simone Weil non esclude la pena capitale: Il castigo unicamente un procedimento atto a fornire del bene puro a uomini che non lo desiderano; larte di punire larte di destare nei criminali il desiderio del bene puro tramite il dolore o persino tramite la morte (p. 50). Tuttavia il senso autentico del castigo stato smarrito. Il castigo non va inteso come inflizione del male, ma come fare del bene al castigato. La giustizia repressiva sbagliata e pericolosa, perch anzich risvegliare il sacro fonte del bene nel condannato, ne stimola il sentimento di rancore e di rivalsa, poich egli avvertir linflizione della sofferenza del castigo come vendetta. Il vero castigo la sofferenza o la morte violenta, che Cristo ha preso per s e offre a coloro che ama non va somministrato con disprezzo e indifferenza a esseri che consideriamo inferiori, ma

aiutandoli ad avvalersene per ritrovare in se stessi la fonte del bene e il desiderio di ricevere e fare del bene. La vera uguaglianza tra gli esseri umani consiste dunque nellimpersonale soprannaturale presente in ciascuno di loro, fonte di ogni bene. Come ricorda Giancarlo Gaeta nella Postfazione, lestraneit del bene alla forza costringe Simone Weil a sottolineare la contraddizione tra la necessit e il bene e a condannare marxismo, illuminismo e personalismo cattolico, per aver riconosciuto alla forza lo strumento di regolazione dei rapporti umani, in base al nesso persona-diritto-violenza che domina la cultura occidentale (p. 68). Per ritrovare il fondamento vero della dignit e del valore degli uomini, Simone Weil doveva appellarsi allimpersonale presente in ciascuna persona, quale ponte verso la trascendenza. Ci che ha valore nelluomo questo impersonale, che bisogna risvegliare quale unica possibilit di uscita dallingiustizia della sola giustizia mondana: vendetta, ritorsione, esclusione. 30 gennaio 2013