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Edizione italiana a cura di Sahaja Mascia Ellero Traduzione di Elisabeth Ornaghi © Copyright edizione

Edizione italiana a cura di

Sahaja Mascia Ellero

Traduzione di

Elisabeth Ornaghi

© Copyright edizione in lingua italiana Ananda Edizioni 2010

Tutti i diritti riservati

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! Caro lettore,

! così come per migliaia di persone in tutto il mondo, l’Autobiografia di uno yogi ha

segnato anche per noi le tappe più profonde della ricerca spirituale. Per anni ci ha guidati e ispirati. Per anni è stata nostra fedele compagna, conducendoci per mano fino alla creazione di questa casa editrice dedicata alla diffusione delle opere di Yogananda e di uno dei suoi principali discepoli diretti, Swami Kriyananda.

! Pubblicare questo capolavoro è per noi un grande onore e al tempo stesso una

grande responsabilità. Dopo quasi tre anni di intenso lavoro di traduzione e ricostruzione del significato originario, con il prezioso contributo e sotto la guida spirituale di Swami Kriyananda, che visse insieme al Maestro e collaborò con lui nell’attività editoriale, siamo felici di offrire questa grande opera nella sua versione originale, così come Yogananda la

scrisse nel 1946. Egli lavorò per venticinque anni alla prima edizione dell’Autobiografia, di cui curò personalmente la pubblicazione affinché ogni parola riflettesse il suo spirito e le sue vibrazioni. «Sarà il mio portavoce» disse. Il nostro desiderio, in quanto discepoli di questo grande Maestro, è che la sua “voce” e le sue vibrazioni possano giungere a tutti con quella stessa forza e purezza.

! Questa prima edizione dell’Autobiografia rivela un’immediatezza, un umorismo e

un’universalità sorprendenti. Al fine di preservarne il più possibile lo spirito, nella

traduzione si è cercato di aderire fedelmente allo stile, alle scelte lessicali (a volte alquanto creative e inusuali), alla formulazione delle frasi e perfino alla punteggiatura del testo originale. Per mantenere intatta l’integrità della prima edizione, inoltre, i pochissimi dati inesatti (in particolare, alcuni riferimenti a date o nomi) non sono stati modificati, ma segnalati in nota nei casi in cui si è ritenuto fossero realmente significativi. Anche la grafica riproduce fedelmente quella dell’edizione del 1946, discostandosi in parte dalle consuetudini editoriali attuali. L’unica modifica apportata rispetto a tale edizione è l’indice analitico, da noi ampliato.

! Chi ha già letto l’Autobiografia di uno yogi troverà in questa edizione brani inediti di

grande interesse; potrà inoltre cogliere sfumature inaspettate in passi ben conosciuti. Ci auguriamo di contribuire in tal modo a suscitare un rinnovato interesse per l’opera

immortale di Paramhansa Yogananda e siamo felici di condividere con tutti i lettori questo entusiasmante viaggio dell’Anima.

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Con gioia, ANANDA EDIZIONI

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PREFAZIONE

! di Swami Kriyananda

! discepolo diretto di Paramhansa Yogananda

! Ho incontrato Paramhansa Yogananda grazie a questo libro. Devo dire che trovare l’Autobiografia di uno yogi fu, per me, un’assoluta sorpresa. Se ne stava lì,

“innocentemente”, sullo scaffale di una libreria sulla Fifth Avenue a New York. Non avevo idea di quanto profondamente avrebbe rivoluzionato la mia vita.

! Era la fine dell’estate del 1948. Desideravo disperatamente conoscere la verità. Nulla

di ciò che avevo trovato fino ad allora mi aveva convinto che il destino che gli altri mi prospettavano fosse giusto. Mio padre era geologo e lavorava per una grande azienda petrolifera. Mia madre era felice e rispettata nel proprio ambito sociale. Entrambi erano,

per molti aspetti, genitori ideali: non ho mai saputo, per esempio, che tra loro vi sia stato il benché minimo diverbio. Il loro amore e reciproco rispetto erano fonte d’ispirazione per i numerosi amici.

! Nonostante ciò, io non ero felice. Sentivo che la vita doveva avere qualcosa in più da

offrire di un matrimonio, una bella casetta in un grazioso quartiere residenziale, un lavoro socialmente accettabile e amicizie “da cocktail party”. Ero disperatamente infelice. Volevo Dio, ma non avevo idea di come trovarLo.

! Fu in quel periodo che mi imbattei in questo libro. Leggerlo fu l’esperienza più

commovente di tutta la mia vita. Una volta lanciatomi in questa avventura letteraria, mi

ritrovai a oscillare fra lacrime e risate: lacrime di gioia, risate di una gioia ancora più grande. Sapevo di aver trovato finalmente qualcuno che possedeva ciò che desideravo con tanta urgenza: qualcuno che conosceva Dio!

! Presi il primo pullman diretto che attraversava il continente americano: un viaggio di

quattro giorni e quattro notti fino a Los Angeles, dove viveva Yogananda. Le prime parole che gli rivolsi sarebbero state inconcepibili per me appena una settimana prima. Termini come guru, yoga, karma e molti altri, che fanno ormai parte del linguaggio comune, erano

del tutto nuovi per me. Eppure le prime parole che gli dissi furono: «Voglio essere vostro discepolo». Sapevo, nel più profondo di me stesso, di avere davanti la mia guida per l’Infinito, della quale così a lungo avevo avuto bisogno.

! Con gioia indescrivibile, fui accettato. La sua vita, che già era un’epopea di

compassione, si arricchì quel giorno di un’ulteriore dimostrazione di sconfinata bontà: egli accolse un imberbe ventiduenne completamente all’oscuro di questioni spirituali, anche se sinceramente desideroso di ricevere gli insegnamenti. Il Maestro deve aver compreso il compito erculeo che si stava accollando, eppure decise di fare il possibile per modellare questo blocco di creta poco malleabile, facendogli assumere, almeno in parte, le sembianze di uno yogi.

! La mia storia, e ciò che significò vivere con questo grande uomo di Dio, è narrata nel

mio libro Il nuovo Sentiero. Questa breve testimonianza vuole essere soltanto un invito, rivolto a te, a leggere le pagine che seguono.

! Nessun uomo – è stato detto – è grande agli occhi del suo maggiordomo. Il detto

perde valore e sostanza nel caso di Paramhansa Yogananda: egli rimane, infatti, l’uomo

più grande che io abbia mai conosciuto. Proprio coloro che gli erano più vicini provavano nei suoi confronti la stima e il rispetto più profondi.

! C’erano aspetti del suo libro – lo confesso – che dapprincipio dovetti mettere da parte

mentalmente, non perché pensassi che non fossero veri (la mia fede in lui era completa), ma perché la moderna formazione che avevo ricevuto mi aveva reso scettico e impreparato ad affrontarli. Vivendo accanto a lui, tuttavia, divenni sempre più consapevole

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che i miracoli – già, perché misurare le parole? I miracoli! – erano una componente quotidiana della sua vita.

! Caro Lettore, se sei disposto a rischiare una trasformazione completa nella tua

visione della vita, leggi questo libro! Ti prometto che non ti sconvolgerà. Piuttosto, ne trarrai una nuova, gioiosa comprensione intuitiva di ciò che la vita realmente è.

! Ho conosciuto Paramhansa Yogananda cinquantasei anni fa. Da allora sono sempre

stato suo discepolo devoto. E sono sempre più sicuro, giorno dopo giorno, che egli ha

portato al mondo qualcosa di cui l’intera umanità, in questo momento, ha disperatamente bisogno.

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SWAMI KRIYANANDA

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AUTOBIOGRAFIA DI UNO YOGI

AUTOBIOGRAFIA DI UNO YOGI Dedicato alla memoria di ! LUTHER BURBANK ! un santo americano Copyright

Dedicato alla memoria di

! LUTHER BURBANK

! un santo americano

Copyright 1946 di

! Paramhansa Yogananda

! Prima edizione del 1946 pubblicata da

! THE PHILOSOPHICAL LIBRARY, INC.

! 15 East 40th Street,

! New York, N.Y.

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PREFAZIONE

! di W.Y. EVANS-WENTZ, M.A., D.Litt., D.Sc.

! Jesus College, Oxford; Autore di

! Il libro tibetano dei morti,

! Milarepa, il grande yogi tibetano,

! Lo yoga tibetano e le dottrine segrete, ecc.

! IL VALORE dell’Autobiografia di Yogananda è ulteriormente accresciuto dal fatto che

questa è una delle poche opere in inglese sui saggi dell’India scritta non da un giornalista

o da uno straniero, ma da una persona appartenente allo stesso popolo e con la stessa

formazione; in breve, un libro sugli yogi scritto da uno yogi. In quanto racconto da parte di

un testimone oculare delle vite e dei poteri straordinari dei moderni santi indù, questo libro riveste un’importanza al tempo stesso attuale ed eterna. Al suo illustre autore, che ho avuto il piacere di incontrare sia in India che in America, giungano da ogni lettore l’apprezzamento e la gratitudine che gli sono dovuti. L’eccezionale documento autobiografico di Yogananda è certamente, tra le opere finora pubblicate in Occidente, una

di quelle che più sanno rivelare la profondità della mente e del cuore indù e la ricchezza

spirituale dell’India.

! Ho avuto il privilegio di conoscere uno dei saggi la cui vita è narrata in queste pagine:

Sri Yukteswar Giri. Un’immagine del venerabile santo è apparsa sul frontespizio del mio

libro Lo yoga tibetano e le dottrine segrete. Incontrai Sri Yukteswar a Puri, in Orissa, nella Baia del Bengala. Egli era allora a capo di un tranquillo ashram in riva al mare e si occupava principalmente della formazione spirituale di un gruppo di giovani discepoli. Sri Yukteswar manifestò un vivo interesse per il benessere della popolazione degli Stati Uniti

e di tutte le Americhe, come pure dell’Inghilterra, e mi interrogò sulle lontane attività, in particolare quelle in California, del suo principale discepolo, Paramhansa Yogananda, che egli amava teneramente e che nel 1920 aveva inviato come suo emissario in Occidente.

! Sri Yukteswar era gentile nei modi e nella voce, di aspetto piacevole e degno della venerazione che i suoi seguaci spontaneamente gli tributavano. Tutti coloro che lo

conoscevano, che appartenessero o meno alla sua comunità, nutrivano nei suoi confronti

la massima stima. Ricordo vividamente la sua figura alta, dritta e ascetica, abbigliata nella

veste color zafferano di chi ha rinunciato alle mete terrene, in piedi all’ingresso

dell’eremitaggio per darmi il benvenuto. Aveva i capelli lunghi e un po’ ricciuti, e portava la barba. Era di corporatura robusta e muscolosa, ma snello e ben proporzionato; il suo passo era energico. Aveva scelto come dimora terrena la sacra città di Puri, dove moltitudini di devoti indù, provenienti da ogni provincia dell’India, si recano ogni giorno in pellegrinaggio al famoso tempio di Jagannath, “Signore del Mondo”. Fu a Puri che, nel 1936, Sri Yukteswar chiuse i suoi occhi mortali sulle scene di questo stato d’esistenza transitorio e lasciò questo mondo consapevole di aver portato trionfalmente a compimento

la propria incarnazione.

! Sono lieto di poter rendere testimonianza del carattere eccelso e della santità di Sri

Yukteswar. Pago di rimanere lontano dalle moltitudini, egli si dedicò senza riserve e in tranquillità a quella vita ideale che Paramhansa Yogananda, suo discepolo, ha ora descritto per i secoli a venire.

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W.Y. EVANS-WENTZ

! Ringraziamenti dell’Autore

! Sono profondamente grato a L.V. Pratt per il lungo lavoro editoriale da lei svolto sul manoscritto di questo libro. I miei ringraziamenti vanno anche a Ruth Zahn, che ha

compilato l’indice, a C. Richard Wright per avermi permesso di citare alcuni brani dal suo diario di viaggio e a W.Y. Evans-Wentz, per i consigli e l’incoraggiamento.

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PARAMHANSA YOGANANDA

28 ottobre 1945

Encinitas, California

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Indice

! Capitolo

! 1. I miei genitori e la mia infanzia

! 2. La morte di mia madre e il mistico amuleto

! 3. Il santo con due corpi (Swami Pranabananda)

! 4. La mia fuga interrotta verso l’Himalaya

! 5. Il “Santo dei profumi” mostra i suoi prodigi

! 6. Lo Swami delle tigri

! 7. Il santo che levitava (Nagendra Nath Bhaduri)

! 8. Il grande scienziato indiano J.C. Bose

! 9. Il devoto estatico e il suo idillio cosmico (il Maestro Mahasaya)

! 10. Incontro il mio Maestro, Sri Yukteswar

! 11. Due ragazzi senza un soldo a Brindaban

! 12. Gli anni trascorsi nell’ashram del mio Maestro

! 13. Il santo che non dormiva mai (Ram Gopal Muzumdar)

! 14. Un’esperienza di coscienza cosmica

! 15. Il furto del cavolfiore

! 16. Sconfiggere gli astri

! 17. Sasi e i tre zaffiri

! 18. Un maomettano che operava prodigi (Afzal Khan)

! 19. Il mio Maestro, pur essendo a Calcutta, appare a Serampore

! 20. Non visitiamo il Kashmir

! 21. Visitiamo il Kashmir

! 22. Il cuore di un’immagine di pietra

! 23. Mi laureo

! 24. Divento monaco dell’Ordine degli swami

! 25. Mio fratello Ananta e mia sorella Nalini

! 26. La scienza del Kriya Yoga

! 27. Fondo una scuola ispirata allo yoga a Ranchi

! 28. Kashi, rinato e ritrovato

! 29. Rabindranath Tagore e io confrontiamo le nostre scuole

! 30. La legge dei miracoli

! 31. A colloquio con la Madre santa (Kashi Moni Lahiri)

! 32. Rama viene risuscitato dalla morte

! 33. Babaji, lo yogi cristico dell’India moderna

! 34. Un palazzo si materializza sull’Himalaya

! 35. La vita cristica di Lahiri Mahasaya

! 36. L’interesse di Babaji per l’Occidente

! 37. Vado in America

! 38. Luther Burbank: un santo fra le rose

! 39. Therese Neumann: la cattolica con le stigmate

! 40. Ritorno in India

! 41. Un idillio nel Sud dell’India

! 42. Gli ultimi giorni con il mio Guru

! 43. La resurrezione di Sri Yukteswar

! 44. Con il Mahatma Gandhi a Wardha

! 45. La “Madre permeata di gioia” del Bengala (Ananda Moyi Ma)

! 46. La yogini che non mangia mai (Giri Bala)

! 47. Ritorno in Occidente

! 48. A Encinitas, in California

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Elenco delle illustrazioni

! Frontespizio

! Carta geografica dell’India

! Mio padre, Bhagabati Charan Gosh

! Mia madre

! Swami Pranabananda, “Il santo con due corpi”

! Il mio fratello maggiore, Ananta

! Celebrazione collettiva di una festività religiosa nel cortile dell’ashram del mio Guru a

! Serampore

! Nagendra Nath Bhaduri, “Il santo che levitava”

! Jagadis Chandra Bose, famoso scienziato

! Due fratelli di Therese Neumann, a Konnersreuth

! Il Maestro Mahasaya, il Devoto estatico

! Jitendra Muzumdar, il mio compagno nella “prova senza soldi” a Brindaban

! Swami Kebalananda, il mio santo insegnante di sanscrito

! Ananda Moyi Ma, la “Madre permeata di gioia”

! La grotta himalayana occupata da Babaji

! Sri Yukteswar, il mio Maestro

! La sede principale della Self-Realization Fellowship a Los Angeles

! La Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni a Hollywood

! L’ashram del mio Guru sul mare, a Puri

! Le mie sorelle: Roma, Nalini e Uma

! La Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni a San Diego

! Il Signore nel Suo aspetto di Shiva

! Yogoda Math, l’ashram di Dakshineswar

! La scuola di Ranchi, l’edificio principale

! Kashi, rinato e ritrovato

! Bishnu, Motilal Mukherji, mio padre, Wright, T.N. Bose e Swami Satyananda

! Un gruppo di delegati al Congresso internazionale dei liberali religiosi a Boston, nel

! 1920

! Guru e discepolo in un antico ashram

! Babaji, lo Yogi-Cristo dell’India moderna

! Lahiri Mahasaya

! Una lezione sullo yoga a Washington D.C.

! Luther Burbank

! Therese Neumann di Konnersreuth, Baviera

! Il Taj Mahal ad Agra

! Shankari Mai Jiew, unica discepola vivente del grande Trailanga Swami

! Krishnananda con la sua leonessa addomesticata

! Gruppo di discepoli sulla terrazza dell’ashram del mio Guru a Serampore, dove si

! consumavano i pasti

! La signora Bletch, Wright e io in Egitto

! Rabindranath Tagore

! Swami Keshabananda nel suo ashram di Brindaban

! Krishna, l’antico profeta dell’India

! Il Mahatma Gandhi a Wardha

! Giri Bala, la yogini che non mangia mai

! Gruppo di studenti di Ranchi con il maharaja di Kasimbazar

! Il mio Guru e io a Calcutta nel 1935

! E.E. Dickinson di Los Angeles

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La Self-Realization Fellowship a Encinitas, California

Mio padre nel 1936

Swami Premananda di fronte alla Chiesa della realizzazione del Sé di tutte le religioni

a Washington D.C.

Relatori a un incontro interrazziale a San Francisco, in California, nel 1945

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AUTOBIOGRAFIA DI UNO YOGI

CAPITOLO: 1

! I miei genitori e la mia infanzia

! Gli elementi caratteristici della cultura indiana sono stati a lungo la ricerca delle verità supreme e il concomitante rapporto fra discepolo e guru. 1 Il mio cammino mi ha guidato

fino a un saggio simile al Cristo, la cui vita mirabile è stata cesellata per i secoli a venire. Egli fu uno dei grandi maestri che costituiscono il solo patrimonio duraturo dell’India. Manifestandosi in ogni generazione, essi hanno preservato valorosamente il loro Paese dalla sorte di Babilonia e dell’Egitto.

! Fra i miei ricordi più remoti trovo tracce anacronistiche di una precedente

incarnazione. Avevo chiare reminiscenze di una vita lontana, di uno yogi 2 fra le nevi dell’Himalaya. Questi barlumi del passato, per qualche collegamento adimensionale, mi consentivano anche un fuggevole sguardo sul futuro.

! Le impotenti umiliazioni dell’infanzia non sono state bandite dalla mia mente. Con

risentimento, mi accorgevo di non riuscire a camminare o a esprimermi liberamente. Moti di preghiera sorgevano in me quando constatavo l’incapacità del mio corpo. La mia intensa vita emotiva prendeva forma silenziosamente in molti idiomi. In quell’interiore confusione di lingue, l’orecchio, gradualmente, si abituò alle sillabe della lingua bengali

parlata dalle persone attorno a me. Tali le affascinanti possibilità di una mente infantile, che gli adulti considerano limitata ai giochini e ai piedini!

! Il fermento psicologico e l’inerzia del mio corpo suscitavano in me frequenti e ostinate

crisi di pianto. Ricordo il generale sconcerto in famiglia di fronte alla mia angoscia. Nella mia mente, comunque, si affollano anche ricordi più gioiosi: le carezze di mia madre e i

miei primi tentativi di balbettare frasi e muovere passi incerti. Questi iniziali trionfi, di solito rapidamente dimenticati, costituiscono tuttavia la base naturale della fiducia in se stessi.

! Non sono l’unico a conservare ricordi tanto remoti. È noto che molti yogi hanno

mantenuto ininterrottamente la consapevolezza di sé nella drammatica transizione dalla “vita” alla “morte” e viceversa. Se l’essere umano fosse soltanto un corpo, la perdita del

corpo porrebbe davvero fine alla sua identità. Se, tuttavia, i profeti nel corso dei millenni hanno detto il vero, la natura dell’essere umano è essenzialmente incorporea. Il nucleo persistente dell’egoità umana è associato solo temporaneamente alla percezione dei sensi.

! Sebbene insolito, non è poi così raro conservare memorie nitide della prima infanzia.

Nei miei viaggi in numerosi Paesi, ho ascoltato dalle labbra di uomini e donne veritieri il racconto di ricordi assai precoci.

! Nacqui nell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo e trascorsi i miei primi otto

anni a Gorakhpur. Questo fu il mio paese natio, nelle Province Unite dell’India nord- orientale. Eravamo otto figli: quattro maschi e quattro femmine. Io, Mukunda Lal Ghosh, 3 ero il secondo maschio e il quarto figlio.

1 Maestro spirituale; dalla radice sanscrita gur, elevare, innalzare.

2 Colui che pratica lo yoga, ossia “l’unione”, l’antica scienza indiana della meditazione su Dio.

3 Il mio nome fu cambiato in Yogananda quando entrai nell’antico Ordine monastico degli swami nel 1914. Il mio guru mi conferì il titolo religioso di Paramhansa nel 1935 (si vedano i capitoli 24 e 42).

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! Mio padre e mia madre erano bengalesi, della casta degli Kshatriya. 4 Entrambi

furono benedetti con il dono di una natura santa. Il loro reciproco amore, sereno e

dignitoso, non si esprimeva mai in maniera frivola. La perfetta armonia fra i genitori era il quieto fulcro attorno al quale ruotava il tumulto di otto giovani vite.

! Mio padre, Bhagabati Charan Ghosh, era mite, serio, talvolta severo. Pur amandolo

molto, noi figli mantenevamo nei suoi confronti una certa distanza reverenziale. Eccellente logico e matematico, era guidato principalmente dall’intelletto. Mia madre era invece una regina di cuori e ci educava solo attraverso l’amore. Dopo la sua morte, mio padre manifestò maggiormente la sua tenerezza interiore. Notai allora che spesso il suo sguardo si trasfigurava in quello di mia madre.

! Alla presenza di mia madre gustammo i nostri primi assaggi dolci-amari delle

Scritture. Ella, ingegnosamente, attingeva ai racconti del Mahabharata e del Ramayana 5

per adempiere alle esigenze della disciplina. Istruzione e punizione andavano così di pari passo.

! Quale gesto quotidiano di rispetto verso nostro padre, mia madre ci vestiva sempre

con cura nel pomeriggio, per accoglierlo quando tornava a casa dall’ufficio. Egli ricopriva un posto analogo a quello di vicepresidente presso la Compagnia ferroviaria Bengala- Nagpur, una delle società più importanti dell’India. Il suo lavoro comportava frequenti spostamenti e, durante la mia infanzia, la nostra famiglia visse in diverse città.

! Mia madre era sempre pronta a tendere la mano ai bisognosi. Anche mio padre era

ben disposto nei confronti del prossimo, ma il suo rispetto per l’ordine costituito si estendeva anche al bilancio familiare. Una volta mia madre spese in due settimane, per sfamare i poveri, una somma superiore allo stipendio mensile di mio padre.

! «Tutto ciò che ti chiedo è di mantenere le tue opere di beneficenza entro limiti

ragionevoli». Persino un lieve rimprovero da parte del marito procurava a mia madre una

sofferenza intollerabile. Ella ordinò una carrozza, senza per altro accennare minimamente al dissidio di fronte a noi figli.

! «Addio, vado a casa di mia madre». L’antico ultimatum!

! Prorompemmo in sconcertati lamenti. Provvidenziale fu l’arrivo del nostro zio

materno, che sussurrò all’orecchio di mio padre qualche saggio consiglio, custodito senza dubbio da tempo immemore. Dopo che mio padre ebbe abbozzato qualche frase conciliante, mia madre, felice, congedò il vetturino. Così si concluse l’unico screzio fra i

miei genitori di cui io mi sia mai accorto. Ricordo tuttavia un tipico scambio di battute fra i due.

! «Per favore, dammi dieci rupie per una donna sventurata che è appena giunta da

noi». Il sorriso di mia madre aveva una sua forza persuasiva.

! «Perché dieci rupie? Ne basta una». Mio padre aggiunse quindi una giustificazione:

«Quando mio padre e i miei nonni morirono all’improvviso, per la prima volta sperimentai la povertà. Tutto ciò che avevo da mangiare al mattino a colazione, prima di mettermi in

cammino per chilometri fino a scuola, era una piccola banana. In seguito, all’università, ero così bisognoso che chiesi aiuto a un ricco magistrato affinché mi concedesse una rupia al mese. Egli rifiutò, facendomi notare che anche una rupia è importante».

! «Con quanta amarezza ricordi ancora il rifiuto di quella rupia!». Il cuore di mia madre

seguiva una logica istantanea: «Vuoi che anche questa donna serbi il ricordo doloroso del tuo rifiuto di darle le dieci rupie di cui ha urgente bisogno?».

4 La seconda casta che, tradizionalmente, comprende i guerrieri e i governanti.

5 Questi antichi poemi epici raccolgono l’immenso patrimonio della storia, della mitologia e della filosofia dell’India. Il volume Ramayana and Mahabharata di Romesh Dutt è una versione ridotta in versi, in lingua inglese (New York, E.P. Dutton).

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! «Hai vinto!». Con l’antico gesto dei mariti sconfitti, mio padre aprì il portafoglio:

«Eccoti le dieci rupie: dalle alla donna, con la mia benevolenza!».

! Mio padre tendeva inizialmente a rispondere «no» a qualsiasi nuova proposta. Il suo

atteggiamento verso la donna sconosciuta, che aveva invece suscitato prontamente la compassione di mia madre, era un esempio della sua abituale prudenza. L’avversione ad accogliere immediatamente una richiesta – tipica della mentalità francese in Occidente –

in realtà si limita a onorare il principio della “debita riflessione”. Ho sempre trovato mio padre ragionevole ed equilibrato nei suoi giudizi. Se riuscivo a portare una o due argomentazioni valide a sostegno delle mie numerose richieste, egli invariabilmente rendeva raggiungibile la meta agognata, sia che si trattasse di una gita durante le vacanze

o di una nuova motocicletta.

! Mio padre impose ai propri figli nell’infanzia una rigida disciplina, ma l’atteggiamento

che assumeva verso se stesso era davvero spartano. Non andava mai a teatro, ad esempio, ma ricercava il proprio svago in varie pratiche spirituali e nella lettura della Bhagavad Gita. 6 Rifuggendo da ogni lusso, si ostinava a portare un unico, vecchio paio di scarpe finché diventava inutilizzabile. I suoi figli maschi acquistarono delle automobili quando queste divennero d’uso comune, ma egli si accontentò sempre di compiere in tram

il tragitto quotidiano fino all’ufficio. L’accumulo di denaro a fini di potere era estraneo alla

sua natura. Dopo aver lavorato alla costituzione della Urban Bank di Calcutta, egli rinunciò

a beneficiare della possibilità di riservarsi una quota delle azioni. Era stato mosso soltanto dal desiderio di compiere un dovere civico nel tempo libero.

! Parecchi anni dopo che mio padre era andato in pensione, un ispettore inglese si

recò a svolgere una verifica contabile presso la Compagnia ferroviaria Bengala-Nagpur. Rimase alquanto sorpreso nel constatare che mio padre non aveva mai richiesto le gratifiche arretrate.

! «Lavorava per tre!» riferì il contabile alla società. «Ha un credito di 125.000 rupie

(circa 41.250 dollari) dovuti per indennità arretrate». I funzionari della compagnia consegnarono a mio padre un assegno di tale importo. Egli era così poco interessato alla cosa da dimenticarsi di parlarne in famiglia. A distanza di parecchio tempo fu Bishnu, il mio

fratello più giovane, a interrogarlo in merito, avendo notato l’ingente importo su un estratto conto bancario.

! «Perché esaltarsi per i benefici materiali?» rispose mio padre. «Colui che aspira a

raggiungere l’equanimità non giubila per i guadagni né si avvilisce per le perdite. Sa che l’essere umano giunge squattrinato a questo mondo e lo abbandonerà senza neppure una rupia».

! Agli inizi della loro vita matrimoniale i miei genitori divennero discepoli di un grande maestro, Lahiri Mahasaya di Benares. Questo contatto rafforzò l’indole naturalmente ascetica di mio padre. Mia madre fece una straordinaria confidenza a Roma, la maggiore

delle mie sorelle: «Tuo padre e io viviamo come marito e moglie solo una volta all’anno, per avere figli».

! Mio padre conobbe Lahiri Mahasaya attraverso Abinash Babu, 7 un impiegato

dell’ufficio di Gorakhpur delle Ferrovie Bengala-Nagpur. Abinash educò le mie giovani orecchie con avvincenti racconti su molti santi indiani. Invariabilmente concludeva con un tributo alle glorie ineguagliabili del suo guru.

6 Questo nobile poema in lingua sanscrita fa parte dell’opera epica Mahabharata ed è considerato l’equivalente indù della Bibbia. La versione inglese più poetica è quella di Edwin Arnold, intitolata The Song Celestial (Philadelphia, David McKay, 75 cent). Una delle traduzioni migliori, corredata da un commento dettagliato, è Message of the Gita di Sri Aurobindo (Jupiter Press, 16 Semudoss St., Madras, India, $ 3,50).

7 In bengali l’appellativo Babu (signore) segue il nome proprio.

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MIO PADRE ! Bhagabati Charan Gosh ! Discepolo di Lahiri Mahasaya ! «Hai mai saputo

MIO PADRE

! Bhagabati Charan Gosh

! Discepolo di Lahiri Mahasaya

! «Hai mai saputo in quali straordinarie circostanze tuo padre divenne discepolo di Lahiri Mahasaya?».

! Fu in un pigro pomeriggio estivo in cui Abinash e io sedevamo nel cortile recintato di casa mia che egli mi rivolse questa domanda intrigante. Scossi il capo con un sorriso, pregustando il racconto.

! «Anni fa, prima che tu nascessi, chiesi al mio superiore, cioè a tuo padre, di

concedermi una settimana di congedo da Gorakhpur per fare visita al mio guru a Benares. Tuo padre irrise il mio progetto.

! «“Stai forse diventando un fanatico religioso?” mi chiese. “Concentrati sul lavoro d’ufficio, se vuoi fare carriera”.

! «Mentre camminavo tristemente verso casa, quello stesso giorno, lungo un sentiero

boschivo, incontrai tuo padre in portantina. Egli congedò i suoi domestici e il palanchino e mi affiancò. Nell’intento di consolarmi, sottolineava i vantaggi derivanti dal perseguire il successo nel mondo. Io però lo ascoltavo svogliatamente. Il mio cuore ripeteva senza sosta: “Lahiri Mahasaya, non posso vivere senza vedervi!”.

! «Il sentiero ci condusse ai bordi di un campo tranquillo, in cui i raggi di sole del tardo pomeriggio incorniciavano ancora il profilo ondulato della vegetazione selvatica. Ci fermammo in ammirazione. Nel campo, a pochi metri da noi, apparve all’improvviso la figura del mio grande guru! 8

! «“Bhagabati, sei troppo severo con il tuo impiegato!”. La sua voce risuonò nelle

nostre orecchie sbalordite. Egli svanì quindi misteriosamente, così come era comparso. In ginocchio esclamai: “Lahiri Mahasaya! Lahiri Mahasaya!”. Tuo padre rimase per alcuni istanti immobile per lo stupore.

! «“Abinash, non solo concedo a te il permesso di partire per Benares domani, ma

faccio anch’io altrettanto. Devo assolutamente conoscere il grande Lahiri Mahasaya, capace di materializzarsi a suo piacimento per intercedere per te! Porterò anche mia

moglie e chiederò al maestro di iniziarci al suo cammino spirituale. Vuoi accompagnarci da lui?”.

! «“Certamente”. Esultai di gioia per la miracolosa risposta alla mia preghiera e per la repentina svolta favorevole degli eventi.

8 La spiegazione dei poteri soprannaturali posseduti dai grandi maestri viene fornita nel capitolo 30, “La legge dei miracoli”.

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! «La sera successiva i tuoi genitori e io partimmo in treno per Benares. Il giorno

seguente prendemmo un carretto trainato dal cavallo e poi dovemmo proseguire a piedi lungo anguste viuzze fino alla casa isolata del mio guru. Entrando nel suo salottino ci

inchinammo dinanzi al maestro, immobile nella posizione del loto a lui abituale. Egli sbatté appena le palpebre e diresse il suo sguardo penetrante su tuo padre.

! «“Bhagabati, sei troppo severo con il tuo impiegato!”. Erano le stesse parole che

aveva pronunciato due giorni prima nel campo di Gorakhpur. Aggiunse: “Sono lieto che tu

abbia permesso ad Abinash di farmi visita e che tu e tua moglie lo abbiate accompagnato”.

! «Con loro grande gioia, egli iniziò i tuoi genitori alla pratica spirituale del Kriya Yoga. 9 Tuo padre e io, divenuti condiscepoli, siamo intimi amici dal giorno memorabile della visione. Lahiri Mahasaya manifestò particolare interesse per la tua nascita. La tua vita sarà sicuramente legata alla sua: la benedizione del maestro è infallibile».

! Lahiri Mahasaya lasciò questo mondo poco dopo che io vi ebbi fatto il mio ingresso. Il

suo ritratto, in una cornice decorata, ha sempre ornato il nostro altare di famiglia nelle varie città in cui mio padre venne trasferito per lavoro. Molte mattine e molte sere mia madre e io meditammo dinanzi a un altare improvvisato, offrendo fiori intinti in una fragrante pasta di legno di sandalo. Con l’incenso, la mirra e la nostra comune devozione, onoravamo la divinità che aveva trovato piena espressione in Lahiri Mahasaya.

! Il suo ritratto esercitò uno straordinario influsso sulla mia vita. Man mano che

crescevo, anche il pensiero del maestro crebbe con me. Durante la meditazione spesso vedevo la sua immagine fotografica emergere dalla piccola cornice e, assumendo forma vivente, sedersi dinanzi a me. Quando cercavo di toccare i piedi del suo corpo luminoso, esso si trasformava e ridiventava una fotografia. Passando dall’infanzia all’adolescenza, mi accorsi che Lahiri Mahasaya era mutato nella mia mente, da una piccola immagine confinata in una cornice a una presenza viva e illuminante. Spesso lo pregavo, nei

momenti di difficoltà o di turbamento, trovando in me la sua guida confortante. All’inizio mi affliggevo che egli non fosse più in vita fisicamente. Quando, tuttavia, cominciai ad avvertire la sua segreta onnipresenza, non mi lamentai più. Spesso egli aveva scritto a quanti, fra i suoi discepoli, erano eccessivamente ansiosi di vederlo: «Perché venire a vedere la mia carne e le mie ossa, quando sono sempre alla portata del vostro kutastha (vista spirituale)?».

! All’incirca all’età di otto anni ricevetti la grazia di una guarigione miracolosa

attraverso la fotografia di Lahiri Mahasaya. Questa esperienza accrebbe l’intensità del mio amore. Mentre soggiornavo nella proprietà di famiglia a Ichapur, nel Bengala, fui colpito dal colera asiatico. Ero ormai considerato spacciato e i medici non potevano far nulla. Al mio capezzale, mia madre mi faceva segno freneticamente di guardare il ritratto di Lahiri Mahasaya appeso alla parete sopra la mia testa.

! «Inchinati a lui mentalmente!». Sapeva che ero così debole da non riuscire neppure

a sollevare le mani in segno di saluto. «Se davvero dimostri la tua devozione e ti

inginocchi interiormente davanti a lui, avrai salva la vita!».

! Fissai la sua immagine e vidi una luce accecante, che avvolse il mio corpo e l’intera

stanza. La nausea e gli altri sintomi incontrollabili scomparvero: stavo bene. Subito mi

sentii sufficientemente in forze per inchinarmi e toccare i piedi di mia madre, in segno di gratitudine per la fede incommensurabile che ella nutriva nel suo guru. Mia madre premette più volte il capo contro la piccola immagine.

 

«O Maestro onnipresente, ti ringrazio di aver salvato mio figlio con la tua luce!».

Mi resi conto che anche lei era stata testimone della vampata sfolgorante attraverso

la

quale ero stato istantaneamente risanato da una malattia di solito fatale.

9 Una tecnica yogica attraverso la quale viene placato il tumulto dei sensi, consentendo all’essere umano di raggiungere la progressiva identità con la coscienza cosmica.

17

! Uno dei beni più preziosi in mio possesso è proprio quella fotografia. Donata a mio

padre da Lahiri Mahasaya in persona, essa trasmette una vibrazione sacra. L’immagine ebbe un’origine miracolosa. Venni a conoscenza della storia da Kali Kumar Roy, condiscepolo di mio padre.

! Pare che il maestro nutrisse una profonda avversione all’essere fotografato.

Nonostante le sue proteste, un giorno gli venne scattata una foto di gruppo insieme ad

alcuni devoti, fra i quali Kali Kumar Roy. Il fotografo rimase sconcertato scoprendo che sulla lastra in cui erano rimaste impresse chiaramente le immagini di tutti i discepoli, proprio al centro, laddove si aspettava ragionevolmente di trovare il volto di Lahiri Mahasaya, c’era soltanto uno spazio vuoto. Il fenomeno fu ampiamente dibattuto.

! Un discepolo e fotografo esperto, Ganga Dhar Babu, si vantò dicendo che a lui la

fugace immagine non sarebbe sfuggita. Il mattino seguente, mentre il guru sedeva in

posizione del loto su una panca di legno con un paravento dietro di sé, Ganga Dhar Babu arrivò munito della sua attrezzatura. Prendendo tutte le precauzioni per garantirsi il successo, egli espose, bramoso, ben dodici lastre. Su ciascuna di esse trovò presto impressi la panca di legno e il paravento ma, ancora una volta, mancava la figura del maestro.

! Con le lacrime agli occhi e l’orgoglio a pezzi, Ganga Dhar Babu andò dal suo guru.

Solo dopo parecchie ore Lahiri Mahasaya ruppe il silenzio con un commento pregnante:

! «Io sono Spirito. La tua macchina fotografica può forse riflettere l’Invisibile onnipresente?».

! «Vedo bene che non può! Ma, Santo Signore, desidero dal profondo del cuore

un’immagine del vostro tempio corporeo, l’unico in cui, al mio sguardo limitato, tale Spirito sembra dimorare appieno».

! «Vieni domattina, allora. Poserò per te».

! Di nuovo il fotografo mise a fuoco il suo apparecchio. Questa volta la sacra figura,

non più ammantata da una misteriosa impercettibilità, apparve nitida sulla lastra. Il

maestro non posò per nessun’altra fotografia o, per lo meno, io non ne ho mai viste altre.

! La foto è riprodotta in questo libro. I lineamenti chiari di Lahiri Mahasaya, di tipo

universale, non suggeriscono a quale razza egli appartenesse. L’intensa gioia della comunione con Dio traspare sottilmente dal suo sorriso un po’ enigmatico. Gli occhi sono semiaperti, a indicare che la sua presenza è rivolta nominalmente al mondo esterno, ma sono anche semichiusi. Del tutto indifferente alle misere lusinghe terrene, il maestro era

sempre pienamente attento ai problemi spirituali dei ricercatori che facevano appello alla sua generosità.

! Poco tempo dopo la guarigione ottenuta grazie alla potenza dell’immagine del guru,

ebbi una visione spirituale che esercitò su di me un influsso profondo. Mentre ero seduto sul letto, un mattino, rimasi assorto in una profonda contemplazione.

! «Che cosa c’è dietro l’oscurità degli occhi chiusi?». Questo pensiero indagatore si

affacciò con forza alla mia mente. D’un tratto, un immenso bagliore si manifestò al mio sguardo interiore. Figure divine di santi, seduti in meditazione in grotte di montagna, presero forma come immagini cinematografiche in miniatura sull’ampio schermo luminoso all’interno della mia fronte.

! «Chi siete?» domandai ad alta voce.

! «Siamo gli yogi dell’Himalaya». È difficile descrivere tale risposta celestiale; il mio cuore palpitava di gioia.

! «Ah, quanto anelo ad andare sull’Himalaya e a diventare simile a voi!». La visione

svanì, ma i raggi argentei continuarono a espandersi in cerchi sempre più ampi, all’infinito.

! «Che cos’è questo bagliore meraviglioso?».

18

! «Sono Iswara. 10 Sono la Luce». La voce era come un mormorio di nubi.

! «Voglio essere tutt’uno con Te!».

! Dal lento affievolirsi della mia estasi divina serbai, quale dono permanente,

l’ispirazione a cercare Dio.

! «Egli è Gioia eterna e sempre nuova!». Dal giorno dell’estasi, questo ricordo rimase

a lungo impresso nella mia memoria.

! Un altro dei miei primi ricordi ha lasciato, letteralmente, il segno in me, visto che

ancora oggi ne porto la cicatrice. Mia sorella maggiore Uma e io, un mattino di buonora, eravamo seduti sotto un albero di neem, nel cortile della nostra casa di Gorakhpur. Uma mi aiutava a leggere un abbecedario bengalese, nei brevi istanti in cui riuscivo a

distogliere lo sguardo dai pappagallini che, a poca distanza, mangiavano i frutti maturi di margosa. Uma si lamentò di un foruncolo sulla gamba e andò a prendere una boccetta di unguento. Anch’io mi spalmai un po’ di balsamo sull’avambraccio.

! «Perché metti la medicina su un braccio sano?».

! «Sorella, sento che domani mi verrà un foruncolo. Sto provando l’efficacia del tuo unguento nel punto in cui il foruncolo apparirà».

! «Piccolo bugiardo!».

! «Sorella, non darmi del bugiardo finché non avrai visto ciò che accadrà domani». Ero colmo d’indignazione.

! Uma, per nulla impressionata, mi canzonò altre tre volte. Un’inflessibile

determinazione risuonò nella mia voce quando, lentamente, replicai.

! «Per il potere della volontà che è in me, dico che domani avrò un grande foruncolo

esattamente in questo punto del braccio e che il tuo foruncolo si gonfierà fino a diventare grande il doppio rispetto a ora!».

! Al mattino avevo un robusto foruncolo nel punto indicato; le dimensioni di quello di

Uma erano raddoppiate. Lanciando un grido, mia sorella si precipitò da nostra madre. «Mukunda è diventato uno stregone!». Con serietà, mia madre mi ammonì di non servirmi mai del potere delle parole per fare del male. Ho sempre ricordato la sua raccomandazione e l’ho seguita.

! Il mio foruncolo fu sottoposto a trattamento chirurgico. Ancora oggi ho una cicatrice

ben visibile, lasciata dall’incisione eseguita dal medico; sull’avambraccio destro, mi ricorda costantemente il potere insito nella parola dell’uomo.

! Pronunciate con profonda concentrazione, quelle semplici frasi apparentemente

innocue rivolte a Uma celavano al proprio interno una forza tale da esplodere come bombe e produrre effetti precisi, sebbene deleteri.

10 Un nome sanscrito per Dio come Sovrano dell’universo; dalla radice is, governare. Ci sono centootto nomi di Dio nelle Scritture indù, ognuno dei quali esprime una diversa sfumatura di significato filosofico.

19

In seguito compresi che l’esplosivo potere vibratorio del linguaggio poteva essere

indirizzato saggiamente per liberare la propria vita dalle difficoltà, operando così senza causare cicatrici o rimproveri. 11

! La nostra famiglia si trasferì a Lahore, nel Punjab. Lì acquistai un’immagine della

Madre Divina nella forma della Dea Kali, 12 che andò a consacrare un piccolo altare domestico sul balcone della nostra casa. In me si fece strada la ferma convinzione che qualsiasi mia preghiera, pronunciata in quel luogo sacro, sarebbe stata esaudita. Un

giorno, da lì, Uma e io guardavamo due aquiloni che volavano oltre i tetti degli edifici, sul lato opposto del vicolo molto stretto.

! «Come mai sei così silenzioso?». Uma mi stuzzicò, dandomi una spinta.

! «Sto solo pensando a quanto sia meraviglioso che la Madre Divina mi conceda tutto

ciò che Le chiedo».

! «Suppongo che possa farti avere anche quei due aquiloni!» rispose mia sorella, con

una risata di scherno.

! «Perché no?». Silenziosamente cominciai a pregare per averli.

! In India si svolgono gare di aquiloni le cui funi sono ricoperte di colla e polvere di vetro. Ciascun giocatore cerca di spezzare il filo dell’avversario. Quando un aquilone

liberato sale sopra i tetti, il grande divertimento è quello di cercare di acchiapparlo. Dato che Uma e io eravamo su un balcone chiuso, sembrava impossibile che un aquilone, staccatosi, potesse arrivare fino alle nostre mani; la fune, normalmente, avrebbe dovuto penzolare sopra i tetti.

! I giocatori dall’altro lato della strada iniziarono la loro gara. Una fune si spezzò;

immediatamente, l’aquilone volò dritto verso di me. Sostò un attimo per un improvviso calo del vento, sufficiente a far impigliare saldamente la corda su una pianta di cactus in cima

alla casa di fronte; si formò un cappio perfetto perché io potessi afferrarlo. Porsi il premio a Uma.

! «È stato soltanto un caso eccezionale, non la risposta alla tua preghiera. Ti crederò

solo se anche l’altro aquilone arriverà fino a te». Negli occhi scuri di mia sorella si leggeva uno stupore maggiore di quanto non esprimessero le sue parole.

! Proseguii le mie preghiere con crescente intensità. Un vigoroso strattone da parte

dell’altro giocatore provocò l’improvvisa perdita del suo aquilone. Danzando nel vento,

l’aquilone si diresse verso di me. Ancora una volta il mio premuroso aiutante, la pianta di cactus, trattenne la corda dell’aquilone, annodandola in modo che potessi afferrarla. Presentai il mio secondo trofeo a Uma.

! «La Madre Divina ti ascolta davvero! Tutto questo è troppo strano per me!». Mia sorella scappò via come un cerbiatto spaventato.

11 Le infinite potenzialità del suono derivano dal Verbo Creativo, Aum, il potere vibratorio cosmico che è alla base di tutte le energie atomiche. Qualsiasi parola pronunciata con lucida consapevolezza e profonda

concentrazione possiede un valore materializzante. La ripetizione silenziosa o ad alta voce di parole ispiranti

è risultata efficace nel couéismo e in altri sistemi di psicoterapia simili; il segreto sta nell’accelerazione del ritmo vibratorio della mente. Il poeta Tennyson, nelle sue Memorie, ci ha lasciato una testimonianza di come egli ricorresse al meccanismo della ripetizione per passare dallo stato mentale di coscienza ordinaria alla supercoscienza:

! «Una sorta di trance lucida – così la definisco, in mancanza di un termine migliore – è ciò che ho

sperimentato di frequente fin dall’infanzia, nei momenti di completa solitudine» scrive Tennyson. «Tale stato mi coglieva quando continuavo a ripetere mentalmente il mio nome in silenzio finché all’improvviso, quasi per l’intensità della coscienza dell’individualità, l’individualità stessa sembrava dissolversi e svanire nell’essere infinito, e questo non come uno stato confuso, ma come il più lucido, il più certo, assolutamente

inesprimibile a parole, in cui la morte era un’eventualità impossibile e quasi risibile, parendo la perdita della personalità (ammesso che sia tale) non l’estinzione, ma soltanto l’unica vera vita». Egli scrisse inoltre: «Non

è estasi nebulosa, ma uno stato di meraviglia trascendente, associata all’assoluta chiarezza della mente».

12 Kali è un simbolo di Dio nell’aspetto della Madre Natura eterna.

20

CAPITOLO: 2

! La morte di mia madre e il mistico amuleto

! Il desiderio più grande di mia madre era che il mio fratello maggiore si sposasse.

«Ah, quando vedrò il volto della moglie di Ananta, troverò il paradiso in terra!». Udii spesso mia madre esprimere con queste parole il suo forte sentimento, tipicamente indiano, per la continuità della famiglia.

 

Avevo circa undici anni all’epoca del fidanzamento di Ananta. Mia madre si trovava a

Calcutta e stava gioiosamente sovrintendendo ai preparativi per le nozze. Solo mio padre

io eravamo rimasti nella nostra casa di Bareilly, nell’India settentrionale, dove egli era stato trasferito dopo due anni trascorsi a Lahore.

e

 

Avevo già assistito allo splendore dei riti nuziali delle mie due sorelle maggiori, Roma

e

Uma, ma per Ananta, il figlio primogenito, erano previsti festeggiamenti particolarmente

elaborati. Mia madre era impegnata ad accogliere i numerosi parenti che ogni giorno giungevano a Calcutta dalle proprie case lontane, dando loro confortevole ospitalità in una grande casa acquisita di recente al numero 50 di Amherst Street. Tutto era ormai pronto:

le prelibatezze per il banchetto, il trono decorato a colori vivaci sul quale mio fratello sarebbe stato trasportato fino alla dimora della futura sposa, le luminarie colorate, i giganteschi elefanti e cammelli di cartapesta, le orchestre inglesi, scozzesi e indiane, gli

intrattenitori chiamati a divertire gli ospiti, i sacerdoti incaricati di celebrare gli antichi rituali.

! Mio padre e io, con l’umore dei giorni di festa, ci preparavamo a raggiungere il resto

della famiglia in tempo per la cerimonia. Poco prima del grande giorno, tuttavia, ebbi un’infausta visione premonitrice.

! Avvenne a Bareilly, a mezzanotte. Mentre dormivo accanto a mio padre, nella

veranda della nostra casetta a un piano, fui svegliato da uno strano ondeggiare della

zanzariera sopra il letto. I veli leggeri si aprirono e vidi le amate sembianze di mia madre.

! «Sveglia tuo padre!». La sua voce era appena un sussurro. «Prendete il primo treno

disponibile, alle quattro del mattino. Correte a Calcutta, se volete vedermi!». La sua immagine, simile a uno spettro, svanì.

! «Padre, padre! La mamma sta morendo!». Il terrore nella mia voce lo svegliò

immediatamente. Singhiozzando, gli comunicai la ferale notizia.

! «Non badare alle tue allucinazioni». Mio padre reagì, come era sua abitudine,

negando la nuova situazione. «Tua madre è in ottima salute. Se riceveremo cattive notizie, partiremo domani».

! «Non ti perdonerai mai di non essere partito subito!». L’angoscia mi indusse ad

aggiungere con amarezza: «E neppure io te lo perdonerò mai».

! Il triste mattino giunse con queste esplicite parole: «Mamma gravemente malata;

matrimonio rinviato; venite immediatamente».

! Mio padre e io, sconvolti, partimmo. Uno dei miei zii ci venne incontro in una delle

stazioni di cambio. Un treno avanzava rombando verso di noi e si profilava ingrandendosi minaccioso man mano che si avvicinava. Dal mio tumulto interiore sorse la repentina decisione di lanciarmi sui binari. Già privato di mia madre, lo sentivo, non riuscivo a sopportare un mondo improvvisamente vuoto e desolato. Amavo mia madre come la

persona a me più cara al mondo. I suoi confortanti occhi neri erano stati il mio rifugio più sicuro nei piccoli drammi dell’infanzia.

! «È ancora viva?». Mi trattenni per rivolgere un’ultima domanda allo zio.

! «Certo che è in vita!» egli rispose, cogliendo immediatamente la disperazione sul mio volto. Ma io stentai a credergli.

! Quando giungemmo alla nostra casa di Calcutta, non potemmo far altro che

contemplare lo sconvolgente mistero della morte. Caddi in uno stato quasi senza vita. Trascorsero anni prima che il mio cuore potesse riconciliarsi. I miei pianti, levandosi fino a

21

scuotere le porte del cielo, attrassero infine la Madre Divina. Le Sue parole risanarono definitivamente le mie ferite ancora aperte:

! «Sono Io che ho vegliato su di te, vita dopo vita, nella tenerezza di molte madri! Scorgi nel Mio sguardo i due occhi neri, i begli occhi perduti cui tanto aneli!».

! Mio padre e io tornammo a Bareilly subito dopo i riti di cremazione per la nostra

amata. Ogni mattino, all’alba, compivo un mesto pellegrinaggio commemorativo fino a un grande albero di sheoli, che proiettava la sua ombra sul soffice prato verde dorato davanti a casa nostra. In certi momenti colmi di poesia pensavo che i bianchi fiori di sheoli si posassero con voluta devozione su quell’altare erboso. Mescolando le mie lacrime alla rugiada, osservavo spesso una strana luce soprannaturale irradiarsi dall’aurora. In quei

momenti mi assaliva struggente il desiderio di Dio e mi sentivo irresistibilmente attratto dall’Himalaya.

! Uno dei miei cugini, tornato di recente da un viaggio nelle sacre montagne, venne a

farci visita a Bareilly. Ascoltai avidamente i suoi racconti sulle alte vette, dimora di yogi e di swami. 13

! «Fuggiamo sull’Himalaya!». Il mio progetto, confidato un giorno a Dwarka Prasad, il

giovane figlio del proprietario della nostra casa di Bareilly, trovò una fredda accoglienza.

Egli rivelò il piano al mio fratello maggiore, appena arrivato per far visita a nostro padre. Anziché limitarsi a ridere allegramente del progetto irrealizzabile di un ragazzino, Ananta decise di mettermi in ridicolo.

! «Dov’è la tua veste arancione? Non puoi essere uno swami senza di essa!».

! Le sue parole, inspiegabilmente, ebbero invece su di me un effetto elettrizzante. Mi

mostrarono un’immagine chiara di me stesso, vestito da monaco, nell’atto di peregrinare

per l’India. Forse risvegliarono ricordi di una vita precedente; in ogni caso, iniziai a prefigurarmi con quanta naturalezza avrei indossato l’abito di quell’antico ordine monastico.

! Un mattino, mentre chiacchieravo con Dwarka, sentii l’amore per Dio prorompere con

forza irrefrenabile. Il mio compagno non prestava particolare attenzione all’eloquenza che

ne scaturì, ma io mi ascoltavo con tutto il cuore.

! Quel pomeriggio stesso fuggii di casa dirigendomi verso Naini Tal, sulle pendici

dell’Himalaya. Ananta si lanciò con determinazione all’inseguimento; fui costretto a fare tristemente ritorno a Bareilly. L’unico pellegrinaggio che mi era concesso era quello

abituale, all’alba, fino all’albero di sheoli. Il mio cuore gemeva per la perdita delle mie Madri, quella umana e quella divina.

! La lacerazione lasciata nel tessuto familiare dalla morte di mia madre fu insanabile.

Mio padre non si risposò più nei quasi quarant’anni che gli rimasero da vivere. Assumendo il difficile, duplice ruolo di padre e di madre per il suo piccolo gregge, divenne molto più

affettuoso, più accessibile. Con pacatezza e perspicacia risolveva i vari problemi familiari.

Di ritorno dall’ufficio, si ritirava come un eremita nella cella della sua stanza, praticando il

Kriya Yoga con soave serenità. Molto tempo dopo la morte di mia madre, tentai di

assumere una governante inglese, affinché si occupasse di alcuni dettagli che avrebbero reso più confortevole la vita di mio padre. Ma egli scosse la testa.

 

«Il servizio alla mia persona è finito con tua madre». Nel suo sguardo distante si

leggeva la devozione di tutta una vita. «Non intendo accettare le cure di nessun’altra donna».

 

Quattordici mesi dopo la scomparsa di mia madre, appresi che ella mi aveva lasciato

un

messaggio di grande importanza. Ananta era stato al capezzale della morente e aveva

13 Il significato della radice sanscrita di swami è “colui che è tutt’uno con il suo Sé (Swa)”. Il titolo, conferito ai membri dell’ordine monastico in India, è un’espressione di rispetto formale equivalente a “reverendo”.

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annotato le sue parole. Ella aveva chiesto che mi fossero svelate dopo un anno, ma mio fratello aveva sempre rinviato. Nell’accingersi a lasciare Bareilly e recarsi a Calcutta per sposare la ragazza che nostra madre aveva scelto per lui, 14 una sera mi chiamò accanto a sé.

scelto per lui, 1 4 una sera mi chiamò accanto a sé. MIA MADRE ! Discepola

MIA MADRE

!Discepola di Lahiri Mahasaya

!

«Mukunda, ero restio a darti strane notizie». Nel tono di Ananta vi era una nota di rassegnazione. «Temevo di attizzare il tuo desiderio di andartene di casa, ma tu sei

comunque colmo di ardore divino. Quando, di recente, ti ho acciuffato mentre fuggivi verso l’Himalaya, ho preso una decisione definitiva. Non devo più tardare ad adempiere la mia solenne promessa». Mio fratello mi consegnò una piccola scatola e mi comunicò il messaggio materno.

! «Che queste parole siano la mia ultima benedizione, mio amato figlio Mukunda!»

aveva detto nostra madre. «È giunta l’ora di svelare una serie di eventi straordinari che

seguirono la tua nascita. Venni a conoscenza della via alla quale eri destinato quando eri appena un neonato tra le mie braccia. A quel tempo ti portai a casa del mio guru a Benares. Seminascosta dietro la folla dei discepoli, riuscivo appena a intravedere Lahiri Mahasaya, raccolto in profonda meditazione.

! «Mentre ti accarezzavo, pregavo che il grande guru potesse accorgersi di noi e

benedirci. Quando la mia richiesta, silenziosa e devota, crebbe d’intensità, egli aprì gli

occhi e mi fece cenno di avvicinarmi. Gli altri si fecero da parte per lasciarmi passare; mi inchinai ai sacri piedi. Il maestro ti prese in grembo, ponendo la sua mano sulla tua fronte nel gesto di battezzarti spiritualmente.

! «“Piccola madre, tuo figlio sarà uno yogi. Come una locomotiva spirituale, condurrà

molte anime al regno di Dio”.

! «Il mio cuore esultò di gioia nell’udire che la mia preghiera segreta veniva esaudita

dal guru onnisciente. Poco prima della tua nascita, egli mi aveva predetto che avresti seguito il suo sentiero.

! «In seguito, figlio mio, tua sorella Roma e io apprendemmo della tua visione della

Grande Luce quando, dalla camera accanto, ti vedemmo immobile sul letto. Il tuo visino

14 L’usanza indiana secondo la quale i genitori scelgono i consorti per i propri figli ha resistito al cieco assalto del tempo. La percentuale di matrimoni felici in India è elevata.

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era raggiante; la tua voce vibrava di ferrea determinazione, mentre affermavi di voler andare sull’Himalaya alla ricerca del Divino.

! «Così, figlio mio, seppi che la tua strada è lontana dalle aspirazioni mondane.

Un’ulteriore conferma venne dall’evento più singolare che mi sia mai accaduto, quello che ora mi spinge a lasciarti questo messaggio in punto di morte.

! «Si tratta di un colloquio che ebbi con un saggio nel Punjab. Un mattino, quando la

nostra famiglia viveva a Lahore, il domestico entrò precipitosamente nella mia stanza.

! «“Signora, c’è uno strano sadhu. 15 Insiste per ‘vedere la madre di Mukunda’”.

! «Queste semplici parole toccarono in me una corda profonda; andai subito ad

accogliere il visitatore. Inchinandomi ai suoi piedi, sentii che dinanzi a me c’era un vero uomo di Dio.

! «“Madre,” egli disse “i grandi maestri desiderano che tu sappia che il tuo soggiorno

terreno non sarà lungo. La tua prossima malattia si rivelerà anche l’ultima”. 16 Seguì un

silenzio in cui non provai alcun turbamento, ma soltanto una vibrazione di pace profonda. Infine egli si rivolse nuovamente a me:

! «“Sei chiamata a custodire un certo amuleto d’argento. Non te lo consegnerò oggi: a

dimostrazione della veridicità delle mie parole, il talismano si materializzerà nelle tue mani domani, durante la meditazione. In punto di morte dovrai dare istruzioni al tuo figlio maggiore, Ananta, affinché lo conservi per un anno, per poi consegnarlo al tuo secondo figlio. Mukunda comprenderà il significato del talismano dei Grandi. Dovrebbe riceverlo all’incirca nel momento in cui sarà pronto a rinunciare a ogni aspirazione mondana e a iniziare la sua fondamentale ricerca di Dio. Egli conserverà l’amuleto per alcuni anni; poi, quando esso avrà assolto al suo scopo, svanirà. Anche se celato nel posto più segreto, ritornerà là da dove è venuto”.

! «Offrii l’elemosina 17 al santo e mi inchinai dinanzi a lui con grande rispetto. Senza

accettare l’offerta, egli se ne andò benedicendomi. La sera successiva, mentre sedevo in

meditazione con le mani giunte, un amuleto d’argento si materializzò tra i palmi delle mie mani, proprio come aveva promesso il sadhu. Rese manifesta la sua presenza con un tocco freddo e liscio. L’ho custodito gelosamente per oltre due anni e ora lo affido ad Ananta. Non affliggerti per me, poiché sarò accompagnata dal mio grande guru fra le braccia dell’Infinito. Addio, figlio mio, la Madre Cosmica ti proteggerà».

! Un lampo di illuminazione mi pervase nel momento in cui entrai in possesso

dell’amuleto; molti ricordi fino ad allora sopiti si risvegliarono in me. Il talismano, di forma rotonda e di singolare e antica fattura, era ricoperto di lettere dell’alfabeto sanscrito. Compresi che proveniva da maestri delle vite passate che, invisibili, guidavano i miei passi. A dire il vero, esso recava anche un ulteriore significato, ma il cuore di un amuleto non può mai essere svelato completamente.

! Il modo in cui il talismano svanì in circostanze assai tristi della mia vita e come la sua

perdita preannunciò il momento in cui trovai il mio guru, non può essere narrato in questo capitolo.

! Ma quel ragazzino, ostacolato nei suoi tentativi di raggiungere l’Himalaya, ogni giorno viaggiava lontano sulle ali del suo amuleto.

15 Anacoreta, persona che segue un sadhana o cammino di disciplina spirituale.

16 Quando scoprii, da queste parole, che mia madre era segretamente a conoscenza che non sarebbe vissuta ancora a lungo, compresi per la prima volta perché avesse insistito ad affrettare il più possibile i preparativi per il matrimonio di Ananta. Pur essendo deceduta prima delle nozze, ella aveva nutrito il naturale desiderio materno di poter assistere ai riti.

17 Un gesto abituale di rispetto nei confronti dei sadhu.

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CAPITOLO: 3

! Il santo con due corpi

! «Padre, se prometto di ritornare a casa di mia volontà, posso fare un viaggio a

Benares per visitare la città?».

! Raramente mio padre contrastava la mia passione per i viaggi. Fin da ragazzo mi

consentì di visitare molte città e luoghi di pellegrinaggio. Di solito partivo in compagnia di uno o più amici; viaggiavamo comodamente in prima classe, grazie ai biglietti che ci procurava mio padre. Il suo incarico di funzionario delle ferrovie era provvidenziale per i nomadi della famiglia.

! Mio padre promise che avrebbe preso in debita considerazione la mia richiesta. Il

giorno seguente mi mandò a chiamare e mi diede un biglietto di andata e ritorno da Bareilly a Benares, un rotolo di rupie e due lettere.

! «Devo sottoporre una questione d’affari a un mio amico di Benares, Kedar Nath

Babu. Sfortunatamente, ho perso il suo indirizzo. Credo che riuscirai comunque a fargli avere questa lettera attraverso il nostro comune amico, Swami Pranabananda. Lo swami,

mio condiscepolo, ha raggiunto un’elevata statura spirituale. La sua compagnia ti gioverà. Questo secondo biglietto ti servirà di presentazione».

! Ammiccando, aggiunse: «Mi raccomando, niente più fughe da casa!».

! Partii con lo slancio dei miei dodici anni (sebbene il tempo non abbia mai affievolito

l’entusiasmo che provo davanti a nuovi scenari e a volti sconosciuti). Giunto a Benares mi recai immediatamente alla dimora dello swami. La porta era aperta e io mi inoltrai fino a una lunga stanza d’ingresso al secondo piano. Un uomo piuttosto robusto, che indossava soltanto una fascia avvolta attorno ai fianchi, sedeva nella posizione del loto su una piattaforma leggermente rialzata. Il capo e il volto, privo di rughe, erano completamente

rasati; sulle sue labbra aleggiava un sorriso di beatitudine. Per fugare ogni mio pensiero di averlo disturbato, mi salutò come un vecchio amico.

! «Baba anand (gioia a te, mio caro)». Mi rivolse il suo caloroso benvenuto con voce

fanciullesca. Mi inginocchiai e gli toccai i piedi.

! «Siete Swami Pranabananda?».

! Annuì. «Sei il figlio di Bhagabati?». Pronunciò queste parole ancor prima che avessi

avuto il tempo di estrarre dalla tasca lo scritto di mio padre. Alquanto stupito, gli porsi la lettera di presentazione che, a quel punto, appariva superflua.

! «Ma certo che rintraccerò per te Kedar Nath Babu». Ancora una volta, il santo mi

sorprese per la sua chiaroveggenza. Diede una scorsa alla lettera e fece alcune affettuose considerazioni su mio padre.

! «Sai, godo di due pensioni. Una grazie all’interessamento di tuo padre, alle cui dipendenze, in passato, lavorai negli uffici delle Ferrovie. L’altra grazie alla

raccomandazione del mio Padre Celeste, per il quale ho coscienziosamente assolto tutti i doveri terreni della mia vita».

! Questa considerazione mi parve alquanto oscura. «Signore, che tipo di pensione

ricevete dal Padre Celeste? Vi lascia forse piovere in grembo del denaro?».

! Egli rise. «Mi riferisco a una pensione di pace incommensurabile, quale ricompensa

per i numerosi anni di profonda meditazione. Non provo più alcuna bramosia per il denaro, ormai. Le mie limitate necessità materiali sono ampiamente soddisfatte. In futuro comprenderai il significato di una seconda pensione».

! D’un tratto, ponendo fine bruscamente alla nostra conversazione, il santo divenne

immobile e serio. Un’aria da sfinge lo avvolse. Dapprima i suoi occhi brillarono come se stessero osservando qualcosa d’interessante, poi si fecero opachi. La sua laconicità mi lasciò sconcertato: non mi aveva ancora detto come avrei potuto incontrare l’amico di mio padre. Con una certa irrequietudine mi guardai attorno nella stanza spoglia, dove eravamo

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solo noi due. Il mio sguardo, vagando, si posò sui suoi sandali di legno, sotto la piattaforma che fungeva da sedile.

! «Piccolo signore, 18 non preoccuparti. L’uomo che desideri incontrare sarà con te fra

mezzora». Lo yogi stava leggendo la mia mente: impresa tutt’altro che difficile in quel momento!

! Di nuovo cadde in un silenzio imperscrutabile. L’orologio mi indicò che i trenta minuti erano trascorsi.

! Lo swami si scosse. «Credo che Kedar Nath Babu si stia avvicinando alla porta».

! Udii qualcuno salire le scale. Improvvisamente, fui colto da una stupefatta

incomprensione; i miei pensieri correvano all’impazzata: «Com’è possibile che l’amico di mio padre sia stato chiamato qui senza l’intervento di un messaggero? Lo swami non ha parlato con nessun altro se non con me, da quando sono arrivato».

! Mi precipitai fuori dalla stanza e scesi le scale. A metà strada mi trovai davanti un uomo magro, di carnagione chiara e di media statura. Sembrava andare di fretta.

! «Siete Kedar Nath Babu?». Nella mia voce risuonava l’eccitazione.

! «Sì. E tu non sei forse il figlio di Bhagabati che mi stava aspettando qui?». Sorrise amichevolmente.

! «Signore, come mai siete venuto qui?». La sua inesplicabile presenza suscitava in

me una sorta di sbigottito risentimento.

! «Oggi è tutto misterioso! Meno di un’ora fa avevo appena terminato le mie abluzioni

nel Gange, quando mi si è avvicinato Swami Pranabananda. Non ho idea di come sapesse che mi trovavo lì a quell’ora.

! «“Il figlio di Bhagabati ti attende a casa mia” mi ha detto. “Vuoi venire con me?”. Ho

accettato con piacere. Mentre camminavamo tenendoci per mano, lo swami, con ai piedi i suoi sandali di legno, riusciva stranamente a procedere a passo più rapido del mio, benché io calzassi queste robuste scarpe da passeggio.

! «“Quanto tempo ti ci vorrà per arrivare fino a casa mia?”. Pranabanandaji

all’improvviso si è fermato per farmi questa domanda.

! «“Circa mezzora”.

! «“Ho qualcos’altro da fare, adesso”. Mi ha rivolto uno sguardo indecifrabile. “Devo

lasciarti. Puoi raggiungermi a casa mia; il figlio di Bhagabati e io ti aspetteremo lì”.

! «Prima che potessi replicare, mi ha superato rapidamente, dileguandosi nella folla. Sono arrivato qui camminando il più velocemente possibile».

! Questa spiegazione non fece che aumentare il mio sconcerto. Domandai da quanto tempo conoscesse lo swami.

! «Ci siamo incontrati qualche volta l’anno scorso, ma non di recente. Mi ha fatto molto piacere rivederlo oggi al ghat».

! «Non riesco a credere alle mie orecchie! Sto forse perdendo la ragione?

! L’avete incontrato in una visione o l’avete visto davvero? Gli avete toccato la mano e avete udito il rumore dei suoi passi?».

! «Non capisco che cosa stai cercando di insinuare!». L’ira lo fece avvampare. «Non

sto certo raccontandoti frottole. Non comprendi che solo grazie allo swami avrei potuto sapere che mi stavi aspettando qui?».

! «Ma quest’uomo, Swami Pranabananda, non si è allontanato dal mio sguardo un

solo momento da quando sono arrivato, circa un’ora fa!». Gli raccontai d’un fiato tutta la storia.

! Egli sgranò gli occhi. «Viviamo nella realtà materiale o stiamo sognando? Non avrei

mai immaginato di assistere a un simile miracolo in vita mia! Pensavo che questo swami

18 Choto Mahasaya è l’appellativo con cui molti santi indiani si rivolgevano a me. Significa “piccolo signore”.

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fosse una persona come tutte le altre e scopro invece che riesce a materializzare un altro corpo e ad agire attraverso di esso!». Entrammo insieme nella stanza del santo.

! «Guarda, questi sono gli stessi sandali che aveva ai piedi al ghat» mi sussurrò Kedar

Nath Babu. «Indossava soltanto una fascia attorno ai fianchi, proprio come lo vedo ora».

! Mentre il visitatore s’inchinava dinanzi a lui, il santo si rivolse a me con un sorriso divertito.

! «Perché ti stupisci di tutto ciò? La sottile unità del mondo fenomenico non è celata ai veri yogi. In un istante riesco a vedere i miei discepoli nella lontana Calcutta e a conversare con loro. Anch’essi possono superare quando vogliono qualsiasi ostacolo posto dalla densa materia».

! Fu probabilmente nell’intento di infiammare l’ardore spirituale nel mio giovane cuore

che lo swami acconsentì a rivelarmi i suoi poteri astrali “radiotelevisivi”. 19 Ciò che provavo, tuttavia, non era entusiasmo, ma soltanto timore reverenziale. Essendo destinato a intraprendere la mia ricerca del Divino attraverso un particolare guru, Sri Yukteswar, che ancora non avevo incontrato, non ero incline ad accettare Pranabananda come mio insegnante. Lo guardavo dubbioso, domandandomi se colui che avevo dinanzi fosse proprio lui o il suo “doppio”.

! Il maestro cercò di fugare la mia inquietudine regalandomi uno sguardo che

risvegliava l’anima e parole edificanti sul suo guru.

! «Lahiri Mahasaya è stato lo yogi più grande che io abbia mai conosciuto. Era la

Divinità stessa in carne e ossa».

! Riflettendo, mi domandavo: se un discepolo era in grado di materializzare a proprio

piacimento un altro corpo fisico, quali miracoli potevano mai essere preclusi al maestro?

! «Ti racconterò quanto sia inestimabile l’aiuto del guru. Ero solito meditare insieme a

un altro discepolo per otto ore ogni notte. Durante il giorno dovevamo lavorare negli uffici delle Ferrovie. Svolgere le mie mansioni d’impiegato mi risultava, però, molto gravoso:

avrei desiderato dedicare il mio tempo interamente a Dio. Perseverai per otto anni, meditando per metà della notte. Raggiunsi risultati meravigliosi: strabilianti percezioni

spirituali illuminavano la mia mente. Tuttavia, un sottile velo continuava a frapporsi fra me e l’Infinito. Mi rendevo conto che, nonostante il mio zelo sovrumano, l’unione ultima e irrevocabile mi era preclusa. Una sera feci visita a Lahiri Mahasaya e implorai la sua divina intercessione. Per tutta la notte lo assillai con le mie suppliche.

! «“Angelico Guru, il mio tormento spirituale è tale da non sopportare più di vivere

senza incontrare il Sommo Amato faccia a faccia!”.

! «“Che cosa posso farci? Devi meditare più profondamente”.

! «“Vi imploro, Dio mio Maestro! Vi vedo materializzato davanti a me in un corpo fisico; beneditemi, affinché io possa percepirVi nella Vostra forma infinita!”.

19 Con i metodi che le sono propri, anche la scienza fisica sta confermando la validità delle leggi scoperte dagli yogi per mezzo della scienza mentale. Ad esempio, una dimostrazione che l’essere umano è dotato di poteri televisivi venne fornita il 26 novembre 1934 alla Reale Università di Roma. «Il dott. Giuseppe Calligaris, professore di neuropsicologia, premette determinati punti sul corpo di un soggetto e questi rispose fornendo descrizioni dettagliate di altre persone e oggetti collocati oltre una parete. Il dottor Calligaris riferì agli altri professori che, stimolando alcune aree cutanee, il soggetto riceve impressioni sovrasensoriali che gli consentono di visualizzare oggetti altrimenti al di fuori della sua percezione. Per consentire al soggetto di distinguere cose collocate oltre la parete, il professor Calligaris premette per quindici minuti un punto specifico sul lato destro del torace. Il dottor Calligaris affermò che, sollecitando altre parti del corpo, le persone esaminate potevano percepire oggetti collocati a qualsiasi distanza, indipendentemente dal fatto che li avessero già visti in precedenza».

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! «Lahiri Mahasaya stese la mano con gesto benevolo. “Ora puoi andare a meditare.

Ho interceduto per te presso Brahma”. 20

! «Immensamente ispirato, tornai a casa. Quella notte, in meditazione, l’ardente Meta

della mia vita fu raggiunta. Ora godo incessantemente della pensione spirituale. Da quel giorno il Beato Creatore non si è mai più celato ai miei occhi dietro lo schermo dell’illusione».

! Il volto di Pranabananda era soffuso di luce divina. La pace di un altro mondo invase il mio cuore; ogni timore era svanito. Il santo mi fece un’altra confidenza.

! «Qualche mese dopo tornai da Lahiri Mahasaya e cercai di ringraziarlo per avermi concesso il dono infinito. Poi gli sottoposi un’altra questione.

! «“Divino Guru, non riesco più a lavorare in ufficio. Vi prego, liberatemi. Sono costantemente inebriato dalla presenza di Brahma”.

! «“Fai domanda di pensione nella società in cui lavori”.

! «“Che ragioni posso portare per lasciare così presto il servizio?”.

! «“Dì ciò che senti”.

! «Il giorno seguente presentai la domanda di pensione. Il medico mi chiese quali fossero le ragioni della mia prematura richiesta.

! «“Al lavoro avverto una sensazione travolgente che risale lungo la colonna

vertebrale 21 e permea tutto il mio corpo, rendendomi incapace di svolgere le mie mansioni”.

! «Senza pormi ulteriori domande, il medico raccomandò vivamente che la mia

richiesta venisse accolta e, ben presto, ottenni la pensione. So che la divina volontà di

Lahiri Mahasaya operò attraverso il dottore e i funzionari della Compagnia ferroviaria, fra i quali vi era anche tuo padre. Automaticamente essi obbedirono alle istruzioni spirituali del grande guru e mi resero libero di condurre una vita di ininterrotta comunione con l’Amato». 22

! Dopo questa straordinaria rivelazione, Swami Pranabananda si ritirò in uno dei suoi

lunghi silenzi. Mentre mi congedavo da lui toccandogli i piedi con riverenza, egli m’impartì la sua benedizione.

! «La tua vita appartiene al sentiero della rinuncia e dello yoga. In futuro ti rivedrò, insieme a tuo padre». Col tempo, entrambe le predizioni si avverarono. 23

! Kedar Nath Babu camminava al mio fianco al calare dell’oscurità. Gli consegnai la

lettera di mio padre, che egli lesse alla luce di un lampione.

! «Tuo padre mi propone di accettare un incarico nella sede di Calcutta delle Ferrovie. Sarebbe bello poter contare almeno su una delle due pensioni di cui gode Swami Pranabananda! Ma è impossibile; non posso lasciare Benares. E, purtroppo, ancora non ho due corpi a disposizione!».

20 Dio nel suo aspetto di Creatore; dalla radice sanscrita brih, “espandere”. Quando nel 1857 venne pubblicata nella rivista Atlantic Monthly la poesia di Emerson “Brahma”, la maggior parte dei lettori rimase sconcertata. Emerson rispose con una risata: «Dite loro di sostituire “Brahma” con “Jahvé” e non avranno più alcuna perplessità».

21 Nella profonda meditazione, la prima esperienza dello Spirito si compie sull’altare della spina dorsale, poi nel cervello. Benché la beatitudine torrenziale sia travolgente, lo yogi impara a controllarne le manifestazioni esteriori.

22 Dopo essere andato in pensione, Pranabananda scrisse uno dei più profondi commenti alla Bhagavad Gita, disponibile sia in bengali che in hindi.

23 Si veda capitolo 27.

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SWAMI PRANA BANANDA ! “Il santo con due corpi” ! ! Illustre discepolo di Lahiri

SWAMI PRANA BANANDA

! “Il santo con due corpi”

!

! Illustre discepolo di Lahiri Mahasaya

29

CAPITOLO: 4

! La mia fuga interrotta verso l’Himalaya

! «Esci da scuola con un pretesto qualsiasi e noleggia una carrozza. Fermati nel vicolo dove nessuno può vederti da casa mia».

! Furono queste le mie ultime istruzioni ad Amar Mitter, un compagno di liceo che

progettava di accompagnarmi sull’Himalaya. Avevamo scelto il giorno seguente per la nostra fuga. Le precauzioni erano indispensabili, visto che Ananta mi sorvegliava con

occhio vigile. Egli era ben deciso a sventare i piani di fuga che, come sospettava, erano il pensiero predominante nella mia mente. L’amuleto, come un lievito spirituale, era silenziosamente all’opera dentro di me. Fra le nevi dell’Himalaya speravo di incontrare il maestro il cui volto mi appariva spesso nelle mie visioni.

! La mia famiglia viveva ora a Calcutta, dove mio padre era stato trasferito

definitivamente. Seguendo la consuetudine patriarcale indiana, Ananta aveva condotto

sua moglie a vivere a casa nostra, che ora si trovava al numero 4 di Gurpar Road. Lì, in una piccola soffitta, mi impegnavo quotidianamente nella meditazione e preparavo la mia mente alla divina ricerca.

! Il memorabile mattino giunse con una pioggia infausta. Udendo le ruote della

carrozza di Amar sul selciato, avvolsi rapidamente in una coperta un paio di sandali, la foto

di Lahiri Mahasaya, una copia della Bhagavad Gita, una corona di grani per la preghiera e

due fasce da avvolgere attorno ai fianchi. Gettai il fagotto dalla finestra della mia stanza al terzo piano. Scesi le scale di corsa e oltrepassai mio zio, che stava comprando del pesce sulla porta di casa.

! «Che cos’è tutta questa agitazione?». Con sguardo sospettoso mi squadrò da capo a

piedi.

! Gli sorrisi in modo evasivo e camminai fino al vicolo. Recuperato il mio fagotto,

raggiunsi Amar con la circospezione di un cospiratore. In carrozza ci dirigemmo a Chadni Chowk, un quartiere di negozi. Per mesi avevamo messo da parte i soldi della merenda

per acquistare abiti di foggia inglese. Sapendo che il mio perspicace fratello non avrebbe avuto difficoltà a calarsi nel ruolo dell’investigatore, avevamo pensato di raggirarlo adottando un abbigliamento europeo.

 

Lungo la via che conduceva alla stazione ci fermammo per far salire mio cugino Jotin

Ghosh, che chiamavo Jatinda. Egli era un neofita alla ricerca appassionata di un guru

sull’Himalaya. Indossò il nuovo abito che avevamo pronto per lui. Speravamo di essere ben camuffati! Una profonda esaltazione si impossessò dei nostri cuori.

 

«L’unica cosa che ancora ci manca sono le scarpe di tela». Condussi i miei compagni

in

un negozio in cui erano esposte calzature con la suola di gomma. «Gli oggetti di cuoio,

ottenuti solo uccidendo gli animali, devono essere banditi da questo santo viaggio». Per

strada mi fermai a staccare la copertina di pelle della mia Bhagavad Gita e il cinturino del mio sola topee (casco coloniale) di fabbricazione inglese.

 

Alla stazione acquistammo i biglietti per Burdwan, dove contavamo di prendere un

altro treno per Hardwar, sulle pendici dell’Himalaya. Non appena il treno si lanciò nella sua fuga – che era anche la nostra – diedi voce ad alcune delle mie gloriose aspettative.

 

«Pensate!» esclamai. «Riceveremo l’iniziazione dai maestri e sperimenteremo

l’estasi della coscienza cosmica. La nostra carne sarà così carica di magnetismo che gli

animali selvaggi dell’Himalaya ci si avvicineranno mansueti. Le tigri non saranno che docili gattini domestici in attesa delle nostre carezze!».

 

Questa mia osservazione – con la quale prospettavo una possibilità che mi pareva

esaltante, sia in senso metaforico che letterale – suscitò in Amar un sorriso entusiasta. Jatinda, invece, distolse lo sguardo, rivolgendolo al paesaggio che scorreva oltre il finestrino.

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! «Dividiamo il denaro in tre parti». Jatinda ruppe il suo lungo silenzio con questa

proposta. «È bene che a Burdwan ciascuno di noi acquisti il proprio biglietto. Così, alla stazione, nessuno sospetterà che stiamo fuggendo insieme».

! Acconsentii, senza alcun sospetto. Al crepuscolo il treno si fermò a Burdwan. Jatinda

entrò nella biglietteria; Amar e io rimanemmo seduti sulla banchina. Restammo in attesa

per un quarto d’ora, poi cominciammo a cercarlo, invano. Perlustrando in tutte le direzioni gridavamo il nome di Jatinda, incalzati dalla paura; ma egli era sparito nella misteriosa oscurità che avvolgeva la piccola stazione.

! Ero sgomento, così scosso da sentirmi stranamente stordito. Possibile che Dio

tollerasse un episodio tanto deprimente? La mia prima, romantica fuga alla Sua ricerca, preparata con tanta cura, era crudelmente rovinata.

«Amar, dobbiamo tornare a casa». Piangevo come un bambino. «Il cinico abbandono

!

di

! «È tutto qui il tuo amore per Dio? Non riesci a sostenere neppure la piccola prova di un compagno sleale?».

! A queste parole di Amar, che sembravano suggerire una prova divina, mi rincuorai. Ci rifocillammo con i famosi dolci di Burdwan, sitabhog (cibo della dea) e motichur

(crocchette di perle dolci). Dopo qualche ora partimmo per Hardwar, via Bareilly. Sulla banchina, in attesa di cambiare treno a Moghul Serai, discutemmo di una questione di vitale importanza.

! «Amar, fra poco potremmo essere sottoposti a un serrato interrogatorio dai funzionari

delle ferrovie. Non sto certo sottovalutando l’ingegnosità di mio fratello! Comunque vadano

le cose, non intendo dire falsità».

! «Tutto ciò che ti chiedo, Mukunda, è di rimanere in silenzio. Non metterti a ridere o a fare smorfie mentre parlo».

! Proprio in quel momento mi si avvicinò un agente ferroviario europeo. Sventolava un telegramma di cui intuii immediatamente il contenuto.

Jatinda è di cattivo auspicio. Questo viaggio è destinato al fallimento».

! «State scappando da casa perché siete in collera?».

! «No!». Fui lieto che le parole che aveva scelto mi consentissero di rispondere con

trasporto. Sapevo che non era la collera, bensì “la più divina melanconia”, a indurmi al mio insolito comportamento.

! Il funzionario si rivolse quindi ad Amar. L’arguto scambio di battute che seguì mi permise a stento di mantenere la stoica serietà che mi era stata raccomandata.

! «Dov’è il terzo ragazzo?». L’uomo fece risuonare nella voce tutto il peso dell’autorità. «Avanti, dì la verità!».

! «Signore, vedo che portate gli occhiali. Non vedete che siamo soltanto in due?». Amar sorrise spudoratamente. «Non sono un mago; non posso far apparire un terzo compagno».

! Il funzionario, visibilmente sconcertato da una tale impertinenza, cercò un nuovo appiglio per tornare all’attacco.

! «Come ti chiami?».

! «Mi chiamano Thomas. Sono di madre inglese e di padre indiano convertito al

Cristianesimo».

! «Come si chiama il tuo amico?».

! «Io lo chiamo Thompson».

! A quel punto la mia ilarità interiore aveva raggiunto il culmine; senza cerimonie mi

avviai verso il treno, il cui fischio annunciava già la partenza. Amar mi seguì accompagnato dall’agente, che fu così credulo e cortese da farci salire in una carrozza per europei. Evidentemente gli spiaceva pensare che due ragazzi per metà inglesi viaggiassero nello scompartimento destinato ai locali. Dopo che si fu congedato gentilmente, mi gettai all’indietro sul sedile e scoppiai a ridere senza ritegno. Il mio amico

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era visibilmente allegro e soddisfatto di essere riuscito a raggirare un maturo funzionario europeo.

! Sulla banchina avevo sbirciato il testo del telegramma. Era di mio fratello e diceva:

«Tre ragazzi bengalesi con abiti occidentali fuggiti da casa diretti a Hardwar, via Moghul Serai. Prego trattenerli fino al mio arrivo. Generosa ricompensa per vostri servizi».

! «Amar, ti avevo detto di non lasciare a casa tua gli orari ferroviari segnati!». Gli lanciai un’occhiata di rimprovero. «Mio fratello deve averne trovato uno lì».

! Il mio amico, imbarazzato, incassò il colpo senza replicare. Sostammo brevemente a

Bareilly, dove Dwarka Prasad ci attendeva con un telegramma di Ananta. Il mio vecchio amico cercò strenuamente di trattenerci, ma io lo convinsi che la nostra fuga non era stata

intrapresa con leggerezza. Come già in passato, Dwarka respinse il mio invito a partire per l’Himalaya.

! Quella notte, mentre il nostro treno sostava in una stazione e io ero nel dormiveglia,

Amar fu destato da un altro agente che lo interrogò. Anche quest’ultimo rimase vittima

dell’ibrido fascino di “Thomas” e “Thompson”. Il treno ci trasportò trionfalmente fino a Hardwar, dove giungemmo all’alba. Le maestose montagne, più che mai invitanti, si profilavano in lontananza. Uscimmo di corsa dalla stazione e ci mescolammo, in piena libertà, alla folla cittadina. Per prima cosa ci cambiammo d’abito ritornando all’abbigliamento locale, visto che Ananta era riuscito, chissà come, a smascherare il nostro travestimento da europei. Un presagio di cattura gravava su di me.

! Ritenendo opportuno lasciare immediatamente Hardwar, acquistammo i biglietti per

proseguire verso nord, diretti a Rishikesh, terra da tempo consacrata dai piedi di molti maestri. Io ero già salito sul treno. Amar, che era rimasto indietro sulla banchina, fu bruscamente costretto a fermarsi dal richiamo di un poliziotto. Il nostro indesiderato

custode ci scortò fino a un piccolo edificio della stazione, dove prese in consegna i nostri soldi. Ci spiegò cortesemente che aveva l’obbligo di trattenerci fino all’arrivo del mio fratello maggiore.

! Quando apprese che la meta dei fuggiaschi era l’Himalaya, l’agente ci raccontò una

strana storia.

! «Vedo che andate matti per i santi! Non incontrerete mai uomo di Dio più grande di

quello che vidi appena ieri. Lo incontrai per la prima volta cinque giorni fa, insieme a un collega. Stavamo perlustrando attentamente le rive del Gange, alla ricerca di un

assassino. Ci era stato ordinato di catturarlo, vivo o morto. Si sapeva che girava travestito da sadhu per derubare i pellegrini. Davanti a noi, a poca distanza, avvistammo una figura che corrispondeva alla descrizione del criminale. L’uomo ignorò il nostro ordine di fermarsi; noi ci lanciammo di corsa all’inseguimento. Raggiuntolo alle spalle, vibrai la mia accetta con forza inaudita: il braccio destro dell’uomo fu staccato quasi completamente dal corpo.

! «Senza un grido e senza neppure uno sguardo all’orribile ferita, lo sconosciuto

continuò, incredibilmente, a camminare a passo veloce. Quando ci parammo davanti a lui con un balzo, egli parlò con calma.

! «“Non sono io l’assassino che state cercando”.

! «Rimasi profondamente mortificato nel constatare che avevo ferito un saggio

dall’aspetto divino. Prostrandomi ai suoi piedi, lo implorai di perdonarmi e gli offrii la fascia del mio turbante per fermare gli abbondanti fiotti di sangue.

! «“Figlio, è stato un errore comprensibile da parte tua”. Il santo mi guardò benevolo. “Va’ pure e non biasimarti. L’Amata Madre si prende cura di me”. Premette il braccio

ciondolante sul suo moncone ed ecco che esso vi si riattaccò all’istante; inspiegabilmente, il flusso del sangue si arrestò.

! «“Fra tre giorni vieni da me sotto quell’albero e mi troverai completamente guarito. Così non proverai alcun rimorso”.

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! «Ieri, il mio collega e io ci recammo ansiosamente nel luogo che ci era stato indicato.

Il sadhu era lì e ci permise di esaminare il suo braccio. Non vi era alcuna cicatrice né traccia di ferita!

! «“Vado nelle solitudini dell’Himalaya, passando da Rishikesh”. Ci diede la sua

benedizione e, rapidamente, se ne andò. Sento che la mia vita è stata elevata dalla santità

di quest’uomo».

! Il funzionario concluse con una pia giaculatoria; era evidente che quell’esperienza lo aveva toccato sino a profondità inesplorate. Con gesto solenne mi porse un ritaglio di stampa in cui si parlava del miracolo. Nello stile ingarbugliato tipico dei giornali

scandalistici (che, purtroppo, non mancano neppure in India), il giornalista aveva fornito una versione leggermente esagerata: raccontava che il sadhu era stato quasi decapitato!

! Amar e io ci rammaricammo di non aver incontrato il grande yogi che, proprio come

Cristo, aveva saputo perdonare il suo persecutore. Pur essendosi alquanto impoverita sul

piano materiale negli ultimi due secoli, l’India dispone ancora di un inesauribile patrimonio

di saggezza divina: persino a uomini che appartengono al mondo, come quel poliziotto,

può capitare d’imbattersi in “grattacieli” spirituali ai margini della strada.

! Ringraziammo l’agente di averci alleviato la noia con la sua storia meravigliosa.

Probabilmente voleva anche lasciar intendere di essere stato più fortunato di noi, visto

che, senza fatica, aveva incontrato un santo illuminato, mentre la nostra fervente ricerca non era approdata ai piedi di un maestro, bensì soltanto in un prosaico posto di polizia!

! Eravamo così vicini all’Himalaya, eppure così lontani perché prigionieri: dissi ad Amar che sentivo più che mai pressante il desiderio di cercare la libertà.

«Svignamocela non appena si presenta l’opportunità. Possiamo raggiungere a piedi

la

! Ma il mio compagno era diventato pessimista da quando ci era stato tolto il saldo sostegno del nostro denaro.

! «Se ci azzardassimo ad attraversare a piedi la giungla piena di pericoli, anziché nella città dei santi finiremmo nello stomaco delle tigri!».

! Ananta e il fratello di Amar arrivarono tre giorni dopo. Amar salutò suo fratello con

affettuoso sollievo. Io, invece, restai irremovibile. Ananta non ebbe da me che un severo rimprovero.

! «Capisco ciò che provi». Mio fratello parlò con tono conciliante. «Ti chiedo soltanto di accompagnarmi a Benares per incontrare un certo santo e poi di venire a Calcutta per

qualche giorno per vedere tuo padre, che è molto addolorato. In seguito potrai riprendere qui la tua ricerca di un maestro».

! Amar, a questo punto, intervenne nella conversazione per precisare che non aveva

più alcuna intenzione di tornare a Hardwar con me. Stava godendosi il calore degli affetti familiari. Io, invece, sapevo che non avrei mai abbandonato la ricerca del mio guru.

! Partimmo tutti insieme per Benares. Lì ricevetti una singolare e immediata risposta alle mie preghiere.

! Ananta aveva predisposto un piano ingegnoso. Prima di raggiungermi a Hardwar

aveva fatto tappa a Benares, per chiedere a un autorevole esperto delle Scritture di avere in seguito un colloquio con me. Il pandit e suo figlio avevano entrambi promesso di dissuadermi dal percorrere il sentiero del sannyasi. 24

! Ananta mi accompagnò a casa loro. Il figlio, un giovanotto dai modi esuberanti, mi

accolse nel cortile e mi coinvolse in una lunga dissertazione filosofica. Affermando di conoscere il mio futuro grazie alla propria chiaroveggenza, egli cercò di scoraggiarmi dalla mia aspirazione a farmi monaco.

!

santa Rishikesh» proposi con un sorriso d’incoraggiamento.

24 Letteralmente: “rinunciante”. Da radici verbali sanscrite, “abbandonare”.

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! «Sarai perseguitato dalla sventura e non riuscirai a trovare Dio, se continuerai a

eludere le tue normali responsabilità! Non puoi liberarti del tuo karma 25 passato senza esperienze terrene».

! In risposta mi vennero alle labbra le immortali parole di Krishna: «Perfino colui che ha il karma peggiore, meditando incessantemente su di Me, cancella ben presto gli effetti

delle proprie cattive azioni passate. Elevando la propria anima, raggiunge rapidamente la pace eterna. Arjuna, sappi questo con certezza: il devoto che confida in Me non perirà mai!». 26

! I pronostici del giovane, espressi con tale vigore, avevano tuttavia incrinato

lievemente la mia fiducia. Con tutto il fervore del mio cuore, silenziosamente pregai Dio:

! «Ti prego, liberami dal turbamento e rispondimi, qui e ora, se davvero desideri che io segua la via della rinuncia o quella del mondo!».

! Notai un sadhu dal portamento nobile che sostava appena fuori dal cortile della casa

del pandit. Lo straniero, evidentemente, aveva udito la mia animata conversazione con il sedicente profeta, perché mi chiamò a sé. Dai suoi occhi calmi sentii fluire un immenso potere.

! «Figlio, non prestare ascolto a quell’ignorante. In risposta alla tua preghiera, il

Signore mi dice di rassicurarti: per te l’unico cammino in questa vita è quello della rinuncia».

! Sorpreso e al tempo stesso riconoscente, sorrisi felice a questo messaggio decisivo.

! «Vieni via da quell’uomo!». L’“ignorante” mi stava chiamando dal cortile. La mia santa guida sollevò la mano con gesto benedicente e, senza fretta, si allontanò.

mano con gesto benedicente e, senza fretta, si allontanò. ! (A SINISTRA ) Io in piedi

! (A SINISTRA ) Io in piedi dietro al mio fratello maggiore, Ananta. (A DESTRA)

L’ultima festività del solstizio celebrata da Sri Yukteswar, dicembre 1935. Il mio guru è seduto al centro; io sono alla sua destra, nell’ampio cortile del suo ashram di Serampore.

25 Gli effetti risultanti da azioni pregresse, compiute in questa vita o in una precedente. Dal sanscrito kri, “fare”.

26 Bhagavad Gita, ix,30-31. Krishna fu il profeta più grande dell’India e Arjuna il suo principale discepolo.

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! «Quel sadhu è pazzo quanto te». Fu il pandit dalla testa canuta a rivolgergli quel bel

complimento. Lui e il figlio mi fissavano con espressione lugubre. «Si dice che anch’egli se ne sia andato da casa alla vaga ricerca di Dio».

! Voltai loro le spalle. Ad Ananta dissi che non intendevo proseguire oltre la

discussione con i nostri ospiti. Mio fratello acconsentì a partire immediatamente; poco dopo eravamo già in treno, diretti a Calcutta.

! «Signor Investigatore, come hai scoperto che ero fuggito insieme a due amici?».

Durante il viaggio di ritorno diedi sfogo alla mia viva curiosità con Ananta. Egli sorrise maliziosamente.

! «Alla tua scuola appresi che Amar era uscito dall’aula senza più farvi ritorno. Il

mattino seguente andai a casa sua e scoprii un orario ferroviario segnato. In quel momento il padre di Amar stava uscendo in carrozza e parlava con il cocchiere:

! «“Stamani mio figlio non verrà con me a scuola. È sparito!” si lamentava il padre.

! «“Ho sentito dire da un collega che vostro figlio e altri due ragazzi, vestiti all’europea, sono partiti in treno dalla stazione di Howrah” rispose l’uomo. “Hanno regalato le loro scarpe di cuoio al vetturino che li ha accompagnati fin lì”.

! «Avevo quindi tre indizi: l’orario ferroviario, il terzetto di ragazzi e l’abbigliamento all’inglese».

! Ascoltavo le rivelazioni di Ananta con un misto d’ilarità e d’irritazione. La nostra

generosità nei confronti del cocchiere era stata alquanto mal riposta!

! «Ovviamente mi affrettai a telegrafare ai capistazione di tutte le destinazioni segnate

da Amar sull’orario. Poiché aveva sottolineato Bareilly, inviai un telegramma al tuo amico Dwarka in quella città. Informandomi presso il vicinato a Calcutta, appresi che il cugino

Jatinda si era assentato per una notte, ma era tornato a casa il mattino seguente in abiti europei. Lo cercai e lo invitai a cena. Egli accettò, completamente disarmato dalla mia gentilezza. Strada facendo, senza che sospettasse nulla, lo condussi in una stazione di polizia, dove venne circondato da numerosi agenti che avevo selezionato in precedenza per il loro aspetto feroce. Sotto quello sguardo terribile, Jatinda accettò di svelare le ragioni del suo misterioso comportamento.

! «Ero partito per l’Himalaya pieno di allegria e di fervore spirituale» spiegò. «Mi

sentivo ispirato all’idea di incontrare i maestri. Ma non appena Mukunda disse: “Durante le nostre estasi nelle grotte dell’Himalaya le tigri resteranno ammaliate e ci attornieranno come micini”, il mio entusiasmo si raggelò e cominciai a sudare freddo. “E se così non fosse?” pensai. “Se la natura feroce delle tigri non venisse trasformata dal potere della nostra estasi spirituale, si dimostrerebbero davvero miti e tranquille con noi come gatti domestici?”. Nella mia immaginazione già mi vedevo forzatamente recluso nello stomaco di una tigre, e non tutto intero, inghiottito in un sol boccone, bensì pezzo per pezzo!».

! La mia collera per la sparizione di Jatinda si dissolse fra le risate. Quell’esilarante puntata della storia raccontatami sul treno valeva tutta l’angoscia che egli mi aveva procurato. Devo confessare anche una certa soddisfazione: neppure Jatinda era sfuggito a un incontro con la polizia!

! «Ananta, 27 sei un segugio nato!». Nel mio sguardo divertito non mancava una punta

d’esasperazione. «Dirò a Jatinda che sono lieto che il suo abbandono non sia stato dettato dal tradimento, come sembrava, ma soltanto da un prudente istinto di autoconservazione!».

! A casa, a Calcutta, mio padre mi pregò in modo commovente di limitare i miei vagabondaggi, almeno fino alla conclusione del liceo. In mia assenza aveva

27 Mi rivolgevo sempre a lui chiamandolo “Ananta-da”. Da è un suffisso di rispetto con il quale, nelle famiglie indiane, i fratelli e le sorelle minori si rivolgono al fratello maggiore.

35

amorevolmente escogitato un piano, predisponendo che Swami Kebalananda, 28 un pandit estremamente pio, venisse regolarmente a casa nostra.

! «Questo saggio sarà il tuo insegnante di sanscrito» mi annunciò mio padre fiducioso.

! Egli sperava che gli insegnamenti di un dotto filosofo potessero appagare il mio

anelito religioso. Ma, sottilmente, la situazione si capovolse: il mio nuovo insegnante, lungi

dall’offrirmi aridità intellettuali, attizzò il fuoco del mio anelito verso Dio. All’insaputa di mio padre, Swami Kebalananda era un eminente discepolo di Lahiri Mahasaya. Il guru impareggiabile aveva avuto migliaia di discepoli, silenziosamente attratti dal suo irresistibile magnetismo divino. In seguito seppi che Lahiri Mahasaya aveva spesso definito Kebalananda un rishi, ossia un saggio illuminato.

! Il bel volto del mio tutore era incorniciato da folti riccioli. I suoi occhi scuri avevano l’innocenza e la trasparenza di quelli di un bambino. Da tutti i movimenti del suo esile corpo traspariva una calma determinazione. Sempre gentile e amorevole, egli era saldamente radicato nella coscienza infinita. Molte delle ore felici passate insieme trascorsero in profonda meditazione Kriya.

! Kebalananda era un’autorità riconosciuta nello studio degli antichi shastra, i libri

sacri: la sua erudizione gli era valsa il titolo di “Shastri Mahasaya”, con il quale ci si

rivolgeva a lui abitualmente. I miei progressi nello studio del sanscrito, tuttavia, non furono particolarmente degni di nota. Non perdevo occasione per mettere da parte la prosaica grammatica e parlare di yoga e di Lahiri Mahasaya. Un giorno il mio precettore fu così gentile da raccontarmi qualcosa della sua vita con il maestro.

! «Ho avuto la rara fortuna di restare accanto a Lahiri Mahasaya per dieci anni. La sua

casa di Benares era la meta dei miei pellegrinaggi serali. Il guru era sempre presente in un salottino al primo piano. Stava seduto nella posizione del loto su una panca di legno senza schienale, attorniato dai discepoli disposti a semicerchio. I suoi occhi brillavano e danzavano, animati dalla gioia del Divino. Rimanevano sempre semichiusi, mentre scrutavano attraverso l’orbita telescopica interiore la sfera dell’eterna beatitudine. Raramente parlava a lungo. Talvolta fissava lo sguardo su un discepolo bisognoso d’aiuto:

in quei momenti, dalle sue labbra fluivano parole risanatrici come una valanga di luce.

! «Una pace indescrivibile sbocciava in me sotto lo sguardo del maestro. Ero permeato

dalla sua fragranza, che sembrava emanare da un loto dell’Infinito. Stare con lui, anche senza scambiare neppure una parola per giorni interi, era un’esperienza che ha trasformato profondamente l’intero mio essere. Se un qualsiasi ostacolo invisibile mi sbarrava il cammino verso la concentrazione, andavo a meditare ai piedi del guru. Lì riuscivo a cogliere facilmente anche gli stati più tenui e sfumati. Tali percezioni mi

sfuggivano alla presenza di maestri di minore grandezza. Il maestro era un tempio vivente

di Dio, le cui porte segrete erano aperte a tutti i discepoli attraverso la devozione.

! «Lahiri Mahasaya non interpretava le Scritture in modo libresco. Egli si immergeva

senza sforzo nella “biblioteca divina”. Spume di parole e zampillii di pensieri sgorgavano dalla fonte della sua onniscienza. Possedeva la chiave meravigliosa che apriva la

28 All’epoca in cui lo conobbi, Kebalananda non era ancora entrato nell’Ordine degli swami e veniva chiamato generalmente “Shastri Mahasaya”. Per evitare la confusione con i nomi di Lahiri Mahasaya e con il Maestro Mahasaya (capitolo nono), citerò il mio insegnante di sanscrito soltanto con il nome monastico di Swami Kebalananda che avrebbe assunto in seguito. Di recente è stata pubblicata la sua biografia in bengali. Nato nel 1863 nel distretto di Khulna, nel Bengala, Kebalananda abbandonò il suo corpo mortale a Benares all’età di sessantotto anni. Al secolo il suo nome era Ashutosh Chatterji.

36

profonda scienza filosofica incastonata secoli fa nei Veda. 29 Se gli veniva chiesto di

spiegare i diversi piani di coscienza di cui parlano gli antichi testi, egli acconsentiva sorridendo.

! «“Passerò attraverso questi diversi stati e man mano vi descriverò ciò che

percepisco”. Egli procedeva quindi in modo diametralmente opposto rispetto ai maestri che affidano le Scritture alla memoria, per poi trarne astrazioni che non sono frutto dell’esperienza.

! «“Commenta i versetti sacri via via che nella tua mente affiora il loro significato”. Il

guru taciturno spesso impartiva quest’ordine a un discepolo accanto a lui. “Guiderò i tuoi pensieri affinché venga espressa la giusta interpretazione”. In questo modo molte percezioni di Lahiri Mahasaya furono annotate, con voluminosi commenti scritti da vari allievi.

! «Il maestro non incoraggiava mai una fede supina. “Le parole non sono che gusci”

diceva. “Traete la piena convinzione della presenza di Dio dal vostro contatto personale e gioioso con Lui nella meditazione”.

! «Qualunque fosse il problema del discepolo, il guru suggeriva di ricorrere al Kriya Yoga per risolverlo.

! «“La chiave dello yoga non perderà la sua efficacia quando io non sarò più presente

nel corpo per guidarvi. Questa tecnica non può essere rilegata, archiviata e dimenticata

alla stregua delle ispirazioni teoriche. Proseguite incessantemente lungo il sentiero che conduce alla liberazione attraverso il Kriya, il cui potere risiede nella pratica”.

! «Io stesso considero il Kriya il più valido strumento di salvezza mediante gli sforzi

personali che sia mai stato sviluppato da parte dell’essere umano nella sua ricerca dell’Infinito». Kebalananda concluse il suo racconto con questa fervente testimonianza.

«Avvalendosi di tale mezzo, il Dio onnipotente, che si cela in tutti gli esseri umani, si incarnò assumendo forma visibile nel corpo fisico di Lahiri Mahasaya e di alcuni suoi discepoli».

! Lahiri Mahasaya, alla presenza di Kebalananda, compì un miracolo simile a quelli

operati da Cristo. Un giorno il mio ispirato insegnante me ne raccontò la storia, con lo sguardo assai distante dai testi di sanscrito dinanzi a noi.

! «Un discepolo cieco, Ramu, suscitava in me un’attiva compassione. I suoi occhi

erano destinati a rimanere privi di luce, nonostante egli servisse fedelmente il nostro

maestro, nel quale il Divino rifulgeva in tutta la Sua pienezza? Un mattino cercai di parlare

a Ramu, ma egli rimase seduto per ore, pazientemente, a far vento al guru con un punkha

fatto di foglie di palma. Quando il devoto infine uscì dalla stanza, lo seguii.

 

«“Ramu, da quanto tempo sei cieco?”.

«“Fin dalla nascita, signore! I miei occhi non ebbero mai la grazia di intravedere il

sole”.

«“Il nostro guru onnipotente può aiutarti. Ti prego, imploralo di farlo”.

«Il giorno seguente Ramu, esitante, si accostò a Lahiri Mahasaya. Il discepolo quasi

si

vergognava di chiedere che alla sua sovrabbondanza spirituale venisse aggiunta anche

l’abbondanza fisica.

! «“Maestro, l’Illuminatore del cosmo è in voi. Vi prego di portare la Sua luce nei miei occhi, affinché io possa percepire lo splendore minore del sole”.

29 I quattro antichi Veda comprendono oltre cento libri canonici tuttora esistenti. Emerson, nel suo Journal, rese omaggio al pensiero vedico con queste parole: «È sublime come il calore e la notte e un oceano senza

respiro. Contiene ogni sentimento religioso, ogni più alta etica che palpiti in ogni mente nobile e poetica

inutile mettere da parte il libro; se mi abbandono con fiducia nei boschi o in una barca su un lago, la Natura mi rende subito bramino: necessità eterna, eterno compenso, impenetrabile potere, ininterrotto silenzio Questo è il suo credo. Pace, mi dice, e purezza e assoluto abbandono. Queste panacee espiano tutti i peccati e conducono alle beatitudini delle Otto Divinità»

È

37

! «“Ramu, qualcuno ha tramato per mettermi in difficoltà. Non ho poteri di guarigione”.

! «“Signore, l’Infinito che è in voi può certamente risanare”.

! «“In effetti ciò è diverso, Ramu. Dio non ha limiti! Colui che accende le stelle e le

cellule del corpo con il misterioso fulgore della vita può certamente portare il lume della vista nei tuoi occhi”.

! «Il maestro toccò la fronte di Ramu nel punto fra le sopracciglia. 30

! «“Mantieni la mente concentrata su questo punto e canta spesso il nome del profeta

Rama 31 per sette giorni. Lo splendore del sole avrà per te un’alba speciale”.

! «Dopo una settimana, così fu! Per la prima volta, Ramu contemplò il leggiadro volto

della natura. L’Onnisciente aveva infallibilmente istruito il suo discepolo a ripetere il nome di Rama, da lui venerato al di sopra di ogni altro santo. La fede di Ramu fu il terreno arato dalla devozione in cui germogliò il potente seme della guarigione definitiva piantato dal guru». Kebalananda tacque per un istante, poi rese un ulteriore omaggio al suo guru.

! «In tutti i miracoli compiuti da Lahiri Mahasaya era evidente che egli non consentiva mai al principio dell’ego 32 di considerarsi una forza causale. Con la perfezione dell’abbandono privo di ogni resistenza, il maestro consentiva al Potere Risanante Primario di fluire liberamente attraverso di lui.

! «I numerosi corpi guariti in modo spettacolare a opera di Lahiri

! Mahasaya dovettero infine alimentare le fiamme della cremazione. Ma i silenziosi

risvegli spirituali che egli compì, i discepoli simili al Cristo che egli plasmò, restano i suoi miracoli imperituri».

! Non divenni mai uno studioso di sanscrito: Kebalananda mi insegnò una sintassi ben più divina.

30 La sede dell’occhio “singolo” o spirituale. Al momento della morte, generalmente la coscienza dell’uomo si ritrae in questo punto sacro e ciò spiega perché nei morti gli occhi siano rivolti verso l’alto.

31 Il sacro protagonista del poema epico sanscrito Ramayana.

32 Ahankara, il principio dell’ego; letteralmente: “Io faccio”. È la causa prima del dualismo o illusione di maya, in base ai quali il soggetto (ego) appare come oggetto; le creature immaginano di essere esse stesse creatori.

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CAPITOLO: 5

! Il “Santo dei profumi” mostra i suoi prodigi

! «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo».

! Non avevo la saggezza di Salomone a mio conforto; scrutavo attentamente attorno a

me, a ogni escursione fuori casa, alla ricerca del volto del guru che mi era destinato. Ma il mio cammino non incrociò il suo finché non ebbi completato gli studi liceali.

! Trascorsero due anni fra la mia fuga con Amar verso l’Himalaya e il grande giorno

dell’ingresso di Sri Yukteswar nella mia vita. In quell’arco di tempo incontrai molti saggi: il “Santo dei profumi”, lo “Swami delle tigri”, Nagendra Nath Bhaduri, il Maestro Mahasaya e l’illustre scienziato bengalese Jagadis Chandra Bose.

! Il mio incontro con il “Santo dei profumi” fu preceduto da due avvenimenti, uno armonioso, l’altro umoristico.

! «Dio è semplice. Ogni altra cosa è complessa. Non cercare valori assoluti nel mondo relativo della natura».

! Queste filosofiche sentenze mi giunsero dolcemente all’orecchio mentre stavo in

silenzio davanti all’immagine di Kali 33 in un tempio. Voltandomi, mi trovai di fronte a un uomo di alta statura il cui abbigliamento, o meglio la mancanza di esso, lo rivelava come sadhu errante.

! «Avete colto perfettamente il disorientamento dei miei pensieri!». Gli sorrisi con

gratitudine. «La confusione di aspetti benigni e terribili nella natura, simboleggiata da Kali, ha suscitato lo sconcerto di menti ben più sagge della mia!».

! «Pochi sono in grado di risolvere il suo mistero! Il bene e il male sono l’oscuro

enigma con cui la vita, al pari di una sfinge, mette alla prova ogni intelligenza. Non tentando neppure di trovare una soluzione, la maggior parte delle persone paga il fio con la propria vita, oggi come ai tempi di Tebe. Qua e là, si erge solitaria un’imponente figura

che non si dà mai per vinta. Nella maya 34 del duale coglie l’inscindibile verità dell’unità».

! «Parlate con convinzione, signore».

! «Ho esercitato a lungo una sincera introspezione, metodo squisitamente doloroso

per accedere alla saggezza. L’autoesame, l’osservazione implacabile dei propri pensieri, è un’esperienza dura e devastante. Polverizza anche l’ego più solido. La vera autoanalisi, tuttavia, è matematicamente efficace nel produrre dei veggenti. La via

dell’“autoespressione”, dei riconoscimenti individuali, finisce col produrre egotisti, certi del diritto alle proprie personali interpretazioni di Dio e dell’universo».

! «La verità si ritrae umilmente, non v’è dubbio, di fronte a una tale arrogante originalità». Trovavo piacevole la conversazione.

33 Kali rappresenta il principio eterno nella natura. Viene rappresentata tradizionalmente come una donna con quattro braccia, in piedi sulla forma del Dio Shiva, o Infinito, poiché la natura, ossia il mondo fenomenico, è radicata nel Noumeno. Le quattro braccia simboleggiano gli attributi cardinali, due benèfici e due distruttivi, che indicano la dualità essenziale della materia o creazione.

34 Illusione cosmica; letteralmente “il misuratore”. Maya è il potere magico nella creazione a causa del quale sono apparentemente presenti limiti e divisioni nell’Incommensurabile e nell’Indivisibile.

! Emerson scrisse la seguente poesia, che intitolò “Maya”:

! Per misteriose vie opera l’illusione,

! tessendo mille ragnatele,

! mai si fermano le sue liete immagini,

! l’una sull’altra affollandosi, velo su velo,

! ammaliatrice che verrà creduta

! dall’uomo assetato d’inganni.

! 35 I rishi, letteralmente “veggenti”, furon

39

! «L’uomo non può comprendere alcuna verità eterna finché non si è liberato dalle

proprie presunzioni. La mente umana, messa a nudo fino a dimostrarsi fango secolare,

brulica della vita ripugnante di innumerevoli illusioni mondane. I combattimenti sui campi di battaglia appaiono insignificanti non appena l’essere umano inizia a lottare contro i propri nemici interiori! Non si tratta di avversari in carne e ossa da sopraffare con un terribile schieramento di forze! Onnipresenti, infaticabili, inseguendo l’essere umano persino nel sonno, astutamente muniti di un’arma mefitica, questi soldati al servizio di ignoranti bramosie cercano di annientare ciascuno di noi. Sconsiderato è colui che seppellisce i propri ideali, arrendendosi al destino comune. Cos’altro può apparire, se non impotente, insensibile, ignominioso?».

! «Rispettabile signore, non avete alcuna compassione per le masse confuse?».

! Il saggio rimase in silenzio per un momento, poi mi rispose indirettamente.

! «Amare al tempo stesso il Dio invisibile, Depositario di tutte le Virtù, e l’uomo visibile,

che all’apparenza non ne possiede alcuna, è spesso sconcertante! Ma l’ingegno umano è all’altezza del dedalo. La ricerca interiore porta ben presto alla luce un’unità in tutte le menti umane: il possente vincolo della motivazione egoistica. Almeno in tal senso, la fratellanza tra gli uomini appare evidente. Una sgomenta umiltà fa seguito a questa

scoperta livellatrice. Essa si tramuta poi in compassione per i propri simili, ciechi alle forze risanatrici dell’anima ancora inesplorate».

! «I santi di tutte le epoche, signore, hanno provato i vostri stessi sentimenti di fronte alle sofferenze del mondo».

! «Solo la persona superficiale diventa insensibile alle pene delle vite altrui,

sprofondando nell’angustia delle proprie sofferenze personali». Il viso austero del sadhu si

era notevolmente addolcito. «Colui che utilizza il bisturi per dissezionare se stesso sentirà la compassione universale espandersi nel proprio animo. Egli è liberato dai frastornanti assilli del proprio ego. L’amore di Dio fiorisce in un tale terreno. La creatura si rivolge finalmente al suo Creatore, se non altro per porGli l’accorato interrogativo: “Perché, Signore, perché?”. Incalzato dalle ignobili sferzate del dolore, l’essere umano perviene infine alla Presenza Infinita, dalla quale dovrebbe essere attratto per la sua sola bellezza».

! Il saggio e io ci trovavamo nel tempio di Kalighat, a Calcutta, dove mi ero recato per ammirarne la ben nota magnificenza. Con un ampio gesto il mio accompagnatore occasionale liquidò quella ornata maestosità.

! «I mattoni e la malta non ci cantano alcuna melodia udibile; il cuore si apre soltanto all’umano canto dell’essere».

! C’incamminammo verso l’invitante luce solare che filtrava all’ingresso del tempio, fra l’incessante viavai di frotte di fedeli.

! «Sei giovane». Il saggio mi esaminò pensieroso. «Anche l’India è giovane. Gli antichi

rishi 35 hanno posto principi inestirpabili per la vita spirituale. Le loro antiche massime sono ancora valide per l’epoca attuale e per questa terra. Tutt’altro che superati e per nulla inefficaci di fronte alle insidie del materialismo, tali precetti disciplinari continuano a plasmare l’India. Da millenni (ben più di quanti gli eruditi, con imbarazzo, si preoccupino di contare!) il Tempo scettico ha confermato il valore del patrimonio vedico. Consideralo la tua eredità».

! Mentre mi congedavo con rispetto dall’eloquente sadhu, egli mi rivelò un’intuizione chiaroveggente:

! «Oggi, dopo aver lasciato questo luogo, ti capiterà un’esperienza insolita».

! Uscii dall’area del tempio e vagabondai senza meta. Voltando un angolo m’imbattei

in una vecchia conoscenza, uno di quei tipi assai loquaci le cui capacità di conversazione ignorano il tempo e abbracciano l’eternità.

35 I rishi, letteralmente “veggenti”, furono gli autori dei Veda in un’imprecisata antichità.

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! «Ti lascerò andare al più presto, purché tu mi racconti tutto ciò che è accaduto nei sei anni in cui non ci siamo visti».

! «Che assurdità! Devo lasciarti subito».

! Ma egli mi trattenne per una mano, strappandomi ghiotti bocconi di notizie.

Sembrava un lupo famelico, pensai divertito; più parlavo, più egli fiutava notizie. In cuor mio supplicavo la Dea Kali affinché escogitasse un’elegante via di fuga.

! Improvvisamente il mio compagno mi lasciò. Sospirai di sollievo e affrettai il passo,

temendo di ricadere vittima di quella febbre logorroica. Udendo dei passi rapidi dietro di me accelerai ulteriormente, non osando voltarmi a guardare. Con un balzo il giovane mi raggiunse e con gesto gioviale mi agguantò alle spalle.

! «Ho dimenticato di parlarti di Gandha Baba (il Santo dei profumi), che onora con la

sua presenza quella casa laggiù» disse indicando una dimora a pochi metri di distanza.

«Vallo a trovare! È interessante. Potresti avere un’esperienza insolita. Addio!». E questa volta mi lasciò davvero.

! La predizione del sadhu nel tempio di Kalighat, formulata con parole assai simili, mi

balenò nella mente. Decisamente incuriosito, entrai nella casa e fui introdotto in un ampio

salotto. Una folla di persone era seduta alla maniera orientale, in ordine sparso, su un folto tappeto arancione. Un bisbiglìo reverenziale mi giunse all’orecchio:

! «Ammirate Gandha Baba sulla pelle di leopardo: è capace di dare il profumo naturale

di qualsiasi fiore a uno che ne è privo, di far rinvenire un fiore appassito o di far emanare dalla pelle di una persona una fragranza squisita».

! Guardai il santo direttamente negli occhi: il suo sguardo acuto si posò sul mio. Era grassoccio e barbuto, con la pelle scura e grandi occhi lucenti.

! «Figliolo, sono lieto di vederti. Dì ciò che desideri: vuoi un particolare profumo?».

! «A che scopo?». Trovavo la sua offerta piuttosto puerile.

! «Per sperimentare il metodo miracoloso di gustare i profumi».

! «Imbrigliando il potere di Dio per produrre degli odori?».

! «E con ciò? Dio produce profumi comunque».

! «Sì, ma Egli fabbrica delicate boccette di petali affinché vengano utilizzate al momento e poi gettate via. Siete in grado di materializzare dei fiori?».

! «Io materializzo profumi, piccolo amico».

! «Allora le industrie di profumi andranno in fallimento».

! «Lascerò che restino in attività! Il mio scopo è dimostrare la potenza di Dio».

! «Signore, è proprio necessario dimostrare Dio? Egli non compie forse miracoli in ogni cosa e ovunque?».

! «Sì, ma anche noi dovremmo manifestare parte della Sua infinita varietà creativa».

! «Quanto tempo vi è occorso per acquisire la padronanza della vostra arte?».

! «Dodici anni».

! «Per produrre fragranze con mezzi astrali! A quanto pare, mio onorato santo, avete

sprecato una dozzina d’anni per ottenere fragranze che si possono acquistare dal fioraio per poche rupie».

! «I profumi svaniscono insieme ai fiori».

! «I profumi svaniscono con la morte. Perché dovrei desiderare ciò che fa piacere soltanto al corpo?».

! «Signor Filosofo, tu compiaci la mia mente. Ora tendi la mano destra». Fece un

gesto di benedizione.

! Ero a una certa distanza da Gandha Baba e nessun altro mi era abbastanza vicino

da essere a contatto con il mio corpo. Tesi la mano, senza che lo yogi la toccasse.

! «Che profumo desideri?».

! «Rosa».

! «Così sia».

41

! Con mia grande sorpresa, l’inebriante fragranza della rosa si sprigionò, intensa, dal centro del palmo della mia mano. Sorridendo presi un grande fiore bianco inodore da un vaso vicino.

! «Questo fiore inodore può essere permeato dal profumo del gelsomino?».

! «Così sia».

! Immediatamente dai petali si diffuse la fragranza del gelsomino. Ringraziai

l’esecutore di prodigi e mi sedetti accanto a uno dei suoi discepoli. Quest’ultimo m’informò che Gandha Baba, il cui vero nome era Vishudhananda, aveva appreso molti segreti straordinari dello yoga da un maestro in Tibet. Lo yogi tibetano, mi fu assicurato, aveva raggiunto l’età di oltre mille anni.

! «Non sempre il suo discepolo Gandha Baba compie le proprie straordinarie imprese

con i profumi nella semplice maniera verbale alla quale avete appena assistito». L’allievo parlava con evidente orgoglio del proprio maestro. «Il suo modo di procedere varia notevolmente, adattandosi ai diversi temperamenti. È un uomo meraviglioso! Fra i suoi seguaci vi sono numerosi membri dell’intellighenzia di Calcutta».

! In cuor mio decisi che non mi sarei unito a tale schiera. Un guru troppo letteralmente “meraviglioso” non era di mio gradimento. Con garbati ringraziamenti a Gandha Baba me

ne andai. Camminando senza fretta verso casa, riflettei sui tre incontri, alquanto diversi, che si erano succeduti nel corso della giornata.

! Mia sorella Uma mi accolse sulla porta della nostra casa di Gurpar Road.

! «Stai diventando un tipo davvero elegante: usi i profumi!».

! Senza una parola le feci cenno di annusare la mia mano.

! «Che squisita fragranza di rosa! È insolitamente forte!».

! Pensando a come fosse “fortemente insolita”, sempre in silenzio, le avvicinai alle narici il fiore profumato con metodo astrale.

! «Oh, adoro il gelsomino!». Prese il fiore. Una buffa espressione di stupore si

manifestò sul suo volto mentre annusava più volte il profumo di gelsomino da un tipo di fiore che, come ben sapeva, era inodore. Le sue reazioni fugarono i miei sospetti che

Gandha Baba potesse avere indotto in me uno stato di autosuggestione in cui solo io ero in grado di percepire quelle fragranze.

! In seguito venni a sapere da un amico, Alakananda, che il “Santo dei profumi”

possedeva una facoltà che desidererei potessero avere i milioni di persone che soffrono la fame in Asia e, di questi tempi, anche in Europa.

! «Ero presente, insieme a un centinaio di altri ospiti, a casa di Gandha Baba, a

Burdwan» mi raccontò Alakananda. «Fu in occasione di una festa. Poiché lo yogi aveva la fama di far comparire gli oggetti dal nulla, per scherzo gli chiesi di materializzare dei

mandarini, a quel tempo fuori stagione. Immediatamente i luchi 36 su ciascun piatto di foglia di banana si gonfiarono. Si scoprì che ogni involucro di pane conteneva un mandarino sbucciato. Morsi il mio con una certa trepidazione, trovandolo però delizioso».

! Anni dopo giunsi a comprendere, per realizzazione interiore, in che modo Gandha

Baba riuscisse a compiere le sue materializzazioni. Il metodo, purtroppo, non è alla portata delle moltitudini affamate di questo mondo.

! I diversi stimoli sensoriali ai quali reagisce l’essere umano – tattili, visivi, gustativi,

uditivi e olfattivi – sono prodotti da oscillazioni vibratorie negli elettroni e nei protoni. Le

vibrazioni, a loro volta, sono regolate da “vitatroni”, 37 sottili forze vitali o energie più fini di quelle atomiche, caricate intelligentemente delle cinque diverse sostanze-idea sensoriali.

! Gandha Baba, sintonizzandosi con la forza cosmica attraverso specifiche pratiche

yogiche, riusciva a dirigere i vitatroni in modo da modificare la loro struttura vibratoria e

36 Pane indiano, piatto e rotondo.

37 Vitatroni è la traduzione del termine lifetrons coniato da Yogananda. (N.d.C.)

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oggettivare il risultato desiderato. I suoi profumi, la frutta e gli altri miracoli erano effettive materializzazioni di vibrazioni terrene e non sensazioni interiori ottenute per via ipnotica. 38

! Miracoli come quelli compiuti dal “Santo dei profumi” sono spettacolari, ma inutili dal

punto di vista spirituale. Essendo poco più che forme di intrattenimento, essi finiscono col distogliere da una seria ricerca di Dio.

! L’ipnosi è stata utilizzata dai medici come una sorta di cloroformio psichico in piccoli

interventi chirurgici su persone per le quali gli anestetici avrebbero potuto risultare pericolosi. Lo stato ipnotico, tuttavia, può essere nocivo per coloro che vi si sottopongono

spesso; ne deriva infatti un effetto psicologico negativo che, con l’andare del tempo, altera il funzionamento delle cellule cerebrali. L’ipnosi è uno sconfinamento nel territorio della coscienza altrui. I fenomeni temporanei che essa produce non hanno nulla a che vedere con i miracoli compiuti da persone che hanno raggiunto la realizzazione divina. Gli autentici santi, risvegliati in Dio, operano cambiamenti in questo mondo di sogno mediante una volontà in armoniosa sintonia con il Sognatore Cosmico Creativo.

! L’ostentata manifestazione di poteri straordinari è biasimata dai maestri. Il mistico

persiano Abu Said una volta derise alcuni fachiri che erano fieri dei propri poteri miracolosi sull’acqua, l’aria e lo spazio.

! «Anche una rana si sente a suo agio nell’acqua!» fece notare Abu Said con sottile

scherno. «La cornacchia e l’avvoltoio volano senza sforzo nell’aria; il Demonio è presente simultaneamente a Oriente e a Occidente! Il vero uomo è colui che dimora rettamente fra i suoi simili, che compra e vende, senza tuttavia dimenticare Dio neppure per un solo istante!». In un’altra occasione il grande maestro persiano diede la seguente

interpretazione della vita religiosa: «Lasciare da parte ciò che si ha in mente (desideri e ambizioni egoistici); donare generosamente ciò che si ha in mano e non sottrarsi mai ai colpi delle avversità!».

! Né il saggio imparziale nel tempio di Kalighat né lo yogi addestrato in Tibet avevano

soddisfatto il mio ardente desiderio di trovare un guru. Il mio cuore non aveva bisogno di alcuna guida per riconoscerlo e gridava i suoi «Bravo!» con tanta più forza in quanto raramente veniva destato dal silenzio. Quando infine incontrai il mio maestro, questi m’insegnò, grazie alla sola sublimità del suo esempio, la misura del vero uomo.

38 I profani non si rendono pienamente conto degli enormi progressi compiuti dalla scienza nel ventesimo secolo. La trasformazione dei metalli e altri sogni alchimistici trovano quotidianamente piena realizzazione nei centri di ricerca scientifica di tutto il mondo. Il celebre chimico francese, prof. Georges Claude, compì alcuni “miracoli” a Fontainebleau nel 1928 davanti a un gruppo di scienziati, grazie alla propria conoscenza delle trasformazioni dell’ossigeno. La sua “bacchetta magica” era del semplice ossigeno che gorgogliava in

una provetta su un tavolo. Lo scienziato «trasformò una manciata di sabbia in pietre preziose, ridusse il ferro in uno stato simile al cioccolato liquefatto e, dopo aver privato alcuni fiori dei loro colori, li rese della consistenza del vetro.

! «Il professor Claude spiegò come dal mare si potrebbero trarre, grazie alle trasformazioni

dell’ossigeno, milioni di cavalli vapore; perché l’acqua bollente non scotta necessariamente; in che modo un mucchietto di sabbia, grazie a un solo soffio del cannello a ossigeno, può essere trasmutato in zaffiri, rubini e topazi. Egli predisse inoltre fra quanto tempo gli esseri umani potranno camminare nelle profondità

dell’oceano senza attrezzatura subacquea. Infine, lo scienziato lasciò sbalorditi gli spettatori facendo sì che le loro facce diventassero nere togliendo il colore rosso dai raggi solari».

! Questo famoso scienziato francese ha prodotto aria liquida mediante un metodo di espansione con il

quale è riuscito a separare i diversi gas contenuti nell’aria e ha scoperto vari mezzi per sfruttare meccanicamente le differenze di temperatura nell’acqua marina.

43

CAPITOLO: 6

! Lo Swami delle tigri

! «Ho scoperto l’indirizzo dello Swami delle tigri. Andiamo a fargli visita domani».

! Questa gradita proposta proveniva da Chandi, uno dei miei compagni di liceo. Ero

ansioso di fare la conoscenza del santo che, nella sua vita pre-monastica, aveva catturato e combattuto le tigri a mani nude. Queste imprese eccezionali mi colmavano di fanciullesco entusiasmo.

! Il giorno seguente sorse con un rigido freddo invernale, ma Chandi e io ci

incamminammo allegramente. Dopo lunghe e infruttuose ricerche a Bhowanipur, nei dintorni di Calcutta, giungemmo infine alla casa giusta. Sul portone vi erano due anelli di ferro, che battei rumorosamente. Nonostante il frastuono, un domestico arrivò senza

alcuna fretta. Il suo sorriso ironico lasciava intendere che i visitatori, per quanto rumorosi, non potevano in alcun modo turbare la quiete che regnava nella casa di un santo.

! Cogliendo il muto rimprovero, il mio compagno e io fummo grati di essere ammessi a

entrare nel salotto. La lunga attesa nella stanza suscitò in noi uno spiacevole senso di apprensione. La legge non scritta dell’India per chi cerca la verità è la pazienza; un

maestro può deliberatamente mettere alla prova il desiderio che si ha di incontrarlo. Tale espediente psicologico è ampiamente usato in Occidente da medici e dentisti!

! Finalmente, invitati dal domestico, Chandi e io entrammo in una camera da letto. Il

celebre Swami Sohong 39 era seduto sul suo letto. La vista del suo corpo formidabile ebbe un effetto straordinario su di noi. Strabuzzammo gli occhi, ammutoliti. Non avevamo mai visto un simile torace né bicipiti come palloni da calcio. Su un collo immane si ergeva il

volto fiero e tuttavia pacato dello swami, incorniciato da fluenti capelli ricci, barba e baffi. Le qualità della colomba e della tigre parevano balenare nei suoi occhi scuri. Era nudo, a eccezione di una pelle di tigre che gli cingeva i fianchi muscolosi.

! Ritrovando la voce, il mio amico e io salutammo il monaco e gli manifestammo la nostra ammirazione per le sue prodezze nella straordinaria arena felina.

! «Potreste dirci, per favore, com’è possibile sottomettere a mani nude le fiere più feroci della giungla, le tigri del Bengala?».

! «Figlioli, combattere le tigri non è niente per me. Potrei farlo anche oggi, se

necessario» rispose con una risata fanciullesca. «Voi considerate le tigri come tigri; per me sono come micetti».

! «Swamiji, penso che potrei imprimere nel mio subconscio l’idea che le tigri siano solo micetti, ma riuscirei a farlo credere alle tigri?».

! «Ovviamente occorre anche la forza! Non ci si può attendere la vittoria da un

bimbetto che immagina che una tigre sia un gattino! Le mie mani possenti sono un’arma sufficiente per me».

! Ci chiese di seguirlo nel patio, dove sferrò un colpo contro il bordo di un muro. Un

mattone cadde a terra spezzandosi; dallo squarcio aperto come un dente mancante nel muro fece arditamente capolino il cielo. Vacillai quasi dallo stupore; colui che riesce a

staccare con un sol colpo i mattoni cementati di un solido muro – pensai – è certamente in grado di far saltare via i denti alle tigri!

! «Parecchi uomini possiedono una forza fisica pari alla mia, ma sono privi di

un’imperturbabile fiducia in se stessi. Coloro che sono forti fisicamente ma non mentalmente, possono sentirsi mancare alla sola vista di una bestia feroce che balza liberamente nella giungla. La tigre, nella sua naturale ferocia e nel suo habitat, è assai diversa dagli animali da circo nutriti d’oppio!

39 Sohong era il suo nome monastico. Comunemente, egli era noto come lo “Swami delle tigri”.

44

! «Più di un uomo dotato di forza erculea è stato ridotto a vile impotenza dal terrore, di

fronte all’assalto furioso di una tigre del Bengala. Così l’uomo, nella propria mente, è stato ridotto dalla tigre allo stato di un inerme gattino. Un uomo con un corpo sufficientemente vigoroso e una determinazione immensamente forte può rovesciare la situazione ai danni della tigre e inculcarle la convinzione di essere un micetto indifeso. Quante volte ho fatto proprio questo!».

! Ero dispostissimo a credere che il titano che avevo di fronte fosse in grado di operare

la metamorfosi da tigre a gattino. Sembrava in vena di istruirci; Chandi e io lo ascoltavamo con rispetto.

! «È la mente a brandire i muscoli. La forza di un colpo di martello dipende dall’energia

esercitata; la potenza espressa dallo strumento corporeo dell’uomo dipende dalla volontà aggressiva e dal coraggio di quest’ultimo. Il corpo è letteralmente prodotto e sostenuto dalla mente. Sotto la pressione di istinti delle vite precedenti, le forze o le debolezze s’infiltrano a poco a poco nella coscienza umana. Esse si manifestano sotto forma di abitudini che, a loro volta, si ossificano formando un corpo desiderabile o indesiderabile.

La fragilità esteriore ha un’origine mentale; è un circolo vizioso, perché il corpo legato alle abitudini ostacola la mente. Se il padrone si lascia comandare da un servo, questi diventerà dispotico; allo stesso modo la mente viene asservita, se si sottomette agli ordini del corpo».

! Cedendo alle nostre implorazioni, l’imponente swami acconsentì a raccontarci

qualcosa della sua vita.

 

«La mia prima ambizione fu quella di combattere le tigri. La mia volontà era forte, ma

il

mio corpo era gracile».

Non potei trattenere un’esclamazione di sorpresa. Pareva incredibile che

quest’uomo, ora dotato di «spalle da Atlante, atte a sostenere», 40 avesse mai conosciuto la debolezza.

! «Fu grazie all’incrollabile perseveranza nel coltivare pensieri di salute e di forza che

riuscii a superare il mio handicap. Ho tutte le ragioni per decantare l’irresistibile vigore mentale, che ho constatato essere il vero dominatore delle tigri del Bengala».

! «Reverendo swami, pensate che io potrei mai combattere le tigri?». Questa fu la

prima e anche l’ultima volta che una tale bizzarra aspirazione si affacciò alla mia mente!

! «Sì» disse sorridendo. «Ma vi sono molte specie di tigri; alcune si aggirano nelle

giungle dei desideri umani. Non si ottiene alcun beneficio spirituale a tramortire le tigri. È meglio vincere i predatori interiori».

! «Signore, possiamo sapere in che modo da domatore di tigri selvagge siete diventato

domatore di passioni selvagge?».

! Lo Swami delle tigri sprofondò nel silenzio. Il suo sguardo si fece remoto, rievocando

visioni di anni ormai lontani. Notai che era lievemente combattuto nel decidere se esaudire

o meno la mia richiesta. Infine sorrise, in segno di tacito consenso.

! «Quando la mia fama giunse all’apice, portò con sé l’ebbrezza dell’orgoglio. Decisi

non soltanto di combattere le tigri, ma di metterle in mostra in varie esibizioni. La mia aspirazione era quella di costringere le bestie selvagge a comportarsi da animali

domestici. Iniziai a compiere le mie prodezze in pubblico, ottenendo gratificanti successi.

! «Una sera mio padre entrò nella mia stanza con aria pensosa.

! «“Figlio, devo rivolgerti parole di monito. Vorrei preservarti da sventure incombenti, conseguenza degli inesorabili meccanismi di causa-effetto”.

! «“Siete fatalista, padre? Si deve dunque consentire alla superstizione di macchiare le potenti acque delle mie attività?”.

40 Milton, Il paradiso perduto. (N.d.C.)

45

! «“Non sono fatalista, figliolo, ma credo nella giusta legge del castigo e della

ricompensa, come insegnano le sacre Scritture. Vi è del risentimento nei tuoi confronti nella famiglia della giungla e, prima o poi, ciò potrebbe costarti caro”.

! «“Padre, mi sorprendete! Sapete bene come sono le tigri: splendide ma spietate!

Persino subito dopo un lauto pasto, compiuto a spese di qualche sventurata creatura, la tigre viene colta dalla bramosia alla vista di una nuova preda. Potrebbe trattarsi di una gazzella che salta gioiosamente fra l’erba della giungla. Dopo averla catturata e averle squarciato la tenera gola con un morso, la fiera malvagia assapora solo un goccio del sangue che sgorga con un muto lamento, per poi proseguire incurante il suo vagabondaggio.

! «“Le tigri sono la più abietta fra le specie che popolano la giungla! Chissà, forse i miei

colpi possono istillare un pizzico di ragionevole riguardo nelle loro teste ottuse. Sono il direttore di una scuola di buone maniere della foresta, chiamato a insegnare loro la buona creanza!

! «“Vi prego, padre, consideratemi sempre un domatore, non uno sterminatore di tigri. In che modo le mie buone azioni potrebbero arrecarmi sventura? Vi supplico, non imponetemi in alcun modo di cambiare il mio modo di vivere”».

! Chandi e io pendevamo dalle sue labbra, comprendendo il dilemma in cui si era

dibattuto. In India un figlio non disobbedisce con leggerezza alle richieste dei propri genitori.

! «In stoico silenzio mio padre ascoltò la mia spiegazione. Quindi mi rivelò, con tono grave:

! «“Figliolo, mi costringi a riferirti un’infausta profezia che ho ricevuto dalle labbra di un santo. Egli mi si è accostato ieri, mentre sedevo nella veranda durante la mia meditazione quotidiana.

! «“‘Caro amico, vengo con un messaggio per il tuo figlio bellicoso. Inducilo a cessare

le sue barbare attività, altrimenti nel suo prossimo scontro con le tigri riporterà gravi ferite, che lo ridurranno in fin di vita per sei mesi. Quindi abbandonerà la vita che ha condotto finora e si farà monaco’”.

! «Il racconto non mi impressionò affatto. Pensai che mio padre fosse la credula

vittima di un fanatico vaneggiante».

! Lo Swami delle tigri, nel fare questa confessione, ebbe un gesto di stizza, come di

fronte a una stupidaggine. Rimase immerso a lungo in un cupo silenzio, apparentemente

dimentico della nostra presenza. Quando riprese il filo interrotto del suo racconto, fu all’improvviso, con voce sommessa.

! «Poco tempo dopo il monito ricevuto da mio padre, visitai la capitale di Cooch Behar. Quel pittoresco territorio mi era nuovo e mi attendevo un tranquillo diversivo. Come

accadeva ovunque, una folla di curiosi mi seguiva per strada. Coglievo, qua e là, qualche commento bisbigliato:

! «“Questo è l’uomo che combatte contro le tigri selvagge”.

! «“Sono gambe, le sue, o tronchi d’albero?”.

! «“Guardalo in faccia! Deve essere un’incarnazione del re delle tigri in persona!”.

! «Come ben sapete, i monelli del villaggio sono l’equivalente dell’ultima edizione di un

giornale! E subito dopo, a che velocità i bollettini delle chiacchiere delle donne circolano di casa in casa! In poche ore l’intera città era in agitazione a causa della mia presenza.

! «La sera, mentre mi stavo placidamente rilassando, udii lo scalpitare degli zoccoli di

cavalli al galoppo. Si fermarono davanti alla casa dove ero alloggiato. Entrarono alcuni poliziotti alti e col turbante in testa.

! «Mi colsero di sorpresa. “Ci si può aspettare qualsiasi cosa da queste creature della legge umana” pensai. “Chissà se vengono a rimproverarmi di qualcosa di cui sono totalmente ignaro”. Ma gli ufficiali s’inchinarono con una cortesia inusitata.

46

! «“Onorevole signore, siamo stati incaricati di porgervi il benvenuto da parte del

principe di Cooch Behar. Egli ha il piacere di invitarvi al suo palazzo domattina”.

! «Riflettei per un momento su questa prospettiva. Per qualche oscura ragione, provai

un forte rammarico per questa interruzione del mio tranquillo viaggio. Ma il tono supplichevole del poliziotto mi colpì e acconsentii ad andare.

! «Il giorno dopo rimasi stupito nel vedermi ossequiosamente scortato dalla mia porta

fino a una magnifica carrozza trainata da quattro cavalli. Un servitore reggeva un ombrello riccamente ornato per proteggermi dai cocenti raggi solari. Apprezzai il piacevole giro attraverso la città e i dintorni boscosi. Sul portone d’ingresso del palazzo trovai ad

accogliermi il rampollo reale in persona. Egli mi offrì il suo seggio ornato di broccato d’oro

e, sorridendo, si sedette su una sedia di più semplice fattura.

! «“Tutta questa gentilezza mi costerà sicuramente qualcosa!” pensai, sempre più

sorpreso. Le intenzioni del principe risultarono ben presto chiare, dopo qualche frase di circostanza.

! «“Nella mia città circola insistentemente la voce che voi siate capace di combattere le

tigri selvagge con la sola forza delle vostre mani. È la verità?”.

! «“È la pura verità”.

! «“Stento a credere una cosa simile! Siete un bengalese di Calcutta, allevato con il

riso bianco della gente di città. Siate sincero, per cortesia: non avrete per caso combattuto soltanto contro fiacchi animali nutriti d’oppio?”. Parlava a voce alta, con tono sarcastico e un lieve accento provinciale.

! «Non mi degnai neppure di rispondere a una domanda tanto offensiva.

! «“Vi sfido a battervi con la mia tigre catturata di recente, Raja Begum. 41 Se riuscirete

a resisterle, a legarla con una catena e a uscire dalla sua gabbia in stato cosciente,

questa tigre del Bengala sarà vostra! Riceverete inoltre diverse migliaia di rupie e molti

altri doni. Se invece vi sottrarrete alla sfida, screditerò il vostro nome in tutto lo stato bollandovi come impostore!”.

! «Le sue parole insolenti mi colpirono come una raffica di proiettili. Gli restituii il colpo accettando rabbiosamente la sfida. Semisollevato dalla sedia per l’eccitazione, il principe

vi si lasciò ricadere con un sorriso sadico. Mi ricordava gli imperatori romani che godevano

nel far scendere i cristiani nelle arene circensi.

! «“L’incontro si svolgerà fra una settimana. Mi rincresce di non potervi concedere il permesso di vedere la tigre prima di allora”.

! «Forse il principe temeva che potessi ipnotizzare la belva oppure somministrarle di nascosto dell’oppio!

! «Uscii dal palazzo notando, divertito, che questa volta non c’erano né il parasole regale né la sfarzosa carrozza.

! «La settimana seguente mi preparai con metodo, nel corpo e nella mente, in vista

della prova. Dal mio domestico venni a sapere alcune fantasiose dicerie. La terribile predizione che il santo aveva fatto a mio padre era stata, chissà come, divulgata, amplificandosi nel passare di bocca in bocca. Molti paesani ingenui credevano che uno

spirito maligno, maledetto dagli dèi, si fosse reincarnato in una tigre che di notte assumeva varie sembianze demoniache, pur rimanendo di giorno un animale striato. La gente pensava che proprio tale tigre-demone fosse stata mandata per umiliarmi.

! «Secondo un’altra versione stravagante, le preghiere rivolte dagli animali al Cielo

delle tigri erano state esaudite attraverso Raja Begum. Essa sarebbe stata lo strumento per punire me, l’audace bipede, tanto insolente nei confronti dell’intera specie delle tigri! Un uomo privo di pelliccia e di zanne che osava sfidare tigri dalle membra possenti e armate di artigli! L’astio concentrato di tutte le tigri umiliate – così dichiaravano i paesani –

41 “Principe principessa”: così chiamata per indicare che nella belva si sommavano la ferocia della tigre maschio e quella della tigre femmina.

47

si era accumulato, acquisendo una potenza tale da mettere in atto leggi occulte e provocare la caduta dell’arrogante domatore di tigri.

! «Il mio domestico, inoltre, mi informò che il principe era nel suo elemento in qualità di

organizzatore del combattimento fra l’uomo e la belva. Sotto la sua personale supervisione era stato eretto un padiglione a prova di tempesta, predisposto per accogliere migliaia di spettatori. Al centro era racchiusa Raja Begum, in un’enorme gabbia di ferro circondata da un ulteriore recinto esterno di sicurezza. L’animale prigioniero emetteva in continuazione agghiaccianti ruggiti. Veniva nutrito con parsimonia per stuzzicare in lui un appetito furibondo. Forse il principe presumeva di poterlo premiare dandogli in pasto la mia persona!

! «La gente accorreva in massa dalla città e dai dintorni per acquistare avidamente i

biglietti, rispondendo al rullo di tamburi che annunciava una sfida senza precedenti. Nel giorno previsto per il combattimento, centinaia di persone dovettero essere mandate via

per mancanza di posti. Molte penetrarono a forza nel tendone attraverso le aperture o si accalcarono riempiendo tutto lo spazio disponibile sotto le tribune».

! Via via che la storia dello Swami delle tigri si avvicinava al culmine, la mia

eccitazione cresceva di pari passo; anche Chandi ascoltava muto, in estatico rapimento.

! «Fra le lancinanti esplosioni sonore provenienti da Raja Begum e il frastuono della

folla quasi atterrita, feci tranquillamente la mia comparsa. A parte una succinta fascia attorno ai fianchi, non portavo alcun indumento a protezione del mio corpo. Aprii il

catenaccio del recinto di sicurezza e, con calma, lo richiusi dietro di me. La tigre fiutò il sangue. Balzando con fragoroso frastuono contro le sbarre della gabbia, mi lanciò un terrificante benvenuto. Il pubblico ammutolì, con pietosa paura: sembravo un mite agnello di fronte alla belva furiosa.

! «In un attimo mi trovai all’interno della gabbia ma, appena chiusa la porta con un

colpo, Raja Begum, con uno slancio impetuoso, mi fu sopra. La mia mano destra venne orrendamente dilaniata. Il sangue umano, la più squisita prelibatezza che possa esistere

per una tigre, iniziò a sgorgare a fiotti terribili a vedersi. La profezia del santo sembrava sul punto di avverarsi.

! «Mi ripresi immediatamente dallo shock della prima ferita grave che avessi mai

subito. Celai alla vista le mie dita insanguinate cacciandole sotto la fascia che mi cingeva la vita e, con il braccio sinistro, sferrai un colpo tale da fracassare le ossa. La belva indietreggiò barcollando, girò vorticosamente in fondo alla gabbia e poi balzò convulsamente all’attacco. La mia famosa punizione a suon di pugni le piovve sulla testa.

! «Ma il sapore del sangue aveva avuto su Raja Begum lo stesso effetto del primo

sorso di vino che fa impazzire il dipsomane rimasto a lungo in astinenza. Punteggiati da ruggiti assordanti, gli assalti della bestia si fecero sempre più furiosi. La mia difesa inadeguata con una mano sola mi rendeva vulnerabile alle zanne e agli artigli. Ciò nonostante, la ripagai lasciandola tramortita. Entrambi grondanti di sangue, combattevamo per la vita o la morte. Nella gabbia vi era un pandemonio, mentre il sangue schizzava in

tutte le direzioni e dalla gola della bestia prorompevano violenti ansimi di dolore e furia assassina.

! «“Sparatele!”. “Ammazzate la tigre!”. Si levavano grida dal pubblico. L’uomo e la

belva si muovevano a velocità tale che un proiettile sparato da una guardia mancò il

bersaglio. Feci appello a tutta la mia forza di volontà, lanciai un urlo feroce e assestai un ultimo, violentissimo colpo. La tigre rovinò a terra e lì rimase, placidamente».

! «Come un gattino!» esclamai interrompendolo.

! Lo swami apprezzò e rise di cuore, poi proseguì il suo avvincente racconto.

! «Raja Begum era stata sconfitta, finalmente. Il suo orgoglio regale venne

ulteriormente umiliato: con le mani lacere, audacemente le aprii a forza le fauci. Per un momento drammatico tenni la testa dentro la trappola mortale di quelle mascelle spalancate. Mi guardai intorno cercando una catena. Ne estrassi una da un mucchio che

48

giaceva a terra e la legai attorno al collo della tigre, agganciandola alle sbarre della gabbia. Trionfante, mi avviai verso la porta.

 

«Ma Raja Begum, quel demonio incarnato, aveva una fibra degna della sua presunta

origine demoniaca. Con un balzo incredibile spezzò la catena e mi assalì alla schiena. Con la spalla serrata fra le sue mascelle, caddi violentemente a terra. In un baleno, però,

riuscii a immobilizzarla sotto di me. Sotto i miei colpi implacabili, l’animale traditore si accasciò infine in stato di semi-incoscienza. Questa volta lo assicurai con maggiore attenzione e, lentamente, uscii dalla gabbia.

 

«Fui accolto di nuovo da un boato, questa volta di esultanza. Le acclamazioni della

folla proruppero come da un’unica, gigantesca gola. Pur essendo stato terribilmente

dilaniato, avevo rispettato le tre condizioni previste per il combattimento: tramortire la tigre, legarla con una catena e andarmene senza bisogno di alcun aiuto. Per di più avevo ferito

spaventato gravemente la belva aggressiva, al punto che si era lasciata sfuggire l’occasione di guadagnarsi il premio della mia testa fra le sue fauci!

e

 

«Dopo che le mie ferite furono medicate, ricevetti onori e ghirlande di fiori; centinaia

di

monete d’oro piovvero ai miei piedi. Nell’intera città si diede inizio ai festeggiamenti.

Ovunque si udivano interminabili discussioni sulla mia vittoria contro una delle tigri più grandi e più feroci che si fossero mai viste. Come promesso, Raja Begum mi fu donata, ma non provai alcuna esultanza. Nel mio cuore si era verificato un cambiamento spirituale. Pareva quasi che, uscendo dalla gabbia alla fine del combattimento, mi fossi chiuso alle spalle anche le mie ambizioni mondane.

! «Seguì un periodo di grande sofferenza. Per sei mesi sfiorai la morte a causa di un

avvelenamento del sangue. Non appena mi fui ristabilito a sufficienza da lasciare Cooch Behar, tornai alla mia città natale.

! «“Ora so che il mio maestro è il santo che diede il suo saggio avvertimento”. Feci

questa umile confessione a mio padre. “Se solo riuscissi a trovarlo!”. Il mio ardente desiderio era sincero, poiché un giorno il santo arrivò senza preavviso.

! «“Basta domare le tigri!”. Egli parlava con quieta sicurezza. “Vieni con me; ti

insegnerò a sottomettere le belve dell’ignoranza che vagano nella giungla della mente

umana. Tu sei abituato a un pubblico: che esso sia composto da una galassia di angeli, allietati dalla tua entusiasmante maestria nello yoga!”.

! «Fui iniziato al sentiero spirituale dal mio santo guru. Egli dischiuse le porte della mia anima, arrugginite e quasi bloccate dal lungo disuso. Mano nella mano, partimmo di lì a poco per il mio apprendistato sull’Himalaya».

! Chandi e io ci inchinammo ai piedi dello swami, riconoscenti per il suo racconto tanto

vivido di una vita davvero ciclonica. Mi sentii ampiamente ripagato di essere stato messo alla prova con la lunga attesa nel freddo salottino!

!

49

CAPITOLO: 7

! Il santo che levitava

! «Ieri sera, a una riunione, ho visto uno yogi rimanere sospeso in aria a più di un metro da terra». Il mio amico Upendra Mohun Chowdhury sembrava impressionato nel pronunciare queste parole.

! Gli sorrisi entusiasta. «Forse indovino il suo nome. Era Bhaduri Mahasaya, che abita nell’Upper Circular Road?».

! Upendra annuì, un po’ deluso di non essere stato un messaggero di novità. Il mio

spiccato interesse per i santi era ben noto fra i miei amici ed essi erano oltremodo lieti di indicarmi una nuova pista.

! «Lo yogi abita così vicino a casa mia che vado spesso a visitarlo». Alle mie parole,

sul viso di Upendra si dipinse un’espressione di vivo interesse e io gli feci un’ulteriore confidenza.

! «L’ho visto compiere imprese notevoli. Egli possiede l’assoluta padronanza dei vari

pranayama 42 dell’antica dottrina dell’ottuplice sentiero dello yoga, esposta da Patanjali. 43 Una volta Bhaduri Mahasaya eseguì davanti a me il Bhastrika Pranayama con una forza così stupefacente che nella stanza sembrò scoppiare un vero e proprio temporale! Infine smorzò il respiro tuonante e rimase immobile in un elevato stato di supercoscienza. 44 L’aura di pace dopo la tempesta fu così vivida da rimanere indimenticabile».

! «Mi è giunta voce che il santo non esce mai di casa». Il tono di Upendra era

lievemente incredulo.

! «In effetti è vero! Ha trascorso in casa gli ultimi vent’anni. Allenta appena la severa

regola che si è autoimposto solo nei periodi delle nostre festività sacre, in cui, al massimo, si spinge fino al marciapiede davanti a casa! Lì si radunano i mendicanti, poiché il santo Bhaduri è conosciuto per il suo buon cuore».

! «Come riesce a restare sospeso in aria, sfidando la legge di gravità?».

! «Il corpo di uno yogi perde la sua dimensione grossolana dopo la pratica di taluni

pranayama. Allora levita o balzella qua e là come una rana saltellante. Si sa che anche alcuni santi, 45 pur non praticando formalmente lo yoga, levitarono in stati d’intensa devozione verso Dio».

! «Vorrei sapere qualcosa di più su questo saggio. Tu frequenti le sue riunioni serali?». Gli occhi di Upendra brillavano di curiosità.

42 Metodi di controllo della forza vitale tramite la regolazione del respiro.

43 Il principale esponente dello yoga nell’antichità.

44 Gli accademici francesi furono i primi in Occidente a voler intraprendere ricerche scientifiche sulle possibilità della mente supercosciente. Il professor Jules-Bois, membro dell’Ecole de Psychologie della Sorbona, tenne alcune conferenze in America nel 1928. Egli annunciò al pubblico che gli scienziati francesi avevano riconosciuto l’esistenza della supercoscienza, «che è l’esatto opposto della mente subconscia di Freud ed è la facoltà che rende l’essere umano veramente tale, e non soltanto un super-animale». Jules- Bois spiegò che il risveglio di uno stato più elevato di coscienza «non andava confuso con il couéismo né con l’ipnotismo. Benché l’esistenza di una mente supercosciente sia nota da tempo in filosofia, essendo in effetti la Superanima di cui parla Emerson, solo recentemente essa ha ottenuto un riconoscimento scientifico». Lo scienziato francese sottolineò che dalla supercoscienza hanno origine l’ispirazione, la genialità e i valori morali. «Credere in tutto ciò non è misticismo, pur riconoscendo e valorizzando le qualità predicate dai mistici».

45 Santa Teresa d’Avila e altri santi cristiani furono spesso osservati in stato di levitazione.

50

! «Sì, ci vado spesso. Mi diverte molto lo spirito arguto della sua saggezza. Ogni tanto

qualche mia risata prolungata turba la solennità dei suoi raduni. Il santo non se ne ha a male, ma i suoi discepoli mi fulminano con lo sguardo!».

! Quel pomeriggio, tornando a casa da scuola, passai davanti alla claustrale dimora di

Bhaduri Mahasaya e decisi di fargli visita. Lo yogi era inavvicinabile ai più. Un discepolo

solitario che abitava al pianterreno vegliava sulla solitudine del maestro. Lo studente era una sorta di cerbero; stavolta mi domandò con aria formale se avessi un “appuntamento”. Il suo guru intervenne appena in tempo, risparmiandomi di essere cacciato via sbrigativamente.

! «Lascia che Mukunda venga quando vuole». Al santo brillavano gli occhi. «La regola

del ritiro non è per la mia comodità, ma per quella degli altri. Le persone mondane non

amano la franchezza che manda in frantumi le loro illusioni. I santi non sono soltanto rari, ma anche sconcertanti. Persino nelle sacre Scritture risultano spesso imbarazzanti!».

! Seguii Bhaduri Mahasaya fino alle sue austere stanze all’ultimo piano, dalle quali si

muoveva di rado. I maestri spesso ignorano il panorama del tumulto del mondo, che resta sfocato fin quando non si fissa nell’eternità. I contemporanei di un saggio non sono soltanto quelli del limitato presente.

! «Maharishi, 46 siete il primo yogi che io abbia conosciuto che sta sempre in casa».

! «Signore» chiesi «perché non scrivete un libro sullo yoga a beneficio del mondo?».

«Sto formando dei discepoli» rispose. «Essi e i loro allievi saranno libri viventi, inattaccabili dalle naturali degenerazioni prodotte dal tempo e dalle innaturali interpretazioni dei critici».

! «Talvolta Dio pianta i suoi santi in terreni inaspettati, affinché non si pensi che Egli possa essere ridotto a una regola!».

! Il saggio immobilizzò il suo corpo vibrante nella posizione del loto. Pur avendo

superato i settant’anni, non mostrava alcuno dei segni spiacevoli della vecchiaia o di una vita sedentaria. Robusto ed eretto, era esemplare da ogni punto di vista. Il suo volto era

quello di un rishi, così come è descritto negli antichi testi. Con il nobile capo e la folta barba, egli sedeva sempre fermamente eretto, tenendo gli occhi sereni fissi sull’Onnipresenza.

! Il santo e io entrammo nello stato meditativo. Trascorsa un’ora, la sua voce gentile mi ridestò.

! «T’immergi spesso nel silenzio, ma hai sviluppato in te l’anubhava?». 47 Mi stava

ricordando di amare Dio più della meditazione. «Non confondere la tecnica con il Fine».

! Mi offrì dei frutti di mango. Con l’arguzia venata di umorismo che trovavo così

deliziosa nel suo carattere austero, osservò: «Di solito la gente si appassiona più al Jala Yoga (l’unione con il cibo) che al Dhyana Yoga (l’unione con Dio)».

! Il suo gioco di parole sullo yoga suscitò in me una fragorosa risata.

! «Che risata hai!». Nel suo sguardo brillò una luce affettuosa. Il viso era sempre serio,

eppure sfiorato da un sorriso estatico. Nei grandi occhi di loto vi era una segreta risata divina.

! «Quelle lettere giungono dalla lontana America». Il saggio indicò parecchie buste

voluminose sul tavolo. «Sono in corrispondenza con alcune società, i cui membri si interessano allo yoga. Stanno riscoprendo l’India, con un miglior senso di orientamento di quello che ebbe Colombo! Sono lieto di aiutarli. La conoscenza dello yoga è liberamente

accessibile a tutti coloro che sono disposti a riceverla, come la schietta luce del giorno.

! «Non occorre diluire per l’Occidente ciò che i rishi consideravano essenziale per la salvezza umana. L’Occidente e l’Oriente sono uguali nell’anima, benché diversi

46

47

“Grande saggio”.

.

51

nell’esperienza esteriore, e nessuno dei due potrà prosperare senza qualche forma di disciplina yogica».

! Il santo mi fissò con i suoi occhi tranquilli. Non mi accorsi che il suo discorso

conteneva una velata indicazione profetica. Soltanto ora, nello scrivere queste parole, comprendo appieno il significato delle sue frequenti allusioni casuali al fatto che un giorno avrei portato gli insegnamenti dell’India in America.

avrei portato gli insegnamenti dell’India in America. ! BHADURI MAHASAYA ! “Il santo che levitava”

!

BHADURI MAHASAYA

!“Il santo che levitava”

«Maharishi, vorrei che scriveste un libro sullo yoga a beneficio del mondo».

! «Sto formando dei discepoli. Essi e i loro allievi saranno libri viventi, inattaccabili

dalle naturali degenerazioni prodotte dal tempo e dalle innaturali interpretazioni dei critici». La sagace risposta di Bhaduri mi fece scoppiare di nuovo in una fragorosa risata.

! Rimasi da solo con lo yogi fino all’arrivo dei suoi discepoli, la sera. Bhaduri

Mahasaya iniziò una delle sue inimitabili dissertazioni. Come una pacifica marea, spazzò

via i detriti mentali dei suoi ascoltatori, facendoli navigare verso Dio. Le sue illuminanti parabole erano narrate in perfetto bengali.

! Quella sera Bhaduri trattò vari argomenti filosofici connessi alla vita di Mirabai, una

principessa medievale Rajputani che abbandonò la vita di corte per ricercare la compagnia

dei sadhu. Un grande sannyasi si era rifiutato di riceverla perché donna; la risposta della santa lo fece inchinare umilmente ai suoi piedi.

! «Dite al maestro che non sapevo vi fosse un altro Maschio nell’universo oltre a Dio;

non siamo forse tutti femmine dinanzi a Lui?». (Una concezione di Dio presente nelle

Scritture, secondo la quale Egli è l’Unico Principio Creativo Positivo, non essendo la Sua creazione null’altro che una maya passiva.)

!

52

Mirabai compose numerosi canti estatici, ancor oggi molto apprezzati in India; ecco la mia traduzione di uno di essi:

«Se ogni giorno facendo il bagno si potesse realizzare Dio

vorrei essere al più presto una balena nel mare;

se mangiando frutti e radici si potesse conoscerLo

assumerei volentieri le sembianze di una capra;

se sgranando il rosario si potesse scoprirLo

reciterei le mie preghiere con enormi corone;

se inchinandosi ai piedi di immagini di pietra si potesse svelarLo

adorerei umilmente una rocciosa montagna;

se bevendo latte si potesse assorbire il Signore

molti bimbi e molti vitelli Lo conoscerebbero;

se abbandonare la propria moglie servisse a richiamare la presenza di Dio

non sarebbero a migliaia gli eunuchi?

Mirabai sa che per trovare il Divino

l’unica cosa indispensabile è l’Amore».

Molti allievi deponevano delle rupie nelle pantofole di Bhaduri, posate al suo fianco,

mentre egli sedeva in posizione yogica. Questa offerta riverente, abituale in India, sta a indicare che il discepolo depone i propri beni materiali ai piedi del guru. Gli amici riconoscenti sono soltanto il Signore che, sotto mentite spoglie, veglia sui Suoi cari.

 

«Maestro, siete meraviglioso!». Un allievo, congedandosi, guardava con ardore il

venerando saggio. «Avete rinunciato alle ricchezze e agli agi per cercare Dio e insegnarci

la

saggezza!». Era noto che Bhaduri Mahasaya aveva rinunciato a un cospicuo patrimonio

familiare già nella prima infanzia, quando, con ferma determinazione, aveva intrapreso la via dello yoga.

 

«Stai invertendo la situazione!». Il volto del santo esprimeva un mite rimprovero. «Ho

abbandonato qualche misera rupia e qualche piacere insignificante per un impero cosmico

di

infinita beatitudine. In che modo, dunque, mi sarei privato di qualcosa? Conosco la gioia

di

condividere un tale tesoro: è forse un sacrificio, questo? Sono le persone miopi, legate

alle cose terrene, i veri rinuncianti! Essi rinunciano a un bene divino incomparabile in cambio di una meschina manciata di gingilli terreni!».

 

Soffocai una risata nell’udire questa sua paradossale visione della rinuncia, che

poneva la corona di Creso su ogni santo mendicante, trasformando nel contempo tutti i fieri milionari in martiri inconsapevoli.

 

«L’ordine divino dispone per il nostro futuro più saggiamente di qualsiasi compagnia

di

assicurazioni». Le parole conclusive del maestro erano il credo realizzato della sua

fede. «Il mondo è pieno di inquieti credenti nella sicurezza materiale. I loro pensieri amari sono come cicatrici sulle loro fronti. Colui che ci diede aria e latte fin dal nostro primo respiro sa come provvedere, giorno per giorno, ai Suoi devoti».

 

Continuai i miei pellegrinaggi alla porta del santo, all’uscita da scuola. Con zelo

silenzioso egli mi aiutò a raggiungere l’anubhava. Un giorno si trasferì nella Ram Mohan Roy Road, lontano dalla mia casa di Gurpar Road. I suoi discepoli devoti gli avevano costruito un nuovo ashram, denominato “Nagendra Math”. 48

 

Pur anticipando il racconto della mia storia di parecchi anni, riporto qui le ultime

parole che mi rivolse Bhaduri Mahasaya. Poco prima d’imbarcarmi per l’Occidente andai a

cercarlo e, umilmente, mi inchinai ai suoi piedi chiedendogli la sua benedizione d’addio:

! «Figlio, va’ in America. Ti sia scudo la dignità dell’antica India. La vittoria è scritta sulla tua fronte; sarai bene accolto da quel nobile popolo lontano».

48 Il nome completo del santo era Nagendranath Bhaduri. Math significa eremitaggio o ashram.

53

CAPITOLO: 8

! Il grande scienziato indiano J.C. Bose

! «Le invenzioni di Jagadis Chandra Bose,nell’ambito della radiote legrafia, hanno

preceduto quelle di Marconi».

! Udendo per caso questa osservazione provocatoria, mi avvicinai a un capannello di

professori impegnati in una discussione scientifica. Se fu l’orgoglio nazionale il motivo che

mi spinse a unirmi a loro me ne rammarico, ma non posso negare il mio vivo interesse per

tutto ciò che testimonia come l’India possa svolgere un ruolo di primo piano anche nella fisica, non soltanto nella metafisica.

! «Che cosa intendete, signore?».

! Il professore, cortesemente, mi spiegò: «Bose fu il primo a inventare un coesore

senza fili e uno strumento per indicare la rifrazione delle onde elettriche. Tuttavia, lo

scienziato indiano non ha sfruttato commercialmente le sue invenzioni. Egli ha rivolto ben presto la propria attenzione dal mondo inorganico a quello organico. Le sue scoperte rivoluzionarie come studioso della fisiologia delle piante superano ormai per importanza persino i risultati fondamentali da lui ottenuti nella fisica».

! Ringraziai gentilmente la mia autorevole guida. Egli aggiunse: «Il grande scienziato è mio collega al Presidency College».

! Il giorno seguente mi recai a visitare il luminare a casa sua, non lontano dalla mia

abitazione di Gurpar Road. Da tempo lo ammiravo a rispettosa distanza. Lo schivo e severo botanico mi accolse affabilmente. Era un bell’uomo, robusto, sui cinquant’anni, con

i capelli folti, la fronte spaziosa e lo sguardo assorto dei sognatori. La precisione del suo eloquio rivelava l’habitus scientifico di tutta una vita.

! «Sono appena tornato da un viaggio di studio presso alcune società scientifiche

dell’Occidente. I loro membri hanno dimostrato vivo interesse per i sensibili strumenti di

mia invenzione che dimostrano l’inscindibile unità della vita, in tutte le sue forme. 49 Il crescografo di Bose permette di ottenere ingrandimenti di dieci milioni di volte. Il microscopio, che consente appena qualche migliaio di ingrandimenti, ha dato un impulso fondamentale alle scienze biologiche. Il crescografo apre prospettive incalcolabili».

! «Avete fatto molto, signore, per accelerare l’incontro fra Oriente e Occidente nell’abbraccio impersonale della scienza».

«Ho compiuto i miei studi a Cambridge. Quanto è ammirevole il metodo occidentale

di

sottoporre qualsiasi teoria a una scrupolosa verifica sperimentale! La procedura

empirica è andata di pari passo con il dono dell’introspezione che ho ereditato dall’Oriente. Insieme, essi mi hanno consentito di penetrare i silenzi dei regni naturali rimasti a lungo indecifrabili. Gli eloquenti grafici forniti dal mio crescografo 50 dimostrano anche ai più scettici che le piante hanno un sistema nervoso sensibile e una multiforme vita emotiva.

Amore, odio, gioia, paura, piacere, dolore, eccitabilità, torpore e innumerevoli altre risposte adeguate agli stimoli sono universali nelle piante tanto quanto negli animali».

! «Il palpito unico di vita che pervade l’intera creazione poteva apparire solo una

fantasiosa visione poetica prima del vostro avvento, professore! Un santo che ebbi occasione di conoscere non voleva mai cogliere i fiori. “Dovrei depredare il roseto del vanto della sua bellezza? Dovrei ledere crudelmente la sua dignità con la mia brutale

!

49 «Tutta la scienza è trascendentale, oppure è destinata a tramontare. La botanica sta ormai acquisendo la teoria giusta: entro breve gli avatar di Brahma saranno i libri di testo della storia naturale» (Emerson).

50 Dal latino crescere. Per il suo crescografo e altre invenzioni, Bose fu insignito del titolo di cavaliere nel

1917.

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spoliazione?”. Con le vostre scoperte, le sue compassionevoli parole vengono suffragate da prove tangibili!».

! «Il poeta conosce intimamente la verità, mentre lo scienziato vi si avvicina in modo esitante e impacciato. Venga un giorno nel mio laboratorio a vedere l’inequivocabile testimonianza del crescografo».

! Con gratitudine accettai l’invito e mi congedai. In seguito venni a sapere che il

botanico aveva lasciato il Presidency College e stava progettando l’istituzione di un centro

di ricerca a Calcutta.

! Quando il Bose Institute aprì i battenti, partecipai alla cerimonia d’inaugurazione.

Centinaia di visitatori entusiasti affollavano l’edificio. Rimasi affascinato dalla qualità artistica e dal simbolismo spirituale della nuova sede scientifica. Il cancello d’ingresso, notai, proveniva da un antico e remoto santuario. Dietro la vasca dei fior di loto 51 una figura femminile scolpita, con una fiaccola in mano, esprimeva il rispetto indiano per la donna quale immortale apportatrice di luce. Nel giardino vi era un tempietto consacrato al Noumeno al di là dei fenomeni. La nozione dell’incorporeità divina era suggerita dall’assenza di immagini sacre.

 

Il discorso di Bose in questa solenne occasione sarebbe potuto sgorgare dalle labbra

di

uno degli ispirati rishi dell’antichità.

«Oggi inauguro questo Istituto non come un semplice laboratorio, ma come un

tempio». La sua riverente solennità scese come un manto invisibile sulla sala gremita.

«Nel condurre le mie ricerche sono stato inconsciamente indotto a inoltrarmi nella regione

di confine fra la fisica e la fisiologia. Con mio grande stupore ho visto scomparire le linee di

demarcazione ed emergere i punti di contatto fra la sfera del vivente e quella del non

vivente. La materia inorganica è risultata essere tutt’altro che inerte: essa vibrava sotto l’azione di molteplici forze.

! «Una reazione universale sembrava sottoporre metalli, piante e animali a una legge

comune. Tutti presentavano sostanzialmente gli stessi fenomeni di fatica e depressione, con possibilità di ripresa ed esaltazione, nonché la permanente mancanza di reazioni associata alla morte. Colmo di timore reverenziale davanti a questa meravigliosa generalizzazione, con grande speranza esposi i miei risultati alla Royal Society, risultati avvalorati da prove sperimentali. Ma i fisiologi presenti mi consigliarono di limitarmi a

ricerche nell’ambito della fisica, in cui il mio successo era assicurato, invece di sconfinare nel loro campo d’indagine. Inavvertitamente ero penetrato nel territorio di un sistema di caste sconosciuto, violandone le regole dell’etichetta.

«Vi era anche un inconsapevole pregiudizio teologico che confonde l’ignoranza con

la

fede. Spesso si dimentica che Colui che ci ha circondato con il mistero in perenne

evoluzione della creazione ha istillato in noi anche il desiderio di porre domande e di

capire. Dopo anni e anni d’incomprensione sono giunto alla conclusione che la vita di chi

si consacra alla scienza è inevitabilmente costellata di lotte interminabili. Spetta a lui

donare la propria esistenza come un’offerta ardente, considerando tutt’uno la perdita e il guadagno, il successo e il fallimento.

!

51 In India il fior di loto è un antico simbolo divino: il dischiudersi dei suoi petali suggerisce l’espandersi dell’anima; l’affiorare della sua pura bellezza dal fango in cui ha origine contiene una benevola promessa spirituale.

55

«Col tempo le principali società scientifiche del mondo hanno accolto le mie teorie e i

!

miei risultati e riconosciuto l’importanza del contributo dell’India alla scienza. 52 Potrà mai qualcosa di ristretto o circoscritto appagare la mente indiana? Grazie alla sua tradizione, viva e ininterrotta, e alla sua vitale capacità di rinnovarsi, questo Paese ha trovato un assetto sempre nuovo, passando attraverso innumerevoli trasformazioni. Vi sono sempre stati degli indiani che, incuranti del plauso immediato ed esaltante del momento, hanno perseguito la realizzazione degli ideali più elevati della vita, non attraverso la rinuncia passiva, bensì attraverso la lotta attiva. Il debole che ha evitato il conflitto e nulla ha conquistato, non ha avuto nulla a cui rinunciare. Solo chi si è battuto e ha vinto può arricchire il mondo, offrendo i frutti della sua esperienza vittoriosa.

il mondo, offrendo i frutti della sua esperienza vittoriosa. JAGADIS CHANDRA BOSE   Il grande fisico

JAGADIS

CHANDRA

BOSE

 

Il

grande

fisico

e

b o t a n i c o i n v e n t o r e crescografo.

i n d i a n o , d e l

! (A SINISTRA )

Io all’età di sei anni.

!

«L’opera già svolta al Laboratorio Bose sulla reattività della materia e le inattese rivelazioni sulla vita vegetale hanno aperto amplissime prospettive di ricerca in fisica, fisiologia, medicina, agricoltura e persino in psicologia. Problemi finora considerati insolubili sono ormai entrati nell’ambito dell’indagine sperimentale.