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CARMINE SENATORE

RICORDI DI UN TEMPO CHE FU

I costumi, gli usi, le tradizioni, il folklore, le persone, le vicende, le emozioni, i sentimenti rappresentano il bacino di alimentazione della nostra memoria e della nostra coscienza. Sono questi gli elementi, modificati dagli eventi che si susseguono, la materia prima delle nostre rimembranze. Dopo essersi sedimentati nella nostra coscienza, si compattano, si uniscono ad altri fatti, precisi nel tempo e nello spazio, e danno origine ai nostri ricordi che in relazione al loro stato diventano pi o meno precisi. Sono frammenti, proprio per aver subito queste fasi, in ognuna delle quali avvengono azioni di trasformazioni, a volte di tipo superficiale, senza intaccarne la qualit, a volte di trasformazioni profonde e irreversibili. Spesso essi si stratificano nella nostra mente senza subire alcuna trasformazione, talvolta in condizioni particolari subiscono modificazioni e si mescolano tra di loro e da questo slittamento perfino eventi precisi sono alterati. Prima di stratificarsi subiscono profondi fenomeni di erosione che li smussano, li levigano e li arrotondano e, con fenomeni di lento trasporto, sincastrano fra loro. Nel momento in cui sono depositati, essi simprimono in funzione della loro pregnanza: quelli pi grossolani pi in superficie, quelli pi artefatti in maniera talmente cambiata da rassomigliare solo superficialmente ai ricordi originari. Vi sono poi eventi talmente traumatici che ne sconvolgono non solo la memoria ma anche la loro temporalit, mettendo quelli pi antiche in superficie e quelli pi recenti in profondit. Gli eventi grossolani, che a questi ricordi si accompagnano, sono la guida della loro temporalit, sono eventi che hanno una valenza ben definita nello spazio e nel tempo e ne definiscono una correlazione specifica con altri eventi che sono verificati in altre parti. A volte questi eventi mancano e se ne rende difficile la sistemazione, se non la semplice equivalenza relativa che ci permette di affermare se un evento si verificato alla fine. Talvolta, anche se il bacino di alimentazione dei ricordi simile per tutti quelli che hanno avuto la stessa matrice, ognuno, poi, nella sua memoria e in relazione ai percorsi individuali li incamera in modo diverso fino al punto da farli apparire diversi. A volte sono raccordati da versioni romanzate ataviche, frutto dimpressioni e di emozioni suscitate, non sempre reali, spesso sognate o immaginate. Se i bacini di alimentazioni sono diversi, ancora pi difficile correlare gli eventi e i ricordi che a essi sono legati. Fare poi una correlazione assoluta con definire et precise ancora pi arduo. E solo tecniche, ricercate, di psicanalisi, possono farle emergere e situarle e riferirli a momenti bel definiti e identificabili. E anche in questo caso, per lincertezza delle tecniche e spesso per imperizia professionale, li rende improbabili, confusi e incerti. Spesso le stratificazioni sono di piccolo spessore, perch vissute non pienamente ma maniera distratta e superficiale. E anche la memoria collettiva, proprio perch rappresentazione vista con occhi 2

differenti, conferisce incertezze e dubbi ed causa di dibattiti e di discussioni. Gli eventi di largo raggio sono resi parziali, perch vissuti con emozioni e sensazioni differenti e diverse. Narrare significa ricordare; ma ricordare vuol dire anche romanzare. Il principio di sovrapposizione, per cui ci che si deposita prima, pi antico di quello che si deposita pi recente, e quello di correlazione, che ne indica lequivalenza cronologica, se sono validi per le serie naturali, non sono validi per i ricordi e le testimonianze, poich mancano gli eventi cui riferirli. Sono quei ricordi sterili o, come si suol dire, privi di memoria e di riferimento.

Le ciliegie di S.Gerardo dei Tintori


E maggio. Gli umori del piovoso aprile e la temperatura, superiore alla media stagionale, sono le condizioni giuste. Saranno mature? La curiosit da appagare mi spinge ad affrettare il passo. Un cespuglio di roselline di maggio mi compare davanti allingresso del podere in tutto il suo splendore. Sono roselline piccole e con numerosi petali addossati gli uni agli altri. Lodore inebriante e antico mi coglie. Sono sempre le stesse, paiono immortali: sempre allo stesso posto, sempre nello stesso tempo, sempre lo stesso odore. La sensazione che mi coglie subito ne richiama altre, sincroniche e stuzzicanti. Sono sensazioni antiche e diverse. Mi richiamano colori e sapori, sempre vivi e mai sopiti. Finalmente la curiosit soddisfatta. A ciocche, isolate, a due, a tre, colori diversi immersi in un mare di verde. Sembrano tante dame e damigelle. Alcune ancora acerbe, nella loro turgida vitalit, sono pronte a scoppiare, altre con un rosso appena accennato, indizio di un pudore timidamente nascosto, e poi, le rosse intense in tutta la loro desiderata carnalit. Sembrano uscite da un budoir, da un salotto ovidiano con un trucco perfetto. Altre rassomigliano a quelle signore, che indaffarate da bambini da mandare a scuola e da colazioni da preparare, tirano fuori sul bus, che le porta al lavoro, matite e rossetti. Il loro trucco, fatto di frettolosit, si nota a prima vista. Tutte sono per appetibili. Ne mangio una, poi unaltra. Sono buone. Mi fermo, nonostante la dieta ne indica un basso potere zuccherino. Per la mia glicemia: un attentato. Mi fermo a osservare. Un lento e tenue venticello le muove in una danza armoniosa e corale. Pare un balletto. Delizie della primavera, leccornie per i bambini, esse hanno anche un santo protettore. Chi lavrebbe mai immaginato? E S.Gerardo dei Tintori, patrono di Monza. La mia mente rivive la mia fanciulezza, quando mia madre portava le primizie. Mettevano gioia e allegria. Sostituivano la marmellata. Pane e ciliege, che magnifica colazione! Ricordo come se fosse oggi, le scorpacciate con i miei compagni. Ancora non era diventato costume, cattiva abitudine secondo i dietologi, mangiare la frutta a completamento dei pasti. Quando si mangiavano, erano autentiche scorpacciate: fuori dai pasti e a stomaco vuoto. Alla fine satolli, in un supremo anelito restituivamo alla Terra quello che essa generosamente ci aveva donato. Erano continue scorrerie razzie. Non guardavano a chi esse appartenessero. Era il solito rito: toccata e fuga, dopo aver abbondamente concimato. Continuavamo cos per tutto il mese di maggio e la prima parte di giugno, quando i giovannini la facevano da padrona nella polpa, ormai talmente matura da diventare una succosa mousse. Ci che la terra aveva donato veniva a essa restituito.

Il primo (e unico) festival della canzone altavillese


Il primo (e unico) festival della canzone altavillese

Altavilla, Altavilla Paese di canti e musica Ti vede illuminata il marinaio Ti ammira verso il cielo la pianura Chi ha incontrato in te Un grande amore Non lo pu scordare E star lontano Cosi recitava la canzone prima classificata al I festival della canzone altavillese. Scritta dal veterinario Sacco e musicata dal maestro Alessandro Di Verniere, la canzone ebbe subito un gran successo e fu cantata da tutti gli altavillesi e divenne il simbolo della piccola cittadina. Recentemente dal gruppoAltavilla viva sotto la presidenza del nostro concittadino Ezio Marra, la canzone stata registrata da una cantante professionista ed diventato linno ufficiale dellAssociazione. E linverno del 1957. Da qualche mese terminato il festival della canzone di Sanremo. Per la prima volta gli organizzatori avevano deciso di far cantare i brani a cantanti debuttanti, per fare in modo che il festival tornasse a essere un "concorso di canzoni" e non una gara fra interpreti. Vince Aprite le finestre cantata da Franca Raimondi (Chi la ricorda pi?). La febbre contagia tutti gli italiani. Sotto legida dellazione cattolica, organizzato anche nel nostro paese il I festival della canzone altavillese. Professionisti e cittadini comuni, poeti in erba, e maestri e intenditori di musica, sono messi a dura prova nella composizione. Attilio Senatore, Giuliano De Rosa, il veterinario Sacco, Alessandro Di Verniere, il maestro Suozzo sono gli artefici del festival. Il tifo della cittadinanza, per luna o laltra canzone assume una febbre che poco a poco coinvolge tutta la comunit cittadina. Organizzatore e presentatore della manifestazione Manuccio Di Lucia, giovane studente universitario in giurisprudenza, abile nelleloquio e padrone dei mezzi espressivi. Le voci di Emilio Giannella, quella di Attilio Senatore, di Bruno Mazzeo e Giuliano de Rosa danno al festival 5

uneco che rimarr nel tempo. Tutte le canzoni del festival furono registrate su un registratore Geloso a nastro, uno dei primi prototipi del tempo. Due giovani, parenti di Duccio Baione, provenienti da Roma, sono i tecnici del suono. Per molte settimane le canzoni sono cantate e i motivi, anche se accennati, diventano patrimonio di tutta la comunit cittadina.

Met..e met - l'ufficio postale di una volta


Centro della vita pubblica ed economica, luogo di attesa e di speranza, questo lufficio postale nei piccoli paesi. Nel mio lufficio si trovava al limite della piazza, laddove iniziava la discesa del quartiere Franci. Il direttore, un uomo grande e grosso, con le orecchie a sventola, era leffettivo padrone dellufficio che egli portava avanti insieme alla moglie e un altro impiegato assegnato da poco. Durante lo spoglio della posta, lufficio rimaneva fino a quando tale incombenza non fosse completata. Il postino aveva una memoria di ferro: ricordava a menadito i nomi di tutti quelli che avuto una lettera o una raccomandata. Una prima distribuzione avveniva davanti allufficio. Guardava tutti gli astanti e assegnavano loro una lettera, un giornale o una raccomandata. Poi iniziava lo smistamento, cominciando dalle viuzze del centro storico. Era stato ricavato da un locale terraneo detto fuori squadro, perch la sua planimetria non aveva alcuna forma geometrica. Infatti, non era n un quadrato n un rettangolo. Aveva due grandi portoni: uno che immetteva sulla via principale e laltra verso un oliveto. Erano stati ricavati due locali: uno rettangolare pi grande per lUfficio postale, un altro irregolare per salotto per barbiere con doccia, naturalmente a pagamento. Prima di diventare Ufficio postale era stato adibito a stalla e in seguito per dormitorio per rom e zingari. Il tempo era arrivato: occorreva utilizzarlo e si pens a una ristrutturazione delle parti interne. Fu affidato incarico a mastro Emilio su progetto di uno dei rampolli del proprietario. Divisioni, idraulico e durante il melodie del intonaci, impianti elettrici, un rudimentale impianto pitturazione: tutto affidato alle mani di mastro Emilio, che lavoro, si accompagnava cantando, avendo una bella voce, le tempo.

Io aspettavo Bruno con la sua seicento bianca per andare a scuola. Scendevo da casa e aspettavo la sua venuta e attendevo proprio nel luogo sede della ristrutturazione, per ascoltare la sua voce; anzi il pi delle volte anticipavo per ascoltarlo. Si usavano per le divisioni i quattro fori, mattoni leggeri in laterizio. La tecnica consisteva nel legare con la calce i vari mattoni che erano disposti in fila. Alla fila successiva siniziava con i mattoni sfalsati per concatenarli meglio. Occorreva pertanto a intervalli un mezzo mattone. Osservavo: martellina, mastro e mattone. Uno, poi laltro, poi un altro ancora. Ma mezzo mattone, mai. Colpi mal assestati, imperizia e frettolosit li mandavano in mille 7

pezzi. Fui costretto a intervenire. Mi feci dare la martellina. Colpetti per sentirne la compattezza e poi otto colpi ben assestati. Ed ecco le met. In dieci minuti ne feci pi di venti. Ammirazione e sorpresa da parte di mastro Emilio. Un suono di clacson. Era Bruno. Lacquisto del giornale, del pacchetto di pavesini e via.

Le bocce di Michelino

Si giocava. Principale attivit dei ragazzi. Il gioco si chiamava arreto o mierco. Consisteva nellutilizzare un piccolo coccio di terracotta rozzamente quadrato (5cmx5cm) detto appunto mierco. Dietro di esso, mantenuto rigidamente in piedi o con un poco di arena, ogni giocatore metteva una moneta di 5 o 10 . Il gioco consisteva nellabbattere con una pietra piatta detta appunto, staccia, il mierco e coprire con essa la moneta che ne rappresentava anche il premio. Il gioco passava al giocatore successivo fino allesaurimento delle monete. Colpo maestro: abbattere contemporaneamente il mierco e coprire con la staccia le monete. Ci si riusciva, per occorrevano grande perizia e abilit, lanciando la staccia immediatamente a monte dellattrezzo di terracotta e coprendo le monete. Le stacce inoltre per noi ragazzi erano utilizzate a mo di bocce, usando un coccio pi piccolo come pallino. Questo, perch era difficile procurarsi le bocce di legno. Chi aveva le bocce era invece Michelino, il cui padre falegname gliele aveva costruito modellandole da pezzi cubici di legno. Era un ragazzo con gravi handicap. Si muoveva con difficolt. Lo sguardo era rivolto verso lalto e braccia che si contorcevano a ogni movimento. Aveva difficolt nei movimenti, esprimeva e organizzava le reazioni del corpo in maniera lenta e scoordinata. Debole, per non dire assente il tono muscolare, che rappresenta lattivit primitiva e permanente dei muscoli e adattato ai bisogni della postura e degli atti motori e comportamentali. La sua postura era dinoccolata e incerta, giacch mancanti o per dire assenti i rapporti tra i vari segmenti corporei, inseriti nello spazio. Mancante quasi del tutto la coordinazione motoria; era evidente lincapacit di compiere con armonia e adeguata misura qualsiasi movimento. Quello, che era peggio, era strano e imprevedibile nel comportamento. Nessuno dei miei compagni voleva giocare con lui. Il campo da gioco era uno spiazza sterrato dietro al monumento. Era il luogo preferito da noi ragazzi, poich non passavano n automobili, per la verit assai poche, n motocicli n biciclette. Ogni tanto qualche carro guidata da qualche cavallo o asino transitava. Sinterrompeva e poi, dopo il passaggio, si riprendeva. I nostri genitori sicuri del luogo. Anche Michelino era portato dai genitori, qualche volta vigilato talvolta lasciato solo. Guardava, curioso, voleva partecipare. Io, impietosito, cercai di giocare con lui. Non lavessi mai fatto! A un certo punto mentre giocavo a bocce, mi sentii arrivare una palla di legno sul viso in prossimit dellorecchio. Per poco non svenni. Sangue copioso e dolore lancinante per molti giorni. Nei giorni seguenti, ogni volta che lo vedevo, cercavo di evitarlo. Il mio senso di compassione mi aveva giocato un tiro mancino. Nei giorni seguenti i genitori cercarono di non farlo pi uscire. Dal suo balcone ci guardava. Quanta tristezza! 9

Tecnologia e attrezzi
Betoniere capienti alcuni metri cubi per il trasporto di calcestruzzo, impastatrici semoventi e girevoli, seghe e pialle elettriche, carrucole automatiche..nulla di tutto questo. Erano, le braccia e linventiva, gli attrezzi degli artigiani del tempo. Il calcestruzzo era fatto a forza di pala. La ghiaia, linerte, era messa in una cassaforma di forma di parallepipedo con misure ben definite. Era tolto linvolucro di legno e sulla ghiaia era versato il cemento in quantit predeterminate. Era girato un paio di volte e poi era aggiunta acqua e rigirato pi volte per amalgamarlo. Il problema della malta era un capolavoro di finezza. Varie fasi lo precedevano. Si partiva dalla calce viva solida ottenuta dallarrostimento della roccia (carbonato di calcio) arrostita in appositi forni. I massi solidi di qualche decina di centimetri, erano messi in una fossa ed era aggiunta acqua. Dal procedimento si otteneva la calce spenta. Era questa, impastata con la sabbia e acqua, a diventare malta. Ricordo ancora la procedura: la sabbia in un cordone circolare, al centro la calce viva; con unapposita zappa, leggermente ricurva, era impastata e mescolata gradualmente; ogni tanto era aggiunta acqua. Il prodotto finito era la malta. Quanti rimproveri da parte del mastro se non era ben amalgamata. Il manovale figura di supporto al muratore era una vera e propria qualifica. Era lui a impastare, a scegliere la pietra giusta che poteva servire allartigiano. Poi i tipi di calce: per lintonaco grezzo (labbozzo), quella pi fini e infine quella finissima con calce viva dominante nellimpasto (iltonachino), tutti ottenuti con crivelli (cernicchi) con passanti di diverse misure. Gli attrezzi e le tecniche dei fabbri: un vero capolavoro di agilit e di destrezza! Allora asini, cavalli, e mucche erano ferrati. I ferri avevano diverse misure e forme, in relazione allo zoccolo dellanimale da proteggere(!?). Era un vero supplizio. Lunghia (lo zoccolo) era scarnificata e pulita. La prima fase consisteva nel riscaldare il ferro e nel tracciarne la forma sullo zoccolo. Il ferro, poi raffreddato, era chiodato con appositi chiodi al piede dellanimale. Se questo non supplizio! A vanghe, zappe e picconi erano rifatti lestremit. Lattrezzo era posto sul fuoco della forgia, alimentato con un mantice, che manteneva vivo il carbon fossile acceso. Questultimo era ottenuto rompendolo in pezzetti, grandi quanto una noce, da blocchi pi grossi. Il fumo pungente, che si sprigionava, stringeva in gola. Allattrezzo, incandescente, era tolta la parte consumata cui era aggiunto un pezzo di ferro nuovo con una placca che serviva da collante fra le due parti. Era qui che avvenivano i fuochi pirotecnici: lattrezzo rimesso nel fuoco della forgia, era portato su unincudine e qui era battuto con colpi decisi con una mazza e un martello, questultimo nelle mani del mastro. Al garzone la mazza. A ogni colpo uno sprizzare di scintille da tutte le parti. Bisognava allontanarsi a giusta distanza per non essere colpiti epizzicava. Era uno sfolgorio di scintille di dimensioni differenti che si spargeva tutto attorno. Girare il ferro per batterlo dallaltra parte era un altro capolavoro di bravura. Il mastro batteva il martello a un estremo dellincudine. Era il segnale che occorreva girare lattrezzo. Il garzone interrompeva la battitura e a sua volta incominciava a battere sullaltro estremo dellincudine. Girato il ferro, era il mastro a dare il segnale della ribattitura. Alla fine la forma e la giusta misura con uno scalpello tenuto da due robuste tenaglie. Il suono sullincudine: una 10

cadenza ritmica che risuonava allorecchio come una dolce melodia. E il falegname? Anche per lui, scalpelli, cui ogni tanto era affilata lestremit, trapani, chianozze, pialle scorzino, scanarola, vrhiara, seghe di tutte le forme e dimensioni, tutte manuali, da quelli a giro a quelle con il filo seghettato di varie dimensioni.I pezzi singoli erano lavorati sul banco, prima opera di quando si diventava mastro e si apriva bottega. E poi la colla. Si otteneva da un pezzo di plastica vetrosa, venduta da Placido, che a contatto col calore diventava liquida. Massima attenzione nel prepararla. Lattrezzo: due scatoli cilindrici e coassiali, inseriti luno nellaltro: in una, quella pi interna, la colla ridotta a frammenti pi piccoli, nellaltra lacqua. Era preparata per cos dire a bagnomaria. Lattenzione: impedire che lacqua a bollitura aumentando di volume potesse andare nella colla e impedirne o ridurne leffetto. Infine il calzolaio: nessuna macchina, tutto fatto a mano.Trincetti, martelli di forma particolare, lesine, spago, setole, ottenute dai peli dei maiali, pece, carta vetrata, spazzole.questi i suoi attrezzi. Infine su uno scafale numerose forme di legno per vari numeri e forme di calzature. Il suo deschetto, diviso in tanti scomparti, con forme e tipo di chiodi diversi e poi tanti, tanti attrezzi sparsi. Le scarpe erano chiodate per farle resistere pi a lungo, con vitarelle , cintrelle , guardapunte e guardatacchi. Per ogni artigiano, sensazioni diverse e tipiche: il suono dellincudine, lodore pungente dello zoccolo bruciato degli animali, lo sfolgorio delle scintille uscenti dal ferro incandescente, lodore della segatura e dei trucioli, quello resinoso della pece.Sono sensazioni strane, caratteristiche e difficili da descrivere, che per rimangono nella memoria!

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Nella bottega di Michelino Mazzeo


La bottega di Michelino era, usando un termine vetero-comunista, una fucina artigianale. Quante persone hanno imparato da lui il mestiere! Rassomigliava per un verso a una bottega artigianale, per un altro, per il numero dei praticanti, a un vero e proprio laboratorio. La bottega era situata in via Roma, laddove ora vi il negozio gestito dal figlio Fernando. Era un ampio locale con grandi scaffalature ricavate nelle pareti dei muri. Era l che Michelino metteva le stoffe da confezionare. Le sue abili mani tagliavano e cucivano con maestria .e diventavano giacche cappotti, pantaloni e gil. Due o tre macchine Singer, una nuovissima, automatica, e un ampio tavolone con un piano di legno di cinque centimetri, ben saldo e difficile, per il peso, da spostare, erano gli arredi. Faceva bella mostra posto su un supporto di ferro limmancabile attrezzo: un ferro da stiro a carbone. Aghi, bottoni, fodere, ditale e rocchetti di filo erano sparsi dappertutto. Sento ancora nel naso lodore acre, reso ancora pi pungente dalluso di una pezzuola, che era bagnata e strizzata, del vapore che si spandeva quando si stirava. Un pezzo di gesso per sarti era orgoglio e simbolo della sua autorit. Spesso per dargli il filo lo grattava con le forbici, tante, da quelle pi piccole ai forbicioni. Il suono cupo e deciso del taglio risuonava tutto attorno. In seguito la bottega si trasfer laddove era il retrobottega, mentre quella antistante divenne negozio di tessuti e, seguendo una vecchia tradizione, anche in parte oreficeria. Poteva soddisfare tutte esigenze dei promessi sposi e della clientela, compresa quella femminile. In un angolo un separ con un ampio specchio, per le misure. Pezzi e ritagli di stoffa, sparsi dappertutto, alla fine del lavoro erano raccolti dai tirocinanti. Una porta separava le due parti ed era proprio attraverso di essa che Michelino passava da mastro sarto a negoziante. Il fratello Bruno, prima che diventasse barista e poi maestro, era stato uno primi a imparare il mestiere e credo che Bruno abbia conservato ancora le abilit acquisite. Rappresentava il primogenito, e, essendo il padre alquanto anziano, ne faceva le veci. Era lui che provvedeva alle esigenze di tutti. Tanti giovani avevano imparato: da Ferdinando Russo, finito poi a lavorare nella Marzotto a Salerno, Peppe Arietta poi bidello e i tanti altri finiti al tempo della migrazione meridionale in Europa: chi, come Carmine Liccardi, in Francia, chi in America latina. Dominavano laboriosit, ordine e rispetto. La sua parola rispettata non tanto perch era il mastro, ma per i suoi consigli ed anche, spesso per i rimproveri. Era anche luogo di discussioni e di divertimento sano, genuino e allinsegna dello sfott, ma sempre nei limiti della misura e della decenza. Io, da giovane adolescente, gi diplomato, mi recavo nella sua bottega, sempre ben accolto non solo per i legami con mio padre, cui Mastro Antonio, il padre, aveva insegnato il mestiere. Amicizia e rispetto che si era consolidato nel tempo, essendo io stato garzone nella bottega del fratello Dino e compagno di studi di Giovanni. Erano momenti di discussione politica, essendo un accanito liberale di fede malagodiana. Erano ovviamente scontri, per sempre allinsegna del reciproco rispetto. Era stato, per, nelle elezioni del 1953 monarchico, amico e sostenitore di Covelli, uno dei maggiori rappresentanti del partito e un oratore di qualit con una facondia oratoria che sconfinava spesso nella retorica.

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Il miracolo economico e la mia famiglia


A partire dalla fine degli anni 50, sinnesc in Italia una fase di rapida trasformazione delle strutture economiche e sociali. Fu un processo che in dieci anni trasform la penisola da paese prevalentemente agricolo -sostanzialmente sottosviluppato - in un moderno paese industrializzato. Le cose per mio padre e per tutta la famiglia incominciarono a migliorare quando mio padre inizi a lavorare per la costruzione dei poderi e di altre infrastrutture. Con la riforma agraria, predisposta dal ministro dellagricoltura Antonio Segni, si aprirono molte fonti di lavoro. Essa interess circa il 30% della superficie agraria e forestale; furono espropriati circa 800.000 ettari, dei quali 650.000 nel Mezzogiorno. Si realizzava cos uno degli obiettivi politici di De Gasperi: creare una classe di piccoli proprietari (che poi divenne anche lossatura politica della democrazia cristiana), migliorare le arcaiche condizioni dellagricoltura in alcune parti del paese, consolidare con uniniziativa di giustizia sociale la costruzione della democrazia. In tutta la valle del Sele, e specialmente nella pianura di Paestum, furono costruiti numerosi poderi che poi furono dati ai braccianti che si erano battuti per la conquista delle terre. Sorsero infatti le cooperative agricole che programmando le produzioni e centralizzando la vendita dei prodotti diedero all'agricoltura quel carattere imprenditoriale che era venuto meno con la divisione delle terre. Si ebbe una migliore resa delle colture che da estensive diventarono intensive e quindi un migliore sfruttamento delle superfici utilizzate. Il lavoro agricolo che era stato fino allora poco remunerativo, anche se molto pesante, cominci a dare i suoi frutti gratificando cos coloro i quali vi si dedicavano. In seguito allo sviluppo dell'industria, l'agricoltura fin col divenire un settore marginale dell'economia, ma a seguito dello sviluppo delle tecniche moderne di coltivazione, vide moltiplicarsi il reddito prodotto per ettaro coltivato e quindi la redditivit del lavoro. Questa grande espansione economica fu determinata da una serie di fattori simultanei. In primo luogo, fu dovuta allo sfruttamento delle opportunit che venivano dalla congiuntura internazionale. Pi che lintraprendenza e la lungimirante abilit degli imprenditori italiani, ebbero effetto lincremento vertiginoso del commercio internazionale e il conseguente scambio di manufatti che lo accompagn. Anche la fine del tradizionale protezionismo dellItalia gioc un grande ruolo in quella fase. In conseguenza di quellapertura, il sistema produttivo italiano ne fu rivitalizzato, fu costretto ad ammodernarsi e ricompens quei settori che erano gi in movimento. La disponibilit di nuove fonti di energia e la trasformazione dellindustria dellacciaio furono gli altri fattori decisivi. La scoperta del metano e degli idrocarburi in Val Padana, la realizzazione di una moderna industria siderurgica sotto l'egida dell'IRI, permise di fornire alla rinata industria italiana acciaio a prezzi sempre pi bassi. Il maggior impulso a questa espansione venne proprio da quei settori che avevano raggiunto un livello di sviluppo tecnologico e una diversificazione produttiva tali da consentir loro di reggere lingresso dell'Italia nel Mercato Comune. Il settore industriale, nel solo triennio 1957-1960, registr un incremento medio della produzione superiore al 30 %. Il miracolo economico non avrebbe avuto luogo senza il basso costo del lavoro. Gli alti livelli di disoccupazione negli anni 50 furono la condizione perch la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente lofferta, con le prevedibili conseguenze in termini di andamento dei salari. Il potere dei sindacati 13

era effettivamente fiacco nel dopoguerra e ci apr la strada verso un ulteriore aumento della produttivit. Dalla fine degli anni 50, infatti, la situazione occupazionale mut drasticamente: la crescita divenne notevole soprattutto nei settori dellindustria e del terziario. Il tutto avvenne, per, a scapito del settore agricolo. Anche la politica agricola comunitaria assecond questa tendenza, prevedendo essa stessa benefici e incentivi destinati prevalentemente ai prodotti agricoli del Nord Europa. A questo si accompagn anche un deciso aumento del tenore di vita delle famiglie italiane. Nelle case facevano la loro comparsa le prime lavatrici e frigoriferi (la cui produzione era svolta soprattutto da imprese italiane di piccole e medie dimensioni). Anche le automobili cominciavano a diffondersi sulle strade italiane con le Fiat 500 e 600 che diede grande impulso alla produzione della casa torinese. Si costruirono anche le prime autostrade a partire dalla Milano-Napoli, l'Autostrada del Sole. Anche a casa mia incominciarono ad arrivare i primi elettrodomestici: il frigorifero, la televisione e limmancabile giradischi. Il risultato di questo processo

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Le mie prime esperienze sessuali


Avevo tre o quattro anni. Mia madre aveva pregato la mia comare, sarta, di sorvegliarmi per una mezza giornata. Dopo aver giocato e pranzato, ci stendemmo su una coperta per un pisolino. Mi prese il pisello, lo indur, poi mi prese su di s stringendomi e si strofin il mio pisellino sul suo ventre peloso. Credo che si sia masturbata cos. 1950: anno santo. Rita la mia vicina di casa era andata a Roma dallo zio per visitare il papa e ricevere la benedizione urbi et orbi. La folla gremiva la piazza di S.Pietro. Tutti spingevano. Raccontava, credendo che io non capissi niente, che si era trovato il vestito nella parte posteriore pieno di liquido spermatico. Intorno agli undici, adolescente e curioso, da una persona pi giovane che mi avvi alla masturbazione. Frequente poi divennero l e masturbazioni con i miei compagni, sia allaperto, sia al chiuso. Ebbi anche unesperienza omosessuale. Liniziatore: quello che mi aveva iniziato alla masturbazione. Mi port in un deposito di attrezzi e qui approfitt di me. In cambio un gelato. Ebbi anche unaltra esperienza. Questa volta ero io lattore, poich il mio compagno mi chiedeva di penetrarlo e pretendeva che lo baciassi in bocca. Seguirono altri incontri che finirono con la mia prima esperienza bisessuale. Antonietta era una mia coetanea. Spesso veniva a casa. Quella volta mia madre non cera come pure le mie sorelle. Si venne a sedere sulla sedia davanti a me. La sentii ansimare: era visibilmente eccitata. Ci alzammo ci abbracciammo e cominciammo a stringerci fortemente. Poi cademmo a terra, dove ci afferrammo come fosse una lotta. Ci rotolavamo, ci stringevano con i nostri ventri. A un tratto un lungo sospiro. Era venuta. Ci alzammo e and a prendere un gelato al bar. Io non avevo osato sollevarle i vestiti. Perch non farlo strofinandoci i nostri ventri? La invitai di nuovo, ma non volle venire. Spesso con altre compagne toccavo il sedere e le incipienti mammelle. Ricordo ancora la loro durezza. Qualche volta una palpatina tra le cosce. Goduria e masturbazione solitaria. Unaltra esperienza con una ragazza che andava a lezione da un precettore diverso dal mio. Quando si trovava in difficolt, veniva da me per farsi aiutare nellesecuzione dei compiti. Un giorno incominciai a toccarla. Spesso la stringeva. Un giorno la afferrai e la stesi sul letto. Stretti, la sentii svenire. Era venuta. Io arrivai tre volte consecutive. Il giorno dopo preso da coraggio la invitai a togliersi le mutandine. Lo fece. Ed io tirai fuori il mio pene e senza osare uneventuale congiunzione, mi masturbai vicino al suo culo. Venni. E cos altre volte. Anche questavventura fin, perch andammo a studiare a Salerno. Il ricordo rimase nella mia mente e per molto tempo fu lispirazione delle mie fantasie sessuali e dei miei sogni.Il 20 febbraio 1958 approvata la legge Merlin, che entrer in vigore il 20 settembre a mezzanotte.Ultimo giorno di scuola della terza I^. Da qualche mese avevo compiuto i 18 anni. Si decide, poich con linizio dellanno i casini erano chiusi, di andare a fare una visita. Allingresso tanto ero emozionato che mi cadde la carta didentit dalle mani. Naturalmente, senza una lira, abbiamo solo guardato. Finirono cos allinsegna della curiosit e della scoperta le mie prime esperienze sessuali. Era iniziata la giovinezza. E questa unaltra storia

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Un animatore della cultura altavillese: Diodoro Mastandrea


Siamo agli inizi degli anni 60, un giovane intellettuale salernitano, in seguito alla vincita del concorso direttivo, nominato direttore didattico delle locali scuole elementari di Altavilla Silentina. Il suo nome: Diodoro Mastandrea. Sinstalla in quel di Altavilla, in una stanza dellallora affittacamere Suozzo, e pranza nella nascente trattoria Rufo. Vive la vita quotidiana dei professionisti e degli studenti universitari altavillesi. Con loro gioca a boccie e a scopone, non per puro diletto ma per guadagnarne lamicizia e la stima. Con la sua Volkswagen, maggiolino, di color verde, si vede per le strade del paese a ritorno dalle visite scolastiche, non solamente burocratiche, ma anche per dare consigli pedagogici ispirati allinnovazione e alla ricerca didatticometodologica. Subito rivela sua indole: un giovane intellettuale che aspira a cambiare e a modificare la vita di una comunit. Si circonda di giovani professionisti e studenti universitari altavillesi e ne alimenta aspirazioni e curiosit intellettuali. D vita e rigoglio al centro di lettura, mirabilmente diretto da un giovane maestro Giovanni Sambroia. Subito ne fa un luogo non solo lettura, arricchendone la biblioteca con nuovi testi non solo letterari ma anche con saggi storici e di politica, ma una sala di conferenza e di discussioni. La sua formazione era quella di un uomo che si era formato su classici dello spiritualismo cattolico, da Maritain a Devaud, vicino politicamente al popolarismo cattolico. Un giovane intellettuale cattolico, aspirante per sua indole alla politica militante, portato per la prima volta ad Altavilla. E Ciriaco De Mita che diventer presidente della democrazia cristiana e segretario nazionale. Le idee, le proposte, gli ideali suscitarono in noi, anche di sinistra, novit ed entusiasmo. Abituati comeravamo alla politica clientelare della Democrazia cristiana, diretta e manomessa dalla Coldiretti, la sua azione e il suo modo di fare ci sembrarono unassoluta novit nel panorama politico altavillese. Una serie di conferenze tenute da noi stessi seguite da discussioni e dibattiti erano allordine del giorno. Tutti ne fummo coinvolti. Anche Don Amedeo Molinara, con tutti i pazienti da assistere, fu investito in questavventura. Grazie ai suoi consigli un gruppo di giovani, tra i quali, io stesso, Peppe Galardi, Mario Guerra, aderimmo al movimento di collaborazione civica, in origine unassociazione milanese che in seguito si occup delleducazione degli adulti. Il movimento si era esteso anche e soprattutto nel mezzogiorno con lobiettivo di elevare culturalmente le masse popolari meridionali. Incominciammo ad avere qualche finanziamento. Con esso aprimmo un centro diretto validamente da Peppe e comprammo libri di letteratura neorealista. I libri di Sciascia, Silone, Pavese, Calvino, Garcia Marquez, Hemingway, Proust, Bulgakov entrarono a far parte del nostro patrimonio culturale. Io e Amedeo Cennamo andammo a convegno a Roma per dibattiti e conferenze. Era un proliferare didee e diniziative. Chiedemmo cataloghi e libri in omaggio alle varie case editrici. Linnata iniziativa al fare di Diodoro, il suo continuo correre da una parte allaltra, gli caus un incidente automobilistico dal quale usc indenne grazie alla robusta carrozzeria della sua auto. Non rimase molto ad Altavilla, ma i semi della sua azione aprirono nuovi orizzonti, coinvolgendo i giovani altavillesi nella cultura e nellarte. Come maestro di ruolo lo ritrovai a Battipaglia nel 1965. E anche l fece sentire la sua autorit morale e culturale, 16

lasciando nella comunit scolastica un profondo ricordo. Poi, ne ho perdute le tracce..

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I miei amici di Sgarroni


Ricordare gli amici significa ripercorrere un tratto della propria adolescenza. Il ricordo lascia in noi tracce cos profonde che ne marcano per sempre e lasciano impronte indelebili anche sul carattere di ognuno di noi. I miei amici della mia adolescente provenivano da una contrada fatta di persone sane, oneste e laboriose: Sgarroni. Linconsapevole inerzia delle amministrazioni aveva tenuto la contrada fuori dal consesso civile dallora. Sembrava che il paese si fermasse a Cielo e Terra in prossimit del cimitero. Oltre, nessuna strada, mancanza, questa generalizzata, di acqua potabile e di luce elettrica. E stata, credo, lultima contrada ad avere lenergia elettrica. Il rispetto per gli altri, la laboriosit e anche in parte la sudditanza alla classe pi abbiente esistente al tempo, ne avevano impedita qualsiasi forma di ribellione. Non cos Cerrocupo, dove pure la sudditanza era pi marcata, quando nel 1956 dette il colpo mortale e decisivo alla sconfitta della Stella, capeggiata da Don Ciccio Mottola. Tutti gli elettori della contrada ebbero il coraggio di scrivere sulle schede elettorali le parole Acqua e luce, determinando in tal modo lannullamento delle schede in numero tale da determinare la sconfitta della lista di Don Ciccio. E vero anche che nella contrada, le terre avevano una fertilit minore a causa dei terreni esistenti: massi di alcuni metri cubi erano cosparsi tra i terreni argillosi dominanti. Queste condizioni geopedologiche erano state la causa del diffuso latifondo. I possedimenti dei Mazzei ne erano lesempio pi emblematico. Altre terre invece erano date in comodato duso. Il mio amico, il pi antico, non solo per et, era Amedeo Cennamo: un ragazzo che superava in altezza e anche in intelligenza ognuno di noi. Il padre esercitava un mestiere non molto diffuso, lestimatore di fondi rustici. Era apprezzato per la sua onest e per la sua oggettivit nella valutazione. Orbene Amedeo era stato mio compagno di classe. Di qualche anno pi vecchio rispetto alla generalit della classe, era un ragazzo timido e timoroso. Ovviamente il maestro lo aveva collocato, per la sua altezza allultimo banco con Angelo Cennamo, entrambi con le stesse potenzialit intellettive. Studiosi e laboriosi erano, nella loro modestia, punte di riferimento della classe. Amedeo allora molto religioso era dedito a confessioni e comunioni quotidiane. In seguito con la giovinezza credo si sia allontanato da tali pratiche. Era diventato maestro di ottime qualit, punta di orgoglio anche nella classe magistrale altavillese. Il rispetto della dignit umana e dei valori che ne sono alla base ne ha mossa non lazione magistrale ma anche il comportamento umano e civile. Da giovani, appena diplomati aderimmo alla Movimento di Collaborazione civica e nel 1961 fummo scelti dal gruppo a rappresentare il paese a un convegno a Roma. Si era in estate. Lafa romana, che scioglieva il catrame delle strade, ci costringeva a tenere, nei momenti di pausa, i piedi in bidet per rinfrescarli. Se Amedeo era stato il primo, con chi, invece, il sodalizio era stato pi profondo, erano due amici inseparabili: Dante Brenga e Peppino Lettieri. Questultimo figlio del sanaporcella un mestiere che esercitava insieme al padre. Era nato settimino e questo ne aveva impedita una crescita normale o, per meglio dire, pi bassa della media. Mancando la scuola media, erano costretti a rivolgersi a una precettrice: Olga Marra, una maestra ancora fuori ruolo, in possesso di buone conoscenze e capace di impartire nozioni fondamentali per la scuola di avviamento dallora. Infatti, la scuola media allora era divisa in due indirizzi: la scuola 18

media tradizionale col latino e la scuola di avviamento, in genere frequentata dagli studenti provenienti dalla classe pi umile, con la tecnologia e le scienze. Ci vedevamo di sera allimbrunire con Peppe e Dante. Essi venivano la sera a piedi: Peppe da S. Martino e Dante da Sgarroni. Analogo percorso anche al ritorno. Scambiavamo quattro chiacchiere tra di noi e qualche discussione. Peppe, con laiuto del nonno profondamente legato al nipote, era riuscito a farsi una discreta biblioteca che mostrava con orgoglio a tutti gli amici. Sotto il pergolato a pigliare il fresco e a mangiare unuva particolare che non ho pi trovato: un moscatellone a chicchi grandi e piccoli che maturava gradualmente. Finiranno: Dante nellesercito, dove diventer sottoufficiale superiore e Peppino impiegato al ministero delle finanze nella lontana Treviso. Mio amico era anche Germamo di Marco, Il compagno Di Marco come noi lo chiamavamo. Con Amedeo, suo fratello, e Germano organizzammo una gita a piedi da Sgarroni sui Monti alburni con sosta in un fondo di un parente per mangiare uva moscatella. Germano era piuttosto compagno di gita, giacch allora aderiva al Partito liberale di Valitutti. Saranno la lontana Treviso, le amicizie e le condizioni politiche che lo faranno maturare e aderire, con tutto lentusiasmo del neofita al PCI.

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Le recite parrocchiali
La mancanza di qualsiasi struttura culturale, fece aderire una parte di noi, pur essendo orientati a sinistra, verso lunica, se non esclusiva, agenzia nella quale fare un po di cultura: lazione cattolica. Presidente dellassociazione era Giovanni Di Paolo, nipote di Don Domenico, studente in giurisprudenza. Si trasferir, poi, a Roma, dove diventer funzionario del ministero delle Finanze (diriger la rivista pubblicata dallo stesso ministero). Un ricordo di Giannino (cos noi lo chiamavamo): ogni domenica aspettava sotto casa mia in un angolo, per ben visibile dalla cucina di casa mia, Maria, che veniva da Cerrocupo, la sua fidanzata e poi moglie. Giochi innocenti, come tenere la mano nella mano, fecero scattare lira di mio padre. Motivo: offriva alle mie sorelle uno spettacolo indecente. Si pu capire la reazione di Giannino: si fece rosso come un peperone e mai pi os fermarsi sotto casa nostra. Lassociazione, allora, era, dove si trova ora la sede dellassociazione di Altavilla viva. Tre stanze una dentro laltra. Nella prima un tavolo di ping pong. Fu proprio qui che apprendemmo i rudimenti del gioco. Alcuni, come Gigino Guerra, raggiunsero livelli di eccellenza. In seguito lassociazione si trasfer momentaneamente nella casa canonica, nel frattempo costruita. Al primo piano da una parte unampia scalinata in pietra, che portava agli alloggi di Domenico, davanti proprio in corrispondenza del portone un corridoio lungo il quale una scalinata portava in quella che erano state stalle e portava in un piccolo giardino, in fondo al corridoio una porta portava in un ampio salone. Proprio qui si svolgevano le recite parrocchiali. In fondo il palcoscenico, nel lato pi lungo una finestra e un balcone perennemente chiuso poich mancante di ringhiera. Il palco, era stato costruito da un falegname e divenne struttura permanente della sala. Le recite avevano una tradizione vecchia, perch gi da ragazzo vi si svolgevano. Gli attori principali per le parti pi importanti: Adelfio Senatore, Bruno Mazzeo e per le parti comiche limmancabile Giuliano De Rosa. Grande successo ebbe nellopinione pubblica altavillese la rappresentazione di Tommaso Moro, lintellettuale cattolico che si ribell alle direttive di Enrico VIII in seguito alla sua ribellione alla chiesa cattolica e alla nascita della chiesa anglicana. La parte, interpretata con maestria da Bruno Mazzeo, ebbe ampia risonanza e consacr Bruno come attore di qualit. Lo spettacolo, e questorganizzazione rimase, si articolava in tre momenti distinti: un dramma, una comica e un variet canoro. Attore di eccezione della comica: Giuliano de Rosa. La sua figura magra e dinoccolata, i suoi capelli con una fila al centro che Giuliano raccoglieva costantemente allindietro, gli conferivano una verve comica di prestigio. E poi limmancabile presentatore: Manuccio Di Lucia, che fungeva anche da regista. Era lui che, quando andava a Napoli, comprava i libretti delle rappresentazioni. La struttura, il ricordo, le emozioni si erano stratificate ed erano diventate tradizioni e patrimonio della cultura altavillese. Fummo noi, giovani professionisti, negli anni 60, a raccoglierne leredit. Gli attori dallora: Giacomino Antico, il fratello minore di Attilio Senatore, Gigino Guerra, e, nelle parti 20

comiche, Carmine Rizzo; presentatore: Tonino Bassi, regista: Peppe Galardi. E poi, tutti insieme, sceneggiatori, costumisti e personale addetto al cambio di scene, il cui materiale era comprato da Placido Guerra con le spese naturalmente riportate sul conto di don Domenico. In una comica, attore protagonista Carmine Rizzo, facemmo intervenire nella parte di salumiere e di padrone di casa Carmine Mangone, il calzolaio. La sua apparizione sulla scena suscit una risata generale di tutta la sala. Non poteva essere altrimenti: la sua figura, stempiata, con la testa sparsa di raro pelo, con quattro dita anchilosate, il suo costume (un vestito da salumiere stretto e corto con molte macchie) e le poche battute dette in un italiano stentato suscitarono unilarit irrefrenabile da parte degli astanti. E il ricavato? . Per una pizza per tutti (attori, regista e personale vario) nella nascente trattoria Rufo.

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Tre fatti di cronaca nera di tanto tempo fa


****I nomi dei protagonisti sono stati criptati con nomi fasulli per ovvi motivi di riservatezza. I fatti sono realmente accaduti e il riferimento a essi non casuale.

------------------------------------------------------------------------Tre fatti di cronaca nera tennero desta lopinione pubblica altavillese: annegamento di due innamorati, un omicidio e il disseppellimento di cadavere. Questultimo fu scoperto in seguito ad una denuncia da parte di alcuni vicini che sentivano da una casa provenire strati olezzi. In seguito allintervento dei carabinieri si suppose che allinterno della casa era nascosta qualche cosa di putrescente. Di qui lintervento del magistrato. Maria aveva disseppellito dal cimitero nel quale era tumulato il cadavere del suo convivente e nottetempo se lera portato in casa dove laveva murato in una nicchia della sua casa. La storia di questa donna era iniziata quaranta anni prima, quando allora trentenne aveva accolto un mutilato della grande guerra privo di braccia e di gambe. Marco, questo era il suo nome, era curato con premura e dedizione: Maria gli dava da mangiare, lo lavava e lo puliva. Marco era diventato per lei lunica ragione di vita. Alla sua morte Maria rimase sconvolta e profondamente addolorata: non si dava pace e lo chiamava notte e giorno. La poverina, in preda a crisi isteriche, pens di andarlo a disseppellire nottetempo si arm di pala e piccone, scavalc il muro di cinta, e si mise scavare. Dopo alcune ore, finalmente, raggiunse la bara, la apr, prese il cadavere lo avvolse in un lenzuolo se lo port a casa, non prima di aver coperta la bara, ormai vuota, col terreno smosso. Qui lo mur in una vecchia nicchia scavata in una parete che serviva come armadio a muro Quando preparava da mangiare, apparecchiava per due, lo chiamava gli parlava e dialogava con lui. Lintervento del magistrato, dei carabinieri e del medico legale riusc a scoprire Il cadavere murato. Poich era molto deteriorato Maria afferm che era una vecchia capretta morta, cui era molto legata. Alcuni particolari anatomici per facevano pensare a un cadavere umano. Poich i mezzi dindagine allora erano molto rudimentali, fu inevitabile andare a verificare se cerano stati il disseppellimento e il trasloco del cadavere. Sipotizz, mancando di braccia e di gambe, che potesse essere quello di Marco. Il disseppellimento accerta le ipotesi fatte. Maria fu portata in carcere in attesa del processo che si svolse alcuni anni dopo. Maria ormai malata fu prosciolta da ogni accusa Nelle motivazioni della sentenza assolutoria si mise in particolare evidenza lamore smisurato per il suo Marco. Ormai libera dopo alcuni giorni mor.

Altro

caso

che

ebbe

enorme

emozione 22

fu

lannegamento

di

due

amanti

contrastati nel fiume Calore. Carlo era un giovane bello e forte: aveva occhi azzurri e capelli biondi. Lucia era bellissima. Da giovinetta, per, aveva avuto un incidente: un ordigno bellico, mentre pascolava, le aveva tranciato alcune dita. Inseguito a questo incidente, la mano aveva perduto qualsiasi sensibilit e un poco alla volta linsensibilit si estese anche il braccio. In seguito a questa menomazione i genitori avevano deciso che mai lei sarebbe andata in sposa, soprattutto per il fatto che aveva ricevuto una buona pensione di guerra, fonte sostanziosa per tutta la famiglia. Una folta capigliatura nera le copriva la fronte inanellata da due occhi neri e profondi. Un giorno si ritrovarono in un prato, mentre pascolavano le loro caprette. Uno sguardo, languido e furtivo, li avvolse. E lamore!...Si accorsero presto, per, che quellamore era impossibile I timidi cenni per parlarne con le rispettive famiglie furono accettati con urla e minacce:mai e poi mai questo matrimonio si sarebbe fatto. Infatti, pensavano che in seguito al matrimonio lei avrebbe perduto la pensione, per loro una fonte importante di sostentamento. Nonostante lostinazione delle famiglie, Carlo e Lucia continuarono a vedersi: sguardi furtivi e sempre da lontano. Le famiglie fecero di tutto per impedire ai due giovani di vedersi; anzi impedirono loro persino di andare a pascolare. Una notte destate, quando i familiari dormivano, Carlo scavalc la finestra e and nel fienile, dove Lucia lo raggiunse. Di comune accordo decisero di suicidarsi lanciandosi nel fiume che attraversava le loro terre. Dopo essersi baciati appassionatamente e giurato eterno amore, si gettarono nel fiume. E qui furono inghiottiti dalle acque. Qualche giorno dopo, ritrovarono i corpi dei due disgraziati. La tragedia aveva fatto conciliare intanto le famiglie. Si decise di comune accordo di seppellirli insieme. Dopo quaranta giorni i familiari di stretto lutto con gonne e camicie nere, il padre pens di far scrivere unepigrafe sulla tomba dei due amanti che intanto erano stati tumulati nella stessa tomba. Poich era analfabeta, si rec dallintellettuale del paese don Enrico. Era stato costui maestro elementare e successivamente direttore didattico. Era stato anche animatore di una lista civica Lorologio che era contrapposta alla lista La stella capeggiata da Don Ciccio. Aveva fama di essere anche poeta. Ormai vecchio arrotondava la sua pensione con gli introiti di alcuni possedimenti, dati a mezzadria ad alcuni contadini. Buss alla porta col maniglione di ferro. Da un foro sopra il battente, si sent la voce di una delle nipoti di Don Enrico che chiese cosa volesse. Alla risposta lo fece accomodare, dopo aver ritirato il paniere di fichi freschi. Lo fece accomodare nello studio. Su u tavolo di legno massello era ammassato di tutto: da vecchi articoli di giornali, carte e pennini per inchiostro a penne di struzzo. Quando lo vide, lo salut con ossequi e riverenza, togliendosi il cappello. A sentire la richiesta, lo riprese dicendo che la scritta sulla tomba non si dice scritta ma epigrafe o epitaffio. E lo invit a ritornare allindomani. Il giorno dopo, di buonora, si rec a ritirare la scritta, che don Enrico gli consegn, dopo avergliela letta. Vissero e morirono damore, epigrafe che si pu ancora vedere sulla lapide. 23

Luigi si era innamorato della figlia di Antonio gi sposata. I due amanti si vedevano di nascosto. Quando la notizia giunse allorecchio del padre, questi decise di ammazzarlo per impedire che londa della vergogna lo travolgesse insieme alla sua famiglia. Decise pertanto di ammazzarlo. Lo attese col fucile carico e con un colpo lo uccise. Il giorno dopo, impassibile, simbarc per andare nellAmerica latina. I preparativi della partenza erano stati preparati con cura i giorni precedenti. Il cadavere fu ritrovato il giorno dopo. Lesame grossolano delle feci e un mozzicone di sigaretta della stessa marca portarono allindividuazione di un giovane di Cerrocupo, rivale in amore nel passato di una stessa donna. Durante il processo gli indizi presentati dallaccusa e lalibi del giovane portarono alla sua scarcerazione. Solo alcuni anni dopo lassassino ritorn dallAmerica. Durante una festa con pochi amici, nel pieno delleuforia, dovuta allabuso smisurato di alcolici, svel che era stato lui lassassinio del giovane. Tutto rimase segreto ...ma, come si sa, le voci si diffondono..

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Lunica scuola statale: la scuola elementare


Con larrivo degli aiuti americani il paese riprese a vivere. Si aprirono le scuole in grandi stanze ai lati del castello. Un lungo corridoio allaperto proprio corrispondente a quello che portava al frantoio con lati grossi stanzoni utilizzati per aule. In un lato, in fondo ai lati della cattedra, vi erano da una parte la lavagna dallaltra una stufa in terracotta a legna. In una parete un armadio con vetri. Vi erano racchiusi solidi geometrici e mappamondo. I bagni turchi, in fondo al lungo corridoio, maleodoranti per mancanza dacqua. Le classi erano numerose: in prima elementare circa 60 alunni, per mancanza di aule e di maestri, alcuni ancora non tornati dalla prigionia. Alle maestre erano affidate le prime classi, ai maestri le classi quarte e quinte. Le cose incominciarono a migliorare con il loro trasferimento nel centro storico di fronte alla casa del maestro Vincenzo. Maestri pi numerosi cambiarono lassetto delle classi: una trentina di alunni per classe. Immancabili le punizioni corporali in casa di mancanze, abitudini che si protrarranno anche nei decenni successivi sessanta e settanta. Con gli anni 80, tollerate, fino a scomparire. Alcune punizioni erano terrificanti. La bacchetta come simbolo e parte integrante dellarredo scolastico. Uso di ortiche e ceci sotto le ginocchia erano la norma. Vi erano poi le punizioni personalizzate. Quelle del mio maestro incutevano terrore: ci metteva con la testa in mezzo alle gambe del maestro, mani dietro la schiena, afferrate e tenute rigidamente dal maestro, bacchettate in queste condizioni sul sedere. Per la verit erano riservate ai maschi, in caso di mancanze gravi. Ci si recava almeno unora prima a scuola, per fare competizioni tra le varie classi organizzate dai caporioni di ogni classe. Il mio era Mario Crisci, di qualche anno pi vecchio della gran parte di noi. La sua amicizia era segno di rispetto e di protezione. Era lui che aveva biglie di ferro che portava in una borsa di legno, per giocare a bocce. Ricordo una volta, in piena atmosfera di silenzio, un rumore ci fece trasalire. Le biglie con un rumore assordante finirono in mezzo alla classe. Ovviamente, massima punizione. Ogni banco di legno aveva architettura classica: aveva un pianale leggermente inclinato, che si apriva e vi si metteva la cartella e un ripiano di una decina di centimetri con due buchi circolari per mettere i calamai dinchiostro. I quaderni erano con la copertina nera e quasi sempre pieni di macchie che erano asciugate con carta assorbente non posseduta da tutti. In prima siniziava con le aste e bastoncini, prima con la matita e poi con penna con inchiostro. Il passaggio, dalluno allaltro attrezzo, a dir poco, era traumatico. A casa molti di noi usavano per asciugare linchiostro la cenere del camino o del braciere. Se i maestri divennero pi numerosi, il numero di alunni per classi ridotto, non portarono certo al miglioramento delle condizioni igieniche. I bagni, turchi, posti in quella che una volta era una stalla, adattati e con luce che proveniva da unapertura circolare. Simparavano le poesie a memoria, sempre le stesse e codificate (S.Martino, Tamo pio bove.) Sinsegnavano le discipline come prima della guerra, anche se le condizioni politiche avevano cambiato lassetto dellEuropa. Per questo si recitavano a memoria le capitali delle Repubbliche baltiche, ormai parti integranti dellimpero sovietico. Geometria pian e solida, con esercizi sulle aree e sui volumi, divisioni con cifre intere e decimali, moltiplicazioni e divisioni per 10, 100,1000, riduzioni ed equivalenze: questo il programma di matematica. Lettura, con lobbligo di portare il 25

segno. Era proprio la scuola dellessenzialit: scrivere, leggere e far di conto. Immancabile leducazione fisica, con esercizi con gli arti inferiori e superiori. E poi schieramenti, marce e riposi. Punizione generalizzata: luso della bacchetta, usata per un duplice scopo, come indicatore di citt, monti e fiumi sulle carte geografiche, politiche e fisiche, e come mezzo di coercizione di massa. Dieci, venti, trenta bacchettate erano la norma: veri supplizi. Era vietata qualsiasi lamentela a casa. Il rischio era aggravare la situazione con altre punizioni da parte del genitore. Chi erano i maestri del tempo? Alcuni severissimi, tipo la sig.rina Ninetta Belmonte, altri burberi benefici, tipo Cecchino di Verniere, la cui voce possente incuteva paura e rispetto al solo sentirla, buoni e alquanto dolci Beniamino Guerra e la sig.ra Giovine, moglie di Paolo Tesauro OIivieri, anchegli maestro, e i coniugi Scarsi. Il maestro Nando (Ferdinando Belmonte), fratello della sig.rina Ninetta, credo sia stato il primo maestro ad andarsene a Salerno, seguiti da quasi tutti gli altri.

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Anche a me capitato... a scuola da Manuccio Di Lucia


Avevo appena conseguita la licenza media nella sessione estiva. Un bel 7 in latino faceva bella mostra nel risultato finale. Due finezze traduttive nella versione dallitaliano in latino, astuto qual era (qua astutia erat) e un cuius interest utilizzando anzich cuius la forma arcaica cuia, avevano suscitato il plauso e lammirazione della commissione desame. Non cos era stato lanno precedente, quando il salto, due anni in uno, non era stato coronato da successo. Era costume ai miei tempi, quando gli alunni avevano frequentato la quinta elementare, presentarsi direttamente agli esami di ammissione alla scuola media. Lo facevano soprattutto i figli dimpiegati e commercianti, mentre i figli degli operai e dei contadini sostenevano gli esami di quinta elementare. Quindi i primi non conseguivano la licenza elementare, perch gli esami erano contemporanei di quelli di ammissione. Io sostenni pertanto gli esami di ammissione alla scuola media lanno dopo. Allora non esisteva in paese la scuola media, per cui quelli che non potevano andare a pensione a Salerno a frequentarla, dovevano affidarsi a un precettore pagato. Il precettore pi gettonato era un giovane studente universitario in giurisprudenza, Manuccio di Lucia. Ci riceveva alla sua casa. In una stanza una tavola quadrato e in un angolo un tavolo pi piccolo. Qui sono passati tanti miei compagni da Germano Marra, Umberto Cantalupo, Antonio Molinara, Giovanni Mazzeo Giuseppe di Lucia, fratello del precettore, e di tanti altri. Si trattava piuttosto che di un insegnamento vero e proprio di un autodidattismo guidato. I libri naturalmente usati, erano acquistati direttamente dal precettore e poi ripagati dai nostri genitori, con la naturale cresta per lavvenuto acquisto. A volte dovevano attendere in completo silenzio il nostro maestro, dedito al pisolino pomeridiano. Alla fine dellanno gli esami a Salerno da privatisti: i pi bravi alla scuola media Pirro e in meno bravi alla scuola media di Largo Campo. Era possibile, allora, a chi aveva compiuto i 14 anni, presentarsi agli esami di licenza media. Io che avevo superato il primo anno, secondo il precettore, potevo sostenere gli esami di licenza media. Il che comportava fare due anni in uno. Linsuccesso scolastico, dopo gli esami di riparazione, apr la via al lavoro. Era in ristrutturazione la chiesa di S.Antonino, gravemente danneggiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. La ditta vincitrice dellappalto unimpresa napoletana, il cui capomastro si chiamava Don Antonio, abile muratore ed esperto stuccatore. Mio padre, assunto dallimpresa, riusc a farmi assumere, naturalmente in nero, come apprendista. Non so quante caldarelle (allora di ferro) di cemento e di calce ho trasportato sulle spalle. Ero diventato la mascotte del cantiere. Seguivo mastro Antonio nella direzione e nel lavoro come stuccatore. Occorreva rifare tutti gli intonaci e le cornici danneggiate. Si usava del gesso per fare i modelli che labile maestria dei Marra 27

trasformava in modelli di legno. Questi servivano facendoli scorrere a fare le cornici. Tutta la chiesa era un immenso cantiere, tra statue e iscrizioni lapidee. Il luogo aveva perduto qualsiasi sacralit. Si ristrutturavano i finestroni della parte terminale della chiesa. Proprio ristrutturando uno di questi finestroni che avvenne un episodio, ancora vivo nella mia mente. Mio padre su unimpalcatura di legno che dava parte allesterno e parte allinterno stava ristrutturando le cornici. Occorreva ovviamente per farlo poco calce. Io preso, dal non far niente e dalla richiesta, aveva invitato di trasferire a mio padre parecchi secchi di calce. Quando allimprovviso, nellandare a pigliare la calce allinterno, mi sentii arrivare a qualche metro un secchio pieno di calce lanciato da mio padre. Per poco non mi colp. Dopo questo fatto divenni lapprendista preferito di Don Antonio. Ovviamente a cantiere chiuso, nessuna buonuscita per me. Anche questa volta, pur in presenza di un successo, mio padre mi port con s a lavorare alla SAIM, come apprendista, questa volta come lavoratore vero e in regola con ferie e contributi. Lavorai per cinque mesi. Simpiantavano macchine per la segheria, manovale U farmacista. Si ristrutturavano le case dei dipendenti e sinizi la costruzione di un fabbricato per un nuovo tipo di prodotto: un cordificio per discoli per frantoi oleari. Si era nella seconda parte dellanno 1955.

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Nuovo cinema Paradiso: Il cinema di Don Vincenzo


Era situato nella parte pianeggiante adiacente al castello, al piano terra, appena si attraversavano i due pilastri che facevano da ingresso alla propriet Mottola. Nel passato, negli anni 20 era stato uno stabilimento conserviero con annessa segheria. Qui aveva lavorato mio nonno e poi, da giovane, mio padre. Aveva dato lavoro a tanti giovani altavillesi e anche a giovani ragazze, alla loro prima occupazione in uno stabilimento, tradizione che poi sar seguita nellimmediato dopoguerra da De Martino alla SAIM (come noi dicevamo allora). Aveva conservato allesterno la vecchia architettura, quasi una dependance del Castello. Era stato uno dei primi edifici con solaio in cemento armato del paese. Dopo la guerra era stato trasformato, dividendolo in due parti: la parte antistante come sala cinemagrafica, la seconda, quella posteriore, in frantoio oleario, che era raggiunto, attraverso un lungo corridoio, che serviva anche come uscita di sicurezza dal cinema. Dal soffitto, alto una decina di metri, si vedevano le travi in tutta la loro possanza e grandezza. Dalla parte opposta, sempre lateralmente, lingresso col botteghino. Un ampio portone al centro nella parte anteriore ne costituiva luscita alla fine dello spettacolo. Nella parte destra attraverso uno spiazzo, chiuso da un passaggio a livello, portava al garage e alla segheria. Un enorme pino marittimo si stagliava nel cielo in tutta la sua grandezza. Nel garage una vecchia Balilla faceva mostra di s. Subito dietro, la segheria, con pialla e sega elettrica. Al lato una vecchia vasca, in cemento, utilizzata per la raccolta delle acque piovane. La sala era separata da un enorme palcoscenico dal frantoio. Un grande schermo in fondo al palcoscenico su cui erano proiettati i film del tempo. La sala di proiezione in uno degli angoli della sala. Vi si accedeva mediante una scala di ferro e legno. Tutto era nato da unidea e dalla fantasia alacre di uno dei rampolli di Don Ciccio, Don Vincenzo, che sar uno dei figli di Don Ciccio che rimarr a vivere ad Altavilla e qui sar eletto consigliere provinciale per il partito liberale. Sar proprio don Vincenzo uno degli animatori: dalle compagnie teatrali di avanspettacolo, con balletti e orchestra, alla rappresentazione di film di Tot. Tutto si muoveva allinsegna della novit e del divertimento. Il paese era uscito dalla guerra e aveva voglia di gioire e divertirsi. Non si disdegnavano rappresentazioni di film commoventi e strappalacrime. Il tabellone dei film da rappresentare si trovava allingresso dello spiazzo, vicino al lato destro di uno dei pilastri. Operatore abituale, Cesare Suozzo, che in seguito diventer anche impresario teatrale e lo gestir insieme ai fratelli, quando il tumultuoso e variopinto ingegno di Don Vincenzo si aprir a nuove sperimentazioni e imprese. I film interpretati, da Tot, da Rossano Brazzi (Tosca, Noi vivi) e Amedeo Nazzari (La cena delle beffe, Catene) erano i pi rappresentati. Ricordo, pur essendo ragazzo, la prima scena di nudo femminile (un'inquadratura di pochi secondi di Clara Calamari a seno nudo che varr il divieto ai minori e la condanna delle autorit ecclesiastiche). Ancora tollerato dalle autorit (SIAE) qualche film interpretato da Osvaldo Valenti (La cena delle beffe e Ettore Fieramosca.), lattore fascista, repubblichino, che era stato accusato di crimini di guerra, processato in modo sommario e fucilato. 29

Al botteghino, zio Martino, il fattore di Don Ciccio, prestato in quelloccasione a Don Vincenzo, ovviamente in modo gratuito come parte straordinario del lavoro svolto normalmente. Io, ragazzo, accedevo senza biglietto on la seguente parola dordine: Pi tardi viene pap! Ogni tanto, per non dire spesso, essendo pellicole di seconda mano, si spezzavano. Di conseguenza, accensione delle luci, attesa e ripresa, e ci accadeva, nei migliori dei casi, un paio di volta a proiezione. La sala si riempiva di fumo, nonostante una ventola nella parte lata insufficiente ad aspirare il fumo prodotto. Un venditore di spassatiempo passava tra le varie fila durante gli intervalli. Vendeva caramelle, lupini, semi di zucca, fave e ceci arrostiti. Si pu immaginare in quale stato rimaneva la sala alla fine dello spettacolo! Un solo spettacolo serale. Alla fine dello spettacolo la discussione sullinterpretazione del film si protraeva anche a casa: era il timido accenno a una discussione di tipo culturale. Solo con gestione dei Suozzo, collegati ad altri gestori che venivano da Salerno e portavano i film, gli spettacoli, diventarono diurni e continui, per cui era possibile vedere pi rappresentazioni dello stesso film. Spesso nella parte adiacente alla sala cinematografica, trovavamo, insieme ai pinoli che cadevano dal pino, pezzi di pellicola con qualche scena del film. Per molti anni, dal dopoguerra fino alla fine degli anni sessanta era stata la fonte quasi esclusiva, se si eccettuano le rappresentazioni teatrali dellazione cattolica, della cultura altavillese. Poi, con la televisione, il rapido declino e la chiusura

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Le mie Pasque
La Pasqua coincide col primo plenilunio dellequinozio di primavera, quindi mai prima del 21 marzo e mai dopo il 21 aprile. La variabilit atmosferica di marzo, con le sue ultime bizzarrie, e il tip..tip delle piogge di aprile, fanno contrasto allimmutabilit della liturgia pasquale, fondamento e fine di tutta la religione cristiana. E il momento conclusivo, quando il Cristo, in tutta la sua grandezza, muore e risorge. La liturgia non granch cambiata dai tempi di quando ero ragazzo. Allora il senso della religiosit era molto pi profondo e sentito, specialmente durante tale periodo. Ricordo per che la Resurrezione con lo squillo di tutte le campane avveniva a Mezzogiorno di sabato. La settimana santa col suo non si cammera era il tempo in cui la comunit altavillese si trovava unita e concorde nelle celebrazioni e nelle funzioni religiose. La settimana santa iniziava con la proiezione di diapositive nella chiesa del Carmine che mettevano in risalto la vita di Ges dopo le Palme. La domenica era avvenuto lo scambio delle palme, in segno di pace. La visita al sepolcro con le croci degli altari avvolti da un pezzo di stoffa viola conferiva alla visita unaria piena di mistero e di commozione. Ai piedi le cente piene di germogli conferivano allaltare un aspetto inusuale e ricco di religiosit. Sembrava che veramente vi era il sepolcro del Cristo. La visita, continua in tutto larco della giornata, era fatta nel massimo silenzio e dal viso dei genuflessi si leggeva unaria di dolore e di rispetto dellatto che si stava compiendo. Le funi delle campane attaccate, mente imperversava per tutto il paese il suono delle tranule, comprate e costruite da Zi Fonzo Portanova. Il culmine si raggiungeva con la processione dellAddolorata che piangeva il Cristo morto. Un processione lunghissima,in silenzio, ricca di emotivit e di seriet, con le candele accese e con la congrega e suoi adepti rigidamente con i volti coperti. Tutti si fermavano e si crociavano e si genuflettevano. Intanto, le donne preparavano dolci e pasticci e si accingeva alla grande festa. Era iniziata col conservare le uova qualche mese prima. Erano messe in un vasetto, di norma utilizzato per mettere le melanzane sotto olio, conservate nella crusca la vrenna. Ora era tempo di preparare quelli che erano i dolci pasquali. Si preparava il forno. Pastiere con grano ammollato in casa, panettoni e pan di Spagna e poi calzoni con ricotta e salame con la pasta leggermente zuccherata: queste le leccornie pasquali. Il simbolo e quello gradito a ognuno di noi, in quanto personalizzato: tanti bambini tanti pizzicocchi. Erano diversi da quelli fatti da Armido Iorio, poich fatti con una treccia pasta a mo di bambino con un uovo come viso, coperto da striscioline di pasta, che si solidificava col calore. Come pranzo pasquale i ravioli e limmancabile capretto che a me facevano passare come coniglio, poich il capretto non mi piaceva. Quelli di Armido, pur avendo lo stesso nome, erano fatti di pasta lievitata dolce con al centro pan di Spagna che simulava il tuorlo delluovo. I 31

pizzicocchi fatti dalle nostre mamme erano mangiati i giorni successivi. A completare la festaPasquetta. Era la gita fuoriporta, in genere in campagna, con i residui del giorno precedente. Da ragazzo per me, gita e pranzo da Antonio Di Masi, amico di mio padre. Qui, i ravioli con lo zucchero e linsalata condita col vin cotto. Per noi un vero supplizioImmancabile il bottiglione pieno di vermut. Qualche volta a Salerno da mio zio Alfredo, fratello di mio padre. Non tutte le Pasque sono state uguali. Ne ricordo una in cui avvenuto un episodio tragico: la morte di Aldo Iorio. Aldo era giovane. Aveva frequentato, anche se con scarso profitto la scuola superiore senza per conseguire il diploma. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, vi aveva rinunciato e si era messo a fare il fotografo col padre. Tifosissimo del Torino, amava giocare al calcio. Durante una partita fu colto da un infarto. La chiamata tempestiva del medico, per, non riusc a evitarne la morte. Il corpo fu portato a casa e tutto il paese, allannuncio, corse alla sua casa. Anchio, preso dalla folla, si recai presso la sua casa. Il dolore era immenso e la gente non riusciva ad allontanarsi dal luogo, sperando in un miracolo. Quella Pasqua lasci in me profondo dolore e ancora oggi il mio ricordo risale al quel triste e tragico episodio.

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Quando Betty filava


Un legno non fa fuoco

Con due ne hai poco

Con tre che bel fuochetto

Con quattro che allegretto

Se aggiungi poi un ciocchetto

Oh che bel caldetto!

Cos noi, parodiando una filastrocca del tempo, si accendeva il fuoco. A sera con laggiunto di un tronchetto di quercia, il gioco era fatto. Oramai la casa era riscaldata, la cena consumata, la tavola sparecchiata e i piatti lavati. La vivacit e il calore della fiamma conferivano allegria e un dolce tepore si spandeva tutto intorno. In un angolo intorno ad un braciere mia nonna filava, tenendo i piedi sul tienavrasere. Ogni tanto sbraciava. Lodore acre della carbonella era attutito da qualche scorza di arancia che ogni tanto mia nonna lanciava nel braciere. Lodore della buccia di arancia arrostita si spargeva tutto intorno. Intanto mia madre completava le sue faccende. Noi giocavano sotto la tavola: una di quelle che si allungavano quando aumentavano gli invitati. Il sotto tavolo era la nostra casa. Le cavit erano le nostre mensole e i nostri armadi. Un telefonino del tempo: due bicchieri di carta, quelli dei gelati, conservati e custoditi gelosamente, erano le nostre cornette. Un filo di cotone, strappato dal gomitolo della nonna, infilato nelle basi delle coppette: la nostra linea di trasmissione. E si sentiva ! Il gioco finiva quando mia madre aveva fatto ordine e sistemato ogni cosa. Ci si stringeva intorno al focolare per la serata. Raccolti e tutti orecchio, mia madre iniziava il suo racconto. Erano fiabe miste a favole trasmesse oralmente e adattate. Credo che fossero sempre le stesse, in quanto situazioni e personaggi erano gli stessi anche dei 33

nostri compagni. Parlavano di fate e di orchi, di smarrimenti e di ritrovamenti. Noi ascoltavano in silenzio e nella nostra mente apparivano fate, principi e principesse, fino a quando gli occhi incominciavano a perdere la loro lucidit e loro brillantezza. Morfeo stava per avere il sopravvento. Mia nonna aveva smesso di filare e si apprestava ad andare a dormire, dopo aver augurato con un fil di voce la buona notte. Il fuoco aveva perduto la sua vivacit e le fiamme si erano abbassate. Mia madre si apprestava a preparare la crasta per riscaldare il letto. Un vecchio mattone di terracotta, sempre lo stesso, era riscaldato, messo in un foglio di giornale e poi in uno straccio. Era messo tra le lenzuola per riscaldare il letto. Ci si accompagnava a letto, ormai quasi dormienti, e ci sinfilava nel calduccio del letto. Le nostre coperte: i nostri cappotti. Limmancabile pitalino sotto il letto per la pip della notte. Mia madre attendeva mio padre uscito per la partita serale con gli amici

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La mia estate
La mia estate, da ragazzo, non coincideva con quella astronomica. Iniziava il mese di maggio, quando laria mite invitava alle passeggiate in campagna. Intanto le messe vespertine, essendo il mese dedicato alla Madonna, erano loccasione per andare a fare un salto in chiesa. Il tutto con lintenzione di vedere la propria innamorata e scambiarsi un timido sguardo. Era il mese dei fiori. Ovunque rose (a proposito come mai le rose non profumano pi?), ginestre e i fiori a grappolo delle acacie mandavano nellaria i loro effluvi e allietavano lanima. Le scorpacciate di ciliegie erano la norma, il luogo, la campagna sul Piano delle Rose e non solo. Se ne mangiavano talmente tante che le conseguenze erano improvvise scariche diarroiche con immancabile concimazione del sito. Ancor nellanima sento la fragranza delle ginestre, nellattraversare dopo una ripida salita, una zona quasi pianeggiante fatta di arbusti e ginestre, piene di sentieri, a volte ben delineati, a volte appena accennati. Massi di arenarie affioranti, in qualche punto facevano da tetto durante le pioggerelline di maggio col pavimento di arena. Arbusti di spine e roselline di maggio(quelle a cinque petali) sinframmezzavano alle siepi di ginestre. La sera si scendeva in fondo al vico da dove si vedeva tutta la piazza. Ognuno si portava la sedia e l, sotto il lampione, si raccontavano fatti e storielle. Col calare profondo della sera, un veloce saluto, e il ritiro a casa con limmancabile sedia. La raccolta delle nocciole, ovunque fossero, era il nostro passatempo. Io con Totonno u patrone e con altri compagni ci recavamo nei luoghi gi predefiniti. Povero Don Ferdinando! Il suo era il luogo privilegiato delle nostre scorrerie. Alla fine della raccolta la divisione, che avveniva mettendo tutte le nocciole in comune e poi a turno ognuno ne sceglieva due fino al superamento. La messa in comune conveniva a tutti, perch il pi esperto in assoluto era Totonno che ne raccoglieva il doppio di quante aveva raccolto ognuno di noi. Seguiva poi la tredicina una serie di messe vespertine in occasione della festa di S.Antonio. La passeggiata serale dal Convento, passando per la Croce, in piazza era il percorso obbligato. Qualche bagno, al lido Laura (lunico del tempo), in quel di Paestum. I pi fortunati avevano labbonamento con i pullman della ditta Belmonte.

Da adolescente, alla fine dellanno scolastico, la mattina ci recavamo insieme a mio cugino Antonio da Virgilio di Mari, dove trovavamo Gigino Guerra. Qui a giorni alterni, in occasione della fiera dalla casa, si trasmetteva a livello sperimentale un film. Erano prove sperimentali delle future trasmissioni regionali. Nei giorni senza film, i si andava nellorto a giocare a carte. Massima attenzione e concentrazione durante il gioco. Sembrava veramente una cosa della massima seriet! Ogni tanto mangiavamo unalbicocca e qualche prugna. Una bevuta dacqua scaturente 35

da una sorgente naturale ci dissetava. Per arrivarci una ripida discesa, piena di sassi e di buche, lungo lorto di Carletto Brunetti. A ritorno, essendo mezzogiorno, una faticata e una sudata. Cos per tutta lestate. Nel pomeriggio la giocata a dama nella bottega di Ferdinando Russo, immediatamente sotto allabitazione di don Amedeo, ne era la continuazione Interrompeva il lavoro, forse perch non aveva tante commesse, essendo allinizio della sua attivit artigianale (Ferdinando finir poi per andare a lavorare alla Marzotto) e iniziavano le partite a dama. Colpi e trucchi studiati per intrappolare lavversario. Erano messi a dura prova. La notte, ricordo, nella mia mente non si vedevano altro che dama e pedine. Il gioco qualche volta continuava anche la mattina.

Da giovane, le passeggiate per i sentieri della macchia, la pizza al ristorante Moro a Eboli o da Carola ad Agropoli: tutti nella seicento di Mario Guerra. A sera osservazione e contemplazione delle stelle. Il luogo della contemplazione: la Croce. Poi, fino ad ora tardi, si godeva il fresco stesi su una panchina di ferro in piazza. Le giornate passavano con un bagno a Paestum e pi spesso nel fiume Calore. L, vi era una cascatella di un piccolo canale, la cui acqua, quasi calda, essendo una piccola lama, ci cadeva addosso. Un fatto curioso: la pesca di qualche carpa e di qualche tinca con una bilancia quadrata nei tombini delle canalette del consorzio insieme a Cecchino Di Verniere. La chiamavamola pesca dei morti.

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Luccisione del maiale: un rito


Il porcellino diventato un bel porco lungo e grasso. In questi ultimi tempi la sua alimentazione, accanto allimmancabile viverone , fatto di crusca e acqua, anzi dellacqua ricca di amido derivata dalla cottura della pasta la iotta, si arricchita. Nel suo menu sono entrate castagne, mele, patate dolci le patate americane e poi ghiande. Pare un festino, ma solo lanteprima di una triste fine. Il tempo quello giusto: fresco e secco. Natale ormai passato da qualche settimana. La disponibilit di zio Antonio, la gabella pagata, gli attrezzi a posto, i coltelli affilati, sale, finocchietto, pepe, zucchero, cioccolata, tutto pare preparato per la festa: luccisione del maiale. Rito antico ma pieno di significati. Rappresenta la nostra provvista pi importante, che servir per tutto linverno. Il fatidico giorno arriva, ne stato precursore un paio di giorni di quasi digiuno dellanimale. Ignaro, si muove, dato il peso raggiunto, con difficolt. E inevitabile farsi aiutare per spingerlo sul luogo del delitto, dove, nel frattempo, si preparata lacqua calda in un bidone di ferro per spelarlo una volta morto. E preso con forza con i piedi legati dai miei zii e messo su uno scanno di legno. Zio Antonio lo afferra per la testa e gli infila un coltello nel collo. Il sangue incominci a scorrere. Mia madre lo raccoglie in un recipiente di rame nel quale ha messo un ciottolo di terracotta. Col mattarello gira per non farlo coagulare. Io afferr la coda e la tengo saldamente. Il mio premio: losso sacro arrostito a macellazione avvenuta. Il poverino si dimena, geme e grida con sempre maggior forza. Lo sforzo al massimo. Pezzi di cacca gli escono dal culo. Zio Antonio infila con forza il coltello e poi si ferma per far uscire quando pi sangue possibile. Le urla si calmano e poco a poco terminano. Il maiale l: caldo ed esangue. Mia madre ha raccolto il sangue che sar lingrediente principale per la nostra leccornia, il sanguinaccio. Immobile messo nella madia. Affilati coltelli insieme allacqua calda prelevata dal bidone gli fanno barba e contropelo. Uno straccio imbevuto di acqua calda messo nella fessura del collo, per evitare che il sangue restante si disperda intorno. A poco a poco la cotica appare sempre pi bianca. Una volta pulito di nuovo uno sforzo da parte di tutti per appenderlo al uampere con la testa in gi. Inizia lo squartamento. Gli mozzata la testa e messa in un angolo con unarancia in bocca. Un taglio verticale gli fatto lungo tutto il corpo. Appare linterno dellanimale. Gli sono tolti intestini, cuore, fegato e polmoni. Finalmente il mio premio: losso sacro. Sar arrostito e mangiato con un poco di sale. Liberato dalle interiori con colpi ben assestati lungo la colonna vertebrale, le due mezzine. Finisce, dopo aver tolto alcuni pezzi di carne meno nobili, la prima parte delloperazione. La prima fatica terminata. Il pranzo con tutti i miei zii la naturale ricompensa. Pranzo fatto di sfriunzolo con peperoni sotto aceto e i pezzi di carne precedentemente ricavati dallanimale ucciso, poi fegato arrostito con sale pepe e lauro avvolto dallimmancabile retina. Finocchi, lupini, noci e nocciole per dessert. La mattina seguente, dopo aver fatto riposare la carne, lo sfascio dellanimale e la selezione delle carni per il loro specifico uso. Nel frattempo le donne, mia madre, mia nonna e le mie sorelle hanno pulito gli intestini, mettendoli successivamente in acqua fresca e limoni tagliati. Le carni selezionate sono tagliate a pezzetti. Quelle pi grasse diventeranno salsicce, quelle pi scure e con pezzi di polmoni noglie. Le parti pi nobili condite con sale e grani di pepe, addolcite con un bicchiere di vino bianco, diventeranno soppressate e messe su una 37

grata ad asciugare, dopo che mia nonna con un ago lungo acucella le punzecchia, per farle aerare. Non finita. Il terzo giorno per noi bambini festa. Si prepara il sanguinaccio. Un lavoro lungo e faticoso ne precede lesecuzione. Si bolle la testa dellanimale, il cui brodo denso servir per la successiva operazione. Il pane stato cotto alcuni giorni prima; la mollica servir, come semola, per il sanguinaccio. Zucchero, sangue dellanimale, cioccolato, brodo della testa, cannella, uva passa e pinoli: questi gli ingredienti. Il sanguinaccio sar posto in piatti e qui si raffermer. Servir come colazione per molti giorni. A noi la pulizia della pentola con le scorze di pane. E poi la preparazione della sugna e della gelatina con la carne della testa. Ultimo atto il giorno seguente: la stesura dei salami su una canna appesa al soffitto. Faranno bella mostra di s fino a S.Antonino, quando A Sant Antuono ogni puorco sape buono!. Sugna, lardo, guanciale ( vucculare), pancette (longhe), salsicce , noglie, soppressate (supersate), capicolli, prosciutti , spalle: quanta bont!.. E ancora, le ossa sotto sale che serviranno insieme a pezzetti di noglia a fare il sugo fino a Pasqua, quando si andr a comprare il capretto. La sicurezza e la ricchezza delle provviste, lallegria, mista alla paura delluccisione, la dolcezza e la prelibatezza del sanguinaccio, queste le sensazioni pi pregnanti che rimangono nella mente e nel cuore e rappresentano la memoria viva e condivisa di un tempo che fu.

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Innamoramento-Fidanzamento-Matrimonio
Dopo il periodo di latenza, con ladolescenza incominciano le prime pulsioni sessuali e cominciano ad assumere importanza i rapporti con laltro sesso. Inizia la fase dellinnamoramento. Come? Dove? Con chi? Perch? Avviene. Il corteggiamento di noi adolescenti era fatto di passeggiate serali sotto il balcone o le finestre, di sguardi rapidi e fuggitivi durante la messa vespertina, spesso il solo motivo per andare in chiesa. Bastava incontrarla perch il cuore cominciasse a battere rapidamente e lo sguardo scambiato farci toccare il cielo. Durante le feste religiose, il passeggiare per la strada illuminata, il corso Franci, e guardarsi a ogni scesa scambiandosi un sorriso o uno sguardo era occasione dintenso corteggiamento, cos come il ballare per lintera serata sempre con la stessa ragazza durante i matrimoni. Era anche il segnale per i genitori che ci si piaceva. Quanti matrimoni sono stati loccasione dinnamoramenti che poi hanno portato al fidanzamento e al matrimonio! La fase seguente era la serenata alla propria donna che era eseguita con fisarmonica e cantante e con la presenza dello spasimante. Ricordo le serenate alle sorelle Mariotti. La dolce melodia, durante la notte, era un dolce risveglio e un piacere per lanima. La fisarmonica di Giuliano De Rosa e la voce di Bruno Mazzeo ne erano gli elementi essenziali. Serenate, ma era notte fonda, quando tutti dormivano. Lapparizione rapida, dietro il vetro del balcone o della finestra, ne era la conclusione. Erano questi i segnali dellincontro fatidico per chiedere lamore. Il fermare la persona e chiederne il fidanzamento ne erano gli atti supremi. La ragazza con cenni e fugaci affermazioni faceva capire ai genitori di essere innamorata. I genitori capivano. Al loro gradimento per lo spasimante seguiva il fidanzamento. Consisteva nel ricevere il fidanzato per un paio di volte alla settimana in casa. Il tutto sotto il rigido controllo della madre e delle sorelle maggiori. Nessun contatto fisico, solo rapidi sguardi e progetti sul futuro matrimonio. I pi audaci, eludendo la sorveglianza, riuscivano a scambiarsi qualche carezza o qualche bacio. Questo significava andare a fare lamore. Noi adolescenti curiosi chiedevano informazioni al fidanzato sullandamento della serata. Ricordo Biagio Di Stefano, mio amico e di qualche anno pi grande, che diceva: Com bello fare lamore vicino a vrasera, perch durante lo sbraciare con la paletta il braciere, si tentava una rapida palpatina sulla coscia dellinnamorata. Era il massimo della goduria. Se nellinnamoramento locchio aveva la sua parte importante, durante il fidanzamento, lo sguardo intenso legittimato. Che cosa faceva linnamorata? O si metteva in un angolo seduta scambiando sguardi rapidi e intensi o continuava a lavorare alluncinetto o al telaio, sollevando ogni tanto la testa e guardando con languore linnamorato. Con i familiari invece si facevano progetti per il matrimonio. Mentre la fidanzata preparava il corredo, i genitori risparmiavano i soldi per completare il corredo e per larredo della casa. Il fidanzato, intanto, accumulava i soldi per la celebrazione del matrimonio e per preparazione la casa nella quale andare ad abitare. 39

Prima del matrimonio vi era una fase che lo precedeva: lo scambiarsi la promessa di matrimonio. Tale rito si faceva in casa dei familiari della sposa alla presenza di entrambe le famiglie. Durante si patteggiava, come un vero e proprio contratto, anche se non legale ma avente un valore etico, la dote. Qualche giorno prima tutti i parenti in lunga fila portavano in ampie ceste alla futura casa la dote della sposa. Erano ceste piene di lenzuola, biancheria intima, asciugami, tovaglie e arredi per la casa, fra i quali la batteria di rame rossa, e la batteria di pentole di alluminio e di rame. Quelle di alluminio insieme con quelle pi piccole di rame erano appese a un telaio di legno a dei chiodi a forma di elle. Il giorno delle nozze un lungo corteo si recava in chiesa per la cerimonia, con tutti gli invitati, a coppie, un uomo e una donna, rigidamente posti uno a sinistra laltra a destra; alla fine del corteo, gli scoppiati. Dopo il rito con lo scambio del si e degli anelli alla presenza del compare, il corteo si recava a casa, dove si svolgeva il festino. Durante il corteo si lanciavano in segno di augurio monete, in precedenza accumulate, vaniglie, confetti con rosolio, e cannellini, che erano raccolti dai ragazzini. Nei giorni precedenti i pasticcieri avevano dato il meglio di s. Qualcuno si recava direttamente a casa con i suoi attrezzi a preparare dolci e sorbetti. Erano i pasticcieri del tempo Armido Iorio, Gigino Cantalupo u poponzio e il caffettiere a deliziare i festini del tempo. Allarrivo gli sposi erano accolti dalla mamma dello sposo, che su un piatto offriva due dolci particolari in segno di augurio e di benedizione. Il taglio del nastro e quindi linizio della festa. Lungo le pareti, le sedie per gli invitati (tutte le sedie del vicinato e dei parenti erano requisite). In un angolo lorchestrina. Prima la distribuzione di dolci, liquori e paste e in qualche caso anche del gelato, i famosi spumoni preparati da Saverio Suozzo. Si aprivano le danze. Valzer, tango, one step, mazurke i balli del tempo. Le danze si protraevano fino a tarda ora. Per i giovani era loccasione per qualche palpeggiamento. Alla fine del festino, tutti a casa, mentre gli sposi si preparavano per consumare la loro prima notte di nozze. Nessun viaggio di nozze. I festini, in alcuni casi, si protraevano per alcuni giorni.

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1956, io e la rivoluzione d'Ungheria


Ricordi di adolescente : "Sfogliando in un vecchio quaderno di appunti:la rivoluzione ungherese "
Avevo fatto amicizia col giornalaio, un vecchio compagno di scuola, Salvatore Mazzeo. Per la verit, piuttosto che giornalaio era un sarto, che aveva collegato alla sartoria un negozio nel quale vendeva un po di tutto, dai generi alimentari ai giornali. La mattina mi recavo alla sartoria e leggevo i giornali del giorno. Sfogliavo qualche rivista e a volte prendevo appunti sui fatti di cronaca, che poi elaboravo con la sua fantasia. Era lottobre del 1956, un fatto mi sconvolse: linsurrezione ungherese. Fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietico scaturita nellallora Ungheria socialista che dur dal 23 ottobre al 10 11 novembre 1956. Venne alla fine duramente repressa dallintervento armato delle truppe sovietiche. Molti furono i morti da entrambe le parti. La rivolta ebbe inizio il 23 ottobre 1956 da una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti. In poco tempo molte migliaia di Ungheresi si aggiunsero ai manifestanti e la manifestazione (inizialmente a sostegno degli studenti della citt polacca di Pozna, in cui una manifestazione era stata violentemente repressa dal governo), si trasform in una rivolta contro la dittatura di Mtys Rkosi, una vecchia guardia stalinista, e contro la presenza sovietica in Ungheria. Nel giro di alcuni giorni, milioni di ungheresi si unirono alla rivolta o la sostennero. La rivolta ottenne il controllo su molte istituzioni e su un vasto territorio. I partecipanti iniziarono a rafforzare le loro politiche. Vi furono esecuzioni sommarie di filo-sovietici e membri dellVH (polizia politica, particolarmente invisa alla popolazione). Dopo varie vicissitudini il Partito Ungherese dei Lavoratori nomin primo ministro Imre Nagy che concesse gran parte di quanto richiesto dai manifestanti, finendo per interpretare le loro istanze, identificandosi con la rivoluzione in Il 4 novembre lArmata rossa arriva alle porte di Budapest e inizia lattacco, trovando unaccanita resistenza nei centri operai; la sproporzione delle forze in campo tale che le resistenze hanno comunque vita breve. Questa volta inoltre le truppe sono preparate e non si faranno cogliere di sorpresa. In serata Kdr raggiunge lUngheria e annuncia dalla citt di Szolnok, con un messaggio radio, la formazione di un governo rivoluzionario operaio e contadino. La repressione feroce dellinsurrezione da parte delle truppe sovietiche fece nascere in me, pur essendo adolescente, enorme sdegno. Io, pur avendo simpatia per le idee socialiste, rimasi perplesso e gli avvenimenti fecero nascere in me sospetti su certezze e traguardi. Il mio intercultore, cui manifestare il mio sdegno e le mie perplessit: Carmine Celentano, rigidamente ancorato alle direttive del PCI dallora e alla simpatia per lUnione sovietica.Carmine Celentano poi emigrato in Canada. 41

Ruolo,mestieri e professioni della donna


Il ruolo delle donne allora, se non era di passivit, era sicuramente di sottomissione. Tutto per era superato dal profondo senso e riconoscimento della famiglia, come societ naturale e inscindibile. Il padre era il capofamiglia. A lui spettava dare indirizzo e sostegno economico. I compiti erano naturalmente diversi: alle donne la cura della casa e della famiglia, come cucinare e attingere lacqua, agli uomini fornire il necessario, come la casa e il sostentamento. Compiti diversi anche nella vita quotidiana. Alluomo, ad esempio, la macellazione del maiale, alle donne la preparazione dei salami. Era ovviamente riservato ai padri fare il vino, alle donne la vendemmia. A essa partecipavamo anche noi ragazzi. Per il trasporto ci servivamo dellasino di don Ciccio prestatoci da Zio Martino, suo fattore. Era un asino molto pericoloso: scalciava e mordeva. Io avevo molta paura, perch ogni tanto tramite zio Martino lo prestava a mio madre per trasportare luva o la legna dalla campagna. La donna forniva il corredo per tutta la famiglia, dalle lenzuola alle tovaglie. Alle donne spettava fornire anche larredo della cucina. Dalle pentole alla batteria di rame rossa. Era quindi naturale che in una societ cos fatta diversi fossero anche i mestieri esercitati. In genere la gran parte era casalinga, per cui lavare, cucinare, stirare erano le principali incombenze. Le donne che esercitavano un mestiere o una professione erano una minoranza. Il mestiere pi di voga era la sarta o collegato d esso, ma pi specializzato, fare le maglie. La gran parte delle ragazze imparava a cucire o a ricamare andando da una sarta o dalle monache, questultime specializzate in ricamo. Maestre di taglio e cucito pi apprezzate erano Zia Florinda Senatore e Zia Filomena Sacco, perite tecniche magliere erano Malfalda, Imperia e Bice Guerra. Io, che avevo due sorelle, sentivo parlare in modo familiare di uncinetto, di punto a croce, di telaio. Erano arnesi familiari e quotidiani, nel senso che te li trovavi attorno nei luoghi pi impensati. La sartoria: una stanza della casa con una maestra e tante allieve. Ricordo ancora laffollamento a casa di zia Florinda. Ovviamente oltre che imparare, era anche luogo di scambio di chiacchiere e di pettegolezzi. Le monache avevano non solo il compito di trattenere i bambini e di educarli, ma anche di insegnare il ricamo alle ragazze del paese. Erano una vera e propria istituzione. Le donne, figli di commercianti, aiutavano i genitori e i fratelli pi grandi nella gestione dei negozi. Vi era poi qualche bar direttamente gestito da esse, come il bar Brunetti, dove Pupetta e Aida ne erano le animatrici. In campagna il lavoro delle donne era ancora pi gravoso. A loro era riservata non solo la cura della casa, ma anche lallevamento degli animali, la preparazione dellorto, spesso la semina del grano e la raccolta delle olive. La professione, maggiormente esercitata, era la maestra. Rarit era la professione di medico. Unica eccezione La dottoressa Belmonte, la madre del prof.Ajmone. Credo fosse lunica donna 42

medica in tutto il circondario, insieme a qualche farmacista, come la moglie del Prof.Rosario Gallo, per la verit serrese. Rigidamente donne invece erano le vammane, le ostetriche del tempo. Parti effettuati naturalmente in casa.

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Il tempo libero ai miei tempi


Lo spostamento dell'auto-realizzazione nel mondo del lavoro con conseguente de-realizzazione nel mondo della famiglia e pi in generale degli affetti ha fatto crollare anche l'ideologia del "tempo-qualit", che poi non altro che il modo con cui, ingannandoci, si chiama il tempo che si dedica agli affetti quando "poco", quando non si ha tempo di ascoltare i figli se non per i risultati scolastici, quando non si ha tempo di vedere sulla faccia del nostro compagno o compagna di vita i segni del disagio, quando non si ha neppure il tempo di prendere contatto con quello sconosciuto che, a furia di lavorare, ciascuno diventa per se stesso. Durante lamia infanzia e adolescenza, tempo libero era quello della sera, dopo un giorno di lavoro o la domenica. Niente ristorante o gite in auto, ma tempo che era consumato nella comunit anche piccole come potevano essere i bar oppure le cantine. Gli adulti, sia giovani sia anziani, specialmente durante il periodo invernale, passavano il loro tempo libero, nei bar. Il gioco delle carte era quello preferito. Si giocava a batuffo, a scala quaranta, a tre sette, a scopa e a scopone. In questo vi erano veri e propri cultori. Ricordo come campioni Luigi di Verniere, Gigino Guerra, Oreste Gallo. La vittoria era un segno di prestigio. Durante le sfide: Attenzione massima e rispettosa da parte degli astanti. Silenzio e meditazione dominavano, alla fine. Il grido di liberazione con imprecazioni e accuse reciproche. Al gioco partecipavano, oltre i giocatori veri e propri, come veri e propri fans, gli astanti. Alcuni parteggiavano per luno o per laltro, altri cercavano di imparare. A tal proposito ricordo la nota del Prof. Rosario Baione, nella quale mi faceva presente che mastro Leopoldo, mio padre, gli aveva insegnato il tre sette. Il mazzo di carte era affittato dal gestore, con una piccola somma di denaro, oppure messo a disposizione in cambio della consumazione a fine partita. Spesso, a termine del gioco, interessante era il modo della consumazione, il pi delle volte una bevuta di birra, naturalmente pagata dai perdenti. Si sceglieva un padrone e un sotto, scelti con luso delle carte: Il primo disponeva a chi dare la consumazione, che per doveva ricevere lautorizzazione del sotto, il quale poteva riservarla per s. Per impedire al sotto di bere, il padrone doveva bere tutto. In questo caso tutti i giocatori rimanevano a bocca asciutta. Il gioco, praticato questo allaperto e durante la bella stagione, era quello delle bocce. Ricordo che esse facevano rigidamente parte dellarredo, soprattutto delle cantine. Non esistevano piste da giochi predefinite. Si giocava in piste sterrate e persino sullacciottolato delle strade, fatte di ciottoli fluviali. Bocciare il pallino in queste condizioni o la boccia dellavversario erano imprese fatte di estrema perizia e precisione. Ricordo il giocatore per eccellenza Peppe Di Masi. La sua venuta, durante le ferie estive, era loccasione per cimentarsi con lui. Batterlo significava aver raggiunto 44

un elevato grado di perizia nel Gioco. Anche noi ragazzi lo facevamo, per con avendo le bocce, si giocava con delle pietre piatte di arenarie dette stacce, utilizzando come pallino un piccolo ciottolo. Il Gioco, invece, tipico e per eccellenza, era la cosiddetta paliata che consisteva nel lancio di una palla di legno. Si faceva, in genere, lungo la strada che noi chiamavano di sotto (era quella, dove oggi vi sono le case popolari) partendo dalla Croce fino allinizio della stazione di pulmann, allora dellla ditta Belmonte. Consisteva nel lanciare la palla, uno per volta, e arrivare per primo al traguardo. Interessante la cacciata che consisteva nel lanciare la palla per tre volte consecutive, nelle curve, da una parte allaltra. In caso dinsuccesso bisognava lanciare la palla in modo rettilineo. Una variante, che rappresentava una tipicit locale: si utilizzava come attrezzo di lancio non una palla di legno, ma un caciocavallo durissimo allesterno, acquistato da tutti i giocatori. Il premio consisteva proprio nel caciocavallo che era consumato o tra i giocatori o portato a casa. Spesso succedeva che esso si frantumava. I pezzi pi piccoli raccolti, mentre il gioco continuava con il pezzo pi grande.

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Antichi giochi dei bambini altavillesi


Solitamente si portati a credere che il gioco sia solo un passatempo, un momento di svago adatto soprattutto alla fase della giovinezza. Diversi contributi pedagocici, invece, pongono laccento sul gioco come luogo e momento privilegiato dell'educazione. Il gioco era soltanto associato al divertimento, alla ricreazione, il suo carattere, definalizzato, il suo fuoco centrale costituito dallattivit in se stessa e non dagli esiti e dai prodotti; era il tempo concesso prima di dedicarsi a cose pi serie o una pausa dopo impegni di studio, relegato ai margini della giornata scolastica e confinato nella sfera del tempo libero. Spesso assumeva la funzione di premio, di ricompensa e di rinforzo di condotte positive, mentre il suo valore intrinseco era negato e il suo significato autentico disconosciuto. Gli attrezzi dl gioco utilizzati, erano materiali poveri ricavati da oggetti in uso nelle nostre case. Cos bottoni, mazze di scopa, un pezzo di legno, pinzette per panni, che noi cercavano sotto i balconi delle case della via Franci, dal lato della Vigna della Corte, camere daria di bicicletta usate, rocchetti di legno per cotone, gusci di noci, grazie allinventiva e alla nostra fantasia, diventavano mazza e pihuzi, pistole e mitra di legno, proiettili di gomma, macchinine semoventi, grilletti di pistole, topolini di legni messi a dura dallimmancabile gatto, ospite donore delle nostre case. E poi ai giochi senza attrezzi, soprattutto giochi di astuzia e di abilit, nei quali erano messe in campo agilit e destrezza. Le passeggiate, le camminate in campagna, con gli amici, con le immancabili scorpacciate soprattutto di ciliegie di nocciole, e, persino, da giovani, le corse nella strada della macchia, che terminavano con limmancabile bevuta dacqua, rappresentavano per noi ragazzi passatempi quotidiani. Durante le passeggiate in campagna si preparavano trappole per uccelli le grate e uno stelo derba arrotolato in un ricciolo diventava trappola per la cattura delle lucertole. Le pistole e i mitra erano costruiti con un pezzo di legno su cui era messo per il disegno un modello di carta e utilizzando una sega a giro ne era ritagliata la sagoma. A essa era aggiunta, come grilletto, una pinzetta inchiodata e tenuta ferma da elastici di gomma, i proiettili, ovviamente di gomma, che erano lanciati premendo la parte inferiore della pinzetta. I mitra, poi avevano pi colpi, poich come grilletti erano usate due o pi pinzette. Tipico gioco che richiedeva precisione era il ndlis, ndlos ,.in fossa. Consisteva nel lanciare soldini, ormai fuori corso, oppure bottoni a una buca circolare scavata nel terreno. Ricordo allora che dietro il Monumento ai caduti non vi era lasfalto, per cui era facile ricavarla. Il gioco consisteva nel lancio dei bottoni o delle monete e nellavvicinarsi di pi alla fossa. Il giocatore, che si avvicina pi, 46

aveva diritto con tre zicchiate, consistenti in tre colpi utilizzando il pollice e lindice, a spingere il bottone nella fossa. Larrivo in essa era traguardo e premio. Ovviamente, se non si riusciva, il gioco passava al giocatore successivo e cos fino allesaurimento dei bottoni. Non era raro vedere i pantaloni di noi ragazzi con le brache prive di bottoni. Dai cappotti si ricavano i grossi bottoni, il cui valore era multiplo di quelli pi piccoli. Valori diversi si davano ai bottoni di ferro. Un altro gioco era mazza e pihuzo molto in uso, perche era gioco di abilit e richiedeva attrezzi molto semplici, consistenti una parte di mazza di scopa, lunga una cinquantina di cm e da un altro pezzo lungo una decina di cm con le basi smussate a mo di cono. Un giocatore stava con un piede nel circolo del diametro pari al doppio della mazza, giacch era tracciato usando la mazza facendo un giro attorno a se stesso. Il primo tiro consisteva nel lanciare il pihuzo con la mazza. Dopo di che il giocatore che lo aveva scagliato, si metteva nel circolo a e attendeva che laltro lo lanciasse verso di lui nel circolo-base. Se il pihuzo arrivava nel circolo si scambiava battitore, se invece era colpito, il battitore aveva a disposizione tre tiri consistenti nel dare una botta a uno delle basi del piccolo attrezzo e successivamente scagliato con la mazza lontano. Dopo di che era valutata la distanza misurata in numero di pihuzo. Spesso vi erano contestazioni sulla valutazione, per cui occorreva msrurare la distanza, questa volta con la mazza, multipla del pihuzo per accelerare la misura Il numero per la vittoria era prefissato. Vinceva chi raggiungeva per primo il numero prederminato. Questi erano solo due dei numerosi giochi utilizzati da noi ragazzi. Ci per dare un esempio dei giochi dallora, che erano semplici nellesecuzione e richiedenti attrezzi fatti di materiali poveri. Solleciterei altri della mia et a descrivere giochi e giocatori, anche fatti da adulti nel tempo libero...

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BRUNO MAZZEO, il giornalista - maestro e tante altre cose ancora


La storia siamo noi... e nessuno se ne senta escluso BRUNO MAZZEO

I tentativi che io e Oreste stiamo facendo per descrivere usi, costumi e tradizioni del nostro paese, hanno valenze e orizzonti diversi. Oreste col suo piglio di giornalista, con un linguaggio semplice e immediatamente comprensibile, ne mette in risalto laspetto pi oggettivo e cromatico, e, non essendo, se non per riferimento orale, il diretto testimone, mantiene lontano le sue emozioni, e, con il riferimento ai documenti scritti ne mette in luce i connotati che sono proprio dello storico. Io invece cerco di rendere vivo le situazioni ei protagonisti, facendo riferimento a fatti vissuti e a ricordi, per cui, ad esempio, la figura di Armido Iorio, non soltanto il pasticciere provetto, ma di lui vedo gesti, movenze, comportamenti e avverto intorno alla sua figura tutte le sensazioni, come lodore della pasticceria che si diffondeva nel vico immediatamente a valle del suo negozio dove si trovava il suo laboratorio e ne rivivo il caratteristico dolce detto pizzicocco, fatto di pane pasta dolce con uova e al centro il tipico pan di Spagna, contrariamente a quello della tradizione casalinga con pasta dolce e senza con luovo avvolto da striscioline di pasta, reso sodo dal calore del forno. Cerco quindi di mettere in evidenza, non tanto la loro descrizione fisica dei protagonisti, quanto le sensazioni e le emozioni che hanno lasciato in me.

Bruno Mazzeo Il personaggio di cui oggi parler, un personaggio in alcuni momenti strettamente legati alla mia vita: Bruno Mazzeo. Nasce alla fine degli anni venti (il 1928), secondo di sei figli, di cui quattro maschi e due femmine. Il padre, mastro Antonio, era quello che aveva insegnato il mestiere a mio padre. Mio nonno, pur essendo muratore, comera costume dei tempi, affidava linsegnamento del mestiere a un altro mastro, anche se poi andava a lavorare o in proprio o col proprio genitore. Michelino era il primogenito, e a lui era affidato leducazione e lorientamento professionali dei fratelli pi piccoli. Fu cos che Bruno, sotto la guida del fratello, divenne sarto. Per la sartoria non poteva dare un reddito adeguato a tutti, per cui avendo le possibilit, fu aperto un negozio, gestore del quale fu chiamato Bruno. Ed proprio nel suo bar che avvadde un fatto, che ha lasciato per tanto tempo in me un ricordo triste e amaro nellostesso tempo. Aveva nel bar un contenitore di plastica con delle caramelle dette Besana, fatte da torroncino ricoperto da cioccolato. Il contenitore aveva unapertura di plastica. Preso dallingordigia, 48

riuscivo con la mia piccola mano e portarne via alcune. La cosa mi era riuscita pi volte, fino a quando fui scoperto da Bruno, che mi rimprover. Colto dalla vergogna, rosso in viso, mi allontanai. Lungo la strettoia buttai viale caramelle che avevo in tasca in un cespuglio. Ero un ladro. Non fui capace di mangiare quelle caramelle, che trovai, qualche settimana dopo, divorate dalle formiche. Il barista non bast a Bruno e grazie allaiuto di Manuccio di Lucia, precettore di gran parte di noi, consegu la licenza media. Aveva 23 anni. Bruno divenne lattore drammatico per eccellenza delle recite parrocchiali. Lo ricordo nel ruolo di Tommaso Moro, lumanista cattolico che rifiut di accettare latto di Supremazia di Enrico VIII e lo condusse alla pena capitale con laccusa di tradimento. Grazie allaiuto economico del fratello pi grande, decise di prendere il diploma di maestro. Un paio danni in convitto da privatista. Infine il conseguimento dellidoneit in quarta, la relativa frequenza e il conseguimento del diploma. Era il 1954. Fu proprio in quegli che io insieme al fratello minore Giovanni, che poi diverr colonnello dellesercito, partecipammo agli esami dammissione. Fu proprio Bruno che in quelloccasione ci fece ospitare dall sig.ra Bonavita, durante gli esami. Ricordo ancora il vecchio edificio di fronte al Palazzo di Giustizia di Salerno in Via Vittorio Emanuele e lacre odore del gas di citt che impregnava le scale. Dovettero passare dieci anni perch Bruno diventasse maestro di ruolo. Ancora stretti i rapporti negli anni 60, quando, lui incaricato annuale come maestro in localit Bosco ed io insegnante nella scuola sussidiata in Pian del Carpine. Ci recavamo a scuola con la sua seicento bianca. Quando il Malnone straripava, per, era inevitabile andare a piedi. Via obbligata: un viottolo nel Bosco di Camerine, col mio pacchetto di biscotti pavesini, che io mangiavo durante il tragitto. Bruno nel frattempo si era sposato con Iolanda, battipagliese e parente di mia cognata e di mia moglie. Fu durante il matrimonio di Bruno che Vincenzo Grimaldi conobbe Lina. Fu poi durante le sue visite al fidanzato che io conobbi la ragazza che poi divenne mia moglie. Il 1964 fu lanno in cui, Bruno, insieme a Bruno Di Venuta e a me, divent di ruolo. Io divenni il maestro pi giovane che era stato assunto in ruolo. Nacque in quellanno anche Antonio, che noi battezzammo col nomignolo Concorso magistrale. Comera vissuto tutti quegli anni Bruno? Col suo stipendio di maestro incaricato e dai proventi di segretario della Coldiretti, lassociazione degli agricoltori vicino alla democrazia cristiana. Grazie alla Coldiretti, con lappoggio della Democrazia cristiana, gli agricoltori ottennero la loro pensione. Fu un avvenimento eccezionale per i tempi : ai contadini per la prima volta fu riconosciuto il diritto alla pensione, anche se modesta. Noi simpatizzanti di sinistra lo criticavamo, poich si faceva passare un diritto, per una concessione dallalto. La gratitudine a Bruno non fu soltanto sentimentale Sar eletto con ampio suffragio prima consigliere e poi assessore ai lavori pubblici, guadagnandosi il soprannome di Zaccagnini, allora ministro dei lavori pubblici e che poi diverr segretario della Democrazia cristiana nazionale. Era lui che durante le campagne elettorali teneva i comizi. Possedeva una buona dialettica, aveva il gusto del motto di spirito e una buona dose di faccia tosta di 49

fronte alla gente. Intonato, buon cantante, fu lui uno dei protagonisti del Festival della canzone altavillese tenuto nella prima met degli anni 50. Si trasfer in seguito con tutta la famiglia a Salerno, dove vive, godendosi la sua pensione. -------Bruno Mazzeo stato il corrispondente de Il Mattino ed anche maestro elementare e dirigente della Coldiretti, cantante e musicista. Discorriamo, le rare volte che ci incontriamo, soprattutto intorno alla figura di Antonio Tedesco, il sindaco dal 1960 al 1975. Di quando, quando le perse le elezioni comunali, ne ebbe tanto dispiacere che dopo poco ne mor. Avrebbe voluto realizzare un vasto programma di lavori pubblici dopo che aveva fatto fare a Corrado Beguinot il pdf, il piano di fabbricazione, che allora poteva sostituire il piano regolatore. Un nipote, Gino Tierno, da anni accumula materiale per scriverci un libro. Lo aspettiamo ansiosi. Il professore Bruno, che di Tedesco per molti anni ne fu un fiero avversario, forse il pi inflessibile, ora ne rivaluta lopera. Io lho conosciuto poco, Tedesco. Ero un ragazzetto di campagna e ad una riunione politica democristiana elettorale a casa di miei parenti io cero e tenevo in mano un libro. Mi chiese di vederlo e mi stimol a leggerlo nonostante che fossero le tesi congressuali di un gruppo dellultrasinistra. Vienimi a trovare, me lo racconterai, mi disse. Avevo appena fatto lesame di terza media, non feci pi in tempo a cercarlo.Antonio Tedesco, oltre che potente e prestigioso sindaco, fu il primo presidente della comunit montana e del consorzio acquedotti. Contava veramente. Eppure conservava una grande curiosit sulle passioni che prendevano ai giovani del tempo. Negli anni Cinquanta, con Saverio Reina, Sabatino D'Auria, Arturo Mazzei, Antonino Di Matteo e Giovanni Sambroia era stato tra i fondatori della Democrazia Cristiana. Per il paese continuava a guardare a destra. La svolta ci fu quando i suoi giovani leoni cominciarono a collegarsi con i nuovi capi dc salernitani e cos Peppino Pipolo divenne il fiduciario di Valiante, Arduino Senatore di Scarlato, Oscar Cimino di D'Arezzo. Antonio Tedesco - invece - aveva buoni rapporti con tutti e prefer coltivare l'amicizia del senatore Indelli, lo storico animatore della battaglia per dare alla provincia di Salerno, l' acqua del fiume Sele. Fu uomo di partito s, ma amico di tutti. Dialogante, sempre aperto alle sollecitazione degli avversari leali. Fu un moderno, in anticipo sui tempi. Nel Pd ci sarebbe stato a suo agio? Io, ripensando a come mincoraggi a leggere quel libretto di Avanguardia Operaia, penso di s. Vedo per Bruno Mazzeo che aggrotta le ciglia e fa una smorfia di disapprovazione. Oreste Mottola

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Le condizioni igieniche sanitarie negli anni '50


Lacqua uno dei costituenti fondamentali di tutti gli esseri viventi. Essa serve non solo per lalimentazione umana, ma anche uno degli elementi fondamentali per la vita igienico-sanitaria di una popolazione. La sua scarsezza fa parlare di grave carenza igienico-sanitaria. Ai tempi della mia fanciullezza invece la scarsit e la difficolt idriche erano la norma. Lacqua era assente in tutte le case sia umili sia benestanti. Era attinta da alcuni fonti alimentate da sorgenti locali. Durante il periodo estivo era una vera emergenza. Le sorgenti modeste, non alimentate da una falda profonda cospicua, davano scarse quantit dacqua. Lapprovvigionamento in questi casi rappresentava una vera e propria emergenza. Le quattro fonti alcune derivate da bottini di presa lontani avevano bisogna di condutture, come quella di piazza Castello e del Sieggio, per cui alla scarsit dacqua qualche volta si aggiungeva anche la rottura delle condutture, altre, come quelle dei Franci e della Fresta, attingevano direttamente alla sorgente mediante un bottino di presa. Lacqua si attingeva con un barile di legna di capacit diverse, modeste per la gran parte della popolazione, di dimensioni pi grandi la classe pi benestante che si poteva permettere un asino o un mulo per il trasporto. I contadini invece attingevano lacqua direttamente da pozzi scavati a mano, con modeste ricariche considerate le formazioni flyschioidi dei nostri terreni. I barili, a mo di botticelle, avevano dimensioni di una ventina di centimetri e lunghe unottantina. Erano posti su due assi curve di ferro situati su una parete, da cui girandolo, si attingeva lacqua. Il compito di attingere lacqua spettava alle donne, che alla fontana facevano la fila. Il barile posto a terra con una base rappresentava, in attesa del turno, uno sgabello. Le attese erano lunghe, specialmente durante il periodo estivo, e rappresentavano loccasione per scambiare chiacchiere sulla vita quotidiana. Ovviamente era anche loccasione per parlare di pettegolezzi e maldicenze. Una volta riempito il barile, il trasporto era effettuato mettendo uno straccio arrotolato sulla testa su cui era appoggiato il barile. Si capisce come in queste condizioni, ligiene personale era carente sotto tutti i punti di vista. Mentre per lavarsi e per cucinare per bere ci si serviva del barile, per lavare i panni invece si ricorreva al lavatoio comunale situato nelle vicinanze del Convento. Era coperto da un solaio. Lo spiazzo antistante era preceduto da una fonte direttamente legata alla sorgente dalla quale derivava anche lacqua del lavatoio comunale, coperto perch le donne potessero lavare i loro panni anche quando pioveva. Due ampie finestre con arco a tutto sesto lo illuminavano. Al centro i lavatoi in cemento, una canaletta portava lacqua ai singoli lavatoi. In alto un ampio lunotto, dal quale i bambini osservavano le loro mamme. Numerosi fonti, (Canale, la Macchia e altri piccoli rigurgiti) assicuravano acqua ai passanti lungo il loro cammino. Solo in 51

tempi pi recenti analisi da noi fatte hanno dimostrato che le acque erano non a norma a fuori dei parametri di potabilit previsti. Se da un punto di vista idrico, la situazione era drammatica, dal punto di vista sanitario era certamente migliore. Un farmacista, tre medici, unostetrica, la vammana, vigilavano sulla salute della popolazione. La farmacia, diretta da Don Achille Sassi, era attrezzata e assicurava, anche con le preparazioni galeniche, i medicinali essenziali. Si vendeva perfino per combattere le anemie Il Ferro China Bisleri che oggi usato come digestivo dopo i pasti. Una bottiglia labbiamo trovata in uno scaffale molti anni dopo con Peppe Galardi che, avendo seguito studi di medicina, era esperto e idoneo nel sostituire il farmacista titolare, che nel frattempo era diventato professore di matematica nelle scuole medie. I tre medici, Gaetano Sassi e Amedeo Molinara, con Achille Sassi, essendo anche medico curavano la salute dei cittadini. Obbligatoria era la vaccinazione contro la poliomielite e il vaiolo. Per la verit, fino al 1950 vi era anche un altro medico, una donna, la dott.ra Belmonte, sorella dei maestri Ninetta e Nando. Mor nel dare alla luce il figlio. Gaetano Sassi era il figliastro di Don Achille nonch zio, avendo sposato la moglie del fratello, dopo la sua morte. Don Amedeo, un uomo alto e robusto. Con la sua calda e persuasiva riusciva ad assicurare tutti i suoi pazienti. Lavammana dei miei tempi era la madre di Mirella, la moglie del collocatore Iorio. Per la verit vi era anche un altro nostro concittadino laureato in medicina, per che non la esercitava, il dott Arturo Mazzei, che diverr successivamente medico dellENPAS, lente di assistenza del personale statale. Nei tabacchini era venduto il chinino di stato, medicinale utilizzato per combattere la malaria, malattia endemica specialmente nella piana del Sele. Questa situazione sanitaria assicurava un sufficiente servizio ai cittadini, situazione che diverr drammatica, dopo la morte di Don Amedeo e la vincita di Don Gaetano a sanitario del Comune di Battipaglia.Ricordo che nel 1975 il consiglio comunale, nel quale sedevo anchio, doveva rivolgerci a qualche medico esterno per la vigilanza sanitaria. La situazione miglior alla fine del 1980, quando un nutrito gruppo di giovani si laure in medicina. Facevano a gara, con colpi maldestri e denunce, per assicurarsi una guardia medica. Laccresciuto numero di medici e larrivo dellacqua, ormai in tutte le case cambiarono le condizioni igienico-sanitarie. Le case ebbero i primi bagni con vasca e doccia. I medici di famiglia, pi numerosi, assicurarono un servizio sanitario pi efficiente e degno di un paese civile. Il resto storia recente

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Altavilla storie di fazioni. Dai "gallucci e matonzi" alle bande musicali


Il punto dolente della comunit altavillese del tempo: la convivenza. Era caratterizzata da contrasti o per meglio dire da competizioni, tese a provare la supremazia di una fazione sullaltra. Chi cerc di superare i contrasti fu lazione di Don Domenico De Paola, il parroco venuto dal Cilento, che vi riusc ricostruendo con la sua opera lunit cittadina attorno a valori religiosi e civili fortemente sentiti da tutti. Il paese era diviso in due fazioni: i gadducci e i matonzi. La prima era rappresentata dagli abitanti fuori allora del centro storico, Piazza Castello e Borgo S. Martino e una parte di Via Solimene fino a S.Egidio; la seconda era rappresentata dagli abitanti del centro storico, ultras quelli della parte pi bassa. La contesa era pi aspra tra i giovani delle due fazioni, che avevano tra i caporioni Biasino Agresti per luna e Sisinio Caramante per laltra. Credo che il nome dei gadducci volesse indicare laltezzosit della fazione pi aristocratica del paese e lalzare la cresta, tipica del gallo, ne era il simbolo, mentre il termine matonzi credo avesse un significato pi truculento e significasse vendicatori. La contesa era talmente aspra tra i giovani che si arrivava a lite vere e proprie con lancio di sassi e pietre, senza badare al pericolo cui si sottoponevano. Avventurarsi nel centro storico da soli rappresentava una vera follia. Si rischiava di essere pestato duramente. Tale rivalit o scontro si protrarr anche pi tardi, con la creazione delle due bande: una, quella Rossini, diretta da Ninuccio Di Matteo, maestro diplomato, e laltram quella Verdi, diretta da Raffaele Suozzo non diplomato ma ottimo conoscitore della musica. La rivalit arrivava a tal punto che durante le feste le bande suonavano un giorno, una, e, la serata dopo, laltra. Anche i pezzi suonati erano diversi: in una, le opere pi indicative della banda Rossini che avevano nella Gazza Ladra e nel Barbiere di Siviglia la massima espressione, laltra le musiche di Verdi soprattutto La Traviata e Il Trovatore. Diverse, sia nella foggia sia nel colore, naturalmente le divise, rigidamente di color verde quella del maestro Suozzo. Legate alle due bande due scuole di musica, il serbatoio cui attingere per nuovi suonatori. Larrivo dellesordiente nella banda era una vera e propria festa. Mancando di suonatori di alcuni strumenti, si attingeva a suonatori dei paesi vicini, specialmente di Controne. Non si disdegnava di inserire qualche ottimo elemento proveniente da altri paesi per accrescerne il prestigio. La rivalit si manifest anche in campo amministrativo. Due erano le fazioni: la prima, la Stella, era capeggiata dal notabile del paese Don Ciccio, notaio, un vecchio liberale di stampo giolittiano; la seconda, lorologio , capeggiata da Don Enrico, un fascista dellultima ora, di natura pi popolare, ex maestro ora in pensione. Aderivano a questultima alcuni di professionisti, figli di contadini o di artigiani. Faceva da terzo incomodo la lista Il mulino , capeggiata e fondata da Don Ulderico, che con pochi fedeli coraggiosamente e senza speranza di vittoria affrontava la sfida. La competizione elettorale era accanita. Le due parti si affrontavano luna contro laltra armata. La sconfitta di una fazione rappresentava unonta gravissima: per giorni gli elettori non 53

si facevano vedere in giro per il paese. Io, pur essendo ragazzo, insieme a tutta la sua famiglia, davo man forte alla lista di don Ciccio, il cui fattore era lo zio Martino. Anche se esisteva una rivalit latente, il paese si compatt nelle elezioni per il referendum tra monarchia e repubblica. La gran parte, quasi plebiscitaria, vot per la Monarchia. Il ricordo di tale competizione rimase anche nelle elezioni politiche del 1953, dove il partito monarchico ottenne la gran parte dei voti. Esponenti pi in vista: Michele Mazzeo e Aurelio Pipino, che poi sar sindaco in seguito alla morte di Don Ciccio Mottola. Di Aurelio Pipino ricordo la sua caparbiet, non uguagliata neanche da quella di Salvatore Cembalo, sindaco in tempi pi recenti. Sicuramente i miei compaesani della mia et ricorderanno i comizi di Covelli sul balcone della casa di Michelino Mazzeo, addobbato con la tipica bandiera tricolore con lo stemma sabaudo. La competitivit rimase anche dopo la morte di don Ciccio. I tempi erano ormai cambiati. La presenza di Don Domenico, il parroco venuto dal Cilento, e di Antonio Tedesco, appoggiati dalla Coldiretti locale diretta da Bruno Mazzeo (detto Zaccagnini perch nellamministrazione fu assessore ai lavori pubblici), far salire in primo piano la Democrazia cristiana che amministrer il paese fino al 1975, anno della morte del ragioniere Antonio Tedesco, che aveva amministrato il paese per circa venti anni. Lopposizione non era rappresentata dai partiti di sinistra, sempre minoritari nel paese, ma da un aggregato di forze diverse senza colore e idea politica nel senso proprio, ma solo animata nel ridurre lo strapotere democristiano. Il raggruppamento era talmente eterogeneo che nelle elezioni amministrative del 1964 missini e comunisti si presentarono alleati, tipica milazziana del tempo. Se i contrasti allinterno della comunit erano presenti nel campo civile, non lo erano in campo religioso. Le tre feste pi importanti dellanno, quella di S.Antonio, il 13 giugno, quella del Carmine, la prima domenica dopo il 16 luglio, e quella di Montevergine l8 settembre, univano tutti nel celebrarle, anzi vi era competizione nel raccogliere quante pi offerte possibili.

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Giuliano De Rosa
Mio intendimento di mettere in risalto non figure che hanno dato lustro al nostro paese, ma soprattutto persone pi modeste e umili che hanno vissuto eventi e accidenti della comunit, cui essi hanno partecipato pi o meno attivamente e ne sono stati animatori e attori. Si tratta, quindi, di fare una retrospettiva di persone, che pur non avendo dato orgoglio con le loro opere al paese, ne sono stati attivi testimoni. Questa storia locale nazional-popolare rappresenta il senso e il significato profondo di una comunit. Il personaggio che credo abbia le caratteristiche per essere il rappresentante di una storia cos intesa Giuliano De Rosa, centro e punto di riferimento non solo della giovent altavillese ma anche di professionisti e studenti universitari. Tracciare un profilo della sua figura rappresenta per me ricordare un pezzo della propria vita. Intanto egli nasce da un padre che sentiva come orgoglio la sua appartenenza a un ceto popolare, aspirante a ideali di giustizia e di uguaglianza. Per la gran parte degli altavillesi era il suonatore dorgano della chiesa di S.Egidio, per altri lattore comico delle recite parrocchiali del tempo, per altri il musicista, suonatore di piatti della banda Verdi, per il noi il centro di discussioni letterarie e politiche, nonch lesperto di bande musicali. Da ragazzo e da giovane aveva esercitato il mestiere di calzolaio, unito a quello pi popolare di suonatore dorgano. Era lui che durante le messe cantate faceva sentire le sue note melodiose insieme al coro da lui preparato nella sacrestia di S.Egidio. Abile suonatore di piatti della banda Verdi, dava durante i concerti il meglio di s. Le sue gestualit gli conferivano stima e apprezzamento e ne mostravano la personalit. Buon suonatore di fisarmonica. Chi non ricorda la sua orchestrina, alla quale partecipavano Peppe Lettieri, Mario Di Matteo insieme al chitarrista Emiddio Mangone? Politicamente legato alla democrazia cristiana che trova in lui, insieme con Bruno Mazzeo e Oscar Cimino i pi validi rappresentanti, per la verit sempre rispettoso delle idee paterne. Uno degli animatori dellazione cattolica del tempo insieme a De Paola, nipote di Don Domenico a cui era profondamente legato. Il mestiere, prima esercitato in maniera esclusiva e poi dietro il negozio che aveva aperto in una bottega nella piazza Umberto I^ affittata da Benimaino Brunetti. Vendeva un po di tutto dal sapone da barba, al dentifricio, ai quaderni alle penne. Ricordo durante i periodi festivi, specialmente quelli natalizi, la vendita illegale di bombette pirotecniche e tric-trac. Erano venduti con cautela e in maniera quasi clandestina Quello che gli conferiva unindiscussa autorit e prestigio era aver raccolto attorno a s un gruppo di professionisti e studenti universitari. Si discuteva e si ascoltava musica lirica e sinfonica. Ricordo le intonazioni di motivi di opere liriche cantati con Sandrino Belmonte, Enzo Grimaldi, che sar anche suo compare di anello. A questi si aggiungevano Peppe Galardi e diversi professionisti del tempo, quali i vari impiegati postali, i giovani maestri, tra cui anchio. Durante le feste paesane, le serate di concerti delle bande pugliesi, trovavano Giuliano e i suoi amici in prima fila. Nei giorni seguente si succedevano 55

commenti sulle loro performance. Per molti la sua bottega, che nel frattempo era cresciuta per clientela e per i prodotti venduti, rimasta luogo di critiche, di commenti musicali e di orientamento politico, i cui risultati non erano certi univoci, a volte anche diversi, ma sempre accettati e rispettati. Le sue performance, nelle recite parrocchiali, erano di gran rilievo. Chi non lo ricorda con i capelli divisi con la fila al centro che egli molto spesso tirava indietro con le mani? La sua figura dinoccolata, con un linguaggio tra il serio e il faceto, ne faceva un comico provetto. Insieme con Adelfio Senatore e Bruno Mazzeo, per i ruoli drammatici, erano gli animatori teatrali del tempo. Il presentatore, di norma, Manuccio Di Lucia e, in seguito, ai miei tempi Tonino Bassi. E quando arrivata lora del suo addio allattivit, ha continuato ad animare e far parte dei cori organizzati dalla comunit e dalla pro loco altavillese.

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MESTIERI ARTI E PROFESSIONI negli anni '50


Parlare di mestieri, arti e professioni di un determinato periodo storico significa mettere in luce leconomia e la cultura di una comunit. Infatti, evidenziare i mestieri prevalenti in un determinato periodo significa far vedere comera orientato leconomia e il risparmio della gente del tempo. Il tipo dei mestieri, come la qualit, che ne indicava la propensione a diventare arte, ne era la dimostrazione, cos come il numero e il tipo dei professionisti e ne rappresentava la cultura. Ricordarli mi ha offerto l'occasione per superare gli schemi classici della narrazione della storia locale e per acquisire il rispetto e la valorizzazione del patrimonio locale attraverso l'approfondimento e la rivisitazione del passato.

Il mestiere pi esercitato era quello del muratore e del falegname, che erano due mestieri strettamente connessi e orientati a possedere una casa per proteggersi. Alla costruzione della casa era orientata la gran parte dei risparmi. Il materiale pi usato erano i blocchi di arenarie, era parte rocciosa in strati e banchi presenti nelle formazioni rocciose del mio paese. Le fondazioni degli edifici, il pi delle volte, erano poste direttamente sui blocchi di arenarie affioranti. Era una pietra che si lavorava facilmente e coperta con malta conferiva alla casa una buona protezione dal freddo e dallumidit, invece, molto erodibile se scoperta dintonaco. La gran parte dei portali, compresi quelli delle chiese, era formata da tali materiali. E questo ne spiega come buona parte di essi, per effetto dellerosione, si stia nel tempo sgretolando. Legati allattivit di costruzione erano i cavatori di pietra e gli scalpellini. Ve nerano alcuni particolarmente esperti di tradizione familiare, nel senso che il mestiere era trasmesso da padre a figlio. Modellare invece la pietra era compito dello scalpellino. Per la verit questi erano pochi. Il che dimostrava la scarsa propensione al decoro della propria casa, della quale, pi che la bellezza, si riconosceva il valore pratico della protezione. Erano mastri muratori: mastro Antonio Mazzeo, mastro Leopoldo Senatore, mio padre, e mastro Pasquale Zunno (coppia inscindibile), mastro Antonio Mangone, mastro Tanuccio Peduto, mastro Manuccio Brenga, mastro Antonio Mangone, mastro Carmelo Sacco, mastro Adolfo e Attilio Senatore. I mestieri erano trasmessi da padre in figlio e vi erano famiglie intere,i n cui i maschi esercitavano lo stesso mestiere. Erano muratori Alfredo Senatore, mio zio, e i numerosi figli di Carmelo Sacco. Cos lo stesso mestiere era stato esercitato anche dai loro padri e i loro figli hanno lavorato per una parte della loro vita con i loro padri (cosa che capitata anche a me). Tra i mastri falegnami Michele e Aniello Mazzeo, mastro Alfonso Portanova, che durante le feste 57

pasquali, costruiva le tranule, la famiglia di Pasquale Marra. Poi Alberto Zunno e Sambroia e pi di recente mastro Dinuccio Mazzeo, che in seguito diventer poliziotto, mastro Ciccio Criscuolo (Battilocchio)E poi gli imbianchini rappresentati da Ciccio ,Salvatore e Corrado Iorio,Emilio Giannella, ottima voce e cantore delle pi belle melodie dallora. Quella dei Giannella era una famiglia fortemente vocata al canto. Infatti, Alfredo Giannella, fratello di Emilio, era stato selezionato e assunto nel Coro e dellOpera di Roma. Allievo di Emilio Giannella: Carmelo Cembalo.. E ancora Sisinio Caramante. Questo mestiere aveva una sua impennata di lavoro, nel periodo pasquale durante il quale si faceva unimbiancata generale alle case. Cavatori di pietra, quasi tutti i membri della famiglia Poppiti. Scalpellino di buon valore era Alfredo Salerno, il suonatore di tamburo della banda Rossini. Legata, alledilizia del tempo, era quella dei geometri, la quale, oltre ad interessarsi dei progetti delle case, erano soprattutto agrimensori. Tra i pi quotati erano Pasquale Belmonte e Pasquale Perito, e poi Peppino Cennamo. I progetti delle case erano direttamente fatti dai muratori su indicazione dei proprietari. Nessuna legge edilizia e nessun vincolo, se si escludono le imposte sui materiali. Ognuno costruiva come voleva e dove poteva. Vi era poi qualche estimatore dei fondi rustici per valutarne il valore. Tra essi, stimato e ritenuto oggettivo nella valutazione, il padre di Amedeo Cennamo. Gli elettricisti: i Nigro e Sabatino. Per gli utensili della casa, gli stagnini: Donato Laurino, per i contenitori dellolio, e Peppe Di Matteo soprattutto artigiano abilissimo nel lavorare la rame rossa, la cui batteria di pentole era corredo obbligato delle spose. Per la cura della persona i barbieri. La esercitavano: mastro Alberto Belmonte, Ciccio Grimaldi e Ciccio Bufano, Agostino Guerra, Agostino Di Masi, poi emigrato in Belgio. Pi numerosi, se non altrettanti, i calzolai. Tra essi Antonio Di Matteo, Alfredo Di Matteo, Guglielmo Agresti, Antonio Marra, Nicola Guerra. Tipografo (erano di sua fattura i manifesti elettorali e gli annucci mortuari) Giovanni Cennamo, che era anche redattore di diplomi e altri certificati che erano poi validati dal notaio Mottola, prima Don Ciccio e poi il figlio Don Giovanni. Infine, dulcis in fundo, i pasticcieri. Il caffettiere, con le sue castagnole e i sorbetti di Campagna, Iorio e il figlio Arnaldo, Angelina Molinara, la madre dellex sindaco Arduino Senatore, Gigino Cantalupo u poponzio, ne erano i validi rappresentanti. La loro bont e magnificenza erano mostrate durante i matrimoni, i cui festini si svolgevano in casa accompagnati da musiche e balli suonati da orchestrine, i cui membri erano i giovani dallora, abili suonatori di tromba, chitarra e fisarmonica. Chi non ricorda Mario Di Matteo, alla tromba, Giuliano De Rosa e Carmine Francione, alla fisarmonica, Emiddio Mangone alla chitarra? E ancora prima, lorchestrina dei Mazzei, i figli del cavaliere, giovani studenti con la voglia di fare musica e divertirsi. Le professioni del tempo erano rappresentate soprattutto dai maestri elementari. Lobbligatoriet dellistruzione e il compito assegnato a essi dal Fascismo, ne avevano accresciuti il numero e il prestigio. I 58

maestri del tempo: Ninetta Belmonte e il fratello Nando, Guerra Beniamino, Cecchino Di Verniere, Vincenzo Morrone, mio maestro, il fiduciario, Alfonso Scarsi, la moglie Guerra Elvira, Paolo Tesauro Olivieri e la moglie sig.ra Giovine, Antonino Di Matteo, Giovanni Sambroia (poi segretario). Vi erano poi gli impiegati comunali, tutti nel palmo di una mano(!): Osvaldo Baione, Arturo Ferrara, Oreste Gallo, Giacomo Baione. Allora: efficienza e rapidit. Vi era qualche avvocato, tra questi Don Amadeo Mazzei, Attilio Guerra, e, ai tempi della mia giovinezza, Rocco Morrone, le cui impudenze legali ne avevano ritardata la carriera professionale. Cause e contrasti erano risolti bonariamente tra le parti, per cui la professione non era sufficiente per dare un reddito adeguato. Cos vi era qualcuno, che pur essendo laureato in legge, Beniamino Guerra, diventava maestro dopo aver conseguito il diploma. Alcuni giovani si davano alla carriera militare, sia in marina sia nellesercito, e ne diventavano ufficiali. I professori di scuole medie superiori erano pochi e si potevano contare sulle dita di una mano. Tra essi Rosario Gallo, professore di latino e greco. Qualche eccellenza tra gli studenti universitari: Gino Criscuolo, studente alla Normale, laureatosi in fisica. Tanti gli studenti: gran parte arrestatisi per la severit degli studi del tempo. Notaio e deus ex machina: Ciccio Mottola, la cui pensione intorno agli anni 50 si aggirava intorno a 101.000 il mese, che era ritirata regolarmente dal fattore, zio Martino.

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La bicicletta di mio padre e linvestimento di Zio Giovannino


Lunica fabbrica del paese, nella quale nel dopoguerra lavoravano la gran parte della popolazione, era situata in pianura a circa 15 chilometri del paese. Questa distanza, mancando mezzi di trasporto, era percorsa da gran parte a piedi. Per questo era giocoforza alzarsi molto presto per raggiungere il luogo di lavoro. Il complesso aziendale era stato voluto e costruito da un giovane e illuminato uomo salernitano, che successivamente divenne sottosegretario, durante la II Legislatura e la III Legislatura, sotto i governi Zoli (con delega allemigrazione) e Segni. Comprendeva un tabacchificio e una segheria con annesso conservificio. In seguito fu aggiunto un cordificio per la lavorazione del nylon per fare discoli per i frantoi oleari. Accanto al complesso industriale, era stato costruito un caseggiato per gli impiegati e gli operai provenienti dai paesi vicini. Il lavoro in fabbrica, per, era di carattere stagionale. Per questo si alternava il lavoro in fabbrica a quello privato, rendendo in concreto inutilizzabile la bicicletta, la quale rimaneva chiusa nel bottaio, il luogo nel quale si corservano il vino e i salami. Quando mio padre compr una bicicletta, fu una grande festa. Lultimo tratto di circa due chilometri era fortemente in salita con tornanti fortemente in pendenza. La pendenza della strada, sterrata, unita alla stanchezza di una giornata di lavoro, impediva che si potesse percorrerla. Si smontava di sella e si portava la bicicletta a mano. Dallalto del muraglione, cos era denominata la salita, i ragazzi attendevano e andavano incontro ai genitori. La bicicletta passava dalluna allaltra mano. Cos, mentre i genitori abbreviavano la strada attraverso delle scorciatoie, i ragazzi percorrevano con la bicicletta a piedi i vari tornanti. Qualche volta io la prendevo ed ero riuscito dopo numerosi tentativi a padroneggiarla. Erano gli anni della competizione di Bartali e Coppi. Le loro gesta erano decantate da tutti e coinvolgevano anche noi ragazzi. Imitarli nelle loro gesta rappresentava il nostro sogno. Coppi, soprannominato campionissimo aveva vinto il Giro ancora nel 1947, nel 49, nel 52 e nel 53: ma la sua fama crebbe soprattutto grazie alle continue sfide con Bartali, che vincer ancora nel 1946. La 60

gente adorava il suo essere un omone buono, forse meno calcolatore del collega Coppi. Secondo alcuni sarebbe stata la vittoria di Bartali a una delle tappe del Tour del 1948 a placare gli animi degli italiani sconvolti per lattentato di Antonio Pallante a Palmiro Togliatti: Bartali stesso ha invece detto come, forse, serv a distogliere momentaneamente lattenzione ma che, certo, le due cose non avevano avuto la stessa importanza. Coppi e Bartali gareggiarono spesso insieme e quando Bartali smise di correre divenne direttore sportivo proprio della squadra di Coppi che, invece, nel 1960 aveva quarantanni e nessuna intenzione di smettere. Le competizioni continuavano anche in classe dove il mio maestro, Vincenzo Morrone (il pap dellavvocato Rocco Morrone), che aveva diviso la classe in gruppo col nome dei ciclisti pi famosi dallora. Un giorno io e il suo amico Ezio decidemmo di fare una gara con la bicicletta dalla piazza fino alle palazzine popolari: il primo tratto in discesa, il secondo fortemente in salita. Fu proprio durante la discesa che avvenne linvestimento del postino. La velocit era talmente elevata che allaltezza di una sartoria, il postino che usciva con il suo borsone , fu investito. Era un ometto basso e grasso che portava gli occhiali. Il borsone lo rendeva ancora pi rotondeggiante. Sanguinante, con lettere e plichi sparpagliati dovunque, nonostante il forte impatto, aveva inforcato ancora su un orecchio gli occhiali.Per due mesi fu costretto a mettersi in congedo, lui che non aveva mai preso un giorno di ferie, neanche quando ne aveva diritto.Da lontano io, timoroso,lo guardavo con entrambi le mani ingessate. Sai chi era il mio amico Ezio? quello che poi diventer procuratore capo in Brasile, animatore e fondatore di "Altavilla Viva"

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UNA VOLTA A TAVOLA. La cucina ed il forno


La cucina lo spazio che in unabitazione destinato alla preparazione dei pasti. Ai tempi di noi ragazzi in essa si trovava il focolare che a sua volta era, al tempo stesso, fornello, sorgente di luce e fonte di calore. Esso era il centro e il simbolo dello spazio chiuso della casa. Conteneva il fuoco che riscaldava e cuoceva i cibi e conferiva alla casa il centro che la fissava nello spazio e assicurava nello stesso tempo al gruppo domestico la sua intimit e socialit. Intorno ad esso, seduti su una sedia o su uno sgabello erano raccontate dalle nonne e dalle madri le leggende che erano retaggio, il fuoco sacro, dei nostri antenati. I cibi erano cotti sul focolare, che rappresentava il centro della casa specialmente durante il periodo invernale. Per separare i recipienti dal fuoco e dargli stabilit era usato un teppiede di ferro detto trepano. Solo nelle case pi ricche o le abitazioni di alcuni esperti muratori, fra cui anchio, possedevano le cosiddette furnacelle, un blocco di pietrame a due o tre fuochi di dimensioni differenti, che erano alimentato con pezzi di carbone, rigidamente fatti in maniera piuttosto artigianale, spegnendo alcuni tizzoni abbastanza grossi presi dal focolare con acqua. I fuochi avevano dimensioni differenti: il pi grande per la caldaia per cuocere la pasta, il pi piccolo per cuocere il sugo di pomodoro che era effettuato con sugo di pomodori e pezzi di castrato. I fuochi erano chiusi con cerchi di ghisa concentrici che potevano, riducendone il numero, adattarsi alle dimensioni dei recipienti, tra cui il tiano, una pentola in terracotta di forma tronco-comica molto largo e poco alto con due manici. Tutto il blocco era rivestito di mattonelle di ceramiche bianche, di solito con dimensioni standard di centimetri venti per centimetri venti. Era proprio nel tiano che era cotto il rag, a fuoco lento e per lungo tempo: siniziava la mattina presto e terminava a mezzogiorno, ora canonica per il pranzo, almeno la domenica e i giorni di festa. Alla salsa di pomodoro nelle bottiglie era aggiunta un po di conserva, che conferiva densit e sapore allintingolo che poi serviva per cucinare la pasta che era comprata sfusa, come i cosiddetti zitoni, che era spezzata a mano per cuocerli. Alla fine la pietanza, condita col rag, era cosparsa di formaggio, ovviamente un caprino o un pecorino. Non ancora presente, non perch non esistesse, il parmigiano. Mi piace qui riferire una nota sul modo con il quale si faceva la spesa. Poich il denaro circolante era poco e anche perch la gran parte degli artigiani era pagata non alla fine del lavoro, ma al momento in cui si vendeva alla fiera qualche animale allevato in modo casalingo o durante la vendita del grano. La spesa era annotata dal bottegaio su un quaderno nero detta libretta e pagata parzialmente o totalmente quando si aveva il danaro. Si comprende bene come il baratto era insieme al denaro contante una forma di commercio e di scambio. Le uova di gallina ne rappresentavano lesempio pi strepitoso, che in genere erano scambiate con lo zucchero, sfuso e 62

messo in un cuoppo di foglio di giornale. In una tinozza anche il sale da cucina, che era preso con un mastello di legno. Ricordo ancora oggi il gesto di Eduardo, il mio bottegaio, quando gli si portavano le uova, accendeva una lampadina e attraverso la sua luce osservava se luovo era fecondato, credo. Il gesto mi sembrava una pratica abituale e allora non ne capivo il significato. Uno dei corredi della cucina, quando si andava in sposa, era la batteria di pentole, parte in alluminio e parte in rame rossa che era appesa su un supporto in legno che era appeso al muro. Le pietanze, soprattutto quelle fritte, erano cucinate in una pentola particolare detta fressola. Ne esisteva anche una pi piccola detta frissulieddu per cuocere le uova fritte. Lacqua per cuocere i cibi era presa dal varrillo una botticella di legna con la quale si andava ad attingere lacqua, preziosa, alla fontana. La botticella, con le dimensioni medie delle basi intorno ai venti centimetri e lungo unottantina di centimetri, era posta su due ferri curvati, in modo da girarlo facilmente. Ve nerano anche di dimensioni pi grandi, perch queste richiedevano un messo di trasporto pi efficace, in genere un mulo o un asino. Erano i ricchi ovviamente ad avere queste botti pi grandi, vuoi per il maggior consumo vuoi per le migliori concezioni igieniche. I varrili una volta riempiti dopo lunga attesa per aspettare il proprio turno, erano portati in testa mettendo fra testa e recipiente uno straccio avvolto ad anello detto cruoglio. Lattesa alla fontana era un momento in cui ci si raccontava le chiacchiere del paese. In questo caso il recipiente, messo in verticale. di serviva come sgabello.

Solo intorno alla prima met degli anni cinquanta incominciarono a comparire i primi pibigas, cosiddetti per lazienda che produceva le bombole di gas. Era posto su una lastra fatta di graniglia di marmo e cemento retta al muro da due staffe di ferro.

Il rito del pane era qualcosa di antico e nello stesso tempo gioioso. Il giorno prima si andava a chiedere nel quartiere chi avesse il luvato , il lievito per la fermentazione della pasta. Questo compito, girovago e di richiesta, era compito di noi ragazzi. La prassi era sempre la stessa: per mantenere il lievito fresco era scambiato. La farina era impastata a forza di braccia e lasciata a lievitare per alcune ore. Dopo di che era fatta a panelle sulla sui sommit veniva fatto un tagli con il coltello a croce, gesto per me carismatico e pieno di mistero. Era acceso il forno utilizzando un fascio di fascine: il lavoro era faticoso, perche occorreva riscaldare uniformante il forno per avere una cottura omogenea. Bisognava sbraciare continuamente. Quando la volta del forno era diventata incandescente, il pavimento era pulito col cosiddetto munnolo, fatto con un bastone di legna molto lungo, alla cui sommit era attaccato uninfiorescenza secca di pannocchia di granturco. Il forno era saggiato con la cottura rapida di una ciambella col buco detto viccillo. Si cuoceva la pizza, dopo di che era la volta del pane, che 63

cuoceva per alcune ore. Sento ancora oggi la fragranza che si spargeva attorno e il caldo del forno: sono sensazioni uniche e che sicuramente mai pi prover!

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ANTICHE RICETTE DI CASA NOSTRA. Un viaggio nelle tradizioni culinarie altavillesi.


Siamo lieti di invitarvi a scoprire, in un viaggio altrettanto interessante come i soprannomi, i diversi sapori della cucina tradizionale altavillese. Si potr scoprire come molte pietanze consentono di andare indietro nel tempo alla scoperta delle nostre tradizioni, non solo culturali e storiche. Le pietanze, che erano tutti i giorni sulle tavole degli altavillesi, sono ormai scomparse. La cucina allora era povera, ma nello stesso tempo gustosa e fatta da un solo piatto, che era consumato dai pi la sera al ritorno dal lavoro. Essendo ovviamente piatto unico era molto abbondante. Vi erano poi periodi o festivit in cui erano consumati cibi retaggio di una tradizione secolare. Queste considerazioni oggi possono passare inosservate, ma i nostri nonni erano informati di queste tradizioni, le quali creavano larmonia tra spirito e materia. Il cibo era il modo di pensare e di vedere la vita.

Luccisione del maiale, ad esempio, oltre che per procurarsi le provviste per tutto lanno, era loccasione per incontrarsi con i parenti. Prima di ammazzarlo doveva essere pagata una tassa per la macellazione. Era lunica gabella che si pagava pi volentieri. La macellazione coinvolgeva i cinque sensi: locchio era catturato dal contrasto dei colori, lorecchio dallo schioppetto del forno a legna, lolfatto dal profumo, il gusto dal mangiare e dal tatto. Le percezioni sensoriali sono un ricordo che rimane impresso per sempre insieme alle gestualit: tenere la coda del maiale significava impadronirsi losso sacro dellanimale che era arrostito con un poco sale e mangiato. Le grida strazianti dellanimale morente, pur spaventando noi bambini, erano un momento di gioia. Il pranzo consisteva nello Sfriiunzolo e in fegato arrostito o fritto avvolto nella retina e condito con sale lauro e pepe. Si utilizzavano per tale piatto solo le parti meno nobili, non per questo meno saporite dellanimale, riservando quelle pi nobili per salsicce e soppressate. Le ossa, scarnificate, erano messe sotto sale e utilizzate per fare i sughi per la pasta, confezionata a mano, gnocchi, fusilli e ravioli. Queste rappresentavano la provvista fino a Pasqua, durante il cui periodo sincominciava a consumare carne soprattutto di capretto e di agnello. Quasi del tutto assente la carne di vitello. La macellazione di qualcuno di essi, da parte dei Baione, rappresentava loccasione per i Bambini anemici per bere il sangue in bicchieri portati ognuno direttamente da casa.

Siete pronti a intraprendere il vostro viaggio? Bene! 65

I triiddi

Consistevano in una specie di fusilli lunghi e molto fini di pasta fresca che erano cotti in un brodo molto denso ottenuto facendo bollire un osso di prosciutto con altri parti di maiale meno nobili. Una volta cotti apparivano leggermente brodosi ed erano conditi con formaggio e pepe. U sfriiunzolo Si componeva di tocchetti di carne e polmone di maiale che erano cotti con peperoni sotto aceto. Era soprattutto preparato durante luccisione del maiale

I muglitieddi

Erano intestini di capretti lavati e arrotondati a mo dinvoltini con una striscia di grasso al centro n cui erano messi prezzemolo , un po di formaggio e aglio: Venivano poi cotti in un brodo molto denso per effetto delle particelle di grasso che essi lasciavano.

Laene e ciceri

Erano fatte di sfoglie di pasta tipo tagliatelle, ma in forma pi irregolare, cotti con ceci in precedenza cotti dopo averli messi in ammollo con un pizzico di bicarbonato. Le laene e con i ceci, una volta cotti, venivano condite con aglio , olio e peperoncino precedentemente fritti. Questo uno dei piatti maggiormente rimasti nella tradizione. La cecciola

Consisteva in un misto di legumi, tra cui fagioli, ceci, lenticchie, fave e cicerchie. Avendo tempi di cottura diversi, si capisce benissimo la consistenza della zuppa: da quelli stracotti a quelli pi duri.

U pappone 66

Consisteva in rimasugli di pane raffermo, che erano cotti, in acqua e olio, il pi semplice,o con una salsetta di pomodoro o per meglio dire conserva allungata con acqua. Il pi nobile con fagioli o verdura in genere cicoria selvatica.

E brasciole di coria

Erano degli involtini di cotica di maiale, nel cui interno, erano messi formaggio, prezzemolo e aglio, riavvolti a mo dinvoltini e cotti nel sugo di pomodoro col quale era condita la pasta, che era comprata sfusa e tagliata a pezzi.

Le vutaglie con larricciatura di lardo

La materia prima consisteva in cimoli di una pian arbustiva, nel mese di maggio, precedentemente bolliti e leggermente amarognoli, che poi veniva passati nel tegame nel quale era stata messo del lardo precdentente ridotto in poltiglia.

Patane a gabbacarne

Come dice il nome erano patate cotte senza carne alla tortiera. Le patate tagliate a fette erano condite con olio, pepe, formaggio, prezzemolo, aglio e filetti di pomodoro. Erano cotte accanto al fuoco con il coperchio su cui era messa cecere calda e con regolarit cambiata con cenere sempre calda. Emanava no un odore che avvolgeva tutta la casa! U tortano cu i frittule

Era un panetto di pane fresco ottenuto con farina, sale, pepe, sugna e residui di grasso di maiale dopo aver ottenuto la sugna. Era cotto nel forno con il pane. Pasta e fagioli.

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Anche questo piatto rimasto nella traduzione ed ha avuto successo evolutivo. La particolarit di questo piatto era il modo con il quale erano cotti i fagioli, messi ad ammollare la sera prima. Erano poi messi in un pignatieddu di terracotta messi a cuocere con un poco di sedano vicino al fuoco del focolare circondato da cenere che costantemente cambiata con quella pi calda. Si partiva dalla mattina e la cottura avveniva a mezzogiorno, in maniera molto lenta. La pasta usata erano rimasugli di pasta spezzata che per non aveva gli stessi tempi di cottura. Una volta mescolati con i fagioli e cotti erano irrorati, se cos si pu dire, con aglio olio e peperoncino fritti in precedenza. La pasta col latte. Erano minuscoli tagliolini di pasta fresca, che era mangiata allAscensione, cotti nel latte al quale erano aggiunti zucchero e cannella.

Adesso divertitevi voi, raccontando altre pietanze o altri cibi di un "tempo che fu"!.....

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3^puntata: I soprannomi altavillesi


Con questa pagina si chiude la carrellata sui soprannomi altavillesi. Questa non vuole essere una ricerca nel senso pieno del termine, ma un ricordo, spesso indefinibile temporalmente, basato non su documenti scritti, ma sulla tradizione orale. A volte essi sono travisati e forse scarsamente obiettivi, visti con gli occhi della fanciullezza. Di l del loro oggettivo valore, rappresentano la memoria collettiva su cui una comunit si basa. Ovviamente la ricerca-tradizione non mira essere completa ed esaustiva, ma ha come scopo quello di rivivere le vicende e i fatti di un tempo ormai lontano. I fatti, pertanto, che sono raccontati, non sono forse realmente accaduti, ma rappresentano il nostro immaginario collettivo e forse verrebbero raccontati in modo diverso da ognuno di noi. I soprannomi, insieme al folklore, ai costumi e alle tradizioni, sono pertanto molto ancorati alla vita materiale della nostra popolazione, e danno luogo a una vasta iconografia che con il ricordo e la memoria sar rintracciata, documentata e resa fruibile e andr ad arricchire e qualificare ulteriormente la vita della comunit altavillese. Credere nei nostri costumi e nelle nostre tradizioni rappresenta un motivo di attrazione anche per tantissimi turisti in visita e significa valorizzare le nostre radici, renderle pubbliche e quindi eterne. Un ringraziamento del lavoro fatto a Florenzo De Blasi, il quale, non solo ha dato utili contributi alla ricerca, ma ha anche sollecitato in me il desiderio, se pure inconscio, di farlo. Un invito,infine, a tutti i nostri compaesani a dare il contributo alla ricerca, raccontando episodi e fatti di cui sono stati diretti o indiretti protagonisti.

Nel seguito si raccontano alcuni episodi di cui sono stati protagonisti alcuni personaggi riportati nei soprannomi.

U popolo

Pasquale Aveva un calesse e un cavallino - pony e gli faceva compiere degli atti osceni gridando: Sfodera P . ..! Si pu immaginare la curiosit di tutti!

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Murzullett--Carmelo Francione

Era il 1975: andavo in paese per la campagna elettorale con la mia cinquecento. A un tratto vedo un uomo che mi chiede un passaggio. Era murzullett . Lo faccio accomodare. Durante il tragitto mi chiede i soldi per le sigarette. Lo accontento. Una volta arrivato in piazza, sapete cosa mi chiede? Andargli a comprare le sigarette. Immaginate la mia reazione.

U patrone

Antonio Franco

Antonio, che tutti in paese chiamavano Totonno, era figlio di un abile cacciatore e aveva ereditato dal padre la passione per la caccia. Naturalmente non aveva un fucile proprio. Aveva, per, uno splendido cane che portava sempre con s.

Le nostre famiglie possedevano due fondi, confinanti tra loro. Spesso io e Totonno si recavano in campagna. Attraversano un tratto in collina attraverso ripidi sentieri raggiungevamo le nostre campagne. Durante la primavera raccoglievamo ciliegie e susine, che erano naturalmente mangiate sul posto. Sul finire della stagione raccoglievamo nocciole che poi dividevamo mettendole in comune. Ognuno sceglieva alternativamente due nocciole fino allesaurimento del mucchietto, in modo da impedire che qualcuno avesse le pi grosse. In autunno si preparavano tagliole per passeri e fringuelli.

Un giorno, nel cavo di un albero trovammo un vecchio fucile di guerra al quale, per mancava la canna, che sostitu con un calcio di legno e con un pezzo di tubo, trafugato allo stagnino del paese detto u piritaro. Con gli involucri di carta delle cartucce, che raccoglieva quando andava a caccia del padre, era riuscito con la polvere e i pallini a costruirne alcune. 70

Con questo fucile riciclato, che era nascosto nel cavo di un olivo, sparavamo dei passeri a non grande distanza. Runato u piritaro

Donato Cantalupo

Era chiamato cos per il gran rumore che facevano le sue scorregge, che si sentinano anche a grande distanza. Lavorava nel frantoio di Don Ciccio. Interveniva ogni qualvolta cera da saldare qualcosa. Il frantoio lungo un centinaio di metri faceva da cassa di risonanza alle sue trombette del culo.

Anguillaro. Antonio Di Maio

Grande bugiardo: le diceva cos grosse che non sarebbero riuscite neanche a passare per il portone di S.Biagio. Bombarolo: pur essendo severamente vietato, ogni tanto scagliava qualche bomba in qualche chiatra del Calore. Il pesce raccolto era poi venduto porta a porta ai compaesani.

Una volta era andata a caccia nel bosco di Persano. Aveva esaurito le cartucce. Gliene era rimasta solo una. A un tratto vede una faraona su un albero e a suoi piedi una lepre. Chi colpire? Qualche attimo dindecisione, poi un lampo: prende una cintrella dalla scarpa e la mette nella canna del fucile. Un tonfo! Non lo credereste: la faraona abbattuta e la lepre inchiodata con un orecchio nel tronco dellalbero!

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U massaro Argano

Gargano Vito

Eravamo in competizione per la coltivazione dei funghi (gli champignons). Tale coltivazione, allora, ancora sperimentale e con risultati non sempre sicuri. Il massaro Argano, nonostante tutte le attenzioni e cautele, non era riuscito a vederne spuntare uno. Anchio tentai la coltivazione. Fui pi fortunato poich riuscii a vederli spuntare. Ricordo la meraviglia del massaro, quando glieli feci vedere. Subito un proverbio ad hoc per magnificarmi!

Zi Runato

Zottola Donato Era veramente una cosa incredibile: con qualsiasi tempo e in qualsiasi ora del giorno il suo bastone chiodato inesorabilmente si abbatteva sulle piccole cicche di sigaretta. Un coro gridava: Pooooosaaaaaaaaaaaa!......

A cipudinessa..

Rosaria Abitava poco sopra allabottega di Biagio Di venuta. Quando qualcuno passava, specialmente giovani in vena di scherzi, grifava: "A cipuddinessa !". E lei: "A cipuddinessa 'e sorita!"

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Seconda puntata sui soprannomi degli altavillesi


La seconda pagina che presentiamo su i soprannomi degli altavillesi ha un obiettivo pi concreto: quello di associare al soprannome persone reali, alcune delle quali ormai decedute. Lo scopo non quello di sfottere o di canzonare qualcuno, ma quello pi modesto di farsi qualche risata insieme, oltre che ricordare i tempi andati della nostra giovinezza, durante i quali i rapporti tra di noi erano di amicizia e di pacifica convivenza. Da questo divertito e canzonatorio scherzo possiamo trarre alcuni brevi spunti: il primo quello del grande potere della parola, intesa come fantasia e immaginazione; un altro il tema della diversit: ciascuno non fa le cose che fanno gli altri, anzi, le capovolge e li dissacra. Avr due momenti strettamente connessi tra di loro: il primo, pi semplice ed elementare, quello di far corrispondere al soprannome una persona reale, il secondo per raccontare episodi da cui tali soprannomi sono scaturiti e qualche loro vicenda che ne metta in risalto il personaggio. C da dire, che alcuni soprannomi sono esclusivi, mentre altri si sono propagati anche ai discendenti (continua la saga). Lo scopo principale da noi indicato, proprio per togliere qualsiasi tono canzonatorio e di sfotto a quello che andiamo dicendo io e Florenzo, inizia con noi medesimi: Ombra (Florenzo), Parredda (io). Ci scusiamo, infine, per le omissioni. Il resto, aggiungetelo voi!

Chiuppone Antonio Luisi ; Fiascone Aurelio Cembalo ; A sentinella Francesco Franco ; A supersata Michele Mastrangelo ; Geg u batterista Salvatore Cupolo ; Poppalomm Antonio Poppiti ; U petuoso Carmine Peduto ; Runatu u piritaro Donato Cantalupo ; Sciarillo Giovanni Pacifico; Seijerita Luigi Di Vernieri ; U capobanda Alessandro Di Vernieri; U pumponale Ferdinando Napoletano ; U calipso Giovanni Mastropietro; U lupo Biagio Mastropietro; Cacone Giovanni Tommasino ; Tufone Marotta (lo zingaro) ; U salese Vito Galardi ; A jotta Luigi Varretta ; Orla orla Vito De Vita ;Pallino Virgilio Tommasino; A smorfia Antonio Mangone; U brigante Matteo Lettieri ; Calendario Emiddio Salvio ; Tichitirolla Gerardo Mangone ; U cardillo Virgilio Tancredi ; Chiuppone Antonio Luisi ; Fiascone Aurelio Cembalo ;A sentinella Francesco Franco ; A supersata Michele Mastrangelo ; Uffa Arturo Giannella ; Crapettone Salvatore Guerra ; U dottoeino Franco il figlio di Gabrielina ; U mpacchioneFrancesco(Ciccio) Iorio ; U piattaro Iannuzzi ; Seijerita Luigi Di Vernieri ; A smorfia Antonio Mangone ; U brigante Matteo Lettieri ; Calendario Emiddio Salvio ; Tichitirolla Gerardo Mangone ; U cardillo Virgilio Tancredi ; U pumpiere Francesco (Ciccio) Sabbia ; U patroneAntonio(Totonno) Franco ; U pittore Carmelo Cembalo ; U tapp Renato Crisci ; Marcia indietro Nunziante Lettieri ; Curr curr Donato Tranchedi 73

; U veloce Carlo Rufo ; A pacchia Ferdinando Marro; U piscione Giovanni Perito ; Cappelletto Daniele Scorziello ; Aucedda Nunziata Crisci ; U mpacchione- Ussufira Gaetano Peduto ; U mattaiolo Antonio Pacifico ; Mammarella Luigino Germano ; Mallardone Domenico Francione ; U lampo Luigi (Gigino ) Guerra ; Maccarone Gerardo Guerra; Murzullett Carmelo Francione ; Telemech Angelo Pacifico; Anguillaro Antonio Di Maio ; U marisciall Matteo Guerra; Cicione Gaetano Cantalupo ; U campanaro >Antonio Gargano; Terrachino Domenico Cennamo ; Culacchio Gerardo Eletto ; Pizzicocc Carmine Liccardi ; Generosa Luisi il fruttivendolo ; Ndofa Carmine Ruggierio ; Malepere Di Lucia ,u cantiniere ; Muzzarella Germano Laurino U picciotto Antonio Portanova ; Nurucone Carmine Merola ; Battilocchio Francesco (Ciccio) Criscuolo; U popolo Pasquale ; U massaro argano Vito Gargano.

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I soprannomi altavillesi di Carmine Senatore e Florenzo De Blasi


In questa pagina troverete soprannomi di famiglia e di singoli di nostri compaesani. Molti sono entrati a far parte della "storia" delle rispettive famiglie. Abbiamo voluto in questa pagina, io e Florenzo, presentare una specie di glossario breve dei soprannomi pi diffusi nel nostro paese .

La loro nascita stata nel tempo una necessit per distinguere meglio le varie famiglie nelle comunit, con un tentativo nello stesso tempo di analisi e studio di origini e significati certi o probabili. Per lo studio dell'origine dei cognomi quindi importante porre laccento come nasca il termine cognome e il termine nome. In latino il Cognomen era l'identificativo della persona, mentre il Nomen era l'identificatore della Gens di appartenenza. Noi qui abbiamo considerato come ipotesi non quella dell'ulteriore identificazione della persona rispetto al cognome (sorta quasi spontanea dalla necessit di unidentificazione, che precisa, anche nell'ambito di una stessa famiglia per poterle quindi meglio identificare, si sono creati dei prenomi aggiuntivi al nome), ma soprattutto quella dovuta al gusto tipicamente popolare di canzonare le persone per le loro particolari caratteristiche fisiche o morali o semplicemente per la loro attivit lavorativa. Per i cognomi del nostro paese, in molti casi,le due ipotesi si possono sommare. Gli altavillesi, infatti, che con tutti i problemi che avevano, trovavano il tempo, in compagnia di un bicchiere di vino, spesso fatti nella cantina di Peppe o Pasquale Di Matteo, anche a sfottersi luno con laltro: uno sfotto educato, rispettoso, naturalmente, un piacevole passatempo, dopo la partita a scopone o la partita di bocce o al lancio del caciocavallo. Ogni gesto o parola, spesso, bastava a far nascere il soprannome. A chiazzolla, A sardagnola, A zecca, Aliciaro , Battilocchio, Caiola , Chiccolino, Culillo , Dudu, Farfallino, Geg, Generosa, Giuannone ,Carrettone,Grampone , I russolillo , Lampadario , I lampo, Maccarone, Maculatone, A tromba ,Malepere, Mallardone, Mammarella , Mammucciella, Manfrone, Marzovillo,Mbruoglie , Murzullett , Ndofa , Ninnillo, Niknella , Nurucone , Ombra, Orla orla, Culacchio, Perelieggiu, Petrolio, Pignatone, Pizzcocco , Poppalomm , Posa, U dottore , Pupachiella, Putazza Puttulone, Regginella, Runato u puritaro ,Scherda, Setterinaro, Sfugliatella , Telemech, Terrachino, Ticcone,Titchirolla U attone ,U banditore, Luigi allossa, Cicione, U brihante, Calendario , U caffettiere, U calipso ,U campanaro, U cardillo ,U cavaliere, U chinotto 75

,U ciucciaro, U colonnello ,U farmacista, apizoca , U fattore, a prciata , U lecchuccio, Barzizza, U lupo, Burraccione, U mpacchione , U marisciall, A purcedda ,U massaro, Curr curr ,U mattaiolo, U palese, Cipudnessa , U parente, Carciuffulone ,U patrone,Marcia indietro , U petuoso , U piattaro, Coria, U piccio ,U pittore ,Ammaglia ,U popolo,A scimmia , U pulentone, Chiuppone, U pumpier, A sentinella , U ricuttaru, Cacone , U ruosp, U sacristan ,U salese , U scustumatu, Castagnieddu, U sindaco ,A trupeia, U spruocculo , U stallone, Aucedda, U stuortu, U tapp, U vescovo, U vierro , Ussifira, Caucerogna ,Ziringulo

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Piazza Castello
Piazza Umberto I era la piazza pi grande del paese. Su di essa si affacciavano il castello, la chiesa del Carmine, la chiesa dellAnnunziata ormai diroccata (succesivamente diventata Casa Comunale), la casa di Don Amedeo, il medico del paese,la casa di Don Aurelio, la Farmacia, la bottega di Battilocchio, il falegname, quella del mio barbiere, la bottega di alimentari e la cantina dei Tedesco.

Da parte opposta i due bar: quello di Saverio nello spazio antistante e inferiore del Castello, e quello di Brunetti che si contendevano la maggior parte dei clienti. Questultima era stata un vecchio garage ed era solo di recente ristrutturato a e adibita a bar. Era gestito dalle sorelle Brunetti, Pupetta e Aida. Qui arrivava la corriera da Salerno: una vecchia auto trasformata in postale con una cabina isolata dal resto. Sul cassone vi erano installati dei posti a sedere con una copertura di legno e, intorno, unintelaiatura di legno chiusa da vetri e per questo detta Cristalliera.

Al centro della piazza il monumento ai caduti della guerra circondata da una ringhiera che chiudeva unaiuola quadrata.

15-18,

Dietro la casa del cavaliere. Era lunica ben costruita con i solai in cemento e le mattonelle in graniglia. In essa viveva Il cavalier Mazzei, un vecchio possidente. Aveva un gran pancione e la bassa statura ne arrotondava ancor pi la fisonomia. Si recava spesso in campagna col suo asinello dai suoi coloni per ritornare sul far della sera con un paio di fascine che i suoi mezzadri vi avevano caricato. Portava stringendoli sulla barda un paniere di frutta di stagione.

Il cavaliere possedeva molti ettari di terreno. I terreni erano di scarso pregio agricolo poich costituiti da calcari marnosi con una ricca percentuale di scheletro e con scarsi elementi nutritivi, dati in gran parte a mezzadria. Nonostante ci, era riuscito a dare un certo benessere alla sua numerosa famiglia, alcuni dei quali era diventati professionisti. Dalla piazza iniziava una lunga discesa, ai lati della quale si ergevano delle case. In fondo, prima della curva una fontana di acqua sorgiva che 77

era apprezzata per la sua frescura. Ed era qui che ogni sera Luigi si recava ad attingere lacqua poco prima dellarrivo del padre dal lavoro. Due strade, una, dalla parte alta, laterale al Castello, e laltra, pi in basso, conducevano al centro storico, il vecchio paese che per conservava ancora una certa vitalit. Vi si accedeva attraverso due porte, ormai aperte, che, per, conservavano ancora il portale in arenaria, la pietra locale con la quale era costruita la gran parte delle case. Infine, lateralmente alla Chiesa del Carmine, il borgo ricco di negozi e botteghe artigiane. Il borgo continuava e dopo qualche chilometro si giungeva la chiesa dellAssunta e, dopo una ripida salita, al cimitero con la chiesa di Montevergine col suo caratteristico e pregevole portale. La piazza non era asfaltata, cosa che avverr dopo qualche anno, a tratti sterrata e in alcuni luoghi con massi affioranti di arenarie. Lilluminazione con lampioni dalla luce fioca conservava ancora alla loro base le aperture, dove erano messe le lampade ad acetilene.Un enorme pezzo di marmo, rozzamente geometrico, davanti alla bottega di Eduardo, fungeva da panchina.

Ai lati della piazza fila di acacie la conferivano decoro e bellezza. Inebriante lodore dei loro fiori a grappolo nel mese di maggio.

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Mio zio Alfredo Di Matteo e la sua Africa


Zio Alfredo aveva sposato la sorella di mio padre, zia Fiorinda Nel dopoguerra, lavorava come calzolaio insieme al padre, ma con una clientela sua propria. Decise di aprire bottega da solo. Io mi si recavo spesso e seduto una sedia vicino al dischetto ascoltava a bocca aperta le sue narrazioni del suo soggiorno ad Addis Abeba. Lavorava dietro un negozio di scarpe, aperto nel frattempo, gestito insieme al fratello. Era stato primo clarino nella banda Rossini Aveva unottima conoscenza musicale: sapeva suonare quasi ogni strumento. Da soldato, era stato in cavalleria. Si vedeva in una grande fotografia mentre col suo cavallo saltava un ostacolo, al termine di una scala su una parete della stanza dove mia zia lavorava come sarta. Dal 1929 il governo fascista di Benito Mussolini d inizio al progetto di conquistare un proprio posto al sole sulla scia di Gran Bretagna e Francia: laspirazione del duce , in altre parole, quella di avviare una politica imperialista che sia in grado di dare lustro al regime, di conquistare terre ricche di risorse naturali, di ricostruire un impero sullo stile del grande impero romano. LAbissinia sembra subito, alle alte gerarchie politiche e militari fasciste, lobiettivo giusto; uno Stato ancora indipendente e linvasione italiana non avrebbe con tutta probabilit provocato reazioni internazionali. Inoltre il livello militare delle truppe etiopi basso: la guerra di Etiopia sembra loccasione adatta per vendicare la sconfitta subita dallItalia, nel 1896 in Africa orientale. Il panorama internazionale sta per lentamente cambiando: in molti paesi colonizzati cominciano a nascere e a farsi strada movimenti nazionalisti e indipendentisti che di l a poco muteranno gli equilibri geopolitici dellintero pianeta. Mussolini voleva fascistizzare il paese e a tale scopo sapr sfruttare magistralmente i mezzi di comunicazione di massa. In particolare la radio, che ascoltata nelle case, in tutti i posti di ritrovo, persino nelle fabbriche. La colonna sonora fatta di dichiarazioni, di proclami, di discorsi, di parole dordine o di canzonette facili e orecchiabili che colpiscono e accendono la fantasia del popolo. Ma non c solo la radio: grande importanza hanno anche i documentari e i cinegiornali dellIstituto Luce. Dal 1937, inizia a bonificare terre, a costruire strade e infrastrutture e a progettare un nuovo piano regolatore che renda Addis Abeba la citt modello dellimpero. Sono persino prese alcune iniziative in campo sanitario, in quello dellassistenza alla popolazione locale. In realt, per, molte di queste iniziative non si realizzeranno mai. Spiega Labanca: La ricerca di un posto al sole, di un luogo dove far emigrare gli italiani per non farli pi sentire bistrattati nei luoghi di emigrazione, in America Latina, in America Centrale, in Europa, era un altro tema della propaganda. Ed effettivamente il fascismo spera di poter portare milioni di coloni italiani in Etiopia. Ma tutte queste rimasero parole perch in realt mai pi di alcune decine di migliaia ditaliani si mossero verso lEtiopia, non ci fu il tempo di sfruttare le risorse del sottosuolo etiopico. LItalia fascista spese forse 16 miliardi del tempo per la guerra di Etiopia, una cifra immensa che cre un baratro nelle risorse finanziarie italiane. Fu cos che anche Zio Alfredo si trov in Abissinia, rimanendovi ancora qualche anno. 79

LAfrica orientale gradualmente abbandonata dalle forze armate che a malapena riusciranno a inviare i mezzi necessari per continuare la repressione della guerriglia etiopica appoggiata in forze dalla Gran Bretagna. Gli inglesi lanciano unoffensiva su larga scala partendo a sud dal Kenya e a nord dal Sudan e travolgendo in tal modo le truppe italiane. Saranno gli eventi della Seconda guerra mondiale a sancire dolorosamente la fine dellavventura etiopica. Roberto, il fratello, aveva combattuto in Russia. Viveva con una pensione di guerra: alcune minuscole schegge erano rimaste nel polso e gli davano un dolore atroce. Sapeva suonare la chitarra. Da giovane, infatti, aveva partecipato e diretta unorchestrina che si esibiva durante i matrimoni. Nella banda musicale Rossini era stato suonatore di corno. Il 22 giugno 1941: attacco tedesco allUnione Sovietica. Mussolini decide pochi giorni dopo linvio di un corpo di spedizione italiano (Csir, Corpo di spedizione italiano in Russia), che il 10 luglio comincer la marcia di trasferimento. Lattacco tedesco, condotto lungo un fronte che va dal Baltico al Mar Nero, ottiene inizialmente grandi successi; nellautunno inizia lassedio a Leningrado e prosegue la marcia di avvicinamento su Mosca; ai primi di dicembre i tedeschi sono a 40 chilometri dalla capitale, ma sono costretti a ripiegare da una controffensiva sovietica dinaspettato vigore. Nel febbraio 1942 viene deciso linvio al fronte russo di nuovi contingenti italiani, che andranno a costituire lArmata italiana in Russia (Armir). In primavera e in estate riprende loffensiva tedesca, concentrata sui territori sovietici sud-orientali. Nel settembre 1942 comincia la lunga battaglia di Stalingrado: i tedeschi stringono dassedio la citt, ma alla met di novembre si trovano accerchiati dalla controffensiva sovietica; tra il dicembre 1942 e il gennaio 1943 comincia la ritirata delle forze italo-tedesche, nel corso della quale larmata italiana (e soprattutto il corpo alpino) subir gravissime perdite. La sconfitta tedesca a Stalingrado, e la successiva ritirata, rappresentano uno dei principali momenti di svolta nella vicenda della seconda guerra mondiale. La ritirata dalla spedizione russa fu catastrofica. Molti furono i morti e i pochi ritornarono, molti con gravi mutilazioni.

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Storie della banda musicale. Ninuccio Di Matteo e gli altri


La prima esperienza musicale di Luigi nacque sollecitata dalla competizione di due bande musicali. Ninuccio Di Matteo era riuscito a diplomarsi al conservatorio, grazie alla sua ferma e ferrea volont. Una volta diplomato, volle realizzare quello che era stato sempre il suo sogno: formare una banda comunale. Il paese era diviso in due fazioni, facenti capo a due quartieri. Era ovvio che una volta formata una banda ne nascesse unaltra nellaltro quartiere. Ovviamente gli abitanti delle rispettive fazioni parteggiavano per luna o laltra parte. Ogni abitante si sentiva in diritto di partecipare: fu costruita per i pi promettenti una scuola di musica, la partecipazione alle prove dei concerti era un obbligo.Io, che facevo parte del quartiere di Ninuccio, partecipavo ai concerti della banda Rossini (cos fu denominata) quasi ogni sera. Dallaltra parte si rispondeva con le stesse armi. La banda Verdi era diretta da Don Raffaele , non diplomato, ma un ottimo conoscitore della musica: lorganista della chiesa del Carmine. Era un tipo burbero, pronto a rimproverare i suoi allievi anche per piccole mancanze. Ogni banda aveva il suo repertorio. Luna evitava le composizioni di un artista e laltra quelle dellaltra. I pezzi forti erano la "Gazza ladra" e "Il Barbiere di Siviglia", mentre La traviata e Il Trovatore quelli dellaltra. Durante le feste, una sera suonava una banda e la sera dopo laltra. Una volta fui preso dal mio sarto, tifoso dellaltra banda, e messo con la testa in un bidone pieno dacqua e mi minacci di immergermi se non avessi gridato Viva Verdi. Io resistetti, e ovviamente il sarto desistette dal suo proposito. Scuola di musica e banda musicale finirono quando Ninuccio vinse un concorso di direttore di una banda comunale in un paese del nord. Comera da aspettarsi lo scioglimento della banda Rossini porto al rapido declino della Verdi, i cui dissidi interni portarono in breve tempo al suo rapido sciogliersi. Questa esperienza port tutti i giovani del paese a interessarsi di musica lirica e sinfonica. Anch'io, quando le condizioni economiche glielo permisero, comprai i suoi primi dischi di musica classica. Ricordo ancora il primo disco che comprai: era la sinfonia n.40 in sol minore di Mozart. Il suo tono drammatico, ansioso e febbrile, contrasta talmente con latmosfera generalmente serena, obiettiva, a volte turbata nel profondo ma sempre calma in superficie, che ascoltatore ne rimane immediatamente colpito e i suoi occhi scorgono segreti che le parole non possono esprimere. I ricordi della sua fanciullezza, lascolto per radio delle romanze, mi avevano reso permeabile allamore per la musica. Avevo imparato che la musica non simpara sui libri, ma ascoltandola. Ascoltandola con attenzione e con amore. Molte melodie, che forse a un primo ascolto, possono esserci parse inconsuete lontane, riascoltate pi volte divengono, insieme con le altre che gi si amano, familiari e amiche.Ogni composizione musicale presuppone in se stesa un atto generativo e volontario come avviene per la progettazione e la costruzione di un edificio, per la pittura, un monumento, un romanzo o un poema. Ascoltare unopera di Beethoven, leggerela Divina Commedia, ammirare un quadro di Tintoretto sono atti che si eguagliano, essendo gli uni e gli altri, facenti parte dello stesso mondo culturale, sintesi dintuizione 81

fantastica e di consapevolezza logica.Luomo con la musica capace di esprimere il mistero, il dolore e la bellezza della vita. Ascoltare musica significa viverla attentamente e intimamente e coltivarla nei silenzi della propria anima.

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"Sono stato il primo consigliere comunale del Pci"


Don Amedeo era un vecchio avvocato legato profondamente alle idee socialiste di Turati, che aveva cercato, appoggiato da molti esponenti del mondo della cultura e dalla Confederazione generale del lavoro, di creare un Ufficio studi del movimento operaio intitolato a Giacomo Matteotti. Dopo questi tentativi, vanificati dalle repressioni fasciste, fu ancora Turati a promuovere, durante il periodo dell'esilio in Francia, la raccolta di documentazione per realizzare unesposizione della stampa antifascista, che fu poi inaugurato a Colonia il 10 giugno 1928. A questassociazione anche Don Amedeo aveva dato il suo contributo didee ed economico. Il progetto riscuotendo il sostegno di molti militanti, simpatizzanti, storici, politici e intellettuali, e si concretizz inizialmente, come abbiamo detto, con la costituzione dell'Istituto socialista di studi storici. Difendeva i poveri contadini chiedendo parcelle da fame, il pi delle volte patrocinava anche gratuitamente. Viveva, colla sua professione e con le rendite di fondi dati mezzadria. Io lo ammiravo e spesso le nostre riflessioni erono basate sui diritti di eguaglianza e di libert dei singoli. Daniele era invece un vecchio socialista, frontista. Faceva il sindacalista e viveva con i soldi di qualche pratica e con qualche regalo da parte soprattutto di operai e contadini. Uomo disciplinato e devoto, molto fedele alla causa socialista, che non aveva neanche abbondonata nei periodi del nascente centro-sinistra nenniano, pur essendo fortemente critico nei riguardi della politica praticata. Daniele e Don Amedeo erano i miei interlocutori politici. Le loro idee in breve divennero patrimonio di un gran numero di cittadini, tanto da far diventare nelle elezioni del 1963 il partito socialista il primo partito del paese, grazie anche alla lotta di Don Ciccio Iannicelli e del rag.Amoroso per una controversia nei riguardi del Consorzio sinistra Sele appoggiata dallon Cecchino Cacciatore, deputato salernitano. Il 12 gennaio 1964, dalla scissione dal PSI della corrente di sinistra, si costituisce il nuovo Partito Socialista Italiano di Unit Proletaria (PSIUP), guidato da Tullio Vecchietti (che ne diviene il segretario) e i cui maggiori esponenti sono Lelio Basso, Vittorio Foa, Lucio Libertini, Emilio Lussu, Alcide Malagugini, Francesco Cacciatore detto Cecchino e Dario Valori. Aderirono allo PSIUP tutti quei militanti socialisti contrari alla formazione di un governo di centro-sinistra formato da PSI e DC, preferendo invece un accordo per una alleanza di sinistra con il Partito Comunista Italiano. Il PSIUP riporta un buon risultato alle elezioni politiche del 1968, in occasione delle quali riesce a raccogliere i consensi della contestazione studentesca; mentre alle elezioni del 1972 non ottiene il quorum in nessuna circoscrizione e non elegge alcun rappresentante in Parlamento. A tale proposito circolava all'epoca una battuta che alludeva alla scarsa longevit politica del partito e che interpretava ironicamente la sigla PSIUP come "Partito Scomparso In Un Pomeriggio". Anch'io seguii lo stesso percorso politica aderendo al PCI. Dopo una militanza nel PCI nella sezione "Gramsci " di Battipaglia, citt in cui mi ero trasferito dopo il mio matrimonio, fatta di vendite 83

domenicali del giornale di partito, di sottoscrizioni e feste dell'Unit, nel 1975 venne il momento di fare l'esperienza politica. Le elezioni amministrative ad Altavilla ne furono l'occasione. In un primo tempo si pens di fare una lista col PSI, tentativo che poi fall per volont di Carmelo Conte, il quale in quell'occasione afferm "Meglio cento vonti col PSI che mille per una lista col PCI". Enormi furono le difficolt non solo per le candidature, ma anche per la raccolta delle firme di presentazione della lista. Per le candidature ci rivolgemmo persino a candidature esterne, come il Prof. Mario Postiglione e l'avv. Maurizio Mottola che, per, tutti avevano un legame diretto o indiretto col paese. Nonostante la lotta fosse ristretta fra le due fazioni pi forte la DC capeggiata da rag Antonio Tedescoda parte e una DC dissedente capeggiata dal dott Salvatore Cembalo dall'altra, riuscimmo ad avere un consigliere.Io divenni, cos, il primo consigliere comunale del PCI. Nessun seggio invece per il PSI, punito dalla sua superbia e tracotanza politica. Le vicende che seguirono sono storia recente: compromesso storico, trasfuga di un consigliere Dc e maggioranza Dc-dissedenti con elezione a sindaco del dott.Salvatore Cembalo, rapimento e uccisione di Aldo Moro.

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Ancora sulla figura di Giuseppe Galardi


Dopo il diploma, le mie amicizie si allargarono con gli altri diplomati e studenti universitari del paese. Si vedevano in piazza la sera: durante la bella stagione si facevano lunghe passeggiate lungo i viottoli della Foresta o nella Macchia; dinverno, al sopraggiungere dei primi freddi, invece, si giocava carte: la vincita era accantonata dalla proprietaria del bar ed annottata su un taccuino. Tale somma era spesa poi a fine anno per la cena di capodanno. Le passeggiate nella Foresta erano quasi quotidiane. Era quasi un rito. Era una densa boscaglia, fatta da piante ad alto fusto, cerro, ontani e querce miste a macchia mediterranea, composta di mirtillo e lentisco. Si attraversano i numerosi piccoli viottoli e infine ci si riposava nei pressi di una fontana, alimentata da una sorgente naturale di acqua molto fresca . Il gruppo era unito, ma, quando sincominciava a parlare di politica, riaffioravano i due opposti estremisti. Nelle notti di estate si girovagava, poi ci si stendeva su una panchina a osservare le stelle. Ognuno degli aderenti al gruppo aveva ricevuto una carica di nobile o di schiavo: cos cera il cavaliere di serramanico, il principe di spogliamonache e naturalmente vi era il servo della gleba. Questultimo preparava la cena di fine anno, sparecchiava e lavava le stoviglie. Ovviamente, essendo figlio unico, la sua casa era il luogo obbligato per il festino. Vincenzo, questo era il suo nome, era studente dellOrientale, un istituto universitario molto rigoroso e di eccellenza. Spesso Vincenzo ci raccontava la sua esperienza inglese, quando per imparare la lingua e la giusta pronuncia si era recato a Londra. Il mattino lavorava in un obitorio, la sera andava a lezione. Le feste di fine anno si concludevano con una quasi generale ubriacatura, accompagnata da balli, rigidamente tra maschi, e vomiti. Lunico sobrio: Vincenzo. Infine la passeggiata, a notte fonda, nella Foresta, che si concludeva con unabbondante bevuta di acqua fresca. Larrivo di Diodoro Mastandrea, nominato direttore didattico delle locali scuole elementari, diede un decisivo impulso culturale al paese. Si avvicin ai giovani professionisti e studenti e ne incoraggi le capacit e le energie intellettuali. Convegni, dibattiti politici furono promossi e permearono lambiente culturale del paese. Di tradizioni cristiane popolari, fu lui che port in paese un giovane intellettuale avellinese, Ciriaco De Mita che poi divenne presidente del Consiglio e segretario nazionale della Democrazia Cristiana. La sua presenza segn una svolta nello scenario politico altavillese. Abituati a una conduzione di tipo clientelare della DC dei coltivatori diretti e dei Comitati civici, la sua personalit sembr una novit nel panorama politico-culturale. Stimol e promosse la nascita del Movimento di collaborazione civica, in origine unassociazione milanese, si occup nell'immediato dopoguerra dell'educazione degli adulti e, per mezzo dell'Umanitaria e del Fronte della cultura, diede impulso alla fondazione dell'Unione italiana della cultura popolare. Il movimento si era esteso anche e soprattutto nel Mezzogiorno per elevare culturalmente le masse popolari. Con contributo mensile sinizi a costituire una biblioteca e validamente diretta da Giuseppe Galardi si arricch di molti libri, grazie anche alla generosit di molte case editrici, che inviarono libri riviste e giornali. Peppe partecip anche alle recite parocchiali (alcune 85

foto si trovano accluse a questo gruppo), facendo il regista e lo sceneggiatore. Lunico diversivo da parte dei giovani, infatti, era lazione cattolica che preparava alcune recite teatrali che poi erano rappresentate al pubblico del paese, animate e favorite dal parroco del paese. Don Domenico, dopo aver pronunciato i voti, era venuto da un paese del Cilento e aveva portato con s gran parte dei familiari, sorelle e nipoti. La sua dimora era situata ai lati della chiesa da cui era separata da uno spiazzo. Comprata dalla curia che ne aveva fatto la casa canonica per il parroco. Era stata una vecchia dimora signorile della famiglia "Perrotta". Al primo piano vi era, allinterno, un ampio salone che Don Domenico aveva riservato ai giovani dellazione cattolica. Era proprio in questo locale che si svolgevano le recite. In fondo un palchetto realizzato da un falegname locale. Tutti i materiali per lallestimento delle scene erano comprati a spese del parroco nel negozio pi fornito del paese. Aveva questa sala due balconi, perennemente chiusi, poich non aveva le inferriate. Potevano aprirsi solo i finestrini. Arrivano fino alla loro altezza d un giardino laterale due splenditi e rigogliosi aranci. Era il mese di aprile, dal finestrino si scorgevano sullalbero numerose arance. Presi dallingordigia, i giovani teatranti riuscirono ad afferrarne alcune e mangiarle. Non lavessero mai fatto: lira del parroco non si calm, se non dopo alcune settimane e mise in forse la esecuzione della recita. Il ricavato della recita era utilizzato dai teatranti per una pizza nella nascente pizzeria "Rufo". I miei ricordi risalgono alla prima met degl anni sessanta. Eventi e contingenze della vita interruppero il sodalizio da noi creato. Agli inizi degli anni '90 ci siamo ancora rivisti, e pi volte, con Peppino e Mario Guerra abbiamo peparato dei pic-nic propri nei luoghi sgarronesi, da me comprati. Qualche violta abbiamo in quegli anni organizzato anche dei pic-nic, lungo il Calore, localit presso Leo Romagnuolo, cui hanno partecipatp oltre l'immancabile Mario Guerra e il sottoscritto anche Gigino Guerra e Rocco Morrone. Memorabili anche i nostri litigi politici. Da una parte Rocco Morrone e Peppe Galardi (allora elettori del MSI di Almirante), dall'altra parte io, Mario Guerra e Vincenzo Grimaldi. Equidistante Gigino Guerra, successivamente elettore del MSI. Di fronte allo strapotere democristiano, per, uniti, tanto che nel 1964 appoggiammo anche noi comunisti la lista del MSI, naturalmente sconfitti per una manciata di voti.

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L8 settembre 1943
A volte i piani temporali si confondono, si sovrappongono sintrecciano sempre pi indissolubilmente, innescano associazioni di significati e la magica evocazione di fatti e di emozioni. A volte il ricordo alimenta e da corpo al monologo interiore. Il tempo passa, ma restano i ricordi e le emozioni di tutte le altre persone con le quali si stato in contatto.Ricordo e memoria sono due parole che hanno affinit, ma sostanzialmente indicano gli effetti della nostra interiorit. Avevo quasi quattro anni, essendo io nato il 7 gennaio del 1940. Il dramma dellesercito italiano scoppia alle 19,45 dell8 settembre 1943, quando la radio italiana divulga il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava che lItalia ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate e che la richiesta stata accolta. Il dramma si trasforma nel giro di poche ore in tragedia per centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi nellora forse pi tragica dallinizio della guerra. Cos, mentre avveniva il totale sbandamento delle forze armate, le armate tedesche della Wehrmacht e delle SS presenti in tutta la penisola poterono far scattare l'Operazione Achse (secondo i piani gi predisposti sin dal 25 luglio dopo la destituzione di Mussolini) occupando tutti i centri nevralgici del territorio nell'Italia settentrionale e centrale, fino a Roma, sbaragliando quasi ovunque l'esercito italiano: la maggior parte delle truppe fu fatta prigioniera e sub l'internamento in Germania. La cosiddetta operazione Avalanche fu una delle tre operazioni di invasione alleate in Italia nel settembre 1943, guidata dal generale Harold Alexander e dal suo 15 Gruppo d'Armate (comprendente la 5 Armata del generale Mark Clark e l'8 Armata Britannica del generale Bernard Montgomery) durante la seconda guerra mondiale. Protagonista di uno degli episodi pi decisivi della seconda guerra mondiale fu il golfo di Salerno, da Maiori ad Agropoli. Gli obiettivi delloperazione, delineati dal generale Dwight D. Eisenhower, comandante in capo del Teatro di Operazioni Mediterraneo, dal generale Mark Wayne Clark, comandante della 5 Armata e dal vice ammiraglio Henry K. Hewitt, comandante della Forza Navale dImpiego Occidentale, erano ben precisi: gli Alleati volevano allontanare i Tedeschi dallItalia Meridionale, impadronirsi delle basi aeree di Foggia, raggiungere Napoli e liberare Roma. La fortezza di Altavilla nella quale si erano asserragliate le truppe tedesche fu teatro di uno dei pi cruenti scontri, che durarono dall11 al 17 settembre e costarono alla cittadinanza circa 85 morti. Pi volte fu presa dalluna e dallaltra parte. Nello scontro perirono anche molti civili, o causa dei bombardamenti o perch direttamente colpiti dai colpi dei mortai. La popolazione si trov in gravi ristrettezze alimentari e pot sfuggire alla fame, perch nel mese di settembre vi era nella campagna fichi e uva in abbondanza e non era ancora iniziata la raccolta. Anchio fui costretto insieme alla madre e alla nonna ad abbandonare la casa e a trovare un luogo pi idoneo per sfuggire alle bombe. I miei ricordi a proposito sono pieni di vaghezza soprattutto per lordine temporale con il quale si susseguirono. Rimangono, per, vive le scene del nostro peregrinare durante lo scontro: la lamia di Donna 87

Matinuccia, la strada lungo il mulino, fuori dal paese ma scoperta, il rifugio nella casetta del piano delle Rose, dove un sorcio morsic un orecchio a Sabatino, il vallone ,luogo pi riparato ed infine il podere Nese in contrada Cognole, dove la madre cucin il poco riso condendolo con un poco di olio che aveva preso da una lucerna .Vivo ancora il ricordo quando si recarono sul castello, dove erano vecchie stalle con la volta in pietra e mura molto spesse. Il piazzale era pieno di vetri rotti o perch direttamente colpiti dalle schegge o per spostamento daria. La resa delle truppe tedesche e lingresso vittorioso delle truppe americane nella piazza del paese segnarono la fine dellaspro conflitto. Il loro arrivo vittorioso suscit molto entusiasmo nella popolazione: mentre passavano con i carri armati, lanciavano caramelle, pezzi di cioccolata e sigarette. Durante il bombardamento sia dallalto sia dalla marina fu colpita la casa natale. Particolare curioso, che fu anche la nostra salvezza, fu il ritrovare fra due muri maestri una damigiana dolio che tenevano sul soffitto. Altro ritrovo gradito fu quando in campagna ritrovarono una trincea piena di carne in scatola e fagioli che le truppe americane avevano lasciato durante il loro avanzare. Si contavano ancora le ferite della guerra: case cadute, molti senza tetto, i lutti, la miseria, il razionamento dei viveri e del pane. Io, per la verit, non soffrii la fame, poich mia nonna aveva ricevuto lincarico dal Podest di fare il pane. Incominciarono a tornare i reduci, alcuni attesero invano. Anche mio padre torn e riprese a lavorare. Poich mancava il denaro, si lavorava col baratto. Ricordo ancora il prurito che conferiva la polvere del grano, giacch era conservato come cosa preziosa nello stanzone da letto. Con larrivo degli aiuti americani il paese riprese a vivere. Si aprirono le scuole in grandi stanze ai lati del castello: bagni turchi, maleodoranti, classi numerose, per mancanza di aule. Le cose incominciarono a migliorare con il loro trasferimento nel centro storico di fronte alla casa del maestro Vincenzo.

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L'eruzione del Vesuvio e... Altavilla


L'eruzione del 1944 del Vesuvio considerata come il termine di un periodo eruttivo iniziato nel 1914. L'attivit stromboliana cominci da allora a costituire un conetto di scorie all'interno del cratere che aveva raggiunto, nel marzo del '44, un'altezza di 100 m., portando l'altezza del vulcano a 1260 m. L'eruzione, descritta in maniera dettagliata da Giuseppe Imb, allora direttore dell'Osservatorio Vesuviano, fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal 13 marzo, quando si ebbe il collasso del cono di scorie presente all'interno del cratere. L'eruzione inizi il 18 Marzo con un aumento dell'attivit stromboliana e con piccole colate laviche sul versante orientale e verso Sud. Subito dopo un altro flusso lavico si rivers nell'Atrio del Cavallo e si ferm a 1,2 km da Cercola, dopo aver invaso e parzialmente distrutto gli abitati di Massa di Somma e di S. Sebastiano. Nel pomeriggio del 21 marzo inizi la seconda fase dell'eruzione caratterizzata da fontane di lava che determinarono l'arresto dell'alimentazione lavica. Da mezzogiorno del 22 marzo accadde un consistente cambiamento nello stile eruttivo: la nube eruttiva raggiunse un'altezza di 5 km, mentre lungo i fianchi del cono sinnescarono valanghe di detriti caldi e piccoli flussi piroclastici. Mentre il Vesuvio eruttava, zio Carminuccio, il fratello di mia madre, si sposava con Annina Mangone. Coronavano cos il loro sogno damore. Pur essendo ancora bambino, ricordo che piovevano ceneri che ben presto formarono uno spesso strato. Per alcuni anni tali ceneri furono usate combinate con la calce come materiale di costruzione.

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Giovanni Rocco
Un altro personaggio che mi rimasto impressa nella memoria era Giovanni Rocco. Aveva unenorme forza. Sembrava fosse nato vecchio. Portava un cappello militare con visiera che non toglieva mai dalla testa. Quando si doveva trasportare un carico pesante, era il punto di riferimento. Era un omone grosso, che pur movendosi lentamente, riusciva a trasportare sulle spalle carichi impensabili per un essere umano: il trasporto di uno scalone o un sacco di grano era per lui possibile. Quando si doveva trasportare un carico pesante era il punto di riferimento. Era lui che allarrivo del postale trasportava il sacco del sale al negozio del centro storico. Si accontentava di pochi spiccioli. Amava, per, le medaglie, da quelle di cartone e quelle di latta. Il regalo lo rendeva felice e questo era lunico momento in cui sorrideva. Non disdegnava il bicchiere di vino che beveva tutto in un sorso. Quando mincontrava, mi sorrideva, perch una volta gli avevo fatto dono di una medaglia di cartone con leffigie del Re Vittorio Emanuele, che avevo trovato a casa di un suo amico in un vecchio baule. Parlava con difficolt e spesso era incomprensibile. A volte borbottava tra s e s. La sua casa, un umile tugurio, era piena di santini, croci di latta e medaglie che teneva sparse ovunque.

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Il Castello
Il castello vero e proprio era arroccato in un lato. Attraverso una piazzetta dava direttamente sulla piazza principale. Due pilastri, con indicata di marmo la propriet, immettevano in un largo su cui si affacciavano un bar, lo studio di un geometra e quello di notaio di don Ciccio. Lateralmente era il cinema separato da un lungo corridoio che immetteva in un frantoio. Una sbarra separava lo slargo dai garage, dove faceva bella mostra una Balilla, ancora funzionante. Attraverso unampia scalinata si saliva allingresso del castello. Due pilastri in arenaria, in alcuni punti erosa dal tempo, simmetteva in un ampio spazio, ai lati del quale si trovavo due giardini. Due cancelli di ferro battuto facevano da entrata; allinterno aiuole di rose e di garofani, al centro due ampie e grandi fioriere in granito. Vi era un vasto loggione con panchine in pietra grezza, dal quale si dominava la piazza del paese. Al centro la vasca per la raccolta dellacqua piovana. Al piano terra, il forno, il bottaio e le stalle che durante la guerra erano serviti da ricovero. Attraverso una scala parte in muratura e parte interra battuta si giungeva da un lato allabitazione dello zio Martino, il fattore, e dallaltra attraverso una scala in pietra allabitazione di Don Ciccio. Dallalto, sulla terrazza, si dominava tutto il paese e la vasta pianura.

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Topografia antropologica La memoria una dinamica attivit della mente umana, che si relaziona, talvolta, involontariamente sul passato, sulla scorta di stimoli dati dal presente. Spessa essa si fa celebrazione, rievocazione, documento storico di fatti. A volte i piani temporali si confondono, si sovra ppongono sintrecciano sempre pi indissolubilmente, innescano associazioni di significati e la magica evocazione di fatti e di emozioni. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------VIA SOLIMENE
Nella via che portava al centro storico, non vi erano negozi. Casa Evelina Baione, Ufficio tributi, casa Luigi Nese, casa Brenca Angelo( ilmio amico geometra) (sgroia) , Casa E. Giannella (Arturo mio cugino), casa Peppe Galardi, casa del parroco, al pian terreno l'azione cattolica , calzolaio Giuliano e poi laggiustatore di biciclette Lettieri,Casa Cennamo, di fronte Peppe Marra e Vitulia,Maculatone con la figlia Liliana, casa di Giuliano, in fondo al vico i Sacco , casa Cembalo e dentista,la Caserma, Casa Russo "I russolillo", frantoio Galardi, il concerto musicale banda "Rossini",Casa Marra ( i falegnami), I petuosi casa Peduto , la sezione comunista sulla scalinata in pietra pagata e gestita da Luigi Giello, complesso Galardi, famiglia Poppiti e Glicerio Taurisano autista del maestro Morrone, negozio zio Alfredo, scuole elementari, maestro Morrone (il Padre di Rocco), a sinistra salendo casa Alessandro ed Eduardo Belmonte, famiglia Tesauro con la mia maestra Giovine, nel vicolo i fratelli di mio nonna zio Luigi Di Masi (zio Peppe che sicuramente hai conosciuto :gioca a bocce), famiglia di Feo (padre del Sindaco odierno 2008),di nuovo scendendo falegnameria Marra, comare Rita Tesauro, il maestro Cecchino di Verniere e il fratello, Ugo il compagno, nel vico senza sbocco Antonino e la sua famiglia , la mia casa natale, famiglia del mio compare durante la guerra Gerardo Pacifico, lufficio di collocamento, famiglia Guarino, casa Morra Gerardo, di fronte la tipografia Cennamo. Nel largo S.Egidio: Bollette SEDAC, Sabatino.Abitazione di Peppe Galardi, Casa Taurisano Alfio, nel vico sulla destra scendendo famiglia Cupolo e Tedesco ( il mastro ferraio mio maestro artigiano con Oreste e Paolo) ,casa don Achille Sassi, casa Luigi Morrone e Rachele (perpetua),Agostino e fratello Antonio Lettieri. S.Antonino Casa del caffettiere Romeo, casa Di Lucia con sartoria, casa Cennamo, Silvio Mordente (padre del compagno Ortensio), Elena la cuoca di don Ciccio, casa Cennamo dove abita il prof.Di Matteo ed Emilia, casa di compare Gerardo Pacifico, le monache, vicino sotto il vico bottega Peppe Di Matteo (lavorava rame rossa per utensili da cucina), sempre nel largo famiglia di Matteo (Peppe, Ninuccio, Mario (un ordigno bellico gli aveva fatto saltare una mano e un braccio- bravo suonatore di tromba , diplomato al conservatorio e prof. di strumento musicale alla scuola 92

media), Amedeo ( quante peripezie per conseguire la licenza liceale,impiegato comunale e scapolo ), famiglia Belmonte (quelli dei pulmann). La fmiglia del "sergente" con la bottega dove si vendevano le "sarache", casa Crisci Alfredo, il frantoio Carrozza, casa della sorella del medico Sassi moglie del "barone"casa Celeste Saponara, casa Giovanni Rocco S.Egidio Casa Sabatino dove si pagavano le bollette SEDAC,abitazione di Peppe Galardi, Casa Taurisano Alfio, nel vico sulla destra scendendo famiglia Cupolo e Tedesco ( il mastro ferraio mio maestro artigiano con Oreste e Paolo) ,casa don Achille Sassi, casa Luigi Morrone e Rachele (perpetua),Agostino e fratello Antonio Lettieri, casa canonica S.Biagio Casa di M,atteo il pap di Zio alfredo (il padre di mio cugino Prof Antonio), casa Marra con Ugo (carabiniere) , Carmine e la sorella maestri, Casa Criscuolo, Casa di Dino Gallo Piazza Umberto I Era la piazza pi grande del paese. Su di essa si affacciavano il castello, la chiesa del Carmine, la chiesa dellAnnunziata ormai diroccata (succesivamente diventata Casa Comunale), la casa di Don Amedeo, il medico del paese, la casa di Don Aurelio, la Farmacia, la bottega di Battilocchio, il falegname, quella del mio barbiere,la bottega di alimentari e la cantina dei Tedesco. Da parte opposta i due bar: quello di Saverio nello spazio antistante e inferiore del Castello, e quello di Brunetti che si contendevano la maggior parte dei clienti Questultima era stata un vecchio garage ed era solo di recente ristrutturato a ed adibita a bar. Era gestito dalle sorelle Brunetti, Pupetta e Aida. Qui arrivava la corriera da Salerno: una vecchia auto trasformata in postale con una cabina isolata dal resto. Sul cassone vi erano installati dei posti a sedere con una copertura di legno e intorno unintelaiatura di legno chiusa da vetri e per questo detta Cristalliera. Al centro della piazza il monumento ai caduti della guerra 15-18, circondata da una ringhiera che chiudeva unaiuola quadrata. Dietro la casa del cavaliere. Era lunica ben costruita con i solai in cemento e le mattonelle in graniglia. In essa viveva Il cavalier Mazzei, un vecchio possidente. Aveva un gran pancione e la bassa statura ne arrotondava ancor pi la fisonomia. Si recava spesso in campagna col suo asinello dai suoi coloni per ritornare sul far della sera con un paio di fascine che i suoi mezzadri vi avevano caricato. Portava, stringendoli sulla barda, un paniere di frutta di stagione. Il cavaliere possedeva molti ettari di terreno. I terreni erano di scarso pregio agricolo perch costituiti da calcari marnosi con una ricca percentuale di scheletro e con scarsi elementi nutritivi, dati in gran parte a mezzadria. Nonostante ci, era riuscita a dare un certo benessere alla sua numerosa famiglia, alcuni dei quali era diventati professionisti. Dalla piazza iniziava una lunga discesa , ai lati della quale si ergevano delle case. In fondo, prima della curva una fontana di acqua sorgiva che era apprezzata per la sua frescura. Ed era qui che ogni sera io mi recavo ad attingere lacqua poco prima dell arrivo di mio padre dal lavoro. 93

Due strade, una parte, dalla parte alta,laterale al Castello, e laltra, pi in basso, conducevano al centro storico. il vecchio paese che per conservava ancora una certa vitalit. Vi si accedeva attraverso due porte, ormai aperte, che, per, conservavano ancora il portale in arenaria, la pietra locale con la quale era costruita la gran parte delle case. Infine, lateralmente alla Chiesa del Carmine, il borgo ricco di negozi e botteghe artigiane. Il borgo continuava e dopo qualche chilometro si giungeva alla chiesa dellAssunta e, dopo una ripida salita, al cimitero con la chiesa di Montevergine col suo caratteristico e pregevole portale. La piazza non era asfaltata, cosa che avverr dopo qualche anno, a tratti sterrata e in alcuni luoghi con massi affioranti di arenarie. Lilluminazione con lampioni dalla luce fioca conservava ancora alla loro base le aperture, dove erano messe le lampade ad acetilene. Un enorme pezzo di marmo, rozzamente geometrico, davanti alla bottega di Eduardo, fungeva da panchina. Ai lati della piazza fila di acacie la conferivano decoro e bellezza. Inebriante lodore dei loro fiori a grappolo nel mese di maggio.

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