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Locchio di porco
di Piero Cal uscita febbraio 2010

Frangetta nera

Di facile aveva solo il nome, Tania, e la frangetta pi nera del peccato mortale. Da quel punto in avanti Tania non era difficile, era un suicidio, e fissarla a lungo e potevi solo fissarla a lungo ti costava la dannazione di don Paolo, le indagini del maresciallo Ovetto e, a chiudere in bellezza, sei mesi dospedale per mano di Gigione Lorco, suo padre. Aveva quattordici anni, Tania, e gi bellissima se ne passeggiava da sola per il viale del paese con la schiena diritta e il gonnellino rosso cos oscenamente svolazzante che solo un grande coraggio sarebbe riuscito a sollevarlo, e nel paese si scommetteva allegramente sullidentit del cuor di leone, tra un caff corretto e un analcolico con la fetta di limone a mezzaluna. Non dava confidenza a nessuno, Tania, con la scusa del pap manesco, e noi rispettavamo il desiderio, un po per la paura, un po perch si faceva pi sugo a fantasticare e a fare orecchie da mercante ai moniti di Ges che ci voleva brave persone; e per le brave persone pensare il peccato gi commetterlo, cos tuonava don Paolo dallaltare della domenica e tutti a fare siss con la testa. Daltra parte, a lei andava bene cos. Non frequentava la messa, Tania, e lunica sua concessione alla mondanit era quella passeggiata innocua in mezzo a noi che facevamo chiacchiera al bar, tra un analcolico e un caff corretto. Ne avvertivi larrivo in lontananza, un fruscio di membra e gonnellina, e chi si accomodava il cravattino, chi raddrizzava le spalle, chi si nettava gli occhiali da sole e chi costringeva la pancia in dentro. Dopo un secolo il suo corpicino scandaloso, sinuoso e colpevole come quello di un serpente, passava e ci ignorava. Io, quando mi rivolgeva lo sguardo, ed era un caso, zoppicavo pi del solito, perch sono zoppo. Perch sono zoppo? Ma questo era prima, e cos, quando la vedemmo annegata sul bagnasciuga gi mortificato dalle alghe della risacca, tirammo tutti un sospiro di sollievo, e lunico rimpianto fu quello di una sbirciata a pancia in gi negata in parte da una pietosa coperta. Zoppico molto ancora oggi, a pensarci. Gigione, sconvolto, scalciava nellacqua riscaldata dallo scirocco mentre prometteva a noi tutti vendette gratis. E noi tutti girammo simultanei la testa nellaltra direzione, ed era il culo di Tania. E cos, passato il tempo del lutto, vi rendo conto di questincubo dello spirito umano, in cui abiezione e abominio fanno insieme minestrone e vocabolario, e di cui tutti, io compreso, siamo colpevoli, tranne che per un insignificante particolare: io sinceramente lamavo e non lo sapevo.

2 Tania non era pi vergine. Questa prima indiscrezione spezz i cuori e fece versare qualche lacrima, chi nei fazzoletti chi nei pantaloni. Insomma, ci sentimmo tutti traditi da un fellone che, rescisso il tacito patto di non aggressione, carogna di uno, era passato dal pensiero allazione in barba allonore, al parroco e ai testi normativi penali e civili. Chi era stato? In quei momenti la Staffa, il micidiale tribunale della chiacchiera che creava lopinione cittadina direttamente dalle seggiole del Bar Centrale, aveva optato per il buon vecchio don Paolo. Non era lui, insinuava inorridito Colluto, che ci fulminava nelle prediche per le nostre sparate innocenti? Che celiava con disprezzo sul nostro dire senza fare? E poi, prova delle prove, don Paolo e Tania sincrociavano molto poco, quindi avevano senzaltro qualcosa da nascondere. Io, in cuor mio, don Paolo lo difendevo. Prendevo le parti di quellomone grasso, mite e ignorante che conosceva poco la truculenta Bibbia, a memoria i Vangeli e nullaltro. Ammiravo la sua sottomissione alla Legge, e la Legge era il Libro e il Libro era Dio, mentre io non ne volevo sapere di Legge, di Libro e di Dio. Tu pensi troppo e ti rendi infelice mi diceva, ed era la frase rituale di tutte le nostre brevi discussioni, gratuita come la poderosa pacca sulle spalle che ogni volta mi ammutoliva. Solo in unoccasione riuscii a controbattere, complice la straordinaria imbottitura di un inverno particolarmente rigido che mi tenne ritto sullasse. Gli dissi che, al contrario, io pensavo poco, e lui, per niente turbato da tanta spudoratezza, concluse: E allora il tuo cervello ti d scandalo. Il che anche peggio. Cosa credi? Che Dio sar indulgente per non averlo reciso e buttato lontano da te? E se ne and via soddisfatto, mollandomi un pestone sullalluce. S, don Paolo si recava qualche volta a casa Lorco, dove si viveva nel bisogno e nel peccato e lefferato Gigione spendeva tutto in birra e avvocati che lo riportassero a dormire lontano dalle brande giudiziarie che gli strizzavano incessantemente locchiolino: furti dauto, dappartamento, scippi e, su tutto, un mare di percosse. Don Paolo si caricava di buone parole, esplicite minacce dellInferno, piccole quantit di frutta, verdura e latte e qualche soldino di rame. Tania quegli incontri li evitava e non, come pensavamo alla Staffa, per qualche affare losco. No, era lorgoglio della sua bellezza, della sua andatura diritta, del suo petto quasi formato, della sua frangetta di pece, che la faceva fuggire da un compatimento che sentiva di non meritare. La spiavo dal balcone di casa, poggiato al mio inseparabile bastone e concentrato a fumare una sigaretta, solo per vederla, non visto, apparire e immancabilmente scomparire. E ammiravo levoluzione dei suoi occhi che partivano bassi, mortificati, e si alzavano fino al cielo, fino al mio balcone, fino a quella nuvola di fumo che era lunica traccia della mia presenza, pronta a eclissarsi prima che potessi incrociare il suo sguardo assassino. Non riuscivo a guardarla negli occhi, e gi per questo ero cosciente che non lavrei mai avuta. Ma don Paolo, che idiozia! Quello zuccone, Dio mi perdoni, aveva a cuore tutti.

3 Lautopsia aveva confermato le chiacchiere: annegamento. Detto questo, scoppi la tregua: il comparaggio della Staffa si era trasferito dal Bar Centrale alla chiesa matrice per la funzione mortuaria. Labete bianco che la rivestiva ci impression tutti e ancor di pi Gigione che sbraitava e colpiva a pugni il legno inerte giurando la vendetta tremenda. Don Paolo per un po lo lasci fare; poi scese i due gradini che lo separavano dalla valle di lacrime e rabbia e lo afferr dolce ma fermo al collo, premendo sapientemente il pollice sulla giugulare per fargli defluire un po di quel sangue impazzito. Sconcertato dallaffronto, Gigione si acquiet e abbracci il bravo sacerdote, mentre una fiumana di lacrime gli scendeva finalmente sulla prima piega della pancia. Non ricordo altro della funzione, quella scena mi commosse e il mio corpo si inumid; due goccioloni mi stagnarono negli occhi perch non avevo il fazzoletto e non osavo chiedere un pezzo di carta a qualcuno, cosicch dovetti trattenermi. Abbassai lo sguardo e provai a tenere in equilibrio quella fontana salata e vischiosa, le lacrime e il muco che se ne voleva fuggire dalle froge. Non rialzai pi gli occhi, sapevo che don Paolo mi stava molto compatendo, lo zuccone!