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Strade blu

NON FICTION

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Federico Rampini

BANCHIERI
Storie dal nuovo banditismo globale

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Dello stesso autore nella collezione Strade blu Il secolo cinese Limpero di Cindia Lombra di Mao La speranza indiana Slow Economy Occidente estremo Alla mia Sinistra Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo

Banchieri di Federico Rampini Collezione Strade blu ISBN 978-88-04-63350-1 2013Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano I edizione ottobre 2013

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Indice

Premessa Parte prima

I COLPeVOLI

9 Jesse James 13 The Gorilla 16 La vera decrescita sono loro 18 Salotto buono allitaliana 22 Il debito (degli altri) un vizio

Parte seconda
IL CrImINe Paga

31 Impuniti 36 Ventimila leghe sotto i mari 40 La curva del Grande Gatsby 44 Il pericolo nellombra 47 Le ultime volont, versione Wall Street 50 Muraglia cinese

Parte terza
Le ONNIPOTeNTI: Fed e bCe

55 La leggenda degli arcangeli 61 Stampare moneta, creare lavoro? 66 Bolle e diseguaglianze 69 I risparmiatori nella morsa dei tassi 73 Il club pi potente del mondo

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Parte quarta
IL daNNO sOCIaLe

85 Due lavori e homeless 88 Il ceto medio affonda 91 Il caso Bloomberg


Parte quinta

IL rIgeTTO

97 A letto col nemico 100 Gi le mani dal mio yoga 103 Manhattan vista dallIndia 106 Cercando ispirazione nel silenzio 109 San Francisco-New York, traslocare ridimensionare Parte sesta
IL LaVOrO CHe Verr

119 Trentanni e zero sogni 122 Meglio idraulici che laureati? 125 Nessuno mi vuole? Mi assumo io 128 Un seguito sulle pantere grigie Parte settima
IN CerCa deL NuOVO

133 143 151 157

QuellOriente che non ci salver Quel che resta dopo lindignazione Se il capitalismo fa lautocritica Resilienza

163 Epilogo Insegnate leconomia ai bambini

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A unitaliana di trentanni, una sera al Teatro Argentina

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Premessa

Unantica regola della stampa anglosassone imponeva al giornalista di scomparire come persona quando scrive, per garantire al lettore neutralit, imparzialit. Pur essendo un ammiratore di quel modello, qualche volta sono pi credibile se mi metto in gioco, se la mia vita personale inquadrata nellobiettivo, fa parte delle cose che racconto. Cos si sa da che parte sto, e perch. Nel quinto anniversario della grande crisi del 2008, gli sviluppi che posso misurare nella mia vita quotidiana sono consistenti. Nellazienda dove lavoro il mio nome finito in una lista di prepensionabili. una perfida nemesi, per uno che ha scritto un Manifesto generazionale per non rinunciare al futuro che cominciava cos: Capita ogni volta che torno per qualche giorno in Italia: mi sento ingombrante. A 56 anni ho let sbagliata?. A un anno di distanza posso togliere quel punto interrogativo. Mia moglie, dopo essersi licenziata dal suo lavoro a San Francisco per rimettersi sul mercato a New York, ha conquistato un contratto: della durata di un anno, rinnovabile. Ma il suo predecessore in quel posto fu licenziato dopo sei mesi. quel che in Italia si direbbe precariato, e in America la regola: qui tutti sono licenziabili a vista. Mia figlia fa la ricercatrice in ununiversit californiana, come tale senzaltro privilegiata rispetto a tanti giovani

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italiani che vorrebbero fare ricerca e non possono. Ha tuttavia subto limpatto dellausterity americana. Non per colpa di Barack Obama, ma della destra che ha la maggioranza alla Camera: mentre sto scrivendo i fondi per la ricerca sono bloccati o tagliati per effetto del congelamento del bilancio pubblico. Mio figlio ha scelto un mestiere, il teatro, dove se ti chiamano guadagni qualcosa senn zero. Passando in rassegna la famiglia, il reddito pi sicuro la pensione di reversibilit di mia madre che si avvicina agli 80 e sta a Bruxelles. Stava per fallire la sua banca, per, se non fossero intervenuti a salvarla insieme i governi francese, belga e olandese. Se lo misuro nella mia vita familiare, cinque anni dopo il collasso di Wall Street, e con pi di tre anni di cosiddetta ripresa alle spalle (qui in America), il livello dincertezza non affatto diminuito, anzi. Nel nostro futuro le cose certe si chiamano tasse, rate del mutuo da rimborsare, pagamenti allassicurazione sanitaria. Aleatorie sono le entrate familiari, le previsioni sui nostri redditi. E siamo fortunati davvero: viviamo nel paese dove la recessione finita da un pezzo, almeno nelle statistiche, e dove la disoccupazione met di quella italiana. Leconomia una cosa fredda se si discute di massimi sistemi, di cifre e di astrazioni. unaltra cosa se ci si ferma a fare il punto su noi stessi, il nostro modo di vivere, le conseguenze minute dei macroeventi nellesistenza quotidiana. Abitare a Manhattan, cio nel cuore del capitalismo globale, per me loccasione di misurarne in modo molto concreto la potenza, e la pesantezza. Vicino a casa mia, vicino al mio ufficio newyorchese ci sono centri di potere economico dove vengono prese decisioni che avranno conseguenze a migliaia di chilometri di distanza, sul futuro di intere generazioni. Qui si elabora anche unideologia che ispira la rappresentazione del mondo, influenza interi continenti. Qui germinano simboli, modelli e metafore, che impregnano limmaginario collettivo del nostro tempo. E da qui bi-

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Premessa

sogna cominciare, dunque, se si vuole dimostrare che limperatore nudo, che un intero sistema non sostenibile. La Grande Contrazione che ci ha colpiti dal 2008 rischia di essere unoccasione sprecata. Poteva essere linizio di una fase veramente nuova, lo shock che ci avrebbe fatto rimettere in discussione unepoca e tutti i suoi valori. Invece, il rischio che si riparta come prima. Sotto stress, nel disagio economico, impauriti per il futuro nostro e dei nostri figli, siamo ridotti ad accettare o a implorare una ripresa comunque, qualunque essa sia, purch le cose migliorino appena un po. Rivedo qui a Wall Street i sintomi degli stessi mali che produssero la peste del 2008. E non solo qui: dallEurozona ansimante nella morsa dellausterity alla mia Cina sotto il tallone delle oligarchie autoritarie, c il pericolo vero che una finestra di opportunit per il cambiamento si stia richiudendo davanti a noi. Poteva, pu ancora, andare diversamente? The Powers That Be, letteralmente i poteri che sono: lespressione che usano gli americani per indicare il potere costituito, i poteri forti, lestablishment dominante. Emana unidea dineluttabilit, la forza di ci che reale. Ecco, da sempre le oligarchie e i privilegiati devono riuscire a compiere questa operazione: convincerci che unalternativa non c, che lorizzonte rinchiuso nel presente, che inseguire altri modelli e cambiamenti profondi irreale. Si rafforzano quando allestremo opposto c chi propone contro di loro una protesta che puro sberleffo, agitata e inconcludente. Si rafforzano se siamo ignoranti dei meccanismi che loro hanno creato. Se rinasco, in unaltra vita vorrei insegnare leconomia ai bambini. Perch crescano armati degli utensili giusti, perch nessuno li possa ingannare con il linguaggio dei tecnocrati. Dare un volto e un nome ai colpevoli uno degli obiettivi di questo libro. Dobbiamo riconoscerli, per non cadere nelle loro trame. Sul ruolo centrale della finanza nel nostro tempo si costruito un mito. Sembra davvero che non se

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ne possa fare a meno, e invece in unepoca tuttaltro che remota il massimo sviluppo dellOccidente avvenne quando le banche erano pi piccole, meno importanti, pi regolate. Parlare di lotta alle diseguaglianze viene considerato un anacronismo, il rimasuglio di ideologie fallimentari, salvo scoprire che i paesi pi competitivi (Europa del Nord) sono i meno diseguali del pianeta. In molte parti del mondo quello che chiamiamo la sinistra o il perimetro delle forze progressiste ha sofferto duramente per lidentificazione con statalismi, burocrazie parassitarie, spese improduttive, apparati sindacali in difesa di corporazioni. La bandiera della riduzione delle imposte stata monopolizzata da movimenti di destra che ne hanno fatto unalibi per lelusione delle rendite finanziarie, per i paradisi fiscali. Quando invece la prima e pi universale delle riforme contro le diseguaglianze un abbattimento delle imposte sul lavoro, anzi contro il lavoro. Il sistema economico che abbiamo ereditato ci sta rubando il futuro, sta logorando gli ultimi dei nostri sogni: per noi, per i nostri figli. Chi lo aveva detto per primo non fu creduto, e gi ne paghiamo un prezzo pesante. Ma nelle nostre strategie di resistenza quotidiana, nelle pieghe della nostra vita, stanno germinando le idee che ci salveranno. Chi ci vuole scoraggiare da questa ricerca, ha dalla sua la micidiale saggezza del Gattopardo: tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga com. Ma non possiamo pi permettercelo, che tutto rimanga com. Oggi restare fermi vuol dire avere la certezza di essere ricacciati indietro.
New York, 10 ottobre 2013

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Parte prima

I Colpevoli

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Jesse James

Il patto sociale che ha reso grande lAmerica sta franando. Prima ancora che ci colpisse la recessione, il lavoro aveva smesso di essere remunerato adeguatamente, per troppi americani. Tra le persone che hanno contribuito al successo della nostra economia, sempre meno sono quelli che ne hanno tratto un vero beneficio. I privilegiati in cima alla piramide sono diventati sempre pi ricchi, pi che in qualsiasi periodo della nostra storia. Tutti gli altri hanno dovuto combattere con un costo della vita sempre pi alto, e buste paga bloccate. Troppe famiglie hanno do vuto indebitarsi semplicemente per sopravvivere. BaraCK Obama, gennaio 2012

Cinque anni di crisi, e non ne siamo fuori. La recessione in senso tecnico, quella interessa gli economisti, non noi. Quella delle statistiche, in America finita, in Europa dicono stia finendo. Eppure la crisi ci sovrasta, ci schiaccia, le sue tremende conseguenze sociali, i danni sul nostro tenore di vita, sulle nostre aspettative, tutto questo non finito affatto. Anche perch, questa crisi non labbiamo curata veramente: nelle sue cause profonde. I colpevoli lhanno fatta franca. Finch non capiremo davvero cos successo, e non colpiremo chi ha avuto un ruolo decisivo nel provocare il disastro, tutto rester come prima. La ripresa sar malata, o sar una manna per pochi, come sta accadendo in America . O addirittura sar una parentesi prima di unaltra ricaduta, provocata dagli stessi mali.

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Banchieri

Quando gli organizzatori del Festival internazionale della storia a Gorizia mi hanno proposto di intervenire alledizione 2013 dedicata alla storia dei banditi come Jesse James, non ho avuto esitazioni ad accettare. Io mi occupo, da giornalista e scrittore, dei grandi temi economici del nostro tempo. Sono cresciuto nei luoghi dove si costruita lEuropa, a Bruxelles. Ho vissuto da nomade globale, tra lAsia e lAmerica, per gran parte della mia vita. Sono appassionato di storia economica, e di questi tempi ho riletto con interesse vivissimo e talvolta angosciato tanti libri sul 1929, la Grande Depressione, il New Deal rooseveltiano. Il tema del banditismo nella storia, ho pensato, ha unattualit sconcertante. I grandi banditi del nostro tempo sono i banchieri. La crisi iniziata nel 2007 nel settore della finanza americana, poi dilagata ad ampiezza sistemica nel 2008 fino a contagiare leconomia reale di tutto lOccidente , ebbe la sua causa scatenante in comportamenti perversi dei banchieri. Dietro i mutui subprime, la finanza derivata dei creditdefaultswap, i titoli strutturati e altri montaggi esoterici e tossici cera un comportamento da grandi banditi in senso proprio. I banchieri si assumevano rischi altissimi proprio come chi dava lassalto alla diligenza due secoli prima nel Far West e tuttavia lo facevano con la quasi certezza dellimpunit. In questo la loro arroganza avrebbe fatto impallidire non solo Jesse James ma perfino Al Capone . Nessun bandito della storia ha mai potuto sognarsi di infliggere tanti danni alla collettivit quanti ne hanno fatti i banchieri. Eppure, non uno dei grandi boss di Wall Street finito in galera. C andato Bernard Madoff, ma lui era un truffatore vecchio stile, un ladro di galline, al confronto dei veri banchieri. Madoff invent un classico sistema di piramidi , o catena di SantAntonio, la cui illegalit fu evidente non appena venne scoperto. I grandi banchieri, invece, hanno convinto le classi dirigenti del mondo intero che la loro una funzione essenziale per il buon andamento

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Jesse James

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delleconomia reale, anche quando la dimensione puramente speculativa delle loro azioni evidente. Tutta la storia delleconomia occidentale dal 2008 in poi una storia di socializzazione delle perdite bancarie. La stessa crisi dellEurozona, guai a dimenticarlo, comincia proprio cos: quando alcuni colossi bancari europei rischiano di fare crac, gli Stati intervengono a salvarli; e a quel punto lonere dei salvataggi sfascia le finanze pubbliche, cos che dal rischio di default bancari si passa al rischio (ben pi grave) di default di interi Stati sovrani. Ne segue limposizione di feroci politiche di austerity a quasi tutti i paesi membri dellEurozona. La disoccupazione cresce, il disagio sociale si fa acuto, le sofferenze umane peggiorano: e tutto ci accade perch allorigine lintera collettivit stata obbligata a salvare le banche. Mentre i banchieri non hanno pagato nulla. Alcuni di quelli che erano al vertice degli istituti di credito nel 2007 ci sono tuttora. Altri se ne sono andati, ma con pensioni e liquidazioni dorate. Pochi banditi della storia furono cos abili e sfacciati nel difendersi da ogni castigo, e rovesciare sulla collettivit il prezzo delle loro azioni. Siamo ancora immersi in questo clima. Basti pensare allazione anomala, innovativa, forse perfino rivoluzionaria, intrapresa da alcune banche centrali. Pur di rianimare la crescita, la Federal Reserve americana ha iniziato per prima una politica monetaria eccezionalmente espansiva. Lhanno imitata le banche centrali del Giappone, dellInghilterra e, in misura minore, anche la Banca centrale europea. Ma il presidente di questultima, Mario Draghi, ha dovuto ammettere che la cinghia di trasmissione tra la Bce e leconomia reale si inceppata. Le banche centrali fanno di tutto per stampar moneta, garantire credito facile, denaro a buon mercato. Le risorse dispiegate per aiutare gli istituti finanziari sono immense. Ma ben poco di tutto ci arriva alleconomia reale sotto forma di crediti facili alle famiglie o alle imprese, che ne hanno bisogno per consumare, investire, assumere. Dunque, siamo ancora nel bel mezzo

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di una fase economica in cui i banchieri prendono senza restituire. E poi: la grande evasione fiscale, quella dei maxipatrimoni e delle imprese multinazionali, non avverrebbe senza i paradisi offshore che fanno capo sempre alle banche. E tuttavia, avere avuto le mani in pasta nella finanza, in molti paesi (Italia inclusa) considerato un buon curriculum per fare il ministro; o per diventare il capo di una grande organizzazione tecnocratica che decida le politiche economiche di intere nazioni. Chi non ricorda il passato condannato a ripeterlo scrisse il filosofo George Santayana. Noi corriamo questo rischio, se dimentichiamo chi allorigine della pi grave tragedia economica dai tempi della Grande Depressione: i banchieri.

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The Gorilla

Che fine ha fatto Richard Fuld? Sta bene, grazie. The Gorilla , cos lo chiamavano per la sua aggressivit. Perfino tra i suoi colleghi banchieri aveva fama di essere il pi aggressivo. Dopo essere stato per molti anni un simbolo dellavidit e dellarroganza di Wall Street, luned 15 settembre 2008 il chief executive di Lehman Brothers fu costretto a dichiarare bancarotta. Quel giorno resta una data segnata dallinfamia, come Franklin Roosevelt defin Pearl Harbor. Davvero una Pearl Harbor economica: il crac di una singola banca mise in moto la concatenazione di catastrofi che hanno sprofondato lAmerica e lEuropa nella pi grave crisi degli ultimi settantanni. Se qualcuno ora pensa che Fuld abbia pagato personalmente, deve ricredersi. Lex numero uno di Lehman continua a fare affari a Wall Street. A capo della sua societ Matrix Advisors, guadagna laute commissioni dando agli investitori consigli sulle strategie per arricchirsi e perfino sulla gestione del rischio. Le scene dei dipendenti di Lehman che cinque anni fa uscivano mestamente dal palazzo della banca, con gli scatoloni di cartone in cui avevano messo in fretta e furia gli effetti personali, illustrano il destino dei bancari non quello dei banchieri. In decine di migliaia persero il posto a Wall Street, dovettero affrontare la disoccupazione, cercare di rifarsi una vita spes-

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so accettando mestieri meno remunerati. I loro capi? Anche quando hanno dovuto lasciare il posto, hanno avuto trattamenti di riguardo: superliquidazioni con i paracaduti doro multimilionari. C perfino chi ha guadagnato tanto dai crac finanziari. John Paulson, capo di un hedge fund, ha comprato degli attivi di Lehman durante la procedura fallimentare, dai quali cinque anni dopo aveva gi ricavato 1 miliardo di dollari di profitti. Non andata cos per la stragrande maggioranza degli americani. Un rapporto del dipartimento del Tesoro fa il bilancio definitivo di quella crisi: 8,8 milioni di posti di lavoro perduti, 19.200 miliardi di dollari di ricchezza delle famiglie distrutti. Solo una parte di quel danno stato riassorbito con la ripresa economica. Un sondaggio Gallup d la misura del trauma anche psicologico: la maggioranza degli americani sono convinti che unApocalisse finanziaria di quelle dimensioni pu ripetersi e distruggere i loro risparmi prima che loro raggiungano let della pensione. Il magazine Time ha celebrato il quinto anniversario con una copertina terribile: accanto allimmagine del Toro della Borsa in festa, il titolo dice Come Wall Street ha vinto, e il sottotitolo Cinque anni dopo il crac, tutto potrebbe succedere unaltra volta. Perfino il Wall Street Journal, giornale conservatore, dedica la sua attenzione ai perdenti con una grande inchiesta sulla Lost Generation. Non solo in Europa, ma anche in America i ventenni sono una Generazione Perduta . Malgrado il tasso di disoccupazione giovanile negli Stati Uniti sia solo un terzo o la met rispetto ai paesi pi colpiti dellEurozona come Spagna, Grecia e Italia, il Wall Street Journal osserva che i ventenni americani con un lavoro sono spesso confinati su un binario di serie B, senza prospettive di carriera, e vedono sfumare per sempre la possibilit di avvicinarsi in futuro ai livelli di benessere dei genitori. Unintera generazione, rivela linchiesta, sta rinunciando o rinviando sine die tutti i riti dellet adulta: il matrimonio, lacquisto della casa, la nascita di un figlio.

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Per capire la copertina di Time, bisogna risalire proprio al crac Lehman. Che sprofond lestablishment in un terrore da contagio sistemico e fu seguito da una svolta repentina. Lo stesso ministro del Tesoro Hank Paulson (amministrazione Bush) che aveva lasciato fallire la banca di Fuld, ventiquattrore dopo decise un salvataggio da 85 miliardi di dollari per il colosso assicurativo Aig. Nasceva cos la dottrina too big to fail (cio troppo grande per fallire). Ci sono dei colossi finanziari troppo grandi perch li si possa lasciare fallire (con il corollario del too big to jail, che si riferisce ai megabanchieri, troppo grandi per finire in carcere). Seicento miliardi di dollari furono stanziati attraverso il fondo Tarp per i salvataggi bancari, solo negli Stati Uniti. Laspetto pi pernicioso del too big to fail, lincentivo implicito che offre ai banchieri perch ricomincino ad assumere rischi eccessivi. Tanto, se finisce male sar il contribuente a pagare il conto. Dopo il Tarp, ebbe inizio lera segnata da uno straordinario protagonismo delle banche centrali, con lesperimento estremo di politica monetaria condotto dalla regina fra loro: la Federal Reserve americana. Un esperimento fatto di massicci acquisti di bond sui mercati, per azzerare il costo del credito e inondare di liquidit leconomia. I rialzi poderosi delle Borse mondiali, Wall Street in testa, sono strettamente legati a questa terapia durto. Chi ne ha tratto il maggiore beneficio?

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La vera decrescita sono loro

Perch la crescita si inceppata? Cherchez la banque. Uno studio recente dellInternational Labour Organization (Ilo), agenzia delle Nazioni Unite, getta una luce inquietante sugli effetti della finanziarizzazione. lei la causa principale dei due mali del nostro tempo: peggioramento delle diseguaglianze sociali e rallentamento della crescita. Un filo lega le due patologie, ed la riduzione della quota di reddito nazionale che va al lavoro. In America, nellultimo decennio la parte di reddito destinata ai lavoratori scesa di ben 12 punti percentuali; il declino ancora pi sostanziale se il paragone viene fatto con il periodo che va dagli anni Cinquanta ai Settanta. Di questo calo del reddito da lavoro rispetto alla torta complessiva, secondo lo studio dellIlo il 46 per cento una conseguenza diretta della finanziarizzazione, il 19 deriva dalla globalizzazione, il 10 dal progresso tecnologico e un buon 25 per cento da fattori istituzionali (leggi: politiche fiscali e di bilancio). La riduzione del reddito da lavoro sul totale nazionale rallenta considerevolmente la crescita, perch le toglie il suo carburante principale: il consumo dei lavoratori e del ceto medio, che legato al loro potere dacquisto. La finanziarizzazione, in quanto arricchisce lo 0,1 per cento della popolazione, genera una piramide distributiva molto inefficiente. Gli effetti della distribuzione sul dinamismo economico

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sono noti da tempo. Nelle societ feudali o sotto il regno di Luigi XIV, la spesa voluttuaria e lussuosa delle lite non bastava come volano di crescita perch la platea dei consumatori era troppo ristretta. Quando Henry Ford, allinizio del Novecento, decise di raddoppiare i salari dei suoi operai perch potessero comprare il modello T, fece unoperazione non di tipo socialista ma semplicemente lungimirante: allarg il mercato di sbocco dei propri prodotti. Il crescendo della finanziarizzazione implacabile: il settore bancario e dei servizi finanziari rappresentava il 2,8 per cento del Pil americano nel 1950, sal al 4,9 nel 1980, per superare l8 ai nostri tempi. Si pi che triplicato. Inoltre, fino agli anni Ottanta gli stipendi medi nel settore della finanza erano in linea con quelli delle altre industrie americane. Da allora sono schizzati verso la stratosfera: oggi chi lavora nella finanza guadagna il 70 per cento in pi degli altri, a parit di livello. Con effetti negativi a cascata. zgr Orhangazi, economista della Roosevelt University, ha dimostrato che pi si sviluppa la finanziarizzazione, meno si investe nelleconomia reale. forse un caso in cui la scienza economica non fa che convalidare il buonsenso comune. Accade sempre pi spesso che in dotte analisi pubblicate su riviste scientifiche il mondo bancario venga etichettato con termini come rendita parassitaria, sanguisuga che sottrae risorse alleconomia. Lo sapevamo intuitivamente, fa piacere averne la conferma accademica.

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Salotto buono allitaliana

Ho avuto un mutuo. La notizia sarebbe priva di qualsiasi interesse per il lettore, se non per un fatto: e cio che la mia una microevidenza empirica di un fenomeno pi generale. In America il credito ha ricominciato ad affluire anche verso leconomia reale. un fattore che fa la differenza tra lAmerica e lEuropa (soprattutto quella del Sud). Su ambedue le sponde dellAtlantico, la crisi ebbe il suo epicentro originario nel sistema bancario. E sia in America che in Europa , i contribuenti sono stati spremuti per salvare le banche con ingenti risorse pubbliche. Dunque, il risentimento verso la razza dei banchieri pi che giustificato a New York come a Milano, Parigi o Madrid. Qui per si ferma il parallelismo. Perch dai salvataggi bancari in poi, gli andamenti del credito sulle due sponde dellAtlantico hanno conosciuto traiettorie divaricanti. Negli Stati Uniti le banche sono tornate a fare (anche) il loro mestiere pi semplice e pi utile, che di prestare soldi alleconomia reale per rimettere in moto la crescita e loccupazione. Il mio piccolo caso personale un mutuo per comprare un appartamento a New York, ottenuto in poco pi di un mese sinserisce in una miriade di episodi analoghi. Se sei in cerca di una casa, o se sei un piccolo imprenditore che vuole assumere, il credito tornato a livelli normali negli Stati Uniti. importante, perch la linfa vitale senza la quale tutto si ferma.

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In Europa, nel 2013 i finanziamenti delle banche alle imprese sono dell8 per cento inferiori ai livelli del 2009, cio lanno zero della prima recessione. Di questa anomalia ha parlato pi volte Mario Draghi, dicendo che la cinghia di trasmissione si rotta: la Bce ha fornito liquidit alle banche, ma queste non lhanno poi trasmessa alleconomia reale. Come si spiega la differenza con gli Stati Uniti? Il presidente uscente della Federal Reserve, Ben Bernanke, insieme con altre authority di controllo del sistema creditizio Usa, riuscito a ottenere una veloce e sostanziosa ricapitalizzazione degli istituti di credito americani, con afflusso di mezzi privati. Gli azionisti hanno ripreso a investire nel capitale delle banche, che quindi sono pi solide e meglio attrezzate per tornare a far credito. In questo lAmerica resta leconomia di mercato pi efficiente, con una Borsa che serve a fare affluire capitale di rischio nelle societ quotate. C anche un altro elemento: leconomia americana meno bancocentrica. L80 per cento dei finanziamenti alle imprese americane, infatti, viene da fonti non bancarie. Un ruolo lo hanno le compagnie assicurative e i fondi comuni dinvestimento che comprano obbligazioni dalle imprese. Le obbligazioni emesse dalle imprese hanno un mercato ampio e liquido. LEuropa lo specchio rovesciato: l80 per cento dei finanziamenti alle imprese europee viene dalle banche. E lItalia? Nel corso del 2012 le banche hanno tagliato alle imprese italiane 44 miliardi di euro di finanziamenti. I banchieri si sono incamerati gli aiuti di Draghi, ma non hanno restituito nulla al paese. Hanno negato agli imprenditori veri le risorse indispensabili per produrre, esportare, assumere. Con delle eccezioni, per. Ne ricordo una, molto significativa. Cito da un articolo delleconomista Alessandro Penati, uscito sulla Repubblica l8 giugno 2013 con il titolo Banche generose solo con Tronchetti. Il personaggio in questione, Marco Tronchetti Provera, un tipico capitalista allitaliana, di quelli che fanno parte del salotto buono. Ha combinato guai grossi, ma casca sempre in piedi. Con

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laiuto di chi? Ecco come Penati riassume gli ultimi episodi: Lo hanno salvato dallavventura in Telecom; gli hanno finanziato e rifinanziato i tanti debiti dellimmobiliare e delle sue holding di controllo; lo hanno mantenuto in sella a Pirelli con un patto di sindacato. Ora le banche (Intesa e Unicredit) investono pure 230 milioni di capitale in una scatola, non quotata, al solo scopo di permettere a Tronchetti di comandare per altri quattro anni. A parte i prestiti gi erogati alle varie holding e attivit immobiliari del gruppo (non molto utili alla crescita), con il patrimonio di vigilanza assorbito dai 230 milioni si sarebbero potuti erogare quasi 700 milioni di mutui residenziali. Ecco una delle ragioni per cui in Italia il mercato immobiliare fermo. I mutui per i lavoratori dipendenti come me, in Italia scarseggiano. Bisogna aiutare Tronchetti a mantenere il suo potere. Dunque, le banche Usa hanno ritrovato solidit patrimoniale e hanno ricominciato a far credito a chi ne ha bisogno davvero, perch nel momento della crisi hanno reagito ricapitalizzandosi, cio accogliendo nuovi azionisti. Un miliardario come Warren Buffett, per esempio, acquist una partecipazione nel capitale della Goldman Sachs proprio al culmine del panico. Le banche italiane non avrebbero potuto fare lo stesso? Certo, ma in tal modo avrebbero diluito il controllo dei soliti noti, salotti buoni o fondazioni manovrate dai partiti. Questa una differenza fondamentale tra il capitalismo americano e la periferica variante italiana. LAmerica ha inventato il modello della public company: societ quotata in Borsa, con azionariato diffuso, generalmente contendibile e cio passibile di essere scalata. Unoperazione come quella che ha visto le due maggiori banche italiane puntellare il controllo di Tronchettisulla Pirelli operazione dove non si creata alcuna ricchezza, dove non esisteva progetto industriale degno di questo nome la tipica manovra di potere che nasce dalla logica del salotto buono, e che non sarebbe concepibile in America. La finanza di Wall Street ha

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Salotto buono allitaliana

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perpetrato nefandezze orrende, ha delle colpe terribili, ma almeno da questo difetto immune. La distruzione creatrice del capitalismo americano, la vitalit grazie alla quale le maggiori aziende del mondo non esistevano neppure quarantanni fa (vedi Apple o Microsoft ) possibile perch non ci sono salotti buoni che ingessano e sclerotizzano gli assetti proprietari. Il capitale americano va a caccia dei progetti industriali, non degli amici da proteggere. I pi grandi investitori, quelli che determinano i flussi di acquisti di azioni nel lungo periodo, sono soggetti istituzionali anonimi come i fondi pensione. Nessuno sa chi siano i maggiori azionisti di Exxon o General Electric , di Coca-Cola o Ibm, e a nessuno interessa davvero conoscere nomi e cognomi di questi investitori: sono giganti senza un volto, che si muovono in base a logiche di mercato e non cordate di potere. Lunica logica che pu assomigliare a quella di un salotto buono la concertazione tra i big della finanza di Wall Street. Talvolta, riunioni segrete tra i pi influenti banchieri hanno dato origine a svolte nei flussi di capitali, sfiduciando questo o quel mercato dinvestimento (anche lEurozona stata vittima di questo voto collettivo di sfiducia). Ma anche quando i comportamenti si avvicinano a manovre di cartello, puntano sempre a massimizzare il profitto, senza essere sostenuti da una logica politica mirata alla conservazione di assetti di potere. Il capitalismo americano ha le spalle larghe e un dinamismo che fa invidia al resto del mondo, proprio perch lampiezza delle forze in gioco impedisce che siano contenute in un solo salotto. Bill Gates e Warren Buffett sono amici per la pelle, ma lunico salotto che li accomuna quello delle fondazioni filantropiche alle quali appartengono ambedue. In Italia le fondazioni non hanno saputo sostenere iniziative imprenditoriali innovative a livello locale: fedeli al loro Dna politico, preferiscono aiutare i soliti noti.

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Il debito (degli altri) un vizio

Lausterity di Angela Merkel ha cercato di accreditarsi in Europa come lantidoto agli eccessi del liberismo. Meglio ancora: una forma di catarsi, di espiazione. un aspetto importante, che spiega la pervicacia della Germania nellapplicare e imporre al resto dellEurozona ricette disastrose che hanno prolungato di anni la recessione. Spiega anche perch interi pezzi dellestablishment europeo siano stati soggiogati dallausterity fino ad accettarla come verit suprema. Da Mario Monti a Enrico Letta, gli ultimi presidenti del Consiglio italiani non hanno osato mettere in discussione il pensiero tedesco nelle sue fondamenta. In partenza, i tedeschi furono tra i primi a indicare il neoliberismo come causa della crisi del 2008. Videro in tale disastro sistemico della finanza mondiale, scatenato da Wall Street, la condanna delleconomia del debito. E avevano ragione, in quel contesto. I mutui subprime furono il fattore dirompente. Quei mutui scadenti erano tali perch concessi a famiglie gi troppo indebitate, o dai redditi palesemente insufficienti per ripagare le rate. Elargendo con facilit credito a tutti, Wall Street aveva inventato un bypass finanziario per risolvere un gigantesco problema sociale: la dilatazione patologica delle diseguaglianze, limpoverimento dei lavoratori e del ceto medio, il crollo della capacit di risparmio delle famiglie, la difficolt di accesso alla

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prima casa. Il sistema poteva funzionare finch la bolla speculativa faceva lievitare il valore degli immobili: le famiglie sovraindebitate potevano sempre sperare di rivendere la casa per ripagare i debiti. I banchieri, dal canto loro, si erano apparentemente immunizzati dal rischio, frazionando e cartolarizzando i loro crediti, spalmando il rischio sui mercati e sugli investitori. Quando il castello di carte crollato, stato giusto puntare il dito contro la cultura del debito facile. Questa cultura, made in Usa, si era alleata con lideologia liberista: la convinzione, cio, che i mercati stessi avessero la capacit di autoregolarsi. Uno dei massimi guru di quel pensiero unico fu Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve durante lEt dellOro (Clinton-Bush), il quale aveva sempre snobbato gli allarmi sulle bolle speculative e debitorie, perch certo che i mercati fossero gi in grado di calcolare il rischio, di proteggersi, di ritrovare un equilibrio naturale. Dopo il 2008, dalla Germania che sono giunte alcune delle requisitorie pi spietate contro lamericanizzazione della finanza, lesportazione della cultura del debito facile verso paesi tanto diversi come lIrlanda o la Spagna. A ragione, la Germania della Merkel stabil nelle sue diagnosi un nesso forte tra il fenomeno subprime e laltra dimensione dei debiti: la tendenza degli Stati Uniti ad accumulare deficit commerciali e passivit con il resto del mondo (soprattuttocon le potenze esportatrici: Cina, Giappone, Germania). Labitudine, cio, degli Stati Uniti di vivere al di sopra dei propri mezzi. Cos la Germania si convinta della propria superiorit morale, oltre che economica. Ma una sconcertante amnesia ha colpito la classe dirigente di Berlino, e lopinione pubblica tedesca tutta intera. La Germania, nel suo passato, fu una grande peccatrice. Qualcuno ricorda episodi pi recenti. Dopo la caduta del Muro di Berlino, la riunificazione tedesca venne pagata da tutti noi: la Germania governata dal cancelliere Helmut Kohl (stesso partito del-

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la Merkel, la Cdu) non volle finanziare il salvataggio della zona Est infliggendo pesanti tasse ai suoi contribuenti. And a indebitarsi sui mercati dei capitali internazionali. Essendo un pachiderma, fece salire il costo del denaro per tutti, noi compresi. In tempi meno lontani, nel 2003, insieme alla Francia anche la Repubblica federale tedesca sfond i parametri di Maastricht, ma fu subito perdonata. Queste sono vicende recenti, ma c ben di peggio in un passato appena pi remoto. la storia del dopoguerra, che proprio tutti sembrano avere dimenticato. Se chiedi a un tedesco oggi che cosa fece lAmerica per risollevare la Germania dalla devastazione della seconda guerra mondiale, se una persona istruita ti risponder: il Piano Marshall. Ma gli aiuti del Piano Marshall (che gli Stati Uniti elargirono a tutti gli alleati dellEuropa occidentale) erano briciole in confronto a un regalo molto pi generoso. Nel 1948 lAmerica decise semplicemente di abbuonare tutto il debito accumulato dalla Germania durante il regime nazista di Adolf Hitler. Nonostante buona parte di quel debito fosse servito a finanziare guerre di conquista, distruzioni e labominio dellOlocausto, gli americani decisero che era lungimirante passarci sopra un colpo di spugna. Fu la pi colossale amnistia del debito che si ricordi nella storia. Il debito pubblico della Germania nel 1948, infatti, ammontava al 675 per cento del Pil nazionale. Pi del quintuplo dellattuale debito pubblico italiano. Nella virtuosa Berlino della Merkel, che impartisce lezioni di parsimonia alla Grecia, quellepisodio fondante della democrazia tedesca stato completamente rimosso dalla memoria. N le opinioni pubbliche europee sembrano ricordare, neppure nei paesi vittima dellausterity, limmenso regalo che fu allorigine della rinascita postbellica in Germania. La visione etica della Merkel, sulle virt della parsimonia, diventata un lasciapassare per reintrodurre nel senso comune una vecchia versione del liberismo. Lo chiamano ordoliberalismus, ha radici antiche nel mondo germani-

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co. Somiglia allideologia che professava Herbert Hoover, presidente americano nel crac del 1929. Hoover non era un mostro insensibile alle sofferenze dei disoccupati. Prov ad attivare alcune leve dello Stato per attutire i colpi della Grande Depressione. Era per fermamente convinto che lAmerica dovesse purgarsi dopo un periodo di eccessi (The Gilded Age, lEt del Jazz, quella del Grande Gatsby): debiti, bolle speculative, euforia di consumi. Una visione moralistica delleconomia, insieme con la fiducia nelle capacit autoregolatrici del mercato, conducevano a pensare che sette anni di vacche magre dovessero biblicamente castigare il troppo benessere dellepoca precedente. A questo si aggiungeva una fede dalle tinte moralistiche sulle virt del pareggio di bilancio. Angela Merkel non un clone di Herbert Hoover: governa un paese con un Welfare State avanzato e generoso. E tuttavia le politiche che ha imposto al resto dEuropa sono simili agli errori prekeynesiani. Errori che lAmerica di Barack Obama ha evitato (almeno questi). La ripresa Usa in tre anni ha generato posti di lavoro a un ritmo medio di 160.000 nuove assunzioni al mese. Non ha curato tutti i mali: resta leredit di diseguaglianze abnormi, un arretrato di disoccupati giovani e sottoqualificati, un peso della lobby di Wall Street tuttora temibile. Ma lAmerica dimostra che svincolarsi dal pensiero unico neoliberista anche nelle sue varianti moralistico-puritane il passaggio obbligato per iniziare a riparare lenorme disastro sociale. Obama ha aggiornato la lezione di John Maynard Keynes, lunico pensiero forte non autoritario generato dagli anni Trenta: prima bisogna rilanciare la crescita, a ogni costo. (Il costo di Obama: un deficit/Pil oltre il 10 per cento durante il periodo pi buio della recessione, 2009-2010.) Quando leconomia torna a generare lavoro, il risanamento dei conti pubblici pi facile: lo dimostra il calo del debito pubblico Usa, in atto per la prima volta dal 2007, trainato dallaumento del gettito fiscale. Lo Stato anche, nella dottrina Obama,

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il catalizzatore di una nuova stagione di innovazioni: dalla Green Economy alla rifondazione dei nostri sistemi educativi. Il modello California, il pi grande Stato americano ad avere raggiunto il pareggio di bilancio aumentando le tasse sui ricchi, dimostra questo antidogma, lantidoto al neoliberismo: lo sviluppo riparte solo se il potere dacquisto viene diffuso nei ceti pi numerosi, classi lavoratrici e ceto medio, la cui sofferenza la prova di un fallimento storico delle politiche gemelle. Austerity e neoliberismo affondano abbracciati insieme. Lideologia della Merkel, che allorigine voleva evitare i mali della finanziarizzazione, di fatto alleata dei banchieri. La colpevolizzazione dei debitori, fino alla loro criminalizzazione, funzionale a salvare chi ha erogato il credito e a perdonare gli errori e gli inganni dei banchieri. Il capitalismo moderno, nella sua espressione culturale pi avanzata, ebbe origine nel 1692 quando Daniel Defoe (Robinson Crusoe) venne sbattuto nelle prigioni di Sua Maest, per debiti. Il romanziere guid una rivolta contro la barbara istituzione del carcere per i debitori. Nacquero cos in Inghilterra le moderne leggi sulla bancarotta, che consentono di rifarsi una vita e unattivit economica dopo il crac. Lausterity altrettanto nefasta dellarcaica prigione per debiti: dissangua il debitore, per impartirgli una lezione, ma gli rende ancora pi arduo il compito di restituire il dovuto. Per non parlare della rinascita. Si pu fare una onesta contabilit dei profitti e delle perdite derivanti dallappartenenza alleuro? Le elezioni tedesche del settembre 2013 sembrano aver dimostrato che nel paese pi ricco, nelleconomia pi competitiva del continente, i benefici delleuro non sono veramente in discussione. Il partito di destra antieuro non ha sfondato, legemonia della Merkel conferma che i tedeschi apprezzano la sua gestione della crisi, gestione in cui la forbice dei tassi ha premiato leconomia reale garantendole un divario di competitiv anche grazie al minore costo del denaro.

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Nella periferia dellEurozona, invece, persiste una narrazione della crisi che descrive leuro come una camicia di forza. Da esempi minuscoli come lIslanda a casi ben pi consistenti come gli Stati Uniti, molte storie di uscita dalla recessione post-2008 sono state accompagnate da politiche di moneta debole. Se lItalia, la Spagna o la stessa Francia avessero potuto fare ricorso alla svalutazione competitiva, oggi le loro condizioni economiche sarebbero migliori? La perdita di competitivit dei Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) stata aggravata dallappartenenza alla moneta unica? C un disegno germanocentrico che ha fatto dellEurozona unarea di moneta forte, forse sopravvalutata rispetto al dollaro e alle monete delle nazioni emergenti? La domanda C una vita fuori dalleuro? non allude soltanto allopzione di uscire dallUnione monetaria, tuttora caldeggiata da alcune forze politiche in Italia e in altri paesi. In unaccezione pi larga, la vita fuori dalleuro significa anche considerare quello che lUnione potrebbe e dovrebbe diventare se la dinamica politica europea uscir dallorizzonte ristretto di una gestione tecnocratica e monetarista della crisi. Di fronte allinazione della politica, dalla crisi del 2008 in poi, abbiamo vissuto un quinquennio di protagonismo globale delle banche centrali. Ma non dalla Bce che pu venire il progetto per una nuova fase di costruzione degli Stati Uniti dEuropa. Daltra parte, lo stallo dellintegrazione europea chiama in causa anzitutto la potenza leader. Abbiamo tutti bisogno di capire se la Merkel ha un progetto per lEuropa, e qual il nostro ruolo in quel disegno.

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Parte seconda

Il crimine paga

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Impuniti

Gli scandali bancari hanno distrutto la fiducia del pubblico, ricostruirla sar una sfida commenta amaro il capo della vigilanza sulla City di Londra, Lord Turner. LEconomist conia un neologismo, bankster, fondendo i due termini banchiere-gangster. Il New York Times sentenzia: I banchieri non sentono n il vincolo della legge n quello della morale. Sembra di rileggere i titoli del 2008, lanno del crac sistemico originato dai mutui subprime, invece sono cronache di quattro anni dopo. Imperterriti, impuniti, i banchieri colpiscono ancora. Come se nulla fosse accaduto, la finanza cattiva pi forte che mai. Lestate del 2012 segnata da una recrudescenza di scandali. Standard Chartered, gloriosa banca britannica molto radicata sui mercati asiatici, colta in flagrante complicit con lIran. Calpestando le sanzioni, ha nascosto 60.000 operazioni per un valore di 250 miliardi di dollari con il regime di Teheran. La sua consorella Hsbc confessa riciclaggio di denaro sporco dei narcotrafficanti e ripetute violazioni delle leggi bancarie americane. JPMorgan Chase ha un buco di bilancio da 6 miliardi di dollari per speculazioni illecite sui derivati. Nel suo piccolo, in quellestate del 2012 anche lItalia fa la sua comparsa nelle cronache con il caso dellamministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, indagato per ostacolo allautorit di vigilanza nel pasticcio Ligresti-Fonsai.

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Ma perfino questi scandali impallidiscono di fronte alla madre di tutte le truffe, la vicenda del tasso Libor. Una frode cos gigantesca, operata con tale spavalderia e arroganza, che lamministratore delegato della banca pi coinvolta, il dimissionario Robert Diamond di Barclays, ha dovuto ammettere di sentirsi nauseato, fisicamente sconvolto di fronte alle e-mail che i suoi trader si scambiavano nel corso della maxitruffa. Lo scandalo del Libor, almeno per la sfacciataggine degli attori in gioco, merita di figurare a fianco della vicenda dei mutui tossici che provoc il tracollo globale del 2008, o delle frodi sui rating delle grandi agenzie s&P e Moodys. Come spiega Gary Gensler, presidente di una delle authority di vigilanza sui mercati finanziari americani (la Commodity Futures Trading Commission), la manipolazione illegale del Libor mette in discussione laffidabilit di un tasso chiave, un tasso che determina i rendimenti per i risparmiatori che cercano di assicurarsi un futuro, o i costi dei mutui per la casa. Accertare che veniva truccato il Libor, come scoprire che qualcuno ha il potere di modificare la misurazione delle ore, o della temperatura, a fini di lucro. Se cos, non possiamo pi essere certi di nulla. Che cos il Libor, esattamente? Lacronimo sta per London Interbank Offered Rate. il pi importante e universale di tutti i tassi dinteresse interbancari, una sorta di termometro centrale della finanza, da cui ne dipendono tanti altri che toccano la nostra vita quotidiana. Ogni mattina prima delle ore 11 di Londra, i dirigenti di 16 banche globali si coordinano per annunciare il minor tasso di mercato quale viene misurato in quella giornata. Sulla base di quel tasso le banche si regolano per farsi credito luna con laltra. A cascata, dal Libor dipendono i tassi sui prestiti ai consumatori, sul credito rateale per lacquisto di automobili, sui mutui per la casa, sui fidi bancari alle imprese. Il Libor influenza in cento modi i bilanci dei fondi pensione, perfino delle finanze pubbliche.

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La Barclays ha ammesso di avere sistematicamente truccato quel tasso ufficiale per almeno quattro anni consecutivi, dal 2005 al 2009. Lo ha fatto per interesse privato. Il suo chief executive Diamond ci ha rimesso la poltrona, e la Barclays ha patteggiato il pagamento di 453 milioni di dollari di multe. Tra le sue complici nel cartello (definizione della Commissione Ue), ci sono Citigroup, JPMorgan Chase e Hsbc. Leconomista John Stodder jr le descrive come istituzioni un tempo rispettate, oggi infettate dallavidit, che hanno sovvertito il capitalismo e rapinato i pensionati. Ma processi e maximulte servono a qualcosa? Linterrogativo legittimo, a quattro anni dalla madre di tutte le crisi finanziarie: era ragionevole pensare che il disastro del 2008 provocato dalla finanza tossica avrebbe vaccinato il sistema bancario dai comportamenti pi distruttivi. Non andata affatto cos. La truffa del Libor, come si vede dalla sua cronologia, si prolungata anche nel 2009, cio dopo che le maggiori banche occidentali erano finite sotto tutela statale, assorbendo ingenti risorse pubbliche per i loro salvataggi. Erano istituti di credito seminazionalizzati, salvati dalla bancarotta con i soldi dei contribuenti, e continuavano a rubare. Com possibile? Dov lorigine profonda di un degrado cos diffuso, cos pervasivo, cos incurabile? Una risposta la fornisce lanalisi delle ultime sanzioni comminate in America contro le aziende colpevoli di frode ai danni dello Stato. Magistratura e organi di controllo colpiscono con velocit negli Stati Uniti, eppure non basta. Dopo lo scoppio della bomba del Libor, a met del 2012, in un solo semestre le autorit americane hanno assegnato 8 miliardi di dollari di multe. A seguire lescalation degli scandali, sorge il dubbio che le sanzioni non siano un deterrente efficace. Forse perch colpiscono le societ ma non i loro capi. Lo dice apertamente il senatore Jack Reed, democratico del Rhode Island: Il cittadino si chiede com possibile che tante imprese commettano reati gravi, e tuttavia nessuno dei dirigenti venga colpito individualmente.

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In realt non proprio cos: la sola authority di Borsa, la Securities and Exchange Commission (Sec), ha perseguito 55 top manager con 2,2 miliardi di multe. vero, per, che nella maggioranza dei casi la giustizia impersonale, incrimina lazienda anzich i suoi capi, i quali, pur dimissionati, a volte si ritirano con paracadute doro, bonus e superpensione. La spiegazione va cercata nel tradizionale pragmatismo dei sistemi giudiziari anglosassoni, in particolare quello americano, che preferisce andare a caccia delle tasche pi capienti (go after deep pockets), cio puntare dritto verso le finanze aziendali da cui si possono estrarre le multe pi pesanti. Questo realismo, che bada al sodo e vuole massimizzare lincasso di multe per lo Stato, ha un effetto collaterale perverso. Le grandi societ per azioni spalmano le multe nei loro bilanci, scaricandole sugli azionisti e in ultima istanza sui clienti attraverso aumenti di prezzi, tariffe, commissioni e interessi. Per il top manager, dunque, non c un disincentivo sufficiente. Un responsabile della vigilanza bancaria Usa ha confessato al New York Times: I banchieri oggi mi sembrano perfino pi prepotenti di quanto fossero prima della crisi. Limpunit individuale alimenta larroganza. Lord Turner arriva a conclusioni analoghe: La dimensione dellattivit finanziaria aumentata, il suo peso sulleconomia sempre pi largo, di conseguenza i potenziali benefici dalle frodi sono ancora maggiori. Il crimine paga, se a rapinare la banca il banchiere stesso. La metastasi cos grave e pervasiva da provocare un clamoroso ravvedimento in uno dei pi grandi banchieri dAmerica. Il caso del banchiere pentito quello di Sanford Weill, colui che negli anni Novanta guid la folle corsa verso il gigantismo della finanza. Weill fu lartefice della fusione tra Citicorp e Travelers, da cui nacque il colosso Citigroup. Ebbe uninfluenza politica notevole, ispirando la convergenza bipartisan verso la deregulation finanziaria. Fu uno degli attori chiave nelliter della legge del 1999, che con il

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voto repubblicano e democratico, e la firma dellallora presidente Bill Clinton, acceler fusioni e acquisizioni. Quella legge segnava la fine della regola sacra contro la mescolanza dei mestieri, applicata dopo il crac di Wall Street del 1929. La storica legge Glass-Steagall del 1933, approvata per volere di Franklin Roosevelt nella Grande Depressione, vietava alle banche che raccolgono depositi dei risparmiatori di usarli per investimenti speculativi o per acquisire partecipazioni azionarie. Era una sana divisione dei rischi, andata in frantumi nel 1999 sotto i colpi del pensiero unico neoliberista. Oggi Weill fa autocritica. Dobbiamo tornare a separare i banchieri dinvestimento dalle banche di deposito ammette lex fondatore di Citigroup. Prima di lui, lo va dicendo da tanti anni Paul Volcker, il grande saggio della finanza, che fu presidente della Federal Reserve. Nel 2008 Volcker era uno dei consiglieri pi ascoltati da Barack Obama. Poi il presidente dovette prendere le distanze dai suoi suggerimenti troppo radicali. Non sarebbero mai passati al Congresso, davanti allo sbarramento delle lobby bancarie. Il che ci riporta allorigine stessa della crisi, la rottura degli equilibri fra oligarchie finanziarie e governi. Sicuri della loro impunit, i banchieri hanno investito nella politica e ne sono diventati spesso i padroni, o almeno dei robusti azionisti con potere di veto. Senza aggredire il loro potere, e possibilmente smembrare le basi stesse del loro perimetro aziendale, la lista degli scandali destinata ad allungarsi, insieme al bilancio dei danni sociali e collettivi.

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Ventimila leghe sotto i mari

Sul finire del 2011, lAmerica si trascina faticosamente fuo ri dalla recessione, lEurozona invece sta sprofondando in modo drammatico. Passa inosservato, nellottobre di quellanno, un exploit tecnologico che sembra degno daltri tempi: rievoca lera entusiasta e ottimista della New Economy. il primo cavo sottomarino a fibre ottiche a essere posato sul fondo delloceano Atlantico da oltre un decennio. Ma a differenza di quelli che venivano inaugurati sul finire degli anni Novanta, non serve a trasferire le telefonate, le e-mail e altri collegamenti Internet. Questo nuovo supercavo sottomarino tra New York e Londra, costruito a cura della societ Hibernia Atlantic, riservato esclusivamente alle transazioni finanziarie. Serve a far guadagnare ben cinque millisecondi ai trader delle due principali piazze finanziarie del globo. Cinque millisecondi sono uneternit, nel mondo delle transazioni computerizzate. Ma siamo sicuri che sia un investimento utile? Linaugurazione da parte della Hibernia Atlantic avviene proprio mentre sono nel mirino dei governi le transazioni superveloci e automatizzate, programmate attraverso appositi software informatici, e note come high-frequency o high-speed trading. Stati Uniti, Unione europea, Canada: sulle due sponde dellAtlantico gli organi di vigilanza e le autorit di controllo sospettano che ci sia qualcosa di marcio

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nel mondo delle transazioni ad alta frequenza, che per comodit abbrevio come Hft. La vittima inconsapevole dellalta frequenza, infatti, siamo tutti noi: ovvero i risparmiatori che affidano in gestione i propri soldi a banche, fondi comuni, assicurazioni, le cui strategie dinvestimento vengono saccheggiate dai predatori dellHft. Il trucco pi frequente, il pi facile e meno rischioso: approfittando proprio dei millisecondi di vantaggio che hanno sugli investitori normali, gli operatori dellHft piazzano i propri ordini in anticipo sullarrivo di grosse transazioni, e cos lucrano il vantaggio di chi conosce per primo la direzione in cui si muoveranno la domanda e lofferta, laumento o la discesa dei prezzi. Ma ci sono altre dinamiche, pi complicate e pi sottili, che gli stessi operatori non controllano fino in fondo, e quale sia il pericolo lo si visto, per esempio, nella famigerata seduta del 6 maggio 2010, passata alla storia per limprovviso tracollo di 700 punti dellindice Dow Jones, senza una ragione precisa se non limpazzimento dei programmi ad alta frequenza. Gli operatori di Wall Street e della City di Londra naturalmente respingono le accuse, ribattono che la stragrande maggioranza delle transazioni legittima, difendono lHft come un fattore di efficienza dei mercati, che li rende pi liquidi e quindi abbassa il costo del singolo investimento. Questa la classica autodifesa che attinge allarmamentario ideologico del neoliberismo: un leitmotiv ricorrente dallepoca di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, che posero le fondamenta teoriche per il grande matrimonio fra le Borse e le tecnologie informatiche fin dagli anni Settanta. Di questo Verbo neoliberista fa parte anche la convinzione che gli operatori del mercato siano i primi ad avere interesse alla regolarit delle transazioni, e quindi siano motivati ad autodisciplinarsi. (Lallora presidente della Federal Reserve Alan Greenspan diceva la stessa cosa a proposito dei banchieri fino al 2007.) Ma unanalisi compiuta sullindice delle 500 maggiori societ quotate

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ha dimostrato una formidabile crescita della volatilit, con oscillazioni sempre pi ampie allins e allingi da quando esiste lHft elettronico. Tutto questo in coincidenza con un potenziamento tecnologico che ha ridotto nellangolo lelemento umano che opera sui mercati. La leva dellHft decisiva per capire laumento nel volume delle transazioni: ancora allinizio del 2007, prima della recessione e quindi con uneconomia reale ben pi florida di quella attuale, il volume degli scambi quotidiani sulle Borse americane coinvolgeva 6 miliardi di azioni. Sei anni dopo siamo a quota 8 miliardi. Laumento dellincidenza dellHft tale che oggi, in America, due azioni su tre vengono scambiate attraverso quei programmi ad alta velocit. E sempre pi spesso ci avviene anche in altre Borse del mondo, a cominciare da quella di Londra. I casi di flagranza di reato sono ancora pochi, perch gli strumenti per indagare sono rudimentali. un classico esempio in cui la caccia al ladro si svolge in modo asimmetrico: sempre il ladro ad avere una lunghezza di vantaggio in termini di know how tecnologico. Ma interessante ricordare alcune punizioni. A Londra, le autorit di vigilanza hanno multato per 8 milioni di sterline una societ di trading canadese, la Swift Trade, per luso di una tecnica chiamata layering. Si tratta dellemissione di massicci ordini di acquisto o vendita, che poi vengono cancellati una frazione di secondo prima che siano effettivamente eseguiti. La tecnica molto in voga, si direbbe, perch poco dopo il caso londinese anche a New York la Financial Industry Regulatory Authority ha incastrato un reprobo. In quel caso si trattava della Trillium Brokerage Services, multata per 2,3 milioni di dollari. Stessa tecnica di layering anche per lei. La pratica della cancellazione repentina di migliaia di ordini poco prima che vengano eseguiti molto diffusa. chiaro a cosa serve: prima i trader dellHft sparano sul mercato ordini voluminosi, sapendo che avranno leffetto di spostare i prezzi, poi li cancel-

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lano e piazzano altre transazioni per lucrare sui movimenti di prezzi che loro stessi hanno provocato. Tutto questo molto pi raffinato e sottile dellaggiotaggio vecchio stile, ed possibile solo grazie alla tecnologia. Di tutti gli antidoti in circolazione, il pi efficace resta la Tobin Tax, cio limposizione di un prelievo fiscale su ogni transazione finanziaria. La Tobin Tax avrebbe unaliquota molto bassa, sicch limpatto sul risparmiatore sarebbe insignificante. Ma essendo una tassa che scatta a ogni operazione, il suo costo sarebbe invece tuttaltro che trascurabile per i colossi dellHft. Di fatto, la Tobin Tax colpirebbe in modo sproporzionato proprio loro, i grandi squali delle transazioni alla velocit della luce, quelli che non hanno bisogno di fare insider trading perch ci bruciano sul traguardo sapendo gi quel che facciamo noi. Guarda caso, la Tobin Tax appare e scompare, ma finisce sempre su un binario morto. forse lunico caso di una tassa che piacerebbe al 99 per cento delle persone, ma l1 per cento che ne blocca lapprovazione ha dimostrato di avere un potere di veto finora insormontabile. Dalla Tobin Tax si sono chiamati fuori molto presto i due paesi che hanno le maggiori piazze finanziarie del pianeta, Stati Uniti e Inghilterra. Solo undici membri dellEurozona hanno cercato di portarla avanti, tra continui ritardi e tentennamenti. Intanto, ventimila leghe sotto i mari, la folle gara dellalta velocit speculativa non conosce tregua.

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La curva del Grande Gatsby

LAmerica dell1 per cento, come la defin il celebre slogan del movimento Occupy Wall Street, si mobilit nel 2012 per far vincere il suo candidato alla Casa Bianca, il repubblicano Mitt Romney. Le banche newyorchesi, rompendo con una tradizione bipartisan, fecero campagna in un senso solo, puntando tutto sullelezione di un presidente di destra. Nei giorni pi caldi della vigilia elettorale, il New York Times descriveva un esperimento senza precedenti, per contrastare la superiorit di Obama nella raccolta di piccole donazioni individuali, e consentire a Romney di lanciare il bombardamento finale degli spot tv. andata male, per loro, almeno alle urne. Anche se, con i repubblicani in maggioranza alla Camera, il potere dinterdizione di Wall Street contro le riforme della finanza resta formidabile. Ma tornare al clima dellautunno 2012, alla poderosa mobilitazione dei banchieri contro Obama, serve per interrogarsi sugli umori politici della finanza. Loffensiva degli straricchi per influire sul voto americano pu indurre a pensare che si sentissero minacciati. Come se una rielezione di Obama fosse il preludio a stangate fiscali persecutorie contro di loro. E invece no. In America l1 per cento rischia poco. E non mai stato cos bene. Gi nel primo biennio dopo la grande crisi del 2008, e con Obama alla Casa Bianca, loro si sono ripresi subi-

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to, e alla grande: gli economisti Emmanuel Saez e Thomas Piketty calcolano che il 93 per cento dei guadagni della ripresa sono andati all1 per cento dei pi ricchi. Conviene spingere lo sguardo ancora pi su: coloro che hanno redditi annui sopra i 4 milioni di dollari, e cio lo 0,01 per cento degli americani, hanno sequestrato il 37 per cento di tutti i benefici della miniripresa in corso. Non c nessuna stangata fiscale in arrivo su di loro, se si eccettua la modesta proposta della Buffett Tax fatta propria da Obama ma regolarmente bocciata dalla Camera. La Buffett Tax prende il nome dal pi illuminato dei membri dello 0,01 per cento, un miliardario che trova eccessivi e controproducenti i privilegi di cui gode. Warren Buffett, che contende a Bill Gates il primato della ricchezza nella top list dei Paperoni, si vergognato di pagare unaliquota fiscale inferiore alla mia segretaria. Lui, proprio come il multimilionario Romney e la maggioranza dei banchieri, beneficiato dal prelievo sui capital gain (plusvalenze finanziarie), appena il 15 per cento. Daccordo con Bill Gates , ha lanciato lidea di arrivare al 35 per cento dimposta sui redditi milionari, equiparandoli cos alle tasse (tipo Irpef ) sul reddito del ceto medio. Esproprio? La direttrice di ThomsonReuters Digital, Chrystia Freeland, ricorda che negli anni Cinquanta (sotto un presidente repubblicano come Dwight Eisenhower) il prelievo marginale sui pi ricchi arrivava al 90 per cento, un livello che oggi spaventerebbe anche i democratici. Ai nostri tempi, invece, sui 400 americani pi ricchi, 6 hanno pagato zero tasse, 27 hanno versato al fisco meno del 10 per cento, e nessuno ha pagato pi del 35 per cento. The Economist ha dedicato uninchiesta a questo au mento delle diseguaglianze: La parte del reddito nazionale che va all1 per cento si raddoppiata rispetto agli anni Ottanta. Ma ancora pi sconcertante la quota appropriata dallo 0,01 per cento, cio le 16.000 famiglie che hanno reddito annuo superiore ai 24 milioni. La loro fetta della tor-

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ta si quadruplicata. Non un caso se il primo segnale di ripresa avvertito dagli specialisti stato il boom di acquisti di penthouse (superattici) sopra i 10 milioni di dollari cadauno, nei quartieri di lusso di Manhattancome lUpper East Side. Vista la loro condizione pi che fortunata, perch i superricchi dAmerica si sono mobilitati in uno sforzo cos intenso nel 2012 per impedire la rielezione di Obama? Alan Krueger, capo dei consiglieri economici della Casa Bianca fino allagosto 2013, ha coniato un neologismo: la curva del Grande Gatsby. Serve a illustrare il parallelismo tra linvoluzione dellAmerica di oggi e gli eccessi dellEt dellOro (anni Venti, prima della Grande Depressione) descritti nel romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Due studiosi di storia economica, Daron Acemoglu e James Robinson, in un saggio recente (Perch le nazioni falliscono, pubblicato in Italia dal Saggiatore) illustrano il criterio che distingue i paesi che hanno successo da quelli che arretrano. I primi sono governati da istituzioni inclusive, sono societ aperte, con mobilit dal basso e un rinnovamento continuo delle lite. Il declino colpisce le societ estrattive: quelle dove una minoranza estrae ricchezza dal resto, per il proprio vantaggio prevalente. La transizione dalluna allaltra formula una ricetta sicura per la decadenza. Nellanalisi storica di Acemoglu e Robinson un caso tipico fu Venezia, che nellepoca della sua ascesa aveva promosso la colleganza, una forma di societ per azioni aperta a nuovi membri. Poi si form unoligarchia che decise la Serrata, un restringimento degli accessi agli outsider. La Freeland ha lanciato nel dibattito politico americano un saggio intitolato Plutocrats, la cui tesi questa: lAmericasta facendo la fine di Venezia. una tentazione ricorrente nella storia delle nazioni: Le lite che hanno avuto successo grazie a un sistema inclusivo, hanno la tentazione di tirar via la scala per quelli che vengono dopo. Leconomista Miles Corak trova una conferma: la mobilit sociale negli Stati

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Uniti crollata via via che aumentavano le diseguaglianze. Un fattore il sistema scolastico. La scuola pubblica viene dissanguata a furia di tagli, perfino due leader democratici come Bill Clinton e Obama hanno preferito mandare le figlie in costosi istituti privati. Listruzione, un tempo strada maestra per lavanzamento dei ceti meno privilegiati, diventa strumento che perpetua le diseguaglianze. Il monito della Freeland: Le societ oligarchiche entrano in stagnazione, i plutocrati minacciano lo stesso sistema che li ha creati.

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Il pericolo nellombra

Guarda un po chi si rivede. American International Group, Aig, un nome dal suono sinistro. Ventiquattrore dopo la bancarotta di Lehman Brothers, il 16 settembre 2008 fu proprio il tracollo di Aig a convincere lallora amministrazione Bush e le autorit di vigilanza di avere sottovalutato il rischio sistemico, cio che il fallimento di una singola banca potesse contagiare tutte le altre fino al collasso completo del credito. Aig fu salvata con unoperazione da 182 miliardi di dollari a carico del contribuente americano. Aig, in realt, era ed una compagnia assicurativa. Perch mai la sua sorte apparve inestricabilmente legata a quella del sistema bancario? Per via di colossali investimenti speculativi nei credit default swap, i Cds, titoli derivati. I Cds appaiono come polizze assicurative, sono nati come uno strumento di protezione, per un creditore che vuole assicurarsi contro il pericolo di fallimento del proprio debitore. Ma questa una finzione. I Cds hanno avuto successo e diffusione enorme non tanto nel loro ruolo assicurativo, ma come titoli altamente speculativi: con i quali in realt si scommette sul fallimento di questo o quel debitore, per arricchirsi sul suo crac. Una delle pi grandi compagnie assicurative dAmerica e del mondo era gestita alla stregua di un hedge fund: piazzava titoli ad altissimo rischio e alta possibilit di profitto. Finch il disastro dei mutui subprime,

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facendo fallire tanti debitori, port al risultato che nessuno aveva previsto, il cosiddetto Cigno nero (evento statisticamente improbabilissimo). Coloro che avevano investito in Cds per puntare sui crac dei debitori, si presentarono tutti allincasso, chiedendo allAig di onorare quelle polizze assicurative. E la compagnia stava fallendo. Lo shock Aig fece scoprire lenorme rilevanza dello shadowbanking, cio il sistema bancario ombra. Tante societ fanno il mestiere delle banche pur senza esserlo, quindi senza essere sottoposte agli stessi criteri prudenziali, regole di capitalizzazione e poteri di vigilanza. Alcune di queste banche-ombra ricadono anche nella categoria too big to fail: troppo grosse per essere lasciate fallire, rappresentano una minaccia permanente per lo Stato e per i contribuenti, costretti a salvarle. La convinzione che le banche-ombra debbano essere soggette agli stessi controlli, forse anche a regole pi restrittive, si fece strada nel 2008. Ma ci sono voluti cinque anni per un primo passo nella direzione giusta. Fino a quando, cio, il Financial Stability Oversight Council (Fsoc), sotto la giurisdizione del Tesoro americano, ha finalmente redatto una lista di queste banche-ombra. Per la precisione, il titolo che viene affibbiato a tali soggetti systemically important financial institution (Sifi), cio istituzioni finanziarie che per le loro attivit e le loro dimensioni comportano rischi per la stabilit dellintero sistema. E nel 2013 chi c in cima a quella lista, indovinate? Aig, naturalmente. In compagnia di altri colossi assicurativi, come Prudential Financial . E anche del braccio finanziario di un gruppo industriale, Ge Capital, filiale di General Electric. Ecco dunque i reprobi, le banche-ombra. Il fatto di essere designate come Sifi avr conseguenze rilevanti per questi soggetti? In linea di principio s. Il marchio dinfamia Sifi d il potere alla FederalReserve di estendere la sua vigilanza bancaria a queste istituzioni, di sottoporle a stress test come le banche; e, infine, la Fed potrebbe imporre loro dei

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requisiti di capitalizzazione perfino pi rigorosi di quelli imposti alle aziende di credito. Il condizionale dobbligo, per, soprattutto su questultimo punto. Perch credete ci siano voluti cinque anni solo per arrivare alla definizione dei Sifi? Perch le lobby che rappresentano le banche-ombra hanno fatto un ostruzionismo micidiale. Chi pensa che siano state sconfitte sottovaluta la loro combattivit.

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Le ultime volont, versione Wall Street

Nove megabanche americane hanno fatto testamento. Proprio cos, lo impone la nuova legge sui mercati finanziari (detta Dodd-Frank dai nomi dei relatori al Congresso ) voluta da Barack Obama dopo il crac Lehman del 2008. Le banche troppo grandi per essere lasciate fallire hanno lobbligo di presentare alle autorit di vigilanza un piano per il proprio smantellamento che indichi come possono essere smembrate in caso di default. Sembra una cosa nobile, un po come il testamento biologico o, meglio ancora, le istruzioni dei donatori di organi? Il nome pu trarre in inganno. La logica di questi testamenti di precostituire un percorso per la rapida vendita ad altre banche di tanti pezzi dellistituto finito in crisi, onde evitare che lo Stato sia costretto a salvarlo con i soldi del contribuente come accadde appunto nel 2008-2009. Le nove maggiori aziende di credito americane hanno ottemperato allobbligo: fra quelle che hanno fatto testamento ci sono JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup e tutte le loro consorelle con oltre 250 miliardi di attivi in bilancio. Altre 100 istituzioni finanziarie meno gigantesche dovranno adeguarsi in seguito. A prima vista lesercizio rassicurante, e conferma limpressione che gli Stati Uniti siano un passo avanti rispetto allEuropa nel prevenire nuovi crac bancari. Tuttavia non bisogna farsi troppe illusioni sullefficacia di quei testamen-

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ti. Se davvero dovesse vacillare sullorlo del default uno dei big, poco probabile che il salvataggio avvenga in modo tranquillo e ordinato seguendo le ultime volont del condannato. Purtroppo, le banche in questione sono davvero troppo grosse. Basti fare un confronto: con la sua bancarotta la Lehman riusc a portare il mondo intero a un passo dal collasso finanziario, pur avendo soltanto 639 miliardi di dollari in bilancio. La JPMorgan Chase ha 2300 miliardi di dollari di attivi. Sono dimensioni che fanno tremare anche solo a considerarle cos, a freddo. Figurarsi che effetto farebbero in caso di un vero default. Chi pu illudersi che un crac di quelle proporzioni si risolva vendendo un pezzo alla volta le varie attivit della banca alle sue concorrenti? Se davvero dovesse tremare un colosso come JPMorgan Chase, vista linterconnessione stretta di tutto il sistema bancario, c da giurare che le sue consorelle sarebbero anchesse sullorlo del disastro, e nel panico. Tutte cercherebbero di ridurre rischi ed esposizioni: altro che comprare i pezzi della banca che sta fallendo. La svizzera Ubs nel fare il suo testamento ha accennato pudicamente al problema, ha ammesso cio che in caso di crisi solo dei concorrenti molto grandi riuscirebbero a comprare le sue attivit. La Ubs piccina rispetto alle tre o quattro maggiori banche americane. Lidea di rendere prevedibile e governabile la prossima crisi bancaria abbastanza illusoria, perch queste crisi hanno sempre degli sviluppi a sorpresa, accelerazioni improvvise, che impongono scelte audaci proprio quando tutti tendono ad andare nel pallone. La verit che il default di pachidermi come JPMorgan Chase, Bank of America o Citigroup chiamerebbe in causa comunque il governo. E non affatto detto che il soggetto pubblico abbia le risorse sufficienti. Perfino la Federal DepositInsurance Corporation (Fdic), lassicurazione federale dei depositi, rischierebbe di rimanere senza fondi. Uno dei cantieri non ancora conclusi della riforma Obama riguarda proprio lorganizzazione di un fondo di mutuo soccorso

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da finanziare con apporti di tutte le banche e da fare intervenire in caso di disastro. In questa situazione, i testamenti sono degli esercizi di wishful thinking, ottimismo ingenuo. Sono scritti in tempi di normalit, da banchieri che hanno gi dimenticato che cos la paura, quella vera. Gli unici a beneficiarne davvero sono i potentissimi lawyer, gli avvocati daffari che prosperano a Wall Street: anche i testamenti, centinaia e centinaia di pagine redatte nel gergo degli addetti ai lavori, sono occasione di laute parcelle.

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Muraglia cinese

La legge Obama sui mercati finanziari (la gi citata DoddFrank) esord come la riforma che non sha da fare. Tante furono le resistenze da parte di parlamentari legati a doppio filo a Wall Street. Quando il presidente americano riusc a farla approvare, divenne la legge che non sha da applicare. La storia di questo imponente testo normativo ci accompagna ormai da quattro anni. Scrivo ci accompagna perch da questa riforma pu dipendere il futuro della finanza mondiale, quindi anche la salute delleconomia reale: il lavoro, il reddito di milioni di famiglie non soltanto americane. I primi due anni nelliter di quella legge, il 2009 e il 2010, furono riempiti da una forsennata battaglia parlamentare. Le lobby bancarie si scatenarono per svuotare un testo che, nelle sue formulazioni iniziali e pi radicali, avrebbe dovuto proibire la mescolanza di due mestieri: banche daffari e banche di deposito. Lidea lanciata da un personaggio autorevole quale Paul Volcker era quella di tornare al regime invalso dagli anni Trenta agli anni Settanta, con una muraglia cinese a impedire che il risparmio dei cittadini venisse usato per speculazioni ad alto rischio. Il concetto semplice, e non un caso che si fosse affermato dopo laltra crisi epocale, il crac di Wall Street del 1929. Vuoi fare il banchiere-pirata, specialista nel gioco dazzardo? Affar tuo, ma sappi in tal caso che

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i rischi sono tutti a tuo carico e nessuno muover un dito per aiutarti il giorno in cui ti caccerai nei guai. Hai scelto invece di fare il banchiere prudente, il mestiere essenziale di chi gestisce i conti correnti e i libretti di risparmio delle famiglie, e fa credito alle imprese? In questo caso i depositi saranno protetti da unassicurazione di Stato. Ma tu dovrai accettare regole precise e una vigilanza severa. O luno o laltro, non deve esserci sovrapposizione, ambiguit, mescolanza tra i due mestieri. La muraglia cinese funzion, guarda caso, in un periodo storico che coincise con una relativa stabilit dei mercati. Fu abolita nel 1999 allapice dellubriacatura neoliberista. Volcker vorrebbe tornare alla situazione precedente. Ed era quasi riuscito a convincere Obama che quella fosse la via maestra. La regola di Volcker stata parecchio annacquata, per consentire che la riforma Obama trovasse i voti in Parlamento. Ma quando la Dodd-Frank stata approvata, la furia di Wall Street si rivolta altrove: a svuotarne lapplicazione. Molte authority sono state private dei mezzi per fare il loro mestiere di controllo sui mercati. Unoffensiva contro la Dodd-Frank stata lanciata perfino dai due senatori democratici eletti nel collegio di New York, Charles Schumere Kirsten Gillibrand. Ebbene s: vendersi agli interessi della finanza non una prerogativa dei soli repubblicani. Si pu essere di sinistra su certi temi (lambiente, i matrimoni gay) e inginocchiarsi di fronte ai banchieri con il pretesto che creano occupazione nel tuo collegio elettorale (fino al prossimo crac e alla prossima ondata di licenziamenti). Schumer e la Gillibrand hanno scritto al segretario al Tesoro , Jacob Lew, chiedendogli di sospendere le direttive sui titoli derivati emanate dalla Commodity Futures Trading Commission (Cftc). Questultima la pi importante delle authority che devono regolamentare, per lappunto, i titoli derivati, in base alle linee guida della DoddFrank. Alcuni derivati in particolare i titoli strutturati che contenevano i crediti verso i titolari di mutui subpri-

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me, e i credit default swap che scommettevano sui loro fallimenti ebbero un ruolo dirompente nel disastro del 2008. La Dodd-Frank ha messo dei limiti alla possibilit per le banche di investire in derivati. E la Cftc ha specificato che quei limiti devono applicarsi anche alle filiali estere delle banche americane. Altrimenti succede quel che accaduto nel 2012 alla JPMorganChase, che perse oltre 6 miliardidi dollari in unoperazione sui derivati, opportunamente collocata nella sua filiale di Londra proprio per sfuggire alle regole americane.

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Parte terza

Le Onnipotenti: Fed e Bce

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La leggenda degli arcangeli

Tra i vincitori indiscussi della grande crisi, gli unici soggetti che ne escono pi forti di prima, e addirittura circondati dallammirazione collettiva, ci sono loro. I super Banchieri. Agli occhi dei cittadini, sono una categoria a parte. Pi potenti ma anche molto pi rispettati, considerati super partes, custodi di un bene pubblico supremo: la moneta. Quasi come arcangeli, cos sono visti i banchieri centrali, che nessuno si sognerebbe di mettere nel mucchio insieme ai banchieri con la b minuscola, quelli che trafficano con il denaro a scopo di profitto. Per loro ci sono delle etichette speciali, che servono a distinguerli. In Italia, per esempio, c il governatore della Banca centrale, in via Nazionale. Un incarico che negli anni aurei della lira stabile e della ricostruzione postbellica (il nostro miracolo cinese) fu ricoperto da personaggi della statura di Luigi Einaudi e Guido Carli, poi da Paolo Baffi, Carlo Azeglio Ciampi. Fior di galantuomini senza dubbio. Con funzioni di responsabilit nazionale: il governo della moneta, la lotta allinflazione, le prediche contro il debito pubblico e altri malcostumi nella gestione delleconomia. Non parliamo della prestigiosa Federal Reserve americana deputata a gestire la moneta imperiale, il dollaro. O della Bundesbank, alla quale i tedeschi hanno tributato una sorta di venerazione, assegnandole una credibilit e unautorevolezza superiori a qualsiasi governo.

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Dunque, siamo quasi tutti in uno stato di soggezione nei confronti di questi super Banchieri. Siamo convinti che loro siano i banchieri buoni, ben distinti dai banditi di Wall Street o di altre piazze finanziarie. I banchieri-banditi ci hanno cacciati in questa crisi, nessuno pu dubitarne. Invece i super Banchieri, gli arcangeli, hanno fatto miracoli pur di salvarci: Ben Bernanke (Fed) con iniezioni di liquidit tonificanti per leconomia americana; Mario Draghi (Bce) con linnalzamento di una linea difensiva strepitosamente efficace per impedire il default di Spagna e Italia. Il culto della personalit pu raggiungere talvolta delle vette imbarazzanti. Seguendo a New York una visita del presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, con varie tappe dalle Nazioni Unite a Wall Street alla Columbia University, nei giorni 24-26 settembre 2013, ho osservato da vicino quel culto. In sei conferenze successive, davanti a diverse audience newyorchesi, Letta ha ricordato ogni volta la frase miracolosa con cui Draghi avrebbe sottratto lEurozona allApocalisse: Faremo tutto ci che sar necessario per salvare leuro, cos parl Zarathustra-Draghi. La frase storica quella che pronunci a Londra il 26 luglio 2012, in una fase convulsa e drammatica di sfiducia dei mercati verso i paesi periferici e altamente indebitati dellEurozona. Letta ha ripetuto quelle parole magiche a tutti i suoi interlocutori, visitando lestablishment americano quattordici mesi dopo il miracolo della resurrezione di Lazzaro. Gli americani, in verit, non sembravano cos affascinati dallevento soprannaturale. Visto da New York, il miracolo un po malconcio: met dellEurozona ancora in recessione nella stessa data in cui stava parlando Letta, laltra met con tassi di crescita asfittici e molto inferiori a quelli statunitensi. Soprattutto, quella citazione del miracolo Draghi suonava surreale nella maestosa Library della Columbia University. Accalcati a sentire il presidente del Consiglio italiano, oltre a tanti docenti e giornalisti, cerano il fior fiore dei ricercatori italiani, costretti a fuggire dal loro

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paese dove il tasso di disoccupazione giovanile il triplo di quello americano. Miracolo Draghi? Agli occhi dei tanti cervelli italiani esiliati nelle universit americane, lossequio di Letta verso il super Banchiere europeo aveva qualcosa di incomprensibile, o perfino beffardo. La distinzione tra banchieri buoni (governatori o presidenti delle banche centrali) e banchieri cattivi (quelli che ci negano il mutuo, speculano sui derivati, aiutano Tronchetti) semplicistica. Per cominciare, tra le due professioni esistono delle porte girevoli, come si usa dire in America. Il sistema delle revolving doors descrive la rotazione frequente di incarichi tra settore pubblico e privato. Ha dei vantaggi perch inserisce nelle alte sfere dello Stato persone che hanno un cursus professionale non esclusivamente burocratico. Tuttavia ha delle controindicazioni, poich i servitori dello Stato possono avere la tendenza a servire anche i loro ex o futuri datori di lavoro privati. Draghi ha lavorato per la Goldman Sachs, una delle regine di Wall Street, prima e dopo essere stato un banchiere centrale. Obama stato l l per nominare come successore di Bernanke alla Federal Reserve quel Larry Summers che aveva fatto soldi come consulente di vari hedge fund, oltre a essere stato grande teorico della deregulation finanziaria ai tempi in cui gestiva il Tesoro per Bill Clinton. Alla fine Obama ci ha ripensato, grazie a una provvidenziale rivolta dellala sinistra del Partito democratico. Ma i conflitti dinteressi si sprecano, da una parte e dallaltra dellAtlantico. Fra tutti, ne spicca uno macroscopico, ben pi importante delle vicende personali di Draghi o di Summers. il conflitto vocazionale, che rende una banca centrale inevitabilmente sensibile ai bisogni delle banche a lei sottoposte. una sorta di sindrome di Stoccolma alla rovescia. La sindrome di Stoccolma rende gli ostaggi psicologicamente succubi dei propri carcerieri fino quasi a simpatizzare con loro. La sindrome opposta, quella delle banche centrali, le rende alla lunga assai simpatetiche verso le loro

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vigilate. A furia di esercitare funzioni di controllo, la banca centrale si prende a cuore le sorti del sistema bancario, anche troppo. E cos abbiamo visto la Fed e la Bce (pi la Banca dInghilterra, quella del Giappone ecc. ecc.) intervenire con migliaia di miliardi nellora del pericolo, per irrorare liquidit alle banche che stavano rischiando di fallire. Col passare del tempo, soprattutto in Europa, ci si accorti che le banche cattive, quegli aiuti non li restituivano alla comunit. Tuttaltro. Le linee di credito speciali, fornite nellemergenza dalle banche centrali, hanno dato ossigeno ai banchieri, e basta. Le banche si sono tenute gli aiuti e hanno continuato a negare il credito, in particolare nei paesi periferici dellEurozona come lItalia. Draghi, a dire il vero, se n lamentato pubblicamente, e pi volte, affermando che si era rotta la cinghia di trasmissione. Ma mai possibile che la potente Bce non abbia alcuno strumento di pressione verso le banche commerciali, per indurle a essere un po meno egoiste? Nella favola dei super Banchieri buoni contro i banchieri cattivi c qualcosa che non convince. La Grande Contrazione iniziata nel 2008 ha cambiato profondamente il ruolo delle banche centrali, e pure i loro rapporti di forza con i governi. Senza risalire fino ai tempi di Einaudi e Carli, anche in epoca ben pi recente la funzione di una banca centrale era relativamente pi semplice e circoscritta. La sua priorit era sorvegliare la stabilit dei prezzi, quindi combattere linflazione (o, in certi casi, la deflazione). Lo strumento a sua disposizione era soprattutto uno: manovrare il livello dei tassi dinteresse ufficiali a breve termine. Usando quella leva, la banca centrale pu rendere il credito pi caro per frenare linflazione in un periodo di boom e surriscaldamento delleconomia. Oppure, al contrario, pu abbassare i tassi e rendere il denaro meno caro, per dare una spinta alla ripresa in una fase di recessione. A questo si aggiungono altri compiti, come la vigilanza bancaria.

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Ma con la Grande Contrazione del 2008 molto cambiato. La durezza della crisi ha messo i banchieri centrali davanti a un fatto allarmante: la tradizionale politica monetaria era sostanzialmente inefficace. Abbassare il costo del denaro non bastava pi, in una situazione di vera e propria depressione. Il fenomeno fu studiato gi da John Maynard Keynes durante la Grande Depressione degli anni Trenta. In circostanze disperate, anche se offri credito a tasso zero le imprese non lo prendono, perch non sanno dove investire quei soldi (Il cavallo non beve fu lespressione coniata da Carli per descrivere quel fenomeno; Non si pu spingere un elastico dice Bernanke). I consumatori non vogliono pi indebitarsi perch temono di perdere il lavoro e il reddito, quindi di non poter pi pagare i ratei del mutuo. In quanto alle banche, in un momento di panico non si fanno pi credito neanche tra loro, perch temono che la concorrente o dirimpettaia stia per fare crac. Questa, pi o meno, era la situazione del 2008 e 2009. A mali estremi, estremi rimedi, decise la Fed sotto la guida di Bernanke. Cominci cos una politica monetaria innovativa, un esperimento per certi aspetti grandioso per resuscitare leconomia americana. In gergo tecnico stato battezzato quantitative easing, parola che tocca tradurre con facilitazione quantitativa. Di fatto, la Fed cominci a comprare in quantit immense dei titoli sul mercato: prima buoni del Tesoro (americano), poi anche obbligazioni emesse dagli istituti di credito che erogano mutui. Tutto questo equivaleva a stampare moneta su una scala cos vasta da inondare leconomia. Con il triplice effetto di abbassare il costo del credito, fare arrivare soldi anche alleconomia reale e, infine, indebolire il dollaro per rendere pi competitive le esportazioni made in Usa. Col tempo, altre banche centrali hanno imitato lesempio della Fed, in particolare quelle giapponese e inglese. La Bce ha incontrato degli ostacoli, perch la componente tedesca non tollera una politica monetaria che potrebbe (sia pure in un futuro lontano) fabbricare inflazione.

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Di certo le banche centrali hanno guadagnato uno status ancora pi prestigioso e un potere senza precedenti. Anche per la latitanza delle politiche di bilancio: in Europa la spesa pubblica antirecessiva stata bloccata dallausterity germanica; in America stata ostacolata dalla destra repubblicana che controlla la Camera. Con i governi impotenti o paralizzati, i super Banchieri oltre che arcangeli sono diventati dei giganti, gli unici attori con poteri speciali e decisi a usarli. Un vero e proprio ruolo di supplenza, il loro, che ha alterato i rapporti di forza tra le istituzioni democratiche e quelle tecnocrazie che sono le banche centrali. Quanto stato utile lesperimento monetario eccezionale? In America qualche beneficio lo ha dato: si stima che dallinizio della pompa monetaria abbia aumentato la crescita del 2 o 3 per cento. Ma perfino negli Stati Uniti mancano allappello circa dieci milioni di posti di lavoro, rispetto alloccupazione che ci sarebbe oggi senza la crisi del 2008. In quanto allEuropa, in condizioni molto peggiori soprattutto se si guarda al mercato del lavoro. La bilancia del potere si spostata di sicuro in favore dei super Banchieri, ma la maggioranza dei cittadini stenta a vedervi un vantaggio per le proprie condizioni di vita.

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Stampare moneta, creare lavoro?

Pu una banca centrale creare lavoro in misura consi stente? Quali sono i meccanismi con cui agisce? E perch lo fa? Sono questioni che sorgono alla luce delleccezionale esperimento storico condotto dal 2009 in poi: contrastare la recessione stampando moneta. Lultima di queste tre domande racchiude una differenza costituzionale tra la Fed e la Bce. La banca centrale americana ha lobbligo di perseguire il pieno impiego, non solo di lottare contro linflazione. E si vede, anche dallattenzione che Bernanke ha dedicato dal 2009 in poi allanalisi della disoccupazione. In un discorso pronunciato a fine agosto 2012 in una conferenza a Jackson Hole, nel Wyoming, Bernanke ha sottolineato i danni enormi che ne derivano: Lalto numero di persone senza lavoro una grave preoccupazione, non solo per le enormi sofferenze e lo spreco di talenti umani che comporta, ma anche perch gli elevati livelli di disoccupazione creano alla nostra economia un danno strutturale che pu durare anni. Questo tipo di analisi condivisa da coloro che studiano da vicino la disoccupazione, e ancor pi da coloro che la vivono. Oltre allimpoverimento materiale ce n uno psicologico, conseguente alla perdita di status, di ruolo sociale, di autostima. Quando linattivit dura a lungo, inoltre, si dilapidano competenze, si degrada lattitudine al lavoro, alle dinamiche relazionali che vi sono col-

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legate. una distruzione di ricchezza, superiore a quella di un impianto industriale che arrugginisce o diventa obsoleto per mancanza di manutenzione. Questi fenomeni sono tristemente noti dai tempi della Grande Depressione, ma non scontato che catturino lattenzione di un banchiere centrale e diventino il nucleo portante della sua strategia. Come si mossa la Fed, per cercare di ridurre la disoccupazione? I suoi strumenti sono indiretti, ovviamente non lei ad assumere i senza lavoro, e tuttavia la sua efficacia indiscutibile. Nessuno dei tanti economisti presenti al simposio di Jackson Hole anche quelli fortemente critici del suo operato ha messo in discussione i calcoli di Bernanke: sui quattro milioni di nuovi posti di lavoro creati dal settore privato in America tra il 2009 e il 2012, la met sono la conseguenza delle azioni della banca centrale. Gli interventi della Fed sono costati in quel triennio 2300 miliardi di dollari (poi stata sfondata quota 3000 miliardi, nel 2013), ma a differenza del piano per la crescita di Barack Obama (800 miliardi di investimenti pubblici, varati nel gennaio 2009) ci che ha fatto Bernanke non pesa sul contribuente, non fa aumentare il debito statale. La banca centrale, infatti, ha il potere di stampare moneta, questa la sua ragion dessere originaria. Dunque, la Fed ha creato migliaia di miliardi di moneta e li ha spesi per comprare buoni del Tesoro americani (o titoli simili, come le obbligazioni emesse dagli istituti di credito immobiliare semipubblici). Perch, acquistando quei titoli, ha dato luogo a milioni di posti di lavoro in pi? La catena di trasmissione degli effetti funziona in tre passaggi semplici. Se la Fed si presenta sul mercato come acquirente di Treasury Bond, essa aumenta la domanda di questi titoli pubblici. Come in ogni mercato, un aumento della domanda fa salire il prezzo. Nel caso dei titoli laumento del prezzo ha un effetto particolare: fa scendere il rendimento. Il meccanismo aritmetico facile da capire. Immaginiamo

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un Bot che viene emesso dallo Stato per un valore nominale di 100 euro e una cedola dinteresse del 3 per cento, cio con un rendimento di 3 euro dopo un anno. Lo stesso Bot viene venduto a unasta dove la domanda sale cos tanto che gli investitori pagano ben 120 euro per comprarlo. A quel punto il suo rendimento di 3 euro rappresenta un interesse del 2,5 per cento. Ecco perch si dice che linteresse si muove inversamente al valore di un titolo. Se i titoli valgono di pi, allora rendono di meno, e viceversa. Ed ecco come lintervento della banca centrale con massicci acquisti di bond pu spostare verso il basso i tassi dinteresse. Il secondo passaggio avviene perch i tassi dinteresse che ci riguardano da vicino sono agganciati a quelli dei bond pubblici. Esempio: in America i mutui per la casa, a quindici o a trentanni, hanno interessi che seguono strettamente quelli dei Treasury Bond di lungo termine. Se la Fed riesce ad abbassare i tassi dei bond, automaticamente accade lo stesso per i mutui-casa (e anche altre forme di credito al consumo, come i ratei sui prestiti dei concessionari di automobili). Terzo passaggio, esempio concreto. Il calo dei tassi sui mutui c davvero, in effetti tante banche americane hanno proposto ai loro clienti di rinegoziare i mutui preesistenti, rifinanziandoli in base alle nuove condizioni in modo che si paghino rate mensili inferiori. Gli effetti sulleconomia reale sono molteplici. Per chi in cerca di prima casa, laccesso al credito meno costoso. Infatti, il mercato immobiliare Usa che fu il buco nero allorigine dellimplosione finanziaria del 2008 stato il primo settore economico a mostrare segni di ripresa. Per chi ha gi una casa, il rifinanziamento del mutuo preesistente crea una liquidit aggiuntiva che si pu destinare a ridurre i debiti o a fare altre spese. Anche in questo caso leffetto percepibile. C poi un altro effetto dello stampare moneta, di tipo indiretto. Generalmente, una banca centrale che aumenta la liquidit tende anche a deprezzare la propria valuta, la

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indebolisce rispetto ad altre monete. Questa pu diventare una vera e propria svalutazione competitiva, che rende meno cari i prodotti nazionali e quindi d una mano alla ripresa attraverso il rilancio delle esportazioni. Anche se non lo ha mai detto in modo esplicito, la Fed ha usato anche questo strumento per creare lavoro e assecondare una reindustrializzazione degli Stati Uniti, una parziale inversione di tendenza dopo tanti decenni di delocalizzazioni che avevano portato a chiudere stabilimenti in America per aprirli in Asia. E lEuropa? Se ricordiamo che alla sua nascita, nel 1999, leuro scivol per un certo periodo sotto la parit con il dollaro (1 euro valeva a un certo punto 97 centesimi di dollaro), balza agli occhi una contraddizione. Proprio mentre lAmerica usciva dalla crisi per prima, e ricominciava a crescere creando occupazione, leuro restava forte rispetto al dollaro, spesso oscillando attorno, o sopra, quota 1,30 dollari per 1 euro. Lassurdit si scioglie se il nesso casuale si inverte: lEuropa affondata pi a lungo nella recessione anche perch penalizzata da un cambio troppo forte. La forza eccessiva della moneta meno dibattuta dellausterity, ma non meno importante. Il Giappone ha copiato la ricetta della ripresa americana: politiche keynesiane (90 miliardi di euro in grandi opere) pi moneta debole. La banca centrale svizzera, per impedire un rincaro della sua moneta che avrebbe messo fuori mercato alcune delle sue industrie, impose un tetto al valore del suo franco. La Cina ha navigato cautamente a met strada fra il dollaro e leuro, ben guardandosi dal seguire la moneta unica quando era troppo forte. In questa guerra delle monete, come la defin il ministro brasiliano dellEconomia Guido Mantega, un perdente sicuro il settore manifatturiero europeo: da una parte schiacciato da una domanda interna divenuta asfittica per gli effetti dellausterity sul potere dacquisto delle famiglie; dallaltra parte vede insidiate le sue quote di commer-

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cio mondiale da grandi potenze che manovrano spregiudicatamente il cambio. Il mandato istituzionale della Banca centrale europea lega le mani a Draghi, quandanche volesse svalutare leuro. Il mandato scritto nei trattati costituzionali dellUnione, e ricalca lossessione antinflazionistica della Bundesbank. Ma se la politica della Bce non ha la possibilit di rispondere colpo su colpo alle offensive convergenti di Giappone e Stati Uniti, lhandicap rester grave per lindustria europea.

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Bolle e diseguaglianze

La politica eccezionale dello stampar moneta, se ha avuto degli effetti parzialmente benefici nel trainare lAmerica fuori dalla recessione, ha anche due controindicazioni. La prima il rischio di una nuova bolla speculativa (a cui seguirebbe un futuro crac); la seconda, meno apparente, unulteriore spinta alle diseguaglianze sociali. Il programma di acquisti di bond che la Fed ha effettuato fino alla fine del 2013 al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese non rimasto tutto dentro i confini degli Stati Uniti. I mercati dei capitali sono aperti, gli investitori di Wall Street hanno ampia scelta di diversificare in tutti i paesi del mondo. La liquidit stata investita in Borsa, in junk bond, i cosiddetti titoli spazzatura, in valute dei paesi emergenti. Dal Brasile alla Turchia, diverse nazioni emergenti hanno visto salire le loro Borse e la speculazione immobiliare, anche per effetto del denaro caldo che affluiva dallAmerica. Laltro effetto patologico il peggioramento delle diseguaglianze sociali, gi estreme. Questa la tesi dello studio di Emmanuel Saez, economista allUniversit di Berkeley. Che le diseguaglianze abbiano continuato ad allargarsi anche dopo la crisi del 2008 una constatazione. Una volta finita la recessione americana, nei primi due anni della ripresa la totalit degli aumenti di reddito stata catturata dal l1 per cento dei pi ricchi. Alla faccia di Occupy Wall Street, il

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movimento che rivendic una lotta contro le disparit e i privilegi. I redditi dell1 per cento che sta in cima alla piramide sono saliti dell11,2 per cento in un biennio; quelli del rimanente 99 per cento sono scesi dello 0,4. Le tendenze sono ancora pi divaricate se, anzich i redditi, si osservano i patrimoni. Unanalisi del Pew Research Center citata dalleconomista Annie Lowrey sul New York Times indica che la ricchezza del 7 per cento di famiglie pi abbienti si rivalutata del 28 per cento nel primo biennio post-recessione, mentre quella del rimanente 93 per cento scesa del 4. Ma che cosa centra la Fed? qui che interviene lanalisi di Saez, che dimostra gli effetti redistributivi allincontrario della creazione di liquidit. La pompa della liquidit di Bernanke ha alimentato lunghi rialzi delle Borse dopo il 2009. Un rialzo di Borsa beneficia in modo sproporzionato i pi ricchi, per la semplice ragione che il 10 per cento delle famiglie americane pi abbienti possiede l81 per cento delle azioni quotate. Lo stesso vale per la ripresa del mercato immobiliare. Anche in questambito la politica della Fed stata decisiva. Dei bond acquistati sui mercati, quasi la met (40 miliardi di dollari al mese) sono serviti per comprare obbligazioni emesse da istituti di credito fondiario che concedono mutui. Anche in questo settore sono i ricchi ad aver tratto i maggiori benefici dalla ripresa, perch sono loro a guadagnare di pi dal nuovo boom immobiliare. E questo non vero solo in America. La banca centrale inglese, in un recente studio sugli effetti distributivi della propria azione, ha ammesso di avere funzionato come un Robin Hood alla rovescia. La prossima crisi potrebbe essere peggiore dellultima. Si continuano ad accumulare rischi, da parte di soggetti che non li capiscono sostiene il matematico libanese Nassim Taleb. Un altro Cigno nero dietro langolo? E magari per colpa di quelli che definiamo salvatori delleconomia, come Bernanke. Questo monito non viene da una Cassandra

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qualsiasi, ma dallinventore stesso del Cigno nero, metafora della nostra collaudata incapacit nel prevedere disastri. Pi grandi sono, pi inverosimili appaiono, e pi sfuggono ai nostri schermi radar. Limportanza del Cigno nero, il saggio di Taleb (pubblicato in Italia dal Saggiatore), sta nella sua originalit. Un anno prima del crac di Lehman Brothers, nel 2007, spieg che eventi immani e quasi impossibili, con una probabilit statistica minima, accadono eccome. Non stupefacente che dopo tanti Cigni bianchi (quelli che consideriamo normali) ne appaia uno nero. La vera anomalia che noi ci ostiniamo a voler prevedere questi fenomeni, nonostante il ripetuto fallimento degli esperti in previsioni. Lautore del Cigno nero, che divenne un classico nel dopo2008, aveva incluso la finanza tra i suoi bersagli: Lecosistema bancario si sta gonfiando di banche gigantesche, incestuose, burocratiche: se ne fallisce una, cascano tutte. Non a caso: nella sua biografia, oltre a unavanzata formazione matematica, c unesperienza di trader in grandi banche come Credit Suisse e Bnp Paribas. Oggi Taleb insegna a Oxford e al Politecnico della New York University. Secondo lui, attualmente il mondo in condizioni ancora peggiori che nel 2008, e proprio a causa dellazione dei super Banchieri. Tutta la politica monetaria che ha generato immensa liquidit come risposta allultima crisi mi dice gonfia il Pil artificialmente, rende i ricchi ancora pi ricchi, mentre non ha migliorato la condizione della maggioranza dei cittadini. I grandi attori della finanza oggi rischiano ancora meno in proprio, non si mettono in gioco con la propria pelle. In quanto a Bernanke, fu complice del suo predecessore Alan Greenspan quando teorizzava la capacit dei liberi mercati di autostabilizzarsi. In un sistema che voglia difendersi dagli shock futuri, questi cattivi guidatori avrebbero perso la patente. Invece sono tutti in uno stato di rimozione psicologica, rifiutano di vedere che la crisi pu avvenire di nuovo.

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I risparmiatori nella morsa dei tassi

Grande Repressione un termine che in America entrato nel gergo comune, anche il piccolo risparmiatore ha imparato (sulla sua pelle) che cosa vuol dire. La Grande Repressione indica il lungo periodo dal 2008 a oggi in cui le politiche monetarie delle banche centrali (Fed in testa) hanno schiacciato i tassi dinteresse riducendoli vicini allo zero. Reprimendo cos talune rendite finanziarie ma anche il bisogno di rendimenti del piccolo risparmiatore, e creando problemi a chi deve mettere da parte per la pensione o vivere con una magra rendita: oggi molte famiglie del ceto medio sono in difficolt perch i loro risparmi messi in buoni del Tesoro non rendono quasi nulla. La Grande Repressione ha avuto diversi obiettivi, alcuni virtuosi altri meno, alcuni conclamati e altri inconfessabili. servita a ridurre il costo di rifinanziamento del debito, quello pubblico anzitutto. In questo senso stata un regalo che le banche centrali hanno fatto ai propri governi, abbassando il costo del rifinanziamento dei debiti pubblici (dopo che quei debiti erano aumentati per salvare le banche). Il tasso zero doveva anche agevolare il rilancio della crescita abbassando il costo del credito per le imprese, per i mutuicasa, per le vendite rateali delle automobili, per le spese di consumo finanziate con la carta di credito. Sulleconomia reale il beneficio stato pi lento, ma in America c stato.

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In Europa lo hanno avuto le imprese tedesche, non quelle italiane: il tasso zero rimasto una chimera per paesi come Italia, Spagna e Grecia, dove le banche si sono incamerate tutti gli aiuti senza restituire nulla alla collettivit. Inconfessabile il desiderio di monetizzare il debito pubblico e privato, rendendone agevole la restituzione, grazie a interessi reali che in alcuni paesi come lAmerica sono diventati addirittura negativi (linteresse reale quello depurato dellinflazione: se un bond mi rende l1 per cento ma linflazione del 2, vuol dire che non recupero neppure il rincaro del costo della vita). Certamente non virtuoso limpatto che si poteva temere sui piccoli risparmiatori. In America c bisogno di aumentare la propensione al risparmio, che era scesa a zero nel 2007. Ora, difficile essere molto invogliati a risparmiare quando i rendimenti sono inesistenti. Per fortuna, la propensione al risparmio risalita lo stesso: scottate dalla tremenda botta del 2008-2009, le famiglie americane hanno avviato una gestione pi oculata delle loro finanze. Ma i tassi irrisori non aiutano a ricostituire un salvadanaio per la pensione. E ora arriva una minaccia perfino peggiore. Cio la fine della Grande Repressione. La Federal Reserve gi il 22 maggio 2013 ha cominciato a preparare i mercati per la prossima svolta. Anzitutto, la scomparsa (sia pure lenta e graduale) della flebo monetaria, cio dei massicci acquisti di bond. A cui seguir necessariamente il rialzo dei tassi dinteresse. inevitabile, con la ripresa Usa ormai in atto: lorizzonte del tasso zero non pu prolungarsi allinfinito. Buone notizie per i risparmiatori, quindi? Mica tanto, perch quando i tassi iniziano a risalire, la prima conseguenza negativa sul risparmio gi accumulato: perde valore limmenso stock dei bond gi esistenti, quelli emessi negli anni precedenti e che rendono poco. La regola aritmetica semplice: il valore di un bond esistente (Bot, Btp, obbligazione) si muove nella direzione opposta rispetto ai rendimenti di mercato. Se i tassi salgo-

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no, il valore del bond scende. In teoria, questa perdita pu non toccare il piccolo risparmiatore, se si tiene il suo titolo pubblico fino alla scadenza e aspetta che lo Stato glielo rimborsi al valore nominale. Ma i fondi comuni, per esempio, devono calcolare quotidianamente il valore di mercato dei loro Bot e Btp e quindi registrano le perdite via via che i tassi risalgono. Le perdite in conto capitale saranno notevoli, per i fondi comuni, le polizze vita e il risparmiatore che da anni investe in quegli strumenti. Sul Wall Street Journal lex gestore di hedge fund Andy Kessler ha rievocato un precedente, il grande massacro del 1994, quando appunto fin un lungo periodo di tassi bassi e la Fed inizi ad aumentarli. Lo stock dei bond, la montagna di quelli gi emessi, davvero colossale, e quando i tassi cominceranno a salire limpatto sar pesante. Contager il mondo intero, con effetti a cascata che potrebbero preludere a una nuova tempesta perfetta sui mercati finanziari. Potrebbe prodursi uno spostamento tettonico delleconomia mondiale, simile a quelle dislocazioni della crosta terrestre che provocano terremoti, la creazione di catene montuose e altri cataclismi geologici. I punti cardinali che davano stabilit ai mercati si metterebbero in movimento. Un universo di tassi in risalita rovescerebbe tutti i calcoli rispetto al passato. Prima ancora che la svolta accada, la semplice aspettativa di questa inversione di tendenza ha gi scatenato turbolenze a livello planetario nella seconda met del 2013. Il mondo intero per varie ragioni Fed dipendente. Unespressione colorita, nel linguaggio di Wall Street, suona cos: quando arriva la bassa marea, si scopre chi stava in acqua senza costume. In questo caso, la previsione di un lento ritirarsi della liquidit americana scopre gli europei e i paesi emergenti. La banca centrale americana dal 2008 complessivamente ha comprato 3400 miliardi di bond, stampando moneta in proporzioni mai viste. Questo ha avuto conseguenze ben oltre gli Stati Uniti. E per forza. Leconomia ame-

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ricana resta la pi grande del mondo, rimettendo in moto la sua locomotiva ha evitato una recessione ben pi grave anche in Europa, Cina e Giappone. Il mercato dei titoli del Tesoro americani un gigante senza rivali: vale 13.600 miliardi di dollari. Quel che accade l dentro si ripercuote sugli altri mercati. Lampia offerta di dollari negli anni scorsi ha fatto salire le Borse anche in piazze esotiche e lontane. Ma se i tassi americani cominciano a risalire, il contagio irrefrenabile, prima o poi il costo del denaro sale anche nel resto del mondo. Da quel 22 maggio 2013 in cui Bernanke accenn alla fine della manna, e nel calendario apparve un orizzonte di alcuni mesi in cui la Fed avrebbe cominciato a decelerare i suoi acquisti di bond, i tassi di mercato hanno davvero preso a risalire. In America, e trascinando il resto del mondo. Linversione di tendenza sui tassi colpisce un tessuto di imprese europee che non hanno la stessa salute delle loro concorrenti americane. Anche i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sono esposti. Finch la Fed stampa dollari a gog, una parte di quella liquidit esonda dai mercati Usa verso le nazioni emergenti. Le fughe di capitali che hanno colpito lAsia incluse Thailandia, Indonesia, Turchia sono avvenute proprio in conseguenza della previsione che la marea stia per iniziare a ritirarsi. LEurozona periferica un anello fragile del sistema. La stagione dei tassi eccezionalmente bassi pu volgere al termine prima ancora che le parti pi deboli del Vecchio Continente siano uscite dal tunnel della recessione. Per lItalia, la beffa duplice. Nella fase del tasso zero, il denaro a buon mercato ha aiutato solo le banche italiane e le imprese tedesche concorrenti delle nostre. Ora quella fase volge al termine, e chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.

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Per uscire dalla crisi dice Barack Obama un ruolo decisivo spetta alla banca centrale. La mia scelta per guidarla Janet Yellen. Il mondo guarda al presidente della Federal Reserve in cerca di leadership e di stabilit. In una data gravida di tensione, il 9 ottobre 2013, mentre gli Stati Uniti sembrano sullorlo di un default finanziario per lostruzionismo repubblicano contro la legge di bilancio, il presidente riempie lo stallo legislativo con un annuncio storico. Per la prima volta una donna viene designata al vertice della Federal Reserve, la pi potente delle banche centrali, per succedere a Ben Bernanke nel febbraio 2014. una novit, e non solo per lAmerica: una prima mondiale. Per la prima volta si scalfisce il monopolio maschile, nel club esclusivo dei banchieri centrali: da sempre un clan maschile al 100 per cento. Non casuale che per lei si siano mobilitate tante donne leader nel Partito democratico, dal capogruppo alla Camera Nancy Pelosi alla senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren. Guarda caso, due donne che sono anche esponenti dellala sinistra nel loro partito. Perch la nomina della Yellen un messaggio multiplo, lanciato in pi direzioni: una svolta femminista, ma anche una scelta strategica per la futura politica monetaria. Nel giorno dellannuncio Obama ricorda di lei che denunci in anticipo la bolla speculativa

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dei mutui subprime, e che una volta confermata nel 2014 sar allavanguardia nel proteggere dalle banche i risparmiatori e i consumatori. Di tutti i possibili candidati alla guida della Fed, lei quella che pu portare a termine una vera e propria rivoluzione, iniziata sotto il mandato di Ben Bernanke. una svolta negli equilibri istituzionali, e nel segno sociale del governo monetario: che viene messo al servizio della crescita e delloccupazione come non era mai accaduto prima. Coglie il senso della svolta un commento di parte maschile, quello del senatore Sherrod Brown (democratico), che inizi la raccolta di firme a favore della Yellen e contro il suo rivale Larry Summers: un momento storico per la Federal Reserve, per le donne, e per tutti noi che abbiamo a cuore la lotta alla disoccupazione. La biografia professionale della Yellen eloquente. Come economista si formata a Yale alla scuola del premio Nobel James Tobin, un neokeynesiano, assertore del ruolo decisivo dellintervento pubblico per uscire dalle recessioni. stata docente allUniversit di Berkeley, polo californiano del pensiero progressista. Il New York Times la descrive come un membro di quella controcultura che inizi ad attaccare il dogma dellefficienza dei mercati. Perfino la sua vita privata porta il segno di questa scelta ideologica: suo marito George Akerlof, anche lui un Nobel (un anticonformista, la persona che pi si avvicina a Woody Allen, secondo la definizione che ne ha dato Lord Meghnad Desai della London School of Economics), si conquistato la fama smontando le teorie liberiste sullautoregolazione dei mercati con un saggio dal titolo inequivocabile: Il mercato dei bidoni. A 67 anni la Yellen ha ricoperto tante cariche importanti, ivi compresa quella di capo dei consiglieri economici di Bill Clinton nel 1997. Sar la prima esponente del Partito democratico a guidare la Fed da un quarto di secolo (lultimo fu Paul Volcker fino al 1987, seguito dai repubblicani Alan

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Greenspan e Ben Bernanke). Ha trascorso la maggior parte dei suoi quarantanni di carriera alla banca centrale, prima nellufficio studi, poi come capo della Fed di San Francisco, infine come vicepresidente e numero due di Bernanke. Qui sta un aspetto del suo curriculum che la distingue da tanti rivali e la distinguer anche da tanti colleghi stranieri: come Bernanke, la Yellen ha sempre lavorato al servizio del pubblico, mai della finanza privata. un distinguo significativo, in unAmerica dove si praticano le porte girevoli tra la finanza privata e le istituzioni governative. Per capire la portata di questa nomina bisogna tornare a quel 15 settembre in cui il suo rivale Larry Summers fu costretto a gettare la spugna, ritirandosi dalla corsa per la Fed. Summers fu osteggiato con una vera e propria campagna pubblica, un evento mai accaduto nella storia della Fed: una conferma del nuovo protagonismo delle banche centrali nellera post-crisi. Tra le macchie di Summers, ironia della sorte, c un peccato di maschilismo: quandera rettore di Harvard fece una dichiarazione disastrosa teorizzando la superiorit dei maschi nella matematica e nelle scienze. Lo ha battuto sul filo del traguardo quella che i colleghi accademici hanno definito una donnina molto piccola con un quoziente dintelligenza molto grande. Un altro handicap di Summers la sua posizione agnostica, vagamente scettica, sullutilit della politica di quantitative easing, cio quellesperimento gigantesco che la Fed ha operato comprando titoli sui mercati per pompare liquidit nelleconomia al ritmo di 85 miliardi al mese. Ma ad attirare verso Summers lostilit della sinistra democratica fu soprattutto il suo rapporto incestuoso con Wall Street. Conflitto dinteressi personale, visto che Summers ha guadagnato laute parcelle come consulente di hedge fund. Conflitto dinteresse ideologico, poich, da segretario al Tesoro di Clinton, var una deregulation finanziaria dagli effetti nefasti. Oltre a essere una donna, la Yellen lanti-Summers in tutte queste altre dimensioni. Non ha mai lavorato per

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quelli di Wall Street e dunque non sospetta di complicit verso i loro eccessi. Questo importante in una fase in cui dopo lapprovazione della legge Dodd-Frank con cui Obama ha voluto regolamentare i mercati lincisivit della vigilanza sulle banche dipende molto da chi sta al vertice delle authority. Anche se la Yellen non ha abbracciato le visioni pi radicali come lo smembramento delle megabanche invocato dal suo predecessore Volcker , tuttavia considerata un falco sui temi della vigilanza antispeculazione. La novit Yellen pu cambiare in modo significativo il club pi potente del mondo? Mentre la sua designazione da parte di Obama rappresenta una rottura evidente col passato, per un altro aspetto una conferma del protagonismo delle banche centrali, e del loro ruolo di supplenza rispetto allinazione dei governi. La dice lunga il fatto che lo stesso presidente degli Stati Uniti dopo la sua rielezione nel novembre 2012, sia stato sostanzialmente bloccato dal Congresso in ogni atto significativo della politica economica. Nellottobre 2013 molti osservatori arrivano a questa constatazione: nominare la Yellen la cosa pi importante che Obama sia riuscito a fare in un anno. E allora indispensabile accendere un faro sul modo in cui ha funzionato il club, fino a quel momento maschile, in particolare dal 2009 in poi (anno zero delle politiche monetarie di emergenza). Gli uomini che da quattro anni stanno conducendo lesperimento monetario senza precedenti hanno un segreto in comune. Oggi sincontrano ogni due mesi a Basilea, in Svizzera, presso la sede della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), per dei summit a porte chiuse dove la riservatezza dobbligo. Ma per molti di loro questi vertici sono lequivalente di una rimpatriata: tanti anni fa si erano gi conosciuti e frequentati altrove, molto a lungo. Come in un giallo di Agatha Christie, dove personaggi apparentemente scollegati fra loro rivelano a poco a poco dei punti di contatto nel loro passato remoto, un retroscena riconduce gli attori del dramma a un unico luogo. il Massachusetts

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Institute of Technology (Mit), la prestigiosa universit contigua e rivale di Harvard, nella cittadina di Cambridge al confine con Boston. Ben cinque capi delle banche centrali si formarono l in epoche ravvicinate, si conobbero, lavorarono assieme da giovani. Il club segreto degli ex Mit annovera i due pesi massimi Bernanke e Draghi, il loro collega inglese Mervyn King e il suo vice, e quello israeliano Stanley Fischer, che anche uno stimato economista spesso ospite di summit come il World Economic Forum. La lista continua, sorprendentemente lunga. Al circolo del Mit appartiene un altro dirigente di spicco della Federal Reserve americana, il governatore Jeremy Stein, pi i quattro direttori generali di altrettante divisioni della Fed. Il chief economist del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard (francese), fa parte dello stesso clan esclusivo, come i banchieri centrali di India, Australia, Cile, Cipro. Non unesperienza accademica generica quella che li accomuna. Per molti di loro il Mit fu il momento per conoscersi bene, confrontare idee, discutere teorie che sarebbero tornate utili decenni dopo. Bernanke e Draghi presero il Ph.D. (dottorato di ricerca) negli stessi anni, con Fischer come tutore-consigliere. Bernanke e King in seguito insegnarono insieme, fino a condividere lo stesso ufficio, sempre al Mit. Nessuna teoria del complotto, per carit. vero, tutti questi banchieri centrali possono riconoscersi nelle teorie neokeynesiane; non credono, cio, che i mercati siano in grado di regolarsi da soli e di ritrovare lequilibrio dopo gli shock recessivi. Non sono degli ideologi, per. Nessuno di loro risulta aderente alla Modern Monetary Theory, quella nuova corrente di pensiero che vede proprio nella leva monetaria la terapia indispensabile da manovrare nella crisi attuale. Di fatto, anche se non la professano, i banchieri centrali hanno cominciato a operare esattamente in quella direzione. Ci che fanno non sta scritto nei manuali: non in queste proporzioni gigantesche. In realt, i manuali li stanno riscrivendo proprio loro. Le critiche a cui si espongono

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sono virulente. Bernanke, per esempio, stato accusato pi volte dalle nazioni emergenti, che dietro lespansione monetaria hanno denunciato una strategia del dollaro debole ai loro danni. A difenderli, invece, uno dei massimi dirigenti della Bri di Basilea, Jaime Caruana, secondo il quale le banche centrali sono costrette a essere le autorit di ultima istanza, perch le politiche economiche dei governi sono state fin qui insufficienti. Su questultima constatazione sono daccordo in molti. Il gioco nelle mani delle banche centrali. Sempre di pi, sono loro a infilarsi, con un ruolo di supplenza, dove i governi non vogliono o non riescono ad arrivare. La politica in alcuni casi sembra relegata in secondo piano. Idem per il controllo democratico delle opinioni pubbliche. Un premio Nobel di sinistra e un erede della Scuola ultraliberista di Chicago convergono nel constatare il nuovo protagonismo politico delle banche centrali. Il Nobel Joseph Stiglitz, keynesiano, evoca lenorme potere che si concentra su queste istituzioni non elettive. John Cochrane, erede di Milton Friedman, parla di onnipotenza della Federal Reserve. In Europa, la vera svolta nella crisi di sfiducia verso la moneta unica viene fatta risalire a una singola frase di Draghi (proprio quella ricordata da Enrico Letta quattordici mesi dopo davanti ai banchieri di Wall Street). Era il 26 luglio 2012, i mercati erano quasi al panico, i tassi avevano raggiunto quota 7,75% sui bond spagnoli e 6,75% su quelli italiani. Quando a Londra Draghi disse che la Bce avrebbe fatto whatever it takes (qualunque cosa sar necessaria) per salvare leuro, fu un segnale dinversione di rotta nella fiducia verso la moneta, anche se non ebbe conseguenze altrettanto benefiche sulleconomia reale e sulloccupazione. Negli Stati Uniti, lacrimonia con cui la destra attacc il presidente della Fed Bernanke durante la campagna elettorale era proporzionale al suo ruolo nel rilanciare leconomia e, quindi, la rielezione di Obama. Helicopter Bernanke viene ormai studiato nei manuali: ha realizzato quel tour

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de force che anni addietro aveva teorizzato con la parabola degli elicotteri. Quando proprio nessuna ricetta sembra pi funzionare, la depressione crea una trappola di liquidit, il credito a tasso zero non rianima gli investimenti, allora il momento di inviare squadroni di elicotteri a lanciare moneta sul paese. Pi o meno quel che la Fed ha fatto negli ultimi quattro anni. Il Giappone diventato a sua volta un laboratorio di que ste innovazioni. Il premio Nobel per leconomia Paul Krugman saluta lavvento di una nuova Japanomics, dopo decenni di depressione. Il premier Shinzo Abe ratifica il ruolo di punta della banca centrale per guidare la ripresa: le assegna due obiettivi che un tempo sarebbero stati impensabili, quello di manipolare apertamente il cambio per svalutare lo yen e quello di fabbricare inflazione al 2 per cento. Il Sol Levante ebbe la madre di tutte le bolle speculative negli anni Ottanta. Quando scoppi, diede inizio alla crisi pi lunga della storia, superiore per durata alla Depressione degli anni Trenta. Ora parte da Tokyo una versione del nuovo pensiero economico. Il ricercatore Zoltan Pozsar divenne celebre quattro anni fa quando, allufficio studi della Federal Reserve di New York, fu il primo a disegnare una mappa segreta dei flussi bancari non regolati, la cosiddetta finanza ombra. Oggi lo stesso Pozsar, con Paul McCulley, si messo a disegnare una nuova mappa mentale delle banche centrali, perch convinto che nel ciclo secolare dei debiti il loro ruolo sia decisivo. I banchieri centrali non si occupano pi soltanto di tassi dinteresse e inflazione, agiscono sulla distribuzione dei redditi e dei risparmi fra le generazioni. La versione ufficiale sulla crisi del 2008 si ormai consolidata, forse la sanno anche i bambini. Ci stata ripetuta in tutte le lingue: tutto ebbe inizio con la finanza tossica di Wall Street, la crisi dei mutui subprime, che poi contagi il mondo intero in uno tsunami di sfiducia. Finch arriv il settimo cavalleggeri, lintervento salvifico delle ban-

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che centrali. Dunque, lepicentro della crisi di cinque anni fa fu lAmerica, e, in America, la finanza privata. I buoni di questa storia, labbiamo gi detto, sono la Fed e la Bce, che sia pur tardivamente hanno arginato il disastro. Non c possibile confusione tra i banchieri-banditi (Wall Street) e i super Banchieri che hanno a cuore linteresse delle nazioni, come Bernanke e Draghi. Ma una contronarrativa si oppone a quella favoletta edificante. una versione dei fatti che rende meno netto il confine tra le due categorie di banchieri. E che indica nellEuropa una delle origini della crisi, importante almeno quanto Wall Street. Tra i demistificatori della versione dominante c un autorevole economista di origine coreana che oggi insegna allUniversit di Princeton, Hyun Song Shin. Le sue ricerche rivelano che allorigine della crisi del 2008 ci fu un eccesso di credito bancario a cui anche lEuropa contribu in modo decisivo. E questo avvenne per colpa dei banchieri centrali. Le nazioni dellEuropa periferica (Spagna, Irlanda, in misura minore anche Italia e Grecia) nel primo decennio delleuro accumularono dei disavanzi che vennero compensati con abbondanti flussi di capitali dallEuropa germaniconordica. Secondo questa analisi, la Bce fu colpevole: non fece nulla per ostacolare o rallentare quei flussi eccessivi di capitali verso la periferia dellEurozona. La Bce e tutte le banche centrali vengono chiamate in causa per una colpa pi generale: si erano addormentate al volante, negli anni precedenti la grande crisi. In Europa come in America, le banche centrali hanno compiti e poteri molto estesi, di regolamentazione e vigilanza sulle banche di deposito e di affari. Sostenere che la crisi sarebbe nata tutta dai comportamenti irresponsabili e distruttivi nella sfera privata del sistema bancario (Wall Street), e poi sarebbe stata arginata dal risolutivo intervento degli attori pubblici delle banche centrali (Bce, Fed), poco credibile. Una delle colpe pi gravi dei banchieri centrali fu laver tollerato delle regole di capitalizzazione delle banche troppo permissive.

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Su questultimo aspetto una lettura illuminante The Bankers New Clothes di Anat Admati (Universit di Stanford) e Martin Hellwig (Max Planck Institute di Bonn). Nel dopoguerra, le banche operavano con un capitale che valeva dal 20 fino al 30 per cento dei loro impieghi (prestiti, investimenti). Sotto lo sguardo tollerante dei super Banchieri centrali, quella riserva di capitale proprio stata lasciata scendere alla vigilia della crisi (2007-2008) fino al 3 per cento. In sostanza, spiegano Admati e Hellwig, le autorit competenti hanno permesso che le banche si comportassero come un consumatore che si compra la casa mettendoci appena il 3 per cento di risparmi propri, e per il resto investendo denaro preso a prestito. Questa condotta, irresponsabile e pericolosa, stata giustificata in nome della crescita economica. Si sostenuto, cio, che il leverage (effetto leva), linvestimento con elevatissimo tasso di debito, darebbe una marcia in pi alleconomia. falso, perch negli anni Cinquanta e Sessanta le nostre economie crescevano di pi, pur con un minore indebitamento delle banche. In realt, lepoca delliperindebitamento dei banchieri non ci ha dato n una forte crescita, n la piena occupazione, n tantomeno investimenti utili alla collettivit in termini di nuove infrastrutture. Seppure Obama ha evitato una trappola dellausterity come quella europea, tuttavia anche in America il governo ha le mani legate. Lopposizione repubblicana incalza per ottenere tagli alla spesa pubblica. In assenza di accordi bipartisan, continuano a scattare i tagli automatici al bilancio federale. Obama offre compromessi che includono una cura dimagrante per le grandi voci del welfare, cio sanit e pensioni. paradossale: una grande crisi che ebbe inizio per colpa delle banche e dei debiti privati si sta rovesciando in una formidabile pressione globale per ridimensionare lo Stato. Alla fine, possibile che si esca da questa Grande Contrazione con degli Stati-nazione meno forti; cio lesatto contrario di quello che fu lesito della Grande Depressione degli anni Trenta.

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Di questi temi si discute appassionatamente negli Stati Uniti, e anche in Italia un saggio li affronta in profondit. Sintitola Uscire dalla crisi. Politiche pubbliche e trasformazioni istituzionali, a cura di Giulio Napolitano (edito dal Mulino). unopera collettiva, in cui gli autori, tutti giuristi, si pongono questa domanda fondamentale: quale sar il lascito durevole di questa crisi nellarchitettura delle istituzioni dei paesi occidentali? La conclusione di Giulio Napolitano espone proprio il grande paradosso: Il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 e il conseguente panico sui mercati finanziari hanno costretto gli Stati a intervenire per soccorrere banche e intermediari. Ma dopo appena due anni sono emerse linsostenibilit del debito sovrano e lincapacit di un numero crescente di governi di affrontare i conseguenti problemi di liquidit e di solvibilit. Gli Stati hanno quindi dovuto pensare a salvare se stessi. importante ricordare questo punto di partenza, cos velocemente dimenticato nei dibattiti attuali sullausterity. La prima causa scatenante dellaumento dei deficit e dei debiti pubblici stata, nel 2008 e 2009, la mobilitazione di denaro pubblico al servizio di interessi privati, per salvare le banche. La causa per il perdurante disavanzo, oggi, sono la recessione o la crescita debole, provocate dallausterity stessa. La ritirata dello Stato, dopo che lo Stato stesso balzato in primo piano come protagonista dei salvataggi bancari, non una tendenza univoca. Le nazioni emergenti che hanno continuato a crescere hanno usato vigorosamente lo Stato come sostenitore della domanda. In seno allUnione europea, le ristrettezze di bilancio non hanno impedito un processo di rafforzamento istituzionale di un attore pubblico: lUnione stessa, insieme con la Bce. Un cattivo intervento statale ha dato carburante allideologia anti-Stato della destra, e a rafforzarsi sono stati proprio i nuovi padroni delluniverso, i super Banchieri centrali.

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Parte quarta

Il danno sociale

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Due lavori e homeless

Alpha Manzueta finisce il suo primo lavoro (turno di notte) ogni mattina alle 7. E comincia il suo secondo lavoro a mezzogiorno. Per recuperare un po di forze, nellintervallo tra i due va a dormire. Non a casa sua, perch una casa non ce lha. Va in un centro di accoglienza per homeless. La sua storia stata raccontata dal New York Times. Mi sento bloccata, mi sforzo e mi sforzo ancora, ma per quanto faccia non vado da nessuna parte, non riesco a tirarmi fuori dal ricovero per i senzatetto ha detto la Manzueta al reporter che la intervistava. Ha 37 anni, e una figlia di 2 anni e mezzo. Quando sul lavoro porta una divisa. unagente che regola il traffico allaeroporto jFK di New York. Quando indossa quelluniforme, rappresenta lordine e fa rispettare la legge. Quando si toglie la divisa e torna al centro di accoglienza per senzatetto, viene trattata come una semidelinquente: deve obbedire al coprifuoco, e consegnare una parte del suo salario come prova che sta risparmiando per trovarsi una casa vera. Due lavori, e neanche un appartamento? Il suo non un caso estremo. Con una popolazione di 50.000 senzatetto ufficiali, che dormono ogni notte nei suoi centri di accoglienza, New York annovera tra questi homeless una quota crescente di lavoratori dipendenti. Il 16 per cento degli adulti single accolti in quei ricoveri ha un posto di lavoro. E il 28 per

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cento delle famiglie ospitate negli shelter (rifugi) ha almeno un membro che lavora. Molte sono donne, e di giorno noi newyorchesi le incontriamo continuamente. Possono essere agenti del traffico come Alpha Manzueta, ma anche commesse di negozi, perfino impiegate di banca. Una camera in affitto nel meno caro dei borough newyorchesi, il South Bronx, costa 1000 dollari al mese. Molti posti di lavoro non pagano abbastanza per potersi permettere quel lusso. New York la citt pi ricca del mondo. Ha Wall Street, la capitale globale della finanza. Un nuovo boom immobiliare fa sorgere grattacieli residenziali dove un superattico con vista su Central Park si vende per 100 milioni. C anche tanto lavoro nella parte bassa della piramide: la prova Alpha Manzueta, che di lavori ne ha due, non uno solo. In questo formicaio brulicante di attivit, se hai voglia di lavorare e ti rimbocchi le maniche, qualcosa da fare lo trovi. Il che non significa che con un lavoro, o anche due, riesci a campare. La grande crisi mondiale vista da Manhattan sembra un ricordo lontano, dato il vigore della ripresa nelleconomia locale. Ma quella recessione sembra anche un evento non cos eccezionale: ha amplificato e accelerato delle tendenze gi in atto. Tra il 2000 e il 2013 la citt ha guadagnato 250.000 nuovi posti di lavoro. Dietro quel numero aggregato ci sono realt estreme. I nuovi impieghi nati a New York sono o strapagati o sottopagati: nel mezzo c poco. Sono cresciuti i multi milionari, e in un solo anno ben 74.000 newyorchesi sono scivolati sotto la soglia della povert. Le assunzioni si sono concentrate nei mestieri meno remunerati: camerieri di ristoranti e bar, infermiere a domicilio, commesse di negozi, fattorini delle consegne. Invece ha continuato a svuotarsi la parte che sta in mezzo, la middle class, quel vasto ceto medio che un tempo comprendeva anche unaristocrazia operaia di colletti blu dagli alti salari. Sono spariti 49.000 bancari. Tutti quei mestieri che un tempo davano uno stipendio dignitoso, uno status sociale, la possibilit di mandare i fi-

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gli in una buona scuola sono le professioni di mezzo che continuano a subire unemorragia. Nessunaltra citt americana raggiunge questi estremi di ricchezza e povert. Che convivono, almeno nelle ore del giorno, in unordinata promiscuit sociale: sincrociano in metr, al supermercato o a scuola. Nel senso che laddetto alle pulizie della metropolitana, la cassiera del supermercato, lagente che fa attraversare i bambini sulle strisce pedonali la mattina allingresso della scuola sorridono al passeggero, al cliente, al genitore come se facessero parte della stessa comunit, della stessa societ. Poi, la sera, alcuni vanno a casa, altri, dopo aver timbrato lultimo cartellino, tornano al dormitorio dei poveri.

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Il ceto medio affonda

Eduardo Porter sul New York Times la chiama Americas Sinking Middle Class: il ceto medio americano che va a picco. Parte da una constatazione. Il 1988 appare come unera lontanissima per tanti aspetti. Non esisteva Internet. Cerano ancora lUnione sovietica e il Muro di Berlino. Ma per un aspetto il 1988 oggi. In base ai dati dellultimo censimento, la famiglia media americana ha un reddito di 51.000 dollari, sostanzialmente identico a quello di venticinque anni fa. Risalendo ancora pi indietro nel tempo, trentasei anni fa, quando la Nasa lanciava nello spazio la sonda Voyager 1, gli americani sotto la soglia della povert erano l11,6 per cento della popolazione. Oggi il Voyager ha varcato il confine del sistema solare uscendone per sempre, e intanto la percentuale di poveri salita al 15 per cento. Tornando al paragone con il 1988, il Pil degli Stati Uniti da allora aumentato del 40 per cento, il progresso tecnologico ci ha regalato liPhone e unimmensit di gadget di cui un quarto di secolo fa si favoleggiava solo nei romanzi di fantascienza. Carl Shapiro, un economista di Berkeley che stato tra i consiglieri del presidente Obama, ha scritto: La maggior parte degli americani hanno goduto dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie, come gli smartphone o tante scoperte mediche, e tuttavia questo impressionante progresso tecnologico non si tradotto in una maggiore

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sicurezza economica per la middle class. (Avvertenza linguistica: nelluso corrente, il termine middle class per gli americani ha unaccezione molto larga, include i colletti blu e il ceto medio impiegatizio.) Per certi aspetti il tenore di vita medio peggiorato. sempre Porter a osservare che la spesa pro capite per le cure mediche raddoppiata in termini reali (al netto dellinflazione) in questo quarto di secolo, riducendo il reddito spendibile per altri beni e servizi. Anche il costo dellistruzione universitaria ha avuto unescalation infernale e oggi in media ogni studente ha un debito di 23.300 dollari, contratto per pagarsi gli studi. Il debito universitario salito del 45 per cento in venticinque anni. Se dai redditi allarghiamo lo sguardo ai risparmi, il bilancio ancora peggiore: il patrimonio medio degli americani sceso del 6 per cento dal 1988. In compenso, la parte del reddito nazionale che va ai profitti oggi ai massimi storici dagli anni Venti. Questa dilatazione patologica delle diseguaglianze, con la maggior parte dellarricchimento concentrato a vantaggio del 10 per cento dei pi benestanti (e un miglioramento pi spettacolare a vantaggio dell1 per cento, poi uno ancora superiore a beneficio dello 0,1), ricorda gli eccessi che precedettero il disastro del 1929 e la Grande Depressione degli anni Trenta. Il fenomeno esisteva gi prima del 2008: ed proprio questa lanalogia pi pregnante tra lultima crisi e quella del 1929. La cosa sconcertante che la Grande Contrazione del 2008 non ha affatto interrotto il trend di lungo periodo. Anzi. Dal punto pi basso della recessione del 2008-2009 fino a oggi scrive Timothy Smeeding, che dirige lInstitute for Research on Poverty alla University of Madison, tutta la ripresa di questi ultimi quattro anni ha arricchito solo i ceti pi benestanti. Prendiamo la definizione ufficiale di middle class, quel la scelta dal dipartimento del Commercio: sintende per ceto medio in senso largo chi vive in un nucleo fami-

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liare che pu permettersi di possedere unabitazione, una o due automobili, pu concedersi una vacanza (ogni tanto), ha unassistenza sanitaria decente e risparmi sufficienti per mandare i figli alluniversit. Oggi non bastano neppure 80.000 dollari allanno per ottenere questo tenore di vita. E visto che il reddito medio, cio quello che dovrebbe definire proprio la classe media, di soli 51.000 dollari annui, la conclusione simpone: il ceto medio sta davvero andando a picco, anche nella nazione pi ricca del pianeta. E questa tendenza di lungo periodo coincide esattamente con la finanziarizzazione crescente delle nostre economie, in tutto lOccidente.

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Il caso Bloomberg

Che cosa d alluniversit americana una marcia in pi? Un dono da 350 milioni di dollari non guasta. Tanto pi se lassegno, staccato a favore di un singolo ateneo, solo lultima tranche su 1,1 miliardi di donazioni. Luniversit in questione la Johns Hopkins di Baltimora. Il generoso finanziatore il sindaco di New York, Michael Bloomberg, che con le sue donazioni personali ha polverizzato ogni record perfino in un paese dove il mecenatismo ha antiche e solide radici. Bloomberg cominci con 5 dollari, il primo contributo che diede alla Johns Hopkins non appena presa la laurea nel 1964. Dopo aver fatto fortuna con lagenzia dinformazione finanziaria che porta il suo nome (oggi gestita da un blind trust per evitare conflitti dinteresse), lentit dei versamenti ha avuto una formidabile escalation. A 71 anni, concluso il suo terzo e ultimo mandato come sindaco, Bloomberg il numero dieci nelle classifiche degli americani pi ricchi: ha 25 miliardi di patrimonio. Ma, pur avendo moglie e due figlie, ha gi deciso da tempo che prima di morire devolver interamente quella ricchezza in beneficenza e mecenatismo. In genere non divulga nei dettagli le sue donazioni. Ha scelto di farlo nel caso della Johns Hopkins University perch, come spiega lui stesso in unintervista al New York Times, vuole incoraggiare attraverso il suo esempio le donazioni a favore dellistruzione: Nel-

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la nostra societ c una pericolosa tendenza a ridurre i finanziamenti per listruzione, bisogna reagire. Bloomberg finanzia altre cause, alcune delle quali apertamente progressiste e perfino politiche: dalla campagna per la messa al bando delle armi alla lotta contro il cambiamento climatico. Democratico da giovane, poi repubblicano per convenienza (alla sua prima elezione a sindaco, i democratici non avevano posto per lui nelle loro liste), infine indipendente, nella campagna per le presidenziali del 2012 il sindaco di New York diede indicazione di voto per Barack Obama, definendolo il candidato pi sensibile alla gravit del cambiamento climatico, di cui la citt di New York ha avuto un segnale tremendo con luragano Sandy. Luniversit Johns Hopkins gi ebbe origine da un dono privato (deve il suo nome al filantropo che la fond nel 1876). Le donazioni di Bloomberg lhanno trasformata. Hanno consentito di costruire la nuova sede della facolt di fisica, un nuovo policlinico, un nuovo ospedale pediatrico, un istituto dedicato alla ricerca sulla malaria, un laboratorio sulle cellule staminali, una nuova biblioteca. Inoltre, i doni di Bloomberg finanziano il diritto allo studio: vengono da lui il 20 per cento delle borse agli studenti meritevoli che non hanno i mezzi per pagarsi la retta. Anche se ha stabilito un record, Bloomberg sinserisce in una tradizione antica negli Stati Uniti. Lo ricorda il presidente della Johns Hopkins: Le grandi famiglie del capitalismo americano dai Rockefeller ai Carnegie hanno consentito i grandi investimenti che hanno trasformato listruzione superiore in America. In California luniversit delle tecnologie avanzate, Stanford, deve anchessa il suo nome a un magnate e filantropo. In Europa un ruolo cos centrale dei finanziamenti privati darebbe adito alle accuse di privatizzazione delluniversit, quindi di asservimento a interessi capitalistici. In America le autorit accademiche e il corpo docente si sono organizzati in modo tale da proteggere la loro autonomia. La re-

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lazione che si stabilita tra Bloomberg e la Johns Hopkins sembra quasi allopposto dei timori europei. La School of Public Health, con le sue ricerche sulla prevenzione delle malattie, ha influenzato le scelte del sindaco di New York. Quando Bloomberg ha deciso di vietare il fumo nei parchi cittadini, di imporre la trasparenza delle calorie alle catene di fast food, e di mettere al bando le confezioni giganti di Coca e Pepsi, lo ha fatto dopo essere stato sollecitato da quipe di ricercatori medici della Johns Hopkins. Anche il provvedimento di estendere le zone pedonali e le piste ciclabili di Manhattan nasce dallesempio di un campus universitario senza automobili che piacque a Bloomberg. Tra i progetti di ricerca che lui finanzia, uno punta a estirpare la malaria creando una zanzara geneticamente modificata. Duecentocinquanta milioni dellultima donazione serviranno ad assumere 50 ricercatori su un progetto per rendere pi sicure le metropoli americane di fronte agli shock del cambiamento climatico. Un altro filone di ricerca ambientalista sar il problema della penuria di acqua a livello globale. In un caso il New York Times ha scoperto un riguardo speciale della Johns Hopkins verso il suo principale finanziatore. Quando arriv un dono dallex presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Zayed bin Sultan al-Nahyan, per costruire un nuovo palazzo, luniversit chiese a Bloomberg se aveva obiezioni. Un ebreo come me da una parte e un arabo a fianco: proprio cos che deve funzionare il mondo fu la sua risposta. Che cosa centra Bloomberg con la schiera dei banchieribanditi? Centra molto, e in pi modi. Anzitutto, lui deve la sua fortuna a Wall Street, oltre che al proprio talento. Limpresa che porta il suo nome scalz la Reuters come leader mondiale nellinformazione finanziaria. I terminali Bloomberg sono i computer pi ubiqui in tutte le sale di trading del pianeta, la speculazione sui derivati corre nella banda larga che collega quegli schermi. Non ci sarebbe un patrimonio Bloomberg senza la speculazione delle banche.

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Un altro collegamento, ancora pi importante, riguarda i sistemi di valori, le culture politiche. Proprio come Michael Bloomberg, la maggioranza dei banchieri di Wall Street liberal sui temi valoriali. La Goldman Sachs fece donazioni in favore della campagna politica per i matrimoni gay. New York ha un establishment capitalistico con il cuore che batte a sinistra su questioni come lambiente, il cambiamento climatico, la messa al bando delle armi da fuoco, lapertura delle frontiere allimmigrazione. Dove Bloomberg si rivela di destra sulleconomia. Guai a proporgli nuove tasse sui ricchi, o perfino laumento del salario minimo. Di sinistra s, ma solo quando questo non interferisce con la logica del business. Anche lambientalismo di Bloomberg trova un limite: i benefici delle piste ciclabili sono pi che annullati dalle polveri tossiche che i mille cantieri di Manhattan sollevano quotidianamente. Non sia mai che una richiesta di costruzione di grattacieli nuovi venga negata o rallentata: il capitalismo, bellezza. Bloomberg ha fatto tante cose ammirevoli per la sua citt. Ma la cultura politica che rappresenta, identica a quella dei banchieri di Wall Street, ha delle contraddizioni stridenti. Se si porta fino in fondo la sua logica, la povert newyorchese va combattuta con la filantropia. Si torna a una logica da capitalismo ottocentesco, da romanzo di Charles Dickens, dove il povero oggetto della benevola carit dei grandi proprietari di fortune. Ma quello fu un capitalismo inceppato, da cui nacquero convulsioni sociali violente, oltre che il 1929. Linsegnamento di Keynes, e anche quello di Henry Ford, fu questo: nellinteresse stesso della crescita capitalistica, i salari alti sono pi utili della carit.

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Il rigetto

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A letto col nemico

Per non nascondervi nulla, sono stato sposato con una trader. Per essere pi preciso: la stessa moglie che ho da sempre, in una vita precedente ha fatto quel mestiere l. Muoveva capitali sulle piazze finanziarie mondiali, speculando sulle valute. Prendeva posizioni per conto di una grossa banca italiana, lavorando su una piazza finanziaria europea. Il Forex, come si abbrevia il Foreign Exchange Market, cio il mercato dei cambi, era larena del suo gioco. Un gioco davvero, anche se coi ritmi e le velocit di un videogame. Ricordo che Stefania si divertiva da morire, la sera tornava a casa dopo aver passato le sue ore davanti agli schermi dei computer e con due telefoni incollati alle orecchie, per piazzare ordini ai broker su altre Borse estere. Andava a letto con lansia di quello che sarebbe accaduto nottetempo, allapertura dei mercati di Tokyo e Hong Kong: la mattina dopo poteva svegliarsi dalla parte dei vincitori o dei perdenti, le sue scommesse sullandamento delle valute e dei tassi dinteressi potevano rivelarsi geniali o catastrofiche. Mia moglie non ha mai ricevuto una formazione economica, anche per questo i suoi capi lavevano selezionata e introdotta in quel mestiere ad alto rischio. Chi ne sa troppo, razionalizza troppo spiegavano e invece il vero trader va a intuito, decide con la pancia, proprio come i mercati, che seguono ventate di irrazionalit, spiazzano le previ-

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sioni troppo logiche. Laltra cosa che Stefania ha imparato presto che per fare quel mestiere con profitto bisogna avere una certa dose dincoscienza. I pi bravi sono molto giovani, perch da giovani si meno cauti, meno tormentati dal dubbio, ci si lancia con entusiasmo. Di questi tempi i trader non hanno buona fama. Lultimo che ha fatto notizia si chiama Kweku Adoboli, 33 anni, originario del Ghana. Considerato un enfant prodige nella banca che lo aveva assunto, il colosso svizzero Ubs, nella filiale di Londra ha accumulato perdite del valore di 2,3 miliardi di dollari. Sono passati pochi anni da una vicenda simile, quando il trader francese Jrme Kerviel fece perdere 4,9 miliardi di euro alla Socit Gnrale di Parigi. Si sperava che la crisi del 2008 avesse costretto le banche a comportamenti meno folli, invece no. Da Wall Street (1987, regia di Oliver Stone, con Michael Douglas e Charlie Sheen) in poi, associamo i trader con un capitalismo finanziario spregiudicato, immorale, dove lavidit di profitto e la competizione sfrenata vengono spinte fino a livelli distruttivi, con conseguenze sociali tremende. Ora un ex trader riconvertitosi al mestiere dello scienzia to ha scoperto il motore che fa girare questo mondo. il testosterone: lormone maschile per eccellenza, quello che fa da carburante per la libido ma anche per laggressivit. Avendo visto mia moglie allopera e non era la sola donna trader neppure a quei tempi , devo concludere che il testosterone non unesclusivit maschile. Lex trader in questione si chiama John Coates, dirigeva unintera sala mercati alla filiale americana di Deutsche Bank. Ha avuto quindi un ruolo nel cuore di Wall Street. Poi ha mollato quel mondo per dedicarsi allinsegnamento. docente alla Judge Business School di Cambridge, in Inghilterra, e con laiuto di un neuropsichiatra, Joe Herbert, ha pubblicato uno studio su che cosa succede dentro il cervello dei trader. Cio che cosa li fa scattare, cosa li tiene al livello di massima concentrazione per lunghissime giornate di

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lavoro, cosa li spinge a sprigionare la massima efficienza. Coates e Herbert hanno misurato i livelli di testosterone e di cortisolo (un ormone dello stress) in 17 trader della City di Londra, per otto giorni di lavoro. E qui si sono imbattuti nella scoperta: esiste una correlazione diretta fra la quantit di testosterone che hai in corpo e quanto guadagni nella speculazione. Il test ha rivelato che i trader con il massimo di testosterone al mattino erano quelli che a fine giornata realizzavano pi profitti. La ricerca seria, pubblicata sulla rivista della National Academy of Sciences. Secondo Coates, il testosterone una specie di droga del vincitore. Questo effetto era gi noto negli animali e negli atleti. Nelle competizioni lorganismo dei vincitori genera un boost di testosterone, come uniniezione di una dose potente, e questo li rende ancora pi efficienti nella gara successiva. Il fatto che un meccanismo simile sia allopera anche nei mercati finanziari conferma la loro pericolosit. Il testosterone pu portare a prendere rischi eccessivi, irrazionali. Quelli che creano le bolle, e poi i tracolli. Coates ha scoperto che il cortisolo, a sua volta, ha conseguenze negative nelle fasi di crisi dei mercati finanziari. Quando le Borse vanno gi, quando le banche perdono e cominciano a licenziare, il cortisolo ha il sopravvento e genera ansiet, apprensioni e angosce, fa vedere pericoli ovunque. Le stesse persone che avevano un ottimismo irrazionale nei tempi di vacche grasse, si lasciano quasi paralizzare dalla paura. Alla fine, linstabilit finanziaria che ha provocato la grande crisi tutta questione di chimica e di molecole.

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Gi le mani dal mio yoga

Kathy era un mito per me. La mia insegnante di yoga, versione kundalini, una donna piccola, minuta, sottilissima. Mamma di un bambino di 6 anni, che accompagna a scuola la mattina prima di venire a lezione. Visto il suo fisico da miniballerina, ti aspetti da lei dei prodigi di flessibilit. E non ti delude. Dove ti sorprende, invece, nella forza fisica. I muscoli non li vedi ma sono dacciaio. capace di sfiancare chiunque, in esercizi di addominali o pettorali. Altri guru mi piacciono molto, ma dalle lezioni di Kathy che esco pi dolorante, piacevolmente maciullato, con mille punture benefiche e ogni centimetro del corpo indolenzito. Per questo sono rimasto trafitto, allibito, quando Kathy se n uscita con quellallusione. Quando vado a dar lezione alla Goldman Sachs Devessersi accorta subito di aver detto qualcosa di stonato, alle mie orecchie. Non ho fatto in tempo a guardare gli altri compagni del mio corso allYmca, non so se anche loro abbiano sobbalzato. Quanto a me, distinto lho interrotta. Goldman Sachs? Ho fatto solo questa domanda, fingendo di non aver capito, ma dal mio sguardo Kathy ha deciso di cambiare immediatamente discorso. Mi capita spesso, qui a New York, dimbattermi nella loro onnipresenza. Non dovrei stupirmi: siamo o non siamo nella capitale indiscussa della finanza globale? Mi

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aspetto forse che i banchieri siano invisibili? O che vivano appartati, in zone di lusso dove si frequentano solo fra loro? Eppure, ogni volta che li incrocio nelle mie attivit quotidiane, nella mia vita normale, la loro presenza mi irrita. Mi accorgo che soffro di una sindrome molto speciale di ostilit verso la loro professione. Lo so che dalla mattina alla sera occupano unintera zona della citt, la punta sud di Manhattan attorno a Wall Street; e sciamano anche ben oltre, a Midtown, dove ci sono tanti quartieri generali di colossi finanziari. Lo so, ma vorrei che fossero invisibili, tanto la loro esistenza mi ricorda le storture del nostro modello economico. Daccordo, non bisognerebbe generalizzare, gli stereotipi sono sbagliati, ci sono persone per bene e mascalzoni ripartiti in tante attivit umane. Forse c qualche poeta che ha assassinato sua mamma. Di certo qualche missionario ha allungato le mani sui bambini. Ma io non ne faccio una questione di moralit individuale, penso alle conseguenze sociali di un settore parassitario, sanguisuga. Poche attivit mi sembrano cos dannose per la comunit, alla luce dei danni enormi che le banche hanno generato. E non mi riferisco solo ai casi pi eclatanti, come la bolla della finanza tossica da cui ebbe inizio nel 2008 la grande crisi. C qualcosa di pi generale, che prescinde dagli episodi. I banchieri hanno inquinato tutta leconomia, producendo diseguaglianze di redditi, a loro vantaggio, che non hanno precedenti nella storia. Non solo una questione di equit misurata in base ai nostri princpi morali. Perfino il paesaggio, stanno cambiando. Intere zone di New York sono ormai fuori della portata dei loro abitanti storici, per effetto della gentrification, cio linvasione di ragazzini che hanno guadagnato milioni a Wall Street e fanno esplodere i prezzi delle case. Il denaro facile un veleno insidioso, pervasivo, che corrompe tante relazioni sociali. Non mi consola osservare che molti di loro cercano un riscatto morale attraverso la filantropia e il mecenatismo.

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Anzi, questo me li rende quasi pi insopportabili: sapere che senza i loro soldi non avremmo tanta ricchezza culturale qui a Manhattan, dai musei alla Metropolitan Opera. Anche Central Park cos magnifico perch il capo di un hedge fund ha staccato un assegno da 100 milioni per la sua manutenzione. Idem per attivit da cui pu dipendere la vita o la morte di tante persone: lo Sloan-Kettering, uno dei pi importanti ospedali dove si fa ricerca anticancro, vive di donazioni private. C qualcosa di assurdo, mi sembra, in tutta quella beneficienza. come se la Exxon, dopo aver trivellato petrolio nel mondo intero, riversasse una quota dei suoi profitti a Greenpeace. Non sarebbe meglio inquinare meno? Odiosi banchieri, mi fanno andare di traverso perfino lo yoga, e la mia Kathy.

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Manhattan vista dallIndia

Qualche volta serve andare molto lontano per capire chi siamo noi. Dallalto, certe cose diventano pi chiare. Viste dallHimalaya, per esempio. Per lunghi periodi mia figlia Costanza lavora in una regione remota dellIndia: lo Stato dellAssam, bagnato dal fiume Brahmaputra, ai confini sudorientali con lHimalaya. Costanza fa un dottorato di ricerca alla University of California di Santa Cruz e il suo studio verte sullimpatto del cambiamento climatico in quellarea del mondo. Per aiutarla a districarsi nelle difficolt linguistiche e burocratiche, logistiche e culturali, fortunatamente Costanza ha unamica locale, sua coetanea. Le sue cronache di vita a casa di questa giovane indiana mi aiutano a ricordare quanto sia estrema la vita di un abitante di Manhattan (e di altre metropoli dellOccidente opulento). Ogni mattina, quando Costanza e la sua amica escono per andare a lavorare, la padrona di casa stacca la spina di tutti gli elettrodomestici. Compreso il frigorifero. La temperatura nellAssam oscilla fra i 40 e i 45 gradi centigradi. Dunque gli alimenti vengono refrigerati sei o sette ore al giorno, poi il frigo si trasforma in un forno. Peraltro, quando vanno a fare la spesa, un po dagnello per uno stufato, il macellaio ha una bancarella per strada, senza refrigeratore. Le mosche brulicano sulla testina dagnello, messe in fuga solo quando il macellaio comincia a menare fenden ti

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col suo coltello. Dal punto di vista delligiene non il massimo. Ma lenergia elettrica un bene raro in India, i blackout sono quotidiani, anche i giovani crescono addestrati a risparmiare la corrente. In quella casa non esiste aria condizionata. Costanza e lamica dormono nello stesso letto, che poco pi di un asse di legno. Sopra le loro teste, di notte hanno il ronzio assordante di un vecchio ventilatore. In alcune scuole pubbliche dellAssam, ovviamente senza aria condizionata, dei bambini sono morti in seguito a shock termico e disidratazione. (Anche quando sta nellIndia relativamente pi ricca e moderna, a casa di amici in un quartiere moderno di New Delhi, Costanza viene svegliata allalba dalla vecchia nonna che passa in tutte le camere a spegnere laria condizionata, dautorit.) Negli uffici pubblici dellAssam, dove le capita di andare a raccogliere materiali per la sua ricerca, nota che alla fine dellorario di lavoro tutti i dipendenti non si limitano a spegnere computer, fax e fotocopiatrici, ma diligentemente staccano le spine dalle prese a muro per essere certi che non ci sia un solo watt di energia elettrica che verr consumato negli uffici chiusi. Come shock culturale, forse il pi brutale ha per oggetto la carta igienica: impossibile trovarla in dotazione nei bagni, neppure in casa di professori universitari che hanno studiato allestero. considerata un lusso stravagante, uno spreco, ingorga le tubature oppure ingombra i cesti della spazzatura laddove non c acqua corrente nei bagni. Un secchio dacqua fa le veci di un nostro bidet e sostituisce la carta igienica. Quando non ne pu pi, Costanza deve cimentarsi in delicati esercizi di diplomazia per convincere la sua amica ad accompagnarla nellunico, lontanissimo supermercato dove ogni tanto si trova in vendita un rotolo di carta igienica. In mezzo a questi disagi, Costanza descrive lAssam come un luogo meraviglioso, non solo per i paesaggi himalayani, ma anche per la gentilezza dei suoi abitanti.

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Agli antipodi, cio qui a Manhattan, il nostro sindaco Michael Bloomberg si conquistato un titolone in prima pagina sul New York Times con un piano per rendere efficiente la raccolta differenziata della spazzatura. Applausi a scena aperta! I newyorchesi progressisti sono fieri di avere un sindaco cos verde. Ripenso ai racconti di Costanza, e al nostro modo di vivere qui: gli sprechi di aria condizionata, i maxifreezer dove gli americani surgelano provviste tali da reggere a una terza guerra mondiale, i Suv giganteschi che percorrono le autostrade, le limousine a 12 posti noleggiate dai ventenni per farsi riaccompagnare a casa sbronzi dopo i sabati sera in discoteca, gli aeroplani che qui usiamo come fossero autobus. Ci vuole una bella faccia tosta per definirsi ambientalisti da queste parti.

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Cercando ispirazione nel silenzio

Abito al 31 piano. Quando il tempo brutto e il cielo sopra Manhattan coperto, a volte non vedo la citt l sotto. Le nuvole sincollano alle finestre, lisolamento apparente potrebbe essere quello di un rifugio alpino, spifferi di vento sinfilano sibilando negli infissi. Detto cos, uno magari simmagina che una volta tornato a casa io abbia il privilegio della quiete. Neanche per idea. Anche lass giunge una sorta di rombo sommesso, il brontolio costante della mia citt, spezzato dallimmancabile sirena dellambulanza e dei pompieri, acuti perforanti che schizzano verso la stratosfera. Notte e giorno, traffico e cantieri fabbricano un rumore unico al mondo, la colonna sonora della metropoli che non dorme mai. I primi tempi mi svegliavo di soprassalto, in piena notte, col sospetto di aver lasciato acceso il televisore o il vecchio condizionatore daria, o che il frigo si fosse rotto e macinasse ghiaccio allimpazzata. Macch. la voce di New York, i suoi bassi amplificati a centomila megawatt, una vibrazione che ti entra nelle viscere, ti circonda, ti sommerge. Eppure il silenzio esiste, quello vero, anche nel cuore di Manhattan. Lo ritrovo la domenica sera. In Central Park West allincrocio con la Sessantacinquesima Strada. L c una chiesetta evangelica luterana, The Holy Trinity. Anche quando luragano Sandy fece scattare il coprifuoco e a noi

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newyorchesi fu ordinato di chiudersi in casa, la domenica alle 17 il programma della Holy Trinity rimase invariato: i Vespri di Johann Sebastian Bach. Per un miracolo dellacustica, quando si chiudono i portoni massicci della Holy Trinity, la chiesa piomba in un silenzio assoluto. Manhattan scompare allistante, il suo ruggito di fondo tace, si ritira rispettosamente fuori da quelle mura. La Holy Trinity conosce un solo tipo di musica, lorgano. Vanta il possesso di un organo identico a quelli che venivano costruiti in Germania dal Cinquecento al Settecento e che us Bach. Per costruire quella copia perfetta che lOpus 16 della Holy Trinity hanno lavorato otto artigiani di Tulsa, in Oklahoma, dopo aver passato anni a esplorare le chiese gotiche di Olanda, Germania e Austria. A suonare lOpus 16 si alternano cultori di Bach come William Porter, che per trentanni insegn organo e clavicembalo in Italia, Svizzera, Germania e Svezia. un pezzo di Europa nordica quello che si ricostituisce magicamente quando si chiudono i portoni della Holy Trinity e le canne dellorgano iniziano a soffiare. Appare tra quelle mura una New York molto antica, quasi il fantasma di ci che fu allepoca dei primi coloni, che erano olandesi e la chiamarono Nuova Amsterdam. Gli evangelici luterani sono i primi ceppi del protestantesimo, venuti qui dai Paesi Bassi, dallInghilterra e dalla Scozia. UnAmerica molto puritana, nel bene e nel male: con la sua etica weberiana del lavoro, il rispetto scrupoloso delle regole, lo spirito civico, il dovere di redistribuire la propria fortuna a beneficio della comunit e dei pi deboli. Una religiosit intima, discreta, pudica, coltivata leggendo la Bibbia in casa, in un rapporto a tu per tu con lAutore. Li riconosci, i discendenti di quel ceppo, gente alta e magra, dalle rughe nobili, il portamento austero, gli occhi azzurri quasi trasparenti. Bach oggi attira un pubblico pi variegato, insieme a un ateo come me alla Holy Trinity si incontra qualche afroamericano, qualche asiatico. Siamo frammenti penetrati dal mondo esterno, dalla nuova Manhattan cosmopolita e multietnica, postmo-

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derna. Ma una volta in mezzo a quella navata, quando ci sorprende la magia del silenzio assoluto, e nellattesa che il soffio potente dellorgano ci avvolga, tutti cinchiniamo al fascino di un mondo antico e solenne, che mette soggezione. Quando vado a correre non lontano da l, a Central Park, tra le mie audioletture c Through the Eye of a Needle (Attraverso la cruna di un ago) di Peter Brown. Il titolo riprende il celebre passaggio del Vangelo secondo Matteo: pi facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Brown, uno storico dellantichit, racconta levoluzione dei rapporti tra la Chiesa e la ricchezza nei primi secoli della cristianit. Dalla conversione dellimperatore Costantino fino al ruolo di padri della Chiesa come santAmbrogio e santAgostino, la sua analisi descrive il graduale adattamento dellinterpretazione del Vangelo in quei primi secoli, che avvenne per rendere la Chiesa accogliente verso i ricchi e incoraggiare la generosit di questi ultimi nei confronti della Chiesa. La storia di quel periodo come un pendolo che oscilla in direzione dei ricchi spostando la natura della comunit cristiana, che allinizio era stata pi aderente allinsegnamento evangelico. Mi capita di sognare che il pendolo della storia non oscilli sempre in una direzione sola, e che possa iniziare unevoluzione in senso contrario, quando sento papa Francesco: Se il denaro diventa il centro della nostra vita ci afferra, e noi perdiamo la nostra identit di esseri umani (29 settembre 2013). E ancora, sempre questo papa, nel giorno della visita di Angela Merkel: Se cadono le banche, questa una tragedia. Se le famiglie stanno male, non hanno da mangiare, allora non fa niente. Questa la nostra crisi di oggi.

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San Francisco-New York, traslocare ridimensionare

Vivere con meno. Molto meno. lo slogan che riassume una nuova filosofia, il consumo frugale, leconomia dellabbastanza, il benessere condiviso e sostenibile, la crescita slow ma felice. il titolo che il New York Times d a una testimonianza personale. Quella di Graham Hill, ex enfant prodige di Internet, un giovane imprenditore innovativo, canadese ma con lo spirito tipico della West Coast americana. Fonda una start-up a Seattle, la rivende, diventa multimilionario. E in breve tempo si accorge di essere sulla strada sbagliata: laccumulazione di oggetti status symbol, il benessere materiale non lo portano da nessuna parte. Cambia rotta, crea un blog ambientalista (Treehugger, chi abbraccia gli alberi) dedicato ai nuovi stili di vita, si rieduca da solo per vivere con un decimo delle cose che aveva al culmine della sua agiatezza. Questa una storia che pu anche irritarci: in fondo la vicenda di un privilegiato, membro di quella lite del l1 per cento contro cui si scagliava Occupy Wall Street. pi facile ridimensionarsi quando si parte da cos in alto. Eppure non stata questa la reazione dei lettori. Sul sito del New York Times, poche ore dopo la sua pubblicazione, larticolo di Hill ha gi molte centinaia di commenti. La maggioranza sono positivi. Michael Kennedy, lettore di Minneapolis, scrive: Questo articolo ha toccato un ta-

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sto sensibile. Mia moglie e io siamo nel bel mezzo di un ridimensionamento. Passiamo in rassegna le cose che possediamo, molte finiamo per darle in beneficienza. Uno stadio alla volta, ci riprendiamo la nostra vita. Tanti lo fanno per necessit, in seguito al taglio dello stipendio di uno dei coniugi, alla disoccupazione di un figlio, alla pensione pi magra del previsto. Ma anche loro abbracciano il cambiamento come unoccasione positiva. Downsizing (traduzione: rimpicciolimento, ridimensionamento) il termine che fu coniato per descrivere le ristrutturazioni aziendali, che falcidiano il personale, delocalizzano in paesi a basso costo di manodopera, rattrappiscono la base occupazionale. Ora si parla di downsizing in un altro senso, applicato al tenore di vita. la lezione appresa nella crisi, il paradigma valoriale che segue la Grande Contrazione. La nazione che ha inventato ed esportato nel mondo intero la formula pi estrema del consumismo, e ne ha pagato il prezzo sotto forma di distruzione ambientale, diseguaglianze, patologie sociali, oggi vuole sperimentare qualcosa di diverso. In California, Dave Bruno ha lanciato il movimento delle 100 cose, insegna ai suoi seguaci una nuova aritmetica della vita che comincia concentrandosi sullessenziale e svuotando cantine e solai di roba inutile. Nel paese che invent il marketing dello spreco, il paga due compra tre, oggi invece almeno un pezzo di societ si rieduca per vivere con 100 oggetti al massimo, perch di pi non serve averne. I giovani sono allavanguardia, loro fanno di necessit virt. Nella Generazione Millennio (nati negli anni Ottanta o allinizio dei Novanta, affacciatisi alladolescenza o alla maggiore et poco prima dello shock dell11 settembre), il 40 per cento degli americani sono convinti di avere gi tutto il necessario. Anche perch hanno imparato a modificare le loro aspettative. Non per forza si accontentano di meno: cercano qualcosaltro, rispetto allEt dellOro vissuta dai loro genitori. Sono i giovani il motore dellecono-

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mia della condivisione, le formule di share che costituiscono nuovi business, dallautomobile agli alloggi. Se nei prossimi ventanni dovremo tutti adottare abitudini di vita pi semplici e ridimensionare le aspettative di consumo, tanto vale cominciare subito e con lo spirito giusto la filosofia di Sean Gosiewski, che dirige lorganizzazione non profit Alliance for Sustainability. Questo cambiamento nei valori e negli stili di vita investe lurbanistica e incrocia levoluzione demografica. Ci che descrive Graham Hill, nel suo passaggio da una villa di quattro piani a un miniappartamento, lo vivono in forme pi modeste milioni di americani. Molti appartengono alla generazione dei suoi genitori. I baby boomer guidarono il decentramento abitativo verso i sobborghi residenziali, le villette col giardino simbolo dellAmerican Way of Life. Ora che hanno i capelli grigi tornano in massa a riconquistare le citt (che si rivelano molto pi ecocompatibili) e naturalmente devono adattarsi a una metratura ridotta. Il downsizing e il suo gemello downshifting (letteralmente: spostamento allingi, deriva verso il basso) mi tocca praticarli di persona, su me stesso, e son dolori. Restringersi, letteralmente: vivere in meno metri quadri, con meno cose. Buttare via, senza piet, anche quello che sembrava necessario. Per me lo stacco netto coincide con un ricongiungimento coniugale: dopo tredici anni mia moglie lascia San Francisco e viene a vivere con me a New York, nellestate 2013. Lieto evento che conclude un periodo di ben altri disagi, ma questo cambiamento non indolore. Al posto di due redditi ce n uno, almeno inizialmente, quando Stefania si mette in cerca di un lavoro. Al posto di un abitante, ce ne sono due, nellappartamento. A Manhattan i metri quadri non si sprecano. Comincia la caccia furiosa al superfluo, per far vivere due esseri umani nello spazio che era occupato da un single. Downshifting leggo nella definizione di Wikipedia inglese un comportamento sociale o una tendenza collettiva per cui gli individui adottano modi di vita pi semplici,

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per sfuggire dal materialismo ossessivo, per ridurre lo stress e i danni psichici che ne derivano. Sintuisce che i collaboratori di Wikipedia fanno il tifo per il downshifting, lo vedono come unevoluzione positiva. Lo senzaltro quando avviene per scelta volontaria. pi difficile esaltarlo se coloro che sono costretti ad autoridursi lo fanno sotto il peso di licenziamenti, tagli alle pensioni, e si privano dellessenziale. Non ancora il mio caso, per fortuna, e tuttavia quel consumo frugale di cui sono un sostenitore stavolta mi tocca nello spazio vitale. Razionare i metri pro capite impone delle discipline faticose. Bisogna darsi delle regole, per la mattanza degli oggetti personali, la rottamazione delle cose di famiglia. Per i libri, teoricamente mi aiuta levoluzione tecnologica: li posso scaricare sul Kindle e sulliPad, dove occupano spazio solo virtuale. Ma centinaia di volumi mi hanno accompagnato nel mio nomadismo globale tra Europa, America e Asia; alcuni introvabili nelle librerie, forse non saranno mai ripubblicati in formato e-book, sono legati a ricordi di vita e di lavoro. Mimpongo una regola spietata: se un libro ha meno del 50 per cento di probabilit che io lo riprenda in mano, va buttato (proprio buttato, ahim, perch per i tagli di fondi sono sempre meno le biblioteche pubbliche che accettano donazioni). I vestiti subiscono un vaglio simile: quante probabilit ha quella giacca che io la rimetta almeno dieci o venti volte in un anno? Dalle scarpe alle stoviglie di cucina, dai servizi buoni (regali di nozze!) ai ricordi dinfanzia dei figli, dai quadri alle foto incorniciate, nulla pu sottrarsi alla decimazione. Non devo concedermi debolezze o indulgenze: partendo da San Francisco mia moglie ha fatto sacrifici superiori. Sembriamo No che deve scegliere cosa portarsi sullArca? Certo che ci sar un futuro, dopo il diluvio. Ha ragione Wikipedia, questa la via della saggezza. Dopo tante settimane passate a riempire scatoloni per la raccolta differenziata o per gli enti filantropici che riusano le nostre cose, ora sappiamo che la saggezza non arriva gratis.

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Uno dei teorici di questo rinsavimento collettivo lo conosco bene. Lord Robert Skidelsky, grande storico inglese delleconomia, biografo di John Maynard Keynes, una delle massime autorit sul pensiero che salv il mondo dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Suo figlio Edward un filosofo. Hanno unito le loro intelligenze, e le loro discipline, per trovare una risposta alla crisi che vada oltre leconomia in senso stretto. Il loro saggio Quanto abbastanza (pubblicato in Italia da Mondadori) prende spunto proprio da una riflessione di Keynes sui valori di una societ postindustriale. In una conferenza del 1928, poi trasformata in un pamphlet nel 1930 (Possibilit economiche per i nostri nipoti, pubblicato in Italia da Adelphi), Keynes dipinse un affresco visionario del futuro. Alcune delle sue profezie si sono avverate: limmensa moltiplicazione di ricchezza. Altre no: non abbiamo usato il progresso tecnologico per ridurre drasticamente il tempo di lavoro e allargare a dismisura la sfera delle nostre attivit culturali, artistiche, filantropiche. Al contrario di quanto auspicava Keynes, siamo immersi in un sistema ipermaterialistico; anche coloro che hanno un tenore di vita benestante non si accontentano. Lincapacit di riconoscere quando abbiamo abbastanza una malattia diffusa. anche un limite della scienza economica, che non sembra avere nulla da dire in proposito. Skidelsky padre mi spiega il senso della sua ricerca: laspirazione a una buona vita, la rifondazione delleconomia su basi etiche, per una crescita pi sana e sostenibile, lo conducono a rileggere i grandi classici della filosofia: Aristotele, Kant, Marcuse, Bertrand Russell. Bisogna chiedere aiuto alla filosofia mi dice lo storico perch leconomia non ha molto da dirci su cosa costituisce una buona vita. Leconomia diventata una disciplina del processo, nel senso che si occupa dei mezzi e non dei fini. Si basata sempre di pi su un approccio metodologico che d per scontato lindividualismo. La grande crisi iniziata nel 2008, e da cui lEuropa ancora non uscita, pu servire almeno a render-

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ci pi saggi? Cambier la gerarchia delle priorit che hanno guidato i nostri modelli di sviluppo? Qualche segnale positivo c risponde ma insieme con un dubbio: che il rinsavimento sia solo temporaneo? Quando la macchina delleconomia si rimette in moto possiamo facilmente dimenticare le lezioni imparate nei tempi duri. Questo vale sia per gli individui sia per la societ nel suo insieme. Le crisi scatenano un processo dintrospezione, ci costringono a guardare dentro noi stessi, personalmente e come comunit. Finch durano, importante che ciascuno di noi contribuisca a questa riflessione autocritica, e poi che cerchi di renderla duratura. Nel mondo anglosassone alcuni accusano Skidelsky di avere una visione patrizia, elitaria. La sua prospettiva ideale, che esalta il tempo libero, i consumi culturali, la creazione artistica, sembra distante dai bisogni di milioni di disoccupati in Occidente; o dalle aspirazioni di un miliardo di contadini cinesi e indiani. Questa risponde lo storico una critica superficiale. Noi ci troviamo per la prima volta nella storia umana davanti a questa possibilit: di vivere in un sistema che crea abbastanza ricchezza per tutti. gi una realt nelle nazioni sviluppate del lOccidente. Nel passato la ricchezza era riservata a minoranze; le societ erano statiche; dei gruppi ristretti scremavano il surplus a loro vantaggio e cos svilupparono uno stile di vita privilegiato dove cera spazio per le attivit creative del tempo libero. Oggi stiamo raggiungendo una situazione in cui quello stile di vita alla portata di una parte crescente della popolazione. Quellideale di una vita civile un tempo era riservato agli aristocratici e ai ricchi. Gli stessi filosofi del passato, quando disegnavano i loro modelli di una buona vita, si rivolgevano a delle minoranze. Ora che lideale pu interessare una maggioranza tra noi, il momento di estrarre dalle riflessioni del passato i valori di una buona vita. Unaltra obiezione attacca il concetto di abbastanza. Come dimostra il comportamento dei signori della finan-

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za, o altre oligarchie di straricchi, molti ritengono di non avere mai abbastanza denaro. Questo, per lo storico inglese, il cinismo di chi vede lessere umano come immutabile, dunque considera lavidit e linsaziabilit tratti di natura. Ma in passato questi difetti furono affrontati attraverso delle limitazioni morali. Abbiamo bisogno di una morale proprio perch la natura umana non perfetta, e tuttavia pu essere trasformata, controllata. Infine sollevo unobiezione pragmatica: larte e la cultura costano. Se fossi povero, potrei permettermi di andare alla Metropolitan Opera? Questo darebbe ragione ai fanatici dello sviluppo: dobbiamo produrre sempre di pi, per poterci permettere quei consumi sofisticati che ci appagano Un biglietto dellOpera ribatte il mio interlocutore costa sempre meno di tanti gadget tecnologici. Questa una visione diffusa in America: devi lavorare sempre di pi per poterti concedere tutti quei gadget che lindustria ti vuol vendere. Alla fine lavori cos tanto che non ti resta tempo per pensare a te stesso, e vivere una buona vita. Hai una vita riempita solo da oggetti. Quel che resta del tuo tempo libero ad alta intensit di consumo. Ma non obbligatorio subire questo modello. Bisogna ripensare il tempo libero, reimparare a godersi la vita. E non ce lho con tutti i gadget. Mi piace il Kindle, che serve a leggere Questo ci riconduce a un dibattito che avvenne gi negli anni Cinquanta e Sessanta. Fu quello il primo periodo in cui lAmerica intu che avrebbe potuto avere abbastanza. Una grande riflessione, un classico, fu il saggio di John Kenneth Galbraith La societ opulenta. Si pose proprio questo problema: che cosa c oltre lopulenza? Dopo di allora, quel filone di pensiero non diventato maggioritario. La discussione si fermata, con leccezione degli ambientalisti e dei teorici della decrescita, che comunque rimasero ai margini. Ora venuto il momento di riprendere.

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Prima ci avete dato tutto, poi ci avete privato della capacit di sognare. Come faremo ad avere anche noi dei sogni? La domanda mi perseguita. Me la fa una donna di 30 anni. Bruna, sottile. Sta seduta nel lato sinistro della platea, visto dal palcoscenico dove mi trovo. tra le ultime a parlare, quella sera al Teatro Argentina di Roma. Ho appena presentato il mio ultimo libro, che si definisce un manifesto generazionale per non rinunciare al futuro: rivolto, in prima istanza, ai miei coetanei. Con mia sorpresa, per, quella sera ci sono molti giovani. Questa trentenne fa un intervento che mi rimane scolpito nella memoria. Ecco cosa conservo delle sue parole: Ho amato la stessa musica della vostra generazione, ricordo da bambina un concerto di Paul McCartney che ascoltavo stando sulle spalle di mio pap. Ho letto gli stessi autori di mia madre e di mio padre. Non vero che ci avete tolto qualcosa, dal punto di vista materiale. Al contrario, ci avete dato tanto. Un benessere elevato. Siamo stati dei privilegiati. Dal motorino al telefonino, voi genitori non ci avete mai detto di no. Ora scopro quello che ci manca davvero: la possibilit di sognare. Con questo mercato del lavoro, con questa societ bloccata, come possiamo avere anche noi dei sogni?. Ha parlato meglio di come la riassumo io. Cera, nel suo discorso, qualcosa di pi di un grande disagio materiale e so-

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ciale. Cera lidea che la mia generazione ha bruciato cos tanti ideali da lasciare dietro di s una grande desolazione. Parole dure, sincere, efficaci. Sul momento, quella sera a teatro non riesco a risponderle come vorrei. In questi casi uno della mia et dovrebbe avere il coraggio di dire: non lo so. Vorrei averle detto proprio cos: scusami, la tua domanda troppo importante, non riesco a improvvisare, devo rifletterci, lo far finch trovo qualcosa che abbia un senso. Invece, l per l non ho il coraggio della verit, sono quasi le undici di sera, sono stanco, improvviso qualche banalit che ora non ricordo neppure. Ma la tua domanda, giovane donna sconosciuta, mi assilla quando le luci si spengono e da solo me ne torno in albergo. Mi angoscia lindomani sul volo Roma-New York, non riesco a pensare ad altro. Ora passato un po di tempo. Se leggerai questo libro, ho qualcosa da dirti. Non si tratta di sogni. Quelli sono troppo personali e ognuno deve scegliersi i suoi. Ma ti vorrei offrire tre consigli. Il primo mi viene ripensando a me stesso pi giovane di te, ventunenne. Anno 1977, linizio del mio lavoro da giornalista, nella stampa del Partito comunista italiano. Sono gli anni di piombo, e ricordo che il futuro ci sembrava bloccato, senza uscite. LItalia era dilaniata da una sorta di guerra civile, non dichiarata, ma con morti e feriti veri. Cera anche una crisi economica (shock energetico, primi smantellamenti della nostra grande industria, iperinflazione, conflittualit sociale), ma la pi grave era quella politico-istituzionale. Noi ventenni di allora non eravamo affatto certi di avere un futuro. Ci sentivamo ostaggi in un conflitto che altri manovravano: i terroristi da una parte, i settori deviati dellapparato statale dallaltra. Col senno di poi, un futuro cera, un futuro c sempre. Anche quando loscurit sembra avvolgere tutto. Secondo consiglio. Tu parti dalla premessa che siete stati allorigine una generazione privilegiata (per il benessere in cui siete nati), e poi avete perso ogni aspettativa per effetto di questa crisi, la chiusura degli sbocchi professionali,

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un mercato del lavoro che sembra offrirvi solo precariato a vita. In questa fase cos cupa, provate a guardarvi attorno e osservate chi sta ancora peggio di voi. Ce ne sono, e tanti. In Italia o in altre parti del mondo. Non sto dicendo che questa sia una consolazione, anzi. Semmai una traccia per cercare idee, ispirazione, progetti che rispondano a un disagio che non solo vostro, e talvolta molto pi acuto del vostro. Terzo consiglio. Noi non possiamo defraudarvi dei sogni perch strada facendo abbiamo tradito i nostri. Provate a partire proprio da qui: dai nostri fallimenti pi gravi. La societ italiana non guarita dai mali pi profondi: lillegalit, la cultura mafiosa, legoismo dei clan, il nepotismo, il servilismo dei cortigiani. Cominciate a lavorare nel vostro ambiente pi vicino per affermare unidea forte di societ civile, fondata su un patto di cittadinanza, il rispetto delle regole, della legalit. Non disdegnate le piccole cose, i gesti minuti della vita quotidiana: rispettando la coda senza fare i furbi, rilasciando (o richiedendo) la ricevuta fiscale. Poi c chi dedica il tempo libero a ripulire i parchi nazionali, agli anziani ammalati, o riscopre il valore della militanza politica di quartiere. Sono le riforme dal basso, che possono cambiare il sistema di valori dominante. Sta l il fallimento pi grave della mia generazione. un cantiere che abbiamo lasciato aperto, abbandonato, in disuso. quel che manca allItalia per dirsi un paese avanzato. E non lo si pu circoscrivere alle sole colpe della nostra classe dirigente. Ecco: a una trentenne, da un cinquantasettenne che non ha dormito per alcune notti sulla sua domanda.

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Meglio idraulici che laureati?

La frase suona beffarda, oppure allarmante, per quei giovani italiani sempre pi numerosi che il loro futuro e i loro sogni vengono a cercarseli qui in America: Se siete studenti cos cos, lasciate perdere luniversit: meglio fare gli idraulici. Non una battuta facile, non un luogo comune. il consiglio serio dato da uno che se ne intende, di economia e anche di lauree. A rilanciare la metafora dellidraulico Michael Bloomberg, che ha diversi titoli per parlare ai giovani in cerca di lavoro. Si fatto dal nulla e prima di diventare sindaco ha creato la sua impresa. Non disprezza la cultura n tantomeno il valore degli studi universitari. Lui si laureato alla Johns Hopkins e si specializzato a Harvard, due tra le migliori universit dAmerica. Eppure non ha dubbi: Paragonate la professione dellidraulico con la frequenza a Harvard. Per il giovane medio, fare lidraulico sarebbe un affare migliore. Il consiglio di Bloomberg ha aperto un dibattito, qui negli Stati Uniti. Segnala un problema serio, anche nel paese che probabilmente ha il miglior sistema universitario del mondo. Forse la sua osservazione ancora pi pertinente in Europa, visti i dati sulla disoccupazione giovanile due volte pi alta di quella americana, con punte drammatiche in tutte le economie mediterranee: Italia, Spagna, Grecia. Qui negli Stati Uniti, osserva un esperto del sistema univer-

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sitario come Mark Kantrowitz, il college resta ancora un buon investimento. LAmerica ha subto un aumento della disoccupazione giovanile ma non di quella intellettuale. La forbice sul mercato del lavoro ampia, tra i laureati e gli altri: un giovane americano che possiede solo il diploma di secondaria superiore ha una probabilit tripla di rimanere disoccupato, rispetto al suo coetaneo con diploma di laurea. Questo, per, non significa che ogni laureato trovi un buon posto di lavoro precisa Kantrowitz. E qui subentra il problema su cui Bloomberg ha fatto centro. Un giovane idraulico ha detto il sindaco non spende 40.000 o 50.000 dollari di retta allanno senza guadagnare reddito. Per di pi, il suo mestiere non minacciato n dalla robotica n dalla delocalizzazione allestero. Lonere delle rette universitarie un problema tipicamente americano. In nessunaltra nazione al mondo la frequenza delle facolt ha costi cos elevati (i 40.000 e pi dollari cui fa riferimento Bloomberg sono le rette nelle universit di lite, ma anche gli atenei di Stato e i community college sono cari rispetto agli standard europei). Gli studenti molto bravi ottengono borse di studio, per gli altri c il credito bancario agevolato. Ma i debiti vanno restituiti e non tutte le professioni per i laureati sono cos ben remunerate da consentire di ripagare rapidamente le banche. Obama racconta che lui stesso fin di rimborsare i debiti universitari solo quando divenne senatore, cio molti anni dopo essersi laureato e avere iniziato a lavorare. Lalternativa dellidraulico indicata da Bloomberg attira lattenzione su un altro problema. Se lidraulico polacco fu evocato anni fa nel dibattito politico francese dalla destra xenofoba contraria alla libera circolazione della manodopera in Europa, il giovane idraulico di Bloomberg serve a tuttaltro scopo: rilanciare lattenzione sulla formazione professionale. Il sindaco si batte per investire nelle vocational school, istituti tecnico-professionali. Il suo invito sinserisce in una tendenza americana a rivalutare la

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manualit, il know how tecnico e manifatturiero, il saper fare (e aggiustare) le cose. Obama ha creato una task force per studiare il modello di apprendistato e scuole professionali della Germania, considerato uno dei migliori del mondo. Anche per formare idraulici, e non necessariamente polacchi.

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Nessuno mi vuole? Mi assumo io

Ho incontrato a New York un dirigente della Microsoft che si occupa dellItalia. Questo manager conosce bene sia il nostro paese sia gli Stati Uniti. Discutendo sulla situazione economica tanto diversa nei due paesi, e sul mercato del lavoro per chi cerca un primo impiego, mi ha fatto una descrizione comparata dellatteggiamento dei giovani sulle due sponde dellAtlantico. Ve la riassumo con parole mie. Un giovane italiano che si laurea in informatica manda il suo curriculum a trenta aziende e aspetta che rispondano. Se non rispondono subito, aspetta ancora. Un giovane americano che si laurea in informatica manda il suo curriculum a trenta aziende e, se non ha ricevuto una risposta entro due giorni, comincia a chiedersi: che cosa devo fare per inventarmi un lavoro da solo, crearmi con le mie idee e con le mie energie unattivit che non esiste ancora? Nella descrizione di quel dirigente della Microsoft, qui in America i coetanei dei nostri figli hanno tutti gi in mente il piano B. Se non mi assume unazienda, devo essere pronto a costruirmi una soluzione alternativa. Da solo, o meglio ancora unendo le mie forze a quelle di altri coetanei, decisi come me a farsi strada senza aspettare che lufficio del personale di una grande azienda li convochi per il colloquio di assunzione. Lo so bene, perch emigrai in America tredici anni fa, che il piano B incontra meno ostacoli in questo paese. Mol-

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te cose sono pi facili, negli Stati Uniti, per chi voglia lanciarsi in unattivit imprenditoriale: meno burocrazia, regole pi semplici, maggiore accesso al credito bancario o al venture capital. Per, qualcosa deve cambiare anche nei nostri atteggiamenti, nella disponibilit, nella flessibilit di ciascuno, se vogliamo uscire da questa crisi. Il divario culturale tra le due sponde dellAtlantico deve restringersi. Per fortuna, si moltiplicano i segnali che questo sta gi accadendo. Di passaggio in Italia per le vacanze estive, sono rimasto colpito dal fatto che uno dei libri di lettura ferragostana in vendita negli autogrill un manuale per creare la propria azienda, consigli pratici ed esempi concreti offerti a chi voglia lanciarsi in unattivit nuova. Un giornalista della Repubblica, Riccardo Luna, perlustra lItalia in cerca di ragazzini-imprenditori, ventenni che creano le loro start-up, cio nuove imprese con forte contenuto innovativo. Dal suo censimento emerge unItalia molto diversa dal paese rassegnato, esausto, scoraggiato che osserviamo in altri comportamenti. Luna si accorto che questi ragazzini-imprenditori tendono anche ad aggregarsi fra loro, non soltanto per scopi imprenditoriali ma anche per una sorta di controffensiva psicologica. Hanno cio bisogno di frequentare i propri simili, non solo per scambiarsi idee e collaborare su progetti specifici, ma anche perch ritrovandosi assieme si contagiano in unatmosfera di fiducia, ottimismo, tensione verso il successo. Ho visto anchio fenomeni simili. Ogni anno vado in California per assistere alla premiazione di Mind the Bridge. Questa fondazione ha creato un incubatore di start-up tecnologiche a San Francisco. Centinaia di giovani italiani la usano come un laboratorio per sperimentare le proprie idee. Non si tratta della classica fuga di cervelli. Felici di potersi misurare su un terreno fertile e competitivo come la Silicon Valley, molti di quei giovani italiani, per, vogliono riportare una parte delle loro idee e della loro attivit nel proprio paese. Del resto, leconomia digitale meno

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territoriale dellindustria manifatturiera. Si pu avere la testa contemporaneamente in America, in Asia e in Europa, spaziando nei contatti e nei progetti su pi continenti. Quel che conta reagire allo sconforto. Anche i giovani italiani innovativi che incontro a San Francisco vanno l non solo per cimentarsi con la punta avanzata dellinnovazione, ma anche per respirare un clima diverso, elettrizzante ed euforizzante. Il contagio dellottimismo forse partir da loro, che si costruiscono un universo parallelo con una narrativa opposta a quella del declino.

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Un seguito sulle pantere grigie

Queste righe le dedico a Mariana (con una sola enne). Se le legger, stia pure tranquilla, non c nulla di imbarazzante. Forse sar sorpresa. Ma io sono stato pi sorpreso di lei, quando lho incontrata nella mia stanza dalbergo, la 315 allEmpire di Roma, in via Aureliana. Mariana fa le pulizie in quellalbergo, e quando sono rientrato in camera nel pomeriggio stava sbirciando il mio libro Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. (Qui chiedo scusa a voi: non uno spot autopubblicitario, questa storia mi sta a cuore perch dimostra una cosa importante.) Mariana romena, vive in Italia da ventanni, ha quasi perso ogni traccia di un accento straniero. Il tema del libro mi attira mi dice appena entro, per scusarsi. Stavo guardando il prezzo di copertina. Costa meno in formato e-book, potrei leggermelo sulliPad, per a me i libri piacciono di pi quando sono di carta, ho voglia di sfogliarli, tenerli in mano. Stavo memorizzando il titolo per andare alla libreria Feltrinelli a comprarlo. Comincio a interrogarla sulle sue letture, e Mariana mi rivela vasti interessi, dalla letteratura alla saggistica. Sua figlia, invece, una collezionista di serie manga giapponesi; Mariana, avendo letto la mia biografia in copertina, sa che ho vissuto in Asia e mi chiede lumi sul Giappone. Cita nomi di scrittori che sono passati in quello stesso albergo di recente. La sua cultura letteraria mi spiazza: di alcuni auto-

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ri che le sono cari io so poco o nulla. Nel mio paese dice quasi per giustificarsi durante la dittatura comunista tanti libri stranieri erano proibiti, censurati. Per fortuna non ci hanno tolto n Tolstoj n Dostoevskij. Finiamo cos a parlare della Romania. Le racconto che io ero inviato (del Sole-24 Ore, allepoca) a Bucarest nelle terribili giornate del dicembre 1989, durante la rivoluzione che elimin Ceausescu. Cominci tutto a Timisoara mi ricorda lei. Le dico che non sono mai pi tornato in Romania, da allora, ma conservo il ricordo di una strana citt: per met una copia balcanica di Parigi (in versione povera e sbiadita), per laltra met un clone dellarchitettura staliniana. Dalla precisione dei tanti dettagli personali che lei elenca sugli eventi del 1989, deduco una stima approssimativa della sua et. Deve essere pi giovane di me, ma non molto. Capisco che labbia attirata un libro sulle pantere grigie, dunque. Mi conferma: Mi ha incuriosita il capitolo intitolato Femmina Sandwich, quello dedicato alle donne. Mi ci ritrovo: alla mia et sopportiamo due o tre responsabilit, verso i figli e verso i genitori anziani. Oltre al lavoro remunerato, ce n sempre un altro che ci attende. La mia gratitudine verso Mariana, per favore, non interpretatela solo come la banale vanit di un autore. Mariana, col suo amore per i libri, con le sue letture sterminate, mi difende da unobiezione. Quando io descrivo una seconda et adulta, un dilatarsi dei nostri orizzonti grazie allaumento della longevit, una Et del Bis che si dischiude davanti a noi baby boomer (nati fra il 1945 e il 1965), sento serpeggiare in Italia un dubbio: lidea che queste siano tematiche per privilegiati. Che solo una minoranza di noi possa guardare con interesse e passione ai prossimi decenni della vita, ingegnandosi a riempirli di attivit. La minoranza privilegiata costituita da persone come me che hanno potuto scegliere il loro lavoro, lo amano a tal punto che sognano di estenderlo in qualche modo ben oltre let legale della pensione. La maggioranza, anche qui in America, se prolunga

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il lavoro fino allorizzonte dei 70 anni, lo fa per necessit: perch la pensione non basta per arrivare a fine mese. Ne sono consapevole, e la descrizione che faccio della Generazione Sandwich non evita gli aspetti pi duri della vita dei cinquantenni. Mariana, per, mi ha confermato una cosa: noi siamo circondati da persone che stanno reinventando la propria vita. Non un lusso riservato ai soli benestanti. C chi fa i salti mortali per conciliare un lavoro duro, orari pesanti, responsabilit familiari, e tuttavia sa ritagliarsi uno spazio per i propri interessi, i propri sogni, i propri ideali. La conversazione con Mariana si chiude con le sue osservazioni acute sulla crisi della Grecia. Improvvisamente, il nazionalismo greco mi appare sotto una luce diversa quando lei me lo racconta visto dai Balcani. Mi dice che lUnione europea a volte le fa venire in mente un impero che vide crollare sotto i suoi occhi, quello sovietico. Enormi differenze, certo, ma la colpisce unanaloga incapacit di prevedere la propria crisi. Mariana non lho pi rivista durante la mia permanenza a Roma. Evidentemente, i nostri orari non coincidevano pi. Ma un incontro bastato. Questo s, un privilegio.

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Parte settima

In cerca del nuovo

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Nelle antiche fiabe cinesi, proprio come nelle Mille e una notte , ogni tanto limperatore viene colto dal desiderio di conoscere il mondo esterno qual davvero. Quindi gli viene in mente di calarsi nei panni di un suddito qualunque, per poter girare senza scorte e codazzi, magari anche orecchiare ci che il popolo pensa e dice di lui. Limperatore allora si traveste da poveraccio, inganna la sorveglianza dei suoi cortigiani e dei suoi soldati, esce dal palazzo e simmerge nella folla senza essere riconosciuto. Naturalmente, i lettori di quelle favole non sarebbero mai stati sfiorati dallidea che quello fosse un comportamento democratico. Limperatore non si sognava di cancellare la distanza tra lui e la plebe. Il sotterfugio era momentaneo, un trucco per calarsi al di l dello specchio, magari con lintenzione di ricavarne saggezza, ma tornando poi a comandare dal trono imperiale. cos che si sarebbe dovuto interpretare lo strano caso di Xi Jinping sul taxi di Pechino. Una storia che parsa verosimile, ma solo per poche ore, nella Cina di oggi. Capitalcomunista, globalizzata, ipermoderna, e tuttavia in qualche modo sempre imperiale. Dunque, lantefatto questo: allinizio del mese di aprile 2013 uscita la notizia che il nuovo numero uno della Repubblica popolare, Xi Jinping, era stato visto per le vie della capitale mentre saliva su un

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taxi, come un cittadino qualsiasi. Senza scorta, senza auto blu, senza corteo al seguito, senza paralizzare il traffico. Il primo a riportare quella notizia fu un giornale di Hong Kong, molto vicino al Partito comunista. Vista lattendibilit della fonte, il resoconto fu ripreso da organi dinformazione ufficiali al 100 per cento, compresa lagenzia di stampa Xinhua (Nuova Cina), che direttamente controllata dal governo. Con tanto di dettagli sullamabile conversazione tra il segretario generale del Partito comunista e il tassista di Pechino: una chiacchierata molto terra terra, su problemi concreti, come il traffico, linquinamento, il costo della vita. La bella favola sullimperatore travestito da popolano durata poche ore. Era tutto falso. Lagenzia Xinhua ha dovuto fare una retromarcia clamorosa, smentendo la notizia. Pura leggenda metropolitana. Nel frattempo, per, il falso Xi Jinping a spasso per la capitale su un taxi aveva scatenato una gran quantit di commenti, sui siti e sui blog. La censura di Stato ha faticato parecchio, ex post, per cancellare tutto quel brusio imbarazzante generato da una bufala. Per chi come me ha vissuto a lungo in Cina, quella non notizia quasi pi eccitante che se fosse vera. Casa mia, a Pechino, era sul laghetto Houhai, a pochi isolati di distanza da Zhongnanhai, che significa laghi centrale e meridionale. Si tratta degli specchi dacqua che si trovano subito a nord della Citt proibita, in quella che in epoca medievale fu larea abitata dalla nobilt, dai cortigiani, dai servitori della Corte. Zhongnanhai diventato, gi ai tempi di Mao Zedong, il quartier generale della nomenclatura. L dentro alloggiano i massimi leader cinesi con le loro famiglie. Io abitavo a poche centinaia di metri, e tuttavia avrei potuto essere a mille miglia: tra noi comuni abitanti di Pechino e i residenti di Zhongnanhai le differenze erano (sono) abissali. In termini di ricchezza, segretezza, e isolamento, la casta cinese per usare un termine che gli italiani hanno preso dallIndia una delle pi privilegiate del mondo. Non solo la cinta di mura che circonda Zhongnanhai impenetrabi-

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le, ma perfino dal cielo impossibile spiare ci che accade l dentro. Provate a usare Google Maps e scoprirete che in coincidenza con quellarea (vista dallalto, cio dal satellite, sta subito a destra della Citt proibita quindi a nordest di piazza Tienanmen) c una zona oscurata. Li chiamano i principini, e non a caso, certi dirigenti cinesi. Lespressione principini viene usata in modo particolare per Xi Jinping e altri come lui, che discendono dai padri fondatori della Repubblica popolare, la prima generazione di dirigenti comunisti, i compagni di rivoluzione di Mao. Ma se i padri vissero unepoca spartana, eroica e crudele, i figli governano in un contesto molto diverso. La Cina di Xi stata capace di innalzare il tenore di vita di centinaia di milioni di suoi cittadini. Nel farlo, per, la nomenclatura si appropriata di una fetta sproporzionata di ricchezze collettive. Il caso di Xi e il tassista si colloca in un clima particolare. Da quando il nuovo leader ha preso il posto del suo predecessore Hu Jintao, nel dicembre 2012, uno dei suoi cavalli di battaglia stata la lotta alla corruzione. Il 2012 fu lanno dei grandi scandali. Il pi grave port alla caduta di Bo Xilai, (ex) potentissimo gerarca comunista a Chongqing, accusato di aver costruito un apparato mafioso in senso letterale: si arricchiva con le tangenti e perfino dirigendo un sistema di sequestri di persona a scopo di estorsione (sua moglie ha fatto di peggio, stata condannata per omicidio). Per dare un segnale di cambiamento, Xi Jinping ha varato una sua forma di austerity, o, per meglio dire, un suo codice etico sui costi della politica. Basta coi banchetti sontuosi per i funzionari di partito, stop ai regali di lusso come borse Vuitton e liquori di marca, addio ai voli in prima classe. Tutto questo stato ampiamente pubblicizzato. E a sentire il ministero del Commercio, gli effetti si notano perfino a livello macroeconomico. Crollano i consumi di pinne di squalo (una prelibatezza, ricercatissima dai gourmet per le minestre), rendendo felici gli animalisti. Si svuotano le

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cabine di prima classe sui voli di Air China. Intere catene di ristoranti che facevano affari grazie ai banchetti ufficiali devono ridurre i prezzi e licenziare personale. Gli hotel a cinque stelle vedono arrivare delegazioni di alti ufficiali dellesercito che chiedono di poter condividere le stanze per risparmiare sul conto. Tutto questo, va da s, molto difficile da verificare. I dati che vengono forniti dal governo potrebbero essere manipolati. I membri della nomenclatura potrebbero aver trovato altri sistemi per elargirsi lussi e prebende, pur rispettando in apparenza le nuove consegne di austerity. Infine, tutta questa operazione lanciata da Xi non va alla sostanza del problema: che il monopolio del potere da parte del Partito comunista. grazie a quel monopolio che il clan di Xi (cos come quello dellex premier Wen Jiabao) oggi controlla patrimoni dellordine di alcuni miliardi di euro. Ragnatele di societ finanziarie intestate a mogli, figli, parenti vicini e lontani. Uno squarcio di luce su questi sistemi fu gettato da una celebre inchiesta del New York Times e dellagenzia di stampa Bloomberg, prontamente ripagati con censure e blackout dei loro siti in Cina. Dunque, quando la storia di Xi a spasso in taxi stata lanciata ai lettori cinesi, la sua presunta credibilit derivava dal contesto. Si potuto pensare ci sono cascati perfino gli zelanti giornalisti governativi dellagenzia Xinhua che in uno slancio di populismo occidentale Xi volesse davvero mescolarsi alla folla, far finta di essere un cittadino come gli altri. Come un premier danese o un monarca svedese, insomma, di quelli che puoi incontrare a spasso in bicicletta o nel metr. Niente di tutto questo. Semmai, la storia di Xi e il tassista andava collegata con le antiche favole sugli imperatori travestiti per un giorno, ch di quello si sarebbe trattato. Scuotere la montagna per spaventare la tigre. Cos viene descritto a Pechino il terremoto giudiziario, una sorta di Mani pulite in stile cinese, che sta scuotendo la montagna

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delloligarchia comunista. Ma qual la tigre che si vuole spaventare, esattamente? Le maxindagini, i processi spettacolari, sono una vera svolta nella storia della Repubblica popolare e possono estirpare la malapianta della corruzione? Oppure siamo di fronte a una vicenda pi classica e tradizionale, un regolamento tra fazioni avverse in seno al partito, con lobiettivo di consolidare luomo forte al vertice? Di certo quel che sta accadendo dallarrivo di Xi eccezionale. Inchieste e processi per corruzione in Cina ce ne sono sempre stati, ma per ritrovare indagati eccellenti di questo livello bisogna risalire addirittura al processo contro la Banda dei Quattro, quello che segn la fine ufficiale della Rivoluzione culturale e del maoismo (tra i quattro cera la vedova di Mao Zedong, il fondatore della Repubblica popolare). Correva lanno 1981. Ne sono passati dunque trentadue, senza che finissero sul banco degli imputati personaggi di altissimo livello della nomenclatura. Le condanne per corruzione, spesso esemplari (inclusa la pena di morte), solitamente colpivano pesci piccoli o medio-piccoli, servivano a placare le masse dando unimpressione di severit contro i profittatori del regime. Ma nelle alte sfere vigeva unimmunit di fatto. Ora proprio questa regola non scritta che viene calpestata clamorosamente. A pochi giorni dalla condanna allergastolo inflitta a Bo Xilai, nel settembre 2013, una nuova maxindagine ha lambito un personaggio ancora pi potente. Si tratta nientemeno che dellex capo supremo di tutte le forze di sicurezza (polizia, servizi segreti, magistratura), Zhou Yongkang. A 70 anni, Zhou adesso un pensionato, ma fino al 2012 stato il capo del potentissimo Comitato affari legali e politici del partito, un organo politico che ha la supervisione sugli apparati di sicurezza. Come tale, Zhou era non soltanto un membro del Politburo, ma anche del suo comitato esecutivo, la cupola suprema del potere politico a Pechino . Personaggi di quel livello non erano mai stati coinvolti in indagini per corruzione. E invece unindagine scottante si avvicina proprio a

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Zhou. Riguarda violazioni disciplinari eufemismo che nel codice della nomenclatura indica la corruzione di alti dirigenti commesse da quattro top manager del colosso petrolifero China National Petroleum Corporation , detto anche PetroChina. Il pi importante, Jiang Jiemin, che fu presidente di PetroChina, stato formalmente incriminato. Ma sia Jiang sia gli altri top manager finiti nella rete degli inquirenti sono tutti cresciuti allombra di Zhou. Prima di diventare capo della sicurezza nel 2007, la carriera di Zhou si era svolta in gran parte al vertice del colosso petrolifero. Per gli insider cinesi non c alcun dubbio: il vero bersaglio di questinchiesta aperta in agosto lui. Che si arrivi a trascinarlo in tribunale oppure no, la sua figura uscir a pezzi, via via che il processo si organizza. E tutti guardano al presidente Xi come al vero mandante di questa operazione. In Cina non esiste neppure la parvenza di una magistratura indipendente. Tanto pi quando sotto inchiesta ci sono personaggi eccellenti di questa stazza, non si muove foglia senza che ne sia informato il numero uno del partito, che anche il presidente della Repubblica. Xi, del resto, ha promesso una lotta senza quartiere contro la corruzione. A tutti i livelli. Anzi, contro le mosche e contro le tigri, per usare unaltra immagine colorita con cui si descrive unoffensiva che non guarda in faccia a nessuno e vuole colpire sia i piccoli corrotti sia i veri potenti. Per quanto riguarda limpatto sulla popolazione, comunque, levento pi sconvolgente rimane per ora il processo a Bo Xilai. Anche lui un principino, cio un discendente diretto dei padri fondatori della Repubblica popolare. Lattuale presidente Xi e Bo avevano in comune le storie dei loro padri, tutti e due combattenti al fianco di Mao. E il collegamento storico con lepopea maoista ha avuto un peso nel costruire limmagine di Bo. Dopo la sua ascesa ai vertici nazionali del partito, e occupando una posizione chiave come capo comunista nella citt pi popolosa della Cina (Chongqing, ex capitale provvisoria durante loccu-

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pazione giapponese, oggi una megalopoli da 30 milioni di abitanti), Bo si era distinto come il fautore di una sorta di revival maoista. Aveva promosso campagne per riscoprire e rivalutare il pensiero comunista. In questo modo si era conquistato simpatie fra quella parte della popolazione che si sente emarginata dal boom economico, penalizzata dalle diseguaglianze crescenti. Quanto il maoismo di Bo fosse sincero, discutibile. Ma la sua popolarit era salita alle stelle. In un certo senso, pur usando argomenti veterocomunisti, Bo era stato il protagonista di unoperazione di marketing politico molto moderna. E pericolosa per il regime. Anzich promuovere se stesso dentro i meandri della nomenclatura, Bo aveva puntato sulla propria immagine esterna, sulla propria popolarit a livello nazionale. Una sfida alle regole del sistema, visto che i leader vengono cooptati dai loro simili, non eletti dal basso. Perci il processo a Bo ha avuto una spettacolarit senza precedenti. Evidentemente voluta dai suoi compagni e nemici al vertice del paese, Xi per primo. Almeno allinizio, lampia pubblicit data a quel processo doveva servire a smontare limmagine pubblica di Bo. Sono usciti dettagli sulla sua vita lussuosa, da magnate occidentale. La moglie di Bo, Gu Kailai, si potuta regalare pi di dieci anni fa una villa da 3 milioni di dollari (con le tangenti di un amico affarista). Il figlio Bo Guaga, che attualmente studia alla Columbia University di New York, nel 2011 fece una vacanza in Africa da 131.000 dollari, con tanto di jet privato per volare da Dubai al monte Kilimangiaro. Lussi sfrenati, che Bo poteva permettersi grazie alla fitta rete di relazioni con imprenditori che gli versavano tangenti. Corruzione, ricchezza, decadenza e vizi privati (incluse le relazioni extraconiugali della signora Gu), tutto ci stato dato in pasto ai cinesi con la pubblicizzazione del processo, per demolire la facciata maoista ed egualitaria di Bo. Tuttavia, loperazione riuscita solo a met. La popolarit di Bo resta elevata. E a un certo punto i giudici hanno

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optato per la segretezza, dal processo non sono pi emersi dettagli piccanti, fino alla sentenza finale dellergastolo. Gli ottimisti sperano che questi castighi eccellenti segnino linizio di una vera guerra contro la corruzione. Ma insieme con le maxindagini, il presidente Xi ha lanciato una campagna di segno ben diverso. Il Documento n. 9, cos si chiama il nuovo Verbo ideologico che tutto il partito tenuto a studiare. In quel testo si denunciano i sette pericoli che vengono dallOccidente. Tra questi: la democrazia costituzionale, i valori universali dei diritti umani, lo Stato di diritto. A giudicare da quel documento, Xi non affatto intenzionato a promuovere la trasparenza, linformazione dei cittadini, tantomeno lindipendenza della magistratura. C un filo invisibile che collega queste vicende della Cina imperial-comunista e le banche di Wall Street. Ve lo immaginate un luogo dove assumere i figli dei potenti reato? Questo luogo esiste, lAmerica. La pi grande banca di New York, la JPMorgan Chase, finita sotto inchiesta proprio per questo. una storia che ha dellincredibile, se vista con occhi cinesi o italiani. Vale la pena di raccontarla nel dettaglio perch aiuta a capire tante cose: il valore della meritocrazia, le cause profonde della fuga dei cervelli dal resto del mondo verso gli Stati Uniti, la differenza di costume tra classi dirigenti. Linchiesta sulla JPMorgan parte dallAmerica, il presunto reato, invece, sarebbe avvenuto in Cina. Corruzione, nientemeno. Di che tipo di corruzione si tratta? La Securities and Exchange Commission (Sec), lauthority che vigila sulle societ quotate in Borsa, indaga sul fatto che JPMorgan Chase avrebbe assunto diversi figli di gerarchi della nomenclatura cinese, per ottenere in cambio lucrosi contratti con aziende di Stato nella Repubblica popolare. Un simile comportamento normale in altre latitudini, economicamente ha una sua logica. Se assumendo il figlio di un leader straniero io mi garantisco ricchi affari per il futuro, non sto forse facendo il bene della mia azienda? Tuttavia, la legge americana sulla corruzione allestero

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tra le pi severe al mondo, e lassunzione di rampolli dei Vip stranieri pu ricadere dentro la definizione di questo reato. Corruzione, per lappunto. Linchiesta della Sec verte su due casi in particolare. Il primo riguarda lassunzione di Tang Xiaoning, figlio di Tang Shuangning. Questultimo presidente del conglomerato pubblico China Everbright. In seguito allassunzione di suo figlio, la JPMorgan Chase ottenne diversi contratti importanti da China Everbright. Il secondo episodio lassunzione di Zhang Xixi, figlia di un dirigente delle ferrovie dello Stato cinesi. Lassunzione avvenne nel 2007, e nello stesso periodo JPMorgan Chase fu ingaggiata per il collocamento in Borsa di China Railway Group, azienda che costruisce linee ferroviarie per lo Stato. Le authority Usa applicano alla lettera il Foreign Corrupt Practices Act, la legge del 1977 che stabil regole severe contro il pagamento di tangenti allestero. Fra laltro, quella legge proibisce alle societ americane di offrire qualsiasi cosa che abbia un valore a un funzionario straniero al fine di ricavarne vantaggi impropri negli affari. Lassunzione di un figlio di potenti personalit straniere non pu costituire reato in s. Ma il sospetto di violazione della legge pu scattare se si dimostra che il figlio in questione non ha le competenze necessarie. Oppure, la presunzione di reato pu nascere se lazienda americana improvvisamente comincia a ottenere contratti o altri benefici da un partner straniero con il quale prima non riusciva a fare affari. Il sistema di regole che vige in America del tutto incom prensibile in Cina, dove i rampolli dei gerarchi hanno la certezza di poter scalare i vertici delle aziende di Stato, banche o grandi industrie. Pu sembrare surreale anche se tradotto in Italia. Ve limmaginate mettere sotto inchiesta i vertici di una grandissima azienda italiana perch hanno assunto un giovane incompetente, figlio di genitori importanti? Non che qui negli Stati Uniti la meritocrazia prevalga sempre e ovunque. Ci sono eccezioni, viene in mente per esempio lammissione di George W. Bush, mediocre studente, alla

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grande universit dove aveva studiato anche suo padre, allora presidente degli Stati Uniti. Ma restano delle eccezioni. Come dimostra il caso della JPMorgan, lAmerica ha imparato da tempo una cosa importante: che la selezione dei migliori nel suo interesse, le d una marcia in pi rispetto a paesi dove prevalgono logiche di clan. anche su queste cose che si costruisce unegemonia culturale, un modello esportabile di valori, una leadership globale. per questo che lAmerica resta un polo mondiale di attrazione dei cervelli, mentre la Cina no. Nel momento pi buio della crisi occidentale, nel triennio 2008-2010, ci si potuti interrogare sullemergere di un contromodello di capitalismo alla cinese. La Repubblica popolare riusc effettivamente a evitare quella recessione, manovrando le potenti leve del suo capitalismo di Stato. Fece come Obama e pi di Obama una maximanovra di investimenti pubblici, in un sistema dove lo Stato pu agire in modo determinato e senza vincoli (soprattutto, senza lopposizione della destra repubblicana, che ha fatto di tutto per impedire le politiche keynesiane di Obama). La tenuta della Cina nella Grande Contrazione stata un elemento importante per attutire limpatto globale di quella crisi. Ma un modello cinese non esportabile nei paesi pi avanzati dellOccidente. E anche quando siamo indignati dai nostri banchieri-banditi, sappiamo che a Pechino e Shanghai si praticano gli stessi vizi, senza neppure la trasparenza per denunciarli n i contropoteri con cui combatterli.

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Il 28 novembre 2011 ero in trasferta da New York a Washington per seguire un vertice Usa-Ue, lincontro tra Barack Obama e la troika europea di Herman Van Rompuy, Jos Barroso e Lady Catherine Ashton. Appena arrivato nel mio albergo, il JW Marriott allangolo della Quattordicesima Strada, ho notato un cambiamento nel panorama rispetto alla veduta che mi familiare. Oltre alla Pennsylvania Avenue e al celebre obelisco, dalle finestre dellalbergo si vedeva anche laccampamento di Occupy dC (abbreviazione per District of Columbia , dove si trova la capitale federale). Nei giorni del vertice ha piovuto, poi si alzato un vento gelido, ma quei ragazzi hanno resistito intrepidi nelle loro tende, dormendo nei sacchi a pelo, a pochi isolati dalla Casa Bianca. Noi newyorchesi tendiamo a credere che Manhattan sia il centro del mondo, e perci Occupy Wall Street ci sembra il fenomeno pi importante di questa stagione di proteste. In realt, il movimento degli indignati americani ha molte facce e molte sedi. Diversamente dallEuropa, nessuna delle sue versioni si lasciata contaminare dalla violenza. Scontri ci sono stati soprattutto a Oakland, in California, sgomberi brutali sono avvenuti a Los Angeles, Chicago, Filadelfia , qualche episodio di tensione e qualche dozzina di arresti (brevi) anche a Manhattan. Mentre scrivo, sul finire del 2013, di Occupy non resta quasi nulla, almeno in apparenza. Zuccotti Park, il suo epi-

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centro a Wall Street dove nacque il 17 settembre 2011, due anni dopo tornato a essere un anonimo giardinetto nel cuore del quartiere finanziario, a Downtown Manhattan. La tentazione di liquidare Occupy come un fenomeno effimero, che non lascia traccia di s. Svanito. Se i suoi nemici erano i banchieri-banditi, loligarchia dell1 per cento, i privilegiati dellalta finanza, il verdetto sembra chiaro: hanno stravinto i nemici, Occupy si ritirato in buon ordine. La sua scomparsa conferma che viviamo in unepoca di smobilitazione, di arretramento dei movimenti di massa, di sfiducia e disillusione nella capacit di cambiamento? Eppure, prima di liquidare Occupy con un epitaffio sbri gativo, sento di dover ricordare che quel movimento riuscito a compiere diversi miracoli, finch cera. Anzitutto, si conquistato una smisurata attenzione da parte dei media, sostanzialmente ha fatto da sinistra loperazione di occupazionedel discorso pubblico che due anni prima era riuscita al Tea Party, cio il movimento antitasse e anti-Stato della destra americana. Ma per compiere quellexploit il Tea Party aveva dovuto portare in piazza, a Washington, duecentomila persone, mentre OccupyWall Street non ha mai mobilitato folle cos numerose e tuttavia ha catturato limmaginazione dei media e di un bel pezzo di opinione pubblica. Inoltre il Tea Party, con il suo populismo ultraliberista e mercatista, un movimento solo apparentemente spontaneo: dietro ci sono potentati economici come la famiglia Koch e il think tank FreedomWorks , cio le grandi lobby capitalistiche che da decenni finanziano la destra neoconservatrice. Occupy Wall Street, invece, era un vero movimento spontaneo, nato dal basso, senza leader e senza organizzazione. Il suo nome lo ha inventato il direttore di una rivista anarchico-libertaria canadese, Kalle Lasn di Adbusters. Non cera nulla di veramente organizzato, non una struttura n unagenda politica, eppure Occupy Wall Street riuscito a spostare lattenzione nazionale.

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Fino al 2010 sembrava che in America lunica emergenza da affrontare fosse il debito pubblico; poi, grazie allo slogan sul 99 per cento contro l1 per cento, si imposto il tema delle diseguaglianze. Obama e molti leader democratici, pur senza voler mettere il cappello sugli indignati, hanno espresso una esplicita simpatia verso questo movimento. Di fatto, la sinistra americana ha ritrovato la voglia di cimentarsi con temi sociali. dagli anni Settanta che il Partito democratico non osava pi identificarsi con forza con la diseguaglianza. Nella mia esperienza di vita in America, ricordo occasioni in cui la sinistra ha saputo riempire le piazze, ma erano tutte single issues su temi da societ postindustriale, movimenti su rivendicazioni tipicamente valoriali : il pacifismo contro la guerra in Iraq nel 2003, o i diritti dei gay. La lotta redistributiva sembrava invece un tema perdente, cos come era perdente davvero la battaglia dei sindacati, costretti a un declino pauroso negli ultimi trentanni. Occupy Wall Street riuscito a dimostrare che la questione delle diseguaglianze non superata: sondaggi di ogni colore hanno rivelato che gli slogan contro l1 per cento sono popolari, e addirittura trasversali. Non solo la battaglia contro lallargarsi del divario raccoglie un consenso schiacciante tra gli elettori democratici, ma sul fondo sono daccordo anche consistenti quote degli indipendenti e dellelettorato repubblicano. Del resto, va ricordato che lo stesso Tea Party , alle sue origini, aveva denunciato il salvataggio di Wall Street a spese del contribuente (il fondo Paulson per evitare crac bancari varato nel 2008 e usato anche dallamministrazione Obama). Poi, strada facendo, il Tea Party diventato una costola del Partito repubblicano, la sua ala pi intransigente e movimentista; e nel frattempo i notabili repubblicani hanno manovrato dintesa con le lobby di Wall Street per boicottare le nuove regole sui mercati finanziari. Occupy Wall Street ha messo a nudo la contraddizione, e perci ha pescato consensi anche den-

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tro quel ceto medio impoverito dalla crisi che simpatizza per il Tea Party. Se Wall Street riuscita a evitare un processo alle sue colpe, una vera resa dei conti con lestablishment della finanza, perch il suo peso politico resta formidabile. Quando Obama ha voluto mettere alla testa della nuova authority per la protezione del risparmiatore la giurista Elizabeth Warren, avversaria implacabile dei banchieri, la sua nomina stata affossata al Senato di Washington dai repubblicani. Il Partito democratico non immune dalle influenze dei banchieri: nel 2008 furono in testa alla lista dei donatori per la prima campagna di Obama. Quando il presidente ha preso le distanze e ha stigmatizzato pubblicamente i superstipendi dei banchieri, si visto accusare di essere anti economia di mercato, quindi antiamericano. Nel 2012 si pu dire che Obama ha vinto la sfida della rielezione contro Wall Street (che aveva puntato tutto su Romney), ma poi al Congresso la battaglia per le riforme dei mercati rimasta tutta in salita. Lo stesso presidente ha nominato dei bravi mastini alla testa delle authority, non sempre per li ha incoraggiati a sfidare a muso duro la lobby della finanza. La forza nascosta di Wall Street non solo negli assegni staccati per finanziare i politici. La piazza finanziaria pi importante del pianeta diventata anche il simbolo di unideologia, un deposito di valori non solo pecuniari ma culturali. In una crudele ambiguit, i banchieri parlano di creazione di valore quando ristrutturano e licenziano per far lievitare il corso delle azioni. Il primato del capitale: Wall Street significa questo. Il movimento degli indignati americani aveva messo il dito su una questione cruciale: esiste un capitalismo che non sia finanziario? La famosa distinzione tra economia reale (industria manifatturiera in testa), cio tutto ci che produce cose e servizi effettivamente utili, e leconomia di carta diventata labile e sfuggente probabilmente gi nella Firenzedei Medici. Sarebbe stato difficile per degli impren-

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ditori tipici di quellepoca, come per gli armatori veneziani o genovesi nellera delle grandi scoperte, finanziare il commercio delle spezie e dei tessuti con lOriente o le Nuove Indie senza qualche banchiere che anticipasse almeno una parte del capitale. La finanza al servizio delleconomia: questa lautodifesa dei banchieri anche oggi. Tutto si fermerebbe, saremmo ridotti alla rovina, se sinterrompesse per un attimo quella circolazione del credito che linfa vitale del tessuto economico: dalla Silicon Valley alla tintoria sotto casa, probabilmente non un solo attore economico in grado di stare in piedi senza qualche forma di finanziamento esterno. C per un momento nella storia del capitalismo in cui la finanza prende il sopravvento? Se c, non recentissimo, visto che uno dei classici pensatori marxisti, laustriaco Rudolf Hilferding, scriveva Il capitale finanziario per teorizzare gi nel 1910 una mutazione nella natura del capitalismo. La crisi del 1929 fu anzitutto innescata da fenomeni di speculazione finanziaria, poi contagi leconomia reale fino a provocare la Grande Depressione. Gli studiosi Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, nel saggio Questa volta diverso (il Saggiatore), analizzano secoli di crisi economiche e arrivano a questa conclusione: quando allorigine di una recessione c un crac della finanza, i danni sono molto pi prolungati e la ripresa molto pi lenta. Una delle spiegazioni sta nelleffetto leva o moltiplicatore finanziario, che spinge ad assumere rischi immensamente superiori al capitale di cui si dispone, perch in caso di guadagno i profitti sono un multiplo delle risorse investite; ma, in caso di fallimento, il peso dei debiti diventa un onere insopportabile, in grado di soffocare la ripresa. Il capitale finanziario ha avuto unaccelerazione formidabile negli anni Settanta, sotto un impulso tecnologico e ideologico. Da una parte, lapplicazione dellinformatica alla finanza ha consentito di perfezionare strumenti speculativi sempre pi sofisticati. Dallaltra parte, lideologia neoliberista ha imposto nel

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mondo intero la rimozione graduale delle barriere ai movimenti di capitali, consentendo una mobilit senza frontiere. Siamo arrivati cos alla situazione attuale, in cui la massa dei capitali movimentati quotidianamente sui mercati finanziari globali equivale a oltre 30 volte la ricchezza reale prodotta (cio il Pil). I limiti di Occupy Wall Street sono stati quelli tipici di ogni movimento radicalmente alternativo allordine economicosociale esistente. La pesantezza delle cose, la vischiosit sistemica fanno sembrare utopistica qualsiasi rimessa in discussione del modello di sviluppo seguito negli ultimi trentanni. Gli indignati a volte sono sembrati unaccozzaglia di tutto il pensiero contro che si sedimentato in mezzo secolo: fra loro cera un po di cultura hippy e un pizzico di no global, un revival di marxismo e qualche frangia anarchica. Cera anche una componente di populismo qualunquista: capitava di sentire degli accampati che mettevano sullo stesso piano Obama e la destra, rifiutando di fare una scelta di voto perch tanto sono tutti uguali. In questo mi ricordavano Ralph Nader, lambientalista radicale che presentandosi nella corsa alla Casa Bianca del 2000 contribu a far eleggere George Bush (senza la minuscola percentuale di Nader, la vittoria di Al Gore sarebbe stata netta). Mentre minterrogo oggi su quel che resta dellindignazione di Occupy, mi torna in mente Slavoj i=ek. Sessantatr anni, nato a Lubiana, umanista, sociologo, studioso di psicanalisi, ex candidato alle presidenziali in Slovenia, docente allEuropean Graduate School, i=ek stato uno dei filosofi pi popolari tra i giovani indignati. Ebbi con lui una lunga conversazione su quel movimento nellottobre 2011. I ragazzi del movimento lo adoravano, lui li ricambiava con uno sguardo critico. Sono andato a rileggere quel nostro colloquio, e la sua lucidit mi colpisce. Tanto pi che parlava mentre Occupy era al centro dellattenzione, esaltato da molti osservatori . Partiamo mi diceva i=ek dallori-

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gine di questo movimento, cio dagli indignados spagnoli. Loro proclamano una totale sfiducia nei politici, ma al tempo stesso usano un linguaggio rivendicativo molto tradizionale. Questo mix di sfiducia e protesta pu essere pericoloso. Pu spuntare la voglia di un nuovo leader, un capo supremo. Viviamo unepoca pericolosa. Alla sinistra ho tante critiche da fare. In Grecia, per esempio, non perdono alla sinistra di aver giocato la carta dellantieuropeismo, e di ignorare le proprie responsabilit nellavere usato per tanti anni il clientelismo assistenziale. La sinistra deve anche porsi il problema dellefficienza, deve trasformare questa crisi nelloccasione per costruire un nuovo ordine positivo. Lopinione pubblica capisce che non siamo di fronte soltanto a un problema di corruzione di individui o di alcune categorie, ma che lintero sistema economico non funziona. E non solo una crisi del modello neoliberista, esso stesso in larga parte un mito: da Ronald Reagan a Bush, il neo liberismo puro non mai esistito, ciascuno di questi presidenti ha fatto ampio ricorso allo Stato quando era necessario. qui che dico che io non appartengo a una vecchia sinistra. Non milludo che si possa affrontare questa crisi con un ritorno a ricette del passato. Il XX secolo davvero finito per sempre, il comunismo appartiene a quel secolo. La fase che attraversiamo mi ricorda un celebre detto di Antonio Gramsci, che si pu parafrasare cos: il vecchio ordine sta morendo, ma un nuovo ordine non ancora nato, questo il momento in cui possono apparire dei mostri. Ecco, io non ho unidea chiara di quel che sar il nuovo ordine. Qualcosa di nuovo nascer, ma non possiamo sapere quali caratteristiche avr. La mia diagnosi pessimista: il capitalismo in una crisi vera. Ma ho osservato con preoccupazione ci che pu accadere come reazione alle crisi, per esempio lorribile ascesa di una destra xenofoba in tutta lEuropa dellEst. Noi siamo capaci di immaginare molto facilmente la fine del mondo, un asteroide che colpisce la terra e la distrugge, labbiamo

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vista tante volte al cinema. E invece non riusciamo a concepire un cambiamento sociale anche piccolo. Tutto ci sembra possibile, ma non che si possano dedicare pi risorse al welfare. Strano, no? Poi uno va nei paesi scandinavi e scopre un contratto sociale molto diverso dal nostro. Per esempio, l il divario medio tra lo stipendio dellamministratore delegato e quello di un dipendente dentro la stessa azienda di 6 a 1, non di 600 a 1 come negli Stati Uniti. Eppure funziona, la gente lo accetta, non certo egualitarismo comunista se il capo azienda pu guadagnare sei volte pi delloperaio. E le economie dei paesi scandinavi sono competitive. Allora questo ci costringe a interrogarci: che cosa rende socialmente accettabile un certo livello di diseguaglianze? Quello che viene considerato normale, o addirittura viene presentato come una legge di mercato in un paese, il frutto delle aspettative sociali, dei rapporti di forze, delle battaglie. Per me concludeva i=ek Obama il primo presidente socialdemocratico degli Stati Uniti. Per questo le reazioni contro di lui sono state cos paranoiche. Ma non credo ci sia spazio per un riformismo graduale. Oggi forse la vera utopia nel senso letterale di unutopia che non ha luogo, irrealistica pensare che le cose possano andare avanti con degli aggiustamenti, senza un cambiamento profondo e radicale.

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C un nuovo guru i cui testi sono diventati unispirazione per Wall Street: un tedesco barbuto, si chiama Karl Marx. A riscoprire lautore del Capitale e del Manifesto del partito comunista non arrivarono per primi gli indignati. Il revival di Marx era gi iniziato altrove: ai piani alti di quegli stessi grattacieli di Wall Street contro cui i manifestanti gridavano i loro slogan. Michael Cembalest, capo della strategia dinvestimento per la JPMorgan Chase, in una lettera riservata ai clienti Vip della sua banca scriveva nel 2011 che i margini di profitto sono ai massimi storici da molti decenni e questo si spiega con la compressione dei salari. Cembalest riecheggiava lanalisi di Marx sulle crisi di sovrapproduzione, provocate da un capitalismo che comprime il potere dacquisto dei lavoratori. Lo stratega di Wall Street sottolineava in quello studio che a fronte dei profitti record c un livello salariale sceso ai minimi da cinquantanni, sia se lo si misura in percentuale del fatturato delle imprese, sia in proporzione al Pil americano. Tre suoi colleghi di Citigroup, altro colosso bancario, nei loro studi per i clienti definiscono gli Stati Uniti una plutonomia, dominata da una ristretta lite del denaro. La rivista The New Republic parla di bolscevismo alla Brooks Brothers: la riscoperta delle teorie classiche del padre del comunismo da parte di chi indossa

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le celebri camicie che sono uno status symbol delllite di Manhattan. La rivista economico-finanziaria Bloomberg Businessweek ha intitolato un reportage Marx to Market, come la crisi ha reso le sue teorie rilevanti. Citava un altro esperto di una grande banca, GeorgeMagnusdella Ubs, secondo il quale lattuale livello di disoccupazione pu essere descritto come lesercito industriale di riserva di Marx: unarma in mano ai capitalisti per ricattare chi ha lavoro e comprimere i livelli retributivi. Il capitalismo sostiene Bloomberg Businessweek ha cercato di ovviare alla depressione dei consumi con la finanza creativa e cio offrendo allesercito dei nuovi poveri un credito a buon mercato: ma lo scoppio della bolla dei mutui subprime ha interrotto quellillusione. Il pensiero marxiano torna a fiorire nelle aule universitarie, e non solo nei corsi di scienze politiche e di storia che non lo avevano mai completamente dimenticato. Alla University of California di Santa Cruz un circolo interdisciplinare di lettura e commento dei testi del grande Karl, insieme a quelli di Friedrich Engels e di Antonio Gramsci, si formato attorno al dipartimento di Scienze ambientali, dove abitualmente si prediligono chimica e biologia. un inizio di svolta rispetto agli ultimi trentanni, segnati dallegemonia culturale delledonismo reaganiano? Questa la nazione dove parlar male dei ricchi era diventato un tab, perch il dogma dellAmerican Dream che un giorno ricchi lo saremo tutti. Per anni in cima alla classifica dei best seller si sono avvicendati libri come Secrets of the Millionaire Mind, The Millionaire Next Door, Rich Dad Poor Dad: i lettori sembravano ossessionati dalla voglia di carpire i segreti del milionario della porta accanto, il suo modo di pensare, i metodi con cui educa i suoi figli. Perfino le Chiese evangeliste si erano adeguate: scordandosi della parabola sul ricco e la cruna dellago, avevano abbandonato il Vangelo di Matteo a favore di un culto della prosperit: successo e ricchezza come

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segni della predestinazione divina. Reagan, il padre storico dei conservatori, diede la sua versione della discriminante tra destra e sinistra: Noi aumentiamo la ricchezza nazionale perch tutti abbiano di pi, loro redistribuiscono quello che abbiamo gi, cio spartiscono la povert. Fu un dogma incrollabile, quello che lalta marea del benessere capitalista fa salire gli yacht dei miliardari cos come le barche dei pescatori. Ma il Verbo reaganiano ha perso credibilit, dopo trentanni di regressione delle classi lavoratrici e del ceto medio. Sotto lo shock di questo declino della middle class, si comincia a riscoprire che gli anni doro dellAmerican Dream furono segnati proprio dalla lotta di classe: allepoca dei presidenti democratici Woodrow Wilson e Franklin Roosevelt cerano potenti forze socialiste nel paese; sotto John Kennedy e Lyndon Johnson la piena occupazione coincise con il massimo potere contrattuale dei sindacati. David Harvey, il settantasettenne storico e geografo che ha sempre insegnato Marx ai suoi studenti (prima a Oxford poi alla Johns Hopkins), convinto che la storia si ripete: come ai tempi della Grande Depressione, in mano al capitalismo sregolato e alla destra, leconomia di mercato va verso lautodistruzione. In effetti, tra i capitalisti odierni si levano delle voci contro la finanziarizzazione. Warren Buffett ha definito i derivati unarma di distruzione di massa. Lui e Bill Gatesfanno campagna per una tassazione pi equa, che colpisca limmensa elusione fiscale delle rendite finanziarie. C qualcuno, lass in alto, che la pensa come Keynes e Roosevelt negli anni Trenta: leconomia di mercato si salva solo se crea un benessere diffuso, un potere dacquisto ben distribuito. Le diseguaglianze non sono solo moralmente inique, sono anche inefficienti e pericolose. Perfino per i capitalisti. In Italia qualcuno lo aveva capito molto tempo fa. Non un complimento dire di Adriano Olivetti che fu uno Steve Jobs italiano. Era molto meglio. Per la cultura umanistica, per la sensibilit sociale, per lattenzione ai diritti dei lavo-

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ratori. Leggete questi interrogativi che si poneva Olivetti pi di sessantanni fa: Pu lindustria darsi dei fini? Si trovano, questi fini, semplicemente nei profitti? O non vi qualcosa di pi affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione?. Per tutta la vita Olivetti simpose di ricordare un ammonimento di suo padre Camillo, il fondatore dellazienda di Ivrea: Ricordati che la disoccupazione la malattia mortale della societ moderna; devi lottare con ogni mezzo affinch gli operai di questa fabbrica non abbiano a subire il tragico peso della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro. Adriano commentava: Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo. No, la Apple fondata da Jobs che sfrutta gli operai cinesi ha ancora qualcosa da imparare da Olivetti. Adriano Olivetti un personaggio da riscoprire: di unattualit sconcertante, capace di intuizioni avanzatissime. Lui che fu un protagonista controverso, incompreso del primo boom industriale italiano, gi vedeva un futuro postindustriale. Dalla societ alla politica, dalla tecnologia allurbanistica, ha ancora molto da insegnarci. Basta leggere Il mondo che nasce (Edizioni di Comunit), una raccolta dei suoi discorsi dal dopoguerra al 1959, cio lanno prima della sua morte. La sua solidariet con i lavoratori non nasceva da un percorso astratto. Da ragazzo, il padre Camillo lo aveva messo a lavorare in fabbrica: sul serio, non per una di quelle sceneggiate che altri rampolli di dinastie industriali hanno recitato. Ecco come Adriano ricordava lesperienza: Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti allinfinito davanti a un trapano o a una pressa, e sapevo che era necessario togliere luomo da questa degradante schiavit. Bisognava dare consapevolezza di fini al lavoro. Un altro passaggio autocritico, che pochi top manager moderni vorrebbero pronunciare: Percorsi rapidamente, in virt del privilegio di essere il primo

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figlio del principale, una carriera che altri, sebbene pi dotati di me, non avrebbero mai percorsa. Imparai i pericoli degli avanzamenti troppo rapidi, lassurdo delle posizioni provenienti dallalto. Olivetti si forma in un periodo di grandi delusioni, di utopie sconfitte. Dal 1919 al 1924, mentre studia al Politecnico di Torino, assiste alla tragedia del fallimento della rivoluzione socialista. Nel 1925 parte per lAmerica, a studiare il grande laboratorio della modernit, e in seguito sar affascinato dal New Deal di Roosevelt. Torna nella Torinodi Gramsci e Luigi Einaudi, si avvicina al socialismo di Gaetano Salvemini. Con Sandro Pertini e Carlo Rosselli , uno degli antifascisti che aiutano il leader socialista Filippo Turati a fuggire dallItalia. Chiama come direttore della sua fabbrica un poeta-ingegnere, Leonardo Sinisgalli. Ha inizio cos quel ruolo inedito e irripetibile che ebbe la sua Olivetti: un polo di attrazione di intellettuali, coinvolgendo scrittori come Ignazio Silone, Franco Fortini, Paolo Volponi , sociologi come Franco Ferrarotti e Luciano Gallino, lo psicoanalista Cesare Musatti. Le sue fabbriche, i palazzi di uffici e i negozi nel dopoguerra saranno disegnati dai migliori architetti del mondo. Diventa editore, tra laltro dellEspresso, fa tradurre in italiano John Kenneth Galbraith e Hannah Arendt. Negli anni Cinquanta, quando lItalia la Cina dEuropa per il dinamismo, la velocit di crescita, ma anche lo sfruttamento , lui crea unoasi di diritti sociali. Riduce lorario a parit di salario per arrivare alla settimana di cinque giorni. Garantisce alle lavoratrici nove mesi di congedo maternit col 100 per cento di retribuzione; e la parit salariale con gli uomini. Finanzia un welfare aziendale, dalla scuola alla sanit. Ma avverte il pericolo che queste istituzioni diventino strumenti di paternalismo, se unazienda dovesse elargirle come concessioni a carattere personale. Perci il suo sguardo si allarga oltre lazienda. Vedevo che ogni problema di fabbrica diventava un problema esterno. Nasce cos la sua idea di Comunit, che renda la fab-

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brica e lambiente circostante economicamente solidali. una sorta di localismo moderno, che vuole rifondare la democrazia dal basso, cominciando da ununit n troppo grande n troppo piccola, territorialmente definita, concreta. Capisce che lo Stato va rifondato un ingranaggio alla volta. Era inutile e pericoloso occuparsi della politica nazionale se non si fossero compiute delle minori esperienze nella vita del comune e della provincia, se non si avesse compreso qual era il modo con cui lo Stato esplicava la sua autorit e le sue funzioni nella vita di tutti i giorni per i cittadini. Partendo non gi da un vasto e nebuloso programma teorico ma da un esame circostanziato, sperimentale, ufficio per ufficio. Nella sua carriera industriale colleziona anche successi di mercato e tecnologici. La macchina da scrivere portatile Lettera 22 diventa un oggetto di culto dal 1950. Nel 1952 il MoMA di New York celebra la Olivetti come una punta avanzata nel design. Nel 1959 la prima azienda al mondo a produrre il computer mainframe Elea 9003. Nel presentarlo, Olivetti ha ancora parole profetiche: La conoscenza illimitata di dati consente di raggiungere obiettivi che fino a ieri sarebbe stato assurdo proporsi, ma aggiunge che lindustria deve mettere le nuove tecnologie al servizio del progresso comune, economico, sociale, etico: la tecnica al servizio delluomo. D lesempio mettendo i computer a disposizione delle universit. Errore grave sarebbe consegnare Olivetti a un pantheon di grandi uomini del passato dalla statura irripetibile, dimenticandosi in quale tempo si form. Lui lo ricordava cos: C una crisi di civilt, c una crisi sociale, c una crisi politica. Lingranaggio della societ che stato rotto nellagosto 1914 non ha mai pi funzionato, e indietro non si torna. Come possiamo contribuire a costruire quel mondo migliore che anni terribili di desolazione, di tormenti, di disastri, di distruzione, di massacri, chiedono allintelletto e al cuore di tutti?.

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Resilienza

Nelluscire dalla grande crisi abbiamo dimostrato la nostra resilienza ha detto Barack Obama nel discorso della sua seconda inaugurazione, il 21 gennaio 2013. Dinamismo resiliente la nuova parola dordine lanciata nello stesso anno al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Che cosa si nasconde dietro questo neologismo che dilaga tra economisti, sociologi, guru delle pi recenti tecnologie? C chi suggerisce di adottarlo come nuovo obiettivo anche nella tutela dellambiente: la resilienza ancora meglio della sostenibilit. Per una volta non stiamo importando anglicismi. Il termine resilienza esiste in italiano, anche se viene prevalentemente usato in campi diversi dalleconomia. Per gli ingegneri descrive la capacit di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi. Per gli psicologi la risorsa che consente un recupero pi rapido dopo una depressione, aiuta a superare traumi e dolori. In ecologia riassume una forza intrinseca degli ecosistemi: la predisposizione a ritrovare lequilibrio dopo uno shock esterno. Non difficile intuire perch questo concetto abbia cominciato ad affascinare gli economisti. Stiamo tentando di risollevarci dal pi grave shock sistemico che abbia mai colpito leconomia mondiale dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Capire che cosa ci rende resilienti di fronte a questo gene-

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re di catastrofi pu essere essenziale per evitarle in futuro. O meglio: per ridurre i danni, sociali e umani, quindi ripartire al pi presto. Poich lecologia ha unantica dimestichezza con la resilienza, non un caso se la riflessione pi avanzata in questo campo. Un libro che ha contribuito ad alimentare il dibattito quello pubblicato da Andrew Zolli e Ann Marie Healy: Resilience: Why Things Bounce Back. Ovvero, letteralmente, perch le cose rimbalzano. Zolli dirige PopTech, un network di innovatori nel campo delle tecnologie e non soltanto. Di fronte alle grandi sfide del nostro tempo le diseguaglianze sociali, linquinamento e il cambiamento climatico Zolli sostiene che la parola dordine della sostenibilit si sta rivelando inadeguata. Parlare di sostenibilit significa darsi lobiettivo di ripristinare lequilibrio perfetto. Unillusione. Molto pi realistico imparare a gestire un mondo in perpetuo squilibrio. Un numero crescente di scienziati, pensatori sociali, attivisti della societ civile, filantropi sinteressa alla resilienza per aiutare le categorie pi vulnerabili a sopravvivere e perfino a prosperare di fronte a sconvolgimenti imprevedibili. Un esempio interessante di riflessione sulla resilienza riguarda la citt di New York nel dopo-Sandy. I traumi di quelluragano non si sono ancora esauriti, i danni non sono completamente riparati. Ma si avviata una discussione importante, su come una grande metropoli postindustriale del terzo millennio debba prepararsi agli eventi meteorologici estremi. Pi che affrontare le calamit illudendosi di poter sostenere una prova di forza con la natura, forse pi saggio adattarsi? Il primo approccio quello che spingerebbe a investire nella costruzione di robuste barriere fisiche contro i futuri tsunami. Costosissime dighe, e non necessariamente invulnerabili. Ma la natura stessa ha elaborato altre risposte, pi flessibili: per esempio le wetland , zone umide, paludose, acquitrini naturali, laghetti e stagni, insomma una barriera mobile che pu accomodare lafflus-

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so inusitato di una massa dacqua, depotenziarne la capacit distruttiva. In un altro campo, Zolli cita la visione degli psicologi sui fattori che ci rendono resilienti di fronte ai traumi e al dolore: la solidit delle nostre amicizie, la qualit delle nostre relazioni sociali, la profondit degli affetti, nonch i valori in cui crediamo. In generale, perch la resilienza pu aiutarci e pu essere una risorsa ancora pi sicura della sostenibilit? Perch lequilibrio perfetto non di questo mondo. Tutti i sistemi attorno a noi si evolvono attraverso errori, tentativi, adattamenti, apprendimenti. dai fallimenti, dagli insuccessi, che impariamo a crescere. In campo economico-finanziario, Nassim Taleb, quello del Cigno nero, propone lidea dellantifragilit (in Antifragile. Prosperare nel disordine, edito dal Saggiatore): poich non riusciremo mai a prevedere adeguatamente il futuro, molto pi utile imparare a migliorare noi stessi sfruttando gli shock, a trarre beneficio dai traumi esterni quando ci aggrediscono. Dopotutto, quello che la natura riesce a fare abbastanza spesso. Levoluzione della specie approfitta delle mutazioni genetiche casuali, per renderci pi forti. Mentre la biologia e la psicologia lavorano per fare un uso costruttivo degli errori, questo non accade necessariamente nei sistemi economici. Un esempio che usa Taleb: quando si verifica un crac bancario, lincidente non rende meno probabile bens pi probabile la sua ripetizione; leffettocontagio derivante dallinterconnessione delle banche. La ricetta segreta della resilienza stata studiata da un gruppo di economisti che ha concentrato lattenzione su nazioni molto piccole. Sono ricercatori guidati da Lino Briguglio, che hanno pubblicato Profiling Vulnerability and Resilience . In questo studio, ribattezzato manuale per piccoli Stati, spicca il cosiddetto paradosso di Singapore. Pi che una nazione, questo dragone asiatico una citt-Stato. Le sue dimensioni rendono Singapore terribilmente vulnerabile: troppo dipendente dalle esportazioni, quindi indifesa di fronte agli shock esterni che provengono dallecono-

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mia globale. Eppure Singapore diventata un laboratorio di resilienza. Cos come, per altri versi, la Svizzera. Esempi interessanti per nazioni medio-piccole come lItalia, anchessa dipendente dagli sbocchi sui mercati globali. Le ricette che salvano queste piccole nazioni che godono di un benessere elevato e stabile sono la qualit della governance e lo sviluppo sociale. Dunque non si tratta di capitalismi sregolati. La resilienza la conquista di politiche che investono nella scuola, nella riqualificazione dei lavoratori licenziati, nelle reti di protezione sociale, nella ricerca scientifica. Anche il World Economic Forum di Davos ammette che la via maestra alla resilienza non il laissez-faire. Tra i protagonisti del summit sulla resilienza ci sono gli imprenditori sociali, quelli che indirizzano i loro talenti verso la soluzione dei grandi problemi del nostro tempo: le diseguaglianze di reddito, le emissioni carboniche, la penuria di acqua, laumento della longevit. Per costruire uneconomia resiliente, non possiamo lasciare immutati i nostri sistemi di valori. Dietro il modello economico attuale c un modello etico. Un mondo in cui abbiamo accettato che il denaro sia il metro supremo. Aggredire e rovesciare questo paradigma diventato urgente quanto uscire dalla crisi. Anzi, una condizione perch luscita dalla crisi sia reale. Che questa esigenza sia sentita da un numero crescente di esseri umani lo dimostra il caso Michael Sandel. Sandel un pensatore di Harvard il cui corso, intitolato Giustizia, diventato un fenomeno virale su YouTube. Usa esempi chiari, paradossali e tremendamente efficaci per dimostrare che il mercato sta invadendo ogni sfera, i valori pi sacri sono ormai negoziabili, nulla veramente al di sopra del potere del denaro: gli organi per i trapianti, listruzione, la guerra, i programmi dei partiti. solo questione di prezzo. Lo incontro al Festival delleconomia di Trento dove presenta il suo libro, Quello che i soldinon possono comprare. I limiti morali del mercato (Feltrinelli). Una denuncia tanto pi

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autorevole perch pensata nel cuore della nazione che ha esportato lideologia mercatista nel mondo intero. Con lui parlo di una grande disillusione: da questa crisi economica finora non nato un nuovo sistema di valori capace di ricacciare indietro il dominio del mercato. Gli confesso la mia delusione personale. Avevo sperato che lo shock del 2008 avrebbe fatto pulizia del pensiero unico neoliberista. Anchio mi dice Sandel ho creduto che potesse segnare la fine della fiducia acritica nei mercati. Invece c stata solo una discussione molto angusta, sulle regole della finanza. Non abbiamo avuto un dibattito pubblico sul tema fondamentale: in che misura i mercati servono linteresse generale. Il potere del pensiero mercatista, la sua forza anche nellimmaginazione popolare, non si limita alla convinzione che il mercato crei benessere. C di pi: lo si associa a unidea di libert. un inganno. Ci illudiamo che le due parti in un contratto siano libere di negoziare sul valore del loro scambio. Anche se si tratta di un rene, di un organo per un trapianto: se uno lo vuole comprare e un altro lo vuole vendere, e tra loro trovano laccordo sul prezzo, in certe legislazioni questo pu essere sufficiente. Come se il mercato fosse davvero neutro. Abbiamo bisogno di un vigoroso dibattito pubblico che affronti il significato di una vita buona, ne abbiamo bisogno eticamente. Una ragione della timidezza nel contrastare lo strapotere del mercato pu essere questa: abbiamo conosciuto unalternativa che ci ha lasciato pessimi ricordi, il comunismo reale nei paesi dellEst; oppure lo statalismo allitaliana, che tuttora allunga la sua ombra sulla sinistra del mio paese. Se ricacciare indietro i mercati significa sostituirvi larbitrio dei politici, la pesantezza di burocrazie costose o un sindacalismo corporativo che difende privilegi di casta, allora molti, giustamente, non ci stanno. Sandel aggiunge una critica acuta contro le politiche di tagli alle spese sociali che stanno intaccando il welfare europeo. Molti mi dice lo studioso di Harvard criticano lausterity su basi pu-

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ramente economiche, come una cura sbagliata in tempi di recessione. Io aggiungo a quelle critiche un altro punto di vista, che guarda ai limiti morali del mercato. Lausterity ancora pi dannosa in quanto corrode gli spazi pubblici, tutti quei luoghi che uniscono i cittadini, quelle istituzioni dove avviene la nostra condivisione di una vita comune. Se tutto in vendita, se con i mezzi adeguati si pu passare sempre davanti alla fila, i ricchi si sentiranno sempre meno coinvolti da quel che accade alla maggioranza dei loro concittadini. Questo uno dei fenomeni pi corrosivi. Un tempo con il denaro potevi comprarti una villa a Capri, un grande yacht, una Ferrari. Oggi in molti paesi del mondo ti compri anche una sanit di serie A, unistruzione di lite per i tuoi figli, un quartiere pi protetto dalla criminalit e uninfluenza politica maggiore. Questo tipo di diseguaglianza ferisce molto pi di prima: coinvolge le aspettative, il futuro dei nostri figli, la speranza di una mobilit sociale. Il deperimento dellidea di comunit, Sandel lo descrive usando come metafora le tribune chiuse per i Vip negli stadi sportivi americani, gli esclusivi salottini che si chiamano skybox . Trentanni fa non esistevano, oggi ci sono in tutti gli stadi. Alludono a qualcosa di pi generale. Un tempo alla partita di baseball o football i tifosi di ogni ceto sociale condividevano le stesse emozioni. E quando pioveva si bagnavano tutti. Oggi i salotti skybox separano i ricchi. quel che sta accadendo anche alla nostra democrazia.

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Epilogo

Insegnate leconomia ai bambini

Ogni cittadino deve avere una conoscenza di base: economia e finanza. Lavvertimento stato lanciato dal banchiere centrale pi potente del mondo, Ben Bernanke. In una conferenza alla University of Dayton ha spiegato che questa una delle lezioni da trarre dopo la crisi del 2008. Insegnare labc delleconomia fin dai banchi di scuola potrebbe essere un antidoto contro limprudenza dei risparmiatori e i raggiri della malafinanza. Di pi: se la scuola aiutasse a decifrare gli arcani delleconomia, formerebbe degli elettori pi maturi, meno manipolabili. Queste conoscenze ha detto Bernanke non solo aiutano la gente a costruirsi una vita migliore, ma agguerriscono i cittadini di fronte a uneconomia globale e a un sistema finanziario sempre pi complessi. Bernanke ha usato uno slogan: Alfabetizzazione economica di massa. unidea che si fa strada in diversi paesi del mondo: insegnare leconomia ai bambini perch da adulti non siano prede inermi della speculazione, o vittime di politici demagoghi che vendono ricette miracolistiche, ciarlatani dalle soluzioni facili. In America una fondazione, BizWorld, promuove linsegnamento delleconomia dalla scuola elementare. Lha creata un nome celebre nella Silicon Valley, Tim Draper, che ha contribuito fra laltro alla creazione di Skype. BizWorld si data una missione: Sviluppare il pensiero critico e lo spirito di

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squadra, per aiutare i giovani a essere dei membri produttivi della nostra societ. Finanzia laddestramento degli insegnanti, per aiutarli a tenere corsi molto semplici che rendano leconomia una scienza allegra e amica per i bambini, anche quelli che provengono da ambienti socioeconomici sfavoriti. Essendo nato nella Silicon Valley, il programma ha anche lambizione di formare una generazione di innovatori. Dietro c la convinzione, molto californiana, che leconomia siamo noi, non una macromacchina infernale le cui regole sono decise da altri, possiamo cambiarne il corso creando la nostra impresa, il nostro lavoro. In America ha lapprovazione di Barack Obama e il sigillo della Casa Bianca un sito Internet che si chiama Money As You Grow (Il denaro mentre cresci). Sotto il titolo del sito si spiega di cosa si tratta: Le 20 cose che i ragazzi hanno bisogno di sapere per vivere una vita economicamente intelligente. La pagina dingresso divertente, mostra cinque sagome colorate per altrettante et, partendo dalla fascia dei 3-5 anni per finire con i diciottenni. Clicchi su una di quelle sagome ed escono le spiegazioni su misura. Per i bambini di 3 anni si tratta di un dizionarietto elementare che illustra il significato di termini economici usati quotidianamente dai genitori. Ma basta arrivare ai 13 anni e gi dalla sagoma digitale escono consigli precisi sulle carte di credito: cosa sono davvero, quali pericoli nascondono. Consigli preziosi, in un paese dove la cultura del debito facile ha provocato danni gravi, soprattutto tra le famiglie meno abbienti. La crisi del 2008 ha fornito argomenti forti per dare ai ragazzi degli strumenti con cui decifrare leconomia. La prima motivazione difensiva: bisogna proteggerci dalle insidie della malafinanza. stato dimostrato nel caso dei mutui subprime: le famiglie che avevano ricevuto una sia pur minima infarinatura dinformazione finanziaria e dei consigli indipendenti furono meno sprovvedute di fronte alle banche che offrivano mutui-trappola. Lignoranza dei

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pi fu fatale: attratti da condizioni apparentemente allettanti, si trovarono ben presto con dei tassi quasi da usura, incapaci di rimborsare i debiti. Una seconda motivazione per insegnare economia dallinfanzia, guarda al futuro: in uneconomia della scarsit saremo chiamati a fare scelte delicate sulla destinazione dei nostri risparmi verso fondi pensione, polizze vita, assicurazioni sanitarie. Sia che il Welfare State venga dimagrito, sia che gli si affianchino forme complementari di previdenza e assistenza, dovremo saperne di pi. emblematico il movimento cresciuto in Gran Bretagna per portare leconomia nelle scuole. Centomila firmatari hanno presentato una petizione in Parlamento, dove figura questo passaggio: Le imprese investono miliardi nel marketing per insegnare ai loro manager come vendere; ora di formare i consumatori perch siano meno manipolabili. Insegnare leconomia ai bambini, s, ma quale? La scienza economica non gode della stessa reputazione che hanno le scienze naturali, quelle che un tempo venivano definite anche scienze esatte. Esatta, leconomia? No di certo. Molto pi di quanto accada ai fisici nucleari o agli astronomi, gli economisti sono divisi in scuole, correnti di pensiero, dottrine fieramente avverse tra loro. La categoria ha avuto un tracollo di credibilit perch solo una minoranza di economisti seppe prevedere il disastro del 2008. Sulle terapie per uscire dalla crisi, i keynesiani alla Paul Krugman hanno idee antitetiche rispetto ai teorici dellausterity. In queste guerre di pensiero, c il rischio che linsegnamento scolastico diventi indottrinamento? Perfino in America , paese dove la cultura liberale ha radici profonde e il ruolo dellimprenditore rispettato, la destra repubblicana pu sospettare che gli insegnanti (una delle poche categorie ancora sindacalizzate) siano portatori di un pensiero economico troppo progressista. Finiremo per avere anche qui le battaglie tra partiti, come sullora di religione o sul creazionismo? Per adesso questi timori sono infondati. Scorrendo il materiale didat-

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tico pi diffuso, dal sito con la sponsorizzazioneObama alle immagini digitali della The Economist Educational Foundation, quello che meraviglia la semplicit, la fantasia nel rendere facili e suggestivi i concetti di base delleconomia. Come, per esempio, che cos davvero la moneta, a cosa deve servire una banca. Domande alle quali Bernanke e Mario Draghi non hanno dato una risposta definitiva.

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Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Questo volume stato stampato presso ELCOGRAF S.p.A. Stabilimento - Cles (TN) Stampato in Italia - Printed in Italy

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