Sei sulla pagina 1di 108

SIMONA COSTA. GUIDO MORSELLI. da IL CASTORO, NUMERO 169, GENNAIO 1981.

Bambino vivacissimo, ribelle, scontroso, a volte diveniva stranamettte remissivo come per un improvviso smarrito sbigottimento. Alle due sorelle, Luisa, morta nel 1938 a 27 anni e Mariolino (come agettuosamente l'ha sempre chiamata) imponeva giochi sfrenati che gli procuravano spesso sgridate, castighi e abbondanti medicazioni. Mi mostrava " il duro carcere" specie di ripostiglio presso la cantina, chiuso da una cancellata di legno, dove veniva messo dopo particolari turbolenze [. ..] I primi libri che mi consigli turono: Le contrat social - La nouvelle Hloise - Emile Confessions. J. J. Rousseau lo aiut hn dagli anni della prima giovinezza a amare e difendere la natura e a difendere se stessi dalle convenzioni sociali [...] Fu sempre impegnato sentimentalmente [...] quando all'interesse subentrava l'amore [...] diveniva allora possessivo, dispotico, esigente, intransigente, morboso, sicch anche la pi innamorata delle creature a lungo non resisteva e disperata se ne andava. Ed erano distacchi e ritorni, sfibranti, esasperanti [. . . ] Poteva occuparsi simultaneamente di varie donne; li chiamava irt-vanit e non avevano niente a che fare con la passione che lo dominava [. . .] Aveva 33 anni ma sembrava un ragazzo, cos fragile e sottile [. ..] Aveva un carattere di~icile, estroso, instabile: alternava momenti di gioia festosa ad altri di cupa depressione. Infantile a volte (amava giocare con la mia bambina pi piccola e con la mia nipotina entrambe sui quattro anni, combinando incredibili malestri): a volte serio, grave, pi maturo della sua et. Soffriva di tetre malinconie [. . .] Insofferente di ogni rumore, nel '52 decide di costruire un villino in localit il Sasso di Gavirate, alle pendici del Campo dei Fiori, fra alberi, prati, boschi, in totale solitudine [.. .] Santa Trinita era bellissima ma non ricambi il suo sviscerato amore. Una ininterrotta serie di gravi inconvenienti gli impedirono di viverci e di lavorare tranquillo [. . .] Amava il suo podere che per anni fece coltivare con perizia di agricoltore, amava le piante che districava dai rampicanti che le soffocavano, anche quelle che non gli appartenevano; amava gli animaletti che lo visitavano. Mi raccontava di gruppi di leprotti che saltellavano l intorno per nulla intimoriti della sua presenza, di porcospini, di salamandre, di uccelli strani, di serpenti innocui e anche di vipere che non lo erano affatto e dalle quali si difendeva, quando gli invadevano la casa, con strattagemmi astuti, senza uccidere mai [...] Ha lavorato tutta la vita ostinatamente malgrado i continui e disumani insuccessi [...l A ogni lavoro che gli ritornava seguiva una crisi pi o meno breve, ma non era uomo da arrendersi [. . .] Diceva:-E la volont di Dio. --Ma diceva anche: --Se mi permettessero di pubblicare, ogni giorno potrei trattare un argomento diverso. -- [...]

modestamente commentava con un amaro sorriso:--Sono uno scrittore con l'h. --A ogni lavoro finito iniziava il dramma per la scelta e la consegna a qualche casa editrice. Solo non ci andava, bisognava accompagnarlo; hnch non aveva consegnato il suo libro, restava muto, teso, livido da far pena, poi si calmava. Lui che detestava viaggiare, persino andare a Milano, nel viaggio di ritorno era animato, come sollevato da un grosso peso e gli piaceva che commentassimo il suo scritto; ogni volta pareva si illudesse. Non parlava con nessuno del suo lavoro, neanche coi fratelli, neanche con Dante Isella che lo stimava. Ricevetti proprio da lui la prima struggente lettera dopo la scomparsa: -- oggi ci sentiamo tutti pi poveri . . . -(da una testimonianza resa dalla signora Maria Bruna Bassi) C' una categoria di gente a cui certe difficolt non dovrebbero mai essere imposte perch sono, veramente, sproporzionate in eccesso. Individui che ne sono soverchiati, dopo esserne colti alla sprvvista: come appunto succede a me. Individui che hanno corto il fiato e corte le gambe, anche se fornitissimi per tanti altri versi. Ma s, una specie, o sottospecie, di intellettuali. Superstite ormai, perch assediata, circoscritta, da un ambiente ostile, tisicizzata da un'atmosfera irrespirabile (si esige l'impegno, si pone l'alternativa brutale: o schierarsi o sparire; e quelli, invece, a ingegnarsi di sfuggire, se non proprio di resistere). Avvezzi a arretrare di faccia alle difficolt del vivere morale, nel loro piccolo mondo privato di cui sono le divinit immanenti, come pronti a schivare (ignorandole con fastidio, rimpicciolendole, e alla peggio rinviandole) le urgenze del vivere sociale, nell'estraneo mondo fatto dalla "amorfa" moltitudine degli altri [...] Sto dimenticando di aver riconosciuto da un pezzo (da anni) che i limiti della trib sono i miei limiti I suoi difetti e i suoi, incontestabili, pregi, forniscono alcuni dei miei stessi connotati. Anche se, nell'intimo, non mi sento filisteo, anche se la mia cultura non ricca di implicazioni E a trascurare la circostanza che parecchi di loro mi hanno giudicato un conservatore piuttosto infido, troppo portato alla fronda sul terreno delle opinioni politiche, e quasi indipendente in fatto di costume. (da Un dramma borghese). Il giornalismo una bella e appagante cosa nella misura in cui sia incontro di uomini pensanti in modo affine, finestra sul mondo a cui affacciarsi una volta la settimana dalla propria torre (ma s, diciamolo pure), trmite a far sentire che meccanicismo, economicismo, massismo livellismo, e simili, sono banalit contingenti e che fuori di esse rimane la realt e, per chi pu, il gusto della cultura. Come fabbrica di notizie, il

giornale mi stanca e mi delude oggi quanto vent'anni fa.

[. . .] non esser romantici senza confronto pi urgente e pi difficile oggi, che non fosse cent'anni addietro, e quindi, pcr chi vi riesca, tanto pi lodevole. Ma io mi domand~o se non vi sia proprio salvezza che a costo di rinnegare una tradizione ormai pi che secolare: se l'uomo d'oggi non abbia altra colpa, che il peccato originale di esser nato in questa temperie. Pu esser davvero un male vil ere la cultura della propria et, seguirne il costume? (da Realismo e fantasia). Il mio destino senza vera infelicita, sen,a rivolta, quel logorarsi quottd1ano degli individui coi quali la vita non stata particolarmente severa, ma indefettibilmente grigia e faticosa; un male che i romantici hanno molto descritto e aborrito, per la buona ragione che mortifica le pretese di un io in cui essi vedevano il fulcro deli'universo. Logico che una simile condizione dia a chi la soffre la vocazione dell'obiettivit. Non l'obiettivit in senso intellettuale ma una disposizione del sentimento a dar valore alle cose pi che alla propria interiorit. Io sono, per dirla banalmente, un estroverso: le cose, per me sono molto importanti. Gli oggetti che mi circondano, e l'ambiente naturale. (da Un dramma borghese). [...] non amo la gente espansiva [...] Tiriamo avanti anche noi, trascinati o sospinti dallo stupido meccanismo che chiamiamo vita sociale, senza un nostro moto spontaneo: e forse, restiamo ritti perch c' ressa.

Io in realt non so uscire dal mio solito atteggiamento passivo, non prendo iniziative e forse non ne favorisco, sono lontano io stesso dal sapere quale sia la chiave giusta a aprirmi [...] capire e comunicare domandano applicazione, simpatia intellettuale, attenzione non epidermica.

A livelli sia pure superiori al mio, il pensiero stato quasi sempre solitario, fine a se stesso, asociale. Secreto da monadi senza finestre, o che non si curavano di mettersi alla finestra. L'idolatria della comunicazione e un vizio recente. E la societ, dopotutto, semplicemente una catttva abitudine. (da Dissipatio).

Quando tutti oggi confessano (o si vantano?) di avere rinunciato a capirsi, o piuttosto, non sentono realmente il bisogno di spogliarsi e farsil bagno -- io resto fedele alle mie abitudini, non tanto alla " clart " quanto alla " nettet ". un tipo di autoanalisi preciso, per quanto posso e lucido, che non concede niente (ma prima di tutto non chiede nientej all'indistinto, all'inconscio. Ai miei occhi, significa igiene dell'io, un esercizio capace di dare quella confortevole secchezza d'anima, quello scabro asciutto contatto del pensiero con ogni centimetro quadro del nostro modesto alloggio interiore, che non , per me, soltanto un piacere d'intelligenza, moralit. In ogni caso, ripeto, il mezzo di assicurarmi un'intima pulizia. (da Un dramma borghese). A esser sincero, la faccenda del sesso, in me stesso e negli altri, non mi ha mai ossessionato; tanto meno, orientato. Non l'ho mai creduto, che per certi organi passi il crinale della dignit umana, mia e dei miei simili.

No, non mi do pensiero del solito inconscio. Non ci ho mai creduto.

[. . .] l'esperienza quotidiana ci insegna che il mondo, esterno e fisico non dipende da noi, ma proprio al contrario: noi dipendiamo da esso, in ogni istante e atto del nostro esistere [. . . ] Se per un momento ci tlludiatno dt essere indipendenti, subito la realt, prima di tutto ci che chiantiamo natura fisica, ci fa sentire che siamo inclusi in lei, semplici elementi del suo sistema, ce lo fa sentire in noi stessi col freddo, la fame la malattia, con la nostra debolezza e la nostra paura. Siamo coatti [. . .] Non diversa (in fondo) la pena del nostro dover resistere ogni giorno alla malattia e all'invecchiamento, al disfacimento organico, e cio sempre alla volont ostile della natura, la quale ammette la vita soltanto per riannettersela: per distruggerla, insomma. Potremmo dire che anche queste situazioni in cui siamo obbligati a difenderci, sono in un senso pi ampio " lavoro ". Il lavoro con la sua penosit dunque una condizione universale e insopprimibile. Senza riscatto. (da Il comunista). Sentiamo nel lavoro (e non soltanto nel lavoro) il peso delle cose, che dobbiamo spostare per vivere.

Certo, agire, lottare, per segnare di una impronta le cose e gli uomini --il faustiano Streben--, non ha senso, ch tutto il nostro dibatterci non accresce di una dramma l'unica sostanza veramente nostra, la " vraie vie ", la quale rimarr sempre la stessa, per ricchi saggi o potenti che diveniamo. (da Proust o del sentimento). L'arte rivelazione della memoria, un risorgere in noi del passato. Ma la rivelazione non puo aver luogo che in coloro che abbiano rinunciato a vivere attivamente. Le ore propizie sono quelle in cui, ripiegati su noi stessi, nel silenzio, nell'isolamento, in qualche modo ci ritraiamo dalla vita; e la rivelazione totale, definitiva, non concessa 1...] che quando incomincia [...] l'attesa della morte. Ma questi miei, sono insignificanti filosofemi [...] coi quali non presumo " spiegare " nulla. Io credo nella morte, e ne accetto il mistero. (da Realismo e fantasia). Le discrone di uno scrittore scomodo. L'approdo al romanzo si profila, per Morselli, all'apice di una parabola contrassegnata, e non solo agli inizi, da una prepotente vocazione di saggista, stornata da ogni accademismo grazie anche a un avvertito tirocinio giornalistico. Al Morselli critico e filosofo sono da ascrivere, del resto, gli unici libri pubblicati lui vivente, il Proust o del sentimento edito nel 1943 da Garzanti e i dialoghi di Realismo e fantasia (Milano, Bocca 1947), oltre ai quali, a tutt'oggi, apparsa solo la raccolta di saggi compresa sotto il titolo Fede e critica, risalente agli anni '55 e '56 e pubblicata da Adelphi nel 1977. Gli esordi sono comunque da retrodatare ulteriormente, se, fra il nutrito e composito gruppo di inediti ancora giacente fra le sue carte, risalgono gi ai primi anni '30 saggi, articoli vari e alcuni racconti pubblicati in rivista o anche solo manoscritti: un'ampia e ininterrotta produzione che testimonia la vastit degli interessi di Morselli, spazianti dalla cronaca politica contemporanea al reportage giornalistico fino alla critica filosofica e letteraria, in un intersecarsi e compenetrarsi di stimoli e curiosit che costituiscono il retroterra speculativo del narratore. Agli anni '31-'32 paiono infatti da ascrivere i saggi, inediti, di Filosofia sotto la tenda, strutturati in tre capitoli di cui il primo, dal paradigmatico titolo Che cos' il male?, segna gi l'impostazione del problema per eccellenza mai definitivamente esaurito, nella speculazione di Morselli, la sofferenza e

il dolore nel loro portato cosmico. E ancora, in queste pagine, afffiora la forte istanza esplicativa del critico, necessitato, di fronte al lettore, a una chiarificazione globale della propria scrittura, purgata da ogni scoria, se in una Premessa si annotava come la dicitura " saggi " per questi capitoli di argomento etico si giustifcasse anzitutto per il loro requisito fondamentale di essere informal, o " senza pretese". Un modo questo, di prospettare, con discrezione, una delle peculiarit di fondo della propria saggistica, il suo porsi volutamente informale, estravagante, sul crinale, dunque, del dilettantismo: termine ambiguo, s, ma assunto dal polemista Morselli con valenza sostanzialmente positiva. Sempre agli anni '30 risalgono comunque anche le prime pagine narrative: sul numero del 6 gennaio 1934 di Libro e Moschetto , appare infatti un racconto dal titolo La XII battaglia, inaugurando un genere protratto poi fino agli ultimi anni, come denota il ritrovarsi, nella cartella degli inediti, di varie raccolte, di cui l'ultima, Racconti brevi, databile all'inverno 1972. Al di l della giovanile collaborazione, fra il '33 e il '35, a Libro e Moschetto>, l'esperienza giornalistica di Morselli si compie essenzialmente negli anni del dopoguerra, frammentandosi in un mosaico di interventi a vario titolo (non escluso quelli narrativi), sparsi in pi giornali e riviste, su cui spesso tuttavia la firma dell'articolista resta presenza sporadica e isolata. Se mai, pi continuativa, fra la fine del '40 e i primi anni '50, si pone la collaborazione al settimanale milanese Il Tempo >di Tofanelli, a La Prealpina , a Il Mondo di Pannunzio e a La Cultura di Calogero, dove, fra il '63 e il '64 appaiono varie sue recensioni, nonch un saggio su una figura di rilievo del cattolicesimo americano, il teologo Fulton J. Sheen. Si pu dunque parlare, a buon diritto, di un tirocinio giornalistico di Morselli da tener presente sia come tramite di formazione culturale, sia in qualit di esercizio stilistico, i cui moduli riaffioreranno quindi nell'istanza a una scabra e asciutta prosa narrativa. Inoltre, segnale almeno di consonanza con un determinato gruppo intellettuale, si propone la collaborazione, pur episodica, a riviste come Il Mondo e La Cultura , con cui, d'altra parte, lo scrittore denoter un coinvolgimento ideologico, prendendo le distanze dai grandi partiti di massa, e puntando piuttosto sul contemperamento dei valori liberals con quelli socialisti , in vista di una democrazia che si configuri insomma come una aperta, moderna, ma specialmente pragmatica e onesta socialdemocrazia (Coletti). Gi, del resto, in chiusura dell'ultimo dialogo di Realismo e fantasia, il IX, per bocca di Sereno, suo alter ego, lo scrittore esplicava a chiare lettere le proprie coordinate ideologiche, dichiarandosi violentemente ostile a un romanticismo vissuto al negativo, foriero dei titanismi dei Nietzsche e

dei Carlyle come dei nazionalismi sviluppatisi in reazione al cosmopolitico secolo illuminista e miseramente degenerati. Contro idealismo e romanticismo dunque, ma contemporaneamente anche contro lo storicismo, la proposta " extravagante " di Morselli consiste in una rivalutazione critica della cultura illuminista che con le sue tendenze umanitarie e cosmopolite, se non fosse stata travolta dalla insurrezione romantica, avrebbe dato al nostro Continente un assetto politico supernazionale, fondando la commonwealth europea (p. 426). A tali posizioni lo scrittore doveva mantenersi fedele negli anni, portando avanti, poi anche sul versante narrativo, una critica sempre pi corrosiva alla civilt odierna e uno scetticismo sempre meno rimarginabile verso le sue ideologie dominanti. L'ideale non ravvisabile nel futuro, ma nel passato, in un passato che avrebbe potuto anche svilupparsi diversamente (ma non si fa il processo alla storia; e qui han ragione gli idealisti , Realismo ecc., p. 427), ferma la coerenza a quel principio della libert che circola entro tutto l'illuminismo, e, se pu non coincidere teoricamente con quello esaltato dai romantici, trova per concreta espressione, in religione col criterio della tolleranza, in economia col sistema fisiocratico, in politica col giusnaturalismo . Su tali premesse, si spiega il distacco sempre pi marcato di Morselli nei confronti della societ contemporanea, di cui i suoi libri proporranno via via i volti tragici o satirici, fino all'esorcismonale, il suo annullamento subitaneo e globale. In questa prospettiva, se nel gruppo del pannunziano Mondo vi una figura di scrittore per pi versi riaccostabile all'emarginato Morselli, senza dubbio quella di un altro eccentrico alle nostre lettere, Ennio Flaiano, cui, fra l'altro, l'accomuna analoga sorte editoriale, di una fortuna postuma. L'analisi satirica e priva di speranza dei mali dell'Italia contemporanea, pur condotta da Flaiano spesso sui moduli della boutade e del calembour, e in lui pi venata di deluso affetto cui non estranea una diversa, pi meridionale (e solare) dislocazione geografica, costituisce indubbiamente un trait-d'union fra questi due scrittori, nutritisi entrambi a fonti stravaganti per la nostra cultura dominante. I classici latini come retroterra culturale comune a entrambi (tanto che Flaiano si immaginava confuso, mutato il nome in Ennius Flaianus, coi vari Catullo, Marziale e Giovenale dell'antichit); l'attenzione al filone satirico della letteratura inglese; il rifiuto delle ideologie in nome di un pragmatismo che si nutre di suggestioni anglosassoni; l'attacco di fondo verso il Male per eccellenza del nostro paese, la Retorica, il gusto e l'arte della parola fine a se stessa; la reazione a tale esasperato verbalismo con l'asciuttezza e la stringata espressivit di uno stile volutamente senza rilievo, spesso sul crinale del giornalistico. In entrambi, ancora, il destino dell'accantonamento, dell'incomprensione, il senso del fallimento, da Flaiano stornato nel vortice di altre attivit a tempo pieno (lo sceneggiatore, il giornalista), da Morselli assaporato su tutti i versanti--fu anche comme-

diografo e soggettista cinematografico--, fino alla conclusiva dbacle. In Morselli, di diverso, indubbiamente, la collocazione mittel-europea, da intendere come decentramento in una provincia del Nord vissuta in infruttuosa apertura alle influenze d'oltralpe, fino a sentirsi uomo di transizione, fra paesi e culture divergenti. E ancora, fra i suoi precipui connotati, la preparazione filosofica nella Milano degli anni '30-'40, dei Martinetti e dei Banfi, e la riflessione teologica spaziante, con competenza, in un vasto panorama di trattatistica religiosa e che, sulla matrice autobiografica di un itinerarium in Deum, crea una profonda familiarit con le scritture dei Padri della Chiesa, con i filosofi della " coscienza " come Sant'Agostino. Nuovamente comune, tuttavia, all'abruzzese (ma romano per adozione e sintonie) Flaiano e al nordico (ma di sangue emiliano) Morselli, un connotato che, pur di diversa valenza nei due, pu essere in entrambi assunto a contrassegnare la loro distanza dall'engagement dell'intellettuale del dopoguerra: la " pigrizia ". Pigrizia mutuata come valore dal saggismo di La Rochefoucauld (indubbiamente presente, alla pari di Montaigne, nella lezione di ambedue gli scrittori e, anzi, da Morselli esplicitato a maestro), e da Flaiano vissuta quale pigritia scribendi, giustificata dal " gi tutto detto, gi tutto scritto " contro cui si scontra lo scrittore contemporaneo, da Morselli invece proiettata sui suoi personaggi, segnale della loro inadeguatezza ad affrontare, non come lo scrittore Flaiano la pagina bianca, ma la realt umana loro circostante. Anche se il Giovanni XXIV di Roma senza papa, pontefice timido, ombroso e scarso di oratoria, eviter ogni pronunciamento trincerandosi, appunto, dietro il " gi tutto detto ", confermato (pare) da un repertorio elettronico delle allocuzioni dei suoi predecessori, formante un'enciclopedia doppia della Britannica ed estesa all'intero scibile. Paradossi a parte, in Flaiano come in Morselli lo scllermo della pigrizia varr anche quale reazione al velleitario e inane affaccendarsi della societ attuale e, d'altra parte, quale affermazione di valore da attribuire all'ovvio quotidiano. Atteggiamento di rifiuto e di argine talora confuso nei termini di riflusso e di qualunquismo termini di cui fa giustizia il retroterra speculativo sotteso a tali prese di posizione isolate e individuali, e sospette perci, specie in determinati climi storici. Gli antefatti saggistici: Ia via al romanzo. Trent'anni fa era quasi d'obbligo scrivere un saggio sul poeta del tempo>, scrive Macchia a cinquant'anni dalla morte di Proust, in pagine ora conclusive del suo saggio proustiano L'angelo della notte, denunciando, inoltre, come quasi periodicamente si formino intorno alla sua opera dei silenzi, dei vuoti . Consapevole e polemico nel rompere uno di questi silenzi ( La fama di Marcel Proust in declino. Ci furon momenti, in

quegli anni tra il '22 e il '30, che pareva avere riempito Parigi , p. 182), il Proust di Morselli, pubblicato nel 1943, esordisce, non a caso, su queste parole: Con la sua opera maggiore Proust ha composto il poema della memoria . Non vi sorpresa, d'altronde, nella datazione bellica del saggio, se anche Solmi, in pieno clima del dopoguerra, generalmente rivolto ad altri soggetti critici pi suscettibili d'engagement, scriveva un Proust 1947. Il Proust o del sentimento di Morselli, elogiativamente prefato da Antonio Banfi, si innesta dunque su un nostro panorama critico ancora piuttosto spoglio, se si eccettuano i nomi di Cecchi e Debenedetti quest'ultimo, in specie, che, con la sua Commemorazione di Proust dei 1928, avviava la riflessione critica sulla dimensione memoriale e i rapporti fra il je del personaggio e l'autore. E con Debenedetti appunto-oltre che con Tilgher e la sua lettura di Proust, nel '33, in chiave di formulazioni estetiche --, Morselli intesser un dialogo, o meglio un contraddittorio, a distanza, sul terreno, che pi gli premeva, dell'autobiografismo proustiano, da lui strettamente ribadito nei termini non di una ricostruzione documentaria, bens di una rievocazione implicante una scelta e una reinterpretazione dei fatti: Vi in tutte le nature sensibili il pudore della propria intimit spirituale, ed lecito supporre che esso lo abbia trattenuto dall'identificarsi apertamente col suo protagonista, trasferendo nel libro, tali e quali, tutte le circostanze di fatto della sua storia. Ma la ragione decisiva perch egli si sottraesse a questi vincoli questa, che Proust cogiie l'essenza interiore della sua vita, e quindi ricrea, non trascrive. Parole da sottolineare in queste pagine critiche dei primi anni '40, in quanto portavoci di un'incoercibile tendenza di fondo propria, quindi, alla narrativa di Morselli, in bilico appunto fra dato biografico e sua reinvenzione lirica. All'autobiografismo proustiano Morselli riconosce, comunque, molteplici sfaccettature, non esaurito com' nell'identit Proust-Marcel, ma esteso alla figura di Swann, chiaro " doppio " di Marcel e probabile segno di un primo orientamento dell'autore fuori dal cerchio del je , verso un protagonista altro da lui in cui trasferire le proprie esperienze, senza per ridurlo in tutto a propria immagine e somiglianza (p. 70): primitivo orientamento ampiamente testimoniato dall'unico romanzo lasciatoci da Proust, Un amour de Swann, e a cui poi lo scrittore dovette abdicare. Al di l dell'esegesi proustiana le, d'altronde, il critico non poteva tener presente il Jean Santeuil, vero antefatto della Recherche, pubblicato solo nel 1952), qui di rilievo l'indugio su quella funzione di " doppio " spesso poi da Morselli attribuita ai suoi personaggi, a farsi schermo di un autobiografismo cui la pudicizia dell'uomo e la coscienza teorica dello scrittore impediva il fluire incontrollato. Ma anche la parabo-

la di Morselli si compir nella decisione di parlare in prima persona, sebbene elaborando e interpretando la sua storia reale, ossia evitando di " narrarsi direttamente " (Proust, p. 71); solo che, a tale esito, perverr in ultimo, nelle pagine-messaggio di Dissipatio H. G., pagine assurte, per i successivi eventi, a estremo valore testificatorio. S deduce gi da questi primi accenni la peculiarit della pagina saggistica di Morselli che, pur rigorosamente sfuggendo ad ogni improvvisazione e muovendo da un ampio e solido retroterra culturale, vive le proprie prospettive critiche in una marcata condizione di empatia, tramite e confluenza del saggista col compresente narratore in proprio. A questo si aggiunga la volont didascalica e chiarificatrice propria alla sua scrittura che, qui rafforzata dalla coscienza di muoversi in zone ancora non del tutto esplorate, lo induce a concepire queste pagine nei termini di una " introduzione " alla lettura di Proust: ad uso del lettore che senza speciale preparazione si avventuri nel mare magnum della Recherche (p. 5). Una guida , insomma, come testimonia il diffuso ricorso alla citazione, guida che tuttavia, al ripensamento, si scopre di dubbia utilit, in quanto i lettori proustiani saranno sempre di quelli che desiderano farsi un'idea propria di ci che leggono e a risolvere da s, senza viatici o altri sussidi di sorta, le difficolt in cui s'imbattono (p. 5). Esplicitata dunque, ma insieme limitata e contraddetta, la propria istanza divulgativa (in un intento iniziale di allargare l'esigua cerchia dei lettori di saggistica), tutta una prima parte del lavoro, La Recherche e la memoria involontaria, punta sulla dicotomia memoria normale/memoria passiva, base prima della reminiscenza proustiana, intesa a rilevare non tanto il contenuto del ricordo, quanto i modi della sua insorgenza dall'inconscio, nel rifluire di sensazioni nate da una particolare ricettivit verso il mondo inanimato circostante: Occorre (come per il rivelarsi delle fancies, o <impressioni psichiche>, di cui parlava Edgar Poe) una profonda intimit con se stessi e insieme una particolar condizione di simpatia con le cose, di ricettivit >[. . .] Tenter pi avanti una spiegazione di quegli enigmatici messaggi che le cose inviavano di tempo in tempo a Marcello: per ora basti sapere questo, che, anche indipendentemente dal ricordo, talora per Proust le cose hanno, oltre la loro consistenza materiale, una specie di anima, e che gi altre volteMarcello aveva sentito il dovere di coscienza di tacher d'apercevoir ce qui se cachait derrire elles [. . .] L'indicibile jouissance da cui Marcello penetrato gli viene dal sentimento che riconosce se stesso nelle cose, e ritrova cosi il passato, il tempo perduto (pp. 22-24). E qui enucleato uno dei temi pi cari a Morselli, il rapporto poten-

zialmente sussistente fra l'uomo e gli oggetti, rapporto poi ribadito a 14 15 Leitmoti~, fin nei termini di animismo , non solo nei dialoghi di Realismo e fantasia, ma anche nelle pagine di Un dramma borghese. Il tema del nostro legame con le cose, sancito dalla memoria involontaria che custodisce le sensazioni smarrite alla coscienz e indissolubilmente legate a luoghi ed oggetti d'un tempo, dunque il cardine lungo cui Morselli imposta la sua indagine proustiana, ritmata su un recupero del passato mediato da una non materiale, ma spirituale prossimit. Segnale per eccellenza di una realt concepita quale concentrazione di realt sentimentale (p. 64~, il paesaggio proustiano, in cui strade e case, piante e prode e fiorite siepi, sono [...] riunite e disposte secondo un ordine dedotto dal sentimento, a configurare un paesaggio reale e ideale insieme, sfondo e occasione al racconto di una vita che Proust sentiva soprattutto come svolgimento spirituale (p. 64). Combray e Balbec sono quindi i luoghi dell'infanzia e della giovinezza, rivissuti nel ricordo, divenuti-quali in fondo per noi tutti divengono quei luoghi--" points de repre " della sua vita sentimentale (p. 92): l dove si palesa, senza schermo alcuno, il raccordo e l'affinit emotiva e sentimentale recuperata dal critico nell'universo proustiano. Controprova, si prestano ottimamente le pagine di Realismo e fantasia legate a queste del '43 da una contiguit non solo cronologica, se il Dialogo VII per buona parte incentrato su tematiche proustiane, quali le sorprendenti resurrezioni dovute alla memoria associativa, il magmatico e interscambiabile rapporto passato/presente, la soggettivit del nostro sentimento del tempo. Cos il Proust di Morselli vive oggi soprattutto grazie alla sua duplicit, un'ambiguit sottesa e forse non del tutto chiarita neppure allo scrivente, nell'assumere il proprio oggetto critico a specchio di s e momento di riflessione e verifica alle proprie istanze narrative. A quest'ottica si pu ancora rapportare il dualismo sentimento/intelletto individuato in Proust come nel suo protagonista, gi a Combray travagliato dall'irresistibile spinta a cogliere 1"' essenza" sentimentale --e cio poetica--delle cose , in conflitto con una innata inclinazione intellettualistica che gl'imponeva di fissarsi invece un " sujet philosophique " (p. 67): dicotomica tendenza vissuta in proprio dallo stesso Morselli, anche lui in definitiva, come il suo Proust, un sentimentale che subiva straordinariamente il fascino delle idee (p. 83). La soluzione additata a tale travaglio delle pagine proustiane--il risolversi delle vrits d'intelligence in valori sentimentali, nella misura di un realismo inteso quale rielaborazione del dato esterno--, si prefigura dunque punto anticipato di riferimento per il Morselli romanziere, anch'egli oscil-

lante, pericolosamente, fra l'innata tendenza al sujet philosophique e l'auscultazione, rapita e partecipe, dell'enigmatico messaggio delle cose, da trascrivere in emotiva rispondenza. La seconda parte del saggio, dal paradigmatico titolo Il sentimento nella Recherche , postula una continuit ideale che da Chateaubriand al Baudelaire dei Petits pomes en prose, al Mallarm di Brise Mari~e, giunge fino al Marcel della Recherche: continuit basata su un'ansia di evasione che, con Proust, diviene evasione dal razionale per raggiungere entro l'individuo le zone estreme della sensibilit immerse nel subconscio, per " esprimere l'inesprimibile " (p. 126). Ora, il frequente ricorso, in tale contesto, ai termini subconscio e inconscio, non implica affatto l'assunzione o l'accettazione delle teorie freudiane (poi, sempre pi causticamente, attaccate e ironizzate da Morselli), poich, anzi, gi nella parte iniziale del saggio si affermava recisamente, pur in certa, riconosciuta, consonanza di brani, la divergenza Freud/Proust, in quanto Con Proust siamo ancora nel dominio dello spirito. Il suo subconscio non quello di Freud, incardinato sul sesso: quella sfera dell'io che potremmo designare, con una bella parola antica, se le rendiamo il senso dell'etimo: praecordia (p 43), dove gi in pieno focalizzata la distanza dello scrivente dalle spregiate teorie freudiane, convergenti sul tema della libido. La teoria del rapporto amoroso in Proust-- altra cosa che il ruzzo volgare o sia pure la " tempesta dei sensi " di Wedekind e di D'Annunzio (p. 152) -costituisce, invece, uno dei momenti da privilegiare nell'analisi critica, fortemente connessa com' al soggettivismo contemporaneo (se non addirittura al solipsismo), per cui perdono totalmente di valore le qualit dell'oggetto e ci che importa non la donna, lo stato che in occasione dei nostri rapporti amorosi si determina in noi (p. 154), onde anche une jeune fille mdiocre pu benissimo ricoprire il ruolo di una Circe o di unaeatrice. Ma in Marcel, conseguentemente, ljamore solo aspirazione, ovvero resta amor sui senz'attingere mai o quasi mai l'oggetto , poich gli esseri verso i quali si sente attratto, si limitano a fornirgli un sostrato corporeo alla proiezione esterna del suo io (p. 158). Il diffondersi, da parte del critico, sulla scheresse d'ame di Marcel, risulta particolarmente indicativo se, poi, troveremo tale definizione, letteralmente tradotta, a connotare il protagonista di Un dramma borghese (p. 223), affetto anch'egli da quest'inguaribile egoismo del sentimento, d'altronde modellato, in primis, sulla lezione di Stendhal. Ma pi di un tratto peculiare a Marcel e individuato dall'esegesi di Morselli, precipita a sostanziare l' io di Un dramma borghese, correlato al protagonista

proustiano da analoga situazione affettiva ( Amare non si pu senza sacrificarsi, e Marcello ama intensamente ma non capace di sacrificio, neppure di quel primo e pi naturale che consiste, per chi ama, in uscir di se stesso, nell'ammettere l'esistenza di un'altra creatura con indole e bisogni suoi propri , p. 138), ma anche dalla tendenziale passivit e inerzia di fronte al mondo esterno, dalla rinuncia a quella vita attiva in cui, tuttavia, Morselli, autobiograficamente, riconosceva l'ineliminabile premessa al nascere dell'arte. E consonanze, fra il protagonista proustiano e quelli poi del narratore Morselli, sono ancora reperibili, come, ad esempio, il connotarsi quale uno dei tanti apolidi spirituali che la letteratura del primo Novecento ha espresso (p. 142). Parallelamente, i personaggi di Morselli mancano, spiritualmente, di connotazioni etnico-geografiche chiuse e rassicuranti, non pertengono a gruppi se non per insinuarvi il dubbio sull'indiscussa certezza delle loro strutture, si profilano spettatori, solitari e senza-patria, nel senso gi individuato per un Proust cui dovette essere estranea l'idea di nazione, di patria, intesa come unit etnica e politica distinta, avente proprie tradizioni da salvaguardare e da imporre all'esterno (p. 143). Non a caso, si tratter di personaggi spesso " esterni " alla realt del nostro paese, anche geograficamente dislocati su un terreno " altro" e neutro quale la confederazione elvetica, uno sfondo (e non solo quello) che li pu apparentare, pi che alla nostra tradizione narrativa, alle figure chiaroscurate da Robert Walser, come, in palese chiave autobiografica, il giovane Giuseppe Marti de L'assistente, anch'egli fra i trascurati dalla vita. A ribadire il distacco da cot italiano verso una collocazione mittel-europea in cui campeggi il nome di Musil, si pone, del resto, la tendenza speculativa della scrittura di Morselli, spesso sospesa su pause meditative e introflessive, quel carattere, anche, che il critico evidenziava nella proustiana Recherche, il cui stile tendenzialmente statico e analitico, ne denuncia la vena non fantastica, ma contemplativa, incline ad analizzare e descrivere pi che a intrecciar casi e a narrare (e in genere i narratori danno oggi scarsa importanza alla favola dei loro racconti, all'ordito dei fatti, pochi ne hanno saputo cos compiutamente prescindere come Proust , p. 50). Per cui, concludendo si poteva ancora dubitare sulla vera natura della Recherche, se ravvisabile in una lirica introspezione alla M. de Gurin o non, piuttosto, in una giustapposizione di essais abilmente intrecciati a una favola sentimentale (p. 177). Da quanto si detto, Proust o del sentimento si delinea quale preziosa mappa degli orientamenti e del tipo di ricerca narrativa perseguito quindi dal suo autore. Mappa estremamente indicativa, del resto, anche per tracciare alcune coordinate culturali di Morselli che, all'interno della cultura francese, mostra di muoversi, con una disinvoltura che denuncia consuetu-

dine, in un panorama assai vasto, che spazia dal saggismo del XVI e XVII secolo alle esperienze simboliste, sino a fare i conti con la pagina gidiana. L'eco, infatti, del Gide teorico della simultanit degli stati psichici ben avvertibile,--insieme alla dissociazione proustiana della personalit in pi esseri reali e distinti, oscillanti nel tempo, ma anche coesistenti--, nella frantumazione e molteplicit dell'io postulata nelle pagine di Un dramma borghese (p. 18). In questa prospettiva, il 7?roust di Morselli risulta una lettura fortemente personalizzata, non solo per aver privilegiato, della Recherche, aspetti e problemi che pi stimolavano l'attenzione e la problematica del critico stesso--e si potrebbero inoltre citare tematiche quali il solipsismo, l'irreligiosit, o, ancora, l'amoralit proustiane--, ma anche, e forse pi, per la specularit di queste pagine con i successivi testi narrativi, a testimoniare, sin da qui come la compresenza, in Morselli, della tendenza speculativa con queila inventiva non permetta mai di prescindere, nel giudizio sul " favolatore ", dall'analisi del saggista. Ma gli interessi di Morselli non sono, in quegli anni, solo letterari, ma 18 19 pi, in senso lato, speculativi, tanto da avviare, sul finir della guerr, nell'esilio calabrese, l'ingrato lavoro di Realismo e fatttasia, compiuto poi a Varese e da lui stesso definito il ragno . Si tratta di nove dialoghi filosofici condotti, su un idillico sfondo agreste, tra lo scrittore e un suo amico, Sereno--nomina o~nina, come sosterr poi, e a pi riprese, il narratore--, che, pur essenclo il vero protagonista e autore di queste pagine, ne avrebbe rifiutata la paternit, lasciandole comparire sotto il nome di Morselli. In U~'introduzione che co~vien leggere, lo scrittore declina appunt l'ufficiale attribuzione del libro a s, restituendo alla figura di Sereno i suoi diritti d'autore, ma senza specificare ulteriormente i dati anagrafici dell'amico, solo schizzandone qualche connotato psicologico, del resto facilmente interpretabile quale proiezione autobiografica, come in questo caso: Il mio isolamento, per quanto schivo, non selvatico; se non riesco ad amare tutti i miei simili, all'occasione mi sforzo di comprenderli o almeno evito di nuocer loro (p. ). L'introduzione riesce in effetti, come nelle intenzioni, esplicativa di alcuni capisaldi della meditazione di Morselli, ad iniziare dal tema del dilettantismo : se, infatti, si avvisa che al dilettante, e cio proprio a chi mira al diletto e scansa lo sforzo, non consigliabile questo libro di filosofia, che pure ha la specialit di esser nato, con ogni apparenza di estemporaneit, da due per abito professionale non filosofi (p. 6), d'altra parte, rifiutando il detto salomonico cunctae res difficiles , si sostiene che filosofo ogni uomo di buon senso e che la speculazione ermetica il pi delle volte contesta di meri filosofemi, e nasconde il vuoto (ivi). Lo spunto sar ripreso e

ampliato all'esordio del Dialogo V, dove il problema del maggior o minor avallo da dare a una filosofia gestita en amateur sollecita conseguentemente Morselli ad affrontare, con piglio oratorio e polemico, un tema a lui particolarmente congeniale, lo specialismo in cui si frazionata la cultura occidentale che proprio dalla filosofia dovrebbe essere riunita in un tutto, da una filosofia, per, intesa come materia non esoterica, ma dottrina universale volta a risolvere i grandi problemi dell'uomo. Un recupero, quindi, sulla scia di Banfi, della centralit dell'umano, in una prospettiva culturale ricondotta a una finalizzazione unitaria. Proprio tale rifiuto di una dicotomia specialismo/dilettantismo usufruita a tutto favore del primo termine, base e giustificazione sia di queste pagine filosofiche sia, poi, di quelle, in bilico fra dato autobiogra~';co e meditazione teologica di Fele e critica. Anche alle meditazioni di Sereno, si intreccia, del resto una matrice autobiografica, gi chiarita sin dall'Introdu~ior~e, l dove si afferma e privilegia il valore sentimentale di queste pagine, nella convinzione che se giusto che si filosofizzi la vita, non sar poi male che ogni tanto s'infonda un po' di vita alla filosofia (p. 8). Nasce di qui la tensione narrativa impressa a questi dialoghi, nel tentativo di vivificare il pensiero filosofico nell'attimo del suo farsi. Il dialogare di Sereno non si irrigidisce, dunque, negli aprioristici schemi di una prefissata visione, ma, piegandosi alle istanze dell'amico, cui spetta un compito di maieuta contrario a quello socratico, formula un pensiero che viene via via precisandosi proprio nella contingenza dello scambio dialogico. Nell'esposizione di Sereno, contrassegnata da quelle qualit di spontaneit e d'immediatezza che son proprie di ci che diciamo l'estro (p. 8), si prospetta quindi la contiguit fra creazione speculativa e creazione artistica: avallo, questo allo slittamento della vulgata lezione di Poe ( Io ho spesso pensato come riuscirebbe interessante un autore il quale volesse, e anzitutto sapesse, descrivere minutamente, passo per passo, i progressi di una sua composizione verso la finale compiutezza ), dal campo letterario a quello filosofico: Ma io penso che la terza caratteristica del presente libro , o vorrebbe essere questa, di drammatizzare (tolto alla parola ogni valore enfatico) la creazione speculativa, o semplicemente di cogliere un'opinione filosofica in sul farsi, allo stato nascente. Ci pu avere anche un interesse " umano' considerevole r . . . ] Indagare la motivazione profonda di un saggio filosofico: studiare le disposizioni latenti che vi si riflettono, le curiosit, le ambizioni, le situazioni sentimentali che [...1 ne determinano lo svolgimento [...] Ecco un tema, la cui sola proposizione baster a far orripilare la gena dei pedanti- ma che non pu non attrarre quanti, nell'interpretare la realt complessa del pensiero, alla lettera inerte preferiscono lo spirito: quella vita che circola anche nel grigio contesto dei concetti (pp. 9-10).

Il nesso fra creazione speculativa e narrativit non pu ovviamente prescindere dal tipo di pensiero filosofico qui esposto, il serenismo per dirla con Morselli, che, senza ascriversi alla categoria delle filosofie intimiste alla Kierkegaard o alla Gabriel Marcel, esprime qualcosa d'altro dell'astratta teoresi , concordando, in definitiva, con alcune definizioni della filosofia percorse da venature di autobiografismo: Io sono del parere del mio illustre Miguel de Unamuno: che la filosofia, cio il nostro modo di comprendere lo non comprendere) il mondo e la vita, deriva dal sentimento che ci anima nei confronti della vita stessa. E non do tutti i torti al Nietzsche quando sostiene che ogni filosofia rappresenta, non solo la professione di fede del suo autore, ma un compendio delle sue memorie; n a Simmel, il quale osserva dal canto suo, che, se si definisce l'arte un'immagine del mondo vista attraverso un temperamento, si potrebbe definire la filosofia un temperamento visto attraverso un~immagine del mondopp. 10-11). La struttura dialogica, sfuggente ad ogni organizzazione in sistema e aliena da qualsivoglia codificazione, si fa anche comprensiva, agli inizi di ogni dialogo, di un excursus descrittivo sugli " ozi" campestri di Santa Trinita, assecondando l'intima convinzione dell'autore, della necessit di riportare la speculazione, anche filosofica, nell'ambito della creativit e di restituirle gli amputati legami con la sfera intima dello scrivente, con le motivazioni autobiografiche insomma che l'hanno indotta: lo speculare non ha che vedere col gheometrizein, mentre parente stretto dell'immaginazione , affermer lo scrittore stesso nel corso del Dialogo III ( p. 102~. Le pagine di Realismo e fat~tasia non si esauriscono, tuttavia, nel compromesso cos instaurato tra istanza speculativa e struttura dialogico-narrativa, in una prefigurazione di esiti successivi nella scrittura di Morselli, ma propongono anche un personaggio, Sereno, primo di una ristretta e raffinata galleria, da leg~ere, in controluce, quale " doppio " dello scrittore: iniziale sperimentazione, dunque, di quella tecnica proiettiva gi indagata sulle pagine proustiane. Non a caso, il legame tra Sereno e lo scrittore si sostanzia di consonanze e antitesi, e se il rapporto di stretta contiguit fra vita affettiva e intellettiva postulato dal primo rimanda a uno dei convincimenti di fondo di Morselli, la tesi realistica sostenuta da Sereno non trova concorde il suo accurato redattore, pur blandito e persuaso da quel misto di razionale e di fantastico (p. 179) che avverte nel pensiero dell'amico. Nel dialogare di Sereno, si anticipano, d'altronde, testualmente, pagine poi dei romanzi e, in particolare, le correlazioni si fanno pi scoperte nel caso di Urdramma borghese, spostato nel-

l'atea di attrazione della zona saggistica non solo per prossimit cronologica ma anche impianto strutturale. Esemplare, il tema del rappGrto fra l'uomo e gli oggetti, individuato gi, nel precedente lavoro critico, quale uno dei cardini della poetica proustiana, e qui rimesso a fuoco nel corso dei dialoghi III e V, nella convinzione che Vi nelle cose un~oscura coscienza, tanto pi oscura quanto meno d'individualite qumdi anche di sensibilit) in loro, ma che consente loro una conoscenza delle aitre cose intima e diretta: una conoscenza, direbbe uno scolastlco, per unionem et connaturalitatem . La nostra tesi d un contenuto all'immaginazlone dei romantici, i quali alludono (ma preceduti in ci da Lucrezio) a un arcano delle cose, a una loro essenza ripostap. 188). La giustificazione filosofica a tali affermazioni si basa sulla teoria, esposta nel D~alogo II, della vita come composizione e sintesi di un dualismo fra Es ed Io, cioe Esistenza e individualit, per cui il soggetto, posto al mezzo della scala degli esseri , nell'equilibrio di Es ed Io, esiste meno degli altri esseri animati, meno delle cose, in quanto l dove pi Esistenza, meno individualit e viceversa (p. 66). Di qui nasce la correlazione fra l'io e il resto del mondo, nella persuasione che l'uomo non un essere isolato e che la realt del singolo non comprensibile se non in funzione dell'altro da s: Non ci dato scinderci dal tutto, n separarci gli uni dagli altri; come disse una volta C;oethe, siamo in fondo tutti esseri collettivi . La socialit ha ben altro fondamento che economico o politico: veramente un istinto, poich connessa alla nostra pi profonda natura [ ] Al centro del sistema degli enti, non si erge l'uomo come monade ma si stende l'umanit O dovrebbe: giacch l'umanit cos intesa lontana dal costituire una realt storica (p. 68). Siamo a uno dei punti base della poetica di Morselli, il concetto di solidariet umana (ritoccata, poi, nel neologismo socialidariet ), il nesso che questo " misantropo "--ma meglio, sarebbe, dire1 con lui, " foban22 23 tropo "--avvertiva fra il singolo e gli altri uomini, anzi tutti gli altri enti, animati e non, in quanto parti di un tutto, di una Totalit (l'Es) da cui l'io si distingue creando appunto 1'individuo. Non in tutti gli uomini, tuttavia, secondo Sereno, si raggiunge la pi armonica proporzione tra Es ed Io, e l'uomo in cui prevale l'Esistenza , secondo la terminologia di Ortega y Gasset, 1'uomo massa, un'umanit dimidiata a definir la quale cadono opportune le parole di Alberto Savinio: su dai continenti e dagli oceani sorgere vediamo uomini spaventosamente grandi e semplifica-

ti, composti dalla fusione di milioni di uomini , un cui piede composto di ottanta, o di duecentosessanta, o di cinquecentoquaranta milioni di piedi (p. 70). A questi si oppongono " gli uomini dalla esasperata individualit ", " soprauomini " o " iper-individui ", mentre " gli uomini " per antonomasia sono coloro che attuano in s 1'humanitas, in una totale armonizzazione di Es ed Io: In un mondo di creature supinamente prone alla necessit, di Untermenschen, o di protervi ribelli, il genio attuazione del giusto mezzo, inteso non come mcdiocrit ma come mediazione dei contrari, a immagine microcosmica di quella coincidenza di casi che l'Infinito l(p 71). Tale concezione del genio come uomo integralmente " sociale ": non individuo eslege, nemico o superbamente indifferente ai pi (p. 71), si ritrover negli eroi di Morselli e, soprattutto, dispiegando totalmente la positivit della sua valenza, nelle figure di Contropassato prossimo, cui spetta inaugurare quella societ che Sereno giudica finora inattuata proprio a causa dei persistenti e protervi squilibri fra Es ed Io: Ed chiaro, o mi sembra, che i turbamenti sociali e politici di cui questo secolo romantico soffre, dall'89 in qua, non derivano tanto da cause economiche o da un antagonismo di classi (riducibile anch'esso al fatto economico), quanto dalla circostanza che, a una moltitudine sempre meno consapevole, sempre pi brutalmente dominata dalla necessit, sempre pi degna di esser chiamata <massa , non abbiamo saputo contrapporre se non individualit egoistiche; che, o se ne isolano per ignorarla, o se ne interessano per sottometterla, per farne lo strumento di feroci ambizioni, dannandola alla miseria, all'ignoranza e a periodiche carneficinep. 72), dove, appunto, pare leggere la prefigurazione della fictio di Contropassato prossimo, in cui, l'umanit dannata a periodiche carneficine sar riscattata dall'affermarsi dell'uomo medio , colui che ha instaurato in s l'armonia fra natura ed Io e che, individuo inter pares , non pu concepirsi se non come elemento di un sistema di rapporti umani (p. 73). Dunque, solo partendo da queste pagine si possono comprendere, nella loro strutturazione, i nuovi eroi creati da Morselli, quegli uomini medi la cui genialit nella misura raggiunta, nell'equilibrio delle componenti la loro personalit, nel loro staccarsi dalla massa non per dominarla o strumentalizzarla, ma anzi riscattarla verso una pi alta concezione di humanitas. E sempre sotto tale angolazione va interpretata l'attenzione dello scrittore, all'interno de Il comunista, per il culto della personalit, l'emergere dell'individuo, e le fitte annotazioni del protagonista, Walter Ferranini, su questo tema non saranno, perci, mera contin-

genza occasionata dalla destalinizzazione, ma, al contrario, si prospettano, alla luce di tali antecedenti filosofici, quale problematica esistenziale che nella situazione politica incontra solo il frangente adeguato ad articolarsi. La dialettica individuo/massa su cui ruotano le meditazioni di Ferranini (ma che gi affiora nelle pagine di Incontro col comunista), dunque rapportabile a questo nucleo speculativo d'origine, ancor pi che a un'immersione mimetica nei dibattiti interni alla vicenda del Pci in un momento storico di transizione. Data, su tali basi, l'interdipendenza tra uomo e uomo, ma anche fra l'uomo e tutti gli enti circostanti, realt ambientale e atmosferica comprese, le pagine di Realismo e fantasia non eludono, con questo, la problematica dell'alterit che corre poi sotterranea lungo tutta la produzione narrativa di Morselli, fino a quella Dissipatio H. G. dove, paradossalmente, la questione si risolve nell'abolizione subitanea dell'altro per antonomasia pi ingombrante, il proprio simile. I1 Dialogo IV si apre, infatti, proprio su tale tema, affermando che il carattere dell'alterit inscindibile dalla sensazione: l'oggetto irreducibilmente l'altro da me: io lo percepisco come altro, lo percepisco perch altro (p. 119). E proprio dall' alterit delle cose da noi , da codesta diversit che tra le cose e tra gli esseri e che deriva dall'individuazione, ha origine non solo il bene che godiamo, ma anche il male che soffriamo, perch, se cosl non fosse, il male sarebbe connaturato all'universo (p. 279). Siamo, con questo, giunti al grumo, 24 25 mai definitivamente risolto, e sotteso a tutta la meditazione filoso~co-religiosa di Morselli che, senza soluzione di continuit, si incentra sul travagliato problema dell'unde malum?, di fronte al quale gi Sereno, nel Dialogo VI, ammetteva la totale inadeguatezza degli strumenti filosofici: Quello, mio caro, il problema dei problemi. ,Se Dio, speculativamente rimane un~ipotesi, non gi per le ottanta pagine di critica che Kant dedica a questo concetto nel]a Dialettica trascendentale. L'accertamento clne facciamo tuttod della realt del male, e in ogni sua accezione, il vero, il tremendo argomento che il pensiero leva contro l'idea di un ente divino: e non gi solo il freddo teoretico pensiero, ma quello che si nutre di esperienza sofferta (p 279). Siamo qui, d'altronde, in linea con le coordinate di base del serenismo , che affonda le proprie radici su principi dicotomici--quali l'Es e l'Io--, tentati di sanare e armonizzare in una superiore sintesi. Riprova ne sia anche la proposta avanzata da Sereno, contro la visione idealistica dell'amico, di mediare materialismo e idealismo in una " terza via ": proposta che riaffiorer, in conclusione de Il comunista, nel diffuso collo-

quio tra Ferranini e il medico americano che lo cura con partecipe e affettuosa simpatia, stagliandosi frali eroi positivi di Morselli (e si ricorder, allora, per il superamento di tale astratta antinomia, l'importante saggio di Banfi Idealismo e realismo, risalente al '31). Ma, nel caso specifico dell'antitesi Dio/male--su cui si soffermer ampiamente ancora l'ultimo dialogo, il IX, a testimoniare la centralit del problema -perdente l'illusione di potersi affidare alle acuminate armi della ragione, se l'unica soluzione solo raggiungibile in virt di fede: [...] al male l'uomo non si assuef e non si rassegna, per logica che gliene apparisca la presenza. Non siamo paghi all'unde, n al quomodo, chiediamo il quia; e piU ancora, Ci occorre una consolazione e una sper2nza. Cos, n la teologia, che in fondo deve ridursi a una teodicea, n la filosofia, comecch certe e universali si pretendano le sue affermazioni, non riescono, nonch a escludere, a sottomettersi il sentimento, la fede; la quale sola, attingendo a una rivelazione superiore, irrazionale, ha efficacia di chiarirci il mistero, di persuaderci dell'assurdo: di farci sentire, cio, che Dio non contraddetto dal male (p. 280). E chiaro, da tutto ci, come a figura di Sereno si delinei essenzialmente quale portavoce delle convinzioni filosofiche di Morselli, tanto pi che il suo realismo (o neo-illuminismo) soffre di salutari eccezioni , presupposti a che lo scrittore possa scenclere a patti con le teorie dell'amico. Eccezioni piuttosto ampie, come denota ad esempio, nel campo dell'estetica, la teoria soggettivista del sentimento e dell'arte quale iificazione dell'oggetto, o ancora, come si visto, il rilievo concesso alla nostra vita affettiva, in imprescindibile coniugazione con la sfera intellettuale. Tale stretta contiguit fra le due figure permette abili giochi di specchi, in cui lo scrittore indulge divertito, facendosene, nel contempo, schermo a eventuali narcisismi. il caso delle sue perplessit verso Sereno come filosofo per quei suoi, del resto invidiabili, trent'anni , nella prevenzione che la filosofia si faccia meglio da chi ha tanto di barba e per lo meno grigia (p. 168). L'ironia (o autoironia) qui infatti facilmente decodificabile in anticipata schermaglia critica, reversibile com' su Morselli stesso che, nato nel 1912, al momento della stesura dei dialoghi, non si era certo lasciato troppo alle spalle quegli invidiabili trent'anni. Ma Sereno non esaurisce certo il suo spessore in un ruolo dialettico, bens si accampa personaggio in proprio, in ci favorito dalle notazioni e indiscrezioni biografiche su cui indugia la penna di Morselli nel tratteggiarne la figura. In esordio al Dialogo T~I, ecco infatti venirci incontro una silhouette di Sereno affettuosamente stilizzata dallo scrittore che, fra le eccentricit dell'amico, annovera quella wildiana meticolosit di esibire

immancabilmente ogni sera all'occhiello una maiuscola tuberosa , o la puerilit di mescolarsi coi ragazzi del villaggio in gare di tiro alla fionda o, ancora, la snobistica abitudine di discorrere per pi giorni di seguito in una lingua straniera, rispondendogli invece l'altro nella propria. E dunque in questo personaggio che Morselli sta esercitando la penna nel " ritratto", non rifuggendo neppure da compiaciuti risvolti estetizzanti e, del resto, precipitandovi non pochi elementi autobiogra~ici. Richiesto dei motivi che ne inducono la strenua solitudine dal sapore di esilio, Sereno risponde su accenti, una volta tanto, non aiieni da margini di ambiguit: Non vero che la solitudine sia la sola gioia: io credo an~i che spesso non sia una gioia affatto. Per qualcuno pu essere un dovere. E non ti meravigliare: 26 27 sensibilit e intelligenza e una moralit generica non bastano a qualificare positivamente un uomo nei suoi rapporti con gli altri (p. 220), parole che, agli esordi della parabola di Morselli, paiono gi configurarne, in un percorso obbligato, gli esiti letterari e, nel contempo, esistenziali. I1 compromesso fra la tendenza al < sujet philosophique> e l'urgere della materia autobiografica si riprospetta, in anni pi tardi, nelle pagine di Fede e critica che si propongono quale itinerarium in Deum, scandito in tappe successive da capitoli di ordine speculativo-teologico, approdanti infine alla pacificazione della fede raggiunta. Paradigmatica, l'inserzione, all'interno di tale para-bola, di un diario bellico, vera e propria applicazione di quanto teorizzato nell'Introduzione di Realismo e fantasia: la parentesi diaristica infatti intesa a recuperare il nesso arte-vita, denudando come un tipo di problematica nasca e si impadronisca del pensiero, in quali circostanze biografiche, sotto quali impulsi psicologici. Queste pagine non escono dal pensatoio di un sapiente: particolare non privo di significato obbiettivo, sono state pi sofferte, o comunque, vissute, che speculativamente distillate; e del resto, sappiamo, nella riflessione pu inserirsi, pu moversi e vibrare la vita, la quale dall'agire, o dal " sentire ", non sempre esaurita , si legge nel]a Nota introduttiva a Fede e critica, in un calco fedele delle pagine del '47. Morselli, in definitiva, ha fiducia nelle capacit razionali dell'uomo e nella sua possibilit di accostarsi, per forza di ragione, ai grandi problemi dell'esistenza, la cui soluzione non va abdicata agli " specialisti " dei vari rami del sapere. Anche la religione pensiero, razionalit , affermava Sereno in quel Dialogo IX incentrato sui temi della fede, della religi.o e e del misticismo, e gi il titolo impresso a queste pagine si pone prGgrammatico, riecheggiando una raccolta di saggi di Martinetti apparsa nel '42, Ra~ione e fede, titolo, di

suggestione kantiana, mutatO poi, nella riedizione del '49, in Fede e ragione. Leggiamo, dunque, agli esordi del saggio di Morselli: La religiosit non solo emozione, e non si comunica solo per effusione. anche un convincimento di cui si pu parlare con pacatezza, con quel distacco in che si usi collocare gli oggetti del pensiero riflesso. Queste pagine si propongono di svolgere un discorso: lineare, piano, tollerante, come pu esserlo il discorso intellettuale quando tratta questioni da cui l'individuo sia investito nel profondo. Ripercorrono uno dei pi famosi itinerari dello spirito, sebbene non ne descrivano che talune stazioni, e pi, direi, con un intento di spontaneit che di elaborata coordinazione dell'insieme (p. 12). Parole che prefigurano, come stato notato, un successivo brano di quell'intenzionale manifesto di poetica rintracciabile nell'Intermezzo critico di Contropassato prossimo, l dove si afferma che oggi il romanzo non nella letteratura, la letteratura. Da esso non si esce [. ..] il romanzo persino transletterario, per i nostri gusti d'oggi. Include, per esempio, o pu includere, la teologia. Non la fanta-teologia, per carit: la teologia (p. 117). Su tale avallo, si pu certo collocare Fede e critica in una posizione intermedia, ma straordinariamente proficua di risultati, tra il libro di teologia scritto da un letterato, e il libro letterario scritto da un teologo >(F. Mercadante), senza, con questo, imprimere alcun segno negativo al termine dilettantismo , cos caro al lessico di Morselli. i~ d'altronde lo scrittore stesso, come ogni volta, a mettercene in guardia, concludendo programmaticamente la sua introduzione su tali parole: giudizio pacifico e gradito, tipico del nostro tempo, che di fede non si possa parlare che da specialisti, dal pulpito o dalla cattedra; mentre qualcuno pi radicalmente a~erma che la fede non materia di ragionamento, e che dove quella comincia il pensiero deve fermarsi, poich dogmi e chiesastica disciplina non gli lascerebbero nessuna libert. Questo libro si oppone a quei comodi preconcetti; come oppone una individuale ma parlante smentita a coloro che ormai trionfalmente negano ogni inerenza di interessi religiosi specifici, all'uomo comune, nel comune mondo di oggip. 13). Il nesso cos esplicitato fra l'attivit speculativa e le pi varie e profane evenienze del vivere enuclea la matrice dell'intera meditazione di Morselli, il sostanziarsi del pensiero sul tronco degli accadimenti comuni e quotidiani, nel polemico rifiuto di fittizie scissioni dell'io in separate sfere d'azione, da ricomporre in armonica e feconda unit. da leggere dunque in quest'ottica l'autobiografia mascherata di Fede e critica che, sul tentativo di abbozzare una fisiologia della fede religiosa intesa a mettere la teologia " con le spalle al muro " , innesta un pathos pur corretto

dalla raziocinante linearit di un discorso intellettuale. Ma proprio la perfetta misura raggiunta nella convivenza e fusione di tali elementi, d vita a una pagina assimilabile, nella sensazione di lettura, a un itinerario labirintico fatidicamente centrato nell'individuazione del monstrum, che qui veste la maschera di un'imperante ossessione. Nella strutturazione stessa dell'opera si ripercorrono infatti le tappe di una parabola spirituale che, alla luce del dopo, non si configura esaurita una volta per tutte nell'apogeo della conversione, ma induce il sospetto di ciclici ritorni, in un cerchio mai chiuso, entro cui si dovevano consumare, subdole e pervicaci, le angosce dello scrivente. Il punto di avvio alla meditazione, l'urgente problema del Male--Perch si so,~re? il titolo del primo capitolo--, realt tanto ineluttabile quanto irrazionale, nella chiarificazione della cui genesi l'autore sar condotto sui sentieri del divino, si staglia veramente alfa e omega della specula2ione di Morselli, se ogni volto o aspetto della religiosit indagato nella scansione dei successivi capitoli, riconduce martellante al fantasma incombente di questa " presenza ". Gi, come si visto, nel dialogare di Sereno l'irresolubile problema dell'unde malum? si prospetta nelle medesime caratteristiche, di non lasciarsi mai esaurire definitivamente, ma di riaffiorare pi oltre, quasi risorgente dalle proprie ceneri e, anzi, ra~orzato in una sua demoniaca intangibilit. Il filo rosso che lega queste due opere saggstiche consiste proprio nella continuit di un travaglio critico incentrato sul fatidico binomio: Dio e il male , a chiarire il quale l'umano raziocinio si pone ad un'impresa straordinariamente, disperatamente difficile . Cos il capitolo iniziale di Fede e critica fa direttamente eco alle pagine del '47, denudando l'angoscioso nodo centrale della problematica religiosa: Le " prove 'dirette dell'esistenza di Dio sono tutte superflue da un lato insufficienti da un altro. Non dell'esistenza di Dio che occorre render conto agli uomini; essi sanno arrivarci da s, ma poi si domandano in che guisa la presenza di Dio si concilii con la presenza, cos tristamente palese, del male (p. Nasce da tale dissidio l'esigenza di un dialogo interiore con una delle personalit pi grandi, pi appassionate, e appassionanti, che abbiano contribuito a formare il pensiero deil'Occidente (p. 22), Sant~Agostin la cui soluzione in termini positivi dell'insanabile binomio appare allo scrittore un ottimismo della volont, se a giudicare dallo stato d'animo incerto e inquieto che traspare da talune pagine delle Confessioni, nonostante un'insolita unzione, si direbbe che nessun ottimista si professato tale pi a malincuore (p. 25~. E alla voce di Sant'Agostino si accosta, nel caleidoscopio del tempo, in un vertiginoso raccorciarsi delle distanze, una voce " altra" e pur straordinariamente contigua, quella del materialista Leopardi, cantore di Arimane, arcana malvagit (p. 91) e il cui

ateismo, alla pari della teodicea agostiniana, non ingannano se non un osservatore superficiale , in quanto [. ..] Leopardi imperni sull'ingiustizia e il dolore la sua meditazione, sentendo di essi, non solo l'umana tristezza, ma una gravit cosmica e arcana; gli apparvero come crudelmente, irreducibilmente misteriosi, proprio perch non gli riusc mai di prescindere dall'idea di una divina presenza operante nel mondo Ip. 48). Sulla possibilit di approccio di Morselli, uomo e scrittore, agli uomini e alle cose, grava, pesante, l'ipoteca del pauroso monito dell'Evangelista Giovanni ( L'universo intero subisce la potenza del male ), che si costituisce lente, dilatata fuori di misura, di rifrazione del reale. Una matrice speculativa, questa, in cui pu anche ravvisarsi l'influsso del Ges Cristo e il cristianesimo (1934) di Piero Martinetti, dove la profezia dell'avvento di un regno dello Spirito, fatta dal Redentore, procedeva proprio dall'amara constatazione dell'imperversare terreno del male. Ma ben diversamente dal razionalismo religioso di Martinetti, per cui il male si staglia come realt pi vera del noumeno, l'istanza razionalizzante di Morselli si scontra con la dolente tangibilit di un male che non si presta a essere trattato sub specie teoretica (p. 17). Da questo grumo, contraddittorio e irrisolubile, di intelletto e sensibilit, nascono, gi in Fede e critica, momenti che, nella sovrimpressione alla materia saggistica di un sofferto contenuto emotivo-sentimentale, si ascrivono, di diritto, all'universo narrativo di Morselli, toccandone altissimi esiti, senz'altro fra i culmini raggiunti dalla sua arte. iil caso delle pagine dedicate a Il libro di Giobbe, il cui fascino stato rilevato da pi parti, fino a dirle 30 31 ssolutamente inedite nella storia di tutte le lette~ature religiose (Di Biase). Tutto il secondo capitolo del saggio si incentra su questo testo biblico, letto, in partecipe consonanza, come il grafico di una nostra biografia ideale, colta nella sua crisi risolutiva e, nel contempo, quale specchio in cui riconoscersi noi, uomini comuni e dal comune destino, che dobbiamo credere per vedere, e pei quali la sofferenza una realt irrefutabile e senza compenso (p. 54). Per cui agli eroi eponimi dell'umanit , i vari Ulisse, Faust o Amleto, si sostituisce, ben pi corposa, la figura di questo oscuro personaggio biblico che soffre con un'anima simile alla nostra, e dice le cose che anche noi ci siamo detti, le uniche cose veramente essenziali per tutti (ivi). Se l'attenzione a Il libro di Giobbe risale addietro negli anni, presente com'era nel dialogare di Sereno In verit la presenza del male in un

universo creato da Dio, mistero inscrutabile, come ben dimostra di aver capito l'autore del libro di Giobbe , p. 416), lo scrittore, in quel contesto, si dichiarava riluttante ai credi pi attraenti e consolatori, a cui non gli riuscito di serbar fede oltre un'ora di smarrimento (p. 179). Qui, invece, il salto compiuto e, dopo la bellissima parentesi delle annotazioni diaristiche del '42-'45--cui, fra l'altro, sono da ascrivere lucidi e disperanti fotogrammi di una guerra da catalogare e dimenticare come una delle pi (catastroficamente) stupide della storia , p. 103--, i capitoli successivi si snodano nelka fideistica accettazione del mistero: il mistero fa appello alla fede, e la fede come rinuncia a capire, mentre non tutta la religiosit, ne per parte integrante (p. 115). Di qui in poi, il discorso sulla fede di Morselli, non abdicando mai alla convinzione che la fede sentimento, ma, in ogni suo aspetto, anche un fatto intellettuale (p. 243), postilla accuratamente nei suoi vari momenti (la conversione, la bestemmia, la preghiera) una dimensione religiosa avvertita come " tensione", conflittualit, e a cui non estranea l'eco dell'agostiniano si crede a patto di comprendere e si comprende a patto di credere . Una fede, quella di Morselli, che si innesta in perfetta coerenza e senza determinare scarto alcuno, nel tessuto dei suoi valori laici--e nella Nota introduttiva lo scrittore 9i dichiarava un laico, nel valore meno fiero e pi preciso del termine , p. 11--, e si configura non solo come momento razionale ma anche come prassi sociale e intervento concreto nella vita comunitaria. Rifiutando in toto l'esperienza mistica quale celebrazione dell'io individuale nella coscienza del suo identificarsi col nume p. 406), Sereno, nel Dialogo IX, af~ermava: Quella del mistico la certezza che si congiunge allo svelarsi del mistero, mentre la fede certezza che ammette il mistero come tale. La mistica contemplazione, la fede movente all'azione. L'una non riguarda che l'individuo, l'altra anche comunicazione, messaggio: implica un rapporto attivo dell'individuo coi suoi simili. E colui che mosso dalla sua fede concretamente agisce, non pi solo il credente , uomo religioso; giacch il suo agire non pu svolgersi che sul terreno della socialit (e quindi della moralit) [ . . .] se la fede la guida o la luce, solo l'a~ione religio ( p. 418). Tematica ripresa, ma con diversa e pi interna focalizzazione, misurandosi diiettamente sul terreno della teoresi religiosa, nelle pagine di Fede e critica, in quel capitolo Conoscenza e inconoscenza dove si individua, al di l di false antitesi quali ragione/sentimento o speculazione/contemplazione, nella dicotomia fra teologia positiva (Dio conoscibile) e teologia negativa (Dio inconoscibile) la vera dialettica insita nella religione. L'ap-

profondimento degli interessi teologici di Morselli d'altronde comprovato dalla stesura, pervenutaci fra le sue carte in un unico volume con Fede e critica (il cui titolo provvisorio era, paradigmaticamente, Imparare a credere), di un altro saggio di tematica religiosa, Due vie della mistica, cui sar da aggiungere, sempre sul versante degli inediti saggistici, una Teologia in crisi (1968), nonch quella corrispondenza con teologi avviata nel 1959 e protratta per pochi anni, in quanto fatica inutile: non rispondono . I1 pi diretto frutto narrativo di tale ispessirsi della sua problematica teologica rinvenibile in Roma senza papa, la cui ispirazione prima sl senz'altro culturale, ma felicemente risolta nel ritmo cadenzato di un ironico divertissement. Da una parte un papa, ex monaco benedettino, che ha slocalizzato il Papato dalla tradizionale sede romana per ridurlo nella modesta e tranquilla area a-geografica di un paesino in prossimit dell'Urbe. Dall'altra, un clero che si muove su elicotteri personali e ne difende l'uso, per bocca dell'io narrante, contro la ricaduta nell'equivoco ascetico che confonde la vocazione attiva del clero con la morbida e rinunciataria vocazione mistica . In un ambiguo rifrangersi di ironie, cui non sfugge neppure la figura del protagonista-narratore, questi infatti ad affermare, nelle ultime pagine del libro: Trascurare le cose terrene pu forse essere utile al contemplatore, a noi nefasto. Se fossi un seguace di Meister Eckart, farei benissimo a non sapere quanto tempo e quanto denaro occorre per tenere lucido e lubrificato lo station-copter di famiglia, che aiuto possono dare alla bisogna moglie e figli eccetera. Come prete, mi indispensabile avere no2ione di tutto questo (p Parole che cadono, nel testo, in diretta premessa alla domanda, diffusa dai mass-media, se un papa proveniente, come monaco, dalle vie della contemplaaione per intraprendere quelle, meno comode, dell'azione responsabile e direttiva , abbia cambiato vita. Questi~ne ampiamente sulla scia del dettato di Fede e critica (cui risale anche il richiamo al padre del misticismo tedesco, John Meister Eckhart), e a cui, nel contesto narrativo, risponde da solo lo spontaneo equilibrio di un'esistenza che, appunto nella misura raggiunta, indica in questo anomalo personaggio papale uno dei possibili " eroi " dei romanzi di Morselli. La speculazione teologica portata avanti in questi saggi degli anni '50, e forte gi di un precedente travaglio critico, non si profila dunque mera prova documentaria della vastit, e profondit, insieme, degli interessi di Morselli, ma si configura decisamente quale indubbio sostrato e molla all'invenzione narrativa. iprendendo visione di tale retroterra che stato possibile definire il romanzo di Morselli non " romanzo intellettuale" o " conte philosophique ", ma " romanzo metafisico ", anzi " romanzo reli-

gioso", perch qual~iasi storia racconti sempre romanzo escatologico, che cio fa sempre i conti con l'aldil (Vigorelli). I1 realismo del Morselli romanziere soffre in effetti--alla pari della filosofia di Sereno--di vaste eccezioni, da decodificare al di l di un impianto apparentemente tradizionale, corroso com' all'interno da ben altre, divergenti, tentazioni, spesso di dimensione allucinatoria. Tentazioni tutte riconducibili, per via letteraria, alla vena ostinata di uno sperimentalista in proprio, mimetizzato dietro solide e tranquille strutture narrative ed un codice linguistico di amplissimo raggio, alieno da ogni inarcatura: qualit, insomma, che ben possono concorrere a creare uno scrittore " senza qualit ". Per una fisiol~gia del rapporto amoroso In antagonismo con le pagine saggistiche, e da queste, nel contempo, presagita, si apre, per gradualit di tentativi, la via al romanzo. Proprio alla fine degli anni '40 si pu infatti ascrivere l'avvio di due prove narrative, lo sconfessato Uomini e amori, risalente agli anni fra il '49 e il '58, e Incontro col comunista, di incerta datazione, ma rapportabile con tutta probabilit al periodo '49-'55, arco di gestazione, parimenti, della commedia L'amante di Ilaria, cui il romanzo appare collegato. Con Incontro col comunista, edito da Adelphi alla fine del 1980, siamo, per pi indizi, agli esordi del narratore, quasi alle prove di laboratorio di uno scrittore che, appunto, non ebbe giovanili folgorazioni e per cui il romanzo fu un traguardo di lenta maturazione, un sedimento lasciato dal tempo sul greto degli anni (Nascimbeni). Le strutture narrative sono qui tentate nel breve giro di un giornale intimo, steso, nel corso fugace di una primavera, da una protagonista-narratrice, intesa ad analizzare la propria scoperta dell'eros nell'imprevisto rapporto con un uomo estraneo al suo ambiente, un operaio, organizzatore del partito comunista clandestino. Siamo, infatti, sullo sfondo della Milano dell'ultima guerra, in un anno non precisato, ma da pi accenni ravvisabile circa nel '42, data anche la relativa distensione degli eventi. Ilaria Delange e Gildo Montobbio (nomina omina, come sempre sostiene Morselli), lei vedova quarantenne di un architetto, scrittrice di inoffensive storie d'amore, ricca e piacente, lui 34 35 trentacinquenne, chiuso, duro , con una maschera scabra e scontenta (p. 11), si incontrano in una corsia d'ospedale, dove Ilaria si reca su richiesta del figlio Roberto, combattente in Libia e legato a Gildo da una di quelle anomale amicizie nate sui campi di battaglia. Sullo scenario desolante di queste corsie affollate da soldati con l'aria corrucciata e

stupida di gente che non capisce perch ha fatto questo, perch ha combattuto e sofferto (p. 11) -- spunto antibellico ricollegabile alle inframezzate pagine diaristiche di Fede e critica--, si avvia dunque la trama di questa " favola sentimentale " di scontata schematicit, nell'incontro-scontro di due mondi antinomici: con te io posso sempre pensa re, mentre faccio l'amore, che sto lavorando un avversario (p. 100), suona una parca dichiarazione di Gildo a Ilaria. Due mondi ricongiunti, su avallo letterario, vulgatamente di lawrenciana memoria, da una sessualit rude, diretta, incontaminata, isolato potenziale di comunicazione per quelle monadi disperatamente chiuse in se stesse che sono gli individui. Nell'incontro sessuaLe con Gildo, destinato a farle scoprire il proprio corpo dopo le delicate schermaglie amorose col marito, Ilaria vede attuarsi quell' integrazione fra esseri elusa nei pi convenzionali legami del mondo borghese. Raffrontando infatti alla sua nuova vicenda d'amore il rapporto, di delicata sensibilit, con Sandro, il marito prematuramente scomparso, Ilaria scriver: Le dii~erenze di classe, d'educa~ione, di princ~pi morali sono un nulla, o quasi. Le uniche vere di~erenze fra gli esseri umani sono quelle che attengono al temperamento, e precisamente alla capacit affettiva. Sandro e io, legati com~eravamo da una quantit d'interessi comuni, siamo rimasti sempre impenetrabili l'uno all'altro, incomprensibili. Gildo comunica con me con un linguaggio che mi sarebbe chiaro ed e~icace anche se fossi nata nella pi remota parte del mondo, se appartenessi a un'altra civilt e a un'altra epoca (p93). La rivelazione di questo insospettato linguaggio dell'amore, da lei finora misconosciuto dietro le paratie degli spiritualismi borghesi, conduce Ilaria, in un percorso obbligato (e qui vorticosamente accelerato), ad abdicare totalmente al proprio essere d'individuo, riappropriandosi, gioiosamente, del tradizionale ruolo vicario femminile. Interpretando il proprio istinto amoroso nei termini di servit e ubbidienza ( io penso che si ama servendo, ubbidendo , p. 35), la protagonista compie intera la parabola dell'autoannullamento fino all'assimilazione di s al piano oggettuale: stato Gildo a rivelarmi che nella parte della donna ossia nella nostra subordina~ione, c' un incanto indicibile, l'unica possibile felicit. Le mie velleit di autonomia femminile sono un ricordo lontano, e che talvolta ha persino del comico [...] Questo il dono dell'amore, per me, per una donna: piegarsi, divenire uno strumento, essere dominata dall'esistenza di un altro. L'autonomia per noi il disordine, peggio ancora, il vuoto (pp 100-101). Le ostentate teorizzazioni di Ilaria sulla realizzazione della natura femminile solo tramite la sottomissione e la costrizione (donde, addirittura, la

maggior felicit nei periodi mestruali o nel tcmpo della gravidanza) risultano quanto meno provocatorie, nel loro massimalismo, sul versante degli anni ottanta, e per una pecca originaria di astrattismo, ascrivibile a una vena intellettualistica di configurazione del personaggio, restano il sedimento meno persuasivo e pi datato di queste pagine. Ma la vicenda di Ilaria, vissuta quale momento anomalo e di rottura dei propri schemi comportamentali, da rivisitare alla luce dei successivi approdi figurativi e speculativi del narratore. Quell' istinto di devozione totale, non mai soddisfatto (p. 67) individuato da un'Ilaria gi matura nel fondo di se stessa, quanto, nella sua paradigmaticit, ne riassorbe gli eccessi teoretici, configurandosi vero nodo focale di impostazione del rapporto uomo-donna, quale rivivr nella giovane figura di Mimmina di Un dramma borghese. Gli esiti esperiti da Ilaria, con travaglio autoanalitico, saranno infatti, ormai decantati, retaggio acquisito di una Mimmina che, con pi coerenza interna al personaggio, porter avanti analoga capacit di abnegazione totale di fronte all'uomo, investito di forte istinto materno. Non a caso, vi una scena che si ripropone nei due romanzi identica, di Ilaria che guarisce Gildo da un attacco febbrile con la protettiva vicinanza del suo corpo nel letto, scena omologa ad altra fra Mimmina e il padre. La meta, pi o meno fatta consapevole, ovviamente nella rassicurante quanto fittizia riattuazione di un microcosmo edenico, purgato s da ogni conflittualit, ma a tutto detrimento del dinamismo interno non solo dell'individuo abdicatario, n~, in definitiva, della coppia stessa, bloccata nella perfezione, solo sua, di una struttura di cristallo. La fuga riesce unico sbocco vitale, pur non aprendo, in positivo, alternativa alcuna. Ne saranno riprova le pagine, poi, de Il comunista dove la problematica del legame amoroso, anche se non pi centrale, perdura ritagliata nel pi vasto dramma di un'angosciosa incomunicabilit con i propri simili, tutti, sfaccettandosi nelle due figure femminili, la ex-moglie e la nuova compagna, entrambe carenti e non intimamente ricomponibili col paesaggio sentimentale del protagonista proprio per la loro abdicazione, al passo coi tempi,a quel salvifico istinto di devozione totale . Se i romanzi successivi, virando anche di impianto, vedranno accantonato l'interesse per il rapporto uomo-donna (ma un ultimo romanzo di Morselli, rimasto in abbozzo, si intitolava Uonna, cio uomo-donna), e le figure femminili, almeno nella loro qualit problematica, ne saranno rimosse, le pagine di Incontro col comunista impostano, tuttavia, uno dei problemi senza dubbio centrali alla meditazione dello scrittore, il rapporto interpersonale con le sue dilaceraaioni interne, di cui, paradigma privilegiato, si offre il legame conla donna. E gi qui, come poi in Un dramma borghese, la lezione stendhaliana, esplicitata tramite citazione, avvia l'attenzione dello scrivente a centrare la " fisiologia " del rapporto. C~osi il

piano narrativo di Incontro col comunista si scinde in una duplice dimensione, creando consapevolmente attriti e incongruenze confessate dalla narratrice stessa, intesa, da una parte, a vivere la sua anomala vicenda d'amore, dall'altra a vedersi vivere, e quindi ad analizzarsi e ad analizzare l'oggetto della sua passione. L'incompatibilit dei due schemi comportamentali stride sotto la penna, i;nvocando una giustificazione e una ricomposizione a posteriori, in nome dell'incongruenza stessa della vita, cui si contrappone la superiore, ma reinventata, armonia dell'arte: Questa mia vicenda ha due significati, l'uno che mi concerne in linea principale e che si esprime in termini di sentimento, l'altro che consiste nella' scoperta~' di Gildo e ha piuttosto un carattere analitico e psicologico. La borghese che s~innamora, e la borghese che osserva e confronta. Due temi, due intonazioni; e se invece di vivere inventassi, dovrei stare ben attenta a riunirli, a fonderli, a costo di sacrificare l'uno dei due. Ma la vita tutt'altra cosa, le nostre esperienze sono sempre composite, e da elementi discordi: e perci sfuggono al modulo rigoroso dell'arte. L'arte stilizza la realt, non la riproduce, vuole l'unit o la concentrazione, mentre la vita per sua natura molteplice e dispersivapp. 7~-74). Su tale falsariga, connessa a quel principio dualistico cui s'informa la speculazione tutta di Morselli, rinvenibile la molla prima di queste pagine, il concetto cio della fondamentale ambiguit del nostro esistere, per cui la vita non tale se non in quanto intessuta di antinomie irresolubili. Dalle pagine, talora incerte, di questo romanzo breve, emerge indiscutibile l'abilit di disegno dello scrittore nel creare figure affatto persuasive in un loro contraddittorio e incongruo rilievo, non ricomponibi1i, come sono, in un identikit rassicurante per certezza dei tratti. Ilaria, infatti, pare sdoppiarsi fra il personaggio travolto nell'incontrollato e libero fluire di un'esperienza affatto istintuale, e l'intelligenza critica, lo sguardo analitico che annota e giudica (sotto lo schermo compiacente del giornale intimo di una signora borghese) gli eventi e gli uomini, rapportandoli sul metro di una storia che tutti li riassuma e spieghi nel loro disagio ( Ma mi pare di sentire che la mia privata vicenda parte di un immenso evento, che si sta maturando e da cui io, Gildo,aggiani e gli altri piccoli personaggi di questa piccola storia saremo forse travolti, certo profondamente trasformati , p. 89). In tale direzione, Ilaria personaggio (femminile) anomalo fra gli altri di Morselli, in quanto, come voce narrante, vive un incontrastato ruolo protagonistico mai pi concesso dallo scrittore alle sue figure di donna, mentre, nel vissuto della vicenda, si ritaglia un ruolo passivo, di devota subordnazione e fin di reificazione. Alle successive pagine di Un dramma borghese spetter distinguere fra i due ruoli, scindendo il personaggio originario che da una parte dia vita

alla figura di Mimmina, dall'altra si metamorfosi in un protagonista-narratore cui spetta, stavolta, il ruolo analitico stendhaliano. Uno sdoppiamento che varr ad accrescere le distanze (assicurate sempre pi, in seguito, da appropriati filtri ironici) fra voce narrante e narrato, una volta trascelta l'angolazione maschile, tradizionalmente pi refrattaria al coinvolgimento emotivo. Quanto a Gildo, la sua radiografia, perseguita, in garanzia di obiettivit, tramite la convergenza di un duplice punto di vista--le lettere di Roberto e le pagine di taccuino di Ilaria--, rende, incisivo, il profilo, 38 39 limpido eppur impenetrabile, di un individuo d'eccezione, la cui peculiarit appunto in un' indole non semplice, non rettilinea )> (p. 21), comprensiva tuttavia (secondo il carisma degli " eroi " di Morselli) della ricomposta antinomia azione/speculazione. Proprio la complessit, mascherata di esteriore ruvidezza, su cui si struttura a tutto tondo la figura di Gildo, sar poi linfa vitale di uno dei personaggi pi statuari di Morselli,alter Ferranini de Il comunista, macroscopicamente richiamato da queste pagine non solo per analogia di stlhouette, ma, soprattutto, per la problematica che lo sostanzia. Il tema, infatti, della fede comunista, quale vissuta da un militante non esente da ironie e capacit critiche, nonch volont di autochiarificazione dottrinaria, da un individuo insomma, gi presagito intero in Gildo, un lavoratore manuale a giorno delle ultime teorie sociaii (p. 90). Gildo , insomma, il primo degli " uomini nuovi " destinati a imporsi sulla scena narrativa di Morselli e, pur restando in abbozzo rispetto al pi compiuto e emblematico Ferranini, ne condivide inaiterati i presupposti drammatici. L'emarginazione di Gildo rispetto ai nuclei protettivi del consorzio umano di donne, nella mia vita, molte e nessuna , confesser in incipit a Ilaria, suscitando in lei, di conseguenza, una piet irriflessa e profonda), la sua incapacit esistenziale ad aderire e a trovar riposo nel fluire quotidiano degli affetti, ne fanno un solitario, un isolato per eccellenza, che recupera la sua primaria ancora nella fede politica, unico vero point de repre della propria esistenza. Ma allo sguardo esterno e imparziale dell'osservatore (Ilaria, in questo caso~, la cui presenza sempre garantita nella pagina di Morselli, non mancano di affiorare-- accantonate, per ora, nella drammaticit della contingenza storica--le contraddizioni implicite nella transizione del comunismo dalla teoria alla prassi. Nel pi tardo contesto de Il comunista, non solo la dislocazione cronologica della scrittura, con la maturata esperienza degli eventi che ne consegue, ma pur quella dell'azione narrativa, slittata dagli anni della lotta clandestina a un pieno clima di destalinizzazione, giustificheranno il ritorno su tale tematic (unico esempio di " riciclaggio "

nei romanzi di Morselli) per un'ulteriore messa a fuoco del tiro. Si pensi all'assimilazione prospettata da Gildo fra l'organizzazione gerarchica cattolica e quella comunista ( noi dobbiamo seguire l'esempio della gerarchia cattolica [. . .] Ora noi siamo i " preti " di una nuova religione e dobbiamo fare come i preti cristiani , p. 52), dispiegata poi a pieno, nelle pagine de Il comunista, in quella irrigidita strutturazione del Pci in partitochiesa, destinata a creare perplessit e titubanza fra i militanti stessi. Ma ad affermarsi centrale, gi in questo primo romanzo, l'antinomia fra individualismo e comunismo, nella discussa possibilit di far convivere i propri connotati di singolo con i presupposti di una dottrina collettivizzante che tuttavia, nella prassi, denuncia l'esigenza di personalit-guida, di uomini, insomma, che incarnano proprio l'antitesi della dottrina per cui combattono (p. 96). Ed il compito di rilevare e ribadire l'insanabilit di tale dissidio, spetta ancora all'occhio esterno di Ilaria, vera coscienza critica del racconto e, alla pari di Nuccia de Il comunista, pi al riparo, in quanto donna, dall'incondizionata adesione fideistica a un credo politico: E con quelle sue caratteristiche cosl spiccate, cosl peculiari, si accorda, non so come, una fede che di quelle che tendono non solo a permeare una personalit ma a sopraffarla. Perch facile essere liberali, o cattolici, o positivisti, e serbarsi fedele a se stessi: ma non si pu avere le idee che ha Gildo sen~a sacrificare loro le inclinazioni, le abitudini, le anomalie che fanno l'individuo nella sua singolarit, nella sua insularit [...] O sono io che cedo alla vecchia tendenza romantica di scorgere dualismi e contrasti dappertutto? (p. 100). Lo schermo creatosi dallo scrittore tramite il personaggio di Ilaria si fa, specie in quest'ultimo interrogativo, estremamente labile: siamo qui, infatti, nel nodo della problematica poi de Il comunista, lungo una linea sotterranea di collegamento, dunque, che dal versante saggistico, gi comprensivo dell'antinomia individuo/collettivit, giunge alle pagine degli anni sessanta, discettanti su quel culto della personalit ineliminabile nella prassi. Pagine, infine in cui, con la creazione davvero magistrale della figura di Ferranini, il calarsi della problematica nella " forma " di un personaggio avverr senza sbavature, in una " colata" unica. L'aver assunto a ottica privilegiata quella femminile si propone certo quale malizioso mascheramento all'identificazione scrittore-narratore, mentre le pagine di Un dramma borghese, mantenendo, fra l'altro, l'io narrante in un protratto anonimato, concederanno al lettore, a priori, pi ampi margini di reinterpretazione. Al di l, tuttavia, di una rilevata istanza 40 41

dello scrittore a non proporsi in ruolo protagonistico, Ilaria non tarda a palesarsi quale doppio narrativo di Morselli, con cui, oltre a condividere le acuminate armi razionali di analisi e autoanalisi, spartisce (come con la gallleria di successivi personaggi) altre peculiarit, quali la " pigrizia", quel " fondo neghittoso " del carattere legato in particolare alla meteoropatia, o, ancora, l'interrogativo sul valore di un'arte contrassegnata dal dilettantismo ( Quando il nostro lavoro costituisce l'occupazione dei momenti buoni, e ci diventa penoso o impossibile nelle ore grige, non il caso di illuderci, esso dilettantismo, pi o meno elegante, pi o meno fortunato , p. 34). Si denuda cos, fin da queste pagine, il potenziale di autobiografismo sotteso alla narrativa di Morselli e posto d'altronde sul tappeto dallo scrittore stesso, sia pure in via negativa, quando, per bocca di Ilaria, insorge contro le chiavi autobiografiche troppo univoche usualmente sovrapposte alla fictio narrativa, giungendo quindi alla recisa a~ermazione che nessun libro, nessun'opera di un artista autobiografica, se non in un senso estremamente impreciso> (p 74) L'ovvio diniego dello scrittore verso il giocb puntuale e riduttivo degli smascheramenti su dati biografici, non contraddice tuttavia ad un'istanza proiettiva che in queste pagine, a differenza delle seguenti prove narrative, sl riversa su un intero prisma di volti, privilegiandone s alcuni, ma non in esclusiva. Basta riandare al ritratto di personaggi secondari, come Sandro, contrassegnato da una vena elegiaca, che gli toglieva quelle doti di durezza e di decisione che a un uomo sono indispensabili (p. 17~, e che, incompreso, creatura nata fuori stagione>, non aveva mai avuto vicino a s un uomo che dividesse le sue vedute, o le sue nostalgie (i discronia fra il singolo e il proprio tempo vissuta in prima persona dallo scrittore stesso. E, incidentalmente, a (:~aggiani, il galante editore di Ilaria, sono prestate parole che ben potrebbero attagliarsi a Morselli, e quasi farsi prefiguratrici delle pagine di 7~ive1 ti~nento 1~89, anche se, riferite al personaggio in questione, lo investono di carica polemica, dettate, come appaiono, da ossequio a moda letteraria: un'altra delle mie molte maniere di reagire a questo detestabile Novecento. Perch io sarei dovuto nascere prima che alle vetture di posta succedessero i vagoni-letto, prima che Verlaine tirasse il collo al sentimento (p. 55). Indubbiamente, il personaggio strutturato su pi pezze d'appoggio autobiografiche quello di Gildo, cui concorrono, addirittura, riscontri di macroscopica incidenza, se pi volte ne ricordata la madre, morta a quarant'anni di febbre spagnola, suggerendo immediato il rimando alla biografia dello scrittore. Ma di Gildo saranno da ricordare, in questa angolazione, pi tratti, dalla ritrosia temperamentale all'inquietudine sentimentale, fino all'amore per la natura, sentimento, in lui, di insospettabile autenticit e non certo di stampo

letterario o rivissuto su una mediazione roussoiana pronta a sconfessarsi nella prassi: La campagna lo attrae, alberi e cielo hanno un influsso sottile su di lui, una benefica eflicacia sul suo umore. Non avrei mai creduto che un uomo come questo, non sospettabile di romantiche tendenze all'evasione, sentisse cos profondamente il bisogno dell'isolamento, e che tanto potesse su di lui il contatto con la natura. E questo non a chiacchiere, come i miei amici borghesi, che conoscono Rousseau e si professano adoratori della libert e del plein air ma sono attaccati come ostriche alla trib, e non vivono bene che nel bel mezzo di Milano, Roma o Parigipp. 70-71). E gi qui, dichiarata, la polemica di Morselli con i membri della " trib", gli intellettuali a lui contemporanei, incamminati per strade pi battute, a lui totalmente aliene. Ne d'altronde riprova la situazione narrativa trasceltasi a impalcatura di queste sue prime pagine, una situazione gi tutta sua, che relega gli eventi storici a far da emblematico sfondo, in un brontolio CllpO e minaccioso, e porta invece sul proscenio i protagonisti, Ilaria e Gildo, ISssati nelle brevi sequenze di una fugace convivenza, nclle due camere di una casa di ringhiera dove Ilaria, lasciando il suo grand hotel, raggiunge Gildo per vivergli accanto. La situazione a due in un'atmosfera di isolamento e di tensione (qui dettata dall'irregolarit della vicenda e accentuata dall'attrito sociale e dalla militanza clandestina di Gildo, sullo sfondo di una guerra le cui tragiche occorrenze si riverberano sul destino dei singoli), cccasione narrativa privilegiata da Morselli, come poi ribadiranno le pagine di Un dramma borghese, e si offre in effetti ottimale a tracciare personaggi compiuti in se stessi, chiusi e ripiegati in una loro orgogliosa so~erenza, colti nei pi usuali e logori, e perci pi rivelatori, gesti del quotidiano. E anche, per questa via, I'approccio pi immediato al tema dell'altro, e dell'amore come 42 43 unico potenziale riscatto da un avido e mistificante egocentrismo: convincerci che gli altri hanno una vita che vale per s, che non in funzione della nostra neppure come occasione a dimostrarci che siamo " buoni " uscire di noi; in questo consisterebbe la bont. I1 mio affetto per Montobbio ne sarebbe un esempio? (p. 65), si chiede Ilaria, analizzando le valenze del suo nuovo sentimento per un altro essere. E, come Ilaria, anche Mimmina di Un dramma borghese llei, invece, scevra da volont autoanalitiche, sorretta com', senza tentennamento alcuno, solo da~ll'istinto) avr in mano la chiave di un'utopica salvezza a due, dispersa ancora una volta per l'impotenza affettiva dell'uomo che, con silente vilt, si sottrae nella routine di un'ulteriore evasione sentimentale. Diversamente da

Mimmina, travolta nella catastrofe dalla sua inarginata adesione al piano emotivo, Ilaria--in cui convergono le potenzialit di entrambi i volti femminili del successivo romanzo, Mimmina e Teresa--resta esente da esiti drammatici in forza delle sue risorse razionali e critiche che le consentono di riapprodare ai suoi usuali metri di esistenza, ricucendone la lacerazione. Silenziosamente avallando la propria storia come segnale di trapasso, individuale e generazionale, Ilaria ne esce riappropriandosi di un ruolo (nelIa transizione da madre a prossima nonna), alla cui luce la vicenda sentimentale con Gildo si chiarisce quale crisi del personaggio, momento da Morselli preferenzialmente fissato per cogliere il pi veridico volto dei suoi protagonisti. La chiusa del libro, conseguentemente, non tanto sul compimento narrativo, Ia scoperta da parte di Ilaria del tradimento di Gildo con la popolana Armida, quanto sul volto della protagonista, atteggiato a un tentativo di sorriso nel suggellare il proprio journal: non sorridere significa non vivere, e a questo diritto io non sono ammessa , frase su cui, incisivamente, si conchiude il ritratto di questo personaggio, sprigionandone ulteriori rifrazioni di ambiguit, sua precipua dote esistenziale. L'identit narratore-protagonista ottenuta da un io che non ha niente di memorialistico, ma si svolge come una sorta di diario mentale lucido e ricco di umori (Pontiggia), si protrae nelle pagine di Un dramma borghese, steso ai primi degli anni sessanta. Una struttura monologante che sar ribadita nelle ammiccanti pagine di Roma senza papa, per conseguire gli esiti estremi, nell'equivalenza ormai scoperta di autore-narratore-protagonista, solo nell'ultima prova, quella Dissipatio H. G. in cui lo scrittore accettava, infine, di misurarsi per intero sul terreno autobiografico. E per l'occasione, si creer appositamente uno scenario desertico, su cui confrontarsi, in un distruttivo vis--vis, con i mulini a vento delle proprie nevrosi di uomo del quotidiano. La storia assunta, in Un dramma borghese, a necessaria impalcatura narrativa richiede una lettura in controluce, atta a screditare, almeno in parte, il carisma del fatto, sconfessione su cui, in seguito, si viene ad impostare la brillante invenzione, punto di partenza di Contro passato prossimo. Le pagine saggistiche di Realismo e fantasia, pur avanzando contro-ipotesi storiche sull'evoluzione della nostra civilt se la reazione romantica non avesse segnato la diaspora dei valori illuministici, si arrestavano, come si visto, di fronte all'illegittimit (idealistica) di fare il processo alla storia. Alle pagine narrative sar invece concesso, pronuba la finzione, di non rispettare la sacralit dell'accaduto: Dopotutto, l'indipendenza dei fatti, da noi, non che presunta. La loro

prepoten~a assomiglia a quella delle dittature, si regge finch c' qualcuno disposto a subirla. E io non ne ho mai sentito troppo il prestigio [...] Due culture, due grandi popoli, hanno vissuto e pensato per fornire a me le armi verbali, precise e garbate, con cui ridurre alla ragione la dittatura dei fatti (pp 148-150). Le due culture cui 5i accenna (francese e tedesca) sono, in definitiva, rapportabili alle due componenti, latina e germanica, dell'anima " borghese" del protagonista, una figura di " doppio " usufruita da Morselli quale med ium all'approccio narrativo e, nel contempo, garante di obiettivit crltica: Sar che io sono solo un borghese. Di una variet composita, con le propaggini in un paese esatto e astratto, quello che ragiona, e sogna, sulla destra del Reno, con le radici in una terra che , se mai, armoniosa, concreta. Ma un borghese, un'anima ordinata e limitata, che tende a ridurre gli eventi a una scala modica e accessibile, la propria (p. 149). 44 45 Anche se, poco pi in l, di tale dimensione intellettiva borghese viene data pi spaziosa e benevola interpretazione, in chiave illuministica, di un illuminismo che, come si visto, si poneva per Morselli quale valore metastorico: il borghese, in altri momenti fu uno spirito critico; quel ridurre alla propria scala, che oggi mi sembra vilt, era un adeguare alla Ragione (p. 154). La smitizzazione del " fatto ", dunque, ridotto a ragione, ridimensionato nella sua prepotenza di oggettivit: eco che parrebbe rimbalzare da quel senso del possibile che l'Ulrich di Musil faceva prevalere sul pi comune e troppo diffuso senso della realt, messo in crisi, quest'ultimo, solo che <gli avvenimenti se la svignassero alla buona senza assicurare ancora una volta, come si deve, di essere veramente avvenuti (I, 44). Il richiamo al testo di Musil--momento obbligato di riferimento per certe pagine di Morselli-- d'altronde avallato, ce ne fosse bisogno, dal ritrovarsi fra le sue carte di un progetto di saggio, risalente gi al '49, abbozzato sotto l'indicazione Appunti per un saggio sull'Uomo senza qualit di Musil. Le ascendenze mittel-europee della propria cultura sono, del resto, a pi riprese sottolineate dal protagonista corrispondente da Bonn di un " giornalone " di Milano in cui facilmente ravvisabile Il Corriere della Sera>: spia, pur parziale, di un cauto autobiografismo, se Morselli stesso pubblic su Il Mondo , fra l'ottobre e il novembre del '54, due sue corrispondenze da Bonn.omunque, la radiografia di un intellettuale perseguita in queste pagine, in pi punti potrebbe coincidere con quella dell'autore stesso, una volta traslata la solidit umbra in quella emiliana:

Si, sono un italiano del Centro, con una surrettizia componente romantica. Non faccio nessuna fatica a restare immune da Freud, e insieme sono permeabilissimo a Liszt [...] La solidit umbra: s~, esiste. Ma diverse fumose, se non torbide, compiacenze, montando dal mio versante sullaittel-Europa, coesistono. Non senza danno ho consumato i miei ultimi quindici anni in gran parte fra Austria e Germania; la Sehr~sucht, ahim, stinge. Facile chiudere con una ironia; in realt questa contaminazione, su cui non avevo idee esatte, non mi rallegra (p. 79 e p. 124). Il r;conoscimento, in parte irritante, di non poter pi prescindere da quel familiare Deutschestum delle cose, delle idee, delle abitudini (p. 185) inalato a poco a poco, si coniuga con una superficiale nostalgia di esule eterno, e soddisfatto (p. 233), saggiata, dall'io narrante, durante una gita oltre confine, in Italia, che gli of~re il destro di osservare i suoi compatrioti con occhio esterno a distanza ironica. Un'ironia esercitata in dettagli di poco conto, non rilevati n rilevabili dal distratto e compartecipe sguardo quotidiano, ma piccole perle polemiche sulla caustica penna del corrosivo Morselli: [. . .] capisco d'essermi imbattuto in uno dei tanti " complessi " di un popolo che si fa credere semplice, la coscienza peccaminosa delle volutt dolciarie, tipica dei miei connazionali [...] Per un uomo, mangiare dolci in pubblico significa, in Italia, confessione di poca seriet, e di almeno vacillante virilitp. 234). Le pagine di Un dramma borghese si prestano, dunque, a drammatizzato scenario per la messa a fuoco di una irrisolta ambiguit, fra due diverse, e antinomiche, componenti culturali e esistenziali. Lo sfondo, aLieno, come insinua l'autore, a localizzarsi e antropomorfizzarsi in paesaggio , in panorama, quello della correttissima confederazione elvetica, platonico-alberghiera e pedagogica>, paese ammirevole, irrigato dal latte, dal glucosio e dalla libert che assiste alle vicende del mondo col piacere, onorevolmente egoistico, di esserne esenti (p. 148). Ma al di l del dcor e di un'asettica neutralit, il paesaggio svizzero offre, in questo caso, un altro volto, in intimo rapporto di interdipendenza con le connotazioni intrinseche alla vicenda: all'acquitrinio di una situazione stagnante, ben si correla un'atmosfera intrisa dal sentore delle foglie in disfacimento e dalle putrescenti emanazioni dei laghi lombardi, trasformati, nelle calme d'autunno, in paludi fumanti : La foschia s'infittisce [...] E il gusto di palude, quest'odore e sapore grasso, acquatico e vegetale, che vapora su, che m~impasta la bocca, che fiuto nella

vasca da bagno, nella tazzina del t, nella biancheria del letto (come se lavassero le lenzuola nel lago). IMa quasi peggio il silenzio (p. 103). Interprete, ossessivo e spossante, di un clima che incombe sui personaggi fino a condizionarne l'emotivit, lo struggente favonio, il cui alito, 46 47 pregno di inquietudini e minacciosi presentimenti, torner a gravare su altre pagine di Morselli, in Dissipatio soprattutto, dove, ad una delle vittime, si offrir ad esoterico segnale dell'imminente fine dell'umanit. La decomposizione ambientale favorta dal Foekn tetro e perverso che softia sull'anima, ammorbandola, apre, d'altronde, a una dimensione " altra", di subitanee chiarificazioni, interdette al disattento sguardo quotidiano. La " sanit " dell'esistenza, nella prepotenza delle luci e dei colori , ottunde infatti i nostri precari margini d'attenzione, gi sopraffatti di continuo dal prevalente fissarsi sulla categoria dell'utile. Solo un'incombenza atmosferica, sfatta e disgregante, ovattata in metafisico silenzio (e vengono in mente i magici silenzi autunnali sul lago di Zurigo, quali evocati dalla penna di Walser), pu essere premessa allo schiudersi quasi di un " terzo occhio" che si illumini improvvisamente sulla routine dei giorni: Viene dentro dalla finestra una mezza luce lattescente, filtrata dalla nebbia. Una chiarit ferma e neutra, la versione visibile del silenzio. Gli oggetti della camera ci levitano con metafisica leggerezza, freddamente esenti dal peso. Anzi, bisognerebbe dire: da ogni dimensione che non sia il tempo. J'er capire come tutto sia durata, ci vuole una luce cos~, oltre all'assenza di suoni e di movimenti. La sempiterna foschia di questo paese in questa stagione mi sembra, stamattina, una condizione preziosa, indispensabile per impormi la percezione di una realt essenziale sebbene nascosta (p. 117). Emerge gi da qui la vera chiave di lettura della vicenda, non certo coincidente n tanto meno esauribile in un'ambigua relazione padre-figlia spinta ai (non valicati) limiti dell'i~ncestuoso. La trama, nella sua banalit appunto " borghese ", incentrata com' sull'ovvio di un tab ancora fra i pi awertiti, si pone a schermo di un grafico tutto interiore, occasione, ma pi pretesto, di autoscandaglio. L'istanza autobiografica sottesa quella di fare i conti col proprio protagonismo, chiaroscurando di s la duplice posizione di uomo fra gli uomini -- donde il rilievo dato al rapporto con l'altro e, in particolare, con la donna--, e di intellettuale fra intellettuali: in entrambi i casi, comunque, posizione di isolamento e di emarginazione, compiaciuta o sofferta che sia.

~teniamo dunque alla storia: un padre, quas cinquantenne, e una figlia diciottenne si ritrovano improvvisamente, dopo anni di non-rapporto, in una prima vacanza insieme sul lago di Lugano, vacanza che si trasforma, per lo stato di semi-malattia di entrambi, in una reclusione a due in camere comunicanti, in una situazione di isolamento che, favorita dall'atmosfera lacustre e dalle tenere espansivit della ragazza, scivola sempre pi nel morboso. Tota~lmente aliena da qualsiasi ammiccamento malizioso al lettore, la narrazione, sempre rigorosa, affonda piuttosto in un'umana geologia [. . .] desolata e " franosa " (Nascimbeni), protraendo la scena, con persuasa ostinazione, nel chiuso, soffocante, di una camera d'albergo. iqui appunto che si esercita la vena intimistica di Morselli, la cui bravura, come stato notato, nel reggere la sfida con i tranelli della monotonia , facendo di quella stanza una zattera con un carico di voci e di destini . Spezzato il cerchio magico della separatezza, il ritmo narrativo ha invece dei cedimenti, l dove la solitudine a due si interrompe con l'apparizione sulla scena di un'altra figura femminile, un'amica della figlia, con cui il padre stringe una fugace relazione, nel tentativo di sottrarsi allo spettro, sempre pi tangibile, dell'incesto. Pi che rispondere a una calibrata dinamica strutturale, I'episodio si offre, ancora una volta, in una privilegiata valenza simbolica, quale oggettivata trasfigurazione di recidivanti impossibilit interiori, esemplate sul paradigmatico rapporto con la donna. Nel pi vasto quadro di una dolente incapacit di comunicazione con gli altri, ascrivibile gi a un background di familiari ruvidezze I miei genitori mi respingevano a scappellotti [ . . . ] La mia famiglia ha fatto di me un uomo la cui feLicit nel bastare a se stesso , p. 40), la figura femminile si staglia quale l'estraneo, il diverso per eccellenza, un essere di fronte al cui inesausto bisogno di integrazione del reale (p. 96), l'uomo, nel vantato retaggio delLa propria loicit, si pone, fra l'incuriosito e il meravigliato, a rilevarne comportamenti per lui indecodificabili. Di qui l'esigenza di una prudente presa di distanza, che connota il legame del protagonista sia con la moglie, morta in un incidente dalle mai ben chiarite occorrenze, sia con l'attuale compagna, quella Hilde con cui scambiare il sabato pomeriggio piaceri piuttosto modici, oltre che metodici (p. 26). Il rapporto, di impronta nettamente materno-coniugale, offerto invece dalla figlia, Mimmina, spaventa, pi che per il sotteso 48 49 incesto, per il carattere di possessivit con CUi si impone, per la disponibilit sentimentale che dispiega in modo esclusivo, compiendo quindi dei raid, vere e proprie incursioni nel campo di quell'io che esibisce, quale dignitosa autodifesa, il proprio teorizzato egoismo. Spia di uno status ormai fagocitante, la rottura del registratore, colpevole, per Mimmina, di

sottrarle l'attenzione e l'interesse paterno: gesto che prelude a una totale prevaricazione a~ettiva, creando forzosamente, intorno alla figura dell'altro, un vuoto in cui affermare, imperiosa, la propria dedizione. Tale il legame che Mimmina, in un'ingenuit comportamentale antecedente ogni colpevolizzazione, tenta di imporre al padre, pur anch'egli consapevole, in oisancorati momenti di riflusso emotivo, come di qui potrebbe davvero passare una via di salvezza a due ( la coppia umana comunque assortita, l'uomo con la donna che dividono il silenzio di una camera e il caldo di un giaciglio, formano una societ primordiale e conclusa, la sola in cui si dia complementarit piena e spontanea, dunque la condizione, almeno della stabilit , p. 41). Salvezza inattingibile perch troppo estranea ai vulgati schemi del rassicurante quotidiano, e a cui solo si pu forse pervenire, favolisticamente, in forza, allegorica, di paradosso, come nel caso della Liza cli Flaiano metamorfosata in cane fedele, personaggio di cui Mimmina seml)ra presagire pi di un aspetto: Per la prima volta vicino a un mio simile ho la certezza, riservata, dicono, a chi possiede l'affetto del proprio cane, ho la penetrante certezza di essere al centro di una vita [...] La mia intimit, dico la mia intimit intellettuale, condannata, come lo la mia fisica libert [...] Avevo il senso della morsa che si chiude senza scampo, una lucida, amara paurapp. 105 e 188). La reazione di fuga del protagonista dall'ossessione di un rapporto che neutralizza ogni centro esterno d'interesse, assume a diversivo una relazione con l'amica della figlia, Teresa, ammirata per il suo (apparente) scarto rispetto all'emotivit femminile, alla carenza di logica e di razionalit individuate con insofferenza in Mimmina: Mi piace in questa ragazza il rigore logico quasi maschile, sebbene espresso in termini approssimativi e velato d'immaginazione [...] Un'indole, grazie a Dio, temperata, forse per un predominio dell'intelligenza su altre facolt pi femminili (pp. 192 e 194). Le coordinate letterarie di tali posiaioni sono offerte dal protagonista stesso, quando, fra i libri del suo bagaglio, annovera, oltre a Montaigne, I' ispiratore , e a Lucrezio, anche lo stendhaliano De l'Amour, la cui lettura ritmer l'evolversi della vicenda. E se qui il testo di Stendhal appare fra i pi recenti alla lettura, non altrettanto pu dirsi per Morselli, se il De l'Amour rientrava fra i suoi livres de chevet gia, esplicitamente, nelle pagine di Realismo e fantasia--comprensive pur del fenomeno della cristallisation --, ma, ancor prima, affiorava, e in esatte citazioni, nel saggio proustiano. Ora, nel contesto di Un dramma borghese, il difruso

richiamo a Stendhal -- gi significativamente inserito nelle pagine di Incontro col comunista--, pu ben essere usufruito a connotare, senza margini di incertezza, la posizione dell'io narrante di fronte ai comportamenti della figlia. Nonostante l'individualit dell'anomala esperienza voglia dissuadere dal muoversi sulle tracce di precedenti letterari, il vizio intellettuale del protagonista non sapr esimersi dall'opporre alla devozione di Mimmina la propria curiosit di spettatore , volta all'analisi di una fisiologia, appunto, dell'amore. In tale contesto, la dialettica ragione/ emotivit, base antinomica del rapporto uomo/donna, pur ascrivibile com' a una larga circolazione culturale--e di un'antitesi che si risolve in complementariet potrebbero essere ispiratrici anche le pagine di Aut-Aut, tanto pi che Kierkegaard , per avallo di citazione, fra i testi di Morselli --, pare qui definirsi quale intenzionale calco stendhaliano, puntualmente rapportabile alle pagine di De l'Amour: Una donna non pu essere guidata da quell'abitudine ad essere razionale che io uomo, contraggo forzatamente nel mio ufficio, lavorando sei ore al giorno, a cose fredde e razionali. Anche fuori dell'amore, esse sono inclini ad abbandonarsi alla loro immaginazione, ed hanno abitualmente dell'esaltazione [...] Le donne preferiscono le emozioni alla ragione [...] un uomo non pu dire quasi nulla di sensato su ci che succede in fondo al cuore di una donna sensibile (Libro I, cap. VII e VIII). Anche il protagonista di Un dramma borghese denuncia, nei confronti 50 51 della donna, analoga incap~cit e rinuncia di comprensione ( ero ancors un ragazzo, non conoscevo che una o due coetanee, e avevo capito che, di quel mondo, non avrei capito n tentato di capire mai niente >~, p. 53), fino ad opporre, all'inargina~ile irrazionalit femminile, una disarmata passivit. Atteggiamento che tuttavia non si pone unidirezionale, esclusivamente orientato verso l'altro sesso, ma si complica in una vera e propria senilit emotiva, rilevabile in una generalizzata impossibilit a lasciarsi sentimentalmente coinvolgere ( Io che ignoro il corpo a corpo con le passioni, e mi godo a usare con le idee generali. Io che non amo l'amore, che mi so innocente prima di tutto perch mi so innocuo , pp. 276-77). Tale ruolo di spettatore disincantato di fron,te al brulicare delle passioni altrui, tale sclerosi dei sentimenti , per dirla con lo scrittore stesso, frutto non tanto dell'et, quanto di un'innata disposizione d'animo alla pigrizia, allo stare a guardare, al cautelarsi preventivo che sfocia quindi in incapacit a integrarsi con gli altri. Il frustrato desiderio di integrazione nella societ dei suoi simili -- e integrazione termine di altissima frequenza nel lessico del protagonista-- destinato a trovar

compenso nel rapporto con gli oggetti, chiamati ad animare della loro vita e del loro calore riflesso un microcosmo dep~uperato di contatti umani. I1 circuito emotivo si salder dunque con le piccole, le buone cose del quotidiano: un vino rosso del Sud, la fantastica accensione cromatica di certi molluschi in un acquario di Amburgo, i libri prediletti, o, ancora, la browning calibro 7 e 65, che [. . .] gli tiene dietro da vent'anni, guerra e pace , o la portatile e il registratore a nastro, modesti strumenti del suo itinerante mestiere, attenti, discreti (p. 28). Rapporto privilegiato con le cose che nasce da uno stato d'animo di laminazione , da un diuturno logoramento operato dalla noiosa uniformit di un destino da cui sono esclusi la gioia schietta, seppure breve e irriflessa, e il piacere animale, fisiologico, dell esistere. Se appare scontata la chiave autobiografica, altrettanto macroscopico il rimando alle pagine di Realismo e fantasia, nei termini di una estroversione intesa come dipendenza totale non solo dagli oggetti ma anche dalla natura, in una forma, ormai 6enile e nevrotica, di meteoropatia. Il processo mimetico cos attuato fra l'individuo e l'ambiente, qui accentuato fino a una prospettiva di modestia affatto " vegetativa ", perviene alla frantuma~ione e alla conseguente stratificazione dell'io che, permeato da molteplici esperienze, emozioni, idee (e si ricordino le suggestioni operate sul critico dalla proustiana Recherche), trova il proprio indelebile punto di riferimento nell'invariabilit oggettiva del corporeo. L'indicazione qui operante come risolutiva di Lucrezio, quel Lucrezio il cui materialismo sostanzioso rimane un'ncora in me~zo al frastuono delle ideologie (p. 27) e la cui lezione, spesso sottesa al dialogare di Sereno, veniva da questi gi usufruita traendone, pur in diversa accezione, una locuzione, sensile , volta a esprimere un apporto dall'esterno, un'accessione di sostanza al soggetto che sola ne determini la coscienza (Realismo ecc., p. 83). In un ostinato itinerario alIa luce dei " lumi ", nella ricerca dell'approdo razionale, l'unica certezza raggiunta dunque la fisicit dell'esistere, a cui ci si restringe pur nel rischio di decurtare il proprio orizzonte umano a vantaggio di quello meramente fisiologico. Verso la fisica tangibilit delle cose si realizza, tuttavia, una capacit di compenetrazione in profondo ampiamente compensativa delle carenze di< adesione verso i propri simili: Sono un borghese, senza l'impronta gregaria della specie. Mi diversifico, almeno in questo: in una societ di esseri dall'attenzione " orizzontale ", la mia dirittamente verticale. Mentre dilagano gli istinti difEusivi e dispersivi, la parola ridotta a stimolo acustico, le immagini, i suoni, ogni attivit di relazione degradata al livello turistico del percepire fine a se stesso, sono uno dei pochi

che concentrino i loro interessi; e cio, che ne abbiano. Uno dei pochi diciamolo, emotivamente intensi, in questo speciale e implausibile significato aperti alla visione in profondit. Mancanza di adesione? Oso dire che sbaglia I'amico Von Sch., sbaglia mia figlia, se mi giudica cos (pp. 28-29). Lo slittamento dell'attenzione dagli uomini alle cose, vissute in una dimensione, pur non univoca, di " correlativo oggettivo ", dunque il segno di un'attenzione diversa da quella messa in atto dalla massificata civilt borghese, il cui grado di compartecipazione in realt assai scarso, disperso in troppi rivoli, fino alla smaccata supercialit della percezione. La polemica di Morselli col proprio tempo non si riprospetter pi in termini cos diretti e didascalici nei successivi romanzi che, se si esclude Il comunista, si serviranno dell'allegoria fantapolitica, del divertisseme~1t o della profezia apocalittico-ironica per velare il proprio atteggiamento dissenziente e far sentire la propria voce " altra " nel frastuono, appunto, di ur~a parola ridotta a stimolo acustico . In questa prospettiva, le pagine di Un dramma borghese si rivelano estremamente chiarificatrici, in quanto apprestano, in forma di lucida autoanalisi, il canovaccio preparatorio della produzione seguente, il retroterra insomma delle vere e proprie invenzioni di Morselli. Il romanzo, dunque, se narrativamente rappresenta un modo di disporre e ordinare le carte per proiettarsi quindi verso una propria, originale, inventivit, si offre, d'altra parte, quale momento di preziose verifiche tematiche, qui saggiate, con una ripetitivit quasi ossessiva, al limite dell'esaurimento, per riassumerle poi, senza ridondanza alcuna, in una loro levigata essenzialit. Di qui una funzione essenzialmente di " filtro " svolta da questo romanzo, esplicativo ponte di collegamento gettato fra il versante saggistico e quello narrativo: ulteriore riprova, del resto, della lettura in controluce inerente a queste pagine, davvero non identificabili nella cronaca di un ostentato complesso di Edipo. A evitare ta]i fraintendimenti, l'istanza al " tutto in luce " propria allo scrittore, lo induce a ribadire pi volte la propria avversione alla teoria della libido- la morale delle glandole --, recisamente respinta in nome di una libera scelta dell'individuo e della sua conseguente responsabilizzazione etica. Cos l'infastidito rifiuto del freudismo, creatore di un alibi di comodo, l'inconscio, in cui affastellare le nostre fin troppo coscienti responsabilit, comporta un altro tipo di autoanalisi fondato essenzialmente sull'esigenza della nettet e perseguito in virt di lucida introspezione. Siamo sempre, come si vede, sulla linea di Stendhal, di un'autoanalisi lontana dai narcisistici moduli romantici e, invece, anatomicamente condotta in stretta contiguit con i raziocinanti schemi illuministici. L'affnit avvertita da Morselli verso i procedimenti stendhaliani--e stendhaliano appassionato sar anche uno dei personaggi-chiave di Contropassato

prossimo, Walter Rathenau -- si spiega abbastanza facilmente con la vicinanza dello scrittore francese agli illuministi ma, in specie, agli idologues, la cui polemica conflittualit verso il montante fenomeno romantico doveva ben riuscire gradita all'autore di Realismo e fantasia. E con la vena autobiografica, appunto, di De l'Amour, commista com' a elementi romanzeschi e filosofici, Morselli doveva rilevare una non accidentale sintonia, anche lui, come Stendhal, avviatosi su esordi saggistici e pervenuto al romanzo in anni non pi giovanili. Cos, al protagonista di Un dramma borghese--ma anche ad altri dei successivi romanzi--, si pu perfettamente attagliare quanto stato osservato sui personaggi delle pagine autobiografiche di Stendhal, personaggi-ombra che si configurano come altrettante oggettivazioni dell'Io in funzione conoscitiva (S. Moravia). Sulla base di un'istanza etica all'autoanalisi come igiene dell'io, si snoda quindiin queste pagine di Morselli, un monologo dove l'esigenza all'autochiarificazione trova, in un'ambigua situazione esterna, il necessario disorientamento, la perdita, cio, dei confortanti punti di riferimento cari alla nostra usuale (ma ottundente) esperienza. Il dramma , in questa luce, acquista intera la sua dimensione di momento patologico che spezza la routine del quotidiano, presupposto ineliminabile a un sondaggio nel profondo, a quel musiliano bisogno di ri~assare e lubrificare il motore che chiamato introspezione (I, 39), e che, ne!la fattispecie, conduce a un rendiconto finale del proprio rapporto con gli altri e con se stesso. Non a caso, la situazione anomala creatasi con la figlia prende proprio avvio da un'insorgenza patologica, una semi-malattia di entrambi, che li rinchiude in un microcosmo a due e li obbliga a una forzosa integrazione, elusiva dell'intera umanit. E la malattia-- un banale attacco reumatico per il padre, una febbriciattola, postumo di un'operazione di appendicite per la figlia--diventa alibi e strumento a conseguire quello stato totaie di reclusione che, solo, pu essere matrice di concentrazione e da cui lo~icamente, I'uomo di oggi, superficiale forse per istinto di difesa , rifugge anche nei conventi, anche nelle prigioni, sentendovi la condizione dell'intensit, un modo di essere opposto e mortale al suo (p. 87). Da una situazione di stacco dagli usuali metri di esistenza--e segnale se ne fa la sospensione del tempo che si affloscia come le ali del pipistrello (p. 13)--, emerge una nuova chiarezza interpretativa, alla cui luce ritratteggiare anche la propria immagine di intellettuale, emarginato membro di una trib con cui tuttavia si riconosce, a malincuore un'omogeneit sostanziale di tratti. Ma i consuntivi si moltiplicano, dai pubblico a! privato, investendo, a ritroso, con nuove angolazioni, i nodi, soffocati, della propria esistenza, ad iniziare dal rapporto con la moglie

sulla cui morte, oggi, si infiltra il dubbio del suicidio, complice lo sguardo retrospettivo della figlia, reagente capace di prestare nuove sfumature agli accadimenti quotidiani. Il suicidio, tema su cui Morselli ritorna, quasi ad acquietarvisi poi definitivamente in una crescente familiarit -- e un articolo sul suicidio era gi stato pubblicato, nel '49, su Il Tempo di Milano, mentre agli anni fra il '56 e il '63 risale un inedito Capitolo breve sul suicidio--, si propone fra i nuclei della sua meditazione, anche se qui, invece di toccare direttamente il protagonista, si proietta sulle figure femminili che lo circondano, la moglie, appunto, e poi la stessa figlia. Incombenza da cui il protagonista rifugge, tentando di esorcizzarla, ancora una volta, coi lumi della ragione: La fragilit nervosa, la neurastenia di mia moglie. No, niente di questo. Potevo ben tenermene sicuro, ne avevo ampie, intime ragioni.i la mania che ci domina, di far dipendere ogni crisi, ogni malessere, da guasti del sistema nervoso. E di pi, quest'altra debolezza (a sua volta di estrazione romantica) per il suicidio, la tendenza a giustificare il suicidio, a vederlo anche dove non c' stato (pp. 86-87). Cosl, riandando a un ricordo di guerra, un atto di autolesionismo del suo attendente, amputatosi due dita della mano per sfuggire alla partenza per l'Ucraina spiegher la denuncia da lui fattane quale irritata reazione all'espediente scelto, poick I'autolesionismo ha del tracotante, pateticamente, e dell'esibizionistico persino quando si occulta, e perci non merita simpatia: dalle forme larvate e ingenue, al suicidio (p. 177). Ma le barriere difensive erettesi intorno con diuturno e tenace esercizio di ragione, sono destinate a cedere improvvisamente nell'esito tragico della vicenda, il tentato suicidio di Mimmina, presagito, sin dalle prime pagine, dai segnali sparsi con discrezione nel narrato. Le immagini finali si snodano in un'allucinata sequenza, in cui il protagonista, cercando inutilmente l'ospedale del ricovero, si aggira smarrito fra l'oscurit e la nebbia, portando avanti, in tale ansioso girovagare, un esame di coscienza sui suoi rapporti con la figlia e, pi in generale, con 1'altro, individuato nella recriminante figura, indelebile al ricordo, del suo ex-attendente. Analoga scena torner nelle ultime pagine de Il comunista, quando Ferranini, in una Filadelfia metamorfosata dalla neve e da uno sciopero in deserto surreale, si sperde nel buio, tentando di raggiungere l'ospedale dove si trova la moglie e rischia l'assideramento e il collasso, avendo, anche qui, sbagliato il luogo del ricovero. La sovrapponibilit delle due scene testimonia del ricorrere, in Morselli, anche su identici moduli, della metafora del labirinto, estrinsecazione dell'impossibilit a raggiungere l'altro, I'oggetto del rapporto. Labirinto di cui i suoi personaggi non possiedono

infatti il filo d'Arianna, e sul quale la vittoria, anche se c', illusoria: a vittoria sul labirinto mi sorprende e non mi conforta , detto nelle ultime pagine di Un dramma borghese. Altro punto di contatto con le tematiche de Il comunista qui l'emergere, in un gioco di specchi presente/passato, del ricordo di un viaggio, fatto da Vienna all'Argentina, alla notizia della morte della moglie, atroce viaggio atto a rivelare la propria attitudine a reggere in senso puramente materiale (p. 287): pendant, dunque del viaggio di Ferranini da Roma a Filadelfia per rivedete la moglie che ha tentato il suicidio e che si risolver in un fallimento i cui contrassegni sono invece qui significativamente recuperati gi sul versante del cedimento fisico. L'allegoria espressa in tale tematica, la ricerca infruttuosa dell'altro attraverso il viaggio e il labirinto, si esplica nelle pagine di Un dramma borghese, nel monologo protratto dal protagonista nel suo disperato vagare in un circolo chiuso, in cerca della figlia, rivisitando i suoi rapporti con lei e, in via riflessa, con la moglie, o, pi in generale, con la donna. I due episodi, infatti, il tentato suicidio di Mimmina e il dubbio incidente occorso a Carla, la moglie, si rivelano infatti immagini speculari del proprio fallito rapporto con l'altro sesso: ~Ii dicevo: bisogna che tu ti affatichi sperduto qua dentro, che arrivi allo sfinimento e alla desolazione, e se tu esci di qui o no non ha importanza: importa chiarire a te stesso, gradualmente e con pena, la tua parte, capirla. L'oscurit fisica mi pareva l'esteriorizzarsi di un problema comune a lei e a me, i cui termini possedevo solo iop. 288). Conseguentemente, l'uscita dal labirinto intende solo saldare il giro della metafora e non certo presagire ipotetiche soluzioni: l'ultima pagina si chiude quindi sul vuoto esistenziale e narrativo, l'angosciosa e lunga attesa del chirurgo che operi Mimmina. 56 57 Il dramma si coscompiuto, ma, piuttosto, al di l di un pretesto narrativo dalle ancor non ben calibrate strutture, si conchiuso l'autoritratto perseguito dallo scrittore, con minimo scarto rispetto al suo personaggio-ombra . Con l'esclusione di Roma senza papa, dove, tuttavia, il ricorso alla prima persona avr altra funzione, di lineare impronta cronachistica, bisogna arrivare all'ultima delle sue opere, quella Dissipatio H. G. scritta alle soglie dell'effettuato suicidio e lasciata a testamento narrativo, per ritrovare un monologo che sia segnale di confessa identit fra I autore e il proprio personaggio. Il protagonista di Un a'ramma borghese Si accosta anche per un altro verso a quello di Dissipatio:

entrambi sono anonimi, come se lo scrittore avesse titubato a mascherarsi dietro pseudonimo o avesse cos inteso indirettamente testimoniare la propria identificazione col personaggio. Ma se in Dissipatio Morselli avr ormai trovato il proprio sentiero e sapr trasfigurare la propria vena di saggista e moralista in chiave allegorico-ironica, nelle pagine di questo romanzo l'istanza autoanalitica, la volont di chiarire e di chiarirsi il proprio ritratto, non esente talora dallo psicologismo, finisce per mortificare le strutture narrative. Annotazione da proiettare, a maggior ragione, a ritroso, sull ancor meno maturo terreno narrativo di Incontro col comunista, dove la tendenza a entificare, (e astrarre) --che poi ritroveremo nel Ferranini de Il comunista, a contraddirne il pragmatismo --, si dispiega massiva, fino a minare la volont di racconto. Il gusto brillante e sapido delle trs~vailles deve ancora nascere: per ora siamo scopertamente fino alla puntigliosa esibizione delle proprie ascendenze culturali, sui terreno del romanzo-saggio, dove il mlange fra plot, autobiografia e saggismo esita a trovare il suo punto di equilibrio narrativo. Le figure del reale Scritto nel corso del '64, Il com~nista, storia di un deputato del Pci, Walter Ferranini, e della sua crisi etico ideologica, fu restituito all'autore dopo esser giunto acldirittura alle seconde bozze. Pubblicato quindi da Adelphi nel 1976, suscit subito un " caso ", pi ideologico tuttavia che letterario, per il quadro analiticamente perseguitovi delle strutture del Pci in clima di destalinizzazione. La storia ha qui per protagonista un militante comunista di Reggio Emilia, anzi del vicino paese di Vimondino, genuino elemento della base (p. 11) che, dopo anni di impegno nell'organizzazione delle cooperative agricole clel Reggiano, eletto deputato, si trasferisce a Roma, avviandosi, secondo il suo stesso giudizio, a una vita da pensionato. Abituato infatti al contatto politico vivo e immediato, umano, della base (p. 11), Ferranini si treva spaesato sia nell'ambiente della capitale che alla Camera, dove la funzione gregaria tipica dei deputati di un grande partito qui facciamo i coristi a bocca chiusa , scrive a un amico) lo lascia inoperoso, con ampi spazi da dedicare finalmente ai suoi studi, perseguiti con l'accanimento e la puntigliosit dell'autodidatta. Il parlamentarismo, da sempre estraneo alla sua lotta politica--se, ai tempi della legge-truffa, aveva definito, con una certa enfasi, Montecitorio come il " luogo dei punti " della bugiarda democrazia formale (p. 12)--, resta una realt aliena alla sua natura tutta pragmatica e verbalmente parsimoniosa, tanto da bollare la Camera nei termini di chiacchierificio nazionale . Figlio di un anarchico, instradato dal padre al culto di Sacco e Vanzetti, ma dali'esempio di questi (e dalle

lettere che Vanzetti scambi col padre, nei giorni della prigionia), avviato all'alveo socialista, Walter vede svanire il sogno della sua giovinezza, la laurea in Biologia--donde la protratta attenzione a Darwin--, per la morte prematura del padre, nel dicembre del '29. Da quel momento ha inizio la sua faticosa vita di operaio, destinata non solo a connotarlo ideologicamente, ma pur a segnarlo fisicamente, decidendo del suo stato perenne di miocardico recidivante . Poi il fuoriuscitismo, prima come militante nella guerra di Spagna, poi in cerca di lavoro nella mitica Parigi, e, quindi, la grande esperienza, l'America, con le sue mostruose capacit di inglobamento e di assimilazione ( la potenza di peristalsi che caratterizza la societ borghese , p. 72), in grado di trasformare il giovane socialista, cultore delle tombe di Sacco e Vanzetti cui si era recato come in pellegrinaggio, in uno zelante impiegato di una ditta di coloniali. Qui, una rapida 58 59 carriera lo americanizza sempre pi, fino al matrimonio con la figlia del principale, Nancy, culmine della parabola e, nel contempo, avvio alla sua fase discendente, segnata prima dalle incomprensioni del rapporto, poi dalla partenza di Nancy e dalla definitiva rottura, prodromo al frustrante ritorno in patria. Questo il " privato " che sta alle spalle del personaggio, rivissuto neiash-back della memoria o nel frammentario racconto, a contraggenio, fattone all'attuale compagna, Nuccia. Nel presente della narrazione--siamo nel 1958--, Walter, ormai all'et di quarantaquattro anni, vive, con scarso impiego di inaridita passione ( per l'amore io sono finito da un pezzo , p. 278), una relazione con Nuccia, ex-partigiana, moglie separata di un industriale, oculato e influente iscritto del Pci. Emarginato all'interno della citt come in parlamento, pressoch sconosciuto nei corridoi di via delle Botteghe Oscure, passa la maggior parte del proprio tempo rinchiuso nella sua stanza d'affitto, ristudiando scrupolosamente Marx e Engels riga per riga e aggiungendovi (particolare di non poco conto, per l'epoca) gli scritti marxiani giovanili. Senza mai tuttavia abdicare alla giovanile cotta darwiniana, sulla cui spinta aveva anche imparato il russo per avviare una corrispondenza con il famoso Oparin, e che oggi riemerge nella volont di coniugare l'Engels delle trattazioni scientifico-naturalistiche con i testi dei grandi naturalisti ed evoluzionisti, Edward Drinker Cope, Hugo De Vries, Marx Baldwin. Siamo dunque in linea con una costante speculativa di Morselli l'istanza alla mediazione culturale, alla complementariet dei binari dei sapere (base prima del suo dilettantismo ), nell'umanistica convinzione, di un umanesimo riciclato tramite il pensiero di Banfi, che " a premio e conforto dello studioso che si d la pena di andare a fondo, linguaggi e orientamenti in ultimo devono concordare, integrarsi" (p. 33). E se a

questo si aggiunge quell'ambizione, cosanomala, anzi aberrante per un ruvido pragmatista come Ferranini, a entificare (e astrarre) , appare gi come Morselli non abbia poi tanto deviato, nella strutturazione psicologica di questo personaggio, da una sua silhouette ormai preferenziale. Si parlato, per Il comunista, di prodigiosa immersione in una realt estranea e sfuggente-- la gigantesca sfinge comunista dell'epoca togliattiana --, controprova dello straordinario mimetismo unanimemente riconosciuto a questo scrittore, in una societ letteraria dove spesso si scrive lo stesso libro (Nascimbeni). E indubbiamente la trascrzione di una precisa realt politico-ambientale in fotogrammi di totale credibilit narrativa e la resa del personaggio (che pare abbia avuto un ispiratore reale in un amico emiliano di Morselli, iscritto al Pci), depongono a favore di una camaleontica capacit di presa diretta dal reale. Anche se questo calco dal vero-il talso perfetto non distinguibile dall'originale di cui si parlato per le ricostruzioni storiche dello scrittore--non costituisce qui certo il privilegiato e concluso oggetto della focalizzazione, bensl una mera cornice funzionale, entro cui Ferranini, al di l delle militanze politiche, si allinea, senza scarto alcuno, agli altri personaggi di Morselli, tutti, come ha notato Manganelli, dei testimoni, dei cartelli indicatori che guidano alla situazione, al problema, a quel frammento di metafisica putrefatta e travestita che il vero centro di questi romanzi. Al di l della gi accertata omogeneit di tratti rinvenibile col personaggio di Gildo, si giustifica cosampiamente anche la sostanziale affinit di connotati dispiegata, fuori dal cerchio del contingente, col protagonista di Un dramma borghese, la cui esperienza monologante indubbiamente servita a Ferranini come materiale per riuscire nell'operazione fallita dall'altro, costruirsi in personaggio a tutto tondo. Anch`e ad apertura de Il comunista ci troviamo repentinamente di fronte alla crisi di un uomo di mezza et, indotto ai consuntivi e ai ripensamenti da un'occasione di stasi, un subitaneo afflosciarsi negli accelerati ritmi del quotidiano: ottica in cui i banchi di Montecitorio, pur nel loro implicito rimando a una realt di tutto spessore, assolvono funzione analoga ai nebbiosi laghi lombardi (e, d'altronde, anche per i non pi giovani Gildo e Ilaria le reciproche contingenze, storiche e affettive, favorivano la stasi e inducevano l'angoscia della transizione). Pigramente al margine di se stesso e soverchiato da una montante stanchezza, Ferranini registra pi di un debito col suo immediato predecessore, ad iniziare dalla consapevolezza che, per giudicare analiticamente quanto ci coinvolge, siano ideologie, siano passioni, per vedere, insomma, molto paesaggio , non c' che starsene in vetta all'albero, zum Wipfel stehen; una frase che lo aveva colpito proprio in una lettera di Marx (p. 34). E anche Ferranini vive, sentendosene irreparabilmente segnato, una scissione di s in due anime antinomiche,

esemplate su due paesi, due concezioni di vita ( L'America, dolcezza o rabbia, ce l'aveva ancora nel sangue , p. 150) conviventi in lui come due lembi di esperienza disgiunti e stridenti, due volti di se stesso separati dall'oceano e disperanti di ogni saldatura. E in questa dimensione che Walter, alla pari dell'io frantumato di Udram;~a borghese, attesta il proprio disagio esistenziale, la sua condizione di emarginato, di insoddisfatto, di irrequieto, la sua piena modernit, insomma, di personaggio la cui dissociazione non pu essere ricomposta da alcuna sintesi razionale, giacch si pone come valore di progresso, di avanzamento verso soglie di sensibilit pi acuta, di comprensione pi ampia, di partecipazione pi larga (Guglielmi). Il lieve sentore di eresia ideologica in cui proprio lui, spesso peccante di eccessivo rigorismo, cade nei confronti del partito, non costituisce dunque uno scarto di fede o prassi politica, bens un mutato modo di espressione della crisi del personaggio, qui attagliata all'universo compresso e brulicante di un forte partito proletario in travaglio di transizione. Il deviazionismo di Ferranini, lungi dall'essere ideologico, pu, se mai, definirsi esistenziale, rapportato com' all'intera umanit, a presentire quell'isolamento del singolo che, ragione prima gi del personaggio di Gildo, acquister a pieno i suoi connotati tragici nell'apocalittica invenzione di Dissipatio H. G., dove vittima prima si staglia il sopravvissuto. E Walter stesso, d'altronde, sui lucidi moduli di una quanto mai parca e scabra introspezione, qui decurtata di ogni frangia di psicologismo, a illuminare il proprio volto di uomo parabolico , la cui vita risponde solo a un disegno di parabole strette, ascensioni erte, iniziative e speranze e poi, inevitabile, la caduta (p. 63). Non sorprende, quindi, rintracciare, in questo personaggio schivo e introverso, la medesima sofferenza nell'approccio al reale patita dall'io monologante di Udramma borghese. E di questo retaggio si coglie subito facilmente uno dei segni distintivi, e macroscopici, nel fallimentare rapporto con la donna, esperito ancke qui prima nel legame coniugale, poi, in guardinga parsimonia, con la nuova compagna. La donna, le cui istanze autonome di individuo restano affatto aliene a Walter, si staglia per lui come essere appartenente per eccellenza alla sfera del privato, collegato unicamente all'istanza amorosa. Di qui il conflittuale rapporto con la moglie, la cui esigenza di proiettarsi all'esterno e misurarsi con i problemi della collettivit vissuta da Walter come rifiuto e negazione non solo di un ruolo tradizionale, ma della stessa natura femminile: C'era generosit nel donchisciottismo di quella donna cosl poco fatta per l'amore (e in fondo--giudicava Ferranini senza amarezza--cos poco donna) (p. 253) Mi vergognerei se sentissi il bisogno di rendere partecipe una donna (p. 214), afferma Mazzola, giovane militante in piena crisi di dissenso ideologico, appellandosi, invece, alla rassicurante identit maschile

di visuali e di metri del compagno Ferranini. E questi, a sua volta, recrimina la propria carenza di virilit per esser ricorso, in un subitaneo bisogno di confidenza, al materno conforto di una figura femminile: Lasciarsi rimproverare, lasciarsi compatire. Siccome non aveva trovato Nuccia, ecco che prcndeva quest'altra, si scaricava con quest'altra. E le donne lui preferiva, comunista da canzonetta! Dopo l'esempio di Mazola, un Mazzola che era capace di non dire una parola a sua moglie nel momento pi tragico (p. Preconcette categorie gi accertate sul retroterra narrativo di Morselli e, del resto, afatto inerenti all'" ottusit " generazionale e sociale del personaggio, come, anche, storicamente estendibili a un'ottica femminile in faticoso travaglio evolutivo. Cos Nuccia, donna degli anni cinquanta, destinata continuamente a scontrarsi, nel pubblico come nel privato, con ostacoli e incomprensioni frapposti al proprio compiuto realizzarsi di perso~a, rimane prigioniera di un mortificante contesto sociale, su cui emergere tramite una vantata autoidentificazione coi pi vulgati modelli maschili, validi, anzitutto, per la propria fiducia in se stessa: Le resistenze interne, quelle per cui si distingueva dalle sue simili (cos le era parso sempre), le si sfaldavano a una a una, quella sua ostinazione nel ricostruire, il suo istintivo dominio dei nervi. Non era che una donnetta, come tutte (p. 205). E chiara l'appartenenza di Nuccia alla medesima tipologia femminile perseguita da Morselli in Teresa, quella figura di donna che egli sente pi vicina, in quanto armata (in superficie) degli strumenti logici propri del mondo maschile, di contro all'stintualit e irrazionalit tradizionalmente deputate alla donna e, dallo scrittore, paventate quali segni tangibili di 6 1 63 un'inaccessibile alterit.n queste pagine, tuttavia, il carente rapporto con l'altro sesso, pur nella rilevata emergenza di connotazione, non si staglia prioritario, ma concorre a sfaccettare l'insoddisfacente rapporto col reale del personaggio, la cui incapacit decisionale si profila come segnale della sua connaturata inadattabilit al mondo esterno: decidere; che la condizione e la sostanza del vivere, adesso se ne rendeva conto con tristezza e dispetto. Ci che invece lui cercava era il rinvio o, piuttosto, la sospensione (p. 353). Cosl il rapporto con gli altri--tutti, ben pi di lui, in sintonia e al passo con le cadenze della realt -- si configura improbabile, nella difficolt a instaurare un'amicizia che diventi effettiva, tangibile e, al di l di affettuosi compatimenti, si imponga su un'inveterata nebulosa di abitudini >(p. 254).

Le ultime pagine del romanzo con l'improvviso viaggio in America, I'arrivo in una Filadelfia surreale, lloccata dalla neve e dallo sciopero dei trasporti, l'angoscioso girovagare fra la foschia e il blizzard alla ricerca dell'ospedale dove ricoverata Nancy, se ricalcano uno schema gia esperito nel finale di Un dramma borghese, rispetto a questo si complicano di sovrasensi, alludendo non solo alla frustrata ricerca di rapporto con la donna, ma, pi in generale, all'inappagato tentativo di recuperare finalmente uno scopo esistenziale, di ricomporre la propria frantumata personalit. La subitanea partenza di Walter per l'America, alla notizia del grave malore della moglie, risponde a un provvidenziale richiamo che, nel momento di crisi attraversato, pare stagliarsi quale alternativa risolutoria e proporre, illusoriamente, un ritomo globale alla propria identit, recuperabile in una giovinezza smarrita oltreoceano. L'altrove geografico coincide dunque totalmente con l'altrove dell'anima, in cui finalmente ricostruire, nella sua armonica interezza, lo scomposto puzzle della propria immagine. Ma gi l'arrivo disillude, ribadendo la vanit dei nostri pellegrinaggi nostalgici ai luoghi e alle cose tra cui vivemmo, in cerca del tempo andato>? (Realismo ecc., p. 290): anche se, come dir proustianamente Nancy, la nostra vita fatta di passato (p. 352), si tratta di un passato irrecuperabile, irripetibile. Il volto dell'America che, in un fluttuare ambiguo e contraddittorio di sentimenti, aveva accompagnato Walter per tutti gli anni della lontananza, si presenta ora realisticamente squallido, nell'angoscioso isolamento dell'individuo entro un contesto fagocitante, quale esplicitato dalle parole di un altro emarginato, il portoricano ubriaco che soccorre Ferranini durante il suo attacco cardiaco: Tutti soli, qua ci sono unit e non uomini. Ognuno un pezzo staccato e non entra nella vita di un altro. Con i loro sindacati, le loro associazioni e brotherhoods [~] Ognuno nel suo fortino, ognuno chiuso a tutti gli altri [...] Ci sono tutte le libert, c' anche questa, di non vedere il tuo prossimo quando non c' convenienza a vederlo (pp. 322-324). L'America, che Morselli non aveva mai visitato, vi~e tuttavia in queste pagine in immagini di sobri e credibilissimi contorni, ma soprattutto, si scopre luogo-simbolo, proiezione del proprio desertico paesaggio interiore. Cos il viaggio, la trasvolata oceanica, facilmente decodificabile nei termini di viaggio-ricerca, non solo di una figura di donna smarrita e rimpianta (perch identificata nella propria giovinezza), ma dell'altrove, della possibile, ipotetica, alternativa. E se l'incontro con la moglie si riveler fallimentare, in quanto entrambi ricercavano nell'altro solo un'epoca della propria vita, il passato appunto di cui siamo consustanziati (e urge, allora, ricordare nuovamente il retroterra di critico proustiano qui

rifruito in altra veste), un incootro tuttavia si avvera, nel rapporto con un medico, Newcomer, che dedica ra ai malati un'attenzione viva e comuni cabile, penetrante, in cui si negava il suo pratico scetticismo di uomo non molto convinto dell'umanit degli uomini (p. 331). In questa figura di medico non ancora quarantenne, figlio e nipote di pescatori di aringhe> (p. 331)--connotazioni, per lo scrittore, atte evidentemente a investire di positiva concretezza il personaggio--, si delinea una delle divinit tutelari del microcosmo narrativo di Morselli, quasi ininterrottamente presente nella sua parabola di favolatore, fino alle ultime, fantasmatiche apparizioni nelle definitorie pagine di Dissipatio. L'incontro con Newcomer non implica tuttavia alcuna palingenesi: la parentesi americana si chiude su un malinconico rientro in patria, una volta consumata, nell'impietoso scontro col reale, l'ultima consolatoria alternativa. Gi Newcomer, nel suo intuito dettato da simpatia umana, si era reso conto al primo sguardo che quel malato non aveva volont di guarire, si era staccato dalla vita (p. 331) e, pur senza esplicite conclusioni, vari segnali sparsi nel 64 65 narrato fanno presentire che il domani di Ferranini, da noi lasciato in volo verso Milano e con la prospettiva di un ritorno a Vimondino, non sar lungo, e forse un suicidio (o, pi probabilmente, un lasciarsi morire, un lasciarsi andare a uno degli attacchi del suo male recidivante) sar il conseguente suggello di un totale smarrirsi dei punti di riferimento vitali. Questa la parabola dell'uomo, il corso obbligato di una crisi che consuma i propri moduli tragici lungo l'inavvertita routine del quotidiano. Attorno a questo grumo soffocato dell'io, Morselli, stavolta, ha per ricostruito tutto un mondo pulsante e pensante, fatto di uomini pubblici, di organizzazione concreta, la vita, insomma, di un grande partito e, di riflesso, la vita italiana di quegli anni. Siamo nel Pci del 1958--ma, pi probabilmente, come osserva Lombardo Radice, degli anni fra il 1956 e il 1964, comprendendo quindi nel presente della narrazione anche quello della scrittura--, nel Pci, dunque, immediatamente successivo al " non dimenticato" 1956, anno miliare nella storia interna del partito, comprensivo, come fu, del XX congresso del PCUS, dei fatti d'Ungheria nonch del proprio VIII congresso. Si quindi dato apertamente corso alla via italiana al socialismo ed stata ufficialmente " protocollata " una destalinizzazione verso cui le pagine di Morselli registrano la difiidenza serpeggiante ancora nella base ( Ferranini,--interruppe una voce-bada che in Sezione il ritratto del compagno Stalin noi ce lo abbiamo ancora! , pp. 58-59), e su cui, senza scarto, si inscrive la voce del rigorista Ferranini ( E se aspetti che io ti dica di levarlo, aspetti un pezzo , p. 59). Uno dei nodi centrali del dibattito che emerge dall'esigen-

za di un nuovo rapporto, nelle societ dell'Est, tra masse e gruppi dirigenti, consiste appunto nello smantellamento del culto della personalit, Leitmotiv si anche delle meditazioni di Ferranini ( Ma il problema, si stava dicendo Ferranini, consiste nel combattere il culto della personalit (della propria!) negli stessi capi, o aspiranti tali >~, p. 40), e gi criticamente avvertito da Ilaria, ma la cui genesi speculativa, come si visto, va direttamente rapportata al retroterra filosofico di Realismo e fantasia, in cui solo trova a pieno la sua vera focalizzazione problematica. Ma, oltre ai revisionismi interni del dopo-Stalin, pi elementi concorrono a segnare un quadro del Pci in crisi di trapasso, fra vecchie e nuove certezze, fra rimpianti delle vecchie intransigenze e apertura a un " nuovo corso ", in cui coesistono tuttavia certe asperit dell'antico. I~)a una parte dunque, un processo che per Ferranini e, pi drammaticamente, per il giovane Mazzola che uscir dal partito, fondando un gruppuscolo leninistastalinista, significa una contaminante scesa a patti con lo spirito e l'arrivismo borghese: oggi con la destalinizzazione non c~ un ripiegamento, nella lotta contro il mondo borghese. C~ l'infiltrarsi di questo mondo borghese, della sua mentalit, in noi. Non nemmeno l'armistizio, la pace, la pacifica coesistenza mentre il nemico ne approfitta (p212). Dall'altra, le analisi di Nuccia, cui spetta, come donna, denudare, con una sensibilit pi attenta e vulnerabile, la prevaricante intrusione del partito nel privato dei militanti e la sua ingiustificata pretesa di disciplinare anche la vita affettiva dei compagni, dettandovi severe norrne censorie, fino a configurarsi, conseguentemente, in partito-chiesa: La Sezione non una parrocchia. Forse, ma il partito per una chiesa. Una volta tanto, bisognava dare ragione ai giornali borghesi che lo definivano a quel modo. E io, pens, faccio all'amore con un vescovo [ . . . ] Lei aveva capito benissimo che il diritto transige sui peccati degli uomini, non meno che la morale corrente o la religione. Ma c' una chiesa severa, una morale a cui i peccati non sfuggono, e in quella chiesa lei era entrata, e, cosa pi grave, ci apparteneva il suo amante. E come, ci apparteneva.In quale posizione, con che fedelt (pp 169-170 e 207). Non un caso, comunque, che tali rilievi sulla vita interna al Pci del dopo-Stalin, indagati con occhio che, se vuole rimanere esterno, non certo ostile, non siano direttamente legati al personaggio di Ferranini, la cui appartenenza al partito, alla sua realt sia ideologica che, per cosl dire, fisica, indiscussa, bensi ascritti a figure di contorno. Si tratta pur sempre,

tuttavia, di figure intimamente connesse al protagonista, fin al coinvolgimento affettivo, tanto da poter anche essere viste quali parziali proiezioni della sua coscienza. Ma sia Mazzola che Nuccia, alle cui analisi appunto dato porre in luce a Walter stesso (renitente all'ammissione) le carenze interne al partito, sono in realt, pi che E3ersonaggi dotati di vita 66 67 autonoma, tipo~ogie cui affidato un determinato ruolo: Mazzola, giovane e quindi intransigente per eccesso di ideologismo, Nuccia, donna e quindi personaggio deputato per eccellenza al versante dei sentimenti. iproprio questa angolatura del romanzo, d'altronde, ad aver sollecitato molte delle recensioni che hanno accolto il libro, privilegiandone, appunto, l'ottica politica. Chi ha sottolineato la strutturazione del Pci in partito-chiesa e ha paragonato il dissidio interiore di Ferranini tra fede marxista e sue realizzazioni all'intima tragedia dei migliori tra i preti modernisti all'inizio del secolo (Jemolo). Chi ha invitato i comunisti a ribattere sull'immagine del loro partito data da Morselli, giudicandola, dal canto suo, non solo affascinante , ma anche efficace ed apparentemente veritiera (Gorresio). E il dettagliato intervento di Lucio Lombardo Radice su Rinascita (16 luglio 1976) cadeva appunto a porre da parte comunista gli opportuni " distinguo", denunciando, nel quadro reso da Morselli, pur <del tutto privo di ar~imus anticomunista , il suono falso di certi elementi di sottile, e insieme profonda incomprensione , imputabile all' inquinamento anticomunista della vita italiana in quegli anni. Ma anche disconoscendo l'effettiva rispondenza storica di alcuni rilievi, si poteva concludere affermando che [...] la sensazione di uno stabilizzarsi del lavoro quotidiano del IPci in una specie di routine (anche le lotte possono diventare routine), del di~ondersi di una certa stanchezza politica e ideale, nel '58 del racconto che il 1965 della scrittura, qualcosa che [...] Morselli intuisce con acume.i il momento di quiete che precede le scosse e le tempeste del 1966, del 1968, del 1969: dell'XI Congresso, della rivolta studentesca, della crisi del Manifesto. I~a storia vera e propria di anni cos vicini ben di~icile, forse impossibile, farla, ma uno dei compiti degli scrittori di fantasia [...] proprio quello di consegnare allo storico di domani quelle atmosfere >che non possono essere ricostruite da n~ssun documento materiale. Lasciando dunque ai protagonisti di quegli anni, direttamente partecipi e immersi in quella realt, fare un come eravamo , recuperando eventuali analogie e discrepanze con lo scenario di Morselli, qui importa appunto sottolineare il sapore realistico dell'atmosfera ricreata dallo scrittore e

l'elevato grado di affidabilit narrativa raggiunto, pur misurandosi con la pericolosa contemporaneit di una storia ancora allo stadio di cronaca e di personaggi appena adombrati dal ricorso allo pseudonimo. Dietro Olindo Maccagni infatti Togliatti, un Togliatti fatto segno dalle incoercibili istanze proiettive di Morselli, se, sui banchi di Montecitorio, legge gli Essais di Montaigne; dietro Mauro Longo e dietro Pisani , probabilmente, Terracini. Ma ancora, senza maschera alcuna, pi personaggi del reale, politici e non, calcano la scena narrativa, in un sorprendente effetto di " presa diretta ", da Nenni, a Leone, ad Alberto Moravia. Ma il nodo centrale della problematica sottesa a Il comu~ista non sta tanto nelle tensioni interne alla vita di partito, quanto in una questione di ordine etico-ideologico che Morselli, vivendola fortemente in proprio, presta alla meditazione del suo personaggio, anche stavolta dunque fortemente intriso di autobiografismo. Il problema che travaglia Ferranini, stridendo con i presupposti della propria fede marxista, e su cui si produrr un (pur lieve) attrito col partito, sar la questione del lavoro e della natura maledetta di questo, insanabile da alcuna ideologia. Su questo argomento, scriver un articolo, dal titolo Il lavoro, il mondo fisico, l'alier~azior~e--titolo anaIogo a un progetto di saggio compreso fra gli inediti di Morselli e strettamente contemporaneo alla stesura del romanzo --, commissionatogli, occasionalmente, da Moravia per la sua rivista Nuovi Argomenti , su cui, il caso di ricordare, proprio nel '56 appariva la famosa intervista di Togliatti, avviando il dibattito sulla costruzione del socialismo in URSS e sulle degenerazioni riscontratevi. L'articolo di Ferranini, su cui soffia polemica 13 stampa borghese, conduce l'autore in odor di eresia in Via delle Botteghe Oscure, ma il " processo " intentatogli da una commissione disciplinare si concluder, con umiliazione dell'imputato stesso, in un banale richiamo per incauta, e inconsistente, presa di posizione in linea teorica (p. 296). Ma i travagliati termini del problema cui Ferranini non trova sbocchi, continuando, tuttavia, ostinatamente a misurarvisi, travalicano certo il rapporto col partito e investono una dimensione esistenziale, attuale nella societ capitalistica come nei paesi socialisti. Parlando, infatti, in un suo viaggio in URSS, con alcuni operai sofferenti di gastrite nervosa per il rumore dei macchinari cui sono sottoposti, Walter si riconferma sul carattere maledetto del lavoro, contro la cui cruda fatalit nQn valgono frontiere di sorta, neppure quelle fra sistemi. Ed qui che gli studi biologici si saldano a quelli marxisti, contrapponendo alla promessa di palingenesi a questi sottesa l'ineluttabilit di una tragica costante implicita nell'esistenza, la lotta, mai esauribile, contro la realt ambientale. L'antagonistico dualismo fra esseri viventi e mondo inorganico istituisce, infatti, una perenne " lotta di classe " della vita contro la realt fisica in cui si afferma (a dispetto di cui si afferma)

(p. 154), per cui alla prassi marxista sar so]o concesso cambiare il letto all'ammalato , levandogli le sanguisughe che lo succhiano, senza poter, con questo, mai guarirlo definitivamente. Nel 1964 us presso Bompiani la traduzione italiana di un libro, edito nel 1958, di Hannah Arendt, Vita activa, e chi gli fu accanto ricorda che Morselli ne fu talmente colpito da regalarne copie agli amici. L'assunto del saggio, l'idea di un progressivo assoggettamento dell'uomo alla condizione di animal laborans , secondo un processo avviato sin dall?antichit, al momento stesso dell'abolizione della schiavit, doveva indubbiamente attrarre Morselli che vi poteva ben riscontrare una conferma, ritagliata su un'ottica pi particolareggiata, della sua dolorosa visione di un'esistenza in perenne travaglio. La stirpe umana costretta a vivere nell'assillo continuo del bisogno, della malattia, della guerra (p. 20), la consapevolezza che in ogni regione del creato il dolore e l'ingiustizia si congiungono Alla vita; epidemie e carestie, guerre e stragi imperversano [. ..] la paura e la desolazione sono diffuse intorno a noi (p. 41) e che nessuna creatura vivente sfugge al dolore, irriducibile dunque all'antropocentrica giustificazione del peccato originale, sono tutte, infatti, osservazioni di Fede e critica che preludono da vicino alla stesura dell'articolo di Ferranini. Che vi abbia poi potuto contribuire anche la suggestione del libro della Arendt fuori dubbio, anche come avallo a incanalare questa sofferta materia di neditazione nell'alveo di un'ideologia politica che promettesse un alleviamento delle sofferenze umane. Del resto, come per il saggista di Fede e critica la dicotomia Dio/male veniva a porsi sl gi~antesca, ma per la sua stessa sussistenza portava infine sulla strada indiscussa della fede, per Ferranini, in modo del tutto analogo, la coscienza dell'ineliminabilit del dolore umano, riscontrabile nella costrizione al lavoro, non si pone in insanabile antinomia con la realt marxista in cui si sente calato e si riconosce, ma, se mai, in posi~ione di contrasto dialettico: se ci rifletti, il discorso di Ferranini in un certo senso marxiano. Marx non si sarebbe arrestato di fronte a una conclusione per il fatto che fosse negativa, o poco consolante (p. 159), afferma Amoruso rivolto a un comune collega, nel corso di una delle reiterate discussioni fra loro sul tema dell'onerosit del lavoro. Amoruso personaggio importante nel gioco di specchi che si determina fra Walter e quanti gli ruotano intorno, secondo i canoni di un protagonismo che vigeva gi in Un dramma borghese, nella costruzione, in fondo, di un'unico personaggio cui gli altri concorrono a prestare sfumature, destare riverberi. Amoruso , non a caso, il compagno e collega

deputato che, in virt della propria professionalit--ulteriore conferma della presenza tutelare, accanto ai protagonisti di Morselli, di una figura di medico, pi o meno in ombra--scende con Ferranini sul terreno, caro a entrambi, della penosit del lavoro, ineliminabile anche dall'ideologia socialista, e ne condivide le conclusioni fino ad attestargli la sua solidariet pur all'indomani del dibattuto articolo e delle polemiche da questo suscitate. Non a caso proprio Amoruso, in quanto, per la sua diversit di estrazione sociale, per la sua connotazione di borghese e di intellettuale impegnato e " illuminato ", diverge da Ferranini tanto da costituirsi figura a questi complementare, quasi maieuta (o ulteriore " doppio " dello scrittore) che aiuti il protagonista a maturare il proprio pensiero, nella dialettica creatasi fra ideologia politica e ragioni esistenziali. Un analogo attrito afiora, tuttavia, nelle stesse elaborazioni marxiane, nella contraddi~ione implicita tra il perseguimento di una societ basata sul lavoro -- la configurazione a tutto tondo dell'animal laborans--e la fugace promessa, presente nell'Ideologia tedesca ( Non si tratta di liberare il lavoro ma di sopprimerlo superandolo , Parte I, vol. III) e poi in alcuni accenni del Capitale ( il regno della libert comincia l dove cessa il lavoro , vol. III, cap. XLVIII), di un affrancamento totale degli uomini dal lavoro. L'indicazione e il suo inquadramento prospettico provengono direttamente dal libro della Arendt, e di qui possono ben essere state fi]trate nelle pagine de Il comunista ( Marx, gi nella Ideologia Tedesca accenna alla eliminazione del lavoro [. . .] un accenno su cui non si insiste, visto che una promessa che nessuno potrebbe sognarsi di mantenere , pp. 156-157). D'altronde, l'a~ermazione presente in Vita activa che il 70 71 fardello della vita biologica [...] opprime e consuma lo spazio vitale specificamente umano tra la nascita e la morte (p. 124), conferma l'analoga genesi speculativa dei due testi, entrambi centrati sui termini di una diuturna lotta fra uomo e natura. Per Ferranini, il lavoro questa lotta, contro una natura che giganteggia, su chiara eco leopardiana, quale presenza minacciosa e incombente, realt nemica per eccellenza: e Leopardi, come attestano gi sia il Proust del '43 che, poi, i saggi di Fede e critica, autore presente a Morselli proprio sul versante speculativo. Vita activa (The human condition, nel titolo originale), saggio di indubbia suggestione, se, ad esempio, affiora citato gi in un libro del '63, Libera nos a malo di Meneghello, si profila, dunque, in stimolante rapporto di contiguit con molte pagine de Il comunista. Talora, anzi, queste paiono quasi tendere a un dialogo a distanza con le tesi della Arendt come nel caso del ruolo attribuibile alla tecnica nella lotta fra uomo e natura, o nella distinzione fra un lavoro di immediata deperibilit--per

Amoruso il lavoro dei lavoratori --e uno di portata duratura--il lavoro come studio, invenzione, decisione --. Per Morselli doveva, tuttavia, funzionare gi in proprio l'attrattiva di misurare il proprio pensiero con una realt ideologica che si proponeva in parte risolutoria, tanto pi che la crisi esistenziale del suo personag~io poteva ben trovare in un ambiente " fisico " quale le strutture rigidamente organizzate e burocratizzate di partito, il lievito atto a portare in luce quella compressione del proprio io che lo scrittore avverte come la minaccia peggiore mossaci dal mondo esterno. Gi Gildo, infatti nelle pagine di Incontro col comunista, affermava che quanto caratterizza ia vita e solo le d impronta il fatto di poter scegliere e il fatto di essere costretti (p. 77). E questa l'angoscia che d volto alla crisi di Ferranini, trascendendone di gran lunga l'eventuale portata politica, per accedere a un pessimismo cosmico, chiave di questo personaggio desolato che, se sociologicamente un antitipo dell'autore, finisce col rivelarsi filosoficamente un suo doppio (Giuliani). Pur nella sfasatura sociale e di ruolo, Morselli, anch'egli parabolico uomo del quotidiano, doveva non poco riconoscersi nel suo personaggio, non foss'altro che per una complessit morale mascherata da schemi comportamentali della massima semplicit, sfioranti la ruvidezza. E cadono qui a proposito alcune righe tratte dall'articolo di Ferranini, nodo centrale del romanzo, non solo sul piano ideologico, ma anche su quello strutturale, segnando la conflagrazione di quella crisi interna al personaggio che l'aveva, indelebilmente, contrassegnato sin dalle prime pagine: Siamo coatti [ ] la necessit di sopravvivere, di aprirci un varco e di trovare respiro, fra for~e estranee che ci premono tutt~intorno, che tendono a richiudersi su di noi [. . .] " Aliena~ione "? Io direi che non c' modo di alienarci (ossia di perderci) fuori di noi. Il pericolo che ci incombe il pericolo inverso, di essere soffocati dentro il nostro io, dalla realt che ci circonda, o ci assedia. Il rischio di non potere venire fuori dal nostro nocciolo di sostan~a viva e cosciente, chiuso da ogni parte dalla ostilitinerte o attiva) delle cose che gravano su di esso opponendosi al suo esplicarsi (p. 261). Ed in queste parole, pi che la crisi ideologica di un deputato comunista, preannunciata, e facilmente leggibile, la disperata soluzione finale dell'ultimo personaggio monologante di Morselli, l'io solitario di Dissipatio H.G. La contiguit non solo cronologica, ma anche ideologica, che lega Roma senza papa, steso nel 1967, al precedente romanzo, macroscopica, nel ritorno, pur qui velato e sdrammatizzato dall'impalcatura ironica, sul medesimo tema di fondo, il problema del male e la sofferenza universale. Owio antecedente, anche in questo caso, si pongono le pagine di Fede e

critica, cui Roma senza papa si richiama in pi punti, parafrasandone interi brani e palesando quindi a pieno la matrice saggistica inerente a questi romanzi che, proprio per la loro abilit di proiettare in personaggi e dialoghi una intelligenza ora saggistica e discorsiva, ora caustica ed epigrammatica (Pontiggia), sono stati apparentati, pi che alle nostre lettere, alla narrativa dei vari Gide, Broch, Musil e Huxley. La sostanza di romanzo-saggio qui, tuttavia, apparentemente smentita dal nuovo impianto narrativo che, rispetto al mimetismo di impronta realistica attuato ne Il comunista, segna una svolta verso ;l dominio della " trovata ", dell'estro inventivo, afidandosi s anche stavolta a un fedele calco mimetico, ma proiettato in un futuro di prevedibile approssimazione. Siamo infatti, come avverte un sottotitolo di suggestione diaristica (Cronache romane dine secolo ventesimo), nella Roma dell'estate 1997, una Roma 72 73` che ha finito di essere caput mundi per diventare una capitaletta di terzo ordine, sperduta nel Mec (p. 57), da quando il papa, Giovanni XXIV, ha silenziosamente dislocato la sede pontificia, sfrondata di ogni alloro (guardie svizzere incluse), insediandola nel modesto paese di Zagarolo, dove vivere appartato in schiva solitudine. La scenografia di questa Roma urbana impigrita, svuotata, con un che di depresso (p. 30) si impone, --come not il " lettore " di una casa editrice che, nel '68, aveva dato, del resto inutilmente, parere favorevole alla pubblicazione --, per il sentimento del tempo che ne emana, facendone una citt, appunto, sprofondata nel tempo, non si sa bene se passato o futuro, comunque lontana, suggestiva, perduta , in cui Si aggirano figure la CUi presenza assume il tono suggestivo di personaggi della Roma di Stendhal . Il quadro di una Roma in bilico fra suggestioni ottocentesche e ipotesi avveniristiche, riscontrabili in un contiguo futuro, restituito da un punto di vista imparziale, l' occhio elvetico, e cio gotico (p. 9) di un sacerdote svizzero, don Walter, che, dopo il soggiorno degli anni giovanili, torna nella capitale per un'udienza papale, destinata a farsi attendere quel tanto necessario a farlo partecipare della nuova realt di una Roma senza papa. L'angolazione neutra dell'osservatore , come gi in Un dramma borghese, garanzia di oggettivazione per la pagina di Morselli- non a caso, anche stavolta, la lente che mette a fuoco la realt italiana ha connotati elvetici, con quel che di decente , di rigoroso, di funzionale e di estroverso programmaticamente (p. 70) che pu avere un cronista calato dalle Alpi. Questa Roma che, per l'osservatore di razza tedesca, nonostante le sue cinquecento chiese continua a fingere una delle possibili propedeutiche all'inferno (p. 12), si presta a ottimale specchio dell'Italia e dei suoi mali, di un'Italia cke qui ha chiuso altiforni e officine per dedicarsi all'unica industria che le effettivamente congeniale e in grado

di permetterle un tenore di vita europeo, il turismo, a incremento del quale gli albergatori sovvenzionano un ormai fatiscente mondo folclorico di " mignottelle " romane e banditi sardi. Alibi narrativo dunque la voce di don Walter, figura alquanto anonima di conservatore, autore di un trattato (misconosciuto) in difesa dell'Iperdulia, sospettoso del nuovo, ma non totalmente precluso alle sue sollecitazioni, tanto da contrarre matrimonio per tenersi al passo col tramonto del celibato ecclesiastico. Quanto accomuna don Walter, nei suoi contorni volutamente sbiaditi, agli altri personaggi di Morselli, appunto il suo stesso avvertirsi quale elemento tra~lsitorio, quasi ponte ideale attraverso il quale due mondi in successione e contrasto comunicano ancora (p. 74): status da cui prende corpo tutta una galleria di figure compiaciute nel definirsi di transizione, ovvero di crisi, ad iniziare da quel Sereno di Realismo e fa1~tasia, ritratto appunto cluale tipico uomo di transizione: di quelli che pur presagendo le nuove forme spirituali, non si sono ancora spogliati delle antiche (Realismo ecc., p. 13). Al resoconto di natura diaristica di don Walter, quindi convogliato a materia di cronaca per il quotidiano diocesano del proprio paese, sono intercalati brani di epistolario di un g;ovane prete eminentemente problematico (p. 120), Kunstli: inserzioni non virgolettate che creano un effetto di sovrapposizione, e conseguente confusione, fra questa voce e quella del narratore, tanto da ]asciar trasparire come lo sdoppiamento mascheri in superficie, al di l della sfasatura generazionale fra i due, la reale identit, anche etnica. Morselli si vale dunque qui di un portavoce " neutro " per visualizzare le sue istanze satiriche verso l'Italia, sacr~iando, per via ironica, i nodi centrali dei suoi mali, delle sue debolezze, dlle sue manie nazionali. Ecco dunque, privilegiato fra gli idoli polemici (eventuale analogia con la satira di Flaiano), il gioco del calcio, il motore della vita nazionale [.. .] il supremo interesse e affare del Paese, e insieme il luogo dei punti dell'intrigo, del " pasticcio " >(p. 52~, tanto cke, verso la met degli anni settanta, in seguito alla " deprofessionalizzazione " dei giocatori decisa dal governo e al taglio inferto ai loro emolumenti, la t)iazza insorse unanime, minacciando la rivoluzione, la prima, dacch l'Italia esiste (p. 58). L'invenzione paradigmatica di quell'ironico e amaro distacco dello scrittore dalla realt italiana, esemplato gi sul protagonista di U~ dramma borg~ese che, fra l'altro, a rilevare una continuit sotterranea di agganci fra i vari romanzi, rimpiangeva, della sua Romaeiovanilelo scirocco che arroventava col suo fiato sabbioso i corridoi della Sapienza (p. 45). E il giudizio si protraeva, inappellabile e pi corposo, nella netta focalizzazione politica del sobrio Ferranini: i mali di cui soffre la comunit nazionale; scarsit e arretratezza di mezzi, confusione e incon-

cludenza di direttive, incapacit a prevedere le necessit e a fronteggiarle; soggezione agli interessi del padronato. In sintesi, I'Italia (p. 35). Alle divertite pagine di Roma senza papa lo scrittore ora consente di indugiare in piena libert, su una minuziosa e diffusa critica di costume che spazi dai dilagante amore per la retorica, al prorompente bisogno di sonorizzarS1 fino alla nostra, inarginabile, bambino-crazia ( chi anima e domina I'Italia, e la ossessiona, sono immutabilmente i bambini , p. 17), dietro al CUi infastidito rifiuto si cela un'impossibilit di dialogo propria allo scrittore. Ma al di l di una facile analisi dei fatt di costume, il coltello affonda a sezionare i nostri mali pi dolenti, come la questione linguistica per un popolo alienato al suo stesso idioma ( I'italiano per gli italiani pur sempre, come trent'anni fa, una lingua astrusa e impopolare , p. 65) o l'ormai incancrenito problema meridionale, di cui gli italiani colti dei Sud hanno fatto una materia speculativa, fra sociologica e filosofica, insegnata nele universit. Col loro genio speculativo le hanno reso questo omaggio, ma si guardano bene dal risolverla in linea pratica (p. 65). Problema ora pressoch risolto dall'attivismo dei gesuiti che, a sud di l~lapotihanno organizzato un regime collettivizzante modellato sulle famose P~educciones del Paraguay, con un occhio anche sui sovietici Sovkhoz, scavalcando quindi a sinistra i socialisti, cosa, d'altronde, non troppo difhcile in Italia, tanto pi che i Gesuiti in questo campo possiedono una tradzione (p. 66). E in un " campo lungo " sulle res gestae del Pci, assistiamo all'ironica e subitanea interruzione della sua faticosa e legale ascesa al potere per impercettibili, progressivi incrementi elettorali, in seguito al sagace intervento della Segreteria di Stato vaticana che stipula con l'Unione Sovietica un Concordato, altrimenti detto bomba bianca , i cui effetti non tardano a farsi sentire sulla realt rivoluzionaria del partito: Adesso, difatti, l'iniziativa dei comunisti nella Penisola in declino La propaganda divaga, la linea generale si fatta attendistica e riformistica In sede parlamentare, si appoggia abilmente il governo, sia contro la scuola iaica sia contro iI divorzio. L' Unit , organo del partito, si dedica quasi per intero a programmare il tempo-libero dei lettori e a commentare il campionato di calcio. A Mosca si capito che Roma vaut bien une messe (p. 116). Se la satira si pu ben allineare con la critica interna al partito portata avanti, nelle pagine de It comunista, in specie dal dogmatico Mazzola, la valenza, anche qui, non leggibile in funzione anticomunista, ma, piuttosto, da rapportare al sentimento di una realt stagnante e ormai disperante, in cui non pi data alcuna ipotesi rigenerativa. Nel quadro di questa Italia fine secolo ventesimo in cui lo scrittore, in un gioco di rifrazioni, proietta i suoi risentiti umori di satirico osservatore dei contemporanei

anni sessanta, non manca spazio ad inserire gi esperiti oggetti polemici, la psicoanalisi in primis, divenuta purtroppo in questo paese che sino a met secolo ha ignorato la psicoanalisi persino come letteratura (p. 84), non solo una moda, ma addirittura una fede. Sulla cui scia, ecco appunto istituire un connubio Cristo-Freud e creare l'IPPAC, o Istituto per la Promozione della Psicoanalisi Cattolica, diffuso in Italia dal gagliardo e vistoso Don Rusticucci, impegnato ad assicurare alla Chiesa l'ideologia del secolo (p. 46), convertendo l'odierno Anticristo, cio " battezzando " Freud. Pi di una lodevole iniziativa del resto da ascrivere al vitalismo del fattivo don Rusticucci, la rilevanza semantica del cui allusivo cognome segue un'accreditata tradizione satirica, intesa ad inglobare il nome del personaggio fra le sue peculiarit comportamentali, come ancora il caso, sempre in queste pagine, dell'Arcivescovo Faithful, o dei canonici Cook, la benemerita organizzazione che presiede a viaggi e turismo del clero (p. 119). Tendenza gi invalsa nella scrittura di Morselli--nomina omina si ripete anche qui (p. 156), tanto per giocare a carte scoperte col lettore --, e, in questo caso, modellata in perfetta rispondenza al filone letterario con CUl Cl Sl misura. In questo li6ello che conta scarsi agganci con la tradizione italiana e pi, se mai, con la linea satirica inglese, il gusto del paradosso fa la parte del leone, come nel ritratto di una Chiesa che volta a volta si messa contro l'uso del tabacco, la vaccinazione, il parto indolore, gli anticoncettivi, l'eutanasia, e alla fine ha dovuto approvare tutto , adducendo, a giustificazione postuma di tali reiterate incongruenze, il fatto che vera sapienza cristiana incanalare i fenomeni sociali, non ignorarli o combatterli (p. 28). Abbiamo cos non solo la liberalizzazione degli allucinogeni, ma, in un estremistico trapasso, persino l'autoritario impulso al loro consumo, tanto da allontanare dai corsi della Gregoriana il diacono Altdorfer per la sua insistita astinenza, potenziale indizio di tendenze ribelli; 76 77 d'altronde, in Inghilterra, con un bO pecento della popolazione che ha sostituito il GR6 nelle sigarette alla nicotina, c' un diffuso revival della fede (p. 29). Ancora all'energico don Rusticucci spetta, poi, riesumare la secolare questione se la donna abbia o no un'anima, riproponendola alla scienza laica e teologica, sulla base dell'autorit di Weininger e di Freud: la conclusione, in linea con gli evolutissimi approdi scientifici degli anni duemila, che la donna non ha, non pu avere, non avr mai anima (p. 80), realt facilmente deducibile, per via logica, dalla sua connaturata carenza del freudiano Super-Io, o anima razionale. E sempre per questa ingegnosa scorciatoia, di tutta accessibilit, si giunge ad affermare (sia pure

per difetto) l'immacolatezza della Madonna, senza ricorso alcuno a dogmi o noiosi trattati sull'Iperdulia, procedendo, in virt di sillogismo, a un curioso effetto di ribaltamento dei tradizionali privilegi maschili: la donna non ha Super-Io, ergo non ha anima, ergo la Madonna, che donna, non suscettibile di peccato. Come nessuna delle sue simili [. . .] Il peccato rimane appannaggio maschile (p. 82). In compenso, una mozione di un prete zoofilo richiede che sia messa allo studio la possibilit di riconoscere alle bestie il possesso di un'anima (p. 95), alle bestie tutte, invertebrati compresi: suggestiva ipotesi, insomma, di sottrarre l'anima alle donne per adornarne i cavalli o le vongole. A ribadire che, in fondo, viviamo nel migliore dei mondi possibili, in California un nuovo sottordine francescano si imposto la missione di convertire alla fede cristiana le macchine pensanti della Rand e della Westinghouse (p. 103), una delle quali, come diffonde Civilt cattolica >~, avrebbe gi redatto una breve tesi in difesa del libero arbitrio. E sulla falsariga di un'indiscriminata automazione, pericolosamente sostitutiva dell'uomo nelle sue pi elevate funzioni intellettuali e afl~ettive, ecco condotto tramite computer-auspice l'onnipresente don Rusticucci--un dibattito sul tema dell'Iperdulia, in un imparziale raffronto elettronico fra le posizioni di don Walter e que~le di un padre argentino: prevedibile esito, una indecorosa babele (p. 142). Indecorosa babele in effetti locuzione da estendere a tutto intero il quadro reso da Morselli, con puntiglio cronistico, di questa futuribile realt, di cui, su suggestione swiftiana, si arriva a proporre il ribaltamento, ipotizzando i benefici che il mondo avrebbe goduto se i Bant e i Bechuana avesser cnvertito gli europei invece di lasciarsi convertire (p. 37), o di cui si presuppone un'evoluzione solo alla condizione di nordicizzarla totalmente. Scoperta, questa, ascrivibile alla nuova etnologia, in cui Lvy-Kroll, insegna, contro il vecchio, ostinato Lvi-Strauss, che l'evoluzione umana ha un polo, e questo polo il Nord e che la nebbia e il freddo si sono dimostrati le condizioni fisiche del progresso , per cui [...] in Egitto si fanno esperimenti per sostituire abeti ai palmizi. Come a Palermo, si installano nebbiogeni artificiali, essendo noto che l'alfabetismo e la lotta anti-mafia si avvantaggiano di un'atmosfera umida e caliginosa (p 41 ) Ma al di l di tali paradossi, intesi a rendere il mondo un immenso Quai des Brumes in contraccambio di una nordica evoluzione, la satira di Morselli tocca altri tasti, quali il musiliano tema dell'esasperata specializ-

zazione peculiare al ventesimo secolo ( il secolo che sta laboriosamente tirando le cuoia, muore, in bellez~a no, in esasperata specializzazione , p. 35), o l'affermazione--riecheggiante analoghe meditazioni del terroristico Naphta di Mann, ammiratore dei bellicosi monaci medioevali come dei fieri Templari, non alieni, tutti, dal versare sangue per l'awento dello Stato divino--che la Chiesa odierna, solo intesa a preservare la pace terrena, si mette troppo sul piede umano, mentre una volta, bene supremo era la fede, anche con la guerra, e anche a costo della guerra (p. 86). Si tratta, come si vede, di una satira estremamente composita, cui concorrono pi elementi e suggestioni culturali, non riducibile, com', a semplice critica di costume o, d'altra parte, al solo gusto paradossale di rovesciare la scala attuale di valori, sotto l'egida di un Swift o di un Butler. Senza considerare come, al di sotto di tale ironico puzzle, a infondergli sostanza etica, sia ancora, per dirla con Morselli, il vecchio problema , il tema del male e della sua genesi, puntualmente tratto dalle pagine di Fede e critica, quale materia speculativa sempre urgente, tanto da richiedere una protratta e ininterrotta decantazione, anche narrativa: Come pot Adamo concepire il male se era creatura perfetta, di un autore perfetto? Il Genesi tira fuori il Serpente, ma il problema si sposta, non si 78 79 risolve. Il Diavolo, il Serpente, mica potva essere stat c~eato diavolo da Dia. E se si era fatto diavolo da s, chi (domanda precisamente Agostino) gli aveva messo in corpo la voglia di farsi diavolo? [...] Sicch [. ..] unde malum7 (p. 48). In questa allocuzione di don Rusticucci al malcapitato protagonista, provvisoriamente in un letto d'ospedale per una caduta sull'insidioso e dissestato selciato romano, si ricalca fedelmente un brano del terzo capitolo di Fede e critica che, sull'avallo delle agostiniane Confessioni, dibatteva appunto l'introduzione del male sulla terra e il racconto del Genesi per cui si fa arditamente intervenire uno spirito del male, il Serpente , senza considerare come per questa via il problema si sposta, non si risolve (p. 89). L'unde malum quesito d'altronde risalente, come si visto, alle lontane pagine di Realismo e f antasia, dove, fra l'altro, si affermava l'esistenza, originariamente, non di un politeismo, bensl di un diteismo consistente nell'assunzione a oggetto di culto religioso, dei due contrari personificati, il Bene e il Male , e che ha lasciato tracce considerevoli anche nelle religioni d'origine mistica, come la cristiana (p. 257). E se, all'interno di questo dissacrante quadro di fine secolo ventesimo, il

problema dei problemi risolto sulla fragorosa risata dell'erculeo Don l~usticucci che, nel provvido ricorso a una addomesticata psicoanalisi, individua l'origine del male nell'inconscio, pi oltre l'interrogativo si ripropone inalterato, su un ribadito calco da Fede e critica, approdante al riconoscimento dell' arcanum Dei . In un articolo giovanile dell'attuale papa Giovanni XXIV, allora di ritorno da una missione nell'Iraq e quindi sotto l'influsso orientale (e nel credo cristiano-nestoriano Belial-Satana non ha quasi posto , p. 157), a don Walter capita infatti occasionalmente di leggere: L'intervento di un Tentatore non spiega nulla; complica le cose senza risolverle, anzi mette l'accento su un problema ( ammissibilit del peccato in esseri liberi ma nel loro ambito perfetti in quanto formati direttamente da Dio) che, nell'interesse della fede, meglio considerare non gi problema ma arcanum Dei . La figura del Serpente, se presa alla lettera, lascia trasparire lo sforzo pseudo-logico di chiarire l'oscuro con ci che altrettanto oscuro, visto che si dovrebbe supporre un tentatore del Tentatore, e cosl all'infinito Ip. 158). 80 Secondo un ormai esperito gioco di specchi fra ispirazione dotta e figura narrativa, a quest'insolito personaggio papale vengono prestate le parole del pi problematico Agostino, prima che le sue funzioni ecclesiastiche lo impegnassero nelle impasses della teologia (Fede ecc., p. 89), riportandoci quindi a pieno nel clima di nascita delle pagine saggistiche. Ma questo anche il versante di prossimit a Il comunista (e i protagonisti dei due romanzi non si chiamano forse entrambi Walter?): all'interno di due fedi, la marxista e la cattolica, divergenti ma pur accomunate da una speranza di palingenesi e da un'etica di carattere collettivo, si riconduce, infatti, l'angoscia esistenziale da sempre inerente al protagonista di Morselli, il quesito sul perch dell'universale sofferenza, estesa dall'uomo al pi umi!e essere vivente. Inerenti a questo tema, le pagine di Roma senza papa pi compiutamente risolte in figurazione narrativa, sono quelle del babelico dialogo fra computer cui gi si accennava e in cui l'analisi del dolore terrestre, metallicamente restituita in un incongruo duetto elettronico, si staglia in piena dimensione surreale: Perch mai alle creature dello stesso autore appartenenti ai cosiddetti regni animale e vegetale, non spetta in sorte altro che la lotta per la vita, con quanto vi in essa di oscuro e di atroce? [...] Perch i teologi non hanno pensato sinora, a giustificare, nelle loro ben costrutte teodicee, questo male essenziale che travagliava il Creato? Innumerevoli secoli prima del cosiddetto peccato d'origine? [...] ho detto travagliava.Ia devo aggiungere travaglia; poich

fame, paura, guerra senza quartiere, sotto la superficie brillante della Natura oggi come sempre sono la realt disperata del mondo animale dello stesso mondo vegetale [...] Ai campioni del teologismo convenzionaie, lo domandiamo, chiusi nelle fortezze della peccatologia!pp. 144-147). Ma le spie di collegamento al retroterra saggistico si moltiplicano, se, ancora, il grafico, tracciato in precedenza, di una religiosit intesa come intervento attivo nella vita comunitaria, in connessione al concetto di charitas, si scopre riflesso nella nuova dottrina della socialidariet, in procinto di essere dibattuta nel prossimo Concilio del Duemila . Il neologismo, coniato dallo stesso Morselli e di cui si diceva fiero (anche se qui, in via autoironica e per usuale pudicizia di scrittore, dir: Chi sia l'autore della dottrina, chi l'abbia chiamata con quel barbaro nome nessuno sa con esattezza , p. 69), rimanda alla scomparsa deila solidarieta, cancellata dal dilagante individualismo e tuttavia soppiantata, in un prossimo futuro, da un atteggiamento pseudoumanitario indotto dal terrore di una rivolta in massa dei popoli sottosviluppati, ormai consapevoli della loro disperante situazione di vittime e sfruttati. Dall'emergenza di tale pericolo, ecco dunque scaturire quegli atti di umana solidariet frustrati per secoli dalla legge dell'egoismo, e da questa stessa legge ora favoriti, in un cerchio destinato sempre a richiudersi sulla vittoria finale del capitalismo. Questa, come confermano le testimonianze di chi gli fu vicino, la teoria creata da Morselli e che, nelle pagine di Roma se~a papa, trova la sua drammatizzazione scenica, nel contrasto fra Cogan, giovane prete d'avanguardia, suo sostenitore ( La carit cristiana ha lasciato sussistere guerre, lotte di classe, eccetera, per venti secoli. La socialidariet le sta abolendo , p. 71) e l'arretrato don Costantini (nomina omina, appunto), che continua a parteggiare per l'antiquato, ma generoso, concetto divino di charitas. Voce silenziosamente arbitrante fuori campo sempre quella di don Walter, perplesso e diffidente non solo della matrice egoistica, anzi mutualistica, della nuova dottrina, ispirata al principio hodie tibi cras mihi , ma soprattutto della sua tracotanza, tecnologico-socio-economistica e del suo colore acciaio al cromo-nikel (p. 72). Ma, oltre al tema della charitas, in Roma senza papa affiorano altri punti fermi della meditazione religiosa di Morselli, quali l'antinomia fra teologia positiva e negativa, gi discussa nelle pagine di Fede e critica e qui prospettata dall'inarginabile temperamento critico del giovane Egon, coadiutore parrocchiale dell'osservante don Walter che, insospettito fino al sentor di eresia, tenta, inutilmente, di persuadere il ragazzo dell'imperscrutabilit della divina Provvidenza, procurandogli le opere dei Padri e consigliandogli la rilettura, appunto, del Libro di Giobbe. La risposta conclusiva di Egon, racchiusa in una laconica missiva lasciata in un

messale prima di essere destinato ad altra parrocchia, si richiama direttamente al dettato del secondo capitolo di Fede e critica, relativo al Libro di Giobbe: [ .] o la Provvidenza perscrutabiledalle nostri menti) e allora deve essere secondo bont e giustizia. Oppure imperscrutabile: e se si ammette questo, si 82 arriva difilato alla teologia negativa, al I~io inc~icibile, impensabile, del quale non lecito chiedersi se buono e se gius~o, anzi, nemmeno se esiste o no. La teologia negativa la fine di Dio, ma bisogna scegliere, non ci si pu cullare nel compromesso. Non si pu insegnare che' capiamo " o " conosciamo " Dio e, quando fa comodo, dire viceversa che Dio e i suoi disegni sono superiori al nostro intendimentop. 133). Il rifiuto di quella religiosit " media " o della " conoscenza circoscritta " che Fede e critica ascriveva alle religioni rivelate (<Rivelazione la nozione che direttamente Dio fornisce di s agli uomini, cos determinandosi l'ambito in cui essi si possono spingere nel foggiarsi l'idea o l'immagine, del divino. Per questo riguardo, rivelazione equivale a limite )>, (p. 140) si accompagna, nelle parole di Egon, alla diffidenza verso i miracoli --eventuale eco del razionalismo religioso di Martinetti--, nella sarcastica definizione da lui data di Lourdes nei termini di sacra lotteria (p 131). E anche in questo caso, puntuale si offre l'ascendenza saggistica se; proprio nelle fondamentali pagine del Libro di Giobbe ritroviamo analoga definizione, qui circostanziata nel ripudio di una dimensione taumaturgica della religione, in cui i miracoli, utili solo ad attestare l'imperscrutabilit dei voleri divini, si rivelano affatto superflui, poich per questo ci basta l'esperienza d'ogni giorno (Fede ecc., p. 52). Egon, dunque, come ulteriore conferma del ruolo dialettico deputato ai personaggi di Morselli, sempre portavoci di una problematica urgente all'autore. Ruolo qui d'altronde mediato, se la presenza, incidentale, di Egon solo evocata nei ricordi di don Walter cui spetta, appunto, una funzione di prismatico coordinamento narrativo, riflettendo e accentrando sulla propria figura tutte le voci, anche remote, di un pullulante microcosmo il cui travaglio si distende nella linearita di una cronaca, " ingenuamente" resa dall'io narrante. Ma, ben pi di Egon la stessa figura del papa a modellarsi sulle pagine saggistiche, questo Giovanni XXIV che, pur senza figurare direttamente sulla scena narrativa, vi si impone quale vero protagonista, inserito in controluce nei contorni accreditati dai vari personaggi. Una probabile suggestione da Beckett, rifluita poi anche in

Dissipatio, questo suggestivo ritmarsi del narrato su una presenza sempre evocata e sempre disattesa, qui infine (diversamente che nel pi tragico I esito di Dissipatio) rivelata s, ma ambiguamente, nella sfocata e umbratile dimensione della fugace apparizione finale. Un'anomala figura dalle molteplici valenze, dunque, questo papa che, sospetto a molti per la sua laconicit e per i rapporti culturali intrattenuti con una famosa teosofa di Bengalore, si distingue per un gesto assai caro a Morselli, narratore dell'altrove, per aver abolito la " localizzazione ", nella fattispecie disancorando la sede pontificia da Roma alla modesta residenza agreste del poco appariscente Zagarolo. Abolito il fasto feudaleggiante della corte pontificia, limitato al massimo il cerimoniale con la sfera laica e secolare, Giovanni XXIV, nel nostro ciceroniano e ridondante paese, si staglia davvero, come scrive il Times , quale missionario dell'antiretorica (p. 172). Nella figura di questo papa, un benedettino irlandese interessato all'antinomia Bene/Male, come dimostra il suo giovanile scritto raccolto fra i Contributi in memoria del Padre A. D. Sertillanges--niente altri che l'autore del Problema del Male, pi volte citato in Fede e critica--, lo scrittore non solo ha proiettato la sua problematica religiosa, ma ha dato contemporaneamente corpo alle sue antitesi verso la societ contemporanea. Giovanni XXIV, dunque, non viaggia a~atto, contraddicendo una mania dilagante e avallata persino da un nuovo trattato di antropologia (autore certo Lvy-Block) dal titolo Homo vagans, in cui si afferma la tesi della discendenza della specie umana dal canguro, perch provvisto di quel marsupio o valigia che sar poi simbolo e strumento della raggiunta evoluzione umana (p. 120). E gi il protagonista di Un dramma borghese dichiarava, con una punta di sprezzo, che la volutt di trasferirsi materialmente da un punto all'altro , concorrente vittoriosa dei sentimenti di tutte le specie , tipica delle donne o delle nature femminee in genere, tanto che le tendenze al nomadismo coincidono coi tempi del matriarcato, oggi come migliaia di anni fa (p. 71). Giudizio poi ribadito in altri romanzi, come Contropassato prossimo e Divertimento 1889, e ascrivibile, in primis, all'inso~erenza sempre manifestata da Morselli per il turismo massificato, e non solo per ragioni etiche, ma forse ancor pi personali (le assenze della donna amata; il forzato esilio calabrese). Giovanni XXIV, cos antitetico verso il proprio tempo, quindi figura in cui lo scrittore pu impunemente proiettare le proprie idiosincrasie di moralista come le proprie, parche, sintonie: abbiamo dunque un papa che non viaggia per beve, pur moderatamente, concedendosi un paio di bicchieri di vino locale, da sorseggiare passe~iando per la stanza o magari, d'inverno, seduto al caminetto. Un'abitudine che certo non sorprende, se riandando alle pagine di Un diamma bor,ehese, fra le piccole` buone cose del

quotidiano, ritroviamo un vino rosso del Sud, un Salento dalla straordinaria grazia cromatica, atto a sprigionare una volutt di stampo quasi estetizzante. Premessa, questa, alle pacate riflessioni di don Walter che pervengono a individuare, fra vino e cattolicesimo, pi connessioni: un legame ecologico, di habitat, e uno litur~ico-sacrale, e, a Perfezionarli, un terzo rapporto, di ordine psichico, perch l'animo cattolico spontaneo nei luoghi dove il vino, pi che una bevanda, un conforto necessario una ragione vitale. (Vitis, vita) p. 38). L'udien~a nella Clli attesa si consumato il so~iorno romano di don Walter ed esaurito il caleidoscopio di questa realt futuribile, awiene come prevedibile, in sordina, di fronte a una figura ombrosa e elusiva, ii cui unico messaggio consiste nell'ammonimento a ricordarsi che Dio non prete, e nemmeno frate, monito in cui si racchiude l'unica luce di speranza individuabile in queste pagine. Ancora una volta, bisogna guardare indietro. al momento saggistico di Fede e critica, a quel Discorso breve sulla fede che, dopo un excursus relativo al magistero disciplinare sugli adepti implicito in una religione canonizzata (ma anche alle diverse scuole ideologiche, per laiche che si dicessero , dove il rimando narrativo a Incontro col comunista, in una prospettiva poi dilatata nelle pagine de Il comunista), si conclude epigrammaticamente proprio su questo avviso: e in ogni caso, non dimentichiamolo: Dio non teologo, Dio non prete (p. 192). Il ventaglio dei possibili In un'identita di nome allusiva all'inalterata struttura e funzione del personaggio di Morselli, un altro Walter apre le pagine di Contropassato 84 85 prossimo, il maggiore Walter von Allmen che, in esordio, troviamo impegnato ad annotare meticolosamente, a dispetto delle scosse del treno, alcune sue compiacenze descrittive confessatamente letterarie (p. 10) relative a una piccola chiesa del Tirolo occidentale, il cui contrasto fra il cremoso interno barocco e la ruvidezza dei monti circostanti si offre immagine plastica di un'Austria ambigua e contraddittoria. A venirci incontro in queste pagine iniziali dunque il volto di un'Austria prossima al tramonto, filtrato, con eccesso di severit , dall'occhio critico, e paterno (p. 14) di von Allmen, appartenente, senza dubbio, a quella musiliana categoria di ufficiali amanti della pace che dipingevano, facevano collezione di coleotteri, di francobolli, o studiavano storia (L'uomo senza qualit, I, 80)r presente in grande quantit in " Cacania " e di cui indelebile prototipo rimane il generale Stumm von Bordwehr. Walter von

Allmen, nella fattispecie, dipinge, incoraggiato anche da Gustav Klimt e Ferdinand Hodler, e le sue tele, esposte all'Altes Rathaus, rivelano, secondo la critica, l'encomiabile slancio del dilettantismo, e il suo limite intrinseco (p. 18). Un dilettante per eccellenza il maggiore von Allmen e, dunque, un'altra, pur parziale, proiezione dello scrittore nei suoi personaggi, in un recupero di consonanze cui si fanno guida, come sempre, gli antecedenti saggistici, nella retrodatazione tematica qui estendibile alle pagine di Realismo e fantasia, a quel Dialogo V, in particolare, dove leggevamo: E~li aveva osservato che specialismo e dilettantismo sono tra i mali pi ravi di cui soffra oggi la cultura; onde io gli risposi che per mio conto consideravo peggiore il primo di quei due: anche perch il dilettantismo potrebbe essere soltanto una conseguenza dello specialismo o una reazione a esso. Ma poi (avevo aggiunto) mentre dilettante l'incolto che non si perita di tentare, per puro ozio, un'arte o una disciplina, molto spesso si nota di dilettantismo, dai custodi ufficiali dei sacri misteri speculativi, chiunque a questi si accosti, che non sia stato iniziato da loro. Di rado lo specialismo una necessit, avevo continuato: quasi sempre filisteismo intellettuale, boria professionale (pp. 165-166~. Si tratta di un tema di fondo che percorre, come si visto, tutta la speculazione di Morselli sin dai suoi esordi, ritornando per tappe successive riconfermate anche dagli inediti: oltre a poche pagine specifiche sull'argomento scritte nel '50 e relegate poi fra la paccottiglia , nella progettazione, risalente agli anni '57-'58, di un saggio intitolato L'astrazione scientifica, pi cartelle rigruardavano appunto l'antitesi dilettantismo/specialismo. La polemica quindi avviata nelle lontane pagine di Realismo e fa~tasia, in nome della propria versatilit di interessi affermantesi in pi campi, senza irrigidimenti dogmatici n pregiudizi di scuola--e comunque tutti vettori orientati, secondo la lezione del razionalismo umanistico di Banfi, verso il soggetto uomo--trova il suo proseguimento ideale e la sua piena concretizzazione narrativa pro~rio nelle ironiche pagine di Contropassato prossimo, stese fra il '69 e il '70. Qui infatti l'azione tutta affidata, e brillantemente, appunto a " dilettanti ", ad iniziare dal maggiore von Allmen che, girovagando per le montagne tirolesi in cerca di emozioni estetiche, avr l'intuizione prima destinata a capovolgere i destini della storia; fino agli strateghi improvvisati che, proveniendo dai pi vari settori del lavoro civile, porteranno a felice compimento 1'Edelweiss Expedition. In questa prospettiva, il romanzo una rivincita totale di Morselli verso il suo secolo -- gi da Musil contraddistinto quale epoca dell'esasperata specializzazione--rivincita per di pi ampliata in quanto lo scrittore si d qui, inoltre, licenza di irridere apertamente al Fatto, questo sacro

mostro (p. 120), polemizzando sulle res gestae per mostrare che erano gerendae diversamente (p. 117) e ribaltando il corso degli eventi per avanzare la sua ipotesi retrospettiva . quanto l'autore stesso tiene a spiegare all'editore (tramite per il futuro lettore) in un Intermezzo critico posto, con una punta di civetteria, a met racconto, a rilevare l'assurdit dell'accaduto in antitesi alla plausibilit, invece, dell'ipotesi qui realizzata, la vittoria nella prima guerra mondiale degli imperi centrali: La via all'Europa passava " attraverso " i tedeschi. Non per decreto della Storia-Provvidenza, n per merito di un privilegiato Volksgeist [...] ma per un insieme di fattori rigorosi, in larga misura materiali. Nel novembre del '18 ci furono troppi vincitori, la Francia, l'Inghilterra, in primo luogo l'estranea America. Poteva (grazie a una complessiva superiorit iniziale) esserci un vincitore solo: abbastanza forte, abbastanza " centrale ", e europeo, per imprimere all'Europa una rapida evoluzione unitaria (pp. 122-123). 86 87 Se il paradosso dunque sul versante dell'accaduto, dall'altra parte resta, sconfitta, quella che chiamiamo (quantunque con ottimismo) " logica delle cose " (p. 121), locuzione gi stigmatizzata nel contesto di Fede e critica e virata di significato, dalla lo~icit alla necessariet di quanto avviene, nel contemporaneo giudizio dell'evento come odioso, cattivo o ancke soltanto inutile e quindi stolto (p. 21). E, come si visto, ad ini~iare da IJn dramma borghese, anche il dettato narrativo aveva avviato quello smantellamento progressivo della mitologia del fatto che qui trova il suo scenario privilegiato, in un racconto in cui il dettaglio analitico perseguito con accanimento ( perch analitica, una sommatoria di dettagli, la nostra esperienza, anche collettiva , p. 121) e l'attendibilit della ricostruzione intende rasentare l'ovvio. Le attuazioni mi attraggono sempre molto meno che le cose inattuate, e con ci non intendo soltanto quelle del futuro ma altresl quelle passate, mancate (I, 66), spiega l,lLich a Diotima, e il musiliano senso della possibilit, inteso come la capacit di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dare maggiore importanza a quello che , che a quello che non (I, 4) , indubbiamente, il motore primo delle alternative pagine di Contropassato t~rossimo. Il nome di Musil vi ricorre del resto esplicitamente, quasi sigla, volutamente inavvertita, alla matrice dell'invenzione, scivolato com', con tutta noncuranza, fra le righe, o in allusione ironica alla mai esaurita revisione de L'uomo senza qualit, o in antitesi a un volto decadente di Vienna ormai stereotipo: La Vienna di allora, che non ha trovato un interprete perch non era quella allegra, di Johann Strauss, n quella, sfatta, diversamente ma altrettanto

convenzionale, dell'invenzione decadente di Musil. Una citt accorta e riposata, non percorsa da paure o perplessit presaghe.he per, con seriet e impegno, intesseva la sua vita borghese e operaia, mercantile e intellettuale. La sua vita artistica e politica [...] Si chiudeva il primo decennio di un secolo che, di certb, influiva anche in lei e la trasformava, ma senza sussulti e senza insulti auf gute Art. Con garbo (pp. 21-22). Lasciatasi alle spalle la musica di Strauss, la Vienna di Morselli, pur nel medesimo ambito cronologico della decadente invenzione musiliana, si presenta con volto diverso, pi dimesso e smitizzato, pi a misura di borghese quotidiano, citt, in fondo, solare, in contrasto con le pi vulgate interpretazioni: La folla colorita della citt semi-estiva, operai in camiciotto che accostano le loro scale ai lampioni, vociando, c~asseurs d'alber~o che s'incrociano di corsa, turisti in giacchetta panama la Kodak a tracolla, fioraie dalle corbe sgargianti, tutto vuol persuadere von Allmen che Vienna la capitale del Sud, a trecento brevi chilometri dal Mediterraneo. I1 Ring vive col sole, nel sole, epidermico mondo che ha bisogno di ostentarsi, come Chiaia o la Croisette, di farsi spettacolo a se stesso (p. 41). la Vienna in cui, ad apertura di libro, si muove un colto ebreo>, il gi celebre Sigmund Freud, sulla cui figura si chiudono polemicamente queste pagine, in una circolarit programmata che trova il suo perno nel personaggio di von Allmen cui essenzialmente deputata la funzione di prologo e di epilo o, restando poi fisicamente escluso dal corso dell'azione, in cui solo episodicamente rientra, a visualizzarvi delle pause meditative. Proprio a tale personaggio, severo e critico in incil~it verso un'Austria fragile e fatua e travagliato, nelle pagine di chiusura, da oniriche nostalgie verso il vecchio mondo imperiale, affidato il ruolo emblematico di segnalare il classico tema della fi~is Austriae. Tema qui tentato in sordina, a~atto alieno, appunto, da spiegamenti decadenti, ed ironizzato nel tentativo di seduta psicoanalitica su cui il libro si chiude, ma, comunque, sempre inl5ltrato, anche tangen~ialmente, in unactio pur di segno contrario. Cos von Allmen, ai primi di novembre del '18 di ritorno da Dresda, nella sua nuova qualit di critico d'arte di un grande quotidiano viennese (trionfo del dilettantismo!), incontra in treno un pittore di nome Adolf Hitler che gli espone concitatamente il proprio ideale di " germanizza~ione del Continente", da avviare sull'Anschluss dell'Austria con la grande Madre (p. 254). Siamo alle battute conclusive e l'utopia perseguita da Morselli, di un'Europa pacificata e unita sotto l'alta guida di Walter Rathenau --personaggio musiliano, sotto le mentite spoglie di Paul Arnheim--sembra quindi scontrarsi col presagio di una diversa e

tragica realt incombente. La cucitura del passato sul contro-passato traspare chiaramente denunciata in tali spie, saldandosi definitivamente nella programmatica inserzione finale di alcune righe tratte da uno dei prolife88 89 ranti diari intimi di von Allmen, Tagebuch de Firle Aust)iae, occasione per saggiare il tema del disfacimento e della morte di una civilt, di un mondo scomparso con la disgregazione dell'impero austro-ungarico: Questo povero Paese, ora minacciato in un'altra maniera, da un'altra parte tl'Anschluss]. Non l'immaginavo, non l'aspettavo. Non certo per mancanza di pessimismo. Quando qualcuno m'informero a iBerlino, nel settembre del '16) che un incendio aveva distrutto la bella chiesa barocca di Roschenen, lass nelle Alpi tirolesi, ci vidi un presagio per l'Austria. Quel giorno cominciai questo diario (p. 255). Dalle pagine conclusive siamo cos riportati al punto d'avvio del]a vicenda, quasi vanificandone la realt, in un'ambiguit di rifrazioni per cui. se l'accaduto viene smitizzato e ripudiato con gesto catartico a favore dell'avverarsi del possibile, anche quest'ultimo, tuttavia, e con estrema consequenzialit, da accogliere solo ipoteticamente. Unica realt, rimane dunque il senso della disfatta, I'angoscia della fine, poich qualsiasi volto abbia assunto l'evento, sia stato anche capovolto a ritroso in una vittoria degli imperi - centrali, per la civilt austriaca egualmente decretato il tramonto. Portavoce non ambiguo, non sospetto, data la sua diffidenza verso ogni retorica, ogni illusione passatista, ne appunto von Allmen, autoimmunizzatosi da qualsiasi archeologia sentimentale (p. 258). Il che, ovviamente, non lo esonera dalla lucida consapevolezza di trovarsi spettatore della fine di un'epoca, la cui ora rintoccata ineludibile nonostante la vittoria austriaca in una guerra che lascia. come residuo, non amarezza, ma appensun po' d'ironia, la guerra che l'Austria aveva combattuto con intelligenza e con coraggio, persino con successo, a puro scopo suicida. Per finirvi ebeaut (p. 258). E cos che, smentiti per via razionale, insorgono in von Allmen, politicamente, e prima psicologicamente~> uomo aggiornato, critico d'arte in un giorna]e della Sinistra ( I'unico orientamento ammissibile, per una persona di buon senso , p. 257), stati d'animo anomali, incompatibili con le sue coordinate mentali: astii verso le nazionalit separatesi, sogni ricorrenti, incentrati sulla figura del vecchio Francesco Giuseppe. Di qui, il ricorso alla psicoanalisi, non nella persona di Freud, divenuto pontefice di una chiesa, o accademia, universale; introvabile a Vienna (p. 260), ma di un suo allievo, che dipana a von Allmen le sue oniriche ossessioni sotto forma di un misco-

nosciuto e rimosso complesso edipico, proiettato dall'uomo maturo nelle figure dell'imperatore (il padre) e dell'Austria (la terra natale, ]a natura e, quindi, la madre). E sull'ormai rassegnato resoconto di von Allmen delle sue cinque sedute psicoanalitiche (non di pi, perch poi perse la pazienza), sarcastico pretesto allo scrittore di appuntarsi su quella teoria della libido da lui sempre avversata, si chiude il romanzo, in un insensibile, eppur doloroso, trapasso dal possibile al reale, dall'ipotetico all'avvenuto. Questa dunque la cornice, il clima esplicitato di finis Austriae (senza decadenze, per, come promesso, senza indulgenze e compiacimenti, filtrato com' dall'occhio distaccato e partecipe ad un tempo di von Allmen), in cui si inserisce il vero e proprio racconto, la ricostruzione dettagliata e divertita della Edel~veiss Expeditiott. Il nome sig]a ]a spedizione militare che, attraverso un tunnel segretamente apprestato gi alla fine del 1913, penetra furtiva e fulminea dalle montagne del]a Valtellina, invadendo l'intera Italia del nord pressoch senza colpo ferire, e trasformando cosl la stagnante guerra delle talpe , logorante e avvilente, in guerra di movimento, di azione, di astuzia. Motore primo, ora relegato dietro le quinte, comunque von Allmen, cui spetta, durante appunto la sua escursione montana, I'idea iniziale di quel traforo strategico da operare, in via precauzionale, con estrema segretezza e lasciare per il momento inattivo, mascherato da un ultimo, esiguo foglio di pietra che lo nasconda agli abitanti della Valtellina. Per attuare questa idea -- alla cui verifica concorre anche un elemento accidentale, legato a una bottiglia di vino valtellinese--, von Allmen abdica alla sua connaturata pigrizia (elemento primo dei personaggi di Morselli) e colma l'abisso fra teoria e prassi dimostrando come anche un contemplativo pu ben convertirsi all'azione tempestiva: Fra teoria e prassi (pensava) l'abisso sempiterno, ma contemplare e fare non sono incomunicanti, un contemplativo, un pigro, pu bene, a intervalli, convertirsi all'azione. Magari immediata, e impulsiva (p. 28). La simbiosi fra teoria e prassi qui dichiarata appare quale versione secolare di analoghe mediazioni teologiche condotte nel dettato di Fede e gO 91 critica, e, stagliandosi fra i punti fetmi della meditazione di Morselli rimanda, nuovamente, alle sue ascendenze filosofiche. L'antinomia fra homo sapiens e homo faber si ponevai infatti a siglare, e in modo centrale, il pensiero di Banfi (e del '57 il suo saggio Prassi e teoresi come antinomia della coscienza personale), determinandone alcuni focali poli d'interesse--il Faust goethiano--e di emergente valutazione, nel

caso di personalit esemplari di un'integrazione fra lo speculare e l'agire come Socrate e, soprattutto, Galileo, 1' uomo copernicano . Dal modello del Galileo di Banfi, gi tracciato nella rilevante Vita di Galilei del 1930 paradigma di uno scienziato che non sia il saggio che nell'astratta ragione dissolve i problemi della vita , bens I'uomo copernicano che prepara nella concreta interpretazione razionale dell'esperienza i dati per la libera risoluzione di tali problemi (A. Banfi Vita di Galilei), paiono infatti direttamente discendere i personaggi di Contropassato prossimo, ad iniziare da quel Rathenau in cui si attua felicemente il connubio fra alta finanza e natura speculativa, oggettivata in opere densamente teoriche. Cosl, in questa storia reinventata, I'azione sottratta ai classici signori della guerra in redingote o in tunica, stolidi o folli, o semplicemente opachi e ottusi, inerti (p. 121), insomma tolstoiani condottieri che in pace o in guerra sono egualmente impennacchiate mouches cochres , per essere affidata a nuovi eroi, qui ribaditi, in un sottinteso richiamo alle pagine di Realismo e fantasia, non sovrumani, alla Nietzsche, non eroici alla Carlyle: soltanto attori delle loro azioni (p. 121). A questi personaggi " altri "--von Allmen, I'artista, Tirpitz il Patriarca, Rathenau il Finanziere, il ragazzo Brokenleg--, consapevoli dell'inevitabilit del male, ma anche del proprio compito umano di limitarne le conseguenze, spetta alleviare la sofferenza di un evento che si abbatte s sugli uomini come oscura fatalit biologica (p. 136), ma che tuttavia in nostro potere prevedere e arginare. Come al suo solito, Morselli ama indicare al lettore i punti di riferimento tra cui si muove: fra l'inflessibile razionalit della Storia, espressa dalle parole dell'hegeliano Johann Droysen, per cui tutto che reale, necessario, perch causato e causante ed esiste un razionale Disegno in ci che sarebbe altrimenti soltanto una ferrea concatenazione di fatti (p. 177), e l'accidentale concorso di circostanze sostenuto in una lettera giovanile di Thomas Mann ( unica legge la mancanza democritea di ogni legge. Fluttiamo nell'incerto, nel fortuito, nel gratuito, il che d'altronde conferisce all'esistere il suo fascino, la sua imprevedibile variet e mutevolezza , p. 177), Morselli opta per una terza soluzione, il cui perno nell'individuo, con la sua immaginazione e la sua decisione , cio nella sua responsabilizzazione etica. Alla fantasia e alla capacit decisionale dei suoi eroi -- connotati dall'assoluta carenza di un qualsiasi elemento eroico, e dal loro profilarsi, anzi, personaggi del quotidiano, provenienti come sono dai pi svariati e consuetudinari ruoli civili (il loro, appunto, dilettantismo)-- dunque affidato il ribaltamento della storia secondo canoni pi logici, pi umani, quei canoni disattesi dagli ottusi signori della guerra . Nasce di qui tutto il divertito (per chi scrive come per chi legge) excursus sull'ipotesi retrospettiva di un'invasione austriaca dalle

montagne valtellinesi, destinata a mutare radicalmente il corso degli eventi europei. L'invenzione d'avvio, che acquista plastico rilievo nella figura di von Allmen, e tutta la successiva, circostanziata e vivissima descrizione della Edelweiss Expedition, sono indubbiamente da annoverare fra le pagine migliori dello scrittore, in cui l'estro creativo e la corposit di una fantasia che non perde mai di vista l'aggancio al dato concreto, danno esiti narrativi di totale affidabilit. All'interrogativo musiliano perch non si inventa la storia? , abolendo il vigente sistema della realt, paragonabile a una commedia scadente, dal copione facilmente prevedibile, in cui le stesse cose ritornano , Morselli risponde concretamente, ripudiando appunto questo servire-di-materiale alla storia [. . .] l'accettazione inerme di fatti e di mutamenti, la rassegnata contemporaneit, il balordo e paziente andare coi secoli, che infine indegno dell'uomo (I, 83), e dimostrando come il possibile sia solo un'altra faccia del reale e, forse, proprio quella pi logica. L'ascendenza musiliana indubbia: lo stesso personaggio di Walter Rathenau, su cui si impernia tutta la seconda parte del romanzo, l'attuazione di un'Europa unita e pacificata sotto l'egida dell'uomo politico tedesco, discende dalle pagine de L'uomo senza qualit, proprio in quel nesso di teoria e prassi che gi pertineva al musiliano Paul Arnheim, goethianamente persuaso che l'uomo pensante deve sempre essere nel contempo un uomo operante e che se la terra gira intorno al pi piccolo apprendista [. . .] intorno all'autore solitario nel suo studio 92 93 invece girano tutt'al pi le mosche, s'ingegni pure quanto vuol (~, 86). Nel quadro politico di un dopoguerra che ha visto la vittoria degli imperi centrali, si staglia dunque la figura di Rathenau (storicamente, assassinato nel 1922 dai nazionalisti) che, con un concreto senso dell'azione (per lui la storia coincide unicamente con uomini che hanno agito, o che aglscono, per i loro scopi , p. 240), e con un realismo politico impensabile per la classe dirigente italiana, stagnante nei mari della retorica e dell'elucubrazione giuridica, conduce l'Europa all'unit e alla pace, scavalcando gli infruttuosi Quattordici punti di Wilson, elaborati in una platoneggiante Washington da un areopago di consiglieri fra diplomatici e militari, economisti e giuristi, psicologi e sociologi (p 217). Ma bersaglio privilegiato della satira , soprattutto, un'Italia la cui endemica carenza di prassi, denunciata dallo stesso Rathenau, si riconferma, nell'esordio federativo, in quella rappresentanza inviata a Metz e composta, in tutto, da quarantanove avvocati e trentun dottori in legge un'accademia giuridica (p. 245). Non a caso, il gesto dannunziano a farsi portavoce dell'enfasi connaturata alle nostre lites: I'autocandidatura del Poeta a Presidente della Federazione Europea infatti destinata a

decadere semplicemente perch consegnata a un messaggio in francese arcaico, cos prezioso e dilicile, che nessuno si sent il coraggio di decifrarlo (pp. 243-244). Siamo, come si vede, in perfetta linea con l'ormai esperita polemica di Morselli nei confronti della realt italiana polemica su cui subito si incanalano le pagine d'esordio, ravvivando una problematica gi centrata a pieno in Roma senza papa: schermo allo scrittore qui von Allmen che, nel suo viaggio per la Valtellina, si imbatte in una hall d'albergo in un signore dalla calvizie senatoria italicamente concionante sulla questione meridionale, sfoggiando pretese ciceroniane e melodrammatiche insieme (p. 31) (e fra gli inediti di Morselli vi anche una Proposta per risol?~ere il problema meridionale risalente al 1956, ma da lui stesso pi tardi inserita fra la paccottiglia di nessun valore). A riscattarsi, in questo quadro disperante, oltre al personaggio di Giolitti, il cui senso della praxis disadorno di ogni retorica suscita disagi e ostilit in parlamento, l'uomo comune, il soldato medio quel popolo, insomma, che la guerra l'aveva avversata e poi subita e seguitava a farla--o a assistervi--con rassegnazione, nonostante che ia reverenziaie di~denza per i " tedeschi " non fosse un mito I'irredentismo non fosse solo propaganda (p. 97). Esempio e monito di concretezza e di un sano realismo, legato alla terra, proprio il soldato italiano che, di fronte all'improvviso mutarsi degli eventi per il colpo di mano austriaco, perfettamente conscio dell'utilit della pace, contento di tornare ai propri campi in tempo per mietere l'abbondante raccolto presagito. In questa ricostruzione di una scena europea restituita tutta alle sue coordinate geografiche, grazie all'esclusione dell'ingombrante presenza americana e all'affermarsi delle potenze centrali, -- secondo un'idea gi avanzata da Bertrand Russell--, lo scrittore ci indica un obiettivo che stato mancato, non tanto per provvidenzialit della Storia o accidentalit del Fato, quanto per il venir meno, sulla scena d'allora, di quei sagaci e attivi interventi umani atti a frapporsi, tempestivamente, al rovinoso fluire degli eventi. Con questo, non certo l'idillio la nota prevalente dell'affresco ricostruito con massima cura del dettaglio da Morselli, proprio perch non si tratta di un'utopia, ma solo di una possibilit realizzata che non perde quindi mai gli agganci col reale e le sue coordinate. La materia prima che qui si rifoggia infatti proprio il reale, la storia coi suoi personaggi e le loro azioni, quali non furono, vero, ma, tuttavia, avrebbero anche potuto essere. Il possibile non che l'altra faccia dell'accaduto che ne contiene in s, non sviluppati, tutti i germi, ed enuclearli non significa dunque sconfinare nell'utopia, ma solo rivisitare in altra prospettiva (pi logica) il reale. In questa direzione, le pagine di Contropassato prossimo si attengono fedelmente a un realismo storico che pu

far parlare pi di ricostruzione che di invenzione, per cui, senza scarto alcuno di prospettiva, il libro pu concludersi sull'amarezza di von Allmen per il dissolversi del mondo austriaco. Un'Austria riguardata sempre con affettuosa simpatia dallo scrittore e dissociata intimamente, pur nelle inevitabili concordanze, dalla pi fredda e rigorosa Germania ( Treue (fedelt), e Ernst (seriet), sono termini che hanno, pressappoco, lo stesso suono a Vienna e a Amburgo ma non esattamente lo stesso valore , p. 152). Proprio a queste pagine spetta, tornando sui temi analitici cari a Morselli, indagare la bipolarit fra mondo austriaco e mondo tedesco, il primo pi apparentabile ancora al ct mediterraneo -- Vienna, citt solare--, i secondo, invece, mondo estraneo, a s stante, provvisto di autonoma tradizione culturale, scisso fra introversione speculativa ed esigenza a compensarla sul piano oggettuale, in un affannoso e indiscriminato ricorso alla tecnica. E nel corso del narrato si moltiplicano le dvergenze nel comportamento bellico dei due paesi, fino a quella convivenza fra vincitori e vinti che, pacifica fra gli austriaci e i popoli latini, causa tensioni e incidenti l dove il dominante tedesco: emerso un particolare che mi fa piacere, il Cancelliere [Rathenau] considera noi austriaci pi duttili, pi intuitivi. Pi aperti, nei riguardi della latinit francese. Ha ragione. Tra Francia e Austria ci sono sottili analogie e simpatie. Domandavano a Degas dove sarebbe voluto vivere, se non fosse esistita Parigi. " A Vienne, bien sur!. Viollet-le-Duc ammise che la bruttezza delle ferrovie era giustificata, solo quando s'istitu il servi~io diretto ParigiVienna. E Baudelaire, quando cantava " le pays qui te ressemble, aveva in mente la Boemia austriaca IP. 170). E questa una pagina del Journal de ma guerre moi, owero di uno dei diari di von Allmen, riapparso sulla scena, su richiesta dello stesso Rathenau, nelle mediazioni franco-tedesche, essendo appunto connaturata all'elemento austriaco la disponibilit di transazione verso il mondo latino. In questa prospettiva, anche da individuare il ruolo ricoperto da Rathenau che, bench tedesco, si differenzia dai suoi connazionali (ma in specie dai loro capi militari) proprio per la sua " complicit " nei confronti degli altri popoli, in un ruolo, dunque, di mediazione che gi risale alle pagine de L'uomo sen~a qualit, dove Paul Arnheim, per la molteplicit e sensibilit delle sue coordinate culturali, si stagliava trait-d'u~1ion fra il mondo austriaco e quello tedesco, facendosi compartecipe di quell'Azione Parallela, indistinto simbolo in cui all'Austria competeva raccogliere in s l'intero spirito europeo. Il personaggio di Rathenau, dietro cui inevitabile che si profili la suggestione delle pagine di Musil, costituisce il perno intorno a cui ruota

tutta la seconda parte dell'invenzione di Contropassato prossimo, I'eroe positivo, l'uomo copernicano, appunto, dell'Europa post-bellica, consapevole della necessit di correre verso la pace e di attuare il pi velocemente possibile la confederazione europea, concludendola anche a costo di comp~omess; e di trovate empiriche, tanto per correggere e perfez;ona~, avremo l'intero secolo ventesimo (p. 239). Ricco di inquietudini che dalle sfere della finanza e della grande industria -- da lui, del resto, sottoposte a critica, con occhio un po' alla Engels --lo conducono a quelle dell'arte e della letteratura, dove milita tra le correnti d'avanguardia, l'ebreo Rathenau, esemplare dello spirito critico della sua razza (p. 158), dunque, per Morselli, l'homo novus, di gran lunga avanti, per audacia e originalit d'idee, a un Churchill, a un Briand P 159), tanto che sotto la sua guida la " bell'epoca " capitalistica, in una delle sue roccaforti, sfocia nel socialismo. Ispiratrice di queste pagine , d'altronde, un'opera dello stesso Rathenau, scritta nel '17, Die neue Wirtschaft (L'economia nuova), in cui teorizzata un'economia di stato che sia il primo passo verso un nuovo corso, di cui Morselli sottolinea la prevista sottrazione dei lavoratori alla disumanizzazione che si accompagna alla divisione del lavoro in senso moderno, o pretesa sua " razionalizzazione " (p. 160). Nella figura di Rathenau si coagulano, dunque, alcuni dei temi pi insistiti da parte dello scrittore, in rispondenza a una primitiva istanza saggistica che cerca di acquistare dinamica proiettandosi drammaticamente in forma di personaggio: antica istanza della scrittura di Morselli, fin dalle pagine di Realismo e fantasia e uno dei fondamentali motivi, certo, della sua predilezione per il biblico Libro di Giobbe. Da questa esigenza di concretare in figura i propri dilemmi speculativi, nasce un colloquio fra Rathenau e Lenin ( le due menti politiche pi vaste che il secolo abbia avuto , p. 160), registrato in uno scorcio d'estate del 1916, durante una breve sosta del rivoluzionario russo in terra tedesca, a Mannheim, in attesa di partire per l'America. Un colloquio, ovviamente, extravagante, non solo per la temporanea dislocazione geografica dell'obiettivo rivoluzionario di Lenin--non la Russia, bens l'America, in cui si d un processo capitalistico gi maturo--, ma anche per il rafEronto fra due diversi itinerari di attuazione del socialismo, fino a sfociare in una " terza rivoluzione " che accordi l'avanzato progresso tecnologico, implicante un forte concentramento, con il collettivismo reale, frammentario e centrifugo, delle comuni agricole, dei consigli di fabbrica. Pur senza regstrare cedimenti nella plausibilit del racconto, questo secondo troncone narrativo, coordinato dalla figura di Rathenau, perde 96 97 rispetto alla folgorante trovata d'esordio e alla divertita descrizione della

spedizione austriaca, vero e proprio punto di forza del romanzo. Qui, infatti, il narrato riprende i ritmi lenti e un po' assorti della meditazione di Morselli, e tende pi ad analizzare che a descrivere, a riflettere e a raffrontare che a restituire immediatamente in figurazione fantastica. Ci sono libri il cui stile sono le cose , scrive Morselli nel suo inframmezzato dialogo con l'editore, citando Edmund Wilson, e la massima, che qui cade a prevenire un'eventuale accusa di gravit e burocraticit di stile, da estendere alla scrittura tutta di Morselli, intesa a rendere concretamente il concetto, l'idea che la muove, senza indugi sull'orpello stilistico. insomma, pirandellianamente, uno stile di cose e non di parole (e un saggio su Pirandello, d'altronde, era in ponte fra le carte di Morselli), condotto, dunque, lungo coordinate antinomiche a una letteratura che abbia alle proprie radici la parola dannunziana e la vacuit della falsa rivoluzione futurista, apertamente ironizzata, quest'ultima, sempre tramite l'occhio attento di von Allmen che, in un ristorante milanese, incontra Marinetti con una rappresentanza apostolica di futuristi, la Nuova Accademia (p. 27): immagine grottesca che gli si sovrappone surretiziamente alla Cena leonardesca da lui appena visitata. Il distacco di Morselli dalle nostre lettere misurabile appunto anche su questo versante stilistico, in questa corposit di uno stile che rischia volutamente la pesantezza, l'uniformit e la monotonia pur di salvaguardare la messa a fuoco dell'oggetto inquadrato, del concetto da restituire alla pagina. In realt, dietro il narratore rimane pur sempre il modello saggistico, l'andamento meditativo e divagante del suo amato Montaigne, la tendenza a far prevalere la riflessione sull'azione o sulla rappresentazione, per cui la pagina stenta talora a trovare il suo punto d'equilibrio. Gli esiti pi compiuti sono toccati l dove la meditazione sottesa s ma tutta risolta in creazione fantastica e una " trovata " innesca la vena narrativa, come appunto nella parte iniziale di Contropassato prossimo, in cui l'assunzione di una materia " altra" alleggerisce anche l'ineludibile istanza autobiografica. Paradigmatica di un velato autobiografismo di pi occasionale incidenza qui, infatti, la maliziosa proiezione dei propri attuali connotati biografici ( A cinquantotto anni, nell'et in cui si meno inventivi che minuziosi (e meno volitivi che puntigliosi) , p. 45) in un personaggio di secondo piano, secondo un procedimento assimilabile a certe narcisistiche comparse del regista in brevi sequenze di un proprio film, quasi a firmarlo anche visivamente. O ancora, il riaffiorare del tema del suicidio, ma stavolta intravisto solo di scorcio, nella figura di un giovane e colto ufficiale, sbrigativamente definito nevropatico dai suoi collaboratori e, certo, un carattere chiuso, irto (p. 67). L'inserzione della figura di Rathenau crea nel tessuto narrativo dei momenti di pausa, di riflessione teorica che, uniti all'affievolirsi dell'in-

venzione iniziale, tendono ad appesantire e frammentare un racconto che gi nella divisione in sei parti (pi un epilogo, nonch l'intermezzo criticoj operatane dall'autore, denuncia la sua composizione a puzzle. L'Intermezzo critico, come prevedibile, non cade del resto casuale, ma si pone veramente a discrimine fra due versanti del romanzo, di cui il primo tutto risolto e organicamente raccolto nell'intuizione geniale di von Allmen, nel resoconto quindi della Edelweiss Expedition, fino alle trattative di pace separatamente concluse dall'Italia con l'impero austro-ungarico (e senza scapito alcuno rispetto alla realt storica). La seconda parte registra il successivo decorso della guerra, fino all'improvvisa invasione tedesca della Francia--pendant a quella austriaca dell'Italia--, per distendersi quindi, in ritmi pi lenti, nel ritratto ideale di un'Europa unita e pacificata, occasione e pretesto, allo scrittore, per un suo personale consuntivo storico-politico. Il filo del racconto qui si spezza, riversandosi in pi rigagnoli e il quadro si affolla di presenze storiche (da Hindenburg a Ludendorff, fino ad Einstein) coordinate s dalla figura di Rathenau che si impone gradualmente sulla scena, ma prive tuttavia di un centro unificatore e irradiante, capace di imprimere verve narrativa al racconto, come era stata, nella prima parte, la brillante invenzione del tunnel valtellinese escogitato da von Allmen. All'Epilogo spetta trarre le fila di questa " via europea " al socialismo, divergente dai contemporanei modelli leninisti, adeguati solo alla realt sovietica, ma a questi non ostilmente contrapposta, nella ricerca di quella pacificazione contemporaneamente minata dagli atteggiamenti antisovietici di Winston Churchill. Se le vedute di un Churchill prevarranno, i nostri figli seguiteranno a pagarne le conseguenze lontane : cos si chiude il discorso di Rathenau alla Comunit europea, infiltrando, fra le linee dell'utopia, brividi e presagi delle 98 1 99 pagine di storia di qui realmente snodatesi. Perch uno dei pregi della ricostruzione di Morselli proprio questo continuo strizzare l'occhio alla realt del fatto accaduto che, nel momento in cui destituito di realt, decade dalla sua posizione di feticcio, ma per prospettarsi allora quale altro volto, quello possibile, della versione narrata. Questa interscambiabilit di accaduto e di possibile (e vari presagi dell'assassinio poi di Rathenau percorrono, ad esempio, il racconto) alla base del gioco illusionistico dello scrittore, per cui la sua versione della storia si confonde agli occhi del lettore con i contorni del reale, rivestendosi a sua volta del carisma dell'evento e atteggiandosi nella statuariet del passato. Gioco a cui fortemente contribuiscono i vari personaggi, tratti dalle pagine della storia non semplicemente, o non solo, per conferire veridicit e concretezza al narrato, ma per testimoniare di una verit cui Morselli particolarmente tiene, quel gioco delle figurine di piombo a cui, secondo Musil, il

destino si trastulla con noi (I, 25), in quanto ciascuno ha un proprio intimo numero di grossezza, ma [...] entro quella grossezza pu indossare i pi diversi vestiti, se il destino li ha in serbo per lui (I, 29). Tema caro anche a Hermann Hesse, se vi fa ruotare intorno tutta l'ultima parte de Il lupo della steppa e se il suo ultimo romanzo, Il gioco delle perle di vetro, dominato dalle figure degli scacchi e di altri analoghi giochi orientali: e, d'altronde, poteva ben rientrare nel cerchio delle affinit di Morselli questo scrittore tedesco, particolarmente attento all'antinomia fra vita e pensiero, e destinato a trovare, nella limpida atmosfera della Svizzera italiana, la propria chiarificazione morale ed estetica (Mittner). Oscillando fra il divertissement e la parabola, anche Morselli, dunque, " gioca " qui, polemicamente, con le sue " figure ", usando dei personaggi reali che non vengono mai meno a se stessi, non contraddicono il loro essere, ma sviluppano ed estrinsecano delle potenzialit d'azione che la storia, quella reale, nella sua illogicit, ha accantonate. Il destino, insomma, ha scelto per loro un diverso vestito, ma, forse, spettava proprio a loro " inventare " la storia, indossando l'abito a questo pi adeguato: rilevata matrice etica e rimprovero sotteso, senza appello alcuno, a pagine partecipi, ma non esaurite nei moduli di una letteratura d'intrattenimento. Non stupisce dunque la chiusa che, densa di amarezza e di inquietudine, vira verso il reale storico, nella figura di von Allmen emotivamente coinvolto nello sfacelo del mondo austro-ungarico: sobria e illuminante figura che, oltre a suggellare la circolarit narrativa, si delinea coscienza critica dell'intera vicenda, da lui stesso avviata e via via commentata nelle pagine dei suoi diari. E l'intercalata registrazione diaristica assicura ancora una volta al narrato l'occhio dello spettatore, lo sguardo lucido e disincantato di chi, pur partecipe degli avvenimenti, sa astrarsene nell'istanza al distacco speculativo, standosene, insomma, in vetta all'albero, zum Wipfel stehen : condizione prima d'esisten~a del personaggio di Morselli. Il gioco delle figurine di piombo rimane sempre dietro le quinte del personaggio di Morselli, anche l dove la scrittura pare sconfinare nel puro divertissement, come nel caso delle briose pagine di Divertimento 1889, stese fra il '70 e il '71. Occasionale protagonista ne la regale figura di Umberto I, sorpresa nel mentre sfugge ai propri noiosi ed inutili compiti di regnante, per evadere, nelle Alpi svizzere, in un'avventura tra il galante e il finanziario. Attratto al di l del Gottardo dall'intravista possibilit di vendere vantaggiosamente, e senza intermediari, una sua propriet nel Monferrato a una stravagante signora tedesca, imparentata con la famiglia Krupp, Umberto parte in incognito, con una ristretta e fidatissima corte, diretto in un piccolo villaggio del Cantone di Uri. Questo sar lo scenario

di un'aggraziata ricostruzione da bell'epoque, lungo cui si distende la verve di una commedia che esplicita le proprie ascendenze nei nomi di Meilhac e di Halvy, commediografi francesi dell'ottocento, librettisti, fra l'altro, di Offenbach, della cui musica-champagne l'intero " divertimento " aspira appunto a riprodurre il ritmo. Le cadenze di quest'operetta sono infatti dichiarate dallo stesso scrittore, in un'apostrofe conclusiva alla cara lettrice , in cui si afferma la gratuit e l'inconsistenza di questa storia arcaica e ingenua , circoscritta alle sue caminiere, fioriere, corriere e vaporiere , tutta esaurita nel suo carattere evasorio e di questo compiaciuta: Una fuga fra i fantasmi della bell'epoca? Direi di sl [...] questo un piccolo libro che consuma e gode l'evasione inten~ionalmente. Dunque candidamente. Ostenta i suoi aspetti pi gratuiti e svagati (p. 187). 101 Una storia, dunque, che prende a pretesto un'epoca e un suo personaggio per intrecciarvi le proprie cadenze favolistiche, poich di favole abbiamo sempre bisogno, e il mito in questione ne vale un altro (p. 188), e trova la sua prima ragion d'essere nel divertimento dello scrivente (<Uno almeno, io che l'ho scritto, ci si divertito , ivi), ancora una volta impegnato a calarsi mimeticamente in una realt estranea, a misurare con questa il proprio linguaggio e a ricrearla quindi dal di dentro ( Come il suo linguaggio specifico, che ho tentato di imitare , ivi). Se questi sono i moduli su cui si snoda, esplicitamente, questo " scherzo" di Morselli, al di sotto della frivola lievit di impostazione, corrono i temi da sempre cari allo scrittore e, dietro le quinte di questa levigata messa in scena, si avverte il senso di una sofferenza, di un travaglio universali, di cui le delicate movenze di una ricostruzione in punta di penna si costituiscono benevolo paravento, inventando un attimo di sospensione, di epoch, disegnando un paesaggio incantato, anch'esso sospeso in un'irrealt di favola. Cos, mentre gli uomini evadono momentaneamente dal grigiore del quotidiano per assumere i ruoli svagati di personaggi d'operetta, saranno stavolta gli animali a farsi portavoce del dolore esistenziale, gli animali snidati dalla gratuita crudelt dei cacciatori, come lo stambecco che non ha saputo resistere all'invito della morte ed inizia il suo lungo sonno nel suo regno, che non lo aveva difeso (p. 65), o la coppia di camosci, maschio e femmina, i cui occhi dilatati, non ancora vitrei, domandavano ancora, vanamente, perch (p. 145). Negli occhi dell'animale dunque riflesso l'inquietante perch esistenziale da sempre sotteso alla meditazione di Morselli, come, ancora, nei grandi occhi lenti, colmi di fastidio e di rassegnazione; morbidi, bellissimi (p. 78) dei

cavalli scorti da Umberto all'interno di un treno merci, sbalestrati da un capo all'altro d'Europa per le fiere agricole, vittime anch'essi della nostra inquieta civilt che non lascia pace nemmeno ai cavalli (p. 79). E se la pena strutturante il personaggio di Morselli sembra qui esorcizzata dal ricorso ai moduli della commedia, o meglio ancora della favola, l'autore non abdica tuttavia alle motivazioni pi urgenti della propria scrittura, ed ecco dunque uno degli elementi scenografico-decorativi del quadro, la vaporiera, acquistare altro volto e dimensione, ergersi, improvvisamente enorma e cupa, a testimonianza di una sofferenza che investe anche la civilt delle macchine: [...] seguitava a respirare forte, con un ansimo alternativo che dava il senso della fatica, non della potenza soltanto. Le grosse aste d'acciaio, le bielle, sudavano, letteralmente: fumide di vapore, di olio friggente. Il macchinista tastava le ruote, rosse, alte quanto lui; dal gesto si cap che il metallo scottava. Dunque, la civilt delle macchine non soltanto meccanica. Le macchine faticano, sudano, hanno sete, sono vive (p. 79). Non spetta casualmente proprio al personaggio di Umberto farsi interprete della voce dolorante della macchina, indugiando nella piccola stazione alpina a colloquio con un macchinista (episodio che rimanda al suo pi articolato precedente, il dialogo in stazione fra Ferranini e un macchinista reso opaco dalla fatica, nelle pagine de Il comunista). A questa figura di regnante, assunta a tutti gli effetti a protagonista formale di questa " cronachetta ", rimanendovi tuttavia, come da dichiarazione dell'autore, solo un pretesto, sotteso infatti, a darle corpo e sostanza, un grumo di amarezza, non usa certo a indagarsi e analizzarsi ( Riflettere su se stesso, indagarsi, indagare? Si riconosceva manie e debolezze: fisime di questo genere no. Lui, si lasciava vivere , p. 81), e tuttavia ben consapevole di s. D'altronde, I'abdicare a un'introspezione intesa come vizio intellettualistico e compiaciuto di un'analisi in definitiva sterile e automortificante-e paradigma ne il protagonista di Un dramma boighese--, che sconfina nel peccato del solipsismo, non certo connotato negativo del personaggio di Morselli. Gi infatti pertineva alla figura di Walter Ferranini, a individuarne appunto la linearit e, conseguentemente, il fondo di sanit, che poi la misura della disponibilit dell'individuo alla realt esterna, eludendo il ripiegamento narcisistico sul proprio io. Si pu ritornare, per tale tematica, alle pagine di Realismo e fan~asia e ricordare la difesa pi volte avanzata da Sereno dell'uomo attivo, di Rachele su Lia, della solidariet umana di contro ad ogni orgogliosa e proterva forma di misticismo, ulteriore riprova della circolarit delle tematiche di Morselli, sempre fedele e coerente ai propri vissuti e sofferti nuclei speculativi.

La fatuit della figura di Umberto trova il suo riscatto, e quindi la sua ragione artistica, nel costituirsi dunque simbolo di un disagio, di un 102 103 malessere che investe un'epoca, una civilt, facendone af~orare gli anacronismi, le contraddizioni, e costituendosi segnale della decadenza. In quest'ottica, la presentazione, nel primo capitolo, dei personaggi regali mira a individuare, al di sotto di quella fatuit a oltranza, reazione inevitabile a un mestiere detestabile e alienante (p. 187), la disperante e accorata coscienza della propria inutilit, il senso di costrizione a un ruolo fantoccesco contro la cui vacuit non vi difesa: Quel suo mestiere facchinesco e inutile, avanti e indietro per l'ingrata Italia, la sconnessa, scalcinata Italia, senza responsabilit n poteri, ma inseguito da carte e corrieri, lui ehe non c'entra niente, che non pu cambiare nientep. 16). E controcanto si fa il sorriso della regina, figura fulgida, e graziosa , imprigionata nella propria rappresentativit tutta formale, quel sorriso celebre in Europa, quello che ha consolato terremotati e colerosi, e che consola, in primo luogo, lei. Lei stessa p. 17). Proprio dall'essere prigioniero, inchiodato a un ruolo mortificante, la cui vacuit non consente gratificazione alcuna, nasce per Umberto l'evasione, la fuga, pur temporanea, nei pi anonimi e rilassanti panni di certo Conte Filiberto di Moriana, ozioso villeggiante in un silente villaggio delle Alpi svizzere, solo preoccupato di eleganti schermaglie amorose. E l'hegeliano ventaglio dei possibili a dispiegarsi dunque insperatamente di fronte al re in incognito, additandogli senz'altro l'immagine della libert: I1 ventaglio dei possibili offre un'immagine, ancorch ristretta e fallace, della Libert. Cosi il grande Hegel (che mi diverto a scomodare, proprio perch tanto fuori di proposito, in questa cronachetta). Quanto al Conte, i possibili che gli si sventagliavano ai piedi del Dammastock si identificavano, senz'altro, con la libert. Con altre cose ancora, fra cui quel non pi sentirsi logoro stracco sbiadito, come di solito. E avere invece il sangue a fior di pelle, pulsante di ingenui, innocenti impeti giovanili. Quasi giovanili (pp. 76-77). La prima parte di tale cronachetta prende dunque titolo proprio dall'espressione hegeliana, a rilevare la genesi prima di queste pagine extravaganti nel potenziale mutamento di ruoli sotteso, appunto al personaggio di Morselli. Del resto, la vacanza qui concessa, fuori dalia storia e dalla cronaca, al suo personaggio, tale anche per l'autore che stavolta indugia nel piacere di una scrittura come medium di ricostruzione di una societ, di un'epoca, ricreata in tutta la sua svagatezza esteriore, se pur

con l'occhio attento di chi sa indagarne i risvolti amari. Ombrellini. Ombrellini. Ombrellini. Bianchi o grigi. Rosei. Bianchi , l'indovinato incipit del libro, che subito cos confessa la propria volont di riproduzione mimetica, di trascrizione di una variopinta quanto ormai fantasmagorica realt. E non c' dubbio come alla dichiarazione conclusiva dello. scrittore ( Uno almeno, io che l'ho scritto, ci si divertito ) sia da prestare estrema fede, in quanto il divertimento letterario traspare innegabile nello schizzo di tutto un mondo col suo cerimoniale e i suoi clichs, dame seduttrici e sedotte, gentiluomini formalmente irreprensibili quanto vacui. La capacit mimetica di Morselli si cala dunque in un paesaggio di toilettes e di etichette, divertendosi a restituircelo con pochi, ma essenziali tratti di penna, accennando, alludendo, ammiccando con una levit di scrittura che mantiene sempre il suo felice punto d'equilibrio. E lo sfondo non trascurato, ma reso in prospettiva incidendovi i contorni di alcuni personaggi minori, come quel colonnello noto come Beb nei circoli dei Parioli, citato nelle colonne della " Cronaca Bizantina " con l'appellativo di " Narciso il brutto " (p. 19), nominatosottosegretario alla Guerra per intercessione della regina e divenuto oggetto di scandalo per una truffa nel gioco delle corse. Ancora sullo sfondo, si intravedono le ombre di Crispi e di Giolitti, qui avvertite come minaccia potenzialmente incombente sulla tranquilla evasione di Umberto. Sogguardati nell'ottica regale, i due ministri si delineano quasi vestali di un'Italietta usa a prendersi troppo sul serio, ingombranti presenze da eludere con cautela: il presidente del Consiglio, Crispi, si trovava a Fiuggi, a passare le acque. Il ministro Giolitti, per lo stesso scopo a Bognanco (nel Novarese). A rassicurante distanza l'uno dall'altro (p. 38). Distanza, tuttavia, davvero poco rassicurante, tanto da venir rapidamente coperta da uno scambio di messaggi, in seguito all'indiscrezione fatta trapelare da un giornale sulla stravagante vacanza consumata in incognito da una nota personalit . Se il colpo giornalistico non avr seguito nella sonnolente Roma settembrina, intenta esclusivamente a far fronte a una feroce ondata di caldo, anche i dispacci fra i due influentissimi personaggi cadranno nel vuoto, data l'incomunica104 105 bilit gi orale fra i due corrispondenti, accentuata qui dalla via epistolare. L'ozio di Umberto quindi preservato, ma solo per poco, poich ormai I urgenza del rientro Sl prospetta inevitabile a suggello dell'ariosa oasi di libert. Un'oasi insidiata da ogni dove, non solo da giornalisti importuni e da sospetti fotografi ambulanti, ma pur dall'incombere, nel buen retiro svizzero, dell'ingombrante e import ma visita del Kaiser Guglielmo, verso cui Umberto nutre invincibile avversione, sentendo irriducibili ai propri metri il temperamento dell'altro, la sua mobilit, la sua irrequietezza eccitata [. . .] per il semplice gusto, mai sazio, di muoversi (p. 140)

(connotazione, questa, come si visto, affatto negativa per lo scrittore). Ma, ancor pi, I'entusiasmo indefesso e lo zelo missionario con cui Guglielmo esercita la sua parte di sovrano a indispettire Umberto che, per suo conto, tira avanti in quel mestiere con disgusto congenito, dispetto e fatica (p. 139), per cui lo spettro di un subitaneo arrivo del Kaiser, con tutto il suo variopinto e fragoroso seguito, nell'appartata tranquillit di quei monti, tale da far tremare di ribrezzo il ben pi mediocre italo sovrano, nonch da fargli andare a monte un'accarezzata avventura galante. Se l'ironia verso il personaggio di Umberto palese, non esclude tuttavia l'af~ettuosa compassione per il destino cui legato, del tutto a contraggenio, e la ragione del suo costituirsi protagonista, seppur formale come vuole l'autore, di questa cronachetta dell'Italia fin de sicle, data in fondo proprio da certe sue cadenze malinconiche, dalla sua accorata consapevolezza di identificarsi con gli aspetti pi attardati e anacronistici di un paese per cui la figura regale costituisce una figura estranea alla realt, incapace di nuocere come di giovare, neutra e incolore come il timbro sulle carte bollate (p. 123). Di qui l'assimilarsi del personaggio con un 1nilieu ottocentesco ormai in pieno declino, con quella civilt preindustriale di cui si fa simbolo, variegato e accattivante, quella diligenza del Gottardo con i suoi postiglioni, i suoi cavalli scelti, la sua cornetta, i suoi colori giallo e blu (p. 102) che, baldanzosa e prepotente, ha acquistato dimensione mitica nella letteratura di mezza Europa, e su cui Umberto rischier la vita per una perplessit della Storia, incerta su quando troncare l'esistenza dell'augusto personaggio. Mentre la Storia medita, grattandosi il parruccone, sul destino finale di uno dei suoi Attori, interviene il Caso-- un ineliminabile intruso, come ammise il professor Hegel dopo aver sudato pi di una camicia cercando di levarlo di mezzo , p. 107 -- e decide per proprio conto, stavolta a tutto vantaggio di Umberto che, uscito illeso dall'incidente, ne ricava soltanto un morso da parte di un innervosito cavallo. Lei insanguinato , gli dir preoccupata Clara, graziosa fidanzata di uno dei suoi umciali e compiacente, ben oltre il dovere cortigiano, verso l'augusta persona, ma, per un equivoco d'udito dovuto, chiss, ai postumi delle granate di Villafranca, Umberto capir lei assassinato e, ridacchiando, risponder non ancora . Lo scherzo noncurante non il solo presagio che percorre queste pagine, presagio tuttavia vissuto solo a posteriori dallo scrittore e dal lettore, forti della conoscenza degli eventi storici, ma stornato invece dal protagonista, troppo certo di non dover soccombere a una bella morte fulminea (pari a quella, nelle pagine d'esordio, del grande cedro incenerito dal fulmine proprio nel cielo di Monza), bens di dover soggiacere al suo, ben peggiore, destino, alla sua stupida faticaccia, di commesso viaggiatore e

di impiegato d'ufficio (p. 17). Il nemico, e Umberto ne lucidamente consapevole, non , per i re, la pistola di un anarchico, ma il corso stesso della storia che si lascia alle spalle le rappresentative figure regali, in attesa di poterle, pi comodamente, dislocare nei musei: La piena luce del progresso il loro crepuscolo: e al crepuscolo erano incamminati tutti, i pari suoi. Il nemico? Non n Cavallotti, n Bissolati, l'anacronismo. Un re socialista si potrebbe forse concepire, ma non farebbe che dare pi risalto alla sua inconciliabilit coi tempi. Siamo tutti giubilati, pens--Fra 10 anni, o fra 50, il nostro posto sar nei musei. Insieme cogli anarchici che tirano a farci la pelle, mentre la gente di buon senso si accontenta di compatirci, o di metterci in caricatura, in attesa che ci decidiamo a finire in soffitta (p 81). Il senso di una fine, dunque, di un mondo che dilegua trascinando con s forse un modo migliore di vivere, stravolto poi dalla sterile irrequietudine della civilt industriale, il vero e p;oprio Leit~otiv dell'intera operetta, impersonato nelle contrastanti figure di Umberto e Guglielmo, proiettati su due versanti cronologici opposti, I'uno attardato e anacronistico, affatto omologo col proprio ruolo anch'esso sorpassato dai tempi, l'altro fattivo, 106 107 irrequieto, girovagante senza posa per l'Europa, al passo con la velocit esaltata dai nuovi tempi. scontato come la simpatia dello scrivente vada tutta alla pi sbiadita figura del nostro regnante, le cui ragioni umane si impongono ad affermarlo personaggio, nella malinconica venatura di una rassegnata tristezza. Nello sfondo, alle spalle del disilluso monarca (ritratto da Morselli con un penetrante intuito biografico che ha fatto ricordare Il re bMono di Ugoberto Alfassio Grimaldi), vive il quadro di un'Italietta sempre eguale a se stessa, la cui mediocre realt si proietta immutabile nell'evolversi storico, senza registrare turbamento alcuno, poich anche l'avvicendarsi del potere lascia inalterati i botteghini del lotto e i tribunali, le universit e gli spacci sali-e-tabacchi, le galere e le caserme, i corazzieri del Quirinale e i dazieri di Vicenza, i camorristi di Avellino e i consiglieri della Corte dei Conti (p. 123). Se questa la disincantata visione dell'Italia sogguardata dal giornalista casualmente capitato a Goeschenen e inclinato all'empirismo dal mezzo sangue inglese, ancora uno sguardo estraneo, quello di una compagnia di francesi, rivalicanti le Alpi di ritorno dalla nostra penisola, deputato a riattualizzare al sovrano in incognito l'amara radiografia della realt quotidiana del suo paese, recandogli il conforto di notizie fresche dal suo felice Reame (p. 101). ila consueta vena del polemista che affiora a bollare il disperante immobilismo

italiano, ed , anche qui, uno sguardo estraneo, o comunque partecipe di un'altra nazionalit, intrisa di pragmatismo (il mezzo sangue inglese del cronista), a denudare impietosamente la mediocrit senza riscatto del nostro paese. L'esigenza della dislocazione geografica, nella sua proposizione di un punto di vista esterno, quindi costante ineliminabile alle strutture narrative di Morselli, i cui personaggi, d'altronde, sbalzati in una loro prepotente individualit che li fa alieni ad ogni osmosi, si spogliano di connotazione ambientale, fino al protagonista di Dissipatio che si muover sullo sfondo di una Svizzera metamorfosata in paesaggio lunare, alluanatorio, mera proiezione interiore. Lo scenario privilegiato dai personaggi di Morselli sempre infatti paesaggio dell'anima, o comunque cifra, simbolo, siano gli indistinti contorni di una Milano travagliata dalla guerra, siano i laghi lombardi di Un dramma borghese, morboso e marcescente fondale attraversato dallo struggente favonio, o la Filadelfia onirica immobilizzata sotto la neve, de Il com~nista, o le architetture tirolesi indagate criticamente da von Allmen, o, ancora, l~improbabile sede papale quale finalmente si discopre agli ecclesiastici da lungo tempo in attesa d'udienza. Nel caso di questo Divertimento, la cifra paesistica data da quel silenzio della montagna cosl penetrante (p. 66), con cui non pu istaurarsi che un rapporto o di estrema sintonia o di totale divergenza. Da donna intelligente, era del parere che le alte montagne assimilano o respingono, e lei preferiva lasciarsi assimilare (p. 68), dove la " lei " in questione la stravagante signora von Goltz, l'interlocutrice economica (e non) di Umberto, che, per un mese all'anno, trascorre da un'intensiva vita mondana al buen retiro svizzero, comprensivo di scalate alpine, nonch pi rosee imprese, sotto la guida di un vigoroso mandriano locale. Una cornice indulgente e pacificante, insomma, quella che circonda il nostro regnante in provvisoria libert, un paesaggio le cui linee si fondono armoniche a persuadere una sospensione del tempo, fino ad astrarre dal corso mondano degli eventi cui soggiace la vita in pianura. Scatta qui ancora il raccordo con le pagine di Realismo e fantasia, con quell'ultimo dialogo aperto proprio sulla considerazione dell'influsso del paesaggio sull'individuo e della stretta connessione instaurabile fra un temperamento umano e la realt ambientale in cui calato, per concludere che Ci che noi chiamiamo il paesaggio, come elemento estetico non interamente creato da noi, io direi; e ogni tratto di paese ha in s il suo stato d'animo , ha un'indole e un sentimento propri: che a noi restano ignorati, se non sia in noi la grazia innata d'intendere, e perci di condividere, quella pi ampia e profonda vita che vi si esprime (p372). In queste tanto pi lontane pagine narrative, il paesaggio alpino, da leggere, di primo acchito, in funzione catartica, si presta per eccellenza a

definire e delimitare il luogo dell'incantesimo, sottratto al fluire quotidiano dell'esistenza, appartato dal corso della storia, unicamente affidato al riprodursi dei ritmi naturali di esistenza e il cui tempo uniformemente scandito dal ruotare dei giorni e delle stagioni. soggiacendo al fascino di questo incantesimo che Umberto rinvia giorno dopo giorno il ritorno in pianura, ritorno che rischierebbe di protrarsi indefinitivamente se la storia non giungesse indiscreta a bussare alle porte del silente rifugio nelle realistiche vesti di un Consigliere del Dipartimento degli esteri elvetico: 10o Quella mattina, alzandosi, aveva tirato fuori il suo quadernino. 109

Al 6 settembre c'era scritto: Ricordarsi di tornare a casa. Sottolineato due volte, una gran freccia a margine per richiamo. Due giorni dopo c'era scritto: Nessuno mi ha disturbato, daIonza e Roma, iO ho dimenticato loro, loro dimenticano me. Wuntz (il proprietario dell'Adler) ha la stessa funzione qui, che ho io a casa, con la di~erenza che lui e decorativo. Pure bisogna tornare, le mie dimissioni erano provvisorie . I1 10 settembre: Attenzione al passage d'age, quando torno a casa. Sottolineato due voltep. 177). La suggestione da Mann, della montagna incantata sottratta all'usuale metro di misurazione del tempo, e del microcosmo qui costituitosi, retto da proprie leggi interne e sospeso in un'astrazione geografica e temporale, puo raggiungere, in un'eco smorzata, il lettore di queste pagine, che tuttavia disperdono l'eventuale ascendenza letteraria nella levit del divertissement. L'appartato angolo di mondo, in cui Umberto ha potuto spogliarsi dal proprio inutile ruolo e indossare finalmente i panni, a lui pi congeniali, di un bonario signore di mezza et, pago di semplici piaceri, comunque, per lo scrittore, non solo la potenziale alternativa ai ferrei decreti della storia, quali si attuano gi in pianura, ma il luogo per eccellenza dell'evasione, in cui consumare dunque anche la propria, privata, evasione dall'assordante quanto vana civilt attuale: Seguuna digressione [...] sulla bellezza di fuggire dalla febbrile vita moderna che s'incarna nella tecnica divorante, il telegrafo (fra poco, anche il telefono), l'illuminazione elettrica, la corsa vertiginosa dei convogli ferroviari L uomo d'oggi sente il bisogno di ritrarsi indiero, tanto pi quando appartiene alle nazioni dove il progresso furoreggia, indietro verso il passato, i cavalli non meccanici, le strade non ferrate. ILe vecchie diligenze, o corriere, della nostra giovent (p. 183).

In uno sfumato, e subito poi rientrato, trapasso stilistico, la parola qui passa da Brighenti, medico personale (e quindi figura ausiliaria) di Umberto, intento a convincere il re, per ragioni tattiche e prudenziali, a un sollecito rientro a Monza via corriere, allo scrittore stesso che si concede di modulare in proprio la nostalgica melodia du temps jadis. in tale direzione che il personaggio di Umberto si staglia ad effettivo protagonista di questa cronachetta, in quanto, come si visto, profondamente compartecipe di quella civilt pre-industriale di cui traspaiono, qua e l disseminati fra le pieghe del gioco, gli accorati segnali di dissoluzione. La dicotomia fra due civilt, una in sintonia con i ritmi della natura e dell'uomo, l'altra concresciuta sulla divorante e angosciosa misura della macchina, tema peculiare al mondo intimo dello scrittore che, come ci dicono le testimonianze, amava passare a volte ore a ricordare vecchie mode vecchie canzoni vecchi tram, vecchi treni (di cui conosceva tutto), vecchie strade, vecchie cose scomparse . Non a caso, i suoi dialoghi filosofici avevano a cornice un paesaggio agreste, seguito nelle sue linee pacificanti, e nel filosofare di Sereno si ipotizzava un legame profondo con la sua stessa conduzione di vita semplice. Il sottotitolo originariamente dato a questo Divertimento, Il corriere del Gottardo, focalizza dunque a pieno l'ottica di lettura di pagine non certo esaurite nel pur sorprendente mimetismo attuato in una compartecipe reimmersione a ritroso nel tempo. Le ragioni di una rievocazione, che si affaccia gratificante e consolatoria anzitutto per chi scrive, travalicano il divertimento letterario e coincidono, per lasciar la parola all'autore stesso, con un mondo di cose scomparse e, esse s~, quasi incredibili, che pure sono state, per me, motivo determinante, ben altro che decorazione )> (p. 187). L'esorcismo della scrittura Scritto fra il marzo e l'aprile del '73, Dissipatio H.G. rappresenta il momento in cui il personaggio Morselli accetta di calcare in prima persona la scena della propria narrativa, calandosi totalmente in un io monologante destituito dalla sua iniziale funzione di maschera: identificazione personaggio-narrante e scrittore gi da lui stesso fermamente propugnata in riferimento all'io della Recherche. L'urgenza autobiografica pu ben essere 110 111 ~ssunta ad innesco alla ragione narratlva, tanto pi che le pagine del romanzo, concresciute sul tema del suicidio, si prospettano profeticamente quale lucido e razionale consuntivo delle motivazioni che indussero poi il loro autore all'effettivo suicidio, consumato alla fine di luglio del medesimo anno. Il circolo chiuso cosl tracciato fra arte e vita, a conferma del

" vissuto" che la pagina di Morselli si sempre rivendicata, non si risolve tuttavia nella confessione drammaticamente inarcata, ma anzi si distende nella levigata misura narrativa racchiusa nella cifra dell'intrattenimento quale gi felicemente esperita in Divertimento 1889. L'arco compreso fra i moduli ancora saggistici di Un dramma borghese e queste pagine, si conchiude dunque su un felice punto d'equilibrio, pervenendo a una scrittura il cui giro, breve e arioso, assuma lievitandoli i nuclei meditativi da sempre presenti a~lo scrittore. La continuit speculativa fra queste ultime e le pagine risalenti al corpus saggistico infatti assicurata: a mutare radicalmente, il timbro, la tonalit fantastica che fonde e riplasma in direzione ora totalmente narrativa le primitive istanze filosofiche. Il precipitare dunque nelle pagine di Dissipatio di pi temi facilmente individuabili a ritroso nell'intero iter di Morselli, conferma di una coerenza speculativa che riversa nelle pagine finali il denso consuntivo delle proprie intime ragioni, ora inventivamente trasfigurate, senza scoria alcuna, in dimensione narrativa. Dissipatio H.G. allude, nel titolo che si finge dedotto da un testo del neoplatonico Giamblico relativo alla fine della specie (mentre l'ascendenza da individuare in un filosofo medioevale, Salviano da Treviri), a una dissipazione humani generis, dove al termine dissipazione da evitare qualsiasi connotato etico, valendo qui per evaporazione, nebulizzazione, equivalente, insomma, a un'enigmatica quanto subitanea e incruenta sparizione dell'intero genere umano, volatilizzatosi in una favolosa notte di prima estate. Ironia della sorte, elezione o dannazione che sia, ma comunque inaudita forma di negligenza, unico superstite di tale immane ecatombe l'io protagonista di queste pagine, narratore e unico destinatario insieme della propria scrittura, quell'io che, appunto nella notte fatale, si era allontanato e segregato dal mondo per consumare isolato, all'interno di una caverna, il proprio suicidio, gettandosi in un lago chiuso, detto della Solitudine, non comunicante con l'esterno. Ingegnosa trovata, intesa a sottrarsi fin nella spoglia corporea all'umanit, rendendosi definitivamente irreperibile e facendo della propria morte un misterioso annichilamento, un dissolvimento nel nulla (p. 22). Ma, al momento di agire, un insorgere organico, della sostanza vivente non disposta a cambiare materia, impedisce l'attuazione del gesto e il mancato suicida, gi esperto di precedenti, frustrati tentativi, da lui battezzati quali commutazioni di pena , riemerge a un mondo che, in quel breve lasso di tempo, si fatto paurosamente desertico. Il paesaggio che si discopre la mattina seguente al sopravvissuto , infatti, misteriosamente spoglio di ogni presenza umana, gravato da un silenzio la cui dimensione finir per ergersi assordante e angosciosa per il solo uomo lasciato a misurarlo:

Eppure il silenzio gravava e io lo registravo con un senso diverso da quello uditivo, forse emozionale, forse riflesso e ragionante. Ci che " fa " il silenzio o il suo contrario, in ultima analisi la presenza umana, gradita o sgradita; e la sua mancanza. Nulla le sostituisce, in questo loro effetto. E il silenzio da assenza umana, mi accorgevo, un silenzio che non scorre. Si accumulap. 35). In un paesaggio dominato dalla nebbia--elemento da sempre consono all'indistinta toponomastica di Morselli, tutta interiorizzata e soggettiva --, si muove dunque allucinato il protagonista, sperimentando una nuova solitudine impressa dai crismi dell'eterno, saggiando il decadere di una dimensione temporale valida solo in riferimento alla presenza umana. Si apre cos, per l'unico uomo dimenticato sulla terra, in cui si aggira come per un'orbita di parcheggio, un'eternit che coincide con il permanere e il fluire dell'usuale quotidiano, esprimibile quale permanenza del provvisorio e dilatazione estrema dell'attimo (p. 145): eternit kitsch per qualunque metafisico, ma decretata da chi non avev;bisogno di passare per grande regista. Nel paesaggio disertato dall'uomo e cosl fissato in un'immobilit atemporale, si staglia allucinatorio il gesto meccanico degli oggetti rimasti muti testimoni di una vita un tempo pulsante al loro ritmo, come lo sbracciarsi privo di senso delle linotypes di una redazione giornalistica, poveri automi gesticolanti, prigionieri della loro fedelt meccanica (p. 38). La visione, di una fissit angosciante, al tempo stesso percorsa di pietas per l'oggetto abbandonato e condannato 112 113 all'inutile ripetitivit del gesto, reificazione ultima, e dolorante, di una trascorsa presen%a umana. Al di l del sacrificio consumato ai danni delle cose, private, con la perdita della dipendenza dall'uomo, della loro ragione e continuit di vita, la subitanea scomparsa di scena dell'intera umanit determina la riappropriazione vitale del paesaggio da parte degli animali, se famiglie di camosci scendono ora tranquillamente a valle e si moltiplicano gli uccelli a riempire l'aria di nuove voci. Dbacle ultima dell'antropocentrismo, convinto che la fine della specie implicasse anche la morte della natura umana e vegetale, la fine della terra, la caduta dei cieli. Gi in Realismo e fa~tasia, per bocca di Sereno, si irrideva apertamente a quell'antropocentrismo che non ci consente d'intendere la realt se non alla stregua dell'essere nostro di individui (p. 190), e poi in Fede e critica si avversava l'antropocentrismo cristiano sotteso alla teoria del peccato originale, in quanto elusivo della sofferenza estesa anche alle creature animali e, pi in

generale, a tutto intero il creato. E presuntuoso e puerile illuderci di cancellare ci che non rientra nel nostro conto Fede ecc., p. 42), scriveva allora Morselli, e la scomparsa del genere umano drammatizzata nelle pagine di Dissipatio si pone ora a definitiva riprova della nostra presuntuosa vanit egocentrica, direttamente confutata dal rifiorire sulla terra di ogni specie di vita, appena eliminata la razza inquinante: Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell'uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare pri~na, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: Ainsi fera la mort de toutes choses notre mort . Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non mai stato cos vivo, come og~i che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non mai stato cos pulito, luccicante, allegro (p. 56). L'abdicare, in questo caso, anche al nome di Montaigne, altrove definito I'ispiratore , e il cui saggismo dovette infatti costituire una delle molle pi attive alla scrittura di Morselli, d ben la misura dell'umanesimo di questo scrittore, un umanesimo, come osservaoletti, t. . .] piu " naturalistico " che antropocentrico, dsposto pi alla natura (e all'uomo come natura) che alla Storia e in questo senso decisamente conservatore e non ottimistico. Ed proprio da questa originale disposizione ad azzerare dentro l'imprescindibile oggettivit delle cose ogni pretesa totalizzante dell'uomo (restituito alla sua inspiegabile appartenenza all'universo) che scaturiscono alcuni dei pi singolari atteggiamenti di Morselli: il suo antistoricismo e il suo realismo antiidealista e, nello stesso tempo, la sua inquieta religiosit. In questa prospettiva, la fantasia apocalittica maturata in Dissipatio si pone veramente quale punto ultimo e perentorio dell'iter speculativo di Morselli che stavolta, perch il gioco torni, tenta una puntata straordinaria, gioca d'azzardo sulla realizzazione di una delle fantasie pi segrete e perverse del solipsismo, la scomparsa intorno al proprio io dell'intera umanit: La grotta del Sifone e il 2 giugno non erano ancora in vista, e io facevo il mio solito giuoco, parentesizzare l'esistenza dei miei simili, figurarmi come l'unico pensante in una creazione tutta deserta. Deserta di uomini, s'intende [...] Allo stadio finale di una contemplazione abbastanza perversa, riuscivo a persuadermi per davvero di essere solo. Solo nel mondo. In gergo filosofico si chiama salvo errore, solipsismo: I'individuo io, e la sua visione delle cose, nessun altro

niente altro (pp. 51-52). Un tempo il " dilettante " di filosofia, in nome di una fruttuosa compartecipazione del singolo alla vita dell'umanit (eco dell'etica collettiva di Banfi), aveva recisamente espresso il suo rifiuto del solipsismo, quando, portavoce Sereno, respingeva il movimento romantico e il conseguente soggettivismo, il cui ineluttabile frutto era l'isolamento dell'individuo nel contesto sociale. Questo il retroterra filosofico, cui non doveva essere estranea la confutazione del solipsismo condotta da Martinetti, la cui Unit assoluta, origine e punto di ricongiungimento di tutte le unit a priori, ricorda l'Es, o Totalit, da cui, per Morselli, si scinde l'io. E la volta, quindi, del nuovo credente di Fede e critica individuare un ulteriore argine al vizio, connaturato all'uomo e sof~erto a contraggenio, in prima persona, dallo scrivente, ad af~ermarsi come " unico ", subordinandosi il resto del mondo. Rimedio ne il concetto cristiano di charitas che 114 1 115 consiste, anzitutto, nel sentire le creature fuori di noi altrettanto reali e importanti quanto noi siamo> e senza la quale anche della fede pi schietta sarebbe possibile la corruzione e l'abuso (Fede ecc., p. 244). A distanza di anni, conflagra la disillusione dettata dalla prassi, nel pessimistico abdicare di qualsiasi recupero di una dimensione sociale dell'individuo. In altri tempi, prevedevo a breve scadenza una solidariet necessaria fra gli uornini di ogni razza e residenza (la chiamavo " socialidariet ", socio-solidariet, remota dall'umanitarismo e dalla charitas), che il restringersi dello spazio avrebbe imposto al Pianeta dell'Economia, mettendo fine al vuoto sermoneggiare di amore e di pace su basi mistiche o giuridiche. Questo, molti anni fa, e sono stato debitamente deluso> (p. 147~, annota il protagonista nelle pagine finali di Dissipatio, in un'amara allusione alle teorie espresse in Roma senza papa, ultimi schermi inibenti l'indiscriminata proiezione sul mondo intero del proprio dilagante solipsismo. La fantasia apocalittica di Dissipatio, costruita lungo la colonna sonora di un col~certo per violino di Alban Berg, il cui corale rimanda esplicitamente nn luttuoso e disperato corale di Bach, O Ewigkeit, du Donnerwort, O Eternit, parola di tuono , si configura dunque quale ultima tappa di una reiterata quanto frustrata ricerca di punti di riferimento all'interno del consorzio umano. L'accettata sconfitta finale si risolve quindi negli antitetici termini di un'eliminazione o propria o dell'intera umanit, scontate ormai, quale astrazione speculativa, le potenzialit di un'armonica convivenza. L'ecatombe serenamente perpetrata in queste pagine, quasi con un intimo senso di letizia, pu trovare un suo ascendente, come ha suggerito Manganelli, in quel dialoghetto leopardiano tra

Ercole e Atlante, in cui i due giocano a palla con la pagnotta morta di una terra che non pulsa pi come fa il cuore degli animali e si azzittita nel suo rombo continuo , ma tuttavia non puzza. Un'indicazione che si collocherebbe in piena rispondenza con le coordinate intellettuali di Morselli, attento (e soggettivo) chiosatore, da sernpre, del pensiero leopardiano. In esordio a Dissipatio , d'altronde, esplicitato l'antefatto biografico della fantasia, nella diretta ammissione della propria fuga saeculi , determinata e localizzata nel ripudio della mitica citt dell'oro, Crisopoli, sul cui sfondo fatto desertico si aggirer il sopravvissuto, e che, tradotta in termini di geografia reale, sottende evidentemente Zurigo, una delle localit ritornanti della narrativa di Morselli: Io non amo Crisopoli, anzi non la posso soffrire. In lei ho scorto il mio antitipo, l'affermazione trionfale di tutto ci che io rifiuto, l'ho eletta a centro della mia detestazione del mondo; un caput-mundi al negativo. La mia fuga saeculi stata, gi allora, fuga da questa precisa localizzazione del " secolo " (p. 11). C' in queste parole la ragion prima di molte pagine di Morselli, di quella fuga saeculi assaporata, in altre cadenze, nell'evasione di Di~ertimento 1889, e vi si ribadisce la matrice della sua corrosiva ironia verso la civilt a lui contemporanea, quella civilt inappuntabile rappresentata dalla linda e ordinata confederazione elvetica, tipicizzata dal dcor. Lo scenario si ricostituisce dunque nelle linee degli esordi narrativi, se gi le pagine di Un dramma borghese eleggevano il paesaggio elvetico a sfondo e cassa di risonanza insieme a una discesa agli inferi tipica dell'uomo contemporaneo. Cos l'attuale Crisopoli, con l'inutile parata di tutte le sue chiese, volta a mascherare una religiosit in effetti disattesa, con la sua elevatissima concentrazione aurea, contrassegno e garanzia di solido realismo, si staglia in Dissipatio, quale bersaglio polemico per eccellenza della ritrosia e inadattabilit di Morselli verso il proprio tempo: Con i suoi quattrocentomila mercanti, Crisopoli positiva come la positivit stessa. Disponibile a ogni cosa, tranne i miracoli. Zavorrata d'oro monetato nelle sagristie delle sue sessanta banche, non pu levitare nel meraviglioso, o anche solo nell'imprevisto. La pi alta concentrazione di ricchezza che si conosca; e una sostanza cos concreta non si sprofonda per maleficio del diavolo non Sl vanifica per grazia o castigo celeste. Le sue radici attingono l'aeternurn del capitale, quintessenza della realt (pp. 36-37). Non in tali motivi, pur profondi, di polemica si esaurisce il senso della

vendetta dello scrittore verso i suoi simili, la cui subitanea e definitiva sparizione sl immaginata con tutti i segni del segreto vagheggiamento fantastico da appagare almeno verbalmente, ma si ritorce infine contro lo stesso perverso sognatore, riducendosi a una condanna angosciosa all'eter116 117 no silenzio, alla solitudine pi inaccettabile. Se dunque anche in queste pagine un j'accuse contro il proprio secolo e la sua civilt, contro l'uomo nella sua qualit di ingordo estimatore di beni terreni, di stolto inquinatore e distruttore del proprio ambiente naturale, di un'umanit, insomma, che corre, senza avvedersene, all'ultimo invito della morte, d'altra parte, coerentemente ai propri presupposti speculativi, Morselli non individua per il proprio protagonista, abbandonato in un mondo desertico, alcuna soluzione salvifica. Alla fantasia solipsistica , anzi, decretata la condanna, nel conclusivo aggirarsi fra le strade di Crisopoli dell'ultimo individuo senza speranza in attesa di un'ombra, di un fantasma, ancora una volta del proprio " doppio ", con cui poter riallacciare il colloquio, riattingere la " parola " che lo riscatti da un silenzio senza appello il cui rischio la disgregazione totale dell'io. Dissipatio H.G. si configura appunto in questa prospettiva quale ultimo azzardo, una cui lettura in termini biografici potrebbe ben esserne data nella chiave offerta dallo scrittore stesso, come terza via esperita fra il suicidio o il rientro nel quotidiano. La fobantropia >di Morselli, qui esplicitata ( No, non sono comicamente Alceste le Misanthrope, sono, a intervalli, fobantropo, ho paura dell'uomo, come dei topi e delle zanzare, per il danno e il fastidio di cui produttore inesausto , p. 45), la molla prima e pi genuina di un'inesausta ricerca della solitudine, di quel suo vivere fuori e sopra, vivere solo (p. 17) da lui consapevolmente avvertito quale sua primaria e inviolabile condizione d'esistere. In un narrato di chiara valenza autobiografica, Morselli infatti individua l'innesco al suicidio (per usare un'espressione di Durkheim, che non era privo di acume ) nell'irrompere della civilt tecnologica nel buen retiro montanO del suo personaggio, che vede improvvisamente stravolto il suo amato e solitario paesaggio (quota 1395) da paletti, picchetti e teodoliti, concreti e orridi presagi di prossime, ardite opere d'ingegneria. Si tratta di un puntuale calco autobiografico, sfrondato tuttavia di qualsiasi scoria intimiStica e tutto risolto figurativamente in una pagina calibrata nella misura e nel gesto. La chiave della fantasia avanzata, del resto, dallo scrittore stesso, uso, appunto, a denudare al lettore la genesi della propria scrittura, in questo sorretto da un'istanza chiarificatrice di indubbia matrice saggistica. Respingendo ormai l'idea del suicidio, atto necessitante di un

1 18 destinatario da punire o da ammaestrare (destinatario non pi reperibile data la dissipazione dell'intera umanit), l'io monologante di queste pagine mette a fuoco le potenziali valenze di questa metafisica vicenda, in un gioco di specchi ambiguo e lucido nel contempo fra personaggio-narrante e scrittore: Mi potrei definire: un pensiero mortuario che sfiora sgomento la morte consumata, mentre vagheggia la Morte-ipostasi, la morte trionfante e universa (a patto, si capisce, di esserne eccettuato). E ha costruito, circostanziato, tutta questa storia, il cosiddetto Evento, dalla notte del 2 giugno, per inventarsi una speranza-rifugio, nel sogno antico dell'immortalit; un'immortalit (si capisce) soltanto sua, come soltanto sua voleva la vita. E tutta questa storia sarebbe la funebre trovata di un solipsista feroce, ma d'altra parte pusillo e poltrone, che respinge caparbiamente l'idea di morire (pp. 135-136). La storia ha dunque due chiavi di lettura, ambedue surreali una fantastico-metafisica, l'altra visionaria, quale proiezione di un inguaribile solipsista oscillante fra il sopprimere se stesso o il far sparire l'intera umanit. E l'ambiguit perdura nel sospetto, protratto in tutto il narrato, di quale sia la verit, se veramente scomparso il genere umano o se, piuttosto, l'unico e reale defunto sia proprio lui, l'io monologante di queste pagine, relegato nel limbo della follia. Coricatosi infatti la sera tra il 1 e il 2 giugno, dopo il fallito tentativo di suicidio nella grotta del Sifone, con a lato la sua ragazza dall'occhio nero , la browning 7 e 65 di cui a pi riprese tenter:i il grilletto, il protagonista ritrover la mattina sul cuscino una chiazza di sangue, giustificabile, tuttavia, con una ferita prodottasi alla testa uscendo al buio dalla grotta. Ma l'antefatto resta a gravare dubbioso sullo scenario dell'Evento: la pistola aveva ancora la sicura innestata o, al contrario, la visione di una terra depauperata di uomini non altro che l'allucinante fantasia di un defunto? La superbia solipsistica che ha generato la fantasia cos drammaticamente punita nella condanna a una solitudine sempre pi angosciosa, generatrice di incubi, e in cui si smarrisce il senso anche della propria residua identit. Colui che ha sempre considerato suo massimo privilegio vivere isolato e sfuggire il consorzio umano, tanto da decretarne infine l'annicchilimento, dopo una fugace euforia in cui saggia una natura finalmente restituita alla sua verginit, grado a grado scopre un'altra paura, ancora pi profonda e inarginabile della precedente. i~, questa, una paura provocata non dall'uomo ma proprio dalla sua assenza, che si riprospetta ora totale, irreversibile, su

un'Eternit assordante di silenzio, in cui solo si levano le note del disperato corale di Bach. Cosl, anche il rapporto con la natura si scopre, incredibilmente, deludente, dal momento che non pi un rapporto contrastato, conquistato: sconfortante: la natura era bella e tremenda, ma in funzione a-sociale. Supponeva, negativamente, l'uomo. Io la volevo inviolata, per violabile. Mi sto domandando: per goderla c'era bisogno di cartelli: " Vietato l'ingresso "? (p. 102). L'altro da s dunque una presenza s`t rumorosa e irritante, ma, purtroppo, ineliminabile presupposto e garanzia al singolo esistere che, nella pi elevata aspirazione solipsistica, finisce per sfrangiarsi, decomporsi, non ritrovando neppure l'usuale aggancio con le cose, quelle piccole cose " care " che assediano affettuosamente, con muto rimprovero, il mancato suicida al suo rientro a casa, piccole cose familiari e vischiose , pronte a riagguantarlo, ognuna con il suo modesto fascino prensile, tenace (p. 31). Neanche il ricorso agli oggetti, al confortante contatto con la materia, riuscir pi ad ancorarlo alla realt esterna e alla propria individualit: l'urgenza di un simulacro lo condurr a popolare la piazza deserta e la piscina comunale di manichini, vuote parvenze umane che di loro, degli scomparsi, ripetono fedelmente gesti e atteggiamenti. E fra le nuove bagnanti galleggianti, con debito contrappeso, ad effetto del tutto naturale, si opera gradualmente la metamorfosi del singolo soprawissuto che, perso l'unico reale e rassicurante specchio al proprio esistere nella presenza dell'altro da s, smarrisce i contorni della propria individualit, ad iniziare dai suoi referenti sociali, e non esita a travestirsi da donna, atto simbolico totalmente alieno da connotazioni sessuali. La ricerca di una voce umana, il cui dialogo lo rassicuri nuovamente su se stesso e la propria identit, conduce alla rievocazione di quell'unica figura con cui il protagonista ha mai intessuto davvero un colloquio, un medico che lo ha curato molti anni prima, fra una primavera e un autunno, da due sottili malattie, la giovinezza (era entrato il giorno che compiva ventinove anni), e una neurosi ossessiva (p. 61). Karpinsky, tale il nome (ebraico) del medico, giovane, notl conformista e soprattutto umano e di cui, come si visto, numerosi sono gli antecedenti figurativi nella narrativa di Morselli, discende certamente, come la costellazione di persona~gi a lui similari dei precedenti roman2i, da quell'uf~iciale medico che dello scrittore fu unico e indimenticabile amico durante la sua permanenza in Calabria negli anni della guerra. L'autobiografismo dunque, ancora e sempre, la molla prima dell'inventivit di Motselli, i cui temi si ripetono o, piuttosto, si rincorrono con un'assiduit e una frequenza che ne attestano l'intima risonanza e la valenza simbolica. Il piccolo Karpinsky, dalla folta barba castana analoga a una stimmata, si staPIia in queste pagine non solo in funzione oppositiva verso la classe med ca in

generale, della cui estorsione mafiosa lo stesso protagonista di I)~ssipatio si dichiara vittima. Pi latamente, il giovane medico rivive in posizione antitetica a tutto il resto dell'umanit, i cui rapporti col protagonista si riattualizzano nella memoria-cronaca contrassegnati da un esasperato consumismo, di cui riaffiora, paradigmatica, l'identificazione operata da un'amica, Henriette, del desiderio sessuale come esigenza di liberarsi dell'altro, relegandolo nel passato, nel gi-fatto, per poter procedere oltre. Nel deserto del paesaggio umano, pur antecedente all'Evento, l'unica figura che riviva fuori e lontano dalla rnemoria-cronaca (p. 63) dunque quella di Karpinsky, ucciso anni prima frapponendosi in una iite cruenta fra due infermieri. La fine consona al personaggio e, nel contempo, prevede un'eccettuazione dalla " dissipazione " del genere umano, facendo di questa morte una realt corporea definita che, tuttavia, proprio per la sua accertabilit fisica, permette un riapparire fantasmatico, il riaffiorare di un messaggio d'aiuto. Seguendo la scia di questo messaggio e il miraggio di questa riapparizione, muovendosi insomma dietro a una visione interiore che gli proietta davanti i contorni del suo proprio " doppio ", il protagonista abbandoner per sempre le sue montagne e scender a valle, nelle strade ormai vuote e desolate dell'odiata Crisopoli, fra il cui asfalto iniziano a verdeggiare e crescere delle piantine selvatiche. L, seduto sulla panchina di un viale, nell'atmosfera sospesa di una strana eternit che si prepara sotto i suoi occhi, resta in fiduciosa attesa del novello Godot, nelle modeste spoglie di Karpinsky, tenendo in tasca, per lui, un pacchetto di gauloises, le sue sigarette preferite. 120 121 Le pagine di Dissipatio hanno dunque per suggello un'immagine liricamente epigrafica, ma anche densa di valenza autobiografica, se vi si proietta figurativamente l'irrelatezza del mondo sentimentale del personaggio Morselli, i cui protagonisti mancano, conseguentemente, di una rete affettiva che li puntelli e si muovono in un microcosmo spoglio di presenze umane. Alla memoria-cronaca possono sl riapparire figure di un tempo, anche impresse di valenza affettiva ma si stagliano nel presente del ricordo solo in qualit di vuoti simuiacri, di un passato la cui dimensione affatto logorata, e il colloquio con queste ombre non travalica l'attimo nostalgico della rievocazione e si consuma, anzitempo, nell'usuale cadenza monologante. Monade intellettuale senza aperture n impegni (p. 30) si autodefinisce il protagonista, coniugando eventualmente l'attuale abdicazione all'armonia delle monadi di Leibniz, quale fruita dalla filosofia di un Martinetti, con l'implicita polemica verso 1'engagement socio-politico come

salvacondotto esistenziale al lavoro letterario, sospetto, per natura, di istanze evasorie. Si misura qui ulteriormente, di Morselli, l'endemica carenza di consonanze con gli uomini e la civilt del proprio tempo, con i singoli come con i gruppi, i clan, le corporazioni, ad iniziare da quella letteraria con cui lo scrittore annota, amaramente, ma anche provocatoriamente, la propria opposizione. Si pu riandare, per l'occasione, a Roma senza papa, a quel sarcastico resoconto di una serata mondana, comprensiva di premiazioni e letture di libri d'avanguardia ( le opere della c.d. trans-narrativa; scuola sperimentalistica affermatasi di recente ), fra cui uno, intitolato Facciom passo indietro, ha la sconcertante specialit di essere un resoconto scritto in terza persona e col prevalente impiego del passato remoto (p. 111). La condizione di emarginato, di isolato all'interno di una cerchia intellettuale di cui non condivide i presupposti, motivo a pi riprese infiltrato fra le pieghe della narrativa di Morselli, che non si esime dall'ironizzare, ove possibile, sugli stereotipi letterari del proprio tempo, demistificandone, come in questa pagina di Dissipatio, la banale gratuit: iRicordo numerose persone della mia stessa categoria (gena) professionale, che di questa mia presente situazione, se fossero stati in grado d'inventarla, avrebbero detto: non si pu supporre se non in chiave di paradosso farsesco. In vista di conclusioni socio-satireggianti. Ma un tale tipo di supposto che sarebbe, non paradossale: idiota (p. 57). Lo scontro diretto e dichiarato senza possibilit di mediazioni; l'esito trattone di conseguenza il ribadito intento di antiletterariet, nel rifiuto non solo del gusto morbido o morboso dell'approccio intellettualistico ai casi che viviamo (p. 123), ma fino alla fruizione letteraria tout court. Non ho libri: a suo tempo non ho voluto portarne nemmeno uno, quass >(p. 57) e non apro un libro, nuovo o vecchio, da anni (p. 139), sono affermazioni volte a rivendicare alla propria pagina la verit di un vissuto esente da compiacimenti e imprimat~lr letterari: I,e mie esaltazioni d'altronde erano e sono genuine, non avevano e non hanno niente di letterario. Non ho mai cavato una riga scritta, dai miei spasimi di solitudine, non me ne sono mai compiaciuto. Non ne avevo bisogno, I'esperienZl profonda, non richiede espressione riflessa, comunicazione. Non ho mai supposto, nemmeno, di essere l'unico fruitore di stati del genere. La faccenda dev'essere antica, visto che si parlato in antico di un peccato per il quale non c' perdono (p. 52). Anch'egli scrittore e totalmente estraneo alle coordinate culturali della societ letteraria che lo circonda, il protagonista di Dissipatio autore,

significativamente, di una Psicologia del Conscio, opera di nessuna fortuna commerciale, le cui copie, autoironicamente, finiscono brucate da una mucca affamata, all'indomani dell'Evento. Ma ora, in compenso, tutti, direttori, editori e colleghi pseudo-amichevoli, stanno " di l ", vigilati da angeli neri recanti su~li scudi le scritte sociologismo, storicismo psicologismo, incatenati alle loro telex e macchine da scrivere, circondati da serpi simboleggianti, come si legge sulle loro scaglie, l'Advertising e il Marketing. Fantasia apocalittica di scarsa originalit, come ammette lo scrittore stesso, amaramente consapevole, del resto, come la cultura porti in s il solvente per ci che la fa vivere e per ci che la nega [...] resiste e risorge. E una fenice (p. 92). Per lei, dunque, non pu esservi fine del mondo, perch la stessa fine del mondo le offrirebbe materia di nutrimento e di esercizio: niente da sperare o da temere, li riavr , la rassegnata conclusione, allusiva alla rumorosa schiera dei colleghi letterati. 1palese la dimensione testificatoria impressa da Morselli a queste pagine, in un ulteriore e definitivo ripudio degli " ismi " a lui contemporanei, gi, del resto, ampiamente sgretolati nelle pagine dei precedenti romanzi, paradigmatiche quelle di Contropassato prossimo, intese appunto a spezzare una lancia contro la Storia, questo mostro intangibile. Quanto poi a psicologia e sociologia, l'attacco condotto a fondo nello stesso contesto di Dissipatio, ironizzando ferocemente contro ogni potenziale interpretazione diagnostica della propria nevrosi suggerita da tali discipline; ironia che, per l'occasione, come nota anche Coletti, scompagina la consueta e ordinata sintassi narrativa. Il protagonista di Dissipatio, renitente a scrutarsi appena un dito sotto la pelle (p. 76), ha infatti in comune con gli " eroi " dei precedenti romanzi la linearit della vita psicologica, quell'habitus di semplificatore che lo scrittore pi volte ribadisce, in sottesa polemica, appunto, con gli psicologismi contemporanei, rivendicando alle proprie azioni, suicidio in primis, una immediata e incontrovertibile decodificazione, assolutamente scevra da ambigue, duplici letture cos care ai cultori dell'inconscio: La notte favolosa fra il 1 e il 2 giugno. Quella notte, era deciso, io mi sarei ammazzato. ~erch. Per il prevalere del negativo sul positivo. Nel mio bilancio. Una prevalenza del 70 per ccnto. Motivazione banale, comune? Non ne sono certo. Quanto alla precisione contabile, devo dire che la mia vita psichica povera. Anche nel senso della semplicit, della elementarit. Si presta alla ragio~eria: le frustrazioni inconsce e i pathos viscerali, i mali oscuri che

connoterebbero l'uomo moderno, io, devo confessarlo, non me li trovo. Un mio collega mi accus di critica riduttiva p. 19). Il netto ripudio dei mali oscuri in cui si culla la coscienza dell'uomo moderno comporta, per lo scrittore, anche l'estraniamento da una letteratura compiaciuta, tramite un ormai esausto monologo interiore, in ispezioni capillari dell'io e pseudoscontri col non-io , ferma a uno psicologismo del subsentire e del subpensare, che era gi artificioso (e noioso) Ull secolo fa (p. 20). E dunque, questa dell'io di Dissipatio, anche una dichiarazione di poetica, un confermare le distanze della propria pagina dal panorama letterario contemporaneo, rivendicandole una scelta pi avanzata, pi moderna e, forse per questo, giudicata inattuale al momento. L'accusa di riduttivismo che lo scrittore Morselli dovette sentirsi evidentemente rivolgere, a pi riprese citata, per essere tuttavia assunta, in questo contesto, a contrassegno positivo di una lucidit e chiarezza di autoanalisi, totalmente afrancata dalle secche e dalle ambagi di compiaciute quanto sterili introspezioni. Il raccordo --e il cerchio dunque si chiude con perfetta coerenza--al protagonista di Un dramma borghese, cui il monologante superstite di Dissipatio legato da pi analogie, ad iniziare dall'abitudine a usare il registratore per verificare i suoni emessi dormendo (abitudine assai pi fruttuosa dell' oniromanzia freudiana ), e proseguendo con la confessa stipsi afl~ettiva >(p. 60), fino al gusto, anche estetizzante, per i vini. Ma a confermare, anche tangenzialmente, la sostanziale identit dei protagonisti di Morselli, i rimandi si diramano un po' a tutti i precedenti personaggi, da quelli pi rilevati, come Ferranini de Il comunista (con cui l'io di Dissipatio spartisce l'interesse di studioso al termine marxiano di " alienazione "), a quelli schizzati in punta di penna sotto pretesto di gioco letterario, come il re Umberto di Divertimento 1889, cui inerisce, imprimendovi un sotterraneo moto di simpatia e una segreta consonanza, la medesima linearit psicologica. In queste ultime pagine, l'habitus semplificatorio assunto a metro conclusivo di giudizio sull'intera nostra civilt, dilatandosi fino all'assoluta geometrizzazione del pensiero, esprimibile, in fulminea sintesi, pi mediante la visualit del grafico che attraverso la pi lenta mediazione della parola. In tale direzione polemica, infatti da leggere la doppia piramide, a vertici diametralmente opposti, disegnata quale consuntivo della parabola umana, dal primo uomo (o ominide capostipite) ai formicolanti miliardi di esseri della stessa specie che avevamo la notte del 2 giugno (p. 85), fino all'antitetico vertice terminale, costituito dall'unico superstite, nella persona dello scrivente. E questi, moderno Deucalione, assolver, pur con una prudenziale parsimonia, anche al compito d'ufficio di riseminare emblematicamente la specie, usando tuttavia in luogo dei sassolini del mito, compresse di tranquillanti, a propiziare in tal modo la nascita di una

razza meno rissosa di quella estinta. 124 125 La surreale " volatilizzazione " dell'intero genere umano, oltre a rispondere ai sogni proibiti di un solipsista feroce, affonda, pi concretamente, le sue radici, in un istinto di autodistruzione da cui inconsapevolmente l'umanit si lasciata travolgere, e di cui macroscopici e allarmanti segnali erano gli inquinamenti, la violenza, la morte pseudo-accidentale isolatamente perseguita sulle strade. Quel cupio dissolvi da Freud reso innocuo, mutandolo in una gratuita astrazione, in un filosofema simmetricamente antitetico al dogma dell'Eros onnipresente, stato inverato e catastroficamente superato dalla realt. L'invito alla morte giunto la sera del 2 giugno e propiziato da un caldo vento del nord, il favonio, ha trovato l'umanit passiva, desiderosa di farsi agire. All'invito della morte non resiste una povera bestia (p. 65), era scritto in Divertimento 1889, ma qui, come testimonia un messaggio holderliniano vergato da un ignoto (un cuoco d'albergo?) poco prima dell'Evento da lui presentito, la chiamata della morte si estende suasiva all'intera umanit, inabile a sottrarvisi: L'umanit non ha responsabilit, non ha colpe, subisce un destino: amiamo la morte. La morte degli altri, e pi ancora, in questo precipitare dei tempi, senza saperlo la morte nostra. Ma non furore suicida, non l'istinto di morte supposto dalla psicologia. L'uomo in realt passivo. ila Morte che agisce, e lo chiama a s. E il suo un appello a cui non si resiste (p 95). E, comunque, in questo farsi agire da parte di un'umanit ormai logora nelle sue resistenze vitali, anche una potenziale e definitiva soluzione a quel male universale, inteso come sofferenza ( il solo male la sofferenza. Un individuo che soffre, a cui manca quello che gli occorre per essere , p. 66), cui ogni singolo soggiace. La morte a cui, in queste pagine, si immagina di votare il genere umano, non dista troppo, in fin dei conti, dall'attuale condizione di vita: se essere morti significa infatti impartecipazione al mondo esterno, insensibilit, indifferenza (p. 77), il divario fra morte e vita si prospetta puramente quantitativo, poich, vivi, siamo gi morti a tutto ci che non ci tocca o non c'interessa e partecipi quindi ampiamente del connotato dei morti, l'impassibilit. Di fronte alla molteplicit di esperienze, interessi e relazioni teoricamente possibili, la vita, nel suo effettivo, piatto snodarsi quotidiano, non dista 126 dunque da riconsiderare anche quante, fra le af~ermazioni e dichiarazioni dello scrittore, vengono inserite nella pagina di romanzo in cerca di

scandalo e che, nella loro virulenza polemica, non possono venir scisse dal contesto speculativo da cui muove l'intera narrativa di Morselli. L'ideologia (socio-politica) come il profumo della zuppa di cavoli arriva dappertutto (p. 71), annota l'io di Dissipatio, contemporaneamente dichiarando la propria totale carenza di impulsi politici, in una situazione esistenziale definibile con tre sole coordinate: isolazionismo di intellettuale, vago anarchismo, conservatorismo piccolo-borghese (p. 76). Il " qualunquismo", insomma, del cui peso lo scrittore si sente investito dai propri critici, presenti e a venire, al di l dell'autoironia giustificativa e difensiva dietro cui la voce narrante si schermisce, si ridimensiona e sfuma una volta rapportato a quel retroterra saggistico, impresso da fortissima istanza etica, in cui Morselli a~rontava e chiarificava le sue problematiche esistenziali. Scrive il protagonista di Dissipatio a riprova, ormai solo per se stesso, della dimensione reale inerente alla propria abnorme situazione: Solo gli ottimisti si illudevano che il reale fosse razionale, e io non sono mai stato ottimista. Ora, poi, mi sto convertendo al realismo pi piatto. Il reale, avendo dalla sua la durata e la coerenza (coerenza nel senso di uniformit e solidit), si pu permettere il lusso di essere irrazionale e inspiegabile. Anche pazzesco, se gli torna comodo (p. 58). Sulla falsariga della propria, antica, polemica antihegeliana, lo scrittore Morselli qui, davvero al suo ultimo atto, coincidente con l'ammissione della propria totale sconfitta nei confronti di una realt inagibile ormai anche per via letteraria, renitente a manipolazioni che ne facciano emergere le sottintese, pi razionali, possibilit. E l'immagine conclusiva del personaggio Morselli, ormai consapevole, nel suo azzardo fra la vita e la morte, del fallito esorcismo della scrittura, pu ben essere quella suggestivamente consegnataci da lui stesso, in perfetta coincidenza di contorni con il suo ultimo protagonista: una stanca silhouette, in attesa, fra le strade deserte di Crisopoli, dell'arrivo di Karpinsky, rnentre i ranuncoli e la cicoria in fiore invadono l'asfalto cittadino. NOTIZIE BIOGRAFICHE. Poco conosciuta, ma, in generale, priva di elementi emergenti, la biografia di Morselli affatto in linea con la figura appartata e schiva dello scrittore, tenutosi voiutamente ai margini dell'attenzione pubblica e ritagliatosi, all'interno delle nostre lettere, uno spazio totalmente eccentrico alle tendenze a lui contemporanee. Nato a Bologna il 15 agosto 1912 da famiglia benestante, secondo di quattro figli, Guido rimase orfano di madre a dodici anni, perdita, questa, che dovette notevolmente influire sull'emotivit del ragazzo, il cui inesausto bisogno di affetto, rimasto inalterato negli anni, si riallacciava a

quella figura femminile prematuramente scomparsa e tentata di recuperare in successive proiezioni. Dai ricordi della signora Maria Bruna Bassi, da lui chiamata la mia mammetta e a cui lo leg una trentennale amicizia, emerge il quadro di un'infanzia densa di turbolenze ed eccessi, chiarificabili nella carenza di quella figura materna gi languente dopo un attacco di spagnola da cui non doveva pi rimettersi, e pur sostituita, nelle cure del quotidiano, da succedanee e attente presenze femminili. A questo si aggiungano le frequenti assenze del padre, un chimico, che, per ragioni di lavoro (fu un dirigente della Carlo Erba e funzionario di banca), si allontanava spesso da Milano, dove la famiglia si era trasferita gi due anni dopo la nascita di Guido, stabilendosi in un grande appartamento verso corso Sempione. Gli anni della scuola, pur non prospettandogli difficolt, furono vissuti a contraggenio, quali sgradevoli limitazioni ai personali e preziosi margini di libert. Dopo cinque anni trascorsi in una scuola gestita da gesuiti, al Leone Tredicesimo -- donde successivamente, secondo le testimonianze della sorella Maria, la sua scarsa simpatia per quest'ordine religioso --, pass al liceo classico, il Parini , dove, alla maturit, registr una bocciatura in matematica. Nel 1935 si laure in legge presso l'universit statale: laurea cui era stato indirizzato dal padre, che lo definiva originalone e che avrebbe voluto responsabilizzarlo in un lavoro di riconosciuta solidit. Per compiacere il padre (tant' vero, come affermava Musil, che anche un uomo senza qualit pu avere un padre dotato di qualit ), Guido accett per qualche tempo un lavoro impiegatizio, limitandosi, tuttavia, a scaldare la poltrona , impegnato com'era esclusivamente nello studio. Retrospettivamente, questi appaiono, comunque, anni di serenit, tanto pi che, dopo la parentesi dell'accademia di Modena e del servizio militare in Sardegna, lasciano libero Guido di dedicarsi alle sue passioni dominanti--le donne e le automobili--e di compiere, negli anni fra il '36 e il '37, lunghi soggiorni di studio in Inghilterra e nei paesi scandinavi. Poi, la guerra: i Morselli si trasferirono dalla residenza milanese nella villa di V~rese, abitualmente solo soggiorno estivo, e Guido venne richiamato sotto le armi e quindi destinato in Calabria, dove rimase per quasi tre anni senza riuscire n a inviare n a ricevere notizie dalla famiglia. Dopo l'armistizio, lasci l'esercito e trov ospitalit presso un'anziana signora, cui rimase legato da grande affetto e con cui si mantenne poi in corrispondenza fino alla morte di lei. Cercava, per soprawivere, di impartire lezioni di inglese, ma i tempi erano difficili e lo aiut solo la generosit della signora Gigetta che spartiva con lui la misera mensa. Conservati almeno i suoi libri, trov comunque modo di studiare e di scrivere, e fu, anzi, proprio in quella contingen~a che inizi a stendere i dialoghi di Realismo e fantasia. Nell'estate del '45 riusc a tornare nella sua amata Varese di cui aveva sentito dolorosamente la nostal~ia durante l'esilio calabrese, tanto da non voler pi rientrare a Milano. Ouando infatti, nel '48 vi ritorn il padre, Guido prefer restare da solo nella villa di Varese. Persa ogni attrazione per la citt e i suoi divertimenti--bench in giovent fosse

stato appassionato di ballo--, si alzava all'alba e passava gran tempo all'aria aperta, mantenendo un ritmo di vita estremamente re~olato, che lo aiutava anche ad arginare una vecchia ulcera. Alla ricerca del buen retiro nel '52 si fece costruire al Sasso di Gavirate, su un pendio dominato da Sua Maest , il Monte Rosa, una villetta chiamata Santa Trinita , dove si stabilquindi definitivamente nel '58, dopo la morte del padre, figura da lui sempre ricordata con affetto e ammirazione, come modello di quella " vita attiva " lungo i cui binari il figlio non si era sentito di seguirlo. A Santa Trinita il ritmo dei giorni non conosce scosse: le cure per la campagna, le cavalcate a briglia sciolta per gli impervi sentieri di montagna sull'amato Zeffirino. le minute occupazioni del quotidiano, e poi, sopra tutto, la scrittura. Fu l, infatti, in quei pomeriggi trascorsi ostinatamente al tavolino che nacquero i suoi romanzi, ovattati da quel silenzio e quella solitudine a lui cos cnsoni, e, tuttavia, continuamente minacciati dalle intrusioni della nostra civilt. Come ricorda la signora Bassi, prima, a deprimerlo, fu il pericolo di una pedemontana che avrebbe ferito la montagna a mezza costa--e tempest di lettere e reclami, ma inutilmente--; poi, a scacciarlo da Santa Trinita fu un'invasione di bande di motocrossisti. Era il 1973: il trasloco avvenne in una giornata gelida e nevosa, fra l'irritazione dei trasportatori. Non torn nella villa di Varese, ma si fece allestire un appartamentino vicino alla casa dei custodi. Comunque, riimmettersi nella " bolgia " fu peggio di una malattia . Alla fine di luglio, di ritorno dalla montagna dove si era recato in vacanza, trov fra la posta due copie del suo ultimo lavoro, respinte dagli editori. Era l'ultimo atto di un lungo iter artistico trascorso ininterrottamente sotto il peso dell'insuccesso: quella sera, era il 31 luglio, non vi furono pi, per Morselli, commutazioni di pena . Di l a poco uspici gli amici (Dante Isella, soprattutto) cui non era ricorso in vita, iniziava la sua vicenda editoriale nel segno della casa editrice Adelphi. FINE.