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THE DARK ENERGY

Un'energia misteriosa domina l'Universo.

Un'energia oscura, dalle insolite proprietà anti-gravitazionali, che sta facendo scervellare i
cosmologi contemporanei. Brian Chaboyer, professore di fisica e astronomia a Dartmouth,
insieme a Lawrence Krauss, Professore di Fisica e Astronomia alla Case Western
Reserve University, in un articolo del numero di Science del gennaio 2003 basato su
complessi calcoli stellari dichiaravano ufficialmente l'esistenza dell'energia oscura:
“L'universo è dominato da un'energia che ancora non abbiamo mai osservato
direttamente”, diceva Chaboyer, “e che non riusciamo a comprendere”.

In pratica stavano dicendo che la scienza non può dire con esattezza di cosa sia
composto il 99% dell'universo, ma può solo formulare delle ipotesi. L'unica spiegazione
che si sono dati è che in un universo in accelerazione (espansione) come quello attuale il
contenuto di energia nel vuoto sia non-zero, ovvero pressione negativa, ovvero “dark
energy”. Una spinta che cresce parallelamente all'espansione causandone l'accelerazione.
Questa spinta, che ad un certo punto, relativamente recente, ha accelerato l'espansione
dell'universo, è frutto di una energia ancora sconosciuta, che in qualche modo si oppone
alla forza di gravità.

Successive misurazioni con lenti


gravitazionali della radiazione cosmica
di fondo generata dal Big Bang hanno
confermato che la maggior parte di
energia presente nell'Universo, ovvero
nel vuoto, è invisibile e di forma
sconosciuta. Qualcuno l'ha paragonata
all'idea di Costante Cosmologica
avanzata da Einstein, anche se la
maggior parte degli astronomi sono
molto scettici a riguardo. Einstein, nel
1917, quando ancora la teoria del Big Bang non era stata partorita, aveva avanzato
l'ipotesi di una Costante Cosmologica, ovvero di una forza-energia repulsiva che teneva le
galassie a debita distanza le une dalle altre, in un universo però statico.

Costante cosmologica - Wikipedia

Insieme all'energia oscura, domina anche la materia oscura. In realtà stiamo parlando
della stessa cosa: Materia = Energia.

È l'ipotesi avanzata dal fisico teorico Robert Scherrer, della Vanderbilt University, in un
articolo pubblicato on line dalla rivista internazionale Physical Review Letters. Energia
oscura e materia oscura potrebbero essere diversi aspetti di un'unica forza, ancora
sconosciuta. Da alcuni decenni ormai gli astrofisici hanno scoperto che la materia visibile è
soltanto una piccola parte della materia realmente presente nell'Universo. Secondo il
modello proposto dal ricercatore americano, l'Universo sarebbe pieno di un fluido invisibile
che esercita una pressione sulla materia ordinaria e che modifica il modo in cui l'Universo
si espande.
Gli astrofisici cominciarono a formulare l'ipotesi della materia oscura negli anni '70 per
spiegare i movimenti delle galassie. Sulla base di queste prime osservazioni, stimarono
che la materia oscura dovesse essere circa 10 volte più abbondante della materia visibile.
Secondo le ipotesi più recenti, a costituire la materia oscura sarebbero un nuovo tipo di
particelle (chiamate Wimp Weakly Interacting Massive Particles), che non emettono luce e
interagiscono molto debolmente con la materia. Tuttavia nessuno è ancora riuscito ad
osservarle.

Quando Richard Feynman e altri svilupparono la teoria quantistica della materia,


teorizzarono che anche il vuoto possedesse una sua ben definita energia, data dalle
“particelle virtuali” che si formano a coppie per annichilirsi a vicenda. Secondo le stime più
recenti, l'energia oscura costituirebbe il 75% dell'Universo e la materia oscura il 23%,
mentre la materia e l'energia a noi familiari, prese insieme, non rappresenterebbero che il
2%.

Il modello di unificazione proposto da Scherrer si basa su una nuova idea del concetto
fisico di campo scalare, ossia di una quantità fisica dotata di energia e pressione che si
diffonde nello spazio. Secondo questo nuovo concetto esistono campi scalari in grado di
modificare il loro comportamento nel tempo. Ad esempio, possono evolversi in modo da
comportarsi come se fossero composti da particelle invisibili (in modo simile alla materia
oscura) e poi possono espandersi uniformemente nello spazio (come l'energia oscura).

(Pubblicato su Ecplanet 29-09-2004)

Dark Matter and Dark Energy: One and the Same? 12 luglio 2004

Weakly interacting massive particles - Wikipedia

THE DARK MATTER

Una nuova ricerca condotta in Svizzera, basata sui calcoli di un


supercomputer, suggerisce che aloni di materia oscura - del peso
pari a quello della Terra ma estesi quanto il nostro sistema solare
- sono state le prime strutture ad emergere nel nascente universo
post-Big Bang, e hanno formato le prime galassie. Solo la Via
Lattea ne può contenere quadrilioni. Quando ciò che ne rimane
oggi passa per la Terra, ogni qualche migliaia di anni, lascia una
brillante traccia di raggi gamma...

La distribuzione della materia oscura avvolge la Via Lattea. Numerosi aloni di


materia oscura possono essere visti in quest'immagine che è il risultato di sei
mesi di calcoli effettuati da un supercomputer svizzero (Credits: Institute for
Theoretical Physics/ University of Zurich).

L'universo è un amorfo blob di spazio-tempo che si stende in ogni dove per circa 25-30
miliardi di anni-luce. All'interno di questa vasta area inimmaginabile, ci sono, come
minimo, 100 miliardi di galassie che contengono 100 triliardi di stelle e un vasto
assortimento di pianeti, pianetoidi, asteroidi e comete, senza menzionare tutte quelle nubi
di polveri interstellari da cui nasceranno nuove generazioni di stelle e pianeti.

Fino a qualche tempo fa, le unità carbonio (gli umani) si ritenevano l'unica forma di vita nel
cosmo, al centro della creazione. Oggi sappiamo che il cosmo non ha centro, piuttosto,
assomiglia alla superficie di un pallone in espansione, in cui ogni punto è equivalente ad
ogni altro.

In questi ultimi anni, gli scienziati si sono anche resi conto che la materia visibile
rappresenta solo una piccola parte dell'intera massa dell'universo - meno del 5% - tutto il
resto si compone di due misteriose forze: la materia e l'energia oscura, che comprendono,
rispettivamente, il 25 e il 70% dell'universo. Dell'energia oscura si sa meno di niente, a
parte che deve essere abbastanza forte da causare l'accelerazione dell'espansione
dell'universo, altrimenti inspiegabile.

Strettamente collegata a questa energia ancora sconosciuta è la “materia oscura” (dark


matter), forma di materia rimasta solo teorica dato che finora nessuno è mai riuscito ad
osservarla direttamente. Eppure, particelle di materia oscura piovono continuamente sulla
Terra e attraversano, invisibilmente, i nostri corpi.

Uno zoom sul primo oggetto formatosi nell'universo, una concentrazione


di materia oscura di massa pari a quella della Terra esteso quanto il
nostro sistema solare, a sua volta facente parte di una regione (quella in
blu) che si estende per 10.000 anni luce. Le due regioni poste nei
riquadri sono state ingrandite su una scala 1.100 (Credits: Institute for
Theoretical Physics/ University of Zurich).

Aure fantasma di materia oscura, pesanti quanto la Terra e


grandi quanto tutto il nostro sistema solare, sono state le
prime strutture a formarsi nel cosmo. È quanto asserisce
una ricerca condotta da scienziati della University of Zurich, pubblicata su Nature. La
nostra galassia ne contiene ancora quadrilioni e si pensa che passino dalle parti della
Terra ogni qualche migliaia di anni lasciando una brillante traccia di raggi gamma.

“Questi aloni di materia oscura sarebbero l'origine dell'energia gravitazionale che ha


attratto la materia ordinaria, permettendo a stelle e galassie di formarsi”, sostiene il Prof.
Ben Moore dell'Institute for Theoretical Physics della University of Zurich, co-autore della
ricerca. “Le regioni di maggiore densità hanno attratto più materia mentre le regioni meno
dense l'hanno persa”. La materia oscura avrebbe cioè creato dei vortici gravitazionali nello
spazio mentre la materia ordinaria vi fluiva, circa 20 milioni di anni dopo il Big Bang. Dopo
circa altri 500 milioni di anni sono apparse le prime galassie.

I calcoli degli scienziati di Zurigo si sono basati su una particella teorica chiamata
“neutralino”, una particella supersimmetrica generata dal Big Bang che, secondo loro,
potrebbe rappresentare il candidato ideale per la materia oscura. I risultati della ricerca si
devono però soprattutto a “zBox”, un nuovo supercomputer disegnato e costruito alla
University of Zurich da Moore e da Joachim Stadel e Juerg Diemand. Usando la potenza
di zBox, circa quella di 300 processori Athlon, il team svizzero ha calcolato come i
neutralini generati dal Big Bang si sarebbero evoluti nel tempo. Quello che è emerso dai
calcoli di zBox sono due nuovi e salienti fatti: gli aloni di massa pari a quella della Terra si
sono formati per primi; queste strutture erano così dense che sono sopravvissute a tutto
questo tempo; ciò che ne rimane oggi si muove attraverso le galassie interagisce con la
materia ordinaria (quella atomica).

“La rilevazione di questi aloni composti da neutralini è difficile ma non impossibile”


sostiene il team svizzero, “poiché emettono costantamente raggi gamma, la più alta forma
di energia luminosa, prodotti dalla collisione dei neutralini. Con un po' di fortuna riusciremo
a intercettarne qualcuno che passerà vicino alla Terra”.

Il posto migliore per rilevare un neutralino, tuttavia, è nel centro delle galassie, dove la
densità della materia oscura è maggiore, o nei centri di questi aloni migranti. Più le regioni
sono dense, maggiore è la probabilità di collisioni tra neutralini e di emissione di raggi
gamma. La missione GLAST prevista dalla NASA per il 2007 potrà forse fornire un valido
aiuto. Rilevatori terrestri di raggi gamma come VERITAS o MAGIC potrebbero anche
rilevare raggi gamma prodotti da interazioni di neutralini. Inoltre, nei prossimi anni, il Large
Hadron Collider al CERN in Svizzera confermerà o meno le teorie della supersimmetria.

(Pubblicato su Ecplanet 16-02-2005)

Before Stars, Dark Matter Haloes Were First Objects In Early Universe 31 gennaio
2005

Institute of Theoretical Physics, University of Zurich

Gamma-ray Large Area Space Telescope (GLAST)

VERITAS

MAGIC - Gamma Ray Burst Monitor System

LHC - The Large Hadron Collider

Neutralino - Wikipedia

LA MATERIA MANCANTE

Come polvere catturata da una ragnatela, molta della materia ordinaria di cui è composto
l'universo è rimasta intrappolata in vaste nubi gassose intergalattiche. La scoperta, resa
possibile grazie a Chandra, l'osservatorio orbitante a raggi-x della NASA, potrebbe portare
a nuovi modelli della fisica standard.

Gli scienziati finora non hanno


fatto altro che stimare
l'ammontare complessivo di
materia ordinaria nell'universo
che si è formato dopo il Big
Bang. Finchè, non si sono
accorti che circa la metà della
quantità di materia da loro
calcolata mancava all'appello,
scomparsa chissà dove negli
infiniti spazi cosmici. “Tutti i barioni che formano le stelle e i gas, dentro e fuori le galassie,
ammontano solo a poco più della metà di quelli che che esistevano subito dopo il Big
Bang”, prova a spiegare Fabrizio Nicastro, dell'Harvard-Smithsonian Center for
Astrophysics.
I barioni sono una classe di particelle che includono protoni e neutroni, i componenti che
contribuiscono alla massa atomica. Ci si riferisce a queste particelle come materia
ordinaria per distinguerla dalle ben più misteriose particelle che formano la materia oscura.
Nicastro e il suo team di ricerca hanno usato una simulazione al computer creata da
astrofisici per identificare le particelle barioniche mancanti. “Grazie all'aiuto del computer,
forse siamo riusciti a scoprire dove si nascondevano”, dice Nicastro, “in nubi di gas
caratterizzate da densità molto basse e temperature tra qualche migliaia e un milione di
gradi Celsius”.

L'hanno chiamata “Warm-Hot Intergalactic Matter” o WHIM (scottante materia


intergalattica), prima d'ora osservata intorno alla Via Lattea ma mai nello spazio profondo.
Osservando il quasar Markarian 421, una galassia con un buco nero supermassiccio al
suo centro, tramite Chandra, gli astronomi hanno rilevato due probabili nubi di WHIM.
Ulteriori analisi hanno mostrato una composizione di elementi come carbonio, nitrogeno e
ossigeno, una bassa densità e una temperatura di circa un milione di gradi Celsius, tutti
dati che concordano con la stima del cervellone elettronico. I ricercatori sono convinti
dell'esistenza nell'universo di molte altre nubi dello stesso tipo. Se così fosse, sarebbe
risolto il mistero della materia mancante.

(Pubblicato su Ecplanet 22-02-2005)

Scientists Find Missing Matter 03 febbraio 2005

Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics

Chandra X-ray Observatory Center

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…”

Tutto ebbe inizio circa 15 miliardi di anni fa, con una immane esplosione, il Big Bang,
talmente violenta e fragorosa da essere ancora oggi riconoscibile nella radiazione cosmica
di fondo. Tutto, insomma, ebbe inizio da un suono primordiale.

“La materia è un materiale sonico diversamente orchestrato” (Alfred Tomatis, “Ascoltare


L'Universo”).

La materia in sé non è che un concentrato di vibrazioni tenuto in equilibrio da interazioni


che agiscono sotto forma di atomi o di molecole: ogni atomo o molecola altro non è che la
rappresentazione fisica di un fenomeno vibratorio, quindi sonico, più o meno complesso.
Ciò che differenzia la luce dal suono è solo la velocità di propagazione - 300.000 km/sec e
340 m/sec - rispetto allo stesso ambiente.

“C'è un punto critico in cui l'energia diventa massa”, afferma la scienza mistica di Pietro
Ubaldi. “Materia è energia, energia è materia”, afferma la scienza mistica di Albert
Einstein.

L'antica dottrina del Logos che crea mediante la Parola afferma che la parola è vibrazione,
e la vibrazione è ritmo, ritmo di crescita e di vita, che afferra la materia e la aggrega in un
vortice a spirale.
Una nuova ricerca, condotta da
eminenti cosmologi, prova a
spiegare in che modo la materia
originatesi dopo il Big Bang ha
creato il tutto che oggi
osserviamo nel cosmo. Il
lavoro, presentato a San Diego
nel corso del meeting della
American Astronomical Society, è il risultato degli sforzi di due team separati, uno
australiano e l'altro americano, che, usando diverse tecniche e analizzando diversi dati,
sono giunti alle stesse conclusioni.

Le nuove scoperte sono state ottenute grazie a delle gigantesche mappe tridimensionali
prodotte dal Two Degree Field Galaxy Redshift Survey (2dFGRS), dotato di un telescopio
robotico, situato nel New South Wales, e dallo Sloan Digital Sky Survey (SDSS), in
dotazione ad un osservatorio del New Mexico. Queste mappe tracciano la struttura della
materia dell'universo attuale. Mostrano, per esempio, come il raggruppamento delle
galassie è disposto in vasti filamenti e strati separati da grandi vuoti.

(Pubblicato su Ecplanet 27-04-2005)

LA PIU’ VECCHIA LUCE DEL COSMO

Circa 380.000 anni dopo il Big Bang, la materia e la radiazione cosmica di fondo si sono
disaccopiate. La materia ha cominciato a condensarsi in stelle e galassie mentre la
radiazione si è man mano dilazionata e ha cominciato a raffreddarsi. La radiazione
cosmica di fondo - Cosmic Microwave Background (CMB) - una sorta di luce ancestrale
che pervade tutto il cosmo, ora risplende in micro-porzioni dello spettro elettromagnetico a
temperature molto basse (circa -270.45 gradi Celsius).

Mappandone le sottili fluttuazioni di temperatura, gli astronomi possono ricostruire la


distribuzione della materia nell'universo primigenio. Analisi statistiche di queste mappe
hanno rivelato come la distribuzione della materia abbia preso un particolare corso
influenzata da forze in opera dall'alba dei tempi. Le impronte lasciate da queste forze
corrispondono a quelle che erano già state misurate nella radiazione cosmica di fondo dal
Cobe e dal telescopio spaziale WMap tra il 1992 e il 2003.

Le nuove misurazioni dimostrano che queste differenze nella densità della materia
dell'universo primigenio si sono evolute sotto la spinta della gravità fino a distribuirsi nei
gruppi di galassie, stelle e pianeti che vediamo oggi nel cielo. “Grazie alle mappe
galattiche”, dice Daniel Eisenstein, della University of Arizona, a capo del team che ha
lavorato con l'SSDS, “abbiamo visualizzato le fluttuazioni
della CMB e abbiamo potuto misurare le corrispondenze tra
quelle dell'universo primigenio e quelle dell'universo attuale,
ricavandone l'evidenza che la distribuzione delle galassie
sia stata determinata dalla forza di gravità”.

La Wilkinson Microwave Anisotropy Probe - WMAP - è stata costruita


dalla NASA in alleanza con la Princeton University e il Goddard Space
Flight Center per misurare la temperatura della CMB. Ha rivelato dati
preziosi sulle condizioni dell'universo primigenio.
(Pubblicato su Ecplanet 28-04-2005)

UN UNIVERSO DI SUONO

L'Universo primigenio era liscio e omogeneo, in contrasto con l'ammasso di galassie


osservabile oggi. Uno dei principali obiettivi della cosmologia è di capire come queste
strutture si sono formate dall'universo iniziale. Capire in che modo la gravità causa la
formazione delle galassie in concomitanza con l'espansione dell'universo richiede uno
studio approfondito delle interazioni tra materia ordinaria e oscura.

“Nell'universo primigenio, l'interazione tra gravità e pressione ha determinato una ragione


di spazio facendo oscillare più materia ordinaria della media e generando onde molto
simili a quelle concentriche che si formano quando si getta un sasso in uno stagno”,
spiega il ricercatore SDSS e co-autore del lavoro Bob Nichol, un astrofisico dell'Institute of
Cosmology & Gravitation della University of Portsmouth (UK). “Queste oscillazioni della
materia sono cresciute per un milione di anni finché l'universo non si è raffreddato
abbastanza per congelarle. Quello che ora vediamo nelle mappe SDSS è la loro impronta
a distanza di miliardi di anni”.

“Si possono paragonare queste impronte sonore alla risonanza prodotta dai rintocchi delle
campane”, dice Idit Zehavi della University of Arizona, “gli ultimi anelli si fanno sempre più
quieti e profondi nei toni mentre continuano ad espandersi. Lo stesso è accaduto
all'universo. Le onde si sono fatte sempre più deboli, tanto da essere oggi rilevabili solo
dagli strumenti più sensitivi”.

L'esistenza delle onde sonore cosmiche propagatesi durante il primo milione di anni della
storia dell'universo fu predetta già nel 1970 e confermata per la prima volta nel 1999
quando furono rilevate tra le fluttuazioni di luce della CMB. In molti hanno suggerito
l'ipotesi che queste onde sonore dovessero essere presenti anche nella distribuzione delle
galassie, anche se talmente sottili da risultare di difficile misurazione. Per localizzarle, il
team SDSS ha mappato più di 46.000 galassie rosse, altamente luminose, su un volume
di spazio dal diametro di 5 miliardi di anni luce. Le impronte rilevate dalle mappe hanno
rivelato la forma di onde di pressione sonora, dei veri e propri picchi acustici - o anche
“barioni che si dimenano” come li chiamano gli scienziati – che hanno diretto la materia nel
suo corso. Lo studio presentato da Eisenstein, “Detection of the Baryon Acoustic Peak in
the Large-Scale Correlation Function of SDSS Luminous Red Galaxies”, è stato pubblicato
sull'Astrophysical Journal del 31 Dicembre 2004.

Le stesse onde sonore sono state rilevate anche dalle analisi effettuate con il 2dFGRS.
Analisi che hanno anche consentito di “pesare” l'universo con estrema accuratezza,
confermando che la materia ordinaria, quella che viene chiamata “barionica”, cioè formata
da barioni, le particelle elementari di cui sono formati tutti i corpi, sia celesti che terrestri,
costituisce solo il 18 percento dell’universo. Tutto il resto, lo spazio vuoto, l’82 percento, è
costituito da materia oscura.

Centrale in questa ricerca risulterà dunque l’investigazione della materia e dell'energia


oscura, componenti ancora misteriose che, a quanto pare, dominano gli equilibri
dell'universo. Le scoperte effettuate con il 2dFGRS sono state pubblicate sul Monthly
Notices della Royal Astronomical Society.
Una mappa delle galassie in una porzione dello Sloan Digital
Sky Survey. La posizione della Terra è in basso, rappresentata
da un immagine del telescopio SDSS all'Apache Point
Observatory del New Mexico. Ogni punto marca la posizione di
una galassia, come l'esempio mostrato a sinistra. Nei primi
milioni di anni dopo il Big Bang, le onde sonore sono rimaste intrappolate nei gas cosmici. I ricercatori del
SDSS hanno mappato le galassie per rilevare ciò che resta oggi di quelle onde sonore (Credits: Eisenstein,
Sloan Digital Sky Survey).

(Pubblicato su Ecplanet 01-05-2005)

The cosmic yardstick — Sloan Digital Sky Survey astronomers measure role of dark
matter, dark energy and gravity in the distribution of galaxies 11 gennaio 2005

Dark energy, the Milky Way galaxy and giant planets: Sloan Digital Sky Survey
continues 11 gennaio 2008

2dF

COBE - Cosmic Background Explorer

Monthly Notices della Royal Astronomical Society

American Astronomical Society

Sloan Digital Sky Survey

University of Arizona

Wilkinson Microwave Anisotropy Probe - Cosmology

THE DARK GALAXY

Un team di astronomi della Cardiff University ha scoperto un oggetto che sembra


assomigliare ad una galassia invisibile fatta quasi interamente di materia oscura, la prima
mai rilevata. Una galassia oscura contenente un grande ammontare di massa ma che non
contiene stelle. Non essendoci presenza di luce può essere rilevata solo usando i radio-
telescopi.

È stata prima osservata con il Lowell Telescope della University of Manchester, e poi di
nuovo con il telescopio di Arecibo, a Puerto Rico. Il Dr. Jon Davies, del team astronomico
della Cardiff University, ha dichiarato: “L'universo sta per rivelarci nuovi e affascinanti
misteri”.

Un team internazionale composto da esperti francesi,


italiani, inglesi e australiani già da qualche tempo
perlustra il cosmo alla ricerca di oggetti di materia
oscura tramite le onde radio, studiando la
distribuzione degli atomi di idrogeno che rilasciano
radiazioni che possono essere rilevate dai radio-
telescopi. Nel raggruppamento della Vergine, un
vasto gruppo di galassie distante circa 50 milioni di anni luce, il team ha rilevato una
massa di atomi di idrogeno centinaia di milioni di volte superiore alla massa del Sole.

Il Dr Robert Minchin della Cardiff University è uno degli astronomi inglesi che hanno
scoperto la galassia oscura chiamata “VIRGOHI21”: “Ci siamo resi conto delle sue enormi
proporzioni dalla velocità a cui ruota, accorgendoci che è migliaia di volte più massiccia di
quello che dovrebbe essere in base ai suoi atomi di idrogeno. Se fosse stata una galassia
ordinaria, inoltre, avrebbe dovuto brillare molto di più e sarebbe stata visibile ad un
qualsiasi buon telescopio amatoriale”.

La prima osservazione della galassia risale al 2000. Il team ha avuto 5 anni di tempo per
valutare tutte le possibili spiegazioni, giungendo alla conclusione che VIRGOHI21 è a tutti
gli effetti la prima galassia oscura mai scoperta. Il Professore Mike Disney, un altro
membro del team, ha citato nientepopòdimenoche Sherlock Holmes: “Quando hai
eliminato l'impossibile, ciò che rimane, seppur improbabile, deve essere la verità”.

La presenza di materia oscura, che si suppone costituisca gran parte dell'universo, può
essere rilevata tramite la rotazione delle galassie dal modo in cui i componenti si
muovono, dato che l'ammontare della materia di una galassia genera le forze
gravitazionali necessarie per tenere insieme il tutto. Gli astronomi si sono accorti della
galassia quando hanno osservato del materiale muoversi in modo così veloce che può
essere trattenuto all’interno solo da una potente forza gravitazionale, facendo supporre

agli astronomi l'esistenza di materia-energia oscura.

L'ellisse a sinistra mostra la galassia oscura, a destra la galassia così


come sarebbe dovuta apparire (Credit: University of Manchester).

Oggetti simili scoperti in precedenza avevano poi rivelato,


osservati mediante telescopi ottici, la presenza di stelle, altri
invece si erano rivelati essere il risultato della collisione di
due galassie. Quando invece i ricercatori hanno puntato
verso l'oggetto in questione il telescopio Isaac Newton di La
Palma, non hanno trovato alcuna traccia visibile di stelle e
nessuna galassia nelle vicinanze a prova di una qualche
collisione.

(Pubblicato su Ecplanet 02-05-2005)

First Invisible Galaxy Discovered in Cosmology Breakthrough 23 febbraio 2005

lowell telescope

Cardiff University

THE DARK UNIVERSE

Negli ultimi anni, diversi astrofisici hanno trovato l'evidenza di una forza chiamata “energia
oscura” osservando galassie distanti miliardi di anni luce. Più recentemente, un team
internazionale di ricercatori, usando i dati elaborati da super-cervelloni elettronici e le
osservazioni rese possibili dal telescopio spaziale Hubble, ha trovato tracce di energia
oscura anche in
prossimità della nostra
galassia. Dai nuovi dati è
emerso un cosmo
virtuale ricco di energia
oscura in cui le galassie
nascono come isole
nell'oceano.

L'immagine, prodotta da un
supercomputer, mostra un
angolo dell'universo in cui le
galassie appaiono come punti
brillanti lungo filamenti di
materia fluttuare in un mare di
energia oscura (Credit: James
Wadsley, McMaster
University, Hamilton, Ontario).

Nel 1929, l'astronomo


Edwin Hubble dimostrò
che le galassie si
stavano allontanando le
une dalle altre,
confermando la teoria
dell'espansione dell'universo. Nel 1999, i cosmologi riportarono per la prima volta
l'evidenza di una nuova, insolita forza, che chiamarono “energia oscura”, a cui attribuirono
la causa, altrimenti inspiegabile, dell'accelerazione dell’espansione. Ciò a cui ora tentano
di dare una risposta è se questa espansione è destinata a continuare per sempre o se
l'universo, prima o poi, collasserà nel cosiddetto “big crunch”.

Nel 1997, Fabio Governato, professore di astronomia alla University of Washington e


ricercatore per conto dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, realizzò un modello
computerizzato per simulare l'evoluzione dell'universo dal Big Bang ai giorni nostri, ma il
suo gruppo di ricerca si rese conto ben presto che il modello non era sufficientemente
potente da riprodurre il tasso di espansione osservato tra le galassie intorno alla Via
Lattea: “Per far tornare i conti abbiamo dovuto introdurre la presenza di energia oscura”,
racconta Governato, co-autore del nuovo studio, pubblicato sul giornale della Royal
Astronomical Society, insieme ad Andrea Maccio, della University of Zurich, e Cathy
Horellou della Chalmers University of Technology in Svezia, lavoro supportato dalla
National Science Foundation e dal Vetenskapsradet, istituto svedese per la ricerca.

I 3 autori hanno potuto usufruire di una collaborazione internazionale, chiamata “N-Body


Shop”, che ha sviluppato “UW”, una potente simulazione computerizzata dell'espansione
dell’universo basata sui calcoli di super-computers in Italia e in Alaska. “Abbiamo potuto
studiare le proprietà di galassie confinanti con la Via Lattea piuttosto che di galassie
distanti miliardi di anni luce”, ha detto Governato, “è stato un po' come viaggiare da
Seattle a Portland, piuttosto che da Seattle a New York, per misurare la curvatura della
Terra”.

(Pubblicato su Ecplanet 08-05-2005)


Researchers find evidence of dark energy in our galactic neighborhood 16 marzo
2005

N-Body Shop

Vetenskapsrådet

THE EXPANDING UNIVERSE

Ma perché l'universo si espande ad un tasso in costante accelerazione?

Una originale soluzione a questo puzzle cosmologico è stata proposta da quattro fisici
teorici: Edward W. Kolb, del Fermi National Accelerator Laboratory dell’ U.S. Department
of Energy, Chicago (USA), Sabino Matarrese, della Università di Padova, Alessio Notari,
della University of Montreal (Canada), e Antonio Riotto, dell'INFN (Istituto Nazionale di
Fisica Nucleare) di Padova.

Prima però occorre fare un passo indietro. Albert Einstein, inizialmente pensava che
l'universo fosse statico, cioè che non si espandeva né si contraeva. Quando però la sua
teoria della Relatività Generale mostrò chiaramente che l'universo doveva per forza
espandersi o contrarsi, Einstein introdusse un nuovo elemento: una “costante
cosmologica” che serviva a rappresentare una densa massa di spazio vuoto che guida
l'espansione dell'universo ad un tasso in costante accelerazione, che i fisici oggi chiamano
energia oscura. Quando, nel 1929, Edwin Hubble dimostrò con le sue osservazioni che
l'universo stava in effetti espandendosi, Einstein ripudiò la sua costante cosmologica
definendola “la più grande gaffe” della sua vita.

Nel 1998, osservazioni di lontane supernove hanno dimostrato e confermato l'espansione


in accelerazione dell'universo. Per spiegarla, finora, si è postulata teoricamente l'esistenza
dell'energia oscura - circa il 70 percento della totale massa dell'universo - e della materia
oscura - 25 percento - mentre solo il 5 percento sarebbe composto di materia ordinaria,
ovvero quarks, protoni, neutroni ed elettroni che compongono tutto l'esistente, comprese
le “unità carbonio” (gli umani).

“L'ipotesi dell'energia oscura è estremamente affascinante”, dice Antonio Riotto, “ma


rappresenta anche un problema, dato che nessun modello teoretico riesce a spiegare la
presenza di questa misteriosa forza. Se veramente l'ammontare di questa energia fosse
quello che dicono le teorie, l'universo si sarebbe espanso con una tale velocità che
avrebbe precluso l'esistenza di tutto ciò che conosciamo”. L'ammontare requisito di
energia oscura è cioè difficilmente conciliabile con le leggi conosciute della fisica, tanto
che sono state avanzate le più esotiche spiegazioni, incluse nuove forze, nuove
dimensioni dello spazio-tempo, nuove particelle elementari ultraleggere.

Il nuovo studio propone invece che l'attuale tasso di


accelerazione dell'espansione sia una conseguenza
del modello cosmologico standard per l'universo
primigenio. “La nostra soluzione al paradosso posto
dall'universo in espansione accelerata”, continua
Riotto, “risiede nella cosiddetta teoria inflazionaria
che risale al 1981 (proposta dal fisico statunitense
Alan Guth, ndr)”. Secondo questa teoria, nel tempo di
una minuscola frazione di secondo, subito dopo il Big Bang, l'universo avrebbe conosciuto
una espansione incredibilmente rapida, superiore alla velocità della luce, producendo
fluttuazioni caotiche che avrebbero generato oscillazioni nello spazio-tempo, così come
predetto dalla teoria della Relatività Generale di Einstein. Queste oscillazioni si sarebbero
poi ampliate man mano che l'universo si espandeva e oggi si estendono oltre i nostri
orizzonti cosmici, verso regioni più vaste dell’universo osservabile (l'universo osservabile è
limitato ad un raggio di circa 15 miliardi di anni di luce perché è la distanza massima che
può coprire la luce viaggiando fino a noi dal tempo del Big Bang, ndr).

La teoria inflazionaria spiegherebbe perché l'universo appare così omogeneo.


Recentemente, gli esperimenti Boomerang e WMAP, con cui si misurano le sottili
fluttuazioni della radiazione cosmica di fondo, hanno ulteriormente confermato la teoria
inflazionaria. Gli autori dello studio sostengono che l'espansione accelerata dell'universo si
deve proprio all'evoluzione di queste fluttuazioni cosmiche: “In questa prospettiva non c'è
più bisogno di ricorrere all’energia oscura”, conclude Riotto.

Edward Kolb, dei Fermi Labs, dice che “in base ai dati che ci forniranno i prossimi
esperimenti saremo in grado di valutare concretamente la nostra teoria e finalmente
sapremo se Einstein era nel giusto quando introdusse la costante cosmologica o se era
nel giusto quando più tardi la rinnegò”.

(Pubblicato su Ecplanet 10-05-2005)

Italian, US cosmologists present explanation for accelerating expansion of the


universe 16 marzo 2005

Fermi National Accelerator Laboratory

Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Padova

THE COSMIC WEB (DARK UNIVERSE 2)

Un modello computerizzato altamente dettagliato è riuscito a catturare la nascita di


galassie e di un gigantesco buco nero. Consentendo agli astronomi di seguire la
susseguente crescita di queste massicce strutture nella più grande simulazione
cosmologica mai effettuata in precedenza.
Credit: Max-Planck-Institute for Astrophysics

Il così chiamato “Millennium Run”, descritto in un articolo apparso su Nature, in 28 giorni di


intensi calcoli computeristici ha generato 25 terabytes (25 trilioni di bytes) di dati,
tracciando l'evoluzione della materia all'interno di un cubo di 2 miliardi di anni luce per lato
(un anno luce è la distanza coperta dalla luce in un anno, circa 6 trilioni di miglia, ovvero
10 trilioni di chilometri).
Ammasso galattico risalente a 0.21 miliardi di anni luce

La simulazione è partita da un punto in cui l'universo era già vecchio 10 milioni di anni,
evolvendo poi fino ai nostri giorni, ovvero 13 miliardi di anni dopo. Il gigantesco cubo
prodotto dalla simulazione contiene circa 10 miliardi di “particelle”, ognuna pari alla massa
di un miliardo di soli. Questi colossali blob di materia cosmica interagiscono
gravitazionalmente l'uno con l'altro nel ciberspazio generato dal computer. La gravità
spinge alcune particelle a fondersi. Nel centro di questi ammassi di materia, si possono
formare delle galassie, a seconda della dimensione dell'ammasso e delle caratteristiche
delle particelle che si fondono. Ci vuole un ammasso formato da qualche migliaio di
particelle per generare una galassia grande come la Via Lattea.

Stesso ammasso risalente a 4.7 miliardi di anni luce

Più che fornire tutti i dettagli delle stelle in formazione e dei cumuli di gas, il Millenium Run
fornisce il framework, lo scheletro, delle galassie nascenti, concentrandosi sull'elusiva
“materia oscura”, che è la forma di materia dominante nell'universo, mentre quella
ordinaria, che emette luce, corrisponde solo a un 10%.

“Al momento, possiamo solo simulare la materia oscura, dato che non possiamo vederla”,
ha detto Nickolay Gnedin della University of Colorado. Dato che la materia oscura
interagisce solo con la forza di gravità, il Millenium Run è stato programmato in modo da
simulare le complesse interazioni gravitazionali di 10 miliardi di ammassi “oscuri”, incluse
le relazioni dinamiche tra radiazioni e gas necessarie alla formazione di stelle.

Stesso ammasso risalente a 13.6 miliardi di anni luce

Il Millenum Run è solo il primo passo verso la creazione di un universo digitale che si
avvicini a quello reale. Una volta superato lo “scoglio” della materia oscura, il team
internazionale di ricercatori, battezzatosi “Virgo Consortium” (Consorzio della Vergine),
cercherà di sviluppare un modello affidabile per studiare la formazione delle galassie. Il
Millenium Run ha già mostrato di poter reggere una simulazione pienamente idrodinamica,
anche se i volumi rappresentati sono ancora relativamente contenuti.

I ricercatori contano anche di “mettere a fuoco” i quasar, gli oggetti più luminosi
dell'universo, per verificare se siano gli effettivamente dei giganteschi buchi neri, come si
ipotizza, alcuni dei quali con una massa pari a miliardi di volte quella del nostro sole.
Recenti osservazioni effettuate con lo Sloan Digital Sky Survey (SDSS) hanno localizzato
dei quasar ad una distanza che corrisponde al momento in cui l'universo era 1/10 della
sua evoluzione. “Dei buchi neri così grandi, ad un età così giovane, sono del tutto
implausibili secondo le attuali teorie cosmologiche”, ha detto Volker Springel, del Max
Planck Institute for Astrophysics.

Se la simulazione è corretta, allora le prime galassie quasar formatesi nell'universo


successivamente si sono trasformate nelle massicce galassie che oggi risiedono al centro
dei più grandi ammassi galattici.

“Il vantaggio di poter calcolare separatamente il web cosmico di materia oscura è che
avremo la libertà di esplorare diversi modi in cui le galassie possono essersi formate”, dice
August Evrard della University of Michigan, “specie nel prossimo futuro, quando la
simulazione sarà resa pubblica e chiunque potrà divertirsi a sperimentare i propri modelli
galattici”.

(Pubblicato su Ecplanet 11-08-2005)

The Virgo Consortium

Millennium Run - Wikipedia

NASCITA DELL’UNIVERSO

Nuovi dati della Wilkinson Microwave Anisotropy Probe (WMAP) della NASA, hanno
generato la migliore evidenza mai fornita del fenomeno chiamato inflazione, occorso
durante un intervallo di tempo di circa 1 trilionesimo di secondo (meno di un miliardesimo
di miliardesimo di secondo), risalente a circa 13.7 miliardi di anni fa, ai tempi del Big-Bang,
quando l'universo ha cominciato ad espandersi da una misura ridottissima fino a
dimensioni astronomiche.

Courtesy of NASA/WMAP Science Team

I ricercatori hanno derivato questa


evidenza dalla misurazione della più
vecchia luce del cosmo, un bagliore
ultra-debole della radiazione
primordiale che è occorsa subito dopo
il Big-Bang e che ancora permea
l'universo, seppur molto debolmente,
ad una temperatura che è solo una
sottile frazione di un grado sopra lo
zero assoluto.

I dati forniti da WMAP, accumulati in circa tre anni, mostrano anche distinte variazioni nella
radiazione che corrispondono esattamente alle aree dell'universo più popolate da galassie
e a vaste aree vuote tra i gruppi di galassie (le regioni di radiazione relativamente più
calde e lucenti corrispondono alle più dense zone di attività galattica).

“WMAP misura la luce nel modo in cui un geologo esamina un fossile del passato”, ha
detto uno dei principali investigatori che hanno analizzato i dati di WMAP, Charles Bennett,
della Johns Hopkins University di Baltimora, “abbiamo sottoposto l'inflazione ad un
rigoroso nuovo test”.

In rosso sono indicate le zone più calde e in blu


quelle più fredde. Le linee bianche indicano la
direzione di polarizzazione della luce più
vecchia (Courtesy of NASA/WMAP Science
Team).

La teoria dell'inflazione, proposta più di


20 anni fa da Alan Guth per spiegare
l'omogeneità dell'universo attuale,
sostiene che fluttuazioni quantistiche
sub-microscopiche siano occorse “nel
mare del nulla, come per effetto dello sbattere di palpebra di quell'occhio che è diventato
l'universo che vediamo oggi”, dice Bennett.

Il satellite della NASA, che orbita intorno al Sole a circa 1 milione di miglia di distanza dalla
Terra, ha cominciato a raccogliere dati sulla temperatura della radiazione cosmica di fondo
5 anni fa, ma all'inizio, l'unica radiazione che gli strumenti di WMAP sono stati in grado di
cogliere è stata quella che veniva dalla prima stella, infiammatasi circa 400 milioni di anni
dopo il Big Bang.

In questi ultimi 3 anni, i ricercatori hanno usato gli strumenti di WMAP per penetrare la
“nebbia” che avvolgeva la luce proveniente dalla prima stella e vedere la radiazione creata
durante l'istante inflazionario in cui è nato l'universo. Ci sono riusciti applicando un tipo di
filtro polarizzante che ha consentito la rilevazione delle parti più deboli della radiazione
(anche centinaia di volte più deboli).

“In questo modo, WMAP ha potuto


rilevare l'effettiva lucentezza”, ha detto
Lyman Page della Princeton University,
membro del team, cioè segnali di solo
un tri-milionesimo di un grado Celsius. I
nuovi dati così raccolti supporterebbero
la stima secondo cui l'universo
comprende solo il 4% di materia
ordinaria, mentre il restante 22%
sarebbe composto di materia oscura
(cioè ancora non identificata) e il 74%
di energia oscura (ancora più
misteriosa).

In pratica, i dati dicono che, nei passati


5 miliardi di anni, l'energia oscura sia stata la casa di un “Little Bang”, cioè di una ulteriore
espansione rispetto l'originale istante inflazionario risalente a circa 13.7 miliardi di anni fa.
“Le fluttuazioni quantistiche hanno giocato un ruolo chiave nella nascita dell'universo”, dice
Brian Greene, della Columbia University.

Queste fluttuazioni avrebbero creato zone di dis-omogeinità cresciute nel tempo e sottili
variazioni nella temperatura della radiazione cosmica di fondo che, insieme, hanno
causato sostanziali variazioni nel raggruppamento di materia che ha dato origine alle
formazioni galattiche. Tradotto: a trasformare il caos in cosmo sono stati fenomeni di
fluttuazione quantistica.

Una prova, secondo i ricercatori, a supporto della teoria dell'universo quantistico.

(Pubblicato su Ecplanet 23-02-2006)

Best ever map of the early universe revealed 17 marzo 2006

Wilkinson Microwave Anisotropy Probe - Cosmology


UNIVERSO QUANTISTICO

In meccanica quantistica, il “computer quantico universale” o “universal quantum Turing


machine” (UQTM) è una macchina teorica che combina la tesi di Church-Turing (secondo
cui se un problema si può calcolare, allora esisterà una macchina di Turing, ovvero un
computer, in grado di risolverlo, cioè di calcolarlo) con le leggi quantistiche.

È stato proposto per la prima volta nel 1985 dal fisico David Deutsch della Oxford
University che suggerì delle “porte quantistiche” che avrebbero potuto funzionare al posto
delle tradizionali porte logiche associate alla computazione digitale binaria. L'idea, insieme
a quella di Richard Feynman di sfruttare il fenomeno quantistico della sovrapposizione di
stati delle particelle subatomiche (superposizione), ha portato alla concezione moderna di
“qubit” - bits quantistici - e computazione quantistica.

Illustrazione di Chuck Anderson/NOPATTERN basata su una


fotografia di Donna Coveny (Credits: Wired News).

Ad un paio di decenni di distanza, Seth Lloyd,


professore al MIT di ingegneria meccanico-
quantistica, sostiene nel suo ultimo libro,
“Programming the Universe: A Quantum Computer
Scientist Takes On the Cosmos”, che la macchina
quantistica di Turing universale altro non è che l'universo stesso, una sorta di mega-
computer a stati quantici, e di sapere come programmarlo.

Seguono alcuni brani dell'intervista rilasciata da Lloyd a Kevin Kelly, guru di Wired e autore
di “Out of Control Nuova Biologia delle Macchine dei Sistemi Sociali e dell'Economia
Globale” (Urra Apogeo).

“L'Universo computa se stesso. Computa il flusso di un succo d'arancia mentre lo


beviamo, computa la posizione di ogni atomo nelle nostre cellule. Quando manipoliamo la
materia o la luce per costruire un computer quantistico è come se stessimo 'piratando' il
sistema esistente. È come 'dirottare' la computazione che già avviene nell'universo, così
come un hacker viola i computers altrui”.

Stai parlando forse di una sorta di Matrix?

“No. Tutto quello che vedi nella matrice è un falso,


una simulazione digitale, è solo una facciata di ciò
che di reale c'è dietro. Il nostro universo invece è una
simulazione così esatta che è indistinguibile dalla
realtà. È un grande computer meccanico-quantistico.
Questa non è un'idea nuova, o una mia idea. La
nozione di universo quantistico è vecchia come 'The
Last Question' di Isaac Asimov, o i lavori di Ed
Fredkin e Konrad Zuse negli anni '60”.

“Quando insegno la programmazione ai miei allievi,


dico loro che tutto nell'universo è fatto di bits, zeri e
uni, pezzetti di informazione. Mia figlia Zoey dice: 'No
papà, tutto è fatto di atomi, eccetto che la luce'. E io le rispondo: 'Sì, Zoey, ma gli atomi
sono anche informazione'. Puoi pensare agli atomi anche come dei vettori che trasportano
bits di informazione, oppure puoi pensare ai bits di informazione come trasportatori di
atomi. È la relazione tra energia e materia scoperta da Einstein. L'informazione
corrisponde a energia, gli atomi alla materia. Ma le due cose non sono separabili”.

Dunque, “tutto è computabile”?

“I computers costituiscono al momento la migliore metafora, con cui possiamo descrivere


tutto. La realizzazione che il mondo è informazione si deve alla meccanica statistica, alla
base di tutta la chimica. La definizione matematica di informazione si deve invece a
Claude Shannon e Norbert Weiner, che tra gli anni '30 e '40 hanno fondato la teoria
dell'informazione. Senza dimenticare il lavoro fondamentale di James Clerk Maxwell e
Ludwig Boltzmann che nel corso del Novecento hanno esplorato la natura dell'atomo,
lavorando sulla termodinamica, scoprendo che il mondo è costituito da informazione”.

Si può anche dire che l'universo è una grande mente?

“Si può usare anche questa metafora. In questo modo, tutto diventa pensiero, le persone,
gli animali, le cose. Ma, purtuttavia, la grande maggioranza del pensiero dell'universo
riguarda sempre sottili vibrazioni e collisioni di atomi”.

Sembri voler dire che il concetto di universo come un grande computer quantistico non sia
solo una metafora, ma una realtà...

“Assolutamente. Atomi ed elettroni sono come bits che entrano continuamente in


collisione. L'universo è un sistema in cui gli specifici dettagli e le specifiche strutture sono
create dalla de-coerenza quantistica, quando i qubits - bits quantistici - scelgono un
percorso tra i molteplici possibili. Questo processo corrisponde alla computazione
quantica. In questo senso intendo la programmazione dell'universo”.

Sarà. Rimangono sempre dei quesiti insoluti e forse insolubili. Chi è il programmatore? Chi
scrive il software? Chi sceglie? Chi o che cosa dà forma all'universo-multiverso? E a quale
scopo?

“DATI INSUFFICIENTI PER UNA RISPOSTA SIGNIFICATIVA”, rispose l'AC Cosmico.

(Pubblicato su Ecplanet 04-04-2006)

Life, the Universe, and Everything 14 marzo 2006

Quantum Turing machine - Wikipedia

MECCANICA DEI BUCHI NERI

Il 21 Luglio 2004, al 17° Congresso Internazionale su “Relatività Generale e Gravitazione”


tenutosi a Dublino, l'astrofisico di fama mondiale Stephen Hawking ha ammesso di essersi
“sbagliato” riguardo i buchi neri.
La visione originale di Hawking era basata sulla teoria della
relatività generale di Einstein, secondo la quale una volta
che la materia collassa, in seguito all'evoluzione stellare, si
forma un punto a densità infinita e volume zero, chiamato
singolarità: in questo punto dello spazio-tempo, la forza
gravitazionale è così intensa che niente, neanche la luce,
può sfuggirle, da cui il termine “buco nero” (il punto di non-
ritorno, superato il quale nulla riesce più ad uscire, si chiama
“orizzonte degli eventi”). Per questo motivo, la singolarità del
buco nero non può contenere alcuna informazione: tutti i dati
fisici relativi a eventuali particelle che rimangono
intrappolate dal buco nero vanno persi per sempre.

Questa visione di Hawking, in auge da circa


trentanni, stride con le leggi della meccanica
quantistica, secondo cui nessuna informazione può
mai andare persa del tutto. La teoria dei quanti, che
descrive lo spazio e la materia su scala subatomica,
contraddice Hawking, affermando che un buco nero
può immagazzinare l'informazione dei processi fisici
che rimangono intrappolati in esso.

Nel tentativo di riconciliare la teoria quantistica con la


relatività generale, Hawking ha utilizzato una tecnica
matematica introdotta dal fisico Richard Feynman, che l'ha applicata inizialmente alle
particelle elementari. Giungendo alla conclusione che potrebbe anche non esistere, in
assoluto, un buco nero, piuttosto una regione dello spazio-tempo in cui i processi fisici
richiedono un tempo più lungo per sfuggire all'attrazione gravitazionale. In altre parole, un
oggetto che cade in un buco nero non scompare completamente, piuttosto, il buco nero
viene alterato nel momento in cui “assorbe” l'oggetto stesso. L'informazione fisica
dell'oggetto, anche se difficile da recuperare, è lì da qualche parte all'interno del buco-
nero.

Secondo la nuova teoria di Hawking, i buchi neri “evaporano” lentamente nello spazio
circostante emettendo particelle, sull'orlo dell' “abisso gravitazionale”, da cui fuoriesce una
radiazione, chiamata proprio “radiazione di Hawking”, che potenzialmente porta con sé
l'informazione in essa contenuta. Materia ed energia verrebbero così riemesse dai buchi
neri in una altra forma alterata di materia ed energia.

New Hawking theory escapes from black hole 22 luglio


2004

Radiazione di Hawking - Wikipedia

PROIEZIONE DELLO STATO FINALE

Seth Lloyd, ingegnere meccanico-quantistico del


Massachusetts Institute of Technology, ha proposto un
controverso modello quantistico, chiamato “proiezione dello
stato finale”, per cercare di risolvere il problema. Il modello
si basa sulla teoria che sotto certe circostanze estreme -
come l'intenso campo gravitazionale di un buco nero - gli oggetti che comunemente
avrebbero diverse opzioni per il loro comportamento ne hanno solo una. Ad esempio, una
moneta gettata dentro un buco nero darebbe sempre come risultato testa.

Secondo Loyd, cioè, l'informazione all'interno di un buco nero sfuggirebbe alla distruzione
grazie al fenomeno dell'entanglement, che lega diversi oggetti in modo che ogni variazione
su uno influisce sull'altro, a prescindere dalla distanza che li separa. Essendo le diverse
componenti della radiazione Hawking, quella che si allontana dal buco nero e quella che vi
precipita, collegate, “entangled”, la radiazione che sfugge al buco nero trasporta via, come
una astronave, preziosa informazione sulla materia. Secondo il modello di Lloyd, il
massimo di informazione che si può perdere corrisponderebbe ad una unità quantica di
informazione pari circa a 0,5 qubit.

“I passeggeri di una nave spaziale sarebbero garantiti che nel caso di una caduta
all'interno di un buco nero verrebbero ricreati grazie alla radiazione Hawking”, ha detto
Lloyd a New Scientist, “i viaggiatori sarebbero esattamente gli stessi, con meno di un
atomo di differenza”. Un teletrasporto alla Star Trek, in pratica.

Secondo Lloyd, i buchi neri potrebbero essere usati come computer quantistici:
“Dovremmo cominciare a pensare a modi essenziali di programmare i buchi neri in modo
da ricavarne la giusta informazione”, ha dichiarato.

Eventuali applicazioni di questo tipo richiederebbero


una comprensione delle proprietà specifiche di ogni
buco nero e il calcolo di ogni piccolo frammento della
radiazione Hawking relativo alla nave spaziale
(alquanto implausibile). Bisognerebbe sapere come
decodificare la radiazione Hawking facendo
convergere le leggi della fisica quantistica e della
relatività generale in una teoria della gravità
quantistica, che al momento appare del tutto elusiva.

Il lavoro di Lloyd però è importante dal punto di vista


teorico, perché, se verrà dimostrato, costringerà a
rivedere uno dei principi cardini delle leggi quantistiche, ammettendo la perdita, seppur
minima, di informazione.

Black holes: The ultimate quantum computers? 13 marzo 2006

STELLE DI ENERGIA OSCURA

Un'altra teoria alternativa, proposta dai fisici Pawel O. Mazur e Emil Mottola nel 2001, e,
più recentemente, dal fisico George Chapline del Lawrence Livermore National Laboratory
(California, USA), è quella delle “stelle di energia oscura”, o “gravastar”: afferma che la
materia viene convertita in energia del vuoto, o energia oscura, quando cade oltre
l'orizzonte degli eventi e che l'energia oscura produrrebbe una pressione negativa che
eviterebbe il formarsi della singolarità. E senza singolarità non potrebbe esistere nessuna
radiazione di Hawking.
Stelle di energia oscura primordiali potrebbero
essersi formate dalle fluttuazioni dello spazio-tempo
stesso, analogamente a gocce di liquido che
spontaneamente si condensano da un gas in
raffreddamento. Questa teoria prova a spiegare
l'energia e la materia oscura attraverso i buchi neri.

(Pubblicato su Ecplanet 17-04-2006)

Lawrence Livermore National Laboratory

Buco nero privo di singolarità - Wikipedia

Gravastar - Wikipedia

UNIVERSO CICLICO

La teoria dell'universo ciclico, secondo cui la vita dell'universo si ripete in un ciclo infinito di
morti e rinascite, potrebbe spiegare una delle questioni cosmologiche più controverse e
dibattute: la misteriosa forma di energia repulsiva conosciuta come “costante cosmologica”
e il tasso di espansione dell'universo. In un recente studio apparso dettagliatamente su
Science, Paul Steinhardt della Princeton University e Neil Turok della Cambridge
University propongono che il valore della costante sia stato in passato molto maggiore, ma
che sia poi decaduto ad ogni nuova “reincarnazione” dell'universo.

La costante cosmologica, conosciuta anche come “lambda”, viene pensata come una
forma di energia repellente che causa l'accelerazione dell'espansione dell'universo.
Einstein inizialmente la propose come una contro-forza all'attrazione gravitazionale della
materia per spiegare perché l'universo appariva statico. Successivamente, quando le
osservazioni di Edwin Hubble rivelarono che l'universo stava in effetti espandendosi, si
rese conto di essersi sbagliato. Lambda è tornata d'attualità nei tardi anni Novanta,
quando ci si è resi conto che non solo l'universo và espandendosi, ma che questo
processo è in accelerazione.

Gli scienziati, ancora oggi, non sono affatto sicuri cosa sia
lambda. Secondo alcuni è l'energia dello spazio stesso.
Secondo la fisica quantistica, l'apparente spazio vuoto
contiene particelle fantasma che continuamente appaiono e
scompaiono come la schiuma nel mare. Queste particelle
sono sfuggenti, ma le loro energie si combinano dando ad
ogni centimetro cubico di spazio un certo ammontare di
energia. Secondo la relatività generale, questa energia
“oscura” del vuoto produce una forza anti-gravitazionale che
spinge lo spazio - e la materia in esso contenuta - a parte.

Il problema è che la lambda rilevata dagli scienziati è più piccola di un “googol”, ovvero un
1 seguito da 100 zeri (a questa misura si è ispirato il noto motore di ricerca, ndr) rispetto
alle predizioni teoriche. Per spiegare questa enorme discrepanza, si è cominciati a
ricorrere alle teorie più varie. Tra le soluzioni più in voga, c'è quella della “selezione
antropica”, basata sul cosiddetto “principio antropico”, secondo cui le caratteristiche
dell'universo vengono selezionate dall'azione degli osservatori, ovvero gli umani. Secondo
questa teoria, solo in un universo dove il valore della lambda è sufficientemente piccolo
possono esistere esseri intelligenti che si chiedono: “perché è così piccolo?”.

Sempre seguendo l'ipotesi della selezione antropica, si arriva a contemplare la possibile


esistenza di universi paralleli che coesistono insieme, ognuno dei quali con differenti
costanti cosmologiche, ma solo quella del nostro universo è in grado di sostenere la vita.
Una idea simile è che esiste un solo, infinito, universo, ma che il valore della lambda vari
da regione a regione. Noi viviamo in una rara bolla dove il valore della costante è l'unico
possibile per permettere a galassie, stelle - e a noi - di formarsi.

La teoria della selezione antropica è ben vista dai creazionisti, poiché suggerisce che
l'universo sia in qualche modo “sintonizzato” specificatamente per supportare la vita
intelligente. “L'idea antropica suggerisce, per spiegare l'universo che vediamo, che
esistano altri universi che non possiamo vedere”, ha detto Steinhardt, “e, di conseguenza,
sostiene che il nostro sia un universo atipico. Il chè è ancora tutto da dimostrare”.

Il valore di lambda è uno dei più grandi misteri della fisica. L'idea dell'universo ciclico è
stata proposta per la prima volta nel 2002 proprio da Steinhardt e Turok in alternativa alla
selezione antropica. Gli scienziati, finora, hanno sperimentato diversi valori di lambda nel
contesto del modello standard del Big Bang, ma nessuno ha funzionato perché il tempo
richiesto per raggiungere l'attuale valore và al di là dell'età conosciuta dell'universo.

Per questo Steinhardt e Turok ritengono che il problema possa


essere risolto solo nel contesto di un universo ciclico, dove la nuova
materia e energia sono create ogni, circa, trilione di anni, quando due
“brane” (o stringhe) collidono lungo una extra-dimensione dello
spazio. Se i cicli fossero davvero infiniti, l'universo sarebbe molto più
vecchio di 14,7 miliardi di anni, come attualmente stimano gli
scienziati. Steinhardt e Turok pensano che il valore di lambda sia
decresciuto ad un tasso che è andato rallentandosi nel tempo. E che,
per questo, le misurazioni di lambda riportano valori così piccoli.

Inoltre, siccome un più alto valore di lambda avrebbe impedito all'universo che
conosciamo di formarsi, i primi cicli dell'universo non avrebbero visto la formazione di
galassie, stelle e vita; solo nei cicli più tardi, quando lambda ha raggiunto valori più
contenuti, la materia si sarebbe fusa e mescolata per creare quel mondo in cui oggi
abitiamo. Secondo Steinhardt e Turok, ogni ciclo è durato almeno un trilione di anni.

Dopo che l'universo si svuota, una debole forza attrattiva porta le due brane del nostro
universo ad una collisione cosmica: ogni collisione corrisponderebbe ad un nuovo Big
Bang che infonde l'universo di nuova materia ed energia. In questo scenario, il nostro
tempo non è che un intervallo tra una conflagrazione di due brane e l'altra.

Secondo i due scienziati, dunque, il campo descritto dalla costante cosmologica non
mantiene le caratteristiche inalterate nel tempo, ma cambia, e, verso la fine
dell'espansione, inizia ad accumulare energia fino a diventare instabile e ad esplodere
producendo materia e radiazioni, dando così inizio a un nuovo ciclo. Questo fornirebbe
una spiegazione all'accelerazione dell'espansione dell'universo osservata attraverso le
supernove e anche all'annosa questione su che cosa c'era prima del Big Bang. Adesso, ci
troviamo nella fase dell'accelerazione cosmica, durante la quale l'universo dovrebbe
eliminare tutta l'entropia e i buchi neri accumulati nell'ultimo Big Bang.
(Pubblicato su Ecplanet 15-05-2006)

Recycled Universe: Theory Could Solve Cosmic Mystery 08 maggio 2006

LAMBDA - Legacy Archive for Microwave Background Data

THE BIG BOUNCE

[...] non ci sono dati osservativi ed argomenti teorici inoppugnabili


per credere che il big bang rappresenti l’istante iniziale
dell’universo, e che prima di questa esplosione non ci fosse nulla.
Al contrario, ci sono seri motivi basati sui recenti sviluppi della fisica
teorica per pensare diversamente, nonché validi strumenti
scientifici che ci permettono di investigare e di ricostruire, in linea di
principio, la storia dell’universo in epoche precedenti al big bang, e
che ci permettono di sottoporre questa ricostruzione ad una
efficace verifica sperimentale [...] I dettagli, cinematici e dinamici, di
questa fase cosmologica iniziale precedente al big bang sono al
momento ancora piuttosto incerti. Ci sono vari modelli, varie
ipotesi, e molte possibilità restano ancora inesplorate. Ciò che
sembra chiaro fin da ora, però, è che il big bang potrebbe perdere il
suo ruolo quasi mistico di "istante iniziale del tutto" per assumere quello meno altisonante
di "istante iniziale della fase attuale dell’universo", ovvero dell’universo nella forma in cui lo
conosciamo, fatto di radiazione, materia, atomi, galassie e uomini. Resterebbe comunque
un momento molto importante della storia dell’universo, senza il quale non avrebbe fatto la
sua comparsa la vita nella forma quale noi conosciamo [...].

(Maurizio Gasperini, "L'Universo prima del Big Bang Cosmologia e Teoria delle Stringhe",
Muzzio, Roma, 2002)

Usando calcoli di gravitazione quantistica, ricercatori della Penn State University stanno
tentando di risalire all'universo pre-big bang, più di 13,7 miliardi di anni fa. "La relatività
generale può essere usata per descrivere il punto in cui la materia era così densa che le
equazioni non sono più valide", spiega Abhay Ashtekar, a capo della ricerca, "oltre quel
punto bisogna applicare strumenti di calcolo quantistico di cui Einstein non ha potuto
usufruire".

Secondo la Teoria della Relatività Generale di Einstein, il Big Bang rappresenta la nascita
non solo della materia, ma dello spazio-tempo stesso. Combinando la fisica quantistica
con la relatività generale, Ashtekar e colleghi hanno sviluppato un modello che descrive
una transizione da un precedente universo al Big Bang e all'universo in espansione con
caratteristiche simili a quello esistente.

Secondo i loro calcoli, prima del Big Bang c'era un universo in contrazione con una
geometria spazio-temporale non dissimile da quella dell'universo attuale. L'azione delle
forze gravitazionali avrebbe spinto questo universo precedente fino a raggiungere un
punto in cui le proprietà quantistiche dello spazio-tempo hanno trasformato la gravità in
forza repulsiva piuttosto che attrattiva. "Usando modificazioni quantistiche delle equazioni
cosmologiche di Einstein, mostriamo come al posto di un classico Big Bang ci sia stato in
effetti un balzo quantistico", ha detto Ashtekar. "Abbiamo ripetuto la simulazione con
differenti paramentri, ed ogni volta ci si è presentato lo stesso scenario: un Big Bounce, un
Grande Balzo".

È la prima volta che viene sviluppata una descrizione


matematica che sistematicamente stabilisce l'esistenza di un
universo pre-Big Bang deducendone anche la geometria
spazio-temporale (è un punto a favore della teoria
dell'universo ciclico, ndr).

Il team ha usato per il suo modello la gravità quantistica a


loop, uno degli approcci più in voga per tentare una unificazione della relatività generale
con la fisica quantistica, secondo cui lo spazio-tempo è formato da entità discrete (o
quantizzate) che hanno forma di loop, ovvero di anellini che si intersecano e si annodano.
Gli insiemi di loop annodati e intersecati sono chiamati "spin networks", o "reti di spin".
Rispetto alle stringhe, cordicelle che rappresentano la materia e si muovono nello spazio-
tempo, i loop costituiscono essi stessi lo spazio-tempo, come i fili di una maglietta
costituiscono la maglietta. La teoria delle stringhe richiede l'esistenza di particelle
supersimmetriche e di altre dimensioni spaziali (entrambe non osservate), mentre la teoria
dei loop è compatibile con le quattro dimensioni e la mancanza di supersimmetria che
sono osservate sperimentalmente. In sostanza, la principale differenza tra le teorie risiede
nel concetto di spazio-tempo: per la teoria delle stringhe, esso è un continuo a 10 o 11
dimensioni, per la gravitazione quantistica a loop è invece quantizzato e intrinsecamente
privo di una dimensione ben definita.

La teoria della gravitazione quantistica a loop è stata


proposta per la prima volta proprio alla Penn State
University, in particolare dall'Institute of Gravitational Physics
and Geometry, guidato da Ashtekar. Secondo questa ipotesi,
dunque, la geometria dello spazio-tempo ha una struttura
atomica discreta e il continuum spazio-temporale è solo una
approssimazione: la fabbrica dello spazio è letteralmente
tessuta da una "filettatura" quantistica unidimensionale.
Vicino al Big Bang, questa tessitura è violentemente lacerata
e la natura quantistica della geometria diventa rilevante,
trasformando la forza di gravità in fortemente repulsiva, e
dando inizio al Big Bounce. "Dobbiamo ora lavorare per
rifinire il nostro modello", conclude Ashtekar, "in modo da
integrare le forze di gravità quantistica con quelle
dell'universo che conosciamo".

(Pubblicato su Ecplanet 09-06-2006)

Did our cosmos exist before the big bang? 10 dicembre 2008

PSU Institute Of Gravitational Physics And Geometry

Loop quantum cosmology - Wikipedia

Big Bounce - Wikipedia


Un team di scienziati alle prese con lo Chandra X-
ray Observatory della NASA ha trovato la prima
evidenza diretta dell'esistenza della materia
oscura, la misteriosa sostanza che permea il 90%
dell'universo.

Doug Clowe e gli astronomi addetti a Chandra,


all'Hubble Space Telescope, al Very Large
Telescope dello European Southern Observatory e
ai telescopi Magellano, hanno concentrato i loro
sguardi su un ammasso galattico formato
dall’incontro di due ammassi di galassie che si
sono attraversate a circa tre miliardi di anni luce da noi, a una velocità di quindici milioni di
chilometri orari, chiamato "Bullet Cluster" per via della sua particolare distribuzione di nubi
di gas e stelle (a forma di pallottola).

Lo scontro galattico ha prodotto una separazione spaziale tra la materia luminosa (o


ordinaria, quella che costituisce l’Universo visibile, ndr) e la materia oscura: l’impatto
ha rallentato la materia luminosa dei due ammassi di galassie, ma non ha frenato la
materia oscura che, comportandosi in modo non convenzionale, non interagendo neanche
con se stessa, non ha subito alcuna diminuzione di velocità.

La separazione tra i due tipi di materia è stata rilevata comparando le immagini a raggi X
della materia luminosa con le misurazioni della massa totale, ottenute grazie alla tecnica
del "lensing gravitazionale", un trucchetto ispirato dalla predizione di Albert Einstein
riguardo la distorsione della luce causata dalla forza di gravità di stelle e galassie di
grande massa: l'ammontare di luce extra può essere calcolato e indicare la dimensione
della massa relativa.

Così, grazie alle immagini della materia luminosa provenienti dal Chandra X-ray
Observatory, si è potuto distinguere due grandi gruppi di materia oscura che si allontanano
velocemente dalla collisione, seguiti da due ammassi più piccoli di materia ordinaria.
Stando a David Clowe, i dati raccolti rappresentano "la prima diretta testimonianza
dell'esistenza della materia oscura".

Fin dagli anni Trenta gli astronomi si sono resi conto che la materia visibile nell’Universo è
troppo poca per spiegare le interazioni gravitazionali osservate tra alcune galassie. La
gravità “extra” ha due possibili spiegazioni: che la maggior parte della materia sia
impossibile da vedere perché non emette luce né calore, oppure che la gravità non si
comporti sempre nello stesso modo, ma segua un’altra legge in alcuni ammassi di
galassie delle dimensioni di anni luce.

In accordo con la prima ipotesi, le osservazioni sembrano quindi confermare l’esistenza


della materia oscura e che questa sia presente in maggiore quantità rispetto alla materia
ordinaria che costituisce le stelle, i pianeti e tutti gli altri corpi celesti che conosciamo e che
non rappresenterebbe che il 5 per cento dell’Universo. La massa “mancante” (ben il 25 per
cento) interagisce solo gravitazionalmente e questo è l’unico indizio della sua esistenza.

Ma neanche la materia oscura basta a far quadrare i conti. Il restante 70 per cento
dell’Universo sarebbe costituito da energia oscura, una forma di energia la cui esistenza è
finora stata provata solo in modo indiretto e che bilancerebbe l’attrazione gravitazionale.
(Pubblicato su Ecplanet 03-04-2007)

Most Direct Measurement of Dark Matter 21 agosto 2006

NASA Chandra X-ray Observatory

Chandra at Harvard

Bullet Cluster - Wikipedia

L'Advanced Camera for Surveys (ACS) del telescopio spaziale Hubble ha scoperto
nell'ammasso di galassie “ZwCI0024+1652” un anello biancastro incastonato tra le stelle
del diametro di 2,6 milioni di anni luce che dista dalla Terra 5 miliardi di anni luce. Si tratta,
secondo il team di astronomi artefice della scoperta, di «una prova inequivocabile
dell'esistenza della materia oscura», ha detto James Jee dell'Henry A. Rowland
Department of Physics and Astronomy alla John Hopkins University di Baltimore, alla
guida del team.

L'anello è stato scoperto casualmente


durante una ricerca riguardante la
distribuzione della materia oscura
nell'universo. L'unico modo per seguirne le
tracce, è osservare la luce proveniente da
galassie poste dietro a essa, dato che la forza
gravitazionale esercitata dalla materia oscura
piega la luce. «Lavoravo da oltre un anno alle
immagini dell'anello biancastro - racconta Jee
– ed ero convinto che si trattasse di un difetto
della fotografia. Alla fine quasi non credevo al
risultato. È la prima volta che rileviamo una
struttura di materia oscura diversa sia dai gas
che dalle galassie dell'ammasso».

La gigantesca formazione di materia oscura


sarebbe, secondo i ricercatori, il frutto di un
tremendo evento cosmico, uno scontro fra ammassi di galassie avvenuto 1,2 miliardi di
anni fa.

(Pubblicato su Ecplanet 17-05-2007)

Ring of dark matter surrounds cosmic collision 15 maggio 2007

Main Hubble

Physics & Astronomy @ Johns Hopkins


University

UNIVERSO CICLICO 2

Martin Bojowald, professore di fisica alla Penn State


University, ha introdotto un nuovo modello
matematico-quantistico che al posto del Big Bang prevede un “Big Bounce”, secondo cui
la nascita del nostro universo corrisponderebbe al collasso di un universo precedente,
avvalorando la teoria dell'universo ciclico. La ricerca di Bojowald, annunciata sull'edizione
on line di Nature Physics, suggerisce anche che alcune proprietà dell'universo primigenio
sono impossibili da calcolare a causa delle estreme forze quantistiche che caratterizzano il
Big Bounce.

Come descritto dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein, l'origine del Big Bang è
uno stato di non-senso matematico, una singolarità di volume zero che tuttavia conteneva
una densità e un'energia infinite. Bojowald e altri fisici della Penn State University stanno
dunque esplorando un territorio sconosciuto perfino ad Einstein, il tempo prima del Big
Bang, usando una macchina del tempo matematica chiamata “Loop Quantum Gravity”
(“Gravità Quantistica a Loop”). La loro teoria, che combina quella einsteniana della
Relatività Generale con equazioni della fisica quantistica che non esistevano all'epoca di
Einstein, è la prima descrizione matematica per stabilire sistematicamente l'esistenza del
Big Bounce e dedurre le proprietà dell'universo primigenio. “Le equazioni quantistiche, non
incluse nella Relatività Generale, sono necessarie per descrivere le energie estreme che
dominavano il nostro universo nelle sue prime fasi di evoluzione”, ha spiegato Bojowald.

La Loop Quantum Gravity, sviluppata all'Institute for Gravitational Physics and Geometry
della Penn State University, è considerata oggi come lo strumento principale per
raggiungere l'obiettivo ambizioso di unificare la relatività generale con la fisica quantistica.
Finora, gli scienziati che stanno conducendo le indagini hanno scoperto che il punto di
inizio del nostro universo aveva un volume minimo diverso da zero e un'energia massima
non infinita. Proprio grazie a questi limiti, le equazioni della teoria continuano a produrre
risultati matematici validi che stanno fornendo una finestra retroattiva per osservare il
tempo prima del Big Bounce.

La teoria della gravità quantistica indica che la struttura dello spazio-tempo ha una
geometria atomica intrecciata con una stringa quantistica mono-dimensionale. Una
struttura violentemente lacerata dalle energie estreme che caratterizzano il tempo vicino al
Big Bounce, che spingono la gravità a diventare talmente repulsiva che, invece di
scomparire nell'infinito, come predetto dalla Relatività Generale di Einstein, l'Universo si
riversa nel Big Bounce da cui nascerà il nostro universo in espansione. La teoria rivela un
universo in contrazione prima del Big Bounce, con una geometria spazio-temporale che
altrimenti sarebbe stata simile all'universo attuale.

La teoria della Loop Quantum Gravity necessitava di un modello più preciso. Per questo
Bojowald ha sviluppato un modello matematico per produrre delle soluzioni analitiche più
esatte, risolvendo una serie di equazioni. Per essere ancora più preciso, Bojowald ha poi
sviluppato un secondo modello, riformulando le descrizioni matematiche quantistiche, in
modo da rendere il tutto più semplice e più esplicito. Le equazioni differenziali della gravità
quantistica richiedono molti calcoli di numerose e consecutive sottili variazioni temporali;
Bojowald le ha incorporate in un sistema integrato in cui una quantità cumulativa di tempo
può essere specificata per aggiungere tutte le piccole variazioni.

Si tratta di equazioni che cercano di descrivere lo stato del nostro universo attuale in modo
estremamente accurato, per poi viaggiare matematicamente nel tempo, fino agli stadi
primigeni. Per fare questo, le equazioni contengono anche alcuni parametri “liberi”, non
conosciuti con esattezza. Bojowald ne ha scoperti due complementari: uno è relativo quasi
esclusivamente al tempo dopo il Big Bounce, l'altro al tempo prima del Big Bounce. Questi
due parametri rappresentano l' “incertezza quantistica” del volume totale dell'universo
prima e dopo il Big Bang. “Queste incertezze sono parametri addizionali che applichiamo
in contesti quantistici come la teoria della gravità quantistica”, ha detto Bojowald, “per via
dell'incertezza tipica della fisica quantistica, dove esiste una complementarietà tra la
posizione di un oggetto e la sua velocità che impedisce misurazioni precise. Giungere a
calcolare con precisione questi fattori di incertezza è praticamente impossibile”.

Bojowald è giunto alla conclusione che almeno uno dei parametri relativo all'universo
precedente non sopravviverà al viaggio verso il Grande Salto, e che l'universo successivo,
il nostro, non costituisce una perfetta replica del suo predecessore. “La ricorrenza eterna
di universi assolutamente identici al momento è oscurata da una intrinseca dimenticanza
cosmica”, ha concluso Bojowald.

Un nuovo modello cosmologico, in contrasto con le


teorie relative al Big Bang, propone l'idea che
l'universo può espandersi e contrarsi all'infinito.

Il modello ciclico proposto dai fisici Paul Frampton e


Louis J. Rubin Jr., professori di fisica al College of
Arts and Sciences della University of North Carolina,
insieme al loro studente Lauris Baum, si divide in 4
parti essenziali: espansione, turnaround (inversione
di tendenza), contrazione e rimbalzo. Durante
l'espansione, l'energia oscura spinge tutti i frammenti
di materia in parti così distanti che niente può fare da
ponte tra i gaps. Tutto, dai buchi neri agli atomi, si
disintegra. Questo punto, solo una frazione di
secondo prima della fine del tempo, costituisce il
turnaround, in cui ogni parte frammentata collassa e
si contrae singolarmente, invece di riunirsi in una
sorta di Big Bang rovesciato. Le varie parti diventano
così un numero infinito di universi indipendenti che si
contraggono e poi balzano di nuovo all'esterno
rigonfiandosi in maniera simile al Big Bang. Solo uno
di questi è il nostro universo. “Questo ciclo, che accade un numero di volte infinito, elimina
ogni inizio e fine del tempo”, dice Frampton, “non c'è alcun Big Bang”. Come a dire: “Nulla
si crea e nulla si distrugge”.

Il primo modello alternativo al Big Bang - relativo ad un universo oscillante, senza inizio e
senza fine, secondo cui l'Universo si espanderà fino ad un certo punto e poi si ritrarrà in
uno stato simile a quello del Big Bang, quindi ripetendo il processo per l'eternità,
attraverso il meccanismo del “Grande Balzo” (Big Bounce) - fu proposto nel 1930. Ma
l'idea fu presto abbandonata, poiché le oscillazioni non potevano essere riconciliate con le
regole della fisica, inclusa la seconda legge della termodinamica, secondo cui l'entropia
non può essere distrutta. Ma se l'entropia aumenta tra un'oscillazione e l'altra, l'universo si
espanderebbe ad ogni ciclo, “come una palla di neve rotolante”, dice Frampton. Frampton
e Baum hanno aggirato l'ipotesi del Big Bang postulando che, al turnaround, ogni
rimanente entropia sia in porzioni troppo distanti per poter interagire: divenendo ogni
porzione un universo separato, si può supporre che ogni universo si contragga in assenza
di materia e entropia. “La presenza di materia causerebbe difficoltà insuperabili alla
contrazione”, dice Frampton.
Un'altra chiave fondamentale della teoria di Frampton e Baum è l'assunzione riguardo
l'equazione matematica che descrive pressione e densità dell'energia oscura: secondo
Frampton e Baum lo stato dell'energia oscura è sempre meno di -1, mentre il precedente
modello ciclico proposto nel 2002 dai fisici Paul Steinhardt e Neil Turok aveva stabilito che
il valore non era mai meno di -1. Questo valore negativo assunto dall'equazione di
Frampton e Baum implica che la densità dell'energia oscura divenga uguale alla densità
dell'universo e che ad un certo punto l'espansione si fermi, poco prima del “Big Rip”.

(Pubblicato su Ecplanet 10-07-2007)

Endless Universe Made Possible By New Model 31 gennaio 2007

What Happened Before the Big Bang? 01 luglio 2007

L'universo che rimbalza Le Scienze dicembre 2008

“Big Bang or Big Bounce?: New Theory on the Universe's Birth”, Scientific
American, ottobre 2008

Gravità Quantistica a Loop e Big Bounce 30 marzo 2009

Big Bounce - Wikipedia

Gravità quantistica a loop - Wikipedia

College of Arts & Sciences

Turnaround in Cyclic Cosmology

UNIVERSO QUANTISTICO 2

Gabriel Yulaw, ex agente del Multiverse Bureau of Investigation, la


sezione investigativa del “Multiverso”, attraversa 123 universi
dando la caccia alle sue “vite alternative”. Ogni volta che ne uccide
una, i suoi alterego superstiti ne assorbono l'energia, acquistando
poteri soprannaturali. Eliminando “se stesso” in ogni universo,
Yulaw persegue con furia omicida il suo obiettivo finale: essere
l'unico.

Il doppio di Yulaw, meglio conosciuto come Gabe, è l'ultima forma


di vita alternativa che lo separa dal suo obiettivo finale. Marito
ideale e onorato veterano del Dipartimento Sceriffi della Contea di
Los Angeles, Gabe vede sconvolta la propria vita quando Yulaw,
braccato dalla polizia del Multiverso, entra nel suo universo. Per salvarsi, non gli basterà
eliminare il suo doppio...

(“The One”, James Wong, 2001)


David Deutsch e colleghi della University of Oxford hanno presentato le equazioni chiave
della meccanica quantistica che descrivono la matematica degli universi paralleli. “Si tratta
di uno dei lavori più importanti nella storia della scienza”, ha detto Andy Albrecht,
unfisicodella University of California.

L'indeterminazione quantistica permette di prevedere solo la probabilità di misurare


determinati valori all'atto dell'esperimento. Secondo la meccanica quantistica, le particelle
non osservate sono descritte come “funzioni d'onda” o “onde di probabilità”, perché
rappresentano una serie di stati probabili (la dualità onda-particella è una caratteristica
fondamentale, ndr). Quando un osservatore fa una misurazione, in qualche modo
determina la natura corpuscolare della particella che si posiziona secondo una delle
multiple opzioni. Il team di Oxford guidato da David Deutsch ha mostrato
matematicamente come la natura probabilistica degli esiti quantistici può spiegare la
struttura multiversale degli universi paralleli.

Secondo Deutsch, che è uno dei padri della computazione quantistica, la possibilità di
realizzare computer quantistici costituisce la prova sperimentale dell'esistenza di una iper-
struttura cosmologica “multiversale”. Per “multiverso” si intende un insieme di universi
alternativi al di fuori del nostro spazio-tempo, spesso denominati dimensioni parallele o
universi paralleli, che nascono come possibile conseguenza di alcune teorie scientifiche, o
fanta-scientifiche, come la teoria dell'Inflazione eterna di A. Linde o quella secondo cui da
ogni buco nero esistente nascerebbe un nuovo universo, ideata dal fisico Lee Smolin (le
dimensioni parallele sono contemplate in tutti i modelli correlati alla teoria delle stringhe).

Il nostro universo è nato per effetto di costanti naturali fissate al tempo del Big Bang, come
la carica dell'elettrone o la velocità della luce, straordinariamente calibrate per favorire la
nascita del mondo in cui viviamo. Se la gravità fosse stata leggermente più forte, le stelle
avrebbero bruciato il loro combustibile nucleare in meno di un anno. Se invece la forza che
tiene uniti gli atomi fosse stata più debole, gli astri non sarebbero neanche esistiti.
Insomma, la vita nell'Universo, e in particolare sulla Terra, è il risultato di circostanze così
specifiche e di condizioni così restrittive, da essere considerato di per sé un evento
altamente improbabile (principio antropico). Ammettere che si formino di continuo interi
universi, ognuno con caratteristiche del tutto casuali, aumenterebbe la probabilità statistica
che, tra i tanti, possa nascere un Universo con le condizioni giuste per generare l'uomo
così com’è. Questa è l'idea del “multiverso” o universo quantistico.

Lee Smolin ha addirittura azzardato una teoria sull'origine e l'evoluzione degli universi in
termini di selezione naturale. Secondo la sua teoria, ogni qualvolta che da un universo ne
nasce un altro, le leggi fisiche si modificano un po', come avviene per gli esseri viventi.
Così ci sono universi che nascono e si estinguono in breve tempo. Questa idea è basata
sulla constatazione della meccanica quantistica che a livello microscopico la particella è
come se interferisse con una “controparte”, invisibile, oscura, ma reale. Se queste piccole
particelle hanno tutte una controparte, ne deriva che anche gli oggetti più grossi hanno a
loro volta una controparte. Queste due realtà potrebbero non essere alternative, ma
verificarsi entrambe: il minimo cambiamento nello stato di una particella subatomica crea
una biforcazione nella storia dell’Universo, generando una rete pressoché infinita di mondi,
tutti dotati di una propria concretezza.
Può darsi che esistano infiniti altri universi, e che fra
gli altri mondi e il nostro avvengano scambi,
separazioni ed intersezioni che forse un giorno si
riusciranno a rivelare. Le cosiddette costanti
universali, come la velocità della luce, forse non sono
così costanti, né così universali. Lo sostiene uno dei
fondatori della teoria delle stringhe, Leonard
Susskind, dell'Università di Stanford (California). Il
suo libro “Cosmic Landscape: String Theory and the
Illusion of Intelligent Design”, illustra il concetto di
“multiverso”: l'universo in cui viviamo sarebbe solo
uno dei tanti universi che compongono il multiverso,
ognuno con diverse costanti fondamentali.

La visione cosmologica convenzionale non permette


di interpretare il nostro spazio (o spazio-tempo) come
immerso all'interno di qualcos'altro: lo spazio-tempo
costituisce la totalità assoluta e completa di ciò che
esiste. Secondo la teoria delle stringhe, invece, il
nostro spazio è immerso in qualcosa di più grande:
un volume multidimensionale (bulk) dove lo spazio-
tempo in cui viviamo rappresenta solo una piccola
parte della totalità dell'universo (identificata con il
bulk).

Il punto debole di questa affascinante teoria è sempre stata la verifica sperimentale:


nessuno finora è mai tornato da un universo parallelo, se non nei racconti fantastici.
Secondo Susskind, però, un indizio a favore della teoria potrebbe essere vicino: se i
calcoli basati sulle osservazioni astronomiche indicheranno che la curvatura dello spazio è
negativa, cioè che lo spazio non è né piatto né sferico, allora il concetto di multiverso
diventerà molto più plausibile per i fisici.

Tutto nasce dalla cosiddetta “interpretazione a molti mondi” della


meccanica quantistica, originariamente proposta da Hugh Everett
III nella sua tesi di dottorato (“The Many-Worlds Interpretation of
Quantum Mechanics”), secondo cui ogni misura quantistica porta
alla divisione dell'universo in tanti universi paralleli quanti sono i
possibili risultati dell'operazione di misura (Deutsch è sempre stato
uno dei maggiori sostenitori di questa teoria, ndr).

Nel 1957, Everett, studente di John Wheeler a Princeton, propose


una nuova interpretazione della meccanica quantistica che,
nonostante le sue implicazioni sorprendenti, non suscitò grande
interesse fino a quando, dieci anni più tardi, non fu portata
all'attenzione generale da Bryce DeWitt, che coniò l'espressione
“molti mondi” per descrivere l'idea principale. Everett aveva usato un titolo più sobrio:
“Formulazione a stati relativi della meccanica quantistica”. Un noto fisico fu spinto a
definirla «il segreto più custodito della fisica».
Everett non pubblicò altri articoli scientifici. Quando fu
pubblicato il suo articolo, stava già lavorando per il Weapons
Systems Evaluation Group del Pentagono. Pare che fosse un
fumatore accanito e morì a poco più di cinquant'anni. La
base dell'interpretazione di Everett è l'endemico fenomeno
dell'entanglement quantistico. Per sua stessa natura,
l'entanglement si può avere soltanto nei sistemi composti
(che consistono di due o più parti). L'elemento essenziale
dell'interpretazione dei molti mondi, cosi come la si intende
quasi universalmente oggi, è che l'universo può e deve
essere diviso in almeno due parti - una parte che osserva e
una parte che è osservata.

Everett desiderava trovare un'applicazione delle proprie idee


nel contesto delle teorie del campo unificato, «dove non è possibile supporre di isolare gli
osservatori e gli oggetti. Sono tutti rappresentati in un'unica struttura, il campo».

[...] La grossolana contraddizione tra un universo quantistico statico e la nostra esperienza


diretta del tempo e del movimento fu individuata chiaramente da DeWitt, che accennò alla
sua soluzione nel 1967: sono le correlazioni quantistiche
che, in qualche modo, devono dar vita al mondo. L'idea
centrale di DeWitt è che si possano descrivere e dunque
prevedere le correlazioni di un mondo che in effetti si
evolve, in modo classico o quantistico, nel tempo. Sono
passati circa quindici anni prima che i fisici, e comunque
soltanto alcuni, iniziassero a prendere sul serio l'idea. La
verità è che la maggior parte degli scienziati tende a
lavorare su problemi concreti nell'ambito di programmi
consolidati: pochi si possono permettere il lusso di tentare di
creare un nuovo modo di considerare l'universo. Un
problema particolare in tutto quel che riguarda la
gravitazione quantistica è che al momento attuale è
assolutamente impossibile effettuare prove sperimentali
dirette, poiché le scale a cui si prevedono effetti osservabili
sono troppo piccole [...],

(Julian Barbour, “La fine del tempo La rivoluzione fisica prossima ventura”, Einaudi, Torino,
2003)

In sintesi: l'interpretazione dei molti mondi sostiene che ad ogni atto di misurazione
corrisponde una scissione del nostro universo in una miriade di universi paralleli, uno per
ogni possibile risultato del processo di misurazione. Deutsch ha descritto un esperimento
in cui un osservatore può sentirsi “come se fosse stato scisso in due parti di sé esistenti
parallelamente allo stesso tempo poi riunitesi per formare il suo sé attuale”.

Nella Teoria Quantistica dei Molti Mondi di Andrew Gray, l'intera storia cosmica è frutto di
selezioni spazio-temporali, con uguali probabilità per ogni selezione di essere assegnata
ad ogni possibile storia. Ogni intera storia cosmica verrebbe selezionata calcolando anche
tutte le possibili interferenze su livello microscopico. Per Henry Stapp, gli effetti quantici
hanno una grande influenza anche sul modo di operare del cervello, che può essere visto
proprio come un “computer quantico”.
Roger Penrose, in “La mente nuova dell'imperatore” e “Ombre della
mente”, osserva che le leggi della fisica conosciute non
costituiscono un sistema completo e che l'intelligenza artificiale non
potrà mai eguagliare l'intelligenza dell'uomo. Penrose ipotizza che
la consapevolezza umana potrebbe essere il risultato di fenomeni
quantistici ancora ignoti che avrebbero luogo nei microtubuli dei
neuroni e che rientrerebbero in una nuova teoria capace forse di
unificare la teoria della relatività di Einstein con la meccanica
quantistica.

Max Tegmark, in uno scritto pubblicato sulla rivista Physical Review


E, ha calcolato che la scala di tempo di attivazione ed eccitazione
di un neurone nei microtubuli è più lento del tempo di decoerenza
pari a un fattore di almeno 10.000.000.000. Nel luglio del 2007,
Tom Gehrels della University of Arizona ha pubblicato un articolo dal titolo “The Multiverse
and the Origin of our Universe”, in cui vengono suggeriti degli effetti misurabili
dell'esistenza del multiverso.

(Pubblicato su Ecplanet 06-10-2007)

Parallel universes make quantum sense 21 settembre 2007

Interpretazione a molti mondi - Wikipedia

Multiverso - Wikipedia

Nel 1933, l'astronomo Fritz Zwicky, studiando il moto di ammassi di galassie lontani e di
grande massa - l'ammasso della Chioma e quello della Vergine - stimò la massa di ogni
galassia basandosi sulla sua luminosità, e sommò tutte le masse per ottenere quella
totale. Ottenne poi una seconda stima della massa totale, basata sulla misura della
dispersione delle velocità individuali delle galassie nell'ammasso. Con sua grande
sorpresa, questa seconda stima era 400 volte più grande della stima basata sulla luce
delle galassie. Fu solo negli anni Settanta, che gli scienziati iniziarono ad esplorare questa
discrepanza in modo sistematico. Fu in quel periodo che l'esistenza della materia oscura
iniziò ad essere presa sul serio.

Il 21 agosto 2006, la NASA rilascia un comunicato


stampa secondo cui i satelliti Nasa a raggi X Chandra
avrebbero trovato prove dirette dell'esistenza della
materia oscura nello scontro tra due ammassi di
galassie. Doug Clowe, un astronomo dell'Università
dell'Arizona, dichiara: «È la prima diretta testimonianza
della materia oscura» (insieme ad alcuni suoi colleghi,
pubblicherà i risultati sull'Astrophysical Journal).

Utilizzando un insieme di telescopi a


terra, oltre a Chandra e al Telescopio
Spaziale Hubble, gli studiosi hanno
attentamente seguito l'ammasso
1E0657-56 (noto anche come
«ammasso proiettile»), prodotto della collisione avvenuta circa 100
milioni di anni fa tra due ammassi di galassie (l'evento più energetico avvenuto
nell'universo dopo il Big Bang), rilevando come lo scontro abbia provocato la separazione
della materia visibile da quella «oscura». Secondo Sean Carroll, cosmologo dell'Università
di Chicago, i dati di Clowe e il suo gruppo dimostrano, «oltre ogni ragionevole dubbio»,
l'esistenza della materia oscura. Esistenza però messa in dubbio da altri scienziati,
secondo i quali è la forza dovuta alla gravità a dover essere rivista, in modo particolare
negli spazi intergalattici. «Non è detto che anche la legge della gravità debba essere
riconsiderata», ha detto Carroll.

All'inizio del 2007, ricercatori del Dark


Cosmology Centre della University of
Copenhagen, al Niels Bohr Institute, parte
della collaborazione internazionale
ESSENCE, osservando la luce di distanti
supernove, hanno tracciato la storia
dell'espansione dell'universo con
un'accuratezza senza precedenti. Il Dr. Jesper
Sollerman e il Dr. Tamara Davis, a capo del
team, dichiarano che, a dispetto dei più
moderni e sofisticati modelli cosmologici, il
modello migliore per spiegare l'accelerazione
dell'espansione rimane quello proposto dalla
costante cosmologica di Einstein nel 1917
(seppure all'epoca Einstein credeva che l'universo fosse statico, non in espansione).

Lo scopo primario di ESSENCE - un team composto da 38 ricercatori di tutto il mondo, con


a disposizione i telescopi più grandi del mondo, il VLT (Very Large Telescope)
dell'European Southern Observatory, il Magellano, il Keck e il Gemini - è di misurare
l'energia oscura, che causa l'accelerazione dell'espansione dell'universo. La costante
cosmologica è vista come un fenomeno meccanico-quantistico chiamato «vacuum
energy», ovvero l'energia dello spazio vuoto. I nuovi dati mostrano che la storia
dell'espansione dell'universo può essere spiegata semplicemente incorporando la
costante nella normale teoria della gravità.
(Credit: NASA, ESA and R. Massey, California Institute of Technology)

Sempre all'inizio del 2007, gli astronomi del COSMOS (Cosmic Evolution Survey) - un
team internazionale di astronomi coordinati da Richard Massey, del California Institute of
Technology (Caltech, USA) - analizzando il colore, la forma e la luminosità di oltre 500 mila
galassie, realizzano la prima mappa tridimensionale che rivela la distribuzione della
materia oscura e la sua interazione con la materia ordinaria nel processo di formazione
delle galassie, con un dettaglio che non ha precedenti. La mappa è stata realizzata a
partire dalle osservazioni dell'Hubble Space Telescope utilizzando il lensing gravitazionale
(lente gravitazionale) per determinare la distribuzione della massa attraversata dalla luce
visibile (la materia oscura, la cui natura non è ancora chiaramente determinata, non
emette né riflette la luce, ndr).

I risultati, pubblicati su Nature e presentati durante il 209imo meeting della American


Astronomical Society (AAS) svoltosi a Seattle (Washington), confermano quanto in
precedenza ipotizzato, e cioè che la materia oscura costituisce quell'armatura che ha
permesso alla materia ordinaria di raggrupparsi, per poi, attraverso un processo di
attrazione, formare le galassie. Grazie al lensing gravitazionale, gli studiosi sono riusciti a
mappare la presenza della materia oscura e a determinare come questa sia sei volte più
abbondante della materia ordinaria. “La materia oscura avvolge completamente le stelle e
le galassie”, ha spiegato Richard Massey, “fra un nugolo di materia oscura e l'altro si
gettano dei ponti, sempre di materia oscura, come dei filamenti, che fanno assumere al
tutto l'aspetto di una grande rete”. La materia visibile costituisce circa un sesto dell'intero
universo, tutto il resto rimane non visibile.
(Credit: NASA, ESA and R. Massey, California Institute of Technology)

Nick Scoville, sempre del gruppo Caltech, ha condotto l'indagine attraverso l'uso del
Telescopio Hubble e della sua sofisticatissima Advanced Camera for Surveys (ACS).
Hubble ha fornito i dati provenienti da circa mille ore di osservazione, ha tracciato una
zona del cielo equivalente alla larghezza di quattro lune piene, dedicando il 10% del suo
tempo operativo degli ultimi due anni. Per completare l'indagine, sono stati uniti, a questi, i
dati provenienti da altri quattro osservatori astronomici del mondo. “È stato come
ricostruire un'intera città basandosi solo su una veduta aerea notturna delle strade
illuminate”, hanno dichiarato gli astronomi. Il telescopio Subaru (Mauna Kea, Hawai) ha
fornito immagini tratte da 30 notti di osservazione, mentre il Very Large Telescope dell'
European Southern Observatory e il Giant Magellan in Cile hanno misurato lo spettro della
luce dalle galassie viste da Hubble, permettendo di calcolare le distanze tra esse. Il
telescopio a raggi X dell'ESA, XMM-Newton, ha invece contribuito a delineare il gas
all'interno delle galassie e la distribuzione della materia ordinaria. La combinazione di tutti
questi dati ha permesso agli astronomi di calcolare la distribuzione della materia oscura
nella zona di cielo esaminato in base alla deviazione della luce esistente (che non poteva
essere attribuita solamente alla massa della materia ordinaria). Sebbene su un'area
limitata, questa mappa costituisce il primo risultato non basato su semplici simulazioni, e,
dunque, in maniera molto verosimile, la reale distribuzione della materia oscura.
(Credit: NASA, ESA and R. Massey, California Institute of Technology)

“Quella che siamo riusciti a studiare è una piccola parte del cielo, qualcosa come due
gradi su 40 mila, ma si tratta delle immagini più chiare che siano mai state ottenute”, ha
commentato Eric Linder, del Lawrence Berkeley National Laboratory. Le parti più distanti di
questo programma 3D rappresentano le ere più antiche nella storia dell'universo e ciò ha
permesso alla squadra di seguire i cambiamenti nella distribuzione della materia oscura su
un periodo che varia da circa 6.5 a 3.5 miliardi di anni fa. I risultati di COSMOS sono un
passo avanti molto importante nella comprensione dell'universo, ma portano anche nuovi
ed affascinanti interrogativi. I ricercatori sono rimasti perplessi di fronte ad una certa
concentrazione di materia oscura che non sempre si sovrappone alla materia visibile:
alcune zone sembrano mostrare delle discrepanze fra la distribuzione della materia oscura
e quella ordinaria, mentre altre zone mostrano concentrazioni della materia ordinaria
senza fette di materia oscura corrispondenti. Prima di ripensare i modelli cosmologici, gli
scienziati stanno cercando di capire se queste anomalie possano essere dovute a
interferenze nella raccolta dei dati. “È peggio di un puzzle”, dice Scoville.

A svelare i misteri della materia oscura, e anche della “particella di Dio”, potrebbe
contribuire l'International Linear Collider (ILC),un futuro acceleratore di particelle lineare,
un progetto internazionale da 6.7 miliardi di dollari che dovrebbe essere realizzato dopo il
2010. Rispetto al Large Hadron Collider (LHC) presso il CERN di Ginevra, la cui entrata in
funzione inizialmente prevista per la fine del 2007 è stata spostata alla primavera del 2008
per un incidente durante la costruzione avvenuto il 6 aprile 2007, l'ILC fornirà un'energia
relativamente ridotta, ma le collisioni dell'ILC saranno meno affette da disturbi e quindi
permetteranno di effettuare misurazioni di precisione delle particelle individuate dall'LHC.

(Pubblicato su Ecplanet 11-10-2007)

First 3D map of the Universe's Dark Matter scaffolding 07 gennaio 2007

Dark Energy May Be Vacuum 23 gennaio 2007


COSMOS

ESSENCE

Main Hubble

Dark Cosmology Centre

International linear collider

Materia oscura - Wikipedia

Energia del vuoto - Wikipedia

Lente gravitazionale - Wikipedia

Lawrence Berkeley National Laboratory

NASCITA DELL’UNIVERSO 2

Le prime stelle formatesi nell'universo erano lunghi filamenti di materia oscura. Lo


affermano i fisici Liang Gao, dell'università britannica di Durham, e Tom Theuns,
dell'università belga di Anversa, autori di una ricerca pubblicata su Science, che hanno
simulato la nascita delle stelle con l'aiuto di un supercomputer. “Abbiamo dimostrato che le
proprietà delle stelle dipendono in modo critico dalla natura, attualmente sconosciuta,
della materia oscura”, scrivono.
Quando i telescopi del futuro riusciranno a vedere le stelle nate subito dopo il Big Bang,
sarà possibile anche avere informazioni dirette sulle caratteristiche della materia oscura.
Dopo il Big Bang, l'Universo si è espanso rapidamente, ma per circa cento milioni di anni è
stato uniforme e buio. Poi, la materia oscura ha cominciato a formare delle strutture e la
spinta della sua gravità ha favorito la formazione e la condensazione di aggregati di
idrogeno, elio e litio, fino alla formazione delle prime stelle.

Si conta nei telescopi di nuova generazione, come il satellite europeo Planck, il cui lancio
è previsto nel 2008, e il satellite B-Pol, allo studio di un gruppo internazionale di cui fa
parte l'università di Roma La Sapienza, per avere la prova definitiva. “Se la materia oscura
è calda, alcune stelle primordiali potrebbero vagare intorno alla nostra galassia”, osserva
Theuns. Perciò i telescopi spaziali del futuro potrebbero vedere costellazioni dall'aspetto
bizzarro, composte da lunghi filamenti luminosi.

(Pubblicato su Ecplanet 19-10-2007)

Oldest Stars May Shed Light On Dark Matter 14 settembre 2007

THE EXPANDING UNIVERSE 2

Grazie alle osservazioni del Very Large Telescope dell'ESA è stato possibile misurare la
distribuzione e i movimenti di migliaia di galassie dell'universo distante.

Dieci anni fa, i cosmologi scoprirono con grande sorpresa che l'universo si stava
espandendo a velocità maggiore che in passato. “Ciò implica due seguenti possibilità”,
dice Enzo Branchini, dell'Università di Roma III, coautore dell'articolo apparso su Nature,
“o l'Universo è permeato da una misteriosa energia oscura che produce una forza
repulsiva contraria alla forza gravitazionale, oppure l'attuale teoria della gravitazione deve
essere riveduta, e contemplare anche la possibile esistenza di dimensioni extra”.

Il gruppo internazionale formato da 51 scienziati di 24 istituti che ha condotto lo studio ha


elaborato una tecnica di misurazione
basata sul moto apparente delle
galassie distanti, un fenomeno
provocato dall'espansione
complessiva dell'universo, che
allontana le galassie le une dalle altre,
e dall'attrazione gravitazionale della
materia presente nelle galassie, che
tende ad avvicinarle. Analizzando la
radiazione di migliaia di galassie molto
distanti da noi, la cui luce è stata
emessa circa 7 miliardi di anni fa, gli
scienziati hanno viaggiato nel tempo,
osservando l'universo in un un'epoca
che si colloca a circa la metà dell'età
di quello attuale.

“Misurando le velocità apparenti delle galassie negli ultimi 30 anni”, dice Olivier Le Fèvre,
del Laboratoire d'Astrophysique de Marseille, OAMP-CNRS, che ha partecipato alla
ricerca, “gli astronomi sono stati in grado di ricostruire una mappa tridimensionale della
distribuzione di galassie su grandi volumi che ha rivelato le strutture a larga scala
dell'universo come ammassi e super-ammassi di galassie. Ma le velocità misurate
contengono anche l'informazione sui moti locali delle galassie e ciò introduce piccole ma
significative distorsioni nelle mappe dell'universo”.

Sono così stati raccolti più di 13.000 spettri di sorgenti che occupano un volume di circa 25
milioni di anni luce cubici. I risultati sono poi stati confrontati con analoghe misure relative
all'universo locale relative al monitoraggio 2dFGRS, condotto con il telescopio situato
nell'Australia orientale, che dà un'idea della distorsione attuale.

All'interno di questa incertezza sperimentale, resta da stabilire quale sia la più semplice
forma dell'energia oscura, quest forza inafferrabile che occupa il 75% dell'universo, che
Albert Einstein chamava “costante cosmologica”. “Ora”, dice Branchini, “saranno
necessari altri studi ed altri test indipendenti per dare ulteriori conferme alle conclusioni
degli scienziati”.

Il mistero continua.

(Pubblicato su Ecplanet 07-02-2008)

Probing The Cosmic Web Of The Universe: New Light On Dark Energy 30 gennaio
2008

2dFGRS

Very Large Telescope


INAF-Osservatorio Astronomico di Brera

Laboratoire d’Astrophysique de Marseille

LA NOSTRA ULTIMA ORA 2

La fine dell'Universo è scontata. Il processo di scomparsa è già cominciato: oggetti che


erano visibili quando l'Universo era ancora la metà di quello che è attualmente, oggi non
sono più visibili. Tuttavia, il processo diventerà preoccupante solo tra circa 100 miliardi di
anni. Tra 10 trilioni di anni, niente sarà più visibile.

In un articolo apparso su Physical Review D, i fisici statunitensi Lawrence Krauss, della


Case Western Reserve University (CWRU), e Robert Scherrer, della Vanderbilt University,
hanno elaborato un modello teorico secondo cui, contrariamente a quanto sostenuto da
altri cosmologi, in un Universo in espansione, sotto la spinta dell' “energia oscura”, le
particelle ordinarie - protoni e neutroni - non lasceranno il posto all'energia della radiazione
cosmica.
“I diamanti saranno per sempre”, ha dichiarato Krauss, “grazie all'energia oscura, la
materia vincerà sulla radiazione”. Attualmente, vi è molta più materia ordinaria
nell'Universo rispetto le radiazioni di energia. Ma non è sempre stato così. L'Universo
primordiale era dominato dalle radiazioni dovute al decadimento delle particelle. Riguardo
il destino ultimo dell'universo, si tende ad accettare la teoria secondo cui le particelle di
materia ordinaria - protoni e neutroni in particolare - gradualmente decadranno in
radiazioni, riportando l'Universo alle condizioni iniziali, in cui l'energia dominava sulla
materia, in assenza delle strutture fondamentali necessarie alla formazione della vita. Ma
da quando è stata riconosciuta l'esistenza dell'energia oscura - una forza ancora
sconosciuta che domina il 70% dell'energia dell'Universo agendo come una sorta di “anti-
gravità”, accelerando l'espansione su larga scala - la questione è tornata in discussione.
Come l'Universo si espande, i più distanti oggetti recedono sempre più velocemente. Più
velocemente recedono, più la luce che emanano allunga la propria lunghezza d'onda e
diminuisce la propria frequenza. Quando infine la velocità di recessione raggiunge quella
della luce, gli oggetti scompaiono poiché viaggiano ad una velocità superiore a quella della
luce che emettono. Nella prospettiva di civiltà future, questo processo pone un limite
all'ammontare di informazione ed energia necessario per mantenere la vita.

Una nuova speranza viene dallo studio di Krauss and Scherrer, che hanno analizzato tutti i
modi in cui la materia ordinaria e quella oscura potrebbero decadere in radiazioni,
giungendo alla conclusione che non potrà mai essere prodotta una densità di radiazione
tale da eccedere la densità della materia rimanente (in base alla nota relazione tra energia
e materia stabilita dall'equazione di Einstein E=mc2). “La cosa incredibile è che la
radiazione scompare alla stessa velocità di quando è stata creata, in un Universo
dominato dall'energia oscura”, dice Krauss. La radiazione va scomparendo parallelamente
all'espansione dello spazio, poiché diminuisce la densità dell'energia radiante: sia perché
aumenta la distanza di separazione tra i singoli fotoni, sia perché si riduce l'ammontare di
energia che trasportano nel loro campo elettromagnetico (man mano che lo spazio si
espande, si espande anche la lunghezza d'onda dei fotoni, mentre la frequenza si riduce,
e decresce l'ammontare di energia relativo ad ogni singolo fotone). Dunque, a lungo
andare, la densità della radiazione è destinata a diminuire sempre più. Mentre i
componenti della materia ordinaria, protoni e neutroni, risentiranno solo dell'effetto di
separazione, poichè la loro energia è legata alla massa e non influenzata dall'espansione
spaziale. In un Universo in accelerazione come quello attuale, dunque, secondo Krauss, la
materia manterrà il suo dominio per sempre.

Cosmologically speaking, diamonds may actually be forever 25 aprile 2007

THE BIG RIP

Il “Big Rip” (Grande Strappo) è la teoria cosmologica, inquadrata nel modello del Big Bang,
che prevede una continua accelerazione dell'espansione dell'Universo. La chiave della
teoria è nell'ammontare di energia oscura nell'Universo. Se questa dovesse superare un
certo valore, tutta la materia verrebbe alla fine fatta letteralmente a pezzi. Il valore da
considerare è “w”, ovvero il rapporto tra la pressione dell'energia oscura e la sua densità.
Se w < -1, l'Universo verrà alla fine frantumato. Prima le galassie verrebbero separate le
une dalle altre, poi la gravità sarebbe troppo debole per tenerle assieme e le stelle si
separeranno.
Circa tre mesi prima della fine, i pianeti si separerebbero dalle stelle. Negli ultimi minuti, le
stelle e i pianeti sarebbero disintegrati, e gli atomi verrebbero distrutti una frazione di
secondo prima della fine. In seguito, l'Universo sarebbe ridotto ad una serie di particelle
elementari isolate le une dalle altre, in cui ogni attività sarebbe impossibile. Poiché ogni
particella sarebbe impossibilitata a vedere le altre, in un certo senso l'Universo osservabile
si ridurrebbe effettivamente a zero. Gli autori di questa ipotesi hanno calcolato che il
momento finale sarebbe circa 3,5×1010 anni dopo il Big Bang, il che equivale a 2,0×1010
(venti miliardi) di anni da adesso.

THE BIG CRUNCH

La teoria del “Big Crunch” (Grande Scrocchio) sostiene invece che l'Universo smetterà di
espandersi ed inizierà a collassare su sé stesso (simmetricamente al Big Bang). Poiché,
se la forza di gravità di tutta la materia ed energia nell'orizzonte osservabile è abbastanza
grande, allora essa può fermare l'espansione dell'Universo, e in seguito invertirla.
L'Universo allora si contrarrebbe, e tutta la materia e l'energia verrebbero compresse in
una singolarità gravitazionale.
È impossibile dire cosa succederebbe in seguito, perché il tempo stesso si fermerebbe.
Non è ben chiaro anche cosa succederebbe negli istanti immediatamente precedenti al
Big Crunch vero e proprio: l'Universo non sarebbe esattamente simmetrico rispetto al
momento della sua nascita, perché nel frattempo le stelle emetterebbero una notevole
quantità di energia. Quest'energia in più sembra però trascurabile rispetto al totale, e
l'unica differenza sarebbe la presenza di numerosi buchi neri di varie dimensioni, che
tenderebbero a crescere velocemente via via che la materia viene introdotta a forza nel
loro interno dalla pressione esterna. Per poter descrivere compiutamente gli eventi finali
occorrerebbe una teoria della gravità quantistica ancora in via di sviluppo.

THE BIG FREEZE

Il Big Freeze (Grande Congelamento) è lo scenario secondo cui la continua espansione


provocherà un universo troppo freddo per sostenere la vita. In caso di “morte termica”, ad
esempio, l'universo raggiungerebbe uno stato di massima entropia in cui tutto risulta
essere omogeneo e non vi sono gradienti. Alcuni fisici famosi hanno speculato che una
civiltà avanzata potrebbe usare un ammontare finito di energia per sopravvivere un tempo
effettivamente infinito, alternando magari brevi periodi di attività a periodi di ibernazione
sempre più lunghi (ipotesi proposta nel 1979 da Freeman Dyson). Magari, anche per una
civiltà che si trovasse nel mezzo del Big Crunch, un ammontare infinito di tempo
soggettivo potrebbe essere estratto dal tempo finito rimanente, usando l'enorme energia
del Big Crunch per “accelerare” la vita più di quanto il limite si stia avvicinando (teoria del
Punto Omega di Frank J. Tipler).
C'è inoltre l'idea di un universo ciclico, in cui le stesse combinazioni finite di esperienza si
riprodurrebbero ancora e ancora. E se invece vivessimo in un multiverso come quello
modellizzato dalla teoria dell’inflazione caotica, dove le singolarità sono locali ed il
multiverso è composto da un’infinità non numerabile di domini inflazionari? Un universo,
come il nostro, di durata finita, sarebbe solo uno dei tanti universi. Magari, altri universi
potrebbero essere soggetti a leggi fisiche diverse. Bisognerà solo trovare il modo di
viaggiare da un universo all'altro.

Oppure, magari, ci ritroveremo a “Il Ristorante al Termine dell'Universo”, un ristorante


descritto da Douglas Adams nel secondo libro della “Guida Galattica per Autostoppisti” che
si pone alla fine dell'Universo in senso temporale, a gustarci lo “Gnab Gib”, cioè il Big
Bang alla rovescia.

(Pubblicato su Ecplanet 06-05-2007)

Destino ultimo dell'universo - Wikipedia

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