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In morte di Eugene Nida

Un nuovo Girolamo
di GIULIA GALEOTTI

"Il mio amato marito morto dieci minuti fa": cos la traduttrice e interprete Elena Fernndez-Miranda ha comunicato il 25 agosto scorso la morte di Eugene Nida, il linguista statunitense considerato il gigante indiscusso della traduzione dei testi sacri. Se, infatti, milioni di persone nel mondo possono leggere la Bibbia nella loro lingua cogliendone il messaggio in tutti i suoi aspetti e sfumature, ci stato possibile proprio grazie al lavoro indefesso e meticoloso di quest'uomo. La traduzione, si sa, arte difficilissima, e in ambito biblico molto antica: le prime versioni in greco delle Scritture ebraiche - di capitale importanza per la loro diffusione - risalgono infatti al terzo secolo avanti l'era cristiana. La complessit dell'operazione dovuta alla ricchezza intrinseca delle parole: nel passaggio da una lingua all'altra si rischia sempre di perdere o di aggiungere qualcosa, manipolando, integrando o impoverendo i significati, come avvertiva gi il traduttore greco nel prologo del Siracide. stato proprio partendo da questa ovvia, ma problematica, consapevolezza che Nida ha costruito la sua teoria e il suo metodo: "Poich non esistono equivalenze esatte, nel tradurre bisogna cercare di trovare l'equivalente pi vicino possibile". Il compito del traduttore dunque quello di ricercare le equivalenze che gli permettano di agire "nel migliore dei modi", scrivendo in maniera quanto pi "naturale" possibile. La traduzione, infatti, per lo studioso doveva essere non solo chiara e comprensibile, ma anche accurata. Nato l'11 novembre 1914 a Oklahoma City, Eugene A. Nida si laure nel 1936 in greco summa cum laude all'universit della California, specializzandosi nei tre anni seguenti in Nuovo Testamento e dottorandosi infine in linguistica all'universit del Michigan. Era il 1943, e subito dopo il linguista entr nell'American Bible Society, dove rimase per oltre mezzo secolo dirigendovi il programma di traduzioni: un lavoro indefesso a cui la societ rese omaggio nel 2001 chiamando il nuovo istituto di traduzione biblica Nida Institute of Biblical Scholarship. Fu nel corso di questi decenni che Nida, ministro battista, mise a punto il suo metodo, sintetizzato nelle sue indicazioni fondamentali e pi note nel libro Toward a Science of Translating (1964). L'intreccio continuo tra teoria e pratica, con la contaminazione di concetti tratti soprattutto dalla linguistica e dalla psicologia, ha costantemente segnato la ricerca di questo linguista e antropologo, vero scienziato della parola. Molto del suo tempo, infatti, lo studioso (che parlava correntemente otto lingue) lo ha trascorso viaggiando in un'ottantina di Paesi, per formare e affiancare i traduttori locali nell'opera di adattamento linguistico delle Sacre Scritture. L'interesse primario del linguista statunitense fu l'ambito biblico - il suo progetto di traduzione moderna della Bibbia inizi nel 1978, giungendo a conclusione nel 2002 - ma la sua teoria si propone come onnicomprensiva: base cio di una futura scienza capace di spiegare i principi generali che governano la traduzione.

Il metodo delle equivalenze "dinamiche" e "funzionali" fu utilizzato per esempio nel complesso lavoro di traduzione che, nel 1975, port alla Nueva Biblia Espaola, curata dai gesuiti Luis Alonso Schckel e Juan Mateos. Un problema si pose a Eduardo Zurro con il libro di Ezechiele: come rendere il fascino delle visioni del tempio scritte in un ebraico fitto di hpax legmena, parole mai usate in precedenza? Giacch la lingua corrente non veniva in aiuto, i traduttori ebbero un'idea geniale trovando la soluzione nella storia del castigliano. Quando, infatti, nel Cinquecento, i primi cronisti al seguito dei conquistadores si trovarono dinnanzi ai templi maya e aztechi, la loro meraviglia fu tale che per descriverli coniarono termini nuovi, mai pi usati. E proprio quei termini vennero scelti da Eduardo Zurro quattro secoli dopo, adottando spirito e metodo della teoria messa a punto da Nida. Phil Towner, preside del Nida Institute of Biblical Scholarship, ha salutato lo studioso statunitense morto novantaseienne dicendo che "quando verr scritta la storia della Chiesa nel XX secolo, il nome di Eugene Nida comparir a caratteri cubitali". Inserendolo cos in una lunga serie di studiosi e traduttori di cui, a partire da Origene e Girolamo, ricca la tradizione cristiana. Una rilettura dei numerosi passi evangelici dove con concretezza si parla di soldi

Le monete di Dio

Nei due denari anticipati dal samaritano Ireneo vide l'immagine del Figlio e del Padre Anticipiamo il testo della conferenza che il prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana tiene a Buja (Udine) sabato 3 settembre in occasione della mostra su "Le monete di Dio. Esposizione ragionata delle monete originali citate nei Vangeli" (fino al 30 novembre 2011) organizzata dal Comune in collaborazione con l'arcidiocesi di Udine e con la Vaticana. Corredata da un catalogo a cura di Giancarlo Alteri, l'esposizione che si tiene al Museo d'arte della medaglia e della citt di Buja la prima e la pi completa in materia mai organizzata.
di CESARE PASINI

Sono rimasto attratto dall'offerta della vedova del Vangelo. Non solo perch quella donna si merita il bellissimo elogio di Ges: "In verit io vi dico: questa vedova, cos povera, ha gettato nel tesoro pi di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere" (Marco, 12, 43-44); ma anche perch in quel brano figura il leptn, la piccola moneta sconosciuta al sistema monetario romano ma comunemente usata dalla popolazione in Palestina per i bisogni giornalieri. I ricchi gettavano molte monete ma, racconta l'evangelista, "venuta una vedova

povera, vi gett due monetine, che fanno un soldo" (Marco, 12, 42). Quelle tradotte con "monetine" sono appunto i lept (in ebraico prutt), mentre quello che chiamato soldo il kodrntes, cio il quadrante, che valeva un quarto di asse. Rimaniamo ancora un poco con il leptn e con le monete pi piccole. Nei vangeli la parola leptn ricorre due volte nel racconto della vedova perch ne parlano sia Marco (12, 41-44), da cui ho tratto la citazione precedente, sia Luca (21, 1-4), che sintetizza leggermente la narrazione; una terza volta nel vangelo secondo Luca, quando Ges invita a trovare un accordo con l'avversario mentre si in strada per andare davanti al magistrato, "per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all'esattore dei debiti e costui ti getti in prigione". La finale molto severa: "Io ti dico: non uscirai di l finch non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo" (12, 58-59), appunto il leptn. Lo stesso insegnamento riportato anche da Matteo, nel discorso della montagna e, leggendo la traduzione, non ci accorgiamo di alcuna variante, perch la frase identica: "In verit io ti dico: non uscirai di l finch non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!" (5, 26). Ma, se controlliamo, qui non pi nominato il leptn ma il kodrntes, che ne vale il doppio, ma di fatto la pi piccola moneta romana. Il significato e la forza dell'affermazione rimangono ovviamente gli stessi. Un ultimo testo, riportato in parallelo da Matteo e da Luca, ci fa concludere la carrellata sull'ultimo tipo di monete di bronzo citate nei Vangeli, cio gli assi. Il brano evangelico che fa riferimento a queste monete quello, molto simpatico, riguardante i passeri del cielo e i capelli del capo. Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo infatti: "Nemmeno uno di essi [dei passeri] cadr a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete pi di molti passeri!" (Matteo, 10, 29-30). E s che si era domandato un momento prima che cosa valgono mai due passeri? "Non si vendono forse per un soldo?" (10, 29). Il soldo della traduzione qui un assyrion, cio l'asse, che vale quattro quadranti o otto lept. Curiosamente nella recensione di Luca Ges

parla di cinque passeri invece che di due. Il loro valore diventa allora di due assi (12, 6): un piccolo sconto sulla quantit, diremmo! Precisamente uno sconto di due quadranti o di quattro lept, il doppio di quanto era riuscita a donare la vedova povera osservata con tanto affetto da Ges al tempio. Se ci soffermiamo ancora un poco sulla vedova e sull'insieme di questo primo gruppo di testi evangelici, ne dobbiamo dedurre che per Ges sono importanti anche queste cifre piccole, tipiche della gente comune, anzi dei pi poveri. Che per non sono avari: la vedova, leggevamo, d tutto quello che ha. Il testo del Vangelo usa a questo proposito il termine bos, una parola quanto mai nota, nei suoi composti, anche nelle lingue moderne - biologico, biodegradabile, biografia e cos via - e che significa anzitutto e soprattutto "vita". Vuol dire tuttavia anche "sostanze, mezzi di sostentamento", e in questo senso abbiamo trovato tradotto che la vedova ha dato "tutto quanto aveva per vivere". Il doppio significato del termine suggerisce quindi un simbolismo molto pi profondo: la vedova ha dato tutta la sua stessa vita! L'opposto succede invece quando ci si accosta alle monete con atteggiamento esoso. Allora non si fa sconto neppure su un leptn e non se ne fa certo dono: bisogna risarcire sino all'ultimo spicciolo. Ma per capire questi atteggiamenti dobbiamo passare alle monete di maggior valore, che finora non abbiamo ancora considerato. Di maggior valore sono ovviamente le monete d'argento e d'oro, ma di fatto il Vangelo non ricorda esplicitamente monete d'oro. Tuttavia possiamo coglierne un cenno nelle istruzioni che Ges d ai Dodici mandandoli in missione, l dove enumera in sequenza i tre metalli con cui venivano coniate le monete: oro, argento e bronzo: "Non procuratevi oro (chrysn) n argento (rgyron) n bronzo (chalkn) nelle vostre cinture" (Matteo, 10, 9). Il significato pi ovvio quello di pensare alle monete dei rispettivi metalli. Per l'oro si trattava probabilmente degli aurei romani. Per le monete d'argento invece i riferimenti sono numerosi e, come gi accennavo, vi troviamo anche gli atteggiamenti esosi, come quello del servo spietato della parabola (18, 23-35). A lui erano stati condonati diecimila talenti (myria tlanta). Il talento, come la mina, solo una "moneta di conto", cio un'unit monetaria che non esiste in realt ma alla quale si fa riferimento per calcolare somme di grande quantit. Fra l'altro essi hanno dato il nome a due parabole specifiche, fra loro simili. Il talento attico, di cui parlano i Vangeli, si divideva in sessanta mine, ognuna delle quali valeva cento denari. I diecimila talenti indicavano quindi una somma esorbitante, impagabile, di sessanta milioni di denari: si calcolato che in

quindici anni un lavoratore poteva guadagnare un talento in tutto... Il compagno del servo spietato deve a quest'ultimo solo cento denari (hkaton denria), che tuttavia quegli non vuole condonare, pur essendo stato graziato di una somma seicentomila volte superiore: un paragone improponibile e, nella contrapposizione a effetto, una esosit tremenda da parte del servo spietato. L'insegnamento concerneva il perdono, e Ges conclude con una frase che vuole scuotere i suoi ascoltatori di allora e di oggi: "Cos anche il Padre mio celeste far con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello" (18, 35). Al perdono fa riferimento anche un'altra parabola (Luca, 7, 40-50), nella quale sono ugualmente in gioco due somme di denari, tuttavia in un rapporto pi contenuto, di dieci a uno. Un creditore condona infatti cinquecento denari (denria pentaksia) a un debitore, cinquanta (pentkonta) a un altro. Qui non c' contrasto fra i due, piuttosto amore riconoscente, tanto pi grande quanto pi si comprende di aver ricevuto un generoso perdono: proprio come la donna che ha cosparso di profumo i piedi di Ges e che Ges elogia davanti a Simone il fariseo raccontandogli quella parabola, perch finalmente percepisca anche lui lo stupore riconoscente dell'essere perdonati. E, per stare in una tematica simile, quando una donna a Betania unge il capo di Ges con un profumo di grande valore e come racconta il Vangelo di Marco alcuni dei presenti si indignarono gridando allo spreco di "pi di trecento denari" che si sarebbero potuti dare ai poveri (Marco, 14, 5), Ges dovette anche qui intervenire a difesa di quella donna: "Ella ha fatto ci che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura"; aggiunse anche una solenne promessa: "In verit io vi dico: dovunque sar proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dir anche quello che ha fatto" (14, 8-9). La stessa indignazione, con identica cifra e motivazione - anche se l'unzione torna a essere sui piedi di Ges - troviamo nella narrazione parallela del Vangelo di Giovanni, dove tuttavia la critica posta in bocca a Giuda Iscariota e la donna che compie il gesto Maria, sorella di Marta e di Lazzaro (Giovanni, 12, 1-8). Un'ultima valutazione, questa volta in un contesto positivo e in riferimento al pane per sfamare un gruppo immenso di persone, viene compiuta in occasione della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ges chiede ai discepoli di provvedere loro stessi, ed essi domandano come fare a raccogliere cos tanto ben di Dio. Nel Vangelo secondo Marco esprimono una quantificazione numerica: "Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?" (6, 37). Dal Vangelo di Giovanni apprendiamo che l'apostolo Filippo a formulare lo stesso pensiero: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perch ognuno

possa riceverne un pezzo" (6, 7). Sappiamo che non ci fu bisogno di procedere secondo quella prospettiva e che Ges provvide altrimenti... Fra le monete in argento, i Vangeli non conoscono solo i denari, che erano di fatto le abituali monete romane e infatti sono ugualmente presenti in numerosi altri passi dei Vangeli. Conoscono anche le dracme, monete greche di valore equiparabile a quello dei denari, e i sicli e i mezzi sicli, rispettivamente corrispondenti a quattro e a due denari o dracme ciascuno. I sicli e i mezzi sicli erano le uniche monete d'argento accettate al Tempio insieme alle monete di bronzo coniate dagli ebrei in Palestina: le monete romane o genericamente pagane non vi erano accolte per i loro soggetti contrari alla Legge con raffigurazioni umane o di animali o specificamente idolatriche (Esodo, 20, 4). Per questo nel cortile del Tempio si trovavano i cambiavalute, che permettevano di entrare nel luogo sacro con le monete l utilizzabili. Bisogna tuttavia segnalare che il siclo e il mezzo siclo recavano la raffigurazione del dio fenicio Melqart: ma in questo caso la prassi faceva un'eccezione, probabilmente in ossequio alla consolidata stabilit della moneta... Dovevano essere precisamente dei sicli le trenta monete date a Giuda, anche se da Matteo sono genericamente indicate come "trenta monete d'argento" (trikonta argyria) (26, 15) e da Marco (14, 11) e Luca (22, 5) ancora pi genericamente come denaro (argyrion). Infatti i sacerdoti prelevarono le monete dal tesoro del Tempio, dove appunto non si trovavano gli altri tipi di monete dei romani. La somma corrisponde a 120 denari, il prezzo che la Legge prescriveva per il riscatto di uno schiavo (Esodo, 21, 32); e un denario, come conferma la parabola degli invitati a lavorare nella vigna, era il salario di una giornata di lavoro di un bracciante agricolo e, con buona probabilit, di un qualsiasi operario specializzato in una determinata attivit. Non una grande somma, quindi. Un gruzzolo indefinito di sicli, sempre con il nome generico di "monete d'argento" (argyria), fu pure consegnato, ugualmente attingendoli al tesoro del Tempio, ai soldati di guardia, perch dopo la risurrezione di Ges dicessero a tutti che i discepoli erano venuti di notte e ne avevano trafugato il corpo (Matteo, 28, 11-13). Un ultimo riferimento al siclo, meglio: a un mezzo siclo, troviamo nell'episodio del pagamento della tassa al Tempio da parte di Ges e di Pietro, nel quale sono tuttavia utilizzati i termini didrammo e statere. Si recano da Pietro gli incaricati che raccolgono i didrammi (ddrachma) per il Tempio; Ges allora invita Pietro ad andare a pescare e a dare poi agli incaricati, per loro due insieme, uno statere (statr) che trover in un pesce (Matteo, 17, 24-27). Il didrammo, cio una doppia dracma, precisamente la tassa annuale richiesta, pari a mezzo siclo; tuttavia Pietro, su invito di Ges, pescher uno statere, altro nome del siclo intero, cos che questa moneta, del valore di quattro dracme, servisse a pagare per ambedue. Ges compie questo gesto prodigioso "per evitare di scandalizzare" gli incaricati, sottomettendosi a una tassa che spiega a Pietro a lui, in quanto Figlio, non doveva essere richiesta. Ma, allo stesso tempo, riconosciamo un'accorta competenza amministrativa: pagando con uno statere e non con due didrammi distinti come troviamo scritto nella Mishnah, che raccoglie la tradizione orale della legge ebraica, Ges mostrava infatti di sapere che il pagamento unitario come peraltro suggerivano le stesse autorit del Tempio permetteva di evitare l'aggiunta di un

aggio di circa l'otto per cento richiesto invece nel caso di pagamento distinto. Non sfugge nulla, e tutto - ogni cosa al proprio livello - ha un suo senso. In tema di tasse, ricordiamo che anche per la tassa ai romani, il tributo a Cesare, Ges era stato interpellato con la domanda infida a cui aveva dato la nota soluzione: "Rendete dunque a Cesare quello che di Cesare e a Dio quello che di Dio" (Matteo, 22, 21; cfr. Marco, 12, 17; Luca, 20, 25). In questo caso la moneta che i suoi interlocutori gli presentano un denaro (Matteo, 22, 19; Marco, 12, 15; Luca, 20, 24), tipica moneta romana con l'immagine e l'iscrizione di Cesare, come viene fatto debitamente notare! Quanto alla dracma, essa compare solo una volta nel Vangelo, appunto nella parabola della dracma perduta. Nella traduzione si rende con indicazioni generiche: "Quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finch non la trova?" (Luca, 15, 8). L'evangelista Luca pone in bocca a Ges la parola drachm, riferendosi alla moneta greca equivalente al denario. Forse, per, Ges parl, come al solito, proprio dei denari romani, comunemente usati, e fu l'evangelista a introdurre quella raffinatezza linguistica. In ogni caso partecipiamo alla gioia della donna, che condivide con le amiche e le vicine il ritrovamento, e accogliamo senza immaginare ritocchi! L'espressione conclusiva di Ges: "Cos, io vi dico, vi gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte" (15, 10). Questa veloce, pur parziale, carrellata ci ha tuttavia permesso di notare che nei Vangeli compaiono varie volte le monete, sia negli episodi che vi sono raccontati sia nei discorsi pronunciati da Ges. Non ne siamo stupiti: le monete fanno parte della concretezza della vita, e i Vangeli non sono certo lontani da questa concretezza. Anzi, vi sono immersi, perch descrivono vicende quotidiane e raccontano di situazioni ambientate nella quotidianit. Ci siamo imbattuti nelle monete usate per pagare le tasse civili e quelle del Tempio oppure per ricompensare il lavoro della giornata, per compiere un'offerta al tempio dando "tutti i propri mezzi di sussistenza", per comperare da mangiare (anche se le monete non furono di fatto utilizzate, visto che ci pens Ges a procurare pani e pesci alla folla, dopo averla nutrita con la sua parola!), persino monete per ripagare il traditore o per tacitare i soldati testimoni della Risurrezione di Ges; poi somme di monete con cui si quantifica il profumo delicatamente sparso su Ges da donne colme di riconoscenza, o monete con le quali vengono espressi i debiti contratti, ormai condonati o da condonare ad altri, o piccole somme con cui si enuncia il costo irrilevante di due o cinque pesci (ma cos preziosi, e non solo essi, davanti a Dio!). E ancora i talenti o le mine - grandi somme! - ricevute da ciascuno per farle fruttare nella propria vita; e la moneta ritrovata dalla donna nella lieta condivisione di tutti: scena tanto quotidiana e simbolo della gioia del Regno di Dio fra di noi; e le monete di ogni tipo sulle quali non far affidamento nella missione: "Non procuratevi..."!

Dobbiamo riconoscere che usare le monete impresa delicata e pu comportare dei rischi. Dalla carrellata che abbiamo compiuto fra i testi evangelici resta l'impressione che, quando hai a che fare con i soldi, qualche tensione o contrasto o ingiustizia possa nascere. In generale succede quando mammona, la ricchezza, diventa un padrone assoluto che prende il tuo cuore e ti induce a tralasciare e a trascurare tutto il resto, Dio compreso. Anche il denaro ricevuto dal traditore manifesta in grado estremo questa tentazione con le sue tremende conseguenze. Ma le monete non portano con s una dannazione originaria. Esse possono essere usate bene e a buon fine, comprese quelle per l'organizzazione del lavoro degli operai - il denaro per i lavoratori della vigna - o quelle che vengono messe a profitto della comunit (abbiamo sentito parlare di monete per tasse civili e religiose); comprese, e forse al primo posto, quelle che esprimono gesti di grande generosit nella loro piccolezza, riservatezza e umilt, come la vedova che diede "tutti i propri mezzi di sussistenza", tutta "la sua vita", riproducendo da vicino il gesto del Salvatore, che ha offerto la sua vita, la sua "sostanza", per l'umanit; compresa quella moneta che si perduta e si cerca e si ritrova, partecipando agli altri la propria gioia, come la donna della parabola, perch non si spreconi e perch gli uni e gli altri condividono la seriet con cui affrontiamo le questioni dell'economia. Se poi il desiderio di quella moneta va oltre e indica la ricerca appassionata del Regno di Dio, nel quale l'uomo si trova amato dal suo Creatore e impara a costruire una comunit di pace e di giustizia, di comprensione e di perdono, ancora meglio! Una moneta cos tutti la desiderano e non crea sperequazioni o ingiustizie: crea piuttosto una societ dove tutto concorre al bene di tutti. Posso cos concludere riferendomi al samaritano della parabola, che ho volutamente lasciato da parte sin qui. Il samaritano usa le sue monete per assistere il malcapitato in cui si imbatte lungo la strada. Lascia infatti due monete all'albergatore perch ne continui l'assistenza: sono due denari, monete usuali, monete "laiche", non quelle specifiche per il Tempio, monete che permettevano di soggiornare due o tre giorni in una locanda discreta. Prima, per, il samaritano si d da fare a curare personalmente il bisognoso: gli si fa vicino, gli fascia le ferite, versandovi olio e vino, lo carica sopra il suo giumento. Il samaritano del Vangelo sa bene che il dare le monete - e in genere le cose - per non ridursi a un mero lavarsi le mani mascherato da una beneficenza esteriore, deve essere inserito nella trama di un autentico rapporto personale. Gli antichi commentatori - sto riferendomi a Ireneo di Lione, vissuto nel II secolo non ebbero timore a spiegare la parabola identificando nel samaritano Cristo stesso, che si china sull'umanit ferita e poi la affida all'albergatore, cio allo Spirito Santo, perch la guarisca imprimendo su di lei l'immagine del Figlio e del Padre, rappresentati dai due denari (cfr. Adversus haereses, III, 17, 3). Il simbolo un po' forzato, ma siamo piacevolmente stupiti nel trovare identificate nelle due monete le stesse persone divine. Di pi non si poteva immaginare! Materialit e simbologia biblica dell'elemento vitale per eccellenza

3 Sete e aridit hanno un rimedio sicuro


di GIANFRANCO RAVASI

questa la stagione nella quale riusciamo a comprendere in pienezza il valore di quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a "sor'acqua": "utile et humile et pretiosa et casta". Tanti sono i profili che questa realt presenta, soprattutto a livello sociale, come vediamo ininterrottamente nelle "lotte per l'acqua", nelle tragedie legate alla siccit, nelle stesse politiche: si pensi, per stare vicino a noi, anche alla recente vicenda del referendum che l'aveva proprio per tema. Si tratta, infatti, di una realt veramente "utile et pretiosa", principio della nostra composizione organica e della stessa sopravvivenza. Noi ora ci accontenteremo di lasciare spazio alla Bibbia che ci parler non solo della "materialit" dell'acqua ma anche e soprattutto della sua "simbolicit". ... Un panorama assolato, una steppa arida, un'oasi verdeggiante incastonata in una valle, una pista che si dipana negli spazi solitari, qualche raro albero e cespuglio: pu sembrare uno stereotipo paesaggistico orientale, ma effettivamente questo l'habitat prevalente dell'uomo della Bibbia ed cos che l'acqua costituisce, ieri e oggi, il cardine dei desideri e delle contese, l'archetipo dei simboli e delle idee del nomade e del sedentario. La parola majim, "acqua", risuona oltre 580 volte nell'Antico Testamento, come l'equivalente greco hydor ritorna un'ottantina di volte nel Nuovo (met di queste occorrenze sono nel solo Vangelo di Giovanni); circa 1.500 versetti dell'Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono "intrisi" d'acqua, perch oltre ai vocaboli citati c' una vera e propria costellazione di realt che ruotano attorno a questo elemento cos prezioso, a partire dal pericoloso jam, il "mare", o dal pi domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l'oceano e cos via. Per non parlare poi dei verbi legati all'acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il "battezzare" nel greco neotestamentario), lavare, purificare.... Un filo d'acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall'aridit. Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell'acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con "un fiume d'acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell'Agnello" (Apocalisse, 22, 1). E in

mezzo c' sempre l'ansiosa ricerca dell'acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: "Dateci acqua da bere!" (Esodo, 17, 2), o alla siccit vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: "Per la vita del Signore, Dio d'Israele, alla cui presenza io sto - minaccia Elia - non ci sar n rugiada n pioggia se non quando lo dir io" (1 Re, 17, 1). Geremia ci ha lasciato uno dei pi vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: "I ricchi mandano i loro servi in cerca d'acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perch non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perch non c' erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l'aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perch non si trovano erbaggi" (14, 3-6).... per questo che, quando s'affacciano le nubi e cade la pioggia, si convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: "Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani" (28, 12). Tuttavia il Creatore, che Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dir Ges: "Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Matteo, 5, 45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista - in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) immagina che il Signore passi col suo carro delle acque "dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l'abbondanza, stillano i pascoli del deserto (...) e tutto canta e grida di gioia". L'uomo d il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica: basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo in Galilea l'imponente acquedotto o seguire la galleria (di 540 metri) scavata nell'VIII secolo prima dell'era cristiana, dal re Ezechia per portare l'acqua dalla sorgente di Ghicon fino alla riserva di Siloe a Gerusalemme (una lapide, conservata ora al museo archeologico di Istanbul evoca il momento emozionante della caduta dell'ultimo diaframma e dell'incontro delle due squadre di operai che da lati opposti avevano condotto lo scavo).... Proprio perch al centro della esistenza fisica, l'acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa trascendenza. Melville in quel particolare "romanzo d'acqua" che Moby Dick scriveva: "Perch gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perch i Greci gli assegnarono un dio a s, fratello di Giove? Certo tutto questo non senza significato. E ancora pi profondo il senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e anneg. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. l'immagine dell'inafferrabile fantasma della vita, e questa la chiave di tutto". La stessa chiave , dunque, adottata anche nella Bibbia e secondo uno spettro molto variegato di significati, non solo positivi. Pensiamo solo al segno del diluvio come atto giudiziario divino compiuto attraverso l'acqua e allo stesso esodo nel mar Rosso che si chiude come un sepolcro di morte sugli Egiziani oppressori o al citato jam, il "mare", che meriterebbe una trattazione a s stante, essendo per Israele il simbolo del caos, del nulla e persino del male: per questo

Cristo cammina sulle onde e fa piombare i porci, animali impuri, nel mare e riesce a sostenere su quelle acque anche il discepolo impaurito, Pietro (Matteo, 14, 2431).... L'acqua , per, prima di tutto e sopra tutto segno di vita e di trascendenza. Noi ora ci accontenteremo di mettere quasi in fila, in una sorta di elenco, alcuni dei tanti valori metaforici che le acque acquistano: esse, infatti, nella Bibbia non sono mai dolcemente contemplate come "chiare fresche dolci acque" alla maniera petrarchesca, ma sono celebrate come rimandi a realt nascoste pi alte. Cos, l'acqua per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l'indimenticabile comparazione geremiana: "Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l'acqua" (2, 13). L'acqua segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si aridi: "Verranno giorni dice il Signore - in cui mander la fame nel paese, non fame di pane n sete d'acqua, ma di ascoltare la parola del Signore... Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perch dia il seme al seminatore e pane da mangiare, cos sar della parola uscita dalla mia bocca" (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11).... L'acqua simbolo della sapienza divina effusa in Israele: "Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l'intelligenza come l'Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (...) Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d'acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: Innaffier il mio giardino e irrigher la mia aiuola! Ed ecco il mio canale divenuto un fiume e il mio fiume un mare" (Siracide, 24, 23-25.28-29). L'acqua annunzia l'era messianica e la rinascita dell'umanit: "Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventer una palude e il suolo riarso si muter in sorgenti d'acqua" (Isaia, 35, 6-7). Anzi, l'acqua diventa l'emblema di Cristo, come si intuisce nel celebre dialogo con la Samaritana: "Chi beve dell'acqua che io gli dar non avr pi sete, l'acqua che io gli dar diventer in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Giovanni, 4, 14). per questo che l'evangelista testimonia con insistenza che dal costato del Cristo crocifisso "usc sangue e acqua" (19, 34). E come si intuisce nelle parole destinate alla donna di Samaria, l'acqua diventa anche il segno della vita nuova del credente nel quale effuso lo Spirito di Dio. Ges, durante la festa ebraica delle Capanne (che comprendeva proprio un rituale con l'acqua di Siloe), aveva esclamato: "Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui" (Giovanni, 7, 7-39). L'acqua, allora, immagine della vita

nuova del fedele che con essa si purifica il cuore del male ("Lavami da tutte le mie colpe", Salmi, 51, 4), secondo quel rito lustrale che presente in quasi tutte le culture religiose. Essa rappresenta, cos, anche la rigenerazione interiore, destinata a dare frutti di giustizia: "Il giusto sar come albero piantato lungo corsi d'acqua; dar frutti a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai" (Salmi, 1, 3). Ma l'acqua rimane soprattutto il simbolo supremo di quel Dio di cui l'uomo ha sempre sete ed questa la costante preghiera di tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero: "Come la cerva anela ai corsi d'acqua, cos l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia (letteralmente "la mia gola") ha sete di Dio, del Dio vivente (...) O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua..." (Salmi, 42, 2-3; 63, 2).

Cours de formation sur les lieux bibliques pour les enseignants des sminaires chinois
Quinze professeurs de sminaire et quatre prtres, tous venus de Chine, ont particip un cours de formation biblique en Terre sainte, du 29 janvier au 22 fvrier 2007. Ce cours tait organis par la Fdration Biblique Catholique et labbaye de Saint-Ottilien. Le cours de cette anne voulait dabord offrir ces formateurs la possibilit dtudier et de dcouvrir la Bible sur le terrain. Un autre objectif tait de faire dcouvrir aux participants la diversit des dnominations chrtiennes issues de lglise Mre en Terre Sainte et de relier cette dcouverte leur propre exprience de lglise en Chine, branche de lglise univers elle aux multiples visages. La dimension interreligieuse, mise en vidence par la ralit quotidienne de la Terre sainte o coexistent les religions abrahamiques, a jou galement un rle considrable. Enfin, louverture aux diffrents courants religieux, la situation politique et conomique des peuples palestinien et isralien fut aussi un aspect dcisif de cette formation. Ces diffrents aspects de la formation ont pu se raliser grce une rpartition quilibre entre cours, sminaires, suivi individuel, ateliers, excursions et rencontres. La formation fut assure par divers spcialistes, capables pour certains de donner leurs enseignements directement en chinois. Vous pouvez tlecharger un rcit dtail ici (PDF file/1,4 MB).

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