Sei sulla pagina 1di 24
#94 Domenica 8 settembre 2013 Irrompere nella superficie per farne un abisso Marco Tirelli per
#94 Domenica 8 settembre 2013 Irrompere nella superficie per farne un abisso Marco Tirelli per
#94 Domenica 8 settembre 2013 Irrompere nella superficie per farne un abisso Marco Tirelli per
#94
Domenica
8 settembre 2013
Irrompere nella superficie
per farne un abisso
Marco Tirelli
per il Corriere della Sera
Anno 3 - N. 35 (#94) Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano - Supplemento culturale del Corriere della Sera dell’8 settembre 2013, non può essere distribuito separatamente

2

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

 

Sommario

  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una
  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una
  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una
  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una
  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una
  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una
  Sommario R R R corriere.it/lalettura   L’inserto continua online con il «Club della Lettura»: una

RRR

corriere.it/lalettura

 

L’inserto continua online con il «Club della Lettura»:

una community esclusiva per condividere idee e opinioni

4

Il dibattito delle idee L’Europa riscopre Dio Anzi, gli dei

 

di

MARCO VENTURA

 

5

Welfare I bambini nella trappola della povertà

di

MAURIZIO FERRERA

 
 

Orizzonti

 

6

Mestieri

 

Un maggiordomo

 

in

ospedale

di

ROBERTA SCORRANESE

 

7

Società È sempre il colpevole nei libri polizieschi

di

MARIAROSA MANCUSO

8

Antropologia L’imperialismo dell’obesità

di

ADRIANO FAVOLE

 

9

Visual Data Sul divano dei Simpson

di

ALESSANDRO BERETTA

 
 

Caratteri

 

10

Riscritture

 

Ci

ripenso, dunque sono

di

PAOLO DI STEFANO, GIUSEPPE

GENNA e IDA BOZZI

 

12

Narrativa straniera

 

La

grande elegia russa

di

Michail Saltykov-Šcedrin

di

FRANCO CORDELLI

 

13

Esclusiva Il cardellino di Donna Tartt

di

MATTEO PERSIVALE

 

14

Classifiche dei libri

La

pagella

di

ANTONIO D’ORRICO

 
 

Sguardi

 

16

Geografie Il museo franco-tedesco della storia condivisa

di

ELISABETTA ROSASPINA e

STEFANO BUCCI

 

18

Le mostre Carlo Levi, la realtà emotiva

di

SEBASTIANO GRASSO

 

19

Simboli Firenze, il potere al Giglio

di

ARTURO CARLO QUINTAVALLE

 

Percorsi

 

20

Il teatro di Roberta Torre Riccardo III è un ansioso che parla siciliano

di

MARIA ROSARIA SPADACCINO

22

Incontri: Sofija Gubajdulina «La mia cattiva musica»

di

GIUSEPPINA MANIN

 

23

Anniversari: Carlo Gesualdo Il principe dei madrigali genio e assassino

di

RAFFAELE NIGRO

 

Il dibattito delle idee

Sentimenti, affetti in crisi, separazioni: la difficoltà di essere adulti

Il paradosso

del

porcospino

In amore se stai (troppo) vicino ti ferisci, se stai (troppo) lontano senti freddo L’incapacità di accettare la fine di una storia

di SILVIA VEGETTI FINZI

U na decina di anni fa, riflettendo sulle te- stimonianze che compongono il libro Quando i genitori si dividono: le emozio- ni dei figli , mi sembrava evidente che la grandezza di un amore si misurasse dal- l’imponenza delle sue rovine. Ma ora il mondo è così cambiato che quella meta-

fora mi appare improponibile: nella società liquida in cui viviamo, tutto scivola via e la crisi degli affetti, an- che i più cari, lascia dietro di sé una scia di detriti poco

visibili e difficilmente valutabili. Significa forse che era- no inconsistenti? Che i legami amorosi si dissolvono nell’indifferenza generale? Che il collante che ci tiene emotivamente uniti non funziona più e che ciascuno di noi procede nella corrente del tempo nella solitudine dell’abbandono? Non credo. Penso piuttosto che la fine

di

una relazione venga spesso dimenticata, sottratta al-

la

riflessione e alla condivisione ma che, come un gru-

mo opaco, continui a interferire sulle nostre vite e a condizionare le nostre scelte. Amore e odio costituisco- no da sempre i poli energetici che alimentano la nostra vita e quando l’odio prevale, l’amore si inabissa, ma non scompare. Nonostante ogni tentativo di normaliz-

zare l’abbandono e di considerare irrilevanti le sue con- seguenze, lasciarsi non va da sé. La separazione muta il copione della nostra vita, ma gli attori dello spettacolo precedente permangono sul-

lo sfondo come presenze incancellabili. Nulla, infatti,

va perduto e, negli archivi della memoria profonda,

giacciono tanto le storie concluse quanto quelle inter- rotte, quelle che per certi versi continuano come quelle che avrebbero potuto accadere e non sono mai accadu-

te, pronte a ricomparire nella forma ipotetica del «se».

Ogni ricordo è correlato dalle emozioni corrisponden-

ti, ma è raro che prevalgano quelle positive. Come san-

no gli psicoterapeuti, nel ricordo prevale il dolore, qua-

si le esperienze infelici fossero scritte nella mente con

un inchiostro indelebile e quelle felici con una sostan-

za volatile. Scoperchiare il passato vuol dire affrontare

stati d’animo più o meno penosi, come la nostalgia, il rimorso, il rimpianto. Eppure non vorremmo distrugge-

re l’album dei ricordi, che raramente sfogliamo, perché

sentiamo che racchiude la trama della nostra identità e che quanto accadrà non può essere disgiunto da quello

che è stato. Nella separazione degli affetti sono conte- nuti tutti i temi della nostra vita: il passato, il presente e il futuro, correlati dal filo della narrazione con cui cer- chiamo di conferire continuità e senso al mero succe- dersi degli avvenimenti. La motivazione che ci spinge a eseguire questo compito è l’amore, l’amor proprio in- nanzitutto nel senso di affermazione e valorizzazione

di sé, e l’amore per gli altri in quanto coautori e inter-

preti della nostra storia. Al «cogito ergo sum» di Cartesio aggiungerei la più impegnativa dichiarazione «amo ergo sum»: io sono la

forza dei miei sentimenti. Questa formula contiene due princìpi importanti: la

relazione fonda l’identità (non c’è io senza l’altro); amo-

re e odio coesistono. Dal loro impasto nasce l’armonia,

dalla loro contrapposizione il conflitto. Mentre l’amore unisce l’odio divide, ma se amo in modo assoluto pro-

i

L’iniziativa «Amare» è il tema dell’edizione 2013 del Festival Filosofia che si svolge in tre città — Modena, Carpi e Sassuolo — da venerdì 13 a domenica 15 settembre. La rassegna propone oltre duecento appuntamenti, tutti gratuiti. Tel 059 2033382; www.festivalfilosofia.it L’autrice La psicologa Silvia Vegetti Finzi interviene al Festival Filosofia il 15 a Carpi (ore 18, piazza Martiri) con una lezione magistrale su «La separazione degli affetti». Tra i suoi libri più recenti:

«Giocattoli» (Consorzio Festivalfilosofia, 2013)

e l’ebook «Si può ancora essere felici?» per la collana «I Corsivi» del «Corriere della Sera» Il tema Sul tema della rassegna da segnalare il saggio di Michela Marzano «L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore» (Utet

2013, pp. 208, e 14) e i libri

di Luc Ferry «De l’amour.

Une philosophie pour le XXIe

siècle» (Odile Jacob) e di Anne Dufourmantelle «En cas d’amour. Psychopatologie de la vie amoureuse» (Manuels Payot). Questi ultimi due autori sono ospiti del festival

voco una adesione fagocitante, se odio senza condizio-

ni, una contrapposizione evitante. Come esemplifica ef-

ficacemente Schopenhauer, noi siamo come i porcospi-

ni: se stiamo troppo vicini ci pungiamo, se stiamo trop-

po lontani abbiamo freddo. Ogni relazione comporta

di

stabilire la giusta distanza, di trovare una mediazio-

ne

tra la paura di perdere l’oggetto d’amore e il timore

di

esserne invaso.

Il primo amore, quello materno, è totalizzante, pos- sessivo, un amore calibrato in modo da avvolgere e pro-

teggere l’essere più indifeso del mondo, il neonato. Un amore al tempo stesso necessario e oppressivo dal qua-

le il figlio cerca progressivamente di allontanarsi. Ma

che lascia dietro di sé una scia di timore e di rimpianto. Scrive Fromm: «Non si può comprendere la vita di un uomo se non si capisce quanto oscilli tra il desiderio di ritrovare la madre in un’altra donna e il desiderio di allontanarsi dalla madre trovando una donna che sia il più possibile diversa da lei». Vi è timore nell’amore perché, osserva Donald Winni-

cott, ci ricorda ciò che vorremmo dimenticare: di esse-

re

stati, nei primi tempi della nostra vita, assolutamen-

te

dipendenti da qualcuno, per lo più la madre. Senza

la

disponibilità e la dedizione di un altro, di un’altra,

non avremmo potuto sopravvivere. Ma i nostri figli, prosegue Winnicott, crescono e diventano a loro volta padri e madri senza riconoscere quanto devono a una figura materna, senza dire «grazie» alla madre.

L’incapacità di provare gratitudine genera, negli uo- mini, paura delle donne, timore di sottostare al loro po- tere come è accaduto all’alba della vita. E, nelle donne, difficoltà di accettare la gerarchia femminile, di inscri- versi in una genealogia materna. Eppure nell’innamora- mento cerchiamo proprio l’assoluto del primo amore, l’esclusività del primo legame. La contraddizione tra ri- conoscerci dipendenti dal partner e affermare la nostra libertà è presente sin dalle prime mosse, ma non ce ne accorgiamo, presi da un sogno o meglio da un’illusione destinata a svanire E pronta a risorgere perché l’amo-

re, sin dall’infanzia, dice «ancora». Come sottolinea provocatoriamente Freud, la scelta dell’oggetto d’amore si regge sull’inganno, sulla soprav- valutazione del tutto arbitraria della persona amata. Una esaltazione che lascia l’amante privo delle qualità

che ha proiettato sull’altro, esposto alle sue reazioni co- me un giocatore che punta tutta la posta su una roulet-

te che non controlla. C’è rischio nell’innamoramento e,

anche quando l’impresa va a buon fine, è poi difficile passare dall’illusione alla dis-illusione senza cadere nel-

RRR

Un tempo le tappe erano già fissate:

fidanzamento, matrimonio, figli. Ma ora non ci sono indicazioni e ognuno traccia da sé il proprio futuro. In un mondo incerto manca all’amore una cornice sociale che lo stabilizzi

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

CORRIERE DELLA SERA

LA LETTURA

3

la de-lusione e non riuscire più a comprendere perché ci siamo lasciati coinvolgere in una
la
de-lusione e non riuscire più a comprendere perché
ci
siamo lasciati coinvolgere in una relazione che ne
ILLUSTRAZIONE
DI AMALIA CARATOZZOLO
esclude mille altre, perché si è scelto proprio quel part-
ner tra i tanti possibili.
Dopo l’esaltazione dell’amore allo stato nascente, do-
vrebbe iniziare un percorso di fondazione della coppia,
la condivisione di un progetto comune. Un tempo le
tappe erano già fissate: fidanzamento, matrimonio, fi-
gli. Ma ora non ci sono indicazioni e ognuno procede
cercando di tracciare da sé il proprio futuro. Impresa
difficile, talora impossibile quando si vive in un presen-
te
destrutturato e precario, dove gli ideali sono collassa-
ti,
il lavoro è stato sostituito dai lavoretti, la casa di pro-
prietà è diventata una chimera e i ruoli familiari hanno
perduto l’alta definizione che li caratterizzava.
In un mondo incerto manca all’amore una cornice
sociale che lo confermi e lo stabilizzi.
Anche i bambini sanno che l’unione dei loro genitori
ha fondamenta instabili e basta che mamma e papà, di-
scutendo, alzino un po’ la voce perché temano che la
loro famiglia si frantumi.
Amarsi per sempre sembra una pretesa assurda e, co-
me si suole dire con un certo cinismo, l’amore è eterno
finché dura. Eppure il desiderio di prolungare all’infini-
to l’incanto dell’innamoramento rimane nella penom-
bra della mente, incapace di giungere sulla scena della
coscienza per due motivi: perché manca il copione per
recitarlo, le parole per dirlo, e perché si ha paura del
fallimento. Si preferisce allora non giocare per non per-
sente, di uscire dalle strettoie del qui e ora per acquisi-
re il respiro ampio della perennità.
Come osservavo ne Il romanzo della famiglia, nel mo-
mento del «sì» e dello scambio degli anelli persino la
coppia più scettica, quella convinta di «sposarsi per al-
legria», colta da un nodo di commozione, avverte il de-
siderio di superare la caducità dell’esistenza conferen-
do continuità alla spinta vitale che anima l’amore.
«L’amore per la vita — scrive Erich Fromm — è il noc-
ciolo di ogni tipo di amore».
Ma come dicevo, i modelli imposti dalla dimensione
spettacolare della tarda modernità non confermano
questo anelito, anzi sostituiscono l’erotismo all’amore,
la sessualità ai sentimenti, la superficialità alla profon-
dità, il corpo all’anima.
Walter Siti, nel suo ultimo disperato romanzo consta-
ta con rammarico: «L’umanità non vuole accettare quel-
lo che lei stessa ha scoperto: che la vita non dipende
dall’amore, che i sentimenti sono essudati della biolo-
gia, che l’individuo non è più laboratorio di nulla e che
il mercato è in grado di fornire l’intero kit per una indi-
vidualità fai-da-te». Ma è vero che l’Eros si è ridotto a
secrezione ormonale e il desiderio è diventato una mer-
ce di scambio? No, non è vero, non può essere vero,
altrimenti non saremmo più umani.
Ben lo sanno gli adolescenti, a ogni generazione
pronti a rivivere, come canta d’Annunzio, la «favola bel-
RRR
dere. È significativo che le coppie di conviventi, che
non intendono certificare la loro unione, tendano co-
stantemente ad aumentare e che, nello stesso tempo,
Si deve stare insieme per convinzione
e non per convenienza, ma ciò che preoccupa
chiedano di essere socialmente riconosciute e parifica-
te nei diritti e nei doveri. Ciò che rifiutano è allora l’atto
istituzionale, la cerimonia delle nozze, vista come una
formalità esibizionista e consumistica.
In realtà, nonostante l’apparenza, cercano, nel rito re-
ligioso o civile che sia, di rispondere all’esigenza, tipica-
mente umana, di elevarsi sopra la contingenza del pre-
è la meccanicità di questa decisione: la divisione
incrina sin dall’inizio l’unione, non se ne
valutano le conseguenze per sé e per gli altri

la

che ieri ti illuse, che oggi mi illude». Ma, mentre nel-

la

scena profonda della mente tutto si ripete, è mutata

la

rappresentazione delle passioni, il lessico dell’amo-

re, la musica delle emozioni. Calato il sipario sul teatro della tragedia, finiti i ro- manzi d’amore, ridotta a puro spettacolo l’opera lirica, soffocata la poesia, non resta che raccontarci da soli, cercando, più che di raggiungere la felicità, di evitare il

dolore. L’amore viene considerato una pretesa assurda, un gioco pericoloso da lasciare all’incoscienza degli adolescenti, prima che rinsaviscano occupandosi di ciò che conta davvero: il fare e l’avere. L’amore ci spaventa perché non è un sentimento te-

nero e delicato ma una passione, con tutta la complessi-

tà e il rischio che questa esperienza comporta. Come

dice l’etimo stesso, vi è pathos , cioè dolore, nella pas- sione. Rinunciando alla passione amorosa impoveria- mo la nostra vita, rendiamo più piatta e banale la no-

stra storia. In compenso evitiamo, almeno si spera, di soffrire, di affrontare stati d’animo penosi, come il rico- noscimento della dipendenza, le ferite dell’incompren- sione, il gelo della solitudine, lo sconforto dell’abban- dono. Senza una narrazione della relazione, senza il so- stegno di un’autobiografia, alla prima difficoltà si reagi- sce con la svalorizzazione del rapporto: «non ci siamo mai capiti», «non siamo mai andati d’accordo», «ti vo- glio bene ma non ti amo». Ma una volta recisi i legami affettivi, la barca della nostra vita procede priva di or- meggi, col rischio di ricominciare una nuova storia sen-

za aver fatto i conti con la precedente, o di lasciarsi tra-

scinare verso il nulla dalla corrente del tempo. Eppure tutto sembra meglio che riflettere sulla relazione, am- mettere le proprie responsabilità, recuperare il senso

di responsabilità che il «fare famiglia» comporta e so-

prattutto affrontare il dolore della separazione.

e so- prattutto affrontare il dolore della separazione. Nella società delle assicurazioni, dove la sicurezza è

Nella società delle assicurazioni, dove la sicurezza è

un

bene inestimabile e il dolore sembra aver perso sen-

so

e valore, si vorrebbe barattare l’amore con una sup-

posta autonomia narcisistica, con la pretesa di bastare

a se stessi e di sostituire il partner difettoso. So bene che esistono separazioni necessarie, che talora è me- glio dividersi che procedere nello sconforto. Che si de-

ve stare insieme per convinzione e non per convenien-

za, ma ciò che mi preoccupa è la meccanicità di questa

decisione, il fatto che la si dia per scontata, che la divi- sione incrini sin dall’inizio l’unione, che non se ne valu- tino le conseguenze per sé e per gli altri. Membri anonimi di una folla solitaria, di una «socie-

tà degli individui» dove si è sempre insieme e sempre

soli, ci si avvicina e ci si allontana come in discoteca, seguendo un ritmo personale che non cerca l’unisono. Ma i sentimenti non detti e le emozioni soffocate per-

mangono nell’anima come un potenziale energetico che, buttato fuori dalla porta della coscienza, rientra

dalla finestra dell’inconscio. All’incapacità di vivere l’amore fa seguito la difficoltà di accettarne la fine, di elaborarne il lutto. Nella indistinzione tra il bene e il male, la sofferenza viene sostituita dalla insofferenza.

l’indifferenza — scrive Fromm — il nuovo disuma-

«È

no». Una disumanità che si esprime, nel modo più tra-

gico, nel «femminicidio», nella strage delle donne ucci- se, come sostengono i loro assassini, per «amore», do-

ve

il farmaco si traduce in veleno e la vita precipita nel-

la

morte. Se quegli uomini avessero saputo amare, sa-

rebbero stati capaci di sopportare il dolore della perdi-

ta,

la ferita inflitta dal «non più». Invece quell’esperien-

za

mancata ha esasperato le componenti più pericolose

della relazione tra i sessi, il possesso e il potere, sino a farla esplodere nell’omicidio e talora nel suicidio. In questi casi, che costituiscono un’angosciante epide- mia, la passione vitale dell’amore è stata sconfitta dalla coazione mortale dell’odio. Sono certamente gesti estremi, ma che dovrebbero farci riflettere sulla poten-

za insita nei legami di coppia, sulla complessità delle

nostre relazioni, sull’afasia delle nostre interazioni, sul-

la solitudine che ci opprime.

Come insegna la psicoanalisi, la violenza nasce dalla morte del pensiero, dalla negazione del dolore menta-

le, sulla incapacità di esprimere e condividere le nostre

emozioni. Nella vita quotidiana, nella cosiddetta nor-

malità, possiamo riconoscere la fuga dalla sofferenza,

la

pretesa di vivere schivando il dolore, nella indifferen-

za

che permea i nostri rapporti. La maggior parte delle

persone finge di essere felice perché l’infelicità è un fal- limento e dichiararla è inopportuno, sembra di trasgre-

dire a una regola di galateo. Incontrando un conoscen-

te è opportuno chiedere «tutto bene?», un modo per

prevenire discorsi inopportuni, eventuali confidenze in- cresciose. Si accetta che vengano pubblicizzati i mali fi- sici (ora di «tumore» si può parlare), mentre vengono

messi a tacere quelli morali. In questo contesto la sepa- razione coniugale (più o meno certificata) diventa un evento irrilevante, un caso della vita come un altro, pa- ragonabile a un furto in casa, allo smarrimento di un oggetto prezioso, a una vacanza mancata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

4

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

Il dibattito delle idee

Cambusa

di Nicola Saldutti

{

Il verdetto sulle due navi di Atene

Nella guerra del Peloponneso, a un certo punto, la città di Mitilene non si mostra più leale con Atene. Ma sceglie Sparta. La democrazia ateniese non può tollerare il tradimento: Cleone e Diodato si confrontano per stabilire la

punizione. Prima si decide di uccidere tutti i maschi della città, poi soltanto i mille considerati responsabili del tradimento. Atene cambia idea in una notte. E due navi devono solcare il mare per portare due verdetti diversi.

Libertà religiosa

Una ricerca sottolinea il nuovo rilievo delle fedi, che supera la separazione Stato-Chiesa Cruciale la distinzione fra vari spazi: quello pubblico, quello politico, quello istituzionale

L’Europa riscopre Dio. Anzi gli dei

di MARCO VENTURA

N el 1889 uno storico e teologo svizzero-tedesco, emigrato ne- gli Stati Uniti, comparò la reli- gione nel vecchio e nel nuovo mondo. Philip Schaff conclu-

se che l’Europa era progredita, passando dall’intolleranza medievale alla tolleranza moderna, ma restava indietro rispetto al- l’America. «L’intolleranza e la persecuzio- ne — scrisse Schaff — furono la teoria del- l’Europa medievale. La tolleranza è la teo- ria dell’Europa moderna. La libertà e l’eguaglianza religiosa sono la teoria del Nord America». Cento anni più tardi, alla vigilia della ca- duta del Muro di Berlino, si aprì una pagi- na nuova per l’Europa. Per la prima volta, il 9 maggio 1989, un organo europeo — la commissione per i diritti umani — censu- rò uno Stato firmatario della Convenzione europea, la Svezia, per aver leso la libertà religiosa del medico Peter Darby, costret- to a pagare l’imposta obbligatoria alla Chiesa di Stato svedese pur non essendo- ne membro. Nel 1993, la Corte di Strasbur- go emise la prima storica sentenza contro uno Stato per violazione della libertà reli- giosa. La Grecia fu condannata per aver messo in galera un testimone di Geova, reo di aver fatto propaganda alla propria fede. Era tempo di rivedere il giudizio di Phi- lip Schaff. La libertà religiosa e l’eguaglian- za erano ormai principi largamente sus- sunti nel diritto dei singoli Stati e delle istituzioni europee. Nei venti anni passati da allora, tuttavia, libertà religiosa ed eguaglianza non hanno smesso di sfidare l’Europa. Ragioni apparentemente con- traddittorie sono alla base della sfida. In parte, i problemi dipendono dalla soprav- vivenza nella società europea di forti mag- gioranze confessionali, cui corrisponde lo status privilegiato delle Chiese tradiziona- li. È il caso, in particolare, dei Paesi postco- munisti come la Russia, in cui il nazionali- smo religioso presenta ogni giorno un conto molto salato a chi sta fuori dal grup- po. In parte, al contrario, la sfida viene dal- la crescente percentuale di europei appar- tenenti a religioni non tradizionali o di re- cente espansione, come pure dai tanti — oggi circa il 20% — senza appartenenza re- ligiosa. È cresciuta nei venti anni trascorsi dal Trattato di Maastricht e dalla nascita dell’Unione europea la consapevolezza che c’è molto lavoro da fare su quella che Philip Schaff chiamava la «libertà ed egua- glianza religiosa». È anche cresciuta la co- scienza che non potrà esservi sviluppo cul- turale e sociale della nuova Europa plura- le senza un armonico approccio alla sfida religiosa: dentro i confini europei, anzitut- to; ma anche fuori, nelle politiche esterne dell’Unione. In risposta al bisogno, il settimo pro- gramma quadro della commissione di Bruxelles ha stanziato nel 2010 quasi tre milioni di euro per finanziare la più vasta ricerca europea su religione e laicità di sempre. Il progetto triennale Religare, de- dicato allo studio di «diversità religiosa e modelli di laicità in Europa», si è ora con- cluso; il rapporto finale verrà consegnato al committente europeo nelle prossime settimane. Coordinato dall’antropologa

RRR

Tiromancino

Il lanciere Mario Tronti

Nel libro Per la critica del presente (Ediesse, pp. 147, € 12) Mario Tronti agita un’idea di sinistra dal sapore antico. Parla di «popolo lavoratore» come «classe generale». Sostiene che l’economia va sottomessa alla politica. Invoca una «rivoluzione intellettuale e morale delle forme di vita». Conclude bellicoso: «E ripartiamo all’attacco». Fa tornare alla mente il mito della cavalleria polacca che caricava i carri armati con le lance. Antonio Carioti

che caricava i carri armati con le lance. Antonio Carioti Il Seicento e l’attualità Imparare dai
che caricava i carri armati con le lance. Antonio Carioti Il Seicento e l’attualità Imparare dai

Il Seicento e l’attualità

Imparare dai tumulti

di ALBERTO MELLONI

I l degrado, sia delle nostre classi dirigenti sia di chi le seleziona nell’urna, procede da trent’anni di pari passo con l’uscita dei

libri di storia dalla cultura comune, sostituiti dal malcerto inglese della «spendingreviù» e da quei «pantheon» che spesso sono solo collezioni di figurine. Per questo è difficile, ma doveroso, suggerire la lettura di Tumulti. Moltitudini ribelli in età moderna, di Angela De Benedictis (Il Mulino, pp. 304, € 27): il racconto di quattro insurrezioni che agitano

contesti politici diversi (Urbino, Messina, Mondovì, Castiglione delle Stiviere) fra fine Cinquecento e fine Seicento e dei processi nei quali gli insorti cercano di liberarsi dall’infamia del crimine di lesa maestà; un crimine che, come mostrò Mario Sbriccoli, è come una lanterna che si accende nel Medioevo e che forse, in questa Italia che attende i suoi tumulti come la nebbia agli irti colli, non è diventata inutile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

del diritto belga Marie-Claire Foblets del- l’Università Cattolica di Lovanio, il proget- to Religare ha coinvolto quattordici grup- pi di ricerca di varie università europee, tra cui, presso la Statale di Milano, l’unità diretta da Silvio Ferrari. La ricerca ha ri- guardato nove Paesi dell’Unione Europea, più la Turchia. La collaborazione di giuri- sti e sociologi ha prodotto varie pubblica- zioni e un Rapporto le cui linee guida in- terpellano i decisori nazionali ed europei. Al cuore del Rapporto sta la proposta di un’armonizzazione europea del diritto e delle politiche sulla religione, a partire dai due principi di «neutralità inclusiva dello Stato» ( inclusive State neutrality ) e di «giusta imparzialità» (justice as even han- dedness). La «neutralità inclusiva» inten- de superare il modello di stretta separazio- ne tra Stato e religione e la pretesa che la religione possa essere ignorata: pretesa ir- realistica, da cui derivano le ipocrisie os- servate da Religare in Francia e in Tur- chia. La «neutralità inclusiva» è anche al-

RRR

Pluralismo in aumento La sfida viene dalla crescente percentuale di cittadini appartenenti a religioni non tradizionali o di recente espansione

i

Il progetto Religare È partito il 1˚febbraio 2010 e si è concluso il 31 gennaio di quest’anno il progetto di ricerca Religare, coordinato dall’Università Cattolica di Lovanio (in Belgio), che ha esaminato i problemi del pluralismo religioso in Europa allo scopo di suggerire politiche più efficaci nel tutelare la libertà di coscienza. Un’anticipazione dei risultati è stata presentata in dicembre, il rapporto finale uscirà tra poche settimane I dieci Paesi coinvolti La ricerca, finanziata dall’Unione Europea, ha riguardato nove Paesi dell’Ue (Belgio, Bulgaria, Danimarca, Germania Francia, Italia, Olanda, Spagna e Gran Bretagna) più la Turchia. I materiali sono disponibili sul sito www.religareproject.eu. L’illustrazione in alto è di BEPPE GIACOBBE

ternativa allo Stato laico spagnolo, italia-

no e tedesco, che favorisce le Chiese mag-

gioritarie, mentre ostacola, «esclude», le

altre presenze religiose, in particolare le «minoranze vulnerabili che sono viste co- me outsider». La «giusta imparzialità» completa la «neutralità inclusiva», do- mandando allo Stato una politica attiva di riconoscimento della diversità religiosa e non religiosa. In ossequio a questo secon-

do

principio, lo Stato dovrebbe promuove-

re

la varietà di convinzioni e di pratiche,

considerandole non come un ostacolo al-

lo sviluppo, ma come «parte integrante

del diritto di partecipare alla vita sociale». Combinate, «giusta imparzialità» e «neutralità inclusiva» consentirebbero di riconciliare da un lato la libertà di religio-

ne e convinzione, comprensiva delle con-

vinzioni filosofiche non religiose, e dall’al- tro l’eguaglianza e il divieto di discrimina- zione. Religare ha applicato i principi a

quattro ambiti critici: famiglia, lavoro, spa- zio pubblico e sostegno statale, compren- sivo di finanziamento e accesso ai media. Per ognuno degli ambiti, i gruppi di ricer-

ca hanno ascoltato testimoni qualificati,

analizzato la letteratura scientifica e rico- struito il quadro giuridico, in particolare

la giurisprudenza delle corti nazionali ed

europee. Davanti allo scontro tra le oppo- ste pretese di chi vuole la propria fede

sempre più visibile e di chi intende vivere

al

riparo dal marketing religioso, le regole

di

ingaggio con la religione nello spazio

pubblico diventano cruciali.

con la religione nello spazio pubblico diventano cruciali. Religare propone di scomporre la sfera pubblica in

Religare propone di scomporre la sfera pubblica in tre ambiti. Lo «spazio comu- ne» coincide con lo spazio fisico — la stra-

da, la piazza, il mercato — che tutti abitia- mo per soddisfare le necessità fondamen- tali; questo spazio, secondo Religare, deve essere aperto all’integrazione della diversi-

tà e quindi accessibile ai simboli religiosi

e non religiosi. Nello «spazio politico» ha

luogo il dibattito pubblico, il confronto di idee. Onde favorire un confronto aperto e democratico, lo spazio politico deve esse-

re libero e pluralista: sicché, sostiene Reli-

gare, «la presenza visibile di diverse reli- gioni e convinzioni» in tale spazio è «indi- spensabile al pluralismo sul quale si fon-

da una società democratica». Infine, nello

«spazio istituzionale» di un tribunale o di

un Parlamento, si prendono decisioni vin-

colanti per tutti, la cui applicazione richie-

de che esse siano rispettate e riconosciute

dalla generalità dei consociati. A tal fine,

lo

«spazio istituzionale» deve «non soltan-

to

essere, ma anche apparire, giusto e im-

parziale».

Se Philip Schaff studiasse oggi l’Euro- pa, vedrebbe una realtà conflittuale, in cui persistono vecchi problemi e ne spuntano ogni giorno di nuovi; ma vedrebbe anche uno straordinario laboratorio di pratiche

e idee, in cui si distillano una nuova reli- gione e un nuovo diritto. Un laboratorio

in cui si reinventano l’islam, il cristianesi-

mo, l’ateismo e si riformulano i concetti

di laicità, neutralità, imparzialità, egua-

glianza e non discriminazione. Non po- trebbe non constatare, un redivivo Schaff, che se fu epocale in Europa il passaggio dall’intolleranza medievale alla tolleranza moderna, non meno epocale è la costru- zione, in questi anni, di uno spazio euro- peo di diversità ed eguaglianza delle fedi.

RRR

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’obiettivo di fondo Garantire la tolleranza non basta più: occorre costruire una sfera di convivenza tra diversi su una base di parità

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

CORRIERE DELLA SERA

LA LETTURA

5

Il dibattito delle idee

Sopra le righe

di Giuseppe Remuzzi

{

I vantaggi della scuola

Ci sono, in Cina, studenti che stanno a casa ma vanno a scuola. È perché genitori stanchi e delusi dal modo di far lezione («non si impara nulla di quello che serve», dicono) si mettono in proprio e si occupano loro

dell’educazione dei figli. E lo fanno a casa. «Funziona, costa poco e i ragazzi corrono meno pericoli», sostiene chi ci ha provato. Sarà, ma forse ci sono altri vantaggi nell’andare a scuola: ne avranno tenuto conto?

Stato sociale

La condizione di indigenza comporta una riduzione delle capacità intellettive Un dramma per le nuove generazioni che accumulano un dannoso deficit cognitivo

I bambini nella trappola della povertà

di MAURIZIO FERRERA

I mmaginate di passare una notte completamente insonne. Come vi

sentireste il giorno dopo nell’affron- tare un colloquio di lavoro o nego- ziare un prestito in banca? Non cer-

to

bene, sicuramente non in grado di da-

re

il

vostro meglio. È ciò che succede a

chi diventa povero. La preoccupazione

su come sbarcare il lunario drena atten-

zione ed energia, la mente si annebbia,

diventa difficile essere intraprendenti e

si finisce per restare come imprigionati

nella situazione di indigenza. Da tempo

gli scienziati sociali parlano di «trappola

della povertà».

Finora si pensava però che la dinami-

ca sottostante fosse di natura essenzial-

mente economica: se il welfare state pa- ga un sussidio, il povero perde conve-

nienza a cercare lavoro e si rassegna a vi- vere con poco, ma a carico dello Stato. I neuropsicologi ci spiegano ora che la trappola è (anche) di natura cognitiva: è cioè connessa alla «finitezza» delle no- stre capacità mentali e al loro eccessivo utilizzo, in caso di difficoltà materiali, per salvaguardare elementari esigenze

di «sopravvivenza».

A lanciare l’allarme sulle conseguenze

cognitive della povertà è stato a fine ago- sto un importante articolo uscito su «Science» (già commentato sul «Corrie-

re» del 31 agosto da Sergio Harari), che

ha illustrato i risultati di alcune interes-

santi ricerche sperimentali. Due parteci-

panti del gruppo di ricerca hanno anche

scritto un libro di taglio più divulgativo,

in

cui approfondiscono le dinamiche del-

la

«psicologia della scarsità», della for-

ma mentis che s’impadronisce di noi quando ci manca qualche bene impor- tante: non solo denaro, ma anche tem- po, calorie, amici. La mentalità «da ca- renza» ci spinge a concentrare energie

sui bisogni più pressanti e sulle migliori strategie per soddisfarli (e ciò è un bene dal punto di vista della sopravvivenza evolutiva). Ma al tempo stesso questa mentalità accorcia i nostri orizzonti, ci rende miopi e meno creativi, limitando paradossalmente le nostre possibilità di superare la carenza stessa, di evolvere verso un maggior benessere. Secondo il libro, il «sentirsi povero» abbassa il quoziente di intelligenza di cir-

ca

13 punti, più o meno quanto una not-

te

insonne. Si tratta di un’indicazione di

portata storica: per secoli la relazione causale fra povertà e intelligenza/impe- gno è stata di segno opposto. Non è la mancanza di «orgoglio, onore e ambizio- ne» che conduce alla povertà (secondo

la famosa teoria di Joseph Townsend, au-

povertà (secondo la famosa teoria di Joseph Townsend, au- tore di una influente Dissertation on the

tore di una influente Dissertation on the Poor Laws del 1786). È al contrario la po- vertà che ci condanna a una vita cogniti- vamente limitata, a usare il paraocchi per non distogliere la nostra attenzione dallo scopo primario della sopravvivenza mate- riale, trascurando ogni altro obiettivo di miglioramento. È un dato che nei Paesi in via di sviluppo le persone che si trova- no in miseria estrema non prendono le medicine (anche se gratuite), non si lava- no le mani per evitare contagi, non strap- pano dai campi le erbacce che danneggia- no i raccolti Non si tratta di vizi caratte- riali, ma di conseguenze cognitive delle loro condizioni economiche.

RRR

Rimedi L’Europa ha preso coscienza del problema, ora è tempo di agire: riorganizzare il welfare investendo soprattutto sui più piccoli

L’impatto della povertà sulle capacità del nostro intelletto è particolarmente

nefasto durante l’infanzia. Molti studi di psicologia dell’età evolutiva e di econo- mia hanno già da tempo segnalato che, a partire dal secondo anno di età, il conte- sto socioeconomico all’interno del quale si cresce condiziona in modo significati-

vo la gamma e il tipo di opportunità di

cui i bambini dispongono e aumentano

il rischio di «restare indietro» dal punto

di vista intellettivo. Dire che quando si

inizia la scuola dell’obbligo più della me-

tà delle carte che contano nel successo

della vita sono già state giocate può suo- nare come un’iperbole, ma rende bene l’idea.

A quindici anni, a parità di quoziente

di intelligenza misurato a sei anni, chi

proviene da famiglie povere ha accumu- lato un ritardo di due anni quando ri- sponde ai test Pisa sulla comprensione verbale. La povertà produce cicatrici pre- coci nello sviluppo cognitivo, che resta-

no visibili per tutta la vita. Ciò vale in lar-

ga parte anche per la disoccupazione.

Chi si affaccia sul mercato del lavoro per

la prima volta durante una recessione

i

Bibliografia A. Mani, S. Mullainathan, E. Shafir, J. Zhao, «Poverty impedes cognitive function», sul numero di «Science» del 30 agosto; S. Mullainathan e E. Shafir, «Scarcity: Why Having Too Little Means So Much», Times Book, 2013; M. Ravallion, «The Idea of Anti Poverty Policy», Nber working paper, luglio 2012; European Commission, «Towards Social Investment for Growth and Cohesion», Comunicazione del 20 febbraio 2013. L’illustrazione in alto è di FRANCESCA CAPELLINI

(come purtroppo sta accadendo oggi a moltissimi giovani europei) si sente più insicuro, è oppresso dal timore di resta-

re

senza lavoro e senza reddito e tende

ad

avere un profilo occupazionale e retri-

butivo più sfavorevole lungo tutto il cor-

so

della vita rispetto a chi vi entra duran-

te

una fase di crescita. La Joseph Rown-

tree Foundation ha stimato che gli attua-

li livelli di povertà minorile in Gran Breta-

gna (superiori al 20%) «costano» circa il

2% del Pil in termini di sussidi e mancato

reddito per l’economia (e il fisco). Se è vero che i poveri sono vittime di

vere e proprie trappole che ostacolano la loro intraprendenza e che hanno effetti molto negativi a livello sia individuale

sia aggregato, la risposta non può che es-

sere una lotta collettiva senza quartiere alla povertà e all’esclusione sociale, so-

prattutto quella fra i minori. Lo sanno be-

ne i Paesi nordici, che da almeno tre de-

cenni hanno ricalibrato il proprio welfa- re irrobustendo trasferimenti e servizi per i meno favoriti. La rete di sicurezza di questi Paesi è non solo generosa, ma anche efficace: i beneficiari delle misure antipovertà rie- scono a fuoriuscire molto rapidamente (pochi mesi) dalla loro condizione e a ri- mettersi in careggiata. Se hanno ragione

i neuropsicologi, le loro capacità intellet- tive non ne risentono in misura significa- tiva. In Scandinavia inclusione e istruzio-

ne (compresi gli asili nido) sono conside-

rate priorità irrinunciabili e a esse vengo- no dedicate quote importanti di spesa pubblica: intorno al 10%, più della metà

in confronto ai Paesi dell’Europa conti-

nentale. Riflettendo su tutte queste dinami-

che, gli studiosi di welfare sono diventa-

ti

critici nei confronti di molte politiche

di

tipo tradizionale, volte a rispondere

solo ex post ai bisogni sociali e racco- mandano invece un approccio preventi- vo, che miri a contenere il più possibile

ex ante l’insorgenza dei bisogni e in par- ticolare della povertà e dell’esclusione. Secondo un recente studio di Morel, Pa- lier e Palme, è opportuno passare dal welfare state novecentesco a nuove for- me di investimento sociale da parte del-

lo Stato, rivolte in particolare ai bambini

e alle madri che lavorano. L’Unione Euro-

pea ha sposato con entusiasmo questa prospettiva. Una rottura col paradigma dell’austerità? Potenzialmente sì. Natural- mente aspettiamo decisioni concrete, ca- paci di cambiare la percezione ormai dif- fusa che Bruxelles sia amica del merca-

to, ma nemica di ogni forma di welfare .

© RIPRODUZIONE RISERVATA

di ogni forma di welfare . © RIPRODUZIONE RISERVATA INFOLINE E PRENOTAZIONI 06.399.67.700 www.coopculture.it
di ogni forma di welfare . © RIPRODUZIONE RISERVATA INFOLINE E PRENOTAZIONI 06.399.67.700 www.coopculture.it
INFOLINE E PRENOTAZIONI 06.399.67.700 www.coopculture.it CON LA COLLABORAZIONE DI UNA MOSTRA
INFOLINE E PRENOTAZIONI
06.399.67.700
www.coopculture.it
CON LA COLLABORAZIONE DI
UNA MOSTRA

PROGETTO E IDEAZIONE

MAIN PARTNER MAIN SPONSOR SOSTENITORI
MAIN PARTNER
MAIN SPONSOR
SOSTENITORI

6

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

RRR

FUTURAMA

di IRENE ALISON

I fotografi Danny Ghitis e Daniella Zalcman, distanti 5.000 chilometri, creano paesaggi da scatti sovrapposti

Due luoghi e quattro mani. Ma una sola foto «M i domando quante persone ho

Due luoghi e quattro mani. Ma una sola foto

«M i domando quante persone ho guardato in vita

mia senza mai vederle». John Steinbeck, da

L’inverno del nostro scontento , è una

delle citazioni che accompagnano le immagini di @echosight , serie nata dalla collaborazione virtuale tra due fotografi, Danny Ghitis e Daniella Zalcman, separati da 5.000 chilometri di oceano (nell’immagine: una delle foto del progetto online ). Insieme a quelle di Betty Smith, Bob Dylan o Thomas Jefferson, le parole di Steinbeck segnano l’atmosfera, i sensi e le interpretazioni di immagini oniriche e disorientanti, in cui la realtà si sovrappone a strati creando composizioni e relazioni impreviste. Ghitis, di base a New York, e Zalcman, di base a Londra, hanno infatti deciso di documentare a quattro

mani la realtà intorno a loro senza accorciare le distanze geografiche: realizzando uno scatto al giorno col proprio iPhone e poi fondendo le proprie foto (con l'app per smartphone «Image Blender») in un'unica immagine, successivamente postata — insieme a una citazione — su un account Instagram condiviso. L’effetto è quello delle doppie esposizioni realizzate in analogico, con in più una sfumatura di brillantezza digitale, di sottile ironia e di fantascientifica virtualità. Ma il futuro riserva possibilità ulteriori: il prossimo passo per Ghitis e Zalcman è di aprire il format @echosight ad altri fotografi, fondendo tre, quattro o più punti di vista in una visione collettiva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Orizzonti

Nuovi linguaggi, scienze, religioni, filosofie

{
{

Telmo Pievani è il twitterguest

Telmo Pievani, filosofo della scienza, è tra i massimi esperti di evoluzione: insegna Filosofia delle scienze biologiche presso l’Università di Padova. Ha firmato «Creazione senza Dio» (Einaudi), «La vita inaspettata» (Cortina) e, con L. L. Cavalli Sforza, «Homo sapiens» (Codice). Ha curato mostre su Darwin e sull’evoluzione umana. Dirige il portale «Pikaia». Da oggi consiglierà un libro al giorno dall’account Twitter @la_Lettura.

Mestieri Una scuola a Torino, un film, la serie tv. Molto più di un badante per anziani soli, a metà tra infermiere e manager nelle cliniche

Un maggiordomo in ospedale

Cambia e si raffina una professione classica Un «facilitatore» tra le persone e la società

di ROBERTA SCORRANESE

tra le persone e la società di ROBERTA SCORRANESE Il cast di «Downton Abbey»: la terza
Il cast di «Downton Abbey»: la terza serie andrà in onda in autunno su Retequattro.
Il cast di «Downton Abbey»: la terza serie
andrà in onda in autunno su Retequattro.
L’illustrazione a destra è di CHIARA DATTOLA

A ssecondando la vocazione alla selettività propria della vec- chiaia, la signora Lucia, com- piuti ottant’anni, decise che le cose che le interessavano dav-

vero erano tre: il caffè ben zuccherato, il riposino pomeridiano e i classici latini e greci. Purtroppo non aveva più nessuno

al mondo, così decise di investire parte

della sua (pingue) pensione assumendo

un maggiordomo preposto quasi solo al-

la lettura ad alta voce di Omero e Virgilio.

Poco distante dalla sua casa in Brianza, il direttore di una clinica privata giungeva alla conclusione che l’elevata specializza- zione del suo personale non bastava più. I contatti con pazienti di altre religioni, i rapporti con i clienti stranieri o semplice- mente il compito delicato di spiegare al malato il percorso da seguire, sono cose che richiedono ben più di un master. E così anche il direttore della clinica decise

di assoldare un maggiordomo, una figura

che facesse da «ponte» con i clienti.

Sono storie — qui anonime per ragio-

ni

di riservatezza — sempre più frequen-

ti:

la crisi economica rispolvera mestieri

interstiziali, facilitatori. E torna il mag- giordomo, stavolta privo di guanti bian-

chi e livrea ma flessibile e colto, dinami-

co e concreto, preciso e discreto. «Una fi-

gura molto richiesta, soprattutto oggi:

già prima della fine del corso, i nostri al- lievi sono prenotati», dice Elisa Dal Bo- sco, vicepresidente dell’Associazione ita- liana maggiordomi, la stessa che organiz-

za un corso per aspiranti «valletti» a Tori-

no (il 20 settembre termine ultimo per

iscriversi, il sito è www.maggiordomi.it).

Il 26 e 27 settembre ci saranno le selezio-

ni per quindici posti in totale. «Pochi? No, anzi — precisa Dal Bosco — noi te- niamo al massimo tre corsi l’anno per una decina di persone, tutt’al più venti. Le seguiamo passo passo per tutte e set- tanta le ore previste. Dietro c’è una prepa- razione molto meticolosa».

Dietro c’è una prepa- razione molto meticolosa». In Italia si contano circa 200 professio- nisti

In Italia si contano circa 200 professio- nisti «diplomati». Guadagnano dai due- mila euro mensili in su (si può arrivare anche a 10 mila, ma dipende dalle man- sioni e dalle situazioni) e molti lavorano come freelance o per periodi limitati e al- l’estero. Gli italiani sono richiesti soprat- tutto nei Paesi anglosassoni (sì, anglosas- soni, patria delle livree) e in quelli orien- tali. Arabia Saudita, Dubai, Bahrein. Lad- dove le buone maniere «all’occidentale» sono un valore ancora da scoprire e da trasformare in codice. Giovanni Lodigia- ni, dopo un passato trascorso ai vertici (come manager) di grandi aziende, ha de- ciso di mettersi a fare il maggiordomo. E non in una casa qualunque: è il maggior- domo presso la corte reale del Bahrein.

RRR

Al servizio del re L’italiano assunto dalla Corte Reale del Bahrein:

«Supervisiono la corrispondenza, le finanze, il personale, la casa»

«Che cosa faccio esattamente? Varie cose — dice alla "Lettura" —. Supervisiono la parte amministrativa, dalla corrisponden- za alla finanza; curo la gestione del perso- nale e, in generale, l’andamento della ca- sa». Una sorta di «aiuto» di classe, di ele- vata cultura e sensibilità. Ed è qui che un piccolo topos lettera- rio, accattivante, si compie: il maggiordo- mo moderno non è più il muto valletto dei romanzi di Agatha Christie, per non parlare di Battista, l’indimenticato assi- stente di Paperon de’ Paperoni. Ma somi- glia piuttosto a Jeeves, la creatura di P. G. Wodehouse, coltissimo e discreto, tal- mente abile con il suo sapere da salvare (e redimere) in diverse circostanze il padro- ne. Un ribaltamento sociale, dunque, do- ve l’aiutante sale sullo stesso gradino del datore di lavoro, se non oltre. Un po’ co- me la servitù della serie inglese Downton Abbey (eccezionalmente apprezzata an- che in Cina) dove i domestici ricreano, ai piani inferiori della tenuta, una piccola ge- rarchia improntata a quella dei signori. Fondamentale, qui, l’etimologia: la pa- rola deriva da maior domus, «signore del- la casa». Quindi, a differenza del valletto (che è al servizio del padrone), il maggior- domo è al servizio della «stirpe». Un ruo- lo politico, che investe la famiglia, il casa- to, i rapporti strategici con l’esterno. «Ec- co perché queste figure, oggi, sono sem- pre più richieste dalle aziende — dice Dal Bosco — proprio per la loro abilità di an- dare oltre le personalità, di rappresentare un mondo». Cliniche, si diceva. Dal Bosco fa l’esem- pio dei dentisti: «I pazienti devono sop- portare non solo la paura del dolore ma

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

CORRIERE DELLA SERA

LA LETTURA

7

i
i

anche quella del costo delle prestazioni. Dunque una figura che, con discrezione, spieghi loro le spese al dettaglio». Molte richieste anche per l’educazione dei figli:

la sempre più diffusa liquidità delle pro- fessioni rende difficile seguire i ragazzi con metodo. Così, grazie ai moderni mag- giordomi, rivive la vecchia figura dell’isti- tutore, persone che non insegnavano so- lo il latino, ma anche come condurre una conversazione gradevole. Ecco perché in questi corsi non conta tanto l’età (si va dai 18 ai 60 anni), né il titolo di studio. «Conta la curiosità — di- ce la vicepresidente — la capacità di stare al mondo». Prima ancora che l’inglese de- vono conoscere l’italiano, perché questa istituzione domestica è parte fondante delle radici di un Paese e deve andarne or- gogliosa. Devono saper sistemare una vali- gia (giacche e camicie piegate con l’abbot- tonatura rivolta verso l’alto) e intuire il to- no di voce da assumere rispondendo al cellulare (sì, fanno anche questo e rispon- dono alle email). Devono sapere che il fio- re ideale da regalare è la margherita, per- ché poco «impegnativa» e simbolo di di- screzione; ricordare i compleanni delle mogli (e non solo). Devono entrare nella psicologia delicatissima delle donne di al- tre religioni e consigliare loro una terapia adeguata, così come sapere che, per «rin- frescare» maglioni e cappotti senza lavar- li, va passato il vapore tenendoli in vertica- le. Il loro è insomma un bagaglio di cono- scenza invisibile ma che fa funzionare complesse architetture sociali, economi- che e politiche. «Più che come un lavoro — chiosa Lodigiani — quest’attività va presa sempre come un’avventura. Ci vo-

gliono alcune attitudini chiave, come una grande capacità organizzativa, il saper es- sere all’altezza di imprevisti e responsabi- lità». Il tutto, nell’ombra.

imprevisti e responsabi- lità». Il tutto, nell’ombra. Capacità mimetica, dunque, ma pure di- mestichezza con la

Capacità mimetica, dunque, ma pure di- mestichezza con la tecnologia: prenotare

un’auto di lusso sui siti, cercare un risto- rante con un’applicazione, saper maneg- giare un iPad. E, ovviamente, tener testa a ospiti internazionali con conversazioni sa- pide, ricche di esperienza. In un romanzo

di P. D. James, Una certa giustizia (Monda-

dori), il maggiordomo ingaggia un dialo-

go coltissimo, serrato, con l’investigatore.

E, dati alla mano, la media degli iscritti ai

corsi dell’associazione va dai 22 ai 55 an-

ni, con una netta prevalenza dei più «ma- turi». Anche perché questa potrebbe rap- presenta un’occasione per chi ha perso il lavoro sui 45-50 anni. Così, mentre la pellicola di Lee Daniels

The Butler conquista i botteghini america- ni, Lodigiani invita a considerare un altro lato di questa professione: «I cambiamen-

ti nella vita delle grandi dimore riflettono

i cambiamenti profondi nella società. La

casa non è un’organizzazione democrati-

ca: è una struttura gerarchica ben definita

al cui vertice si colloca il direttore, nelle

varie denominazioni che potrà assumere. Laddove la gerarchia è ben definita e ognuno ha un compito ben preciso, ogni cosa scorrerà dolcemente e il maggiordo-

mo potrà realizzare uno dei suoi obiettivi primari: creare una piacevole atmosfera

di

lavoro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ll personaggio La vita di Eugene Allen, 1919-2010 (ritratto nelle foto grandi da Kevin Clark/Getty Images), che lavorò dal 1952 al 1986 alla Casa Bianca, ha ispirato il film «The Butler» di Lee Daniels con Forest Whitaker (foto piccola ). Nipote di schiavi della Virginia, Eugene Allen entrò alla Casa Bianca nel 1952 come lavapiatti, ma per il suo stile e la sua bravura divenne maggiordomo personale del presidente: ne servì otto, e di molti divenne anche confidente. Tanto che la famiglia presidenziale lo invitò come ospite d’onore al funerale di John Kennedy nel 1963 (ma preferì ricevere i Kennedy al ritorno alla Casa Bianca). Incontrò Martin Luther King, che durante una cena alla Casa Bianca aveva chiesto di fare un giro nelle cucine. Fu invitato a cena dalla first lady Nancy Reagan, a Camp David da Carter, volò sull’Air Force One con Nixon. In pensione, rifiutò di scrivere libri sulla sua esperienza. Barack Obama lo invitò alla festa d’insediamento, e Allen entrò come ospite d’onore alla Casa Bianca scortato dai Marines

Costume

Personaggio chiave delle saghe domestiche

È sempre il colpevole nei libri polizieschi (ma non nelle fiction)

di MARIAROSA MANCUSO

E ra l’asso nella manica dei gialli-

sti privi di fantasia (l’assassino

è il maggiordomo) o l’appren-

distato degli attori caratteristi

(«il pranzo è servito»). In Go-

sford Park di Robert Altman, riceveva

le lamentele della servitù residente per

i posti a tavola: ogni ospite arrivava in

villa con il proprio cameriere persona- le, per accomodarli a pranzo e a cena servivano astuzia e diplomazia. In Quar-

to potere di Orson Welles, il maggiordo- mo Raymond voleva vendere la sua sto-

ria per mille dollari (degli anni 30): nel-

la principesca Xanadu aveva visto un fu-

rioso Charles Foster Kane placarsi gra- zie a una boccia di vetro con la neve, mormorando «rosebud». Era l’impassibile Anthony Hopkins

in Quel che resta del giorno di James

Ivory, tratto dal romanzo di Kazuo Ishi- guro. Resisteva alla corte della gover- nante Emma Thompson, sopportava la

delusione per le magagne del padrone Lord Darlington. Vedendolo, abbiamo misurato quanto profondamente il fa-

scino delle storie che gli inglesi chiama- no «upstairs / downstairs» — su e giù per le scale — aveva sedotto lo scritto-

re di origine giapponese.

Upstairs, downstairs era il titolo di una serie anni 70 della Bbc (tra gli auto-

ri, Fay Weldon), ripresa nel 2010. Pochi

mesi dopo il lancio di Downton Abbey ,

la serie scritta da Julian Fellowes, già

sceneggiatore di Gosford Park. Aggiun- giamo che Robert Altman citava quella serie sulla servitù come modello, e avre- mo un altro esempio della regola già va- lida per Il Codice da Vinci : non importa quante volte una storia sia già stata rac- contata, i meccanismi del successo po- polare sono imprevedibili. Sul grande complotto ordito dalla Chiesa cattolica

ai danni di Maria Maddalena si erano

esercitati in parecchi, prima di Dan Brown. I loro libri ancora si impolvera-

no sugli scaffali. Arrivata alla quarta stagione (dal 22 settembre in Gran Bretagna, new entry l’americana Shirley McLaine guardata con la puzza sotto il naso dall’aristocra- tica Maggie Smith, da noi Rete 4 tra- smetterà in autunno la terza stagione), Downton Abbey ci ha fatto conoscere il magnifico maggiordomo Carson. A lui tocca recapitare il telegramma con la cattiva notizia che muove la storia: l’af- fondamento del Titanic, la scomparsa

di due eredi, denaro e proprietà avviati

verso un lontano cugino che finora ha lavorato per vivere e non vuole farsi ve-

stire dal valletto. Siamo nel 1912, già il maggiordomo rimpiange i tempi anti- chi. Tranne i suoi: in gioventù ha calca-

to il palcoscenico, nel duo The Cheer-

ful Charlies, e per questo stanno tentan- do di ricattarlo. Dopo essersi appassionati ai mag- giordomi altrui, gli spettatori america-

ni ne hanno ora uno tutto loro, a stelle

e strisce già sul manifesto. Da tre setti-

mane in cima alla classifica degli incas-

si americani resiste The Butler di Lee

Daniels, il regista lanciato da Precious ,

una storiaccia di incesto e degrado am- bientata ad Harlem negli anni 80, prota- gonista una grassa ragazza nera. Come sempre più spesso accade, perlomeno nei Paesi anglosassoni, il film prende

spunto da un articolo di giornale. Usci-

to sul «Washington Post» nel 2008, po-

chi giorni dopo l’elezione di Barack

Obama, era intitolato «A Butler Well Served by This Election».

Il maggiordomo nero finalmente ri- compensato, dopo 34 anni di fedele ser- vizio alla Casa Bianca abitata da otto pre- sidenti, si chiamava Eugene Allen. La- sciò l’incarico nel 1986 — aveva comin- ciato nel 1952 come lavapiatti — e morì novantenne nel 2010 senza mai rilascia-

re un’intervista. Nel film è Forest Whi-

taker, sposato con Oprah Winfrey (su- perstar mediatica, nata in un tugurio e ora miliardaria, che già basta a garanti-

re incassi stratosferici e curiosità, non

solo tra gli afroamericani). Lo invitano con tutti gli onori a un ricevimento or- ganizzato dal primo presidente nero e,

come nella maggior parte dei film bio- grafici, partono i flashback. Vita dura al-

la

piantagione. Primo impiego in casa

di

ricchi bianchi. Carriera fulminea che

lo

portò a sedere a tavola con i Reagan,

a volare con l’Air Force One, a incontra-

re Martin Luther King.

Nei suoi primi anni da maggiordomo — sotto il presidente Eisenhower — i

diritti civili dei neri non erano per nulla garantiti. Su questo gioca la sceneggia- tura, inventando per Cecil Gaines (così

si chiama nel film il servitore di lungo

corso) un figlio barricadero che finirà con le Pantere Nere. Da qui le polemi- che. Ad alcuni The Butler pare troppo

zuccheroso e buonista, ad altri costrui-

to

per dimostrare una tesi, ad altri anco-

ra

poco rispettoso dei diritti dei neri,

tanto da essere paragonato alla famige- rata Capanna dello zio Tom di Harriett Beecher Stowe. Viene in mente la grandiosa e ambi- gua figura di maggiordomo in Django Unchained, scritto e diretto da Quentin Tarantino. Al servizio del miliardario Le- onardo DiCaprio, che dimostra l’inferio- rità dei neri con teschio e martelletto da

frenologo, il perfido Stephen (l’attore Sa- muel L. Jackson) è un ex schiavo dal cuo-

re bianco. A cominciare dal nome. Nes-

suna fratellanza tra chi ce l’ha fatta, pas- sando dalla parte degli schiavisti, e chi ancora cerca la libertà. Così negli Stati Uniti di metà Ottocento, mentre nella più sofisticata Europa l’indagine di Frie- drich Hegel sulla dialettica servo-padro-

ne dava il bastone del comando ai sotto-

posti, indispensabili e più grintosi. E già

RRR

Uno di famiglia Di culto: il mostruoso Lurch degli Addams, l’anziano Alfred servitore di Batman. E il Carson di «Downton Abbey»

prima Jonathan Swift, nelle Istruzioni al- la servitù , insegnava a maggiordomi, cuoche e valletti le più raffinate tecni- che per «disubbidire, confondere, in- gannare, ridicolizzare, truffare, svergo- gnare, umiliare i loro padroni».

A metà del ’700 William Hogarth di- pinse il suo maggiordomo, attorniato da cinque servi, in un celebre quadro (serviva come spot per il suo talento da ritrattista: se uno è così bravo con la ser- vitù, i padroni si possono fidare). Da al- lora un maggiordomo non si nega a nes- suno: ce l’ha il supereroe Batman e l’ero- ina dei videogiochi Lara Croft. Ce l’ha la famiglia Addams, nelle vignette sul «New Yorker», nella serie tv, nei film dove i ragazzini mettono in scena uno Shakespeare molto splatter: Lurch, che pare il gemello della creatura di Frankenstein. Nei romanzi di Wodehou- se, Bertie Wooster ha il suo Jeeves. Firmato dal maggiordomo Stanley Ager con la sua padrona (e amica) Fio-

na St. Aubyn, The Butler’s Guide to Run-

ning the Home and Other Graces inse- gna a tutti noi (che un servitore con i fiocchi non l’avremo mai) almeno la grammatica, se non la pratica. Uscito nel 1980, è stato ristampato (da Potter

Style) con la prefazione di Alastair Bru- ce, consulente storico per Downton Ab- bey. Al capitolo «other graces», formu-

la

che fa sognare, impariamo i segreti

di

un romantico picnic per due e la tec-

nica per stirare i giornali. Anche a dire

le piccole bugie, come «la signora non

è in casa», quando la signora ha deciso

di negarsi ai noiosi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

8

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

Orizzonti Scienze

Inchiostro di Cina

di Marco Del Corona

{

Gli scrittori invisibili che incarnano la verità

La letteratura è un moltiplicatore di Cine.

E gli scrittori che più incarnano la varietà sono anche i meno visibili: i non appartenenti all’etnia dominante han.

Il n˚ 14 del bimestrale «Tian Nan»

(«Chutzpah!»), del poliedrico Ou Ning, lascia a loro la parola: dal kazako Aydos Amantay all’uiguro Alat Asem, dal mongolo Baoerj Yuanye al tujia Ye Fu, fino ad autori yi, tibetani o dong. Fateceli leggere.

Antropologia

L’indice di massa corporea è inapplicabile alle popolazioni dell’Oceania Semmai è la diffusione del junk food che mette in pericolo la salute

UN MURALES A VALENCIA
UN MURALES A VALENCIA

L’«imperialismo» dell’obesità

di ADRIANO FAVOLE

C on il termine globesity , cioè «globesità», lo studioso america- no Sander Gilman (La strana sto- ria dell’obesità, Il Mulino, 2011) ha definito l’ossessione per i cor-

pi abbondanti che pervade l’Occidente con- temporaneo. Una «epidemia di obesità» si starebbe pericolosamente diffondendo, portando con sé gravi rischi di malattie co- me il diabete, l’ipertensione, problemi car- diaci e vascolari. Espressioni forti come «guerra» e «lotta» all’obesità, un nemico o «virus» da sconfiggere, sono piuttosto dif- fusi sui media. Nel 2008 il Centre for Disea- se Control americano ha dato all’obesità lo statuto di «malattia», permettendo quindi la prescrizione di farmaci. In un mondo in cui, paradossalmente, una parte consisten- te dell’umanità soffre la fame, la «globesità» è enfatizzata come un proble- ma prioritario. Un articolo pubblicato sulla rivista «Science» il 23 agosto scorso, firmato da Ahima Rexford e Lazar Mitchell (The Heal- th Risk of Obesity, vol. 341), mette in di- scussione non tanto il quadro allarmistico, quanto il modo in cui calcolare le condizio- ni di «sovrappeso» e di «obesità». L’artico- lo propone di rottamare niente meno che l’Indice di massa corporea (noto a livello scientifico come Bmi, Body Mass Index). In- ventato nell’Ottocento dal matematico e criminologo belga Adolphe Quetelet, il Bmi categorizza le persone in «sottopeso», «normopeso», «sovrappeso» (una condi- zione già di rischio) e «obese», mediante un semplice rapporto tra il peso (in chilo- grammi) e il quadrato dell’altezza (in me- tri). Nel tempo, la linea di confine tra «nor- mali» e «sovrappeso» è stata spostata ver- so il basso: nel 1998 il confine venne ridot- to da 27,5 a 25, con il risultato che ben 29 milioni di statunitensi entrarono a far par- te dell’area di rischio. «Science» propone ora di adottare un indice molto più com- plesso, che tiene conto del rapporto tra massa grassa e massa muscolare, delle dif- ferenze di genere e di corporatura tra per- sone appartenenti a diverse popolazioni.

tra per- sone appartenenti a diverse popolazioni. Le perplessità e i dubbi di «Science» non suonano

Le perplessità e i dubbi di «Science» non suonano nuovi per le scienze sociali. A partire almeno dagli anni Novanta, sociolo- gi e antropologi, alla luce di ricerche com- parative e nel quadro di riflessioni sul ca- rattere «imperialista» di alcuni aspetti del- la biomedicina, hanno espresso riserve sul Bmi, sull’idea che sia in corso una «epide- mia di obesità» e sulla definizione dell’obe- sità come malattia. A essere messe seria- mente in discussione sono le pretese di de- finire in modo semplice, lineare e universa- le le caratteristiche di un corpo in salute, senza tenere conto delle variabili sociali, culturali e politiche. Ridurre il problema dell’obesità a un appetito vorace, a questio- ni genetiche o a scelte individuali è appar-

so come una diagnosi non solo errata e ri- duttiva, ma soprattutto generatrice di poli- tiche sanitarie inefficaci quanto costose. Il Bmi, tarato su un corpo «ideale» costruito a partire da modelli occidentali, soffrireb- be insomma di una malattia concettuale che gli scienziati sociali definiscono «etno- centrismo». Misurare gli altri (letteralmen- te, in questo caso) con il metro della pro-

pria cultura, delle proprie concezioni (e mi- tologie) del corpo. Un interessante testo al proposito è quel- lo scritto da Gaia Cottino, antropologa cul- turale romana, in uscita nelle prossime set- timane (Il peso del corpo. Un’analisi antro- pologica dell’obesità a Tonga, Unicopli). Dopo uno studio sugli aspetti politici del- l’obesità alle Hawaii, Cottino ha compiuto

politici del- l’obesità alle Hawaii, Cottino ha compiuto un lungo lavoro di campo alle isole Tonga,
politici del- l’obesità alle Hawaii, Cottino ha compiuto un lungo lavoro di campo alle isole Tonga,
politici del- l’obesità alle Hawaii, Cottino ha compiuto un lungo lavoro di campo alle isole Tonga,

un lungo lavoro di campo alle isole Tonga, nel Sud Pacifico. La scelta dell’Oceania è motivata dal fatto che questo «mare di iso- le» racchiude molti degli Stati che occupa- no i primi posti delle classifiche mondiali dell’obesità. Il rapporto dell’Organizzazio- ne mondiale della sanità del 2000 colloca- va infatti ben otto nazioni oceaniane nei

primi dieci posti — Nauru con il 94% della popolazione obesa, seguito da Samoa, Sa- moa Americane, Cook, Tonga, Polinesia francese, Stati federati di Micronesia, Niue. Perché questo «primato»? Osservando la «globesità» a partire da uno specifico contesto, collocandosi cioè

in una delle tante periferie del sistema glo-

bale, Cottino sfata diversi miti. In primo luogo molte lingue e culture fanno distin- zioni tra «grasso» e «grosso». In rapporto agli europei, i polinesiani hanno in effetti una corporatura più robusta. La grande dif-

fusione del rugby a partire dagli anni Ottan-

ta ha ulteriormente «ingrossato» i poline-

siani, per i quali l’essere grossi è un ideale

corporeo che riflette le capacità dell’indivi- duo di avere molte relazioni sociali (le qua-

li comportano in primo luogo il mangiare

insieme) e uno status elevato. La genetica,

la storia, l’organizzazione sociale, i valori le-

gati al cibo e alla corporeità, sono tutti fat- tori che insieme concorrono a modellare il corpo dei tongani. L’opportuna correzione

o abolizione del Bmi contribuirà ad abbas-

sare drasticamente il numero dei polinesia- ni sovrappeso o obesi — suonava ironico

che i rugbysti All Blacks maori finissero nel-

la categoria dei ciccioni a rischio!

Rimane il fatto che, negli ultimi decen- ni, l’aspettativa di vita in molte di queste isole è scesa, a causa di malattie come il diabete e i problemi cardio-vascolari. I ri-

sultati della ricerca di Gaia Cottino sposta- no l’attenzione dall’obesità alla malnutri- zione. Il problema di fondo non è il control-

lo

dell’appetito, né l’impatto della moderni-

(con cui i tongani si confrontano da più

di

due secoli). La storia ci dice che la prefe-

renza per pasti abbondanti, per cibi grassi

e unti, per corpi grandi — le donne tahitia-

ne incantarono i marinai inglesi per la loro prosperità — è un tratto persistente delle

culture di questi popoli. Ciò che è cambia- to non è tanto la quantità di cibi, quanto l’infima qualità di quel junk food («cibo spazzatura») che proprio a partire dagli an- ni Ottanta ha cominciato a invadere le iso- le. Bevande ipercaloriche, costolette di agnello considerate come scarti dal merca- to occidentale, carne in scatola e snack di varia natura sono entrati nella dieta quoti- diana dei tongani e di molte altre popola-

zioni, deteriorando le condizioni di salute. La miglior cura dell’obesità, insomma, consisterebbe in una revisione delle politi- che alimentari globali, piuttosto che nel- l’imposizione di diete e nella prescrizione

di farmaci.

@AdrianoFavole

prescrizione d i f a r m a c i . @AdrianoFavole © RIPRODUZIONE RISERVATA AlefBet

© RIPRODUZIONE RISERVATA

AlefBet

di Daria Gorodisky

LE REGOLE DELL’ERESIA CARAITA

«N el 1935, avevo appena compiuto 18

anni quando mi unii alla famiglia di Rudolf Mitwisser, lo studioso del caraismo. "Lo studioso del caraismo"! Allora non avevo la minima idea di cosa significasse…». Inizia a raccontare così Rose Meadows, protagonista di quello che viene considerato il migliore romanzo della grande scrittrice americana Cynthia Ozick: Eredi di un mondo lucente (Feltrinelli). In effetti, i Caraiti sono una piccolissima comunità scismatica che verso il IX secolo si è separata dall’ebraismo «ufficiale», da quel solido tronco ramificato nei movimenti ortodossi, conservativi, riformati, ricostruzionisti. Lo scostamento principale dalla radice comune consiste nell’adesione esclusiva al significato letterale del Pentateuco: la Torah come unica fonte di credo e di diritto, senza spazio per la Legge Orale delle successive interpretazioni dei grandi maestri codificate in Talmud e Mishnà. Le comunità maggiori si sono sviluppate soprattutto in Egitto, ma poi anche in Turchia (al Gran Bazar di Istanbul esiste ancora via dei Caraiti), Iraq, Polonia, Russia. Dopo il primo strappo, le relazioni con l’ebraismo rabbinico non sono mai state davvero traumatiche e nel ’300 l’eccelso Maimonide e il principale teologo caraita Aaron ben Elijah di Nicomedia si lanciavano messaggi di apertura. Però la separazione è rimasta. Oggi ci sono alcune comunità anche negli Usa, ma la densità più forte è nel centro-sud di Israele, con circa 30 mila persone; Ramla è sede del loro Centro mondiale, con biblioteca e archivi. Il Rabbinato non li riconosce, ed è reciproco; calendario, liturgie e riti sono leggermente diversi, però i matrimoni tra le due confessioni sono in qualche modo facilitati. Ha spiegato tutto il rabbino capo caraita in Israele, Moshe Firrouz, durante un seminario alla Ben-Gurion University of the Negev, che si può rivedere in internet (www.youtube.com/watch? v=4PyybbkPpeo). Mentre Emanuela Trevisan Semi, docente all’ateneo Ca’ Foscari di Venezia, ha dato un contributo apprezzato internazionalmente con il suo Gli ebrei caraiti tra etnia e religione (Carucci). Ma per farsi incuriosire, il romanzo della Ozick è già un ottimo assaggio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

CORRIERE DELLA SERA

LA LETTURA

9

Orizzonti Mappe

Cotture brevi

di Marisa Fumagalli

{

Il ricettario di Sophia

Sophia Loren ripubblica il suo ricettario, scritto nel 1971 (anzi, dettato alla segretaria) mentre era «prigioniera» in un lussuoso hotel-grattacielo di Ginevra, incinta di Carlo jr. Da questa altezza, anche la semplice

ricetta delle Barchette di sedani, incipit della serie antipasti, è carica di promesse. Sophia si rilegge e annota: «Un tuffo nel passato, tra profumi, luoghi e personaggi». («In cucina con amore», Rizzoli).

luoghi e personaggi». («In cucina con amore», Rizzoli). Visual data Matt Groening partì nell’89 usando i

Visual data

Matt Groening partì nell’89 usando i nomi dei parenti, oggi la serie è affollata di personaggi, da Pynchon a Lady Gaga. Ma le star restano Homer, Marge e i loro tre figli

Sul divano dei Simpson

Homer, Marge e i loro tre figli Sul divano dei Simpson di ALESSANDRO BERETTA C’ è

di ALESSANDRO BERETTA

C’ è una famiglia che da 24 anni accompagna il pub- blico Usa e, dal 1991, quel- lo italiano: I Simpson, la si- tcom animata creata da

Matt Groening e prodotta da Louise L. Brooks per la Fox, ormai diventata la più longeva serie della prima serata d’Oltreoceano. Una sfida vinta con un successo planetario, perché Groening, autore dell’enigmatico fumetto Life in Hell, lottò perché gli episodi durassero come quelli di una sitcom dal vivo.

Gialli per una scelta quasi casuale, i Simpson sono una famiglia tipo del ce- to medio americano: il padre Homer ha due compagne fedeli, la moglie sogna- trice Marge e la birra al pub di Boe, do- po il lavoro nella centrale nucleare, e tre figli. Il ribelle Bart, che indispone il mondo con il suo proverbiale «Ciuccia- ti il calzino!», Lisa, studentessa diligen- te e genio di casa, e la piccola e silenzio- sa Maggie, che ha parlato una volta con la voce di Jodie Foster. Ma intorno al di- vano dove si riuniscono all’inizio di ogni puntata nelle couch-gag della sigla d’apertura, ruota la vita di Springfield

— una delle 71 omonime presenti negli States — e dei suoi abitanti. Sono loro i protagonisti della visua- lizzazione di questa settimana, i cin- quanta personaggi principali indagati nelle loro apparizioni, dal primo episo- dio del 17 dicembre 1989, fino agli ulti- mi trasmessi in Usa e non ancora arriva- ti in Italia, dove le voci dei Simpson hanno recentemente perso il loro pa- dre, il doppiatore Tonino Accolla. Se la maggioranza dei personaggi è maschile, nell’universo dei Simpson il buon senso sta dalla parte delle donne, mentre il male, con tenerezze inattese,

è incarnato da Charles Montgomery Burns, anziano padrone della centrale nucleare e capo di Homer. Domina so- vrano, comunque, Homer J. Simpson, irresistibile per le gag visive che crea e

Gli autori

La

visualizzazione e l’analisi dei dati

di

questa settimana sono a cura

di

Accurat, agenzia di information

design fondata da Giorgia Lupi, Simone Quadri e Gabriele Rossi (www.accurat.it)

in cui la sua testa, spesso, è attraversata da voci in cerca di un’intelligenza che fortunatamente non c’è. La parte inferiore dell’infografica, in- fine, mostra come la fantasia di Matt Groening, che ha dato i primi nomi par- tendo dai suoi parenti di Portland, non si sia fermata, arrivando a coinvolgere

438 personaggi nell’ultima stagione,

con, negli anni, cameo vocali illustri:

da Thomas Pynchon a Lady Gaga. Una vera commedia umana, sfrenatamente pop e rigorosamente in giallo. @bedrella

a Lady Gaga. Una vera commedia umana, sfrenatamente pop e rigorosamente in giallo. @bedrella © RIPRODUZIONE

© RIPRODUZIONE RISERVATA

10

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

RRR

L’INEDITO

Un romanzo di cento parole

di Gianni Farinetti

Nato a Bra (Cuneo), classe 1953, ha esordito in narrativa con il romanzo «Un delitto fatto in casa» . Nel 2013 è uscito «Rebus di mezza estate» (Marsilio).

in narrativa con il romanzo «Un delitto fatto in casa» . Nel 2013 è uscito «Rebus

La frase adatta

I l celebre autore è incastrato in questo premio della signora non più giovanissima e lì per lì il

per signore con smanie letterarie.

È

riuscito a mollare la sezione «Poesia»

a

un altro malcapitato, si è beccato quella

«Racconto». Ed ecco che si avvicina tremante la vincitrice mentre scrosciano applausi invidiosi. La targa ricordo passa dalle mani dell’autore a quelle

celeberrimo prova una schietta tenerezza per la donna in tailleur misto lino che, stringendogli molle la mano, cerca emozionata una frase adatta al solenne momento. Le vien fuori una vocina strozzata: «Mi hanno detto che anche lei scrive».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Caratteri

Narrativa italiana, straniera, saggistica, classifiche

Follower

di Chiara Maffioletti

{

James Franco li preferisce anonimi

O tutti o nessuno. Deve averla pensata così

James Franco, il più intellettuale tra gli attori

di Hollywood, nei giorni scorsi al Lido da

regista. Seguito su Twitter da quasi un

milione di persone, ha scelto di ricambiare l’interesse solo con 55 di loro e, quasi sempre, si tratta di sconosciuti. In ogni caso,

di colleghi famosi non c’è nemmeno l’ombra,

contrariamente a quanto spesso accade. O è

molto diplomatico o troppo sofisticato.

Inquietudini Ariosto, Manzoni e gli altri: l’opera non è mai finita Casi «Agostino» di Moravia:
Inquietudini Ariosto, Manzoni
e gli altri: l’opera non è mai finita
Casi «Agostino» di Moravia: dopo
il fascismo passò dal voi al lei
Ci ripenso,
dunque sono
Liti con editori e con se stessi
Così gli scrittori si riscrivono
di PAOLO DI STEFANO
«H o lavorato tutta la
mattina alla bozza di
uno dei miei poemi,
e ho tolto una virgo-
la. Al pomeriggio
non convince più. Come ha fatto Umberto
i
Eco apportando qualche variante stilistica
al
Nome della rosa 1980, dopo tre decenni
e
trenta milioni di copie vendute. E si sa
l’ho rimessa». Chi non ricorda l’autoironi-
ca confessione di Oscar Wilde? Un parados-
so, ma neanche troppo. I veri scrittori tol-
gono, cambiano e aggiungono di conti-
nuo. A volte lo fanno anche a cose compiu-
te, quando il libro ha già da tempo comin-
ciato la sua vita pubblica, come è capitato a
Michele Mari con il suo romanzo d’esor-
dio, Di bestia in bestia, ripreso due volte
ben dopo l’uscita del 1989. Ma gli esempi
del passato sono numerosi: basti pensare
alle numerose tappe che portarono Ludovi-
co Ariosto a rivedere il piano dell’Orlando
furioso per oltre dieci anni, fino a pochi
mesi dalla morte e dopo molte ristampe. E
Torquato Tasso riscrisse la Gerusalemme li-
berata chiamandola Conquistata per se-
gnare lo scarto. Anche per Manzoni, come
si sa, le progressive riscritture imposero
un cambiamento nei titoli: dal Fermo e Lu-
cia agli Sposi promessi ai Promessi sposi,
con il travagliatissimo passaggio, per que-
st’ultimo, dall’edizione Ferrario 1827 alla
cosiddetta Quarantana degli editori Gu-
glielmini e Redaelli.
Insomma, letteratura è ossessione, e os-
sessione è insoddisfazione perenne. Non
tutti lavorano in levare, come Mari. Per sa-
perlo, non c’è bisogno di fare il nome di
Carlo Emilio Gadda, che considerava prov-
visoria praticamente tutta la sua produzio-
ne narrativa, compresi i romanzi e i raccon-
Remix
Se è qualcun altro — e non
lo stesso autore — a
riscrivere un testo celebre,
che qualche ritocco è sopraggiunto, dopo
venticinque anni dalla prima uscita, anche
per Il pendolo di Foucault.
Può anche capitare che a furia di cambia-
re
venga fuori un libro nuovo. Così Italo
Calvino, nel 1968, per il Club degli Editori
allora si parla, in genere, di
«cover»: il termine viene dal
campo musicale, dove indica
la reinterpretazione
o il rifacimento di un brano
famoso da parte di un altro
musicista. Un caso di «cover»
mette insieme due libri di racconti prece-
denti (Le cosmicomiche e T con zero) ri-
strutturando l’intera raccolta, che avrà un
titolo inedito: La memoria del mondo e al-
tre storie cosmicomiche. Una nuova edizio-
ne garzantiana (1984), con il titolo Le co-
smicomiche vecchie e nuove, è il frutto di
in
cui la riscrittura incrociò
i terreni della musica e della
poesia, fu il libro «Nelle
galassie oggi come oggi»
(Einaudi, 2001) in cui Raul
Montanari, Aldo Nove
una ulteriore revisione strutturale con no-
tevoli aggiunte. Come Giorgio Bassani, an-
che Giuseppe Pontiggia è stato un altro in-
stancabile rifacitore di se stesso con secon-
de edizioni rivedute e ampliate, quando
non addirittura interamente rinnovate. Oc-
Tiziano Scarpa scrissero
parole nuove su brani di Lou
Reed, Nirvana, Björk, David
Bowie e altri. All’idea delle
«cover», ma nell’ambito
e
corre anche una buona dose di lucidità e
autocritica: «Mi sono reso conto che il te-
sto presentava alcuni difetti non margina-
li», affermava nella Nota della Grande se-
ra. Altre volte, le variazioni sono dettate
di
un progetto editoriale e
dalle circostanze: dopo la prima edizione
didattico, si ispirano
le attività di «Letteratura
rinnovabile», iniziativa creata
dall’editore Marcos y Marcos
nel 2009, partita con
laboratori di riscrittura
dei classici e divenuta ora
un’associazione che anima
di
Agostino (1945), Alberto Moravia potrà
finalmente permettersi di sostituire con il
«lei» il «voi» imposto dal regime fascista.
re» (curiosità: chi sarà mai?). Nulla da fare,
Mari non mollò. Poi, nel 2004, cominciò a
ripensarci e, senza renderne conto a nessu-
no, si mise ad asciugare e ritornò ad asciu-
gare nel 2012. Il risultato del doppio inter-
vento è l’attuale edizione Einaudi, che for-
se dà ragione (postumamente) a quel gran-
de editore-cane-da-tartufi che fu Spagnol.
Gli editori di razza, da primi lettori, non
esitano a entrare in dialettica sui libri. Gli
altri accettano o respingono, e basta. In
una lettera Valentino Bompiani suggerì
con delicatezza a Eco di dare un’occhiata al
sogno di Adso («un po’ lungo e insistito»)
e di rivedere la descrizione dell’incendio fi-
nale («non tutta utile»). Il semiologo-scrit-
tore, pur con l’enorme stima che nutriva
per il suo editore storico, respinse gentil-
mente al mittente quelle osservazioni. E in-
tervenne pochissimo. Ma si sa che zio Val
non era un tipo facile. Con i primi racconti
del giovane Luigi Malerba reagì a modo
suo, cioè da una parte manifestando la pro-
pria fiducia, dall’altra precisando che «non
sempre l’invenzione regge tutto l’arco del
Non è certo come dare una mano di ver-
nice ai muri di casa e neanche come sana-
racconto (
),
la seconda parte è stanca. E
allora si finisce sul piano bozzettistico».
ti
già editi. Restando ai nostri anni, va ricor-
dato il caso di Alberto Arbasino, il re della
riscrittura, e non certo soltanto per la famo-
sa serie di Fratelli d'Italia 1, 2 e 3 (Feltrinel-
tra l’altro i laboratori
editoriali «BookGenerator»
e gli eventi della
manifestazione «Letti di
re
le crepe di un edificio invecchiato. È una
RRR
Tiromancino
Fabio Fazio come Sartre
Malerba avrebbe accolto le proposte infor-
mando di avere «già fatto delle correzioni
che mi sembrano risolutive».
Non fu vera tensione, com’era stata nel
li
1963, Einaudi 1967, Adelphi 1993): rifaci-
mento quasi totale e per di più ampiamen-
questione di orecchio, che solo l’autore
può valutare: è lo stesso Mari, nella nota
finale alla nuova edizione, ad alludere alle
Variazioni Goldberg eseguite da Glenn
Gould. Certo, l’editore ha tutto il diritto (e
te
accresciuto. Altro esempio: Antonio Mo-
notte», con letture fuori
orario in libreria. Tra scrittura,
riscrittura, «cadavres esquis»
anche il dovere) di dire la sua. Nel caso di
resco ha messo mano, a distanza di anni, a
numerosi suoi libri, e Lettere a nessuno,
e
gioco social, si colloca la
transitando dall’edizione Bollati Boringhie-
ri del 1997 alla seconda, Einaudi 2008, è
quasi triplicato. Più spesso si procede con
community «The incipit» sul
sito www.theincipit.com in cui
sono gli stessi lettori a
Mari, non va dimenticato che Mario Spa-
gnol gli aveva consigliato un energico edi-
ting sul manoscritto. Ne discusse a lungo
indirizzare il corso della storia
con il giovane autore, che rispose: «Può
darsi che lei abbia ragione, ma io non senti-
il
bisturi, togliendo ripetizioni o aggiustan-
e
a riscriverne in sostanza
il corso, attraverso
un sistema di preferenze
rei più il libro come mio». Spagnol cercò
1955 quella tra Pier Paolo Pasolini e Livio
Garzanti a proposito di Ragazzi di vita .
«Garzanti all’ultimo momento — scrisse
Pasolini al poeta Vittorio Sereni — è stato
preso da scrupoli moralistici, e si è smonta-
to. Così mi trovo con delle bozze morte fra
le mani, da correggere e da castrare. Una
vera disperazione, credo di non essermi tro-
vato mai in un più brutto frangente lettera-
do qua e là una svista dell’intreccio, un baf-
di
aggirare l’imbarazzo, sottoponendogli
Secondo Piergiorgio Odifreddi la figura
dell’intellettuale impegnato è sempre la
stessa. Cambiano soltanto, scrive nel nuovo
numero di «MicroMega», mezzi e contesto.
Ieri c’era la rivista «Les Temps Modernes» di
Jean-Paul Sartre, oggi «Che tempo che fa»
di Fabio Fazio. «Sarei contento — dichiara
candido — di avere maggiore spazio in tv
per far circolare di più le mie idee».
Luca Mastrantonio
rio
».
L’editore aveva imposto all’autore
fo del personaggio, un giro sintattico che
le
revisioni realizzate da «un altro scritto-
un lavoro di «autocensura» sempre più ra-

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

CORRIERE DELLA SERA

LA LETTURA

11

Testimoni «Assalto a un tempo è alla terza redazione. «Cerco gli ossi di seppia» »
Testimoni «Assalto a un tempo è alla terza redazione. «Cerco gli ossi di seppia»
»
«Il tempo erode i testi. Come i monumenti»
di GIUSEPPE GENNA
L a prosa italiana nasce dalle
riscritture. Alessandro
Manzoni trapassa dal
Fermo e Lucia ai Promessi sposi.
Giacomo Leopardi: fino al ’900
inoltrato nessuno afferma che lo
Zibaldone è un libro. Si tratta di
reti di testi, un incrocio quanto
mai virtuoso tra campi
magnetici e teorie degli affetti. Il
testo italiano è tale solo se in
movimento esausto. Si guarda
soprattutto a Dante e a Petrarca
— quelle cancellature
continue, quelle lacune
e quei brani grattati,
che non sono mai
stati scritti
definitivamente.
Non è un caso se
l’italiano è la
Revisioni
Nella foto grande a centro pagina: due
brani di «Di bestia in bestia»
nell’edizione Longanesi del 1989 e in
quella Einaudi 2013. Qui accanto:
Michele Mari. Sopra, da sinistra:
Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni,
Carlo Emilio Gadda e Alberto Arbasino
lingua letteraria più antica
dell’umanità, insieme al
sanscrito. Chi scrive in sanscrito
vede i monumenti in questo
modo, per noi originale: non si
restaura, l’erosione stessa è il
monumento, rappresenta bene
l’impermanenza, le pietre
crepitano, noi pensiamo al
pieno e la gente indiana
contempla dei vuoti. Di qui, un
atteggiamento lugubre e
museale degli occidentali, che
tentano di conservare una
forma per un impossibile
sempre. Il testo è il
monumento, una circolazione
di erosioni e cecità.
Nell’esperienza personale ho
registrato resistenze ai
mutamenti non soltanto dei
testi, ma anche dei paratesti.
Una volta scrissi un finto thriller
che si intitolava Gotha e
l’editore suggerì che si trattava
di un titolo troppo «alto» e
«freddo», così quel libro fu
intitolato Non toccare la pelle
del drago, in quanto Mao (il
libro trattava apparentemente
anche di mafie cinesi) avrebbe
detto una volta che si può
toccare tutto, educazione e
politica ed economia, tranne «la
pelle del drago». Questa
citazione è falsa. Quindi presto
il libro tornerà a intitolarsi
Gotha. Vi prolifereranno capitoli
fantasma. Nel 2000 una
giornalista accolse un testo di
testi, giunto ora alla sua
versione 3.0 e che si intitola
Assalto a un tempo devastato e
vile: «Esordisce il giovane
Genna con Assalto a un treno
devastato e vile». Questo
slittamento delle parole
permette di essere attenti a se
stessi, alla caducità e allo
spalancamento imposto da una
vecchiezza dolce di questo
codice, l’italiano, sempre sfinito.
Un fantasma non è mai fermo
eppure non si muove. I testi
sono allucinazioni bellissime.
Per questo riscrivo i testi, ne
cerco gli ossi di seppia.
©
RIPRODUZIONE RISERVATA
ne cerco gli ossi di seppia. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il protagonista Come cambia «Di bestia in

Il protagonista

Come cambia «Di bestia in bestia» ripubblicato con molti tagli

cambia «Di bestia in bestia» ripubblicato con molti tagli dicale cui Pasolini, sulle prime, sembrò de-

dicale cui Pasolini, sulle prime, sembrò de- dicarsi senza batter ciglio facendo uso dei puntini di sospensione per sostituire le pa- rolacce. Anzi, dicendosi disponibile a inter- venire con più decisione: «Potrei farne (na- turalmente a malincuore) ancora di più, se Lei lo credesse opportuno». Nel giro di un mese, però, non si trattò più solo di usare i punti di sospensione, ma di attenuare, ta- gliare e ricucire, purgare, rifare: seguiran- no, per Pasolini, «giorni atroci». Può sembrare incredibile, ma ci sono scrittori finiti nella grande storia letteraria che di fronte a un’osservazione del loro edi- tore non fanno alcuna resistenza, assecon- dano desideri e capricci anche a costo di vedersi violentare il proprio testo: sono ca- si che si trovano raccontati, tra mille altri, nel libro di Alberto Cadioli Le diverse pagi- ne (il Saggiatore 2012), dove si affronta il ruolo dell’editore nella confezione del te- sto letterario. Si veda, per esempio, la mi- tezza con cui l’esordiente Beppe Fenoglio si sottopose alla revisione del duo Calvi- no-Vittorini (funzionario einaudiano il pri- mo, direttore dei «Gettoni» il secondo). Nell’affaire Fenoglio, che Vittorini non amava particolarmente, c’è qualcosa di bef- fardo. Lo scrittore di Alba ubbidì ai deside-

ri editoriali di rivedere La paga del sabato,

secondo le puntuali richieste dell’editor Vit- torini: «A me pare di avere abbastanza rin- forzato e sostanziato i due ultimi capitoli

che erano certamente i più deboli: vi ho ag-

giunto un episodio per ognuno dei due ca- pitoli. E mi pare di esser riuscito ad elimina- re in parte quel che di "ovvio" lamentava il

Sig. Vittorini». Neanche dopo la correzione, però, il ro- manzo piacque e dunque fu respinto, nono- stante il parere cautamente positivo di Cal- vino, espresso per lettera nel ’50: «Mi sem- bra che tu abbia delle qualità fortissime;

certo anche molti difetti, sei spesso trasci- nato nel linguaggio, tante piccole cose an- drebbero corrette, molte cose urtano il gu-

sto — specie nelle scene amorose — e non

tutti i capitoli sono egualmente riusciti. Pe-

rò sai centrare situazioni psicologiche parti- colarissime con una sicurezza che davvero

mi sembra rara». Alla fine sarà don Elio a

chiedere a Fenoglio di rinunciare al libro

per concentrarsi sui racconti. E scrivendo a

Pavese, anche l’autore sarà preso dal dub-

bio: «Ma non ha forse ragione, in fondo, il signor Vittorini?». No. Aveva torto marcio,

e Fenoglio avrebbe dovuto insistere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le due «versioni di Mari» Ovvero la lima dell’esperienza contro l’impeto dell’esordio

di IDA BOZZI

T alvolta le vicissitudini editoriali e di scrittu- ra d’un romanzo sembrano ispirarsi al ro- manzo medesimo. Ad esempio, mentre l’agrimensore di Kafka fallisce nel tentati- vo di giungere al cuore del Castello , anche

lo scrittore non conclude il romanzo: la doppia in-

compiutezza, esterna e interna, fa schizzare alle stel-

le l’efficacia dell’opera kafkiana, consentendoci (per

un caso che non pare però del tutto casuale) di trova-

e dell’esperienza sull’impeto originario si trasferisse

dalla vicenda dei due fratelli alla lotta delle parole sulla carta. Ecco, la vicenda editoriale del romanzo ricalca quasi il contenuto del medesimo. «Oggi pe- rò, dopo tanti altri libri — racconta infatti lo stesso

Mari nella "Nota" alla fine del romanzo — , ho riscrit-

to

Di bestia in bestia in modo più asciutto, soprattut-

to

là dove l’oltranza classicheggiante e l’accumulo ci-

tativo rischiavano di privilegiare un controcanto pa- rodico». Il testo del 2013 contiene ora indubitabilmente la stessa potenza immaginativa e meno ingenuità nar- rative (ove ve ne fossero), meno digressioni erudite

— vere, ma insieme false, ovvero parodiche — che

al

lettore potevano sembrare faticose. Vi sono picco-

le

scelte dissimulate, oltre al taglio di molte pagine,

che indicano come lo scrittore desideri oggi, «dopo

tanti altri libri» (tra gli altri, impossibile non ricorda-

re Io venia pien d’angoscia a rimirarti, con la sua

mimesi del linguaggio settecentesco, edito da Longa- nesi nel 1990, ripubblicato da Marsilio nel 1998 e da Cavallo di Ferro nel 2012; e poi Filologia dell’anfibio, uscito per Bompiani nel 1995 e poi per Laterza nel 2009, Rosso Floyd, pubblicato da Einaudi nel 2010 e nel 2012) prendere le distanze dalla partecipazione totale di allora: un esempio per tutti sia il fatto che i personaggi della versione del 2013 si rivolgono l’uno all’altro con il «voi», mentre nella versione dell’89 si rivolgevano gli uni agli altri con il «lei». Una lonta- nanza, un distacco, in qualche modo, si è aggiunto. Tuttavia, se nella versione del 2013 l’accenno paro- dico sfuma e sono sfrondate molte pesantezze e lun-

gaggini, sembra sfumare in parte anche l’«eccezio- ne» che il romanzo costituiva nella prosa realistica

di fine anni 80 e nella narrativa italiana in generale,

cioè l’affabulazione libera che lambiva le vette del-

l’assurdo, del fantasioso, evocando senza limiti di immaginazione la trilogia fantastica di Calvino, il

Dracula di Stoker, il bestiario medioevale e quant’al- tro («era soltanto una bestia: un pipistrello. Ma oh, che pipistrello! Mirabile visu , aveva le dimensioni

di un grosso tacchino, e la cosa più impressionante

n’era il colore bianchissimo»). Si tratta di un libro

più «portabile», quello che forse avrebbe voluto Ma- rio Spagnol quando propose un «energico editing»

— racconta Mari nella «Nota» — che lo scrittore ri-

fiutò. E che oggi sembra in fondo accolto. È un esperimento nel laboratorio di uno scrittore.

Per illustrarlo, un ultimo esempio. Nel secondo bra-

no riportato qui a fianco, la dissertazione sull’«amo-

re» della prima versione è sintetizzata in un fraseg- gio più breve: «Riesce ad essere così spaventosamen-

te vuoto, come il Nihil antico». E la chiosa si fa più

efficace con una semplice inversione degli elementi:

la «sostituzione da effettuarsi soltanto in una circo-

stanza particolare, e revocabile a mia discrezione», diventa oggi «una sostituzione, revocabile a mia di- screzione, da effettuarsi soltanto in una circostanza speciale». Non solo l’efficacia ai fini della suspense migliora, ma ecco, questa frase pare contenere an- che un’autoprofezia: chissà che anche la «sostituzio- ne» della versione antica con quella del 2013, non sia «da effettuarsi in una circostanza particolare», a sua volta «revocabile» a discrezione dell’autore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

re

riverberato il significato nel significante, la sostan-

za

nella forma, ovvero l’incompiutezza del destino

dell’agrimensore nell’incompiutezza del racconto kafkiano. Anche nel romanzo Di bestia in bestia di Michele

Mari (nato nel 1955 a Milano, ora residente a Roma)

la vicenda editoriale sembra in qualche modo paral-

lela alla materia del romanzo. La prima edizione uscì per Longanesi nel 1989, e misurava 272 pagine

assai fitte: ripubblicato da Einaudi, ne misura oggi soltanto 232 (in realtà, del romanzo vero e proprio

ve

ne è qualcun’altra di meno, poiché Mari nella nuo-

va

versione pubblica anche alcune pagine di una

«Nota» del tutto inedita che spiega la riscrittura). Il romanzo raccontava — e racconta tuttora, ma in ma- niera diversa — l’incontrollabile violenza e forza di- rompente della bestia naturale, del mostro che tutti teniamo segreto, e d’altro canto l’energia razionale che la fronteggia, cioè la cultura. Cultura e natura sono incarnate in due gemelli di indole opposta, Osmoc e Osac, il primo faustiano e intellettuale, l’al- tro bestiale e priapesco, il primo castellano circonda-

to dai libri, il secondo un orco quasi animalesco nei

suoi istinti sessuali e tenuto a bada dal fratello mag-

giore in un’oscura torre. La visita nella proprietà da parte di alcuni viaggiatori, tra cui una donna somi- gliante a Emilia, moglie defunta di Osmoc, scatene-

rà Osac e con lui il confronto finale.

La prima versione, quella del 1989, come testimo- nia il primo brano riportato qui accanto, era

un’esplosione caleidoscopica e straordinaria di lin- gua aulica e contenuti favolosi, una fantasmagoria

di cavalieri moderni che richiamava la parodia don-

chisciottesca unita a certe avventure gotiche ottocen- tesche come il Frankenstein di Mary Shelley, insie-

me ai racconti scientifici ed eruditi degli esploratori positivisti e alle chiose insistite dei filologi umanisti. Una somma di culture, di eredità, di influenze. Era però, anche, il primo romanzo pubblicato da Mari: vi si leggeva tutta l’incontenibile energia di un giovane scrittore, il gioco divertito della lingua, le lunghe teorizzazioni spinte sul filo della capziosità;

vi si ironizzava sulla pedanteria del professor

Pesùmai e dello stesso Osmoc, con le loro lunghe dissertazioni sulla natura dell’amore. D’altro canto vi

era anche la capacità istintiva di accelerare o rallenta-

re l’azione disseminando la narrazione di anticipa-

zioni, giocando a irritare e irretire il lettore con lun- ghi giri di frase che ritardavano il compiersi dell’atte-

so colpo di scena. Insomma, questa torrenziale scrit-

tura era il vero «mostro» davanti al quale ci si trova-

va aprendo l’inatteso capolavoro, era questo l’ecces-

so, l’istinto bruto. In una parola, quella prima versio-

ne rappresenta la «natura».

La nuova edizione diviene in qualche modo «la versione di Osmoc», come se il trionfo della cultura

12

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

Caratteri Recensioni

Va pensiero

di Armando Torno

{

L’etica umana di rispettare gli animali

Bernard E. Rollin, professore alla Colorado State University, con «Diritti degli animali ed etica umana» (Edizioni Ariele, pp. 354, e 20) ricorda che chi utilizza gli animali non solo ha il dovere di curarli e rispettarli ma anche

di tenere nei loro confronti un atteggiamento diverso da quello tradizionale; sono esseri viventi che continuano a essere maltrattati. Rollin invita a riflettere sui loro diritti citando Kant o criticando la stessa ideologia scientifica.

Moderni

Autobiografia e critica sociale indiretta: Saltykov detto Šcedrin mostra la sua grandezza E la capacità d’anticipare sensibilità che dall’800 (è coevo di Dostoevskij) aprono al ’900

Elegia nera e democratica per i servi russi

di FRANCO CORDELLI

M ichail Saltykov-Šcedrin, l’au- tore di Fatti d’altri tempi nel distretto di Pošechon’je, fu più o meno coevo di Do- stoevskij. Nacque da una fa-

miglia di media nobiltà nel 1826. Quando

a ventidue anni, influenzato dagli eventi

rivoluzionari di Parigi, pubblicò Un affare

imbrogliato, Nicola I lo spedì in provincia,

a Vjatka, dove ricominciò la carriera am-

ministrativa. L’esilio durò otto anni, lo re- vocò Alessandro II e nel 1857 Saltykov pub- blicò Cronache (o Schizzi o Bozzetti) pro- vinciali, il libro che lo impose all’attenzio- ne e che suscitò l’interesse di Nikolaj Cer- nyševskij. La collaborazione tra i due scrit- tori alla rivista «Sovremmenik» costitui- sce uno sviluppo del pensiero liberale, co- m’era interpretato dal duo Belinskij-Tur-

genev: per lo stesso Lenin siamo a un pas- so dall’idea democratica. Non così per Kro- potkin, per il quale la satira di Saltykov ac- costandosi all’uomo medio «rimane na- scosta dietro una massa di episodi comici

e di espressioni esotiche». Ma Kropotkin sbagliava. Saltykov co- mincia da Aksakov, dalla sua Cronaca di famiglia; ha punti di contatto con Turge- nev (ma i loro mondi sono diversi, l’atten- zione di Saltykov è quasi per intero con- centrata su quello che si sarebbe chiama- to proletariato, e che per lui era o era stata servitù della gleba), e anche con Gogol’ (nelle sue punte satiriche). Ma specie nel- le opere maggiori, I signori Golovliòv e Pošechon’je, è un caso a sé per obiettività dello sguardo; per durezza (tutta implici- ta) del giudizio; per nichilismo (pari a quello dei grandi del secolo successivo, se- condo Anthony Burgess la sua opera pre- lude a Belyj e al Nabokov di Ada); per il sottotesto di «pietas» che il suo nichili- smo mai nasconde fino in fondo. L’analisi che ne fece Cernyševskij è esemplare. Saltykov in quanto funziona- rio statale non è un democratico. Se l’idea dominante è che la concussione è una transazione, condannare è difficile; né Amleto è Amleto solo per il suo carattere, lo è per il mondo in cui vive. Ma a questa altezza, contraddicendo l’uomo, entra in scena lo scrittore che assunse il nome di Šcedrin, un vero scrittore democratico. Saltykov è il più nero degli umoristi, di- ceva Cernyševskij nel 1857; ma per lui i rus- si non sono mostri, bensì uomini come gli altri, quegli uomini «comuni» che Kro- potkin pensava l’autore di Golovljòv e di Pošechon’je non sapesse vedere. Quello che a me più preme è capire cosa fa di Sal- tykov, al di là delle idee, uno scrittore non grande, ma grandissimo e anche, aggiun- go, molto bello da leggere, trascinante,

i

e anche, aggiun- go, molto bello da leggere, trascinante, i MICHAIL SALTYKOV-ŠCEDRIN Fatti d’altri tempi nel

MICHAIL SALTYKOV-ŠCEDRIN Fatti d’altri tempi nel distretto di Pošechon’je Traduzione di Gigliola Venturi QUODLIBET Pagine 614, e 18

sempre toccante. I suoi registri sono tre. Comico-umoristico, d’un umorismo che procede raso terra. Satirico, d’una satira

malità delle angherie); Matrënka che rima- sta incinta fuori del matrimonio si lascia morire assiderata; Van’ka-Caino che al nar- ratore riappare anni dopo, più scheletrico che mai per dirgli, semplicemente, senza dirlo, «è ora di morire». Non mi soffermerò sui due ritratti mag- giori, che si suppongono autobiografici, quello della tirannica eppure «buona» pa- drona e di tutti «mamma» Anna Pàvlovna, e quella del padre «bigotto e pu- sillanime» (Gigliola Venturi) Vasilij Porfi-

che

può essere circoscritta al mero ritrat-

to di un personaggio: in Pošechon’je così è descritto il maresciallo Strúnnikov: egli «mangia una cotoletta dietro l’altra. Strap- pa la carne coi denti, e masticando guarda lontano, come sperduto nei pensieri. Dal piacere il suo viso prende un’espressione

quasi sofferente». Il terzo registro è elegia-

co:

i ritratti più lancinanti sono quelli dei

servi, della loro quasi sempre breve e stre- mante vita, e della loro morte. Annuška in punto di morte dirà: «Sono nata serva

ryc. Né sui ritratti un po’ comici, le «ziet- te-sorelline» e, stupendo, quello della «zia golosetta». Voglio ricordare invece il matrimonio tra il nobile d’antico stampo (proprio come in Gogol’) Burmakin e la vi- ziatissima Mílocka, che

(

).

E adesso se l’Altissimo mi giudica de-

gna

di morire, resterò per i secoli dei seco-

li

serva del Signore!». Mavruša, che di-

venta serva sposandosi, non ce la fa e s’im- picca; l’impenetrabile Konòn che, agoniz- zante, alla domanda «E allora, soffre?» ri- sponde solo: «Si sa è la morte»; il sarto Serëžka che diventa sarto per «smorzare ogni sensibilità, e farci il callo» (alla nor-

Igor Grubic

appena arriva a Mosca mostra di che pasta è fatta, così ricordando, si può supporre, lo sciagu- rato matrimonio di Sal- tykov, che aveva

(Zagabria, 1969)

«366 liberation

rituals», 2011

(courtesy

Galerija Škuc)

rituals», 2011 (courtesy Galerija Škuc) trent’anni, con Elizaveta Apollònovna, di quindici anni

trent’anni, con Elizaveta Apollònovna, di quindici anni più giovane (una donna che,

annoterà il marito, «in quanto a ideali non è esigente» mentre «i maldicenti cercano

di azzeccare a chi somiglino i miei figlio-

li»). Per concludere, vorrei dire due cose su come è fatto (scritto) Pošechon’je. Le varia-

zioni di ritmo sono tanto sottili, quasi inav- vertibili, quanto incessanti. Passaggio da passato prossimo a passato remoto, e da

passato a presente («ecco che

gio dal personale all’impersonale, e quindi dalla forma romanzo alla forma saggio (an-

tropologico, o sociologico, o morale); pas- saggio dalla seconda alla terza persona «impersonale», una specie di monologo interiore; più raramente alla prima perso-

na (le apparizioni in scena del narratore so-

no rarissime, eppure ci sono) o al com-

mento («può darsi che questa conversazio-

»); passag-

ne

sia stata un po’ abbellita da qualche vici-

no

spiritoso» — una notazione che la dice

lunga su cose narrate e che non possono aver avuto il narratore come testimone). Una parola infine sulla struttura. Prima

ho citato tre diverse traduzioni di un tito-

lo: Cronache, Bozzetti, Schizzi. Tutti vedo-

no anche nei Signori Golovljòv una orga- nizzazione frammentaria, quasi fosse un li- mite. Ma in questo romanzo e in Poše- chon’je è la stessa, identica (solo più am- pia), di quella del nostro Gattopardo. Lo «schizzo», o il ritratto, di personaggi che poi ritornano, sempre si inscrive in una specie di polittico, vale a dire la campitura che meglio si addice all’evocazione di un mondo inconsapevole, che di sé non ha al- cuna idea, altro non ha che abitudini, ripe- tizioni, vizi, aperte o soffocate crudeltà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

aperte o soffocate crudeltà. © RIPRODUZIONE RISERVATA Stile Storia Copertina Nora Raleigh Baskin I
Stile Storia Copertina
Stile
Storia
Copertina

Nora Raleigh Baskin

I neurotipici dicono cose che non

pensano, reggono una parte,

mentono a se stessi e agli altri,

ricorre a uno psicoterapeuta per provarci. Lo stesso specialista cui però è costretta ad appoggiarsi lei, per tenersi in piedi. E se apparentemente è questo dodicenne affetto da autismo il protagonista di Tutt’altro che tipico (pp. 178, e 14) primo romanzo tradotto in Italia dell’americana Nora Raleigh Baskin (grazie a Sante Bandirali e per i tipi di Uovonero, gli stessi che hanno fatto conoscere il Fonzie scrittore per

ragazzi), in realtà sul lettino dell’autore ci siamo noi, i «normali», i neurotipici appunto come li definisce Jason. Quelli cui non capita di sfarfallare le mani sopra la testa se si innervosiscono e ai quali le parole non spuntano isolate nella mente ogni mattina, ma che poi a ben guardare, come la mamma di Jason, «non sembrano affatto felici». Dove sta, dunque, la vera diversità?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Jason, il ragazzino che la mamma voleva «aggiustare»

di MARCO OSTONI

parlano anche se non hanno nulla da dire, pretendono sempre risposte alle proprie domande. E se non sei come loro ti tengono alla larga, ti isolano, o al più ti commiserano. Alcuni, i familiari più stretti, provano anche a cambiarti, a tirarti dalla loro parte. Come fa la madre di Jason, che suo figlio lo vuole «aggiustare» e

 
a cambiarti, a tirarti dalla loro parte. Come fa la madre di Jason, che suo figlio

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

CORRIERE DELLA SERA

LA LETTURA

13

Caratteri Anticipazioni

Ci vuole orecchio

di Arianna Gavioli

{

L’universo buffo di Paolo Nori

La lettura pubblica di febbraio ai Frigoriferi Milanesi diventa un audiolibro da ascoltare e riascoltare. In «Grandi ustionati» (Marcos y Marcos, 1cd-mp3 di 2h 54', e 14) la voce cadenzata dall’accento emiliano di Paolo Nori,

che legge se stesso attraverso il suo alter ego Learco Ferrari, costruisce un universo buffo e struggente, dove la pelle bruciata in un incidente stradale si rinnova. E in ospedale il valore delle cose cambia per sempre.

Esclusiva

Il nuovo romanzo 11 anni dopo «Il piccolo amico» e 21 anni dopo «Dio di illusioni» «The Goldfinch» uscirà il 22 ottobre in Stati Uniti e Gran Bretagna (in Italia nel 2014)

Donna Tartt: l’eternità è un cardellino

di MATTEO PERSIVALE

Simon Jung, Paul & Hanno Schweizer, «Il cardillo di Scampia» (graffito, 2009), Napoli, quartiere di
Simon Jung, Paul & Hanno
Schweizer, «Il cardillo di
Scampia» (graffito, 2009),
Napoli, quartiere di Scampia

V erso la fine del terzo movimen- to de I pini di Roma (1924), Re- spighi fa una cosa fino a quel momento mai sentita nella sto- ria della musica. Fa irrompere

la voce autentica della natura, la vita: al

suono dell’orchestra sovrappone il canto

di un usignolo riprodotto dal fonografo.

Da allora ogni versione de I pini di Roma eseguita ovunque nel mondo compren- de proprio quella registrazione, il canto

di quell’uccellino la cui voce arriverà at-

traverso i secoli agli ascoltatori fino a quando Respighi verrà eseguito. È difficile non pensare all’usignolo di Respighi — immortale senza saperlo, che ci interroga ogni volta che lo ascol- tiamo — leggendo il nuovo romanzo di Donna Tartt, The Goldfinch (Il cardelli- no), letto in anteprima da «la Lettura» e

che uscirà il 22 ottobre negli Stati Uniti e

in

Gran Bretagna e nella tarda primave-

ra

del 2014 in Italia (Rizzoli). Perché la

vita dickensiana del protagonista Theo Decker, orfano come Oliver Twist — uno dei riferimenti più immediati del li- bro —, è segnata dalla morte della ma- dre in un attentato (raccontata da Tartt con uno di quei pezzi di bravura che co- stellano da sempre i suoi libri) ma an- che dal Cardellino di Carel Fabritius, pit- tore olandese del Seicento maestro di Vermeer (anche lui morto giovane a cau- sa di un’esplosione, proprio come la mamma di Theo).

cau- sa di un’esplosione, proprio come la mamma di Theo). Il romanzo non è costruito come

Il romanzo non è costruito come un thriller, al contrario della sua opera pri- ma da 5 milioni di copie, Dio di illusioni (Rizzoli, 1993), giallo atipico nel quale l’allora poco più che ventenne Tartt si era liberata del fardello del whodunit ri- velando subito alla prima riga il colpevo-

le del delitto in una dimostrazione acce-

cante di fiducia nei propri mezzi, spen- dendo le successive 543 pagine nel rac- contare perché un gruppetto di studenti universitari di lettere classiche aveva uc- ciso un compagno. The Goldfinch , invece, è un lunghissi- mo flashback: Theo, ormai adulto, pri- gioniero (perché?) in un albergo di Am-

sterdam, racconta la storia della sua vi- ta. Partendo da quando, tredicenne, ab- bandonato dal padre (uno dei genitori invisibili, indifferenti o impresentabili dei quali i suoi tre romanzi sono pieni), assiste alla morte della madre durante un attentato terroristico bombarolo al Metropolitan Museum durante il quale, nella confusione, scapperà raccogliendo da terra il piccolo, enigmatico quadro di Fabritius. Dickens è il nume tutelare di questo libro come Flannery O’Connor lo fu del precedente Il piccolo amico ; Dio di illu- sioni invece era una lettera d’amore ai classici greci, a T.S. Eliot, ai racconti di Poe come Il cuore rivelatore — ed ecco

L’incipit

✒ L’ incipit

Il prigioniero di Amsterdam

❜❜

Mentre ero ancora a Amsterdam, sognai mia madre per la prima volta dopo molti anni. Ero rinchiuso nel mio albergo da più di una settimana, troppo spaventato per telefonare a qualcuno o uscire. Con il cuore in gola ogni volta che sentivo il più innocente dei rumori: la campanella dell’ascensore, il tremolio delle ruote del carrello del minibar, il campanile della chiesa che suonava, De Westertoren, Krijitberg, qualcosa di oscuro nel rumore delle campane, la sensazione di una fiaba che finirà male. Di giorno stavo seduto ai piedi del letto, sporgendomi verso il televisore per cercare di interpretare le notizie del telegiornale olandese

cercare di interpretare le notizie del telegiornale olandese allora un orfano senza famiglia, rifiutato dai nonni,

allora un orfano senza famiglia, rifiutato dai nonni, ospite di una eccentrica fami- glia ricca dell’Upper East Side i cui tic vengono descritti da Tartt con una diver- tita precisione che avrebbe fatto sorride-

re il giovane J.D. Salinger.

Salinger che viene citato quasi subito — «geotaggando» Franny e Zooey nel- l’Upper West Side: l’amore della sudista

Tartt per la sua città d’adozione emerge

in ogni pagina — e al quale la metà del

romanzo nella quale Theo è ancora ado- lescente deve moltissimo, Theo (omoni- mo del fratello di Van Gogh in un libro

incentrato sui pittori olandesi, sul senso

di colpa, sui confini tra verità e menzo-

gna) e la sua irrimediabile solitudine a girare per New York come un giovane Holden di questo millennio — candida-

to a un futuro poco allegro come non è

difficile immaginare che sarebbe stato quello del personaggio di Salinger, una volta diventato adulto.

i

del personaggio di Salinger, una volta diventato adulto. i DONNA TARTT The Goldfinch LITTLE, BROWN AND

DONNA TARTT

The Goldfinch LITTLE, BROWN AND COMPANY Pagine 772, $ 30

The Goldfinch LITTLE, BROWN AND COMPANY Pagine 772, $ 30 La droga, il mondo dei falsari
The Goldfinch LITTLE, BROWN AND COMPANY Pagine 772, $ 30 La droga, il mondo dei falsari

La droga, il mondo dei falsari d’arte, il senso — molto greco, anche se i classici non hanno qui il ruolo centrale che ave- vano in Dio di illusioni — che un evento traumatico ha creato una ferita destinata a non rimarginarsi mai più, la vita di Theo cambiata per sempre dalla morte

della madre che non riesce, per la tristez- za, nemmeno più a sognare come faceva

da piccolo, la condanna più crudele: non

essere nemmeno più in grado di incon- trare nel sonno (Tartt, come i greci, non distingue tra sonno e veglia, con bella di- mostrazione di fiducia nei classici e nel lettore) l’unica persona che ci ha voluto bene. «Se sono i nostri segreti a definire chi siamo, al contrario del volto che sce- gliamo di mostrare al mondo: allora il di- pinto è stato il segreto che mi ha elevato sopra la superficie della vita e mi ha fatto capire chi ero» dice Theo, che passa at- traverso il libro camminando sul «confi- ne multicolore tra verità e non verità», prima tra ricchi ipocriti e poi tra sinceri falsari d’arte, afflitto da un peso insop- portabile sulle spalle ma con «la glo- ria e il privilegio di amare quello che la Morte non può toccare».

Donna Tartt (1963) e, sopra, Carel Fa- britius, «Il cardellino» (1654)
Donna
Tartt
(1963)
e, sopra,
Carel Fa-
britius, «Il
cardellino»
(1654)

È un romanzo sull’isolamento, sul- l’alienazione, un Bildungsroman atipico

come quelli di Dickens. Verso la fine di questo romanzo così speciale, tanto lun- go quanto difficile da abbandonare, Theo si chiede «cosa sarebbe successo

se

quel particolare cardellino (ed è mol-

to

particolare) non fosse mai stato cattu-

rato o nato in cattività, esibito in una ca-

sa dove il pittore Fabritius potesse veder-

lo? Non può aver compreso perché sia

stato costretto a vivere in una tale tristez- za, spaventato dai rumori (così immagi- no), stressato dal fumo, dai cani che ab- baiavano, dagli odori di cucina, importu- nato dagli ubriachi e dai bambini, impe- dito a volare dalla più corta delle catene. Eppure, anche un bambino può vedere

la sua dignità: un soldino di coraggio,

fatto di piumette e fragili ossicini. Non timido né senza speranza, ma deciso a tenere la sua postazione. Si rifiuta di riti- rarsi dal mondo». Di cosa parla Theo? Dell’uccellino? Di se stesso? E Tartt? Dio di illusioni raccontava cosa sareb- be successo se un gruppo di ragazzi in- namorati dei miti greci avesse organizza-

RRR

Il protagonista Theo Decker, tredici anni, sopravvive a un attentato terroristico al museo Metropolitan di New York E scappa con un quadro

to un Baccanale uccidendo poi due per-

sone: la prima per errore e la seconda per coprire il primo delitto (cinque mi- lioni di copie vendute, successo irripeti- bile: che, dei tre romanzi di Tartt, sia il

meno sofisticato, dice qualcosa di signi- ficativo sul mercato librario). Il piccolo amico («soltanto» 300 mila copie vendu-

te negli Stati Uniti e l’editore ebbe il co-

raggio di dolersene; adesso l’autrice è passata da Random House a Little, Brown) è la storia di una bambina trau- matizzata dalla morte del fratello, e la

storia della sua famiglia: un gioiello ne-

ro come l’ossidiana, un romanzo per ra-

gazzi diretto agli adulti, portatore di una visione tragica dell’esistenza e di un pes- simismo ancora superiore a quello, con- siderevole, di The Goldfinch . Che è il ro- manzo più maturo della scrittrice che tra poco compirà 50 anni e ha detto più volte che scriverà soltanto cinque ro- manzi, uno per decennio: è il suo libro

di mezzo, che ci fa guardare al 2022-’23

con la certezza di leggere un altro libro speciale, volutamente inattuale (chi usa

nel 2013 Charles Dickens come nume tu- telare del proprio romanzo?) e portatore della visione spietata dell’autrice. Che co- nosce benissimo il mondo antico: il suo professore all’Università di Bennington è stato Claude Fredericks, uno dei gran-

di intellettuali irregolari del ’900 ameri-

cano, modello per il Julian Morrow di Dio di illusioni. Tartt sa che sul Gianicolo — l’uccelli- no di Respighi compare nel movimento

chiamato I pini del Gianicolo — gli àuguri scrutavano il futuro interpretan- do il volo degli uccelli. Quello del qua- dro di Fabritius e del romanzo, che do- mina la copertina strappata disegnata

da Keith Hayes — il cardellino che gira- va le viti del mondo — non
da
Keith Hayes — il cardellino che gira-
va
le viti del mondo — non può volare.
È legato con una catenella. E non canta.
Donna Tartt non può slegarlo, ma è riu-
scita a farci ascoltare la sua voce.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Stile
Storia
Copertina

14

LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2013

 

{

(2)

posizione precedente

S

stabile

 

Legenda

1

in salita

R

rientro

Caratteri Le classifiche dei libri

5

in discesa

N

novità

 

100

titolo più venduto (gli altri in proporzione)

 

Nota

Hosseini e Dicker coppia di testa davanti a E. L. James Entra Kinsella, scende Dan Brown, resiste Camilleri

(

Le classifiche de «la Lettura», per registrare il fenomeno dei libri a basso costo, comprendono la voce «Low Cost». In questa categoria rientrano titoli, tascabili e non, disponibili a un prezzo uguale o inferiore a tre euro. Tali titoli sono esclusi dalla top ten dove sono riportati i bestseller delle altre categorie mantenendo invariate le proporzioni di vendita

La pagella

 
 

di Antonio D’Orrico

Edna O’Brien

voto