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G. CALCHI NOVATI, La decolonizzazione, Loescher editore, Torino 1983, pp.

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L imperialismo coloniale si sviluppato per un insieme di motivi in cui, a seconda delle interpretazioni o dei momenti, possono prevalere quelli economici, quelli poltici o quelli culturali. Questo florilegio di dichiarazioni dello statista britannico Joseph Chamberlain, che domin il periodo, d un idea dei vari argomenti. Centrale la convinzione della superiorit del mondo bianco, europeo e occidentale, tale da fare del colonialismo un vantaggio per gli stessi popoli colonizzati. Fonte: W. LANGER, La diplomazia dell imperialismo (1890-1902), Milano, Ispi, 1942, vol. I, pp. 155-56.

Io credo che la razza britannica sia la pi grande delle razze dominatrici che il mondo abbia mai visto (11 novembre 1895). Noi, nella nostra politica coloniale, non appena acquistiamo un nuovo territorio e lo sviluppiamo, lo sviluppiamo come missionari di civilt per il commercio del mondo... In questa politica noi siamo unici, poich tutte le altre nazioni, non appena acquistano un nuovo territorio... cercano subito di assicurarsi il monopolio per i loro prodotti con metodi artificiosi e preferenziali... interessante notare come noi soli siamo riusciti appieno, in modo sorprendente, a rendere questi acquisti redditizi (13 novembre 1896). I partigiani della Piccola Inghilterra dicano quello che vogliono, ma noi siamo una grande razza dominatrice, predestinata, per i nostri difetti altrettanto che per le nostre virt, a dilagare sul mondo abitabile e ad entrare in rapporti con tutti i paesi della terra (30 gennaio 1897). Non dico che i nostri successi siano stati completi in tutti i casi, non dico che i metodi da noi usati siano sempre stati irreprensibili; ma dico che quasi dovunque abbiamo introdotto le leggi della regina e imposto la grande Pax britannica, abbiamo portato una maggiore sicurezza di vita, la prosperit e un miglioramento materiale nelle condizioni della massa della popolazione. Non si pu fare una frittata senza rompere le uova. un compito gigantesco quello che ci siamo assunti quando abbiamo deciso di reggere lo scettro dell Impero. Grande il compito, grande la responsabilit, ma grande l onore (31 marzo 1897).

G. CALCHI NOVATI, La decolonizzazione, Loescher editore, Torino 1983, pp. 36-37


Jules Ferry stato l uomo politico francese che ha pi apertamente fatto professione di imperialismo e colonialismo all atto dell espansione coloniale di Parigi in Asia e Africa. Le motivazioni addotte da Ferry, accanto a quelle che riecheggiano le tesi sulla missione e la superiorit dell Europa, introducono nel dibattito l economia, e la necessit quindi di fondare delle colonie per parare gli interessi francesi dalle tendenze protezionistiche che vanno diffondendosi per il mondo. Questo discorso alla Camera del 28 luglio 1885 un vero e proprio manifesto del suo pensiero coloniale. Ne pubblichiamo alcuni brani dal volume di G. GUENIN (a cura di), L epope coloniale de la France raconte par les contemporains, Paris, Larose, 1932, pp. 303-6, che lo ricava dal Journal officiel, 29 luglio 1885.

Questa politica coloniale, prudente e misurata, una necessit vitale per la Francia, in un epoca in cui tutti i paesi si chiudono ai prodotti stranieri, obbligando ognuno ad assicurarsi gli sbocchi necessari alla propria agricoltura e alla propria industria. [...] S, quello che manca alla nostra grande industria, che i trattati del 1860 hanno irrevocabilmente orientato verso l esportazione, quello che le manca in misura sempre maggiore, sono gli sbocchi. Perch? Perch la Germania si copre di barriere; perch, al di l dell oceano, gli Stati Uniti d America sono diventati protezionisti e protezionisti a oltranza, perch non solo questi grandi mercati, non dico si chiudono, ma si restringono, diventano sempre pi difficili per i nostri prodotti industriali; perch questi grandi Stati cominciano a riversare sui nostri stessi mercati dei prodotti che una volta non si vedevano. Le razze superiori hanno, d altra parte, un diritto nei confronti delle razze inferiori e sotto questo aspetto la Francia non pu sottrarsi al dovere di civilizzare i popoli rimasti pi o meno barbari. Io dico che la politica coloniale della Francia, che la politica di espansione coloniale, quella che ci ha fatto giungere, durante l Impero, a Saigon, in Cocincina, quella che ci ha portati in Tunisia, quella che ci ha condotti nel Madagascar io dico che questa politica di espansione coloniale stata ispirata da una verit su cui occorre tuttavia richiamare un istante la vostra attenzione: cio che una marina come la nostra non pu fare a meno, sulla superficie dei mari, di ripari solidi, di difese, di centri di approvvigionamento [...].

G. CALCHI NOVATI, La decolonizzazione, Loescher editore, Torino 1983, pp. 38-39


Fra gli storici francesi che difesero, con ricchezza di argomentazioni, la colonizzazione, un posto speciale spetta a Paul Leroi-Beaulieu, che intervenne con opere di notevole rigore scientifico, anche sugli aspetti economici e amministrativi dell espansione coloniale. Forte il senso della missione dei popoli civilizzati. Queste pagine sono il capitolo conclusivo del suo famoso libro De la colonisation chez les peuples modernes, pubblicato per la prima volta nel 1874. La traduzione ricavata dalla 4 edizione ed uscita in italiano con il titolo La colonizzazione presso i popoli moderni, Torino, Unione tipografica editrice, 1895, pp. 681-85.

impossibile non considerare la colonizzazione come uno degli uffici che si impongono agli Stati civili da quattro secoli a questa parte, e specialmente all epoca nostra. Il mondo attuale, dal lato delle popolazioni, composto di quattro parti ben distinte: quella in cui regna la civilt occidentale, che la nostra; la seconda parte che abitata da popoli di una civilt differente, ma compatti, coerenti, stabili, destinati per la loro storia e il loro carattere presente a governarsi e a dirigersi da s: per esempio, la nazione cinese e la nazione giapponese. La terza parte appartiene a popoli assai avanzati per certi lati, ma che restano stazionari, o non sono giunti a costituirsi in nazioni unite, pacifiche, progressive, secondo uno svolgimento regolare; essi sono in uno stato di equilibrio instabile, che si turbano frequentemente o sono sempre pronti a turbarsi. Appartengono a questo tipo l India inglese prima della conquista britannica, Giava, la Cocincina. Infine una gran parte del mondo appartiene a trib barbare o selvagge, le une dedite a guerre senza fine e a costumi feroci, le altre che conoscono cos poco le arti, hanno s poco l abitudine del lavoro e della invenzione da non saper trarre alcun partito dal suolo e dalle ricchezze naturali, e vivono miserabili, in piccoli gruppi sparsi su territori enormi che potrebbero nutrire comodamente popoli numerosi. [..] Spesso si confonde la colonizzazione col commercio o l apertura di sbocchi commerciali. Ho gi dimostrato che questa assimilazione falsa. La colonizzazione comporta ben altro che la vendita o l acquisto di mercanzie; essa porta seco un azione profonda su un popolo o su un territorio per dare agli abitanti una certa educazione, una giustizia regolare, insegnar loro, quando la ignorano, la divisione del lavoro, l impiego dei capitali; essa apre un campo non solo alle mercanzie della madrepatria, ma ai suoi capitali e ai suoi risparmi, ai suoi ingegneri, ai suoi capomastri, alla sua emigrazione sia generale, sia scelta. Una trasformazione di questo genere di un paese barbaro non pu avvenire con semplici

relazioni commerciali. La colonizzazione quindi l azione metodica di un popolo ordinato su un altro popolo il cui ordinamento difettoso e suppone sia lo Stato stesso, e non solo alcuni privati, che assume tale ufficio.

G. CALCHI NOVATI, La decolonizzazione, Loescher editore, Torino 1983, pp. 43


Uno dei momenti culminanti dell espansione coloniale fu certamente il Congresso di Berlino che si tenne dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885 per iniziativa di Bismarck. Oggetto del Congresso doveva essere soprattutto la questione del Congo, ma di fatto il Congresso fin per trattare la questione coloniale in tutta l Africa, sancendo la spartizione del continente tra le potenze europee. Alla fine del Congresso fu adottato un Atto finale in 38 articoli, di cui riproduciamo gli articoli relativi alla procedura da seguire per le nuove occupazioni territoriali. Il documento ripreso dal volume di R. RAINERO, Storia dell Africa dall epoca coloniale ad oggi, Torino, Eri, 1966, p. 166.

CAPITOLO VI

Dichiarazione relativa alle condizioni essenziali da adempiere perch le nuove occupazioni sulle coste del continente africano siano considerate effettive Art. 34. - La potenza che d ora in poi prender possesso di un territorio sulle coste del continente africano all infuori dei suoi possedimenti attuali o che non avendone ancora volesse acquistarne, come pure la potenza che vi assumer un protettorato, accompagner l atto relativo con una notificazione rivolta alle altre potenze firmatarie del presente atto, onde porle in grado di far valere, se sia il caso, i loro reclami. Art. 35. - Le potenze firmatarie dell Atto presente riconoscono l obbligo di assicurare, nei territori da esse occupati sulle coste del continente africano, l esistenza di un autorit sufficiente a fare rispettare i diritti acquisiti e, ove ne sia il caso, la libert di commercio e transito nelle condizioni che fossero stipulate.