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PREMESSA

Perché due secoli fa alcuni botanici andavano a raccogliere le piante che crescevano accanto ai

resti archeologici? Perché vari medici erano convinti che bisognasse nutrirsi e curarsi con le erbe

locali? Perché certi naturalisti preferivano le piante indigene, difendevano le peculiarità native ed

il particolarismo locale? Perché taluni non amavano le piante esotiche e vantavano, invece, la

loro “patria” vegetale? Perché i frequentatori di giardini e di orti botanici esprimevano e

diffondevano opinioni politiche?

A tali domande risponde questo volume, che - con il pretesto di conoscere i presupposti che

portarono alla fondazione dell’Orto botanico dell’università di Catania - indaga la storia

dell’Ottocento partendo da un particolare punto di vista, quello della botanica e delle scienze

naturali, per ricostruire qualche aspetto inedito del Risorgimento. Difatti, attraverso questa

speciale “chiave di accesso”, è stato possibile entrare in un mondo sinora quasi totalmente

sconosciuto, i cui protagonisti sono Catania e il contesto politico-culturale, i laboratori chimici e

le farmacie, le sperimentazioni fatte in campo agrario, lo studio universitario delle scienze.

Assoluti protagonisti sono gli orti botanici privati che uniscono l’utile al bello e mostrano

l’amore verso la natura dei botanici, alcuni dei quali, fautori di una particolare visione antropo-

botanica, presentano curiosi echi di una certa tradizione magico-superstiziosa, giacché sono

persuasi che vi sia un legame – una sorta di fluido, un principio unificante - che concatena e

armonizza territorio, persone e piante. Essi ritengono che sia l’Etna a rendere particolari i

siciliani. Infatti, quando descrivono i particolari caratteristici della flora etnea ed isolana, essi più

volte fanno emergere la percezione del necessario rapporto tra i fatti fisici e gli antropici,

l’integrazione tra paesaggio e storia. Facile intuire che queste deduzioni possono sfumare in una

corrente di pensiero tesa all’esaltazione delle specificità locali, anche in senso politico, come in

parte dimostra lo sviluppo delle vicende politiche del tempo.


La mia ricerca è dunque fortemente ancorata alla dimensione locale. Nelle pagine che seguono

saranno molti i richiami alle vicende politiche e ai personaggi del tempo. Sflileranno i notabili e

gli uomini di cultura della Catania del XIX secolo – Micio Tempio, Carlo Gemmellaro,

Vincenzo Cordaro Clarenza – accompagnati da personaggi minori e oggi misconosciuti e non per

questo meno importanti per ricostruire un’epoca: i chimici Giuseppe e Gaetano Mirone,

l’economista Alessio Scigliani, i medici Salvatore e Placido Portal, il farmacista Gaetano De

Gaetani, i patrioti ed esuli Roberto Sava e Giacomo Sacchero. A costoro si aggiungono due

“forestieri” che si trovarono a vivere a Catania, dove innovarono profondamente le scienze e non

solo nel campo della botanica: Paolo Assalini (medico e primo chirurgo di Napoleone

Bonaparte) e Cesare Borgia (naturalista e fratello di un generale di Gioacchino Murat).

Troneggia su ogni altro, e non poteva essere altrimenti, Francesco Tornabene, il luminare di

botanica dell’ateneo catanese che contribuì più di ogni altra autorità accademica a creare l’ Orto

universitario, di cui divenne primo direttore.

Storie di uomini quelle che qui si tracciano. Chi mi conosce sa che amo le biografie. Il perché è

semplice comprenderlo se si considera l’importanza della persona concreta, individuale, storica,

e della sua azione, nella costruzione di eventi generali, di fatti collettivi e impersonali. Le

persone contribuiscono alla costruzione della comune cultura di un’epoca. Di questo sono

convinta e con questa consapevolezza ho tracciato in poche righe il profilo biografico dei

personaggi, segnalandone i tratti peculiari e significativi e facendo sempre emergere il racconto

della vita personale dei protagonisti. E, a proposito di uomini, non posso mancare di ricordare

doverosamente chi mi ha incoraggiata in questa ricerca di storia. L’elenco degli amici è lungo. A

tutti costoro va il mio debito di gratitudine e in particolare a chi non ama essere citato. Un

doveroso ringraziamento va ovviamente a chi ha creduto in questo progetto di ricerca, e a Lucia

Pastore, che ha sempre creduto in me. Un vivo senso di riconoscenza indirizzo anche agli

impiegati degli archivi e delle biblioteche che mi hanno agevolato sensibilmente. Un grazie

anche a chi ha letto pazientemente il manoscritto e sono riconoscente anche a coloro con i quali
ho avuto un proficuo scambio di opinioni in merito gli studi di storia delle scienze. Non suoni

strano se tra i miei benefattori annovero anche chi mi è stato freddamente indifferente o

addirittura ostile: con il loro atteggiamento, pur non sospettandolo, essi mi hanno spronata a

completare la monografia.

LA STORIA DELLA BOTANICA

La società industriale ha generato il culto della natura perduta. Innumerevoli sintomi lo

dimostrano: il consenso per la visione new age dell’uomo e del mondo, il trionfo della medicina

alternativa e delle terapie naturali, il successo della parola “Verde” nel commercio, nella politica,

nelle strategie di mercato.

I sentimenti collettivi di apprezzamento, di magnificazione, per tutto ciò che è naturale non sono

nuovi, ma appartengono alla tradizione del sapere europeo. Già nell’antichità l’uomo ha interesse

per le piante. I giardini di Pompei, l’iconografia botanica di epoca medievale, mostrano l’amore

degli antichi verso la natura. Il mito della natura si diffonde largamente nell’età dell’Illuminismo.

La botanica è una disciplina ampiamente apprezzata da Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778)1

che è tenacemente convinto che la natura sia sempre benevola verso l’uomo, salvaguardandolo e

preservandolo dai danni prodotti della civiltà2. Le idee illuministe accelerano lo studio

sperimentale degli esseri viventi, già diffuso fin dal Cinque e Seicento. La nuova ricerca

1 La passione di Rousseau per la botanica è testimoniata da Wolf Lepenies, La fine della storia naturale. La trasformazione di forme
di cultura nelle scienze del XVIII e XIX secolo, Bologna, Il Mulino, 1991.
2 Il filosofo ginevrino esalta la natura come unica fonte di verità e di bene, ad essa riconducendo tutto il positivo della vita umana,
individuale e sociale. Il ritorno alla natura, teorizzato nella “Nouvelle Hélöise”, risolve nell’indicazione del paesaggio naturale il
luogo della rigenerazione dell’uomo. L’auspicabile ricomparsa dello “stato di natura” ristabilisce il legame verso un primitivo stato di
equilibrio, perduto a causa della corruzione dei tempi. Un aperto richiamo alle idee di Rousseau oggi si ritrova nel Giardino botanico
di Ginevra, dove i visitatori sono stimolati a riflettere sulla natura, sulla salvaguardia del potenziale genetico dei vari frutti antichi, sul
mito di Grande madre e sulle tematiche ecologistiche. Un cartello didattico, dedicato alla biodiversità, reca scritto: “Nel momento
attuale, di una mondializzazione dell'economia senza regole, i valori patrimoniali del sapere sono essenziali. La loro trasmissione
orale e ancestrale è battuta in breccia dalle comunicazioni immediate e multimediali. Le nuove barriere etiche devono essere pensate
e attivate al fine di evitare tutte le appropriazioni partigiane che compromettono uno sviluppo duraturo ed equo”.
naturalistica avvia una riorganizzazione sistematica delle conoscenze naturali3. L’esplorazione e

la catalogazione della natura si diffondono con Newton (1642-1727), Linneo (1707-1778),

Buffon (1727-1775), Diderot (1713-1784).

L’opera di classificazione, presemessa essenziale di ogni forma di conoscenza, viene perseguita

dai botanici. Fin dal XVI secolo si comincia ad avvertire la necessità di definire le piante, di

elaborare sistemi per nominare e descrivere gli organismi vegetali con una denominazione

standardizzata e universale4. Almeno quindici sistemi di classificazione vengono elaborati dal

tempo Andrea Cesalpino (1519-1603) a quello di Carlo Linneo5. La classificazione linneiana,

basata sul sistema sessuale delle piante, viene messa in discussione dal Lamarck (1744-1829), un

naturalista di formazione illuminista che è anche il creatore della parte botanica delle

Encyclopédie di Diderot e D’Alambert.6.

Con l’Illuminismo si diffonde un progetto universale del sapere che impone ai naturalisti di ogni

luogo di compilare un elenco quanto più preciso di specie locali7. Nel campo degli studi botanici,

3 Nel XVIII secolo si intensificano le indagini scientifiche delineate chiaramente in senso materialistico. Il concetto aristotelico di
scienza contemplativa viene superato, la natura è spogliata dagli attributi divini, lo spirito razionale penetra lo studio dei fatti naturali.
4 Sul problema della classificazione - che investe più di un aspetto dell’attività speculativa ed è legata ai problemi del linguaggio,
della definizione dell’oggetto esaminato e della nomenclatura universale - si veda Domus 1992, p. 199 CTL.
5 Se nei botanici prevale l’aspetto dell’osservazione della natura, si hanno “metodi naturali” come quello di Robert Morison (1620-
1683) e di John Ray (1627-1705); se è invece la logica a guidarli si hanno dei “sistemi artificiali” come quello di Tournefort (Joseph
Pitton de, CTL--), Pierre Magnol (CTL--) e di Linneo. Il celebre botanico svedese non apre, come generalmente si crede, un’epoca
nuova nella botanica, ma piuttosto chiude la fase iniziatasi con gli studi di Cesalpino. Il sistema statico e gerarchico creato da Linneo
- non consono allo spirito dell’Illuminismo e alla visione dinamica e storica che esso introduceva nello studio dei fenomeni naturali -
è ben presto messa in discussione dai botanici di formazione illuminista. Domus 1992, p. 204.CTL
6.Jean Baptiste de Monet de Lamarck per classificare le piante preferisce il metodo di Tournefort. Nel 179 accoglie però la
concezione “aristotelica” di Linneo. Domus 1992, p. 211. Nel Regno di Napoli il sistema classificatorio di Linneo (forma
italianizzata di Karl von Linné) fece sentire a lungo il suo influsso. Solo all’inizio del XIX secolo i botanici napoletani cominciarono
a far tesoro di altre esperienze metodologiche, quali quella di De Candolle, di Jussieu, e quelle scientifiche di Senebier, Bonnet e
Spallanzani.
7 Al Settecento risalgono la Flora Francica, Danica, Prussica, Espagnola ecc. In Italia, la prima Flora generale è quella di Antonio
Bertoloni (Bologna 1833 -1854). Tutte le Flore del XVIII sec. sono basate, relativamente alla classificazione, sul sistema di Linneo.
Domus 1992, p. 213.
risalgono pertanto alla fine del XVIII secolo le pubblicazioni illustrate delle flore regionali, che

enumerano e descrivono le piante caratteristiche di un determinato paese8.

Le flore etnee e quelle regionali vengono stilate da alcuni naturalisti catanesi, che saranno

presentati nelle pagine seguenti.

LA BOTANICA MEDICA E LA PRESUNTA SUPERIORITA’ DELLE PIANTE

LOCALI

Chiunque si rechi a Salerno non può fare a meno di andare a visitare il “Giardino della Minerva”

che, oltre a rappresentare la principale attrazione della città campana, è l’antesignano nei futuri

orti botanici d’Europa, essendo stato fondato poco dopo il 1300 da Matteo Silvatico, insigne

medico della Scuola salernitana, profondo conoscitore delle piante per la produzione di

medicamenti, autore di una Opus Pandectarum Medicinae, medico personale del re di Napoli

Roberto d’Angiò9.

Già da questi accenni si comprende come la botanica sia sin dalle origini legata

fondamentalmente alle scienze mediche esercitate nella Scuola medica salernitana. I giardini dei

semplici sono i primi orti botanici che, dedicati alla sperimentazione e alla didattica, si basano

sulla dottrina pitagoriga degli umori e sulla conseguente coltivazione di determinate piante a

scopo terapeutico10. Lo studio della botania medica attraversa i secoli e giunge sino al

Settecento, quando l’orizzonte culturale dell’Illuminismo, non ignorando i benefici della

fitoterapia, indaga il potere curativo delle “essenze” vegetali. Gli infusi, i decotti della

farmacopea botanica - preparati secondo i dettami e i dogmi di Galeno e Dioscoride - vengono

8 Sulle Flore settecentesche riflette Roberto Mazzola, “Scienza e Filosofia della natura nella Napoli del tardo Settecento, Note sul
Plantarum Rariorum Regni Neapolitani di Domenico Cirillo”, in “Bollettino del Centro di Studi Vichiani”, a. XXXVII, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, 2007, pp. 159 ss.
9 Il manoscritto di Matteo Silvatico fu completato nel 1317; la prima edizione fu stampata a Napoli nel 1474.
10 La terapia medievale salernitana e i conseguenti studi di botanica medica si fondano sulla dottrina pitagorica ecc. CTL: La teoria
egli umori resiste sino a Virchow, nel 1858.
posti al vaglio dell’analisi per provare la loro reale efficacia nella cura delle malattie. Il potere

curativo delle erbe viene avvalorato da una serie di pubblicazioni di Flora medica.

Un nucleo di riflessioni sulla botanica medica viene formulato dai docenti dell’ateneo catanese.

Essi pongono l’accento sulle piante locali, considerate di gran lunga superiori rispetto a quelle

importate, in quanto – a loro parere - esiste un rapporto determinato tra uomo e natura. A queste

conclusioni perviene Giuseppe Maria Cosentini, nel manoscritto “Dimostrazione per provare di

curarsi facilmente le malattie con l’uso delle piante indigene, che respirano quella medesima

aria che noi, che non le esotiche”11. Le piante autoctone, in altri termini, hanno effetti benefici

sugli individui e sugli interi gruppi sociali che vivono nello stesso loro territorio12.

L’opinione che l’uomo è il frutto dall’ambiente in cui vive, è una concezione ampiamente diffusa

nell’Ottocento. Tuttavia, l’idea che occorra nutrirsi o curarsi con le piante che crescono nello

stesso territorio in cui si vive, è un concetto che supera il determinismo geografico ed introduce

una particolare visione atropo-botanica, del tutto singolare, originale e atipica, assente nelle

opere dei naturalisti coevi. Difatti, il maggiore botanico dell’Ottocento meridionale, Michele

Tenore (1780-1861), nella “Flora medica universale, e Flora particolare della provincia di

Napoli” (2 voll, Napoli, 1824), in oltre 600 pagine del testo si limita ad elencare le piante

officinali e non fa il minimo accenno all’intima connessione e convivenza di uomini e piante

medicinali.

E’ curioso osservare che nella cultura popolare dell’Est europeo, soprattutto russa, ancora oggi è

radicata l’opinione (ma quanto avvalorata scientificamente?) che bisogna curarsi con le erbe del

luogo.

Proprio questo concetto è enunciato negli anni Venti dell’Ottocento nel “Saggio di una flora

medica catanese”13.

11 Coco Grasso, 1839, p. 173. CTL


12 Anche il fratello di Giuseppe Cosentini, Ferdinando, scrisse una Flora medica.
13 Carmelo Maravigna, Saggio di una flora medica catanese, ossia catalogo delle principali piante medicinali, che spontaneamente
crescono in Catania, e ne’ suoi dintorni, con la indicazione delle sue mediche azioni”, Catania, da’ torchi della R. Università degli
L’autore, il catanese Carmelo Maravigna, alla domanda: “perché studiare le piante locali?”.

Risponde: perché sono più confacenti alla costituzione di quegli uomini per i quali, per così dire,

convivono” Per la cura delle malattie bisogna rivolgersi alle piante, sostiene Maravigna. “ I

vegetali ci guariscono nutrendoci - aggiunge – inutile ricorrere ai minerali, che nella loro azione

si dimostrano quasi sempre pericolosi” giacché gli elementi inorganici, per la loro composizione

chimica, sono “differenti dalla costituzione animale”, cioè sono inadatti all’assimilazione14.

Maravigna è essenzialmente un chimico ed il suo approccio al tema lo rivela. Prende in esame le

piante officinali “che crescono in un raggio di 5 miglia da Catania”. Tali piante - circa 80 specie

- un tempo usate in medicina, poi cadute in discredito e in parte in disuso, sono sottoposte al

vaglio delle analisi rivelando, in molti casi, un’incontrastabile efficacia. Con i processi chimici

Maravigna ottiene le principali sostanze che sono in esse presenti. Ricava soprattutto alcaloidi e

si convince “della forza stimolante dell’oppio e della forza debilitante degli acidi vegetali,

provata con molte osservazioni ed esperimenti”15.

Nella catalogazione delle piante, Maravigna segue il semplice criterio alfabetico, ma non

trascura di indicare la classe a cui ogni pianta appartiene. Il suo interesse classificatorio lo spinge

a superare il sistema di Linneo e ad usare un “metodo naturale”16. Per classificare le piante si rifà

alle concezioni espresse in Francia, in quel periodo, dal botanico Achille Richard (1794-1852) e,

Studj, 1827, 56 p. (altra ed.: Catania, tip. G. Pappalardo, 1829). Nel 1823 Maravigna pubblica a Catania una Flora medica, o
descrizione delle piante medicinali dei contorni di Catania (o titolo analogo), che viene citata in riviste coeve.
14 Il Saggio di una flora medica catanese fu letto nelle sedute ordinarie dell’Accademia Gioenia di Storia Naturale del 15 settembre
1825 e del 17 novembre 1825. A quell’epoca Maravigna era segretario dell’Accademia e al direttore, il commendatore Cesare
Borgia, “chiarissimo botanico ed amico sommo”, Maravigna dedica il suo scritto, che fu anche pubblicato negli Atti dell’Accademia
Gioenia, vol. 2 (CTL), pp. 67-120 e vol 3 (1829 CTL), pp. 77-124.
15 “Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, tomo I, Palermo, 1823, p. 61.
16 Il “metodo naturale” è un ordinamento stabilito a posteriori, partendo dall’osservazione diretta delle piante; invece nei sistemi
“artificiali” (come quello di Linneo) lo schema di classificazione è stabilito a priori, in base ad un processo logico e filosofico.
Domus 1992, p. 201.
ciò facendo, rivela di esser aggiornato, aperto alla cultura europea, conoscitore della lingua

francese17.

Maravigna assegna alla flora locale un’assoluta posizione di prestigio18. Attribuisce alle piante

medicinali del catanese “certa ed indubitata virtù” e ritiene che possano surrogare tutte le piante

esotiche, ad eccezione del cortice peruviano”19. Un ulteriore vantaggio che esse presentano è

quello di essere più economiche di quelle che vengono da luoghi lontani20.

Le considerazioni di Carmelo Maravigna aprono uno scenario. Ci ricordano che, a seguito

dell’intensificarsi degli scambi a livello planetario, all’inizio dell’Ottocento si percepisce già

quel processo che oggi chiamiamo globalizzazione.

L’INTRODUZIONE DELLE PIANTE ESOTICHE

Le piante esotiche giungono numerose in Europa tra XVII e XIX secolo, quando i mezzi di

trasporto più veloci favoriscono maggiori scambi commerciali. Dall’estero arriva ogni genere di

arbusto. Giungono piante da ogni continente. Particolare curiosità destano quelle provenienti da

zone remote del pianeta da poco esplorate. Le spedizioni geografiche sono avventure esaltanti,

osservate dalla opinione pubblica. I giornali tengono i lettori al corrente, informandoli sulle

romanzesche spedizioni scientifiche che si dirigono nei mari del Sud. I “cacciatori di piante”

tornano in Europa con specie esotiche subito coltivate per diversi motivi: a fini alimentari,

17 Maravigna cita l’opera fresca di stampa di Alessandro Richard, Botanique médicale, ou Histoire naturelle et médicale des
médicaments …, 2 voll., Paris, chez Bechet jeune, 1823.
18 Il carattere distintivo della natura etnea è studiato da Maravigna che nel 1827 si appresta a redigere un catalogo (forse rimasto
inedito) di locali piante coltivabili, con indicazione del loro uso medico, economico, culinario. Maravigna, 1827.
19 Il cortice peruviano era usato per curare le malattie provocando il vomito. Una descrizione del suo uso è nel “Giornale di scienze,
lettere ed arti per la Sicilia”, tomo XIII, anno IV (genn.-marzo), Palermo, presso Lorenzo Dato, 1826, p. 101.
20 Le piante medicinali del catanese “rendono quasi inutile e qualche volta persino dannoso tutto il corredo di radici, di scorze e di
semi, con cui lo straniero viene ad involarci in un col danaro la salute dal pari”. Carmelo Maravigna, Saggio di una flora medica
catanese, cit., p. 4.
industriali, farmaceutici, forestali; per investigazione scientifica e didattica; con scopi

ornamentali e collezionistici (tulipanomania).

L’introduzione di specie esotiche, soprattutto a fini decorativi, cresce enormemente anche per

merito di nuove tecniche di coltura e l’uso di nuovi modelli di serra. L’arrivo di specie esotiche

cambia il paesaggio e i panorami delle città. I giardini d’inverno, le ville pubbliche e gli orti

botanici, vengono frequentati dai visitatori, curiosi di conoscere le novità botaniche, spesso

provenienti dai paesi coloniali.

La Sicilia, che non ha subito i disagi del Blocco continentale (1806-1807) e che ha rapporti

privilegiati con la Gran Bretagna, importa dall’estero ogni sorta di beni21. Da Londra arrivano

piante di fragole e di “riso secco”, assieme terrier e terranova (razze canine importate per

assecondare la passione di Ferdinando IV per la caccia)22. Nello stesso torno di tempo viene

introdotto anche il mandarino, che diventa rapidamente una coltivazione redditizia e simbolo

della Sicilia23.

L’introduzione delle piante esotiche suscita un vivace dibattito. L’atteggiamento nei loro

confronti oscilla tra l’attenzione e la repulsione. Le piante esotiche vengono coltivate, descritte,

21 Per Blocco continentale si intende il divieto emanato da Napoleone il 21 nov. 1806 allo scopo di colpire l’economia inglese. Per
circa un anno, non fu consentito l’attracco in qualsiasi porto dei paesi soggetti al dominio francese delle navi battenti bandiera
inglese. Il blocco non crea disagi in Sicilia, in quanto l’isola è controllata militarmente dalla Gran Bretagna. Al contrario, a Napoli, a
causa del blocco, i medici e gli ospedali sono nell’impossibilità di soccorrere ai bisogni dei malati . “Le droghe sono giunte ad un
prezzo esorbiatente, nel tempo stesso che hanno già perduto gran parte della loro efficacia, invecchiando nei luoghi dove da gran
tempo eran depositate”. Così scrive Michele Tenore, che aggiunge: “Un principio di umanità e di economia indusse le accademie e i
governi a richiedere i dotti onde veder modo di sostituire delle piante indigene a quelle esotiche”. Michele Tenore partecipa a queste
ricerche e pubblica il Saggio sulle qualità medicinali delle piante della Flora Napoletana, e sul modo di servirsene per surrogarle
alle droghe esotiche, 2. ed. accresciuta di 350 art. e di un’appendice sulle droghe esotiche, Napoli 1820, p. 340. A causa del rincaro
dei generi coloniali, a Napoli nel 1810 si registra la mancanza quasi assoluta di zucchero e caffè. Il livornese Giuseppe Guerrazzi
riesce ad estrarre zucchero dalle castagne e i suoi esperimenti vengono replicati a Napoli da Luigi Sementini e da Michele Ferrara
che, nel Monitore del 7 agosto 1811, annunicano di aver scoperto il segreto di Guerrazzi. Michele Ferrara estrae zucchero anche dalle
carrube. Vedi “Napoli Nobilissima”, 1898, vol. III, fasc. I.
22 Archivio di Stato di Napoli (d’ora in avanti ASNA), Archivio Borbone, b. 226, inc. 3.
23 Il mandarino nel 1805 fu introdotto in Inghilterra, a Malta e poi in Sicilia. Così afferma autorevolmente Pier Andrea Saccardo,
Cronologia della flora italiana, Padova, tip. del Seminario, 1909. Il volume, ristampato in fac simile (Bologna, Ediagricole, 1971)
costituisce ancora una fonte di riferimento per gli studiosi.
ammirate per la loro qualità decorative e la capacità ornamentale. Tuttavia, le piante esotiche

sono considerate nettamente inferiori alle piante locali che – si diceva - culminano quasi la

perfezione sotto altri aspetti: a scopi alimentari, industriali, farmaceutici, forestali.

Si può dunque dire che alcuni specialisti e gli appassionati di botanica difendono le piante

indigene, le peculiarità native, il particolarismo locale.

La superiorità della vegetazione autoctona è teorizzata da un personaggio di primo piano della

cultura siciliana -l’abate cav. Francesco Ferrara- che è perentorio: “La conoscenza esatta e

scientifica delle piante che vegetano ne’ contorni di un paese tende evidentemente al vero

vantaggio degli abitanti di esso perché ha diretto rapporto agli interessi dell’economia domestica,

della Farmacia, e delle Arti d’industria”24.

L’esaltazione della specificità vegetale - sostenuta da Ferrara, condivisa dai naturalisti a lui

sodali- esprime un impianto teorico concettuale incentrato sulle piante autenticamente locali.

Operazione rischiosa perché, in realtà, la mescolanza è propria del regno vegetale. In ambito

vegetale non è facile certificare il primigenio, il primitivo, l’originale. I semi delle piante

viaggiano portati dal vento, dal pelo degli animali, o da altri imprevedibili vettori.

L’ampliamento degli orizzonti botanici - conseguenti alla scoperta dell’America e di nuovi

mondi geografici - introduce in Europa specie prima sconosciute, ma destinate a diventare poi

assai familiari. Le agavi e i fichi d’India - che pure, nel sentimento comune, sono considerati

elementi caratteristici del paesaggio mediterraneo - in realtà sono piante esotiche che si sono

naturalizzate, così come alcuni agrumi che, come il mandarino, arrivano in Sicilia soltanto nel

XIX secolo.

I botanici catanesi non si curano però di questi aspetti e trasudano di fervore per il tipico. Le

opere di Flora medica, ancora a metà Ottocento, perseverano nelle loro invettive contro le piante

esotiche. Un’appassionata filippica è affidata alla penna di Gaetano De Gaetani (futuro vice

direttore dell’Orto Botanico di Catania), coautore di un Catalogo di alcune piante medicinali dei

24 Abate cav. Ferrara, 1843, p. 7. CTL


dintorni di Catania25. Scopo della pubblicazione è l’emancipazione dalle piante esotiche nelle

prescrizioni mediche, “poiché sono le indigene le più confacenti all’organizzazione degli

abitanti”26.

Il concetto è il solito e risaputo: bisogna usare di preferenza le piante endogene che hanno le

stesse proprietà di quelle che vengono da fuori: acetosa, agno casto, achillea, ambrosia,

anagallide, appio, artanita, aristolochia, ecc.27.

L’opera appena citata ha come coautore Paolo di Giacomo Castorina, che è membro, e poi

presidente, della Società economica di Catania28. In questa veste, costui si occupa dell’uso di

piante esotiche a fini utilitaristici e - parzialmente convinto che l’economia siciliana può

avvantaggiarsi dall’inarrestabile arrivo di piante straniere - abbandona lo sciovinismo,

pubblicando Sul miglioramento della specie delle piante indigene, e sulla introduzione delle

piante esotiche le più utili”29.

25 “Catalogo di alcune piante medicinali dei dintorni di Catania e del suo monte ignivomo (sic) che fa seguito alla Flora medica
catanese per i soci dott. Paolo Di Giacomo Castorina e dott. Gaetano de Gaetani”, in “Atti dell’Accademia Gioenia di Scienze
naturali di Catania”, tomo 18 (anno CTL), Catania, tip. fratelli Sciuto, 1842 (strada del Corso 335), pp. 159-180. Di Giacomo
Castorina e De Gaetani lessero la memoria nella tornata ordinaria del 15 dicembre 1841. Secondo il Mira CTL, ci fu poi una
ulteriore edizione: Catania, 1848.
26 La Via, 1842, p. 9.
27 “Catalogo di alcune piante medicinali dei dintorni di Catania…”, cit., p. 162. Paolo Di Giacomo Castorina e Gaetano De Gaetani
auspicano indagini sperimentali per valutare l’azione medica della Rumex acetosa L., Rumex scutatus L., Vitex agnuscastus L.,
Achillea nobilis L., Zostera oceanica L., Ambrosia marittima L., Anagallis arvensis L., Appium graviolens L., Cyclamen europeum
L., Aristolochia rotonda L., Aristolochia longa L. ecc. Per la classificazione delle piante medicinali usano il “sistema artificiale” di
Linneo e quello “naturale” di Jussieu. Paolo Di Giacomo Castorina è anche autore di altre memorie mediche, tra le quali Sopra un
quinto caso di litrotripsia, eseguito dal dottor Antonino Vinci, col nuovo metodo del barone Heurteloup, Catania, per P. Giuntini,
1841, 16 p.
28 Nipote ed erede del medico catanese Antonino Di Giacomo, Paolo Di Giacomo Castorina nel 1824 abitava nel quartiere S. Filippo
ed aveva 38 anni. (Santocono). Muore a S. Giovanni La Punta il 21 ottobre 1850. L’elogio funebre è scritto da Francesco Tornabene,
1850. Le società economiche e in particolare quelle del Mezzogiorno sono state studiate da Renata De Lorenzo, Gruppi dirigenti e
associazionismo borbonico nell’Appennino centro-meridionale: le Società economiche, in Dal comunitarismo pastorale
all’individualismo agrario nell’Appennino dei tratturi, a cura di E. Narciso, S. Croce Sannio, 1993, pp. CTL.
29 Il s aggio è pubblicato a Catania , nel 1836. Paolo Di Giacomo Castorina, q uale presidente della Società economica , presenta,
nell’adunanza del 30 maggio 1840, la relazione “La introduzione delle arti delle manifatture e delle macchine…”, ed auspica una
maggiore diffusione della “chimica applicata alle arti e ai mestieri”, una disciplina il cui insegnamento, con la riforma universitaria
del 1840, era stato distinto da quello della “chimica filosofica”. A Catania fu il Consiglio provinciale a chiedere nel 1833 ad
Quest’opera è un segnale di apertura. Troppo debole però per fugare l’idea di un sostanziale

isolamento culturale, che costringe i naturalisti catanesi a non dilatare le proprie conoscenze e a

considerare sufficiente per la scienza botanica un orizzonte locale. Il mancato confronto con

territori stranieri impoverisce perciò culturalmente ed erroneamente induce a non riconoscere

nella botanica una scienza dilatata al mondo.

Sarà soprattutto l’Orto botanico dell’ateneo catanese a farsi poi carico di investigazione

scientifica e didattica delle piante esotiche. Persino le sculture che dovevano decorare la facciata

dell’edificio – con i bassorilievi dei Quattro Continenti (sic) -30 attestano questo desiderio di

guardare ad un “altrove”31.

approvare nel 1836 la creazione e mantenimento della nuova cattedra di chimica applicata alle arti. Dapprima la nuova cattedra resta
vacante. Carmelo Maravigna è nominato ufficialmente professore titolare il 28 gennaio 1840 (così afferma lo stesso Maravigna in
opera edita nel 1840 CTL e in cui cita Pietro Carbonaro) e riveve per l’insegnamento uno stipendio di 150 duc. annui, pagati dal
Consiglio provinciale di Catania. (Alberghina 1999, p. 63).Vedi anche “Notizie relative alla elezione del sig. Maravigna a professore
sulla nuova cattedra di chimica applicata alle arti nell’Università di Catania, “(Il) Trovatore”, a I, n. 4, 15 sett. 1839, pp. 29-30. A
Napoli l’apertura della cattedra di chimica applicata alle arti risale al 1821. La cattedra è assegnata a Francesco Lancellotti, che dal
1829 avrà anche la cattedra applicata alle costruzioni presso la Direzione dei Ponti e strade del Regno, ma morì per per una grave
malattia dopo soli 5 mesi.
30 Le scultu re dovevano essere rea lizzate da artisti di fama. Nell’archivio storico dell’università di Catani a si conservano gli incartamenti
inediti relativi agli scultori Gregorio Zappalà e Salvatore Grita, che rispettivamente propongono nel 1860 e nel 1864 di eseguire
bassorilievi per la facciata dell’edifico pubblico catanese. Si rimanda ad altro luogo l’analisi di tali incartamenti (saranno pubblicati negli
Atti del III Convegno AISI) e basti qui soltanto ricordare che Zappalà (Siracusa 1833 - Messina 1908) studiò la plastica in Sicilia e poi a
Roma, dove dal 1866, recuperando le tendenze neo barocche della capitale, gli fu affidata la realizzazione degli otto gruppi della terza
fontana di Piazza Navona (Fontana del Nettuno, 1878) e la statua di San Pietro davanti la basilica di San Paolo. Tra i suoi capolavori
anche i monumenti a Bisazza, Garibaldi e Juvara nel camposanto di Messina, città dove morì sotto le macerie de! terremoto del 1908. Nel
cimitero di Messina lascia anche i monumenti funebri a Giuseppe La Farina, all'industriale Francesco Miceli Ainis ed allo scultore Saro
Zagari CTL. Sempre a Messina, intorno al 1857, Zappalà scolpisce un busto marmoreo di Ferdinando II e tre anni dopo, ritiene di esser
abbastanza noto per ottenere dall’università di Catania l’incarico di eseguire dei bassorilievi a decoro della facciata dell’edificio centrale
dell’orto botanico. Alla realizzazione della medesima opera è anche interessato Salvatore Grita che da Firenze, dove riedeva, il 24
febbraio 1864 spedisce a Catania le foto (purtroppo andate disperse) con i disegni del suo progetto. Sull’attività di questo scultore Anna
Maria Damigella, Salvatore Grita (1828-1912) e il Realismo nella scultura, Roma: Lithos editrice, 1998.
31 Anche nell’Orto botanico di Palermo vi è una larga presenza di piante esotiche che, già prima del 1821, vengono coltivate
suscitando l’ammirazione dei botanici perché le rare specie dell’America del Nord e della Nuova Olanda, “vegetano nonostante i
venti che spirano da Ovest Nord Ovest”. Giovanni Gussone, Catalogus plantarum quae asservantur in Regio Horto serenissimi
Francisci Borboni principis juventutis in Boccadifalco, prope Panormum adduntur nonnullae adnotationes, ac descriptiones
novarum aliquot specierum, Neapoli, typis Angelo Trani, MDCCCXXI. Opera datata maggio 1821. Gussone riporta osservazioni
della temperatura del 1817.
LE TERAPIE NATURALI

L’ambiente culturale che fin dai primi decenni dell’Ottocento si fa promotore della fondazione

dell’Orto botanico universitario di Catania conosce l’ampio dibattito - imperniato su una nuova

considerazione della natura, delle piante, della malattia, delle terapie, dell’uomo - che da fine

Settecento ha riformato l’idea stessa di medicina, destinata a diventare “semplice naturale e

divulgabile”32. Sulla base di questo moderno approccio si afferma un nuovo indirizzo

terapeutico, nel quale è dominante la tendenza ippocratica che attribuisce alla natura una grande

forza sanatrice33.

La natura assurge a ruolo di terapeuta e di conseguenza si fa largo uso di alcune piante

medicinali quali l’angelica, l’assenzio, la baldana, la beccabunga, la camomilla, il cardo, la

celidonia, ecc 34. In questo contesto, la funzione del medico è quella di favorire e assecondare la

natura, prescrivendo meno farmaci rispetto al passato. Le ricette mediche difatti dimagriscono.

Passa di moda la Polipharmacia ossia l’accozzaglia di medicine con ammassi di droghe che

veniva prescritto come antidoto universale35. Non tutti i medici convalidano l’efficacia della

triaca, antica panacea confezionata ab antiquo con oltre cinquanta ingredienti, fra i quali il tritato

di vipera come antiveleno36.

32 Nunzio Greco p 19
33 Nunzio Greco, p.29. La concezione di Rousseau sulla natura risanatrice era un valido strumento di lotta politica, con forti
implicazioni filosofiche e sociali. L’astensionismo farmacoterapico dei browniani, l’uso dell’oppio e del vino, hanno ripercussioni,
come si vedrà più oltre, di carattere sociale.
34 Piante elencate da De Pasquale 1847
35 Un avversario delle novità farmaceutiche afferma: “Tramonatato il gusto di comporre un medicamento con 60 oppure 80
ingredienti, quelli che si prescrivono sono più efficaci e […] sono di quelli che se non vi guariscono vi ammazzano di certo”. Lettere,
1844, p. 9.
36 Cosmacini 2002, p 10. A Catania la triaca (o teriaca) era ancora in uso negli anni Quaranta dell’Ottocento e ne esistevano diversi
tipi: Campana, di Venezia, di Ferrara, di Andromaco. Quest’ultimo tipo era preparata nel laboratorio chimico del Real Istituto di
incoraggiamento di Napoli. Per frode in commercio poteva esser venduto dell’oppio al posto della teriaca. De Pasquale Cittadino
1843, p. 32.
L’arcaismo terapeutico ha una battuta d’arresto a seguito della diffusione delle teorie del medico

francese Broussais, iniziatore della medicina fisiologica37, rapidamente recepita anche a

Catania38. I medici che riescono a stare al passo con i tempi non ignorano i ritrovati di Samuel

Hahnemann (1755-1843), il fondatore dell’omeopatia39.

Le moderne teorie mediche determinano un progressivo abbandono delle medicine, che la

farmacopea ufficiale metteva a disposizione dei malati. Di conseguenza, si vendono meno

medicine e i farmacisti si riducono in miseria. “I seguaci di Broussais si contentano a dare

salassi, sanguisughe, diete; gli omeopati seguaci di Hahnemann sono dei filantropi che

distribuiscono le pillole gratis”40 Così scrive un farmacista catanese nel 1844 e l’icastica

asserzione è una risposta convincente a quanti auspicavano la diffusione dell’omeopatia e il

declino della polifarmacia41.

37 François–Joseph-Victor Broussais - bretone, nato nel 1772, fondatore della medicina fisiologica, medico militare nell’esercito
napoleonico - nella malattia non vede niente di estraneo all’organismo bensì solo una disfunzione; nega l’esistenza di patologie
specifiche e sostiene l’ipotesi di una malattia universale -la gastroenterite – a cui riconduce tutte le infermità. La terapia è costituita
da dieta e salassi; il suo “vampirismo” ispira un personaggio letterario di Balzac, quasi caricaturale.
38 “A Catania sino al 1821 si dettava nell’università con alcune modificazioni, la teoria del controstimolo di Giovanni Rasori […].
All’inizio del 1821 penetrano in Sicilia le opere del Broussais, che produssero una rivoluzione nella repubblica medica […]. La
scuola medica di Catania abbracciò il sistema di Broussais con alcum modificazioni”. Così afferma il medico catanese Buscemi
(Buscemi 1842, p. 15). Il protomedico generale, professore Antonino Di Giacomo, dal 1825 impartisce ai discenti lezioni che
modificano la dottrina di Broussais. Antonino Di Giacomo è l’autore del Discorso sullo stato attuale della medicina in Sicilia, e sui
mezzi di meliorarla… recitato nella Gran Sala della R. Università … per l’inaugurazione del nuovo anno scolastico 1830-1831,
Catania, dai torchi della R. Università degli Studj, 1831.
39 Samuel Hahnemann pubblica nel 1810 la prima edizione dell’Organon della scienza medica razionale. In Italia le teorie
omeopatiche sono diffuse nel 1822 a Napoli dal medico delle truppe austriache, Georges Necker, allievo di Hahnemann. Attorno a
Necker si raggruppa un nucleo di dottori napoletani che fonda la Clinica Omeopatica nell’ospedale della Trinità. Si occupano di
omeopatia G. Gaimari, B. Quaranta, L. Chiaverini, G. Coen, Cosmo M. De Horatiis. Un detrattore dell’omeopatia è G. Tommasini.
(Nunzio Greco, p. 22). In Sicilia, l’omeopatia viene diffusa da Placido Portal ( un medico di cui si riparlerà nelle pagine seguenti) che
pubblica “Cenni del dott. Placido Portal sulla medicina omeopatica del dottor Necker”, in “Giornale…, Palermo, tomo 3, 1823, fasc.
7,pp. 67-71”
40 Lettere, 1844, p. 9.
41 Una vasta eco di questi temi si ritrova anche a Napoli, dove nel 1832 molti auspicano la semplificazione del prontuario
farmaceutico (ricettario) e criticano la polifarmacia, perché dispendiosa. Nunzio Greco, p.20 e p 27.
E’ all’ombra di questo mutato quadro culturale e della rottura dei principi cardine della medicina

dell’antico regime che si moltiplicano le esortazioni dei patologi all’uso dei farmaci naturali42.

Queste tendenze culturali si consolidano a metà Ottocento, quando si afferma l’uso dell’acqua,

delle sorgenti termali, della balneoterapia per la profilassi e la cura delle malattie43.

Il nichilismo terapeutico prende piede e come corollario porta con sé la consapevolezza che,

sebbene la natura sia sanatrice, certe piante facciano più danni dei mali che pretendono di curare.

Comincia quindi a diffondersi l’opinione che le erbe creano lesioni all’organismo se

malaccortamente usate. Nel 1856 i giornali italiani pubblicano la notizia che i mormoni

dell’America del Nord si sono sbarazzati dei medici, e per curarsi usano semplicemente l’olio

d’oliva e poche erbe. I risultati sono miracolosi (si usa proprio questo termine)44.

Nel 1863, l’omeopatia è trionfante e ad essa si abbinano bizzarramente la pratica erboristica, il

sonnambulismo, il magnetismo. “Il sonnambulo magnetizzato conosce intuitivamente i bisogni

degli ammalati, e conosce istintivamente le proprietà delle erbe” che, per esser piùm salutari,

devono esser prese “in forma omeopatica”45. Così si legge in uno strampalato manuale, stampato

42 Nunzio Greco, p. 28
43 Nel Mezzogiorno l’interesse per lo studio delle acque è notevole. Il 16 agosto 1817, il tenente generale Giuseppe Parisi e Teodoro
Monticelli, rispettivamente presidente e segretario della Reale Accademia delle Scienze, chiedono al re l’autorizzazione di poter
analizzare le acque minerali e termominerali del regno. I soci dell’Accademia sono autorizzati a servirsi dei gabinetti dell’università e
dell’Orto botanico di Napoli per effettuare esperimenti. Gli studi di idrologia proseguono sotto la direzione del marchese di
Pietracatella. (Cfr Nunzio Greco, che parla delle indagini in Calabria). I mineralogisti Teodoro Monticelli e Nicola Covelli, studiosi
attenti del Vesuvio e delle acque che sgorgano in terreni lavici, indagano anche la mineralogia etnea e ne danno conto nel saggio, a
firma di Teodoro Monticelli, “Analisi chimica da lui fatta con N. Covelli del fango eruttato dall’Etna, a paragone con quello di altri
Vulcani”, in “Giornale di scienze letteratura arti per la Sicilia, t. II, a. CTL, p.201. A Catania, il medico Francesco Scavone crede
fermamente alla validità dell’acqua minerale a scopo terapeutico, mentre: “i proseliti della polifarmacia credono favole le cure
strepitose che si ottengono dall’uso esterno ed interno delle acque minerali”. (De Gaetani 1840, p. 34). In Sicilia, a lungo rimase poco
praticato l’uso interno delle acque minerali; mentre era abbastanza noto l’uso esterno delle acque di Termini, Cefalù, Sclafani;
Sciacca e Alì. Nel 1840 il chimico catanese Gaetano De Gaetani crede che le acque minerali possono essere usate contro le malattie
croniche e, dopo aver elencato le celebri acque minerali straniere, cita le più famose acque termali e minerali presenti in Sicilia. De
Gaetani 1840, p.. 37..
44 Francesco Guidi, Il magnetismo animale considerato secondo le leggi della natura e principalmente diretto alla cura delle
malattie, 2. ed., Milano, F. Sanvito, 1863, p. 302. Ancora oggi i Mormoni vengono presi ad esempio da medici americani per
diffondere, a scopi salutistici e dimagranti, l’uso del digiuno, ritualmente praticato un giorno al mese in quella comunità religiosa.
45 Francesco Guidi, Il magnetismo animale considerato , cit. p. CTL
a Milano e baciato da grande successo editoriale, ma, credo, di debole attendibilità scientifica46.

In esso la scienza sperimentale retrocede e cede il passo all’inesplicabile. Il suo autore,

Francesco Guidi, tenace propugnatore del mesmerismo, per le sue idee eterodosse è considerato

un nemico della Chiesa; i suoi libri sono messi all’Indice e considerati fanatiche esaltazioni da

“La Civiltà Cattolica”, periodico espressione di un potere religioso che temeva che si spiegassero

con mezzi naturali cose fino ad allora tenute per soprannaturali47.

Le poderose pubblicazioni di Francesco Guidi (estranee, ma coeve, alla diffusione dello

“spiritismo” e alla moda dei “tavolini che ballano”), entrano nel terreno dei fluidi sottilissimi,

imponderabili, incircoscrivibili, che influenzano uomini e piante48.

INFLUENZA DEI FLUIDI SUGLI ORGANISMI VIVENTI

L’idea che il mondo sia come un laboratorio, ossia un immenso alambicco nel quale si verificano

grandi mutazioni e trasmutazioni non è affatto nuova, ma tutta interna alla cultura scientifica

settecentesca che eredita questa concezione dal Rinascimento

46 Francesco Guidi, Il magnetismo animale considerato , cit . Il volume ha come punti salienti i capitoli dedicati alla “terapia e
farmacologia dei sonnambuli”, con la nomenclatura e le virtù delle principali piante medicinali prescritte dai sonnambuli in forma
omeopatica, cioè in “globuli e deluzioni” (cap. 21, pp 200 e ss:). Alle pp. 304-311 è riportato l’indice patologico e sono elencate
cento piante sanatrici messe in relazione a determinate malattie: Aconito Napello, Agarico, Agnus Cactus, Aloe ecc. Compaiono
piante assai usate a quell’epoca: il giusquiamo, il sommaco, il tossicodendro, la viola tricolorata e la violetta odorifera. Francesco
Guidi ritiene che tutte le malattie possano essere curate, anche quelle mentali (alienazione, incubi, demenza) e le malattie delle
donne, “tra cui i patemi d’animo in conseguenza d’amore infelice”.
47 La Chiesa cattolica condanna gli “abusi” del magnetismo fin dal 1841; si ritiene che le “femminette” vengano maniplolate (in tutti
i sensi) dai magnetizzatori. Contro di essi, il cardinale Macchi firma una Enciclica della suprema Sacra Romana e Universale
Inquisizione, indirizzata a tutti i vescovi, datata 4 agosto 1856. In questo contesto è messo all’Indice il libro di Francesco Guidi
Trattato teorico pratico di magnetismo animale, considerato sotto il punto di vista fisiologico e psicologico, Milano, Carlo Turati,
1851. Uno sprezzante giudizio riguardo l’opera di Francesco Guidi Magnetismo animale e sonnambulismo magnetico è in “La Civiltà
Cattolica”, Roma, 1853, p. 135.
48 “Infatti nella natura tutto è emissione, traspirazione, respirazione, esaltazione, pressione. - Il mondo, per così dire, è un vasto
lambicco, d’onde la natura, quale eccellente chimica, estrae tutte le cose -. L’uomo è legato all’intera natura, è in contatto col sole e
colle stelle più lontane, sia per mezzo delle loro emanazioni dirette, sia per mezzo dei corpi intermedi che ce le trasemttono”. Con
questo linguaggio, debitore della filosofia ermetica, Francesco Guidi spiega la sua particolare visione del mondo, Il magnetismo
animale considerato secondo le leggi della natura, cit., p. 81.
Una tale visione della natura, aggiornata dalle più recenti acquisizioni scientifiche, si ritrova

anche negli scritti di Rosario Scuderi, un giovane medico di Viagrande autore nel 1794 di una

Introduzione alla Storia della medicina antica e moderna in cui chiaro è il contatto con

l’ambiente culturale napoletano più aperto a temi inerenti l’influenza dei fluidi imponderabili

sull’uomo e su gli altri esseri viventi49.

Proprio questo tema – cioè l’influsso dei fluidi (elettrico, magnetico, calorico, luminoso) - è un

terreno di studio che è stato già sperimentato da tempo all’estero. Fluidi quali l’elettricità e la

forza magnetica (gravità e magnetismo terrestre) sono stati indagati fin dal Seicento per i loro

influssi sulla fisiologia e sulla patologia. Applicazioni mediche risalgono già al tempo della

scoperta della boccia di Leida, e di altre macchine di elettricità statica. Le sperimentazioni

vengono estese anche al mondo vegetale. Largo uso di fitomagnetizzazione (cioè

magnetizzazione con il mezzo di vegetali) hanno fatto il De Puységur e Gautier Aubin50. Il

magnetismo viene applicato con successo alla guarigione degli animali da Deleuze, professore di

storia naturale del Giardino delle Piante di Parigi51. Le piante vengono esposte all’elettricità,

oppure si ritiene utile schermarle: è suggestivo ricordare che a Parigi - a detta di alcuni - gli

ortolani tenevano nei sotterranei l’Agaricus Campestris (cioè il fungo prataiolo) per difenderlo

dall’elettricità del tuono52.

49 Rosario Scuderi nella Introduzione alla Storia della medicina antica e moderna, (Napoli, Giuseppe Maria Porcelli stampatore
della R. accademia militare, 1794; riedito in altre città nel 1800, 1824, 1831), afferma che nella natura vi è un principio vitale che si
sostanzia nei processi della respirazione, traspirazione, circolazione, creazione del “calore animale”, eccitabilità nervosa, fluidità
linfatica, secondo la” teoria della animalizzazione”. Scuderi si inserisce nel percorso scientifico indicato dalla dottrina organica,
mesmriana, nella quale l’organismo vivente è soggetto ad un principio vitale collegato al fluido e alla forza universale.
50 Francesco Guidi, CTL, p. 534. Gautier Aubin è autore Du magnétisme et du somnambulisme (citato da J.-E.-M. Miquel,“Bulletin
général de thérapeutique médicale, chirurgicale, obstétricale”, vol. 30, Paris, chez le rédacteure en chef, éditeur, 1846, p. 498). Il
contesto culturale che suppone l’influenza dei fluidi sull’uomo (ipnotismo, chiaroveggenza) è stato indagato da Clara Gallini, La
sonnambula meravigliosa. magnetismo e ipnotismo nell’Ottocento italiano, Milano, Feltrinelli, 1983 e, più recentemente, da Luigi
Traetta, La forza che guarisce. Franz Anton Mesmer e la storia del magnetismo animale, Bari, Edipuglia, 2007. Ringrazio David
Armando per l’indicazione bibliografica.
51 Francesco Guidi, Il magnetismo animale considerato secondo le leggi della natura, cit., p. 15:
52 Biondi Giunti, p. 32.
La curiosità per i “fluidi imponderabili” condiziona gli studi dei naturalisti siciliani. Le

conoscenze sperimentali sull’“elettricità dei nervi” sono diffuse a Catania nel 1785 da

Bartolomeo Ganci, “incisore anatomico” dell’università53. Fin dal 1794 il medico Rosario

Scuderi rende nota la “ammirabile scoperta dell’elettricità animale” e mostra di conoscere

l’occasionale scoperta fatta a Napoli da Domenico Cotugno, divulgata dal protomedico Giovanni

Vivenzio54. Nell’ateneo catanese vegono compiuti esperimenti 55. Il docente di chimica, Carmelo

Maravigna, che nel 1811 pubblica Del Galvanismo, e dell’Elettricità metallica56. Dal 27 aprile al

primo giugno 1812, Carlo Gemmellaro assiste a Londra alle lezioni di Humphry Davy (1778-

1829), il padre dell’elettrochimica, e, ritornato a Catania, diffonde forse le nozioni acquisite circa

le applicazioni tecnologiche della pila voltaica57. Nel 1815 il medico catanese Pietro Russo parla

di implicazioni sociali nell’eziologia della tubercolosi, seguendo una tesi di Rousseau ripresa dai

53 Ganci 1785.
54 Rosario Scuderi, Introduzione alla Storia della medicina antica e moderna, cit., p. 184. Il celebre medico Cotugno è testimone di
una straordinaria esperienza: incidendo con il bisturi il nervo diaframmatico di un topo vivo, viene colpito da una scarica elettrica
nelle braccia e al petto; la scarica è talemente forte che la sua muscolatura ne risentì per più giorni. Cutugno descrive questa sua
esperienza in una lettera indirizzata al protomedico Giovanni Vivenzio ed è quest’ultimo che la pubblica nel 1784 assieme ad un
saggio di Tiberio Cavallo (scienziato, emigrato da Napoli a Londra). Prima della scoperta di Luigi Galvani (1791) si credeva che il
“fluido elettrico” (elettricità animale) fosse “proprietà singolare ed esclusiva della torpedine e dell’anguilla tremante”.
55 Gli effetti dell’elettricità per strofinio sono studati da Giacomo Zappalà Cantarella (1752-1817) che nel 1783 fa costruire una
macchina elettrostatica ed esegue esperimenti già tentati da Giuseppe Saverio Poli e da padre G. B. Beccarla e, 40 anni prima,
dall’abate Noll---CTL a in Francia. (Alberghina 2000 p. 32). Nel 1785 Giacomo Zappalà Cantarella pubblica un’opera su effetti dei
fulmini sul corpo umano CTL. Nel 1796 il padre minorita Francesco Landolina Trigona, (dal 1794 professore di fisica sperimentale)
incarica l’artigiano Carmelo Trucco di costruire in città una macchina pneumatica e nel 1799 commissiona allo stesso artigiano una
macchina elettrica, usata soprattutto per le dimostrazioni in pubblico, eseguite nel Palazzo degli Studi. Francesco Landolina Trigona
faceva anche esperimenti di chimica come quelli relativi allo sviluppo in storte (sic) di gas idrogeno ed ossigeno, ottenuti facendo
agire “olio di vitriolo” sulla limatura di ferro. (Cfr. Alberghina, 2000, p. 32). Francesco Landolina Trigona era Accademico degli
Etnei e dei Gioviali. Morì a 50 anni il 29 luglio 1814. Alberghina 1999, p. 64.
56 Il trattato (Catania, 1811, tomo I con 1 tav.) è uno dei libri di testo del corso di Chimica e Farmaceutica; altro volume adottato
nell’ateneo catanese era l’opera di Antoine François Fourcroy, Filosofia chimica o verità fondamentali della chimica moderna, 3
voll., Catania, Gioacchino Pulejo, 1796 (il primo tomo) con commenti di Giuseppe Mirone e Carmelo Maravigna. Il programma della
cattedra di Chimica negli anni Trenta è conservato in Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 276.
57 La presenza del naturalista catanese a Londra è attestata da Gemmellaro 1823, p. 18n. ed è ricordatata anche da S. B.-P., [1837].
L’invenzione della pila fu resa nota da Alessandro Volta nel 1800. Il Davy, usando la pila voltaica per portare vari metalli
all’incandescanza (1802), scopre il principio dell’arco elettrico persistente e ne fa pubblica dimostrazione (1808).
seguaci di Mesmer58. Nel 1827 nella stampa locale si legge che “gli esseri organici” subiscono

l’influenza delle condizioni atmosferiche, dei fenomeni vulcanici e delle meteore59. Il professore

Andrea Scigliani, nel 1833, si occupa della generazione spontanea degli insetti per mezzo del

voltaismo60. Nello stesso anno il dottor Antonino Di Giacomo ritiene che la causa delle febbri è

la “costituzione atmosferica”, ovvero ciò che Ippocrate chiama Divirum in aere latitans, ossia le

vicissitudini metereologiche, le eruzioni vulcaniche, i terremoti, ed altri fenomeni “elettrici”61.

Nel monastero benedettino di Catania, il cassinese Giacomo Maggiore fa sperimentazioni di

galvanoplastica62. Santoro Mirone, brillante studente di botanica dell’anno accademico 1851-52,

soggiorna lungamente per studio a Parigi e, convinto che l’elettricità possa giovare per debellare

le infermità, introduce a Catania l’elettricità medicale63. Gaetano De Gaetani nel 1866 pubblica

58 Vedi le considerazioni di carattere igienico morale presenti nell’opuscolo Discorso Accademico del dott. Pietro Russo membro del
Collegio di Filosofia e medicina nell’università di Catania sulla questione perché la tisi polmonare è divenuta così frequente a’
nostri giorni, e quali sarebbero i mezzi di garantirsene, Catania, dalla stamperia dell’università per Francesco Pastore, 1815. Fin dal
1785 circola l’opinione che certe malattie sono radicate nel malessere sociale: in questa convinzione è evidente e visibile l’influsso di
Rousseau del Discorso sull’origine della diseguaglianza, le cui tesi sono state riprese dai seguaci di Mesmer: rispetto ad una
situazione naturale di armonia è la società che produce le tentazioni e rende l’uomo perverso. David ArmandoCTL.
59 Così si legge in un saggio postumo di Rosario Scuderi “Cenno sui segni metereologici, che si osservano nella plaga meridionale
dell’Etna, ne’ vari cambiamenti atmosferici” in “Giornale di Scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, anno 1827, p. 38. L’influenza
benefica dell’attività vulcanica sull’agricoltura è supposta da Michele Torcia, membro della r. Accademia delle Scienze di Napoli,
che, riguardo ad una eruzione dell’Etna, scrive: “Fra gli effetti futuri poi di tale fenomeno bisognerà aspettarsi in autunno
un’abbondante superfetazione di fiori e frutta nelle piante […]. L’immensa quantità di fuoco elettrico o elementare di cui è rimasto
gravido l’etereo seno dell’aria, rende probabile anche questa volta il solito fenomeno della botanica superfetazione [… giacché] la
natura ha destinati i vulcani non solamente come emissari del sistema fisiologico del globo terrestre, ma anche come conserve del
fuoco elementare”. Vedi “Relazione dell’eruzione fatta dall’Etna il giorno 18 luglio 1787”, in “Opuscoli scelti sulle scienze e sulle
arti”, di Carlo Amorelli e Francesco Soave, tomo X, Milano, Guseppe Marelli, 1787, pp. 429-432; la citazione è alle pp. 431-432.
60 Alessio Scigliani conosce gli esperimenti fatti da Andrea Grosse. Coco Grasso, CTL necrologio di Alessio Scigliani.
61 Antonino Di Giacomo nel saggio De Febre per varias Siciliae plagas …(Catania, 1833) ritiene che “la costituzione dell’aria più
della natura dei cibi, delle bevande, dei miasmi influenza la produzione di epidemie”. L’opinione è accolta nella recensione scritta da
Antonino Greco in “Effemeridi scientifiche e letterarie”, 1834, pp. 308-316.
62 Alberghina 2002, p. 58. I trattamenti di galvanoplastica risalgono al 1838, dovuti a Jacobi.
63 Santoro Mirone, assieme ad altri studenti meritevoli, è elogiato dal docente di botanica (Archivio storico università, Fondo
Casagrandi b. 854). Dopo il suo soggiorno in Francia, tornato a Catania, Santoro Mirone sottopone all’elettricità medicale i suoi
pazienti, per lo più donne. Pubblica le sue osservazioni, fatte nel corso di tre anni.CTL TITOLO. L’opera è uno splendido
collegamento tra mondo femminile, malattie nervose e isteria. Osservazioni simili erano state già fatte da Alexandre Edmond
Becquerel e Guillaume Benjamin Duchenne (1806-1875), che, tra l’altro, pubblicò a Parigi nel 1862 un Album di fotografie
delle osservazioni fenologiche e, pertanto, descrive i rapporti tra il risveglio vegetativo e l’indice

di calore64.

Si può dunque dire che i fluidi, in senso lato (elettrico, magnetico, calorico, lumininoso),

sostanziano gli scritti di alcuni naturalisti catanesi. Quest’ultimi – ed è questo un punto nodale,

su cui si tornerà ancora più oltre -, quando descrivono i particolari caratteristici della flora etnea,

sono persuasi che vi sia un legame – una sorta di fluido, un principio unificante - che concatena e

armonizza territorio, persone e piante65. Essi ritengono che sia l’Etna a rendere particolari i

siciliani. La presenza del vulcano –si legge nel 1850 – accende negli abitanti “la sacra favilla”

per gli effetti del calore circolante nell’atmosfera e “gli effluvi ignei [che] entrano nella

composizione degli animali, e de’ vegetabili, molto contribuiscono, ad accrescere mobilità nelle

fibre, fuoco nella fantasia, slancio nell’entusiasmo, e vivezza nella facoltà morali”66.

Concetti come questi sono più volte affioranti negli scritti dei naturalisti catanesi, giacché in essi

più volte emerge la percezione del necessario rapporto tra i fatti fisici e gli antropici,

l’integrazione tra paesaggio e storia. Facile intuire che queste deduzioni possono sfumare in una

corrente di pensiero tesa all’esaltazione delle specificità locali, anche in senso politico, come in

parte dimostra lo sviluppo delle vicende politiche del tempo.

patologiche. Santoro Mirone è anche autore Delle acque marine e della loro convenienza in igiene ed in terapia, Catania, Coco,
1864, 40 p.
64 La fenologia è la branca della biologia che studia i rapporti tra clima e fenomeni che si manifestano periodicamente negli
organismi, soprattutto piante ed insetti, cioè organismi incapaci di regolare la propria temperatura in modo indipendente da quella
ambientale. Questo aspetto della biologia è indagato dall’astronoma Caterina Scalpellini, che pubblica Sulle osservazioni
fenologiche: regno animale e regno vegetale: un invito all’Italia scientifica, Roma,. Tip. delle belle arti, 1867, 11 p, estr.da:
“Giornale accademico”, s.n., t. 50 . Nel 1888 osservazioni fenologiche vengono fatte nell’Orto botanico di Palermo e vengono
pubblicate nel giornale del consorzio agrario. Ancora oggi la fenologia è un ramo molto studiato: esistono studi su specie agrarie, sul
mutevole aspetto delle piante coltivate durante il ciclo biologico di prati, pascoli, semine, in collegamento con ricerche podologiche.
Sebbene abbia un rigoroso statuto epistemologico nel 1884 la fenologia viene anche utilizzata per fare paralleli tra Napoleone e
Garibaldi!
65 L’idea che tra gli esseri della natura c’è un continuo scambio di fluidi, aromi, effluvi, vita, è propria dell’Anima Mundi, una
concezione filosofica conosciuta da Egizi, Pitagora, stoici, Platone, neoplatonici. Tale concezione filosofica è ripresa da Schelling in
epoca romantica. Francesco Guidi, Il magnetismo animale considerato secondo le leggi della natura e principalmente diretto alla
cura delle malattie, Milano, F. Sanvito, 1860, p. 81.
66 Coco Grasso 1850, p. 15.
LE ERBORIZZAZIONI ARCHEOLOGICHE

Il modus operandi dei naturalisti catanesi è singolare. Quando vanno in campagna a raccogliere

erbe, piante, fiori, pensano al passato, alla storia, più che alla botanica. Considerano

fondamentale il rapporto delle piante con l’ambiente e con la storia.

L’asserzione richiede una spiegazione. Per far questo, prima bisogna considerare che la prima

tappa del lavoro del botanico è l’esplorazione e la raccolta selettiva delle piante in natura

(“erborizzazione”)67. Tutti gli elementi dell'organismo vegetale sono oggetto di studio: radici,

foglie, fiori e frutti. L’attenta osservazione è accompagnata dalla identificazione della pianta

stessa. L’osservazione della natura deve esser attuata in tutti i periodi dell’anno, perché anche ai

botanici più attenti, che ritornano diverse volte ad “erborizzare” nello stesso luogo, sfugge una

nuova pianta; così capita che un altro botanico può scoprire nuovi generi e specie, che rinviene

negli stessi siti visitati in precedenza da altri.

I naturalisti catanesi di inizio Ottocento, conoscono bene il modus operandi dei botanici. Fanno

escursioni in campagna per raccogliere in tutte le stagioni le piante locali, che poi descrivono in

Flore etnee. Sono consapevoli che classificare e nominare sono elementi imprescindibili per la

trasmissione delle conoscenze. Identificano le piante per dare loro un nome scientifico esatto, le

organizzano raggruppandole in base alle loro affinità strutturali, ne individuano i loro costituenti

chimici (eseguono analisi Carmelo Maravigna, Paolo di Giacomo Castorina e Gaetano De

Gaetani).

Alcuni cultori di botanica - Giuseppe Maria Cosentini, Alessio Scigliani, Gioacchino Geremia,

Lorenzo Coco Grasso – sono però singolari per una loro caratteristica, in quanto il loro sguardo

67 La raccolta delle piante richiede delicatezza e i botanici del XIX secolo escogitano metodi per riporre e non sciupare le piante
appena raccolte nelle escursioni. Una cassettina di latta con nastri e anelli èil metodo suggerito dalla scienziata franco-britannica J.
Power che, negli anni in cui vive a Messina, visita a scopo naturalistico-culturale la Sicilia. Le sue impressioni CTL Itinerario della
Sicilia, 1838, riedito 1995 p. 267.
indagatore li porta ad “erborizzare” esclusivamente nelle località del circondario di Catania dove

esistono resti archeologici; proprio a voler rimarcare la connessione tra le caratteristiche del

territorio, le peculiarità della vegetazione (di come cioè le piante si associano tra loro), e le

testimonianze documentarie del passato. Questa abitudine di “erborizzare” lì dove ci sono resti

archeologici è una forma del tutto particolare di naturalismo-antiquario68.

I dettagli su questo modo inconsueto di esercitare la scienza botanica ci vengono da una

testimonianza biografica su Giuseppe Maria Cosentini (il già ricordato autore del manoscritto

“Dimostrazione per provare di curarsi facilmente le malattie con l’uso delle piante indigene, che

respirano quella medesima aria che noi, che non le esotiche”). La testimonianza sul botanico

catanese merita di esser riportata nella sua interezza:

“Egli [sott.: Giuseppe Maria Cosentini] spesso portavasi ad erborizzare, ora presso S. Sofia, ne’

dintorni di Inessa, che i nostri padri dissero Etna, della quale conserviamo delle medaglie de’

tempi di Jerone primo, con la epigrafe AITNAION, presso il ponte di San Paolo vicino il fiume

Teria, secondo osserva il Carrera, e come sennatamente scrive il classico ed erudito osservatore

della catanese storia cav. Vincenzo Cordaro Clarenza, vivente per onore di quella inclita città.

Ora nel locale detto la Coda della Volpe ove il Simeto nostro dona foce ne’ nostri mari; ora

presso l’Agnone, e propriamente ove, secondo Diodoro di Agira e Fazzello (sic), esisteva

Morganzio, le medaglie della quale perduta città si derivano dall’abate Amico, dal Carrera, da

Paruta, e Torremuzza, quali abbiamo qui veduto presso il teatino rev. p. don Placido Palmieri

classico nella numismatica, pronto a render di ragion pubblica molteplici monete inedite; ora

68 Il naturalismo antiquario si sviluppa a seguito della diffusione delle idee di Vico, il filosofo che ha postulato la continuità tra
scienze umane e scienze esatte nella comune subordinazione alla storia. La visione diretta dei luoghi, la raccolta e il confronto dei
campioni, l’uso delle fonti antiche sono le tre fondamentali tappe che contrassegnano l’agire del naturalista antiquario. In Francia,
Buffon è il primo a teorizzare l’omologazione tra metodo antiquario e metodo naturalista. La storia è insieme storia della terra e
storia dell’umanità. La storia diventa disciplina fondante e unificante di studi apparentemente molti distanti come chimica, geologia,
filologia. CTL tesi. I massoni sono precoci fondatori di una disciplina archeologica basata su criteri sistematici analoghi a quelli degli
studiosi di scienze naturali. Marcello Fagiolo (a cura di), Architettura e massoneria. L’esoterismo della costruzione, Roma, Gangemi,
2006, p. 164.
presso il Capo S. Croce, e S. Maria di Donia; nelle contrade di San Giacomo, e del Milo a Nord

di Catania, presso Zafferana Etnea”69.

Il brano appena trascritto ci introduce in un mondo in cui la botanica abbraccia l’archeologia, le

civiltà indigene della Sicilia antica, la numismatica greca, l’erudizione classica. I luoghi scelti

per “erborizzare” sono, infatti, quelli legati a fatti storici del lontano passato. Inessa è la città di

incerta collocazione (per alcuni è da identificare nel territorio tra S. Maria di Licodia e Paternò)

sorta dopo la conquista di Catania da parte del tiranno Gerone I di Siracusa, tra il 476 e il 461 a

C. Lo storico Tucidide chiama questa città Aetna, che è l’altro nome di Inessa. Il fiume Teria,

ricordato da Ateneo, corrisponde alla Giarretta70. La località S. Paolo è la foce del Simeto, un

fiume con sponde ricche di storia. L’Onobola (cit. da Appiano) è l’antico nome che i Romani

diedero al fiume Alcantara71.

Il botanico Giuseppe Maria Cosentini, dunque, va ad “erborizzare” lì dove lo conduce la storia.

Se un vero spirito scientifico lo avesse mosso egli sarebbe andato lì dove le piante crescono, a

prescindere da qualsiasi altra considerazione inerente le memorie storiche del territorio.

Ovviamente – si potrebbe obiettare - dappertutto, o quasi, capita di imbattersi in ruderi

archeologici; è normale per una terra ricca di storia come la Sicilia. Però – di rimando- è più

ovvio supporre che Cosentini agisse sulla base di convinzioni. La pervicace ricerca dell’antico lo

accompagna per tutta la vita. Anche quando diventa anziano (anni Trenta dell’Ottocento) e le

gambe malferme non gli consentono di allontanarsi dalla città, va ad “erborizzare” nelle

69 Lorenzo Coco Grasso, [Necrologio di] “Giuseppe Maria Cosentini”, in “Giornale di scienze, lettere ed arti per la Sicilia”, n. 68,
anno 1839, in particolare p. 169. Lo scritto di Lorenzo Coco Grasso è ristampato con il titolo “Notizie biografiche di Giuseppe
Cosentini” (Palermo, presso il Giornale Letterario, 1840 ). Altra edizione: da F. Solli, 1842.
70 Giarretta, secondo alcuni, è l’antico nome del Simento, secondo altri è un affluente. Per Fazello e Maurolico l’antico fiume Teria è
da identificare con il Simento. Per l’erudito Francesco Strano, invece, la Teria è il fiume di Lentini chiamato Sanleonardo.
71 Domenco Mancino, Archeologia greca, tomo IV, Napoli, nella tipografia della Società Filomatica, 1820.
vicinanze di Catania, lì dove esistono ruderi di epoca romana, o in prossimità del tempio di

Cerere72.

Giuseppe Maria Cosentini vive in un mondo popolato da personaggi che, come lui - appassionati

di botanica e impregnati di cultura classica -, risentono dell’influenza ancora vivificante dei

mitici Campi Iblei, leggendari luoghi che alcuni, come Francesco Ferrara, collocano nella zona

di Augusta, ed altri, come Roberto Sava, nella zona di Paternò.

Le suggestioni mitologiche - che risuonano ricorrentemente - quando sono confermate dagli

scavi contribuiscono alla costruzione di una identità nazionale, così come le scoperte

archeologiche di Ercolano avevano fatto nella parte continentale del regno borbonico73.

Il mito dell’opulenza della natura siciliana, smagliante di colori e profumi, è alimentata dagli

scritti coevi. “Gli abitanti delle sponde del Simeto sono prediletti a Pallade e Cerere”, si esclama

indicando la fecondità del luogo. “Quel ferace suolo, quelle campagne sempre amene e

verdeggianti, olezzanti di grato e soave odore, pella diversità de’ fiori che le smaltano, e pella

squisitezza dei frutti che rendendole celebri sopra ogni altro sito delle nostre sicule terre,

72 Da anziano Giuseppe Cosentini va a raccogliere piante nelle vicinanze di un rudere di epoca romana che affiorava “nella terra
dell’abate di Nuovaluce agli Ammalati in S. Girolamo la Mecca”, un terreno alluvionale limitrofo a quello del marchese di Raddusa,
e non lontano dal lago di Niceti (attuale via Lago di Nicito. Il lago fu ricoperto dalle lave nel 1669 e descritto dal vulcanologo
Giuseppe Recupero). Altri luoghi prediletti per le “erborizzazioni” sono le contrade vicine ad Ognina. Cosentiniraccoglieva anche
piante nel giardino dei padri Cappuccini, in quelli di S. Salvatore, “nella selva dei pp. Riformati di S. Maria di Gesù”; nel giardino
del principe di Biscari “che a suo tempo dirigeva assieme ad altro dell’illustre barone Ciancio, posti non lontano dalla di lui casa”.
Cosentini andava anche ad erborizzare “fuori la Porta del Re, e nello stesso circondario dove un tempo si ergeva il famosissimo
tempio di Cerere che nel 681 dalla fondazione di Roma venne spogliato dal “ladro e impudente Verre”, come ricorda anche Cicerone.
Lorenzo Coco Grasso, “Giuseppe Maria Cosentini”, cit., p. 171.
73 Ad esempio, Lorenzo Coco Grasso si gloria del primato della cultura isolana sull’estera. Nel 1844, descrivendo il teatro “greco” di
Catania, dice che il dramma a Catania nasce prima che ad Atene, perché l’edificio di Catania esisteva già prima dell’arrivo dei greci.
L’anfiteatro di Catania – prosegue - è più antico di quello di Roma, e si deve all’arte edificatoria dei calcidesi. Coco Grasso scrive
queste note in una pubblicazione sotto forma di lettere indirizzate ad un veneziano residente a Napoli. Vedi Silvana Raffaele – Elena
Frasca – Alessandra Greco, Il sapore dell’antico. Regia custodia , Grand tour…. E altro nella Sicilia del Sette-Ottocento, a cura di S.
Raffaele, Catania, Cuecm, 2007, p. 101. L’esaltazione della glorie patrie non è esclusiva dell’Ottocento siciliano. Ancora oggi certa
storiografia, in cerca il riscatto da antiche e coeve dominazioni “straniere”, si bea nel ricordare che il parlamento siciliano è il più
antico d’Europa (ma tralascia di dire che tale istituzione aveva meccanismi di rappresentanza e voto che inceppavano una reale
dialettica democratica nella società).
attirato hanno mai sempre l’attenzione di tutti gli uomini del mondo”74. Non è senza significato

che queste iperboliche espressioni, legate alla scelta metodologica di andare ad “erborizzare”

soltanto dove ci sono testimonianze archeologiche, si leggano nella biografia di Giuseppe Maria

Cosentini (scheda biografica in fase di realizzazione )

Giuseppe Maria Cosentini non è da solo quando va a fare “erborizzazione archeologica”. Si può

supporre che nei suoi giri naturalistici fosse accompagnato dagli allievi, a cui dava lezioni di

botanica a casa sua e, come supplente, all’università, come alter ego di suo fratello Ferdinando,

titolare della cattedra. Molto conosciuto in città anche per il suo ruolo di curato di una abbiente

parrocchia del centro e per esser responsabile degli orti botanici del principe di Biscari e di

Pisano Ciancio, egli stesso ha un giardino pensile nella zona dell’Anfiteatro e vi coltiva specie

rare ed esotiche (e, ciononostante, è convinto che bisogna curarsi con le piante locali: e quindi

dimostra una dicotomia tra ciò che egli dice e ciò che coltiva). Il suo nome è noto anche ad

Acireale, cittadina in cui vive un suo parente, il medico Cristoforo Cosentini, cresciuto in un

ambiente familiare influenzato dalla cultura inglese75. Allo stesso entourage appartiene il medico

catanese Filippo Libra, suo allievo prediletto e destinatario del suo Orto secco76.

74 Lorenzo Coco Grasso, “Giuseppe Maria Cosentini”, cit., p. 166. Che la natura sia stata prodiga in Sicilia è anche affermato da
Gaetano De Gaetani, Roberto Sava , Salvatore Portal e da altri botanici coevi.
75 Giuseppe Maria Cosentini era parente di Michelangelo Cosentino (o Cosentini) un dottore che a fine Settecento era stato
imbarcato a Malta nella Marina come medico. Una nota biografica informa che Michelangelo nasce nei primi decenni del Settecento
ad Aci S.Antonio e studia a Malta, allora floridissima sede dei cavalieri. Diventa medico chirurgo nelle galee prima, del vascello poi.
Come medico di Marina “corre i mari” e “cura qualsiasi laida forma di mali”. Ha modo di visitare vari stati italiani, la Gran Bretagna,
la Spagna, la Francia, Germania, e gli “stati barbari”. Torna nel 1774 e sposa Rosa Strano. Dal matrimonio nascono molti figli tra cui
Cristoforo (considerato “il Raw vivente della parte orientale della Sicilia”. Roberto Sava, Quindicenne ragguaglio di infrequenti
malattie p. 176n.) e Giuseppe (primogenito, nato l’8 sett. 1777): costui va a studiare a Napoli con il grande Santoro Amantea,
Sementini, Cutugno. Torna in Sicilia e, assieme al fratello, nell’ospedale di Acireale opera con “il taglio laterale le persone affette da
pietra”, ovvero per eliminare i calcoli esegue la litotomia. Ben 400 pazienti si sottopongono a questo innovativo tipo di operazione, e
tra questi il poeta Micio Tempio. Il merito dei fratelli Cosentini in questo tipo di chirurgia è riconosciuto a Napoli dal prof. De
Horatiis che ne parla al Dupuytren (177-1835, chirurgo napoleonico), quando venne a Napoli. Giuseppe muore ad Acireale il 6 marzo
1839. Un suo biografo, commemorandolo, ricorda che al tempo dei Volontari siculi Giuseppe era stato chirurgo maggiore del 6.
Di Acireale è anche l’abate Lorenzo Coco Grasso, che rappresenta la principale fonte di

informazioni sulle “erborizzazioni archeologiche”77.

Egli testimonia che a tali “erborizzazioni” partecipa nel 1804 il botanico messinese Antonino

Bernardi Bivona, personalità scientifica di prima grandezza ed allievo di Giuseppe Tineo,

direttore dell’Orto botanico di Palermo78. Alla penna di Lorenzo Coco Grasso è anche legata la

Cacciatori. Notevole anche il suo ruolo nella commissione antivaiolosa. Fu amico del chirurgo Filippo Badalà “che al tempo degli
inglesi stupì a Palermo tutti per aver guarito il re Ferdinando”. Lionardo Vigo, Elogio di Giuseppe Cosentini chirurgo di Aci-Reale,
Messina, stamperia di Tommaso Capra, 1840, estr. dal “Maurolico”, vol. IV, fasc. IV, feb. 1840.
76 Filippo Libra è un medico che studia gli aneurismi, la circolazione del sangue nella giugulare, ecc. Cita le opere di Paolo Assalini
e parla di operazioni eseguite a Napoli nel 1824 e 1825 (“Giornale di scienze, letteratura e arti per la Sicilia, anno, 1832, p 8 e ss.). Il
Libra era in stretto contatto sia con Giuseppe Maria Cosentini sia con il già citato medico acese Cristoforo Cosentini (“Relazione
Accademica per gli anni I e II dell’Accademia degli Zelanti di Aci-Reale di Scienze Lettere e Arti, letta nella pubblica tornata del 14
gennaio 1836 dal segretario generale Antonino Calì Sardo”, Palermo, tip. del Giornale Letterario, 1836, p.46). Un Filippo Libra
Coltraro dona i suoi libri, per lo più di medicina, alla Biblioteca Regionale di Catania, che li possiede ancora.
77 Coetaneo e amico di Giuseppe Maria Cosentini, il più volte citato Lorenzo Coco Grasso è “primo cappellano sacramentale della
metropolitana chiesa di Palermo, e socio di varie accademie nazionali ed estere”. Acese di nascita, studia in gioventù nel seminario
vescovile di Catania e suoi professori sono Cosentini e Pasquali. Cultore di botanica e di agronomia, al suo attivo ha pubblicazioni
relative alla coltivazione delle patate (1834), all’“economia rurale” (1843), alla Dionea muscipula (1843). Vedi Mira CTL. Nel 1840
Lorenzo Coco Grasso (o Grassi) caldeggiò l’inserimento, tra i membri della Gioenia, di Ignazio Rozzi, direttore del “Gran Sasso
d’Italia”, periodico di scienze naturali ed economiche. La documentazione dei rapporti intercorsi tra questi personaggi è in Archivio
di stato di Catania, Accademia Gioenia- lettere pervenute, b. VI, fasc. 16 ( lettera di Coco Grassi datata Palermo 30 marzo 1840) e
fasc. 18 (lettera di Ignazio Rozzi, datata Teramo 12 ottobre 1841). Pur abitando a Palermo, l’abate Lorenzo Coco Grasso mantiene
stretti rapporti epistolari con i suoi concittadini. Torna brevemente a Catania nel 1844, dopo più di 30 anni di assenza. Incontra
vecchi amici ancora viventi: il segretario di intendenza barone Ventimiglia, i professori Fulci, il canonico Geremia, il cav. Agatino
Longo, il dottor Giovanni Sava, Benedetto Cristoadoro, Filippo Libra, Rosario Buscemi, Gaetano de Gaetani, Antonino Insenga di
Catania (sic), padre Giuseppe Antonio Fassari, padre Calcara. Il 19 agosto 1844 si reca nel monastero dei benedettini con il dottor
Gaetano D’Urso, il fratello Raffaele, Calì Sardo, Alfio Lombardi, Domenico Testa. Suo amico è anche un tal Portoghesi. Vedi
Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra Greco, Il sapore dell’antico. Regia custodia , cit., pp. 111-112.
78 Nel 1804 una brigata di amici - capitanata da Giuseppe Maria Cosentini - va ad “erborizzare” sull’Etna assieme al messinese
Antonino Bivona Bernardi . Della comitiva fa anche parte Coco Grasso, che descrive quella escursione in “Giuseppe Maria
Cosentini”, cit., p. 169. Antonino Bivona Bernardi (nato a Messina 24 ottobre 1778 e morto a seguito dell’epidemia di colera del
1837 ) viaggiò in Italia dal 1804 al 1806. Nel 1804 è a Napoli e prende contatti con Petagna e Tenore. Si perfeziona visitando i più
importanti giardini botanici: Bologna (vi si reca con un tal Aldini, che è un amico conosciuto a Napoli), Pavia, Padova e Milano (
dove rifiuta di vedere l’incoronazione di Napoleone), Genova (dove diviene amico del Viviani), a A Pisa, dove stringe amicizia con
Santi e Gaetano Savi ( botanico e professore di fisica sperimentale), a Sarzana (dove conosce Bertoloni). Nel 1806 torna in Sicilia.
Nel 1807 raccoglie erbe sull’Etna e per sette mesi dimora nei paesini etnei. Amico di Antonio Arrosto e di Filippo Parlatore, fu padre
di Andrea. Pubblicò molto. Oltre alla Biografia Parlatore, 1837, su Antonino Bivona Bernardi si può consultare la voce del DBI e,
più recentemente, Alessandro Ottaviani, L’opera naturalistica di Antonino Bivona Bernardi e il dibattito sulla riforma delle scienze
memoria di una avventurosa “erborizzazione” in compagnia del celebre Filippo Parlatore,

nell’impervio Monte Grifone, nella zona occidentale dell’isola, finita quasi in tragedia a causa

della sospettosa diffidenza dei nativi, pronti a lanciare sassi contro i botanici79. Rischi del

mestiere del naturalista - si potrebbe dire – giacché non mancano nella memorialistica episodi

simili, attribuibili all’aristocratica incapacità dei “signori scienziati” ad instaurare relazioni con i

“semi barbari” campagnoli.

I CONDIZIONAMENTI STORICI E LORO INFLUENZA

I condizionamenti storico-culturali influenzano i naturalisti catanesi anche quando osservano le

zone dense di reminiscenze mitiche e archeologiche, tra il corso dei fiumi Alcantara e Simeto.

Quelle campagne, le piante che vi crescono, sono descritte da due cultori di botanica catanesi:

Alessio Scigliani (a cui si deve una “Pomona Etnea”)80 e Gioacchino Geremia (autore di

“Vertunno Etneo, o Stafulografia”) 81.

in Sicilia fra ‘700 e 800, in Maria Teresa Monti, Marc J. Ratcliff (ed.), Figure dell’invisibilità. Le scienze nella vita dell’Italia di
Antico Regime (Atti delle giornate di studio Milano-Ginevra novembnre 2002-giugno 2003), Firenze, 2004, pp. 263-289.
79 La rischiosa “erborizzazione” di Monte Grifone vede per protagonisti il palermitano Filippo Parlatore, un giovane medico che
diventerà sommo botanico, il catanese Alessio Scigliani e Lorenzo Coco Grasso, che ricorda: “Ci ricordiamo che corremmo pericolo
di essere assassinati da alcuni malandrini, dalla pioggia delle sassate dei quali a malostento potremmo sottrarci”. Coco Grasso, 1844,
p. 10n.
80 Alessio Scigliani, “Pomona Etnea ovvero saggio sulle specie degli alberi fruttiferi dell’Etna”, “Atti dell’Accademia Gioenia ”, n. 94,
1831 (oppure 1834 CTL), tomo 8, fasc. 1, pp. 53-97. Scigliani interrompe l’opera e pubblica solo la parte relativa alle ciliegie. Sulla
scorta di ciò che scrive S. Gerolamo, ritiene che il Prunus cerasus sia stato portato in Sicilia dai Romani ed arrivato ai tempi di Lucullo,
nel 680 dalla fondazione di Roma. Scigliani analizza il ciliegio sotto tutti gli aspetti: usi, proprietà farmaceutiche, vantaggi economici. Il
31 agosto 1831 legge alla Gioenia la memoria “Pomona Etnea” e fa gustare“l’acutezza dei sapori e consistenza di quella polpa con le
parole”.
81 Gioacchino Geremia, “Vertunno etneo, ovvero stafulografia, storia delle varietà delle uve che trovansi nei dintorni dell’Etna”,
“Atti dell’Accademia Gioenia”, parte I (vol. 10, n. 125, 1835, pp. 201-221), pate II, (vol. 11, n. 143, 1836, pp. 313-340), parte III
(vol. 14., n. 189, 1839, pp. 3-67). Gioacchino Geremia trova in Sicilia parecchie varietà di uva Greca propriamente detta, Greca
napoletana, Greca di Termini ecc. che descrive in “Osservazioni geognostiche ed agronomiche su i vigneti etnei seguito della
Pomona etnea”, Palermo, Giornale letterario, 1834 (21 pagine soltanto). Gioacchino Geremia è anche autore di numerosi saggi, tra i
quali: “Alcune idee statistiche sui vini del distretto di Catania, e sui melioramenti che riguardano l’economia enologica, seguito di
Pomona Etnea”; pubbl. nel tomo XI delle Effemeridi; “Osservazioni geognostiche e agronomiche sui Vigneti Etnei”, “Giornale di
Scienze Leteratra e arti per la Sicilia”, gennaio 1834, pp. 91-97; feb. pp. 186-193, (cit. in Bibliografia Italiana, ossia Elenco generale
delle opere d’ogni specie e d’ogni lingua stampate in Italia e delle italiane pubblicate all’estero, Nuova serie, anno III, Milano, presso
I titoli delle loro opere, risentono del potere dell’antico82.

Infatti, nella mitologia classica greca e latina Vertunno è il dio dei giardini (è noto il quadro di

Arcimboldo che ritrae Rodolfo II in veste di questa divinità); Stafulo è figlio di Dioniso;

Pomona, cantata da Ovidio, è la dea romana dei frutti, non solo quelli che crescono negli alberi

ma anche dell’olivo.

Le parole che risuonano tra quei botanici sono dunque quelle dell’erudizione83. Ma non per

questo bisogna supporre che quei naturalisti vivessero guardando al passato senza porsi i

problemi del presente. I bisogni del commercio e dell’industria sono ben vivi, ad esempio, in

Alessio Scigliani, un economista che sostanzia di specifici connotati politici la sua opera: sia

quando si occupa di pubblica istruzione, e mira a fare dei siciliani dei cittadini europei84; sia

quando combatte il privilegio e l’abuso, realizzando penetranti indagini statistiche tese

Ant. Fort. Stella e figli., 1837, p. 227). Fu anche autore del discorso Sui vantaggi dell’unità cattolica nel presente stato morale e
patologico d’Europa, Napoli, 1837, in 8., 16 p. Gioacchino Geremia era un ecclesiastico. Nel 1827, al tempo in cui era diacono,
ottiene un Breve da Leone XII, datato 27 marzo 1827, con il quale gli viene concessa la dispensa di età per accedere al sacerdozio.
Catania, Archivio Storico Diocesano, Ordinazioni sacre, 1827 (su internet). Sospettato dall’intendente di esser un liberale, il canonico
(e abate) Gioacchino Geremia fu arrestato intorno al 1852. Amico del vescovo Ragano (fonte:internet De Gregorio); nel 1863
insegna lett. Italiana all’università.
82 L’ impulso verso l’antico è espediente per fare della retorica nazionale. In tutta la cultura meridionale, da Vico a Pagano e Cuoco,
è diffusa l’idea che l’area mediterranea e l’antico territorio italico era sede di una grande civiltà, il cui ricordo si rafforza con l’azione
congiunta dello spirito del luogo o genio del luogo. (Carla De Pascale, Stato e costituzione in G. D. Romagnosi, in Costruire lo Stato,
costruire la storia. Politica e moderno fra ‘800 e’900, a cura di Angela De Benedictis, Bologna, Clueb, 2003, pp. 31-58). In Sicilia
la manipolazione della categoria dell’antico si manifesta in un contesto in cui l’ “antichità” sottolinea la preminenza, puntualizzando
primati e precedenze. Spesso il confine tra erudizione e politica non è netto. Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra Greco, Il
sapore dell’antico, cit., p. 8 e p. 21
83 Val la pena ricordare che Giuseppe Maria Cosentini va ad erborizzare “in alcune di quelle contrade descritte dall’ornatissimo
canonico sac. secondario Gioacchino Geremia nel Vertunno Etneo, o Stafulografia, racchiuse in una linea tirata dall’Onobola al
Simeto; siti parimenti enunciati dal prof. Scigliani nella Pomona Etnea, che tanto decora questo rinomato naturalista”. Lorenzo Coco
Grasso, “Giuseppe Maria Cosentini”, cit., p. 169. Scigliani e Geremia, ambedue membri della Società economica di Catania, sono
forse parenti. Lo fa supporre il doppio cognome del letterato di metà Ottocento, Gioacchino Geremia Scigliani, avvocato e professore
di ginnasio, nipote di Gioacchino Geremia Lombardo, autore di un’opera di estetica Del Sublime, ragionamento estemporaneo […]
premiato con medaglia d’oro dall’Accademia Dafnica di Acireale, Catania, tip. del Reale Ospiziom 1857, 26p.
84 Negli anni Quaranta al tema dell’istruzione sono sensibili i componenti della Società economica catanese: Carmelo Maravigna,
Salvatore Scuderi, Vincenzo Tedeschi, Salvatore Marchese, Placido De Luca.
all’aggiornamento dei dati catastali; sia, infine, quando analizza le manifatture locali,

mettendone in luce mediocrità ed eccellenze85.( scheda biografica in fase di realizzazione)

LA VEGETAZIONE E ANALISI CHIMICA DELLE ACQUE

La vita delle piante, la conoscenza della fisiologia vegetale, cominciano ad essere meglio noti

dopo la scoperta della scomposizione dell’aria e dell’acqua ad opera di Lavoisier, di J. Priestley e

di H. Cavendisch. I processi di respirazione e traspirazione chiariscono il nesso tra lo sviluppo

dell’organismo vegetale e la presenza di anidride carbonica e spetta a Lavoisier il merito di aver

intrapreso per primo, nel 1768, gli studi sulla distillazione e sulla crescita delle piante in acqua,

con la dimostrazione che la vegetazione delle piante è dovuta alle sostanze contenute nell’acqua

ed alle particelle presenti nell’aria86.

L’importanza della traspirazione delle piante si afferma rapidamente in botanica. Il principio

della respirazione, la funzione vitale dell’aria, sono studiati dal catanese Francesco Tornabene

che, già prima del 1838, spiega sperimentalmente le cause dell’umor cristallino nelle foglie

seminali delle piante. Lo stesso Tornabene, influenzato dalla dottrina medica dell’eccitabilismo,

studia i moti della irritabilità e la conseguente motilità vegetale87.

In risposta alle nuove conoscenze chimiche, i botanici analizzano le acque minerali ed

enumerano e studiano le piante che crescono in prossimità di fonti d’acqua sorgiva.

85 Alessio Scagliani “Cenni sopra alcuni rami principali d’industria degli abitanti del Valle di Catania”, memoria letta nella Società
economica nella tornata del 20 giugno 1833, in “Giornale di Scienze, letteratura e arti per la Sicilia”, 1833, pp. CTL.
86 F. Abbri, Le terre le acque e le arie, CTL, pp. 84 ss. Lavoisier (1743-1794), partendo dall’analisi dell’aria con l’uso della
macchina pneumatica, riuscì a isolare i gas. La scoperta di idrogeno, ossigeno, azoto, anidride carbonica, dimostra che l’aria non è un
elemento semplice, come voleva l’antica teoria degli elementi e del flogisto, ma un elemento composto. Lo stesso processo di
acquisizione scientifica riguarda l’acqua. Renato Mazzolini, Le scienze della natura CTL in Trentino, pp. 41-
87 Tornabene applica il brownismo alla botanica e, studiando l’anatomia comparata, si convince che il sistema cellulare dei vegetali
è simile a quello dei molluschi, e ancor di più ai midolli dei gasteropodi. Riferendosi alla mobilità delle piante scrive: “c’è una
materia nervosa che concorre all’accrescimento della pianta”. Studia la Portiera Hygrometra e, giovandosi di igrometro, termometro
e orologio, osserva la mobilità della pianta dal 24 al 30 dicembre 1838 (giusto quando il fittissimo calendario liturgico avrebbe
dovuto distoglierlo dalla botanica). Tornabene 1838, pp. 9-10.
Nel catanese, dove sgorgano acque di diversa e varia natura, quelle studiate più precocemente

dai naturalisti dell’ateneo cittadino sono le fonti che serbano tracce di insediamenti umani nei

dintorni.

L’azione condizionante della storia antica e la suggestione dell’archeologia fanno sì che si

analizzino chimicamente innanzi tutto le sorgenti che sgorgano accanto a ruderi88.

Di conseguenza, le prima indagine sulle acque minerali fatta a Catania è quella su una

“antichissima fontana artificiale”, detta dell’Acqua Santa, che sgorga accanto ad un resto

archeologico, per la precisione un cippo sepolcrale di età romana89, nel fondo sub-urbano della

Limosina (o Elemosina), “non a più di un miglio a sud ovest di Catania”90, nell’area dell’attuale

Cimitero e del sobborgo Zia Lisa91, non lontano dal torrente omonimo che scorre nel quartiere

Fossa Creta, in un terreno del principe del Pardo passato poi, per via matrimoniale, ai duchi di

Carcaci92.

88 Le acque che scorrono vicino a resti archeologici del napoletano vengono analizzate da l professor Antonio Migli etta (Carmiano, 8
agosto 1763 – Napoli, 20 agosto 1826) nel Rapporto sulle acque minerali del tempio di Serapide a Pozzuoli, Napoli, 1818.
89 Il cippo sepolcrale “appartenente ai primi tempi della Colonia Romana a Catania” reca una iscrizione che fa supporre l’esistenza
di un diumvirato. “Lettera del cav. Giuseppe Alessi, sopra un cippo sepolcrale dissotterrato nei dintorni di Catania”, “Giornale di
Belle Arti”, a I, Venezia, dalla tip. di Paolo Lampato, 1833. p. 75. Il cippo fu poi donato dalla famiglia Carcaci al Comune ed è oggi
ancora conservato al Museo civico di Castello Ursino. Barbara Mancuso, Castello Ursino a Catania: collezioni per un museo,
Palermo, Kalós, 2008, 104 p., ill.
90 Vincenzo Zuccarello Giuffrida, 1839, p. 198. Il condotto sotterraneo chiamato Limosina è cit. da Igrazio Paternò principe di
Biscari, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, Napoli, nella stamperia Simoniana, 1781, p. 36 (opera più volte ristampata, 2. ed.,
Palermo, Francesco Abate, 1817)
91 Il latinista Santi Consoli (sindaco di Catania all’epoca del celebre Giuseppe De Felice, di cui fu fidato collaboratore) suppone che
il toponimo “Zia Lisa” non derivi dal nome di una popolana del sobborgo, come comunemente si crede. Avanza invece una
suggestiva ipotesi Zia Lisa è la corruzione linguistica di una denominazione topografica di origine greca, che risulta dalle due parole
THEIA ELISIA, che significano “Divini Elysii” cioé il luogo dell’eterna primavera connesso a particolari culti religiosi. Santi
Consoli fu un attentissimo studioso della cultura naturalistica tra 700 e 800: non è escluso che giusto in quell’ambito egli abbia tratto
l’ipotesi linguistica sul toponimio, che riporta in Sicilia gloriosa, Catania, C. Galatola, 1924, pp. 234-235.
92 Maria San Martino dei principi di Pardo sposa Mario Paternò Castello 4. duca di Carcaci. Nel 1833 il podere appartiene al
cavaliere Francesco Paternò Castello dei duchi di Carcaci. Vedi “Lettera del cav. Giuseppe Alessi”, cit..
Lo “scopritore” della fonte dell’Acqua Santa è Giuseppe Mirone Pasquali93, a quell'epoca

sostituto del professore di Chimica e farmaceutica all’università94. Costui, tra il dicembre 1785 e

l’aprile 1786, analizza quell’acqua e la definisce “Acqua Fredda marziale Spiritosa”. La strana

nomenclatura si giustifica con il fatto che a quell’epoca ogni ricercatore ne aveva una tutta sua

propria, mancando l’uniformità del linguaggio chimico 95.

Giuseppe Mirone, spiega dettagliatamente come svolge le sue analisi: si reca presso la

scaturigine, fa attenzione a particolari fenomeni che si presentano alla sorgiva, misura il calore

dell’acqua, esamina il terreno attorno alla fonte, raccoglie i depositi lasciati dall’acqua, li

analizza nel proprio laboratorio dove pratica ulteriori analisi qualitative su odore, sapore e peso

dell’acqua e quantitative per conoscere l’esatta misura degli elementi mineralizzatori.

93 In realtà Giuseppe Mirone Pasquali, benché si definisca tale, non può essere affatto considerato lo scopritore della sorgente
d’acqua perché il toponimo Acqua Santa esisteva già ed è onomasticamente collegato a leggende (la fonte ancora oggi è ritenuta
convegno di spiriti maligni) e a poesie popolari. Al mito delle fonti della salute, che da sempre informava come oggetto del desiderio
l’immaginario collettivo, da luogo della mente si trasforma spesso in toponimo. Come hanno dimostrato gli studi di antropologia
culturale di Lombardi Satriano, nel Mezzogiorno le Le Acque sante sono un miscuglio di sostanze medicamentose e di simbolismi
bizzarri emanate dalle tenebrose oscurità del sottosuolo e dell’inconsoco, riaffiorano nei racconti popolari di diversi paesi
meridionali. Nunzio Greco, p. 38
94 Giuseppe Mirone Pasquali più di ogni altro influì a stabilire e diffondere a Catania lo studio della chimica. Tradusse in italiano e
commentò il primo e secondo volume della Filosofia chimica di Fourcroy. Ebbe molti allievi, tra i quali Carmelo Maravigna, che
pubblica le Meditazioni mediche sull’uomo vivente, opera postuma del dottore Giuseppe Mirone, Catania, 1809. Mirone è un seguace
del sistema di Brawn, così come altre medici coevi. “Prospetto succinto della pubblica cultura in Sicilia dal 1800 fino al corrente
anno”, “Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, tomo I, 1823, p.61.
95 Giuseppe Mirone Pasquali nel 1786 da conto delle sua anlisi chimiche dell’acqua che sgorga in zona Limosina. (Sopra un’acqua
minerale […] nelle vicinanze di Catania). Racconta che ha trovato l’Acqua santa dentro un orto del principe del Pardo, dietro la
casetta dell’ortolano. Ancora oggi è possibile vedere quella fonte, che sgorga da una specie di pozzo artesiano, dietro un gruppetto di
case rustiche. Negli stessi anni in cui Giuseppe Mirone svolge le sue analisi chimiche, a Napoli il fisiologo Nicola Andria, socio della
Reale Accademia delle Scienze e professore di medicina presso l’università di Napoli, studia le acque termo-minerali di Ischia per
accertarne le virtù mediche. Queste indagini servono di esempio a molti altri illustri chimici, medici, fisiografi (sic) Nunzio Greco, p.
46. Analisi chimiche della acque vengono fatte negli stessi anni anche nel Napoletano. Il botanico Michele Tenore prima del 1805 fa
analisi delle acque minerali di Napoli, Pozzuoli, Ischia. Vairo CTL A fine Settecento studi comparati sulle sorgive vengono effettuati
anche da farmacisti e chimici che, all’occorrenza, raccolgono i gas emanati dalle polle. A. Di Meo (ed) Storia della chimica, p. 51.
Mirone ritiene che la fonte dell’Acqua Santa possieda sostanze “salino medicamentose” e

stringenti che possono avere uso terapeutico96. Difatti, nel 1812, l’Acqua Santa sarà usata a

scopo terapeutico, per la cura delle malattie renali, dai medici Galvagni e Francesco Scavone,

due cultori della chimica medica interessati allo studio dell’azione terapeutica delle acque in

funzione dei minerali contenuti97. Dopo qualche anno, la fonte del rione Acqua Santa viene

segnalata in una guida turistica come meritevole di una visita98. Nel 1840, l’Acqua Santa è

analizzata con più moderne metodiche da Gaetano De Gaetani (a quell’epoca “publico alberista

botanico” dell’università) che studia la natura del terreno e dell’acqua ed enumera le piante che

crescono accanto alla fonte: “Anagallide Azzurra o Anagallis Cerulea; Arone Maculato, o Arum

Maculatum; Acanto Branca.- Ursina, o Acanthus Mollis; Sambuco Ebbio o Sambucus Ebulus;

Convolvolo Campanella o Convolvolus Saepium; Tortola Ruvida, o Cerinthe Apera; Geranio

Comune, o Geranium Rotondi Folium; Camiciotta Fetida, o Ballotta Foetida; Fumaria Rossa, o

Fumaria Officinalis; Scerardia dei Campi, o Sherardia Argensis; Amianto Capelvenere, o

Adiantum Capilluveneris; Papavero Rosolaccio, o Papaver Rhoesas; Sio a Foglie Larghe, o

Sium Latifolium”; ed altre specie.

De Gaetani constata che l’irrigazione con acqua minerale sviluppa la vegetazione e, sulla scorta

del Cosentini, suo insegnante di botanica, ritiene che l’accrescimento delle piante è direttamente

96 L’acqua è “il mestruo universale delle sostanze saline” scrive Giuseppe Mirone, (Sopra un’acqua minerale, cit, p. 52) intendendo
dire che le sostanze saline e solubili disciolte nell’acqua arricchiscono e mineralizzano il terreno. Lo stesso concetto dell’acqua come
“mestruo universale” è anche espresso da un medico straniero che influenza fortemente l’ambito degli studi catanesi: Johann Peter
Frank (Sistema completo di polizia medica, 1807, p. 77) e dal catanese Francesco Ferrara (I Campi Flegrei della Sicilia, 1810, p. 37).
Poichè gli scienziati coevi ritengono che il mestruo è ricchissimo di sostanze, essi fanno un evidente parallelo tra fertilità della terra e
fecondità della donna.
97 Gaetano De Gaetani (Memoria sulla così detta acquasanta CTL). Francesco Scavone, socio corrispondente dell’Accademia
Gioenia, nella seduta del 10 giugno 1825 legge una memoria di teratologia (poi pubblicata negli Atti della Gioenia, vol. II, 1827, p.
15) e, dopo qualche tempo, in una lettera agli accademici dichiara di essersi impegnato ad accrescere la “pubblica biblioteca Mineano
Agirina”. (Archivio di stato di Catania, Accademia Gioenia,- lettere autografe pervenute, b V, fasc. 13, lettera del socio
corrispondente Francesco Scavone Agira 6 luglio 1836). Su Francesco Scavone, più volte consigliere provinciale e autore della
memoria Sui mezzi di migliorae l’industria manifatturiera e commerciale dello zolfo si veda Agira tra XVI e XIX secolo CTL.
98 J. Power 1995, p. 92
dipendente dall’abbondanza di “acido carbonico” (cioè anidride carbonica) da esse assorbito99.

Proprio l’anidride carbonica era stata studiata, nel 1805, dall’abate Francesco Ferrara, professore

di fisica all’università di Catania, ed era stata messa in relazione con il fenomeno geologico del

lago di Naftia, a Palagonia, ubicato nel luogo in cui sorgeva una città sicula, fondata da Ducezio

accanto ad un precedente tempio-oracolo greco dei Palici, dedicato ad antichi culti delle

popolazioni locali100.

L’attenzione dei naturalisti è dunque attirata dai resti archeologici. Non stupisce pertanto il loro

interesse per la sorgente vulcanica di Santa Venera al Pozzo, nel basso versante orientale

dell’Etna, sorgente usata dai Romani (ma, si crede, ancor prima dai Greci), per impianti termali

forse anticamente chiamate Xiphonie. Quella fonte, di natura solforosa, viene analizzata con

passione sin dal 1811 da Alfio Ferrara101 ed esaminata poi, con nuove procedure, alla fine degli

anni Trenta, da Gaetano De Gaetani (puntiglioso catalogatore delle piante che crescono accanto

alla fonte: Juncus acutus; Sysimbrium nasturtium; Solanum dulcamara; Polygonum persicaria;

Triticum repens)102,

99 De Gaetani, 1840 p.6. De Gaetani suppone che l’Acqua santa ha proprietà teraputiche e astringenti derivanti dalle sostanze salino
medicamentose che possiede.
100 I “gas acido carbonici” del lago Naftia sono collegati al culto idolatrico dei greci da Francesco Ferrara, Memorie sopra il lago
Naftia nella Sicilia meridionale…, Palermo, Reale Stamperia, 1805, p. 10 e ss. Francesco Ferrara fu corrispondente di Vouquelin e di
altri chimici europei. (Coco Grasso , necrologia di Ferrara, 1850, p. 10 e ss). Francesco Ferrara nasce a Trecastagni nell’aprile 1767.
Va a studiare a Catania nel 1778. Il padre muore nel 1792. Studia matematica a lungo con Zahra. “Con Mirone travagliatrono insieme
sulla chimica”, afferma nella sua autobiografia e dice anche di aver studiato musica con Vincenzo Bellini. “Biografie autografe ed
inedite di illustri italiani di questo secolo”, pubbl. da d. Diamillo Muller, Torino, Pomba, 1853, pp. 127-129.
101 Memoria sopra le acque della Sicilia, loro natura, analisi, ed usi, Londra 1811, p. 134. Alfio Ferrara, fratello minore di
Francesco, nacque a Trecastagni nel marzo 1777 e morì a Parigi il 27 ottobre 1829 dopo aver trascorso buona parte della sua vita
all’estero, come medico dell’Armata britannica. Fece la campagna di Spagna e, come altri medici, si occupò delle oftalmie dei
militari che tornavano dall’Egitto. Fece operazioni di litotomia. Studiò il corallo e la numismatica della Sicilia. Scrisse diverse
memorie relative alle isole joniche in cui visse. Parte di tali memorie sono rimaste manoscritte e citate da Mazzantini, Inventario dei
manoscritti italiani delle biblioteche di Francia, 1888, p. 179. L’elenco delle opere edite e un rapido profilo biografico di Alfio
Ferrara, scritto dal fratello Francesco, può leggersi in Biografie autografe ed inedite di illustri italiani di questo secolo, pubbl. da d.
Diamillo Muller, Torino, Pomba, 1853, p. 127.
102 Gaetano De Gaetani, Ricerche fisiche e chimiche del pozzo di Santa Venera di Acireale CTL (così è riportato da Mira); ovvero
Sopra l’acqua solforosa del Pozzo di Santa Venera, Catania, tip. Pietro Giuntini, 1838 (anche nel vol. 10 degli Atti della Accademia
e da altri personaggi, tra cui il farmacista Vincenzo Zuccarello,compartecipi di una querelle

scientifico-polemica sulla fonte d’acqua di Santa Venera al Pozzo, che trova eco anche nei

periodici locali, e non soltanto in quelli scientifici103.

La presenza del suolo vulcanico e di impianti termali di epoca romana, riaffioranti qua e là nel

catanese, sono indicatori che fanno ben sperare i naturalisti di poter ritrovare ulteriori sorgive di

acque termali (il cui uso era stato introdotto dalle colonie greche e continuato presso i romani

con i balnea pubblici). Anche con questo auspicio, un docente dell’ateneo catanese invita le

autorità a far analisi delle proprietà chimiche delle acque cittadine104.

La richiesta è colta dal Consiglio provinciale che, nel 1839, incarica Gaetano De Gaetani ad

effettuare indagini fisico-chimiche delle acque della provincia, per conoscere la loro potabilità
105
. I risultati di quelle analisi trovano subito applicazione. Sulla base di quanto scoperto, il

Consiglio provinciale e la Società economica decidono di fondare un Campo agrario nella zona

Limosina, vicino alla fonte dell’Acqua Santa, attesa la straordinaria fertilità del terreno, che, a

Gioenia). De Gaetani pubblica poi le “Nuove osservazioni intorno alle acque solforose del pozzo di Santa Venera” (vol. 20 atti
Accademia Gioenia).
103 Si vedano i “Cenni critici di Vincenzo Zuccarello sulla memoria del Dr Gaetano De Gaetani sopra l’acqua minerale solforata del
pozzo di S. Venera”, “Giornale di scienze letteratura e arti per la Sicilia”, vol. 64 (aprile-giugno), anno 17, Palermo, stamperia
Oretea, 1839, pp.196-204 (pubblicato anche su Atti Acc. Gioenia, n 224, 1841, t. 16, fasc. 1, pp. 35-48).Vincenzo Zuccarello
pubblica anche “Intorno al deposito rossastro dell’acqua solforosa del Pozzo di S. Venera. Lettera di V.Z. al suo Rosario Buscemi”,
“Il Trovatore”, a. I, n. 7, 1 nov. 1839, pp. 53-54: Il medico Buscemi consiglia di quell’acqua contente “sulfido idrico” per un caso di
“malattia erpetica”. Il pozzo di Santa Venera è anche argomento di altri articoli, comparsi sul giornale catanese “Il Caronda”. La
fonte di Santa Venera al Pozzo nel 1877 apparteneva al Agatino Pennisi barone di Floristella. Della analisi della fonte a quell’epoca
si occupa il noto vulcanologo Orazio Silvestri.
104 Il manoscritto, non datato e non firmato, ma per la particolarità della grafia sicuramente anteriore al 1820, è forse una prova
d’esame. L’archeologia – vi si legge - prova che a Catania esistevano terme e stufe; è possibile usare le “acque medicate”, sia fredde
sia termali, per guarire le malattie croniche; bisogna individuare nuove fonti che devono necessariamente esistere perché “noi siamo
in un luogo vulcanico che è il più adatto per ritrovarsi simili acque, e poiché io tempo fa ne scoprii una, così spero scoprirne delle
altre”. Archivio Storico Università, Fondo Casagrandi, b. 276.
105 Il De Gaetani come reagenti usa tintura di laccamuffa e quella di petali di viole (De Gaetani 1840, p. 7). Specialista in idrologia,
ritiene che i risultati degli studi sulle acque possono anche servire alle manifatture. Pubblica “Ricerche su le acque così dette dei
Casali e del Fasano”, tomo VII, bimestre II, vol. 10, 1840, CTL del “Giornale del Gabinetto dell’Accademia Gioenia”, “Relazione
analitica sulle acque minerali di Casalrosato”, 1841. Studi di drologia fa anche Carlo Gemmellaro che nel 1833 pubblica “Per le
accresciute acque dell’Amenano”, Atti Gioenia, vol. 9.
parere dei botanici, deriva proprio dalla presenza dell’acqua minerale che rende assai rigogliose

le piante.

Il Campo agrario non sarà al momento realizzato, ma le cognizioni sulle caratteristiche chimiche

delle acque, in relazione alle tecniche agronomiche, serviranno in seguito, al momento

dell’impianto e della gestione dell’Orto botanico dell’università, giacché il De Gaetani, con un

gioco di travaso, trasfonderà le sue conoscenze nel suo esercizio di vice direttore dell’Orto

botanico.

De Gaetani è convinto che la fecondità benefica dell’acqua che sgorga in prossimità dell’Etna,

vulcano attivo, giovi sia alle piante sia all’uomo. Nel 1840, analizza le proprietà mediche

dell’acqua “acidula fredda” della Valle di San Giacomo - altrimenti detta Acqua Ardente, nella

zona di Zafferana Etnea106 - che era considerata addirittura simile a quella di Recoaro per le sue

caratteristiche medicamentose107. De Gaetani esamina anche le piante che crescono in prossimità

delle fonte attesta che “si tratta di piante che recano molto vantaggio alla medicina” e passa ad

elencarle: Lonocera caprifolium, Pteris aquilina, Tanacetum vulgare, Sonchus tenerissimus,

Lythrum salarica, Daphne laureola. “L’acqua contiene acido carbonico –dichiara- e il suo uso

contribuisce a rallentare la circolazione, estinguere la sete, accrescere secrezione delle urine,

combattere le febbri biliose e adinamiche, per cura del fegato e della blenoralgia acuta e

virulenta di origine venerea”. Tali benefici dipendono, dice De Gaetani, “dall’acido carbonico”

presente nel suolo etneo.

106 Gaetano De Gaetani pubblica Su l’analisi chimico–fisica e proprietà mediche dell’acqua acidula di S. Giacomo, s.d. e Su
l’Acqua Santa e su l’Acqua Acidula della valle di S. Giacomo, Memorie, Catania, dai tipi dei Regj Studj per Salvatore Sciuto, 1840.
La contrada di San Giacomo è stata già citata come luogo in cui fa “erborizzazioni archeologiche” Giuseppe Maria Cosentini.
107 Da tempo l’acqua della Valle di San Giacomo era stata usata a scopi medici dal già citato clinico Francesco Scavone (che la
prova su se stesso e se ne serve per guarire la marchesa di Sangiuliano) e da Arcangelo Spedalieri (che nel 1822 la considera simile a
quella di Recoaro). Spedalieri e Scavone erano stati compagni di studi (vedi lettera di quest’ultimo, datata Catania l’11 febbraio
1840, indirizzata a De Gaetani CTL). Il fisiologo ed anatomista Arcangelo Spedalieri (Bronte 1779 – Alcamo 1823) fu nipote del
filosofo Nicola. Dopo aver studiato nelle università di Napoli e di Pavia, stabilì una clinica medica a Bologna e poi per anni a Pavia
diresse la prima cattedra di fisiologia e anatomia comparata. Fu rettore (1819-20), tornò poi in Sicilia per ragioni di salute. Scritti
principali: Memorie di fisica animale (1806) e Memoria sopra una straordinaria rottura dello stomaco (1816). Pubblicò Analogia, che
passa tra la vita de’ vegetabili, e quella degli animali, Milano 1807.
IL NATURALISTA ROBERTO SAVA E I SUOI STUDI

Il rapporto tra fertilità del suolo e anidride carbonica, tra vegetazione e qualità delle acque, è

ribadito da Roberto Sava. Lo scienziato parte dal presupposto che “le acque ricche di acido

carbonico, solfato di calce, o di magnesia e carbonato di ferro” favoriscano lo sviluppo della

vegetazione dei cereali e delle leguminose. Le piante irrigate da tali acque presentano

caratteristiche speciali, difatti. “Il fogliame lussureggiante e folto ridondante di clorofilla, i petali

dei fiori con macchie scure, più larghe […] nella pluralità delle corolle, turgidi e grossi,

abbondanti di fecola, zeppi di legumina, sicché fave, fagioli, piselli, ceci e veccia (sic) sono

ubertose e di facile coltura”108.

Roberto Sava vive nell’Italia settentrionale ma, quando pensa al rigoglio vegetativo, ha in mente

i verdeggianti campi lungo il Simeto, le fertili coltivazioni in terreni lavici o di origine vulcanica,

dove “tra le emanazioni gassose del vulcano quella di acido carbonico è copiosa e perenne”.

Conosce bene quelle campagne, Sava. Egli è un figlio della terra etnea. Nato a Belpasso non

lontano dal versante meridionale dell’Etna, là dove in epoca greco-sicula prosperavano i fertili

campi di Ibla Maggiore, che egli colloca vicino Paternò109. Proprio quella valle è cosparsa di

acque minerali acide e gassose. Passa ad elencarle: lo “stagno della Grassa”, ad occidente

dell’antico cratere eruttivo di Paternione (sic), che ha acque “poco o niente potabili per l’eccesso

di carbonato di calce, idrossido ferrino, acido carbonico”; la “Fonte di Acquarossa”, che è una

108 CTL pag. del vol di Sava. Il rapporto tra qualità del terreno e anidride carbonica era stato messo in luce anche da Prospero
Riccioli che, in base alle esperienze di Hassenfratz e di Saussure, si convince che “la prima cagione e quasi l’unica nutrizione delle
piante è l’acido carbonico sciolto nell’acqua”. Prospero Riccioli, “Cenni sulla relativa influenza delle terre della Piana di Catania
nella vegetazione delle piante cereali” (Atti Accademia Gioenia, 1828 o 1829 CTL ). Vedi anche Scuderi, sintesi sull’anno 1828 o
1829 della Accademia Gioenia, pubblicato in “Annali di storia Naturale”. CTL
109 Su Ibla vedi NOTA n. CTL. Roberto Sava nel 1819, nel corso delle sue escursioni naturalistiche vicino Belpasso, scopre un
reperto archeologicio che gli consente di identificare il luogo in cui si trovava l’antico monastero normanno di Santa Maria La Scala,
un edificio “gotico” distrutto dal terremoto del 1693 e di cui serbavano traccia gli scritti di Fazello, Mongitore, Pirri, Amico, Biscari,
Recupero. Il rudere portava una iscrizione, decifrata dal filologo Onofrio Abbate, amico di Roberto Sava. “Effemeridi scientifiche e
letterarie per la Sicilia”, tomo XXVIII, anno IX, gennaio – marzo 1840, anno 1840, Palermo tip. e legatoria Rovereti, 1840, pp. 121-
127 e sop. p. 123.
sorgente di acqua deliziosamente acidula; ad est del paese sgorga la “pozzanghera di S. Lucia

[…] non gradevole da bere per sovrabbondanza di carbonato ferroso”; chiare e fresche sono le

acque perenni del fiumicello di Valcorrente, “di cui quegli zotici agricoltori traggono poco

profitto, non sapendo divergerne il corso”: l’acqua, a breve distanza della scaturigine, si perde,

infatti, in uno scoscendimento di lava dell’eruzione del 1669110.

Sava è convintissimo dei benefici delle acque minerali. Egli lancia una proposta agli orticoltori e

agli amanti dei giardini che vivono in zone non vulcaniche: sottoporre ortaggi e fiori a periodiche

cure idrocarbonoterapiche speciali, sul modello delle cure termali per le persone. Uomini e

piante devono “bere” acqua minerale, propone Sava; e, coloro che non hanno la fortuna di vivere

in prossimità di un vulcano attivo – come i suoi lettori milanesi-, possono usare acque gassose,

preparate anche artificialmente, “per animare […] la vita languente e clorotica di permalose

piante, predilette o peregrine”111.

Roberto Sava è una figura significativa nel panorama delle scienze naturali: botanico (è

compagno di “erborizzazioni” di Filippo Parlatore), medico e geologo. Autore prolifico, tra il

1825 e il 1870 pubblica un’infinità di volumi, alcuni dei quali tradotti all’estero o recensiti da

giornali stranieri. Persona di ingegno non trascurabile; uomo aggiornato e combattivo, in

contatto con gli esponenti della più avanzata scuola scientifica europea, Sava rappresenta anche

l’estromissione nelle sede ufficiali della cultura catanese (Università, Accademia Gioenia) delle

frange più aggiornate di intellettuali. Questa è la ragione per la quale egli lascia Catania, dove

suo zio - Carlo Gemmellaro – gli rende la vita difficlie. Ma, anche lontano dalla Sicilia, continua

comunque a studiare da naturalista la sua terra. Al sesto congresso degli scienziati italiani

110 Sava 1864. Sulla quella fonte scrive anche G. Cantarella, Memorie per l’acqua di Valcorrente della città di Catania”, Messina,
1812. G. Carnazza Amari, Realazione dei lavori della diffesa del Comune di Catania sulle offerte […] condutture delle acque di
Valcorrente, Catania, 1875.
111 Nel giornale milanese “I Giardini”, fasc. febbraio – marzo 1864, Roberto Sava suggerisce di irrigare le piante con acqua
addizionata. I suoi lettori conoscevano bene di cosasi trattasse. La produzione dell’acqua gassata, mediante l’uso di acido cloridrico e
di cloruro di sodio, in sifoni di metallo o vetro, cominciò a diffondersi nel 1750 (seltz). In pochi anni si ha l’estensione dell’utilizzo
delle acque minerali artificiali come bevande e in farmacologia. Dopo il 1824 sorgono nelle principali città europee istituti balneo-
sanitari con acque sintetiche simili a quelle di sorgenti naturali. Nunzio Greco, pp. 68 -69.
(Milano, 1844), presenta una memoria sulla flora e sulla fauna dell’Etna, illustrata con

spettacolari disegni di Giovan Battista Filippo Basile (padre di Ernesto) e tali figure, con la mano

del grande artista, parlano il linguaggio dell’arte nella ricerca del pittoresco, dello scorcio

allusivo, dei luoghi caratterizzati, in una rappresentazione fedele ed emozionata della natura

etnea112.

Roberto Sava è autore di scritti in cui la botanica incontra l’antropologia. Le sue opere

rappresentano il momento di fusione di due aspetti - piante e uomini - accomunati dal vivere nel

medesimo territorio, inteso come elemento caratterizzante e identificativo sia per le piante sia per

gli uomini (Su Roberto Sava sarà realizzata una scheda biografica)

RAPPORTO TRA PIANTE, UOMO E TERRITORIO

La percezione del necessario rapporto tra piante, uomo e territorio, l’integrazione tra i fatti fisici

e gli antropici, tra paesaggio e storia, è un concetto più volte affiorante negli scritti della prima

metà dell’Ottocento113.

Le pagine precedenti hanno già dimostrato che per alcuni naturalisti catanesi le piante autoctone

hanno una forte componente identitaria. Facile spiegare il motivo: essi ritengono che per le

particolari caratteristiche del suolo, dell’acqua, del clima, ecc., le piante che vegetano nella zona

112 L’architetto Giovan Battista Filippo Basile era stato disegnatore botanico di Vincenzo Tineo, direttore dell’Orto botanico di
Palermo dal 1813. Fu Tineo a spingere Basile, suo allievo, ad andare a Roma nel 1825 a specializzarsi in architettura. Azzarello Di
Misa 1988, p. 744.Tornato a Palermo, Basile chiede, senza successo, di esser nominato professore di fisica sperimentale; vince il
concorso a sostituto alla cattedra di Architettura civile nel 1850. Con lui l’insegnamento dell’architettura assunse a Palermo rilievo
nazionale. Antonio Cottone, L’insegnamento dell’Architettura nella facoltà di Ingegneria di Palermo, in Storia dell’ingegneria, Atti
del 1° convegno …., vol. I, p. 282
113 Ad es. il botanico napoletano Michele Tenore pubblica Osservazioni sulla Flora Virgiliana, Napoli, 1826, indaga la vegetazione
pompeiana ed è il primo a farlo.
etnea sono del tutto diverse (ovviamente sono migliori!) da quelle che vegetano altrove114. Se la

premessa è questa, è facile intuire le conseguenze: la superiorità delle piante autoctone ha delle

ripercussioni sull’uomo; le persone che vivono nelle plaghe etnee, poiché si nutrono di quei frutti

della terra, sono particolari rispetto agli altri115.

I catanesi amano rappresentare se stessi CTL come persone che vivono in un territorio ricco di

incrostazioni letterarie e suggestioni mitiche. Le testimonianze archeologiche soccorrono. Negli

scavi dell’anfiteatro si scopre un’iscrizione, posteriore alla fondazione della colonia romana di

Catina, dedicata al “Genio di Catania”. Tale epigrafe attesta documentariamente la suppositoria

unicità e genialità degli etnei. A tale ritrovamento archeologico si ispira lo scultore catanese

Antonio Calì (1788-1866)116 per un bassorilievo marmoreo, chiamato appunto “Il Genio di

Catania”, realizzato su incarico pubblico per decorare il Palazzo senatorio117. La scultura è

ancora adesso esposta nell’atrio dell’edificio municipale, accanto alla “carrozza del Senato” e,

sebbene sia stata danneggiata dai bombardamenti dell’ultimo conflitto, è ancora ben visibile,

come recita la didascalia, una “Figura muliebre coronata di torri e portante nella sinistra palma –

Pallade ornata di asta e scudo”118. “ Sul genio di Catania ” è anche il titolo di un opuscolo

114 Il rapporto tra la vegetazione e la natura del suolo è studiatio da Carlo Gemmellaro, “Sulla causa geognostica della fertilità di
Sicilia”, Atti Gioenia, vol. 14, 1837.
115 Un “ buon numero di persone intelligenti” vive in Val di Noto, vicino alle sorgenti dl fiume Alfeo, cioè a Siracusa. Così si legge su
“Antologia Romana”, n. VIII, agosto 1793, p. 58. L’anonimo autore dell’articolo trae la citazione presumibilmente dal medico Giuseppe
La Pira, a Catania e professore di fisica e chimica (di cui parleremo anche oltre). Il La Pira era nato a Vizzini, una cittadina in cui “non
arrivano però libri e non c’è scambio tra Sicilia ed Europa”. La straordinaria intelligenza dei bambini siciliani, specie di quelli al di sotto
di tre anni di età (quando non si è ancora concluso il processo di ---) impressiona in epoca postunitaria il celebre medico laziale Carlo
Maggiorani, che fa indagini di tipo antropolometrico e statistico. CTL
116 Antonio Calì è allievo di Thorwaldsen, allora celebre artista alla corte di Napoli dove dirige i restauri in marmo del Reale museo
borbonico.
117 L’epigrafe è di carattere pubblico. I riferimenti ai diumviri, in essa contenuti, inducono Santo Mazzarino a datarla al IV secolo.
Antico, tardoantico ed èra costantiniana, vol. 2, Bari CTL, Edizioni Dedalo, 1980, p. 347.
118 Sculture simili sono anche altrove. A Palermo, fin dal 1779, Ignazio Marabitti realizza la fontana del “Genio di Palermo”, nella
Villa comunale. Prima del terremoto, a Messina esisteva una raffigurazione del “Genio di Messina”.
anonimo, ma opera di Carlo Gemmellaro, che descrive il talento naturale, la disposizione innata,

le caratteristiche peculiari, della gente del luogo per suffragare la preminenza territoriale di

Catania su Acireale119. La stessa forte inclinazione verso l’orgoglio cittadino è confermata da

altri scritti di Gemmellaro120. Ad esempio, in uno del 1830, afferma che è dovuto allo “splendido

genio” dei catanesi la costruzione di grandiosi palazzi cittadini121.

Anche attraverso tali pubblicazioni, ben presto “Genio di Catania” diventa una espressione che

risuona innumerevoli volte per indicare l’indole degli abitanti etnei, la loro intraprendenza nei

commerci, nelle manifatture, nelle arti, nella musica (Vincenzo Bellini impersona

paradigmaticamente il “Genio di Catania”)122.

I naturalisti, il vulcanologo Carlo Gemmellaro in testa, sono dunque portavoce di una particolare

forma di localismo espresso dal concetto di Genius loci. L’attenzione conoscitiva per il locale,

l’interesse per il passato, per la storia antica – lo ribadiamo – è onnipresente negli scrittori

catanesi dell’epoca e contribuisce alla formazione di una particolare sensibilità nei riguardi della

natura.

119 “Sul genio di Catania. Lettere di un catanese al Signor N N in occasione del proseguimento dei lavori del Molo in luglio 1841”,
in “Giornale Accademia Gioenia”. (Ovvero: Accademia Gioenia. Gabinetto letterario)CTL, a. 6, n 4 (aprile – maggio 1841), pp. 31-
54; a. 6, n. 5 (luglio – agosto 1841), pp. 23-32. “I catanesi guardano tutto in grande” – asserisce compiaciuto Gemmellaro - e ciò è
dovuto alla morfologia della città, che non pone ostacoli visivi agli abitanti: Catania sta tra un vulcano maestoso, che svetta verso il
cielo, ed un mare aperto e proiettato senza ostacoli verso la linea di un orizzonte che è infinito, illimitato; mentre altrove - soprattutto
ad Acireale - gli isolotti prospicenti la costa (i Faraglioni) rendono meschini la vista e la mente degli abitanti; “i catanesi invece
guardano lontano”, conclude Gemmellaro, con un chiaro riferimento al porto di Catania in ampliamento in quegli anni (fu completato
e reso agibile nel 1842).
120 “Il genio dei Catanesi […] per le opere grandiose è innato […] in essi”. Così scrive Carlo Gemmellaro, il primo maggio 1841,
nel Progetto di riforma all’appartamento nobile del Palazzo Senatorio di Catania presentato al cav. d. Antonino Alessi patrizio e
capo dell’eccellentissimo senato della stessa città, Catania, presso i torchi de’ Regj Studj, 1841, p. 4. Gemmellaro parla di genius loci
anche quando pensa alle civiltà mediterranee. Considera i Ciclopi, i primi abitatori della Sicilia, portatori di civiltà superiore, non
bruti. Val la pena ricordare che la tradizione colloca i Ciclopi nella parte orientale della Sicilia, in connessione con il noto episodio
dell’Odissea con Polifemo. Vedi Giuseppe Bentivegna.CTL.
121 “Saggio sopra il clima di Catania”, Atti Accademia gioenia, vol. VI, 1830 (p. 4 dell’estratto) in Russo Antonino, Colera e
condizoni igieniche di Catania nel primo Ottocento. L’epidemia del 1837. Tesi di laurea. Rel. Alfio Signorelli, a a 1982-83, Lett. e
Filos. Università di Catania, p. 111.
122 Il compositore Giovanni Pacini chiama “Genio di Catania” il più noto musicista, suo concittadino. Lettera di Pacini in Julian
Budden, Le opere di Verdi, CTL vol. p. 21
A quel clima culturale partecipa anche Francesco Tornabene, il cattedratico che più di ogni altro

si impegna alla realizzazione dell’Orto botanico dell’università. Il passato, le specie vegetali

fossili, le piante ormai estinte, vengono dettagliatamente indagate da Tornabene, che nel 1856 dà

alle stampe la “Tavola comparativa delle piante siciliane trovate dagli antichi e dai modeni

botanici”123. Tornabene è un caposcuola e, con i suoi studi, si innesta precocemente in un

territorio di ricerca (la botanica fossile) che si svilupperà, in tempi a noi più recenti, e sarà

proprio della Geobotanica124.

Un richiamo al localismo, alla “patria vegetale”, lo fa anche Salvatore Portal quando dedica una

monografia al Laurus nobilis L., il comune alloro, che ritiene sia una pianta indigena, cioè

nativa, della Sicilia125. Il docente di botanica Ferdinando Cosentini, da parte sua, considera

erroneamente l’Acrostichum Catanese, una pianta esclusiva della Sicilia, ma è immediatamente

smentito da Antonio Bertoloni126.

La “patria vegetale” siciliana, la pretesa originarietà, riguarda anche altre piante, considerabili

come “specie bandiera127. Ma con quale certezza si può accreditarle come siciliane? Sulla base di

quali elementi, parlando di specie vegetali diffusissime in tutta l’area mediterranea, si può dire

che una tal pianta è nativa di un tal luogo? Cosentini, Portal, Tornabene, scrivono in un’epoca in

cui le conoscenze sulla botanica fossile sono ancora agli albori. Anche oggi, in realtà, esistono

123CTL opera pubblicata in appendice ad un volume del 1856. Tornabene torna più volte sull’argomento. Alla 7. adunanza degli
scienziati a Napoli presenta la relazione Saggio di geografia botanica per la Sicilia, Napoli, Stab. e cartiera del Fibreno, 1846, 48 p.,
(estratto). Tornabene, quale socio attivo della Gioenia, nella tornata del 22 giugno 1846, legge Notizia di una carta topografico –
botanica per la Sicilia, Catania, dai tipi dell’Acc Gioenia presso F. Sciuto, 1847, 8 p. estr. da: Atti Accademia gioenia, vol. 3, serie 2.
124 Gli interessi storico-bibliografici di Francesco Tornabene, monaco cassinese e bibliotecario dei monastero dei Benedettini, sono
ravvisabili in diverse opere, ma per brevità si segnalano solamente le Ricerche bibliografiche sulle opere botaniche del secolo
decimoquinto, Catania, dai tipi di Reggio, 1840.
125 “Sull’Alloro”, in “Giornale di scienze….”, Palermo, n. 287, 1824, tomo 8, fasc. 23, pp. 197-201.
126 Ferdinando Cosentini, avvalendosi del microscopio, scopre una felce indigena che chiama Acrosticunm catanense e pubblica,
“Memoria sull’Acrostichum catanese”, “Atti dell’Accademia Gioenia”, tomo 2, p. 207. Immediatamente Ferdinando Cosentini è
smentito da Bertoloni, che ricorda come l’acrosticum sia pianta ampiamente nota ai botanici perché presente in Spagna, nelle Baleari,
nelle Isole Canarie. Bertoloni, “Discorso” CTL, p. 254.
127 Un elenco di pubblicazioni relative a nuovi tipi di piante scoperte in Sicila e considerate esclusive dell’isola è in “Biblioteca
sicola sistematica” di Alessio Narbone, 1854, sop. pagg. 126-130.
delle incertezze. E’ difatti difficile distinguere specie esotiche tra le piante che ci sono più

familiari. Il paesaggio mediterraneo è ricco di piante naturalizzate in tempi antichi (dai Fenici,

dai Greci, dai Romani). L’interferenza antropica, cioè l’azione dell’uomo, diretta o indiretta,

rende quasi impossibile una netta definizione di autoctonia e alloctonia128.

Un esempio di pianta considerata erroneamente autoctona è il “Lino Siculo”, che nel 1835 è

presentato come “una nuova specie non ancora descritta dai botanici”. La “scoperta” si deve a

Marcello Garzia, un naturalista dell’acese, che nel 1805 era stato tra i concorrenti alla cattedra di

botanica nell’ateneo catanese129. L’esistenza del “Lino Siculo” fa un certo rumore tra i membri

della Società economica, perché si suppone che le manifatture tessili avrebbero potuto

avvantaggiarsi dall’uso della nuova fibra vegetale130. I botanici più competenti sono però

perplessi. “Il lino siculo altro non è che l’Angustifolio studiato dal botanico inglese Smith”131.

128 Chiarelli, autore di un trattato sulle specie e varietà di piante esclusive della Sicilia, sostiene che Linneo “accorda come
particolari della Sicilia” 27 specie, che passa ad enumerare: Convolvulus siculus (è il Vilucchio siciliano, che però per la verità si
trova anche nell’isola dell’Elba e nell’arcipelago toscano), Athamanta sicula (in dialetto: Spaccapetri; ampiamente presente nell’Italia
centromeridionale), Athamanta sicula, Ferula-ferulago, Sium siculum, Bubon-rigidius, Scandix nodosa, Statice monopetala, Allium
sativum, Asphodelus luteus, Cucubalus fabarius, Nepta hirsuta, Origanum onites, Prasium minus, Hesperis dentata, Ononis
ornithopodioides, Lupinus luteus, Lathyrus Siculus, Lotus tetragonoblus, Trifolium melilotum messanense, Crespi bursifolia,
Hyoseris scabra, Seriola urens, Centarurea sicula, Pistacia trifolia, Sinapis pubescens, Althaea Ludwigii, Ambrosinia Bassi.
Francesco Paolo Chiarelli, Discorso che serve di preliminare alla storia naturale di Sicilia, Palermo, Solli, 1789, p. 24. Il “Discorso”
viene anche pubblicato in “Nuova Raccolta di Opuscoli di Autori Siciliani”, vol. II, 1789, pp. 101-208. Chiarelli legge il suo discorso
nell’Accademia del Buon Gusto di Palermo.
129 La scoperta è illustrata nella Società economica del Valle di Catani a, nella adunanza del 28 settembre 1835 , da Marcello Garzia,
“Memoria su di una nuova specie di lino non ancora descritta”, in “Giornale del R. Istituto d’Incoraggiamemto per la Sicilia”, anno 1836,
n. 1, pp. 44 e ss.. Francesco Tornabene, è scettico ma stima Garzia e lo considera degno di lode perché pur “mancando di libri recenti
[…] ha fatto tante buone osservazioni”.“Quadro…” p. 49n. I documenti sul concorso al quale partecipa Garzia nel 1805 sono in CTL.
130 Garzia suggerisce anche l’utilizzo della diffusissima ed infestante ortica comune, Urtica dioica, dalla quale, con opportuni
trattatamenti, gli artigiani di Angiers ricavano un filo per la tessitura.Vedi art. apparso nel 1839 “Giornale di scienze letteratura e arti
per la Sicilia” (CTL, l’articolo suggerisce anche l’uso medico e alimentare dell’ortica). E’ curioso ricordare che dal 2006 sono
cominciate le sperimentazioni sull’ortica in un campo sperimentale della Toscana, dove viene osservata e studiata per ricavarne dagli
steli un filo per la tessitura (tipo lino o canapa). http://www.lammatest.rete.toscana.it/lammatest/hbin/sperimortica.php
131 Sir James Edward Smith (1758- marzo 1828) pubblica la Flora greca di John Sibthorp. Quest’ultimo, professore di botanica
all’università di Oxford, visita la Sicilia nel 1785 e 1795. Antonio Bertoloni, “Il rimanente del discorso del Prof. Antonio Bertoloni
sopra la storia, ed i progressi della botanica insulare Italiana”, in “Annali di Storia Naturale”, t. I, Bologna, nella tipografia Marsigli,
1829, pp. 239-255.
Così tuona Filippo Parlatore arpionando verbalmente Garzia e, con lui, le pretese scoperte di

piante indigene continuamente sbandierate da alcuni botanici siciliani132.

BOTANICA ISOLANA, BOTANICI ISOLATI

I fondamenti della botanica, così come di ogni branca delle scienze, si modificano nel tempo, in

conseguenza delle trasformazioni sociali e culturali.

In base a questa considerazione, la questione nodale è chiedersi: qual era lo stato degli studi nel

campo della botanica in Sicilia quando si progetta la creazione di un Orto botanico a Catania?

Gli studiosi isolani come si collocavano nel contesto italiano ed europeo? Quanta “ordinaria

millanteria” vi era nei loro scritti? Esisteva nell’isola una tradizione di studi botanici? Che fine

ha fatto il Panphyton del Cupani (1713), che è il libro più sfortunato, e nello stesso tempo più

desiderato dai botanici?133

Pietro Castelli, Paolo Boccone, Francesco Cupani, i Bonanni (padre e figlio)134, Bernardino da

Ucria (1739-1796), i Tineo (padre e figlio)135, i Bivona (padre e figlio) 136


, Filippo Parlatore 137.

Queste sono le figure più significative nel mondo della botanica siciliana dal XVII al XIX

132 Il botanico palermitano è certo di quanto dice: Giovanni Gussone, suo maestro, è stato a Londra ed ha visto l’erbario di Smith.
Filippo Parlatore, “Sopra talune pretese scoperte di vegetabili piante indigene, osservazioni”, parte I, “Giornale di scienze letteratura
e arti per la Sicilia”, vol. 64 (aprile-giugno), anno 17, Palermo, stamperia Oretta, 1839, pp. 165-171. Già nel 1837 Filippo Parlatore,
ancora giovane botanico, critica le esagerazioni di certi botanici siciliani in un articolo apparso nel “Giornale medico per la Sicilia”.
133 E’ Antonio Bertoloni a parlare di “ordinarie millanterie” dei botanici siciliani, “Discorso….”, cit., p. 254.
134 I loro nomi sono rispettivamente Vincenzo e Antonio.
135 I loro nomi sono rispettivamente Giuseppe e Vincenzo: quest’ultimo, succedendo al padre, dal 1812 è direttore dell’orto botanico
di Palermo.
136 I loro nomi sono rispettivamente il barone Antonino ed Andrea. Sul primo, vedi sopra. Andrea Bivona, nel 1838 pubblica le
piante inedite scoperte dal padre, da poco scomparso. All’inizio del 1839 fa escursioni alla Ficuzza e a Rocca Busambra, con il suo
amico Filippo Parlatore.Con quest’ultimo prepara un catalogo dell’erbario, che vedrà la luce nel 1839 (Archivio di stato di Catania,
Accademia Gioenia,- lettere autografe pervenute, b V, fasc. 15, Palermo 5 maggio 1839).
137 Vedi nota precedente. Parlatore è autore della più volte citata CTL.
secolo138. Molto su di loro hanno scritto i contemporanei (Francesco Paolo Chiarelli, Domenico

Scinà, Francesco Tornabene) o gli studiosi successivi139. L’impressione che emerge dalle

ricostruzioni biografiche è quella della marginalità.

La produzione non esigua né banale dei naturalisti siciliani che si occuparono di botanica non

impedì loro di restare confinati nelle retrovie della cultura italiana e, ancor di più, europea140.

Molti scienziati stranieri arrivarono in Sicilia nel corso dell’Ottocento per “erborizzare” e

raccogliere reperti di “storia naturale”141. Gli esteri non ebbero però come punto di riferimento i

naturalisti siciliani, che consideravano studiosi dalla mentalità non solidamente scientifica,

soprattutto riguardo le non rigorose modalità di acquisizione dei dati raccolti, spesso manchevoli

di casistica (Alberghina)142.

138 Una innumerevole galleria di profili minori ma di forte suggestione del mondo della botanica sfila nel già citato “Discorso” del
chimico Francesco Paolo Chiarelli, autore anche di “Notizie de’ botanici siciliani e degli Orti Botanici stabilitisi in Sicilia”, (ms nella
Biblioteca comunale di Palermo; cit. da Alessio Narbone, Bibliografia sicola sistematica, 1854, p. 120). Membro dell’accademia
palermitana del Buon Gusto, in possesso per un certo periodo dei manoscritti di Cupani, Francesco Paolo è parente di Stefano
Chiarelli, dimostratore chimico di Giovanni Meli (celebre poeta oltre che docente). Francesco Paolo Chiarelli rappresenta la fonte di
tutte le successive ricostruzioni di storia delle scienze, compresa le pubblicazioni di Scinà e Tornabene (1847). Un elenco di studiosi
di botanica è anche anche in Opuscoli Siciliani, 2. serie, vol. 2, p. 10 (CTL perché è forse lo stesso scritto di Chiarelli).
139 Tornabene traccia un Quadro storico della Botanica in Sicilia. Scinà pubblica….;
140 I lenti progressi delle scienze naturali erano spiegati con “la natura, che per essere troppo cauta e pudica ha opposto agli
speculatori una insormontabile barriera, per isquarciare il densissimo, e misteriosissimo velo nel quale sta eternamente nascosta”
Canzonieri, 1823, p. 5.. CTL se Canzonieri siciliano.
141 Per i viaggiatori stranieri viene pubblicata una Guida della Sicilia che ha inserita una rubrica di storia naturale, che di solito era
trascurata dagli autori di guide. Vi sono segnati gli indirizzi di persone che per modico prezzo vendono agli stranieri oggetti di storia
naturale (La Power nel 1838 Itinerario della Sicilia, cit., inserisce nella sua p. 31n. e 230). Una sezione comprende la “Nota di alcune
piante, che si rinvengono in Messina e sua provincia, in Baronia, in Modica e nelle Madonie, classificata secondo il sistema di
Linneo”. La Power per questo lavoro si avvale dell’opera del cav. Giovanni Gussone. Vi sono i nomi botanici e vernacoli, le
proprietà e i luoghi (p. 292). La autrice pubblica molte cose curiose. Catalogo degli alberi indigeni che vegetano nei boschi
dell’Etna, tratto dalla pubblicazione di Scuderi. p. 318 . Power 1995. A Calatabiano, ad esempio, dice di aver cercato invano dei
giacinti, che pure gli avevano assicurato che crescevano particolarmente belli (p. 46) In appendice aggiunge i cataloghi di
conchigliologia, teratologia, ornitologia e botanica.
142 Alberghina, è risoluto nel dire che in Sicilia non è accresciuto il modo di fare scienza, con il passaggio di una cinquantina di
scienziati stranieri nel corso dell’Ottocento. Essi – a suo dire -sono passati inosservati, in quanto mancano epigoni e seguaci.. A
confronto della scienza all’avanguardia in Europa, in Sicilia la scienza locale è minore e Carlo Gemmellaro un dilettante. nel saggio
“I viaggi oubliés dei naturalisti ottocenteschi”, in “Bollettino Etneo” CTL, Nello stesso saggio si legge che gli scienziati stranieri
fanno della Sicilia terreno di razzia. Imbarcano casse di oggetti naturalistici, geologici, archeologici.:
Anche in ambito nazionale, le dissertazioni di studiosi siciliani è attribuita poca importanza,

mancando nei loro studi rigore, rilevanza scientifica, un metodo basato su ricerca, confronto,

dichiarazione delle fonti, prudenza di ciò che si afferma, informazione espressa con linguaggio

chiaro.

Una testimonianza della scarsa considerazione sulla rilevanza scientifica dei naturalisti siciliani

viene dal bolognese Antonio Bertoloni (1775- 1869) che, proprio perché non siciliano, guarda ai

botanici siciliani con occhio freddo (senza i condizionamenti campalinistici tanto diffusi quando

in Sicilia si parla dei corregionali) e sottolinea che l’impulso alle conoscenze botaniche è venuto

da scienziati non isolani: Giorgio Jan (professore di botanica a Parma, giunto in Sicilia nel 1825),

G. Brocchi (morto in Etiopia e perciò dispersa la sua collezione di piante siciliane), Stefano

Moricand di Ginevra (raccoglie in Sicilia delle piante che passa al celebre concittadino De

Candolle)143.

Non stupisce pertanto apprendere che i testi fondamentali sulla Flora siciliana - esclusi i

contributi di Parlatore e di Bivona Bernardi- furono realizzati da botanici napoletani (Giovanni

Gussone) o stranieri: il praghese Karel Boriwog Presl ( 1794 – 1852) 144, il danese Joakim F.

Schouw (1789 – 1852)145, il berlinese Rudolf Amadeus Philippi (1808-1904) 146


, l’inglese John

Hogg (1800-1869)147, il cosmopolita Costantin Samuel Rafinesque Schalmatz (1783-1840) 148.

143 Antonio Bertoloni, professore di botanica e prefetto per quasi 60 anni dell’Orto botanico dell’ateneo di Bologna, pubblica “((Il
rimanente de)l discorso del Prof. Antonio Bertoloni sopra la storia, ed i progressi della botanica insulare Italiana”, apparso ne gli
“Annali di Storia Naturale”, t. I, Bologna, nella tipografia Marsigli, 1829, pp. CTL e pp. 239-255.
144 Il Presl, giunto in Sicilia nel 1817, redige una Flora sicula e, per classificare, usa dapprima il sistema sessuale di Linneo, e poi il
metodo naturale (Flora sicula, exhibens plantas vasculosas in Sicilia aut sponte crescentes aut frequentissime cultas, secundum
sistema naturale digestas” Praga 1826). Pubblica Cyperaceae et Graminaceae Siculae, Pragae, apud D. Hartman, 1820.
“Ardentissimo di arricchire di nuove specie il regno di Flora […] egli intende averne trovate più assai, che in realtà non sono”. Così
scrive di Presl Bertoloni, cit., p. 251. Notizie riprese più recentemente da Alberghina, Album critico dei viaggiatori – naturalisti nella
Sicilia pre-unitaria, in Idee, cultura e storia per la Città della Scienza, a cura di Paolo Finocchiaro e Mario Alberghina, Catania,
Giuseppe Maimone Editore, 2007, p. 10.
145 Schouw ebbe modo di osservare l’eruzione dell’Etna del 27 maggio 1819. La pianta a cespuglio della cosiddetta camomilla
dell’Etna prende da lui il nome scientifico, Anthemis Aetnensis Schouw. Fu pioniere della biogeografia e dello studio della relazione
tra clima e piante. Scrisse, tra l’altro, un opuscolo che, tradotto in italiano da G. Moretti, ha per titolo Prospetto di una descrizione
I botanici napoletani o stranieri potevano contare su ben sostanziose risorse finanziarie per le

ricerche sul campo e per la pubblicazione di impegnative produzioni editoriali in più volumi. Di

gran lusso tipografico, di splendide illustrazioni e di generose sovvenzioni dal governo godono le

pubblicazioni di Michele Tenore (1780-1861), che fruga il Regno di Napoli con diligenza,

assecondando i progetti dei sovrani napoleonici149. Con il suo lavoro infaticabile e la sua capacità

di mediazione politica, Tenore ottiene anche il sostegno dello Stato borbonico e riesce con la sua

tenacia a portare a compimento uno dei massimi monumenti ottocenteschi in materia di botanica,

geografica delle piante d’Italia e di Sicilia, con un saggio di monografia della specie del genere Campanule indigene dell’Italia”.
Altre notizie e pubblicazioni in Bertoloni CTL. e Alberghina, Album critico dei viaggiatori…, cit., p. 11.
146 Il botanico e geologo Philippi fu anche medico chirurgo. Negli anni 1830-1833 percorre Italia e giunge in Sicilia. Pubblica
un’opera sui molluschi di Sicilia (Enumeratio molluscorum Siciliae, in due volumi, Berlino, 1836; opera premiata con la medaglia
d’oro da Guglielmo III). Torna in Sicilia una seconda volta nel 1839; il 24 aprile è a Catania, città in cui ha conosce Aradas, Calcara,
Cosentini, Gemmellaro. Va a Napoli nel 1840. Di argomento botanico siciliano scrisse le Lettere intorno all’Etna ed in altri luoghi
vicini, Milano, Poligrafo, 1832; “Uber die Vegetation des Aetnae”, “Linnaea”, 7, pp. 727-764, Berlin, 1832; “UeberCTL die Flora
Siziliers im Vergleiche zu den Floren anderei Lander”, “Linnaea”, 11, p. 233, Berlin , 1836. Muore vecchissimo a Santiago del Cile.
147 John Hogg fu probabilmente in Sicilia nei primi anni Trenta. Scrisse: “Observations on some of the classical plants of Sicily”,
“Hooker’s Botanical Journal”, London, 1834; A catalogue of sicilian plants, with some remarks on the geography, geology, and
vegetations of Sicily, London, 1842. Conservò sempre attenzione verso le antichità di Sicilia. Bertoloni CTL. Alberghina, Album
critico…, cit., p. 13.
148 Raphinesque, di padre francese e madre tedesca; nasce a Galata ( Costantinopoli) e muore a Filadelfia. Vive a Palermo dal 1804 (o
1805) al 1815, in qualità di segretario e cancelliere del consolato americano. In Sicilia, oltre ad avviare i suoi studi di botanica e
ittiologia, si dedica con notevoli profitti al commercio di piante medicinali. Conosce Antonino Bivona Bernardi e Giuseppe Tineo; è
amico del messinese Antonino Arrosto, a cui dedica il suo Indice d’ittologia Siciliana, edito a Messina nel 1810 (Lizio Bruno 1908, pp.
38-39). Vede i manoscritti del Cupani , di Bonanno, di Chiarelli. Decide di pubblicarli ma non lo fa. Forse nel 1810 acquista alcuni rami
del Panphyton di Cupani (sottratti dalla biblioteca del principe di Cattolica) e li usa per stampare 63 tavole (Tornabene 1847, p. 28n). Le
tavole sono comparate a caro prezzo da Guttadauro nel 1816 dagli eredi di Francesco Paolo Chiarelli e conservate nella biblioteca dei
benedettini di Catania, città in cui un esemplare del Cupani è conservato nella “Bibliothaecae Universitatis Catanae”. Giovanni Gussone
in Napoli conserva 120 tavv. del Rafinesque (notizia inedita di Tornabene 1847, p. 50). Dal 1814 pubblica il giornale “Specchio delle
Scienze”, Pa, tip. Francesco Abate, escono pochi numeri. A Palermo, dove convive con siciliana ed ha due figlie, Rafinesque pubblica
anche una Statistica generale di Sicilia assieme all’avv. e minerologo Giuseppe Emmanuele Ortolani e Caratteri di alcuni nuovi generi e
nuove specie di animali e piante della Sicilia con varie osservazioni sopra le medesime (o le medesime CTL), Palermo, Sanfilippo,
1810.Va via dalla Sicilia e parte il 2 luglio 1815 per gli Stati Uniti. La sua nave naufraga il 3 novembre e si inabissano libri, disegni,
erbario, collezioni, la fatica di una vita. Di questo personaggio parla Bertoloni, “Discorso sopra la storia e i progressi della botanica
insulare italiana”, in Annali di storia naturale dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna, t. I, Bologna, tip. Marsigli, 1829, in
particolare p. 250., CTL citare pubblicazione Signorelli.
149 Per la Flora Napoletana, Tenore inizia l’esplorazione completa del territorio nel 1810, sotto gli auspici di Gioacchino Murat, ma
il piano di vasta cooperazione, che prevedeva corrispondenti nelle varie province, fallisce con il finire del governo murattiano Domus
1992, p. 220. Ciononostante, la descrizione delle piante indigene del Regno di Napoli, in 4 voll. e con tavv., viene edita a Napoli dal
1810 al 1815 ed ha numerose ristampe e accrescimenti: nel 1824, 1828, 1830. ecc.
cioè l’Orto Botanico di Napoli che, assieme all’Orto di Palermo, forniscono al meridione

supporti scientifici di livello europeo150. Proprio Michele Tenore, forse per agevolare la

fondazione dell’orto botanico universitario di Catania, nel 1843 intrattiene rapporti di affari con

Francesco Tornabene, come attesta un singolare e ancor misterioso atto notarile, rinvenuto tra le

carte dell’archivio universitario151.

Ricerche botaniche in Sicilia compie anche Giovanni Gussone - l’allievo prediletto di Tenore -

che ottiene dal governo fondi e persino una nave per l’esplorazione della Sicilia e delle isole

vicine, e può svolgere ricerche, viaggi, sperimentazioni, in proficua tranquillità152. Con il

sostegno del principe ereditario Francesco, luogotenente di Sicilia, Gussone nel 1817 fonda

vicino Palermo l’Orto sperimentale e di acclimatamento di Boccadifalco153. Grazie ai notevoli

mezzi di cui disponeva e alle sue indubbie qualità di scienziato a Gussone è riservata “la gloria di

portare la Flora Siciliana al colmo della sua perfezione, e celebrità”154. Difatti è suo il maggiore

contributo dato alla enumerazione, descrizione, catalogazione delle piante caratteristiche della

150 Michele Tenore dirige il “Giornale Enciclopedico di Napoli” che pubblica corposi rendiconti di lavori scientifici stranieri che
contribuiscono a diffondere ed accrescere la cultura del tempo.
151 L’atto, datato Napoli 22 luglio 1843, è del notaio Francesco Freni fu Sebastiano, di Napoli, residente con lo studio nella strada S.
Biagio dei Librai n. 35. In tale atto si legge: “Si è costituito il signor cavalier Michele Tenore, fu don Vincenzo, domiciliato in strada
S. Gregorio Armeno, n. 41 […] il quale ha dichiarato, come non potendosi recare di persona in Catania, perché impedito per altri suoi
affari, perciò, fidato nella integrità, e stretta amicizia del reverendo padre don Francesco Tornabene, residente in Catania, l’ha
costituito, e costituisce per suo speciale, ed alle cose infrascritte generale Procuratore, a poter […] in di lui veci esigere tutte quelle
somme al medesimo signor cavaliere Tenore dovute per qualsiasi voglia causa, e da qualsiasi voglia nome di debitore” ecc. In sintesi:
Tornabene può incassare, fare ricevute, recuperare somme in contanti, costringere i renitenti a pagare con le vie del diritto, usare
avvocati o revocarli”. L’atto, protocollato al n. 178 del registro del notaio Freni, fu scritto in casa del Tenore, alla presenza di due
testimoni: il legale Luigi Carretta (fu Ferdinando) e don Raffaele Gargiulo (fu Gioacchino), proprietario. (Archivio storico
dell’università, Fondo Casagrandi, b. 276)
152 Giovanni Gussone (Villamaina 1787 - 1866) si laurea in medicina nel 1811. Lascia Napoli, per andare in Sicilia nel 1817. Amico
di Luigi De Medici, nel 1827 è nominato soprintendente dei Regi parchi di Napoli e Sicilia. Allestisce il giardino inglese della
Reggia di Caserta e del parco della reggia di Portici, annesso in seguito alla Scuola superiore di Agricoltura. Fu aiutato da Guglielmo
Gasparrini. Il suo erbario, di 20 mila specie, è conservato all’Orto Botanico di Napoli (Domus 1992 p. 220). Tornabene parla di
Gussone nel Quadro storico della Botanica, Catania, 1847, pp. 53-55 e in Flora sicula viva et exsiccata, Catania, 1887, pp. 40-42.
153 L’orto sperimentale e di acclimatamento sorto a Boccadifalco “in accordo collo spirito scientifico del tempo, voleva essere un
istituto di applicazione della Botanica nel campo agrario, separato tuttavia dall’Orto botanico universitario” Vedi G. Catalano,
“Storia dell’Orto Botanico di Napoli”, “Delpinea”, XI, 1958, tomo XXVIII, pp. 5-170, riportato in Domus 1992, p. 220.
154 Antonio Bertoloni, p. 254
Sicilia. Per portare a compimento la sua Flora, Gussone “erborizza” in tutta l’isola e trova nuove

specie. La sua presenza è attestata a Catania nel 1818, 1825, 1847 e in altre date imprecisate,

forse anche nel 1858155. Nonostante conoscesse i botanici catanesi non cita la loro produzione

scientifica e i suoi testi di riferimento per la botanica siciliana sono fondamentalmente Tineo,

Bivona e Rafinesque156

Alla Scuola botanica napoletana appartiene anche l’insigne Guglielmo Gasparrini il

microscopista che forma un erbario siculo ed è autore di lavori che hanno spinto a nuovi

progressi la scienza157. Dopo aver visitato la Sicilia, scrive notazioni, rimaste manoscritte, sulle

piante nuove o rare coltivate a Boccadifalco dove viveva anche un particolare tipo di cocciniglia,

che descrive. In una sua lettera a Vincenzo Tineo si dilunga su prodotti isolani: gli agrumi, il

sommaco; un lichene che i siciliani chiamano Sputo di Luna158. Significativo è il suo rapporto

epistolare con il botanico Salvatore Portal di Biancavilla, personaggio di cui si parlerà oltre.

I celebri studiosi forestieri venuti ad erborizzare in Sicilia emergono su tutta una serie di

scienziati dilettanti, di ricercatori isolani ed isolati, che erano sforniti di precisi programmi di

studio in grado di dar vita a forme di registrazione scientifica diverse da quelle personali, ma la

cui opera risulta comunque meritoria, anche in considerazione del fatto che non avevano

finanziamenti e potevano speciliazzarsi soltanto andando nelle grandi città, dove erano presenti

155 Le date si ricavano dai manoscritti di Gussone che, acquistati dalla Facoltà di Agraria di Portici, sono stati illustrati da A. Trotter
nel 1984.
156 Giovanni Gussone, Catalogus plantarum quae asservantur in Regio Horto serenissimi Francisci Borboni principis juventutis in
Boccadifalco, prope Panormum adduntur nonnullae adnotationes, ac descriptiones novarum aliquot specierum, Neapoli, typis
Angelo Trani, MDCCCXXI. Opera datata maggio 1821. Pubblica il catalogo del giardino dal 1821 e sino 1830.
157 Nato a Castelgrande, in Basilicata, nel 1804, Gasparrini svolge studi sulla anatomia e sulla fisiologia vegetale botanica. Spedisca
a Catania una lettera, tra dicembre 1840 e gennaio 1841. Archivio di stato di Catania, Accademia Gioenia- lettere pervenute, b. VI,
fasc. 17.
158 Caporale, 1869.
le istituzioni scientifiche (musei di mineralogia, vulcanologia, zoologia, orti botanici universitari)

e dove l’ambiente era più aperto alla crescita di vocazioni individuali159.

Tra queste curiose figure val la pena rammentare due amici che si distinsero come dilettanti di

scienze – il sicuo-maltese Giovanni Piazza Ciantar160 ed l’artigiano catanese Francesco Giuffrida

D’Angelo -, esponenti di una schiera di naturalisti che, pur non avendo dato un nuovo indirizzo

al campo botanico, contribuirono comunque ad accrescere il tessuto culturale dell’epoca ( scheda

biografica di Francesco Giuffrida D’Angelo da scrivere).

L’INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO DELLA BOTANICA A CATANIA

In campo universitario, la botanica a Catania si afferma, come scienza distinta dalla farmaceutica

e dalla medicina, con la creazione della cattedra, introdotta nel 1788 e ben tardi rispetto ad altre

università italiane.

Dal momento della creazione della cattedra, a Catania si sviluppano una serie di iniziative

dell’Ateneo che avrebbero concorso in materia determinante alla creazione dell’Orto botanico.

159 Nunzio Greco, p. 31. I “dotti” che non avevano la possibilità di dedicarsi unicamente agli studi trovavano solo nelle grandi città i
grandi musei istituiti dallo stato. A Napoli sorgono in successione: il Museo mineralogico (1801), l’Orto botanico (1809) il Museo di
zoologia (avviato dal 1813) ecc. Vedi De Sanctis, La nuova scienza… A Napoli ha sede l’Istituto d’incoraggiamento alle scienze
naturali che, nel 1822, ha dei catanesi come soci corrispondenti: il professore in medicina Salvatore Scuderi, Placido Portal, l’abate
Francesco Ferrara professore di fisica a Catania, Agatino Longo p. p. di fisica sperimentale nella regia università di Catania;
Maravigna. Tutti costoro hanno modo di entrare in corrispondenza con uno straordinario personaggio, vissuto a lungo in Sicilia.
Francesco Carelli, segretario perpetuo della Real Accademia Ercolanense di Archeologia.
160 Giovanni Piazza Ciantar nasce il 18 settembre 1814 a Malta dal cartanede Giuseppe Piazza e da Teresa Ciantar, maltese. Nel
1820 il padre si trasferisce a Catania con la sua seconda consorte, Eleonora Montanaro. Nella città etnea il picolo Giovanni fa il suo
apprendistato di naturalista e studia le rocce ed i molluschi. Fin da giovane cominica ad occuparsi anche di archeologia,
amministrazione, statistica ed economia. Conosce la principessa russa Sofia Wolkoshy, lo studioso Andrea Costa di Napoli, il cav.
Landolina Nava. Muore di colera il 5 settembre 1837. Il decesso avviene nel villaggio di Battiati e Giovanni Piazza Ciantar è assistito
dal suo amico Francesco Giuffrida D’Angelo. Cauchi 1838 CTL..Nel 1839 suoi articoli postumi escono su “Atti Accademia gioenia”.
Biografia Sapuppo Zangrì, 1839. Le conchiglie e gli “oggetti di storia naturale” della collezione Piazza Cianuro (sic) sono citati da
Power 1995, p. 73.
Difficile valutare quanto aggiornato, in senso scientifico, fosse l’insegnamento della botanica a

Catania nel corso dell’Ottocento161. Qualche notizia si ricava dalla normativa statale; e degno di

menzione è il decreto n. 412 del 14 febbraio 1816, che stabilisce i manuali per i licei: per le

lezioni di botanica il legislatore non cita alcun libro di testo e suggerisce ai professori di annotare

la spiegazione con Linneo, Jussieu, Cirillo, Petagna, Tenore162.

L’aggiornamento dei docenti può essere indirettamente conosciuto tramite il programma della

cattedra di botanica. L’archivio storico dell’università di Catania conserva quello degli anni

Trenta163. A quell’epoca gli studenti apprendevano la botanica su un testo vetusto (l’opera di

Discoride Pedacio), “mentre per l’insegnamento quotidiano si tollerava lo scritto del professore

vivente” (cioè, di Ferdinando Cosentini). Così testimonia Tornabene (che forse discredita i tempi

andati, per far meglio rifulgere i suoi meriti di docente) che aggiunge: “alcuni insegnanti amanti

del progresso diffondevano idee aggiornate”164. Il risultato era una accozzaglia di antico e

moderno; ma, complessivamente, lo stato dell’istruzione in Sicilia era scadente (“umiliante” lo

definisce Tornabene)165

161 Qualche notazione nel coevo Agatino Sammartino, “Sull’attuale stato del sapere in Sicilia, Relazione inedita del 1817”, ASSO,
vol. XIII (1935), fasc. I-II, pp. 113-125.
162 Raffaele 2005, p. 154n.
163 “La Glossologia, la Taxonomia, la Fisiografia, e la Fisica vegetale formano il corso delle lezioni del professore di Botanica.
Queste vengono arricchite con l’esposizione delle famiglie naturali, e germinazioni delle piante, secondo Jeaune (sic) Saint-Hilaire, e
con l’arte di descrivere e studiare la pianta a norma de’ principj di De Candolle, e Lamark. Passa indi [il professore] alle lezioni in
iscritto di materia medica, facendo scelta delle piante le più usuali in medicina”. Questo è il programma seguito dal docente di
botanica negli anni intorno al 1830. Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 276.
164 Secondo Tornabene, i libri di riferimento delle diverse cattedre universitarie erano i seguenti: per la chimica l’opera di Boehrave,
per l’architettura Vitruvio, per la medicina pratica Ippocrate, per la geometria Euclide, per l’algebra Apollonio. Tornabene 1856, p.
21.
165 Tornabene 1856, p 21. Indicativo dello stato di marginalità culturale è l’arrivo nella biblioteca universitaria di libri editi già da
anni. Ad esempio arriva soltanto nel 1832 il primo volume gli Annali del Museo nazionale di storia naturale, opera edita a Parigi dal
1802 al 1813, in 20 voll. in formato 4°. Il bibliotecario riceve i libri francesi da un fornitore, tal Domenico Cicero. Archivio storico
università, Fondo Casagrandi b. 619, f. 100.
Un parziale aggiornamento dell’insegnamento si avvera quando la Commissione di Pubblica

Istruzione ed Educazione in Sicilia propone lo svecchiamento delle tre università dell’isola

(Catania, Palermo, Messina)166.

La riforma universitaria ha per anima un botanico – il Tineo - che è il segretario cancelliere della

Commissione ed autore dei “Regolamenti per le tre università di Sicilia”, (Palermo, Reale

stamperia, 1841)167. La riforma universitaria si riverbera anche nei licei e nelle scuole secondarie

e dà una spinta tale che “da quell’istante le menti nate a nuova vita si mossero” 168.

Con la riforma del 1841 l’università di Catania raddoppia gli studenti169.

Nello stesso anno ((o nel 1839 CTL)), si svolge il concorso per la cattedra di botanica. Gli

aspiranti affrontano la prova scritta (estratta a sorte e detta “tesi”), che verte sugli organi delle

piante. La prova orale concerne gli “organi di fruttificazione, classificazione dei frutti e rivista

generale dei medesimi”170. Uno dei cadidati, Alfio Pappalardo, all’orale fa quasi scena muta, e

allo scritto è impreciso e scarsamente aggiornato. Il concorso è stravinto da Francesco

Tornabene, che ha già al suo attivo diverse pubblicazioni ed è professore “interino” (cioè ad

interim) di botanica. Nel suo elaborato cita rinomati botanici stranieri (Mirbel, Dutrochet, Meyer,

Kaiser, Rudolph, Lidley, Mohl, e altri); nella prova orale - consitente in una lezione

166. La Commissione di pubblica istruzione ed educazione viene istituita nel 1818. Nel 1852 la Commissione viene separata dalla
Deputazione palermitana ed assume il nome di Commissione Suprema di Pubblica Istruzione. I nomi dei componenti sono in Elena
Frasca, I bisturi e la toga: università e potere urbano nella Sicilia borbonica: il ruolo del medico (secc. 18-19), Acireale – Roma,
Bonanno Ed., 2008, pp. 83-86.
167 La Commissione di Pubblica istruzione ed Educazione in Sicilia, presieduta da monsignor Benedetto Balsamo arcivescovo di
Monreale, esamina i regolamenti presentati da Tineo, che vengono approvati dal sovrano il 31 maggio 1840. Successivamente la
Commissione di pubblica istruzione ed educazione di Palermo pubblica il Regolamento pei concorsi alla cattedre delle R. Università,
de’ licei, de’ Collegi, e delle Scuole secondarie dell’una e dell’altra parte dei Reali Dominii”, s.l., s.n., [1858] (una copia è alla
Società Napoletana di Storia Patria).
168 Tornabene 1856, p. 23.
169 Tornabene 1856.
170 Fonte: Longo?CTL
estemporanea -, dimostra straordinaria memoria, approfondita conoscenza della terminologia

botanica, “molta copia di dottrina, forse un po’ soverchia”171.

Val la pena rileggere la prova scritta di Tornabene perché l’elaborato mostra la formazione e la

preparazione del candidato in merito la formulazione di nuove ipotesi, scoperte e teorie nella

botanica, una disciplina che è, come tutti i rami del sapere, imperfetta e suscettibile di continui

cambiamenti e riforme (vedi trascrizione elaborato del concorso).

Botanica, concorso del 1842,: elaborato di Francesco Tornabene.

Lezione orale e difficoltà eseguite per il concorso alla cattedra di Botanica nella R. Università di Catania il dì 9 agosto 1842 dal prof. Francesco

Tornabene cassinese. ms in Dipartimento di Botanica, Biblioteca L.S. 192 (Vecchia collocazione inv. 614, già inv. 1011)

Tesi XIX. Organi della fruttificazione. Classificazione delle frutta. E rivista generale dei medesimi.

La tesi esibitami presenta tre oggetti da sviluppare. 1° Organi della fruttificazione. 2° Classificazione delle frutta. 3° Rivista generale dei

medesimi.

A riguardare questi tre oggetti sotto un punto solo di vista, non posso meglio presentare ai vostri occhi, Signori, che i pensieri dell’immortale

Linneo; parlando della fruttificazione egli dice: Fructificatio, vegetabilium pars temporaria generazioni Fructificatio vegetabilium pars

temporaria, generationi dicata, antiquum terminans, novum incipiens, hujus partes septem numerantur: Calyx, Corolla, Stamen, Pistillum,

Pericarpium, Semen, Receptaculum. Partes Floris sunt: Calix, Corolla, Stamen, Piustillum. Partes Fructus sunt: Pericarpium, Semen,

Receptaculum. Partes itaque fructificationis flos Fructus sunt.

Da tali parole emerge ben chiaro, che dovendo questa mane tener parola degli organi della Fruttificazione mi è uopo dire brevemente 1° del

Fiore, 2° del Frutto, indi ragionando del frutto è sempre facile discorrere delle varie classi di frutta, oggetto secondo della tesi, e poi discorrere

al terzo quesito della tesi medesima nel presentare la riuscita generale delle varie forme di frutta che in ogni classe può trovarsi, ed in

quest’ultimi oggetti farò uso delle più recenti conoscenze botaniche.

Prima parte

Il fiore, giusto le recenti idee di [Pierre Jean François] Turpin, di [Johannes August] Roeper, [Miche-Felix] Dunal, [Alfred] Moquin non che di

[Augustin Pyrame] De Candolle nella sua Organografia vegetale, t. I, p. 504, è una rosetta terminale composta ordinariamente di quattro

verticilli concentrici di forma più o meno variata. Ludwig Hedwing e altri esibiscono altre definizioni.

La proposta definizione però ci presenta il fiore organigraficamente, mentre fisiologicamente De Candolle dice: è l’apparecchio della

fecondazione vegetabile.

Il primo verticillo viene appellato Calice, il quale da Linneo definiscesi: Cortex in fructificatione praesens. De Candolle definiva il calice

«l’inviluppo esteriore dei fiori composti dicotiledoni ordinariamente di color verde». Esso viene composto d’uno o più pezzi, o meglio di una o

più foglie trasformate, dette sepali dai moderni.

Il secondo verticillo del fiore costituisce la parte più bella e colorata del medesimo. Linneo definisce questo secondo verticillo, detto corolla,

Liber in Flore praesens. De Candolle definiva la corolla «Inviluppo secondario dei fiori completi dicotiledoni ordinariamente colorato».

171 . Longo 1843, p. 7. “Il r. decreto del 7 aprile 1843, trasmesso con carta del 27 aprile 1843, conferma il conferimento della
cattedra a Tornabene”. Longo 1843
Le parti che formano la corolla sono foglie trasformate, e da Fabio Colonna furono detti petali; questi possono trovarsi in vario numero ora

liberi ora suturati172.

Il calice quando è composto di molti pezzi coerenti dicesi gamosepalo dal Signor de Candolle e monosepalo da altri moderni botanici. La corolla

similmente composta di moti pezzi suturati viene appellata gamopetala da De Candolle, e da altri botanici monopetale

.Nelle definizioni presentate di De Candolle tanto del calice che della corolla, pare che questi organi appartengano ai soli fiori dicotiledoni

completi; ciò è pur vero mentre i botanici dimorano ancora nel dubbio intorno al nome d’assegnarsi all’inviluppo floreale unico. [Joseph Pitton

de] Tournefort faceva consistere il calice nella persistenza e la corolla nella caducità, perciò un solo inviluppo ora era calice ora era corolla.

Linneo appellava calice l’inviluppo unico di color verde, e corolla questo medesimo inviluppoquand’era colorato; così diceva corolla nel

Daphne ciò che stimava calice nel Chenopodium. Qualche fiata [leggi: Qualche volta] rimaneva nel dubbio talmentechè descrivendo le piante

nel suo Genera plantarum si legge Calix nisi corollam mavis. Lamarck e Jussieu sulle prime furono ancor dubbiosi intorno al termine

d’assegnarsi all’inviluppo unico dei fiori. Jussieu poi nel suo Genera Plantarum a togliere tutti i dubbi stabilì che l’inviluppo dei fiori quando è

unico allora è un calice, e le piante siffattamente formate diconsi apetale.

Alcuni botanici vollero appellare pesiantio questo inviluppo unico, ma tale nome è improprio, perché col nome sopraccennato Linneo appella i

veri calici. Erarth [?] disse tale inviluppo perigonium, ma questo nome appartiene veramente al calix adherens di Jussieu, Linneo ed altri,

laonde [leggi: per cui] De Candolle giudicò opportuno appellare tali fiori con un nome ambiguoi di monoclamidei, cioè fiori con una sola veste,

con un solo invoglio [leggi: involucro]. Da ciò ne segue che tuitti i fiori monocotiledoni sono monoclamidei, perché ordinariamente hanno un

solo inviluppo, e se questo è doppio trovasi d’uguale struttura e colore in tutti due.

Vorrebbe Desvoaux [?. forse intende Desjoyaux] che nei fiori monocotelidoni a doppio invoglio l’esteriore si dicesse calice, e l’interiore corolla,

ma De Candolle ha provato l’impossibilità di tale assunto; per cui nello stato presente della scienza bisogna adibire un termine ambiguo, come

quello di perigonium per tutti gli invogli floreali; [e] questo considerarsi simplex aut duplex; se semplice, non prende verun nome proprio ma il

fiore si appella monoclamideo; se l’inviluppo è doppio, l’esteriore dicesi, nei dicotiledoni, calice, e l’interiore corolla.

I fiori poi dicotiledoni nei proprii verticilli diconsi formati sul tipo primario, ed i monocotiledoni sul tipo ternario.

Il calice può trovarsi unito o libero dalle altre parti del fiore; per cui calix liberum, calix adherens. La corolla considerata rapporto aalla sua

conserzione dal Sig. Jussieu, vien detta hypogyna, perigyna, epigyna.

Il verticillo floreale che succede alla corolla, o al calice mancando la corolla, appellasi secondo Roeper androceum. Questo verticillo è

composto di moti pezzi detti stami, che dalla loro funzione, come diremo, sono giudicati organi maschi del fiore.

Gli stami vengono composti di un filamento più o meno alto, allungato o dilatato, il quale si paragona dai moderni al peziolo [leggi:picciolo] di

una foglia trasformata, e d’una antera tutta simile ad una foglia ripiegata, la quale dimora all’apice del filo in tre modi differenti: cioè antherae,

versatiles, adunatae, terminales.

L’antera, come dissi, è simile ad una foglia che di cui due pagine vengono appellate exotecium ed endotecium. L’endotecio si presenta con una

gramaglia tutta fibrosa. Dentro i vani di questa gramaglia trovansi dei granuli detti pollen, i quali alcuni li credono liberi, altri tra i quali

[François Vincent] Raspail e De candolle dicono trovarsi attaccati per un filo detto trofopollen.

Il pollen è composto di una membrana esteriore in vario modo deiscente, e d’una membrana interiore estensibilissima, entro delle quale esiste un

fluido detto favilla in cui nuotano dei piccoli globetti detti granuli.

Gli stami considerati in rapporto alla loro posizionre possono trovarsi hypogyni, perigyni, epigyni.

172 Su Fabio Colonna (1576-1640) e sull’opera botanica del contemporaneo Giambattista della Porta (1535-1615), vedi Domus
Viridaria 1992, p. 193 [n.d.r.] CTL .
Il più interiore di tutti i verticilli floreali dicesi pistillo. In questo si considerano tre parti; 1° la base che nello stato giovanissimo viene costituita

dal germe. Il germe viene definito da Linneo germen est pericorpii seminisve rudimentum immaturum existens praecipue eodem tempore quo

anthera pollen dimittit. 2° Sopra il germe vedesi più o meno lungo un filo o una colonnetta che dicesi stylus. Lo stilo quand’è formato di un filo

dicesi monostilo, quando è composto di molti stili coerenti dicesi gamostilo secondo De Candolle, polystilo secondo altri.

Il più semplice stilo primigeniamente è doppio, perché deriva dalle fibre che trovansi al bordo delle foglie carpellari. Queste fioibre riunite e

corenti restano attaccate insieme ora dalla base all’apice, ora sino alla metà della loro lunghezza, ora si riuniscono appena nella base.

L’apice dello stilo o degli stili dicesi stimma, il quale secondo De Candolle è privo di cuticola: spesso è umido per preparare il fenomeno della

fecondazione vegetale, ora trovasi munito di peli detti collectores da Cassini.

Il germe che forma la base del pistillo, è composto di molti pezzi detti carpelle. In De Candolle e dai moderni. Le carpelle sono foglie

trasformate, come può vedersi al colore struttura funzione ed altro. Lungo i bordi rientranti di tali carpelle vi sono delle fibre dette funicoli che

nella loro massa costituiscono la placenta seminale. Ogni funicolo porta un piccolo corpo rotondo vuoto al di dentro detto ovulo, e siccome

almeno dovrebbe trovarsi un ovulo per bordo carrellare, così il minor numero di ovuli per ogni carpella è di due.

Successa la fecondazione vegetale per il contatto del polline sullo stimma, o meglio, avvenuta tale fecondazione per l’introduzione dei granuli

pollinici nell’esostome ed endostome, aperture dell’ovulo, ivi formasi l’embrione, e così l’ovulo trasformasi in seme. L’inviluppo o la tasca ove

restano i semi dicesi pericarpio e carpelle le parti componenti il pericarpio, e così il germe si trasmuta in frutto.

Siccome il frutto è formato da foglie trasformate, così il seme può dirsi, che negli inviluppi che coprono l’embrione e la mandorla è parimente

una foglia.

Nel seme può trovarsi un deposito di materia nutritiva detto albume da Gaertner, norisperma da Jussieu ed altri.

La pelle che copre i semi viene appellata spermodermo da alcuni, cioè composta secondo Mirbel e Brown di testo mesospermo endopleure;

queste tra parti derivano dalla primiera e secondina, tutte le altre parti della mandorla, eccetto l’embrione, vengono generate dalla terzina

quartina e cinquina qualche vota.

La parte esteriore del seme, o il testo è munita di pori inalanti o assorbenti detti spongili seminali. Qualche volta il funicolo ombelicale si

distende sul seme e forma il così detto arillo come la caruncola della faba vulgaris, il macis della myristica moscata.

La base del germe dicesi ginoforum. Il gerem e il frutto ha poi un annesso alla sua base detto da Salisburuy phycostema, da Turpin e De

Candolle torus, da Richard disco. Questo toro o disco può coprire in vario modo il pericarpio, e per le aderenze che può presentare col

pericarpio ed il calice, o il perigonio rende il frutto hypogynicus, pergynicus, epigynicus.

Il disco è poggiato sul pediculus estremità del pedunculus. Quando il fiore è solitario allora questo punto dove si attacca il disco dicesi

ricettacolo proprio, quando vi restano molti digeti derivanti da diversi fiori, come nell’ambora, ficus scolimus, allora dicesi ricettacolo comune.

Bene inteso, che non solo il ricettacolo è proprio del frutto, ma ivi siccome vi restano poggiati gli stami, la corolla ed il calice, può dirsi ancora

parte del fiore. Infatti non mancano dei botanici che distinguono il recettacolo del fiore dal ricettacolo del frutto.

Devi altresì far notare parlando del ricettacolo, come parte del frutto, che il Sig. De Candolle colla parola di toro intende quella produzione del

pedunculus che passata a ginoforus si estende sul germen e produce una estensione su di questo, come altresì le parti corolline e staminifore dei

fiori. Da ciò egli dice che nel papaver la membrana che copre la capsula, nell’esperidium del citrus la parte vorticosa sono dei tori.

Seconda parte

Il frutto fu definito da Linneo Viscus gravidum seminis [leggi: seminibus]. Egli conosceva diverse forme di frutta, così la Noce, la Drupa, la

Siliqua, la Silicula, la Capsula, la Bacca ed altre; ama la forma delle frutta non costituiscono le classificazioni dei medesimi.

Altri botanici dopo Linneo classificarono le frutta in secchi e carnosi, deiscenti e indeiscenti, coperti e nudi, non che in altri modi. Come può

facile rilevarsi dalle opere di Correa, Jussieu, Gaertner, Richard e varii.


L’ultima e più recetne classificazione devesi al Sig. Lyndley professore attuale di Botanica a Londra, modificata in qualche parte dal Sig.

Alfondo De Candolle. La classificazione suddetta in questo modo viene esposta.

Le frutta derivano altre [leggi: alcune] da un fiore e sono composte d’una sola carpella, tali sono quelle del delphinium, amygdalus; tali frutta

vengono appellati apocarpi.

Altre frutta sono composte di molte carpelle, e derivano ancora da un fiore, come quelle del pirus communis, della cucumis colocynthis. Tale

frutta vengono appellate sincarpi.

Altre frutta derivano da molti fiori riuniti su d’un asse o d’un ricettacolo, e questi diconsi polyantocarpi, tali sono quelle del ficus carica, ove sul

ricettacolo che termina il peduncolo vedesi un’involucro carnoso, ed ivi si attaccano migliaja di fiori ognuno col suo frutto. Queste piccole frutta

si ravvisano in quegli bacinetti sensibili alla masticazione per la durezza, essendo essi delle noci; da ciò il così detto frutto del Fico non è un

frutto, ma la riunione di molte frutta, su d’un recettacolo comune per cui appellato syconus. Similmente il frutto del pirus detto volgarmente

comus [leggi: communis], non che quello del cupressus sono una riunione di frutta attaccate ad un asse, prolungamento del pediculus, e munite

da squame verticillate o addossate legnose o sublegnose.

Finalmente trovansi delle parti vegetabili, come le squame dell’anacardium ed il peduncolo della pollichia che sono mangiabili, lande sono detti

pseudo-spermi, ma queste non formano parte della pianta, e quindi non entrano nella loro classificazione.

La prima classe pertanto delle frutta apocarpi dividesi in due sezioni cioè in deiscenti ed indeiscenti, o meglio frutta che composte d’una carpella

sono naturalmente capaci d’aprirsi, e frutta che restano sempre nelle loro carpelle attaccate.

Quando le frutta sono apocarpi dobbiamo osservare la sutura dorsale che resta all’esteriore della carpella, e la sutura ventrale o semisfera nella

quale per mezzo della placenta, midolla seminale di De Candolle, veggonsi attaccati i semi.

Abbiamo detto che le frutta sono composte di carpelle le quali sono foglie trasformate. Infatti i botanici odierni per mostrare la convenienza tra

la foglia carpellare e la caratteristica composta di pagina exterior, mesophyllum, pagina interior, hanno detto che il pericarpo è composto di

Epicarpo, Mesocarpo, Endocarpo. Ora l’epicarpo può presentarsi sotto forma di fogliacea o fibrosa, come nell’amaranthus, elleborus; il

mesocarpo può presentarsi ora carnoso nella cucurbita, nell’amygdalus, ora osseo d’unita all’epicarpo ed endocarpo come nella iustas,

corybus, pinus.

Le frutta syncarpi siccome risultano dalle varie carpelle riunite, perciò vedesi dentro del frutto una molteplicità di vani, detti loculamenti, logge,

caselle, mentre agli apocarpi che un solo di tali vani, per cui tale frutta sono dette unilaculares.

Le carpelle rientrando e formando tali vani vediamo che le pareti di tali loculamenti dovendo ricevere un nome proprio a ragione si dicono

septa, septum, dissepimentum.Trovansi ancora dei pseudolocumenta nelle fasolee, nelle vicine, nelle nigellarie [?] ed altrove.

Rientrate le carpelle nel vano del pericarpio possono presentarsi due casi: 1° Le carpelle possono trovarsi riunite al centro e colle loro placente

formare una colonnetta centrale detta comunella; come può vedersi nella bacca del capsicum, del solanum, di altre piante. 2° Le carpelle

possono rientrare portando dei semi ai bordi delle carpelle, ma senza riunirsi nel mezzo, allora resta un vuoto nella metà aerea che vien detta

axis. Tale asse si trova nella cucurbita, nella viola, ed altrove.

Le frutta syncarpi altre sono [sott.: volte] aderenti al calice, altre al peryfgonio per l’intermezzo del toro, altre sono libere da simili aderenze;

Questa medesime frutta possono trovarsi altrove deiscenti altre indeiscenti.

Dopo tali principii il Sig. Lyndley distingue la classe dei syncarpi in due sezioni, cioè 1° sincarpi non aderenti al calice o al perigonio per

l’intermezzo del toro, e questa sezione dividesi in due sessioni; vale a dire in frutta indeiscenti e deiscenti; 2° sincarpi aderenti al calice o al

perigonio per l’intermezzo del toro, e divisi in due sessioni vale a dire secchi e carnosi.

Le frutta polyantocarpi sono composti d’un asse, di squame e della frutta propriamente dette; questa classe non è suddivisa in sezioni.

Parte Terza
Passando alla terza parte della mia lezione, cioè alla rivista generale delle frutta, dirò pria il quadro delle varie forme di frutta che in ogni

classe4 sezione e sessione può trovarsi.

Apocarpi Deiscenti : Folliculus, Legumen, Lomentum.

Apocarpi Indeiscenti: Drupa, Nux, Utriculus.

Syncarpi. Non aderenti al calice o al perigonio per l’intermedio del toro. Indeiscenti: Cariopsis, Samara, Nucalanium, Hesperidium.

Syncarpi. Non aderenti al calice o al perigonio per mezzo del toro. Deiscenti: Conceptaculum, Siliqua, Capsuta [?], Pixidium.

Syncarpi. Aderenti al calice o al perigonio per mezzo del toro. Secchi: Diplotegia, Cremocarpium, Achenium, Glans.

Sincarpi. Aderenti al calice o al perigonio per mezzo del toro. Carnosi: Pomum, Pepo, Bacca, Balausta

Polyantocarpi: Baccae aderenthes, Conus, Synconus, Torosis.

Pseudocarpi, Pollichia, Anacardium.

Dopo tutto ciò si permetta descrivere ogni frutto brevemente.

Frutta apocarpi

Folliculus. Carpella unica secca fibrosa con deiscenza loculicida, uniloculare polyspora. Trovasi nel Delphinium, Aquilegia.

Legumen.Pericarpio fibroso o carnoso, uniloculare con pseudo loculamenti ad ogni seme, perché la carpella restringesi nei vani, deiscente alla

maturazione, uni o pluriloculare, di forma variata, rotonda, appiattita, lunga o breve.Trovasi questo frutto nel Lathyrus Vicia, Faba,

Trogonoboles [?] ed altri. Esso dà il nome ad una famiglia numerosa di vegetabili detta Leguminose.

Lomentum. Questo frutto è un legume con delle restrizioni ad ogni seme o ad ogni pseudoloculamento. Tal è quello dell’Ornitopus [leggi:

ornithopus]; e per arrecare esempi di piantesicula la Ippocrepis multisiliqua ci presenta un legume arcuato, il quale in ogni seme presenta una

arcuazione simile ad un foro, per lo ché è simile ad un lomento. La deiscenza di questo frutto è simile a quella del legume; cioè si apre per le due

suture, la ventrale e la dorsale.

Drupa. Pericarpio monospermo uniloculare con epicarpo e mesocarpo carnoso, endocarpo pria fibroso poi legnoso, indeiscente. Tal è quello del

Prunus, Amygdalus, Cydonia.

Nux. Pericarpio monospermo indeiscente, spesso piccolo, con cappella ossea. Tale frutto della Fragaria vesca che trovasi nel polyforo, il

pinocchi del pinus, e la piccola frutta della ficus.

Utriculus. Pericarpio fibroso uniloculare monospermo indeiscente, ma deiscente con elasticità nel caso di un urto violento. Tal è quello dello

amaranthus, e di altri.

Frutta syncarpi

Cariopsis. Frutto monospermo per aborrimento, poiché lo stilo che portano (sic) le cariospidi è doppio, come due sono altresì gli stimmi, indice

sufficiente a farci credere che le carpelle primitivamente erano due. Il pericarpio della Cariopside è fibroso ed aderisce fortemente al seme,

tanto, da formare un tutto con esso. Fu perciò che Linneo diceva questo frutto seme nudo cioé privo di pericarpio. Queste frutta appartengono

alle graminacee ed alle labiatae.

Samara.Pericarpio pluriloculare ordinariamente fibroso, le carpelle hanno la sutura dorsale appiattita colla forma d’una M, per cui alcuni

dicono queste frutta alate. Tali sono quelle della dodonea viscosa, ed al presente nelle nostre pubbliche vie può vedersi l’ailanthus glandulosa.

Le frutta del pinus strobus, p. larix e di altri sono munite di ale, ma questa è una produzione della corpella appiattita? O è generata dal testo del

seme?
Nucalamium [?]. Questo frutto è composto d’un epicarpio cartilaginoso, il mesocarpo ed endocarpo carnosi, ed i semi stanno nei loculamenti

centrali dentro la carne medesima. Tali sono quelle della vitis vinifera, volgarmente detta uva. La riunione dei nucalancium forma i grappoli

dell’uva. Tale frutto ancor si vede nel Ribes uva-crispa

Hesperidium. Pericarpio composto d’una scorza carnosa densa munita all’esterno di glandule vascolari pieni d’olio essenziale, produzione è

questa del toro secondo De Candolle, o del disco secondo Richard. Dentro la scorza si veggono le carpelle carnose, composte d’epicarpo

cartilaginoso, di mesocarpo ed endocarpo polposo. Le carpelle sono da 9-12, noi le chiamiamo spicchia. Entro tali carpelle attaccate alla

placenta trovansi i semi.

Conceptaculum. Pericarpio composto di due follicoli, i quali nella loro sutura ventrale hanno una placenta centrale, a cui restano attaccati i

semi, nella deiscenza le carpelle si separano e resta la columella centrale. Tali sono le frutta dell’Echites Asclepias e di altri.

Siliqua. Pericarpio composto di […] carpelle ordinariamente a forma allungata; quando poi la lunghezza non eccede la larghezza dicesi filicula

[?]. Le carpelle rientrando formano un loculamento, ma la placenta è polysperma, bipartita alle due suture. La deiscenza si fa intervalvulare,

perché la due mediastine [?] restando tra di esse attaccate non si separano che dal lato delle suture. Tale frutto trovasi nella capsella, thlapsi,

brassica, vanilla ed altro.

Capsula. Pericarpio composto di molte carpelle fibrose secche, con columella centrale polyspora. Desicenza apicilare, la quale si apre in tanti

denti, quante sono le carpelle, ordinariamente trovasi questo frutto nella licnis, dianthus ed altri.

Pixidium. Pericarpio composto di molte carpelle fibrose, a columella centrale polyspora. A questo frutto risponde la deiscenza circumscisse

dehiscens; poiché queste carpelle sono ordinamente allungate al di sopra, hanno una specie di coperchio da tasca, prodotto nella vegetazione da

un’aumento di crescenza all’apice delle carpelle. In fatto per tali frutta succede che la placenta, o gli stili carpellari tra lo stimma e lo stilo. Tali

frutta trovansi nella portulaca olenacea, hyosciamus albus, P. niger [?] ed altri.

Diplotegia. Questo frutto simile alla capsula, ne differisce solo nell’aderenza che tiene col calice per l’intermezzo del toro. Tali sosno le frutta

delle campanule.

Cremocarpium. Questo frutto è composto di molte carpelle secche portanti ad ogni carpella un seme. Questa carpelle trovansi attaccate lungo il

loro stilo con forte aderenza, e sono deiscenti alla base. Si trovano nelle frutta delle ombrellifere, delle aralie. Alcuni botanici considerando il

numer delle achee lo dicono diacheni triachena tetrachena pentachena polychena.

Achenium. Questo frutto è composto di molte carpelle secche, portanti un solo seme, indeiscente, aderente al calice per mezzo del toro; il calice

prende le forme ora di scaglia ora di peli detti pappi.

Elans [?]. Pericarpo coriaceo o legnoso monospermo per aborrimento, coperto di una cupola formata dal perigonio squamoso. Tal è il frutto del

quercus robur, quercus ilex ed altri.

Pomum.

In questo punto toccò l’ora

Prima difficoltà

“Quali sono i passaggi dall’ovulo al seme?”

La brevità del tempo impostami per rispondere a tale difficoltà non mi permette d’entrare nella descrzione dell’ovulo e del seme fatte da

Malpigli, Grew, Morland, Geoffroy, Treviranus, Dutrochet, Turpin, R. Brown ed altri, ma mi darà il tempo di sviluppare questo quesito colle

ultime idee del Sign. Mirbel.

Aperto un’ovario nel suo stato primitivo, dice Mirbel, vediamo nella placenta, anzi lungo il funicolo ombelicale detto troifospermo una piccola

escrescenza simile ad un dente. Indi questo s’ingrandisce e prende la forma circolare. In tale stato osservato questo corpo vedesi esso formato di

due membrane concentriche, la prima detta Primina con una apertura exostome, la seconda membrana detta secondina con una apertura della
edostome; entro tali membrane vedesi un corpicciuolo appellato nocella, vuoto anch’esso e ripieno d’un liquido che può formare varii strati e

varie membrane, le quali prendono il nome di terzina, quartina, quintina. Una di quest’ultime membrane da qualcuno è stata detta corion ed il

liquido ivi contenuto amnios. Dal tale liquido poi concentrato formasi l’albume, o perisperma.

In tale stato di cose, esaminato il pollen che trovasi, come dissi nell’organo maschio delle piante, cioè dentro lo stame, si trovva che esso posto

al contatto dello stimma ordinariamente umido, la membrana esteriore in diversi modi si apre, esce una seconda membrana interiore

estensibilissima per varie aperture, la quale trova in formi di sacchi pieni d’un fluido detto favilla, ove nuotano dei globetti appellati granuli.

Questo pollen così trasformato introduce i suoi prolungamenti secondo Morland, Mustel, Goiffroy ed altri lungo la cavità centrale dello stilo, ma

secondo Mirbel Brogniart, esse giungono ad una certa profondità ove spezzandosi lasciano scappare la favilla ed i granuli i quali si portano

nelle aperture dell’ovulo.

Appena tale funzione s’avvera l’ovulo nella sua nocella riceve l’embrione, il quale altro non è se non una piccola pianta composta di stetlo

radice foglie, in tale piccolo stato dette plumula radicola cotiledoni; la plumala omentre ggi dividesi in tigelalla e gemella. I cotiledoni ora sono

due e diconsi dicotiledoni ora è uno dicesi monocotiledoni ora sembra di essere molti ed appellansi polycotiledoni come nei pini, ma le ricenti

osservazioni mostrano essere piuttosto partizioni dei due cotiledoni che polycotiledoni.

Però, come formasi l’embrione?

Tre sono le ipotesi a questo tempo conosciute.

La prima è quella di Spallanzani, Bonnet ed altri, i quali asseriscono che l’embrione esiste nell’organo maschio, e poi nell’atto della

fecondazione si porta sull’organo femmina. Tale opinione viene oggi rinnovata da Prevost e Dumas parlando dei zoospermi.

La seconda opinione è quella di Morland, Goeffroy ed altri, i quali osservano che l’embrione esiste nell’organo femmina, e l’organo maschio

deve solo eccitarlo dallo stato di torpore ove si trova pria della fecondazione.

La terza opinione è quella di Ippocrate riprodotta da Buffon ed oggi da Brognart, Amici, Mirbel che l’embrione viene prodotto dal contatto dei

due fluidi, cioè dal maschio e dalla femmina. I primi due pensamenti o le prime due opinioni diconsi sistemi per evoluzione il terzo per

epigenesia.

Formato l’embrione nell’ovulo esso acquista il nome di seme. La primina e la secondina si trasformano in una membrana detta spermodermo, o

membrana avviluppante e protettrice dell’embrione.

Questo spermodermo a somiglianza della foglia e delle sue parti è composto di tre parti; cioè di testo rispondente alla pagina inferior della

foglia, e di endopleure rispondnete alla pagina superior della foglia. Però la primiera forma il testo e mesespermo, la secondina l’endopleure.

La radicula dell’embrione risponde sempre all’endostome; i cotiledoni ora sono all’opposto ora sono laterali.

Il seme intanto nel suo testo vedesi dotato di due fori. Il primo, come si è detto esostome, costituisce un ombellico o ilo ove esce il funicolo

ombelicale che al frutto lo attacca, o meglio al pericarpio; il punto poi dove le fibre di questo funicolo, che viene dalla parte dello stelo,

terminano nel seme dicesi da Turpin omphalode. Il secondo foro qualche volta è distinto dal primo, qualche fiata concentrico al medesimo, in

esso termina il cordone pistillare, e questo punto dicesi dal Turpin Mycropilus. Forse per questo cordone mercé cui i granuli pollinici

introduconsi nei meati intercellulari e pervengono all’ovulo.

L’endostome qualche volta risponde allo ilo o esostome, ma in varie circostanze se ne allontana; in tale stato di cose il punto ove trovasi

l’endostome dicesi calaza o ombellico interno del seme, mentre dallo ilo esteriore all’interiore vedesi un cordone che camminando unisce le due

bocche, questo cordone si appella rafe.

Quattro sono poi le posizioni dell’embrione nell’ovulo secondo Mirbel.

1° L’embrione può avere l’eosotome o l’endostome corrispondente allo ilo, in detta apertura risponde la radicula ed alla parte opposta esistono

i cotiledoni; allora il seme dicesi ortotropo. Tali sono i semi della iuglans, polygonum.
2° L’embrione entrato nell’ovulo alla maniera espressata, la secondina può ravvolgersi sopra se stessa; cioè la Primina e secondina possono

eseguire una semirivoluzione sopra se stesse, allora si formano i semi anatropi. Tali sono quelli della cucurbita, cucumis, citrus, amygdalus.

3° Entrato l’embrione nell’ovulo giusto nella maniera superiormente descritta, la Primina può svilupparsi da un lato più che da un altro, talché

il seme prende la forma arcuata; allora formasi un brevissimo rafe. Tale forma di seme dicesi campulitropo. Rispondono a questi semi quelli del

phaseolus, delle crocifere ed altri.

4° Quando il seme non presenta tutta la trasformazione di quello campulitropo, ma viene leggermente a curvarsi, allora dicesi omphytropus

come quello del cocer.

L’embrione ancora rispetto alla mandorla intera può trovarsi basilare, asile, apicilare.

L’embrione può trovarsi difeso non solo dallo spermodermo, ma dall’albume prodotto dalla terzina, quartina, quintina dell’ovulo.

I semi dicotiledoni che per il maggior numero ànno albume, godono dei cotiledoni fogliacei; quelli che ne mancano li hanno carnosi. Sono tra i

primi la sinapsi, tra i secondi la vicia.

I semi monocotiledoni sono muniti per il maggior numero d’albume ed ànno il cotiledone spesso carnoso; quei pochi che mancano d’albume lo

hanno coriaceo.

Giunto a questo tratto diede l’ora

Secondo quesito

“Possono trovarsi semi senza pericarpio, e pericarpio senza seme?”

Non possono trovarsi semiu privi di pericarpio, ma si possono trovare pericarpi senza semi.

Linneo parlando della cariopsis dei moderni, frutto che nelle graminacee e nelle labiate è proprio, dice, che questi sono semi nudi, cioè semi

privi di pericarpio semina nuda. Tale idea prevalse presso tutti i Linneaisti; quando circa il 1810 Pollini nei suoi Elementi di Botanica, non solo

provò che il seme del triticum non è nudo, ma disegnò altresì con eleganti figure il pericarpio ed il seme nella cariosside, avendo ottenuta la

separazione del primo dal secondo colla infusione nell’acqua.

Per le labiate il medesimo Linneo diceva, che il primo ordine di questa classe nel suo sistema sessuale, cioè nella classe didynamia l’ordine

gymnospermia contiene i semi nudi, nel secondo ordine angiospermia i semi coperti. Pertanto Lestibondai [?], R. Brown, De Candolle ed altri

hanno mostrato, che [i] così detti semi nudi delle labiate trovansi cariossidi composte di pericarpio e di seme fortemente e tenacemente

aderenti. Fu per tale motivo che Richard modificando il sistema di Linneo invece di gymnospermia ed angiospermia disse quest’ordini tomoginia

ed atomoginia.

Da ciò deducasi, che i così detti semi nudi non possono ammettersi. A questi fatti si può aggiungere, che gli stili e gli stimmi sono prodotti dei

funicoli o cordoni attaccati ale carpelle, e che i semi restano sempre attaccati alle carpelle per la placenta formata dal cordone ombelicale. Ora

se in tutte le piante fanerogame, ove esistono tali cariossidi veggonsi stili e stimmi, ragion vuole che esistessero cordoni ombelicali, e quindi

carpelle o semi, o meglio, pericarpio e seme.

Cade in acconcio qui osservare che gli ovuli non vengono tutti fecondati come ancora non tutti gli ovuli si sviluppano. Una carpella che

primitivamente contiene due ovuli, come nel frutto della castanea _ tutto il frutto è composto di tre carpelle perciç dovrebbe contenere sei semi,

tuttavia non contane che tre perché è abortito un ovulo per carpella. Similmente si trovano ovuli cresciuti in forma di seme della orchis, ophris,

cipripedium, ed in tutte le piante che condotte al di là della propria latitudine si fanno artificiosamente fruttificare.

La seconda parte del quesito verte se trovansi pericarpii senza semi.

Bisogna premettere, che la placenta a cui stanno attaccati i semi è detta da De Candolle midolla seminale, mentre è dessa (sic) che dà

nutrimento al giovane seme; bisogna conoscere altresì, che la crescenza del pericarpio è indipendente dalla crescenza del seme. In fatti abbiamo

osservato, che i semi possono nelle carpelle buona parte abbortire, ed intanto l’epicaripio prosegue il suo sviluppo.
Dietro ciò non sembra strano il dire che possiamo trovare paricarpii senza semi.

De Candolle nella sua fisiologia nota, che il ranunculus lacerus, il pero detto Buon–cristiano, portano pericarpii senza semi, ed a questi

aggiunse una varietà fi vitis vinifera.

L’artocarpos ioca ed artocarpos incisa detti albero a pane per la forma del frutto, che è una sorosei [?], hanno il loro frutto, quando crescono

presso noi con pericarpio sviluppato, ma privo di semi. La magnolia presso noi matura il suo frutto parimenti portando il pericarpio privo di

semi. Ciò dipende dall’umore o succo nutritivo il quale trovasi nella pianta; questo può trovarsi sufficiente alla maturazione del pericarpio, ma

può non bastare a quello del seme, alla maturazione e nutrizione del quale ve ne bisogna maggiore e più elaborato. E’ per questi motivi che i

vegetabili esotici condotti nelle nostre parti, abbenché indigene di lontane regioni, se trovano il nutrimento adatto alla nutrizione del pericarpio

mancano poi di quel nutrimento necessario alla maturazione dei semi.

In fatto Guibourt, Raspail hanno osservato che l’artocarpos coca, coltivata contiene 6 di fecola sopra 100 e l’artocarpos incisa parimente

coltivata 3 sopra 100; tale quantità di fecola pertanto trovasi nei detti pericarpii derivanti dalle piante indigene: ecco una valevole ragione a

conchiudere che possono trovarsi per mancanza di nutrimenti pericarpii senza semi.

Noi conosciamo una varietà di cactus opunzia che dicesi senza semi; la cornutella varietà della vitis vinifera è altresì senza semi nei suoi

pericarpii il più delle volte; come ancora una varietà di pero presso cui manca spesso di semi.

Io non sento però in verun modo richiamare le idee di Morland e di Mustel i quali credevano, che ad ottenere frutta senza semi bastava tagliare

la midolla nella pianta, poiché tale errore dopo Varen de Fenile fu tolto, e come non vi è tronco dicotiledone senza midolla, così non vi è chi

possa dire che la midolla influisca sulla presenza o assenza del seme.

In tesi generale potendo conchiudere, che non vi son semi nudi; non vi è seme senza pericarpio, ma che vi sono pericarpii privi di semi.

Di altra mano si legge:

S.M. incarica la Consulta dei Reali Dominj al di la del Faro di discutere e dare il suo avviso sull’annesso rapporto della Commissione di

Pubblica Istruzione col quale si fa presente che nel darsi ad effetto al concorso della Cattedra di Botanica della Regia Università di Catania

essendosi negati ad intervenire, allo esperimento due professori della facoltà di scienze fisiche alla quale essa appartiene, il Presidente

dell’Università destinò in vece due professori della facoltà medica, e che sebbene uno de’ concorerenti abbia fatto un protesto di nullità fu

eseguito il concorso e proposto il Padre Francesco Tornabene per Professore.

Nel Real Nome lo comunico a V. E. per l’uso di risulta.

TORNABENE: L’ATTIVITA’ DIDATTICA, I FILONI DI RICERCA, IL CONFRONTO

CON ALTRI CASSINESI


L’attività didattica di Tornabene è ben nota: gli annuari stampati dall’ateneo riportano i giorni e

gli orari delle sue lezioni, i nomi degli studenti iscritti ai corsi, la ripartizione tra insegnamento in

aula e lezioni all’aperto173.

Tornabene, obbligato dall’incarico di professore di botanica, era autorizzato a fare

“erborizzazioni”, con fondi ministeriali, in qualunque mese dell’anno e in ogni parte del

regno174. Le piante raccolte nel corso delle “erborizzazioni” servono a Tornabene a riunire “tutte

le specie e le varietà di alberi ed arbusti per foggiare un erbario di ciò che costituisce la Pomona

Etnea”175.

Gli interessi di Tornabene si indirizzano anche verso l’anatomia comparata e pertanto egli coltiva

con fervore gli studi di teratologia animale e vegetale176.

Ma il contributo più importante di Tornabene è nel campo della geografia botanica (studio

dell’influenza del clima sulla varietà e sulle epoche di vegetazione), un ramo di ricerca indagato

anche da Humboldt, dai due De Candolle (Piramo Augusto ed Alfonso), da Roberto Brown, da

Federico Schouw177. Anticipando di dieci anni una analoga pubblicazione di Afonso De

173 La facoltà di Scienze naturali e farmacologiche stabilisce l’orario delle lezioni per l’insegnamento. Le lezioni di botanica durano
1ora e _ e sono appena sufficienti “per esporre teoricamente e praticamente l’argomento”, con esercizi di riconoscimento e
descrizione delle piante medicinali. In primavera gli studenti si fanno escursioni in campagna e apprendono dal docente ad essiccare
e conservare le piante. Tornabene, lungo tutto il corso della sua carriera, insiste nell’inserire la “geografia botanica” nel suo
programma di insegnamento. Tornabene 1887, p. 43
174 La Commissione di Pubblica Istruzione (di cui un membro era Gioacchino La Lumia) propone al ministro dell’interno una legge
sulle “erborizzazioni” e, in conformità alla proposta, il 16 marzo 1844viene emessa la ministeriale n. 203. (Tornabene 1856). Dopo
qualche mese, a Tornabene, qual professore di botanica, ottiene in assegnamento 60 duc. annui per le escursioni botaniche
(ministeriale datata Napoli, 23 novembre 1844). Tornabene 1856, p. 6n.
175 Tornabene 1856, p. CTL.
176 Tornabene descrive un frutto mostruso di fico d’india, da lui rinvenuto nelle sciare etnee il 19 novembre 1843. “Lo studio
dell’ordine mostruoso ci guida a una conoscenza dell’ordine abituale e normale” (p. 3), afferma, dicendo anche che in Sicilia è
diffusissimo vedere nelle opuntie elementi teratologici. L’esemplare di opuntia da lui trovato viene riprodotto dal disegnatore da S.
Ceci ed il disegno, inciso da M. Sciuto, inserito nella Descrizione di un individuo teratologico vegetabile venuto sul frutto
dell’Opunzia, s.n.t. [1844] (estr. dal n. 15 del Rendiconto della r. Accademia delle Scienze di Napoli); la cit. è a p. 3. La teratologia è
un tema anche affrontato da un altro botanico ed ecclesiastico, il can. Saverio Gerbino Memoria sipra talune mostruosità
dell’opunzia, Catania, stamp. Musumeci Papale, 1852.
177 La Geobotanica è materia di studio anche negli attuali corsi universitari. I dettagli del programma prevedono: paleobotanica,
evoluzione degli organismi vegetali nel corso delle diverse ere geologiche, carte geobotaniche. Il fondatore della moderna
Candolle178, Tornabene scrive il “ Saggio di geografia botanica per la Sicilia ” 179
. Nel 1847,

pubblica la “Lichenografiia sicula”, in parte illustrata con disegni del Ceci ed incisioni di Mario

Sciuti180. In seguito, redige la già citata “Tavola comparativa delle piante siciliane trovate dagli

antichi e da’ i medesimi botanici”, lavoro statistico in cui espone “le cifre delle piante siciliane

scoperte fino ad oggi dai moderni, e descritte una volta dagli antichi”181.

Tornabene scopre piante non raccolte da altri botanici e mai diligentemente descritte. Fa

conoscere la variante Aetnensis dell’albero Celtis Tournefortii (in sicliano: minicucco)182. Rende

biogeografia è Wallace (esploratore, studioso delle palme) che si chiede: perché la distribuzione delle specie vegetali ha un
determinato confine? Perché alcune specie hanno una tal distribuzione? Perchè altre specie ne hanno un’altra?
178 Nel 1855 Alfonso De Candolle pubblica la Geographie botanique raisonnée (Paris, V. Masson, 1855) con cui espone e motiva
l’attuale distribuzione geografica delle piante. Tornabene ricece dall’autore quel volume, accompagnato da una lettera di De
Candolle, che si doleva di aver letto i saggi di Tornabene dopo la pubblicazione del suo lavoro, perché avrebbe potuto giovarsi di
varie conoscenze del catanese.
179 Il saggio, scritto nel 1845, è inserito negli “Atti della Settima adunanza degli scienziati italiani tenuta in Napoli dal 20 di
settembre a’ 5 di ottobre 1845”, vol. I, Napoli, nella stamperia del Fibreno, 1846, (non sono citate le pagine; è pubblicato anche in
estratto).
180 Il saggio raccoglie, distingue, descrive, disegna in apposite tavole un numero non indifferente di licheni rinvenuti nell’ambito
dell’Etna e in quello delle montagne siciliane. I licheni sono presentati per decadi. La prima decade ha disegni colorati al naturale
(opera del giovane catanese Ceci, un bravo disegnatore morto prematuramente) che sono ammirati dai botanici al settimo congresso
di Napoli. I disegni sono poi incisi con accurata precisione da Mario Sciuto, un grafico di cui si avvale anche Carlo Gemmellaro per
belle tavole sull’eruzione dell’Etna. Il lavoro di Tornabene è presentato alla Accademia Gioenia il 12 agosto 1847 ( Gemmellaro
1849, p. 14). Tornabene pensa di accrescere la sua “Lichenografia Sicula”, che è pubblicata a Catania nel 1849. Tornabene 1856.
181 La “Tavola” statistica - scritta dopo il saggio di De Candolle - mostra la vegetazione delle nostre latitudini tra il grado 36°37’ -
38° Nord e 10°5’ -13°20’ long. Est, al meridiano di Parigi. Nella “Tavola”, che è inserita in “Elogio accademico del cav. Vincenzo
Tineo”, Tornabene “addita la differenza o la convergenza che la vegetazione di tutte le coste mediterranee ha con quella di Sicilia”.
Riassumendo la Flora Siciliana enumera: 128 famiglie 128; 713 generi (cioè 570 conosciuti dagli antichi e 704 dai moderni); 1632
specie conosciute dagli antichi (mentre 2598 sono le specie conosciute dai moderni). “In sintesi gli antichi non conobbero 1156
specie che noi possediamo, e noi non abbiamo potuto trovare 334 specie che essi videro raccolsero e descrissero”. Circa le varietà, gli
antichi ne descrissero 150, i moderni 679. “Quindi quelli ne ignorarono 525, mentre noi non abbiamo trovato 5 varietà descritte da
loro” (Tornabene 1858, pp. 13-16). La latitudine di Catania fu definita da Cristian Peters neglo anni Trenta CTL: le misurazioni
furono presentate alla Accademia Gioenia soltanto nell’aprile 1848 ( Gemmellaro 1849) cioè proprio negli stessi giorni in cui si
consumava un rivolgimento politico ed è curioso constatare che giusto durante le rivoluzioni si cambiano spesso anche le misure,
come dimostra ad esempio il caso del sistema metrico decimale e la rivoluzione francese CITA lavoro Lo Faro su metro.
182 L’albero del genere Celtis a quanto pare è originario dell’Armenia e la pianta prende il nome dal Tournefort, un botanico di
primo Settecento. Tornabene scopre la varietà Aetnensis nell’agosto 1854, “erborizzando” sul versante del vulcano che volge a Sud
Sud Ovest, ossia dalle parti di Belpasso, Cerza di Chiodo, Ragalna (a contrada Cavaliere, monte Nero e Rovero Grosso). Descrive
come scopre la nuova varietà e dice di essere”colmo di piacere indescrivibile sì nel vedere aggiunto un novello individuo alla Flora di
Sicilia, ed una novella varietà, che nell’osservare la utilità del suo legno, e le facili applicazioni, che se ne possono ritrarre per le
nota una specie di asparago dell’Etna183. Nel 1859 pubblica la “ Flora Fossile Etnea ”, opera

scritta “sulla scorta di laboriose ricerche e lunghi studi”184. Ritiene che “il vero sapere botanico”

risulta dalla unione di “organografia e fisiologia, tassonomia e fitografia, geografia e

geognostica”, e che lo studio delle piante richiede “cognizione delle specie e […] nozioni

chimiche, fisiche ed agricole”185.

Superando per saperi i botanici più anziani, Tornabene si colloca decisamente su un livello

superiore, giacché sa applicare con metodo scientifico il sistema di classificazione delle

piante186. Non bisogna però presupporre che conoscenze analoghe alle sue fossero patrimonio

arti”. Il legno, di colore biancastro, flessibile o duro a seconda della secchezza, è “per grossolani oggetti destinato dagli etnicoli
agricoltori”. Questi distinguono il Bagolaro (italiano), Micoculier (francese), Minicucco (siciliano) in maschio e femmina. Il primo è
la Celtis Australis L., il secondo, cioè la “femmina” è la nota Celtis Tournefortii var. Il primo si trova in tutta la Sicilia soprattutto
orientale e meridionale. Il secondo si trova soprattutto nell’area Sud Sud Ovest dell’Etna. Il primo è usato per foggiare bastoni,
travicelli, carbone o sostegni. Il secondo si usa per foggiare collari scolpiti di capra, o montoni o buoi. I “tornieri” catanesi impiegano
per carrucole, palle, palline, e simili strumenti il maschio. La femmina per spilli di botte, palle, carrucole. Tornabene tenta di usare il
legno di questa pianta per opere di scultura, per creare nuovi modelli di strumenti agricoli, per scolpire caratteri per la stampa “e il
tipografo è ben soddisfatto”. Le foglie del minicucco possono esser cibo per buoi e capre. La frutta si mangia per diletto. La pianta è
disegnata da Zurria e inserita in Tornabene 1856, sop. p. 12.
183 Tornabene in territorio etneo scopre tante nuove specie e varietà di Asparagus “da eguagliare il numero di quante ne possiede
tutta l’isola e l’Italia”. “Descrizione di tutte le specie d’asparagus spontanee sull’Etna” che ha letto nella seduta ordinaria della
Gioenia il 27 aprile 1856.
184 A Tornabene mancano i mezzi per portare velocemente a termine le sue ricerche sulla botanica fossile dell’Etna, Soltanto verso
la fine del 1859 riesce a pubblicare un lavoro completo (che vide la luce nel vol. XVI della 2. serie degli Atti Gioenia) e con
rammarico vede che altri botanici lo hanno battuto sul tempo. Tornabene fin dal 1838 (nel Giornale del gabinetto dell’Accademia
gioenia) e poi al congresso di Napoli aveva enumerato le sue scoperte, raffrontato le specie fossili con le viventi, annunciato le sue
prime osservazioni riguardo la topografia dei luoghi, la natura e la composizione chimica dei terreni in cui si riconoscono sepolti i
fossili. La paleontologia è studiata anche da Gaetano Giorgio Gemmellaro che pubblica una opera sulle conchiglie fossili Aradas
1869, p. 55.
185 Tornabene1856, pp. 8-9.
186 I botanici devono conoscere il nome scientifico delle piante, per certificarle e individuarle esattamente senza equivoco. Per
distinguere famiglie, generi e specie, Tornabene denomina ogni pianta in lingua italiana e la famiglia in latino; ed indica inoltre altre
notizie: i sinonimi, il luogo di provenienza, il tempo di fluorescenza, l’uso economico e terapeutico (Tornabene 1856). Tornabene e
Gemmellaro auspicano l’uso del latino tra i naturalisti (Gemmellaro 1849, p. 15) per evitare gli equivoci derivanti dal fatto che
spesso lo stesso nome volgare è dato a differenti piante, e, viceversa, molti nomi, secondo i diversi luoghi, per la stessa pianta. Per
fare chiarezza sui nomi dati alle piante nel 1809 Ottaviano Targioni Tozzetti pubblica un Dizionario, che è destinato anche a
dilettanti e agli agricoltori, ai fioristi che importano con grande spesa fiori e piante che sono invece comuni. L’autore chiede aiuto ai
medici condotti affinché raccolgano piante e li mandino secche, con il rispettivo nome vernacolo. (Ottaviano Targioni Tozzetti,
Dizionario botanico italiano che comprende i nomi volgari italiani, …., Firenze, presso Guglielmo Piatti, 1809, 2 voll.1809).
anche degli altri monaci cassinesi di S. Nicola (Emiliano Guttadauro, Gregorio Barnaba La

Via187, Giacomo Maggiore 188), che si occuparono di storia naturale, agronomia, botanica, dando

prova di una cultura più attardata o retriva.

Il monastero benedettino non trasse vantaggi, in termini di aggiornamento scientifico,

dall’ospitalità offerta ad importanti scienziati stranieri di passaggio a Catania. La collezione

naturalistica, incrementata decisamente dal dovizioso padre Guttadauro, non fu sostenuta da

quelle caratteristiche che potevano farla apprezzare per consapevolezza scientifica (Alberghina).

Quella celebre raccolta mancava infatti dei presupposti che potessero allinearla alla migliore

tradizione europea, protesa verso una razionale classificazione minerale, fondata sulla

cristallografia o sulla chimica. Le conchiglie ad esempio, collezionate con passione, non erano

inserite nel disegno dell’evoluzione: non erano cioè viste con l’occhio del paleontologo che nelle

conchiglie trova le “specie guida”, ossia le indicazioni sulle ere geologiche e sulla cronologia

delle terre emerse189.

187 Gregorio Barnaba La Via (1793-1854) figura di primo piano della locale vita culturale, dopo un periodo trascorso fuori Catania
dal 1838 diventa priore del monastero di S. Nicolò l’Arena; cerca forse di riconvertire i latifondi del monastero (che aveva proprietà
persino a Malta) con nuove modalità di gestione agricola. Attribuiosce un grande ruolo alle scuole tecniche. Pubblica manuali di
geoponica e dà consigli agli agricoltori su innesti, ingrassi terreno, coltura delle vigne, uso di nuovi modelli di aratro,
perfezionamento dei metodi tecnici di lavorazione della seta ecc. Dal 1840 insegna all’università economia commercio e agricoltura.
Socio fondatore della Gioenia e membro della società economica, nel 1842, è invitato al Settimo Congresso di Napoli e ad un
convegno scientifico in Francia (dove legge una relazione sulla rigenerazione della razza africana e per l’abolizione della schiavitù).
Membro attivo del comitato rivoluzionario fu sospettato rivoluzionario dalla politica borbonica dopo i moti del 1848.
188 Giacomo Maggiore nasce a Vizzini il 25 marzo 1812 e professa i voti il 28 marzo 1833. Malacologo, con Aradas scrive il
“Catalogo ragionato delle conchiglie viventi e fossili di Sicilia”, pubbl. in Atti dell’Accademia gioenia, tra il 1839 e 1843. La sua vita
si incrocia a quella di Tornabene, giacché ambedue i benedettini ebbero l’incarico di direttore delle stampe della accademia Gioenia
(dal 20 luglio 1851 Tornabene succedette al Maggiore). Nel 1866 diviene abate titolare mentre Dusmet era abate di governo e
Francesco Tornabene priore nullatenente e bibliotecario. (Alberghina, 2002, p. 145). Di prossima pubblicazione è un volume sul
Maggiore a cura di Luigi Sanfilippo.
189 Tornabene offre uno sconsolante quadro del Museo dei Benedettini che – a suo dire - era una collezione di anticaglie, fossili,
rocce inutili, conchiglie rotte, avanzi di pesci disseccati. Tutti questi oggetti erano stati raccolti dall’abate Vito Amico Statella (morto
il 15 dicembre 1759 CTL). Il museo, accresciuto dal cassinese Placido Scammacca (morto 15 luglio 1787) era poi caduto in
abbandono “ed è da compiangere la perdita del Gazofilacio fatta verso il 1816”. Dal 1854 Tornabene dà un nuovo allestimento al
museo e “riesce a mutare quel sito spregevole in sontuosi gabinetti di antichità e di storia naturale” e già due anni dopo la prima sala
è pronta e si lavora alle altre .( Tornabene, 1856, p. 25). Si ritiene che la collezione dei benedettini (che comprendeva anche le
I rapporti epistolari ed accademici, che pure intercorsero tra i grandi nomi della cultura

naturalistica e gli intellettuali dell’ambiente catanese, non sono di per sé sufficienti ad affermare

che, prima della fondazione dell’Orto Botanico universitario, Catania pativa l’eredità di una

cultura nel complesso separata e fortemente ideologizzata.

Tali caratteri, seppure a un livello più lieve, sono comunque ravvisabili anche nella produzione

di Francesco Tornabene (i cui saggi di botanica – giova sottolinearlo –non furono considerati

meritevoli di comparire tra i volumi della biblioteca dell’Orto botanico di Palermo190). Sempre in

primo piano nelle vicende della sua città, Tornabene fu sostanzialmente un intellettuale, che vive

nel mondo dell’università, dell’Accademia Gioenia, della Società economica, senza un diretto

coinvolgimento nell’attività di governo, nelle organizzazioni politiche o nel giornalismo (si

aggiungerà la scheda biografica su Francesco Tornabene).

L’EREDITA’ DEL CANONICO COLTRARO

Un assunto botanico-politico accomuna i naturalisti catanesi nei primi decenni dell’Ottocento.

Essi, come è stato dimostrato nelle pagine precedenti, condividono l’idea che la vegetazione

rappresenti un correlato significativo della comunità umana al cui interno trova il suo habitat.

Questo concetto viene platealmente sostenuto dal canonico Mario Coltraro (costituzionalista

negli anni 1812-13, e considerato dalla Polizia carbonaro e coinvolto nei moti del 1820-21) che,

per l’istituendo orto botanico dell’ateneo, pretende esclusivamente piante sicule.

Lo stesso Coltraro individua un altro elemento che costituisce per i catanesi un fattore di

appartenenza alla comunità sociale: la meridiana. Che le meridiane siano un collante identitario

conchiglie donate dal abate Guttadauro a Giacomo Maggiore e i minerali raccolti dal cassinese La Via), passò poi all’accademia
Gioenia.
190 Mariella Di Misa Azzarello, Il fondo antico della biblioteca dell’orto botanico di Palermo, Palermo, Artigrafiche, 1988, 231 p.
della città di Catania lo ricorda la storia antica (i Romani conquistatori trovarono a Catania la

prima meridiana) e l’obelisco di piazza Duomo (egizio, come l’antica meridiana catanese) che dà

ancora il senso di collettività.

Per spiegare punto per punto quanto appena asserito bisogna andare con ordine e, per

cominciare, puntare lo sguardo sul canonico Coltraro, il cui nome è legato indissolubilmente alla

fondazione dell’Orto botanico dell’Università di Catania.

Le poche notizie biografiche raccolte attorno al canonico informano che Mario Coltraro e

Coltraro nasce nel 1775 a Catania, dove cessa di vivere l’11 settembre 1838. Studioso di

filologia e “reputato istruttore della gioventù”, diventa professore di matematica e geografia nelle

scuole primarie comunali. Realizza una raccolta di “carte geografiche sulla Sicilia, adatte

all’insegnamento dei bambini”. Abbastanza noto in città, “con i suoi risparmi formò una

mediocre fortuna ed entra nel Collegio Canonicale della chiesa parrocchiale di Santa Maria

dell’Elemosina di Catania”, chiesa più nota come “La Collegiata”191.

Una biografia apparentemente anonima, quella di Coltraro, se non si tenesse conto del fatto che

egli, per l’insegnamento dei bambini, è uno dei primi ad usare in Sicilia il metodo lancasteriano,

o di mutuo insegnamento192. Tale metodo didattico ha una dirompente carica ideologica: proprio

per questa ragione nel meridione d’Italia, dopo la rivoluzione del 1820-21, la Commissione di

Pubblica istruzione tentò di bloccarlo, accusando il metodo lancasteriano di ispirare sentimenti

contrari ai principi di autorità e di subordinazione per la sua caratteristica di essere fondato sulla

reciprocità e sull’emulazione193. Nonostante gli ostacoli governativi, a Catania, negli anni Trenta,

il canonico Coltraro prosegue il metodo lancasteriano e dà vita ad una scuola, l’unica in Sicilia,

191 s.d. [post 1888]. Archivio storico dell’università, fascicoli dell’Amministrazione centrale, n. 546-numerazione provvisoria.
192 Le scuole di mutuo insegnamento sono fondate a Napoli dal letterato Antonio Scoppa (Santa Lucia, nel messinese, 1762 –
Napoli 1817), che era emigrato in Francia dopo la rivoluzione napoletana del 1799. La sua opera più nota è Des beautés poétiques de
toutes les langues considérées sous le rapport de l’accent et du rythme (1816).
193 Il metodo Lancaster viene introdotto in Sicilia da Nicola Scorazzo, un abate formatosi a Catania dove, giunto dalla natia Aidone,
entra in contatto con i personaggi più in vista del mondo della cultura. Amico del canonico Strano, di Francesco Ferrara ed alri
(Sammartino Pardo, Bonanno, Paternò Tedeschi), Nicola Scovazzo è zio del futuro ministro Filippo Cordova. Raffaele 2005, p. 148.
che prevede un approfondito corso di Disegno lineare (una sorta di geometria applicata alle arti

ed ai mestieri), il cui insegnamento era presumibilmente destinato all’istruzione di artigiani

(scalpellini e marmorai), tecnici, agrimensori194.

La scelta di Coltraro di diventare sin dal 1817-1818 “precettore” della scuola di mutuo

insegnamento rivela il suo mondo interiore, la sua formazione, il suo impegno sociale, vale a

dire, quei tratti della sua personalità che avevano radici nelle sue avanzate idee politiche195.

Costituzionalista nel 1812-13, non si arrende alle spire soffocanti dell’accettazione passiva dello

status quo e aderisce a una setta latomica196. In un rapporto della Polizia che lo teneva

sott’occhio e lo arresta si legge: “Il noto precettore catanese Mario Coltraro è affiliato alla setta

Vespri patrioti”197. Per aver partecipato ai moti carbonari (che a Catania erano in parte collegati

con le aspirazioni costituzionali dei carbonari napoletani), è indiziato nel 1822 dalla Giunta di

scrutinio198. Nonostante ciò, resta maestro di grammatica presso la scuola secondaria di Catania,

dal 1820 al 1838199, e poi ancora presso la scuola del Duomo 200
. Con la sua morte scompare un

“pervicace e indomito cospiratore e patriota, indegnamente dimenticato dai suoi concittadini” 201.

194 A Catania vi erano tre o quattro scuole di reciproco insegnamento e in una si insegnava Disegno Lineare, “mercè le cure dell’Ab.
D. Mario Coltraro, col metodo lancasteriano” (Salvatore Sciblia, “Stesicoro”, n. 5, agosto 1836). L’insegnamento del disegno lineare
viene introdotto a Palermo, nelle scuole di mutuo insegnamento, con il sistema di Louis Benjamin Francoeur (1773-1849) intorno al
1835. Vedi Discorsi pronunziati dal Presidente, dal Vice-Presidente, e dal socio perpetuo della Società Economica della Valle di
Catania nell’adunanza generale del 30 maggio 1836 faustissimo giorno onomastico di SRM Ferdinando II, Catania, tip. F. Sciuto,
1836; ripubblicata in “Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia”, n. 45, gennaio 1837, parte I, la citazione è a p. 16n.
195 La Commissione di pubblica istruzione rilascia al sac. Mario Coltraro la “patente” per insegnare Elementi di grammatica (12
novembre 1818). “Giornale degli Atti dell’Intendenza del Valle di Catania”, 1818, p. 222, in Raffaele 2005, p. 311n.
196 Il poeta toscano Bartolomeo Sestini introduce la carboneria a Catania e nell’estate 1818, a Palazzo Biscari, contribuisce a
fondare “I figli di Caronda”. Bartolomeo Sestini - nato a S. Mato (Pistoia) il 14 ottobre 1792 e morto in esilio a Parigi l’11-11-1822 -
fu autore di “Pia de Tolomei”, musicata da Donizetti; fu invitato in missione in Sicilia (assieme ad altri singolari personaggi, quali il
dentista Grazio Leone di Roma, e l’oculista Francesco Fasani) dalla massoneria della penisola e dall’Alta Vendita di Napoli
“L’Indipendenza Italiana”. Alla niogradia di Bartolomeo Sestini sono legati i nomi del toscano Giuseppe Valtancoli (che però era una
spia del granduca?) e dal medico Michele Gastone. Vedi Francesco Lemmi, “Le società segrete nella Sicilia, nell’autobiografia
dell’abate Luigi Oddo”, in ASS, 1920, p. 127 circa.
197 V. Labate, Un decennio di carboneria in Sicilia (1821-1831), Roma, Dante Alighieri, 1909, vol. I, p. 223.
198 ASN, Ministero di Grazia e Giustizia, fascicoli 6135-6137 in Raffaele 2005.
199 Raffaele 2005, che cita: ASCT, Int. Borb., b. 689, memoria del canonico Ignazio Distefano, del 9 dicembre 1854
Morendo, Mario Coltraro lascia una cospicuo patrimonio202. Il canonico è un uomo che possiede

uno spiccato senso degli affari e mostra questo suo talento anche nell’organizzare la sua vita

ultraterrena. Preferisce lasciare denaro e non beni immobili e, proprio per questo, sin dal lontano

1819 comincia a vendere i beni che possiede (censi, fondi immobili rustici e urbani) e dà in

prestito i soldi ad interesse. Forse aveva già in mente l’intenzione di lasciare all’università

denaro contante e immediatamente spendibile per la fondazione dell’Orto botanico203.

Il resto dell’eredità è spartito tra la chiesa di Santa Maria dell’Elemosina, la chiesa di Santa

Maria dell’Ogninella204, la madre badessa del monastero di S. Placido, gli istituti di beneficenza

per fanciulle povere205, il municipio di Catania (le somme lasciate in eredità dovevano servire

200 ASCt, Int. Borbonica, b. 668 in Silvana Raffaele 2005, p. 359, dove però erroneamente si dice che il canonico partecipò agli
avvenimenti del 1848, cosa impossibile perché a quell’epoca Mario Coltraro Coltraro era già deceduto, e, dunque, non può essergli
attribuita la documentazione (in ASCT, Miscellanea risorgimentale, b. 32, fasc. II, cc. 183-184, Catania, 1 giugno 1850), che invece è
relativa a un canonico quasi omonimo: Mario Coltraro Lombardo, socio dell’Accademia Gioenia, amico del canonico Giuseppe
Alessi e del napoletano Francesco Marcerò: quest’ultimo è un personaggio per nulla secondario che faceva da tramite tra Catania e
Napoli per lo scambio di libri e materiali (Archivio di stato di Catania, Accademia gioenia – Lettere autografe pervenute, b. IV, fasc.
11 – palomb. 36).
201 V. Finocchiaro, “Catania e il risorgimento politico nazionale nelle Memorie inedite di Carlo Gemmellaro”, p. 199.
202 Mario Coltraro e Coltraro dispone le sue ultime volontà con testamento olografo scritto il 30 nov. 1834, rimaneggiato nell'anno
successivo e reso pubblico, ovviamente dopo la sua morte, il 13 settembre 1838, dal notaio Mario Maugeri Toscano, fu notaio
Giacomo, che aveva lo studio in piazza Stesicoro 8 (il testamento è al n° 17.722. ). In un documento, datato Catania 13 settembre
1838, si legge che davanti al regio giudice di circondario Duomo si presenta il notaio Mario Maugeri Toscano, che esibisce il
testamento in forma olografa dell’estinto. Lo rinvenne in casa del testatore, quando cessò di vivere. Gli fu consegnato dal prevosto
della Regia Collegiata, Antonio Carbonaro. Il testo è del 30 novembre 1834 con aggiunte del 1837.
203 Coltraro, per avere maggiore liquidità, intensifica le vendite negli anni Trenta. Nel testamento sono citati i suoi debitori, per
mutui contratti o altro: Ignazio Asmundo e Sammartino, Ignazio Alonzo, Anna Tedeschi in Sigona, il chierico Saverio Troppa e
Riccioli, Francesco di Paola Tedeschi e Tedeschi, Anna Statella in Pucci, Giacomo Gravina (suo grande amico), il notaio Matteo
Arcidiacono, il duca di S. Giovanni Guglielmo Moncada, il principe di Maletto e molti altri personaggi.
204 Coltraro lascia parte dell’eredità alla chiesa di santa Maria di Ogninella (“mia speciale protrettrice”, scrive), per la celebrazione
di messe in sua memoria, per il rifacimento del tetto “per farsi la volta della cupola di pietra pomice e levare il soffitto di tavole
attuali”, per ristuccare la navata e “adornare i pilastri con fascette color celeste”, per nuovi mobili di sacrestia, ecc. (Archivio storico
università, Fondo Casagrandi, b. 721).
205 Beneficiarie dell’eredità Coltraro sono le donne “proiette” che vivono nei reclusori. Esse potranno ottenere i “legati di
maritaggio” soltanto se di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Il più importante reclusorio catanese del tempo, espressamente citato dal
canonico Coltraro, era quello detto di Carcaci. (Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 721)
“all’utile della popolazione e all’ornato della città”, da abbellire con statue, mausolei, fontane,

orologi, strade lastricate)206 .

Nel complesso il testamento dimostra che il testatore era un uomo istruito, filantropo, amante

della pubblica istruzione, riconoscente verso gli amici, amante della precisione e... tendente

all'utopia. Calcola che, con gli interessi sul capitale lasciato all’Università, ogni 12 anni si

accumuleranno 104 onze. Come spenderle? Egli specifica quali priorità seguire: le prime 104

onze sarebbero servite per acquistare il terreno per l'orto botanico; ulteriori 104 onze per le

piante; altrettante per il mantenimento dello stabilimento, la stessa cifra per avviare la creazione

di un Museo di Storia Naturale, ulteriori 104 onze per l’acquisto di macchinari e strumentazioni

da collocare in un nuovo Laboratorio di Fisica e Chimica, altrettante onze, per modellini in cera

utili allo studio dell’anatomia, analoga cifra per dotare di libri scientifici e di belle arti la

Biblioteca dell’Università (e ciò sarebbe avvenuto dal 65° al 100° anno dopo la dipartita del

Coltraro e sempre che l’inflazione si fosse mantenuta su livelli costanti!), 104 onze per

acquistare un medagliere con pezzi coniati in Sicilia e monete d’oro, d’argento e rame, ed

arricchire la collezione numismatica già esistente nel Palazzo degli Studi, ecc207.

206 Il canonico Coltraro è ossessionato dal tempo. Nel testamento indica indica i punti della città dove vuole che vengano collocati
gli orologi (circa 20) comprati dal Comune con i suoi soldi: al borgo di Cifali; al Fortino, nel quartiere di S. Caterina d’Alessandria,
vicino la chiesa di S. Maria dell’Ajuto, nel quartiere Botte dell’Acqua e precisamente nella chiesa di Santa Maria della Catena, nel
quartiere di San Berillo, nel quartiere Angelo Custode,ecc. Gli orologi devono battere le ore, i quarti, mezzogiorno e mezzanotte “e
inoltre dare i segni delle 2, ad al Patrernoster, suonando in queste ultime circostanze numero 50 colpi, come al presente lo indica
l’attuale orologio che trovasi in questo ospedale di S. Marco”, nella attuale piazza Stesicoro. (Archivio storico università, Fondo
Casagrandi b. 721)
207 Coltraro vuole che il suo denaro non venga speso per cose inutili e frivole “essendo mia intenzione - scrive nel testamento - che
si badi all’utile, ed al vantaggio della parte scientifica, e non al superfluo qual è il lusso”. Detta norme precise ed inderogabili per
coloro che avrebbero amministrato i suoi beni. Lascia disposizioni minuziosissime “per evitare disturbi, questioni, bisticci” tra gli
eredi. Per l’acquisto dei libri per la biblioteca, ad esempio, suggerisce di fare una sorta di annuale estrazione a sorte (bussolo) che
assicura equamente a tutte le Facoltà universitarie di avere nel tempo la possibilità proporre i testi di proprio gradimento. Nella scelta
delle opere bisogna “sempre avere riguardo alla nitidezza della edizione, alla rarità del libro e principalmente al merito insigne
dell’opera”. Coltraro pretende anche che la raccolta numismatica sia ben conservata “in una stanza serrata dell’università”. La porta
della stanza deve essere sempre chiusa. “Una chiave deve esser conservata dal Gran Cancelliere, una dal Fisco, una terza dal
bibliotecario della libreria pubblica dell’università” (Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 721). A quel tempo la
biblioteca, sita nel palazzo dell’università, era distinta in due parti: la biblioteca pubblica, e biblioteca ventimiliana. (Archivio storico
Coltraro progetta addirittura quali acquisti debban esser fatti dopo 150 anni della sua dipartita e

in perpetuo! ....ma non tien conto della rapacità dei canonici della Collegiata (i maggiori

beneficiari dell’eredità) che ben presto accentrano nelle loro mani la gestione dei beni del

defunto Coltraro! Sino a quando... non arriva Francesco Tornabene che – lo preannunciamo

adesso, lo si vedrà poi – ottiene il regio assenso ad ignorare le volontà del testatore, al fine di

avere una consistente cifra per la creazione di un Orto Botanico Siculo208.

Ed ecco il punto più intrigante: il canonico Coltraro, nel suo testamento, è chiaro: nell'erigendo

orto botanico non vuole piante non siciliane; ed ecco cosa scrive - dopo aver specificato che il

terreno per l'Orto doveva esser comprato, previa approvazione del canonico Giuseppe Alessi, di

Carlo Gemmellaro e del lettore di Botanica -209:

"In tale orto devono raccogliersi tutte le piante siciliane, gli arbusti ed anche, se lo comporta la

natura del terreno, degli alberi siciliani senza pensare alla collezione di piante forestiere, anzi

per queste non voglio che vi si spenda denaro alcuno di dette onze 104 annuali da me lasciate

alla formazione, e mantenimento perpetuo dell'orto botanico, e questo per servire per

l'istruzione della gioventù studiosa, e per presentare agli amanti di tale scienza raccolto in un

piccolo spazio quanto vi ha la Sicilia riguardante la Botanica"210.

Il passo appena trascritto lascia perplessi soltanto coloro che sconoscono l’idiosincrasia dei

naturalisti catanesi per le specie esotiche (piante che pure avrebbero potuto apportare in Sicilia

miglioramenti in campo agricolo, farmacologico e industriale). Questo particolare disinteresse

per le piante non indigene - di cui tanto abbiamo già scritto nelle pagine precedenti – in parte può

essere giustificato con il fatto che l’epoca di Coltraro è anche il periodo d'oro delle "Flore

università, Fondo Casagrandi b. 721). Il gazofilacio dell’università, contenente la collezione numismatica più volte citata da Alessi e
Tornabene, fu disperso prima del 1818 (CTL chi lo dice) e durante la rivoluzione del 1848 . CTL vedi vol. su Francesco Ferrara.
208 Tornabene è aderente al dettato del testatore ed usa il denaro dell'eredità Coltraro esclusivamente per la creazione di un orto
botanico Siculo. (Archivio storico dell’università, fascicoli dell’Amministrazione centrale, n. 546-numerazione provvisoria).
209 Coltraro non indica il nome del professore di Botanica, perché il titolare della cattedra, il Cosentini, è così anziano che non ha
probabilità di sopravvivergli.
210 Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 721.
nazionali": ogni regione geografica e ogni latitudine trova uno studioso di botanica intento ad

osservare a catalogare le piante spontanee e, anche in Sicilia, non mancano gli esempi di

Gussone, ed altri botanici, di cui abbiamo già scritto. Ma basta soltanto questa considerazione

per spiegare la preclusione del Coltraro verso il nuovo?

Ovviamente nelle pieghe della scelta tutta siciliana del Coltraro (e con lui di altri intellettuali

catanesi) si potrebbe nascondere del "sicilianismo" o un sentimento di natura politica teso ad

esaltare le espressioni (anche botaniche) della cultura siciliana. L’ipotesi è suggestiva ma, in

mancanza di ulteriori conferme, lasciamo aperta ogni interpretazione.

L’ENTOURAGE DEL CANONICO MARIO COLTRARO, LA MERIDIANA E I

GIARDINI MASSONICI

Il canonico Mario Coltraro nel testamento non si limita a presentare le sue strategie per

migliorare le dotazioni scientifiche dell’università e per rendere Catania una città dalle

connotazioni più borghesi. Egli fa dell’altro. Ci rende partecipi delle relazioni che egli ha

instaurato nella sua vita, rivelandoci coloro che sono stati i suoi maestri, le sue guide spirituali, i

modelli che hanno ispirato la sua esistenza. Rammenta i loro nomi: Domenico Tempio211,

Leonardo Gambino212 e Raimondo Platania213.

211 Dopo il saggio di De Maria, su Domenico Tempio recentemente ha scritto anche Antonio Di Grado, Il <Cane di Nicodemo>: la
carestia, la rivoluzione, la dissimulazione in Domenco Tempio e l’Illuminismo in Sicilia”, atti del convegno di studio, Archivio
Storica Sicilia Orientale, CT, Catania, 3-5 dicembre 1990, a cura di C. Musumarra, Palermo, Palombo, 1991, p, 85ss
212 Leonardo Gambino, palermitano, seguace di Antonio Genovesi, appartiene alla corrente di pensiero avversa ai gesuiti; della
medesima temperie culturale, fanno parte anche Nicola Cento, Tommaso Natale, Vincenzo Fleres. Leonardo Gambino insegna per un
certo numero di anni all’università di Catania, con l’appoggio dal vescovo Salvatore Ventimiglia. Nel 1792 va via da Catania perché
passato alla giudicatura della Gran Corte civile. Una analisi del suo pensiero filosofico in Giuseppe Bentivegna, Dal riformismo
muratoriano alla filosofia del Risorgimento, pp. 97-98. La testimonianza più interessante su Leonardo Gambino resta quella di
Friedrich Adolf Riedesel ( CTL 1802, pp. 113-114), che riguardo ai contenuti innovativi dell’insegnamento scrive: l’università di
Catania possiede un professore di matematiche di grande merito, nella persona di Leonardo Gambino, le sue immense letture, le sue
vaste conoscenze, e la sua maniera di insegnare alla gioventù la filosofia moderna dai principi di Newton e di Leibnitz, si è meritato
la riconoscenza e l’attaccamentro di tutta la Sicilia, e anche la venerazione di tutti coloro che hanno la fortuna di conoscerlo.
Questi personaggi sono ben noti a Catania per aver favorito, a fine del Settecento, il processo di

secolarizzazione della cultura e di deconfessionalizzazione del sapere, anche attraverso l’uso di

un linguaggio - sboccato, dissoluto, licenzioso – rivelatore di una mentalità che irride le norme

morali ormai superate, avversa l’antico regime, accoglie la protesta sociale. Il celebre Domenico

Tempio e Raimondo Platania scrivono impudiche poesie dialettali e, attraverso le risorse

espressive offerte dalla “favella siciliana”, comprensibile anche agli illetterati, si fanno beffe dei

benpensanti con canzonature di sapore illuministico e libertino214.

A voler essere maliziosi, le allusioni carnali sono presenti anche nel testamento del Coltraro e

non suoni offesa alla memoria del canonico sottolineare che egli lascia in eredità il suo letto ad

una donna: si consideri un indizio utile agli storici della mentalità215.

Forse la parte più interessante del testamento di Mario Coltraro è quella in cui egli dispone delle

somme affinché il Comune provveda alla costruzione di una meridiana a piazza Stesicoro,

proprio al centro della città, dove un orologio meccanico campeggiava già sulla facciata

dell’Ospedale San Marco216. Il canonico è chiaro nell’esprimere le sue ultime volontà e pretende

213 Su Raimondo Platania (1726-1797), professore al Seminario di Catania, abate, poeta-filosofo si veda M. C. Calabrese, “Elogio di
Raimondo Platania di Francesco Strano", ASSO, 77, 1981, pp. 463-486. Raimondo Platania è autore del poema latino Teresiade,
composto in onore di Maria Tersa d’Austria. L’elenco delle opere edite e inedite di Raimondo Platania - forse parente del docente
Francesco Platania (1768-1855) - è in “Giornale di scienze letteere e arti”, 1823, pp. 224-225.
214 Nella seconda metà del Settecento in Sicilia, più che altrove, i poeti preferiscono l’uso del dialetto (Eugenio Donadoni – Ettore
Mazzali, Breve storia della letteratura italiana: dalle origini ai giorni nostri, 1968, p. 226). Scrivono poesie in dialetto i catanesi
Giovanni Sardo, Francesco Strano, il canonico della cattedrale Gaetano Gandolfo, Antonino Corvaja, Gioacchino Geremia. Leonardo
Vigo, “Della siciliana favella, de’ suoi lessici e lessicografi” (sic) letto nell’Accademia di Scienze e BB LL di Pa nel marzo 1837, in
“Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia”, pp. 133-148. Scrive Vigo “Questa favella [siciliana] ha un carattere suo proprio,
come il popolo di cui è patrimonio; essa non può scambiarsi con quelle della penisola; esse le saranno sorelle, nessuna madre” (p.
135). Il passo di Vigo è significativo perché ci ricorda come, anche attraverso le rivendicazioni sulla particolarità del dialetto, si
fanno rivendicazioni di natura politica. Una particolare attenzione per il dialetto siciliano rivela anche il celebre naturalista Giuseppe
Saverio Poli (1746-1825), nato a Molfetta e vissuto in Sicilia per qualche tempo come istitutore del principe ereditario. Poli pubblica
le sue poesie a Palermo nel 1810, 1814 e a Napoli nel 1815, (nella reale stamperia), giusto al momento in cui Casalanza avviava il
nuovo organismo politico amministrativo del Regno delle due Sicile.
215 La signora che eredita il letto del canonico è “donna Giovanna Rizzotti Savasta, fu mastro Giuseppe”. Archivio storico
università, Fondo Casagrandi b. 721
216 Al riguardo il Coltraro scrive: “Una tal Meridiana […] voglio che si esegua nel Piano della Porta di Aci di questa [città] alzando
in detto piano una colonna la quale sostenga uno gnomone forato il quale faccia percuotere il suo raggio di luce in un piccolo portico
che la meridiana venga realizzata dal professore di astronomia all’università, Lorenzo Maddem,

e che lo gnomone battesse l’ombra sul prospetto meridionale dell’ospedale217.

Perchè tanto interesse di Coltraro per l’orologio solare? Per rispondere alla domanda bisogna

considerare che la meridiana è intimamente collegata alla storia civica e ricordare che, stando a

quanto scrive Tucidide, Catania venne fondata nel 729 a. C. da coloni greci provenienti da

Calcide, nell’Eubea. Secondo altra tradizione, i calcidesi non fondarono la città ma

semplicemente la colonizzarono218. In base alla narrazione di Plinio 219, Catania fu poi espugnata

dai Romani del console M. Valerio Messala ed i conquistatori, tra le spoglie della città vinta, si

portavano via un orologio solare, il primo che essi avessero mai visto e che, sebbene a causa

delle diversa latitudineCTL non funzionasse più, destò la meraviglia di tutta Roma220.

formato di pietra di lave e di pietra di Taormina in detto Piano, e verso all’Ospedale di S. Marco. Se poi si trova opposizione (la quale
credo piccola e di nessun valore) a formarsi la meridiana pel detto Piano, o nel modo che ho dichiarato, in tale caso si formi nella
gran sala della Comune”. Le parole usate nel testamento fanno supporre che a Catania la costruzione di una meridiana era già
prevista e, difatti, poco dopo, i monaci cassinesi provvedero a dotare il loro convento di una meridiana, costruita da Peters e Sartorius
CTL.
217 “Ma tale meridiana lacché io desidero sommamente e voglio se è tra i viventi che si formi sotto la direzione dell’Eccellentissimo
Prof. di questa Università degli Studi Signor Lorenzo Maddem e dal professore di astronomia di detta Università...”.
218 La vicenda storica è dettagliatamente ripercorsa in Sopra l’orologio solare da’ Romani ritrovato in Catania, lettera del giudice
regio Bonaventura Portoghese, Catania, tip. del Reale Ospizio di Beneficenza, 1857. Portoghese è anche autore di opere giuridiche e
compara legislazione di Zeleuco di Locri con quella del Regno borbonico. Nel 1870 dona i suoi volumi alla biblioteca universitaria.
Amico di Agostino Gallo, si occupa anche di archeologia e pubblica Sopra una statua di Cerere esistente nel Museo dei Padri
Cassinesi di Catania, Catania, tip. della’Accademia Gioenia presso F. Sciuto, 1847. Estr. da “Giornale del gabinetto letterario”
dell’Accademia Gioenia, nel 1847, tomo XII. cit. da Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra Greco, Il sapore dell’antico. Regia
custodia , Grand tour…. e altro nella Sicilia del Sette-Ottocento, a cura di S. Raffaele, Catania, Cuecm, 2007, p. 19.
219 Plinio e gli antichi orologi solari sono citati in una lettera, datata Roma 30 luglio 1815, indirizzata dal matematico ed accademico
dei Lincei canonico Giuseppe Settele al Peter, ed inserita nel periodico “Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di
Archeologia”, 1823, p. 60.
220 Riflessioni sull’argomento fanno l’abate Saverio Morso (nella descrizione di Palermo, n. 22, p. 44) e (poiCTL) l’astronomo
Giuseppe Piazzi Sull’Orologio Italiano, ed Europeo, Palermo, CTL Reale stamperia, 1798, poi ripubblicato nel “Giornale di scienze,
letteratura ed arti per la Sicilia”, 1824, pp. 137-172, la parte dedicata all’antica meridiana di Catania è a p. 15 (edizione del 1798) o a
p. 142 (edizione del 1824). Val la pena sottolineare che Piazzi scrive la sua memoria nel 1798, cioè nello stesso anno in cui
monsignor Lopez, arcivescovo di Palerno, per la morte del vicerè principe di Caramanico, stabilisce di adornare la sua chiesa con una
meridiana per comodo ed ornamento (testimonianza dell’astronomo Cacciatore, citato da Bonaventura Portoghese, “Sopra l’orologio
solare da’ Romani ritrovato in Catania, lettera del giudice regio Bonaventura Portoghese”, Catania, tip. del Reale Ospizio di
Beneficenza, 1857).
A Catania non si spense il ricordo dell’antica meridiana e anzi, con il passare dei secoli,

l’orologio solare incomiciò ad esprimere valenze simboliche e connotazioni di segno e peso

politico. La meridiana, difatti, diventa soggetto patriottico di una ispirata opera d’arte realizzata

in epoca costituzionale, nel 1813. In quel contesto politico, due celebri pittori, Giuseppe Patania

e Vincenzo Riolo221, realizzano appunto una tela di carattere storico, ritraente la meridiana di

Catania222. Il committente del quadro era il catanese Vincenzo Gagliani 223


, l’allievo del De

Cosmi (di cui fu il più accreditato biografo) che negli “anni inglesi” in Sicilia tesse le fila

dell’organizzazione politica del partito democratico224.

Come non vedere - sia nel quadro voluto dal Gagliani, sia nelle disposizioni testamentarie del

Coltraro- il rapporto convincente tra meridiana e principi democratici? La meridiana di Catania

è una evidente metafora della democrazia contro l’autoritarismo dei conquistatori Romani. Essa

221 Su questi due pittori che prima del 1810 avevano lavorato per committenza reale alle decorazioni pittoriche di alcuni ambienti
della Palazzina cinese e nel “Real casino della Ficuzza”, vedi I Borbone in Sicilia, pp. 91-94.
222 “Il quadro, di grandi dimensioni, trovava l’esattezza nella rappresentazione con l’inserimento in una unica scena della veduta del
Tevere vicino ad Ostia, l’arrivo delle triremi accostate alla riva, i soldati e gli uomini che faticano allo sbarco della spoglie di
Catania. In mezzo alla scena campeggiava il console V. Valerio Messala in atto di dirigere le operazioni. Poco discoste si vedono a
arrivare le casse di materiali, la statua di Bacco e altra di Iside”. Bonaventura Portoghese 1857, p. 11. L’opera pittorica ritraente la
meridiana è anche descritta dal committente del quadro, Vincenzo Gagliani, Argomenti di storia siciliana divisati in pittura, Palermo,
dalla tipografia reale di guerra, 1813, pp. 15 e ss., in cui scrive “è noto che Bacco è una delle principali divinità protettrici di Catania,
ed à egualemente cosa certa che essi ebbero particolar considerazione di cose religiose e civili cogli Egiziani”, come testimoniano le
monete, l’obelisco e l’orologio solare.
223 Vincenzo Gagliani colloca il quadro con l’orologio solare nella stanza da pranzo della sua villa al Borgo (di cui si parlerà ancora
nelle pagine seguenti). I dettagli su questo episodio ci vengono da uno scritto Bonaventura Portoghese, 1857, che a p. 11 scrive che
Vincenzo Gagliani “volendo addobbare la sua stanza addetta allo studio con quadri rappresentanti invenzioni di arti venuti in Grecia
e in Roma dalla Sicilia, la conoscenza degli orologi solari comunicata da Catania a Roma formò il soggetto di uno dei anzidetti
quadri pe’ quali adibì il valente Maestro Giuseppe Patania, ed in maggior parte Vincenzo Riolo spirito nobile ed educato nella scuola
Romana in compagnia di Benvenuti e Comoncini [leggi Camuccini]”. Vincenzo Gagliani, qual esperto d’arte, nel 1841 suggerisce i
soggetti dei quadri che devono decorare la Loggia Senatoria di Catania: una Descrizione di quell’edificio pubblico informa che
doveno essere eseguiti i ritratti di personaggi legati alla storia di Catania e della Sicilia: Stesicoro, Caronda. Empedocle, Archimede
ecc. I ritratti sono eseguiti dal palermitano Giuseppe Patania (1780-1852) che trattò la pittura storica e mitologica e fu “maestro del
ritratto”. Dell’antagonismo tra i pittori Vincenzo Riolo e Giuseppe Patania, alimentata da Vincenzo Gagliani, parla il “Il Liceo:
giornale di scienze e letteratura d’arti, di teatri e di mode”, 1843, p. 325.
224 Vincenzo Casagrandi, “Vincenzo Gagliani e il contributo di Catania e della Sicilia orientale alla riforma costituzionale, sugli
albori del Risorgimento”, ASSO, n. 21 (1925), pp. 146-282 e n. 22 (1926), pp. 4-45. (corretto)
è simbolo della silenziosa lotta che si combatte per la libertà. L’orologio solare è anche un

oggetto che crea l’identità dei catanesi, il senso della collettività, un elemento di condivisione225.

Vincenzo Gagliani è fermamente convinto che la meridiana ha origini egizie226. L’opinione è

fortemente radicata nell’ambiente culturale catanese dove, a metà Settecento, la memoria della

meridiana acquisisce connotati massonici e sapenziali ad opera di personaggi che vivono

nell’entourage del principe di Biscari o del vescovo Salvatore Ventimiglia227,. L’antica

meridiana di Catania - si asserisce - fu costruita dagli egizi (i massimi esperti, con i babilonesi, di

orologi solari) che trasmisero ai catanesi la loro sapienza, le loro arcane conoscenze. Ciò accadde

in tempi remotissimi quando i primi abitatori delle plaghe etnee, venendo spaventati dai

terremoti e dalle eruzioni, ricorsero alla protezione delle divinità egizie che imploravano quando

erano minacciati dal vulcano.

Il divulgatore di una tale leggenda è il “custode della biblioteca” dell’Università di Catania, il

sacerdote Girolamo Pistorio, che traccia in uno scritto il mito fondante della “Catania egizia” e

suffraga tale opinione con l’archeologia228. Numerosi sono difatti i rinvenimenti nel catanese di

manufatti egizi (ma forse sarebbe può opportuno definire egittizzanti), trovati occasionalmente,

225 Il monumento di piazza Duomo genera, a seconda delle epoche, una complessità di opinoni contrastanti. Una prova in tal senso è
offerta da Agatino Longo (fervente borbonico?) che nel 1853 esprime il desiderio di eliminare il monumento. Vedi opuscolo “Le tre
statue…”, p. 9 nota.
226 Bonaventura Portoghese, 1857, p. 13; anche il pittore Riolo è sicuro che i catanesi “ebbero particolare comunicazione di cose
religiose e civili cogli Egiziani”
227 Adolfo Longhitano, “Dal modello illuminato del Vescovo Ventimiglia (1757-.1771) alla normalizzazione ecclesiastica del
Vescovo Deodato (1773-1813)”, in “Chiesa e Società in Sicilia, secoli XVII-XIX, atti del III congresso internazionale organizzato
dall’arcidiocesi di Catania”, Catania, 24-26 novembre 1994, a cura di G. Zito, Torino, SEI, 1995, p. 41 e ss.
228 Girolamo Pistorio esprime la sua opinione nella “Lettera del sacerdote G. P. custode della Biblioteca di Catania al Signor
Principe di Torremuzza in cui si assegna ragione per la quale siavi non pochi monumenti d’Egitto in essa città”, in “Opuscoli di
Autori Siciliani”, XV (1774), pp. 169-193 (opera pubblicata forse postuma, citata da Giuliana Sfameni Gasparro, I culti orientali in
Sicilia, 1973, p. 314 Note biografiche sul Pistorio, che fu molto vicino al vescovo Ventimiglia, in Bonaventura Portoghese, 1857, p.
17. Il sacerdote Pistorio era figlio di tessitore; fu trovato morto la mattina del 5 luglio 1774, a 39 anni. Di Pistorio restano inediti
opuscoli riguardanti Catania. Tali opuscoli sono citati da Strano nel “Catalogo Ragionato della Libreria Ventimiliana”.
oppure negli scavi. Un busto in porfido di Iside ed una serie di bronzetti sono stati scoperti in una

stipe dal principe di Biscari, ed esposti nel suo Museo229.

Antiche monete, coniate con l’effigie di Giove Ammone ed affiorate qua e là dal sottosuolo,

sono oggetto di sfrenato collezionismo. Nel museo del monastero benedettino di S. Nicolò, tra i

molti manufatti egizi, fa bella mostra di sé un oggetto di scavo: è una “lucerna con sopra una

luna cornuta”, simbolo della dea Iside (il cui culto a Catania è collegato a quello di S. Agata).

Egizio è, infine, l’obelisco collocato in piazza Duomo sopra l’elefante emblema della città230.

L’antica presenza egizia, divulgata dal bibliotecario Pistorio, è anche supposta dall’abate Vito

Amico, da Gabriele Lancillotto Castelli principe di Torremuzza, da Francesco Ferrara, da

Giuseppe Alessi (ipotizza che una colonia dall’Egitto venne a Catania), da Vincenzo Cordaro

Clarenza (considera egizio un tronco di colonna scoperto accanto al duomo nel 1835)231. I

rapporti tra catanesi ed egiziani vengono convalidati dalla autorità di Federico Münter CTL e del

229 Portoghese, 1857 . Vedi anche Libertini CTL. Nelle collezioni di Ignazio V principe di Biscari erano anche compresi una statua di
Anubi, due coccodrilli e altri animali in bronzo, un busto in porfido rappresentante Iside o un sacerdote, ecc.. Alessio Narbone, Istoria
della letteratura siciliana, Palermo, stab. tip. Carini, 1854, pp. 215 e ss. Ignazio Paternò Castello V principe di Biscari fu il primo
soprintendete alle antichità della Sicilia orientale e a lui “è stata dal governo confidata la Soprintendenza de’ Ponti, delle Strade, e di altre
opere del maggiore ben pubblico”, in considerazione del ponte-acquedotto sul Simeto realizzato dal principe (1765-1777). Francesco
Milizia, Memorie degli architetti antichi e moderni, 3. ed., tomo II, Parma, dalla Stamperia reale, 1781, p. 391.
230 L’obelisco tornò alla luce nel 1620. Una delle prime testiminianze del monumento risale al 1727, quando l’olandese J. Philippe
d’Orville stimola i catanesi a recuperare dall’abbandono l’obelisco, che poi sarà utilizzato per realizzare il monumento di piazza
duomo ( Salmeri in rivista 1994, p. 75 e in “I Borbone in Sicilia, p. 182”). L’elefante con l’obelisco–colonna fu commissionato ed
eretto tra il 1735 e il 1736 dall’architetto Gian Battista Vaccarini. Un importante manoscritto dell’epoca riassume, con ampiezza, i
significati attribuiti al monumento-simbolo di Catania. Tale documento - scritto nel gennaio 1737 dal benedettino Francesco Onorato
Colonna Ramondetto San Martino – afferma che l’obelisco era dedicato al dio Sole e con la sua forma, ottagonale, simboleggia i
raggi del sole stesso. Giuseppe La Monica, Sicilia misterica. Fondazioni e restauri di monumenti tra Rinascimento e Barocco,
Palermo, Flaccovio,1982, p. 66. Nel 1841 Vincenzo Percolla firma un articolo, relativo all’obelisco egizio che sta nel piano del
duomo di Catania, che è pubblicato nella rivista quindicinale “La Specola” (cit. da Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra
Greco, Il sapore dell’antico. Regia custodia , Grand tour…. ealtro nella Sicilia del Sette-Ottocento, a cura di S. Raffaele, Catania,
Cuecm, 2007, p. 19). Sull’argomento è tornato di ricente Santo Daniele Spina, “L’obelisco egittizzante di Catania”, in “Agorà”, XIII-
XV (a. IV, apr.-dicv. 2003), pp. 12-23 ( in digitale: www.editorialeagora.it). L’autore, dopo aver fatto una indagine stilistica
sull’oblesco di cui si ignora la cronologia e il luogo di produzione. giunge alla conclusione che i disegni incisi sono segni ed elementi
figurativi disposti a fine puramente ornamentale. L’obliesco è dunque un manifatto egittizzante, che ricorda i bronzetti egizi, risalenti
al periodo stitico (7. sec. a. C.) che si rinvennero a Catania e che provano una continuità nei culti di Iside/ Minerva/ S. Agata.
231 Il monumento, di granito, emerge dal sottosuolo il 18 febbraio 1835, durante i lavori di lastricatura del cimitero del Duomo.
Portoghese.
celebre Giuseppe Eckel che, con i loro scritti di diffusione europea, accreditano definitivamente

l’influenza della religione egizia sulla catanese232.

L’opinione che i catanesi dagli antichi egizi appresero i riti, le cerimonie, i misteri ha rapida

presa in anni in cui una parte della massoneria tramite Cagliostro (personaggio oscuramente

collegato al naturalista catanese Giuseppe Gioeni) guardava proprio all’antico Egitto per la

costruzione del proprio percorso iniziatico233. E’ proprio in questo substrato culturale che è

plausibile supporre, come attestano anche altre testimonianze, che fu l’ambiente massonico

settecentesco a guardare all’Egitto come originale elemento identitario di Catania.

Proprio in quell’ambiente massonico si formano alcuni orti privati cittadini che hanno le

caratteristiche tipologiche dei “giardini di delizia”, cioè dei luoghi ameni destinati alla

conversazione, immersi in una natura fiorita e idilliaca, una sorta di paradiso terrestre pagano il

cui archetipo si può rintracciare nei “giardini dell’utopia” (presenti nelle opere letterarie di

Dante, di Boccaccio, di Ariosto) dove si ricostruisce il sogno utopico del mondo originale,

staccato dal tempo, escluso dal mondo esterno che resta fuori dal muro di cinta.

Alcuni giardini privati a Catania hanno proprio questa particolare valenza e, difatti, sono luogo

di coltivazione delle piante e di costruzione di cultura politica.

Quanto ciò sia vero e plausibile è dimostrato, in primo luogo, dall’orto botanico chiamato il

Labirinto (poi passato poi di proprietà al Comune e divenuto il primo nucleo della Villa

Bellini)234. Il proprietario di tal giardino è il principe di Biscari (1719-1786), celebre personaggio

232 Friedrich Münter (1761-1830) su “Magazzino Enciclopedico”, nel maggio 1807 pubblica “Sopra le tracce delle idee religiose
degli Egizi nella Sicilia e nelle isole vicine” ( cit. da Giuliana Sfameni Gasparro, I culti orientali in Sicilia, 1973, p. 19, che segnala
anche altre opere dedicate da F. Munter alla religione egizia). Munter viaggia in Sicilia nel 1785-86, in compagnia di Johann
Heinrich Bartels; e stringe legami massonici con moti personaggi, che nell’opera di quello hanno un importante punto di riferimento.
I Diari di Fedrico Munter sono stati parzialmente editi.
233 Voce Gioeni in DBI
234 Ignazio Paternò del Castello V principe di Biscari (Catania 1719CTL - 1786) fonda intorno al 1754 vicino la Marina anche il
giardino chiamato Villascabrosa. Giuseppe Squillaci (o Squillari) ne fu il giardiniere. A quanto sembra lo Squillaci fu chiamato
espressamente da Firenze, in quanto egli era uno specialista nella coltivazione di piante esotiche. Ne donò una al viceré De La
Viefuille: tale pianta era “un esemplare vigoroso di Cassia Senna che credeva impossibile vegetare nel suolo e cielo catanese”. Carlo
e mecenate attorno al quale si raccoglie un entourage culturale che diffonde una ideologia

ispirata al rinnovamento, al bene comune, ai dettami filantropici; come è noto, proprio in

quell’ambiente di colti lettori, circola la “Scienza della Legislazione” di Gaetano Filangieri, che è

il più compiuto progetto di riforma della cultura illuminista meridionale235.

Anche il giardino di Vincenzo Gagliani è luogo di sociabilità politica. Rimandiamo più oltre la

descrizione di quell’orto botanico, ricco di varie e rare specie vegetali coltivate amorevolemente.

Qui quel che conta sottolienare è la biografia di Vincenzo Gagliani, già ricordato per essere stato

uno dei massimi rappresentanti del partito democratico, committente di un dipinto raffigurante la

meridiana, fautore della presenza egizia a Catania,. Il personaggio è talmente interessante che

merita maggiori dettagli biografici, arricchiti di notizie anche sui suoi fratelli ( nota biografica su

Gagliani da aggiungere)

IL PICCOLO GIARDINO DI TEMPIO

Forse nei “giardini di delizia” catanesi si cercò nella botanica una via privilegiata alla

conoscenza e, per chiarire questo concetto, entrano adesso in scena due nuovi personaggi: sono i

medici curanti del canonico Coltraro e cioè Carmelo (o Carmine) Recupero e Carmelo

Platania236. Costoro, assieme ad altri amici, in data imprecisata, solgono riunirsi “ in un piccolo

Gemmellaro, Prolusione…, pp. 35 e 47. Vedi anche Andrea Aradas, La storia naturale in Sicilia i suoi cultori nel secolo XIX,
Catania, Galatola, 1874, pp. 12-13. Squillaci, che era anche aromataro, coltivava specie medicinali (Fonte: libro di Magnano San Lio
citato da da Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra Greco, Il sapore dell’antico. Regia custodia , Grand tour…. E altro nella
Sicilia del Sette-Ottocento, a cura di S. Raffaele, Catania, Cuecm, 2007, p. 43).
235 Il Laberinto fu ideato sul finire del 1600 dal sacerdote Francesco Maria Sciuti e acquistato nel 1719 da Vincenzo Paternò
Castello principe di Biscari.
236 Tre medici – Carmelo (o Carmine) Platania, Matteo Borrello e Carmelo Recupero – pretesero dalla Collegiata onze 231.10.
“Somma vistosissima” per visite mediche che dicono di aver fatte al canonico Mario Coltraro dal novembre 1832 all’agosto 1838
(Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 721). Un dottore in medicina di nome Carmine Platania Giuffrida (forse il medico
curante del canonico Mario Coltraro e Coltraro) nel 1824 abitava nel rione S. Filippo, aveva 39 anni (Santocono). E’ possibile che
Carmine fosse fratello di Salvatore Platania. Matteo Borrello (o Borello) un altro medico curante del canonco Coltraro - collabora
giardino di Tempio, ad imitazione dei famosi orti dei Ruccellai […] per ragionare di filosofia e

di letteratura”.

Questa testimonianza non è di agevole interpretazione. Il “piccolo giardino di Tempio” sembra

appartenere alla fratellanza massonica, giacché la locuzione stessa –contenente la parola Tempio

- potrebbe sottendere l’ideologia massonica237, senza poi tacere che i frequentatori di quel luogo

sono accomunati dai tratti considerati caratteristici della massoneria: il gusto del collezionismo e

dell’antiquaria, la curiosità per la natura i suoi segreti e i suoi poteri238.

Ma, seppure non si volesse accettare la natura massonica del “piccolo giardino di Tempio”,

occorre supporre che esso prenda tale denominazione dal cognome del proprietario: ipotesi più

che plausibile, anche in considerazione del fatto che il poeta Domenico Tempio è uno degli

habitué di quel giardino239. Che il giardino stesso trae il nome dal proprietario non è una ipotesi

peregrina. I biografi di Domenico Tempio sono concordi nel ricordare che il poeta possedeva un

giardino accanto casa, dove usava riunire i suoi amici240.

con Gaetano De Gaetani nella realizzazione di analisi chimiche delle acque di Catania (Vito Messina, Catania Vetusta, 1901, p. 174).
Si interessò del complesso termale dell’Indirizzo, una antica struttura perfettamente conservata e ancora visibile nella zona della
peschieria. Nel 1865 Borrello, De Gaetani e Eligio Sciuto hanno un incarco dal Comune.
237 Un “Giardino del Tempio” fu pure il luogo di prigionia dei sovrani francesi al tempo della rivoluzione francese. Cesare Giardini,
I processi di Luigi XVI e di Maria Antonietta, 1932, p. 76.
238 Giarrizzo, 1994, p. 408.
239 Nelle opere di Domenico Tempio si ritrovano diversi accenni a quegli elementi che nelle pagine precedenti abbiamo visto essere
caratteristici dell’universo mentale dei naturalisti catanesi: esaltazione del Genius loci, volontà di far cooperare continuamente le
fonti scritte con le testimonianze documentarie e con le caratteristiche del territorio. Domenico Tempio, ad esempio, accenna al
simulacro marmoreo che rappresenta il Genio di Catania (strofa IL de “La Carestia”) e critica coloro che negavano l’esistenza di una
Catania greco-romana (canto XIII de “La Carestia”).
240 Tempio (Catania il 22 agosto 1750 – febbraio 1821) nasce nel quartiere S. Filippo e Giacomo, figlio di don Giuseppe e di
Apollonia Arcidiacono. Coniugato prima, vedovo poi, abitava nel borgo Bonajuto. “Nel giardino annesso alla casa, che egli soleva
coltivare con le sue proprie mani – e vi prosperavano, attorno alla peschiera, rose vermiglie e gigli candidissimi e viole tanto
profumate quanto pudiche -, si radunavano a liete ed accese conferenze i più begli ingegni della Catania fin de siècle; vi si disputava
del nuovo verbo di Rousseau e di Voltaire, di lumi e di riforme, di superstizioni e di privilegi, di lettere e di scienze, di economia e di
medicina, di vulcanesimo e di chimica. E qui, tra una diatriba e l’altra, tra una tazza di cioccolata e una giachera di caffè, il Tempio
declamava in anteprima alla folla degli amici divertiti, laici ed ecclesiastici che fossero, i suoi ultimi scherzi”. Micio Tempio e la
poesia del piacere”, 2 voll, a cura di Santo Calì e Vincenzo Di Maria, CT, Edigraf, ---- p. XXVIII.
Inoltre – come scrive Francesco Ferrara – il celebre poeta dialettale “spazia libero nei giardini

misteriosi di Flora”241 e nelle sue opere descrive giardini veri o immaginari, come la “Villa del

Borgo” con la casina cinese, forse costruita da un tal cav. Bonajuto242.

Più che sull’identificazione del luogo in cui sorgeva il “piccolo giardino di Tempio” vale qui

però puntare sulle figure significative e di forte suggestione che vi si riunivano: il poeta Micio

Tempio, l’abate e letterato Paolo Strano243, il chimico Giuseppe Mirone, il dottor Rosario

Scuderi, l’imprenditore tessile e inventore Benedetto Barbagallo, l’architetto Mario Musumeci, il

medico Carmelo Recupero e il suo collega Carmelo Platania (da non confondere con l’omonimo

latinista, patriota, abate ed istitutore di Giovanni Verga)244.

I nomi di questi personaggi svelano un ambiente intellettuale e rivelano un sodalizio che sembra

a metà strada tra la loggia massonica e l’accademia scientifico-letteraria. Il “piccolo giardino di

Tempio”, in cui essi si riuniscono per discutere e ragionare di filosofia e letteratura, lungi

dall’essere una attardata colonia arcadica, è un luogo in cui poteva registrarsi la crescita e la

maturazione ideologica degli ideali libertari tardo-settecenteschi verso nuove forme di

espressione politica.

Significativa è, a questo proposito, la contiguità alla cultura francese dimostrata dai personaggi

che animano e condividono lo spazio sociale del “piccolo giardino di Tempio”. Essi guardano

decisamente alla Francia e all'illuminismo. Il poeta Micio (Domenico) Tempio, ammira il mondo

d'oltralpe e impara il francese per leggere nella lingua originale Voltaire e Rousseau.

L'imprenditore tessile e inventore Benedetto Barbagallo, da parte sua, per qualche tempio si

241 Francesco Ferrara, Storia di Catania sino alla fine del secolo XVIII; 1830, pp. 510-511 in Calì - De Maria, vol. I, p. 128.
242 Calì - De Maria, vol. I, p. 210
243 Paolo Strano (26 maggio 1773 - 18 febbraio 1838) letterato, professore dal 1832 di lingua e letteratura latina all’università di
Catania (prende il posto del fratello, canonico Francesco Strano, che aveva sino ad allora avuto quella cattedra). Nel 1817 pubblica
versi sciolti per la morte di Paisiello; nel 1834 (o 1835 CTL assieme a Giovabnni Sardo) pubblica la Geografia inverso ad uso dei
giovanetti, in Catania, pei torchi di Francesco Pastore, 1834, 74 p; pubblica l’ Elogio funebre di Vincenzo Paternò Castello duca di
Carcaci, barone di Placa e Baiana, gentiluomo di Camera con esercizio di S M …. Recitato dall’abate Paolo Strano, Catania, tip.
Fratelli Sciuto, 1834. La necrologia di Paolo Strano si legge su “Il Trovatore”, a. I, n. I, primo agosto 1839.
244 Gli unici ancora viventi nel 1842 erano Carmelo Platania e Mario Musumeci. Buscemi 1842, p. 27.
trasferisce in Francia per fare dello “spionaggio industriale” e torna da Lione con esperienze

umane che sicuramente non furono soltanto di arricchimento professionale245. Il giovane Rosario

Scuderi, abbandona la prestigiosa cattedra di Patologia che aveva appena ottenuto a Palermo e

finisce misteriosamente la sua vita a Verona, città di fatto sotto il dominio napoleonico246. La

filosofia e la cultura dei Lumi ha un forte richiamo su Giuseppe Mirone e su altre “figure

dominanti del democraticismo e del giacobinismo isolano”, come il Rizzari, Francesco Strano247,

245 Benedetto Barbagallo, di Catania, è uno dei membri della Società economica di Catania, sin dalla fondazione. “Benché
parrucchiere di professione applicò la chimica alle arti”. Scopre come usare alcune piante (Phitolacca e Solano di Guinea) per trarre
colori “belli, vari e permanenti” con cui tingere le stoffe; inventa nuovi prodotti tessili e riesce a stampare le sete e i cotoni , imitando
i tessuti e i fazzoletti prodotti all’estero; dalla Francia importa di frodo macchinari (telaio Jacquart CTL) e, per il loro utilizzo, fa
venire da Lione il tintore Giovanni Perret e fa ritornare il catanese Giovanni Nicolosi che da tempo dimorava a Lione (Portal 1835, p.
5). Benedetto Barbagallo inventa anche un fornello adatto a bruciare lo zolfo senza che la combustione provocasse danni alla salute
per l’esalazione di acido solforoso; presenta questa sua scoperta al real Istituto di Incoraggiamento (Pompeo Insegna, appendice alla
“Storia cronologica dei vicerè, luogotenenti e presidenti del Regno” di Giovanni Evangelista Di Blasi, Palermo, stamperia Oretea,
1842, p. 827). Val la pena ricordare che una apparecchiatura per estrarre lo zolfo fu inventata prima del 1838 anche da Carmelo
Maravigna. Barbagallo muore poco prima del 1837 (CTL 1835). Notevoli notizie sul Barbagallo in Alessio Scigliani (“Cenni sopra
alcuni rami principali di industria degli abitanti del Val di Catania, memoria letta nella Società economica nella tornata del 20 giugno
1833”, in “Giornale di scienze, letteratura e arti per la Sicilia”, anno 1833, p. 184; e “Necrologia pel sig. Agostino Tantillo di
Termini”, in “Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia”, Palermo, tip. Filippo Solli, n. 48, (aprile-giugno) 1837 (CTL 1835),
p. 112n). Altri personaggi catanesei coevi di Barbagallo e noti per le loro invenzioni sono: Paolo Papa (costruttore di manichini utili
per pittori e scultori; costruttore di stetoscopi a Parigi), Michele Leone (costruttore di pianoforti) che, come Benedetto Barbagallo,
muoiono poco prima del luglio 1837 (Effemeridi, n 51, luglio – dicembre 1837, p. 112 nota).
246 Rosario Scuderi lascia la Sicilia nel febbraio 1806, nelle concitate settimane che vedono la corte borbonica di ritorno in Sicilia,
mentre le armate napoleoniche hanno il controllo di Napoli e di buona parte della Penisola. Il giovane medico si imbarca a Messina e
va prima a Trieste e poi a Venezia e Verona (città che era stata sotto la dominazione austriaca dal 1798 e che nel 1806 passa
nell’orbita napoleonica), dove muore il 21 maggio 1806. Vedi Giuseppe Emanuele Ortolani, Biografia degli uomini illustri della
Sicilia, 1817, ad vocem. I rapporti tra Rosario Scuderi e il poeta Domenico Tempio sono confermati da una lettera scritta dal De
Cosmi, datata 12 agosto 1800, citata da Tommaso Riccardo Castiglione, CTL, 1955. Lo stesso autore – in base lle memorie di
Giovanni Gambini- afferma cgh il medico Moscati, capo del Direttorio a Milano, conosceva di fama l’opera del protomedico (sic)
Scuderi.
247 Francesco Strano si forma nel clima illuminista e riformista, alla scuola di Raimondo Platania. Approntò il primo commento
delle “Poesie” e della “Carestia” di Domenico Tempio. Conobbe bene anche Mario Coltraro, in quanto come lui fu canonico nella
collegiata di S. Maria dell’Elemosina di Catania. Divulgatore di idee democratiche, Francesco Strano fu deputato nel 1813 ed eletto
al Parlamento costituzionale della due Sicilie nel 1820. Aderì alla carboneria e fu docente nell’ateneo catanese. Fu “custode della
Biblioteca Ventimiliana” e ne pubblica il catalogo. Muore nel 1831 a 65 anni. Su questo personaggio vedi M. C. Calabrese,
“Francesco Strano intellettuale catanese (1766 - 1831)”, in “Memorie e rendiconti dell’Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti
degli Zelanti e dei Dafnici di Acireale”, s. III, vol. I, 1981, pp. 497-512. Un documento di archivio, risalente al 1828, spiega in base a
quali considerazioni Francesco Strano comprasse i libri per la biblioteca Ventimiliana. In particolare acquista il catalogo ragionato
della Biblioteca Casanatense, in quattro volumi (ogni copia costava once 7 e tarì 14), opera a lui cecessaria “acciocché potessi con sì
Gioacchino Sammartino, Emanuele Rossi248, Ignazio di Napoli 249
. Quest’ultimo, professore di

matematica nell’ateneo di Catania CTL, è una voce quasi isolata in tutto il Meridione quando nel

1827 propone l’adozione del Sistema metrico decimale, che all’epoca era connotato in senso

ideologico perché figlio della rivoluzione francese250.

Figura di assoluto rilievo è anche Giovanni Sardo - un personaggio legato da vincoli di

collaborazione ed amicizia ai frequentatori del “piccolo giardino di Tempio” (soprattutto Paolo

Strano e Micio Tempio) - che traduce e commenta l’opera di Rousseau251. Giovanni Sardo è

anche erede spirituale del canonico Mario Coltraro (è uno dei canonici amministratori

dell’eredità di quello), propugna idee democratiche, e, con la sua lunga vita (nasce il 16 maggio

1766 e muore quasi centenario), percorre da protagonista tutta la storia del Risorgimento252. Nel

fatto aiuto arricchir sempre più e perfezionare il mio Catalogo”. (Catania 21 maggio 1828, missiva del canonico Francesco Strano.
Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 225).
248 Enzo Sciacca, Emanuele Rossi. Contributo alla storia del democraticismo in Sicilia, Acireale 1966.
249 Tommaso Mirabella, Fortuna di Rosseau in Sicilia, CTL; S. Sciascia, 1957, p. 275. All’elenco bisogna anche aggiungere
Gioacchino Fernandez che fu padre del giovane patriota Diego.
250 Nella seduta della accademia gionia del 20 dicembre 1827 Ignazio Napoli dice che bisogna preferire il sistema metrico adottato
in Francia nel 1793, che è stato accolto dagli uomini di lettere e quasi d tutte le accademie; propone tavole di riduzione tra sistema
metrico sicilaino e sistema metrico decimale. Sul significato della decisione, che supera il freddo resoconto accademico. CTL Lo
Faro, SMD.
251 Il Discorso sopra le scienze e le arti, di Rousseau tradotto dall’abate Giovanni Sardo e annotato dal dottor Agatino Longo”
occupa le pagine 119-162 del volume intitolato Discorso sopra le scienze e le arti, Catania, stamperia de’ regj studi, 1812; opera
menzionata dal Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, di Angelo De Gubernatis, 1879, p. 503; e successivamente da
altre fonti (in Revue de Bibliotheques, anno 18, 1908, p. 187; James R. Foster, Modern Language Association of America, 1926, p.
256; ecc). Francesco Strano chiosa il pensiero di Rousseau in collaborazione con Agatino Longo: quest’ultimo è da identificare con il
più volte citato dottore in medicina e professore di fisica, autore di molteplici scritti, tra cui “Nuovo saggio di nosologia analitica”
che compare su “Giornale di scienze, letteratura e arti per la Sicilia”, tomo I, Palermo, 1823, CTL p.
252 Il canonico Giovanni Sardo - docente di eloquenza e poesia all’università di Catania; responsabile della biblioteca cittadina - è
autore di componimenti d’occasione, declamati in pubblico nel 1799 (“Napoli riconquistata” cit. da Eleonora B CTL, in opera
Maimone su S. Agata e il 1799) e in occasione della manifestazione costituzionale del 19 e 21 (o 20 CTL) agosto 1813 (“Il forestiero
dialogo musicale da eseguirsi in Catania nel piano degli studj per la nuova Costituzione della Sicilia”, con musica da Giacinto
Castorina, Da' torchi della catanese universita: l'anno 1. della Costituzione 1813, 8p.). Giovanni Sardo, nell’autunno 1813, al ritorno
dalla Spagna di Bentinck (a cui consegue lo scioglimento del parlamento), declama “Per la faustissima venuta di Bantinck” (CTL
titolo). Per la circostanza a Catania circola anche un sonetto di Giuseppe Lombardo Buda, bibliotecario ed antiquario dei principi di
Biscari. Giovanni Sardo partecipò ai moti del 1820-21 e fu condannato il 20 febbraio 1822. Autore nel 1824 di un vol. ristampato in
Francia nel 1825 e a Catania nel 1859 (Adriano di Gregorio, 1997): Il 3 marzo 1861, a 94 anni, nella gran sala del palazzo municipale
di Catania, Giovanni Sardo declama un compimento poetico in merito alla resa di Gaeta. Gli altri oratori sono tutti molto più giovani
1814, al tempo in cui era seguace del democratico Emanuele Rossi, incarna le posizioni più

avanzate della gerarchia cattolica nei confronti della scienza: “Il Cristianesimo non teme le
253
scienze” .—asserisce luminosamente con una apertura mentale assai più ampia di quella

ostentata da uno scienziato “laico” come Carlo Gemmellaro, troppo fideisticamente preoccupato

a far convivere i progressi delle scienze con la sacra scrittura254.

L’ambiente culturale in cui si formano i personaggi appena citati è quello ricordato da Giovanni

Gambini, il catanese esule in Francia e Svizzera e autore nel 1837 di memorie a lungo rimaste

inedite in cui traccia la generazione cresciuta nella temperie delle notizia di Francia e ancora

attiva nel 1820255.

Da quanto sin qui detto si può desumere che il “piccolo giardino di Tempio” è animato da

personaggi che appartenengono ad un mondo intellettuale che ama discutere di scienza con una

visione non retriva e ampiamente collegata ad altre aree geografiche e ad altri ambiti culturali256.

Un elemento caratterizzante del “piccolo giardino di Tempio” è infatti il suo carattere di luogo di

rinnovamento culturale. Due frequentatori di quell’orto - Carmelo Recupero e Rosario Scuderi -

sono medici che esprimono conoscenze all'avanguardia nel campo della medicina, e, attraverso

le discipline mediche, fanno della militanza “politica”. Come non scorgere un desiderio di

di lui: es. Gabriello Carnazza, Antonino Alonzo, ecc. Vedi “La resa di Gaeta”, 1881 (CTL anno). Il profilo biografico fu tracciato da
Vincenzo Percolla, 1851 con disegno di Salvatore Zurria (da FOTOGRAFARE); e da Carlo Gemmellaro nel “Giornale del gabinetto
letterario dell’Accademia gioenia”, n. s., vol. II, fasc. 1 (gen-feb. 1863), Catania, Crescenzio Galatola, 1863.
253 Il brano di Giovanni Sardo prosegue: “Una Religione bugiarda e tenebrosa, piantata con l’impostura o con la sciabola, è
obbligata a fuggir la luce, e dee perdonarsi a Maometto d’aver vietato ai suoi Arabi il pensare, perché l’uso del raziocinio e la
rigidezza delle dimostrazioni avrebbero tosto o tardi strappata la maschera ai suoi vaneggiamenti, e ai suoi dogmi assurdi”, Sardo
1814, p. 7.
254 Il pensiero di Gemmellaro è stato studiato da Giuseppe Bentivegna, “Scienze della Terra e filosofia della vitra in Gemmellaro”,
in ASSO, 1990, pp.235-329.
255 Su questi personaggi che riescono ad informare larga parte del rinnovamento politico culturale del primo Ottocento vedi
Tommaso Riccardo Castiglione, Giovanni Gambini “roussonista”, in CTL fra Illuminismo e Romanticismo”, Lugano,Cenobio, 1955.
Le memorie nominano Vincenzo Gagliani (nato nel 1769), Emanuele Rossi (1760), Giuseppe Rizzari, Francesco Strano (1766),
Ignazio Napoli, Gioacchini San Martino, Giuseppe Mirone (1752), Giovanni Sardo (1766), Domencio Tempio (1850). Giovanni
Gambino (nato nel 1761) muta il proprio cognome in Gagliani. Cambiare la vocale finale in i fu una moda derivata dalla Francia per
ragioni politiche: anche Gagliano ed Ardizzone mutano in i i loro cognomi.
256 Situazione analoga nel Napoletano. De Lorenzo, p. 8 del vol di Nunzio Greco.
rinnovamento sociale in Carmelo Recupero quando appone una segreta iscrizione al ritratto di

Giovanni Pietro Frank (1745-1821), riformatore radicale dei rapporti tra sanità e società e

fondatore della disciplina igienista?257 Come non vedere un afflato etico-politico in Rosario

Scuderi, uno dei primi in Europa a scrivere una moderna “Introduzione alla Storia della

Medicina” in cui esprime il meglio del sapere contemporaneo?

Per meglio delineare quell’ambiente culturale, conviene approfondire la biografia di Carmine

Recupero, un medico “dotto quanto modesto”258 che - per la grande varietà di legami, reti e

relazioni sociali che lo allacciavano sia con l’ambiente napoletano sia con quello catanese -

costituisce la chiave per entrare nel mondo intrigato che stiamo provando a conoscere. (si

aggiungerà la nota biografica Carmelo Recupero,1776-1841)

Anche la biografia di Rosario Scuderi contiene elementi che precisano i contatti umani e

scientifici che intercorrevano all’interno del gruppo di intellettuali che usava riunirsi in quel

“giardino di delizia” che era proprio il “piccolo giardino di Tempio” (la scheda biografica di

Rosario Scuderi è in preparazione)

IL PICCOLO GIARDINO DI TEMPIO E GLI ORTI RUCCELLAI

Le implicazioni ideologiche sollevate dal catanese “piccolo giardino di Tempio” e dai suoi

frequentatori –che vi si adunavano “ad imitazione dei famosi orti dei Ruccellai” - sono molte e

diventano addirittura conclamate ove si consideri che i fiorentini Orti Ruccellai erano il luogo in

257 Carmelo Recupero era un seguace di G. Pietro Frank e “lo adorava” al punto tale che -come egli stesso ci dice – conservava il
ritratto di Frank con la segreta iscrizione: “Mio maestro, Mio Adorato Maestro”. Buscemi 1842, p. 174. Frank era nativo del Baden e
lavorò nell’ateneo di Pavia dal 1785 al 1795. Carmelo Recupero critica Broussais e le idee sue sulla Flogosi. La dottrina di Broussais
fu anche osteggiata da Michele Foderà. Alberghina 2000, p. 104.
258 Atti Accademia Gioenia, 1877, p. 102
cui in epoca rinascimentale si raggruppavano i congiurati che intendevano attentare al tiranno,

cioè alla famiglia Medici.

Nei primi decenni dell’Ottocento, gli Orti Ruccellai continuavano a rappresentare

nell’immaginario il luogo di convegno per sediziose e “patriottiche riunioni”. La memoria di

quei giardini si rinnova nelle numerose pubblicazioni coeve. Un volume, edito a Milano nel

1827, specifica che proprio in quel luogo di Firenze si davano convegno, per discutere di

politica, i “più generosi e integri cittadini”, i membri dell’Accademia platonica, gli ingegni più

chiari, gli spiriti eletti (Berni, Machiavelli, Alemanni) che, intolleranti al giogo dei Medici,

auspicavano la morte degli oppressori di Firenze. Il modello degli Orti Ruccellai, come di

qualunque luogo di simile natura, erano i romani Orti del Tuscolo, dove convenivano Bruto e

Cassio ed i rivoluzionari che volevano attentare alla vita di Giulio Cesare259.

Pure a non voler vedere nel catanese “piccolo giardino di Tempio” una natura rivoltosa (e in

forte analogia con gli Orti Ruccellai) bisogna comunque che alcuni membri del cenacolo di

letterati e scienziati che usava riunirsi nel “piccolo giardino di Tempio”, scesero audacemente

nell’agone politico nei momenti più agitati, quando il sovvertimento apre spiragli verso il

cambiamento in senso democratico della società.

Le biografie di quei letterati e scienziati parlano chiaro: l’architetto Mario Musumeci siede nel

Consiglio civico in periodo costituzionale e auspica la diffusione della cultura ed il rinnovamento

sociale, da attuare attraverso la forza educativa del teatro260. Carmelo Platania, a quanto sembra,

259 Una significativa descrizione degli Orti Ruccellai come luogo di “patriottiche riunioni” è in Tullio Dandolo, Lettere su Firenze,
Milano, presso Ant. Fort. Stella, 1827, pp 102-104. Da notare è la data di stampa di quest’opera, che si colloca giusto negli stessi anni
in cui a Catania gli orti botanici venivano frequentati come luogo di socialità politica.
260 Pubblica una Relazione per riferire sullo stato attuale del teatro e sopra un progetto da eseguirsi col relativo conseguente
decreto del Consiglio comunale, Catania 1814. Val la pena sintetizzare alcune biografiche dell’ingegner Mario Musumeci (o
Musmeci) e Consoli (1778-1852), che si autodefinisce “architetto” ed abita a Catania, nel quartiere a S. Filippo (dati relativi al 1824,
in Santocono). Autore di saggi di topografia antica (nel 1819, divulga uno scritto sopra “Uno rudere scoperto a CT”; nel 1822
pubblica “Sull’Odeo di CT”, un monumento studiato da Biscari nel 1771). Nel 1829 pubblica Dell’antico uso di diverse specie di
carta, e del magistero per fabbricarla, Catania, Pappalardo, 1829. Nel 1830 pubblica un discorso inserito in Sistemi architettonici di
alcuni moderni trattatisti di metodi edificatori ecc. Altra memoria è a firma di Giuseppe de Rossi. Nel 1830 fa il discorso per il
fa parte della Giunta di pubblica sicurezza durante la sollevazione antiborbonica del 1837 e forse

non è estraneo agli ideali vagamente repubblicani vagheggiati dal patriota da Salvatore

Barbagallo Pittà, la figura più luminosa del risorgimento catanese e portavoce negli anni Trenta

di aspirazioni di carattere nazionale261.

IL CHIMICO GIUSEPPE MIRONE PASQUALI

Il coacervo di suggestioni e di spunti appena offerti dal “piccolo giardino di Tempio” si

arricchisce qualora si passi a considerare che uno dei frequentatori di quel luogo è il chimico

Giuseppe Mirone Pasquali, personaggio citato nelle memorie del “gaicobino” Giovanni

Gambino262. La presenza di un chimico nel giardino-cenacolo conferisce a quel luogo di riunione

un aspetto particolarmente interessante per le implicazioni politiche, a patto che si accetti la tesi

– da alcuni respinta- che vi sia una “contiguità di contenuti” tra la critica dell’antico regime, il

ristabilimento della cattedra di architettura,di cui diviene titolare. Nel marzo 1832, in qualità di ingegnere, scrive una relazione sui
lavori che occorrono per restaurare il tetto del palazzo dell’università (tali lavori sono eseguiti da mastro Luigi Distefano, mentre il
patrocinatore dell’Università è Vincenzo Tornabene. Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 619, f. 81 e f. 87 ss, anno
1832). Musumeci fu forse il primo a tentare di mutare la direzione della colata lavica dell’Etna con l’uso di esplosivi difatti nel 1832
va a Bronte con l’intendente e cerca di deviare la lava con detonazioni (Vedi “Memoria di Paolo Vagliasindi di Randazzo
sull’Eruzione accaduta nella piaggia occidentale dell’Etna al 1 novembre 1832”, in “Giornale di scienze, letteratura e arti per la
Sicilia”, anno 1833, pp. 142-175 e in modo particolare p. 152). Musumeci nel 1834 è impegnato “per talune pesantissime
incombenze affidatemi dal Governo” (Archivio di stato di Catania, Accademia Gioenia,- lettere autografe pervenute, b IV, fasc. 11,
Catania 17 maggio e 28 luglio 1834, lettera di Musmeci che rinuncia alla carica di segretario della sezione di storia naturale
dell’accademia gioenia, in assenza di Carlo Gemmellaro, che era a Stoccarda). Il necrologio lo scrive Carmelo Sciiuto Patti, “Elogio
accademico ci Mario Musumeci”, in Atti Accademia Gioenia, t. 17, 1861, n. 503, pp. 157-181.
261 Nel 1837 la rivolta vide come protagonisti, tra gli altri, Carmelo Platania. [P. Calvi], Memorie storiche e critiche della
rivoluzione siciliana del 1848, 1851, p. 27.
262 Giovanni Gambino (meglio noto come Jean Népomucène Gambini) nacque a Catania il 16 feb. 1761 e morì cittadino di Ginevra
il 2 nov. 1842. Fuggì da Catania per motivi politici nel 1814 e ebbe corrispondenza con Filippo Buonarroti. Pubblicò delle memorie
che costituiscono la principale fonte sul movimentno politico catanese. Figura largamente nota agli studi, sul Gambini ha scritto
Alessandro Galante Garrone, L’albero della libertà dai giacobini e Garibaldi” le Monnier 1987. Secondo uno storiografo degli anni
Venti del Novecento, a Catania i giacobini erano monarchici. Questa curiosa interpretazione del movimento politico è così definita:
“Giacobino è vocabolo di pura invenzione poliziesca. Indica coloro che erano caldi riformisti, monarchici che vogliono obbligare la
monarchia a riformare la costituzione del regno in modo che vi fosse la sovranità popolare”. Vincenzo Casagrandi, “Vincenzo
Gagliani e il contributo di Catania e della Sicilia orientale alla riforma costituzionale agli albori del Risorgimento”, parte I, ASSO,
1925, p. 181.
radicalismo delle nuove discipline scientifiche (e la chimica lo è paradigmaticamente) e la

posizione politica di chi le abbraccia (Darton)263.

Con le dovute cautele e senza voler vedere a tutti i costi nei fatti scientifici una correlazione

politica, si deve comunque riconoscere che a Catania - città considerata punto di irradiazione di

“democraticismo” e fucina di simpatizzanti della Rivoluzione francese264 - i naturalisti cercano

di misurare l’influenza dei “fluidi sottili” e imponderabili (elettrico, calorico, magnetico) ed

entrano così in quel campo di studi di carattere antiaccademico e antidottrinario di cui parla

Darton quando, studiando il caso della Francia pre-rivoluzionaria, trova un collegamento tra

nuove istanze scientifiche e rovesciamento delle istituzioni politiche.

Ebbene, uno dei protagonisti catanesi del rinnovamento accademico è proprio Giuseppe Mirone

Pasquali che, difatti, è uno dei primi in Italia a tradurre dal francese l’opera del Fourcroy, lo

263Darton osserva che c’è una conseguente relazione tra adesione al movimento mesmerismiCTL e la partecipazione alla
Rivoluzione francese. Il mesmerismo e una “teoria politica radicale” - dice Darton -, giacché nel mesmerismo si coniugano istanze
terapeutiche e palingenetiche, con l’idea di una rigenerazione che coinvolge rapporti sociali e ordine politico, passando attraverso la
demolizione dell’edificio dell’antico regime. Il discorso di Darton può essere esterso anche alle nuove discipline, come la chimica.
Alcuni personaggi collocati ai margini dell’Accademia avrebbero trovato nella adesione alle nuove scienze l’occasione per esprimere
la propria rivolta nei confronti delle istituzioni scientifiche che, a loro dire, distribuivano privilegi non basati sui meriti. In altre
parole, la rivendicazione di tipo antistituzionale e per certi versi egualitaristica precede il rovesciamento delle istituzioni politiche di
antico regime. Anche a Napoli il progetto politico rivoluzionario si coniuga al discorso culturale, con la diffusione della teoria di
Lavoisier, sistema browniano,ecc. La chimica o le scienze sono quasi una modalità di impegno politico, in particolare. per Carlo
Lauberg (una figura di scienziato e rivoluzionario studiato da De Lorenzo). Val la pena segnalare la preoccupata attenzione della
polizia borbonica nei riguardi delle riunioni di chimici, dei salotti scientifici o degli insegnamenti privati sul modello genovesiano.
Scrive il duca d’Ascoli, responsabile della polizia, il 14 feb. 1804: “Se nelle unioni di chimica, nelle logge dei Massoni, e nelle altre
combriccole, che sono … la fucina dove so son lavorate tutte le nuove opinioni e le massime vertiginose, fosse stata in mezzo la
polizia, certamente non sarebbe accaduto quel, che…” ASNA, Archivio Borbone, b. 220 Carte del duca d’Ascoli (21f). Parla anche
di gioco del lotto, camorra, luoghi di conversazione della plebe (28f).
264 “In Catania e suoi dintorni tutti gli abitanti sono decisamente portati per la libertà e pronti a tutto per ottenerla”, così scriveva il
28 piovoso anno VI (16 febbraio 1798), il console della Cisalpina a Livorno, Alessandro Sacerdoti ( citazione in I Borbone in Sicilia
(1734-1860), a cura di E. Iachello, Catania, Maimone, 1998, p. 37). Sempre nel 1798 ad Acireale Giovanni Grasso e i suoi sette
fratelli preparano una congiura e sono pronti ad accogliere i francesi che dovrebbero sbarcare a Messina, con l’aiuto del capitano di
quel porto. Idem, p. 37. Pare che la Sicilia avesse da tempi conquistato nella imaginazione francese il ruolo si elemento
destabilizzante per l’intero Mezzogiorno., idem. p. 36 e difatti Giovanni Antonio Ranza fa molteplici viaggi in Sicilia, idem. p. 37. In
Sicilia negli stessi anni alcune congiure falliscono: a Palermo, viene scoperta quella celebre del Di Blasi; a Catania, nel settembre del
1801 viene scoperta la congiura di Piraino. Su qest’ultimo vedi E. Del Cerro, “Un martire ignorato della libertà italiana”, in “Rivisrta
d’Italia”, XVII, 1914, fasc. III, pp. 456-474.
scienziato che ha dato agli storici della scienza molti spunti per descrivere i rapporti tra chimica

e Rivoluzione francese265.

Giuseppe Mirone - già presentato nelle pagine precedenti come indagatore di sorgive e

naturalista attento anche alla conoscenza delle caratteristiche peculiari del luogo con la sua

storia, la sua vegetazione, il suo paesaggio – è anche il primo ad aver analizzato le caratteristiche

chimiche delle lave ed è autore di saggi che proprio in Francia vengono tradotti, letti e

apprezzati. In uno di questi scritti, egli descrive l’eruzione dell’Etna del luglio 1787 e riferisce le

procedure per osservare scientificamente i fenomeni naturali connessi all’eruzione266. E’ di

notevole interesse il confronto tra il succinto resoconto compilato dal Mirone, da una parte, e la

relazione pubblicata nel 1779 in occasione dell’eruzione del Vesuvio dall’erudito calabrese

Michele Torcia, dall’altra267:

265 Antoine François Fourcroy, “Filosofia chimica o verità fondamentali della chimica moderna”, 3 voll., Catania, Gioacchino
Pulejo, 1796 (il primo tomo) con commenti di G. Mirone e C.Maravigna. (L’opera è stata recentemente citata da Jonathan Simon,
Chemistry, pharmacy and Revolution in France, 1777-1809, Aldershot, Ashgate, 2005).
Biografia: Antoine Francois Fourcroy nacque nel 1755 e morì di apoplessia il 16 dicembre 1809. Il necrologio, pubblicato
immediatamente ance in Italia (su “Annali di Scienze elettere”, vol. I, Milano, dalla tipografia di Giov. Giuseppe Destefanis, 1810,
CTL p.), ricorda le tappe dell’uomo pubblico: consigliere di stato a vita, uno dei comandanti della Legione d’onore, membro
dell’Istituto di Francia, professore alla Scuola politecnica, nel Museo di Storia naturale e nella Scuola medica, membro della
Accademia di scienze fin dal 1783. Prese parte alle vicende politiche e nel 1794 sedette nella Convenzione nazionale e vi propone e
vi fa adottare i decreti che creano la Scuola politecnica, ecc. Lavora con Buffon al Giardino delle piante di Parigi. Poi incaricato nello
stato napoleonico della direzione generale dell’istruzione pubblica, ecc.
266 Descrizione de’ fenomeni osservati nell’eruzione dell’Etna accaduta nell’anno 1787, e d’alcuni vulcanici prodotti, che gli
appartengono presentata all’Accademia degli Etnei da Giuseppe Mirone Pasquali catanese, dott. in Medicina e Filosofia, pubblico
sostituto professore di chimica e farmaceutica in quella Regia Università degli Studj e socio della stessa Accademia. Colla
traduzione in francese, Catania, 1788 (manca il nome dell’editore ma la stampa fu approvata dalle autorità; si tratta di una seconda
edizione, ristampata anche con traduzione in francese). La breve pubblicazione (29 pp.) aveva avuto una prima edizione, andata
presto esaurita. Il saggio era anche inserito in vari giornali: l’Enciclopedico di Napoli, Novelle Letterarie di Firenze, Esprit des
Journaux di Parigi (nel gennaio 1788, in traduzione francese).
267 Michele Torcia, Relazione dell’ultima eruzione del Vesuvio accaduta nel mese di agosto di questo anno 1779, Napoli, presso
Raimondi, 1779, pubblicato con testo a fronte in francese. Michele Torcia (1736-1808) tra gli anni 1770/1780 si concentra su due
temi: -ricerca del modello economico e sociale più adatto allo sviluppo; - creazione di una precisa e forte identità culturale attraverso
l’innesto dell’europea cultura dei lumi nel tronco della tradizione italiana. A metà degli anni Ottanta invece studia le province,
proponendo uno strano connubio scientifico tra antiquaria e naturalismo. Roberto Tufano, Michele Torcia: cultura e politica nel
secondo Settecento napoletano, Napoli, Jovene, 2000, 266p.
Si tratta in ambo i casi di moment book cioè di pubblicazioni scritte a caldo per assecondare la

curiosità del pubblico di colti lettori. Ma tra i due opuscoli c’è una profonda differenza. Michele

Torcia, da una parte, osserva l’eruzione dal balcone del Palazzo reale di Napoli e infarcisce la

sua descrizione con elementi di colore che niente hanno a che fare con la vulcanologia (notevole

il pittoresco quadretto con il predicatore “padre Rocco” che infiamma la folla superstiziosa dei

fedeli), mentre, da altra parte, il chimico Mirone, per osservare meglio l’eruzione, scala l’Etna e,

pur consapevole di mettere a rischio la propria vita, non esita a portare in sommità la

strumentazione che gli consente di analizzare sul luogo i campioni di roccia effusiva, che poi

studia con più attenzione nel proprio laboratorio268.

Passano meno di dieci anni tra lo scritto di Michele Torcia e le pionieristiche analisi chimiche di

Giuseppe Mirone eppure tra i due studiosi c’è un gap profondo, un divario che dà il senso della

misura del prima e del dopo: si tratta del divario determinato dal funesto terremoto calabrese del

1783, un evento destinato a dare un forte stimolo alla conoscenza geologica, che viene anche

accelerata dalle osservazioni scientifiche fatte in Calabria e a Messina, nel corso di un attento

268 Spiega come si mosse la piccola spedizione di osservatori che parte da Catania per andare nella parte sommitale. I timori sono
tanti – dice – giacché in mente ai geologi viene il funesto evento capitato a Francesco Negro, “un celebre medico” di Lentini che
nella eruzione del 1536, per indagare la modalità e la causa di una eruzione, si accostò troppo alla bocca dell’Etna, e morì “oppresso
dal fumo e dalle fiamme”, esattamente come Plinio nell’eruzione del Vesuvio del 79d.C. La spedizione capeggiata da Mirone ha con
sé un termometro per misurare la temperatura esterna (p. 17): raccoglie dei campioni, “salini e terrosi”. Conta poi di fare degli
esperimenti. Analizza i prodotti con il metodo di Torbern Bergman (1735-1784), che era stato autore di opere tradotte in Italia, a
Firenze soprattutto da Giovanni Fabbroni. Di Bergman è stampato in Italia “De’ prodotti vulcanici considerati chimicamente
dissertazione”, Firenze, 1789.
Mirone si rifà anche al Dizionario di chimica del Signor Pietro Giuseppe Marcquer…., tradotto dal francese e corredato di note, e di
nuovi articoli da Giovanni Antonio Scopoli, Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1784-1785, 10 voll.
Mirone fa analisi della cenere vulcanica, dei lapilli, dei frantumi spumosi. Qualunque sia la loro grandezza, tutti i reperti hanno la
stessa composizione chimica: 58% di terra selciosa, 24% di terra argillosa, 11% ferro, 7% calce. La lava compatta è invece composta
58% di terra selciosa, il 22% di terra argillosa, 16% di ferro, 4% di calce ecc. Vi sono anche scorie nere spugnose ecc. Trova anche il
cosiddetto Grisolito vulcanico. Cita il Fuoco Elettrico, Arie Infiammabili, Aria Deflogisticata: tutti fenomeni ben noti al suo lettore,
che si risparmia di spiegare (p. 28). Parla di Aria Epatica sull’Etna e di odore di zolfo epatico. (p. 28). Cita esperienza di Fourcroy
riferita nella sua memoria intorno alla detonazione della polvere fulminante. Arsenico solforato: sostanza che si ritrova spesso nei
vulcani.
sopralluogo promosso dall’Accademia reale di Napoli269. Anche a seguito di quell’esperienza, tra

gli studiosi dei fenomeni geologici si apre un dibattito sulla formazione della crosta terrestre,

mentre, negli stessi anni, la presenza nel Meridione di Déodat Dolomieu (l’“Indiana Jones” della

mineralogia)270, del cav. William Hamilton (inviato britannico a Napoli, membro della Royal

Society, marito di Emma celebre amante dell’ammiraglio Horatio Nelson), e di moltie altre

personalità costruisce un proficuo “gemellaggio” scientifico tra i due vulcani – Vesuvio ed Etna

– divenuti terreno di studio in cui si esercitano studiosi napoletani ed etnei Vairo, Gioeni, ecc.271

Non ultimo tra gli altri studiosi, Giuseppe Mirone Pasquali è un personaggio che merita un

approfondimento biografico: soltanto seguendo i vasti interessi della sua breve vita (1753-1804)

si comprende la qualità dei suoi rapporti con il mondo scientifico napoletano, il suo tributo

269 Una lettera di Torcia a Ignazio principe di Biscari (edita sul “Nuovo Magazzino Toscano”, pubblicato da Giuseppe Vanni,
Firenze, 1779, vol. 4, p. 182 e ss e citata da Tufano, p. 22) relativa alla fondazione della Reale Accademia delle Scienze.
270 Si può supporre che i rapporti tra Giuseppe Mirone e il mondo scientifico parigino siano avvenuti tramite Déodat de Dolomieu,
che fece dei giri naturalistici sull'Etna e, in visita a Catania, viene proprio in contatto con Giuseppe Mirone e il Biscari (sue lettere
nelle carte Biscari, trascritte nella tesi di dottorato Simona Marrano, “Ricerca antiquaria e cultura illuminista nel secondo Settecento
siciliano”, Università di CT, a. a. 1993-94, voll. I-II). Déodat de Dolomieu, 1750-1801, geologo e mineralogista, uccide in duello un
confratello cavaliere di Malta, e sfugge all’arresto. Risiede in Sicilia dal primo giugno al 13 ottobre 1781 CTL. Lo accompagna il
disegnatore De Bosredon Vatange. A Catania, qual scienziato dilettante esperto di vulcani, conosce Gioeni. Al nome di Dolomieu,
come è noto, è legato il nome delle Dolomiti. Difatti fece analizzare a Ginevra la composizione delle rocce dolomitiche, che si
rivelarono diverse dalle altre. Si trattava di un nuovo tipo di calcare, per l’esattezza carbonato doppio di calcio e magnesio. Torna in
Sicilia nel 1787 ed ha modo di osservare in estate l’eruzione sommatale dell’Etna. Membro dell’Institut de France dopo la
rivoluzione, fece parte per due anni della spedizione napoleonica in Egitto, nel 1798. Al suo ritorno da Alessandria, spinto da una
tempesta nel golfo di Taranto fu fatto prigioniero dai controrivoluzionari e trasferito in prigione a Messina Fece due anni di carcere
duro nella fortezza borbonica di Messina, dove era finito a seguito di un naufragio mentre rientrava dalla spedizione napoleonica in
Egitto. Dopo la battaglia di Marengo (14 giugno 1800), fu liberato. Alberghina, Il maestro, l’isola e i viaggiatori d’istoria naturale ,
Quaderno n. 9 del Seminario di Stora della Scienza, Facoltà di Scienze dell’Università di Palermo, (“Goethe e la pianta. Natura,
scienza e arte”, a cura di D. von Engelhardt e F. Raimondo), 2006, pp.99-112 e in particolare p. 99.
271 Il cav. William Hamilton con l’opera Campi Phlegrei (in traduzione italiana, con il titolo Campi Flegrei osservazioni sui vulcani
delle Due Sicilie”, Napoli, Grimaldi, 2000) si occupa dell’Etna (lettera IV a M. Maty. Mirone) ed influenza i naturalisti catanesi, che
vengono persino finanziati per le loro ricerche dall’inglese o dal milieu culturale che nasce dalla alleanza di potere tra Borbone e W.
Hamilton. Francesco Ferrara pubblica I Campi Flegrei della Sicilia e delle isole che le sono intorno e descrizione fisica e
mineralogica di queste isole”, Messina, stamperia dell’Armata Britannica, 1810. Questa operazione editoriale è pesantemente
condizionata da Hamilton e dagli inglesi, giacché Ferrara grazie all’aiuto estero riuscì a stampare o vendere oltre 1000 copie dei
Campi Flegrei. Di questa operazione editoriale quasi segretamente ci informa Carlo Gemmellaro in una nota manoscritta apposta sul
frontespizio di un volume (Gemmellaro 1823), in cui si dice anche che tutti i dettagli dell’operazione commerciale li conosce
Domenico Antonio Gagliano, un fratello di Vincenzo, autore degli “Elogi storici degli uomini memorabili di Catania, Catania, Fr.
Longo , 1822, 40p.
all’insegnamento di Antonio Genovesi, la sua profonda adesione alla nuova dottrina medica di

Brown. (seguirà lai scheda biografica di Giuseppe Mirone Pasquali )

IL “BOTANICO MIRONEIANO”

Nelle pagine precedenti, la figura e l’attività di Giuseppe Mirone Pasquali è stata seguita con

acribia ostinata. L’accanimento nella ricerca di sue notizie biografiche ha una motivazione nel

fatto che al Mirone è collegato uno sbalorditivo giardino, sinora pressoché sconosciuto, che

costituisce il più importante orto botanico presente a Catania (ma forse nella Sicilia orientale)

prima della fondazione dell’Orto botanico dell’università.

Il proprietario di quel giardino a metà Ottocento risulta essere Gaetano Mirone, figlio di

Giuseppe ed anch’egli chimico272. Il suo meraviglioso orto botanico (talmente splendido da

sembrare inverosimile: ma gli eredi hanno confermato la sua esistenza) era anche un luogo di

aggregazione a metà tra accademia e circolo, giacché, proprio a questo scopo, all’interno

dell’orto viene edificata una “casina” a tre elevazioni che, benché di piccole dimensioni, è una

costruzione di straordinario lusso, per il largo uso di graniti, agate, diaspri273.

Un frequentatore di quel giardino si prende la premura di illustrarlo e, nel 1847, afferma che

nella “casina” si tengono riunioni. “Il secondo piano è asiaticamente mobiliato, [e] viene

destinato per i congressi scientifici di tutti i soci che compongono le varie accademie a cui il

Mirone appartiene”. L’ultimo piano è adibito ad osservatorio meteorologico, mentre al primo

272 Gaetano Mirone è il collaboratore del dottor Salvatore Platania, deceduto. Domenico De Pasquale Cittadino, Seconda
giustificazione, p. 10.
273 Domenico De Pasquale Cittadino, “Seconda giustificazione in risposta ad una lettera anonima e alle osservazioni dei dottori
Salvatore Platania professore di fisico – chimica nel collegio Cutelliano socio di varie accademie e di Gaetano Mirone professore
sostituto di chimica filosofica e farmaceutica nella Regia università degli Studj di Catania Esaminatore e visitatore delle Farmacie
socio di varie accademie, Messina, dalla stamperia di Tommaso Capra, all’insegna del Maurolico, 1847 (strada corso n. 374, 375)
piano sono conservati l’orto secco, ossia la raccolta di piante secche, e le collezioni di zoologia e

mineralogia, con sorprendenti ed interessanti minerali “discoperti da chiari naturalisti”274.

La struttura e le caratteristiche della “casina” Mirone, dichiaratamente riservata all’osservazione

naturalistica, sono sufficienti a ribadire che anche nelle province più remote, qual era Catania,

c’è tutto un mondo di notabili, letterati, intellettuali e professionisti, soprattutto chimici e

farmacisti,275 che creano collezioni naturalistiche - di conchiglie, rettili, volatili, piante, minerali,

rocce- che vanno poi a confluire nelle istituzioni scientifiche pubbliche: cioè i gabinetti

universitari (nati con funzione didattica e di ricerca) ed i musei di storia naturale (istituiti per

conservare ed esporre). Val la pena sottolineare che il processo di formazione dei gabinetti

universitari trova a Catania una spinta propulsiva nell’opera di Francesco Tornabene - il “padre”

dell’Orto botanico universitario – che fa riordinare le collezioni naturalistiche dei Benedettini ad

Andrea Aradas e Giacomo Maggiore276. I gabinetti universitari si accrescono anche con altre

collezioni (di Giuseppe Gioeni277, di Carmelo Maravigna 278, di Euplio Reina 279, ecc.), donate o

274 La “casina” è di “architettura perfettamente gotica”, è a tre piani e con numerose finestre sul prospetto. Il rivestimento esterno è
in lastre di pietra di vari colori, “e quelle che maggiormente abbondano sono le agate e i diaspri, con una base in marmo Tebaico”,
cioè in granito.
275 La ragione per la quale furono naturalisti soprattutto farmacisti e chimici va ricercata nella particolare predisposizione dei loro
studi giacché fu “con l’aiuto dell’allora nascente chimica, [che] gli uomini di quella stagione penetrarono nel regno minerale”. Coco
Grasso, 1850, p. 15.
276 Lo zoologo Andrea Aradas riordina, classifica e aggiorna scientificamente le collezioni dei Benedettini. Lavora a titolo gratuito e
dona specie viventi e fossili. Assieme al cassinese Giacomo Maggiore classifica con il metodo di Cuvier, “ma aggiornato” la
collezione conchigliologica, assai ricca, appartenuta al cassinese Emiliano Guttadauro, che era morto nel 1836. (Tornabene 1856, p.
26). Dopo qualche anno Aradas riordinerà anche la collezione di Zoofiti e di Echinidi secondo la classificazione di Lamarck ed anche
altri naturalisti; la parte mineralogica sarà curata da Gaetano Giorgio Gemmellaro; la parte ittiologica, ornitologica, entomologica da
Salvatore Biondi. (Tornabene 1856 ) Salvatore Biondi Giunti, già membro della Società Economica e della Gioenia, era medico,
chirurgo primario del sifilicomio, professore reggente la cattedra di storia naturale nel real liceo di Catania. Biondi Giunti 1862.
277 Il cavalier Giuseppe Gioeni dei duchi d’Angiò (Catania 1747 - 6 dic. 1822) possedeva una collezione, a carattere
geopaleontologico- mineralogico, costituita anche da “pesci a secco preparati per bizzarre forme”. Tale raccolta, classificata con il
metodo sistematico dell’abate Fortis, è ricordata da Spallanzani ( che ne parla nel I vol dei suoi “Viaggi alle due Sicilie”, p. 286,
forse edito nel 1792). A quanto pare Gioeni, dopo averlo fondato, dona il gabinetto di storia naturale all’università di Catania, in
cambio dell’istituzione presso lo stesso Ateneo della cattedra di storia naturale, che viene a lui affidata con un assegnamento di 100
onze annue (vedi Finocchiaro Alberghina 2007). Nel 1839 la collezione Gioeni era esposta al terzo piano del palazzo dell’Università
(Power 1995, p. 69). Un inventario della collezione Gioeni, risalente al 1841 (o al 1844), a cura di Carlo Gemmellaro è in ASUCT,
FC 564 bis ( Finocchiaro Alberghina, 2007 ASUCT, FC 564). Gemmellaro ordina, trasporta, situa, classifica, nomencla, senza
vendute all’ateneo da docenti universitari, secondo tempi, procedure e modalità che sono stati

chiariti in recenti studi280.

Non sembra che le collezioni naturalistiche di Miirone divennero pubbliche. Si sconosce anche

che fine abbia fatto l’orto secco, mentre non è ignota la struttura architettonica del suo orto

botanico, di cui la “casina” è soltanto il succulento assaggio.

Sappiamo che l’ingresso dell’orto era costituito “da un magnifico portone di architettura greca,

tutto di marmi di vari colori e con la iscrizione in bronzo dorato Botanico Mironeano”. La

magnificenza del luogo è confermata poi dalla presenza di seicento statue “egizie” (erano

lampioni), colonne in porfido, statue di lapislazzuli e alabastro, vasi in marmo pario, busti in

bronzo di uomini illustri, uno sfavillante sistema di illuminazione a gas che quasi sicuramente

costituisce uno dei primi esempi di impianto per uso privato, cosa non difficile per Gaetano

Mirone che era in procinto di prenderel’appalto per l’illuminazione pubblica di Palermo e

Messina281.

Il piatt

assistenza alcuna per 4 mesi continui lavora e senza compenso (Gemmellaro 1856). La biografia di Gioeni per alcuni versi è ancora
oscura anche perché la maggior parte delle sue carte vanno disperse dal 1803 al 1815 (Gioeni 1815).
278 Maravigna nel 1826 vende all’università una collezione mineralogica che aveva ordinato al Leman, illustre mineralogista e
botanico di Parigi, e successivamente arricchita con le specie vesuviane scoperte e donategli dal Covelli. Questa collezione,
consistente in duemilaottantasei esemplari, restò a disposizione dello stesso Maravigna e di Antonio Di Giacomo, professore interino
di Storia naturale, per lo svolgimento delle attività didattiche (ASUCT FC 529 e testo stampato dallo Maravigna, nel 1834,
citFinocchiaro Alberghina, 2007 che citano). I minerali erano classificati secondo il metodo di Haüy (Alberghina 1999, p. 64).
279 Euplio Reina raccoglie negli anni collezioni di esemplari di teratologia e anatomia patologica, che poi dona ai Gabinetti
dell’università.
280 CTL
281 Mirone inventa “un nuovo apparato gassometrico, ed una nuova combinazione di sostanze” ed “ottiene un gas che illumina dieci
volte più di quello di Chambery”. Mirone avrebbe dovuto prendere l’appalto per “l’illuminazione di Palermo e Messina con il 52%, e
per Catania con il 66% di meno di quanto al presente si trova fissato per Napoli”. (Domenico De Pasquale Cittadino, “Seconda
giustificazione ….). Val la pena ricordare che la rivoluzione industriale spinse a ricercare nuove tecnologie per l’illuminazione. Dal
1780 si registrano miglioramenti delle lampade ad olio esistenti e nuove invezioni come lampade a gas. Napoli ha una illuminazione
pubblica a gas (prodotto dall’olio d’oliva) sin dal 1837 ed è la prima città italiana e la terza in Europa, dopo Londra e Parigi, ad
essere illuminata a gas (Andrea Lizza, Storia dell’illuminazione a gas nella città di Napoli, in Secondo congresso AISI (7-9 aprile
2008). L’exursus appena fatto sottolinea l’importanza dell’invenzione di Mirone, anche alla luce del fatto che a Catania
l’inaugurazione di 1050 lampioni a gas, posti lungo vie principali, avviene soltanto l’11 novembre 1866. Fin dal 1840 Maravigna
aveva illustrato ai auoi concittadini una fabbrica straniera di gas “idrogeno carburato” per l’illuminazione.
forte del “Botanico Mironeiano” è costituito da tre grandi serre 282, di costruzione estera (Vienna

e Sheffield) che, per perfezione tecnologica, non trovano rivali in Sicilia e superano di gran

lunga persino la serra regalata all’Orto botanico di Palermodalla regina Maria Carolina283.

Ovviamente, sono però le piante le protagoniste del “Botanico Mironeano” e, per descriverle, è

meglio lasciar parlare un testimone che sembra francamente esagerare quando afferma che quel

giardino contiene ogni specie presente in natura: “Ma la parte più ammirevole è quella delle

piante officinali”284, afferma, non mancando di ricordare la massiccia presenza di fiori:

incantevoli roseti ricoprono il muro di cinta, un tappeto di Viola tricolor e di Viola odorata

emanano un soave profumo, piante acquatiche affiorano in un laghetto (Cyperus papirus285,

Nymphaea alba, Butomus umbellatus, utricularia, Drosera, Aldrovanda, Sagittaria, ecc). Alcuni

282 Due serre, costruite appositamente nel Regno Unito, sono quadrate, di m. 50x50 ciscuna, e nella parte sommatale raggiungono i
20 metri di altezza. Sono in ferro e ospitano rispettivamente piante dei climi caldi (il tepore è procurato dalla combustione di carbone
fossile che si espande attraverso una intercapedine) e piante nordiche (la refrigerazione scaturisce dal ghiaccio posto in cassoni
all’interno della serra). “Tra breve Mirone ne avrà un’altra, simile a quella del giardino botanico di Edimburgo la quale viene
attorniata da vari canali di ferro che apportano vapore, onde si fa il caldo dell’equatore;come la descrive l’intelligente osservatore
catanese cavaliere Garzia Gravina nel cenno che fa sulla Scozia” Domenico De Pasquale Cittadino, “Seconda giustificazione …, .
L’opera di Garzia Gravina è il Cenno sulla Scozia: lettera del catanese G G ad un suo compatriota, Catania, P. Giuntini, 1841. La
grande serra delle palme a Londra è del 1844, in ghisa ferro e vetro. Opera che incarna il criterio di prefabbricare fuori opera parte
della costruzione. Poi produzione seriale, nascita della pefrabbricazione in officina, non più ai piè d’opera come accadeva nel
cantiere tradizionale, il telaio. Gli elementi portanti e portati formano la gabbia.
283 L’Orto di Botanico di Palermo data 1779, quando viene creato nei baluardi di Porta Carini, ma la vera fondazione avviene con
Giuseppe Tineo, che ottiene da Caramanico un sito più conveniente, sede dell’attuale orto. (Sul primitivo orto botanico, Tiziana
Campisi – Sabrina Mutolo, “Il Giardino di Botanica di Palermo nel progetto dell’ingegnere camerale don Salvatore Attinelli”, in
“Quaderni di Botanica ambientale e applicata”, Dipartimento di scienze botaniche dell’università di Palermo, 1999, pp. 69-79). La
regina Maria Carolina donò una Orangiera a cristalli, “che fa il decoro” dell’Orto (Tornabene 1856, p. 9). E’ curioso ricordare la
“immensa e magnifica stufa di ferro per piante esotiche”, donata da Maria Crolina all’Orto botanico di Palermo, era stata “costruita
ingegnosamente in Germania” ma che “fino al 1824 era rimasta inoperosa, mancando chi avesse saputo riunire e ordinare i molteplici
pezzi senza la guida del disegno del costruttore”. Fu l’architetto palermitano Antonino Gentile (deceduto a 44 anni a Catania il 29
marzo 1834) a montare la serra: “egli seppe idearne il congegno e si accorse che alcuni pezzi si erano smarriti nel viaggio e li fece
costruire a Palermo”. Agostino Gallo, “Notizie intorno alla vita, e alle opere di Antonino Gentile architetto palermitano, raccolte ed
esposte da A. G.”, in “Effemeridi scientifiche e letterarie”, 1834, pp. 323-342.
284 Domenico De Pasquale Cittadino, “Seconda giustificazione p. 116.
285 La presenza del papiro può far pensare ad un impianto massonico del giardino, in quanto quella pianta è legata all’Egitto e ai
suoi riti e segreti. Sulla coltivazione del papiro scrive il massone siracusano Saverio Landolina Nava.
esemplari di Baobab crescono entro una serra, assieme ad altre rare piante africane286. Un

romantico boschetto, scenograficamente disposto come nei giardini all’inglese, è totalmente

ricoperto da lauro ceraso.

Le specie coltivate nel “Botanico Mironeano” riflettono la cultura del proprietario e la sua

professione di chimico e farmacista. Difatti, i petali di viole un tempo erano usate come reagente

chimico o per la preparazione di solfato di chinina287. Il lauro ceraso aveva una massiccio

impiego nella farmacopea (appartiene alla classe dei “controstimoli”). e difatti Mirone “ne

coltiva in una così grande quantità che nessuno dei farmacisti catanesi ha speso denari per

acquistare le foglie”288.

Indicativa della mentalità di Mirone è l’architettura del suo giardino, che ha un impianto ispirato

ai modelli iniziatici rispecchianti il linguaggio massonico. La sintassi esoterica di quel luogo è

comprovata dagli “elementi marcatori” dell’architettura massonica: la forma ottagonale della

spiazzo centrale, la presenza della collina e del lago (presenti nei giardini massonici sia inglesi

286 Il baobab è descritto da John Murray, Manuel de l’éléctricité atmosphérique, comprenant les instructions nécessaires pour
établir les paratonneres et les paragrêles, Paris, Imp. de Lechevardiere, 1831. Quest’opera e in particolare la pag. 188 è citata da
Domenico De Pasquale Cittadini quando parla del Boa (Baobab) coltivato nell’orto boitanco di Mirone.
287 Anche i petali del fiore di malva erano usati Nella preparazione del solfato di chinina (Mirone, 1824, pp. 6-7) . De Gaetani come
reagenti usa la Tintura di Laccamuffa e quella di petali di viole. De Gaetani 1840, p. 7.
288 Il lauro ceraso è una pianta spesso citata nelle preparazioni farmaceutiche dell’epoca ed i suoi componenti chimici sono oggetto
di accanite analisi, come fa G. Brofferio, nel 1842. I chimici catanesi studiano la quantità di acido idrocianico contenuto nelle
mandorle amare e nelle foglie del lauro ceraso. (De Pasquale 1843, p. 35). Il lauro ceraso, - assime all’acqua distillata di mandorle
amare, al liquore anodrio di Hoffmann, al salasso, alla gommagutta - appartiene alla classe farmacologia dei “controstimoli”, usati da
medici post brawniani come Rasori (Cosmacini 2002, p. 135 e ss.). I suffumigi con l’acqua di lauro ceraso erano usati nei casi di
coclussia (ossia cocheluzione CTL). L’acqua di lauroceraso (o lauro ceraro) e tutti i prodotti distillati di questa pianta “ammazzano e
occupano il primo posto tra le sostanze velenose”. La tossicità è forse dovuta alla presenza dell’acido prussico, una sostanza usata
facilmente nei delitti di avvelenamento ( Wilhelm Hermann Georg Remer, Polizia giudiziaria farmaco-chimica o sia Trattato degli
alimenti salubri delle loro falsificazioni, delle alterazioni che subiscono i vasi di rame i quali servono a prepararli, dei veleni
minerali, vegetabili ed animali, Milano, presso Giovanni Silvestri, 1818, p. 364). Altri preparati largamente in uso erano il tartaro
emetico detto tartrato di potassa antimoniato, composto di acido tartarico più ossido di antimonio al 20% di ossido di potassa ecc
(Ramer, 1818, p. 253; a p. 349 curiosissima descrizione della celebre Acqua toffana -detta anche acqua di Perugia, acqua del
Petesino, acquetta di Napoli -, “un veleno che si dice può determinare la morte di un individuo molti mesi prima. Dopo la morte le
estremità si staccano dal corpo, ed è per questo che conviene effettuare l’inumazione. Come si prepara? Non si sa. Qualcuno dice che
è composta dalla bava di uomini tormentati da dolori mortali. Qualcuno non crede all’esistenza du questo veleno”). Dell’acqua tofano
ne scrissero molti nel Settecento.
che francesi), gli elementi egizi rappresentati dalle statue e dai cassettoni a forma di piramide,

l’uso di pietre preziose e di molteplici metalli (bronzo dorato, bronzo, oro, “rame bianco”, ferro),

la successione dei viali disposti in funzione estetico morale (dall’ingresso un viale porta alla

collina, e l’ascesi è simbolo di perfezionamento), le statue dei grandi personaggi che onorano la

botanica (Linneo, TournefortCTL, De Candolle, Lamarck), la “architettura perfettamente gotica”

della “casina” (lo stile gotico è come l’egizio uno stile massonico)289.

L’esame architettonico dell’orto botanico di Mirone - luogo di felice incontro di vita sociale, con

una architettura piena di intenti simbolici, esoterici e metaforici – rivela contenuti culturali

fortemente radicati nel tessuto catanese: si riconsideri il pregnante mito della “Catania egizia”

coltivato nell’ambiente l’ambiente illuministico e massonico, frequentato, non a caso, da

Giuseppe Mirone290.

A proposito di architettura egittizzante occorre anche evidenziare che l’architetto Mario

Musumeci (amico di Giuseppe Mirone, in quanto ambedue frequentatori del “piccolo giardino di

Tempio”) ha corrispondenze epistolari con il toscano Giuseppe Del Rosso, autore nel 1787, al

tempo dell’illuminato sovrano Pietro Leopoldo, di un trattato sull’architettura egizia che

concorre, insieme ad altre più famose pubblicazioni, alla diffusione degli elementi di decoro

egizio ben prima della campagna napoleonica291. La grandiosità di quel linguaggio architettonico

prevede un largo uso di pietre dure (diaspri, porfidi rossi e verdi, agate, ecc.) che sono presenti

nella “casina” Mirone e, nel contempo, ricordano molto il progetto architettonico proposto per il

289 Lo spirito di universalità sottende il parallelismo tra macrocosmo e microcosmo; se il giardino è immagine del mondo, anche il
mondo è un immenso giardino in cui ogni stile ha le sue costruzioni: l’egizio con le piramidi e gli obelischi; il gotico con le torri , i
castelli e gli eremitaggi che rimandano alle architetture dei templari; l’oriente e la Cina con le fabbriche esotiche, come nella Casina
Cinese per i sovrani borbonici costruita da Marvuglia alla Favorita di Palermo. Marcello Fagiolo (a cura di), Architettura e
massoneria. L’esoterismo della costruzione, Roma, Gangemi, 2006.
290 Giuseppe Mirone era socio dell’Accademia degli Etnei. “Gli Accademici Etnei sono soprattutto portati ad interessarsi alle cose
che toccano il maggior vulcano d’Europa” afferma Mirone ricordando che il (p. 27) principe di Biscari, Vincenzo Paternò Castello,
“impose” a lui “ed al custode del suo rispettabile Museo di portarci sulla faccia del luogo” cioè nella sommità del vulcano. G.
Mirone, Descrizione de’ fenomeni…, cit., 1788, p. 13 e 27.
291 Sistemi architettonici di alcuni moderni trattatisti di metodi edificatorii tenuti nel medio evo, memorie due, la prima del cav.
Giuseppe Del Rosso, la seconda di Mario Musumeci prof. di architettura, Catania, 1832.
Palazzo senatorio di Catania (presentato nel 1841 da Carlo Gemmellaro)292 Lo stile egizio,

durante la Rivoluzione del 1848, diventa addirittura protagonista del sentimento patriottico

giacché “può creare una architettura pienamente corrispondente alla nazione italiana” 293.

Gli elementi appena citati dimostrano che il “Botanico Mironeano” non è una invenzione

letteraria, un luogo fittizio, ma un giardino botanico che ha una sua storicità, legata ad eventi e a

fatti accaduti. Quel giardino non appartiene a quella specie di giardini immaginari di cui è piena

la letteratura294. Vero è che le maggiori “guide” di Catania non lo citano, ma non per questo

bisogna screditare la testimonianza di Domenico De Pasquale Cittadini (o Cittadino), che ne

scrive con cognizione295. Egli è un farmacista, mentre Gaetano Mirone è il “visitatore”

(controllore) delle farmacie. I rapporti tra i due personaggi sono tesi e, proprio per questo

motivo, De Pasquale Cittadini mai e poi mai avrebbe potuto diffondere notizie che finivano per

magnificare la figura e le capacità del suo avversario296. Quanto egli dice ha dunque la garanzia

di veridicità. Bisogna pertanto dare credito alla sua testimonianza ed egli è una fonte attendibile

anche quando – lo si vedrà più oltre - propone l’istituzione di un orto botanico pubblico, con

annesso laboratorio chimico.

Inoltre occorre sottolineare una caratteristica presente nel giardino botanico di Mirone - la

suddivisione in parti simmetriche, che si ispira al giardino all’italiana ed esalta simbolicamente

la perfezione del giardino e la condizione privilegiata del proprietario - aveva in Sicilia dei

292 “Il genio dei Catanesi […] per le opere grandiose è innato, starei per dire, in essi”. Così scrive Gemmellaro nel 1841 quando
progetta un grandioso palazzo comunale in cui sono anche presenti parti architettoniche in stile egizio(Gemmellaro, 1841,p. 4).
293 Così si legge in uno scritto pubblicato a Napoli durante la rivoluzione del 1848. Lo studio in Italia dell’architettura egizia - si
legge inoltre - può creare uno stile nazionale egizio “e così scuotere un giogo vergognoso per l’Italia, qual è quello di importare
un’architettura straniera in un secolo in cui l’Italia primeggia nelle scienze e nelle arti”. Fortunato 1848, p. 21.
294 Tra i giardini letterari val la pena ricordare quelli cantati da Dante ed i giardini di Alcina nell’Orlando Furioso. Tali giardini -
combinando poesia, estetica e filosofia -, sono ameni luoghi dell’utopia: vi regna una eterna primavera, mancano le perturbazioni
metereologiche, vi è un incanto che non sottopone la natura al divenire. Tutte queste caratteristiche mancano nella descrizione del
Botanico Mironeiano, che, dunque, non è una ivenzione letteraria.
295 Domenico De Pasquale Cittadini ha visitato i luoghi ed ha anche letto gli scritti di Gaetano Mirone che descrivono il giardino.
296 Domenico De Pasquale Cittadino afferma di avere come propri avversari un certo M.P, ovvero C.C. (CTL, p. 10) Ignoriamo chi
si celasse dietro queste iniziali.
modelli. che avevano quella forma dell’impianto. Anche a Catania non mancavano modelli di

splendide ville giardino tardo rinascimentali, di modello simile a quello di Villa d’Este, andate

distrutte a causa dell’eruzione (1669) o del terremoto (1693) 297.

Nell’orto botanico di Mirone è infatti ricorrente la forma quadra: il terreno è ripartito in parti

quadrate, a loro volta divise in quattro parti simmetriche e la perfezione geometrica è riprodotta

nella forma quadrata di ogni singola aiuola e nei pilasti quadrati messi ai quattro angoli. Questa

tipologia geometrica ben determinata, ripresa da Francesco Tornabene per l’orto botanico

universitario, richiama alla mente il progetto creato dal francese Léon Dufourrny sia per l’orto

botanico di Palermo sia per il giardino botanico dei benedettini cassinesi di Catania, di cui si

parlerà i seguito. Val la pena sottolineare che i più antichi orti botanici europei (Parigi, Ginevra,

Leida ecc.) hanno di preferenza le più pratiche aiuole rettangolari.

A questo punto sorge la domanda: dove sorgeva il “Botanico Mironeano”? Sappiamo che esso

era molto esteso. La superficie complessiva dell’apprezzamento è suggerita dalla lunghezza del

vialone d’ingresso (circa 2000 metri). Non sembra che il giardino avesse carattere agreste o fini

utilitaristici, perché mancano gli alberi da frutto. La parte colonica, se vi era, stava in un terreno

limitrofo. Chiarissima è la volontà didascalica espressa dal proprietario, che dispone le piante a

seconda della famiglie e della specie di appartenenza e contrassegna ogni esemplare con un

cartellino recante il loro nome linneiano.

In base ad un documento di archivio, si può ipotizzare che quell’orto botanico fosse a Viagrande,

una cittadina ai piedi dell’Etna (posta a 410 m slm), composta da numerose borgate, lungo la

“via regia” che conduce a Messina298 .Tra le famiglie notabili di Viagrande figurano i Mirone e i

297 Ottavio Branciforte, vescovo di Catania (morto ad Acireale il 14 giugno 1646 e sepolto in quella cattedrale), nel 1640 realizza a
Cibali una villa-giardino (era un pomarium), poi coperta di lave nel 1669. Ottavio - figlio di Agata Lanza ed Ercole Branciforte -
descrive il giardino di famiglia di S Michele, a Cammarata, nell’agrigentino, un giardino che è un documento della cultura tardo
rinascimentale. Giuseppe Giarrizzo, Il cavaliere giostrante, Catania, Giuseppe Maimone, 1998.
298 Tornabene conosce dettagliatamente il territorio di Viagrande e ne descrive le condizioni geografiche e sociali in un
informatissimo scritto. (Tornabene 1855). Viagrande era un centro di poche migliaia di abitanti che dapprincipio comprendeva anche
Platania - giusto i cognomi dei due chimici che erano soci in affari-. Una curiosità: un quartiere

di Viagrande ancora oggi è chiamato Lambicco (da alambicco?), forse in memoria di antiche

attività chimico-imprenditoriali299.

Nelle campagne di Viagrande, sparse tra i “vigneti alberati”, sorgevano le dimore estive di

facoltosi villeggianti catanesi, che avevano la passione per la villeggiatura e la caccia, e dai primi

di settembre ai Morti villeggiavano al Bosco, contrada in cui sono compresi Mascalcia, S.

Giovanni La Punta, Viagrande, Trecastagni, Aci S. Antonio e S. Gregorio300. Alcune ville nella

zona di Viagrande erano celebri, come quella dei duchi di Carcaci, dei principi di Biscari ecc301.

E’ possibile che la presenza di tali personaggi avesse indotto i Mirone a impiantare l’orto

botanico proprio a Viagrande. E’ anche possibile che, per emulazione, i vicini del “Botanico

Mironeano” avessero nelle loro “casine” analoghi orti.

La bella Villa comunale di Viagrande costituisce un misero brandello di una splendida Villa

Mirone esistente sino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, quando fu inghiottita dalla

speculazione edilizia: così affermano gli eredi che, interpellati al riguardo, hanno in questo modo

suffragato l’ipotesi che “Botanico Mironeano” stesse proprio a Viagrande.

La data di impianto del “Botanico Mironeano” è ignota ma si conosce lo stato dei luoghi nel

1847, così come viene descritto dal testimone Domenico De Pasquale Cittadini (vedi appendice

su “Botanico Mironeano”)

Appendice documentaria: Il Botanico Mironeano

Domenico De Pasquale Cittadino, “Seconda giustificazione in risposta ad una lettera anonima e alle osservazioni dei dottori Salvatore Platania

professore di fisico – chimica nel collegio Cutelliano socio di varie accademie e di Gaetano Mirone professore sostituto di chimica filosofica e

Zafferana (sino al 1826) e i borghi di Fleri e Pisano (sino al 1831). Studi di demografia storica, basati sul censimento del 1832, in
Silvana Raffaele, Viagrande, Catania, CUECM, 1993.
299 Ringrazio il prof. Orazio Caruso di Viagrande, per l’informazione.
300 Alcune ville erano celebri come la Villa Currò poi Paternò Castello a San Giovanni La Punta, ricordata dal De Cesare (CTL,
1969, pp. 678-79).
301 A Viagrande sono degni di nota il palazzo Paternò Castello di Carcaci e la casa dei marchesi di Sangiuliano presso Monte Serra.
Gaetano Palumbo, Le residenze di campagna nel versante orientale dell’Etna, con contributi di Eugenio Magnano di San Lio,
Catania, DAU, 1991.
farmaceutica nella Regia università degli Studj di Catania Esaminatore e visitatore delle Farmacie socio di varie accademie”, Messina, dalla

stamperia di Tommaso Capra, all’insegna del Maurolico, 1847 (strada corso n. 374, 375)

pp. 116-119 “Della maniera stessa onde si sono uditele magnificenze del suoideale laboratorio (sempre per divertire il lettore), si esporranno

ora le magnificenze del suo giardino delle piante, in cui trovansi tutte quelle che compongono il regno vegetabile .Ma la parte più ammirevole è

quella delle piante officinali, che sono nella guisa più elegante e scientifica disposte - Disposizione che veramente è propria del gusto e del

sapere del Signor Mirone; benché tutto ciò, a paragone della spesa fatta, può riguardarsi come l’ultima parte. Ora cominiciamo dall’entrata.

Un magnifico portone con greca architettura, tutto di marmi a vario colore e colla descrizione in bronzo dorato Botanico Mironeano è quello

che dà la prima idea di un’alta magnificenza. Le mura che chiudono detto giardino sono adorne di rose d’ogni specie. All’entrare presentasi il

gran viale carozzabile dritto e lungo circa trecento canne italiane, fiancheggiato da una base di marmo di Taormina su la quale poggiano ben

600 statue egizie, e ognuna sostiene con ambo le mani sulla testa un lume a gas ([Nota:] Per un nuovo apparato gassometrico, ed una nuova

combinazione di sostanze inventate dal nosto chimico si ottiene un gas che illumina dieci volte più di quello di Chambery, edin breve egli

prenderà l’appalto dell’illuminazione per Palermo e Messina col 52,e per Catania col 66 per cento di meno di quanto al presente trovasi fissato

per Napoli); tra l’una e l’altra statua sorgono diversi cassettoni a piramide, i quali sono pieni di fiori vaghissimi e odorosissimi. Detta strada sì

vagamente adornata conduce ad una larga piazza di figura ottagona.

Tre lati di essa immettono in altrettante strade adorne come la prima: quella a man sinistra conduce ad un boschetto inglese piantato tutto del

lauro – ceraso; l’eleganza de’ suoi racemi e delle sue foglie sempre verdeggianti produce un magnifico effetto al tutto romantico, ed in sì

prodigiosa quantità (parole dell’osservatore, a p. 18) che nessuno dei farmacisti catanesi ha speso denari per acquistarne le foglie – unica verità

che si disse in tutta la Memoria.

Il terreno di questo boschetto è vagamente smaltato della Viola tricolor e della Viola odorata, il di cui soavissimo senso imbalsama l’aria. La

seconda strada che è in linea diretta con quella di ingresso, guida con altre trecento canne ad una collina ([Nota:] Detta collina è stata formata

dal materiale ricavato dallo scavo fatto appositamente per un bacino d’acqua qui appresso descritto), sul cui vertice trovasi sopra colonna di

porfido alta palmi 62 con capitello di pietra singolare([Nota:] Questa roccia trovasi nella Finlandia Svezzese verso il Settentrione; essa indica i

cangiamenti di tempo. All’avvicinarsi della pioggia diviene di un color castagno oscuro, e quando il tempo va serenandosi copresi tutta di

macchie bianche), una statua in piedi di un sol pezzo di lapislazzuli rappresentante il Principe della Botanica, l’immortale Carlo Linneo, il quale

sembra che colla mano destra dirigga i travagli botanici.

Dalla parte di Levante appiè di detto colle vedonsi sboccare limpidissime acque che scaricansi in un luogo scavato a bella posta per raccogliere

acqua in quantità: il dintorno di questo lago è riempito di assai Cyperus papirus, Nymphaea alba, Butomus umbellatus, utricularia, Drosera,

Aldrovanda, Sagittaria, ecc.

Le dette acque diramansi alla bisogna per tutti i campi botanici divisi in grandi quadrati, i quali vengono guarentiti da grate di ferro fuso;

ciascun quadrato racchiude una famiglia di piante, e ognuno è suddiviso in quattro parti; in queste suddivisioni sono le specie a cui dette piante

appartengono. Il centro di ogni gran quadrato viene presieduto da un mezzobusto in bronzo rappresentante il botanico che è fra i più distinti

nella scienza, e questo mezzo busto è situato sopra colonna tronca dello stesso metallo; sulla base evvi il nome dello scienziato in lettere d’oro.

Inl centro a ciascun piccolo quadrato s’innalza una fonte di marmo capace di inacquare il piccolo quadrato da cui è circoscritto.

Intanto i quattro angoli dei grandi quadrati vengono fregiati da pilastri di un solo pezzo, anche quadro, di lava del nostro Etna portato a

pulimento: dentro queste quattro facce sono incastrati caratteri di rame bianco denotanti i nomi Linneani delle piante che ivi esistono; al di

sopra di ognuno di detti pilastri poggiano magnifici vasi di marmo pario contenenti dentro le piante più particolari, vale a dire, quelle per cui il

Sig. Mirone poc’anzoi disse, che pria dovea fasi l’acquisto all’estero.
A tramontana di detta collina evvi una stufa simile a quella di Palermo, venutagli da Vienna, addetta a preservare le piante dal rigore

dell’inverno; in mezzo alla quale è situata una colonna tronca di lava rossa di Militello con suvvi il mezzo busto del celebre Turneforzio, scolpito

in alabastro fiorentino.

Verso la parte di mezzogiorno osservansi due altre magnifiche stufe di ferro fuso costruite a bella posta a Sheffeld (sic) a doppia lamina,

all’oggetto di porre nel mezzo di una delle due lamine, quantità di carbone fossile acceso, acciocché innalzi la temperatura al grado delle

brucianti sabbie dell’Africa per mantenere quantità di alberi del Boa (vegetabile rapportato da Murray nel suo manuale di elettricità

atmosferica, a pag. 188, Parigi, 1831); e nell’altra stufa quantità di cassoni pieni di ghiaccio per mantener bassa la temperatura per gli alberi

pervenuti dal Nord, e fra gli altri il Pinus Sylvestris albero da noi conosciutissimo. Il centro di ognuna di queste stufe viene sovrastato da

un’altra colonna tronca, una delle quali trovasi di granito rosso col mezzo busto di alabastro orientale dell’inclito De Candolle, e l’altra di nero

antico col mezzo busto di bronzo dorato dell’egregio De Lamarck. Dette due stufe sono di forma anche quadra, 160 piedi inglesi larghe con 70

di altezza-.

In breve ce ne farà osservare un’altra simile a quelle del giardino botanico di Edimburgo, la quale viene attorniata da vari canali di ferro che

apportano vapore onde si fa il caldo dell’equatore; come la descrive l’intelligente Osservatorecatanese, Cavaliere Garzia Gravina nel cenno che

fa sulla Scozia.

La terza strada, val quanto dire l’ultima similmente adornata come le altre due, conduce ad una casina sebbene piccola, ma di gran gusto e

spesa: essa è divisa in tre piani. L’architettura è perfettamente gotica. Le finestre di prospetto sono in numero che ora non ricordo. L’esterno è

di pietre dure di vari colori, e quelle che maggiormente abbondano sono le agate e i diaspri, con una base in marmo Tebaico. La descrizione

dell’interno poi esigerebbe moltissimo tempo; solamente accenno che il primo piano destinato per l’orto secco, ossia collezione di piante secche,

e per la collezione zoologica e mineralogica. In riguardo a quest’ultima, è sorprendente il gabinetto dei sopracennati interessanti minerali

discoperti da chiari naturalisti.

Il secondo piano è asiaticamenbte mobiliato, viene destinato per i congressi scientifici di tutti i soci che compongono le Varie Accademie a cui il

Signor Mirone appartiene.

Il terzo finalmente è destinato ad un Osservatorio meteorologico…Bagattella, l’Orto Botanico del Sig. Mirone!!”.

IL LABORATORIO CHIMICO DEI MIRONE

L’identificazione del luogo in cui sorgeva il “Botanico Mironeano” in futuro sarà forse provata

inequivocabilmente. Occorrono ulteriori ricerche e, nell’attesa di approfondimenti, al momento

non resta che rimanere nell’ordine dell’ipotetico e del verosimile. L’invito alla prudenza vale

anche per il laboratorio chimico di Mirone che, a quanto pare, sorgeva in pieno centro di Catania,

in via Etnea n° 8, vicino la Collegiata, annesso alla spezieria e a fianco del palazzo del principe
di Biscari, dove ancora oggi si ergono due colonne tronche, simbolo identificativo del portone

d’ingresso302.

Nel laboratorio chimico - leggiamo in un opuscolo del 1847 – Mirone usa le piante raccolte nel

suo orto botanico. Molteplici torchi, essiccano ed estraggono oli dalle erbe da cui si creano

medicine e profumi. Tuttavia, le preparazioni principali sono gli acidi, i cloruri, i solfati, a base

di chinina, ammoniaca, mercurio, ecc., di largo impiego come disinfettanti e antifebbrili. La

strumentazione del laboratorio è costosissima (molti oggetti sono in platino)303 ed è provvista di

apparecchiature di nuova invenzione provenienti dall’estero. Ovviamente non manca un

congegno ideato da Gaetano Mirone e da Platania “per l’idrocloro liquido”. Molteplici i

macchinari per i processi fisici ed elettrici (in linea con gli studi di Giuseppe Mirone, precoce

sperimentatore in tale campi) La dotazione comprende i dispositivi per isolare i gas e, proprio nel

suo laboratorio, Gaetano Mirone mette a punto una sua scoperta, relativa ad una nuova miscela,

che subito applica con successo per migliorare l’illuminazione dei lampioni a gas304 Questo

“arcifamigerato laboratorio […] è tanto pieno a zeppo che non vi si può entrare”305, afferma un

testimone e lo descrive così dettagliatamente che bastano poche righe per restare strabiliati e

302 Sarebbe interessante identificare la farmacia dei Mirone con la sede il Gabinetto di lettura, un circolo nato nel 1823, finanziato
da Carlo Ardizzone e promosso dal libraio fiorentino Ettore Fanoy (o Fanoj), sul modello di quello del Viessieux. Il gabinetto di
lettura e l’annessa libreria erano stati aperti nel retrobottega di una farmacia, nella via Stesicorea, all’altezza dei quattro cantoni ( “Il
Trovatore” 1839 e 1840 e ASCT, Intendenza borbonica, b. 3496; cit. tratta dal libro su Catania edito nel 2008 da Rubettino, p. 230).
Secondo altra fonte, la libreria e la pubblica sala di lettura erano al centro della città, nel palazzo Vasta n. 101-102, che dal 1824
ospita il caffè dei civili che sarà chiuso nel 1848 e riaperto nel 1849. Su questo luogo di associazione vedi Giuseppina Viaggio 1994,
che riporta anche notizia sui 176 iscritti (nel 1856 vi erano anche 5 donne, 5 stranieri, 3 ordini religiosi) e sulle successive vicende
del caffè che nel 1860 cambiato nome in Antico Siculo e chiude nuovamente, sempre per motivi politici. Il gabinetto di lettura Fanoy
sito nel retrobottega di una farmacia è citato anche da De Cesare (CTL 1969, p. 678) che riconosce nelle farmacie un luogo di
incontro: afferma infatti che coloro che non frequentavano i circoli né le case private solevano radunarsi la sera nelle farmacie; a
Catania i liberali convenivano nella farmacia Condorelli di via Ferdinanda, poi Garibaldi. De Cesare 1969, p. 681.
303 Il platino un materiale quasi sconosciuto e scoperto con altri nuovi elementi (cobalto, nichelio, manganese), soltanto nella
seconda metà del Settecento.
304 Francesco Ferrara cita Mirone e le sue ricerche sui gas Storia naturale della Siclia che comprende la mineralogia …. 1813, p.
XLIV. Sulla scoperta di Mirone per l’illuminazione a gas vedi sopra nota CTL.
305 CTL.
pensare, per associazione di idee, allo stregato laboratorio di Frankestein, il prometeo moderno

ideato da Mary Shelley.

Il laboratorio di Mirone è di gran lunga più fornito ed aggiornato degli squalificati gabinetti

fisico-chimici dell’ateneo. Non teme il confronto con le “macchine fisiche” importate da

Carmelo Maravigna nel 1819 da Parigi (la ditta costruttrice è all’avanguardia per strumentazioni

elettromagnetiche)306. e già nel 1831 obsolete e inservibili per le dimostrazioni della cattedra di

Fisica307. Un mucchio di rottami sono anche le “macchine fisiche” acquistate a Palermo dal

comune di Caltagirone a scopo didattico per il liceo (chiamato Real Accademia) e finite per 10

lunghi anni a marcire in una soffitta prima di essere malamente rabberciate308. Poca cosa è anche

il gabinetto chimico fisico dell’ateneo di Catania, che comincia ad accrescersi nel 1853 con i

soldi dell’eredità del canonico Mario Coltaro. Di fronte a tanta inadeguatezza, Francesco

306 La ditta parigina Dumoriez (ctl, Dumotiez ) spedisce a Maravigna, via Marsiglia, “una cassa impagliata, pesante 83 libre, che
contiene strumenti di fisica”. Il titolare della ditta, il signor Pixii, da Parigi il 5 settembre 1819, scrive una lettera di
accompagnamento e indica in 444 franchi la spesa per la vendita. L’importo Maravigna dovrà spedirlo “ai signori Develey, banchieri
in Napoli, che poi lo faranno pervenire in Parigi presso i signori Delepent, loro cognati”. Altri particolari sulla spedizione della cassa
- imbarcata sopra la bombarda “L’Amabile Fortunata” del padron capitano Gaspare Damore, francese, all’ordine di Giuseppe Cariddi
fu Francesco, a Messina - sono in una lettera datata Marsiglia 11 novembre 1819. (Archivio storico università, Fondo Casagrandi b.
225).
307 Parere espresso dal professore di Fisica generale, Lorenzo Maddem, in una lettera, datata Catania 10 marzo 1831, indirizzata al
Gran cancelliere presidente della deputazione dell’università. Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 225.
308 Emanuello Taranto, direttore della Reale Accademia degli studi di Caltagirone, è docente di fisica in quel liceo (in precedenza la
cattedra era stata tenuta dal prematuramente scomparso Giovanni Silio, che a cui si devono “esperimenti ed accurate osservazioni” e
alcune opere manoscritte che passarobno al nuovo Taranto Rosso). Il Taranto basava il suo insegnamento sul testo dello Scinà e non
poteva eseguire tutti gli esperimenti di fisica a causa della deficienza degli strumenti. Nel laboratorio vi era soltanto una “macchina
elettrica con batteria, la colonna del Volta, il Prisma, il barometro, il termometro”. Il dimostratore che aiutava il docente negli
esperimenti era Nicolò Calì. (ASCT, FC 276. Caltagirone 28 febbraio 1842, scritto del Emanuello Taranto Rosso). Taranto Rosso
riforma il gabinetto di storia naturale che viene inaugurato il 30 maggio 1843 CTL (giorno che era onomastico o compleanno del re).
Per la inaugurazione del gabinetto di storia naturale, e archeologia della Reale Accademia degli Studi di Caltagirone, discorso del
donatore cav. E T R nel giorno 30 di maggio dell’anno 1843, Catania, stamperia di Giuseppe Musumeci Papale, 1844. Nel saggio,
fondamentale per conoscere i nomi dei naturalisti e lo stato delle scienze nel calatino, l’autore afferma che, con denaro pubblico, nel
1820, per conto del liceo, aveva comprato alcune macchine di fisica e strumenti a Palermo, nel laboratorio di un tal Dreschler,
“macchinista ” dell’univeristà di Palermo. Tuttavia le macchine diventano “pasto della tignola e dell’ossido in altane di privato
palagio”, p. 6. Infatti, quei materiali giacquero mal custoditi in stanze messe a disposizione da un amministratore di Caltagirone,
essendo in restauro il palazzo della accademia. Nel 1830, finalemente, la strumentazione scientifica fu trasportata e collocata in
appositi scaffali di una sala dell’accademia. La macchina elettrica a disco venne restaurata e perfezionata dal Naccari, “attuale
macchinista della università di Palermo”.
Tornabene pretende la creazione di un piccolo laboratorio chimico-fisico a corredo del nuovo

orto botanico dell’ateneo309. Tuttavia, sarà soltanto lo Stato unitario -con l’introduzione del

primo corso di chimica organica e inorganica, affidato ad Orazio Silvestri, (anno accademico

1862-63) - a creare le premesse per un attrezzato laboratorio chimico310.

L’excursus appena tracciato dimostra che qualsiasi laboratorio chimico a Catania impallidisce al

confronto con quello di Mirone. Rincresce non sapere che fine abbia fatto quello strabiliante

laboratorio che, sebbene al momento risulti irreperibile, rivive nella descrizione di un testimone

(Vedi appendice: Il laboratorio chimico di Mirone).

Appendice : Il laboratorio chimico di Mirone.

pp. 114-116: “A riparare il mio fallo, son costretto di dir qualche cosa sul proposito del suo arcifamigerato laboratorio. In primo luogo è da

osservare una grandissima camera di piombo per preparare l’acido solforico; poi un apparato di Brunner per la preparazione degli acidi

fosforico e fosforoso; gli apparecchi per raccogliere i gas, cioè quello idropneumatico, il tino a mercurio ossia idrargiro-pneumatico;

l’apparecchio di Gay–Lussac pel distaccamento dell’idrogene servente a riempire le vesciche e le pistole; un grande apparecchio di cristallo per

il cloro; quell’altro di Richard, quello di Gannal e Collereau (o CottereauCTL) per dosare l’idrocloro a gocce; l’apparato di Boullay per le

fumigazioni Guitoniane; l’apparato detto cascata chimica de Clement Desormes per il cloro liquido; ma il più ammirabile è l’apparecchio Plata-

Mironeano per l’idrocloro liquido ([in nota:] Si previene il lettore, che di questa nuova e sorprendente sua preparazione si farà cenno a suo

luogo); i nuovi apparecchi di Woulf ([in nota:]Anche dei nuovi apparecchi di Woulf si parlerà a suo tempo); le innumerabili storte di vetro si

309 Tornabene suggerisce al rettore gli apparecchi da comprare, per avere un piccolo laboratorio fisico-chimico al passo con i tempi
e fornito di quanto necessario per i vari esperimenti relativi alle lezioni di botanica. (Archivio storico università, Fondo Casagrandi
b.905, s.d.). Tornabene fa una nota degli strumenti da comprare (microscopi acromatici, macchina pneumatica, barometro, cinque tipi
di termometro, il costosissimo anemometro elettrico, bussole di declinazione ecc) e consulta il Catalogue et prix des instruments
d’optique, de physique, de chimie, de matematiques, d’astronomie et de marine qui se trouvent ou s’exécutent dans les magasins et
atelier de Lerebours et Secrétan, Paris, Typographie Plon frères, 1853, 244 pagine (oppure 350 p.) Il catalogo riporta e illustra
migliaia di strumenti e il loro rispettivo prezzo. Tornabene vuol anche comprare per laboratorio bilance, cassette, flaconi, tubi.
Suppone una spesa di franchi 7110 pari a ducati 1706.40. Per orientarsi nella scelta di quanto occorre Tornabene consulta il
Catalogue et prix des instruments …. Breton frères, Paris, rue Dauphine n. 23. (Archivio storico università, Fondo Casagrandi b.
974)
310 Orazio Silvestri (n. Firenze 1835) verso la fine del 1863 è nominato professore di chimica generale all’università di Catania e
impianta un nuovo laboratorio, che utilizza per le sue sosistificate analisi e per le ricerche di chimica applicata alla botanica. Muore a
Catania 17 agosto 1890 e il necrologio in sua memoria si può leggere nell’Annuario dell’università dell’annp 1891, p. 194, Il prof. e
comm. Orazio Silvestri, con il suo ingegno versatile, nel corso della sua carriera accademica era riuscito ad ottenere dall’università
grossi appannaggi. Il 21 agosto 1879 uno sconsolato Tornabene riflette sulla disparità di trattamento tra l’orto botanico, da una parte,
ai laboratori di Fisica e di Chimica, dall’altra. I fondi annualmente assegnati per i due laboratori erano rispettivamente £ 950 e £ 1300
(non tenendo conto delle ingenti spese per l’acquisto di strumentazioni) mentre all’orto botanico andavano soltanto £ 1880: ASCT,
FC 1057.
tubolate che no; quelle di gres, di piombo, di ferro fuso, di porcellana, di platino!... i recipinenti di diverse grandezze si di vetro che di piombo

per l’acido idrofluorico; le allunghe di porcellana e di cristallo; i tubi di Welter di diversa forma, e specialmente quelle di platino; i tubi a

manica; le immense canne di porcellana della China, di vetro,di piombo, di gomma elastica ovvero caoutchouc; i cannelli di Marcet ,di

Mitscherlich, di Newman; i cannelli flessibili; i cilindri; le coppe evaporatorie di ogni dimensione e di diverse materie, cioè, di cristallo, di

porcellana, di stagno, di piombo, di rame, d’argento e di platino!... i bicchieri graduati; gli imbuti di platino, di porcellana e di cristallo tanto

con turaccioli smerigliati e bucherati per dividere dall’acqua gli oli essenziali, quanto semplici; le varie pretelle di ferro fuso, un magnifico

cassuliere di platino, della costruzione stessa descritta dal Dott. Pegna; i mortaj di grande CTL, ma e natura diversa, come sarebbero quelle di

bronzo CTL, marmo paros, ferro fuso, silice fusa, porfido, calcedonia, porcellana, gres, cristallo e platino!... spatole di più sorta; le ovvie CTL

pentole di ferro fuso, la pentola di Papino; le caldaje di piombo, rame e ferro; le casseruole di argento e di platino; i crogiuoli di diverse materie

e diverse forme ee molto più quelle di platino puro fabbricate a Londra, a Parigi e a Berlino!... i differenti torchi per estrarre i succhi di erbe ed

olii, e fra gli altri l’olio di ricino quello inventato da Reveillon de Maion; i filtri bucherati di porcellana; i quadrelli; i nuovi apparati distillatorï

eseguiti coi lumi della fisica di varie forme e grandezzeche servono a fuoco nudo, a bagno di sabbia, a bagno Maria ed a vapore; fra questi sonovi

quelli antichi, vale a dire quello rettificato da Baumè, quello inventato da Isacco Berard, e quello di Marzio, meno di quello di Eduardo Adam

rettificato dal nostro siciliano signor Campanelli, di cui per non fare un’offesa al CavaliersignorGiuseppe Gioeni, se n’è privato; finalmente

l’ultimo modificato da lui stesso secondo la scoperta di Oesterd; il secchio di lamine bucherate proposto da henry per le acque distillate delle

piante odorose ([Nota:] Questo secchio di lamine bucherate messo in opera nel grande e magnifico laboratorio del Signor Mirone [….]) ; i diversi

serpentini; la macchina diAbich per la compressione dell’acqua; gli strumenti chimici di Giobert;l’apparato di Planche per la magnesia

calcinata; lo scolo-rimetro di Payen; gli alacalimetri; gli alcolometri; l’atmometro di Lesile;l’alcoometro centesimale di M. Gay-Lussac, gli

aerometri di Baumè, di Cartier, di Nicholson, di Trallers; barometri; calorimetri; clorometri; elettrofori; elettroscopi, e principalmente quello di

Mitscherlic ((CTLqui è scritto senza h finale)); gassometri e spezialmente (sic) quello inventato da Papys; goniometri; manometri e massime

quello immaginato di Guericke: pirometri di Wedgood; volumetro di Gay-Lussac; ala campana elettrica di Docbereiner; una magnifica

macchina elettrica a due conduttori, il cui disco di cristallo inglese è di 70 centimetri di diametro; bellissimi isolatori, per meglio dire, sedie di

resina, di vettro e di diamante;innumerevoli bottiglie di Leyden e quelle perfezionate da Bevvis; verghe metalliche, scaricatoj, pile, in somma

tutti gli strumenti fisico-chimici di Volta; un sorprendente tassetto; i fornelli di differenti forme e grandezze, come sono quelli semplicemente per

evaporare; quelli a fuoco di riverbero, a vapore, a vento; quellio inventato da Morvou, quello di Luhume, quello di Setström CTL, e quello

nominato Adeb; le differenti stufe; e in fine li sorprendenti sifoni, quantità di steatite, calce idrata e sughero per turare. In somma detto

laboratorio è tanto pieno a zeppo che non vi si può entrare; e se per disgrazia al fianco della spezieria di lui, innanzi al Portone del Signor

Principe di Biscari alla Collegiata, strada Stesicorea, num. 8, non vi fossero le due colonne tronche, questo povero diavolo di Speziale non

avrebbe dove porre il mortajo per pestare”

GAETANO MIRONE

Gaetano Mirone – il proprietario del laboratorio chimico e del “Botanico Mironeiano” –ha dato

un carattere di rinnovamento culturale alla città sia come farmacista e docente dell’ateneo, sia

come inventore ed imprenditore che si pone fini applicativi e si orienta ad un immediato utilizzo

delle sue scoperte. Inevitabile che un così suo alto profilo lo mettesse in urto con i colleghi. Non
mancano difatti coloro che gli rimproverano la spregiudicatezza negli affari311 e

l’anticonformismo, che lo portava a farsi beffe “delle ordinazioni del medico, [e] non ne fa uso

credendole insignificanti”312. Mirone, da parte sua, bacchetta i medici ed i suoi colleghi chimici

che ignorano come preparare del solfato di chinina di qualità313, un antifebbrile più efficace di

altre sostanze (Cortex peruvianus, Clupea encrasicholus L.; Clupea sprattus L. maior e minor,

Piper niger L.314 ) usate per combattere le “febbri” che tormentavano in estate i contadini della

Piana e infiacchivano la popolazione con periodiche epidemie, come quelle registrate nel 1792-

1793315 e nel 1828316.

In un ateneo come quello di Catania, dove alcuni docenti di Scienze naturali non accettavano le

teorie di Newton (Agatino Longo)317 e di Lamarck (Carlo Gemmellaro) non stupisce che

311 Gaetano Mirone accumula enormi guadagni e gli altri farmacisti lo additano come “l’Achille degli speziali appaltatori” (De
Pasquale 1847, p. 90n.) Mirone ritiene conveniente comprare all’estero le preparazioni chimiche, realizzate in quantità in grandi
laboratori; nel suo laboratorio produce però il cloruro ammonico, “che prima si comprava a caro prezzo in Egitto, dove era estratto in
poca quantità dagli escrementi dei cammelli, ed ora si ricava in maggiore quantità dalle ossa e da altre sostanze animali”. Mirone
smercia a poco prezzo il cloruro ammonico perché trae la materia prima, dal latemaio cioè nel “locale così detto Bacchis e Popò”. De
Pasquali 1847, p. 122
312 De Pasquale 1847, p. 56.
313 Altri produttori catanesi di ottimo solfato di chinina sono stati “gli onesti farmacisti Salvatore Platania e Giuseppe Mirone”.
Gaetano Mirone dice i droghieri vendono del solfato di chinina pessimo e sofisticato. “L’infame avidità mette in pericolo la vita degi
individui”, afferma, descrivendo i vari metodi che egli ha sperimetato per depuare la china da sostanze inerti e creare un solfato di
chinina di qualità, contenente una buona dose di chinato di china. La migliore china – scrive - è la China Calisaria o gialla (Cinchona
Cordifolia Mutis). L’azione della china – aggiunge - è indebolita da l’assunzione di acido gallico, acido tartarico e acido ossalico;
alcuni vegetali astringenti - come la conserva di rose rosse, rabarbaro, ecc - hanno effetti collaterali se abbinati ad altri medicamenti:
pertanto, i medici devono fare attenzione nelle prescrizioni dei farmaci. A Catania l’uso del solfato di chinina fu introdotto dal
professore di medicina pratica Francesco Fulci, che ne sperimentò i preziosi vantaggi nelle cosiddette febbri perniciose comitate (sic)
“a dispetto degli sperimentatori francesi”. Gaetano Mirone, “Della preparazione sofisticazione, e decomposizione del solfato di
chinina, Catania, dalla tip. del can. Longo per Salvatore Longo, 1824, con approvazione.
314 Il pepe nero, già conosciuto da Galeno, era usato dai contadini meridionali. Tuttavia l’estratto di pepe nero soltanto di recente
entra nelle farmacie. Il medico Domenico Meli tenta per primo in Italia l’applicazione del peperino e descrive le proprietà dell’olio di
pepe in Nuove esperienze e osservazioni sul modo di ottenere il pepe nero…, Milano, Giuseppe Destefanis, 1823, cit. in Bonanno
1831.
315 Su quelle febbri epidemiche vedi Fallica. 1794
316 De Febre, 1833.
317 Il sistema di Newton trova sostenitori (ad esempio, nel matematico napoletano Fergola) ma anche detrattori, in quanto il modello
della gravitazione universale attorno un centro riflette il sistema politico monarchico. Vedi studi di Franco Palladino CTL. Anche a
Catania la fisica vive una spaccatura con forti implicazioni politiche. Le teorie scientifiche di Newton suscitato sospetti e polemiche.
Gaetano Mirone abbia patito alcuni lustri di gavetta prima di ottenere un sospirato

riconoscimento. Il momento gli si presenta finalmente nel 1817 – si badi alla data – proprio

quando, con la Restaurazione, è chiaro che la nuova compagine statale del Regno delle due

Sicilie avrebbe finalmente ridefinito ruoli, gerarchie, status, all’interno della società. Nel 1817,

dunque, “il pubblico speziale, farmacista, Don Gaetano Mirone della città di Catania, prostrato al

Real Trono” invia una supplica al sovrano e chiede di essere nominato “Regio Chimico

Operatore” (cioè tecnico di laboratorio). Nella stessa supplica “umilmente espone” che senza

compenso ha lavorato fin dal lontano 1805 (era da poco orfano) come “dimostratore” del

professore di Chimica e farmacia, Carmelo Maravigna, e che per due anni (1815-1817) ha anche

preparato gli apparecchi per le dimostrazioni didattiche del professore di Fisica sperimentale,

Agatino Longo318. La supplica di Mirone sarà accolta ed egli, nel proseguo degli anni, riuscirà

poi ad ottenere anche la cattedra. Socio dell’Accademia Gioenia, esplica i suoi molteplici

interessi in pubblicazioni. (Per maggiori dettagli sul personaggio si vedrà la scheda biografica:

Gaetano Mirone).

Il padre della fisica moderna è contestato, ma non per la sua supposta posizione geocentrica e regiocentrica, bensì in quanto additato
come battistrada del socialismo perché “sovverte le regole dell’universo con le leggi dell’attrazione”. Chi contesta Newton è il
professore dell’ateneo catanese, cav. Agatino Longo, che fin dal 1833 si batte contro le teorie della attrazione e i suoi seguaci. Nel
1846 lancia i suoi strali contro il professor Conti che è “un partigiano della attrazione e di tutti i sogni e le visioni degli attrazionisti”
che è stato “recentemente bastonato da A. Fusionieri della rivista Europea di Milano” (Lettere del prof. cav. A L al direttore della
Rivista di Scienze mediche Palermo, snt, estr. da “Rivista di Scienze mediche”, vol. I, n. 3, anno 1846: nello scritto vi è anche una
polemica contro il Liebig). Longo polemizza ancora contro il sistema di Newton sino al 1852, quando è costretto ad abiurare dai suoi
colleghi di Facoltà che, infatti, minacciano di imporgli sanzioni disciplinari se non avesse desistito dalle sue idee. CTL documenti
ASUCT.
318 Agatino Longo non prese i voti ma paradossalmente fu tra i meno laici per mentalità tra i suoi contemporanei. In età matura fu
tra i più convinti assertori della veridicità dei testi biblici e detrattore della nuova scienza sperimentale diffusa in tutta Europa fin dal
Seicento (vedi nota precedente). Nell’arco della sua vita passò da posizioni decisamente progressiste a quelle retrive, che nel 1862 gli
valsero un breve allontanamento dall’insegnamento universiatario. Poligrafo instancabile, inserito in un vasto entourage culturale,
utilizzatore di espressioni dialettali anche nei testi accademici, dimostra più volte una cultura non refrattaria a guardare verso al
popolo, alle sue espressioni.
ORTI BOTANICI FUORI CATANIA

Non si creda che il “Laberito” del principe di Biscari, il “piccolo giardino di Tempio”, il

“Botanico Mironeano”, fossero gli unici orti botanici presenti a Catania, giacché in passato non

era per nulla raro trovare nei maggiori centri urbani dei terreni destinati alla coltivazione di

specie vegetali ad uso d’ospedali, farmacie, collezionisti, docenti di botanica ecc; senza poi

dimenticare gli orti conventuali ed i giardini claustrali, dedicati specialmente alla coltivazione di

piante scelte a scopo utilitaristico e per l’estrazione di essenze.

Alcuni degli antichi giardini privati, per la loro rilevanza, sono citati da memorialisti, poligrafi,

viaggiatori. Ad esempio la Power, sulla scorta di Scinà, cita orti botanici privati a Ragusa,

Palermo, ecc.319. In questa sede, sarebbe troppo lungo rammentarli tutti ma, seppur brevemente,

occorre almeno menzionare l’orto botanico coltivato ad Acireale dal farmacista Giuseppe Riggio

(1757 - 1830), un linneiano “educato alla scuola botanica di Francesco Arrosto” (naturalista

messinese a sua volta proprietario di un orto botanico) e creatore, con le piante del suo giardino,

di un erbario (le specie botaniche secche, erano incollate al naturale sulle pagine), che smise di

accrescere “quando le circostanze gli permisero far disegnare e colorare le piante” quando cioè

allestisce un più moderno erbario figurato, in quattro grossi volumi in folio, intitolato ’“Hortus

Acensis”320. In considerazione della sua rilevanza storica, quest’opera è stata recentemente

319 La Power, tra i giardini privati degni di esser visitati, menziona quello con 4 mila piante, distribuite secondo l’ordine di Linneo,
che si trova a Ragusa, nel portico della casa del barone di S. Filippo (Giuseppe Schininà), “che a ragione può dirsi luogo di delizie,
[e] torna di molto onore e conforto a che ne è possessore” ( Power 1838, nuova ed. 1995, p. 133). “Una gradevolissima Flora, ricca di
fiori e di elette piante, intrecciate a vari disegni, e chiusa di alberi a nord ovest”, si trovava a Palermo, nel Largo del Papireto, rione
Capo. IL proprietario era il ten. gen. Tschoudy, che aveva tramutato un “luogo immondo” in quel giardino, usato in estate come
luogo di esibizione di bande musicali (Pawer 1995, p. 205). Sempre a Palermo, un Orto botanico era all’interno del giardino del
principe di Butera, con piante siciliane e straniere degne dell’attenzione del botanico (Power 1995, p. 232). Notizie sugli orti botanici
privati a Catania sono in Power 1995, p. 72.
320 L’erbario di piante secche conteneva 10.000 esemplari (Tornabene 1847, p. 40). I libri, le carte e l’erbario di Giuseppe Riggio
passarono al nipote ed erede Mariano Di Mauro, forse da identificare con un Mariano Raggio (Riggio?), chimico, cit. da Carlo
Gemmellaro (Sopra alcuni pezzi di granito e di lave antiche, Catania, dalla tipografia del cav. Longo per Salvatore Longo, 1823, p.
20 n.), proprietario di un orto botanico (De Pasquale 1843 p. 23), e filologo di Acireale (cit. dal can. Alessi in una lettera dal prof.
Gerhard). Un discepolo di Giuseppe Riggio fu Santoro Scuderi (Aci Bonaccorsi 1780 - Acireale 16 aprile 1845) morto prima di poter
riedita con l’originale raccolta di tavole botaniche, appositamente realizzate dal disegnatore

Emanuele Grasso nel 1811321.

Orti botanici sono diffusi anche a Messina, dove fin dal Settecento, in via del Corso, vi è la

farmacia Seguenza, ritrovo di “intelligenti ragionatori” ossequienti all’autorità costituita,

rappresentanti dell’opinione pubblica322 Nella stessa città, la botanica è studiata dagli epigoni del

già citato Bernardi Bivona; e poi, dal 1838, anno della riapertura dell’Università, si ha un

ulteriore progresso della disciplina ed il farmacista Natale Aloisio, professore sostituto di storia

naturale e botanica, è autore d’interessanti pubblicazioni sull’accrescimento degli organismi

vegetali323. Di Messina è anche il “sommo botanico” Antonino Prestandrea, proprietario, con il

pubblicare una promessa “Flora Acense”. Vedi “Relazione Accademica dell’Accadema di scienze, lettere e belle arti”, 1836, p. 67 e
“Discorso” di Salvatore Leone, Acireale, Vincenzo Strano, 1847 cit. da Tornabene, Quadro storico… 1847, pp. 40-41.
321 Caterina Napoleone (a cura di), “Fiori di Sicilia”. Acis Hortus Regius, L’Erabario di Giuseppe Riggio illustrato da Emaniuele
Grasso (Acireale, 1811), Parma, Francesco M. Ricci editore, 2007. Si tratta di un’opera rilevante sia sotto l’aspetto storico,
relativamente alla botanica siciliana, sia scientifico, rappresentando un corpo iconografico cospicuo per numero di tavole e ricchezza
di specie illustrate (833 tavv.). Tuttavia le piante illustrate solo in parte riportano l’indicazione del binomio linneiano; talora viene
indicato unicamente il nome del genere. Nel complesso del corpo iconografico ricorrono piante indigene ed esotiche. Molte, (circa
1/3) sono piante officinali e non poteva essere diversamente, considerati gli interessi professionali di Giuseppe Riggio. In realtà, vi
sono illustrate anche piante della flora locale, diverse ornamentali e qualche orticola. Il modello di riferimento è verosimilmente
Bernardino da Ucria, il primo dimostratore di piante nel orto botanico di Palermo autore di un Hortus Regius Panhormitanus,
Panormi 1789, opera che introduce in Sicilia il sistema e la nomenclatura di Linneo e che rappresentò per medici e farmacisti del
tempo il più attendibile fonte di notizie sulle proprietà e gli usi delle piante. V. Spadaio, F. M. Raimondo, F. Lentini, Le piante
medicinali nell’Acis Hortus Regius del farmacista Giuseppe Riggio (1758-1830) comunicazione del dipartimento di Scienze
Botaniche dell’Università di Palermo, al 103. congresso della Società Botanica Italiana, Reggio Calabria, sett. 2008; F. M. Raimondo
saggio in Atti del convegno I Naturalisti e la cultura scientifica di siciliana nell’800, Atti del convegno, a cura di G. Liotta, Palermo,
1987, pp. 115-122 CTL. L’orto botanico di Riggio era nella zona della Timpa di Acireale. La biblioteca comunale della cittadina ha
recentemente ricevuto in consegna l’erbario, la cui recente analisi storiografica ha rivalutato il ruolo della cultura botanica siciliana ai
tempi di Riggio, che era particolarmente viva significativamente nel comprensorio etneo.
322 Uno dei proprietari, Giuseppe Seguenza (1833-1889) fu naturalista insigne, professore all’università, amico di Quintino Sella,
accademico dei Lincei e borbonico (De Cesare 1969, p.685). Si occupò di geologia ed ebbe una posizione scientifica antidarwiniana.
Sue lettere ms sono conservate a Parigi, nella biblioteca centrale del museo di storia naturale. Ottavini 1995.
323 Natale Aloisio (Alojsio) o fu anche direttore chimico della fabbrica di solfato di allumina e potassa, e solfato di ferro di proprietà
di Tommaso Messineo, in Pagliata. Rifacendosi alle teorie del fitologo Gaudiehaud sull’accresciemtno delle piante pubblicò In
favore della nuova dottrina sull’accrescimento in diametro del caule delle piante Fanerogame. Nuove genere di prove del
farmacista…, Messina, stamperia di M. Nobolo, 1843. Fu anche autore nel 1845 di una pubblicazione sull’anatomia microscopica
dell’agave americana. (Tornabene 1847, p. 55). Fu forse parente di Mario Aloisio un giovane che si occupò di mummificazione.
fratello, di una rinomata farmacia324. Si ritiene generalmente – in base alla testimonianza di

Taranto Rosso - che lo studio della botanica in passato non sia stato particolarmente diffuso nel

Calatino325, ma in realtà – stando a quanto invece scrive nel 1851, Alessio Narbone – nella zona

di Caltagirone vi erano parecchi orti botanici pubblici e privati ma Narbone non li enumera326.

Più prodighi di notizie sono invece Rosario Gregorio327 e Domenico Scinà328.

L’economista Paolo Balsamo, “Nel Giornale del viaggio…”CTL - dopo aver descritto i miseri

avanzi dell’Orto Cattolico a Misilmeri 329- cita l’“orticello botanico” creato nella zona di Comiso

da Vincenzo Ferreri, un ragguardevole personaggio legato alla corte borbonica che mette a

coltura la canna da zucchero ed introduce la manifattura del rum330.

324 Testimonianza nel 1844 Lorenzo Coco Grasso.


325 Nel 1844 Emmanule Taranto Rosso è coautore con il religioso Saverio Gerbino, (futuro vescovo e fondatore della scuola pratica
di agricolutura di Caltagirone, sostenitore di Luigi Sturzo) di un Catalogus Plantarum in agro Calata-hieronensi collectarum,
Catane, ex typographia Josephi Musumeci–Papale, 1845. A Caltagirone il farmacista Cosmo Gurrisi (assai anziano nel 1845) crea un
orto botanico, con piante officinali ad uso dei più poveri. Alla manutenzione provvede il comune con una piccola somma,
insufficiente per l’acquisto di piante esotiche e per qualsiasi attività scientifica (erborizzazioni, acquisto di volumi, scambi epistolari
con altri botanici). Sempre a Caltagirone, nel Settecento un tal Michele Guerriera, medico e conoscente del Cupani, raccolse un
erbario che fu poi completato da Vincenzo Galvagno (Taranto – Rosso e Gerbino, p. 110). A metà Ottocento, la botanica è coltivata
da giovani che hanno studiato fuori Caltagirone: Giacomo Marino, Ignazio Di Gregorio, Salvatore Bellia, il medico G B Barletta.
(Taranto Rosso e Gerbino, p. 30). Taranto Rosso dona il suo erbario linneano di 1000 esmplari, composto di piante soprattutto
indigene, che vengono descritte le piante, le qualità del suolo acconcio alla loro vegetazione e fioritura, luoghi o contrade dove
abbondano, epoca della fioritura, durata della loro vita, sinonimia dei vari autori, il nome con il quale vengono chiamate dagli
agricoltori p. 10. Dona i propri libri: soltanto 1 è di Tornabene (p. 50)
326 Nel 1851 il calatino Alessio Narbone scrive:“La scienza delle piante non ha presso noi sortito minor copia di cultori che quella
degli animali. Anzi, dove per questi non ci abbiamo né alcun serraglio di vivi, né museo alcuno di morti, ben contiamo di quelle orti
parecchi e pubblici e privati”. Narbone Bibliografia sicola sistematica, Palermo, Stamperia G. Pedone, 1851, vol. ?, p. 116. Tra i
calatini val la pena citare Filippo Arena, di Piazza, che pubblica usando il nome di suo nipote, Ignazio Arena, un’ opera Della natura
e coltura de’ fiori fisicamente esposta, Pa,lermo, presso Angerlo Felicella, 1768, in tre tomi e poi riedito con il vero nome
dell’autore.
327 Rosario Gregioro parla di orti botanici in Discorsi intorno alla Sicilia, pp. 95 e ss
328.Scinà (ripreso poi da Tornabene e Narbone 1851) cita le numerose Flore esisteni a Palermo, o nelle vicinanze: quella di Giuseppe
Alliata principe di Villafranca, il cui giardino botanico aveva affidato a Giuseppe Ardoino (1780); quella del principe di Butera
all’Olivuzza; quella del duca di Serradifalco pure all’Olivuzza; quella del barone Giacona (o Diaconia) alle Terre rosse ecc. Sempre a
Palermo il giusperito Francesco Gastone, presidente del real patrimonio, coltiva un orto botanico nel suo casino fuori porta Ossuna.
329 A Misilmeri “destano il sentimento della venerazione gl’infelici avanzi dell’Orto Cattolico, dove non volgare gloria, e rinomanza
si acquistò il chiarissimo Cupani”; Balsamo, Giornale, p. 2. Il celebre l’orto botanico del principe di Cattolica, era anteriore al 1698.
330 Balsamo, Giornale…, p. 92: Vincenzo Ferreri (Comiso, 1774), nipote del marchese Gioacchino, nel 1808 era segreto del regno
delle due Sicilie (sic), nel 1815 camerario della real consulta del regno ecc. Alla famiglia Ferreri appartiene anche un Bartolomeo,
A Siracusa, negli stessi anni, Giuseppe Logoteta istituisce una Accademia agraria, chiamata

Georgico-Ecclesiastica, attiva sino alla morte del suo fondatore avvenuta il 19 aprile 1809331. Nel

ragusano spicca il parco del castello di Donnafugata, dove la famiglia Arezzo introduce la

coltivazione di specie di pregio sinora non segnalate in altri giardini storici siciliani332.

Degno di nota è l’orto botanico che a Vizzini, in contrada Santa Barbara, possiede la famiglia di

Giacomo Maggiore333. Proprio questo naturalista pubblica alcune interessanti notazioni sulla

vivace vita culturale di Vizzini (città natale di virtuosi musicisti oggi quasi sconosciuti:

Benedetto Mangiapane, Giuseppe Puzzardi Ferraiolo e, soprattutto, Vito Interlandi) dove nel

1793 nasce una accademia scientifica che dal 1795 stampa per qualche tempo un periodico334.

Tra i collaboratori di quel giornale, figura il chimico Giuseppe La Pira (docente all’università di

Catania, forse seguace della dottrina di Brown)335, padre di Getano, che è invece professore

che alla fine del Settecento, possedeva a Comiso un orto in cui si coltivavano piante officinali;. direttore di quell’orto è Vincenzo
Salvo, discepolo di Giuseppe Tineo; a metà dell’Ottocento quell’orto decade. F. Tornabene, Quadro storico …, p. 40
331 Vedi scritto pubblicato da Logoteta nel 1802 e cit. da da Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra Greco, Il sapore
dell’antico. Regia custodia , Grand tour…. E altro nella Sicilia del Sette-Ottocento, a cura di S. Raffaele, Catania, Cuecm, 2007, p.
56.
332 Il parco era suddiviso in due parti: quella produttiva, con agrumento, orti, mandorli e olivi, carrube; l’altra parte (“giardino
dilettevole”) aveva una struttura complessa ed un carattere di esoticità conferito dal Ficus macrophylla, un albero australiano di
dimensioni imponenti.Giovanni Franco Anselmi, Gabriele Arezzo di Trifiletti, Tiziana Turco, Carmela Vella, Il castello di
Donnafugata a Ragusa, Palermo, Kalos, 2002, pp. 31-35.
333 Studiato da Luigi Sanfilippo.
334 Il primo volume è edito a Catania, nel 1795, presso Gioacchino Pulejo. con il titolo: Saggi di storia sicola ed antiquaria di fisica,
medica, notomia, chirurgia, chimica, botanica, farmacia, storia naturale, agricoltura, veterinaria, ed economia rurale, opera
periodica che si pubblica da alcuni amatori delle scienze e belle lettere in Vizzini, a spese dei signori associati. All’interno del
volume appare un saggio di Giuseppe La Pira sui sistemi di classificazione dei prodotti naturali. Notizie sulla vita culturale di Vizzini
– che era animata da personaggi quali Giuseppe Costa, Francesco Cannizzaro, Giovanni Cannizzaro (nel 1794 lettore di filosofia nel
collegio di Vizzini) ed il barone Francesco Passanisi (che introduce il vaccino a Vizzini)- sono in [Giacomo Maggiore], “Elogio
storico di Lorenzo barone Vassallo di Licodia in Val di Noto scritto da un vizzinese D. G M”, “Giornale di scienze, letteratura ed arti
per la Sicilia”, vol. 63, anno 16, Palermo, presso la direzione del giornale, 1838, pp. 324-338. e in particolare p. 334.
335 Giuseppe Maria La Pira (o Li Pera), autore di una Memoria sulla pioggia della manna caduta in Vizzini di Sicilia nel 1792,
Catania 1792, fu esperto in farmacologia e in “chimica pneumatica”, che fu il primo ad introdurre in Sicilia. Intorno al 1798 pubblica
un trattatello “su le arie artifiziali”. Membro dell’accademia di Lipsia, pubblicò anche opere in latino (Josepho M. La Pira, Appendix
medicaminum, quorum frequens est usus apud medico, eaque in pharmacopea gervasiana desiderantur, ecc, Panormi, apud
Franciscum Valenza, 1774). Come chimico lavorò a Catania e precedette Giuseppe Mirone nella cattedra di fisica e chimica
nell’ateneo. Protetto da Giuseppe Gioeni, è citato dal dottor Salvatore Fallica in merito alla dottrina di Brown. Con la sua opera su gli
nell’accademia militare di Napoli336, dove ha modo di conoscere, in maniera più o meno diretta, i

rinomati giardini “privati” della famiglia Sanseverino, del botanico Domenico Cirillo, del

naturalista cav. Giuseppe Saverio Poli337, del duca di Gravina. Ruolo di spicco nel collezionismo

privato napoletano ha anche la celebre villa al Vomero di Francesco Ricciardi conte di

Camaldoli338. Un orto botanico coltiva a Barra il principe di Bisignano 339. A Francavilla Fontana,

sino a pochi anni fa, restava un brandello del “giardino delle delizie” annesso al palazzo-castello

Imperiali340.

L’elenco potrebbe continuare, ma tanto basta per provare che i giardini privati in passato erano

diffusissimi e che coltivarli era quasi una moda, nata come fenomeno emulativo a seguito della

fondazione di istituzioni botaniche pubbliche (Padova, Bologna, Pisa ecc). Non bisogna inoltre

alcali volatili, sostanze per arrestare le emorragie, ottenne per se e per il figlio la pensione della corte (Vedi Giuseppe Maria La Pira e
figlio Gaetano, Memoria sulla forza dell’alkali volatile fluore per fermare l’Emorragie de’ vasi arteriosi e venosi, CTL in sintesi in
“Giornale de’ Letterati” di Nicolò Angelo Tinassi, tomo LXXXI, anno 1791, Pisa, presso Gaetano Mugnaini, pp. 183-186). L’alcali
volatile fu usato da La Pira in ferite appositamente procurate ad animali. Esperimenti simili sono eseguiti a Napoli da Domenico
Cotugno, Giuseppe Vairo, Antonio Sementini (vedi p. 185) e in Sicilia da Placido Portal (vedi oltre). Notizie su Giuseppe Maria La
Pira, che morì prima del 1799, sono su “Antologia Romana”, n. VIII, agosto 1793, p. 58; “Lettera del sac. Don Luigi Astuto de’
baroni di Fargione al p. Bernardino da Ucria, sulla manna piovuta a Vizzini”, in “Annali di chimica e storia naturale di Luigi
Valentino Brugnatelli”, tomo VI, Pavia, Pietro Galeazzi, 1794, p. 3 ss.; Scinà, Prospetto …., vol. 2, p. 247.
336 Gaetano La Pira tradusse in italiano con annotazioni gli Elementi di Lavoisier. Con il padre si fece conoscere per la scoperta
dello alcali – volatile nelle emorragie, per cui ottenne pensione dal re. (Vedi “Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”,
tomo I, 1823, p.?). Poco prima o negli anni in cui era di commissario di prima classe dell’amministrazione generale dei nitri e
polveri, con sede a Foggia, Gaetano La Pira pubblica le Memorie sull’origine, analisi ed uso medico delle acque minerali di Terra
del Lavoro, Caserta, 1820. Consigliere di una giunta di stato, Gaetano fu professore del Corpo reale e prima del 1816 propone un
progetto per bonificare il lago Fucino creando un canale da scavare con l’uso di mine. Vedi Atti del R. Istituto d’Incoragggiamento
alle scienze naturali, tomo III, Napoli, stamperia fratelli Fernandez, 1822, p. 20.
337 La celebre raccolta di Giuseppe Saverio Poli fu acquistata nel 1821 dal governo. (fonte: vol.in ASCT)
338 L’Hortus Cameldolensis, di impianto “anglo-cinese”, fu riordinato dal Dehnhardt. Andò del tutto distrutto nel 1848.
339 Il giardino del principe di Bisognano, a Barra, era diretto da Vincenzo Petagna (1730-1810). Docente nell’ateneo napoletano
(succede a Cirillo nell’insegnamento della botanica) fonda il giardino di Monteuliveto nella sede dell’Università. Il Petagna è una
figura di spicco nella cultura meridionale: socio di varie accademie nel 1808 partecipa alla fondazione di una Società napoletana di
storia naturale che diventa in seguito Reale Istituto di Incoraggiamento.
340 Michele IV Imperali (morto 1782), ricordato come un gran signore da Benedetto Croce, aggiunse al palazzo di Francavilla
Fontana il ”giardino delle delizie”; fece svellere alberi redditizi di mandorlo per piantare quercioli, lecci ed aranci dai frutti amari che
dovevano dare i colori di primavera anche in inverno. Fece scavare ampie vasche, perché colme d’acqua, fossero peschiere e laghetti
per piccole barche ornate come gondole veneziane. Quel giardino spinse nobili e borghesi del luogo ad avere nelle proprie ville
piante rare ed esotiche. Rosario Jurlaro, Le vicende storiche in “Francavilla Fontana”, Milano, Electa, 2007, pp., 44-45.
dimenticare che alcuni giardini nascono con finalità produttive. Caratteri agronomici ed intenti

scientifici orientati al miglioramento produttivo si ritrovano nei giardini botanici (ma sarebbe più

proprio chiamarli campi agrari) del principe di Castelnuovo, nel palermitano, e in quelli

appartenenti a possidenti napoletani che - prendendo ad esempio i siti reali di Caserta, Portici

ecc341 - introducono nei loro giardini, spesso annessi a case coloniche, la coltivazione di specie

botaniche per trarre indicazioni sui nuovi metodi di cultura dei fruttiferi o degli ortaggi342.

IL “BOTANICO GIARDINO” DI PISANI CIANCIO

Le fonti illustrano la presenza a Catania di diversi orti privati, cancellati in seguito dal processo

di inurbamento che ha eliminato il verde dal tessuto cittadino. Tali giardini hanno caratteristiche

diverse a seconda dei loro proprietari, perciò si può affermare che ciascun giardino botanico è

esemplificativo del diverso modo di intendere la botanica ed i rapporti con la natura cosi come si

andavano delineando tra Settecento e Ottocento. L’orto botanico del duca di Furnari, ad esempio,

è ricco di piante officinali, mentre il “Giardino Corsaro”, fondato dall’architetto Rosario Corsaro

nella zona Nord di Catania, ha forse scopi ornamentali; luogo di fiori e delizie sono il “piccolo

giardino di Tempio” e la “Flora” benedettina, mentre gli orti ad uso dei farmacisti (Mirone,

Domenico De Pasquale Cittadini) hanno scopi utilitaristici e sono abbinati ad orti secchi ed a

laboratori per la produzione di reattori chimici, fitofarmaci, cosmetici; il “Botanico Giardino” del

barone Antonio Pisani Ciancio ha il gusto delle rarità botaniche, che sono coltivate per stupire e

meravigliare. A Biancavilla, l’orto botanico del canonico Salvatore Portal ha intendimenti

scientifici ma anche scopi pratici per la preparazione di medicinali; ed ancora, i giardini botanici

di Vincenzo Cordaro Clarenza e di Vincenzo Gagliani, nascosti all’interno della loro residenze al

341 La botanica e l’agricoltura nei siti reali hanno un marcato carattere produttivo e la loro gestione è collegata indirettamente al
dibattito sulla riforma agraria. I siti reali sono anche luogo di sperimentazione per le successive pianificazioni territoriali, dove
venivano accolte le novità botaniche, in luoghi ben raccolti, specie di giardini segreti, cinti da alti muri e visibili a pochi “eletti”.
Fraticelli 1993, p. 51. Un sito reale siciliano è quello palermitano della Magione, amministrato da Felice Lioy.
342 Nel napoletano i giardini si strutturano secondo sistemi misti: dove gli interessi estetici convivono anche quelli produttivi
Fraticelli, 1993, p. 8.
Borgo, sono luogo di godimento privato, eredità dell’antico hortus conclusus, nel quale si

rispecchia la cultura del proprietario. Un tratto, però, accomuna tutti i giardini catanesi appena

citati, cioè il fatto che essi sono tutti urbani, lontani dalla campagna e senza quelle finalità

produttive che sono proprie dell’imprenditoria agricola. Queste riflessioni trovano conferma

qualora si consideri il “Botanico Giardino” di un dovizioso proprietario fondiario, il barone

Antonino Pisani Ciancio, un catanese poco interessato all’applicazione della botanica

all’agricoltura ed invece più attratto dagli aspetti decorativi delle piante, che coltiva per stupire e

per accrescere il proprio status sociale: a quest’ultimo scopo, pubblica l’elenco delle specie che

possiede e dedica il catalogo alla principessa del Galles, una anticonformista Lady D dell’epoca,

che, girovagando per l’Europa, passa da Catania343. L’orto botanico di Pisani nasce nel 1808 e -

nonostante le difficoltà per le interrotte comunicazioni tra Sicilia e continente a causa delle

circostanze politico-militari - pochi anni dopo è già ricco di duemila piante, sia indigene sia

esotiche, con specie e varietà rare, “che importano un difficile acquisto, o una penosa

conservazione”344. Alla domanda “perché il centro di Catania è privo di orti botanici di grandi

343 Il Catalogo delle piante che si coltivano nel Botanico Giardino del sig. Antonio barone Pisani – Ciancio in Catania, Catania,
Francesco Pastore tipografo dell’Università degli Studj di Catania, 1813, contiene un elenco di piante dalla A di Abroma Augusta
alla Z di Ziziphora Capitata. Il catalogo di Antonio (o Antonino) Pisani Ciancio, che ha una prima edizione nel 1810 (una copia alla
biblioteca regionale di Catania con collocazione 2 – 8 – 237/(3)) è riedito, forse con una appendice, ed il titolo Catalogo dell’orto
botanico coltivato nel botanico giardino dal signor D. Antonio bar. Pisani Ciancio in Catania, Catania, Francesco Pastore, 1816. La
prima edizione dell’opera è dedicata alla principessa di Galles, Carolina di Brunswick (1768-1821) moglie del principe ereditario e
futuro re Giorgio IV. I Pisani Cincio intrecciano legami idi sangue con famiglie inglesi. Un barone Pisani Ciancio sposa Frances
Medhurst, nata dal matrimonio celebrato nel 1814 tra William Medhurst (1789-1835; residente nello Yorkshire a Kippax Hall) e
Fortunata Paolina Pappalardo (morta nel 1849). L’orto di Pisani Ciancio era forse ubicato nel quartiere della Cacarella - dove nel
1824 risiedeva il quarantadeuenne Lorenzo, fratello di Antonio Pisani Ciancio, (Santocono) - o, più probabilmente, come si dirà oltre,
nell’odierno quartiere di S. Berillo vecchio.
344 Antonio Pisani Ciancio viaggia per l’Italia e visita i più rinomati orti botanici e, quando fonda il suo, può affermare orgoglioso
Catania adesso non ha nulla di invidiare alle “alle più cospicue città d’Italia” (p. VI). Tra le piante più curiose da lui coltivate si
annoverano la Cerbera Thevetia, che è una pianta rara e velenosissima: “bruciandone il legno – ad
afferma - l’esalazione uccide gli astanti, e a Santo Domingo gli abitanti oppressi dagli Spagnoli non osando combatterli tentarono
questo mezzo per distruggerli”. Altra pianta rara coltivata nell’orto di Pisani Ciancio è la Hiperanthera, “citata da Luigi Re, che
confessa che non poté mai vederla”. Pisani Ciancio è aggiornato negli studi e conoscenze aggiornate e conosce la recentissima opera
del botanico e politico Luigi Colla L’antolegista botanico, Torino, Domenico Pane, 1813 (i primi 4 voll). Il Colla (1766-1848) fu
dimensioni?” Pisano Ciancio risponde affermando che la ragione va ricercata nelle condizioni

sfavorevoli: mancano terreni abbastanza ampi per le serre, scarseggia l’acqua corrente per poter

irrigare regolarmente.

Tali ostacoli rimandarono per anni la fondazione dell’orto botanico dell’università345, che fu

creato anche per studiare le piante utili (cotone, riso, agrumi, gelsi per la sericoltura) e che, sotto

questo punto di vista, non ha un presupposto nei precedenti orti botanici privati346. L’istituzione

universitaria nasce, difatti, con il progetto culturale e scientifico di assoggettare le attività

agricole imprenditoriali ai risultati delle osservazioni sperimentali e, seppure non esplicitato dalle

fonti, è chiaro che l’orto botanico universitario è inserito in un progetto che prevedeva anche la

nascita di una scuola politecnica d’agricoltura e di un campo agrario per la diffusione di nuovi

bagagli tecnico cognitivi e per lo sviluppo della produzione agricola.

L’intenzione di estendere la cultura agronomica è anche perseguita da Francesco Tornabene, che

nello stesso tempo assolve a diversi ruoli: direttore dell’orto botanico, docente dell’istituto di

Agronomia a Agrimensura347, direttore della Scuola di farmacia (1880), fautore di esposizioni

agricole e manifatturiere, promotore culturale nella Accademia Gioenia348, membro delle

commissioni di esame alla cattedra di botanica (1891), apostolo delle cattedre ambulanti e, in

avvocato, prese parte del governo repubblicano in Piemonte negli anni 1798-99. Filippo Parlatore nel 1850 ne pubblicherà Elogio
storico
345 Nel 1836 fuori dalla Sicilia si deplora la mancanza di Orto botanico pubblico a Catania. “Giornale di botanica Insolare Italiana”,
paragrafo secondo, pag. 51, cit. da Portal 1836, p. 21:
346 Le finalità agronomiche sono chiaramente avvertite sin dall’inizio dell’Ottocento dall’economista e agronomo Paolo Balsamo,
che, venuto a Catania, annota: “Intesi che questa Università intende occuparsi di alcuni pubblici istituiti pel promovimento delle
scienze. Ciò è senza dubbio lodevole; ma io desidero, che sopra di ogni altro volesse pensare ad un Orto, o Podere sperimentale di
agricoltura, il quale quando pure non operasse altro effetto, oltre quello di far parlare, e mettere in onore la divina arte coltivatrice, un
bene certamente produrrà di considerabile momento”. Paolo Balsamo, Giornale del viaggio… p.196:
347 Il Regio Istituto di Agronomia e Agrimensura è fondato nel 1865 ed inaugurato nel 1866. Tornabene vi insegna per 19 anni
Agraria ma per il suo servizio “fu ricompensato in modo da doverlo reputare quasi del tutto gratuito” (Tornabene 1887, p. 62).
Sull’istituto Valdisavoja vedi Gaetano De Gaetani, Inaugurazione pel R. Istituto di Agronomia ed agrimensura, Discorso, Catania,
1866; V. Scalia, Programma del corso di diritto nel R. Istituto di Agronomia e Agrimensura per l’anno scolastico 1867-68, snt.
348 Tornabene, riconosciuto tra i più ragguardevoli membri della Gioenia, nell’adunanza del 25 giugno 1854 legge la “Relazione dei
travagli scientifici eseguiti nell’anno XXX dell’Accademia Gienia”, pubbli. in “Atti dell’Accademia Gioenia”, serie II, 1854, tomo
XI
quest’ultima veste, lo si vedrà girare anziano per le campagne per suggerire - ai mezzadri, ai

coloni, ai piccoli proprietari - macchine agricole, sistemi di potatura, conoscenze geoponiche ecc.

LA “FLORA” BENEDETTINA

Francesco Tornabene – un assoluto protagonista della cultura cittadina, personalità di spicco di

istituzioni culturali, compartecipe di iniziative che tentavano caparbiamente di cambiare

dall’interno le condizioni sociali ed economiche attraverso la diffusione e lo sviluppo della

moderna cultura scientifica349. – era un monaco cassinese, ma, per la sua convulsa attività, si

dedicò ben poco alla vita contemplativa nella cosiddetta “Flora” dei Benedettini di S. Nicolò

l’Arena, che era il massimo esempio di giardino monastico a Catania.

L'impianto di quel giardino, a cui era annesso un piccolo orto botanico, è noto grazie ai rilievi

eseguiti nel 1823 e nel 1832 da cartografi e topografi, tali rilievi sono stati oggetto di analisi

approfondite e a questi approfondimenti si rimanda350. Tuttavia, qui, occorre almeno ricordare

che il celebre architetto Leon Dufourny, prima di andare dare il suo fondamentale contributo

artistico alla costruzione dell’orto botanico di Palermo (dove entra in contatto, scientifico e

umano, con personaggi – come Piazzi, Marvuglia, Caramanico- che vivono l’intreccio tra politica

e interessi scientifici)351 lavorò a Catania alla “ Flora” benedettina. Nel marzo 1789, l’architetto

parigino, che era presente da due mesi a Catania, propone per il monastero idee e progetti per

l’arredo e la ridefinizione spaziale di parti rilevanti del complesso: il giardino, il refettorio, la

349 Una testimonianza del vivo interesse di Tornabene verso le questioni sociali è im Beccarini Pellegrino, Francesco Tornabene,
Catania, Stab. Galatola [1897?], estr. da Bullettino Accademia Gioenia, fasc. 50, nov. 1897.
350 La prima pianta ortogonale della Flora è forse quella eseguita nell’ottobre 1823 da Hittorff nel corso della sua campagna siciliana
di rilievo (e pubblicata poi nella Architettura Moderna della Sicilia del 1835) chè è quindi precedente al rilievo eseguito da
Sebastiano Ittar nel 1832
351 Léon Dufourny giunge in Sicilia nell’ottobre 1788 ed inizia un viaggio per tutta l’isola che lo tiene occupato sino al luglio 1789.
Da questa data a tutto il 1793 rimane a Palermo e disegna gli edifici principali dell’orto botanico in stile neoclassico. Tornato a Parigi
fa una brillante carriera e muore a Parigi il 16 sett. 1818.
cappella del Crocifisso352. Dufourny, forse su sollecitazione dell’abate, elabora due progetti per il

nuovo giardino da affiancare alla vecchia “Flora”; e nell’ideazione predispone accorgimenti per

render gradevole la vita gaudente dei monaci, dispiegando così la sua sottile cultura iconografica

e la sua adesione a quel clima d’aggiornamento culturale che in quegli anni dovevano

promuovere i più sensibili tra i Benedettini353. Il progetto di Dufourny non fu poi adottato, ma la

sua “Flora” suggerisce analogie suggestive con il “Botanico Mironeano” e con l’orto botanico di

Palermo, per la presenza della forma quadrata. L’episodio di Dufourny rappresenta un momento

alto nella vita del monastero cassinese. Dal resoconto di un viaggiatore si apprende che la piccola

“Flora” benedettina, che pure aveva goduto gran rilevanza, decade dopo la rivoluzione del 1820-

21. Il disfacimento del giardino impressiona Girolamo Orti che, dopo aver visitato il monastero

catanese, nel 1834 pubblica le sue impressioni sulla desolazione del luogo:354. La sua

testimonianza è confermata da una lettera di un ancor giovane Leonardo Vigo (datata Acireale 7

maggio 1833) all’ormai anziano Emiliano Guttadauro (1759-1836)355, abate del monastero

cataneseCTL e suo parente356. Vigo, nella sua missiva, sollecita il cassinese a dare nuova vita al

352 Dufourny, era a Catania dal 2 gennaio 1789 e in città rimase, tranne alcune settimane impegnate per la ascensione dell’Etna e per
un breve viaggio a Messina e Taormina, fino al luglio dello stesso anno, occupato a rilevarne gli edifici antichi e moderni e ad
assolvere l’incarico che l’abate cassinese, l’anziano Filippo Maria Hernandez, gli aveva dato per il rifacimento nel monastero di
opere costose e abbastanza recenti.
353 Giuseppe Pagnano, Flora Benedectina Catanensis, in Il giardino come labirinto della storia, convegno internazionale, Palermo
14-17 aprile 1984. Centro studi si storia arte dei giardini, pp. 91-99. Sugli interessi esoterici nella cultura monastica di S. Nicola,
negli anni Settanta del Settecento, vedi Giuseppe Giarrizzo, “Léon Dufourny, La cappella del Crocifisso (1789)”, Catania, Monastero
di S. Nicolò l’Arena di Catania, I- Iconografia,Università degli studi di Ct, 1988, p. 3.
354 “Le ultime agitazioni politiche – scrive Girolamo Orti - desolarono il sì celebre, e ricco Monistero de’ Cassinesi”. Il museo,
ricco di roba “egizia ed etrusca”, era totalmente disordinato. “Spettacolo invero della più melanconica magnificenza -aggiunge -
erano que’ pomposi giardini presso che abbandonati ed incolti, le lor neglette mozze sculture, le vôte aiuole, e que’ marmorei recinti
espressamente incavati per i più rari doni di Flora, ed ora terra inaridita, e di gramigne coperta”. Girolamo Orti, Viaggio per la
Trinacria, o Sicilia al di là del Faro, in Raccolta accresciuta di viaggi, tomo II, Verona, dalla Tipografia De Giorni, 1834, p. 319.
355 Vedi “Biografia del P. Emiliano Guttadauro abate cassinese”, in “Giornale del Gabinetto Gioenio”, tomo IV, trimestre 1.,
Catania, tipografia Fratelli Sciuto, 1838, pp.CTL
356 Leonardo Vigo, esule a Malta dopo il 1848, era parente di Guttadauro in quanto aveva spostato Carlotta Sweeni (nata a Palermo
il 31 marzo 1814, morta di parto ad Acireale il 15 maggio 1833 nonostante le cure del celebre medico Paolo Assalini), figlia di
Ruggero (un irlandese di Cork residente in Sicilia) e di Gaetana Clarenza Guttadauro, congiunta dell’abate. “Lettera di Leonardo
giardino del monastero e si auspica che in futuro - accanto ai già presenti “gigli, rose, anemoni”

(usati per decorare gli altari e per compiacere i sensi)- vengano coltivate “piante dell’isola a

conforto della ragione”. Che cosa intendesse dire Vigo con quest’espressione è oscuro, mentre è

esplicito quando afferma che gli orti botanici delle corporazioni religiose hanno garanzia di

durata, mentre quelli dei privati possono andare in abbandono a causa d’eredi poco sensibili,

come accadde all’Hortus Catolicus in Misilmeri eretto dal Cupani357.

Un segno di ripresa dell’orto botanico benedettino si ha con il nuovo abate Francesco Corvaja358

e, sotto il suo governo, la “Flora” del monastero ha serre per la coltivazione di piante di climi

caldi quali la Cycas revoluta, la Musa paradisiaca e la Musa sapientum (suggestivo nome

scientifico della banana), lo Styrax officinalis (storace), diverse specie di Bignonie (sic),

moltissime di Aloe, Spapelie, Mesembryantchemi, Ficoidi, Cacti, PereschiCTL, Cerus (cactacea

originaria del Perú), Pelargonii, Magnolie, Yucche, Fenicie, Iris, Ixie, Cacalie359.

La “Flora” benedettina è un giardino monastico che forse costituì una fonte di ispirazione per il

cassinese Tornabene e, conseguentemente, anche per l’orto botanico dell’ateneo360. Ma, ancor di

Vigo a Ferdinando Malvica su la statua di Francesco I e su un nuovissimo dipinto del Camuccinio entrambi in Catania”, in “Giornale
di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, 1835, p. 278.
357 Leonardo Vigo, “Lettera di L. V. a Ferdinando Malvica su la statua di Francesco I e su un nuovissimo dipinto del Camuccinio
entrambi in Catania”, in “Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, 1835, p. 297.
358 Giovanni Francesco Corvaja (Palermo 1782-Catania 1855) fu abate del monastero di Catania dal 1837 al 1847, prima di passare
a Militello, dove rimase sino al 1852. Quando morì i catanesi supposero che fosse stato avvelenato; tale timore era causato dal
disordine morale che vi era a quell'epoca nel monastero; l’autopsia fatta da illustri luminari (Luigi Condorelli, Euplio Reina) fugò
l’ipotesi dell’omicidio. L’abate Giovan Francesco Corvaja nel 1842 si giovò dei consigli dell’architetto Mario Musmeci per costruire
il primo chiostro in pietra calcarea all’interno del monastero dei benedettini. Partecipe della vita politica cittadina, l’abate contribuì
alle spese di un nuovo molo che resistesse alla furia delle onde, dopo i disastri provocati dalla tempesta del 14-15 luglio 1842.
L’elogio funebre del Corvaja fu scritto da Francesco Tornabene. Giovanni Francesco Corvaja non è da confondere con un altro
benedettino cassinese, Luigi Corvaja (nato il 28 aprile 1798) che fu professore di diritto canonico all’università, autore di una
”Allocuzione ai nobili convittori del collegio cutelliano” ( in “Il Trovatore-foglio periodico”, a. I, n. I, primo agosto 1839), e nel 1848
vice-presidente del comitato generale del Valle? (Alberghina, 1999).
359 Paternò Castelli 1841, p. 133. La Cycas Revoluta, originaria del Giappone, scoperta a fine Settecento, fu messa a dimora per la
prima volta in Europa nell’Orto botanico di Palermo, nel 1793.
360 Monasteri e conventi avevano una propria tipologia di giardino caratterizzata in genere dallo schema a forma di croce e, in
ossequio allo schema del giardino cristiano, comprendevano elementi paradisiaci, quali l’albero, la fonte, le pietre preziose (cfr.
più, un modello per Tornabene furono gli studi d’agronomia che erano molto praticati nel

monastero di S. Nicolò l’Arena, anche in connessione con i vasti possedimenti fondiari posseduti

dai cassinesi in tutta la Sicilia e persino a Malta.

ORTI BOTANICI DEGLI ALBERISTI

Quando viene fondato l’orto botanico dell’ateneo, lo studio della botanica a Catania vantava già

una secolare tradizione. Il suo insegnamento era iniziato all’università come disciplina dei

semplici (Simplicium), cioè delle piante medicinali la cui conoscenza era sussidio fondamentale

degli studi di medicina e farmacia; la botanica passò poi a far parte dell’insegnamento delle

Scienze naturali e diventò disciplina indipendente il 18 agosto 1788361.

Fuori dell’università, lezioni di botanica o scienze erano impartite da insegnanti privati, spesso

autorizzati dal governo. All’insegnamento privato è collegato l’orto botanico di piante officinali,

di proprietà di Francesco Carlo Arcidiacono, un valente fitologo che fu autore di un disperso

“Catalogo delle piante spontanee dell’Etna”, presentato nel 1787 nell’Accademia degli Etnei362.

L’archeologo e storico Domenico Sestini, che per qualche tempo fu bibliotecario del principe di

Biscari, afferma di aver appreso nozioni di botanica proprio dall’Arcidiacono363. Citato anche

dallo Scinà364 e da Narbone 365, Francesco Carlo Arcidiacono aderì al sistema linneiano e fu forse

figlio di Pietro Paolo (giardiniere del “Laberito” di Biascari prima dell’arrivo del toscano

Genesi 2,9). Marcello Fagiolo, Archetipi Biblici: dall’Eden alla Gerusalemme celeste, in Il giardino sacro. Chiostri e giardini,
Napoli, Electa, pp. 83-96.
361 CTL OB di CT, 2006.
362 Tornabene 1847, p. 33n.
363 Sestini pubblicò un catalogo delle piante trovate sull’Etna e nel messinese. Elenco in Tornabene 1847, p. 36.
364 Scina, Storia letteraria, vol.2, p. 233 che cita un passo di Domenico Sestini, Lett. per le Sicilie, Firenze, 1780, tomo 2, p. 134.
365 Narbone, nel 1851
Giuseppe Squillaci)366 e padre di Pietro Paolo, sostenitore del metodo di Tournefort 367
, dal 1829
368
docente di Storia naturale nell’ateneo catanese , scomparso poco più che quarantenne nel

1831369. A quanto sembra, dunque, per tre generazioni gli Arcidiacono (Pietro Paolo sr,

Francesco Carlo, Pietro Paolo jr) coltivarono la botanica a Catania facendone la loro principale

attività professionale.

La botanica diventa fonte di sostentamento anche per la figura professionale dell’alberista.

Questo specialista, che collaborava con il professore di botanica dell’università, riceveva

dall’ateneo un compenso per mantenere un orto botanico e per procurare le piante che

necessitavano al docente per le dimostrazioni pratiche in aula.370

Il primo alberista di cui si ha notizia è Matteo Di Pasquale, entrato in servizio il 29 luglio 1780

con l’obbligo di coltivare un orto botanico a vantaggio del professore che leggeva botanica371.

Poiché l’insegnante è spesso assente372, l’alberista Di Pasquale forse assolve anche al ruolo di

supplente, sino a quando diventa titolare della prima cattedra di botanica (vince il concorso,

bandito dal vicerè Caramanico il 3 aprile 1788, che introduce la botanica come insegnamento

366 Questo Pietro Paolo Arciadiacono insegna botanica intorno al 1780 assieme a Matteo Dipasquale, Ambedue sono “provetti e
diligenti farmacisti” e insegnanti di Francesco Ferrara. Pietro Paolo Arcidiacono è citato da Domenico Sestini, Lettres de monsieur
l’abbé Dominique Sestini écrites à ses amis en Toscane, pendant le cours de ses voyages en Italie, en Sicile et en Turquie, trad. Jean-
Claude Pingeron, vol. I, Paris, chez la veuve Duchesne e fils, 1789, p. 297.
367 . Coco Grasso 1850, p. 9
368Pietro Paolo Arcidiacono vince il concorso del 1829 per cattedra di Storia naturale. Vi concorrono forse anche il canonico Alessi
ed il Bivona (Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 225).
369 Pietro Paolo Arcidiacono Chiarenza abitava nel quartiere Aiuto (Santocono). Tenne la cattedra di Storia naturale sino al 1831
quando morì. La vedova e i figli chiesero sovvenzione (Palermo 30 gennaio 1832, lettera di Malvagna, presidente della Commissione
di Pubblica Istruzione; Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 225 ).
370 A Palermo, il dimostratore dell’Orto botanico, Giuseppe Bortolotta, era gelosissimo delle sue conoscenze; morto nel 1809, fu
sostituito con Vincenzo La Cavara (Parlatore, 1837).
371 Matteo Di Pasquale il 29 luglio 1780 riceve dalla università un soldo con il titolo di alberista (Tornabene 1847, p. 33).
372 L’insegnamento riunito di storia naturale e botanica era stato affidato a Giuseppe Gioeni, che giusto nel 1780 ha cattedra a vita
con procedura speciale, lascia spesso Catania e trascura l’insegnamento (vedi DBI). Matteo Di Pasquale “grande ajuto al Gioeni
porgeva nell’indagar le acque minerali dell’Etna, e di botanica intendeasi”. Così afferma l’abate Scinà, Prospetto della storia
letterara di Sicilia nel secolo decimottavo, vol. 2, Palermo, Lorenzo Dato, 1825, p. 246.
autonomo)373 e tiene l’insegnamento sino alla scomparsa, avvenuta poco prima del 1805.

Seguace del metodo di classificazione di Linneo, lascia come discepoli Ferdinando Cosentini374,

Francesco Ferrara375, Gaetano De Gaetani 376 S’ignora dove fosse ubicato il suo orto botanico Si

consideri però un indizio: nel centro storico cittadino, in un rione oggi malfamato, c’è un reticolo

di vie contigue (via Ciancio, via Arcidiacono, via Squillaci, via De Pasquale) che, curiosamente,

portano gli stessi nomi dei botanici già citati nelle pagine precedenti come possessori di orti; è

dunque ipotizzabile che proprio in quella zona di Catania, tra Sette e Ottocento, sorgessero

numerosi orti botanici.

La fortuita scoperta di un documento d’archivio – il catalogo delle piante coltivate nel 1832

dall'alberista Giovanni Ronsisvalle (vedi appendiceCTL)377 – permette di conoscere quali varietà

e specie erano necessarie per le esigenze didattiche del docente di botanica dell’epoca,

Ferdinando Cosentini (1769 - 1840). Quest’ultimo, valente medico378 e vincitore della cattedra

nel 1805, rimane in cattedra come insegnante di botanica e materia medica per ben 35 anni,

373 Tornabene, Quadro…. p. 39.


374 Notizia in Gemmellaro, 1840 p. 4; confermata da Coco Grasso 1850, p. 9.
375 Francesco Ferrara studia botanica con Matteo Di Pasquale e Pietro Paolo Arcidiacono. (Francesco Ferrara, Storia di Catania sino
alla fine del secolo XVIII, CTL, p. 512).
376 Matteo Di Pasquale è citato da Gaetano De Gaetani a proposito degli studi sull’anidride carbonica.
377 Un manoscritto, datato Catania 23 aprile 1832, contiene il “Catalogo delle piante che si coltivano nel Botanico Orto
dall’arberista botanico don Giovanni Ronsisvalle”. Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 619, ff. 16r-18v. Giovanni
Ronsisvalle è cit. da Tornabene 1847, p. 45 e a p. 57. Nel 1864 un Angelo Ronsisvalle, forse parente del precedente, pubblica “Saggi
di materia chimica” nel “Giornale del gabinetto letterario dell’Accademia gioenia” , n. s., vol. III, fasc. 1 (gen-feb. 1864) e nel fasc. 2
(marzo – aprile 1864) e fasc. 3-4 (maggio- dicembre 1864), Catania, Crescenzio Galatola, 1864.
378 Molti botanici e naturalisti avevano una formazione medica; non manca di rilevare cio un attento osservatore quale fu il De
Cesare che registra: fu medico l’ittiologo Cocco di Messina; Francesco Minà Palumbo (1814-1899), dopo aver studiato medicina a
Napoli dal 1835 al 1837, insegna fisiologia a Messina; Vincenzo Tineo prima di insegnare botanica, aveva dettato lezioni di materia
medica. De Cesare 1968, pp varie.
durante i quali è coadiuvato in successione dai seguenti alberisti: il padre carmelitano Raffaele

Privitera379, Giovanni Ronsisvalle, e il più volte menzionato Gaetano De Gaetani.

Su Ferdinando Cosentini - che fu zio di Carlo Gemmellaro e fratello del già citato canonico

Giuseppe Maria - sono stati reperiti degli inediti documenti archivistici, che si riportano in

appendice assieme a notizie sul suo Erbario e all’elenco delle sue principali pubblicazioni,

apparse per lo più come memorie negli Atti dell’Accademia Gioenia (sarà aggiunta la scheda

biografica Ferdinando Cosentini)

LA VILLA DI VINCENZO GAGLIANI

Al centro di piazza Cavour, nella zona del Borgo, si erge una statua settecentesca di Cerere

(qualche generazione fa chiamata “Tapallara”, o “Ta Pallara”, forse a ricordo di un antico culto a

Pallade Atena). Quella scultura indica che il Borgo era un luogo dedicato alla dea delle messi,

dell’agricoltura, della flora: proprio a pochi passi dal monumento di Cerere sorge l’orto botanico

dell’università di Catania. Non è causale tutto ciò, in quanto il Borgo ha una natura del suolo

particolarmente fertile e dunque adatta alla coltivazione. Di ciò si era forse reso conto il giurista

Vincenzo Gagliani che nel 1818 impianta, accanto alla propria dimora del Borgo (dove adesso

sorgono le ville Zuccarello e Scandurra), un magnifico giardino botanico, dotato di serre, irrigato

“con acqua del Fasano”, coltivato con fiori e rarità botaniche380. “Apparvero per la prima volta a

Catania, alla Villa Gagliani, le Dulcamarie del Giappone, le magnolie del principe di Aci, la

Cobbea del giardino del principe ereditario, la peonia a fiore doppio del giardino dei monaci di

379 Vedi biografia scritta da Francesco Tornabene, “Alla memoria del Prof. Ferdinando Cosentini. Elogio accademico”, “Atti
dell’accademia gioenia”, tomo XX, p. V.
380 Vincenzo Casagrandi, “Vincenzo Gagliani e il contributo di Catania e della Sicilia or ientale alla riforma costituzionale agli albori del
Risorgimento”, parte I, “ASSO”, 1925, pp. 146-282; parte II, 1926, pp. 4-45. Le notizia sulla passione botanica del Gagliani sono
contenute nella lettera del 16 febbraio 1818, a p. 41 e ss. e, in particolare, p. 43.
S. Martino, la Lumicera e la Pampinella del principe di Cutò, il Trifoglio, l’Acetosella, il seme di

lattughe molli, le Paioline di Francia”381.

La magnolia, il fiore prediletto da Vincenzo Gagliani, fu “da lui per la prima volta introdotto a

Catania, dove oggi forma l’ornato più bello e delicato delle Ville del Borgo, e anche di Ognina e

Cibali”382. Così scrive il Casagrandi che - prodigo di notizie sul giurista Vincenzo Gagliani – ci

informa che quest’uomo fu anche un esperto in agraria e giardinaggio giacchè, in serre o

all’aperto, faceva sperimentazioni agrarie ed “aiutava gli esperimenti piacevoli degli amici”383.

Il giardino Gagliani era suddiviso ordinatamente in tre parti, con terrazzamenti o declivi. Nella

parte più alta, un aranceto circondava il grande ed elegante edificio in cui i Gagliani abitavano e

ricevevano gli ospiti stupendoli con la pinacoteca, le raccolte d’arte antica e moderna, le

collezioni naturalistiche che erano indicate dalle guide turistiche a stampa come meritevoli di

visita. Nella parte di giardino più in basso, mandorli e olivi ombreggiavano le aiuole di piante

rare. Nel frutteto facevano bella mostra di se direttici di Firenze CTL, pere di Ionville, cedrati di

Firenze, prugni, albicocchi, (la reine Claude), pini piccoli, pistacchi, mirti e corbezzoli384.

“Io provo tutti gl’incantesimi di questo luogo, gli incantesimi dei fiori” afferma Vincenzo

Gagliani in una lettera datata 8 dicembre 1822, quando cioè la sua Villa aveva già subito i danni

dei saccheggi popolari, conseguenti la rivoluzione del 1820-21385. Sebbene vivesse per lavoro

fuori Catania, Vincenzo Gagliani continuò ad arricchire il suo giardino ordinando a Palermo e

381 Nella villa del Borgo, dove colloca i quadri di cui abbiamo già detto nelle pagine precedenti, Vincenzo Gagliani dimora fino al
settembre 1819, cioè sino a quando è segretario di intendenza. Quando si trasferisce a Palermo, chiamato alla Gran corte civile,
spedisce a Catania rarità botaniche. La sua Villa sarà danneggiata dalla rivoluzione popolare del 1820-21. Vedi Lettera del 24 marzo
1821, in Vincenzo Casagrandi, “Vincenzo Gagliani”…p. 43.
382 Vincenzo Gagliani, in una lettera al fratello Domenico, del 20 giugno 1822, afferma che “la Madre di tutte le magnolie fu quella
regalata al re dall’Antica Principessa d’Aci in una cassa di terra profonda e larga 12 palmi: essa era allora di altezza palmi 30, ed oggi
è di palmi 74 […]. La mia al borgo è sorella di quella”. Vincenzo Casagrandi, “Vincenzo Gagliani”…p. 43.
383 Casagrandi trae questa notizia da una lettera del 28 nov. 1811.
384 Lettera del 30 dicembre 1823, trascritta da Casagrandi, “Vincenzo Gagliani”….
385 Casagrandi, “Vincenzo Gagliani”…., p. 44.
Napoli nuove rare piante di fiori e frutta386. La morte lo colse lontano da Catania e gli precluse la

possibilità di vedere lo sviluppo della Villa Gagliani.

ORTI BOTANICI DEI FARMACISTI E LA RIFORMA PROPOSTA DA DOMENICO

DE PASQUALE CITTADINO

La fondazione dell’Orto botanico dell’ateneo di Catania avviene quando si è già concluso un

profondo mutamento nel mondo della botanica medica e sono ormai lontani i tempi in cui quasi

tutti i medicinali erano ricavati per estrazione o manipolazione ex vegetalibus387. Gli “orti dei

semplici”, che avevano fornito erbe medicamentose alla farmacopea dell’epoca, da tempo

avevano lasciato il posto a preparati chimici o ad estratti vegetali prodotti all’estero e smerciati a

poco prezzo dai droghieri.

Alcune testimonianze mostrano che la comparsa di questi prodotti - frutto dell’allargamento

degli orizzonti geografici e il conseguente flusso di merci forestiere - suscita una “reazione

xenofoba”, una forma di chiusura, dei farmacisti (cioè da chi fa le preparazioni galeniche nel

proprio laboratorio), e degli speziali (chi si attiene alla semplice vendita)388.

Negli anni Quaranta dell’Ottocento, i farmacisti catanesi protestano per l’insicurezza del proprio

posto di lavoro e in pamphlet danno il dettagliato resoconto del loro diffuso malessere

economico. Lamentano i costi che comporta la coltivazione di orti botanici privati ad uso delle

farmacie. Avanzano al governo la proposta di far fabbricare le medicine in grandi laboratori

pubblici. Chiedono l’istituzione di un orto botanico pubblico in cui possono andare a rifornirsi di

piante indigene.

386 Lettera del 30 luglio 1825, trascritta da Casagrandi, “Vincenzo Gagliani”….


387 Per un inquadramento generale, “Dai semplici al farmaco”. Una storia del progresso biomedico a Napoli attraverso la
collezione del Museo di Farmacologia. Catalogo della mostra, Napoli, Palazzo Reale, 21 dic. 1994 - 7 genn. 1995, Napoli, CTL
388 De Pasquale 1847. Nel corso dell’Ottocento diventano sempre più severi i controlli delle autorità su chi esercitava le arti salutari.
La regolamentazione della professione richiede nuove leggi. Nel novembre 1825 un rescritto decreta che la preparazione e vendita
dei medicinali siano affidate ai soli farmacisti legalmente autorizzati. Nunzio Greco, p. 23 e ss.
Il portavoce di tali richieste è Domenico De Pasquale Cittadino, orgoglioso rampollo di una

famiglia di farmacisti389. Il punto di forza della sua farmacia - dice- è l’orto botanico, che è

suddiviso in due parti: il “Giardino delle Piante” e il “Campo Botanico”. Nel primo terreno,

coltiva soprattutto specie officinali, limitatamente alle più usate: spese di coltivazione gli

impediscono di estendere numero delle piante. Il “Campo Botanico” è invece uno spazio di terra

destinato esclusivamente alla semina di varie piante “capaci nella quantità a ritrarne gli

estratti”390.

In una città come la riarsa Catania di primo Ottocento, in cui non si poteva irrigare regolarmente

per la carenza di acque correnti, l’orto botanico del farmacista De Pasquale Cittadino è un’oasi

umida, grondante di stille, innaffiata “da fonte perenne, oltre ad una capace cisterna per

sovvenire al difetto dell’acqua, che potrebbe avvenire”391.

“Non tutti i farmacisti hanno un Giardino delle Piante e un Campo Botanico”, asserisce

compiaciuto, consapevole di sbaragliare i concorrenti392. “Nel mio orto botanico – assicura con

piglio da professionista aggiornato – non coltivo certo asparagi […] o altre erbe che [crescono]

quasi a dire sotto i piedi; ma […] quelle piante cha hanno bisogno di molta cura, piante di cui

non solo non fanno uso gli speziali […], ma so di certo che non le conoscono neppure”393.

389 Domenico De Pasquale Cittadino era assistente del protomedico Antonino Di Giacomo, in qualità di “visitatore ed esaminatore
delle farmacie”. Lo stesso ruolo aveva ricoperto suo padre, titolare di una farmacia (forse da identificare in Matteo di Pasquale,
docente nell’ateneo catanese). Suo zio era Paolo De Pasquale Schillaci. Un Giuseppe De Pasquale era stato aromataro a Catania nel
lontano 1732. (cfr. Battiato 1832). Un altro aromataro, Francesco Agatino Pasquale Cittadino, nel 1824 aveva 50 anni, abitava alla
Carcarella, era decurione in carica (Cfr. Santocono).
390 De Pasquale 1843, pp. 30-31. Le piante indigene godevano all’epoca grande considerazione. Lorenzo Martini, nel Manuale di
Polizia medica (edito a Napoli, presso Gaetano Nobile e C. Editori, vico Congregazione a Toledo 6, 1829), a p. 201 scrive che le
piante indigene devono essere prese in considerazione per la loro virtù e il loro basso costo; i medici di ciascun comune devono fare
un censimento delle piante che crescono nel loro territorio; ciascun comune deve avere un orto botanico “con poche ma utili piante”;
per garantirne la durata nel tempo è preferibile che tale orto sia di proprietà di una “congregazione di carità” e deve esser diretto da
un medico; il farmacista, previa ricetta del medico, fa con le piante che crescono in quell’orto botanico le varie preparazioni.
391 De Pasquale 1847. p. 4.
392 De Pasquale, 1843 p. 31.
393 De Pasquale, ed. 1847, p. 5. Cita Simonin e Sebenini, autori ampiamente noti all’epoca.
La soddisfazione della clientela (ironicamente potremo dire, con locuzione oggi abusata,

customer satisfacion) è in cima alle preoccupazioni del De Pasquale Cittadino. Chi si rivolge a

lui in caso di bisogno – afferma - nella sua farmacia trova tutto quello che la farmacopea può

offrire: gli sciroppi “che servono ad avere vegetali desiderati in tutte le stagioni”, gli estratti

ricavati dai succhi delle piante o dalle cortecce, le radici di piante secche e fresche, indigene o

no, gelatina di corno di cervo e altro ancora394.

Sebbene la Catania che conta (aristocrazia e professioni, monasteri ed enti di beneficenza) lo

abbia scelto come proprio farmacista, De Pasquale Cittadino non guadagna abbastanza e

preferirebbe essere stipendiato con un minimo fisso mensile395. I suoi proventi sono erosi dai

droghieri (i “bagnaroti”) che si sono arricchiti vendendo a Catania sostanze medicinali e prodotti

di provenienza estera, quali droghe, colori, coloniali396. Le piante officinali e i derivati creano un

bel giro d’affari397; l’ olio di ricino - un tempo prodotto facilmente nei piccoli retrobottega delle

farmacie - ora viene importato dall’estero (è, diremmo oggi, un frutto del commercio globale e

della delocalizzazione delle industrie) ed è smerciato da negozianti quali “il parrucchiere, il

chiavittiere, il servitore nelle ore d’ozio”398.

Proprio a causa di questi improvvisati speziali, Domenico De Pasquale Cittadino ha perso clienti,

e quindi guadagni, ed è quasi costretto ad abbandonare suo malgrado la professione di

394 De Pasquale, 1843


395 A riprova della sua affidabilità, Domenico De Pasquale Cittadino rende di pubblico dominio l’elenco di tutti i suoi clienti.
396 De Pasquale 1847, p36.
397 Un negoziante di droghe nel 1824 è Giuseppe Bisintini, abita a S. Tommaso, ha 30 anni (Santocono). In epoca post unitaria le
principali farmacie e drogherie presenti in città sono: la Farmacia La Ciura Maravigna, in piazza degli Studi, casa La Piana n. 2
(vende acido nitrico nitroso, acido acetico glaciale, soluzione ammonico–magnesiaca, soluzione di ferro e potassio ecc.); la
Drogheria (dal 1881 Drogheria Farmacia) di Giuseppe Patania, figlio di Francesco; con sede in corso Vittorio Emanuele 203, nella
casa del barone Bruca (vende riso, farine, tintorie, colori fini, coloniali, prodotti chimici; tela preparata per pittori, colori in tubetti,
candele steariche, oggetti in gomma elastica, oro ed argento in foglie, spiriti, “cioccolate”, rhum); la Drogheria di Felice Giuffrida
Asparo (vende prodotti chimici e specialità medicinali, oggetti in gomma elastica e utensili per chimica e farmacia;. fornisce olio di
mandorle e di ricino).(FC 914)
398 De Pasquale 1847, p. 127.
farmacista. Anche i suoi colleghi sono insofferenti verso gli “ignoranti bagnaroti”399. Troppo

facile trovare in quelle lamentele di oltre 150 anni fa un’analogia con quelle più recenti

dell’ordine professionale dei farmacisti contro la deregolarizzazione nella vendita dei medicinali

di largo consumo, ossia i cosiddetti “prodotti da banco”400.

Domenico De Pasquale Cittadino parla senza mezzi termini di decadenza della professione

chimica-farmaceutica, di incapacità professionale, di frodi nella preparazione di medicine di

origine vegetale401. Asserisce che le truffe cesseranno soltanto se sarà fondato un orto botanico

pubblico, in cui si coltivano piante indigene e in cui possono andare a rifornirsi i molti farmacisti

che “non vogliono prendersi la spesa di mantenere un orto botanico anche piccolo”402.

A questo mosaico di situazioni si aggiunge poi un altro tassello: le farmacie a Catania sono

troppe (ben 40, su circa 55.000 ab.) e la popolazione che può comprare medicine in farmacia è

esigua; soltanto 1/7 della popolazione è agiata403. Per battere i concorrenti i farmacisti hanno

abbassato i prezzi dei farmaci, ma anche la loro qualità404 L’offerta si è deteriorata, giacché si

usano ingredienti scadenti soprattutto nelle preparazioni a base di piante indigene “che hanno

399 Gli “ignoranti bagnaroti” - cioè i droghieri concorrenti dei farmacisti che si sono arricchiti vendendo medicine importate
dall’estero assieme a zucchero, caffè, pepe - sono fatti anche oggetto degli strali di altri farmacisti, come Gaetano De Gaetani. De
Gaetani 1850, p. 33.
400 I farmacisti approfittarono delle venuta del sovrano a Catania, nell’ottobre 1852, per renderlo partecipe del malessere della
categoria. Il farmacista Gaetano De Gaetani ai Benedettini accoglie il re Ferdinando II e gli offre il suo volume Considerazioni
intorno alla professione farmaceutica, con una aggiunta di un elenco di medicamenti e del prezzo di essi, Catania,1850.
401 Il sistema universitario,in epoca post unitaria, prevedeva invece il tirocinio di studenti nei laboratori di chimica annessi alle
farmacie. Ad esempio, a Piazza Armerina, nel 1878, la farmacia di Marco Salemi riceve nuovi tirocinanti (Archivio storico
università, Fondo Casagrandi b. 276).
402 De Pasquale 1843, p. 32.
403 “Dopo le bettole credo che vengano appresso le spezierie” si legge in uno scritto del 1844 e si ritiene che per la città basterebbero
15 farmacie. ([Agatino Longo e altri], Lettere indiritte a Domenico De Pasquale Cittadino, relative alla memoria sui farmacisti e il
valore dei medicamenti in Catania, Catania, 1844, p 10). La situazione nel tempo non migliora. Nel 1852 a Catania ci sono 42
farmacie. Sono troppe e i guadagni pochi. Gaetano De Gaetani, Considerazioni intono alla professione farmaceutica con l’aggiunta
di un Elenco di medicamenti e del prezzo di essi, 1850.
404 I prezzi dei farmaci sono diminuiti “stanteché il progresso della chimica e della storia naturale ha reso semplici, economici, e
meno faticosi i metodi di preparazione ricavandone puri e abbondanti i prodotti senza pericolo della salute, e qualche volta della vita
degli operatori”. Paola, 1844, p 5.
bisogno di coltivazione” e che, proprio per la mancanza di un orto botanico pubblico, sono quasi

introvabili405.

In uno scenario competitivo l’affidabilità è un valore. Ma il discredito colpisce l’intera categoria

dei farmacisti, colpevole di affliggere i più deboli, con la vendita di medicine per ricchi e

medicine per poveri (meno costose ma inefficaci)406. Il diritto alla salute viene così negato.

L’opinione pubblica coeva protesta e sono molti ad esser convinti che la salute dei cittadini si

può tutelare meglio attraverso la riduzione numerica e la semplificazione della composizione

chimica dei rimedi farmaceutici per renderli accessibili alle classi sociali più povere407. Tra le

tante voci di protesta val la pena segnalare quella di Agatino Longo, un docente dell’ateneo

catanese, che accampa anche rivendicazioni contro la società capitalistica, basata sullo

sfruttamento dell’uomo-macchina408.

E’ venuto il momento per i farmacisti di fare il mea culpa. Così ritiene il già citato Gaetano De

Gaetani, il farmacista che sarà futuro vice direttore dell’Orto botanico dell’università. Egli

propone la sua ricetta: semplificare la farmacopea ippocratica, introdurre un Tariffario ufficiale

delle medicine, imporre un “Decalogo del Farmacista”. Ispirandosi al modello inglese, De

405 Domenico De Pasq uale Cittadino ha larga disponibilità di materie prime. La sua farmacia è formita di un laboratorio e di un
magazzino con orto secco in cui conserva tutti i farmaci usati ”sia dai vecchi sia dai moderni medici di Catania”. De Pasquale 1847,
p. 124.
406 Nel 1824 gli aromataro catanesi, possibili proprietari di orti botanici, sono: Alfio Coleraro Lombardo, abita a S. Agata al Borgo,
ha 42 anni; Francesco Agatino Pasquale Cittadino, abita alla Carcarella, ha 50 anni ed è decurione in carica; Giuseppe Borrello, abita
a S. Filippo, ha 56 anni, è padre di Carlo; Natale Condorelli Giuffrida, abita a S. Filippo, ha 58 anni; Giuseppe Mirone, abita a S.
Cosimo, ha 26 anni ( è fratello di Alessandro, 37, medico, abitante al Borgo); Pietro Paolo Arcidiacono Chiarenza, ha 34 anni, e abita
all’Ajuto; Paolo di Pasquale, abita alla Collegiata ed ha 48 anni; Carmelo Buscami (senza altra indicazione). Santocono.
407 A Torino nel 1798 non mancano medici coraggiosi pronti a denunciare pubblicamente le strumentalizzzazioni politiche ed
economiche sulla farmacopea “ad uso dei poveri”. C’è chi sostiene che possono prescriversi medicine di eguale efficacia e di minor
costo. (Nunzio Greco, p. 20). Una seria politica di medicina sociale da parte degli stati europeri inizia solo dal 1830 in poi, a seguito
dell’epidemia di colera (Nunzio Greco, Acque e bagni termo – minerali, p. 50).
408 Agatino Longo scrive: “E poiché cosa è alla fine la salute e la vita dell’uomo? Siamo noi agli occhi dell’ Economista altro che
una macchina, assai da meno della macchina che fila il lino, e di quella che fila ed attorciglia la seta? Se l’uomo è una macchina […]
meschinissima, volete voi che si spendan denari per conservarla?” E conclude: “Noi siamo una socitetà vecchia, ove il nuovo è come
una pezza di panno nuovo su un vestito vecchio”. Lettere indiritte…, 1844, p. 7. Agatino Longo torna ad esprimere le sue idee e
punzecchia i realisti e alcuni liberali nei mesi della rivoluzione del 1848, dalle pagine de “Il Diavoletto”, periodico di breve vita (22
maggio 1848-6 giugno 1848), in linea con le idee di Benedetto Castiglia.
Gaetani vuol congiungere le competenze del medico a quelle del farmacista409. Inoltre, nel ruolo

di professore interino CTL di botanica all’università, è convinto che soltanto lo studio aggiornato

della botanica può formare dei professionisti pronti ad affrontare le sfide del mercato410. “Il

farmacista ben istruito in botanica – afferma - saprà raccogliere in opportuni tempi le radici e le

foglie e i fiori e la frutta delle piante officinali”, conoscere le caratteristiche botaniche “delle

varie scorze e delle altre parti vegetali di piante che vengono dall’estero”. In tal modo si evitano

le frodi mercantili411.

Paradossalmente, nella Catania di metà Ottocento è più facile trovare piante estere o preparazioni

farmaceutiche importate. Queste ultime, grazie ai progressi compiuti dalla chimica nelle

applicazioni farmaceutiche, si preparano all’ingrosso, da industrie straniere, e non più nei

laboratori dei farmacisti. Sono entrati in commercio preparazioni iodurate, clorurate, azotate,

cianurate, idrate, ossigenate, con gli alcaloidi della stricnina, dell’atropina, della narcotina, della

morfina, della veratrina, della solanina, ecc412. Queste sostanze costano di meno che in passato e

in mano a farmacisti inesperti diventano miscugli micidiali.

409 Gaetano De Gaetani, critica il sistema universitario vigente che separa nettamente in diversi rami la medicina anche se la
formazione degli studi è quasi identica. “I dottori in medicina sono coloro che studiano causa e sede delle malattie interne, e i
trattamenti che vi competono; i dottori in chirurgia sono quelli che studiano causa e sede delle malattie esterne e i trattamenti
operativi; i dottori in farmacia sono coloro che conoscono condizione, proprietà, delle sostanze medicamentose e i processi per
prepararle”. La formazione universitaria di medici e di farmacisti è analoga, ma le loro competenze sono separate. De Gaetani non è
favorevole a ciò. Dice che in Inghilterra e nelle armate marittime inglesi i cosiddetti chirurghi esercitano contemporaneamente la
medicina e la farmacia. Cioè il farmacista può somministrare nei primi tempi di un malore ad un malato qualsiasi medicamento da lui
preparato. Considerazioni intorno alla professione farmaceutica con l’aggiunta di un Elenco di medicamenti e del prezzo di essi,.
Catania, 1850, p. 12.
410 Gaetano De Gaetani reputa fondamentale conoscere in quale modo si nutre l’impianto celluloso delle piante, che “ricevendo
diverse modificazioni e prendendo varie forme, perviene a costituire l’organismo vegetale”, con fenomeni di endosmosi ed esosmosi.
Considerazioni intono alla professione farmaceutica con l’aggiunta di un Elenco di medicamenti e del prezzo di essi, Catania, 1850,
pp. 19-20.
411 Gaetano De Gaetani, Considerazioni intono alla professione farmaceutica con l’aggiunta di un Elenco di medicamenti e del
prezzo di essi, Catania, 1850, pp. 20-21.
412 Gaetano De Gaetani, in “Considerazioni intono alla professione farmaceutica con l’aggiunta di un Elenco di medicamenti e del
prezzo di essi” 1850, descrivendo le nuove medicine e i nuovi processi chimici per ottenerle, si sofferma in particolare su chinina,
stricnina, morfina, tutte sostanze che hanno la doppia natura: salute/morte, come, ad esempio, dimostra la stricnina che è un alcaloide
avente come principio immediato la Stricnos amara, usata nella paralesia, emiplegia, e altre infermità nervose (p. 9).
Allo scopo di avere medicine a basso prezzo e per evitare le sofisticazioni e le alterazioni dei

prodotti esteri, un farmacista catanese propone di creare in ogni capoluogo di provincia un

“Laboratorio chimico centrale” (sul modello di quello che c’è a Londra) con l’impegno di valenti

chimici farmaceutici, per la creazione di prodotti standardizzati, creati con gli stessi

procedimenti, cioè con un identico modus operandi413. Il “Laboratorio chimico centrale” avrà

annesso un magazzino per provvedere di medicinali tutti i farmacisti della provincia. Per

finanziare l’iniziativa occorre formare una società per azioni, a capitale misto pubblico-privato,

con controllo governativo414.

A Catania il “Laboratorio chimico centrale” avrebbe potuto avere come soci i più rinomati

chimici farmaceutici della città- Gaetano Mirone, Salvatore Platania, Gaetano De Gaetani415 -

che sono anche proprietari di laboratori in cui si preparano soprattutto farmaci derivati da

antimonio, jodio, mercurio416. Tali medicine – come il diffusissimo colamelano 417


- usate come

413 Il chimico Salvatore Platania, farmacista della spezieria dell’ospedale S. Marco, da tempo lamentava il fatto che in Sicilia
mancasse un codice farmaceutico che servisse ai farmacisti di norma nella preparazione dei medicamenti e, a questo scopo, voleva
pubblicare un “Ricettario” dove erano descritti con la masima chiarezza e precisione i processi e le caratteristiche proprietà di alcuni
preparati. (Platania, 1828 p. 9). Salvatore Platania, autore di memoria in cui esalta la figura professionale del farmacista, è da
identificare con il socio del chimico Giuseppe Mirone, con il quale è protagonista di attività imprenditoriali. Il 21 gennaio 1825
dedica a Cesare Borgia la memoria Sopra una essudorazione spontanea della Quercia, Catania, dai torchi del can. Francesco Longo,
1825. Fu anche autore di elaborate memorie di “chimica legale e chimica tecnica” e pubblica una dissertazione chimico – legale in
occasione di un caso giudiziario di veneficio. Usa come reagente sciroppo di viole e cita calomelano, una sostanza che contiene
mercurio sublimato ed alchermes, e arsenico. Il mercurio corrosivo è un veleno più terribile dell’arsenico – afferma – e cita Orfila,
noto esperto di tossicologia. Al chimico catanese Salvatore Platania, Carlo Gemmellaro dedica l’opera Sopra alcuni pezzi di granito e
di lave antiche trovati presso alla cima dell’Etna, Catania, dalla tipografia del can. Longo per Salvatore Longo, 1823. Salvatore
Platania nel 1847, quando muore, era professore di fisico – chimica nel collegio Cutelliano ed era socio di varie accademie (De
Pasquale 1847) Sono forse eredi di Salvatore i fratelli Platania che nel 1871 vendevano a Catania prodotti chimici.
414 La richiesta di De Pasquale e di altri chimici farmaceutici segna il passaggio dalla farmacopea tradizionale, basata sulla botanica,
alla farmacologia chimica.Val la pena sottolineare che la complessità degli studi e l’alta qualità dei laboratori destinati alla ricerca
consentono nell’800 sempre meno agli scienziati di affrontare singolarmente la ricerca che perciò viene svolta sempre più in equipe.
Paolo Rossi, La professionalizzazione della scienza, in Storia della scienza, vol II, tomo I, p. 11.
415 De Pasquale Cittadino 1843, p. 30. Al novero dei chimici farmaceutici catanesei bisogna aggiungere Vincenzo Zuccarello
Chiarenza che fu un eccellente chimico; dapprima farmacista e poi, dal 1845, negoziante all’ingrosso di prodotti di uso farmaceutico
come acidi e ammoniaca. De Pasquale 1847, p. 68.
416 Gaetano De Gaetani,Considerazioni intono alla professione farmaceutica con l’aggiunta di un Elenco di medicamenti e del
prezzo di essi”, Catania, 1850. p. 35. Gaetano Mirone mette in guardia i giovani farmacisti sul metodo per produrre lo ioduro
purganti e come antiluetici, servivano a combattere le malattie diffuse soprattutto tra gli strati più

bassi della popolazione – che costretta a vivere in case piccole, umide, non areggiate, senza letti e

biancheria – era più soggetta a subire morbi ed epidemie418.

L’ORTO BOTANICO DI SALVATORE PORTAL

Biancavilla, cittadina dell’entroterra etneo, ha una gloria locale in Salvatore Portal: ecclesiastico,

proprietario di un orto botanico, cultore non volgare di scienze e belle arti (fondamentale il suo

contributo nella critica d’arte)419, accademico e membro di molteplici società, forse carbonaro nel

1820420, naturalista e autore di un saggio di teratologia in cui tratta di bioetica 421


, collezionista di

mercurioso o protojoduro di mercurio, una preparazione farmaceutica per uso medico. Gaetano Mirone, Avvertimento ai giovani
farmacisti, 1850, p. 11. Della preparazione dell’equi-joduro mercurio nel 1850 si occupa anche Vincenzo Zuccarello Chiarenza.
(Zuccarello 1850).
417 Il calomelano è il cloruro di mercurio descritto per la prima volta dal Werner nel 1789; purgante, antiluetico; sul calomelano nel
1844 Giovanni Morici scrive un saggio, dedicandolo a Vincenzo Tineo. Per le sue preparazioni Mirone si serve di un calomelano a
vapore importato da Londra per mezzo di Riccardo Poppliton. Gaetano Mirone, Avvertimento ai giovani farmacisti, 1850, p. 11.
418 Le case in cui viveva la stragrande maggioranza dei cittadini non sono confortevoli: mancano anche letti e biancheria Paola
1844, p. 5.
419 Salvatore Portal fu il primo a studiare i dipinti di artisti catanesi poco conosciuti e propone le prime attribuzioni, in base
all’analisi e al confronto dei dipinti per determinare il pittore o la scuola a cui gli pare appartenere l’artista. L’occhio critico di
Salvatore Portal offre le basi a Agostino Gallo per compilare una storia dell’arte. La più importante scoperta di Salvatore Portal è
l’esame di un quadro raffigurante S. Agata, che lui correttamente, in base all’osservazione della tela, data e attribuisce al pittore
Bernardino Nigro. In particolare la tela della confraternita del Santo Carcere, firmato e datato Bernardinus Niger grecus faciebat
1588. E’ Portal il primo ad attribuirlo a Nigro,e lo fa prima del 27 marzo 1838. Altri credevano che quel quadro fosse di un ignoto
autore del 15 secolo. E’ il martirio di S Agata, dipinto ammirato da monsignor Ventimiglia. Ecc. FOTOGRAFARE . Si chiede quale
fosse la patria di Nigro e ritiene che egli appartenne ai primi abitatori di Biancavilla. La sua origine si deve alle colonie greche che
nel 1465 fuggirono dall’Epiro e dall’Albania l’invasione dei Turchi e vennero a stabilirsi a Biancavilla. S. Portal, 1839. Fa anche un
elenco dei nomi di famiglie albanesi e di quelle dell’Epiro che in più colonie venne ad abitare a Biancavilla. S. Portale, 1839, p. 8n. Il
volume del Nigro è cit. correttamente da Paternò Castello nel 1841. Salvatore Portal è in rapporto con Agostino Gallo che ha ritratti
di uomini illustri fatti diligentemente eseguire dal bravo Platania. Power 1995, p. 224.
420 Archivio: Archivio diocesano di Catania, Miscallanea paesi, Diocesi Biancavilla, Clero, Carpetta 49, Facoltà, fascicolo 6
(nomina di Salvatore Portal a Confessore per uomini e donne FOTOGRAFATO). Si legge che nel dicembre 1820 Portal ha conferito
dal facente funzioni di vescovo la facoltà di poter confessare uomini e donne.
Archivio diocesano di Catania, Miscallanea paesi, Diocesi Biancavilla, Clero, Carpetta 49, Informazioni relative ai preti, fascicolo 7
(preti carbonari) . Salvatore PortalE appartennero no alla carboneria? Nel 1826 egli era prete semplice a Biancavilla, “di matura e
savia condotta, di buoni costumi, ottimi talenti, non si trova annotato nelle carte”; in altro documento del 28 dicembre 1826, si legge
che esercitava la medicina e che è “applicato più a questa e belle lettere, che alle scienze ecclesiastiche. Appartenne [alla carboneria]”
opere d’arte e reperti archeologici, corrispondente di Agostino Gallo e di altri personaggi del

mondo della cultura, italiani e stranieri, della prima metà dell’Ottocento422.

Tra i botanici con cui Salvatore Portal fu in contatto occorre almeno menzionare il ligure

Domenico Viviani (1772-1840), Giorgio Jan (1791-1866, noto docente di botanica a Parma)423,

Un don Carmelo PortalE, mansionario della collegiata di Biancavilla, appartenne alla carboneria. Era suo fratello e morirono lo
stesso giorno, di colera.
421 Teratologia: Nel 1825 l’abate Salvatore Portal pubblica “Sopra un feto umano senza testa e senza collo”, letto nella accademia
gioenia nella tornata del 10 marzo 1825, Catania, dai torchi dell’Università degli Studj, 1826. Ne manda una copia ad Antonio
Savaresi che poi dona alla biblioteca nazionale di Napoli, dove tuttora si trova. FOTOGRAFARE incisione di Ittar, da copia che è
inserita in Atti Gioenia. Il parto avvenne a Biancavilla il 22 sett 1824.La conclusione è che il feto riceve vita e nutrimento solo dal
sangue della madre per mezzo del cordone ombelicale. Non occorre acqua dell’amnios. Non c’è bisogno né di bocca né di organi
della digestione per succhiare il nutrimento dall’umore dell’amnios. Non occorre il cervello per vegetare e crescere. Ma è questa
vita? Si chiede Portal. Egli elimina le istanze metafisiche Cita Carlo Bell figlio di Beniamino , il quale non opina che i nervi vanno
dal cervello alle diverse parti del corpo diramandosi, ma hanno origine da ogni punto e da ogni parte dotata di senso e di moto, ecc
gangli e plessi, sorta di piccoli cervelletti che portano sensazioni al cervello. Commento: sono passati quasi due secoli ma il testo
riesce a catturare per il tema etico. Portal 1826. Già Agostino Giuffrida, 1705-1777, crede che il feto prende alimento dal liquido
dell’amnios. Studia le anomalie, i fenomeni diversi cui va soggetta la generazione. Si oppose a Spallanzani. Scuderi 1975, p. 42.
Sulla teratologia furono scritti molti volumi. Un elenco di opere su questo argomento da Giovan Filippo Ingrassia (1560) sono alle
pp. 171-174 della Bibliografia sicola sistematica di Alessio narbone, Palermo, 1854, Stamperia G. Pedone. Furono soprattutto gli
studiosi catanesi ad occuparsi di questo argomento: es. Alessio Scigliani, Sopra un feto umano tricefalo, Palermo, 1840.
422 Altro personaggio citato è Monti (padre Michelangelo Monti una solo articolo nei periodici di Palermo ma nume tutelare).
Ancora adesso il museo Portale, passato agli eredi, ha un ritratto di un personaggio: Vincenzo Monti (sic). (fonte: internet). Su
Michelangelo Monti vedi: “In morte di Michelangelo Monti, insigne poeta, ed oratore, stanze liriche di Agostino Gallo a Piazzi”,
Palermo, Deluca, 1823, 11p. “E’ considerevole il pubblico tributo in omaggio alla memoria di Michelangelo Monti a cui deve tanto
la Sicilia il progresso del buon gusto, e delle umane lettere. Il Sig. Gallo è stato l’interprete della generale gratitudine. Noi ci
asteniamo di presentare il nostro giudizio su questo lavoro poetico, che in bel modo intreccia le lodi del Monti, a quelle del celebre
astronomo Piazzi a cui è diretto; potendosi ascrivere come dettato dall’amicizia, ci contentiamo solo di inserire qui il parere del can.
Sardo, precettore di Belle Lettere in Catania, pronunziato in una lettera, scritta alla baronessa Barcellona, ornatissima alunna delle
Muse <<parmi, dice egli, di vederci per entro (le stanze liriche) castità di lingua, e vibratezza di stile, originalità d’ingegno, ordine,
fantasia, e forza>>”. . Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia, tomo I, Palermo, 1823, p. 191. ((sic: nel 1823 era questo il
nome del giornale che mutò nel 1824)) ((su baronessa Barcellona vedi lo scritto poetico della donna, Barcellona 1834))
423 Intorno al 1825 visitano l’orto di il professore di Botanica di Parma, Giorgio Jan (1791-1866), e il principe Dionigi Torre da
Milano.
Domenico Nocca (1758- 1841, direttore dell’orto botanico di Pavia), il barone di Madrascati424, il

già citato napoletano Guglielmo Gasparrini425.

Ma chi era Salvatore Portal? Quale la sua formazione? Come conciliò l’appartenza alla gerarchia

cattolica con il metodo scientifico baconiano? Perché non si allontanò mai da Biancavilla? Per

rispondere a queste domande occorre ripercorrere la vasta gamma dei suoi interessi e la fitta rete

delle sue relazioni. (da aggiungere la scheda biografica Salvatore Portal)

Salvatore Portal, più per mentalità che per ragioni anagrafiche (era nato a Biancavilla il 16

ottobre 1789 e nella stessa cittadina morì il 3 ottobre 1854), appartiene alla tradizione

culturale tardo illuminista426 e, così come è consuetudine tra i naturalisti suoi pari, raccoglie

rocce vulcaniche ed altri reperti naturali, che poi osserva.

Seguendo le tradizioni collezionistiche di famiglia (suo padre possedeva un rarissimo erbario

del Cupani)427 presso la sua abitazione impianta un orto botanico 428, in cui sono preponderanti

424 Domenico Vivagni studioso di funghi, autore di una Flora libica, notevole figura di scienziato per l’incremento da lui dato alla
ricerca botanica ed ai suoi risultati L’ampio epistolario di Domenico Viviani è stato pubblicato nel 1994, da cercare in biblioteca di
Spezia e Genova. Un Viviani fu conosciuto da Antonino Bernardi Bivona
425 Salvatore Portal e i suoi fratelli Ferdinando e Placido, nonché capofamiglia Antinino Portal, sono tutti ampiamente conosciuti da
Guglielmo Gasparrini, ((Tra il 1811 e il 1838 vedono la luce la Flora Napoletana del Tenore, la Flora Siciliana di Gussone. Sebbene
prioritariamente impegnata nell’indispensabile lavoro descrittivo, la Scuola napoletana seppe formare anche un insigne
“microsopista” come Gasparrini. Domus 1992, p. 218)). Commento: l’antica scuola linneana finì con Tenore e Gussone; una nuova
scuola nasce con Gasparrini. Le piante erano state già descritte da altri. Lui le anatomizza ogni parte dei vegetali . Sottopone ogni
tessuto ad osservazioni al microscopio. In ogni organo sorprende la sua speciale funzione.
426 n quanto ha interessi poliedrici e non si specializza in un unico campo del sapere, pur vivendo in un periodo in cui si assiste al
vertiginoso processo di nascita e moltiplicazione di insegnamenti specifici. Fa sue le idee empiriche basate sull’osservazione dei fatti
naturali.
427 Figlio di Antonino, che fu allievo dello speziale Giuseppe (sic) Chiarelli intorno al 1775 vendette ad Antonino Portal era un è un
volume del Cupani, di orto secco autografo del Cupani, ottimamente conservato, contente piante indigene della Sicilia. E’ cioè un
erbario.
Il volume fu poi sottratto – “vilmente involato” ai Portal. Portal 1836, p. 11 n. .
Altro volume a CT autografo del Cupani si trova nella biblioteca di palazzo università e contiene le piante secche dl giardino del
principe di Cattolica.
le specie indigene. Lo scopo è quello di agevolare i naturalisti forestieri che “erborizzano”

sull’Etna e che, a causa delle asperità del terreno lavico, non possono raccogliere le piante del

luogo429.

La prodigalità verso i naturalisti forestieri non ci deve ingannare. Portal in realtà deplora

l’esterofilia e l’abitudine dei siciliani “di non rimaner mai contenti di ciò che si fa e si trova

nelle nostre parti […] e il vagheggiare sempre estatici i prodotti stranieri”. Egli esalta le

piante autoctone430 e ogni espressione della cultura locale. I suoi sentimenti sono scritti a

caratteri cubitali nella frase apposta all’ingresso dell’orto. “Sotto un affresco che rappresenta

Sofia che guarda la Trinacria dolente”, accanto al ritratto del sommo Francesco Cupani, Portal

fa apporre la frase “Domestica Enim, Et Nostrantiia Ut Plurimum Spernimus, Aliena Autem

Magni Aestimemus, Querimus”431.

L’orto botanico di Salvatore Portal, non più esistente, ha lasciato una traccia nella memoria

collettiva e nella toponomastica (vi è una strada o un rione che si chiama dell’OrtoCTL).

Ancora oggi a Biancavilla molti conoscono di fama quell’orto e ancor di più il suo

proprietario, anche perché Salvatore Portal fece di tutto per affermare socialmente se stesso e

Commento: Portal non cita quello posseduto da Guttadauro e che sta ai benedettini: poiché di Cupani a CT ne arrivarono solo due si
evince che la persona che fregò il libro a Portal fu Guttadauro
428 Portal 1839. Possiede anche un “orto secco autografo”con 700 piante secche. Portal 1836, p. 9
429 Così attesta un testimone di Reggio Emilia, che scrive: “Ho anche ammirato in Biancavilla il Giardino Botanico del Signor
Dottor Portal, ove sono metodicamente disposte le piante Sicule e soprattutto quelle dei contorni dell’Etna non senza merito ivi
trapiantate e coltivate a sommo comodo dei naturalisti che viaggiano, e che loro sarebbe impossibile di raccogliere fra quelle
scoscese balze e pericolosi dirupi nascoste; Lo stesso dee dirsi della Collezione delle produzioni vulcaniche non del solo Mongibello,
ma di molti altri spenti Volcani.[…] merita questo rispettabile Sacerdote d’essere incoraggiato non solo perché fa onore alla Sicilia,
ma per bene che fa alla scienza giacché gli amatori visitando il Signor Portal, o commissionandogli una Flora Sicula, o qualunque
pianta o semenza oppure qualunque produzione vulcanica Etnea, o Sicola saranno certi d’avere ciò che desiderano. Voi che siete
tanto ben disposto a render giustizia ai vostri Siciliani, […] Trovate una lacuna per accennare che anche alle falde dell’Etna e fra le
lave prime del Mongibello coltivasi la Botanica, e la Storia Naturale del Signor Dottor Salvadore Portal”. Catania, Paolo Assalini ad
Agostino Gallo, 5 dicembre 1824, in ms Orto Botanico
430 Opera già citata sull’alloro
431 Portal aggiunge: “E’ deplorevole abitudine di far sempre pompa di teorie, anche quando le nostre pratiche non--- han d’uopo!”.
Portal 1835, p. 5.
la sua famglia432. Basti dire che, in accordo con i suoi numerosi fratelli, decide di cambiare il

cognome originale – Portale -, in Portal433,. forse in memoria di antiche origini francesi 434
,

forse per assonanza con il cognome di un celeberrimo medico del tempo - Antoine Portal -, le

cui opere, non a caso, vengono tradotte e commentate da Placido, fratello di Salvatore

Portal435

Quest’ultimo, ama presentarsi agli occhi del mondo come botanico di gran fama e, a questo

scopo, con la compiacenza di Agostino Gallo e di altri personaggi dello stesso entourage

culturale, fa pubblicare su giornali palermitani dei panegirici, che lui stesso scrive

autoincensandosi436. Il suo orto botanico è magnificato da articoli su riviste specializzate 437


.

432 A Biancavilla non esiste una vera nobiltà e i civili ne fanno le veci prendendo le distanze dalla borghesia minore. Il Caffè dei
civili fu fondato nel 1820, nella piazza principale. Sono 100 soci tra avvocati, possidenti, medici, notai, farmacisti. Nel 1835 tra i soci
compaiono Benedetto PortaLE, Ferdinando PortaLE, Antonino Scarvaglieri ((su quest’ultimo cfr. Assalini, mio art. su Catania
Provincia Euromediterranea )) Cfr. Giuseppina Viaggio, Le case di conversazione in provincia di Catania nella prima metà
dell’Ottocento, tesi di laurea, relatore Alfio Signorelli, a a 1993-94, Università di Catania, Facoltà di Lettere e Filosofia, laurea in
Lettere moderne. Giarrizzo studia il censimento del 1832
433 Nei documenti dell’Archivio diocesano di Catania, Miscallanea paesi, Diocesi Biancavilla, Clero, il cognome scritto Salvatore
Portale. E Carmine Portale. Anche nello elenco dei membri del circolo dei vcivili. Vedi sopra. Che i Portal di Biancavilla avessero
cambiato a bella posta il cognome lo attesta sin dal …. il Mira, che scrive: “Placido Portal – Il suo vero nome era portale ed ometteva
l’ultima lettera del cognome per confondersi con il celebre medico francese Portal”.
434 Il cognome è Portale o Portal? Uno scultore di un crocifisso è forse Portal. Una risposta, forse interessata, lo da Emanuele Portal
(oche si firma anche Emmanuel Portal) che è esponente in Italia della letteratura Felibri CTL, una corrente letteraria nata nel 1854
per ridare splendore alla lingua dei trovatori, vivente ancora ma affievolita dai Pirenei alle Alpi, dal Delfinato al Limosino. Il più
celebre esponente è Mistral. Pubblica “Sulle famiglie nobili siciliane di origine francese”, Palermo, Alberto Reber, 1892. Dice di
avere forti vincoli con la Provenza. Portal 1895. Bisogna comunque supporre una origine provenzale famiglia Portal. Lo ribadisce
ossessivamente Emanuele Portal, studioso di e autore di …
435 Un elemento che unisce Salvatore Portal al celebre medico francese Antoine Portal è il fatto che ambedue appartennero, ma non
contemporaneamente, alla Società delle Scienze di Harlem. Antoine Portal ne era membro nel 1775.
436 Nel 1836 il Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia, numeri 162 e 163 (giugno e luglio 1836) riporta una nota dell’editore
((che ho già visto)).
dice che il chiarissimo abate Portal è da tempo noto in tutta Europa, i suoi grandi saggi sulla botanica sono universalmente noti ed il
suo OB è uno dei maggiori in Italia. Ha scoperto nuove piante indigene. Si è occupato della compilazione della Flora Etnea, di
prossima pubblicazione. noti e ha già scritto capisaldi della scienza botanica: Ha già pubblicato diverse monografie e memorie su
noce comune, alloro poetico, sul Solanum Sodomaeum (cosiddetto pomodoro selvatico), sul Tripholium Aetneum, sull’Elephantus
Pythleph, Elsholtzia, Sarracena Advena, sulla Royenia Ambigua, Nerteria, e come si differenzia dalla GomiziaCTL, della Gomphia
Jabotapita originaria del Brasile, sopra la Cuscuta, la Rubia, e Parkinsonia proveniente dalle Hawaii, sopra la Soldanella, sulla
tropicale Guettarda Crispiflora, Veltheimia Sarmentosa, Stratiotes Nymphoides, sui tartufi, sul mandorlo, sulla celidonia, sul
crescione acquatico, ((sono la stessa cosa?)), sopra la coltivazione del riso acquatico, sulla Cotognite (sic, forse è un minerale),
Non ci si stupisce dunque se egli decida, nel 1826, di pubblicare il catalogo delle piante che

egli coltiva438. Lo scritto, presentato in latino per consentirne una ampia diffusione, ha lo

scopo di mettere in contatto Portal con botanici italiani ed esteri per il reciproco scambio delle

piante più rare439.

L’opera viene dedicata al primo direttore dell’Accademia Gioenia, Cesare Borgia, che non è

ovviamente il celebre condottiero detto Il Valentino, ma un naturalista che per qualche anno

visse a Catania contribuendo allo sviluppo delle locali istituzioni scientifiche440. Su questo

affascinante personaggio,vedi scheda biografica Cesare Borgia (in preparazione)

l’alabastro chiaro, sui basalti di Scilà che esistono nei dintorni di Biancavilla, sopra l’Analcime che è un minerale frequente nelle
rocce magmatiche, le osservazioni sopra “la sfolgorante malattia vicina alla combustione spontanea”, sopra l’Idrophobia spontanea,
sopra un Feto umano senza testa. Si attende adesso che pubblichi prifilo di Paolo Boccone, Francesco Cupani, Francesco e Giacomo
Gemma: il primo era autore del poema dell’“Incendio di Mongibello”, il secondo di una tragicomedica intitolata “Gli incanti coronati
ne’ trionfi di Ossirdo (sic) re di Persia” e l’elogio storico dell’insigne pittore Bernardino Nigro Sia i Gemma che il Nigro erano
concittadini di Portal. Si attende anche opera De Rebus Inventi set Deperditis.
Commento: le piante che elenca sono di tipo tropicale. Quindi coltiva le locali ma studia le estere?
Commento: l’articolo è encomiastico certamente esagerato. La ragione è questa: il giornale palermitano aveva alle spalle Agostino
Gallo, grande amico di Portal. In realtà la corrispondenza di Portal, o ciò che di essa resta, non mostra rapporti privilegiati con
botanici.. Portal non stampò mai una Flora Etnea. Quindi propaganda. E’ anche sospetta l’affermazioneche Portal pubblica art. non
firmati.
437 1836. Vedi art. sul Giornale di botanica Insolare Italiana (non in SBN), paragrafo secondo, pag. 51, cit. da Portal 1836, p. 21.:
“Ne’ bisogna passar sotto silenzio lo zelo col quale facoltosi e culti cittadini si sono adoperati per supplire alla mancanza di un orto
pubblico, (parlando della bella e dotta Catania) istituendo privati giardini alla cultura di collezioni di piante rare principalmente
destinati. Tra questi ascriviamo ad onore i nomi illustri del cassinese padre Emilio Guttadauro che una collezione di scelte piante ha
per lunghi anni coltivate nel giardino di quella insigne casa religiosa, e del sig. Salvadore (sic) Portal che altre più interessante serie
di rare piante ha introdotto nel suo giardino di Biancavilla preso le falde dell’Etna”.
438 “Catalogus Plantarum Horti Botanici Salvatoris Portal Albaevillae in Sicilia”, Catanae, ex typographia Francisci can. Longo,
anno MDCCCXXVI., in 16°, 69p.
439 La pubblicazione fatta, come recita il titolo, Quae Mutua Commutatione Exhibentur. Le specie nel catalogo sono elencate in
ordine alfabetico, Ordine alfabetico da Abrama Augusta, Acacia farnesiana, ecc ecc. Manca il Poiligono tintorio. Manca il riso.
Commento: non ha interessi produttivi. I cataloghi non erano soltanto elenchi di ufficio, ma dense raccolte di osservazioni critiche,
spesso divulgavano specie esotiche nuove per la scienza, create sui materiali pervenuti da ogni parte del mondo (V. Giacomini, 1961,
p. XI in Domus 1992, p. 220).
Il 18 novembre 1827, nella seduta ordinaria dell’Accademia Gioenia viene esibita una lettera dell’abate con la quale avego a stampa
del suo orto botanico.
La pubblicazione ebbe eco nel Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia , dic. 1828, n. 72, tomo 24, anno 6, p. 324. .
440 Gli “Atti” in linea con i periodici scientifici del resto d’Europa, rappresentarono una nuovo canale di comunicazione, di
eccezionale importanza culturale, per lo studio dei fenomeni naturali di cui è ricca la Sicilia e soprattutto l’Etna. Gli “Atti” della
La dedica fatta da Salvatore Portal a Cesare Borgia tradisce la ricerca affannosa di un protettore

per ottenere uno status più elevato nel vasto mondo della Repubblica della lettere, cioè delle

Accademie, delle Società scientifiche, delle Università. Si tratta di un obiettivo raggiunto; difatti,

Salvatore Portal entra a far parte di insigni sodalizi, riceve medaglie e nonorificenze di reputato

prestigio, e, a conferma della sua notorietà all’interno della comunutà scientifica, è invitato a

partecipare al congresso scientifico di Metz441 ed al Congresso scientifico dei Naturalisti Europei

in Clemont-Ferrand. Riconoscimenti meritati? Forse. Certamente Salvatore Portal è un botanico

Gioenia danno luogo a chiarimenti e stimoli alla ricerca botanica e diventano laboratorio di selezione e maturazione di temi
nevralgici (teratologia nella botanica e nella fisiologia). Centralità della Sicilia e di Catania in particolare nella fondazione delle
scienze della terra. La Gioenia diffonde e accresce l’interesse per la vulcanologia e proprio i terreni vulcanici hanno un particolare
nesso con l’agricoltura.
Presupposto erano stati gli studi di Gioeni. Il Saggio di litologia vesuviana del 1791 di Gioeni rappresenta il tentativo di un
inquadramento dei prodotti del Vesuvio in categorie sistematiche del tipo di quelle adottata nel mondo organico : classe, genere,
specie e varietà
441 Nel Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia, n. 184-185, pagg. n.n. (collocazione biblioteca:155 F 12) ((CTL anno! Che è
posteriore al 1836))si legge che l’abate Salvatore Portal tra gli scienziati che l’anno precedente (quale?) furono invitati al Congresso
scientifico di Metz ((ricordo di aver letto altrove che a quel consesso fu invitato Maravigna:)) e , a testimonianza, viene pubblicata
una lettera, in francese, senza data, inviata a Portal da Victor Simon (1797-1865, lasciò numerose pubblicazioni ) segretario
–archivista dell’accademia reale di Metz, presidente della Società di storia naturale del dipartimento della Mosella, membro della
Società geologica di Francia.
Elogio dei congressi, Da tempo gli amici del progresso hanno compreso che è utile per tutti riunirsi in epoche determinate, nei diversi
punti del Regno. Politica culturale in Francia. In Francia ci sono stati già 4 congressi scientifici in diverse città. Descrizione di Metz.
Ha caratteristiche di centro industriale posto vicino alla Germania. La scuola di applicazione di artiglieria e genio ha collezioni
rimarchevoli di modelli. Ospedale militare di istruzione. Accademia reale. Società di Medicina e storia naturale,. Amici delle arti.
Incoraggiamento di giovani israeliti. Mutuo soccorso, stabilimenti per beneficenza, scuole pubbliche e private, biblioteca pubblica,
collezioni archeologiche e museo di storia naturale. Importanza degli studi matematici che ha acquisito Metz
Commento: Bello scritto. Serve per fare vedere quanta differenza c’è con una città meridionale: scuole di applicazione,
incoraggiamento anche per gli israeliti, mutuo soccorso ecc,studi matematici, descrizione architettonica. Meglio di una guida
turistica. La relazione deve essser spedita entro aprile. Il congresso si fa poi in settembre. Commento: la descrione suona come atto di
accusa al governo.
Studi e viaggi all’estero – in numerosi distretti industriali francesi, inglesi, belgi, e tedeschi - danno la possibilità della conoscenza
diretta della realtà produttiva contemporanea. Si genera visione ampia e complessa dello sviluppo industriale, all’interno del quale un
posto non secondario è assegnato all’istruzione e agli orientamenti culturali dei soggetti sociali.
La tesi è la modernizzazione e della… e il suo inserimento nell’Europa più evoluta implica una crescita di livello culturale e una
ampia diffusione dell’istruzione e delle conoscenze tecnico scientifiche in particolare, E’ uno dei punti fermi del discorso.
sui generis. Non si accontenta di descrivere le piante e, a differenza dei suoi colleghi botanici, fa

ibridazioni e ricorre con insistenza ad un meccanismo che produce biodiversità442.

In medicina Salvatore Portal ha idee aggiornatissime e, sulla scorta di Erasmo Darwin e

Giovanni Rasori, crede all’azione del ferro sugli esseri viventi443.

Il destino lo aiuta e scopre un giacimento di roccia ferrosa. Nel luglio 1813, assieme a suo

fratello Placido, poco fuori dall’abitato di Biancavilla, in una località chiamata Monte Calvario,

all’epoca di proprietà della sua famiglia (luogo poi divenuto tristemente noto per una emergenza

ambientale)444, trova delle laminette di “ferro olgisto” di qualità eccezionalmente brillante. Cos’è

il ferro olgisto? E’ un materiale, noto fin dalla antichità, caratterizzato da facce brillanti, fragili

come il vetro, lucide come l’acciaio terso e pulito, con laminette che sono più o meno attratte

dalla calamita. All’epoca della scoperta dei Portal, il ferro olgisto era alla moda nella cominità

scientifica ed era stato studiato in tempi recenti da diversi studiosi stranieri, tra cui il celebre

Hauy445.

Il ferro olgisto si trova nell’Elba, nei Vosgi, a Stromboli, ma quello di Biancavilla era di qualità

eccezionale e i Portal inondano i naturalisti di tutta Europa con campioni di questo materiale. Il

ferro olgisto di Biancavilla raggiunge le scrivanie di Sementini, di Brugnatelli, dei maggiori

mineralogisti di Napoli e forse ancora oggi è possibile vederlo nelle vetrine dei musei

mineralogici446.

442 Nel 1817 effettua l’ibridazione di due specie di iris: dell’Iris Xiphioides con l’Iris Fiorentina, detto comunemente giaggiolo.
((Nonostante l’inverno particolarmente freddo,)) Ne nacque un bel fiore “tigrato pavonaccio sopra fondo bianco”. Il successo è
comunicato all’esimio botanico prof. Domenico Nocca (1758- 1841) direttore dell’OB di Pavia di Pavia. Portal 1836, p. 9

443 Cosmacini 2002, p. 135.


444 CTL
445 Il Wallerio, che lo aveva chiamato mica ferrea. Il celebre Hauy, chelo chiamava ferro olgisto, ferro scaglioso, pirocete perché di
origine vulcanica; Sementini lo chiamava triossido di ferro.
446 Placido Portal, Memoria sul ferro speculare…, snt [1821], estr. da “Giornale Enciclopedico di Napoli”, a. XV, n 1 aggiunge una
nota “Quanto agli usi del ferro taluni del volgo ignorante allucinati dallo splendore metallico, cedettero d’aver fatto l’acquisto di una
ricca miniera d’argento; se ne provvidero infatti la più che possibile; ma questa loro immaginata ricchezza svanì al momento che
sottoposero i saggi all’esame degl’argentieri” ((SONO GLI ARGENTIERI A FARE GLI ESAMI E NON I CHIMICI!)). Alcuni
I fratelli Portal credono che il ferro olgisto possa avere una influenza sulla vegetazione e, difatti,

enumerano e studiano le piante che crescono attorno la cava di Biancavilla447. Questo loro

interesse per il fluido magnetico del ferro in rapporto alla vegetazione acquista significato alla

luce di quanto nelle pagine precedenti abbiamo già scritto in merito all’affermarsi di nuove

dottrine che non escludono l’influenza dei fluidi sottili (elettrico, magnetico, calorico, luminoso)

sugli organismi viventi448. Queste convinzioni, derivate dal mutato quadro culturale provocato

dalla fine dell’antico regime, sostanziano le opinioni di Salvatore Portal che, in quanto seguace

di Cuvier (i fratelli Salvatore e Placido Portal sono tra i soci fondatori della Società Cuveriana di

Parigi449), forse crede all’azione del magnetismo animale450.

pestano questo ferro e lo mescolano alla cenere vulcanica e lo usano per scrivere, Portal ritiene che se da questo materiale si potesse
estrarre del ferro puro si potrebbe giovare la medicina, le arti e i mestieri, P. Portal [1821] p. 8.
Vedi anche di Carmelo Maravigna, “Cenno sul ferro olgisto ottoedrico del Monte … per servire di seguito alle Memorie di
orittognosia etnea… letto nella seduta ordinaria de’ 26 marzo 1836”, Atti dell’Accademia gioenia di Ct, 1835, pp. 308-312. Vi è una
calcografia da FOTOGRAFARE . . Nell’opera di botanica medica Carmelo Maravigna cita Brugnatelli (Luigi Valentino o Gaspare?
Erano padre e figlio)
447 Placido Portal elenca ben cento piante dalla A di Acanthus Mollis alla V di Vitis Vinifera. Vedi scritto P. Portal, Memoria sul
ferro speculare…, snt [1821], estr. da “Giornale Enciclopedico di Napoli”, a. XV, n 1 .
448 A quanto già scritto nei paragrafi precedenti si aggiunge qui una notazione di Francesco Guidi: “Il magnetismo animale
considerato secondo le leggi della natura e principalmente diretto alla cura delle malattie”, Milano, F. Sanvito, 1860, 660p. (nella
seconda edizione le pagine saranno 577)
I metalli, e gli effluvi metallici si cercano ed agglomerano le loro molecole nelle viscere della terra; che insomma nella natura tutto
esiste per la misteriosa legge dell’universale magnetismo.
p. 37 e n. L’azione magnetica può trasmettersi ai vegetali e alla materia. Alcuni magnetisti, tra i quali il dottor Picard di S. Quintino,
hanno osservato che le piante fortemente risentono l’azione magnetica, e malate possono essere a nuovo vigore condotte o col
mesmerimento pertinacemente reiterato, o per la sola influenza delle benefiche e quasi mesmeriche irradiazioni di altri vegetali, la cui
vegetazione sia vigorosa. Dalle loro osservazioni sempre meglio risulta che il magnetismo è una forza universale del mondo psichico
e del mondo fisico, degna di esser studiata a messa a chiaro più che nion si è fatto finora.
449 . S. Portal 1839. Altro fondatore fu Antonino Lo Giudice, oriundo di Mascalucia, nato il 16 settembre 1788 e morto l’11
dicembre 1857, sua bio in Longo, 1858. Un altro membro fondatore della Società zoologica cuveriana di Parigi è Placido Portal.
Placido Portal 1843.
G. Cuvier nel 1810 era segretario perpetuo della classe delle scienze fisiche e matematiche dell’Istituto nazionale di Francia.
Conobbe Assalini.
Lamarck muore nel 1828. le sue idee sulla trasformazione dei viventi hanno poco seguito, perché il suo potente collega Giorgio
Cuvier le aveva aspramente combattute in nome del conformismo politico e religioso. Il barone Cuvier muore nel 1832. lasciò allievi
e seguaci ligi alle sue vedute. Essi detenevano le chiavi del potere accademico. Protesta di alcuni coraggiosi naturalisti tra i quali il
chimico e botanico F. V. Raspail
Inoltre, come altri naturalisti catanesi, Salvatore Portal sostiene che vi sia un legame – una sorta

di fluido, un principio unificante – che, deriva dal vulcano451, e che concatena e armonizza

territorio, persone e piante: è il Genius loci452 che in Salvatore Portal si concretizza nelle pagine

in cui descrive la sorprendente vegetazione dei Campi elisi, delle Ible, cioè di quei luoghi ricchi

di suggestioni dell’antico, in parte legati allo struggente mito di Demetra453, di cui abbiamo già

parlato in merito alle “erborizzazioni archeologiche”454.

IL MEDICO PLACIDO PORTAL E I NUOVI SISTEMI DI CURA

Il personale contributo di ricerca dato alle scienze sperimentali dal naturalista Salvatore Portal è

ben poca cosa se rapportato a quello di suo fratello Placido, un medico che aspetta ancora di

vedere il pubblico riconoscimento del valore scientifico della sua opera.

450 Il Couvier sembra credere all’azione del magnetismo animale. Lo riconosce persino la Civiltà Cattolica, Roma, ufficio centrale
della Civiltà cattolica, 1853, p. 135
451
La geologia della Sicilia “Si potrà considerare l’isola intera come un vasto gabinetto di studio, al cui fianco si innalza orgoglioso
quel superbo Vulcano che è sempre stato oggetto d’importanti osservazioni de’ più sommi ingegni di tutti i luoghi, e di tutti i tempi”.
P. Portal [1821], p. n.n
452 Genius Loci: Kant nella Critica del giudizio, paragrafo 46, parla di genio, sottolineando il suo essere talento naturale,
disposizione innata. Tale definizione è estetica ed etica. Connessa all’uso del costume, al carattere di un popolo.
Etica del Genius loci: esame e conoscenza dei problemi della vita umana associata ; caratteristiche peculiari del luogo con il suo
paesaggio, cioè con la sua storia, che offrono indicazioni all’operare per porre contenuti teorici e pratici profondi ai modelli del
progetto…. Da qui il carattere di un luogo. Ingenium, deriva infatti dal greco Ethos (sic), che aveva in origine il significato di luogo
abituale, dimora, sede, stalla, tana. Connessione con i costumi e con il vivere quotidiano. Un luogo non può esistere senza genio. La
relazione tra i due termini è stretta, è vitale e va pienamente recuperata Lo dice Massimo Venturi Feriolo che studia paesaggio in
termini filosofici.
453 Il mito di Demetra è collocato nelle campagne siciliane. La divinità, che compare e scompare, con il suo riemergere in primavera
simbolggia il ciclo dell’anno della vegetazione. Anche in altre parti nell’antichità è diffuso un mito che rielabora allo stesso
prototipio, legato all’ambito agricolo pastorale delle antiche popolazioni del bacino del Mediterraneo
454 Nel 1836 il Giornale di scienze, lettere e arti per la Sicilia, numeri 162 e 163 (giugno e luglio 1836) riporta una nota dell’editore
((che ho già visto)) si legge che Salvatore Portal intendeva pubblicare una Flora Etnea con descrizione ed illustrazione delle piante
che vegetavano nei dintorni dell’Etna. Sarà in 10 voll, ciascuno dei quali conterrà le la scheda di 50 piante con corrispondenti nomi.
Commento: erano molte e di rara bellezza.
Personalità moderna per metodologia e impostazione della ricerca, Placido Portal è un medico

che al potere curativo delle “essenze” vegetali affianca nuovi sistemi di cura. Nella sua breve

vita (si sconosce la data di nascita; muore nel 1843 presumibilmente cinquantenne) abbraccia il

nichilismo terapeutico e si dimostra fautore dell’omeopatia, dell’agopuntura, dell’elettro-

galvanismo, del magnetismo, dell’idroterapia, della medicina botanica. Dopo aver studiato a

Catania e a Palermo, Placido va a specializzarsi a Napoli, come tutti i giovani in cerca di

emancipazione delle teorie antiquate dei vecchi cattedratici. Tornato a Palermo, lavora negli

ospedali ed è uno dei primi ad introdurre l’uso dei bagni termali, dell’omeopatia,

dell’agopuntura. La presenza delle truppe austriache a Palermo provoca un inevitabile e fruttuoso

scambio culturale ed egli, venendo in contatto con i medici esteri, accelera il processo di

aggiornamento professionale455.

Amico dei maggiori medici siciliani del tempo (Foderà, Spedalieri) e sodale con quelli

dell’Ospedale maggiore di Palermo (Manzella, Tranchina, Greco ecc), Placido Portal è inserito

in una intensa e diffusa rete di rapporti epistolari con personaggi centrali nell’ambiente

scientifico napoletano (Savaresi, Monticelli, Sementini) e con scienziati di statura europea

(Giuseppe Frank456, forse Antoine Portal).

Costantemente aggiornato sulle nuove scoperte, Placido Portal pubblica numerosi saggi che

talvolta hanno una eco anche nei giornali stranieri. Il suo interesse per le teorie scientifiche più

avanzate lo porta ad occuparsi di aneurismi, circolazione sanguigna, eccitabilità nervosa,

ereditarietà, genetica. Egli è un medico innovativo, cura malattie nervose nella “Casa dei pazzi”

di Palermo, esegue ogni tipo di intervento chirurgico e pratica sperimetazioni sui cani,

455 NOTA 1825, primavera. Francesco I va in Austria e chiede all’imperatore una riduzione degli effettivi, per realizzare

economie di bilancio, che consentissero di prolungare la presenza delle truppe austriache sino al marzo 1827. In realtà la

permanenza delle truppe austriache nel regno permarrà sino al marzo 1826

456 nel 1824 gli scrive da Vilnius Giuseppe Frank gli chiede di diffonderre la sua opera nel meridione di italia
affermando poi il valore dimostrativo delle sue osservazioni. L’avanzamento del sapere è il suo

scopo ed egli riserva grande attenzione al dato scientifico e sperimentale.

Su questa figura interessante, aggiornata, ancora oscura e meritevole di maggior lustro vista

l’importa l’importanza della sua opera come fautore delle “scuole dissenzienti”457, vedi

l’allegato con la biografia Placido Portal (in preparazione)

L’EPISTOLARIO DI SALVATORE PORTAL

Nella biblioteca dell’Orto botanico di Catania è diligentemente conservato l’erpistolario di

Salvatore Portal.

Le lettere (ci rimangono soltanto quelle ricevute)458, lasciano intuire il mondo intellettuale in cui

vive; e, sebbene i suoi corrispondenti non tocchino mai questioni o aspetti di natura sociale,

religiosa e politica., è chiaro che l’epistolario di Portal, sinora inedito, meriterebbe uno studio

ben più approfondito; in questa sede, ci limitiamo a segnalare una lettera dell’architetto

Sebastiano Ittar459, figlio del più celebre Stefano, appassionato di botanica 460
, ed autore di una

missiva che, nella sua apparente banalità, cela inquietanti risvolti inerenti l’esportazione

(illegale?) di opere d’arte all’estero461.

457 Nunzio Greco, p. 24Spiega cosa sostengono i fautori delle “scuole dissenzienti”
458 Il corpus delle lettere di Salvatore Portal è conservto nell’orto botanico di catania. Le missive vanno dal --- al ….
459 Di Ittar è l’illustrazione di un saggio di teratologia di Portal. Questo fatta segnala la collaborazione tra i due.
460 Sebastiano Ittar intendeva studiare le rare piante spontanee del siracusano che crescono sul terreno calcareo , bianco gialliccio,
compatto, a grana fina e a strati, ma nel quale si rinvengono delle conchiglie fossili . Power 1995, p. 128.
461 (trascirizone) NOTA : Sebastiano Ittar, il ---- asserisce in una lettera a Portal di essere stato troppo impegnato a fare

spedizioni dal porto di Catania per lord Elgin. Quest’ultimo è il celebre personaggio che portò quasi furtivamente i fregi del

partendone a Londra. Ittar e Elgin si erano conosciuti nel 1803 a Roma (secondo Librando e altri autori, in 1987.).o più

probabilente nel 1799 in Sicilia (secondo Michel Cometa, che dettaglia note bio-bibliografiche in Cometa 1999, p. 206). Assieme
L’epistolario conserva anche alcune lettere di due straordinari personaggi, nati in centro Italia ma

cosmopoliti, per necessità e per volontà, che si trovarono a vivere per qualche anno a Catania,

incidendo fortemente sul rinnovamento dell’ambiente scientifico locale. Questi due personaggi

sono il già citato Cesare Borgia ed il medico Paolo Assalini, ben noto agli storici della medicina

per esser stato al seguito di Napoleone nella campagne militari di Egitto, Spagna e Russia.

L’Assalini, dopo aver appreso le metodiche in uso negli ospedali di Francia Inghilterra e Austria,

lavorò a Catania nell’ospedale Santa Marta e nella città etnea ebbe forti legami di amicizia e

rapporti di reciproca stima con i fratelli Portal462. Alcuni aspetti della complessa biografia di

Paolo Assalini sono riportati oltre (si aggiungerà biografia di Paolo Assalini).

eranoi stati sull’acropoli di Atene e Ittar aveva provveduto a fare i disegni e i rilievi. I fregi arrivarono a Londra via Egitto dopo

una avventurosa navigazione e ben presto furono venduti da Elgin alla Corona britannica e d esposti al British Museum. Dopo

qualche anno della lettera a Portal, Ittar fu insignito di una alta onorificenza apparentemente senza un motivo: il sospetto che

anche a Parigi avesse spedito è forte. Le leggi di tutela del patrimonio artistico ed archeologico erano nolto severe nel Regno

delle due Sicilie. Nota: Lettera dell’Istituto degli Architetti britannici diretta all’architetto della Comune di Catania Sebastiano

Ittar membro corrispondente della società … delle Belle Arti di Parigi, “Il Trovatore”, a. I, n. 15, primo marzo 1840, pp. 116-117:

Ittar è membro onorario e corrispondetne dell’Istituto degli architetti britannici. Nella seduta del 20 giugno 1836 è stato nomnato

tale, perché Ittar non soltatnto ha contribuito all’onore della sua patria “maais encore à rehausser notre bel Art”. Firma il

segretario onorario Thomas J. Donaldson. Costui conobbe Ittar in Italia. Forese nel 1821. Cita il sig. Jeulcius a Catania. Ittar è

gentilissimo con i viaggiatori stranieri. Ringraziamenti ad Ittar per la rappresentazione fedele dei monumenti di Atene.

Il fenomeno delle esportazioni all’estero esisteva ed era deprecato. Vedi Recupero, 1834, p. 10n: “pregevoli collezioni in ogni ramo
dell’antichità, le quali godono molta rinomanza anche presso l’estero, sono uscite ed escono giornalmente dalla Sicilia”. Salvatore
Portal è fondamentale per conoscer lo stato delle scoperte archeologiche. RICORDA CHE SETTIS PARLA DI ING INGLESI A PA
462 I fratelli Portal diffondono in Sicilia una invenzione di Assalini: è un nuovo tipo di “stufa” per la cura delle malattie. Nunzio
Greco, p. 63: Assalini crede nei poteri medicamentosi dell’acqua NATURALE per prevenire e reprimere le infiammazioni, Questa
ipotesi costituisce anche il substrato dottrinario delle opere classiche di L. D. D Fleury (1814-1872)
Le missive di Salvatore Portal consentono, inoltre, di conoscere la rete delle sue relazioni con i

grandi proprietari terrieri, che in lui trovavano un tecnico capace di dar consigli per il

perfezionamento tecnico-pratico delle colture tradizionali e per impiantare nuove colture,

soprattutto quelle irrigue, nella zona dell’alto Simeto.

A questo proposito, nel 1835 Salvatore Portal progetta la messa a coltura di una parte delle

immense proprietà dei Carcaci, in territorio di Biancavilla, Adernò (Adrano), Centorbi

(Centuripe). Il progetto concerne anche una parte dell’ex feudo Aragona, di pertinenza dei

Paternò Castello principi di Biscari463. Sono terre estese, parte delle quali irrigate con le acque

del Simeto, che Portal prevede di coltivare con nuove tecniche agrarie a riso, foraggio, legumi,

formentone, cotone, seguendo una rotazione (il ciclo è di sei anni)464, per migliorare la

produzione.465.

Nunzio Greco, p. 72: a far conoscere nel Regno di Napoli le vantaggiose applicazioni mediche delle fumigazioni sulforose casalinghe
fu, nel 1817, Paolo Assalini. Questi apportò delle modifiche alla stufa di “Galés, Darcet, Decaro”, rendendola più maneggevole, e
con altri accorgimenti costruttivi, più adeguata a ristabilire la traspirazione soppressa e l’assorbiemento attraverso la pelle del vapore
di zolfo e di acqua semplice. Il progetto della stufa e alla metodica del bagno sudatorio dell’Assalini, approvati dal regio protomedico
generale Domenico Cutugno (1736-1822), trovarono per la loro economicità ampio consenso (tanto che il beneplacito delle autorità
provinciali fu subordinato all’obbligo da parte dell’inventore di dar vita ad una scuola in grado di formare allievi capaci di propagare
correttamente il metodo fumigatorio), sia presso il cav. Sancio, governatore dell’Albergo reale dei poveri che fece montare 8 stufe in
quell’ospizio che presso Nugent, capitanio generale degli eserciti del Regno, il quale fece installare 6 stufe nell’ospedale del
Sacramento.
Nunzio Greco, p. 73 Ad utilizzare le fumigazioni, come mezzo ausiliario in varie malattie croniche – vizi erpetici della cute,
svcabbia, ingorghi ghiandolari e linfatici – non furono solo le amministrazioni pubbliche ma nuumerosi privati, che cominciarono ad
usare bagbni di fumo aromatico sia per esigenze gravi di salute sia per la semplice cura della pelle; p. 73 inalazioni di acqua di mare
bollente secondo il metodo Deroubaix; p. 73 Soprattutto a Napoli la moda degli stabilimenti di bagni artificiali fece breccia. Alla
struttura creata da Assalini , che nel 1816 (!!!!!) presso la solfatara di Napoli fece eseguire alcuni lavori per convogliare i vapori
all’interno delle sue stufe, presto si aggiunse nel 1847 quella del dott Camillo Rosaspina , medico chirurgo della facoltà di medicina
di Bologna (vedi nota nel libro).

463 Cita anche gli ex feudi Porpotello e Mandarano che appartengono all’eredità Paternò Moncada. Piccola cosa: soltanto 214 salme
464 . Poi parla di altre 901 salme di terre irrigue, che coltiverebbe a riso e in altro modo.
465 La terra sarà ben arata, addirittura per sei volte quando si coltiva il riso, concimata e innaffiata. Ritiene di poter triplicare la resa
del riso con le cure opportune Portal 1835.
SALVATORE PORTAL TENTA DI CREARE L’ORTO BOTANICO UNIVERSITARIO

Salvatore Portal aderisce con partecipazione alla politica di “patronage” del Carcaci e di altri

aristocratici466, che diventano per lui e per la sua famiglia dispensatori di favori e di appoggi 467
.

Proprio con il sostegno dei maggiorenti catanesi, in particolare del presidente del Consiglio
468
provinciale - Carlo Gravina Cruillas (sic) principe di Valsavoja -, ottiene il pubblico

riconoscimento dei suoi meriti.

((nella seduta ordinaria dell’accademia gioenia del 20 dicembre 1827 si legge la lettera del direttore dell’accademia – è Carcaci? – in
cui enunicia il metodo da lui posto in opera per la coltivazione del RISO SECCO CINESE che volle provare in una sua villa vicina
Catania. E’ un riso diverso dall’acquaiolo))
466 Salvatore fu amico di Francesco Paternò Castello dei duchi di Carcaci. L’Elogio funebre di ques’ultimo sarà letto e pubblicato da
Tornabene 1854: nato il 15 agosto 1786, secondigenito, fu settimo duca di Carcaci, a lui si deve il rapido tragitto del Simento che non
riuscì a vedere compiuto, benefattore, “Francesco consacrò a Dio la sua verginità… lo ridusse come candido giglio”,Tornabene 1854
p. 13. Nel 1815 scrive progetto di legge su educazione ed istruzione che era sensibile alle istanze pedagogiche del riformismo
illuminato, ammiratore del pensiero decosmiano, entusiastico assertore del nuovo sistema costituzionale ((cit- da Silv Raffaele, 2005
pp. 117-120 e ss)); si occupò di corrispondenza postale, ms un progetto di legge sulla amministrazione civile, ms un Cenno sulla
residenza degli Ebrei in Sicilia, “Memoria fisico matematica” sulla portata dei fiumi di Agatino Sammartino. Pubblica la Descrizione
di CT. Manda anonima alla società economica una memoria sul Poligono tintorio. Dal 1821 prende le redini della casa e
dell’amministrazione. Mette a coltura i campi per moltiplicare i prodotti Canalizzazioni di acque. Pianta viti, ulivi, mandorli, limoni,
rubbia e semina grano. Spese ingenti per portare acqua sino a CT. Acquista altri latifondi. Tornabene 1854.
467 Biancavilla 19 agosto 1852, Salvatore Portal (che non scrive di suo pugno) a Francesco Paternò Castello dei duchi di Carcaci
Chiede raccomandazione per il nipote, affinché gli venga conferita la carica di percettore e ricevitore del Comune di Biancavilla.
VEDI. Poi aggiunge: “Colgo quest’occasione per sapere da Lei, che che Ella ne pensi di una mia lettera, che la Commissione di
Agricoltura in Palermo volle inserire in quel Giornale periodico del 7 agosto n. 173” (Archivio di stato di Catania, carte Carcaci, b.
189, fasc. 4, f. 12r) IL 16 settembre 1852 chiede ancora raccomandazione per suo nipote: specifica che è il giovane di Troina,
disoccupato e marito della figlia di suo fratello, Ferdinando. Alla famiglia Portal si oppongono Leonardo Biondi e Francesco
Bertucci. Mentre Placido Milone è amico di Salvatore Portal VEDI
Nell’ottobre 1850 Salvatore Portal aveva chiesto raccomandazione per suo fratello Emanuele che vive stentatamente a Palermo
dando lezioni di lingua. Coltiva lingue straniere che ha studiato imparandole a Parigi e Londra. Per Emanuele andrebbe bene un posto
nell’intendenza o nella direzione provinciale dei dazi indiretti, oppure nella regia. VEDI f. 8r-v.
((in ASUCt, diploma di laurea di Emanuele Portal e di altri componenti))
468 (Catania 15-7-1783- m. forse nel 1844), presidente del Consiglio provinciale, responsabile del Conservatorio del bambini, dal 29
gennaio 1835 socio onorario della Gioenia e poi socio attivo; acquistò delle opere d’arte del passato: dipinti di scuola napoletana,
bolognese, lombarda. Su questo argomento si cita una lettera di Gemmellaro al canonico Salvatore Portal, nel “Il Trovatore – foglio
Un episodio particolarmente significativo accade nel 1839. A quell’epoca, il docente di botanica

è l’anziano e malato Ferdinando Cosentini (morirà nel 1840 per i postumi del colera contratto nel

1837) e Salvatore Portal aspira a sostituirlo. Non vuole però sottostare alla prova del concorso e,

in cambio della cattedra, offre all’ateneo 12.000 piante, che serviranno per la creazione dell’orto

botanico dell’unviersità469.

Per ottenere immediatamente l’autorizzazione all’insegnamento470, Salvatore Portal induce il

Consiglio provinciale a sottoscrivere e indirizzare al sovrano una sorta di “lettera di

raccomandazione” in suo favore471. Anche l’intendente Parisi gli dà il suo sostegno, convinto che

la cattedra a Portal “assicurerebbe all’università l’acquisto senza spese del vistoso numero delle

piante, da lui graziosamente offerte, che servirebbero d’incitamento alla fondazione dell’utile

giardino botanico, che tuttavia manca per l’istruzione pratica dei discenti”.472

Nonostante gli sforzi473, Portal non riesce a farsi largo nella vita accademica e viene surclassato

dal ben più meritevole ed aggiornato Francesco Tornabene474, vincitore del concorso e titolare

della cattedra di botanica dal 1841.

periodico catanese”, a I, n. 2, cit. in Di Paola 1844. ((il principe Valsavoja aveva una splendida quadreria. Paternò Castello 1841))
Carlo Gravina principe Valsavoja nel 1836 scrive ode in morte di Vincenzo Bellini. La grafia cambia nel tempo Cruyllas poi Cruillas
469 (dapprima avrebbe voluto donare le piante alla Accademia Gioenia.)
470 Occorreva aggirare ogni ostacolo burocratico La sua proposta deve passare però al vaglio del sovrano, della Commissione di
Pubblica istruzione, dei --- dell’Ateneo
471 1839. Deliberazione del consiglio generale della Provincia di Catania raccomanda Salvatore Portal. Val la pena di riportare la
lettera nei principali tratti: “Il canonico Salvatore Portal da Biancavilla da più tempo sudando sugli studj della Botanica, ha già
formato un Orto Botanico ricco di piante indigene, ed esotiche. I cataloghi dal medesimo pubblicati, e le sue osservazioni lo han
segnalato uomo profondo nella materia. I giornali gli han tributato laudi lusinghiere, ed il suo nome conosciuto al di là dei monti lo
fece invitare al Congresso scientifico dei Naturalisti Europei in Clemont-Ferrand […] Se egli è vero che la Scienza delle piante torna
al bene dell’agricoltura la Provincia si deve lodare di quegli uomini, che possono esserle utili. Ma la sorgente del bene essendo nella
somma potestà, opina il Consiglio saggio divisamento raccomandare alla M. S. (D. G.) protegitore delle lettere, e delle scienze quel
Valent’uomo” Archivio di stato di Catania, carte Carcaci, b. 189, fasc. 4
472 (f. 3r). L’intendente è del parere che Portal potrebbe accettare la carica, anche perché le istruzioni dell’università prescrivevano
“che si possa accordare anco senza il detto esperimento [cioè concorso], qualora [la cattedra] si chieda da persona che abbia date
prove non equivoche nella scienza, o col mezzo di opere, o professandola pubblicamente (f 3r)Lettera dell’intendente datata Catania,
19 ottobre 1840, Archivio di stato di Catania, carte Carcaci, b. 189, fasc. 4 (f 3r)
473 Relazioni personali dei botanici con il ceto politico: il caso di Portal mon è unico. Anche altri chiedono al governo una cattedra
universitaria attraverso mediazione del Consiglio provinciale. Altri casi: nel 1839 il consiglio provinciale chiede istituzione di una
Una nuova occasione per entrare nel mondo accademico gli si presenta nel 1851, quando vaca la

cattedra di agricoltura e pastorizia; ma, nonostante egli abbia l’appoggio della deputazione

dell’università475 (e dell’influente Francesco Paternò Castello dei duchi di Carcaci 476


), nulla può

cattedra di clinica ostetrica, con insegnamento pratico (sotto sotto brigava per avere la cattedra il dottor Emanuele Fisichella), vedi Di
Leo e Maresca 1987, p. 84.
474 iglio di identica cultura. inserito ma fu sfortunato. Si trova sulla strada un Tornabene che, in fatto di protettori e patronage non è
meno di lui: basti considerare l’impressionante numero di elogi funebri che legge e pubbica Tornabene, per indicare il pieno
inserimentoi nel mondo
475 Biancavilla 24 novembre 1851, Salvatore Portal a Francesco Paternò Castello dei duchi di Carcaci.
“Cotesta, illustre Deputazione degli studi di Catania si è degnata propormi al Real Governo Professore alla Cattedra di Agricoltura, e
Pastorizia, io me ne stavo al bujo di tutto questo e lo sarei ancora se un certo Camillo dottor Buda, che io non conosco, non mi avesse
poco fa scritto da Palermo di cedere a lui tale onorifico posto. Io non so per quali stani principj si è mosso il detto dottor Buda a farmi
una così impertinente proposizione, e frattanto in tal modo che ho avuto il bene di essere avvisato, che cotesta illustre Deputazione,
che provvede a mantenere venerato il corpo dei Professori si è degnata rigordarsi (sic) della povera mia persona isolata alle falde
dell’Etna, la quale non perderà mai la memoria di tanto beneficio, e ne conserverà sempre memoria, e viva la riconoscenza. Intanto io
so bene quanto Ella vale in cotesta, e fuori, e quanto è immensa la bontà, che Ella si degna avere per me, onde è, che mi raccomando
dl di lei possente patrocinio, supplicandole di volermi protegere (sic) presso il Signor Carlo Gemmellaro Rettore dell’Università,
presso il Gran Cancelliere, Presidente Signor Martorana, non ché presso tutta intiera cotesta illustre Deputazione intercedendo per me
rapporto favorevole alla Commissione di Pubblica Istruzione in Palermo, ed al Real Governo.
Ella ben sa, che gli studj di tutta la mia vita non si sono versati, che sulle scienza naturali, e principalmente sulla Botanica, Pastorizia,
Agricoltura, Zoologia, e Mineralogia come potrassi venire in chiaro per il notamento delle mie Memorie edite, ed indite, che io mi do
il bene di umiliarle, le sottometto anche una copia delle deliberazioni fatte in mio favore dal Consiglio Generale della Provincia da
S.M. il Re, Dioguardi, dalla Commissione di Pubblica Istruzione, e dal signor intendente commendator Parisi, le quali se crede potrà
degnarsi fare ostensibili a cotesta Deputazione degli Studj per così questa proseguire a proteggermi (sic). So quanto immensa è la
calca dei suoi affari, ma chi quanto lei potrebbe in Catania giovarmi, e farmi da protegitore (sic)? Mi offro ai suoi comandamenti, e
sono con profondo rispetto umilissimo devotissimo servo, e amico, canonico Salvatore Portal”
P.S.: [vergato con altra grafia, che è quella di S. Portal] Si benignerà presentarmi a Mammà in stato di verace amicizia, baciandole le
mani per conto mio
(Archivio di stato di Catania, carte Carcaci, b. 189, fasc. 4, f. 10v-r)
Nota: la carta della carpetta sottile e filigranata con stemma dello stato unito di Venezuela Libertà 19 aprile 1810 – 5 luglio 1811.
Salvatore Portal non scrive di suo pugno e su carta da lettere di alta qualità Bath
476 Risale a questo periodo la seguente lettera: Biancavilla 22 agosto 1852, Salvatore Portal a a Francesco Paternò Castello dei duchi
di Carcaci
“Eccellentissimo signor duca, Il signor Cremonini di Genova, incaricato dai direttori dello stabilimento Botanico Agrario di Torino,
mi scrive che sono esposti in vendita moltissimi generazioni di piante a frutto, a fiori, e bulbi semi e cipolle. Se l’Eccellenza Vostra
esisdera farne acquisto sarà mia cura farle inviare il catalogo. Mi raccomando alla signora duchessa sua madre, e me l’offro di tutto
cuore. Sono profondamente rispetto suo devotissimo servitore
(Archivio di stato di Catania, carte Carcaci, b. 189, fasc. 4, f. 14r)
Lo stabilimento agrario – botanico Burdin Maggiore di Torino si trovava dove in seguito nacque il Valentino. Lo stabilimento, primo
in Piemonte, esportava i suoi prodotti, piante e fiori ornamentali, sino in America. Si occupava anche di coltivazione della
contro un candidato più giovane - Camillo Buda477 – che è anche ingegnere e che, pertanto,

riveste un ruolo professionale moderno, più aderente alle figure di tecnici richieste dalla

società478.

Si è ormai a metà Ottocento e ai docenti vengono richieste competenze sempre più specifiche per

sostenere il rinnovamento scolastico e stare al passo con la cauta modernizzazione delle strutture

economiche, sociali, politiche, culturali dello stato meridionale. In questo contesto, Salvatore

Portal rappresenta la vecchia guardia e deve arretrare dietro a generazioni più aggressive,

impersonate appunto da Buda, che è anche esponente di una nuova classe dirigente capace di

giocare un ruolo nello sviluppo tecnico ed economico di un paese che sempre più auspica un

cambiamento dinastico479.

GAETANO DE GAETANI , IL CAMPO AGRARIO E L’ORTO BOTANICO

barbabietola e dei vari generi di foraggio. Ebbe una serra. Difatti prima del 1839 esisteva un “termosifone” ossia un calorifero ad
acqua descritto da Michele Saint-Martin
477 Camillo Buda nel 1842 pubblica saggio sulla causa geografica della fertilità dei campi che attorniano l’Onobola ((su argomento
simile scrive anche Gaetano Giorgio Gemmellaro nel 1858)).Nel 1845 era forse membro della Società economica. Nel1847 pubblica
opera sulla coltivazione del frumento e della segale nei terreni vulcanici. Nel 1858 studia malattie delle pecore e pubblica nel 1859.
Alla cattedra di agricoltura concorse nel 1861 l’ingegnere Camillo Buda, che presento un “Sunto dei requisiti di merito dell’ing.
Camillo Buda … per ottenere la cattedra di agricoltura nella Regia Università degli studi di Catania”, Catania, tip. dell’Ateneo
Siculo, 1861. Nel 1863 pubblica sul tifo bovino. Buda 1863.
Fu forse parwente di Giuseppe Lombardo Buda, vulcanologo di fine 700 e dell’ingegnere Salv CTL Zahra Buda.
478 Anche nel concorso del 1851 c’è il coinvolgimento del consiglio provinciale. 1851. Chi era “ un certo Camillo Buda vuol
“sfrattare” Portal”? (Archivio di stato di Catania, carte Carcaci, b. 189, fasc. 4) Camillo Buda ha pubblicato un opuscolo sul metodo
scientifico pratico, consistente la semina del frumento alla regola per terreni vulcanici dell’Etna. Questa pubblicazione non può
valergli per titolo a meritare senza concorso la cattedra di agricoltura all’Università di Catania.
Parere della deputazione dell’Università emesso il 16 giugno 1852; confermato, con foglio datato Palermo 28 settembre 1852, dalla
Commissione di Pubblica Istruzione.
Adesso (o già prima) Buda ha chiesto un premio per aver prodotto quella memoria scientifica. Il consiglio provinciale di Catania ha
raccomandato questa domanda ed ha avuto luogo il sovrano rescritto già comunicato alla deputazione dell’università l’8 giugno 1852
n. 1217. La Commissione di Pubblica Istruzione vuole dalla deputazione un parere sul chiesto compenso. Il rettore deve sentire il
collegio di facoltà di scienze fisico matematiche per un parere.
(Catania 23 ottobre 1852, Martorana a Gemmellaro, Archivio storico università, Fondo Casagrandi b. 225).
479 Il professore e cav. Camillo Buda vivrà ancora a lungo e nel 1901 farà im tempo a tenere un solenne omaggio a bellini nel primo
centenario della morte.
Nel 1840 l’alberista dell’università è Gaetano De Gaetani, personaggio che è stato già presentato

nelle pagine precedenti come autore di impegnativi saggi inerenti l’analisi chimica delle acque

(1839), la botanica medica (1842), la farmaceutica (1850), le osservazioni fenologiche (1866). Il

De Gaetani fu medico, insegnante al Cutelli e docente universitario, chimico farmaceutico e

proprietario in via Vittorio Emanuele di una ancora oggi esistente spezieria, un tempo chiamata

“farmacia dei dotti” perché ritrovo di molti personalità che partecipavano a comuni progetti

culturali (Accademia Gioenia, Società economica, università, commissione sanitaria), finendo

per agire come un unico entourage intellettuale480.

Già questi pochi tratti biografici lasciano intendere che De Gaetani è un personaggio in continuo

contatto con la classe intellettuale, con la quale stabilisce rapporti scientifici e umani, destinati a

durare nel tempo. Allievo del Cosentini, aveva avuto con Mirone e Platania una identica

formazione culturale e, poi, aveva collaborato con le istituzioni e le pubbliche amministrazioni.

La classe politica si rivolge a lui quando ha bisogno di uno specialista per le commissioni

sanitarie, o di un chimico per la profilassi anticolerica, o di un tecnico per la messa a coltura

delle piante tintorie utili alle manifatture tessili. Proprio una pianta di questo tipo – il Polygonum

tinctorium – dalle cui foglie si estrae un bel colore blu di una tonalità simile all’indaco, è oggetto

di interesse da parte del governo e nel 1842 il ministro dell’interno, Santangelo, invia i semi

della pianta, da poco introdotta in Europa dall’America, a tutte le Società economiche del

480 La farmacia era frequentata da Agatino Zurria, fratello del matematico Giuseppe ((Agatino Zurria fu poi nel 1859 membro di
uno dei due comitati rivoluzionari attivi a Catania)); Vito Testaì, Angelo Ronsisvalle, Vito Guglielmini, Gaetano Riccioit (sic),
Federico Grassi, Angelo d’Angelo di Scordia, Giovanni Costarelli, Matteo Platania, Girolamo DE Stefano Platania, Mariano
Zuccarello Patti, Agatino Lombardi Cantarella, Domenico Chines, Placido Spadaro Grassi, Michele Zappalà, L. Caudullo, che
sostituì Gaetano de Gaetani quale membro della Commissione reale sanitaria che nel 1857 si recò a Parigi. Erano inoltre frequentatori
della “farmacia dei dotti” Vincenzo Tedeschi, i noti Lorenzo Maddem, Antonino Maugeri, P. Maglia, Ercole Tedeschi Amato,
Giuseppe Zurria, Carmelo Sciuto Patti, Martino Speciale, Gioacchino Biscari i fratelli Innocenzo (prof. di letteratura italiana;
sacerdote, una delle figure ecclesiastiche più eminenti della cultura catanese di primo Ottocento, nacque nel 1789. Su di lui Zito
1984, p. 482n.) e Francesco Fulci ((terrà poi il discorso inaugurale di una facoltà nell’agosto 1863. Giornale del gabinetto letterario
dell’Accademia gioenia , n. s., vol. III, fasc. 1 (gen-feb. 1864), Catania, Crescenzio Galatola, 1864, )) Innocenzo e Francesco Fulci
ebbero idee democratiche trasmessigli da Emanuele Rossi)),.
Regno481, incaricandole di svolgere delle ricerche sui metodi più appropriati per la colvitivazione

e l’estrazione dei pigmenti vegetali482. A Catania, De Gaetani è designato a fare dei saggi di

coltura in piccole aree ed egli – pur tenendo conto delle spese di coltivazione, delle condizioni

del suolo, dell’estensione di terreno, dello stato termometrico e idrometrico dell’atmosfera –

481 Le Società economiche del Regno delle due Sicilie, assieme alle omologhe istituzioni presenti nel resto d’Italia, diventarono

ben presto centri propulsori per la botanica. La Società economica di Catania diffuse le nozioni agronomiche relative alle

coltivazioni irrigue del Simeto, e si mise in corrispondenza con una Società economica abruzzese. Anche attraverso questa

semplice azione si contribuiva a cementare l’orizzonte nazionale della botanica. NOTA: Istituti economici. Ferdinando II, fin dal

primo anno del suo governo, il 9 novembre 1831 decreta la fondazione a Palermo di un Istituto di Incoraggiamento, diviso in due

classi: manifatture e commercio; - agricoltura , veterinaria, ecc. Per lo stesso decreto si fondavano nelle sei città capi di provincia

altrettante Società Economiche. Le memorie lette nell’Istituto vennero pubblicate nelle Effemeridi scientifiche e letterarie per la

Sicilia. La compilazione affidata a Ferdinando Malvica, Antonio Bivona, marchese Gallodoro ed altri.

482 In Sicilia nel 1842 arrivano i semi dal ministro dell’interno e sono distribuiti alle società economiche. A Noto a Giuseppe La

Bianca al giovane farmacista Vincenzo Restuccia ( ambedue di Avola); a Catania a Gaetano de Gaetani, a Palermo a Giuseppe

Inzegna; a Girgenti a un tal Drago . Altri esperimenti vengono fatti dal duca di Carcaci,che aveva già provato coltivarlo i Questi

piccoli esperimenti non sono precisi. Nota: Ferdinando Cosentinio il 30 marzo 1833, consocendo la scoperta del fabbricatore di

pelli catanese Corrado Marano propone l’uso della scorza interna dei sugheri per la concia delle pelli al posto del sommaco; per

colorare i tessuti Ferdinando Cosentini aveva propostro l’uso dello zafferano che nasce spontaneo nell’acese-. L’idea è ripresa da

Alessio Scigliani che propone anche la coltivazione della robbia. Vedi , Cenni sopra alcuni rami… “Giornale di scienze, ecc”, t.

XLIV, a XI, ott- nov.-dic. 1833 p. 171


ritiene che soltanto all’ingrande e ripetendo gli esperimenti per molti anni si può capire se c’è

vantaggio economico dalla coltivazione de poligono tintorio483.

De Gaetani, in altre parole, è consapevole che per le sperimentazioni agronomiche occorrono

ampie estensioni di terreno e suoli di varia natura; e, pertanto, auspica la fondazione di un campo

agrario da assegnare alla Società economica, così come già previsto dal governo nel 1839484. In

base alle analisi delle acque cittadine, De Gaetani propende per la fondazione di un campo

agrario nella zona Limosina, alla periferia di Catania; e la Società economica nel 1844 comincia

a trattare l’acquisto del terreno485.

483 Sul poligono tintorio De gaetani pubblica due saggi. “Non senza ragione vediamo formarsi i campi agrari di bastante estensione
di terreno acconcio a diverse coltivazioni e esposto alle influenze di diversi agenti atmosferici”. De Gaetani 1844, p. 21

484 La documentazione d’archivio informa Già dal 1839 si parla di Campo Agrario in connessione alla Società Economica di
Catania e alle iniziative del governo volte allo sviluppo
Napoli 7 agosto 1839, ministeriale del Santangelo affinché le società economiche siano provvedute di Campo Agrario . (Archivio
storico università, Fondo Casagrandi, b. 951).
Napoli 29 settembre 1841. Il ministro dell’interno ordina alla Società Economica di eseguire quanto prescritto con altra ministeriale 7
agosto 1839. (Archivio storico università, Fondo Casagrandi, b. 951).
Forse a questo periodo risale una opera rimasta ms di Vincenzo Cordaro Clarenza, s.d., “Progetto presentato al prof. Euplio Reina per
la formazione del Campo agrario, osservatorio astronomico, tenuta di modello, ospedale per la veterinaria”. Longo 1861.
Catania 14 luglio 1844. La Società Economica all’intendente. Firmano Di Giacomo e Bonanno. Non essendo ancora pronto il Campo
Agrario la Società Economica decide di prender in affitto terreno, spesa 36 ducati, per far fare a De Gaetani gli esperimenti sul
poligono tintorio. . (Archivio storico università, Fondo Casagrandi, b. 951).
s.d.[1844] Il consiglio provinciale considerando la memoria di Placido De Luca, ha ripetuto il voto manifestato nel passato anno di
voler destinare ducati 3000 del fondo comune provinciale per lo stabilimento di un Orto Agrario Si ribadisce ciò che è stato deciso il
17 gennaio 1844: terreno troppo lontano dall’abitato ecc. Il consiglio provinciale ha raccomandato per la nomina di custode
dimostratore del Campo Agrario Modello il signor Francesco Bertuccio (Archivio di Stato di Catania, Intendenza Borbonica, b. 951)
Catania 24 marzo 1846 (sic), l’intendente alla Società Economica. Fa conoscere che il re approvò il voto del Consiglio provinciale
dello scorso anno di differrirsi ad altro tempo l’acquisto del terreno da servirsi per il Campo Agrario modello della Società
Economica, mancando al momento soldi nella cassa della Provincia.

485 24 aprile 1844 Adunanza della società economica. Oggetti: 1) Orto Agrario. 2) Esperimenti in grande da farsi per la coltivazione
del Poligono Tintorio. La società ha deputato i soci: cav. Niccolò Ansalone, prof. Salvatore Marchese, Nicolò Puglisi, Giuseppe Di
Lorenzo per occuparsi dell’acquisto del terreno conveniente al Campo Agrario da istituirsi. Esperimenti del dottor Gaetano De
Gaetani
Il tentativo di istituire il campo agrario costituì un ostacolo formidabile alla fondazione dell’orto

botanico dell’ateneo, giacché gli esigui fondi pubblici erano insufficienti ad affrontare le spese

per i due istituti. Mentre l’università, da una parte, procura denari per la fondazione dell’orto

botanico, la Società economica, dall’altra, auspica invece la fondazione di un campo agrario486.

Talvolta però le stesse persone - De Gaetani e Tornabene, ad esempio- appartenevano sia

all’ambito universitario sia alla Società economica e, di fatto, evitavano la concorrenza tra i due

stabilimenti.

Il Consiglio provinciale, da parte sua, considerava prioritario il campo agrario e la creazione di

una cattedra di agricoltura487. La ragione è facile da comprendere: nel Consiglio provinciale

sedevano personaggi sensibili ai bisogni del commercio e dell’industria, e soprattutto grandi

proprietari terrieri, che nello sviluppo delle tecniche geoponiche, assicurate dal campo agrario,

vedevano una immediata garanzia allo sviluppo redditizio delle loro coltivazioni488.. L’orto

La Società decide di spendere 36 ducati (dai sopravanzi di amministrazione provenienti dai fondi per macchine e libri). Sono
incaricati i soci rev. Gregorio Barnaba La Via, prof. Salvatore Marchese, Nicolò Puglisi, Alfio Bonanno per fare tutti gli esperimenti
(Archivio storico università, Fondo Casagrandi, b. 951).
486 A Catania giungono notizie sulle coltivazioni eseguite nei campi sperimentali. Gian Carlo Grech Delicata, aristocratico maltese,
noto per le appassionate ricerche che gli consentiorono poi di redigere una Flora Melitensis; relazionò negli anni Quaranta sulle
coltivazioni eseguite nel campo sperimentale della società economico agraria di Malta. (Archivio di stato di Catania, Accademia
Gioenia,- lettere autografe pervenute, b VI, fasc. 17, Malta 20 luglio 1840; socio onorario sin dal 1839)
487 Si potrebbe dire che l’Orto Botanico sta alla facoltà di Botanica come l’Orto agrario sta alla Facoltà di Agraria. Di conseguenza,
vi sono differenze tra i due stabilimenti: un campo dimostrativo, pollaio e porcile, stalla, colture in irrigue e in asciutto, campo di
innesti, apprezzamenti in rotazione colturale, frutteti ed ortaggi. Sono questi alcuni degli elementi che costituivano l’Orto agrario,
come quello creato dal conte Filippo Re a Bologna intorno al 1812, seguendo esperienze precedenti di orti agrari a Padova e in altre
città, a Firenze vi era quello dei Georgofili di Targioni Tozzetti. L’insegnamento tecnico – scientifico nel settore agricolo: terra,
clima coltura; centro di sperimentazione utilitaristico di specie e varietà non endogene per valutare la possibilità di introduzione nelle
campagne siciliane e l’utilità produttiva.
Margherita Visentini Azzi, L'orto botanico e l’orto agrario, in Istituzioni culturali, scienza, insegnamento nel Veneto dall'età delle
riforme alla Restaurazione (1761-1818). Atti del convegno di studi (Padova, 28-29 maggio 1998), p. 113-134
488 Catania 24 marzo 1846 (sic), l’intendente alla Società Economica. Fa conoscere che il re approvò il voto del Consiglio
provinciale dello scorso anno di differirsi ad altro tempo l’acquisto del terreno da servirsi per il Campo Agrario modello della Società
Economica, mancando al momento soldi nella cassa della Provincia.
1846: il presidente del Consiglio provinciale Alberto Trigona, nominato dal re, si occupa della fabbrica del porto, chiede strade,
ponti, aiuto alle industrie e all’agricoltura, cattedre di nuovo insegnamento, macchine e fondazione di scuole pratiche. Già nel 1829
Alberto Trigona era stato incaricato dalla costruzione del Gran quartiere militare nel sito detto La Decima. Tornabene 1856
botanico, invece, finalizzato a ricerche sperimentali in ambito universitario, non assicurava

immediate applicazioni nelle pratiche agronomiche489.

La contrapposizione tra orto botanico e campo agrario è alimentata dalla Commissione di

pubblica istruzione che propende decisamente per la fondazione a Catania di un campo

agrario490. Il perchè è semplice: il direttore dell’orto botanico di Palermo, Giuseppe Tineo, era

anche autorevole membro (nel 1842 cancelliere) di quella Commissione e certamente non

gradiva retrocedere con la creazione di un secondo orto botanico in Sicilia. Il parere della

Commissione di pubblica istruzione era vincolante e bisognò attendere la morte di Tineo

(1856CTL), perché a Catania venisse fondato l’orto botanico491.

Quando finalmente viene posta la prima pietra dell’orto botanico, De Gaetani è nominato vice

direttore dello stabilimento, incarico che è indice di una piena comunanza di intenti oltre che di

un intenso e cordiale rapporto umano con Francesco Tornabene.

Nascita della cattedra di agricoltura nel 1854: è stata voluta dalla provincia, che recepisce le istanze ed interpreta le esigenze e della
soc.
489 Prima dell’approvazione del progetto di Distefano (rescritto 11 giugno 1857) si parla sempre più spesso di Campo Agrario.
490 Sulla commissione art di Alberghina nrella rivista Bollettinio Università di CT, 2003.
491 La Commissione della Pubblica Istruzione e Educazione aveva una direzione su tutte le scuole della Sicilia e sulle università, in
ottemperanza all’art. 9 del real decreto 5 marzo 1822.
Nel giugno 1829 è presidente il principe di Malvagna. Le due sovrane determinazioni (1848 e 1850) per la creazione dell’orto

botanico di Catania furono emanate dopo il benigno suffragio della Commissione e dopo l’avviso favorevole della Consulta (ctl)

del Regno Nota: Giuseppe Tineo Ragusa, nato a Militello val di noto nel 1757. Viaggia al nord. Amico a Firenze di Scopoli-.

Torna a Paa nel 1781 we dirige piccolo orto pubblico di Pa di cui è ancjhe dimostratore. Dal 1786 prof di botanivca nel liceo di

Pa. Il figlio è a capo della commissione


Coltivando le piante dell’orto botanico dell’ateneo De Gaetani ha modo di sperimentare, sulla

scorta delle esperienze già fatte da Melchiorre Gioia, sino a che grado le condizioni del clima e

del suolo condizionano la produzione492.

Nel 1866, puntando alla formazione di una classe di proprietari aggiornata e colta, va a dirigere il

Regio Istituto di Agronomia e Agrimensura di Catania493, il primo ad esser fondato in Sicilia 494
,

dove gli studienti - oltre ad coltivare un campo agrario495 ed usare un corredo di strumenti tencici

all’avanguardia496 - possono avvalersi di insegnanti aggiornati 497


per ottenere un titolo di studio

che attesta la portata modernizzante nella formazione dei tecnici nel nuovo Regno d’Italia498.

492 De Gaetani 1866.


493 Lo stretto nesso tra Orti Botanici e istituti tecnici: nel 1868 a Firenze esiste un istituto di studi superiori, con una sezione di
scienze fisiche e naturali. La botanica è insegnata da Filippo Parlatore.
494 . 1843 Il presidente della Società economica Antonino Di Giacomo chiede l’istituzione di una scuola di agricoltura (ASCT,
fondo intendenza borbonica, b. 631, 10 aprile 1843, c. 529, in Adriano Di Gregorio, Gregorio Barnaba La Via, un ecclesiastico
prestato alla scienza, ASSO, a. XCIII, 1997, fasc. 1-3, p. 178) L’istituto di Catania segue di qualche anno l’Istituto agrario fondato a
Monteleone con decreto n. 3060 del 16 aprile 1856.
495 Il Consiglio provinciale provvederà a questo istituto di un campo agrario, indispensabile per apprendere gli studi teorico-pratici
agronomici “il quale attuato e diretto dall’abilissimo professore sig. Francesco Tornabene per certo infra il corso di pochi anni
toccherà la perfezione dei campi agrari dell’estero”. De Gaetani 1866, p. 25.
496 Nell’istituto tecnico si studia matematica, fisica e chimica, estimo, disegno, diritto, lettere italiane, storia e geografia, studio
teorico – pratico di agraria (De Gaetani 1866, p. 7 spiega perché si studino proprio queste materie) Il professore di agraria per 19 anni
è Tornabene. L’istituto ha un corredo di strumenti, apparecchi e macchine, acquistati dal governo. Tra gli strumenti aratori: aratri,
coltro toscano, rullo, erpice, estirpatore, rincalzatorio, sarchiatore, raggia. Nozioni sui castelletti idraulici: bindolo e trombe idrauliche
per irrigazione. Locomobili destinate a muovere ed elevare acque per irrigazione. De Gaetani 1866, p. 11. “Le SSVV frequentando
questo stabilimento apprenderanno dalla cattedra di agronomia affidata all’egregio Tornabene tutte quelle conoscenze tecnico-
pratiche che riguardano gli strumenti ed apparecchi antichi e quelli di recente modifica, disposizioni per l’aratura, il falciare, il
trebbiare; altresì tutto quanto ch’è necessario per diventare diligenti agricoltori”. De Gaetani 1866, p. 25
497 Sei professori, vi insegnano: Vito Scalia (diritto) ((pubblica nel 1867. Scalia 1867)), Gaetano De Gaetani (chimica), Giovanni
Urso (matematica), Carmelo Sciuto Patti (disegno), Tommaso PennisiCTL (lettere). La nomina dei professori è stata fatta per
concorso e a termine di legge. Una Giunta di vigilanza è costituta da illustri e ragguardevoli cittadini, che sorvegliano l’andamento
degli studi. Ne fanno parte il senatore, cav. Giacomo Gravina; il senatore Salvatore Marchese; il prof Lorenzo Maddem (vice
referendario), il cav. Girolamo Nisio, presidente degli studi, il cav. Giuseppe Majorana , presidente Camera di Commercio. Tutti
questi personaggi fanno pienamente parte del nuovo ordine e difatti sono stati insigniti dell’onorificenza di cavaliere dell’ordine
Mauriziano. Maddem è ufficiale di quell’ordine. De Gaetani, 1866, p. 24.
498 Decreto ministeriale n. 1712 del 18 ottobre 1865. Regolamento per l’istruzione professionale. Determina le norme per gli istituti
Tecnici e Industriali uniformamente in tutto il Regno. Le materie sono sudduvuse in quattro sezioni e ogni sezione rilascia apposito
diploma di Perito agrario; Perito commerciale; Perito costruttore meccanico; Ragioniere (Archivio storico università, Fondo
Casagrandi b. 276).
De Gaetani per il nuovo istituto pubblica il discorso inaugurale, contenente un complesso di

nozioni inerenti la chimica agraria e le tecniche di coltivazione, che aveva appresso o

sperimentato in tanti anni di appassionato lavoro499. La sua pubblicazione è anche il suo

testamento spirituale (morì l’anno dopo, il 4 luglio 1867)500. Lo scritto che lascia ai suoi allievi è

esemplare per la chiarezza dell’esposizione, per la modernità delle tematiche, per la capacità

comiunicativa del linguaggio, per la positiva fiducia nel progresso delle scienze. Vi è una

cospicua differenza tra questa pubblicazione ed i primi suoi saggi, elaborati negli anni Trenta e

caratterizzati dalla nomenclatura chimica incerta, dalla esaltazione della flora locale, dalle

“erborizzazioni archeologiche”, dalla celebrazione del Genius loci.

Nel nuovo istituto di Catania gli alunni avranno il diploma di Perito agrario e di Perito misuratore ((METRO!))(( e Perito forestale ,
ove si uniscano gli studi di selvicoltura. Scalia, 1867)) ((La professione di perito misuratore comprende le operazioni di
misuramento applicato ai terreni, fabbricati, costruzioni e oo pp. Il diploma di licenza è titolo di preferenza per i posti di capoguardia
forestale ed assistente dei LLPP e vale nelle ammissioni alla R. scuola di medicina veterinaria, e del corso chimico-farmaceutico
universitario, come anche a quello di matematica. Scalia 1867, p. 2n))
499 De Gaetani 1866 Parla delle condizioni geologiche del suolo nella provincia di CT. ((E’un piacere leggerlo: pochi concetti ma
chiari mostrano che la scienza geologia ne ha fatta di strada. La formazione della crosta terrestre. Distinzione tra rocce plutoniche e
nettuniche. Terreni primitivi e secondari. . Quanta strada dalle astruse rie dei precedenti in primis Longo))
De Gaetani 1866: A Sud di CT: argilla, arenaria, calce mista e terriccio, ed ossidi metallici. A Nord detriti vulcanici misti a terra
vegetale. Idrografia. Clima. Piogge. Tutte le condizioni sono favorevoli all’agricoltura ma quelle terre che con lavori tradizionali
sanano pochi frutti triplicherebbero la rendita se coltivati “con i lumi della scienza”. Riduzione dei terreni geologici in terreni arabili.
De Gaetani 1866 p. 6 e p. 7. Dice che l’agricoltore per l’osservazione dell’aria atmosferica si deve munire di barometro, per
prevedere le piogge in base alla pressione; e così può proteggere il raccolto. L’igrometro che serve per l’allevamento del baco da seta
che richiede temperatura moderata e una regolare umidità; l’ umidità atmosferica è vantaggiosa anche per le piante. La mattina la
brina, la rugiada, favoriscono la vegetazione perché rendono umido il suolo e ne disciolgono le sostanze carbonose ed azotate. Il
Pluviometro valuta la quantità di pioggia caduta. Anemometro ecc . Il termometro fa comprendere all’agricoltore la forza che ha il
suo terreno di ritenere o condurre calore. In base a queste osservazioni somministra le colture più adatte. E’ un testo troppo tecnico,
ma può giovare di più e meglio di frate indovino., La sabbia calcarea possiede in più alto grado la facoltà di ritenere il calore il
terriccio quella di condurlo. Parla di coefficiente di vegetazione e cita esempio contrapposti della Ginestrina (Lotus corniculatus) e il
Vanone giallo (Avena Havescens). E’ chiaro che anni di lavoro come assistente dell’OB non sono trascorsi invano. Cita Schübler,
Malaguti che si occupa di chimica agraria e conosce il ciclo vegetativo delle piante atte a coltura. Utilità che ritrae l’agricoltura dalla
chimica. In sintesi: anche i proprietari devono essere istruiti in questo istituto.”. Il nuovo ordine politico e la PI offrono i mezzi per
una più vasta istruzione soprattutto in quei campi da cui dipende in progresso economico. Unione di teoria e pratica. De Gaetani
1866, p. 26. :
500 Furono suoi allievi Rosario Battiati, Antonio D’Amico, Castagnola,Capoccia e molti altri (elenco reperibile dalla farmacista)
In altri termini, il cambiamento di prospettiva degli scritti del de Gaetani permette di seguire

l’evoluzione delle conoscenze scientifiche, il progressivo abbandono di vecchie idee ed il

complessivo aggiornamento della classe intellettuale a metà Ottocento.

Quando Gaetano De Gaetani muore, il figlio – Giovanni – lo sostituisce nell’ufficio di assistente

dell’orto botanico e nel 1891 aspirerà alla libera docenza in botanica, mentre un vecchissimo

Tornabene sarà membro della commissione di esame501.

Su Gaetano De Gaetani, che intese la scienza come strumento valido al miglioramento delle

condizioni generali di vita, e con altri intellettuali divulgò i bagagli cognitivi adatti ai nuovi ruoli

dei tecnici502, si rimanda all’appendice con altri dettagli biografici ( in seguitò sarà inserita la

scheda Gaetano De Gaetani)

501 Giovanni De Gaetani. Nacque forse il 30 settembre 1847. Figlio di Gaetano e di Maria Barbagallo. NON SI LEGGE MAI CHE
E’ IL FIGLIO DELL’ASSISTENTE ALL’ORTO BOTANICO. Giovanni De Gaetani, destinato dalla famiglia a diventare ingegnere,
cambia indirizzo di studi e preferise specializzarsi in chimica e botanica e, (il primo dic. 1867 comincia a prestare servizio) Studia
nell’istituto di agronomia e agrimensura (, dove è apprezzato dal professore di fisica e di storia naturale. Si iscrive al primo anno
della facoltà di scienze fisico matematiche, come aspirante al grado di licenza. E’ apprezzato dal prof. di architettura, algebra,
chimica inorganica e geonetica analitica Il 20 novembre 1867 fu nominato reggente l’ufficio di assistente dell’Orto Botanico
(stipendio di £ 700 annue) Dal 1 dic. 1883 si mette in aspettativa con mezzo stipendio (e quindi guadagna adesso £ 420). Dal 1 dic.
1885 ottiene collocamento a riposo dall’ufficio di assistente per motivi di salute. Ottiene la pensione. Nel 1891 aspira alla libera
docenza in Botanica. Francesco Tornabene è membro della commissione di esame assieme a Guido Pellizzari. Membri esterni:
Emanuele Pirotta di Roma, Antonio Borzì da Messina. Fu Tornabene a proporre Giovanni come suo assistente. Scrive, s.d., al rettore
spiegando le ragioni della scelta. Anche il professor Orazio Silvestri – dice – ha scelto il suo assistente, che è Giuseppe Pulvirenti
((un Salvatore Arcidiacono di Biancavilla, 1855-1921, fu collaboratore di Orazio Silvestri nell’organizzazione del servizio
geodinamico per la Sicilia: fonte internet)). Il De Gaetani, come il Pulvirenti, è un giovane che aveva intrapreso gli studi nella facoltà
di fisica-matematica, a Ct, ed aveva dato bella prova di intelligenza. “Egli è il prodotto delle Nostre Letterarie Istituzioni essendo egli
uno degli allievi dell’Istituto Tecnico di Catania”. Spinto dall’amore per le scienze naturali, non ha voluto continuare il corso a cui i
genitori lo avevano avviato – quello di ingegnere- ma studia chimica e botanica. Da più tempo frequenta da amatore l’orto botanico .
Decide di cambiare il corso di studi e di seguire il corso di fisico matematica per la parte che riguarda la farmacia, come scienza la
più prossima alla botanica e alla zoologia.
Per Tornabene il giovane Giovanni è aiuto, un braccio in certi lavori scientifico – pratici e “spera che un giorno il buon giovane fosse
degno di aversi il suo posto, e più ragguardevole ancora, continuando nello impegno alla studio”. (Archivio storico dell’università,
Fascicoli del personale, fascicolo 696)
Giovanni De Gaetani abitava in via De Gaetani 23. Annuario 1883, p. 177-178.
502 Catania 7 dicembre 1871. Giunta di vigilanza sull’insegnamento industriale e professionale a Catania. La giunta è composta dal
presidente, cav. Giacomo Gravina, dal prof. cav. Salvatore Marchese e da Lorenzo Maddem, ambedue consiglieri (Archivio storico
università, Fondo Casagrandi b. 276)
IL GIARDINO DI VINCENZO CORDARO CLARENZA, L’ESALTAZIONE DELLA

PATRIA E LA PROPAGANDA RISORGIMENTALE

Negli ultimi giorni del 1835, il canonico Salvatore Distefano, segretario della sezione Scienze

fisiche dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali, riceve una lettera che si conclude con la

frase: “faccio presente che la mia piccola collezione delle Piante è al servizio non solo degli

accademici, ma anche dell’università alla quale è annessa, in caso che, come speriamo, formerà

un Orto Botanico, la prego di far sciente l’Accademia di tali miei sentimenti”503.

((Scuola R. di Viticoltura ed Enologia di Catania. E’ diretta da Segapeli. Invita i propri diplomati a partecipare all’EXPO 1907. Dal
1899 circa pubblica una rivista chiamata “Nuova Rassegna”))

Il Consiglio provinciale di Catania creò una scuola di agricoltura anche a Caltagirone. Vedi M. Libertini, “R. Scuola pratica di
agricoltura per la provincia di Catania in Caltagirone: Relazione dull’andamento della scuola nell’anno 1890 al consiglio provinciale
di Catania”, Caltagirone, Tip. A. Giustiniani, 1891

L’istituto agrario Valdisavoja. Il principe Giuseppe Gravina Cruyllas di Valdisavoja ha lasciato il suo patrimonio di quasi tre milioni
al Municipio di Catania, con l’obbligo di fondare una istituzione educativa e scolastica, volta al miglioramento delle condizioni
dell’agricoltura siciliana. La Commissione amministrativa fu composata dal principio in massima parte da professori universitari; i
quali hanno contribuito a redigere il disegno di statuto, la cui approvazione nel 1896 si attende da Palermo. I professori, fedeli e
sicuri interpreti della volontà del testatore, hanno mirato a fondare una istituzione pratica “che non sia semenzaio di spostati – triste
tabe della società moderna – che non miri a rilasciare diplomi, atti a conquistare uffici pubblici, epperò ad accrescere il parassitismo
sociale ma che, all’opposto, educhi ed istruisca i proprietari^ , li garantisca dalla lebbra dell’assenteismo, li riconcili all’amore, anzi
al rispetto verso questa terra, questa nostra grande madre comune; li ecciti a ricercare e fecondare le deleritte nostre energie
economiche; spiani ad essi l’orizzonte sano della ricchezza, conquistata col lavoro illuminato e pertinace”. Il rettore Angelo
Majorana in Annuario edito nel 1896, p. 15. La commissione, nel suo disegno di statuto, ha proposto di aprire le porte agli istituti
universitari, gli studenti della sezione superiore del futuro Istituto agrario, per fornire quella moderata cultura generale, senza cui
ogni applicazione pratica lo rencolerebbe ….. nel buio. L’istituto siciliano valdisavoja avrà vita autonoma. Vaneggia che crede che
l’università voglia o possa assorbirlo.Annuario edito nel 1896.
((questo istituto aveva sede a Cibali. Notizie in pubblicazioni di Emanuele De Cillis. Partecipa alla EXPO 1907 con prodotti quali
vini da pasto e da dessert, oli, miele, cera. Formaggi, frumenti, leguminose, piante foraggere, frutta conservata in salamoia,
collezione “delle semente” coltivate nei campi sperimentali dell’istituto ))
((EXPO 1907: il dottor Giuseppe Mirone di CT, via SS Trinità 44, presenta un aratro in ferro. Crispo Moncada p. 29. Un Francesco
Mirone, enotecnica, fa partedella commissione della mostra “Vini e derivati”. DVD Regionale))
503 (Archivio di stato di Catania, Accademia gioenia – Lettere autografe perevenute, b. IV, fasc. 11 – palomb. 36. La lettera è datata
12 dicembre 1835, Catania. Cordare Clarenza era “socio corrispondente”.
L’autore della missiva è Vincenzo Cordaro Clarenza504: socio corrispondente dell’Accademia

Gioenia e noto tra i suoi contemporanei come economista, letterato, scrittore politico, storico,

agronomo, botanico, professore di Economia civile all’Università degli studi505. ed erudito

compilatore di una dell’opera “Osservazioni sopra la storia di Catania”506

Coinvolto pesantemente nelle vicende rivoluzionarie del 1837507 e del 1848 508
, il Cordaro

Clarenza è uno di quei personaggi che usa la via delle scienze come canale di espressione

politica. L’asserzione non suoni come una forzatura. Un vago intreccio tra scienza e politica è

persino sotteso alla fondazione della Gioenia (1824), accademia che fu creata - oltre che per

assecondare i primari interessi scientifici dei soci fondatori (che, detto per inciso, avevano anche

l’obiettivo di formare un orto secco di piante indigene e di compilare la Flora etnea e sicula)509 -

504 Nacque a Catania il 27 giugno 1793. Morì a 67 anni il 26 ottobre 1860. Necrologia, Longo 1861, a p. 7 si dice che fu esperto di
botanica Su Cordaro Clarenza nel 1835. cfr anche OB di CT, 2006. Vincenzo Cordaro Clarenza talvolta è confuso con il quasi
omonimo e contemporano Cordaro Cordaro, citato da Mira, gesuita, nato nel 1809 a Caltanissetta.
505 Il 9 settembre 1841 partecipa al concorso per la cattedra di Economia civile e pubblica lo scritto a tesi “I privilegi producono
utile o svantaggio all’industria?”. 1842: concorso alla cattedra di economia politica ma il governo non diede seguito al concorso. La
cattedra nel 1847 fu fuori concorso affidata a Cordaro Clarenza. Il quale nel 1849, sotto restaurazione, fu destitutito. Secondo altra
fonte, divenuto sospetto al regime venne sospeso nel 1852 dall’insegnamento. La cattedra fu affidata ad interim a Longo Signorelli,
la quale la tenne sino al 1859, quando tornò al De Luca che vi stette sino al 1861, anno della sua morte. Nel 1865 vi è un nuovo
concorso. A Catania vince Carlo De Cesare.
506 , in 4 voll, Ct, 1833-1834; l’ultimo vol, e stanpato a Ct, per Salvatore Raggio (CTL), 1834, 220 p. , ricca di erudizione; in parte si
contrappone al Ferrara. Forse per la compilazione ebbe un premio in denaro dal decurionato il 2 maggio 1833. Lo si legge in di
Longo
507 1837: Giunta provvisoria: Vincenzo Cordaro Clarenza, dott. Di Giacomo, Carlo Gemmellaro. Fece parte della Giunta di pubblica
sicurezza nel 1837. I nomi dei componenti sono in [P. Calvi], Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848, Londra
1851, p. 27.
508 1848: Comitato rivoluzionario: Bonaventura Gravina, Lorenzo Maddem, Gioacchino Geremia, Mario Distefano, Barnaba La
Via, Vincenzo Cordaro
509 L’Accademia fu fondata nel 1824 Lo statuto della Gioenia descrive gli obiettivi dell’accademia, fondata da “Alcuni amatori delle
scienze naturali” che vogliono onorare la memoria di Gioeni, celebre per la sua Litologia vesuviana e per il museo di storia naturale
da lui eretto a Catania. I compiti delle due sezioni dell’accademia: “una di Storia naturale, l’altra di Scienze fisiche”, vi sono precisati
accuratamente. La prima “si occuperà di preferenza degli oggetti che riguardano la storia naturale della Sicilia. Lavorerà perciò a
riunire insieme le produzioni minerali dell’isola: a formare in Orto secco di piante indigene; e di raccogliere quanto la natura ci offre
di rimarchevole nel regno animale. Si occuperà inoltre dell’analisi delle acque minerali, della compilazione della Flora etnea e sicula,
e della descrizione ed analisi delle terre utili all’agricoltura. La sezione delle Scienze fisiche si occuperà delle osservazioni
metereologiche, de’ fenomeni dell’Etna, dell’analisi dell’aria ne’ diversi luoghi dell’Isola e di tutto ciò che influisce sulla
costituzione dell’uomo”. ((determinismo ottocentesco: i fatti fisici influenzano i fatti antropici)) Gli oggetti di storia naturale, sia patri
anche per dare espressione a idee, opinioni, tendenze che potevano sfumare verso il politico,

senza però fare incorrere gli accademici gioeni nei rigori della polizia. Così ci informa un

opuscolo anonimo, pubblicato nel 1837 giusto mentre c’è libertà di stampa e la rivoluzione

allenta la censura510; e tale testimonianza è autorevolmente confermata da Aradas, nel 1869,

quando col nuovo Regno d’Italia è possibile esprimere giudizi severi sul passato regime

borbonico511.

Ciò premesso, non stupisce apprendere che Cordaro Clarenza, all’indomani della rivoluzione del

1848, in un’epoca di reazione governativa per ogni espressione sociale e civile, decida di

trasformare il proprio giardino botanico, celato nella sua dimora nel quartiere Borgo, in un luogo

segreto in cui, senza troppo temere il controllo della polizia, può dare libero sfogo al suo

pensiero512. Quale pensiero? Quello dell’esaltazione della patria (forse nella variante

dell’indipendentismo politico). Così induce a pensare la “Sicilia in miniatura” che egli colloca al

centro del suo giardino, in un terreno lasciato a bella posta nudo e senza alberi, dove, come in

che stranieri, saranno raccolti in un locale proprio dell’accademia. Tutti i membri componenti dell’accademia dovranno concorrere e
fare a gara per formare tale raccolta e gli oggetti una volta donati si intendono per sempre. Cfr. Attilio Agodi, L’Accademia Gioenia,
in Per un bilancio di fine secolo. Catania nel Novecento, a cura di Corrado Dollo (atti del secondo convegno), Catania, 2000, pp. 86-
87 Quando si fonda la accademia si spera di finire “le Flore parziali delle coste del Mediterraneo”. Tornabene, 1857, p. 6. Federico
Münter nella prima parte del XIX sec. mantenne con i napoletani stretti rapporti , ad es. con Tommasi ancora nel 1824. Feola, 1984
p. 228n. Non è senza significato che il marchese Tommasi fu eletto per acclamazione socio onorario della Accademia Gioenia nella
seduta del 26 aprile 1827, in un momento particolarmente felice per i rapporti tra Catania e mondo culturale napoletano.
510 Una nota anonima spiega perchè nasce Le vicende politiche nel 1820 “agitarono gli spiriti siciliani, [e] i dotti di Catania
conoscendo periglioso l’aringo delle sociali discipline, che per altro vagheggiavano in lor cuore, cercarono esercizio ai loro intelletti
nelle scienze di osservazione, le sole non sospette in quella burrascosa stagione”. S. B.-P. snt [1837]., p. 30
511 Fondazione: Nel 1824 erano “tempi difficilissimi, in cui qualsiasi associazione era vietata… per un caso non ordinario, una mano
di dotti catanesi, GUIDATI DA UN UOMO ben chiaro per il suo amore della scienza, ottennero il permesso di fondare” ecc. ecc.
Aradas 1869, p. 30.
Aradas forse sottintende Borgia (verdi scheda biografica)
Tuttavia un ruolo l’ebbe anche l’allora direttore generale di polizia in Sicilia, Pietro Ugo marchese della Favare , (dal 1825
luogotenente generale) che approvò e garantì gli statuti dell’accademia, protesse i soci, fece richiesta di fondi per il mantenimento.
Vedi lettere alla Gioenia e Tornabene 1847 p. 47. ((nel 1829 il marchese delle favare viene a CT e in casa del principe di Manganelli
si tiene un concerto con musica di Pietro Antonio Coppola. Il mattino, 1829))
512 Storia naturale: è la storia degli esseri viventi. “E tra questi esseri i più proficui, i più tranquilli, i più semplici nella loro
organizzazione e nelle loro funzioni sono le piante, con le quali tu puoi conversare quanto più t’aggrada senza che s’infastidiscano, o
al tuo potere si sottraggono, o a soddisfar tue voglie si dinieghino”. Ecco perché Cordaro Clarenza coltivava con passione la botanica
nel suo giardino, e non isdegnava associarvi lo studio dell’agricoltura. Longo, 1861, p 19.
una sorta di enorme carta geografica a rilievo, si vede la Sicilia e, sopra la superficie dell’isola, si

scorgono, tali e quali distribuiti, i suoi elementi fisci (fiumi, monti, laghi, “L’Etna giganteggia

ed è bello il vedere”) e politico-amministrativi (suddivisione in Valli, distretti, province,

indicazione dei comuni e delle strade principali, ecc) contrassegnati da migliaia vasi di terracotta

(“graste”) di diversa grandezza e colore, contenenti arbusti e fiori513.

In altri termini, quel giardino è l’emblema stesso della nazione siciliana perché la “Sicilia in

miniatura” sbandiera l’identità (nel senso che rivendica con orgoglio la propria storia particolare,

per stabilire le distanze con il contiente) e contiene una infinità di informazioni, soprattutto

notizie di carattare statistico, come, ad esempio, il numero di abitanti di ogni singolo comune

513 Lasciamo la descrizione di quel luogo alle ammirate parole di un testimone: “Nel giardino del cav. Cordaro Clarenza – afferma -
una delle cose più notevoli è la Sicilia effigiata sopra il terreno in una maniera nuova e originale”. Più avanti, il testimone aggiunge:
“Io sono in uno spazioso giardino, in un piccolo Eden; sono ospite del cav. Vincenzo Cordaro Clarenza […] ora la cosa che fissa lo
sguardo di chiunque visita questo giardino non è tanto ciò che vi vegeta ma ciò che non vegeta, non tanto la parte fruttifera e
deliziosa quanto la parte infruttifera anzi condannata ad una perpetua sterilità. Ma cosa è mai questa parte del giardino così segnalata,
mi direte, che fissa l’attenzione di chi guarda, e muove voi ad impugnare la penna per descriverla? Essa è niente meno che una Carta
Geografica della Sicilia stesa sul terreno alla grandezza di 1/5.280.000 della intera superficie dell’isola….”
Cordaro Clarenza usa misure siciliane…. “ciò che rende questo terreno sciaroso, una carta geografica della Sicilia è appunto ch’esso
ne ha la conformazione esteriore, ed inoltre ti presenta in rilievo sulla sua superficie le principali montagne, i laghi, i fiumi, le città, le
terre, i villaggi, tali e quali sono distribuiti sopra la superficie dell’Isola con le indicazioni opportune alla Statistica topografica,
politica, etnografica”.
“Tu vedi i tre promontori”: Peloro, dalla parte di libeccio; Lilibeo dalla parte di scirocco; Passero dalla parte del greco. “nel centro ti
trovi allora sul monte Artesino”, una delle più alte elevazioni dopo l’Etna. Poi vedi le tre valli, le province di Messina e Catania, la
provincia di Noto ((creata dopo il 1837?)), le province di Caltanisetta, Girgenti, Trapani e Palermo. Le città sono rappresentate da
graste, cioè da “vasi di terra cotta a cono tronco che si riempiono di terra per piantarvi erbe e fruttici” più o meno grandi. Le
grandissime marcano i Capi – Valli, quelle minori capi-distretto, le piccole semplici comuni. Le residenze di circondario portano una
striscia nera ed il numero, tutti i Comuni che ne dipendono si hanno il numero rispettivo per indicarne che appartengono allo stesso.
In ogni grasta vi è in nome del comune, popolazione, distanza dal circondario, dal capo distretto, dal capo valle. Ecc Ecc . Quando
Agatino Longo vide per la prima volta quella ingegnosa invenzione, ne restò colpito per il pensiero e l’ideazione. All’istante ne fa
una descrizione in una lettera a Vincenzo Navarro del 9 novembre 1851 , stampata nel Giornale di Catania del 13 novembre 1851, n.
104. ((e dunque dopo l’incendio del 1849)). Longo riporta la lettera. Longo, 1861, p. 37. Navarro era di Ribera – Sambuca ed è
“dolcissimo amico” di A Longo, il quale lo mette a parte “dei miei godimenti, ed inspecie del piacere che sto assaggiando al
momento che vi scrivo. ((notizie su Navarro in SBN, collegato a Mario Aloisio Romeo per risaie e pietrificazione degli animali))
(all’epoca erano 351), secondo i dati del censimento del 1844. La precisione dell’informazione

tocca il vertice: 68 “graste” sono rovesciate: esse indicano le città non più esistenti514.

Il giardino, ricostruito amorevolmente dopo il saccheggio subìto da Vincenzo Cordaro Clarenza

nel 1848, si iscrive a chiare lettere in quella concezione politica, di matrice sicilianista, che si

sviluppa a seguito dell’introduzione in Sicilia di una nuovo organismo statuale – il Regno delle

due Sicilie – che è rifiutato da molti siciliani mal disposti verso il processo di consolidamento e

centralizzazione in senso statale realizzato nell’isola515.

Per chiarire la causa delle rivendicazioni localistiche bisogna risalire all’epoca della Rivoluzione

francese e ricordare che, all’indomani dell’esperienza napoleonica, a causa delle vicende

politico-militari del tempo, la Sicilia è introdotta nella nuova compagine statale nata con la

creazione del Regno delle due Sicilie. Il nuovo organismo statale attua la fuoriuscita dall’antico

regime ispirandosi al modello amministrativo francese, e, pertanto, in Sicilia cessa il

costituzionalismo di ispirazione inglese che aveva provocato la costituzione del 1812 ed il

riconoscimento delle “libertà” locali e municipali.. I due sistemi di organizzazione dello stato –

quello napoleonico e quello siciliano- rappresentano anche un differente modo di interpretare il

rapporto tra il potere centrale e le autorià locali. Questa contrapposizione è straordinariamente

chiara nel Mezzogiorno d’Italia negli anni 1805-1815: difatti, il napoletano (Regno di Napoli) ha

una forte centralizzazione derivate dall’adesione al modello di stato napoleonico, mentre l’isola

(Regno di Sicilia) resta esclusa da questa esperienza. Dal 1816 il Regno delle due Sicilie

recupera le strutture politico amministrative del Regno di Napoli, precedentemente strutturatesi

sul modello napoleonico; proprio per questo motivo Luigi Blanch, un liberale dell’Ottocento,

parlerà della Sicilia come di una conquista postuma della Rivoluzione francese.

514 Ogni distretto ha colore diverso: quello di Catania ha rosso assoluto , Acireale ha osso/giallo, Nicosia rosso/bianco; Caltagirone
rosso/nero; Palermo è giallo assoluto ((ricorda Church e il nastro giallo)) Altre notizie sono di carattere “politico ed etnografico”
Catania, 9 novembre 1851. Longo 1861, p. 37n.
515 Ordinamento amministrativo franco–napoletano. La riforma del 1817 provoca il declassamento di Palermo provoca la rivolta
palermitana del 1820 e 1821. Quel moto a CT e Me ha invece carattere democratico l’adesione in massa ale venite carbonare
ribadisce che è la prima esperienza di un movimento popolare di massa.
La vicenda della Sicilia borbonica è un eccellente esempio di come la crisi dell’antico regime

innesca modelli politici di partecipazione politico-sociale rivoluzionaria. Basti dire che i gruppi

di potere isolani che avevano aderito alla Costituzione del 1812, negano il disposto bonapartista

e si oppongono all’apparato centralizzatore che tutto avrebbe dovuto uniformare. Contro

l’accentramento e l’unificazione al Napoletano, nasce in Sicilia una nuova cultura politica. Si

diffondono discorsi talvolta faziosi. Una parte politica, maggioritaria nella Sicilia occidentale,

per contrapporsi a Napoli asserisce che la Casa Borbone ha abbandonato i patti: il sovrano – si

afferma - ha mostrato disinteresse, ha fatto violenza alla storia, alla tradizione e alla cultura

politica siciliana che era secolare e risalente ai tempi del Vespro. In realtà, una tale ricostruzione

del passato non ha fondamento storico. Vero è che la Sicilia è stata sempre un regno

indipendente, ma che la Sicilia abbia avuto come momento fondante nel 1812 è falso. Sono le

opposizioni più retrive che parlano di un mitico passato nazionale; e nelle loro parole vi è la

logica strumentale e predatoria del presente nei confronti del passato. Nel 1821, scoppiata la

rivoluzione, la Sicilia occidentale costituisce bande armate e vuole la secessione da Napoli. Quel

progetto politico fallisce anche perché nella zona orientale dell’isola, soprattutto a Catania, la

classe dirigente recupera il modello napoletano e lo difende. All’indomani del 1830 in Sicilia si

affermano due correnti politiche, ambedue contrarie a Ferdinando II, ma opposte: da una parte,

quella dei gruppi di potere più tradizionali, gelosi dei loro vantaggi politici e sociali (ex

costituzionalisti, anticentralisti, ecc); dall’altra, la generazione politica profondamente venata di

valori del romanticismo ( impersonata ad es. da Michele Amari) e capace di esaltare la libertà

municipale come valore fondante di un nuovo ordine politico fondato sul democraticismo

politico.

Di questa corrente fa forse parte Cordaro Clarenza. Costui dapprincipio non abbraccia l’ottica

“autonomista”; lungo gli anni Trenta, mostra di accettare il ruolo forte dello stato516 e non per

516 Così scrive De Gregorio proposito della Soc ec di CT riguardo al dibattito sullo sviluppo delle industrie e al ruolo dello stato.
questo si sente in contraddizione con gli ideali del fronte democratico, al quale egli appartiene517.

Lentamente passa su posizioni antiborboniche, che si accentuano soprattutto dopo il 1837,

quando, a seguito della rivolta antiborbonica, l’amata Catania è punita dal governo con la

creazione nella sua intendenza del distretto di Acireale, sua antica rivale518.

Cordaro Clarenza partecipa alla rivoluzione del 1848 e vede il parlamento rivoluzionario

dichiarare la decadenza dei Borboni. Subito dopo – lo abbiamo detto – crea una “Sicilia in

miniatura” nel suo giardino botanico. Non dobbiamo stupircene, ma considerarla invece una

denuncia verso le (presunte?) continue prevaricazioni del continente, in un contesto polemico in

cui il “sicilianismo” non si è ancora diluito in una visione nazionale in cui fare sviluppare un

coerente programma politico unitario.

In altre parole, Cordaro Clarenza nel 1848 non è ancora un “unitario”. Il suo particolare giardino

botanico mostra che egli è diffidente nei confronti della questione italiana, che vuol prendere in

considerazione solo dopo aver affrontato quella siciliana. Ecco quindi spiegato il suo astio nei

confronti della centralizzaziona napoletana. Come altri personaggi dell’epoca – ad esempio,

Francesco Crispi – Cordaro Clarenza insiste sulle libertà locali, come presupposto per fare la

formazione di uno stato unitario519.

517 Allo stesso gruppo apparteneva Mario Rizzari ed altri. Essi si formano politicamente sulle orme di Giovanni Ardizzone, prof. di
diritto romano a Ct e vecchio giacobino; ed alla “scuola” del democratico Marano, luogo in cui si intrecciavano le discussioni
relative ai grandi temi culturali europei del tempo. Avevano fatto proprie le idee del Romagnosi, che erano state introdotte a Ct
attraverso gli articoli pubblicati su “Lo Stesicoro” da Salvatore Barbagallo Pittà. Raffaele 2005, p. 236)), ((Su Mario Rizzari Paternò
Castello: la sua figura è stata studiata da M. Grillo nel 1996 e da altri prima)).
518 I moti del 1837, scoppiati in occasione dell’epidemia di colera, a Ct e Sr assumoni carattere politico. Riportato l’ordine il
governo puniche le due città. Siracusa è declassata da capoluogo a favore di Noto. Anche Catania perde preminenza sulla zona
costiera jonica con la creazione del distretto di Acireale che si aggiunge a quelli di Catania, Caltagirone e Nicosia.
519 Le parole centralizzazione e decentramento sono quasi sinonimi di destra e sinistra . Non è vero perché la rivoluzione francese
introduisse l’accentramento amministrativo per eliminare specificità. L’accentramento di governo è il prodotto di una idea di
eguaglianza perché si crede che nella particolarità si annida il privilegio, di alcuni profondamente conservatori.
Ad esempio nel 1848 in Sicilia la parte democratica crolla e si afferma quello di di stampo conservatore che agisce in modo
conservatore.
Questo spiega perché nel 1860 le stesse persone (cioè la classse politica di sx) si dicono disponibili a sciogliere la questuibe siciliana
in quewlla italianba. La classe politica siciliana dopo il 1860 è forte e contratta la propria appartenenza alla classe dirigente italiana
Con Vincenzo Cordaro Clarenza si chiude il cerchio su quanto sin qui è stato detto in merito alla

ricerca botanica, ai naturalisti e alle tendenze maturate nella cultura scientifica catanese di primo

Ottocento. Ripercorriamone gli aspetti più caratteristici: l’esaltazione della flora locale, il

progetto editoriale della “Pomona Etnea” e l’idea che la vegetazione sia un marcatore che dà il

senso della collettività; il convincimento che attraverso la botanica applicata all’agricoltura sia

possibile ripristinare l’antica età aurea, la cui ombra mitica si proietta ancora sul presente;

l’incontro tra sapere scientifico e sapere antiquario convergenti nello studio di un’unica realtà

territoriale illustrata nella totalità dei suoi apetti; la passione antiquaria ed il valore simbolico

attribuito alla meridiana egizia di Catania; l’adesione al fronte democratico e la creazione di

giardini botanici come luoghi di sociabilità politica.

Tutti questi elementi sono puntualmente presenti in Cordaro Clarenza, come provano gli sparsi

indizi rintracciabili nella sua biografia, fin da quando, poco più che ventenne, egli si avvia alla

carriera di docente con l’aiuto di quel Vincenzo Gagliani - giurista, storico, funzionario

governativo - che abbiamo già conosciuto come diffusore del mito della meridiana in una visione

politica che, tra luci e ombre, sembra essere quella di una versione locale del democraticismo520.

Il collegamento con Vincenzo Gagliani non è senza significato, giacché Cordaro Clarenza

prosegue sul quel versante “egizio” e – come testimone nel 1835 del ritrovamento nell’area del

duomo di un tronco di colonna intagliata con geroglifici - illustra quella scoperta archeologica in

(Crispi, De Rudinì). In Siciliua manca il brigantaggio perché la classe dirigente ha rappresentanza ed importanza.
Contemporaneamente la classe dirigente napoletana perde di forza
520 1819, 5 agosto. Vincenzo Cordari (sic) Clarenza ha chiesto alla commissione di Pubblica Istruzione ed Educazione di aprire a
Catania una pubblica scuola di filosofia. L’intendente chiede alla deputazione degli studi se si oppone alla domanda del Cordaro.
Firma Vincenzo Gagliani, segretario di Intendenza di Catania, al posto del duca di Sammartino (FC 418) ((un Vincenzo Cordaro
Clarenza nel 1824 abita all’Idria, ha 28 anni, ed è nobile. Santocono)). ((Vincenzo Gagliani il 4 aprile 1815 era cancelliere della
Camera dei pari nel Parlamento del Regno. Fu amico dei fratelli Giuseppe Gioeni e Salvatore Gioeni. Salvatore Gioeni, 1815))
Altro doc. 1820, 19 febbraio. Girolamo Recupero laureato in filosofia e matematica vuol dare lezioni privati di tali scienze ((è cit. tra
gli studiosi siciliani di botanica: era di Catania; dipinse 800 specie di funghi in 214 tavv. Le sue carte si conservavano nel Gabinetto
Gioenio Tornabene 1847, p. 46 )).
una lettera indirizzata a Giuseppe Tineo, direttore del palermitano orto botanico,521 dove pure è

presente l’architettura ispirata all’antico Egitto522.Cordaro Clarenza negli stessi anni, pubblica

“Sopra alcuni generi indigeni di Sicilia da sostituirsi al caffè, alla cannella, al garofano, al the,

allo zuccaro”, (1833), “Sull’Ulivo”, memoria inserita nel progetto di “Pomona Etnea” (1838)523,

“Sul Cotone” (1840)524. Già i titoli dei saggi indicano temi ampiamente dibattuti dai botanici

catanesi del tempo, ed il Cordaro Clarenza, dando un apporto alla continuità degli schemi

culturali più diffusi, auspica la sostituzione di prodotti importati con quelli indigeni.

L’esaltazione della autoctonia e della pretesa originarietà vegetale – val la pena ribadirlo – sono

tematiche scientifiche che possono nascondere l’avversione verso il nuovo ed il diverso. Tali:

sentimenti, nei primi decenni dell’Ottocento, sono ispirati dalla massiccia importazione

521 Cordaro Clarenza viene a conoscenza dello scavo del cimitero nel duomo di Catania. Quando il 18 febbraio 1835 affiora un
frammento di colonna intagliata di granito rosso orientale con geroglifici, egli crede che sia simile all’obelisco sull’elefante a piazza
Duomo., Illustra la scoperta in una lettera al cav. Tineo, direttore OB di Pa, e dà dei geroglifici –“ scrittura simbolica dei sacerdoti
egizi – una probabile ragionevole interpretazione.. Nel 1835 si occupa anche della storia del castello Ursino, mentre Mario Musumeci
si era occupato nel 1832 dell’architettura di quel maniero. Negli anni immediatamente precedenti, il barone Enrico Pisani Ciancio che
con proprio denaro fece scavare a fianco della porta di Lanza, 20 palmi sotto il livello della strada. Trova sarcofago, lapide e
iscrizione. In base al rinvenimento Cordaro Clarenza suppone che la lava dei dintorni della casa Ciancio, della Vicaria, del collegio
Cutelli, di S. Francesco di Paola sia del secolo IX, di poco anteriore alla dominazione araba. Longo 1861, p. 25 .
522 CITARE CTL elementi egizia nche nel orto botanico di Palermo
523 Il saggio di Cordaro Clarenza “Sull’Ulivo” è inserito nel progetto di , “Pomona Etnea ovvero Saggio sulle specie e varietà

degli alberi fruttiferi che esistono nei contorni dell’Etna; memoria del socio corrispondente A. Scigliano (sic) da Catania”, s.l.,

s.n., [1831], 45 p; estr. da Atti Accademia vol 8 ((corretto)); letta nell’Accademia Gioenia nella seduta del 18 novembre 1838 ed

inserita nel XV vol. degli atti accademici, in cui afferma che gli Arabi portarono in Sicilia qualche varietà di ulivo. ((ovvero:n.

209, 1839, tomo 15, fasc. 2)) NOTA Cordaro Clarenza. Pubblicò “Sull’ulivo, seguito di Pomona Etnea,” in “Atti Accademia

Gioenia , n. 209, anno 1839, tomo 15, fasc. 2, pp. 82-119

Vedi A. Longo: Elogio accademico edl cav. Vincenzo Cordaro Clarenza, Catania, Galatola, 1861. Visto
524 La memoria è letta nella Società economica di Catania, nell’adunanza dell’11 marzo 1839 e l’anno dopo data alle stampe da
Giuntini. Afferma che il cotone cominciò a coltivarsi nel 1806 ((ma ovviamente si coltivava anche prima)) in poi nelle contrade
etnee; parla delle malattie e della necessità di una filanda a Catania; fa il computo del numero dei telai che si richiedono a Catania, e
del capitale che deve essere impiegato; parla anche delle virtù medicinali del seme di cotone : Longo 1861, p. 21.
dall’estero di piante (e derivati) avvenuta a seguito dell’allargamento dei mercati. Questi

fenomeni di globalizzazione in ambito botanico – lo si è stato già detto – generano, soprattutto

tra i farmacisti, una botanica medica autoctona e Cordaro Clarenza, che è partecipe dello stesso

clima culturale teso alla esaltazione delle piante sicule, ribadisce questi concetti di identità o

alterità, autoctonia o alloctonia, ricerca dell’esotismo o ritorno a una pretesa originarietà.

Dicotomie ancora oggi di grande attualità, non solo in termini “vegetazionali”. Come è noto,

negli ultimi decenni una conseguenza della globalizzazione e dell’abbattimento delle frontiere

nazionali è stato il sorgere di un nuovo e più estremo localismo: enfasi sulle radici, legame con la

terra natìa e con il territorio di appartenenza, nel quale ci si possa riconoscere, nel quale ci si

sente protetti (Sandro Pignatti)525.

In Cordaro Clarenza sono intrecciabili le istanze culturali della propaganda politica

risorgimentale526. Si pensi al ruolo educativo del suo giardino botanico, che è un contenitore

525 Ma- come spiega David Bidussa tutti noi siamo figli e prodotto di una ibridazione e non esiste un italiano genuino. Idee quali
identità, appartenenza, differenza, possono creare un humus culturale razziasta che apre la strada a legislazione razzista
526 Pubblicò le memorie
-“Soluzione del tema economico proposto dal R. Istituto d’Incoraggiamento per la Sicilia: memoria coronata e premiata a concorso”,
Palermo, tip. del Giornale letterario, 1839, 88 p, 2 c. di tav. rip. ((corretto: sta ad Avellinio e alla REG PS))
-Rimase ms il Discorso fisiologico, o compendio di Organografia e Fisiologia vegetale, s.d..
-Altro ms: Orto secco – Frantume – Descrizioni dell’Anagallis Caerulea ((pianta medicinale)), Impatiens Balsamina, Delphinium
Ajacis (sprone del cavaliere; assomiglia al gladiolo); s.d.;
-Altro ms: Discussione intorno alle differenze del genere Phormium e del genere Lachenalia, s.d.. Longo 1861
Egli conosceva delle piante l’aspetto e la parte organologica. Era aggiornato su notizie particolari di talune di esse, la loro cospicua
varietà, usi a cui si destinano nelle differenti parti, luoghi natali, emigrazioni, autori che ne hanno scritto, loro sinonimia, “la loro
descrizione nel tecnico e laconico linguaggio dei Botanici”. Longo 1861, p. 19.

Alcune OPERE DI ARGOMENTO NON BOTANICO,


Nel 1835 l’Accademia degli Zelanti chiede a Cordaro Clarenza, che era socio onorario, quale fosse l’origine “della nimistanza
(inimicizia?)fra i popoli di Aci Reale e di Catania”Risposta: al tempo dei Normanni risale la competizione: Soluzione: costruire
strade per le marine, di collegamento tra i due centri. Longo 1861, p. 11. Nel 1836 scrive a Lionardo Vigo e combatte le opinioni di
costui di doversi nel Capo Mulini porsi l’antico porto di Ulisse. . Intorno al 1839 è bibliotecario onorario della Reale (sic) Università
di Catania e pubblica i Ragguagli bibliografici. Nel 1840, sotto il finto nome di Luigi Marino pubblica a Palermo una opera sulla
stamperia esistente a Militello nel 1623. Intorno al 1840, assieme al duca di Carcaci, fa un lavoro in occasione della stampa del
cassinese Mauro Granata ((DBI Lo Faro)) in occasione della orazione inaugurale dell’università di Messina il 4 novembre 1838.
Granata aveva usato parole poco decorose verso il Ginnasio di Catania. Il 25 maggio 1842 il patrizio di Catania gli chiede di scrivere
culturale e luogo di lettura della Sicilia in termini di “statistica topografica, politica,

etnografica”527. Ma quel giardino, oltre ad essere un serbatoio di notizie storico-statistiche, è

anche un luogo di riunione di spiriti eletti528, proprio come quel “ piccolo giardino di Tempio ” -

ampiamente evocato nelle pagne precedenti - attribuibile al poeta Domenico Tempio a cui, non è

un caso, Cordaro Clarenza è legato da una tenera filiazione intellettuale: difatti ne scrive la

biografia nel 1839529; per inciso, va ricordato che “ La Carestia ”, la più celebre opera di

Domenico Tempio, viene edita da Agatino Longo530, che rappresenta anche la principale fonte di

informazione sulla “Sicilia in miniatuira” nel giardino di Cordaro Clarenza.

In sintesi, tutti questi personaggi – Vincenzo Cordaro Clarenza, Micio Tempio, Vincenzo

Gagliani, Agatino Longo ecc. - sono collegati da un filo sotterraneo, e ciò avrà pure un

significato. La botanica svela vicinanze intellettuali, radici comuni, tradizioni condivise,

la storia del vescovato di Catania. E’ il primo a farlo .. Nel 1842 pubblica una memoria per partecipare al premio dell’accademia
delle iscrizioni di Francia. Cita Presle, che non fu mai in Sicilia. Nel 1842 pubblicò lettera a Stellario Salafia. Longo sorvola sul 1848
e non dice cosa fece Cordaro Clarenza. Afferma soltanto che quest’ultimo nel 1848 entrò in polemica con tal La Monica a proposito
della storia di Francavilla. Nel 1849 all’ingresso delle truppe borboniche la sua casa, sita nella strada vecchia del Borgo, fu
incendiata. Bruciò il ms della “Storia del diritto siculo ovvero lezioni di storia civile siciliana”. Restano pochi relitti del ms. Longo
1861, p. 16. Nel 1851 pubblicò in alcune riviste il corso di lezioni di Economia civile e commercio. Nel 1857 pubblica opera su
“incivilimento”. Carriera accademica: All’università di Catania dettò lezioni di economia e commercio e lezioni di agricoltura
teorico-pratica . Longo 1861, p. 6. Fu professore di agricoltura e pastorizia. Ebbe una figlia, Rosaria, che morì giovane e lasciò figli.
A due mesi dalla morte, il 26 dicembre 1860 il rettore Giuseppe Catalano affida ad Agatino Longo il compito di tesserne l’elogio. La
sua immagine da FOTOGRAFARE nel vol di Longo 1861

Altre notizia: nel 1840 scrive “I privilegi producono utile o svantaggio all’industroia?” (presto digitalizzato da Univ. CT)
Nel 1850 pubblica “Sul socialismo”, in Giornale del Gabinetto Letterario dell’Accademia Gioenia, tomo I, s. II, fasc. 4, 1850, pp. 53-
70. (digitalizzato univ. di Ct). E’ uno scrittore politico e cita Saint-Somon, Fouriere, Proudon, Litigi Blanc.
Suoi ms alla Zelantea: ms lettera “qiale sia l’origine torica e morale della società” (ha contenuti democratici molto forti)
Suoi ms alla Civica Ursdino Recupero:
Negli anni 1840-44 pubblica Storia del diritto Siculo
Nel 1851 pubblica “Del credito agrario”, in Giornale del gabinetto Letterario serie II, t. II, 1851
527 Longo
528 Agatino Longo era uno dei frequentatori, come dimostra la lettera he scrive a Navarro.
529 Lettera del cav Vincenzo Cordaro Clarenza sopra la vita e le opere di Micio Tempio, Catamia, 1839; Scrisse una biografia di
Domenico Tempio (1750-1821) dal titolo “Lettera sulla vita e sulle opere di Domenico Tempio”: un esemplare entra subito a far
parte del patrimonio della biblioteca di Malta, come si legge dal catalogo a stampa della 1 metà dell’800.
530 AGATINO LONGO, che nello Stesicoro, ne1, 1835 pubblica parte de La carestia (ma il titolo esatt dell’opera è Rioluzioni di
Catania) Il percorso intellettuale di Longo è controverso.
ascendenze politiche. Una piattaforma culturale accomuna - in nome di un certo modo di

intendere le scienze o la percezione degli aspetti territoriali e naturali - gli intellettuali e gli

scienziati coinvolti nei processi di trasformazione politica, civile ed economica.531.

BOTANICA E RISORGIMENTO: GIACOMO SACCHERO

La botanica è per antonomasia la scienza nazionale e i botanici italiani si collocano tra i teorici

ottocenteschi dell’unità culturale della penisola.

La botanica, infatti, ha contribuito a creare lo spirito unitario mettendo in contatto gli esperti

delle varie regioni per il vicendevole scambio di informazioni sugli aspetti più dibattuti in campo

botanico: la conoscenza del territorio e delle sue trasformazioni, l’attribuzione di nomi alle

piante, le cognizioni sulle variazioni spaziali e temporali della vegetazione e delle colture nella

penisola italiana. Attraverso la redazione di Flore locali, tra la fine del XVIII e la metà del XIX,

si svolge un profittevole raffronto tra varie aree geografiche, e i botanici contribuiscono alla

creazione o rivendicazione di una scienza nazionale.

L’intreccio tra politica e interessi scientifici è evidente tra i botanici, al cui novero appartengono

due martiri della Rivoluzione napoletana del 1799, Nicola Pacifico e Domenico Cirillo, che, per

le loro idee, rappresentano i prodromi dell’ideologia democratica risorgimentale532.

531 : val la pena solo accennare agli economisti catanesi Scigliani e Scuderi e ai loro particolari suggerimenti per tutelare i boschi
dell’Etna
532 I botanici Nicola Pacifico- 1734/1799 e Domenico Cirillo. L’abate Pacifico, impiccato nell’agosto 1799, nel 1795 ricevette

dal messinese Andrea Gallo (morto il 30 maggio 1814, in rapporto con Andrea Pigonati e Francesco Sicuro) due lunghe lettere

intorno alla classificazione botanica. Lizio Bruno 1908, p. 43. In Sicilia bisogna ricordare Pasquale Matera ed a SR a sr centro del

movimento intellettuale e liberale era il gabinetto letterario fondato dall’insigne naturalista Alessandro Rizza di cui era presidente

Gaetano Moscuzza (nato intorno al 1820). De Cesare 1969,p. 687. Nota Domenico Cirillo. Fu medico massone e Pagano lo
All’ambiente napoletano appartiene anche il botanico Guglierlmo Gasparrini, che per le sue idee

liberali fu costretto ad allontanarsi dal regno; tornato a Napoli dopo l’unità, diresse l’Orto

Botanico533.

Gasparrini fu anche in contatto con i naturalisti del catanese, che non furono estranei ai proecessi

cultuiali coevi.

Gli accademici della Gioenia entrano in contatto epistolare con scienziati residenti in zone della

Penisola, dove più avanzata era la “teorizzazione” del processo unitario. Carattere fortemente

nazionale hanno, ad esempio, le missive del botanico Giovanni De Brignoli Di Brunnhoff che,

nel 1836, scrivendo alla Gioenia, critica gli ostacoli provocati dalle divisioni politiche dei vari

stati che non consentivano la libera circolazione delle idee. Il suo spirito nazionale è evidente

anche quando incita i naturalisti siciliani a indagare con più incisività i caratteri geologici e fisico

e chimici del territorio italiano534. Qualche anno dopo, il palermitano Filippo Parlatore, a

elesse a sua maestro “in quanto ricercatore di leggi naturali al tempo stesso per il mondo fisico ed il mondo morale”. Vedi G.

Giarrizzo, L’ideologia massonica di Mario Pagano”, in AVV, Studi in onore di Antonio Petino, Catania, Università degli studi,

1986, vol I, pp. 693-700. Fu figlio di Giuseppe Pasquale Cirillo (irriducibile avversario di Antonio Genovesi), il cui profilo

biografico è stato ricostruito da Franco Venturi, Illuministi Italiani, vol. V, Riformatori napoletani, p. 2, nota 1

Nella storia della botanica: un celebre erbario è l’erbario secco di Ferrante Imperato. Ebbe anche un “museo di cose naturali”;

molti volumi passarono a Domenico Cirillo e quasi tutti i volumi bruciarono nel 1799.

Nota Massoneria a CT. Nel 1776 fu fondata una loggia dall’antiquario Domenico Tata e dallo scienziato Nicola Pacifico. Fonte: art
di E. LIBRINO, in ASSO 1924 cit. da Silvana Raffaele – Elena Frasca – Alessandra Greco, Il sapore dell’antico. Regia custodia ,
Grand tour…. E altro nella Sicilia del Sette-Ottocento, a cura di S. Raffaele, Catania, Cuecm, 2007, p. 37.
533 In un ms ASN, Ministero pubblica istruzione, Scuola veterinaria, fasc. 67, inc. 3, del 29 aprile 1852, si legge: “Di pessima
condotta politica, morale e religiosa; primeggiò fra i più fervidi settatori di sedizioni”. Domus 1992, p. 221..
534 CTL
Firenze, fonda l’Erbario Centrale Italiano (1842) che è prefigurazione, sotto un certo aspetto,

dell’unità politica della nazione 535.

L’unificazione è stata costruita faticosamente anche attraverso i numerosi congressi degli

scienziati, che si susseguirono in varie città della Penisola e che diedero, man mano che passano

gli anni, una visione sempre più unitaria della botanica e della cultura italiana536.

Una di queste adunanze scientifiche - il gradioso settimo congeresso, tenutosi a Napoli nel

1845537 - lasciò l’amaro in bocca al gruppo di naturalisti catanesi che vi parteciparono e che, di

ritorno in Sicilia, come atto di accusa contro il governo, comunicarono ad amici e colleghi

quanto arretrate fossero le istituzioni culturali di Catania rispetto alla capitale del Regno. Proprio

lo “shock” derivante dalla visita a Napoli costituisce la molla che portò ad accelerare la

fondazione dell’Orto botanico dell’ateneo.

L’episodio è significativo e rivelatore di un atteggiamento antigovernativo. Al riguardo si

consideri che durante il regno borbonico le varie opinioni politiche, quasi mai proclamate a

chiare lettere, sono indirettamente ravvisabili nei dibattiti culturali dell’epoca. Troppo complesso

seguirne il filo se si valutano soltanto le secche cronache. I resoconti di epoca risorgimentale

sono spesso reticenti. Sebbene a Catania sia attestata la presenza dell’associazionismo settario e

di circoli radicali, gli intellettuali sono restii a fare emergere chiaramente, nell’azione o per

iscritto, le loro specifiche inclinazioni politiche o l’eventuale orizzonte nazionale dei loro ideali.

Appaiono esitanti e incidono poco nei momenti nodali della politica. Difficilmente imbracciano

una bandiera durante una manifestazione pubblica. I moti risorgimentali vedono la timida

compartecipazione di intellettuali (non ultimi il cultore di agronomia La Via o l’appena citato

535 Lo stesso Parlatore è inoltre iniziatore del prino giornale specializzato, che però ebbe vita breve: Giornale Botanico Italiano
(1844) e della Flora Italiana (1848).
536 Partecipazione dei botanici al congresso di Stoccarda (1834), al congresso di Clermont Ferrand (1838) (dalla Sicilia andarono
Maravigna e Filippo Cordova. Alberghina 1999()) ed al 7. Congresso degli scienziati in Napoli (20 settembre 1845).
Gli esemplari di flora, fauna, minerali della zona etnea sono di interesse per gli scienziati.
537 Napoli ospitò il settimo congresso degli scienziati. Fu un evento straordinario per la vita della capitale. La sezione botanica fu
presieduta da Tenore. Venne stampato il “Catalogo” delle piante che si coltivavano nell’OB di Napoli, con una veste tipografica
molto curata ed era arricchito di una pianta, firmata dall’architetto A. Bracco. Domus 1992, p. 220.
Vincenzo Cordaro Clarenza) ma il loro patriottismo sembra essere lontano dagli eroismi di cui

furono capaci i patrioti-scienziati del 1799 napoletano. Oscura e incomprensibile è la diversa

declinazione tra conservatori, liberali, borbonici e democratici, che ebbero una loro distinta e

specifica coloritura politica a seconda del momento (moti costituzionali del 1820-21, rivolta del

1837, rivoluzione del 1848, unificazione del 1860).

In un contesto così sfumato, opaco ed ambiguo, la botanica ha un ruolo chiarificatore, perché –

come provano le fonti materiali di documentazione vagliate ed esposte nelle pagine precedenti –

attraverso la via delle scienze gli intellettuali talvolta esprimono le loro visioni del mondo.

Una ulteriore prova? Eccola: nel 1840 Carlo Gemmellaro asserisce perentoriamente che la Sicilia

non è mai stata unita alla penisola e che lo Stretto di Messina in passato era più ampio e

profondo538. La netta separazione geografica, proclamata da Gemmellaro, ha la forza di uno

slogan. Separare i destini politici della Sicilia dal Napoletano: ecco cosa vuole Gemmellaro e la

sua posizione politica si rivela anche nei mesi della rivoluzione del 1848, quando reclama

l’antica costituzione siciliana539. La sua posizione, per nulla isolata, era condivisa da tutti coloro

che intendevano compiere una rivoluzione conservatrice e restaurare i tradizionali ordinamenti

dell'isola, sia pure nella forma più moderna stabilita dalla Costituzione del 1812540.

Il debole orizzonte nazionale manifestato da Carlo Gemmellaro e da altri “patrioti” siciliani

(autonomisti, regionalisti, antiunitari, federalisti) era una faccia del Risorgimento e il suo

significato politico e culturale non deve far dimenticare che l’afflato unitario e il richiamo al

nazionalismo, inteso nel suo significato di movimento politico, fu grande nell’Ottocento italiano,

soprattutto negli anni successivi alla rivoluzione del 1848. Per la maggior parte della

538 Gemmellaro nel 1840 pubblica Sulla pretesa separazione della Sicilia dalla Calabria, “Effemeridi”, n. 78. Si prova che lo stretto
di Messina è un naturale avvallamento, e che in tempi remotissimi era più ampio di come è adesso. Gemmellaro 1856.
539 Nel 1848 Gemmellaro dice che le popolazioni reclamavano l’antica costituzione siciliana. “La Sicilia, ripristinando le savie leggi
della sua costituzione, rende benessere ai figli, protegge e agevola gli studi, dà libero campo alle Accademiche esercitazioni nelle
scienze naturali”. Gemmellaro 1849 (sic), p. 21.
540 Significativa è la posizione del più volte citato Vincenzo Gagliani nel 1820-2: egli fa defezione opta per la costituzione dl 1812
voluta dai palermitani. Al contrario, il partito democratico vuole invece la costituzione di Spagna: così pensa E£manuele Rossi e
forse pasquale Ninfo.
popolazione, l’unificazione nazionale rappresentò la più attuabile soluzione alla crisi politica di

allora. L’idea della nazione politica fu promossa dalla Società delle Nazioni, all’interno della

quale operarono personaggi -come il messinese Giuseppe La Farina- che facilitarono il progetto

di Cavour. Altri pensatori del Meridione - Pisacane, Emerico Amari, Pasquale Stanislao

Mancini- esuli nel Regno di Sardegna, fecero nascere una nuova cultura moderna, popolare e

divulgativa541.

Il Risorgimento, nel suo significato politico–culturale, come mostrano Lucy Riall e Alberto

Mario Banti, è un mosaico assai complesso di aspirazioni e tendenze, in cui la diffusione di

concetti di carattere politico - quali identità, patria, federalismo, unità, nazione, democrazia,

libertà, costituzione, repubblica, monarchia, afflato unitario - vengono espressi variamente dagli

esuli politici e dalla stampa clandestina.

Proprio in questo svolgimento complessivo di eventi ed argomentazioni si ascrive l’operato di

uno straordinario personaggio, Giacomo Sacchero, che sebbene sia nato a Catania è quasi

ignorato nella sua città natale. Proprietario di un orto botanico nella zona del Fortino, il Sacchero

è stato botanico, ha partecipato al Congresso degli scienziati di Napoli, è stato esule a Parigi, ha

insegnato orticoltura all’università di Catania e molto si è impegnato negli anni postunitari per

accrescere il prestigio di quell’ateneo. Noto agli storici delle idee politiche come mazziniano ed

esule politico, il nome di Giacomo Sacchero è conosciuto dai più come librettista di Donizetti e

amico del Pacini. (Su questa fondamentale figura vedi scheda biografica che sarà presto

inserita)

541 Nota art di pasquale stanislao mancini su “Il Trovatiore” di Ct, il cui primio nuemntro è del primo agosto 1839 ed ha ritratto

di Bellini inciso da M. Sciuti (Fotografare?)