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OAK ST.

HDSF

THE UNIVERSITY
OF ILLINOIS
LIBRARY

195 VGGYcZ

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University of Illinois Library

L161 H41

SAGGI FILOSOFICI
ii

VICO

BENEDETTO CROCE

LA FILOSOFIA
DI

GIAMBATTISTA VICO
Seconda edizione riveduta

BARI
GIUS.

LATERZA & FIGLI


1922

TI l'OQ KAFI-KDITOBI-LIHK AI

PROPRIET LETTERARIA
A NORMA DELLE VIGENTI LEGGI

Stampato in Trani, coi

tipi dolla Ditta Tipografica Editrice

Vecchi e C.

ifs-

V4GV X

GUGLIELMO WINDELBAND

743018

AVVERTENZA

Per quali ragioni a me una nuova esposizione della

sia

sembrata necessaria
del Vico, potr
di
si

filosofia

agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna sto scrittore e dalle notizie bibliografiche, che

queleg-

gono

nella seconda

terza

appendice del

presente

volume.

Qui occorre avvertire soltanto che la mia esposizione non vuol essere un riassunto libro per libro e
parte per parte degli scritti del Vico;
e,

anzi, presup-

pone

la

conoscenza
il

di

questi scritti

e,

ove manchi,
per meglio
i

vuol eccitare

lettore a procacciarsela

seguire, e per riscontrare, le interpetrazioni e

giudizi

che

gli

vengono da me

offerti.

Su questo presupposto, pur valendomi


(specialmente nei
capitoli
relativi

assai spesso

alla

storiografia)

delle parole testuali dell'autore,

non ho creduto opportuno virgoleggiarle (salvo dove mi piacesse dare


risalto alla precisa espressione originale), perch, aven-

dole di solito combinate da brani sparsi nei pi vari luoghi e ora abbreviate ora allargate e sempre fram-

Vili

AVVERTENZA

mischiate liberamente con parole e frasi mie di commento, il continuo virgoleggiarle sarebbe stato un mettere in mostra, con pi di
fastidio

che

di

utilit,

il

rovescio del

mio ricamo, che ciascuno potr osservare

da

quando ne abbia voglia, col sussidio dei rimandi che ho messi in fondo al libro. Desideroso di attestare, per quanto mi era possis,

bile, in

che

ogni particolare del mio lavoro, la reverenza deve al gran nome del Vico, mi sono studiato di essere breve, di quella brevit che egli considesi

rava quasi suggello di libri scientifici ben meditati. Al qual uopo ho sacrificato anche le discussioni coi
singoli interpetri,

contentandomi

di semplici accenni.

Del resto, parte delle

interpetrazioni

qui esposte

mi

sembrano

frutti

maturi delle indagini e controversie


la

che costituiscono

migliore letteratura vichiana; e

tutta quell'altra parte, che

mia personale, e

l'idea

stessa generale del


se sar
il

nel

modo
avr
le

mio libro, difender a suo tempo, i dissenzienti e contro caso, gli obiettanti, diretto che nel corso dell'esposizione non
di adoperare.

ho stimato
libro

Perch

io

spero che questo

cendere
di

l'effetto non gi di spegnere ma di racdiscussioni intorno alla filosofia del Vico:

questo Altvater, come lo chiam il Goethe, che fortuna per un popolo possedere, e al quale bisogner sempre fare capo per sentire italianamente
la

moderna

filosofa,

pur pensandola cosmopoliti(oltre

camente.

La dedica

del

mio lavoro

a essere omaggio

a uno dei maggiori maestri odierni della storia della filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che

AVVERTENZA

IX
la lacuna, sulla

venga presto riempita, in tale storia, quale ho richiamato l'attenzione pi

volte, e special-

mente

alla fine della

seconda delle appendici di questo

volume.
Raiano (Aquila), settembre 1910.

L'augurio espresso nelle ultime linee della precedente avvertenza ebbe compimento, e non solo il Windelband die luogo alla filosofia del Vico nella quinta edizione della sua Storia della filosofa moderna (Leipzig,

1911,

I,

597-98),

ma

il

mio

libro

fu

subito tra-

dotto in inglese e in francese, e altre versioni se ne

preparavano, e fiorivano

le

indagini e
a

le

discussioni,

quando

la

guerra sopravvenne

ripresa di studi e la
fuori d'Italia.

Non

si

sospendere quella divulgazione dell'opera vichiana per altro che, durante la guerra
i

e in relazione ad essa,

concetti vichiani non fossero


col pensiero
altri, lo
il

qua

e l richiamati per
li

dominare

corso

delle cose; e

richiam, tra gli

stesso

Win-

delband, nell'ultimo suo scritto, che fu


di

una

lezione

guerra sulla Filosofia della storia. Questa nuova edizione contiene piccole correzioni,

schiarimenti e aggiunte, ed messa al corrente nella parte bibliografica. La tavola dei rinvi ai testi vichiani stata resa pi precisa, e in ci,
revisione generale, ho
Nicolini,

come

nella

avuto l'amichevole aiuto del

benemerito editore della Scienza nuova.


il

Circa la concezione e

metodo

del libro

non ho

alcun cangiamento da introdurre n pentimento da

X
manifestare
la facile
:

AVVERTENZA

ma

sebbene da pi parti mi sia stata rivolta superflcialissima critica, che l'interpretutta compenetrata dal

tazione

del Vico vi sia

mio
Vico

proprio pensiero filosofico, e perci


tiva
.

non

sia oggetil

In verit, chi voglia conoscere davvero


i

deve leggere e meditare


bile:
altri

libri del

Vico; e questo

indispensabile, e questa la

sola oggettivit possi-

non

la cosiddetta esposizione oggettiva

che

ne faccia, e che non potrebbe riuscire se non

lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece, storica e critica di un filosofo ha una diversa e pi
alta

oggettivit, ed necessariamente il dialogo tra un'antico e un nuovo pensiero, nel quale solamente

pensiero viene inteso e compreso. E tale , o procura di essere, il mio libro. Che cosa avrei potuto intendere io del Vico, se non mi fossi travagliato su problemi strettamente congiunti ai suoi o derivanti
l'antico

da quelli suoi? Per questa ragione anche non posso dare importanza all'opposizione che mi venuta da egregi scrittori cattolici,
i

quali

naturale che vedano

le

cose

con occhi diversi dai miei. Ci che, per

altro,
il

non
Vico

mi sembra

logico,

il

loro sforzo di ridurre

a pensatore ortodosso; nel quale sforzo urtano inevitabilmente in due gravi difficolt. In primo luogo essi vengono a trovarsi di fronte all' impossibilit di

spiegare perch mai

il

Vico, che, a loro giudizio, non

avrebbe fatto altro che ripetere o rinfrescare i concetti della tradizione filosofica cattolica, sia sembrato e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato
tanto a genio ai pensatori moderni.

parimente, in

AVVERTENZA

XI

secondo luogo, si tolgono il modo di spiegareT avversione che per lui provarono gli scrittori cattolici del suo secolo e taluno insigne del secolo seguente, co-

me, per

es.,

Cesare Balbo, che

lo senti

estraneo alla

scienza cristiana.

E questo

basti

riguardoso come credo


scrittori
essi,

d'esser

aver detto, perch, sempre stato verso gli

cattolici,
la

stimando
,

e doveroso

non perci polemizzerei mai con cosa tanto poco utile, quanto utile per me, tirare innanzi per la mia via.

Napoli, 27 dicembre 1921.

B. C.

La prima forma della gnoseologia vichiana

JJa prima forma della dottrina del Vico sulla conoscenza si presenta come diretta critica e antitesi del pensiero cartesiano, che

da oltre mezzo secolo dava l'indirizzo

europeo ed era destinato a dominare ancora per un secolo le mepti e gli animi. Cartesio aveva collocato f ideale della scienza perfetta
generale
allo spirito

nella geometria, sul modello della quale intese a riformare


la filosofia e ogni altra parte

del sapere. E poich il metodo geometrico perviene merc l'analisi a verit intuitive, e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione sintetica

per procedere con rigore di scienza, doveva, a mente di Cartesio, cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una verit primitiva e intuitiva, dalla quale deducesse tutte
le sue ulteriori affermazioni, teologiche, metafisiche, fisiche e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e distinta era, dunque, criterio supremo; e l'inferenza imme-

sempre pi complesse affermazioni,

la filosofia,

diata, l'intuitiva connessione del pensiero


cogito col

con l'essere, del


e la base per la

smn, porgeva

la

prima verit

scienza.

Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio metodico che conduceva al cogito, Cartesio si argomentava
B. Croce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

2
di sconfiggere

FILOSOFIA DEL VICO

per ci stesso,

una volta per sempre lo scetticismo. Ma, tutto quel sapere non ancora ridotto o non
chiara e distinta e a deduzione

riducibile a percezione

geometrica, perdeva ai suoi occhi valore e importanza. Tale la storia, che si fonda sulle testimonianze; l'osservazione naturalistica, non ancora matematizzata
pratica e l'eloquenza, che
si

scenza del cuore

umano

saggezza valgono dell'empirica conola poesia, che offre immagini


;

la

fantastiche. Piuttosto che


rituali

un sapere, codesti prodotti


:

spi-

erano per Cartesio illusioni e torbide visioni

idee

confuse, destinate o a farsi chiare e distinte e perci a svestire la loro anteriore forma d'esistenza, o a trascinare

un'esistenza miserabile, indegna dell'attenzione del filosofo. La luce solare del metodo matematico rendeva superflue
le

fiammelle che sono di guida nelle tenebre e proiettano sovente ombre ingannatrici. Ora il Vico non si restringe e non si attarda, come altri
le

avversari di Cartesio, a prendere scandalo per

conse-

guenze

del

metodo soggettivo, pericoloso


il

alla religione;

a disputare scolasticamente se
sillogismo, e
se

cogito

sia o

non

sia
;

un
o a

come

sillogismo sia

no difettoso

protestare con l'offeso buon senso contro il disprezzo cartesiano verso la storia, l'oratoria e la poesia. Egli va diritto
al

cuore della questione,

al

criterio stesso stabilito

da Cartesio per denza; e dove


tutto
rosa,

la verit scientifica, al principio dell'eviil

filosofo francese

stimava di aver fornito

quanto si potesse richiedere per la scienza pi rigoil Vico osserva che, posta l'esigenza alla quale s'insi

tendeva soddisfare, in realt, col metodo raccomandato, otteneva ben poco o addirittura nulla.
Bella scienza (dice
il

Vico) codesta dell'idea chiara e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso , si, cosa indubitabile,

ma non mi ha
Ogni

punto

l'aria

di

una proposizione
sia,

scientifica.

idea, per erronea che

pu apparire

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

evidente;
di

non perch a me appaia tale, acquista virt scienza. Che se si pensa, si anche , era cosa nota
e,
:

persino al Sosia di Plauto, che esprimeva questa sua persuasione quasi con le stesse parole della filosofia cartesiana sed quom cogito, equidem certo sum . Ma lo scettico replicher sempre ai Sos e ai Cartes, che egli non dubita di pensare; professer anzi asseverantemente che quel che

a lui sembra scorgere certo, e lo sosterr con ogni sorta di cavilli; e che non dubita di essere, anzi cura di

per non agcose altri provenienti dalle giungere gli opinioni. Ma, nell'affermare cosi, sosterr insieme che la
esser bene,
la sospensione dell'assenso,
ai

merc

fastid

delle

certezza del suo pensare e del suo essere coscienza e non scienza; ed coscienza volgare. Tanto poco la
effetto del cartesianismo, essa

chiara e distinta percezione scienza, che da quando, per viene adoperata nella fisica,
la

conoscenza delle cose naturali non divenuta punto pi sicura. Cartesio ha spiccato un salto per sollevarsi dalla
coscienza volgare alla scienza ed ricaduto di piombo in quella coscienza, senza raggiungere la scienza agognata. Ma in che cosa la verit scientifica consiste, poich cer;

tamente non consiste nella coscienza immediata? In che


la scienza

differisce dalla semplice coscienza? Qual il criterio, o, in altri termini, quale la condizione che rende possibile la scienza? Con la chiarezza e con la

non si muove un sol passo con l'affermazione un primo vero non si risolve il problema, che non gi circa un primo vero, ma circa la forma* che la verit
distinzione
;

di

deve avere perch possa essere riconosciuta verit scientifica,


11

ossia verit vera.

Vico risponde a questa domanda, e giustifica la sua accusa d' insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere
a una proposizione che, a bella prima, potrebbe dirsi ovvia e tradizionale. Tradizionale non in conseguenza della

4
tesi

FILOSOFIA DEL VICO


storica con la quale
il

stesso poi

ebbe a

rifiutare, cio

Vico l'accompagna e che egli che quella proposizione ri-

essa era

salga a un'antichissima sapienza italica; ma nel senso che comune e quasi intrinseca al pensiero cristiano.

Nulla di pi familiare, infatti, a un cristiano, il quale recita ogni giorno il suo credo in un Dio onnipotente, onnisciente e creatore del cielo e della terra, dell'affermazione

che solo Dio

pu avere scienza piena delle cose,


ne l'autore.
Il

perch egli solo


infinito

primo vero (ripete

il

Vico) in Dio, perch Dio il primo fattore; ed vero perch egli fattore delle cose tutte, esattissimo
lui gli

perch rappresenta a

elementi cosi esterni come in-

terni delle cose, le quali egli contiene tutte in s. Questa

medesima proposizione circolava


quanto sembra, presso

nelle

scuole,

specie,

scotisti e occamisti, e, nel

rinasci-

mento, Marsilio Ficino l'asseriva nella Theologia platonica, dicendo che la natura, opera divina, produce le sue cose con vive ragioni dall'intrinseco, come la mente del geosue figure; e il Cardano ripeteva che tale la vera scienza, la scienza divina, qua res facit, e che di essa tra le umane rende immagine

metra dall'intrinseco fabbrica

le

la sola

geometria;

e lo scettico Sanchez,

scltur (1581), ricordava che

quis qua non creavit,


regere quce

nel Quod nihil non pu perfecte cognoscere nec Deus creare potuisset nec creata

non

perfecte prcecognovisset ; ipse ergo, solus sa-

pientia, cognitio, intellectus perfectus,

omnia
et

penetrai,

nia sapit, omnia cognoscit, omnia


est et in

intelligit,

quia ipse

l
.

omomnia

omnibus, omniaque ipse sunt

in ipso

Ma

il

Si

veda per
(cfr.

le

origini

il

mio saggio: Le

fonti della gnoseologia

vicliiana (cit. nell'append. bibliografica), pp. 243-58.

Sul concetto del


p. 110) ri,

Sanchez
p. 23.

Opera medica, ed. di Tolosse Tectosagum, 1636,


il

chiam l'attenzione

Windelband, Gesch.

d. neuer. Philosophie 3

I,

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA


e,

5
inten-

Vico non

si

restringe ad affermazioni incidentali


la

dendo

pel

primo

fecondit del concetto espresso in quella

proposizione, dall'elogio dell' infinita potenza e sapienza di Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricav, contro Cartesio, il principio gnoseologico universale, che
la
il

vero

condizione per conoscere un-a cosa il farla, e il fatto stesso: verum ipsum factum . Non altro che codesto si vuol dire (egli chiarisce), quando

perch la cagione quel che per produrre l'effetto non ha bisogno di cosa estranea, il genere o modo di una cosa conosi
,

afferma che la scienza

pei- ccnisas scire

scere la cagione saper mandare ad effetto la cosa, provare dalla causa farla. In altri termini, rifare idealmente quel che si fatto e si fa praticamente. La cogni-

zione e l'operazione debbono convertirsi tra loro, come in Dio intelletto e volont si convertono e fanno tutt'uno.

Senonch, stabilito nella connessione


fatto

del

vero e del

l'ideale

della

scienza, e (poich
della

l'ideale la vera

realt) conosciuta la natura vera

prima conseguenza che da questo riconoscimento deve trarsi quella stessa che ne traevano i platonici e gli scettici del
Rinascimento, l'impossibilit della scienza per l'uomo. Se Dio ha creato le cose, Dio solo le conosce per cause, egli solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha la
scienza. Forse che l'uomo ha esso creato
il

scienza, la

mondo? ha

esso

creato la propria

anima?
la

All'uomo non data


la

scienza,

ma
si

quale per l'appunto volge sulle cose di cui


il

dimostrare
coscienza
sto

genere o forma onde


lato

coscienza, non si pu fanno. La verit di

la sola

il

umano

del

come
il

la superficie al solido

sapere divino, e sta a quepiuttosto che verit, do:

vrebbe

dirsi

certezza.

Dio

l'

ntelligere,

all'uomo

il

solo

cogitare, pensare, l'andare raccogliendo gli elementi delle senza cose, poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero di-

FILOSOFIA DEL VICO

mostrativo; all'uomo le notizie non dimostrate e non scientifiche, ma o certe per segni indubitati o probabili per
forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti

congetture.
Il

certo, la verit di coscienza,


si
:

perci il falso. E il Vico false le dottrine di Cartesio

non scienza, ma non guarda bene dal chiamare


degradarle
il

egli vuole soltanto

da verit compiute a verit frammentarie, da scienza a


coscienza. Tatt'altro che falso
il

cogito ergo

sum:

tro-

varsi finanche sulla bocca del Sosia plautino argomento

non per

rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verit di semplice coscienza. Il pensare, non essendo causa del mio essere, non induce scienza del mio essere; se l'inducesse,

essendo l'uomo (secondo che i cartesiani ammettono) mente e corpo, il pensiero sarebbe causa del corpo; il che ci av-

volgerebbe tra tutte


l'azione della

le

spine e gli sterpi delle dispute circa

mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il cogito , dunque, un mero segno o indizio del mio essere: nient'altro. L'idea chiara e distinta non pu dare criterio, non pure delle altre cose ma della mente medesima, perch la mente in quel suo conoscersi non si fa, e, poich non si fa, ignora il genere o modo onde si conosce. Ma
l'idea chiara e distinta
spirito dell'uomo, e,

quel che solo concesso allo


ch'egli abbia,

come unica ricchezza


il

preziosissima.

Anche per

Vico

la metafisica

serba

il

pri-

mato

fra le scienze

umane, che

tutte derivano

da

lei;

ma

laddove per Cartesio essa pu procedere con sicuro metodo di dimostrazione pari a quello geometrico, pel Vico

deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per


cause

ma

di

cause.

del

probabile

si

content ai suoi

bei tempi, nella Grecia antica e nell' Italia del Rinascimento;


e

quando
,

volle

abbandonare

il

probabile e
:

si

empi

la te-

sta dei fumi di quel

detto fastoso

sapientem nihil opi-

navi

cominci a turbarsi e a decadere. L'esistenza di

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

Dio certa, ma non scientificamente dimostrabile, e ogni tentativo di dimostrazione da considerare documento

non tanto

di piet

dimostrare Dio,

dovremmo

quanto piuttosto d'empiet, perch, per farlo: l'uomo dovrebbe diven-

tare creatore di Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto

quello che ci stato rivelato da Dio,


in qual

ma non domandare
non potremo mai

modo

sia

vero, che ci che

comprendere. Sulla verit rivelata e sulla coscienza di Dio


si

appoggiano
;

le
il

scienze

umane

e vi trovano la loro

norma

di verit

ma

fondamento stesso verit


le

di coscienza e

non

di scienza.
il

Come
geva

Vico abbassa

scienze che Cartesio predili-

e coltivava, la

metafisica, la teologia, la fisica, cosi


:

risolleva le

forme di sapere che Cartesio aveva abbassate

la storia, l'osservazione naturalistica, la

cognizione empi-

rica circa l'uomo e la societ, l'eloquenza e la poesia. 0,

per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per rivendidimostrato che le superbe verit della filosofia condotta con metodo geometrico si riducono anch'esse a niencarle
:

che probabilit e asserzioni aventi valore di seniplice coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere ,
t'altro

nell'atto stesso, bella e compiuta, perch tutte si ritrovano ormai adeguate alla medesima altezza o bassezza che si dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga

da
sul

s un'altra

indegna di questo nome perch fondata non

ragionamento

ma

sull'autorit, chiarita illusoria. L'au-

torit delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze,

l'opinione generale, la tradizione, la coscienza del genere

umano, vengono restaurate

nell'ufficio

che hanno sempre


;

avuto e che ebbero nello stesso Cartesio

il

quale (come

suole accadere) disprezz quel che egli possedeva in gran copia e di cui si era potentemente giovato, e, uomo dottissimo, scredit la dottrina e l'erudizione,

come

chi

si

nutrito pu darsi

il

lusso di parlare con disdegno del cibo

FILOSOFIA DEL VICO

che gi sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio contro l'autorit si era provata, per alcuni rispetti, benefica,

avendo scosso

la

sopra l'autorit.

Ma

troppo vile servit di star sempre che non regni altro che il proprio in-

dividuale giudizio, che


il

si pretenda rifare da cima a fondo sapere sulla propria individuale coscienza, che si giunga
il

(come fece
dit di

bruciati tutti

Malebranche) ad augurare perfino di vedere filosofi e poeti antichi e di tornare alla nu

Adamo;

una

follia o,

per

lo

meno, un eccesso,

mezzo

dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il giusto di seguire il proprio giudizio, ma con qualche ri-

guardo all'autorit; di congiungere insieme, cattolicamente, la fede con la critica circoscritta dalla fede e giovevole
alla fede stessa
:

in

modo conforme
il

al carattere indelebile

di in

mera probabilit che ha

sapere o la scienza umana,


divina regola delle cose
cartesiane al

modo avverso
si

all'indirizzo della Riforma, pel quale lo


si fa

spirito interno di ciascuno

che

devono credere.

C', per altro,

un gruppo

delle scienze
i

quale par che


di coscienza, tezza,

il

Vico riconosca, come

suoi predecessori
;

del Rinascimento,

un posto

privilegiato

vale a dire, non

ma

vera e propria scienza, non nella cernella verit: le discipline matematiche. Sono
di
lui, le

ma

queste, secondo
in

sole conoscenze possedute dall'uomo

modo

del tutto identico a quello del sapere divino, e


e

cio perfetto

dimostrativo.
effetto

E non

gi,

come

Cartesio

aveva creduto, per

del loro carattere di evidenza.

L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non d

una verit della stessa forza che nelle matematiche. N le matematiche sono per s evidenti con quale chiara e di:

stinta idea

potrebbe concepire che la linea consti di che non hanno parti? Ma il punto impartibile, che punti non si pu concepire nelle cose reali, si pu, invece, desi

finire; e col definire certi nomi, l'uomo

si

crea

gli eie-

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

menti delle matematiche, coi postulati li porta all'infinito, con gli assiomi stabilisce certe verit eterne, e con questi infiniti e con questa eternit disponendo i loro elementi,
egli fa il

vero che insegna. La


criterio

forza delle matematiche


cartesiano,

nasce, dunque, non dal

ma

appunto

dall'altro enunciato dal Vico;

non dall'evidenza,
:

ma

dalla

conversione del conoscere col fare


stramus, quia verum facimus
moltiplica, prende
il

mathematica demone lo

L'uomo prende l'uno


i

punto

e lo disegna; e crea

numeri
solo

e le grandezze che egli conosce perfettamente perch opera


sua.

Le matematiche sono scienze operative,

non

nei loro problemi,


si

ma

negli stessi teoremi, che volgarmente

esse sono

stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione anche scienze che dimostrano per cause, contraall'altra
il

riamente
tematiche

opinione volgare che esclude dalle maconcetto di causa sono, anzi, le sole, tra le
;

scienze umane, che davvero provino per cause.

Da
;

questo
e tutto

procedere provengono

le loro

Verit meravigliose

l'arcano del metodo geometrico consiste nel definire prima le voci, e cio fare i concetti coi quali si abbia a ragionare; poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col

quale si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, domandare cosa che per natura si possa concedere affine di poter dedurre i ragionamenti, i quali senza una qualche posizione non verrebbero a capo e con questi principi da verit pili semplici dimostrate procedere fil filo alle pi composte, e le composte non affermare se prima non si esa;

minino una per una le parti che le compongono. Si direbbe che il Vico sia circa il valore delle matematiche affatto

d'accordo con Cartesio, dal quale

differisca

soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto chela sua fondazione debba considerarsi pi profonda, tanto pi

ne verrebbe rafforzato ed esaltato l'ideale matematico, prefisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza perfetta

10

FILOSOFIA DEL VICO

lo spirito umano raggiunga quella matematica, chiaro che sopra essa bisogna sorreggersi e alla stregua

che

modellare o giudicare le altre. Il Vico, insomma, sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe procurato una migliore ragione che quegli non sospettava.
di essa
si

Ma, quantunque cosi sembri a prima vista (e cosi abbia pensato qualche interpetre), osservando meglio si scorge
che
la

gran perfezione che

il

Vico attribuisce
;

alle

matemache egli

tiche pi apparente che reale

che

la sicurezza

vanta di quel procedere, , per sua medesima confessione, acquistata a spese della realt; e che, insomma, l'accento
della teoria

non cade tanto

sulla

verit

di quelle disciin questo risalto

pline quanto sulla loro arbitrariet.

dato al carattere di arbitrariet egli differisce non solo dai ricordati filosofi del Rinascimento, ma anche da Galileo e
dalla sua scuola
*.

L'uomo

infatti (egli dice),

andando attorno a

investi-

gare la natura delle cose, e accorgendosi finalmente di non poterla in niun modo conseguire, perch non ha dentro di
s gli elementi

onde sono composte,

e,

anzi,

li

ha

tutti

fuori di s, condotto via via a volgere a profitto questo

vizio della sua mente; e con l'astrazione (non, s'intende, con l'astrazione sulle cose materiali, perch il
stesso

Vico non assegna origine empirica alle matematiche, ma con l'astrazione che si esercita sugli enti metafisici) si foggia due cose, duo sibi confingit il punto da disegnare,
:

l'unit da moltiplicare. Entrambi finzioni (utrumque ftctum), perch il punto disegnato non pi punto e l'uno moltiplicato non pi uno. Indi, da quelle finzioni, di proe

prio arbitrio (proprio iure) assume di procedere all'infinito, sicch le linee si possano condurre nell'immenso,

Si
il

Vico

veda sulla storia della gnoseologia mio saggio cit., pp. 258-67.

delle

matematiche

fino al

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA


l'

11

l'uno moltiplicare per


struisce per suo uso

innumerabile.
di

questo

modo

coegli

un mondo
;

forme e numeri, che

abbraccia tutto dentro di s


col

e col prolungare, col tagliare,

comporre
i

le linee,

con l'aggiungere, togliere e compu-

opere e conosce infiniti veri. Non cose e definisce nomi; non pu attingere gli elementi reali e si contenta di elementi immaginari, dai quali sorgono idee che non ammettono alcuna controtare

numeri,

fa infinite

pu definire

le

versia. Simile a Dio,

ad Del instar

>,

da nessun sostrato
la

materiale, e quasi dal niente, crea punto, linea, superficie:


il

punto che posto come quello che non ha parti

linea

punto, ossia la lunghezza priva di larghezza e di profondit; la superficie, come l'incontro di due linee diverse in uno stesso punto, cio la lun-

come

l'escurso

del

ghezza e la larghezza senza la profondit. Cosi le matematiche purgano il vizio della scienza umana, di avere sempre le cose fuori di s e di non aver essa fatto ci che
vuole conoscere. Quelle fanno ci che conoscono, hanno in s medesime i loro elementi e si configurano, perci, a

somiglianza perfetta della scienza divina {sdentici divince


similes evadunt).

A chi legge queste e altrettali descrizioni e celebrazioni vichiane del procedere matematico, par d'avvertire come
un'ombra
d'ironia, se
risultante dalle cose stesse.

non proprio intenzionale, certamente La fulgida verit delle matela

matiche nasce, dunque, dalla disperazione della verit;


loro formidabile potenza dalla riconosciuta impotenza!

La

somiglianza dell'uomo matematico con Dio non troppo diversa da quella del contraffattore di un'opera col suo autore: ci che Dio nell'universo della realt, l'uomo
, si,

sto

nell'universo delle grandezze e dei numeri, ma queuniverso popolato di astrazioni e finzioni. La divinit conferita all'uomo , quasi, divinit da burla.

Per

effetto della diversa genesi

che

il

Vico assegna alle

12

FILOSOFIA DEL yiCO


ristretta.

matematiche, anche la loro efficacia viene assai

Le matematiche non stanno

pi,

come per

Cartesio, al

sommo

del sapere umano, scienze aristocratiche, destinate a redimere e a governare le scienze subalterne ma oc;

cupano una cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben circoscritta, fuori della quale se mai esse si provano a uscire, prdono, d'un subito, ogni loro mirabile virt.
Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte ante e a parte post: nel loro fondamento e in quel che a loro volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento,

perch se creano i loro elementi, cio le finzioni iniziali, non creano la stoffa in cui queste sono ritagliate, e che a esse, non meno che alle altre scienze umane, fornita dalla

non potendo dar loro il proprio sogd certe ne getto, immagini. Dalla metafisica la geometria
metafisica, la quale,
toglie il punto per disegnarlo (cio, per annullarlo come punto); e l'aritmetica l'uno per moltiplicai'lo (cio, per di-

struggerlo come uno). E poich la verit metafisica, per quanto certa appaia alla coscienza, non dimostrabile, le matematiche, in ultima analisi, riposano anch'esse sull'autorit e sul

probabile. Ci

basta a svelare la fallacia di

Il

ogni trattazione matematica che si tenti dalla Metafisica. Vico sembra ammettere una specie di circolo tra geo-

metria e metafisica, la prima delle quali riceverebbe il suo vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella
stessa

metafisica,

confermando reciprocamente

la scienza

umana con

la divina.
si

Ma

contestabile e

pu dichiarare senz'altro incoerente

questo concetto (che pi che e con-

tradittorio) richiama, in ogni caso, l'uso metafisico, o piut-

tosto simbolico e poetico che della

matematica fecero Pi-

tagora e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e


nulla da vedere con
al

non ha

una

filosofia trattata

matematicamente

sarebbe, a giudizio del Vico, l'unica ipotesi per la quale dalla metafisica sia dato
dei cartesiani.

modo

La geometria

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

13

passare alla fisica;


tesi,

ma

rimarrebbe in

tale accezione un'ipola fede e la


ri-

una

probabilit, qualcosa di
l'

mezzo tra

critica,

tra

immaginazione e
metafisica
di
e,

il

ragionamento, quale

mane sempre la secondo il modo

in genere, la scienza

vedere del Vico in

umana, questa prima forma


quale anzi deri-

della sua gnoseologia.

Come non fondano

la metafisica dalla

vano, cosi le matematiche non sono neppure in grado di fondare le altre scienze, che pure seguono a esse nell'ordine di derivazione. Tutte
le

materie, diverse dai numeri

e dalle misure, sono affatto incapaci di

metodo geometrico.

La

fisica

non dimostrabile;
le

cose fisiche,

faremmo

(s

potessimo dimostrare le physica demonstrare possemus,


se

faceremus); ma non le facciamo e perci non possiamo darne dimostrazione. L'introduzione del metodo matema-

non ha giovato a questa disciplina, che fece scoperte grandi senza quel metodo, e nessuna n grande n piccola ha fatta merc di esso. La fisica moderna somitico nella fisica
glia, in verit,

mente arredata
la suppellettile,

a una casa che gli antenati hanno riccae di cui gli eredi non hanno accresciuto

ma

si

divertono solamente a cangiarla di

posto e a disporla in
tro

modi nuovi. necessario perci

re-

staurare e sostenere, in fisica, l'indirizzo sperimentale conquello


il

matematico: l'indirizzo inglese contro quello


cauto uso che delle matematiche fecero Galileo

francese,

e la sua scuola contro l'incauto e arrogante dei cartesiani.


si proibisce l'insegnamento della matematica: cotal metodo non procede se non prima definiti i nomi, fermati gli assiomi e convenute le domande;

ragione in Inghilterra

fisica

ma

in fisica si

hanno a

definire cose e

non nomi, non vi ha


n
si

convenzione che non

sia contrastata,

pu domandare

cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel migliore dei casi, quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo: si

espongono

le

osservazioni fsiche con la dicitura:

per

la

de-

14
finizione

FILOSOFIA DEL VICO

IV, per

il

si

conclude con
si

le solenni

postulato II, per l'assioma III, abbreviature: Q. e. d. ma


;

svolge nessuna forza dimostrativa e la mente resta tutta la libert di opinare che possedeva innanzi in dipoi di udire tali metodi strepitosi. Il Vico non sa astenersi, a

non

tal

proposito, da paragoni

satirici.

Il

metodo geometrico

(egli dice),

quando

nel suo legittimo dominio, opera senza


fa

farsi sentire, e,

ove

strepito,

appunto come
risce,

negli assalti

segno che non opera: l'uomo timido grida e non fe-

l'uomo d'animo fermato tace e fa colpi mortali.


il

ancora:

vantatore del metodo geometrico in cose in cui

quel metodo non trae necessit di consentire, quando pronuncia: questo assioma o questo dimostrato , simile al pittore che a immagini informi, le quali per s

questo uomo , questo satiro , questo leone , e via discorrendo. Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo dimostri i principi della fisica aristotelica, Cartesio i suoi,

non

si

possano riconoscere, scriva sotto:

certamente diversi; eppure furono due geometri, dei quali non si pu dire che non sapessero usare il metodo. Quel che bisognerebbe, se mai, introdurre nella
se
tutti opposti,
fisica

non

sarebbe non

il

metodo

ma

la

dimostrazione geome-

trica;

ma

questa proprio ci

che non dato introdurvi.

Meno ancora

possibile nelle altre scienze via via pi cor-

pulente e pi concrete: meno che in ogni altra, nelle scienze morali. E perci, non potendosi usare la cosa, in

cambio
gnore
perbo,

si

, rifiutato

abusa tanto del nome; e, come il titolo di siun tempo da Tiberio perch troppo sucosi quello di di-

si

d ora a ogni vilissimo uomo,


,

mostrazione

applicato a ragioni probabili e talora aper-

tamente
verit.

false,

ha sminuito

la

venerazione che

si

deve

alla

Per

le

matematiche

stesse

il

Vico scorge pericoli nella

sostituzione dei metodi

analitici ai geometrici o sintetici.

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

15

dubita che la nuova meccanica sia frutto davvero del-

l'analisi, la

ventiva,
(opera),

e,

certa nel
il

quale attutisce l'ingegno, ossia la facolt inrisultato {opere), oscura nella via

metodo sintetico tum opere tura opera certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni aspettando se per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte d'indovinare, o una macchina piuttosto che un pensiero. Per analoghe considerazioni il Vico non teneva in alcun pregio le topiche pi o meno meccaniche e le arti lulliane e kircheriane dell'invenzione e della memoria. La simpatia per lo sperimentalismo che, come si visto,
laddove
stacca
il

Vico dall'indirizzo francese e cartesiano e

lo

av-

vicina piuttosto a quello italiano e inglese, a Galileo e al

Bacone,
lersi del

lo

rende altres nemico dell'aristotelismo e dello


i

scolasticismo. Esortando egli a cercare

particolari e a va-

metodo induttivo; affermando che il genere umano era stato arricchito di innumerevoli verit dalla tsica, la
quale,

merc

il

fuoco, le

macchine e

gli

strumenti,

si

era

fatta operatrice di cose simili a peculiari

opere della na-

raccomandando la propria metafisica come tale che serve bene {anclllantem) alla fisica sperimentale; non pu non riconoscere ben meritato il discredito in cui era catura;

duta

la fisica aristotelica,

se a Cartesio

troppo (egli diceva) universale. rimproverava l'introduzione delle forme

fisiche nella metafisica, e

con ci

la

tendenza verso

il

male

terialismo, Aristotele e gli scolastici sono poi


sati dell'errore opposto, cio di

da

lui

accu-

aver voluto introdurre

forme metafisiche nella


il

fisica.

Come Bacone,

egli stima che

sillogismo e

il

sorite

non producano nulla

di

nuovo e

ripetano ci che gi contenuto nelle


in chiaro
i

premesse; e mette

molteplici danni che gli universali aristotelici cagionano in tutte le parti del sapere nella giurisprudenza,
:

in cui le vuote

generalit

soffocano

il

senno legislativo;
in piedi
i

nella medicina, che

bada piuttosto a tenere

si-

16

FILOSOFIA DEL VICO

stemi che a sanare

gl'infermi; nella vita pratica, nella di abusatori universali sono derisi- col nome di quale gli uomini tematici . Dagli universali derivano le .omoni-

mie o equivoci, cause d'ogni sorta


verso
gli universali, intesi

di errori. Alla diffidenza

rali o astratti,

qui nel senso di concetti generisponde nel Vico (com'era stato caso fredella

quente presso

gli antiaristotelici

Rinascenza)

l'esal-

tazione delle idee platoniche, delle

forme

metafisiche, o,

chiama, dei generi, modelli eterni degli oggetti e infiniti per perfezione. Nominalista nelle matematiche, sospettoso del nominalismo in tutti gli altri
egli
le

come

anche

campi del sapere,

il

Vico asserisce la realt delle forme o

da giovane fosse attratto da questa dottrina, insegnatagli da un suo maestro che era
delle idee, e narra
fin

come

scotista e perci seguace di quella tra le filosofie scolasti-

che che pi si approssimava alla platonica. Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia del

Vico non
che

intellettualistica,

non

sensistica e

non vera-

mente speculativa; ma contiene


si

tutte tre queste tendenze

compongono

in certo

modo

tra loro,

non

col sottomet-

gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi tutte alla riconosciuta incompiutezza della scienza umana. Il
tersi

suo intento sarebbe di fronteggiare, con un sol movimento tattico, dominatici e scettici, contro i primi negando che si
possa sapere tutto e contro i secondi che non si possa sapere cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione di scettii> cismo o agnosticismo, nella quale
'

che tratto mistico.

umano

non manca neppure qualdivino sapere unitario, quello sapere la frammentazione dell'unit; Dio sa tutte le cose
Il

perch contiene in s tutte l'uomo si studia


;

gli
di

elementi dai quali le compone conoscerle col ridurle in pezzi. La


di

scienza

umana

una sorta

anatomia delle opere di natura,


anima, e l'anima in
il

eviene dividendo l'uomo


telletto e volont, e dal

in corpo e

in-

corpo

astrae la figura e

moto, e da

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

17

questi l'ente e l'uno; onde la metafisica contempla l'ente, l'aritmetica l'uno e la sua moltiplicazione, la geometria la
figura e le sue misure, la meccanica il la fisica il moto del centro, la medicina
la ragione, la

moto dell'ambito,
il

morale

la volont.

Ma

corpo, la logica accade di questa ana-

tomia come di quella del corpo umano, circa la quale i pi acuti fisiologi dubitano se per effetto della morte e della
stessa dissezione sia pi possibile

indagare

il

vero

sito,
il

struttura

uso delle

parti. L'ente, l'unit, la figura,

il corpo, l'intelletto, la volont sono altro in Dio, nel quale fanno uno, altro nell'uomo in cui restano divisi in Dio vivono, nell'uomo periscono. La percezione chiara

moto,

e distinta, nonch prova di forza, prova di debolezza dell'intendimento umano. Le forme fisiche appaiono evidenti fintanto che
fisiche:
il

non

si

mettono

al

cogito ergo

sum

certissimo,

paragone delle metaquando l'uomo

considera s stesso, creatura finita, ma addentrandosi in Dio, che l'unico e vero ente, egli conosce veramente non essere: con l'estensione e le sue tre misure crediamo di
stabilire verit eterne,

ma
le

nel fatto

ccelum ipsum petitutto

mus

stillatici ,

perch

eterne verit sono solamente in


il

Dio: eterno
della parte,

ci

sembra l'assioma che

maggiore

si

vede

ma, risalendo ai principi, si scorge che falso che tanta virt di estensione nel punto del

cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perci (conclude


Vico) in metafisica colui avr profittato che nella meditazione di questa scienza avr s stesso perduto .
il

Giudicare (come pur talora stato fatto) che in queste proposizioni il Vico sia nient'altro che un platonico o un
seguace della tradizionale
filosofia cristiana, e

conseguenza qualsiasi importanza


tica e di storia filosofica
il

alla

negare per sua prima gnoseo-

logia, significherebbe attenersi a quell'erroneo

modo

di cri-

quale, guardando generali di un sistema, ne trascura il contenuto particolare,

alle conclusioni

B. Croce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

18

FILOSOFIA DEL VICO


gli

che solo

la

vera fisonomia. S'intende bene che ogni

filosofo sempre, nelle sue conclusioni finali, o

agnostico o mistico o materialista o spiritualista, e via dicendo ossia


;

rientra in qualcuna delle perpetue categorie nelle quali si aggira il pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in

questo
il

modo

unilaterale

filosofi

giova soltanto a favorire

sterilmente, s medesima, passando


altro e

pregiudizio che la storia del pensiero ripeta di continuo, da un errore ad un

abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che sarebbe anch'esso un vecchio rifatto o ritinto giovane. poi Il platonismo, agnosticismo o misticismo del Vico som-

mamente
non
solo

originale perch

tutto contesto di dottrine

che

non sono

inferiori al livello della filosofia

contem-

poranea,

ma

lo

sorpassano d'assai.

La prima di queste dottrine la teoria del conoscere come conversione del vero col fatto, sostituita al tautologico criterio della percezione chiara e distinta.

Quan-

Vico quella conversione rappresenti un ideale inconseguibile dall' uomo, non pertanto con essa viene

tunque per

il

esattamente determinata la condizione e la natura della

conoscenza, l'identit del pensiero e dell'essere, senza la quale il conoscere inconcepibile. La seconda la svelata

natura delle matematiche,


tra le altre conoscenze

singolari per la loro origine


arbitrarie,
il

ammirevoli

ma

inette

umane, rigorose perch a dominare e a trasformare

restante

sapere umano. La terza


dicazione del
della

dottrina, finalmente, la riven-

mondo

probabilit, dell'autorit,

dell'intuizione, dell'esperienza, di quelle forme tutte

che l'intellettualismo ignorava o negava. In questi punti l'agnostico, il platonico, il mistico Vico non era n agnostico n mistico n platonico, e compieva un triplice progresso sopra Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti, veniva da lui definitivamente criticato.

Dove, invece, Cartesio sopravanzava ancora

il

Vico era,

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

19

per l'appunto, in quel dornmatismo di cui il Vico non voleva a niun conto sapere. Riuscisse o no, Cartesio tentava una scienza
scienza; e
il

umana

perfetta, dedotta dall'interna co-

Vico, giudicando troppo superbo il filosofo francese e disperando del tentativo, asseriva invece la

trascendenza della verit, si appoggiava alla rivelazione e si restringeva a dare una metafisica humana imbecillitale

dignam. La sua era una gnoseologia dell'umilt, come quella di Cartesio della superbia. Ora, il Vico non poteva progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno una parte della sua umilt e acquistando qualcosa della
superbia di Cartesio; introducendo nel suo spirito cattolico

un po'

del lievito di quello spirito protestante che gli sem-

brava cosi pericoloso; provandosi a* concepire una filosofia alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto pi

degna dell'uomo, che debole


Dio.

e forte insieme,

uomo ed

questo progresso manifesto nella

forma succes-

siva del suo pensiero.

II

La seconda forma della gnoseologia vichiana

volont di credere, fortissima nel Vico, e la comdedizione del suo animo al cattolicismo del suo tempo pleta e del suo paese, lo legavano saldamente alla gnoseologia
la.

e metafisica platonico-cristiana; la quale,


coli psicologici,

per questi ostalui le

non poteva sviluppare nella mente "di

contradizioni di cui era pregna. L'idea di Dio lo domava e lo sorreggeva insieme; ed egli non aveva l'audacia n

bisogno d'investigare a fondo quale valore sia da attribuire alla rivelazione, o se sia concepibile un Dio
sentiva
il

fuori del

mondo,

in qualche
si

modo

come l'uomo possa affermare Dio senza dimostrarlo e perci crearlo lui. Per far

che

il

via, la quale

Vico aprisse e in parte percorresse una nuova avrebbe condotto lo spirito umano al supera-

mento
bile

della concezione platonico-cristiana, era indispensala

che

Provvidenza (per servirci

fin

da ora di un con-

cetto vichiano, che verr illustrato pi oltre) adoperasse

verso di lui un inganno, e con lungo e tortuoso giro lo menasse all'imboccatura della nuova via, non lasciandogli
sospettare dove questa avrebbe messo capo.
Gli scritti, nei quali
seologia,
il il

Vico espose la sua prima gnoil

De

ratione studiorum,
le

De antiquissma

ita-

lorum sapientia, e

polemiche relative, appartengono

al

22

FILOSOFIA DEL VICO

quadriennio 1708-1712. Nel decennio che segui, il Vico fu tratto a darsi sempre pi alle ricerche sulla storia del diritto e della civilt.

Lesse Grozio per prepararsi a scris'ingolf nei


dibattiti

vere la vita di Antonio Carafa, e


e sulla scienza del
di

sul diritto naturale; intensific gli studi sul diritto


diritto in genere,

romano

per rendersi degno

una cattedra

di giurisprudenza nella universit napole-

tana; ripens alle origini delle lingue, delle religioni, degli


Stati,

poco soddisfatto delle

tesi storiche

da

lui sostenute

nel

De

antiquissima, e forse anche intimamente scosso da

qualche critica che coglieva giusto, fattagli da un recensente del Giornale dei letterati', l'insegnare rettorica, che
era
il

suo mestiere, gli porgeva continua occasione a me-

ditare sulla natura e la storia della poesia e delle forme


del linguaggio. Cosicch, se

non

esatto dire che

il

Vico

nuovo orientamento, culminante nella seconda' Scienza nuova, merc un processo non filosofico
fu condotto al suo

ma

filologico (essendo chiaro

che un orientamento

filosofico
filoso-

non pu nascere
fico),

se

non da un processo egualmente


che
il

indubitabile
gli

materiale e lo stimolo pel suo


offerti dagli studi filologici.

nuovo pensiero

furono

Attraverso i quali egli ebbe -a fare un'esperienza solenne: cio, che quella materia di studio non poteva essere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di
certi principi necessari,

che gli si ripresentavano in ogni parte della storia da lui presa a meditare. Un tempo gli era sembrato che le scienze morali, ragguagliate al metodo matematico, occupassero, quanto a sicurezza, l'infimo posto. Ora, nella quotidiana familiarit con quelle scienze, gli si veniva scoprendo il contrario: niente di pi sicuro del fondamento delle scienze morali.
quella loro sicurezza non era la semplice evidenza cartesiana", nella quale l'oggetto, per intrinseco che si dica,

rimane estrinseco;

ma

era una sicurezza davvero intrinseca,

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

23

fatti della storia,

intrinsecamente ottenuta. Nel ripiegarsi con la mente sui il Vico sentiva di appropriarsi meglio qualgli

cosa che gi

apparteneva, di rientrare in possesso di propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo; e che cosa era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso?
fa la

Chi

storia se

non

la

fa

suoi sentimenti, le sue passioni,

l'uomo, con le sue idee, i la sua volont, la sua


fa la storia,

azione?

lo spirito
si

umano, che

non

quello

stesso che

adopera a pensarla e a conoscerla? La verit

dei principi generatori della storia nasce, dunque, non dalla forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla connessione indissolubile del soggetto con l'oggetto della conoscenza.

che importava che la scoperta che piva, la verit che egli ora riconosceva
Il

il

Vico ora comscienze

alle

mo-

era la visione di un nuovo nesso del principio gnoseologico gi da lai formolato nel periodo precedente della
rali,

sua speculazione, ossia del criterio della verit riposto nella conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta,
per
la

umano,

quale l'uomo pu avere perfetta scienza del mondo per l'appunto che il mondo umano l'ha fatto l'uo-

mo stesso; e ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non pu essere pi certa l'istoria . Con questo riattacco alla precedente teoria l'affermazione circa la possibilit delle scienze morali

non prese,

soggettivamente, nello spirito del Vico l'importanza e non port le conseguenze di una rivoluzione, che gli sconvolgesse da cima a fondo l'assetto delle sue idee e lo costringesse a procurarne uno affatto nuovo. Quell'affermazione

parve a

lui,

dottrina,

da una parte, una conferma della sua vecchia un esempio aggiunto agli altri che aveva gi recati

di scienza perfetta (scienza divina dell'universo e scienza

umana
del

del

mondo matematico);
i

e dall'altra, un'estensione

campo conoscitivo, sistevano sempre) aveva tracciati dapprima in

cui limiti (perch certi limiti sus-

modo troppo

24
stretto.

FILOSOFIA DEL VICO

Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato; ora, la sfera luminosa si ampliava di un tanto, e di altrettanto scemava la zona tenebrosa. Ampliamento che non
in
lo

gettava punto in conflitto con

le

sue convinzioni

reli-

La non forse la libert, responsabilit* e religione insegna consapevolezza che l'uomo ha dei propri atti e fatti? Il Vico non senti dunque il bisogno di scrivere un nuovo libro metafisico, perch gli sembr che bastasse aggiungere una postilla al gi scritto e ritoccare alquanto le sue precedenti affermazioni. La sua nuova gnoseologia, tenendo
giose, e, anzi,

sembrava

favorirle ed esserne favorito.

fermo

il

criterio generale della verit contrapposto al cri-

terio cartesiano

divideva sce,
nel

cio,

che solo chi

fa le cose le cono-

le

cose tutte nel

mondo
il

della natura e

mondo umano;

e osservando che

mondo

della na-

tura stato fatto da Dio e perci Dio solo ne ha la scienza,

restringeva l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e dichiarava, per contrario, che del mondo umano, come fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Elevava cosi

conoscenze, dapprima meramente indiziarie e probabili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfetle

ta;

ed esprimeva maraviglia che

filosofi

si

studino con natu-

tanto

impegno

di conseguire la scienza

o cirale, chiuso all'uomo, e trascurino il vile o delle nazioni (come anche lo chiamava), del quale possibile conseguire

mondo mondo umano


del

scienza.

vava

la

cagione nella facilit

Di questo erramento troche la mente umana, immersa


le

e seppellita nel corpo,

prova a sentire

cose del corpo,

e nello sforzo e fatica che le

costa d'intendere s mede-

sima: come l'occhio corporale vede tutti gli oggetti fuori di s e, per vedere s stesso, ha bisogno dello specchio. In ogni altra parte, le sue idee restavano immutate. Di
l dal

mondo umano,

il

mondo

soprannaturale, inaccessi-

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

25

il mondo naturale, che era in certo senso anch'esso soprannaturale; di l dalla scienza perfetta che l'uomo pu avere di s stesso, la metafisica platonico-cri-

bile all'uomo, e

stiana, adatta alla debolezza, che

continuava pur sempre


le

ad

affliggere l'uomo.

Le

discipline naturali venivano con-

siderate

sempre come semiscienze; una formazione astratta, validissima


il

matematiche come
sorite

nell'astratto, priva di
il

forza innanzi
degli stoici,

al reale. Il sillogismo di Aristotele,

seguitati dallo stesso odio di prima, e con lo stesso

metodo geometrico di cartesiani erano peramore

celebrata l'induzione che il Verulamio, gran filosofo insieme e politico , commendava e illustrava nel suo Organo, e che gl'inglesi adoperavano con gran frutto della

sperimentale

filosofia.

circa l'applicabilit del metodo geometrico potrebbe sembrare la frequente asserzione del Vico che la scienza delle cose umane sia da lui costruita con

Un ravvedimento

uno

stretto

metodo geometrico

Ma, anche a lasciar

la struttura della Scienza nuova proprio l'opposto di quella geometrica, un fatto che, nel tempo stesso e negli stessi libri, "egli non cessa di mettere in guardia

andare che

contro l'uso del


morali,
o
il

metodo matematico nelle cose fisiche e ove non sono figure di linee o di numeri quale

non porta necessit, spesso invece di dimostrare il vero pu dare apparenza di dimostrazione al falso onde il preteso ravvedimento sarebbe una palmare contradizione, se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce
;

interamente la coerenza nelle idee del Vico.

Un

signifi-

cato assai smplice, perch, riconosciuta ormai alle scienze morali non meno che alla geometria la potenza di convertire il vero col fatto, esse potevano e dovevano svolgersi con metodo analogo a quello sintetico della geometria, () con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il
*

mondo umano

dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino

26

FILOSOFIA DEL VICO

non doveva sperare di poter intendere le loro dottrine per salti, ma doveva percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare alle conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non
alla sua perfezione, sicch lo studioso
si

recalcitra a quelle della


la

tanto a esaminare

geometria, e attendendo solsaldezza del nesso tra premesse e

Era, dunque, codesto un metodo chiamato geometrico per analogia o per sineddoche, ma in effetti intrinsecamente speculativo, da non confondere con l'ap-

conseguenze.

plicazione della matematica alle cose morali, quale ne avevano dati esemp i cartesiani e lo Spinoza.

si

pu concedere senza riserve


:

il

giudizio di alcuni

interpetri

Vico in realt, con l'ammettere una scienza dell'uomo da investigarsi nelle modificazioni stesse
che
il

della

mente umana, si ravvicinasse e facesse seguace Cartesio; al qual uopo si suole addurre anche l'altra
lui,

di
di-

chiarazione di

che, per pensare la sua Scienza nuova,

convenisse

ridursi a
filologi

uno
il

stato di

somma
la

ignoranza, come
stati al

filosofi
.

n libro alcuno fossero mai


Vico con

Certamente, gnoseologia entra anche lui

mondo

nuova forma

della sua

nel soggettivismo della filosofia moderna inaugurato da Cartesio (anzi, vi era gi entrato, in certo modo, con la sua dottrina attivistica
della verit
gnificato

come rifacimento
tutto

del fatto);
dirsi,

e,

in questo silui,

del

generico pu

anche

carte-

siano. Pure, se a Cartesio

rimane ancora

inferiore, per-

ch

ma
rit

suo soggettivismo principio non della scienza tutta di quella sola del mondo umano, per un altro verso si
il

pone

di sopra al filosofo francese, in quanto, per meditata nel mondo umano non statica

lui, la

ve-

ma

dina-

mica, non trovata ma prodotta, scienza e non coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far
conto

come

se

citi di filosofi e di filologi,

non vi fossero mai stati libri al mondo n plaessa non importa altro se non che

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

27

bisogni spogliarsi di ogni pregiudizio, di ogni comune invecchiata anticipazione, di ogni corpulenza proveniente da
fantasia o da memoria, per ridursi

tendimento, informe

di

puro inogni forma particolare , com'

in istato di

indispensabile per la scoperta e l'apprendimento di ogni nuova verit e tanto poco qui l'esortazione ha il significato cartesiano e malebranchiano di un rifiuto della erudizione
;

dell'autorit,

che,

per

non

dir

altro,

nel

medesimo

luogo al quale di sopra si alluso, si trova avvertito che la Scienza nuova suppone una grande e varia cosi dottrina

come erudizione

gi conosciute per
proposizioni.

, dalle quali prende le verit come valersene da termini per fare le sue

Nella nuova sua gnoseologia il Vico, insomma, diventa non gi pi cartesiano ma sempre pi vicinano, sempre pi lui. Cartesio non pare gli servisse neppure come tra-

mite attraverso cui giungere alla persuasione della possibilit di costruire con la mente la scienza della mente. Il
tramite vero
fu
il

criterio
le

stesso vichiano

della verit,

messo a contatto con

osservazioni

che l'autore venne


si

facendo nel corso dei suoi studi storici. Che se


sero cercare precedenti,
nella storia
della

volesalla

filosofia,

seconda forma della gnoseologia del Vico, bisognerebbe, circa la divisione dei due mondi di realt e delle due sfere
di conoscenza, e circa la preferenza manifestata per le in-

dagini morali rispetto alle naturali, correre col pensiero alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo

tempo,

al

attico arretrava

sentimento di religioso mistero onde il filosofo innanzi al mondo della natura e si rila

volgeva a indagare

conformazione dell'animo umano. E,

circa la maggiore trasparenza delle scienze morali in quanto concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si potrebbe

richiamare la partizione aristotelica delle scienze in fisiche, che considerano il movimento estrinseco all'uomo,

28

FILOSOFIA DEL VICO

e in pratiche e poietiche, che considerano le cose prodotte

dall'uomo.
scuole; e

La

distinzione era passata nella filosofia delle

Tommaso d'Aquino
ratio considerai sed

parla

della

natura come

ordo qnem

non

facit , e del

mondo

dell'attivit

umana come
si

ordo quem ratio considerando

facit .
il

Ma

queste riferenze non sono indicate dal Vico,

quale pure assai

propri pensieri agli antichi

compiaceva nel fare omaggio dei filosofi e, ammesso anche che


;

avessero qualche efficacia sopra di lui, certo che tra esse e la dottrina vichiana sulla conoscibilit del mondo umano
corre distanza non minore che tra la proposizione dell'onniscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che
egli

seppe ricavarne. Di questo principio, la dottrina vichiana sulle scienze

cazione;

morali n pi n meno che la prima legittima applie inesattamente il suo autore (come di solito,

ebbe a presentarla quale semplice estensione delle applicazioni gi date, un secondo caso aggiunto a quello gi contemplato delle scienze matematiche.
poi, gl'interpetri)

Nel caso delle scienze matematiche, il principio della conversione del vero col fatto veniva applicato solo in

apparenza. Originale
vera
la

e vero, quel principio; originale e

teoria

falsa la

matematiche; del tutto artificiale e connessione delle due verit. Mancava (se non
delle

c'inganniamo) un effettivo rapporto tra il concetto di Dio che crea il mondo, e, perch lo crea, lo conosce; e quello di colui che costruisce arbitrariamente un mondo di astrazioni e, nel fare ci,

non conosce nulla o conosce soltanto

(quando non pi geometra o aritmetico quando scrive non gli Elementi di Euclide ma
gnoseologia del trariamente. Se

ma
le

filosofo,

pagine di

che egli procede arbimatematiche foggiano i concetti a libito, se producono finzioni e non verit, esse, a dir vero, non sono scienze n conoscenze di sorta, e non
antiquissima)
le discipline

De

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

29

c' possibilit di porle a riscontro con

la scienza divina,

che scienza della reale realt. Nelle matematiche (diceva contenendo dentro di s un immagiil Vico) l'uomo,

nato mondo di linee e di numeri, opera talmente in quello con l'astrazione, come Dio nell'universo con la realt .
Il

riscontro pu riuscire brillante,

ma

risplende, forse, di

luce piuttosto metaforica che logica. Nelle scienze morali, invece, il riscontro tanto logico,

che deve

dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere


il

umano

qualitativamente,

medesimo
non

del divino, e al pari del


;

pensiero divino conosce il titativamente pi ristretto,


al

mondo umano
si

sebbene, quan-

mondo
si
il

della natura. Nel

come quello, campo umano, non pi espeestenda,


:

dienti di debolezza,

qui crea

nella

finzioni, non pi falsificazioni concretezza del conoscere. L'uomo maggiore mondo umano, lo crea trasformandosi nelle cose

non pi

civili; e, col pensarlo, ricrea la

vie gi percorse,

vera e piena

sua creazione, ripercorre a rifa id ealmente e perci conosce con scienza. Questo davvero un mondo, e
l

l'uomo per davvero

il

Dio di questo mondo.

Ci sembra, dunque, incontrastabile che solamente l'applicazione del verum- factum, quale si effettua nella Scienza

nuova, risponda al criterio stabilito; e che l'altra che ne era stata anteriormente tentata per le matematiche, imriti

portante per altri rispetti e validissima a liberare gli spidal pregiudizio matematico, non si possa considerare
il

vera e propria applicazione. E, forse,

Vico ebbe talvolta

qualche sentore della differenza tra le due applicazioni, la propria e la metaforica, che per solito confuse come iden-

La scienza del mondo umano (egli dice) appunto come la geometria che, mentre sopra
tiche.

procede
suoi elefaccia
il

menti

il

costruisce o

'1

contempla, essa stessa

si

mondo

delle grandezze; ma con tanto pi di realit quanta pi ne hanno gli ordini d' intorno alle faccende

30
degli uomini, che
o figure
.

FILOSOFIA DEL VICO

non ne hanno
altro

punti, linee, superficie


si

E un
il

indizio

della coscienza che

ac-

cendeva a

tratti in lui di

dottrina circa

mondo

avere per la prima volta, nella umano, ritrovata una conoscenza

vera e propria (non una mera finzione di conoscenza), potrebbe vedersi nell'uso assai pi convinto, pi caldo ed
entusiastico che egli fa, in questo caso, dell'epiteto

di-

vino

ironico,

ben diverso da quello freddo, se non propriamente dell' ad Dei instar nel De antiquissima. Le

prove della Scienza nuova (dice pi d'una volta, con rapimento) sono d'una spezie divina, e debbono, o leggitore, arrecarti un di v in piacere, perocch in Dio il conoscere
e
il

fare una medesima cosa! La conversione del vero col

fatto nelle scienze morali

non* poteva

ossia (secondo
cipale, che
il

non ripercuotersi nella trattazione del certo uno dei parecchi significati, e forse il prinVico attribuisce a questa parola) delle co(del peculiare, certuni, contrapposto
il

gnizioni storiche
al

commune

o veruni);

che forma

l'altro tratto

della seconda gnoseologia


logia, quelle cognizioni
si

vichiana.

importante Nella prima gnoseo-

erano legittimate e protette, come

visto, col parificarle a ogni altra sorta di conoscenze

tutte

egualmente deboli o egualmente

forti,

perch tutte

fondate sulla probabilit e sull'autorit, sia dell'individuo (autopsia) sia del genere umano. Ma, redenta dall'autorit
e dalla probabilit la

conoscenza dello spirito umano e delle

sue leggi, le cognizioni storiche, quantunque di loro natura fondate sempre in qualche modo sull'autorit, venivano rischiarate di nuova luce. Il certo doveva entrare in un nuovo rapporto, perch aveva ormai di fronte non un altro certo, ossia una semplice conoscenza probabile circa lo spirito umano, ma un vero, una conoscenza filosofica.

Questo rapporto chiamato


di filosofia e filologia,
la

altres dal

Vico

il

rapporto

prima delle quali versa circa

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

31

necessaria naturai

la scienza del vero, la


bitrii e

contempla la ragione onde viene seconda circa piatita fiumani arl'individuale,

osserva l'autorit onde viene la coscienza del certo.


l'universale, l'altra

L'una considera
(avrebbe detto

il

l'una

vrits de fait .
il

Leibniz) le vrits de raison , l'altra le Distinzione che non mantenuta dapper-

tutto, presso

Vico, nella

medesima nettezza

tanto che a

volte l'autorit contrapposta alla ragione diventa, secondo


lui, parte della ragione stessa, o si confonde con la conoscenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della vo-

lont razionale;

ma

di cui per altro chiarissimo


il

il

senso

per filologia generale. lo studio delle parole e della loro storia, ma, poich alle parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia
delle

Vico non intende solamente

cose; onde

filologi

debbono trattare
costumi,

di guerre, paci,

alleanze, viaggi, commerci, di


di geografia e di

leggi

e monete,

cronologia, e di ogni altra cosa

che

si

attenga

alla

vita

dell'uomo nel mondo.


vichiano,

La

filologia inil

somma

(nel

significato

che poi

significato

esatto) abbraccia

non solamente

la storia delle

lingue o delle
fatti,

letterature,

ma

quella altres delle idee e dei

della

filosofia e della politica.

Certamente, la filologia, le verit di fatto, il certo non sempre erano stati brutalmente maltrattati come dai cartesiani.
Il

Grozio aveva dato esempio di vastissima erudi-

zione storica, messa a servigio delle sue dottrine sul diritto naturale. Il Gravina, contemporaneo e connazionale del
Vico, richiedeva

come necessarie

al giurisperito

non

solo

la ratiocinandi ars ,

ma
E
il

la latince linguai peritia e

la notitia

temporum

Leibniz, or ora ricordato, rias-

l'importanza dell'erudizione contro i cartesiani e padroneggiava da gran signore i pi svariati aneddoti stoseriva
rici,

che profondeva a piene mani nei suoi libri. Ma notava che filosofia e filologia rimanevano tuttavia,

il

Vico

ai suoi

32

FILOSOFIA DEL VICO

tempi, estranee l'una all'altra,


tutto presso
i

come erano
i

state quasi del

greci e

romani:
il

oratori, filosofi e poeti, che


;

vano un puro ornamento e il dicato forse (se ne avesse avuto conoscenza e ce ne avesse comunicato il suo giudizio) del largo uso che il Leibniz

tanti luoghi di storici, Grozio accumulava, costituimedesimo il Vico avrebbe giu-

vava un

faceva della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli protal senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento
inintelligente delle notizie storiche, che era tratto quasi a

dare ragione

(e

dov darla per qualche tempo incondiziona-

tamente) a Cartesio e al Malebranche nel loro odio contro l'erudizione. Senonch (pens dipoi), quei due filosofi, in

cambio

di sprezzare l'erudizione, avrebbero

dovuto piutfi-

tosto indagare se

non

fosse stato possibile richiamare la


i

lologia ai principi della filosofia; e

invece di arrecare

fatti

pompa
ceco

di

filologi, da parte loro, erudizione, debbono in-

dustriarsi di elaborarli a fini di scienza.

La filologia

da ridurre
i

a scienza:

il

pensiero del Vico circa

rapporti del certo col vero, della filologia con la filosofia. Che cosa vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che

lo stesso, a scienza o a filosofia?

rigore, la riduzione
di
:

non

possibile,

non perch

si

tratti

cose eterogenee,
la storia gi inla

ma

anzi perch quelle sono omogenee


filosofia;

trinsecamente

non possibile proferire

pi pic-

cola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cio,

con

poich questo presupposto filosofico della filologia allora non era avvertito (come non fu molto spesso neppure nei tempi seguenti), e facilmente veniva

la filosofia.

Ma

negato; poich
dal

pi,

come sappiamo,
geometrica,
dei
casi

o concepivano un'a-

ristocratica filosofia

profanum vulgus
il

disdegnosa e aborrente storici, ovvero (come fa-

ceva prima
tato
il

Vico stesso) una

filosofia e

una

storia egualil

mente poco rigorose e meramente opinabili;


suo punto di vista
filosofico,

Vico,

mu-

raggiunta

la

coscienza

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

33

del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso pi

profondamente lo spirito umano, doveva scorgere quanto ci fosse da riformare nella storiografia corrente, sentire
bisogno di una pi perfetta filologia come conseguenza e in termini gnoseologici con formola del richiamare alla filosofia esprimerlo quella
il

della sua pi perfetta filosofia,

la filologia, ut hcec posterior, ut

sequenta

prioris sit conDoveva, in altre parole, togliere la storia dalla

par

est,

sua condizione d'inferiorit, dalla servit al capriccio, alla vanit, al moralismo, alla precettistica o ad altri fini estrinseci, e

riconoscerle

il

fine

proprio e intrinseco di neces-

sario

complemento

del vero universale. In pari tempo, la

filosofia si

sarebbe riempita di storia, affiatata con la storia;

e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore larghezza e un senso pi vivo della realt concreta da spiegare. Tale, senza dubbio, uno dei significati che ha la formola vichiana del congiungimento di filosofia e filologia e della riduzione della filologia a scienza.

Ma non meno
formola,
il

fuori dubbio che, nel pronunziare quella


e,

Vico voleva qualcosa di pi


d'altro.

di solito, inten-

deva qualcosa
cone e
al

Questo qualcos'altro pu, nel modo

pi diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa al Ba-

metodo di filosofare pi accertato : metodo espresso nel titolo del libro baconiano: Cogitata et visa, e che il Vico si proponeva di trasportare dalle naturali alle
suo

cose civili. Esigeva, insomma, la costruzione di una storia tipica delle societ umane (cogitare), da riscontrare poi nei fatti (videre), accertando coi fatti la costruzione ideale e avverando con la costruzione ideale i fatti, confermando la ragione con l'autorit e l'autorit con la ragione; di una scienza che fosse insieme filosofia dell'umanit e storia universale delle nazioni. Ora questa costruzione che egli esigeva, questo qualcosa di mezzo tra
il

umane

cogitare e

il

videre, tra

il

pensiero e l'esperienza, questo

B. Croce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

34

FILOSOFIA DEL VICO

misto dei due processi, intrinsecamente diverso dalla unita,


di
filosofia e filologia

in

quanto interpetrazione n

filosofica
;

dei dati di fatto. Questa interpetrazione la storia vivente


l'altra

non

filosofia

storia,

ma una scienza em-

pirica dell'uomo e delle societ, materiata di schemi che non sono le extratemporali categorie filosofiche e neppure
g'

individuali fatti storici (bench senza categorie

fi:

non potrebbero mai costruirsi) una scienza empirica, e perci n esatta n vera, ma solosofiche e senza fatti storici

lamente approssimativa e probabile, e soggetta a verificazione e rettificazione da parte cosi della filosofia come della
storia.

Sarebbe impossibile determinare quale di codesti due


significati della filologia ridotta a storia sia quello proprio

del Vico, perch nel suo pensiero si trovano tutti e due ; o quale prevalga, perch effettivamente prevale ora l'uno ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia pi di frequente formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando

Vico intitolava Scienza


pale dei significati che
si

nuova

la

sua opera,

il

princi-

dava a questo

titolo invidioso ,

riferiva

appunto a quella scienza empirica:

alla scienza

cio che fosse insieme filosofia e storia dell'umanit,


storia ideale delle

alla

leggi eterne sopra le quali corrono i fatti di tutte le nazioni nei loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini. Il Vico, in realt, non unific mai (e non
i

poteva)

due diversi

significati, e

ne serb

la duplicit, la

quale, appunto perch

non era

distinta chiaramente, prenla


si

deva apparenza d'identit. Di qui zione di entrambe le tendenze che


sasse e adoperasse

parziale

giustifica-

sono manifestate tra


il

gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che


il

metodo speculativo,

altri

Vico profesche il suo

metodo
stema

fosse, nell'idea e nell'attuazione, empirico, indut;

tivo e psicologico
di
filosofia

gli

dell'umanit,

uni che egli mirasse a dare un sigli altri che si propo-

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

35

nesse una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali entrambi, ma i secondi pi dei primi, perch se in verit
nel Vico c' del Bacone e c' del Platone, dell'empirista e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo

ingegno, quando
e
si
si

si

penetri

nell'intimo del

suo spirito,
sforzo,

partecipi

ai

suoi dissidi e al suo


il

magnanimo

deve riconoscere che

Vico, checch volesse e credesse,

era della stoffa di


il

un Platone

Bacone stesso del quale egli e che la Scienza lui, un Bacone alquanto platonizzato nuova gli pareva, in fondo, cosi nuova non perch fosse un'emprica costruzione baconiana (nel quale caso niente
;

un Bacone; che mezzo parla immaginato da


e
di

non

di pi vecchio,
e di
i

bastando ricordare

la Politica di Aristotele

Discorsi del Machiavelli),

una nuova

filosofia,

la

parte, attraverso tutta la

perch era tutta pregna quale, infatti, irrompe da ogni sua empiria.

ma

Ili

La struttura interna della

scienza nuova

JUa poca chiarezza


logia,
l'

circa

il

rapporto di

filosofia e filo-

indistinzione dei

due modi

affatto diversi

di con-

riduzione della filologia a scienza, sono consecepire e guenza cagione insieme dell'oscurit che regna nella Scienza nuova Col quale nome intendiamo tutto quel
la
.

complesso di ricerche e dottrine che il Vico venne mettendo fuori dal 1720 al 1730, anzi al 1744, e che, elaborato

precipuamente nelle
et fine

tre opere del

De uno

universi iuris

principio prima seconda Scienza nuova, ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma
e della e

uno

pi sviluppata e matura, alla quale principalmente giova


riferirsi.

La Scienza nuova,

in

modo conforme

al vario

signifi-

cato dei termini e del rapporto tra filosofia e filologia, consta di tre ordini di ricerche: filosofiche, storiche ed empiriche; e contiene tutt' insieme
rito,

una storia

(o

gruppo

di

una filosofia dello spistorie), e una scienza


le

sociale. Alla prima appartengono

idee, enunciate

in

alcuni assiomi o dignit e sparse altres nel corso dell'opera, sulla fantasia, sull'universale fantastico, sull'intelletto e
l'universale logico, sul mito, sulla religione, sul giudizio morale, sulla forza e il diritto, sul certo e il vero, sulle

88

FILOSOFIA DEL VICO

passioni, sulla provvidenza, e tutte le altre determinazioni

concernenti
dello
spirito

il

corso o sviluppo necessario della mente ossia


ossia alla storia, l'ab-

umano. Alla seconda,

bozzo storia universale delle razze primitive dopo il diluvio e dell'origine delle varie civilt; la caratteristica
di

una

della societ barbarica o eroica antica in Grecia e specialin Roma sotto l'aspetto della religione, del costume, del diritto, del linguaggio, della costituzione politica; l'in-

mente

dagine sulla poesia primitiva, che si esemplifica poi pi largamente con la determinazione della genesi e del carattere
dei

poemi omerici

la storia delle lotte sociali tra patriziato

e plebe e dell'origine della democrazia, studiata anch'essa

principalmente in

Roma

la caratteristica della barbarie ri-

corsa, ossia del medioevo, anch'esso

studiato in

tutti gli

aspetti della vita e raffrontato con le societ barbariche pri-

mitive. Finalmente,
tentativo di stabilire

alla

scienza

empirica

si

richiama

il

un corso uniforme

nelle nazioni, con-

cernente la successione cosi delle forme politiche come delle altre e correlative manifestazioni teoretiche e pratiche della
vita, e
i

tanti tipi che

il

Vico viene delineando del patri-

ziato, della

plebe, del feudalesimo, della patria potest e

della famiglia, del diritto simbolico, del linguaggio metaforico, della scrittura geroglifica, e via discorrendo.

Ora
stati

se questi tre ordini di ricerche e dottrine

fossero

logicamente distinti nella niente del Vico e solo letterariamente mescolati e compressi in un medesimo libro,
questo sarebbe potuto riuscire disordinato, sproporzionato,
si faccia a leggerlo, del resto, in linea di fatto, N,

disarmonico, e perci faticoso a chi

ma non veramente oscuro.


pu
dirsi

che

la Scienza

l'esposizione definitiva che


difetti di

nuova, almeno la seconda ossia il Vico offri del suo pensiero,

L'opera

divisa in cinque libri,


i

un disegno generale, abbastanza ben concepito. il primo dei quali dovrebbe


principi generali, cio la filosofia;
il

raccogliere

secon-

III.

STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA

39

do, oltre

un breve cenno

sulla storia universale antichis-

sima, descrivere la vita delle societ barbariche, e ad esso formare appendice il terzo sulla discoverta del vero Omero,

e cio sul pi cospicuo esempio della poesia barbarica; il quarto, delineare la scienza empirica del corso che fanno quinto esemplificare il ricorso col caso parE tuttavia, a dispetto di questa bella la seconda Scienza nuova, com' la pi ricca architettura, e compiuta, cosi la pi oscura tra le opere del Vico. Se,
le

nazioni

il

ticolare del medioevo.

d'altra parte,

il

Vico, pur avendo ben chiare in mente le

sue idee, adoperasse una terminologia insueta o una forma


troppo concisa di esposizione e troppo piena di allusioni e d'inespressi presupposti, sarebbe senza dubbio uno scrittore difficile,

quale ipotesi

ma, neppure in questa ipotesi, oscuro. La neanche risponde alla realt, giacch il Vico

assai parco di termini scolastici e predilige le espressioni vive e popolari; scrittore robusto ma non laconico, e spesso si compiace di ripetere le sue idee ferman dovisi sopra a

pi riprese e con molta insistenza; emette in tavola tutte le sue carte, cio tutto il materiale erudito dal quale gli

sono state suggerite le dottrine. N, infine, si detto molto quando si detto che al Vico mancava piena coscienza delle sue scoperte; perch questa coscienza

manca
avverte

pi o

meno

in

tutti

pensatori e in nessuno

pu essere
si

mai piena. L'oscurit,


nel Vico, e

la

vera oscurit, quella che

che a volte avvertiva egli stesso senza riuscir mai a trovarne la causa, non superficiale e non nasce da cagioni estrinseche o accidentali,

ma

consiste vera-

mente

in

oscurit d'idee,
s'

nella deficiente intelligenza di


nessi
fallaci, nell'ele-

certi nessi e

nella sostituzione con

introduce nel pensiero, o, per dirla nel modo pi semplice, in veri e propri errori. Si potrebbe riscrivere la Scienza nuova rifacendone l'ordine e mutandone o schiarendone la terminologia (chi scrive" ha

mento arbitrario che perci

40
fatto

FILOSOFIA DEL VICO

per suo conto questa prova), e l'oscurit persisterebbe, anzi si accrescerebbe, perch in siffatta traduzione
l'opera,

perdendo

quella torbida

ma

forma originale, perderebbe altres possente efficacia che pu tenere luogo


la

talvolta della chiarezza e che,


lo spirito del lettore e

dove non illumina, scuote

propaga l'onda del pensiero quasi

per vibrazioni simpatetiche.


o degli erindistinzione o confusione gi notata nella sua gnoseologia circa il rapporto tra filosofa, storia rori

Che cagione

dell'oscurit, ossia dell'errore


l'

del Vico, sia

e scienza empirica, e sussistente

non meno nel suo

effettivo

pensiero intorno ai problemi dello' spirito e della storia umana, risulta dall'osservare come filosofia, storia e scienza

empirica
nell'altra

si

convertano a volta a volta presso di

lui

l'una

e,

danneggiandosi a vicenda, producano quelle

perplessit, equivoci, esagerazioni e temerit, che sogliono

turbare

rito si atteggia ora


la

La filosofia dello spicome scienza empirica ora come storia; scienza empirica ora come filosofia ora come storia e la
il

lettore della Scienza nuova.

proposizione storica acquista l'universalit del principio filosofico o la generalit dello schema empirico. Per esempio, la filosofia dell'umanit assume di determinare le for-

me, categorie o momenti ideali dello spirito nella loro successione necessaria, e bene merita per tal rispetto il titolo
o la definizione di storia ideale eterna sulla quale corrono nel tempo le storie particolari, non potendosi concepire nessun frammento, per piccolo che sia, di storia reale,

dove non operi quella storia ideale. Ma poich storia ideale anche pel Vico la determinazione empirica dell'ordine in
si

cui

succedono

le

forme delle

civilt, degli stati, dei lin-

guaggi, degli
la serie

stili, delle poesie, accade che egli concepisca empirica come identica alla serie ideale e fornita delle virt di questa; onde la pronunzia tale che debba

sempre esattamente riscontrarsi nei

fatti, fosse

anco che

III.

STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA

41

nell'eternit nascessero di
il

tempo

in

tempo mondi

infiniti *;

che apertamente falso, non essendovi alcuna ragione che si ripetano in perpetuo (col dovette, deve e dovr )
le

empiriche aristocrazie di Grecia o di Roma, e

le civilt

sorgano o decadano per l'appunto come sorsero o decaddero quelle antiche. E nel medesimo atto di questo assolutizzamento del corso empirico, il corso ideale si vela di

un'ombra empirica, perch, reso identico


il

all'altro, riceve

temporalizza, da eterno ed extratemporale che era nella concezione iniziale. Si dica


carattere empirico dell'altro, e
si
il

medesimo

delle singole

forme dello

spirito, le quali,

come

ed extratemporali, sono tutte e sempre in ogni singolo fatto; ma il Vico, confondendole coi fatti reali e concreti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi, viene,
ideali

subito dopo averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale forma e distinzione. vero che il momento della forza

non

e quello della

giustizia;

ma

il

tipo empirico della

societ barbarica fondata sulla forza, appunto perch

una

determinazione rappresentativa e approssimativa, e si riferisce a uno stato di cose concreto e totale, non contiene
solamente forza,
si

anche giustizia;

ideale e quel tipo sono scambiati fra loro e presi


tici,

quando quel momento come iden-

da una parte il concetto filosofico della forza s'intorbida di quello di giustizia e, facendosi ibrido e contradittorio
e

incoerente,

si

sforma, dall'altra

il

tipo

empirico

della societ barbarica viene esagerato e di troppo irrigidito.


si

La confusione dell'elemento
dire manifesta nella

filosofico e dell'empirico

pu

dignit

che definisce
altro

la na-

non che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono lo cose; dove appaiono messi insieme le guise e i tempi,
tura
delle

cose:

Natura di cose

la genesi ideale e la

genesi empirica. Similmente, verisla filo-

simo che

la storia

debba procedere d'accordo con

42
sofa,

FILOSOFIA DEL VICO


e

possa essere

che quello che filosoficamente ripugnante non giammai storicamente accaduto ma, poich
;

per
egli,

il

Vico
il

la filosofia indistinta dalla scienza empirica,

dove

documento
si

gli

manca

e perci

nessuna
della

filosofia
e,

applicabile,
il

sente

tuttavia

sicuro

verit,

riempiendo

vuoto con la congettura che

gli fornisce lo

schema
corso a

della scienza empirica, s'illude di

aver fatto

ri-

fatti

anche, trovandosi innanzi prove metafisiche . attendere che la scoperta i altri doanzich dubbi,
dissipi le dubbiezze, risolve
il

cumenti

come

egli

dice,

in conformit delle
il

dubbio col prenderli, leggi , cio sem-

pre dello schema empirico;

che, in via d'ipotesi, cer,


il

tamente

lecito.

Ma

queir ipotesi
,

invece, pel Vico,


riscontro coi
fatti,

una
che

verit meditata in idea

sicch

egli

pure raccomanda per conferma, dovrebbe essere sui

perfluo; o, se
torto

fatti

nel riscontro risultassero contrari,


fatti,

il

dovrebbe essere dei


Di qui
la

cio dell'apparenza,

non mai

dell'ipotesi, affermata
fica.

come

verit indubbia perch filosofare,

tendenza, che nel Vico, a

come

si

dice, violenza ai fatti.

Bastino questi esemp a indicare

il

vizio intimo di strut-

tura che nella Scienza nuova, e a" porre uno dei capisaldi della nostra esposizione e della nostra critica del

pensiero vichiano, nel corso delle quali molti ci si faranno spontaneamente innanzi e anche

altri
i

esemp

gi dati sa-

ranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna bene stabilire che quel vizio il vizio di un organismo sommamente robusto, e che gli ordini di ricerche che ven-

gono dal Vico confusi sono


il

costituiti

da

effettive

ricerche

di straordinaria novit, verit e

importanza. E, insomma,
di
i

vizio

medesimo che s'incontra

gegni assai originali e inventivi,

frequente presso gl'inquali di rado portano a

perfezione nei particolari le loro scoperte; laddove gl'ingegni meno inventivi sogliono essere pi. esatti e conse-

III.

STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA

43

guenti. Profondit e con pari vigore; e

acume non sempre vanno insieme e molto il Vico, quantunque non fosse
si

acuto, era sempre molto profondo. Luce e tenebre, verit ed errore che

alternano e in-

crociano quasi a ogni punto della Scienza nuova, sono diversamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e

eminenti com' questo del Vico, si possono scorgere in modo pi netto tali diversit. Vi sono anime restie e diffidenti, pronte a notare ogni pi piccola
critici; anzi, in

casi

contradizione, inesorabili nell'esigere

le

mazione, vigorose nel

maneggiare

le tenaglie dei

prove di ogni afferdilemmi

che stritolano senza piet un povero grand'uomo. Per costoro l'opera del Vico (e molte altre della stessa qualit)

un

libro chiuso; e, tutt'al pi, offrir

loro

l'argomento

per una di quelle cosi dette demolizioni , che essi compiono con grande facilit e gusto, sebbene con scarso successo, perch l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole
restare pi vivo di prima.
alla

Ma

vi

sono altre anime, che

prima parola che vada diritta al loro cuore, al primo raggio di verit che lampeggi ai loro occhi, si aprono tutte con desiderio, si abbandonano con fiducia, s'inebriano d'entusiasmo, non vogliono sapere di difetti, non scorgono
difficolt, o le difficolt

appianano subito e
e,

difetti giusti-

quando per caso scrivono, le loro scritture si configurano come apologie . E per costoro da temere che la Scienza nuova sia un libro troppo aperto. Certamente, se fra questi due atteggiamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisognasse risolversi di necessit per l'uno o per l'altro, sarebbe da preferire il peccato del troppo vivo amore a quello della
semplice,
gelida indifferenza, la troppa fede, che pur lascia cogliere qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne
lascia vedere alcuno.
bile,

ficano

nel

modo pi

Ma un terzo atteggiamento possied doveroso pel critico: quello di non perdere mai

44
di vista la

FILOSOFIA DEL VICO


luce,

ma

di

non dimenticare

le oscurit;

di

giungere

allo spirito

passando oltre

la lettera,

ma

di

non

trascurare la lettera, anzi di ritornarvi di continuo, pro-

curando di mantenersi interpetre libero amante fervido ma non cieco.


I

ma

non

fantasioso,

due capisaldi
o
la

stabiliti,

il

vizio e la virt che si sono


la

riconosciuti propri della

mente del Vico,

sua geniale

confusione
perci

sua genialit confusionaria,

impongono
di

come generale canone ermeneutico

andare

separando per via d'analisi la schietta filosofia che in lui dall'empiria e dalla storia con le quali commista e quasi
incorporata (e altres queste da quella), e di notare via via gli effetti e le cause della commistione. Le scorie non

possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono


all'oro nello

stato

di

natura,

ma non debbono ma
tale

impedire
se

di riconoscere e purificare l'oro; o, fuori di metafora, la

storia dev'essere storia senza dubbio,

non

non

intelligente.

IV

La forma fantastica del conoscere


(La poesia e
il linguaggio)

"elle D.

forme dello spirito


si

il

Vico studi, nella Scienza

nuova, principalmente, e
quelle
tutt'

inferiori

potrebbe dire esclusivamente, individualizzanti, che egli designava


di

insieme col

nome

certo :

nello spirito teore-

tico la

fantasia, nello

spirito

pratico

la

forza o arbitrio,

e nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello


spirito, la civilt

barbarica o sapienza poetica, la cui in-

vestigazione costituisce
il

(come

egli stesso dice) quasi tutto

corpo dell'opera Perch e come egli prendesse cosi forte interesse a cole

deste forme inferiori e alle societ primitive e storie bar-

bariche che

estrinseco, spiegato dagli studi che


sul diritto

rappresentavano, anche qui, nell'aspetto il Vico ebbe a condurre


e sui tropi e le figure

romano

rettoriche, dalla
Italia,

tradizione

umanistica

ancora viva

in

dal

culto

allora rinvigorito per le


riosit
liana,

scienze archeologiche,

dalla cuita-

che spingeva a indagare l'antichissima civilt


e

via

enumerando.

Ma

altri

non pochi, nel suo

tempo e nel suo stesso paese, trattarono le medesime materie senza punto acquistare la predilezione e la penetrazione
del
fantastico, dell'ingenuo,

del

violento:

cose

46
delle quali
lo

FILOSOFIA DEL VICO


stesso Vico possedeva la predilezione,

ma

penetrazione, quando compose il De antila ragione piena di queir interessamento Sicch quissima. si vede quando si consideri l'origine del Vico filosofo e si

non ancora

la

tenga presente
spirito

il

carattere della sua mente, antitetica allo

cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle for-

me

universalizzanti e astrattive, trascurava le individuail

lizzanti; e tanto pi

Vico doveva essere attirato da esse

come da un
bramoso

cartesianismo rifuggiva con orrore dalla selva selvaggia della storia; e il Vico s'internava
mistero.
Il

in quella parte appunto della storia, nella quale, per cosi dire, pi forte il sentore della storicit: nella storia che pi lontana e diversa dalla psicologia delle et
colte.
tutti
i

Il

cartesianismo generalizzava questa psicologia a tempi e a tutti i popoli, e il Vico era portato a ini

dagare nelle loro profonde differenze e opposizioni


di sentire e di pensare delle varie et.

modi

Lo
fece,

sforzo grande che bisognava fare, e che egli stesso

per riprendere, attraverso l'intellettualismo moderno, la coscienza della psicologia primitiva, espresso dal Vico,

dove parla delle aspre difficult ricerca di ben venti anni , per
nostre

che

gli

era costata

la

discendere da queste
affatto
fiere

umane nature
le ci

ingentilite a quelle

ed

immani, quali d'imaginare mente a gran pena ci permesso d'intendere ; o, poco ora che diversamente, quando insiste sull'impossibilit le menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino

affatto negato

e sola-

presso

il

volgo, adusate ai tanti vocaboli astratti, assotti-

gliate con l'arte dello scrivere, quasi spiritualizzate dalla

pratica

dei

numeri

di

tiva dei primi uomini, erano astratte, di nulla assottigliate, di nulla spiritualizzate,

entrare nella vasta immagina le menti dei quali di nulla

dalle

anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate passioni, tutte seppellite nei corpi , e di formare

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO

47

l'idea, per es., della

doloroso

ma

natura simpatetica . E quello sforzo, trionfante, che aveva dovuto compiere, era
le

un'altra delle ragioni per

quali egli sentiva

come

nuo-

va

la

sua Scienza. Di questa

infatti, ossia della ricerca

sulla

forma ideale e sull'epoca storica del certo, manc

(egli dice) tutta la greca filosofa. Platone l'aveva tentata invano nel Cratilo, perch gli era rimasta ignota la lingua

dei primi legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle


forinole

emendate

ammodernate che

le leggi erano venute

rivestendo via via in Atene. In un errore analogo erano caduti tra i moderni Giulio Cesare Scaligero, Francesco

Sanchez

Gaspare Schopp, che presero a spiegare


della

le lin-

gue

coi

principi della logica, e

logica aristotelica,

sorta tanti secoli dopo le lingue.

Grozio, il Selden, il Pufendorf e gli altri scrittori del diritto naturale meditarono anch'essi sulla natura umana ingentilita dalla religione
il

e dalle leggi, sicch ritrassero

il

corso storico cominciando

dalla

met

in gi; ossia

si

fermarono sull'intelletto e igno-

rarono la fantasia, sulla volont moralmente disciplinata e trascurarono la selvaggia passione. Egli stesso, il Vico,

prendere a indagare l'antichissima sapienza italiana aveva dato segno del suo interessamento per quel problema, si era, per altro, sviato nella ricerca, seguendo le orme
se col

dell'autore del Cratilo.

Sotto l'aspetto filosofico, la Scienza nuova, per questa preponderanza che vi ha l'indagine delle forme individualizzanti e in ispecie della fantasia (la

dottrina dei primi

popoli come
,

poeti e del loro pensare per caratteri poetici

si potrebbe non troppo paradossalmente definire una filosofia dello spirito con particolare riguardo alla filosofia
il

dice

Vico,

la

chiave maestra

dell'opera),

della fantasia, cio all'Estetica. L' Estetica da considerare veramente una scoperta del Vico: sia pure con le riserve onde s'intendono sempre

48
circondate tutte
tori, e

FILOSOFIA.
le

DEL VICO

determinazioni di scoperte e di scopriegli

quantunque
il

non

la trattasse in

un

libro speciale,

le

desse

nome

fortunato col quale doveva battezzarla,

qualche decennio pi tardi, il Baumgarten. Del resto, giova notare che nella terminologia della Scienza nuova s'incontra un nome simile ad alcuno degli equivalenti che il

Baumgarten passava
assai

in rassegna per l'Estetica: quello di in fondo,


il

Logica poetica. Ma,

nome importa

poco, e

che il Vico espose una importa idea della poesia, che era a quei tempi, e doveva rimanere per un pezzo ancora, un'ardita e rivoluzionaria novit. Perla cosa; e la cosa

sisteva allora la vecchia idea praticistica o pedagogica, che dalla tarda


e

antichit, attraverso

il

Medioevo,

si

era tra-

radicata nel Rinascimento, della poesia come piantata ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti filosofici e teologici; e, accanto a questa, sebbene in grado minore, l'altra che la considerava
di e di volutt.

svago
il

come prodotto o strumento concezioni avevano alterato Queste

perfino

senso originale del trattato aristotelico della Poe-

tica, nel quale venivano introdotte e poi lette come se effettivamente Aristotele le avesse pensate e scritte. N il carte-

sianismo
la

le rettific, ma piuttosto (com'era da aspettare, data sua generale tendenza) attenu e annull l'oggetto medesimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di tra-

scurabile valore. In

un tempo

in cui

si

cercava di ridurre
si

a forma matematica la metafisica e l'etica, in cui

di-

spregiava l'intuizione del concreto,


letteratura e

si

escogitavano una

volgo o nel bel


lingue

una poesia atte a diffondere la scienza nel mondo, s'iniziavano tentativi per foggiare
logiche pi perfette di quelle storiche e
si

artificiali

viventi, e perfino

teneva possibile di stabilire regole per

comporre arie musicali senza essere musicisti e poemi senza essere poeti; in codesto ambiente distratto, gelido, ne-

mico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse risvegliare

IV.

LA POESIA E IL LINGUAGGIO

49

una diversa e opposta coscienza, una coscienza calda e veemente di quel che sia veramente la poesia e della sua
originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo spirito tormentato, agitato e scrutatore di Giambattista Vico.
Il

quale critic

come

tutt' insieme le tre dottrine della poesia, esornatrice e mediatrice di verit intellettuali, come

cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza danno far di meno. La poesia non

sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale, non contiene filosofemi: i filosofi, che ritrovano queste cose nella poesia,

hanno ficcato dentro essi stessi, senza avvedersene. La poesia non nata per capriccio di piacere, ma per necessit di natura. La poesia tanto poco superflua ed eliminabile che, senza di essa, non sorge il pensiero: la prima operazione della mente
ve
le

di essere in grado di formare uniforma fantasmi; prima di riflettere con mente pura, versali, avverte con animo perturbato e commosso; prima di arti-

umana. L'uomo, prima

colare, canta;
di

di parlare in prosa, parla in versi; termini tecnici, metaforeggia, e il suo prima adoperare metafore tanto parlare per proprio quanto quello che si dice proprio . La poesia, non che essere una maniera

prima

di divulgare la metafisica, distinta e opposta alla metafsica:

l'una purga la mentp dai sensi, l'altra ve la ime rovescia dentro; l'una tanto pi perfetta

merge

quanto

pi s'innalza agli universali, l'altra quanto pi si appropria ai particolari; l'una infievolisce la fantasia, l'altra la
richiede robusta; quella ci
rito corpo, questa
si

ammonisce

di

non

fare dello spispirito; le

diletta di dare corpo allo

sentenze poetiche sono composte di sensi e passioni, quelle


filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la

rendono

falsa e fredda:

non mai,

in tutta la distesa dei tempi,

uno

stesso

uomo

fu insieme

grande
gli

metafisico e

grande poeta.

Poeti e

filosofi

possono dirsi

uni

il

senso, gli altri l'intel-

B. Croce,

La

filosofia

di Giambatlista Vico.

50

FILOSOFIA DEL VICO

letto dell'umanit; e in tale significato


il

da ritenere vero d

detto delle scuole che


sia nel senso .

niente nell'intelletto che prima


il

non

Senza

senso,

non

si

intelletto;

senza poesia, non si d filosofia n civilt alcuna. Quasi pi miracoloso di questa concezione della poesia che il Vico intravedesse la qualit genuina del linguaggio: problema non meglio risoluto e assai
e investigato dalla
filosofia
si

tempo.

Il

linguaggio

meno agitato antica e nuova, fino a quel soleva, a volta a volta, o confon-

derlo con la logicit o abbassarlo a semplice segno estrinseco e convenzionale o, per disperazione, dichiararlo di origine divina.
Il

Vico intese che l'origine divina era, in

questo caso, un rifugio da pigri, e che il linguaggio non n logicit n arbitrio, e, al pari della poesia, non prodotto n di sapienza riposta n di placito o convenzione.
Il

linguaggio sorge

naturalmente:

nella

con atti uomini si spiegarono per cenni, e con corpi aventi naturali rapporti alle idee che volevano significare , ossia per oggetti simbolici. Ma,
di esso, gli

prima forma muti , ossia

linguaggi articolati e per le lingue volgari, con troppo di buona fede , cio con iscarso accorgimento, stato ricevuto da tutti i filologi che essi significhino a

anche per

placito; laddove, per le anzidette origini, dovettero significare naturalmente, e ogni parola volgare cominciare cer-

tamente da un singolo individuo di una nazione e provenire dal linguaggio primitivo per cenni e per oggetti. Nel

come nelle altre lingue, si osserva che quasi tutte voci sono formate per propriet naturali o per trasporti e il maggior corpo delle lingue tutte, presso tutte le nalatino,
le
;

zioni, costituito dalla metafora.

La diversa opinione

de-

riva dall'ignoranza dei grammatici, i quali, abbattutisi in gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e indistinte, non sapendone le origini onde furono un tempo luminose e distinte, escogitarono, per darsi pace, la dottrina

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO

51

della convenzione, e vi trassero Aristotele e Galeno,


doli contro Platone e Giamblico.

armanche
si

La grave

difficolt,

suole mettere innanzi contro l'origine

naturale del lin-

guaggio e in favore della convenzione, la diversit delle lingue volgari secondo i popoli, si scioglie col considerare
che
i

popoli, per la

diversit dei
le

climi,

temperamenti

costumi, guardarono

medesime

utilit o necessit della

produssero lingue diverse; com' comprovato altres dai proverbi, che sono massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure
spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le nazioni. Singolarmente importante poi l'insistenza onde
il

vita sotto aspetti diversi, e perci

Vico professa di avere ritrovato

lingue

nei principi della poesia :

vere origini delle con che viene, per una


le

parte, riasserita l'origine spontanea e fantastica del linguaggio, e dall'altra, se


si

non per esplicito, certo per implicito, tende a sopprimere la dualit di poesia e linguaggio. Nei quali principi della poesia il Vico ritrova non so-

lamente l'origine delle lingue, ma anche quella delle lettere o scritture, dichiarando errore di grammatici la
separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua primitiva mutola, per cenni -e per oggetti. La sapienza riposta e la convenzione non hanno luogo neppure qui: i geroglifici non furono un ritrovato di filosofi per nascondervi

dentro

misteri delle loro grandi idee,


i

ma comuni

e naturali

necessit di tutti

primi popoli
i

e solamente le scritture al-

fabetiche nacquero tra


stinguere, sia pure in

popoli gi inciviliti per effetto di


il

libera convenzione. In altri termini,

Vico viene a

di-

modo confuso, nelle cosi dette scritture quella parte che propriamente scrittura e perci convenzione, dall'altra che invece diretta espressione,
e perci linguaggio, favola, poesia, pittura. Caratteristica

di queste scritture espressive o linguaggi l'inseparabilit

52

FILOSOFIA DEL VICO

del contenuto dalla forma; la loro ragione poetica tutta

qui: che la favola e l'espressione siano


cio

una cosa

stessa,

una metafora comune

ai

poeti e ai pittori, sicch


Il

un

mutolo senza espressione verbale possa dipingerla.


le
il

Vico

arreca in esempio di esse alcuni aneddoti tradizionali, come

cinque parole reali (la ranocchia, il topo, l'uccello, dente d'aratro e l'arco da saettare), che Idantura, re degli Sciti, mand in risposta a Dario che gli aveva inti-

mato guerra;
tglio Sesto

e l'apologo degli alti papaveri che

re Tardi suo

quinio svolse innanzi agli occhi dell'ambasciatore


circa
il

modo

di

domare Gab:

procedi-

menti espressivi non diversi da costumanze che si osservano ancora presso popolazioni selvagge e presso i volghi;
e poi, altres, le imprese,
le

bandiere, gli emblemi delle


favoletta,

medaglie e monete.
lisce e

Una

frivola

che rimpiccio-

calunnia l'ufficio vero delle imprese, narra come inventate nei tornei di Germania, qual covenissero esse stume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per meritare l'amore

delle

nobili donzelle.

Ma

le

imprese, nel

Medioevo, furono cosa seria, come a dire la scrittura geroglifica di quell'et: un parlare muto, che suppliva la
povert dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche; e solamente pi tardi, nei tempi colti, diventarono gioco e diletto, si convertirono in imprese galanti ed erudite, le
quali bisogna animare coi motti, perch, ora, hanno significazioni solamente analoghe, laddove quelle primitive e
naturali erano mutole e tuttavia parlavano senza bisogno d'interpetri. In questa schietta naturalit perdurano nei

tempi colti alcune di tali forme espressive; per es., le insegne o bandiere, che sono una certa lingua armata, con
la quale le nazioni,

come prive di favella, si fanno intendere tra loro nei maggiori affari del diritto naturale delle genti, nelle guerre, alleanze e commerci.
Cosi, al

lume

del

concetto estetico pensato dal Vico,

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO

53
tutto

poesia, parole, metafore, scritture, simboli figurati,


si

grandi e cose piccole, l'epos e l'araldica. La dottrina delle forme


fantastiche riceve

rischiara di lampi e d guizzi

di

vita: cose

un avviamento nuovo

affatto nella storia

delle idee

alle scuole

perch se il Vico si oppone coi suoi concetti del suo tempo e specie alla cartesiana, nem-

meno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione pi o meno remota. Egli stesso sente la propria opposizione come
non contro una scuola particolare, ma contro tutte quelle che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'ardiretta

gomento. Circa la poesia dice che egli rovescia tutto ci che se ne era pensato da Platone e poi da Aristotele
via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero e Castel vetro,
quali
si
i

perderono in inezie tali


(il

che fa vergogna
il

fin ri-

ferirle

Patrizzi faceva nascere la poesia dai canti degli

uccelli e dal sibilo dei venti!). Circa le lingue,

suo inten-

dimento non era rimasto soddisfatto n da Platone n dai

moderni Wolfango Lazio, Scaligero


tere, rifiutata l'origine divina

e Sanchez. Circa le let-

che era sostenuta dal Mal-

linkrot e da Ingevaldo Elingio, o (che valeva il medesimo) interpetratala a suo modo, d saggio per iscandalo delle

vane opinioni,
che
le

incerte, leggiere, sconce, boriose e ridevoli,

facevano provenire dai Goti e per essi da Adamo e dalla personale comunicazione di Dio, o pi direttamente dal paradiso terrestre, o da un gotico Mercurio inventore.
le

Circa

imprese, infine, osserva che


trattati,

vano composto
per caso e
cile

i tanti che ne avenon ne avevano inteso nulla, e, solo indovinando, lasciavano trapelare un seniore della

verit col chiamarle

eroiche

In realt, sarebbe

diffi-

assegnare veri e propri precedenti ai concetti estetici


si

vichiani, e tutt'al pi

potrebbero ritrovarne vaghe sug-

gestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie; qual-

che stimolo pi prossimo nelle dispute secentesche sulle


differenze tra intelletto e ingegno, ragione e immaginativa,

54

FILOSOFIA DEL VICO


1
;

dialettica e rettorica
estrinseci,

qualche riscontro di particolari

come

nei ravvicinamenti fatti da qualche retore

di quel

tempo

(il

Tesauro) delle arguzie rettoriche parlate

con

le

arguzie figurate.

Senonch quei concetti, nati da cosi possente getto di originalit, non appena dai loro lineamenti generali si passi
alle

determinazioni particolari, dall'idea o ispirazione


effettivi, si

ori-

ginaria agli svolgimenti ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte le varie successive opinioni che
il

vedono come turbarsi,


si

Vico tenne, e che

legano

al

processo

storico del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla

me-

dalle tafora,
dal

orazioni accademiche e poi dal


al Diritto universale, e

De

ratione e

De antiquissima

sto alla prima, e dalla

prima

alla

ancora da queseconda Scienza nuova:

indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dissertazione e che non entra nel quadro della nostra esposi-

Ma, anche nella forma ultima del suo pensiero estecoesistono dottrine contradittorie. Egli non sta pago a tico, dire, come ha detto, che la forma poetica la prima operazione della mente, che essa costituita da sensi di passione,
zione.
tutta fantastica, priva di concetti e di riflessioni;

ma

ag-

giunger che

rappresenta il vero nella sua idea ottima, e compie perci quella giustizia e attribuisce quel premio e quella pena che spetta a ciascuno e che non sempre si ottiene nella storia,
storia,

la poesia,

diversamente dalla

dominata sovente dal capriccio, dalla necessit e dalla fortuna. Dir ancora che la poesia ha per suo fine l'anima-

zione dell'inanimato, essendo


che
la poesia
i

pi sublime lavoro di essa indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dir
il

non

altro

che imitazione,

e che

fan-

ciulli,
i

quali valgono assai nell' imitare, sono poeti, e che popoli primitivi, fanciulli del genere umano, furono in-

Si veda

il

capo

3.o della parte storica della

mia

Estetica.

IV.

LA POESIA E IL LINGUAGGIO
la poesia

55

sieme sublimi poeti. Dir che


teria

ha per propria macom' impossibile che i l'impossibile credibile,

corpi siano menti e pure fu creduto che il cielo tonante fosse Giove, onde i poeti non si esercitarono in altro mag-

giormente che nel cantare i prodigi compiuti dalle maghe per opera d'incantesimi. Dir che la poesia nata da inopia, ossia che un effetto d'infermit dello spirito; perch l'uomo rozzo e di debole cervello, non potendo soddisfare
il

sale, foggia a sostituzione

bisogno che prova del generale e dell'univeri generi fantastici, gli uniil
il

versali o caratteri poetici; e che, per conseguenza,


vero dei poeti e
fisica

vero dei

astratto e quello rivestito

stesso, questo d'immagini, questo una meta-

filosofi

sono

lo

nata, confacente

ragionata e quello una metafisica sentita e immagiall'intendimento popolaresco. Parimente


canto, e perci

da

inopia, cio
il

nato

dall'incapacit ad articolare, sarebbe i muti e gli scilinguati escono in

suoni che sono canti; e dall'incapacit a significare le cose in modo proprio, le metafore. Dir, infine, che lo scopo

d'insegnare al volgo l'operare virtuosaIn questi detti sono accennati i pi diversi concetti sulla poesia, alcuni conciliabili con la dottrina
mente.

della poesia

fondamentale, ma proposti senza mediazione e perci effettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. Il

Vico potrebbe essere, a volta a volta, sul fondamento di


singoli testi, presentato

come

sostenitore dell'estetica

mo-

ralistica, pedagogica, tipeggiante, mitologica, animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vecchie teorie che egli aborriva, e se non si dissipa tra gli er-

astratta e

rori nuovi che precorreva, si deve al fatto che su tutte quelle variet e incoerenze sormonta costante il pensiero che la poesia la prima forma della mente, ante-

riore

all'

intelletto e libera da riflessione e ra-

ziocini.

56

FILOSOFIA DEL VICO

Come non seppe, valendosi del suo principio capitale, sceverare e accorciare gli altri che circa la natura della
poesia esistevano nella tradizione scientifica o erano stati da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia
delle classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio,
si

sforz di filosofarle, e tent di dedurre serialmente le di-

verse forme della poesia, epica lirica drammatica; del verso


del parlare metro, spondaico giambico prosastico metonimia sineddoche ironia; delle parti figurato, metafora
;

e del

del discorso, onomatopee interiezioni pronomi particelle nomi verbi, modi e tempi del verbo (al qual proposito richiama perfino un caso di afasia da lui osservato in Napoli in persona di un uomo onesto tcco da grave apoplessia, il quale mentova nomi e si dimenticato affatto de' verbi ) r
-

delle

scritture, geroglifiche

simboliche alfabetiche;

delle

lingue secondo la loro crescente complessit, che va dalle parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di
vocali e dittonghi alla prevalenza delle consonanti. In questi tentativi dissemin dappertutto interpetrazioni nuove
e parzialmente vere di fatti particolari; e non poteva, a sistemazione scientifica.

ma non giunse, E neppure vide


intrinse-

chiaro nella relazione della poesia con le altre arti, che


talora unific con quella,

come quando considera


e poesia, e viene

camente identiche pittura

notando anae, tal'altra,

logie tra la poesia e la pittura del Medioevo;

stranamente separ, come quando pretende che la delicatezza delle arti sia frutto delle filosofie e che delicatissime
siano pittura, scultura, fonderia e intaglio, perch debbono astrarre le superficie dai corpi che imitano.

Queste incoerenze ed errori, che abbiamo passati in rapida rassegna, se in parte derivano da scarsa capacit di distinzione e di elaborazione, per un'altra e maggiore
parte
si

riportano pi

direttamente al gi chiarito vizio


^

fondamentale che nella strattura della Scienza nuova

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO
il

57
con-

e qui, propriamente, allo scambio fatto dal Vico tra


cetto filosofico della

forma poetica dello spirito e il concetto empirico della forma barbarica della civilt,. Talch (egli stesso dichiara) questa prima et del mondo si
pu dire con verit tutta occupata d'intorno alla prima operazione della mente . Ma la prima et del mondo, essendo costituita da uomini in carne ed ossa e non da categorie filosofiche, non pot essere occupata intorno a

una sola
si

operazione della mente. Quest'una poteva, come

suol dire,

prevalere

(e la

parola stessa scopre

il

carattutte

tere quantitativo e approssimativo del concetto);


le altre

ma

dovevano essere
cantare e

in atto insieme con

lei, la fantasia

e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volont e la

moralit,

il

il

numerare.

siffatta

evidenza

il

Vico non poteva sottrarsi, epper in quella fase di civilt introdusse non solo il poeta, ma anche il teologo, il fisico,
l'astronomo,
gislatore
;

il

paterfamilias

il

senonch

le attivit di tutti

guerriero, il politico, il lecostoro volle consi-

derare e chiamare poetiche, con metafora tratta dall'asserita prevalenza della

forma fantastica dello

spirito, e

il

complesso di esse sapienza poetica. Il carattere metaforico della denominazione accusato, o balza agli occhi,
in alcuni luoghi caratteristici;
le arti

come dove

le arti , ossia

meccaniche,

produttrici pratiche di oggetti per gli

usi della vita, sono definite poesie in certo

modo

reali ,

e l'antico diritto
e

romano, per l'abbondanza delle formolo cerimonie onde si riveste, detto poema drammatico
.

serio

Ma

le

metafore sono pericolose, quando, come nel

caso della Scienza nuova, trovano terreno favorevole alla loro conversione in concetti; e, infatti, l'et storica, barbarica, metaforeggiata

come sapienza
il

poetica,

non tard
della poe-

trasformarsi,

presso

Vico, nell'et ideale

sia, conferendo a quest'ultima tutte le proprie attribuzioni. Col erano teologi, e la poesia fu considerata dal

58

FILOSOFIA DEL VICO


teologia,

Vico come

sebbene fantastica; educatori, e fu fatta educatrice, sebbene di volgo; sapienti di cose fisiche, e fu fatta sapienza, sebbene di fisica immaginaria. E poich quei barbari non potevano non pensare per concetti,
i

rozzi che questi fossero e involti nelle immagini,

fanta-

smi della poesia, individuati, singolarizzati,


essa sempre corpulente,
stici,
si

le

sentenze di

falsificarono in universali fanta-

che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione, che individualizzante, e il concetto, che universalizza la poe:

sia, che doveva rappresentare il senso, lo schietto senso, rappresent invece il senso gi intellettualizzato, e il detto

che niente
acquist
il

si

significato
il

trova nell'intelletto che non sia gi nel senso, che l'intelletto il senso stesso,
senso l'intelletto stesso, confuso; onde non

schiarito, o
si

ebbe pi bisogno dell'aggiunta cautela: nsi intellectus ipse . Per converso, la civilt barbarica divenne come

una mitologia

allegoria

della

ideale

et poetica;

primi popoli furono trasformati in moltitudini di sublimi poeti come poeti furono fatti (nella ontogenesi corri;

spondente a tale filogenesi) perfino

fanciulli. Il concetto

dell'universale fantastico come anteriore

all'universale

ragionato concentra in s la duplice contradizione della dottrina; perch all'elemento fantastico dovrebbe essere con-

giunto in quella formazione mentale l'elemento dell'universalit, il quale, per s preso, sarebbe poi un vero e proprio
universale, ragionato e

non

fantastico:

donde una

petitio

principii, per la quale la genesi degli universali ragionati,

che dovrebbe essere spiegata, viene presupposta. E, d'altro


canto, se l'universale fantastico s' interpetrasse come purificato dell'elemento universale e logico, cio come mero fantasma, la coerenza si ristabilirebbe certamente nella dottrina

ma la sapienza poetica o civilt barbarica verrebbe mutilata di una parte essenziale del suo organismo, perch
estetica
;

privata di ogni sorta di concetti,

e,

per dir

cosi, disossata.

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO

59

Per risolvere la contradizione conveniva dissociare poesia e sapienza poetica; del che, in verit, s'incontra qual-

che accenno presso

il Vico. Egli confessa talvolta, quasi involontariamente, la non corrispondenza tra la categoria filosofica e il tipo sociale, e per quest'ultimo costretto a

ricorrere ai

press'a poco
es.,

e ai

pi o

meno

Gli ac-

cade di

dire,

per

che

gli

uomini primitivi erano

nulla o

assai poco ragione


tutti

e tutti robustissima fantasia ,


;

quasi

corpo e quasi niuna riflessione ovvero, dopo avere distinte con filosofiche pretese tre lingue degli di, degli
eroi e degli uomini, osserver che

la

lingua degli di fu
la lingua degli

quasi tutta muta pochissimo articolata; eroi mescolata egualmente di articolata


e

e di

muta;

la

lingua degli uomini quasi tutta articolata e

pochissimo

muta
tempo
tro
il

La

favella poetica

(ammette ancora) sopravvive

alla sapienza poetica

scorre
civile,

istorico o

et

come

per lungo tratto dentro il (dice con magnifica

immagine)

grandi rapidi fiumi si spargono molto denmare e serbano dolci l'acque portatevi con la vio.

lenza del corso

Anche
ci

nei

tempi moderni non


i i

si

pu

dismettere
della

il

parlare fantastico, e per ispiegare

lavori
poetici

mente pura

han da soccorrere

parlari

per trasporti de' sensi . La poesia non sembra che sia finita con la fine della barbarie, perch pur nei tempi
civili

sorgono poeti; e

sero fantastici per natura, e arte ed industria ossia,

che quelli della prima epoca fosi nuovi tali si facciano per come il Vico vuole, con lo
di

sforzarsi di

perdere memoria delle parole proprie,


filosofie,

pur-

garsi delle

riempirsi la mente di pregiudizi fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi codi


zioni, del resto facilmente confutabili,

stringendosi, tra l'altro, all'uso della rima,


si

queste restriche
la

affaticano invano

a sminuire

l'importanza
i

del

fatto

riconosciuto:

poesia di tutti

tempi, e non di quello solo barbarico;

60

FILOSOFIA DEL VICO


fatto storico.

una categoria ideale e non un


zioni anzidette, ricordati,
la

Ma

le restri-

come

la rarit e la
il

timidezza degli accenni

provano che

Vico non era in grado di eseguire

dall'

dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone ibridismo del concetto e del metodo stesso della Scienza

nuova.
Se, per altro, l'idea della poesia come pura fantasia, nonostante tutte le confusioni e incoerenze nelle quali si

avvolge, non fosse rimasta salda nel fondo del pensiero del Vico, e non avesse operato, per cosi dire, nel sottosuolo della Scienza nuova, non sarebbe agevole, n forse
possibile, intendere la concezione capitale

che domina la

sua

filosofia dello spirito, e

quell'idea. Diciamo, la

che strettamente legata con concezione dello spirito come svi-

luppo,

o,

come corso

per adoperare la terminologia propria del Vico, o spiegamento: concezione la quale, pur

senza espressa contrapposizione, superava quella ordinaria, limitantesi quasi esclusivamente a enumerare e classificare

La dottrina degli universali fantacome spontanee formazioni mentali, universali rozzi ma forniti di un motivo di vero, era certamente bastevole come strumento per debellare l'empirica teoria che faceva
le facolt dello spirito.
stici

le civilt da un'alta e ragionata saggezza ordinaopera personale di Dio o di uomini sapienti, sorti non si sa come e piovuti non si sa donde. Il Vico poneva

sorgere
trice,

chiaro

il

dilemma
della

delle

due e non pi guise


nella
riflessione
di

di spiegare

l'origine

civilt: o

uomini sa-

pienti, ovvero in un certo senso e istinto umano di uomini bestioni; e si risolveva per la seconda ipotesi, per bestioni che via via si erano fatti uomini i cio per
;

evolve dall'universale fantastico a quello l'assetto sociale che procede via via dalla ragionato, per forza all'equit. Ma era quella concezione bastevole per fonil

pensiero che

si

dare la storia ideale o

filosofia

dello

spirito? Nella

fi-

IV.

LA POESIA E IL LINGUAGGIO
si

61

losofia dello spirito, essa

sarebbe tradotta in qualcosa


alla dottrina che,

di simile, se

non d'identico,

per

effetto

quale rinascita che ebbe la scolastica di Duns Scotus, correva ai tempi del Vico, e secondo cui la vita dello spirito si esplicava nei gradi successivi del concetto oscuro, confuso, chiaro
tal

del cartesianismo e anche di

una certa

com' noto, fece argomento di il Leibniz, speciale studio le percezioni oscure e confuse, le petltes perceptions . Dottrina nel suo intrinseco intellettualistica,
e distinto:

perch

concetti,

confusi

oscuri

che

fossero,

erano

pur sempre nonch della poesia, neppure delio sviluppo spirituale, che non pu intendersi, nella sua dialettica quando sia costituito di differenze meramente quantitative, le quali, in realt, non sono differenze ma identit e perci immobilit; e, infatti,

concetti; e

impotente perci a dare ragione,

tutto quell'indirizzo fa, insieme, antieste-

tico e statico, privo di

una vera dottrina


Il

della fantasia e
,

di

una vera dottrina

dello sviluppo.

pensiero del Vico

invece, avverso all'intellettualismo, simpatico alla fantasia, tutto dinamico ed evolutivo; lo spirito , per lui, un eterno dramma; e, poich il dramma vuole tesi e antitesi,
la

sua

filosofia

della

mente

impiantata sull'antinomia,

cio sulla reale distinzione e opposizione di fantasia e pensiero, poesia e metafisica, forza
ralit,

ed equit, passione e mole

per quanto egli sembri talvolta, per


o,

ragioni gi

quanto venga talvolta a ingarbugliarla con indagini e dottrine empiriche e con


piuttosto, per

note, disconoscerla

determinazioni storiche.

La forma semifantastic del conoscere


(Il

mito e la religione)

A, .nche

la dottrina del

Vico sul mito, se non meno

originale e profonda di quella circa la poesia, non del tutto limpida, perch le relazioni tra poesia e mito sono
cosi strette che

l'ombra gettata sull'una deve necessariain

mente stendersi
e

qualche modo

sull'altro.

Proseguendo a indagare,

come abbiamo

fatto sin qui

faremo sempre nel sguito, lo stato delle cognizioni ai tempi del Vico secondo le varie discipline e problemi che egli prese a trattare, ricorderemo in breve, circa gli studi
sulla mitologia,

come

tra

il

Cinque e

il

Seicento non so-

lamente

mettessero insieme grandi compilazioni letterarie di miti (delle quali gi aveva dato esempio, nel Tresi

cento,
le

il

Boccaccio),

due teorie non ignote del

venissero dottamente propugnate esplicative gi note all'antichit classica e


tutto al

ma

Medioevo

la teoria del

mito come

allegoria di verit filosofiche (morali, politiche evia discor-

rendo), e quella del mito

tivamente

esistiti e di

come storia di personaggi effetavvenimenti accaduti, adornate dalgli

l'immaginazione che divinizzava


L'allegorismo ispirava, tra

eroi

l'altre, l'opera di

(evemerismo). Natale Conti,

MythologicB sive explanationis fabularum libri decerti (1568)

64
e
il

FILOSOFIA DEL VICO

(1609) del Bacone dove, per altro, era sistema quel proposto non senza qualche dubbio e con la espressa cautela che, se anche non valesse come interpe;

De sapientia veterum

trazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere

il

suo

valore di moralizzazione

aut res ipsas).

Il

antiqultatem illustrabimus neoevemerismo era rappresentato autore(aut

volmente da Giovanni Ledere (Clericus), l'erudito ginevrino-olandese verso cui tanta reverenza e gratitudine ebbe
Vico per aver degnato di attenzione il suo Diritto universale, e del quale fece epoca, in materia mitoa professare
il

logica, l'edizione della Teogonia esiodea;


altri
il

lo segui tra gli del Les autore libro: Banier, fables expllques par l'histoire (1735). Un terzo sistema, anch'esso non senza qual-

che precedente antico, derivava


lari,

miti da popoli partico-

dagli egiziani o dagli ebrei, ovvero dall'opera di sin-

goli filosofi e poeti inventori; e,

quando non

si

risolveva

in

una pura

e semplice ipotesi storica sulla formazione di


i

alcuni o di tutti

miti

trasmessi dall'antichit o non

si

riportava alla rivelazione divina,


la teoria

chiaro che implicava

che

il

mito sia non gi una forma eterna,

ma un

contingente prodotto dello spirito, il quale, com' nato una volta, cosi possa morire o sia gi morto.
Il

Vico

si

oppone risolutamente
e
alla

alla

prima e
della

alla terza

scuola,

all'allegorismo

dottrina
il

derivazione

storica; e ricorda,

perla prima,

trattato baconiano dal

quale aveva tratto incentivo a

meditare

sull'argomento,
;

ma

ch'egli giudicava

l'altra scuola,

e per pi ingegnoso considerante i miti come storie sacre alte-

che vero

particolare dai greci, il De theologla gentili (1642) del Vossio, la Demonstratio evangelica (1679) di. Daniele Huet, e il Phaleg et Canaan del
rate e corrotte dai
gentili

in

Bochart.

miti o favole

non contengono sapienza

riposta,

cio concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo


della favola; e perci

non sono allegorie. L'allegoria im-

V. IL

MITO E LA RELIGIONE

65

porta che

si

abbia, da

una

parte,

il

dall'altra la favola o involucro, e tra le

concetto o significato, due cose l'artifizio


si

che

le fa stare

insieme.
e

Ma

miti

non
in

possono scindere

in questi tre

momenti,

neppure
al

un

significato e

un

si-

gnificante:

loro significati sono univoci.

Importa

altres,

-quella teoria,

forma
a

ma

contenuto, non creda alla creatori dei miti dettero ingenua e piena fede

che chi crede

quelle loro creazioni;

e fintasi, per es., la

prima favola
ap-

divina, la pi

grande

di

quante mai se ne

finsero in

presso, Giove re e padre degli di e degli uomini in atto di fulminante, essi stessi che se lo finsero lo credettero,
e con ispaventose religioni lo temerono, riverirono e osservarono. Il mito, insomma, non favola ma storia, quale possono formarsela gli spiriti primitivi, e da questi seve-

ramente tenuta come racconto

di cose reali. I filosofi che

modo

sorsero posteriormente, servendosi dei miti per esporre in allegorico le loro dottrine, ovvero illudendosi di ri-

trovarvele per quel senso di riverenza che si porta all'antichit tanto pi venerabile quanto pi oscura, ovvero sti-

mando comodo
fini politici,

di giovarsi di

tale

espediente per
e,

loro

cosi

Platone omerizzando

nel tratto

stesso, platonizzando

Omero;

quali in origine non erano e Onde da dire che filosofi e mitologi furono piuttosto essi i poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole,

miti favole, intrinsecamente non sono.

resero

laddove

poeti o creatori primitivi furono

e intesero narrare cose vere dei loro tempi.

Per la me-

veri mitologi

desima ragione, ossia per essere i miti parte essenziale della sapienza poetica o barbarica, e come tale spontanei
tempi e luoghi, non si pu attribuirli a un singolo popolo che li avrebbe inventati e dal quale si sarebbero trasmessi agli altri, quasi ritrovato particolare di
in tutti
i

uomini particolari od oggetto

di rivelazione.
l

Codesta dottrina, superante


La

'allegore m e

lo storici-

B. Croce,

filosofa

di Giambattista Vico.

66
srao,

FILOSOFIA DEL VICO

un
delle
il

altro aspetto della

rivendicazione che
l'

il

Vico

compi

forme conoscitive alogiche contro


quale
le

intellet-

tualismo,

negava appunto

come forme

artificiali

col presentarle ora ora come prodotti accidentali o do-

vuti a cause soprannaturali.

N sembra

accettabile l'opi-

nione che aggrega il Vico all'indirizzo neoevemeristico, da lui in verit non combattuto espressamente e verso il quale
presenta anche, se si vuole, alcune superficiali somiglianze, ma insieme con le somiglianze questa radicale diversit: che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali

si

riferiscono

di

necessit a individui reali,

ma

sono

intrinsecamente verit storica, nella forma che la verit


storica suol prendere nelle menti primitive.

Altra pi precisa determinazione circa la natura del mito il Vico non d n poteva, appunto perch essendo in
concetto stesso della poesia, egli non era i limiti tra le due forme. Parl, in gegrado di e di mito come di cose distinte, ma non nere, poesia ferm la distinzione. Eppure, il Vico si era bene imbattuto
lui

ondeggiante

il

in

di segnare

nel concetto che porge quel criterio distintivo, e l'aveva enunciato; senonch, in cambio di valersene per la dottrina del mito, ne aveva fatto una o alcune delle sue parecchie
definizioni della poesia.

Quel carattere poetico, quell'u-

niversale fantastico che, introdotto nell'estetica come principio esplicativo della poesia, d origine a tante insuperabili difficolt, invece, per l'appunto, la definizione del mito, e come tale fornisce alla scienza della mitologia il vero principio che le bisogna. Se il concetto del compiere grandi fatiche pel comune vantaggio non si sa staccare dall'immagine di un uomo particolare che abbia
di quelle fatiche, quel concetto diventa mito, per es., di Ercole; ed Ercole insieme un individuo che fa azioni individuali e uccide l'idra di Lerna e il leone

compiuto alcuna^
il

nemeo

o lava le stalle di Augia, ed

un concetto; come

V. IL
il

MITO E LA RELIGIONE

67

concetto dell'operosit utile e gloriosa un concetto ed insieme, Ercole: un universale e un fantasma: un uni-

versale fantastico.

Anche quel sublime


propriamente
i

lavoro.,

che

il

Vico diceva proprio

della poesia, di dare vita alle cose inanimate, spetta


alla poesia

non

ma al mito. Il quale, incorporando immagini, ed essendo le immagini sempre qualcosa d'individuale, viene ad atteggiarli come esseri viventi. Cosi gli uomini primitivi, che non conoscevano la
concetti
in

cagione del fulmine e perci non ne possedevano la definizione fisica, erano tratti, miteggiando, a concepire il cielo

come un vasto corpo animato, che medesimi quando erano in preda


lesse dire

a somiglianza di essi
loro violentissime

alle

passioni, urlando, brontolando, fremendo,

ai

parlasse e vo-

qualche cosa.

del

deve riconoscere l'origine nell' della mente e nella sua inadeguazione

mito e non della poesia si inopia, nella debolezza

problemi che

vuole risolvere, nella incapacit a pensare per universali ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono
gli universali

fantastici e le

metonimie e

le

sineddoche e

ogni sorta di metafore. Le contradizioni, notate da noi nell'universale fantastico e che lo rendono inadatto a fondare
la dottrina estetica,

trina del mito;

il

stanno perfettamente a posto nella dotquale , per l'appunto, questa contradi-

zione: un concetto che vuol essere

immagine

un'imma-

gine

che vuol essere concetto, e perci un'inopia, anzi

un'impotenza potente, un contrasto e una transizione spirituale, dove il nero non ancora e il bianco muore. Infine,
sapienza poetica, cio la teologia, fisica, cosmografia, geografia, astronomia e tutto il complesso delle restanti
la

idee e credenze dei popoli primitivi, esposte dal Vico, erano effettivamente mito e non, come egli dice, poesia, per la

buona ragione
loro storie;
e

ch'egli
la

stesso adduce che quelle erano le poesia poesia e non istoria, neppure

68
pi o

FILOSOFIA DEL VICO

meno

fantasticata. Poesia,
i

poemi omerici

in

quanto

esprimevano

aspirazioni della grecit; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano cantati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti
le
:

sentimenti e

umane

due forme di prodotti


rialmente
s'identificano.

spirituali

che, se

raccogliersi in

una

stessa

sembrano mateopera, non per ci

Tutto questo il Vico vede e non vede, o, meglio, ora intravede e ora travede e perci non si pu dire che riesca
a determinare veramente la distinzione e a risolvere
il

pro-

blema dei rapporti


se cio
il

tra mito e poesia.

Un

altro importante

e ancora assai dibattuto

problema della scienza mitologica,


potrebbe credersi, innetto; perch egli ripete molte

mito sia

filosofia o storia,

vece, da lui risoluto in


volte che
i

modo

miti contengono sensi storici, e

non gi
ove
si

filo-

sofici, dei popoli primitivi;

ma,

in realt,

faccia

bene attenzione,

si

scorge che

egli,

nonch

risolverlo,

non

se lo propone neppure. I sensi storici, che il Vico assevera, sono contrapposti non propriamente ai sensi filosofici in ge-

nere,

ma

ai sensi mistici di altissima filosofia e ai sensi

analogi, che i mitologi da lui criticati vi ritrovavano; cio, da una parte ripetono la critica all'allegorismo e,
dall'altra,

storica che trasferisce idee e costumi


tichi.

combattono quel cattivo modo d'interpetrazione moderni ai popoli anteoria


si
il

La sua

concilia,

quella che avvicina


gli elementi, e

mito alla

a dir vero, alla pari con filosofia, e con l'altra che

l'avvicina alla storia; con l'eclettica che

con la

ammette entrambi speculativa, che li ammette altres


filosofia e storia,

entrambi
s

ma

perla ragione che

cosi

in

medesime come nel mito,

costituiscono, in fondo,

una

cosa sola e indivisibile.

Come inopia , il mito deve essere umana che agogna naturalmente di


ella

superato.

La mente
donde

unirsi a Dio

viene, cio al vero Uno, e che non potendo per la

V. IL

MITO E LA RELIGIONE

69

esuberante natura sensuale dell'uomo primitivo esercitare


la

facolt, sepolta sotto i loro sensi troppo vigorosi, di astrarre dai subietti le propriet e le forme universali, si

era finta

unit immaginarie, i generi fantastici o i miti, nel suo successivo spiegarsi o esplicarsi risolve via via
le

tici

generi fantastici in generi intelligibili, gli universali poein ragionati, e si libera dai miti. L'errore del mito

passa cosi nella verit della filosofia. Il Vico conosce e adopera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto, nascente dalla volont e non dal pensiero, il quale quanto
a s non erra mai (mens enim semper a vero urgetur quia nunquam aspectu amittere possumus Deum) dell'errore che
;

consiste in vuote parole arbitrariamente combinate (verbo,

autem scepissime

veri vini voluntate

mentientis eludimi oc
et

mentem

deserunt,

immo

nienti

vim faciunt

Dea

obsistunt);

insomma, che, per adoperare la sua efficace descrizione, si ha quando gli uomini mentre con la bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocch la lor mente dentro il falso, che nulla . Ma sa anche che
dell'errore,

non mai del tutto errore, appunto perch, non potendosi dare idee false e consistendo il falso soltanto nella sconcia combinazione delle idee, in esso sempre il
l'errore

vero, e ogni favola ha qualche motivo di verit . Perci, lungi dal disprezzare le favole, ne riconosce il valore quasi
di

embrione del sapere riposto o della

filosofia

che

si

svol-

ger poi. I poeti (ossia, nel nuovo significato che assume nel Vico questa parola, i creatori dei miti) sono il senso (cio, nel nuovo significato, la filosofia rudimentale e imperfetta);
e
i

filosofi

losofia pi

sono l'intelletto dell'umanit (vale a dire, la ficompiuta, che nasce dalla precedente). L'idea

di

Dio

si

tasia

dell'uomo

al

tum, al Dio delle nazioni, fino a quel Dio

evolve a poco a poco dal Dio, che colpi la fanisolato, al Dio delle famiglie, divi parenDio della classe sociale o della patria, divi patrii,

che a

tutti

Giove

70
al

FILOSOFIA DEL VICO

Dio dell'umanit. Le favole destarono Platone a intenle tre

dere

pene divine, che

gli

di solamente, e
il

non

gli

uomini, possono
il

infliggere: l'oblio, l'infamia e

rimorso;

passaggio per V Inferno gli sugger il concetto della via purgativa onde l'anima si purifica dalle passioni, e l'arrivo agli Elisi quello della via unitiva onde la

mente va

ad unirsi a Dio per mezzo della contemplazione delle eterne


cose divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti Esopo trasse gli esemp e gli apologi con cui dette i suoi avvisi
;

e dall'esempio, che
le

menti rozze,
il

si

fonda sopra un caso solo e soddisfa svolge l'induzione, che si vale di pi


si

casi simili, quale l'insegn Socrate con la dialettica, e suc-

cessivamente

sillogismo, che Aristotele scoperse e che

non regge senza un universale. Le etimologie delle parole svelano le verit intraviste dai primi uomini e deposte nel
loro linguaggio; per es., ci che i filosofi moderni con gravi ragioni hanno dimostrato, che i sensi fanno essi le qualit

chiamate
rato

sensibili

gi

adombrato nella parola

olfa-

cere della lingua latina,

faccia

l'odore.

Il

che implica il pensiero che l'odoVico attribuisce tanta importanza

a questa connessione tra universali poetici e universali ragionati, tra mito e filosofia, da essere tratto ad affermare

che

le

sentenze dei

filosofi, le

quali non trovino precedente

e riscontro -nella sapienza poetica e volgare, debbano essere errate. Anzi, questo un altro significato che egli

assegna talvolta al rapporto tra filosofia e filologia di una conferma reciproca tra sapienza volgare e sapienza riposta, conciliate entrambe nell'idea di una filosofia perenne
:

dell'umanit.

Con
filosofia

la teoria del
il

Vico ha dato,
e del

mito e del rapporto di esso con la tutt' insieme, la sua teoria della

tra religione e filosofia. Due a pensieri circolano, questo proposito, per entro la Scienza nuova: l'uno, che la religione nasca, nella fase della debo-

religione

rapporto

V. IL

MITO E LA RELIGIONE

71

lczza e dell'incultura, dal


alla

curiosit
che

bisogno mentale di dare pace d'intendere in qualche modo le cose


il

della natura e dell'uomo (di spiegare, per es.,


la religione

fulmine);

l'altro, s'ingeneri negli animi pel terrore di colui che minaccia fulminando. E si potrebbero chia-

mare

le

due

teorie, dell'origine

pratica

religione; dottrine del Vico, l'uomo nient'altro che intelletto e volont, chiaro

della

teoretica e dell'origine poich, conformemente alle

come, fuori di queste due origini, la religione non possa averne altre. Ora, lasciando da parte la
religione nel significato pratico (della quale si discorrer pi innanzi), la religione nel significato teoretico che cosa altro se non l'universale fantastico, l'animismo poetico,
il

mito?

essa

si
il

la

divinazione,

lega quell'istituto che il Vico chiama complesso dei metodi coi quali si racco-

glieva e interpetrava la lingua di Giove, le parole reali, i segni e cenni del Dio, finto nell' universale fantastico e

creato dall'immaginazione animatrice. E come dal mito procede la scienza e la filosofia, cosi, parimente, dalla di-

vinazione la conoscenza delle ragioni e cause, la previsione


filosofica e scientifica.
Il Vico, a questo modo, si liberava dal pregiudizio che cominciava a prevalere al suo tempo (si ricordino la storia degli oracoli antichi del Van Dale, resa popolare dal Fon-

tenelle, e

il

libro gi citato del

Banier), e tanta efficacia

ebbe per un secolo ancora, delle religioni come impostura d'altrui , quando erano invece (egli dice) nate da

propria credulit

artificiale dei miti,

. Colui che non ammetteva l'origine non poteva ammetterla neppure delle

religioni.

Ma come

egli rifiutava altres l'origine

sopranna-

turale

o rivelata dai miti, cosi nello stesso

atto pronun-

ziava n pi n
la

meno che

l'origine naturale, anzi

umana,

delle religioni; e, quel che pi specialmente

da notare,

riponeva in una forma inadeguata dello

spirito, nella

72

FILOSOFIA DEL VICO

di

forma semifantastica, che il mito. N bisogna fare casoqualche suo breve detto incidentale, che sembra in contrasto con questa teoria; come l dove dice che la religione
le filosofie

precede non solo

ma

il

linguaggio stesso,

il

quale

suppone

la coscienza di qualcosa di

comune

tra gli uomini:

equivoci derivanti dalla solita perplessit metodica e da abito di poca chiarezza. L'identificazione della religione coL
mito, e l'origine

umana

delle religioni,

non
il

solo insisten-

temente espressa,

ma

essenziale a tutto

sistema del Vico.

Origine umana, che non esclude, nelle parole di lui, un diverso concetto di religione: la religione rivelata, e perci di

da un canto,
l'altro, la

origine soprannaturale. Egli, infatti, pone sempre, la teologia poetica, che mitologia, e la
o
filosofia;
e,

teologia naturale, che metafisica

dal-

teologia rivelata. Ma quest'ultimo concetto ammesso da lui, non perch si leghi ai precedenti e tutti
perch
derivino da un principio comune, si bene semplicemente il Vico afferma gli uni e afferma l'altro. L'origine

umana,

la teologia poetica, di cui sguito la teologia

me-

per l'umanit gentilesca, ossia l'umanit fatta eccezione del popolo ebreo che intera, per privilegiato dalla rivelazione. Per quali motivi il Vico
serbasse questo dualismo, e sopra quali contradizioni pun-

tafisica, quella che vale

genti fosse a cagione di esso costretto ad adagiarsi, anche

questo si vedr pi oltre, e a suo luogo. Ma appunto perch quel dualismo rimase in lui senza mediazione, noi

dobbiamo, esponendo il suo pensiero, tenere fermo ciascuno dei due termini del dualismo, e, per ora, l'origine

meramente umana:

la religione

quale prodotto del

bisogno teoretico dell'uomo giacente in condizioni di relativa povert mentale. Concetto che
indiretti

ha rapporti solamente

con quello bruniano della religione come cosa ne-

cessaria alla moltitudine rozza e poco sviluppata, e con quello campanelliano della religione naturale o perpetua,

V. IL

MITO E LA RELIGIONE

73

eterna

filosofia

razionale coincidente col cristianesimo spo-

gliato dai suoi abusi; e che ha rari e deboli riscontri negli scrittori del tempo, i quali, anche quando vi accennano
di passaggio, l'intendono in

modo

superficiale e lo presenle altre

tano senza nessuna coerenza con


tono sulla religione in quanto

loro idee

bat-

ignoranza

e trascurano la

sapienza di quella ignoranza, la religione come verit.

VI

La coscienza morale

JLie altre

dottrine del

di logica della filosofia, delle scienze fisiche

Vico di ragion teoretica, cio e matemati-

che e delle discipline storiche, sono state gi esposte nell

'esporre la sua gnoseologia, e


scritti,

si

desumono quasi
la

tutte dai

primi

perch

nella

Scienza nuova

fase

della

appare, pi che altro, come un limite della ricerca. Soltanto giova notare che il Vico tocca

mente

tutta spiegata

altres

il problema del rapporto tra poesia e storia, ma, sempre a causa dell' indistinzione tra filosofia e scienza sociale, non gli riesce di risolverlo pienamente. Sotto un aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poe-

sia,

perch questa, dice, presuppone la realt e contiene una imitazione di pi; sotto un altro aspetto, che la
poesia costituisca la forma prima, perch presso
primitivi la loro storia la loro poesia e
i

popoli
storici

sono

poeti.

primi ogni modo, egli insiste sull'elemento poee di Erodoto,


i

tico, intrinseco alla storia;

storia, osserva

che non solo

libri

padre della greca di lui sono ripieni la


moltissimo dell'o-

pi parte di favole,

ma

lo

stile ritiene

merico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase

mezza tra la poetica e la volgare : verba ferme poStarum come ripete altrove facendo suo un detto di Cicerone.

76

FILOSOFIA DEL VICO

N
fra

si

trovano svolti particolarmente nel Vico


e volont,
il

rapporti

teoria e pratica, intelletto

tutto egli suggerisca

bench dapperche come in Dio pensiero generale


similmente nell'uomo, imspirito

intelletto e volont coincidono,

magine

di Dio

onde

la

mente o

non

divisa in

un

pensiero e in una volont, in un pensiero che proceda per un verso e in una volont che proceda per un altro, ma

pensiero e volont si compenetrano e formano un tutto concezione assai superiore a quella della filosofa del solo suo tempo, cio del leibnizianismo, in cui persisteva il con:

cetto dell'arbitrio divino, e perci dell'irrazionalit.


tro

Un

al-

suo e singolare pensiero importerebbe invece, per chi concluda frettolosamente, la precedenza della pratica sulla
teoria
;

perch

il

Vico dice che

filosofi

pervengono

ai loro-

concetti

merc l'esperienza

delle istituzioni sociali e delle


si

leggi nelle quali gli uomini

accordano come in qualcosa

di universale, e che Socrate e Platone, per es.,

gono

la

democrazia e

tribunali ateniesi.

Ma

presupponquesta suc-

cessione delle religioni che generano le repubbliche, delle


le idee filosofiche, e

repubbliche che generano le leggi, delle leggi che generano che egli chiama una particella della
storia della filosofia narrata filosoficamente
.

appunto,

teoria d'importanza non filosofica

ma

sociologica.
di

Per quel che concerne

le dottrine

ragion pratica,

delle quali ora entriamo a trattare, potrebbe parere che il

Vico, diversamente che in quelle di ragion teoretica,


sia in recisa opposizione alle idee del

non

suo tempo, ma anzi si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla scuola del diritto naturale. Il capo della scuola, l'iniziatore del movimento,

Ugo

Grozio, era da lui chiamato uno


col

dei suoi

quattro

autori, insieme con Platone, in cui trovava


filosofia

appagata la sua brama di una Bacone che gli aveva fatto sorgere

idealistica,

in

mente l'idea

di

una

scienza positiva e storica delle societ, e con Tacito, che-

VI.

LA COSCIENZA MORALE
servizio gli rese o
il

77

vedremo pi innanzi qual


dette di averne ottenuto.

Vico cre-

insieme col Grozio ricorda per-

petuamente
il

gli altri principali autori del diritto naturale,


il

Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro che considera, piuttosto che autori di scienza, semseguaci, adornatori del sistema groziano. plici

Selden e

Il

fessato e professato dallo stesso Vico


tabile

ricollegamento, in un certo senso, evidente e conma anche indubi;

che egli non ader semplicemente a quella scuola, neppure la continu al modo di chi serbi i concetti generali e direttivi, e svolga o corregga i particolari. La continu solamente in significato dialettico, cio in quanto ne ebbe a contrastare le tesi capitali o ad accoglierle cangian-

dole profondamente.
luzioni
ferse

Il

diritto naturale gli offerse

non

so-

ma problemi,
:

e di questi
altri,

anche se alcuni

gli of-

ben determinati,
il

e pi gravi, suscit solamente

nel suo spirito

veduti, che

problemi dunque o non risoluti o neppure Vico si propose e in parte risolse. Gli aspetti e le tendenze del diritto naturale erano molteplici, e conviene preliminarmente distinguerli ed enu-

complesso

merarli. In primo luogo, in quella scuola, presa nel suo e nei suoi tratti essenziali, si esprimeva il pro-

gresso sociale, onde l'Europa, uscendo dal feudalesimo e dalle guerre di religione, si dava una nuova coscienza,
spiccatamente borghese e laica
di essa fu quasi
:

si

ricordi che la formazione

contemporanea

alla nascita dell'anticleri-

cale e borghese istituto della

massoneria

Naturale

voleva dire, tra


tuzioni che lo

l'altro,

non soprannaturale
e
ai
conflitti

; e, quindi,
isti-

ostilit o indifferenza di fronte al

soprannaturale e alle
sociali
;

ingenerava. Non

rappresentavano a caso il Grozio fu arminiano


il

che

il

Pufentra
i

dorf ebbe

liti

con teologi;

Tomasio

rammentato

promotori della libert di coscienza. Le proteste di reverenza verso la religione e verso la chiesa, che con molta

78

FILOSOFIA DEL VICO


pubblicisti

abbondanza quei
scritti

solevano

inserire

nei

loro

ne sono come soffusi da un velo di piet), (i quali erano cautele da politici, che procurano di minare il nelasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela

mico senza

lodata, per es., nel Grozio da


(l'autore della

uno dei seguaci della scuola

che celebra

il

Pauco plenior iuris naturalis historia, 1719), maestro come instrumentum divince provivenuto a redimere

il

dentice , quasi Messia

lumen natu-

rale

dalla servit al

super naturale

e fornito perci*

di tutta la

forza

di tutta l'abilit

esperto delle persecuzioni scolastiche, ne maius bilem adversus prudentiam naturalem

occorrenti; talch, caute versabatur


et

rationalem

ex latebris productam tara minis irritaret , e procedendo a separare le leggi umane dalle divine, non prendeva di fronte la scuola teologica con l'attaccarne gli errori fondamentali, anzi perfino la lodava nei prolegomeni dell'opera
Naturale significava altres ci che comune agli individui delle varie nazioni e stati onde, sotto l'aspetto

sua.

pratico, forniva
certi desideri,

un ottimo motto d'ordine per riunire in speranze e lotte comuni la borghesia dei vari:
la borghesia, quel
:

paesi. I trattati del diritto naturale furono, nel secolo deci-

mosettimo e nel seguente, per


nifesto dei comunisti e
il

che

il

grido

Proletari di tutto

il

Mamon-

do, unitevi , tentarono di essere

perla classe operaia nel

decimonono.
nifestazione di un

In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano mamoto pratico, l'interesse filosofico vi aveva

parte subordinata e ufficio sussidiario. Per questa ragione,

secondo luogo, le trattazioni del diritto naturale, filosoficamente considerate, non si levano di solito sopra un
in

chiaro

popolare empirismo.
i

I principi, sui

quali

si

appoggiano, non sono approfonditi


estrinsecamente unificati;
piuttosto rappresentazioni generali

e assai spesso

neppure
tratta-

concetti, che adoperano, sono


;

la

forma della

VI.

LA COSCIENZA MORALE

79

scrittori

zione solo apparentemente sistematica. Qualcuno di quegli procurava di collegare le sue dottrine giusnatura-

listicbe

con

la

filosofia platonica,

stoica o cartesiana, risi

saliva ad assiomi logici e metafisici,

giovava della detutto codesto era

duzione e del metodo

matematico.

Ma

accostamento e non fusione, adornamento e non ravvivamento; e, tutt'al pi, valeva come prova di diligenza e di
seriet d'intenzioni.

La
tisti

filosofia,

per altro, implicita pi o


si

meno

nei tratta-

del diritto naturale ed esplicita nei

sero a elaborarlo speculativamente,


rito del

che preaccordava con lo spifilosofi


i

tempo, del quale

ci

sono noti

caratteri generali.

Cosicch terzo aspetto del giusnaturalismo fu, in etica, o l'utilitarismo, ora pi o meno larvato ora apertamente
dichiarato, e a volta a volta ragionato con
tosto
filosofia piut-

matematizzante o

piuttosto

sensistica,

di

tendenze

materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero (che

medesimo) un astratto e intellettualistico moralismo, che minacciava di precipitare a ogni istante


quasi
il

nell'utilitarismo. Dal quale intellettualismo e utilitarismo,

combinati con l'impronta pratica e rivoluzionaria di quel moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un semplicistico
diritto

mente

da far trionfare che non a riconoscere quello realsvoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicenil

de, derivava

quarto carattere di esso, cio la mancanza

l'antistoricismo della scuola, la quale stabiliva l'astratto ideale di una natura umana fuori della
di senso storico,

storia

umana
il

non fusa e vivente

in questa.

Infine, borghese, anticlericale, utilitario o materialistico

com'era,

carattere, l'avversione alla

giusnaturalismo aveva un quinto e importante trascendenza e la tendenza a


e della
so-

una concezione immanentistica dell'uomo


ciet. Carattere

poco

esplicato

poco

ragionato dottrinel

nalmente,

ma non

pertanto

facilmente riconoscibile

complesso dei concetti di quella scuola.

80

'

FILOSOFIA DEL VICO

Ora, l'ispirazione del Vico era genuinamente ed esclusivamente teoretica, punto pratica o riformistica; alta-

mente speculativo il suo metodo, e disdegnoso dell'empirismo; idealistico, e perci antimaterialistico e antiutilitaristico,
il

suo spirito;

la

al certo, e per storicizzante.

sua gnoseologia anelante al concreto, Per conseguenza, la sua dot-

trina della ragion pratica, pure

prendendo

le

mosse dal

giusnaturalismo, doveva uscire diversa, anzi contraria a questo, in tutti i primi quattro caratteri da noi enunciati. E se in qualcosa coincideva (non nella via per pervenirvi,

ma

nel

avrebbe voluto

risultamento), era appunto dove meno l'autore nel carattere immanentistico e areligioso.
:

Ma

poich
si

il

e modificazione che

nostro proprio tema non gi la critica naturale ebbe nel pensiero il diritto
stesso,

del Vico,

bene questo pensiero

sar opportuno,
vari caratteri

ripigliando diverso da quello tenuto nel ricapitolare

il filo

della esposizione, seguire ordine alquanto


i

del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere l'opposizione

del

Vico all'utilitarismo
la

dichiarato o larvato
svolse
sul

di

quella

scuola, e
l'etica.

dottrina

che egli

principio del-

due principali rappresentanti dell'utilitarismo nel secolo decimosettimo, che il Vico ha sempre innanzi agli occhi, sono l'Hobbes e lo Spinoza; ma ricorda insieme con essi il Locke e il Bayle e, del secolo precedente, il MaI

chiavelli e, risalendo all'antichit, gli stoici col loro concetto del fato, gli epicurei con quello

del caso,

Cameade

col suo scetticismo, e perfino l'inconsapevole dottrina che

contenuta nel motto

Vce victis

attribuito al

capo dei Galli invasori di


sforzo

Roma.

Dell'

Brenno o Hobbes ammirava lo

magnanimo
le

nel cercare di accrescere la filosofia di

una

teoria che

era mancata nei bei tempi della Grecia,

cio della teoria dell'uomo considerato in tutta la societ del

genere umano;

ma

diceva infelice l'evento,

fallito

il

ten-

VI.

LA COSCIENZA MORALE

81

tativo, che

assai prossimo all'epicureo.

(come anche quello del Locke) nel fatto risultava L'Hobbes non si era accorto
si

che

egli

non

problema non gliene

del diritto

sarebbe potuto neppure proporre il suo naturale dell'umanit, se il motivo

fosse stato fornito per l'appunto dalla religione

cristiana, la quale

comanda verso

tutto

il

genere umano,

Agli stoici invece, al loro fato e al loro determinismo onde furono incapaci a ragiola giustizia, la carit.

nonch

nare adeguatamente di repubblica e di leggi, a codesti spinosisti dell'antichit , si collegava idealmente lo Spinoza, del cui utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lo-

ckiano quanto

dall'

hobbesiano (perch

lo

Spinoza

mente,

non sensu de

veris

la singolarit.

), non isfuggiva al Vico che debba dirsi, esso coMa, per singolare

rerum diiudcat

strinse lo Spinoza a ragionare di repubblica in

modo poco
.

elevato,

come

di

una societ che

sia di

mercadanti

Quelle dottrine utilitarie, calunniose dell'umana natura, parvero al Vico proprie di uomini disperati, che per la loro vilt non ebbero mai parte nello stato, o per la loro
superbia si stimarono tenuti bassi e non promossi agli onori dei quali per la loro boria si credevano degni; e anil povero Spinoza, il quale, non avendo, niuna ebreo, perch repubblica, mosso da livore, si sarebbe dato a escogitare una metafisica da rovinare tutte le re-

nover tra costoro

pubbliche del
sulla

mondo

Severo

il

suo giudizio sulle con-

dizioni dell'etica ai suoi tempi, che era quale poteva essere

base di una metafisica meccanica e materialistica,


finalit. Cartesio fu affatto
le

sterile in quel cose che poche campo, perch sparsamente ne lasci scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Pas-

senza lume di

sioni serve piuttosto alla

medicina che
e
il

alla

morale; simili

mente

sterili

il

Malebranche
offri

Nicole, e

Pensieri

del

Pascal, solitaria eccezione, sono


italiani,
il

Pallavicino

pur lumi sparsi . Degli appena un abbozzo di etica nel

B. Croce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

82

FILOSOFIA DEL VICO


il

suo trattato Del bene, e


rale, fece

Muratori, nella sua Filosofia

mo-

prova assai infelice. L' utilit non principio esplicativo della moralit,, perch proviene dalla parte corporale dell'uomo e, per
provenienza, caugevole, laddove la moralit, l' honestas, eterna. Derivare la moralit dall'utilit scamtale

biare l'occasione con la causa, fermarsi alla superfcie non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari modi
il

nei quali
la

principio utilitario viene atteggiato dai


la

filosofi,

frode o impostura,

forza,

il

bisogno, rende conto

delle differenziazioni,

frode poteva

mai sedurre

cio dell'organismo sociale. Quale e trarre in inganno i supposti


i

primi semplici e parchi posseditori di campi,

quali vivei

vano

affatto
i

contenti della sorte loro? Quale forza, se


i

ricchi,
bati,

pretesi usurpatori, erano pochi, e

poveri,

deru-

molti?

Codeste spiegazioni

sono giochetti,

indegni
fa-

del grave

problema.

Quei

forti,

quei potenti erano, in


si

realt, potenti d'altro che di sola forza; tanto che

cevano protettori dei deboli e oppugnatori delle tendenze


distruttive e antisociali: la loro legge era,

si,

di forza,

ma

a natura prcestantiori dlctata cosa che ben era lecito ignorare al barbaro Brenno, ma non a uomini filosofi. La
forza creatrice e organizzatrice delle prime repubbliche fa tutta umanit generosa, alla quale si debbono ri-

chiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati con l'impostura e con la forza, perch reggano e si conservino;

conformemente
origini,

al detto del Machiavelli di richiamarli alle


le origini

ma

con l'intesa che

profonde

si

trovano

nella clemenza e nella giustizia.

Gli uomini sono tenuti

insieme da qualcosa di pi saldo dell'utilit. Societ d'uomini non pu incominciare e durare senza fede scambievole; senza che altri riposino sopra le altrui promesse e

acquetino alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Si pu forse ottenere questa fede col rigore delle leggi penali
si

VI.

LA COSCIENZA MORALE
le leggi

83

contro la

menzogna? Ma

sono prodotto della so-

ciet, e, perch sorga societ, necessaria quella fede scambievole. Si dir, come dice il Locke, che si tratta di un processo psicologico, pel quale gli uomini via via si

avvezzano a credere quando

altri loro

dica e prometta di

narrare la verit? Ma, in questo caso, quegli uomini gi intendono l'idea di un vero, che basti rivelare per obbli-

gare altrui a doverlo credere senza niun documento


e
il

umano

principio psicologico dell'abitudine oltrepassato. La causa vera della societ umana non , dunque, l'utila

quale favorisce soltanto, come occasione, l'azione della causa, e fa si che gli uomini, per natura sociale delit,

boli e indigenti, e divisi dal vizio di origine, si

traggano a
,

celebrare la loro natura sociale,

rebus ipsis dictantibus


il

secondo

la forinola

pomponiana, che
circostanze
l'illusione

Vico ripete con prenella moralit


utilitaristi,

dilezione.

Cose,

fatti,

mutano
degli

che non muta;

e di qui

che

guardano dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono il mutamento e non la costanza. L'omicidio vietato ma
;

quale, minacciato nella non altrimenti salvarsi, uccide l'ingiusto vita, potendo non mutevolezza del criterio morale aggressore, importa

l'approvazione che

si

d a colui

il

circa l'omicidio, perch, in quelle particolari circostanze,

non
che

si
l'

tratta, in realt, di omicidio,

ma

di

pena capitale

ingiustamente aggredito, trovandosi in solitudine, infligge quasi per tacita delegazione sociale. Il furto
vietato;

ma

colui che, per


la

tenersi

in vita,

prende altrui
di-

un pane, non viola


ritto

moralit,

perch esercita un

fondato sull'equobono. La sola filosofia che porti con s una vera etica semal

bra

Vico

la platonica, risalente a

un principio metafie crea la materia;

sico, l'idea eterna che educe

da

laddove l'etica aristotelica fondata sopra

una metafisica

che conduce a un principio

fisico, alla

materia, dalla quale

84
si

FILOSOFIA DEL VICO

educono

le

forme particolari facendo


le

di

Dio un vasel-

laio

che lavori

cose fuori di s. L'etica dei giureconsulti

romani abbonda, senza dubbio, di splendidi aforismi, ma non altro che una semplice arte di equit, insegnata con
innumerabili minuti precetti di giusto naturale, che quelli indagavano dentro le ragioni delle leggi e la volont del

non pu considerarsi come filosofia morale, dove fa d'uopo procedere da pochissime verit eterne, stabilite in metafsica da una giustizia ideale. Per ragioni analoghe il Vico non poteva appagarsi del Grozio e degli allegislatore; epper
tri

giusnaturalisti
i

circa

quali nota in genere cosa verissi,

sima, cio che


gnifici,

loro

grossi volumi recano,

titoli

ma-

ma poi non contengono nulla pi di ci che volgarmente risaputo. Se si pesano i principi del Grozio con
la bilancia esatta della critica, risultano tutti piuttosto pro-

babili e verisimili che necessari e invitti. Nella questione

punto giusto, non distinguendo l'occasione dalla causa; n inchioda , ossia non definisce, l'antichissima disputa se il diritto sia in natura o
dell'utilit
il

Grozio non coglie

il

solo nelle opinioni degli uomini, nella quale filosofi e teo-

logi ancora

contendono con

lo scettico

Cameade

con Epi-

curo; propone l'ipotesi


semplicioni , poich quei suoi

degli uomini primitivi che siano

ma

si

semplicioni

dimentica affatto di ragionarla. E , accortisi dei danni della

vengono alla vita comune, e questa determinazione loro dettata dall'utilit, il Grozio scivola anche lui, senza avvedersene, nell'utilitarismo e nell'episolitudine bestiale,

cureismo.

Ma il Vico, invece, alla domanda se il diritto sia per natura o per convenzione risponde con la solenne dignit Le cose fuori del loro stato naturale n vi si adagiano
:

n vi durano

Alla

domanda donde nasca

la societ

ri-

sponde richiamando il senso umano, la coscienza, il bisogno che ha l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli

VI.

LA COSCIENZA MORALE

85

rode il petto. L'origine certamente nel timore, ma nel timore di s stesso, non della violenza altrui; nel rimorso che punge, nel pudore che tingendo di rosso il
volto dei primi uomini fa risplendere per la prima volta la

moralit sulla terra.

Dal pudore nascono tutte


la

le

virt,

l'onore, la frugalit, la probit, la fede nelle promesse, la

verit nelle parole, l'astensione

dall'altrui,
la

pudicizia.

Celebrando la societ, l'uomo celebra

natura umana.

Il pudore o coscienza morale, tradotto nella corrispondente scienza empirica, d il senso comune degli uomini d'intorno alle umane necessit o utilit, che

la fonte del

diritto
il

naturale delle

genti.

Questo senso

un giudizio senza alcuna ri(dice flessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione e da tutto il genere umano. Giudizio senza riflessione non veramente giudizio, dal quale la riflessione inseparabile; non giudizio anche perch sentito e non pensato. Ma non neppure quello

comune

Vico)

che poi si disse sentimento , termine vago, ignoto al Vico non meno che alla filosofia tradizionale. piuttosto

un atteggiamento pratico
dividui viventi
in

che, simile a un di presso negl' incondizioni simili, produce i simili co-

stumi dei vari gruppi sociali, da quelli di una classe particolare a quelli dell'intera umanit. Atteggiamento affatto

spontaneo (e, anche per questo definito privo di riflessione), onde i costumi si generano dall'interno e non dall'esterno, e sono simili senza che siano copiati gli uni dagli altri
(

senza prendere esempio l'una nazione dall'altra ). Attraverso quel senso comune la coscienza morale s'incor-

l'umano arbitrio, che

pora in compatti e resistenti istituti; ed esso accerta di sua natura incertissimo.

VII

Morale e religione

.a il timore interno, il pudore, la coscienza morale svegliata negli uomini dalla religione: il timore timore di Dio, il pudore vergogna innanzi a lui. Gli uomini pri-

M.

mitivi errano per la terra solitari, selvaggi, feroci, senza lingue articolate, senza concubiti certi, in preda alle loro disordinate violentissime passioni; piuttosto che uomini,

bestioni

Chi

li

frener?

Donde verr

il

soccorso che

vicenda? Non possono inuomini sapienti, che non si sa donde o come s'introdurrebbero in mezzo a loro; non pu salvarli l'intervento di Dio: Dio si ritirato nel suo popolo eletto
loro impedisca di distruggersi a
dirizzarli

e non ha nessun commercio con la restante umanit, con l'umanit gentilesca. Ma quei bestioni son pur uomini:
Dio, nell'abbandonarli, ha lasciato nel fondo del loro cuore

una

favilla dell'esser suo.


si

Ecco:

il

cielo fulmina,

bestioni

fermano, temono; si accende in loro la confusa stupiscono, idea di qualcosa che li supera, di una divinit. Ed essi pensano, o piuttosto immaginano, un primo Dio, un Cielo o un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono per placarlo

o per invocarlo a soccorso.


corritore

Ma

debbono conformare

la

per placarlo e averlo socpropria vita a questo inl'orgoglio e la fie-

tento: umiliarsi alla divinit,

domare

SO

FILOSOFIA DEL VICO

rezza, astenersi da certi atti, compierne altri. Dal pensiero


della divinit riceve forza

dunque

il

conato

ossia la li-

bert, che propria della volont umana, di tenere in freno i moti impressi alla mente dal corpo per acquetarli o per dare loro altra direzione. E con questi atti di do-

minio sopra s
ralit:
il

con la libert, nata insieme la motimore di Dio ha posto il fondamento alla


stesso,

umana. La terra si copre di are; le grotte dei suoi monti, dove il maschio trascina ora la femmina, vergognoso dei concubiti innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai
vita

primi

riti

nuziali,
si

della terra
corpi.

proteggono le prime famiglie; il grembo apre ad accogliere il pio deposito dei morti
e fondamentali istituzioni etiche

Le prime

culto

religioso,

matrimoni, sepolture

sono sorte.

Questa potenza etica- e sociale dell' idea di Dio si riafferma nel corso della storia posteriore perch, quando i
;

popoli sono infieriti con le armi, e nessun potere hanno pi sopra di loro le umane leggi, l'unico mezzo di ridurli
. la

religione. Si riafferma nello svolgimento individuale

della vita

umana:

ai

fanciulli, infatti,

non

si

pu

altri-

menti insegnare

la piet

che col timore di qualche divii

nit; e, nella disperazione di tutti

soccorsi della natura,

l'uomo desidera un essere superiore che lo salvi, e questo essere Dio. Tutte le nazioni credono in una divinit
provvidente: popoli che vivano in societ senza alcuna coscienza di Dio, per es., in alcuni luoghi del Brasile, in Cafra, nelle Antille, sono novelle di viaggiatori, che pro-

curano smaltimento Se cosi

ai loro libri

(e cosi

con mostruosi ragguagli. certamente), nessuna dottrina

pi stolta di quella che pretende concepire morale e civilt senza religione. Come delle cose fisiche non si pu avere certa scienza senza la guida delle verit astratte
fornite dalle matematiche, delle

cose morali non

si

pu

senza la scorta delle verit astratte metafisiche, e perci

VII.

MORALE E RELIGIONE

89

senza l'idea di Dio. Quando si spegne o si oscura la coscienza religiosa, insieme si spegne e si oscura il concetto
di

societ

di

stato.

Ebrei, cristiani, gentili e

maomet-

tani ebbero quel concetto, perch tutti credettero in qual-

di composti di

che divinit, sia come mente infinita libera, sia come pi mente e di corpo, sia come un unico Dio,

mente
gli

infinita libera in

corpo

infinito.
il

Ma non
solo

lo

ebbero

epicurei, che attribuivano a Dio


il

corpo e col
soggetto al

corpo
fato.

caso;

gli

stoici,

che

lo

fecero

E ottimamente Cicerone diceva ad


istituire

Attico, epicureo,

ragionamento intorno alle leggi, se prima non gli concedesse che vi sia provvidenza divina. L'Hobbes, che rinnovava l'epicureismo, e lo Spidi
lui

non potere

con

noza, rinnovatore dello stoicismo, si visto che non intesero nulla di quel che siano societ e stato. Tra gli emp

uomini primitivi, brutti,

irsuti,

squallidi, rabbuffati, do-

vrebbero andarsi a disperdere quei dotti dalla sfumata letteratura , e a capo di essi Pietro Bayle, che sostengono
che senza religione possa vivere, e viva di
societ.
fatto,

umana

La manchevolezza
argomento della

nell'

idea di Dio altres


il

il

critica che

Vico

muove

due

principale di coloro

che egli altamente onorava come principi del diritto naturale,. al Grozio e al Pufendorf. N l'uno n l'altro (egli

primo e proprio principio la provviGrozio non gi che propriamente la neghi, ma, per lo stesso grande affetto che porta alla verit , per meglio assodare la necessit razionale dell'umana societ, ne vuol prescindere, e professa che il suo sistema
dice) statuisce per

denza divina.

Il

lo taccia di

regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde il Vico socinianismo, perch pone la naturale inno-

cenza in una semplicit di natura umana. Peggio il Pufendorf, il quale addirittura sembra sconoscere la provvidenza
e comincia con

un'ipotesi scandalosa ed epicurea, suppo-

90

FILOSOFIA DEL VICO

nendo 1' uomo gettato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio (senza neppure quella scintilla chiusa in petto, che si dilater in fiamma morale); della qual cosa essendo
stato

ripreso

(dallo Schwartz), cerc

di giustificarsi

con

una particolare dissertazione


giunse a scorgere
il

(l' Apologia del 1686),

ma non

principio vero che solo rende possi-

bile spiegare la societ.

Ora perch mai, essendoci note tutte codeste energiche affermazioni e polemiche del Vico sulla condizionalit religiosa della morale,

cui egli

si

trovi

abbiamo asserito che il solo punto in veramente d'accordo col Grozio, col Pu-

fendorf, e in genere con la scuola del diritto naturale,


la

concezione affatto immanente dell'etica?


si

Perch, se
la

ben
dai

osservi,

il

Vico non
;

giusnaturalisti

oppone che anzi anch'egli costruisce


si

al

metodo tenuto
sua
il

scienza della societ

umana

prescindendo, come

Grozio,

da ogni idea di Dio, e, come il Pufendorf, ponendo l'uomo senza aiuto e cura di Dio, cio prescindendo dalla religione rivelata e dal Dio di essa. Come per quei due, materia della sua

indagine

il

diritto naturale e

non

il

so-

prannaturale,
eletto,
il

il

diritto delle genti e

diritto

non quello del popolo che sorge spontaneo nelle caverne e non

quello che scende gi dal Sinai. L'opposizione del Vico (da lui esposta con la consueta confusione e oscurit) si

aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto stesso di religione. La religione, insomma, della quale
egli parla,

non

la

medesima
il

di cui parlavano, o

non par-

lavano,

il

Grozio e

Pufendorf.

Religione, come gi sappiamo, vale per il Vico non gi rivelazione ma concezione della realt; o che si affermi,

come

nei tempi della

mente

tutta spiegata, in

forma di

metafisica intelligibile, e mova dal pensiero di Dio per schiarire la logica nei suoi raziocini e discendere a pur-

gare

il

cuore dell'uomo con la morale; o che

si

affacci,

VII.

MORALE E RELIGIONE

91

come

nei primordi dell'umanit, in forma di metafisica poetica. Dalla religione rivelata, quando si ricerchi il fondadella

ma in qual si pu ben prescindere che tutda naturale, quella religione potrebbe t'una cosa con la coscienza della verit? Plutarco, descrivendo le primitive religioni spaventevoli, pone in problema se, invece di venerare cosi empiamente gli di, non samento
morale,
;

modo

si

rebbe stato meglio che non fosse esistita religione alcuna; ma egli dimentica che da quelle fiere superstizioni si svolsero luminose civilt e sull'ateismo

non crebbe mai

nulla.

Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immaginosa, che dia l'idea pi o meno determinata e pi o meno
elevata di qualcosa che superi gl'individui e in cui gli individui tutti
si

raccolgano, mancherebbe alla volont moquello che abbiamo disecondo significato, pratico o etico, della
si

rale l'oggetto del suo volere.

E
stinto

a questo punto

chiarisce

come

il

parola

religione

vendica e giustifica
gli

il

nel Vico. Nel qual significato egli ridetto degli emp che il timore fece

di;

o,

siderio che gli

anche, addita la radice della religione nel deuomini hanno di vivere eternamente, mossi
d' immortalit nascosto nel
,

da un senso comune
loro mente.

fondo della

La

religione

in questo secondo significato,

un

fatto pratico ossia la moralit stessa, era la verit stessa.

come nel primo

Intesa dunque la religione dal Vico o (nel primo significato) come condizione o (nel secondo) come sinonimo della
moralit, chiaro che, col censurare
il

"Grozio e

il

Pufen-

dorf per la loro trascuranza di questo importantissimo concetto, egli non faceva altro in sostanza che ribadire la
critica all'insipido

moralismo e

al

larvato utilitarismo di
fine

quei due pensatori.


gione. Perch se

pel

medesimo

ebbe anche

al-

tre volte ricorso all'efficace


alla

strumento del concetto di


attribu

reli-

filosofa

talora

l'ufficio

di

92
giovare
il

FILOSOFIA DEL VICO

genere umano sollevando e reggendo l'uomo caduto, tal'altra giudic che essa sia piuttosto adatta a ragionare, e che le massime ragionate dai filosofi intorno alla

morale servano solamente all'eloquenza per accendere i sensi a compiere i doveri della virt, laddove solo la religione efficace a far virtuosamente operare. Nella scienza empirica, poi, che corrisponde a questa parte della filosofia

dello spirito,

il

religione (o

metafisica

Vico, mutate in due epoche storiche la poetica) e la filosofia, fatto della

prima

il

carattere dell'epoca

barbarica e della seconda

quello dell'epoca civile, ovvio che dovesse sostenere, come sostenne, che sola fondatrice di ogni civilt e della stessa
filosofia

la

religione, e rigettare

il

detto (che egli,

non

senza ritoccarlo, attribuiva a Polibio) che, se ci fossero al mondo filosofi, non farebbero uopo religioni. Come potrebbero sorgere
filosofi (egli obietta), se prima non sorgano le repubbliche ossia le civilt? e come le repubbliche potrebbero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si

Fu
i

deve dunque invertire: senza religione, nessuna filosofia. la religione, fa la provvidenza divina, che addimestic
figliuoli dei

Polifemi e via via

li

ridusse all'umanit degli

Aristidi e dei Sperati, dei

Lel e degli Scipioni Africani.

Anche
lico, sia

il

concetto dello stato ferino, che nei libri dei

giusnaturalisti serviva

da

ipotesi e

da espediente didasca-

per
le

isvolgere la trattazione
loro
teorie

indipendentemente dalla
Vico ricompare

teologia mistica senza sollevare troppi scandali, sia per in-

sinuare

utilitaristiche, nel

nuovo contenuto. Cattolico di pure inavendo dato tenzioni, pace al suo animo col separare la rivelata da quella umana, egli in grado di assureligione mere lo stato ferino come vera e propria realt. Verit
con nuovo
ufficio

ideale, in quanto rappresenta nella dialettica della coscienza pratica

moralit

(il

un momento necessario per la genesi della momento premorale); realt storica ed empi-

VII.

MORALE E RELIGIONE

93

rica,

come approssimativa condizione


seguono

di fatto in quei peil

riodi di anarchia e fermentazione

che precedono

sorgere

della civilt o
sti

alle crisi di queste. I giusnaturali-

facevano ossequio, ora pi ora meno, alla dottrina tradizionale della chiesa, cio che l'umanit gentilesca, nella

dispersione seguita alla confusione babelica, avesse portato seco un residuo di religione rivelata, un vago ricordo del vero Dio, donde l'origine della vita sociale e degli
di
falsi

e bugiardi,

ragione

lo stato ferino

barlume del Dio vero e per questa veniva proposto nel loro sistema
;

come

astratto e irreale.

Il

Vico eseguiva sul serio

la distin-

zione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come privo di ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivelazione: uno stato nel quale l'uomo era, per cosi dire, da
solo a solo con le proprie sconvolte e turbolente passioni.

Stato

di

fatto

senza moralit,

ma

(diversamente che
morali, e

nell'ipotesi

utilitaria) tutto

pregno

di esigenze

dal quale
si

si

esce col farsi esplicito di questo implicito.


e

Ma

esce

naturalmente

non gi per

effetto della

grazia

divina: la vera grazia divina la stessa natura umana, a cui partecipano i gentili al pari degli ebrei, tutti irraggiati nel volto da un lume divino. L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle passioni virt;
in
il

modo

e nel suo travaglio verso la virt aiutato naturale da Dio con la provvidenza. Di certo,

Vico non intende disconoscere l'efficacia altres della di-

retta e personale

grazia divina; ma,

col suo solito

me-

todo, la separa dalla provvidenza naturale, che sola g' im-

porta e sola considera. A lui piacque sempre, per quel che concerneva le controversie sulla grazia, di tenersi lontano
dai due estremi, tipicamente rappresentati, secondo
lui,

dal

pelagianismo e dal calvinismo; e fin


le

da giovane, studiando

opere del Ricardo (il gesuita Stefano Deschamps), teologo della Sorbona, ne accett la dimostrazione circa l'ec-

94

FILOSOFIA DEL VICO

cellenza della dottrina agostiniana, appunto perch media tra quegli estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembrava

propria (diceva) per meditare un principio di diritto naspiegasse l'origine del ogni altro gentilesco, e per tenersi stesso in accordo con la religione cattolica. Era concedere che vi sia una nazione privilegiata,
turale delle genti, che
e di
diritto ro-

mano

nel

tempo

disposto a
l'ebrea; e

che l'uomo cristiano, nella lotta contro le passioni, sia pi. forte del non cristiano, perch, dove non giunge la grazia
naturale, pu essere soccorso dalla soprannaturale. Ma, infine,
il

miracolo

miracolo, e

la

Scienza nuova non

scienza di miracoli.

Che
al

tale

non
tre

sia,

confermato dalla critica del Vico

terzo dei

principi
ai

del

diritto

naturale, a Gio-

vanni Selden, celebre


poi, autore del

suoi

tempi quanto dimenticato


et

De

iure naturali

gentium iuxta
il

discipli-

nam

hebrceo'um (1640). Diversamente dal Grozio (e avver-

sario di lui

anche in

altre questioni),

anzi sublimava l'efficacia


sibilit

Selden non negava della religione, n concepiva posquale, fatta


il genere umano, da Dio al popolo

alcuna di vita morale e civile per

fuori della rivelazione.

La

ebreo, da questo sarebbe passata ai gentili per molteplici vie di trasmissione: Pitagora, per es., avrebbe avuto per

maestro Ezechiele
di Alessandro

Aristotele, al

tempo

della spedizione
in amicizia con

in Asia, si sarebbe stretto

giusto; a Numa Pompilio sarebbe giunta qualche notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare

Simone

il

ogni animo di credente, che

si

ritraesse timoroso dai libri

degli altri giusnaturalisti avvertendone le tendenze eterodosse. Ma il Vico non vuol sapere di codesto sistema ultrareligioso.

Se
la

il

Pufendorf
di

Grozio prescindeva dalla provvidenza e il sconosceva, il Selden aveva il torto (egli dice)

supporla, di farne cio un deus ex machina, senza spiegarla con V intrinseca natura della mente umana. Contrario

VII.

MORALE E RELIGIONE
non era meno contrario

95
alla storia

alla filosofia, quel sistema

quale anche per gli ebrei ammette in certo modo un diritto non rivelato ma naturale, e solamente perch
sacra, la
essi

fa intervenire l'opera

ne persero coscienza nel tempo della schiavit d'Egitto, diretta di Dio con la legge data a

Mos;

non era conforme,

nell'asserita trasfusione di

cognizioni e leggi dagli ebrei nei gentili, a quel che dice

Flavio Giuseppe degli ebrei, sempre restii a qualsiasi contatto con popoli stranieri, e a quel che il Vico supponeva fosse detto anche a questo proposito da Lattanzio, come in

genere era privo di qualsiasi pi elementare sussidio di documenti. Cosicch la conclusione del Vico sempre la medesima: gli ebrei si giovarono altres di un aiuto straordi-

nario del vero Dio,

ma

le restanti

nazioni s'incivilirono

per opera dei soli lumi ordinari della provvidenza. Se poi il Vico interpetrasse esattamente il Grozio e il Pufendorf ed esattamente ne riferisse le parole, quesito

per noi di lieve peso, perch non tanto modo nel quale il Vico espose e giudic gli
le

e'

importa

il

altri filosofi,

idee che egli sostenne pur attraverso i suoi fraintendimenti storici, che, a dir vero, non sono pochi. Tut-

quanto

tavia, sar

bene indicare di volo, circa


la

le

difficolt

che

possono incontrarsi su questo punto,


le

soluzione che a

noi sembra plausibile. Senza dubbio, chi, dopo aver letto

che

censure del Vico, apra il De iure belli et pacis e vi trovi il Grozio include espressamente fra i suoi tre principi

fondamentali, accanto alla ragione e alla socialit, la volont divina, e che quel suo prescindere da Dio suona poco
socialit e della ragione (le quali

pi di una semplice frase enfatica a significare la forza della avrebbero efficacia etiamsi
esse

daremus non
umane,
il

apra pi solenne rifiuto dell'ipotesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che le


vi legga
il

quod Pufendorf e

sine

Deum o summo

che Dio non

si

curi delle cose

scelere davi nequit >);

chi

96

FILOSOFIA DEL VICO

leggi naturali resterebbero sospese in aria, prive di forza, senza la volont di un Dio legislatore pu essere tratto
;

a tacciar

il

sit ortodossa nella critica

Vico di poca diligenza o di strana puntiglioche muove a questi suoi prede-

Ma il Vico, in verit, non sapeva che cosa farsi di un Dio messo accanto alle altre fonti della moralit, o messovi disopra come una superflua fonte della fonte;
cessori.

che cercava Dio nel cuore dell'uomo, sentiva e scorgeva l'abisso che lo separava da coloro che non l'avevano pi nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo serbaegli,

vano nelle parole. Pi sottilmente si potrebbe domandare perch mai, se il Vico era d'accordo coi giusnaturalisti
nel prescindere dalla rivelazione, e se egli, anzich rigettare, approfondiva la loro superficiale dottrina immanentistica, si atteggiasse

a loro risoluto avversario e facesse la

voce grossa e insistesse presso prelati e pontefici nell'attribuirsi il vanto di aver esso pel primo formato un si-

stema del

diritto naturale, diverso

da quello dei

tre autori

protestanti e adatto alla chiesa romana. L' ipotesi che operasse cosi per politica cautela la proporremmo, se, invece di
lui,

avessimo innanzi, per


furbo frate, un

es.,

un appassionato

magnanimo
la

ma

Tommaso Campanella; ma

candida

personalit del Vico la esclude affatto, e solo si pu concedere che, poco chiaro com'era sempre nelle sue idee, questa

adagiasse alquanto nella poca chiarezza e, trasportato dalla sua calda fede, alimentasse le sue illusioni, fino
volta
si

a idoleggiarsi dentro di s con la veste di defensor ecclesia nell'atto stesso che soppiantava la religione della chiesa

con quella dell'umanit.

Vili

Morale e diritto

che tanto lume di originalit rifalso ai nostri occhi, non ci* riesce possibile fermare lo sguardo su quelle dottrine e classificazioni etiche che il Vico attinse
alla filosofa tradizionale e mise soprattutto nel primo libro del Diritto universale', quantunque esse per l'appunto riescano assai care a non pochi lettori e siano divenute quasi

D< "opo

popolari per

le

continue citazioni che ne sono state

fatte.

Ohe Dio

sia posse, nosse, velie infinitum

e l'uomo .posse,

nosse, velie finitura

quod tendit ad

in finitimi

che

la re-

pubblica o Stato
infra
se,

sia

immgine
,

di

Dio, e poich

omnia

nil super ius habet ,

debba

nemini reddere rationem

come

la libert di

uni Deo, prceterea Dio inerisce

alla sua eterna ragione, cosi lo Stato liberamente ubbidisca alla legge

da esso stesso

stabilita

che

la giustizia

uti-

litates dirigat et excequet ,

comandando

nella costruzione
giustizie parti-

delle repubbliche quasi architetta alle


colari

due

commutativa e distributiva, due fabre divine che misurano le utilit con le due misure eterne, aritmetica e
sicch

geometrica,
est

quod
; ci

est

ustum

quum

eligis

cequum cum

metiris,

idem

queste e altrettali

sentenze,

oltre che

poco originali,

bene possano adornarsi dei


B. Croce,

sembrano o fallaci o vuote, sebnomi ora di Aristotele ora del


7

La

filosofa

di Giambattista Vico.

98

FILOSOFIA DEL VICO


di altri filosofi antichi o del

Campanella ora

Einascimento,

Se, per dirne una, la giustizia consistesse in misurazioni, una filosofia della giustizia non farebbe d'uopo, dovendo

bastare le scienze del calcolo e della misura.

Il

Vico me-

desimo, in un punto, svela involontariamente e ingenuamente il circolo vizioso di quella metafora scambiata per
concetto,
tra loro

dicendo che

gli

uomini debbono
di meriti,

comunicare

egualmente

le utilit,

solamente serbata una


e questa stessa

giusta differenza ove si tratta per serbar l'egualit .

Meglio che queste viete forinole, gioverebbe andare raccogliendo le frequenti e acute osservazioni di psicologia

morale che
istile

trovano sparse nei suoi scritti, espresse in lapidario; o ricordare la sua poco nota teoria sul
si

riso,

debolezza della

che egli faceva nascere dall'aspettazione delusa e dalla mente e che perci negava cosi all'ani-

male come all'uomo perfetto, considerando l'uomo che ride come un satiro o fauno, medio tra la 'bestia e l'uomo.

Ma, astenendoci da questa raccolta che estranea al nostro intento, noteremo piuttosto che, anche nelle sopra classificazioni,
il

menzionate comuni distinzioni e

Vico ha

un qualche merito; nel tempo stesso che


distinte le

per l'appunto, propone, il necessario confondersi e identificarsi di tutte o di molte tra quelle distinzioni. Cosi,
cio,
le

di

riconoscere,

due

giustizie, le tre virt e

tre diritti, finisce

col dichiarare che

codeste dualit,

trinit

e molteplicit

fanno tutt'uno.
tutt'uno fanno per lui anche giustizia e virt, giacch quella forza del vero o ragione umana, che virt in

quanto pugna con la cupidit, la medesima giustizia in quanto dirige e agguaglia le utilit. Il che vuol dire che almeno nella esposizione sistematica il Vico non distinse, del Diritto universale, il diritto dalla morale: distinzione
che, in verit, ebbe poco rilievo nel giusnaturalismo e ap-

Vili.

MORALE E DIRITTO
es.
,

99
quella di un pi

pena adombrata (per


e di

nel Grozio)

come

un meno

di moralit. Affatto moralistica, e dedotta dal

concetto etico di rimorso, altres la dottrina vichiana


della pena, la quale, inflitta dalle
lui altro

leggi,

non sarebbe per

supplemento sociale alla coscienza individuale nel caso in cui non si purga da s per mezzo del
il

che

rimorso e della pena interiore.

Ma
pili,

il

problema del rapporto tra


il

diritto e

morale quanto

presso

Vico, assente dalla formolazione teorica e


sistematica, tanto
si

dalla

trattazione

pi presente nelle

osservazioni particolari e circola,

pu

dire, in tutta la

Scienza nuova.

N poteva

essere altrimenti, atteso che quel

le

rapporto rimanda alla distinzione tra la volont morale e forme di volont inferiori o anteriori; e noi sappiamo

che

il

Vico era da tutte

le

sue tendenze portato a profon-

darsi dentro la regione inferiore e oscura dello spirito, cosi

conoscitiva

come

pratica, cosi della fantasia

come

dell'ar-

bitrio e della passione.

se

non poteva approvare

Delle passioni avverti sempre la somma importanza; e il darsi loro in preda, e se giu-

dic sempre la morale epicurea una morale da sfaccendati chiusi nei loro orticelli , non approvava nemmeno
le

morali troppo austere, come quella degli

stoici,

che per
e

altra via riusciva anch'essa a

morale da

solitari

non

da uomini viventi in repubblica. Lo stoicismo predica, si, un giusto eterno e immutabile e vuole l'onest norma delle
azioni

umane; ma convelle

la

natura umana,

la

disumana,

l'annienta e la induce alla disperazione pretendendola affatto insensata alle passioni, sconoscendo le utilit e necessit di natura corporea, inculcando quella

massima

pi

dura che ferro, che i peccati siano tutti eguali e che tanto pecchi colui che batte uno schiavo quanto chi uccide il padre. Anche il giansenismo gli dov suscitare nell'animo
gli stessi

dubbi, se lamenta che

in odio della probabile,

100

FILOSOFIA DEL VICO


in

s'irrigidisca
losofi solitari,

Francia

la cristiana

morale. Non

fi-

ma

quelli politici bisogna seguire, e princi-

palmente i platonici, i quali riconoscono che si debbono, non gi sradicare, ma moderare le umane passioni e farne

umane

zione, che sono

virt. Cosi dalla ferocia, dall'avarizia, dall'ambii tre vizi che corrono attraverso tutto il
la

genere umano,

Provvidenza trae

la milizia, la

merca-

tanzia e la corte, ossia la fortezza, l'opulenza e la sapienza


delle repubbliche: di quei tre grandi vizi, che distrugge-

rebbero l'umana generazione sulla terra, plasma


felicit.

la civile

Anche circa le sono n buone n


tali

utilit

il

Vico osserva che

ex

se

non

nenue turpes neque honestce ), diventando solamente nel loro rapporto con la coscienza
cattive
(

morale
contro

( sed

earum

incequalitas

est

tarpitudo, cequalitas

aittem honestas
il

sua scienza empirica, propugna ). Nella Grozio un ius naturale prius, al quale si riferi-

scono la tutela della propria vita e la procreazione ed educazione della prole, e lo ravvicina aH'&St&popev degli stoici. Che esso non abbia autorit morale provato da ci, che
il

diritto

che

gli

succede nell'ordine genetico,


:

il

ius na-

turale posterius (da Giustiniano definito


ratio inter

quod naturalis
gentes

omnes homines
)

constituit

et

apud omnes

pevceque custoditur
i

prius iure, vince nel conflitto tra

due e segna quello anteriore della nota d'immutabilit. Ora, sebbene questo diritto naturale primo sia esemplificato e definito in modo soltanto empirico, che cosa mai esso , in abbozzo, se non il mero diritto, il diritto non
ancora eticizzato?

Ma dove
il

pi propriamente
distinto dalla

si

diritto

come

morale nel

annida, presso il Vico, concetto del

certo: parola questa usata da lui in molteplici significati, non bene sceverati n messi in armonia n dedotti l'uno
dall'altro,

bench

tutti

un

po' confusamente

si

raccolgano

Vili.

MORALE E DIRITTO
sotto
in

101
della

come abbiamo
flessa.
Il

visto,

quello

generale

forma
ri-

spontanea dello spirito

quanto distinta dalla

forma

certo, nella sua accezione pratica, vuol dire, tra

l'altro,

opposizione al vero della volont, ed , insomma, la forza di fronte all'equit e alla giustizia, l'autorit di

mera volont di fronte alla volont morale. Tale distinzione nasce piuttosto nella nostra mente, che non sia nelle parole del Vico; il quale distingue e non distingue, e, affermato, per es., che certuni ab auctofronte alla ragione, la
ritate est, veruni

a ratione
ratione

subito dopo afferma altres che


potest, nani ita

auctoritas

cum

omnino pugnare non

leges essent, sed monstra legum . Tuttavia, per effetto di questa trattazione del certo, la Scienza nuova gli parve

non

che contenesse una filosofia


(soggiungeva) dicono i morali teologi

dell'autorit;
il

la

quale

il

fonte della
.

giustizia esterna, che


concetto

E, cio, connetteva

del certo con la distinzione e la terminologia dell'esterno


e dell'interno, gi in uso nella

morale scolastica, e che,

adoperate circa quel tempo da Cristiano Tomasio, senza troppo merito filosofico di costui erano destinate a dare

avviamento all'indagine
e morale.

filosofica dei

rapporti tra diritto

Altro
quel

ma
si

affine significato del

certo pratico nel Vico


leggi,

che

chiama

la

lettera delle
in contrasto

formula
la

le-

gum
con

lettera che

la

morale, e
lex,

dura
il

ragione e sua peculiare efficacia sed certa; durum,sed scriptum est . E, insomtuttavia

pu stare

con

ha

la

ma,

valore

della legge in quanto /legge, la quale, deetico, serba

stituita di

un vero contenuto
il

pur sempre

il

valore che le viene dall'imperio della volont.


delle

Il

certo

leggi (scrive

Vico)

un'oscure zza della raci

gione unicamente sostenuta dall'autorit, che le sperimentare dure nel praticarle e Siam necessitati
carle per
lo dir lor

fa

prati-

certo, che in buon

latino significa

102

FILOSOFIA DEL VICO


o,

particolarizzato,

come

le

scuole

dicono,

indiviil

Vico intravvede in qualche modo perfino carattere individuale, che all'origine di ogni legge.

duato

Il

Il

legibus, non exemplis iudicandum precetto relativamente tardo: le prime leggi furono, per l'appunto, exem-

pla

castighi

esemplari. Dagli

esemp

reali

derivarono

quelli ragionati, dei quali si valsero e si

valgono la logica
universali

e la rettorica;
intelligibili, si

e,

quando poi furono

intesi gli

riconobbe che la legge dovesse avere caratil

tere di universalit.

La

societ primitiva che


il

Vico ritrae,

nel suo aspetto

giuridico, quasi
pratica.

mito del diritto mero ossia della forza

Un tempo furono uomini di sformate forze di ed altrettanto stupidi d' intendimento, i quali stimacorpo vano divina ogni forza superiore alla loro umana (e questo era
forti, ai
il

loro diritto); e gli di

non

altro che esseri pi

me

quali erano costretti a piegarsi, pur fremendo, coPolifemo, che se ne avesse avuto la facolt avrebbe

combattuto col medesimo Giove, o come Achille, che ad Apollo diceva che, se le sue forze fossero pari, non si sgo-

menterebbe

di venire a tenzone

con

lui.

Fu

consiglio della

Provvidenza che codesti uomini

feroci,

non addomesticati

dall'impero della ragione, temessero almeno la divinit della forza, e da essa estimassero la ragione. E su ci
si

fonda

il

principio
il

della

giustizia

esterna della

mito dell'et della forza non pu avere il rigore del concetto filosofico e perci quei forti sono dal Vico, per un altro verso, considerati come eticamente
;

guerra. Ma

migliori:

fortissimi

e optimi
il

termini identici;

il

loro diritto

il

non

il

vero,
il

diritto razionale,

ma nem.

meno

puro certo:
stesso
il

vero

ex certo
e

mixtum

Sedel

nonch,

lo

affermato

certo nel vero postula


sottinteso.

predominio miscuglio concetto del puro certo, dal Vico

Vili.

MORALE E DIRITTO

103

Quando
turalisti di

il

Vico rimprovera il Grozio e gli altri giusnaavere cominciato la storia dalla met in gi,

il periodo precedente, il rimprovero, per ci che si attiene alla filosofa della pratica, si traduce in quello di avere dimenticato il momento ideale della forza per guardare unicamente alla giustizia, al-

dalle et civili, e trascurato

l'equit e alla moralit.

Il

momento
met
,

della forza, che costituiil

sce l'altra ossia


dell'

la

prima

fu invece

campo chiuso
prima an-

Hobbes

e,

prima
i

di lui, del Machiavelli, e,

cora, di Epicuro,

quali trattarono di esso solo, con empiet

verso

verso Dio, con iscandalo verso i principi e con ingiustizia le nazioni . Donde agevole ricavare che la confutazione che
il

Vico

fa degli utilitaristi e teorici della forza,

, in pari

tempo, riconoscimento e accettazione della esiche essi rappresentavano e che avevano il solo torto genza di svolgere in modo unilaterale e astratto il suo stato fe:

hobbesiano, con la diffesomiglia per pi rispetti renza che da questo l'umanit si salva merc la riconosciuta
rino

all'

utilit, e dal vichiano

si
il

salva merc la

coscienza

reli-

giosa

morale. Pure

Vico non profess, per questa

parte, nessuna gratitudine all' Hobbes e allo Spinoza, al Machiavelli o a Epicuro, perch gli parve di avere trovato in un autore classico tutto il materiale e lo stimolo che
gli giovava, tutto il contrappeso di cui la filosofia platonica aveva bisogno. L'autore fu uno dei suoi quattro, e

quello appunto di cui si avvertito di sopra che restava a noi ancora da vedere l'uso che il Vico ne fece: Tacito. Il
quale, a suo dire, con mente metafisica incomparabile con-

templa l'uomo qual

laddove

Platone

lo

contempla
cosi

quale dev'essere;
universale
si

come Platone con


tutte
i

quella scienza

diffonde in

le

parti

dell'onest,

Tacito discende a tutti

consigli dell'utilit,

ac-

ciocch tra gl'infiniti irregolari eventi della milizia e della fortuna l'uomo sapiente di pratica si conduca bene. Al

104

FILOSOFIA DEL VICO


spirito del
lui,
i

congiungimento nel suo


storico

filosofo

greco e dello
tacitiani del

romano
il

(interpetrato da

come

agevole scor

gere, nel

modo consueto
Vico

presso

politici

Seicento)

attribu

l'essere

riuscito

ad abbozzare
for-

una propria idea


masse
il

della storia

eterna,

onde se ne

sapiente insieme di sapienza riposta, qual quel di Platone, e di sapienza volgare, qual quel di Tacito >.
Tacito, insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al suo gran lavoro, che fu di rendere concreto l'ideale, e
la

Da

d'inserire (come diceva, adattando un detto ciceroniano) repubblica di Platone nella feccia di Romolo.

IX
La
storicit del diritto

/ome

lo spirito

vertire all'avvertire con


indi al riflettere

conoscitivo passa dal sentire senza avanimo perturbato e commosso e


cosi,
al

spirito volitivo passa dalla

con mente pura; ferinit

certo pratico

analogamente, lo e da

questo al vero. Nella correlativa scienza empirica

il passaggio press 'a poco quello dallo stato ferino all'eroico o barbarico e dall'eroico al civile. Tutte le manifestazioni

della

vita si

conformano a questi
di

tre

tipi

sociali:

donde

tre spezie di nature, tre spezie


diritti e

costumi, tre

spezie di

quindi di repubbliche, tre spezie di lingue e di

scritture, tre spezie di autorit, di ragioni, di giudizi, tre


stte di tempi.

Per quanto

il

Vico sia confuso e talvolta


i

contradittorio nel determinare


il

particolari delle varie cor-

suo pensiero generale chiaro. Dove la ririspondenze, flessione scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche gagliarde le passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia feudali gli stati, sottoposte alla rigida autorit paterna le famiglie, dure le leggi, simbolici i procedimenti dei negozi
giuridici, metaforici
i

linguaggi, geroglifiche le scritture.

Per contrario, dove


dilegua o
si

la riflessione
filosofia,
i

riempie di
i

predomina, la poesia costumi si fanno miti,


i

si

le

passioni regolate,

popoli assumono

governi,

componenti

106

FILOSOFIA DEL VICO

delle famiglie sono anzitutto cittadini dello stato, le leggi


si

compenetrano
si

linguaggi

di equit, le procedure si semplificano, i sfrondano di metafore, le scritture diventano

alfabetiche.

Forme miste,
politici,

quali le vagheggiano artificio-

sarebbero mostri; e sebbene si osservino forme mescolate naturalmente, ossia ritenenti il

samente alcuni

vezzo delle primiere, ciascuna forma per la sua unit si sforza sempre, quanto pi pu, di scacciare dal suo subbietto tutte le propriet di altre forme.

Quale dei vari


e porge
la
il

tipi sociali sta

criterio

a fondamento degli altri per giudicarli? o quale il criterio e

misura per giudicarli tutti quanti? Una siffatta domanda, per il Vico, non ha senso. Ciascuno di quei tipi ha la propria misura in s stesso. I governi (egli dice) debbono essere conformi alla natura degli uomini governati la scuola dei principi la morale dei popoli. Si pu inorridire innanzi alla guerra, al diritto del pi forte, alla riduzione
:

dei vinti a schiavi, cio a cose che ripugnano ai nostri costumi ingentiliti ma la societ, che si esplicava con quei costumi, era necessaria e perci buona. La divinit
;

della forza,

come

si

detto

di

sopra, teneva

il

posto e

compieva
ragione.

l'ufficio del

non ancora possibile impero della

Vengono
si

di

tutta spiegata; e gli


forza,

poi i tempi della ragione umana uomini non si stimano pi secondo la

che

riconoscono eguali nella natura ragionevole, propria ed eterna natura umana. Altri tempi, altri costumi, e buoni non meno, ma non pi, dei primi.
la

ma

Tanto varrebbe domandare


vari tipi sociali, quanto se
si

la

et della vita individuale, la

domandasse quale sia misura comune della

misura comune di questi la vera


fanciul-

lezza, della giovinezza, della virilit, della vecchiaia. Pa-

ragone che, per l'appunto,

il

Vico stesso mette innanzi.


il

Come

fanciulli

tutto scelgono secondo


gli

capriccio

si

comportano con violenza,

adolescenti vigoreggiano per

IX.

LA STORICIT DEL DIRITTO


guidano
le
;

107

la fantasia, gli adulti

cose con pi pura ragione


cosi al

vecchi con solida prudenza

genere umano,
i

in-

fermo, solitario e indigentissimo nelle sue origini,


cessari, utili e

convenne
nela

crescere dapprima in isfrenata libert, poi ritrovare

comodi della vita con l'ingegno


il

con

fantasia (che fu

secolo dei poeti);

e,

infine, coltivare la

sapienza con la ragione (che fu il secolo dei filosofi). Parimente, il diritto naturale nacque dapprima con leggi, per
cosi dire, di giusta
rivestito

libidine e di
di

giusta violenza; poi fu


;

infine, si giusta ragione afferm apertamente nella sua schietta ragione e generosa

con alcune favole

verit.

Con

siffatto
il

modo

di considerare e giudicare stati, leggi

e costumi,

Vico respingeva un'altra delle dottrine o delle

giusnaturalismo: quell'astrattismo e che abbiamo ricordato a suo luogo, e antistoricismo, del quale era conseguenza la concezione di un diritto napretese capitali del

positivo, e perci una sorta di codice eterno, una legislazione perfetta, non attuata ancora pienamente ma da attuare, i cui lineamenti
turale, che
stia di

sopra

al diritto

listi

traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei giusnaturaattraverso il tenue velame dottrinale e filosofico. Co-

dice eterno, che era poi, nella sua parte effettuale, un codice contingente e transitorio, o almeno la proposta di un

codice conforme alle tendenze riformistiche e rivoluzionarie di quegli scrittori, piuttosto


Il

che

filosofi,

pubblicisti.

Vico

si

spaccia del codice ideale eterno senza averne

l'aria: prontissimo, anzi, a riconoscere

che

il

ius naturale

philosophorum eterno nella sua idea e severissimamente stabilito ad rationis mternee libellam . Ma dall'eternit
scolastica e tradizionale, della quale
l'efficacia,

concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia qua e l egli risentiva

passa a negargli di fatto l'eternit e il carattere soprastorico, perch, invece di metterlo sopra e fuori la

108

FILOSOFIA DEL VICO

storia, lo colloca al posto


Il diritto

che

gli spetta,

dentro la storia.

della violenza o eroico, cangiatosi nel diritto in-

giunge via via a un certo termine di chiarezza, al quale per la sua perfezione altro non rimane che alcuna setta di filosofi lo compia e fermi con massime ragionate
civilito,

sull'idea di

un giusto eterno;

e questo

raziocinamento e

il ius naturale philosophorum , estrema forma dello svolgimento storico del diritto e non gi regola perpetua di esso: risultamento, non misura. Di qui l'accusa

sistemazione

del Vico al Grozio che, per avere scambiato

il

ius naturale

philosophorum , il diritto composto di massime ragionate da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col ius naturale gentium (nella terminologia groziana per avere
:

scambiato

il

diritto

naturale con una forma


fraintese
i

di

diritto

arbitrario o positivo),
i

giureconsulti romani, quali intendevano parlare solamente di questo secondo,

e perci propose correzioni e

mosse loro censure

cui colpi

vanno a cadere nel vuoto.


Il

pia; e poich la

codice eterno, considerato intrinsecamente, un'utoprima e maggiore delle utopie fu la Re-

pubblica platonica, conviene, per meglio determinare


il

punto di cui si tratta, osservare il comportamento del Vico rispetto alla costruzione politica platonica. A dare
ascolto alle sue parole, la
stata

un

altro dei tanti incentivi e modelli che egli

Repubblica platonica sarebbe avrebbe

avuti a concepire la Scienza nuova. Dallo studio di Platone incominci a destarsi in lui, senz'avvertirlo, il pensiero di meditare
sesi in

un dritto ideale eterno che celebrasuna citt uni ve r sale nell'idea o disegno della
la

providenza, sopra
le

repubbliche di

tutti

quale idea son pure fondate tutte i tempi, di tutte le nazioni: che era

quella repubblica ideale, che in conseguenza della sua metafisica divina doveva meditar Platone . Doveva, ma non
lo pot fare

per

l'

ignoranza

, in

cui egli era,

del

primo

IX.

LA STORICIT DEL DIRITTO


cio

109
ferino e della
:

uomo caduto

dell'originario

stato

sapienza, che gli successe, affatto poetica o volgare ignoranza in cui fu mantenuto per un errore comune delle menti

umane che misurano da

s le nature

non ben conosciute

d'altrui, di guisa che egli innalz le barbare e rozze ori-

gini dell'umanit gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte, e sapientissimi di tal sa-

pienza riposta immagin quei primi uomini che furono invece, nella realt, bestioni tutti stupore e ferocia . In

conseguenza

di quest'errore erudito Platone, in

cambio

di

meditare sulla repubblica eterna e sulle leggi del giusto eterno con le quali la Provvidenza ordin il mondo delle
nazioni e
lo

governa con
esse
si

umano onde

bisogne comuni del genere reggono sul comune senso di tutta


le

l'umana generazione, medit in una repubblica ideale ed in un pur ideale giusto , col quale le nazioni non si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero discostarsenc e purgarsene, perch tra quelle determinazioni di repubblica perfetta se ne trovano alcune disoneste e da
aborrire,

com'

la

comunanza

delle

donne. Cosicch,

il

Vico accettava da Platone l'idea di una repubblica eterna, sconvolgendola da cima a fondo con la soggiunta riserva
:

che

la
il

vera repubblica

eterna
i

non

l'astratta

platonica,
sivi

ma

corso storico in tutti

suoi vari e succes-

modi, dai bestioni non esclusi a Platone compreso. Di codesta, che la generis Immani respublica , la magna
generis

humani

civitas , la

respublica universa

, egli in-

tende studiare

formarti, ordines, societates, negotia, leges,

peccata, pcvnas et scientiam in ea tractandi iuris , e come tutte queste cose si venissero svolgendo a suis usque pri-

mis

human itatis

originibus, divina providentia

moderante,

moribus gentium ac proinde auctoritate , cio < per varia ntilitatum et necessitatum fiumana rum rudimenta, sioe adeo
per ipsarum sponte rerum oblatas occasiones
.

La

gran

110

FILOSOFIA DEL VICO

citt delle nazioni fondata e


t'altro,

governata da Dio che la Storia. dunque,


il

nien-

Negando
sibile

fissamento del codice e la delineazione della


si

societ modello, non

vuole, per altro, dichiarare impos-

della Scienza

una pratica della scienza concepita dal Vico, cio, nuova considerata sotto il triplice aspetto
Ogni verit
conseguenze pratiche; e penun altro la natura e lo svolgimento

di storia ideale, storia tipica e storia storica.

ha

la sua pratica, ossia le sue

sare in

un modo

o in

dell'umanit importa condursi, praticamente, nell'un modo o nell'altro. Chi, per es., crede alla docile innocenza dei
popoli
selvatici,

andr verso quelli

col viso

sorridente,

bocca piena di buone parole, recando in mano l'abbici e il catechismo dei diritti e doveri; chi crede invece con
la
ai bestioni vichiani,

adotter procedimenti alquanto pi


il

severi

e, forse, il
i

ferro e

fuoco. Chi pensa,


,

come

il

Vico,

che

costumi valgano pi delle leggi costumi non si cangino d'un tratto

e,

insieme, che

ma

per gradi *e in

al facile legiferare e non nuovo l'umanit sopra un modello soggettivo. Codesta pratica, a ogni modo, non pi teoria, ma azione; e quando si vuole ridurla a teoria, o si fa un miscuglio mostruoso di determinazioni necessa-

lungo tempo

non sar incline

s'illuder di potere plasmare a

determinazioni contingenti, o, nello scansare tale errore e sforzarsi di raggiungere una forma rigorosamente dottrinale della pratica, si riottiene n pi n meno che
rie e di
la teoria scientifica stessa, dalla
Il

quale la pratica derivava.


e anzi nella

Vico ebbe

il

pensiero di far seguire alla sua Scienza

nuova una Pratica della Scienza nuova;

prima redazione italiana dell'opera proponeva due pratiche : 1. una nuova arte critica, da servire di fiaccola per distinguere il vero nella storia oscura e favolosa 2. un'arte come diagnostica, per determinare i gradi
;

di necessit o utilit delle cose

umane,

e,

come ultima con-

IX.

LA STORICIT DEL DIRITTO


il

111

seguenza, ottenere
bitati
lo

modo

di

stato

delle

nazioni.

conoscere per segni induArte critica e diagnostica

che, chi ben consideri, confluivano in


gliore conoscenza che, merc
i

una

sola: nella mi-

principi stabiliti dal Vico,

era

da.to

conseguire circa

la vita

passata e presente delle

nazioni.

Tale concetto ripetuto e schiarito in

altri

luoghi del
la

medesimo
(dice
il

libro.

Le

scienze, discipline e arti fin oggi svolte

Vico) concernono oggetti particolari;

Scienza

nuova, che investiga i principi stessi dai quali escono tutte le discipline, invece al caso di stabilir l'xji^ o stato di
i gradi e gli estremi per come ogni altra cosa l'umanit, quali deve correre e cosicch si apprendono mortale, terminare; merc quella scienza le pratiche come una nazione, sor-

perfezione dell'intero complesso, e


quali e dentro
i

dendo da

gendo, possa pervenire allo stato perfetto, e come, decaesso, possa sollevarvisi di nuovo. Lo stato di
le

perfezione consisterebbe nel fermarsi

nazioni in certe

massime

cosi dimostrate

per ragioni costanti

come

prati-

cate coi costumi umani, nelle quali la ragione riposta dei filosofi desse la mano e sorreggesse la sapienza volgare
delle nazioni, e in cotal guisa convenissero
delle
i

pi riputati
(i

accademie con
cio, e gli

tutti

sapienti

delle

repubbliche

filosofi,

uomini

di stato), e la scienza delle di-

vine e
le

umane

cose civili ossia della religione e delle leggi,

si

quali sono una teologia e una morale comandata che acquista per abiti, fosse assistita dalla scienza delle divine e delle umane cose naturali, che sono una teologia e

una morale ragionata,


trarsi

che- s'acquista coi raziocini; talch

fuori di

si

fatte

massime sarebbe

il

vero errore o

divagamento, non di uomo ma di fiera. La pratica della Scienza nuova, dunque, come si vede chiaro dal program-

ma

non era altro che il riassunto o il della scienza stessa, della quale metteva duplicato
cosi

tracciato,

112
in
risalto
i

FILOSOFIA DEL VICO

due elementi

capitali
il

la

sapienza spontanea

e quella riflessa, il certo e conto di entrambi.

vero, e la necessit di tener

della seconda Scienza

una delle elaborazioni che il Vico fece nuova (quella del 1731), ricompare il di e la una pratica di essa scienza, come pensiero parola suona il titolo di uno speciale paragrafo conclusivo, che
Anni dopo,
in

proponeva di aggiungere all'opera. Tutta quest'opera (cosi cominciava quel paragrafo) stata finora raegli si

gionata come una mera scienza contemplativa d'intorno alla comune natura delle nazioni per sembra per questo
:

istesso

mancare

di soccorrere alla

prudenza umana onde

ella si adoperi perch le nazioni, le quali vanno a cadere, o non ruinino affatto o non s'affrettino alla loro mina; ed

in

di tutte le scienze
le quali

conseguenza mancare nella pratica, qual dee essere che si ravvolgono d'intorno a materie

dipendono dall'umano arbitrio, che tutte si chiamano attive . Or bene: in che mai consister codesta
pratica?
Cotal pratica ne pu essere data facilmente da essa contemplazione del corso che fanno le

nazioni, dalla
(gli

qual avvertiti
i

sapienti

delle repubbliche

uomini

di stato) e

loro principi, potranno con buoni

ordini, leggi ed esempli richiamar

i popoli alla loro x;iyj o sia stato perfetto . In altri termini: uomo avvisato, mezzo salvato la contemplazione la sola pratica che la
;

Scienza nuova possa dare; l'altra met della salvazione

dipende non gi dall'avvisante cio dal pensiero, ma dall'avvisato, cio dal fare. Al Vico non viene neppure in mente di porsi a determinare gli ordini, le leggi e gli
esempli
,

tempo

e luogo,

che faccia d'uopo adottare in questo o quel perch codesta non sarebbe impresa da
infatti

filosofo;

come

riconosce esso stesso

si

subito

dopo,

chiaramente, col dire: dar noi da filosofi, ella

La

pratica, la qual ne possiamo

pu chiudere dentro dell'ac-

IX.

LA STORICIT DEL DIRITTO

113

cade mi e

eh ' quanto dire nel puro campo della scienza

e della cultura.
Sarebbe, di certo, temerario pretendere di conoscere con sicurezza le ragioni per le quali il Vico, come aveva omesso nella prima edizione della seconda Scienza nuova
le dichiarazioni

circa

la

pratica che erano nella prima,

tralasci nel manoscritto dell'ultima


libro

edizione dello

stesso

anche

il

capitoletto

sulla
la

Pratica.

Ma

sar lecito

per

lo

meno congetturare che


pratica, non
si

ragione principale fosse


il

nell'avvertita vacuit di quel capitoletto,

quale, prometcol

una che o non


tendo
ria stessa.

la

dava, e finiva

confessare

poteva dare o era stata gi data con la teo-

B. Croce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

La Provvidenza

L Lia vera
que
il

e unica realt del


;

mondo

delle nazioni dunil

loro corso

il

principio che governa

corso delle

nazioni la Provvidenza. Sotto questo aspetto la Scienza

nuova si pu definire una Teologia civile ragionata della provvidenza divina. Tra le discipline storiche era segnata dal Bacone una historia Nemeseos . Ci che il Bacone enunciava come poco pi che nudo titolo, il Vico
formolo come effettivo problema e svolse come teoria. I filosofi, secondo lui, quando non avevano addirittura disconosciuto

come

materialisti e fatalisti la Provvidenza, l'ave-

vano considerata solamente sull'ordine delle cose naturali


(epper chiamavano

teologia naturale
di

la

metafisica),
fisico

confermando quell'attributo
si

Dio con l'ordine

che

osserva nei moti dei corpi, per es. delle kfere e degli elementi, e con la cagione finale osservata sopra le altre minori cose naturali. Importava, invece, ragionare la Provvidenza sull'economia delle cose civili .

Taluno dei primi interpetri ebbe a notare (e l'osservazione stata rinnovata in sguito non poche volte) che
il

Vico adoper promiscuamente la parola

provvidenza
:

in significato soggettivo e in significato oggettivo

ora

come

persuasione che hanno gli uomini di una divinit provvi-

116

FILOSOFIA DEL VICO

dente

che regga

loro

destini,

ed ora come
o

l'efficacia

stessa di questa provvidenza.

La duplice

triplice acce-

zione di

un medesimo vocabolo

nella terminologia vichiana

non

cosa che, a questo punto, ci possa pi stupire, perch gi pi volte finora ci siamo dovuti industriare a sciogliere le sue omonimie o a unificare le sue sinonimie. E perci

ammettiamo subito che uno


denza
>

dei

significati di

provvi-

presso

il

Vico pu essere, anzi per l'appunto,


di-

quello della persuasione circa la provvidenza, ossia l'idea

che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito,


poi in quella

pura e ragionata della filosofia. Le antiche nazioni gentili (egli dice) incominciarono la sapienza poetica metafisica di contemplare Dio per l'attributo della
sua provvidenza , sulla quale furono fondati gli auspici e la divinazione. Senza di essa, dunque, non si forma nell'uomo la sapienza, che coscienza dell'infinito; non sorge
la moralit, eh'

timore e riverenza del potere superiore

che governa
gnificato,

le

cose umane.

Ma

la

provvidenza, in tale

si-

gi fatto
porti tra

non d luogo a nuovo discorso, dopo di quello da noi a proposito cosi del mito come dei rapmorale e religione.

Passando, dunque, senz'altro, alla Provvidenza nel secondo significato, ossia al suo vero e proprio concetto, ci sembra opportuno prescindere per qualche istante dal Vico
e fornire alcuni schiarimenti dottrinali.

comune

altro conoscere

osservazione che altro produrre un fatto, il fatto prodotto. La conoscenza di ci che


, si

realmente un fatto

ottiene talora, nella vita dell' in-

dividuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanit dopo

parecchi secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti di un fatto, non ne hanno di solito la conoscenza o l'hanno
assai imperfetta e fallace; tanto che sono passate in

pro-

illusioni, che, come si dice, accompagnano l'attivit degli uomini. Il poeta crede di cantare la purit
verbio
le

X.

LA PROVVIDENZA
la lascivia
;

117

ed effettivamente canta

crede di cantare la
essere

forza e canta la debolezza; crede di

terribilmente

pessimista ed fanciullescamente ottimista; crede di essere Satana ed un brav'uomo inoffensivo. Non meno

s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo, in verit, andar lontano a cercare esemp, perch tanti
e tanti ce ne viene porgendo proprio il filosofo che stiamo studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo
politico che, assai

spesso, credendo e professando

di lot-

tare per credendo

la

libert,

di servire alla reazione, incita

semplice aiutatore di reazione, o a ribellarsi e serve


Illusioni spiegabilissime, nel fervore del produrre o popoli,

alla libert.

via discorrendo.
i

perch

gl'individui e

il

appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere loro stato d'animo, ma non farne quella critica che

il racconto storico; onde, quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di s stessi storie fantastiche, verit e poesia commiste. Anzi, in questa dimostrata dif-

ficolt

di

conoscere l'agire

nell'agire

uno dei motivi

della saggia
di s

raccomandazione a parlare il meno possibile medesimi, e della diffidenza che si prova per le aui

tobiografie e

libri

di

vuole, importanti,

ma
ci

memorie, curiosi e anche, se si che non porgono mai la schietta


giungono, per
si

verit storica dei fatti narrati.

Le opere umane
lo

tal

modo, avvolte

nei fumi delle illusioni che


storico
superficiale
le
si

sollevano dagl'individui. E ferma all'involucro e prende a

raccontare come

cose siano andate, facendosi portavoce

questo modo la storia della poesia si viene conformando come il racconto delle intenzioni, delle
di quelle illusioni.

opinioni, dei fini del poeta o di quelli che gli attribuirono


i

suoi contemporanei; la storia della filosofia,


fini

come

l'anedfi-

dotica dei sentimenti, delle bizze, e dei

pratici dei

118
losofi;

FILOSOFIA DEL VICO


quella politica,

come un
di

tessuto d'intrighi, dibassi

interessi, di pettegolezzi,

miserie.
si

Ma non appena un
avvicina a quelle sto-

pi cauto o diverso ingegno storico


rie,
il

primo atto ch'egli compie

di soffiare sulla nebbia,

spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare direttamente le cose, quali si sono prodotte nella loro successione oggettiva e nella loro origine sopraindividuale. La storia vera e reale emerge allora di l dagl'individui, come

un'opera che

si

compia dietro

le loro spalle:

opera di una

forza diversa dagl'individui agenti: Fato, Caso, Fortuna, Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e riempivano la

scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi,
destituiti di seria efficacia, destano riso o piet. Si
atterriti
il

guarda

Fato che

li

domina,

si

stupisce alle strane com-

binazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, si adorano disegni imperscrutabili della Provvidenza divina. Di codeste forze gl'individui appaiono a volta a volta l'inerte materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi strumenti.

Senonch una pi profonda considerazione va oltre anche questa seconda veduta della storia. La piet che sembrano
destare gl'individui, la comicit che suscitano, in effetti non meritata da essi ma dalle loro immaginazioni, o, piuttosto,

da coloro che

le

fatta dalle opere e

scambiano per verit. La non dalle immaginazioni

storia reale
e illusioni;

ma

opere sono poi compiute dagl'individui, non certamente in quanto sognanti, ma, appunto, in quanto opele

ranti;

non nella frivolezza del loro opinare,


nel sacro furore del

ma

nell'ispi-

razione del genio,

vero, nel

santo

entusiasmo dell'eroismo. Fato, Caso, Fortuna, Dio sono spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto, che di
separare l'individuo dal suo prodotto,
via,
e,

invece di cacciare

come

si

argomentano,

il

capriccio o l'arbitrio indivi-

duale dalla storia, inconsapevolmente lo rafforzano e lo

X.

LA PROVVIDENZA

119

moltiplicano. Capriccioso il cieco Fato, il Caso stravagante, il tirannico Dio; epper il Fato passa nel Caso e in
Dio,
il

Caso

in

Fato e Dio, e Dio

si

converte nell'uno e

nell'altro, tutti eguali e tutt'uno.

L'idea, che supera e corregge tanto la visione individualistica della storia quanto quella sopraindividualistica,

l'

idea della razionalit della storia.


;

La

storia fatta da-

gl' individui

ma

l'individualit

la

concretezza stessa

dell'universale, e ogni azione individuale, appunto perch

individuale, sopraindividuale. Non vi n l' individuo n l'universale come due cose distinte, ma l'unico corso storico,
i

cui aspetti astratti sono l'individualit priva di univer-

e l'uuiversalit priva d'individualit. Quest'unico corso storico coerente nelle sue molteplici determinazioni,
salit

al

modo

di

nella quale ogni parola

un'opera d'arte che varia e una insieme e si abbraccia coll'altra, ogni tono
riferisce agli altri tutti, ogni

di colore

si

linea

si

lega a

ogni altra linea. A tale patto solamente dato intendere la storia, che altrimenti resterebbe inintelligibile, come
inintelligibili restano

un discorso senza
folle.

significato e

una

incoerente azione da

La

storia

dunque non

ma

di quella necessit

opera n del Fato n del Caso, che non fatalit e di quella li-

bert che non caso.


storia sia opera di

poich la veduta religiosa che la

Dio ha, sulle altre, il vantaggio e il merito d'introdurre una causa della storia che non sia n
n caso, e perci neppure
pili

fato

propriamente causa

ma

efficienza creativa e spirito intelligente e libero, na-

turale che, per atto di gratitudine verso questa veduta pi


alta,
tratti

non meno che per opportunit

di linguaggio, si sia
il

a dare alla razionalit della storia

nome

di

Dio

che tutto regge e governa, o della Provvidenza divina. A denominarla cosi, purgando in pari tempo la denominazione delle sue scorie mitiche, per le quali Dio e la sua

120

FILOSOFIA DEL VICO


si

corrompevano di nuovo in un fato o in un caso. Onde la Provvidenza nella storia ha, in quest'ultima sua forma logica, il duplice valore di una critica delle
provvidenza
illusioni individuali, allorch
piena e sola realt
della
si

storia, e di
si

presentano come la una critica della

trascendenza del divino. E


di vista di essa si siano

pu dire che nel punto

come per

istinto, cio

cita teoria, tutti g'

collocati e si collochino sempre, anche senza fare professione di espliingegni naturalmente forniti di quella
si

particolare attitudine che

chiama senso storico.


ricerchiamo quale solu-

Se ora, nel tornare

al

Vico,

zione egli desse al problema della forza che muove la storia, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto
della provvidenza nel significato oggettivo, agevole
zitutto escludere che la sua fosse quella

antra-

Provvidenza

scendente e miracolosa, che aveva formato il tema dell'eloquente Discours del Bossuet. Agevole, sia perch egli
in tutta la

sua
all'

filosofia

non

fa

mai

altro

che ridurre

il

trascendente
la

innumeri volte ripete che immanente, sua provvidenza opera per vie naturali o (valendosi
e qui

della terminologia della scuola) per

cause seconde;
pu

sia

perch sopra questo punto c', petri consenso generale.

si

dire, fra gl'inter-

o,

Non meno come talora

insistente la sua critica del fato e del caso,


tripartisce, della fortuna, del fato e del caso.

un circolo
con
la

Egli avverte anche che la dottrina del fato si aggira in vizioso, perch la serie eterna delle cagioni,
dall'arbitrio di

quale esso tiene cinto e legato il mondo, pende Giove e Giove insieme soggetto al fato; onde c' rischio che gli stoici restino avvolti in quella

catena di Giove

con

la

quale vogliono trascinare le

cose umane. Quei tre concetti, ai quali corrispondono le

opportunit
se di quelle

se

si

tratta di cose desiderate, le


la

occasioni
acci-

che avvengono oltre

speranza, e gli

X.

LA PROVVIDENZA

121

denti

se di quelle che si presentano oltre l'opinione, sono

distinzioni pi che altro dell'apprendimento soggettivo, per-

ch oggettivamente pertengono a un'unica legge, la quale potrebbe chiamarsi altres fortuna , ove con Platone si
riconosca per signora delle cose umane l'opportunit; e tutte tre sono le manifestazioni e le vie della Provvidenza
divina,
fece
il

che intelligenza, libert, necessit. Quello che

mondo

delle nazioni

fu

pur Mente, perch

'1

fe-

cero gli uomini con intelligenza; non fu Fato, perch '1 fecero con elezione; non Caso, perch con perpetuit, sempre cosi facendo, escono nelle medesime cose .
Il Vico lumeggia nei modi pi immaginosi quella commedia degli equivoci, che sono le illusioni circa i fini delle azioni che si compiono. Gli uomini credettero di salvarsi

dalle

minacce del

cielo fulminante col portare via le fem-

nelle grotte per isfogare la libidine bestiale fuori sguardo di Dio; e, nel tenerle ferme col dentro, fondarono i primi concubiti pudici e le prime societ; cio i matrimoni e le famiglie. Si fortificarono in luoghi adatti

mine

dello

col fine di difendere s stessi e le loro famiglie; e, in realt,

con quel

fortificarsi in certi luoghi,


al

nomade,
sit dalla

divagamento
I

ferino, e

ponevano fine alla vita imparavano la cultura

dei campi.

deboli e sregolati, ridotti alle estreme neces-

fame e dalle vicendevoli uccisioni, per campare

la vita corsero a

chiedere riparo in quelle terre fortificate facendosi famoli degli eroi; e cosi, senza sliperlo, vennero
figliuoli

ad ampliare le famiglie da famiglie di soli miglie anche di famoli e da queste a stati

fa-

aristocratici

feudali. Gli aristocratici, feudatari o patrizi, credettero di

difendere e perpetuare il loro dominio quiritario sulle terre con l'usare la pi stretta rigidit verso i famoli o plebi

che

le

lavoravano;

ma

a questo

modo

indussero

famoli,

per loro difesa, a unirsi tra loro, svegliarono in essi la coscienza della propria forza, da plebe ne fecero uomini,

122

FILOSOFIA DEL VICO


i

e quanto pi fieramente
si

patrizi
tali,

si

stimarono patrizi e

tanto pi efficacemente concorsero a distruggere lo stato patrizio e a creare quello democratico. Cosi (dice il Vico) il mondo delle nazioni esce * da una mente spesso diversa ed alle volte tutta

sforzarono di mantenersi

essi fini particoavevan proposti; de' quali fini ristretti fatti mezzi per servire a fini pi ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l'umana generazione in que-

contraria e

sempre superiore ad
si

lari ch'essi uomini

sta terra .

Ma
come

gi da talune di queste parole del Vico

si

ritrarre

bhe

egli

tendeva talvolta a concepire


propri
fini

potrebbe gli uomini

coscienti
Il

dei

utilitari

incoscienti di

che condurrebbe logicamente a spiegare la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la moralit
quelli morali.

come un qualcosa
e perci di

di accidentale rispetto alla volont


:

umana
estrin-

non veramente morale

una formazione

seca pi o meno potente a tenere insieme gli uomini, o l'opera nascosta di una Provvidenza extramondana. L'utilitarismo s'insinua soprattutto in
detto che l'uomo, per la

una pagina nella quale sua corrotta natura, essendo

mente

tiranneggiato dall'amor proprio pel quale segue principalla propria utilit e vuole tutto l'utile per s e niuna
parte pel

compagno

non pu porre

in conato le passioni

per indirizzarle a giustizia, nello stato bestiale

ama

sola-

sua salvezza; presa moglie e generati figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza della famiglia; venuto a vita civile, ama la sua salvezza con la salvezza della citt; distesi gl'imperi sopra pi popoli, ama la sua salvezza con la salvezza della nala

mente

zione; unite
merci,
il

le

ama

la

nazioni in guerre, paci, alleanze e comsua salvezza con la salvezza di tutto


e

genere umano;

in tutte queste
.

circostanze
la

ama

principalmente l'utilit propria

Per

qual ragione,

X.

LA PROVVIDENZA

123

non da

altri

che dalla Provvedenza divina deve essere


tali

tenuto dentro

ordini a celebrare con giustizia la fami-

gliare, la civile e

finalmente l'umana societ; per gli quali


ci

ordini,

non potendo l'uomo conseguire

che vuole,

al-

meno

voglia conseguire ci che dee dell'utilit, eh' quel

che dicesi giusto . La pubblica virt romana (scrive altrove) non fu altro che un buon uso che la Provvedenza
faceva di si gravi, laidi e fieri vizi privati, perch si conservassero le citt ne' tempi che le menti degli uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente
intendere

ben comune

come sappiamo, affafto repudel Vico, fondata sulla coconcezione etica gnante e perci queste sue afferscienza morale o sul pudore
Senonch
alla

l'utilitarismo,

mazioni,

che inconsapevolmente vi condurrebbero, non possono spiegarsi se non come effetto del turbamento che

talora produceva in lui la sopravvivenza del concetto trascendente e teologico circa la Provvidenza, e anche della

di tenere

poca chiarezza di pensiero, per la quale non gli riusciva ben distinto il concetto delle illusioni indiviil

duali da quello dei fini individuali e sostituiva talvolta

secondo dove avrebbe dovuto trattare solamente del primo.. Se la provvidenza divina, 1' unit della religione d'una
divinit provedente
,

l'unit dello spirito che informa

e d vita

al

mondo
al

delle nazioni

pu starsene
nel

pensiero dell'

questa religiosit non inconsapevole' indirizzamento


,

dei fini individuali a effetti universali,

ma deve

esplicarsi

dar vita e vigore ai fini universali direttamente, e l'uomo sar tutt' insieme utilitario e morale, oche s'illuda

di essere

morale dov'

utilitario o di esser utilitario

dov'

effettivamente morale.

ogni modo, e nonostante queste oscillazioni o piuti

tosto confusioni, concepire

fini

degli universali e le illusioni

particolari come veicolo come accompagnanti e eoo-

124
peranti

FILOSOFIA DEL VICO

con l'azione importa concepire dialetticamente il moto della storia e superare il problema del male.

Nel Vico, questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo, tanto in lui dominava l'idea che la Provvidenza governi tutto; e perci quel che si chiama male, non solo gli si

mostrava voluto dagli uomini sotto sembianza

di

bene

(fal-

sum sub
mur),

veri specie,

mala sub bonorum

simulaci* s amplecti-

ma doveva

una forma

di bene, a quella guisa che

logicamente svelarglisi come esso stesso bene era la barba-

rica forza costitutrice della

prima

societ. In qualche raro

luogo dei suoi primi scritti nel quale gli accade di accennare a tali questioni, il Vico nota che noi altri uomini, a causa della nostra iniquit onde nosmetipsos, non hanc

rerum universitatem
trariano stimiamo male,

spectamus

>, le

cose

che

ci

con-

quce tamen, quia in

mundi com-

mune conferunt, bona sunt . La concezione della storia diventa


oggettiva,
dall'impero delle piccole
;

nel Vico veramente

affrancata dall'arbitrio divino,

ma non meno

cause e delle spiegazioni aneddotiche e acquista coscienza del suo fine intrinseco, che d'intendere il nesso dei fatti, la logica degli avvenimenti, di essere rifacimento razionale di un fatto razionale. Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneg-

primo errore (che anzi la concezione teologica, fin dagli inizi del Rinascimento italiano, poteva considerarsi decaduta), quanto da quella forma di storia che apgiati dal

punto allora venne prendendo nome di prammatica, e che restringendosi all'aspetto personale degli avvenimenti
e non raggiungendo per questa via la piena realt storica, cercava di darsi calore e vita merc le riflessioni e gli

ammaestramenti

politici e morali.

Un monumento

di storia

prammatica poraneamente
di Napoli
di

sorgeva nella stessa patria del Vico, contemalla Scienza

nuova

la Storia civile del regno

Pietro

Giannone,

il

quale

era

veramente

X.

LA PROVVIDENZA

125

l'uomo del suo paese e del suo tempo e scrisse un gran


libro di polemica e anche, per certi rispetti, di storia,
tale che,

ma

con

la

sua altezza, d

modo

di

maggiore altezza dell'opera vichiana. Ben


avrebbe saputo scoprire
lui
il

segnare la tanto altro che astuzie

di papi, vescovi e abati, e semplicit di duchi e imperatori,

Vico, se avesse dovuto narrare


della propriet e della

per

filo

e per segno

le origini

potenza ecclesiastica nel Medioevo. E ben altro, come vedremo, egli scopri realmente nella storia, tutte le volte

che prese a indagarne qualche parte.

XI
I

RICORSI

Lio spirito, percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi successivamente all'universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla violenza all'equit,

non pu,

in

ripercorrere

il

conformit della sua eterna natura, se non suo corso, ricadere nella violenza e nel
il

senso, e di l riprendere

moto ascensivo,

iniziare

il

ri-

corso.

codesto

il

il

significato filosofico del

ricorso

vichiano,

ma non

modo

preciso in cui lo si trova espresso negli

dove l'eterno circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ricorso delle cose umane civili. La civilt va a terminare nella
scritti del Vico,

barbarie della riflessione

rie del senso,

, peggiore della prima barbache era di una fierezza generosa, laddove

l'altra vile, insidiosa e traditrice; e perci necessario

che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro lunghi secoli di una nuova barbarie
del senso. Tuttavia, dai fatti storici e dallo

schema

socio

logico bisogna estrarre e depurare

il

concetto del

ri-

corso

eternit che

care la

per rendersi conto dell'assolutezza ed Vico gli attribuisce, ma anche per giustifirappresentazione storica e la legge sociologica che
solo
il

non

128
si

FILOSOFIA DEL VICO

fondano sopra di esso e da esso principalmente attinricorsi,

gono la loro forza. Le leggi di corsi e


si

che erano state

stabilite dai

filosofi e politici greci e

da quelli italiani del Rinascimento, fondavano certamente anch'esse sopra qualche filosofia,
assai superficiale
;

ma

onde assumevano a loro obietto

le

estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procura-

vano

successione sopra dati di esperienza o su vaghi raziocini. Ma il Vico ha per suo obietto le forme
di
la

determinare

di cultura,

che abbracciano in s
il

tutti

gli

atteggiamenti

della vita, l'economia e

diritto, la religione e l'arte, la

scienza e

il

linguaggio
lo spirito

fonte, che

riportandole alla loro intima umano, ne stabilisce la successione


;

e,

secondo
vicinare
i

il

ritmo delle elementari forme dello


si

spi-

rito. Per questo, tutta l'erudizione che


ricorsi vichiani alle

spesa per rav-

teorie

di

Platone o di Po-

libio, del Machiavelli o del

mente

inutile: tanto pi che

Campanella, riesce mediocreil Vico (il quale, come sap-

piamo, pure fraintendendo spesso i suoi predecessori, non si pu dire che volesse celarli, anzi, dove gli pareva scorgere riscontri e consensi, se ne pompeggiava) non senti il bisogno di ricordarle o vi accenn con poca stima.
L'vay.xXtoats di Polibio, la

sua economia della natura se-

cangiano e tramutano e al medesimo sembrata quasi un'anticipapunto gli zione della storia ideale eterna pure il Vico mette Poli-

condo

la

quale
stati

si

ritornano,

bio insieme con gli altri, invitando

lettori

a considerare

quanto [poco]

filosofi

abbiano con iscienza meditato sui

principi dei civili governi, e quanto [poco] con verit, Polibio abbia ragionato sulle loro mutazioni . Il Campanella

connetteva
il

suoi circoli storici con leggi

astrologiche

come concepisce la catastrofe che inizia il ricorso Quando l'astuzia e malignit umana venuta dove la pu venire, conviene di necessit che il mondo
Machiavelli ecco
:

XI.

RICORSI

129
[peste,

si

purghi per uno


gli

dei tre
delle

modi
nuove

fame e inonda'vi-

zione, oltre quelli

umani

religioni e linguaggi],

acciocch

uomini, essendo divenuti pochi e battuti,


e divengano migliori .
si

vano pi

comodamente
al

Il

solo

precedente

quale

il

Vico quasi

gloria

di

riferirsi,

l'antichissima tradizione

egiziana sulla

successione delle

tre et degli di, degli eroi e degli uomini, che interpetra


in guisa tutta sua e riempie di contenuto affatto nuovo.

che nel fondo, conferisce forza alla teoria sociologica vichiana dei ricorsi, il materiale storico col quale , per cosi dire, impastata, v'introduce qualche de-

Se

la filosofa,

bolezza.
la storia le

Il

Vico ebbe pratica e predilezione particolare per specialmente giuridica di Roma, donde mossero
si

sue indagini e alla quale

dedic per pi anni; e quela

sta storia, sia

perch da lui meglio ricercata, sia per

sua stessa complessit, grandiosit e durata, fini per parergli la storia tipica o normale, da servire di misura
tutte
le altre, e gli
si

confuse

con

la

stessa

legge

del
il

corso e ricorso.

Roma

gli offriva l'asilo di

Romolo, cio
politico
;

passaggio dallo stato ferino all'ordinamento


.aristocrazie,

le

apparenza, e poi neppure nell'apparenza; la democrazia, uscente dalla lotta contro l'aristocrazia e terminante nell'effettiva moin

monarchiche dapprima solo

narchia, cio nella forma


di qui,

pili

perfetta della vita civile; e


rifles-

per processo degenerativo, la barbarie della

sione ossia della civilt, che incomparabilmente peggiore


della

prima e generosa barbarie, e, conseguenza di essa, una seconda condizione di di vagamento ferino, e la nuova barbarie, la nuova giovent, il Medioevo. La storia di Roma, a mala pena generalizzata e integrata qua e l con
quella della Grecia,
si

scorge nelle

degnit

vicinane

che formolano

le
il

leggi della

dinamica sociale. Gli uomini

prima sentono
avvertiscono

necessario, dipoi

badano
si

all'utile,

appresso
pia-

il

comodo, pi innanzi
di Giambattista Vico.

dilettano del

B. Cuoce,

La

filosofa

1>

130
cere, quindi
si

FILOSOFIA DEL VICO

dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono prima uomini

immani

e goffi

come

Polifemi, affinch l'uomo ubbidisca

all'uomo nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbidire alla legge nello stato futuro delle citt. Ci vogliono
i

magnanimi

e gli orgogliosi

come

gli Achilli,

determinati
si

a non cedere ai loro pari, affinch sulle famiglie

costi-

tuiscano le repubbliche di forma aristocratica. Quindi si richiedono i valorosi e giusti, quali gli Aristidi e gli Scipioni Africani, per aprire la strada alla libert popolare.

di virt

Pi innanzi, personaggi appariscenti con grandi immagini accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo
i

fanno strepito di vera gloria, quali gli Alessandri e sari, per introdurre le monarchie. Pi oltre ancora, i
riflessivi,

Ce-

tristi
i i

quali

Tiberi, per istabilirle


e sfacciati, quali
i

e,

finalmente,
i

furiosi, dissoluti

Caligola,

Neroni,

Domiziani, per rovesciarle.

Per effetto di questo assottigliamento della storia romana a storia tipica, e insieme della corpulenza che la storia tipica acquista nella storia di Roma, la egge vichiana dei
ricorsi

tutta rotta
le
il

da eccezioni, assai pi frequenti e

gravi che
talch se
lui

medesime leggi empiriche non comportino j suo schema empirico fosse tutt'uno, come a
la

legge ideale dello spirito, parrebbe quasi ironia l'affermata costanza di esso nell'eternit e nei mondi
Il

sembr, con

infiniti.

disegnato corso delle cose

umane
Capua
e

(egli

scrive)

non

fecero, nell'antichit, Cartagine,

Numanzia^

che minacciarono di disputare a Roma l'imperch i cartaginesi furono prevenuti pero del mondo dalla nativa acutezza africana, che pi aguzzarono nei
le tre citt
;

commerci marittimi

capuani dalla mollezza del cielo e

Campagna felice; i numantini, perch nel loro primo furore dell'eroismo furono oppressi dalla potenza romana, comandata da uno Scipione Africano, vin-

dall'abbondanza della

XI.

RICORSI

131

citore di

Cartagine, e assistita dalle forze del mondo.


corso
delle cose

dall'antichit saltando ai tempi moderni, gli americani cor-

rerebbero ora
stati

il

umane,

se

non fossero

scoperti dagli europei; Polonia e Inghilterra persistono stati aristocratici (tale stimava il Vico l'Inghilterra,

perch, non
delle cose

come

la Francia,

monarchia

assoluta),
il

verranno a perfettissime monarchie, se

ma percorso naturale

non sar loro impedito da cagioni straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, secondo la mente del Vico, come un vero e proprio ritorno
civili

umane

allo stato

ferino, se si apri

con

lo

stabilimento della re-

ligione del vero Dio, del cristianesimo; n, a ogni

modo,

quel ritorno alla ferinit e alla barbarie sembra che sia la sola via che si offra alle nazioni, giunte alla loro che le nazioni corrotte tbqiVj, al loro culmine. C' l'altra

altre migliori.

perdano l'indipendenza e vengano sotto il dominio di N, infine, la decadenza inevitabile, se uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono serbare la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione minacciante, e se difatti (come egli nota) le poche repubbliche aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali

residui del Medioevo (per es., Venezia), riuscivano a conservarsi con arti di sopraffina sapienza . I suoi propri

una compiuta umanit tutte le nazioni. Pochi sembra sparsa, per oggi, (egli dice) il mondo dei popoli, e quelli anmonarchi reggono grandi cora barbari o durano per la perdurante sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni, infatti, soggette allo czar di Moscovia sono di mente pigra quelle del chan di Tartaria, genti molli i popoli sui quali regnano il negus di Etiopia e i re di Fez e di Matempi
il

Vico giudica di alta civilt

rocco, deboli e parchi. Nella zona temperata

il

Giappone
dei

celebra un'umanit eroica, somigliante

alla

romana

132

FILOSOFIA DEL VICO

tempi delle guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una lingua che arieggia la latina (qui il Vico fraintendeva il
ragguaglio di un missionario gesuita), con una religione feroce di di orribili tutti carichi d'armi infeste (e qui

esagerava alquanto un passo del Bartoli) i cinesi, invece, con una religione mansueta, coltivano le lettere e sono umanissimi; umani ed esercitanti le arti della pace, i popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano
;

alla

mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro


i

reli-

ispecie temperano l'orgoglio con la col fasto, con la liberalit e con la gratitumagnificenza,

gione, e

turchi in

dine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in grandi monarchie e dove dappertutto si professa la religione cristiana, la quale insegna un'idea di Dio infinita-

mente pura e perfetta e comanda la carit verso tutto il genere umano. Il Vico ferma l'occhio sulle confederazioni dei cantoni svizzeri e delle provincie unite di Olanda (che
leghe etolie ed achee), e sul corpo dell'Impero germanico, sistema di citt libere e di principi
gli

ricordano

le

sovrani, che gli sembra quasi saggio di


aristocratico,
stati civili,
il

perch non

pi perfetto di tutti, si pu intenderne altra superiore,

un grande stato forma ultima degli

la prima, l'aristocrazia dei patrizi, re sovrani nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle prime citt, ma riproducendola non pi barbarica, anzi

riproducendo essa

sommamente
felicitare

-umanit, che vi

L'Europa sfolgora dappertutto di tanta abbonda di tutti i beni i quali possono l'umana vita non meno pei piaceri della mente e
civile.
si
;

dell'animo che per gli agi del corpo


dalle pi

e tutto ci per virt

della religione cristiana che insegna verit sublimi, servita

dotte filosofie

dei

gentili e dalle

tre

maggiori

lingue del mondo, l'ebraica, la greca e la latina, e riu-

nente per
la

tal

modo

la

sapienza comandata con la ragionata,

pi scelta dottrina dei filosofi con la pi colta erudizione

XI.

RICORSI

133

somma civilt, garantita dal cristianesimo, sarebbe andata o stava per andare incontro a un nuovo stato ferino? diffcile conoscere quel che veramente il Vico pensasse in proposito. C', tra i suoi versi,
dei filologi. Codesta

una canzone cupamente pessimistica ma una effusione giovanile e, a ogni modo, piuttosto che a decadenza sociale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo.
;

Nelle sue lettere,

si fa

un
;

triste

quadro delle condizioni


si

spinge lo sguardo fuori la vita sociale e a considerare campo ristretto, politica. D'altra parte, nell'ultimo suo scritto filosofico, nel De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano tutto
degli studi ai suoi tempi
di quel

ma non

essere ormai perfetto e

non presentarsi nient'altro da

fare,

affermava che

Mundus

era nel maggior fervore di progresso: iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab
si

hinc annis,
rit,

quorum tamen quadringentos barbaries percurquot nova inventa? quot novee artesf qnot novee scientice exeogitatee?... . Ma si potrebbe osservare che il De mente
heroica un'orazione accademica, e che forse per questo
il
i

Vico vi fece tacere


menti. In ogni caso,

suoi dubbi o

suoi intimi convinci-

come adattare nella previsione di una imminente decadenza il sorgere di quel fatto provvidenziale che era la Scienza nuova, la quale illuminava la vita delle
nazioni e ne rendeva possibile la diagnosi e la cura? Tutto sommato, probabile che il pensiero del Vico circa le sorti
della societ a lui

contemporanea

sia difficile

tanto a co-

gliere perch, in verit,

e in l

punto a lui da diverse e opposte tendenze e agitato fra timori

un pensiero determinato su quel mancava, essendo il suo animo tratto in qua

e speranze.

Se non

fosse

stata

turbata

dallo

schema

della storia

romana,

empirica dei ricorsi non sarebbe stata costretta ad accogliere tante e tanto gravi eccezioni, n si
la teoria

sarebbe impigliata in cosi angosciose perplessit, e avrebbe

134
pili

FILOSOFIA DEL VICO

agevolmente allogato le osservazioni storiche dell'auinsomma, si sarebbe presentata con tratti pi seme plici generali. Essa sarebbe consistita sopratutto nella
tore, e,

determinazione e illustrazione del nesso tra epoche di prevalenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva,
tra spontanee e riflesse, onde dalle prime escono le seconde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la

degenerazione e la decomposizione, storia politica mostra di continuo


crazie che, da forti che erano,
e
si

si

torna alle prime.

La

lo spettacolo di aristo-

fanno

vili e spregevoli,

cedono all'urto

di

classi

meno

affinate

o addirittura

rozze

ma moralmente

pi energiche, fintanto che queste,


fio-

diventate a loro volta raffinate, raggiunta la pi alta


ritura delle idee

storiche di cui portavano

il

germe, en-

trano in un periodo di decadenza e di fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e

filosofiche

periodi speculativi, l'irrigidirsi delle soluzioni nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ri-

torno alla

mera osservazione

del fatto

singolo, e

il

rina-

scente processo speculativo. E la storia letteraria ci parla anch'essa di periodi realistici e idealistici, romantici e classicisti,

di corruttela classica che alessandrinismo e deca-

dentismo, e di barbarie romantica che da questo risorge. Ecco altrettanti casi di veri e propri ricorsi vie hi ani.

Ma

poich la natura dello spirito, messa a fondamento di

fuori del tempo ossia in ogni istante del non tempo, bisogna esagerare la distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza, deve per altro serbare anche una certa elasticit. Non bisogna mai

questi cicli,

dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o democratica, romantica o classica, positiva o speculativa che si
dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, dato notare

momenti

aristocratici e

democratici,

romantici e

classici,

XI.

RICORSI
'distinzioni

135
su grande

positivi e speculativi,

che quelle

scala sono quantitative e di comodo: il che non deve portarci n a sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo
nell'artificiosit,
i

servigi che

gli

n a combatterla a oltranza, ricusando schemi generali e approssimativi sogliono


sia

rendere.
Perci,

quando

cosi intesa

corretta,

non
storia

solo

non'

e'

bisogno d'introdurre in
eccezioni che
il

essa

quelle
sulla

grosse

e
role

stridenti

modellamento

mana

e sulla sua catastrofe finale faceva necessarie,


al

ma

accuse mosse

Vico di troppa uniformit si dileguano. Vincenzo Cuoco, uno dei primi che presero a studiare con intelligenza l'opera del Vico, notava, a proposito e contro

i ricorsi, che la natura non si rassomiglia mai a s stessa, ed l'uomo che per comporre. le sue osservazioni forma le classi e i nomi . Verissima sentenza, ma che si volesse ricorsi applicare a questo caso, non varrebbe solo contro
i

vichiani, ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere empirico. Altri rimprovera al Vico di avere trascurato ordini di cause che hanno importanza grande nella storia, per es.
il

clima, le disposizioni naturali delle razze e dei popoli,

avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che il Vico fece menzione pi volte di tutte queste cose mettendo in
gli

rapporto i caratteri dei popoli e i climi con le forme e vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze

che affrettano

il

corso naturale ossia ordinario delle na;

zioni (come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca)


il

vero che egli

non doveva tenerne conto,

non

poteva indugiarvisi, perch il suo assunto concerneva le uniformit e non le differenze, o certe uniformit e non
certe altre, che rispetto alle prime diventavano differenze trascurabili. Allo stesso modo (e il paragone calzante ed pi che un paragone) chi si faccia a notare i caratteri
generali delle varie et della vita, della infanzia, della fan-

186

FILOSOFIA DEL VICO

ciullezza, dell'adolescenza e via dicendo, trascurer di no-

tare gli acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo

vari

climi o le varie razze

vari
e
la

accidenti.

Nel medesimo

gruppo
che
il

di

addebiti,

veri

Vico abbia negato

inopportuni insieme, rientra comunicabilit e compenetrapopoli senza

zione reciproca delle civilt col sostenere insistentemente

che la civilt nacque separatamente presso


sapere
nulla gli uni
degli
altri

e perci senza prendere

esempio reciproco. Il quale addebito stato controbattuto osservando che il Vico non manca di ricordare casi di efficacia di

un popolo

sull'altro

e di

trasmissione delle cialfabetica

vilt e dei loro prodotti (per es., della scrittura

modo,

dai caldei ai fenici e da questi agli egiziani), e che, a ogni la sua legge non empirica ma filosofica e si ri-

ferisce alla

spontaneit

produttrice dello

Senonch, ci che in discussione


pirico e

umano. appunto l'aspetto emspirito


;

non quello filosofico della legge e la risposta giusta sembra a noi, come si gi accennato, che il Vico non potesse e non dovesse tenere conto delle altre circostanze, al

modo

stesso (per

ripigliare

l'esempio) che chi


le

nello studiare le

varie

fasi

della

vita descrive

prime

vago o in altri fatti consimili della pubert, non tiene conto dell'iniziazione all'amore che gli adolescenti meno esperti
possono ricevere
ricerca concerna
le leggi

manifestazioni del

bisogno sessuale nel

fantasticare

dai

piti esperti,

quando l'assunto

della

non

le

leggi

sociali

dell'imitazione

ma
che
il

fisiologiche

dello sviluppo organico.

E
si

colui

affermasse che pur senza iniziazione e ammaliziamento

bisogno

sessuale

si

risveglia

egualmente

procaccia

soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che l'incontrastabile verit di un'antichissima novellina orientale

Boccaccio inseri nel Decamerone, ma pronunzierebbe insieme il pi esatto riscontro alla famosa e tanto

che

il

contrastata dignit vichiana.

XI. I

RICORSI

137
di necessit,

N
spesso

ricorsi vichiani si

oppongono

come

si

creduto,
se,

al

concetto di progresso sociale. Si


affacciata

opporrebbero,

invece di essere semplicemente uniformi,


si

fossero identici, in conformit dell'idea, che

nell'antichit e nei giorni nostri- a qualche cervello strava-

gante, dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali. Il ripercorso del corso, il circolo eterno dello spirito, pu
e deve (sebbene il Vico non lo dica) pensarsi non solo diverso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi
e crescente su s stesso, in guisa che la nuova epoca del senso sia in realt arricchita di tutto l'intelletto, di tutto
lo

svolgimento precedente,
il

fantasia o quella della


nata,

e cosi la nuova epoca della mente spiegata. La barbarie ritor-

barbarie

Medioevo, fu per tanti rispetti uniforme all'antica ma non per ci deve considerarsi identica se con;

tenne in s

il

cristianesimo che compendi e super

il

pen-

siero antico.

Tutt'altra questione se nel Vico sia esplicito e rilevato il concetto di progresso. 11 Vico non nega il progresso,
vi fa anche,

quando parla

delle condizioni dei suoi tempi,


di
gli

qualche accenno come a una realt ne ha il concetto, e molto meno

fatto;

ma non
La
dello

rilievo.

sua

filosofia, se

procura

l'alta visione

del processo

spirito ubbidiente alla sua propria legge, ritiene tuttavia,

da questa mancanza di coscienza circa

il progressivo arricchimento del reale, qualcosa di desolato e di triste. Il carattere individuale degli uomini e degli avvenimenti ,

nel Vico, obliterato:

individui e avvenimenti stanno sol-

tanto

come

casi particolari di
;

un aspetto

dello spirito o di

una

fase della civilt

e perci,

sempre, Aristide con Sci-

mai Aristide come Aricome e Alessandro e Cesare come stide, Scipione Scipione, Alessandro e come Cesare. Progresso importa ufficio pripione, Alessandro con Cesare, non
vilegiato di

ciascun fatto, di ciascun individuo,

ciascuno

138

FILOSOFIA DEL VICO


la propria nota,

mettendo

insostituibile,

nel

poema

della

storia, e ciascuno

rispondente

con

maggior voce

al

suo

predecessore.

Ma

la

ragione per la quale

al

Vico doveva fare difetto

l'idea di progresso e la sua ricerca storica


unilaterale,

doveva riuscire
si

non

si

pu scorgere bene se non quando

sia

dato uno sguardo alla sua metafisica.

XII

La metafisica

_L
il

er

metafisica
realt

intendiamo

la

concezione che ebbe


solo

Vico

della

tutta e

non del

mondo umano;

e includiamo nel significato della parola anche l'eventuale conclusione negativa che affermi l' inconoscibilit o la imperfetta conoscibilit di

una o pi
si

sfere

del

reale, o di

quella suprema

in cui le altre

riuniscono.

Il Vico per l'appunto (come ci noto dalla seconda forma, che poi l'ultima, della sua gnoseologia) segn una profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo natu-

rale:

il

il primo trasparente all'uomo perch fatto dall'uomo, secondo opaco, perch Dio, che l'ha fatto, egli ne ha

la scienza.

la

sua concezione della realt totale e ul-

tima, la metafisica da lui esposta tutt' insieme con la sua prima gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le con-

cede, di una

quale

si

probabile ma inverificabile congettura, la compie nella certezza della teologia rivelata. Essa

rimane perci senza possibile congiungimento con la Scienza nuova, che procede con metodo sicuro di verit e prescinde affatto dalla rivelazione. Il Vico non la rifiut mai ne
;

discorre nella sua autobiografia che del 1725, contemporanea alla prima Scienza nuova; la ricorda con compia-

cimento nel 1737, cio sette anni dopo

la

seconda Scienza

140

FILOSOFIA DEL VICO

cosi la considerava) terminata.


'

nuova, quando la sua vita scientifica era (ed egli stesso Ma, sebbene non la rifiu-

tasse, la

tenne sempre come appartata in -un angolo della


ci

sua mente.

Sembrerebbe che, assodato questo punto, non


vesse essere,
circa la
filosofica.

do-

metafisica

vichiana, altro

da dire

d'importanza

Pure, non cosi.


filosofia

in

primo luogo,

poich ogni parte della


ticolari si

implica le altre e dalla trattazione di una delle cosi dette scienze filosofiche par-

pu sempre desumere
cercar
di

il

carattere del tutto,

legittimo

determinare,
scienza

scrutando

la

Scienza

nuova, quale

metafisica vi implicita,

ossia quale

com-

plemento
richiede.

filosofico quella

logicamente sopporta e

Ora

la

Scienza nuova, che affermava la conoscibilit


cose

piena delle

umane,

non gi nella

loro superficie

come

in

una

psicologia,

ma

nell'intima loro

natura; la

Scienza nuova, che raggiungeva di l dagl'individui la conoscenza della Mente che informa il mondo ed Provvi-

denza;

quella

Scienza, che

con divino piacere contemsi

plava l'eterno circolo dello Spinto: innalzata che


tale altezza

era

tendeva necessariamente
della

all'interpetrazione di

tutta la realt,

natura e di Dio

come Mente. Che


per cosi

questa tendenza fosse oggettiva, della Scienza nuova, e non


soggettiva,
dire, si

del Vico,

nel

quale

quella scienza,

era pensata, quasi superfluo avvertire di nuovo. Il Vico, come persona, non solo non la favori, ma anzi la compresse e represse con tanta energia che non ne lasci
apparire traccia nei suoi libri. Di nessuna dottrina filosoebbe tanto terrore, e contro nessuna polemizz con tanta frequenza, quanto contro il panteismo e forse profica
;

prio questa preoccupazione polemica la sola traccia, sebbene affatto involontaria, che si possa notare nei suoi
scritti, della

tendenza che egli doveva sentire in

s.

Egli

XII.

LA METAFISICA

141

era e voleva restare cristiano e cattolico: la trascendenza, il Dio personale, la sostanzialit dell'anima, per quanto la

sua scienza non vi conducesse, erano bisogni irrefrenabili della sua coscienza. Ma ci, come permetteva al Vico
di reprimere soltanto, e non di sopprimere, la logica e intrinseca tendenza del suo pensiero, cosi d a noi facolt
di riconoscerla nella cosa stessa.
italiano

a ragione un critico

(lo Spaventa) ebbe ad affermare che nel Vico si affacci l'esigenza di una nuova metafisica; e un altro,

tedesco e cattolico, defini


italiano, spingersi a dire

il

sistema di lui un

semipan-

teismo. Pi arrischiato sarebbe


che
il

forse, col ricordato critico

Vico progred sul concetto


attributi spinoziani
il

delle

due sostanze cartesiane e dei due

e della stessa

monade

leibniziana, sorpassando
le

paralle-

lismo e l'armonia prestabilita col distinguere


videnze,
i

due prov-

due

attributi,

la

natura e

lo

spirito, in
il

modo
punto

che uno di

essi sia scala all'altro, e col

concepire

di unione e la derivazione del contrario

come spiegamento
e la base

o sviluppo; onde

la

natura sarebbe
il

il

fenomeno

presupposto che lo spirito fa a s stesso per essere veramente spirito, vera unit. Perch, potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o delle due provvidenze, la naturale e l'umana, sia ben fonpropria dello spirito,

data e ineluttabile conseguenza del concepire la sostanza come spirito e come mente, non si pu dedurre il passaggio evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita nel concetto vichiano della mente. Per questa seconda e
particolare
lari e

tendenza occorrono, insomma, prove particodocumentarie, che si hanno bens ma insufficienti e

malsicure, e

non nel sistema

della

Scienza nuova,

ma

piuttosto in quello che cronologicamente lo precedette. Perch anche la metafisica che il Vico deline nella pri-

ma

fase del suo pensiero non (com' sembrato a parecchi e pu sembrare a prima vista) priva di ogni significato e

142

FILOSOFIA DEL VICO

importanza. Essa dimostra la medesima avversione contro il materialismo e il medesimo amore per V idealismo che

anima

le

meditazioni della Scienza nuova.

La

filosofia di

Epicuro, che prende a suo principio il corpo gi formato e diviso in parti multiformi ultime, composte d'altre parti

che per difetto di vuoto interposto

si

sembrava a
diletto

lui

una

filosofia

da soddisfare

fingono indivisibili, le menti rozze

e con quanto vedeva spiegate da quel filosofo (ossia nel poema di Lucrezio) le forme della natura corporea, con altrettanto o riso o compatimento lo vedeva tratto dalla dura

dei fanciulli e le deboli delle donnicciuole;

necessit a perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise della mente. Di falsa posizione , non meno
dell'epicurea,
il

Vico accusava
il

la

tsica

cartesiana, che

anch'essa ha per principio

da quella

di

Epicuro

in ci

corpo gi formato, diversa che l'una ferma la divisibilit


i

del corpo negli atomi, l'altra fa


sibili all'infinito;

suoi tre elementi divi-

l'una pone il moto nel vano, l'altra nel a formare i suoi infiniti mondi da comincia l'una pieno; una casuale declinazione di atomi dal moto in gi del proprio loro peso e gravit;
l'altra,
i

suoi

indefiniti vortici

da un impeto impresso a un pezzo di materia inerte e quindi non divisa ancora, che col moto impresso si divide
in quadrelli e impedita dalla sua
di sforzarsi a

mole mette

in necessit

movere in moto retto, e, non potendo per suo pieno, incomincia, divisa nei suoi quadrelli, a moversi circa il centro di ciascun quadrello. Cosi se Epicuro
il

Caso, Cartesio lo assoggettava al Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrappose alla sua fisica una metafisica alla maniera platonica,
il

commetteva

mondo

al

con cui
l'altra
riale,

studi di stabilire due sostanze, una distesa e intelligente, e di far luogo a un agente immatesi

perch queste due parti non erano congruenti nel sistema, richiedendo la sua fsica meccanica una metafisica

XII.

LA METAFISICA

143

come

l'epicurea, che stabilisce un sol genere di sostanza corporea operante. Per simili o analoghe ragioni, il Vico

respingeva

le

filosofie del

Gassendi, dello Spinoza e del

Locke; e le fisiche di altri autori, quella per es. di Roberto


Boyle, gli parevano profittevoli per la medicina e per la
spargirica, inutili per la filosofia. Di Galileo giudicava che

avesse mirato la fisica con occhio di gran geometra, ma non con tutto il lume della metafisica. Le sue simpatie si

volgevano

che erano insieme geometri, e perci alla fisica pitagorica o timaica, secondo la quale il mondo consta di numeri alla metafisica platonica che dalla forma
ai filosofi
;

della nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per principio di tutte le cose l'idea eterna sulla scienza e coscienza

che abbiamo di certe eterne verit che sono nella nostra

mente

che non possiamo sconoscere o rinnegare;


egli

alla

dottrina, che
metafisici
;

attribuiva a

Zenone

stoico, dei

punti

e, infine, alla filosofia


i

del Rinascimento italiano,


i

quando risplendevano
Steuco,
i

Ficino,
i

Pico della Mirandola, gli

Nifo,

Mazzoni,

Piccolomini, gli Acquaviva e

Patrizzi.
Il

concetto fondamentale della sua cosmologia era dato


il

dai punti metafisici, nei quali trovava applicazione


della

rio-

matematica sulla metafisica, da lui amperamento messo come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso
il

che dal punto geometrico nasce la linea e la superficie, e punto che viene definito non aver parti d la dimostrasi

zione che le linee altrimenti incommensurabili

tagliano

eguali nei loro punti; cosi lecito postulare punti

non pi
generino

geometrici
l'estensione.

ma

metafisici,

quali,

non
il

estesi,

corpo, che moto, s'interpone mediatore il punto metafisico, il cui attributo il conato, ossia l' indefinita virt e sforzo dell'universo
quiete, e

Tra Dio, che

mandar

fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esi-

stenza del corpo

non

altro che

un'indefinita* virt di

144

FILOSOFIA DEL VICO

la quale sta egualmente sotto cose diquantunque disuguali, ed insieme indefinita virt di muovere che sta sotto ai moti quanto si voglia disuguali. Sotto un granello di arena vi ha tal cosa che, dividendosi quel corpicello, d e sostiene un' infinita estensione

mantenerlo disteso,

stese

e grandezza; sicch la mole dell'universo tutto, nel corpo del granello, se non in atto, bene in potenza e in virt.

Questo sforzo dell'universo, che sotto ogni piccolissimo corpicciuolo, non n l'estensione del corpicciuolo n
l'estensione dell'universo; la
di ogni corpolenza, agita e

mente
il

di Dio, la quale,

pura

muove
si

lare determinazione della realt


rit fondamentale. Il
le

Ogni particoaccorda con questa ve-

tutto.

tempo

si

divide, l'eternit nell'in-

diviso; perturbazioni dell'animo diminuiscono e crescole cose no, la tranquillit d'animo non conosce gradi
;

estese
lit;
il

si

corrompono,

le

inestese constano nell'indivisibi-

corpo tollera divisione, la mente non la tollera; le opportunit sono nel punto, i casi in ogni parte; la scienza

non

si

divide, l'opinione genera le stte; la virt


l, il

non

sta
;

n pi in qua n pi in
retto uno, le cose

vizio spazia dappertutto

il

prave innumerevoli; in ogni genere di l'ottimo viene collocato nell'indivisibile. cose, insomma, La sostanza in genere, che sta sotto e sostiene le cose,
si

divide

nelle

due specie

della

sostanza

distesa, che e

quella che sostiene ugualmente estensioni disuguali, e della sostanza cogitante, che sostiene ugualmente pensieri disuguali; e siccome una parte dell'estensione divisa dalma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte
cio a dire

l'altra

della cogitazione,

un determinato pensiero,

divisa dall'altra ed indivisa nella sostanza dell'anima.

Proprio dell'anima
fatto ai corpi
;

il

conato, ossia la libert, negata af-

e Cartesio, che cominciava la sua fisica dal

conato dei corpi, la incominciava veramente da poeta e ricadeva nelle concezioni antropomorfiche dei popoli primi-

XII.

LA METAFISICA

145

tivi.

Quelli che

meccanici dicono conati, forme, potenze,

sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appressano, come voleva la meccanica antica, ai loro centri di
gravit, o, secondo le teorie della meccanica nuova, s'allontanano dai loro centri del moto. E, al pari del conato,

e inconcepibile nei corpi la comunicazione del moto, concedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la compenetrazione dei corpi, non essendo altro il moto che il corpo che si muove la percossa data a una palla sol:

tanto occasione perch lo sforzo dell' universo, il quale era si debole nella palla da far sembrare che essa si mantenesse quieta,
si

spieghi di pi e cosi

ci

dia apparenza di
in

pi sensibile moto. Coi cartesiani, per altro, e


col Malebranche,
il

ispecie

Vico s'accordava circa l'origine delle inclinando alla concezione che Dio le crei in noi volta idee, per volta; coi cartesiani altres teneva che i bruti fossero

macchine

con tutta

la filosofia del

suo tempo ricono-

sceva la soggettivit delle qualit sensibili. Lasciando queste ultime dottrine, alle quali

il

Vico ac-

cenna appena e che non gli sono proprie, tutta sua veramente quella fondamentale dei punti metafisici giacch
;

l'attribuzione di

essa a

un

fantastico

Zenone, nella cui


lo stoico

persona erano fusi e confusi l'eleate e

(secondo

un errore comune nella letteratura filosofica del tempo), non pu ingannare nessuno, e non ingann il medesimo Vico che, messo alle strette, spieg come fosse stato condotto a interpetrare a quel modo ci che di Zenone riferisce Aristotele e concluse che, se

quella dottrina non

si

voleva ricevere come zenoniana, la si prendesse per sua propria e non assistita da nomi grandi. N, d'altro canto,

pu riportarla alla monadologia leibniziana, che dubbio se fosse nota al Vico, che il Vico a ogni modo non
si

mentova (laddove pur mentova, con parole


renza,
il

di

alta reve-

Leibniz), e

con

la

quale la somiglianza molto


IO

B. Cuoce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

146

FILOSOFIA DEL VICO


i

vaga, perch

qualche

efficacia si

punti metafisici non sono monadi. Se mai, pu affermare che avesse sopra di essa

newtoniana (che allora si cominciava a divulgare in Italia anche per opera di taluni amici
la scoperta leibniziana e

personali del Vico) del calcolo infinitesimale

cui

ter-

mini d'infiniti massimi, minori, maggiori e via dicendo


(egli dice)

stravolgerebbero l'umano intendimento, perch


la

l'infinito schivo di ogni moltiplicazione e

se

non soccorresse una metafsica

comparazione, quale stabilisca che

sotto tutti

gli attuali distesi e attuali

movimenti

sia

una

virt o potenza di estensione e di moto sempre uguale a s stessa, cio infinita. E pi giustamente ancora stato

indagato

il

confluire

nella concezione vichiana delle cor-

renti platoniche (del platonismo della Rinascenza) e galileiane, particolarmente di queste ultime;
il

che, per altro,

non ne diminuisce

l'originalit.

Originalit, senza dubbio, di

un pensare fantasticheg-

giante e arbitrario, che per tal ragione rimase senza possibilit di

stante
dei

svolgimento e senza efficacia diretta sulla reconcezione del Vico. Al recensente del Giornale

letterati,

che chiamava quella metafisica un abbozzo,

l'autore rispondeva che era affatto compiuta:

invero, piuttostq che un abbozzo,

e,

un aborto, come aborto, compiuto.

nella Scienza nuova, oltre qualche richiamo alla negata

attribuzione del conato ai corpi, c' un solo fuggevole

ma

curioso tentativo di connessione con una metafsica geomeed l trica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata
;

dove

si

afferma che sull'ordine delle cose


si

e composte

corpulente conviene l'ordine dei numeri, che sono cose


si

civili

astratte e

purissime, e

osserva che, infatti,


le

governi

cominciano dall'uno con


ai

monarchie

familiari,

passano

pochi con

le aristocrazie,

s'inoltrano ai molti e tutti

repubbliche democratiche, e finalmente ritornano all'uno nelle monarchie civili (assolute), sicch l'umanit
nelle

XII.

LA METAFISICA

147

corre sempre dall'uno all'uno, dall'assolutismo del paterfamilias a quello del monarca illuminato.

Ma

se si se

pu
le

si

deve negar valore


le

alla

cosmologia

cui si avvichiana; e manifeste furono notate dai critici del sono volge tempo; anche innegabile il carattere che essa ha di dinami-

contradizioni e

oscurit in

smo,

in opposizione al

meccanicismo della

filosofa

contem-

poranea. L'escogitazione dei

punti metafisici, nella quale

Dio appare il gran geometra che conoscendo fa e facendo conosce le cose dell'universo, come il simbolo della necessit di risolvere la natura in termini idealistici.

Un Vico

un Vico agnostico, perfino un Vico immaginoso inventore di romanzi cosmologici e tsici, si trova qua e l; ma un Vico materialista non si trova in nessuna
teologizzante,

parte dell'opera sua.

Anche questa non ardita metafisica dest sospetto di panteismo, bench l'autore insistesse nella dottrina teologica *che il fare di Dio si converte ab intra col generato
e ab extra col fatto, e che perci
il

mondo

creato in

tempo; che l'anima umana,

la quale, specchio della divina, pensa l'infinito e l'eterno, non terminata da corpo e quindi neppure da tempo, e perci immortale e che in
;

qual modo

l'infinito sia disceso


si

nelle cose finite, ci, se

anche Dio l'insegnasse, non

potrebbe

intendere dalle
ri-

l'uomo. Comunque, egli stim necessario chiudere

sposte ai suoi critici col raccogliere le proposizioni che dimostravano il suo ortodossismo, e ribadire che essendo

Dio altrimente sostanza e altrimente


gion d'essere o l'essenza essendo
le

le creature, e

la ra-

propria della sostanza,

sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono diverse


.

e distinte dalla sostanza di Dio

La trascendenza limitava
dendogli che la conoscenza
di

la

mente del Vico


di

e,

impe-

raggiungere l'unit del reale, g'

impediva anquel

veramente completa

mondo

148

FILOSOFIA DEL VICO


ch'egli

umano,
il

aveva

cosi potentemente, con opposto prin-

cipio, rischiarato.

Ed ecco

ora perch

il il

Vico, senza negare

progresso, non poteva averne


il

concetto. E

stato

osservato che

concetto di progresso estraneo al cattolicismo e prende origine dalla riforma protestante, e che
perci il cattolico Vico doveva inibirselo. Ma altres il concetto della provvidenza immanente inconciliabile col
tuttavia il Vico lo pens profondamente. che vuol dire che non l'impulso gli mancava, ma piuttosto la possibilit di andar oltre un certo segno, dove la
cattolicismo, e
Il

sua fede sarebbe stata messa a troppo aperto sbaraglio. Il progresso, dedotto dalla provvidenza immanente e introdotto nella Scienza nuova, avrebbe accentuato la diffe-

renza nell'uniformit, il sorgere del nuovo a ogni istante, avrebbe il perpetuo arricchimento del corso a ogni ricorso
;

cangiato la storia, da un rassegnato percorrere e ripercorrere il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un dramma che ha in s la propria ragion d'essere; avrebbe
trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il pensiero dei mondi infiniti. Il Vico, all'affacciarsi di questa visione, arretra pauroso, si

ferma ostinato,

il

filosofo

sostituito in lui dal credente.

xnr
Passaggio alla storiografia

Carattere generale della storiografia vichiana

'alle D,

cose precedentemente discorse chiaro che la

parte storica della Scienza nuova non poteva configurarsi

come una

storia del genere

umano, nella quale

ai

popoli e

agl'individui fosse riconosciuto l'ufficio proprio e singolare

che ciascuno di

essi esercit nel corso degli

avvenimenti.
il

tal

uopo

il

Vico avrebbe dovuto chiudere

suo sistema

di pensiero, che in
alla

e aperto concezione religiosa e innalzare la sua divinit provvidente a divinit progrediente, determinando i corsi e i
;

un punto rimaneva spezzato

ritmo interno del progresso. Ovvero, per raggiungere nella storia, in senso diametralmente opposto, la visione dell'individualit, doveva abbandonare la sua
ricorsi
il

come

germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra provvidenza ordinaria e straordinaria, darsi totalmente in braccio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare la storia
dell'

umanit

sul disegno

che Dio aveva rivelato o percredente, egli repugnava al

metteva

d' intravvedere.

Come

primo

partito,

come

filosofo, al

secondo; onde
e

la storia

da

lui ricostruita

non poteva essere,

non

fu,

storia uni-

versale.
Per conseguenza, non fu neppure quello che si chiama filosofia della storia, se a questa denominazione si rida

150
il

FILOSOFIA DEL VICO

significato originario di
alle

una

storia

universale

(cio

che abbia l'occhio

maggiori e pi nascoste iuncturce

rerum) narrata filosoficamente (vale a dire, pi filosoficamente che non si solesse dai cronisti, dagli aneddotisti
e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali).

La confa-

troversia se al Vico o allo Herder spetti di aver fondato la


filosofia della storia,

dovrebbe francamente risolversi a

vore dello Herder, perch l'opera di costui ha quell'andamento di storia universale che manca alla Scienza

nuova; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare allo Herder precursori in buon numero, a cominciare dai profeti ebraici e dallo schema delle quattro monarchie, che
rimase non solo nel Medioevo
derni
lo

ma

ben

oltre nei

tempi mo-

schema costruttivo

della storia universale.

sar

fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della storia in

quanto storia universale non costituisce una speciale

scienza filosofica o una storia nettamente distinguibile da altre forme di storia (salvo che, per ismania di renderla

autonoma, non se ne faccia

il

mostro di una storia astratta


e

una Herder si
o di

filosofia

storicizzata);
il

quando

al

Vico o allo
la filo-

attribuisce

vanto di avere creato con

sofia della storia una

nuova scienza,

si

rivolge loro

un complimento

di dubbia lega: il quale, per ci che in concerne il Vico, stato cagione che non si particolare il valore' vero dall'opera sua. Infatti, la Scienza scorgesse

nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni , intesa come l'equivoca scienza della filosofia della storia (Philosophie de l'histoire
intitol
il

Michelet la sua riduzione

dell'opera vichiana), non ha lasciato vedere la Scienza nuova come nuova filosofia dello spirito e iniziale metafisica della mente.

francese

Il dissidio che era, nella sua concezione generale, tra scienza e credenza, riappare, nella storiografia del Vico, come divisione e opposizione tra storia degli ebrei e

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

151

storia delle genti, tra storia sacra e storia profana. La storia ebraica non and soggetta alle leggi delle altre, ebbe

un corso

tutto proprio,

si

colari, cio

con l'azione diretta

spiega con principi affatto partidi Dio. La Scienza nuova,

che nella sua parte filosofica non ne dava i principi esplicativi, non avrebbe dunque dovuto trattarne altrimenti nella sua parte storica. E tale sarebbe stato, forse, il desiderio del Vico.
si opponeva (senza parlare era di premunirsi della taccia di empiet, che non sarebbe mancata) il suo scrupolo di uomo di fede e di buona fede, che lo spingeva a cercare una

Ma

al

desiderio

del bisogno in cui egli

qualche armonia tra

le

due

storie, le quali,

per quanto

di-

vise egli le ponesse (ricordando in proposito che

anche un

cievoli

autore gentile, Tacito, chiamava gli ebrei uomini inso>), entrambe si erano svolte sulla terra e avevano

avuto reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine dell'umanit e nella sua palingenesi per opera del cristianesimo. Accadde che
il

Vico

il

l'indirizzo stesso della sua mente, evitare

quale voleva e doveva, per il racconto della

storia universale, e attenersi insieme ai soli problemi filo-

soficamente e filologicamente trattabili, non potesse esimersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal tentare

un qualche congiungimento tempo una qualche apologia


gomenti

tra le

due

storie, e in

pari

della storia sacra con gli ar-

forniti dalla scienza e dalla storia profana.


la

parte pi infelice ma altamente significante dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in contrasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua

questa

mente, che bare intatte


della

gli ebrei
le loro

avevano goduto il privilegio di sermemorie fino dal principio del mondo,


nazioni
si

qual cosa

le altre

vantavano a vuoto, e

che perci l'origine e successione certa della storia universale dovesse domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza
di connettere
i

suoi concetti circa le civilt primitive con

152

FILOSOFIA DEL VICO

la cronologia biblica, alla

con l'anno che

si

creazione

del

mondo, con

la tradizione

soleva assegnare del diluvio

universale e con quella dei giganti, di trovare (com'egli dice) la perpetuit della storia sacra con la profana , lo port a immaginare le cose pi stravaganti. Imperversato

dunque nell'anno 1656


i

dalla

creazione

il

diluvio, e

No, mentre gli ebrei iniziano o prosestoria con Abramo e gli altri patriarla loro sacra guono e con le chi, poi leggi date da Dio a Mos, tutti i restanti
separatisi
figli di
i camiti e giapetici, i primi pi tardi e per minor tempo, i secondi e i terzi pi presto e per tempo pi lungo, caddero nello stato ferino ed errarono per la terra, be-

semiti e

stioni stupidi e feroci.

E laddove

gli

ebrei, sottomessi al

governo teocratico, severamente educati e praticanti le abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle
altre razze, senza disciplina

n morale n

fisica,

travol-

gendosi
sali

nel

fango, nello sterco e nell'urina e assorbendo


(cosi

nitrici

come

di sterco e di urina la terra

s'in-

feconda) crebbero in corpi mostruosi e giganteschi. Cento anni pei semiti e dugento per le altre due razze dur lo stato ferino; fino a quando la terra, che
era rimasta a lungo inzuppata dall'umidore del diluvio universale, asciugandosi mand fuori esalazioni secche o materie

grassa e diventa

ignite

in

aria a ingenerare
e

fulmini. Coi

fulmini,

come gi sappiamo,
che Giove,
la
si

con

la mitologia del cielo

fulminante

sveglia nei bestioni la coscienza di Dio e


s,

coscienza di

onde diventano uomini. Si apre

cosi

l'et degli di, che socialmente quella delle monarchie familiari dove il padre re e sacerdote e nel corso della

quale
e
i

si viene costituendo il sistema delle deit maggiori, giganti merc le spaventose religioni e l'educazione

domestica che

doma

la loro

carne e sviluppa in essi

l'ele-

mento

spirituale, e

merc

le

lavande, degradano via via


gli

alla giusta corporatura

quale hanno

uomini che

s'

in-

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA


et eroica.

153
Tale,

contrailo agli inizi della susseguente

indicata per sommi capi, la bizzarra costruzione, fatta dal Vico, dei cominciamenti della storia umana sulla terra,

messi in armonia coi racconti della storia sacra; e di essa si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse guardato al

dramma che

vi sotto, alla tormentosa coscienza del cre-

dente che, lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle stravaganze. Con le quali, a ogni modo, il Vico valicava
sopra una serie di sassi vacillanti
esalazioni
(il

diluvio,

giganti, le

raggiungeva

secche) la fiumana della tradizione religiosa e il terreno sodo della storia critica, dove scoil

priva altres

spirito, la ferinit.

primo appoggio della sua filosofia dello da osservare inoltre che il rapporto

con

la

storia

ebraica

la

sola

che a

lui

s'

imponesse

come storia vera e propria, cio come un unicum, sebbene in modo miracoloso, affatto individuato gli sugger i

rari

accenni

che

s'

incontrano nei suoi

scritti

ad asse-

gnare
i

ai vari popoli

uno speciale

ufficio o

missione; onde

gli parve talvolta che gli ebrei rappresentassero la mens,

caldei la ratio e

giapetici la pliantasia.

Parallelamente a questa storia fantastica dei cominciamenti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi di
apologetica biblica.
Il

Vico non tralascia

di arrecare
i

prove

che dovrebbero profanamente confermare


rebbero
il

racconti della

storia sacra. Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sai

simiglianti racconti dei greci e di altri popoli;

governo teocratico, del quale nessuna storia profana ha


i

notizia precisa e oscuramente vi alludono


favole,
si
il

poeti nelle loro

e dopo

riscontrerebbe nel governo degli ebrei innanzi diluvio gli ebrei avrebbero ignorato la divi;

nazione, perch vivevano in diretti rapporti col vero Dio, laddove i caldei ebbero la magia o divinazione secondo i

moti degli astri e

popoli di

Europa quella per

auspici.

Si sente in tutto ci, senza dubbio, qualcosa di voluto,

un

154

FILOSOFIA DEL VICO

voler vedere o un voler non vedere, un darsi sulla voce,

un

eccitarsi alla persuasione;

come

consueto, del resto,

in molti credenti colti e scientificamente

educati.

Il

Vico

scriver perfino
delle

una

volta, nell'esporre la genesi


i

storica

forme grammaticali e nell'asserire che

verbi comin-

ciarono dagli imperativi e cio dai comandi monosillabici che i padri davano a mogli, figliuoli e famoli (es, sta, i, da,
fac ecc.), che da ci si ricava un'indiretta dimostrazione della verit del cristianesimo, perch in ebraico la terza

persona singola e maschile del perfetto rappresentata dalla nuda radice senza alcun segno flessivo prova evi:

dente che

i patriarchi dovettero dare gli ordini nelle loro famiglie a nome di un sol Dio (Deus dixit). Questo, a suo parere, era un fulmine da atterrare tutti gli scrittori

che hanno oppinato gli ebrei essere stati una colonia uscita da Egitto, quando, dall' incominciar a formarsi, la lingua
ebraica ebbe incominciamento da un solo Dio
mini, a dir vero, che invece di fulminare
i

Sono

ful-

miscredenti,

illuminano la povert degli argomenti sui quali l'apologetica si appoggia anche in un uomo come il Vico; e, oggettivamente considerando, la divisione introdotta per iscru-

polo religioso tra storia sacra e storia profana, col conse-

guente trattamento critico di questa e dommatico di quella, e con le conseguenti strane ipotesi e difese, faceva e fa pensare irresistibilmente che il sottrarsi della storia sacra
alla

scienza

umana provenga non dall'impotenza

della

ma dall'impotenza della storia sacra, cio, dall'impotenza a serbarsi inalterata nella scienza; sicch di rado uno scrupolo religioso fu di tanto pericolo alla
scienza umana,

causa della religione. Ma il Vico aveva troppo genuino e rigoroso senso scientifico

da mettersi a
il

fare, e

per giunta a contraggenio,

il

Selden o

Bossuet;

onde l'armonizzamento con

la storia

sacra o l'apologetica rimangono in lui episodi, dai quali

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

155

si

pu prescindere.
il

poich, d'altra parte, gli era vietato

di profanare del tutto la filosofia e la storia, e di rappre-

sentare

del progresso,
l'aspetto

movimento storico complessivo in base al criterio non gli restava se non guardare i fatti dalche la sua filosofia gli concedeva libero:

quello dei corsi e ricorsi, dell'eterno processo e delle eterne fasi dello spirito. Qui era la sua forza, qui poteva

riconoscere

il

carattere

specifico,

se

non

propriamente

quello individuale, di leggi, costumi, poesie, favole, d'intere formazioni sociali e culturali che erano state fraintese
dalla storiografia fino ai suoi tempi.
egli,

per questa ragione

anzich narrare la storia,

doveva restringersi a met-

tere in luce gli aspetti comuni di certi gruppi di fatti, appartenenti a tempi e nazioni varie. Nella Scienza nuova
si

ha (egli dice) tutta spiegata la storia, non gi particolare ed in tempo delle leggi e dei fatti de' romani e de' greci, ma sull'identit in sostanza d'in-

tendere

diversit dei modi lor di spiegarsi

arrecheranno (dice ancora in altra occasione) i fatti a modo di esempli perch s'intendano in ragion di prinSi cipi

imperocch vedere avverati i principi nella quasi innumerabile folla delle conseguenze, egli si dee aspettare da altre opere che da noi o gi se ne son date fuori o gi

sono alla mano per uscire

alla luce delle

come sappiamo,

in quella

Scienza

si

stampe . Ossia, ha da una parte una

una descrittiva empirica, storicamente esemplificata, nella quale i romani non stanno come romani, ma in ci che hanno di comune coi greci o mafilosofia e dall'altra

gari coi giapponesi la storia di Roma sotto i re o ai primi tempi della repubblica spiega le sue affinit con quella dei
;

primi secoli del Medioevo; e

Omero non

sta

come Omero,

ma come

secoli, ritrova e

esempio della poesia primitiva e, attraverso i abbraccia il suo fratello, Dante. Forza e

limite insieme, perch la storia

non consiste

di certo, essen-

156

FILOSOFIA DEL VICO


;

ma senza la percezione somiglianze come si giungerebbe a fissare le differenze? Dante non Omero, i baroni non sono i patres r l'ateniese Solone non il romano Publilio Filone, il feuzialmente, in queste somiglianze
delle

dalismo dell'et carolingia e in genere medievale non la costituzione sociale delle et primitive di Grecia e di Roma;

ma

Omero che non

certamente, per taluni rispetti, Dante pi vicino a al Petrarca, i baroni della prima epoca

pi prossimi ai patres che non alla posteriore nobilt di corte, Solone somiglia pi a un tribuno o a un dittatore romano che a qualche altro dei sette savi coi quali suole

andare congiunto, il feudalismo medievale si rischiara col ravvicinamento alle societ fondate sull'economia agraria.
Notare queste somiglianze significa negare o rigettare indietro altre pi superficiali e aprire la via alla conoscenza
dell' individualit,
si

trova la verit piena.

indicando la regione approssimativa dove Il Vico, piuttosto che narrare e

rappresentare, classifica; ma c' classificazione e classificazione: quella che si fa a servigio di un pensiero superficiale e quella che si fa a servigio di un pensiero profondo.

la parte storica della Scienza nuova una grande sostituzione di classificazioni superficiali con classificazioni pro-

fonde.

In questo mbito, dov' la forza della storiografia vichiana, le deficienze e gli errori provengono non dal d
fuori dei limiti
tracciati,

ma

da cagioni operanti dentro


ai

quei limiti stessi.


riali

stato

allegato, in discolpa del Vico,

che gran parte dei suoi errori sono da attribuire


scarsi
e
insufficienti

mate-

dei

quali egli disponeva;

ma

scarsi e insufficienti rispetto alla nostra

brama

di sapere

sono, sempre,
storico

materiali

di studio, e nel

giudicare uno

non pu essere questione

di ci, si del

modo cauto

o incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone. Ancora stato detto che il Vico ebbe i difetti del suo tempo;

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

157

qui

si

dimenticato

che egli nasceva nel secolo nel

quale

si

era svolta la criticissima filologia di Giuseppe Sca-

ligero e di tutta la scuola olandese, e Che suoi

contempoIl

ranei furono in Italia lo Zeno,

il

Maffei e
gi,

il

Muratori.

vero che
minazioni

la

forma mentale da noi


la

descritta, del Vico,

come turbava
della

pura trattazione
scienza
storica

filosofica

con

le

detercosi

empirica e dei dati

storici,

turbava

la

ricerca

col miscuglio della

filosofia e

della scienza empirica. 11 Vico era in uno stato come di ebrezza: confondendo categorie e fatti, si sentiva molto spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli avrebbero detto e

non

li

lasciava parlare e subito metteva loro in bocca la

sua risposta.

Una

frequente illusione

gli

faceva ravvisare

non ne avevano alcuno; gli mutava combinazione in certezza gli faceva leggere ogni ipotetica negli autori, invece delle parole esistenti, altre non mai scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene aveva interapporti tra cose che
;

riormente

pronunziate e proiettate negli scritti altrui.. L'esattezza gli era impossibile, e in quella sua eccitazione ed esaltazione di spirito, quasi la disprezzava; perch, infatti, dieci, venti, cento errori particolari che cosa avreb-

bero

tolto

alla

verit sostanziale? L'esattezza, la

dili-

genza

(egli dice)

dee perdersi nel lavorare d'intorno

ad argomenti e' hanno della grandezza, perocch ella una minuta e, perch minuta, anco tarda virt. . Etimologie immaginose, interpetrazioni mitologiche arrischiate e infondate, scambi di nomi e tempi, esagerazioni di fatti, citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle sue pagine

e molte se ne possono vedere notate nella della seconda Scienza nuova, curata dal

bella

edizione

Nicolini, e qualdi

cuna ne noteremo via via anche noi a mo'

saggio,

ma

continuo sulla voce, e qualche volta rettificando tacitamente le sue citazioni. Sicch,

guardandoci dal dargli

di

come parlando

della sua filosofia

abbiamo osservato che

il

158

FILOSOFIA DEL VICO

Vico non era ingegno acuto, cosi, parlando della sua stodobbiamo ora dire che egli non era ingegno critico. Ma come, negandogli col l'acume in piccolo, gli
riografia,

riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondit, cosi anche qui dobbiamo aggiungere che, se il Vico mancava di senso critico in piccolo, abbondava di quello
in

grande. Negligente,
scopre
il

cervellotico, affastellato

nei par-

ticolari; circospetto,
ziali;

logico, penetrativo

nei punti essen-

fianco, e

talora

tutta

la

persona

ai colpi

meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed atto a ispirare reverenza a ogni critico e storico, per
del
pili

grande che

sia.

se

tutto preso dalle sue geniali scoperte, molte volte

spaziando sempre negli universali e non die


die agio e

tempo

tempo e non

campo

alla

sua forza in-

dagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia invent miti e intess romanzi dove poi lasci che quella
;

forza liberamente

si

spiegasse,

compi anche nel campo


di venire

della storia cose mirabili,

come c'industrieremo
le

mostrando nei capitoli che seguono.

Ma
mune

passare a rassegna

interpetrazioni
si

storiche vi-

chiane* per confrontarle,

come da molti

fatto ed co-

vezzo, con quelle della storiografia odierna e lodarle o censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; perch, dove c' accordo tra
i

due termini del confronto,

l'ac-

cordo potrebbe essere fortuito, e, dove c' divergenza, la dottrina recente potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o

conseguenza del tentativo antico, e, a ogni modo, lo stato odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso una 9 misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo (oltreche ch superiore alle nostre forze) ripigliare tutti i problemi il Vico tratt e tocc per esaminare quel che' di vero o di falso fosse nelle sue conclusioni, perch tanto varrebbe

scrivere
stri

una terza Scienza nuova, meglio conforme

ai

no-

tempi.

noi spetta indicare soltanto

principali pr-

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

159

blemi storici che egli si propose, riassumere le soluzioni che ne diede, e avere l'occhio sempre allo stato della
scienza non gi
ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per determinare quali progressi si debbano al Vico nella sto-

ria degli studi storici.

XIV
Nuovi canoni
PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO E FAVOLOSO

L
me

.1

periodo storiografico, che precedette

il

Vico, fu, co-

s' detto, tutt'altro che di credulit e di acrisia. Trai

scorsi da

un pezzo erano cronache del mondo e

tempi

in cui si

compilavano

le

si

accoglieva ogni favola e ogni

pi grossolana falsificazione come storia: i semi sparsi da alcuni umanisti avevano portato i loro frutti negli eruditi
italiani, nella scuola giuridica francese, nella gi ricordata

scaligeriana, in tutti

logi, topografi e geografi,

grandi cronologi, epigrafisti, archeoche ordinarono nel secolo deci-

mosettimo
la

le

prime e

colossali raccolte critiche di fonti per

storia

dell'antichit. Anzi, nel


e

tempo

stesso
i

che
loro
si

fi-

lologi

andavano correggendo
e

perfezionando

medif-

todi

sfatavano

imposture e riempivano lacune,


storico

fondeva, per
ticismo, o

effetto della filosofia intellettualistica, lo scet-

pirronismo

come anche era chiamato,

col Bayle, col Fontenelle, col Saint-Evremond e altri molti,

precursori di quella polemica contro la verit e l'utilit della storia, che doveva diventare cosi vivace nel secolo

seguente.

Quest'ultimo indirizzo era, piuttosto che critico, ipercritico,

mettendo capo
La

alla distruzione della storia in ge-

B. Ckocjo,

filosofia

di Giambattista Vico.

11

162

FILOSOFIA DEL VICO

nere; e poich lo scetticismo storico rivesti assai spesso il carattere di paradosso a uso della societ elegante e dei
belli spiriti, la sai scarsa, o, tutt'al pi, valse
(di

sua efficacia sul progresso degli studi fu asa provocare vigorose reazioni una delle quali fu rappresentante il Vico) a favore
tradizione
e
dell'autorit.

della

Giova invece notare

le

deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei


filologi

e antiquari:

quali restituivano

testi,

svelavano

falsificazioni, ricostruivano serie di sovrani e di magistrati,

raddrizzavano

la

leggende; ma, sia per


diti e filologi, sia

cronologia, contestavano perfino alcune la mentalit consueta dei puri eru-

per l'ambiente generale della cultura di vivendo quel secolo, pur sempre a contatto dell'antico e del primitivo, non sentivano punto, e non facevano sentire, l'antico e
il

primitivo. Fortissimi nei particolari, erano

deboli nelle cose essenziali.


geniali
polari,
si

Anche quando alcuno

dei pi

accorgeva, per es., dell'importanza dei canti podi trasmissione storica in

tempi in cui mancava o era rarissimo l'uso della scrittura, da queste e simili osservazioni non riceveva tale scossa da esserne spinto

mezzo

a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita

come accadde invece al Vico, il quale, quasi a un tempo, intese la forma filosofica del certo e i due
primitiva,
nella storia reale:

periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano il periodo oscuro e quello favoloso.

Anch'egli moveva da una sorta di scetticismo, scetticismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle nazioni
circa l'indole e
batterli,
i

fatti dell'antichit

;.

e statuiva, nel

com-

degnit , che paiono ispiBacone, di cui offrono come l'analogo nel campo della ricerca storica. Il Vico metteva in guardia in primo luogo contro le magnifiche opinioni che si erano avute fino ai suoi tempi intorno alla lontanissiserie di canoni o
rati agli idola del

una

ma

sconosciuta antichit: ingenua

illusione

di

cui

XIV. CANONI

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO


che l'uomo, allorch
tale
si

163

trovava

la sorgente in ci

rovescia

nell'ignoranza, fa di s regola dell'universo (e qui

vicina l'analogia col Bacone, perch


glia per l'appunto alla classe degli

pi enunciato somi

idola tribus

in cui la

mente

fa di s regola delle cose, ex analogia hominis,

non

ex analogia universi). Sopra la medesima osservazione si fonda il detto che fama crescit eundo , e il tacitiano
:

omne ignotum pr magnifico


i

est

Donde
civili.

il

vezzo d' in-

terpetrare

costumi antichi con l'aspettazione di trovarli

simili o migliori di quelli

moderni e

Cosi Cicerone,

per dine degli antichi

un trasporto
di guerra;

di fantasia

ammirava la mansueturomani, che chiamavano ospite il


la cosa

nemico

non avvedendosi che

stava pro-

prio al rovescio e che gli ospiti erano hostes , stranieri e nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga

usare umanit verso gli schiavi, ricordava che i padroni erano detti in antico padri di famiglia quasi che i
:

patresfamilias non fossero stati disumanissimi, nonch contro gli schiavi e famoli, contro i medesimi loro figliuoli,

adeguati ai famoli. E per lo stesso pregiudizio il Grozio (che veramente il Vico scambia qui col suo esegeta Gronovio e di costui fraintende le parole), volendo dimostrare
la

di leggi barbariche, nelle quali l'omicidio era punito


la

mitezza degli antichi germani, recava un gran numero con

multa

di

quanto
rustici,

fosse

pochi danari: documento, per contrario, di tenuto a vile il sangue dei poveri vassalli
gli

che erano per l'appunto

homnes

di

cui

parlavano quelle leggi. In secondo luogo, ammoniva di non prestare fede alla boria delle nazioni, che (come avrebbe osservato Diodoro siculo) tutte sia greche sia barbare caldei, sciti, si vantarono di avere, ciascuna prima delle egizi, cinesi

altre,

fondata l'umanit, ritrovati


le loro

comodi della vita


del

e ser-

bate

memorie

fin dalle origini

mondo. Ciascuna

164
di esse,

FILOSOFIA DEL VICO

mercio con

non avendo per molte migliaia d'anni avuto comle altre onde potesse accomunare le notizie, buio della sua cronologia, simile a un uomo che, nel fu, dormendo in una stanza piccolissima, nell'errore delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quanto con le mani la toccher poi. Chi prenda quei sognati vanti per notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra tante
nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, offrentisi a gara come primitive.

Con

la

boria
i

delle

nazioni

il

Vico metteva la boria

quali ci che essi sanno vogliono che sia antico quanto il mondo; e perci si compiacciono nell' immaginare una inarrivabile riposta sapienza degli antichi,

dei dotti,

che coincide poi per l'appunto, mirabilmente, con le opinioni professate da ciascuno di quei dotti e da essi ammantate di antichit per

zione. In tale errore

imporne pili solennemente l'accettacadde non solo Platone, specialmente

nelle ricerche del Cratilo,

ma

quasi tutti gli storici, antilo stesso

chi

moderni: vi era caduto

Vico (che pot,

dunque, studiarlo assai bene in s medesimo), quando nel De antiquissima aveva creduto di trovare nelle etimologie
dei vocaboli latini le prove di una metafisica italiana perfettamente concorde con quella sua propria della conver-

sione tra

verum

factum

e dei punti

metafisici.

Ai quali tre pregiudizi, e pi strettamente alla boria dei dotti, va di sguito il quarto che ora si chiamerebbe delle fonti o degli influssi di cultura , e che il
Vico .sarcasticamente designava come quello della successione delle scuole per le nazioni. Secondo tale dottrina, Zoroastro, per es.,

avrebbe

istruito

Beroso per

la Cal-

dea, Beroso a sua volta Mercurio Trismegisto per l'Egitto, Mercurio Atlante legislatore dell'Etiopia, Atlante Orfeo

missionario della Tracia, e finalmente Orfeo avrebbe fer-

mato

la

sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi, e agevoli,

XIV. CANONI
in verit, a quelle

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

1G5

stato selvaggio,

prime nazioni che, appena uscite dallo vivevano appollaiate sulle montagne in siti
alle loro

poco accessibili, sconosciute

medesime confinanti!

questi lunghi viaggi avrebbero, avuto per oggetto di diffondere invenzioni, che ciascuna nazione poteva fare senz'altro da s, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli

per guerre e trattati, si ritrovarono simili, fu perch contenevano un motivo comune di vero e nascevano dalle me-

desime necessit umane. C'era bisogno di supporre l'efficacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul romano,

come usavano
il

pareggiatori

delle

leggi
si

trattatisti

del diritto comparato, per ispiegare

come

fosse formato
e in

diritto, riconosciuto in Palestina, in

Atene

Roma,

ladro di notte? C'era bisogno che Pitagora andasse diffondendo la dottrina della trasmigrazione delle
di

uccidere

il

anime, che Restava


rati

si
il

ritrova perfino in India?

come
noi

pregiudizio circa gli storici antichi consideinformatissimi dei tempi primitivi, i quali, inorigini, seppero
il

vece, nel racconto delle


di

posteri. Per la storia greca, credeva di leggere, in Tucidide meglio


i

quanto o meno Vico leggeva, o la confessione che

greci, fino alla generazione a questo storico precedente,

non conoscevano nulla della propria antichit; e osservava altres che gli storici greci solo al tempo di Senofonte cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle cose persiane. La storia romana si soleva principiarla da

Roma; ma con Roma certamente non nacque


;

il

mondo,

la

quale fu una citt nuova fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli pi antichi nel Lazio e per Roma stessa Tito Livio dichiara di non entrare mallevadore della
verit dei fatti concernenti
e a proposito della
i primi secoli di quella storia, seconda guerra cartaginese, di cui . in grado di scrivere con pi verit, ingenuamente confessa di non sapere da qual parte Annibale fece il suo

166

FILOSOFIA DEL VICO


e

grande
eozie o

dalle

memorabile passaggio appennine. Tanto

in
gli

Italia, se

dalle Alpi

storici antichi

erano

bene informati!
Per questi e altrettali motivi di scetticismo, tutto quanto narrava dei greci fino al tempo di Erodoto e dei romani seconda guerra cartaginese parve
al

si

fino alla

Vico tutto
si

incertissimo:

un

territorio quasi res nullius,

ove

poteva

entrare col diritto del primo occupante. Egli vi entrava armato dei canoni positivi che nascevano accanto, anzi dal

grembo
se
il

di

quelli

negativi, che

abbiamo

riferiti.

Perch,

negava fede agli storici lontani dai tempi e dei fatti che raccontavano, se screditava le vanteluoghi
rie nazionali, se
dotti,

Vico

svelava

le illusioni e le

ciarlatanerie dei

non rimaneva pago per


;

struzione

a quest'opera di die al posto del vecchio e malfido cacciato via


altro
il

badava a
giore
quali

sostituire

resistenza,

cio

nuovo di migliore qualit e di magun complesso di metodi merc i

era dato

procacciarsi

nuovi documenti con

lo

studiare meglio quelli gi posseduti. Ogni avanzamento nelle conoscenze storiche non si effettua, in verit,
in altra guisa che con questo ritorno dal racconto ricevuto
al

documento
Il

sottostante, col quale solamente dato conil

fermare, rettificare e arricchire


egli schiude per la

racconto.

primo metodo che il Vico addita, la prima fonte che conoscenza delle societ antichissime,

l'etimologia delle lingue, che si soleva esercitare ai suoi tempi in modo affatto arbitrario, col raffrontare i suoni di

qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali somiglianze, inferendone la derivazione di un vocabolo da una
lingua
o
dall'altra, dal

latino, dal

greco o dall'ebraico.

Ma

affinch l'etimologizzare sia fruttuoso, bisogna


le

non

di-

lingue sono i testimoni pi gravi dei popoli, che si celebrarono antichi costumi degli al tempo in cui si formarono esse lingue e illuminare per-

menticare che

XIV. CANONI
ci,

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO


le

167

perpetuamente,

le lingue. Cosi le nel bel mezzo di


1'

lingue coi costumi e i costumi con etimologie dei vocaboli astratti ci portano

una

societ affatto contadinesca, perch

intelligere ,

per

es.,

richiama

il

legere
il

o raccogliere
disserere

campi (donde legumina ); , lo e la delle espressioni inmaggior parte spargere semenze;


i

frutti dei

torno a cose inanimate

si

svelano trasporti dal corpo

umano
come

e dalle sue

parti

dagli

umani

sensi e passioni,

bocca

per ogni apertura,

fronte e spalle

per orlo di vaso, avanti e dietro, e simili. Il Vico per

labbro

vagheggi un etimologico comune a tutte le lingue native, composto di radici monosillabiche e in gran parte onomatopeiche;

un
le

altro delle voci di origine straniera, introdotte

dopo che
apparisse

nazioni
la

si

furono conosciute tra loro; un terzo,


fatti o cose,

universale, per

scienza del diritto delle genti, dal quale

guardati con diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto diversi vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni
gli stessi

come

uomini,

a
le

tutte le

nazioni, che, spiegando


e le

le idee

uniformi circa

sostanze

modificazioni

diverse che le nazioni ebutisiti,

bero nel pensare intorno alle stesse necessit umane o lit comuni a tutte, secondo la diversit dei loro
cieli,

nature

costumi, narrasse le origini

delle diverse

lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale

comune.

La seconda

fonte, schiusa dal Vico, l'interpetrazione

dei miti o favole, che, conforme alla sua dottrina, non

erano allegorie, invenzioni

imposture,

ina

la

scienza
il

stessa dei popoli primitivi. Nel Diritto universale

Vico

distinse quattro sensi pei quali gli di passarono:

dapprima

significando cose naturali, Giove il cielo, Diana le acque perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il mare,

e cosi via; poi, cose umane naturali, per es. Vulcano il fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati; in terzo

163
luogo,
cielo,
fatti

FILOSOFIA DEL VICO


sociali;

fintanto

che,

in

ultimo, salirono al

furono assunti agli

astri, e le

cose terrene e

umane

vennero divise dalle divine.

Ma

nelle

due Scienze nuove

mise in rilievo quasi esclusivamente il terzo significato, quello sociale, che divent per lui l'originario; perch (sembra che egli pensasse) le prime nazioni erano troppo
intente a s stesse, troppo
ficile vita,

immerse nella loro dura

e dif-

da speculare astraendo dalle cose


classe,
i

sociali.

Cosi

nei miti egli trov riflesse le istituzioni, le scoperte, le divisioni sociali, le lotte di

viaggi, le

guerre, dei

il popoli primitivi. Vico fu alieno dalle interpetrazioni naturalistiche o filosofiche; e il Conosci te stesso , attribuito all'antico savio,

Anche

pei tempi abbastanza progrediti

parve nient'altro che un monito alla plebe ateniese perch conoscesse le proprie forze, trasportato dipoi a sensi
gli

questa ermeneutica sociale, un altro principio assai importante egli stabilisce: vale a dire che i significati galanti, lubrici e osceni delle favole fumetafisici e morali. Oltre

rono

tutti
i

trarono

intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpecostumi antichi sui propri o presero a giustifi-

care le proprie lascivie con l'immaginare che gli di ne avessero dato l'esempio. Onde si ebbero Giove adultero,

Giunone nemica a morte della virt degli Ercoli, la casta Diana che sollecita gli abbracciamenti degli addormentati
Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche donzelle, Marte che come se non bastasse commettere adulli trasporta fin dentro il mare con Venere, peggio ancora, gli amori di Giove con Ganimede e dello stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte

teri in terra
e,

a sciogliere il freno al vizio, come per l'appunto accadde nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella
loro

forma

significato

originari le favole furono

tutte

severe e austere, degne di fondatori di nazioni; e, per es., Apollo che insegue Dafne alludeva agl'indovini o uspici

XIV. CANONI

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

169

delle nozze, che perseguitavano per le selve le donne ancora in preda ai concubiti vagabondi e nefar; Venere, che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di

matrimoni solenni;
i

gli

eroi, figliuoli di

gi e solenni, celebrate con la volont di Giove che

frutti degli adulteri,

ma

gli eroi nati

Giove, non erano da nozze certe


si

rive-

lava negli auspici.

Omnia
i

intenda

mundis

et

immunda im-

picchi delle montagne non potevano da alcove e postriboli. produrre immagini Oltre queste due ricche fonti delle lingue e dei miti, il Vico ne menziona e adopera una terza, che chiama dei
le

mundis:

selve e

grandi frantumi dell'antichit bate da storici e da poeti: per


<

cio delle

memorie

ser-

es., la

tradizione egiziana
degli

delle

tre

et degli

di, degli

eroi e

uomini; quei
lin-

quattro o cinque vocaboli che

Omero
postilla

attribuisce alla
il

gua degli di

(ossia,

come

Vico, di eroi ansi

tichissimi); quegli elenchi di

nomi che

trovano in san-

t'Agostino e il Vico con altri attribuiva a Varrone e che si riferivano ciascuno ad altrettante bisogne della vita naturale, morale, di

economica e

civile dei

Romolo, che Livio definisce


,

primi tempi il luco vetus urbes condentium con;

silum

e alcuni altri pochi aurei detti, luoghi d'oro

di scrittori antichi.

Frantumi finora

inutili

alla

scienza,

perch erano giaciuti squallidi, tronchi e slogati, ma che, tersi, composti e allogati, arrecano grandi lumi. N (quan-

tunque poco il Vico se ne valga e non vi ha troppa pratica) trascura

si

veda

in

fondo
i

che

menti architettonici o

scultori,

monudichiarando che come del


egli di notare
le

tempo

storico

documenti pi accertati sono

pubbli-

che medaglie ossia le monete, cosi per il periodo favoloso e oscuro sono da tenere in luogo di esse alcuni
vestigi
restati

in

marmi

che provano

gli

antichi co-

stumi: quali le piramidi egiziane descritte di geroglifici e altri frantumi di antichit, che si trovano da per tutto,

170

FILOSOFIA DEL VICO


siffatti

con

caratteri di corpi scolpiti.

degno

di nota poi

come

gli accada perfino di dare esempio di ragionamenti fondati sopra osservazioni di tecnica e conducenti a con-

clusioni di preistoria;

come

dove dice che una prima

et del genere umano contrassegnata dal mangiare carni arrosto, cibo il pi schietto e semplice di tutti perch non

ha bisogno d'altro che della brace; e una seconda dalle carni lesse, che, oltre del fuoco, hanno bisogno
l'acqua, del caldaio e del tripode.

et,

del-

Metodo potente d'indagine perii Vico zione, istituita tra gli svolgimenti di cui

la
si

comparaha notizia

pi intera e quelli noti imperfettamente o frammentaria-

mente, donde la ricostruzione analogica dei secondi in base ai primi: dimodoch, per es., il principio dell'eroismo, scoperto a evidenza dentro la storia romana, giova a spiegare
la storia favolosa dei greci, a supplire la

tronca de-

gli egizi e a dare luce alle

nascoste di tutte le altre na-

zioni antiche.

un popolo

all'altro,

Senza negare il fatto delle trasmissioni da il Vico ne satireggiava l'abuso e ne

le societ primitive, facendo valere in cambio quello degli svolgimenti spontanei e adoperandosi a ricostruirli col metodo comparativo. Il quale

attenuava l'importanza per

intendeva in modo assai largo, cio come da esercitare con materiale raccolto dai pi vari paesi e tempi. Per
egli

fulminante suggerisse ai primi uoricorda che gl'indigeni d'America, dio, udirono lo quando prima strepito e videro le stragi delle armi da fuoco in mano agli spagnuoli, credettero che coispiegare
*il

come

cielo

mini l'idea di un

storo

fossero di;
in

mano
i

mente

i rapsodi dei poemi omerici gli richiacantastorie che sul molo di Napoli recitano
;

poemi di Oliando e dei paladini le trasformazioni o metamorfosi cantate dai poeti antichi ravvicina alle fiabe
e delle fate che ancora le madri narrano per trattenimento ai figliuoletti bambini, o alle favole che nei

dell'orco

XIV. CANONI

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO


si

171
la

tempi del Medioevo


mitologia
del

erano sparse del mago Merlino;

focolare condotta da lui fino alle costuil

manze
padre

del ceppo che in Firenze, ai tempi del Boccaccio,


di famiglia

accendeva a capodanno sul focolare dando

incenso e spargendo vino, e di quello che la plebe napoletana brucia la sera di Natale, nonch all'uso che vigeva
altres nel

fuochi

tici

le famiglie per e tutti altri Pitone serpente serpenti migli sono messi a riscontro perfino con la biscia che i

regno di Napoli di numerare


il

milanesi accampa

dei Visconti;

geroglifici coi rbtis

de Picardie

che erano in uso nel settentrione della Francia.


cercare,
nella
filologia
al

Riuscirebbe vano

anteriore o

contemporanea, cospicui precedenti complesso di questi canoni, negativi e positivi, che il Vico stabiliva per la
storia del

tempo oscuro e favoloso


a tutto
il

perch

essi

sono troppo

intrinseci

pensiero

filosofico

di

lui

da potere

#ver avuto altra origine fuori di questo pensiero stesso. I rudi frammenti delle antiche leggi e costumanze e forinole romane, i poemi omerici, i vocaboli della lingua latina guardati con occhio sgombro cio con quella potenza che ha l'uomo di genio di vedere le cose diretta-

mente,

elaborati da

percepirli nella loro

una mente tutta disposta ad apvera indole, doverono suscitare nello


alla

spirito del Vico, rispetto

dotta

ma

incolore o

falsa-

mente colorita desima rivolta

storiografia del proprio tempo, quella


e rivoluzione, che di

me-

un secolo dopo

fu sve-

Agostino Thierry dalle pagine di poetica prosa dello Chateaubriand, ritraenti i Franchi e Faramondo coi loro gesti incomposti, con le loro rozze e
atroci armi, coi loro gridi terribili e con le loro cantilene

gliata nello spirito

da

barbari.

XV
Le societ eroiche

A, .ppunto

come

Franchi apparivano, nei compendi di


gesuitici e per le altre scuole
tutti
i

storia patria pei collegi

di

Francia, dispogliati di
dotti a sapienti

loro tratti

caratteristici, ri-

monarchi, a pie regine e a guerrieri de-

voti della Chiesa; cosi la storia antica e primitiva,


la rettorica e le

merc

ingenue idee dei letterati, si era venuta di luccicanti e falsi colori, press'a poco dei medetingendo simi coi quali allora i Lebrun o i Luca Giordano solevano
colorire
i loro pomposi e teatrali quadri storici. Re che studiavano saggi provvedimenti per giovare ai popoli e insieme non far mancare alle loro corti lo splendore che

irradia

una

fiorente

nobilt, re filosofi, di quelli che avei

vano

fatto sospirare Platone verso


i

tempi in cui

filosofi

regnavano o

r filosofavano; leali e prodi capitani, pronti

sacrificarsi per la

comune

felicit

uomini

di stato

che

compievano a bella posta viaggi d'istruzione per riportare da lontano le leggi pi ragionevoli ai loro concittadini
-aspettanti
;

buoni padri di famiglia, eccellenti madri, gio-

vinetti arditi e obbedienti, fanciulle innamorate e pudiche,

personificazione ciascuna di qualche virt, anzi di tutte le virt radunate, modelli di umana perfezione; queste le

figure che, rese sacre dalla

veneranda antichit, riempi-

174

FILOSOFIA DEL VICO


i

vano

libri e

le

fantasie. Questi

gli

eroi della storia

greca

romana;

e questa fastosa decorazione di cartone

dipinto o dorato bisognava stracciare e spazzar via per procedere a ritrovare, nel pi intimo fondo dei ricordi del

genere umano,

ratura, della vita e

veri eroi, della realt non del palcoscenico:


egoisti,

non

della lette-

gli eroi ignoranti,

duri verso le loro famiglie, spietati verso le plebi, avidi, usurai e, pur tuttavia, anzi
superstiziosi, feroci,

per effetto di questi


eroi,
tivi,

stessi loro aspri

atteggiamenti d'animo,

cio

virtuosi di quella virt che nei tempi primisola possibile, sola era necessaria: la virt

come era

della forza, della disciplina, della


ligiosit.

cupa e intransigente re-

La

falsificazione dell'eroe primitivo nell'uomo saggio e


si

virtuoso dei tempi colti


role capitali che
re,
si

assommava, per quel che

si at-

tiene alla storia politica, nel fraintendimento delle tre pa-

compendiano la costituzione dello stato: popolo, libert. Per il fraintendimento della prima credeva che la forma originaria dello stato fosse la mo-

narchia assoluta sul tipo del regno di Francia, la monarchia illuminata che si appoggia sulle forze popolari e tiene
sottomessi
i grandi, la quale , invece, prodotto tardo, anzi ultimo, della storia. In siffatto errore si era impigliato Giovanni Bodin, verso cui il Vico polemizza di preferenza.

Ma

il

Bodin, pi acuto degli

altri trattatisti di politica, si

avvolgeva in contradizioni, perch, quantunque entrato nel comune errore, pure, osservando nella sognata libert

romana antica
tell
il

gli effetti di repubblica aristocratica, punsuo sistema col distinguere tra stato e governo, e affermare che Roma, ai suoi primi tempi, -fu popolare di

stato

govern aristocraticamente; e poich neppure questo puntello bastava a sostenere il gran peso dei fatti, fini col confessare che quella repubblica fu aristocratica
si

ma

di

governo e

di stato, contradicendo cosi a

tutta la pr-

XV. LE SOCIET EROiCHE

175

vero che

pria dottrina sulla necessaria successione degli stati. Il i re di quei primi tempi non erano, a Roma,

monarchi, come non furono a Sparta n altrove. Re monarchi, ma d un tipo speciale, soggetti non ad altri che

nome di spaventose religioni col mezzo d'immanissime pene, furono i padri o patrizi o eroi solo al tempo delle monarchie familiari, quando ciascuna famia Dio, imperanti in
glia viveva

da

s.

Sorto

il

primo

stato, alleatisi cio

vari

patres familias eroi e costituito per tal modo un orcio, quello patrizio, i loro re non erano altri che uno o pi di

medesimi, semplici magistrati dell'ordine. Tantoch Roma, dopo avere in forza di una rivoluzione affatto ariessi

stocratica scacciato

Tarquin, non mut punto di stato

e serb

re nei due consoli, che erano

reges

annui

due re
testate

aristocratici, ai quali

nihil

diminutum

Lo

stesso

carattere ebbero

quicquam de regia poi due re

di Sparta, sottomessi al pari dei consoli al sindacato e che

potevano essere dannati a morte dagli efori. Come falsamente vennero creduti monarchici, falsamente altres quegli stati furono spacciati per popolari. Il
popolo, del quale a proposito di essi
si

parla,

non

solo

non
:

coincideva con la plebe, ma non la comprendeva in s popolo era il solo ordine patrizio, e libert la
sola libert dei patrizi, la

ben era detta


teresse dei

cosi,

libert signorile; la patria perch veramente res patrum , in-

soli

padri.

ridicolo

pensare che la plebe,

caterva di vilissimi giornalieri trattati come schiavi, fosse


fornita del diritto di eleggere
si
il

re, la cui elezione

padri

poi tra padri e plebe consistevano di ben altro che di pacifica

riserbassero di approvare nel senato.

Le relazioni

convivenza, scambievole fiducia e concorde cooperazione. Gli eroi, secondo una notizia che il Vico attribuisce ad
Aristotele, prestavano solenne

giuramento di essere eterni


!

nemici della plebe

ecco

il

loro spirito democratico

la

176

FILOSOFIA DEL VICO


,

romana virt

che

offre tanti e tanti

esemp gloriosi,

verso la plebe. Bruto, che consacra con due suoi figliuoli la sua casa alla libert; Sce-

nessuno ne

offre di piet

vola,

punire del fuoco la sua destra, atterrisce Porsenna; Manlio l'imperioso, che per un felice peccato di disciplina militare fa mozzare la testa al suo figliuolo
col

che

reduce da una vittoria;


cavallo nella fossa fatale

Curz, che
i
;

si

gettano armati a
si
i

Deci, che
;

la salvezza dei loro eserciti

Fabriz e

consacrano per Curi, che rifiu-

some d'oro dei sanniti e i regni di Pirro; gli Attili Regoli, che vanno a certa morte per serbare la santit romana dei giuramenti; che cosa fecero a pr della non se plebe, sempre pi angariarla nelle guerre, sempre pi profondamente sommergerla nel mare delle usure, sempre pi seppellirla nelle prigioni private dei nobili, dove i plebei erano battuti a spalle nude a guisa di vilissimi
tano
le

schiavi ?
sciato

guai a colui tra


la

gli aristocratici

che avesse
alleviare

la-

scorgere

pi piccola

voglia

di

quei

mali!

Era subito accusato ribelle e traditore e messo a morte; come accadde in Roma a Manlio capitolino, che
aveva salvato
il

Campidoglio dall'incendio dei Galli e che pur tuttavia, per le sue simpatie democratiche, fu fatto precipitare dal monte Tarpeo; e accadde in Isparta (la
citt

degli eroi di Grecia,


al

come Roma
il

fu degli

eroi del

mondo)
col,
il

magnanimo

re Agide,

Manlio capitolino di

quale, perch aveva tentato di sgravare la povera

plebe lacedemone con una legge di conto nuovo e di sollevarla con un'altra testamentaria, fu dagli efori fatto strozzare.

La celebrata
le

appressa con

nella giustizia e

romana sbalordisce chi vi si idee moderne di una virt consistente nella benevolenza verso il genere umano.

virt

Quale virt dove fu tanta superbia? quale moderazione dove tanta avarizia? quale mansuetudine dove tanta fierezza? quale giustizia dove tanta inegualit?

XV. LE SOCIET EROICHE


Allo stesso

177

modo che
verso
le

verso la plebe, durissimi proce-

proprie famiglie. L'educazione dei fanciulli era severa, aspra, crudele: gli spartani, al fine di avvezzarli a non temere dolori e morte, battevano
gli

devano

eroi

nel tempio di Diana

i loro figliuoli fino all'anima, talch sovente, convulsi dal dolore, cadevano morti sotto le bac-

chette dei padri. In Grecia come in Roma era permesso di uccidere gl'innocenti bambini di fresco nati, diversamente dai tempi moderni nei quali le delizie di che si cir-

condano

figliuoli

fanciulli

formano

la

delicatezza della

natura umana. Le mogli erano comperate con le doti eroiche (donde il costume, che rimase per solennit in Roma,
dei matrimoni
coiimptione et far re , di cui il simile viene narrato da Tacito degli antichi Germani e si deve stimare che fosse di tutti i popoli barbari) ed erano tenute per
;

sola necessit di natura, a uso di fare figliuoli,


sto, trattate

e,

del re-

come schiave

il

che

si

vede ancora in molte

parti del vecchio e quasi dappertutto nel nuovo mondo. Gli acquisti dei figliuoli, i risparmi delle mogli andavano

a esclusivo profitto dei loro padri e mariti. Rispondevano a siffatta costituzione politica e familiare
gli abiti di vita, ignari di lussi, lautezze ed agi. I giuochi erano faticosi, come lotta e corsa, per fermare le forze e gli animi; o pericolosi, come giostre e cacce di fiere,

per adusare

al

disprezzo

delle

ferite e della

morte. Le

guerre

conducevano come guerre di religione, e perci tutte atrocissime. Conseguenza di esse le schiavit eroiche, nelle quali i vinti erano tenuti uomini senza Dio, onde con
si

la libert civile

perdevano anche quella naturale. Gli


nemici
:

stra-

nieri erano

considerati
inospitali.

le

prime nazioni furono

sommamente
e Plutarco

(o,

Brigantaggio e corseggio, ammessi; veramente, Giustino) dice che gli eroi si


in

recavano a grande onore e si riputavano con l'esser chiamati ladroni .

pregio d'armi

B. Cuoce, La

filosofia

di Giambattista Vico.

12

178

FILOSOFIA DEL VICO

Era, insomma, una societ uscente immediatamente da


quell'et degli di che,
stato ferino.

come sappiamo, fu la crisi dello Usciva dalla preistoria, come si direbbe mola

dernamente, ed entrava per

prima volta nella

storia,

ritenendo assai degli anteriori costumi, di quelli che il Vico (pensando ai solitari Polifemi delle grotte) chiamava

imperi paterni ciclopici

Usciva dall'et dell'oro, dal-

l'et dell'innocenza, tanto mansueta, benigna, discreta,, comportevole e doverosa, come vogliono i dotti e i poeti, e che in realt fu tutto un fanatismo di superstizione ,

agitata dal continuo terrore della divinit, alla quale per placamento offriva vittime umane (di che si hanno tracce

presso

fenici, gli
i

sciti,

riche, e presso

romani

stessi,

germani, i popoli delle Ameche li sostituirono pi tardi

con

la

sacrificavano perfino

cerimonia del gittare fantocci di giunco nel Tevere) : i propri figliuoli, come ne serba riil

cordo, tra l'altro,

sacrificio

che Agamennone offerse

d'Ifi-

genia. Ma in quella et degli di, attraverso e per opera di questa crudele superstizione, si fondarono le grandi istituzioni
auspici,
are, e
il

umane:
i

il

culto religioso con


le

la

divinazione per

matrimoni,

sepolture. Nozze, tribunali ed


i

togliere all'etere maligno e alle fiere

corpi degli

estinti, diero alle


il

umane belve

esser pietose

come

disse

Foscolo nei Sepolcri, verseggiando per l'appunto la poi prosa del Vico. Quei ciclopi , che adunavano e con-

fondevano in s

gli uffici del re,- del sapiente (sapiente in

divinazione) e del sacerdote, avevano posto dapprima le loro sedi sulle alture dei monti, in luoghi d'aria ventilata
siti naturalmente forti, presso alle fontane perenni, dove erano nidi di aquile e di avoltoi (gli uccelli, dai quali furono tratti gli auspici). Donde l'im-

e perci sana, in

portanza dell'acqua e del fuoco, diventati simboli della famiglia; e aqua et igni si strinsero i primi matrimoni, tra coloro che avevano l'acqua e il fuoco comuni, cio ap-

XV. LE SOCIET EROICHE

179

partenevano alla stessa famiglia, sicch dovettero cominciare tra fratelli e sorelle. Et fortemente morale, codesta
dei ciclopi sebbene non quale la finsero dipoi i poeti effeminati che licesse ci che piacesse, perch a quegli uomini, storditi ad ogni gusto di nauseante riflessione '
;

pu anche oggi vedere da chi osservi il costume non piaceva se non ci che era lecito, e non era lecito se non ci che giovava. Erano giusti,
(come
si

dei contadini),

della selvatica giustizia verso

il

loro dio; temperanti, per;

ch avevano smesso
e

il

concubito ferino

forti,

industriosi

magnanimi, come

di necessit in quelle difficili e rischiose

umani

condizioni di vita. Solo pi tardi quei primi aggruppamenti si estesero alle pianure, che cominciarono a colti-

vare; e da mediterranei che erano in origine, via via scesero alle marine, e navigarono e dedussero colonie.

Le

famiglie,

le

genti

erano dunque prima

delle

citt, e le citt furono costituite dalle genti, collegate

in ordine, dalle

gentes maiores

case nobili antiche


dalle

come vennero

poi chiamate per distinguerle

altre

accolte in sguito nell'ordine (per es., ai tempi di Giunio Bruto, per riempire i vuoti del senato romano dopo la

cacciata dei re), le quali si chiamarono invece gentes minores . Ma quelle genti o famiglie avevano in s un elemento di differenziazione e di lotta. Le famiglie non erano

composte (come, pel solito errore di dare a vocaboli antichi significati moderni, si generalmente creduto) dalle sole mogli e figliuoli, ma altres dai fa moli, da coloro
perduranti pi a lungo nel divagamento ferino, finalmente, come le fiere talvolta, o pel gran freddo
che,
forti e

meno

in

o inseguite dai cacciatori, per campar la vita si riparano luoghi abitati,, avevano chiesto rifugio presso i pi forti, nelle rcche dei padri. Essi, in cambio della rice-

vuta protezione, lavoravano le terre dei padri, alle quali furono come affissi e annodati, onde si appellarono anche

180

FILOSOFIA DEL VICO


*,
.

nexi

1^

seguirono e servirono,

si

dissero

perci

clientes

La

societ dei famoli coi padri fu la seconda for-

ma

di

umano
di

consorzio, dopo quella naturale del matrimoil

nio; e costitu

particolare

alcuni tempi

consorzio feudale, che a torto si creduto barbari, cio del Medioevo,


le societ

giacch esistette in tutte


principio dei feudi

eroiche e fu l'eterno
le

onde nacquero tutte

repubbliche
et

al

mondo. Come

Tacito dice parlando dei Germani, a questi

famoli e clienti

suum principem

defendere

tueri,

sua

quoque fortla facta glorice eius adsignare, prcecipuum iuramentum erat che una delle propriet pi spiccanti dei
:

feudi. Del

resto,

non tanto

figli

degli eroi

si

distingue-

vano dai famoli quanto piuttosto visi confondevano: si distinguevano nel nome, liberi , ma si confondevano nella eguale comune obbedienza e nella mancanza di propria
personalit.

La
contro

necessit,
i

in cui si

trovarono
si

padri di garantirsi
e alla

famoli che sovente

ammutinavano, die origine


all'ordine patrizio

all'alleanza dei padri tra

loro,

Della quale citt i famoli formarono la diritti di cittadini, perch tali essi non senza prima plebe, n di matrimoni erano, solenni, perch gli auspici stavano

citt eroica.

solo presso

padri, n di testamenti, perch

testamenti

avevano

e serbarono carattere politico d'imperio.

Ed erano
le cose

perci esclusi dai comizi curiati, che si


dri sotto le

tenevano dai pain quei primi

armi e che restarono dipoi per trattare


il

sacre; sotto

quale aspetto

si

guardavano

tempi dappertutto (in Roma, come nell'Egitto o nella Germania) anche le cose profane. I re dei patrizi, che ab-

biamo detto magistrati


ticolarmente,
i

dell'ordine, furono quindi, pi par-

loro conduttori e

capitani nella resistenza


stabilit del loro or-

da opporre

ai

famoli o plebei.

Ma

gli eroi

non provvidero
resistenza,

alla

dine con la

sola

fatta di forza; e

come

essi,

XV. LE SOCIET EROICHE

181

sovrani nelle loro famiglie, quando si assoggettarono alla maggiore sovranit dell'ordine formarono una specie di

feudi nobili o armati, cosi per tenere contenti in qualche modo


i

famoli

all'obbedienza,

concessero

loro,

pur

senza accoglierli nella cittadinanza, una specie di feudo rustico. L'origine della propriet appare in tal modo tutta
diversa da quella leggiadramente poetica, secondo la quale gli uomini, ornati dalle virt del secolo d'oro quando la giustizia

dimorava

sulla terra,

prevedendo
i

disordini che sa-

rebbero potuti nascere dalla comunione,


stati benigni arbitri nel tracciare

essi stessi

sarebbero

confini dei campi, certutte fertili,

cando che ad
di

altri

non toccassero terre


altri affatto assetate,

ad

altri

tutte infeconde,

ad

ad

altri

abbondanti
filoso-

acque perenni!; e diversa

altres dall'origine

fica di

una volontaria sottomissione

ai sapienti, e infine

da quella, escogitata da
stici,

rei politici ,

la propriet dalla violenza.

La concessione dei
conservato

che fanno nascere


feudi rui

che pu
il il

dirsi la

prima legge agraria,


o

distinse

tre

domini,

bonitario o dei soli frutti concesso dai patrizi


quiritario

ai plebei,

nobile

con

le

armi

presso i padri, e l'eminente, che spettava all'ordine tutto, cio a tutto lo Stato patrizio. E perch nella ricchezza

era riposta la forza dell'ordine, le repubbliche eroiche, per serbare la ricchezza presso i nobili, si guardavano a tutto
potere dall'arricchire le plebi, e nelle guerre (ecco la ra-

gione politica della


vinti le sole

armi

e,
il
i

rilasciavano loro

clemenza romana ) toglievano ai imponendo un tributo comportevole, dominio bonitario delle terre. Per la

medesima ragione,
riva e
si

patrizi erano rattenutissimi di venire

alle guerre, nelle quali la

moltitudine dei plebei

si

agguer-

faceva pericolosa.
le leggi solo

Anche

lentamente

si

staccarono dalla forza,


il

pur ritenendone

in ogni lor parte l'impronta e


il

ricordo.

Nelle repubbliche eroiche (afferma

Vico, anzi fa affermare

182

FILOSOFIA DEL VICO


Aristotele)

da

non v'erano dapprima leggi da punire


i

le
le

offese e

ammendare

torti

privati;

onde,

mancando

leggi giudiziarie, ne veniva la necessit dei duelli e delle

rappresaglie, che perpetuavano le costumanze dell'et dell'innocenza o et degli di. La poesia e la storia ci
descrivono alcuni di questi duelli, che erano giudizi armati, come quello di Menelao e Paride sotto le mura di

Troia e quello degli Oraz e Curiaz tra Roma ed Alba. Consiglio della provvidenza divina, acciocch tra genti barbare e di cortissimo raziocinio, che non intendevano ragione, da guerre non si seminassero guerre, e il torto e il

qualche modo discriminati dal credere di avere propizi o avversi gli di, secondo la vittoria o la
diritto fossero in

sconfitta.

dizi per

Ai giudizi armati si accompagnarono e seguirono giumezzo di formole verbali, le quali per l'abito reli-

gioso degli animi

si adoperavano con iscrupolo sommo di a non alterarle pur d' una lettera {rebadando osservanza,

verborum). Orazio, che, per l'uccisione della sorella incorse nella legge horrendi carminis , non pot essere
ligio

assoluto
il

dai decemviri,
l

bench

lo tenessero

popolo qiiam iure causce . Anche piti tardi il diritto romano ritenne tanto di questi scrupoli di parole che esso appunto
porse argomento a pi commedie di Plauto, nelle quali i lenoni sono raggirati dai giovani innamorati, che li fanno trovare rei in qualche forinola di legge.
Il diritto privato rispondeva pienamente alla costituzione economica di quelle societ, che era del tutto naturale, ristretta alle cose necessarie della vita, senza uso di

'assolse (dice Livio)

innocente; e admiratione virtutis magis

danaro
poi
si

e per

il

diritto

non conosceva
la

contratti

che

dissero compiersi col solo consenso. Tutte le obblisi

gazioni

assicuravano con
le

mano,

le

prime compere

furono permutazioni,

locazioni

di case consistevano in

XV. LE SOCIET EROICHE

183

censi di suoli

enfiteusi, le societ e

da fabbricare, le locazioni dei terreni in i mandati erano ignoti.

dei primi contratti e la violenza dei primi via temperate, e diventarono simbofurono via processi liche. Come le finzioni della forza nei riti matrimoniali

La materialit

cosi, egualmente, le cerimonie della mancipazione, dell'usucapione, della rivendicazione erano state dapprima atti realmente eseguiti. La

rammentava la forza vera onde i prime femmine dentro le grotte;

giganti strascinavano le

mancipazione si compieva, come si detto, con vera mano ossia con forza effettiva (per es., nella occupazione, prima
fonte di tutti
i domini); l'usucapione si celebrava col continuo ingombramento dei corpi sopra esse cose possedute; le rivendicazioni furono duelli, e le condictiones , rappre-

saglie private. Divennero poi cerimonie o favole: la mancipazione, tradizione civile con atti e parole solenni (si

quis
ita

nexum

faciet

mancipiumque,

uti lingua nuncupassit

ius esto)] l'usucapione, possesso che


;

con l'animo

le rappresaglie,

si finge ritenersi azioni personali con la so-

lennit di denunziarle o intimarle al

debitore. Si portale

rono in piazza tante maschere quante erano


e

persone,

sotto la persona o
tutti
i

maschera

di

un padre
i

di famiglia si

nascondevano

figliuoli e tutti

servi della casa. In-

vece delle forme astratte, che ancora mancavano, si ebbero forme corporee animate: l'Eredit, per es., fu finta domina
delle robe ereditarie e
in

ogni particolare cosa ereditata


diritto indivisibile si

fu ravvisata tutta intera; l'idea del

materializzava nella gleba o zolla di terra, che si presentava al giudice con la forinola hunc fundum . Quell'antica

giurisprudenza era tutta poetica: fingeva fatti non fatti, i non fatti fatti, nati i non nati ancora, morti i viventi, i
i

morti vivi. nelle loro eredit giacenti. Introdusse tante vane

maschere senza soggetto (iura imaginaria), ragioni favoleggiate da fantasia; e le forinole, con le quali parlavano

184
le leggi,

FILOSOFIA DEL VICO

per
si

le loro circoscritte

misure di

tali e

tante pa-

role si dissero se

carmina

. I

frammenti delle dodici tavole,

bene vi

rifletta,

nella pi parte dei loro capi

vanno

a terminare in versi adoni, che sono ultimi ritagli di versi eroici; e Cicerone per imitazione inizi un paragrafo del De legibus col verso: Ad Divos adeunto caste, pietatem
adhibento
.
i

Nello stesso Cicerone


fanciulli

il

Vico riusciva a trole

vare che
delle

romani andavano cantando

leggi
;
il

dodici

tavole

tamquam

n ecessar htm

Carmen

medesimo trovava

in Eliano a proposito dei fanciulli cre-

tesi e delle leggi di

Minosse; e in altri autori, che le leggi secondo una tradizione, erano poemi della dea egiziane, Iside , e che in versi o in prosa ritmiche furono formo-

late quelle

che Licurgo diede agli spartani e Bracone agli


il

ateniesi.

Tutto

diritto
il

romano antico

fu

un

serioso

Vico dice altrove) poma quoddam poema , dramaticum romano rum , che si rappresentava dai romani
o (come
nel fro; e l'antica giurisprudenza, una severa poesia. Questa atmosfera poetica delle societ eroiche, e questo
atteggiarsi metrico dei loro linguaggi, trovano conferma in

molte testimonianze e documenti, in osservazioni e congetture di dotti, in ragguagli di viaggiatori e missionari. Gli ebraisti sono divisi d'opinione intorno all'essere composta la poesia ebraica di metri o di ritmi; ma Flavio Giuseppe, Origene, Eusebio (diceva
il

Vico, facendo sua un'af-

fermazione di san Girolamo) stanno a favore dei metri, e lo stesso san Girolamo vuole tessuta in verso eroico gran parte del Libro di Giobbe. Gli arabi, ignoranti di lettere,

conservarono

la

propria
al

lingua con

tenere a

memoria

poemi nazionali, Ano


vincie orientali
egizi
le

tempo

in

cui inondarono le Proscrissero


gli

dell'impero greco. In versi


dei

memorie

defunti

prime, loro storie i persiani e i condo Tacito) i germani e (secondo afferma Giusto Lipsio)

consegnarono le cinesi; inversi altres (se-

in versi

XV. LE SOCIET EROICHE

185

gli americani; e poich, delle due ultime nazioni, la prima non fu conosciuta se non assai tardi dai romani e la seconda dagli europei solo alla fine del secolo decimoquinto, si ha forte argomento di congetturare il medesimo per

tutte le altre nazioni barbare, antiche e


Il

moderne.
i

primo verso, che


i

si

ritrova non solo presso

greci

ma

presso gli assiri,

fenici e gli egizi, fu quello eroico;

e per la tardezza delle menti e per la difficolt della pro-

nunzia dov nascere dapprima spondaico (onde non lasci


poi

mai nell'ultima sede

dosi pi spedite le

spondeo), e solo di poi, facenmenti e le lingue, ammise il dattilo. In


lo

sguito ancora, spedendosi lingue e nienti vieppi, nacque il verso giambico (di piede presto, come dice Orazio), il di tutti alla prosa; tanto che i primi propi somigliante
satori, anteriori

Gorgia, usarono numeri quasi

poetici

ossia giambi, e di frequente la prosa scivola in questi. In

giambo fu verseggiata la tragedia, alla quale quel verso convenne per natura, perch nato per isfogare la collera
(come
di Archiloco si

narra che l'avesse ritrovato per

isfo-

anche
plo

gare la sua contro Licambe); e se del giambo si valse poi la commedia, fu per una vana osservazione d'eseme

non perch
il

esso le

fosse connaturato

come

alla

tragedia.

Oltre che per

metro,

primi linguaggi di quelle soil

ciet erano poetici perch tutto


di metafore attuose,

loro corpo

si

componeva
gli ef-

d'immagini vive,
le parti o

di somiglianze evi-

denti, di
fetti o

comparazioni acconce, di espressioni per

perle cagioni, per

per gl'interi, di ellissi

o parlari difettosi, di pleonasmi o parlari soverchi, di ono-

matopeie o imitazioni di voci a suono, di accorciamenti,


di parole congiunte, di circonlocuzioni minute, di aggiunti

individuati, di contorsioni

sintattiche e di

episodi. Tutti

modi
le

da coloro che ignoravano voci proprie o che nel parlare con altrui mancavano di
di farsi intendere, trovati

186
voci intese da
degli

FILOSOFIA DEL VICO

ambe

le parti. Gli episodi infatti

sono propri
tra-

ignoranti e delle donnicciuole, che

non sanno

scegliere delle cose ci che a essi


ci che

non appartiene

al

loro proposito

bisogna n tralasciare il parlare con;

torto naturale

effetto di chi

di spiegarsi tutto,

come

si
i

spettosi che proferiscono


i

sia impedito osservare pu negli irati e dicasi retto e obliquo e tacciono

non sappia o

verbi. Persino le singole parole di quei linguaggi recano,


loro

nella

abbondanza
il

di

dittonghi, traccia

del

cantare

onde sorse

parlare;

e cosi ricche di dittonghi rimasero

nelle lingue greca e francese, le quali

passarono rapida-

mente
la

immaturamente

dall'et spontanea alla riflessa.

Un

tesoro di forme eroiche deve offrire la lingua tedesca, con

sua ricchezza di voci composte che cosi felicemente traducono quelle greche e con la sua sintassi tanto pi raggirata della latina quanto la latina pi della greca. Se
i

dotti di essa lingua (ripete pi volte


il

il

Vico, guardando

con bramosia
sibile)

territorio della germanistica a lui inaccesle origini

attenderanno a trovarne

merc

principi

della Scienza nuova, vi faranno certamente discoperte


ravigliose.

ma-

Poetica

o,

societ, la concezione del

per dir meglio, mitica fu altres, presso quelle mondo, e poetiche le storie che

narrarono di s medesime, e cio delle loro origini e delle


loro lotte e vicende;
anzi,

come

si

visto, le loro poetile

che concezioni di storia sociale precedono


flessibilmente questo criterio,
il

loro concein-

zioni cosmologiche, fisiche e psicologiche. Applicando

Vico svolse

la

sua teogo-

nia naturale, sorta naturalmente nelle fantasie a certe occasioni di umane necessit e utilit: la genesi dei dodici di maggiori, ossia di quelli che
le citt.

le

genti maggiori

fnsero e in gran parte portarono seco allorch fondarono

Giove o
il

fulmini,

il Cielo fu, col suo parlare per cenni di datore delle prime leggi familiari; Giunone sim-

XV. LE SOCIET EROICHE

187

nozze; Diana, la castit dei connubi; Apollo, la luce civile; Vulcano, Saturno e Cibele, rispettivamente il fuoco appiccato alle selve per diradarle, la seminagione
boleggi
le

la cultura delle terre; Marte,

il

combattere eroico

pr

avis et focis ; Venere, la

bellezza civile. Alla quale Ve-

nere

celeste
le

sorse accanto

una "Venere plebea, cui


,

si attri-

buirono

colombe, non gi per significare svisceratezze

amorose,
aquile; e

ma

perch

degenere*

uccelli vili a petto delle

un duplice

parimente a Vulcano cominciarono a riflettersi


coi
famoli, alle cui

significato, patrizio e plebeo, fu dato e a Marte. Nelle dodici deit maggiori

tempestose relazioni dei padri lotte e sofferenze alludono i miti di


le

Tantalo, d'Issione e di Sisifo. Ercole (le cui dodici fatiche sono storie poetiche di dodici diverse et) in quanto lotta con Anteo carattere dei nobili delle citt eroiche,

come Anteo
nelle

dei famoli ammutinati che


citt poste sulle alture

vengono ricondotti

prime

(Anteo sollevato in aria),

vinti e annodati alla terra, e cio costretti al lavoro ser-

vile.

La

nascita della decima divinit, Minerva, esprime

l'infiacchimento o diminuzione del potere eroico, perch Vulcano plebeo (i famoli ammutinati) con una scure (stru-

mento

di

chi esercita arti servili) fende


la

Mercurio rappresenta invece


bonitario ai plebei e
dri.
il

il capo a Giove. comunicazione del dominio

mantenimento del quiritario


divinit,

ai

pa-

L'ultima delle

dodici

Nettuno, sorge nel

tempo

della discesa delle genti alle marine, e le favole di

Minosse, degli argonauti, della guerra troiana, del ritorno Europa e del toro, del Minotauro, di Perseo, di Teseo, ricordano le colonie e i corseggi.
di Ulisse, di
!a
Il mitologizzamento della storia prosegue anche dopo fondazione della citt. E, se non di propriamente, caratteri poetici sono quelli dei fondatori della civilt, di

Zoroastro o dei due Mercuri Trismegisti, di Orfeo o di Confucio. Esopo carattere dei soci o famoli degli eroi, e

188

'FILOSOFIA DEL VICO

perci fu detto brutto ossia privo di bellezza civile (honestas)', e dalla favola esopica della societ leonina traspare a maraviglia la realt del consorzio degli eroi coi
famoli, messi a parte delle fatiche

ma non

poi delle prede.

Dracone, del quale

non

altro

si

sa dalle storie

greche se

non che impose leggi severissime, simboleggia la crudelt degli eroi verso i famoli. Solone o fu un capoparte della plebe di Atene o, addirittura, un'idea degli stessi plebei
ateniesi,

considerati sotto
i

l'aspetto

delle
di
i

loro

rivendicafilosofi,

zioni. Pitagora e

pitagorici,

nonch
nobili
,

sublimi

formarono setta politica di

quali,

avendo

at-

tentato di ridurre le loro repubbliche da popolari in aristocratiche, furono tutti tagliati a pezzi. Caratteri poetici

sono, nella storia romana, Romolo, al quale


tribuite tutte le leggi intorno agli ordini;

vennero

at-

Numa,

autore di
;

quelle intorno alle cose sacre e alle divine cerimonie


Ostilio, delle

Tulio

leggi e ordinamenti di

disciplina militare;

Servio Tullio, del censo (che, contrariamente alla verit

venne supposto fondamento di repubblica popoladdove fu di aristocratica); Tarquinio Prisco, delle lare, insegne e divise; perfino il decemvirato e le dodici tavole
storica,

(intorno alle

quali

il

Vico scrisse una speciale disserta-

zione) diventarono caratteri poetici, perch a questi avve-

nimenti e personaggi furono riportate moltissime delle leggi


posteriori agguagliatrici della libert.
Cosi,

vole

e,

prendessero a elaborare le fasotto l'illusione d'interpetrarle, effettivamente ne


i

prima che

filosofi

e Platone, per es., introducesse in Giove l'idea del suo etere che scorre e penetra tutto, e altri

creassero di nuove,

in

Minerva che nasce dal capo

di

Giove vedessero

raffi-

gurata l'idea eterna di Dio generata in esso Dio, a contrasto delle idee negli uomini che sono prodotte da Dio, o nel

Caos e nell'Orco
natura e
la

la

confusione dei semi universali della

prima materia delle cose,

poeti teologi vi

XV. LE SOCIET. EROICHE

189

avevano espresso

le loro idee,

fisiche, nudrite tutte di casi

umani

poco o niente metafisiche e e politici. Il Caos dei

poeti teologi era la confusione dei semi umani nello stato dell'infame comunione delle donne: confuso perch senz'or-

dine di umanit, oscuro perch senza luce civile. L'Orco, mostro informe, divorava ogni cosa, perch gli uomini in quella comunione non avevano forme d'uomini ed erano
assorbiti dal
nulla,

non lasciando, per l'incertezza


elementi del

della

prole, nulla di s. I quattro

mondo

rispon-

devano

quattro elementi della vita sociale: l'aria dove fulminava Giove, l'acqua delle fonti perenni, il fuoco onde
ai

le selve

furono bruciate, e la terra dove si esercita il lavoro umano. L' essere e il sussistere erano concepiti il

primo come il mangiare (ancora i contadini, per dire che l'ammalato in vita, dicono che mangia !), e il
secondo come
lo

stare sui

talloni .

La compagine

del

corpo era ridotta

ai solidi e ai liquidi,

l'anima all'aria, la

generazione al conclpere o concapere , ossia prendere d'ogni intorno i corpi vicini, vincerne la resistenza
e adeguarli e conformarli alla propria natura; e tutte le

operazioni interne dell'anima,

al

capo, al petto e al cuore.

vita di quelle societ, Anguste, perch erano le idee cosmografiche. Il primo cielo non fu messo pi in su delle alture dei monti, dove i giganti videro
ristrette alla

scoppiare

fulmini; l'inferno

fosso, e soltanto a poco a

non fu pi profondo di un poco venne ampliato e profon-

dato nelle

valli, come opposte al cielo, ossia alle cime dei monti; la terra s'identificava coi confini dei campi col-

Col progresso dei tempi il cielo, oggetto di contemplazione per trarne auguri, si alz pi in su, e con esso pi in su gli di e gli eroi, i quali furono affissi ai pianeti
tivati.

e alle costellazioni,

si

ebbe cosi l'astronomia poetica.

Poetica del pari era la cronologia primitiva, nella quale gli anni erano noverati con le raccolte del frumento, come

190

FILOSOFIA DEL VICO


il

Post aliquot, mea regna, videns mirbor aristasmessis erat virgiliani, e anche l'uso odierno dei contadini toscani, che, invece di tre anni , dicono

mostrano
il

tertia

abbiamo tre volte mietuto . La conoscenza geografica non si estendeva di l dal paese abitato da ciascuna na

zione: che la ragione per la quale

popoli,

portandosi
citt e ai

in terre straniere e lontane, dettero alle

nuove

nuovi monti, colli, stretti, isole e promontori i medesimi nomi, che avevano quelli della loro patria d'origine. L'Asia
o l'India fu dapprima, pei greci, la parte orientale della Grecia stessa; l'Europa o l'Esperia, quella occidentale;
la
il

Tracia o la Scizia, la settentrionale; la Mauritania (donde Vico faceva derivare il nome di Morea), la meridionale.

Ma noi non esporremo altri particolari (e moltissimi ne abbiamo gi tralasciati), perch non nelle particolari determinazioni il pregio del quadro che il Vico dipinge dell'et eroica. Etimologie,

successione cronologica
delle

delle

interpetrazioni mitiche, genesi e deit', genesi e successione


stilistiche, tutte

forme fonetiche, metriche o

sono

contestabili

una per una,

tutte
fragili,

o quasi

poggiano su fon-

damenti eruditi alquanto


si

ma, dal loro complesso,

sprigiona una verit che va oltre le particolari affermazioni. Il loro complesso il possente sforzo di rievocare una forma di societ e di umanit vivente senza dubbio nei ricordi. e nei
bile

monumenti sopravanzati,
frammentariamente
secoli,

riconosci-

ancora qua e

del

del Vico, era stata

mondo moderno, ma che per come sepolta


che impedivano

alcune parti e ancora ai tempi


in

sotto

un cumulo d'immadi
i

gini estranee, di paradigmi

convenzionali,
di

d'ogni sorta,
genuini.

scorgerne

pregiudizi lineamenti

XVI
Omero e la poesia primitiva

'ella D

societ eroica fu poeta

Omero

e se tale egli fa,

non
le

gli

pot appartenere quella profonda saggezza, quella

squisita ed elevata moralit, quella

somma
i

perizia in tutte
scrittori

scienze e arti pi sublimi, che

filosofi e gli

antichi avevano

immaginato

di lui, e che

l'opinione

co-

mune
cora

dei letterati e critici

del

secolo decimosettimo

an-

gli attribuiva.

sarebbe stato Omero, se fosse stato filosofo; quale stolto ordinatore della greca civilt, se avesse inteso a ordinare civilt! Il suo Giove adduce

Quale stravagante

filosofo

per misura della riverenza che sua Minerva, non contenta d'avere bisognava a terra stesa Venere, percuote Marte con un sasso, Marte a sua volta la chiama mosca sfacciata, Giunone strappa il
la forza, la forza brutale,

avergli; la

rompe sulla schiena; un semferisce Venere e Marte. Gli eroi mortale, Diomede, plice Achille e Agamennone si scagliano l'un l'altro contumelie, quali ora appena userebbero i servi nelle commedie, diturcasso a Diana e glielo

cendosi

occhi di cane

cuore di cervo

e conten-

dono nel modo pi rozzo per le Briseidi e per le Criseidi. Fieri di costumi, abbandonano i cadaveri dei nemici al
pasto dei cani e corvi
;

intemperanti nel godere,

si

ubbria-

192
cano. Altezza
spirituale
si

FILOSOFIA DEL VICO


d'intelletto,

gentilezza

d'animo, equilibrio
tutti
i

cercherebbero indarno in
si

loro

atti

sentimenti. Quegli eroi

dimostrano, invece, di cortissimo

intendimento, di vastissima fantasia, di violentissime passioni, zotici, crudi, aspri, fieri, orgogliosi, diffidenti e osti-

nati

nei

propositi

e,

al

tempo
si

stesso, mobilissimi a ogni

nuovo oggetto che

presenti innanzi. Anche qui il riscontro pi calzante pu essere offerto dalla psicologia dei contadini; i quali, come giornalmente si osserva, a ogni
loro
di ragione che loro si dica, si rimettono, ma, perch deboli di raziocinio, lasciando subito sfuggire il concetto che li aveva persuasi, tornano facilmente al primo

motivo

proposito. Parimente gli eroi omerici talora, al primo detto che si odono opporre, si acquetano; tal'altra, nel bollore
della collera,
si

rimembrando a un

tratto

cosa lagrimevole,
afflitti

dileguano in amarissimi

pianti; o,

mentre sono

da somma angoscia, presentandosi loro innanzi cosa lieta (come a Ulisse la cena di Alcinoo) si dimenticano affatto di guai e tutti si sciolgono in allegria; o, infine, mentre
stanno riposati e quieti, a un'innocente parola altrui che loro non vada all'umore montano in si cieca collera da minacciare presente atroce morte a chi la proffer. Anche le virt che sono loro proprie in sommo grado, quel loro animo aperto, risentito, magnanimo e generoso, reca impresso il medesimo carattere di passionalit e d'irriflessione. L'eroe degli eroi, Achille, colui che porta seco i fati
di Troia, per
(la

una privata

offesa

quale, per grave che fosse,


la

da Agamennone non era giusto vendicare


fattagli
la nazione),
si

con

rovina della patria e di tutta

com-

piace che vadano in perdizione tutti i greci, battuti miseramente da Ettore. N si risolve a recar loro soccorso se

non per dare soddisfacimento a un suo privato dolore, di avere Ettore ucciso il suo Patroclo. E almeno foss'egli venuto in quell'estremo sdegno per passione d'amore e per

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA


la Briseicle toltagli

193

gelosia!

Ma
la

per

da Agamennone,
la terra e
il

per la quale

fa tanto fracasso

da empirne

cielo

e porgere
affetti

materia perpetua all'Ilade,


il

Achille non momenomo


senso di

stra, in tutto

corso del poema, pur un


di questi

amorosi come pi piccolo segno Menelao, che per Elena rapitagli muove Grecia tutta contro Troia, ma non mai si tormenta di gelosia perch Paride se la goda. Privo di ogni senso di umanit, Achille a
;

non d

il

Ettore che vuole patteggiare con lui la sepoltura se nell'abbattimento l'uccida, nulla riflettendo all'egualit del

grado, nulla

alla

morte che
inai gli

tutti

agguaglia,

feroce

ri-

sponde:
o

uomini patteggiarono coi leoni, Quando e ebbero uniformit di voleri? ; e lupi gli agnelli

(soggiunge), se t'avr ucciso, ti trasciner nudo legato al mio cocchio per tre giorni d'intorno alle mura di Troia (come realmente poi fece); e, finalmente: ti

anzi

dar a mangiare

ai

miei cani di caccia

questo avrebbe

pur

fatto, se l'infelice padre


il

Priamo non

fosse

venuto da

lui a riscattarne

cadavere. Ma, anche

in quell'incontro

sommamente pietoso (continua il Vico, rifacendo alquanto a suo modo il testo omerico), ricevuto Priamo nella sua tenda,
il

quale di notte, con la scorta di Mercurio, era passato


solo per

mezzo al campo dei greci, e ammessolo a cenar seco, per un sol detto che all'infelice vecchio cade involontariamente di bocca lamentando la perdita di si vatutto

loroso figliuolo, dimentico delle santissime leggi dell'ospitalit,

non rattenuto dalla fede onde Priamo


nulla

si

era tutto a

lui affidato,

commosso

dalle

molte e gravi miserie

padre, nulla dalla venerazione di un tanto vecchio, nulla riflettendo alla fortuna comune della quale non vi ha cosa che pili vaglia a muotal

di

un

tal re, nulla dalla piet di

un

vere compatimento, montato in una collera bestiale g' intuona sopra che gli vuol mozzare la testa Della Bri!

seicle toltagli

nemmeno morto

si

placa, se l'infelice bellis-

B. Ckoce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

i:>

194

FILOSOFIA DEL VICO

sima real donzella Polissena, della rovinata casa del poc'anzi ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli

venga

sacrificata

sul

sepolcro e le sue ceneri assetate di

vendetta non bevano l'ultima goccia di quel sangue innocente. E gi. nell'inferno Achille, domandato da Ulisse

come

vi stia volentieri, risponde che vorrebbe essere

vilissimo schiavo,

ma

vivo

Questo l'eroe

un

che Omero,
canta
siffatto

con l'aggiunto perpetuo


ai popoli greci in

d' irreprensibile

(jijAwv),

eroe,

non
la

si

esempio che pone tutta la ragione nella punta della lancia, pu altrimenti intendere se non come un uomo oril

della

virt eroica.

Un

goglioso,

quale ora

si

direbbe che non

si

faccia passare

mosca per innanzi


Se
i

alla

punta del naso.

pi grandi caratteri di Omero sono tanto sconvenostra natura civile, le comparazioni delle quali egli si vale hanno a lor materia belve e altre cose da fanselvagge. E se per i costumi che rappresenta
nevoli
alla

ciulli per la leggerezza delle menti, da femmine per la robustezza della fantasia, da violentissimi giovani per il

per le favole degne di vecchierella che intrattenga bimbi ond' piena l'Odissea,. non si pu attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j
e

fervido bollore della collera,

quel suo cotanto riuscire nelle fiere comparazioni non certamente da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna filosofia. N da animo che sia umanato e impietosito da
filosofia
stile,

onde

potrebbe nascere quella truculenza e fierezza. di si descrivono tante e si varie e sanguinose batcru-

taglie, tante e si diverse e tutte in istravaganti guise

delissime specie di ammazzamenti, che particolarmente formano la sublimit dell'Ilade.

Ma
gli

chi fu,

in

realt,

Omero? Che
cosa
si

cosa di
suoi

lui

dicono

antichi scrittori, che

trae dai

poemi?

leggere l'Iliade e l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo


ci si

avventano

agli occhi e ci offendono

stravaganze e in-

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

195

coerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or di qua or di l a tempi lontanissimi tra loro: da una parte si

vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse, l'eroe della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la
ferocia, l'atrocit; dall'altra,
di Calipso,
i

lussi di

Alcinoo, le delizie
i

piaceri di Circe,

canti delle sirene,

passa-

tempi dei proci, che


nelopi; da

tentano

anzi assediano

le

caste Pe-

una

parte, costumi rustici

e ruvidi, dall'altra

giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti d'intagliare in bassorilievo e fondere in metalli da una parte, rigida societ eroica, dall'altra, perfino, accenni a libert popolari.
;

Questi costumi cosi delicati mal si convengono con gli altri tanto selvaggi e fieri, che nello stesso tempo si nar-

rano dei medesimi eroi, particolarmente nell'Iliade. Messi insieme tutti a un tempo, riescono incompossibili: dai costumi dell'et troiana
del
si
si

sbalza senza transizione a quelli

tempo

di

Numa;

talch,

costretti a pensare che

ne placidi s co'ant inmitia , due poemi furono per pi et

da pi mani lavorati e condotti. Incoerenze di allusioni geografiche, che anch'esse trabalzano in ambienti fisici
e

diversi e lontani:

l'Iliade all'oriente

settentrione

l'Odissea,

all'occidente,

della Grecia, verso verso mezzod. In-

coerenze di linguaggio, sconcezze di favellari, che permangono nonostante l'emendazione di Aristarco, e per la quale si sono proposte le pi strane teorie, come quella

che Omero sarebbe andato raccogliendo

il

suo linguaggio

da

tutte le varie popolazioni greche.

Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore, nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto
(o

da chi

altri

ne

sia l'autore) e

da Plutarco (dallo pseudo


le
si

Plutarco). Intorno a Omero mancano mentari: proprio dove dagli antichi

notizie
tratta

pi eledi questo

che fu
buio.

il

maggior lume
si

di Grecia,
il

siamo

lasciati affatto al

Non

sa di

Omero n

tempo

in

cui visse n

il

196
:

FILOSOFIA DEL VICO

luogo di nascita ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendicava suo cittadino. Si narra bens ch'egli fosse povero e
cieco;

ma

codeste sono di quelle minute particolarit che

mettono sospetto, come muove a riso ci che dice Longino che Omero da giovane componesse l' Iliade e da vecchio l'Odissea. Mirabile che

faccende di un

uomo

conoscessero queste private del quale s' ignoravano poi due cose
si
!

tempo e il luogo E la critica deve domandarsi, anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo componesse due cosi lunghi poemi, in un'et nella quale
da nulla:
il

non esisteva ancora


eroiche,
di

la scrittura;

giacch

le

tre iscrizioni

d'Ippocoonte e la terza con troppo buona fede parla il Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono esedi Anfitrione, l'altra

una

Laomedonte,
i

delle quali

guire

falsificatori di

medaglie antiche.
nel Vico
il

Per

tutte

queste considerazioni sorse

so-

spetto che

Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto, un personaggio reale, ma anch'esso per la meta uno di quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nel-

lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se prova a pensare che i poemi omerici non siano l'invenzione di un individuo, ma due grandi tesori dei
l'antichit
infatti ci si

costumi della Grecia antichissima, che contengono


del diritto naturale e dell'et eroica delle genti
se invece

la storia
;

greche che a uno o due poeti singoli si pensa a un popolo intero poetante; invece che a due opere di getto, a

una poesia popolare


si

svoltasi per secoli

tutto si rischiara e

riaccorda. Si spiegano le stravaganze delle favole, perch la composizione dell' Iliade e dell'Odissea appartiene alla
terza et di quelle, vere e severe presso i poeti teologi, alterate e corrotte presso gli eroici, e ricevute cosi corrotte nei due poemi. Si spiegano le variet dei costumi, richia-

manti

le-

giovane

varie et della composizione; e altres l'Omero l'Omero vecchio, simbolo del pi antico e del

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

197

pi recente tempo della Grecia primitiva. Si spiega la variet dei

luoghi di nascita e di morte, assegnati al loro autore, e le variet dei suoi linguaggi, perch vari furono

popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, perch ogni popolo greco volle Omero suo concittadino, per la ragione cio che essi popoli per l'appunto furono que-

st'Omero; e perch fosse detto cieco e mendico, perch tali erano di solito i cantori che giravano per le fiere recitando le storie. Bisogna dunque che Omero, perch sia
inteso nella sua verit,

venga sperduto dentro


come un'idea

la folla
o carat-

tere

dei greci popoli eroico di uomini greci in quanto narravano cantando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e. ine considerato

verisimiglianze nell'Omero finora creduto, diventano nell'Omero qui ritrovato tutte convenevolezze e necessit. E,

aggiunge una sfolgorantissima lode d'essere stato il primo storico a noi pervenuto dell'intera Grecia. In Omero si ha il documento della primitiva ideninnanzi tutto,
gli si tit di storia e poesia,

una conferma

di quel

che

il

Vico

credeva di leggere in Strabone, cio che prima di Erodoto, anzi prima di Ecateo milesio, la storia dei popoli di Grecia
fu scritta dai loro poeti. Nell'Odissea, volendosi lodare al-

cuno per avere ben narrata una storia, raccontata da musico e da cantore .

si

dice

averla

feconde congetture istiIl Vico non si perde in poco tuendo indagini pi particolari circa il modo di elaborazione dei poemi omerici. Propende tuttavia,

come

s' visto,

per due principali autori poeti, l'uno per l'Iliade, nativo dell'oriente di Grecia, verso settentrione, l'altro per YOdissea, nativo dell'occidente verso mezzod; e il nome

Omero

vole. Ma, d'altro

intende come di compositore e legatore di facanto, a causa del significato puramente

ideale che per lui ha quel

l'interpetrazione che

nome, non da escludere, due Omeri fossero, a loro

forse,

volta,

198

FILOSOFIA DEL VICO

due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di cantori popolari. Le persone storiche, che egli si trova innanzi, sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi uno chi altro, andavano recitando i canti d'Omero nelle fiere
e nelle feste per le citt

greche. Lunga et corse dalla primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i quali fecero dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi delY Iliade e dell'Odissea (donde si deduce quanto innanzi
stati una confusa congerie di cose), e ordinarono che d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle

dovessero essere

feste panatenaiche.

Comunque, non di certo in questa risoluzione materialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o carattere poetico l'importanza (come, forse, non la verit) della teoria vichiana. Dalle incoerenze ch'egli non
pel primo notava, e

per altro, di
le

(la qual cosa, essendo poco rilievo, agevole compensare osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui tra-

non sempre con esattezza

lasciate),

non c'era rigoroso passaggio logico all'affermazione della non esistenza di un Omero individuo, principale autore di

uno

o di entrambi
il

poemi. Quelle incoei

renze" valevano a dimostrare che

poeta o

poeti lavora-

rono sopra una ricca materia tradizionale, della provenienza pi varia per luoghi e per tempi, e non tanto disposta a strati secondo la provenienza (che era a un dipresso
l'fpotesi

messa innanzi dal D'Aubignac), quanto


i

piuttosto in tutti

suoi strati mescolata e sconvolta.

Uno

o molti poeti, ovvero molti poeti e


loro canti, o

un abile

collettore dei

queste e altrettali ipotesi si potevano proporre (come si sono proposte di poi) con pari diritto, e sostenere (come sono state sodi abili collettori;

una societ

stenute) con argomentazioni parimente valide e parimente difettose perch non documentabili. Ma nel fondo di quella

risoluzione di

Omero

in

un carattere poetico (come analo-

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

199

gamente
era
la

in altre simili risoluzioni fatte o tentate dal Vico)

scoperta della lunga e

laboriosa genesi storica atdi quei

traverso cui era passata la

materia
dirsi

poemi, che,

in questo senso, ben potevano

prodotto di collaborazione dell'intero popolo greco. La sostituzione a Omero di un popolo di Omeri fu, anche questa volta, la mitologia tessuta dal Vico sulla propria scoperta: mitologia che
<leve essere ritradotta in prosa scientifica.
lisi

Parimente l'ana-

Vico svolge del costume dei poemi omerici, oltre che non del tutto nuova, pu ben essere, ed verache
il

mente, non solo qua e Ih mista di qualche inesattezza, ma,


in genere, esagerata e unilaterale.
l'analisi,

Ci nonostante, quel-

presa

nell'insieme,

rappresentava
alla
il

un

immenso
qual
al-

progresso e apriva
tro

nuove vie

critica.

in

modo

si

poteva abbattere

resistente

fantoccio del-

l'eroe omerico ingentilito, gran

signore e buon principe,

esempio imitabile

di virt civili, militari e private, se

non

scagliandogli contro quell'Achille contadinesco, tutto passioni elementari, violento, testardo, irriflessivo, pronto al-

l'impeto generoso

ma non meno
il

allo

sfogamento bestiale?

N minore

progresso

Vico
:

fa

-artistica della poesia

omerica

compiere all'intelligenza ed qui anzi la sua mag-

giore originalit. La riconosciuta mancanza di buona e ragionata filosofia nel poeta Omero sarebbe stata per ogni
altro critico di quel

tempo

(ed era infatti pel D'Aubignac)

l'enunciazione di un grave biasimo; ma in bocca al Vico, e in conseguenza delle sue nuove idee estetiche, suonava
lode. Gli errori, che
si scorgevano in Omero a*l lume deli inducevano critici della scuola neol'intellettualismo,

classica,

omerofili

ardenti, a ripetere volentieri l'ora-

quandoque bonus donnitat Homerus . Mail Vico, * se cosi spesso non avesse dormicchiato, Omero non sarebbe stato cosi buon poeta ( nisi ita
ziano:

tutt'all'opposto

scepe

dormitaret,

nunquam

bonus

fuisset

Homerus!

):

200

FILOSOFIA DEL VICO


filosofo

appunto perch
simo.

non

fu,

Omero
fantasia

fu

poeta grandis-

Ebbe memoria vigorosa,


;

robusta, ingegno

sublime

onde n

filosofie

quali vennero appresso, poterono fare

n arti poetiche e critiche, le un altro poeta che

per corti spazi gli tenesse dietro. Caratteri eroici si seppero fingere solamente d lui; le sue comparazioni sono incomparabili; le sue sentenze s'innalzano, insino al cielo
sublimi, e sono individuate in coloro che le sentono, prodotte in forza di un'accesa fantasia; la sua locuzione,

piena d'evidenza e di splendore; la sua favella, tutta per


somiglianze, immagini, paragoni, priva di quelle idee di generi e di specie che definiscono intellettivamente le cose..
Egli non delicato ma grande, perch la delicatezza una piccola virtd e la grandezza naturalmente disprezza le cose piccole: anzi (diceva il Vico con uno dei suoi magnifici

paragoni tante volte ripetuto di poi), a quel modo che un grande rovinoso torrente non pu far di meno di por-

tare seco torbide l'acque e rotolare sassi e tronchi con la violenza del corso, cosi in Omero si trovano sovente detti di cose vili. Ma il torrente corre impetuoso e superbo con
tutte
le scorie

che trascina seco;

Omero, nonostante

le

il

sue rozzezze, e in parte a cagione di esse, pur sempre padre e il principe di tutti gli altri poeti. La rinnovazione della critica omerica portava implicita
storia

in s la rinnovazione di tutta la

letteraria

antica.

Ma
non

il

storia: egli

Vico fa solo pochi accenni ad non era uno specialista (ignorava

altri punti di questa


il

greco),
ri-

scrisse da specialista, e troppe volte,


i

non potendo
si

solvere col documento e col pensiero

problemi che

pro-

poneva,

li

risolse

con

era sempre in lui


poeti ciclici

immaginazione, la quale per altro tutta solcata da lampi di verit. Cosi i


l'

non saranno

stati

denominati a questo

modo

dal circolo di genti volgari in mezzo al quale (simili ai Rinaldi o cantastorie, che il Vico vedeva sul molo di

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

201

Napoli) declamavano i poemi, e quel circolo non avr nulla da vedere col vilem patulumque orbem oraziano ma
;

che

essi

fossero poco diversi dai cantastorie,

non

male

osservato. Cosi non e il caso d'indugiarsi sulle sue congetture circa l'et di Esiodo o di Esopo, n si prenderanno
alla lettera le

tre

epoche che egli stabilisce della

lirica

inni religiosi, canti funerari per eroi morti,

e, infine, lirica

melica o

arie per

musica
fiori

nella quale ultima rientre

rebbe Pindaro, che


della Grecia,

nei tempi della virt

pomposa

ammirata

nei giuochi olimpici

cantarono

pure, qui

ben avvertito

il

dove tali poeti divario tra la lirica

primitiva e quella affinata e dotta. Della tragedia il Vico pone l'origine nel ditirambo o satira drammatica (di cui nessun esempio si era serbato) e in costumanze villeresche

che ravvicina a quelle che erano vive ancora ai suoi giorni nella Campania durante la stagione della vendemmia e
;

ne nota

le relazioni

con

l'epos.

La tragedia nacque
e
si

rozza,

quando gi era spento


affiatandosi con
la

lo

spirito eroico,

perfezion

poesia

omerica,

ispirandosi ai perso-

naggi di questa e rifuggendo da caratteri di nuova invenzione. Strettamente imparentata con la tragedia fu la

comla

media antica, derivata anch'essa da un coro e serbante

sua impronta arcaica in quel porre sulla scena personaggi viventi e fatti reali. Un profondo rivolgimento di spirito
segn, invece, la

commedia nuova, dove

la filosofia fece

sentire direttamente la propria efficacia. Ai generi


stici

fanta-

erano succeduti gl'intelligibili e ragionati; e Monangli altri poeti della

nuova commedia, vissuti ai tempi umanissimi della Grecia, presero i generi intelligibili dei costumi umani e li portarono in ritratti nelle loro comdro e
medie, sulle
quali
I

si

sente

che passato

il

soffio della

filosofia socratica.

personaggi della
il

nuova commedia

fu-

rono perci

finti di getto,

ma

privati; e, poich

e non pili personaggi pubblici coro un pubblico che ragiona

202
e di

FILOSOFIA DEL VICO

non altro che di cose pubbliche,


il

in quella

commedia
ottimi, gli

non pot pi avere luogo


eroi

coro. Si

cominciarono, circa
gli

quel tempo, a introdurre nella poesia

eroi

moralmente

perfetti.

Aristotele,

memore

della forte

individuazione dei caratteri omerici, ancora alzava in precetto d'arte poetica che gli eroi di tragedia non siano n
ottimi

pessimi,

si

bene mescolati
dei

di

grandi virt e

grandi poeti tempi foggiarono un eroismo di virt dell'idea costruita dai fi, giovandosi losofi: un eroismo che pu chiamarsi, perfino, galante .
vizi.
i

Ma

tardi

Essi o finsero perci

favole

nuove

di

pianta, o le favole,

nate dapprima gravi e severe quali convenivano a fondatori di nazioni, effeminarono piegandole all'effeminarsi dei costumi. Galante altres
il

pastoreccio

dei

bucolici

marci di amore greci, dei Mosco e degli Anacreonte, delicatissimo . Un'osservazione generale intorno alla letteratura greca
e

romana

che
i

in

esse furono con tanto

rigore guardati reciprocamente prosa che nessun antico scrisse orazioni e poemi insieme

confini della poesia e della

(unica eccezione forse, i cattivi versi, ridettila poemata, di Cicerone); il che il Vico tentava di spiegare coi costumi

democratici che costringevano

gli oratori a tenersi studioalti e

samente lontani dal culto

di

modi d'espressione
al

im-

maginosi, poco intelligibili

popolo e

perci d'impedi-

mento all'agevole
Della

e piena notizia delle cause

da giudicare.
la

letteratura

romana

il

Vico non discorre con

larghezza usata per la greca, la quale gli porgeva docu-

menti ben pi primitivi. Intravvide, per


di essa, qualcosa di

altro, negli inizi


i

primi primi autori della lingua latina furono i Sali, poeti sacri; e ci convenevolmente ai principi dell'umanit delle nazioni, le quali nei primi tempi, che furono religiosi, non

analogo

alla letteratura greca:

poeti e

dovettero altro lodare che gli di. E al modo stesso che quelle pi antiche memorie a noi giunte della lingua latina,

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

203

ossia

eroico,
fatori

saliari, hanno un'aria di verso medesimo metro si sente nelle memorie dei trionromani, come nel Duello magno dirimendo, regibus

frantumi degl'inni

il

subigendis
prosternit
i

di

Lucio Emilio Regillo, e nel


legiones

Fundit, fugat,

maxlmas

di Acilio Glabrione.

primi poeti romani cantarono storie vere, dronico (diceva il Vico, seguendo un errore di Celio Rodigino) la Romanide, contenente gli annali degli antichi ro-

Anche come Livio An-

mani, e Nevio e poi Ennio


sparlava di

le

guerre cartaginesi; e
per
lo
i

la satira

persone diversamente dai greci,

reali e
i

pi notorie. Senonch,
quali nei loro costumi

romani,

camminarono con
affatto di

giusto passo, non fecero rapido e brusco

passaggio dalla barbarie alla delicatezza, epper perderono

veduta

la loro storia degli di (che

Varrone chia-

ma

tempo oscuro dei romani), e conservarono quindi in favella volgare solamente la storia eroica, che si stende

da Romolo

fino alle leggi Publilia e Petelia.

La

letteratura

romana, nei suoi maggiori monumenti, opera di poeti colti, quale fu Virgilio, che il Vico ammira per la profonda
scienza delle antichit eroiche, ma di cui dice (in contrasto con la critica neoclassica e, come a lui pareva, in accordo col sentimento di Plutarco e di Longino) che, in
fronto con

quanto a forza poetica, non si pu metterlo neppure a conOmero. Di Lucrezio giudica che port in linlatina, e per dippi in versi, un'affatto

gua

greca, ma, a riserva delle o altra digressione (come quella della delicata inimitabile descrizione della tenera giovenca che ha perduto la madre, e
quella, incomparabile

nuova materia poetiche introduzioni e d' una

nel

genere grande, ove de-

scrive la pestilenza di Atene), del rimanente tratta le materie fisiche con istile niente diverso da quello con cui si

sarebbero insegnate in una scuola latina di filosofia naturale: laddove Virgilio, nella Georg ica, tratta dell'arte villereccia

poeticamente

Poesia colta e riflessa altres

204
in Orazio,

FILOSOFIA DEL VICO

ii quale, come Pindaro nei tempi pomposi della le sue odi in quelli pi sfoggiosi di lavor Grecia,

Roma,

cio ai tempi di Augusto.

Una
ziosi

letteratura che gli avrebbe offerto elementi prelo

studio della poesia primitiva, sarebbe stata quella biblica; e il Vico muove in verit qualche passo

per

per avvicinarlesi, quando nota che la poesia fu la lingua primitiva di tutte le nazioni, anche dell'ebrea ; che la
lingua ebraica omnis poetica
referto,; e
est

parabolis ac similitudinibus

non fece nessun uso della sapienza ridei sacerdoti posta egiziani e tess la sua storia con parlari che hanno molto di conformit con quelli di Omero, e
che Mos

spesso
se

li

vince nella sublimit dell'espressione

Ma

subito

ne discosta, quasi un istinto lo avverta che gli poteva accadere di trattare il Pentateuco come l' Iliade e Mos come
gli

Omero. Onde
con cui Dio
di
si

accade di estasiarsi innanzi a quel motto descrive a Mos: Ego sum qui sum , che

una profondit metafisica (egli dice) raggiunta dai greci appena con Platone, il quale concep Dio come xb 8v, e ignorata fino a tempi tardissimi dai latini; tanto che la voce ens non latina pura ma della bassa latinit. Ovvero insiste
i

perch

si

osservi che nei tempi nei quali correva tra

greci

un

diritto naturale tutto superstizione e fierezza, Id-

dio dette al suo popolo


circa
le
i

una legge
si

si

ripiena di dignit

dogmi

della divinit e

ricolma di umanit circa

pratiche della giustizia, che neppure negli umanissimi tempi della Grecia l' intesero i Platoni o la praticarono gli

Aristidi

: una legge i cui sommi dieci capi contengono un giusto eterno ed universale sull'idea ottima dell'umana natura schiarita, che formano per abiti un tal sapiente che difficilmente per raziocini potrebbono le massime delle migliori filosofe; onde Teofrasto chiam gli ebrei filosofi per natura. La volont di credere sarebbe qui tanto

pi efficacemente operante, e tanto pi manifesta,

se,

come

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA


Vico aveva letto
il

205
theologicosi

sospettiamo,

il

Tractatus

politicus del reprobo Spinoza;

dove
,

ai profeti ebrei

ne-

gano

le

sublimes cogtationes

riconoscendo loro
se

la sola

pietatem

si

sostiene che

non insegnarono

non cose

admodum

simplices qace ab unoquoque facile percipi po-

terant, atque has eo stilo adornavisse iisque rationibus con-

firmavisse quibus

maxime
Mos

multitudinis animus ad devotio; si

nem

erga

Deum

movevi posset

afferma che
fuissent

le leggi

rivelate da Dio a

nihil aliud
;

quam

tura

singularis hebraiorum imperli


dicate indagini sul

e,

andando ben
s'

oltre gli

sparsi accenni fatti da altri critici,


testo della

istituiscono spregiu-

Bibbia e sull'autenticit e
Pentateuco. Si direbbe

la diversit di autori dei

libri del

quasi che dalla critica biblica dello Spinoza il Vico avesse avuto incentivo alla sua della formazione e dello spirito
dei poemi omerici, e che, passato per tal modo dalla storia sacra alla profana, da Mos a Omero, si fosse poi ostinato a non ripassare a niun patto da Omero a Mos, dalla storia

profana alla sacra.

XVII La storia
di

Roma

e la formazione delle democrazie

in societ eroiea, nel periodo di fresca origine e di vigore nel quale l'abbiamo descritta, contiene e comprime in s energicamente, e ne fa suo proprio sostegno, l'ele-

mento

di opposizione,

famoli o clienti o vassalli: la plebe.

Ma

questo elemento riesce a poco a poco a distaccarsi, a

contrapporsi, a lottare apertamente e ininterrottamente, in modo da sconvolgere via via quella vecchia societ e dare
vita e

forma a una nuova, nella quale esso stesso


la

si

risolve:

democratica, repubblica popolare. Il Vico intende anche questo processo come uniforme in tutti i ma poich le sue riferenze ad altre storie, che popoli
la societ
;

non siano quella


pena
fa qualche

di Roma, mancano o sono vaghissime (apaccenno all'origine della democrazia ate-

niese), la descrizione

di

quel processo diventa, nelle pa-

gine della Scienza nuova,

un brano

della storia

romana,

o,

come ora

si

direbbe, della storia sociale di


il

Roma.
le

Quel che

Vico pot congetturare circa

popolazioni

e la primitiva civilt d'Italia,

non ha molta importanza,

perch in questo campo, piuttosto archeologico ed etnografico che storico, egli non condusse studi particolari. Nel

De antiquissima italorum

sapientia aveva dato all'origine

208
di

FILOSOFIA DEL VICO


lo

Roma

sfondo di un'antichissima cultura

italica,
i

an-

teriore alla greca e proveniente dall'Egitto, che


si

romani

sarebbero appropriata in

modo conforme

all'indole loro,

rigettando cio i presupposti teorici e prendendo i risultati pratici (dagli etruschi la tragica religione e l'arte di schierare in battaglia,
le leggi), e

come

poi dagli ateniesi e dagli spartani

serbando per tal modo l'ignoranza e la feroonde sarebbe cia; provenuto che essi parlassero lingua di filosofi senza essere filosofi. In sguito, il Vico ritenne ancora per qualche tempo l'anteriorit e l'indipendenza della pili antica civilt italica rispetto alla greca, e consider Pitagora, piuttosto che fondatore, cultore d'italica sapienza;

ma anche questa tesi

sembra,

in ultimo,

da

lui

abbandonata,

come definitivamente abbandon quella


da imitazioni
stalliere,

circa l'origine della

religione, della lingua, dei costumi e delle leggi di

Roma
avere

ingenuamente professando

di

per questa parte errato

sull'esempio del Cratilo platonico.

Tra non

quali condizioni propriamente


sa dire
;

Roma

nascesse,
la

il

Vico
di

certo

per

lui

che, se

con

storia

Roma non comincia il mondo, quella nuovo cominciamento. Il punto


assume
l'asilo di

storia per altro


di

un

partenza che egli

Romolo, cio le famiglie dei padri che


i

accolgono nel loro seno Niente colonia troiana;


chart
di
i

il

divaganti e ne fanno i loro famoli. Vico conosce la Lettre del Bo-

al

De Segrais
in Italia, e

(1663) contro la leggenda della venuta

Enea

ne accetta

le

conclusioni, confermanti
storici antichi.

dubbi gi manifestati da alcuni

Per

lui,

l'origine

diverse
tanto
il

troiana una favola, nata dall'incrocio di due borie nazionali quella dei greci, che fecero
:

rumore

della guerra di

Troia e intrusero in

Roma
stra-

loro Enea, allorch di

Roma

presero a narrare la storia,

e quella dei romani, che per vantare

famosa origine

niera lo ricevettero
se

favola,

non molto dopo

dunque, che non pot formarsi tempi della guerra con Pirro (all'in-

XVII.

LA STORIA

DI

ROMA

209

circa a quelli di Fabio Pittore e Cincio Alimento), quando i romani cominciarono a dilettarsi delle cose greche. Piuttosto, a spiegare i nomi e i miti greci misti al racconto
della primitiva storia di

Roma,

e l'alfabeto

romano tanto

simile a quello greco antico, egli sarebbe incline all'ipotesi che i romani avessero, nei loro primi tempi, vinta e
distrutta nel lido del Lazio alcuna colonia greca (rimasta
poi sepolta nelle tenebre dell'antichit), e, con l'accoglierne in Roma come rifuggiti e soci gli abitatori, si fossero im-

bevuti di non poche tradizioni e costumanze elleniche. Neppure s'indugia il Vico sugl'incidenti storici del periodo regio anzi, in ci una delle principali differenze tra la sua critica e quella che era cominciata a esercitarsi,
;

si

esercit poco

.storia

romana.

Il

dopo di lui, intorno ai primi secoli della Vico non mira a porre in luogo di aned-

doti leggendari aneddoti storici, ma a intendere la sostanza delle istituzioni e i modi del loro cangiamento. Due idee

direttive (come
i'una, che

si

visto) egli

ha circa

il

periodo regio

questo non fu periodo di monarchia ma di aristocrazia, e che sia da interpetrare conforme al tipo della
societ eroica o della repubblica dei padri;
l'altra,

che

nomi
nismo

dei re stiano

come

simboli o

caratteri poetici

delle

istituzioni di quella societ, e talvolta anche, per


, si

anacro-

raccolgano sotto di essi

avvenimenti e riforme
si

dei secoli susseguenti.

Come anche

avuto occasione di

accennare, l'ordinamento di Servio Tullio non era, a giudizio del Vico, da fraintendere, al modo che fecero i romani
in tempi ch fu in
seriori,
effetto

quale pianta della libert popolare, per-

pianta della libert signorile, per la quale i patrizi concessero ai plebei il dominio bonitario dei campi con l'obbligo di pagar loro, e cio ai singoli patrizi, il

censo e di servirli a proprie spese nelle guerre. E Giunio Bruto, discacciando i Tarquin e surrogando il re con duo
consoli o re aristocratici annuali, restitu la

repubblica rolt

B. Ckoce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

210

FILOSOFIA DEL VICO

raana ai suoi principi, ossia riordin la libert dei signori dai loro tiranni, non gi la libert del popolo dai signori. L'oppressione che i patrizi esercitarono sulla plebe dopo
la loro reintegrazione

compiuta da Giunio Bruto,

la lotta

che

essi suscitarono e la resistenza

che spiegarono, furono

l'anima del nuovo svolgimento, e contengono il segreto della grandezza di Roma, la clavis historice romance universce .
Polibio offerse di questa grandezza una spiegazione troppo vaga col riporla nella virt o nella religione dei patrizi
e narr piuttosto
i

fatti di essa

virt che non le loro ca-

gioni. Il Machiavelli

anche

censurato dal Vico,

una volta

causa della grandezza romana a sparsi istituti romani civili e militari senza scoprire la fonte di quegl' istituti, cio la natura di quella societ; e un'altra,

perch

riferi la

perch ne arrec una causa parziale,

la

magnanimit

della

plebe. Plutarco gli sembra inferiore a tutti, perch, invidioso della virt e sapienza romana, attribu quella gran-

dezza alla fortuna. Ma, in verit,


le altre citt del

romani

si

sottomisero
il

inondo, perch ebbero giovane l'eroismo, quando tra gli altri popoli del Lazio cominciava a invecchiare. Per quel vigore giovanile, i patrizi furono forti nel custodire il loro ordine
e la religione su cui
bili,
si

Lazio, poi l'Italia e in ultimo

fondava e che
e

lo

garantiva
si

(i

no-

osserva il Vico, cosi, sempre dappertutto, portano verso la religione nativa, e quando prendono a disprezzarla gran segno che una nazione vada a per-

com-

dersi); la plebe fu

magnanima

nel volere comunicati a s


;

la religione, gli auspici e tutte le ragioni civili

giuree

consulti, infine, furono

sapienti

nell'interpetrare

con-

durre
di

le antiche leggi fil filo ai nuovi casi che chiedevano essere regolati, e si studiarono a tutto lor potere che quanto meno e con tardi passi si estendessero le pa-

role di

quelle. Per

tal

cagione
e

principalmente l'impero

romano cotanto s'ingrand

dur, perch nelle sue vi-

XVII.

LA STORIA DI ROMA
di stare
si

211
i

cende politiche procur


cipi. Alle gare tra gli

fermo sopra

suoi prin-

ordini

deve

altres

la

prodezza

guerra, perch i nobili naturalmente si consacravano per la salvezza della loro patria, con la quale avevano
in

salvi tutti gli onori civili dentro

i plebei dimostrarsi meritecompievano segnalatissime imprese per voli degli onori dei nobili. E quando i romani stesero le

il

loro ordine, e

conquiste e spiegarono le vittorie sul mondo intero, essi fecero uso di quattro norme, che gi avevano praticato coi
plebei dentro
in

Roma: perch
mandandovi

le

provincie feroci ridussero


alle

clientele
il

colonie,

mansuete

rilascia-

rono
il

dominio bonitario dei campi, dominio quiritario, ai municipi o


lo

all'Italia
citt

permisero benemerite lar-

girono

stesso

trattamento

di

parificazione che

aveva

ottenuto, in ultimo, la plebe.


I risultati delle

era in questione

il

prime lotte, nelle quali, secondo il Vico, dominio bonitario dei campi (riconosciuto

gi nella costituzione serviana, ma ritolto dai nobili pei debiti dei censi non soddisfatti), condussero al tribunato, e, per la richiesta che facevano i plebei del dominio qui-

legge delle dodici tavole, che accolse quella conquista plebea. Ma la legge delle dodici tavole fu, insieme, la conquista del diritto scritto, la cessazione
ritario, alla

dell'arcano onde

i patrizi avvolgevano le leggi, che essi soli conoscevano, intendevano e interpetravano, e perci amministravano a loro arbitrio. A questa divulgazione e fissamente del diritto scritto i patrizi non poterono bona-

riamente accondiscendere con quel desiderici plebis non aspernari , che dice Livio; ma piuttosto vi dovettero

repugnare con quella ritrosia di cui narra Dionigi d'Alicarnasso, espressa dal mores patrio servandos, leges ferri
non oportere
.

La
della

storiografia

legge delle

posteriore adorn di favole l'origine dodici tavole; e raccont, tra l'altro,

212
della missione che
i

FILOSOFIA DEL VICO

decemviri avrebbero inviato ad Atene


:

per riportarne

la

nuova legge

cosa affermata da Livio e

da Dionigi,
travaglio
e
si

ma

ignorata da Polibio e che il Vico con gran sforzava di dimostrare non creduta da Varrone

da Cicerone. Come mai nella natura selvaggia e ritirata delle prime nazioni, tra le quali non pot formarsi comunicazione di lingue se non dopo sorte le occasioni di guerre, alleanze e commerci, si sarebbe da oltremare, dalla lontana Attica, tragittata in Roma la fama della sapienza di So-

lone?

Come

tizia tanto esatta circa la qualit

romani di quei tempi avrebbero avuto nodelle leggi ateniesi da

stimarle proporzionate a sedare le contese accese tra i loro plebei e i loro nobili? Quali ambascerie potevano cori greci e quei romani che, ancora parecchi anni dopo, erano maltrattati come sconosciuti dai greci di Taranto? E che cosa dire poi di quegli ambasciatori che

rere allora tra

se

ne tornarono da Atene con

le

leggi greche nelle valigie


'

senza conoscere che cosa per l'appunto contenessero, talch se per caso non si fosse trovato in Roma lo scolaro di Eraclito, Ermodoro, bandito dalla sua patria, i romani non avrebbero saputo che farsi di quel chiuso e inattingibile tesoro? Ed Ermodoro come fece mai a tradurle con tanta

latina purit che Diodoro siculo giudica


affatto di grecismo, in guisa cosi perfetta

non odorare nulla


che nessuno
scrit-

tore latino seppe pi in nessun

tempo

raggiungere nel tra-

durre dal greco?

Come

rivesti idee

greche con voci latine

tanto proprie (per es., auctoritas), che i greci affermano non esservi in lingua greca termini corrispondenti per ispiegarle? Ma la lettera di Eraclito a Ermodoro dovette
essere

mandata per quelle

stesse poste, per le quali Pita-

gora aveva fatto i suoi lontanissimi viaggi per il mondo, e, insomma, da ritenere un'impostura bella e buona; impostura la venuta stessa di Ermodoro in Italia, che non mai un cittadino della libera e possente Efeso si sarebbe

XVII.

LA STORIA DI ROMA

213

recato, per trovar conforto all'esilio, nella barbarica


a
tutti

Roma,
la ai

impostura statua di Erinodoro, che Plinio narra vedersi ancora


;

ignota fuori dei contini

del Lazio

suoi tempi nel

Comizio, nel

modo
la

in cui ora a Napoli si

vedono

la grotta della Sibilla e

tomba

di Virgilio; e,

insomma, tutta la favola della origine ateniese di quelle leggi una boria di dotti, che prima le fecero provenire da altri popoli del Lazio (per esodagli equicoli); poi dalle
citt greche d'Italia, poi da Sparta, e finalmente da Atene, sul qual nome, per la fama dei filosofi ateniesi, si fermarono soddisfatti. Di certo le leggi delle dodici ta-

vole presentano somiglianze non solo con


o spartane,

le leggi ateniesi

nell'uniforme corso delle mosaiche; nazioni. Di certo, ai decemviri furono nell'antichit attribuite leggi con evidenti tracce greche, come quella che
proibisce
il

ma anche con quelle ma la ragione di ci

di altri popoli e

con

le

lusso greco dei


si

funerali

ma

questo accadde

perch, come

notato, la legislazione decemvirale,

non

meno che

nomi

dei
si

singoli

re,

divenne un

carattere

poetico, e a essa

agguagliarono la numenti. Ma la legge originaria delle dodici tavole, tanto incivile, rozza, inumana, crudele e fiera,.tanto poco conveniente al

rapportarono tutte le leggi che dipoi libert e che si scrissero in pubblici mo-

tempo

in cui

Atene sfoggiava

di

cultura,

un

gran testimonio dell'antico diritto naturale delle genti del Lazio, dei costumi che si erano cominciati a celebrare col
fin

dall'et di Saturno.

Ottenuto

il

scritta, la lotta

cui

si

perse

il

campi e la \cgge ricominci pel diritto dei connubi: lotta di vero significato e sulla quale gli stessi stoquiritario

dominio

dei

rici antichi scrissero

cose assurde,

immaginando che
plebei
(i

essa

fosse impiantata sulla richiesta dei

quali erano

poco pi che miseri e vilissimi schiavi) di potersi liberamente imparentare coi nobili. In tal guisa la storia romana

214

FILOSOFIA DEL VICO

diventa assai pi incredibile della favolosa dei greci, perch di questa non si sa che cosa abbia voluto dire, ma
quella si oppone a tutto l'ordine dei desideri umani, presentando una plebe che prima aspira alla nobilt, poi agli onori e magistrature, e in ultimo alla ricchezza; laddove
gli

in ultimo nobilt.

uomini prima desiderano ricchezze, poi uffici di stato, e Senonch la plebe romana non bramava

il

gi

connubio, acni patribus ,


diritto

ma
coi

connubio,

patrum

non

d'imparentarsi (cosa che non avrebbe ardito pretendere e che in fondo non le premeva), ma il diritto di contrarre nozze solenni, come le contraenobili
i

vano

nobili.
i

Perch, senza

le

nozze solenni, senza

gli

auspici, plebei non potevano esercitare in effetto il diritto quiritario dei campi, e non potevano tramandarlo ai loro

congiunti, essendo privi di suit, di agnazione e di gentilit.

insomma, n pi n quella della cittadinanza; e fu soddisfatta con la rogazione Canuleia.


richiesta dei connubi valeva,

La

meno che
Dopo
g'

la quale,

plebei avanzarono la richiesta delle

di ragion pubblica; e prima ne riportarono imper coi consolati, e finalmente i sacerdozi e i ponteficati, e con questi insieme la scienza delle leggi. -In tal

dipendenze

modo
Tullio,

la
si

pianta di libert signorile, tracciata da Servio


;

che

si

cangi in pianta di libert popolare e il censo, pagava ai patrizi, fu pagato invece all'erario, che
il

somministrava
concernente
dal Vico

ai plebei le spese nelle guerre. La difficolt cosiddetto censo di Servio Tullio fu detta

la pi aspra

sua meditazione sulle cose romane

con

la

quale riusci a risolvere l'anacronismo del censo serla

viano e a riportare
I tribuni

riforma

al

tempo
la

di

Fabio Massimo.

potest di comandare le leggi, perch le leggi precedenti, Orazia e Ortensia, non avevano dato ai plebisciti forza di obbligare il popolo

procedettero a chiedere

tutto se

non nei due

casi particolari, a cagion dei quali la

XVII.

LA STORIA DI ROMA

215

plebe

si

era ritirata una volta sull'Aventino e un'altra sul

Gianicolo. Questa nuova conquista, che stabili la superiorit della plebe e mut la repubblica da aristocratica in

popolare, fu la legge Publilia, ordinata dal dittatore Publilio Filone,

nerent

per la quale i plebisciti >omnes quivtes teL'autorit del senato ne venne ristretta, perch
il

laddove, precedentemente, di quel che liberato i padri si facevano auctores


essi autori

popolo aveva deora i padri erano

popolo, che approvava le leggi secondo la forinola proposta dal senato, o le antiquava, cio dial

l'ultima magistratura ancora

chiarava di non volere novit. La plebe ottenne, inoltre, non comunicata, la censura.

La legge
deva
-e li

Petelia, che segui pochi anni dopo, cancell l'ul-

timo vestigio di legame feudale, il nesso (nexus), che reni plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili
la vita nelle pri-

costringeva sovente a lavorare tutta vate prigioni di costoro.

Quando Fabio Massimo


stituita la divisione

alla

divisione

tra patriziato e

plebe, coi corrispondenti comizi curiati e tributi, ebbe so-

secondo

patrimoni dei cittadini,

ri-

partiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'or-

dine dei nobili venne a sparire affatto, e senatore e cavaliere non furono pi sinonimi di patrizio , n plebeo d' ignobile . Ma al senato rimase il dominio
i

sovrano sopra
sato

fondi del
e,

nel

popolo;

romano imperio, che era gi pasmerc i cosi detti senatoconsulti ul,

timi o
delle

ultimce necessitatis

lo

mantenne con

la

forza
;

e popolare quante volte il popolo tent di disporne, tante il senato arm i consoli, i quali dichiararono ribelli e uccisero i tribuni della plebe che avevano promosso quei tentativi. Il

armi

finch la

romana

fu repubblica

che

spiega con una ragione di feudi sovrani soggetti a maggiore sovranit, come al Vico pareva confermato dal
si

detto di Scipione Nasica nell'armare

il

popolo contro Ti-

216
berio Gracco
.
:

FILOSOFIA DEL VICO

Qui rempublicam salvam velit, consulem con le leggi la porta degli onori alla Aperta sequatur moltitudine che comanda nelle repubbliche popolari, non

restava altro in tempo di pace che contendere di potenza,

non con le leggi ma con le armi; e merc atti di potenza comandare leggi per arricchire, quali furono le agrarie dei Gracchi, onde provennero in pari tempo guerre civili
in casa e ingiuste fuori.

Tutta

la societ, col trionfo della

plebe e con la mutapopolare,

zione dello stato da aristocratico in

muta

fiso-

nomia. Muta, in primo luogo, la flsonomia della famiglia: nella quale, durante l'impero del patriziato, per serbare le ricchezze dentro l'ordine, solo tardi furono ammesse le
successioni

testamentarie e facilmente
;

testamenti veniil fi-

vano annullati

dalla successione paterna era escluso

gliuolo emancipato; l'emancipazione

pena
che

le

le

una non erano da dubitare legittimazioni permesse donne succedessero. Ma nella societ democratica,
l'effetto di
;

aveva

poich la plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta la sua forza e potenza nella moltitudine dei figliuoli, si comincia
a sentire la tenerezza del sangue, e i pretori ne considerano i diritti e prendono a fargli ragione con le honorum
possessiones e a sanare coi loro rimedi i vizi o i difetti dei testamenti, agevolando cosi la divulgazione delle ric-

chezze, che sole sono ammirate presso


il

il

volgo.
il

Muta

significato degli istituti della propriet:

dominio civile

non pi di ragion pubblica e si disperde per tutti i domini privati dei cittadini, che formano ora la citt popolare; il dominio ottimo non pi quello fortissimo, non
infievolito
fica

semplicemente quello che vato il quiritario non pi


:

da niun peso reale, neppure pubblico, e signisia libero da ogni peso priil

dominio di cui

il

nobile

era signore feudale e che .doveva venire a difendere nel caso che ne fosse decaduto il cliente o plebeo, ma di-

XVII.

LA STORIA DI ROMA

217

ventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni, diversamente dal bonitario che si mantiene col solo possesso.

Le forme dei
si

processi, cosi frondose di finzioni,

di forinole

solenni, di atti simbolici, sono

semplificate e

razionalizzate:
della

mente del

comincia a far uso dell'intelletto, ossia i cittadini si conformano in legislatore^ e

un'idea di comune ragionevole utilit, intesa come spirituale di sua natura. Le caussce, che prima erano forinole cautelate di proprie e precise parole, diventano affari o
negozi, che si solennizzano coi patti convenuti e, nei trasferimenti di dominio, con la tradizione naturale e sola;

mente nei

contratti che

si

dicono compiersi con

le

parole,
ri-

nei contratti verbali, cio nelle stipulazioni, le cautele

mangono

caussce >, nell'antica


il

propriet di questo ter-

certo delle leggi, essendosi la ragione umana spiegata tutta, mette capo nel vero delle idee, determinate con la ragione delle circostanze dei fatti, che una for-

mine. Cosi

inola informe di ogni

forma particolare

come dice Varrone), che a guisa


tutte le ultime

di luce

(formula naturai, informa di s, in


i

minutissime parti della superficie loro,


fatti

corpi

opachi dei

sopra

quali

ella

diffusa. Nelle

repubbliche popolari regna Ycequum bonum, l'equit naturale. Le crudelissime pene, che si usavano nel tempo

delle delle

monarchie familiari
dodici tavole

e delle societ eroiche (le leggi

condannavano a essere bruciati


fuoco alle biade altrui,
i

vivi

coloro che avevano dato


pitati

precivivi

gi dalla rupe Tarpea

falsi

testimoni, fatti

in brani

debitori

falliti),

vengono

sostituite

da pene be-

nigne, perch la moltitudine, che composta di deboli, di sua natura incline a compassione. Le leggi, che erano

nelle aristocrazie poche, ferme e religiosamente osservate,


si

moltiplicano nelle democrazie e


Gli spartani, che
in

flessibili.

vano che

Atene

si

si fanno cangevoli e serbarono l'aristocrazia, dicescrivevano molte leggi, ma le poche

218

FILOSOFIA DEL VICO


:

che erano in Isparta si osservavano la plebe romana, a guisa dell'ateniese, comandava tuttod leggi singolari, e invano Siila, capoparte dei nobili, cerc di ripararvi al-

quanto con
si

le

questioni perpetue

moltiplicarono di nuovo.

perch, dopo di

lui,

Le

stesse

guerre, crudelis-

sime nelle repubbliche aristocratiche, che distruggevano le citt conquistate e riducevano i vinti in gruppi di giornalieri sparsi per le
citori,
si

campagne a

coltivare a pr dei vin-

mitigano nelle repubbliche popolari, le quali, toil

gliendo

ai vinti

diritto delle genti eroiche, lasciano loro

quello naturale delle genti

umane. Gl'imperi

si

dilatano,

perch

repubbliche popolari valgono stocratiche per le conquiste, e pi ancora vi

le

assai pi delle ari-

valgono

le

monarchie.
in questo generale umanarsi dei costumi, scesapienza di governo, la virt politica. Gli antichi e, avendo patrizi facevano duramente rispettare le leggi

Eppure,
la

ma

privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilit, a questo grande interesse particolare, che veniva loro conservato dalla repubblica, posponevano gl'interessi privati
minori,
e

perci

magnanimamente difendevano

il

bene

dello stato e saggiamente consigliavano

intorno ad esso.

Per contrario, negli stati popolari, e perch i cittadini comandano il bene pubblico che si ripartisce loro in minutissime parti quanti sono essi
il
i

cittadini

che compon-

per le cagioni che producono siffatta gono forma di stati, che sono affetto d'agi, tenerezza di figliuoli, amore di donna e desiderio di vita, gli uomini sono porpopolo, e

che promuovono le loro private utilit, e perci all'equobono, che ci solo di cui le moltitudini sono capaci.
tati

ad attendere

alle

ultime circostanze dei

fatti

cotal

punto balza spontanea, perch


e resa

di

lunga mano

preparata narchia che

quella mogli ordinari scrittori di politica facevano venir


necessaria,
la

monarchia:

XVII.

LA STORIA DI ROMA
si

219

fuori, senza

il

precorso di tante e
di

varie cagioni che deb-

bono condizionarla,

un

tratto, al bel principio della sto-

ria umana, cosi come (dice il Vico) nasce, piovendo l'est, una ranocchia . E molto meno sorse artificialmente, per
effetto della favoleggiata

cuzzo

ignorante greTriboniano, con la quale popolo romano si sarebbe spogliato del suo sovrano e libero imperio per conferirlo a Ottavio Augusto. La legge, che le die' vita, fu
legge regia
il

dell'

una legge naturale, concepita con questa


utilit
:

forinola di eterna

dano

ai

che poich nelle repubbliche popolari tutti guarloro privati interessi ai quali fanno servire le pub-

bliche armi in eccidio della propria nazione, per impedire che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un solo,

come

tra

romani Augusto

qui

come

scrive Tacito,

cuncta

beis civililms fessa

accepit

>>);

un
le

solo,

nomine principia su ^ imperium che con la forza delle armi richiami


ai soggetti l'attendere

a s tutte

cure pubbliche e lasci

pubbliche che viene loro permesso, e si circondi di pochi sapienti di stato per consultare con l'equit civile nei gabinetti circa i pubblici affari. Quel solo invocato alla pari da
nobili e
sati e

alle loro cose private o a quel tanto delle cose

da plebei: dai nobili, che dopo essere stati abbassottomessi al governo plebeo, abbandonata l'antica

aristocratica volont d'impero, non pensano se non ad avere salva almeno la vita comoda; e dai plebei, che dopo avere sperimentato l'anarchia o la sfrenata demagogia (della

quale non si d tirannide peggiore, essendo tanti i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle citt), fatti accorti dai propri mali, chiedono pace e protezione.

La monarchia
che
il

dunque, una nuova forma del governo


ed deve governare poi

popolare. Perch un potente diventi sovrano, necessario

popolo parteggi per

lui,
i

egli

polarmente, agguagliare

tutti

soggetti, umiliare

grandi

per tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppres-

220
sione,

FILOSOFIA DEL VICO

mantenere

il

popolo soddisfatto e contento circa

il

sostentamento che

gli

bisogna per la vita e circa

gli usi
si-

della libert naturale, e

adoprare un ben ponderato

stema
caso
si

di concessioni e privilegi o a interi ordini (nel qua!

chiamano

privilegi di libert ), o a persone parfuori d'ordine

ticolari,

promovendo

uomini di merito straor-

dinario e di virt eccezionali.

Nella monarchia, che governo umano al pari della democrazia, prosegue e s' intensifica quel processo di umanamente o ingentilimento dei costumi e delle leggi, che le

repubbliche popolari avevano iniziato. Si sciolgono sempre


i rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia. Gl'imperatori, ai quali faceva ombra lo splendore della nobilt, si diedero a promuovere le ragioni della natura

pi

nobili e a plebei e Augusto attese a fedeco in coi messi, quali nei tempi innanzi, proteggere merc la puntualit degli eredi gravati, i beni erano pas;

umana, comune a
i

sati agi' incapaci di eredit, e

li

trasform in necessit di

ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad effetto. Successe una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entra-

rono nell'ordine degli agnati

finch Giustiniano tolse le

differenze tra legati e fedecommessi, confuse la quarta falcidia e trebellianica, distinse poco
i

testamenti dai codicilli

e e

adegu

ab intestato

, in tutto e per tutto, gli agnati

i cognati. Tanto le leggi romane ultime si profusero in favorire i testamenti che, laddove anticamente per ogni

leggiero motivo essi erano invalidati, poi si dovettero interpetrare nel modo che meglio conduceva a mantenerli
saldi.

Caduto affatto il diritto ciclopico , che i padri avevano esercitato sulle persone dei figliuoli, and cadendo altres quello economico sugli acquisti dei figliuoli onde
;

gl'imperatori introdussero prima


attrarre
i

il

peculio castrense per


il

giovani

alla

guerra, poi

quasicastrense

per

invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere con-

XVII.

LA STORIA DI ROMA

221

tenti

quelli che non erano n soldati n letterati, il peculio avventizio. Tolsero l'effetto della patria potest alle
si

adozioni, le quali non

contennero
;

pi

ristrette

nella

cerchia di pochi congiunti


le

arrogazioni,
,

difficili

approvarono universalmente alquanto perch difficile che un


si

pater familias st d'un estraneo

un sui
;

iiiris,

sottometta alla patria potele

reputarono

emancipazioni quali be<;

nefizi e dettero alle legittimazioni

monium
paterno

per subsequens matritutto il vigore delle nozze solenni. L' impero nome superbo che sembrava scemare la maest

imperiale, fu mutato nell'altro di patria potest . L'umanitarismo della monarchia si estese anche a quella parte
dell'antica famiglia che erano gli schiavi,
ratori

avendo

g'

impe-

raffrenata la crudelt dei

signori verso di essi e,

per favorirli, ampliate negli

effetti e ristrette nelle solen-

nit le manomissioni; e la cittadinanza, che

prima non

si

dava

se

non

ai

grandi stranieri benemeriti del popolo ro-

mano, fu concessa a ognuno che, anche di padre schiavo, purch di madre libera o affranchila, nascesse in Roma. Le pene si addolcirono ancora, e i monarchi si adornarono
del

grazioso titolo di
pili

furono sempre
naturale, e
si

Le parole delle leggi largamente interpetrate merc l'equit

clementi

pu dire che Costantino cancellasse affatto le forinole, quando stabili che ogni motivo particolare di equit faceva mancare le leggi. Si giunse all'estremo op privilegia ne irrogante delle dodici tavole e privilegi erano tutte le eccezioni fatte alle leggi e det;

posto del

tate dal particolare

merito dei

fatti,

che

li

traeva fuori

dalle
goli

comuni
il

disposizioni.

La

restrizione dei diritti ai sin:

popoli fu via via abolita

sotto Caracalla

si

fece di

tutto

mondo romano una

sola

prio dei grandi monarchi di

Roma, perch voto profare una citt sola di tutto il

mondo, secondo il pensiero che Alessandro Magno espresse dicendo che tutto il mondo era per lui una citt, della

222

FILOSOFIA DEL VICO


dei

quale la sua falange formava la rcca. Dagli editti


pretori
lato
si

pass, sotto Adriano, all'editto perpetuo compie

da Salvio Giuliano
la

composto quasi tutto di

editti

provinciali.

Con
cede
il

monarchia,

il

posto al diritto

diritto naturale delle genti naturale delle nazioni; onde

quella forma politica, sociale e giuridica la pi conveniente all'umana natura della pi spiegata ragione. Con
essa (come si avuto occasione di accennare) si raggiunge da capo, dopo lungo svolgimento, quell'uno, che era delle monarchie familiari dei primi padri e il corso delle na;

zioni

si

deve considerare
:

affatto

compiuto. Andare pi

oltre jaon possibile

possibile soltanto, in quella

somma

delicatezza dell'umanit ingentilita, corrompersi, imbarbarirsi con la barbarie della riflessione , e ricadere in una
sorta di

nuova

ferinit,

per ripassare dipoi a nuova eroica

barbarie.

XVIII

La barbarie ritornata

o il Medioevo

'i

tali ricorsi

il

Vico non studia e non addita se non

un caso

periodo di storia europea che, appunto ai suoi tempi, si era cominciato a pi particolarmente delimitare dagli storici e a denominare (bench il Vico non lo
solo
:

il

denomini ancora

cosi)

il

Medioevo
di

Che quello fosse periodo, decadenza e di barbarie, non era di certo un pensiero che giungesse nuovo alla coscienza;
sentito

perch, specie dal tempo dell'umanesimo, si era distacco e l'orrore verso quei secoli mediai, et latinitatis , nei quali si trascurarono e dispersero infima
il

tesori delle letterature classiche, e


si

buoni studi langui-

rono o

spensero

affatto.

pi viva e piena questa cose per altri popoli


inizi in
il

scienza, generale nell'Europa colta, era in Italia, la quale

non poteva dimenticare che,


quel periodo
la fortuna, la

s'

potenza e la civilt, per lei

medioevo

fu la fine dell'alma

Roma,

anzi l'avvilimento del

nome romano

e sorgente sopr'esso l'orgoglio vandalico, vi-

sigotico e langobardico, la devastazione delle ricche citt,


la distruzione dei maestosi monumenti, che ancora mostravano dappertutto, nei loro ruderi, la lamentabile ruina. Il Machiavelli aveva dato principio alle sue storie con la con-

citata descrizione,

che

tutti

conoscono, del cangiamento

to-

224

FILOSOFIA DEL VICO

tale, seguito alla caduta dell'Impero d'occidente. Ma passare a rassegna le rovine o raccogliere le antichit medie-

non significava ancora penetrare nell'intimo spirito tempo cosi come notare le differenze e le deficienze d'un uomo rispetto a un altro non vuol dire intenvali

di quel

dere
Il

lo spirito di
l'

quell'uomo e neppure quello dell'altro.


intelligenza dello spirito medievale, cio

Vico inaugura

della
l'et.

costituzione

mentale,

sociale

culturale

di

quel-

pur viveva in una parte d' Italia dove molte erano, nonch i documenti, le persistenze del medioevo, confessa che quei tempi della barbarie seconda gli erano
Egli, che
riusciti assai pi oscuri dei tempi della barbarie prima, dai quali anzi aveva tratto luce per comprendere l'altra. E l'aveva compresa nell'atto stesso che l'aveva cosi bat-

tezzata:

barbarie seconda

ritornata

ricorsa ,

considerandola come esempio della legge ideale che egli

aveva

stabilita

dei ricorsi.

11

medioevo

gli

apparve, in

generale,
di vita e

come un ripresentarsi di condizioni primitive un conseguente riprodursi del processo sociale

che da queste si svolge. Pensiero quanto originale altrettanto ricco di verit, al quale sarebbe fuori luogo opporre

che

il

Vico scopre
del
il

caratteri generici e
;

non

tratti indi-

viduali

medioevo

l'appunto era

perch noi sappiamo che tale per suo problema, la ricerca dei caratteri ge-

nerici ossia delle uniformit, e che egli schivava la storia

propriamente detta per non essere condotto al bivio tra la scienza e la fede, tra la concezione affatto immanente della
storia e perci escludente rivelazione e miracolo, e quella
affatto trascendente e,

zione scientifica.
di essere notata)

come miracolosa, ribelle alla trattaAnche ai giorni nostri (la cosa degna

abbiamo veduto risorgere codesto tenta-

rendere comportabili tra loro religione e storia, col prescindere dall'aspetto individuale degli avvenimenti
tivo
di

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

225
1
.

e ridurre

la storia

a storia d'istituzioni e di uniformit

In questa posizione, che il problema prende nel Vico, si trova anche la ragione del fatto, che parso assai strano
in

un

cattolico, del

nessun risalto da

lui

dato al cri-

stianesimo, nel quale egli s'incontra proprio all'aprirsi del medioevo e di cui si spaccia in poche parole col dire: che
Dio, avendo per vie

sovrumane
con

schiarita e ferma la ve-

rit della religione cristiana

la virt dei

martiri con-

tro la potenza di

padri e coi miracoli contro la vana sapienza greca, e dovendo sorgere nazioni armate da combattere in ogni parte la divinit del

Roma

e con la dottrina dei

suo autore,
lita

permise che
il

nascesse nuovo ordine di umasi

nit tra le nazioni, perch la vera religione

fosse stabi-

secondo

corso naturale delle cose umane.

Appaghiamoci dunque delle somiglianze che il Vico viene notando tra la societ medievale e quella dei primi secoli di Grecia e di Roma, e non prendiamo scandalo nepsue esemplificazioni e documentaIl suo pensiero storico sostanziale (come gi sappiamo) tanto gagliardo che passa attraverso gli errori, o a essi vive in mezzo senza

pure se molto spesso

le

zioni riescano fallaci e immaginarie.

esserne consunto.

racconto o

il

(per rifare, riordinandolo, il suo suo quadro), ecco nel medioevo risorgere dap-

Ecco

pertutto gruppi di case sui monti, e sopra il caseggiato appollaiarsi le rcche, come gi nell'et divina dei ci perch altro modo di scampo non v'era per le misere genti, battute dalla violenza dei barbari invasori e dalle lotte intestine. Le citt pi antiche, sorte nei tempi

clopi

di mezzo, e quasi tutte le capitali dei popoli, sono, infatti,

poste sulle alture;


le

gl'italiani

chiamano

castella

tutte

nuove signorie che

allora

si

formarono; e perci anche,

Si

vedano
I,

(a

proposito di

un

libro del Sorel) le

mie Conversa-

zioni critiche,

810-22.

B. Ceoc^,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

15

226
forse,
i

FILOSOFIA DEL VICO


nobili
i

si

dissero

summo
.

illustri loco nati ,

laddove
stanti,

plebei, che

abitavano

le

valli e

pianure sotto-

imo, obscuro loco nati

Ecco

riaprirsi gli as ili r

specialmente presso i signori ecclesiastici, che in tanta ferocia di vita erano pi mansueti e gli oppressi e gli spau;

riti

portarsi presso costoro e porre s stessi e

loro patri-

moni sotto la loro protezione. Perci nella Germania, che dovette essere pi fiera che le altre parti d'Europa, restarono quasi pi sovrani ecclesiastici, vescovi e abati, che
non
di

esempio di queste formazioni politiche era, nel regno di Napoli, la badia di San Lorenzo
secolari.
illustre

Un

quale s'incorpor quella di San Lorenzo che nella Campania, nel Sannio, nella Puglia Capua, e nell'antica Calabria, dal fiume Volturno fino al mare picalla

A versa,

di

colo di Taranto, governava centodieci chiese o direttamente

o per abati e monaci a lei soggetti, e di quasi tutti quei luoghi gli abati di San Lorenzo erano signori o baroni. E poich nei luoghi erti e riposti si edificavano piccole chiesicciuole
uffizi

per celebrarvi la messa e per compiere gli altri di piet, quelle diventarono naturali asili dei popoli,
i

che vi vennero fabbricando attorno


la

loro

abituri

che

ragione per cui dappertutto in Europa tante citt, terre e castella s'incontrano con nomi di santi e le chiese sono
i

monumenti pi

antichi di quei tempi.

Ed

ecco, per con-

seguenza, in tutta l'Europa, non gi formarsi per la prima volta ma tornare al mondo la feudalit, che si vaneggia uscita dalle scintille dell'incendio che i barbari dettero al

romano (come sostengono l'Oldendorpio e tanti giuristi), quando invece il diritto romano esso nacque
diritto
scintille dei feudi celebrati nella

altri

dalle

prima barbarie del Lazio, e la feudalit medievale non fu diritto nuovo delle genti di Europa, ma un diritto antichissimo, rinnovellato con
l'ultima barbarie. Altro che

materia vile

(come,

al

dire

del Vico, la chiamava

il

Cuiacio) quella dei

feudi, che

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

227

invece tutta eroica e degna di essere adornata della pi E perch mai colta e riposta erudizione greca e romana
!

se

espressioni

di natura le pi belle giurisprudenza romana (con le quali lo stesso Cuiacio mitiga la barbarie della dottrina feudale)

non per questa sostanziale identit


della

riescono tanto acconce, che non


pi,

si

potrebbe desiderare di

ad

esprimere le propriet e gli attributi dei feudi ?


la

Ritorn dunque nel medioevo


eroi e famoli, tra viri

fondamentale divisione tra

o
,

baroni

varones

si

chia-

mano ancora
e

gli

uomini
,

viri , in

lingua spagnuola)
i

semplici
patres

homines

come erano
o

detti
,

vassalli, tra

patroni

padroni

e servi. I feudisti
clientela ,

eruditi,

che traducono

feudum

in

fanno

ben pi
ginano,

di un'abile sostituzione linguistica,


e,

come s'imma-

primi feudi del


le
si

senza saperlo, definiscono storicamente il feudo. medioevo dovettero essere personali,


di
ai

come
che

prime clientele osservava ancora

Romolo: forma

di vassallaggio

settentrione, e specialmente in Polonia, dove gli

tempi del Vico nei regni del kmet

erano una specie di schiavi che quei palatini (o voievoda) spesso mettevano come poste dei loro giuochi, per-

dendone
droni.

le intere

famiglie che passavano cosi a nuovi pai

Vennero poi

feudi rustici,
che
i

di specie reale, con-

sistenti in terre incolte

vincitori assegnavano ai po-

poli vinti per sostentamento, ritenendo essi le terre colte,

e che
e

traducevano (con un'altra eleganza latina con non minore verit storica) beneficia . Gli antichi
i

feudisti

nexi

furono

nuovi uomini

ligi

legati

che

dovevano riconoscere amici e nemici


si

tutti gli

amici e ne-

mici del loro signore e che prestavano quella che in


disse

Roma

opera militaris

e nel

medioevo
si

si

ridisse mi-

litare servitium . Il

legame feudale

estese a pi larghi

rapporti politici; e come gi i re vinti diventavano alleati e soci di Roma e servabant maiestatem populi romani ,

228
cosi
i

FILOSOFIA DEL VICO


si

ebbero feudi sovrani soggetti a maggiori sovranit,

rappresentanti delle quali, grandi re e signori di grandi

regni e numerose provincie, presero titolo di

maest

Le repubbliche
stato , per

risorsero

aristocratiche,
di

se

non

di

costituzione, per lo meno governo , quanto a effettivo potere politico: il che veniva confessato dai politici e fra gli altri dal Bodin, il

forma esterna

di

quale del suo regno di Francia giunse a dire che, durante


le

due linee merovingia

e carolingia, fu addirittura aristo-

cratico di stato.

aristocratici si serbarono fino al secolo


i

decimosesto, viventi testimoni del passato,


zia e di

regni di Sve-

Danimarca,

e si

serbava ancora,

ai

tempi del Vico,


il

la Polonia, gi

ricordata. I primi pubblici parlamenti di

Europa dovettero essere composti, come

senato di Ro-

molo, dagli anziani della nobilt, dai seniores (donde signori ); ed erano corti armate, come gli antichi codiscettavano cause feudali intorno a mizi curiati, di baroni ossia di pari. In quei parlamenti si diritti o successioni o

devoluzioni di feudi per cagioni di fellonia o di caducazione; le quali cause, confermate pi volte con
cature, fecero
le
tali

giudidi

consuetudini feudali. Un'ombra


al

quei parlamenti sembrava


di Napoli, al cui

Vico
si

presidente

Sacro Regio Consiglio dava il titolo di Sacra


il il

Real Maest

come

ai consiglieri

nome

di

milites ,

e dalle sue sentenze non v'era appellazione ad altro giudice, ma solamente richiamo al medesimo tribunale.

Governi aristocratici, e tutti avvolti da un nimbo o da una nube religiosa; tantoch non solo i vescovi e gli abati erano, come si visto, assai spesso feudatari, ma i feudatari e

cattolici

della

si coprivano d' insegne religiose, e i re dappertutto, per difendere la religione cristiana quale sono protettori, vestirono le dalmatiche dei
i

sovrani

diaconi, consacrarono le loro persone

reali

(onde

sacra

real maest ) e presero dignit ecclesiastiche,

come Ugo

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

229

Capeto che s'intitolava conte e abate di Parigi; e duchi e abati, o conti e abati, s'intitolavano comunemente, come
appare dalle antichissime scritture, i principi di Francia. Quei primi re cristiani fondarono religioni armate, con le
quali difesero
infedeli.
il

Ritornarono con verit

cattolicesimo contro ariani, saraceni e altri i pura et pia bella dei

popoli eroici: la croce sopra

un orbe, che

tutte le potenze

cristiane sostengono sulle loro corone, ricorda le croci spie-

gate in campo nelle guerre sante, nelle crociate. Ritornarono le schiavit eroiche, che durarono molto a lungo tra le nazioni cristiane, perch, considerandosi le guerre giudizi di Dio,
i

vincitori
li

credevano che
cani

vinti

fossero ab(cosi

bandonati da Dio e
i

tenevano nientemeno che bestie

cristiani

chiamano

turchi, e questi

li

ricamai vinti

biano col

divina

et

nome di porci ). Gli antichi toglievano humana omnia ; e i barbari nuovi,


non ad
altro
i

nell'oc-

cupare
quei

le citt,

attendevano che a ricercare


i

e portar via

depositi o reliquie di santi (che

popoli in

tempi sotterravano e nascondevano con ogni diligenza), onde in quei tempi avvennero quasi tutte le tras-

lazioni dei corpi


vestigio che
i

santi.

Di

siffatti

costumi restato come

popoli vinti

debbano riscattare dai generali


delle citt prese.

vittoriosi tutte le

campane
si

Analoghe somiglianze
ridico della propriet.

ravvisano nell'ordinamento giudivisione


delle

La somma
erano in

cose in

diritto feudale quella dei beni

diali.

Ma

gli allodiali

feudali e dei beni alloorigine di un diritto for-

tissimo,

non

infievolito
i

da niun peso straniero, neppure


i

pubblico: erano
stati
la

beni direttamente acquistati e conquifeudali

dai patrizi o baroni, laddove

importavano

laudazione del signore, dal quale erano stati concessi.

Gli allodiali

rispondevano dunque
,

al

ex iure optimo
in

feudali

al

bonitario

dominio quiritario, e solamente


;

quando,

tempi pi tardi, nella nuova Europa, come gi

230
in

FILOSOFIA DEL VICO


antica,
si

Roma

form un nuovo censo ed erario,


ai pesi

e gli

allodiali
la

furono sottomessi

pubblici, pot nascere


essi

denominazione dispregiativa fuso , in contrasto coi feudali,

di

come

beni
.

del
Cosi,

beni della lancia

a mo' di esempio, le provincie che di poi s' incorporarono nel regno di Francia, erano state un tempo signorie so-

vrane, soggette feudalmente al re di quel regno, nelle quali principi sovrani avevano i loro beni (allodiali), liberi di

ogni pubblico peso; ma, poich per successione, ribellione o decadenza vennero a far parte del regno, quei beni fu-

rono sottoposti ai dazi e tributi e il dominio ex iure optimo si confuse col dominio privato non feudale, soggetto
a quei pesi, e gli allodi nel significato nobile divennero una cosa sola con gli allodi nel significato volgare. I feudisti degli ultimi tempi smarrirono il valore della distin-

zione originaria, come i giuristi romani ultimi non avevano inteso il significato del dominio ex iure optimo . Al dominio feudale si collegavano le enfiteusi, onde il laudemio rest a significare egualmente ci che il vassallo

paga

al

commende
i

signore e l'enfiteuticario al padrone diretto; , che erano le antiche clientele; i censi


si

le
,
i

per effetto dei quali


nobili (e

era tenuti a servire nelle guerre


angari perangar produssero gli assidui romani); le precarie , che dovettero essere dapprima le terre date dai signori alle preghiere dei poveri; i livelli o permutazioni di beni stabili, che in quell'economia agricola tenevano luogo dei commerci mancanti. L'esclusione delle donne dalle successioni, ch'era dell'antichissimo diritto

censuanti, o gli

, ri-

romano,

si

celebr di
il

nuovo nella

legge salica

in origine (congettura
le altre

Vico)

prime barbare nazioni di Europa, e poi restata in vigore solamente nella Francia e nella Savoia.
alla

comune

Germania

a tutte

castighi

erano crudeli e

la

pena

di

morte

si

disse

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

231

pena ordinaria

Ma neppure

nel

medioevo c'erano vere

leggi e procedimenti penali pei torti privati: gli ammazzamenti dei plebei o accadevano per fatto dei loro padroni

medesimi, che niuno poteva accusare; o per fatto d'altri, e come di servi altrui si rifaceva al padrone il danno, secondo ancora si costumava nella Polonia, nella Lituania,
nella Danimarca, nella Svezia e nella Norvegia. Col
di

nome

sacri canoni)
di

purgazioni canoniche (non riconosciute per altro dai si celebravano in tutta Europa certe specie
;

tempi di Bartolo, vi Nei giudizi intorno agli alrappresaglie. lodi i signori se la vedevano tra loro con le armi e nel reame di Napoli, ancora ai tempi del Vico, i baroni non
e,

giudizi divini o duelli


le

fino ai

ebbero vigore

coi giudizi civili


fatti

ma

con duelli vendicavano da


altri

gli

attentati

dentro

'i

loro

feudi

baroni. In

una

societ

dove
tres

la forza
i

imperava, qual maraviglia che tornassero alladronecci eroici, e che il titolo di corsaro o
divenisse titolo di signoria?

pirata

mai, come

al-

lora, fu tanto varia e incostante la fortuna dei regni.


Il diritto

romano

di equit, fu rifiutato e

giustinianeo, tutto penetrato dall'idea cadde in oblio. In Francia e in

Ispagna era gravemente punito chi osasse allegarlo nelle cause; e certamente in Italia si recavano a vergogna i nobili di regolare i loro affari con le leggi romane e professavano di vivere secondo quella langobardica, laddove i plebei, che pi tardi si disavvezzano dagli antichi costumi, praticavano alcuni diritti romani in forza di consuetudini.

in consuetudini piuttosto

che in leggi consistevano

di-

ritti

allora vigenti, nei quali ripresero


le

importanza
si
,

le fori

mole rigide e
cosi detti
tali

cerimonie solenni e

distinsero

patti

nudi

da quelli

vestiti

cio sussidiati

da

forinole e cerimonie.

pu valere come

Della reverenza per le forinole esempio la leggenda (al tempo del Vico
di

creduta fatto storico)

quel che intervenne all'imperatore

232

FILOSOFIA DEL VICO


III
il

Corrado

fomentato

allorch prese Weinsberga, citt che aveva suo competitore nell'impero e che egli con-

dann allo sterminio, dando legge che fossero salve le sole donne con quanto potessero trasportare addosso. Ma quelle donne uscirono dalla condannata citt, cariche dei loro figliuoli, mariti e padri
;

e l'imperatore, che stava alla porta,

a capo dell'esercito, pronto con le spade sguainate e con le lance in resta a vendicare la collera sua spaventosa, vide e sofferse che passassero salvi tutti, per rispetto alla
forinola letterale della legge da lui decretata.

Erano tempi analfabetici, il che sua immagine che tornarono allora


o

il
i

Vico esprime con la


linguaggi

mutoli

Le lingue volgari, italiana, francese, spageroglifici gnuola e tedesca, non erano messe in iscritto, e solo si scriveva da pochi ecclesiastici un barbarico- latino, onde
.

chierico

signific

uomo

dotto

ma

tra gli stessi sa-

cerdoti regnava tanta ignoranza che si vedono scritture firmate da vescovi col segno della croce, perch non sa-

pevano scrivere neppure i propri nomi. Per si sezza una legge inglese disponeva che un reo

fatta scar-

di morte, che sapesse di lettere, come eccellente in arte non fosse messo a morte; e letterato , come chierico , si stese

a significare l'erudito. Di qui l'importanza e il largo uso che ebbero le imprese gentilizie per accertare i domini

sopra case, sepolcri, campi e armenti, delle quali tante si osservano ancora sugli edifiz di quei tempi. Con la barbarie torn altres il predominio del verso
sulla

prosa.
si

medesimo

padri della chiesa latina (e il dica di quelli della greca) sono piene di nudei

Le prose

meri poetici, talch sembrano cantilene. La prima lirica nuova fu religiosa; e se non si ebbero propriamente poemi
religiosi cristiani, fu

perch

le

cose della nostra

teologia

superano ogni senso e ogni immaginazione e spossano di


troppo
la facolt poetica.

Poesia e storia

si

riconfusero;

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

233
riil

romanzieri, che furono i poeti eroici dei tempi barbari onde poi tornati, credettero di narrare storie vere
;

Boiardo e l'Ariosto presero i soggetti dei loro poemi dalla storia di Turpino, vescovo di Parigi. E quando, per effetto della famosa scuola parigina e della sottilissima teologia
scolastica, la lingua francese pass di colpo dalla

sponta-

neit alla riflessione,

come

essa lingua serb in gran


di

nu-

mero
cosi

dittonghi
storia di

pur

riempiendosi

termini
in

astratti,

la

Turpino sopravvisse
storie,

Francia quasi
in latino

poema omerico.

Gli stessi facitori dei

poemi

non

cantarono altro che

come Guglielmo

De

gestis

normannorum
primi
e

in Italia e

pugliese nel Guniero nel Carmen


gestis.

heroicum de rebus a Frederico Barbarossa


furono
in
i

poeti

scrittori del volgare in Italia


in

non meno che


la

Provenza

Francia.

Risorse la virt puntigliosa,


tutta
le

come

quella di Achille, nella quale


i

loro

morale

.riponevano

duellisti

gli uffizi altieri e le

leggi superbe, soddisfazioni vendicative dei cavalieri


;

donde uscirono

proprio un personaggio omerico dalla rapida commozione quel Cola


erranti, cantate

dai

romanzieri.

Non sembra
di

di

Rienzo, che (come

si

legge
in

nella vita

lui),

mentre
quali

mentova

l'infelice stato di
tutti

Roma,

esso e coloro coi

ragiona, prorompono bole fantastica era ancora una condizione


rito, io

dirottissimi pianti?

L'iperdi
spi-

comune
Vico)
i

come

nei fanciulli; perch (scrive

il

sovente

che mi

mi ricordo, quando vado a passeggio, che molli clivi si svolgono innanzi agli occhi, parevano a me bam-

bino altissime montagne e dirupate . Cosi, nel medioevo, gli Orlandi e gli altri paladini erano finti di enorme statura; e le
di

immagini degli
Vergine,

esseri divini, del


si

Padre eterno,

Cristo, della

dipingevano e scolpivano di

eccedente grandezza.
gl'ingegni umani sono a guisa dei terreni i quali per lunghi secoli incolti, se una volta si riducono a col-

Ma

234
tura,

FILOSOFIA DEL VICO

danno nel bel principio fratti maravigliosi in perfezione, grandezza e abbondanza. Epper al tempo della
nacque Dante, l'Omero della ritornata

spirante barbarie d'Italia, dopo quattro secoli dei pi crudeli e tempestosi,

barbarie; come, poco stante, fiori la poesia delicata del. Petrarca e la prosa leggiadra e graziosa del Boccaccio: esemp tutti e tre incomparabili. E per la natura gi definita della barbarie,

naturalmente veritiera, aperta,

fida,

generosa e magnanima, Dante espose in comparsa persone reali e rappresent fatti reali dei trapassati e il suo poe;

commedia in ricordo dell'antica commedia che teneva il medesimo procedere. Nel qual poema greca, sembrano avere corrispondenza cosi Y Iliade come l'Odissea:
chiam

ma

prima, nell'Inferno, dove Dante impieg il suo collerico ingegno e tutto il grande della sua fantasia nel narrare
la

tante ire implacabili e nel rimembrare


di spietatissimi tormenti,

un gran numero
quali
descrizioni,

degno riscontro alle tante forme


(le

atroci di

morte descritte da Omero

che ora destano piet, agli uditori contemporanei cagiola seconda, cio l'Odissea, navano, invece, piacere); che celebra l'eroica pazienza di Ulisse, trova rispondenza nel Purgatorio, spettacolo di pene tormentose sofferte con

inalterabile pazienza, e nel Paradiso,


gioia con

glianza di

dove si gode infinita una somma pace dell'animo. E un'altra somiDante con Omero nella fisionomia della lingua
si

da

lui

adoperata, cosi varia che

opinato che egli l'avesse

raccolta,
letti

quella dei suoi poemi, da tutti i diadella sua nazione: opinione dei dotti del secolo deci-

come Omero

mosesto, la quale non regge aHa critica, perch indubitabile

che,

quando Dante

li

us,

essere comuni in Firenze, n vita


stata
letti

d'uomo

quei parlari dovevano gli sarebbe ba-

ad andarli raccogliendo

mancavano

gli scrittori.

tempi in cui dei vari diaMa la pi sostanziale somiin

glianza che egli ha con

Omero

nella

sublimit poetica.

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA
alle fantasie delicate

235

Dante un divino poeta che

mo-

derne sembra incolto e ruvido, e agli orecchi ammorbiditi da musiche effemminate suona un'armonia soventi volte insoave;

ma non
egli

cosi agli

uomini

di gusto austero,

che non

badano a

dilettarsi di fiori,

Omero,
per
la

grande non per

acconcezze e amenit. E, come la sua sapienza riposta, ma

sua vigorosa fantasia. Certo, Dante fu dottissimo in divinit; ma in ci, piuttosto che la sua forza, la sua

debolezza. Se Dante non avesse saputo n di scolastica n


di latino, sarebbe riuscito

anche maggior poeta, e forse

la

lingua toscana avrebbe avuto (come non ebbe la latina) un poeta da contrapporre in tutto e per tutto a Omero. Il

modo acconcio
fatti

di

commentarlo

di dare notizie delle cose,

o persone
di lui,

menti

mentovati dal poeta, di spiegare i sentie tralasciare ogni morale e molto pi scien.

ziata allegoria

Colui che scriveva questa pagina di critica dantesca, e rivendicava Dante dopo secoli di gusto antidantesco (o dan-

tesco-grammaticale e dantesco-scolastico), e lo rivendicava proprio negli anni della fioritura arcadica cosi ritrosa e

avversa a Dante, avrebbe meritato d'incontrarsi col genio di Guglielmo Shakespeare, che forse egli solo, a quei tempi, era in grado d' intendere nella sua possanza poetica. Ma
in Italia,

come

in generale fuori d'Inghilterra, dello Sha;

geva

kespeare allora non si conosceva nulla e appena ne giunal Vico una tarda e vaga notizia, cio che gl'inglesi,

non ammolliti dalla delicatezza del

secolo,

non

si

dilettavano di tragedie che non avessero dell'atroce, appunto come il primo gusto del teatro gl'eco fu delle nefa-

cene di Tieste e dell'empie stragi compiute da Medea su fratelli e figliuoli. La tendenza verso la poesia e la letrie

teratura germanica rimase nel Vico, come sappiamo, un sospiro: non gli era possibile scorgerne i precisi e particolari

lineamenti per quanto appuntasse col lo sguardo, e

236

FILOSOFIA DEL VICO


vi accenn, sopra notizie di seconda mano, affermare che, nella nazione tedesca, particolar-

una volta che


fu per

mente nella

Slesia provincia tutta di contadini,

nascono

naturalmente poeti

cerca di poesia cio, ingenua e popolare, gli accadde di abbracciare, senz'avvedersene, i rappresentanti della scuola slesiana, gli Hoffmannswaldau e i Lohenstein, imitatori tedeschi del suo
in

andando

atto

compaesano cavalier Marino! Ma questo un aneddoto, non ad altro che a confermare con nuovo esempio gli

scherzi che faceva al Vico la sua accesa immaginazione. Come si uscisse dalla seconda barbarie e dalla costitu-

zione feudale, il Vico non dice; e sembra non aver fermato la sua attenzione sul movimento comunale, che tante
analogie gli avrebbe offerto con le lotte della plebe romana e col formarsi dell'antica democrazia. Schernisce,

per altro, anche qui, coloro che facevano sorgere le monarchie moderne, per es., la francese, di punto in bianco, con una sorta di legge di Triboniano, per la quale (dice
ironicamente)
i

paladini di Francia

si

sarebbero spogliati
della

della loro potenza, conferendola nei


tingia.
il

re

linea cape-

Nota anche che, essendosi sparso e quindi disperso

potere dei baroni per effetto delle guerre civili nelle quali dovevano dipendere dai popoli, fu facile raccoglierla nei re monarchi, mutandosi cosi l'ossequio dei vassalli al
nell' obsequium principis . Ma speciale importanza egli d al risorgere della giurisprudenza romana (di questo diritto naturale delle genti di Europa , come lo

barone

aveva chiamato
versit d' Italia
;

il

Grozio) con gli studi aperti nelle unisi

onde
i

l'equit naturale,
nella

nobili e

appresero di nuovo i principi delg' ignobili furono adeguati

ragion civile come gi sono nella natura umana, l'arcano delle leggi usci di mano ai feudatari, dei quali

modo venne sempre pi fiaccata la giunse al governo umano delle repubbliche


per
tal

potenza; e

si

libere e delle

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

237

perfettissime monarchie.
sofferto

La gi ricorsa societ eroica aveva contrario ricorso; e, nella civilt dei tempi nuovi, era impossibile richiamarla in vita, come vani riuormai
il
i

scirono

tentativi di restaurazione aristocratica che fecero


i

nell'antichit
plebei,

pitagorici e

Dione siracusano. Gli uomini

una volta che

coi nobili, non

si sono riconosciuti di egual natura sopportano pi di restare inferiori a essi

nella vita civile.

E le pochissime repubbliche aristocrache e l avanzavano in Europa, dovevano adotiche, qua molte sollecite cure e accorti e saggi provvediperare
menti per tenere a freno
e

contente

le

moltitudini da esse

governate.

XIX
Il Vico contro l'indirizzo di cultura dei suoi tempi

G 'iunto,
che erano
Vico
fa
i

nel contemplare
suoi, di

il

corso della storia, ai tempi,


le nazioni,
il

umanit sparsa su tutte

e tace, se
salito

una rapida descrizione del mondo contemporaneo, non soddisfatto, incerto o prudente. Come non era alla Scienza nuova per diretto impulso di problemi
(almeno nel significato che hanno d'ordinario quecontemplazioni della Scienza nuova
alla vita

politici

ste parole), cosi dalle

non discese
presenta
piti

attiva,

neppure nella forma che

si

ovvia a un

uomo

di pensiero, del libro e del-

Anche quando, per poco, concep una


sua Scienza
l
,

l'opuscolo che critichi leggi e istituti o proponga riforme. pratica della

non pens che questa pratica, per


che

che

gli spettava, potesse aggirarsi altrove


.

parte dentro le

la

accademie

La

pratica
,

dentro

le

accademie

ossia nel

campo

della

per altro, pratica anch'essa e politica; e non di certo tra le meno importanti. E uno storico o un filosofo
cultura,

non pu astenersene mai del


o

meno

tutto, se anche l'accentui pi fortemente, la svolga con maggiore o minore am-

piezza.

Si

veda sopra, cap. IX, pp.

110-13.

240
II

FILOSOFIA DEL VICO

Vico v'insist e

la svolse

ampiamente;

anzi, la sua

prima affermazione nella vita scientifica fu appunto l'esame dei metodi moderni di studio e di educazione, comparati
con quelli degli antichi esame il quale (dopo saggi e tentennamenti nelle prime orazioni) prese corpo nella prolusione universitaria del 1708, De nostri temporis studiorum
:

ratione. Negli anni che seguirono, tutt' intento a lavorare


alla

Scienza nuova, non dette altre pubbliche manifesta-

zioni del suo malcontento verso l'indirizzo che prevaleva

negli studi;
si

ma

con tanto maggiore frequenza e vivacit

espresse sul proposito nelle lettere private e nelle con-

versazioni, n volle tralasciar di ricordare quel ch'egli ne

pensasse nell'autobiografia. Non fa d'uopo dunque ricavare il suo atteggiamento polemico dai sottintesi e dagli incisi
della sua opera capitale, perch egli

casioni rese

espliciti

sottintesi e

medesimo in pi ocmut g' incisi in pro-

posizioni principali.

Quella polemica si mosse in due campi attigui, che rispondono al duplice aspetto della Scienza nuova, come filosofia dello spirito e come scienza generalizzante.
Sotto
il

primo aspetto,

il

Vico aveva fatto valere

diritti

della fantasia, dell'universale fantastico, del probabile, del


certo, dell'esperienza, dell'autorit, e quindi della poesia,

della religione, della storia, dell'osservazione naturalistica,

dell'erudizione, della tradizione.

Sotto

il

secondo, aveva

disegnato uno schema

dello svolgimento naturale dello spi-

rito, cosi nella storia del

individuale, messa da lui


della storia. Perci
cessit,
il

genere umano come nella vita a continuo riscontro con le fasi

suo esame doveva volgersi di ne-

per una parte, alle disposizioni spirituali del suo tempo e, per l'altra, al modo in cui s'intendeva e s'impartiva allora l'educazione dei fanciulli e giovinetti. Nell'uno e nell'altro campo, il Vico avvertiva le medesime deficienze, ed era offeso da quel medesimo arido intellettua-

XIX. IL VICO

CONTRO

SUOI TEMPI

241

lismo che aveva reso inintelligibile il processo della mente, e mutilato e falsato la verit della storia umana.

Ai
si

fanciulli,

appena

usciti dalle scuole di

grammatica,

soleva infliggere un'istruzione di logica, adoperando, secondo le predilezioni dei maestri, ora la logica scolastica,
di

ora e pi
si

telica e scolastica),

frequente quella (in sostanza anch'essa aristoche era stata elaborata dall'Arnaud e

diceva logica di Portoreale , tutta ripiena di severissimi giudizi intorno a materie riposte di scienze superiori e lontane dal comune senso volgare, tutta infarcita di

esemp tratti da tali scienze. I fanciulli avrebbero dovuto, merc quella disciplina, farsi d'un tratto critici e purgare la mente non solo del falso, ma perfino delle opinioni verisimili e probabili;

quando, in verit,
la loro

di niente si

poteo

vano purgare, perch

mente era ancora sgombra


:

scarsamente fornita, e nessuna critica potevano esercitare, per mancanza di materia criticabile avrebbero dovuto essere condotti a ben giudicare innanzi di ben apprendere, contro il corso naturale delle idee, che prima si apprende,
poi
si

giudica e finalmente

che gli spiriti a quel secchi nello spiegarsi giudicare d'ogni cosa

modo
e,
;

ragiona. Il risultato era educati diventavano aridi e


si

senza far mai nulla, pretendevano

restavano tutta la vita affilatissimi


:

nella maniera di pensare e inabili a ogni grande lavoro


critici,

per cosi dire,

ma

sterili.

Donde non

solo

legge-

rezza e arroganza nei giudizi,


civile, la
si

ma

tica della vita, nel trattare che si

incapacit nella prausa con gli uomini, nella

eloquenza

quale

fonda non tanto sulla critica


il

quanto

sul

verisimile e deve ottenere

suo

effetto, col

dire cose opportune, penetrando la psicologia dell' interlocutore e 'regolandosi in modo conforme. Della prematura

educazione logico-critica il Vico aveva fatto esso medesimo dannosa esperienza; quando, a lui fanciullo, il gesuita

Del Balzo, che fu tra

suoi primi maestri, mise in

mano
16

B. Croce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

242

FILOSOFIA DEL VICO

l'opera del sommolista Paolo veneto; e l'ingegno, ancora

debole da reggere a quella specie di logica crisippea, poco manc non vi si perdesse, tanto che, per disperazione
fatto disertore degli studi,

ne divag un anno e mezzo. Mi-

gliore ricordo

serbava, invece, perfino delle capestrerie poetiche giovanili, alla scuola dei pili sfrenati marinisti napoletani: divertimento (egli dice) poco meno che necessario per gl'ingegni
dei giovani, assottigliati di troppo e
irrigiditi nello studio delle metafisiche in quegli anni per

l'appunto in cui l'ingegno, per l'infocato vigore dell'et, deve dare in trascorsi perch non si assideri e dissecchi
affatto.

Quell'et,

che

la

barbarie dell'intelletto,
di essere

cosi vigorosa di fantasia e (per gli stretti rapporti che sono


tra queste
trita

due

facolt) di

memoria, richiede

nu-

ed esercitata con

la lettura dei poeti, storici e oratori,

e con l'apprendimento delle lingue. L'arte che vi si deve insegnare non la critica ma la topica, la vera arte del-

fanciulli

ingegno, ossia della facolt d'inventare; per la quale i vengono apparecchiando la materia per giudicare bene dipoi, perch non si giudica bene se non si conol'

sciuto

il

tutto della cosa e la topica fa ritrovare per ciavi dentro.

scuna cosa tutto ci che


vinetti,

Per

tal

seguendo il corso stesso della natura, e filosofi e ben parlanti.

modo, i giosi formano


all'esube-

Un

correttivo, certamente, indispensabile

rante fantasia;

ma

non deve cercarsi

nella logica, si piut-

tosto nella geometria lineare, che in qualche

modo una

pittura, e invigorisce la

memoria

col

gran numero dei suoi

elementi, ingentilisce la fantasia con le sue delicate figure e fa spedito l'ingegno nel doverle correre tutte e fra tutte
raccogliere
quelle

che fanno

al

caso

per dimostrare la

grandezza domandata. Senonch, anche per la geometria ogni frutto veniva guasto dal metodo favorito nelle scuole di allora, che era l'algebraico; il quale, non meno della

XIX. IL VICO

CONTRO

SCOI TEMPI

243

logica scolastica, assidera tutto

il

pi rigoglioso delle in-

doli giovanili, loro accieca la fantasia, spossa la

memoria,

l'ingegno, rallenta l'intendimento, danneggiando per queste quattro vie le arti belle, la conoscenza delle lingue e delle storie, le invenzioni e la prudenza.
infingardisce
Pili

particolarmente, l'algebra affligge

l'ingegno, perch
ci soltanto che gli

esso con quel,

metodo non vede

se

non

sta innanzi ai piedi; sbalordisce la

vato

il

memoria, perch, ritrosecondo segno, non bada pi al primo abbacina


;

la fantasia,

perch non immagina affatto nulla; distrugge l'intendimento, perch professa* d' indovinare. I giovani che
vi

della vita civile, con loro


vi
si

hanno speso molto tempo, messi poi a trattare gli affari sommo rammarico e pentimento
ritrovano

meno

atti.

utilit e

non facesse niuno

di si gravi danni,

Onde, perch recasse alcuna si dovrebbe

apprendere per poco tempo


e servirsene solo

alla fine del corso

matematico
del ra-

come mezzo abbreviativo. L'abito

gionare si forma assai meglio con l'analitica metafsica, che in ogni questione prende il vero nell'infinito dell'ente,
e pei generi della sostanza viene ci

gradatamente rimovendo
le specie, finch

che

la cosa

non per

tutte

giunge
si

all'ultima differenza costituente l'essenza della cosa che

desidera sapere. Tutta l'educazione soffriva dell'eccesso di matematica


e del difetto di concretezza; e

dalle
di

accademie uscire

in

come se i giovani dovessero un mondo umano, composto

linee, numeri e specie algebraiche, si riempiva loro il capo dei magnifici vocaboli di dimostrazioni , di verit dimostrate , di evidenze , e si condannava la re-

gola del verisimile, della quale non hanno altra pi sicura i politici nei loro consigli, i capitani nelle loro imprese, gli
oratori nel trattare le cause,
dici nel curare
i

giudici nel giudicarle, i memalati del corpo, i morali teologi nel cui

rare quelli delle coscienze, e sopra la quale tutto

il

mondo

244
si
i

FILOSOFIA DEL VICO

acqueta e riposa in tutte le liti e controversie, in tutti provvedimenti, in tutte le elezioni, che tutte si determinano con l'unanimit o maggioranza dei voti. Si pre-

parava una generazione vuota e prosuntuosa, saccente e non sapiente, razionatrice e povera di verit.
Quale l'educazione che somministravano,
stessi educatori, ossia
tali

erano

gli

poesia era morta

l'ambiente generale di cultura. La quei metodi analitici assideravano

una volta la parola che il Vico ripete con frequenza come bene espressiva) tutto il generoso della miglior poesia . E veramente non mai come in quella prima met del settecento 1' Europa fu cosi vasto deserto poetico: l'Italia si era ridotta al melodramma metastasiano la Francia non aveva dato successori ai Cor(giova adoperare ancora
;

Ispagna, esaurita l'ultima grande manifestazione dello spirito nazionale, che fu il dramma, cominciavano l'imitazione francese e il razionalismo; l'Inneille

e ai Raeine; in

sembrava dimentica affatto di aver dato i natali Shakespeare, e la Germania si trascinava anch'essa dietro l'imitazione neoclassica. E non solo non nasceva
ghilterra
allo

nuova
e
il

poesia,

ma non
i

se

Malebranche,
la facolt

filosofi

ne desiderava. Seguendo Cartesio professavano di ammortire tutte

le facolt

mente
dre di
falso

dell'anima che provengono dal senso, e speciald'immaginare, che detestavano come ma-

tutti gli errori. I poeti

erano da

essi

condannati col

pretesto che narrassero favole : come se quelle favole non fossero le eterne propriet degli animi umani, che i filosofi politici, economici e morali ragionano e i
poeti presentano in vivi ritratti.

Sull'autorit degli stessi cartesiani, lo studio delle lin-

gue formava oggetto di disprezzo non aveva detto Renato che sapere di latino non sapere pi di quello che sapeva
:

la

fante di Cicerone?

La severa conoscenza

del

latino e

del greco era finita con gli scrittori- del cinque e seicento;

XIX. IL VICO
il

CONTRO

SUOI TEMPI

245
prote-

culto delle

lingue orientali

si

era

ristretto nei
si

stanti; lavori sulla giurisprudenza

romana

facevano an-

cora solo in Olanda.

La famosa

biblioteca napoletana del

Valletta, ricca delle pi belle edizioni latine e greche, fa

generosamente comprata dai padri dell'Oratorio,

ma

per
sca-

meno
duta

della

met del suo primitivo valore, tanto era

la richiesta di quei libri. In Francia la biblioteca del cardinal Dubois non trov un unico compratore e and

dispersa nella vendita spicciola. I principi non amavano pi il bel latino d'oro; e a nessuno di essi cadde in pensiero di far conservare all'eternit da penna eccellente
latina

un avvenimento

cosi

strepitoso

come

la

guerra di

successione di Spagna, paragonabile per la sua complessit

seconda cartaginese. si vantavano i metodi nuovi, ma niuno avrebbe indicare le cose nuove, che si erano ritrovate per potuto loro mezzo. Forinole nuove e cose vecchie; e, in compenso,
solo alla

Assai

vane lusinghe di poter giungere in brevissimo tempo e con pochissima fatica a saper tutto. La dottrina civile e politica era trascurata
tica; l'esperienza,

per la

tsica,

la tsica

poco esercitata;
quasi
affatto

lo spirito

per la matemainventivo del


scetticismo,
il

secolo

precedente,

spento.

Lo

conseguenza del metodo cartesiano, invadeva


sapere.

campo

del

Continuava
il

altres

predominio della

quel tempo, per tutta Europa, lingua francese: lingua la quale, di-

in

versamente dall'italiana, ribelle

quenza

alla poesia e all'eloVico) nei vocaboli di sostanza, e, poich la sostanza cosa brutale e immobile e non patisce
;

ricca (diceva

il

comparazioni, incapace
amplificare
e

di

dare colore

alle

sentenze, di

d'ingrandire, restia alle

inversioni, sterile

di metafore. I francesi, piuttosto

membri

di periodi;

la

che periodi, posseggono loro metrica ha versi superiori


distrofi e

ai cosi detti alessandrini,

che sono

pi inerti e

246

FILOSOFIA DEL VICO


;

tenui degli elegiaci n le loro parole patiscono altri accenti che non siano quelli delle due ultime sillabe. Impotente al sublime, la lingua francese
al
,

per altro, attissima


di vocaboli di
:

piccolo, e per la gi notata

abbondanza

sostanza, ossia di
in

termini astratti, al genere didascalico


l'esprit.

luogo dell'eloquenza, offre

Degnamente,
si

la

nuova

critica e l'analisi erano nate in

Francia e

rivestivano di

quella lingua.

La

sola ricchezza, che in tanta povert ogni giorno

si

accresceva, erano i ristretti, le biblioteche, i dizionari delle scienze, come quelli che portavano i nomi
del Bayle, dello Hoffmann, del Moreri maniera d'apprendere la pi scioperata e casuale che si potesse mai inven:

tare. Il genio del secolo era pi

vago

di esporre in

compen-

dio quanto altri seppe che di profondarsi per passare pi

innanzi.

Sembra cosa impossibile; eppure


;

si

compilarono,

perfino, dizionari di matematiche. Si

prestavano a forragionamento per passatempo con le dame, condannando, col dirli inintelligibili, tutti quegli altri che richiedevano nel lettore varia e copiosa erudizione e lo
si

gran desiderio di scienza a vii buoni i soli libri spiegati e facili, che
oggetto di

provava da tutti un mercato e si stimavano

mar

costringevano
di altri simili

al

tormento del molto

riflettere

combinare.
il

Quei dizionari e ristretti suscitavano nel Vico


lessici e le biblioteche dei

ricordo
i

lavori della decadenza greca, le ecloghe,

Suidi, degli Stobei e dei Foz.


gli

tutta la cultura
il

contemporanea

sembrava che rinno-

caso della sapienza greca e andasse a spirare in metafisiche inutili o dannose alla civilt, e in matematiche

vasse

grandezze che non sopportano riga e compasso e non hanno nessuna applicazione. Come altri savi uomini del suo paese, egli viveva persuaso che
occupate in
considerare
se la provvidenza divina, per
vie,

una

delle sue infinite secrete

non

la invigorisse e rinfrancasse, la

repubblica delle

XIX. IL VICO

CONTRO

SUOI TEMPI

247

lettere
allora,

il

correva rapidamente verso la fine. Dove era pi, sapiente, il vero sapiente, che il Vico aveva in-

contrato nella storia, dapprima nella figura barbarica del poeta teologo e poi in quella civile e razionale del filosofo

greco e del giurisprudente romano, e che vagheggiava modernamente nel maestro di eloquenza (e si direbbe nella sua propria persona), come chiamato a dare unit, vita ed
efficacia a tutto
il

sapere?

La sapienza,
la

infatti,

non

questa o quella conoscenza o

somma

delle conoscenze;

ma

la facolt
si

che comanda a tutte


tutte
le

le discipline e dalla

quale

apprendono

scienze e tutte le arti

che

poich l'uomo mente e animo, compongono intelletto e volont, essa deve compiere all'uomo entrambe queste parti e la seconda come conseguenza della prima: l'umanit.

deve insegnare

la
le

a sommo bene

cognizione delle divine cose per condurre cose umane. Il sapiente l'uomo nella

sua totalit e centralit, 1' uomo intero. Altissimo ideale, senza dubbio, come
giuste tutte
alle
le critiche

mosse

al

metodo

di

perfettamente educazione e

tendenze spirituali del tempo suo.


si

Eppure, fra tante

e mirabili verit che


il

lasciavano addietro di lungo tratto secolo decimottavo, si sente nel Vico, pedagogista e cri-

tico,

sollecito

qualcosa di retrivo. Si sente che egli, esclusivamente delle sorti della grande e severa scienza e fisso

l'occhio nella forma pi compiuta dell'umanit,

non inten-

deva

il

valore rivoluzionario di quello scetticismo e razio-

sari strumenti di

nalismo e di quella ribellione al passato, che erano necesguerra contro re, nobili e preti di quei
;

che dovevano mettere capo all'Enciclopedia; di quella scienza popolare, che preludeva al giornalismo di quei libercoli per dame e per eleganti conristretti e dizionari,
;

versazioni, che

avrebbero alimentato
gli spiriti al

salotti

del secolo

decimottavo e temprati
Si sente in lui,

radicalismo giacobino. come nel suo sistema qui filosofico, il cat-

248
tolico

FILOSOFIA DEL VICO

che avvinghiato
il

al filosofo,

il

pessimista cristiano

che grava
gere

sul dialettico dell' immanenza. Egli non sa scorprogresso nei suoi avversari, e perci non li ricono-

sce quali veramente erano, a lui inferiori


salire per

ma gradini da a dovuto e che stesso avrebbe lui, giungere egli salire per intendere e posseder meglio s stesso. Il suo atteggiamento polemico verso la cultura del tempo compie e
conferma
sieme dei
l'analisi,

che

si

data di sopra, delle virt e infilosofia.

difetti della

sua

XX
CONCLUSIONE
Il

Vico e lo svolgimento posteriore

del pensiero filosofico e storico

)i aspetterebbe invano che noi, qui al termine della Si nostra esposizione, aggiungessimo un giudizio, e, come si suol dire, una valutazione dell'opera del Vico. Se il giu-

dizio

non

si

gi ottenuto

come

risultante dall'esposizione
critica

stessa, coincidente
fatto

con essa; se storia e

non hanno

tutt'uno; la
e,

poco attento

colpa sar stata o nostra o del lettore a ogni modo, in questo punto non rime-

diabile con aggiunte che sarebbero appiccicature e con ripetizioni che sarebbero ridondanze.

capitoli,
critici

Confessiamo anche di non nutrire simpatia per quei che si usa mettere come conclusione dei lavori
intorno ai
filosofi e

che contengono
le

la

storia della

fortuna delle loro idee. Giacch se prese in modo estrinseco, nei loro effetti
tura, quella rassegna,
ticolare
losofia

idee

sono

sociali

e di cul-

importanza

}t

sebbene non priva di certa sua parrimane estranea alla storia della fi-

propriamente detta;

se invece sono intese

come

Si

veda Appendice,

II.

250

FILOSOFIA DEL VICO


filosofiche,
il

vere e vive idee

racconto della loro fortuna


la storia della filosofia

confluisce n pi n
posteriore, la

meno che con


non
e'

ragione di far seguire alla trattazione di uno piuttosto che di altro filosofo singolo. Condursi diversamente effetto del pregiudizio che le idee
quale
siano qualcosa di solido o di
preziose che
di cui sia
si

cristallizzato, quasi

gemme

tramandino da una generazione


possibile riconoscere
l'

all'altra e

sempre

inalterata forma

e fulgore nei nuovi diademi che esse compongono e sulle nuove fronti che vengono a costellare. Ma le idee, effetti-

vamente, non sono altro che l'infaticabile pensiero umano, e tramandarle davvero vale trasformarle.
Pure, un fatto che

nessuno ha scritto sul Vico che

bisogno di spingere lo sguardo ai tempi notare somiglianze e analogie delle dottrine di lui con quelle che seguirono cinquant'anni o un secolo
sentito
il

non abbia

posteriori e

sata antipatia e
il

dopo. E, quel eh' pi, anche noi, nonostante la confesi professati criteri metodici, proviamo ora

medesimo bisogno. Perch? Perch il Vico ai suoi tempi pass per uno stravagante e rimase un solitario; perch lo svolgimento successivo del pensiero avvenne quasi tutto
fuori della sua diretta efficacia; perch

sufficientemente

in

alcuni

circoli ristretti,

anche oggi, noto non ha avuto

ancora

il

posto che merita nella storia generale del pen-

quale mezzo si offre pi semplice per mostrare la rispondenza delle sue dottrine, vere o false che fossero,
siero. Ora,

a profonde

esigenze spirituali, che


fisonomia

ricordare le idee e

tentativi simili, riapparsi

da dare

la

al

pi tardi cosi copiosi e intensi lavoro di un secolo intero di filo-

sofia e di storia?

se anche,
il

minato nell'intrinseco
ai fatti
fluo, si

dopo che noi abbiamo esapensiero di lai, questo richiamo

che seguirono possa sembrare un espediente superconceder, per lo meno che, posto che la nostra
altra orazione

come ogni

debba avere

il

suo compimento

XX. IL VICO E LO SVOLGIMENTO POSTERIORE


rettorico,

251

nessuna perorazione

si

presenta pi spontanea
della filosofia e

di quella che consista in

un rapido cenno

della filologia posteriori, lumeggiate nelle loro attinenze col pensiero vicinano.
Si potrebbe anzi, col

metodo che
con
la

egli

tenne per la bar-

barie seconda in

confronto

storia ulteriore del pensiero

come

presentare la un ricorso delle idee

prima,

del Vico. Ricorsero, in primo luogo, la critica di lui al sapere immediato di Cartesio e il suo criterio della conver-

sione del vero col fatto, nel moto speculativo che and dal

Kant

allo

Hegel

e che

culmin nella

tesi

dell'identit del

fatto, del pensiero con l'essere. Ricorse la sua unit di filosofia e filologia nella rivendicazione della storia contro lo scetticismo e l' intellettualismo del secolo de-

vero col

cimottavo,

figlio del

cartesianismo;

nella sintesi a priori

kantiana, che riconcili ideale e reale, categoria ed esperienza; e nella filosofia storica dello Hegel, in cui lo storiil pi alto punto. Quell'unione di filosofia e filologia, che fu talvolta in lui unione violenta e commistione di metodi, ricorse anche in questa

cismo del secolo decimonono tocc

sua forma errata nella scuola hegeliana; talch siffatto indirizzo mentale potrebbe prendere a giusto titolo il nonfc di vichismo . Ricorse la limitazione che egli aveva tentata del valore delle

matematiche
nella
critica

delle scienze

esatte,

la

sua critica della concezione matematica e naturalidel

stica della filosofia,

Jacobi

al

determi-

nismo spinoziano e
astratto; e, perle

in quella dello

Hegel contro

l'intelletto

matematiche
altri)

in particolare, fu (dal

Du-

gald Stewart e da

messo in chiaro che

la loro forza
ftctiones , di

non

nei postulati

ma

nelle definizioni, e le

cui egli parlava, sono rientrate nella terminologia odierna dei gnoseologi di quelle discipline. La logica poetica o la

indagata dai

scienza della fantasia divenne l'Estetica, cosi ansiosamente filosofi, letterati e artisti tedeschi nel corso

252

FILOSOFIA DEL VICO

del settecento e alla quale

gran passo con


fuso (che era la

la critica dell'intuizione

Kant faceva compiere un come concetto condottrina leibniziana), e un altro gran passo
il

Hegel, i quali, collocando l'arte tra le pure forme dello spirito, si riavvicinarono al Vico. E il romanticismo (specie tedesco, ma anche pili o meno quella
lo Schelling e lo

degli altri paesi), in quanto

si

espresse in forinole teoriche,

fu vichiano, perch celebrazione della fantasia

come

ori-

ginale potenza creatrice. Ricorsero le sue dottrine sul lin-

guaggio, interpetrato non pi intellettualisticamente quale sistema artificioso di segni, ma come libera e poetica creazione dello spirito dallo Herder e dallo Humboldt.
trina della religione e del mito,

La

dot-

David

nato l'allegorismo e Hume che la

dopo che ebbe abbandola teoria della frode, riconobbe cor religione un processo naturale, corri-

spondente agl'inizi della vita umana, tutti passione e immaginazione; con lo Heyne, che il mito un sermo symbolicus ,

non prodotto da arbitrio

ma

da bisogno e posi
;

sermonis egestas , la quale rerum iam tum notarum s imi litud Ines
vert, dalla

esprime per con Ottofredo

Muller, che impossibile intendere

il

mito senza rientrare

nell'intimo dell'anima umana, dove se ne scorge la necessit e

la

spontaneit.

La

religione

come qualcosa

di estraneo o di

non fu pi guardata nemico verso la filosofia, co-

come inganno di gente furba alle spalle di gente semplice, ma, come il Vico voleva, quale filosofia
stoltezza o

me

rudimentale, onde tanto si trova nella metafisica ragionata quanto era gi in qualche modo nella metafisica poetica o religiosa. Similmente, poesia e storia non furono pi te-

nute disgiunte o contrapposte perch si combattessero a vicenda e come gi uno dei grandi ispiratori della nuova
;

letteratura
al

tedesca, lo

Hamann

(per

tanti rispetti simile

Vico nelle tendenze, bench impari nella potenza mentale), aveva ammonito e preveduto dicendo: se la nostra

XX. IL VICO E LO SVOLGIMENTO POSTERIORE

253

poesia non vale, anche la nostra storia


delle vacche di
storiografa

si

far pi

magra

Faraone
scolo

un

alito di

del

decimonono,

poesia ravviv la la quale da incolore

ridivenne pittoresca, da fredda che era acquist calore e


vita. La critica all'.utilitarismo degli Hobbes e dei Locke, e l'affermazione della coscienza morale come spontaneo pudore e giudizio senza alcuna riflessione, si ripresent, bene

armata, nella Critica della ragion pratica; e la polemica contro l'atomismo sociale e il conseguente contrattualismo, nella Filosofia del diritto hegeliana. La libert di coscienza
e l'indifferentismo religioso, professati e inculcati dai pubblicisti del seicento,

fu negata

un popolo senza Dio sembr


narratori
di

allo

come dottrina filosofica; e Hegel, come gi al Vico,


o poco noti. ContiVico non aveva po-

introvabile nella storia ed esistente solo nelle panzane dei

viaggi

in

paesi

ignoti
il

nuando l'opera
stica

della Riforma, che

tuto conoscere n esattamente giudicare, la filosofia idealigermanica intese non gi a strappare dalla vita la

religione,

ma

ad

affinarla,

dando valore
Il

spirituale di re-

ligione alla filosofia stessa.

certo,

il

Vico distingueva dal vero del


ditazioni dal

diritto,

duro certo, che il form tema di me-

Tomasio

al

Kant

al

Fichte, e

da costoro
il

ai recentissimi

che cercarono, se anche non trovarono,

criterio

distintivo tra le

due forme, e

tutti o

mostrarono viva coscienza di ci che chiamarono


o

quasi tutti forza

coazione

e che era stato

come

obliato nella vecchia,


.

superficiale e rettorica dottrina moralistica.

rica del

diritto, reazione al

mismo
l'altra

astratto

del

La scuola storivoluzionammo e al riforsecolo decimottavo, doveva ripigliare


il

polemica del Vico contro


di

platonismo o
di

il

grozia-

nismo

una repubblica
il

ideale o

un

diritto naturale,

fuori e sopra la storia e misura della storia, e riconoscere

col Vico che di

diritto corrispettivo all'intera vita sociale

un popolo

in

un dato momento

storico e giudicabile solo

254

FILOSOFIA DEL VICO

in relazione a questa, e vivo e plastico e in continua

mu-

linguaggio. Finalmente, la Provvidenza vila razionalit e oggettivit della storia, che cio chiana, osserva logica diversa da quella che le viene attribuita
tazione
il

come

dalle individuali

pi prosaico, ma ragione, formolata dallo Hegel velloticamente ritradotta nella


dello

immaginazioni e illusioni, prese un nome non mut carattere, nell'astuzia della


;

e fu spiritosamente e cer-

popolare

astuzia della

specie Schopenhauer, e, poco spiritosamente sebbene assai psicologicamente, nella cosi detta legge wundtiana dell'eterogenesi dei fini.
Sono, come
si

vede, quasi tutte


del

le

idee capitali della


si

filosofia idealistica

secolo decimonono, che

possono

considerare ricorsi di dottrine vicinane. Quasi tutte, perch ve n' ha poi qualcuna della quale nel Vico si trova

non
la

il precorrimento ma l'esigenza, non l'addentellato ma lacuna da riempire; e per questa parte si ha non pili il

ricorso

ma

il

progresso

del secolo

decimonono sopra

di

lui, e dal coro gli sorgono contro voci discordanti di

monimento o di rimprovero. La distinzione vichiana dei mondi dello spirito e della natura, a entrambi i quali era
applicabile
il

amdue

criterio

gnoseologico

della conversione tra

vero e

fatto,

ma

al

primo applicabile dall'uomo stesso per-

ch quel

mondo

opera dell'uomo, e perci da lui cono-

scibile, e al

secondo da Dio creatore, e perci inconoscibile

all'uomo, non fu accettata dalla

nuova filosofia che, pi vichiana del Vico, dell'uomo semidio fece Dio, sollev la mente umana a spirito universale o Idea, e la natura spi-

come prodotto anch'essa dello spitent d' intendere rito, speculativamente nella Filosofia della natura . Distrutto per tal modo questo residuo di
ritualizz e idealizz e,

trascendenza, rifulse

il

concetto di progresso che


i

il

Vico

non aveva scorto,

e che

cartesiani e

loro seguaci del se-

colo decimottavo, nella loro maniera superficialmente ra-

XX. IL VICO E LO SVOLGLMENTO POSTERIORE


zionalistica,

255

avevano pure

in

qualche modo intravisto e

affermato.

Ma a questo mancato riscontro fa compenso quello pienissimo tra le discoperte storiche vicinane e la critica
e storiografia del secolo decimonono. Riscontro, anzitutto, nei canoni metodici nella scepsi circa i racconti degli
:

storici antichi, nella superiorit riconosci uta ai

documenti

monumenti guaggi come


e

sulle

narrazioni, nell' indagamento dei lintesori dei concetti e dei costumi primitivi,

nell' interpetrazione sociale dei miti, nell'

agli svolgimenti spontanei sulle estrinseche

importanza data comunicazioni

delle civilt, nell'avvertenza di

logia primitiva con la psicologia

non interpetrare la psicomoderna; e via discor-

rendo. Riscontro nelle soluzioni effettive dei problemi storici, perch furono riaffermati il carattere arcaico e barbarico delle civilt primitive greca e romana, e l'indole aristocratica e feudale delle loro costituzioni politiche; il

cerimoniale dell'antica giurisprudenza riapparve

come un

ad azioni guerresche; il travestimento degli eroi romani in eroi democratici ebbe termine coi giacobini francesi e coi loro imitatori in Italia e

poema drammatico,

allusivo

altrove;

Omero
;

fu

considerato

poeta

tanto

pi.

grande
dei sette

quanto pi rude

la storia di

Roma venne
i

ricostruita so-

prattutto sulla base del diritto romano, e

nomi

re apparvero simboli di istituzioni e le origini tradizionali di Roma tarde invenzioni greche o condotte sui modelli greci; la sostanza di quella storia fa riposta nella lotta economica e giuridica di patriziato e plebe, e la plebe de-

rivala dai famoli o clienti

la lotta di classe,

che

il

Vico

pel primo aveva rischiarata

di

cruda luce, fu accolta come


i

criterio di larga applicazione alla storia di tutti

tempi e
il

per l'intelligenza dei maggiori rivolgimenti sociali;


periodo napoleonico, attrasse

Meal

dioevo, segnatamente durante la restaurazione seguita


gli

animi e

le

menti, vagheg-

256

FILOSOFIA DEL VICO

giato e sospirato come il contrapposto della societ razionalistica e borghese e inteso, perci, come il periodo religioso, aristocratico e poetico che
il

Vico aveva scoperto,

come
che
il

l'et giovanile

cosi la

dell'Europa moderna. L'Italia ritrov del suo Dante, e quella critica dantesca, grandezza Vico aveva iniziata, il De Sanctis port innanzi:

come il Niebuhr e il Mommsen maturarono la storiografia romana di lui il Wolf e posteriori critici di Omero (par;

ticolarmente Ottofredo Miiller), la teoria omerica; il Cornerai Lewis, il Pais e il Lambert, l'altra e analoga sua
teoria circa la legge delle dodici Tavole; lo
ler,
il

Heyne,

il

Miil-

Bachhofen,
il

altri filologi,

l' interpetrazione dei miti; il Grimm e desiderato di una ricostruzione della vita

il Savigny e la primitiva per mezzo delle etimologie scuola storica, lo studio degli svolgimenti spontanei del diritto, con preferenza data alle consuetudini sulle leggi e
;

codici

il

Thierry e

il

Fustel de Coulanges in

Francia,
la
il

il

Troya

in Italia e

concezione del

una legione di dotti in Germania, medioevo e del feudalismo; il Marx e


classe e

Sorel, l'idea della lotta di


delle societ per

dei

ringiovanimenti

mezzo

di ritorni a stati

d'animo primitivi

e a ricorsi di barbarie; perfino il superuomo del Nietzsche rinnov, in qualche modo, l'eroe vichiano. Sono alcuni nomi soltanto, che ricordiamo alla rinfusa e un po' a
caso, perch a ricordarli
tutti e

ciascuno a suo luogo

si

dovrebbe scrivere l'intera storia del pensiero europeo nella sua fase pi moderna: una storia che non ancora chiusa,
sebbene abbia avuto, sotto nome di
positivismo , una parentesi di parziale ritorno all'astrattismo e materialismo del secolo decimottavo, che essa, invece, sembra ora chiusa

fermamente.
Questi molteplici ricorsi dell'opera di un individuo nell'opera di pili generazioni, questo riscontro tra un individuo e un secolo, giustificano una definizione immaginosa

XX. IL VICO E LO SVOLGIMENTO POSTERIORE

257

che

pu dare del Vico, desumendola dallo svolgimento posteriore: che egli fu n pi n meno che il secolo desi

cimonono
compendio

in

germe.

Definizione che pu valere

come

della nostra

ricostruzione ed esposizione delle


il

dottrine di lui, e contribuire a far intendere


gli spetta nella storia

posto che

della

filosofia

moderna. Egli

da

collocare
stato

spesso paragonato
al

veramente accanto a quel Leibniz, al quale da collocarvelo non perch so:

migli

Leibniz, come
si

si

creduto o
falsi

(i

paragoni

istituiti

quest'intento

provano

superficiali),

ma,

anzi,

perch non gli somiglia punto e gli quasi opposto. Il Leibniz il potenziamento del cartesianismo: intellettualista, nonostante le piccole percezioni e la conoscenza conil dinamismo, che forse pi nel suo effettivo pensiero; che immaginazione la sua immensa erudizione storica; nonostante antistorico,

fusa; meccanista, nonostante


nella sua

chiuso a ogni coscienza di quel che sia il linguaggio, nonostante che del linguaggio si occupasse fervidamente durante tutta la vita; antidialettico, nonostante la tentata
spiegazione del male nell'universo. Rispetto all'idealismo posteriore, la filosofia leibniziana sta come l'espressione
pi perfetta della vecchia metafisica, che doveva essere superata; quella del Vico, come l'abbozzo della nuova metafisica,

che doveva essere svolto e determinato. L'uno


al

si

intorno e ne proe sonoramente la voce; l'altro, a un pag rapidamente secolo avvenire ed ebbe intorno a s il deserto e il silenrivolse
gli si
affoll
zio.

suo secolo, che

Ma

la

folla

il

deserto non aggiungono o

tolgono

nulla al carattere intrinseco di un pensiero.

B. Cuoce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

17

Luoghi del Vico adoprati o richiamati nel corso


dell' esposizione

I.

Por questo capitolo

si

vedano
le

il

De studiorum
al
<

ratione,

il

De antiquissima italorum sapientia,


de' letterati

due Risposte

Giornale

la

allo

spirito della

prima parte dell' Autobiografia. Per l'accenno Riforma (p. 8), Opere, ediz. Ferrari seconda,

VI, 5.
II.

(p. 22),

Genesi del nuovo orientamento gnoseologico del Vico la certezza della storia Opere, ediz. cit., IV, 366 sgg.

(p. 23),

V, 147;

il

mondo

della natura e

il

mondo umano

(p. 24),

IV, 33

V, 136-7

-**

sillogismo, sorite,
;

zione baconiana (p. 25), V, 239


della Scienza

metodo cartesiano, indul'asserito metodo geometrico


;

nuova

99; V, 51;

significato del detto che per pensare la Scienza

e suo vero significato (pp. 25-6), V, 51

VI,

nuova
puro

convenga
nato
(p.

ridursi a

uno

stato di

somma

ignoranza

e
1'

di

intendimento

(pp. 26-7), IV, 33; V, 136, 50, 51;

immagi-

mondo
II,

di linee e di

numeri

della matematica e la realt

qual guisa la scienza del mondo umano la divinit delle proceda come la geometria (pp. 29-30), V, 147 della Scienza nuova la ivi filosofia e la filologia (pp. prove (p. 30),
29);
;

in 118, 160;

30-1), III, 200;

l'autorit e la ragione (p. 31), V, 171 sgg.;

la

filologia studia non solo le parole

(ivi), V, 115, filooggetto amplissimo della filologia, IV, 27; V, 98; sofia e filologia ancora estranee l'una all'altra ai tempi del Vico l'erudizione di Grozio non intrinseca al (pp. 31-2), IV, 20 sgg.;

149;

ma

anche

le

cose

suo argomento

(p. 32),

IV, 19;

il

disprezzo di Cartesio e del Male-

260

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


(ivi), III,

branche contro l'erudizione


logia necessaria
il

232;

la necessit di

ridurre
la filo-

la filologia a scienza (ivi), III, 233; IV, 307; V, 98, 174;

conseguenza della filosofa (p. 33), III, 200;


(ivi),
(ivi),

metodo baconiano

l'esigenza V, 103;
nuova
(p. 34),

d'una storia tipica


il

delle societ

umane

V, 149-50, 174; IV, 20, 248;

titolo

invidioso
III.

della Scienza

(p.

Vari significati della storia ideale eterna vichiana la degnit sulla natura delle cose 40-1), Opere, V, 147
;

V, 562.

>

V, 99 (degn. XIV) vichiane (p. 42), IV, 81


(p. 41),

le cosi dette
fatti

prove metafisiche dubbi sono asseriti dal Vico

in conformit delle leggi

e ritenuti

da

lui

verit meditate

in idea

IV.
tica

(ivi),
Il

IV, 73; V, 91, 148-50.


certo

(p. 45),

Opere, V, 97
il

la

sapienza poe-

costituisce
(ivi),

nuova

le aspre difficult per discendere dalle V, 44 nature nostre ingentilite a quelle degli uomini primitivi e l'idea una della natura simpatetica (p. 46-7), IV, 36 V, 141, 166
;

quasi tutto

corpo

della seconda Scienza

delle ragioni perch

nuova

la

Scienza del Vico

(p. 47),

V, 42;

errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero,

spare Schopp (ivi), III, 232-3 IV, 194, 228 Selden e Puffendorf (ivi), IV, 20 V, 175
; ; ;

Francesco Sanchez, Gagli errori di Grozio,

il

Vico confessa
(ivi),

l'er-

rore
;

commesso da

lui

228 la sapienza poetica la chiave maestra della seconda la Logica poetica (p. 48), V, 179 Scienza nuova (ivi), V, 42

medesimo nel De antiquissima

IV, 194,

la sapienza riposta fu intrusa nella poesia dai la poesia passim, e cfr. per es. IV, 191-3;

filosofi, III,

IV, V,

necessit di na-

tura

e la

220, 237;

prima operazione della mente umana (p. 49), V, l'uomo, prima di riflettere, avverte con animo comdi articolare, canta (ivi), V, 112, 114;
(ivi),

mosso
e
il

e,

prima

anteriore alla prosa

V, 115

la poesia

il

linguaggio

linguaggio

improprio

tafsica (ivi), IV, 199-200;

e gran poeta

(ivi),

nessuno fu insieme gran metafisico i poeti sono il senso, i fiIV, 200; V, 441;

(ivi),

V, 186;

proprio

la poesia e la

me-

losofi l'intelletto

dell'umanit (pp. 49-50), V, 152;

il

per le origini delle sono per convenzione (pp. 50-1), V, 209-10; lingue furon trovate dal Vico nei principi della poesia (p. 51), V,
(p. 50),

atti

muti

V, 197, 466;

linguaggio

le

lingue articolate non

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


194-218, 466-7;

261

una

medesima

della scrittura (ivi), V, 198;

l'origine

del

linguaggio e

geroglifici (ivi), V, 201, 249;

identit tra favola (poetica) ed espressione (p. 52), IV, 205;

le

cinque

parole reali

d'

Idantura

(ivi),

V, 82, 201-2

analoghi propapaveri troncati dal re Tarquinio (ivi), V, 202; cedimenti espressivi presso popolazioni selvagge e i volghi (ivi),
V, 202-3
;

g-li

alti

le

16; V, 230-1;

imprese, bandiere, medaglie, monete


la

(ivi),

IV, 202(ivi),

favoletta

IV, 206;
le

le improse primitive furon le

sull'origine

delle

imprese

mutole

(ivi),

V, 230-1

insegne e bandiere sono una sorta di


rovesciate

lingua armata

(ivi),

IV, 211-2;
<

teorie di Platone, Aristotele, ecc. sulla poesia son


(p. 53),

da quella del Vico

IV, 163; V, 169;

canti degli uccelli

il

sibilo

dei venti

111,

275;

del Patrizzi (ivi),

le teorie di

Platone, Lazio, Scaligero, Sanchez sull'ori(ivi),

g'ine delle

lingue sono insoddisfacenti


boriose

IV, 194;

saggio di

opinioni

e ridevoli
i

V, 195-7;
(ivi),

sull'origine della scrittura (ivi),

polemica contro

trattatisti

delle

IV, 202; V, 230;


(p. 54),

la

idea ottima

IV, 224;
;

poesia rappresenta

il

imprese eroiche vero nella sua

nimato

V, materia l'impossibile credibile (p. 55), nata da inopia (ivi), III, 271-2; III, 272; IV, 165; V, 168-9; identit del vero dei filosofi e del vero dei poeti V, 220, 442-3;
(ivi),

112, 238;

ha per propria

IV, 163

ha per

fine l'animazione dell' ina-

non

altro che imitazione (pp. 54-5),

(ivi),

V, 164;

da

V, 220-1

inopia nacquero

il

canto e

le

metafore

(ivi),

scopo della poesia insegnare al volgo l'operare vir(ivi),

tuosamente
V, 456 sgg.
figurato
s =g'-j

V, 164;

diverse forme della poesia


(ivi),

del verso e del metro

217;

un caso d'afasia identit intrinseca

(ivi),

V, 182 sgg.;

delle

V, 222;

(p. 56),

del parlare

parti del discorso (ivi), V, 213


(ivi),

osservato dal Vico a Napoli


tra pittura e

V,

poesia

(ivi),

VI, 40;

analogie tra la poesia e la pittura medievali

438;
(ivi),

(ivi), III,

270; V,
filosofie

le delicatezze

delle

alla

prima et del mondo fu tutta occupata intorno le arti (mecprima operazione della mente (p. 57), V, 237;
V, 55;
la

arti (belle)

son frutto delle

caniche) sono poesie in certo


diritto

modo

reali (ivi), V, 112, 288;


(ivi), III,

il

romano

un

IV, 225; V, 531;

poema drammatico serioso

347;

la

poesia considerata dal Vico come teolo-

262

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

come educatrice di volgo gi fantastica (pp. 57-8), V, 162 sgg. 253 come fsica (p. 58), V, sgg.; immaginaria (ivi), V, 369 sgg.; i furon tutti di sublimi popoli primitivi poeti (p. 58), V, 107, 443;

poeti sono pel Vico perfino

fanciulli (ivi), V, 112


(p. 59),

gli
;

uomini

primitivi eran nulla o assai poco ragione


tutto corpo (ivi), V, 440;
(ivi),

187;

il

V, 212;
i

lingua degli di fu quasi tutta muta T immagine dei grandi rapidi fiumi (ivi), V,

la

V, 379

quasi

poeti primitivi furon fantastici per natura, quelli di epotali


il

che incivilite son

per industria

(ivi), III,

274; VI, 37;

come
V.

Vico ponesse
Il

problema dell'origine della


di

civilt (p. 60),

IV, 24.

De sapientia veterum

Bacone

la Demonstratio evangelica Huet e Phaleg Chanaan del Bochart V, 80; miti non contengono sapienza hanno significati univoci 65), IV, 169; riposta V, 169; mito di Giove fu effettivamente creduto dagli V, 43, 111-2;
IV, 21; V, 171
;

(p. 64),

Opere, IV, 360, 365;

pi ingegnoso che vero

il

De

theologia gentili del


dell'

Voss
il

(ivi),

et

(ivi),

(ivi),

(p.

il

uomini primitivi

(ivi),

V, 166;

miti sono storia vera foggiata

da

la sapienza riposta spiriti primitivi (ivi), IV, 74; V, 18, 109; fu intrusa in essi soltanto in tempi colti (ivi), IV, 191-3; n poi

vennero trasmessi da un popolo

il mito V, 80, 81; il mito del Cielo (p. 67), IV, 164: d'Ercole (pp. 66-7), IV, 167; il Vico asserisce, si, che i miti contengono i sensi storici, V, 248 ma proprianon filosofici, dei popoli primitivi (p. 68), V, 43

all'altro (ivi),

mente

egli vuol contrapporre

sensi storici ai

sensi mistici di
in tempi colti

altissima filosofia
nei miti
(ivi),

e ai sensi

V, 169;

analogi

intrusi

come

la

mente umana

si liberi

dai miti

(pp. 68-9), IV, 172; V, 186, 411, 220;


l'errore

definizione vichiana del-

169;
i

(p.

69), III,

110;

II,

96; V, 166

il

e del

falso

(ivi),

IV,

ogni favola ha un motivo di vero

(ivi),

IV, 169; V, 110;

miti sono embrione del sapere riposto


teologi
)

(ivi),

V, 420;
i

crea-

tori dei miti ( poeti

furono

letto dell'umanit (ivi), V, 421;

senso,

filosofi

l'intel-

come

si sia
i

svolta storicamente
delle
tre

l'idea di Dio

(pp. 69-70), IV, 50-1;

concetti

pene

divine e delle vie

purgativa e unitiva

dalle favole (p. 70), V, 387;

furono ispirati a Platone donde derivino gli esemp esopici,


(ivi),

l'induzione socratica e

il

sillogismo aristotelico

V, 192;

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


l'etimologia di
nella Scienza

263

olfacere

(ivi),

V, 379

due
(p.

pensieri circolano

V, 165, 168;

nuova sui rapporti


l'origine
il

tra religione e filosofa (pp. 70-1),


71),

della

divinazione

V, 168;

il

De

origine idolatria? e
;

De

oraculis ethnicorum del van Dale

(ivi),

V, 171

le religioni

sono nate non da impostura d'altrui


V, 108;

ma
filo-

da propria credulit
sofa e
il

(ivi),

la religione

linguaggio

(p.

72),

rale e rivolata (p. 72), V,

155;

IV, 193-4;
il

precedo la

teologia poetica, natu-

popolo ebraico fu privilegiato

da Dio
VI.

pi gi le citazioni al cap. XIII. Poesia e storia (p. 75), Opere, V, 437, 109, 441; insistenza del Vico nel notare che l'elemento poetico intrinseco

(ivi): cfr.

alla storia
(ivi),

(ivi),

V, 18;

il

lo stile di Erodoto V, 109, 110, 444; VI, 15; detto di Cicerone (ivi), IV, 400; le istituzioni

sociali e la

filosofia (p. 76),

V, 532, 534;

quattro auttori

del Vico (pp. 76-7): Platone e Tacito, IV, 351; Bacone, IV, 351-2;

Grozio, IV, 366-7;

l'insistente polemica del Vico contro Grozio,

Selden, Puffendorf e gli

adornatori

del sistema groziano (pp.

76-7), III, passim, spec. 11-2; IV,

V, passim, spec.
(p. 80):

6,

175-7;

passim, spec. 16-20, 307-8, 391; la polemica contro gli utilitaristi


III,

Hobbes, Spinoza, Bayle, Machiavelli,

12; Locke, IV,


del

340; V, 49; epicurei e


gallico, III, 57;
l'

stoici,

IV, 14;

il

tee victis

brenno

il

fallimento dello

sforzo

Hobbes

(pp. 80-1), V, 106;


gli

magnanimo
81), VI, 5;

del-

e del

Locke

(p.

Spinoza e

spinosisti

dell'antichit

(ivi),

V, 138, 49;
al

lo

la

polemica contro
81-2):

trattatisti di etica dal

Cinquo

Settecento (pp.

Cartesio,

IV, 343;

Malebranche e Pascal, VI, 127; Nicolo,

Pallavicini e Muratori, VI, 98;

l'utilit

30;

la fede nelle (ivi), IV, 87; III, 57; base della e relativa contro il Locke promesse societ, polemica l'utilit causa non occasione, (pp. 82-3), IV, 39-40; (p. 83), III,

e Yhonestas (p. 82), III,

la frodo e la forza

30;

il

detto di

Pomponio

(ivi), III,
il

30; IV, passim; V, passim;

l'omicidio per legittima difesa e

furto per

fame

(ivi),

HI, 31;

l'etica
(ivi),

l'etica platonica e l'etica aristotelica (pp. 83-4),

dei giureconsulti romani (p. 84), IV, 334;


libri dei

IV, 334-5;
i

titoli

magnifici dei

IV, 35

giusnaturalisti
i

non corrispondono
12;

al loro

contenuto

principi di Grozio pesati con la bilancia della critica


(ivi), III,

non appariscono necessari

Grozio e la questione

264

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

dell'utilit (ivi), III, 30;

in

natura

(ivi),

V,

semplicioni

(ivi),

IV, 17;

(ivi),

Grozio e la disputa se vi sia diritto Grozio non dimostr la sua ipotesi sui 97; e fu epicureista senz'avvedersene 43 IV,
;

la

degnit

vicbiana sulle

cose fuori del loro


;

stato naturale

(pp. 84-5), V, 97 (degn. Vili)

il

rimorso e

il

pudore son
il

fonti di tutte le virt (p. 85), III, 234 sgg.; IV, 49-50;

fonte del diritto delle

senso comune degli uomini d'intorno alle umane necessit genti (ivi), V, 98 (degn. XI e XII)
;

costumi son generati


l'arbitrio

dall' interno,

non

dall'esterno

(ivi),

V,

131;

umano

VII.
mitivi

incertissimo (ivi),

Il cielo

V, 98. fulminante fa immaginare


(p. 87),

ai

bestioni

pri-

una divinit corrucciata


le
il

Opere, V, 165-8, 106, 142;


(ivi),

per placarla essi raffrenano


(p. 88),

V, 142, 172-3;
(ivi),

passioni

V, 242;

il

conato

timore di Dio fondamento della

vita

umana
solo

IV, 291; V, 242-3, 250;

l'origine del culto re-

ligioso, dei matrimoni, delle sepolture (ivi), V, 137:

la religione

popoli (ivi), V, insegnata ai fanciulli mediante il timor di Dio l'uomo disperato desidera un essere superiore (ivi), V, 242; cbe lo salvi (ivi), V, 142; tutte le nazioni credono in una diil
i

106;

mezzo per ridurre

infieriti

con

le

armi

la piet

vinit provvidente

(ivi),

V, 138;

di viaggiatori

(ivi),

V, 137;

popoli senza Dio sono novelle


tra
le

parallelo

cose fisicbe e le

cose morali (pp. 88-9), IV, 17;


si

spegne

il

spenta la coscienza religiosa, il conconcetto di societ e stato (p. 89), III, 387
;

cetto della divinit presso gli ebrei,

mettani

(ivi),

V, 138;

cristiani,

gentili e
il

mao-

gli epicurei e gli stoici e

detto di Ci-

l'Hobbes e lo Spinoza cerone a Tito Pomponio Attico (ivi), ivi; e la loro inintelligenza del vero concetto di societ e stato (ivi),
IV, 320; V, 106, 136, 138;

Pietro

mata letteratura

(ivi), (ivi), V, 290; contro Puffendorf (pp. 89-90), IV, 18; IV, 17; V, 176; IV, 43; la religione vale come concezione della realt, o che V, 176 si affermi come metafsica intelligibile (p. 90), V, 153-4, 241-2

Bayle

dotti

della

sfu-

polemica contro Grozio

o che

spaventosit delle religioni primitive e polemica relativa contro Plutarco (ivi), il vero significato del detto che il timore fece gli V, 253;
(p.

come metafisica poetica

91),

V, 163;

la

di

(ivi),

V, 108;

un

senso comune d'immortalit nascosto

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


nella

265

mente degli uomini


pel
tal'altra la
(p. 92),

(ivi),

talora,

Vico, sollevare
filosofia,

ma

gionare
pratica,

V, 242

compito della filosofa l'uomo caduto (pp. 91-2), V, 96, 154; secondo lui, adatta piuttosto a raIV, 9;

eia moralo
(ivi),

dei

filosofi,

giova all'eloquenza

V,
i

573-4;

pi che alla
religione
ca-

la

ratterizza l'epoca barbarica, la filosofa


il

tempi

civili (ivi),

V, 490;

detto attribuito dal

Vico a Polibio

(ivi),

V, 106, 137-8, 534;


all'umanit


V,

la religione

ridusse
il

V, 108;
142;

quale posizione assumesse nelle controversie sulla grazia (pp. 93-4), IV, 332-3 la grazia naturale e la soprannaturalo (p. 92), V, 97 la po(ivi),

come come il

figliuoli

dei

Polifemi
lo

(ivi),

Vico concepisse
arbitrio

stato ferino

libero

V, 97;

(p. 93),

lemica contro

il

Selden (pp.
il

92-3), IV, 17

V, 176

gli ebrei e

le restanti nazioni, e

diverso aiuto loro prestato rispettivamente


cfr.

dalla provvidenza (p. 95), V, 131, e


cap. XIII.

pi gi

le

citazioni

al

Vili.
v.

Dio
(p.

posse, nosse. velie infinitum

finiium

97),
;

Dio

(ivi), III,

70-1

Opere,

III, 21,

22;

l'uomo

p.

ri.

lo Stato

definizione della giustizia

immagine come rettrice

di di

egualit e sua distinzione in commutativa e distributiva

28; IV, 334;

l'egualit e
(ivi),

meriti (p. 98), IV, 46


;

(ivi), III,

la

teoria

del Vico sul riso

IV, 309-13

il

Vico annulla egli medetre diritti


lui

simo
virt

le distinzioni tra le

due

giustizie, lo tre virt e

(ivi), III, 46, 27,


(ivi), III,

40;

28*

43-6;
(ivi),

per la dottrina vichiana della pena


(ivi),

tutt'uno fanno

anche giustizia e

la

morale degli epicurei

IV, 14;

IV, 335;

(p. 99), III,

e degli

stoici
filosofi

il

giansenismo (pp. 99-100), VI, 5;

solitari e

filosofi

politici , e l'eccellenza della dottrina dei

platonici sulle passioni (p. 100), V, 96, 97;

le utilit

non sono

n buono n cattive
j.

il

naturale prius e il n. posterius, e polemica relativa contro Grozio (ivi), III, 49-52; la Scienza certo, il vero, l'autorit, la ragiono (p. 101), III, 53;
(ivi), III,

30;

il

ius

nuova contiene, pel Vico, una


171;
leggi

filosofia
(ivi),

dell'autorit (ivi), V, 148,

la

lettera

(ivi),

V, 240-1;
(ivi),

il certo delle 53; furono V, 133; prime leggi exempla (p. 102), il diritto primitivo fu concepito come forza materiale

delle

leggi

III,

le

IV, 45, 46;

fortissimi

per

altro,

erano anche etica-

266

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE


,

mente

gli optimi ex vero mixlum

III,

65,

63;

(ivi), III,

87;

loro diritto era male Qrozio e gli altri


il
il

certo

giusin gi

naturalisti
(p. 103),

han cominciato

la storia dell'umanit dalla

met

IV, 20, 18; V, 175; polemica contro Hobbes, Machiaed Epicuro (ivi), IV, 171; il quarto aultoro del Vico: Tacito, e come da Tacito e da Platone egli fosse indotto a medivelli

tare

una

storia

eterna (pp. 103-4), IV, 351;

la

repubblica

di Platone e la

il

V, 96. Il sentire senz'avvertire, l'avvertire con animo commosso, IX. tutte le riflettere con mente pura (p. 105), Opere, V, 112;

feccia

di

Romolo

(p.

104),

manifestazioni della vita dell'umanit


sociali del

si

corrispondono nei

tro tipi

ci-,

ferino

(divino), del

barbarico

(eroico) e del

(umano) (pp. 105-6), V, 462-3; IV, 44, o cfr. passim tutto il le forme miste vaghegquarto libro della seconda Scienza nuova; i giate da taluni politici son mostri (p. 106), Opere, V, 511; govile

verni debbono esser conformi alla natura degli uomini governati


la scuola dei principi la

morale dei popoli

(ivi),

Scienza nuova seconda, ediz. Nicolini, p. 1158; la necessit e d'una societ sulla bont fondata conseguente primitiva guerra e
sul diritto del pi forte (ivi), Opere, IV, 46
;

IV, 73; V, 117;

l'eguale necessit

e bont del tipo di societ fiorente nei tempi della ragione


tutta spiegata (ivi), IV, 4(5; V, 466;

umana

le

varie et della vita in-

dividuale e quello della vita delle nazioni (pp. 106-7), III, 192-3; il tu* naturale philosophorum ammesso dal Vico a parole (p. 107),
III,

88;

ma

negato nel

fatto,

allorch egli

lo identifica col

di-

ritto eroico convertito in quello ingentilito e

polemizza

al

contro Grozio (pp. 107-8), IV, 18; V,


il

analogamente, Vico confessa d'essere stato indotto dallo studio di Platone a


148, 176;

riguardo

meditare un

diritto ideale eterno

(p. 108),

IV, 335;
il

ma

sif-

fatto diritto egli nega, allorch

polemizza contro

medesimo Pla

tone, perche

non tenne conto dei

bestioni tutti stupore e ferocia

e medit

una repubblica ideale onde le nazioni non si reggono la generis humani respublica punto (pp. 108-9), IV, 15; ovvero la gran citt delle nazioni fondata e governata da Dio i co nient'altro che la Storia (pp. 109-10), III, 55; V, 571;

stumi
tiche

si

prasvolgono gradualmente (p. 110), V, 117; nella Scienza Vico alla sua Scienza dal prima assegnate

le

due

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE


nuova
tica
,

267

il paragrafo sulla pra(pp. 110-1), IV, 24-5, 13, 159-60; aggiunto in una redazione intermedia della seconda Scienza nuova e soppresso in quella definitiva (pp. 112-3), Scienza nuova

seconda, ediz. Nicolini, p. 1053 sgg.

X.
civili

La Provvidenza va

ragionata

siili'

economia delle coso

(p. 115),

Opere, V, 13, 143-4;

la sapienza poetica co-

minciata dalla contemplazione d'un Dio provvidente (p. 110), V, 168 insistente critica del Vico della fortuna, del fato e del

caso

(p. 120), II,

107-8; III, 211-2, ecc.;

di Giove

(ivi),

V, 172;

gli

stoici e la

catena

cidenti (pp. 120-1), III, 22;


zioni

le opportunit, le

occasioni e gli acil

quello che fece

mondo

delle nadi

fu Mente, non Fato

Caso

(p. 21),

V, 572;
si

esemp

illusioni

umane
;

circa

fini delle

azioni che

IV, 34-5

V, 14, 333-5, 572


122-3),
;

l'utilitarismo

Vico (pp.

V, 143;

compiono (pp. 121-2), in una pagina del

(p. 123), V, 45-6

cosa fosse la pubblica virt romana

la divinit

provvidente l'unit dello spirito


(ivi),

che d vita
XI.
570;

al

mondo

delle

nazioni

V, 463;

il

problema
107.

del male in uno dei primi scritti del Vico (p. 124),

II,

La

barbarie della riflessione


delle

la successione
(p. 128),

(p. 127),

Opere, V, 536,

forme
;

di

contro Polibio

IV, 62

governo

polemica relativa

la tradizione egiziana sulle tre

et degli di, degli


105, 198
cfr.

eroi e degli
il

quel che

(p. 127), IV, 251; V, 60, Vico trovava nella storia romana (ivi)
:

uomini

pi gi

le citazioni al cap.

XVII;

le

degnit

formolanti

le leggi della

e
il

LXVIII) perch Cartagine, Capua e Numanzia non seguirono corso uniforme delle nazioni (pp. 130-1), V, 558; perch non
;

dinamica sociale (pp. 129-30), V, 116-7 (dogn.

LXVI

l'han seguito

nemmeno

gli

americani

(p. 131),

V, 561;

le

ancora
per-

aristocratiche

Inghilterra e Polonia diverranno


(ivi),

il medio evo s'apre con lo V, 559; stabilimento del cristianesimo (ivi), V, 537; le due vie offerte alle nazioni corrotte: il ritorno allo stato ferino e il dominio stra-

fettissime monarchie

un giorno

niero

(ivi),

serva, posson
13;

le poche
si

uomini di stato e filosofi, lavorando di conV, 570; contenore la dissoluzione d'una nazione (ivi), IV,
repubbliche aristocratiche persistenti nel secolo deconservano con arti di sopraffina sapienza (ivi), V,

cimottavo
557-8;

una

compiuta umanit

sembra

al

Vico che sia sparsa,

268

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

nei principi del secolo decimottavo, per tutte le nazioni (pp. 131-2), una canzone giovanile del Vico cupamente pessiV, 559-61; mistica (p. 133), VI, 317-21 [Affetti di un disperato); il triste quadro dato dal Vico della condizione degli studi ai suoi tempi

(ivi),

VI, 3-17, e
,

cfr.

pi gi

il

capitolo

XIX;

Mundus
delle

iute-

nescit

ecc. (ivi), VI,

127, e cfr. VI, 35; Scienza

ediz. Nicolini, pp. 348-55

nuota seconda,
razze

climi, le

disposizioni

e simili son considerati talora dal

Vico come

Opere, III, 95, 266; IV, 73, 249-50;

fattori storici (p. 135),

egli

manca

d'osservare

che

la scrittura

alfabetica fu trasmessa dai

caldei ai fenici e da

questi agli egiziani

XII.
capitolo

I,

(p. 136), V, 206. Per questo capitolo, vedere

le

stesse fonti indicate pel

Contrapposizione degli ebrei alle genti e della storia sacra a quella profana (pp. 146-7), Opere, III, ijassim, specialmente
206, 207,

XIII.

e cfr. Opere, VI, 105-6; V, 524-5.

262-5,

182, 252; V, passim,


gli

342; IV, passim, spec. 51, 74-5, 76-7, 91, 151-2, Tacito chiama spec. 113, 131, 148, 229;

ebrei
;

uomini insocievoli

81

(pp. 150

1),

IV, 17, e

cfr.

V, 79-

il

privilegio degli ebrei di serbare intatte le loro

memorie
60, 61,

fin dal

103-4;
III,

la
;

principio del

mondo

(p.

151), III, 303; IV, 23;

V,

perpetuit della storia sacra con la profana


;

249-51

IV, 253

(p. 148),

la bizzarra costruzione fatta dal


III,

Vico dei

cominciamenti della storia umana (pp. 152-3),


80; V, 108-9, 157-61;

249-61; IV, 75-

saggio dei tentativi viebiani di apologe-

tica biblica (pp. 153-4): 1.

prove del diluvio universale e

dell'esi2.
il

stenza dei giganti, III, 255-7; IV, 78-9, 289; V, 104-5; verno teocratico fu peculiare agli ebrei, III, 249, 362;

goloro-

3.

fu ignota la divinazione, III, 207; V, 104; 4. nei verbi ebraici la

terza persona singolare maschile del perfetto corrisponde alla radice, V, 217-8;

nella Scienza

ria

sull'identit in

nuova si ha tutta spiegata la stosostanza d'intendersi e diversit dei modi


V, 562
;

di spiegarsi

(p. 155),

tanto

come esemp

(ivi),

IV, 38;

fatti,

in essa, si arrecano sol-

la diligenza

minuta

e tarda

virt (p. 157), Scienza nuova seconda, ediz. Nicolini, pp. 11-2.

XIV.
crescit

Le magnifiche opinioni intorno


nell'ignoranza fa di

all'antichit;

l'uomo

rovesciato

regola dell'universo;
est

fama

eundo

orane ujnotum pr magnifico

(pp. 162-3),

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


Opere, V, 94-5 (degn. I);

269

errori attribuiti dal

Seneca
(ivi),

Grozio

V, 60, 95;

la boria delle nazioni (p. 163), V, 321 l'illusione dell'uomo al buio in una stanza
;

Vico a Cicerone,

piccolissima
95-6;

(p.

164),

V, 58;

la

boria dei dotti

(ivi),

V, 63,

l'errore

borioso

commesso da

nelle ricerche del Cratilo (ivi), V, 114;


riosi

Platone, specialmente

esemp
;

di errori

<

bobo-

commessi da

altri

dotti

(ivi),

V, 196-7

l'errore

rioso
228,

commesso
;

365

la

De antiquissima (ivi), IV, ridicolezza dell' immaginata successione delle


dallo stesso Vico nel

scuole per le nazioni

e dei sognati viaggi, sopra

tutto di Pita-

gora
si

(ivi), III,

309; IV, 26; V, 63-4, 79;


i

le principali

invenzioni

riscontran simili presso

popoli primitivi, perch occasionate


(p. 165),

privatamente in ciascuno dalle medesime necessit


98-9
(degn. XIII);

V,

inutile

supporre un'efficacia del

diritto

ateniese o di quello mosaico sul

romano

seconda, ediz. Nicolini, pp. 1101-3;

(ivi),

IV, 97; Scienza nuova

la dottrina pitagorica della

trasmissione delle anime


IV, 29-30;

si

ritrova perfino in

India

(ivi),

Opere,

greci fino alla


le

generazione precedente a Tucidide

non conoscevano
tanto ai tempi di
(ivi),

solproprie antichit (ivi), IV, 28; V, 84; Senofonte ebbero notizia delle cose persiane

Roma fu citt nuova fondata tra molti IV, 31; V, 85; antichi Livio non si fa mallevadore IV, 27; (ivi), popoli pi

della storia

romana anteriore

alle

IV, 28; V, 93;

la storia

greco-romana primitiva
(p.

guerre cartaginesi (pp. 165-6), , per la sua


;

le lingue sono i V, 93 testimoni pi gravi degli antichi costumi dei popoli (ivi), V, 100

incertezza, quasi

re

nullius

167),

(degn. XVII)
(p.

le

etimologie di

167),

IV, 201; V, 115-6;

intelligere

disserere

la

maggior parte

dello espressioni

si svelano trasporti dal corpo umano i tre V, 182-3; etimologici e il dizionario di voci mentali vagheggiati dal Vico (ivi), IV, 236-7, 237-8, 239-41, 241-3

intorno a cose inanimate


(ivi),

e
il

cfr.

V, 211;

quattro sensi pei quali, nel Diritto universale,

Vico pens fossero passati gli di (pp. 167-8), III, 451-2; il del motto te Conosci stesso IV, significato primitivo (p. 68), V, 189 come, quando e perch furono intrusi signi156, 229
;

ficati

osceni nei miti


1.

(ivi), III,

454; IV, 185; V, 74-5, 113;


(ivi),

vari:

Giove, Giunone, ecc.

V, 73-4;

esemp

2.

Apollo e Dafne

270

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

(pp. 168-9), III, 452; IV, 185; V, 265;

3.

cesto di

Venere

V, 246; 245 i
;

(p. 169),

4. gli eroi

detti figli di
(o

Giove

(ivi),

IV, 183-4: V,
(p. 163),

grandi frantumi
;

rottami

IV, 244
degli

V, 149
e

) dell'antichit

la tradizione egiziana delle tre et degli di,

eroi

degli

uomini

(ivi),

IV, 251; V, 60, 105, 198;


(ivi),

la

lingua degli di ricordata da


chi di
il

Omero

V, 105, 203;

gli elen-

nomi

di di attribuiti dal Vico a


(ivi),

Varrone

luco di

Romolo

IV, 99; V, 102;

(ivi),

V, 105;

perch
alla

tutti

codesti
(ivi),
;

frantumi
;

restassero fino al Vico inutili

scienza

149

vestigi restati in

marmo
(p.

(pp. 169-70), IV, 75


;

V,
le

carni arrosto e le

carni lesse

170), V, 430-1

il

principio

dell'eroismo scoperto nella storia


plir
le

romana serve a spiegare


(ivi),

storie favolose

di altri popoli e
i

IV, 88-9

o sup-

ra-

psodi dei

V, 447;

poemi omerici
le

cantastorie del Molo di Napoli


le

(ivi) r

metamorfosi cantate dai poeti antichi e


mito del focolare

moderne

fiabe dell'orco e delle fate o le favole medievali su Merlino (p. 170-l) r


III,

273;

il

(p.

171),

V, 259-60;

mitici e
glifici

il
i

biscione dei Visconti

(ivi),

IV, 213; V, 270;

serpenti
i

gero-

rebus de Picardie
I

XV.
Platone

(ivi),

V, 202.

re primitivi furono immaginati

(p. 173),

Opere, V, 117, 255;

filosofi,

per

es.

da

gli eroi,
(ivi),

a sacrificarsi per la comune


patria buone leggi (ivi)

felicit

vagheggiati pronti i V, 359 pretesi

viaggi d'istruzione compiuti da uomini di stato per riportare in


cfr., per l'esempio delle Dodici Tavole, Vico insiste a preferenza, III, 476-81 Scienza nuova seil fraintendimento delle parole conda, ediz. Nicolini, 1061 sgg.
:

su cui

il

re , libert

popolo
la

(p. 178),

Opere, V, 356, 359;


la

fece

erroneamente credere
di

monarchia assoluta

governo

(ivi),

V, 118, 255;

V, 356, 515 sgg.;


narchi
(p. 175),
i

sopra

tutti al

forma originaria Bodin (pp. 174-5),

ma
;

re di
i

V, 520-1

Roma

e di Sparta

non furon mo-

veri monarchi primitivi furono nello

loro famiglie

singoli eroi

(ivi),
i

V, 255;

il

carattere aristocra-

tico della rivoluzione contro

romani o

re

spartani

(ivi),

Tarquin e le analogie tra i consoli il popolo V, 357, 520 sgg.

la primitivo fu composto di soli patrizi (ivi), primitiva fu soltanto signorile (ivi), V, 357, 520; tria

V, 520;
;

libert

la

pa-

primitiva soltanto

res

pairum

(ivi), III,

399

IV, 94; V,

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE


299
;

271

nessuna partecipazione ebbe la plebe all'elezione dei re (ivi), giuramento degli eroi greci d'esser nemici eterni la crudelt del patriziato romano condella plebe V, 121; tro la plebe (pp. 175-6), V, 361-3; gli eroi ora n durissimi ancbo loro giuochi, faticoverso le loro famiglio (p. 177), V, 363-5; le loro guerre, atrocissime sissimi V, 286, V, 364;
V, 355-6
;

il

(ivi),

364;

364;

342;

(ivi),

(ivi),

le

schiavit in cui tenevano

vinti,

severissime

(ivi),

V,
la-

gli stranieri

eran da loro considerati nemici

(ivi),

l'inospitalit delle nazioni primitive (ivi), V, 80;


(ivi),

V, 320,
i

dronecci e corseggi eroici


clopici

(p. 178),

V, 363

V, 341

l'et
;

imper paterni cidell'oro fu tutta un fanatismo


;

g'

di superstizione

(ivi),

V, 253
(ivi),

le vittime

umane
l'origine
(ivi),

offerte

di dai
culto

popoli primitivi
(ivi), (ivi),

religioso

V, 168; V, 262;

delle sepolture
re,

V, 251-3;
dei

agli

storica del

matrimoni

V, 243;

ciclopi primitivi furono, insieme,


(ivi),

sapienti (in divinazione) e sacerdoti

III,

302

le

prime

sedi degli eroi furon le alture dei monti presso le fontane perenni
i V, 258; primi matrimoni, aqua et igni (pp. 178-9), V, il che avevan del lecito gli uomini primivero concetto 259;

(ivi),

tivi

(p. 179),

V, 250;

tardi

quei primi

aggruppamenti umani

(ivi), V, 128; pi tardi ancora navigarono e dedussero colonie (ivi), IV, 151 sgg. V, le gentes maiores e le gentes minores (ivi), V, 132 308 le famiglie primitive furon composte, non di soli figliuoli, ma anche
;

scesero alle pianure e poi alle marine

di famoli (ivi), V, 277;


(ivi),

e che, coltivando V, 279; e nexi * (pp. 179-80), V, 282;

ossia di deboli rifugiatisi presso


lo

forti

terre
clientes

donde

il

principio eterno dei feudi

(ivi),

V, 119, 311 sgg.; provato

dei padri, furon


(p.

detti
;

180),

V, 281

anche da quel che Tacito {Germania,

mani

(ivi),

V, 283;

14) dice dei famoli dei Gersi di-

figli e

famoli, di fronte al pater,

stinguevano soltanto pel


la citt
la

nome

(ivi),
i

V, 281;

frequenti

ammu-

tinamenti dei famoli fecero alleare


eroica
(ivi),

V, 299

della

patres tra loro, da che sorse quale i famoli costituirono

prima plebe senza n


(ivi),

diritti politici,

testamenti
litico d'

Y, 809-10
(ivi), III,

n matrimoni solenni, n

imperio

344-5

mizi curiati

(ivi),

V, 307-8, 332;

quali ultimi avevan carattere po-

esclusione dei plebei dai coi

re primitivi furon conduttori

272

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


i

dei patrizi nella resistenza contro

famoli

(ivi),

V, 299-300;

feudi nobili armati e


origine
della

feudi

rustici (p. 181), V, 312;

la

vera

il dominio bonitario, propriet (ivi), IV, 83-4; ed eminente perch nelle requiritario (ivi), IV, 103; V, 312-3; pubbliche eroiche i patrizi si guardassero dall'arricchire le plebi

e fossero rattenutissimi dal venire


nelle repubbliche eroiche

alle

guerre

(ivi),

V, 121;

mancavan

vate (pp. 181-2), V, 122;

leggi por punire

le offese pri-

donde

la necessit

dei duelli e delle

rappresaglie (p. 182), V, 482;

Oraz

Curiaz

(ivi),

forinole verbali

duelli famosi: Menelao e Paride, posteriormente s'ebbero giudizi per V, 484 V, 485; scrupolosissimamento interpetrate
(ivi),

come per

es. la lex

horrendi carminis

di

Roma

qual religio verhorum, ritenuta anche nel diritto romano degli ultimi tempi della repubblica (ivi), V, 508 porse ristrettisargomento a pi commedie di Plauto (ivi), V, 486;
V, 240, 485;
la

primitiva

(ivi),

simo ora

il

primitivo diritto privato, che ignorava

contratti cone

sensuali (pp. 182-3), V, 293-4;

il

simbolismo dei contratti

delle procedure di tempi pi civili deriva dalla materialit e dalla

violenza dei contratti e procedure dei tempi primitivi (p. 183), come, per es.: nelle finzioni della forza nei riti matrimoniali, V,

246; nella mancipazione, nell'usucapione, nelle rivendicazioni, V,


526-8; nelle tante maschere portate in piazza quante eran le persone, V, 528-9; nell'Eredit finta

domina

l'antica giurisprudenza insomma fu tutta poetica (pp. 183-4), 529;


V, 530; in versi adoni infatti vanno a terminare parecchio leggi che i fanciulli romani delle Dodici Tavole (p. 184), V, 224; a corno le cretosi memoria, quei leggi di Minosse (ivi), imparavano

delle robe ereditarie, V,

V, 225

cone
rioso

(ivi),

egizia
rio
i

(ivi),

poetiche del pari le leggi degli egizi, di Licurgo, di Dra diritto romano antico fu un poema seV, 225; 347; IV, 225; V, 531; la poesia ebraica, araba, in verso consegnarono loro prime stoV, 221
il

(ivi), III,

le

225;

persiani,
il

chinesi,

germani

e gli americani (pp. 184-5), V,

giambico

(p. 185),

verso eroico (prima spondaico, poi dattilico) e il verso i numeri poetici eran frequenV, 114-5, 222-3;

tissimi noi primi prosatori (ivi), V, 219;

in giambi fu verseg(ivi),

giata la tragedia e poi,

per

imitazione, la

commedia

V, 460;

quale fosse

il

corpo

dei linguaggi primitivi (ivi), IV, 225;

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


gli

273

episodi e
la

il

parlare contorto

(p. 186),

IV, 225-6; V, 219


di

perch
<p. 180),

lingua

greca

la la

francese sian ricche

V, 101, 220-1;

dittonghi

lingua tedesca e

le

scoperte mara(ivi),

vigliose a cui darebbe luogo lo studiarne le origini

V, 226-7;

IV, 226;

l'esigenza d'una

teogonia naturale e la genesi dei

Giove o il Cielo (ivi), IV, 255-70; V, 175; Giunone (pp. 186-7), V, 246 sgg.; Diana V, 227 sgg.; Apollo (ivi), V, 265 sgg.; Vulcano, (p. 187), V, 261 sgg.; Marte (ivi), V, 286 sgg. Saturno, Cibele (ivi), V, 274 sgg.
dodici di maggiori
(ivi),

Venere
e di

(ivi),

V, 291 sgg.;

V, 289 sgg.;
il

Venere celeste e Venere plebea (ivi), duplice significato anche dei miti di Vulcano

Marte

V, 298-9; Mercurio (ivi), V, 316 sgg.; Nettuno (ivi), (ivi), V, 304 sgg.; Minosse (ivi), V, 338 V, 339 sgg. gli argonauti, la guerra

(p.

V, 295 sgg.; Tantalo, Issione, Sisifo (ivi), Ercole che lotta con Anteo (ivi), V, 324-5; Minerva
181),

troiana,

il

ritorno

Zoroastro (ivi), V, 61-2, V, 339; Perseo, Teseo (ivi), V, 340; 63 i due Mercuri Trismegisti (ivi), V, 67 sgg., 71 Orfeo 194 Confucio 72 (ivi), V, 58, (ivi), V, sgg. Esopo (pp. 187-8),

di Ulisse,

Europa

il

toro,

il

Minotauro

(ivi),

V, 192-3;
s SS-'j

Dracone

(p. 188),

V, 191-2;
V,

sette re di

Roma

(ivi),

Solone V, 188 decemvirato e 190-1;


(ivi),
il

le

(ivi), V, 191; Scienza nuova seconda, ediz. Nicolini, Platone introdusse nel mito di Giove l'idea pp. 1093-1141; dell'etere (ivi), Opere, IV, 192 V, 249 altri filosofi in Minerva,

Dodici Tavole

(ivi),

che esce dal capo di Giove, veggon descritta la sapienza divina altri ancora, nel caos e nell'orco, la confusione V, 304;

dei semi universali della natura

(ivi),

IV, 191;

cosa fossoro in-

vece per gli uomini primitivi il caos e l'orco (p. 189), V, 369; a che cosa corrispondessero per essi i quattro elementi del mondo
(ivi),

V, 371;

come
corpo

essi concepissero l'essere e


e tutte le funzioni

il

sussistere, la

compagine
l'inferno

del

interne
(p. 183),
(ivi),

dell'anima
V, 383;

V, 372 sgg.;

come

il

cielo

astronomico
la

(ivi),

V, 386;
(ivi),

come

terra

nomia poetica

90VV,
XVI.
sta che

394 sgg.;

V, 391 sgg.;
la

V, 389;

come l'astro-

(ivi),

la cronologia poetica (pp. 189(p.

geografa poetica

190),

V, 403 sgg.

A Omero

non pot appartenere quella sapienza ripogli si suole

comunemente

attribuire (p. 191), V, 422;

B. Croce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

18

274

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


e quale stolto ordinacaso egli sarebbe stato (ivi), V,, quali sconcezze egli fa dire e compiere a Giove, Minerva,
(ivi),
;

quale stravagante filosofo


tore della
civilt

V, 425

424;

greca in

tal

Marte, Giunone
Achille e

(ivi),

V, 423-4;

quali contumelie

si

scambiano

donano

Agamennone! (ivi), V, 424; cadaveri dei nemici a cani e corvi

gli eroi

omerici abban;

ubbriacano (pp. 191-2), V, 425

si

si (ivi), V, 423 dimostrano di cortissimo in-

tendimento, come oggi i contadini (p. 192), V, 380-1 per un nonnulla passan dal riso al pianto, dalla calma alla - collera be;

stiale (ivi), V,

381;
360-1

426;

son

tutti

passione e irriflessione

(ivi),

V,

carattere di
le

Achille (pp. 192-4), V, 359-61, 381, 360, 426,

tre cose
rici o le

selvagge

comparazioni omeriche hanno per oggetto belve e ali costumi (p. 194), V, 425; degli eroi ome-

V, 427; lo stile truculento d'Omero (ivi), V, 425; nei poemi omerici vi sono incoerenze di costumi (p. 195), Y, 429-32, 452; incoerenze

favole da vecchiarella

dell'Odissea

(ivi),

di allusioni geografiche (ivi),

V, 428;

giacch l'Iliade trabalza

all'oriente della Grecia, l'Odissea all'occidente (ivi), V, 448;

in-

coerenze di linguaggio (ivi), V, 448; come sorse la strana opinione (alla quale, fino al 1725, aveva acceduto lo stesso Vico: cfr.
279; IV, 198; VI, 38) che Omero fosse andato raccogliendo suo linguaggio dalle varie popolazioni greche (ivi), V, 429 VI, nessuna fede meritano le vite di Omero dello pseudo Ero42;
Ili,
il
;

doto e dello pseudo Plutarco


di Grecia

(ivi),
il

V, 449;

del

maggior lume
(pp. 195-6),

s'ignora la patria e

V, 427 sgg., 448;


(p.
l'

196), V, 449;

lo si afferma, ci
si

tempo non

in cui

visse

ostante, povero e cieco

dice perfino che da giovane componesse


(ivi), (ivi),

Iliade,

da vecchio l'Odissea

V, 448;

ma

la scrittura
le tre

non
per

esisteva ai tempi di

Omero
il

V, 445-448;

iscrizioni

eroiche allegate dal Voss sono imposture


tutte

'ivi),

V, 448;

queste ragioni

Vico sospett che Omero fosse


(ivi),

met
che
i

un

carattere poetico

V, 449-50;

per la

se infatti si pensa

poemi omerici sieno due grandi

tesori dei

costumi della
intero

Grecia antichissima
tante (ivi), V, 451;

(ivi),

V, 455;

se a

un popolo

poe-

si

spiegano

le

riche

(ivi),

IV, 185; V, 113,437;

stravaganze delle favole


si

ome-

stumi, l'Omero

giovane

l'Omero

spiegano le variet dei co vecchio , il vario luogo

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


di nascita

275

assegnato a Omero, la variet dei

V, 451-2;

dialetti, ecc. (pp. 196-7),

Omero pertanto deve

dei poeti greci (p. 197), V, 452;


tere poetico di

essere sperduto dentro la folla


e considerato

come un

caratle loro

uomini greci in quanto narravan cantando

cosi le sue pretese sconcezze e inverisimiglianze diventano acconcezze e necessit (ivi), V, 450 egli
storie (ivi), V, 450;
;

ha primo documento della primitiva identit di storia e poesia (ivi), V, e la conferma che prima d'Ecateo Milesio la storia dei 444;
stato
il

storico della gentilit (ivi), V, 454;

in lui si

il

greci fu scritta da poeti

(ivi),

V, 445;

nell'

Odissea di chi

ha
V,

ben raccontata una


445;

storia si dice averla narrata

da aedo

(ivi),

il

448, 452;
di favole

Vico propende per due principali autori-poeti

(ivi),

V,

omero

significa per lui


;

(ivi),

V, 445

compositore e legatore

redazione pisistratea
mitaret,

Homerus (p. 199), III, 235; appunto perch non filosofo, Omero fu poeta grandissimo (p. 200), ebbe memoria vigorosa, fantasia robusta, ingegno V, 443, 453

(p. 198),

quel che egli dice dei rapsodi e della nisi ita V, 445-6 scepe dor;

nunquam bonus
;

fuisset

sublime

(ivi),

tanto da lui
parabili;
le

i caratteri eroici si seppero fingere solle sue comparazioni sono incomV, 435, 442; la sua locusue sentenze, sublimi (ivi), V, 442;

V, 453;

(ivi),

zione piena d'evidenza e di

splendore

(ivi),

V, 453;
(ivi),

la

sua
;

favella tutta per somiglianze, immagini, paragoni

non

delicato

ma
Molo
tre

grande

(ivi),

V, 441

V, 442

di tutti gli altri poeti (ivi), V, 434, 453;

egli
i

il

padre

e principe
i

poeti ciclici e

can-

tastorie del

di Napoli (pp. 200-1),

V, 447;

Vico sull'et di Esiodo


V, 78;

(p. 201), V, 81, 446-7;

congetture del

e di

Esopo

le

epoche della

lirica

greca

tragedia greca

(p. 195),
;

nuova

(pp. 201-2), ivi

V, 434, 456-60;
il

(ivi),

V, 457-8;

(ivi),

la

la

commedia antica
di

precetto d'Aristotele sugli eroi di tra

gedia e l'eroismo
(p. 202),

perch nella letteratura greca e romana furon serbati con tanto rigore i confini tra la poesia e la prosa (ivi),
;

V, 380-1; creonte (ivi), IV, 178

galante
il

foggiato

dai

poeti

tempi
e

tardi

pastoreccio galante

di

Mosco

Ana-

VI, 46;

456;

poeti sal della primitiva letteratura latina (ivi), V,

frantumi

degli inni saliari (p.


(ivi),

Andronico, Nevio, Ennio

V, 226;

203), V, 224;
i

Livio
di

romani perderon

276
veduta

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


la loro storia

degli di e conservarono in favella volgare

soltanto la loro

storia

eroica

388; IV, 200;

V, 458; ebraica
e
il

Orazio (pp. 203-4), la poesia fa la lingua primitiva anche della nazione

(ivi),

V, 100-1

Lucrezio

(ivi),

VI, 138;

Virgilio

(ivi),

V,

(p. 204),. Ili,

294; IV,
qui

163;

parallelo tra

Mos

detto

Ego sum

sum

(ivi),

calogo
ebrei

(p. 198),

IV, 145; V, 131;

il

IV, 25;
il

carattere
di

Omero,
del desugli

detto

Teofrasto

filosofi

XVII.
di

lo

per natura (ivi), Nel De antiquissima

III,.

265; IV, 187; V, 131. Vico aveva dato alla storia

sfondo di un'antichissima cultura italica proveniente in sguito ritenne andall'Egitto (pp. 207-8), II, 59-60, 142-3; cora Pitagora cultore d'italica sapienza (p. 208), II, 144 III, 309;

Roma

ma

poi

abbandon definitivamente
romani da
istituti stranieri,

la tesi della

derivazione degli

istituti

professando d'avere errato sull'esempio del Cratilo platonico (ivi), IV, 228; per lui con la suo punto storia di Roma non comincia il mondo (ivi), IV, 27

di

partenza

l'asilo

di

Romolo

niente colonia troiana (ivi), V, 416; la leggenda passim; della venuta di Enea in Italia il frutto dell'incrocio della boria
preferibile l'ipogreca e della boria romana (pp. 208-9), V, 416; tesi che i romani in tempi antichissimi avessero distrutto una co-

(ivi),

IV, 249-50; V, 86-7, 102, e

lonia greca nel

lido del

Lazio

(p. 209),

V, 410-1

il

periodo

regio a
(ivi),

Roma
(ivi),

fu

V, 355-8;

periodo non
i

di

monarchia

ma

di

aristocrazia

re di
il

Roma

furon

ridiche

V, 190-1;
ma

simboli di istituzioni giuli-

censo di Servio Tullio fu pianta di


(ivi),

bert non popolare,

signorile

V, 325-8;

la

rivoluzione

contro

Tarquin obbe carattere aristocratico, non popolare (pp.


V, 355-8

209-10)*,
III,

473;

la
la

clavis historice

romance universa?

(p. 210),

vaga

la

spiegazione

adduce Polibio
velli, cosi

(ivi), III,

che della grandezza romana 474; V, 510; sbaglia anche il Machia-

quando

riferisce a istituti
la

sparsi

(ivi), III,

474;

come quando ne arreca quale causa


(ivi),

V, 510;

magnanimit della plebe


che
la

inferiore a

tutti Plutarco,

fortuna

(ivi), III,

474; V, 510;

ripone nella
l'eroi-

smo

(ivi),

V, 102;

romani ebbero giovane


il

patrizi furono forti nel custodire


si

loro or-

dine e la religione su cui

fondava

(ivi),

V, 122;

giacch,

quando

nobili

disprezzano una religione nativa,

gran segno

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


che una nazione vada a perdersi
(ivi),

277

V, 277;

la plebe fu
i

ma-

gnanima

nel volere religione, auspici e diritti civili, e

giureconle

sulti sapienti nell'interpetrar le antiche

(ivi), V, 122; ingrandi e dur perch rest sempre fermo sui suoi principi (pp. 210-1), V,
s'

condizioni sociali

leggi

secondo

mutate

l'impero romano

509;

le

gare tra patrizi e plebei nelle guerre

(p. 211),

V, 122;

norme applicarono i romani cosi nelle lotte interne tra patrizi e plebei, come nella conquista del mondo (ivi), IV, 148-51 come la plebe ottenesse il dominio bonitario, poi il V, 344;
quattro

quiritario e con questo la legge delle Dodici Tavole (ivi), IV, 110-2; con V, 86-7; Scienza nuota seconda, ediz. Nicolini, pp. 1133-7; questa la plebe conquist il diritto scritto o cess l'arcano onde i

patrizi

avvolgevano
i

le

leggi

(ivi),

Opere, V, 123;

patrizi ac-

colsero

desideri

della
la

plebe non

con

la

condiscendenza che
d'Alicarnasso

dice Livio,
(ivi),

ma

con
la

ritrosia

V, 123;

che narra Dionigi

leggenda dei tre commissari inviati ad

Atene

quella che fu poi la legge delle Dodici Tavole venne creduta da Livio e Dionigi (p. 212), Se. nuo. sec, ed. cit.,

per riportare a

Roma

pp. 1119-22; 124-5


;

ma

ignorata da Polibio

(ivi),

Opere, VI, 146-7; V,

non creduta da Cicerone


cit.,

nuo. sec, ed.

pp. 1125-7;

(ivi), III,

481

V, 126-7

Se.

"66;

sarebbe potuta giungere la come i romani avrebbero potuto aver notizia cosi esatta circa la qualit delle leggi ateniesi? (ivi), IV, 67; eran possi-

come mai all'ancor barbara Roma fama di Solone? (ivi), Opere, IV,

bili allora

sec, ed.

cit., p.

ambascerie tra greci e romani? (ivi), IV, 67; Se. nuo. come mai .si trovava proprio a Roma Er1095;

le

modoro per tradurre


ed.
cit.,

pp. 1095, 1097;

leggi portato di Grecia?

(ivi),

.Se.

come

egli

avrebbe

fatto a tradurle

nuo. sec, con


cit.,

tanta latina purit?


p. 1125;

(ivi),

Opere,

IV, 67; Se. nuo. sec, ed.

che dire della falsissima lettera


Opere, IV, 67; Se. nuo. sec, ed.
siffatta lettera,

di Eraclito a Erniocit.,

doro?

(ivi),

pp. 1095-6;
d'

impostura
Italia,
-Se.

impostura

la

impostura sua statua nel Comizio (pp. 212-3), Opere, IV,


cit.,

la

venuta

Ermodoro in

67-8;

nuo. sec, ed.

pp. 1097-1110;
dotti,

l'origine ateniese delle

Dodici Tavole una boria di

che

le fecero

provenire via via


pp. 1122-1140;

da diversi popoli (p. 213); Se. nuo. sec, lo simiglianze, che esse presentano con

ed.

cit.,

le leggi ateniesi,

spartane

278

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


da attribuire
al corso
cit.,

e di altri popoli, son


(ivi),

uniforme delle nazioni


pp. 1101-5;

Opere, V, 69; S* mio. sec, ed.

la

come

si

spieghi la disposizione decemvirale sul lusso dei funerali


Opere, V, 191; Se. nuo. sec, ed.
cit.,

1106-8, 1140;

(ivi),

legisla-

zione decemvirale divenne un carattere poetico


70; V, 191; Se. nuo.
sec., ed.
cit.,

p.

1140;

(ivi),

Opere, IV,

ma

la

legge origie fiera (ivi),


dell'antico

naria delle Dodici Tavole, rozza, inumana, crudele


ivi,

pp. 1117-8; Opere, V, 85;

un gran testimonio
(ivi),

diritto naturale delle genti del

Lazio

V, 100

la lotta pei

connubi e
310, 495-6
;

la

rogazione canulea (pp. 213-4), IV, 54-5, 123; V, 85, quando fosse effettivamente promulgato il cosi detto
(p. 214),

censo di Servio Tullio

V, 33-4, 325-S;
la

le

successive
;

concessioni fatte alla plebe e la


la

Lex

Lex

Ptetelia (p. 215), V, 91;

Publilia (pp. 214-5), V, 89-91

riforma di Fabio Massimo


il

(ivi),

V, 331;

il

dominio sovrano del senato e

senatoconsulto
le

ultimee necesstatis (pp. 215-6), V, 91-2;


civili (p. 216),

Gracchi e

V, 125;

guerre

come
;

dalla

aristocratica

(ivi),

V, 499, 501 V, 502;

democratica
istituti della

(ivi),

si giungesse a quella dell'epoca analoghi mutamenti accaduti negli

famiglia

romana

dell'epoca

propriet (pp. 216-7), V, 327-8, 493-4;


(p. 217),

dure giudiziarie
534;

V, 531-2;
si

nelle proce

nelle

caussce

(ivi),

V,

dal certo delle leggi

134, 534-5;

giunse alYcequum bonum (ivi), V, da pene severissime a pene miti (ivi), V, 521-2; le

leggi si moltiplicarono

(pp. 217-8), V, 507-8;

men

crudeli di-

vennero
e delle

le

guerre

(p. 218),

V, 523;

tendenza delle democrazie

monarchie

alle

stocratici, per pubblico preposto alle utilit private

altro, al

negli Stati ariconquiste (ivi), V, 524; contrario degli Stati popolari, l' interesse
(ivi),

V, 475-6

spontanea della
giata
<

monarchia

(pp. 318-9), V,

62, 401;

l'origine

la favoleg-

legge regia

(pp. 219-20), V, 125-6, 513-5; Scienza

nuova

seconda, ediz. Nicolini, pp. 1145-53;

sotto l'impero si sciolsero


gentilizia,

sempre pi i rigidi vincoli della famiglia mento dei fedecommessi e dei testamenti
della patria potest (p. 221), V, 501;

merc

l'incre;

(p. 220), Opere, V, 503

l'istituzione dei tre peculi (pp. 220-1), V, 503-4;

l'indebolimento
(p. 213),

l'alleviamento della schia-

vit

(ivi),
;

522-3

V, 505;

le

pene

si

addolcirono ancora
leggi

V,

nell' interpetrazione

delle

prese

il

sopravvento

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


l'equit naturale (ivi), V, 508;

279

la

cittadinanza fu concessa da
(ivi),

Caracalla a tutto

il

mondo romano

V, 523;

dai singoli
;

editti dei pretori si


il

pass all'Editto perpetuo (p. 222), V, 523 diritto naturale delle genti, insomma, cede il posto al diritto na(ivi),

turalo dello nazioni

V, 505;

e si ritorna,

dopo lungo svolimbarbarirsi


fe-

gimento, a quell'uno ch'ora delle monarchie familiari dei primi


padri
(ivi),

V, 524-5;

possibile ormai

soltanto
in

con

la

barbarie della riflessione

e ricadere

una nuova
(ivi),

rinit,

por ripassare a una nuova ed

eroica

barbarie

V,

570-1.

XVIII. La barbarie seconda o ricorsa riusci* al Vico pi oscura della barbai'ie prima (p. 224), V, 33, 536-7, 550; il nessun risalto dato dal Vico al cristianesimo (p. 225), V, 537; ri-

risorsorgono gruppi di case sui monti (pp. 225-6), V, 259; rigono, con le chiese e i conventi, gli asili (p. 226), V, 540; la feudalit medievale un diritto sorgono i feudi (ivi), V, 556

antichissimo rinnovellato con l'ultima barbarie

non

vile

ma

eroica la materia dei feudi


tra

ritorna la divisione
il

eroi

famoli (p.

(pp. 226-7), V, 555-6; 227), V, 542, 544-5;


(ivi),

IV, 101

feudo offettivamente, come vien tradotto dai feudisti,

clien-

tela

(ivi),

V, 543;
(ivi),

le clientele di

Romolo

feudi
(ivi),
i

del medioevo
i

V, 545;

personali

gli

kmet polacchi

feudi rustici medievali

(ivi),

V, 546-7;

V, 546; nexi

V,

che
;

foudisti
i

tradu

cono eccellentemente
tempi

beneficia

(ivi),

V, 545
e

dei

1' 547, medievale

primi e

gli

uomini

ligi

dei
il

tempi

secondi

(ivi),

opera

militateti

romana

militare servitium

(ivi),

V, 542;

soci

di

Roma

antica e

feudi

soggetti a maggiore sovranit medievali (pp. 227-8), V, 547


Stati aristocratici
:

gli

marca, Polonia (p. 228), V, 555; menti medievali (ivi), V, 552-3;


(ivi),

medievali e dei tempi moderni Svezia, Daniil senato di Romolo e i parla-

le

V, 554

cause discettate in questi


(ivi),

il

Sacro Real Consiglio napoletano


(ivi),

carattere religioso dei feudatari


(ivi),

V, 537;

Ugo Capeto
e
i

(pp.

e dei re V, 540; le 537 228-9), V,


;

V, 554-5;

medievali

religioni

armate

del

medioevo
le

V, 537-8;

pura

et

pia

bella
(ivi),

ricorsi (p. 229),

schiavit

eroiche ricorse

V, 539-40;

la

caccia alle reliquie di santi e l'obbligo nei popoli vinti di riscat-

280
tar le

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE


campane
(ivi),

V, 538;

beni allodiali e
enfiteusi,
i

beni feudali
precarie,

(pp. 229-30), V, 551-2, 327-8;


i

le

livelli

medievali

(p. 230),

V, 548;

censi, le

l'esclusione

delle

donne

la crulegge salica (ivi), V, 498, 552; delt delle pene medievali (pp. 230-1), V, 522; ma nemmeno nel medioevo c'erano leggi e procedure pei torti privati (p. 231),

dalle successioni e la

V, 553

le
i

483, 539;

duelli tra

purgazioni canoniche e le rappresaglie (ivi), V, i baroni per questioni allodiali, specie nel
;

Regno
corsi

di Napoli (ivi), V, 550

ladronecci e

(ivi),

V, 539

nel medioevo fu incostantissima la fortuna dei

corseggi eroici

ri-

regni

(ivi),
(ivi),

V, 520;

l'oblio nell'alto

medioevo del
nudi

nianeo
diritto
stiti

V, 508-9
(ivi),

diritto giustiil

tutto a base di consuetudini fu invece

feudale
(ivi),

V, 549;
e
la

III,

165;

patti

patti veIII di

l'aneddoto leggendario
di

su Corrado

Hohensthaufen
ritornarono
i

presa

Weinsberg

(pp. 231-2), V, 488;

le

tempi mutoli o analfabetici

(p. 232),

V, 231-2;

iscritto (ivi),

lingue italiana, francese, spagnuola soltanto da pochi ecclesiastici V, 539


;

e tedesca

non eran messe


si

in

scriveva

un barbaro
a

latino (ivi), VI, 37;


;

chierico

letterato (ivi), V, 231

perci equivaleva

tuttavia molti vescovi


(ivi),

firmare se non col segno di croce

V, 231

non sapevan
origine
della

norma
ch

excellens in arte

non

debet inori

(ivi),
(ivi),

letterato

significhi

anche

erudito

V, 234; Y, 234
;

perl'

im-

perch non ebbero poemi religiosi cristiani VI, romanzieri medievali credettero di narrare storie vere 45-6; la storia di Turpino sopravvisse in Francia (p. 233), V, 438-9; Guglielmo Pugliese e quasi poema omerico 225), V, 101 Guntero furono V, 226, 438; poeti primi scrittori vol nei cavalieri erin Provenza gari Italia, Francia, VI, 37; ranti ricorse la virt puntigliosa degli eroi omerici V, 361;
222
;

la portanza nel medioevo delle imprese gentilizie (ivi), V, 539; prosa dei padri della Chiesa piena di numeri poetici (ivi), V,
si
(ivi),

(p.

(ivi),

(ivi),

Cola di Rienzo
i

(ivi),

V, 425;

molli clivi

(ivi), III,

quel che parevano al Vico fanciullo i 270; paladini medievali eran finti

(ivi),

di
si

enorme

statura, allo
le

stesso

modo che
e
i

di

eccedente grandezza
(ivi),

dipingevan

immagini degli

esseri celesti terreni

V, 438;

il

paragone

tra gl'ingegni

umani

incolti (pp. 233-4

VI,

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


43;

281
perch

Dante, Petrarca, Boccaccio


il

(p. 234), ivi;

V, 425;

suo poema rallelo tra V Inferno e V Iliade,


(ivi),

Dante chiamasse

il

commedia

(ivi),

V, 439;

pa-

VI, 38;

Purgatorio e Paradiso e

V Odissea

il

linguaggio di

Omero

il

(ivi), III,

279; IV, 198-9; VI, 38.42; V, 429;


VI, 39-40;

linguaggio di Dante
la

divinit

di

Dante

(p. 235),

se Dante

non avesse saputo

di sco-

lastica e di latino, sarebbe riuscito

in qual guisa si

44;

maggior poeta (ivi), IV, 200; debba commentare la Divina Commedia (ivi), VI,
(ivi),

il

polemica del Vico contro il Bodin a proposito delil mutamento l'origine della monarchia francese (ivi), V, 556; il ridell'ossequio al barone neWobsequium principis, V, 544; la dei moderni diritto e civilt giustinianeo tempi sorgere del
V, 226;
la

teatro inglese

VI, 38;

poeti

slesiani (p. 236),

(pp. 236-7), V, 557-8.

XIX.
le

Per questo capitolo

si

vedano

il

De studiorum

ratione,

prime pagine
3-6), al

dell'autobiografia e le lettere

all'Esperti {Opere,

VI,

De Vitry

(VI, 7-10) e al Solla (VI, 10-7).

Per l'accenno

alla sapienza, Opere. V, 153.

APPENDICE

Intorno alla vita e al carattere

di G. B.

Vico *

Jla Ai

trasfigurazione rettorico-leggendaria,
si

che negli

inizi e nel fervore del

poeti, dei

filosofi,

Risorgimento nazionale, compi dei di quasi tutti gli uomini pi o meno rapitaliana,

presentativi della storia


trioti, liberali, ribelli, o

atteggiandoli

come pail

almeno frementi, contro

trono e

l'altare, si tent

per un momento

di sottomettere anche,

con

lieve

bacchetta magica, Giambattista Vico. E si tra disse, l'altro, che il Vico, consapevole della grave scossa che il suo pensiero dava alle tradizionali credenze religiose,
tocco
di

e messo in guardia da amici,

si

era industriato a cingere di

Poich

il

della filosofia vichiana e

lavoro precedente rigorosamente ristretto all'analisi non d alcun cenno della vita e del carattere

personale del Vico, non riuscir sgradito trovare in appendice la conferenza, che su quest'ultimo argomento io tenni alla Societ napoletana
di storia patria
il

14 aprile 1909, e che,


I,

messa in

iscritto, fu poi inserita

nella Voce di Firenze (a.

n. 43, 7 ottobre 1909).


il

moria, che

il

Vico nacque in Napoli


il

dice nell'autobiografia), e mori

Aggiungo, per me28 giugno 1668 (non 1670, com'egli 23 gennaio 1744 (non il 20, come didel V Autobiografia, car-

cono tutti

biografi): cfr. nella

nuova edizione

teggio e -poevie varie (Bari, Laterza, 1911), pp. 101, 123, 124.

286

APPENDICE

tenebre la Scienza nuova, in


tori

modo che
tra

solo

fini

intendi-

potessero scorgere dove andasse a parare.


i

Ma

que-

sta leggenda, che corse soprattutto

patrioti

napole-

tani dei primi dell'Ottocento,

nonch

alla critica, al

non pot reggere a lungo, lume del buon senso e Cataldo


;

ne fece giustizia l certo, nel riguardo oggettivo, che le dottrine del Vico recavano implicita una critica cosi della trascendenza criIannelli, fin dal 1817,
.

stiana e della teologia come della storia del cristianesimo. Potr darsi, nel riguardo soggettivo, che il Vico, durante
la

sua giovinezza (della quale sappiamo ben poco), fosse travagliato da dubbi religiosi. Oltre che nelle sue letture,
egli

dei giovani suoi coetanei, tra


bertini
di
, o,

poteva trovare tentazioni a questi dubbi nella societ i quali non erano rari i li-

come anche

si

trovano chiamati nelle scritture


e

allora,

gli

epicurei

ateisti

2
.

In una lettera
si

del 1720 al padre Giacchi, egli dice che in Napoli

ricor-

davano

di

lui fin
,

dalla sua prima giovinezza e debolezze


fissi

ed errori

questi,
criteri

nella

memoria, diventavano,
il

come accade,

eterni

per giudicare tutto

bello

e compito che per avventura altri faccia di poi

3.

Quali

Si

veda, per tutta la questione, Croce, Bibliografa vichiana,


(rass. nella Bibl. della

pp. 91-5.
2

Nei Giornali del Confuorto

Societ stor.

napol.,

XX.

C. 22, voi. Ili,

f.

Ili), sotto l'agosto 1692:

Sono state

carcerate nelle carceri di San Domenico del tribunale del Sant'Officio

alcune persone civili, tra quali il dottor Giacinto di Cristofaro, figlio del dottor Bernardo; e molti altri sono scampati via, quali seguitano
la setta degli epicurei o ateisti,
Il

De

Cristofaro

quale si Giannini, 1905), pp. 31-44, e fu amico del Vico. Altre notizie intorno
agli

volendo che l'anima morisse col corpo >. noto matematico e giureconsulto napoletano, pel veda F. Amodeo, Vita matematica napoletana, parte III (Napoli,
il

epicurei

di

Napoli di quel tempo, in Carducci, Opere,

voi. II,

pp. 235-6.
3

Lettera del 12 ottobre 1720.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

287
usci
il

erano mai codesti errori e debolezze ?

E quando

De
il

universi iurte tino principio


il

et fine

uno, anzi la Sinopsi

che ne dava
contro
stessa,
pili

programma,

Vico senti levarsi,


le

le prime voci avverse, che erano tinte da una simulata piet


;

quali egli trov scudo e conforto nella religione cio nell'assenso del Giacchi, primo lume del
.

severo e pi santo ordine de' religiosi l Ma come delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci
resta notizia particolare, cosi dei dubbi religiosi, che po-

terono travagliarlo, non si ha nemmeno la generica certezza. Tutti gli scritti del Vico mostrano che nel suo animo si assideva grave, salda, immota, come colonna adamantina, la religione cattolica salda e forte cosi da non essere nep:

pure

in piccola parte intaccata dalla critica,

che egli inau-

gurava, dei miti. N soltanto in tutte le esteriori dimostrazioni il Vico fu cattolico irreprensibile, e sottomise semsura, pubblica

pre ogni parola che mettesse in istampa alla doppia cene privata, degli amici ecclesiastici, e fra

zimarre sacerdotali e cocolle fratesche, pi ancora che fra toghe di giuristi, men la sua vita filosofica e letteraria;

commento

scrupolo d'intermettere il Grozio, non sembrandogli dicevole che un cat2 ed ebbe cosi tolico commentasse un autore protestante
egli giunse perfino allo
al
;

ma

delicato punto d'onore cattolico da


la

non accettare nemmeno


:

polemica circa

suoi sentimenti religiosi

Questa

dif-

ficolt

(diceva ai critici del Giornale de' letterati), come quella che mi fate sull'immortalit dell'anima, dove par

che premiate la

mano con ben


in

sette argomenti, se

non mi
si

fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero pi alta-

mente a penetrare

parte la quale, quantunque

pro-

Ivi.

Autob., ed. cit., p. 39.

288

APPENDICE

tegga e sostenga con la vita e coi costumi, pure s'offende con la stessa difesa. Ma trattiamo le cose! \. Il suo cattolicesimo
si

mostra scevro

di materialit e superstizioni,

specie a Napoli dove in ogni avvenimento della vita privata e pubblica interveniva attore e direttore san Gennaro era cattolicesimo
cosi generali

nel costume del

tempo, e

di

animo
le

e di

mente

alta,

non

di

volgo.

Ma neppure
il

contro

credenze popolari e
censore;

sunse

le parti di

le superstizioni

Vico as-

pago

di

non parlarne, come

non

parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che sono oggetto della nostra reverenza.
si

ii

Disposizione d'animo analoga per pi rispetti a quella verso la religione ebbe il Vico verso la vita politica e sociale.

Non

era

nulla

in,

lui

dello

spirito

combattivo da

apstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu di

alcuni

e di quel

Rinascenza; in ispecie di quel Bruno Campanella, che egli (bench, e forse perch, napoletano) non nomina mai. Certo, il suo tempo e il suo
filosofi

della

e di quegli ardenti

paese non furono luogo e tempo di rivolgimenti e rivoluzioni contrasti che suscitano grandi azioni
e passioni politiche. Pure, vi
si
si

(il

francese e l'austriaco), e

profil

agitarono partiti politici un certo desiderio

d'indipendenza nazionale, e sorsero uomini che dettero l'opera e la vita a questi fini, e furono perseguitati e

andarono profughi;

e,

segnatamente, giungeva in
la

tempo

al

pi

alto

punto

lotta

dello

Stato

quel contro la

Le

cose,

cio,

non

le

obiezioni religiose, che a lui

suonavano

come

offesa personale (Risposta al Giornale de' letterati, in Orazioni ecc.,

ed. G-entile-Nicolini, pp. 266-7).

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

289

Chiesa, e di Napoli contro


del quale

come

di

tutto quel
essersi

Roma, con Pietro Giannone, movimento il Vico tacque

sempre

parve non

nemmeno

accorto.

La vita

politica stava alta sopra il suo capo, come il cielo e le stelle; ed egli non si protese mai nel vano sforzo di attin-

gerla.

Come

le

controversie religiose, cosi quelle politiche


il

e sociali furono

limite della sua attivit.


si

Era veramente
colpa n accail suo li-

uomo

apolitico. Di che non


di

pu

fargli

gionarlo
mite, e

fiacchezza,
lotta

una

perch ogni esclude l'altra, un lavoro esclude gli

uomo ha

altri lavori.

egli si ritraesse da ogni contatto con la porappresentanti di essa. Purtroppo, dovette corteggiare assai di frequente e l'una e gli altri, con istorie, orazioni, versi ed epigrafi, latini e italiani; i quali
litica e coi

Non che

basterebbero da

soli

a ricostruire la serie delle

vicende

cui and- soggetta Napoli dalla fine del secolo decimosettimo alla met del decimottavo il viceregno spagnuolo, la
:

congiura e rivoluzione
zione e
striaca,
il

tentata

dagli

autonomisti, la rea-

il
il

rassodato viccrcgno spagnuolo, la conquista audi

regno

viceregno austriaco, Carlo Borbone....

',

la

riconquista spagnuola e
egli,

Ma

molto pei suoi

bisogni conversevole

e professore di

eloquenza nella

regia universit, doveva fornire i componimenti letterari, richiesti dalle solennit del giorno; cosi come il drappiere

lavorava, per le medesime occasioni, le frange, e lo stuccatore le volute e gli svolazzi. E quali frange e quali svolazzi
!

Perdurava

la

moda

letteraria secentesco-spagnuola;

e 'ci basta per gran parte a spiegare quel che nelle lodi profuse dal Vico ci sembra, ed , iperbolico e barocco. Del

suo animo indifferente e innocente pu dare esempio quel

In Autob., ecc.. ed.

cit.,

p.

142.

B. Crock,

La

filosofia,

di Giambattista Vico.

19

290

APPENDICE

luogo dell'autobiografia, dove, dopo aver fatto ricordo del

Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per ordine dell'ultimo vicer spagnuolo duca di Ascalona, continua, come se niente fosse, col riattacco di un semplice
appresso Appresso, ricevutosi questo reame al dominio austriaco, dal signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore delle armi cesaree in questo regno, ebbe l'or-

comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di 1 cio dei due ribelli Giuseppe Capece e Carlo di Sangro contro Filippo V, che il governo precedente aveva messi

dine

di

a morte, qualche anno prima, nella repressione della congiura di Macchia, dal Vico narrata, veridicamente bens

ma

con ossequio

al

governo

costituito, nel

De parthenopea
deve
dirsi,

coniuratione.

Ma non
quei suoi

c', nel Vico, bassezza;

e,

se

in

retore e panegirista, non pu dirsi adulatore. L'adulatore, l'uomo senza coscienza, vilipende e
scritti,

calunnia gli avversari degli uomini da


pisce
i

lui

adulati, o colil

vinti; e questo bassezza. Il Vico,


fosse
l'

quale, pur

napoletano, che aveva inviato agli Ada lipslensa la noterella contumeliosa contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo facilmente roitaliano,

conoscendo chi

anzi

il

vinarlo (perch quella noterella era anticattolica), generosamente non volle mai svelare quel nome 2 presta, si, i suoi
,

servigi di professore d'eloquenza,


interessi

ma non

traffica

con

gli

dei suoi

lodati

padroni. Della Vita di Antonio

Carafa, composta per commissione, e col provento della quale marit una figliuola, dice che la lavor temprata
di onore del

subietto, di
si

riverenza verso
3.

principi e di

giustizia che

dee aver per la verit

E, per tornare

Autob., ed. cit., p. 56.

2 3

Lettera del 4 dicembre 1729; in Autob.,


Autob., ed. cit., p. 38.

ecc., ed. cit.. pp.

20910.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

291

caso sopraricordato del Capece e del Sangro, quando nel De parthenopea conluratione egli narra la morte di
al

quei due nemici della parte trionfante, mostra anche allora, in taluni particolari, il suo animo gentile; e del Capece, che
*

non

volle arrendersi ai soldati spagnuoli, scrive

ostentali s pectus

ned eamque

infestis

armis

efflagitans,

inexoratus occubuit, fortissimum mortis genus si causa cohonestasset ; e pel Sangro, riferita la voce della grazia fattagli

de

da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: unmaior damnati, qui iam poenas persolverat, misera*
l
.

no

Senza dubbio, non poteva essergli, e non gli era, nascosto che la pi parte degli individui da lui lodati valeva

ben poco.

A leggere i suoi scritti panegiristici parrebbe che Napoli avesse allora una nobilt splendida di virt, di
il

cultura, di dottrina; eppure, informando

padre De Vitry

che

gli

aveva chiesto notizie circa


il

in Napoli,

condizioni degli studi Vico non celava la realt: i nobili sono adle
2.

dormentati da' piaceri della vita allegra


satirico circa

Un

suo motto

quella nobilt, spesso pezzente la fame in casa pur di sfogcocchi e altre gale, ci stato serin con pubblico giare bato dal suo scolaro Antonio Genovesi 3 A proposito del
fastosa e capace di soffrire
.

ma sempre

letterato
scrittori

duca

Laurenzano formulava la teoria che gli nobili non possono essere se non eccellenti *
di
;

eppure, tra le sue carte io ho trovato


libro di quel signore, riscritto

il

manoscritto di un

da cima a fondo dallo stesso

XIX,
2 3

Opp., ed. Ferrari, 377 sgg.

I,

pp. 367, 368; e cfr. B. Croce, in Critica,

In Autob., ecc., ed. Diceva che molti


In Autob., ecc., ed.

cit., p.

191.
le

tiravano

carrozze colle budella

(ivi,

121).
1

cit.,

pp. 215-6.

292

APPENDICE
e transazioni

Vico K Contradizioni
che riesce

da pover'uomo, schiac-

ciato dalla miseria e divenuto riguardoso e timido; tanto


difficile

determinare fino a qual punto egli am-

mirasse a parole e per compiacenza, e fin a qual altro il suo sentimento d' inferiorit sociale si mutasse in effettiva

ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignit e tutto quello che a lui mancava, e che stavano cosi in alto, ed erano i signori .
in

Perch, com' risaputo, le sue condizioni economiche furono sempre tristissime. Figliuolo di un libraiuccio di
Napoli, fu dapprima costretto a recarsi

come precettore

domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato a Napoli, tent invano di ottenere il posto di segretario
della citt, e, avuta per concorso nel 1699 la cattedra di
rettorica,

stipendio annuo

rimase per trentasei anni in quell'ufficio con lo di cento ducati (lire 425). Invano tent,

nel 1723, di passare a cattedra di


fosse sfortuna, fosse

maggiore importanza:
di

inabilit (

uomo

poco spirito

in-

torno alle cose che riguardano l'utilit , si riconosceva esso stesso) 2 dove rinunziare a ogni avanzamento univer,

dunque, ad aiutarsi un po' coi lavori letterari del genere- detto di sopra, e pi ancora con le lezioni private; e non solamente (oltre quella nella pubsitario.

Era

costretto,

blica universit)

teneva scuola a casa sua,

ma

saliva e

scendeva

le altrui scale

giovinetti, o addirittura

come insegnante di grammatica a a fanciulli. Non fu fortunato nella


le le

famiglia: la

donne analfabete, incapacissima

moglie era analfabeta, senza di curare

virt

delle

pi piccole

Bibl. vidi., pp. 27-S.

Antob., ed.

cit.,

p. 24.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

293

faccende domestiche; cosicch il marito doveva farne le parti. Dei figliuoli, una femmina gli mori dopo lunga malattia, e

dopo quei lunghi dispendi che inacerbiscono le malattie dei poveri un figliuolo maschio gli die grandi
;

dolori ed egli
polizia

fu

costretto a invocare

l'intervento della

per chiuderlo in una casa di correzione. La sua irrazionale e sublime tenerezza paterna fu tanta, in questa occasione, che al vedere dalla finestra gli uffiziali di
polizia,

da

lui

richiesti,

quali venivano a portar via

il
:

figliuolo sciagurato

ed amato, corse a costui gridandogli

},
:

Figlio mio, salvati!

Ebbe, invero, animo affettuosissimo

il

che

si

pu

ri-

trarre, fra l'altro, dall'orazione piena di nobilt e di dol-

cezza che compose per la morte della sua amica donna Angela Cimini, dagli accenti di piet e di sdegno che ha
nella Scienza
la storia, o

nuova per

le plebi

oppresse, di cui investiga

per

le dolenti figure di

Priamo

e di Polissena,
sti-

di cui risente la poesia; e perfino


listici,

ricome, corda che le streghe, per solennizzare le loro stregonerie, uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi
,

per es., in

da certi sparsi segni quella dignit (la XL) dove

innocenti bambini

e tutto

si

turba,

in

modo

inop-

portuno ma significante, per la sorte di quei piccini, che adorna nella commossa fantasia di superlativa amabilit!
I

maggiori conforti domestici


dal

gli

vennero dalla

figliuola
lo

Luisa, colta e poetessa, e

figliuolo

Gennaro, che

suppl e poi gli successe nella cattedra. Quando, nell'elogio della contessa d'Althann, accenna sarcasticamente ai
filosofi

sotto

che ragionano passeggiando per gli ameni giardini i portici dipinti, non nauseati n afflitti dalle

mogli che infantano

e dai

figliuoli

che nei morbi

Villakosa, nelle aggiunte alVAulo.

(ed. cit., p. 79).

294
l
,

APPENDICE

si sente che parla per diretta esperienza languiscono e che lo pungono ricordi angosciosi della propria vita

familiare.

Accade molto spesso, specie ai giorni nostri, di osservare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi da questo
o quello dei pi umili doveri; e tanto pi bisogna ammirare quest'uomo di genio, che invece li accett tutti e (per adoperare una parola che il Flaubert disse di s medesimo), pensando da semidio, visse

costantemente da bor-

ghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di leggere, scrivere, meditare e comporre i suoi lavori ragionando con amici e tra lo strepito de' suoi figliuoli ~.

La
vano
e alle

salute ebbe

sempre malferma
3
:

gli

amici

lo

chiama-

mastro Tisicuzzo

debole assai da giovane, stra-

da ulceri alla gola, da dolori alle cosce' gambe. Insomma, quel riposo, quell'ozio, quella tranquillit, che altri filosofi goderono per tutta la loro vita,
ziato in vecchiaia

o per lunghi tratti di questa, al Vico

manc sempre.
:

Egli

dovette fare da Marta e da Maddalena


le necessit pratiche

travagliandosi per

sue e dei suoi

travagliandosi insie-

memente con
gnatagli
fin

adempiere alla missione assedalla nascita e dare forma concreta al mondo


s stesso, per
si

spirituale che gli

agitava dentro.

IV

Non

c' bisogno, dunque, di foggiare o desiderare

un

Vico eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e politica, quando il Vico eroe ci sta innanzi, ed appunto
questo: l'eroe della vita filosofica.

stato notato

da

altri

Opp., ed. Ferrari, VI, p. 235.


Autob., ed. cit., p. SS.

In Autob. y ed.

cit,, p. 120.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO


la
,

295
e tutti
i

che

egli

ebbe carissima

vati di essa ( eroismo

parola eroico

eroe

deri-

, ecc.); e

ne fece con-

tinuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo era, per


lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi e riappare nei ricorsi della storia. Questa forza egli doveva sentire in s medesimo, nel lavorare per la verit e nel-

l'aprire,

abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove vie alla

scienza. Per questa forza, superate le giovanili incertezze,

smarrimenti, gli avvilimenti, che talvolta lo fecero cadere in un cupo pessimismo individuale e cosmico (come si vede dalla canzone Affetti d'un disperato), pot sollevarsi
gli

alla sicura professione di

metodo

scientifico,

che enunci

nel

De

nostri temporis studiorum

ratione, e al suo

primo

tentativo di applicazione filosofico-storica, rappresentato dal


sapientia', e da questo, poi, dissuo stesso pensiero e ritessendo col resto una nuova tela, giungere al De uno universi iuris

De antiquissima italorum
facendo in parte
et fine
il

dopo venticinque anni (egli diceva delle scoperte contenute in questa) di continova ed aspra meditazione .
principio
:

uno

e *alla Scienza

nuova

L'opera, menata a termine da quel povero maestro di

grammatica e rettorica, da quel pedagogo che un satirico contemporaneo raffigura stralunato e smunto, con la ferula in mano ', da quel tormentato paterfamilias, stupisce
e,

quasi, spaventa: tanta

somma

di energia
e di

mentale

vi condensata.
:

un'opera di reazione

rivoluzione

insieme reazione al presente per riattaccarsi alla tradizione dell'antichit e del rinascimento; rivoluzione contro il presente e il passato per fondare quell'avvenire, che si

chiamer

poi, cronologicamente, secolo decimonono. Nel campo della scienza, l'umile popolano diventava

Ivi,

p. 120.

296
aristocratico; e quello

APPENDICE

che egli falsamente lodava nelle misere scritture dei superbi cavalieri e dei pomposi mitrati del suo tempo, era veramente il suo.
stile

l ,

da signori

Egli aborriva la letteratura galante e socievole, che cominciava a diffondersi dalla Francia in Italia e negli altri

paesi d'Europa,

libri

per

le

dame

2.

Ma non meno

rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si chiamano ora manuali , e in cui si espongono per filo e per segno definizioni elementari e cose gi da altri accertate: libri

che possono giovare soltanto ai giovani 3 ai quali per altro il Vico gi abbastanza si sacrificava nella cerchia della
,

scuola perch dovesse poi sacrificar loro anche qualcosa della propria inviolabile vita scientifica. In questa mirava

ad altro pubblico che a giovinetti, cavalieri e dame: quando


scriveva,

era

suo primo pensiero, la sua prima pratica Come riceverebbero le cose da lui meditate un Plail

tone,

un Varrone, un Quinto Muzio Scevola?


:

e la se-

conda
la

ricever queste cose la posterit *. Dei innanzi agli occhi, esclusivamente, aveva contemporanei,

Come

di

Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le Accademie Europa; un pubblico, a cui non bisognava ripetere ci-

che gi era stato trovato e detto nel corso della storia delle scienze e che esso aveva bene a mente, ma porgere soltanto pensieri che fossero reale avanzamento del sapere:

non

libri

voluminosi,
5.

di cose proprie

ma piccioli libricciuoli, tutti pieni Un pubblico ideale, insomma, che in-

genuamente
di

egli confondeva talvolta con quello dei dotti professione e dei critici da riviste letterarie; donde,.

la Autob., ed. In Autob., ed.

cit.,

p.

216.

cit.,

p. 186.

3
4

Ordz., ecc., ed. cit., p. 215.

Scienza nuooa, ed. Nicolini, p. 51.


Oraz., ed. cit., p. 51.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO


I

297

poi, le

frequenti sue delusioni.

libri

brevi, in

materia

metafisica,

sembrava a

particolare efficacia,
tazioni sacre,

che avessero (come infatti hanno) acconciamente paragonata alle medilui

che brievemente propongono pochi punti , le quali fanno molto pi profitto nelle cose dello spirito cristiano che non le prediche pi eloquenti e pi spiegate da facondissimi predicatori
blica

[ .

Per quest'amore
libri la

alla

brevit, fu restio dall'aggravare di


letteraria,

inedite le

troppi repubche gi non regge sotto il peso lasci orazioni, stamp per dovere il De ratione, ed
;

2 ebbe, infine, a manifestare pi volte il desiderio che, di tutte le sue opere, sola gli sopravvivesse la Scienza nuova,

la

quale conteneva condensate e perfezionate tutte


All'aristocrazia dell'ideale

le

sue

indagini precedenti.
si

accompagnavano
il

nella sua

concezione della vita scientifica

pi nobile decoro e la

pi profonda lealt. Dalle sue polemiche si potrebbe ricavare un intero catechismo circa il modo in cui si debbono

condurre le dispute letterarie. Bisogna (egli dice) non mirare a vincere nella disputa, ma a vincere nella verit;

onde voleva che quelle si svolgessero con sedatissima maniera di ragionare , perch chi ha potenza non minaccia e chi ha ragione non ingiuria variate tutt'al pi da piacevoli motti, i quali diano a divedere gli animi de'
;

ragionatori esser placidi e tranquilli, non perturbati e com. Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe, faceva notare Il giudizio in termini troppo generali

mossi

e gli

uomini gravi non hanno mai


le particolari e

di risposta

deguato se

non

determinate opposizioni, che loro sono


si

fatte .

Ai medesimi, quando

appellavano

al

raffinato

Oraz., ed. cit., p. 253.

Tra

le altre,

nella lettera a Celestino Galiani del 18


170-1), e
il

novembre

1725 (Autob., ed.

cit., p.

cui autografo presso di me.

298

APPENDICE
secolo,

il

quale ha sbandito, ecc. ecc. , Questa invero una grande opposizione, perch opposizione non ; perch, ritirandosi gli avversari al tribunale del proprio giudizio, con quel dire

buon gusto del

rispondeva sdegnoso:

di

'

codesto che tu dici non ho idea


.

',

da avversari diven-

Alle autorit non intendeva appoggiarsi, disprezzava; dovendo l'autorit farci considerati a investigare le cagioni che mai potessero gli autori, e massimamente gravissimi, indurre a questo o a quello

gono giudici

ma neppure

le

opinare . E, accusato di avere commesso il medesimo peccato di Aristotele attribuendo errori ai filosofi per poterli

con agevolezza confutare, protestava dignitosamente: Io mi contento del mio poco sapere ingenuo, che essere comparato di mal costume ad un gran filosofo . Della sua equanimit pu dare esempio lo splendido elogio che egli
fa di Cartesio, contro
il

quale pure era rivolto tutto

lo

sforzo maggiore del suo pensiero. La sua lealt attestata dal pronto riconoscere i propri errori: Confesso (dice, in un punto, ai critici del Giornale dei letterati) che la mia

gi questo (scrive nella seconda Scienza nuova) dee sembrare fasto a taluni che noi
divisione viziosa

l.

non contenti de' vantaggiosi giudizi da


nostre opere, dopo
le

tali

uomini dati

alle

disapproviamo e ne facciamo rifiuto; perch questo argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocch
i

contro
altri,

rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le loro opere anche le giuste accuse e ragionevoli ammende d'altrui
;

che per avventura sono di cuor picciolo, s'empiono

de' favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non pi s'avanzano a perfezionarle; ma a noi le lodi degli uo-

mini grandi hanno ingrandito l'animo di correggere, sup-

Si

vedano

pass, le Risposte, in Oraz., ecc., ed. cit.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

299
no-

plire

ed anco in miglior

'.

forma

di

cangiar questa

stra

Vita scientifica proba, come di serio ricercatore del vero vita sentimentale commossa e rapita, come di chi
:

giunga a faccia a faccia col vero a lungo bramato e cercato, ed esulti di poterlo annunziare agli uomini. Di qui la sua alta poesia, che non gi nei versi, ma nelle prose,
e,

(scrive

segnatamente, nella Scienza nuova. Il Vico poeta il Tommaseo): dal fumo d luce, dalle metafisiche
raccontando, ragiona
e,

astrazioni trae imagini vive:

ra-

gionando, dipinge; e per- le


gia,

cime de' pensieri non passeg-

ma

vola; onde in

lirico

che in odi assai


le

un suo periodo sovente pi estro 2 Certo, fossero anche tutte im.

maginazioni

sue dottrine, quella nascita che egli descrive

della societ, quella rappresentazione delle et primitive e


si travagliano e assurgono, splenderebbe sue gigantesche figure, con le sue robuste passioni, col divino immanente in quegli aspri petti, come un mirabile poema; e il De Sanctis vide infatti nella

delle lotte in cui


le

ognora, con

l'andamento di un poema, quasi di una nuova Divina commedia. E, come Dante sublime, fu anche pi di Dante severo; e se le labbra del ghibellin fuggiasco pur si mossero talvolta * un poco a riso , il Vico leva veramente innanzi alla storia un volto che giammai non rise . Del resto, egli che ha avuto tante censure pel suo stile, non era scrittore volgare; anzi, studioso della buona forma e della toscanit 3 non meno che sotScienza nuova
,

tile

estimatore,

al

dire

del Capasso, di vocaboli

latini

4
.

Scienza nuova, -ed.

cit.,

p. 10.

G. B. Vico

e il suo secolo (nel voi.:

Torino, Loescher, 1872),


pp. 9-10.
3
4

p.

104; cfr.
ora,
il

La storia civile nella letteraria, un giudizio sul Vico scrittore, ivi,

Pi ampiamente

Nicolini, nella introd. alla sua ediz.

della Scienza nuova.


Autob., ed. cit., pp. 10-11
:

cfr.

Opp., ed. Ferrari, VI, 45, 140.

In Autob., ed.

cit.,

p. 120.

300

APPENDICE
i

Ma componeva male

suoi libri, perch la sua mente non padroneggiava tutta la materia filosofica e storica, che aveva accumulata scriveva confusamente, perch con
;

dmone donde, le sproporzioni nelle varie parti dell'opera, nelle singole pagine, nei singoli periodi. Rende talora immagine di quella botfurore e

come

in

preda a un

tiglia

di

cui parla

il

poeta, piena d'acqua e

di botto, nella quale l'umore,


s'affretta e intrica

per la goccia fuori esce a fatica . A fatica o a fiotti, disordinatamente. Un'idea che egli sta enunciando, gliene richia-

capovolta che vorrebbe uscire, tanto via angusta, che a goccia a

ma

un'altra, e questa

egli vuol dire tutto

un fatto, e il in una volta,

fatto
e

un

altro fatto;

ed

perci le parentesi si

aprono nelle parentesd, con ritmo spesso vorticoso. Ma quei suoi periodi disordinati, come erano materiati di pensieri
originali, cosi sono tutti contesti di
frasi possenti, di pa-

role scultorie, di espressioni

commosse, d'immagini

pitto-

resche. Egli scrive male, se cosi piace dire; ma di quello scriver male , del quale i grandi scrittori portano con
s
il

segreto.

L'eroismo

filosofico

del Vico

non

si

afferm

soltanto

nella lotta interiore con s stesso per l'elaborazione della


scienza,

ma

fu sottomesso
lui

ad

altre e

pi dure prove.
al

La

posizione mentale, da
e, sotto

raggiunta, avversa

presente

specie di reazione, vlta all'avvenire, lo condan-

nava necessariamente all'incomprensione. codesta, senza dubbio, la sorte di tutti gli uomini di genio: incompresi intimamente, anche quando la fortuna sociale sembra secondarli ed
essi

sollevano entusiasmi

e trovano in

folla

motto che, secondo la leggenda, lo Hegel avrebbe pronunziato sul letto di morte ( uno solo
scolari e ripetitori. 11

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

301
),

de' miei scolari

mi ha

inteso, e questi

mi ha frainteso

esprime a meraviglia tale necessit storica: chi perfettamente inteso nel suo tempo, muore col suo tempo. Pure, di rado o non mai la sproporzione tra il proprio pensiero
e la

incomprensione dei contemporanei fu cosi grande come nel caso del Vico. Se altre cagioni d'infelicit non l'avesIl

sero tormentato, sarebbe bastata quest' una.

desio di

laude

che

poi

negli

animi non volgari desio di ve-

dere compartecipato, assentito e universalizzato negli altri spiriti ci che a essi sembra vero e buono, rimase sempre

un van desio . Tanto pid l'incomprensione e l'indifferenza lo angosciavano, in quanto, com' facile supporre, aveva piena coper
lui

scienza, dell' importanza delle proprie scoperte. Egli sapeva

che

la

Provvidenza

gli

aveva

affidato

una missione

altis-

sima; sapeva di esser


tria, e in

nato per

la gloria

della sua pa-

conseguenza

dell'Italia,

perch quivi nato, e non


u.

Allorch mand fuori come di avere dato fuoco a nuova, gli pareva una mina, e ne aspettava da un momento all'altro lo scoppio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non gliene onde egli scriveva a un amico, dopo qualche parlava giorno: In questa citt si io fo conto di averla mandata
in Marrocco, esso riusci letterato
la Scienza
;

al deserto

e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a' quali l'ho mandata, e, se per necessit
;

sfuggita li saluto: nel quale atto non n pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto 2
egli addivenga, di
essi

dandomi

Egli aveva creduto, addirittura, a un effetto rapido e immediato; e sperato di trovare gli animi pronti e gl'intelletti

aperti a

ricevere e

fecondare

suoi pensieri,

In Aulob., ed. cit., p. 48. Lettera al Giacchi, 25 nov. 1725, in Anteo., ed.

cit., p.

175.

302

APPENDICE
i

nientemeno che tra


Napoli
:

suoi contemporanei e conoscenti di

occupati a comporre e mandare a memoria prediche verbose, tra i verseggiatori che rimavano sonettuzzi, tra gli avvocati che scrivevano allegazioni!
tra
i

frati

Trov, invece, moltissimi scettici e indifferenti, e non pochi irrisori. Gi il libro sul Diritto universale, quando

comparve, venne generalmente ripreso per oscuretto , come c'informa il Metastasio l e fu poco letto e avventatamente censurato per le stravaganze che la lettura disat;

tenta e a salti faceva trovarvi in ogni punto 2 Il padre Paoli, cui l'autore ne aveva donato copia, vi scrisse sopra un
.

distico celiando sull'incomprensibilit dell'opera

3
.

Peggio

per la Scienza nuova: si sa che Nicola Capasso (che pure era dotto uomo e bene affetto verso il Vico), provatosi
fu

a leggerla, cred di avere smarrito ogni scintilla d'inten-

dimento,
sioni di

buffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal medico Cirillo *. Un erudito senese, nel riferire le imprese,

una sua

visita al Vico e della

lettura di qualche

suo

catore

privo di criterio e secnobile napoletano, interrogato a Venezia dal Finetti circa quel che si pensasse a Napoli del Vico, disse
scritto,
5
.

lo defin stravagante,

Un

che, per

vero dotto,
acquistato

un certo tempo costui era passato per uomo davma che dipoi, per le strane sue opinioni, aveva

fama

di

squilibrato.
il

E quando
6. I

die fuori

la

Scienza nuova?
l'altro),

, insiste

Finetti.

Oh, allora (rispose


maldicenti
lo

era gi diventato affatto pazzo!

Ivi,

p.

118.
cit., p, 143.

2 3
*

Latter al Giacchi del 12 ottobre 1720, in Aniob., ed.


Ivi, p.

113.
cit.,

In Autob., ed.

p. 119: cfr. p. 76.

Lettera di G. N. Bandiera del 1726, ed. dal Nicolini

ristamp.

Critica,
P

XV

(1917), pp. 295-97.


p.

In Autob.,

119.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

303

colpivano perfino nella modesta professione da cui traeva il sostentamento, dicendolo buono ad insegnare a' giovani

dopo aver fatto tutto il corso de' loro studi, cio quando erano stati da essi gi resi appagati del lor sapere o, pi insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare,
;

ma

a dar buon indirizzo ad essi maestri


la

'

e, cio, ri-

sua superiorit soltanto per farsene un arda gomento danneggiarlo nella gi cosi stentata sua vita

conoscevano

pratica.
vi

alla

generale indifferenza e alla

malignit dei critici potevano formare


e lodatori,

leggerezza o alla compenso gli amici

che anche

al

Vico non mancarono.

Come

sareb-

bero potuti mancargli, se egli ne faceva una trepida ed attenta cultura artificiale? Si veda, per es., in qual modo coltivasse

cappuccino padre Giacchi. Lodava di costui le il divinissimo ammirabili opere , ingegno , la rara
il

di

sublimit delle meravigliose e divine idee . Gli annunziava aver dato a leggere ai letterati della citt l'epistola elolui,

giativa ricevuta da
*

e che tutti ne

avevano ammirato

il

sublime

torno del

concepire
2

rifaceva in latino d'oro le

(eppure egli proprio, iscrizioni che il Giacchi compo.

Gli comunicava, altra volta, un Giacchi avevano destato invidia ed erano state prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spendeva per propiziarsi l'arcivescovo di Bari, Muzio di Gaeta, un vanitoso, tutto pieno del proprio merito (negli Elogi del Gimma fa perfino lodare la sua avvenenza), e che non sain
!)

neva
che

un

latino fratesco

le lodi di

peva parlare se non


1

di s stesso, autore di

un panegirico

Autob.,

1.

e.

Furono pubblicate da me

in Napoli nobiliss.,

XIII

(190-J),

f.

I,

di tftvo in Sscondo nappi, alla

BUA. deh., pp.

70-2.

304
di

APPENDICE

Vico, non

papa Benedetto XIII, pel quale, lodato e rilodato dal si saziava mai, e provocava, anzi chiedeva espreslodi.

samente, nuove

il

Vico a

inaffiarlo

pazientemente
I. ;

della linfa desiderata:

la

maravigliosa opera di V. S.

il suo dire da signore ; le digressioni demosteniche ; l'eloquenza, che fu la favella filosofica, con la quale parlarono gli antichi accademici greci, tra i latini Cicerone,

tra

gl'italiani

niun

altro
gli

che V.

S.

I.

All'avvosi

cato Francesco
poi
ritirato

Solla, che

era stato scolaro e

era

in

provincia, insinuava
egli

che
i

la

sua Scienza

nuova aspettava che


d'alto
di tutti
i

fosse tra

intendimento, che

volessero

pochissimi forniti riceverla con mente


l
.

pregiudizi circa i principi dell'umanit sgombra Erano artifizi ingenui, fanciullaggini pietose, con le quali

procurava di dare un'illusoria soddisfazione al suo bisogno di riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi nervi
eccitati.

Ma anche

a questo

modo raccoglieva
non
parola

frutti assai po-

veri. Nelle lettere del Giacchi,

che provi che

costui avesse intesa

una

sola delle dottrine vichiane o che

almeno

le

di Gaeta,

avesse considerate con serio interesse. Monsignor dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere
->

certamente, ad ammirare occupato la propria prosa. Il Solla, nel quale il Vico sembrava riporre tante speranze, giudicava l'orazione per la morte
;

pi ammirate che intese


le

le

opere di

lui

e,

non

aveva neppur

lette, tutto

donna Angela Cimini cosa superiore a tutte le altre opere dell'autore e alla stessa Scienza nuova. Un simile incauto complimento rivolgeva al Vico un altro ammidi

ratore,

pur caldo e affettuoso, l'Esteban


gli

3
.

Lodi generi-

che o banali

giungevano talvolta (ma pi spesso per-

In Autob., ed.
Ivi, p. 251.

cit.,

p. 202.

Ivi, pp.

195-6.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO


trascuranza e
il

305

dar vano,

ostinati, la

silenzio), in

ricam-

bio di alcuno dei tanti esemplari delle proprie opere, che

inviava non solamente


di

ai letterati

di Napoli,
di

ma

a quelli

Roma,

di Pisa, di

Padova, anzi

Germania,

di Olanda,
.

1 Egli d'Inghilterra: ne mand, perfino, a Isacco Newton ottenne, tutt'al pi, di farsi considerare erudito tra centi-

naia di eraditi e letterato tra migliaia di letterati: dotto uomo, insomma; ma niente altro.

Senza dubbio,
tra
i

il

Vico ebbe, tra

modesti, tra gli oscuri,


il

giovani, schietti ammiratori.

Di costoro era
i

poeta,

sacro, Gherardo de Angelis; poi il frate Nicola Concina Solla ed Esteban

oratore

gi ricordati

di

Padova

altri pochi.

Ma, se

il

loro affetto era grande, la loro intelil

ligenza era scarsa.


#1 fervore

Anche

Concilia confessava, in
di

mezzo

non intendere troppo entusiasmi, bene: Oh quanti fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono Cosi avessi io talento da farne uso e da comper entro
dei suoi
!

prendere

fondo ed il mirabile artificio, che panni alquanto di ravvisare! *. Il miglior ufficio, che codesti amici potessero adempiere, era di lenire con parole buone, se non con intima corrispondenza di pensieri, l'animo esail

cerbato del Vico. Cosi faceva

Esteban, concludendo la lettera nella quale procura di rimediare a quel che gli era
l'

scappato dalla penna a proposito dell'orazione per la Cimini, e ripeteva frasi che aveva dovuto cogliere sulla

bocca del maestro:

Vivete sicuro che la Provvidenza,

per canali da V. S. non immaginati, far sorgere a V. S. una fonte perenne di glorie immortali \ Il gesuita pa!

dre Domenico Lodovico (autore del distico, che si legge sotto il ritratto del Vico), ricevuta la seconda Scienza

1 -

Autob., ed.

cit.,

p. 55.

In Autob., ed. cit., p. 231.


Ivi, p. 205.

B. CitOCE,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

20

306

APPENDICE

nuova, mand all'autore, con pratico senno, un po' di vino della cantina e un po' di pane del forno della casa gesuiNunziatella, con una graziosa letterina nella quale lo pregava di accettare codeste cosucce, comech
tica
'

della

semplici,

quando n pure

il

bambino Ges

rifiuta le rozze

offerte de' rustici pastorelli

gli

suggeriva di aggiungere

nella simbolica dipintura che precede l'opera, accanto all'al-

un piccolo nano in atteggiamento di chi ammirando ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto con significante dieresi il nome: Lodo-vico *. Tra i tanti
fabeto,
!

giovani della sua scuola, erano alcuni, tutti pieni della dottrina di lui, pronti a difendere il maestro a spada tratta *T ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di giovani.

Se quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine o qualche parte delle dottrine vicinane, se ne sarebbero

vedute

le

nerazione che segui


quasi.

tracce nella letteratura e nella cultura della geal Vico e, invece, non ne fu nulla o
;

Appena qualche sentenza, qualche affermazione

sto-

rica, qualche concetto isolato e superficialmente inteso fu ripetuto a Venezia dal Conti, a Padova dal Concina, in Ispagna da Ignazio Luzn (il quale aveva dimorato a Na-

poli negli anni della pubblicazione della Scienza

nuova)

e qualche cosa di pi nella patria dell'autore, dal vesi e particolarmente da


G' invidi,
telligenti
i

Geno-

Ferdinando Galiani.
pettegoli,
i

leggieri,

calunniatori, gl'inin-

eccitavano nel Vico scoppi di collera violenta. Di questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo che con maniera troppo risentita inveiva contro o gli
errori d' ingegno o di dottrina o suoi emuli, che

mal costume dei


carit, e

letterati
fi-

doveva con cristiana

da vero

In Autob., ed.
Ivi, p. 121. Ivi, p. 122.

cit.,

pp. 218-4.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO


l
.

307

losofo, o dissimulare o compatirgli

pari gli spiaceva: qualche bellezza. L'orazione per la Cimini contiene una specie d'inno alla collera, alla collera eroica , che
negli animi generosi co' suoi bollori turbando
e dall'imo

peccato non

al

di

Ma, in fondo, quel Dante, vi trovava

confondendo ogni mal nata

riflessione della

mente, da cui
e interes-

nasce la razza vile della fraude, dell'inganno, della menzogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e
sandoli della verit,
li

fidi,

si,

arma
si

forti
2.

campioni della ragione

incontro ai torti ed alle offese

Bench

nello

scrivere

guardasse
,

a tutto potere

dal cadere in quella passione 3 la collera si sente tumultuare mal repressa nelle lettere private, in tutte quelle punte contro i dotti cattivi , che amano pi l'erudi-

zione che la verit

contro

il

comune

degli

uomini che

tutto

memoria
poi,

e fantasia , e via dicendo. Nella con-

versazione

era,

quel

che

sembra, mordacissimo.
libro conil

Quando,
conta
il

nel 1736,

Damiano Romano pubblic un

tro la tesi vichiana relativa alle dodici tavole,

.Vico (rac-

Romano medesimo), sebbene

vi fosse stato trattato


e con ogni addent in maniera
si

coi titoli di

dottissimo

e di

celeberrimo

altra dimostrazione di reverenza,

ci

sente

che fu di ribrezzo e di orrore a chiunque vi , vedendo egli di malissima voglia che


noi
si

trov pre-

un garzone

come

collera

Ma agli scoppi di ricadute nella pi profonda tristezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato che l'ingiusto odio altrui cre sovente , onde si era npfusse con lui cimentato
le
*.

si

alternavano

Ivi, P p. 96, 120-1.

Opp- eJ. Ferrari, VI, p. 254.


Autob., ed. cit., p. 76.

In Autob., pp. 120-1.

308
partato dal consorzio

APPENDICE

umano

a vivere solo con s stesso.

Da

quel torpore

si

riscoteva, talvolta, per qualche istante:

Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi cure sospinto a tornar l dov'era, di me, non per mia colpa, ho da dolermi 1
.

VII

in

mezzo a questa

Eppure, fra tanti tormenti e contrariet e delusioni, tristezza che veniva frequente a rico-

prirlo dei suoi neri veli,


felicit

il Vico prov una delle pi alte dell'uomo: quel vivere di meditazione scevra e pura di passione, che allora senza la compagnia tumultuosa e grave del corpo vive veramente l'uomo solo.... ;

quella vita di sicuro possesso, perch

medesimata con
il

l'anima, sempre essere fisso nell'Eterno che tutti


ziante nell'infinito
si
il

presta e presente, che gli dimostra


i

suo

tempi misura, e spacose comprende; e


gioia,

che tutte

le

finite

colma

di

una eterna immensa

non

in

certi

luoghi invidiosamente n in certi tempi avaramente ristretta, ma che senza uggia di emulazione, senza tema
di
si

scemamento, per ci unicamente in esso


se ella fosse tuttavia a pi e pi e diffusa

2
.

lui accrescere

Della verit raggiunta non dubit mai, pur continuando sempre a elaborarla: sopra il sistema presentato nel libro del Diritto universale la sua mente
(egli dice)

potrebbe comunicata

umane menti

erano cari, perch attraverso di essi era pervenuto alle sue scoperte
sofferti, gli

3 riposava sodisfatta che dolori aveva cosi acerbamente

Le

fatiche, e gli stessi

In Autob., ed.

cit.. p. 325.
2i7.

2 3

Opp., ed. Ferrari, p.

Lettera al Giacchi del 12 luglio 1720, in Autob., ed.

cit., p. 188.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

309

Benedico ben venticinque anni da me spesi nella meditazione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversit della mia fortuna e le remore che mi facevano gli esempli infelici degl'ingegni, che han tentato delle nuove e gravi disco-

verte....

*.

Come poteva non benedire

quelle fatiche e
si

quei dolori e quelle avversit, se ogni qual volta

solle-

vava dal tumulto passionale dell'uomo empirico e dalle lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostrava la necessit ineluttabile e di quanto egli aveva operato e di quanto aveva sofferto, e l'ima e l'altra necessit strette in

modo tra loro da formarne una sola e indivisibile? La sua stessa dottrina filosofica gli porgeva dunque

la

medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi liberatrice: quella dottrina che aveva per centro l'idea
della Provvidenza

immanente

o,

come

si

disse poi, della

Sia pur sempre lodata la Provvidenza, che quando agl'infermi occhi mortali sembra ella tutta severa giustizia, allora pi che mai impiegata in una

necessit storica.

somma

benignit!

Perch da questa opera

io

mi sento

provo rintuzzati quegli stimoli di pi lamentarmi della mia avversa fortuna, e di pi inveire contro alla corrotta moda delle lettere che mi
e

aver vestito un nuovo

uomo

ha fatto tal'avversa fortuna; perch questa moda, questa fortuna mi hanno avvalorato e assistito a lavorare que-

Anzi (non sar per avventura egli vero, ma mi piacerebbe che fosse vero), quest'opera mi ha informato
st'opera.

un certo spirito eroico, per lo quale non pi mi perturba alcun timore della morte e sperimento l'animo non pi curante di parlare degli emoli. Finalmente, mi ha
di

fermato come sopra un'alta adamantina rcca

il

giudizio

Lettera

al

card. Corsini del 15 dicembre 1725, in Autob., ed.

cit.,

p.

178.

310
di Dio,
il

APPENDICE
quale fa giustizia alle opere d'ingegno con
,

la

stima dei saggi

degli

uomini cio

di

altissimo

inten-

dimento, di erudizione tutta propria, generosi e magnanimi, intenti a conferire opere immortali nel comune
delle lettere , che

sempre
gli gli

da per tutto furono pochis-

simi

l.

La Provvidenza
che
vita, e,

sit di tutto ci

mostrava, dunque, la necesera accaduto e ancora gli acca-

deva nella
metteva

inculcandogli la rassegnazione, gli pro-

la Gloria.

Vili

Cosi l'uomo collerico diventava perfino tollerante: di quella tolleranza, di quella indulgenza superiore che non da confondere- col volgare tollerantismo. L'Universit,
nella quale

aveva sperato fare avanzamento


le
si

e verso cui

aveva rivolto il pensiero nel comporre non aveva voluto sapere di lui ed egli
;

prime opere, era tutto riti-

rato in s stesso a meditare, la Scienza nuova.

Dunque

(di-

ceva con sorriso in cui

si

sente ancora alcunch di amaro),

questa mia opera io la debbo all'Universit, che, riputandomi immeritevole della cattedra e non volendomi oc-

cupato a trattar paragrafi


tarla:

il

mi ha dato

l'agio

di

medi2
.

posso

amico, zato, usciva in parole di biasimo contro la citt di Napoli, che aveva tenuto in poco conto il suo gran figlio. E il
Vico, nella risposta, giustifica con nobili parole la patria,

Un avergliene pi grado fiorentino Sostegni, in un sonetto a lui indirizio

di questo?

dura con lui perch molto da lui aspettala e molto aveva voluto ottenerne:

In Autob., ed.

cit.,

pp. 120-1.
cit.,

Lettera al Giacchi del 25 novembre 1725, in Autob.. ed.

p. 134.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

311

Severa madre non vezzeggia in seno figlio, che ne fia poscia oscura e vile; ma grave in viso ancor l'ode e rimira l

Da questa condizione di spirito nacque Y Autobiografia-. opera che stata mal giudicata e del tutto fraintesa dal Ferrari, il quale vi biasima il teleologismo dominante e
una spiegazione psicologica della vita del Vico *. Come se il Vico medesimo non avesse 3 E che cosa professato che l'aveva scritta da filosofo significa scrivere da filosofo la vita di un filosofo, se non
vi

lamenta

la

mancanza

di

intendere l'oggettiva necessit del suo pensiero e scor-

gerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento che lo pens, non apparivano del tutto chiari? 11 Vico

l'occasioni della fortuna; medit nelle sue ch'ebbe fin

medit nelle cagioni cosi naturali come morali, e nelda

fanciullo o inclinazioni o avversioni pi ad altre spezie di studi che ad altre; medit nell'opportunitadi o nelle tra-

versie onde fece o ritard

suoi progressi

medit, finaldiritti,
i

mente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi

quali poi avevangli a fruttare le riflessioni, sulle quali lavor l'ultima sua opera della Scienza nuova, la qual appruovasse tale e non altra aver dovuto essere la sua
vita letteraria

4
.

L' Autobiografia del

Vico

insomma,
,

l'applicazione della Scienza nuova alla biografa dell'autore,


alla storia della propria vita individuale
;

il

metodo ne

quanto originale, altrettanto giusto e vero. Che poi il Vico riuscisse solo in parte nel suo assunto, e, cio, non potesse fare la critica e la storia di s

stesso

come sono

in

In Autob., ed.
Nell'introd. al

cit.,

p. 825.

IV

voi. delle Opere.

3
1

Autob., ed. cit., p. 62. L. e.

312

APPENDICE
i

grado di farla saranno quelli


insistere.

critici e gli

storici

odierni, e altrimenti

troppo ovvio perch vi si debba L' Autobiografia termina anch'essa-con una befuturi,

nedizione alle avversit, un riconoscimento della Provvidenza e una certezza di fama e di gloria.

IX

vecchiaia,

Negli ultimi anni di sua vita il Vico, aggravato dalla dalle domestiche cure e dalle malattie, riaffatto agli studi
l.

nunzi

Da

la

tremante

man

cade
il

il

mio

stile
-,

e de' pensier s' chiuso

mio tesauro

esclamava
del
1735.

in

due

versi, pieni
allora,

di

lacrime, di un

sonetto

per una possibile ristampa, le e alla seconda correzioni Scienza nuova, e le inaggiunte nel definitivo manoscritto corpor dell'opera; pens per

Prepar

mettere a stampa l'operetta De cequilibrio corporis animants, composta molti anni prima e che and 3 poi smarrita adempi ancora a qualche obbligo di uffizio,
di
;

un momento

come, nel 1738, all'orazione per


bone.

le
il

nozze di re Carlo Borfigliuolo

Ma

gi nel 1736 o nel 1737

aveva comin-

ciato a sostituirlo nella scuola, e nel gennaio 1741 riceveva

Viveva

definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritirava *. il Vico tra i suoi, come un vecchio soldato exacta
nel ricordo delle battaglie combattute, nella coscienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva,
militici,

'

Autob., ed. cit., p. 75.

In Autob., ed.
Sangro).

cit.,

p.

326 (sonetto del 1735 per

le

nozze di Rai-

mondo de
3
-i

Autob., ed. cit., 75: cfr. Bibl. vich., pp. 38-9, Sec. tuppL, p. 6.

In Aidob.y ed.

cit.,

p. 123.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

313

ogni giorno, qualche ora di lettura dei classici latini da lui pi amati e studiati un tempo. E, in questo suo tra-

monto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento dei tormenti: quello che strazi negli ultimi anni di vita un filosofo tanto di lui pi fortunato, Emanuele Kant, ansioso di dare sguito e compimento al suo sistema filosofico e
consumantesi
in

una

sterile lotta coi pensieri

che

gli sfug-

che non pi gli obbedivano. Il Vico givano aveva detto tutto ci che doveva dire, e conobbe da s
e le parole

quale grande storico di s stesso, il momento in cui la Provvidenza aveva terminato in lui l'opera sua, chiudeva il tesoro dei pensieri che gli aveva cosi largastesso,

mente aperto per


la

tanti anni e gli

comandava

di

deporre

penna.

II

La fortuna del Vico

narrazione delle vicende alle quali and soggetta la fama del Vico non dev'essere sostituita o frammischiata
la

all'esposizione
di vista la

e giudizio del pensiero vichiano, perdendo storia della filosofia propriamente detta o turbandola con la storia della cultura 1 Ma anche
.

quando poi passi a questa seconda storia, bisogna guarun altro darsi da genere di errore: dalla pretesa di giungere a determinare, merc quella narrazione, se l'opera
si

del Vico fosse o no culturalmente utile, e


di utilit le
si

quanti gradi

debbano riconoscere.

di significato e la corrispondente
;

indagine priva misurazione impossibile &


Siffatta

eseguire perch (se ben si consideri) un unico discepolo pu valere le decine e le centinaia, un effetto solo prodottosi dopo secoli
secoli,

compensare un'efficacia ritardata per

un oblio immeritato riuscire altrettanto memorabile e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una medei principali risultati delle ricerche da me esposte nella Bibliografia vichiana e nei due Supplementi (efr, in questo volume, p. 342), ai quali lavori

Restringo in breve
ed

fatte sull'argomento

annessi

rimando per maggiori particolari


che qui
i

per la documentazione delle cose

si

affermano.
pp. 249-50.

Si

veda sopra,

316

APPENDICE

sima verit, scoperta due volte in modo indipendente, da

come
Vico

questa stessa duplicazione e apparente superfluit ricevere il crisma della sua ineluttabile necessit. L'opera del
(si

perch apparsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta sconosciuta


o giunta a notizia

concluso di solito) fu del tutto inutile,

quando non poteva insegnare pi

nulla.

E, col dire ci,

si

blasfemato contro la storia, la quale e sempre, in ogni sua parte,


della

non ammette nulla d'inutile ed


opera (avrebbe detto
il

Vico)

Provvidenza

alle

cui ampie utilit non lecito umane, corte di una spanna.

applicare piccole misure

Ebbe

il

nel corso del secolo


risolutezza,

Vico rinomanza, lettori, intenditori e seguaci decimottavo? Si risposto, con pari

no e

si

e,

a provare la risposta affermativa,

si

sono andati raccogliendo con molta diligenza i ricordi che del nome e delle dottrine del Vico si trovano sparsi negli scritti di quel secolo, accumulando sospetti e indizi su
tracce inconfessate delle sue idee, che
libri

italiani
si

stranieri.

Ma un

scorgerebbero in pensatore come il Vico


si

non
di

pu dire propriamente conosciuto se non quando


stato clto il pensiero fondamentale e risentito animatore. Ora la maggior parte dei fatti arredell'efficacia

lui sia

lo spirito

cati a

documento

dell'opera sua concernono

dottrine particolari, che, avulse dal complesso, furono accettate o contestate n pi n


altro critico

meno

di quelle di qualsiasi

ed erudito o dicitore di paradossi del tempo


il

suo.

Tale

caso,

in

primo luogo, della teoria circa

l'origine della legge delle dodici tavole, discussa nella po-

lemica che

si

agit fra Bernardo Tanucci e Guido Grandi

dal 1728 al 1731, oppugnata nel 1736 da

accolta in Francia nel 1735 dal

Bonamy

Damiano Romano, e rammentata nel


se-

1750 dal Terrasson; delle nuove interpretazioni storiche


circa
i

primi tempi di Roma, ricordate dallo Chaslellux,

guite e svolte dal

Duni

e,

attraverso costui, sfruttate dal

II.

FORTUNA DEL VICO

317

Da Bignon; delle ipotesi sulla preistoria e sulle origini dell'umanit, adoperate e alterate dal Boulanger in Francia e da Mario Pagano in Italia; dei concetti storici e politici,
e di quelli sulla poesia e sul
il

linguaggio

che

si

trovano

presso

il

Galiani,
pili

il

Pagano,

Cesarotti e qualche altro.

Questione

sostanziale era quella del

metodo

di stu-

diare e giudicare le istituzioni politiche e le leggi; per la qual parte il Montesquieu fu messo a paragone col Vico

e accusato di essersi valso largamente della Scienza nuova senza citarla. ormai accertato che nel 1728 Antonio Conti
in

Venezia consigli

al

(come
il

risulta dai diari di quest'ultimo) di

futuro autore dell'Esprit des lois comprare a Napoli

libro del Vico: consiglio che fu


il

certamente messo

in atto

rec a Napoli l'anno dopo, perquando Montesquieu ch un esemplare della Scienza nuova, nell'edizione del
si

1725,

si

serba

ancora

nella

biblioteca

del castello de la

Brde.

Ma ingegno

troppo diverso rispetto al Vico, e troppo


quello dello scrittore francese, da trarre

meno profondo, era


vitale

nutrimento da un'opera come la Scienza nuova; e i vestigi d' imitazione, che si creduto di scorgere nell'Esprit des lois, sono assai contestabili e, in ogni caso, di scarsa
importanza. Deve
dirsi,

per altro, che

il

merito

general-

a considerare

prendendo per tal modo (come poi scrisse lo Hegel) la legislazione, quale momento dipendente di una totalit in rapporto a tutte le altre determinazioni che forstorico nel diritto positivo,
in guisa

mente mento

attribuito al Montesquieu, di avere introdotto l'ele-

veramente

filosofica

mano
invece

il

carattere di

inerito, in
al

un popolo o di un'epoca; questo ordine cosi di tempo come di eccellenza, spetta

Vico.
il

Come
cosi
il

Montesquieu per
la questione

la

scienza della legislazione,

Wolf per

omerica, fu sospettato di es-

sersi giovato tacitamente


il

delle speculazioni vicinane.


i

Ma

Wolf, quando nel 1795 die fuori

Prolegomena ad Home-

318

APPENDICE

rum, ignorava, almeno direttamente, la Scienza nuova, che non conobbe se non di nome nel 1801 e di fatto l'anno
tare per altro che

dopo, pel dono che di quel libro gli fece il Cesarotti. da noi concetti del Vico circa il carattere bar-

mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico erano (forse per opera del Galiani) divulgati nel 1765 dalla
barico e la
Gazette Uttraire de l'Europe del Suard e dell' Arnaud e, meglio ancora, che la Scienza nuova era conosciuta e ado;

perata dal filologo e archeologo danese Zoega (il quale la cita in un suo saggio' su Omero, composto nel 1788 seb-

bene pubblicato assai pi tardi); e che con lo Zoega teneva carteggio lo Heyne, il quale accus poi il Wolf di avere
attinto alle sue
lezioni per la teoria presentata nei Pro-

legomena

(e,

in verit, sin dal 1790 manifestava l'idea di

una genesi graduale


quelle teorie gi
si

dei

poemi omerici);

e,

infine,

profilavano nel
I concetti

Wood

e in alcune
il

che me-

morie del Merian.

vichiani con o senza

nome

dunque penetrati in qualche misura nell'ambiente filologico tedesco e il Wolf ne ebbe indubdel loro autore erano
;

biamente un certo sentore indiretto. E, in ogni caso, resta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da tutti co-

hanno studiato la questione che la teoria omerica, cosi come si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non wolfiana ma vichiana, perch tale veramente in quasi
loro che
:

il Wolf, filologo di anch'esso pensatore assai gran lunga superiore ideali era in d'intendere le motivazioni non minore, grado dottrina che avevano condotto il suo predecessore a quella

tutti

suoi tratti fondamentali. Del resto,


al

Vico

ma

intorno a
perficiale,

Omero; com' chiaro

dall'articolo, alquanto su-

che nel 1807 vi scrisse intorno.


secolo

Certamente a Napoli, nel


molti

decimottavo,

fu

in

una confusa coscienza


;

chiana
stesse

ma

della grandezza dell'opera viin che propriamente questa grandezza consi-

non

si

sapeva determinare, perch facevano ancora

II.

FORTUNA DEL VICO

319

d'Italia, e in

e la preparazione adeguate. E fuori Germania in particolare, dove questa preparazione c'era, o almeno ce n'era assai di pi, l'opera del
difetto l'esperienza

scredito in cui

Vico rimase generalmente sconosciuta, in parte per il dierano caduti sin dalla fine del seicento i
parte per
atti a
le difficolt

libri italiani, in

che

lo stile del

Vico

offriva agli stranieri.


le

Quando

la

Scienza nuova capit tra


il

mani
si

di

uomini

comprenderla, sembra come se


la

caso

divertisse

impedirne loro

seria

lettura

l'intelligenza.

Lo Hamann si procur la Scienza nuova da Firenze nel 1777, in un tempo in cui si occupava di economia e di fisiocrazia, immaginando che vi si trattassero tali
materie; e rimase deluso quando, nella scorsa che le dette, avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche,

si

eseguite

per giunta con scarsa acribia.

11

Goethe l'ebbe a

Napoli, nel 1787, con grandi raccomandazioni, dal Filangieri e la port seco in Germania e nel 1792 la prestava
al Jacobi; ma solo per una felice combinazione, piuttosto che per una vera conoscenza o per un chiaro intuito, avvicin il nome del Vico a quello dello Hamann. Lo Herder

(che anch'esso conobbe l'opera del Vico non forse nel 1777 merc l'accenno fattogliene dallo Hamann nel loro
carteggio,

ma

piuttosto nel suo viaggio d'Italia nel 1789),

1797 in termini affatto generici e senza avvertire nessuno dei molteplici rapporti che al Vico lo

ne discorse nel

stringevano, in ispecie nelle dottrine sul linguaggio e sulla


poesia.
I

soli

la

tendenza fondamentale del Vico

che nel secolo decimottavo veramente penetrassero e, pur senza volerlo,

la genuina grandezza, furono (a nuova conferma della salda contestura spirituale del cattolicesi-

ne riconoscessero

mo) gli avversari cattolici, che egli, allora, ebbe numero: il Romano, il Lami, il Rogadei, e sopra
Finetti. Videro costoro che
il

in

buon
il

tutti,

Vico, nonostante

suoi fermi

320
propositi di

APPENDICE
ortodossia
affatto

religiosa, coltivava

un' idea

della

Provvidenza
stiana, e di

Dio

difforme da quella della teologia crifaceva continua menzione a parole, ma

non

lo

lasciava poi operare effettivamente,

come Dio

distaccava con taglio cosi netto storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina 'affatto naturale e umana delle origini della civilt (merc
sonale, nella storia;

che

per-

quelle della religione (merc il timore, il pudore e l'universale fantastico), laddove la dottrina tradizionale cattolica ammetteva una certa comunicazione
lo stato ferino) e di

tra la storia sacra e la profana, e nella religione e civilt

pagana riconosceva il lievito operante di una qualche noche, tizia, sia pur vaga, della primitiva verit rivelata;

pure protestando di accogliere e rafforzare l'autorit della che la Bibbia, egli la minava e scrollava in molti punti;

sua critica
spirito

alla

tradizione storica profana, condotta con

poteva aprire l'adito superbo a dannosissimi abusi, perch istigava ad applicare il medesimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece poi
l Un'invettiva, insomma, nella quale erano Boulanger indicate tutte le parti che dovevano diaccuratamente gi

di ribellione al passato,

il

poi entrare a comporre il grandioso elogio che il secolo decimonono avrebbe indirizzato al Vico. Nacque per tal modo
tra gli

uomini
di

di chiesa

autore;

che, tra l'altro, fu effetto pi tardi, al

una certa diffidenza verso questo tempo


vescovo

della restaurazione, la polemica antivichiana del

Colangelo, preceduta da un giudizio del regio censore Lorenzo Giustiniani, che diceva la Scienza nuova: un libro
il

quale diede luogo a segnare un'epoca molto infelice in


.

Europa

La

critica dei cattolici contro

assai istruttivo del

Labanca:

cfr.

il Vico porse materia a un libro pi oltre in questo volume, p. 339.

II.

FORTUNA DEL VICO

321

Quasi a contrasto, tra


line

del

i giovani che in Napoli, sulla secolo deci mot tavo, coltivavano con ardore gli

studi sociali e politici e

si
il

imminente rivoluzione,
rato

accingevano all'opera attiva della Vico cominci a essere conside-

come

scrittore anticlericale e anticattolico, e sorse la

leggenda (ricordata in altra parte di questo volume ') che il Vico avesse di proposito e per accorgimento reso oscuro il suo libro per salvarsi dalla censura ecclesiastica. Quei
giovani presero a leggere e a vantare la Scienza nuova; disegnarono di ristamparla, perch era divenuta rara, con
le altre

opere dell'autore e con gli scritti inediti; prepararono lavori espositivi e critici sul sistema filosofico e sto-

rico del Vico; taluno, come il Pagano, si prov a rielaborarlo mescolandolo con le idee del sensismo francese,

tal

altro,

come
il

il

Filangieri,

bench molto

lo

ammi-

del pi roseo rifortedesco Gerning, che capit a Napoli, not questo fervore di studi intorno al Vico e augur una
rasse, distolto

non ne fu
nel 1797

dai sogni

mismo;

traduzione o almeno un estratto tedesco della Scienza nuova.

caduta della repubblica napoletana del 1799 spinse quei giovani (quelli, tra essi, che scamparono dalle
la

E quando

stragi e dai

patiboli

della

reazione borbonica) agli

esili

nell'Italia superiore e specialmente in

Lombardia,

la

fama
e

del Vico ebbe

suoi primi ardenti

apostoli e missionari.
Salii

Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco, Francesco


altri patrioti meridionali fecero
al

conoscere la Scienza nuova

Monti, che ne tocc nella sua


;

di Pavia del 1803

Ugo

prolusione universitaria Foscolo, che ne accolse parec-

chi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di critica; ad Alessandro Manzoni, che doveva poi istituire nel Discorso sulla storia longobarda un celebre raffronto tra il

Vico e

il

Muratori; e ad

altri

minori.

Il

Cuoco inform

Si

veda sopra,

pp. 285-6.

B. Cuoce, La

filoso/la

di Giamhaltisia Vico.

81

322
intorno al Vico
Histoire
esule,
il il

APPENDICE

Degrando, che allora lavorava


des

alla

sua

compare sgstmes philosophiques; un altro De Angelis, metteva la Scienza nuova tra le mani
il

di Giulio Michelet;
coli

Salti

discorreva del Vico negli artie in

della

Revue encyclopdique

volumi ed opuscoli

scritti in francese.

di quei napoMilano ristampata la Scienza nuova; e altre edizioni e raccolte di opere minori vicinane non
letani, fu nel 1801 a

Anche per suggerimento

mo

tardarono a comparire. Per tali vicende, e in quel pridecennio del secolo decimonono, il Vico, da reputazione quasi esclusivamente municipale e napoletana, per-

venne a reputazione nazionale e italiana. Senonch, conforme alle loro personali disposizioni e
alle

tendenze del tempo,


i

il

primo

e principale

ammaestracritica

mento che
siero, fu

patrioti .studiosi del Vico trassero dal suo penpolitica


;

politico o di filosofia

e cio, la

di

quel giacobinismo e di quel filogallismo che

avevano

fatto cosi cattiva

siero del

Vico

li

prova negli avvenimenti del 1799. Il penguid a concetti pi concreti, e gener

un'opera di capitale importanza, il Saggio storico sulla rivoluzione, napoletana (1800) di Vincenzo Cuoco. Similmente,
Ballanche, nei suoi JEssais de palingnesie sociale (1827), scriveva che il Vico, se fosse stato noto in Francia nel secolo decimottavo, avrebbe esercitato
il

alcuni decenni dopo,

un'azione moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali

che seguirono.

Un

altro

particolare aspetto

del Vico, la

riforma ch'egli aveva iniziata della metodologia storica e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito
e lumeggiato

Sulla natura

e necessit della

dall'archeologo Cataldo Iannelli nel libro: scienza delle cosa e delle storie

Foscolo principalmente, e coloro che da presero ispirazione, fecero penetrare nella critica e storia letteraria qualcosa delle concezioni vichiane sulla in(1818). Il
lui

umane

terpetrazione storica della poesia.

II.

FORTUNA DEL VICO

323

Invece, in Germania, il Jacobi, che aveva letto il De <intiquissima, si collocava subito nel centro del pensiero

scorgendo e additando ln dal 1811, nel suo libro Uber den gottlichen Bingen und ihrer Offenbafilosofico vicinano,

ning, lo stretto rapporto

tra

il

principio della

converche non

sione del vero col fatto,


si

e la teoria kantiana
e

possa

ci che si in
passo
tit.

se non perfettamente concepire di grado costruire; dalla quale un sol conduceva poi (egli notava) al sistema dell'idenLa medesima cosa riconobbe il Baader, che trovava

intendere

fondamento del prinbuona traduzione della Scienza nuova, pubblicata nel 1822 dal Weber, non sembra avesse fortuna; n del Vico sembra che conoscesse nulla lo
in questo
il

sistema la conferma e
dal Vico.

cipio enunciato

Ma

la

Hegel, che tante affinit sostanziali e formali

(in ispecie

nella

Fenomenologia) ha col pensatore napoletano e al quale doveva essere rimproverata la mania triadica, come gi il cattolico Finetti aveva rimproverato il Vico di star sempre

sulla regola del

tre .

riscontri

delle

nuove dot-

trine

filologiche

tedesche

Bockh
tieri

e di tanti altri

Niebuhr, del Miiller, del con quelle vicinane furono volen-

del

messi in luce; e caratteristico l'atteggiamento del Niebuhr, il quale, conoscesse o no l'opera del Vico quando
la

pubblic la prima edizione della sua Eomische Geschichte, conobbe senza dubbio dipoi per comunicazione che gliene
lece
il

Savigny e per

l'articolo

di confronto:

Vico

und

Niebuhr, pubblicato nel 1816 dallo svizzero Orelli; eppure

continu a tacerne per non si sa quale dispregio o dispetto, nel che fu imitato poco lodevolmente dal Mommsen.
In Francia, la divulgazione del pensiero del Vico si dovette al Michelet, che ne tradusse le opere e che ancora
negli ultimi suoi anni chiamava l'Italia: cette seconde mre et nourrice qui, jeune, m'allatta de Virgile, et, mar, me nourrit de Vico, puissants cprdiaux qui tant de fois ont renou-

324
vele

APPENDICE

mon

cceur
il

il

Michelet, per

il

primo

o tra

primi,

scrisse

che

Vico non era stato inteso nel secolo decimotBallanche


Jouffroy, il Ler(a parecchi dei quali non "Vico e quella filosofia tedesca
ricordato,
il

tavo, perch parlava al decimonono. Fecero corona al Michelet,, oltre


il

gi,
il

minier, lo

Chateaubriand,
i

Cousin

isfuggirono

rapporti tra

il

che

il

Cousin per l'appunto divulgava allora in Francia),


il

e pi tardi

Laurent,

il

Vacherot,

il

1 Cournot

e moltissimi

altri: lesse e

De Ferron, il Franck, ammir il Vico Au-

guste Comte, che nel 1844 ne scriveva allo Stuart Mill, e

Leone Gambetta ideava, da giovane, una storia generale del commercio condotta sullo schema vichiano dei ricorsi La popolarit ottenuta per qualche tempo
perfino
!

in

Francia dal nome del Vico fu tanta che vi

si

accenna

scherzosamente in pi luoghi dei romanzi del Balzac e nel Bouvard et Pcuchet del Flaubert. Ma l'efficacia di un pensiero di quella qualit

non poteva essere n profonda n

duratura

nel tenace intellettualismo e spiritualismo fran-

cese. Il pi cospicuo risultato

che essa raggiunse forse da cercare nelle teorie del Fustel de Coulanges sulla citt

antica e sull'origine della feudalit. Ma, per tornare all'Italia, se qui le aspirazioni al risorgimento nazionale, che portavano a rivendicare e celebrare
tutte le glorie italiane, innalzarono
il

nome

del Vico col-

locandolo quasi a lato di quello di Dante, il simultaneo risorgimento filosofico, nel districarsi dal sensismo e materialismo del secolo decimottavo,

non poteva non

fare capo

all'ultimo grande filosofo idealista italiano e giovarsi del suo pensiero e valersi della sua autorit. Del Vico si raccolsero allora le opere complete e
zioni dei singoli trattati.
si

moltiplicarono

le edi-

poich nel

moto

politico del Ri-

seguirono e in parte s'intrecciarono due correnti, la neoguelfa e la radicale e il simile accadde in quello filosofico con le due tendenze idealjstico-cattolica e idea-

sorgimento

si

II.

FORTUNA DEL VICO

325

listico-razionale,

rosminiano-giobertiana e bruniano-hegefacile intendere, alle

liana;

il

Vico, cattolico e insieme libero filosofo,

assai bene,

com'

prestava opposte simpatie e

si

alle opposte interpetrazioni delle

due scuole. Si vennero cosi formando due immagini diverse, entrambe storicamente giustificate, bench una lo ritraesse piuttosto quale
di lai egli volle essere e l'altra quale effettualmente fu. Il
cattolici liberali era soprattutto
il il

Vico dei

Vico dei punti metafisici,


il

platonico,

il

mistico del Dio inconoscibile,


al Diritto universale, e

tradizionafilo-

lista dei

prologhi

perci anche

sofo schiettamente

italiano

da contrapporre a
il

quelli della

restante Europa,

tgli

della Riforma;

Vico dei razionalisti,

invece, l'audace ed eretico scopritore della Scienza nuova, e perci filosofo europeo da mettere nella compagnia di Cartesio e Spinoza, di Kant e di Hegel. La prima imma-

gine

si

pu vedere nei
e di altri
di

libri del

Rosmini, del Gioberti, del


i

Tommaseo

molti,

tra

quali

non bisogna

di-

menticare quelli

un nobile
forse

scrittore
d
tutti,

rico Cenni, che, meglio

napoletano, Enamorosamente disi

pinse

il

Vico dei cattolici.


filosoft

La seconda immagine
si

ritrova

presso

i'

e critici, che dal 1840 in poi

educarono

alla scuola dell'idealismo

germanico; e segnatamente in Bertrando Spaventa e in Francesco de Sanctis, che cominciarono a vedere con chiarezza le relazioni tra il Vico e il
pensiero europeo anteriore e posteriore, e a convertire i semplici accenni e le vaghe impressioni di altri su tal
proposito in interpetrazioni scientifiche e in giudizi determinati. E che gl'interpetri e critici del secondo indirizzo
cogliessero nel segno e quelli cattolico-liberali o cattolicoidealisti si soffermassero in una posizione insostenibile,

riproducendo nella loro irresolutezza


solutezza e l'incoerenza
tra
l'altro,

incoerenza l'irre-

medesima

del Vico, era provato,

dalla

diffidenza e ostilit che cattolici

meno
Bai-

liberali

ma

pia coerenti (come lo spagnuolo

Giacomo

326

APPENDICE

mes) seguitarono a dimostrare tenacemente verso l'autore della Scienza nuova.

Non

piccola efficacia esercit

il

Vico nella storiografia

italiana del

medesimo periodo, concorrendo a formare un

pi verace senso storico e spesso rischiarando le questioni che si dibattevano, come quella della condizione delle popolazioni
il il

romane sotto i Longobardi, a proposito della quale Manzoni richiam la vichiana libert signorile *. E suo pensiero domin gli studi di giurisprudenza, specialnell'Italia meridionale; e,

mente

sebbene non producesse

in

questo campo grandi frutti scientifici, conferi a quei giuristi un'elevatezza e larghezza di criteri e una concretezza di giudizi, che rimasero dipoi un ricordo e un desiderio.

Dopo

il

1870, con la decadenza della filosofia in Italia

e fuori, lo studio del

Vico decadde; e per oltre un qua-

rantennio non

si

senti

neppure

il

bisogno di ristampare

le

opere di lui.

La monografia del Cantoni, che

del 1867,

nonostante alcune parti pregevoli, mostra gi chiarissimi i segni della decadenza, perch tutta fondata sul concetto che

Vico tanto migliore quanto meno metafisico e pi psicologo e storico; n ci detto in relazione all' intrinseca debolezza che il Cantoni gli addebita in cose di filoil

sofia,

ma

pel sottinteso convincimento, che nel critico,

della vanit di ogni metafisica,


solo nelle
teste

buona a suscitare entusiasmi


e confusionarie degli italiani

immaginose

del mezzogiorno. Al grande idealista della Scienza nuova fu riserbato perfino l'obbrobrio degli omaggi dei positivisti;
i

quali, nella loro meravigliosa ignoranza che quasi

innocenza, non dubitavano e non dubitano di allegare a

conferma della loro professione

di fede

metodica

il

detto:

Si

veda sul largo influsso vichiano

in

quel periodo la mia

Storia della storiografa italiana nel secolo dei nomi.

XIX

(Bari, 1921): cfr. l'indice

II.

FORTUNA DEL VICO

327

veruni
fatto,
il

fatto bruto,

ipsum factum ; e cio, a senso loro, il vero il che si vede e si tocca o che si crede

di vedere e toccare. Scarsi gli scritti che recarono qualche


serio contributo alla conoscenza di punti particolari delle

sue dottrine. L' interesse pel Vico si ravvivato solamente nell'ultimo decennio col generale ravvivarsi degli studi
filosofici.
I

parsi sullo scorcio del secolo passato,


lico

due migliori lavori generali intorno al Vico, comsi debbono al cattotedesco Carlo Werner (1881), che ne espose con grande

diligenza le dottrine filosofiche e storiche, giudicandole col


criterio del teismo speculativo (svoltosi sotto l'influsso del

quale senza dubbio assai pi favorevole dello psicologismo del e all'inglese RoCantoni alla comprensione del Vico; berto Flint (1884), che scrisse per la raccolta dei Plrlosoe della
filosofia schellinghiana),
il

Baader

seconda

phicol classics una breve monografia sullo stesso argomento, esatta nei particolari e, se non profonda, guidata da lim-

ha mostrato

pido buon senso. E di recente, mentre il Sorel in Francia la fecondit di alcune dottrine del Vico e spe-

cialmente di quella dei ricorsi, tentandone applicazioni alla storia del cristianesimo primitivo e alla teoria del movi-

mento proletario odierno, in Germania dal Biese e dal Mauthner ne sono stati richiamati in onore i concetti sulla
metafora e sul linguaggio. Nondimeno, il Vico non ha ottenuto
nei quali
il

posto che gli

spetta nei libri dedicati alla storia della filosofia

moderna;
si

o sia quello dello Hoffding o l'altro, che gli

tanto superiore, del Windelband, o qualunque altro


voglia,

il

filosofo italiano,

quando non

sia

passato del

tutto sotto silenzio,


il

appena viene ricordato come colui che


la

Questa poca considerazione nasce in parte dalla scarsa conoscenza di

avrebbe, dopo dubbia scienza della

Bossuet e prima dello Herder, tentato


Filosofia della storia .

328

APPENDICE
Vico, la cui molteplice energia gnoseologo, di teorico dell'etica, dell'estetica, del diil

quel che fu realmente


di

ritto,

della
di

religione

rimane come seppellita


che

nome

filosofo della storia .

sotto quel Ma, per un'altra parte,

effetto del contraccolpo

la storia della filosofia risente

dalla storia

politica

dalla

storia

della cultura;

onde

pensatori, la cui fortuna sociale segui quella non felice dei popoli e degli stati ai quali appartennero, o che per
altre

mente nella

cause e incidenti non operarono abbastanza largacivilt europea, sono sacrificati ad altri, di
filosofico,

gran lunga meno importanti sotto l'aspetto

ma

pi efficaci o pi noti come esponenti di vita sociale e rappresentanti d'indirizzi di cultura; e dove si terrebbe
impossibile ignorare, a mo' d'esempio, il Paley o il D'Holbach o il Mendelssohn, sembra naturale ignorare un Giambattista Vico, che pure , in mezzo a costoro, gigante tra

pigmei.

Il

che quanto sia storicamente ingiusto dimo-

strato, in tesi teorica, dalla distinzione, su cui insistiamo,,

tra storia

della filosofia

e storia

della cultura;

e,

nel

caso particolare del Vico, da tutto il nostro lavoro, dal quale appare evidente la lacuna che la trascuranza dell'opera di lui lascia aperta nella storia generale del pensiero europeo ai principi del secolo decimottavo.

Ili

Cenni bibliografici

Opere del Vico

I. .1 pi antico scritto del Vico, che ci sia pervenuto, canzone Affetti di un disperato, composta di certo prima che l'autore raggiungesse il venticinquesimo anno, a Vatolla nel Cilento (dove si trattenne per circa un novennio come pedagogo in casa Rocca), e stampata con la

la

data di Venezia, Gonzatti, 1693. Seguirono versi e orazioni di carattere quasi meramente rettorico.
Il
il

carattere filosofico

si

accentua nelle

sei orazioni

che

Vico lesse nell'universit di Napoli dal 1699* al 1707 e che, non messe a stampa da lui, furono poi ritrovate e
pubblicate dal Galasso (Napoli, Morano, 1869). In queste orazioni, sebbene si mostrino alcune tendenze della sua

mente, c' ancora la filosofia tradizionale, non senza qualche traccia di cartesianismo. L'opposizione al cartesianismo, e insieme la professione metodica del Vico, si affer-

mano perla prima

volta nell'orazione perla solenne inau-

gurazione degli studi dell'anno 1708, intitolata:

De

nostri

temporis studiorum rat ione, pubblicata dall'autore stesso

330

APPENDICE

l'anno dopo (Napoli, Mosca, 1709). Un lungo cscurso ( 1215) contiene uno schizzo della storia della giurisprudenza romana, primo saggio degli studi storici che condussero

pi tardi al Diritto universale e alle due Scienze nuove. L'anno seguente apparve la prima costruzione filosofica e

storica

del Vico:
latiice

il

De antiquissima

italorum
il

sa-

pientia ex linguai

originibus emenda, o meglio

solo

primo libro (Napoli, Mosca, 1710); gli altri due non furono mai pubblicati, ma di quel che dovessero contenere pu dare idea ci che se ne dice nell' Autobiografa. Oltre la gnoseologia (nella prima forma) e la metafisica del Vico (da lui mantenuta poi sempre salda), il De antiquissima tenta di ritrarre

per

la prima volta la sapienza primitiva o un caso particolare di quella sapienza (l'italica); quantunque, come si gi detto nel testo del nostro lavoro, il tentativo sia fondato

sull'idea che quella sapienza fosse filosofica, e condotto col


criterio della trasmissione delle civilt dal Vico poi rifiutato,

come

rifiut l'opinione tradizionale, ivi

ancora accolta,

dell'origine ateniese della legge delle dodici tavole. Inaccettabile

dunque

che

il

De

giudizio del Cantoni (G. B. Vico, p. 38) antiquissima formi una strana anomalia nella
il

storia del pensiero del Vico, essendo contrario a

tutta la

sua vita scientifica, alle sue tende'nze, ai principi e al metodo che quasi universalmente applic poi nelle sue ricerche
storiche
*,

ed vero l'opposto, che esso

il

primo anello
il

del futuro svolgimento, senza del

tendere

il

pensiero

posteriore.

quale

impossibile in-

Le censure, che

Giorcosi

nale de' letterati d'Italia (1711, tomi


alla tesi storica

e Vili)

mosse

come ad alcune

delle tesi filosofiche del

De

antiquissima, dettero origine a due importanti Risposte del Vico (Napoli, Mosca, 1711 e 1712), nelle quali le sue
idee gnoseologiche e metafisiche sono difese e schiarite. Alla parte non pi messa in istampa del De antiquissima si rian-

nodavano

le

meditazioni di

filosofia della

medicina, dalle

III.

CENNI BIBLIOGRAFICI

3?>1

quali

Vico trasse un opuscolo: De (Equilibrio corporis animantis, che molti anni dipoi pensava di pubblicare e che
il

-andato

perduto

onde

di quelle,

come

delle

sue specula-

zioni di fisica (che dovevano costituire il Liber physicus), non si sa altro se non ci che egli stesso dice nell'autobiografia.

Tralasciando
quali
il

gli scritti rettorici e


il
i

per commissione, dei

pi esteso

(Napoli, Mosca, 171 G),


si

rebus gestis Anton ii Campitevi nuovi frutti del suo pensiero (che

De

and concentrando sui problemi morali e storici), prima accennati in una prolusione del 1719 della quale il sommario nell'autobiografia, furono condensati dal Vico, in
italiano, nel 1.720, in

un programma a stampa
il

di

quattro

pagine

fitte

a due colonne, noto sotto

nome

di Sinopsi

del diritto universale, e svolti nell'ampia trattazione: De universi iuris uno principio et fine uno liber units (Napoli, Mosca, 1720), compiuta l'anno dopo dal Liber alter qui est de constantia iurisprudentis, e accresciuta nel 1722 dalle

Kotce in dioos libros, ecc., che rappresentano

un

ulteriore

avanzamento

suole designare nel suo complesso, seguendo l'esempio dello stesso autore, col nome di Diritto universale.
(ivi)
;

la

quale opera

si

Questo

libro,
il

secondo

il

Cantoni (op.

cit.

p. 243), rap-

presenterebbe
giudizio non

culmine

dell'attivit scientifica del Vico:

meno

inaccettabile del
il

precedente. L'autore
la

(Opp., V, 10-11) rifiut

Diritto universale, perch gli pa-

reva che vi perdurassero il pregiudizio e scendere dalla mente di Platone e degli


in alquante materie ma bozzo della Scienza nuova
sulla poesia vi sono
lo disse
,

altri filosofi

pretesa di a

quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe errato

anche a ragione, abqual veramente. Le idee


vi an-

ancora perplesse, Omero non

cora un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel che divennero poi, per l'origine delle XII tavole si affaccia

332

APPENDICE

un'ipotesi ibrida, la teoria dei ricorsi vi appena debolmente adombrata, e insomma cosi la storia ideale eterna

come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono ancora immature. L'opera rifusa nelle posteriori, salvo ci che riguarda la generale filosofia etica e giuridica (che non molto originale) e salvo alcuni svolgimenti storici che
nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno.

trine

andato perduto
libri,

il

manoscritto di
il

divisa in due

in cui
,

per via negativa

un'opera italiana, Vico esponeva le sue dotossia con metodo prevalente-

mente polemico. In modo


cisa,
le

positivo, invece, e in
di

forma coninla quale

espose

nei Principi

una Scienza nuova


nazioni, per

torno alla
ritrovano
i

comune natura
principi di

delle

altro sistema del diritto

naturale

delle genti (Napoli, la

Mosca, 1725), che sono coKOsciuti con denominazione (anche questa proveniente dall'autore
di la la

medesimo)

Prima scienza nuova. Nello stesso anno in cui pubblic


1725,
il

Prima
storia

scienza
dei suoi

nuova, cio nel


studi: Vita
di

Vico narr

G. B. V. scritta da s medesimo, che fu

inserita nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici del

Caloger (Venezia, Zani, 1728, voi. I, pp. 145-256). Dei minori scritti di questo periodo sono notevoli altres le

due orazioni
della

in morte della contessa di Althann (1724) e marchesana della Petrella Angiola Cimini (1727); il

volumetto Vici vindicice (Napoli, Mosca, 1729), contenente

una

difesa di carattere personale (con un'importante digres-

sione teorica sul riso) contro una maligna noterella inserita negli Acta lipsiensia del 1727 intorno alla Scienza

nuova; e alcune lettere bellissime


gioli, all'Esperti, al

al Giacchi, al

Degli An-

De Vitry

e al Solla, sul contrasto tra

la

sua opera e

Alla Prima una lunga serie

condizioni degli studi a quel tempo. scienza nuova il Vico pens di aggiungere
le

di Annotazioni

(effettivamente poi scritte

III.

CENNI BIBLIOGRAFICI

333

ma

Venezia tra
pi effetto
se

andate disperse) in una ristampa che se ne preparava a il 1728 e il 1730. Ma poich questa non ebbe
e,

d'altro canto, quel libro


le

non

lo

soddisfaceva

non proprio per

nuto (Opp.,'V, 11), si nuova delle sue dottrine nei

materie (egli dice), per l'ordine terisolse a dare un'esposizione affatto

Cinque
alla

libri

de' principi di
delle na-

una Scienza nuova d'intorno


zioni, in

comune natura

questa seconda impressione con pi propia maniera condotti e di molto accresciuti (Napoli, Mosca, 1730),

che

formano
senile
il

la

Seconda scienza nuova. Quantunque

il

Cantoni

(op. cit., pp. 238-9)

una

invece

consideri quest'opera come degenerazione del pensiero del Vico, essa risultato necessario e la forma perfetta a cui
i

mettono capo
insieme col

tentativi

precedenti;
e

ed

il

libro

che,

con l'autobiografia, basta a fornire tutto l'essenziale per la conoscenza del pensiero di lai. Nel Diritto universale e nella Prima scienza nuova
si

De antiquissima

pu spigolare soltanto qualche particolare dipoi tralasciato; ma, pel resto, vi compaiono le medesime dottrine della Seconda scienza nuova in un modo meno profondo

meno

sicuro,

e,

certamente,

meno

vichiano.

Il

con-

fronto particolare tra queste tre opere fu eseguito con diligenza nei sommarietti apposti dal Ferrari alle sue edizioni della Prima e della Seconda scienza nuova e moltis;

simi altri riscontri e pi particolareggiati possono vedersi ora nella edizione della Scienza nuova, curata dal Nicolini.

Anche
tra
il

alla redazione

del 1730

il

V., senza quasi

pi

mutarne l'ordine
1731 e
il

e la sostanza,

and facendo, negli anni


variazioni
e

1736 circa, molte

aggiunte,

che poi incorpor per gran parte nel testo in un manoscritto definitivo, sul quale fu condotta l'edizione dei Principi di

una Scienza nuova d'intorno


sei

alla

comune natura

delle nazioni, uscita


poli,

morte del V. (Nanella stamperia muziana, 1714). Sono serbati nella


mesi dopo
la

334

APPENDICE

Biblioteca nazionale di Napoli gli autografi cosi di questo manoscritto come di due altri anteriori di aggiunte e correzioni, dai quali trassero alcuni

brani rimasti inediti

il

Giordano (Napoli, 1818) e


ora tutti
lini
i

Del Giudice (Napoli, 1862), e brani inediti e le varianti ha estratto il Nicoil

per

la

sua edizione.

Dopo

la

Seconda scienza miova,

il

sime cose: notevoli, tra

esse, l'orazione

Vico scrisse pochisDe mente heroica

(Napoli, 1732), l'aggiunta all'autobiografia (1731) e alcuni sonetti, nei quali, sebbene composti (come quasi tutti i suoi
versi) per occasione e

commissione, risuona, qua e

l,

una

nota personale.
II

Ristampe, raccolte e traduzioni

Degli

scritti

minori del Vico

si

fecero due raccolte,

una

delle sole Latince orationes, a cura di F. Daniele (Napoli, 1766), e l'altra, ricca di cose inedite ma non esente da

raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e latini,


in quattro volumi, a cura di C. A.

de Rosa marchese di Viltutto ci che

larosa (Napoli, 1818-1823).

Il

Villarosa ebbe

avanzava delle carte del Vico dal

figliuolo di costui,

Gen-

naro; e i preziosi autografi si serbano ancora a Napoli in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e Vincenzo,

de Rosa

di Villarosa.

Delle Opere complete la prima, e si pu dire unica edizione perch riprodotta in tutte le altre, quella di Giuseppe Ferrari in sei volumi (Milano, Classici italiani, 1835-7),

ristampata con qualche miglion*nento nel 1852-54. Le Opere a cura di N. M. Corcia (Napoli, tipografia della Si-

due voli.), sono, invece, una scelta; e le Opere a cura di F. Preclari (Milano, Bravetta, 1835) si arrestano al primo e disordinato volume. Incompleta e disordinata
billa, 1834,

III.

CENNI BIBLIOGRAFICI

335

anche l'edizione

di Napoli, Iovene, 1840-41, che segue l'edi-

ma pur contiene qualche bazzecola inedita. Materialmente condotta sulla ferrariana, e poco corretta,
zione del Ferrari,
l'edizione napoletana delle Opere
la tipografia dei Classici
(i

primi volumi presso


altri

italiani, e gli

presso l'ediIV, 1859,

tore

Morano)

in otto

volumi (III, 1858,

III, 1861,

V-VI, 1860, VII, 1865, Vili, 1869); la quale, per altro, e la pi completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Istituzioni oratorie e le Orazioni latine edite dal Galasso (che

vennero fuori dopo l'edizioAe Ferrari); vi sono aggiunte anche versioni italiane del De ratione, del De antiquissima
e del Diritto universale, a cura dell'avv. F. S.
Scritti inediti o sparsi del V.,

Pomodoro.
in

non compresi

nessuna

edizioni, sono raccolti nel Croce, Bibliografa vichiana e Primo e Secondo supplemento, e Nuove ricerche,
di tali

2;

e in

Una
diretta

un opuscolo di B. Donati: si veda pi oltre. edizione critica della Seconda scienza nuova stata

pubblicata nella Collana dei classici della filosofia moderna da B. Croce e G. Gentile (Bari, Laterza, 1911-16,

Fausto Nicolini, che si e valso per essa degli autografi ed ha arricchito l'edizione Ferrari, che conteneva solo i brani soppressi di quella del 1730,
voli. 3).

dovuta

al

d. r

di tutti

brani delle redazioni intermedie fino al testo del


le citazioni

1744; ha, inoltre, riscontrato


in nota
i

vichiane e recato
si

luoghi degli autori classici e moderni ai quali

riferiva

il

V.

additati

molti errori d'erudizione, procu-

rando sempre che fosse possibile di mostrarne


schiariti
i

Vico; e, pi volte espresso anche da autorevoli letterati come il Tommaseo) l'ortografia e la punteggiatura. Dell'edizione

la genesi; punti oscuri col riferimento alle altre opere del finalmente, ha riformato (secondo un desiderio

quanto ritoccati, duzione si studia

ferrariana sono riprodotti in questa del Nicolini, ma algli utili sommarietti-. In un'ampia introil

Vico scrittore e

si

da notizia delle sue-

336

APPENDICE
della Scienza nuova',

cessive redazioni e rimanipolazioni

due escursi mostrano come


teoria omerica e

Vico giunse via via alla sua all'altra analoga sulla Legge delle XII Tail

vole; e le ricerche

nei

tre

volumi sono agevolate da un


e col

minuto indice

analitico.

Lo stesso Nicolini, col Croce una nuova edizione delle Opere

Gentile, attende a

complete, che far parte

della raccolta degli Scrittori a" Italia del

Laterza e

il

cui

disegno e indice particolareggiato si pu leggere nel Croce, Secondo supplemento alla Bibliografia vichiqna (pp. 102-113). Di questa edizione sono stati pubblicati il voi. I {Le orazioni inaugurali,
il

De

italo rum sapientia e le

polemiche, a

cura del Gentile e del Nicolini, 1914), e il voi. V {L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura del Croce, 1911). Le opere latine del V. sono state pi volte tradotte in
italiano: il De antiquissima da un anonimo, che forse fu Vincenzo Monti (1816), e poi dal Sarchi (1870); il primo libro del Diritto universale dal Corcia (1839), dall'Amante
(1841), dal Giani (1855) e dal Sarchi
libri,

(1866), e tutti

due

nonch

il

De

ratione e

il

gi detto, dal Pomodoro. La tradotta in francese, ma molto abbreviata, da Giulio Michelet (col titolo: Principes de la philosophie de l'histoire, Paris, Renouard, 1827, e pi volte ristampata), e di nuovo,

antiquissima, come si Seconda scienza nuova fu

De

completa, da un anonimo che si designa come l'auteur de l'Essai sur la formation du dogme catkolique e che
fu la principessa di

Belgioioso

Cristina Trivulzi
e fornita di

(Paris,

Renouard,

1844).

Completa anche,

la traduzione tedesca di
haus, 1822), che
Orelli.

W.

E.

Weber

ottime note, (Leipzig, Brock-

In

suggerimenti e aiuti ebbe da Gaspare inglese, si ha solo la versione del libro su


sulla

Omero, condotta
nell'opera
di
II.

francese del
a

Michelet

inserita
to

Nelson Coleridge, Introduction


ediz.,

the

study of the greek classic poets (3.

London, Murray,

III.

CENNI BIBLIOGRAFICI

337

1846). Il

del V., che

Michelet tradusse alcune delle operette minori si accompagnano alla Scienza nuova nell'edi-

zione CEuvres choisies de V. (Paris,

Hachette, 1835, e in

ristampe). Del primo libro del Diritto universale si ha un compendio in tedesco di K. H. Miiller, primo volumetto
di

una

serie

non

proseguita di Kleine

Schriften del V.

(Neubrandeburg, Brnslow, 1854).

Ili

Biografia dkl Vico

supplemento dell'autobiografia,
di
I

il

Villarosa raccolse
le

le notizie degli ultimi

anni della vita del Vico, e


quello
scritto

mise

come continuazione
degli Opuscoli, voi.

nella

sua edizione

(1818).

Questo supplemento, e tutto ci che di poi venuto fuori di documenti o di ricordi di contemporanei intorno al V., si trovano raccolti nel quinto volume della nuova
edizione, annunziata di sopra
intitolato: L'autobiografia,
il

(p. 303),

delle opere del V.,

carteggio e le

poesie varie, a

cura di B. Croce (Bari, Laterza, 1911). Posteriormente, alcune aggiunte, in Croce, Nuove ricerche, 1, e Nuove
curiosit storiche (Napoli, Ricciardi, 1922), pp. 123 52, e nel

volumetto del Donati.

IV
Letteratura intorno al Vico

ancora essere

monografie intorno al Vico, che possano con frutto (quella del Ferrari, pur cosi benemerito editore, La mente del V., degna di essere
tre

Le

sole

lette

pietosamente dimenticata), sono


B. Croce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

22

338
1.

APPENDICE

Carlo Cantoni, G. B.

V., studi critici e

comparativi

(Torino, Civelli, 1867). Cfr. per alcune riserve A. Faggi, in Rivista filosofica italiana, voi. IX, 1906, pp. 593-606, e

G. Gentile, in Critica, voi. V, 1907, pp. 197-201. 2. Karl Werner, G. B. V. als Philosoph und gelehrter Forscher (Wien, Braumller, 1881). Cfr. Zeitschrift far Philosophie
3.

und philos. Kritik, voi. LXXII, 1883, pp. 139-152. Robert Flint, V. (Edinburgh a. London, 1884). Tradi F. Finocchietti (Firenze,

duzione italiana
Si

1888).
di

veda

ci

che intorno a esse

si

detto

sopra,

pp. 326-7. Dei lavori hi'cvi di carattere generale hanno singolare

pregio
1.

B. Spaventa, G. B. V., in Prolusione e introduzione

alle

lezioni di filosofia (Napoli, Vitale,


titolo:

opera ristampata col


Laterza, 1908);
2.

La

pp. 83-102: filosofia italiana nelle sue


1862),

relazioni con la filosofia europea, a cura di G. Gentile (Bari,


si veda a pp. 111-135 di questa ristampa. de Sanctis, Storia della letteratura italiana (Na-

F.

poli,

Morano, 1870; molte ristampe),

voi. II, pp. 342-362.


'

3. F. Fiorentino, Lettere sopra la

Scienza nuova

'

(Fi-

renze, 1865); ristampate in Scritti vari (Napoli, Morano, 1871), pp. 161-211.
4.

E. Cauer, G. B. V.

und

seine Stellung zur

modernen

Wissensciaft (nel Deutsclies Museum, diretto da R. Prutz e W. Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs, a. I, 1851, voi. I,

pp. 249-265). Per la trattazione pi o sono da tenere presenti


:

meno

larga di parti speciali

1.

F. A.

Wolf, G.

B. V. iiber den

Homer

(nel
II,

Museum
pp. 555-

der Alterthumsicissenschaft, Berlino, 1807, voi.


570).
2.

J.

sches

Museum

K. von Orelli, V. und Nebuhr (nello Scnceizeridi Aarau, voi. I, p. 184 segg.).

III.

CENNI BIBLIOGRAFICI
e

839
della scienza

3.

C. Iannelli,

Sulla natura

necessit

delle cose e delle storie

umane

(Napoli, Porcelli, 1818, e Mi-

lano, Fontana, 1832).


4.

Exierico Amari, Critica di

una

scienza della legisla-

zione comparata (Genova, Istituto dei sordomuti, 1857). Cfr. intorno a questo libro K. Werner, E. A. in seinem Verhltniss

zu G. B. V. (Wien, 1880; dai Sitzung sberi elite der


Classe della

phil.-histor.
voi.
5.

Accademia imperiale

di

Vienna,

XCVI).

F. Acri, Teoria del V. intorno alle idee o paradimmi Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao, 1870; e con modificazioni nel volume Vidcbimus in cenigmate,
(in
:

Bologna, Mareggiani, 1907, pp. 287-313).


E. Cenni, esposizione della metafisica del V., a pp. 109182 del volume nel quale nessuno la cercherebbe, perch
6.
il

titolo

suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del


Cellini,

traforo del Gottardo (Firenze,


7.

1884).

E. .Bouvy,

De

V. Cartesii adversario (Paris, Hachette,

1889).
8. E. Bouvy, La critique dantesque au dix-huitime de: Dante et V. (Paris, Leroux, 1892).
9.

sie-

rigi,

voi. II,

G. Sorel, Etude sur V. (nel Devenir social, di Pa1896); e si veda, altres, dello stesso au-

tore: Le systme historique de

Renan
e
i

(Paris, Jacques, 1905),

passim.
10. B.

Labanca, G. B. V.
1898).

suoi critici cattolici (Na-

poli, Pierro,
11.

G. Rossi, V. nei tempi di V. (nella Rivista

filosofica

italiana, voi. II,


voi.

1899, pp. 294-319, e seconda parte, ivi,

X, 1907, pp. 602-G34). Maugain, Etude sur revolution intellectuelle de l'Italie de 167 1750 environ (Paris, Hachette, 1909).
12. G.
13. G. Finsler, Homer in der Neuzeit Goethe (Leipzig, Teubner, 1912).

von Dante

bis

340
14.

APPENDICE
G. Gentile,

Studi vichian

(Messina,

Principato,

1915). Contiene, tra l'altro,

un'importante monografia su
Galloni
e

Lo svolgimento
15. P.

della filosofia di G. B. V., pp. 15-143.

Nicolini, Ferdinando
leti.

G. B. V.,

in

Giorn. stor. d.
16. Id., 17.

Hai.,

1918, voi.

LXXI.

Divagazioni omeriche (Firenze, Ariani, 1919). 0. v. Gemmingen, Vico, Hamann und Herder, Inau-

gural-dissertation (Bona-Leipzig, Noske, 1918). 18. A. Scrocca, G. B. V. nella critica di B. Croce (Napoli, Giannini, s. a., ma 1919), dal punto di vista cattolico. 19.

Benvenuto Donati, Autografi

documenti vichiani
V*.

inediti o dispersi,

note per la storia del pensiero del

(Bologna, Zanichelli, 1921). 20. Circa i miei lavori precedenti sul V., si avverta che la materia del capitolo sulla dottrina estetica vichiana,
B. Croce, Estetica
5

(Bari, Laterza, 1922), cap. V, pp. 249-

265, rielaborata in

forma pi matura nel capitolo IV della


lo scritto sull'Etica del V. (in Critica,

presente monografia;
VI,
1908,

pp.

71-77)

rifuso nei capp.


storia, letteraria
;

VI- Vili; e cosi


in G. B, V.
(ivi,

quello sui

Lineamenti di

pp. 460-80), nei capp. XVI e XVIII gli altri scritti sparsi hanno, in genere, interesse solamente erudito, filologico o

polemico.

Posteriormente alla
1.

ho pubblicato:
sullo Hegel
2.

prima ed. di questo libro, Le fonti della gnoseologia vichiana (in

Atti d. Acc. Pontan., voi.


e altri scritti

XLII

ristamp. nel voi. Saggio

di storia della filosofia, Bari, 1913);

La

dottrina del riso e dell'ironia in G. B. V., ristamp.,

ivi; 3. Il Vico e la critica omerica, ristamp., ivi; 4.

Francri-

cesco

Bianchini

G. B. Vico, ristamp. in Conversazioni


5.

tiche (Bari,
ivi,
II,

1918), II, 101-109;

Il Vico e Gius. Ferrari,

124-30. Dell'influsso del V. sugli studi italiani nel corso del secolo decimonono ho trattato ampiamente nella

Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono (Bari,

III.

CENNI BIBLIOGRAFICI

341

1921). Sulla posiziono del V. nella storia della critica dantesca, v.

La

poesia di Dante

a
(3.

ed., Bari, 1922), pp. 173-4,

179-80.

Del resto, tutta

la letteratura

vichiana (con estratti dei

libri, opuscoli e articoli pi rari e

con documenti

inediti),

come

tutte le pi

minute notizie

sulle edizioni degli scritti

si trovano raccolte nelle tre memorie, alle quali pi volte si fatto riferimento: B. Croce, Bibliografa vichiana contenente nella parte I il catalogo delle edizioni, traduzioni e manoscritti delle opere di G. B. V. ; nella

del V.,

parte li, quello dei giudizi e lavori storico-critici intorno al V. sino all'anno corrente; nella parte III, lettere inedite
del V. e al V.,
rie

documenti

e altri scritti inediti

o rari, e va-

appendici illustrative (Napoli, 1904; estratto dagli Atti

dell'Accademia

pontaniana l di Napoli,

voi.

XXXIV,

di

pp. xn-127, in 4.);


(ivi,

Supplemento

alla Bibliografia vichiana

1907; estr. dagli Atti cit., voi. XXXVII, di pp. 34, in 4.), e Secondo supplemento (ivi, 1911, estr. dagli Atti cit.,

anche tutte e tre in volume col titolo Bibliografia ciciliana, raccolta di tre memorie presentate all' Accademia pontaniana di Napoli nel 1903, 1907 e 1910, con appendice di F. Nicolini (Bari, Laterza, 1911). Continuazione di queste memorie
voi.

XL,

di pp. 116, in 4.);

riunite

un

sol

sono

le Nuove ricerche sulla vita e le opere del V. e sul vchismo, in Critica, voli. XV-XIX, 1917-21. Si veda anche Per la biografia di G. B. V., ivi, XIX, pp. 371-87 (e ora

in

Nuove

curiosit

storiche, Napoli,

Ricciardi, 1922,

pp.

123-52).

INDICE DEI NOMI

Attico Tito Pomponio, 89. Attilio Regolo, 176.

A bramo,

152.

Aubignac

(d'),

198, 199.

Achille, 102, 130, 191, 192-4, 195, 199, 238. Acilio Glabrione, 203. Acquaviva M., 143. Acri F., 339.

Augusto, 204^ 219-20.

Adamo,

53.

Adriano, 222.

Baader, 323, 327. Bachhofen, 256.


178, 191, 192, 193.
F., 15, 25, 33, 35, 64, 76, 115, 162, 163. Ballancbe, 322, 324. Balmes, 325. Balzac O., 324. Balzo (del) A., 241. Bandiera G. N., 302. Banier, 64, 71. Bartoli D., 132. Bartolo da Sassoferrato, 231. Baumgarten, 48. Bayle P., 80, 89, 161, 246. Beroso, 164. Bianchini F., 340. Biese A., 327. Bignon (du), 317. Boccaccio, 63, 136, 171, 234. Bochart S., 64, 208. Bockh A., 323. Bodin, 174, 228. Boiardo, 233. Bonamy, 316. Bossuet, 120, 154, 327. Boulanger, 317, 320.

Agamennone,

Bacone

Agide, 176. Agostino (s.), 169.


Alcinoo, 192, 195. Alessandro, 94, 130, 137, 221.

Amante E., 336. Amari E., 339.


Anacreonte,
202..
di),

Anfitrione (iscrizione

196.

Angelis (de) A., 322. Angelis (de) Gh., 305, 332. Annibale, 165. Anteo, 187.
Apollo, 102, 168, 187. Arcbiloco, 185.
Ariosto, 233. Aristarco, 195. Aristide, 92, 130, 204. Aristotele. 15, 25, 35, 48, 51, 53, 70, 94, 97, 145, 175, 182, 202, 298. Arnaud, 241. Ascalona (duca d'), 290.

Atlante, 164.

344

INDICE DEI NOMI


E., 339.

Bouvy

Corneille, 244.

Boyle R.. 143. Brenno, 80, 82.


Briseide, 191, 193. Bruno Giordano, 288.

Cornewal Lewis, 256. Corrado III, imperatola, 232.


Costantino, 221. Cournot, 324. Cousin, 324. Criseide, 191. Cristofaro (di) G., 286.

Bruto Giunio, 176, 179, 209, 210.

Croce
Caligola, 130. Calipso, 195. Galoger, 332.

Campanella
337.

T., 96, 98, 128, 288.

Cantoni C, 326, 327, 330, 331, 333,

B., 335, 336, 337, 340-1. Cuiacio, 226, 227. Cuoco V., 135, 321, 322. Curiaz, 182. Curio, 176. Curzio, 176.

Capasso N., 299, 302. Capece G., 290, 291. Capeto (Ugo), 228-29.
Caracalla, 221.

13

Cardano, 4. Carlo di Borbone, 289.

Dafne, 168. Dale fvan) A., 71. Daniele F., 334. Dante, 155, 156, 234-6, 256, 299 r
306, 307, 324, 341. (conte di), 290. Decio, 176. Dogrando, 322.

Cameade,

80. 81.
5, 6, 7, 8, 9, 10, 12,

Cartesio, 1-3,

Daun

14, 15, 18, 19, 26, 27, 32, 81, 142, .144, 244, 251, 298, 325. Castelvetro, 53. Cauer E., 338. Cenni E., 325, 339.

Deschamps

S., 93.

Diana, 167, 168, 177, 187, 191. Diodoro, 163, 212.

Cerere, 167. Cesare, 130, 137.


Cesarotti, 317, 318. Chastellux, 316.

Diomede, 191. Dione siracusano, 212,

237.

Dionigi d'Alicarnasso, 211, 212.

Chateaubriand, 171, 324. Cherea, 168.


Cibele, 187.

Cicerone, 75, 89, 163, 184, 202,


212, 244.
Ciclici (poeti), 200. Cimini Angela, 293. Ciucio Alimento, 209. Circe, 195. Cirillo N., 302. Cola di Rienzo, 233.

Domiziano, 130. Donati B., 335. 337, 340. Dracone, 184, 188. Dubois (cardin.), 245. Dugald Stewart, 251. Duni, 316.

E
Ecateo milesio, 197.
Elena, 193. Eliano, 184. Elingio Ingevaldo, 53.

Colangelo

F., 320.

A., 324. Concina N., 305, 306. Confucio, 187. Conti A., 306, 317. Conti N., 63. Corcia N. M., 334, 336.

Comte

Endimione, 168. Enea, 208.


Ennio, 203. Epicurei, 99.

Epicuro, 84, 103, 142.

INDICE DEI NOMI


Eraclito, 212. Ercole, 66, 67, 168, 187. Erodoto, 75, 166, 195, 197. Ermodoro, 212, 213. Esiodo, 201. Esopo, 70, 187, 201. Esperti, 332. Esteban F., 304, 305.

345
O., 340.

Gemmingen von

Genovesi A., 291, 306.


Gentile G., 336, 338, 339.

Gerning, 321. Giacchi B., 286, 287, 303-4, 332. Giamblico, 51. Giani C, 336.
P., 124, 289. Giansenisti, 99. Gimma, 303. Giobbe, 184. Gioberti, 325. Giordano A., 334. Giordano L., 173.

Giannone

Ettore, 192, 193. Europa, 187.

Eusebio, 184. Ezechiele, 94.

Giove, 55, 65, 69, 71, 88, 102, 120,

Fabio Massimo, 214, 215. Fabio Pittore, 209.


Fabrizio, 176. Faggi A., 337. Faramondo, 171.

152, 167, 168, 169, 186, 187, 188, 189, 191. Girolamo (san), 184.

Ferrari
340.

Giudice (del) G., 334. Giuliano Salvio, 222. Giunone, 168, 186, 191.
333, 334, 337,

G.,

311,

(du), 324. Fichte, 253. Ficino M., 4, 143. Filangieri, 319, 321. Filippo V, 290. Finetti, 302, 319, 323. Finsler, 339. Fiorentino F., 338. Flaubert, 294, 324. Flint R., 327, 338.

Ferron

Giuseppe ebreo, 95, 184. Giustiniani L., 320. Giustiniano, 100, 220. Giustino, 177. Goethe, viii, 319. Gorgia, 185. Gracchi, 216. Grandi, 316.
Gravina, 31.

Grimm,

256.

Gronovio, 163.
Grozio, 22, 31, 32, 47, 76, 77, 78,
84, 89, 90, 91, 94, 95, 99, 100, 103, 108, 163, 236, 287.

Fontenelle, 71, 161. Foscolo, 178, 321, 322. Fdzio, 246. Francie A., 324. Fustel de Coulanges, 256, 324.

Guglielmo pugliese, 233.


Guntcro, 233.

G
Hamann,
Gaeta (di) M., 303, 304. Galasso A., 329.
Galeno, 51. Galiani F, 306, 317, 318.
Galileo, 10, 13, 15, 143, 146. Gambetta L., 324. Ganimede, 168. Garofalo P., 340. Gassendi, 143.

H
252, 319.

Hegel, 251, 252, 253, 254, 300, 317,


323, 325.

Herder, 150, 252, 319, 327.

Heyne, 252, Hobbes, 80,

256, 318. 81, 89, 103, 253.

Hffding H., 327. Hoffmann, 246.

Hoffmannswaldau, 236. Holbach (d'), 328.

346

INDICE DEI NOMI


64.

Huet D. (Uezio), Humboldt, 252.

Livio Tito, 165, 169, 211. Locke, 80, 81, 83, 143, 253.

Hume

D., 252.

Lodovico (padre), 305.


Lobenstein, 236.

Lomonaco

F., 321.

Longino, 196, 203. Lucio Emilio Regillo, 203.


Iannelli

C, 286,

322, 338.

Lucrezio, 142, 203.

Idantura, 51.
Ifigenia, 178. Ippocoonte (iscrizione d'), 196. Iside, 184.

Luigi XIV, 291.

Luzn

I.,

306.

Issione, 187.

M
Macchia (congiura di), 290. Machiavelli, 35, 80, 82, 103, 128,
210, 223.

Jacobi, 251, 319, 323. Jouffroy, 324.

K
Kant, 251, 252, 253, 313, 325.

Malebranche, 8, 32, 81, 145, 244. Mallinkrot B., 53. Manlio capitolino, 176. Manlio l'imperioso, 176. Manzoni, 321, 396

Marino G.

B., 236.

Marte, 168, 187, 191.

Marx C,
Maffei

Labanca

B., 320, 339.

Lambert, 256.

Lami

G., 319.

Laomedonte

(iscrizione di), 196.

Lattanzio, 95. Laurent, 324.

256. 157. Maugain G., 339. Mauthner P., 327. Mazzoni L, 143. Medea, 235. Menandro, 201. Mendelssohn, 328. Menelao, 182, 193.
S.,

Mercuri Trismegisti
187.

(i

due), 164,
.

Laurenzano (duca di), 291. Lazio W., 53. Lebrun, 173. Ledere G. (Clericus), 64.
Leda, 168.

Mercurio, 193.

Mercurio gotico, Merian, 318.

53.

Legge canuleia, 214. Legge delle dodici tavole, 211-2. Legge petelia, 215. Legge publilia, 215. Legge regia di Triboniano, 219.
Leibniz, 31, 32, 61, 145, 146, 257. Lelio, 92. Lerminier, 324.

Merlino, 171. Metastasio, 244, 302. Michelet, 150, 322, 323, 324, 336.

Minosse, 184, 187. Minotauro, 187.

Mommsen,

256, 323.

Montesquieu, 317. Monti V., 321, 336.


Moreri, 246.

Licambe, 185.
Licurgo, 184. Lipsio G., 184. Livio Andronico, 203.

Mosco, 202. Mos, 95, 152, 204-5.


Miiller K. O., 252, 256, 323, 337. Muratori, 82, 157, 321.

INDICE DEI NOMI

47
208,

N
Nelson Coleridge, 336. Nerone, 130.
Nettuno, 167, 187. Nevio, 203.

Pitagora, 12, 94,


212.

165,

188,

Newton,
Nicole

146, 305.

P., 81.

Nicolini F., 157, 299, 335, 336, 340, -341. Niebuhr, 256, 323. Nietzsche F., 256. Nifo A., 143.

333,

334,

Pitagorici, 237. Platone, 16, 35, 47, 51, 53, 65, 70, 76, 103, 104, 108, 109, 121, 128, 164, 173, 188, 204, 208, 296, 331. Plauto, 3, 182. Plinio, 213. Plutarco, 9.1. 177, 195, 203, 210. Polibio, 92, 128, 208, 210, 212. Polissena, 194, 293. Pomodoro F. S., 335, 336.

Pomponio,

83.

Porsenna, 176.
Portoreale, 241. Predari, 334.

Numa

No, 152. Pompilio, 94, 188, 195.

Priamo, 193, 194, 293.


Proclo, 14. Publilio Filone, 156, 215. Puffendorf, 47, 77, 89. 90,
94, 95.

Oldendorpio, 226. Olivieri A., 339. Omero, 39, 65, 155, 156, 169, 191205, 234-5, 256, 257, 331. Orazi, 182, 201. Orazio Fiacco, 185, 204. OrelH, 323, 336, 338. Orfeo, 164, 187. Origene, 184. Orlando, 170, 233.
.

91,

R
Racine, 244.

Ricardo: v. Deschamps. Rinaldi o cantastorie, 200.

Rodigino Celio, 203. Rogadei G. D., 319.

Romano
Rosa

D., 307, 316, 319.

Romolo, 104, 129, 169, 188, 203,


208, 227, 228. (de) C. A. vedi Villarosa. Rosmini, 325. Rossi G., 339.

Pagano
Pais

M., 317, 321.

E., 256. Pallavicino, 81.

Paoli (padre), 302. Paolo veneto, 242. Paride, 182. Pascal, 81. Patrizzi F., 53, 143.
Patroclo, 192.

Saint-Evremond, 161.
Salfl, 321, 322.

Sanchez F.

Penelope, 195. Perseo, 187.


Petrarca, 156, 234.

(il Brocense), 4, 47, 53. Sanctis (de) F., 256, 299, 325, 338.

Sangro Sangro

(di) O, 290, 291. (di) R., 312.

Piccolomini A., 143. Pico della Mirandola, 14c Pindaro, 201, 204.
Pirro, 176, 208. Pisistrato, 198.

Sarchi, 336.

Saturno, 167, 187, 213. Savignv, 256, 323.


Scaligero. 47, 53, 157.

Scevola (Q. Muzio), 176, 296.

348
Schelling-, 252.

INDICE DEI NOMI


A., 171, 256. Tiberio, 14, 130. Tomasio C, 77, 101, 253. Tommaseo N., 299, 325, 335.

Thierry

Schopenhauer, 254.

Schopp G., 47. Schwarz J., 90.


Scipione Africano, 92, 130, 137. Scipione Nasica, 215. Scoto (Duns). 16, 61. Scrocca A., 340. Selden G., 47, 77, 94, 154. Seneca, 163. Senofonte, 165. Servio Tullio, 188, 209, 214. Shakespeare, 235, 244.
Siila, 218.

Tommaso

d'Aquino, 28. Trabalza C, 340. Triboniano, 219, 236. Trivulzi Cristina, principessa di
Belgioioso,
3.36.

Trova C, 256.
Tucidide, 165. Tulio Ostilio, 188.

Turpino, 233.

Simone

il

giusto, 94.

Sisifo, 187.

Socrate, 27, 70, 76, 92, 201. Solla F., 304, 305, 322. Solone, 156, 188, 212. Sorel G., 225, 256, 327, 339. Sostegni, 310. Spaventa B., 141, 325, 338.

Vacherot, 324.
Valletta G., 245.

Spinoza. 26, 80, 81, 89, 103, 143,


205, 325.

Varrone, 169, 203, 212, 217, 296. Venere, 168, 169, 187, 191. Vico Gennaro, 293, 334. Vico Luisa, 293.
Villarosa, 334, 337. Virgilio, 203. Visconti, 171.

Steuco A., 143.


Stobeo, 246.
Stoici, 99, 120.

Vitry

Strabone, 197. Stuart Mill, 324. Suida, 246.

Voss

(de), padre, 291, 332. (Vossio), 64, 196. Vulcano, 167, 187.

W
Weber W.
E., 323, 336.

Tacito, 76, 103, 104, 151, 177, 180, 184, 219. Tantalo, 187. Tanucci B., 316. Tarquinio Prisco, 188. Tarquinio Superbo, 52, 175, 209. Teofrasto, 204. Terenzio, 168. Terrasson, 316. Tesauro E., 54. Teseo, 187.

Werner, 141, 327, 338, 339. Windelband, 4 n., 327.

Wolf F., 256, Wood, 318.

317-8, 338.

Zeno

A., 157.

Zenone, 143, 145. Zoega, 318.


Zoroastro, 164, 187.

INDICE

Avvertenza
I.

pag.
.

vii

II.

III.

IV.

La prima forma della gnoseologia vichiana La seconda forma della gnoseologia vichiana La struttura interna della Scienza nuova La forma fantastica del conoscere (La poesia
il

21

...
e

37

linguaggio)
del conoscere
(Il

45

V.

La forma semifantastica
e la religione)

mito

63
75

VI.

La

coscienza morale

VII. Morale e religione


VIII. Morale e diritto

>

87
97

IX.

La storicit del X. La Provvidenza


I ricorsi

diritto

>

105 115

XI.
XII.

>

127
139

La

metafisica

XIII. Passaggio alla storiografia.

Carattere
del

generale

della storiografia vichiana

149

XIV. Nuovi canoni per


favoloso

la

storia

tempo oscuro

>

161

XV. Le societ eroiche XVI. Omero e la poesia XVII. La storia di Roma


crazie

173
191

primitiva
e la formazione delle

demo

207

350

INDICE
il

XVIII. La barbarie ritornata o

Medioevo
lo

pag. 223

XIX.

Il

Vico contro

l'

XX. Conclusione.

indirizzo di cultura dei suoi tempi


Il

239

Vico e

svolgimento poste-

riore del pensiero filosofico e storico

...

249

Luoghi

del Vico

adoprati o richiamati nel corso del

l'esposizione

259

Appendice
I.

Intorno alla vita e al carattere di G. B. Vico

285

II.

La fortuna

del Vico

315 329

III.

Cenni bibliografici

Indice dei nomi

>

343