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SAURO SILVESTRI

la passera è sempre la passera

LA PASSERA

E' SEMPRE

LA PASSERA

NON E' UN LIBRO SULLA CACCIA

Questo non è un libro sulla caccia. Si vede anche dalla figu-

ra in copertina. Però non vorrei che

i cacciatori

fossero

tratti in

inganno dal titolo, e pensassero

che

qui si discute

se le passere

sono migliori delle lodole o dei tordi.

A parte

il fatto,

ed è risaputo,

che per lo spiedino

le lodo le

sono migliori, mentre i tordi sono più buoni in umido con le oli-

ve, quando parlo di passera, intendo la passera. O, come dite voi, la topa, la nicchia, la mona, la gnocca, la baffina, ecc. nomi mol- to suggestivi e appropriati, ma circoscritti a certe zone, quindi

dialettali e non comprensibili

a tutti. Il nome passera, invece, 01-

treché essere quasi scientifico e universale, è anche riconosciuto dalle alte cariche politiche ed intellettuali.

Voglio chiarire,

quindi, che la passera

di cui parlo

è quella

cosina lì, col pelo intorno. Su questo non vorrei che ci fossero malintesi, perché i malintesi poi guastano le amicizie. Una volta successe che un mio amico, quando si sposò, vol- le fare un matrimonio rustico. Quindi niente cattedrale in città,

ma una chiesetta rustica con prete rustico in campagna,

poi pran-

zo rustico in ristorante

rustico. Allora noi, gli amici, per fare una

cosa rustica,

quando

gli sposi uscirono

dalla chiesetta

rustica,

invece del riso, gli si tirò la ribollita.

Era più rustico. Ma da quel

giorno, gli sposini non ci hanno più parlato. Ora però, ritorniamo alla passera. Perché questo libro? Di- rete voi. Perché spero sia un argomento che mi farà vendere tante copie da poter smettere di lavorare.

lo

non

ho mai amato

il lavoro,

neanche quello

che

si fa da

sedere, e, ad essere sinceri, non è nemmeno che mi sia stato indif-

ferente. lo l'ho proprio odiato.

Forse ho avuto un trauma da piccino, quando vedevo la fati-

ca che facevano i grandi che lavoravano.

Non

lo so,

ma non

vo-

glio per questo essere compatito. Basterà che comprate, e facciate comprare, questo libro. Aiuterete me a smettere di lavorare e cre- erete un nuovo posto di lavoro per chi ne ha voglia. Dal canto mio

  • ci penserò da solo a guarire da quel trauma, passando le giornate

al bar a ciondolare da una sedia all'altra, parlando con gli amici e

fumando sigarette. Come vedete sono modesto. E nacqui modesto. Quando ero

piccino non avevo grandi ambizioni: sognavo di avere un campo

  • di cocomeri

e di mangiarmeli

tutti. Anche crescendo

architetto

o direttore

son rimasto

modesto. Non volevo diventare

di banca, io

volevo fare il bighellone

coi soldi. Quando

seppi

che

in casa

di

soldi non ce n'era,

dissi: - Piuttosto

che la-

vorare,

preso dallo sconforto -

fo' il barbone!

 

E' andata a finire che ho dovuto lavorare per poi fare una vita

da barbone. Scelsi di fare il cartellonista,

almeno i pennelli pesa-

no poco. Il lavoro era sì relativamente leggero, ma anche il gua-

dagno. E allora, pensando vere un libro.

e ripensando,

mi nacque l'idea di scri-

per lì pensai

di farlo

sulla colla di pesce,

che serve

per

attaccare l'oro

nelle scritte, ma dal momento

che le scritte

in oro

non le vuole più nessuno, scartai l'idea. Chi l'avrebbe comprato? Rinunciai anche a farlo sulla pizza al taglio e da asporto, anche se quella la vogliono in tanti. Ci voleva un argomento che tirasse, che mi facesse vendere tante copie. E cos'è che tira più di tutto? E' la passera! Allora, mi dissi, lo scriverò sulla passera. E poi parlare della passera è facile, non è mica come parlare del congiuntivo. La passera appassiona. Chiunque, quando sente parlar di passera, si ferma ed entra nel discorso. Tutti hanno qual- cosa da dire o da aggiungere. Ci può essere anche qualcuno che si chiederà: ma che cià la

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passera di tanto importante? mo!

Come che cià! La passera è il massi-

Questo

fiore meraviglioso

dai petali carnosi,

ci riempie

di

baldanza più di un mattino di primavera.

Come una sinfonia dol-

cissima ci prende i sensi, più languida di un notturno di Chopin. Balocco peloso per trastulli infiniti, ci travolge e ci esalta in un coinvolgimento pieno, esteriore ed interiore, che nessuna altra cosa

mai ci darà. Neanche le acciughe marinate. E poi la passera fa bene. Fin dalla più antica antichità, oltre

alle sue doti prettamente goderecce, la passera fu apprezzata an- che per le sue qualità terapeutiche. Fu usata dai Babilonesi e dagli

Egizi, dai Greci e dai Persiani, dagli Etruschi Galli un po' meno, ma erano barbari.

e dai Romani. Dai

La Scuola

Medica

Salernitana,

prima

al mondo

a curare

la

~tanchezza col pisolino, ali 'inizio del mille, fece della passera il miglior rimedio contro tutti i mali, eccetto la colite. Giariofonto

uno dei

più famosi

dottori

dell' Arte

(1040 ca.), in quell'epoca Medica greco-romano-araba,

nel suo celeberrimo

libro in carta-

pecoa "De Passera Humoribus"

scriveva:

 
 

"

est cosa bona et raccomanl:Je-

 

boIe fare

binaIationis

in casi sinusiti,

riniti

et

febbrae fienorun. lliccata mirabilis est per tos- si, tracbeitis et mali goIae. iler impaccum cu- rat stortae, l:JoIoris coIIibus et artritibus. 1lBi-

tus intintus

Ianiscet piagae,

scorticature

et fo-

runcoli."

E quelle cure facevano anche piacere. Ora, purtroppo,

tutte

queste applicazioni

sono state sostituite

dalla supposte.

Ma la passera

ha anche un alto valore sociale: rilassa i mu-

scoli, distende i nervi, calma gli arrabbiati, fa diventare più buoni

i cattivi. E tutto questo è riscontrabile

nella storia dell'uomo.

Di-

fatti, ogniqualvolta l'interesse per la passera è diminuito, pun- tualmente sono scoppiate le guerre. E dopo sono seguite carestie,

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pesti, zanzare,

tafani e pitignoni.

Ma queste esperienze

sembra

che non siano servite. Immancabilmente

ci siamo ricascati.

Oggi, poi, coi ritmi imposti dalla tecnologia

e dal consumi-

smo, molti si affannano, a scapito della passera, alla ricerca del-

l'inutile e del superfluo. E purtroppo ci sono tanti giovani che cercano strane sensa- zioni con pasticche, siringe od altro. Tutto tempo perso. Niente

sarà mai più esaltante della passera. Bisognerebbe

la vita è una paI1ita secca

e non c'è

la riavuta!

ricordarsi che

LA PASSERA

"La passera"

- disegno a china - Collezione

privata

DOV'E'

E COM'E'

LA PASSERA

La passera, quella vera, ce l' hanno solo le donne. Que- sto è un principio fisico fondamentale nella storia dell'uma- nità. Nonostante qualche maldestro tentativo di imitazione, questo resta un punto fermo per la scienza ed un sicuro rife- rimento per tutti i trombatori. Ma ora cerchiamo di capire dove si trova. Avete presen- te una donna, anzi, già che ci siamo, una bella donna vista davanti? Bene, partite dalla testa e scendete giù, giù, fino

alle puppe. Non è lì, ma sulle puppe ci si sofferma sempre volentieri. Continuate a scendere giù,giù, fino alla pancina. N on è nemmeno lì, ma anche sulla pancina ci si sofferma sempre volentieri perché è liscia e c'è bellino. Attraversata tutta la pancina arriviamo alle gambe che lì si chiamano co- sce. Ecco, proprio lì, in mezzo alle cosce, c'è la passera. I geometri direbbero che è ubicata in posizione centrale. Da prima si vedono tanti peli, un bel pacco di peli, quasi

sempre un po'

arruffati, più o meno riccioluti. Sono di vari

colori. A volte sono neri, a volte sono castani, a volte biondi

o biondicci; e anche rossi. Anzi, Diogene (v sec. a.C.) soste-

neva che le passere a pelo rosso sono le migliori. Bene, sotto

a quei peli c'è

una specie di fessura

che sembra un taglio, e

difatti si chiama "taglio":

il "taglio" della passera. Questo

taglio, visto senza i peli è come una "i" maiuscola, quindi

senza il puntino ed è sempre verticale. Rarissimi i casi di un

 

Questo buco l'è un incanto,

 

"taglio" inclinato,

orizzontale poi non si ricorda

a memoria

c'entra il poco e c'entra il tanto,

d'uomo. Ma la passera è un'opera

d'arte

della natura e si può

par-

c'entra

il lungo e c'entra

il corto,

lame solo usando l'arte, pertanto io la descriverò non in pro- sa, forma banale e terrena, ma in rima, come siffatta nobil

"fessura" esige.

Fo' per voi una filastrocca per parlarvi della gnocca,

vi dirò, o miei signori,

com'è

fatta dentro e fuori.

Con parole giuste e chiare ora vado a incominciare.

C'è un taglino in verticale che a vederlo è mica male!

Ha due micci di contorno con i peli tutti intorno.

Questo è il fuori. Or vediamo com' è il dentro, e piano, piano,

quello dritto e quello storto.

Accetta tutti, a tutte 1'ore, sempre è pronto a far 1'amore,

ma lui vuole, è sicuro, che gli duri bello duro.

Or guardiamo anche più sù, per capirne un po' di più.

Lassù in alto a quel taglino c'è piazzato un pippolino:

indovinate E' il pallino

un po' cos'è?

"fai da te!"

Questo è tutto, o miei signori, com' è dentro e com' è fuori,

che sia stretta o che sia larga, così è fatta la bernarda.

allarghiamo

la fessura:

N aturalmente questa è una descrizione generale della passera. E' chiaro che le passere non sono tutte uguali. Anzi,

- Com'è

bella! Che goduria!

 

pur rimanendo questa la struttura di base, sono tutte diverse

Guarda là, laggiù, in fondo,

fra loro, come le impronte digitali. Quindi ognuna rappre- senta sempre una fantastica esperienza, tant'è vero che la

c'è un bel buchino

tondo! -

più desiderata, la più ambita, è la cosiddetta "Passera nova"

o anche "Pelo novo", intendendo non quella vergine, ma quel-

la che conquisteremo

in futuro e che sarà tutta da scoprire.

Come vi dicevo prima, ogni passera ha le sue caratteri- stiche. Non ci sono e non ci saranno mai due passere uguali.

Però, in base a certi elementi che in qualche modo le acco- munano, possiamo dividerle in cinque grandi famiglie: le passerine, le passere da fienile, le passere da ascensore, le passere da sera e le passere a pelo rosso. Non bisogna pensare, comunque, che queste divisioni siano nette e precise. E' l'insieme di certe caratteristiche cor-

portamentali,

che le fa appartenere

ad una famiglia piuttosto

che ad un' altra, anche se poi, per qualche altra caratteristica

o in qualche particolare momento, possono sconfinare in uno

o più di uno degli altri gruppi. Ma più che i discorsi servono gli esempi per poter capire questo argomento che, vi giuro, è

molto complicato telli.

da scrivere anche per uno srittore di car-

lO

LE PASSERINE

Tutte devono passare da questo gruppo perché la loro caratteristica principale è la gioventù. Infatti, anche se poi queste passerine andranno a far parte di altre famiglie, per

un certo periodo vivranno in comune l'età delle prime espe- nenze.

Per loro questo è un periodo felice ed irrequieto, spen- sierato e struggente, dove i cambiamenti di umore sono ra-

pidi ed improvvisi come il tempo nei giorni di marzo. Svo- lazzano come farfalle, ora vicine, ora lontane, per poi posar-

si e aspettare, ne.

con le ali aperte, di vivere la grande emozio-

Timorose e timide un momento fa, sono ora spregiudi-

cate e impudiche, ma con l'innocenza di sempre. E' la gran- de scoperta di vivere da grande. Come fiori che galleggiano in un ruscello, ora seguono la corrente, ora l'anticipano sospinte dalla brezza. Veloci ag- girano i sassi, poi, lente, accarezzano una riva rigogliosa di erbe. E come l'acqua di quel ruscello incontra paesaggi nuovi, così il fluire della vita fa loro scoprire emozioni sem- pre diverse. Esperienza dopo esperienza, verrà fuori la loro persona-

lità e col tempo entreranno a far parte miglie.

delle altre grandi fa-

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LA PASSERA DA FIENILE

E'

una gran passera che si è coperta di gloria in tutte le

epoche. Esuberante

e generosa era conosciuta

fin dall'anti-

chità. I

Romani la chiamarono

"Passera B ucolica", e fu can-

tata da poeti famosi. Le sue doti principali

sono la disponibilità

e l'ardore

che, unite ad una grande maneggevolezza, la fanno apprez- zare a tutte l'età. E' stata classificata "bucolica" prima e "da

fienile" poi per esaltarne la solarità mediterranea. Ma vedia- mo più nel dettaglio cosa significa.

Per i Romani

la

"passera bucolica"

era la passera sem-

pre pronta a far l'amore, in qualsiasi luogo fosse. In un' epo- ca dove la maggior parte della vita si svolgeva all'aria aper- ta, era facile appartarsi in un prato, in un boschetto o dietro una Siepe. Questo stile di vita così semplice e spontaneo fu mira- bilmente raccontato da Vergilio nelle "Bucoliche". Nel Me- dio Evo, con l'avvento del potere dei papi su tutta la vita

sociale

delle genti, e quindi con tutta la repressione

della

vita sessuale che ne derivò, quegli incontri goderecci all' aria

aperta

in parte finirono, in parte si spostarono

nei fienili.

Solo dopo la metà dell' ottocento,

per merito di alcuni

pittori, specialmente i Macchiaioli in Italia e gli Impressio- nisti in Francia, fu ripreso lo stile di vita dei Romani.

Con la scusa di uscire dagli studi per dipingere "en plein

air", all'aria

aperta,

con le loro modelle si recarono in cam-

pagna,

sulle rive

di un

fiume

o fra

le fresche

frasche

di un

ameno boschetto e, fra una pennellata e l'altra, amoreggia- vano alla grande. Solo Van Gogh non ebbe mai una modella

e fu considerato matto. Eppure riuscì ad essere il più grande di tutti. Strano.

Oggi il significato che diamo alla "passera da fienile" è più ampio e complesso di come era intesa la "passera buco- lica". Intanto debbo spiegare cos' è un fienile. La parola deriva dal nome "fieno" che è l'erba tagliata e seccata al sole. Era usato in campagna per alimentare nel- l'inverno mucche o cavalli in modo naturale, non come oggi. Il magazzino dove veniva riposto il fieno si chiamava fienile. Era una costruzione su due piani, dove in quello ter- reno si riponevano gli attrezzi, mentre al piano superiore si metteva il fieno che così era riparato dall'umidità. Vi erano poi delle aperture nelle pareti che permettevano il ricambio dell'aria. Ma di quelle non ce ne frega nulla. Andare in un fienile con questo tipo di passera, voglio sa ed esuberante, e con lei rotolarsi sul fieno profumato e soffi- ce, procurava sensazioni sublimi, di gran lunga superiori anche alla polenta coi funghi. Oggi i fienili non ci sono più e questa definizione, quin- di, non è più di luogo ma principalmente di carattere. Sta ad indicare, come dicevo all'inizio, una passera con una gran- de carica erotica, generosa, sempre pronta a far l'amore e che, all' occorrenza non disdegna i sedili di una macchina o la dura panchina di un parco. Queste sue caratteristiche l' ac-

compagneranno

tutta

la vita

e non

fermarla, ma l'artrite.

sarà

certo

la tarda

età

a

LA PASSERA DA ASCENSORE

Fortunato

chi la incontra

perché

questa è una passera

straordinaria. Ha le stesse caratteristiche della passera da fie- nile, ma oltre alle doti di disponibilità, ardore e maneggevo-

lezza, aggiunge una grande fantasia, che unita alla fretta di fare all' amore subito, anzi prima, ne fanno una passera estre- mamente adatta per incontri brevi o in luoghi impensabili. E spesso è proprio in ascensore, da cui il nome, dove impaziente vuole il primo rapporto amoroso, rimandando gli altri all' arri vo nell' appartamento. Ecco perché negli ascensori c'è il bottone dello stop.

Ma innumerevoli

sono gli altri posti dove, maliarda,

si

dona con slancio e passione.

Sotto il tavolo

al ristorante,

mentre il cameriere vi dislisca l' orata al cartoccio. Ai sema-

fori, specialmente

a quelli

dove c'è

un verde per volta. Op-

pure al casello dell'autostrada, mentre il casellante prepara il resto alle cinquantamila lire. Con lei è un gran bel vivere.

fenomenale

si è interessato

Di questa passera cinema. In tanti films

si vedono

scene dove

lui

anche il e lei fanno

all'amore su di un tavolo o nell'acquaio, dentro il frigorife- ro o dietro il tostapane, sul cofano della macchina o sotto

la

scrivania. Qualche volta anche sul letto.

 

E

a quanto

mi dicono

questa famiglia

di passere

è

in

grande espansione. Sono proprio contento.

LA PASSERA DA SERA

E' elegante, esigente e raffinata, ma soprattutto maesto-

sa. Alcuni, non a torto la definiscono

la "Passera Reale". E

regale è il suo portamento e comportamento. Questa è una passera che vuole del "lei".

Totalmente

diversa da quelle precedenti,

questa passera

non ama nè 1'improvvisazione, nè la fretta. Scordatevi, quin- di, gli acquai ed i tavolini, i cofani ed i semafori, ma soprat- tutto state boni in ascensore. Ama l'attesa ed ogni cosa avrà

un tempo ed un luogo. Come una sinfonia è ripartita in vari movimenti, così lei

vivrà 1'avventura:

fase per fase. Vediamo.

Allegro iniziale.

E' l'approccio e non significa cominciare con barzellet- te sporche, ma con uno champagnino. Servirà a noi per di- mostrare che non siamo pidocchio si, a lei perché alcol e bol- licine le daranno una leggera euforia ed una giustificazione futura. E' una fase di studio e ci potrà essere un po' d'imba- razzo, ma con un secondo champagnino passerà. Adagio o andante, a volte anche andante mosso. Questa è la fase più delicata. Ma non dobbiamo sbaglia- re. Ricordiamoci che se lei è lì è perché vuole quello che

vogliamo noi, solo che lo vuole vivere in modo regale, come le si addice. Quindi occorre calma e naturalezza. In questo

momento anche lei sarà tesa e timorosa.

Una buona musica, non quella da discoteca, allentare la tensione e le difese. Ottimo l'ingresso

aiuterà ad di un cioc-

colatino al liquore. Ma è anche arrivato il momento di passare dalla fase intellettuale a quella materiale. In pratica è ora di comincia-

re ad allungar le mani, prima che la faccenda cominci a di- ventar pillaccorosa. A questo punto uno deve regolarsi come meglio crede, in base alle reazioni che seguiranno. Di solito una passera da sera cerca di reprimere il bollo- rino che ha dentro la pancina. Lo fa per poi poterlo rilasciare tutto insieme. Quindi ancora tatto e delicatezza. Curate i

dettagli ed indugiate

il giusto,

a lei piace

il tira e molla.

Ma

ricordatevi: finché avrà le mutande non sarete arrivati a nul-

la!

Minuetto. Se tutto sarà andato bene vivrete l'apoteosi, sennò avrete chiuso per sempre con lei. Ma a questa secon- da ipotesi non ci voglio neanche pensare. La passera da sera, o passera reale, merita qualsiasi sacrificio.

Se all'inizio

vi è sembrata fredda

rete, e tutto in una volta, quanto ella

e apatica, ora scopri- sia calda e generosa.

Sprigionerà tutto quel caldino che era stato represso e che nel frattempo si trasformato in un grande bollore. Cadranno tutte le inibizioni, se mai ne ha avute e la pas- sera di per sé non ne ha, diventando protagonista di imprese eroiche ed esaltanti. La presa di Porta Pia e la conquista di Trieste impallidiranno nei vostri ricordi. Di fronte ad una passera così scatenata nervi saldi e senso del dovere. Mai come ora vale il principio di fisica basilare che

dice: "Lungo che non sfori, grosso che non turi, ma duro che duri".

Finale allegro o Rondò.

Passata questa piacevolissima

bufera, gongolante per ciò

che ha dato e per ciò che ha ricevuto, la passera da sera si acquieterà e, birbacciona, darà la colpa di tutto agli champa- gnini. Ma non pensate che sia sazia, è solo l'inizio. Ora, però, ritorna il momento dei bacini e delle cocco le, delle moine e delle carezze. Elargite a profusione, se le me- rita. Poi, dolcemente, le sussurrerete:

_ Due spaghettini

aglio e olio?-

Se vi dirà

di

è fatta.

Ora alla sua passera potrete dargli del tu.

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LA PASSERA A PELO ROSSO

Più che una

passera è un'iperbole. Basterebbe questa

parola per definirla e chiudere 1'argomento. Ma è una passe- ra troppo entusiasmante per non parlarne. Il suo carattere

imprevedibile

e capriccioso

unito ad una incontenibile

vita-

lità amorosa, la rendono diversa da tutte le altre. Fa, quindi,

gruppo a sé. Conosciuta fin dall' antichità, pare che la maga Circe che tanto ammaliò Ulisse fosse di pelo rosso, è sempre stata de- siderata e temuta nello stesso tempo. Le sue doti amorose sono superlative e non conosce le mezze misure. Per affrontarla occorre una grande preparazione e spirito di sacrificio. L'approccio devrà essere comunque pru- dente e circospetto. Poche, pochissime carezze la faranno in- fiammare e, tra vampe e lapilli, arriverà subito all'ebollizione.

A questo punto dovrete essere pronti a tutto perché non potrete più tirarvi indietro. Non ve lo permetterà. Abituata per il suo carattere ribelle e indomito a prende-

re in mano, in tutti i sensi, la situazione,

non si lascerà coin-

volgere, con moine e sbaciucchiamenti, in tentativi di depi- staggio. Punterà dritta sull'obbiettivo come una meteora in- candescente. Qualcuno, addirittura, sostiene di averla senti-

ta sfrigolare.

Non so se sia vero, ma è meglio stare lontani

dalla carta.

Ormai sarà come lava fusa di un vulcano, e di quel colo-

re sono, infatti,

i suoi peli.

Se la miglior difesa è sempre stato 1'attacco, più che assecondarla converrà precederla. Pertanto radunerete tutte

1'energie che vi rimarranno e, gagliardi, affronterete

il

ci-

mento d'amore. Non è detto che ne uscirete vincitori, però,

con

orgoglio, dal barbiere potrete dire: - lo c'ero! Va presa a piccole dosi.

-

"La passera

a pelo rosso"

- disegno a china nera - Collezione

privata

ESAME ORGANOLETTICO

DELLA PASSERA

Questo è un capitolo importante

e va letto attentamente. Vo-

lendo potete anche prendere degli appunti.

Come vi ho già detto, la passera

è il vero ombelico del mon-

do. Il centro di tutto e tutto fa muovere.

Questo fiore della donna,

come tutti i fiori, lo possiamo vedere, toccare, annusare il suo

profumo e sentire il suo sapore. E come per i fiori, ogni passera ha un suo profumo ed un suo sapore, diverso da qualsiasi altra. Pro- fumi e sapori, anche se simili, avranno sempre sfumature diverse e saranno più o meno intensi.

Così

possiamo

fare

un

esame

che

si chiama

"esame

organolettico". La parola "organolettico" sembra che derivi dal francese "organoleptique". I francesi dicono che forse deriva dal greco antico, i greci antichi dicevano che probabilmente derivava

dal troiano, i troiani dicevano che l'avevano imparata

da uno

di

Massa e Cozzile. Comunque "organolettico" vuoI dire, allincirca,

"leggere con gli organi" che in questo caso sono: la vista, il tatto,

con boccoli, (il colore non importa che ve lo dica io, lo vedrete da voi). La quantità: scarsa, poca, media, folta, abbondante e abbon- dante e decorrente (decorrente lungo le cosce: sono le più volut- tuose). C' é anche un' altra scala di valori per misurare la quantità

di pelo

ed è il "pacco". Si parte da: una scatolina, un pacchetto, un

pacco, un bel pacco, due pacchi, tre pacchi (equivalente di abbon- dante e decorrente).

Al tatto i peli possono essere: ispidi (mai ruvidi), lisci, mor- bidi, molto morbidi, setosi, lanosi, stopposi. la passera al tatto può risultare: secca, semi secca, umidiccia, umida, bagnata, sugosa, brodo sa, brodosissima, vischiosa. Di temperatura può essere: tie- pida, caldina, calda, molto calda, bollente, che sfrigola.

Per quanto riguarda l'olfatto

è bene sapere

che gli odori

si

dividono in due categorie: i profumi ed i puzzi. Entrambe le cate- gorie hanno un' infinità di odori e di sfumature diverse. Pertanto io qui segnalerò solo la scala di quantità.

Così avremo un odore tenue, delicato,

intenso, molto inten-

so, esagerato,

troppo. Anche per il gusto

la gamma

dei sapori

è

vastissima, e, come per i profumi, vi esporrò la scala delle quanti- tà. Si parte da sciapita, così così, sapida, saporita, gustosa, succu- lenta, da urlo.

Lascerò a voi la scoperta, caso per caso, del tipo di odore e di sapore. lo vi darò solo delle indicazioni generali divise in fasce di

età, e partirò dai 18 anni, età adulta, per moti vi della legge).

penali (nel senso

l'olfatto

ed il gusto.

 

Voi mi direte:

- Ma come

fai a sapere

tutte queste

cose? -

Le so perché le ho imparate!

Un po' dal barbiere,

un po'

gi-

rando il mondo, un po' le ho studiate, bar: università della vita.

ma tante le ho imparate

al

Nell'

esame visivo guarderemo

la lucentezza

del pelo: opa-

 

co, semilucido,

lucido, brillante,

sfolgorante.

Il tipo

di pelo:

lun-

go e liscio,

a spire larghe,

medie,

piccole,

a riccio lini, a riccioli

 

20

21

....

DAI 18 AI 25 ANNI

Es~ivo:

pelo sfolgorante

o brillante

al primo colpo d'

occhio. Da folto ad abbondante,

oppure

da un pacco

ad

un bel

pacco, con spire a ricciolini pregevole fattura.

fino a spire medie e mediolarghe

di

Esame

tattile:

peli in qualche caso ispidi ma docili, poi ten-

dono al morbido

o al liscio

e sono una festa per le mani. All'

inter-

a sugo sa, da calda fino a bollente.

A volte sfrigola.

no è da umida

Esame

olfattivo:

odore

da tenue o delicato

fino a intenso,

ampio e persistente. Al primo impatto prevalenza di fiori di cam-

po, poi quelli da giardino. Si sentono i fiordalisi, gli anemoni, le mammole; poi è la rosa, il glicine e la mimosa. Verso l'età più alta

il profumo

si fa composito:

spiccano

il fiore di pesco,

di melo

e la

vaniglia. Eccezionalmente, ma non per questo meno gradito, un

lievissimo sentore di gamberetto appena pescato.

Esame

gustativo:

da sapida

o saporita

fino a gustosa

con

l'età più alta. Grande estenzione di gusti vellutati e suadenti. All' inizio il dolce e lo speziato si fondono in un delicato equi- 1ibrio. Si parte con i crackers appena sfornati, ai vulavant, le tarti-

ne primavera e, passando attraverso l'insalata infine al tortellino in brodo.

russa, si approda

Ma tanti altri gusti sono da scoprire:

il risotti no sulle tinche,

la frittata di zucchini

con l' insalatina

di campo, la scaloppina

al

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limone con patatine novelle e, sul finire, la scagliettina glano.

di parrni-

A questo punto, in un vortice dolce di gioventù, fanno il loro

ingresso il bombolone

alla crema, la bigné allo zabaione,

la me-

ringa, ed infine un bel babà al rum.

Poi fa capolino

un sapore

di frutta matura

appena colta: la

pesca gialla, l' albicocca,

l'ananas.

A seguire le more selvatiche,

i lamponi ed il fico. Ma uno su tutti, netto e lungamente persisten- te: la fragolina di bosco con la panna.

Da abbinarsi

con vini bianchi giovani, beverini, freschi,

fruttati, di medio corpo. Eccellenti gli spumanti metodo classico.

Per il dolce vini leggeri da dessert: moscati o malvasie.

23

 

salmastro

delle onde che frangono

sugli

scogli

in un giorno

di

libeccio.

 
 

Piano, piano, si fanno strada profumi

morbidi

di anice

e va-

 

niglia, per poi cedere alle confetture fichi.

di albicocche,

di ciliege,

di

DAI 26 AI 40 ANNI

 

Esame

gustativo:

da gustosa a succulenta

con punte da urlo.

 

E'

il trionfo dei sapori, l' apoteosi

dei gusti, la sublimazione

dell'

Esame

visivo: una gioia per gli occhi, l' impatto è splendido!

Pelo da lucente a sfavillante,

da folto ad abbondante

fino ad arri-

vare, commossi, ad abbondante e decorrente. Oppure, sempre com- mossi, da un bel pacco a tre pacchi. Peli lunghi e lisci, spesso a spire larghe o medie fino ad arri- vare a quelli riccioluti e riccioluti con boccoli.

Esame

tattile:

mai ispidi, i peli raggiungono

qui il massimo

della vitalità

e della fierezza.

Al tatto

si fanno

docili

e morbidi,

spesso setosi.

Giocano fingendosi sottomessi e vinti, per poi ri-

tornare ribelli e dispettosi. Allora ci sfiorano vaghe reminescenze infantili: le carezze al micino, 1'erba verde ondeggiante al vento di marzo, i giochini ai

dottori con la cugina. E' il fremito fuggente della vita.

Intimamente

è da sugo sa a brodosissima,

sempre

calda o in

bollore fino ad ardente.

Esame

olfattivo:

eccezionale

gamma

di profumi

intensi e

lungamente persistenti. Al primo approccio domina incontrastato

quello di fragola matura, mai troppo. A seguire i fiori di arancio,

di bergamotto,

di cedro. Si fanno strada la rosa, il gelsomino

ed il

giglio.

Emergono

poi profumi

compositi

di macchia

mediterranea

del tratto Quercianella - Castiglioncello. Il corbezzolo, la gine-

stra, il ginepro,

l'erica,

la stipa,

si fondono

mirabilmente

col

io. Appena percettibile, poi sempre più distinto, in un crescendo da bolero di Ravel, irrompono delicatamente, mano nella mano, il salato e lo speziato. Si comincia con la tartina alla pasta di olive, poi la focaccina con la mortadella per arrivare alla fetta di pro- sciutto senza pane. Dopo una pausa di arricchimento interiore al gusto di cipolline

bianche in agrodolce, si materializza un vago sapore di vitel tonné:

ma mai di tonno! Sale così, raffinato e suadente, il sapore di mare. Prima sfiora un cocktail di gamberetti in salsa rosa, poi accarezza un su ghetto di vongole e salta sugli spaghetti agli scampi, infine,

se é da urlo,

si tuffa in sua maestà

il cacciucco

alla livornese.

Un gusto di sorbetto alla fragola prepara la bocca a sapori più dolci. Spunta, prima discreta, poi imperiosa, la confettura di cilie- ge "Bella Pistoia" e, mali arda, si unisce alla confettura di fichi, sempre presente. Entrambe, avvinte in un vortice di dolcezza, approdano in grembo alla gelatina di more. Ma principessa intri-

gante, regina superba, sovrana incontrastata

è la salsa

di fragole

con sottofondo di uva sultanina. Piano, piano, si fanno strada sensazioni meno dolci, ma non

per questo meno ricche, di pasticceria secca e dolci regionali. Pri-

ma le linguine di gatto, i savoiardi, i cantuccini

di Prato.

Poi

i

dolci più grandi: il pandoro di Verona, il panforte di Siena ed il buccellato di Lucca.

Vini consigliati: prima vini bianchi leggeri, freschi e fruttati, poi bianchi di buon corpo, profumo intenso e persistente (sul cacciucco è d'obbligo un rosso della costa), o spumanti metodo classico. Per la pasticceria vini da dessert di buon corpo, profumo intenso e persistente, abbastanza alcolici.

DAI 41 AI 55 ANNI

Esame

visivo: pelo bello e compatto, lucido con riflessi can-

gianti. Da folto ad abbondante

e decorrente,

o da

un bel pacco

a

tre pacchi. Si presenta solitamente

a spire medie o larghe con ten-

denza a divenire molto larghe o lisce. Da contemplazione.

Esame

tattile:

i peli sono da morbidi a molto morbidi o setosi.

Richiamano

alla mente sensazioni

struggenti

fino alla commo-

ZlOne.

Intimamente

da sugo sa o brodo sa, fino anche a brodosissima.

Calda o molto calda,

in alcuni

casi

è

ancora

ardente.

Col dovuto

rispetto è bene indugiare a lungo.

 

Esame

olfattivo:

Vastissima

gamma di profumi

pieni e ma-

turi. Dominano quelli della macchia maremmana

nella

zona di

Massa Marittima,

giù,

giù fino

a quelli

di Punta Ala.

Sentori

di

bacche di ginepro e di corbezzolo, poi di erica fiorita e di

sottobosco.

Ben distinto

sale dal profondo

il pino marino,

fino

a

fondersi col salmastro.

Riconosciamo, allora, delicatissimi profumi di gamberetti, soglioline e mangiatutto. Poi, nobile e soave, la fragranza delle arselline di Viareggio. Pian piano i profumi di mare si attenuano ed emergono pro- fumi dolci e fruttati: l'albicocca, la pera, e, ovviamente, i fichi. A questi si sostituiscono lentamente odori di fiori: la mimosa, il ge- ranio, la rosa, la camomilla. Da ultimo, inebriante e sensuale, quello del ponche al mandarino.

26

 

Esame

gustativo:

sapido, gustoso o succulento. Qualche volta

ancora da urlo.

All' inizio sentiamo le tartine ai gamberetti,

al caviale,

al sal-

mone.

Poi il sapore

si fa più intenso:

in un crescendo

tumultuoso

da cavalcata delle Valchirie, passiamo dalle alici al limone, al polpo lesso. Ci ritroviamo immersi nel brodetto di Chioggia. Viriamo

 

decisamente

sugli spaghetti

con le cicale

e nella

zuppa di cozze,

poi ci tuffiamo nel cacciucco.

Qualche attimo di sosta anche nel

baccalà alla livornese, poi, mentre ci pervade un senso di beatitu-

dine,

via! Verso la frittura

mista dei pesciolini

di paranza.

i sapori

di mare,

Sua

maestà

l' orata al cartoccio

chiude degnamente

mentre ci sembra di udire, lontano,

la risacca.

Ad un tratto, inaspettato ma gradito, passa veloce un sapore di sorbetto al limone. Ci pulisce la bocca e la prepara ai formaggi. Riconosciamo, così, il pecorino di fossa, il provolone, poi il gusto totale del parmigiano. E' il momento della pasticceria secca, a base di mandorle e di nocciole. Spuntano i cantuccini di Prato, il torrone e gli amaretti. Chiudono, leggeri e frivoli, i brigidini di Lamporecchio. Vini consigliati: spumanti metodo classico, oppure, all' ini- zio vini bianchi leggeri, giovani, fruttati. Poi bianchi più impe- gnativi, di corpo, abbastanza alcolici. Sul cacciucco, il baccalà ed i formaggi vini rossi della costa.

Sui biscotti vini da dessert, di corpo, ben strutturati,

persistenza

gustati va.

di lunga

---

27

\

\

DAI 56 AI 65 ANNI

Esame

visivo: pelo ancora consistente,

mediamente

lucido,

con riflessi chiari. Quantità da media a folta, con spire larghe.

A

volte completamente vede che ha conosciuto

lisci. Benché abbia ancora il suo fascino, tempi migliori.

si

Esame

tattile:

peli da morbidi a molto morbidi, fino a lano-

si. Quache

volta

ancora

bagnata

o umida,

con

tendenza

all'

umidiccio.

Da calda a tiepida. Se ben valorizzata,

rifiorisce festo-

samente. Da meditazione.

 

Esame olfattivo:

predominano

odori

forti

ma

di media

persistenza, intervallati da altri tenui o appena percettibili. Al profumo salmastro, netto e pulito, di mare aperto, si alter- na quello del porto. Più che il gamberetto si sente la triglia, l' anguilla o, in qualche caso, il grongo. Poi si attenua per lasciare un vago sentore di sottoscala, da dove esce, rapidissimo e fugace, un profumo di mortadella.

Ora è la volta del sottobosco

di latifoglie, che precede intensi

profumi di pecorino di media stagionatura. Apprezzabili i profu- mi dolci delle mele cotte e della marmellata di prugne.

Infine, tenue e discreto, quello di caffé d'orzo.

un odore di piedi puliti

si fonde con

Esame gustativo: da molto sapida a così, così, fino a sciapita.

28

Ed è proprio all'inizio che è sciapita. Poi comincia a venir fuori

un sapore di anguille marinate e pesciolini

al carpione.

Sale pre-

potente un sapore di sarde alla brace. Di colpo

Una breve attesa e spunta

un lieve sapore

più nulla.

di cozze. All'

im-

provviso esplodono in tutta la loro fragranza le farfalle alla bottarga

di tonno. Sono tutti sapori

forti, di quelli che vogliono

vederti in

faccia! Poi di nuovo più nulla. Aspetto.

Frugando,

trovo un sapore

composito che, lì per lì, non riesco ad analizzare. Mi impegno, ce

la metto tutta! Alla fine ci riesco:

sono il gusto delle

anguille ma-

rinate che, insieme a quello delle sarde alla brace e delle farfalle

con la bottarga, si sono fusi con la parmigiana di melanzane ed il risotto al tartufo.

Ancora più nulla. Meno male, mi riposo un po'! Allora, chis- sà perché, mi viene in mente quella volta che di notte forai un gomma. E pioveva.

Ma

un

sapore

di

caciotta

abruzzese

di

prima

della

transumanza,

mi riporta

alla realtà.

Impetuosamente

irrompe

il

pecorino

sardo stagionato,

poi

è la

volta

delle

olive nere in sala-

moia, con aglietto e peperoncino. Sono spossato, mi chiedo quan- do arriverà il dolce. Ma c'è ancora un sapore complesso di trippa alla fiorentina. Ritorna un po' di pecorino e, finalmente, là in fon- do, il dolce moderato di un biscottino all' anice. Uno solo!

Vini consigliati:

bianchi e poi rossi di grande, grande struttu-

ra. Aiutatemi

a dire grande.

--

29

DAI 66 AI 75 ANNI

Esame

visivo:

pelo rado e poco consistente,

da moderata-

mente

lucido a opaco, con riflessi

sbiaditi.

Spire larghe o inesi-

stenti. Aspetto generale: così, così.

Esame tattile: peli morbidi, lanosi con scarsa vitalità. Quasi

sempre con stizze, se prendono

una brutta piega la mantengono.

Intimamente

è umidiccia

o poco

umida,

tendente

al secco.

Tiepidina. Più che da meditazione

è da ripensamento.

Esame

olfattivo:

odori

decisi

o forti,

con lunghi

intervalli

tenui e di nuovo forti. All'inizio

sa

di tappo.

Poi prevale

il

sottoscala,

giù, giù, fino alla cantina,

con sentori di chiuso.

All'improvviso

sale un refolo d'acciuga,

poi di acciughe,

poi di tante, tante, acciughe. E scompare. Resta però un ché di wrtistell che vira verso la pizza marghe-

rita. Di nuovo

sparisce tutto. Si aspetta.

Piano, piano,

con un ru-

more sordo, si sente arrivare il pecorino. Ma più che di pecorino,

sa di pastore che ha fatto il pecorino dopo la transumanza.

E'

un'

esperienza anche questa! L'odore affievolisce fino a sparire.

 

Ora

sa di nuovo

di tappo,

poi di sottoscala

e di cantina.

Il

ciclo ricomincia da capo, ma a me basta così.

 

Esame

gustativo:da

così, così, a insomma!

Con punte da

troppo sapide a piccanti-speziate to.

e più che da urlo sono da lamen-

30

Dopo un giusto periodo di ossigenazione

(come

si fa con

i

vini invecchiati),

con prudenza,

si inizia l'esame.

Il primo sapore

è di detersivo.

Col passare

dei secondi svanisce

e resta quello

di

lavandino pulito. Finalmente arriva, scontato, quello di sarde alla brace ma col

ripieno di capperi.

Il tutto

si attenua

e resta

un forte sapore

di

ribollita. Poi più nulla. O meglio, riaffiora il detersivo,

delicatis-

SImo.

E' la volta del pecorino sardo, di lunga stagionatura direi. Ad

un certo punto

svanisce.

Passa del tempo.

Ora sento

un vago

sa-

pore composito.

Aumenta.

E'

un gusto

molto

complesso

e così

intenso che mi sembra di sentirlo anche con l'udito.

Che sarà?

 

Poi, finalmente, è tutto chiaro. Sono le sarde alla brace ripie-

ne di capperi,

messe nella ribollita,

con il pecorino

sardo grattu-

giato sopra, il tutto dentro il lavandino.

 

Meraviglie

Lentamente

della passera! tutto svanisce. Aspetto

il dolce,

uno qualsiasi.

Anche un biscottino

solo. Ma non c'è.

Vini da abbinare:

difficile dirlo. Forse la varichina.

31

OLTRE I 76 ANNI

Meglio non lo sapere.

Infine ai più golosi voglio insegnare veneta:

una antichissima

ricetta

E la mona dele galine

la se magna

con il pan,

mentre quela dele bambine

la se leca

pian,

pian.

Un'insalata

di peli de'mona,

con contorno di peli d' osei, e per farIa ancora più barra,

du' ciuffeti

di peli del cuI.

32

--

IL PELO

33

-

"La passera vista da vicino" - disegno a china - Collezione privata

34

IL PELO

-

Tira

di più

un pelo

di passera

che una coppia

di buoi!

-

Disse Archimede, che immerso nell'acqua della vasca da bagno,

si accorse di galleggiare.

- Noi

si sapeva

già! - Risposero

i suoi allievi.

Questo grande principio di fisica elementare, vero motore

del mondo, spiega l'importanza che ha il pelo della passera.

Pelo e passera.

Mai in natura, fra le cose goderecce,

s'è tro-

vato un binomio più azzeccato. Immaginate che tragedia sarebbe

stata se invece del pelo avesse avuto le penne o le squame. Inve-

ce, per nostra fortuna,

cià il pelo.

L'uomo

ha provato a ricreare dei binomi goderecci

che han-

no anche avuto un discreto successo: salcicce e fagioli, prosciutto e melone, crema e cioccolato. Ma restano dei binomi legati a mo- menti della giornata o addirittura stagionali. Pelo e passera, inve-

ce, è ognitempo,

eterno e indivisibile.

"Chi dice pelo dice passera":

è impossibile

nominare

l'uno

senza pensare all'altra. Nessuno è mai riuscito, neanche nella pro- paganda, a fare uno slogan migliore. Mussolini, che capiva l'im- portanza della propaganda, provò a fare qualcosa di simile che

fosse utile al regime.

Dopo mesi di riunioni con i gerarchi venne

fuori un "CHI DICE FANTERIA DICE POPOLO". Ma non era

la stessa cosa, ed ebbe scarso successo.

Ma quanto pelo deve avere la passera? Tutto il suo pelo natu-

rale: un bel pacco. Normalmente

una passera

cià un bel pacco

di

peli. Più pelo cianno e meglio è. E' il pelo che fa la passera e

35

trovare una passera con poco pelo è come mangiare gusta di meno, molto di meno.

in piedi:

si

E che

il pelo

è importante

lo si capisce anche dall'impegno

con cui pittori, poeti e narratori

ne

hanno esaltato

il colore

o i

riccioli. Un esempio fra tutti la poesia di un barbiere del Cintolese.

L'opera,

della quale ho avuto una copia, si intitola:

 

Ode al pelo ricciolino

Oh! Bel pelo riccioli no Che nascondi quel taglino!

Sia tu biondo,

moro o rosso

lo ti frugo

a più non posso,

Per cercare quel bel buco Spesso fatto a mo' d'imbuto.

E quando alfine l'ho trovato, Fra quel pelo un po' arruffato,

lo gli grido: - Passerina! Tu sei molto più belJjna Se ciai anche la gocciolina! -

In questa poesia struggente e di notevole spessore, si ritrova tutta la gioia di vivere del barbiere. Sublime il cambio di genere che è sempre maschile, per passare nella terzina finale al femmi-

nile, segno inconfondibile

ed inconfutabile della raggiunta matu-

rità del barbiere medesimo. A questo artista di stile leopardiano,

fa eco sullo stesso tema,

un pompiere. Un po' ermetico ma concreto nell'esposizione delle sue idee, quest'ultimo riesce a coinvolgere il lettore in un turbinio dannuziano di peli. L'alto valore dei significati intrinsechi e la

36

metrica stessa, lo collocano tra i maggiori esponenti di quella cor- rente. Con malcelato orgoglio, vi rendo partecipi di questa opera, della quale ho avuto copia autografata.

IL PELO

Pelo bello, pelo fino,

pelo liscio o ricciolino, pelo a ciocche, pelo a ciuffi,

pelo

a riccioli un po' buffi,

pelo lungo, pelo corto, pelo dritto o pelo storto, pelo crespo, pelo a stizze, pelo buono o con le bizze, pelo ovvio, pelo strano,

pelo

alto o pelo nano.

o usata

o con

il velo,

purché abbia molto pelo, San modesto e chiedo poco:

voglio solo pelo in loco, l'importante è che sia tanto e la ricopra col suo manto. Bella stretta o larga molto, purché abbia il pelo folto.

La topina

a me mi garba

quando cià dimolta barba.

Non credo che ci sarà molto da aggiungere

a questi

versi di

così folto contenuto sociogodereccio. Pertanto, proseguiamo ol- tre.

37

IL PELO IN PSICOLOGIA

Il pelo della passera ha anche interessato sociologi e psicolo- gi, che hanno studiato colore e tipo di riccioli. Ne è venuto fuori

uno studio statistico che mette in luce,

a seconda del tipo di pelo,

il carattere della donna esaminata. Infatti, in un congresso tenuto- si a Montecatini Terme, questi studiosi venuti da tutto il mondo,

chi con la moglie, chi con la fidanzata e chi con tutte e due, mise- ro a confronto le loro esperienze. Dopo molti scambi di vedute e

  • di mogli, di fidanzate un po' meno, venne fuori un documento che

riassumeva i risultati di quella ricerca. lo, che già a quell'epoca lavoravo a questo libro, ebbi la for-

tuna di partecipare, come cartellonista, all'allestimento di quel

congresso che, tra l'altro, era sponsorizzato da una ben nota casa

  • di spumante.

Provai

anche

a partecipare

alle loro riunioni,

che erano

a

porte chiuse, parlando del mio libro agli organizzatori. Lì per lì

rimasero perplessi. Poi, quando seppero che non ero sposato né fidanzato, risposero decisamente di no. A meno che non ci avessi

una sorella maggiorenne l'avevo.

e meglio ancora se maggiorata.

Non ce

- Andrebbe

bene anche una cugina.

vevo neanche quella.

- Dissero loro. Non cia-

  • - a dire

Però - mi affrettai

- ciò una

zia. - Titubarono un pò.

Poi uno di loro

disse:

  • - Vada per la zia. -

Ovviamenta

non

mi rivolsi

a nessua

zia, anche

se ne avevo

più d'una. Contattai invece una ex peripatetica in pensione, deca- na delle corpivendole valdinievoline e mia concittadina. Accettò, previo compenso, con entusiasmo. Ci presentam-

mo lustri e profumati. Lei si era anche incollata la dentiera:- Un si sa mai!- Mi disse quando andai a prenderla. Quando arrivammo presero "la zia" e l'esaminarono. Poi mi chiamarono in disparte.

-

Ma quanti anni ha sua zia?- Chiese

uno.

 

-

Una quarantina.-

Risposi io mentendo.

-

Che lavora in miniera?- Disse un'altro.

-

Perchè?- Chiesi.

-

Per essere sulla quarantina l'è parecchio sciupata: ha certe

occhiaie!

A parte

il fatto

che cià

la passera callosa, il problema

è

un altro: cià poco pelo, e quello che è rimasto è talmente logoro

che non è più classificabile.

Sembra che sia stato attaccato dalle

tignole. Purtroppo

non vi possiamo

Mi sentii gelare.

far entrare.

-

-

Però ha tanta esperienza. Ha avuto molti fidanzati. - Provai

a dire.

-

Su questo non c'è dubbio!

Si sente

anche dall'odore.

- Dis-

se uno di loro che doveva essere un po' schizzinoso. si metteva male.

La faccenda

-

saponate!

Ma io avevo

fatto

anche

il bagno!

- Dissi

deciso.

-

Tre

-

-

detto sua zia non ci inte-

ressa.

La capiamo, ma come le abbiamo -

 

Almeno fatemi sta' a vedere! Mi metto in un angolino bono. - Non volevo perdermi il Congresso.

-

e sto

-

Non si può. E' il regolamento.

Per entrare ogni uomo deve

portare almeno una donna.-

 

-

E con la passera "in buono stato"! - Sottolineò quello schiz-

ZInOso.

Dovetti rassegnarmi. Promisero comunque, forse anche per levarmi di torno, di darmi, a congresso finito, un resoconto detta- gliato delle conclusioni. Ecco dunque, riportato fedelmente, il documento con i ri- sultati di quella ricerça.

10 CONGRESSO

INTERNAZIONALE

DI PSICOLOGIA

DEl PELO.

"Dimmi

che pelo

hai e ti dirò

chi sei".

e carattere.

Correlazione

tra pelo

Questa Commissione,

visto quello che c'era da vedere, senti-

to quello che c'era

da sentire

e fatto quello

che c'era

da fare,

an-

che due volte e in varie posizioni,

conferma prima di tutto, il prin-

cipio universale che dice" Finché ha pelo, ha pane". Riguardo

alla correlazione

tra pelo e carattere

che il colore

constata del pelo, escluso quello rosso, non ha nessuna

influenza. E' invece il tipo di ricciolo che caretterizza, in senso caratteriale, il carattere del soggetto esaminato. Pertanto

 

Accerta

quanto

segue:

-

Pelo lungo, liscio o lievemente ondulato: carattere mite,

dolce, passionale. Stira bene le camicie.

-

Pelo con riccioli a larghe

spire:

carattere aperto, dolce ma

volitivo, un po' possessivo.

Buona cuoca, fa bene le frittate.

-

Pelo riccioluto: carattere brioso, estroverso, tenace. Cuci-

na così, così.

-

Pelo a riccioli

piccolissimi:

carattere

allegro,

estempora-

neo, gradisce

le sorprese

e, purtroppo,

le rifà. VuoI mangiare

al

ristorante.

-

Pelo rosso, con qualsiasi

tipo di ricciolo:

carattere capric-

cioso e vulcanico,

è sempre

disponibile.

Senz'altro

da provare.

Però non lava,

non stira e non cucina.

Quindi conclude: visto l'alto valore scientifico di tale ricerca e constatato l'entusiasmo dei partecipanti, proponiamo di orga-

nizzare al più presto un' altro congresso per ulteriori verifiche. Cogliamo altresì l'occasione, di allargare l'invito a giovani cop-

pie di parenti e amici. Certi di una vostra larga partecipazione salutiamo

con un

VIVA LA GNOCCA!

vi

La Commissione

I NEMICI

DELLA

PASSERA

I PRINCIPALI

NEMICI DELLA PASSERA

Sembrerebbe incredibile, ma anche la passera ha dei nemici.

I principali sono: i finocchi, i preti, i babbi e le tignole.

  • I finocchi per ovvii motivi: considerano le donne concorren-

ti sleali perché hanno la passera (che loro, i finocchi, chiamano con disprezzo "quell' orrida ferita"). Anche i preti per ovvii motivi, che però non sono gli stessi dei finocchi. Difatti i preti hanno sempre sostenuto che la passera

era la dimora del diavolo.

E, a dire il vero, lì dentro un po' caldino

c'è! Ma è un bel

caldino, anzi, è anche per quel bel caldino che ci

piace tanto la passera.

I preti capirono

presto che la storiella del

diavolo non intimoriva nessuno. Allora inventarono le mutande e,

con una bolla papale rimasta famosa, ordinarono che "le mutande e gli assi, sono gli ultimi a calassi". E, per secoli, sono state pro- prio le mutande il maggiore ostacolo per l'uomo.

  • I babbi, perché sono gelosi delle figlie.

Le tignole, perché sciupano i peli. C'è poi anche una situazione climatica

che è nemica

della

passera: il caldo del solleone. E' quel periodo che va dal quindici

luglio al quindici agosto. In quei giorni di calura l'aria si fa appic- cicosa, toglie il respiro e tutto s'ammoscia. Si suda anche a stare fermi ed imperversa la fiacca. Come potete immaginare, in una

situazione

di questo genere, le preferenze

vanno

a cose

più

fre-

sche, che danno sollievo. Fu in un bar nel centro di Pistoia che alcuni giovani di prova- ta dedizione alla passera, oltreché adusi al gioco ed ai bagordi, in

una notte più calda e appiccicosa del solito, dopo un lungo e ap-

passionato

dibattito,

stilarono

un elenco

delle

cose preferite

in

quella circostanza.

 

Al primo posto, all'unanimità, vinse, e con gran distacco, la

fetta di cocomero fresco. Al secondo posto arrivò la cremina

di

una famosa gelateria artigiana. AI terzo l'acqua gelida della sor-

gente di Giampierino

a Prunetta. Al quarto le panchine di marmo

delle Poste. Solo al quinto posto, staccatissima,

arrivò la passera.

Ma ovviamente

questo

è un caso limite

che ha origine

da una

situazione

anomala. In tutte le altre situazioni,

sia di luogo

che di

clima, la passera è sempre la passera.

IL LAVORO

C'è poi un nemico, questa volta dell'uomo, che però ha con- seguenze negative anche sulla passera: il lavoro, l'orrendo, trivia-

le, aberrante lavoro

(testicoli tattis). Qualsiasi

lavoro perché, sia

chiaro, non c' è un lavoro più bello di un altro. Al massimo può essere meno brutto, anzi meno peggiore. Ma più bello no! Mai! Prima di tutto perché lavorare stanca, e la stanchezza fa venire le

occhiaie; di per sé questa è già una condizione insana, sia per il corpo, che per la mente. Secondo perché ci ruba la parte migliore della vita ed il tempo per andare a passera.

Basterebbero

queste due orrende caratteristiche a farcelo odia-

re, ma purtroppo

ce ne

sono

anche

altre.

Intanto

il lavoro

turba i

rapporti con gli altri. In famiglia, per esempio, quando uno si sen- te dire:

-

Perché non ti cerchi un lavoro?

 

Ma, parca miseria!

Uno

- è lì che non fa nulla

e loro, proprio

i

parenti più stretti, lo vogliono rovinare col lavoro? Addirittura

se

lo deve anche cercare?

Passi se il lavoro gli casca addosso.

Uno è

tranquillo

al bar, arriva

un altro

e gli dice:

-

Bah! Proprio te! -

 

-

Come proprio io? - Ribatte questi.

 

-

Si! Proprio te! Cercano

uno per fare un certo lavoretto,

ed

io gli ho detto che ciandavi.

-

-

Come, ciandavo? lo sto bene qui!-

 

Ormai gli ho detto che ci andavi ed ora ci devi andare! è un lavoretto facile, facile!

-

E

poi

Ora, io sono daccordo che

nella vita non c' è nulla di difficile,

però è meglio se lo fanno gli altri! Comunque,

in questo

caso

il

lavoro ti casca addosso

e non ci puoi fare niente.

Ma che uno se lo

debba anche cercare, no! Questo è inumano! Il lavoro, intanto, non ci permette di pensare. A meno che uno

non pensi al lavoro che sta facendo. Ma quello non è pensare: uno è obbligato a pensarci! Invece il pensiero deve essere libero, quindi "pensare" è un' altra cosa.

Intanto

ci vuole l'ambiente

adatto ed il bar è il migliore.

Poi ci

comoda, di quelle con i braccioli. Ci

si sie-

vuole una poltroncina de non a busto eretto,

perché poi le pensate vengono male. Biso-

gna scivolare un po', lungo la sedia, mandando il sedere in avanti

per poter appoggiare la testa alla spalliera. Poi si distendono le gambe, in modo che appoggino mollemente sui calcagni. A questo punto ci sono due teorie. Una sotiene che le gambe devono essere leggermente allargate, l'altra, invece, che devono accavallarsi vicino ai piedi. Sono valide tutt' e due. La scelta, sem-

mai, va fatta in base a ciò che si La prima, a gambe leggermente

vuole pensare. divaricate, è sostenuta dai se-

guaci della dottrina futurista de "l'Indugio". Ha per motto "Poi si vedrà". Favorisce le pensate di cose concrete, più materiali, per

esempio, come rimandare a poi, nel "futuro", quello che dovrem- mo fare oggi.

La seconda, quella con le gambe accavallate

vicino ai piedi,

è

sostenuta

dai cultori de ''l'Abbiocco'''.

Stimola la mente a fanta-

sticare nel mondo stadi successivi,

dell' ozio, passando

dallo stato

fino al "sonno vigile". E' l'ideale

di torpore, per per le pensate

filosofiche, spirituali, tipo il sistemino con quattro doppie e una tripla, o per la tris. Naturalmente tutt' e due vanno bene anche per pensare alla passera. A questo punto, scelta la posizione che più si adatta alle nostre esigenze, accendiamo una sigaretta e socchiudiamo gli occhi. Ora possiamo pensare! Questo è pensare!

E poi, a lavorare, si diventa più brutti.

I DINTORNI

DELLA PASSERA

"Il didietro della passera"

- disegno a china - Proprietà

dell' artista

48

LE COSCE

Le cosce sono un prodigio nell' architettura della donna. Par-

tono già bene al disopra del ginocchio, proseguono meglio lungo la gamba e finiscono in modo straordinario fra i peli della passera e l'inizio delle mele. Credo che di meglio non si potesse avere e capisco come, nei secoli, sia stata dura per i preti la battaglia con- tro la topa. Le cosce sono per l'uomo come "il sabato del villaggio" per la donzelletta: il preludio a momenti di festa meritati e inebrianti. Quando le mani accarezzano quella pelle liscia e levigata, tra- smettendo al nostro cervello beatitudine e desiderio, dal più pro- fondo del nostro cuore sgorga un impeto eroico che spesso si estrin-

seca nell' inno di Mameli.

Quindi mettere le mani fra

le cosce

di

una ragazza è anche patriottico. In un paese sano le cosce dovrebbero essere un argomento giornaliero o, almeno, settimanale. Le cosce, però, sono molto apprezzate anche all' estero, ose- rei dire a livello mondiale. Gli antichi Greci eressero molti templi alle cosce. I primi, in stile dorico, avevano colonne che altro non erano se non enormi gambe con le cosce in basso ed i polpacci in alto. Nel periodo classico, quando era di moda la donna magra, snellirono le colonne e inventarono lo stile ionico.

Ma il monumento

più importante

è il colonnato

di piazza

S.

piazza delle Cosce. Progettata

Pietro, che i romani ribattezzarono dal Bernini, questa grande opera

è visitata

dai turisti

di tutto

il

mondo. E in Vaticano non si sono ancora accorti di nulla.

49

Le cosce ci sono di tutte le misure e dimensioni, perciò ognu- no ha una grande scelta. La parte migliore della coscia è, ovvia-

mente, quella

più vicina alla passera.

E'

lì che la pelle

è più liscia

e più

calda e tenerci le mani è molto gratificante.

Controindica-

zioni

non ce ne sono, per

cui

è bene tenercele

a lungo.

50

DANTE ALIGHIERI

E IL DIDIETRO

DELLA PASSERA

~ geniI/pensiero

ebbe co/u/

che con maeslr/a /nuenlò ch/appe polpose, per lo sollazzo rk k genli allrw;

Eer lo farc/gorkr

Fumane cose.

'J)/Ior bramoso /0 sempre Iw; e brancar k uo/f) /n ml/k pose! ~

Disse Dante Alighieri palpando il culo della cameriera, una giovin pulzella del Mugello. Era appena entrato in una bettola di Firenze, dove era solito andare a farsi un mezzino dopo cena.

-

Uh! Oh! Messer Dante,

le mie chiappe

lassi sta'!

che la fa? -

Disse lei con un sorrisino,

 

sculettando

col culino.

-

Ecco, è arrivato illetterato,

quello che sa tutto del creato!

-

 

Disse con rancore un contadino,

Che era

venuto a bere

un po'

di vino.

-

Il culo

è per la gente

dotta,

per

il villan fottuto c'è

la patta!

-

51

Sentenziò

fra dei bicchieri

con voce impastata,

Cecco Angiolieri!

per gustarsi un buon mezzino seduto comodo al tavolino.

 

-

Eh, no!

- Gli rispose uno stalliere,

 

Era là, seduto a un tavolino

 

che stava riempiendosi

il bicchiere,

con

un fiasco di rosso lì vicino.

 
 

-

C'è

culo e culo! E codesto

fa venì le voglie,

 
  • - Te tu la metti sempre in politica! - Gli disse Dante sedendo-

mia quello della mi' moglie,

 

si al tavolo.

- Però,

dici bene

a di' quello

che dici. Anzi, io mede-

 

simo, ti invito a dire sempre quello che

dici, acciocché

la gente

che, paragonato

sue,

sappia che quello che dici l' hai detto! -

cià un culo

che

alle chiappette sembran due! -

  • - lo dico sempre quello che

dico! - Rispose Cecco,

- se un lo

dicessi, un potrei dire che ho detto quello che ho detto! Imperoc-

-

lo, invece, un fa' tanta distinzione

 

ché dissi, dico e dirò quello

che ho da dire! Lo voi un mezzino?-

e apprezzo il culo di qualunque

dimensione ...

 
  • - Meno

male

che l'

hai detto!

- Disse Dante.

Si riempì il bic-

 

chiere, poi si alzò in piedi e, indicando favellò:

il culo della donzella, così

 

Purché di donna, è naturale,

 

~Jl cola/siffallo

derelano,

 

E quando

vedo un culo, un culetto,

o un culino,

 

alzo gioioso zf ca.bce di uino, ed anca se ora è un po' ionlano,

 

lo volete sape'? Ci faccio sempre un pensierino!

-

spero che miripassi

di wcino,

Disse uno con la barba bianca,

 

pe/

di bel nuouo brancario

con /a mano,

seduto di traverso sulla panca.

cos; come ho lallo da pachino. ~

 
 

-

Mi sembrate matti tutti quanti

 

a preferir

'l didietro

invece del davanti!

-

E Cecco disse, riempiendo il suo bicchiere:

 

- Veder passare

un culo, è sempre

un bel vedere

-

Disse scuotendo

il capo il barrocciaio.

 
 

Poi chiese ancora vino a quel vinaio.

- Ma

quale culo!?

Belli o brutti,

 

visto

-

 
 

-

Di sicuro non fu fatto quell' ambiente

perché fosse di sollazzo per la gente,

Lo interruppe che era venuto

un barrocciaio lì, da quel vinaio,

 

tant' è vero, lo sapete,

puzza assai

e

 
 

lo tocchi, l'annusi

te ne vai.

Meglio farci un bel giro intorno e se ciai le voglie infilarlo a mezzogiorno! -

Disse un calzolaio

stanco,

che per far rima s'era

appoggiato

al banco.

- San sicuro che del Maligno

in quel posto puzzolente

c'è la mano, sano!

-

e poco

Aggiunse un tizio con l'aria pensierosa credendo di aver detto una gran cosa.

- Ma quale Maligno!

Ve lo dico

io chi l'ha

Non dire bischerate. fatto, ascoltate:

solo un Angelo che amava tanto l'arte poteva fare così bene quella parte.

E quello che mi fà tanta tenerezza,

è che l'ha messo, cari messeri,

alla giusta altezza! -

Disse Cecco Angiolieri ricominciando

a bere,

e non

si sa come

stava ritto a sedere.

 

- E se poi così non

fosse,

chi se ne fatte.

Ormai il culo c'è. Usiamolo

e bonanotte!

-

Aggiunse mentre si appoggiava

al muro,

ché ritto a sedere

non si sentiva

sicuro.

~ 01a chi

s1a, chi dcuk

f ba inuenlalo,

bene f ba fallo) fueslo mi consola)

col buco in mezzo e k due cb1appe a lalo.

[) 'Ipensier

mio a fuelfinyeyno

uola,

sennò che alla fallo yoduria f auea noslra con una aueayensalo) ciuappa sola! ~

Disse Dante. E quando lui parlava, stavano tutti zitti, nessuno rifiatava.

Ma come ebbe finito quel sermone,

fra tutti que' beoni ricominciò

la confusione.

-

Volete stà zitti ebani!

 

O vi devo piglia'

a legnate su' gropponi?-

Gridò l'oste tutto inviperito, indicando il bastone con un dito.

 

-

E te, Dante,

va'

fori!

Fra tutti questi signori,

 

sei il primo sulla patta,

a fa' le discussioni sul culo e sui coglioni.

 

Sei un debosciato della prim' ora

-

~ 'ZJebosc1aloio.? [) Cecco alkra.? ~

-

Almeno lui consuma,

un bada a spese.

Un'è

come

te: lui l'è

un senese.

Ma te con un misero meZZlllO, mi tieni occupato un' ora un tavolino!

 

E poi te lo voglio

di':

un

paghi mai!

Vieni qui, bevi, ribevi,

discuti

e te ne vai! -

Dante Alighieri a quell' oste sgarbato,

con voce solenne rispose indignato:

~0) fueslo

ruello cbe uohle.?

7luele cSe è cosÌ solo cile czueslo la mellele) nella menle.?

uack là fin; Fa

l'umana

yenle.

Voinon

cafJ1le 7,uello cbe perclele)

sÙle pIÙ sordi di ruello

cbe non senle / ~

Questa storia, risalente alla fine del duecento, tra Dante, Cecco Angiolieri, l'oste e gli altri personaggi, è storia vera. Potrei portare a

testimonianza

gli avventori di una "Mescita

di vini", in Borgo

S.

Croce a Firenze, che me l' hanno raccontata. Avrete notato che la

metrica di alcune strofe discorda dalle

altre, ma

a loro,

più

che la

metrica interessava il litro. Questa storia sono in tanti a saperla e se la

tramandano con orgoglio di generazione in generazione. E' infatti la prima discussione sul didietro della passera in lingua italiana. Prima di allora queste discussioni le facevano in latino.

Cecco Angiolieri,

finito il bicchiere,

 

Fu Dante,

dunque, a inventare e diffondere a Firenze la lin-

facendo uno sforzo si alzò da sedere.

 

gua italiana. Poi, quando

i fiorentini

lo esiliarono

perché era un

 

rompicoglioni, Dante, gironzolando per paesi e città, insegnò a

-

In questa sorte ria ti son fratello,

 

tutti quelli che incotrava quella lingua, detta allora "volgare".

Fu

vengo con

te, andiamo in un bordello!

-

così

che, un po'

alla volta, si diffuse

in tutta Italia.

 
 

Celebri

e usate ancora oggi alcune geniali parole

da lui in-

-

Ecco, bravi! Andate fra la gente dotta,

 

ventate:

"potta",

"stronzo",

"bucaiolo",

"vaffanculo"

e

che noi siamo ignoranti e preferiam

la potta!

-

"tumàmaiala"(cfr.

F. De Sanctis: Dante? O chi è!). Va notato, poi,

 

che Dante, essendo un poeta, parlava in rima. E in rima parlarono

Concluse

con un ghigno il contadino,

 

tutti quelli che impararono la lingua da lui. Allora Dante e gli altri

che avea bevuto ancora di quel vino.

dotti, quando volevano "distinguersi",

parlavano

in prosa.

 

Parlare

in rima era, però, oltremodo

difficile. Pochi erano

Allora Cecco, sorretto da Dante,

 

quelli che avevano un po' d'istruzione. Di conseguenza quando

disse a quell' uomo, con voce tonante:

uno si rivolgeva ad un

altro in rima, capitava che l'altro,

sul mo-

 

nento, la rima non la trovasse. Accadeva così che un discorso du-

-

S'i'

fosse foco, ardere'

il mondo;

 

rasse anche delle ore, o dei giorni. D'altra parte se uno sbagliava

s'i' fosse vento, lo tempesterei;

 

la rima, il primo si poteva anche offendere. Allora, se erano nobili

s'i'

fosse acqua, i' l'annegherei;

o ricchi, la cosa finiva a spadate, se erano modesti commercianti

s'i'

fosse Dio, mandereil'

nel profondo;

 

o artigiani facevano a coltellate, e se invece erano dei poveracci si

s'i'

fosse

papa

-

prendevano a calci nel culo. Fu chiaro che le cose non potevano andare avanti così.

-

Ve l' ho già detto, brutti caproni,

 

Un giorno

un tizio,

di cui non si ricorda

il nome, disse:

fori

di qua, via da'

coglioni!

-

- Ma

chi ce lo fa fare?

- E da allora

parlarono

tutti in

prosa.

 

Ma ora torniamo al dietro della passera. E' chiaro che se la passe-

U rIò l'oste col bastone in mano,

 

ra è davanti,

vuoI dire che

c'è

anche un dietro.

E

il dietro

della

mentre quei due fuggivano lontano.

passera è il culo. Meglio di così non ci poteva andare!

 

IL CULO

Il culo è composto da due protuberanze più o meno polpose,

affiancate l' una all' altra in senso orizzontale

(mai viste una sopra

e una sotto) sono

che si chiamano

chiappe o mele. Le chiappe, o mele,

due.

lo

non

ho mai

visto

un culo con una chiappa

sempre sola, e nemmeno

con tre. Siccome

non l'ha mai visto neanche

il

mio barbiere, col quale ne ho discusso, credo che non l'abbia mai visto nessuno. Le chiappe, o mele, sono separete da un solco chia- mato "risegola". Nella risegola, un po' in basso, c'è un buco (buco

del -».

Quindi l'insieme

di chiappe,

risegola

e buco si chiama

culo.

A che

cosa serve

il culo?

E

qui

parlo

del culo in generale:

maschile e femminile. A tante cose. Intanto a sederci sopra: pol-

poso com' è ci si sta abbastanza comodi. Poi ha una funzione più o meno giornaliera che tutti noi sappiamo, ma che per ora non c'

interessa. Forse neanche dopo. Quello che invece c'interessa

è l'

aspetto erotico e quindi, d'ora in poi, parlerò solo del culo femmi- nile.

Non si sa, con sicurezza,

chi fu il primo

uomo che

si voltò

a

guardare un culo, anche se questo tema è stato ampiamente

dibat-

tuto tra storici, antiquari e barbieri. -

- Però!

Sicuramente

l'uomo

disse:

Perché sì, signori miei, il culo ha sempre avuto il suo fascino.

Difatti per secoli l'uomo

ha cercato di catalogare

il culo per

for-

ma, consistenza e carica erotica. E, come si è visto prima

con

Dante, la bettola, l'osteria

e poi il bar, insieme

ai negozi

dei bar-

59

bieri, sono stati i luoghi privilegiati per queste discussioni.

peggiare. Voi avvolgete gli spaghetti e loro imprigionano un bel

 

Senza addentrarmi

troppo nei particolari,

ché ci vorrebbe un

gamberetto rosatello. Avete l'acquolina in bocca e gli occhi sgra-

libro a parte, vi riassumerò i pricipali termini per descrivere e

nati, fissi nel piatto.

catalogare

un culo. Il primo è l'aspetto

visi vo, che

si coglie a col-

Intanto le mani, che palpeggiano

quelle belle chiappette,

si

po d'occhio

quando te lo vedi passare davanti, o, magari,

ti volti

fanno più audaci, vogliono di più. E la forchetta

comincia

a rote-

a guardarlo.

Essi sono: ritto, a mandolino,

a sposa, a vedova,

un

are più velocemente.

Prende altri spaghetti ed una cozza, una pol-

poema (la "tale" cià un culo che è un poema), monumentale o

pa di polpo

e due telline.

La bocca si schiude

e le labbra comin-

solenne, artigianale, su misura, abbottonato (quando ha la risego- la stretta). Il secondo aspetto è tattile, per cui può essere:duro, sodo, zeppo, polposo, pastoso, frollo.

Anche il culo può dire molto sul suo carattere

per cui si può

definire, a seconda dei casi, chiaccherino o che parla, dispettoso, impegnativo (quando per forma, struttura e carica erotica, mette-

rebbe a dura prova il "fortunato"). A questo punto lascio a voi ed

alla vostra colta fantasia,

la ricerca di altri termini

che, di volta

in

volta, meglio descriveranno il culo che starete esaminando. Un aspetto importante del culo è il suo movimento. General- mente è a pendolo ed è sincronizzato con il movimento della don- na. Ma ci sono dei culi che hanno il movimento indipendente e sono i migliori. Essi hanno una vita propria (motu proprio) e si muovono sempre. Alcuni di loro hanno, a sinistra o a destra, un movimento più accentuato, detto asincrono, mediante il quale

vanno ad accarezzare la mano di chi gli è vicino. Inutile dirvi che questi culi sono vere prelibatezze. Vi sarete anche accorti che quando abbracciate, a culo fermo, la vostra ragazza, o la ragazza di qualcun altro non fa differenza, ad un certo punto le vostre mani cominciano a scendere giù, giù, dalla schiena al culo (com'è giusto che sia, s'intende!). Comin-

ciate a sfiorarlo

con

le dita, poi

con le mani

e quindi

ad

accarez-

zarlo dolcemente. E' un po' come quando avete fame e siete da-

vanti

ad un bel piatto di spaghetti allo scoglio. Che cosa fate?

Prendete la forchetta e cominciate ad avvolgere, piano piano, i

primi spaghetti. Loro si avvolgono

e voi notate che imprigionano

una vongola verace bella cicciuta. E così vi aumenta l'appetito.

Qualcosa

di simile accade mentre accarezzate

quel culo. Più

le mani lo accarezzano e più si fanno bramose, cominciano a pal-

60

ciano a prendere la forma ad imbuto. Le mani, nel frattempo, agguantano con bramosia le mele. Le dita che imprigionano quelle belle polpe, ormai, sono spregiu-

dicate. Ora la forchetta è quasi carica, prende ancora qualche spa-

ghetto ed uno scampo, imbuto!

la bocca si apre: le labbra hanno fatto l'

Ora non palpeggiate

più, ora agguantate!

Anzi no, brancate

le mele! Sì, brancate quelle chiappe polpose! La forchetta è piena

e la bocca aperta. Date un morso ad una chiappa ed agguantate

gli

spaghetti, avvolgete una mela e poi date un altro morso ad un

polpo mentre tastate uno scampo! Ora spaghettate le mani pie-

ne di chiappe ed inforchettate la bocca con le vongole,

mentre palpate gli scampi, poi gamberate

le mele,

abboccate gli spaghetti, roteate il polpo, e, fi-

nalmente, inchiappettate

il trionfo, l'apoteosi ...

una cozza! E'

il d e l i ri o !

Forse

mi sono

culo mi s'intenerisce

un po'

lasciato

il cuore.

andare, ma quando parlo del

61

ALESSANDRO

VOLTA

ELAPILA

Ma perché le mani sono sempre attratte dai culi? Perché, no- nostante le nostra più ferrea volontà, quando un bel culo ci passa vicino la nostra mano gli da una palpatina? L'aspetto erotico che

il culo ha di per sé non basta a giustificare questo comportamen- to, anche perché spesso è capitato a persone al di là di ogni so- spetto, tipo geometri, calzolai, tipografi e anche preti, di essere colte in flagrante. Di tutto questo, ne ho ampiamente parlato con il mio elet- trauto di fiducia. Ne è venuta fuori una teoria scientifica, da parte

dell' elettrauto,

che io vi riporto

pari pari. le due mele si strofinano l'una

Quando una donna cammina,

con l'altra. Si crea, quindi, un campo elettrico

che in pratica fa da

magnete ed attira le mani. Ne consegue che, specialmente nei luo- ghi molto affollati, dove le persone sono più vicine, i culi femmi- nili, più polposi di quelli maschili e quindi più carichi elettrica- mente, attirano le mani degli uomini. Si verificano così quei pal-

peggiamenti,

del tutto involontari,

che ben conosciamo.

Strabiliato da tanta scienza, mi sono proposto di verificare di

persona la fondatezza

di questa teoria. Sono andato alla bibliote-

ca comunale

ed ho cominciato

la ricerca.

Ho scoperto

così che un certo Volta Alessandro,

Volta, nato a Como

nel

meglio co- 1745, studiò a

nosciuto come Alessandro

fondo questo fenomeno anche dal punto di vista scientifico. Dopo molti anni di palpeggiamenti (strano non sia nato a Massa e Coz- zile) e sperimentazioni, riuscì a costruire la prima pila che in se-

62

guito verrà definita "elettrica".

lo non lo so, ed il libro non lo dice,

se la fece a forma di culo. Fatto sta

che la pila funzionò e lui prese

la "scossa". Questa "scossa" lui la chiamò "corrente" perché, per

portarla da un posto all' altro, la doveva far "correre"

su dei fili.

 

Si accorse, così, che la "corrente"

poteva andare sia in salita

che in

discesa, a seconda se i fili andavano verso l'alto

o verso

il

basso.

Non solo, si accorse

anche che la "corrente"

andava alla

stessa velocità sia in curva

che sui dirizzoni.

Stupito da quanto

scoperto, associò i due fenomeni, cioé l'attrazione

che

 
 

femminile per le

mani con la forza

che ha la corrente

ha il culo quando si

piglia la scossa, e formulò la prima legge di fisica elettronica che dice: "Contro il culo e la corrente non c'è forza competente".

Se la legge fu chiara, più complicato è stato, in seguito, mi-

surare questa corrente. I soliti sapientoni

hanno inventato le volt e

le ampere e così, noi profani, non ci capiamo

nulla. Era più sem-

plice se si poteva misurare

in centimetri,

come

Volta fu orgoglioso

si fa col culo.

Comunque Alessandro

di quanto scoper-

to, e lo raccontò al bar. Ovviamente nessuno capì di cosa si tratta-

va e lo presero modo:

in giro. Il barista,

addirittura,

l'apostrofò

in malo

  • - Ti levi di torno, maiale! Trovati

un lavoro serio!

-

Un uomo triste che era lì, appoggiato chiere di vino, chiese al barista:

al banco

a bere

un

bic-

  • - O che lavoro fa? - Il barista, riempiendogli chiere, rispose:

di nuovo il bic-

  • - Va in giro a toccare

il culo alle donne.

-

  • - Mica male!

- Disse l'uomo

triste bevendo

un sorso,

-

.io

faccio il carbonaio

E l'uomo

- triste diventò ancora più triste.

Anche il babbo di Alessandro

Volta, quando seppe di quelle

ricerche e della pila, mogio mogio e rassegnato,

disse:

  • - Speriamo almeno che faccia l'elettricista.-

Invece la su' mamma, piagnucolando,

mormorò:

  • - A me mi basta che si sposi.-

63

LARISEGOLA

Se le mele sono importanti,

altrettanto si può dire della rise-

gola. E' la risegola

che divide e distanzia le mele. Due chiappe,

per quanto belle, non farebbero un culo se nel mezzo non ci fosse

una bella risegola

che le distanzia

e le valorizza.

D'altra

parte

anche una risegola

senza due mele intorno non avrebbe

e la risegola

si completano

senso.

a

Pertanto

le chiappe

e si valorizzano

vicenda.

Noi sappiamo, per esempio, che nella scultura, una statua,

qualsiasi cosa rappresenti,

avrà sempre

dei pieni

e dei

vuoti.

In

architettura affinché ci sia armonia, i volumi di un

palazzo do-

vranno essere compensati proporzionalmente da un vuoto intor-

Così una facciata

di quel palazzo

no, magari sfruttato avrà delle rientranze

a parco. o delle sporgenze,

finestre o terrazzi, a mo-

vimentare la superficie.

Anche in un paesaggio le colline o le montagne, alternandosi a valli e pianure, si valorizzeranno fra loro creando un ambiente armonioso. Lo stesso vale per un culo. La sporgenza delle mele deve valorizzarsi con un adeguato spazio fra di loro, costituito dalla risegola stessa.

Certo non tutte le mele sono uguali. E nemmeno

le risegole.

Per cui la varietà dei culi è infinita, oltretutto le dimensioni

di uno

stesso culo variano nel tempo. Ma in quei casi è facile verificare se una statua, un palazzo od un paesaggio sono equilibrati e quindi armonici. Senza stare a fare delle misurazioni, spesso complicate o impossibili senza stru-

64

menti si precisione, basta applicare ad occhio una famosa legge di fisica basilare che dice:"poggio e buca fan pari". Per un culo, invece, questa legge non è applicabile,

a meno

che uno non abbia l'occhio molto allenato. Difatti il volume delle

chiappe è sicuramente più grande del vuoto della risegola. Nono-

stante questo, anzi, proprio per questo, il culo è bello così.

Quindi fra le due chiappe e la loro distanza

ci deve essere un

certo rapporto che, per essere armonico, sarà costante qualsiasi dimensione avrà il culo in oggetto. Per conoscere questo rapporto bisogna fare qualche calcolo. Ad essere sincero a me la matematica e la geometria non sono mai piaciute, e credo neanche a voi. Non so, per esempio, perché s'è studiato il Teorema di Pitagora. Non mi è mai servito, neanche quando sono andato all' estero. Ma qui bisogna fare un sacrificio ed io cercherò di semplificare il tutto, aiutandovi anche con dei disegni. Vediamo com' è rappresentata la sezione di un culo con la sua risegola (Fig. 1)

chiappa

~(

risegola

Tl

Fig. l

chiappa

\~

Per fare bene il calcolo bisogna

punto della sua massima

sporgenza.

usere la sezione

del culo nel

Problema:

dato un culo composto

da due chiappe di diame-

tro d, trovare il rapporto armonico esistente tra le due chiappe e la

risegola.

 

"

A questo punto bisogna misurare la larghezza nel punto mas-

simo di una delle due mele teoriche e avremo, così il diametro

di

quella mela. Ora lo divideremo

per 2 e otterremo

il raggio.

 

Usando

la geometria,

disegneremo

col compasso

la sezione

di quel culo rappresentato da due semicerchi uniti nel punto u.

Poi troveremo l'apice della risegola inscri vendo i due semicerchi

65

in un rettangolo

avente per base la somma dei diametri

dI

e d2,

 

per altezza la massima

sporgenza

dei due semicerchi

(Fig. 2):

Fig.

2

Se ora facciamo

ruotare uno dei due semicerchi

nel punto

u

fino a far combaciare

i due diametri,

avremo

ottenuto

un culo

tutto tondo, o meglio, un cerchio inscritto in un quadrato FigA):

a (Fig. 3 e

Fig.

3

A questo punto per trovare il famoso rapporto armonico tra chiappe e risegola, dobbiamo abbandonare la geometria per la matematica. Infatti una dimostrazione geometrica del problema è impossibile, in quanto dovremmo dimostrare la quadratura del culo, in questo caso del cerchio. Sappiamo benissimo che già gli

antichi filosofi greci, capeggiati da un barbiere, si erano posti que-

sto problema. Lo studiarono tizio che disse loro:

a lungo finché

non passò

di

un

- La quadratura

del culo? Mai

vista. Se ve lo dico io, credete-