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Presentazione

Nel mondo che conosciamo lidea di futuro ipotecata dalle carenze e dalle paure del presente. Sul futuro proiettiamo speranze di riscatto e attese di progresso; dal futuro temiamo qualche apocalisse. Forse, per, esiste un modo meno pregiudicato di guardare al tempo che verr, liberandolo dai tanti chiaroscuri che finora si sono rivelati solo dei gravami, senza propiziare o sventare alcunch. Dopo tutto, il mito del futuro speculare a quello delle origini. Da antropologo, Marc Aug ha dimestichezza con una pluralit di luoghi e di tempi, e proprio per questo sa riconoscere i nonluoghi e il nontempo che ogni giorno attraversiamo. Chi, come lui, abituato a confrontarsi sia con la pienezza sia con la bassa intensit di senso, ragiona sul futuro da una prospettiva diversa: leccesso di visione, di rappresentazioni precostituite che impedisce di concepire il cambiamento a partire dallesperienza storica concreta. Con un vero colpo dala, Aug coniuga scienza e futuro, ossia rimette in onore laspetto della scienza che pi si discosta dalla tracotanza e dalla dismisura, e dai loro guasti planetari. Solo la sistematica messa in dubbio delle nozioni di certezza, verit e totalit permette infatti di rompere il cerchio magico che appiattisce lavvenire su un eterno, allucinato presente.

Marc Aug, tra i maggiori africanisti dei nostri tempi, negli ultimi ventanni diventato una figura di riferimento anche per unantropologia della tarda modernit. Tra i libri tradotti in italiano: Un etnologo nel metr (1992), Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernit (1993), Il dio oggetto (2002), Poteri di vita, poteri di morte. Introduzione a unantropologia della repressione (2003), Il metr rivisitato (2009), Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al nontempo (2009), Per unantropologia della mobilit (2010) e Diario di un senza fissa dimora. Etnofiction (2011). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato: Disneyland e altri nonluoghi (1999), Il senso degli altri. Attualit dellantropologia (2000), Finzioni di fine secolo, seguito da Che cosa succede? (2001), Genio del paganesimo (2002), Diario di guerra (2002), Rovine e macerie. Il senso del tempo (2004), La madre di Arthur (2005), Il mestiere dellantropologo (2007), Casablanca (2008), Il bello della bicicletta (2009) e Straniero a me stesso. Tutte le mie vite di etnologo (2011).

Bisogna rivolgerci al futuro senza proiettarvi le nostre illusioni, dar vita a ipotesi per testarne la validit, imparare a spostare progressivamente e prudentemente le frontiere dellignoto: questo che ci insegna la scienza, questo che ogni programma educativo dovrebbe promuovere e che dovrebbe ispirare qualsiasi riflessione politica.

Il futuro il tempo di una coniugazione, il tempo pi concreto della coniugazione, se vero che il presente inafferrabile, sempre travolto dal tempo che passa, e il passato sempre oltrepassato, irrimediabilmente compiuto o dimenticato. Il futuro la vita che si vive individualmente.

Rispetto al futuro ci collochiamo come individui mortali, affettivi, con legami personali, come ricercatori o militanti, ma sono anche concepibili molte altre posizioni e ogni individuo pu occuparne diverse simultaneamente. Ci collochiamo anche, e ci non ha minore importanza, come esseri gi implicati nel tempo, cio in modo diverso a seconda che siamo giovani o vecchi: lattesa, la speranza, limpazienza, il desiderio o il timore non rimangono gli stessi nelle differenti et della vita.

2012 Bollati Boringhieri editore Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86 Gruppo editoriale Mauri Spagnol ISBN 978-88-339-7122-3 Schema grafico della copertina: Bosio.Associati www.bollatiboringhieri.it

Prima edizione digitale marzo 2012 Questopera protetta dalla Legge sul diritto dautore. vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata

Futuro

1. Futuro individuale e futuro collettivo

Questo libro parla del futuro. Il futuro non lavvenire. Lavvenire un concetto abbastanza miope che tendiamo a proiettare su collettivit indifferenziate (quale avvenire lasceremo noi ai nostri figli?), quando parliamo, ancora una volta in maniera indifferenziata, delle nostre presunte mancanze (siamo noi i responsabili dellavvenire dei nostri figli) o delle nostre speranze (lavvenire la scienza). Il futuro il tempo di una coniugazione, il tempo pi concreto della coniugazione, se vero che il presente inafferrabile, sempre travolto dal tempo che passa, e il passato sempre oltrepassato, irrimediabilmente compiuto o dimenticato. Il futuro la vita che si vive individualmente. Il futuro ha a che fare con levidenza ma noi continuiamo a dubitare dellavvenire. Infatti, ci che definisce etimologicamente lavvenire lavvenimento. ci che d un contenuto al futuro, ci che avviene. Per questo pu suscitare tutte le speranze e tutte le paure. Esistono societ in cui lavvenimento, come pura contingenza, insopportabile: lo si interpreta per ripiegarlo sulla struttura, per farne unespressione normale e prevista dellordine delle cose. Linfelicit in generale e la malattia in particolare sono oggetto di indagini che mirano a scoprire i colpevoli, ma soprattutto a riaffermare lesistenza di una norma immutabile: ecco perch le loro antropologie (se con questa parola intendiamo un insieme coerente di rappresentazioni elaborate nel tempo e trasmesse di generazione in generazione) integrano in anticipo nella definizione della persona, del corpo, della filiazione e del matrimonio, quegli elementi di interpretazione che, eventualmente, permetteranno di spiegarne le apparenti perturbazioni come altrettante espressioni indirette della norma. Linsieme costituisce un libretto di istruzioni che letnologo raccoglie pezzo dopo pezzo, ad esempio nei capitoli dedicati alla parentela, al concetto di persona o alle credenze nella stregoneria. Ma la concezione persecutoria del male connessa a questo tipo di interpretazione (se qualcuno soffre o muore, qualcun altro deve per forza esserne la causa), anche se si attesta in maniera pi spettacolare nei gruppi umani in cui lindividuo strettamente, sostanzialmente e strutturalmente incorporato alla collettivit, solo una delle modalit attraverso cui le societ umane nel loro complesso tentano di rendere conto dellavvenimento, inserendolo in un ordine logico e cronologico. Del passato non si fa mai tabula rasa, n sul piano individuale n su quello collettivo. Anche se riguarda lindividuo, lavvenire ha sempre una dimensione sociale: dipende dagli altri. Tutti gli episodi che costituiscono le diverse tappe della vita di un individuo (un esame, un concorso, unassunzione o un matrimonio) dipendono in larga misura dagli altri e inseriscono questo stesso individuo, in maniera pi stringente, nella rete dei doveri collettivi. Talvolta diciamo che qualcuno costruisce il proprio avvenire ma, in realt, anche altri partecipano a questa impresa, che primariamente una manifestazione della vita sociale. Al contrario, oggi parliamo di esclusione sociale a proposito di quegli uomini e quelle donne che, almeno in apparenza, non hanno nessun avvenire, che se ne indignano e protestano, perch vivono il fatto di essere confinati in un presente cos misero e senza fine come lequivalente di una condanna a morte. Futuro e avvenire sono dunque due espressioni della solidariet essenziale che unisce individuo e societ. Un individuo totalmente solo inimmaginabile, cos come insopportabile un futuro senza avvenire. Inversamente, per, il fatto di subordinare un individuo alle norme collettive e la sua vita futura allavvenire di un gruppo tipico del totalitarismo. Il radioso avvenire che un tempo veniva promesso alle masse popolari era unidea contraddittoria e irrealizzabile: implicava, infatti, che il tempo si fermasse e dunque che il futuro e lindividuo scomparissero. In fondo, ci che vale per lavvenire vale anche per la felicit. La democrazia non ha come fine la felicit di tutti ma ha quello di crearne per tutti le condizioni di possibilit, eliminando le pi evidenti cause di infelicit. Un avvenire auspicabile per tutti quello in cui ognuno possa gestire liberamente il suo tempo e dare senso al futuro

individualizzando il proprio avvenire. Al giorno doggi, le vere difficolt della vita democratica dipendono dal fatto che le innovazioni tecnologiche di cui si serve il capitalismo finanziario hanno sostituito i miti di ieri nella definizione di felicit per tutti, e diffondono unideologia del presente, una definizione dellavvenire avvenuto che, a sua volta, paralizza il pensiero del futuro.

Ho scritto i paragrafi precedenti avendo in mente il vocabolario francese. In italiano, il termine futuro viene utilizzato l dove il francese parla piuttosto di avenir; ha unestensione un po pi ampia, mi sembra. Avvenire, in italiano, di uso pi limitato. In entrambe le lingue, per, dobbiamo distinguere tra il futuro individuale e quotidiano, il futuro come evidenza intima, e il futuro collettivo e a pi lungo termine, che essenzialmente problematico. Ma questa distinzione implica anche una differenza di prospettiva: pi puramente temporale nel caso di futur e di futuro, pi storica nel caso di avenir e di avvenire (avvenimento = vnement).

Proceder qui, con un doppio approccio, a una doppia indagine. Innanzi tutto, mi interrogher sulle due grandi modalit di rapportarsi con il futuro nelle diverse societ umane luna che fa del futuro una conseguenza del passato: lintrigo, laltra che ne fa una nascita: linaugurazione , che trovano le loro espressioni istituzionali e culturali. Mi interrogher anche su come si siano trasformate queste modalit nellepoca contemporanea. Singolare o collettivo, individuale o sociale, puramente temporale o storico (del resto, questi aspetti sono inscindibili), il futuro assume oggi una nuova dimensione e diverse forme. Suscita molte paure ma, visto che luomo, come creatura simbolica, non pu vivere senza una certa coscienza degli altri e dellavvenire, suscita anche attese ricorrenti, speranze e utopie. Ormai la nostra relazione con il futuro caratterizzata dallaccelerazione dei cambiamenti di umore e dallaccentuazione di questo carattere bipolare, comune alle mentalit collettive cos come alle sensibilit individuali. Come collegamento tra questi due momenti, cercheremo, sullesempio di Flaubert e Madame Bovary, di esplorare la nozione di creazione, domandandoci pi precisamente in quale misura unopera letteraria possa anticipare il futuro o inaugurarlo.

2. La messa in intrigo

I legami tra la vita e lo spettacolo sono talmente stretti che qualche volta difficile capire in quale direzione avvengano i prestiti di vocabolario. In origine, la parola intrigo si riferisce a una situazione complicata e imbarazzante; perci stata utilizzata a proposito delle relazioni amorose, degli affari politici e del teatro. Ci interessiamo allintrigo di unopera teatrale o di un film perch esso mette in scena un problema di cui attendiamo la soluzione: attendiamo che lintrigo si sciolga. Fin tanto che non si sciolto (e, in linea di massima, ci avviene solo alla fine), viviamo in un tempo sospeso, la suspense, che raggiunge lapice nei film o nei romanzi polizieschi. Questa attesa provoca un piacere specifico, collegato a un particolare rapporto con il tempo: tempo reale della lettura o dello spettacolo, tempo fittizio dellintrigo stesso. Lo scioglimento pu riservare delle sorprese, e nellattesa generalmente il lettore, o lo spettatore, non in grado di anticipare linterpretazione retrospettiva che, alla fine, gli verr proposta dalleroe dellindagine. Il suo piacere nasce, innanzi tutto, da una attesa pura; sa che tutto si spiegher, non vede lora di conoscere la fine della storia di cui ha introiettato il ritmo, ma sa che questo piacere tributario del suo desiderio, e questultimo della sua attesa; apprezza che lautore sia capace, come si usa dire, di prolungare il piacere. Il paradosso del romanzo poliziesco che, molto spesso, scritto al passato, evoca un avvenimento anteriore al presente dellindagine che ha per obiettivo la sua spiegazione e, ciononostante, suscita nel lettore una acuta coscienza del futuro immediato. In fondo, il paradosso di ogni opera letteraria o cinematografica, che propone al lettore e allo spettatore qualche istante di attesa e desiderio ma esiste gi materialmente in forma compiuta (un libro, una pellicola o un DVD): i giochi sono gi fatti dallinizio e qualcuno, particolarmente impaziente, spezza lincantesimo e lillusione cominciando dalla fine, iniziando la lettura dalle ultime pagine o entrando al cinema durante gli ultimi minuti del film (questa possibilit, che si presentava spesso allepoca degli spettacoli permanenti, oggi pi rara, anche se il video e il passaggio dallo spettacolo pubblico alla rappresentazione privata autorizzano qualsiasi manipolazione cronologica). Si condannano dunque a considerare lavventura come qualcosa che si inserisce in una fatalit dallo svolgimento inesorabile e dalla fine ineluttabile. Lattesa dellineluttabile esercita un fascino specifico (i poeti tragici lo avevano capito bene), ma nasce da una lettura retrospettiva della storia che nega lesistenza del futuro come apertura sul radicalmente nuovo. In maniera pi sottile rispetto ai curiosi troppo voraci, ci capita di provare piacere nel rileggere un romanzo di cui non abbiamo completamente dimenticato la fine, o nel rivedere un vecchio film, magari poliziesco, che ricordiamo ancora un po. Forse, in questo caso, al di l di tutto ci che legato alla bellezza espressiva o alle emozioni estetiche, il nostro piacere dipende dalla rara esperienza che ci viene proposta: quella di poter mescolare il ricordo e lattesa. Al cinema ritroviamo una storia, volti e paesaggi assolutamente identici a quelli che avevamo scoperto un tempo (certezza che la memoria normalmente ci nega), ma siamo catturati anche dal ritmo della narrazione e dallattesa dello scioglimento, che pure conosciamo gi. Di certo e questa constatazione si applica ancor meglio alla rilettura di un libro ritroviamo dettagli dimenticati o che, al tempo, non avevamo percepito. Non abbiamo per forza lo stesso sguardo. Lesperienza ci parla dunque anche di noi, ed ci che le conferisce una particolare intensit: lintimo manifestarsi di un futuro che ci era restato dietro le spalle. Ancora tre osservazioni a proposito del termine intrigo. Esso ha connotazioni chiaramente peggiorative quando si applica alle manovre occulte di cui sospettiamo lesistenza nella vita sociale o politica: gli intriganti sono persone che, mettendo in moto le loro conoscenze, si preoccupano soltanto di raggiungere i propri scopi; obbediscono a una concezione della vita distorta, falsata e menzognera, ma sociale. Come aggettivo, invece, la parola assume unaccezione nettamente pi positiva: non rimanda allidea di mistero, suggerito dallinconoscibile, ma a quella di curiosit, nel suo

doppio aspetto passivo e attivo: ci che risveglia la nostra curiosit curioso. Cos, il fenomeno intrigante eccita la curiosit del curioso e il suo desiderio di osservarlo pi da vicino. In ogni caso, lintrigo si scioglie solo dipanando un groviglio complesso di relazioni interindividuali, di relazioni sociali; nel bene e nel male, lintrigo mette in gioco le relazioni che costituiscono la societ. Nel teatro vengono rappresentate, in un romanzo vengono descritte e, se si tratta di un romanzo poliziesco, cerchiamo di scoprirle nella loro cruda realt dietro la maschera che le dissimula. In ogni caso, la messa in intrigo stabilisce un rapporto duplice con il reale. Pone una domanda alla quale bisogna rispondere e, in questa misura, pesa sul futuro. Una volta costituito, per, lintrigo chiede di essere sciolto: detto altrimenti, la soluzione dellenigma si orienta prima di tutto verso il passato, anche se pretende di liberare lavvenire. Presuppone che la chiave del futuro dipenda sempre dal passato. La logica rituale evocata allinizio di questo libro deriva proprio da una messa in intrigo. Indipendentemente dalla sua finalit (spiegare una disgrazia, avere la meglio su un evento o assicurare una transizione), ne fa dipendere la realizzazione da unesplicitazione del passato. Torniamo per un istante alle concezioni della disgrazia presenti nelle accuse di stregoneria. Per esempio, lidea che ogni disgrazia o ogni malattia abbia origine, direttamente o indirettamente, dalla volont di un altro (e quindi dipenda da ci che lantropologia medica ha definito eziologia sociale) molto presente nella tradizione dei lignaggi africani; a ogni decesso, vengono intraprese varie procedure per stabilire lidentit dellaltro, che, letteralmente, viene messo sotto processo. Alcuni schemi esplicativi preesistono allindagine. Possono riguardare tanto la filiazione quanto lalleanza matrimoniale, tanto la parentela paterna quanto quella materna; in alcune societ, ad esempio, si sostiene che le stregonerie abbiano luogo pi spesso allinterno del lignaggio (patri- o matrilignaggio) ma si ammette anche che sia sempre possibile un incantesimo da parte del padre, in una societ matrilineare, o da parte dello zio materno, in una societ patrilineare; sono ipotizzabili anche altri scenari, in riferimento alla stregoneria (scambio di delitti allinterno di una societ di stregoni, presentata come il doppio malefico delle classi di et) o fuori da essa (una divinit vud pu prendersela con chi trascura il suo altare). Ma tutti gli scenari immaginabili hanno in comune due caratteristiche complementari: il rifiuto della contingenza (la diagnosi mira a operare un ritorno allordine naturale, simbolico e sociale) e un incessante rinvio al passato come sola fonte possibile del senso. In occasione del mio primo viaggio in Costa dAvorio, sono rimasto stupito nel constatare che la vita quotidiana del villaggio, pervasa dalle dicerie sui malati e sui morti, somigliava a una sorta di perpetua indagine di polizia. Il rito, come sappiamo, tratta due tipi di eventi: gli eventi puntuali, che insorgono in un momento magari inatteso, e gli eventi ricorrenti, come i cambi di stagione, che non bisogna scongiurare ma assicurarsi che avvengano. Ancora una volta, si desidera agire sul futuro, ma su un futuro immaginato e che si vuole identico al passato. Il desiderio di questa regolarit, essenziale in quelle regioni del mondo in cui qualsiasi mutamento climatico pu avere conseguenze catastrofiche, non ci estraneo. Fin da piccolo sentivo dire che non cerano pi le stagioni, e conosciamo bene linquieta perplessit che oggi comporta la prospettiva di un riscaldamento del pianeta. Le collettivit umane hanno bisogno di punti di riferimento temporali e spaziali; cos il tema delle stagioni viene utilizzato metaforicamente negli ambiti pi diversi: sport, politica, letteratura, scuola o universit. Cos lanno risulta costellato di tante riprese [rentres], che scandiscono la vita sociale e canalizzano la nostra visione del futuro imminente. In francese si parla anche di rentre sociale, per designare quei movimenti di protesta che frequentemente, dopo le vacanze estive, accompagnano le rivendicazioni sindacali e la ripresa del lavoro. In questa messa in ordine interviene la messa in intrigo. In alcune regioni del mondo, la meteorologia pu assumere un carattere drammatico se, per caso, il cambiamento di stagione si fa attendere. Nel sistema attuale, vediamo come i media si prodighino per drammatizzare gli episodi pi attesi e pi ricorrenti della vita politica o presentare con unenfasi sorprendente i fatti pi insignificanti della riapertura della stagione sportiva. Ci avviene perch la metafora meteorologica, pi nel profondo, rappresenta un sostituto dellazione rituale che vuole dominare il futuro e che, a tal titolo, indipendentemente dai suoi oggetti

ufficiali o dalle poste in gioco che vengono esibite, contribuisce alla messa in ordine simbolica del mondo, e tenta di scongiurare le paure legate alla percezione dellinesorabile scorrere del tempo.

I profeti che ho frequentato in Africa rivendicavano questo titolo che avevano preso in prestito dalla Bibbia ma, proprio come i profeti biblici, si accontentavano di profezie a breve termine, a misura della vita di un uomo. Nel 1913, Harris, il primo che ho incontrato in Costa dAvorio, annunciava che, nel giro di sette anni, i Neri sarebbero stati come i Bianchi. Negli anni sessanta e settanta, alla fine della colonizzazione, i suoi successori vedevano nella figura di Houphout-Boigny, primo presidente della Costa dAvorio indipendente, il simbolo e la promessa di un rapido accesso allo sviluppo. Nel frattempo, investivano tutte le loro energie, come guaritori, nella cura delle malattie individuali che interpretavano secondo la vecchia logica: non mettevano in discussione lesistenza degli stregoni, che sostenevano di combattere, ma, guarendo o credendo di guarire, pensavano, non senza qualche contraddizione, di illustrare lapparizione dei tempi nuovi.

Lirruzione coloniale non era un fenomeno paragonabile a quelli che lattivit rituale era tradizionalmente abituata a gestire. Era levento per eccellenza, lavvento, il segno e la prova di un cambiamento radicale rispetto al quale era indispensabile trovare la propria collocazione. Era qualcosa di intrigante di per s, qualcosa di sorprendente, che spingeva a interrogarsi al tempo stesso sul passato che laveva reso possibile e sul futuro che esso annunciava e, persino, prefigurava. In Costa dAvorio, cos come in altre regioni dellAfrica, soprattutto in Congo e in Sudafrica, i profeti hanno associato alle procedure tradizionali di messa in intrigo un riferimento personale forte: si credevano, anche loro, contemporaneamente segno e annuncio, la prima manifestazione della novella che annunciavano e, da questo punto di vista, il loro successo materiale e sociale doveva esserne la riprova. Molti hanno fallito, e quelli che hanno conquistato una certa fama ci sono riusciti creando un luogo, un luogo deccellenza della loro attivit, edificando chiese in muratura e stabilendo relazioni pi o meno durevoli con le autorit politiche, sia durante il periodo coloniale sia dopo lindipendenza. Aderire alla persona del profeta significava aderire al mondo nuovo: sotto sotto il loro messaggio era questo.

cos diverso dal messaggio dei nostri politici? La messa in intrigo non una prerogativa delle societ basate sui lignaggi e rappresenta una tappa inevitabile nel presentimento del futuro. Reinterpretare il passato per immaginare il futuro ci che, nel breve termine, fanno tutti i politici. Per esempio, ci viene spiegato che la congiuntura economica la causa delle nostre difficolt del momento. Le circostanze impongono dei sacrifici, necessari per evitare una situazione ancora pi catastrofica. Ma con una politica del rigore risaneremo le nostre finanze, incoraggeremo gli investimenti, rilanceremo la macchina delleconomia e miglioreremo la situazione occupazionale. Grosso modo questo discorso sempre uguale; lo sentiamo ogni giorno. Ormai ci infastidisce per la sua monotonia, sempre la stessa solfa e talvolta ci piacerebbe almeno sentirlo interpretare da unaltra voce. quella che in politica si definisce alternanza. La stessa parola presuppone una continuit di fondo, una sorta di basso continuo, per dirla in termini musicali, e cambiamenti superficiali, di pura forma. Il presupposto che sottintende la relativa passivit di cittadini ed elettori, anche quando essi la negano, che la situazione, cio lo stato delle cose esistenti, sia insormontabile, irremovibile. quella che , dipende dal passato, dal passato solidificato che grava sulle parole con cui si esprime, nei linguaggi specialistici o nel linguaggio comune, tutto ci che possiamo dire del futuro. Se escludiamo le fazioni estremiste, da cui si levano solamente discorsi incantatori, levocazione del passato precede quasi sempre linvocazione del futuro, perch la

seconda, in un certo qual modo, concepita come semplice appendice della prima. Eppure, nonostante lo sconforto e la stanchezza, nella vita politica democratica c sempre passione e desiderio, come se, contro levidenza delle delusioni quotidiane, una maggioranza, ovviamente variabile e fluttuante, si ostinasse a partecipare e a esprimersi, votando, scioperando, manifestando. S, lo so, ma comunque: il rifiuto del dubbio molto tenace. Se vero che lambivalenza si definisce attraverso la coesistenza di due affermazioni (sono questo e quello) e lambiguit attraverso due negazioni (non sono n questo n quello), dinanzi al futuro politico ci troviamo spesso ad essere pi ambigui che ambivalenti; non siamo n ottimisti n pessimisti, ma ci mostriamo gi in anticipo sensibili a ogni messa in intrigo che sembri promettere un superamento di questa doppia negazione. Lambiguit il movente di una concezione dialettica del reale e della storia che mette in risalto la contraddizione. Perci responsabile dellimportanza che, in ogni settore, accordiamo al ruolo del passato. un ruolo innegabile, e sarebbe assurdo e pericoloso ignorarlo, tanto nella vita delle collettivit, quanto in quella degli individui. Ma ridurre a esso ogni spiegazione, farne un attore unico, rischia di non farci tenere conto di tutto ci che, nel rapporto con il tempo, sfugge alla storia o, pi esattamente, alla determinazione storica: lintuizione, la creazione, linizio, la volont o lincontro. A tal proposito, dobbiamo comunque considerare che la messa in intrigo pu effettuarsi da due punti di vista: rispetto al passato, nel corso del quale lintrigo si prodotto, e rispetto al futuro, nel corso del quale si scioglier. Nella logica del romanzo poliziesco, i due punti di vista si confondono: per trovare la soluzione bisogna risalire al passato, e solo allora le diverse peripezie che possono sopraggiungere nel corso dellindagine (altri delitti, false piste, sospetti) troveranno la loro spiegazione. Il romanzo poliziesco non si scrive n al passato, n al presente, n al futuro, ma coniuga tutti e tre i tempi. un genere legato allambiguit. Nel romanzo davventura, invece, la messa in intrigo aperta; a dire il vero, pu anche costituirsi o complicarsi progressivamente, a seconda delle vicende o degli incontri. Robinson Crusoe comincia con il naufragio a cui il suo eroe riesce a scampare. La questione : sopravviver? Robinson ha un passato ma progressivamente costretto a sbarazzarsene e a vivere nel presente, sorvegliando lorizzonte da cui potr apparire quel futuro che gli permetter di ritrovare il suo passato. Il romanzo davventura si scrive sia al presente, sia al futuro, sia al passato. un genere legato allambivalenza.

Nella Condizione postmoderna, Lyotard, applicando la definizione di grandi narrazioni ai miti della modernit, privilegiava la dimensione narrativa delle utopie e delle ideologie nate nel XX secolo. Riteneva che, a prima vista, queste nuove visioni si distinguessero dai miti in senso tradizionale per due aspetti: parlavano degli uomini in generale, dellumanit, non di un gruppo particolare, e riguardavano lavvenire, non lorigine. Perci queste visioni del futuro hanno ispirato anche i programmi dei movimenti progressisti, in particolare nella loro versione marxista. Questultima mette in scena degli attori, i differenti attori della lotta di classe, e propone un copione dallo sviluppo ineluttabile, il cui motore alimentato dallemergere delle contraddizioni che intervengono nel gioco dei rapporti di produzione. Questo copione, questa messa in racconto e in intrigo, cerca di coniugare storia e impegno, necessit storica e dovere della lotta. Uno dei personaggi di Malraux, nella Condizione umana, se ne preoccupa poco prima di morire: perch dover lottare e sacrificare la propria vita se la vittoria garantita in ogni caso dal movimento dialettico della storia? La storia del XX secolo sarebbe dunque quella dei fallimenti di queste grandi narrazioni, non solo per il crollo del comunismo (almeno nella sua versione occidentale), ma ancor pi per le mostruosit totalitarie e omicide alle quali sono giunte. Per il momento, ci basti ricordare che la rivoluzione operata dai miti della modernit grazie allinfluenza del darwinismo privilegia il ricorso al passato per la comprensione del presente, il che diventa problematico solo quando, a partire da ci, pretende di indurne il futuro.

Il grande racconto psicoanalitico ambizioso quanto quello marxista, e ha la pretesa di essere altrettanto universalistico. Preso in prestito dalla mitologia greca, il personaggio principale del suo copione un copione indefinitamente riproducibile e, in teoria, proponibile alla diversit degli esseri umani compare soltanto sulla scena individuale e fuori dal contesto storico. Linconscio, tuttavia, bench non abbia storia, ha un passato, un passato che ostacola lindividuo in mille modi e obbliga a interpretare i suoi lapsus e i suoi sogni, le sue fobie e i suoi desideri, e, nel complesso, il suo rapporto con gli altri, con la vita e con la morte. Il grande racconto psicoanalitico ha impregnato di s molte attivit umane, soprattutto nel campo dellarte e della creazione, ma ormai, nelle sue versioni integrali o integraliste, che rinviano lindividuo al suo passato e al suo incubo mitico personale, chiamandolo a produrre il proprio racconto interpretativo, si impone soltanto in qualche paese latino. Eppure siamo in unepoca di chiacchiere. Fin qui si era raramente assistito a una tale confessione pubblica di opinioni, reazioni, dichiarazioni e coming out di vario genere. Il bisogno di raccontarsi, di trasformare in narrazione le vicende della propria vita personale, comune a tutti; a dire il vero, semplicemente lespressione della dimensione simbolica dellindividuo, che ha bisogno della presenza degli altri e della parola per esistere davvero. Lo scambio di informazioni, per strada, al bar, in ufficio, una manifestazione essenziale della dimensione sociale dellesistenza, ma un genere di scambio che si preoccupa ben poco dellesattezza, che generalmente si limita a considerare le banalit della vita comune, che passa per discorsi prevedibili e non ha la pretesa di rivelare la personalit profonda di chi li fa. Ci fa piacere proprio per la sua superficialit e la sua ridondanza. In compenso, sui palcoscenici televisivi o su Internet, possiamo essere testimoni di confessioni nuova maniera, che riguardano tutti gli aspetti della vita privata e hanno in comune due caratteristiche: sono pubbliche e suggeriscono che solo la rivelazione del passato pu rendere vivibile il futuro. I reality show si spingono oltre e hanno addirittura la pretesa di creare in diretta, con metodi per cos dire sperimentali, un intrigo in forma di gioco, in cui passato recente e futuro immediato si affrontano e si compenetrano. Pi che la confessione cristiana, al centro dellattenzione stanno la psicologizzazione dei pensieri e un riferimento debole alla psicoanalisi. Del resto, dopo un dramma qualsiasi della vita moderna un incidente stradale, un incidente aereo, un incendio, uninondazione, il delitto di un folle vengono messi in campo interventi di sostegno psicologico (in Europa, non in Somalia o in Siria). Si moltiplicano i filtri e gli eufemismi suscettibili di proteggere le persone sensibili. Ma proteggerle da che cosa? Dal passato prossimo. Se gli esibizionisti della vita privata incontrano una certa audience, e lassistenza ai parenti o agli amici delle vittime di incidenti collettivi necessaria, non tanto perch le crudelt della storia abbiano reso pi debole e dipendente da altri lo psichismo individuale, ma perch, quando il passato si dissimula o crolla, fa s che le solitudini si trovino di fronte allimmagine vuota di un futuro terrificante. Quando il passato scompare, il senso si cancella: perlomeno, quanto ci ha voluto insegnare la maggior parte delle religioni e delle filosofie e che, da pi di un secolo, il marxismo e la psicoanalisi hanno orchestrato con una forza particolare, nella linea di continuit del cristianesimo e dellideologia del peccato originale.

3. Linaugurazione

Per prima cosa dobbiamo interrogarci sulla categoria di nuovo, sulla novit stessa, visto che queste parole sono ormai logorate dalluso che ne viene fatto nella moda e nellattualit. Scendiamo nellignoto alla ricerca di qualcosa di nuovo!, esclamava Baudelaire nei Fiori del male. Ma era uninvocazione alla morte: Su, andiamo, Morte, vecchio capitano! E unalternativa antica: Inferno o Cielo, che importa? Laspetto pi interessante di questo appello allignoto e al nuovo non tanto il fatto che si rivolga alla morte ma che, in questo modo, sia costretto a utilizzare nozioni che appartengono al passato: quelle di inferno e di cielo. difficile liberarsi delle parole che si affollano nella memoria, anche quando non attribuiamo pi loro un contenuto preciso. Per quanto vaghe, esistono, con tutta la pregnanza delle immagini a esse associate. Ogni riflessione sul nuovo tributaria di un interrogativo sulla libert. Se torniamo per un istante alle nostre riflessioni sulla logica del lignaggio, sar facile riconoscere che, nella misura in cui imprigiona gli individui in una totalit intellettualmente vincolante, che condiziona ogni eventuale iniziativa, essa limita notevolmente la possibilit di apparizione del radicalmente nuovo e ogni pretesa di libert individuale. Ma il problema si presenta anche per la scienza, visto che possiamo chiederci se la nozione di libert sia conciliabile con quella di verit. Sartre lo dimostra nella Libert cartsienne. Per prima cosa, Sartre ammette che, nellambito dellazione e della creazione e in quello della scoperta e della comprensione, la libert si manifesta in maniera diversa: Se fossero stati dei metafisici, un Richelieu, un Vincent de Paul, un Corneille ci avrebbero detto determinate cose sulla libert, poich essi lhanno presa per un verso specifico, nel momento, cio, in cui essa si manifesta in un evento assoluto, nellapparizione del nuovo sia esso un poema o unistituzione in un mondo che n lo chiama n lo rifiuta. Dopodich, individua e analizza le due definizioni di libert presenti nel pensiero di Cartesio. La prima lascia spazio allautonomia e alla volont: la libert come possibilit di accettare o rifiutare le idee concepite attraverso lintelletto (in questo caso, i giochi non sono mai fatti e il futuro non mai prevedibile). La seconda, vicina a Spinoza, pi limitativa, la libert come capacit di riconoscere il vero e di volerlo: la chiarezza che appare nellintelletto determina la volont. Infine, Sartre suggerisce che Cartesio esprima appieno la sua concezione di libert umana solo quando, a proposito della libert divina, scrive: si conosce senza prova, per la sola esperienza che ne abbiamo. La libert assicura comunque la possibilit del nuovo nella storia? E larte davvero una manifestazione di tale possibilit? Sartre ne convinto e rimprovera sostanzialmente alla psicoanalisi di non essere dialettica o, detto altrimenti, di essere riduttiva, di parteggiare per il passato a scapito del futuro. Cos sappiamo che Flaubert, lidiota della famiglia, ritardato, si impadronito del linguaggio perch esso gli era negato, e per farsi riconoscere da suo padre. Ma perch ridurre unopera al passato da cui deriva e al quale reagisce? Madame Bovary non solo una sequenza di compensazioni ma anche un oggetto positivo, un certo rapporto di comunicazione con ognuno di noi. Ogni fuga un progetto e Flaubert, fuggendo da s, si descrive. Nella categoria del progetto esiste qualcosa che non riconducibile alla somma delle predeterminazioni che gravano su di lui.

Aggiungiamo che, forse, una concezione ottimistica del futuro non passa solo attraverso diverse ipotesi sulla possibilit del nuovo. Lidea di novit, cos come quella di libert, ha senso solo in rapporto allesistenza umana. Quando pensiamo al futuro, entrano in funzione alcuni atteggiamenti mentali, a seconda dei differenti punti di vista. Rispetto al futuro ci collochiamo come individui mortali, affettivi, con legami personali, come ricercatori o militanti, ma sono anche concepibili molte altre posizioni e ogni individuo pu occuparne diverse simultaneamente. Ci collochiamo anche, e ci non ha minore importanza, come esseri gi implicati nel tempo, cio in modo diverso a seconda che siamo giovani o

vecchi: lattesa, la speranza, limpazienza, il desiderio o il timore non rimangono gli stessi nelle differenti et della vita. vero che, in questo caso, intervengono diverse concezioni del futuro: esse non oppongono la continuit alla novit, ma il nuovo come conseguenza, compiutezza, compimento, al nuovo come rottura, inaugurazione, inizio. una distinzione che conviene alletnologo. Non perch egli consegni i gruppi che rappresentavano per tradizione il suo oggetto di studio le societ tribali, fondate sul lignaggio, che precedono le societ industriali a una concezione necessariamente stagnante o ripetitiva della storia. Ma perch lo dico per esperienza personale spesso ha potuto constatare fino a che punto le attivit rituali, consacrate da queste societ alla gestione degli affari privati o pubblici, aspirassero a mettere in scena e a far esistere la possibilit di un inizio. importante essere i pi precisi possibile e definire le parole che utilizziamo. Per prima cosa, non dobbiamo confondere levento e la storia. Siamo stati tentati di parlare di queste societ come di societ senza storia perch abbiamo prestato troppa attenzione alle procedure attraverso cui si sforzano di ridurre la parte contingente dellevento per farne unespressione della struttura. I gruppi lagunari presso cui ho lavorato negli anni sessanta e settanta conservavano il ricordo delle migrazioni che li avevano condotti ai bordi della laguna di Ebri. I miei informatori alladiani ricordavano le circostanze che avevano circondato la nascita dei diversi insediamenti attuali, il ruolo giocato dal commercio del sale marino con i paesi dellentroterra e poi, in particolare nella seconda met del XIX secolo, dalla tratta con le navi europee e dal boom del commercio dellolio di palma. A loro non sfuggivano i mutamenti sociali prodotti da queste rotture storiche; compivano unanalisi lucida delle strategie matrimoniali o dellacquisto massivo di schiavi, che aveva permesso ai grandi agenti della costa di organizzare una forza lavoro interamente sottomessa alla loro autorit, e cos, pur preservando lessenziale della struttura in matrilignaggio, avevano modificato da cima a fondo i rapporti sociali tradizionali. La storia li aveva fatti e, in larga misura, essi avevano fatto la loro storia. O almeno, a farla erano stati, coscientemente e sistematicamente, i capi dei maggiori lignaggi. La schiavit interna si presentava da lunga data come una forma di immigrazione provocata e controllata. Ma questa impresa non era affatto in contraddizione con le pratiche rituali che miravano a gestire levento, concepito come espressione della struttura. Il rito, quando un rito di successo, presenta due dimensioni; ha le sue regole. Per un verso, si radica nel passato: la sua esecuzione passa attraverso una rigorosa fedelt al rituale, cos come era stato stabilito dagli anziani. Ma, per un altro verso, si rivolge al futuro: lemozione legata alla sua celebrazione deriva dalla sensazione che esso sia riuscito a far nascere qualcosa, che abbia prodotto un inizio. Le cerimonie di accoglienza e integrazione dei prigionieri o delle prigioniere nei matrilignaggi alladiani nel XIX secolo (me ne sono state fatte descrizioni dettagliate) significavano, in primo luogo, che questi prigionieri dovevano dimenticare la loro origine e, con uno sfarzo e unabbondanza rituali che testimoniavano limportanza del momento, mettevano in scena una nuova nascita. Attraverso questo esempio limite, poich espressione di una trasformazione sociale radicale, possiamo comprendere lessenza della forma rituale: il fatto cio che essa miri a creare la sensazione e la realt di un inizio. Linizio, pi che la novit, il vero obiettivo del rito. Viceversa, se il rito rappresenta essenzialmente una nascita, ogni nascita fa appello al rito. Qualsiasi nascita umana oggetto di procedure rituali in cui possibile leggere in filigrana le due ossessioni contraddittorie che dominano la vita in societ: lossessione del senso, che rimanda al passato, e lossessione della libert, che rimanda al futuro. Ogni nascita apre un futuro, particolarmente fragile nelle societ a elevata mortalit infantile. Per restare agli esempi africani, ricordo che nellAfrica occidentale il corpo del neonato veniva esaminato, scrutato attentamente per scoprirvi il segno di un antenato uneredit parziale che, una volta riconosciuta, ancorava al passato la sua identit. Le regole sullattribuzione del nome rispondevano alla stessa preoccupazione. stato a lungo cos anche in Europa e spesso il nome proprio, per quanto non gli fosse necessariamente associata nessuna teoria del ritorno parziale, si trasmetteva di generazione in generazione, quanto meno per i maschi. Quanto al resto,

funzionava una concezione selvaggia delleredit e, evidentemente, era sospetto che un bambino o una bambina non fosse, almeno in maniera allusiva, il ritratto del padre. La legittimit di una nascita corrispondeva a una assicurazione sulla vita, al sostegno del passato socialmente organizzato nei confronti dellavventura di una vita individuale. Nella tradizione cristiana, il padrino e la madrina aggiungevano agli apporti della filiazione un sostegno supplementare, simboleggiato dallassegnazione di un altro nome. interessante che oggi alcuni bambini portino il nome di eroi del cinema o delle serie televisive. In Francia, fino a qualche anno fa, Kevin stato un nome molto di moda. Questo fenomeno corrisponde evidentemente a un indebolimento delle strutture di parentela come principio di senso. Si allontana dal senso (sociale) per tendere alla libert (individuale). Ma anche in questo caso si tratta soltanto della libert dai genitori. Per un individuo, la vera libert consisterebbe nello scegliere da s il proprio nome. Forse lanonimato che presiede a certi scambi su Internet e il ricorso agli pseudonimi offrono agli attori della Rete una sensazione pi o meno ludica di impunit, ma anche la convinzione illusoria, ed eventualmente pericolosa, di circolare in un altro mondo, in cui la necessit di senso (tramite i social networks) si concilierebbe con quella di libert (attraverso la costituzione di avatar della persona). Daltra parte, alcuni attori o alcune star del mondo dello spettacolo che si sono lanciati nella carriera hanno cambiato nome: ai loro occhi ha rappresentato lequivalente di una nuova vita, con i suoi rischi e le sue occasioni, che, in teoria, non dipendevano pi dal passato familiare. Al contrario, vediamo anche costituirsi delle piccole dinastie di attori che, di generazione in generazione, si passano il testimone, come per combinare talento individuale ed eredit familiare, principio di libert e principio di senso. Linizio la finalit del rito. Linizio non la ripetizione. Qualche volta diciamo: Ecco che ricomincia, per lasciar intendere che niente cambia. Ma in questo caso utilizziamo il verbo in accezione debole. Nel termine ri-cominciare, quello che ha importanza il cominciare. Ri-cominciare significa vivere un nuovo inizio, una nascita. Quando il Don Giovanni di Molire si dichiara sensibile al fascino delle inclinazioni nascenti, cio al nascere di una simpatia, si situa, fuori da ogni calcolo e strategia, nella verit di quellistante tradotto dallespressione francese tomber amoureux, letteralmente cadere innamorato, innamorarsi. La ripetizione interviene nel momento del disamore, quando lo scenario, in realt comune, appare nella banale verit del suo epilogo ricorrente. Ma in quel momento, in quel preciso istante, si percepiva soltanto la poesia tipica di ogni inizio, che sta agli antipodi della ripetizione e della reiterazione. Don Giovanni insaziabile, non si stanca mai di inseguire lemozione come se ogni volta fosse la prima volta. Per il resto taglia corto, incapace di vivere una storia damore nella sua durata. Il narratore proustiano si inscrive nella stessa vena anche se, rispetto a Don Giovanni, occupa una posizione simmetrica e opposta: dichiara di non volere o di non poter pi innamorarsi perch egli, visto che ogni amore destinato a finire, vivrebbe questo nuovo inizio come una specie di morte. In tutti gli episodi della vita individuale e collettiva, nella vita sentimentale cos come in quella politica, siamo sensibili ai fenomeni di usura che possiamo imputare ai tradimenti delluno o dellaltro ma che, a una certa distanza, ci appaiono e questo forse ancora pi grave come irrimediabilmente legati alla semplice azione del tempo, a una forma di erosione storica o di invecchiamento quasi biologico che, di rimando, suscita enormi nostalgie. Il 1789, la Comune di Parigi, il 1936, la Liberazione, il Maggio 68, il verde paradiso degli amori infantili o il tempo delle ciliegie vengono celebrati e osannati una volta che hanno perduto la loro forza inaugurale e portato a termine la loro risalita verso il mito. Almeno nella vita moderna, i miti nascono quando i riti muoiono e perdono la loro potenza creatrice. Significa forse che linizio non sopravvive mai allistante e che il rito porta sempre con s lombra della delusione? Per fortuna, le cose non sono cos semplici. Certo, siamo mortali e tutto in noi mortale. Nessun volontarismo potr impedire che, anche nelle vite pi riuscite, lamore si trasformi in affetto, la passione in saggezza o la collera in rassegnazione. riguardo alla relazione, al senso sociale, che la fragilit si tradisce; con il tempo, non solo i vecchi legami si allentano o si sciolgono, a causa delloblio o della

morte, ma sono i nuovi legami che mancano. Sempre nella migliore delle ipotesi bisogna dunque che, per evitare una solitudine irrimediabile, chi invecchia, uomo o donna che sia, trovi la forza di ridefinire le proprie relazioni con le nuove generazioni, accettando che let sia linizio di unaltra avventura. Tutti possono essere ascoltati da tutti; tutti possono parlare con tutti; in caso contrario, ci troveremmo davanti allesclusione simbolica, a una morte prima della morte, allarresto del tempo. In tutto ci larte, la cultura e leducazione hanno un ruolo fondamentale ed per questo che la vecchiaia , prima di tutto, una questione politica. Statisticamente, il benessere materiale e il capitale intellettuale sono unassicurazione sulla vita pi lunga e pi interessante. Ed proprio la facolt di evocare il futuro, immediato o remoto, che definisce linteresse della vita. In caso contrario, la consapevolezza che un giorno dovremo morire annienterebbe ogni velleit di vivere. Baudelaire, ancora una volta, nella sua poesia I fari nei Fiori del male, si esprime cos a proposito dei grandi pittori come Leonardo da Vinci, Rembrandt o Goya, i cui nomi hanno scandito la storia dellarte: un grido ripetuto da mille sentinelle un faro che arde su mille cittadelle. Una poesia meravigliosa, perch si rivolge a quella parte di umanit generica che ognuno di noi ha dentro di s il che spiega lutilizzo del pronome e dellaggettivo possessivi alla prima persona plurale, noi, nostra: Perch, Signore, la prova migliore / che noi possiamo offrire della nostra dignit / questo ardente singulto che si propaga da un secolo allaltro / per poi spegnersi alla riva della vostra eternit. Ci che la poesia di Baudelaire non dice, ma che illustrato da ogni strofa dedicata alluniverso originale di ciascun grande pittore, che questo grido e questo appello sono ogni volta simili e diversi, ogni volta ri-cominciati, come uneco o un fiotto. Larte propone a tutti, e a ciascuno di noi singolarmente, loccasione di vivere un inizio. Ci che sta al principio di ogni creazione si trova anche al principio di ogni percezione o ricezione (evito lutilizzo del termine economico di consumo): leggere un libro, ascoltare musica o guardare un dipinto significa appropriarsene e, dunque, ricrearli. Gli autori lo sanno bene: si augurano proprio di incontrare un pubblico, e nessun incontro mai a senso unico. Lincontro, contrariamente allereditariet, alleredit e al destino, la prova dellalterit (perci il termine esprime sia lempatia sia lo scontro) e dellapertura del tempo, dellavventura, della libert. Ecco perch i miti hanno cercato di conquistare terreno in anticipo: il crocevia, che lo spazio ideale dellincontro, circoscritto, simbolizzato, protetto perch non sia il luogo di brutti incontri. La mitologia greca, con Edipo e Laio, ne ha fatto lo spazio in cui si compiva la profezia delloracolo di Delfi, mentre la mitologia psicoanalitica ne ha fatto il simbolo delloriginaria maledizione che peserebbe su ogni uomo. Cos la creazione letteraria e artistica definisce il luogo problematico dellavventura individuale e collettiva. Inizio assoluto e occasione di incontri inediti, o suprema illusione di unumanit alienata alla fatalit dellorigine? Qui la tensione tra senso e libert raggiunge lapice, si esprime, nella maniera pi banale e comune possibile, nel nostro rapporto con le cosiddette arti minori, che sono anche le pi quotidiane e diffuse, come la canzone. Ritornelli, motivetti, melodie ascoltate mille volte, storpiate da un fisarmonicista doccasione che strimpella in un vagone di metropolitana per scucire qualche spicciolo al suo pubblico prigioniero? O improvvisa folgorazione, emozione istantanea, effimera ma reale, che si impadronisce di noi non appena udiamo quelle prime tre note, che un tempo ci hanno gi commossi ma che, pi che risvegliare il passato, fanno sorgere fugacemente la vaga e tenace intuizione che, indipendentemente dalla nostra et o dai nostri problemi, qualcosa ancora possibile, che la vita si coniuga al futuro? Abbiamo bisogno di questa intuizione. E questo bisogno un segno. Un segno di vita in mancanza del quale luomo, animale simbolico, languisce o precorre la scadenza biologica attraverso il suicidio. Il rapporto con laltro, anche sotto forma di ricordo, promessa o progetto, gli consustanziale; egli lo rianima incessantemente nei suoi comportamenti quotidiani, ne cerca le tracce o le prove nel

mondo e nellattualit che lo circondano, anche in forme alterate come la personalizzazione della vita politica o la competizione sportiva. Bisogna poter pensare il tempo come messa in intrigo ma anche, in modo complementare, come inaugurazione. In questo modo, il rito continua ancora a interessarci, talvolta ci manca e lo ricerchiamo. Perch la nostra societ, quella della trasparenza e delleterno presente, caratterizzata da un deficit rituale. Se conquista la nostra sensibilit, la bellezza di un dipinto, di una poesia o di una partitura musicale non si ripete mai e, ogni volta che invoca la nostra testimonianza, suscita in noi una reazione nuova, al punto che, prima della lettura, dellascolto o della contemplazione, sapendo per esperienza ci che sta per accadere, procediamo per quanto possibile a piccoli rituali privati piccole organizzazioni di diverso genere che, pur variabili in funzione del luogo e delle circostanze, ci assicurano la calma, il silenzio e il raccoglimento auspicabili. In questambito, il ruolo degli interpreti sottolinea e al contempo maschera questa dimensione. La sottolinea perch il fatto che un testo drammatico o musicale permettano diverse interpretazioni dimostra la sovrabbondanza di virtualit che voci, gesti e corpi diversi riescono a realizzare. Ma rischia anche di mascherarla, perch potremmo essere spinti a credere che questa faccenda riguardi soltanto la conduzione del direttore dorchestra, linterpretazione del solista e dellorchestra, loriginalit del regista e degli attori, o la finezza del narratore anche se, nel segreto della nostra vita privata, come unici interpreti dellopera che riascoltiamo o rileggiamo, ne sperimentiamo spesso, nel nostro intimo, la forza inaugurale. naturale, poi, che questa forza si moltiplichi in pubblico e con il rinnovamento degli attori, perch laspetto rituale ne viene rinforzato e la dimensione sociale dellarte viene messa sensibilmente in evidenza. Ai giorni nostri, la dimensione sociale, sotto forma di incontro, si manifesta al suo massimo grado nei grandi raduni di giovani attorno ai gruppi musicali alla moda. Ci accorgiamo (e per convincercene baster guardarli in televisione) che la loro gestualit corporea, per quanto esuberante (le braccia alzate e dimenate al ritmo dellorchestra o della voce), resta quella classica: il pubblico riprende le frasi musicali che conosce e in cui si ritrova. La ripresa non una ripetizione ma il momento di comunione in cui tutto riparte, in cui il significato delle parole conta meno della percezione, intesa qui come certezza, di un movimento di adesione che ha se stesso come unico oggetto. Come se alla catarsi aristotelica si aggiungesse o si sostituisse levidenza immediata di un puro slancio dellanima, confortato dalla doppia presenza di colui o colei verso cui, sulla scena, convergono tutti gli sguardi, e di coloro che, nella folla, da questa convergenza sensibile traggono la certezza di esistere.

4. Rinuncia o creazione: Flaubert

Il paradosso di Flaubert esemplare della tensione tra senso e libert che qui ci interessa. I suoi personaggi, alienati diremmo in un linguaggio che non era il suo alle loro letture, alle loro fantasticherie e ad ambizioni inappropriate, sono innanzi tutto espressione di unepoca. Eppure, Flaubert lavora e scrive per promuoverli allesistenza, come se non ci fosse nulla di pi importante che mettere in forma un disincanto che, non solo vieta loro qualsiasi visione poetica del futuro ma, nei pi lucidi tra loro, provoca una visione pessimista e senza appello del passato stesso. Al termine dellEducazione sentimentale, Frdric Moreau, sopravvissuto alla passione amorosa, e il suo amico Deslauriers, sopravvissuto allambizione politica, si scambiano ricordi dadolescenza, in particolare quello di una squallida visita al bordello della citt: la cosa migliore che ci sia toccata, conclude Frdric Moreau. Nonostante gli elementi autobiografici presenti nel romanzo, nonostante le risonanze che non possono far escludere che un autore finisca per somigliare al suo personaggio, resta il fatto che luno la creazione dellaltro e che non per forza il principio stesso dellopera si trova nella narrazione o nella personalit dei personaggi di fantasia, i quali, talvolta, si fanno portavoce del loro creatore ma pi spesso (ed questa lessenza del romanzo) illustrano il suo proposito. Questa dissociazione trova la sua espressione pi tangibile in Madame Bovary.

Madame Bovary stato pubblicato per la prima volta poco pi di centocinquanta anni fa, nel 1856, sulla Revue de Paris. Tuttavia, a rileggerlo oggi, proviamo una sensazione di familiarit e al contempo di sorpresa. La sensazione di familiarit deriva, ovviamente, dalle tante letture che, nel corso degli anni, abbiamo avuto occasione di fare di questo romanzo o dei commenti di cui stato oggetto, ma si tratta di una perturbante familiarit, per riprendere lespressione di Freud: non si riduce a un fenomeno di abitudine, di cultura o di memoria. immediata, ha qualcosa di attuale ed proprio questa attualit a creare la sorpresa e, persino, il fastidio. Spesso diciamo che Flaubert ha inventato il romanzo moderno, interessandosi alla banalit del quotidiano e ad ambienti piccolo-borghesi che, fino a quel momento, nella letteratura romanzesca erano soltanto delle comparse, degli elementi della scenografia. In Flaubert, a differenza di Balzac o Stendhal, non troviamo nessuna evocazione dellalta societ, n del percorso di ascesa sociale che alcuni eroi di altri scrittori intraprendono o sognano di intraprendere. Flaubert il pittore dellimmobilit e delle velleit, di un ambiente in cui linerzia cos forte che qualsiasi tentativo di sfuggirvi pu nascere solo dallillusione. In questo senso, lo potremmo definire il primo romanziere postrivoluzionario, colui che prende le distanze sia dal linguaggio dei Lumi sia dalle effusioni del Romanticismo. Nessuno gli contesta di avere prodotto una rottura rispetto ai suoi predecessori, di aver inaugurato unaltra prospettiva e inventato un linguaggio. Ma resta da capire perch questa antica rottura ci appaia oggi cos vicina. Rileggere Madame Bovary pu aiutarci.

Madame Bovary una storia banale, che ha fatto scandalo proprio per la sua banalit: due adulteri e un suicidio, la storia, insomma, di una donna insoddisfatta in tutti sensi che, dopo aver cercato intense emozioni nella letteratura, nelle immagini della religione e nella relazione amorosa, riesce a sfuggire al suo ambiente solo attraverso la morte. Per Flaubert, questa triste storia loccasione per prendersela con tutto quanto detesta: la morale pubblica, la morale religiosa, i buoni costumi. Capiamo dunque per quale motivo, nella Francia del Secondo Impero, gli sia valsa un processo per oltraggio ai valori ufficiali e tradizionali. Ma non necessario essere un vecchio lettore di Flaubert per accorgersi che egli non dimostra neppure una particolare simpatia per le vittime di questi stessi valori, n per quei suoi

personaggi che hanno la presunzione di opporvisi mediante azioni o parole. Con Madame Bovary, quindi, siamo di fronte a un romanzo paradossale, come lo sar tredici anni pi tardi Leducazione sentimentale: non solo non troviamo nessun eroe positivo, con il quale ci possiamo pi o meno identificare, ma il racconto stesso non realmente incentrato su un solo personaggio. Daltronde, si apre con una breve evocazione dellinfanzia e della giovinezza di Charles Bovary e termina, in maniera ancor pi rapida, con quella della sua morte. Per essere precisi, va anche detto che la battuta finale riservata al farmacista, Homais, un chiacchierone impenitente, un simbolo della beata stupidit che lopinione pubblica protegge, di cui veniamo a sapere, nellultima riga, che recentemente stato insignito della Legion dOnore. Certo, Emma Bovary leroina principale del romanzo; se ne affrancher talmente da diventare, agli occhi di molti, lincarnazione della condizione femminile borghese e di un rapporto inautentico con la vita e la storia, il bovarismo, definito come una fuga nellimmaginario a causa dellinsoddisfazione. Ma Flaubert non si limita a descrivere la vita di una donna, e neppure a evocare un certo ambiente e una determinata epoca. Se Madame Bovary resta un evento romanzesco di primaria importanza, se i filosofi continuano tornarci sopra e a interrogarlo, forse perch, usando le parole dello stesso Flaubert, un romanzo su niente. Vorrei concentrarmi proprio su questa espressione, che aveva colpito lattenzione di Sartre nellIdiota della famiglia e che mi pare esprimere, al contempo, lambivalenza e lambizione di Flaubert. Questo niente che Flaubert tenta di descrivere anche un tutto, tutto quanto c da dire su qualsiasi cosa, tutto ci sul quale on revient, come diciamo in francese, cio sul quale si torna: Flaubert, infatti, tornato da tutto, dallebbrezza dei viaggi, dalle infatuazioni amorose e dalle illusioni politiche. Qualche volta diciamo tutto o niente per indicare unalternativa decisa (o tutto o niente): nella visione di Flaubert, non si tratta di unalternativa ma di una sinonimia. In fin dei conti, descriviamo sempre e solo il niente. Ma questo niente non il nulla; non a caso, la parola francese rien, niente, deriva dal latino res, cosa. Il niente ha delle forme, si manifesta, ed per questo che, attraverso la scrittura, possibile stanarlo, individuarlo e rivelarlo per ci che : linsignificante, quello che c gi e si ripete, che insiste, ma dice soltanto quello che gli facciamo dire, indifferentemente chiacchiera o silenzio, progetto o ricordo, essere o apparire. Flaubert intraprende questa caccia al niente mettendo in scena, innanzi tutto, gli effetti di ripetizione. Una generazione ripete laltra, per esempio. Allinizio del romanzo, viene evocata linfanzia di Charles Bovary e, a tal proposito, la figura evanescente di Madame Bovary madre, che sembra anticipare quella della sua seconda nuora, che detester e di cui peraltro sar gelosa: Nellisolamento della sua vita, scaric su quella testa infantile tutte le sue vanit disperse e infrante. Sognava grandi fortune, se lo vedeva gi adulto, bello, brillante, sistemato nel genio civile o in magistratura. Si ripete cos ci che comunemente chiamiamo destino e che ha molto a che vedere con la posizione sociale, familiare ed economica. La prima moglie di Charles Bovary (un bravuomo che ha tutte le caratteristiche di un serial killer involontario) era la vedova abbiente di un ufficiale giudiziario, scelta da sua madre per questa doppia ragione di rispettabilit e solvibilit. Non poteva sopravvivere alla rivelazione della sua rovina e alla vergogna della povert: Aveva dunque mentito, la cara signora! Otto giorni dopo, mentre stendeva della biancheria in cortile, ebbe uno sbocco di sangue e lindomani, nel momento in cui Charles le voltava le spalle per chiudere le tende della finestra, disse Ah! mio Dio!, diede un sospiro e svenne. Era morta! Che sbalordimento! Infine, si colloca sotto il segno della ripetizione anche la delusione che segue fatalmente, spesso in maniera assai brusca, qualche volta in maniera pi lenta e insidiosa, il minimo slancio dimmaginazione, il minimo sforzo di vivere qualcosa di diverso dalla routine quotidiana il matrimonio, certo, ma anche ladulterio. La precariet del sentimento (e della relazione) una prova da cui si esce annichiliti o disincantati. In Flaubert, le donne sono pi esposte alle crudelt e alle delusioni rispetto agli uomini. Gli uomini si lasciano pi facilmente cullare e ingannare dal benessere materiale o dalla vanit piccolo-borghese. Anchessi ripetono i loro comportamenti, ma non ne

soffrono, o ne soffrono meno, e, se si tratta di relazioni amorose, ne traggono persino una specie di soddisfazione narcisistica, velata di fatuit e prossima alla fatica o allindifferenza. Indifferenza: forse questa la parola che, assieme a ripetizione, permette di avvicinarsi meglio alla natura di questo niente che affascina Flaubert e ossessiona la sua scrittura. In Madame Bovary il soggetto cos poco caratterizzato che spesso ci troviamo in difficolt nel capire chi parli o provi qualcosa. Il romanzo comincia con levocazione di un noi che non rinvia a nessuno, se non, a prima vista, a un narratore che sarebbe stato un compagno di scuola di Charles Bovary (Eravamo nellaula di studio quando fece il suo ingresso il Preside, seguito da un nuovo senza divisa Avevamo labitudine, entrando in classe, di buttare a terra i berretti per avere poi pi libere le mani Lo vedemmo che lavorava con coscienza. Ben presto, per, questo noi anonimo scompare; il testimone si fa da parte e cede il passo allautore o, pi esattamente, alla descrizione obiettiva e impersonale di ci che fanno e dicono gli uni e gli altri. Ma, di tanto in tanto, questi uni e questi altri sono cos indifferenziati, anche se hanno un nome, da essere evocati solo attraverso il pronome impersonale on, si, che li assimila quasi a una sorta di evanescente totalit organica, a malapena capace di obbedire a riflessi condizionati o programmati. Questo on pu indicare gli altri, la gente che osserva ed eventualmente calunnia: Poi, ripensandoci, trov che la sua amante stava assumendo un contegno ben strano, e che non aveva tutti i torti quella gente [quon navait pas tort] che stava cercando di dividerlo da lei. Pu anche indicare un piccolo gruppo di persone che si dedica nello stesso momento alla stessa attivit: Da due ore e mezzo erano [on tait] a tavola Quando con laltra mano ebbe preso lombrello del parroco, il gruppetto si mise [lon se mit] in marcia. C lon della macchina sociale (si usciva [on sortait] dalla chiesa) e lon, quasi fusionale, della percezione e della sensazione condivise, come nellepisodio della prima passeggiata a cavallo di Emma e Rodolphe (Erano [On tait aux] i primi giorni dottobre si scorgevano [on apercevait] in lontananza i tetti di Yonville). Insomma, lon indica un soggetto impersonale, a cui partecipano tutti gli altri, che occupa il posto dellautore e descrive quanto si presume che i protagonisti del racconto vedano e ascoltino. (A tutte le finestre si vedevano [on voyait] persone affacciate ci si sentiva [on entendait] erompere di colpo dietro alle spalle un lungo muggito di bue). Questo on, dunque, indica alternativamente lidentit senza soggetto e il soggetto senza identit, questo niente e questo tutto di cui parla il romanzo.

Perch la sensazione, la sensazione immediata e fugace, o quella che per un po scatena le vertigini pi folli, nel cuore di ci che Flaubert descrive. Ma la sensazione, per quanto intensa, insieme fragile e confusa. esposta al disinganno perch non mai cos forte come quando ha ancora la forma di un presentimento: Le felicit future, come le rive dei tropici, proiettano sullimmensit che le precede le loro mollezze native, una brezza profumata, e inebriati scivoliamo nel torpore senza nemmeno preoccuparci dellorizzonte che non si vede. La sensualit combina le lusinghe della reminiscenza e i sortilegi dellattesa. In un istante, le vecchie sensazioni e i volti del passato invadono il presente, come in uno dei primi incontri di Emma e Rodolphe: Quante volte Lon era ritornato verso di lei con quella carrozza gialla; ed era proprio su quella strada che se nera andato per sempre. Le parve di vederlo di fronte, alla finestra, poi tutto si confuse, passarono delle nubi, le sembr di volteggiare ancora nel valzer, sotto il brillio dei lampadari, al braccio del visconte, e che Lon non fosse lontano, stesse per arrivare ma insieme si sentiva sempre vicino il capo di Rodolphe. E cos la dolcezza di questa sensazione penetrava i suoi desideri dun tempo. Tra il presentimento e la confusione non c pi alcuna distanza. La distanza la causa dellinfelicit di Emma Bovary perch, presto o tardi, ella la vede sempre instaurarsi di nuovo tra s e coloro che ha voluto amare, o ha creduto di amare. La confusione, per, ancora peggio. Se luna evoca laltra, se le immagini di Lon e di Rodolphe si sovrappongono, perch luno vale laltro. Quando il tempo non creatore, si abolisce sia il passato sia il futuro: niente passa, niente avviene [rien ne passe, rien ne se passe]. Emma si posta definitivamente sotto il segno della

ripetizione, incapace di vivere un vero e proprio inizio. La confusione pu anche riconciliare. Curiosamente, una volta morta Emma, Charles Bovary, folle di dolore e gelosia, si rasserena dopo avere incontrato Rodolphe, lex amante della moglie: Charles si smarriva in fantasticherie di fronte a quel viso che lei aveva amato. Gli pareva di rivedere qualcosa di lei. Era come rapito. Avrebbe voluto essere quelluomo. Ma la confusione pericolosa; attiva un principio di equivalenza generalizzata che, passando per la volutt del dolore, elimina la distinzione tra vita e morte. Charles Bovary va a sedersi sulla panchina del suo giardino e muore senza accorgersene, nel voluttuoso splendore di una giornata destate: le foglie di vite disegnavano le loro ombre sulla sabbia, il gelsomino profumava, il cielo era azzurro, le cantaridi ronzavano attorno ai gigli in fiore, e lui ansimava come un adolescente sotto i vaghi effluvi amorosi che gli gonfiavano il cuore angosciato ... Alle sette la piccola Berthe, che non laveva visto per tutto il pomeriggio, venne a chiamarlo per la cena ... credendo che scherzasse, gli diede una piccola spinta. Lui cadde a terra. Era morto.

Jacques Rancire ha sottolineato in diversi articoli la visione democratica che Flaubert aveva del reale. Per il Flaubert di Madame Bovary, la descrizione di un elemento vegetale del paesaggio ha la stessa importanza di quella di un episodio della vita dei personaggi. Altri, al proposito, hanno parlato del panteismo di Flaubert. Va detto che, nelle sue opere, la descrizione al contempo cos dettagliata e vivace da valere come evocazione. La Normandia di Flaubert non esiste solo nel dettaglio della sua realt sociologica (i mercati, la strada, la fattoria, la citt, la lingua) ma per la forza dei suoi paesaggi, dei suoi rumori e dei suoi odori. Ma esiste di per s. A differenza di Balzac, dove la descrizione equivale sempre a una spiegazione, in Flaubert non viene postulato alcun legame tra i personaggi e il loro ambiente. Anzi, egli ha ribadito spesso che Madame Bovary avrebbe potuto vivere altrove, in un altro villaggio, in un altro paese. Dovremmo dunque pensare che gli interessasse soltanto la psicologia di una donna frustrata? Che abbia deliberatamente cercato di tracciare il ritratto tipo di una donna che, spinta dallinfelicit, affronta le deludenti seduzioni del mondo moderno? Che, in fondo, sia il primo romanziere a superare il colore locale per affrontare ci che, pur non essendo ancora il mondo globale, gi la societ degli stereotipi, quella in cui le immagini lenitive di una felicit prefabbricata si scontrano con le violenze e le volgarit della realt sociale ed economica? Insomma, che abbia descritto pi la verit di un momento che quella di un luogo? In effetti, possiamo tenere in considerazione questa ipotesi e, per di pi, constatare che in Flaubert c qualcosa di simile a un movimento di ordine etnologico e antropologico, poich, a partire da una esperienza singolare, anche se fittizia, egli ha tracciato il suo ritratto modello. Lautore di Madame Bovary ha la sensibilit di un etnologo combattuto tra distacco e partecipazione. Sappiamo che in Oriente amava abbigliarsi e vivere come gli indigeni. Ma ci che il viaggio gli ha insegnato pi di tutto lesperienza della distanza e, attraverso di essa, qualcosa di se stesso: fedele e infedele, quando in Francia sogna lOriente e quando in Oriente sogna di tornare in Francia. una persona instabile, diremmo oggi. Il merito di questa instabilit quello di permettergli di rivolgere uno sguardo privo di indulgenza sulla sua societ. Ne detesta soprattutto la stupidit e lipocrisia. Ma non ha lo spirito di un rivoluzionario (e nellEducazione sentimentale traccer un ritratto ugualmente privo di indulgenza di quanti ambiscono a questo titolo). Per di pi misogino, ma consapevole (lo attesta il suo epistolario) dello svilimento imposto alle donne da questa societ che detesta. Nella mente di Flaubert, la duplice esemplarit di Emma palese: la sua eroina parla al tempo stesso delle donne e della societ che le educa. Il pessimismo di Flaubert, ammesso che si tratti proprio di pessimismo e non di nichilismo, si spinge oltre. Il principio di equivalenza e di indifferenza che egli mette in opera, letteralmente, vale per gli esseri e per le cose, ma anche per il tempo (progetti e ricordi travolti nella stessa tormenta) e per i sentimenti. Il suo materialismo assoluto non compensato da nessuna illusione di ordine sociale o politico. Non crede nellavvenire, cos come non crede nel futuro. In questo senso, resister sempre alle

decodifiche sociologiche o filosofiche di cui continua a essere oggetto. Tuttavia, ha una debolezza, che anche la sua forza: la scrittura, lambizione di scrivere questo niente che la verit di tutto. Perch la scrittura sfuggirebbe al niente, come se ne distinguerebbe?

Qui le conclusioni possono essere divergenti. Alcuni diranno che la scrittura lultima illusione, addirittura una doppia illusione, nella misura in cui pretende di analizzare un fenomeno di cui soltanto uno dei sintomi. Ma la rilettura di Madame Bovary mi ispira una sensazione molto diversa. Se oggi Emma rimane una figura cos attuale e conturbante, se possiamo perfino credere di comprenderla meglio dei suoi contemporanei, significa che la scrittura di Flaubert servita a qualcosa. Attraverso leconomia che le propria, non si rivela soltanto in grado di captare il minimo dettaglio materiale, la minima esitazione del linguaggio e il minimo fremito dellanima: si rivela anche capace di cogliere, nelle armoniche e nelle risonanze di unepoca, un effetto di stereoscopia, i cui echi saranno realmente percepibili solo pi tardi e pi lontano. Come ha fatto notare Michel Leiris, bisogna appartenere pienamente al proprio tempo per potergli sopravvivere. Essere contemporanei significa porre laccento su quanto, nel presente, delinea qualcosa del futuro. Solo a distanza, insomma, a partire dalla constatazione della sua costante presenza, possiamo giudicare la totale pertinenza di un autore rispetto alla sua epoca, e ritrovarci in ci che egli ha saputo estrarre dal caos informe della sua attualit. Leiris, nel Ruban au cou dOlympia, si interrogava anche su come individuare i tratti tipici di una determinata epoca. E, prendendo ad esempio Manet, suggeriva che in pittura il dettaglio (nel caso specifico, il semplice nastro nero e il gioiello di paccottiglia che gli agganciato) costituisca questo indizio di contemporaneit. Peraltro, vi scorgeva un incoraggiamento per lautore che invecchia e, mentre gran parte di ci che lo circonda gli sfugge, si chiede se sia ancora al passo coi tempi. Cos pu sempre sperare di avere fatto pervenire, a chi verr dopo di lui, alcuni segni, sulle prime incompresi, ma che pi tardi, in maniera retrospettiva, verranno considerati come caratteristiche del suo tempo. La contemporaneit non si limita allattualit e si coniuga al futuro anteriore. Il futuro anteriore lestrema traccia di ottimismo dei creatori: Flaubert sar stato colui che, creando Emma Bovary, anticiper le illusioni, le alienazioni e le tragedie a venire; probabilmente, identificandosi con la sua eroina, Flaubert sapeva di proiettarsi ben oltre, e doppiamente: perch, se a partire dallo sguardo sul presente non doveva essere cos incoraggiante figurarsi le mediocrit imminenti, il fatto di sapere che un giorno qualcuno ne avrebbe preso coscienza e avrebbe potuto trovarne uneco anticipata nella fredda e appassionata spietatezza di un romanzo del XIX secolo, doveva risvegliare in lui unempatia prospettica con i suoi lettori a venire, con i suoi lettori ideali. Penso ancora una volta a Baudelaire e allinizio dei Fiori del male: Ipocrita lettore, mio simile, fratello. Forse Flaubert era consapevole di scrivere anche per quelli che, pi tardi, avrebbero capito fino a che punto egli era stato contemporaneo alla sua epoca e alla loro, e ci spiega il paradosso di un uomo che non credeva a niente, tranne che alla scrittura, e perci, malgrado tutto, al futuro.

Tuttavia, a dispetto della sua formula rimasta nella storia (Madame Bovary sono io), Flaubert Flaubert ed Emma Bovary Emma Bovary. Gli eroi del romanzo sfuggono in fretta al loro creatore; hanno unesistenza propria che supera la sua immaginazione. Ben presto non gli appartengono pi. Saranno i lettori ad appropriarsene, e forse ci sono tanti eroi quanti lettori. A volte leroe epico era un semidio. E, come semidio, esprimeva il passaggio dal caos allintrigo, dal mito al racconto, il progressivo affrancamento, mediante la letteratura, dallincubo mitico di cui parla Benjamin, e la progressiva sostituzione del mondo degli uomini a quello degli di, analizzata da autori come Jean-Pierre Vernant o Cornelius Castoriadis, soprattutto a proposito della tragedia. Alla fine

di questo percorso, luomo scopre la sua solitudine. a questo punto che appare il volto del vero eroe, quello che non crede pi n al paradiso n al divenire storico, ma accetta ugualmente di vivere o di morire per una causa persa; leroe di Camus o di Malraux. Flaubert, per, era agli antipodi di questa mistica senza Dio. I suoi eroi sono personaggi senza eroismo. Tranne Emma, appunto, che ha anticipato la conclusione cui, un secolo pi tardi, i suoi successori in eroismo romanzesco non oseranno giungere: di fronte al nonsenso resta soltanto la morte. Emma leroina del passaggio allazione, lantieroe per eccellenza, ma lantieroe una figura estrema delleroismo, mentre Frdric Moreau semplicemente un non eroe. La rinuncia al futuro, il suicidio, non indica necessariamente una rinuncia allavvenire. La morte eroica, in generale, si crede testimonianza: il martire, nel momento stesso in cui rinuncia al futuro immediato, scommette sullavvenire. Una scommessa che, tuttavia, non priva di poste in gioco pi personali. Cos come quella dello scrittore, si coniuga al futuro anteriore; pretende di trasformare una vita in destino. In Emma non troviamo nulla di questo movimento estremo, di questa suprema magniloquenza: il suo suicidio, pura rinuncia alla vita, resta una questione privata, spogliata di ogni illusione e di ogni presunzione di esemplarit. Emma ha unesistenza e un avvenire soltanto letterari. in questo senso che Flaubert ha potuto esclamare Madame Bovary sono io. Il vero eroe lui. Non crede a niente, ma scrive comunque.

Nella nostra societ dei consumi siamo pi o meno coscientemente sensibili alla dissoluzione dellessere nellapparire operata dai media, alle forme di solitudine che accompagnano i progressi della comunicazione e al principio di equivalenza o di indifferenza da cui, ogni giorno, sembrano dipendere la storia e linformazione. La vita affettiva sempre pi orientata dagli stereotipi diffusi a livello planetario. La vita intellettuale sempre pi influenzata dai codici della correttezza pi convenzionale. Precauzione, correttezza, rispetto: queste parole dordine generiche e indifferenziate esercitano una tirannia costante, come luoghi comuni mascherati da stereotipi morali che faticano a nascondere lo smarrimento, la collera o langoscia degli individui. Le superstizioni pi deliranti, le tirannie dellinsensatezza e della follia religiosa cercano di imporsi, non senza successo, in nome della libert, e noi ignoriamo chi siano i responsabili di questa deriva incontrollabile. Temiamo tutto. Abbiamo paura della nostra ombra. Chiediamo perdono per i peccati dei nostri antenati. Ci abituiamo allidea o allimmagine di un mondo senza storia e senza avvenire, di un mondo compiuto, arrivato alla fine, il cui spazio si richiude definitivamente su se stesso. Quali argomenti ironici o vendicatori, quali folgorazioni ispirerebbero allautore del Dizionario dei luoghi comuni, se potesse tornare tra noi e ascoltarle, queste sciocchezze sparate tutto il giorno, con il tono di beata evidenza, di pedante perizia o di proselitismo illuminato, dai divi di ogni risma del piccolo schermo globale, e poi emulate da un pubblico che ne schiavo? Se leroina di Flaubert ci colpisce ancora, e oggi pi che mai, perch preannunciava queste nuove vertigini. Inoltre, lambiente piccolo-borghese in cui gradualmente evolveva, con la sua soddisfatta banalit, appare pi familiare al lettore di oggi che non laristocrazia tormentata e romantica dei romanzi di Tolstoj. In questo senso, bench abbia ventanni di pi, Emma Bovary pi vicina a noi rispetto ad Anna Karenina, altra figura tragica e grandiosa della modernit femminile.

A quali aberrazioni tragiche si abbandonerebbe Emma Bovary ai giorni nostri per sfuggire allinsostenibile mediocrit della sua condizione? La immagino per un istante seduta, sognante, davanti al televisore o allo schermo del computer. Si lascer sedurre, su un sito di incontri, da un esperto di marketing o di risorse umane? Prover a raggiungerlo a un mega-aperitivo o su una nave da crociera all inclusive? Sar tentata di emulare quelle giovani donne, spinte da un folle desiderio di riconoscimento,

che vede prendere parte alle trasmissioni televisive, cantare o raccontarsi con una passione e una disinvoltura cos deliberate da far arrossire i pi consumati animatori? Spinta dalla sua intolleranza, si esporr al rischio di quelle tremende delusioni amorose da cui ci si riprende soltanto, e dopo alcuni episodi, nelle fiction del piccolo schermo? Rester vittima di unoverdose o di un folle che, una sera, allora di punta, la scaraventer sotto un treno della metropolitana? E se si fosse buttata di proposito e, dando la colpa a qualcun altro, le si volesse rubare anche la morte? Emma Bovary ci parla della fuga impossibile, del sogno irrealizzabile, dellindifferenza, dei sentimenti che muoiono, della cupidigia degli uni e della debolezza degli altri, dellindividuo che tutto e niente. Ci suggerisce che, nel tempo dellubiquit, delleterno presente, dellimmagine e della finzione generalizzata, il bovarismo non pi solo il destino delle provinciali nevrotiche: trascende le frontiere del sesso e della patologia; o, pi esattamente, ci aiuta a capire che le donne, da sempre, hanno incarnato la condizione umana in ci che essa ha di pi tragico. Grandezza e miseria dellUomo: Pascal faceva di questa grandezza loggetto di una scommessa, ma che ne pensava sua sorella? Che ne pensava la sorella di Chateaubriand? E la sorella di Claudel? Grazie alla sufficienza e allegocentrismo maschili, la condizione femminile pu apparirci come la forma acuta della miseria umana. La donna lavvenire delluomo, scriveva Aragon. E aveva pi ragione di quanto potesse credere. Ma dietro la sua promessa riusciamo a percepire un avvertimento. Nei cosiddetti paesi sviluppati, il consumo di tranquillanti e antidepressivi in aumento. Ci si suicida dentro le aziende. Continuiamo a scontrarci con pareti di vetro che riflettono soltanto la nostra immagine appannata, fantasmatica. Dietro ai suoi schermi televisivi e alle sue grandi facciate di vetro, il pianeta si trasforma in un acquario. In questo mondo chiuso, opaco e assieme trasparente, in questo mondo da cui non si sfugge, possiamo essere portati a pensare che la disperata lucidit del bovarismo sia forse lunica via duscita possibile, la sola follia sensata in questo mondo di folli.

Prima di provare a vivere o a sopravvivere, dobbiamo prendere in considerazione questa ipotesi, accantonare le finzioni dellevidenza, identificare la minaccia e chiederci se sia o meno necessario resisterle. Bisogna proprio giungere al culmine della disperazione perch si giunti al culmine dellillusione, rinunciare a s come agli altri, al futuro come allavvenire? Oppure, al contrario, dobbiamo rinunciare anche allillusione della disperazione, allorgoglio della sofferenza, accettare la mediocrit del quotidiano e ripiegare su una saggezza senza eroismo, su un futuro senza avvenire? In ogni caso, in questi termini che il bovarismo continua a interrogarci.

Oggi la crisi planetaria che stiamo vivendo ha una dimensione profonda che trascende leconomia. Non solo una crisi finanziaria. Non semplicemente una crisi politica o sociale, e non una novit. Il Duemila arrivato con le sue grandi paure e non escluso che gli storici del futuro un giorno parleranno di Crisi dei centanni per riferirsi al periodo nel quale siamo entrati gi da un po. Daltronde, la percezione di cui oggetto parte integrante della crisi. Chi ne vittima diretta, ma anche, pi ampiamente, tutti coloro che la subiscono in mancanza di alternative, allimprovviso prendono coscienza che qualcosa non funziona pi, che qualcosa a loro insaputa cambiato. Crisi, crisi di coscienza e presa di coscienza si intrecciano e si rinforzano lun laltra, ma senza che sia possibile classificarle in termini di cause ed effetti.

La morte o niente la sola alternativa?

5. Le nuove paure

Non abbiamo ancora finito di tirare le somme sul cambiamento di scala che incide sulla vita a livello planetario.

Questo cambiamento soprattutto economico e, di conseguenza, tecnologico (le innovazioni tecnologiche creano nuovi beni di consumo che, a loro volta, esigono nuove forme di organizzazione del lavoro). Il capitalismo riuscito a creare un mercato che ha la stessa estensione della Terra. Le grandi aziende sfuggono alla logica dellinteresse nazionale. La logica finanziaria impone agli Stati le sue regole. E, allimprovviso, questa dominazione diventata cos evidente da essere inappellabile salvo i clamori delle manifestazioni di protesta che la accompagnano senza produrre il minimo cambiamento. La lotta di classe c stata, ma la classe operaia lha persa. LInternazionale trionfa, ma capitalista. Certo, il sistema conosce le sue crisi, ma nessuno si azzarderebbe a sostenere che esse siano il segno di contraddizioni foriere di avvenire. Il pianeta si urbanizza, si attrezza, si riorganizza e, parallelamente, il paesaggio urbano si trasforma in maniera radicale. In tutto il mondo, le grandiose architetture delle downtowns americane e dei quartieri daffari europei simboleggiano, nel modo pi diretto possibile, il potere di quelle aziende che innalzano nel cielo diurno sfavillanti grattacieli e, da lass, guardano il mondo, prima di proiettare nel cielo notturno le luccicanti trasparenze dei loro uffici perennemente illuminati. Gli stessi contestatori, quando fanno sentire la loro voce, sono prigionieri del mondo delle immagini creato dalla prodigiosa espansione dei media e della comunicazione elettronica. In pochi decenni, il nostro ambiente pi familiare stato trasformato. Le categorie di sensazione, percezione e immaginazione sono state sconvolte dalle innovazioni tecnologiche e dalla potenza dellapparato industriale che le diffonde. Il corpo si attrezza: lo si droga, lo si dopa in maniera sempre pi efficace. Presto inizieremo ad aumentare le nostre performance, grazie alle nanotecnologie, e i microprocessori diventeranno lespressione suprema del trapianto elettronico. Le serie televisive che deliziavano i telespettatori degli anni settanta o ottanta (luomo e la donna bionici, capaci, come nelle fiabe di Perrault o dei fratelli Grimm, di vedere pi lontano, di sentire meglio e di correre con falcate di sette leghe) stanno per trasformarsi in realt. Il paradosso di questo corpo trionfante, per, che esso non appartiene pi a nessuno, che sfugge a colui o colei che credeva di esserne padrone, che prigioniero delle tecniche o delle sostanze che lo proiettano oltre ogni performance credibile proprio come resta prigioniero del suo braccialetto magico lindividuo costretto a sorveglianza elettronica. Quando le seduzioni della fiction penetrano il reale, per prima cosa provocano lo stupore, poi il dubbio e infine il timore di uno spossessamento delluomo da parte delle tecniche che egli stesso ha creato. La paura dellapprendista stregone sempre presente, ancor pi per il fatto che le applicazioni tecnologiche capaci di confezionare corpi invulnerabili e dalle prestazioni elevatissime sono prioritariamente di ordine militare. Nel momento stesso in cui le macchine da guerra cominciano a sostituire gli uomini (pensiamo ai droni), il corpo umano aspira allinvulnerabilit e alla potenza delle macchine. Probabilmente, non sensato immaginare che un giorno dei robot possano trasformarsi in uomini, ma lo molto di pi immaginare il percorso inverso e temere che gli uomini si trasformino in robot: nella storia ci sono dei precedenti, anche senza lintervento della tecnologia. Lantropologo tradizionale studiava le relazioni sociali allinterno di gruppi dalle dimensioni sufficientemente modeste perch egli vi potesse lavorare da solo; si sforzava di studiare le relazioni sociali collocandole nel loro contesto. Oggi, per, il contesto sempre un contesto mondiale, persino nellAmazzonia e nel Sahara pi profondi. Come ho ricordato in Straniero a me stesso, innanzi tutto la

nozione di nonluogo si applica a tutti gli elementi costitutivi del contesto globale, al cui interno, dora in avanti, ogni osservazione locale dovr inscriversi. Lestensione dei nonluoghi empirici ci fornisce unidea di ci che sar il mondo di domani e rappresenta un cambiamento di scala che, tanto per gli individui quanto per i gruppi, modifica la definizione del contesto, che in definitiva sempre planetario. Quanto agli strumenti e agli spazi di comunicazione, essi fanno parte sia del contesto sia della relazione e, di qui a breve, il loro sviluppo potr anche mettere in discussione questa distinzione. Gli etnologi che si sforzano di analizzare quale sar il funzionamento dei social networks nel futuro faranno molta fatica a separare il tipo di relazioni che vi si creano dallambiente a cui appartengono, e che essi contribuiscono a definire.

Siamo di fronte a un cambiamento politico. Parliamo di potenze in ascesa, di paesi emergenti e ascoltiamo le loro esigenze di rappresentativit negli organismi internazionali. Ma, a tal riguardo, assistiamo allutilizzo di due linguaggi potenzialmente contraddittori. Il vecchio linguaggio si attiene alle nazioni come tali e tratta le loro competizioni a venire nei termini dei secoli precedenti. Alcuni indicatori, come il tasso di crescita, la bilancia commerciale, il tasso di indebitamento, forniscono i punti di riferimento in base a cui misurare la posizione degli uni e degli altri in una competizione planetaria, che immaginiamo analoga a quella che contrapponeva le nazioni europee nel corso dei secoli passati. Alcune nazioni un tempo colonizzate o sottomesse si sono appena unite al gruppo e hanno deciso di giocare con i grandi, mettendoci un tale ardore che presto supereranno i vecchi leader. LONU e i diversi organismi internazionali si conformano a questo linguaggio e discutono, ad esempio, per capire chi saranno i prossimi a entrare a far parte del Consiglio di Sicurezza. Ma ha fatto la sua apparizione anche un altro linguaggio, transnazionale pi che internazionale. Viene utilizzato per rendere conto di conflitti locali. Locali perch, dopo il crollo dellUnione Sovietica e la conversione della Cina alleconomia di mercato, una guerra mondiale tra grandi potenze ormai impensabile. Le guerre, nel vecchio senso del termine, sono oggi riservate ai piccoli paesi e sono essenzialmente guerre civili o conflitti di frontiera. Molti fattori ne complicano la soluzione, ma possiamo credere che, di qui a poco, questi tipi di scontri saranno sottoposti al diritto di ingerenza o allarbitrato e, eventualmente, alle sanzioni di organismi come il tribunale penale internazionale. Ci non vuol dire che il pianeta sia pi pacifico, n che le grandi potenze non giochino un ruolo nellinnesco delle violenze, n che non facciano la loro comparsa nuove forme di guerra (guerra economica, spionaggio industriale, attacchi informatici, terrorismo); significa solo che le modalit sono altre e gli attori sono meno facilmente identificabili. Anche la paura cambia volto. In Europa nessuno teme pi un conflitto di tipo classico. La paura diventa diffusa; ogni attentato la riaccende. Datare la nascita delle parole e ripercorrere la loro diffusione sarebbe un esercizio eminentemente sociologico, nel senso pi giustificato del termine. Nellambito che qui ci interessa sarebbero coinvolti due tipi di parole. Nel vocabolario istituzionale, lONU che il generale De Gaulle chiamava machin, il coso ormai una realt sotto gli occhi di tutti; si possono denunciare gli errori di Bruxelles, la politica del FMI, lazione della NATO o le decisioni dellOPEC, ma sappiamo, dalla lettura dei giornali o dalle notizie dei telegiornali, che queste sigle indicano degli attori regionali o transnazionali le cui iniziative ci riguardano molto direttamente. Nel vocabolario concettuale, la parola governance, nel senso di arte di gestire, un neologismo sul quale, ormai da qualche anno, si sono lanciati i politici del mondo globale: nei fatti, sottintende che sia tutta una faccenda di competenze e di buona gestione. Cos, avremmo definitivamente abbandonato il campo dei sogni e delle rivoluzioni. Il concetto di governance proclama la fine della storia. la parola dordine politica di una societ dei consumi e dei servizi che, di qui a poco, dovrebbe portare a termine la

sua estensione allintero pianeta. Di una societ che si preoccuperebbe ancora del suo futuro immediato, ma non avrebbe pi bisogno di avvenire.

un cambiamento ecologico e sociale. Le paure suscitate dalla globalizzazione, intesa come fine della storia, fanno coppia con i timori ecologici. In nome degli imperativi dello sviluppo e della crescita, trattiamo male il pianeta e lo strato di ozono. Ma non tutto: in questa logica dello sviluppo, ci che aumenta lo scarto tra i pi ricchi dei ricchi e i pi poveri dei poveri, tra i pi istruiti e i pi analfabeti. In questa direzione, si delinea fin da ora lapparizione di unoligarchia globale transnazionale e di una societ planetaria non egualitaria, il cui motore sar il consumo degli strati intermedi; lascer da parte una massa di esclusi (anche esclusione una parola che, in questi ultimi anni, ha conosciuto una nuova fortuna), assistiti e gestiti alla meno peggio da istituzioni specializzate che, ben che vada, li conserveranno in una posizione prossima alla soglia di povert. Oggi, la paura di cadere dalla parte degli esclusi molto diffusa e alimenta langoscia nei confronti del futuro immediato.

un cambiamento di scala demografico. Allinizio del XX secolo, la popolazione del mondo corrispondeva grosso modo a quella della sola Cina di oggi. Questa espansione demografica varia a seconda dei paesi; il pi delle volte, i paesi sviluppati hanno un tasso di natalit in diminuzione. facile immaginare e spesso ne siamo testimoni quanti timori susciti questa disparit. Due tipi di panico di natura contraria si rinforzano a vicenda. Si intensifica lemigrazione da quei paesi in cui la vita ogni giorno pi difficile; i migranti, per fuggire, rischiano spesso la vita. Questi movimenti di popolazione provocano timori nei paesi o nelle regioni di accoglienza, in Europa, certo, ma anche in Africa, in America o in Asia. La migrazione preoccupa anche perch una delle manifestazioni pi evidenti delle trasformazioni del pianeta e fa capire a tutti il carattere artificiale di qualsiasi rivendicazione strettamente locale; tuttavia, il luogo ha a che fare con lidentit e, per esempio, se la disoccupazione viene messa direttamente in relazione alla presenza di immigrati, il fantasma della perdita di s si espande, combinando rappresentazioni individuali e collettive. Dietro a queste inquietudini aleggia un timore pi profondo: che sulla Terra siamo troppo numerosi, troppo numerosi perch essa possa nutrirci senza esaurire le sue risorse vitali di base. Al giorno doggi, il tema dellesaurimento delle risorse esplicito e si cominciano a utilizzare nuove tecnologie che dovrebbero attenuarne gli effetti. Evidentemente, anche se non viene detto in maniera esplicita, la demografia al centro delle preoccupazioni dellecologia. E le catastrofi naturali, i cui effetti sono ovunque amplificati sia dalla miseria e dallaffollamento degli uomini, sia dalla presenza di impianti pericolosi, come nel caso delle centrali atomiche, possono sembrare capaci di far scomparire intere comunit umane. In queste condizioni, la prospettiva di un pianeta sul quale presto si accalcheranno dieci miliardi di uomini alla ricerca del loro posto al sole accentua i timori e le preoccupazioni gi espresse oggi.

un cambiamento di scala estetico e culturale. Nel XVI secolo il Rinascimento, prima italiano e poi francese, stato reso possibile grazie a un ritorno allantichit greco-latina, che ha ravvivato la tradizione cristiana, e ad apporti di paesi lontani (America, Africa, Cina), nei quali Lvi-Strauss ha individuato lorigine della vitalit e del dinamismo europei dellepoca. Chiaramente, in questa prospettiva il qui era lEuropa e laltrove il resto del

mondo. Le cose sono davvero cambiate? S, nel senso che un centro del mondo c sempre, ma si allargato e, in qualche misura, deterritorializzato. La metacitt virtuale di cui parla Paul Virilio si riferisce sia alle megalopoli del mondo (le pi influenti delle quali si trovano, principalmente ma non esclusivamente, in America, in Giappone, in Cina e in Europa), sia alle reti di scambio, di comunicazione e di informazione che le collegano. Oggi daltra parte, in molti settori, si pi propensi a parlare delle citt che non dei paesi in cui si trovano. Le grandi citt cercano di costruirsi una immagine di marca. Aspirano a figurare in buona posizione negli elenchi delle investiture elaborati da istituzioni transnazionali (iscrizione al patrimonio dellumanit, elezione, pi modesta ed effimera, a capitale culturale europea, designazione a sede delle Olimpiadi o di un determinato campionato del mondo). E il pi delle volte tutte queste onorificenze danno avvio a nuove costruzioni, prestigiose ed emblematiche. I nomi dei grandi architetti sono conosciuti in tutto il mondo, quasi come quelli dei grandi calciatori. Larchitettura gode ormai di uno status sociale assolutamente particolare. Qualcuno minaccia di ridurre di qualche metro il grattacielo che Nouvel costruisce a Manhattan? La stampa si mette in agitazione. Un grande produttore vinicolo di Bordeaux vuole accrescere il prestigio dei suoi vigneti? Affida al costruttore della cattedrale di Evry, Mario Botta, il compito di progettare una nuova cantina. Un nuovo museo apre le porte a Bilbao o a Chicago? Folle di persone si precipitano a vederlo, pi attratte dalledificio che non da ci che contiene. Gli architetti pi in vista sono celebrati in tutto il mondo, e alcune citt di media importanza cercano di assicurarsi il fatto che uno di essi collochi almeno una delle sue opere sul loro territorio, cos da farlo accedere a dignit planetaria e turistica. Le grandi aziende che si installano nei grattacieli pi recenti lo fanno prima di tutto per la loro immagine. Immagine e marca sono parole magiche e ammalianti, che riassumono, agli occhi di molti, tutto ci che possibile sapere del mondo in cui viviamo. Le aziende pretendono cos di offrire buone condizioni di lavoro ai loro dipendenti. Ma spesso anche queste condizioni si limitano allimmagine. Gli spazi senza pareti (gli open space) sono luoghi in cui ognuno prigioniero dello sguardo degli altri, pi che luoghi di libert, dove lo sguardo pu raggiungere lorizzonte attraverso immense vetrate. Lambiente aziendale rigorosamente gerarchico: lo dimostra la scelta delle postazioni allinterno dello spazio aperto e il fatto che i responsabili pi importanti dispongono di uffici separati.

Dunque, importante distinguere le situazioni. In un certo senso, tutto circola e si trova ovunque. In Brasile, per esempio, alcune etnie che credevamo scomparse sono riapparse dopo che il governo brasiliano ha condotto una politica di assegnazione delle terre ai gruppi etnici socialmente costituiti. Dei meticci isolati e disseminati qua e l si sono riuniti e, sulla base di ricordi e improvvisazioni, hanno reinventato i loro rituali e le loro regole comuni. Spesso, per le loro cerimonie molto apprezzate dai turisti stranieri hanno fatto ricorso a oggetti che circolano sul mercato, il pi delle volte di origine asiatica: in questo caso siamo di fronte a una diffusione di tratti materiali a servizio di una reinvenzione culturale. Il ritorno alle origini attinge a fonti esterne. Daltra parte, probabilmente non vi nulla di cos inedito: possiamo immaginare, infatti, che i gruppi e i culti si siano sempre costituiti sulla base di un bricolage di questo tipo. Quel che nuovo, forse, il fatto di attingere a fonti molto distanti e la diversificazione del pubblico: la prova di una nuova organizzazione del pianeta. Nel settore dellarte o del design (settori che tendono sempre pi a coincidere e a sovrapporsi parzialmente), il gioco con le forme o con gli oggetti di origine lontana non nasce dalle stesse esigenze. il risultato di una scelta deliberata e ha senso in ambienti privilegiati e coscienti delle immense possibilit che, teoricamente e idealmente, lapertura del pianeta offre a tutti gli sguardi. Nasce da un eclettismo ispirato a vocazione umanistica, contrapposto ai monopoli culturali e alletnocentrismo. La difficolt con cui oggi si scontrano i fautori di questo eclettismo, cos come tutti gli artisti,

lestrema elasticit del sistema globale, straordinariamente capace di appropriarsi di qualsiasi dichiarazione di indipendenza e ricerca di originalit. Non appena formulate, le rivendicazioni di pluralismo, di diversit, di ricomposizione, di ridefinizione dei criteri, di apertura alle culture diverse, vengono accettate, proclamate, banalizzate e messe in scena dal sistema cio, concretamente, dai media, dallimmagine, dalle organizzazioni politiche e cos via. Da ci deriva la sensazione che pu avere il grande pubblico, forse scorretta da un punto di vista tecnico ma significativa da quello sociologico, che in arte cos come in architettura tutto si assomigli. La difficolt dellarte, nel senso pi ampio del termine, sempre stata quella di prendere le distanze da uno stato di societ che essa, tuttavia, se vuole essere compresa dagli uomini e dalle donne a cui si rivolge, deve esprimere. Larte deve esprimere la societ (cio, al giorno doggi, il mondo), ma deve farlo intenzionalmente. Non pu essere soltanto unespressione passiva, un aspetto della situazione. Se vuole mostrarci qualcosa di diverso rispetto a ci che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, per esempio al supermercato o in televisione, deve essere espressiva e riflessiva. Larte inquietante per vocazione. Le forme dellarte contemporanea, proponendoci ci che vediamo ogni giorno, ci disturbano: trasformano gli oggetti comuni e familiari in oggetti di riflessione e, di conseguenza, non sublimano il reale ma lo sovvertono. La loro ambizione si contrappone agli sforzi dispiegati dalla societ dei consumi per persuaderci che tutto vada da s, da cui la tentazione, alimentata dai messaggi rassicuranti dei media, di ridurle a semplici variazioni sullesistente, a semplici ridondanze.

un cambiamento di scala fisico e metafisico. Le preoccupazioni dellecologia, le questioni del cambiamento climatico, fanno brutalmente scoprire ai comuni mortali quanto sia minuscolo il pianeta in un universo infinito. Luniverso, scriveva Pascal, una sfera infinita, il cui centro dappertutto e la circonferenza da nessuna parte. La scienza un po pi precisa: per quanto ne sappiamo, ci sono miliardi di sistemi solari nella nostra galassia, e ci sono migliaia di galassie nelluniverso, sempre che la parola abbia un senso. Certo, queste dimensioni eccedono le nostre capacit di immaginazione e, fortunatamente per la nostra salute mentale, non cerchiamo di interrogarci ogni giorno sui misteri della materia, sui buchi neri o sullespansione delluniverso. Ma, in maniera impercettibile, per capillarit, anche i pi incolti possono convincersi dellidea, ancora pi terrificante quando non nasce da un sapere ma solo da vaghe rappresentazioni, che niente sia meno evidente del naturale. Anche i terremoti che scuotono il buon senso e i luoghi comuni sono terremoti devastanti.

Dunque, ci che talvolta definiamo individualizzazione delle credenze somiglia piuttosto a uninteriorizzazione dei dubbi e delle paure. Le antiche cosmologie, che circondavano la miseria umana di un alone di senso, erano proiezioni di societ che si definivano attraverso la loro inscrizione nello spazio e nel tempo. Ora, mentre sulla Terra compaiono nuove mobilit, si diffonde agli occhi di molti limmagine pi o meno confusa di un universo materiale dalle dimensioni infinite e in perpetua espansione che, incontestabilmente, eccede le nostre capacit di immaginazione.

6. Linnovazione

Se analizziamo lidea di modello, riusciamo a capire pi chiaramente la differenza tra le scienze, da un lato, e le discipline dellazione, dallaltro. I modelli nati dalle utopie del XIX secolo avevano per oggetto gli uomini ed erano concepiti da cervelli umani. Una volta elaborato, il modello non era pi unipotesi, per definizione passibile di revisione, ma una guida per lazione. Detto altrimenti, perdeva qualsiasi dimensione problematica, aspirava ad essere una sorta di libretto di istruzioni fondato su una certezza: proprio questa la difficolt che, con un buon senso tardivo e tragico, ha dovuto affrontare leroe della Condizione umana ricordato sopra. Pur apparentemente private di qualsiasi dimensione ideologica, le cosiddette scienze sociali o umane non sono scientifiche allo stesso modo delle cosiddette scienze dure, perch hanno per oggetto gli uomini, non le componenti biologiche e materiali delluomo, ma il comportamento umano nel suo aspetto simbolico, nella relazione di un individuo con se stesso e con gli altri. Gli strumenti di misurazione e, per esempio, la matematizzazione dei risultati non cambiano le cose, ed evidente che anche la ricerca economica si colloca dalla parte delle scienze sociali, non da quella delle scienze della natura, per quanto duri e formalizzati possano essere i loro protocolli di indagine. Dunque, visto che nelle scienze sociali la ricerca viene svolta da uomini, queste scienze non possono escludere dal loro campo di osservazione una dimensione riflessiva. Non significa che, tendenzialmente e idealmente, non esista ununit di tutti i saperi, e neppure che le scienze sociali siano in grado di produrre solo risultati qualitativi e relativi; significa soltanto che esse, rispetto alle scienze della vita o della materia (nonostante queste ultime non ne siano completamente esenti), sono pi esposte al rischio di essere integrate da quelle forze di cui studiano il ruolo nel campo sociale: ne fanno parte e, rispetto alle scienze della natura, hanno pi difficolt nel definire un punto di vista totalmente esterno al loro oggetto. Oggi per, con la globalizzazione e lestensione a tutto il pianeta del mercato capitalistico, assistiamo allemergere di una serie di convergenze inedite al-lorigine di una situazione radicalmente nuova, che il pubblico, data la rapidit della sua comparsa e la potenza degli effetti di linguaggio che la presentano come qualcosa che va da s, naturale e indiscutibile, percepisce solo in maniera frammentaria. Per descriverla brevemente, potremmo dire che ormai siamo capaci di definire il nostro rapporto con lo spazio e il tempo, cio lelemento essenziale dellattivit simbolica che definisce lessenza delluomo e dellumanit, solo attraverso artefatti messi a punto dallindustria e fatti circolare sul mercato. Si tratta, a dir poco, di uno sconvolgimento totale della capacit degli uomini di percepire la loro relazione con se stessi e con gli altri, di una rivoluzione di cui, per il momento, avvertiamo solo i primi fremiti ma che, a lungo andare, potr trasformare i parametri di quella che continuiamo a chiamare natura umana. Per le scienze sociali questa situazione rappresenta una minaccia, una risorsa e una sfida. Una minaccia, perch queste nuove convergenze mettono in dubbio il ruolo delle stesse scienze sociali, chiamate quasi a trasformarsi in strumenti di misurazione al servizio dei cambiamenti tecnologici in corso. Una risorsa, perch le scienze sociali potrebbero ribaltare il loro sguardo critico su se stesse e sullattualit, come avvenuto talvolta allantropologia sociale allepoca delle colonizzazioni, cos da riuscire a misurare esattamente il fenomeno sociale nel quale sono coinvolte. Infine, una sfida allaltezza delle poste in gioco: procederemo a velocit accelerata verso un mondo post-umano o saremo capaci di inventare i princpi di un nuovo umanesimo? La sfida riguarda anche il fatto che, nella storia contemporanea reale, la diversit delle storie locali gioca ancora un ruolo importante e la storia concreta non si identifica in toto con quella della scienza, anche se le innovazioni tecnologiche, almeno in una parte del mondo, ce ne danno limpressione. La diversit del pianeta ancora enorme. Non possiamo accontentarci di osservare da lontano laumento della povert, le violenze religiose, la deriva mafiosa della politica o il potere degli speculatori

sulleconomia mondiale. Un tempo si faceva appello alletnografia di emergenza per conservare almeno qualche traccia delle culture in agonia. Ai nostri giorni lemergenza unaltra: reintrodurre lo sguardo critico in quei territori che ci paiono tanto pi naturali quanto pi ci troviamo a farne parte senza sapere come sia potuto succedere, riutilizzare le armi dellanalisi per mettere in dubbio lindiscutibile o lindiscusso, non per spaventarci delle evoluzioni in corso e unirsi al coro dei conservatori e dei reazionari di sempre, ma per salvare lidea di progresso risollevando il problema dei fini.

La ricerca pura non conduce necessariamente a qualche invenzione, non comunque in maniera immediata, ma ogni invenzione il frutto di questa ricerca. Quanto allinnovazione, concetto coniato da Schumpeter nel 1912, essa si definisce in partenza come linserimento dellinvenzione nellattivit economica. Cerchiamo dunque di sfogliare il dossier sullinnovazione. Potr aiutarci il settimo volume della rivista del Muse des Confluences di Lione, dal titolo Innovation, pubblicato nel luglio del 2011, perch presenta un quadro completo degli usi attuali di questo termine. Bruno Jacomy, direttore esecutivo del Muse des Confluences, precisa il concetto di innovazione aggiungendo: Linvenzione latto creativo attraverso cui unidea assume la forma di un oggetto reale, linnovazione vi aggiunge il carattere sociale, dovuto alla sua diffusione nella societ sotto forma di prodotto. Dunque, pur essendo un concetto annoso, non mai stato tanto utilizzato, celebrato e invocato quanto ai nostri giorni; si presenta come idea chiave di quelle imprese che, appunto, definiamo innovative e, come parola, prende posto nel vocabolario e nel linguaggio privato dellattivit economica, superandola per ampiamente, soprattutto attraverso le tecnologie della comunicazione di cui allorigine. Assistiamo cos allo sviluppo di un certo numero di argomenti che, di primo acchito, ci sono relativamente familiari: elogio della diversit, della partecipazione, dellinterdisciplinarit, della relazione tra lambito tecnico e quello sociale, elogio della ricerca, formazione continua, collaborazione tra universit e mondo del lavoro, tra ricerca e industria Ma possiamo chiederci se, nel nuovo contesto, questi argomenti non funzionino forse come una sorta di metafora in scala ridotta della vita sociale. In modo pi polemico, potremmo anche dubitare del fatto che continui a trattarsi di una metafora, e chiederci se non siamo forse in presenza di una vasta opera di sostituzione, finita la quale le parole ricerca, diversit o cooperazione avranno cambiato significato e il mondo delle imprese avr preso il posto del mondo tout court.

Se ci rimettiamo alle analisi di chi tenta di definire il concetto e le realt che gli corrispondono, linnovazione ricorda il fatto sociale totale di Marcel Mauss, nella misura in cui riguarda simultaneamente tutti gli aspetti della societ e fa appello a tutti i suoi attori. Per prima cosa, gli osservatori pi attenti la presentano come un fenomeno collettivo che nasce dallinterazione di diversi agenti. Lidea centrale che gli utenti, in particolare quelli del settore informatico, possano far evolvere il sistema, attraverso le loro reazioni e le loro iniziative, ideando e, alloccorrenza, correggendo alcuni utilizzi in partenza non previsti. Dal punto di vista storico, questa dimensione collettiva dellinnovazione muove dalla consapevolezza che molto spesso le invenzioni si producono simultaneamente in luoghi diversi. A questo proposito, Hubert Guillaud cita due specialisti americani delle nuove tecnologie, Kevin Kelly e Steven Berlin Johnson, che ricordano come il calcolo differenziale, la pila elettronica, la macchina a vapore, il telefono e la radio siano stati concepiti nella stessa epoca da individui diversi. Da questa constatazione, sorretta dalla relativa coerenza di differenti congiunture storiche, si passa forse un po troppo in fretta a una visione ottimistica del periodo attuale una visione ottimistica che, palesemente, corrisponde a una forma di impegno, nel senso sociale e politico del termine. Cos

Johnson decide di dimostrare che i prodotti culturali disprezzati dalle lite intellettuali, come le serie televisive, i videogiochi e i reality show, nellultimo secolo avrebbero contribuito allaumento del Q.I. Il termine democratizzazione viene utilizzato da Eric von Hippel (Democratizing Innovation, 2005) a proposito del ruolo degli utenti nel reimpiego, nelladeguamento o nella modifica delle macchine di utilizzo corrente. Come altro esempio di questa collaborazione tra utenti e ideatori, viene menzionato anche il fatto che Apple, prima di commercializzarli, testa i suoi prodotti con i bambini in et scolare. Ovviamente, lo sviluppo di quelli che da qualche tempo a questa parte chiamiamo social network, cio reti sociali, viene presentato come un elemento rilevante allinterno di questa dimensione collettiva dellinnovazione, dato che la comunicazione istantanea facilita reazioni, risposte e scambi. Quel settore delle imprese definito Ricerca e Sviluppo, espressione impiegata correntemente e che oggi simbolo di qualit, diviene cos il luogo in cui si sperimenta lefficacia del nuovo modello di innovazione: la cooperazione. Essa pu anche estendersi ad aziende rivali che, prima di riguadagnare la propria autonomia, collaborano tra loro per alcuni progetti: in questo caso, come si dice, praticano la cooperazione. spuntato anche il concetto di co-concezione, per indicare il fatto che unazienda sviluppa servizi o prodotti in collaborazione con i suoi clienti. Tra parentesi, la confezione di questi neologismi, anche se riflette una certa povert lessicale e creativa, sottolinea lambizione degli ideologi dellazienda di creare un mondo di riferimento che valga per tutti. Lelogio della diversit, che continuano a formulare e a riformulare, ha senso soltanto in rapporto a questo mondo e somiglia solo formalmente al discorso etnologico sulla pluralit delle culture: in definitiva, si fonda esclusivamente sulla produzione di beni di consumo e sulla capacit che avrebbero i consumatori di modificarli parzialmente.

Il secondo aspetto dellinnovazione di natura giuridica. I brevetti di invenzione, che in Francia risalgono alla Rivoluzione, riguardano le invenzioni nuove che implicano unattivit inventiva e sono atte ad avere unapplicazione industriale; non riguardano le scoperte o le teorie scientifiche. Tuttavia, con i progressi della ricerca biologica il rapporto tra linnovazione e il diritto si fatto pi complesso, e la legge francese sulla bioetica del 2004 passibile di nuove evoluzioni. Il dibattito sullo statuto dellembrione contrappone chi rifiuta di vedervi una semplice cosa a chi, in nome della scienza pura o di argomentazioni economiche, teme che intere squadre di ricercatori fuggano allestero per poter continuare a lavorare. Bruno Jacomy ricorda che in Francia la Corte Suprema, con un decreto del 1981, ha accettato che siano brevettati dei batteri geneticamente modificati. Pensiamo anche al ruolo delle nanotecnologie nei cambiamenti apportati alle prestazioni del corpo umano. facile immaginare che lindagine scientifica sollever nuove questioni non solo nel campo delletica ma anche in quello dellecologia o del rischio in generale. Il principio di precauzione, spesso invocato, pu diventare, a seconda delluso che ne sar fatto, una rete di protezione o un freno, e qui il problema del confine tra ricerca pura e innovazione, intesa come immissione sul mercato di uninvenzione, di primaria importanza.

Un terzo aspetto dellinnovazione di natura economica. In quella che ormai definiamo economia della conoscenza, linnovazione occupa un ruolo sempre pi centrale. Corinne Autant-Bernard (Innovation) ricorda che, secondo Schumpeter, negli Stati Uniti linteresse per linnovazione ricomparso solo negli anni sessanta, grazie allimpulso di Kenneth Arrow e Richard Nelson; e precisa: Oggi leconomia dellinnovazione rappresenta un settore specifico delleconomia che si interessa al processo di innovazione (cio, alla creazione di nuovi prodotti o servizi e di nuovi metodi di produzione), cos come alle ripercussioni dellinnovazione sullattivit economica (crescita, occupazione, investimento, esportazione, ecc.). Lautrice analizza i diversi dettagli tecnici della ricerca

in questo campo, come la misurazione dellinnovazione, sempre difficoltosa, e il complesso rapporto tra dimensione dimpresa, concentrazione industriale, mercato concorrenziale e propensione a innovare. Ma qui ci interessa di pi quella che definisco la concezione totalizzante dellinnovazione e delle ricerche che la riguardano. Ufficialmente, si distinguono infatti quattro grandi tipi di innovazione, a seconda che riguardino i prodotti, i processi di produzione, le modalit organizzative o le tecniche di marketing. In questa nuova prospettiva, emergono, con una forza senza precedenti, problemi quali la collaborazione del personale statale con le strutture private o la formazione degli ingegneri. Il progresso della tecnica sempre stato associato a una certa visione del mondo, e la sua storia ha conosciuto grandi momenti fondativi, come il Rinascimento europeo e, nel XVIII secolo, il progetto degli enciclopedisti. Ma la concezione umanistica e la volont di democratizzazione, che a quei tempi non solo li caratterizzavano ma ne erano parte integrante, oggi sono strettamente correlate al mondo dellimpresa. Da ci deriva lappello alle scienze umane perch esse partecipino alla formazione degli ingegneri reclutati nellindustria: Formare allinnovazione significa, infatti, formare alla realizzazione tecnica ma anche pensare la societ nella quale tale realizzazione si colloca. Lo sviluppo di uninnovazione non consiste soltanto nel trovare la migliore soluzione tecnologica: bisogna anche che questa innovazione sia in sintonia con le attese delle differenti parti interessate (utenti, collettivit, produttori ecc.). Insomma, un completo sconvolgimento della tradizionale cartografia dei saperi (Marianne Chouteau, Jolle Fourest, Cline Nguyen, Innovation). Sconvolgimento una parola che potr sembrare eccessiva, se si considera che anche negli anni sessanta, dopo che le colonie avevano riconquistato la loro indipendenza, nei paesi un tempo sottomessi tutte le operazioni di sviluppo economico facevano appello a una collaborazione di questo tipo: interdisciplinare, dunque. A mio avviso, i tanti studi nati da questa attenzione al fattore umano indicavano lesistenza dello stesso stratagemma di cui si avvalgono oggi le nuove teorie dellinnovazione: pur fingendo un adattamento alla societ e allo studio dellambiente umano, nei fatti rispondevano alla volont di trasformare questo ambiente da cima a fondo e, perci, erano pi simili alla diffusione di unideologia che non a unanalisi della realt. In altri termini, erano parte della realt che pretendevano di studiare. Erano il segno della trasformazione di cui avrebbero dovuto studiare le condizioni. Ci non toglie che alcuni di questi studi rivelino una certa sottigliezza e siano dei documenti di primordine che un giorno gli storici interessati a quel periodo potranno consultare con profitto. Allo stesso modo, possiamo chiederci se laccompagnamento al fenomeno dellinnovazione da parte delle scienze umane non sia forse una componente (interna) piuttosto che unanalisi (esterna). Le forze dominanti della societ si sono accorte della dimensione sociale della loro conquista del pianeta e, di conseguenza, hanno capito che dovevano essere loro a produrre gli strumenti di misurazione e di analisi del loro progetto. Non per una sorta di calcolo machiavellico destinato a ingannare quelli che ne sarebbero stati attori e, al contempo, oggetti, ma perch si tratta appunto di un progetto globale, totale, che non pu limitarsi ad essere concepito sono in parte. Il progetto pu anche conoscere ritardi o fallimenti (gli start-up non hanno avuto tutti il successo previsto) ma si inscrive nel lungo termine e in una visione del mondo globale nonch, dal punto di vista intellettuale, totalitaria. Di conseguenza, le attese del pubblico, a cui si pretende di rispondere e che fingiamo di misurare, sono chiaramente indotte dal sistema a cui esso appartiene come utente e consumatore. Da questo punto di vista, il pubblico pu dar prova di astuzia e di ingegnosit, ma la migliore prova della sua integrazione al sistema, e del trionfo di questultimo, la sua partecipazione. Ora, questo sistema non riguarda soltanto la sfera strettamente tecnica: la traduzione di una visione del mondo sociale, economica e politica. Perci, nella letteratura sullinnovazione, emergono due grandi paradossi. Il primo riguarda la diversit degli esempi scelti per celebrare i suoi meriti: da un lato troviamo una borsina biodegradabile, le migliorie apportate a un kayak o al manico di una piccozza, dallaltro Internet, il Web o limaging biomedico. Il secondo paradosso sottolinea ancor pi chiaramente leffetto di linguaggio che vi

coinvolto: mentre tutta una letteratura evoca lampiezza del fenomeno di innovazione (Eric von Himmel afferma che le innovazioni degli utenti sono da due a tre volte maggiori rispetto a quelle dellindustria), Corinne Autant-Bernard fa notare la forte disparit nella loro distribuzione spaziale: Lessenziale dellinnovazione si produce solo in un numero limitato di paesi e, allinterno di questi paesi, in un numero limitato di regioni, soprattutto nelle loro zone urbane. A questo proposito, la Silicon Valley un esempio assai rilevante, preso spesso a modello per sviluppare i poli tecnologici in Europa (Innovation). Possiamo quindi chiederci legittimamente se il termine abbia la stessa portata e lo stesso significato in tutti i suoi usi. Talvolta designa un processo di ingegnoso miglioramento di tecniche esistenti, di cui esistono numerosi esempi nella storia umana e nella diversit delle culture, altre volte indica un fenomeno contemporaneo e inedito di immissione sul mercato di prolungamenti originali della ricerca pura. Dunque, tutto avviene come se il termine innovazione, utilizzato da solo, costituisse pi che altro il tema portante dellideologia delleconomia liberale, un simbolo di iniziativa, di dinamismo e di rinnovamento perpetuo, applicabile alle tecniche, a chi le inventa o le mette in pratica, cos come a tutti quelli che le utilizzano e alla societ in generale. Lanalisi di parole e di espressioni nuove sempre un indicatore affidabile. Non molto tempo fa, era di moda parlare di cultura dimpresa. Lespressione poteva essere intesa in due sensi. Da un lato, ogni impresa era di per s una societ con le sue regole, la sua vita, la sua storia e le sue solidariet. Dallaltro, era un modello di razionalit economica e sociale a cui la gestione degli Stati avrebbe fatto bene a ispirarsi. Da un po di tempo a questa parte, non sentiamo pi cos spesso lespressione cultura dimpresa. Forse, allorigine di questa nuova discrezione, ritroviamo due aspetti della crisi economica. Da una parte, si tendeva a dimenticare che unimpresa ha dei proprietari, degli azionisti, poi ci si presto resi conto che, quando bisognava scegliere tra gli interessi dei proprietari e quelli dei lavoratori, la logica finanziaria aveva sempre la meglio: in genere, le imprese hanno preferito sopprimere dei posti di lavoro piuttosto che ridurre gli interessi dei proprietari; gli imprenditori, a loro difesa, hanno dichiarato che il prezzo del mantenimento della competitivit, ma ormai anche per loro diventato pi difficile celebrare le virt della cultura dimpresa come ambiente solidale. Dallaltra, alcuni leader politici hanno avuto la pretesa di gestire il loro paese come unazienda e gli infelici esiti della loro amministrazione non perorano la causa di questa scelta. Ormai la cultura dimpresa appare sempre pi per quello che : una parola, un alibi, unarma. Oggi invece di moda lespressione rete sociale, spesso utilizzata al plurale, reti sociali, per tradurre la molteplicit, la diversit e la plasticit della realt a cui si applica. Fa riferimento innanzi tutto alle nuove tecniche di comunicazione, nate dallinvenzione del Web da parte del CERN. Gli utenti innovatori di cui ci parla la letteratura spesso sono utenti di Internet, che comunicano tra loro e, cos facendo, danno vita, appunto, a reti sociali. Recentemente se ne parlato molto a proposito delle rivoluzioni arabe, che, sulle prime, sono state presentate come iniziative nate da giovani esperti delle nuove tecnologie e desiderosi di liberarsi dai regimi dittatoriali. indubbio che Internet sia un mezzo di comunicazione senza precedenti e abbia potuto giocare un ruolo nella mobilitazione di qualcuno. Ma le folle radunate nelle piazze di Tunisi o del Cairo non erano certamente composte solo da utenti di Internet. In una certa misura, lutilizzo sistematico da parte dei media dellespressione reti sociali era pi un auspicio che unosservazione: lauspicio di una rivoluzione guidata dai pi giovani e aperta agli aspetti pi innovativi della democrazia liberale, la prova, per esperienza storica, della teoria della fine della storia, il sorgere spontaneo e miracoloso del modello che, da anni, la forza militare cercava invano di imporre allIraq e allAfghanistan. Per ironia della storia, a pi riprese sono state menzionate le reti sociali anche a proposito delle sommosse dei quartieri a nord di Londra. Veniamo a sapere che le bande di rivoltosi, per sfuggire alla polizia e anticiparne i movimenti, comunicavano tra loro con cellulari e Internet. A forza di voler attribuire una dimensione sociale a quelli che sono semplici mezzi di comunicazione, rischiamo di

trasformare una sommossa urbana in un movimento rivoluzionario. una respinta al mittente, in un certo senso. E forse una respinta salutare, nella misura in cui la sensazione di essere privati di ogni possibilit di avvenire sembrata prevalere tra i rivoltosi di Londra e delle altre citt britanniche. Linnovazione non sempre immediatamente percepibile e, nella crisi economica in corso, c stato qualcosa di sorprendente nello stupore manifestato da molti, per primo dal presidente Obama, di fronte al declassamento delleconomia degli Stati Uniti da parte di una agenzia di rating. Va detto che, fino a pochissimo tempo fa, noi, comuni consumatori, non sospettavamo neppure che esistessero istituzioni simili e ne ignoravamo il nome. Soltanto da qualche mese siamo stati informati dai media della loro esistenza, dei dettagli del loro sistema di valutazione e della loro notevole influenza. Conserveremo la nostra tripla A? Due o tre anni fa, per il pubblico questa domanda non avrebbe avuto senso. E improvvisamente tutti si preoccupano o si indignano allidea di ricevere un brutto voto. Carol Sirou, rappresentante francese dellagenzia Standard & Poors, ha risposto in maniera illuminante alle domande del quotidiano Libration (8 agosto 2011) sul ruolo sempre pi centrale di queste agenzie: Oggi tutti sembrano scoprire la nostra esistenza. Ma noi valutiamo le imprese e gli Stati da decenni. Quel che cambiato che i fondi dinvestimento, le banche e le assicurazioni hanno introdotto le nostre valutazioni nelle loro regole interne. Ci significa che un determinato fondo, per esempio, si imporr di investire un X% in titoli classificati AAA, un Y% in titoli AA e che in caso di un loro declassamento dovr venderli. E questo, di conseguenza, ci ha attribuito un ruolo sistemico che prima non avevamo. E che ha leffetto di un acceleratore. Insomma, il mercato ci ha assegnato un ruolo che non il nostro. In questa storia, dunque, non c un cambiamento nella maniera di funzionare delle agenzie di rating ma nella strategia delle istituzioni che esercitano uninfluenza decisiva sul mercato. un cambiamento interessante per due ordini di motivi: costituisce di per s uninnovazione, nel senso proprio del termine, e rivela la doppia natura del potere planetario attuale, che essenzialmente un potere finanziario. Di conseguenza, ci invita alla vigilanza intellettuale. Luso sistematico di parole di cui non si domina il significato, lutilizzo meccanico di frasi fatte, proprio della magia. E il potere dei media, capaci di imporle e diffonderne luso su tutto il pianeta in pochi giorni, terrificante. Perch, nel caso specifico, queste parole e queste formule hanno un senso; rivelano la verit del mondo; eppure questa verit ci sfugge, e chi ne beneficia gode dellimpunit delle societ anonime. La globalizzazione pi perversa della colonizzazione perch, anche se si impone a tutti, i suoi attori sono meno facilmente identificabili. Abbiamo tutti la sensazione di essere colonizzati ma non sappiamo da parte di chi, se non che si tratta di entit dallapparenza astratta ma dallazione terribilmente concreta, il mercato, la borsa, la crisi, la crescita, loccupazione, gli investitori e gli agenti economici. Queste entit hanno sostituito il destino o il fato, che, sotto nomi diversi, hanno sempre trovato posto nei miti degli uomini. A tal riguardo, non possiamo fare a meno di citare lanalisi proposta da Marx di questo mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme come pure e semplici cose (Il capitale, libro III, cap. 48).

7. Scommessa per il futuro: il senso, la fede, la scienza

Capita spesso che, dopo un intervento in cui sono stati evocati gli aspetti pi scoraggianti del mondo attuale (e sappiamo che non mancano), qualcuno si armi di coraggio e mi chieda: E allora, che cosa bisogna fare? oppure (con un accenno di impazienza o di irritazione): E allora lei cosa propone? Capisco la domanda ma so che non rivolta a me, so anche che non una vera domanda e che se rispondessi con precisione susciterei lo stupore o persino lincredulit del mio interlocutore. Che fare? Il titolo interrogativo dellopera di Lenin continua a provocarci ed interessante riproporre questa domanda in unepoca, la nostra, in cui dubitiamo di tutto. Dubitiamo, soprattutto, delle grandi visioni dellavvenire delineate nel XIX secolo e che poi, nel momento del passaggio allazione, hanno causato milioni e milioni di vittime. Dubitiamo anche di ogni minimo particolare del grande racconto liberale e del suo ideale (democrazia rappresentativa ed economia di mercato), ora che siamo di fronte ai suoi fallimenti tecnici (i divari sono in aumento), politici (i regimi non democratici sono duri a morire) e ideologici (i totalitarismi di ogni specie ci ripropongono Dio in tutte le salse). Nelle condizioni attuali, rispondere alla domanda che fare?, riferendola al futuro immediato, espone al pericolo di abbandonarsi a considerazioni utopiche e pi o meno astratte. Personalmente, rispondere alla domanda che fare? mi espone anche al rischio di ripetermi, perch qualche volta ho gi cercato di abbozzare una risposta e non posso ragionevolmente n moralmente cambiarla, sebbene sia convinto delle sue imprecisioni, delle sue insufficienze programmatiche e, visto come stanno oggi le cose, del suo carattere irrealistico. Come conclusione necessariamente provvisoria, tenter comunque di precisare la risposta (e ci che questo libro dovrebbe fare), con umilt ma anche con la speranza di circoscrivere almeno il significato e le poste in gioco della questione.

In primo luogo, devo ricordare che il problema della conoscenza essenziale per definire il nostro avvenire, cio lavvenire del pianeta e dellumanit. essenziale per diverse ragioni. Innanzi tutto, possiamo pensare che la conoscenza degli effetti che lo sviluppo delle societ umane ha sul pianeta in cui vivono sia cruciale per il loro avvenire. Ma qui vorrei dedicarmi a un altro aspetto delle cose, che pure non certo indipendente dal primo. In argomenti come questi, ogni fatto si lega allaltro. Partiamo da due constatazioni. Prima constatazione: la scienza si sviluppa a ritmo accelerato e la nostra immaginazione non riesce a rappresentarsi quale sar il suo futuro. Non siamo in grado di dire oggi quale sar lo stato della scienza fra cinquanta o nemmeno fra trentanni. Con stato della scienza intendo riferirmi allo stato delle nostre conoscenze e, assieme, a quello delle sue ricadute pratiche sulla vita umana. Siamo dinanzi a una immensa zona di incertezza, sulla quale gli specialisti possono, certamente, concepire delle ipotesi e delle proiezioni ma non esprimere certezze, se non quella che un giorno saranno sorpresi da ci che scopriranno. Dallinizio del XX secolo, la scienza ha compiuto progressi rapidissimi che oggi ci schiudono prospettive rivoluzionarie. Cominciano ad aprirsi dei nuovi mondi: da un lato, luniverso, le galassie (e, di qui a breve, questo vertiginoso cambiamento di scala influir sullidea che ci facciamo del pianeta e dellumanit); dallaltro, il confine tra la materia e la vita, lintimit degli esseri viventi, la natura della coscienza (e questi nuovi saperi comporteranno una ridefinizione dellidea che ogni individuo pu farsi di s).

Seconda constatazione: le disparit sul piano scientifico sono ancora pi considerevoli di quelle economiche. In ambito economico, il sistema della globalizzazione caratterizzato da un aumento del divario tra i pi ricchi dei ricchi e i pi poveri dei poveri. Questo aumento rilevabile anche negli stessi paesi sviluppati. Ed ancora pi accentuato nei paesi emergenti, come la Cina o lIndia, dove lenorme scarto interno tra i molto ricchi e i molto poveri il corollario del loro accesso nel mercato mondiale. Questa disparit globale si sostituisce progressivamente allopposizione Nord/Sud, che pure resta pertinente, soprattutto perch nei paesi sviluppati del Nord esistono ancora delle politiche di assistenza sociale pi efficaci e pi sistematiche, e i movimenti migratori rilevanti avvengono in direzione Sud/Nord, Sud/Sud, ma non in direzione Nord/Sud. In ambito scientifico la situazione ancora pi drammatica. Come accade nel settore economico, compaiono nuovi poli di sviluppo (Cina, India). Ma nei paesi scientificamente emergenti i divari interni sono colossali. E aumentano anche nei paesi sviluppati. Inoltre, oggi la ricerca scientifica esige un accumulo di capitale finanziario e intellettuale, e tale concentrazione esiste soltanto in qualche raro punto del pianeta. Alcuni anni fa, George Steiner fece notare che il budget per la ricerca della sola Harvard University era superiore alla somma di tutti quelli delle universit europee. Complessivamente, si profila allorizzonte una doppia disuguaglianza, tra i paesi ( impensabile che il Ruanda possa mai acquisire il potenziale scientifico degli Stati Uniti) e allinterno dei paesi, quelli sviluppati e quelli sottosviluppati. A questo proposito possiamo osservare, da un lato, che questo disequilibrio interno impedisce ai paesi pi sviluppati di ideare dei consistenti progetti di aiuto scientifico e intellettuale agli altri paesi (hanno troppo da fare a casa propria) e, dallaltro lato, che esso obbliga le menti pi brillanti dei paesi pi svantaggiati, per esempio quelli del continente africano, a espatriare definitivamente. La fuga dei cervelli e lindividualizzazione dei destini scientifici sono una caratteristica della globalizzazione allo stesso titolo dei grandi movimenti migratori. Ne risulta che possiamo a buon diritto preoccuparci per lavvenire: unoligarchia mondiale del potere, del denaro e del sapere prende il comando del pianeta, e cos vediamo delinearsi, con tratti ogni giorno pi marcati, una prospettiva assai diversa da quella immaginata dai teorici della fine della storia. Per il momento, in ogni caso, la democrazia rappresentativa non appare come il necessario corollario del mercato liberale. Il liberalismo reale conoscer presto la stessa disavventura del comunismo reale? La fine della storia sar lultimo grande racconto?

Torniamo per un istante alla nozione proposta da Lyotard. I miti dellorigine, le cosmologie, la cui presenza attestata nella storia di tutti i gruppi umani, sono stati concepiti per dare un senso al mondo. Che cosa significa? Lvi-Strauss lo diceva molto bene nellIntroduzione allopera di Marcel Mauss: fin dallapparizione del linguaggio, stato necessario che luniverso significasse. Questo significato passato attraverso una distribuzione arbitraria del senso e del simbolico sul mondo. Il senso, definito come principio ordinatore del sociale, della vita di gruppo e delle relazioni sociali, non la conoscenza ma la condizione di ogni possibile conoscenza in un universo e in una societ concepiti come universi chiusi. I saperi tradizionali o, per esempio, le medicine primitive si iscrivono nella prospettiva del senso concepito in questo modo. Ci non significa che alla base di certe pratiche e classificazioni non ci sia unosservazione empirica. Anzi, gli etnologi sono sempre rimasti colpiti dalla qualit e dallesaustivit dei rilievi compiuti da tutti i gruppi umani sul loro ambiente naturale. Lo stesso vale per la psicologia umana. Anche se letnopsichiatra Georges Devereux notava che gli indiani Mohave, sebbene attribuissero un significato psicologico ai sogni e alle psicosi, non riuscivano a stabilire una teoria generale della psicopatologia, visto che il loro orientamento di base era tributario di una costruzione a priori e dunque non scientifica.

A partire dalle cosmologie o dalle grandi narrazioni del passato, vediamo svilupparsi delle modalit pratiche di gestione del quotidiano, dei saperi tecnici parziali che nascono dallosservazione della natura (gli effetti di alcune piante, la regolarit delle stagioni, la ricorrenza di configurazioni celesti) e dalla saggezza popolare che, nella tradizione occidentale, si ritrova sotto forma di proverbi: insomma, una certa arte di vivere. Daltronde, questa saggezza non esclusiva di una organizzazione gerarchica della societ, tuttaltro, ed conservatrice. Si tramanda come una tradizione. Quanto ai saperi, essi si trasmettono e possono diffondersi, ma non progrediscono. Si fondano su cosmologie stabilite una volta per tutte.

Le societ del senso cos definito sono societ politeiste. Il monoteismo aggiunge la fede al senso. Il senso tradizionale sopravvive nelle societ monoteiste, cos come il paganesimo in quelle cristiane o musulmane, in diverse forme. Il monoteismo apporta tre elementi nuovi e complementari: la fede individuale, che non trova spazio nella logica politeistica; unidea di futuro individuale e collettivo, che non compare praticamente mai nel politeismo; infine, di conseguenza, il proselitismo, che implica una concezione universalistica della natura umana e, al tempo stesso, una concezione conquistatrice della storia. Quando diciamo che la modernit del XVIII secolo, la modernit scientifica, ha fatto piazza pulita delle grandi narrazioni del passato per far posto alle grandi narrazioni del futuro, dimentichiamo un po troppo in fretta la dimensione escatologica delle religioni monoteistiche. vero che, in senso stretto, non una dimensione sociale: essa evoca o il destino dellindividuo dopo la morte o la fine del mondo. Nondimeno, il proselitismo musulmano portatore di una visione assai precisa dellorganizzazione sociale, che in teoria esso vuole estendere al mondo intero. Il fondamentalismo islamico dunque una forma ibrida. Ma contrariamente ai modelli delle utopie del XIX secolo, quello che esso vuole applicare esiste gi. Dalle saggezze tradizionali alle pretese proselitistiche e reazionarie dei fondamentalismi, la declinazione delle cosmologie del passato conduce a situazioni storiche e concettuali molto diverse.

vero che le utopie del XIX secolo, le utopie del progresso avevano cercato di invertire il movimento, proiettando i loro miti (quello, ad esempio, della societ senza classi) nel futuro. Pensavano di cambiare il mondo con landare del tempo, e in ci si distinguevano dal monoteismo. Ma la visione che esse proiettavano era quella di una totalit belle fatta, che presumeva lesistenza di un passato gi orientato, di qualcosa di appartenente al passato che autorizzasse la proiezione nel futuro. Questo gi qui che prefigurava la totalit a venire non aveva lo statuto di unipotesi scientifica. Il socialismo storico non scientifico perch ha unidea del fine e della fine. Nella misura in cui si presenta come una chiave di lettura delle relazioni sociali, si apparenta con le logiche del senso, ma, nella misura in cui delinea la forma del futuro, si apparenta in toto con le logiche della fede. Insomma, collocandosi a met strada tra le une e le altre, nella buona e nella cattiva sorte, si apparenta con ci che abbiamo chiamato ottimismo della volont. Quando Lyotard imputava la comparsa della condizione postmoderna alla morte delle grandi narrazioni della modernit, ci rinviava dunque alle evidenze e alla realt del presente, soprattutto allesistenza di reti di ogni tipo rispetto a cui, in effetti, possiamo essere tentati oggi di definire questo presente , al mondo dellistantaneit e dellubiquit che ha poi analizzato Paul Virilio. Nondimeno, se non vogliamo farne unideologia, non possiamo pensare il presente fuori dal tempo e, tutto sommato, la nozione di postmodernit, puramente descrittiva di un momento o di una presa di coscienza, ha senso solo in rapporto a ci che la precede. Ferma il tempo.

Anche la pratica della scienza non estranea al senso, alla fede e alla volont, ma non ne originata in maniera prioritaria. Non parte dal senso, non obbedisce alla fede e non nega ci che le oppone resistenza. Abbiamo bisogno di senso, nella misura in cui abbiamo bisogno di pensare la relazione con gli altri (non possibile costruire unidentit senza lalterit). Ma quando tutte le relazioni sono gi prescritte non esiste pi n libert, n identit: leccesso di senso uccide entrambe. Abbiamo bisogno di fede, nella misura in cui abbiamo bisogno di credere in ci che facciamo. Ma quando la fede diviene una certezza e guida le azioni invece di esserne originata, quando non si nutre dellesperienza e si sottrae alla riflessione, allora nega qualsiasi alterit in nome di unidentit arbitrariamente postulata. Abbiamo bisogno della volont, non fosse altro che per vivere e continuare a pensare, ma il volontarismo pu rendere ciechi alla realt. Gli eccessi del senso, della fede e della volont derivano tutti da un riferimento di principio, arbitrariamente postulato, alla totalit; rifiutano lignoto, cio il reale. Nel cristianesimo la nozione di mistero nasce da un cortocircuito del pensiero, da un atto di forza intellettuale che pone lignoto nel campo del noto, ricorrendo a nozioni come la promessa, lannuncio o la rivelazione. Di fronte a queste dimostrazioni di superbia, la scienza un modello di umilt. La storia della scienza quella di un movimento progressivo, non esente da correzioni, da constatazioni di fallimento e da rettifiche, delle frontiere dellignoto. Alla base della scienza e del suo processo stanno il non noto e il tempo. La scienza, pur reggendosi sulle conoscenze acquisite, non le considera mai definitive, poich lo stesso movimento con cui essa progredisce nellinterpretazione del reale pu spingerla a riconsiderarle. Detto altrimenti, lunico settore dellattivit umana in cui la nozione di progresso, inteso come accumulo di conoscenze, deriva dallevidenza anche quello in cui le nozioni di certezza, di verit e di totalit sono continuamente messe in dubbio. Proprio per questo lapproccio scientifico pu essere considerato il modello di ci che qualsiasi approccio politico o sociale dovrebbe essere. Non si governa in nome della scienza (non esiste un sapere assoluto originario), ma in vista della scienza. lesatto contrario di ogni fondamentalismo, jihad o creazionismo che sia. La scienza produce alcune forme di messa in intrigo che non derivano automaticamente da quanto le precede. Le rotture epistemologiche sono piuttosto la conseguenza dei limiti dei modelli precedenti ma, in ogni caso, la parte di immaginazione del futuro, induttiva pi che deduttiva, essenziale. Sartre (La Libert cartsienne) ammirava laudacia con cui Cartesio affrontava il non noto e, a proposito del Discorso sul metodo, faceva notare che la maggior parte delle regole del metodo erano massime di azione e di invenzione; poi aggiungeva: Del resto, quando Bacone insegnava agli inglesi a seguire lesperienza, non fu forse Cartesio il primo a reclamare che il fisico la facesse precedere da ipotesi? Oggi lelaborazione delle ipotesi il compito pi esaltante dei fisici, e lesplorazione della materia nella sua intimit appare come complementare o identica a quella delluniverso nella sua infinit. Al giorno doggi, la scienza il solo settore dellattivit umana a costruire delle messe in intrigo di cui tutti possono, non ovviamente comprendere il contenuto, e neppure tutte le poste in gioco, ma intuire limportanza e linteresse. In questi ultimi tempi ci siamo molto appassionati alla ricerca del bosone di Higgs, la particella che dovrebbe spiegare lorigine della massa di tutte le particelle delluniverso. Come accaduto un tempo per la scoperta del pianeta Nettuno da parte di Le Verrier, anche in questo caso allorigine dellipotesi c losservazione di fatti altrimenti inspiegabili. Lobiettivo principale dellacceleratore di particelle del CERN quello di provare lesistenza del bosone, fin qui mai osservata in maniera certa. Questa volta non si tratta soltanto di osservare, ma anche di costruire (a costi elevatissimi) il dispositivo sperimentale che permetter di testare lipotesi. Secondo alcuni, possibile che lo LHC (Large Hadron Collider) riesca persino a dimostrare lesistenza di particelle che farebbero parte della materia oscura, quella che non emette luce. Il profano, a tal proposito, pu trarne tre insegnamenti diversi. Innanzi tutto, che lambizione e lumilt della scienza hanno la stessa natura. Non

c niente di pi umile delle argomentazioni di un fisico che spieghi che, se non si riuscisse a dimostrare lesistenza del bosone di Higgs, sarebbe certamente una delusione, ma bisognerebbe subito costruire altre ipotesi. Allo stesso tempo, non c niente di pi vertiginoso dellambizione di un programma che aspira a coniugare la fisica dellinfinitamente piccolo a quella dellinfinitamente grande e che, nel caso dovesse riuscirci, permetter la nascita di una nuova fisica. Insomma, senza idealizzare gli individui, siamo obbligati a prendere atto che la comunit scientifica offre lo spettacolo di una coalizione di sforzi che supera le frontiere nazionali, come testimoniano le diverse origini dei ricercatori che lavorano al CERN e la fruttuosa collaborazione di questultimo con il suo omologo negli Stati Uniti, il Fermilab. Ai venti Stati membri dellUnione Europea si aggiunge anche la partecipazione attiva di paesi come lAustralia, il Brasile e la Cina e, come osservatori, del Giappone, della Russia e degli Stati Uniti. Tenuto conto delle finalit perseguite dalle comunit scientifiche, e dei tipi di gruppi che esse sono riuscite a creare a tal scopo, come potremmo non vedere in loro un modello e una speranza per lumanit intera?

vero che lesistenza di forme aggressive di religione (islamismo, evangelismo) pu farci temere un XXI secolo dilaniato da concezioni del mondo opposte e ugualmente retrograde, il che smentirebbe il tema della fine dei miti dellorigine e dei miti del futuro. vero che, senza sopravvalutare la capacit pratica degli integralismi religiosi di imporre la loro visione nel mondo, non dobbiamo comunque sminuirne il carattere letteralmente reazionario. La modernit ancora da conquistare e siamo nel bel mezzo di una crisi di cui sbaglieremmo a trascurare la dimensione ideologica. In compenso, anche se siamo costretti a prendere atto di un indebolimento o, addirittura, di una scomparsa delle proiezioni politiche di ampio respiro, non tutto negativo, perch forse, in fin dei conti, lassenza di rappresentazioni del futuro precostituite ci offre uneffettiva possibilit di concepire dei cambiamenti alimentati dallesperienza storica concreta. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a convertirci a una sorta di esistenzialismo politico e pratico. Le innovazioni tecnologiche che hanno sconvolto i rapporti tra i sessi e i sistemi di comunicazione (come la pillola contraccettiva o Internet) non sono nati dallutopia, ma dalla scienza e dalle sue ricadute tecnologiche, eppure hanno trasformato il nostro rapporto con il mondo. Bisogna rivolgerci al futuro senza proiettarvi le nostre illusioni, dar vita a ipotesi per testarne la validit, imparare a spostare progressivamente e prudentemente le frontiere dellignoto: questo che ci insegna la scienza, questo che ogni programma educativo dovrebbe promuovere e che dovrebbe ispirare qualsiasi riflessione politica. Forse lesigenza democratica e laffermazione individuale domani imboccheranno delle strade inedite che oggi riusciamo solo a intravedere.

8. Unutopia delleducazione

su questa base che si dovrebbe costruire ci che, a volte, ho definito una utopia delleducazione. Passo dopo passo, ma senza mai perdere di vista la finalit alla quale essa vorrebbe rispondere. In questo settore, importante non accontentarsi delle chiacchiere. Le affermazioni e le statistiche (per esempio, quelle che riguardano il tasso di scolarizzazione) non sono sufficienti; possono perfino servire da alibi alle inerzie pi colpevoli. Certo, importante che i ragazzi siano scolarizzati, ma altrettanto importante che non vengano insegnate loro delle sciocchezze. Tenerli in classe senza prepararli a nulla, o imprigionarli per indottrinarli, non deve essere confuso con lideale delleducazione per tutti.

Possiamo immaginare che, in una societ che abbia come fine la conoscenza e come conseguenza la prosperit, le ingiustizie sociali sarebbero considerate intellettualmente ridicole, economicamente costose e scientificamente pregiudizievoli. Potremmo concepire un modello, cos come lo intendono gli scienziati, per tentare di verificare o di perfezionare questa ipotesi. Del resto abbiamo gi accertato, anche se in scala assai ridotta, che quei gruppi culturalmente ed economicamente svantaggiati in cui era stato compiuto uno sforzo di educazione e di formazione per le donne avevano migliorato la loro condizione in maniera sensibile. A dire il vero, per, questo tipo di verifica del tutto inutile. Non solo perch, come spesso capita, in casi di questo genere il dispositivo sperimentale non fa che dimostrare levidenza, ma ancor pi perch lo sviluppo delleducazione un imperativo categorico generale, che non ha bisogno di essere supportato da giustificazioni di profitto economico; un fine in s, in nome dellunit del genere umano un principio assiomatico, ma che, abbiamo forti ragioni di pensarlo, una volta realizzato avrebbe tra le prime conseguenze la prosperit economica. Dora in poi, lutopia delleducazione lunica speranza di riorientare la storia delluomo nella direzione dei fini. Perch la chiamiamo utopia? In realt il termine utopia, per lutilizzo che ne facciamo qui, ha senso solo in rapporto alle politiche reali, che, indipendentemente dai propositi, si muovono tutte in direzione sbagliata: si affidano ai dati relativi allinsuccesso scolastico, legano intimamente la questione della scuola o delluniversit a quella del lavoro, non si occupano a sufficienza di creare le condizioni necessarie perch si diffonda una cultura generale, indipendente dallambiente familiare o sociale, e nel complesso non prestano abbastanza attenzione agli obiettivi, o li riducono al campo delleconomia, affermando, per esempio, che il ritorno alla crescita sia il requisito assoluto di qualsiasi iniziativa sociale. Ma questa utopia ha il suo luogo: la Terra, lintero pianeta; per ottimismo, sarei tentato di definirlo un programma. Il programma pu adeguarsi al tempo, anzi ha bisogno del tempo politico, della lunga durata (che rappresenta una forma di speranza), ma solo se lavvicinamento alla sua applicazione percepibile o quantomeno discernibile, cosa che oggi non accade in nessun luogo ma che domani potr avere inizio. Ovviamente, un programma di questo tipo non pu nascere da un qualsiasi desiderio di governare in nome di un sapere assoluto. La conoscenza, diversamente dallideologia, non n una totalit, n un punto di partenza. Si tratta, al contrario, di governare in vista del sapere, di darsi il sapere come fine, individuale e collettivo, destinato a rimanere prospettico e asintotico. un vero peccato che il termine scientismo venga spesso utilizzato in maniera troppo disinvolta da polemisti consapevoli o inconsapevoli delle sue risonanze. Se con questa parola indichiamo laffermazione di un sapere totale, da cui dedurre quale debba essere il comportamento degli uomini nella societ, nessuno scienziato scientista. Al contrario, se questa parola esprime la convinzione comune a tutti gli scienziati che la mente umana possa progredire indefinitamente nella conoscenza, fino a conoscere quei meccanismi

cerebrali che le permettono tale progressione, il suo utilizzo polemico sar solo puro e semplice indice di malafede e oscurantismo.

Oggi a che punto siamo? Ci viene detto, qua e l, che molti giovani sono di fatto descolarizzati, e ci chiediamo quali forme di apprendimento potrebbero garantire una transizione morbida dalla scuola al mondo del lavoro; ci viene detto che i ritardi scolastici si accumulano e che una parte degli studenti che accedono alla prima media non conosce i fondamentali, la lettura, il calcolo, la scrittura; che al termine del primo anno di universit un numero importante di giovani abbandona gli studi; che le universit non collaborano a sufficienza con le imprese per assicurare uno sbocco lavorativo ai loro studenti. Capisco che i responsabili, a tutti i livelli, si trovano di fronte situazioni concrete difficili e non ho la pretesa di elargire soluzioni prestabilite per limmediato. Resta il fatto che, nel momento in cui vengono invocate le esigenze di profitto per giustificare le riduzioni di organico, che, a loro volta, comportano una diminuzione del potere dacquisto, e questa stessa diminuzione causa un rallentamento della crescita ( uno dei circoli viziosi del capitalismo nella fase attuale), le politiche delleducazione sono sempre meno orientate verso lacquisizione del sapere per il sapere. Lorientamento scolastico sempre pi anticipato e negli ambienti economicamente svantaggiati, per riprendere leufemismo corrente, i ragazzi hanno una possibilit minima, per non dire nulla, di accedere a certi tipi di insegnamento. I sociologi hanno evidenziato che oggi, in un paese come la Francia, il sistema educativo tende non a ridurre ma a riprodurre i divari sociali. Certo, siamo nellet dellapertura dellinsegnamento superiore al maggior numero di persone, ma il tasso di insuccesso nei primi due anni considerevole. Inoltre, lapertura delle universit ai grandi numeri ufficialmente considerata come qualcosa che ne trasforma la vocazione: le si invita, prima di tutto, a rispondere ai bisogni del mercato del lavoro.

Ritorniamo, dunque, allutilizzo del termine utopia, che forse pu esserci utile per ricordare qualche principio, per delineare un ideale, suggerire qualche pista e rifiutare qualche vicolo cieco. Il tema dellutopia delleducazione si ricollega ai vecchi dibattiti che, dal Rinascimento in poi, hanno segnato la storia europea. Ma se Montaigne parlava della pedagogia in generale, Rousseau, invece, si occupava delleducazione ideale di un soggetto singolare ed esemplare. Nella sua riflessione sugli intellettuali (Difesa dellintellettuale), Sartre cambia prospettiva e si interroga sulla categoria dei tecnici del sapere pratico, sul loro sistema di reclutamento e sulla formazione che hanno ricevuto, ma il suo discorso non ha ambizioni pedagogiche. Siamo nel 1966, in unepoca di relativa prosperit economica, e Sartre sviluppa un pensiero critico radicale, infervorato dagli interrogativi posti dai fenomeni contemporanei, come la lotta di classe, il colonialismo, limperialismo, il razzismo e il sessismo. Mezzo secolo pi tardi, questi interrogativi continuano a riproporsi, ma in termini diversi; rimane che, appunto, questo scarto di tempo forse utile per conquistare, insieme al distacco, una maggiore consapevolezza delle poste in gioco della politica educativa.

In questo testo scritto originariamente per una conferenza che si tenne in Giappone nel settembre-ottobre 1966 Sartre cerca di definire i caratteri della categoria sociale di quelli che chiama i tecnici del sapere pratico. Per lui, la classe dominante ha una prima responsabilit: decide del posto di lavoro che occuperanno questi tecnici medici, insegnanti ecc. , del loro numero, della loro specializzazione e della loro distribuzione; ci significa che tutta una categoria di adolescenti si trova dinanzi a una strutturazione del campo delle possibilit, gli studi da intraprendere, e quindi a un destino. Per compiere

le sue scelte, la classe dominante tiene conto della crescita industriale, della congiuntura e dei nuovi bisogni emergenti, come la pubblicit o lo human engineering. Insomma, Sartre formula, prima che lespressione assuma il suo significato ufficiale che ormai conosciamo, un sunto della teoria dellinnovazione in materia sociale, assieme a unanalisi che anticipa quanto, quarantacinque anni dopo, possiamo confermare: Oggi la cosa chiara: lindustria vuol mettere le mani sulluniversit per obbligarla ad abbandonare il vecchio umanesimo ormai superato e a sostituirlo con discipline specialistiche, destinate a dare alle imprese testers, funzionari secondari ecc.. Sartre affronta poi la formazione ideologica e tecnica ricevuta da questi specialisti del sapere pratico, allinterno del sistema di insegnamento (classi secondarie e insegnamento superiore) imposto loro dallalto. Questa formazione assegna e insegna loro, sottolinea Sartre, due ruoli: ne fa degli specialisti della ricerca, certo, ma anche dei servitori dellegemonia o, per riprendere lespressione di Gramsci, dei funzionari delle sovrastrutture. Infine, Sartre ricorda che sono le relazioni di classe a regolare automaticamente la selezione di questi tecnici. Nelle loro fila non troviamo molti operai, poich il sistema permette loro di figurarvi solo eccezionalmente. Per la maggior parte, essi vengono reclutati tra i figli dei piccolo-borghesi delle classi medie, ai quali fin dallinfanzia (nellinsegnamento primario e secondario) stata inculcata lideologia particolaristica della classe dominante. Fin dal principio, il tecnico del sapere pratico vede la sua sorte determinata dalla classe dominante, che decide, soprattutto, della parte di plusvalore da consacrare al suo salario in funzione della congiuntura e della crescita: In questo senso il suo essere sociale e il suo destino gli vengono dal di fuori: egli luomo dei mezzi, luomo-medio, luomo delle classi medie: i fini generali ai quali si rapporta la sua attivit non sono i suoi fini.

Le analisi di Sartre, segnate dal loro tempo e da un linguaggio senzaltro ormai obsoleto, restano comunque affascinanti perch definiscono lintellettuale come qualcuno che si immischia in ci che non lo riguarda rimprovero che dallesterno gli viene rivolto spesso ma che egli, in tutta coscienza, potrebbe contestare, visto che sa che, appunto, tutto ci lo riguarda. Lintellettuale sartriano un tecnico delluniversale che si accorge che, nel suo campo, non esiste universalit bella e fatta, ma che essa continuamente da fare. A differenza dei filosofi del XVIII secolo, che appoggiavano le rivendicazioni della borghesia di cui facevano parte e, in questa misura, erano degli intellettuali organici, in senso gramsciano, lintellettuale sartriano luomo della presa di coscienza: prende coscienza del fatto che, dentro di s, il singolare e luniversale coesistono, e che pu pretendere di raggiungere luniversalit solo se non nega la sua singolarit. Lintellettuale sa da quale classe proviene e, se vuole liberarsene, deve prenderne coscienza critica; proprio come Flaubert, deve sforzarsi non di sfuggire al passato, che costituisce la sua singolarit, ma di sfuggire alla determinazione attraverso questo passato. La vera ricerca intellettuale, se vuole liberare la verit dai miti che la offuscano, implica che lindagine passi attraverso la singolarit dellindagatore. Evidentemente questo principio che potremmo attribuire a un antropologo, visto che questi, per poco che rifletta sulla natura del suo oggetto di indagine, deve innanzi tutto prendere coscienza di esserne parte prende di mira tutti i pregiudizi di classe e di situazione, tutte le alienazioni di classe o di funzione che pesano sulla libert di analisi, di osservazione e di decisione. Sartre illustra questa filosofia della libert attraverso due citazioni che si fanno eco, una di Ponge (luomo lavvenire delluomo) e laltra di Malraux (una vita non vale niente, niente vale una vita), con questultima che fa dellambivalenza lelemento costitutivo dellopera letteraria, e di questultima lespressione della contraddizione, sempre feconda, tra il particolare e luniversale. Sartre un bravo analista e un brillante dialettico, ma prima di tutto spinto dallimpeto volontaristico che seguito alla seconda guerra mondiale. Nellimmediato dopoguerra, si pensava di cambiare la societ, di gettare le basi di una solidariet nuova, si credeva nel futuro. Certo, le divisioni

cerano e il Partito comunista, allora molto potente, suscitava parecchie opposizioni; ma a quellepoca si sono create diverse collaborazioni e, soprattutto, al termine di una prova cos straziante era impensabile non rivolgere lo sguardo verso un altro orizzonte. La letteratura e il cinema testimoniano di questo stato danimo che, sul piano storico, imponeva di superare lorrore della guerra e del nazismo e, su quello metafisico, di trascendere, magari attraverso unetica delleroismo, il sentimento dellassurdo provocato dal confronto delluomo con il silenzio del mondo. Pensiamo a Camus, naturalmente, ma anche allesistenzialismo: affermare che lesistenza precede lessenza significa definire luomo come creatore di se stesso. Gli orrori del mondo non hanno diminuito la loro intensit, ma oggi non usciamo da una prova cos fondamentale, identificabile e simbolica come quella della seconda guerra mondiale. Fino a prova contraria, le crisi economiche suscitano pi inquietudini, pi depressioni o violenze incontrollate che non reazioni intellettuali. Ecco perch lutopia delleducazione utopica: non si accorda sufficientemente al momento storico per imporsi da s. Eppure qualche segno a prima vista contraddittorio potrebbe militare a suo favore. Le rivolte dei giovani nei diversi agglomerati urbani e nei diversi continenti forse non rappresentano un appello diretto a rifondare il sistema educativo, ma non sono neppure soltanto unespressione di pura violenza o una semplice reazione alla povert. Nella misura in cui esprimono lingiustizia di una situazione di emarginazione sociale, rappresentano una ricerca di verit: cosa dovrebbe essere la societ visto che, evidentemente, fallisce nellaffermarsi come comunit di destini? Il tema dellesclusione (sociale, economica, intellettuale) contiene in s il suo contrario: che cosa dovrebbe essere linclusione sociale? Ogni protesta sociale ha il suo rovescio, che la domanda fondamentale: che cos il legame sociale? Ogni protesta una forma di ricerca. C un altro segno, decodificabile in maniera pi diretta: il bisogno di sapere che il pubblico, qualora gli si offra loccasione, manifesta. Da questo punto di vista, lItalia un esempio notevole, considerato il numero di festival e di convegni che vi si organizzano, trovando unaccoglienza entusiastica. Anche in Francia, dove le iniziative di questo tipo sono pi rare, unesperienza come quella dellUniversit de tous les Savoirs, voluta nel 2000 dal Ministero dellEducazione per diffondere la cultura attraverso conferenze gratuite, poi scaricabili dalla Rete, ha incontrato un enorme successo; ci sono poi diverse Universits populaires (la pi nota quella di Caen), tutte molto frequentate. Complessivamente, almeno in Europa, prevale limpressione che esista un immenso giacimento non sfruttato di capacit intellettuali che, a contrario, provoca un sentimento di frustrazione e di ingiustizia , una carenza che non sarebbero in grado di colmare n gli incessanti e pi disparati flussi di informazione televisiva (Ci sarebbe acqua su Marte, Il Paris Saint-Germain ha acquistato cinque nuovi giocatori), n gli inviti rivolti agli utenti della Rete perch commentino a modo loro le ultime notizie del giorno. Utopia: il primo merito di questa parola quello di obbligarci a rivolgere lo sguardo verso il futuro. Il secondo quello di invitarci, almeno a titolo di morale provvisoria, a non tener conto delle argomentazioni di ogni sorta che potrebbero essere utilizzate a suo sfavore, se non, riprendendo il linguaggio semplice ma efficace di Sartre, per considerarle espressioni della classe dominante diciamo: del sistema vigente. Utopia pratica, pragmatica, progressista ma progressiva: questi aggettivi hanno la loro importanza, perch presiedono alla possibilit di un effettivo passaggio allatto. Una rivoluzione di questa portata pu compiersi solo al termine di unevoluzione controllata, misurata e, alloccorrenza, emendata e corretta. Alcuni princpi potrebbero prendere forma abbastanza velocemente. Vediamone alcuni. Per lottare contro linsuccesso scolastico, alcune classi difficili delle scuole primarie dovranno essere composte solo di quattro o cinque allievi. Per qualche anno (il tempo che gli effetti della riforma della primaria si facciano sentire) la misura potrebbe applicarsi anche alle classi della secondaria.

Ovviamente, una misura del genere implica dei reclutamenti supplementari di insegnanti. I programmi saranno concepiti secondo unottica generalista e basata sui fondamenti. Lorientamento verso lindirizzo scientifico, letterario o misto avr luogo il pi tardi possibile, nel primo o secondo anno delle superiori. In tutti gli indirizzi sar obbligatorio linsegnamento di due lingue europee. Un ampio programma di borse di studio per alloggi e residenze studentesche romper lisolamento geografico ed economico dellinsegnamento secondario, permettendo agli allievi di famiglie povere che lo desiderano di rendersi pi autonomi e scegliere la loro sistemazione. Per i pi giovani, sar necessario inventare e sviluppare qualche forma di internato o semi-internato, cos da assistere finanziariamente e culturalmente le famiglie bisognose. Questultima misura coster molto cara e implicher numerose assunzioni. Quando questo programma verr attuato, non ci sar pi nessuna necessit specifica di riformare in modo sostanziale linsegnamento universitario (sebbene le cose possano presentarsi diversamente a seconda dei paesi e, in ogni caso, debbano essere tenute sotto stretto controllo lattribuzione di borse di studio, in base a criteri economici, e le politiche di reclutamento, in base a criteri scientifici). Ma un punto resta essenziale: le universit devono salvaguardare la vocazione che il loro nome implica. La loro autonomia non deve servire a trasformarle in appendici delle aziende. Le universit assicurano, e devono continuare ad assicurare, una formazione di base, animata dalla sola ricerca del sapere. Le aziende, ovviamente, possono entrare in contatto con le universit e comunicare quali siano le loro esigenze in termini di personale, ma dovranno farsi carico in prima persona di eventuali formazioni pratiche complementari. In maniera generale, la distinzione tra ricerca pura e ricerca applicata utile a entrambe. Sappiamo bene che in certi settori questa distinzione si assottiglia o si abolisce il caso, per esempio, della fisica pura, che pu progredire solo grazie ai costosissimi strumenti che, a poco a poco, vengono messi a punto. Ma quando si responsabili di ununiversit quello che va tenuto a mente lobiettivo della conoscenza pura.

Se ho menzionato in maniera rapida e superficiale questi pochi punti di un programma possibile, ovviamente suscettibili di discussione, non tanto per aprire un dibattito che, nelle condizioni attuali, sarebbe evidentemente prematuro, quanto per sottolineare una semplice verit di buonsenso: in nome dellutopia, si possono proporre alcune riforme parziali e concrete perfettamente realizzabili. Letnologo come tale analizza situazioni esistenti; non ha nessuna vocazione da profeta anche se gli capitato di lavorare su alcuni personaggi che rivendicavano questo titolo e questa funzione. Tuttavia, il mondo in cui viviamo continuamente attraversato da messaggi che pretendono di fornirci la chiave del presente, misurando il passato recente (ieri gi storia) e il futuro immediato (domani gi oggi). Questi messaggi sono lespressione della verit oppure, a poco a poco, vanno a comporre il mito e lideologia del mondo globale a cui apparteniamo? Questo problema pi familiare alletnologo; egli sa bene che, di solito, le visioni costruite del futuro nascondono solo le carenze e le paure del presente. Nulla ci obbliga ad approvare queste carenze e queste paure, e ancor meno a condividerle. Abbiamo il diritto di non aderire agli arroganti discorsi dei politici, pi impegnati a punire i furti di qualche rivoltoso che non a riformare il loro sistema scolastico e sociale. Abbiamo il diritto e alcuni direbbero persino il dovere di rifiutare la nostra fiducia a quelli che ci chiedono di fare sacrifici in un mondo di disparit che essi stessi si accaniscono a proteggere, a riprodurre e ad amplificare. Abbiamo il diritto, insomma, di rimanere liberi di osservare, di giudicare e di non fidarci delle parole di cui ci impongono luso.

A prima vista, lassicurazione e il credito sono due figure antinomiche delleconomia, due

opposte modalit di esprimere il rapporto con il futuro. Mi assicuro contro tutti i rischi della vita, se sono assicurato non mi pu capitare nulla di grave; posso anche proteggere i miei cari, la mia famiglia: se mi succede qualcosa, come si dice, riscuoteranno del denaro; posso perfino prevedere i dettagli dei miei funerali. Cos, tutto il percorso della vita si presenta circoscritto, ordinato e controllato, come quelle autostrade sorvegliate dalle forze di polizia nelle giornate di traffico intenso. Lassicurazione una protezione contro i casi della vita, lesatto contrario dellavventura. Il credito, invece, aperto al futuro. Vivere a credito significa confidare nella vita, prendersi dei rischi, seguire i propri desideri, soddisfarli e pagare pi tardi, realizzare i propri progetti o, detto altrimenti, trasformare il lontano futuro che si attribuisce alla nozione di economia (faccio economia per vivere pi tardi) in un presente immediato. In questo senso, il credito il contrario dellinvestimento che frutta a termine, la spesa rinviata. il contrario o laltro volto, dal momento che il proprio credito pu anche essere venduto. In realt sappiamo che, dal punto di vista finanziario, le cose non sono cos semplici. Le assicurazioni sono un prodotto come un altro e alcune societ assicurative sono quotate in borsa. Inoltre, nel caso di investimenti a rischio, generalmente sono assicurati anche i crediti. Le cose non sono cos semplici neppure dal punto di vista psicologico. Assicurarsi non significa eliminare gli imprevisti della vita, ma soltanto concedersi i mezzi finanziari per farvi fronte. Significa immaginare che si avr una vita sovraccarica di eventi, gli uni pi catastrofici degli altri, una vita in cui si sempre esposti alla minaccia di un incidente stradale, di un furto con scasso o di una malattia. In teoria, la vita dellassicurato una vita da avventuriero. Non si mai assicurati contro la noia. Viceversa, il credito piuttosto una prefigurazione rischiosamente concreta dellavvenire. Soddisfacendo immediatamente il desiderio, il credito lo elimina dalla visione, lo consuma, lo divora. Uccide doppiamente limmaginazione, mettendoci sotto gli occhi la mediocrit dei nostri desideri futuri. Quando non sono pi unidea o un progetto, unautomobile, una casa entrano a far parte della dura realt quotidiana. Non bisogna pi sognare, ma amministrare e rimborsare il credito. Sia il credito sia lassicurazione, infatti, ci offrono alcune versioni asettiche della messa in intrigo e dellinaugurazione. Inquadrano in modo efficace i desideri e le paure, li incanalano e li orientano. Sono procacciatori di illusioni: illusioni di protezione o illusioni per il futuro, che un po la stessa cosa. Nella societ dei consumi, i soli veri avventurieri sono i burattinai che muovono i fili e talvolta li spezzano, imponendo cos alle loro vittime un nuovo racconto, in cui allimprovviso proliferano dei personaggi solitamente pi riservati: i mercati (sempre febbricitanti), i trader (sempre sospetti), i fondi sovrani (sempre mal gestiti). I titoli dei capitoli di questo nuovo racconto hanno nomi terribili: il debito, la crisi, la recessione. I copioni di crisi sono sempre un po gli stessi, mettono in scena con un gran chiasso la paura del futuro immediato, ma una volta che i mercati si calmeranno, che la febbre sar scesa (non c niente di meglio del vocabolario medico per rappresentare i movimenti finanziari), tutto potr ricominciare come prima. Massima astuzia del sistema: cambiare qualche parola ma riproporre sempre la stessa minestra, per far credere a quelli che ha impoverito di poter diventare, grazie ai loro sacrifici, gli artefici del nuovo inizio. I due volti del Giano economico, il credito e lassicurazione, recupereranno entrambi il loro bel colorito, in attesa di una nuova crisi e di nuove paure.

Visto che stiamo parlando di educazione e di futuro, sarebbe il momento di abbandonare la metafora economica (leducazione un investimento per il futuro ecc.). Smettiamo di evocare linteresse generale, che spesso nasconde interessi particolari, e partiamo piuttosto, non dallinteresse individuale in senso stretto, ma dallinteresse generico. Solo accogliendo le esigenze dellindividuo che, nella lingua di Sartre, singolare e universale, solo accogliendo la parte di umanit generica che egli reca in s, e a cui si rivolge qualsiasi sforzo di educazione, avremo una possibilit di rifondare la societ.

9. Conclusione provvisoria: letnologo e lavventura della conoscenza

Alla fine di questo percorso, dopo essermi interrogato sulle ombre che pesano sul nostro futuro collettivo e aver tracciato, in modo volontaristico, alcune grandi linee di un programma possibile, devo tornare sulle distinzioni che hanno introdotto questa presentazione. Lavvenire di ogni individuo la morte, e tutte le astuzie di cui d prova il ricorso al futuro anteriore (sar stato il tale o il talaltro, questo o quello) non possono cambiare le cose. Come sappiamo, per far fronte a questa scadenza che, assieme, affascina, attrae luomo e lo ripugna, nel corso della storia sono stati creati i miti pi improbabili. Ma la loro finalit era parlare della morte o insegnare a vivere? Sullo stato di morte non avevano niente da dire, e forse proprio in questo si annida la loro parte di verit: non c niente da dire su ci che non esiste. La grande intuizione pagana, che si esprime efficacemente tanto nei riti di nascita quanto nei fenomeni di possessione, che lindividualit plurale, che composta da elementi chiamati a decomporsi e a ricomporsi, che tutto, ininterrottamente, ricomincia; una intuizione scientifica, perch elimina lipotesi della perennit dellindividuo e, al contempo, quella dellesistenza della morte. La grande intuizione cristiana, a condizione di rovesciarne i termini e ammettere che Dio sia stato concepito a immagine delluomo, che ogni esistenza individuale singolare, distinta e unica; e anche questa una intuizione scientifica. Infine, forse potremmo accreditare anche lintuizione giudaico-cristiana che lega lapparizione delluomo a quella del desiderio di conoscenza; ma, anche in questo caso, bisognerebbe rovesciare i termini, cio sostituire lidea di evoluzione a quella di creazione e fare del peccato originale la finalit e la promessa ultime dellumanit. Postulare che luomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di ci che , la conoscenza di chi , non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicit: significa ricordare la parte di umanit generica di cui siamo tutti portatori, e lesigenza etica e critica che ne consegue. Il fatto di includersi nella conoscenza di s (e i diversi percorsi delletnologo, da questo punto di vista, gli facilitano il compito), significa progredire, iniziare un percorso e capire che questo movimento il mezzo e, allo stesso tempo, loggetto della conoscenza: io che cosa sono, se non questa fragile e tenace volont di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il pi alto grado di sociabilit, il rapporto pi intenso con gli altri, lincontro.

Dunque, non stupir il fatto che io chiuda questa riflessione sul futuro ricordando i miei percorsi. Non che siano cos importanti, ma, considerato il mio mestiere, a lungo andare mi hanno offerto la possibilit di comprendere in maniera sempre pi chiara fino a che punto i cambiamenti in corso abbiano fatto s che i destini umani siano profondamente intrecciati gli uni agli altri. Per me questi percorsi hanno rappresentato simultaneamente ( cos per tutti, ma letnologo ha dei punti di riferimento particolarmente sicuri) unavventura personale (cio unattesa di eventi, unesplorazione del futuro) e unesperienza storica, e dunque collettiva. Si pu essere etnologi senza viaggiare e viaggiare senza fare etnologia. Ma si d il caso che io abbia praticato queste due attivit collegandole strettamente luna allaltra, talvolta per caso e sempre per preferenza personale. Oggi mi rendo conto che cos facendo, sono stato, assieme ad altri, una sorta di testimone, per met consapevole e, sulle prime, per met inconsapevole, del movimento che ha portato il mondo dalla colonizzazione alla globalizzazione. Nel mio ultimo libro, Straniero a me stesso, ho distinto tre tipi di etnologia: letnologia di soggiorno, letnologia di percorso e letnologia di incontro. Mi si permetter di ritornare un istante su questa distinzione, che parte di quanto, sulla scorta di Sartre, potrei definire la mia singolarit. Letnologia di soggiorno quella che corrisponde allimmagine tradizionale delletnologo, che trascorre molti mesi sul campo, osservando i comportamenti, annotando i minimi dettagli e interrogando

i suoi informatori, per poi redigere il ritratto pi completo possibile di un gruppo umano relativamente identificabile dalla sua localizzazione, dalla sua lingua e dalla sua cultura. Negli anni sessanta, tra gli Alladiani della Costa dAvorio, mi sono occupato di questo. Letnologia di percorso, invece, prende atto che ogni identificazione relativa, e cerca di considerare un certo numero di variabili. Ho tentato di dedicarmi a questo tipo di etnologia quando, una volta lasciato il piccolo gruppo degli Alladiani, attorno alla laguna Ebri (che si estende per migliaia di chilometri a ovest di Abidjan), mi sono interessato ad altri gruppi, molto diversi dai primi, ma le cui modalit di organizzazione potevano essere paragonate a quelle che avevo gi studiato, e cos mi hanno permesso di circoscriverne meglio il significato antropologico e le poste in gioco. Potrei anche definire etnologia di percorso la mia frequentazione dei profeti guaritori della Costa dAvorio, personaggi pittoreschi che si sforzavano di comprendere, e di far comprendere ai loro fedeli e pazienti, i soprassalti di una storia scossa dallirruzione coloniale, che incideva sia sul corpo sociale sia sui corpi individuali. Si somigliavano tutti ma ognuno di loro era unico. La letteratura esistente permetteva di allungare il percorso fino al Congo e al Sudafrica, dove erano stati studiati fenomeni e personaggi della stessa natura. In Togo, negli anni settanta, ho considerato altre variabili, questa volta religiose: i culti politeisti formalmente scomparsi in Costa dAvorio che, invece, laggi erano ancora presenti, ufficiali e molto attivi. Letnologia di incontro, infine, pi che altro un effetto della casualit. Una casualit comunque relativa perch, ovviamente, gli itinerari, e gli interrogativi di cui possono essere oggetto, si legano alle esperienze precedenti dei ricercatori. In questo modo, nel metr parigino di cui, a dire il vero, non ho fatto letnologia mi sono prima di tutto interrogato sul mio lavoro, alla luce dello spaesamento paradossale che il ritorno in Francia mi aveva provocato. Sempre in questo modo, grazie alle funzioni di presidente dellEHESS, ruolo che ho ricoperto dal 1985 al 1995 e che mi ha condotto in diversi continenti, ho potuto interrogarmi sugli spazi che attraversavo. Inoltre, prendendo in prestito per il momento il terreno ad alcuni miei studenti, ho scoperto lAmerica Latina e ho osservato abbastanza da vicino fenomeni come il sogno o la possessione che, retrospettivamente, hanno arricchito le mie esperienze africane, perch, sebbene se ne distanziassero per molti aspetti, nel complesso erano loro stranamente simili. Di rimbalzo, infine, linteresse per le mie analisi da parte di qualche architetto e artista mi ha permesso di ampliare le mie riflessioni, di diversificare i campi di osservazione e moltiplicare gli spazi di incontro.

Sono assolutamente convinto che questo amore per il viaggio sia una mia personale caratteristica e che potrei cercarne qualche spiegazione nelle mie origini o nella mia prima infanzia. Lessenziale che mi ha reso particolarmente sensibile a quelli che potremmo definire i paradossi della mobilit spaziale e temporale. Nelle sue versioni di lusso, questa mobilit amplificata dallo sviluppo accelerato dei mezzi di trasporto. Uomini daffari, personalit politiche, divi di ogni genere solcano il pianeta in tutti i sensi, proprio come fanno le star dellarchitettura, che appongono la loro firma su tutti i luoghi urbani pi importanti della Terra. Per parte loro, i turisti si recano in massa nei paesi (sempre che al loro interno la situazione sia tranquilla) da cui scappano i migranti, talvolta a rischio della vita; viceversa, al termine della loro fuga, questi migranti si trovano spesso immobilizzati, obbligati a restare rinchiusi nelle baraccopoli o, per i pi fortunati, nei quartieri poveri delle grandi metropoli. Che si sposti fino alle periferie della citt in cui abita o percorra il mondo, oggi pi che mai letnologo deve muoversi, fisicamente e intellettualmente, e accertarsi che il suo sguardo resista alle false trasparenze delle evidenze illusorie. Forse soltanto un testimone del pianeta. Ma se resta fedele alla sua vocazione pu riuscire a comprendere qualcosa dei cambiamenti che stanno trasformando il mondo, continuando sempre a interrogarsi sulle ragioni che, come studioso, lo spingono a muoversi.

Perch la sua vocazione linstabilit. Non pu esistere unetnologia sedentaria. La stessa etnologia di soggiorno rappresenta, per chi vi si cimenta, unintima prova di squilibrio. Letnologo venuto da lontano si trova in una situazione particolare: i suoi abituali punti di riferimento non ci sono pi, e non ce ne sono altri. Per lui, questa assenza rappresenta una sfida, unesperienza e una risorsa. Lo situa in un luogo, o in un nonluogo, di cui percepisce al tempo stesso la coerenza e larbitrariet delle regole. E, forse con una certa perversione, letnologo coinvolge i suoi informatori, persuadendoli, in definitiva, a considerare culturale ci che, prima del suo arrivo, percepivano come naturale. Letnologia essenzialmente critica; in mancanza di questa virt, rischia di alienarsi alle illusioni di cui, invece, deve rendere conto. Lantropologia generale, che il suo fine ultimo, si interessa a tutto ma non si fissa su niente. Non relativistica e si interessa alle differenze solo per superarle. In questo senso, essenzialmente viaggiatrice. Certi etnologi, ammaliati da coloro che stavano studiando, si sono sistemati definitivamente a casa loro. Hanno commesso un errore professionale, hanno cambiato vocazione. Perch letnologo deve sapersene andare e riprendere la strada anche se non semplicemente un viaggiatore nello spazio, ma un viaggiatore nel tempo. Forse un vero e proprio etnologo portato a fare della sua stessa vita un viaggio. Riprendendo la strada, una volta perso di vista ogni luogo referenziale, incontrer dei migranti, degli itineranti o degli erranti, testimoni pi o meno consapevoli del cambiamento di scala che incide sulla vita degli abitanti del pianeta, per la felicit di alcuni, linfelicit di altri e la vertigine di tutti. Ogni giorno, nel nostro mondo sottoposto alla tripla accelerazione delle conoscenze, delle tecnologie di comunicazione e del mercato, aumenta lo scarto tra la rappresentazione di una globalit senza frontiere, che permetterebbe ai beni, agli uomini, alle immagini e ai messaggi di circolare senza limiti, e la realt di un pianeta frammentato, in cui le divisioni, pur negate dallideologia del sistema, risiedono nel suo stesso cuore. Cos il mondo-citt, che avvolge il pianeta nelle sue reti, diffondendone unimmagine ogni giorno pi omogenea, si contrappone alle dure realt della citt-mondo, in cui si ritrovano e, nel caso, si affrontano con violenza le differenze e le ineguaglianze. Lurbanizzazione del mondo, in questo duplice volto, la verit sociologica e geografica di quella che chiamiamo mondializzazione o globalizzazione, ma una verit infinitamente pi complessa rispetto allimmagine della globalit senza frontiere che serve da alibi per alcuni e da illusione per altri. Oggi pi che mai dobbiamo parlare del futuro al plurale e letnologo, da sempre diffidente nei confronti dellarticolo determinativo, soprattutto al singolare (il selvaggio, la societ primitiva), il primo a rallegrarsene. N la societ multiculturale, n le reti sociali (eredi del villaggio globale), n la societ dei consumi o dei servizi rappresentano lultima parola della storia, perch questa fine, questa parola finale, non esiste. E cos letnologo pu consolarsi di non essere un profeta. Non sapremo neppure come andr a finire lavventura della conoscenza. Il giorno in cui lo sapremo, luomo generico potrebbe riconoscersi nellimmagine di Dio e, visto che evocare luomo generico significa necessariamente prendere in considerazione i miliardi di individui della galassia umana, monoteismo e politeismo si troverebbero riconciliati, o cancellati entrambi. Non sapremo come andr a finire perch la conoscenza senza fine, ma possiamo prendere atto che le nostre citt pi spettacolari, quelle in cui svettano le nuove cattedrali del capitalismo commerciale, fanno sempre pi pensare alle navicelle spaziali della fantascienza o alle strutture che, un giorno ancora lontano, luomo costruir su altri pianeti. come se, ormai, ci sforzassimo di predisporre le scenografie per i nostri incontri futuri. Mentre i pianeti del sistema solare cominciano a sembrare semplici periferie della Terra, mentre la divulgazione scientifica ci propone alcune ipotesi dal linguaggio oscuro, al cui paragone i misteri architettati dai monoteismi terrestri impallidiscono, la natura non costituisce pi n una risorsa, n un

soccorso, ma una sfida. Una sfida alle societ umane perch queste diano la priorit alla sola cosa che pu offrire loro il controllo del futuro, e dare un senso alla vita umana individuale del singolo universalizzandola: la ricerca del vero. Forse il segreto della saggezza pi profonda degli individui sta nel cuore delle ambizioni pi vertiginose della scienza. E forse la coscienza del futuro comune pu dare a ciascuno di noi la forza di vivere questo presente in movimento che chiamiamo futuro.

Riferimenti bibliografici

AA. VV., Innovation, Cahiers du Muse des Confluences, VII, 2011. Aug, Marc, Straniero a me stesso. Tutte le mie vite di etnologo, Bollati Boringhieri, Torino 2011 (ed. or. 2011). Baudelaire, Charles, I fiori del male, in Opere, a cura di Giovanni Raboni e Giuseppe Montesano, Mondadori, Milano 1996 (ed. or. 1857-61). Descartes, Ren, I principi della filosofia, in Opere filosofiche, a cura di Eugenio Garin, Laterza, Roma-Bari 1986 (ed. or. 1644). Flaubert, Gustave, Madame Bovary, in Opere, a cura di Giovanni Bogliolo, I, Mondadori, Milano 1997 (ed. or. 1856). Leducazione sentimentale, in Opere, a cura di Giovanni Bogliolo, II, Mondadori, Milano 2000 (ed. or. 1869). Hippel, Eric von, Democratizing Innovation, MIT, Cambridge (Mass.) 2005. Leiris, Michel, Le Ruban au cou dOlympia, Gallimard, Paris 1981. Lvi-Strauss, Claude, Introduzione allopera di Marcel Mauss, in Marcel Mauss, Teoria generale della magia, Einaudi, Torino 1991 (ed. or. 1950). Lyotard, Jean-Franois, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1981 (ed. or. 1979). Malraux, Andr, La condizione umana, Bompiani, Milano 2001 (ed. or. 1933). Marx, Karl, Il capitale. Critica delleconomia politica, III, Editori Riuniti, Roma 1989 (ed. or. 1894). Molire, Don Giovanni o Il convitato di pietra, Einaudi, Torino 1966 (ed. or. 1665). Sartre, Jean-Paul, LAnthropologie, in Situations, IX: Mlanges, Gallimard, Paris 1972. Lidiota della famiglia. Saggio su Gustave Flaubert dal 1821 al 1857, il Saggiatore, Milano 1977, 2 voll. (ed. or. 1971-72). Difesa dellintellettuale, Theoria, Roma 1992 (ed. or. 1972). La Libert cartsienne. Dialogo sul libero arbitrio, Marinotti, Milano 2007 (ed. or. 1946). Virilio, Paul, Citt-panico. Laltrove comincia qui, Cortina, Milano 2004 (ed. or. 2004). Le Futurisme de linstant. Stop-eject, Galile, Paris 2009.

Indice

Futuro 1. Futuro individuale e futuro collettivo 2. La messa in intrigo 3. Linaugurazione 4. Rinuncia o creazione: Flaubert 5. Le nuove paure 6. Linnovazione 7. Scommessa per il futuro: il senso, la fede, la scienza 8. Unutopia delleducazione 9. Conclusione provvisoria: letnologo e lavventura della conoscenza Riferimenti bibliografici

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