Sei sulla pagina 1di 72

Psicologia di Comunit

SINTESI DEI LIBRI DI TESTO


Fondamenti di Psicologia di Comunit. Princpi, strumenti e ambiti di applicazione
Francescato D., Tomai. M. E , Ghirelli G. (2002)

INDICE
1 ORIGINI E SVILUPPO DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA......................................6
NASCITA
ED EVOLUZIONE DELLA

PDC

NEGLI

USA......................................................................6

2 PRINCIPI E RIFERIMENTI TEORICI DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA...................9

LA DIFFUSIONE DELLA PDC NEI PAESI EXTRAEUROPEI..................................................................7 LA DIFFUSIONE DELLA PDC NEI PAESI EUROPEI...........................................................................8 LA DIFFUSIONE DELLA PDC IN ITALIA.......................................................................................9 FATTORI TRAINANTI.............................................................................................................. 9 OBIETTIVI FONDAMENTALI DELLA PDC....................................................................................10 LA STRATEGIA PREVENTIVA DELLA PDC..................................................................................10 PREVENZIONE PRIMARIA...................................................................................................... 10

Il concetto di empowerment................................................................................7

Nella societ.........................................................................................................10 Ostacoli e difficolt nella strategia preventiva..................................................11


QUADRO DI RIFERIMENTO CONCETTUALE USA.........................................................................11 LINTEGRAZIONE DI MURREL................................................................................................14 IL COSTRUTTO DELLEMPOWERMENT......................................................................................15

LO

SVILUPPO DELLA PROSPETTIVA EUROPEA.............................................................................17

Il problema della misurazione. Lempowerment non pu essere la stessa cosa per adolescenti, lavoratori, nuovi immigrati o cittadini stabilmente radicati e questo rende difficile la sua misurazione, nel senso che un costrutto che risente dinamicamente del contesto non offre criteri di misurazione universali al pari, ad esempio, di un tratto di personalit. Inoltre, lempowerment contempla sia processi, sia risultati..................................................................17 Connessioni tra comunit locali, globali. La PdC europea ha cercato anche esplorare le connessioni tra comunit locale e strutture ad essa sovraordinate, come regioni, nazioni e comunit sovranazionali, uscendo dalla semplice dimensione locale della comunit. Del resto, le comunit locali sono sempre inserite in un sistema sociale organizzato e non possono affrontare da sole problemi di vasta portata quali limmigrazione, la disoccupazione, la sicurezza, linquinamento, le diseguaglianze socio-economiche, la qualit dei programmi televisivi e dei portali di Internet, tutti ambiti legati alla qualit di vita. In casi simili, ogni iniziativa a livello locale deve essere coordinata a livello pi ampio, anche nazionale o addirittura internazionale....................................................18

LO SCENARIO ODIERNO DELLA PDC IN EUROPA........................................................................19 PRINCIPI-GUIDA PER UNA TEORIA DELLA TECNICA IN PDC...........................................................22

3 RETI SOCIALI E SOSTEGNO SOCIALE..................................................................22


RETI SOCIALI..................................................................................................................... 22 SOSTEGNO SOCIALE........................................................................................................... 23 LE MODALIT DI INTERVENTO............................................................................................... 25 MISURE DEL SOSTEGNO SOCIALE...........................................................................................26

4 LO SVILUPPO DI COMUNITA..............................................................................26
IL SENSO DI COMUNIT....................................................................................................... 26 STRATEGIE DI SVILUPPO DI COMUNIT....................................................................................27 SENSO DI POTERE.............................................................................................................. 28 LANALISI DI COMUNIT (MARTINI E SEQUI).............................................................................28 LA CONSULENZA DI COMUNIT.............................................................................................. 30 IL MOVIMENTO DEL VOLONTARIATO........................................................................................31 REQUISITI DI UNO SCHEMA-GUIDA PER LANALISI ORGANIZZATIVA.................................................32

LO SCHEMA-GUIDA DI ANALISI ORGANIZZATIVA MULTIDIMENSIONALE (FRANCESCATO)......................33 UN CONFRONTO TRA APPROCCI MULTIDIMENSIONALI DIVERSI.......................................................36 CONCLUSIONI SULLAOM.................................................................................................... 37 ESEMPI DI INTERVENTI DI AOM............................................................................................. 37

6 USO DEI GRUPPI COME BEHAVIOR SETTING E STRUMENTI DI INTERVENTO......37


MICROSISTEMI E MACROSISTEMA: IL PICCOLO GRUPPO NEL CONTESTO SOCIALE...............................38 UNA PROPOSTA PER LA FORMAZIONE AL GRUPPO DI LAVORO (FRANCESCATO)................................39

7 I GRUPPI DI SELF-HELP....................................................................................... 40
CARATTERISTICHE
DEI GRUPPI DI SELF-HELP............................................................................40

LA VALUTAZIONE DEI RISULTATI E LA STIMA DELLEFFICACIA........................................................43 IL SELF-HELP IN ITALIA E IN EUROPA......................................................................................44 TENDENZE DI SVILUPPO NEI GRUPPI DI SELF-HELP.....................................................................45

Tipologia dei gruppi di self-help........................................................................40 I fattori chiave del cambiamento nellazione dei gruppi di self-help.................42

Centri di sostegno per i gruppi di auto-aiuto (clearing houses). La diffusione dei gruppi di self-help e i loro carattere scarsamente strutturato ha fatto sorgere la necessit di queste strutture di collegamento, la cui evoluzione abbastanza recente, soprattutto in Europa. Il loro modello organizzativo di sostegno, dovendosi adattare alle esigenze dei gruppi esistenti, varia in base alle caratteristiche locali e nazionali e quelle del sistema dei servizi del territorio. Le funzioni delle clearing houses sono le seguenti:.........................45
LA CREAZIONE DI UN GRUPPO DI AUTO-AIUTO..........................................................................46 ESEMPI............................................................................................................................ 46

8 LINTERVENTO SULLA CRISI E LA GESTIONE DELLO STRESS..............................46

Conseguenze della crisi...................................................................................47 Stadi di sviluppo e risoluzione della crisi..........................................................48 La psicologia di emergenza..............................................................................51
9 METODOLOGIE DI RICERCA IN PSICOLOGIA DI COMUNITA...............................54 Metodi di ricerca sperimentale. Seguono il rigoroso schema sperimentale che verifica ipotesi controllando variabili in applicazioni sul campo e consente di compiere inferenze sulle relazioni causali tra di esse a condizione che sia possibile:.............................................................................................................. 55 Metodi di ricerca quasi-sperimentale. Nella ricerca sociale, e non solo, si presentano spesso situazioni nelle quali non possibile il controllo e la manipolazione di tutte la variabili rilevanti. Nonostante ci, si pu tentare di approssimare il pi possibile il setting sperimentale: questo lapproccio quasisperimentale. Tra le difficolt tipiche che costringono a questa approssimazione vi lassegnazione casuale ai gruppi sperimentale e di controllo, in quanto il partecipante non pu essere deciso n gestito dal ricercatore. Queste tecniche analizzano spesso le serie temporali, rispetto alle quali, per, si pone il problema della possibile interferenza di fattori alternativi subentrati tra le diverse misurazioni e non controllati................................................................................56
LA RICERCA-INTERVENTO DI KURT LEWIN (ACTION-RESEARCH)....................................................56 COMPARAZIONE TRA RICERCA SPERIMENTALE E RICERCA-INTERVENTO PARTECIPANTE.......................57 CONCLUDENDO
SULLA CRISI E LO STRESS ED I RELATIVI INTERVENTI.............................................54

Valutazione critica della ricerca-intervento.......................................................57


4

10 LA VALUTAZIONE DEI PROGRAMMI DI INTERVENTO .......................................58

ESEMPIO.......................................................................................................................... 58 ORIENTAMENTI EPISTEMOLOGICI NELLAPPROCCIO ALLA VALUTAZIONE...........................................59 CLASSIFICAZIONI DELLA VALUTAZIONE....................................................................................59 VALUTAZIONE DELLA PIANIFICAZIONE DI PROGETTI INNOVATIVI.....................................................60 VALUTAZIONE DI PROGRAMMI ESISTENTI.................................................................................61 VALUTAZIONE FINALIZZATA AL CONTROLLO DI ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA.................................62 STIMA DELLEFFICACIA E DELLEFFICIENZA DI UN PROGRAMMA.....................................................62 ESEMPIO.......................................................................................................................... 63

11 IL LAVORO DI RETE.......................................................................................... 63
IL
LAVORO DI RETE............................................................................................................. 64

STILI DI INFLUENZA DELLE ORGANIZZAZIONI............................................................................66 LAVORO DI RETE VS. LA PDC...............................................................................................66 ESEMPIO.......................................................................................................................... 67

Aree- problema nel lavoro di rete.....................................................................65 Punti-forza nel lavoro di rete............................................................................66

12 LA CONSULENZA............................................................................................. 67
ALCUNE DEFINIZIONI DI CONSULENZA.....................................................................................67 CARATTERISTICHE DEL PROCESSO DI CONSULENZA IN PDC.........................................................68 LE FASI DEL PROCESSO DI CONSULENZA.................................................................................68 I MODELLI DI CONSULENZA................................................................................................... 69

La consulenza di processo...............................................................................70
UN MODELLO DI CONSULENZA IN PDC...................................................................................70 ESEMPI............................................................................................................................ 71

1 ORIGINI E SVILUPPO DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA La psicologia di comunit nasce negli USA e si sviluppa in modo decisamente pragmatico studiando concrete situazioni di disagio sociale e il modo in cui poterle migliorare. I teorici di questa disciplina lasciano progressivamente la visione individuale e intrapsichica del disagio per cercare spiegazioni e forme di intervento nellambito del rapporto individuo-ambiente; il loro campo di azione, inizialmente limitato ai servizi psichiatrici e alla cura della malattia mentale, si amplia cos alla prevenzione del disagio, alla promozione delle risorse sociali e al cambiamento della realt sociale e istituzionale.
Nascita ed evoluzione della PdC negli USA

Alla fine del XIX Secolo, gli effetti della rivoluzione industriale determinano la progressiva affermazione di nuovi diritti sociali da parte delle masse svantaggiate; in questa cornice trovano spazio altre istanze sociali quali la denuncia degli abusi negli ospedali psichiatrici, la costituzione dei tribunali per i minorenni, la fondazione di organizzazioni divenute storiche, come la YMCA (Young Man Christian Association) o gli Scouts. La crisi economica culminata nella depressione del 1929 smorza iniziative simili, almeno fino al secondo dopoguerra, quando le necessit del reinserimento sociale dei reduci di guerra sollecitano nuove attenzioni.
Anni 50 La corsa al benessere e la spinta al raggiungimento di un certo status sociale dirotta la risposta al disagio verso lintervento psicoanalitico; tuttavia, il simultaneo affermarsi del behaviorismo favorisce laccantonamento delle variabili individuali e lanalisi del contesto e delle reti di comunicazione. Le sempre pi diffuse lotte sociali (movimenti dei neri, studenti, donne, antimilitaristi) smontano il mito della societ dalle uguali opportunit e rinnovano la fiducia nelle risorse collettive. La psicologia assume una nuova attenzione socioambientale (fattori socioeconomici, ecologici e culturali). Nuove leggi riducono i ricoveri nelle strutture psichiatriche, offrono trattamenti nelle comunit di appartenenza e promuovono attivit di educazione e prevenzione. Lespressione Psicologia di comunit compare per la prima volta in un convegno rivolto agli psicologi operanti nei servizi di igiene mentale, dove si sottolinea limportanza di interventi preventivi a livello di comunit, la necessit di demedicalizzare i servizi psichiatrici e lopportunit di adottare un ampio approccio interdisciplinare. La fine degli anni 60 rappresenta un periodo favorevole per la PdC. La crisi politica e istituzionale limita fortemente i fondi per i servizi sociali. Riemerge la voce degli psichiatri conservatori, che auspicano il ritorno a metodi tradizionali di cura, alla quale fa da contraltare l ala radicale della disciplina, che riversa le responsabilit del disagio proprio nei problemi di natura politicoeconomico-sociale. Le critiche conservatrici e radicali stimolano la riflessione e la disciplina ridefinisce con maggiore realismo i propri metodi di studio e di intervento. E cos che vengono approfonditi, mutuandoli dalla teoria generale dei sistemi, concetti pi prossimi alla psicologia ambientale, ecologica e sociale. Alla fine degli anni 70, la PdC ha maturato atteggiamenti pi realisti, centrati soprattutto su interventi di prevenzione primaria. Linizio degli anni 80 porta un nuovo momento di crisi a causa dei nuovi e drastici tagli ai programmi assistenziali operati dal governo Reagan e di un nuovo clima sociale che riprende lidea del successo individuale e delle gratificazioni narcisistiche. Alla fine di questa decade la crisi viene superata; ormai gli psicologi 6

Anni 60

1965

Anni 70

Anni 80

Anni 90

di comunit cercano di rispondere ai bisogni sociali emergenti: ecologia e inquinamento ambientale, urbanistica, educazione sanitaria per i lavoratori, risvolti psicologici della disoccupazione, programmi per i lavoratori a rischio. Iniziano a farsi strada i concetti di sostegno sociale ed empowerment, che negli anni 90 diverranno due nodi cruciali per la promozione della comunit competente. Matura la riflessione sul concetto di empowerment, che consente anche di affrontare pi facilmente le divergenze tra i due schieramenti ormai tradizionali; lala moderata pone al primo posto la libert individuale e la responsabilit personale nella riuscita, accettando le diseguaglianze sociali come fatto inevitabile, mentre lala radicale si focalizza sul bene comune e individua la giustizia sociale come valore primario, favorendo gli interventi governativi tesi ad attenuare le diseguaglianze e a garantire concretamente pari opportunit.

Il concetto di empowerment Il concetto di empowerment inteso come obiettivo perseguibile attraverso: - Forme di auto-aiuto che valorizzano il contributo del singolo, responsabilizzandolo; - Forme di sostegno sociale e solidariet. Inoltre, riconosce: - La distribuzione iniqua delle risorse e dellaccesso alle fonti di potere nei diversi gruppi sociali ed etnici; - Che la persona che si sente impotente spesso non in grado di individuare e utilizzare le risorse personali e sociali alle quali potrebbe accedere. Per questo, i programmi centrati sullempowerment mirano ad aumentare il senso di potere individuale e la capacit di leggere i sistemi sociali. In questa prospettiva, la PdC intervenuta, ad esempio:
Valorizzando la diversit culturale, etnica o sessuale dei gruppi pi emarginati; In relazione ai problemi dellacculturazione e della diversit di valori tra le prime generazioni di immigrati e le successive; Sostenendo progetti per la riduzione dellabbandono scolastico nei ghetti urbani e migliorando le competenze degli insegnanti.

Dalla fine degli anni 80 gli psicologi di comunit statunitensi hanno moltiplicato i loro sforzi per sostenere le politiche sociali a livello locale, statale e federale e sollecitato mutamenti legislativi e stanziamenti per ricerche e progetti rivolti a gruppi svantaggiati, ottenendo risultati tangibili. Negli anni 90 questa influenza sulle politiche sociali si ulteriormente rafforzata, in particolare in relazione alla popolazione degli adolescenti (prevenzione del disagio, adattamento e rendimento scolastico, abuso di sostanze, stress, violenza e disoccupazione), ma anche rispetto alle donne abusate, alla salute degli homeless, ai gruppi a rischio di AIDS, particolarmente presenti nei gruppi etnici minoritari.
La diffusione della PdC nei paesi extraeuropei

La diffusione in questi paesi inizia a cavallo degli anni 70 e 80 ed pi rapida dove la psicologia gi una disciplina affermata e insegnata nelle universit ed esiste una tradizione nei servizi di comunit (Canada, Australia, Nuova Zelanda), ma trova una pronta accoglienza anche nei paesi del Terzo Mondo, bisognosi di strategie per la
7

gestione di grandi problemi sociali, di salute e di igiene e per questo orientati ad una visione della disciplina particolarmente impegnata. Nuova Zelanda e Australia: progetti comuni per gli aborigeni dei due paesi; Israele: ricerche sugli stress da guerra sui bambini e progetti-intervento sui problemi etnici e sui rapporti tra ebrei e arabi; Sud Africa: effetti della violenza razziale sui bambini, effetti dellapartheid sui diversi gruppi sociali; Paesi latino-americani: contesti multietnici e con grandi differenze di classi. In questi paesi, molto disomogenei politicamente ed economicamente, la disciplina non sempre formalizzata, anche dal punto di vista accademico. Ad esempio, a Cuba non si parla di PdC, ma esiste un modello di Medicina della comunit che integra sevizi preventivi, curativi e riabilitativi che tengono conto degli aspetti biologici, sociali e psicologici dei diversi problemi; Venezuela: problemi di migrazione dalle zone rurali; Messico: centri di servizio comunitari lavorano con gli abitanti della zona identificando aree-problema, risorse locali e formando leader di quartiere; Colombia e Brasile: la PdC si diffonde per l insoddisfazione degli psicologi clinici nelluso di terapie individuali a fronte dei notevoli problemi sociali.

La diffusione della PdC nei paesi europei

Anche in questi paesi lo sviluppo avviene negli anni 70 e 80: Portogallo: empowerment di comunit basato sullapporto di gruppi di volontariato e interventi nei confronti di gruppi a rischio. A Lisbona, progetto a finanziamento CEE per giovani psicotici ex-ricoverati di ospedali psichiatrici, inseriti in gruppi di auto-aiuto tramite i quali vengono avviati al lavoro; Gran Bretagna: landamento altalenante. In Scozia ci si occupati degli effetti della disoccupazione e del lavoro precario; Germania: gli psicologi di comunit sono ancora alla ricerca di una loro identit, anche se le nozioni di sostegno e rete sociale sono centrali nella psicologia dei servizi tedesca. Molto diffusi i gruppi di auto-aiuto; Olanda: i servizi psichiatrici di comunit hanno una lunga tradizione e preesistono alla fondazione della PdC negli USA; Polonia: il tradizionale contesto sociale ha favorito un approccio comunitario alla salute mentale; Norvegia: la PdC viene insegnata nelle universit da decenni ed esiste una notevole sensibilit verso i temi e le metodologie propri di questa disciplina.

La PdC europea si differenzia presto da quella americana, troppo astorica, politicamente ingenua, pi interessata allazione che alla riflessione teorica e sempre orientata in via preferenziale al cambiamento dellindividuo piuttosto che del gruppo o del tessuto sociale.

La diffusione della PdC in Italia

A partire dagli anni 70, come negli USA, anche in Italia la PdC prende piede soprattutto sulla base di interessi concreti mirati al miglioramento della qualit di vita e della competenza della comunit.
Fattori trainanti Innovazioni legislative degli anni 70: Trasferimento di competenze alle Regioni/enti locali: riforma carceraria; legge sui consultori, inserimento scolastico dei portatori di handicap nelle classi normali; Riforma sanitaria: decentramento dei servizi, potenziamento della prevenzione, sicurezza sul lavoro, lotta allinquinamento. Fattori ideologici ereditati dagli anni 60: Diffusione di un orientamento progressista; attenzione ai bisogni dei gruppi emergenti (es. movimenti studentesco e femminista). Fattori del mondo produttivo: Affermazione dei diritti dei lavoratori; consapevolezza del rapporto tra condizioni lavorative, stress e qualit di vita. La psicologia del lavoro sviluppa una concezione sistemica affine a quella della PdC. Sviluppo dellassociazionismo: Gruppi ambientalisti; impegno religioso; volontariato sociale; promozione sportiva; animazione nei quartieri. In questi fenomeni si ravvisa una diffusione di una Weltanshauung vicina a quella della PdC, ovvero di una concezione del mondo e di una visione della realt sociale in termini di forze interdipendenti e di gruppi che autodefiniscono attivamente le proprie condizioni di vita. Elementi di ostacolo Ostacoli culturali: Diffidenza, ancora nel dopoguerra, di ampi settori della cultura italiana (e della popolazione) verso la psicologia. Ostacoli professionali: Corsi di laurea in psicologia istituiti solo dal 1971; Albo e Ordine professionale solo dal 1993. Attuazione parziale della riforma sanitaria: Soprattutto in alcune zone del paese: carenza di personale, insufficienza delle strutture, mancata applicazione di strategie della prevenzione. Identit professionale: I modelli prevalenti di psicologo sono a lungo stati quello dellesperto clinico e dello psicoterapeuta libero professionista.

Nel 1980 la Societ italiana di psicologia costituisce la Divisione di PdC, che nel 1994 diviene la Societ italiana di PdC. 2 PRINCIPI E RIFERIMENTI TEORICI DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA Da un punto di vista generale, esistono due visioni del disagio:
Teoria eccezionalista
(o della selezione sociale)

Teoria universalista
(o delle cause sociali)

Il disagio e/o la patologia sono determinati da fattori individuali casuali (genetici, di personalit). E un incidente di percorso al quale si cerca di rimediare attraverso un trattamento (terapeutico, farmacologico, riabilitativo) del disturbo o identificando precocemente i soggetti a rischio. 9

Il disagio non uneccezione o unanomalia del normale stato di salute, ma espressione dei rapporti sociali di una comunit. Pertanto, le condizioni che lo provocano non sono insolite e occasionali, ma prevedibili e come tali prevenibili.

Le due teorie non sono mutuamente esclusive, data la reciprocit tra variabili individuali e ambientali (es. lo stress aumenta la probabilit del disagio psichico, ma la presenza del disagio eleva a sua volta la probabilit di un evento stressante). In ogni caso, la PdC studia linterazione tra individuo e strutture sociali e fissa come unit di analisi la persona nel contesto; questo orienta la concezione del disagio individuale verso una visione universalista.
Obiettivi fondamentali della PdC

Prevenzione del disagio. Poich il disagio non n insito nellindividuo, n unicamente determinato dalle strutture sociali, la sua prevenzione diventa un obiettivo centrale; Promozione della salute e del benessere degli individui nei loro contesti . La qualit della vita intesa dalla PdC non solo come criterio per valutare le condizioni di vita in una certa comunit, ma anche come obiettivo di unazione trasformativa che armonizzi il rapporto individuo-ambiente. Nel valutare la qualit di vita, la PdC utilizza un approccio sistemico-ecologico che integra variabili oggettive o hard (es. reddito pro-capite, numero di reati) e soggettive o soft (es. percezioni, aspettative, vissuti, rappresentazioni sociali); Promozione dellautoconsapevolezza dei membri della comunit ; Partecipazione dei membri della comunit ; Sviluppo della competenza della comunit.

Per perseguire questi obiettivi, la PdC mira sia a rinforzare le risorse personali, sia a potenziare le competenze della comunit, ritenendo che un miglioramento della qualit della vita possa realizzarsi solo congiungendo queste due strade.
La strategia preventiva della PdC

In medicina sociale si distinguono 3 tipi di prevenzione:


Primaria Secondaria Terziaria Ridurre le possibilit di malattia in una popolazione a rischio (es. messa a punto di un vaccino). Il fine impedire la malattia; Diminuire durata, diffusione e contagio di una malattia in una popolazione in cui gi penetrata. Trattamento precoce; Attenuare le conseguenze di una malattia in chi lha gi subita.

La PdC utilizza gli stessi concetti nellambito delligiene mentale; secondo Caplan:
Prevenzione Nella primari soc a iet Nella comunit Ogni iniziativa che promuove la qualit della vita, il benessere sociale, listruzione e il lavoro.

Consulenza per il miglioramento e la programmazione di un sistema o la formazione di persone-chiave e operatori non professionali. Nei piccoli Interventi che accrescono le competenze e consentono di gruppi affrontare le crisi prevedibili. Prevenzione Interventi precoci sui primi sintomi di disturbo e disagio. Serve saper secondaria riconoscere i problemi e conoscere gli strumenti per affrontarli, superando resistenze e pregiudizi che talvolta frenano la richiesta di aiuto. 10

Prevenzione Counselling terapeutico e formazione individuali per lo sviluppo di terziaria comportamenti utili al reinserimento e al superamento dellemarginazione.

Ostacoli e difficolt nella strategia preventiva Predominio della concezione eccezionalista. Considerare il problema come il risultato di un evento insolito o un difetto individuale invece che qualcosa di prevedibile favorisce interventi orientati all individuo piuttosto che al sistema (sociale, organizzativo), alla cura e alla riabilitazione piuttosto che alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere; Attribuzione di scarsa scientificit alla prevenzione primaria. Perch i programmi di prevenzione primaria implicano importanti mutamenti nella distribuzione delle risorse materiali primarie. Ad esempio, in Europa le politiche del lavoro hanno creato 34 milioni di disoccupati o sottoccupati fra i quali sono aumentati i casi di disagio mentale; in questo caso la prevenzione primaria significherebbe scardinare le stratificazioni sociali, rendendo meno empowered i gruppi che lo sono troppo e trasferendo risorse economiche a chi vi ha meno accesso; Lorientamento preventivo meno ovvio e consolidato di quello riparativo. Non sempre facilmente sostenibile, anche per la crescente presenza di situazioni di disagio. La carenza di risorse che accompagna la crisi dello stato sociale fa s che vengano prese in carico le situazioni pi gravi e disagiate (prevenzione secondaria e, spesso, anche terziaria); Presunta settorialit. La prevenzione del disagio viene considerata generalmente come una competenza tecnica e specialistica; Eziologia complessa del disagio. Mentre in medicina la prevenzione di successo implica la conoscenza di cause univoche e ben identificabili, nelle scienze sociali i fattori alla base del disagio sono spesso molteplici e poco conosciuti; A questo si aggiunge una ancora scarsa competenza degli operatori nella pianificazione del cambiamento e nellindividuazione dei relativi indicatori. In ogni caso, dal 1977 lOMS richiama lattenzione sulla necessit di operare interventi di prevenzione primaria su livelli di sofferenza psicosociale sempre in crescita.
Prevenzione primaria PROATTIVA Si propone di migliorare la qualit di vita e dellambiente. Ricerca-intervento e analisi organizzativa tese a modificare la struttura di un sistema o di una comunit; Programmi di sviluppo del sostegno sociale e del senso di comunit. Quadro di riferimento concettuale USA Prevenzione primaria REATTIVA Si propone di incrementare le competenze degli individui. Strategie educative e formative intese a promuovere il benessere psicofisico e la capacit di coping; Consulenza ad operatori di base e figure non professionali.

In PdC difficile mettere a fuoco una teoria-guida unificante; il quadro di riferimento concettuale piuttosto mutuato da contributi e riferimenti diversi, quali:
Teoria generale dei sistemi Il concetto di sistema fa riferimento ai sistemi sociali, concepiti come insieme di rapporti tra elementi di complessit crescenti (individui, piccoli gruppi, organizzazioni e comunit) i cui legami di interdipendenza 11

Prospettiva ecologi ca (Kelly)

Teoria del campo di Lewin

Psicologia ambien tale (Barker )

vengono concepiti sia in orizzontale (complementariet e/o simmetria), sia in verticale (sovra/sottosistemi), come nel caso di Bronfrenbrenner. Osservazione dei fenomeni nei loro setting naturali, coerentemente con lorientamento della PdC che enfatizza la relazione tra persona e ambiente e la ricerca sul campo. Kelly indica 4 principi fondamentali per lo sviluppo di un intervento: Interdipendenza. Il cambiamento di un componente in un ecosistema produce cambiamenti, non sempre prevedibili, in ogni altro componente. Loggetto di analisi pertanto lintera comunit. Ad esempio, la chiusura di un ospedale psichiatrico avr ripercussioni sul sistema giudiziario, sui servizi territoriali e sugli atteggiamenti dei cittadini; Ciclicit delle risorse. Le risorse umane, tecnologiche, organizzative ed economiche vengono distribuite, utilizzate e trasferite. Un interscambio pu fare leva proprio sulle risorse presenti in una comunit; Adattamento. Principio di derivazione Darwiniana; gli organismi variano abitudini e caratteristiche per far fronte a condizioni e trasformazioni ambientali. Ad esempio, professioni emergenti sollecitano una riconversione degli iter formativi per diminuire il rischio della disoccupazione; Successione. Lambiente sociale ha propriet dinamiche; conoscere le direzioni dei mutamenti in corso fondamentale per la pianificazione di ogni strategia di intervento. Ogni evento determinato da fattori interdipendenti, individuali e ambientali, presenti nel campo psicologico in un dato momento. Il campo psicologico un sistema di forze la cui interazione dinamica origina comportamenti individuali e sociali. Gli elementi dellambiente pesano in base alla percezione soggettiva, fenomenologica. La nota formula C=f(P,A) sintetizza bene lorientamento ecologico della teoria lewiniana, sottolineando la transazione continua e reciproca tra P ed A, piuttosto che semplici rapporti di causa-effetto. Di particolare rilievo il concetto di soggetto attivo, che sottolinea il potenziale e lazione trasformativi dellindividuo sulle variabili biologiche, materiali e sociali della sua esistenza. Altra eredit della teoria lewiniana il concetto di piccolo gruppo, inteso come ununit diversa dalla somma delle componenti. Lewin evidenzia linterdipendenza e il reciproco influenzamento, che legano dinamicamente ogni cambiamento del gruppo e delle relative componenti con effetti reciproci. Gruppo, interdipendenza e potenzialit trasformative dei piccoli gruppi vengono fatte proprie dalla PdC e tradotti in tecniche di intervento. Rilevante per la PdC lapproccio socio-ecologico, che analizza limpatto dellambiente fisico e sociale sullindividuo. Barker eredita da Lewin linteresse per linfluenza dellambiente sullindividuo, ma anzich seguire un approccio fenomenologico, privilegia una concezione oggettiva e osservabile delle variabili ambientali; interessante il significato sociale di setting comportamentale: essere in una chiesa, in unaula scolastica o in un negozio permette di comprendere e prevedere il comportamento delle persone anche in assenza di informazioni sullindividuo. Contesti spazio-temporali diversi generano cio pattern comportamentali titpici. Attraverso lo studio comparativo della 12

popolazione di due cittadine Barker rileva due condizioni:


Setting sovradimensionato Le persone sono troppe rispetto ai ruoli e alle funzioni distribuibili. Le persone entrano in competizione per le funzioni pi prestigiose e sono demotivate rispetto ai livelli pi bassi. Setting sottodimensionato Le persone sono poche rispetto ai ruoli e alle funzioni distribuibili. Le persone tendono e sono motivate a svolgere unampia gamma di compiti, ma sono soggette a fatica e stress psicologico.

Teoria dello svilupp o nel contest o (Bronfe nbrenn er)

Psicologia umanis tica e approc cio cogniti vocompor tament

Il merito di intendere lambiente come agente che struttura e d significato ai comportamenti delle persone anche il limite di questo approccio, poich colloca lindividuo in una posizione passiva. Bronfenbrenner sottolinea linscindibilit dellindividuo e dellambiente nel quale esso cresce e si sviluppa, condividendo la visione fenomenologica di stampo lewiniano, e critica il concetto di ambiente proposto da Braker limitato al contesto immediato nel quale si svolge il comportamento osservato. Il modello di ambiente proposto a pi livelli e anche pi esteso e articolato di quello suggerito da Lewin. 3 gli assunti di base: Reciprocit. Individuo e ambiente si influenzano a vicenda; Distanza. Anche i contesti non sperimentati direttamente possono influenzare lndividuo; Dinamicit. Lindividuo un soggetto attivo che reagisce alle pressioni ambientali e ristruttura il proprio spazio di vita. Pertanto, Bronfenbrenner propone una struttura multilivello del tipo: Microlivello. Sistemi di cui si ha esperienza diretta (analoghi al setting comportamentale di Barker): spazi fisici, persone e interazioni riconducibili alla famiglia, al gruppo dei pari, allambiente di lavoro; Mesolivello. Insieme di due o pi sistemi di microlivello e delle interazioni tra essi (es. i rapporti tra scuola e famiglia); Esolivello. Sistemi che non interagiscono direttamente con lindividuo, ma con le persone che interagiscono direttamente con lui (es. il lavoro del partner, la rete amicale dei genitori); Macrolivello. E il contesto sociale allargato, le strutture che possono influenzare i livelli sottostanti, soprattutto attraverso processi di socializzazione (es. disoccupazione, orientamenti valoriali nella comunit, ruoli assegnati ai generi). Al tutto si deve aggiungere la variabile temporale che si lega allo sviluppo. Lindividuo si muove attraverso questi sistemi cambiando ruolo e ristrutturando la sua posizione (transizione ecologica). Bronfenbrenner sottolinea linterconnessione tra i livelli e la circolarit tra variabili individuali e ambientali. La PdC condivide con la psicologia umanistica (Rogers, Maslow) lenfasi sulle potenzialit e le risorse da valorizzare anzich sulle disfunzioni e i disturbi da curare; ne derivano strategie promotrici delle capacit di coping degli individui, cio di affrontare attivamente le situazioni. Lapproccio cognitivo-comportamentale fornisce invece la tendenza a compiere interventi concreti, programmati e poi anche valutati per trasmettere abilit e competenze; lorientamento cognitivo riguarda i fenomeni di apprendimento sociale (Bandura), linfluenza dei massmedia e delle campagne sociali di informazione. Questo approccio viene 13

ale

quindi utilizzato per programmare interventi su larga scala, come piani di educazione sanitaria e di formazione.

Lintegrazione di Murrel

Murrel tra i primi che tentano un integrazione cercando di fornire un quadro di riferimento concettuale per la PdC, che intende come ramo della psicologia applicata orientato al cambiamento dei sistemi sociali che influenzano il comportamento individuale. Individua come setting appropriato l ambiente naturale della comunit, non il laboratorio o lo studio di psicoterapia. La sua definizione la seguente: PdC: area della psicologia che studia le transazioni tra reti di sistemi sociali, popolazioni e individui, che sviluppa e valuta metodi di intervento che migliorino gli adattamenti persona-ambiente, che pianifica e valuta nuovi sistemi sociali e che da questa conoscenza e cambiamento cerca di aumentare le opportunit psicosociali dellindividuo. Lenfasi chiaramente posta sulle transazioni reciproche tra comportamento individuale e sistemi sociali. Anzich gerarchie di bisogni universali, Murrel ritiene che per ogni individuo esistano delle aree-problema e punti di forza emergenti dal suo ambiente che possono favorirlo o ostacolarlo nei suoi scopi. Elaborando delle soluzioni, lindividuo stabilisce un ordine di priorit per le diverse aree e il suo benessere psicologico dipender dallaccordo psicosociale, cio dal grado di corrispondenza tra il programma che ha elaborato e le richieste del sistema. Bisogna per considerare che lindividuo appartiene a pi sistemi le cui risposte possono anche contrastare tra loro, creando situazioni paradossali che ne diminuiscono il benessere. In particolare, Murrel considera i diversi livelli sociali di appartenenza (individuo, piccolo gruppo, sistema, rete di sistemi) e suggerisce limportanza di unanalisi volta a cogliere gli aspetti di congruenza e di conflitto nelle transazioni tra di essi. Ci consente di pianificare e realizzare gli interventi idonei a migliorare laccordo psicosociale, cogliendo eventualmente il livello su cui agire in maniera pi efficace, rammentando comunque linterdipendenza tra i diversi livelli. Secondo Murrel, i livelli di intervento sono 6: Ricollocamento individuale. Nessuno pu inserirsi armonicamente in tutti i sistemi sociali e viceversa. Quando linterazione incompatibile e non offre possibilit di miglioramento da entrambe le parti, consigliabile ricollocare lindividuo in un altro sistema (es. affidamento di un bambino). Se il ricollocamento temporaneo, al ritorno nel sistema originario si possono avere gravi problemi (es. reinserimento sociale dopo un periodo in comunit terapeutica). Interventi sullindividuo. Lobiettivo cambiare o sviluppare risorse e strategie dellindividuo per migliorarne linserimento nel sistema (es. formazione, modificazione comportamentale, psicoterapia, intervento sulla crisi in atto). Per lefficacia necessario che lintervento sia richiesto dalla persona e che questa sia intenzionata a restare nel sistema.

14

Interventi sulla popolazione. Incrementare le risorse di una popolazione a rischio, ad esempio con interventi di formazione di gruppo. La difficolt pu essere quella di convincere la popolazione target alla partecipazione. Interventi sul sistema sociale . Operare cambiamenti strutturali e funzionali sui sistemi, facilitando la gestione dei problemi degli individui. Lesempio tipico la consulenza per innovare le regole, i vincoli, la distribuzione dei compiti o gli obiettivi del sistema. Interventi intersistemici. Lazione si dirige verso pi sistemi, con lobiettivo di renderne il coordinamento e la connessione pi funzionali. Si tratta di un intervento complesso perch chi interviene non ha in genere sufficiente forza e carisma in tutti i sistemi, ma assolutamente in linea con lapproccio ecologico della PdC. Ad esempio la disoccupazione giovanile non pu essere affrontata intervenendo semplicemente sul sistema produttivo, ma implica interventi anche sulle istituzioni formative, sui servizi sociali, sugli enti locali. Questo evidenzia come lo psicologo di comunit non possa agire isolatamente e limportanza del suo ruolo di coordinatore fra risorse e competenze diverse. Interventi sullintera rete sociale . I programmi sono rivolti alla comunit nel suo insieme, ad esempio attraverso luso dei mass-media. In Europa si tratta di un campo di azione frequentato dai politici, ai quali importante indirizzare la consulenza di studiosi delle scienze umane, cos come avviene negli USA. I primi due livelli di intervento focalizzano lattenzione sullindividuo; questo pu essere un rischio dal punto di vista della PdC, che nella prospettiva di Murrel privilegia gli interventi rivolti anche ai livelli pi complessi della comunit. Lintera sintesi di Murrel si pone come riferimento teorico fondamentale della PdC.
Il costrutto dellempowerment

Lempowerment un concetto-chiave della disciplina, in quanto opera una buona mediazione tra la dimensione individuale e quella sociopolitica. Il suo significato letterale favorire lacquisizione di potere, rendere in grado di e indica nel contempo un processo e un risultato. Alla fine degli anni 60, questo concetto entrato nel linguaggio politico con i movimenti per i diritti civili e quelli femminili. Oggi ha ancora vasta applicazione; ad esempio rappresenta lobiettivo tipico dei programmi di sviluppo di comunit attuati nei paesi arretrati e in sostegno dei diritti dei gruppi svantaggiati, mentre in ambiente medico individua i processi riabilitativi brevi ed efficaci. Negli ultimi dieci anni, il concetto di empowerment si affermato anche in ambito manageriale e organizzativo, da quando le esigenze di flessibilit imposte dai mercati hanno promosso la valorizzazione delle risorse umane in direzione della competenza e dellautonomia. Consideriamo le definizioni di empowerment date da alcuni autori: Rappaport. Processo che permette a individui, gruppi e comunit di accrescere la capacit di controllare attivamente la propria vita influenzando i processi decisionali. Si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente che richiede anche, allindividuo come alla comunit:
15

Consapevolezza critica Comprensione del contesto sociopolitico e delle strutture di potere; Azione collettiva Processi partecipativi che mobilitano risorse per il raggiungimento di obiettivi condivisi e desiderabili; Mobilitazione di risorse Interne o esterne alla comunit.

In tal modo, lempowerment indica diverse cose: una cultura e i valori che la caratterizzano, un costrutto psicologico che riguarda il soggetto e il suo rapporto con lambiente, un processo operativo attraverso cui un individuo o un sistema accrescono il proprio livello di potere rispetto a uno specifico oggetto, un approccio metodologico applicativo. Kiefer. Acquisizioni individuali inerenti abilit politiche, competenze e informazioni. Empowered chi in grado di controllare la propria vita e acquisisce potere partecipando attivamente a organizzazioni e aumentando lautopercezione della propria competenza. Zimmerman. Prodotto del processo che porta dalla passivit appresa (learned helplessness) allutilizzo di abilit di problem solving e controllo percepito (learned hopefulness) attraverso lacquisizione di fiducia nelle proprie capacit in seguito alla partecipazione e allimpegno nella comunit. La maggior parte degli autori sottolinea la multidimensionalit del costrutto e distingue tra livelli diversi di empowerment: Individuale Passivit/proattivit, LoC esterno/interno, sentimento di autoefficacia, ecc.). Riguarda quindi variabili intrapersonali e comportamentali; Organizzativo Strutture e relazioni organizzative in grado di promuovere coinvolgimento e responsabilizzazione, accrescendo nel contempo lefficacia dellorganizzazione; Di comunit Riguarda le strutture sociopolitiche e il cambiamento sociale. Considera quindi il grado di facilitazione nellambiente di riferimento (presenza di risorse piuttosto che ostacoli) ad unazione collettiva in grado di elevare la qualit della vita nella comunit. Lempowerment organizzativo e di comunit non sono semplicemente laggregazione di individui empowered, ma includono anche i fattori che rafforzano e sostengono le opportunit di empowerment individuale. Riassumendo le caratteristiche di questo costrutto: Va al di l di alcuni costrutti tradizionali (autostima, LoC, autoefficacia); E un comportamento intenzionale che implica pensiero critico, interesse e partecipazione di gruppo; Porta a un maggiore controllo del benessere nella propria vita; Ha una variabilit continua che determina diversi livelli quantitativi; Si articola su pi livelli (individuale, organizzativo, comunit); Presenta una costruzione evolutiva;
16

Assume forme diverse per persone e categorie di persone diverse e in differenti contesti sociali.

Lempowerment collega sempre il benessere dellindividuo al contesto sociale e politico di appartenenza e sostiene lidea che le comunit possano migliorare la vita dei propri abitanti offrendo loro occasioni di essere attivi e di partecipare ai processi decisionali. Il problema della misurazione. Lempowerment non pu essere la stessa cosa per adolescenti, lavoratori, nuovi immigrati o cittadini stabilmente radicati e questo rende difficile la sua misurazione, nel senso che un costrutto che risente dinamicamente del contesto non offre criteri di misurazione universali al pari, ad esempio, di un tratto di personalit. Inoltre, lempowerment contempla sia processi, sia risultati. Rapporti con potere e salute. Potere e sensazione di controllo sono risorse importanti per il benessere individuale e la loro mancanza pu essere patogena e fonte di disturbi psicologici; essa pu derivare da fattori soggettivi, ma anche oggettivi, come linsicurezza economica, il mancato accesso a informazioni, lappartenenza a gruppi stigmatizzati che favorisce linteriorizzazione di immagini di s negative. Una delle direzioni primarie verso le quali si proietta l empowerment la promozione della salute, insieme a quelle dellauto-aiuto e dello sviluppo della competenza.
Lo sviluppo della prospettiva europea

La PdC europea si sviluppata prendendo sicuramente spunto da quella americana, ma ricercando modelli propri in quanto: Nel contesto europeo la PdC americana stata considerata troppo povera dal punto di vista dellelaborazione teorica poich i concetti-chiave (prevenzione, empowerment, sostegno sociale, stress, rischio e coping) davano vita a teorie e concettualizzazioni parziali, ma non a una teoria generale e unificante; Oltre che poco inclini alla riflessione teorica, gli psicologi di comunit statunitensi sono stati considerati dai colleghi europei anche poco attenti allevoluzione storica dei contesti comunitari e alquanto ingenui sul piano politico; Gli strumenti di intervento elaborati negli USA sono stati considerati troppo centrati sullempowerment individuale , elevato al pi ai piccoli gruppi.

Conseguentemente, in Europa si cercato di rafforzare le basi teoriche, storiche e politiche della PdC e di sviluppare tecniche di intervento pi allargate. Del resto, gli europei condividono valori culturali diversi da quelli americani. Non pensano che gli uomini nascano liberi, come recita la Costituzione statunitense; al contrario per la loro memoria storica sanno che le persone nascono in contesti sociali creati storicamente, ma proprio per questo modificabili dallazione umana. Comunque sia, in Europa come negli USA la PdC ha criticato fortemente l ottica naturalistica della psicologia pi tradizionale che colloca i processi psicologici esclusivamente
17

allinterno dellindividuo e considera lessere umano e la societ come essenze naturali e immutabili. La differenziazione della PdC europea: Importanza dellanalisi storica. Gli psicologi di comunit europei danno importanza allanalisi storica che permette di comprendere come nel tempo le diverse ideologie politiche abbiano legittimato le stratificazioni sociali facendole apparire come naturali (es. societ patriarcali che hanno legittimato il dominio degli uomini sulle donne, ma anche critica verso la psicoanalisi e la psicologia clinica che hanno mantenuto in vita alcuni stereotipi sulle differenza di personalit nei due generi). Negli USA lattenzione ai legami tra passato e presente minore, anche perch la societ americana molto pi giovane e tipicamente orientata al futuro. In Europa lapproccio storico si consolidato proprio nei paesi che hanno fatto esperienza di regimi totalitari nellultimo secolo, come Germania, Italia e Spagna, un fatto che rende la libert individuale meno scontata e naturale. Miti sul cambiamento della posizione nelle gerarchie sociali. Gli europei sono meno propensi a credere nel mito delluomo che si fa da s, artefice del proprio successo, ricorrente nella cultura americana dove vincono i migliori; hanno invece la consapevolezza che la libert e lempowerment individuale sono frutto di conquiste collettive. In America chi si arricchisce diventa un esempio da imitare e ammirare; in Europa i nuovi ricchi non godono di molta considerazione sociale. Questa differenza culturale si sta tuttavia attenuando, soprattutto in seguito a una globalizzazione culturale di sapore statunitense; anche per questo amore, amicizia, famiglia, denaro, lavoro e divertimento vengono sempre pi spesso messi ai primi posti, mentre la politica viene percepita come lontana. Oggi, molti giovani ricevono scarse informazioni sulla politica (a casa non se ne parla, a scuola spesso non studiano educazione civica) e se ne formano unidea solo attraverso la televisione, senza conoscere levoluzione storica dei partiti e delle idee. In tal modo, molti di loro danno per scontato il benessere e i diritti civili, sociali e umani di cui godono e perseguono unicamente il proprio sviluppo individuale, senza interesse per il bene comune. La PdC cerca anche di occuparsi di questo, promuovendo nei giovani la consapevolezza del legame storico tra i diritti e lo stato di libert attuali e le lotte sociali che li hanno resi possibili. Connessioni tra comunit locali, globali. La PdC europea ha cercato anche esplorare le connessioni tra comunit locale e strutture ad essa sovraordinate, come regioni, nazioni e comunit sovranazionali, uscendo dalla semplice dimensione locale della comunit. Del resto, le comunit locali sono sempre inserite in un sistema sociale organizzato e non possono affrontare da sole problemi di vasta portata quali limmigrazione, la disoccupazione, la sicurezza, linquinamento, le diseguaglianze socioeconomiche, la qualit dei programmi televisivi e dei portali di Internet, tutti ambiti legati alla qualit di vita. In casi simili, ogni iniziativa a livello locale deve essere coordinata a livello pi ampio, anche nazionale o addirittura internazionale.

18

Lo scenario odierno della PdC in Europa

Oggi, non solo in Europa, la politica economica dei governi guidata dai mercati e da grandi gruppi finanziari che dispongono di un potere eccessivo. Il dominio del capitalismo negli ultimi decenni ha incrementato i capitali economici e nel contempo ha diminuito il capitale sociale, incrementando la ricchezza di molte nazioni, ma anche accrescendo le diseguaglianze economiche tra paesi e allinterno delle singole nazioni. Sarebbe compito della classe politica porvi rimedio, ma il riassetto mondiale successivo al crollo del comunismo ne ha determinato quasi ovunque la perdita di influenza, prestigio e autorevolezza. Questa decadenza della politica pericolosa per la societ democratica, perch favorisce unoperazione di esproprio a favore di circoli di potere ristretti; la democrazia richiede invece consapevolezza e impegno da parte di tutti. Se i futuri adulti continueranno a sottovalutare il legame con la dimensione sociopolitica del contesto in cui vivono, perderanno la dimensione sociale dellempowerment. Oggi in tutta lEuropa vengono attuate politiche di decentramento politicoamministrativo che migliorano la macchina amministrativa ricollocando certe competenze ed avvicinando cittadini e istituzioni, rispondendo in tal modo a esigenze psicologiche alle quali lo stato non pu provvedere per la sua natura di organizzazione su larga scala. La comunit locale il luogo delle relazioni interpersonali che rispondono ai bisogni di appartenenza, sicurezza e identit, che conserva il tessuto sociale e ne accresce il valore anche in condizioni di criticit. Ad esempio, nel caso di immissione di nuovi gruppi etnici, una buona dimensione relazionale nella comunit permette ai residenti di affrontare la situazione con meno insicurezza, pi serenit, spirito di apertura verso i nuovi arrivati e senza sentimenti di compromissione della propria identit. Il capitale sociale rappresenta linsieme di legami basati sulla fiducia reciproca e lo scambio reciproco tra persone che formano un tessuto sociale compatto, cio propriamente una comunit. Una buona qualit del tessuto sociale, insieme al livello di reddito, incide anche positivamente sulla salute. Chi ha pi contatti umani e partecipa attivamente alla vita della comunit in cui inserito sta meglio di chi conduce unesistenza isolata. Anche in Italia alcune forme di partecipazione sociale sono in diminuzione, tanto da parlare di anoressia relazionale emergente. Giovani e single sembrano avere una buona vita di relazione, mentre i meno giovani, chi ha costruito una famiglia, le casalinghe e i pensionati tendono a restare in casa. In particolare, gli anziani aumentano il consumo di televisione, escono poco e percepiscono quartieri e citt come luoghi pericolosi; la televisione, tramite principale di collegamento con il mondo, induce ulteriori sentimenti di paura e rende la realt sempre pi estranea, distante e indecifrabile. Soprattutto i giovani trovano contatti e stabiliscono rapporti sociali attraverso Internet; per questo, comunit virtuali e mediatiche costituiscono un nuovo terreno di indagine e di studio anche per la PdC. Verso una teoria della tecnica in PdC

19

Poich la PdC si occupa dei problemi umani e sociali nellinterfaccia tra la sfera individuale e quella sociale, una teoria della tecnica deve individuare strumenti di ricerca e intervento che colleghino questi due ambiti.
Ad esempio, un problema come la separazione coniugale pu essere visto nellottica della PdC esplorando proprio linterfaccia tra individuale e sociale. Ogni coppia vede il proprio amore come fatto privato ed in genere poco consapevole che anche il modo di concepire il proprio incontro e la propria separazione mediato da fattori sociali (sistemi di leggi, credenze religiose, fattori culturali ed economici) che condizionano le funzioni socialmente attribuite alla famiglia, la socializzazione della prole, lapprovazione sociale dei bisogni di sessualit e mutuo sostegno, le possibilit occupazionali per i due sessi, i vincoli legislativi sulla separazione e il divorzio. Inoltre, la diversa considerazione che una determinata societ ha della separazione (fine catastrofica piuttosto che nuova opportunit) condiziona il tipo di sostegno ottenibile e i sentimenti che si provano durante e dopo la separazione. Tutte cose che concorrono a determinare la qualit di vita delle persone coinvolte.

Diversi autori hanno cercato di trovare concetti-ponte tra individuo e ambiente: Orford.Questo autore cita 3 costrutti: l identit, lo status e il sentimento di autostima, in quanto condizionabili dai contesti sociali a diversi livelli: - Microlivello: famiglia, lavoro, gruppi, servizi (educativi, ricreativi, sanitari); - Comunit locale: dal condominio alla citt di appartenenza; - Cultura: norme e strutture politiche, legali, religiose, socioculturali. E facile riconoscere linfluenza della teoria dei sistemi sociali di Bronfenbrenner. Rappaport. Mentre il modello di Orford risente ancora dellimpronta individualistico-naturalistica della psicologia clinica tradizionale, quello proposto da Rappaport segue un approccio sociocostruttivista: sono i processi di costruzione dei significati a fungere da agenti di mantenimento di uno status quo o da motori del cambiamento. Diventa cos importante lanalisi delle narrative dominanti nella comunit e delle storie personali, da queste influenzate. Le persone che hanno storie in comune sanno da dove provengono, chi sono e dove vanno; sono in definitiva una comunit. Rappaport sottolinea che la narrativa una risorsa distribuita in modo ineguale tra le classi sociali, poich le classi dominanti hanno pi strumenti per diffonderle e crearle. Francescato. Molti autori italiani sostengono un approccio interdisciplinare e propongono un modello di analisi della comunit locale che tenga conto di variabili hard, oggettive (ambientali, geografiche, giuridiche, economiche, politico-istituzionali) e soft, soggettive (vissuti psicologici, rappresentazioni sociali, radici antropologiche e storiche della comunit). Ci consente di integrare la dimensione soggettiva tipica della psicologia clinica e quella storico-politica del contesto sociale e definire interventi centrati su entrambe. Francescato sostiene che per una PdC mirata sia al cambiamento individuale, sia a quello sociale, serve integrare i paradigmi scientifici della psicologia tradizionale e gli apporti del costruzionismo sociale: i primi per comprendere come si comporta un individuo in determinati setting ambientali; i secondi per comprendere i significati che la persona attribuisce alle sue interazioni con lambiente.
20

Garfinkel. Altro filone del pensiero costruttivista utile nella costruzione di una teoria della tecnica in PdC quello dell etnometodologia elaborato da Garfinkel, che sottolinea limportanza dellinterpretazione che la persona d dei suoi contesti; secondo questo approccio, le pratiche verbali pubblicamente osservabili sono utili per capire come la conversazione contribuisca a trasformare lordine delle cose e a produrre significati. Una teoria della tecnica in PdC dovrebbe unire:
Il modello paradigmatico Caratterizzato dalla formulazione di ipotesi da testare e dalla ricerca delle invarianze con il fine di costruire leggi generali in grado di descrivere e predire levoluzione di un fenomeno. Dal punto di vista epistemologico, lassunto quello della corrispondenza tra i fenomeni studiati e una realt obiettiva. Il modello narrativo Tipicamente usato da storici e biografi, ha lobiettivo di raccontare la storia di un fenomeno nel suo contesto. I criteri di accettazione si basano sulla coerenza della storia. Invece che lesistenza di una realt sociale uniforme e obiettiva, considera lesistenza di prospettive multiple promossa dalla logica costruzionista: gli oggetti sociali non esistono di per s, ma sono creati; le persone non processano informazioni provenienti da un ambiente dato, ma sono agenti sociali che costruiscono significati nella loro interazione con gli altri.

In psicologia, il pensiero costruttivista stato accettato con difficolt. Tuttavia, proprio limportanza assegnata al linguaggio e alle narrative da questa prospettiva ad essere sfruttata in PdC per agevolare il cambiamento individuale e sociale. Infatti, rompendo il consenso che rende linterpretazione convenzionale di un problema lunica realt sociale possibile, diventano pensabili nuovi ruoli per gli individui e i gruppi sociali e si creano possibili legittimazioni al cambiamento. A volte, il mutamento viene favorito anche attraverso la produzione di nuove narrative da parte di persone o piccoli gruppi che guardano alle situazioni sociali secondo nuovi punti di vista; le loro narrative sono infatti in grado di influenzare lempowerment agendo sia su variabili individuali (autostima, status, identit), sia su variabili del contesto (ruoli sociali, sostegno sociale, possibilit di futuro). Si pensi ad esempio alleffetto della narrativa proposta dal movimento di liberazione della donna sui possibili ruoli sociali, lautostima e lidentit delle donne. La visione costruzionista ha documentato come sia possibile dare molteplici letture di quella che veniva presentata dalla sociologia e dalla psicologia tradizionali come una sola realt sociale. Integrando i diversi approcci, ecco come Francescato riassume le premesse teoriche che guidano lintervento in PdC:
Collocamento dei problemi Concetto di individuo Concetto di ambiente Relazione tra individuo e Interfaccia tra sfera individuale e collettiva. Lindividuo subisce e deve far fronte a un problema che nasce da situazioni sociali, le quali spesso offrono anche gli strumenti per la soluzione. Soggetto attivo, storicamente, culturalmente e socialmente situato in un contesto ambientale che pone vincoli e offre opportunit e risorse in modo ineguale ai singoli individui. Le persone costruiscono significati nella loro interazione con gli altri. Contesto gerarchico creato storicamente. Disuguaglianze di potere e accesso alle risorse non sono naturali, ma storiche e modificabili. Interazione: il contesto sociale pu facilitare o limitare lindividuo, il quale influenza a sua volta i setting sociali in base alla posizione che vi occupa 21

ambiente

e alle interpretazioni disponibili sullorigine e sulla legittimazione delle stratificazioni sociali esistenti. Complessit del Le transazioni tra individui e contesto sociale avvengono a livelli multipli: sistema sociale individui, piccoli gruppi, organizzazioni, comunit locali, macrocomunit e comunit virtuali. Livelli di Dimensione soggettiva e sociale. intervento Legame tra Esiste un legame storico tra processi di valorizzazione delle libert dei empowerment e singoli e lotte per i diritti umani, civili e sociali. lotte sociali Ruolo delle Le narrative connettono la sfera individuale e quella collettiva, perch narrative forniscono interpretazioni tradizionali e innovative che influenzano lidentit, lautostima, lo status dei singoli e il loro empowerment. Integrazione dei Modello paradigmatico per la ricerca delle invarianze nelle relazioni modelli individuo-contesto e il modello narrativo per comprendere e facilitare il positivista e cambiamento personale, organizzativo e sociale. costruzionista Uso delle La PdC prende in considerazione sia i meliors (esperienze positive e risorse e delle punti di forza), sia gli stressors (problemi, disagi, esperienze negative). criticit Ruolo Azione intesa come processo che integra attivit mentale e pratica, sfera costruttivo individuale e sociale, fornendo allindividuo la possibilit di adattarsi al dellazione contesto e anche di modificarlo. Principi-guida per una teoria della tecnica in PdC

Incoraggiare le interpretazioni pluralistiche di un problema sociale; Fare emergere le conoscenze locali delle persone coinvolte nel problema; Esaminare le origini storiche del problema sociale e la diseguale distribuzione del potere di accesso alle risorse nel contesto sociale; Dare voce alle narrative minori e promuovere la produzione di nuove narrative per creare le basi di legittimazione del cambiamento; Promuovere e attuare progetti di empowerment che creino legami tra chi condivide lo stesso problema e aumentino il capitale sociale della comunit; Identificare i punti-forza su cui fare leva per il cambiamento auspicato; Identificare il livello di soluzione del problema: locale (gruppo coinvolto nel progetto) o sovraordinato (organizzazioni, reti, comunit locale, stato, ecc.).

3 RETI SOCIALI E SOSTEGNO SOCIALE I concetti di rete sociale e sostegno sociale descrivono la struttura delle relazioni interpersonali e lintreccio delle risorse sociali in una comunit considerando il campo sociale complessivo.
Reti sociali

Sebbene inizialmente venisse operata la distinzione tra reti personali e sociali, oggi si tende a parlare semplicemente di reti sociali, semmai precisando se in relazione al
22

singolo piuttosto che al sistema nel complesso. Sono 4 le dimensioni che caratterizzano ogni rete sociale: Struttura Riguarda variabili morfologiche quali ampiezza, densit, frequenza di interazione e posizione di un individuo nella rete;

Interazione Tipi di relazione tra gli attori della rete: reciprocit, simmetria, direzionailt, molteplicit; Qualit Funzione Qualit affettiva dei legami: amicizia, intimit, vicinanza affettiva; Una rete pu fornire informazioni e feedback, sostegno emotivo, aiuto materiale, consigli per affrontare e risolvere i problemi, ecc.

Limportanza delle caratteristiche di una rete varia in base alla funzione della stessa; quando viene a mancare un genitore, un bambino piccolo ricever il sostegno migliore da una rete che offre unelevata intimit, mentre in una transizione lavorativa una rete estesa e a bassa densit si dimostrer pi utile. In generale, i legami forti concentrano linterazione nei gruppi di appartenenza, mentre quelli deboli facilitano lintegrazione tra gruppi diversi.
Sostegno sociale

Il sostegno sociale (emotivo, informativo, materiale e interpersonale) che possibile ricevere e scambiare nelle reti sociali tra le dimensioni pi importanti dellinterazione sociale. Esistono due sistemi supportivi:
Sistemi supportivi informali Sistemi supportivi formali Coinvolgono i gruppi primari di parenti, Riguardano strutture istituzionali e amici e persone con le quali si condividono professionali che si occupano della cura, della affetti, interessi e obiettivi sociali riabilitazione e della prevenzione psicosociale.

Lazione congiunta di questi due sistemi, interdipendenti ma non sempre integrati, promuove il sano sviluppo individuale e rafforza le capacit di reagire alle stress. Leffetto primario della continuit del sostegno sociale si esplica nello sviluppo personale, nel benessere e nel mantenimento della salute psicofisica; al contrario, un sostegno insufficiente pu provocare effetti patogenetici e una maggiore vulnerabilit, in quanto influenza, tramite effetti indotti emozionalmente, il funzionamento dei sistemi neuroendocrino e immunitario. Lazione di promozione della salute avviene sia in presenza, sia in assenza di eventi stressanti. Diversi studi evidenziano anche il valore del sostegno sociale come moderatore dello stress e delle sue conseguenze. La mancanza di relazioni confidenziali correla significativamente con gli stati depressivi, mentre la presenza di relazioni confidenziali correla negativamente con i disturbi psichiatrici. Inoltre, la presenza di sostegno sociale influenza positivamente autostima e identit con effetti positivi su transizioni critiche della vita (licenziamento, gravidanza, lutto, ecc.). Il sostegno sociale pu esercitare il suo ruolo protettivo sulla salute in diversi momenti:
Evento Attenuando la Esperienza Riducendo la reazione o Comparsa stressante valutazione dello stress. di reazione anche modificando i degli 23

Sapere che altri possono e intendono fornire risorse permette di ridefinire il danno potenziale e di allo stress sentirsi pi abili nellaffrontare le richieste ambientali.

processi fisiologici con azioni regolatrici del sistema neuroendocrino effetti che rendono la persona patologici meno reattiva e facilitano comportamenti salutari.

Il sostegno sociale pu:


Ridurre quantit e qualit degli stimoli stressanti Evento stressante Attenuare o ridefinire la percezione degli stimoli come stressanti Reazione allo stress Alleviare limpatto emotivo e fisiologico Comparsa effetti patologici Favorire risposte attive e adattive

Stimoli

Valutazione cognitiva

Attivazione emozionale

Stress

Healer e Swindler sostengono la necessit di una migliore distinzione tra rete sociale e sostegno sociale, che ritengono vengano spesso confusi e propongono:
Reti sociali Sostegno sociale percepito Ricerca del sostegno Connessioni sociali disponibili variabili per struttura e funzioni; nellambiente,

Valutazione percepita di essere sostenuti; Subentra in risposta a una minaccia e in seguito allesigenza di ricevere aiuto o informazione.

Mentre il concetto di rete sociale descrive una condizione del sistema, i restanti due esprimono variabili del tutto soggettive. In ogni caso, il rapporto tra rete e sostegno sociale di tipo dinamico; in primo luogo per la mediazione cognitiva della percezione individuale e poi perch la qualit della rete sociale non semplicemente una condizione a priori, ma anche il risultato di capacit individuali nello stabilire e nel mantenere relazioni significative. In che cosa consiste il comportamento percepibile come sostegno sociale? Sostegno emozionale Comportamenti di ascolto che esprimono interesse e comprensione. Chi riceve laiuto si sente considerato e accettato nonostante alcune difficolt; la sua autostima si rafforza perch avverte attenzione per le proprie esperienze o vissuti; Sostegno informativo Aiuto nel definire, comprendere e affrontare gli eventi problematici. E una guida cognitiva, unofferta di direttive e consigli, un sostegno nella valutazione di un evento. Fornisce feedback sulla percezione interpersonale; sapere come si viene viste dagli altri un fattore di sostegno che favorisce la ristrutturazione cognitiva; Affiliazione sociale Deriva dallappartenenza a gruppi pi o meno formali o dallavere contatti sociali soddisfacenti;
24

Sostegno strumentale Offerta di servizi, svolgimento di compiti, aiuto finanziario.


Le modalit di intervento

Vale la pena di coordinare le risorse provenienti dai sistemi formali e informali; luso di risorse spontanee, tra laltro, diminuisce i costi sociali. La collaborazione intersistemica richiede di affrontare le difficolt connesse alle differenze valoriali e culturali cui fanno riferimento i due sistemi; infatti, se da parte dei nuclei informali esistono a volte resistenze a questo scambio, da parte dei sistemi formali si riscontra spesso il timore di una perdita di potere nella condivisione di responsabilit e conoscenze. In generale, gli interventi potranno essere di tipo terapeutico, quindi focalizzati maggiormente sullindividuo, o di tipo preventivo, focalizzati quindi sul sistema. Tuttavia, un approccio pi tipicamente di comunit, anche se centrato su singoli individui, non trascurer il livello sistemico, facendo leva sulle potenzialit terapeutiche e preventive delle reti e dei sistemi di sostegno. Evidentemente, un intervento a livello sistemico richieder una visione articolata e unazione esercitata su una pluralit di variabili attraverso modalit e strumenti diversi rispetto allapproccio psicoterapeutico. Intervento individuale. Richiede unanalisi preliminare delle connessioni sociali del soggetto; spesso emerge lesigenza di allargare se non addirittura di costruire exnovo una rete personale sufficientemente ricca ed estesa. Si consideri ad esempio il reinserimento di un ex-detenuto o di un malato psichiatrico, per i quali un intervento adeguato dovr offrire, soprattutto nelle prime fasi, adeguate occasioni di socializzazione (case-alloggio, day-ospital). In casi meno radicali, che presentano una rete gi abbastanza densa, ma che offre un supporto inadeguato, i sistemi formali di sostegno dovranno individuare i possibili sostenitori nel sistema informale, eventualmente formandoli e appoggiandoli. Terapia di rete (work-terapy). finalizzata al potenziamento delle risorse supportive della rete di legami pi prossima al soggetto. Attraverso un ciclo di sedute di gruppo, la persona in crisi e i membri significativi della sua rete attuale elaborano una visione sociale della crisi del soggetto e individuano condotte positive e strategie supportive attuabili concretamente. Interventi di prevenzione. Soprattutto la prevenzione primaria si collega meno direttamente ai concetti di rete e sostegno sociale, anche se le iniziative di educazione alla salute possono sempre accrescere contatti e legami tra cittadini, favorendo cos un circolo virtuoso tra prevenzione e sostegno sociale. Una modalit efficace per lo sviluppo, nella comunit, di risorse supportive che hanno un impatto rilevante in intermini di prevenzione primaria e secondaria accrescere la capacit di gestire problematiche psicologiche da parte di non professionisti presenti allinterno della rete sociale (insegnanti, sacerdoti, educatori, ecc.); al di fuori del sistema formale esistono infatti molte relazioni interpersonali potenzialmente utili a chi presenta problemi di tipo psicologico. Per questo la formazione di operatori non professionali rappresenta un forte interesse per la PdC.
25

Esempio. Un interessante esempio di intervento tra il terapeutico e il preventivo stato documentato da alcuni autori in relazione a ragazze adolescenti in gravidanza; tra di esse manifestava pi spesso sintomi depressivi e psicosomatici chi riceveva un minore sostegno psicologico. Questo ha suggerito lopportunit di intervenire non solo nelle famiglie, ma anche potenziando lazione dei sistemi formali (centri territoriali di consulenza e di informazione) e dei sistemi informali, come gruppi scolastici e di amici dai quali le ragazze rischiavano di isolarsi o si essere emarginate. Misure del sostegno sociale

M. specifiche Rilevano singole funzioni del sostegno o il sostegno proveniente dalle diverse fonti (partner, familiari, amici, parenti, colleghi, vicini); M. globali Sono indici complessivi ottenuti sommando i punteggi di misure specifiche; Scegliendo criteri obiettivi, come ad esempio quante volte si usufruito di un certo comportamento supportivo; Scegliendo criteri soggettivi, come ad esempio la valutazione delladeguatezza o della soddisfazione rispetto al sostegno ricevuto.

Inoltre, le misure possono essere distinte in base a criteri di: Oggettivit Soggettivit

4 LO SVILUPPO DI COMUNITA Oggi i mezzi di trasporto e di comunicazione avvicinano fisicamente e psicologicamente le persone nel villaggio globale, dove le rappresentazioni spazio/tempo non sono per forza legate ad un area geografica e il senso di appartenenza a una comunit pu anche basarsi su unidentit culturale o psicologica. Se anche la dimensione territoriale di una comunit non necessariamente presente, resta spesso un elemento significativo e la maggior parte degli autori le riconosce un ruolo rilevante.
Il senso di comunit

Sarason definisce il senso di comunit attraverso un insieme di caratteristiche: - La percezione della similarit con altri; - Linterdipendenza con altri; - La disponibilit a mantenere linterdipendenza offrendo ci che ci si aspetta; - La sensazione di essere parte di una struttura affidabile e stabile. Questa definizione evidenzia la natura non solo relazionale del senso di comunit, ma anche soggettiva dello stesso: si tratta infatti di una percezione e, come tale, implica una verifica continua senza essere dato una volta per tutte. McMillan e Chavis sviluppano questa definizione fornendo alcuni criteri operativi utili negli interventi per lo sviluppo del senso di comunit:
26

Appartenenza. Livello di identificazione sviluppato, accettazione da parte del gruppo, assegnazione di un ruolo, disponibilit a sacrificarsi per il bene comune. Si connette a rituali (abitudini, aspetto, linguaggio) che fissano la linea di demarcazione tra chi appartiene e chi no; Influenza. Contare e poter incidere sul destino della struttura. Le grandi organizzazioni offrono meno possibilit di questo tipo, tendono a sviluppare anonimato e conformismo e favoriscono la nascita di strutture intermedie; Bisogni. La soddisfazione di bisogni reali o ideali attraverso il gruppo costituisce un vero e proprio rinforzo allappartenenza. Inoltre, il gruppo stesso determina alcuni bisogni simili tra i membri; Condivisione emotiva. I successi, il raggiungimento di scopi comuni, la condivisione di eventi emotivamente importanti, premi e punizioni, linvestimento comune, i legami di natura spirituale sviluppano il senso di appartenenza e quindi rinforzano la comunit. La connessione emotiva segna il passaggio di qualit da un insieme di persone a una comunit. Per lo sviluppo del senso di comunit, questi due autori sostengono limportanza della promozione di leader locali. Lintervento prevede quindi la formazione di una figura intermedia tra il professionista e il cittadino (animatore di comunit). Questo approccio esprime chiaramente i presupposti della disciplina che privilegiano la crescita e allo sviluppo anzich lazione riparativa.
Strategie di sviluppo di comunit

In paesi come lItalia, la crisi dello stato assistenziale degli ultimi decenni ha permesso di valorizzare la comunit locale come potenziale risorsa. Le indagini pi recenti sostengono che il tessuto sociale rischia di frantumarsi se non ha alla base comunit locali attive e partecipative, in grado di sviluppare senso di appartenenza e di potere; emerge quindi lidea di comunit come valore da perseguire per il superamento dellindividualismo e la promozione dell empowerment personale e sociale, che proprio la modalit teorica e operativa proposta dalla PdC. Lo sviluppo di comunit un processo che porta al miglioramento della qualit di vita grazie alle capacit acquisite dalla comunit di risolvere i problemi e soddisfare i propri bisogni. Una strategia di sviluppo della comunit consiste nelloffrire ai cittadini lopportunit di partecipare ad esperienze che coinvolgono gruppi spontanei e organizzazioni presenti nella comunit; infatti, le principali modalit di sviluppo della comunit comprendono funzioni quali: - Migliorare le relazioni interpersonali, sviluppando lappartenenza a livello di vicinato e di quartiere e creando un senso di coesione sociale; - Sostenere e stimolare lauto-aiuto, il volontariato e le aggregazioni spontanee; - Sensibilizzare e informare le persone sui problemi rilevanti della comunit; - Identificare e promuovere le capacit dei leader locali; - Sviluppare la coscienza civica, il rispetto e lo scambio tra culture/etnie diverse presenti allinterno della comunit; - Formare sulla gestione dei conflitti;
27

Coordinare lazione dei diversi servizi.

Talvolta, lineguale distribuzione delle risorse e del potere e la diversit negli obiettivi dei diversi gruppi sociali escludono la presenza di motivazioni comuni a tutti. In alcuni casi, prima ancora di parlare di sviluppo di comunit, si tratta di agire in sostegno e difesa di certi gruppi sociali ( advocacy); in altri, di perseguire un azione sociale mirata a riequilibrare uningiusta distribuzione delle risorse e di modificare le relazioni di potere. Poich il cambiamento verr sostenuto dalle parti che trovano vantaggio nella trasformazione, importante accrescere la consapevolezza dei gruppi/soggetti maggiormente svantaggiati, contrastando la tendenza allautobiasimazione. La distinzione tra sviluppo di comunit e azione sociale non cos netta e lintervento tende in genere ad alternare strategie cooperative. Martini e Sequi stabiliscono alcuni fattori che considerano cruciali nello sviluppo di comunit: Coinvolgimento. Persone o gruppi vengono toccati emotivamente da un evento e assumono la propensione a fare qualcosa; Creazione di connessioni . Sviluppo di rapporti tra gli attori sociali della comunit che sviluppano un vissuto di condivisione e di appartenenza; Partecipazione. Esercizio del potere, inteso come potere decisionale e di verifica dei risultati; Senso di responsabilit sociale. Consapevolezza che la qualit di vita della propria comunit chiama in causa ogni suo membro. Partecipazione e senso di responsabilit sono strettamente legati al senso di empowerment, poich anche un elevato senso di responsabilit non dura a lungo quando si pensa di non poter fare nulla per cambiare la situazione. Il rapporto tra senso di responsabilit e potere ben illustrato dal seguente schema:
Senso di responsabilit Alto Basso Senso Alto di p ot Basso er e Impegno Disimpegno Frustrazione Delega

Lanalisi di comunit (Martini e Sequi)

Nello sviluppo di comunit il ruolo dello psicologo quello di un consulente che interviene in modo complementare ad altri operatori e ai membri della comunit. Egli necessita quindi di conoscere la realt nella quale opera. A questo scopo, Martini e Sequi hanno messo a punto lanalisi di comunit, uno strumento ormai ampiamente sperimentato nella sua efficacia che consente di valutare la molteplicit delle variabili di un territorio e le loro interdipendenze, tracciando cos un profilo della comunit in esame:
28

Profilo territoriale

Estensione e caratteristiche fisiche del territorio, clima, risorse naturali, degrado ambientale, infrastrutture presenti. Le descrizioni oggettive dellambiente vengono integrate con altre pi soggettive, ad esempio: Passeggiata: persone estranee fanno una passeggiata di circa 2 ore registrando aspetti dellambiente che le colpiscono, facendo un elenco degli aspetti positivi e negativi che riscontrano e descrivendo la prima impressione dei luoghi. Foto di quartiere: membri di gruppi diversi fotografano i luoghi che ritengono rappresentativi, commentando gli aspetti negativi e positivi che le foto ritraggono. Profilo Numero abitanti per categorie (fasce di et, sesso, scolarizzazione), demografico incremento/decremento della popolazione, flussi migratori. Profilo delle Presenza e sviluppo di attivit primarie, secondarie e terziarie; nocivit attivit produttive ambientale. Eventuali effetti della globalizzazione e dellesposizione alla concorrenza esterna, che si configura come punto di debolezza in quanto minaccia per i posti di lavoro. Profilo dei servizi Servizi sociosanitari, educativi, ricreativi e culturali, pubblici e privati. Profilo Organizzazione politico-amministrativa, istituzioni presenti, riferimenti istituzionale ideologici. Per comprendere le interazioni della comunit con altre realt sovraordinate (comune, provincia, stato, ecc.). Profilo Storia della comunit, valori, atteggiamenti, grado di coesione. Analisi di antropologico documenti e interviste sulla storia, le feste e gli eventi del luogo. Profilo psicologico Senso di appartenenza, identificazione collettiva, grado di apertura dei sottogruppi, livello di partecipazione, dinamiche affettive. Vengono usate alcune tecniche proiettive di gruppo per comprendere le risposte emotive attivate dallambiente: Disegna il tuo quartiere: i membri disegnano e poi esprimono lemozione che il disegno suscita, mentre il conduttore annota i vissuti emersi. Vengono anche fatte associazioni libere guardando i disegni. Sceneggia un film sul tuo quartiere. Tecnica con focus groups, nei quali si decidono genere, titolo, trama e personaggi del film in un tempo dato. Profilo del futuro Introdotto in un secondo momento per valutare come la comunit vive il rapporto tra presente e futuro, che cosa teme e che cosa auspica. Esplorato tramite interviste e discussioni in focus groups.

Ogni processo di conoscenza sempre soggetto a distorsioni dipendenti da fattori diversi: obiettivi, esaminatore, filtri culturali, ecc. La ricerca partecipata rappresenta il metodo di ricerca pi adeguato, presupponendo la partecipazione: - Delloperatore alla vita di comunit; - Attiva della comunit al processo di conoscenza e alla progettazione degli interventi ad essa destinati. La lettura della comunit non deve essere intesa come semplice analisi dei bisogni, ma come momento fondamentale del cambiamento ricercato; deve riuscire ad essere, da parte dei soggetti della comunit, una presa di coscienza delle proprie condizioni, necessit, potenzialit, risorse, valori, desideri, limiti. Lapplicazione di questo strumento generalmente prevede le seguenti fasi: 1. Analisi preliminare. Formazione di un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da rappresentanti della comunit coordinato da uno o pi psicologi esterni per lesecuzione di unanalisi preliminare; con tecniche di brainstorming vengono individuati i punti deboli e di forza della comunit;
29

2. Valutazione preliminare. I punti vengono classificati negli 8 profili e, sommando i punti di forza e debolezza, si ottiene una prima valutazione della comunit e del suo grado di empowerment.
Leventuale ripetizione dellanalisi e valutazione preliminare con diversi focus group (rappresentativi della variet degli attori sociali e comprendenti esponenti dei gruppi pi marginali e meno visibili) fornisce un quadro di insieme pi completo.

3. Compilazione dei profili. Il gruppo di ricerca interdisciplinare raccoglie i dati empirici nei diversi profili in base alle competenze dei singoli; 4. Analisi dei profili. Il gruppo di ricerca interdisciplinare esegue unanalisi obiettiva dei punti di forza e debolezza rilevati (es. aumento delloccupazione, diminuzione del numero dei reati, aumento dellinquinamento) ed effettua un confronto con le percezioni sociali emerse nellanalisi preliminare; 5. Esposizione dei risultati. I risultati vengono illustrati e i partecipanti individuano i problemi prioritari e i punti di forza pi salienti; 6. Ipotesi di lavoro. Si formulano proposte concrete di mutamento individuando chi ha il potere di implementare il cambiamento auspicato; 7. Follow-up. Riunione di follow-up dopo 6 mesi con il gruppo interdisciplinare. Il numero e il tipo di progetti formulati e attivati saranno ulteriori indicatori dello sviluppo dellempowerment nella comunit.
La consulenza di comunit

La ricerca partecipata si avvale di strumenti tradizionali come il questionario e lintervista e pi recenti, come i focus group. In ogni caso, il ruolo dello psicologo quello di attivatore di processi e consulente della comunit rivolto non al singolo committente, ma a tutte le forze sociali e i gruppi organizzati che promuovono il cambiamento. Le tipiche fasi della consulenza di comunit sono le seguenti: - Ingresso e definizione della consulenza; - Analisi preliminare; - Diagnosi; - Definizione di mete e procedure; - Assegnazione dei ruoli operativi; - Attuazione dellintervento; - Valutazione; - Mantenimento; - Uscita; - Follow-up, con verifica dellautonomia della comunit nella gestione dei processi innovativi avviati. Lo psicologo di comunit spesso funge da consulente in contatto con i gruppi istituzionali; negli USA, talvolta opera direttamente come consulente di amministratori e politici, contribuendo agli orientamenti delle decisioni politiche e ai progetti dei servizi socio-sanitari. In Italia questa funzione di consulenza ai rappresentati istituzionali non ancora diffusa; questo determina una netta
30

separazione tra ruoli politici e tecnici e, conseguentemente, una limitazione della portata degli interventi di entrambe le parti.
Il movimento del volontariato

Si tratta di un elemento sempre pi ricorrente nel tessuto sociale, non trascurabile negli interventi di sviluppo di comunit, costituito da gruppi di aggregazione spontanea, senza fini di lucro, autogestiti e autofinanziati con fondi di provenienza prevalentemente privata che spesso collaborano con i sistemi pubblici. Per la PdC, questi gruppi costituiscono una risorsa importante, autonoma ma sempre da collegare ai servizi istituzionali. Il livello di formalizzazione spazia dai gruppi del tutto informali, ad associazioni, cooperative, fondazioni, enti giuridici o morali di diritto pubblico. Anche gli ambiti di competenza sono diversi: assistenza domiciliare, emergenza sanitaria, prevenzione e cura, servizi sociali, educazione, ecc. Nel volontariato le persone hanno la possibilit di sperimentare le proprie capacit di fornire aiuto, formando gruppi che facilitano lo sviluppo di un alto senso di s e un empowerment personale e sociale. 5 LANALISI ORGANIZZATIVA MULTIDIMENSIONALE (AOM) Mentre la psicologia clinica ha come focus il cambiamento degli individui, la PdC tenta di agire anche sui sistemi sociali in modo da renderli pi congruenti con i bisogni delle persone. Se lo psicologo clinico deve avere competenze nella diagnosi e nellintervento centrato sullindividuo, lo psicologo di comunit, per decidere le strategie di intervento, deve essere in grado di eseguire un compito non meno complesso e cio lanalisi organizzativa di un sistema e delle interazioni che questo ha con lindividuo. Sistemi e organizzazioni sono fenomeni complessi non riconducibili ad un unico paradigma interpretativo; nessun modello e nessun approccio, usati isolatamente, sarebbero esaustivi. Per questo, lanalisi delle organizzazioni necessita di un approccio multidimensionale, in grado di orientare losservazione su aspetti diversi del fenomeno organizzativo. Ad esempio, Morgan propone di leggere le organizzazioni attraverso luso di metafore quali macchina, organismo, cervello, cultura, flusso, trasformazione, sistema politico, ecc. Dal momento che ogni paradigma vede solo una porzione del problema o del sistema, le diverse teorie organizzative non sono in competizione; da qui limportanza di una visione che riconosca il ruolo complementare che le diverse metodologie dei sistemi possono giocare nella lettura e nella gestione dei problemi delle organizzazioni. Allinizio degli anni 80, Francescato getta le basi di un approccio multidimensionale allorganizzazione, tenendo conto degli aspetti strutturali, funzionali, psicoambientali e psicodinamici di un sistema. Gli assunti di una tale analisi organizzativa multidimensionale sono: E possibile identificare variabili comuni a tutte le realt organizzative;
31

Le diverse teorie organizzative privilegiano fenomeni organizzativi diversi; Ogni teoria dispone di strumenti e tecniche per la lettura organizzativa; Nessuna lettura pi vera delle altre, ma esprime una diversa visione della realt.

Usare pi di una lettura consente di formulare una diagnosi multipla del funzionamento organizzativo e accresce la consapevolezza delle interconnessioni di cui tenere conto per proporre cambiamenti in grado di rispondere sia ai bisogni produttivi, sia a quelli individuali. Per essere utile, questa visione multidimensionale non deve comprendere ogni possibile lettura, ma seguire uno schema-guida in grado di orientare lindividuazione degli aspetti salienti; lanalisi efficace deve rilevare i punti-forza e le aree-problema, le variabili relative e i fattori funzionali ai cambiamenti auspicati.
Requisiti di uno schema-guida per lanalisi organizzativa

Solitamente, il consulente non interpellato per un check-up diagnostico generale, ma in relazione a situazioni di crisi in ambiti specifici o quando il top management intende affrontare un programma di cambiamento; il committente indica quali sono le variabili interessate al cambiamento (es. la motivazione dei responsabili, la diminuzione dei difetti di produzione, la creazione di un nuovo prodotto, la diminuzione dei conflitti). Tuttavia, il caso di un problema organizzativo legato ad un solo ambito (economico, tecnologico o socio-psicologico) raro, in quanto i mutamenti avranno in genere risvolti molteplici. Il consulente scopre che spesso le variabili dipendenti indicate sono correlate ad altre sulle quali non gli stato chiesto di intervenire o che la richiesta di intervenire in un certo ambito nasconde in realt il desiderio di intervenire in altri. Spesso non possibile limitare lanalisi organizzativa a quanto esplicitamente indicato. Uno schema-guida dovrebbe offrire i seguenti benefici: Visione di insieme del funzionamento dellorganizzazione. Idealmente lanalisi organizzativa dovrebbe coinvolgere un team di esperti assortito secondo le situazioni (economisti, legali, psicologi), cos da limitare la comune tendenza a letture legate a specifiche ottiche professionali. Il lavoro interdisciplinare meglio si adatta alla multidimensionalit di ogni organizzazione nellindividuazione delle cause del problema, nella definizione della soluzione e nellanticipazione delle conseguenze di questultima. Utilit anche allinterno. Oltre che al consulente esterno, uno schema-guida deve essere utile anche per accrescere la visione dinsieme e le capacit di analisi di chi dirige e opera nellorganizzazione. Ruoli, specializzazioni e assegnazioni a reparti limitano la visione complessiva di buona parte dei lavoratori. Conoscere la realt organizzativa ha effetti positivi a tutti i livelli, poich una migliore conoscenza diminuisce lansia e il senso di alienazione e accresce il senso di appartenenza e la sensazione di potere personale. Valutazione del grado di accordo psicosociale e, qualora sia basso, individuazione degli ambiti di maggiore discrepanza tra aspettative, bisogni e opportunit dei lavoratori e dellorganizzazione.
32

Valutazione dellimpatto psicologico di variabili oggettive . Un premio in denaro avr un valore incentivante maggiore per un operaio rispetto a un dirigente. Lavorare in unimpresa a conduzione familiare piuttosto che in una grande azienda, anche a parit di mansioni, ha effetti diversi sul senso di appartenenza. Un ente pubblico governato da un management scelto dai partiti politici determina un clima organizzativo e criteri di valutazione della produttivit molto diversi rispetto a unazienda nella quale le promozioni e lattribuzione degli incarichi seguono invece le leggi di mercato. Esplorazione dellorganizzazione lungo il continuum oggettivosoggettivo. Un consulente finanziario tender ad esaminare i dati economicopatrimoniali legati ad un elevato grado di oggettivit; uno psicologo, invece, potrebbe indagare i vissuti soggettivi perdendo la connessione con il contesto strutturale. Sebbene ogni professionista approfondisca il proprio ambito di competenza, importante che abbia consapevolezza e capacit di lettura della pluralit di livelli che vanno dal razionale-obiettivo allirrazionalesoggettivo. Aspetti politici del cambiamento. Lo schema deve infine individuare livelli e sottoinsiemi dellorganizzazione nei quali preferibile iniziare il processo di cambiamento, le forze a favore e quelle resistenti, le alleanze possibili e le conseguenze dei mutamenti.
Lo schema-guida di analisi organizzativa multidimensionale (Francescato)

Consideriamo ora uno schema-guida concepito secondo i criteri si qui descritti, basato su 4 dimensioni: strategica, funzionale, psicodinamica e psicoambientale: 1) Dimensione strategico-strutturale (o giuridico-politico-economica) Analisi dello sviluppo storico della struttura (obiettivi strategici originari e loro evoluzione, forme societarie, strutture giuridiche e fisiche). Analisi dei bilanci e dello stato patrimoniale, distribuzione del potere e della ricchezza allinterno dellorganizzazione (partecipazioni azionarie, contratti, stratificazione sociale interna). Esame delle opportunit e dei vincoli dati dal territorio, delle zone di confine e delle modalit di interfacciamento. Livello di successo conseguito nel complesso. Le fonti di informazione sono di natura diversa: - Normativa e legislativa (es. mandato sociale di un ente pubblico, vincoli giuridici ed economici); - Statistica (assetto e prospettive del settore, caratteristiche del contesto ambientale); - Atti notarili e associativi (finalit statutarie, accesso alle cariche, adempimenti formali); - Atti interni: contratti, delibere e verbali degli organi di amministrazione. Tutte queste informazioni contribuiscono al creare la cultura e il sistema di valori dellorganizzazione; ad esempio, lavorare in un azienda leader nel proprio settore piuttosto che in una soverchiata da passivit economiche ha risvolti immediati sulla
33

percezione di sicurezza del posto di lavoro, sulle motivazioni, sul grado di coinvolgimento, sullimmagine di s e del proprio futuro. 2) Dimensione funzionale Anzich i componenti del sistema vengono esaminati i processi. Secondo Tancredi, ogni organizzazione pu essere vista come un organismo inserito in un ambiente e costituito da 3 sistemi interagenti tra loro e con il contesto (fig. 1 pag. 154 testo Francescato): 1) Sistema di controllo di gestione. Pianifica lattivit in funzione dei vincoli e delle risorse ambientali e degli obiettivi interni, controllandone lefficacia e lefficienza. 3 sottosistemi: o Pianificazione. Elaborazione delle finalit e delle strategie aziendali, definizione dei programmi, valutazione dei risultati rispetto ai piani; o Organizzazione. Definizione e messa a punto della struttura aziendale per lattuazione dei piani. Attribuzione di compiti e responsabilit, definizione di norme e procedure che regolano il funzionamento aziendale; o Controllo. Verifica lefficienza del Sistema operativo valutando diversi aspetti dei risultati. 2) Sistema operativo. Insieme dei processi di produzione e/o erogazione di servizi. Sottosistemi direttamente connessi alla produzione:
o Acquisizione delle risorse. Materie prime, attrezzature, tecnologie, ecc; o Trasformazione delle risorse. Per realizzare prodotti finiti e/o servizi; o Collocazione risorse. Funzioni di marketing per la collocazione esterna dei prodotti e/o servizi;

Sottosistemi di supporto:
o Acquisizione e amministrazione del personale. Reperimento, selezione e formazione. Contrattazione del trattamento retributivo e delle opportunit. Gestione e motivazione delle risorse umane; o Acquisizione e amministrazione dei mezzi finanziari;

o Acquisizione e amministrazione della conoscenza. 3) Sistema informativo. Gestisce informazioni inerenti gli output delle attivit e limpiego di risorse. I suoi sottosistemi sono concatenati, nel senso che ognuno di essi indirizza il successivo: o Acquisizione dei dati nel corso di esecuzione delle fasi lavorative; o Immissione e archiviazione dei dati nel sistema di elaborazione; o Elaborazione e trasmissione dei dati al Controllo di gestione a fini valutativi. 3) Dimensione psicodinamica Se le due dimensioni precedenti fossero sufficienti per lanalisi organizzativa, significherebbe che nelle organizzazioni prevalgono il consenso sugli obiettivi e la razionalit del comportamento dei singoli; talune forme di comportamento implicano
34

invece logiche diverse. La dimensione psicodinamica consente di analizzare lorganizzazione dal punto di vista dei vissuti irrazionali, spesso inconsci. Infatti, il rapporto con lorganizzazione profondamente ambivalente:
Lorganizzazione cattiva. Lindividuo lavora per unorganizzazione di cui in genere non ha scelto gli obiettivi e riceve da essa un ruolo che non lo rende riconoscibile come persona dotata di unidentit. La frustrazione dei bisogni di totalit, identit e coerenza porta a sensazioni di aggressivit; Lorganizzazione buona. Lorganizzazione offre allindividuo la possibilit di mantenersi ed assegna un ruolo che fornisce uno status sociale.

Questa ambivalenza richiama la relazione originaria con la madre, una dinamica dellinconscio che tende a riattivarsi in alcune specifiche situazioni. Una visione relativamente diversa quella di stampo psicoanalitico che richiama la contrapposizione tra pulsione di vita e di morte , basata sul legame positivo che ciascuno instaura con le componenti ambientali percepite come buone e sul rifiuto di quelle percepite come cattive. Un altro aspetto riguarda lesame dei rapporti gerarchici, anchessi interessati da elementi inconsapevoli e irrazionali su entrambi i fronti: da una parte, lindividuo tende ad assumersi delle responsabilit, dallaltro a respingerle in quanto fonte di rischi e ansie; questo determina un conflitto intrapsichico ansiogeno che pu trasporsi a livello organizzativo nellopposizione tra persone responsabili e irresponsabili. Rapporto capo-subordinato. Quando il superiore tende a proiettare sul subalterno le componenti pi irresponsabili di s e questultimo tende a proiettare sul capo le parti pi responsabili di s, la conseguenza una collusione inconscia fra i due che si traduce nella responsabilizzazione dei livelli inferiori e nella delega verso lalto. Conflitti intrapsichici dei capi. Ambivalenza tra desiderio di dominio e senso di colpa connesso al desiderio di potere. I loro comportamenti difensivi sono in genere orientati alleliminazione dellesercizio dellautorit: rinuncia al comando, svolgimento di compiti che non comportano lesercizio immediato dellautorit, delega ai subordinati, ma comprendono anche la negazione dellambivalenza attraverso un uso dispotico dellautorit. Conflitti intrapsichici dei subordinati. Possono riguardare la rivalit tra pari e sentimenti di invidia e gelosia per il comportamento del capo vissuto come genitore, alleanze tra pari per scavalcare il capo e conseguenti timori e sensi di colpa, desiderio di ricevere protezione dal capo e conseguente volont di rendersi attraente ai suoi occhi. Le tensioni del rapporto vengono in genere spostate verso oggetti esterni, generando fenomeni di capro espiatorio o adesione vittimistica al rapporto di autorit. 4) Dimensione psicoambientale Studia linfluenza del fattore umano sullefficienza dellorganizzazione, considerando i rapporti tra individui, gruppi e contesto ambientale sul piano delle percezioni consapevoli. Lefficienza viene identificata in 3 filoni: - Efficienza di tipo produttivistico e quantitativo per i lavoratori esecutivi e valutazione dello spirito di fedelt e di appartenenza per quelli di concetto;
35

Efficienza complessa. Considera la capacit di adeguamento al cambiamento e luso di risorse complesse: creativit, responsabilizzazione, capacit di risoluzione dei problemi; - Raggiungimento dellequilibrio tra aspetti sociali e tecnico-economici, capacit di dare risposte alle sfide organizzative e alle aspirazioni dei lavoratori. Le variabili usate sono i fenomeni di gruppo (influenza sul singolo, coesione, conformismo, devianza, cambiamento, resistenza al cambiamento, ruoli, affettivit, leadership) in relazione al raggiungimento degli obiettivi e allintegrazione sociale, la comunicazione (struttura degli scambi, direzionalit), i bisogni, le motivazioni, gli atteggiamenti, il grado di accordo psicosociale tra pressioni ambientali e aspettative individuali. Conclusa lAOM, si ottiene un elenco di aree-problema e punti-forza per ogni dimensione. Un ulteriore passaggio lanalisi delle interdipendenze tra le 4 dimensioni, poich i punti critici e le aree-di forza di una dimensione avranno probabilmente influenza anche sulle altre. Infine, insieme ai partecipanti, si stabiliscono le priorit di cambiamento decidendo da quale dimensione opportuno partire. Questo schema di analisi ancora in evoluzione e si pone in unottica di integrazione dei diversi approcci piuttosto che di complementariet meccanica degli stessi.
Un confronto tra approcci multidimensionali diversi

Un approccio alternativo quello di Jackson (Pensiero dei sistemi), che condivide con lAOM la visione sistemica, ovvero lesame di fenomeni complessi in termini di sistemi interrelati e lintegrazione di sistemi hard e soggettivi. Entrambi i modelli: Concepiscono la verit come costruzione ricca e sofisticata di informazioni che raggiungono il consenso in un luogo e in un tempo particolari; Hanno come obiettivo la promozione del benessere e il conferimento di potere e riconoscimento ai membri delle organizzazioni che ne hanno di meno; Utilizzano una pluralit di visioni del mondo e attraverso la discussione di gruppo lavorano in favore del cambiamento.

Il modello dellAOM (Francescato) si contraddistingue perch: Non ritiene esista una metodologia dominante e ribadisce come dalle 4 dimensioni (strutturale, funzionale, psicodinamica e psicoambientale) possano emergere differenti letture utili; D importanza agli aspetti psicologici inconsci dellorganizzazione; Sostiene unottica fortemente partecipativa, che porta a considerare come cliente del consulente non il committente, ma le persone dellorganizzazione.

36

LAOM, dallinizio degli anni 80, stata impiegata in contesti di natura diversa: sistema sociosanitario, cooperative e associazioni dedite ai servizi sociosanitari, scuola, imprese, sindacato. E risultato pi agevole proporla nei servizi sanitari e nelle cooperative, in quanto contesti caratterizzati da una cultura cooperativa e paritaria; nei contesti privati e aziendali, caratterizzati da strutture organizzative verticistiche e competitive, si sono presentate maggiori difficolt.
Conclusioni sullAOM

Attraverso le 4 dimensioni che comprendono variabili oggettive e soggettive e concetti provenienti da discipline diverse, il metodo promuove una visione pluralistica dellorganizzazione integrando saperi diversi. In particolare, le dimensioni psicodinamica e psicoambientale lasciano emergere aspetti trascurati dai metodi di analisi organizzativa centrati su una visione strategico-funzionale, tenendo conto sia delle esigenze individuali, sia di quelle dellorganizzazione. Inoltre, il metodo consente di dare voce a tutti gli esponenti dellorganizzazione, anche a quelli con meno potere; il metodo riesce a mutare la distribuzione del potere legato alla conoscenza dellorganizzazione in quanto tutti i partecipanti possono rendersi meglio conto del funzionamento dei diversi reparti e servizi e dei loro puntiforza e punti deboli. Infine, lesame delle connessioni tra le diverse dimensioni permette di individuare i punti-forza su cui far leva per progettare i mutamenti desiderati. Tuttavia, per la sua natura fortemente partecipativa, lAOM non si presta ad essere impiegata in contesti molto gerarchici.
Esempi di interventi di AOM

Servizio di assistenza per i tossicodipendenti e Cooperative (Pag. 164-168 testo Francescato). 6 USO DEI GRUPPI COME BEHAVIOR SETTING E STRUMENTI DI INTERVENTO Il setting ambientale del gruppo un luogo privilegiato degli interventi in PdC, che nelle organizzazioni e nelle comunit agisce allinterno di gruppi e promuove la creazione di nuove aggregazioni di persone. Quelli di cui si occupa la PdC sono gruppi di lavoro, cio gruppi centrati su un obiettivo da raggiungere, a partire da situazioni caratterizzate da un minimo senso di gruppo, come un insieme di persone che condividono brevi riunioni, fino ad quipes che eseguono importanti attivit. Gi negli anni 40, lavorando con gruppi di apprendimento (t-groups), Lewin scopr limportanza del feedback nel gruppo: fornire ai membri informazioni circa i loro atteggiamenti e modalit di interazione permetteva un apprendimento pi incisivo in quanto emotivo, oltre che cognitivo. Il gruppo di lavoro rappresenta ununit organizzativa dotata di un certo grado di autonomia, mentre il lavoro di gruppo da intendersi come metodo di auto37

coordinamento di individui portatori di scopi, bisogni e desideri interdipendenti. I gruppi di lavoro, pertanto, eseguono lavoro di gruppo. Affinch i membri del gruppo coordinino la loro azione nel lavoro di gruppo necessario che: Gli obiettivi richiedano realmente che le persone coordinino la loro azione; I partecipanti abbiano competenze in grado di incidere positivamente sul lavoro di gruppo; Bisogni e desideri dei singoli coincidano.

Diversamente, anche un gruppo formale con un obiettivo comune non riuscirebbe a fare un lavoro di gruppo. Esperienze di gruppo possono rivelarsi dei miracolosi toccasana, ma essere anche vissute come perdite di tempo o addirittura dare adito a vere e proprie violenze psicologiche e indurre autentiche avversioni. Gli interventi della PdC sono volti a migliorare questo setting rafforzando l empowerment dei partecipanti, aiutando il gruppo a darsi obiettivi realistici e trasmettendo la capacit di lavorare in gruppo. Infatti, normalmente si d per scontato che chiunque sappia condurre una riunione o partecipare efficacemente a un gruppo di lavoro; in realt, la capacit di lavorare in gruppo non spontanea, ma viene soprattutto acquisita. E proprio quando non si tiene conto che il gruppo crea un setting ambientale specifico che si creano le situazioni di malessere anzich di benessere per i partecipanti. La letteratura sui gruppi di lavoro e il lavoro di gruppo Anche sesistono molti studi sui piccoli gruppi prodotti dalla psicologia sociale, si riscontra una forte carenza di studi sui gruppi di lavoro e sul lavoro di gruppo. Un autore italiano in linea con lorientamento della PdC Spaltro, il quale sostiene che il passaggio dalla cultura di coppia a quella di gruppo richiede lo sviluppo di una mentalit nuova, di capacit specifiche per fare lavoro di gruppo e, a livello di sviluppo psichico individuale, una transizione sociale, in quanto: La cultura di coppia, oltre che basarsi sul rapporto edipico, si caratterizza per i valori centrali della dipendenza e della fedelt; La cultura di gruppo implica come valori centrali il pluralismo, la leadership, la coesione e il cambiamento.

Al di l dellapproccio speculativo di Spaltro, altri autori tentano di dare risposte su come formare al lavoro di gruppo. Mucchielli, che si occupa della formazione al lavoro di quipe, sottolinea limportanza delladdestramento finalizzato allo sviluppo della capacit di comunicare, esprimersi e ascoltare, cooperare, organizzare il lavoro, conoscere le dinamiche dei gruppi e saperle gestire. Egli ritiene che gi la scuola elementare dovrebbe addestrare i bambini al lavoro di gruppo.
Microsistemi e macrosistema: il piccolo gruppo nel contesto sociale

Nel XX Secolo, le ideologie liberiste e capitaliste hanno privilegiato i diritti individuali, contrapponendosi a quelle totalitariste che hanno invece enfatizzato le istanze collettive. Ne derivato un pensiero dualistico, tuttora dominante, che nelle nazioni a regime capitalista ha diffuso uneccessiva fede nelliniziativa individuale
38

facendo perdere terreno ai valori della solidariet. Le comunit odierne presentano atteggiamenti pi escludenti che accoglienti e al loro interno sono povere di legami; le persone comprendono cognitivamente i rapporti di interdipendenza con gli altri, ma non li sentono emotivamente. Diversi studiosi insistono sullimportanza di sviluppare nel tessuto sociale legami deboli, cio rapporti non esclusivi, possessivi ed emotivamente impegnativi, ma in grado di fare sperimentare agli individui il senso di solidariet e appartenenza. In tal senso i piccoli gruppi risultano di estrema importanza, perch costituiscono delle strutture intermedie tra lindividuo e la comunit. Le loro ridotte dimensioni li rendono un contesto in grado di soddisfare i bisogni individuali riconoscendo lunicit di ogni partecipante, ma permettono di sperimentare linterdipendenza operativa e, se il gruppo relazionalmente valido, la solidariet emotiva, il rispetto delle differenze e la cooperazione per fini comuni. Lavorare per la loro crescita significa favorire lo sviluppo comunitario. Vale comunque il pensiero di Spaltro: il gruppo richiede lo sviluppo di una mentalit plurale; prima si impara la relazione di coppia, poi di piccolo gruppo, di grande gruppo e organizzazione, di comunit non delimitata.
Una proposta per la formazione al gruppo di lavoro (Francescato)

Questa proposta, denominata Corso di formazione alla facilitazione di gruppi di lavoro, si avvicina al modello lewiniano del t-group, privilegiando lacquisizione di conoscenze sui gruppi e sul proprio comportamento in gruppi centrati sul compito. Lobiettivo aiutare i partecipanti ad essere migliori membri dei gruppi di lavoro nei quali sono inseriti o, secondo i casi, migliori facilitatori dei gruppi che coordinano: 1. Momento teorico-informativo sui principi base della PdC e le relative tecniche di intervento, con particolare riferimento allanalisi organizzativa. Questo consente di collocare i gruppi rispetto al macrosistema cui appartengono; 2. Viene chiarito che per i partecipanti i setting lavorativi di gruppo possono essere positivi, ma anche negativi e descritta limportanza di uno specifico apprendimento per il miglioramento della qualit della partecipazione e del funzionamento del gruppo; 3. Viene spiegato che incrementare il coinvolgimento e lassunzione di responsabilit rende la comunit competente, capace cio di sviluppare e utilizzare le risorse presenti al proprio interno; 4. Viene illustrato come sia preferibile effettuare interventi preventivi promotori di una maggiore funzionalit piuttosto che intervenire su gruppi gi deteriorati; 5. Vengono forniti schemi e strumenti per osservare i diversi tipi di gruppo, classificarli ed analizzare le variabili che ne descrivono la struttura e i processi al fine di coglierne le potenzialit e le aree-problema; 6. I partecipanti vengono addestrati attraverso lesposizione a situazioni critiche di gruppo: processi decisionali, comunicazione costruttiva, problem solving, creativit, ecc. Ogni unit lavorativa prevede 3 momenti: introduzione teorica sul contenuto, esercitazione pratica, discussione sullesperienza dellesercitazione di gruppo.
39

7 I GRUPPI DI SELF-HELP Il termine self-help indica forme di autosostegno individuale o di gruppo, che hanno in comune la fiducia nelle potenzialit di sviluppo delle persone e il rifiuto, a fronte di problemi e desideri, di atteggiamenti di delega, soprattutto nei confronti di professionisti. LOMS definisce il self-help come insieme di misure adottate da non professionisti per promuovere, mantenere o recuperare la salute, intesa come completo benessere fisico, psicologico e sociale di una comunit. Tali gruppi sono fondati su uninterazione faccia a faccia e si compongono di individui che condividono condizioni, storie, disagi ed esperienze. Si tratta di vere e proprie risorse sanitarie non professionali e orientate sui pari i cui partecipanti sono al tempo stesso fruitori e prestatori di cure. Alla base dei gruppi di self-help vi la percezione che i servizi istituzionali non soddisfino pienamente alcuni bisogni dei cittadini. Rispetto ai sistemi di cura formali, questi gruppi sono strutture meno burocratiche, pi economiche e accessibili e in genere ben organizzate. Sono molto diffusi negli USA e lo sono sempre pi anche in Europa.
Caratteristiche dei gruppi di self-help

I gruppi di self-help non vanno confusi con quelli di interesse o di servizi che pure si basano sul volontariato. Levy individua 5 condizioni per il gruppo di self-help: Scopo Fornire aiuto e supporto ai membri nel trattare i loro problemi e nel migliorarne le capacit psicologiche e lefficienza comportamentale; La sua esistenza risiede nel gruppo stesso e non dipende da autorit o istituzioni esterne; Risiede nei membri stessi che, nella relazione tra pari, sono direttamente coinvolti nella richiesta e nellofferta di cure e sostegno reciproco; I membri condividono un nucleo comune di esperienze, problemi e condizioni di disagio; Struttura e attivit del gruppo sono sotto il controllo dei membri stessi, che solo occasionalmente richiedono lintervento o la consulenza di soggetti esterni.

Origine Fonte di aiuto

Composizione Controllo

Pertanto, laddove si abbia la presenza contemporanea di persone che vivono direttamente una certa condizione e membri che partecipano per offrire sostegno e aiuto oppure si abbia la coesistenza di ruoli tecnici e figure professionali, si in presenza di un gruppo di servizio e solidariet, non di auto-aiuto. Sul piano della strategia preventiva, i gruppi di self-help sono strumenti di prevenzione secondaria, in quanto affrontano o limitano un disagio gi in corso. Tipologia dei gruppi di self-help Levy considera la composizione e la finalit di questi gruppi:
40

Controllo del comportamento e riorganizzazione della condotta Sostegno e difesa dallo stress

Il loro scopo quello di eliminare o controllare alcuni comportamenti problematici. Lobiettivo non tanto modificare la condizione stressante (non sempre possibile), ma accrescere la capacit di fronteggiare lo stress attraverso il supporto reciproco e la condivisione di strategie. Es. portatori di handicap e malattie croniche, crisi per eventi particolari (lutto, separazione, perdita del lavoro), anche positivi (nascita di un figlio, adozione). Lotta contro lemarginazione sociale e la difesa dei propri diritti. Pi che unattivit interna di sostegno questi gruppi svolgono attivit di informazione e promozione allesterno con lobiettivo di stimolare cambiamenti di atteggiamenti o programmi istituzionali. Lobiettivo quello dellincremento delle capacit della sfera emotiva, sessuale e interpersonale, sempre attraverso il sostegno reciproco1.

Azione sociale

Crescita personale e autorealizzazione

Francescato e Putton considerano invece la natura dei problemi affrontati:


Controllo del comportamento Eliminare o controllare alcuni comportamenti problematici. Le persone in genere si ritengono impotenti e comunque lo diventano proprio credendo di non poter dominare gli eventi. Il pi antico e consolidato gruppo di questo tipo quello degli Alcolisti Anonimi, fondato nel 1935 e con oltre un milione di soci in tutto il mondo. Altre aggregazioni comprendono tossicodipendenti, genitori che abusano dei figli, persone con disturbi del comportamento alimentare, con comportamenti violenti, dipendenti dal sesso, dal gioco, da Internet, ecc. A differenza del caso precedente, le persone non hanno la possibilit di cambiare la propria condizione. Il compio quello dell adattamento alla condizione di vita e dello sviluppo di strategie adeguate. Generalmente, le strutture convenzionali si concentrano sul malato e non considerano i bisogni dei suoi parenti, conviventi e amici. Lo scopo quello di portare sostegno e aiuto a chi affettivamente legato o vive con persone portatrici di importanti problemi comportamentali e/o di salute. I primi ad organizzare gruppi simili sono stati gli Alcolisti Anonimi. Eventi improvvisi, positivi o negativi, o anche previsti ma fortemente incisivi sullidentit (es. pensionamento, menopausa, grave intervento chirurgico) aprono una crisi, cio uno stato temporaneo di turbamento e disorganizzazione psichica che produce stress. Analogamente per eventi meno intensi, ma logoranti e ripetuti. In questo caso, il sostegno sociale facilita la mobilitazione di risorse interne ed esterne. Questi gruppi accompagnano le persone per un periodo di tempo limitato.

Portatori di handicap e malattie croniche Parenti di persone con problemi gravi

Persone che attraversano un periodo di crisi

Un cenno particolare riguarda i gruppi di self-help via Internet. In rete esistono molti e-group o gruppi virtuali che interagiscono tramite forum, chat ed e-mail. Lanalisi del
1

In realt, pur condividendo la metodologia dei gruppi di self-help, diversi autori considerano questa categoria estranea allesperienza di questi gruppi, essendo essenzialmente centrata in unottica di prevenzione primaria e su un progetto di crescita e sviluppo.

41

contenuto dei messaggi indica che la comunicazione quella caratteristica dei gruppi faccia a faccia e privilegia il sostegno emotivo e la confessione. I fattori chiave del cambiamento nellazione dei gruppi di self-help Esistono alcuni meccanismi generali che spiegano lindubbia efficacia trasformativa dei gruppi di self-help. Esistono 3 fattori-chiave: 1. Dinamica socioemotiva fra pari. Lo scambio informativo, il sostegno, il rinforzo e lidentificazione avvengono in un gruppo di persone alla pari, senza status, ruoli istituzionali e gerarchie ascritte a priori. Sul piano socioemotivo, questo favorisce alcuni processi:
a. Le abituali difese e resistenze psicologiche si abbassano perch non ci si sente giudicati per la propria condizione o diversit; b. Lesperienza comune rende la comunicazione pi diretta; c. La percezione di persone simili a s favorisce l identificazione in un cammino evolutivo; d. Lo scambio reciproco di informazioni, capacit, sostegno, feedback e rinforzi positivi o negativi permette di strutturare insieme regole di vita e strategie per il controllo e la modificazione del comportamento; e. La possibilit, caldeggiata nei gruppi di self-help (a differenza di quelli terapeutici), di incontri anche al di fuori del gruppo in attivit organizzate autonomamente offre nuove opportunit di socializzazione; f. Usufruire di uno status di gruppo;

2. Valore terapeutico del ruolo di helper . Ogni membro, prima o poi, svolge il ruolo di chi aiuta. Fin dal 1965, Riessman ha elaborato il concetto di helperterapy, basato sullipotesi che chi aiuta riceve a sua volta un aiuto per questo ruolo attivo e oblativo; il ruolo di helper accresce infatti il senso di controllo, autostima e competenza, apporta riconoscimento e approvazione sociale (quindi migliora lautopercezione, i vissuti depressivi e autolesionistici), permette di interiorizzare strategie di cambiamento e consente di imparare ad osservare a distanza problemi simili ai propri. 3. Spinta ideologica come forza trainante . Tutti i gruppi di self-help strutturano un sistema di principi e valori fortemente persuasivi. Contribuire a costruire o aderire a questi ideali permette di interiorizzare uninnovazione sociale e rimuove pregiudizi e atteggiamenti autolesionisti. La funzione dellideologia si somma alle dinamiche socioemotive fra pari favorendo un efficace apprendimento delle capacit di soluzione dei problemi tipici del gruppo; Questi fattori hanno un peso diverso nei diversi tipi di gruppi:
Controllo del comportamento Fattori dominanti Identificazione e modellamento. La presenza di individui percepiti come simili, ma in fasi diverse di risoluzione del problema permette: - Di identificarsi con chi riuscito o sta riuscendo a controllare il proprio comportamento; - Lapprendimento per modellamento che accresce la fiducia di poter mutare il proprio comportamento; - La concentrazione sul presente, sviluppando la capacit di stabilire piccoli obiettivi realistici e graduali, comunque pi 42

Portatori di handicap e malattie croniche Parenti di persone con problemi gravi Persone che attraversano un periodo di crisi

facilmente raggiungibili con laiuto degli altri. Sostegno emotivo, scambio informativo, identificazione, stimolo della carica ideologica, valore terapeutico del ruolo di helper (particolarmente benefico per chi dipende spesso dagli altri). Sostegno affettivo, strumentale e informativo. Fondamentali gli scambi di informazioni su dove reperire le risorse e laiuto materiale per laccudimento del familiare, in modo da evitare fenomeni di depressione e burn-out. Il sostegno sociale dato e ricevuto ha un effetto tampone sugli effetti dello stress prolungato. Identificazione e aiuto reciproco. Permettono alle persone di rafforzarsi, diventare pi competenti nellaffrontare la propria situazione e ridefinire la crisi come momento di crescita.

La valutazione dei risultati e la stima dellefficacia

Il carattere non professionale che accompagna i gruppi di self-help rende carente la ricerca sulla valutazione dei risultati. Lefficacia confermata dalle impressioni positive e dalla soddisfazione dei partecipanti non basta; serve invece allestire ricerche basate su criteri scientifici. Lieberman e Bond avanzano lesigenza di una valutazione dei risultati da 3 diverse prospettive: quella dei partecipanti, quella del gruppo e quella di un osservatore esterno (tenendo conto, nei primi due casi, delle distorsioni dovute allautopresentazione positiva o a dissonanze cognitive). Noventa propone alcuni indicatori sui quali focalizzare la valutazione: - Continuit della partecipazione al gruppo; - Miglioramento della qualit della vita in termini di salute psicofisica; - Miglioramento dei rapporti sociali e civili; - Raggiungimento di obiettivi particolari del gruppo (es. astinenza per tossicodipendenti e alcolisti); - Miglioramenti di aspetti relazionali e comunicativi. La scelta dei momenti di misurazione importante, poich la presenza in gruppi di self-help pu comportare nel tempo modalit di partecipazione diverse, da oggetto di aiuto e sostegno a prestatore attivo di cure e agente di trasformazione. Limpostazione di un disegno sperimentale pone inoltre problemi di metodo: - Il disegno sperimentale per gruppi di controllo normalmente inattuabile, poich la partecipazione in genere spontanea e non controllabile; - Il metodo pre-post test non utilizzabile, non potendo di norma accedere a misurazioni antecedenti per valutare lavvenuto ripristino delle condizioni; Il metodo pi utilizzato il disegno quasi-sperimentale. In ogni caso, adottare disegni di ricerca rigidi potrebbe anche compromettere leffetto benefico dei gruppi sui membri e questo fa propendere per approcci di tipo ecologico nel loro studio. In generale, la letteratura permette comunque di dedurre risposte positive in relazione allefficacia dei gruppi di auto-aiuto, anche nel confronto con altre forme di sostegno, purch vi sia congruenza tra bisogno individuale, entit del problema e natura del gruppo. Ricerche specifiche danno diversi riscontri di efficacia:
43

In anziani ospitati in residenze fondate sullauto-aiuto si sono avuti incrementi nellautostima e nel coinvolgimento sociale significativamente maggiori rispetto a quelli ospitati in strutture convenzionali. Analogamente per ci che concerne malati mentali; Nei gruppi di alcolisti, si ha il mantenimento di uno stile di vita sobrio nel 70% dei casi; In soggetti con problemi di dipendenza da sostanze, nel confronto con altri tipi di intervento, il gruppo di auto-aiuto si dimostrato il metodo pi efficace; I soggetti legati a dipendenze di lunga data sono pi orientati alla partecipazione a gruppi di auto-aiuto che a trattamenti assistenziali; In portatori di handicap e malattie croniche gravi, in particolare di tipo oncologico, il supporto di gruppo in grado di prolungare la vita fino a 3 volte; In persone affette da ipertensione gravi, il gruppo di auto-aiuto abbassa gli indici di mortalit e migliora le capacit regolative personali; Anche nei gruppi di parenti di persone con problemi gravi, i risultati di alcune ricerche mostrano che i partecipanti ricevono benefici significativi; E ben documentata anche lefficacia di gruppi per il fronteggiamento della crisi. Ad esempio, nel caso di donne rimaste vedove e affette da ansia e depressione, nei gruppi sono stati riscontrati rapporti costi-benefici migliori rispetto agli interventi di psicoterapia (equivalenti per efficacia).

Il self-help in Italia e in Europa

Lauto-aiuto un fenomeno in espansione in Italia e nel mondo. In Italia la sua evoluzione costante, ma conserva ancora caratteristiche di frammentazione e isolamento; inoltre, non appare omogeneamente distribuito sul territorio nazionale. Degli oltre 1.600 gruppi censiti in una ricerca del 1999, ben il 76% si trova al Nord; i pi diffusi sono quelli che riguardano lalcolismo. Al Sud, sono pi diffusi che al Nord i gruppi che riguardano gli anziani, quasi esclusivamente concentrati in Calabria. L87% dei gruppi non ha operatori professionali (una caratteristica importante per il self-help); nel restante 13% le figure stabilmente presenti sono, in ordine di frequenza, educatori, psicologi, assistenti sociali, operatori sociali e psichiatri. Non esistono ricerche dettagliate sulla situazione europea. In ogni caso, Gran Bretagna e Germania sembrano avvicinarsi al modello statunitense: i gruppi sono concepiti come insiemi di persone che condividono lo stesso problema, condotti non da un esperto ma da un pari e il professionista ha un ruolo marginale di consulenza, laddove questa viene richiesta. In altri paesi, i gruppi sembrano invece accettare la presenza di un professionista con il ruolo di facilitatore. In ogni caso, la realt piuttosto disomogenea: ogni singolo progetto sembra avere una propria concezione di gruppo di auto-aiuto. Le forme del fenomeno sono invece riconducibili alla seguente tipologia: - Piccoli gruppi chiusi. I partecipanti rivolgono le proprie energie solo allinterno; - Gruppi aperti con funzioni di forum . In essi si confrontano molte persone e, in base alle richieste dei partecipanti, il gruppo si pu rivolgere anche allesterno;
44

Gruppi di cittadini nella comunit locale . Mirano al miglioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini della comunit, ad esempio cercando di rendere pi agevoli i servizi; - Gruppi aperti per la tutela dei diritti di specifici target della popolazione. Organizzano campagne informative ed eseguono ricerche. Nei primi due casi, gli obiettivi dei gruppi non differiscono da quelli dei partecipanti, mentre negli altri due si collocano allinterno di una tradizione di sensibilit democratica e associazionismo. Anche le spese per i gruppi di auto-aiuto sono coperte in modo diverso nei vari paesi europei, attraverso contribuzioni pubbliche e/o private.
Tendenze di sviluppo nei gruppi di self-help

Integrazione con i sistemi formali di cura. E levoluzione pi auspicabile, anche se questo tuttaltro che semplice; basta ricordare che la nascita di gruppi simili generalmente sostenuta da un desiderio di differenziazione dallintervento professionale. Quindi un tale incontro presuppone necessariamente atteggiamenti di stima reciproca ed accettazione delle diversit senza pretese di superiorit che facciano ambire uno dei due fronti al controllo delloperato dellaltro; soprattutto la possibile tentazione da parte dei professionisti in tal senso, magari anche in buona fede nel tentativo di trasmettere competenze scientifiche, rischierebbe di snaturare le caratteristiche fondamentali dellapproccio dei gruppi di auto-aiuto. Come possono coordinarsi professionista e gruppo di auto-aiuto? Il primo pu sostenere e promuovere la nascita e lo sviluppo di gruppi di auto-aiuto, differenziando il proprio intervento nelle diverse fasi di sviluppo, mantenendo sempre un ruolo attivo, ma indiretto. Nella fase di promozione del gruppo, prima della sua nascita, dovr individuare il bisogno, sensibilizzare le persone e organizzare incontri. Nella fase di avvio, dovr supportarlo da un punto di vista strumentale (sede, finanziamenti) e di processo (rafforzare lappartenenza al gruppo). Nel gruppo avviato e ormai in grado di autogestirsi, il suo ruolo sar solo consulenziale, anche in relazione al tipo di problema trattato dal gruppo; inoltre potr far conoscere il gruppo ad altri operatori sociali e pi in generale, facilitare la diffusione di informazioni su di esso. In generale, per la specificit dei meccanismi dazione presenti nei gruppi di selfhelp, la partecipazione ad essi non contrasta con altri tipi di intervento, come ad esempio la psicoterapia. Spesso, anzi, esiste una complementariet. Centri di sostegno per i gruppi di auto-aiuto (clearing houses). La diffusione dei gruppi di self-help e i loro carattere scarsamente strutturato ha fatto sorgere la necessit di queste strutture di collegamento, la cui evoluzione abbastanza recente, soprattutto in Europa. Il loro modello organizzativo di sostegno, dovendosi adattare alle esigenze dei gruppi esistenti, varia in base alle caratteristiche locali e nazionali e quelle del sistema dei servizi del territorio. Le funzioni delle clearing houses sono le seguenti:
Informazione e documentazione. Progetti di studio, attivit di ricerca, organizzazione di seminari e incontri tra gruppi diversi e tra i gruppi e i loro 45

interlocutori istituzionali. Divulgazione e informazione ai potenziali utenti sulla collocazione e laccesso ai gruppi presenti nel territorio; Facilitazione nellacquisizione di risorse materiali . Ambienti fisici, servizi di segreteria e altre risorse primarie; Consulenza e formazione. Consulenza amministrativa, legale, fiscale, psicologica e di marketing. Organizzazione di workshop; Promozione e lavoro di rete. Rapporti con gli organi istituzionali; attenzione alle attivit legislative a livello nazionale e territoriale; coordinamento tra gruppi e ricerca di collaborazioni con le comunit locali che ne potenziano e valorizzano la funzione, anche allinterno della sanit pubblica.

Sinora, in Italia lattivit delle clearing houses appare piuttosto limitata e frammentata. Attualmente, lunica esperienza rilevante sembra essere quella dellIstituto Andrea Devoto che nel 1997 ha promosso il coordinamento regionale dei gruppi di auto-aiuto in Toscana.
La creazione di un gruppo di auto-aiuto

Psicologi e operatori di comunit dovrebbero essere in grado di creare nuovi gruppi di auto-aiuto in base ai bisogni del territorio di appartenenza. Alcune indicazioni: - Identificazione dei gruppi a rischio: richiede la conoscenza del territorio; - Identificazione di un bisogno: individuare la presenza di categorie o gruppi di persone con un problema potenziale o in atto per le quali non esistono forme di sostegno o esistono forme inadeguate/insufficienti; - Coinvolgimento dei primi operatori: Contatto delle persone e propaganda dello strumento di gruppo. Le persone devono avere chiari i principi alla base del self-help, non sviluppare aspettative di delega e passivit verso la gestione del problema ed essere interessate al confronto con chi vive la medesima condizione. E sempre necessario un periodo di accompagnamento e formazione, poich i membri di un nuovo gruppo devono acquisire le competenze del lavoro di gruppo che guidino e facilitino la partecipazione e la conduzione. Il promotore deve educare il gruppo a contare su se stesso, individuando e utilizzando le risorse presenti al suo interno. Per evitare pericoli di attaccamento eccessivo del gruppo al suo promotore (e viceversa), la fase di formazione e accompagnamento deve essere breve (mediamente 4 incontri) e questultimo deve essere in grado di programmare la sua morte.
Esempi

Scheda 1 (Donne immigrate) pagg. 209-211 testo Francescato. 8 LINTERVENTO SULLA CRISI E LA GESTIONE DELLO STRESS Abitualmente al termine crisi viene attribuita unaccezione negativa. Si tratta in effetti di uno stato temporaneo di turbamento e disorganizzazione caratterizzato da unincapacit cognitiva dellindividuo a gestire una situazione inaspettata e drammatica, che si accompagna a uno stato di squilibrio emozionale. Tuttavia, la
46

crisi un evento la cui evoluzione aperta a pi esiti che dipendono, oltre che dalla drammaticit e della violenza dellevento scatenante, dalle risorse individuali e ambientali disponibili o attivabili per poterla affrontare. Intesa in questi termini, la crisi un concetto di grande interesse per la PdC, che dispone di descrizioni teoriche (persona nel contesto e rapporto individuoambiente), interventi preventivi (prevenzione del disagio, identificazione dei gruppi a rischio) e metodologie di intervento (sostegno sociale, empowerment individuale, di gruppo e di comunit) adeguati. Lindemann, psichiatra di Boston, fra i primi ad avere analizzato la condizione di crisi, seguendo un centinaio di persone che soffrivano di stati dansia e depressione in seguito alla perdita di parenti e amici nell incendio di un locale pubblico. Nel suo lavoro mise a punto 3 elementi per lelaborazione del lutto:
Catarsi emozionale: rievocazione dei ricordi dellevento traumatico per esprimere e accettare lemozione dolorosa provocata dalla perdita; Valutazione cognitiva: riesame attivo delle esperienze, positive e negative, vissute con il defunto allo scopo di apprezzare la ricchezza del rapporto senza per idealizzarlo; Sviluppo di nuove forme di comportamento: graduale sperimentazione di relazioni in grado di sostituire alcune delle funzioni che il defunto adempiva.

Tipologie di crisi Tipi di crisi diverse permettono di differenziare lintervento. Gli eventi che determinano la crisi richiedono lattivazione di meccanismi di adattamento; si considerino ad esempio i cambiamenti caratteristici della vita familiare che implicano una riorganizzazione cognitiva, strutturale e relazionale. Molti autori distinguono in:
Eventi critici NORMATIVI Eventi previsti o prevedibili e quindi in qualche modo attesi dallindividuo, che sviluppa un orologio sociale, ovvero una mappa mentale tramite la quale ipotizza gli accadimenti del prossimo futuro e valuta ladeguatezza del proprio comportamento. Essendo associata alle transizioni fra stadi di sviluppo, questo tipo di crisi anche detta crisi evolutiva2. La prevedibilit della crisi determina una differenza sostanziale nel modo di intervenire, poich apre la strada alla prevenzione. Eventi critici PARANORMATIVI Eventi accidentali e improvvisi: morti, incidenti, malattie improvvise, invalidit, sequestri, rapine, disastri naturali, licenziamenti, gravidanze indesiderate. Si parla in questo caso di crisi situazionale. Lo studio di Lindemann richiamato sopra riguarda proprio una crisi situazionale.

Conseguenze della crisi La conseguenza pi ovvia lo stato di sconvolgimento emozionale . Gli aspetti della vita individuale investiti sono diversi: sentimenti, pensieri, comportamenti, relazioni sociali e funzioni somatiche. Lindividuo in crisi pi debole, vulnerabile e
2

Erikson ha influenzato profondamente la concezione evolutiva della crisi, fornendo un modello di sviluppo per lintero arco di vita organizzato in stadi che individua compiti, obiettivi e conflitti (e quindi crisi potenziali) per ogni stadio.

47

suggestionabile, ma questa destrutturazione delle difese implica anche una maggiore apertura e disponibilit al cambiamento. Limpatto di un evento traumatico dipende dalla sua intensit, ma anche dalla durata, sequenzialit e dal grado di interferenza con altre situazioni personali. Alcuni studi hanno mostrato che tra le situazioni pi stressanti vi sono la morte del coniuge, la separazione e il divorzio, spesso connesse anche a una maggiore probabilit di ammalarsi; soprattutto negli uomini, la condizione matrimoniale pu avere una funzione di protezione del disagio e la sua perdita rende pi vulnerabili. Pi in generale, anche per le donne, il complesso insieme di perdite (economiche, affettive, psicologiche) che accompagna una separazione costituisce un complesso di eventi stressanti che innalzano la probabilit dellinsorgenza di alcuni disturbi. Tipicamente, la crisi si verifica quando lindividuo subisce linfluenza di diverse condizioni stressanti e impreviste per un certo tempo. Anche la perdita delloccupazione rappresenta un evento particolarmente critico, del resto anche attuale a causa dei mutamenti nelle politiche del lavoro che negli ultimi decenni in Europa hanno prodotto milioni di disoccupati e sottoccupati, fra i quali ricorre frequentemente uno stato di disagio mentale a causa del forte potere destrutturante della disoccupazione, sebbene questo debba essere considerato in relazione ad et, sesso, fase del ciclo vitale e sostegno sociale disponibile. Stadi di sviluppo e risoluzione della crisi Caplan descrive una serie di stati per lo sviluppo della crisi:
1. Aumento di tensione. Levento esterno inizialmente stimola le abituali modalit di risoluzione del problemi; 2. Accrescimento della tensione. Per linadeguatezza della modalit messe in atto sommata allinfluenza continuativa dellevento stimolante. Sensazioni di inefficienza e turbamento; 3. Mobilitazione di altre risorse personali e ambientali . La crisi pu essere evitata riducendo la minaccia esterna, attuando strategie originali, ridefinendo la situazione, rinunciando ad alcuni obiettivi; 4. Crisi. Se nessuna delle nuove strategie funziona, la tensione cresce ancora e procura la crisi che si riflette sul piano emotivo e cognitivo. La situazione tende a un nuovo equilibrio, di qualit variabile, dopo alcune settimane.

Secondo Caplan, le persone non tollerano alti livelli di disorganizzazione cognitiva ed emotiva per lunghi periodi di tempo; ci non implica che dopo alcune settimane la crisi sia stata risolta in modo costruttivo e adeguato, ovvero elaborando levento integrandolo nellesperienza di vita e lasciando la persona aperta al futuro, ma solo che linstabilit lascia posto ad un nuovo stato di equilibrio, pi o meno buono. In ogni caso, da ci consegue che il tempo utile per lintervento sulla crisi in modo efficace limitato. Rapporto tra crisi e stress Il concetto di crisi in stretta relazione con quello di stress, di pi diretta origine fisiologica e definito come reazione non specifica dallindividuo quando deve affrontare unesigenza o adattarsi a una novit.
48

Stress Lo stress non che una reazione psicologica adattiva e normale, ma pu anche diventare patogenetico se prodotto intensamente e per lunghi periodi di tempo senza risposte sufficientemente efficaci.

Crisi La crisi una condizione di disorganizzazione psicologica conseguente a stress particolarmente acuti o anche a una serie di stress meno intensi, ma frequenti e ripetuti.

Selye descrive la reazione allo stress come sindrome generale di adattamento che si svolge in 3 fasi:
1. Reazione di allarme. Un evento stressante produce uno shock iniziale e la mobilitazione di meccanismi fisici di difesa la cui base organica interessa i sistemi nervoso ed endocrino. Il fine il mantenimento dellomeostasi dellorganismo; 2. Resistenza. Tentativo di ristabilire un nuovo equilibrio attraverso un adattamento alla situazione modificata dallevento stressante. Se questo sforzo non d risultati o se intervengono in tempi ravvicinati ulteriori agenti stressanti, si pu instaurare la successiva fase di esaurimento; 3. Esaurimento. Lindividuo viene sopraffatto dagli stressi ripetuti e/o cronici e non riesce a reagire ai meccanismi di allarme che, per definizione, non possono essere stabilmente attivi. In questa fase aumentano anche i rischi di contrarre malattie.

Queste fasi sono molto simili a quelle di Caplan per lo sviluppo della crisi. Un modello integrato della teoria della crisi (Barbara Dohrenwend) Lo stesso evento critico pu avere significati diversi per persone differenti; processi cognitivi e caratteristiche di personalit fungono infatti da mediatori fra la situazione e la risposta soggettiva; ad essi si aggiungono le possibilit di sostegno strumentale, affettivo o informativo disponibili. Mentre diversi autori hanno fornito letture che tendevano a privilegiare la dimensione individuale o quella ambientale, Barbara Dohrenwend propone un modello multidimensionale integrato per descrivere ci che segue limmediata reazione transitoria:
Mediatori psicologici Livello di istruzione, capacit sociali, sistema valoriale, personalit, aspirazioni, abilit, coping3, orientamento del LoC, grado di empowerment. Elementi che influenzano lattribuzione di significato agli eventi, il peso emotivo ad essi attribuito, latteggiamento proattivo o passivo verso la situazione problematica, la capacit di utilizzare e, prima ancora, di percepire le fonti di sostegno presenti nel proprio campo psicologico.
3

Mediatori situazionali Fase del ciclo di vita in corso; modula il peso dellevento (es. una gravidanza indesiderata per unadolescente o una donna sposata, la morte di un genitore per un bambino o una persona adulta). Caratteristiche della rete sociale; si intersecano con il precedente (es. in caso di lutti e malattie il necessario sostegno affettivo e materiale assicurato da una rete informale ristretta e densa, una crisi legata alla necessit di un cambiamento trova pi supporto in una rete pi ampia, meno densa e caratterizzata da legami meno vincolanti).

Sul coping va precisato che, mentre la letteratura tradizionale lo considera una caratteristica individuale, gli orientamenti pi recenti lo considerano un costrutto originato da processi sociali; non sarebbe quindi semplicemente una competenza individuale, ma una propriet multidimensionale dellunit sociale influenzata dalle risorse interne dellindividuo e da quelle fornite dalle sue relazioni.

49

Secondo lautrice, levoluzione della crisi porta a 3 possibili esiti: 1. Ripristino della situazione precedente; 2. Crescita psicologica; 3. Reazione disfunzionale persistente (patologia) In accordo con i principi della PdC sostiene inoltre limportanza della prevenzione sulle possibili crisi, individuando gruppi a rischio e rafforzando i mediatori psicologici e situazionali. Modalit di intervento sulla crisi: Intervento sulla crisi in atto Si tratta di una metodologia di prevenzione secondaria, in quanto tesa a limitare gli effetti di eventi stressanti subito dopo il loro impatto. La psicologia di emergenza presenta importanti differenze dalla psicoterapia tradizionale: Astoricit. Il focus dellintervento non riguarda le cause profonde e le radici infantili dei conflitti, ma si concentra sul qui e ora. Si dovranno cos individuare gli elementi che mantengono o rinforzano la situazione di crisi e quelli che possono favorire un cambiamento costruttivo; Obiettivo. Non si tratta di operare una trasformazione strutturale dellindividuo, ma di favorire un cambiamento comportamentale rispetto al problema specifico e situazioni analoghe; Tempi. Lintervento a breve termine e limitato nel tempo. La durata dovrebbe corrispondere al tempo nel quale si ristabilisce spontaneamente lequilibrio personale o sistemico (4-6 settimane). Incontri intensi, frequenti e di durata flessibile, anche per usufruire delle minori difese e resistenze della persona al cambiamento e sfruttare la sua motivazione a ricercare nuove modalit di soluzione dei problemi; Comportamento delloperatore. Deve essere pi attivo, direttivo e orientato al problema rispetto ad altri tipi di terapia. Loperatore un elemento importante nel cercare le risposte ai bisogni immediati e nel mobilitare le risorse personali e ambientali. Tuttavia, il soggetto della crisi deve essere stimolato nella propria iniziativa autonoma, non dimenticando che sempre importante rinforzare la capacit di essere indipendenti dalloperatore; questultimo diventa molto direttivo solo nei casi di estrema disorganizzazione. Le strutture sociali e sanitarie dovrebbero disporre di servizi adeguati, estremamente flessibili, accessibili e prontamente disponibili allemergenza, anche con mobilit di operatori ed quipe di intervento. Alcuni autori distinguono lintervento sulla crisi in due fasi. Lintervento di primo ordine, che costituisce una sorta di pronto soccorso nelle prime ore successive alla manifestazione della crisi, quello che viene offerto da persone inserite nel tessuto sociale del soggetto: familiari, religiosi, insegnanti, forze dellordine. E un primo aiuto non specialistico che fornisce sostegno, limita la pericolosit delle circostanze e linsorgenza di confusione. Lintervento di secondo ordine, la vera e propria terapia della crisi, deve essere affidato a specialisti e prevedere una programmazione di
50

incontri per qualche settimana; oltre al sostegno finalizzato a favorire una soluzione costruttiva della crisi e allacquisizione di nuove e pi ampie capacit e risorse per fronteggiare eventi a rischio. La psicologia di emergenza Si rivolge non solo al singolo, ma anche alla collettivit. In Italia ha una storia recente. Agisce anche in senso preventivo, attraverso interventi di formazione volti a rendere consapevoli le comunit dei rischi esistenti nel territorio, a ridurli e a sviluppare nel sistema sociale le competenze per una reazione adeguata in situazioni di emergenza. Eventi quali calamit naturali, eventi eccezionali o conflitti bellici hanno stimolato lo studio e la sperimentazione di interventi sulla crisi (non solo psichiatrica) volti a prevenire, specie nei bambini, le manifestazioni post-traumatiche caratteristiche delle situazioni che minacciano lintegrit fisica della popolazione. Le fasi di elaborazione emozionale delle persone colpite da un disastro sono: Fase eroica. Nelle ore immediatamente successive al disastro le emozioni sono forti e le persone tendono a mettere in atto azioni eroiche; Luna di miele. Fino a due anni di distanza i sopravvissuti conservano la forte sensazione di avere condiviso e superato unesperienza estremamente pericolosa. Forte carica di ottimismo generata dalle promesse di aiuto delle istituzioni; Disillusione. La possibile mancata soddisfazione delle promesse di aiuto genera rabbia e risentimento. Si somma la graduale perdita del senso di condivisione comunitaria e la tendenza a concentrarsi sui propri problemi; Ricostruzione. Alle emozioni negative si sostituisce la consapevolezza di doversi fare carico della risoluzione del problemi. Si ritiene che il quadro clinico e linsieme di risposte emozionali disadattive non cambi qualitativamente nel caso di crisi individuale. Unquipe psicologica che opera in seguito a un disastro utilizza infatti le stesse procedure messe in atto da una Unit di Crisi Psicologica (UCP), come quella operante presso il Dipartimento di Emergenza e Accettazione del Policlinico Umberto I a Roma. Attivit di intervento su crisi in atto sono anche svolte dai Servizi di Pronto Intervento Sociale (SPIS), attivabili telefonicamente in qualunque momento per segnalare situazioni di abbandono, maltrattamento, isolamento, grave emarginazione. Lintervento pu essere diretto e in tempo reale oppure tradursi in un contatto con familiari, amici, vicini, volontariato e servizi sociali che potranno farsi carico delle situazioni superata la fase di emergenza. Molti interventi dovrebbero essere rivolti alla prevenzione dei danni da sintomatologie post-traumatiche. Ad esempio, in territori soggetti a rischio sismico la popolazione viene addestrata allidea di potersi trovare ad affrontare un evento distruttivo con azioni simulate sui comportamenti pi idonei da mettere in atto, ma in genere non ci si preoccupa delle reazioni emotive e di come creare le competenze per prevenire le sintomatologie ad esse legate. Quando per si verifica un evento traumatico come un terremoto, molti individui sviluppano sintomatologie
51

dansia e conseguenti problemi cognitivi e neurovegetativi. Nelle aree a rischio opportuno organizzare progetti per il trattamento degli psicotraumi in due momenti e con modalit preventive diverse:
Interventi Pre-evento Tutta la popolazione viene informata su che cosa e come si struttura una reazione dansia e quali sono i comportamenti a rischio da evitare (es. abuso di alcolici o benzodiazepine). Interventi Post-evento Una task-force appositamente formata tratta in gruppo le persone che presentano i primi segni di DPTS (Disturbo Post-Traumatico da Stress). I risultati in caso di evento sismico sono incoraggianti (il 75% dei casi migliora la sintomatologia, con mantenimento del risultato nel 70% dei casi su follow-up a 8 mesi).

Levento traumatico e i bambini. Per il trattamento dei bambini, la fascia pi a rischio in situazioni di emergenza a causa delle minori capacit cognitive ed emozionali, il gruppo il tipo di intervento ritenuto pi adatto. Gli strumenti pi utilizzati sono lintervista e la produzione di disegni, utili sia sul piano educativo, sia nel lavoro di elaborazione dellevento. Lintervista facilita la partecipazione e lascolto delle strategie di coping di altri bambini, ampliando la conoscenza di alternative costruttive e quindi lempowerment inteso come ampio spettro di possibilit tra cui scegliere. Lanalisi di comunit in situazioni di crisi non prevedibile. Questo strumento si rivela estremamente utile in quanto possibilit di creare una mappa approfondita della realt territoriale, delle sue risorse, carenze, e bisogni. Tutto ci non solo facilita la programmazione di interventi in caso di eventi drammatici, ma traccia anche i presupposti per la partecipazione degli individui e attiva la costruzione di reti sociali tra agenzie, formali e non, presenti sul territorio. Modalit di intervento sulla crisi: Intervento su crisi prevedibili Si tratta di interventi di prevenzione primaria facenti capo a categorie diverse: Eventi stressanti ed eccezionali, ma inevitabili e prevedibili. Lobiettivo incrementare negli individui e gruppi interessanti la capacit di affrontare la specifica situazione. In una ricerca classica di Egbert su pazienti chirurgici, il gruppo sperimentale e quello di controllo ricevevano informazioni sullintervento, ma solo il primo veniva preparato sui possibili disturbi postoperatori e addestrato a semplici esercizi di rilassamento e stimolato a esprimere lansia; questi pazienti usarono meno farmaci, nonostante sapessero di poterli richiedere, e furono dimessi prima. Numerosi sono gli interventi in ambito oncologico ai diversi stadi: comunicazione della diagnosi, intervento, trattamento chemio/radioterapico, controlli, ripresa della malattia, riabilitazione psicologica in caso di guarigione, assistenza tanatologica in caso di prognosi infausta. Transizioni di vita e crisi evolutive. Gravidanza e corsi di preparazione al parto, esperienze scolastiche, scelte lavorative. Un caso ben noto quello compiuto negli anni 70 negli USA, che si propose di identificare preventivamente i bambini che avrebbero avuto maggiori difficolt allingresso nella scuola elementare e di assisterli adeguatamente.

52

Potenziamento dei mediatori psicologici. Lapproccio sottende una concezione universalista del disagio; gli interventi sui mediatori psicologici in grado di rendere le persone pi capaci di gestire i momenti difficili, prevenire forme di disagio e comportamenti devianti si sono dimostrati molto significativi:
o o o o o o o Capacit di definire il problema, analizzare e scegliere la soluzione; Duttilit nellassunzione di ruoli; Aumento dellautostima e del livello di aspirazione (achievement); Sviluppo delle competenze emozionali (intelligenza emotiva); Assunzione di comportamenti sessuali corretti; Prevenzione del disagio nei figli di genitori separati; Crescita e formazione delle figure genitoriali.

Formazione di figure paraprofessionali. Investe persone che, senza qualifiche accademiche e svolgendo le proprie funzioni, si trovano in relazione con i membri della comunit in situazione di crisi (es. linee telefoniche di supporto, poliziotti, vigili urbani, sacerdoti, ecc.). Il loro impegno varia da unattivit retribuita a tempo pieno a unattivit di volontariato. I risultati sono in generale positivi, tuttavia sono fondamentali il training e supervisione. Lintervento sulla crisi attraverso la gestione dello stress (stress management) Molte ricerche mostrano che i processi di espansione tecnologica e organizzativa comportano un surplus di stimoli e ladattamento a pi complesse modalit di vita e di lavoro. Tutto ci facilita condizioni di stress che possono preludere a crisi psicologiche o a malattie fisiche. Per questo, nei paesi ad alta industrializzazione la sensibilizzazione alla gestione dello stress si diffonde sempre di pi. Lintervento su questo tema mira a fornire strumenti e tecniche per la gestione costruttiva dello stress, evitandone i costi e preservandone la funzione di potenziale stimolo. Le strategie sono di due tipi:
Metodi cognitivo-comportamentali Centrati su obiettivi individuali e organizzativi. Nelle loro attivit, spesso le persone eseguono passivamente le richieste pi pressanti e urgenti e perdono ogni visione di insieme. Gli effetti stressanti di questa impostazione sono: Perdita di controllo sulla risorsa tempo; Disordine esecutivo; Incapacit di programmare a medio termine; Scarso controllo sullavanzamento verso gli obiettivi; Confusione tra scopi e mezzi; Sensazione di essere travolti ogni giorno dallemergenza; Percezione di insufficienza delle risorse; Scarsa fiducia nella delega. Vengono proposte tecniche per definire gli scopi strategici e 53 Metodi psicofisici ed emotivi Si fondano sulla consapevolezza delle proprie percezioni ed emozioni. Vengono proposte tecniche di trainig autogeno, focalizzazione, yoga e simili, adattandole al contesto personale o lavorativo al fine di favorire il radicamento nella dimensione del presente e la fusione fra corpo e mente.

gli obiettivi operativi, gestire il tempo, scegliere razionalmente le attivit, delegare ai collaboratori. In entrambi i casi, il presupposto che lo stress e la crisi si prevengono e gestiscono soprattutto attraverso lacquisizione di atteggiamenti consapevoli, attivi e impegnati. Concludendo sulla crisi e lo stress ed i relativi interventi

Le tecniche di gestione dello stress migliorano le capacit di coping, ma non considerano gli aspetti materiali e sociali degli stressors; vanno dunque integrate con strumenti che considerino anche le variabili del contesto. Discorso analogo per le tecniche di intervento sulla crisi prevedibile. Anche laddove vengono esaminate le narrative personali, non sempre vengono esplorate anche quelle comunitarie e culturali, che comunque sostengono e influenzano le prime. Infine, anche le tecniche di gestione della crisi in atto, pur incoraggiando interpretazioni pluralistiche del problema e attivando una forte collaborazione tra i membri delle reti sociali, spesso non esaminano le origini storiche della crisi. 9 METODOLOGIE DI RICERCA IN PSICOLOGIA DI COMUNITA In generale, gli approcci allo studio dei fenomeni sociali della comunit sono cos schematizzabili:
Grado di contatto dei membri della comunit con il ricercatore Grado di controllo del ricercator e sui fenomeni
Basso Basso Ricerca epidemiologica Indicatori sociali Medio Analisi delle reti sociali Approccio etnografico Ricerca quasisperimentale Metodo sperimentale + trattamenti sul campo Ricerca sperimentale Alto Osservazione partecipante Ricerca-intervento partecipante E lapproccio pi orientato al cambiamento Simulazione

Medio Alto

In particolare, la ricerca-intervento (action-research) risulta in sintonia con gli assunti della PdC, in quanto si propone di produrre conoscenze ma anche di provocare cambiamenti nella societ. Secondo la PdC, le persone devono essere esaminate nei loro contesti naturali, dove avvengono i processi di significazione. Questo rende la ricerca pi complessa, ma rende le descrizioni dei problemi meno ingenue e meno legate al punto di vista del ricercatore. Le variabili alle quali rivolgere lattenzione riflettono quindi una prospettiva pi olistica e richiedono alcune considerazioni metodologiche in relazione al modo in cui possono essere misurate. La PdC non predilige i metodi quantitativi, poich il rigore empirico e i disegni standardizzati che questi comportano limiterebbero eccessivamente lanalisi dei dati. Poich i fenomeni comunitari sono molto complessi e non rispondono in genere a
54

causalit lineari, anche i metodi di indagine devono riflettere queste caratteristiche. Per sua natura, lapproccio ecologico richiede una ricerca centrata su dipendenze contestuali che i metodi quantitativi ignorano. Anche il modo tradizionale di intendere validit e attendibilit cambia, in quanto si tratta di concetti che introducono necessariamente una stabilit; si pu puntare invece sull interrelazione e la coerenza dei costrutti. Non si tratta di sacrificare il rigore della ricerca, ma di articolare in modo diverso lidea stessa di rigore, talvolta anche integrando metodi quantitativi e qualitativi. Del resto, questi ultimi sono del tutto funzionali alla descrizione degli eventi sociali (esperienze, comportamenti complessi, pattern sociali, contesti situazionali) e alla formulazione di ipotesi a partire da osservazioni. Tra gli elementi che negli ultimi 20 anni hanno incrementato linteresse per lindagine qualitativa si possono riconoscere fattori teorici (sviluppo di paradigmi intrinsecamente qualitativi: costruttivismo, interazionismo simbolico, analisi del discorso, ecc.) e tecnologici (tecnologie audiovisive, informatiche, telematiche); entrambi hanno facilitato e reso pi accurata e attendibile lindagine qualitativa. Gli strumenti pi tradizionali (interviste, tecniche di osservazione) sono stati affiancati da metodologie di analisi del contenuto, degli artefatti culturali, delle narrative. Poich luso di un solo strumento appare spesso insufficiente, ci si imbatte facilmente in disegni di ricerca multimetodo. Metodi di ricerca diagnostica. Vengono messi in atto in contesti organizzativi o comunitari per analizzare bisogni, esplorare risorse e identificare problemi prioritari. In una prospettiva di comunit queste informazioni vengono raccordate in vista della formulazione di nuovi programmi o del miglioramento di quelli esistenti, quindi non costituiscono una semplice raccolta di dati, come invece avverrebbe normalmente.
Metodi della ricerca epidemiologica. Rilevazione dellincidenza (nuovi casi di un problema in un certo periodo) e della prevalenza o diffusione (numero dei casi di una certa fattispecie in unarea e in un momento determinati). Unaccurata descrizione epidemiologica di una comunit un presupposto importante per isolare variabili legate a certe problematiche e programmare interventi; Metodo degli indicatori sociali. Rileva misure di benessere o malessere in diversi gruppi sociali (es. tasso di criminalit/disoccupazione/suicidio, quoziente di mortalit perinatale, grado di assistenzialismo/dipendenza sociale, presenza di asili-nido pubblici, spesa per la sicurezza sociale). Si tratta di misure su fatti oggettivi, ma il problema lattribuzione di significato ed importanza da parte del ricercatore; per questo si tende ad integrare questi indicatori con lanalisi dei bisogni percepiti dalla popolazione.

Metodi di ricerca sperimentale. Seguono il rigoroso schema sperimentale che verifica ipotesi controllando variabili in applicazioni sul campo e consente di compiere inferenze sulle relazioni causali tra di esse a condizione che sia possibile:
Estrarre un campione rappresentativo; Dividerlo casualmente nei gruppi sperimentali e di controllo; Sottoporre il gruppo sperimentale a uno specifico trattamento; Ridurre linterferenza di variabili di disturbo.

Il confronto tra i risultati dei due gruppi permette la verifica dellipotesi sperimentale. Alla validit scientifica di questo approccio si contrappongono alcune difficolt attuative a causa dei criteri rigorosi da soddisfare.
55

Metodi di ricerca quasi-sperimentale. Nella ricerca sociale, e non solo, si presentano spesso situazioni nelle quali non possibile il controllo e la manipolazione di tutte la variabili rilevanti. Nonostante ci, si pu tentare di approssimare il pi possibile il setting sperimentale: questo lapproccio quasi-sperimentale. Tra le difficolt tipiche che costringono a questa approssimazione vi l assegnazione casuale ai gruppi sperimentale e di controllo, in quanto il partecipante non pu essere deciso n gestito dal ricercatore. Queste tecniche analizzano spesso le serie temporali, rispetto alle quali, per, si pone il problema della possibile interferenza di fattori alternativi subentrati tra le diverse misurazioni e non controllati.
La ricerca-intervento di Kurt Lewin (action-research)

La metodologia della ricerca-intervento risale all'opera di Lewin e alla teoria del campo, secondo cui la comprensione dei fenomeni sociali e psicologici richiede losservazione della dinamica delle forze agenti nel contesto; Lewin sostiene inoltre che teoria e pratica trasformativa possono e devono intrecciarsi in un processo reciproco in cui le ipotesi guidano le azioni e le azioni modificano le conoscenze. I principi della ricerca-intervento, da allora approfonditi e applicati, sono rimasti due: Rapporto non lineare, ma circolare fra teoria e prassi; Partecipazione dei soggetti ai quali lintervento di conoscenza e cambiamento diretto.

La ricerca-intervento partecipante il metodo di ricerca pi coerente allapproccio della PdC in quanto, al fine della promozione di un cambiamento sociale, coinvolge i destinatari dellintervento integrando il sapere locale di individui e gruppi con la competenza professionale di esperti. La tipica ricerca-intervento partecipante di matrice lewiniana prevede la formazione di un nucleo di lavoro formato da entrambe le parti che segue ogni stadio del processo. Tuttavia, per preservare la validit scientifica, esistono modalit meno radicali in cui la partecipazione degli utenti viene limitata alle fasi iniziali di raccolta delle richieste e definizione dei problemi e a quella finale della presentazione dei risultati dellindagine. Un modello di ricerca-intervento partecipante (Cunningham) Lo schema di Cunningham prevede 3 fasi ulteriormente suddivise in sottofasi:
Sviluppo del gruppo Percezione del problema Esiste un bisogno che genera una motivazione rispetto alla soluzione di un problema nei membri dellorganizzazione. La percezione del problema viene discussa/condivisa dalle persone che intendono affrontarlo. Costituzione del Si individua il gruppo di lavoro che condurr la ricercagruppo di lavoro intervento; esso deve avere capacit di influenza nellorganizzazione. Definizione delle Scopi realistici, flessibili, non a lungo termine e articolati in mete passi successivi. Training del Miglioramento delle capacit di coesione, interdipendenza e gruppo cooperazione creativa. 56

Ricerca

Formulazione delle ipotesi Modalit di raccolta delle informazioni Raccolta dei dati Analisi dei dati

Presentazione dei dati Ipotesi di intervento Intervento Pianificazione Organizzazione Attuazione

Definizione delle ipotesi della ricerca in relazione alle esigenze dellorganizzazione. Individuazione di strumenti il pi possibile validi e attendibili e comunque adeguati; scelta accurata delle persone e delle categorie dalla quali acquisire le informazioni. Raccolta dei dati secondo le modalit stabilite. Il gruppo elabora i dati, evitando i meccanismi protettivi e difensivi che il coinvolgimento con il problema favorisce. Presentazione del rapporto di ricerca agli altri membri per la discussione comune. Formulate a partire dalla conoscenze acquisite attraverso la ricerca. Definizione di obiettivi operativi, realistici, osservabili. Il gruppo stabilisce le risorse da impiegare, attribuisce con chiarezza mansioni e responsabilit e prevede tempi e scadenze. Il progetto viene realizzato dal gruppo, le cui funzioni sono ora di implementazione e controllo.

Il modello attribuisce molta importanza alla valutazione; al termine di ognuna delle 3 fasi, il gruppo chiamato ad operare una valutazione che funziona da feedback sullandamento delle attivit: Sviluppo del gruppo Stabilisce se sviluppare ulteriormente il gruppo; Ricerca Stabilisce se proseguire nella fase con ulteriori attivit; Intervento Stabilisce la necessit di ulteriori interventi o ricerche. Lefficacia della ricerca-intervento risiede anche nella ciclicit del processo e nella correzione in corso dopera. Il processo si chiude con una valutazione complessiva dellefficacia dellintervento che verifica gli indicatori di qualit previsti.
Comparazione tra ricerca sperimentale e ricerca-intervento partecipante Ricerca sperimentale Verifica ipotesi e stabilisce rapporti di causalit. Trattamenti su campioni rappresentativi consentono di generalizzare i risultati in leggi universali. Loggetto della ricerca ben identificato e fermato nel tempo, le variabili vengono isolate il pi possibile, le condizioni sperimentali e di controllo sono ben distinte e governate. Ricerca-intervento partecipante Agisce su gruppi particolarmente motivati o a rischio per ottenere cambiamenti socialmente rilevanti. I criteri-guida non riguardano la rappresentativit e la validit dei risultati, ma lutilit attuale e potenziale. Soggetto e oggetto della ricerca sono spesso difficilmente distinguibili, le variabili vengono considerate nei loro processi dinamici, esiste quasi sempre un unico gruppo oggetto di studio, senza condizione di controllo.

Esistono comunque diverse modalit di attuazione quasi-sperimentali per la ricerca-intervento che possono spesso costituire compromessi soddisfacenti. Valutazione critica della ricerca-intervento La metodologia non sempre offre opportunit di esaminare le radici storiche dei problemi sociali;
57

Le narrative possono anche essere incluse, ma non sono un elemento tipico della metodologia, quindi non sempre possibile dar voce alle istanze minoritarie; Molto dipende dalla composizione del gruppo di ricerca; ad esempio, se include anche membri appartenenti a gruppi emarginati, possibile che emergano interpretazioni diverse dei problemi (anche se con minor forza emotiva rispetto a come accadrebbe con le narrative); Sicuramente, la ricerca-intervento pu identificare i punti-forza sui quali fare leva per ottenere i cambiamenti auspicati.

Esempio

Ricerca-intervento sullo sviluppo della socializzazione autonoma di un gruppo di anziani (pagg. 254-255 testo Francescato). 10 LA VALUTAZIONE DEI PROGRAMMI DI INTERVENTO Come gi visto nel modello di Cunningham, la valutazione pu essere considerata una fase allinterno della ricerca-intervento, in quanto mirata a verificare lefficacia, lefficienza e lutilit dei programmi di intervento attuati o anche da attuare. Si tratta di una fase estremamente importante, da non affidare al semplice buon senso, ma a metodologie specifiche per evitare costi economici e sociali elevati. Nel seguito si fa riferimento a programmi sociali e sanitari di tipo pubblico, ma quanto detto pu essere generalizzato alle organizzazioni produttive. La valutazione unattivit riflessiva che ritorna un feedback estremamente importante nella realizzazione e nellesercizio di un intervento. Essa produce vantaggi a livelli diversi:
Operatori. Produce coinvolgimento e partecipazione al lavoro di gruppo, protegge dalla routine e dallo stress; Organizzazione. Contribuisce al miglioramento del servizio offerto, facilita la costruzione di un patrimonio culturale nellorganizzazione, conferisce credibilit, media il dialogo con lesterno; Utente. Promuove latteggiamento partecipativo, aumenta il potere di intervento e controllo; Amministratore/Politico. Dimostra la bont delle decisioni prese, promuove interventi alternativi.

Una buona ricerca valutativa coinvolge pi professionalit e la partecipazione dellutente del servizio; la qualit pu migliorare quanto pi i processi di valutazione realizzano uno scambio comunicativo tra i diversi attori (operatori, organizzazione, utenti, amministratori/politici) interrompendo lautoreferenzialit. Attualmente la legislazione favorisce la valutazione: norme sulla trasparenza, istituti di partecipazione dei cittadini alla scelte delle amministrazioni locali, istituzione degli URP nei servizi pubblici. Lutente sembra quindi guadagnare peso (potere) nelle amministrazioni pubbliche, anche se non sembra ancora esserne consapevole. Le
58

forme di controllo previste dalla legge implicano valutazioni sistematiche, non occasionali, della qualit del servizio offerto e della soddisfazione del cliente, in grado di responsabilizzare i soggetti interessati; in sostanza presuppone una cultura della valutazione che, attualmente, non sembra essersi ancora affermata. La valutazione viene invece generalmente considerata come un giudizio e una forma di controllo (infatti, in genere svolta secondo modalit non partecipative); difficilmente come possibilit di riflessione critica, cambiamento e crescita. Definizione di ricerca valutativa (Rossi e Freeman): Particolare uso delle metodologie della ricerca sociale volto a giudicare e migliorare la pianificazione, il monitoraggio, lefficacia e lefficienza dei programmi sociali 4.
Orientamenti epistemologici nellapproccio alla valutazione

La progettazione di un intervento valutativo pu rispondere ad orientamenti epistemologici diversi; i pi importanti sono due:
Definizione di realt Orientamento REALISTA La realt esterna oggettiva, regolata da meccanismi stabili e rilevabili, indipendente dallosservatore e dal contesto di osservazione. Il ricercatore si pu quindi concentrare sullindividuazione dei metodi di misurazione pi adatti. Orientamento COSTRUTTIVISTA La realt non oggettiva e unica, ma molteplice. Il rapporto tra ricercatore e oggetto di studio non pu essere di indipendenza, poich la realt si costruisce sullesperienza individuale e i fattori ambientali. I processi valutativi non possono prescindere quindi dal coinvolgimento di attori diversi; questo coerente con i principi della PdC. Misurare i risultati sulla base di un accordo tra gli attori coinvolti nel processo. Definisce gli obiettivi della valutazione e ne individua i criteri. costitutiva della

Funzione della valutazione

Misurare variazioni oggettive di variabili in relazione a criteri di efficacia ed efficienza. Ruolo Definisce gli obiettivi della dellosservatore valutazione, ma un possibile elemento di disturbo per la sua oggettivit. Ruolo della Importante, ma non Propriamente valutazione costitutiva della progettazione. progettazione. Classificazioni della valutazione

Gli approcci alla valutazione cambiano in funzione dei possibili orientamenti, che danno enfasi ad aspetti diversi e implicano il ricorso a metodi differenti:
Enfasi Metodo

Lenfasi sul programma sociale non esclude la pi vasta applicazione di tali metodologie in altri contesti, come ad esempio le organizzazioni di lavoro.

59

Sperimentale

Obiettivit Generalizzabilit dei risultati Rapporti di causalit Controllo dei fattori estranei Orientamento agli Definizione degli scopi/obiettivi del programma scopi Procedure per misurare il raggiungimento di tali scopi/obiettivi Orientamento alla - Sviluppo di un sistema di informazioni per supportare le presa di decisioni dei responsabili durante lapplicazione dei decision programmi e Orientamento - Coinvolgimento degli utenti nella valutazione allutent - Massimizzazione delluso delle informazioni e Orientamento - Descrizione multipla del programma attraverso le reattivo prospettive dei diversi attori
(Ricerca-valutazione in senso stretto per alcuni autori)

Quantitativo

Quantitativo Qualitativo Quantitativo Qualitativo Quantitativo Qualitativo Qualitativo

In base a un criterio temporale, si distinguono 3 tipi di valutazione:


Valutazione complessiva del disegno concettuale di un intervento; Monitoraggio per il controllo in corso di attuazione di un intervento; Stima dellefficacia ed efficienza di un intervento gi svolto.

Si tratta di tre fasi concatenabili che corrispondono alla successione dei sistemi gestionale, operativo e informativo individuati dallo studio delle organizzazioni e anche alle fasi di una ricerca-intervento5. In base allanzianit del programma valutato:
Programmi innovativi Programmi esistenti Programmi che necessitano di modifiche

Infine si hanno:
Valutazione formativa Valutazione consuntiva Cerca di stimolare lo sviluppo del progetto Valuta lefficacia del progetto sulla individuando le modalit migliori con cui raggiungere base degli effetti finali. Approccio gli scopi prefissati. Approccio tipicamente qualitativo. tipicamente quantitativo. Valutazione della pianificazione di progetti innovativi

Si tratta di stimare a priori la validit di un programma innovativo. Perch ci sia possibile, il valutatore deve assumere informazioni relative a: Identificazione del problema e degli scopi del programma di intervento. Una carenza in questambito rischia che la ricerca valutativa resti fine a se stessa senza incidere sulla progettazione dellintervento; Traduzione degli scopi in obiettivi operativi , cio in affermazioni chiare, univoche e misurabili; obiettivi vaghi e generici ostacolano la realizzazione e la verificabilit di qualunque progetto. Gli obiettivi possono essere:

La differenza con la ricerca-intervento che in questultima loperatore coinvolto in ogni fase dellindagine, mentre nella ricerca di valutazione pu intervenire un gruppo esterno allintervento.

60

Assoluti Rimozione completa di una condizione indesiderabile oppure conseguimento pervasivo di una desiderata; Relativi Miglioramento secondo standard stabiliti.

Gli obiettivi devono essere condivisi dai diversi (amministratori, operatori, utenti, eventuali sponsor) 6; -

gruppi

coinvolti

Sviluppo di un modello di intervento . Deve essere individuato cio il quadro di riferimento concettuale che guider lintervento; Individuazione della popolazione target cui il programma si rivolge. E importante distinguere tra popolazione:
A rischio In stato di bisogno Presenta unelevata probabilit di sviluppare una condizione spiacevole o pericolosa; E portatrice di una condizione di svantaggio non necessariamente esplicitata o accompagnata da una richiesta di aiuto; E portatrice di un problema e interessata ad intervenire su di esso.

Interessata

Ad esempio, non tutti gli analfabeti di una zona (in stato di bisogno) sono interessati a frequentare un corso di recupero oppure non tutte le donne in gravidanza sono disponibili a frequentare corsi pre-partum. Determinazione dei mezzi e delle risorse (finanziarie, strumentali, umane, procedurali, di conoscenza, ecc.) per lesecuzione del programma;

Una valutazione preventiva della validit e dellefficienza che anticipi ipoteticamente gli effetti del programma pu essere effettuata svolgendo un indagine-pilota su un piccolo campione significativo della popolazione destinataria oppure, qualora i rapporti tra le variabili siano sufficientemente strutturati e rappresentabili attraverso un modello, con una simulazione basata su metodi quantitativi formali e applicazioni informatiche.
Valutazione di programmi esistenti

Verifica dellefficacia ed dellefficienza di interventi in corso e consolidati. In questi casi la valutazione subisce una doppia spinta contraddittoria: Pressione a mantenere immutati servizi e strutture senza metterne in discussione alcunch; Ridondanza di programmi che determina richieste di risorse sempre crescenti e produce diseconomie.

Spesso difficile valutare programmi consolidati a causa di resistenze allindagine e scarsa cooperazione e, altrettanto spesso, anche laddove la ricerca valutativa abbia luogo, i risultati non vengono utilizzati per correggere o modificare i programmi. Per questo, prima di compiere la valutazione, viene suggerita un indagine preliminare di valutabilit (evaluability assessment), mirata a creare un clima adatto attraverso un coinvolgimento degli operatori che ne rinforzi la motivazione.
6

Una procedura spesso usata il Decision theoretic approach: ogni gruppo definisce i propri obiettivi e le relative priorit; il valutatore analizza questi contributi e li ripropone ai gruppi riordinando le priorit; il processo si reitera sino a raggiungere una soluzione che soddisfa i bisogni principali di ogni gruppo. Se ben condotta, questa definizione congiunta ha una forte valenza trasformativa.

61

Valutazione finalizzata al controllo di attuazione del programma

La valutazione si svolge nel corso della realizzazione del programma, con il fine di raccogliere informazioni e indici di affidabilit. Il feedback che ne deriva consente di effettuale le correzioni opportune. Questo monitoraggio del programma mira a valutarne precocemente e progressivamente l affidabilit e la conformit rispetto alle linee-guida progettuali in relazione ad aspetti diversi: raggiungimento delle popolazione alla quale ci si intende rivolgere, modalit di erogazione dei servizi, coerenza con i vincoli normativi, ecc. La realizzazione del programma richiede sempre un periodico riscontro accurato del grado di partecipazione dei gruppi destinatari. Qualunque programma, stimolando nuovi apprendimenti e modificazioni nelle abitudini e nelle strutture organizzative, rischia di incontrare resistenze e di produrre abbandoni precoci, anche dopo una fase di entusiasmo iniziale. Gli operatori devono anche evitare di riservare gradi diversi di attenzione ai vari gruppi. In generale, si tende ad allargare il pi possibile la partecipazione dei cittadini, se per le risorse e le capacit di erogazione sono limitate, piuttosto che offrire prestazioni scadenti a tutti meglio ridefinire le caratteristiche degli utenti o delle attivit.
Stima dellefficacia e dellefficienza di un programma

Rappresenta la valutazione in senso stretto, intesa come stima della bont dei risultati di un intervento effettuato, che a parit di efficacia pu rivalersi pi o meno efficiente in base alle risorse richieste.
Stima dellEFFICACIA Si propone di determinare la validit degli effetti prodotti dallintervento; si tratta quindi di misurare il risultato. Anche assumendo la visione probabilistica e circolare di causalit che riflette la complessit dei fenomeni sociali, identificare le misure dei cambiamenti e isolare gli effetti attribuibili al solo intervento comporta molte difficolt; Qualunque indicatore di cambiamento deve avere requisiti di validit e attendibilit; E necessario poter distinguere i risultati grezzi (cambiamenti osservabili in seguito al trattamento) da quelli netti (attribuibili al solo intervento); Disegni di ricerca adeguati alla stima dellefficacia richiedono campionamenti casuali, confronti tra gruppi sperimentali e di controllo, ecc. In breve, una valutazione accurata dellefficacia richiede una conformit ai canoni sperimentali o per lo meno quasiStima dellEFFICIENZA Il metodo tradizionale dellanalisi costi-benefici in termini monetari pone molti problemi nei programmi sociali complessi: Costi. La valutazione dei costi non semplice, ma normalmente possibile; serve considerare ogni risorsa investita nel programma, le variazioni dei costi nel tempo, i costi derivanti da effetti collaterali ed occasioni perdute per le scelte fatte. Inoltre, serve stabilire la prospettiva di valutazione dei costi (destinatari dellintervento, servizio, societ). Benefici. La quantificazione economica sempre molto ardua, dovendo attribuire un valore alla diminuzione di fattori stressanti e conflitti organizzativi, alla prevenzione e riduzione di devianze o allo sviluppo del sostegno sociale. Anche stimando i benefici economici per chi partecipa direttamente al programma, le cose si complicano allargando la prospettiva alla diffusione verso gruppi e reti di sistemi. La Cost-effectiveness analysis determina il 62

sperimentali. Altri possibili fattori di disturbo sono: Auto-selezione: la ricorrente cooperazione volontaria nei programmi coinvolge persone predisposte al cambiamento; Effetto Hawthorne: la stessa osservazione sperimentale determina particolari effetti. Esempio

valore monetario dei costi e stima i benefici attraverso unit di misura non monetarie, cio indicatori pertinenti (es. numero delle vite salvate, soddisfazione per la qualit di vita nel quartiere); poi determina i costi per lottenimento di benefici unitari. A differenza di unanalisi costi-benefici tradizionale, non consente la comparazione tra programmi diversi, ma solo tra programmi con obiettivi simili e indicatori confrontabili.

Scheda 2: Una guida operativa per valutare lefficacia di un programma (pagg. 275277 testo Francescato). 11 IL LAVORO DI RETE La metafora della rete in ambito psicologico rappresenta linsieme di rapporti tra persone, organizzazioni e sistemi sociali. E possibile individuare un livello centrato sullindividuo ed uno centrato sullinterazione fra organizzazioni e, in particolare, sullinterazione tra organizzazioni diverse presenti sul territorio. Lo sviluppo e la diffusione del lavoro di rete stato reso possibile da 3 ordini di eventi: 1. Il processo di democratizzazione della societ Consideriamo il concetto di identit:
Nel periodo paleo-industriale lidentit personale era qualcosa di subito, essendo determinata da appartenenze sociali con bisogni di individuazione fortemente limitati; La successiva diffusione dei prodotti industriali di consumo trasforma lidentit in qualcosa che si compra attraverso lacquisto e il possesso di beni e servizi che diventano uno status symbol; Oggi si sta sviluppando la ricerca di unidentit indipendente da ci che si compra, creata attraverso itinerari personali di formazione ed esperienza.

Questa rivendicazione di individualit, che nei secoli passati era riservata a poche persone delle classi nobili e dellalta borghesia, afferma una nuova cultura individualista che apre la strada verso una pluralit di modi di concepire la vita e spezza i domini interpretativi a senso unico. Ci favorisce lo sviluppo del lavoro di rete, che per sua natura richiede la rottura di definizioni unilaterali dei problemi e delle soluzioni e lesercizio del confronto e della collaborazione. 2. Lo sviluppo delle politiche sociali A partire dagli anni 70, le risposte uniche, aspecifiche e spesso disumanizzate che caratterizzavano gli interventi sociali precedenti sono state messe sotto accusa. Essi erano rigidi, predefiniti ed inseriti in un circuito a carattere assistenziale in ogni settore: assistenza ai minori, malattia mentale, marginalit, devianza, ecc.

63

Il superamento di questa situazione avvenuto sia attraverso la specializzazione e la differenziazione delle prestazioni (e degli operatori), sia attraverso la loro umanizzazione. Tutto ci ha arricchito la capacit di cogliere le molteplici necessit della popolazione e di rispondervi, ma nel contempo la matrice tayloristica della gestione del disagio sottesa da questo modello ha comportato la perdita di una visione globale delle situazioni. Da tempo, infatti, emerso il bisogno di integrazione e coordinamento dei contributi specifici, funzionale alla costruzione di progetti di intervento armonici. Le politiche pubbliche per la sanit, listruzione o loccupazione richiedono la convergenza di pi organizzazioni, pubbliche e private, con obiettivi, competenze e natura giuridica estremamente diversificati; lattuazione di disegni organizzativi di rete ci che risponde a questa esigenza. 3. Alcuni cambiamenti sociali Cambiamenti sociali quali levoluzione della famiglia, la partecipazione femminile al lavoro, lespansione demografica della popolazione anziana, insieme ad altri, hanno modificato le modalit di rapporto delle persone e impoverito le reti di sostegno sociale informale. In precedenza, il sostegno sociale, economico ed emotivo era quasi esclusivamente assicurato da familiari, amici e vicini, ma limpoverimento della rete di sostegno informale ha incentivato il ricorso a quella formale. Cos le istituzioni pubbliche si sono trovare sempre meno in grado di rispondere alla progressioni di bisogni espressi dalla popolazione. Questo ha favorito lemergere di nuove iniziative del privato sociale: cooperative, associazioni, volontariato. Oggi estremamente evidente la necessit di un integrazione tra agenzie pubbliche e private sulla base di relazioni non competitive, ma complementari.
Il lavoro di rete

Migliori comunicazione e scambio di risorse tra servizi e agenzie territoriali unesigenza sempre pi riconosciuta tra gli stessi operatori sociali, che spesso danno vita a reti naturali non formalizzate e ufficiali; si tratta in realt di un lavoro di rete di tipo empirico. Tuttavia, lefficacia di tali reti inficiata proprio dalloccasionalit e dallinformalit dei rapporti. Molti autori sottolineano limportanza di una stabilit e di un ordine nel lavoro di rete, garantiti da centri di responsabilit collettivamente riconosciuti che strutturino lo scambio in termini di progettazione, suddivisione dei ruoli, definizione delle procedure e gestione dei conflitti, facendosi anche garanti dellesecuzione, del monitoraggio e della valutazione degli interventi condotti. Le interazioni allinterno della rete possono essere caratterizzate da atteggiamenti cooperativi, ma anche da forti ostilit, come pu accadere nella realt dei gruppi di lavoro. Il lavoro di rete infatti un processo che implica cambiamenti che coinvolgono livelli diversi di unorganizzazione:
Livello individuale. Cambiamento dellidentit professionale: il lavoro di rete non solo un modo di lavorare, ma soprattutto una mentalit; Livello sistemico. Cambia la rappresentazione dei servizi e della loro collocazione sul territorio in relazione ai singoli progetti di intervento. Una cultura dellintegrazione richiede che ogni centro di erogazione di servizi impari a percepire se stesso come elemento necessario ma non sufficiente al raggiungimento degli obiettivi; Livello funzionale. Funzioni e ruoli dei singoli servizi devono essere ripensati; 64

Livello strutturale. Innovazioni normative e legislative possono regolare il processo di integrazione; Livello psicosociale. Cambiano i ruoli e i rapporti tra operatori (nellambito dello stesso servizio come tra servizi diversi), cambiano gli stili di leadership, cambia la distribuzione del potere, cambiano le modalit comunicative.

Lorganizzazione a rete una linea di tendenza dei servizi sociosanitari, ma rappresenta un cambiamento, talvolta radicale, nelle procedure di lavoro e nellidentit professionale; per questo richiede tempo e sviluppo di nuove competenze. Non a caso, negli ultimi anni si molto diffusa la richiesta di interventi di consulenza e formazione per la promozione del lavoro di rete. Aree- problema nel lavoro di rete Il concetto di rete evoca una doppia immagine:
Positiva (protettiva) Negativa (contenitiva) Connessioni, interdipendenze e reciprocit La rete percepita come una trappola, fra individui e gruppi generano unidea qualcosa che imbriglia, toglie potere, vincola, protettiva di accrescimento delle conoscenze. condiziona, indebolisce e ostacola la libert (soprattutto da parte dei professionisti).

Se la partecipazione alla rete viene percepita da unorganizzazione solo come una perdita di autonomia e diminuzione del proprio prestigio o della propria credibilit, la funzionalit di quel nodo ne risulter molto inficiata. In ogni caso, le due dimensioni sembrano coesistere: frequentemente si dichiara limportanza del modello di rete, ma di fatto si continuano a svolgere prassi di lavoro autoreferenziale. Motivi di conflitto. Soprattutto per chi fa che cosa o precedenze nel rispondere ai bisogni dellutenza. Alcune aree di lavoro possono essere ritenute di maggior prestigio o in grado di dare pi visibilit e riconoscimento. Dinamiche di potere. Rapporti tra i nodi della rete. Il lavoro di rete tendenzialmente di tipo paritario, tuttavia una rete molto ampia richiede maggiori azioni di coordinamento dei rapporti. In generale non esistono rapporti e legami la cui adeguatezza pu essere stabilita a priori. Esistono reti che funzionano meglio attraverso:
Legami deboli Tipicamente quando il fallimento di un nodo non impatta sulla sopravvivenza dellintera rete. Es. progetti inerenti la prevenzione del disagio negli adolescenti; Legami intensi e frequenti Es. progetti di inserimento sociale e/o lavorativo di ragazzi devianti. In casi simili, molte organizzazioni (forze dellordine, giustizia minorile, carcere, famiglie, servizi sociali, imprese locali, centri di formazione) necessitano di flussi comunicativi frequenti e di condivisione di intenti e modalit operative.

Inoltre, anche nella stessa rete, possono essere necessari rapporti diversi (continuativi, saltuari, ecc.) tra i diversi nodi in relazione alle funzioni che questi devono svolgere in vista degli obiettivi comuni. Lefficacia della rete anche legata alla capacit di creare legami funzionali agli obiettivi e di modificarli se necessario.

65

Lavoro per progetti. Una modalit per superare le difficolt di integrazione dei nodi della rete i lavoro per progetti, che consente unattribuzione non rigida e definitiva dei ruoli e degli spazi a ciascuno di essi, legata di volta in volta al contributo che ogni servizio dovr erogare in uno specifico progetto. Punti-forza nel lavoro di rete Il primo elemento facilitante lesistenza di una cultura condivisa, che accomuni valori, atteggiamenti, processi di comunicazione, codici e linguaggio. In ambito psicosociale particolarmente importante il valore dato alla diversit (potenziale arricchimento vs. fattore di esclusione). Oltre alla cultura, altri fattori di facilitazione sono la condivisione di: - Pratiche operative; - Modalit di pianificazione e controllo dellefficacia degli interventi; - Sistemi premianti; - Percezione dei vantaggi della partecipazione. Ulteriori elementi sono: - Consenso sul campo di azione, ovvero sul ruolo della propria e delle altre organizzazioni nella rete, ottenibile attraverso una contrattazione preventiva; - Consenso ideologico, ovvero condivisione dei valori, anche impliciti, legati alle finalit e alle modalit di azione delle organizzazioni della rete; - Valutazione positiva delle altre organizzazioni; - Coordinamento operativo.
Stili di influenza delle organizzazioni

La strategia democratica e collaborativa non lunica individuabile. In alcuni casi si riscontra limpiego di strategie per influenzare le altre organizzazioni e indirizzarne il comportamento. Oltre alla strategia cooperativa, Benson ne individua altre 3, difficilmente riscontrabili allo stato puro e pi spesso variamente fuse: Strategie di rottura. Attuate in presenza di forti disparit di potere tra le organizzazioni, consistono in comportamenti espliciti ed intenzionalmente tesi ad indebolire la posizione di unorganizzazione o le sue possibilit di intervento (storno di fondi, deviazione delle comunicazioni, modificazione delle attivit originariamente attribuite); Strategie di manipolazione. Azioni analoghe alle precedenti, ma agite in modo non esplicito; Strategie autoritarie. Attuate quando il potere fortemente concentrato in un nodo della rete.
Lavoro di rete vs. la PdC

66

La cornice teorica e applicativa della PdC concepisce individui e gruppi come inseriti in un contesto che determina dinamiche, potenzialit e vincoli. Il concetto di rete si coniuga opportunamente con questa interazione tra i livelli individuale e sociale. La logica di base dellintervento di rete quindi profondamente coerente con la disciplina, che in tal senso pu fornire contributi significativi. Uno dei compiti dello psicologo di comunit proprio quello di integrare, tramite strategie di lavoro di rete, i sistemi di sostegno formali e informali. In particolare, nellimplementazione del lavoro di rete, egli agisce eliminando resistenze e contrapposizioni tra figure appartenenti a servizi diversi, contribuendo alla costruzione di una cultura comune e alla produzione di regole condivise sulle metodologie di intervento e sui criteri di valutazione. Inoltre, coerentemente ai principi-guida della PdC, il lavoro di rete incoraggia interpretazioni pluralistiche di un problema sociale ed integra tipi di conoscenze e competenze professionali diverse, lasciando emergere le conoscenze locali provenienti dalle persone coinvolte nel problema sociale affrontato. Il lavoro di rete si presta dunque a promuovere progetti di empowerment aumentando il capitale sociale di una comunit.
Esempio

Intervento di empowering di rete in una citt dellItalia centrale (Pagg. 292-293 testo Francescato). 12 LA CONSULENZA La consulenza una delle modalit di intervento principali in PdC nellambito delle amministrazioni locali, dei servizi sociosanitari, della scuola, delle carceri, degli ospedali, delle aziende. Ci che caratterizza la consulenza soprattutto il tipo di processo comunicativo che si instaura tra il consulente e il consultante. Esistono diversi modelli e teorie sulla consulenza, che forniscono al consulente schemi metodologici diversi.
Alcune definizioni di consulenza

Smith. Scopo generale della consulenza il miglioramento delluso, da parte di chi la richiede, della proprie capacit e risorse nel conseguimento di determinati obiettivi. Lippit. La consulenza mira ad aiutare una persona, gruppo, organizzazione o pi ampio sistema a mobilitare risorse interne ed esterne per risolvere problemi o tentare dei cambiamenti. Caplan. La consulenza un processo di interazione tra il consulente e il consultante7, che chiede laiuto del primo riguardo a un problema di lavoro in cui incontra difficolt e che ritiene essere nellarea di competenza del consulente.
7

Spesso anche il consultante un professionista; tuttavia, la PdC sperimenta forme di consulenza mirate a sviluppare la competenza di operatori volontari e privi di qualifiche formali la cui attivit si basa comunque sulle relazioni umane.

67

Jacoby. Il consulente pu agire in modi diversi: - Affrontare un problema in cui il consultante ha scarse conoscenze; - Fornire unopinione indipendente, soprattutto se il consultante comprende di non avere una visione obiettiva; - Offrire competenze addizionali in unarea che conosce.
Caratteristiche del processo di consulenza in PdC

Le caratteristiche generali che in PdC differenziano la consulenza da altri interventi, quali la psicoterapia, la formazione o la supervisione sono le seguenti: La consulenza riguarda un problema di lavoro . Anche quando il consulente mette a fuoco i vissuti personali del consultante, lobiettivo resta ancorato ad unattivit ed in questottica che tale analisi deve essere condotta. Unesplorazione pi propriamente personale sconfinerebbe nella psicoterapia; Il rapporto di consulenza limitato nel tempo e riguarda un problema definito. Diversamente, la consulenza rischia di diventare un processo dispersivo e di creare una situazione di dipendenza nel professionista o nellorganizzazione; Il consulente un agente di cambiamento . Interviene indirettamente su una situazione problematica e direttamente nei confronti del consultante (individuo o organizzazione). In altre parole, se il suo intervento efficace, ottiene una irradiazione che coinvolge una quantit e una variet di popolazione assai ampia e ben al di l dei clienti in senso stretto; Chi chiede la consulenza conserva la responsabilit delle iniziative e delle azioni, conserva cio la facolt di accogliere o respingere i suggerimenti del consulente, il quale resta responsabile delle indicazioni fornite, che non sono mai direttive vincolanti; Il consulente un outsider . E esterno al sistema delle gerarchie di potere dellorganizzazione; non interessato a conseguire uno status personale; mantiene un rapporto che per definizione temporaneo. Questo permette al consulente un relativo distacco e obiettivit di analisi. E valorizzato solo in virt del legame stabilito con il committente. Secondo alcuni autori lecito parlare di consulenza anche qualora lesperto operi allinterno dellorganizzazione; in tal modo si distinguono consulenti esterni ed interni. Altri autori rifiutano questa estensione, sottolineando che in questo caso il rapporto seguirebbe leggi e modalit diverse.
Le fasi del processo di consulenza

1. Stadio iniziale. Consultante e consulente si incontrano ed esplorano le basi di un accordo discutendo orientamenti, obiettivi, aspettative reciproche e responsabilit. Il consulente accerta le motivazioni del cambiamento, stimola una prima definizione del problema e degli scopi; importante che, rispetto allintervento, riesca a svelare eventuali dubbi o ambivalenze, anche latenti, del consultante e conflitti interni allorganizzazione. E importante che il
68

consulente favorisca da subito unatmosfera di stima e fiducia reciproca, ma dovr mantenere lequilibrio fra la ricerca dellempatia e lindipendenza, requisito irrinunciabile per garantire obiettivit e una prospettiva esterna; 2. Analisi e diagnosi. Il consulente raccoglie i dati, approfondisce la comprensione dei problemi e ne formula la diagnosi, analizza le possibili alternative di soluzione e ne determina le risorse. Accanto al livello cognitivo, il consulente deve anche verificare la presenza di eventuali interferenze derivanti da problematiche personali del consultante o da contraddizioni interne allorganizzazione che possono ostacolare lefficacia dellintervento; il pericolo da evitare per quello di porsi su un piano psicoterapeutico. In questa fase possono emergere resistenze e incomprensioni poich il consultante e i membri dello staff possono sentirsi minacciati da unintrusione; sar importante quindi accrescere attivamente la comunicazione e la cooperazione. La diagnosi dei problemi richiede di identificare le forze che facilitano o frenano lazione verso gli obiettivi auspicati; per individuare le possibili soluzioni importante riuscire a scomporre i problemi. Il consulente decide quindi lapproccio che seguir, operando come esperto (offrire pareri, trasmettere conoscenze, proporre soluzioni) o come facilitatore (stimolare processi di crescita e creativit del consultante). Spesso dovr assumere entrambi i ruoli, un compito non facile dato che le modalit comunicative variano notevolmente; 3. Progettazione e intervento. Si tratta di definire un piano operativo, eventualmente scelto tra una molteplicit di alternative confrontate anche rispetto al rapporto costi-benefici. Il programma deve essere formulato con chiarezza, indicando le azioni da svolgere, le modalit di attuazione, le persone coinvolte e i compiti loro assegnati. Lattuazione del piano generalmente curata dal consultante, che potr essere assistito anche in questa fase; 4. Valutazione. Compito del consulente anche quello di suggerire metodologie adeguate alla raccolta di feedback e alla valutazione rispetto agli obiettivi, anche nelleventualit di dover programmare ulteriori interventi. A questo punto il rapporto di consulenza termina; serve attenzione per la risoluzione graduale della dipendenza creata e la promozione delle capacit di autonomia del consultante. Per assicurarsi che i cambiamenti siano duraturi, possibile prevedere interventi di osservazione e verifica periodica.
I modelli di consulenza

I tipi di consulenza possono essere distinti in base a due criteri principali:


AREA di intervento Consulenza centrata sul cliente. Lintervento riguarda un problema inerente un cliente del consultante; il consulente non incontra il cliente, ma lo conosce solo attraverso il consultante. E MODALITA di intervento Consulente come esperto. Trasmette conoscenze sotto forma di contenuti e soluzioni basandosi sulle proprie competenze; quindi interviene attivamente elaborando prima una sua interpretazione del problema e poi ponendo 69

il tipo di consulenza pi frequente e anche con gli obiettivi pi limitati. Consulenza centrata sul consultante. Riguarda lacune, incertezze e difficolt del consultante nel proprio lavoro. Lintervento ha un maggiore potenziale di cambiamento degli atteggiamenti e dei comportamenti; pone quindi questioni etiche che richiedono laccordo di chi lo richiede. Consulenza centrata sul programma. Intervento teso a facilitare cambiamenti nellassetto organizzativo del sistema. E la forma di consulenza pi impegnativa in quanto richiede laccesso allinterno dellorganizzazione, condizionata da programmi e gerarchie; inoltre, il livello di intervento pu spostarsi tra individui, gruppi e intera organizzazione.

quesiti e dando direttive. Due modelli (Schein): Modello dellacquisizione di informazioni o competenze. Il consultante ha identificato correttamente il problema e le competenze del consulente; Modello medico-paziente. Il consultante, avvertendo una difficolt di cui non individua lorigine, delega al consulente la diagnosi del problema e la ricerca della soluzione. Consulente come facilitatore. Interviene come metodologo della comunicazione e promotore delle potenzialit del consultante; quindi esercita un ascolto attivo in cui pone poche domande, non offre suggerimenti, ma aiuta il consultante a esplorare il problema e a stabilirne da solo la diagnosi e la soluzione. Modello della consulenza di processo. Pi vicino allintervento di empowerment proposto dalla PdC (vedi sotto).

La consulenza di processo Facilita i percorsi di riflessione e ricerca da parte del cliente per aiutarlo a trovare una soluzione autonoma. Il consulente propone attivit per aiutare il cliente a percepire, comprendere e agire sugli eventi che si verificano nel suo ambiente. In sostanza, il cliente, non il consulente, possiede il problema per lintera durata della consulenza; il consulente pu suggerire idee e alternative alle quali il cliente non ha pensato e lo incoraggia energicamente ad assumersi la responsabilit finale della decisione operativa da intraprendere. Con una metafora teatrale, Schein dice che il consulente deve rifiutare di salire sul palco, ma agire come suggeritore al cliente, evitando limpulso di fornire consigli e soluzioni. Lascolto attivo importante: dare suggerimenti prima di ascoltare un errore di comunicazione che nella relazione di aiuto sottolinea l asimmetria dello scambio e facilita un rapporto di dipendenza che non favorisce processi di crescita e apprendimento del consultante. Il percorso pi lungo, ma anche pi efficace. Questa modalit consigliabile in assenza di condizioni di emergenza e quando il cliente (individuo o organizzazione) possiede capacit di diagnosi e intervento non valorizzate. In essa il consulente, tipicamente uno psicologo di comunit, utilizza proficuamente le proprie competenze cliniche, di comunicazione e di esperto in relazioni umane e proprio grazie a queste, pi che a conoscenze specifiche del problema, pu formulare buone domande che aiutino il cliente a riflettere sui propri obiettivi e a chiarirsi la percezione del problema.
Un modello di consulenza in PdC

La consulenza uno strumento molto utilizzato in PdC perch permette di mobilitare e potenziare risorse interne ed esterne rispetto allindividuo, allorganizzazione, alla comunit. Il modello di consulenza in PdC, pi che sullindividuo, privilegia interventi
70

su gruppi, organizzazioni e comunit, nellintento di incentivare interpretazioni pluralistiche del problema trattato. Vediamo alcuni punti-cardine del modello: 1. Lo psicologo di comunit ha sempre tra i suoi obiettivi la crescita (empowerment), quindi tender a porsi come facilitatore piuttosto che come esperto e dovr anche essere in grado di programmare la propria morte come figura-guida. Questo richiede la conoscenza e la capacit di gestire le proprie problematiche relative a questo tipo di cambiamento di ruolo: o Perdita dello status da esperto a facilitatore; o Gestione del conflitto dipendenza/controdipendenza; o Tollerare la perdita di prestigio; o Capacit di lasciare un progetto in mano altrui; o Gestione delle problematiche della separazione e dellabbandono. Uneventuale preparazione clinica gli permetter di affrontare queste dinamiche intrapsichiche con pi facilit; 2. E importante il riconoscimento della complessit e della specificit di ogni situazione, legata anche a una dimensione storica dellambiente nel quale si colloca. Da qui, la forte convinzione che non quasi mai possibile mutuare una soluzione gi adottata in un altro contesto; 3. Il vero cliente non chi stabilisce il contatto iniziale con il consulente, ma il gruppo, il servizio, lorganizzazione o la comunit di cui si cerca di migliorare il funzionamento e promuovere il benessere. La raccolta di informazioni, la definizione delle aree-problema e degli obiettivi, cos come lattuazione degli interventi sono sempre svolte con modalit di tipo partecipativo. Anche per questo le fasi di diagnosi e intervento non sono separabili; 4. Il processo di consulenza deve fornire indicazioni su quali problemi possono essere risolti dal gruppo e quali invece richiedono interventi ad altri livelli; 5. La PdC crede nel potere della conoscenza per lo sviluppo dellempowerment dei singoli e delle comunit; per questo d voce alla narrative minoritarie e permette alle persone di accrescere la propria consapevolezza sulla non naturalit delle narrative dominanti ipotizzando descrizioni della realt pluralistiche . Obiettivi primari dello psicologo di comunit sono sempre l autonomizzazione, la partecipazione e lattivazione delle risorse del proprio cliente e il suo modo di operare seguir il criterio della complessit crescente in un modello di lettura multilivello in accordo ai principi della disciplina che sottolineano il rapporto di interdipendenza tra gli elementi di un sistema. Fornendo consulenza a un individuo, lo aiuter ad allargare il punto di osservazione dal s intrapsichico ai rapporti con i sistemi di appartenenza, cogliendone le criticit e le potenzialit (rif. Bronfenbrenner). Operando con un sistema, seguir i medesimi principi, ma con modalit di lavoro partecipative che permettano alla maggior parte dei componenti del sistema di contribuire sia alla diagnosi, sia alla soluzione del problema.
Esempi 71

Consulenza presso un college (pag. 306 testo Francescato). Consulenza presso associazione di volontariato (pagg. 307-308 testo Francescato).

72