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Gesualdo Bufalino Tommaso e il fotografo cieco, ovvero Il Patatrc. 1996 RC.S. Libri & Grandi Opere S.p.A.

I edizione Bompiani aprile 1996 I. REFERENZE. Gioved, 10 agosto. Da ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia. Soprattutto al mattino, nel dormiveglia, quando confusamente, fra i vapori d'un sogno grigioferro, la sentivo insinuarmisi nelle orecchie con lo strepito d'una voliera; ovvero simulare uno scalpiccio di piedi, di molti piedi, come per una marcia longa o un si salvi chi pu. "Ci siamo, piove!" sentivo una voce senza suono parlarmi. Nulla pi d'un semplice annunzio, ma bastevole a suscitarmi uno stato d'inquietudine allegra, una specie di snebbiamento dei sensi... I quali, liberi ormai dai fantasmi della notte, offrivano ai primi albori della coscienza una golosa e placida pulizia della mente. Sapevo ch'era ora di alzarsi, di lavarsi, di vestirsi, ma ero troppo tentato di giocare ancora un poco con gli ultimi battibecchi di gocciole e vetri, accordandone le cadenze a una musica mia di dentro, ora precipitosa ora grave, ora da rock ora da messa cantata. Fino a ritrovarmi seduto sulla sponda del letto, in atto di dirigere coi due monconi di mano che m'uscivano dalle maniche del pigiama un'invisibile orchestra. Frattanto era spiovuto, nuovi pentagrammi un sole neonato veniva scrivendo attraverso gli spiragli della persiana sul pavimento. Ero pi vecchio d'un giorno e ne ero felice. Sono passati anni e anni. Oggi io non faccio pi caso n al buono n al cattivo tempo, bado solo alle lame di luce che l'uno mi prodiga, l'altro mi sottrae. Qui dove abito, un bugigattolo seminterrato, la sola finestra di tolleranza, una feritoia fra muro e soffitto, sprangata da due sbarre in croce e protetta dal mobile scudo d'una tendina. Un minuscolo belvedere, dopotutto, poich risponde al piano di calpestio della strada e introduce uno screzio provvidenziale nella muraglia di calcestruzzo che mi divide dal mondo esterno. Cos bassa la volta della stanza che, se accastello l'uno sull'altro tre vocabolari, eccomi gi lass con la testa a livello del marciapiedi, pronto a goderne le viste. E sar uno spettacolo da quattro soldi ma vario, ininterrotto, gratuito. Guardo sfilare eserciti di pantaloni, di gonne, di jeans; carrozzelle per bambini, cani al guinzaglio, estremit di ombrelli e ombrellini... mezze gambe di uomini e donne, pi di donne che di uomini, gambe di sconosciute sulle cui celluliti, ingessature, varici, cavit ombrose e tornite eminenze non mi stanco di almanaccare... A meno che un risucchio di vento non incolli allo schermo una pagina svolazzante di giornale e m'acciechi. Questione di attimi, poi l'obl si stura da s e torna a popolarsi di scorrevoli amabili fotogrammi...

Bene, ma io di che vivo, come sopravvivo, come sono finito qui? Da certi sfoggi di scrittura avrete capito che sono persona di buoni studi ma vanesia anzi che no (come potrebbe non essere vanesio uno che scrive ininterrottamente di s?); che amo parlare rotondo (ho cominciato per impressionare una donna e non ho pi perso il vizio); che unisco all'indiscrezione un pizzico di cinismo, dote indispensabile in un romanziere... Al tempo, per: se v'informate meglio vi diranno che la mia supponenza tutta fumo negli occhi; che sono un disgraziato povero Giobbe, dimesso dalla professione, abbandonato dalla moglie; uno che beve, uno che all'occasione ruba nei supermercati... Tutto vero, sebbene... Ma procediamo con ordine. Mi chiamo Tommaso Mul, ho quarantanov'anni, sono o mi credono un po' svanito di testa. Vi dir com' cominciata la cosa. Fu una mattina davanti allo specchio del bagno, mentre mi sbarbavo e mi guardavo la faccia invecchiata: una foglia gialla in fondo a un secchio d'acqua chiara. A quel punto la spina d'una domanda, in apparenza la pi insignificante e interlocutoria delle domande, mi punse: "E poi?" Naturalmente non seppi come rispondere, ma uscendo di casa m'accorsi che un disagio m'era rimasto a mo' di lisca fra dente e dente. Cos ancora, nel corso della giornata, seduto al computer, seduto sul water, facendo all'amore, sentivo nel capo ronzarmi il moscone di quel ritornello: "E poi?" Mi resi conto che da quel momento mai pi avrei saputo vivere un solo minuto dentro cui, come il verme nel frutto, non s'annidasse quell'intercalare, quella, come pi dottamente mi convinsi di chiamarla, "riserva mentale". Andavo a teatro, leggevo un libro e intanto pensavo: "E con ci?"; mi blandivano, mi sgridavano, mi prendevano a braccetto, mi parlavano di politica, di sport... e io mostravo di dargli retta, assentivo, dissentivo, mi arrabbiavo, arrossivo... ma mai senza che un testardo, silenzioso "Per" mi corresse sotto pelle, lampo infinitesimo di pensiero che non sapeva diventare argomento, ma solo coagularsi in quegli avari monosillabi di disincanto: "Ma io...", "Ma se...", "E con ci?"... Un'ossessione, cui s'accompagnava - se credete a mia moglie - il tic d'un sorrisino fra l'ottuso e il beffardo, come di chi si creda il pi furbo e sorvegli i trucchi della vita, appostato dietro i buchi d'una maschera di carnevale. Cos stando le cose fu fatale perdere le amicizie, gli affetti, l'impiego. Senza dolermene pi di tanto, in verit. Rimuginando per estrema rivincita l'ennesima riserva mentale che avrei buttato in faccia alla morte l'ultimo giorno: "E con ci?" Da allora ho trovato domicilio qui, nel sotterraneo del condominio, con funzioni di tuttofare. Sembra poco e non : un'assunzione di responsabilit dopo tanta succube e insipida carriera di giornalista. Tocca a me, di fatto, riscuotere gli affitti di ciascuno degli appartamenti, il che comporta redigere altrettanti avvisi, imbucarli in altrettante cassette, compilare le ricevute, contabilizzare gli esborsi, rimetterli infine all'amministratore capo, l'avvocato Leone Mundula, il quale, all'ingrosso, si fida. Sa che fuori di qui morirei, uno sgarro troppo evidente mi costerebbe il

licenziamento e quindi la vita... N le mie incombenze si fermano all'esazione; ve n' di pi giornaliere: riparare i minori guasti idraulici ed elettrici; curare i rifornimenti del gasolio, che non s'esaurisca prima del freddo e lasci l'intero escuriale all'addiaccio; sostituire le lampadine quando si fulminano negli ascensori o nei corridoi... Che ne ricavo? Il fisso d'un modesto salario, e in pi l'alloggio gratis, che non sarebbe gran cosa, per quanto meschino, ma tant', ogni naufrago s'affeziona al suo scoglio. Inoltre, da talune minuzie di gestione mi capita di trarre questo o quel tornaconto privato. Come quando opero impercettibili creste sulle forniture di carta igienica o detersivo; o raggranello strenne natalizie e pasquali; o chiudo gli occhi sulle inadempienze di Adele e Santina, che son le donne delle pulizie, in cambio di qualche gentilezza estemporanea, fra scope e stracci, nello stanzino da sgombero... Nulla di pi, nulla di meno di quel che farebbe chiunque al mio posto. Infine, ed il profitto supremo, nella diuturna e salutare ripetizione d'ogni atto, nella sublime routine del servizio, ho scoperto una panacea infallibile contro la mia antica tortura di tutte le notti; in altre parole ho sconfitto, insperabilmente, l'insonnia.

II. LA PASSEGGIATA Gioved, 10 agosto. Bussano. So gi chi prima che entri. Ha picchiato con la punta ferrata della mazza, Tiresia, il fotografo cieco. Tiresia, faccio per dire: il battesimo che gli ho imposto io per nobilitarlo. A onor del vero, si chiama Bartolomeo, familiarmente Bar; pi familiarmente, per quanto mi concerne, Tir. Coi relativi melensi giochi di parola quando, massiccio com', travolge un mobile o fa cascare una pila di libri, a emulazione dell'omonimo dinosauro con rimorchio. A farla breve, uno dei pochi amici che io possegga nell'immenso caseggiato. In risposta al mio "avanti" spinge l'uscio e avanza a tentoni, tuffando nell'aria il bastone come un remo nell'acqua. Sa che dalla soglia fino al mio tavolo si contano cinque scalini e nove passi e li supera con la disinvolta prudenza ch' propria degli equilibristi sul filo. Quindi s'arresta l dove intuisce che una sedia vuota l'attende. Lo precede un violento profumo di colonia, il suo vezzo. "Tir, com' andata stamani?" lo interrogo. "Buona caccia?"

"Zero pi zero. Non s' visto nessuno. Una cliente che aspettavo ha telefonato per disdire. Cesare via, in vacanza. Ed io ho bisogno di te." Cesare il ragazzo-guida, in prestito dal Convitto del Divino Zelo, un orfano diciassettenne che lo porta in giro, gli sistema gli attrezzi, gli descrive le facce, i paesaggi, le inquadrature possibili, gli specifica la qualit delle ombre, delle luci. Poich qui sta il paradosso: a cinquant'anni e passa Tiresia, cieco da sette (un glaucoma), gi ritrattista famoso di modelle e "nudista" di "Playboy", s'incaponisce ancora nel suo mestiere. Con risultati, bisogna dire, abbastanza sorprendenti. Sicch un viavai, da lui, di dame in carriera, quelle che, esauste di adorarsi allo specchio, ambiscono meno labili effigi da regalare all'amante. Quando lo visita una di loro, Tir allontana doverosamente il ragazzo prima di farla svestire e stendere su un'ottomana o a terra su una pelle di leopardo anni trenta. diventata una moda, cos per le star emergenti come per le casalinghe di classe, venire a posare davanti alle sue pupille cucite, alla sua mano che spara istantanee come colpi di pistola. Talvolta, per rassicurare le pi ritrose, Tir chiama Matilde ad assisterlo. Matilde sua sorella, una giovane che abita presso di lui, in un bicamere del terzo piano. Una ragazza dalle gambe luminose, dai ricci corti e rossi, dagli occhi sgranati e voraci, quasi smaniosi di aggiungere al proprio bottino di bersagli visibili la razione indebitamente rapita al fratello. Non bellissima, tutto sommato, ma abbellita da misteriosi silenzi. Una che scompare spesso per giorni, buttando lui nell'angoscia, poi ricompare con un che di radioso nell'andatura, nei gesti. Oggi, appunto, uno dei giorni che non si trova e Tiresia venuto a chiedere aiuto. "Vieni con me a cercarla. So il bar che frequenta," mi fa, con quel suo broncio inconsolabile che tanto pi m'infastidisce, quanto meno riesco a resistergli. E ho un bel rifiutare, opponendo la mia clausura ormai leggendaria, l'orrore di tornare fra la gente, le vetrine, le macchine... "La tua," mi rampogna, " troppo una vicevita, ti sei ridotto un verme da sottosuolo. Non posso giudicarti la faccia, ma scommetto che sei bianco come un lenzuolo. Ti far bene spellarti il naso al solleone una volta." Che abbia ragione? Sia pure di malavoglia m'avvio. Non senza rinfacciargli con blando malanimo che, se la mia vita una vicevita, il suo vedere per interposta persona una vicevista ancor meno decente. E che farebbe meglio a rassegnarsi, dentro il suo buio, ai costumi dei nonvedenti: i colliri, le passeggiate col cane, le letture in Braille... Discorso vecchio, al quale lui reagisce con una grinta improvvisa: "Io, la mia Nikon vede per me. lei i miei occhi, le mie mani, il mio..." Esita, sa che il turpiloquio mi annoia. Ma riprende subito con un raddoppio d'enfasi: "Io ad ogni flash che scatto mi riprendo un attimo di sole perduto. Sottraggo un oggetto o un evento al suo destino di perdizione e mentre soggiaccio al tempo gli strappo una preda. Sanziono un decesso, ma lo pietrifico in un simulacro immortale..."

Sono frasi che gli ho sentito declamare pi volte, una tiritera che figurava ai bei tempi nel catalogo di una sua mostra. Sicch mi guardo bene dal dargli corda. Piuttosto, premurosamente, gli prendo il braccio e lo aiuto a rifare all'indietro i gradini che ci portano all'uscita. Grande afa, fuori. A vista d'occhio per tutto il corso non appare anima viva. Abbagliato dal sole, barcollo e per poco non do di stomaco. L'asfalto sotto i sandali un braciere. Lui lo calca col passo d'un angelo, sotto il cappello di paglia che sembra un'aureola, immacolato nel suo lino bianco, che solo sfregiano gli occhiali neri, obiezione tenebrosa alla luce. Siamo soli nel deserto della citt e glielo dico, ma lui abbassa ugualmente la voce: "Matilde," dice, "dovrebbe premere anche a te. una gran donna e a te da quando Rosa t'ha lasciato manca una donna..." Questa solfa non m' nuova. Tir ha sempre il terrore che la sorella lo pianti e non torni pi. Si mettesse con me, lui avrebbe una garanzia di vicinato e di soccorso perpetuo. Abbassa la voce ancora di pi: "Non dovrei confessartelo ma, quando non avevo ancora perduto l'uso degli occhi, io di Matilde ero un guardone indiscreto. Non fraintendermi. Mai che abbia preteso altro che di goderla in visione. Per cui, ancora bambina, l'ho colta nuda pi volte con l'obbiettivo mentre dormiva. E ho proseguito tuttora, da cieco, senza che lei lo sospetti. Certi pomeriggi, ora che il caldo la spoglia, appena sento nella sua camera il respiro profondo del sonno, a piedi scalzi m'intrufolo e la fotografo. "Uno stupro," commento freddamente. "Raddoppiato da un incesto." "Ma no," replica lui. "Un vicestupro, un viceincesto, semmai: come la tua vita, come la mia vista, come tutto. Tutto al mondo supplenza, protesi, manomissione: capelli tinti, denti finti, parole posticce... Soltanto questa non mente" conclude e brandisce trionfalmente la Nikon nera "Ti stupisco? Ti scandalizzo?" Gli rispondo di s, per educazione, in realt gesta peggiori sono sul giornale di stamattina, con un titolo a nove colonne. Tir continua: "Se devo essere franco fino in fondo, la mia confessione mira a uno scopo, anzi a due. Il primo che, mostrandoti Matilde in edizione natura, mi lusingo di fartela desiderare. L'altro che mi serve un complice per recuperare negativi e sviluppi. Non posso far partecipe Cesare di questa mia minuscola perversione." "E me s?" reagisco, preoccupato che la sua invadenza espugni il fortilizio che, bene o male, ho eretto a protezione di me e scombini lo statu quo delle mie abitudini povere. Siccome non mi risponde ma s'ingrugnisce al mio fianco, mi promuovo interprete dei suoi sentimenti. Dello sfogo s' gi pentito, credo. Non perch diffidi di me ma per lo scomodo vantaggio che m'ha concesso rivelandomi la sua vergogna. Conoscendosi orgoglioso, soffre sin d'ora il mio riserbo di complice quasi pi d'una esternazione loquace. In ogni caso siamo entrambi in una sgradevole impasse.

Attraversiamo la strada. il bar che dice lui fra pochi isolati. Radi passanti si vedono ora emergere dal polveroso diluvio. Un tass ottimista s'accosta ora all'uno ora all'altro ma, prima ancora di ottenere risposta, dopo una veloce occhiata riparte. Noi, ci ignora del tutto, dobbiamo sembrargli due nullatenenti in trasferta. Strano, perch, se non io, Tir vestito perbene, ha perfino i mocassini di camoscio, i calzini lunghi... "In questo bar," dice volubilmente, "Matilde di casa, amica della padrona, qualche volta vi rimane a dormire. La padrona anziana, le rincresce star sola." Non credo una sillaba ma insisto a starmene zitto. Del resto siamo giunti davanti alla saracinesca serrata, con tanto di scritta "Chiuso per ferie". Lo informo ma non demorde: "Saranno andate insieme al mare, chiss. Bench, una telefonata..." "Sai com', le ragazze...", tento di confortarlo e me lo trascino verso la seconda stazione, il gabinetto di sviluppo e stampa all'angolo di via Cialdini, di Domenico Cuffaro e figlio. Ma prima, guardando a terra le nostre due ombre sformate dal mezzogiorno, "Tir", lo invito, "un paio di scatti in basso, verso i nostri piedi". E gli spiego cosa m'aspetto da lui. Il negozio miracolosamente socchiuso, nella frescura di dentro una commessa si lima le unghie. Quando esibisco lo scontrino e lei torna con la velina dei film, il suo sguardo esita fra disgusto e ilarit, deve aver osservato i provini. Appena lo raggiungo, il cieco mi fa: "Guardale, sono tue, te l'ho promesse. Per, nel guardarle, descrivimele una per una." Il malumore mi cresce, dubito delle sue vere intenzioni. Mi pare di tenere il sacco a un infantile e losco progetto. Che lui si serva di me, dei miei occhi, per autenticare il successo delle sue incursioni nascoste? Una controprova, questo che vuole? Una medaglia d'abiezione per vendicare la sua disgrazia?... O forse le cose stanno altrimenti, m'aspetta qualcosa di peggio. Infatti. Cavate dal cellophane le foto scopro che Tir non ha millantato. Il soggetto Matilde nuda, che dorme. Con una imprevista energia negli assetti del viso, nella mascella proterva, nella fronte sudata. Quasi messa in allarme, si protegge con un pugno il pube, con l'altra mano una tenue mammella. "Bella, no?", Tir al mio fianco bisbiglia, mentre gli commento le pose. Che sono buone per lo pi ma talvolta sfocate o tagliate. Giungo alla penultima e qui la voce mi manca. Poich Matilde vi appare sveglia con gli occhi spalancati verso la macchina, e sulle labbra un riso... Un riso ch' allo stesso tempo di mortificato strazio e cupa felicit. Matilde sapeva, dunque. Magari non da sempre, ma certo quella volta s' accorta e ha taciuto. Lasciando compiere al fratello il suo rito vizioso, forse per disprezzo, forse per piet, forse per amore... Non basta. L'epilogo mi riserva un ulteriore sconcerto. Nell'ultimo flash, scattato in un'ora diversa, in un altro giorno, con altra luce, Matilde dorme veramente, con la bocca pesante, semiaperta, nascosta dal lenzuolo salvo che

per un triangolo bruno di coscia. Vero che sullo stesso cuscino, mescolando ai ricci di lei il bosco cresputo della sua testa di zingaro, impietrito in un coma sazio, riposa il ragazzo Cesare interamente scoperto sino all'inguine adolescente. Che devo fare? "Queste sono inservibili," dico. "Troppo mosse, le strappo." E me le ficco in tasca, poi gli riprendo il braccio, lo piloto verso il ritorno. "Allora?" mi fa la sua voce ansiosa, ruffiana. "Che ne dici? Ti piace?" "Ci penser," rispondo esitando, ma lui gi scoppiato a piangere: " perduta, vero? Non torner pi?" Chiss come ha capito, che cosa ha capito dalla mia esitazione, certo io mi sento preso in una tagliola, riprovo moti che credevo estinti: la collera, la pena. Non solo per lui, per me, per la donna, per il ragazzo, che torneranno domani oppure non torneranno; ma per tutti i morti e i vivi di tutti i tempi e paesi, per l'incalcolabile somma del loro dolore, del dolore del mondo che s'accumula nelle viscere e nel cuore di Dio. Il quale sapr lui, nella sua remota vertigine, il senso di questo andare quaggi noi due, Tommaso e Bartolomeo, dispari coppia di formichine nella fornace d'agosto, e della nostra fiacca empiet... solo a lui, dunque, che domando ragione col mio eterno "E con ci?"; solo a lui che in ginocchio in mezzo alla strada eccepisco ancora una volta: "Vostro Onore, perch?"

III. CACCIA AL TOPO. Domenica, 13 agosto. V' una contraddizione che salta agli occhi nella mia scelta di solitudine. Di regola un solitario va in cerca di deserti o asprezze montane; in compagnia di un'aquila, se vanitoso; se no, d'un gregge ("O greggia mia che posi", con quel che segue). Io viceversa, fuor d'ogni tradizione, ho ripiegato su un eremo urbano, addirittura metropolitano, che non mi esonera, anche per dovere d'ufficio, dai pi correnti commerci umani. Senza contare gli spionaggi a cui m'abbandono dal mio osservatorio e che mi rivelano tuttora curioso e ansioso del prossimo. Ci vorr dire che la mia quarantena un bluff, una posa? No, le cose stanno altrimenti. Sciogliendomi da ogni obbligo civico e familiare, sottraendomi a tutte le sorprese del possibile per consegnarmi a una monotonia che mi bea, io ho ottenuto di ridurre il rapporto con gli altri a un economico scambio di saluti e cerimonie. Per cui, nei miei placidi arresti

domiciliari, ogni allarme escluso, l'usura dei sentimenti irrisoria, posso vivere al risparmio fra persone volatili e scivolose quanto le comparse d'un film. Giova anche che siano una folla e che io ne confonda i nomi, le facce, rimanendo cos gloriosamente estraneo ai loro patemi. Ombre sono, un popolo d'ombre, abitanti d'una citt d'ombre. A dispetto del nome, Flower City, come l'ha intitolata il proprietario (Mr. Cacciola, un italoamericano che vive in Florida e di l ci governa) o Shit Building, secondo Johnny Bisceglie, il pi recidivo insolvente fra gl'inquilini. In effetti la Citt dei Fiori o Palazzo Merda un aborto di grattacielo, un acchiappanuvole all'italiana, nato al posto d'una boscaglia di bidonville acquistate per una manciata di dollari e rase al suolo dalle ruspe. Doveva consistere, nel progetto originario, di due corpi uguali, di dodici piani ciascuno, battezzati "Garofano" e "Girasole", comunicanti attraverso scale d'incendio e passerelle aeree, fra le quali avrebbero fatto spola perpetua ascensori e montacarichi. Per copertura unitaria dell'ingombro era previsto un attico di duemila metri quadrati, riservato a una societ immobiliare. A copertura della copertura una terrazza di pari estensione, irta di antenne paraboliche e munita di visori a moneta girevoli ad uso d'ogni curioso d'intimit cittadine o planetarie. Questa l'idea, quanto pi possibile conforme all'imponenza d'un grand hotel di Palm Beach (con qualche allusione a Notre Dame, nientemeno) e al gusto del padrone, Mr. Giove Cacciola (cos soprannominato dai sudditi per come tuona da lontano con richieste d'aumento e intimazioni di sfratto). In realt, entrate in sofferenza le sue finanze fra Las Vegas e Wall Street, del megaedificio la cui miniatura in cartapesta resiste ancora sotto una campana di vetro in un angolo dell'androne rimasto ben poco. Uno solo dei due complessi, il "Garofano", venuto a compimento, e nemmeno intero, mentre l'altro, il "Girasole", rimasto rustico e vuoto. Dei marmi, ottoni, allumini, mogani, tappeti, tendaggi, cristalli promessi, se qualche lusso resiste, in dotazione dei piani pi bassi del "Garofano", ma si riduce e sparisce salendo. Al punto che negli appartamenti superiori e nelle mansarde, sopravvissute alla decapitazione (e sfitte, del resto, per difetto di pretendenti), i servizi mancano affatto, le mura sono ancora sprovviste d'intonaco, i pavimenti in parte grezzi, in parte coperti da fogli di plastica nera. Cinquanta metri pi gi da tante sublimit, l'area seminterrata comprende a sua volta rimesse, depositi, caldaie e simili, per lo pi inutilizzabili, in nessun caso locali abitati; fatta eccezione per la capsula privata che mi stata concessa e dove il mio suicidio platonico felicemente si consuma. Scarsi gli impegni miei di lavoro, bench di fronte a Mundula io li millanti per onerosi. Lui mi ride in faccia in quei casi, ma senza malanimo, specie quando mi carico di qualche sua rogna, com' facile avvenga, essendo lui un assai neghittoso ministro e portavoce del boss lontano; uno che aspetta le assemblee plenarie per incarnarsi in figura di corpulento e bizzoso Spirito Santo. Per il resto, in effetti si tiene alla larga dal teatro delle operazioni, lasciando solo talvolta trapelare attraverso i battenti socchiusi del suo ufficio una voce al telefono acidula, luttuosa, arrochita dal

fumo (quanto fuma!) e rarissimamente evadendone per taluno improvviso controllo con movenze di sbirro o di spia. Terrorizzate ne sono, in particolare, le addette alle pulizie, che ne avvertono a distanza, prima di vederlo, l'alito greve dietro la nuca. Di me, che lo frequento pi da presso, per via del mio impiego, si fida, ho gi avuto occasione di dirlo; anzi, in qualche stramba maniera mi dimostra fiducia e curiosit. Talch mi convoca due o tre volte al mese senza motivo, per il semplice piacere di conversare, d'interrogarmi sui miei trascorsi di pubblicista e le relative gratificazioni: serate all'opera, interviste ai sommi della politica e dello spettacolo, libero ingresso nei tribunali, a pochi metri dalle gabbie pi celebri. Pi vecchio di me, mi cita la saponificatrice di Correggio o il caso della Montesi, rammaricandosi di trovarmi incompetente nel merito. D'altra parte, io, quando ne ho il destro, invento a man salva e lo appago. Le domeniche che mi lascia in pace, le spendo ritagliandomici dentro due o tre spazi di distrazione. Innanzi tutto il censimento dei passanti dalla solita specola, con una malizia in pi, ch' di fare la conta dei sessi, et presumibili, fogge e peculiarit delle calzature, in vista d'un rilevamento statistico sulla cui affidabilit antroposocioetnoeconomica non metterei per un dito sul fuoco. Un solo esempio: domenica 14 maggio, da mezzogiorno alle due: scarpe maschili 71, cos ripartite: allacciate classiche 16, mocassini 27, espadrillas 3, a bocca di lupo, da poveri 2, zoccoli da campagna 1, anfibi 1, ecc. ecc.; femminili 94, di cui classiche 7, sandali alla schiava 3, ballerine 8, ciabatte 4, scollate 12, ecc., ecc. Questo quanto passa il convento, ed forse un ricco convento, ma - per ricorrere al mio sempiterno intercalare - "E con ci?" Altro passatempo, nel genere enigmistico, d'inventare palindromi (questo stesso libro ne uno) oppure risolvere i puzzle a schema libero che mi propongono gli appositi giornaletti e coi quali mi batto alla morte, con l'assurdo presentimento che dalla riuscita debba dipendere un destino, non so dove, non so di chi, fors'anche il mio. Un modo come un altro per dare al gioco un sospetto, per non dire un'angoscia, di agone provvidenziale. Pi sedative le ore che dedico al mio annoso tentativo di tradurre il Cimitero marino, tela di Penelope che faccio e disfaccio con una delizia mai stanca, accanito per ore sulle varianti d'un solo verso, senza decidermi di escluderne una sola: Mare che ognora sei uno e diverso... Mare, che non ti sazi di rinascere... O tu che sempre rinnovelli, mare... Mare, che ad ora ad ora ricominci... Tu che rinasci ad ogni istante, mare... O mare, infaticabilmente nuovo... Mare che in ogni flutto ti rinvergini... Mare, perpetuo moto, eterno inizio... Mare, principio eterno, eterna fine...

Mare, incessante, pullulante palpito... La mer, la mer, toujours recommence... che l'ironico uovo di Colombo con cui concludo di solito, lasciando il verso perfetto com'... Su ci sto appunto ponzando, questa domenica d'agosto, mentre giaccio sdraiato nudo a letto, con un quaderno in una mano e una biro nell'altra, quand'ecco strilli e trepestii lontani, di cui mi perviene un'eco fiochissima, m'avvisano che in qualche luogo sopra la mia testa una rotellina nell'orologio della comunit deve essersi inceppata ed esige la mia manodopera. M'infilo un paio di mutande, un paio di pantaloni. Raggiungo la tromba delle scale, salgo di corsa l dove sembra chiamarmi la sorgente del trambusto. Basta sfociare nel corridoio maestro, su cui cinque o sei usci s'affacciano, per scoprire donzelle e gentiluomini nei pi eterogenei disabigli mentre intrecciano andirivieni - non si capisce se preordinati o fortuiti -, ciascuno armato di un'arma impropria, ramazza, stecca di biliardo, attizzatoio... A farla breve cercano un topo. Il topo comune, mus musculus, animale ingordo e prolifico, l'ospite meno desiderabile in una dimora di collettiva e decorosa affluenza. Insomma, eufemismi a parte, uno schiaffo in faccia all'onore dello stabile. Sempre che d'un topo si tratti e non - che sarebbe peggior sacrilegio d'un ratto di chiavica o di cantina. Nessuno, a domanda, sa dirmi molto al riguardo. La scoperta pare dovuta alla signora Garaffa, la quale, nel levarsi dal letto e nel posare con cautela sul pavimento la pianta destra, che affligge un doloroso durone, ebbe a sentir guizzare sotto di s un che di sodo e viscido insieme, col rischio di scivolare e andar per le terre. Nello stesso tempo un fulmine grigio attravers la stanza e spar. Dove? Come? La porta, bench solo accostata, non offriva varco sufficiente a nessuno scampo. N l'ingegnere marito, ch'era sotto la doccia, chiamato ad alte grida dalla consorte, aveva saputo trovare dell'intruso altra traccia che un sentore di salvatico e un gruzzoletto di feci. Esplorato palmo a palmo, l'appartamento non rivela fessure sospette, non resta che cercare altrove il nemico e le sue latebre. Da qui l'allarme, e l'unanime accorrere, e la ricerca affannosa. Con un dubbio in certuni: che la Rosalba Garaffa, lunatica la mattina e sonnacchiosa l'intero giorno, possa aver avuto una fantasia delle sue, tanto pi che si ostina a ripetere, appassionata dei film dell'orrore, che non propriamente un roditore casalingo ma un pi turpe mostriciattolo l' apparso davanti, qualcosa di mezzo fra un pipistrello senz'ali e una faina, l'uno e l'altra, ahim, con un muso, come dire, umanoide. Quando esordisco io sulla scena, l'ingegnere in pantofole di pezza, cinto i lombi di un asciugamano, ma coi pochi crini ancora grondanti, comincia a chiamare in causa i tutori della pax condominiale (Mundula e, in subordine, me) e minaccia sfracelli nella prossima riunione. Poi bruscamente si rintana. Lo imitano dopo un po' anche gli altri, lasciandomi solo

insieme a un ragazzo malandrino, armato di fionda. Maurizio, il figlio dei separati Della Monica, assegnato ai due sei mesi ciascuno e stavolta di turno da noi, presso la madre Adriana, la cartomante. "Io, il topo, l'ho visto" si vanta. "S' nascosto dietro il termosifone." Dietro il termosifone? Lui sogna. La piastra sollevata da terra per un buon venti centimetri e l'intervallo appare sgombro del tutto; altrettanto l'intercapedine fra piastra e muro dove peraltro solo un topo alpinista potrebbe arrampicarsi e resistere. Guardo il ragazzo. serio, sostiene lo sguardo, ma si vede che imbroglia e che gli serve un compare. " l, li!" grida e indica nell'intonaco una crepa irrisoria, seminascosta dal battiscopa di ceramica rosa. Lo assecondo, m'inginocchio e aguzzo la vista. Il cunicolo o budello mi si rivela, in forma d'imbuto, ma di orifizio cos angusto che tutto si pu crederlo tranne che un rifugio possibile. D'altra parte, scandagliando all'interno con l'estremit d'una canna, non ne ricavo che briciole di stucco e scaglie di cemento rappreso. Scrollo le spalle: "Sei sicuro d'aver visto qualcosa?" chiedo per scrupolo e lui ride, si volta, va via. Rimasto solo finalmente, faccio per ritornarmene gi ai flussi e riflussi del mio solito mare, quando in fondo al corridoio, dove si biforca a somiglianza d'una grande T, un batuffolo in corsa mi pare attraversi e scompigli il filo dell'orizzonte. Vi accorro ma gi non si vede pi. Un topo in pelo e ossa, comincio a chiedermi, oppure un topo fantasma? Credo poco ai fantasmi ma per un momento mi piace trastullarmi con un pensiero: che quel fuggiasco braccato, quell'evanescente abitatore di tane, sia in qualche modo metafora d'un tal Tommaso Mul, eremita del mondo; sul cui capo un consimile attizzatoio incombe, o una stecca, o un bastone celeste che un giorno o l'altro lo schianter. A passi lenti riguadagno il mio alloggio. Il mio notes ancora aperto, abbandonato sul letto. Torno a sdraiarmi, ad arrovellarmi sul mare di prima ma ho l'impressione vi galleggi sopra un'ecatombe di sorci uccisi. Guardo il soffitto e rumino sui miei progetti di opere. Fantastico un libro fatto di soli titoli oppure di soli inizi, un centone di minime schegge, una crestomazia delle invenzioni drammatiche, comiche e sentimentali dell'uomo; dei suoi miti; dei suoi deliri... Oppure m'innamora l'idea del diario d'una giornata mia: ventiquattr'ore di gesti, embrioni di pensiero, pensieri, trascritti con penna meticolosa. Oppure m'abbandono all'ipotesi d'un romanzo che, inventata la nota d'inizio, ne proceda da s per fatale sviluppo come da un do nasce una sinfonia o da un bocciolo sboccia una rosa... da un ricordo, naturalmente, che intendo partire: "Una volta mi punsi apposta con un ago un dito per potermelo succhiare come un capezzolo..." Stop: un ricordo vero ma sa di mistificazione. Cerchiamone un altro, falso ma plausibile. "Sono un uomo malato... sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo mi faccia male il fegato. Del resto non ci capisco nulla della mia malattia e non so con certezza che cosa mi faccia male..." Bello, no? Storcete il naso? Ohib, ci siete cascati! Ho copiato, semplicemente copiato da un russo famoso che so a memoria. Non ditemi che ve n'eravate

accorti. E se s pazienza, vi tender trappole pi sofistiche, qua e l, per pura disperazione, sono un maestro di vischi e di paretai... Ma di ci un'altra volta. Per ora accontentatevi d'un esordio pi semplice: "Da ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia..." Mi sveglia un fruscio. No, non proviene dal marciapiede di lass, di cui intravedo una striscia assolata e deserta, ora ch' tempo di siesta e perfino il carosello delle macchine s' diradato. Ormai a quella musica di ruote avevo fatto l'orecchio, mentre il rumore che origlio qui, nella stanza, bench mi riesca difficile indovinarne la direzione. Supino nel letto cerco di orientarmi, di dare al mio corpo e alla sua esclusiva, imparagonabile posizione nell'immensit del creato l'avallo e l'identit d'una bussola: un Nord, un Sud, un Ovest, un Est, non mi occorre meno per persuadermi che esisto. Il fruscio si ripete. Un fruscio flessuoso, se cos oso dire. Il rumore d'un movimento morbido, cauto e veloce, pi da serpe che da topo. Sia come sia, io insisto ad eluderlo, torno a pensarmi asse e centro del mondo, signore e domino della rosa dei venti. E verifico, pensando al giro del sole, che dormo con il capo a settentrione, ripetendo nel mio piccolo la stesura della penisola sull'atlante. I miei piedi sono la Sicilia, il mio braccio destro si tuffa nel Tirreno, il sinistro cerca nei fondali della Laguna un antico anello dogale... Ma quante volte ho dormito in una tale posizione di privilegio? Mi sforzo con la memoria di andare alle mie giaciture antiche in brande di camerata, cuccette di treno, singole o matrimoniali di pensione o d'albergo. Peccato non averci fatto caso, non averne preso nota. Ho l'oscuro sentimento che m'importerebbe enormemente sapere com'era disposto quel mio letto alla Rocca nell'anno x, l'altro a Lugano nell'anno y, l'altro, di contenzione, nella clinica "Salute e pace" nell'anno zeta... Fra questi giudiziosi pensamenti m'addormento ancora una volta e stavolta sul serio, tutto di fila, dal pomeriggio alla notte fonda. Riportandone un insolito film che mi scorre davanti come su uno schermo diviso in due da una riga nera. Protagonisti a destra un bambino, a sinistra un muro, dei quali il doppio sogno racconta la nascita, crescita e morte parallele. Vedo a sinistra la posa delle pietre, i muratori al lavoro con grandi trapezi di carta per cappelli; sento gli ansiti della fatica, annuso l'odore di calcina e sudore. Dall'altra parte i clamori del parto e via via le prime sillabe, il primo riso, l'asilo, i banchi di scuola. Quindi la riga nera va pian piano sbiadendo, i due scenari confluiscono in uno: il muro appare ora coperto di sgorbi e graffiti, l dove uno squarcio nella buganvillea lo consente; il bambino gli si allena contro con un pallone, ne sento la percussione sul duro come d'un piccolo maglio ostinato. Due storie a confronto, insomma, l'una di un'inerte res extensa, come ho imparato al Liceo; l'altra pulsatile, attiva, ridente e piangente, cogitante, per quel che vale... Che il bambino del sogno fossi io era, durante il sogno, assodato; altrettanto che io stesso, adulto, fossi spettatore, giudice, giustiziere di quell'embrione di me. Il quale intanto insiste a picchiare, col suo pallone prima, dopo coi pugni, contro la fragile struttura e il suo basso ventre; l dove

una lesione nascosta dalla verzura s' venuta allargando. Finch, dopo un colpo pi prepotente, con uno scroscio di vasellame, il muro si sfascia, s'accartoccia sul corpo del pugilista bambino, lo travolge in una minuscola ma disastrosa iradiddio. Dalle macerie polverose ora sporge solo una mano che implora, fra due mattoni s'intravede un pezzetto di faccia, una tempia rossa che morde il video e mi sveglia. Rinunzio a cercare di tutto ci una spiegazione o premonizione che sia. Da quando ho scoperto che i miei sogni sono quasi sempre autocalunnie o malevoli pettegolezzi su me, non li degno di troppa attenzione, li sposto con la mano e via. Pure da quest'ultimo, per la sua mascherata e minacciosa irragionevolezza, non tanto un turbamento quanto un'irritazione mi resta in gola. Satollo di sonno, non mi risolvo a riaprire gli occhi. Saranno le tre, le quattro del mattino, il buio ancora fitto, una marmellata di nero nella boccia della mia stanza. E vi sento gemere dentro all'improvviso uno squittio debole debole, quasi un lamento. Sulle prime lo ignoro, sono secoli che convivo coi rumori della notte senza pi pretendere di interpretarli, persuaso che siano un linguaggio cifrato delle cose, dov' indiscreto mettere il naso. Poich insiste, per, e somiglia fin troppo a una nota voce animale, con uno scatto accendo la luce e mi guardo intorno. Un'occhiata sufficiente per una stanza cos piccola e disadorna. Il cassettonecom che custodisce i miei panni s'addossa come sempre alla parete pi lunga, in parallelo alla strada, cubico, liscio, arcigno come un blocco di ghiaccio; sul tavolo che lo affianca e soverchia riposano gli oggetti di prammatica: un tagliacarte di vecchio acciaio Butera & Merini; una radiolina a pile; un calamaio di bronzo, vuoto; la Olivetti professionale; i vocabolari; i sette libri della mia biblioteca, superstiti eroi contro Tebe, scompagnati re di un'armata di cenere... Nulla, insomma, che somigli a un topo o dove un topo possa nascondersi. E quand'anche, ho stabilito di non far pi guerre contro di lui, dal letto non si smuove nessuno fino alle dieci, mi piace troppo questo stato di trasognamento ch' la pi recente trovata dei miei sensi bisognosi di quiete. Non sonno, non sogno, ma una sorta di svagamento romanzesco che ad occhi chiusi m'invento a ora a ora, mischiando miraggi miei con rimasugli di letture antiche, quasi uno zabaglione d'immagini corroboranti a prevenzione degli eventi mediocri con cui dovr misurarmi domani. Zitto e immobile dunque trasogno. E per ci non mi occorre la tenebra ma, al contrario un'assistenza di illuminazioni trasversali e mediate: per esempio le insegne al neon o i lampeggi delle auto in corsa che mi pervengono dal mio osservatorio e che finora ho smorzato con lo spessore delle tendine. Ora piuttosto gli do libero ingresso, manovrando la lunga pertica che mi serve, senza bisogno di alzarmi, per scartare quel diaframma. Altrettanto, e meglio, stanotte che vi si aggiunge la luna. Non bagliore di fari o di lampade notturne, ma lei in persona, che, chiss come, da quello spicchio di cielo dov' in castigo fra comignoli e ciminiere, filtra la sua luminescenza di porcellana fino all'approdo del mio cuscino. Una luna vera, una viceluna? mi chiedo, assecondando il recente tormentone, cos caro all'amico cieco. D'una supplenza di vita m'accusava lui poco fa e son portato a

dargli, stanotte, ragione. Poich, a proposito della luna, riconosco che a me, nel mio scialbo sopravvivere, immemore d'ogni fuoco; in questa paralisi dei sentimenti in cui le antiche emozioni non lasciano ormai altra traccia che di deboli cicatrici, un bruciore doloroso resiste che , mi vergogno di confessarlo, la nostalgia della luna. Ho goduto miriadi di lune, nella mia vita d'un tempo. E ora si confondono quelle lette con quelle vissute. Non so pi se in un libro o in un'estate da calendario ho alzato le mani verso una nuvola, in attesa che un raggio di lei, bucandola, me le bagnasse; non so pi se in una estate da calendario o in un libro ho navigato in una barca senza remi, una sedia a dondolo di languida luce, lasciando le mani fra fluide gemme annegarsi, quindi stillanti rinascere come bianchissimi fiori... Ma appartiene alla mia vita, non ho dubbi, la notte che, andando lungo i binari erbosi, fra Donnafugata e Ginisi, una vecchia canzone torn a baciarmi le labbra: "Strada bianca velata d'argento"... Mentre a un meno lacrimoso ricordo appartiene la visione ch'era in certe pagine d'adolescenza (Le rve?) d'una profusione di luminarie, un lago di candore inaudito, tra cataste di legna alte come piramidi, fra cui andavano due innamorati. Bambinate lunari, potr mai liberarmi di voi? Ma giorno fatto. Torna il fatale frastuono delle auto sulle gobbe dell'asfalto. Io m'intestardisco nel mio torpore, nemmeno rispondo al picchio di mazza con cui Tiresia, verso le nove, mi domanda se ho voglia di rivederlo. Al mio silenzio non replica, sento il suo passo zoppicante lentamente allontanarsi. E il topo? S' infilato nella mia testa, attraverso un orecchio, mentre dormivo. Nessuno immagina quanto sappiano rimpicciolirsi queste bestiole, quando uno le sogna.

IV. VISITE A DOMICILIO. Gioved, 17 agosto. Fra i semi di zizzania che accendono i petti dei cittadini di Flower City (sgocciolii di vasi da fiori da un pianerottolo all'altro; abusi nell'uso dell'ascensore, lasciato aperto per incuria o a bella posta, s da evitare che scappi via; guerra eterna delle lenzuola stese e dei tappeti sbattuti...) uno dei pi velenosi la scelta del giorno e del luogo in cui debbano tenersi le

periodiche riunioni di condominio. Convenire su una data e un'ora comode a tutti, quando succede, appare un glorioso prodigio, epper talvolta succede; ma sulla sede ogni accordo risulta impossibile, nessuna padrona di casa consentirebbe, ne andasse la vita, al fumo dei fumatori e alle orme di passi spietati sulla cera dei pavimenti. Cadute nel vuoto le mie proposte di turno o sorteggio, la decisione suprema di Mundula che ci si raduni la prima domenica di settembre in un locale vuoto dell'ultimo piano, nelle cui adiacenze, in supplenza della nudit dell'ambiente, Adele ha sistemato un deposito di seggiole. L'ordine del giorno, di mano propria del capo, bellicosamente impone di decidere se: 1) debba mantenersi la presenza di animali domestici, cani, gatti, criceti, pappagalli e simili all'interno degli appartamenti; 2) convenga accettare l'oneroso contratto con l'ascensorista circa la manutenzione dell'apparecchio; 3) sia tollerabile l'abitudine di Bisceglie, il trombettiere moroso del sesto piano, di provare giorno e notte i suoi pezzi con effetti da scala Mercalli; 4) sia compatibile col buon costume e il buon nome della comunit il travestimento muliebre di cui si compiace il signor Torquato Marino, in arte Mariposa, dentro e anche fuori lo stabile, come pi d'uno sostiene d'aver rilevato dalle parti della Passeggiata Archeologica; 5) varie. Tocca a me, come al solito, fare il giro degl'interessati, sollecitarne le firme, raccomandarne la puntualit. Una noiosa via crucis, se non mi regalasse la vista, ancorch fuggitiva, di talune ghiotte intimit, come in uno dei mestieri che pi invidio, la vendita di enciclopedie porta a porta. Si sar capito abbastanza che, avendo scelto di confinarmi in uno spazio circoscritto e invariabile, lontano dalle sorprese inesauste della vita, io sono indotto a compensarne la perdita col cercar sfogo nelle pi pettegole curiosit, come avviene in ogni convivenza esclusiva: seminari, chiostri, campielli... Cos, allo stesso modo d'un portinaio sfaccendato, io non solo conto e colleziono gambe di passanti, ma mi diverto a carpire, quando posso, i segreti pi o meno innocui dei miei compagni di sorte. Ci spiega perch la mia prima visita si rivolga all'indirizzo del tipografo Malatesta Buozzi e della figlia Lea, recenti acquisti nelle nostre file, allogati al primo piano. Lui, per quel che si sa, un anarchico rassegnato al borghese, ma antipatico a tutti e tutti a lui, come prova la voce spiccia e risentita, il cipiglio che pare un ringhioso rimprovero all'universo; lei, gi ammirata sulla soglia della sua stanza, il giorno della caccia al topo, mentre sollevava con le mani l'orlo dell'accappatoio, timorosa che la bestia inseguita vi cercasse rifugio e le s'inerpicasse per le caviglie... Un accappatoio color bord scuro, da cui sbocciavano un collo e un viso d'avorio. Che eburnea statuina, pensai, tranne gli occhi: increduli, sgomenti, esaltati in sulle prime per effetto dell'insolita avventura; quindi, scioltasi l'apprensione, due laghetti celesti, corsi da un ultimo roseo bagliore, come quando in un bivacco moribondo si gratta da un tizzone il velo di cenere. Una focosa timida, insomma, che la presenza del genitore ammutoliva (mai udita una sillaba dalle sue labbra).

appunto il Buozzi che mi riceve, mi ascolta, mi congeda con bruschezza, nascondendo male col corpo la ragazza che cuce laggi presso la finestra e leva appena gli occhi dal punt'a giorno. Zitta ancora una volta, dovr cercare di scoprirne la voce... Ecco, a questo punto mi conviene mettere le mani avanti: io in questa mia pacifica contumacia alle donne non ho smesso di pensare. Pensare, dico, non altro. Poich per il bisogno mi bastano le saltuarie effusioni con l'una o l'altra delle domestiche. Mentre il pensiero delle donne, il puro pensiero, una laboriosa e tenera arte che coltivo con la compunzione d'un prete novizio. Nulla che porti all'azione, ma solo un aereo infinito esercizio di appressamento all'amore; ovvero, per dirla alla moderna, prove tecniche dell'innamorarsi. Con un gusto tutto fantastico del piacere, consistente nel tessere attorno al bozzolo d'un corpo o d'un viso un romanzo di meraviglie, un balletto perverso e casto di gesti, parole, abbandoni; dove si coagulino le emozioni d'una vita intera e si attui la fusione di innumerevoli effigi in una sola, superba, di sconosciuta. La quale insieme Natascia, Louise Brooks, la Belle Cordire, pi quella sedicenne intravista nel '71 sul traghetto per l'isola d'Elba... Cos fra loro e me, fra lei e me, s'intrecciano partite dalle combinazioni multiple ma prevedibili tutte, come chi disponga le carte per un solitario truccato... (Rosa? Anche lei, perch no? Fosse solo per il ricordo di quella notte che pioveva fino fino, e passeggiammo a piedi nudi nel parco, dopo aver visto un film che s'intitolava appunto a quel modo...) Al piano successivo - mi ci porta l'ascensore con un rantolo d'argano stanco - abita Gregorio Crisafulli e mi apre la porta ridendo. Un eccentrico di provincia, Gregorio. A suo tempo capocomico d'una compagnia di giro con varia fortuna; non privo di qualche istrionica dote, pi ancora evidente nei testi che ha scritto, fischiati in tutti i teatri del circondario; ridotto ora dall'et lunga e dalle rigide arterie a una dignitosa (lui sostiene sdegnosa) vita di pensionato. Amato da noi per le megalomani bizzarrie e gli scoppi della mente e della parola, al punto che tolleriamo di fingerci platea convinta e plaudente, quando nei giorni di maltempo o di assemblea egli pretende di esibirsi in taluno degli atti unici che compone per voce sola e sagome di cartone. Mi spiego: nella stessa mansarda dell'ultimo piano dove dovremo riunirci, gli piaciuto attrezzare alla meglio una scena e, quando l'occasione ci riunisce lass, lui da solo, declamando tutte le parti e modulando variamente la voce, come i pupari coi loro pupi, non manca d'indurci con moine e minacce all'ascolto. Si giova, per i personaggi di contorno, di maschere carnevalesche e scarti di veglione che compra sui banchi di Porta Portese e sistema contro un muro a far da corona muta alle sue tirate. Concedendo loro ogni tanto rapide repliche che pur sempre fuorescono dalla sua unica bocca di mattatore. Che in tutto ci sia presente una dose di farnetico credenza comune, ma gli diamo volentieri una mano, contribuendo

perfino, ciascuno per quel che pu, all'acquisto delle sue siluette di cartapesta, e consentendo a prestarci eventualmente come spalle recitanti al suo fianco. "Hai visto l'ultima?" mi fa sulla soglia e mi tira dentro, mi addita in un angolo uno di quei simulacri life-size di cuoco invogliante, inturbantato di bianco, con piatto di spaghetti in mano, che si vedono davanti a talune trattorie nelle localit di soggiorno. Come Gregorio l'abbia rimediato non so, ma sapendolo reduce da un'escursione per anziani e disabili finanziata dal Comune, giurerei ch' frutto d'un suo ardito ladroneccio notturno... Convincerlo a firmare non ci vuol nulla. Firmerebbe dieci volte per vederci tutti insieme seduti e succubi, dopo la riunione, spettatori della sua ultima fatica, che s'intitola, s'affretta a farmi sapere, L'ostruzione. "Vedrai, vedrai!" mi dice con occhi piccini, complici e lieti. "Una cosa coi fiocchi, mi batterete le mani. Che se poi Mundula mi facesse uno sconticino sul mensile. Dopotutto io provvedo alla ricreazione della comunit..." "Ne parler, perorer," gli assicuro in totale malafede e mi salvo. Continuando nel mio giro, e tacendo dei tanti locatari che per la loro insignificanza non troveranno spazio nel mio racconto, eccomi dinanzi all'uscio di Tir. Non ci vediamo, se si pu usare il plurale reciproco parlando d'un cieco, dalla nostra ultima uscita in citt. Busso nel nostro modo convenzionale, tre colpettini con una pausa fra il secondo e il terzo, ma nessuno risponde. Tento la porta, cede. Avanzo a tentoni nella stanza buia, cerco annaspando il pulsante della luce. La camera da letto chiusa, la apro. Bartolomeo sdraiato, vestito e sveglio, sul letto. Nessuna traccia, intorno, di Cesare o di Matilde. "Tommaso," mi fa debolmente, m'ha riconosciuto dal picchio, "lasciami stare." Poi, volubilmente: "Portami fuori, voglio fotografare il sole." Non aspetta il mio no, gi s' voltato sul fianco, con la faccia contro il muro. Mi siedo accanto a lui, parlo con dolcezza alle sue spalle che tremano: "Tir," dico, "torneranno. Dove vuoi che vadano?" Do per scontato che lui abbia gi capito il senso della doppia scomparsa del ragazzo e della sorella. Non solo. Dubito che sapesse gi prima, la foto che per piet gli ho nascosto non gli avrebbe probabilmente svelato niente di nuovo. Da come stringe i pugni immagino che stia soffrendo. E mi sorge un moto di ridicola rabbia calcolando per difetto i milioni e milioni di uomini che nel mondo in questo stesso momento si torturano in consimili vanit di dolore: gorghi, ingorghi, grumi, grovigli, tagliole di sentimenti di poca durata che il tempo ininterrottamente cancella come un colpo di vento trasforma a ogni istante il viso del mare. "La mer, la mer..." brontolo fra i denti e lo lascio l a gemere. "Pi tardi," gli dico, "ritorno. Andremo a fotografare il sole. La tappa che segue riguarderebbe i coniugi Garaffa, gli altri essendosi sparpagliati per spiagge e monti. Ma lui, lo trovo fuori, nel corridoio, che parlotta con un muratore. Costui indossa la classica divisa del suo lavoro,

quasi dovesse impersonarlo in una sfilata d'arti e mestieri: camice blu, maculato di bianco; scarpe di pezza; matita rossa infilata dietro l'orecchio. Lo osservo con stupore: sotto il vigile sguardo dell'ingegnere sta armeggiando sul muro attorno a un filetto scuro e sottile, una fessura quasi invisibile, che dal soffitto corre gi a perdersi nel pavimento. Lui, l'artigiano, con mani sparse di efelidi e peli rossicci, applica fettucce di scotch a cavallo della lesione. Chiedo che voglia dire. " per tenere sotto controllo la crepa," fa il Garaffa. "Lo fanno anche a Pisa per la torre. Se la fettuccia si rompe, segno che c' un progresso nel male e che bisogner stare attenti". Interviene l'operaio: "Sono movimenti d'assestamento," afferma con decisione. "Nelle costruzioni nuove normale." Gli credo sulla parola. L'ingegner Garaffa uomo d'impercettibile intelligenza, sarebbe strano che non fosse bestia anche in ingegneria... Sbrigato lui, resta il pi, concentrato nei piani pi alti. A cominciare dal sesto dove abita il suonatore di tromba minacciato di sfratto. Non solo non paga da mesi, ma si sfoga soffiando con troppa forza nello strumento. A me non dispiace, confesso. Intanto perch gi da me i suoni giungono soffici, smorzati dallo spessore delle volte e dalla distanza; inoltre per amore delle cose che suona, specialmente quella che fa tarat tarat, tatat tarirat, e che s'intitola St. James Infirmary Blues. Johnny firma di malavoglia: "Devo proprio venire?" fa dubbiosamente. Biondino, giovincello, fa di tutto per somigliare al suo idolo, Bix mi pare si chiami. Solo una sciarpa di seta avvolta attorno al collo e un gil multicolore sopravvivono dell'aria dandy che probabilmente ostentava quando, come sostiene, faceva attrazione da mezzanotte alle cinque in un locale di Gatteo a mare. "Un whisky?" mi propone. "No, mi fa male." "Il mio o qualunque whisky?" fa lui con una battuta che mi odora di film. "Il tuo e qualunque," rispondo. Ma lui, lamentosamente: "Devo proprio venire?" insiste. "Se non vengo, che succede? Lo convinco che solo a lui spetta il patrocinio della sua causa, che una composizione amichevole sempre possibile. Certo pagare dovr, Mundula non sente ragione, ma v' modo e modo. Chiss che una proroga, una rateizzazione... E anche questa fatta, torno nel corridoio. Qui sorprendo i due gemelli greci, Giorgio e Costantino Argiropulo, che giocano col ragazzo Maurizio un gioco crudele. Poich abitano in due appartamenti contigui, la familiarit dei tre una fatalit dolorosa. Il fatto che Maurizio li tiranneggia visibilmente, imponendogli penitenze impossibili, dopo che, barando, li ha sconfitti alle carte. Come strisciare a terra sui ginocchi e le palme, partendo ciascuno a gara da un'estremit del corridoio, fino a raggiungerlo nel traguardo del centro, dove lui li aspetta ed esige che il perdente gli lecchi le scarpe. La docilit di entrambi al carnefice ha dell'incredibile. Per quel che so, i genitori dei due,

Katina e Demetrio, export-import di tappeti orientali, ignorano la cosa com' nella realt ma in confuso vi avvertono un'ombra, se non una minaccia. Epper, intervenuti pi volte a cercar di rompere il brutto legame, dalle reazioni contemporanee dei figli: di piangere, e buttarsi a terra, e dare coi pugni al muro, sono rimasti sbigottiti e indotti a desistere, lasciando che seguissero fino in fondo l'inclinazione, con la sola speranza che o l'esosit del tiranno li spingesse finalmente alla rivolta o, crescendo, ridiventassero per via naturale padroni di s. Li scavalco mentre, voltolandosi nella polvere, recitano una qualche pantomina di pellirosse o cannibali, e attraverso la porta aperta (lasciata aperta, suppongo, dalla prudenza paterna per sorvegliare la scena) chiamo il signor Demetrio. Magro, alto, dinoccolato, con occhi di volpe, d una scorsa al foglio, firma in fretta, non senza sbirciare intanto in direzione del corridoio, l dove esso sprofonda nella tromba delle scale. I ragazzi sono scomparsi, se ne sente il precipitoso rincorrersi sempre pi fioco, probabilmente stanno trasferendo il loro gioco nei sotterranei se non, addirittura, sui marciapiedi della via corrente. Proseguo. Sulla porta accanto, socchiusa, sopra un pendulo pupazzetto portafortuna la targhetta non offre che un nome: Adriana. Spingo ed entro, so di poterlo fare. L'anticamera che mi accoglie abbastanza popolata. Adriana una maga di qualit, fa le carte, legge la mano, cura altrettanto infallibilmente il mal d'amore come il mal di schiena. Le sei persone che aspettano hanno un'aria incerta fra ansia e fiducia, si capisce che una profezia benigna o una pozione d'erbe non potr che dargli sollievo. Come certo avvenuto alla cliente che esce, lucida d'esultanza, dallo studio della signora e ci saluta "Buon giorno" con tale squillo e trillo di decibel da farci sospettare un annunzio di prossima figliolanza a un ventre sterile o la promessa di un'eredit d'oltreoceano a un pezzente. Mi faccio avanti. Come nelle sale d'attesa dei medici ai propagandisti di medicine, a me, per il poco che ho da chiedere, concedono la precedenza. Adriana firma anche lei senza leggere. "So gi di che si tratta," dice ridendo. "I tarocchi non mentono." una grassa abbastanza avanti con gli anni. Suppongo ancora vogliosa, dal modo con cui mi sfiora col seno la mano che regge il registro dei verbali. Mi sgancio velocemente: "C' tanta gente di l," dico e m'involo. "Vieni per un consulto, qualche volta," la sua voce m'insegue. "Gratis, s'intende." Gambe in spalla ed eccomi al settimo piano. Suono a lungo senza esito alla porta di Lo Surdo, dev'essere uscito per uno dei suoi mille viaggi a vuoto, da un ufficio all'altro, nel conato di riscuotere dall'assicurazione il rimborso danni dopo l'incendio che anni fa gli distrusse la cartiera. Un incendio doloso, senza dubbio, che lui sostiene opera di estortori e la societ viceversa sospetta opera sua.

Bene, torner pi tardi a cercarlo. Quanto alla successiva Mariposa, so che esce al crepuscolo e rincasa all'alba, rimanendo a dormire fino alle quattro del pomeriggio. Per non svegliarla mi limito a far scivolare sotto l'uscio un bigliettino con la preghiera di passare da me prima di andare al lavoro. Dopo di che il turno del ragioniere Pirzio Ravalli, fra tutti noi la persona pi misteriosa. Devo insistere a lungo prima che si decida a socchiudere uno spiraglio, attraverso il quale mi squadra con viso ostile: " per la riunione, Le rubo solo un minuto." Toglie il lucchetto, mi fa entrare. Con uno sguardo misuro e giudico la residenza. Una certa agiatezza trapela dagli arredi, ma il lavello della cucina, intravisto attraverso la porta a soffietto spalancata, appare ingombro di piatti sporchi. Lui stesso mi s' fatto incontro con un paio di calze gocciolanti in mano. Non so che pensare. La diffidenza dipinta in ogni suo gesto e parola. Non fosse che il nome Pirzio troppo insolito per essere falso, subodorerei in lui un'identit posticcia di bandito, di terrorista, di spia... Anche perch mi pare poco plausibile che ogni volta egli mi consegni la sua quota mensile in biglietti da centomila fiammanti; e che non svolga nessuna attivit palese ma se ne resti serrato in casa (sebbene io ho poco da far meraviglie, in proposito); e che della sua invisibile compagna si sappia solo che si chiama Gioele e ch' fuori citt. Penso, andandomene, che ciascuna di queste creature migliore di me. Nessuno o quasi, ci scommetto, perde tempo a farsi le domande che io mi pongo continuamente, le classiche "chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?", e a cui non so trovare risposta pi convincente di quella che ho udito una volta da un tale: "Io sono io, vengo da casa, ci torno"... Una melensaggine come un'altra, per addomesticare non tanto il sorcio di ieri che se n' andato, quanto certe piccole iene che mi pascolano nel cervello. Talvolta, nottetempo pi spesso, le ascolto che mi gnaulano dentro di fame e di desiderio. Mi sento allora una specie di gabbia ambulante, uno zoo umano, fitto di peli, di zanne, di denti... Dice il medico ch' la diazepina a svegliarmi nel capo tali mostruose entit. S, ma come potrei inventarne gli ansiti, il malodore se non mi fossero gi familiari? Ed pur vero che, se raddoppio la dose del farmaco, piombo in un sonno di pietra e non sogno pi. Ottavo piano (poi cominciano le mansarde e gli attici sfitti), ultima stazione del mio ginnico itinerario. Meno male, mi dico, che non mi tocca subirlo pi d'una volta al mese. Non che mi spiaccia, l'ho detto, curiosare fra la gente, dopo tanta dieta di solitudine, ma il bottino che ne ricavo stamani, e dovrebbe tornarmi utile per il romanzo che sto scrivendo, un magro, opaco spaccato di piccola borghesia... Con molte virtualit, beninteso: dalla pi grigia routine che sboccia spesso un delitto o un portento. Non certo comunque dagli appartamenti 31 e 32, dove abitano due vecchi, da soli, un uomo e una donna: la nobile decaduta donna Marzia De Castro e il professore di filosofia a riposo Placido Carnemolla. La prima vicina agli ottanta, il secondo oltre i settanta.

Di donna Marzia dir che sopravvive vendendo il resto dei mobili di famiglia, ma soprattutto ogni anno uno dei sei esemplari residui dell'antica collezione di quadri e stampe: "Ho pane per sei anni," dice. "Mi basta, non penso di vivere oltre." Li tiene sotto il letto, io solo ne conosco il valore: un Piranesi, un Mons Desiderio, un possibile Beccafumi, un arcimboldesco di qualit, una Malinconia del Grechetto, una tavola di Biccherna... Sto sempre in allarme che glieli rubino, ma lei si mostra tranquilla: "Nessuno sa nulla, tranne Lei e di Lei mi fido. Inoltre ho questa" e mostra una scacciacani a salve che tiene sotto il cuscino. "Se viene qualcuno, lo faccio secco col solo fracasso." M'invita a entrare, declino. So gi che alla porta accanto dovr sostare un bel po', Placido non molla i visitatori, uno che parla ininterrottamente, dev'essere una malattia. Io dopo mezz'ora sono alle corde, ma confesso che la prima mezz'ora una delizia. M'apre in un comico abbigliamento invernale-estivo: mutandoni di cotone fino alle caviglie (col termometro oltre i trenta!) e una impalpabile canottiera su un torace bianchissimo e untuoso d'antichi sudori. Non mi saluta nemmeno bens continua un suo effusivo monologo: "L'et migliore per innamorarsi la mia. Prima dei settant'anni si hanno idee molto confuse sulle donne e l'amore..." Provo a interromperlo: "Ci sarebbe... una firmetta, prego." Mi abbraccia, mi toglie il registro dalle mani, lo posa sul pianoforte, mi obbliga a sedere, dolcemente forzandomi con le mani sulle spalle: "Un the? Viene da Manila. Fatto dalle mie mani." Al mio diniego non si scoraggia. "Siediti, hai fretta? Se puoi far piano una cosa, falla pi piano. Peggio per chi deve correre quando tutto gl'imporrebbe di sdraiarsi." Sta parlando di s. Caso mai non l'avessi capito, specifica: "Come me, inseguito da creditori feroci..." "Creditori? Tu?" "Gli anni, i malanni," spiega con una mimica della mano. Poi, ridendo: "Dover correre con un nome come il mio, figurarsi!" Rido anch'io, ma lui: "Ascolta," mi fa, "cos'ho pensato stamani. Ho pensato al rapporto che esiste fra me e me. Dovrebbe essere un vincolo forte come l'acciaio. Cos in tutti gli animali, ogni animale si ama. Solo l'uomo ha scoperto che pi naturale non amarsi che amarsi..." Il discorso m'interessa, apro le orecchie. "Io mi disprezzo," prosegue, "e cerco alleati. Non vuoi disprezzarmi un poco anche tu? Sarebbe un gesto d'amico." "Disprezzarti?" faccio. "Non oserei." "Una solida antipatia," proclama solennemente, " il migliore fondamento di un'amicizia." "Voli troppo nuvoloso per me. Spiegati." "Scusami, ma la verit sempre involuta. Hai mai visto gli americani alle prese con gli spaghetti? Altrettanto noi con la verit."

Non mi offendo, so che mi stima: "Bene," lo supplico con un sorriso, "abbassati fino al mio scantinato." Prende un'aria da luminare ma intanto mi strizza l'occhio: "Apri la porta che arrivo. Ecco: partiamo da un dato inoppugnabile: la grandezza e la santit della vecchiaia. Un mio nonno socialista, quando in piazza lo costringevano a cantare "Giovinezza", correva subito a casa a rileggersi il De senectute. Cosa voglio dire? Che un vecchio bello come un albero vecchio, ha radici, memoria, sentimento sublime della morte vicina. Inoltre pi giovane d'un giovane, soprattutto se da giovane ha saputo essere vecchio. Non un gioco di parole: bisogna essere stati molto vecchi da giovani, per saper essere giovani da vecchi. Solo che..." Nonostante le buone intenzioni, mi capacito a fatica. Lui insiste: "Solo che non c' gusto a essere ricchi quando gli altri non sono poveri. In altre parole, mi pesa che ci siano altri vecchi fuori di me. Vorrei essere io solo a ricordare la voce di Zarah Leander o di Carlos Gardel, le sere di coprifuoco durante la guerra. Invece siamo ancora in tanti, sono geloso dei ricordi degli altri..." "Questo che c'entra," protestai, "con l'amarsi e il non amarsi?" "C'entra," rispose. "Come si fa ad amarsi quando si vive con se stessi 24 ore su 24? pi facile amare il prossimo, di cui si conosce solo il meglio in mostra, l'antologia. Legittimo quindi, direi fatale, che io mi sopporti a fatica. D'altro canto v' tutta una ricchezza di memorie, albe, lune, visi innumerevoli, e, questa, come potrei non amarla? Qui sta la mia scissione: amo il vecchio ch' in me, odio il giovane che sento d'essere ancora..." S'imbrogli, mi parve improvvisamente ferito, pietoso, inerme. Gli misi una mano sul braccio. "La giovinezza," brontol, "ha sempre in s qualcosa di leggermente ridicolo. E tuttavia, come vorrei, come vorrei..." S'interruppe, si mise a piangere, si mise a ridere, mi cacci via scherzosamente a pedate. In vedetta nella solita catacomba, in attesa che i pantaloni color nocciola e le scarpe bianche di Enrico Lo Surdo compaiano a tiro del mio occhio di bue privato. Deve passarmi davanti per forza, se vuole accedere all'ingresso, n l'indugio mi fa specie, rientra nel mio giocattolo del guardare. Tanto pi che con una sola fava m'avviene di prendere il secondo imprevisto piccione. Mariposa che all'imbrunire, riposata, si reca al lavoro. La chiamo con un riconoscibile urlo, lei sa che quella botola, a fianco del portone d'ingresso, il mio cannocchiale sul mondo e, quando vi passa accanto, non manca di darmi la voce. "Aspetta," la chiamo, "aspetta" e con un balzo esco fuori a raggiungerla.

Si rigira fra le mani il mio biglietto: "Avevo deciso di non venirci. Non sar imbarazzante?" chiede e subito aggiunge: "Io non ricevo in casa, scandali non ne do." "Vieni," insisto, "e difenditi a spada tratta, io sto con te." Firma lentamente col bastoncino del rossetto, ignorando la mia penna, poi ancheggiando sui tacchi alti se ne va. Una mezz'ora appena ed ecco Lo Surdo. Lo colgo nell'androne mentre s'avvia, lo blocco sulla soglia dell'ascensore. "Salga," mi dice, aggrottando un viso mediterraneo, cotto come una creta di Caltagirone. Ha gli occhi disfatti, parla impetuoso e spiritato, cerca con chi sfogarsi. Gli porgo il foglio. "Riunione di condominio, chi se ne frega," ride amaro. E tuttavia firma l'ordine del giorno senza leggerlo, in piedi nell'abitacolo che gi s' mosso. Non fa in tempo a ridarmelo che la luce si spegne, la cabina si ferma di botto, black-out. Bestemmiamo all'unisono, poi le mani d'entrambi corrono al segnale d'allarme, se mai qualche misericordioso lo ascolti e ci aiuti, manovrando a mano il congegno, a venir fuori da quei pochi metri cubi d'aria inerte e sospesa. Figurarsi se un campanello pu sostenere la gara con gli assoli perdifiato di Johnny Bisceglie. Senza contare che gli piace suonare al buio, l'interruzione di luce una manna per lui, chiss quando smetter. Allora Lo Surdo comincia a parlare. Ho l'impressione che stia ripetendo l'autodifesa che ha svolto or ora davanti ai diffidenti marpioni dell'ufficio rimborsi. Forse ci riprova, illuso di convincere almeno me. Dice... ma come faccio a dargli retta, colto dall'angoscia d'esser sepolto in piedi dentro un cataletto verticale, fra quattro assi di pietra, con nell'orecchio il rimbombo di quella tromba lontana? Lui racconta, s'infervora, ma a me preme solo uscire all'aperto, sto soffocando. E meno male che nel momento stesso che la sua storia finisce, la luce torna, l'ascensore si rimette in moto. Una sincronia che gli giova: senza aver capito altro che frantumi della sua versione, io per la gioia m'affretto a dargliela buona e con una forte stretta di mano m'accomiato.

V. FATTO SUCCESSO. Marted, 22 agosto.

Che vento, stanotte. Venuto da dove, da quali ignote frontiere? Mi fa senso quel suo ululo bleso, quel franto, sparpagliato muggire... Sapessi tradurlo in accenti umani sono certo che svelerebbe soltanto qualche pettegolezzo dell'aria, qualche innocente mistero... Eppure non so tenermi dal sentire nelle girandole della sua giostra un'intenzione cattiva; d'intendere nella sua voce, come al tempo delle fatidiche insonnie, una campana a morto, per l'agosto che se ne va. E sta bene che l'autunno ancora di l da venire, vero che i suoi avamposti gi s'affacciano dalle gole montane e spaventano le pi alte banderuole della citt. Un tuono remoto s' udito or ora battere un colpo di gong, come per il via d'una sfida. Cuore stretto, occhi sbarrati sul buio, inutilmente ogni cinque minuti interrogo l'interruttore. La luce saltata ancora una volta, e se voglio conoscere l'ora, devo spiarla sulla sveglia con l'aiuto d'una candela. Filtrasse un filo di chiaro attraverso il tessuto delle tendine che un palpabile soffio apre e chiude come una palpebra! Ma nulla s'indovina, nemmeno il consueto barlume delle lampade municipali, la tenebra ha spento anche quelle. Se immagino una mano che squarci lo spessore del nero, solo una mano fantasma; se spero una visione che m'insanguini gli occhi, solo la faccia fantasma di Dio. S, questo immagino e spero: che un giorno sulla sindone di quella tenda un viso si stampi, magari il viso d'un masnadiero, uno dei tanti travisamenti del Grande Prestigiatore. cos che mi figuro, senza crederci, Dio: un Fra Diavolo da ballo in maschera, con una benda nera su un occhio. Oppure ha ragione il filosofo Placido: Dio un pesce che nuota in acque profonde, i palombari gli passano accanto senza vederlo, ma domani o doman l'altro affiorer, lo vedremo guizzare nell'acqua dei nostri pozzi, delle nostre piscine... Ma dicevo del vento... Il quale nella mia fantasia impersona stanotte un sibilo d'allarme inviato dagli spazi e dagli astri, lo stridulo cigolio dell'asse del mondo. A dirla tutta, io non mi scordo in nessun momento di vivere su un granello di roccia che gira come una trottola, cinto dall'incommensurabile vuoto... Nella mia stessa irrisoria porzione di suolo mi muovo come su un lastrico d'uova, fino a tal punto temo che sgusci via, scoscenda, m'inghiotta... N credo, sotto il peso della mia scarpa, pi solida la terra che non sia l'acqua del mare... Ne ho parlato con Placido: "Un sentimento dell'abisso molto pascaliano," osserv con sussiego. "Ma, pi ancora, son cose che hai nel sangue per esser nato in una terra che chiamano ballerina." E avrebbe continuato, ma io gli sfuggii, avevo appuntamento con Mundula per i rendiconti mensili. Ne ritorno come sempre col peso di qualche rimbrotto per via degli errori di somma, dei disguidi di nomi. Confondo nomi e cifre cos facilmente, ormai, che mi pare ogni volta un terno al lotto riuscire a districarli esatti dalla poltiglia di calcoli che m'impiastriccia la mente. Difetto di metodo, d'ordine. Non per altro dedicher una pagina del mio scartafaccio di fiabe e memoria al catasto degli affittuari e personaggi di cui ho discorso o discorrer. Un'anagrafe

alfabetica, voglio dire, che s'inizia con gli sposi Argiropulo e termina con Pirzio Ravalli, passando per Mariposa e Bisceglie e i Garaffa, stupidi, e la De Castro, nobile malestante, e Buozzi, tipografo, e me stesso, speleologo urbano, e Bartolo Gueli, detto Tir, questuante di luce e patetico mal-aim... A occhio e croce, salvo i due stupidi, una banda d'infelici. Nessuno mi pare abbia ragioni di contentezza, a cominciare dalla maga Adriana afflitta da un figlio malfido e da una floscia pinguedine, fino al filosofo Carnemolla, che ha paura della morte e del tempo. Tutti li accomuna, del resto, coatta o meno che sia, la riluttanza ad andarsene in ferie e l'attaccamento alla bastiglia condominiale, a questo calcinato torracchione di cattivo cemento, permeabile al caldo come un ventre a un coltello. Chiss che sollazzo, dunque, domenica prossima, doversene stare insieme fra rinfacci, dileggi, collere, barzellette sciape, odore di ascelle sudate, di camicie appassite... Con l'avvocato Mundula a capotavola, poveraccio anche lui, respinto tre volte all'esame di procuratore legale, ridotto a fare da portavoce e cassiere del cugino transoceanico... Una banda d'infelici, ripeto, ma uno pi infelice degli altri, il ragioniere Enrico Lo Surdo, se devo credere al suo "fatto successo" (cos, tautologicamente, dietro una suggestione vernacolare, egli definisce ogni evento di cui voglia ribadire con enfasi la veridicit). Ne conosco pezzi e bocconi, raccolti dalla sua voce in ascensore l'altrieri o piagnucolati dalla moglie pi tardi, durante un incontro sul pianerottolo. Che siano verit sacrosanta, non sono certissimo. Invogliano comunque al racconto d'atmosfera e sociale, giusto quello che ci vuole per il Supplemento mensile del "Binocolo". Con qualche integrazione e belluria stilistica delle mie potrei farne un pezzo venale e spedirglielo, se mai tornassi a collaborarvi... Eccone le prime pagine. Il sguito a dopo.

Racconto serio. prima parte. La scena in Sicilia, dalle parti di Omissis - Lo Surdo acqua in bocca al riguardo -, un venerd sera, davanti alla sua cartiera. Lui sta l, con due dipendenti, a guardarsi la fabbrica dopo il lavoro, vuota d'opera e di rumori, che riposa nel tepore del tramonto. l'ora che non pi giorno ma il crepuscolo s'impigrisce all'orlo dell'orizzonte e ne stilla sulla campagna una pacifica musica, quasi uno sciacquio sonnolento dell'aria; dove ogni parola che si pronunzia suona come dentro l'ovatta d'un sogno. Poco sensibile all'incantesimo, lui s'incaponisce su un Milan-Vicenza 2 fisso, per colmo delle sorprese, ma i soci di schedina non ci sentono da quell'orecchio. Smessa la soggezione abituale, ora ch' finita la settimana lavorativa, si ribellano con asprezza alle pretese profetiche del principale. In

quel'istante il telefono squilla, se ne coglie il trillo a malapena, dallo spiazzo parcheggio dove sostano i tre. Lo Surdo rientra nello stabilimento per la porta carraia rimasta aperta; attraversa il deposito di pianoterra, un dammuso fitto d'inferriate, colmo di balle di stracci, come l'elevatore le ha deposte nel pomeriggio dal camion sul pavimento; sale lentamente (strillino pure, non ha fretta) su all'ammezzato, adibito alla battitura e allo spolvero delle fibre. Non ha fretta, cammina col passo spavaldo e ingenuo di chi da un telefono s'attende preghiere e impazienze altrui ma nessuna brutta notizia. in buona salute, ha una bella moglie, nessun bambino che possa essersi scottato o smarrito, un conto in banca, una piena solvibilit. Aspetti; aspetti pure, l'importuno che si sta sgolando a chiamarlo nell'ora sbagliata, l'ora della chiusura e della schedina... giunto davanti all'ufficio. Nell'aria del vestibolo stagna ancora un pulviscolo di minuzzoli e filamenti. S'arrabbia, s'era tanto raccomandato che dessero aria al locale... Entra infine, raggiunge il tavolo, solleva la cornetta, mozzando a met il trentesimo squillo: "Pronto. " Dall'altra parte un silenzio, ma una solida presenza, tuttavia, come il fiato grosso di chi abbia corso a lungo o soffra d'un enfisema. "Pronto," insiste Lo Surdo e sta gi per deporre l'apparecchio, la terza o la quarta volta che gli avviene di sentirsi chiamare da interlocutori che subito bruscamente dileguano. Scherzi da ragazzi o da adulti scemi... Ma stavolta un alito di voce finalmente risponde: "Priparassi cinquanta miliuna..." Ci siamo, anche nel suo paese giunta la mala bestia. successo a tanti, per altrove, mai avrebbe pensato che succedesse anche qui, anche a lui... "No," risponde secco e riaggancia. Ma non tranquillo, mentre raggiunge Licausi e Tirr. "Vada per il 2 fisso," gli dicono appena lo vedono, ma lui non li ascolta. "Fate come volete, io ci sto comunque. E andate, andate pure. Io mi fermo un altro po'." Rimane. gi quasi sera. La fabbrica perde contorno, si cancella nell'ombra che sale. Un gioiello di fabbrichetta, quale perfino al Nord, si fa per dire, se la sognavano. Una compagine di pietra, acqua e ferro, che, con le ultime migliorie, gli pare abbia raggiunto una sorta di equilibrio umano, una minuscola perfezione di creatura vivente: la stessa che lui da bambino sognava, quando coi pezzi d'un meccano si ostinava ad erigere, calettando sporgenze con incavi, un castello di meraviglie. Una cosa perfetta, una creatura amorosa. Non poi tanto incompatibile col suo sogno d'un tempo, di diventare scrittore. Poich i grandi fogli candidi che produceva e vendeva, nulla impediva di credere che, sia pure ad opera d'altri, dovessero insudiciarsi d'un inchiostro glorioso e di segni immortali... Lui di scrivere aveva smesso quasi subito, e della scelta era intimamente contento, pensando ai tanti che dolorosamente s'intestardiscono. Pago di

palpare le risme che uscivano fragranti e vergini dalle macchine, e di strusciarvi il naso con l'avidit d'un furetto. Torna a guardare davanti a s: ammucchiati contro il muro di cinta ecco i sacchi pronti per la spedizione a piccola velocit; ecco lo spiazzo del parcheggio, con tre lape cucciole ai piedi d'un autocarro gigante con traino... Di tutto ci che vede, lui il monarca, lui Enrico Lo Surdo. Quel modesto reame suddito suo, e con esso le parecchie famiglie che vi campano sopra e i tanti, molti di pi, ferrovieri, tipografi, autori, giornalisti, giornalai, bibliotecari, librai, droghieri, scolari, che avrebbero per avventura toccato, manipolato, usato questi fogli e disperso ai venti per loro tramite le verit e le menzogne del mondo. Non nuovo a pensieri cos magnanimi Lo Surdo per l'ennesima volta dice tacitamente grazie a suo padre. Era stata l'espressa volont di lui moribondo a convincerlo di barattare una malcerta carriera accademica con questo impegno di fatiche quotidiane che gli s' venuto svelando ormai come la scelta pi saggia della sua vita. Da essa erano derivate altre scelte felici: il matrimonio con una possidente di carnosa e un po' sfatta bellezza, ma di testa quadra, impareggiabile massaia delle sue cose; e, nella mancanza volontaria di figli, un calmo benessere, un prestigio sociale, ma soprattutto un'autorit sui sottoposti, per quel suo passato di libri e di occhiali, e l'arte non dimenticata di accomodare le parole. Questo lavoro, infine. Un lavoro che lui aveva presto promosso dentro di s fino a farsene una bandiera d'orgoglio. Come se in virt della sua confidenza con le fruscianti, odorose, bianchissime cellulose che andava spargendo ad uso di innumerevoli sconosciuti per tutti gli scrittoi del paese egli fosse non tanto un fornitore pagato quanto un indispensabile complice. Fantasie, di cui il primo a sorridere. Pur tuttavia mai avrebbe immaginato che quel mestiere potesse piacergli tanto. Piacergli, dico, come piace mangiare, fare all'amore, dormire. Con un sentimento di spossatezza felice, alla fine, quando gli operai se n'erano andati e lui si tratteneva ancora con Licausi e Tirr a parlare di Totocalcio. Si sporgevano, mentre parlavano, dalla spalletta del ponte, accordando le parole al soliloquio dell'acqua, laggi, che pareva la canzone d'un carcerato lontano. Tanto erano cresciute le erbacce fra le due sponde da imbavagliare quasi l'invaso. Domani, si diceva ogni sera, avrebbe spedito qualcuno a far pulizia, magari assicurato a una fune, non fosse che per andare a veder finalmente da vicino il bluff di quel rigagnolo che si dava arie di fiume. Domani... ma ne sarebbe valsa la pena? Una flora cos selvaggia, dalle radici cos cocciute, ci avrebbe messo un niente a rifarsi, fra un po' di settimane si sarebbe punto e daccapo. Senza dire che, salvo il fastidio dei moscerini e il lieve tanfo di fradicio, la vista d'un pittoresco che sarebbe un peccato guastare. Specialmente in quest'ora, alla fine della giornata, ora fra tutte la pi serafica e morbida, quando su per la scarpata gi si spargono i primi fumi serali e una serenit cala dal cielo sui comignoli neri, sui tetti rossi,

sui cortili deserti; penetra nelle sale pi interne, l dove le macchine, infine spente, paiono accucciarsi in un sonno di mule stanche... S' fatto tardi. Lo Surdo rimasto in piedi a guardare, a pensare. Presto verranno quelli del turno di notte a rimettere in moto i congegni. Non abbastanza presto per impedirgli di accamparsi un'ultima volta a gambe larghe davanti alla propriet, per coccolarsela, per ripassarsela nella mente, per ricapitolare gl'incidenti memorabili della giornata, le ordinazioni, le perdite, i profitti, gli sbagli, le belle sorprese... Cos sempre ogni giorno a quest'ora. Senz'altri testimoni del suo bilancio silenzioso che Licausi, Tirr e un cane lupo da tutti battezzato senza fantasia Baubau, il quale a pochi istanti di vigilanza rabbiosa fa seguire lunghi infruttuosi duelli con la propria ombra e sopori ancora pi lunghi dentro questa o quella pozza di polvere nel cortile. Cos ogni giorno a quest'ora. Con in pi, stavolta, l'eco putrida nel suo orecchio di quella voce: "Priparassi cinquanta miliuna..." A questo punto rileggo e mi giudico. Il manufatto ai lettori ambidestri del "Binocolo" non dovrebbe dispiacere: vi si sente un cauto rispetto per la propriet minacciata, la ripulsa d'ogni prepotenza tenebrosa, un sottinteso desiderio d'ordine e legge. Da far contenti a un tempo i possessori di beni e i predicatori del Bene. Sebbene in questa storia di pensieri torbidi e lenti, di gesti brutali e fulminei, ho paura d'aver introdotto lirismi, psicologismi divaganti, orazioni oblique che, se gi poco soddisfano me, immagino quanto meno debbano piacere al protagonista, il quale m'ha dato coraggio all'impresa solo nella fiducia che, approdando ai giornali, il suo caso ne venisse gratificato in Assise. Proseguo dunque con maggiore cautela, stringendo i tempi, ripassandomi, per contagiarmene il tono, la cronaca nera del "Binocolo". Col poco guadagno che si pu vedere qui avanti.

Racconto serio. seconda parte. Seguirono brutti avvisi: le quattro ruote dell'auto bucate dentro il garage chiuso, senza segni d'effrazione; la scomparsa di Baubau e dopo due giorni la scoperta della sua testa in fabbrica, dentro una vasca di ghisa, fra i coltelli della macchina sfilacciatrice... Una messinscena che Lo Surdo trov tanto ributtante quanto spettacolare. Nessun dubbio che la bestia fosse stata decapitata altrove, sicch la scelta di deporne il sozzo avanzo fra acciai micidiali era un lusso, un dippi, che, mentre allusivamente raddoppiava l'intimidazione, pareva dettata da un vizioso gusto d'artista...

Giunse un altro messaggio: "Priparassi sittanta miliuna". Rispose "no" con minore vigore, ma non and dalla polizia. Sapeva gi cosa gli avrebbero proposto: fingere di cedere, predisporre un agguato, coglierli sul fatto... E sapeva come sarebbe finita: nessuno si sarebbe presentato all'appuntamento, gli avvertimenti sarebbero cresciuti di protervia e crudelt fino alla sua resa finale. Pass giorni di pavida attesa. Camminava per le vie del paese cercando l'ombra dei radi alberelli e dei balconi sporgenti e si sentiva solo come non mai, l'inerme bersaglio di cento pupille nemiche, nascoste dietro gli scuri. Seppe improvvisamente, contro ogni precedente illusione, che tutti gli erano avversi, la sua improvvisa e solitaria ricchezza in una comunit di indigenti aveva finito col produrre scandalo prima, quindi torvi livori. Prov allora, fuori d'ogni abitudine, a parlarne con sua moglie. "Paga," gli consigli Giuliana, "prima che il prezzo salga ancora o ti ammazzino. Paga." Pag. Trascorsero mesi quieti. Ma per lui un'uggia nel cuore, un rimorso aggrumato, un mortificato furore. Dannandosi l'anima nel lavoro per tenere a galla l'impresa e rifarsi della somma perduta. Col rancoroso sentimento che ogni sudore in pi era un balzello impostogli da quegli altri, i tre compari esattori dalla voce contraffatta, in palt nero, di cui aveva solo intravisto, nei buchi del passamontagna, gli occhi biechi, pungenti come punte di spillo. L'incontro era avvenuto di notte, al trivio della Casa Bruciata, e ne era tornato a piedi, lasciando l'auto sul posto (era questa l'imposizione) con nelle mani floscia la valigetta che s'era portato da casa gonfia di banconote. Pace, dunque, per qualche mese. Finch il telefono torn a esigere, a torturare. Con una novit, stavolta: che la voce era un'altra, le pretese ancora pi alte, molti segnali indicavano che si trattava di un'altra banda diversa e rivale. "Ammazzatevi prima fra voi," ringhi Lo Surdo nella cornetta. "Io sar la preda del vincitore." "Facimu prima a ammazzari a tia," rispose la voce. Una voce tranquilla, implacabile, senza inflessioni. Con un che di metallico e grigio. Come parlano nei film i robot. L'uomo non volle, non pot pagare. E la cartiera bruci una notte che sembrava la festa del santo patrono, con belle lingue di fiamma e un crepitio di carta arrostita a far da colonna sonora. Tutto il paese accorse, in pigiama e vestaglia, a godersi la vista dal belvedere di Corso d'Apollo, mentre due volontari pompieri comicamente giocavano con l'idrante pi a spruzzarsi fra loro che a disturbare il fal. Rimasero le strutture murarie dei capannoni, il resto and in fumo; le macchine, mutate in incarbonita ferraglia, parvero sculture da imballare e spedire a Gubbio, alla Biennale del Ferro, inservibili ormai per ogni altro uso pi proprio.

Fu allora che Lo Surdo si trasfer in citt e prese alloggio da noi, per combattere da vicino contro le Assicurazioni Riunite una guerra senza quartiere, perseguitato sin da principio dall'accusa d'aver provocato lui stesso il sinistro per riscuotere il premio. Dovette vendere per due soldi a Tirro, Licausi e un terzo anonimo socio i ruderi ancora fumanti. E quelli, rimessa in piedi la baracca, guadagnano bene, pare. Lui, viceversa, qui sulle spese, mangiato dagli avvocati, con la moglie intrepida al fianco, pi accanita di lui. Sospettosa anche: "Come va a gonfie vele la fabbrica, oggi," mi sibil prima di chiudersi la porta dietro le spalle. "I nuovi proprietari non hanno i nostri stessi problemi, direi. E chiss dove han preso i quattrini per comprarsi e restaurare la fabbrica. Quando ci hanno pagato, dal notaio, mi pareva di rivedere le nostre mazzette nuove, del primo pizzo, da centomila, tenute insieme dallo stesso elastico verde..." "Vuol dire che...?" io feci, trattenendola per un braccio. "Voglio dire che..." mi rispose e s'imbuc nella stanza. E qui la storia sarebbe al traguardo, se non sentissi il bisogno di anticipare sin d'ora l'appendice ironico-tragica ch'ebbe, otto giorni dopo. Quando Enrico Lo Surdo fu sorpreso e arrestato in una cabina telefonica pubblica, mentre balbettava a Licausi e Tirr, con un fazzoletto davanti alla bocca e una molletta sul naso, le stesse parolette fatali da cui era cominciata la sua catastrofe: "Priparassi cinquanta miliuna"...

VI. STRANI CASI IN UN CONDOMINIO. Mercoled, 23 agosto. Rimuginando sull'affare Lo Surdo, che istruttiva parabola vi si contiene! Da cui s'impara che, mentre un pittore naf pu pretendere di emulare un pittore di professione, chi si vota al delinquere senza un tirocinio adeguato rischia di non cavare un ragno dal buco. Per quanto entusiasmo ci metta, un galantuomo sar sempre un goffo apprendista del male. Dovr mangiarne di pane, come diceva mio padre, prima che dalla pelle gli si stinga il tristo tatuaggio e vizio dell'onest... Conclusione: il mio racconto di or ora, per la sua intrinseca lezione morale, non mi pare da cestino, quasi quasi lo mando al giornale. Magari arrossendo per la manifesta contraddizione in cui cado. Poich, parliamoci chiaro: io ho un bel volermi astrarre dalle vanit e brighe del mondo, fatto sta

che ogni mattino il cronico buffo patema delle tasche vuote torna a ricordarmi che di soldi ho comunque bisogno per un sonnifero o un lassativo. Per non dire dei mille altri lacci che mi asserviscono al quotidiano e tarpano le ali della mia superbia e della mia libert. Da qui nasce la sotterranea invidia che nutro per chi ha saputo far diventare leggenda e modello storico la propria segregazione. Penso a Iacopo Pontormo in un soppalco sbilenco, mentre tira su e gi il paniere delle vivande, poi subito torna a chiudersi in compagnia delle sue fisime solitarie... Penso a Fischer l'invitto, che perde infinite Est-Indiane contro se stesso su una scacchiera da tasca, in un bar del Minnesota o Vattelappesca... Penso a Gould, abbracciato al suo clavicembalo in una camera chiusa, con divieto d'accesso a ogni corrente d'aria e a qualunque intruso che non sia l'ombra di Bach che gli abita la mente... Tre eautontimorumeni, tre eccellenti agorafobi... Tre malati? Ohib, no. Solo dei cercatori di solitudine come farmaco e benda dell'esistenza, anche loro, tuttavia, costretti a dividere le ore intime con le necessit sociali o comunitarie, e a tradire chiss quante volte l'assolutezza della propria passione. Assai meno spesso di me, certo, e qui ci vorrebbe, per un confronto fra noi, un metro come quello che misura i moti della terra e del mare: solitario di forza cinque, io; solitari di forza nove, loro! Senza dimenticare il maggiore di tutti: colui che cerc la sua trappa, per paradosso, in mezzo alla gente di contrade remote, trovandovi avventure, pericoli, morte... il fuggiasco dalle suole di vento - di lui che sto parlando e della sua sfida insolente ai vecchi bastioni d'Europa. Magari solo per guadagnarsi qualche notte da negriero, sotto lune pi lune d'ogni altra, di Charleville o Parigi, sulle petraie dell'Uebi Scebeli!... Bene, grazie per non avermi interrotto. Ho di tanto in tanto questi accessi di strafottente magniloquenza. Specie dopo essermi voltolato a lungo fra le meschinit della giornata e averne farcito il memoriale che sto scrivendo. Come vedete lo mando avanti a fatica, sempre nel timore di dover chiudere all'improvviso, con tre puntini di sospensione. L'Incompiutezza, si sa, la mia musa del cuore (tutta la mia vita stata un coito interrotto, una trafila di slanci amputati, di ineluttabili sterilit), ma essa non basterebbe se non si aggiungesse lo sfilacciarsi del tempo attorno a me, il suo sgretolarsi in accidenti e attimi effimeri: come quando tritumi di polvere danzano in un raggio d'oro che li investe un momento, poi s'eclissa dietro una nuvola. Cos vedo passare e perdersi i giorni. Oggi ancora la bella stagione. Domani torneranno tramontane e nebbie, riudr sull'asfalto bagnato il fruscio delle gomme che s'allontanano, stelle pi fredde appariranno nel cielo. Noi di Flower City viviamo radicati all'inerzia come nel porto una nave di colerosi. Autosufficienti, se per questo, i rifornimenti non mancano. Ogni mattina il giornalaio butta davanti al portone il suo fascio di giornali freschi, il lattivendolo su ogni soglia deposita i suoi cartoni. Per le provviste di ciascuna

famiglia basta una telefonata al vicino Supermercato e dopo qualche minuto un commesso arriva, spingendo un gonfio carrello... Quanto al portalettere, lui non si scomoda nemmeno per distribuire nelle cassette la corrispondenza, ma bussa solo da me, solo a me consegna il fardello con l'incarico di smistarlo. Io mi assoggetto volentieri: una distrazione spiare gl'indirizzi dei mittenti, soppesare le buste, odorarne il profumo, supporre o fantasticare farse e tragedie sulla scorta di due, tre parole equivoche su una cartolina dall'Engadina... Come stamani. Dice la cartolina, indirizzata al signor Torquato Marino, alias Mariposa: "Farfalla mia, Mariposa querida! Trabocco di miele e t'aspetto! Saluti da Sciro." La firma, pi gi, Achille, ma pi gi ancora uno sgorbio di penna diversa pu benissimo leggersi Patroclo. Sul recto una veduta delle terme di Tarasp, su uno sfondo di selve assai cupe, altro che Sciro! Salgo al quinto piano con titubanza. A quest'ora Mariposa riposa, non vorrei svegliarla (mi decido per il femminile una volta per tutte, bench m'imbarazzi). Un filo di luce che filtra sotto la porta m'incoraggia a chiamarla, ma adagio, per nome. La risposta un gorgheggio: "Avanti!" Eccomi nella stanza, una bomboniera di trine, babbucce, parrucche, paraventi, sete fruscianti. Ma nell'aria sospeso un sentore dolciastro, misto di borotalco e Paco Rabanne. Mariposa si sta svestendo e, a dispetto della mia totale indulgenza, un lieve ribrezzo mi offende non tanto la vista quanto le orecchie, per quello schiocco d'elastico sulla calza, il crepitio del nylon sotto le unghie, i lezi garruli della voce: "Ciao, bel Giornale, che c'?" Mi chiama bizzarramente "Giornale", ricordando i miei trascorsi di redazione, cos chiama "Tarocco" la cartomante, "Tappeto" il greco, "Tromba" Bisceglie, "Cartiera" Lo Surdo e cos via, ciascuno secondo un suo attributo o curricolo qualificante. "Questa per te" dico. Lei prende con due dita la cartolina, la legge, la rilegge, si mette a piangere. Vedo i lucciconi rigarle le guance grasse, disfarle il cerone, sfociare e arenarsi fra le rughette del collo. La situazione di quelle che danno voglia di andarsene. Mi capisce a volo: "Giornale, non te ne andare," mi fa e si asciuga gli occhi con un lembo della sottana. "Vedi quanto canaglia" e mi mostra la cartolina, m'invita a leggerla, come se io non la conoscessi a memoria. "Guarda," e mi indica la seconda indecifrabile firma. "Sta con un altro e me lo vuol far sapere!" Qui ricomincerebbe uno sfogo che m'ha gi impietosito pi volte ma che ormai mi lascia di ghiaccio. La fermo: "Domani, oggi non posso" e fuggo nel corridoio dove l'inevitabile ingegner Garaffa al lavoro e non mi degna di nessuna attenzione. Issato su una scala a forbice che il ragazzo Maurizio finge di reggergli, esplora con una lente d'ingrandimento il soffitto, l dove un

rigonfio della calce, una sorta di crosta, visibile a occhio nudo; ignaro che il suo infedele assistente gli sghignazza dietro le spalle; lo stesso Maurizio che poche ore prima avevo sorpreso due piani pi gi intento a strappare le spie di cartavelina lungo gli orli delle lesioni... Li lascio alla loro duplice pantomina e mi dedico al pensiero di Mariposa. Con un mediocre rimorso per averla lasciata alle sue lacrime abbondevoli e innocue come acquazzoni d'estate. Un rimorso, s, perch a suo modo, e con frequenti remissioni d'umore che vanno fino al fou rire, lei soffre. Di certo la cartolina le stata spedita da Redaelli, l'ex vedette del music-hall con cui vissuta sei anni e alla cui influenza deve, non fosse altro, l'orgogliosa scelta di non nascondersi pi. Con lui ebbe a patire omeriche liti, per i reciproci tradimenti e i differenti gusti in cucina. Poi venne la rottura e da parte dell'altro, ogni estate, quando va in giro per il mondo con un nuovo compagno, ininterrotte irrisioni telefoniche, telegrafiche e, soprattutto, epistolari, che lei raccoglie in un album come reliquie. Io l'ho conosciuto, l'epistolomane, per averlo intervistato dopo uno spettacolo, ai tempi ch'ero Vice teatrale. E come urlava d'essere stato lui l'inventore, prima assai di Cabaret, di quel numero d'un ballerino vestito un fianco da uomo, un fianco da donna, che ballando pare duellare con se stesso, fulminato dai riflettori, nell'atto di sfidarsi, amarsi, odiarsi in un solo equivoco corpo, non senza lanciare dal volto bistrato, dai gesti di furia e languore, un presagio di facile morte. Un personaggio met tragico e isterico tutto, il Redaelli, sul palcoscenico. Fuori uno spassoso trasgressore, le cui risate vincevano in fragore le cascate del Reno ed erano famose in tutte le felpate receptions degli htels particuliers da Amburgo a Venezia... Pensavo dunque a Mariposa, a Redaelli, e a quanto sia tortuosa la natura dell'uomo. O piuttosto la Natura al maiuscolo. Per come intreccia fittamente norma e eccezione. Mi chiedo se non abbia ragione Placido con la sua teoria dei frattali estensibile a tutti i fenomeni dell'esistente, se vero che perfino le aritme del mio cuore, con le loro impennate e decelerazioni, sono meno schiave d'un capriccio che d'una legge, accidenti a loro... Lo stesso vale per l'equivoca Mariposa? un disordine dentro un ordine? un ordine dentro un disordine? "Io non mi travesto, io mi vesto" mi disse una volta, e voleva significare che si abbigliava da donna non per farsi altro da s ma per il piacere di farsi s, di esibire di s l'immagine nuda attraverso il sofisma di un'impostura. "Tua madre..." insinuavo io, fresco di letture viennesi. "Mia madre? Non c'entra. Anche se la memoria della sua mammella, la tiepida morbidezza di carne in cui affondavo la faccia, l'acido gusto del latte fra le mie labbra sono ancora vivi in me in un'aria di straziata felicit. Come per te, come per tutti..." E diceva anche che, prima di prendere coscienza della sua condizione, aveva amato una donna, pi donne. "Mai corrisposta," aggiungeva. "Sentivano in me la moneta falsa, la melliflua eresia d'essere una di loro. Le amavo, non

mi amarono. Dovetti farmi donna per potermi riamare, essere due in uno, l'amante e l'amata..." Ora infine - e non riesco a non sorriderne - Redaelli la ingelosisce da una finta Sciro in combutta con un sedicente Patroclo... Mentre lei batte i marciapiedi per farsi un gruzzolo. Sogna una chirurgia, a Berlino fanno miracoli, pare. Nel procedere verso la prossima base, mi torna in mente mia moglie Rosa, il mio matrimonio. Da quando ci siamo lasciati nessuna notizia. Non sa nemmeno, suppongo, dove sto, cosa faccio. Altrettanto, o quasi, io di lei. Una coppia la pi dispari che potesse darsi, la pi casuale. Lei titolare d'un negozio di sportiverie, sci, vogatori, racchette, arpioni e tute per ogni tipo di embolizzabile e annegabile sub; io pubblicista e aspirante scrittore, imbambolato nei pi metafisici e astrusi dilemmi e sin dai primi tempi cosciente d'essermi ingannato sulla sua pazienza d'ascoltatrice, che avevo scambiato per rapimento laddove era solo la mascherina del niente. Ci non pertanto saremmo durati insieme chiss fino a quando, fosse stata meno stucchevole, meno stopposa... Non avesse avuto il vizio d'interrompersi a met d'ogni frase con un "Eh?" interlocutorio che all'impensata mi chiamava in questione e mi squilibrava dentro la mia filosofica disattenzione... Avesse lasciato meno capelli nel lavandino e riccioletti nel bid... E invece eccola, ogni mattina, in chimono ciociosan, che ciacola ciacola senza riposo, della canasta della sera prima, della cugina sposa di Monfalcone, dell'ultima puntata di Beautiful... E io a ripetermi sottovoce: "Non prendertela, Tommaso, non rovinarti i nervi, l'anima bella. Puoi sempre farla fuori quando vuoi, la casa piena di topicidi, di spaghi..." "Eh?" domandava lei. "Non ho fiatato, non ho detto una sillaba, io." Pensare che m'era parsa una conquista, quando l'avevo conosciuta, nel negozio, dietro il bancone, che pareva una mela del Paradiso, pronta a bere le mie ciarle come una carta sugante. Fu cos che la incastrai, con quattro dolcezze di voce e le mani subito addosso, tutte le vesti al vento, in un crollare e sgonfiarsi di materassini e ciambelle di salvataggio contro il muro del retrobottega... Rosa, rosae da allora, per tutta la vita. Rosa con la voce di naso, lo sterno come un ferro da stiro, un coriandolo per cervello. E sar che tutto in lei cominci a farmi subito stomaco, ma ogni volta che tornavo a cosarla, sempre quella sensazione di farmi strada in una grotta del Carso, in un culdisacco di pietra pomice. Bench lei avesse fegato, cos inodora e insapora com'era, e inetta a spremere di suo una sola stilla d'incoraggiante piacere, di torcersi e darmi d'unghia, durante l'atto, e friggere e miagolare e soffiare ("uh uh, che bello!") che pareva la gatta di Messalina. Mentre era fin troppo chiaro che si sobbarcava per semplice adulazione e docilit; e che s'era studiata la parte sull'inserto di sesso in busta chiusa per le abbonate di "Eva Bazar". A me

restava, a servizio sbrigato, un attaccaticcio di rossetto e caramella, fra labbro e labbro. E impresso nella pupilla il particolare d'un lobo livido; d'un orecchino a foggia di semiluna, seminascosto fra due ciocche, a settentrione d'una spallina di raso viola. Uffa, sputavo sino a sera tardi: capelli biondicci e minuzie di colostro, se colostro veramente si chiama... Gi, perch a questo punto le avvenne di aspettare un bambino, ci mancava anche questa, e in casa c'era sempre un pieno di amiche che s'era pescate non so dove, in sotterranea, dalla parrucchiera, tutte delle parti sue, di Rovigo, di Sottomarina. Morbinose, coi musini dipinti, la camminata manierosa, tutta guizzi e pas de deux. Quando la domenica le sentivo arrivare in collettiva trasferta, mi prendevano le vipere. Loro viceversa mi adoravano, dicevano a Rosa: "Cocca, paciocca mia. Che fortunata te xe, avere un marido compagno. Chi ssa la soddisfazione che te piji quanno ci vai insieme a spasseto." Cos almeno, in un improbabile venetotrasteverino me le figuravo a convegno, intente a covarsela, sferruzzicando golfini, col vassoio dei canditi accanto. Oppure, pietrificate, Parche ebeti, dinanzi al monoscopio del Telecolor... Fu un lutto di tutto il Polesine, quando abort. Pace a lei, pace a me, da tre anni finita e io non mi pento di nulla. Alla mia nuova vita, per poverella che sia, mi sono abituato al punto di non volerla cambiare mai pi. Credo perfino che una sorte diversa e magnifica mi stralunerebbe al modo stesso d'un minatore o d'un astronauta, quando dalla loro lunga caverna o navicella si riaffacciano alla luce... Pensoso di questi pensieri, m'infilo nell'ascensore. Una volta tanto funziona e lo trovo gremito di sconosciuti, una piccola banda di testimoni di Geova, barbe profetiche, borse di opuscoli sottobraccio, una gran voglia di catechizzare. Fra loro una ragazza bionda, fanatica, la cui coda di cavallo, pigiati come siamo, mi batte sulla guancia come un mazzo di spighe. Discendono delusi, hanno bussato a tante porte, ma poche si sono schiuse e tutte irritate. Per pura cattiveria, li dirotto verso il filosofo, sar una gustosa sfida, prevedo, peccato non potervi assistere. Li saluto: distribuita la posta, non ho altra voglia che di tornare alla mia garitta di sentinella stradale, mia zattera di salvataggio nel diluvio prossimo venturo, mio unico cordone ombelicale con le peripezie della storia. Della storia, dico, sempre che sia storia quanto accade nel sole l fuori e solo cronaca quanto accade qui dentro e non sia vero il contrario... A parte ci ho con me una cassetta nuova da ascoltare, un prestito del trombettista. Dieci pezzi di Bix, del tempo di Singing the Blues e Way Down Yonder in New Orleans... Trovo aperto l'uscio e affollata la mia residenza, oggi veramente, su e gi per il grattacielo, una migrazione di popoli. Capisco perch i propagandisti di Dio siano tornati a mani vuote: la pi gente era qui da me, una vera e propria delegazione. Entrati senza guerra, la mia casa un porto di mare, lascio sempre la chiave nella serratura.

"Buon giorno," "Buon giorno," convenevoli brevi, si vede che hanno un diavolo per capello. Sono persone con cui ho modica domestichezza, bench con una, la gelida Lea, gradirei averne di pi. Poich posseggo tre sole sedie, per giunta pericolose, propongo una "seduta in piedi". Il gioco di parole scivola inavvertito, parlano tutti insieme con corale indignazione e io sento alla sprovvista invadermi una delle mie ricorrenti "riserve mentali": sin dalle prime parole (una protesta per un ukase di Mundula affisso nell'albo dell'atrio, che ordina un grosso contributo straordinario, causa restauri urgentissimi, pena lo sfratto) mi pietrifico in uno dei miei catastrofici "E poi?", mentre una caldana mi arrossa le guance. Balbetto, avverto con pungente violenza la pochezza del proposito mio di altero distacco davanti all'inevitabile urgere della vita al di l d'ogni mio potere d'interdetto o consenso. E dire che nel caso in questione io non c'entro. Di Mundula sono appena il tirapiedi ignaro, cosi che mi guadagno la sussistenza. Che vogliono questi da me? Che mi faccia portavoce d'una rivolta che mi riguarda solo di striscio? Ma insomma!... Provo a rispondere, m'avventuro in un paragone azzardoso: "Sapete," dico, "quel mito di Atlante? S'impara sui banchi di scuola che regge sulle spalle la terra, ma non si spiega dove posi i piedi. fuori del globo e lo abita. Sa solo Zeus come si concilino le due cose. Ora io che sto praticamente fuori del condominio, voi vorreste che me lo caricassi sul dorso, mansarde incluse..." Qui m'impappino, l'analogia mi scappa di mano, non so fare di meglio che ammutolire. Lea mi viene impulsivamente in aiuto. Ha una voce che pare un assolo di zufolo ibleo nel pomeriggio d'un fauno, un preludio in si bemolle con sussurri d'api, acque e canne per assopente bordone. "Lascia perdere Atlante. Non hai i muscoli," dice e io a quel "tu" mi sdilinguisco. "Forse un paragone meno stiracchiato ti calza meglio. Sai quei pittori che si dipingono dentro il quadro che dipingono e ne sono ad un tempo dentro e fuori? Ebbene, lo stesso vale per te. Tu non sei uno di noi e lo sei. Vivi da falso romito in questa tua catapecchia extraterritoriale. Non paghi niente e proprio tu ci assilli nella tua veste di esattore e furiere. Deciditi: nel quadro o fuori? Con noi o contro di noi?" Innamorato di colpo, la sto a guardare adorante. Lei continua e ora la voce mette fuori pi spine d'un ficodindia: "Quel Mundula, poi, non mi vergogno di confessarlo, l'altrieri m'ha chiamato nella sua stanza, disse che per me e mio padre un accomodamento si poteva trovare e mi mise una mano nella camicetta..." Con effetto immediato gli occhi di tutti si volgono al suo petto, alla camicetta che lo ricopre. Bianca, rigonfia il dovuto, sbottonata un po' pi del dovuto, offerta come il Santissimo a una schiera di comunicandi. "L'ammazzer, se ci riprova," aggiunge la ragazza in fretta. "Con queste mani." Ancora una volta mi cattur gli occhi. Aveva mani pallidissime, come il resto, con dita da pianista, unghie senza smalto, simili a gioiellini rosa ma

aguzze come bisturibalocco in uso a una seviziatrice d'uccelli o consimile efferata bambina. A questo punto si vide il tipografo scattare e balzare sulla figliola. Parve incerto se abbracciarla o non so che altro. Si decise alfine e le diede uno schiaffo da film, assordante e spettacolare. "Questo," sbott, "perch hai parlato al mio posto. E per aver detto cose che a me non avevi detto. Tu qui nemmeno dovevi venirci. Tu qui dentro sei un fiore sopra un letame. Non voglio che ti sporchi ancora la bocca con loro, con tutti. A Mundula penser io. Pagher. Altro che se pagher." Lea non si scompose, inaspettatamente sorrise. Quindi "Addio, addio alla compagnia," disse e part che sembr l'uscita di Greta Garbo. "Aspettiamo dopodomani la riunione di condominio" fece pacifico Crisafulli. Poi, rivolgendosi a me: "Se non ti senti di far valere le nostre ragioni, lo faremo noi in quell'occasione. Non prima, per," e non si capiva se scherzasse, tanto fu perentorio e solenne, "che io vi abbia recitato il mio ultimo monologo, L'ostruzione. Un capolavoro. Dopo, Mundula, ammazziamolo pure." "Non si potrebbe," insorse Adriana, "scrivere a Mr. Cacciola? Dopotutto il padrone lui e potrebbe essere pi generoso. Le mie carte gli dicono bene, quanto male dicono a Mundula. A Mundula sono usciti tutti gli arcani maggiori, il Bagatto prima d'ogni altro, poi L'Eremita. Ora se l'Eremita Mul, il Bagatto Mundula, non vi son cristi. Tanto pi che subito dopo spuntata la sedicesima carta ch' la Torre Fulminata. E infine, capovolta, la tredicesima che tutti sapete cos'." "E che mai?" chiesi io che in materia sono tabula rasa. Adriana non rispose all'istante, poi "..." cominci ma s'interruppe, una minima pioggia di calcinacci dal soffitto umidiccio le si sparse sui capelli, una cipria di scaglie d'intonaco fradicio che c'imbianc senza far male a nessuno ma serv a rinfocolare le querele del coro: "Ecco dove ci tocca abitare. E quello ha il coraggio di bussare a quattrini!"

VII. LA PARTOUZE. Gioved, 24 agosto. La seduta s' sciolta e io giaccio sul letticciolo, in ascolto. A intervalli regolari il fondo della strada rimbomba, i miei pochi bicchieri tintinnano. la Circolare esterna che si fa sentire. La immagino stipata d'una folla appiccicosa e frenetica. Quanto meglio sto io qui al fresco, wanted che nessuno cerca;

latitante assente in qualunque rubrica del "Chi l'ha visto?"; in pace con me stesso, finalmente, e con gli uomini, perfino con Dio... soddisfatto di voltargli rispettosamente le spalle, dopo avergli mostrato tutta la vita il pugno chiuso... Fino a ieri, almeno. Oggi vivo minuti inquieti e ne prevedo altri pi inquieti. Colpa di questa perdizione del cuore che ho chiamata amore, un po' per millanteria, un po' per non sapere come chiamarla altrimenti. Mi sento in effetti sorpreso da un trasporto tanto intenso quanto ibrido e dubitoso. Immaginate un cercatore che indovini nella roccia un diamante ma debba, per sincerarsene, depurarlo della ganga e del fango. Allo stesso modo io mi ritrovo a combattere le molte filosofiche scorie che sono solite soffocare in me ogni pi semplice moto e con tanto maggiore energia quanto pi contrastano un sentimento maiuscolo come quello che sta per nascermi o nato. Lea, dunque. Pi giovane di me di trent'anni; vista da presso non pi di due volte, e sempre all'ombra del terribile colletto paterno (attenti, una citazione!)... Tuttavia un'occasione unica per studiare d'aprs nature sul mio stesso corpus vile le malizie, le innocenze, i progressi, i disastri, gli abbandoni, le estasi della suddetta famigerata affezione, nella sua classica variante del colpo di fulmine di anziano per giovinetta... Cominciamo con una preliminare ispezione del soggetto. Vediamo un po': la ragazza bella, ma pi un'apparizione dalle labbra cucite che una presenza carnale. N io, fino a quando s' limitata a tener chiusa la bocca, le ho prestato altra attenzione che di generico, fluttuante desiderio. Ergo, stata la voce, e le cavatine che quella voce ha intonato, ad accendere in me la miccia dell'esplosione. Una voce di contralto, che ad ogni istante rinnova le sue inflessioni, traendone carezze viziose sui nervi: come di dita che sfiorino i capelli e la nuca... Dopo di che m' subito venuta voglia di compiere quell'antico gioco maschile dello spogliamento mentale; un gioco che pure, dopo averlo coltivato nella prima adolescenza, m'era uscito dalle abitudini per ripugnanza e maturit. Sicch, come un diavolo zoppo, per sola virt di fantasia, l'ho scoperchiata degli abiti e squadrata criticamente, a partire dal collo di elegantissima esiguit, da tentare ogni strangolatore di gusto, alle mammelle, due coppe colme fatte sulla misura di due mani delicate; dalla svasatura musicale dei fianchi all'addome declive e tiepido come una guancia neonata; dal boschetto nero alle valve rosee del pube, alla nobilt delle gambe... Insomma, uno pi uno pi uno, la qualit degli addendi tale da inceppare ad ogni tratto il procedere della vista. Lo stesso che mi succede quando premo sul telecomando il tasto che pietrifica lo scorrere della videocassetta su un fotogramma privilegiato, e rimango a fissarlo con l'orgoglio e il rimorso di aver sospeso il tempo e la vita. Cos Lea e il suo teatrino dentro di me: un'imperterrita statua che sentivo di dover scalzare dal piedistallo, pena la mia stessa vita, o possedendola o ammazzandola o con un bisturi demolitore amputandomela dalla mente. Alternative tutte estreme e a dir la verit distanti dalla mia indole. Tanto pi che so gi, per averne fatto lungamente esperienza,

che, quando brucio, non duro pi d'un cero da chiesa. Epper, prima di spegnermi, qualche timido sfogo sono obbligato a cercarmelo. Con contegni, se si vuole, da ragazzo di poca barba e di sensi appassionati. Cos, l'indomani mattina, nelle ore in cui il tipografo si reca con la Circolare al lavoro in citt, mi potrete vedere dietro la porta della donna, col dito che esita sul campanello. Non vado per dichiararmi, ci mancherebbe. Voglio solo riascoltarla, riannusarla, sfiorarle di nuovo il braccio, fare insomma di tutto per estrarla dalla sua nuvola e cos forse dimenticarla. Poich l'amore quasi sempre amore per una nuvola e basta una pioggia o un sole a snebbiarlo (sempre, a tal proposito, m' parso bellissimo, nel mio breviario di miti, quello di Issione che, invaghitosi d'una dea, s'illuse di possederla in un calco d'aria di uguali fattezze. Ebbene, che altro facciamo noi tutti, quando amiamo una donna, se non scambiare una Nefele per un'Hera, finendo arrotati a girare in perpetuo, ciascuno nel suo domestico inferno?)... Suono, dunque. Una, due volte. La terza volta un prudente spiraglio, protetto dalla catenella, si schiude. Senza un filo di trucco, il viso di Lea veramente d'un esangue da cineteca, una Theda Bara degli anni venti dopo i morsi di Dracula. Indossa una vestaglia bianca, mi guarda con attonita alterigia ma mi torna a dare impetuosamente del tu: "Che vuoi?" A questo punto io mi sfuggo di mano. Voglio dire che, sebbene da anni mi sottoponga alle pi stringenti autoanalisi e ritenga di conoscermi in ogni ripostiglio e furbesco doppio cassetto, mi accorgo all'improvviso di ospitare entro me un impulsivo, imprevedibile alieno. Difatti mi erompe dal petto una domanda, la pi indiscreta, la meno premeditata, partorita dai sotterranei maneggi di non so chi, all'insaputa della coscienza che con stupore e spavento la ode: "Chi Buozzi per te? veramente tuo padre? il tuo amante? le due cose insieme?" Ho fatto centro senza volerlo: invece di urlare o piangere, lei sgancia la catenella, m'introduce, chiude la porta e, in piedi, faccia a faccia, come non aspettasse altro, si scatena: "Mio padre? E chi lo sa? Era l'uomo di mia madre e ne divideva il letto col legittimo marito. Quando io nacqui non ebbero certezze. Poi durante una gita un micidiale incidente si port via i due coniugi e lasci vivi me, bambina, e l'amante. Col quale rimasi, crescendogli accanto da presunta figlia o figliastra o adottiva, non so. Gli ho chiesto mille volte di andare insieme da un medico esperto di queste chimiche per stabilire - dicono che si pu - se sono suo sangue o un'estranea. Non ha voluto, preferisce l'equivoco che gli concede di segregarmi e non solo..." "Insomma, ci dormi insieme?" sono costretto a chiedere brutalmente. "Tu cosa credi?" mi chiede a sua volta, astiosa. "Comunque non ti riguarda. Ti dico solo che, sapessi dove andare, me ne andrei." E due. Dopo la storia di Tir guardone impossibile della sorella, ci mancava quest'altra sozzura, di padre supposto con figlia. Ne risulta

disorientata la mia fragile pace. Che doloroso garbuglio il cuore d'ogni uomo, e com' difficile per me sottrarmi a un moto di universale, inerme misericordia! Caduta l'audacia del primo impulso, non riesco che a balbettare: "Ti aiuter" e, inciampando nel "Salve" del tappetino, riguadagno l'uscita. Non incontro nessuno lungo i molti corridoi. Il curioso di quest'anno che finora dalle vacanze non tornata anima viva. Gli anni scorsi, a partire da Ferragosto, era tutto un tumulto di arrivi festosi: nasi spellati, guance asciugate dal sale, pullover legati alla vita, mussole multicolori attorno a gambe color caff... Il condominio si ripopolava in un battibaleno, le prime cartelle scolastiche affioravano sottobraccio ai pi zelanti della masnada infantile. Quest'anno nulla di simile. Bens avvisaglie allarmanti: lettere di disdetta, qualche trasloco annunziato, un generale silenzio. Come se avessero deciso in massa di trasferirsi senza rumore, disertando dall'oggi al domani. La cosa, a pensarci, mi turba. Vado da Mundula a chiedere lumi. Mi spiega che tutto dev'essere nato da un falso allarme, artefice quel Garaffa balordo, sulla solidit dell'edificio. "Abitiamo una roccia," proclama e batte con la nocca su un pilastro. "Quella sagoma d'ingegnere, poi," aggiunge, "avesse un dubbio serio, sarebbe gi corso via, lui per primo, invece di arzigogolare con compassi e goniometri, pretendendo magari un onorario per la perizia..." "S, ma la propriet cosa intende fare?" "In assemblea tireremo le fila. A chi non torna do gli otto giorni, se moroso. Dopo di che gi i mobili dalla finestra. Quanto all'agibilit son gi in contatto col Genio Civile. Tutto andr liscio come l'olio." Si vede ch' furioso, Mundula, a giudicare da questi discorsi. Gli fiammeggia la fronte, gli si gonfiano le vene del collo; il naso, gi dalla nascita ciranesco e rupestre, s'arriccia come una corda di lava ("Mia madre," mi confess una volta, "incinta di pochi mesi, and a un incontro di boxe. Un pugilista basco, di nome Paolino Uzcudum, dal naso informe, la impression"). Un personaggio che non ho ancora ben decifrato. Ch se fosse vero - e perch mai avrebbe dovuto mentire? - quanto ha detto Lea di lui e dei suoi approcci lubrichi, bench in un tal voluminoso e flaccido uomo sia poco credibile, se ne desume un tratto di doppiezza e di repressa violenza che non sospettavo. Come che sia il tenore dell'incontro mi lascia disturbato: dovesse propagarsi agli altri la notizia del fuggi fuggi, e il palazzo rimanesse deserto, che ne sarebbe di me? Mi viene in mente una sera di neve, quest'inverno e l'immagine che sbocci all'improvviso nel rettangolo della mia finestrella: la faccia d'un barbone caduto dall'altra parte della grata, forse ubriaco, forse moribondo di cuore. Di cui mi fissavano i piccoli occhi interrogativi, d'un azzurro intollerabile. Ricordo la barba lunga, rigida di ghiaccioli; il mento traballante; le guance che prendevano rapidamente il colore d'una lavagna... e il mozzicone umido, rimasto a pendergli da un angolo della bocca. M'inchiodai per molti minuti alla scena, era come assistere a una pellicola muta. Vinsi l'impulso di correre fuori in aiuto (della mia indegnit morale dar

ulteriori esempi pi tardi); poi attorno a lui si fece una ressa, s'ud lo strillo di un'ambulanza... Finir cos anch'io? veramente in pericolo questa mia vacanza di mediocre serenit? Gi un'altra volta, in giovent, prima d'essere assunto al giornale, sono vissuto di espedienti, di mestieri inventati: comparsa a Cinecitt, vestito di rami e foglie, davanti alla Rocca di Dunsinane; accompagnatore d'un generale dei bersaglieri in sedia a rotelle; banditore di falsi Dal in una televisione locale, uomo sandwich, ora d'una saponetta, ora d'uno spettacolo... Ma ero giovane, gonfio d'umori, di estri. Oggi se mi vien meno questo pane... Si vedr. "Per intanto" dico a Mundula con spirito collaborativo, "perch tollerare ancora quelle sedute di drogati, lass?" Si tratta di alcuni ragazzi "bene" che occupano una mansarda per solo bucarsi, ma non ci dormono, e pagano quando possono, un tanto l'uno, e pi no che s. Se li incontri ti sembrano la stessa persona, barbuta, capelluta, occhialuta, con un guizzo di serpe gialla al fondo della sonnacchiosa pupilla... "Calma e gesso," fa Mundula. "Non sei aggiornato. Si son licenziati ieri." E con un gesto pontificale mi d congedo. Dal colloquio ritorno sconcertato e bisognoso di aria aperta. Tanto che mi vien voglia di rompere le mie abitudini e di uscire fuori a passeggio. L'ultima sortita stata con Tir in quell'inutile pellegrinaggio alla ricerca della Matilde perduta. a lui che penso per compagnia e distrazione reciproca dai nostri affanni. Lo trovo inaspettatamente allegro e ciarliero: Cesare di nuovo al suo fianco, con un'aria pi adulta, fra il compunto e il malandrino. Non so come abbia giustificato la sua scomparsa, certo che il cieco non pare averla connessa con quella, contemporanea, della sorella. Tanto pi che di costei mi pu trionfalmente esibire un telegramma di saluti. Da Taormina, che buon pro' le faccia. Usciamo, dunque, e l'intesa di andare a vedere un vecchio film di Bresson, in un locale di quarte visioni, a duecento metri da casa. Io vorrei, andando, raccontargli di me e Lea, ma il cieco mi previene. Abbassa la voce e comincia a confidarsi. Ha sempre selvaggina grossa in carniere. La rivelazione stavolta riguarda una serata indecente, di cui stato chiamato a fotografare, senza vederle, le scene. Una partouze, per quello che gli parso di capire nella sua cecit, fra papaveri dell'industria, della politica, dello spettacolo, tutto un Gotha da fregarsi gli occhi, una crema di ministri vacconi, finanzieri fintolussemburghesi, principi del Trastevere nero. Con loro le meglio pagate orizzontali della citt, nonch, fuori rosa, due ninfette poco pi che ginnasiali, scappate di fresco da casa e raccattate a Castropretorio o gi di l. Io sono a mio modo un moralista e, scottato ancora dal caso Buozzi & figlia, non so tenermi dall'indignarmi: "Ma tu... Che c'entravi tu?"... Tir soavemente: "Pagano bene, se non lo faccio io ne trovano un altro. Rischi non ne corro: occhio non vede, cuore non duole. Di qualunque cosa

accada testimonia soltanto la mia sparaluce, di cui alla fine consegno i rullini. Tranne uno," qui abbassa la voce fino al sussurro, "che mi faccio scivolare in tasca per il mio archivio." "Si son messi una bella vipera nella manica," osservo. "Al contrario, io sono una tomba. Orbo come sono faccio meravigliosamente al caso loro, non ho visto nulla, non potrei accusare nessuno. Nemmeno io ho di che temere, in tutti i casi ne esco pulito. L'ignoranza non fa peccato. Per quel che so, avrei potuto anche filmare la cerimonia delle nozze di Canaan..." Il ragionamento fila ma non convince. Anche perch la storia non finisce qui. La storia continua che, esauriti i suoi scatti e consegnato il materiale, Tir stato educatamente riaccompagnato in macchina senza fiatare, tutto un "saluti e baci". Sennonch stamani alla radio ha udito una notizia che l'ha gelato. D'una ragazzina trovata morta in un portone, con una siringa accanto, e che si chiama Ersilia, Trapani Ersilia, venuta dalla provincia. "E con ci?" chiedo io, utilizzando una volta tanto il mio solito intercalare senza uscire dal seminato. "Ecco, fra le risa, i toccamenti e le porcherie che sentivo attorno a me senza vederli, uno scherzo mi ha colpito su una che prendevano in giro per il suo accento ciociaro e che chiamavano come il bambino di quel film: E.T." "Ersilia Trapani, vuoi dire?" "Boh, un'ipotesi. Anche se il portone dov' stata trovata lontano due chilometri e passa..." "Da dove, da che?" Tacque, poi aggiunse: "Vedi, io non so nulla dei committenti, ma un'idea sul luogo del convegno ce l'ho. Sta di fronte a una fontana di cui m' familiare il rumore, all'angolo d'una piazza dove le mie scarpe sanno a memoria ogni ciottolo. V' una sporgenza contro cui, quando abitavo da quelle parti, inciampavo tutte le mattine..." "Che intendi fare?" "Niente, stasera. Stasera voglio solo assistere al film e poi pensarci un po' sopra." Siamo pochissimi spettatori: un solitario nella prima fila, con penna luminosa e notes, uno studioso, probabilmente, o uno studente che prende appunti nel buio. In tutti i casi un tipo da oculista, d'imponente miopia, che accompagna ogni nostro bisbiglio con uno spazientito "Sst!", mentre nessun segno di vita mandano, viceversa, i tre duetti di sesso misto che dividono con noi la sala, intenti come sono ciascuno a far blocco siamese insieme sulle poltrone. Sprofondiamo nel film e mi colpisce sin dall'inizio quel gusto di dimezzare le inquadrature, non si vedono che gambe, piedi, zoccoli, basamenti di troni, come se agisse sullo schermo un esercito di decapitati. Tanto che mi sembra d'esser tornato ai miei giochi abituali, quando mi metto in vedetta a veder

passare la gente. Buon per Tir che non se ne accorge ma assorbe solo avidamente dialoghi e rumori, cercando di tradurli in figure e azioni sulla tela nera che glieli vieta. Lo vedo accanto a me tendersi nello sforzo con commovente passione e chiss cosa inventa, che favola gli raccontano quei galoppi lontani, lo stridere di durlindane nel bosco, le parole d'amore antico... Pi assorto di me, non avverte uno spiffero, momentaneo, che m'avvisa essersi aperta una cesura nella tenda d'ingresso dietro di noi, qualcuno dev'essere entrato o uscito. Controllo con un'occhiata, ma, e la cosa fuggevolmente m'intriga, non scorgo traccia di nuovi venuti, i sette che c'erano sono rimasti sette: tre per due, intenti a sanguisugarsi; il settimo con la sua lucciola in mano che scrive e scrive, senza piet. Forse, penso, la cassiera che s' affacciata dentro un momento a prendere una boccata d'aria condizionata e su questa spiegazione m'appago. Torno a guardare il cieco: ha ancora la mascella protesa in avanti come fiutasse il vento, stringe con le due mani i braccioli. Poi, di scatto: "Andiamo via, ti dispiace? Ho pensato una cosa." Non gli chiedo che cosa, mi alzo, lo prendo per il braccio, lo guido per i corridoi fino all'uscita. Eccoci fuori sul marciapiedi del cine, in attesa che il semaforo cambi colore. Al comparire del verde gli do il via e lui baldanzosamente col bastone in resta come un'arma si slancia. Io lo seguo a non pi che mezzo metro. Quanto basta per salvarmi, nel momento in cui, controsenso, controsemaforo, vedo una Kawasaki sfrecciarci addosso; e sento alla strappata del suo motore mescersi un cricchiare come di cardini divelti, e scorgo la testa di Tir saltare press'a poco a pezzi; e il tronco, con le braccia alzate come ali di spaventacchio, oscillare un momento nell'aria, prima di abbattersi contro il muro, schizzando una firma vermiglia sul cartellone di Lancelot.

VIII. LE MIE PRIGIONI. Gioved, 24 agosto. Venerd, 25 agosto. Che d subito scena era anche a correndo. vergogna, scappare fra la folla cos. Ma a me ogni assembramento un senso d'indignata desolazione, non ci resisto. N l'orrore della tale da potersi sopportare, coi nervi di seta che mi ritrovo. Sicch, costo d'insospettire, non seppi sul momento che allontanarmi

Non fu una buona idea e mi valse, quando pi tardi mi colsero stralunato e con gli occhi rossi dalle parti di Porta Pia (avevo camminato tanto), un arresto sgarbato e dodici ore di gattabuia in attesa d'interrogatorio, con l'accusa di essermi sottratto alla testimonianza, bench persona informata dei fatti. La mancanza di documenti fece il resto, l'indomani dovetti ricorrere a Bendidio, si capisce quanto di malavoglia, perch garantisse per me e non mi fucilassero seduta stante. A parte gli scherzi, non me la passai poi cos male. Avevo proprio bisogno d'una pausa di riflessione, lontano da ogni stimolo e pregiudizio. Del resto, non nuovo alle quattro mura e ai giacigli di tavola, non faticai ad abituarmi, fatto salvo il rammarico per il penoso stravolgimento delle mie abitudini serali e la conseguente nottata bianca, come ai bei tempi. Prima avevo vagato per delle ore, fino ad averne i piedi in fiamme. Sedutomi infine a un tavolo di bar, m'aveva colto uno dei miei accessi d'uggia indifferente. Che diavolo! M'avevano ucciso un amico, ma invano cercavo dentro di me qualche gocciola di strazio, di piet, di rancore. Vergogna s, ne provavo abbastanza, per quella fuga, ma era un moto volatile, la feccia d'un ormai smarrito sentimento di dignit. Insomma l'atonia, la stanchezza di tutto, la voglia irresistibile di seppellire la testa entro la sabbia della mia ignavia erano pi forti d'ogni diversa pulsione. Senza dire di quel mal di denti spasmodico che m'era insorto in bocca e mi mordeva anche la mente. Questo all'inizio. Poi a poco a poco il pensiero mi ritorn alla scena vissuta poc'anzi, prima di tutto per districarla dalle immagini di Lancelot, con le quali s'era in qualche modo inviluppata e confusa; quindi, con pi tranquillo rigore, per sezionarne ogni attimo e riviverla al rallentatore, come in una moviola sportiva. Il motociclista criminale - un grande bue vestito di cuoio nero - s'era dissolto all'istante, non avrei saputo, onestamente, dargli connotati riconoscibili. Inoltre: era sicuro che fosse un omicida intenzionale piuttosto che un pirata della strada? Ed era proprio cos pericoloso, il cieco, che valesse la pena di ucciderlo? In fondo sui responsabili della serata mortale non avrebbe potuto fornire che vaghe approssimazioni ed indizi: quella piazza con fontanella, un mattone sporgente, un palazzo di molte stanze... C'era il rullino, vero, ma ammazzarne il proprietario non risolveva il problema, voleva dire buttare a mare le chiavi del nascondiglio... Quanto a me, il poco che sapevo nessuno sapeva che lo sapevo e non vedevo l'ora di chiamarmi fuori, rintanandomi di nuovo a casa a covare la mia remissiva attesa d'una catastrofe. Fu un brusco risveglio, mentre pensavo cos, sentirmi battere una dura mano di gendarme sopra la spalla. Dopo di che, come ho detto, ebbero inizio le mie prigioni. Non fui trattato male quanto temevo. Anzi, se merita fede la mozione di gratitudine che composi, durante la veglia, su un foglietto di calendario e lasciai per ricordo appesa a un chiodo sul muro della cella, l'esperienza fu del genere vacanza-premio, quale poteva gradire un claustrofilo pari mio.

Scrissi, avendo a modello lo stile eroicomico del Crisafulli, il papiello che letteralmente trascrivo: In lode di Regina Coeli. Una singola a Regina Coeli, una trappoletta, una garsonniera, col suo lettino da cenobita, e il catino nuovo fiammante, e la lucina azzurra sempre accesa - anche l'occhio vuole la sua parte - press'a poco la felicit. Specie se, dopo aver marciato per un giorno intero sulle bsole bollenti della citt, ti offrono gratis una scarrozzata in cellulare e, immacolato come sei, ti accolgono pi o meno col picchetto d'onore, ti svestono con mani amorose, ti lavano, ti bendano, ti rivestono d'un asciutto cotone, ti mettono a cuccia con le coperte a rimbocco... ebbene, frate Leone, se solo alla derrata s'aggiungesse il Larghetto di K. 581, in sottofondo, non sarebbe questo perfetta letizia? O secondini dolcissimi, miei padri e madri d'elezione, miei buoni samaritani e pelosi cani di San Bernardo. Chi scorder la ruvidezza benigna del vostro occhio dietro lo spioncino; e come l'orlo nero dell'unghia sapesse includere nel semplice gesto di offrire una sigaretta un ammicco di popolana complicit; chi scorder i bemolle del vostro passo sul pavimento quando s'approssima l'ora del rancio; e le voci vostre rumore di carta vetrata? A voi debbo, non lo dimentico, d'avere imparato quanto pi paganamente respira il piede dentro una scarpa beante, disviluppata dalle sue stringhe. E d'avere appreso altres (ho idea che un giorno mi servir) che se uno se l' messo in testa, basterebbe appunto una stringa... Qui in buon punto la matita si ruppe e io ricaddi nelle solite insopportabili elucubrazioni su me. Lo so che ripeto pi o meno le stesse cose, ma nutro la speranza che, mettendo tutto nero su bianco, dal pagliaio spunti all'improvviso l'ago perduto, la molla per aprire il forziere del mio segreto. Certo io torno a toccarmi sempre col dito lo stesso dente cariato (e non parlo per sola metafora, per via di questo molare boia che mi tortura la guancia). Epper, variando un poco l'antifona, e dal fisico passando al morale, io qui certifico ancora una volta che l'aquila caucasica a cui offro in pasto il mio fegato ha due teste e due becchi. Il primo un'insipida amarezza, incredula d'ogni scopo ("E poi?"); l'altro il presentimento di stramazzare all'improvviso in mezzo alla strada e subito entrare nel buio. Un buio dove nulla pi conter, n libri n musiche n ricordi, n i miagolii amorosi di Rosa, n certe antiche mai dimenticate labbra di mezzanotte, n quel luminello di luna nascosto fra le magnolie, n la piccina storia degli uomini, n il ghigno astuto di Dio, n i naufrgi delle galassie nella negrezza infinita del remotissimo cielo... Un buco nero dove il mio mal di mola finalmente cesser

Mi sono spiegato? No, non mi sono spiegato, resta sempre da capire e lo do a voi da capire, perch e come io riesca a sentirmi al sicuro dentro il mio recente rifugio; come e perch nello stesso tempo perseveri a giocare in tutta sincerit la partita quotidiana degli umori: arrabbiature, malinconie, appetiti del senso... come e perch, io che sono fondamentalmente un uomo mediocre, nutra dentro di me una cos sofistica miscela di buffonaggine e nevrastenia, servendomene a dominare il pensiero mio dominante ch' la paura (se finora non l'ho lasciato intendere, perch, appunto, ne ho avuto paura). lei, la paura, a dirigere tutti i miei gesti. Non c' minuto nella mia giornata ch'io non abbia la sensazione di camminare su una passerella larga mezzo metro fra due voragini di nulla. Ed questa parola, "nulla", che mi viene ogni momento sulla punta della lingua... Nulla, nulla, nulla... Certe volte mi sfogo a riempire di queste sillabe sacre una pagina intera del diario presente. Poi, com' come non , rinfiducito e preso da un'ilarit fisica, come dopo una doccia o una defecazione felice, volto pagina e torno a scrivere cose. Come potrei fare altrimenti? Se in un gioco si pu solamente o perdere o barare, si bari. A met della notte scaraventano nella cella un nuovo cliente, un mingherlino dalla voce tonante, gradevolmente sbronzo. Schiamazzi notturni la diagnosi, se ho ben capito, seguiti da resistenza, insulti pittoreschi alle pi alte autorit, dal presidente della Repubblica al Presidente degli Immortali (se mi si perdona il minuscolo plagio). Il suo ingresso debella definitivamente le misere probabilit di assopirmi che ancora mi rimanevano, gi compromesse dalla lux perpetua della lampa sospesa sul mio capo secondo quanto prescrive il regolamento del luogo. Peggio ancora quando il signor Pecenera ( il suo nome, cerimoniosamente declinato insieme a un tentativo d'inchino), dopo avere con religioso entusiasmo riempito la teca del piscio, v'inciampa sopra con conseguente infradiciarsi di uose e moccoli all'aura sparsi, in una col noto olezzo sui generis che vagulo, blandulo si sparpaglia nell'aria e mi castiga le nari. Che dire, che fare? Inutile, come suol dirsi, piangere sul latte versato e preferisco appassionarmi alle ulteriori, solo verbali stavolta, effusioni del nuovo venuto. Imparo cos che Pecenera, fatto salvo l'attuale stato d'ebrezza, stato guardiamarina a bordo del Faraone e navigava il Mediterraneo. Tempi che furono, stagioni beate di giovent: una ragazza in ogni porto, ma una pi delle altre a Genova, da sposare al prossimo sbarco. A questo punto, lasciandomi stupefatto, Pecenera smette di parlare e s'addormenta di botto, come se gli avessero sparato una pallottola nel cranio. Mezz'ora dopo, pi arzillo che mai, scotendomi per un braccio: "Che fai, dormi? T'annoio?" mi fa, non so pi se movendomi a collera o a riso. La sua storia prosegue cos a sussulti, fra un sonnellino e l'altro, ogni volta riprendendo a puntino lo slancio dalla precedente puntata. In sostanza il racconto della prima volta che gli tocc la prigione. Da carcerato politico, nientemeno, e da innocente totale, vittima d'un complotto. La cosa nacque - dice - da una lettera

compromettente, d'un fuoruscito delle Brigate Rosse, che gli fu trovata addosso, ma - giura - lui non ne sapeva niente, fu tutto un tranello ad opera del suo rivale in amore che... Non lo lascio continuare. Con ammirazione e stupore mi accorgo che, con qualche ammodernamento, mi sta snocciolando la trama del Conte di Montecristo. L'interrogatorio, l'indomani mattina sul tardi, comincia male. Il tenente mi scambia per un altro, un vecchio pregiudicato: "Toh, chi si rivede, Malacarne!" Quando si ricrede (Bendidio frattanto ha telefonato), si scusa ma l'accento, penosamente panormita, non lo aiuta a far crescere la sperata confidenza. E tuttavia lo riconosco un brav'uomo, quando si sbraccia a rassicurarmi che non sono incolpato di nulla, aveva solo destato perplessit quella mia scomparsa repentina fra la folla. Se m'hanno trattenuto stato solo per accertamenti e protezione, caso mai l'omicida, se di omicidio si tratta, avesse in animo di sbarazzarsi d'un testimonio oculare. Ma pare che non sia il caso e mi mandano con Dio, dopo avermi fatto disegnare - sorrida, prego l'identikit dell'investitore, praticamente un casco, un giubbotto e dei guanti, come ce n' milioni nel mondo. Rincasando, trovo la camera invasa. Cesare che mi chiede ospitalit per la notte. La polizia non ha concesso la veglia funebre e ha messo i sigilli all'appartamento. Sembra che sulla morte di Tir indaghino ancora, sia pure in sordina. Vero che nella mia deposizione io ho dichiarato che l'investitore m'era parso pi preso da una furia che mosso da un'intenzione ma alla casualit dello scontro evidentemente nessuno ha prestato fede. Probabile anche che fra le due morti, di Ersilia e di Tir, qualche similMaigret abbia annusato un intreccio, una colla. In conclusione a vegliare la salma sono rimasti due poliziotti. A Cesare hanno a malapena permesso di deporre nella cassa un mazzo di fiori e, com'era volont del defunto, la Kodacchina ch'era stata il suo primo giovanile strumento, se non giocattolo, di fotoamatore. A domani sul tardi le esequie, nella speranza che Matilde, rintracciata su una spiaggia mediterranea, faccia in tempo a tornare. Questo mi conferma Cesare, mentre si spoglia e s'acconcia a dormire a terra su un pagliericcio. Spenta la luce, avrei proprio voglia di chiudermi per i fatti miei nel sepolcro del sonno, troppe sono state le emozioni delle ultime ore e da troppe ore non dormo. Ma Cesare non sembra d'accordo, trabocca e ha bisogno d'un vaso: "Che ne sar di me, ora che il signor Bartolo morto? Non ho parenti n casa, non ho che un mezzo mestiere, m'aspettano giorni neri..." "C' la signorina Matilde," insinuo io non senza perfidia. "Quella!", una pena gl'incrina la voce. Sento nel buio un lieve anelito, come di chi inghiotta lacrime e aria. Non provo a spingermi oltre, lampante

che il ragazzotto stato usato ventiquattr'ore e buttato. Inoltre mi preme di pi una curiosit poliziesca: "Come fu, quella sera? Perch Tir non t'ha portato con s?" "I clienti sono venuti a prenderlo in macchina, volevano solo lui. Li ho visti partire chiss per dove, tornare dopo quattr'ore chiss da dove. quanto ho detto al Commissario ed ci che so." Dopo un minuto, santa giovent, lo sento russare: una musica gioviale, gagliarda, d'un motore destinato a durare, afflitto da pochi ricordi. Mentre il mio... E ancora una volta, come gi ieri, mentre giaccio a poca distanza da un corpo di forestiero dormente, io conto e riconto le interminabili pecore della mia interminabile notte di Getsemani.

IX. IL FUNERALE. Sabato, 26 agosto. I cortei funebri quasi mai sfuggono a un'aria di scampagnata e di recita. Si vede lontano un miglio che i dolenti, anche quando si stracciano le vesti, ridondano del sollievo d'essere vivi e della loro clamorosa superiorit sul defunto. A ci s'unisca la vanit di sentirsi partecipi non pi del trito commedione giornaliero ma d'una evenienza di tragica qualit. Da comprimari, per questa volta; in attesa di diventarne, un giorno o l'altro, i muti protagonisti. Pi evidenti che mai, questi contegni, nel caso presente di Tir, dietro il cui cataletto si assiepa lo sciame dei condomini e conoscenti. Amici veri, nessuno, tranne me, arido per indole e filosofia; parenti, la sola sorella in casual da viaggio, giunta or ora, la quale non m'aspettavo che piangesse tanto a dirotto. Per il resto manca Lo Surdo, ch' in guardina ma presto, dicono, sar assegnato agli arresti in casa. Ci sono invece il trombettiere Bisceglie, e Lea, e Mariposa in tacchi a spillo, e un rappresentante dell'Unione dei non vedenti, e i due greci con prole, e tutti quanti del fabbricone. Perfino Mundula s' scomodato, compunto quanto basta, e procede a fianco di Pirzio Ravalli, chiss cos'hanno da confabulare. Nessun dubbio invece possibile sul tenore della conversazione che intrecciano davanti a me la nobildonna e la cartomante, a voce pi alta che non si dovrebbe. Il drappello non ci bada pi che tanto ma io, alle loro spalle, come farne a meno?

"Mi d pensiero mio figlio," dice Adriana. " uno che ama distruggere. Risparmia per ora i suoi simili, grazie a Dio, ma tutto ci che ha ali, code, zampe; tutto ci che guaisce, striscia, miagola, vola, gli mette addosso l'argento vivo. Passi finch ammazza scarafaggi, formiche e mosche in cucina, anche un'igiene domestica, ma i piccioni, i passerotti, i gatti, perch?..." " la televisione che coltiva mostri cos," donna Marzia si raccapriccia. Ha una voce bassa e dolce che si fa strada attraverso una giogaia di rughe come un filo d'acqua alpina fra botri e calanchi; una voce che in ogni sua piega risuscita antichi balli in giardino, spalle nude, guanti lunghi, ventagli, gioielli, baci rubati sulla veranda al riparo d'una spalliera di rose una vecchina, donna Marzia, che sopravvive, come ho gi detto, vendendo di tanto in tanto qualche quadro o stampa di famiglia. Pi volte ho notato mercanti vestiti di nero scendere le scale con sottobraccio una tela o una cartella, quale pi quale meno preziosa. Resta inoltre alla nobildonna, dell'antica opulenza, la propriet d'una grande cappella di marmo nero al Verano, ed qui che saranno provvisoriamente alloggiati i resti di Tir, in attesa che si renda disponibile un posto. "Maurizio," insiste la madre, "mi preoccupa veramente. Lo guardi l, con che sfrontatezza scimmiotta la signora Garaffa, fra le risa chiocce dei due gemelli. Gli si sono affezionati troppo, troppissimo. Se lo tengono stretto in mezzo come due carabinieri. E lui ha gli occhi pesti e il collo che gli naviga nel colletto della camicia. Non vorrei pensar male..." " l'et," cinguetta la nobile, adorabile ottuagenaria, che non si distacca un pollice dalle frasi fatte, ma con tale araldica grazia da promuovere le ovviet a sentenze di saggezza eterna. A questo punto s'accoda al corteo uno sconosciuto: chioma effusa sulle spalle, orecchino all'orecchio sinistro; fantasiose iscrizioni sul blusotto... Insomma un incrocio fra un disc-jockey e un coiffeur pour dames. Ma che ci fa qui? Sar perch ho la coda di paglia, certo io mi sento sotto controllo, vedo ombre e spie dappertutto. Naturalmente mi frulla nel pensiero il rullino scomparso (d'ora in avanti, per brevit, RS). Chiss dove sta nascosto, Tir non deve averne fatto parola a nessuno, probabilmente sono io l'unico a conoscerne l'esistenza. Salvo, temo, gl'interessati... Scavalcando accompagnatori pi lenti, Crisafulli mi raggiunge, mi si colloca al fianco, mi prende sottobraccio: "Peccato, povero Bartolo. Dire che avevo previsto una parte per lui nella mia recita di dopodomani..." Comincia a parlarmene, ma la sua voce m'arriva alle orecchie come un rumore d'api remoto. Se n'accorge: "Dov'hai la testa?" "Altrove," rispondo con un cenno vago della mano, non posso dirgli che sto dietro a raffigurarmi nella fantasia il film che RS mi svelerebbe, ove riuscissi a trovarlo. Ma pi ancora immagino il sguito, dopo la partenza di Tir: la baldoria finita, i gaudenti giacciono stracchi sui letti, sui tavoli, a terra. Gi il primo lucore dell'alba trapela dai vetri e sul pavimento, accanto alla solita spazzatura di cicche, turaccioli, siringhe e sporcizie varie d'amore, illumina un imprevisto cadavere, overdose o altro che

sia. Il panico coglie tutti alla gola, finch il pi risoluto decide per tutti: si faccia pulizia dappertutto, si scarichi l'intontita Dorotea dove capita, si abbandoni Ersilia dentro un portone lontano, ci si metta l'anima in pace. Poi ripensano alle foto scattate. Meno male che l'operatore era cieco, che i negativi son rimasti in mano loro. Poi il sospetto: tutti? Poi, fatta la conta, la certezza: ne manca uno. Da ci l'incarico a un loro gorilla, la morte di Tir, la terra bruciata attorno a lui... Ma io? M'hanno pur visto al cinema nella poltrona accanto, m'hanno visto accanto al cadavere... Sono dunque in pericolo anch'io? Chiudo gli occhi, rivedo il matamoro di cuoio con quanta decisione spietata punt sull'invalido e lo maciull. Un incidente? Un'esecuzione? A questo punto dovrei... Dovrei, ma ancora una volta dirupo in una di quelle categoriche ricorrenti catatonie che accompagnano la mia vita. Come nel giorno che il mendicante agonizzava sulla neve del marciapiedi e io rimasi a guardarlo, a guardarlo, a guardarlo... "Provi con l'olio di fegato di merluzzo. Ai miei tempi faceva miracoli," dice donna Marzia, ma Adriana fa di no con la testa e si pone un dito sulle labbra, stiamo passando davanti a una chiesa. Matilde scoppia in singhiozzi pi rumorosi, senza smettere di lisciarsi col palmo della mano le pieghe della maxigonna sui fianchi. Strana persona, che immagino facile agli orgasmi della carne e del cuore... Il camposanto abbastanza fuorimano perch la processione si rimescoli e ricomponga ogni volta in formazioni diverse, sicch, per parlare solo di me, io mi ritrovo ora a fianco, ora dietro, ora davanti a ciascuno dei marciatori, secondo le ondulate vicissitudini del corteo. Mare, infinito ricominciamento... mi viene spontaneo alle labbra: una variante da aggiungere al catalogo nel mio quaderno di traduzioni. Tanto radicato in me il vezzo-vizio di far concorrere in perpetuo ballottaggio vita e lettere, ho un cuore a due piazze, io, e ci ricasco anche in frangenti come l'odierno che pretenderebbero compassione e gravit. Peggio ancora: poich sono tuttora in fregola di analogie, avendo a disposizione una picciola ma eterogenea compagnia, provo a sottoporla tacitamente al mio test e sport preferito, che di riconoscere in ogni membro un personaggio a me noto, o di romanzo o di teatro o di cinema. Facevo altrettanto coi paesaggi, una volta, al tempo ch'ero turista, ma da quando vivo in un quartiere di periferia n mai me n'allontano, stabilito una volta per tutte ch' un mediocre Sironi, lo spasso finito. Con gli esseri di carne e sangue, viceversa, le prospettive sono molto pi ampie e fruttuose. Per dieci volte che l'accostamento mi riesce bislacco, una volta miracolosamente aderisce e me ne deriva un amalgama fra storia e invenzione che mi fa pi ricco il senso dell'una e dell'altra. Per fare l'esempio pi facile, Lo

Surdo, ovvero Il mafioso per forza, starebbe abbastanza a suo agio in uno pseudoSciascia, mentre con gli altri l'imbarazzo maggiore. Bench Tir, poveraccio, potrebbe ben mettersi in lista d'attesa in un remake della Storia dell'occhio; Lea e il padre-padrigno-padrone farebbero buona coppia in una famiglia della signora Compton-Burnett; Mundula... per lui mi soccorre (ma lo adulo) non un autore ma un attore. Penso a Jules Berry, ignobile ma doloroso ciarlatano e istrione degli anni trenta. Quanto a me, io mi vedo (teniamoci alti) a mezzadria fra il Krapp dell'ultimo nastro e una zitella di Landolfi, non senza l'ambizione delusa di impersonare un eroe servile di Walser. Ma proseguendo la rassegna e osservando i dorsi che mi precedono, mi fermo su Pirzio e mi areno, tanto oscillante mi appare fra un frustrato di citt e una subdola talpa. Direi Le Carr, se non temessi di gravargli troppo le spalle: una mia malattia voler scorgere un pozzo l dove c' solo una pozzanghera coperta di canne. Certo le mie impressioni sul suo mistero, per confuse che siano, su un punto concordano: ch' un mistero sdrucciolevole. Non ch'io esiga a tutti i costi nel borghese tran tran del nostro consorzio d'inquilini un brivido di thrilling o di avventura, ma non mi stupirei se scoprissimo ch' uno spacciatore o una spia o un evaso. O un pentito, protetto a nostra insaputa, cautamente, da fuori. Certo qualche cosa nasconde. Basta vedere come cammina rasente ai muri, con occhi bassi e feroci, con un borsello gonfio a tracolla, che, se non contiene una bomba a orologeria, quanto meno nasconde un revolver. Che poi, origliando dietro di lui, mentre conversa con Mundula, io abbia sorpreso battute di assoluta innocenza, che riguardano appena il marcamento a zona o ad uomo nel gioco del calcio, cosa che mi tranquillizza solo un secondo, il tempo di convincermi che quelle parole racchiudono un'insidiosa metafora. Per riassumere il ritratto che di lui mi son fatto e che devo ricordarmi di trascrivere sul mio notes, ecco qua: sui trentacinque, bruttastro, mento e naso sporgenti, occhi - quando uno riesce a vederli - che paiono due stagni d'acqua molliccia; guance color dell'asfalto; fronte stretta, taglio dei capelli da caserma, in totale pi una maschera antigas che una faccia. Modi: una cordialit momentanea negli incontri; dopo, un rinculo, un riserbo che cala come una saracinesca, a somiglianza di quelle Afriche di cui i cartografi antichi esibivano i litorali ma nascondevano i leoni. Giornali che compra: "Quattro ruote", "La Gazzetta dello Sport", "Novella 2000". Oso troppo se dubito che non li legga ma li compri solo per depistaggio? Ad ogni buon conto, decido di sondarlo, di cavargli qualche parola dai denti: "Gioca a scacchi?" gli chiedo. E al suo assenso: "Farebbe una partita con me?" "Non ho tempo, purtroppo." "Si potrebbe per corrispondenza, una mossa al giorno." "Per corrispondenza?" "Non per posta, beninteso. Potremmo volta a volta comunicarci le mosse al citofono. Basterebbe un minuto." "Strana scelta, per due che abitano lo stesso caseggiato."

"Sa, di presenza io mi emoziono facilmente. Preferisco le sfide lontane, con un nemico invisibile." Sorride, poi mellifluo: "Mi scusi, mi sono vantato. Io non so giocare a scacchi." Toccato. Decisamente il prototipo suo, pi che Le Carr, Durrenmatt o qualcosa di simile. S'avvicina Bisceglie, il fanatico di jazz. Un giovane biondo e lieto. Barbetta alla Gillespie, ma uno pulito, non beve, non sniffa, non si fa. Qualche volta mi chiama su ad ascoltare questo o quel disco comprato ai saldi Ricordi. Mi spiace dirlo, ma non potrebbe importargli meno della morte di Tir, questo accompagnamento per lui una gita fuori porta, un'occasione di cambiar aria. "Ho procurato" mi dice "Relaxin' to Camarillo. Sai, quello che fa: Turir tut titurera tut turututur..." Confesso che i suoi entusiasmi per Parker mi lasciano freddo. Sempre gli stessi tortuosi lamenti di un viscere morso da un cancro carogna. Bello, chi dice di no. Ma io, se musica ha da essere, voglio che sia un massaggio serafico sulle cicatrici dell'anima. O, tutt'al pi, un putiferio di Piedigrotta, multicolori zampilli di fuochi e un baccano di triccheballacche. Basta, Johnny mi prende sottobraccio, mi sussurra che non ha un soldo, che teme lo sfratto. E lo racconta a me, che ho una lira meno di lui. Gli dico: "Hai amici? Qualcuno presso cui andare a dormire?" "C' il garage dove suoniamo, m'arranger. Dopotutto" ed come se mi sventolasse sotto il naso una carta di credito illimitata, "ho vent'anni!"... Siamo ai cancelli, il furgone si ferma per le operazioni di rito: scarico, presa in consegna, assegnazione posto letto. Ecco Tir sistemato per l'eternit, rigido, putido, secco, diaccio come una pietra, fra le quattr'assi del suo riposo. Penso agli occhiali neri che gli abbiamo lasciato sugli occhi. Penso alla macchinetta fotografica che Cesare gli ha introdotto a forza fra le mani, insieme con un rosario a croce latina. Gli verranno buoni gli uni e l'altra, il giorno della resurrezione, se rinascer con gli occhi buoni e sar una giornata di sole. E Matilde che ha preteso l'accompagnamento dietro la bara, come si usava al suo paese nel tempo antico. La moda odierna chiederebbe pratiche molto pi spicce: cotto, mangiato e sepolto; cinque minuti di messa, un furgone a rotta di collo, un De profundis e via. Noi siamo stati tutti d'accordo: un po' per non contraddirla, un po' per un bisogno di sgranchirci le gambe sfilando attraverso la citt intruppati e solenni come su una passerella dell'Ambra Jovinelli. Sar una gratifica per la nostra anagrafe anonima e spenta; un modo di far gruppo e famiglia, noi che siamo dei disgregati senza radice. Io in particolare, bench amorosissimo del mio esser solo, apprezzo assai che in un luogo deputato, con problemi comuni di gas, acqua, antenne, telefoni, una minuscola comunit mi si scaldi attorno: qualcuno a cui ricorrere

in caso di mal di pancia o di crepacuore, con cui scambiare sul pianerottolo due chiacchiere sulla pioggia e il bel tempo... Porte a cui bussare, mani da stringere a Capodanno, un campionario economico e inoffensivo della brulicante e nemica umanit. Qui posso esercitare il mio sguardo senza paura, ogni passione rimane esclusa. Cos ora, amico di Tir, mi consolo facilmente della sua morte; invaghito di Lea, sono pronto a barattarne l'immagine con qualunque altra degna supplente... Voglio dire che, pro domo mea, ho imparato la prudenza e l'astuzia di dosare ogni mio moto al risparmio: come scendere in folle con la macchina lungo una lunga discesa. Questo solo mi permette di non mettermi una corda al collo. Un tempo i miei nervi erano cani da pastore, abbaiavano ad ogni luna. Ora li ho messi, se non in ferie, in cassa integrazione. Assottigliata la mia vita, ho assottigliato il dolore. Usuraio di me stesso, mi offro a tassi esosi, che io solo posso pagare. Sfruttatore e sfruttato a un tempo, dal duplice imbroglio ricavo una quieta, angelica soddisfazione... Vi ho annoiato? Pazientate ancora un minuto, fra un minuto avr finito. Poich in verit a cercare di capirmi io ci provo da tutte le parti senza che mi venga mai meno il coraggio. Si scoraggia pi presto un gatto che combatte con un gomitolo. Non saprei fare altrimenti, mi lusinga troppo guarire scrivendo. A costo di far esplodere, da luddista inesperto, le macchine del romanzo... Scaricato Tiresia nella sua definitiva e tranquilla cecit, si torna indietro come capita, a gruppi sparsi. Qualcuno aspetta l'autobus alla fermata; i pi abbienti cercano un tass. A piedi restiamo in pochi: io, Johnny, il filosofo, Crisafulli, vale a dire un giovane, un mezz'et, due seniori. Di modo che i primi due adeguano il passo all'adagio degli ultimi due. Un passo da corteo funebre, dunque, come all'andata, propizio alla conversazione. Comincia chi ha pi fiato, il suonatore di tromba: "Ricordi, Tommaso, il Jelly Roll Morton che t'ho fatto ascoltare domenica? Dead Man Blues, il blues dell'uomo morto..." Non gli do corda, con la coda dell'occhio ho visto che cinquanta metri dietro di noi, appiedato come noi, l'uomo dall'orecchino ci segue. Mi chiedo se faccia la stessa strada o ci pedini Bisceglie insiste: "Non so chi al pari dei negri sappia celebrare la morte." E comincia impavido a fischiettare il motivo, finch non vede il viso di Crisafulli chiudersi come un ombrello. Placido che salva la situazione: "I negri, dici? Certo le loro marcette da bersaglieri, i ritorni dal camposanto a passo di carica... il modo giusto di addomesticare il concetto. Come fanno gli indios messicani coi loro dolci in forma di scheletri..." Crisafulli si sblocca: "Quando penso che a furia di farmaci diventeremo tutti immortali..." "Magari," fa ingenuamente Bisceglie. Ma Crisafulli: "Dio ne scampi, invece. E meno male che ci rimane il suicidio. l'argomento del mio atto unico che vi far sentire prossimamente."

Poich stiamo zitti e non lo incoraggiamo pi che tanto, borbotta: "S'intitola L'ostruzione e si svolge a Montecitorio." Frattanto l'Orecchino s' avvicinato, quasi pronto al sorpasso. Non una tecnica da pedinatori, forse sono stato precipitoso nel giudicarlo. Che sia un amico sconosciuto del morto, che sia un collezionista di funerali? Basta chiederglielo e glielo chiedo, appena si porta alla nostra altezza: "Eh, tu!" Non desiderava di meglio che far brigata con noi, dopo un istante sappiamo gi tutto su lui. un vecchio collega e socio di Tir, ai tempi che Tir ci vedeva, poi basta. Fotografo anche lui, specialista in discoteche notturne, onde l'abbigliamento conforme, disdicevole, ammette, per la sua et. Ha letto la notizia sul "Binocolo" (mi sobbalza un attimo il cuore, era il mio giornale, una volta), s' sentito in dovere ecc. ecc. Aveva anche comprato un mazzetto di fiori ma gli scivolato per via. Tuttavia vuole essere sincero fino in fondo, non sarebbe venuto senza uno scopo, ch' di parlare con gli eredi per una sua idea: da solo o in societ con la sorella rilevare l'impresa, attrezzature, archivi, rubriche d'indirizzi, e continuare l'attivit. Pagherebbe il giusto, si capisce. Del resto il malloppo professionale di Tir, morto lui, a chi servirebbe? All'assistente, quel moccioso? Ne dubita. Persuasivo, come no. Pure a me piacerebbe sentire in merito il parere di Cesare, non fosse che il garzone se n' andato all'alba, dopo il caff, n ha nemmeno partecipato alla cerimonia. Fra lui e Matilde, nei brevi istanti, ieri, in cui s'erano incrociati, sguardi atoni in mutrie che sembravano irrigidite da una plastica facciale... Comunque lei, spiego al signor Camillo (cos si chiama, volendogli credere) che sola pu decidere in merito, noi siamo solo conoscenti e simpatizzanti. "Sia pure," fa lui, "ma non la trovo, dov'?" Il filosofo, ampolloso come al solito, ma non senza un acido d'ironia: "Non l'ho pi vista dopo il rito: svanita, assunta in cielo. Et in coelum exiluit, come un re romano antico." Camillo gli d un'occhiata di sbieco e poi di galoppo, se cos si pu dire, evapora in cielo anche lui. Quanto a noi, un metro dietro l'altro, finalmente eccoci a casa. Dove una sorpresa ci aspetta: infranti i sigilli, l'appartamento di Tir sossopra. il ragazzo Maurizio a darne l'annuncio, con una sazia letizia di voce che pare l'angelo Gabriele in missione presso Maria. lui, si vanta, che ha fatto la scoperta, quando ancora i ladroni stavano dentro, per via d'un sigillo malconcio che faceva sospettare la manomissione. E peccato che abbia perso tempo a cercare per alleati i gemelli e si sia preoccupato di armarsi della sua famosa fionda per topi. Altrimenti li avrebbe colti sul fatto. Ora rimasto per sentinella, ma, teme, la stalla vacante, i buoi scappati, il bottino volatilizzato. Che sar, il bottino? mi dico. Non sar forse RS, quel modesto rullino da Superotto, dove figurano, presumibilmente, tutte le pi bronzee facce sporche della capitale? Una refurtiva appetibile, ma com' che la polizia, che ha frugato per prima l'immobile, non l'ha scoperta? A meno che l'abbia trovata e

soppressa (tutto si pu pensare, nei telefilm ne succedono di peggio) nell'interesse della dignit nazionale... Faccio pressione sull'uscio per entrare. Cede come un paravento di pezza. Gli altri mi seguono passino passino. L'ingresso buio, ma io do fiato a tutte le luci, in pochi secondi percorro il tricamere, sembra la valle del Belice Unico, nello sconquasso che ha squadernato sull'impiantito le interiora d'ogni mobile e sopramobile, compreso il pesciolino, pace all'anima sua, dell'infranto acquario domestico; e l'armadietto dei medicinali; e le molle della Frau d'anteguerra; e i brandelli d'un falso De Pisis, mio antico regalo di compleanno; e i segreti del secrtaire... unico a conservarsi intatto nella sua bellicosa, verticale e inglese imperturbabilit, un bastone nel portaombrelli.

X. MANOVRE, TAFFERUGLI, TRATTATIVE. Venerd, 1 settembre. Presumevo, cominciando queste pagine, di farne il diario d'una separatezza, come ne tengono certi studiosi, primatisti di sopravvivenza, che si calano in una spelonca per viverci senza cognizione del tempo. Mi ritrovo, invece, a dover riferire un guazzabuglio di fatti quanto mai corpulenti e dinamici. A riferirli, ma, ahim, anche a viverli in prima persona, sia pure da semplice rotellina costretta a girare all'unisono col moto dell'intero ingranaggio. Mi torna in mente una freddura che pensai all'inizio del mio esperimento, nella quale mi definivo un Robinson sprovvisto non d'un solo ma di tutti i venerd. Riconosco ora che il frizzo da correggere, non solo riguardo alla vanteria di spacciarmi per mentecatto, poich anzi mai mi sono sentito cos ragionevole e padrone di me, ma sull'altro punto, del trovarmi solo in un'isola, visto che il mio alloggio diventato un porto di mare e non passano cinque minuti senza che un picchio imperioso mi riscuota rumorosamente (da qualche giorno, contro ogni mio stile, mi chiudo dentro con due, tre giri di chiave). Anche in questo momento, toc toc toc, siamo alle solite. Ed un sudatissimo fattorino, vecchia conoscenza del "Binocolo lungo", che s'affaccia sulla soglia e mi dice buongiorno. Minchia, cos lo chiamavamo al tempo del giornale per l'abuso, nei suoi frugali discorsi, dell'interiezione suddetta, un uomo di spalle robuste e di semplice mente, che al giornale si occupa delle incombenze pi ovvie e faticose. Come, stavolta, di consegnare un messaggio

a mano, in difetto di telefoni e fax, al soprascritto destinatario nella persona di me, Tommaso Mul. " del direttore," farfuglia e rimane in piedi in attesa d'una mancia e d'una risposta, lontano dal supporre che n l'una n l'altra sono in programma. Dice il biglietto: "Tommaso, come stai? A piede libero, come si sta? M'aspettavo un grazie, non venuto. Noi, qui al giornale, la solita vita: ripicche, gelosie, scoop riusciti, mancati, inventati; delitti bizzarri; interviste agli onorevoli Tizio e Caio, sforzandoci tutte le volte di far passare per refusi gli strafalcioni... Insomma, ordinaria amministrazione come ai tempi che c'eri tu. E non dir che tu ci manchi, mentirei. Dopotutto, tu sei voluto andar via tanto quanto io volevo che te n'andassi. Una consonanza mirabile, che mi consente di sperare che non serbi cattivo ricordo di me. Ora si d il caso che tu, indaffarato, per quel che dicono, a riscrivere un Barbellion o Amiel in un sottoscala per ragni, si d il caso, dico, che ti trovi ad abitare nel succulento cuore d'un Avvenimento, uno di quelli con la maiuscola. Testimonio d'un presumibile assassinio, amico del presumibile assassinato, a giorno, pare, dei suoi segreti, esperto dei luoghi, degli uomini coinvolti, gi sul posto... Ebbene, che ne diresti di tornare a far l'inviato speciale di nera? Non dire subito no, aspetta di parlare con me per dieci minuti. La cosa pi grossa che non immagini. Per te, se rifiuti, solo pericoli; se accetti, pericoli e soldi. Rispondi, ti prego, con un s, con un no. Minchia l in piedi che aspetta." "No," dico subito all'uomo che ne resta sconcertato. "No," ribadisco a un suo cenno di protesta, anzi con le mani dolcemente lo spingo verso la porta. Quando gi andato e ne vedo le lunghe gambe sfilarmi davanti alla specola, un pentimento repentino mi assale e da dentro lo invoco: "Minchia, Minchia!" con scandalo dei passanti che sentono da quelle profondit acherontee levarsi una cos indiscreta interpellanza. Mi precipito fuori, lo raggiungo sotto la pensilina del "Minibar" qui di fronte. Gli dico in fretta: "Ci ho ripensato. A Villa Borghese, oggi pomeriggio, ingresso di valle Giulia. E intanto portagli questo," e gli consegno il racconto dell'affare Lo Surdo. Infatti ci ho ripensato. Inutile farsi illusioni, io sto ballando in un ballo, tanto vale seguire il ritmo. M'insegnava mio padre che a un pesce preso all'amo, morto per morto, gli conviene mangiare l'esca. Grandi arrabbiature di mia madre, a quei tempi, ragionevolmente convinta che il proverbio nascondesse un allusivo veleno nei confronti del matrimonio e di lei. Vero che Bendidio ha colto nel segno. Cercare, come ho fatto finora, la felicit nell'inazione poteva favorirmi finch ero solo; ma quando un popolo intero che scappa non pi una fuga ma un esodo. A che serve contrapporsi all'andazzo della corrente? Io m'ero illuso di segnare il passo in mezzo a una folla che corre, sfuggendo all'autorit dei computer, delle entropie, dei buchi d'ozono. Mal rassegnato alla velocit della storia; furioso di dover cambiare nel giro di pochi decenni i miei rulli di pianola coi 78 giri, questi coi microsolchi, questi coi compatti, questi coi supercompatti (le Nove di Beethoven in pochi centimetri, ma vadano all'inferno!); presuntuoso di sospendere il tempo e la

mia stessa vita secondo le scansioni lentissime d'una grotta di stalattiti... Eccomi, al contrario, scritturato per forza nel cast d'un copione da TV pomeridiana, con l'impressione di non viverla veramente, questa avventura, ma di esserne agito come capita appunto alle comparse del piccolo schermo; con la certezza che in una sarabanda tanto gremita di figure e figuri, non potr non tornare a far capolino, col suo strascico risaputo di gemiti e sangue, la morte. Un ritorno, mi dico, e qui Bendidio non ha torto, che potrebbe riguardarmi da vicino, sicch parlare con lui, capire in che sabbia mobile sto affondando, non sar male. Che se poi mi pubblica e paga Fatto successo tutto grasso che cola. Alla villa ci venivo con Rosa al tempo che la filavo. Ricordo ore di assopente, tenera monotonia: bambini che giocano a palla e la perdono fra le aiuole, poi ne escono di corsa spaventati da una lucertola; caporali in assetto di seduttori che intrattengono, persuasivi e febbrili, le baby-sitter, asciugando intanto col fondo dei pantaloni la vernice fresca delle panchine. Intorno rumori soffici d'acque e di sole, s rumori di sole, poich nel suo riscintillare, ormai affievolito dai primi freschi di settembre, un timido scoppiettio par che si origli, come di faville che si spengano in un catino. Ma il cigno solitario che galleggia nel laghetto, se un giorno m'ispirava pensieri, ora non pi... Trovo Bendidio ingrassato, coi calzini corti nei piccolissimi mocassini, bisunto al solito, al solito tutto insulti e moine. Viene subito al dunque: avr visto che siamo su tutti i giornali. Sempre pi chiaramente risulta che la disgrazia di Tir non stata disgrazia; che la ragazzina Trapani, con la sua macchinetta di ferro sui denti, parvola, poverella, le hanno scoperto nelle vene qualche ettolitro di crack extra; che la compagna di lei, Dorotea, l'hanno trovata all'alba, a cavalcioni su una spalletta del Lungotevere, con gli occhi di vetro e la mente balorda, incapace di rivelare dove e con chi s'era inciuccata nelle ultime settantadue ore. Lucida per quel pizzico che le consente di ricordare d'aver posato per un fotografo cieco. Trovato quest'anello, l'inchiesta corre in discesa e io ci sono dentro fino al collo, amico di Tir e, si suppone, depositario delle sue confidenze. Nessun addebito per intanto, ma non vedo come sia mio interesse primario che si faccia luce? E allora perch non collaboro col giornale, come ai bei tempi, scagionandomi e insieme operando per la giustizia e la verit? Qui la voce di Bendidio, come un motore imballato, perde colpi, la perorazione solenne si squaglia in secche e paludi come il Po vicino alla foce. Quando riprende il flusso normale, il succo delle sue proposte il seguente: poich tutti cercano RS, che colmerebbe le caselle vuote del cruciverba, urge trovarlo, svelarne i protagonisti e inchiodarli con l'evidenza dell'immagine. Chi siano gi si sussurra, ma le prove difettano. Si dice in citt d'una banda che con poca fantasia chiamata "dei droghieri", che spaccia e consuma droga in riunioni privilegiate. Capo ne sarebbe una donna, la Badalona, di sangue quasi reale, sporcato da vizi plebei, gi dogaressa un tempo dei salotti pariolini, ora

mezzana dei pi vietati piaceri. La quale patisce, pare, di un'ossessione: che nessun accidente le sembri realmente accaduto e goduto se non viene registrato e riproducibile. Da ci la sua leggendaria collezione di icone rare, introvabili, pezzi unici mille volte pi preziosi dei Gronchi rosa: dallo stupro, ad opera di Lady D., del succube e legato Mister Spartaco '92 al flash di sua Eminenza Z., seminudo sulle ginocchia d'un seminarista. Come opera? Assolda i paparazzi pi famelici, gli paga i documentari, non lasciandogli mai i negativi, quindi, che ridere!, proietta il filmato agli stessi protagonisti, dietro versamento d'una quota d'iscrizione, qualche milione, una specie di club, sai? Fino all'intoppo odierno, delle due provinciali adescate, malconciate, scaricate. Immagina tu il resto, quel che ancora non si sa e che conviene sapere e, soprattutto, provare. Cos, met disse, met tartagli Bendidio, con finale esibizione d'un assegno postdatato a mio nome: "Questo per Il caso del fotografo cieco, quando lo scriverai. Per Fatto successo vedremo dopo." Che rispondergli? L'offerta mi tenta tanto quanto mi respinge. Ad ogni buon conto, non fosse che per alzare il prezzo, dico di no. Lui, senza cessare d'essere insolente, si fa supplichevole: "Tommaso, sei uno sciocco, su questo non ho cambiato opinione. Ma per questo ti voglio bene di pi, per questo pretendo il tuo aiuto. Un tempo appartenevi alla testata, no? Non puoi averlo dimenticato: semel abbas, semper abbas. E allora fallo per amore della testata, o chiamalo spirito di corpo, chiamalo patriottismo. Perch, insomma, vuoi saperlo? Se qui non si fa un colpaccio che raddoppi la tiratura, tombola, si chiude. Non puoi tradire i tuoi colleghi d'un tempo, i tuoi colleghi, che dico? fratelli... E fosse solo questo. Pensa ai lettori, a quello che perdono, al miliardo di watt di verit che si spengono nell'atto che un giornale muore. Io, quando, la sera tardi, spio dal mio box a vetri sulle scrivanie della redazione le tante capocce chine a macinare schegge di verit sui tasti, e poi apro le finestre, e mi sporgo su piazza Esedra e le sue luminarie, e penso alle moltitudini, ai popoli di popoli, beh un po' meno ma sempre moltissimi, che vanno a letto sereni perch sanno che domani riceveranno con la bottiglia del latte una copia del "Binocolo lungo"; io quando ascolto le rotative incolonnare messaggi, destinazione universo; beh, che ti devo dire, m'intenerisco, mi viene qualcosa su e mi fa groppo in fondo alla gola. E ora dunque quel faro dovrebbe spegnersi, quella grande orchestra tacere? Tutto per delle foto che non si trovano? Che, se le avessimo in mano, sarebbero la nostra stampella, avremmo in pugno la concorrenza, il premio "Penna dell'anno" non ce lo leva nessuno..." Strappai l'assegno, gli dissi di s, ma pretesi contanti, pochi, maledetti e subito. Ci avrei comprato una macchinetta per il caff e una portatile nuova; avrei regalato dei fiori, orchidee o crisantemi, a Lea Buozzi...

Non avevo scambiato con Lea un solo cenno d'intesa dopo il nostro incontro. Conto di vederla stasera nella riunione di condominio, che s'annunzia per molti versi eccitante. Medito intanto sul da farsi, riguardo alle prime battute della mia indagine; o, per meglio dire, decido di meditarci senza che mi sia dato di portare ad effetto la decisione. Mi spiego: io sono un pigro mentale e riflettere m' possibile solo a certe condizioni d'ordine cerimoniale, come a taluno succede con l'addormentarsi. Nel caso mio si richiede una posizione supina nel letto, col capo appoggiato a un cuscino basso, le due mani occupate l'una a reggere una tavoletta con foglio bianco aderente, l'altra una biro, s da consentirmi di dar corpo e scrittura immediata agli uccelli pensieri che mi si trovino a svolacchiare per il capo e che altrimenti scapperebbero via. ci che intendo fare anche stavolta, se non che, nel momento in cui infilo nella toppa la chiave, dall'androne vicino un chiasso di voci multiple e passi mi trattiene. Risalgo i pochi gradini, sporgo la testa a guardare: una piccola comitiva in trasferta, su cui Mundula troneggia, sussiegoso e categorico, un vero boss. Quattro zelanti lo seguono, con attrezzi d'ingegneria. Capisco lentamente - me n'era giunta voce - che deve trattarsi d'una Commissione di esperti, il Genio Civile che li manda, per accertare lo stato di solidit dell'immobile. Brandelli di conversazione mi giungono: "E allora la torre pendente?" "Un cordolo, servirebbe?", "Qui qualcuno ci marcia", "Mura a prova di sisma gigante" e simili. Una diagnosi rassicurante, mi par di capire, se non cogliessi, appostato dietro il pannello delle cassette postali, fra Mundula e il pi anziano dei quattro, rimasti di retroguardia, una stretta furtiva di mano e un sorriso vicendevole di trionfo che basterebbero da soli a indiziarli di frode edilizia. Tant', nemmeno io son poi convinto che corriamo seri pericoli, gli allarmi di Garaffa non finiscono di apparirmi sogni di mezza estate. Altro mi preme e guardo senza curiosit i cinque insardinarsi nell'ascensore senza riguardo alla modesta portata. Spariti che sono, mi rintano ancora una volta. diventato un fodero, un ventre, questo mio miserabile domicilio. Fresco peraltro pi di qualunque altro nel palazzone: invidiabile privilegio in queste giornate che la citt frigge come una lumaca sul fuoco. Mi spoglio dunque e mi stendo sul letto com'era in programma, a contemplare il soffitto. Ho chiuso le tendine dello sportello per non distrarmi ma ne trapela un lucore lattiginoso e clorotico, sufficiente a consentirmi di prendere appunti e propizio ai ragionamenti. Tre sono le male croci a cui mi sento inchiodato: il mistero di RS e del povero Tir ammazzato; la doppia minaccia che mi pende addosso, cos da parte degli sbirri come dei misteriosi "droghieri", convinti entrambi ch'io sappia quel che non so; il languido, ora tiepido ora bollente, mio sentimento per Lea. Tre croci che indico grecamente sul foglio con le etichette di Pathos, Fobos ed Eros, un po' per nobilitarle, un po' per eludere i possibili spionaggi. Sul primo punto, ripensando all'amico perduto, mi commuovo cinque minuti, poi soprassiedo e passo al secondo. Qui delle due l'una: o la banda che ha frugato in casa ha trovato RS e in tal caso da loro non ho pi da temere; o la ricerca stata

infruttuosa e allora povero me. Della polizia mi preoccupo meno, devono essersi stufati d'importunarmi... In tutti i casi il futuro chiarir tutto. A me non resta che sperare di scapolarmela e nel contempo, trovandomi, come si dice, "dentro la notizia", di poter compiacere le attese di Bendidio. Circa la terza croce, chiamala croce! Io ti amo, o qualcosa di simile, voluttuosa Lea!... Ti penso e mi entri negli occhi, ti ho negli occhi: un bambinello Ges di cera, salvo gli esuberi del torace cos profani, che, a vederli, a giudicarne la polpa, mi nasce nelle mani un formicolio o, quantomeno, la voglia di applaudire... Un angelo del Serpotta, di cui vien naturale concupire la lattea nudit fra due lattee lenzuola con un colpevole brivido, quasi da anatomista tentato dalle membra d'una morta. Qui, ho capito, sta il suo segreto: nello sposalizio di lava e gelo, di occulto fuoco sotto un coperchio di diafanissimo alabastro. E mi accorgo che il suo battesimo mi suona falso. Non Lea si dovrebbe chiamare, ma Loreley, Ofelia, Ulalume, nomi di donne annegate, di larve equoree, da biblioteca... Basta, stavolta ho lasciato la porta socchiusa e il miracolo si compie. Lea entra senza bussare e senza dire una parola mi si spoglia frettolosamente al fianco. Tutto questo, si capisce, non ha senso e il mio primo impulso di toccarla con l'indice di San Tommaso per sentirla vera. Ma subito la sua voce, profonda, di gola, mi rassicura: "Sono venuta a vendermi. Il prezzo il rullino. Se no, mi rivesto e amen." La guardo fra stupore e spavento: bellissima, marmorea e toccabile accanto a me, ma, cos come si son messe le cose, lontana pi del Fujiyama. Primo: comprare spasimi non mai stato affar mio, mi spengo all'istante. Secondo e decisivo: il prezzo che chiede impossibile, la merce in questione non ho idea dove sia. Glielo dico, irrigidito e assurdo nel mio decoro, con la bocca a venti centimetri dalla sua. Si rialza, si rimette i due straccetti del suo guardaroba, si avvia maestosamente verso la porta. Qui, voltandosi: "Ti va di cercarlo per me? Per me questione di vita o di morte. C'ero anch'io a quella festa." Non dice altro e scompare. Rimango un'ora a cogitare, a mollo nella tinozza che mi serve da vasca e da pensatoio. Il freddo dell'abluzione mi strizza pelle e cervello. Alla fine ho un'alzata d'ingegno: se avventura ha da essere, tanto vale correrla a perdifiato. Mi vesto, esco, dal bar dirimpetto telefono a Bendidio, gli chiedo l'indirizzo della Badalona. "Per farne che?" "Lo so io, tu dammelo e se fra sei ore non ti ritelefono, chiama la polizia." Avuta l'informazione inforco la bicicletta di Cesare, che m' rimasta in deposito, e via. Manco a dirlo, il palazzo antico in una piazza antica. Su una fontanella centrale avrei scommesso, ricordando gl'indizi di Tir. Non c' ed un duro colpo. Provo anche a passeggiare un poco tentando con la suola le sporgenze del selciato. Niente da fare, tutto liscio, levigato, rasato di fresco.

E allora? Non desisto, poich il portone aperto, m'introduco. Il portinaio, vedendomi uomo di sella e fermacalzoni, s'indigna. "Dove credi di andare?" Io esibisco gravi urgenze di colloquio, ragioni segrete. Ottengo infine che citofoni su. Curiosamente nessuna difficolt, il "passi" accordato. Quando entro una sorpresa mi attende. Non mi apre un cameriere o un maggiordomo. N tantomeno la padrona di casa, di cui conosco dai giornali l'effigie intimidatoria dall'epico naso di condottiera, ma mi accoglie una svampita, presumibilmente la figlia, che non dice nulla e sorride. Mi guardo attorno. Madonna mia, che soffitto alto, che lampadari da teatro dell'Opera, che Rosalbe Carriera alle pareti. Solo a camminare sull'angusto sentiero di marmo fra un Buchara e l'altro mi sento spaesato e strano come una mosca stercoraria su una camelia. Lei, la ragazza, continua a sorridere mentre avanzo verso di lei. Ha una frangia sulla fronte e un trucco leggero, da collegiale; solo il profumo, circospetto e sfrontato insieme, denunzia una malizia da marciapiedi. "Mammarella non c'," sussurra con una voce che se fosse un colore sarebbe il blu. Non ci vuol molto a capire ch' piena d'acido dalla radice dei capelli alla punta delle scarpe. "Come ti chiami?" mi chiede, barcollando pericolosamente e cercandomi l'appiglio del braccio per sostenersi. Non so per quale istinto di beffa e pretesa d'identificazione, rispondo: "Mattia Pascal," senza che lei faccia una piega. Dev'essere la prima volta che quel nome la sfiora. Sempre afferrandosi a me, con morbide angherie mi trascina verso il divano, mi siede accanto, ride a sproposito, m'interroga capricciosamente: "Che vuoi? da dove vieni? Siamo stati gi a letto insieme? La tua faccia non m' nuova." E con un dito frattanto mi cerca la pelle fra il primo e il secondo bottone della camicia, mentre mi carezza le palpebre con l'altra mano, carica d'anelli, dalle unghie mangiate fino all'orlo estremo del rosa. Non saprei che pesci pigliare se non entrasse in quel momento, brusca e preoccupata, una sorta di governante in uniforme di infermiera-soldato, che senza dirmi nulla s'avventa sulla ragazza e me la sradica di dosso, tirandola per il braccio con la dolcezza d'una tenaglia. Quella fa appena in tempo a mandarmi un bacio con le dita, poi s'affloscia e si lascia portar via senza guerra. Io rimango solo e disorientato ma risoluto a non muovermi. Nel giro di pochi minuti ricevo una dopo l'altra pi visite: un cameriere orientale dai tratti minuti, dagli occhi gentili; di nuovo la governante; infine un energumeno in tuta, una tuta di taglia insufficiente, da metallurgico. Tutt'e tre mi consigliano d'andarmene, la signora non si sa quando rientra, non si sa se ha voglia di ricevermi, torni domani. Tutt'e tre non insistono di fronte alla mia cocciutaggine di star l: "Aspetter, ho cose gravi da comunicare. La signora non vi punir." Passa un'ora. Come un conferenziere dietro le quinte io ripasso il fervorino che mi son preparato a memoria. Impudente ma forse idoneo a farmi

uscire dal ginepraio o comunque a farmi capire un poco di pi. Passeggio intanto con piedi cauti nel salone che mi ospita, badando a non fare sfracelli fra tante cristallerie e lascivie di Svres. Su un tavolinetto Luigi XVI un album mi attira, che apro immaginandovi stampe di Watteau, di Fragonard. Vi trovo invece bambini nudi, truccati da fauni o cupidi, con occhi da villanelli ma in uno scenario di mare. Van Gloedel, diagnostico a naso, ma non ne traggo illazioni. In quell'istante, guardando dalla finestra nel cortile, vedo entrarvi una berlina color lenticchia dalle proporzioni regali e scenderne, non pu essere che lei, la Badalona. Cinque minuti e fa ingresso nel salone, attraversandolo come solca i flutti la prua d'un galeone spagnolo. Me, quando mi vede, mi aggredisce con freddo disprezzo: "Come ha detto che si chiama?" "Non l'ho detto, lo dico ora. Indegnamente, Tommaso Mul." "Mul?" ripete come se le due sillabe le facessero schifo. "Cosa vuole? Vada via!" "Una domanda e un ordine che si contraddicono," ho cuore di rispondere. "Se rispondo, non vado via. Se vado via, non rispondo." Un punto per me. Con un gesto m'invita a sedermi, mi guarda e aspetta. Ne approfitto per una ispezione veloce: alta, un granatiere, nessun trucco, capelli di taglio maschile, naso feroce, un cipiglio fra il pigro e il protervo... in compenso un corpo nella sua imponenza appetibile ancora, bench cinquantenne. Mi viene in mente che potrebbe figurare fra le matrone della Storia arcana o per terza cortigiana in quella tavola del Carpaccio... Allora mi lancio, a costo d'un capitombolo. Del resto ho gi troppo studiata la parte perch possa impappinarmi alla prova del fuoco. "Si prepari a scacciarmi," esordisco. Poi snocciolo tutto d'un fiato: "Ne avr per cinque minuti, non m'interrompa. Quella che formuler con ogni probabilit un'ipotesi infamante, non se ne dolga. Se tale fosse, mi perdoni e mi lasci andare, cancellandomi dalla mente. Se tale non fosse, creda a quanto Le dir e si comporti di conseguenza. Senza darmi nessuna risposta palese che La comprometterebbe, ma licenziandomi, magari a pedate. Ci premesso, ecco il mio cruccio: sono stato amico d'un tale, ora morto. Vengo sospettato di possederne un certo lascito losco che, se venisse alla luce, farebbe soffrire molta bella gente. Corre voce che Lei debba saperne qualcosa. Io non so, anzi non credo, anzi sono certo di no. Ma se per avventura la voce dicesse il vero, sappia ch'io non ho nulla in mano, c'entro come un cavolo nel caffellatte, sono innocente come un'avemaria. Dunque avviso a chi di dovere: non vorrei crepare per niente, mi si lasci in pace. Ho detto e vado via." "Lei vaneggia, si curi," fa la Badalona, soavemente. Poi si alza, mi viene accanto, mi fissa con occhi fulminanti dove mi par di scorgere un furtivo baleno d'ammirazione, e mi porge la mano da baciare.

XI. L'OSTRUZIONE. Domenica, 3 settembre. Ci si ritrova alla spicciolata per l'assemblea condominiale. Salgo in compagnia di Pirzio, stranamente pi espansivo del solito. Su in mansarda ci viene incontro Adele, la donna delle pulizie, che ha finito or ora di rassettare il locale: "Erano cinquantadue, sono cinquantuno. Ne manca una," si lagna. Parla delle sedie che s'accatastano in uno stanzone deserto dell'adiacente "Girasole", donde vengono prelevate tre o quattro volte l'anno per le riunioni di gruppo e le ricorrenze conviviali di Pasqua e Natale. Sono le sole occasioni in cui tutti noi del palazzo, pur cos disuguali, ci riconosciamo consanguinei, affiliati nella fuggevole connivenza d'una festa o d'uno spettacolo. A riprova che abitare in una casa comune pu essere un modesto mastice di socialit, tal quale fra i crocieristi a bordo d'una nave o fra i pazienti che passano le acque a Salsomaggiore. Ci aiuta in questo il ripetersi canonico dei rituali: l'affluenza gioiosa, come di gitanti, nel luogo deputato; i saluti, pi agiati che non durante gli scappa e fuggi giornalieri davanti alla porta dell'ascensore; l'interesse di tutti a discutere le pi urgenti grane della vita comunitaria; l'attesa bambinesca della ricreazione finale nelle recite che anno dopo anno Crisafulli inventa per noi e che sono bersaglio di benevolo dileggio, pur nell'apparente unanimit degli applausi... Singolare famiglia, la nostra, che si lusinga di queste cordialit di facciata, salvo a scannarsi intorno a questo o a quel futile punto dell'ordine del giorno con una veemenza da stadio. Il tumulto non dura molto, di solito. Leone Mundula ci lascia sfogare un poco e ci spegne poi d'improvviso con un diktat senza piet, rovesciando un fiume di broccardi e sentenze di cassazione sulle nostre intimidite e credule teste. Oggi tira un'aria diversa. In conseguenza di quella minaccia di aumenti si legge nei visi di tutti una risolutezza e una sfida, che tuttavia le prime parole di Mundula, melliflue, bastano ad afflosciare: "Ho preso appuntamento al telefono con Los Angeles. Fra dieci minuti. Parler col Mister, qualcosa otterr." Cos s'allontana e ci lascia a intrattenerci sul tema degli ordini del giorno. Seduto fra Pirzio e Crisafulli, che al dibattito non partecipano, io preferisco guardarmi in giro, cercando fra tante nuche di riconoscere Lea. Sta tre file avanti, visibile quel tanto ch'io possa interrogarne le pallide spalle, di cui qualche centimetro sbuca dalla camicetta a fiori, e la crocchia bruna, e il collo di viziosa gracilit... Tutte rivelazioni minori di quel mistero persistente ch' lei, nonostante l'effuso sfogo, se non era millanteria, dell'altr'ieri: d'essere stata invitata e attrice nel festino della Badalona... Di notte, dico io... Ma il tipografo,

padre o protettore che sia, come ha potuto permetterlo? Non ne ha saputo niente? Possibile? Mi richiama a meno estatiche viste un certo armeggiare di Pirzio al mio fianco. Il quale ha estratto di tasca un cartoncino che nasconde fra le mani ed osserva, levandone gli occhi di tanto in tanto per paragonarlo alla sedia che gli sta davanti, indi alla propria, con atti e mimiche del corpo e del viso dove brilla una stolida soddisfazione. "Tarli?" azzardo io con finta ingenuit, ma lui s' gi riseduto e, quasi a voler accrescere i miei rovelli mentali, prende a canticchiare fra i denti, sul motivo d'una canzone non pi in voga, versicciattoli insensati anzi che no: Trallal, trallal, trallal! Chi sar, chi sar, chi sar che alla fine vi scoperchier? Trallal, trallal, trallal! Ha un'aria cos compiaciuta che, vincendo la mia naturale superbia e riservatezza, mi abbandono a chiedergli: "Scoperchiare, cosa? Che , un quiz? C' un premio?" Al che lui: "Scelga Lei, caro Tommaso: pentole o sepolcri imbiancati." E gi a ridere, con una faccia da schiaffi. la prima volta che lo sento cos scandalosamente comunicativo e la cosa tanto mi stupisce quanto mi irrita. Anche perch, in contemporanea, alla mia destra, ammiccando con gli occhi vispi, l'autor drammatico Crisafulli non cessa d'incalzarmi coi pi verbosi imbonimenti sullo spettacolo di stasera. Preso fra due fuochi, quasi assistessi a un certame di ping pong, do corda ora all'uno ora all'altro, con preferenza finale per la sinistra, dove Pirzio non smette di trafficare con la cartuccella di prima e di covarsela con un trasporto che ha del mistico, dev'essere un santino di Padre Pio. Allungo il naso, sbircio con la coda dell'occhio, ma chiaro che lui ormai non si d pi pena della mia indiscrezione anzi pare obliquamente sollecitarla. Distende infine il palmo della mano e mi mette davanti il bottino: "Uguale, no?" Uguale a che? Quel che vedo la fotografia d'un oggetto, una specie di ready-made: una sedia a gambe all'aria ai piedi d'un muraglione di ponte o cos pare. Una sedia, per - ed ecco il senso della sua domanda - che, a confrontarla con le similari su cui posiamo le terga, si rivela della medesima foggia, legno, colore... Boh, che significa? In virt di quale spirito d'iniziativa codesta seggiola del "Girasole" migrata lontano dal tetto natio s da ritrovarsi in effigie fra le mani d'un poliziotto? Dico poliziotto, perch da qualche minuto una ferrea convinzione m'ha messo radici nel capo: che Pirzio una specie di Serpico, infiltrato fra noi sotto figura di pigionante per studiare da vicino, non dico il mistero della morte del cieco, atteso che la sua venuta fra noi l'ha preceduta, ma qualche pi antica magagna. Ripenso alla banda dei giovani tossici, ripenso

a una miriade di parole smozzicate colte al telefono di Mundula, alle equivoche attivit di Lo Surdo... Oh, materia d'indagine a Flower City non ne manca di certo, cos come in qualunque aggregato umano e in qualunque cuore. Orbene, se cos stanno le cose, se Pirzio veramente un agente, che vorr dire questa sua attenzione all'identit fra la sedia della foto e le sedie reali, schierate qui? Che forse... ma mentre un'ipotesi mi lampeggia nella mente, il ritorno di Mundula me la spegne e la sua assunzione in trono, sulla poltrona che fra poco funger da elemento di scena nell'atto unico di Crisafulli. Da questa, levatosi in piedi, l'avvocato esordisce cos: "Mio padre, prima di morire, volle che gli mettessero nella cassa un bastone con il puntale di ferro. 'Per camminare,' disse, 'se occorrer. Per picchiare, se occorrer.' Alludeva, presumibilmente, a un regolamento di conti con Dio, l'unico che si degnasse aver per nemico, era cos schizzinoso! Da lui ho imparato a far poche chiacchiere e a decidere, quando serve, con la forza dello scettro. Questo per dirvi che il nostro villaggio, permettetemi di chiamarlo cos, attraversa un brutto momento e abbisogna di concordia, di autorit..." Brusio d'insofferenza, in sala. Una voce dal fondo: "Per l'affitto, che novit?" Mundula sorride, ma pi un ghignetto che un sorriso: "Il Mister s' convinto. Niente aumenti, per un anno. Solo sfratti per chi non paga." Applausi di tutti, salvo Bisceglie, naturalmente. Riprende Mundula con una spocchia che m'indispone: "Oggi, dunque, bisticciate pure, ma non pi di dieci minuti ad argomento. Dopo di che votate e la cosa finisce l. Nei casi incerti decido io, quia nominor leo..." e qui, stupidamente, mim il leone della Metro, suscitando ossequiose risate. "Avete," continu, "davanti a voi il foglietto dell'ordine del giorno. Rileggetelo rapidamente, poi chi ne ha voglia si alzi e cominci." "Mio Dio," feci fra me, "che stiamo a fare il giuramento della Pallacorda?" e, prima ancora che qualcuno aprisse bocca, mi abbandonai a vagare entro i vapori della mia mente. Talch il concerto di voci che segu, in un intreccio di volumi alti e bassi, in un ribollio di collere, consensi, passioni, mi giungeva all'orecchio con l'intermittenza d'un vento fra le stecche d'una persiana. M'ero fissato, come gi prima, sulle spalle di Lea e nel pensiero carnale della donna trascorsi l'ora abbondante che il dibattito dur, cogliendone solo brandelli e limitandomi ad alzare la mano, quasi sempre a casaccio, ogni volta che si esigeva un suffragio. Era come quando, dopo il bagno, ci stendiamo sulla sabbia coi padiglioni ottusi ancora dall'acqua marina e ci assopiamo, cullati dal rumore remoto della risacca. Non che non intendessi materialmente i concetti e le tesi, bens me ne sentivo sideralmente distante. Non saprei perci riferire sulla seduta, se non avessi qui davanti il verbale, che a futura memoria, per debito di cronista, con qualche fioritura riassumo. Sul primo punto che riguarda la libert di tenere animali nello stabile, lo scontro fra zoofili e no si fa subito caldo. Favorevoli donna Marzia, e

soprattutto Mariposa, proprietaria d'un pechinese; problematici i Garaffa, in polemica coi topi ma favorevoli ai gatti; graziosamente eccentrico Placido, che non sopporta i gatti ma ha simpatia per i topi: "Ho visto di recente un esperimento in TV, in cui si misurava l'intelligenza dei topi. Vengono chiusi in un labirinto, in fondo al quale li aspetta un cibo, e si contano i minuti che ciascuno impiega per imparare il percorso e ripeterlo all'occorrenza con speditezza maggiore. Ebbene..." "Fantasie, questi topi," lo interrompe ruvido Buozzi. "Li vede solo la signora Garaffa." Placido, placidamente: "Non detto. Io non escludo ch'essi abitino l'edificio da clandestini furbissimi, n scommetterei sulla nostra vittoria in codesta antropomiomachia..." L'intervento di Mundula a questo punto stoppa tutti: "Qui si calunnia il condominio. I topi, ha ragione Buozzi: fantasie da menopausa. E qui dentro non voglio bestie, salvo quelle bipedi in regola col mensile." Per diverse ragioni Bisceglie e la signora Garaffa abbassano gli occhi e la questione si chiude. Le sofferenze riferibili all'ascensore provocano, a loro volta, non meno sussurri che grida. Costa troppo, fra guasti e manutenzione. Abolirlo e salire a piedi, con benefici per la salute, come suggerisce Buozzi, che tanto abita al primo piano? Introdurre un gettone? Far pagare di pi chi abita i piani alti e ne fa un uso maggiore? I pareri sono discordi, mentre lo sdegno corale contro i distratti che ne lasciano socchiusa la porta (Placido, al mio fianco: "Tutti s'indignano, ma i colpevoli non sono forse fra loro?"). Peggio ancora - la signora Lo Surdo a denunciarlo con un leggero imbarazzo - se, costretti a salire a piedi per andare a rimettere il congegno in movimento, accade di scoprirlo bloccato a bella posta, con qualcuno dentro che malamente si ricompone... Una voce dalla platea, senza che se ne capisca l'appartenenza, sibila i nomi dei due gemelli e di Maurizio, suscitando alti lai paterni e materni, di cui il verbale d solo pudico ragguaglio, seguito da un eccetera, denso di significato. Sui disturbi da dischi jazz lunga, appassionata apologia di Johnny, contraddetta da tutti quanti, con la mia unica timida eccezione, in un intervallo del mio trasognamento. Pi quietamente ancora si risolve il contenzioso intorno all'espulsione che incombe sul suonatore. Donna Marzia si offre di saldare i fitti arretrati: ha venduto a buon prezzo un Carcere d'invenzione e si picca di filantropia. Infine il caso Mariposa. Qui, a esser sinceri, io mi sono svegliato un poco dal mio torpore. Il paradosso che i pigionanti dal primo all'ultimo hanno simpatia per il femmina, ma non vorrebbero andare oltre la simpatia. Per via delle equivoche frequentazioni, i rientri all'alba, le trasgressioni dell'abbigliamento, i pericoli di contagi, insomma per l'aura di peccato che le ambula attorno alla persona e che inquinerebbe, dicono, il buon nome del caseggiato. Sto per alzarmi, mi piacciono le cause perse, ma

Mundula mi zittisce e taglia con poche parole la testa al toro: "Non sono un puritano," dice, "ma in queste cose s'impone una spada di Gordio. Tu, Mariposa, fa' quel che ti pare, ma fuori. Qui devi vestirti decente, carnevali nel palazzo non vogliamo vederne pi." Mariposa piange, io solo voto per lei ma non serve. Dovr piegarsi o andar via. Frettoloso il disbrigo degli ultimi punti, nascosti fra le varie, che tuttavia a me sembravano i pi scottanti: le numerose diserzioni, disdette e fughe; i traslochi annunziati; la visita dei probi viri edilizi, in seguito a quell'allarme di lesioni finora eluso o deriso. Prova Garaffa debolmente a parlarne, ma s'ingarbuglia in termini come falde freatiche e smottamenti che provocano un generale fastidio. Interviene Mundula e il poveruomo non fiata pi. "Se non si dovesse indulgenza," fa l'avvocato brutalmente, "a un incompetente palese, leggerei qui per mortificarlo il parere tranquillo degli esperti comunali. Vi basti la mia parola ch' tutto a posto" e in un baleno fa firmare le carte, indi annunzia l'inizio dello spettacolo crisafullesco. Due minuti bastano per preparare la scenografia: il seggiolone presidenziale al centro, di fronte a noi; a destra uno scanno con un panchetto davanti e, sopra, una risma di carta bianca; a sinistra una specie di sbarra da tribunale. Il tutto sormontato da uno striscione su cui sta scritto "Montecitorio". il momento che Crisafulli aspettava da quasi un anno. S'avanza facendosi largo fra le file di sedie, sembra pi alto. Ha calzato, in effetti, scarpe dai tacchi spropositati. "Sar mica una coturnata?" ridacchia al suo solito Placido, attento a non perdere un solo particolare della pantomima. Ma Crisafulli, piazzatosi davanti a tutti: "Avvocato Mundula Leone, signorina Buozzi Lea, ho bisogno del vostro aiuto. Due particine da nulla, ho qui le parole" e agitava due foglietti nel pugno. Volenterosi i due lo raggiungono ma, dietro le sue spalle, si danno di gomito. Lui infine li fa accomodare: l'uomo ritorna sul trono di prima, la donna siede sullo scanno da stenografa. Quindi l'attore, tornando a guardarci negli occhi: "Signore, signori," comincia, "eccomi a voi. L'opera che vado a esibirvi s'intitola L'ostruzione e voi ne siete a pieno titolo spettatori e coristi. Un coro di parlamentari in un parlamento. Con licenza, beninteso, d'interrompere, fischiare, applaudire. Quanto a me, io riassumo in me sette incombenze: scenografo, regista, imbonitore, suggeritore, buttafuori, elettricista e protagonista. Nonch, si capisce, autore esclusivo dell'opus su cui faccio alzare il sipario." Evidentemente aveva preso la cosa molto pi sul serio che non le volte passate. C'era nella sua persona e nel suo dire una pagliacceria disperata che, agli altri non so, ma a me imponeva rispetto. Con qualche isterismo nella voce che faceva supporre vicino un limite di squilibrio e lacerazione. "Luogo e tempo," annunzi didascalicamente. Tacque un po', quindi con solennit: "Immaginate un tempo futuro, assai futuro, in cui sia stato scoperto l'elisire del vivere sempre. E vi sia un'assise mondiale..."

Qui s'interruppe, addit lo striscione "Montecitorio" e in fretta disse: "Non fateci caso, un errore. Nella prima versione, l'azione s'intendeva tutta italiana. Quella intitolazione valga per ONU e procediamo." Applausi d'incoraggiamento da parte nostra a cui rispose con un inchino, proseguendo: "Un'assise mondiale, dunque, dove inverosimilmente si parla italiano e che dibatte i problemi relativi alla nuova immortalit. Ne presidente - onore al merito - il nostro beneamato avvocato, il quale, per difetto di comparse, rappresenta anche tutto il governo. Lea fa la stenografa; io l'onorevole interpellante." Leone e Lea non esitarono ad assecondarlo: "Io sono il Presidente e il Governo del Mondo," proclam Mundula e and a prender posto sul seggiolone al centro della scena. "Io sono la stenografa bella," cinguett con un brio artefatto Lea e con mosse civette si accomod sulla destra. "Grazie," rise Crisafulli come un bambino, poi s'accamp a sua volta sul fittizio palcoscenico e, volgendoci le spalle, riprese: "Una premessa vi debbo: per mancanza di tempo e costumi non mi son potuto abbigliare come previsto. Ma voi supplite con la fantasia e vedetemi vestito d'un camice azzurro, da ospedale. Porto per cappello una paglietta bucherellata con candele infisse, come la portava Van Gogh quando andava a dipingere di notte. In una parola da molte minuzie si deve sospettare ch'io sia fuori di testa. Ed ora ecco a Lei." Cos dicendo porge a Mundula la sua parte e con cenni lo invita all'azione. " all'ordine del giorno," lesse Mundula con voce sonora, "la conversione in legge del Decreto numero eccetera, recante proroga eccetera, di cui all'articolo eccetera, che recita come segue: ARTICOLO UNO: Con decorrenza ed effetto immediato, nel territorio della Repubblica Terrestre e ai cittadini della medesima proibito morire in qualunque stagione e sito, e con qualsivoglia modalit, umida o secca che sia. A tal pro' imperiosamente prescritta a ciascun cittadino la vaccinazione, da ripetersi ogni sei mesi, mediante un flacone di Atanatos di recente fortunata scoperta, nonch l'ingestione quotidiana postprandiale di un cucchiaino di Telebios nella confezione di sciroppo di Stato. Gl'inadempienti, sia che abbiano inadempiuto mossi da pervicace progetto suicida, sia che per privata sventatezza o ragazzesca incuria o soggezione a cupi filosofi si sian lasciati distrarre dal bene, qualora sorpresi in flagranza di decesso e muniti di salma tiepida ancora, saranno passibili di verberazione multipla, da eseguire con gatto dalle molte code sulla salma medesima. La quale, ove per combustione o altro accidente abrasivo e deleterio latiti o sia comunque inusabile, sar supplita da un manichino gigante del reo, con divulgazione della pena in diretta TV Euromondovisione. ARTICOLO DUE: In pari data s'aboliscono, dando mandato all'erario di incamerarne beni mobili e immobili, i sottoelencati Enti morali e Imprese commerciali attinenti alla cessata, deprecata e vitanda pratica obituaria: Ordine Nazionale dei Medici, Vespilloni e Speziali, Circolo del Caro Estinto,

Amici di Silvia Plath, nonch altri numerosi che si omettono per brevit e di cui all'allegato numero uno. ARTICOLO TRE: Si d mandato alla Mano Militare di costringere al trangugio di cibi solidi e liquidi le turbe di digiunanti accampati alle Quattro Fontane e di mettere ai ferri l'istigatore, appena lo faccia la loquela sua manifesto. Sul decreto or ora proposto la discussione aperta. Ha chiesto di parlare l'onorevole Crisafulli. Ne ha facolt." "Uffa!" l'avvocato concluse, fuori copione. Crisafulli si mosse lentamente, venendo a porsi a fianco del Mundula e offrendo a noi tutti il suo profilo sinistro che, com'era solito dire, non era quello di una statua greca. Il tono della sua voce fu neutro, professorale all'inizio, quindi and man mano eccitandosi: "Sono tante e tanto vilipese," cominci, "le tecniche dell'ostruzione dai banchi dei pi diversi parlamenti ed arenghi; e a tal punto si appalesano nocevoli non meno alle laringi industriose di chi conciona che alle orecchie passive degli ascoltatori, e insomma, per dirla papale papale, s da non sforzare oltre il lecito la delicata mente del signor Presidente, cos stufa l'opinione sia privata che pubblica di queste nostre vetuste filibuste no-stop che..." L'insurrezione della platea fu generale: "Ma da dove vieni? Chi sei? Che lingua parli?" Crisafulli esult: "Vedo che entrate nel ruolo. Benissimo, bene! Voi con pari prosopopea: "Insomma, degli usuali ostruzionismi non se ne pu pi. Di modo che quando un oratore, come io faccio in questo momento, con baldanza s'avanza a sperimentarne uno nuovo, non dovrebbe aspettarsi proteste e beffe bens benigna attesa e curiosit persino presso gli stessi membri dell'ostile governo, assenti nella fattispecie, salvo che nella specie di quel solo sonnolento lass..." Cos dicendo punt una lampadina elettrica, che non gli avevamo visto prima, sul viso di Mundula, cogliendolo con gli occhi se non chiusi semichiusi. La pausa fu come un invito agli spettatori, intimiditi sinora e dalla roboanza incomprensibile del discorso e dall'antico affetto per l'oratore. Sicch si udirono rumori vari e un accenno di fischi. Il che non imped a Crisafulli di proseguire: "Curiosit, dicevo, non solo di loro, i complici del potere, ma di qualsivoglia qui presente commesso o apprendista cronista o resocontista parlamentare o spettatore del loggione o stenografa bionda..." Lea, ch'era di chiome nere, alz il capo sorpresa. Ma quello: "Bionda dixi, e gi questo t'escluderebbe, moretta, non t'arrabbiare, non ce l'ho con te. Bada a scrivere tu, a rendere con dita professionali meno caduco il mio dire. Che se poi..." I fischi da occasionali a questo punto si fecero un solo grande ruggito. Ma lui: "Onorevoli colleghi, abbiate pazienza e non sprecatevi subito, vi stanchereste. Ho intenzione di parlare finch o muoio io o morite voi. Con ci

stesso violando la disastrosa legge che pretendete d'imporre al paese e dimostrandola inapplicabile e iniqua. N con ci voglio dire che non sia commendevole cosa vivere e magari vivere sempre, per chi tale gusto possiede. Ma a chi non ce l'ha non conviene far forza coi vostri decreti. Che son da cassare, dunque. E da emendare, comunque. Nel senso che si dichiari lecito, a chi ne faccia richiesta scritta e firmata, il trapasso volontario. E aggiungo, a vostro conforto, che la detta richiesta debba corredarsi di documenti che ne giustifichino l'inoltro, e che una giunta di savi sia chiamata a disporne l'accoglimento o il rigetto. Questa la volont mia, anzi nostra, essendovi migliaia dietro di me che, o per tedio o disprezzo o nausea della sociale euforia, mi spingono a dire per loro delega espressa. Lasciateci dunque e lasciatemi morire, se questo vogliamo. Poich, se ci sarete nemici, vi giuro che star qui a ostruire dal soffitto alle fondamenta di codesto Citorio ogni vostro atto legiferativo e che..." L'insurrezione fu generale. I pi ridevano, per la verit, ma non perci smettevano di fischiare, ueggiare, battere le scarpe sul pavimento... Un sibilo disumano di segno che una chiave era entrata nel gioco. Ma l'uomo non desist: "Signori, pazienza. Non andr avanti cos. Procedendo migliorer. Non in cauda bens nel capo io preferisco i veleni. N addebitate ad altro che a uno sghiribizzo d'umore questo stile mio dell'esordio. So bene che l'elogio del morire che vado ad improvvisare, pi che speciose crusche e pasticci di lingua, vorrebbe colori e drappi notturni e un tono verecondo, smorzato, come a ogni luttuosit si conviene. N io in sul principio mai avrei ardito dar fiato alla salpinge e alla tuba, se qui sedesse, come gi un tempo, la veneranda canizie del senatore Montale. Del quale legger..." Non pot continuare. Lo stesso Mundula fischiava, tutti s'erano alzati in piedi, lo schiamazzo era senza rimedio. "Mi far capire," gridava, ma nessuno gli dava retta, il poeta. "Mi far capire. Ora viene il bello, ora far l'apologia della buona morte." Quando s'accorse ch'era tutto finito, Crisafulli sal su una sedia, s'impose per un momento alla piccola folla che aveva invaso la scena ridendo e fischiando ancora, come in una goliarderia senza fine. Lo vedemmo estrarre rapidamente una rivoltella, puntarsela alla tempia. Nel silenzio fulmineo che sopravvenne, nessuno ebbe cuore o prontezza d'impedire che premesse il grilletto. Ma nessuno ud altro che uno scatto irrisorio, una sorta di peto puerile a cui da parte di tutti segue un immenso sghignazzo liberatorio. "Non sapevo," mormor, pi per s che per noi, Crisafulli, "non sapevo che fosse scarica..." Difficile credergli, sapendo quanto amasse nei personaggi di Cechov, da Vania a Platonov, il gusto dei gesti mancati...

XII. PRIMIZIE DI SVELAMENTO. Luned, 4 settembre. Fu cos ch'ebbe inizio la pazzia di Girolamo Crisafulli; o, meglio, se ne vide l'eruzione palese mentre sotterraneo ne era stato il decorso. Lo sconcerto fu generale, bench avrebbe dovuto gi insospettirci, o quanto meno apparire un curioso inciampo del senso, quel suo ticchio, mentre conversava con noi nel pi amabile dei modi, di arrestarsi di botto e chinarsi a cercare per terra un bottone che pretendeva essergli caduto: senza poter mai dimostrare nel suo vestiario, esterno o intimo, nessuna traccia di mancamento. Ticchio che mettevamo sul conto d'un carattere bizzarro e incline all'illusione teatrale. Ora essendo esploso il male in forme lampanti, non ci stup l'indomani l'arrivo di due uomini in bianco su un'ambulanza n la scena di lui che declamava dietro la grata l'attacco d'un Jeronimus pro morte sua, presumibile appendice dell'Ostruzione interrotta. Eravamo quattro gatti sul marciapiedi a salutarlo, ma in me, rientrando a casa, sorse il bisogno di rassicurarmi sulla mia propria salute mentale. Quante spinte uguali e contrarie: sedentario ipocondriaco e nello stesso tempo investigatore estroverso e peripatetico; spassionato di tutto e cotto marcio d'amore; grafomane sudicio d'inchiostro ma riluttante alla confidenza che lo scrivere esige con un ignoto lettore. Eh s, perch l'ora di confessarti, ignoto lettore, un mio pregiudizio contro di te. Se ho taciuto finora stato per calcolo: mi premeva tenerti a distanza ma nello stesso tempo non scoraggiarti pi di quanto le mie pagine da sole non provvedessero. Ora che la fine s'approssima e presto ci toccher dirci addio, una dichiarazione ti devo, se non di disprezzo, di diffidenza. La stessa diffidenza che in treno mi trattiene dal conversare con qualunque compagno di viaggio; che mi spinge nei giardini pubblici a scostarmi tutte le volte che un estraneo viene a sedersi col suo giornale sulla mia stessa panchina... sempre stato cos, dal giorno in cui, su una piazzola di sosta, lungo la via per Damasco, colpito dalla folgore dell'empiet, ho abiurato il nume della letteratura. Da allora non ho scritto che per soliloquio privato o privata medicina o privata allegria (o per denaro, naturalmente, e in tal caso, ahim, accettandoti, desiderandoti). Una conversione a rovescio, dopo tanto fanatismo fedele. Alla quale s' accompagnato non pi che un blando rimorso. Apostata di piccoli vizi e pi piccole virt, non sar io a subire il castigo di quel prete di cui ho letto in un Fiore del Male, ridotto alla demenza dalla superbia della sua rivolta. Dopo di me niente diluvi, caso mai solo una pioggerellina...

Bene, mi sono sfogato, ricominciamo. Con l'intesa che non mi si prenda troppo sul serio quando straparlo come poco fa; n si escluda, nelle mie autodenunzie, un guizzo di monelleria. Per il resto respice finem, cio ci vediamo al traguardo. Per giungere al quale ho la presunzione di credere che mi bastino una testa lucida e una penna che non spande. Avevo gi segnato su un foglio, vi ricordate?, le male croci in cui m'ero imbattuto nel corso della vicenda che vivo e scrivo, e che avevo pomposamente battezzato Pathos, Eros, Fobos. Mi convinco ora che occorre una pi minuziosa filologia per raccapezzarsi fra tante maiuscole e minuscole discrepanze. Certo io vorrei che ogni pezzo andasse al suo posto come nei gialli eccelsi degli anni trenta; ma alle domande che mastico fra i denti non segue per ora nessuna digestiva risposta bens solo ipotesi e argomenti di cartavelina. Allora mi ripeto che bisogna prima d'ogni cosa censire i perch, incolonnarli, stabilire fra loro una gerarchia e a ciascuno dedicare un intero turno di fervore amoroso, come un imparziale poligamo alle sue donne. Sette sono, le ho contate, le mie incognite dolorose. Mi do tempo una settimana per decifrarle. Cominciando con l'intitolare nella mia rubrica una pagina bianca a ciascuna. In cima alla prima sta scritto un nome, il nome di Lea. Lea la chiave di tutto. Testimone oculare, per sua stessa voce dal sen fuggita, lei sola potr dipanare il garbuglio del festino proibito. Inoltre intervento per me assai pi salutare - lei sola sapr con un decisivo no o s addomesticare le sistole del mio cuore tremebondo. A lei dedico dunque la mia ricerca preliminare. Volendo parlarle in segreto, monto la sentinella al mio solito lucernario in attesa che le scarpe a punta di Buozzi mi passino davanti, come ogni mattina avviene alle sette e cinquanta, dirette alla fermata del bus delle otto, nei pressi della fontanella, dall'altra parte di Flower City, l dove sta l'ingresso sprangato dell'incompiuto "Girasole". Non mi tocca aspettare un minuto di pi: i suoi piedi spaccano il secondo. Appena li individuo nel riquadro, abbandono la mia guardiola e mi precipito fuori. Voglio la certezza che parta. Sicch lo pedino a distanza per tutti i duecento metri che lo separano dalla pensilina d'attesa. Una colonnina di giornali sufficiente a nascondermi. Ne compro perfino uno, il "Binocolo" mio, non solo per schermo ulteriore del viso ma per legittima vanit, dal momento che vi compare la mia prima corrispondenza d'inviato. Peccato aver dovuto firmarla con un nome fittizio, Zadig, che non so quanti intenderanno. Peccato maggiore che contenga cinque parti di congetture, quattro di fanfaluche e una sola, striminzita, di verit o presunte tali. Non potevo di meno per far contento Bendidio e giustificare l'anticipo. Ecco l'autobus, comunque. Buozzi vi sale, parte. A dividermi da Lea non restano pi che qualche centinaio di passi, una porta chiusa, la corazza del suo silenzio. Mentre militano a favor mio la sorpresa, la parlata ciarlatana, la forza del desiderio. Si vedr. Sulla via del ritorno, ripasso davanti alla palizzata di assi che recinge il cantiere abbandonato tutt'intorno del "Girasole". Pur cos incompiuto e

transennato fa la sua figura. Il progetto dell'intero complesso, coi suoi grandi torracchioni di pietra, legati da un sistema di ponti aerei, non era male. Cos com' ora, questo grezzo pietrame giustifica abbastanza lo schernevole soprannome biscegliesco di Shit Building o l'altro, pi colto, di Cacciola's Folly che il filosofo Placido, cultore di Conrad, gli aveva un giorno appioppato. Si vedono, levando gli occhi, decine di piani far mucchio l'uno sull'altro, per met tamponati, per l'altra aperti ai venti e alle acque, con occhi-finestre ora ciechi ora sgranati, nel giallore delle corrose, scalcinate, scheletriche murature. Incespico, mentre le guardo, in una cunetta del terreno e mi giocoforza ripensare a un motto di Tir e al suo racconto: ci sarebbero qui presenti tutti gl'indizi che menzion: il suolo disuguale, la piazza, la fontana... Epper lui sosteneva d'aver viaggiato in macchina per un'ora, mentre dal "Garofano" al "Girasole" basterebbero a piedi, s e no, dieci minuti. A meno che... Sapevo gi che non m'avrebbe aperto, tenevo pronto in tasca un biglietto da infilare sotto la porta. Diceva: "Lea, hai bisogno di me. Se sei colpevole, sar tuo complice; se sei innocente, eccoti un avvocato. In entrambi i casi conosco trucchi a bizzeffe per tutt'e due. Anch'io, di straforo, sono a repentaglio. Salvando te, salver anche me. Poscritto importante: ti amo." Fa effetto. La porta non si apre ma si socchiude. Nello spiraglio il suo viso guardingo ma interessato mi osserva. La osservo anch'io, costei che pretendo di amare. Pallida, prima d'ogni cosa. La bianchezza fu ci che mi colp la prima volta in lei. Ora mi sembra accresciuta al di l del credibile: una bianchezza da spot pubblicitario. Gi allora, non ricordo se ve l'ho detto, m'era tornata in mente l'immagine d'un poeta che amo: "oscuro come un giglio". Vale per lei come per nessun altro, tale il sentimento di enigma indeciso che carica la sua bianchezza delle pi ambigue potenze e la elegge ad un tempo emblema dell'algida assenza e dell'abbagliante assoluto. Bianco il colore delle nuvole, del paradiso, del viso di Dio; bianco il sudario dei fantasmi, l'indicibile orrore del nulla che vedono per ultima cosa gli occhi di Gordon Pym... N mai avrei pensato di potermene innamorare, io che alle donne come ai cieli, ai cibi, alle parole ho sempre chiesto qualche sapore e odore sulfureo, un turgore, un'oltranza, un aglio, un bacillo... Invece, eccomi immerso nell'adorazione ebete di questa incipriata Colombina, di questa pupa di neve... Io che ho educato occhi e orecchie all'urlo mediterraneo del sole sulle piazze fulminate. Mentre costei... Artica, siderea. "Miss Frigo" l'irriverente nomignolo di cui la gratificano nel condominio ( tutto un pullulare di nomignoli, qui: io sono "Mattia Pascal"). "Miss Luna", correggo io sentimentalmente, mentre penso quanto fuoco debba nascondersi sotto il gelo delle sue carni. E come potrebbero, queste, nude fra due lenzuola, intiepidirsi adagio al mio fianco, infocarsi, ruggire... Penso alla tana del suo sesso dov' certo che affluisce il volume di tutto il sangue come in un cuore pi gonfio. Penso al sassofono

morbido della sua voce, che in ogni modulazione o silenzio imita le astuzie d'un amplesso che si prolunga. "Lea," le dico, trattenendole la mano e ammutolisco. Lei si disimpaccia, chiude i battenti dietro di noi, mi fa sedere di fronte a s, con un tavolinetto in mezzo, pieno di vecchie bomboniere e di sopramobili da dozzina. "Parla," mi fa. "Hai portato il rullino?" "Non ce l'ho, ma ho un'idea. Tu prima dimmi di quella notte. Hai confessato che c'eri." Riflette per troppo tempo. Sono tentato d'incalzarla, ma mi trattengo. Infine si scatena, non si ferma pi: "Quella notte conta poco, contano le notti di prima. Tu sai che vivo col mio padrigno e che non vivo da monaca. Lui stato il primo, dopo la morte di mia madre, col mio consenso. Ero poco pi che una bambina, diceva che m'avrebbe guarito i foruncoli dell'acne... In questo, a onor del vero, non si sbagli. A modo suo era un carnefice appassionato e io gli sono stata docile a lungo. Infine rinsavii, lo sopportai sempre meno. Mille volte ho pensato di andarmene, ma dove e a che fare? La serva? La puttana? In ogni caso di soldi avevo bisogno per i primi tempi. A questo punto ecco Mundula. Viene in visita con un pretesto, s'interessa di me. Ho mentito quando, a casa tua, ho fatto la parte dell'indignata. Era per riprendere la fiducia di Buozzi che vacillava. La verit che a Mundula mi sono asservita per denaro, ma regalandogli solo qualche carezza, un libertino fiacco, se ne contentava. E mi pagava, oh se mi pagava! Era tutta una partita di giro. Buozzi mi dava il denaro per il fitto, io lo passavo a te e tu a Mundula, regolarmente. Poi lui me lo riportava e io nascondevo i biglietti nel materasso. Fino a un invito suo per un impegno pi cattivante, profittando dell'assenza del tipografo, assunto da un quotidiano per un lavoro notturno. Non avrei dovuto che spogliarmi in una festicciola privata, senz'altre pretese. La ricompensa era alta, in pi mi allettava la prospettiva di un'esperienza infernale. Dissi di s." Passavo, ascoltandola, di sorpresa in sorpresa. M'intrigava quel Leone Mundula patrono e partecipe di sedute viziose. Provai a raffigurarmelo in atti di deboscia. Niente da fare: un irrisorio cache-sex glielo conservavo sempre; e i calzini corti color del latte che tanto irritavano gli occhi quando accavallava le gambe... Da parte di Lea altro lungo silenzio, contrappuntato stavolta da una commozione inattesa. Erano singulti brevi, di gola, seguiti da una quieta, copiosa, interminabile lacrimazione. Che fare? la ragazza pareva avere riserve praticamente infinite... Mi levo, la raggiungo dall'altra parte del tavolo, mi siedo accanto, me la tiro sulle ginocchia affettuosamente, per sola misericordia, senza tremiti di bramosia. Un antico istinto di paternit riaffiora nel gesto con cui le liscio i capelli, le asciugo le gote. Si placa finalmente, ricomincia il racconto con una fretta e un trasporto da far supporre che confessarsi sia per lei una volutt fisica, una detumescenza felice. Nulla di diverso capita a me, mi pare di tornare al momento in cui, durante una colica,

sentii con improvviso sollievo il cece di sabbia sboccare dall'uretere in vescica. Ma lei aveva gi ripreso a macinare parole e pianto: "Dunque a tarda sera mi sono mossa con Mundula, il convegno era a due passi, dove non mi sarei mai sognata, al primo piano del 'Girasole'. A questo gl'invitati accedevano attraverso una porticina di cui ciascun socio possedeva la chiave. Io e l'avvocato, viceversa, seguiamo la via interna, pi segreta, da mansarda a mansarda e poi gi, senza offrirci alla vista di alcuno. Andavamo per corridoi e svincoli bui, dalla fabbrica compiuta alla fabbrica rustica, con l'aiuto d'una torcia elettrica che ci mostrava dove porre i piedi sulle impalcature superstiti e le disuguali massicciate. L'aria era fresca ma puzzava di chiuso, nonostante le grandi aperture laterali prive d'infissi. Un topo ci sgattaiol fra le gambe, se un tal verbo pu concedersi senza pericolo a un topo, e si perse nella tenebra. Infine giungemmo al luogo, illuminato da fari e gi pieno di gente." La interruppi: "E Tir, c'era anche lui? E Dorotea, Ersilia? E la Badalona?" "Tir c'era ma ignaro del sito e di me, di Mundula, di tutto. L'avevano scarrozzato a lungo per la citt allo scopo di frastornarlo, e ora sedeva sull'unica sedia a scattare flash, uno dopo l'altro, secondo le indicazioni. Noi gli posavamo davanti con addosso qualcosa in meno d'una foglia di fico, intrecciati in modi stravaganti e maniaci. Io m'adeguavo, impaurita ma risoluta a trarne un guadagno grande col minimo sforzo. Tutti ridevano, bevevano, cantavano. Non mi stupii di riconoscere fra loro quegli studenti tossici, ex inquilini nostri, che m'eran parsi sempre, pi che tollerati, protetti oscuramente dall'avvocato. Con evidenza, non meno degli altri, erano vecchi della cosa. Io per contro ero all'esordio e non solo io. Debuttanti erano altre due, fuggite, seppi, dalla campagna e assoldate alla stazione da quel marcantonio in piedi vicino alla porta, una sorta di ercole stupido dalle braccia di macellaio. 'Chi ?' chiesi a Mundula. 'Blasco, l'amante della Badalona,' mi sussurr e me la mostr: una donna immensa, dalle mammelle incredibili, che le sfioravano il ventre. Scatenata e tuttavia maestosa nella sua nudit di vegliarda, una di quelle regine Tait o come si chiamano che si vedono nei film dell'Africa nera. Ora immagina la scena: sciabole di luce che tagliano la notte e noi, dopo la sfilata, a fumare pipe d'oppio seduti a terra, in circolo, con gli occhi allo stellato che entrava dalle finestre e c'impressionava. Sempre la vista del cielo m'ha impressionato..." "Dunque era solo nudismo e fumeria quel che avete fatto laggi?" "Non solo questo. Questo era l'antefatto. Seguiva il piatto forte che cominciava col bucarsi tutti. Io non volli farlo, era la mia prima volta, non mi obbligarono. Le due ragazze lo fecero. Sai com' finita." "E poi?" "E poi, io sola padrona di me, sebbene un poco intontita dai fumi dell'oppio, fui spettatrice fra nausea e rapimento degli eccessi che seguirono: furiose e sterili fellazioni, acrobazie di membra, voltolarsi sul pavimento in una

mistura di merda, vomito e sperma, finch, spentosi in ciascuno l'ultimo lucignolo di entusiasmo carnale, giacquero come in una piazza i cadaveri dopo un eccidio. Passarono ore prima che s'accorgessero che v'era fra loro un cadavere vero." "E tu, in quelle ore, hai guardato, guardato e nient'altro?" "Guardato e nient'altro. Non per scrupolo o virtuoso pudore. Ma la droga m'aveva lasciato in una condizione d'estasi e di veggenza. Le scene che mi si srotolavano innanzi era come se fossero le illustrazioni d'un arazzo o d'una vetrata e ne mescevo sotto le palpebre i colori su una tavolozza d'inaudito splendore. Vedevo faville in cerchi sempre pi ampi librarsi lungo una spirale vertiginosa verso un immobile sole, lass. Un sole ch'era la mia stessa pupilla, divenuta fuori di me il radioso punto di fuga dell'universo. Quando mi riscossi la notte gi traboccava nell'alba, dalla finestra vidi la stoffa dell'aria cangiarsi pian piano dall'azzurro in un cupo viola cardinalizio. Fuggii." Tutto chiaro? Quasi. Restava il mistero dei provini introvabili e altri misteri minori. Ma pi ancora a confondermi era la generale irrealt della cosa: lo stesso sentimento che si prova a teatro, di momentanea immedesimazione, dietro la quale non smette di vigilare, seppure assopita, la coscienza del quotidiano. Inoltre ci che Lea m'aveva, pi che narrato, cantato, era poco pi che un libretto d'opera, un melodioso copione, forse una sceneggiata... In conclusione, mi restava difficile, per quanti sforzi compisse la ragazza di persuadermelo vero, visualizzare l'evento come storia e non come fiaba. In punto di logica, se vogliamo, le maglie tenevano, ma non tutte, e alcune pi, altre meno. Rapidamente censurai le seconde, ero troppo occupato a capire la natura plurima delle mie emozioni. Questa donna con cui dividevo il respiro, di cui sentivo l'odore imbrogliarsi col mio... questa donna, mi veniva di respingerla e insieme di possederla. Non gi, possederla, per mero sgravio dei sensi ma per una controprova di verit, un modo di dare sigillo di vita a un possibile abbaglio della visione. Poich, a dire il vero, quanto pi sentivo, stringendola, la donna aderirmi alla pelle, altrettanto la udivo parlarmi da una nebulosa remota. Osai infine un bacio sui capelli, confusamente; poi sul collo, sulle labbra. Non corrispose ma immobilmente si arrese. Era, il suo cedere, o almeno mi parve, un'antica abitudine e condiscendenza delle membra, che in questo momento non obbedivano pi ad alcun divieto mentale. Cos l'ebbi sul povero tappetino della stanza, con un solo gemito finale di entrambi, e niente pi parole n lacrime. "Ho quasi cinquant'anni, meglio che tu lo sappia." Questo vorrei dirle ma non apro bocca. Distesi accanto, gravandomi lei col peso intero della spalla su un braccio che la cinge, non ho cuore di svincolarmi, per paura di svegliarla. Tanto simulano il sonno i suoi occhi chiusi. Alla fine un crampo doloroso mi vince, la scuoto. Apre gli occhi, lucidissimi ora, combattivi: "Io amo essere amata," proclama. "Non amo amare. E quand'anche, nel cuore per ora ho solamente paura. Non una paura, ma due: che saltino fuori le

foto mie e che Buozzi le veda; che la banda dei droghieri si ricordi della mia presenza e la giudichi pericolosa. Ricordi la fine di Tir?" Ripiombato nelle urgenze della vecchia, risaputa, indisponente realt, mi alzo da terra, mi ricompongo, mi rifaccio grave e ragionativo: "Non consideri un terzo nemico," dissi io. "La polizia. Che finora fa la gatta morta, ma certo qualcosa ha in mano. Dorotea, per esempio..." "Oh quella," fece lei. "Un'oca per natura, andata in trip dal primo minuto, non credo che possa ricordare o denunziare alcunch. Pensa che per liberarsene, mentre taluno provvedeva a smaltire il cadavere di Ersilia, altri l'hanno legata a una sedia, ciondoloni com'era, per comodit di trasporto, quindi issata su un camioncino e scaricata non so dove su un Lungofiume..." La sedia... la sedia mancante, la cinquantaduesima... l'unica sedia della stanza, quella su cui prima sedeva Tir, prelevata senza dubbio dal deposito di Adele e ricomparsa in abbandono in un posto deserto della citt, nonch in fac-simile bianco e nero in una tasca di Pirzio! Pirzio era dunque parte in causa, un poliziotto a caccia di riscontri e di prove. Ne ero certo prima, ora ne avevo conferma, bisognava guardarsene... Lea mi pass una mano sugli occhi come per sgombrarne il tumulto dei pensieri e ricondurmi all'ora presente: "Io non ti amo," ribad. "Non amo nessuno. Almeno finora." Udii queste parole con un sollievo che mi sbalord. Insomma, che uomo ero, avrei capito mai qualcosa di me? Vero che quel breve ingresso dentro di lei m'aveva come smunto e depurato d'ogni ingorgo d'amore. Come quando si stura un lavandino. Fu dunque per sola cortesia che le chiesi: "Finora, e domani?" "Non ci saranno domani, ho deciso di scappar via e non voglio compagni. Aspetto solo che il caso sia chiuso e che la mia fuga possa avvenire senza presunzione di colpa." "Ma," obiettai, "il tuo abbandono di poco fa?" "Puramente tecnico," disse e sembrava un'altra persona da quella che aveva scatenato dagli occhi tanta salata alluvione di lacrime. "Un anticipo del debito mio per le foto che mi darai. Hai detto che avevi un'idea..." "Un'idea, s, ma dammi tempo." Non insistette, mi prese di scatto le mani nelle sue mani, le strinse forte: due piccioni tiepidi in una morsa di gelo. Mi parve d'essere io la donna e lei l'uomo. "Parlami di te," s'addolc infine. "Te l'ho detto, finora per me sei nessuno. Cerca di prendere corpo." "Mi chiamo Tommaso Mul," dissi stancamente. "Ho quarantanov'anni. Sposato e diviso. Giornalista e scrittore nelle mie ambizioni, in atto disoccupato ma riassunto pro tempore, trappista volontario e factotum condominiale. In giovent disponibile per i pi diversi mestieri: comparsa nei film biblici e romanoidi; claqueur al Teatro dell'Opera; uomo-sandwich di pubblicit cosmetiche e teatrali. Potresti avermi incontrato bambina su e gi

per via Barberini mentre reggevo due cartelloni, uno sul petto uno sul dietro... E mi toccavano sempre le prime pi ironiche: Il Cornuto magnifico, L'uomo che prende gli schiaffi..." "Sai che non esco mai," mi disse e s'irrigid, avevano bussato. Balzammo in piedi, lei mi diresse per cenni, mi spinse verso lo sgabuzzino della cucina, mi chiuse dentro. Intanto: "Chi ?" chiedeva con voce perditempo, sonnacchiosamente. "Leone," rispose la voce di Mundula. Lei apr e io tesi le orecchie. "Due sole parole," udii l'avvocato. "Per dirti di star tranquilla. Conosco gente in commissariato, so che brancolano nel buio. Il rullino non si trova, Dorotea tornata, pi in bambola di prima, al paesello natio, la morte di Ersilia rubricata per accidentale, da abuso di droga, senza concorso di persone note. Nervi a posto, dunque e lasciamo calmare le acque. Ti ho portato dei soldi." Segu un lungo silenzio. Chiuso dov'ero, non sapevo cosa avveniva. Sospettai perfino che Lea potesse con l'esperanto dei gesti rivelare al visitatore la mia presenza e metterlo sul chi va l. Mi sbagliavo, quando riudii la voce di Mundula era placida, non tradiva turbamenti di sorta: "Le feste per ora sono sospese, si capisce. E non solo per prudenza. La Badalona , come dire, a lutto. Sua figlia tu non sai chi , quella sera non c'era - scappata..." "Scappata?" "Pensa: col mantenuto e i gioielli della madre..." "Chi? Il motociclista?" "Proprio lui, Blasco, l'irresponsabile responsabile di tutto." Bene, anche questo tassello era andato a posto. Per un istante fui tentato di farmi vivo, di mettere le carte in tavola, clamorosamente. Ma pensai che, chiuso dall'esterno come gli amanti negli armadi di Feydeau, avrei dovuto comicamente bussare per farmi aprire. Rimasi cos nel mio scomodo disimpegno e attesi con pazienza che Mundula s'accomiatasse. Non dovetti attendere molto. "Anche i ricchi piangono," sentii che concluse, seguito subito dopo dal rumore dell'uscio che si chiudeva. Si riferiva certo alla Badalona, ma mai avrei supposto in lui una tale debolezza per le telenovelas.

XIII. NASCONDARELLI.

Luned, 4 settembre. Addio, Lea. Uscendo dalla sua stanza le dico addio nella mente. Sempre m'ha fatto specie la rapidit con cui ripudio le mie pi calorose passioni. Solo che le altre volte all'origine della mia saziet c'era stata sempre una qualche bazzecola: un odore ingrato, un'intonazione sguaiata, un pensiero maldestro. Questa volta no: Lea glaciale e impetuosa, immorale e candida quanto basta per piacermi. Non so proprio che ragioni trovare al repentino divorzio se non il disincanto che segue infallibilmente il possesso e, specialmente, l'ignavia d'un cuore stanco di battere. Come se l'amore fosse, appunto, una crisi di tachicardia - polso furente, respiro tragico, sentimento di fine vicina -; dopo di che, ingoiata e passata nel sangue una pasticca di propafenone, tutto ridiventa ligio alla salute naturale del ritmo. Lo stesso succede a me, sebbene mi risulti oscura la chimica che m'ha aiutato a guarire... Ci premesso, rimane inalterato l'impegno di aiutare la donna. Ritrovare e distruggere le foto pericolose mi s'impone come la missione comicoseria della mia maturit. Ch se ci riuscissi senza poi darne notizia a nessuno, metterei nel sacco ad un tempo Bendidio, la polizia, i benpensanti della citt. Lascerei invendicato Tir, vero, ma, a ripensarci, sono proprio sicuro che la sua morte non sia stata una disgrazia? Da quando ho appreso che l'energumeno motociclista ha disinteressatamente preferito la figlia alla madre, la taccia di cinico killer gli s' un poco stinta addosso n mi pare pi cos obbligatoria la connessione fra le due morti di Ersilia e di Tir. N vedo che interesse avessero Badalona & Company ad accoppare il depositario dell'introvabile tesoretto... Basta, incrocio Mariposa in compagnia d'un signore che non mi riconosce e che fingo di non riconoscere. Lei sprizza felicit da entrambi gli occhi, da entrambe le labbra pittate e aperte a un riso senza motivo. "Redaelli," ci presenta, "e Mul." M'inchino, mi scuso di andare di fretta. Allontanandomi commento fra me e me che la pecora tornata all'ovile, sempre che non si tratti invece d'un lupo... Insomma, se la vedano loro, a me non danno scandalo, mi sono simpatici, speriamo solo che la passi liscia, lei, ancora in abiti femminili nonostante la scomunica dell'assemblea... In quella mi risuona alle spalle un ticchettio precipitoso. Mariposa che s' staccata dal suo Achille sciriota e mi rincorre per il corridoio: "Giornale," mi chiama, "Giornale." Mi fermo e l'ascolto: "Due cose volevo dirti. Una bella e la sai gi, ci hai visti, stiamo di nuovo insieme. L'altra una spionata che m'imbarazza ma doverosa. Sai quel Maurizio, il moccioso coi brufoli? Non ci crederai... " "Io credo a tutto, figurati." "Ebbene, pi volte mi s'apposta al passaggio e mi fa dei versacci. Poi, stamani, che m'ha colta sola, non so come dirti... m'ha fatto delle proposte, m'ha mostrato il borsellino e la lingua. Gli ho dato un calcio..." "Beh, e io che dovrei fare?"

"Non sei tu il gran ciambellano, qua dentro? Parlane a Mundula, ai genitori, a nessuno. Io te l'ho detto." S'imbroncia graziosamente ma io: "Sapessi che gatte ho io, pi pelose. Ne parliamo un'altra volta" e mi salvo di corsa. Di fatto una voglia urgente mi preme di parlare con Matilde. C' qualcosa che quadra poco nella persona della ragazza e che mi piacerebbe scoprire. Ma nell'atto di levare le nocche per battere alla sua porta (il campanello muto, il solito black-out o che altro), un raggio di sole dal finestrone laggi mi coglie a tradimento e me ne sento invaso da capo a piedi. Mi fermo a godermelo con cuore puro. Ho sempre fatto gran caso al miracolo di questa calda mano astrale che varca precipizi d'aria su precipizi per giungere fino alla mia pelle e carezzarla con cos familiare amicizia. Ho questa impressione, del sole: che viaggi unicamente per me, incurante della lebbrosa pallina che gli ballonzola intorno, fascinata da un magnete inspiegabile. Mi meraviglia perfino ch'essa non si ribelli fino a rompere i lacci della gravitazione per andarsene all'avventura attraverso il pelago dell'universo, oltre la muraglia smisurata degli ultimi quasar... Finch ci non avvenga, mi appago di bearmi le membra, ora un fianco poi l'altro, entro il nimbo pulviscolare; di osservare, come un ragazzo i prestigi d'un caleidoscopio, il turbine di frustoli d'oro che mi piove nelle pupille e non cessa, se appena le chiudo, di brulicarmi sotto le palpebre, colorato del mio stesso sangue... Quando ritorno in me dal momentaneo sbalordimento: "Quanto olio per un moccolo!" mi sfotto da solo, secondo il mio costume di intimidire ogni gentile emozione col contravveleno di un'ironia, che pi rozza meglio (essendo la volgarit il fondamento primo della mia natura). Abbandonando dunque l'a-parte di poco fa al suo perituro destino, umiliata quella santa favilla al livello d'un calembour, eccomi rientrare nei ranghi dimenticando candele e cavoli, quindi con pugno duro bussare alla porta di Matilde. La donna mi apre in vestaglia semiaperta. Nulla di nuovo per chi l'ha vista desnuda e dormente, desnuda e sveglia nelle foto segrete. Ma ad ogni buon conto, non volendo subire intimidazioni, evito di fissarla pi gi del mento. Anzi, appena posso, me ne stacco per rivisitare la stanza con gli occhi. Scoprendo - m'era sfuggito sulle prime - seduto con indifferenza su un divano di fresca acquisizione, Camillo. Cos lui come il divano non sono le sole novit dell'arredo introdotte dalla ragazza, ora ch' l'unica assegnataria del domicilio. M'avviene cos di notare su un tavolinetto talune femminili vaghezze: una bestiola di peluche, un anemone di cartaseta dentro un barattolo di sabbia, un carillon, un vaso cinese... e, infine una foto di lei, Matilde, con lui, Camillo, in posa di amanti cinematografici. Una foto di mano anonima, non certo opera del fratello. Mi dice subito la novit: "Ci sposiamo." Non batto ciglio. Perch no, dopotutto? Matilde porta in dote la casa, lo studio avviato, l'archivio di Tir, l'attrezzatura. Che lei sia formosa, non guasta; che abbia qualche trascorso, non so quanto importi a Camillo, sempre che ne

abbia sentore. Uomo balzano, forse, ma a lume di naso un buon diavolo, a onta dei miei originari sospetti. Uno di mente volitiva e d'occhi rapaci, consigliabili doti in un fotografo che cerchi la qualit. Nulla esclude che possa ereditare le clienti pi affezionate della bottega e ridarle lustro. Mi affretto a congratularmi ma nell'atto stesso vedo Matilde inopinatamente arrossire. Chi mai sotto i suoi scarsi panni di maya avrebbe supposto i sentimenti d'una borghigiana Lucia Mondella? N ho finito di stupirmi: le s'inumidiscono gli occhi: "Ho sempre avuto rogne dalla vita," mormora. "Rogne e disordini. Ora aspiro alla noia delle abitudini. Oh, le Pasque, i Ferragosti, le ottobrate, le ferie al mare, le domeniche in chiesa, tre figli!..." Camillo approva col capo, pare dirigerla col fischietto come il traffico un vigile urbano. Non gli vedo pi, fra le ciocche dei capelli bianchi, il pendente che mi sorprese nel giorno del funerale ma immagino volentieri ch'egli possa trovare uguale fortuna fra i giovani dei locali notturni e le dame di societ. "Tir sarebbe stato contento," fa ancora Matilde, dimessamente, e il discorso cade sul defunto e sul prossimo giorno dei Morti. Dice lei che finora la salma rimasta ospite nella cappella De Castro, col consenso di donna Marzia, ma che presto avr un loculo suo, acquistato poc'anzi con un pizzico dei Bot che le son venuti in eredit. Anzi, perch non vado anch'io con loro a riconoscere il posto, a suggerire un'idea per il monumentino e un decoroso epitaffio? Esito: ho con la morte rapporti di equivoco vicinato. La sorveglio, la spio con occhio sparviero. Attento a non aizzarla, a non farmene scorgere. So d'essere uno degli infiniti personaggi di cui lei scrive le sorti e nasconde le cifre come un tessitore persiano nei suoi tappeti. So che la sua opera di distruzione non meno arguta, drammatica, infaticabile di quella di creazione che curva i poeti sotto le lampade. Ogni cadavere una pagina che lei d alle stampe. I pi sono pagine dozzinali, eseguite con la mano sinistra, ma altri! Altri sono sculture sublimi, dove ripugna e attira l'impudicizia purissima del non esser pi che inerzie corruttibili e bianche. Vuoi mettere Ilaria del Carretto, pur cos bella nel marmo di Jacopo, a confronto con la vera, di carne e sangue, nel freddo feroce del suo ultimo istante? Dico di pi: nemmeno l'artista sommo fra i sommi pu pareggiarla, la morte, nella sua opera di cosificazione solenne, nel suo diuturno affettuoso corrompere ogni tremito, errore, eroismo della nostra memoria in una levigata perfezione di scheletro. Ho visto anni fa sotto vetro, non so se a Eraclea o a Camarina, le ossa d'un antico, semisepolte nella stessa terra che le aveva per millenni ospitate. E ricordo, davanti all'impeccabile pulizia di quella scarnificata maceria, come con tutto me stesso concupissi un destino non diverso per il mio personale grumo di effimeri umori... "Vengo," dissi alla fine. "Tiresia lo merita." Ho detto Tiresia e m'accorgo d'avergli per la prima volta restituito il soprannome intero. Ripenso alla sua cecit. Venutagli da un glaucoma, come lui asseriva, o non piuttosto, come all'omonimo profeta, per punizione d'aver

visto una dea nuda bagnarsi? Una dea? Sua sorella? E che iscrizione funebre potrei proporre per uno che da una notte passato all'altra pi fonda, senza nemmeno poter salutare l'ultima volta la luce? "Hic situs, luce finita", come su un sarcofago d'altri tempi? Ahin, per Tir la luce era finita gi prima. "Vengo volentieri," ripeto. "Quando?" "Subito, il tempo di vestirmi." Dopo mezz'ora siamo tutt'e tre pigiati nell'autobus che fa servizio al Verano. All'ingresso Matilde compra due fiori per Tir. Lunghe operazioni di ricognizione, con l'aiuto del custode, per distinguere i luoghi cercati sulla grande mappa appuntata al muro. Incredibile mappa con le sue decumane, vie traverse, vicoli, trivi, quadrivi. Dove turbe di lieti parenti portano a spasso fra i bianchi sepolcri l'involontaria vanit d'essere vivi. N sanno che i legittimi signori del regno stanno laggi, sotto i loro piedi, invisibili, indifferenti, smemorati, felici... Quando giungiamo al sito acquistato - un fazzoletto di terra bruna "Alas, poor Tir!" esclamerei, se non sapessi che i miei due compagni non conoscono le lingue. Procediamo quindi alla ricerca della cappella De Castro. Non ci vuol molto, spicca fra tutte per la singolare bruttezza. Con tante angiolesse in peplo di abbacinante Carrara e tedofori e croci spezzate e cipressetti miei... L'interno, invece, severo, ispira gesti pensosi e sentimenti mesti. Vi si osservano gli scomparti tutti occupati, salvo uno vuoto, destinato come da iscrizione precoce con Omega in bianco all'erede donna Marzia. Deposta a terra in provvisorio comodato sta la cassa di Tir... Ci sentiamo un po' intrusi, com' naturale, e tali certo ci guardano i ritratti ovali degli antenati, armati di basette e di cuffie, da suor Crocifissa De Castro (1854-1903) al tanto pi verboso nobiluomo Giuseppe (1713-1779), sul cui epitaffio mi trovo a incollare il naso, tanto che faccio in tempo ad impararlo a memoria: Frigida Josephi lapis hic tegit ossa De Castri. Accipe, virgo parens, animam; sate virgine, parce; ossaque iam terris coeli requiescant in arce. Intrusi ci sentiamo e intruso si sentirebbe lo stesso cieco, se sapesse, nella sua dimora di poco prezzo... Matilde gli s' frattanto inginocchiata accanto e recita una preghiera, s'asciuga una lacrima, si rid il trucco sul viso turbato e "Possiamo andare," dice. "Peccato," le fa eco Camillo, alle spalle. "Peccato cosa?" si volta quella.

"La Kodak d'anteguerra, una vera chicca d'antiquariato... Inutile ora, l, fra le mani di Bartolomeo, secondo le sue volont..." Aspetta un nostro commento. Poich non viene, aggiunge di passata: "Ci si farebbe il prezzo d'una camera da letto. L'indignazione di Matilde insorge, clamorosa, ma io, una frustata m'ha colpito la mente, come quando un fulmine irrompe dentro la notte e mette in fuga le sue nere vacche hegeliane. " l," affermo con voce trionfale. Sguardi interrogativi. " l," ripeto. "RS sta l: nel contenitore della piccola Kodak, lo giuro." "E quand'anche," fa altera Matilde. "Sta bene dov' ed meglio cos per tutti." "Amen," dico io e non spiccico pi una parola, ma da un'occhiata o due che Camillo mi lancia intuisco strepitosi sviluppi. Marted, 5 settembre. Degli avvenimenti che seguono avrei ritegno a parlare, ma a mia dura vergogna li attesto. Dunque, l'indomani mattina pioggia a dirotto. Osservo a lungo le grosse gocce che rimbalzano sul marciapiedi e me ne sento aduggiare la vista e l'anima. Resto a poltrire a letto, una volta tanto, stanco di leggere, e la mano mi corre alla radiolina che m'aveva prestato Tir uno degli ultimi giorni per permettermi di ascoltare Il matrimonio segreto e che ho conservato dopo la sua scomparsa, in memoria. Devono, frattanto, essersene scaricate le pile, poich l'apparecchio fa appena in tempo a gracchiare un'enigmatica pubblicit: "Pino Silvestre, sei fantastico" che si zittisce. Mi balena una fantasia scherzosa: che di simili annunzi si alimenti una gigantesca congiura, diffondendo per l'etere messaggi in codice agli adepti, come durante l'ultima guerra quel colonnello da radio Londra... Ma destino che debba alzarmi. Una voce mi chiama dietro la porta, una voce che riconosco. Apro, Camillo e agita in mano una chiave. "Eccola!" grida. "Dovrei riportarla su alla nobildonna ma prima penso di farne insieme a te miglior uso." Capisco a volo, dico di no debolmente. Lui insiste: " l'affare d'un minuto. A me la Kodak, e a te RS." Messo in termini cos brutali il patto mi fa senso o almeno sembra farmene. "Una profanazione!" esclamo e lui ride, l'infame Franti. "Ho scalpelli, martelli, tutto un Fai-da-te per schiodare e inchiodare. l'affare d'un minuto, ripeto, faccio tutto io. Tu mi servi solo da palo." Dico di s e ripartiamo per il Verano. Sorvolo sulla scena del sacrilegio, mi sono gi calunniato abbastanza. Se pu bastare, non dico ad assolvermi, ma ad avvolgere la mia colpa d'un

mantello indulgente, devo avvertire che non vidi nulla. M'erano cascati gli occhiali al cancello del cimitero giusto sotto i tacchi di Camillo e da allora in poi, al suo braccio, non feci che navigare fra le traveggole delle mie diottrie, peggio di Edipo al bivio fra Gerico e Colono, come di Tir diceva con celia surreale il filosofo Placido. Un infortunio oculare cos significativo mi parve una meritata espiazione, nel momento in cui m'accingevo a violare il pacifico niente dell'amico perduto. Ancor maggior taglione sarebbe stato il trovar vuoto il ricettacolo sospirato. Che invece non venne meno alle attese. Fedele agli accordi Camillo estrasse RS dalla preziosa custodia e me lo mise in tasca con le sue mani. Quindi mi accompagn sottobraccio dall'ottico pi vicino e mi ridiede la vista. Devo confessare una cosa: all'emozione della ricerca; alla curiosit, per non dire fame e sete, di sapere; alla volutt d'avere finalmente catturato l'inafferrabile volpe; all'inquietudine riguardo alle mie mosse future... a tutto questo coacervo di ansie, tumulti e aspettative era subentrata in me una bonaccia dei nervi, una vera apatia. Dopotutto che avrei trovato? I fotogrammi spaiati d'un pornofilm... N mi tentava molto la prospettiva di scoprire taluna immagine sconcia di Lea, che avrebbe inevitabilmente svilito non solo il ricordo ma la vanagloria d'averla tenuta fra le braccia mansueta e gemente. La verit che ormai, non sentendomela pi presente nel cuore, l'unica giustificazione per cui m'ero mosso alla guerra mi pareva dovesse essere il gesto di regalarle il corpo del reato e, dopo un "grazie, prego", andarmene in pace e non pensarci pi. Che altro? La folla degli ignoti e noti commedianti del film, la Badalona e la sua banda, le due misere provinciali, il tristo satiro Mundula, i prelati o grands commis che avrei potuto scoprire nell'ebete impudenza della loro nudit, se non decidevo di farne erudita la questura o la prima pagina del "Binocolo", non era meglio lasciarli nell'indistinto limbo dell'Increato e lavarsene le mani?... Benissimo. E invece no, malissimo. Perch per antica scienza sapevo, svolgendo dentro me questi ragionamenti, che pi li avessi trovati convincenti meno li avrei tradotti in azione. mia cogente abitudine, a somiglianza d'un lamentoso d'altri tempi, di vedere il meglio e appigliarmi al peggio, non senza trarre dall'infrazione un certo stupido gusto. Accumulando anzi puntigliosamente gli argomenti corretti s da renderne pi clamoroso il rifiuto. Conclusione: fra le due vie pi serene, bruciare il tutto o consegnarlo a Lea intatto com'era, scelsi naturalmente di procedere allo sviluppo e guardare. A Lea l'avrei semmai dato pi tardi per sua edificazione e rimorso. Corsi dunque da Camillo per averne l'assistenza. Lo trovai solo nel laboratorio. Polveroso e disusato locale, dato che Tir non aveva potuto ovviamente servirsene dopo aver perso la vista. Agibile ora, ad opera di Camillo, nell'imminenza della riapertura. Non fu sorpreso, vedendomi. M'aspettava evidentemente e s'era dato da fare per rimettere a posto bacinelle, acidi, solventi, tutto l'arcano ingranaggio di cui si compone l'incantesimo del riprodurre. Un antro mi parve la camera

oscura, quando vi entrai, una grotta per messe nere. Tenebra quasi totale, fatta eccezione per una infima semiluce che da una parete sembrava baluginare come ai velieri il bagliore tremolante d'un faro. Un gran tavolo oblungo mi appassion, sparso di oggetti taglienti, boccettine, veline, ammennicoli vari, pi simile a un tavolo d'anatomia che a un desco d'artigiano, per quel che mi permise di scorgere il subitaneo raggio introdottosi nella stanza nel momento in cui Camillo per un istante sollev con un braccio, facendola poi subito ricadere, la tenda. Quando rientr e diede corso al lavoro, io dalla mia seggiola neutrale lo spiavo con un'impazienza irritata. Sebbene me l'aspettassi, e l'avessi anzi io stesso sollecitato, il suo atto di generare per chimica una vita d'ombre non meno miracolosa di quella che il Fiat suscit nell'alba dei tempi, mi pareva un'usurpazione. Perch si ha un bel dire ma di tutte le virt creative e copulative dell'uomo, con matite, bulloni, pennelli, scalpelli, seme infuso in un grembo, quella che pi mi appare trascendere le ferree leggi della necessit la fotografia, l'unica che riesca a vincere la Storia, a fermare il Tempo. Una tela, una scultura, un'architettura, ne passer acqua di millenni sotto i ponti, ma alla fine giocoforza che cadano in scaglie, polvere, nulla. Mentre un negativo conserva una moltiplicatoria e immortale capacit di rigenerarsi. Come si legge di certi batteri rinchiusi in non so che ambra o cristallo preistorico che, se li stuzzichi con un'emulsione, ridiventano arzilli e feroci come nell'attimo stesso che apparvero sulla terra. Un uguale, inconsutile privilegio attendeva, non avendole bruciate, le lubriche sequenze che a poco a poco, sotto l'azione degli acidi, avrei visto emergere dal catino. E riconosco che contro ogni previsione un poco o molto di turbamento sentivo io stesso assalirmi nell'osservare le prime vaghe sagome staccarsi dal grigiore indistinto del fondo. Era come per un padre assistere a un parto. Bench il padre vero, Tiresia, l'avessimo abbandonato laggi, ai piedi di suor Crocifissa De Castro, con le mani vuote conserte sul petto. Un minuto, un minuto ancora e finalmente Camillo lev, ancora umida, la prima immagine, come dalle onde una Nereide sorge grondante di gocciole e d'alghe... La guardammo con avidit e tutt'altro che una Nereide ci apparve: nessuna notizia da Sodoma, nessuna da Sibari. Bens, cos nella prima pellicola come nelle altre che via via venivano diventando visibili, davanti a quinte d'alberi e statue, non so se a Villa Adriana o nei giardini di Tivoli, una soave frotta si vide, di scolaretti in gita, fotografati da una mano acerba, in grembiulino nero e baveretto di tela bianca nell'atto di un georgico girotondo.

XIV.

SULLA CIMA DEL MONDO E PI GI. Marted, 19 settembre. Tutto da ricominciare, dunque. O, meglio, tutto finito, per quanto mi riguarda. Non voglio pensarci pi, al dannato RS. Se finora non s' trovato, significa che stato distrutto o che non mai esistito o che inaccessibilmente sepolto. In tutti i casi, oggi come oggi, non pu nuocere o giovare a nessuno. E che la terra gli sia leggera... Non resta che prenderne atto e intenerirsi non pi di tanto sulle immagini di Tir ragazzo, riemerse dopo una pluridecennale dimenticanza dai suoi provini d'esordiente fotografo; quindi tornare ai miei soliti "E poi?", siano essi piuttosto gli alibi di un'accidia che le spie d'una desolazione... Cos, dopo settimane di trambusto, io recupero le mie dolcissime puntualit, le assuefatte scadenze della mia pigra giornata: letture, ascolti di musiche, spionaggi di vita esterna attraverso la solita cara fessura sul mondo, sviluppandone fantasie di romanzo secondo che mi suggerisca quel viavai di gambe in movimento, svelte, stroppie, marziali, carnali, assunte per interpreti dei pi ellittici ed elaborati destini. Ne scrivo, anche, a dirotto, per sfizio e lenimento del cuore. Con una sola stravagante e peccaminosa vacanza, il sabato sera. Quando, non per cleptomania ma per concedermi un unico boccone d'aria cittadina e brivido d'azione, mi do a solitarie incursioni ladresche nei meandri della Rinascente. Furti irrisori, platonici: stuzzicadenti, cucirini, dentifrici, bottoni... un lavoro di destrezza che esercito senza passione, con lo spirito d'un commando in territorio nemico, per vendicarmi del panico che mi procura la ressa umana e la sua impenetrabile estraneit. Nessuna cupidigia all'origine, tanto che a volte riporto la merce rubata e altrettanto mi emozionano le manovre del rimborso quanto, il sabato prima, quelle della sottrazione... A imitazione di me anche Flower City sembra aver ritrovato una sua torpida pace. Non incontro pi quasi nessuno durante le mie passeggiate interne, lungo gli sterminati corridoi e le scale. Ho gi spiegato a pi riprese che qui pochi sono gli appartamenti abitabili, meno ancora quelli abitati. Sicch rimane nei due mastodonti, e soprattutto nel "Girasole", un'infilata di cameroni dalle grandi aperture prive d'infissi, attraverso le quali zigzagano refoli salutiferi come in un prato, e rondoni, piccioni, gazze svolazzano seminando un po' dovunque piume, escrementi, cadaveri rattrappiti e risecchi... In uno di questi giri e saliscendi mi capita un vis--vis imprevisto: Pirzio Ravalli che si trascina dietro una sedia, una del deposito, una delle cinquantadue o cinquantatr o cinquantuno che fossero. Non canticchia, come d'abitudine, ma ha una faccia severa, professionale. Al mio sguardo falsamente stupito con bruschezza risponde, come se non lo sapessi da un pezzo: "Squadra Omicidi" e, come ha visto fare

in TV al tenente Colombo, mi mostra una tessera che non guardo. Poi: "Tu non hai visto nulla, acqua in bocca." A me viene da ridere, so gi tutto di quella sedia. Epper lo assecondo: "Promesso, omert. Ma la sedia, dove la porti? Io sono responsabile del materiale..." Mi prende sul serio: " un reperto da tribunale, la sequestro per un confronto. Non posso dirti di pi" e se ne va col passo d'un variopinto pavone. Da troppe notti sono andato in bianco, prendo un sonnifero e m'addormento di colpo. Dopo tanto che non sognavo, risogno un antico sogno. Sempre lo stesso ma con un personaggio di spalla che si rinnova ogni volta. Ho sempre avuto ritegno a svelarlo, ci che sogno, convinto che pu essere usato contro di me, ma stavolta voglio vedere se, tradotto in parole, acquista senso o lo perde. Mi pare di ambulare davanti a un palazzo principesco, deserto di guardiani, dal portone invitante. Varcate le soglie, uno scalone interminabile che adornano tappeti e, ad ogni gradino, ampi canestri di fiori, sembra aspettarmi. Comincio a salire. D'un tratto, sbucati da non so dove, due staffieri mi si parano innanzi e mi buttano sulle spalle un enorme parallelepipedo di cartone, imballato e legato, ordinandomi di trascinarlo... Dove? Non lo dicono ma con la mano indicano vagamente lass. Supinamente obbedisco, cerco nell'involucro appigli che ne agevolino il traino. Ricorro a una corda, che strappo da un tendaggio di velluto nero e attorciglio alla base, servendomene a mo' di carrucola, ma in quell'istante, nell'impugnare gli spigoli, una scura tiepida lingua di colaticcio sento che m'insapona la mano. Se non sangue, questo! Non inorridisco che poco, ne ho viste tante ormai, quando, al primo sballar dell'involucro, dall'interno, come da un sarcofago di Vetulonia, erompe un raggomitolato cadavere, tra le cui scapole sporge, enfaticamente, l'impugnatura d'un tagliacarte. Come il corpo mi dondola fra le braccia, e il suo muso biondino viene quasi a baciarsi col mio, un campanello mi squilla nella memoria, e riconosco, bench sformata da una smorfia di raccapriccio, la faccia di Cesare. per me, dopo mio padre e Tir, la terza occasione di toccare intimamente un estinto e di disporne a piacimento; e mi colpisce ancora una volta la slogata, ottusa malleabilit e arrendevolezza dei defunti, questo loro parere ed essere senza n giunture n resistenze; simili a cere, a plastiline. E mi dico allora che non tanto ricca la vita, quanto gremita la morte di possibilit, polisensi, andirivieni, travasi... Mi butto Cesare sulle spalle, cos pisciasangue com', e vorrei caricarmelo di peso, ma non ce la faccio, son costretto a posarlo per terra e a tirarmelo per un piede sino in cima alle scale, poi m'accascio sull'ultimo gradino col fiato grosso e il cuore a punta, come ogni volta che mi visita uno dei miei terrori notturni. Per rimettermi in sesto mi distraggo a guardare sulle pareti la quadreria. Curiosamente moderna in un ambiente tipo Versaglia o

Sans-Souci. Con la stranezza ulteriore che si tratta di falsi smaccati, a cominciare dal De Pisis che mi sta dirimpetto: una conchiglia di biacca su un lido inesistibile, in riva a un mare di sporchissima mano. Uno di quelli che vendevo una volta. Falso, vero. Vero, falso. I fatti, le fantasie. Chi ha detto che i fatti sono ostinati? Macch, appassiscono presto. E invece no, ci ripenso, s'incaponiscono, non s'arrendono mai, si battono come belve. Morti, risuscitano. E un cadavere un fatto. Anche se un fatto che non risuscita... S, ma tu, Cesarino? Dopo le idi di Marzo, le calende di dicembre?... Quale ozio vitale, la morte... Mentre la vita un tale mortorio... Scolo che scola sempre, sempre rediviva ulcera di Venere... Hominum divomque voluptas, Venus... S' gi capito da questi frantumi di vaniloquio che dal letargo sono uscito per entrare nello stato di dormiveglia, ch' sempre per me una condizione confusionale e felice, paragonabile al visibilio delle sante e delle sibille. Fra un minuto un bagno freddo lo dissolver. Per scrupolo chiedo notizie di Cesare, bench non creda alla telepatia. Mi dice Matilde con una esilarante improntitudine che il ragazzo sta bene, lavora nell'orto dell'orfanotrofio in attesa d'una migliore occupazione. Camillo l'avrebbe volentieri ripreso in bottega ma lei non ha voluto. Il ragazzo cresceva, da certi segni appariva smanioso e sfacciato. Lei su queste cose non transige, vuole nei dipendenti mani a posto e sensi tranquilli, specie ora che mette su casa... Dio ti benedica, facciatosta Matilde, e comunque buon per Cesare che il mio sogno non lo riguardi ma alluda ad altro che ignoro. Ne chieder lumi a Placido, abile a leggere questi oscuri fondi di caff della coscienza e a svelarne l'innocuit. L'occasione cade a puntino, da tanto che non scambio chiacchiere col filosofo. Sprovvisti entrambi di telefono, il citofono a farci da medium quando vogliamo concordare un incontro. Stavolta ci vedremo a mezzogiorno sulla terrazza, se il tempo fa bello. Il tempo fa bello e subito, prima di aprir bocca, ci viene naturale sporgerci sulla citt. Sul belvedere non v' pi traccia di attrattive ottiche per turisti o inquilini in feria stanziale ma il luogo nella sua spaziosa e deserta imponenza fa la figura d'una piazza d'armi battuta uniformemente dal sole. Un grande silenzio, quass, salvo per un soffio ininterrotto di vento che fa vibrare le antenne televisive. E come paiono piccine le macchine incolonnate nel Corso o saettanti nelle sgombre vie trasversali; come pi piccini i rari pedoni smarriti nel gurgite vasto! Siamo veramente sulla cima del mondo, almeno per chi come me non mai stato su un autentico grattacielo, e i discorsi sono di conseguenza elevati. "Il sogno che hai fatto," dice Placido, "come tutti gli spurghi che nascono da ingestione di pesce guasto un verso storto, scazonte che a Lucifero piaciuto invidiosamente infilare fra le ruote dell'armonia prestabilita. In verit i sogni sono solo manteche, truccherie e specchietti per allodole di primo volo. Il

caos, mettitelo bene in testa, polvere negli occhi: un velo paradosso che dissimula le sublimi ascisse e ordinate dell'universal simmetria..." "Insomma, una messinscena?" "Solo per poco. Alla fine, come il Genesi conferma, Dio interviene e respira sulla faccia delle acque per spartirle dalle terre, castigando nel carcere d'un binario il turbine dell'hellzapoppin'." Mi viene da ridere, mentre parla cos. Pensando quante volte s' fatto beffe della creazione, fino a definire il Big Bang una scorreggia di Dio... Sono abituato ormai a queste mutevolezze d'umore, per cui a giorni alterni egli propina concetti opposti senza timore di contraddirsi. una sua vanteria, immagino, di poter recitare volta a volta la parte del defensor fidei e dell'avvocato del diavolo, facendosi apologista ora dei carabinieri, ora dei lestofanti. Stamani, ad ogni modo, l'aria sa troppo di buono perch lo tenti l'abisso. "Nel tuo sogno," prosegue, "galleggiano i simulacri d'un desiderio e d'uno spavento. Irriconoscibili, beninteso. Ristretti in forma di fumi, di feci. N tu saprai mai quali siano se non li vedi sbocciare in un gesto netto, in un pensiero lucente." Lo ascolto appena, so che la prossima volta dir tutto il contrario e si far da s le obiezioni pi devastanti. Aggiungo che quello che dice gli nasce da un'ingenuit d'autodidatta. Bench si fregi del titolo, stato un professore all'antica, mai speso un soldo per comprare Jung o Lacan... Poich io stesso li ignoro, non muovo collo n costa ma cerco di cambiare discorso, gli dico del libro che ho intenzione di scrivere. "Anche tu?" mi dice. "Come me?" la mia volta di meravigliarmi: " un bel caso, due scrittori in un solo palazzo. Anzi tre, con Crisafulli. Potremmo fondare una sezione del Sindacato Scrittori." "Perch no? Ma non cascare troppo dalle nuvole. Tre su cinquanta o cento persone... Siamo ben al di sotto della media nazionale..." "Bene, facciamo un patto. Io non ti leggo le cose mie e tu non mi leggi le tue." Pare non avermi udito, cava di tasca una decina di fogli: "Primo capitolo," annunzia. "Il titolo : La morte di Narciso." "Oh no!" mi indigno. "Siamo ancora a Narciso? Chi ci liberer dei greci e dei romani?" Come parlare al muro. Si schiarisce la voce e attacca: "Questa la storia della morte di Narciso come mi fu raccontata da un vecchio quando ero bambino." Un silenzio, poi: "Vi erano allora sulla terra pi alberi che uomini. Alberi e acque che scorrevano sotto gli alberi e ogni tanto vi cadeva una foglia. Le nuvole in cielo giocavano a sembrare i profili dei pi strani animali..." S'interruppe bruscamente, vedendo sbucare dalle scale una persona. "Uno di questi giorni ti faccio leggere il sguito."

La persona uno del giornale, Gabba, il pi odioso. Uno che, se vero quel che si dice, s' messo con mia moglie Rosa dopo che io l'ho lasciata. un rozzo, un manesco. Non capisco perch Bendidio abbia mandato lui al posto di Minchia. Ansima ancora: "T'ho cercato dappertutto. Sono salito qui per disperazione." Scendiamo tutti insieme, ma Placido: "Narciso sono io," fa in tempo a sussurrarmi prima di fermarsi al suo piano e lasciarci. Immagino gi cosa mi manda a dire Arcangelo Bendidio col suo pi risoluto emissario: che mi sono insabbiato, non mando un rigo; che mi far rivomitare quello straccio d'anticipo sulle mie corrispondenze future "dal teatro delle operazioni"; che insomma sono un fior di mascalzone, un mangiapane a tradimento. Non che abbia tutti i torti. Cose da raccontare a un giornale ne avrei e i soldi li ho presi. Epper mi sta bene cos, che quel che accade non si risappia ma continui ad accadere davanti e attorno a me come un film d'animazione, una recita di marionette. Di cui, mentre ascolti la voce, vedi le labbra inerti in un viso di legno, e le membra agitarsi un po' a vanvera secondo che il filo le guidi. Dunque la risposta no e lo dico a Gabba con tanto rabbioso scherno che quello non trova di meglio che agguantarmi con le braccia e sibilarmi un pugno sotto il naso, prima di andarsene respingendo con uno spintone le mie velleitarie controdeduzioni. No, il discorso chiuso. Ma mi frego le mani pensando a Rosa, con chi cascata. In quanto a me, per mia sola soddisfazione, risfoglio il quadernetto delle sette incognite sette che ho trascurato da allora. Non c' che dire, allo stato devo riconoscere che quattro almeno dei come e perch hanno trovato risposta, e cio: le modalit della gozzoviglia, orgia o messa nera che fosse; il sito dove s' svolta; la parte che v'hanno avuto la morta Ersilia e la sopravvissuta Dorotea, nonch l'intera camarilla della Badalona; la parte svolta da quella incongrua sedia, che sarebbe come dire un cane in chiesa... Il quinto punto, come sia morto Tir e perch, rimane sospeso a mezz'aria. Infine del tutto irrisolti i due problemini: dove si trovi RS; io che debba fare... Uno squittio mi riscuote. Ancora una volta? non so se nella mia testa o in un anfratto invisibile, v' un topo che si lamenta. Per fame, per una ferita? Per una trappola dov' rinchiuso? Finir col convincermi che hanno ragione entrambi i coniugi Garaffa circa le loro visioni di bestie e crolli imminenti. Spesso sono gli stupidi, cos come i bambini e le vergini, i pi veridici nostradami... Quanto alla temuta fatiscenza della fabbrica, mi d da pensare il conciliabolo che ho sorpreso l'altr'ieri fra Mundula e i periti del Municipio. Qualcosa bolle e lo sappiamo in parecchi, ma forse pi di tutti quel topo. Qualcosa in effetti succede e sono io il primo ad averne notizia. Vedo nel mio solito schermo privato due e due pantaloni di questurini che speditamente marciano in direzione del nostro portone. Sulle prime non ci faccio caso, il

suolo pubblico, una rassicurante cosa che lo calchino le scarpe della Pubblica Sicurezza. Semmai la vista m'induce a una peregrina riflessione sul rapporto abito-monaco. Mi chiedo cio fino a che punto il colore della stoffa, la qualit della lana, il taglio, la piega posseggano virt di rappresentativa evidenza, almeno quanto i gessati del padrino e la coppola d'un sicario minore. Rileggerei volentieri in proposito il mio vecchio Sartor resartus di edizione Laterza, ma temo assai che sia rimasto confuso coi romanzi rosa di Rosa. Del resto... ma ecco devo interrompermi, comincia il secondo tempo dopo il regolare intervallo d'un quarto d'ora: stavolta le gambe non sono pi quattro ma sei, con l'aggiunta, fra le due e le due di prima, dei pantaloni di Mundula, color beige, con sguito di calzini bianchi e Timberland dal tacco alto. Mi sbaglio? Non mi sbaglio? Con stupore e sgomento corro fuori a vedere, ma i tre sono gi lontani, saliti su un cellulare, come mi certifica l'edicolante di fronte. Il quale fa spallucce, additandomi il titolo cubitale d'un quotidiano della sera, che non , ahim, il "Binocolo lungo": LO SCANDALO DEI MATTONI FACILI. MANETTE A FUNZIONARI E PROPRIETARI. S'INDAGA SUI CORRUTTORI. "Tombola," faccio io, com' solito fare Bendidio e rincaso. Troppo tardi oramai per fare commenti con gli altri condomini, non mi resta che cercarmi da cena. tardi e ho fame. Incrocio Pirzio con la valigia in mano, che canticchia: "Missione compiuta". Mi faccio da parte, lo saluto con un inchino, mi antipatico pi che mai. Lui con benevolenza si ferma: "Tanto lo leggerai sui giornali di domani. Mundula ha confessato. Importava, spacciava, consumava, corrompeva. Per me gradi freschi in arrivo." Torno a inchinarmi, lo lascio l e salgo da Adele. Tiene sempre da parte un uovo, una verdura per le mie cene solitarie. La trovo nel suo camerotto, mentre appunta al muro come collane di perle pendagli d'uva nera, legati con uno spago, un regalo di suo fratello venuto a trovarla dalla campagna. Lei una timida lentigginosa, magrina, dagli occhi scialbi, occhialuti. Non sapessi la sua storia, penserei a una studentessa sgobbona. invece una semplice campagnola che, atterrita da Mundula, cercava di tanto in tanto sollievo sulla mia spalla per un permesso o una mancia, come i fuoricorso s'affidano per una firma nel libretto alla venalit d'un bidello. Divide con un'altra il lavoro diurno, ma lei sola resta a dormire nel palazzone, la notte, in una stanza di riporto del primo piano, l dove la raggiungo talvolta, trovandovi un tiepido, affettuoso ricetto e il canto, da una gabbietta, d'un canarino. Non le dico di Mundula. Quando mi apre, la ragazza gi troppo in agitazione per quel che ha sentito dal fruttivendolo d'uno sciopero gigante domani e di truci propositi, non ha capito bene di chi, contro chi. Solo dicevano che domani far caldo nel Corso qui davanti, che sar una giornata "storica". Scandisce "storica", interrogandomi con le pupille stupefatte d'una bambina. chiaro che "storica" fa per lei il paio con "geografica" e non si raccapezza. Non provo a spiegarle, rimango zitto, chiedendomi come mai, con queste urgenze drammatiche, Bendidio abbia ancora mente alla cronaca nera. Mangio insieme

alla ragazza, quietamente ma inquieto dentro di me. Quando rientro, ch' gi scuro fatto, una novit mi colpisce: il silenzio del marciapiedi nel mio solito video, come in una sospensione del tempo. Silenzio e assenza di vita, che turba solo per un istante il rumore d'una corsa precipitosa. Nessun fruscio di gomme, rombo di motori, solo in lontananza un sordo borbottare di cingoli o che so io. Poi lampi come fari di scogliera repentinamente battono l'aria. Un istante appresso torna il colore neutro, immobile del selciato. Mi zampilla nella memoria, tanti anni fa, il cinema dell'allunaggio. Ebbene, la strada stasera ha lo stesso squallore d'un astro spento. Se tanto mi d tanto un coprifuoco in atto, imposto e istintivamente, prudentemente accettato. Se cos , Adele non ha frainteso e io scrollo inutilmente la radiolina di Tir nella speranza che un ultimo scampolo di energia mi consenta l'ascolto. Potrei, e per un momento la tentazione assai forte, cercare notizie al "Minibar" qui di fronte, ma non voglio divulgare tempeste di cui in fondo posseggo tre soli fievoli indizi: la ciarla d'una domestica, la fretta d'un passo, lo spavento d'un topo nella sua buca. Domani si vedr, una notte fa presto a passare. Mi sveglia all'alba uno scroscio di Niagara monotono. E insieme un brusio di voci per tutto un ventaglio di toni, dall'iracondo al conversevole, dal suadente all'imperioso. Con la mia fida pertica allontano le tendine e mi appare una selva di gambe maschili, animate da moti inspiegabili, ora avanti ora indietro: come, in obbedienza a una sequenza d'ordini, una truppa alle grandi manovre. Guarderei ancora per cercar di capire, ma secchi spari risuonano, e la massa di mezzi corpi che mi sovrasta dopo una breve oscillazione si torce in un atto di fuga, se non d'inseguimento. Mi affretto a chiudere la veduta, ho paura. Qualcosa in marcia, dunque, aveva ragione la donna. Rivoluzione? Restaurazione? Nulla posso aspettarmi dall'una o dall'altra, io che ho scelto la palude, io che di qualunque mia partecipazione e passione mi sono del tutto pentito per ricascare nei miei irrevocabili "E con ci?" Comunque vada, chiunque vinca, mi fucileranno e avranno avuto settanta volte ragione... Trepestio dietro la porta, hanno fatto presto. Poi due, tre colpi robusti, impazienti. La porta, malchiusa, cede prima ch'io mi levi ad aprire. Gli uomini in tuta che entrano mi guardano appena, hanno le mani piene di attrezzi, di cineprese. Cominciano a spostare il poverissimo arredo. Protesto pro forma ricevendo per sola risposta un "Eravamo d'accordo col capoccione" che m'intriga e m'ispira qualche truciolo di sospetto. Dieci minuti ancora e tutto si fa chiaro, spassoso e deludente: sono una troupe d'operatori d'un film, da iersera che la strada off limits, sgomberata e requisita ad uso di cineasti, attori, folle di comparse, parchi lampade, automezzi della produzione. L'accordo era con Mundula, che non ha potuto avvisarci, si capisce bene perch. Quanto ad Adele, povera figlia, aveva capito male: stamani, qui in strada e nel condominio, si gira la scena d'una sommossa, niente di pi.

XV. IL PATATRC. Gioved, 22 novembre. Da ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia. Ora non pi. Mi pare un'elemosinante dietro la porta, piagnucolosa, la cui voce lacera l'aria come una seta d'ombrello e se ne raggricciano nervi e capelli. Dovr farci l'abitudine, ora che andiamo, una settimana dopo l'altra, verso l'inverno e la consunzione dell'anno. Epper alla svolta del calendario m'avvicino col cuore nero. Mi ripugnano sin da ora le commozioni rituali, abeti frondosi di cianfrusaglie, canzoncine, abbracci e baci, finte letizie... e i su e gi di stivaletti bagnati davanti al mio finestrino. Tirer le tendine, non uscir. Eviter, lungo il Corso sgargiante, sotto il fulgore fatuo del neon, l'eterna manfrina dei pifferai, dei babbi Natale, dei caldarrostari... quel sentimento d'ipocrita immortalit che torna puntualmente ogni volta a ingannarci. Or un anno sull'argomento m' venuto di comporre dei versi e ne ho fatte tante copie quanti erano i condomini, pi una per Rosa, povera semivedova e fedifraga triste a cui la spedii la sera di San Silvestro. Un catalogo di geremiadi all'inizio, ma nella coda, per indorare la pillola e non fare la figura del corvo, un fervorino di bugiarde speranze. Ecco qui di sguito il tutto, a scopo di risarcimento o, se preferite, a mo d'incredulo augurio:

Lettera di Capodanno Le temps, le temps toujours recommenc... Dicono che repetita iuvant che il secondo bacio pi sapiente del primo, che il bis d'un minuto felice s'insaporisce d'un miele che ci sfugg quella sera... Ma l'anno che ritorna col suo rauco olifante a soffiarci dentro le orecchie l'ennesima Roncisvalle,

e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi; l'anno che nello specchio del bagno consegna a uno svogliato rasoio la barba sempre pi bianca; l'anno che cresce su s con l'ingordigia dei numeri, sgranando sul calendario il recidivo blues del Mai pi... chi oserebbe dire che meriti il bacio del Benvenuto? chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri? Il male si raddoppia e repetita non iuvant. Eppure... Eppure nella tombola arcana del Possibile fra i dadi e il caso la partita aperta; gonfiano fiori insoliti il grembo d'una zolla; lune mai viste inonderanno il cielo, due ragazzi in un giardino si scambieranno i telefoni, i nomi, stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva; verr sotto i balconi un cieco venditore d'almanacchi a persuaderci di vivere... Crediamogli un'ultima volta. Bene, avete fatto caso all'epigrafe? una variante di quel verso marino sulla cui traduzione non mi stanco di arrabattarmi. Una variante, per, che gabella per possibile un'impossibilit. Poich al tempo non concesso n finire n cominciare; n tantomeno interrompersi. Mentre al mare s; mentre a noi s, a questi nostri ritriti, omologhi peculi di sentimento e memoria. Siamo onde anche noi, onde che vengono e vanno, muoiono e rinascono altrove; mobili anelli d'una portentosa catena che un apprendista mago goffamente aggroviglia e sbroglia nel silenzio dell'eternit... Con queste filosofaggini tiro mattina, cavandone alcun virtuoso conforto, ora che nel condominio tornata la pace. Saputo dell'arresto di Mundula, Giove Cacciola ha telegrafato che arriva col primo volo e che intanto io, promosso unico faccendiere della baracca, m'affretti ad affiggere un cartello di SI VENDE sulla facciata. Certo gl'inquilini rimasti si contano sulle dita, tutti ormai gioiosamente morosi, specialmente Bisceglie, ove se ne misuri l'entusiasmo dagli assoli di tromba che dal suo quartino dissemina per gl'interi dodici piani. Basterebbe questo come segno di latitante autorit. Ma altri indizi e presagi disturbano il luogo. La signora Garaffa ha ricominciato a vedere o a sognare topi a zonzo per la sua camera grossi quanto conigli... io in persona, nel mezzo d'un corridoio, sono inciampato in una merda dello stesso colore del

battiscopa: fattura umana, temo, da attribuire all'uno o all'altro dei tre ragazzi, vuoi per sfregio anarchico, vuoi per impellente necessit. Infine, e qui s'apre un varco alle pi sinistre supposizioni, Adele m'ha esibito, frammisto alla spazzatura, un coltello a serramanico, aperto, sulla cui lama bruneggiano macchie chiss se di ruggine o sangue. Un falso allarme, probabilmente. E in tutti i casi, dopo la tumultuosa parentesi, io non intendo pi uscire dalla mia condizione di felice autosequestro: assai meno ingrata, non c' dubbio, di quella dei pi insigni marinai dimenticati in un'isola: un Filottete, un Ben Gun, un Robinson Crusoe. Mi ripeto la famosa etimologia: "salvatico chi si salva" e non cerco altri soccorsi che in me. Ho un pentolino, un fornello a spirito, un lume a petrolio; con in pi una manciata di candele per le emergenze del maltempo e il prevedibile taglio della corrente, dopo tante bollette inevase. Come impiegare le ore non pi un problema: non pi da inviato speciale di Bendidio ma da memorialista, spettatore-attore, romanziere delle vicende che ho finora osservato o vissuto; manipolandole quel tanto che basti a farne una specie di fantanoir, di cui ho gi chiaro in mente il progetto e l'esecuzione, compreso l'impeccabile scioglimento finale di tutti i nodi che fossero rimasti aggroppati. Vincendo la tentazione d'introdurre nella barca una falla che la faccia colare a picco e lasci, finch affoghi, il nemico lettore a met del guado. Quante volte, allo stesso modo, ho pensato di lasciare a met la mia vita, chiudendola con un fragoroso bum bum di pistola! Fino a tal punto soffro la condanna d'essere diviso e gassoso, un minestrone di molti ritagli e trance d'uomo, qualcosa di analogo a quel tipo di materiali che i marmisti chiamano pezzame... Oh, quanto invidio i personaggi dei grandi libri, congrui, sodi, spiegati, bench non pi corporei d'un angelo o d'una fenice. Mentre io che pur posseggo la mia ricca dotazione di globuli rossi, e un esubero di neuroni e muscoli, e un'anagrafe legittima nei registri della parrocchia, e una coscienza, e un passato... io, pi m'illudo d'essere vivo, pi mi squaglio, mi dilapido, evaporo da tutte le parti... Acqua fra le dita, la mia vita. O, come diceva quel film, lacrime sotto la pioggia. E dire che tante volte, lo ribadisco, avrei voluto sciogliermene, ribellarmi agli editti della luce come si va via da una conferenza noiosa o si evade un fisco bisbetico. Interrompere, interrompersi m' parso sempre il toccasana supremo, la sconclusione la mia vocazione. Se non, pi umilmente, la sola furberia che mi resta per imboscarmi in salvo dalla vostra massoneria di viventi... Mai, mai finir di pentirmi nel mio piccolo privato, di quell'unico non interruptus che m' scappato con Rosa. Donde tu, fili mi abortito, sconfessata appendice di me, deietto non nato pseudo-me!... Riprendo il filo, lettore. Capiscimi questi miei scivoli d'ala, questa supponenza di regalare a un mio marasma privato stemmi d'universale

desolazione, mi servono da sfogatoio dei sovraccarichi d'umor nero, da casalinghi succedanei d'elettrochoc. Non per ci io voglio sottrarmi alle clausole del nostro capitolato d'appalto, io sono un uomo d'onore. Ma tu aiutami, lettore. Fra venti o dieci pagine ci lasciamo. E contro ogni mia speranza o attesa, pi che risanare mi sembra star peggio. D'accordo, t'avevo promesso una storia-orologio, ma, come vedi, la mia truppa di burattini giace con le trippe fuori del ventre su un impiantito di spine; n attraverso la cruna dell'ago riescono ad infilarsi le figurine del mio teatro da matto... RS, per esempio, quel rullino insopportabile. Che, volgendo la fine, e dovendo io come da contratto scoprirne l'ubi, ora me lo vedo prendere corpo reale ma alludere ad altro; ora farsi elusivo miraggio, schedina d'unico tredici, mappa del tesoro di William Kidd, tazza del Santo Graal... Anche la sua sorte finale in bilico e oscilla da una titolazione a nove colonne sulla prima pagina del "Binocolo" a un tombino profondo della Cloaca Massima, dove, nessuno lo ritrover. Mi spieghi qualcuno, per favore, ci, che vuol dire? Eccesso, difetto d'immaginazione? Sfiducia congenita negli ectoplasmi e negli Ufo, anche se fotografatissimi? Insomma, i frantumi del rebus, ora ch' venuto il momento di farli convivere insieme e cavarne un costrutto, perch mi ostino a sopprimerne sempre o a travisarne un addendo, cos che il conto non torna mai? Lea, altro esempio. Non era previsto che dovesse piacermi, me ne son fatto invadere per strada, scrivendo. Finch, da bambola di cera che figurava in copione, m' venuto naturale addolcirla in colomba amorosa e concupiscibile. Ma dietro di lei gli altri personaggi tutti, a uno a uno, mi si son venuti ammutinando contro e proliferano sotto la penna, m'incalzano in formazione di falange tebana e paiono volermi male. Altrettanto i fatti. Che suppurano al peggio, sono carni crescenti, che non so pi governare. Io non volevo questo, lettore. Io volevo soltanto architettare un labirinto cartaceo, un lieve-grave merzbild di citazioni nascoste, esplosivo s, ma non pi d'un petardo o d'un palloncino. Con una contemplazione della morte, ma strabica. Per ridere, sai, per star meglio. Col solo impegno di far quadrare alla fine il bilancio. Come se fosse facile... Come se fosse facile ad ogni aborto di talidomide, ad ogni pallottola vagante, ad ogni formicaleone o mostro di Bagheria o di Bomarzo... a tutte le irragioni, sragioni, sformazioni... a tutte le viti spanate e meteoropatie dell'Evento opporre la grammatica e il fosforo della Ragion Sufficiente... Come se fosse facile con la miopia che mi ritrovo corrigere tutti gli errata di cui m' piaciuto cospargere i menab della mia vita... Uffa! Ci son cascato di nuovo ma quando prendo la rincorsa frenarmi un eroismo di cui sono incapace. Sapeste, tuttavia, quanto mi aiutano queste rotte di collo sbrigliate, a gara col vento: conati d'autocoscienza mediante i quali do licenza di parola ai miei triboli di scrittore. Ne ritorno lucido, netto, pronto a osservare le regole con lo scrupolo d'un novizio del monte Athos. E qui le regole vogliono ch'io riprenda le redini in mano. Si ricomincia con un

incontro sotto lo stesso ombrello, davanti casa. Lo Surdo che mi offre riparo, ha ottenuto il permesso di lasciare per un'ora gli arresti per recarsi a visitare in ospedale Crisafulli che sta morendo e lo reclama. Mi chiede d'accompagnarlo. Come no? Troviamo il paziente in condizioni meno avariate che non temessimo. La crisi di cuore passata e lui folleggia pi folle che mai. Solo il linguaggio disceso di tono, come se la declamazione dell'altra sera fosse stato lo spillo che sgonfia il bubbone. Al punto che in lui gesti e gerghi, pur rimanendo deliziosamente insensati, risultano d'una piana e laconica semplicit, quel che ci vuole per divertire l'innocenza delle sorelle infermiere. Naturalmente, poich non legge giornali e ignora la televisione, ma solo s'appassiona ai fumetti, non sa dei nostri recenti casi giudiziari n noi gliene diciamo verbo. lui, piuttosto, che nel mostrarci una vignetta, fa scivolare sulle lenzuola dalle pagine dove era serbato un minuscolo scontrino: Deposito Bagagli, Stazione Termini, numero tal dei tali. la nostra volta di meravigliarci. " tuo!" fa Lo Surdo e, scherzosamente: "Che ci nascondi? Diamanti rubati, lettere d'amore, una donna tagliata a pezzi?" Crisafulli fa la smorfia dello gnorri. Poi si batte col palmo la fronte: "Ah, Tir. Pinocchio. Braille. Foglio cascato. Libro restituito." Chiss come, la malattia ha operato in lui una riduzione dei circuiti verbali al minimo denominatore, sicch parla come un telegrafo Morse o un poeta, ma, mi pare, con una conseguenza assoluta. Lo Surdo perplesso ma la mia traduzione dopo un po' lo convince. Tutto dev'essersi svolto cos: patito delle scritture cifrate, Crisafulli in visita a Tir vede un Pinocchio per ciechi, in Braille, e se lo porta via da guardare senza avvertire il proprietario. Dal libro, mentre lo studia, esce fuori lo scontrino che egli raccatta e distrattamente infila fra i suoi giornaletti, talch noi ora lo ritroviamo piegato e placido fra Arcibaldo e Petronilla. Mi batte il cuore. Ci siamo. Accartoccio il pugno sulla contromarca e cambio discorso. Ma il pazzo, sospettoso: "Dov'?" "Lo dar a Matilde," dico. " a lei che spetta l'eredit di tutto, scontrini e libri compresi." Ma Crisafulli gi pensa ad altro, l'intervallo semilucido dev'essere trascorso, e con esso l'equit del respiro. Lo vediamo rizzarsi a met dal letto, nella lunga camicia da notte che nessuno riuscito a fargli cambiare col pigiama ospedaliero, e con lena spiritata soffiare in un immaginario megafono: "Sovrani reali, senatori miei colendissimi, vi dichiaro prigionieri. Per 24 ore non uscirete di qui, sono sospese tutte le guarentigie, salvo quella, ogni quattr'ore, richiesta dall'atto piccolo, al cesso. Ridete? Passer poco che piangerete..." "Nessuno ride, signor Crisafulli, nessuno," assicura Lo Surdo, amorevolmente. Ma il fantasma non lo ascolta nemmeno, insegue con le braccia che, ossute, nude gli spuntano dalle maniche, mozziconi di parole fumose, le stesse probabilmente che non ebbe tempo di recitare la sera della catastrofe.

"Non intendo ragioni. Pretendo libert di morire e un salvacondotto che voterete e firmerete seduta stante. E non per me solo. Il popolo insorto, assedia il palazzo. Folle sono in cammino da tutte le provincie dell'impero... Non sentite i passi, i tamburi, i clamori sotto il balcone? Io stesso a mo' di Cristo testimoniale, io stesso e qui stesso fra un minuto di mia mano morir..." Mim goffamente col pollice e l'indice una rivoltella che spara, poi ricadde esausto sul guanciale e chiese una sigaretta. Prima che rispondessimo era gi caduto in un'incoscienza profonda che non capimmo se fosse l'inizio d'un sonno rigenerante o d'un coma senza speranza. Andandosene: "Che vuoi farne?" mi chiese Lo Surdo, nel vedermi stringere fra le dita il talloncino miracoloso. Non risposi, pensavo all'immancabile disincanto che segue qualunque scoperta di sesamo o Vello d'Oro. "E poi?" mi venne sulle labbra e sorrisi: quel vizio era duro a morire. "Che farne?" riecheggiai la domanda di Lo Surdo e frattanto rovistavo fra le mie liceali reminiscenze, cercandovi la conclusione dell'impresa degli Argonauti. Buio pesto, bench vagamente ricordassi che la fine di Giasone non era stata felice... Corro ad ogni buon conto alla Stazione Centrale. Sono solo in tass, Lo Surdo dovuto rientrare, il suo permesso scadeva a momenti. Cerco a lungo il deposito bagagli. Quando lo trovo, mi appare formicolante di viaggiatori invasati, morsi dal ragno del movimento, impenitenti cascamorti dell'Altrove, convinti che sia meglio del Qui. Devo aspettare che la ressa si diradi; poi, dietro un modico esborso, entro in possesso - con una naturalezza che mi sconvolge - d'un pacchetto che per dimensioni e formato non pu venir meno alle attese. Lo apro con dita febbrili e subito lo richiudo. Ci siamo, la volta buona. Finalmente, come il santo di cui porto il nome, avendo visto e toccato, non dubito pi. Metto RS in tasca e vi tengo sopra, carezzosamente, la mano per certificarmene in ogni istante il possesso. Poi, secondo il mio uso, mentre ritorno a piedi, faccio il punto della storia e di me nella storia. Le conclusioni, quando stanchissimo infine rincaso, sono che: 1) potrei visionare il reperto e riferirne in un articolo clamoroso che mi renderebbe celebre in 24 ore; 2) non visionarlo, darlo a Lea per gratitudine e mancia di congedo; 3) visionarlo e servirmene mafiosamente per ricattare la Badalona; 4) non visionarlo e, cos com', consegnarlo in questura; 5) cercare la pattumiera pi vicina e lasciarvelo cadere dentro... Da queste cinque ipotesi discendono cinque possibili contegni che ugualmente mi ripugnano. Per cui si verifica in me il consueto malinconico fenomeno: quanto pi, sacrificando allo spirito di geometria, traccio sulla lavagna le frecce razionali del mio agire e m'imbandisco una tavolata di scelte, di pro e contro calcolati al millesimo, tanto pi buridaneggio fra un cibo e l'altro e vado morendo di confusione e d'inedia. M'assopisco frattanto, di uno di quei sopori frivoli che uno scambia per sonno e sono solo trasognamenti. Poi...

Poi si sente uno scricchiolio, come di ossa sgretolate da una mano grandiosa. Seguono attimi di innaturale, sinistro silenzio. Che mai succede? Un boato, una specie di chilometrico borborigma percorre le viscere dell'edificio. Tutto mi traballa attorno. Non faccio in tempo a persuadermi che non un terremoto ma un crollo che gi la luce s' spenta, una montagna sento che mi si sta coricando sopra la testa. Il finestrino dove un istante fa due magre gambe di vecchia si trascinavano s'abbuia. Posso sbagliarmi ma mi ritrovo murato vivo nel mio sotterraneo sotto non so quanti milioni di pietre. Non per nulla fra i tarocchi di madama Adriana figurava la carta della Torre Fulminata... Naturalmente ho scritto le parole che precedono non durante ma dopo, al lume d'una candela. Nel nero totale che mi circonda l'ho trovata a tentoni e l'ho accesa. Dopo tanto fragore tutto tace ora, non s'ode un solo sussurro. Evidentemente la compagine di architravi e travi s' afflosciata come una vela e ha trovato sopra di me un assetto pacifico di maceria. Pazzescamente mi sorge un fastidio per come ha avuto ragione l'ingegnere Garaffa. L'insipiente aveva visto giusto, le minuscole fratture del cemento non erano cicatrici ma piaghe eloquenti. Tutto qui stato costruito sul fango e col fango, altro che ferro e cemento. Ora non resta che attendere, in fondo a questa bolla d'aria residua, che qualcuno scavi e mi trovi. Vivo, morto? Chiss. Fra la luce e me di macigni devono essercene tanti. Ed probabile che, ignorando il sottosuolo, i soccorritori mirino verso l'alto anzi che verso il basso. Intrappolato alla perfezione, durer quanto dura questo lume o poco pi; questo lume che anch'esso, bruciando, mangia aria preziosa. Bah, un'ora in pi non quel gran guadagno, preferisco morire scrivendo. Dicendo innanzi tutto del mio stupore infinito per esser passato cos bruscamente dal quotidiano all'eterno, dalla coscienza tranquilla del respiro al sentimento dell'agonia. Forse la stessa cosa accade nei casi d'infarto mortale. E in effetti un infarto mortale ha colpito le coronarie del grattacielo e con esse le mie. Ora perfino la penna mi viene meno, la mia esangue, tremula biro. Un'acquiescenza alla fine mi persuade come un gran sonno. Spegniti, breve candela, e con te spegni la mia breve luce; accieca i fotogrammi di questa Valpurga inventata, brucia questo mio manoscritto, seppure non faccia in tempo con le mani contratte a nasconderlo fra pelle e camicia e a serbarlo, supremo reportage d'oltretomba, per la prima pagina di Bendidio...

XVI. EPIPROLOGO.

Bussano. So gi chi prima che entri. Ha picchiato con la punta ferrata della mazza, il condomino del piano di sopra, Martino Albiso, il fotografo cieco. In risposta al mio "avanti" spinge l'uscio e avanza a tentoni, tuffando nell'aria il bastone come un remo nell'acqua. Sa che dalla soglia fino al mio tavolo si contano cinque scalini e nove passi e li supera con disinvolta prudenza. Quindi s'arresta l dove intuisce che una sedia vuota l'attende. Lo precede un violento profumo di colonia, il suo vezzo. Gli guardo subito le mani: con la destra stringe il bastone, con l'altra il manoscritto di Patatrc. Era ora, fa gi sei settimane che gliel'ho dato per un giudizio. Veramente se l' dovuto far leggere a voce alta dall'apprendista, ma tant', poteva fare un po' prima. Il ritardo m'ha tenuto sulle spine, cos come ora il cipiglio tra l'imbarazzato e il severo. Non m'aspettavo nulla di diverso dopo le pregiudiziali riserve a scatola ancora chiusa, quando gli ho annunziato d'averlo scelto, sebbene sotto finto nome, come l'eroe la cui morte scatena la peripezia. "Allora?" gli chiedo, con timidezza. Non fa cerimonie: "Pollice verso. Che dico pollice? Indice, medio, anulare e mignolo verso. Di entrambe le mani..." "Non vorrei che..." protesto, ma non mi lascia finire. "S, c'entra anche un risentimento personale. Quella calunnia d'un semiincesto con una sorella inesistente, io che sono figliolo unico e prodigo! E poi tutto il resto d'un Grand Guignol incredibile, alla faccia d'una comunit come la nostra, cos perbene, cos borghese! Ne hai fatto un covo d'eccentrici e malagente... Solo le tue contorsioni mentali hai descritto con fedelt." Non nascondo il mio malumore: "Io non faccio il fotografo, il mio regno di frottole e sogni. Della realt mi servo per mero pretesto, solo un fiammifero per accendere le girandole della visione... Bench, ahim, io non sia Honor de Balzac." "Su questo non ci piove," fa lui senza delicatezza. Quindi riaffonda il coltello nella piaga: "Cosa vuoi che ti dica di pi? Ti dico che m'indispone abbastanza l'indecisione della scrittura, quel barcamenarsi fra alto e basso, cronaca di nera e accademia della Crusca. Un clavicembalo mal temperato, uno stile karaoke..." Mi sorbisco gli schiaffi a uno a uno, ribellandomi nel mio foro interiore senza aprir bocca. S'accorge d'essere stato eccessivo, cerca di correggersi: Forse rileggendolo..." Tace, aspetta. Poi: "Insomma, speravo altro. Le prime pagine m'avevano illuso. Ma il tema del fotografo cieco, non avresti dovuto immiserirlo in una storia di baccanali mediocri. C'era, c' nel mio stato una metafora che ti sfugge. E inoltre la storia, la citt, la societ, dove sono? Non soltanto il come, ma non si capisce bene il dove, il quando, il perch..."

"Sar," ribatto, "ma ho sempre pensato che spettasse al lettore inventarseli. Il mio scopo, scrivendo, era un altro: vincere l'angoscia con le euforie dello stile. E ha funzionato. Peggio per gli altri, i grandi scrittori. Loro scrivendo s'ammalano, io da malato mi rifaccio sano, da insonne che ero recupero il sonno sul guanciale delle parole. In buona sostanza: il libro resta com'. Sono solo disposto a cambiare il tuo nome, se Tiresia non ti sta bene." Si raddolcisce: "No, no, Tiresia mi garba. Mi garba anche uscire precocemente di scena, mi risparmia ulteriori brutte figure. E sarei crepato comunque nel patatrc della fine." "Ci puoi giurare," trionfo io. E aggiungo: " un privilegio d'autore uccidere chi gli pare e improvvisare catastrofi. Quello sfascio, chi volesse cercarvi involontarie profondit, adombra ben pi che un abuso edilizio, bens il crollo e tracollo del secolo, del millennio." "Addirittura," ironizza il cieco. "Ma il punto dolente un altro: il numero e il nerbo delle inverosimiglianze. Non che io della verit vada pazzo, io che fotografo tenebre, epper preferisco il verosimile e il probabile all'improbabile e all'impossibile. Mentre il tuo racconto accumula troppi curiosi accidenti." Non ho voglia d'arrendermi e obietto: "Ma dov' il confine fra la norma e l'assurdo, nelle trame della vita? Non vedi come appaiono sorprendenti i fatti quando uno li immagina e come invece naturali nel momento che accadono? Perfino la pi incredibile buca di golf o carambola delle sette sponde, se appena si verificano su un campo o su un biliardo, ecco, la loro esistenza diventa perentoria, inespugnabile, storica e confuta tutte le alternative pi ovvie." "Salute!" ride ancora il cieco. "Di questo passo finiremo in braccio a Tertulliano. Non dirmi che credi in Dio..." "Ci mancherebbe. Solo che Dio un controsenso troppo comodo per rinunziarci. Non puoi negare che fa gola anche a te. Come se non sapessi che i clic che tu scagli all'impazzata sul vuoto, lui che cercano di cogliere o la sua controfigura. La quale si guarda bene dall'incappare nelle maglie della tua rete." Esita, elude con un gesto la punta di empiet dolorosa che occhieggiava nel mio discorso e, dopo una pausa, com' costume nelle nostre giornaliere guerricciole di parole: "Lasciando da parte Dio, che a questo punto fuori questione e che, se esiste, non dev'esser diverso da un mostruoso computer, io non finisco di meravigliarmi - non so se rendo il concetto - dell'impudenza con cui nel tuo libro il gratuito si maschera da necessario." "Ma cos anche nella vita," mormoro io. "Dove, se ci rifletti, non solo l'eccezione plausibile quanto la regola, ma ogni regola implausibile tanto quanto l'eccezione... Martino dissente col mento: "Un esempio, dammi un esempio... E io: "Bene, prendi la mia, la tua nascita. Pensa fra quanti miliardi di miliardi di possibili hanno dovuto trovarsi un varco; pensa fra quanti labirinti

hanno dovuto pilotarsi, a quante trappole sfuggire per esistere. Voglio dire che qualunque massimo o minimo evento un tale azzardo da screditare quelli che noi usualmente chiamiamo miracoli." "Se tutto miracolo," fece dubbiosamente il cieco "dov' la necessit?" " l'altra faccia del caso," dissi io. "Come in un'erma bifronte. E i due, destino e fortuna, cos irrisorio lo scarto che li divide, si scambiano volentieri panni e battute, come Iago e Otello in teatro, una sera s e un'altra no. Ma per tornare al mio libro..." "La lingua batte dove il libro duole," rise Martino. "Bene, anche se consentissi a ogni tua parola, il tuo libro non diventerebbe migliore per questo." Risi anch'io: "Ho voluto solo difendere il principio dell'incongruenza come motore felice d'ogni finzione. Spiegarti che quanto nel mio racconto pu esserti sembrato un raro, incondito scorrere di meraviglie, in realt non meno ordinario e legittimo del confondersi di due gocciole sulla medesima foglia." Non si commosse: "Riscrivilo, ripensalo. E cambia qualcosa nella sorte del mio personaggio. Magari per scaramanzia. Non vorrei che la vita imitasse l'arte... Quanto alla solidit dello stabile, beh, qui forse un controllo s'impone, m'hai messo nelle orecchie pi d'una pulce... Non rimane a questo punto che andarcene al cinema. Il cinema una saletta di periferia, dove si proiettano film a luci rosse o, molto pi raramente, pellicole di seconda o terza visione. Come stasera ch' annunziato I giardini di Compton House, un buon film, m'ha detto Placido che se ne intende. Pare che tocchi argomenti limitrofi al nostro contendere, mio e di Martino, sul filo fragile che divide l'invenzione e la verit. "Una coincidenza sospetta," boffonchia il cieco, quando gli anticipo, per come li so, i salienti della trama. Ma una pi strana coincidenza ci allarma: sulla locandina che s'accampa di fronte all'ingresso uno striscione scritto a mano avverte "Annullato" e offre in cambio un programma diverso, un classico del Novecento francese. Strabilio, osservando il logoro cartellone nientemeno che di Lancelot... "Guarda," dico al cieco. "Lancelot, come in una scena del mio romanzo..." Sulle prime non sembra turbarsi, anzi accenna, sull'aria del Ballo in maschera: Oh che baccano sul caso strano, oh che commenti per la citt... Poi di colpo ci ripensa, si fa serio: "Incredibile, non che tu..." "Che pensi mai, come avrei potuto saperlo. un film di tanti anni fa. Dove l'avranno ripescato..."

Annuisce ma lo vedo perplesso, ostile. Entriamo ugualmente e troviamo lo spettacolo gi in corso, coi due amanti a convegno. Com' nostro antico accordo, bisbiglio a Martino i ragguagli indispensabili sulla vicenda, fra un dialogo e l'altro, ma lui presto mi zittisce, attento solo alla colonna sonora, fitta di nitriti, cozzi di spade, sferragliare di grevi armature. Alla fine torna a insistere sulla singolarit dell'incidente: "Non che tu, scrivendo, ti sia ricordato d'aver visto l'annunzio del film, in una precedente occasione? Che si tratti d'una suggestione subliminale?" M'ero posta anch'io la domanda e onestamente rispondo di no. Quindi avanzo una spiegazione bizzarra: "I personaggi di romanzo", dico, "non potrebbero essere come i bambini non nati, entomata in difetto, larve che ambiscono di farsi creature vive? E cos anche gli avvenimenti... Non potrei col mio brutto romanzo aver messo il dito sul misterioso pulsante che mette in moto il Non Essere e lo fa Essere?" "Ti vanti," mi rimprovera. "S' trattato d'un caso e basta cos." Batte cos dicendo col bastone il marciapiedi. I pochi spettatori stanno uscendo con noi, scontenti, a quanto dicono ad alta voce, dello spettacolo e ansiosi di pizze, di discoteche. Una coppia che corre verso un tass per poco non ci travolge. Rimasti soli, ci avviamo a piedi, l'uno a fianco dell'altro, io amorosamente guidandolo con avvertenze che lo indispettiscono, tanto sicuro si crede delle sue forze e dell'antica esperienza ambulatoria su un itinerario canonico. con stupore infinito, quindi, che lo vedo ad un tratto strapparsi dal mio braccio e attraversare a grandi passi la strada, tre metri prima che comincino le strisce pedonali. Non faccio in tempo a sgridarlo, a corrergli dietro, quando sento, col fracasso d'una tromba d'Apocalisse, crescerci dietro il rombo d'una Kawasaki. "Martino, Tir! Attento!" grido dentro di me, mentre scorgo a due passi da me la testa del cieco saltare press'a poco a pezzi, e il tronco, con le braccia come ali di spaventacchio, volare in aria confusamente prima d'abbattersi contro il muro, stampando una sagoma rossa sul cartellone di Lancelot.