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Rime

di Vittorio Alfieri

Letteratura italiana Einaudi

Edizione di riferimento:

in Opere di Vittorio Alfieri, edizione critica a cura di Francesco Maggini, Casa d’Alfieri, Asti 1954

Letteratura italiana Einaudi

Sommario

Parte prima

Sonetti

1. Volea gridar, fuggir volea, ma vinto

3

2. Braccia con braccia in feri nodi attorte

4

3. Avviticchiati, ignudi, e bocca a bocca

5

4. Dov’è, dov’è quella mirabil fonte

6

5. Negra lucida chioma in trecce avvolta

7

6. Negra lucida chioma in trecce avvolta

8

7. Greca fronte nomar deggio, o divina

9

8. Occhi, di voi direi cose non dette

10

9. Qual, qual sí fresca profumata rosa

11

10. Sonora voce, che soave fende

12

11. Avorio, latte, giglio, o qual piú bianca

13

12. Impresse alfin le ardenti labbia, impresse

14

13. Breve leggiadro piè, che snello snello

15

14. D’ozio, e di vino, e di vivande pieno

16

15. Casta e bella del par, nè pur parole

17

16. Vuota insalubre regïon, che stato

18

17. Parte di noi, sí mal da noi compresa

19

18. Bieca, o Morte, minacci? e in atto orrenda

20

19. Negri, vivaci, e in dolce fuoco ardenti

21

20. S’io t’amo? oh donna! io nol diria volendo

22

21. Tu m’ami? oh gioja! i tuoi raggianti sguardi

23

22. Adulto appena, alla festiva reggia

24

23. Già cinque interi, e piú che mezzo il sesto

25

24. Tu sei, tu sei pur dessa: amate forme

26

25. Ah! tu non odi il sospirar profondo

27

26. O di terreno fabro opra divina

28

27. Cessar io mai d’amarti? Ah! pria nel cielo

29

Letteratura italiana Einaudi

iii

Sommario

28. E s’egli è ver, che allo stellato giro

30

29. Che fia? mi par che in cielo il Sol sfavilli

31

30. Or sí, che m’ami; or non fallaci ho i segni

32

31. Negri panni, che sete ognor di lutto

33

32. Solo al girar d’un bel modesto sguardo

34

33. Che feci? oimè! da que’ begli occhi un fiume

35

34. O leggiadro, soave, e in terra solo

36

35. Vaghi augelletti, che tra fronda e fronda

37

36. Ecco, già l’ora appressa, ond’io trar soglio

38

37. Oggi ha sei lustri, appiè del colle ameno

39

38. Apollo, o tu, cui le saette aurate

40

39. Galli, Russi, Britanni, e quanti mena

41

40. Qui Michelangiol nacque? e qui il sublime

42

41. Se al fuoco immenso ond’io tutt’ardo, il gelo

43

42. Quel già sí fero fiammeggiante sguardo

44

43. Tu piangi? oimè! che mai sarà?

45

44. Tempo già fu, cor mio, ch’ambe le chiavi

46

45. Agil piè che non segni in terra traccia

47

46. Lasso! che mai son io? che a lento fuoco

48

47. Già un dolce fiato in su le placid’ale

49

48. Felice tu, mio messagger d’amore

50

49. Sole, di un mesto velo tenebroso

51

50. Oh! chi se’ tu, che maestoso tanto

52

51. Immensa mole, che nel ciel torreggi

53

52. Non piú scomposta il crine, il guardo orrendo

54

53. O grande padre Alighier, se dal ciel miri

55

54. Dante, signor d’ogni uom che carmi scriva;

56

55. Chi mi allontana dal leggiadro viso?

57

56. Ecco, sorger dell’acque io veggo altera

58

57. O di gentil costume unico esempio

59

Letteratura italiana Einaudi

iv

Sommario

58. O cameretta, che già in te chiudesti

60

59. È questo il nido, onde i sospir tuoi casti

61

60. «Le donne, i cavalier, l’arma, gli amori»

62

61. Non giunto a mezzo di mia vita ancora

63

62. Deh! quando fia quel dí bramato tanto

64

63. Ad ogni colle che passando io miro

65

64. Ma se un dí mai, quella in cui vivo amando

66

65. Malinconia, perché un tuo solo seggio

67

66. Alta è la fiamma che il mio cuor consuma

68

67. Là dove solo un monticel si estolle

69

68. Che mai sarà? quel solo mio conforto

70

69. Un muover d’occhi tenero e protervo

71

70. Fido, destriero mansüeto e ardente

72

71. Era l’ora del giorno, in cui l’estive

73

72. Te chiamo a nome il dí ben mille volte

74

73. Oh quai duo snelli corridori alati

75

74. Qual vive, qual dei due corsieri ha palma?

76

75. Tutto vestito in negre nubi il Cielo

77

76. Nobil città, che delle Liguri onde

78

77. Itaia, o tu, che nulla in te comprendi

79

78. Vittima (oimè!) di violente e stolte

80

79. Chi vuol laudare la mia donna, tace

81

80. Io d’altro tema in ver vorría far versi

82

81. Deh! dove indarno il vagabondo piede

83

82. So che in numero spessi, e in stil non rari

84

83. «Rapido fiume, che d’alpestre vena»

85

84. Ecco ecco il sasso, che i gran carmi al cielo

86

85. «Chiare, fresche, dolci acque», amene tanto

87

86. Non pria col labro desïoso avea

88

87. Mentr’io piú mi allontano ognor da quella

89

Letteratura italiana Einaudi

v

Sommario

88. Tanta è la forza di ben posto amore

90

89. Là dove muta solitaria dura

91

90. Se all’eterno fattor creder potessi

92

91. Quel grande, che fatale a Roma nacque

93

92. Quel benedetto dí, che origin diede

94

93. Io vo piangendo, e nel pianger mi assale

95

94. Tu il sai, donna mia vera, e il sai tu sola

96

95. Non di laudarti sazio mai, nè stanco

97

96. Fole, o menzogne, al leggitor volgari

98

97. D’arte a Natura ecco ammirabil guerra

99

98. Il cor mel dice, e una inspiegabil nera

100

99. Narrar sue pene ed esser certo almeno

101

100. A tardo passo, al sospirato loco

102

101. Di destrier giovincelli un bel drappello

103

102. Ed ella pure in nobili corsieri

104

103. Or dal Tebro al Tamigi andarne errante

105

104. Varcate ha l’Alpi: ah! me n’avveggio: muta

106

105. O di me vera unica donna, e puoi

107

106. Di là dall’Alpi appena, ove si trova

108

107. Quel tetro bronzo che sul cuor mi suona

109

108. Le pene mie lunghissime son tante

110

109. Tempo già fu, ch’io sovra ognun beato

111

110. Deh, che non è tutto Toscana il mondo!

112

111. Siena, dal colle ove torreggia e siede

113

112. Due Gori, un Bianchi, e mezzo un arciprete

114

113. Amore, Amor; godi, trionfa, e ridi

115

114. Ciò che il meglio si appella, e vuol piú lode

116

115. L’Arno già, l’Appennino, e il Po mi lasso

117

116. Quattrocent’anni, e piú, rivolto ha il cielo

118

117. Lontano (ohimè!) già mesi, e mesi, e mesi

119

Letteratura italiana Einaudi

vi

Sommario

118. Donna, or piú giorni son che a caldo sprone

120

119. Ingegnoso nemico di me stesso

121

120. Per questi monti stessi, or son due lune

122

121. Era di maggio il quarto giorno, e l’ora

123

122. Quel dolor ch’io provai caldo ed immenso

124

123. Qui il chiaro fiume, che il Germano e il Gallo

125

124. Dodici volte in mar l’astro sovrano

126

125. Il giorno, l’ora, ed il fatal momento

127

126. Eccomi solo un’altra volta, e in preda

128

127. Donna mia, che di’ tu? ch’io men dolente

129

128. Deh! perdona: ben sento; era a noi forza

130

129. Tigro-pezzato Achille, o tu che pegno

131

130. Presso al loco ove l’Istro è un picciol fonte

132

131. Mi vo pingendo nella fantasia

133

132. Non che per mesi ed anni, anche per ore

134

133. Di quanti ha pregi la mia donna eccelsi

135

134. Mezzo dormendo ancor domando: Piove?

136

135. Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva

137

136. Io credea, ch’oltre l’Alpi ambo tornati

138

137. Scevro di speme e di timor, languisco

139

138. Mesto son sempre; ed il pianto, e la noja

140

139. Chi ’l disse mai, che nell’assenza ria

141

140. Quel mio stesso Frontin, ch’io già vantai

142

141. Si disse, io ’l seppi, e dirsi anco dovea

143

142. Achille mio, perché con guizzi tanti

144

143. Ai Fiorentini il pregio del bel dire;

145

144. Già son dell’Alpi al piú sublime giogo

146

145. Oh qual mi rode e mi consuma e strugge

147

146. Su questa strada io giva, in questo legno

148

147. Sempre ho presente quell’atto soave

149

Letteratura italiana Einaudi

vii

Sommario

148. Donna, l’amato destrier nostro il Fido

150

149. Tenace forza di robusta fibra

151

150. Fra queste antiche oscure selve mute

152

151. Duro error, che non mai poscia si ammenda

153

152. S’io men mia donna amassi, o men le Muse

154

153. «Non fu sí santo, nè benigno Augusto

155

154. Madre diletta mia, deh! non ti piaccia

156

155. Sperar, temere, rimembrar, dolersi

157

156. Crudel comando! e per pietà l’ho dato

158

157. Non bastava, che lungo intero il verno

159

158. Podagra acerba, che sí ben mi mordi

160

159. Dolce a veder di giovinezza il brio

161

160. Gran pittrice è Natura. Oh amabil vaga

162

161. Quattro gran vati, ed i maggior son questi

163

162. Il gran Prusso tiranno, al qual dan fama

164

163. L’idïoma gentil sonante e puro

165

164. Compie oggi l’anno, ch’io dell’Arno in riva

166

165. Candido cor, che in sul labro stai

167

166. Piacemi almen, che nel vagar mio primo

168

167. Sublime specchio di veraci detti

169

168. Donna, s’io cittadin libero nato

170

169. Due fere donne, anzi due furie atroci

171

170. S’io men servo d’Amor viver sapessi

172

171. «Il peggio è viver troppo»; e il sepper molti

173

172. Tante, sí spesse, sí lunghe, sí orribili

174

173. Tacito orror di solitaria selva

175

174. Se l’alternar del mal col ben fia pari

176

175. Misera madre, che di pianto in pianto

177

176. Se vuoi lieto vedermi, un crudo impaccio

178

177. Donna, deh, mira il nostro buono Achille

179

Letteratura italiana Einaudi

viii

Sommario

178. Bella arte-fatta selva, in cui sen vanno

180

179. Dubbio, per me piú crudo assai che morte

181

180. Ciò che agl’Itali spesso a torto ascritto

182

181. Morte già già mi avea l’adunco artiglio

183

182. Émmisi chiusa alfin l’inferi porta

184

183. Chi ’l crederia, pur mai, che un uom non vile

185

184. Oh stolta in ver mia giovenil baldanza

186

185. Del sublime cantore, epico solo

187

186. Uom, cui nel petto irresistibil ferve

188

187. Lunga è l’arte sublime, il viver breve

189

188. Del dí primier del nono lustro mio

190

Versi d’altro metro

189. Le gravi e dolci cure

192

190. In che ti offesi, o placido

195

191. Ch’io ponga al duolo tregua?

198

192. hecco mio, pazïenza: i’ t’ho da dire

200

193. Dimmi, Amore, colei che in roseo letto

206

194. O dolce mio pensier, sola mia cura

208

Epigrammi

195. Un vil proverbio corre

211

196. Sia pace ai frati

212

197. L’uom che in sol sonetto

213

198. Dare e tôr quel che non s’ha

214

199. Di Firenze è scacciato

215

200. Sono il Moschi e il Gramosi una pariglia

216

201. Tragedie due già fe’

217

202. A donna un uom non basta?

218

203. Gli Angli, già liberi, or vendon sè:

219

Letteratura italiana Einaudi

ix

Sommario

204. Pedanti, pedanti

220

205. Tutto rosso fuor che il viso

221

206. Queste tue polveri

222

207. Uom di corte e di fede?

223

208. Il Papa è papa e re

224

209. Signor, perché nel tuo disutil peso

225

210. Hammi il vostro biasmarmi assai laudato:

226

211. Mai non pensa altro che a sè:

227

212. Io professor dell’università

228

213. Mi trovan duro?

229

214. Il bestemmiar gli Angeli, i Santi e Dio

230

215. Semi-Claudj imperanti

231

216. Fame, inbratta d’inchiostro

232

217. Gli equestri re, che instatuarsi al vivo

233

218. Clizia, mondana ancor, ben mille amanti

234

219. Tolti di mie tragedie i due t’hai tu

235

220. La nullità dell’uno inserto al zero

236

221. Approvazione di fra Tozzone

237

222. Capitano, è parola

238

223. Toscani, all’armi:

239

224. Piú d’un le piace;

240

225. Fosco, losco, e non Tósco

241

226. Ci va dicendo Orpèl ch’ei mai non dorme:

242

227. Odo ogni uomo arditamente

243

228. MISSIRIZIO tutto sa

244

229. D’invidïetta pregno

245

230. Qual dei due Bruti è il primo?

246

231. Ho visto già quel ch’è

247

232. Lauda tu sol te stesso

248

233. Re, confessori, medici, avvocati

249

Letteratura italiana Einaudi

x

Sommario

234. Io non so, se piú amico

250

235. Tigre – coniglio

251

236. Dai Galli in rima le tragedie fersi

252

237. Dio la corona innesta

253

238. L’oro pria, poscia il sangue, indi la fama

254

239. De’ principi il flagello

255

Parte seconda

256

Sonetti

257

240. Tosto ch’io giungo in solitaria riva

258

241. Dolce a veder di giovinezza il brio

259

242. Volubil ruota, infaticabilmente

260

243. Lento, steril, penoso, prosciugante

261

244. Un vecchio alato, e una spolpata donna

262

245. Nel buon vigore della età sua prima

263

246. Non, perch’egli sia gelo, il verno biasmi

264

247. «Un cantar, che nell’anima si senta»

265

248. Bello ed util del par, fervido Ordigno

266

249. «Sogno è, ben mero, quanto al mondo piace»

267

250. Amar se stesso, è di Natura legge

268

251. E carmi e prose in vario stil finora

269

252. Io, che già lungi di mia donna in meste

270

253. Quanto piú immensa, tanto men fia audace

271

254. Bianco-piumata vaga tortorella

272

255. Poeta, è nome che diverso suona

273

256. Della pia, bene spesa, alta tua vita

274

257. Greca, al ciglio, alle forme, al canto, al brio

275

258. Già la quarta fïata (ultima forse)

276

259. Un Vecchio, in bianca veste alto splendente

277

Letteratura italiana Einaudi

xi

Sommario

260. Se pregio v’ha, per cui l’un popol deggia

278

261. Per queste orride selve atre d’abeti

279

262. Per la decima volta or l’Alpi io varco

280

263. Oh brillante spettacolo giocondo

281

264. Mentr’io dell’Arno in su la manca riva

282

265. Beata vita ogni uom quella esser crede

283

266. Tardi or me punge del Saper la brama

284

267. Fin dalla etade giovanil mia prima

285

268. Cose omai viste, e a sazietà riviste

286

269. Queruli (è vero) i medïocri affanni

287

270. Feroce piange in su l’amico estinto

288

271. E’ mi par ieri, e al terzo lustro or manca

289

272. Sagacemente, e con lepor, dicea

290

273. Candido toro, in suo nitor pomposo

291

274. Del mio decimo lustro, ecco, già s’erge

292

275. In cor mi avrei tarda e risibil voglia

293

276. Ed io pure, ancorché dei fervidi anni

294

277. «Quanto divina sia la lingua nostra»

295

278. Uom, che barbaro quasi, in su la sponda

296

279. Discordia stride dalla Eolia gente

297

280. Io mi vo vergognando infra me stesso

298

281. Bella, oltre l’arti tutte, arte è ben questa

299

282. Favola fosse, o storia, o allegoria

300

283. Pregno di neve gelida il deforme

301

284. Tutto è neve dintorno: e l’Alpi, e i colli

302

285. L’adunco rostro, il nerboruto artiglio

303

286. L’obbedir pesa, e il comandar ripugna

304

287. Alto, devoto, mistico, ingegnoso;

305

288. Uom, di sensi, e di cor, libero nato

306

289. Uom, che devoto a Libertà s’infinge

307

Letteratura italiana Einaudi

xii

Sommario

290. Donna, s’io sol di me cura prendessi

308

291. Pieno il non empio core e l’intelletto

309

292. Bioccoli giú di Marzolina neve

310

293. A. Che diavol fate voi, madonna Nera

311

294. Tutte no, ma le molte ore del giorno

312

295. Io ’l giurerò morendo, unica norm

313

296. Di sangue egregia, in signoril ventura

314

297. Non compie un lustro ancor

315

298. Donna, o tu che all’età vegnenti appresti

316

299. Sollievo al duol del dianzi estinto amico

317

300. Asti, antiqua Città, che a me già desti

318

301. Dunque fia ver, Tommaso mio, soggiacque

319

302. Chiuso in se stesso, e non mai solo

320

303. O tu, nella sublime opra dell’Apelle

321

304. Di giorno in giorno strascinar la vita

322

305. Qualch’anni, o mesi, o giorni

323

306. Malinconia dolcissima, che ognora

324

307. Povero, e quasi anco indigente, or vuoi

325

308. Già il ferétro, e la Lapida, e la Vita

326

309. Non t’è mai Patria, no, il tuo suol paterno

327

310. S’io nel comun dolore, allor che tutti

328

Versi d’altro metro

329

311.

Ecco alfin giunta quella tanto attesa

330

Epigrammi

333

312. Forse alcun pregio aveano

334

313. L’arte sua ciascun faccia. Il vero scriva

335

314. A diverbio un eunuco era venuto

336

315. Crudo è lo scherzo, che vien fatto a voi

337

Letteratura italiana Einaudi

xiii

Sommario

316. Il raccoglier brutture per le strade

338

317. Vuoti il capo, le man, la borsa e il cuore

339

318. Chi fu, che fece e che mertò costui?

340

319. Chi di parer non cura, un uom fors’è

341

320. Sacro ebbi già di cittadino il nome

342

321. Mi vien da rider quand’io sento dire

343

322. Fattisi in Gallia re gli avvocatuzzi

344

323. Per abborrir quanto è dovere i galli

345

324. Festevol motto arguto

346

325. Base di ogni opra bella, il nascer bene:

347

326. Nei prolissi calzononi

348

327. D’ampia guerra brevissima rassegna

349

328. Al Doge, ed ai suoi Veneti, giudizio

350

329. Ecco nascer Penelope da Frine.

351

330. Volar non pon senz’ali i Galli-cani

352

331. Il soggiacer a un re assoluto, è un guai

353

332. Molti siete; i’ son uno

354

333. Vanto primo, è il formar cose novelle:

355

334. Dopo tanti i gran secoli da cani

356

335. Vedete, s’io son tondo!

357

336. Agli Europei propongono i Francesi

358

337. Fra l’opre tutte degl’Iddii piú altere

359

338. Chi in Bisanzio, chi in Grecia e chi in Egitto

360

339. In Levante audaci e preste

361

340. Di Venezia, e di Genova, e di Roma

362

341. Perch’ei cangi impostura

363

342. Nabidi, e Cato; ripugnanti tempre

364

343. Sempre eccellenti i Galli in altere opre

365

344. Benché nulla importar ti dee di Quelli

366

345. Lucca, a te forse contro al Gallo crudo

367

Letteratura italiana Einaudi

xiv

Sommario

346. Sia l’avvenir qual vuolsi, a me pur sempre

368

347. Mista coll’irto crin, del crin piú sconcia

369

348. In Campidoglio un teschio di cavallo

370

349. Du’ avvocati, due medici e un chirurgo

371

350. Di libertade il vero arbor son io;

372

351. Te, sommo Apollo, invoco; a cui patente

373

Rime sparse tratte dagli autografi

380

352. Quel da Certaldo, e quel ch’a Sorga in riva

381

353. «O perversi costumi, o tempi rei

383

354. Nell’alma tua la mia

384

355. – Pensiero mio, cui pasce un solo oggetto

385

356. Chi ’l crederia giammai, che in cor gentile

386

357. Fredda una man che il cor mi stringe in petto

387

358. O dal Ciel scesa ad informar le belle

388

359. O Notte eterna! e che? pur anco tieni

389

360. Dove mi scorgi, dove, o fra l’eccelse

390

361. Que’ che spirar sul lido

393

362. Misera madre! e qual porger conforto

395

363. Dunque ripor nelle ozïose mura

396

364. Son dur, lo seu, son dur, ma i parlo a gent

398

365. S’ l’è mi ch’son d’ fer o j’ Italian d’ potía

399

366. Sovvienti là fra la temenza e speme

400

367. Deh frena, o madre, o almen rallenta il pianto

401

368. Ser Iacopetti, ove alla Franca Atene,

402

369. L’arte, ch’io scelsi, è un bel mestier, per dio

403

370. L’opra mia di tre lustri in don vi prego

404

371. O Leggiadretta man, ch’almo lavoro

405

372. A custodir tuoi cari fogli eletto

406

Letteratura italiana Einaudi

xv

Sommario

373. Vedesti mai di australi nubi un denso

407

374. Oh qual mi aggrada il dilicato viso

408

375. Rapida fugge qual saetta a volo

409

376. Oh dolci e in un mortifere saette

410

377. Perch’io stringer tua mano alabastrina

411

378. O rimembranza, che con magic’arte

412

379. Speme, il cui ratto ingannator pensiero

413

380. Quando fia, quando mai, quel dí beato

414

381. Qual radicata immobil rupe estolle

415

382. Parve infida, o se il vuoi la man pur l’era

416

383. Pena immensa or mi dai di fallo lieve

417

384. Odo un suon ma ben l’odo o vanegg’io?

418

385. Libare appena ai tuoi begli occhi accanto

419

386. Dunque in narrarti il mio stato infelice

420

387. Fra i tanti e tanti (ognor pur rari e pochi)

421

388. Il dí presso che tutto appien divisi

422

389. Il severo picchiar ultimo forte

423

390. Mille sovra ottocento anni trascorsi

424

391. Non io fei per viltate il gran rifiuto

425

392. Men che bambino, allo sparir d’un lume

426

393. Questo è il giorno in cui Roma ebbe la cuna

427

394. Nobil Pianta vid’io su vetta Alpina

428

395. D’amistà che i primi anni ebber tessuta

429

Appendice. Primi tentativi poetici

396. Ah giorno per me funesto e caro

430

397. Stavami un dí sopra l’alpestre cima

431

398. Donna gentil, per cui ragione in bando

432

399. Generoso corsier, tu che superbo

437

400. Dafne vezzosa

440

Letteratura italiana Einaudi

xvi

Sommario

401. Madre d’amor, sí baldanzosa e altera

442

402. Nell’ora appunto in cui Morfeo diffonde

443

403. Riso, che al ciel la forza, e ch’anco schiude

448

404. O voi, che incerte e timide

449

405. O tu che altera vanti esser nemica

451

406. O famelica d’oro ingorda brama

453

407. Quella per cui d’amor tutti riprovo

455

408. Ingrato vate, ingrato, alto dicea

457

409. Perchè, crudel Fortuna, ognor nemica

460

410. Opra che alla ragion forse nemica

462

411. Lieta festeggia, o Pisa: a mille a mille

464

Letteratura italiana Einaudi

xvii

PARTE PRIMA

Verba lyrae motura sonum connectere digner? ORAZIO, Epistola 2ª, libro II.

Letteratura italiana Einaudi

1

Vittorio Alfieri - Rime

SONETTI

Letteratura italiana Einaudi

2

I.

Vittorio Alfieri - Rime

I.

Volea gridar, fuggir volea, ma vinto

Da sovrumana forza, immobil stette

L’Idéo garzon fra le amorose strette

Di

Giove augel tenacemente avvinto.

4

Tutto è nel viso di pietà dipinto;

Le

voci al core ha per timor ristrette;

Piange, ch’altro ei non puote; e sè commette

 

Al

rapitor, che indarno avria respinto.

8

Lieto il Dio della preda, all’aura i vanni Rapidissimo spiega, e al ciel poggiando, Dolci lascivi baci al giovin fura.

11

Garzon, che giova il pianto? a chi ti affanni? All’invidia Giunon pungente cura

In

ciel tu sali, e salirai tremando?

14

Letteratura italiana Einaudi

3

2.

Vittorio Alfieri - Rime

II.

Braccia con braccia in feri nodi attorte, Dansi co’ larghi petti orribil urto;

E dagli occhi spirando entrambi morte,

Vuol darla Alcide a forza, Anteo di furto.

4

Usa ogni arte, ogni schermo, Anteo men forte; Spinto è tre volte a terra, e tre n’è surto; Ch’egli appena l’ha tocca, ella gli ha porte Forze novelle ond’è il valor risurto. Ma chi contr’Ercol basta? Ecco egli afferra Lo astuto schermidor con man tenace,

8

E

dalla terra madre alto lo spicca:

11

Quanto ei si sbatte piú, vieppiú lo serra; Quindi al suol lo stramazza, e vel conficca:

Per non risorger mai prosteso ei giace.

14

Letteratura italiana Einaudi

4

3.

Vittorio Alfieri - Rime

III.

Avviticchiati, ignudi, e bocca a bocca Soavemente inserta, in roseo letto Giaccion Venere e Marte: oh qual diletto Nel dar, nel render baci, a entrambi tocca!

4

Languida voluttà, dolcezza fiocca Dal di lei ciglio tremulo umidetto; Marte esala sospir dall’igneo petto; Quand’ecco rete insidïosa scocca:

8

Ecco apparir gli Dei, cui trae lo scabro Vulcan, che altero del felice evento, Mostra di sue vergogne essere il fabro. Ridon gli Dei; ride Vulcan, ma a stento:

11

Stretti i duo amanti in un, non muovon labro:

D’esser Marte ogni Nume ha in sè talento.

14

Letteratura italiana Einaudi

5

4.

Vittorio Alfieri - Rime

IV.

Dov’è, dov’è quella mirabil fonte, (Grida il piú de’ mariti) in cui l’aspetto Vide Atteòn cangiarsi, e a suo dispetto Palpò l’onor della ramosa fronte?

4

Ahi quanti, oimè, quanti ne avvien ch’io conte Privi d’onor, di senno, e d’intelletto; Ch’a ogni costo avverar vonno il sospetto, Paghi sol quando han visto appien lor onte!

8

Stolti! ch’ite cercando? e qual vi sprona Matto desir di procacciar certezza Di un mal, ch’è nullo, ove nol sa persona? Lo stesso accade in femminil castezza, Che in quella santa fè, cui Roma suona:

11

Il creder cieco genera salvezza.

14

Letteratura italiana Einaudi

6

5.

Vittorio Alfieri - Rime

V.

Negra lucida chioma in trecce avvolta; Greca fronte, sottili e brune ciglia; Occhi, per cui nessuna a lei somiglia, Cui morrò per aver visti una volta;

4

Bocca, ch’è d’ogni rosa or ora colta Piú odorosa, piú fresca, e piú vermiglia; Voce, che amor, diletto, e maraviglia Infonde e imprime in cor di chi l’ascolta;

8

Riso, che al par gli uomini e i Numi bea; Eburneo sen, vita leggiadra e snella; Bianca morbida man, tornite braccia; Breve piè, di cui segue Amor la traccia; E di spoglie sí belle alma piú bella:

11

Mostrato ha il Cielo in voi quant’ei potea.

14

Letteratura italiana Einaudi

7

6.

Vittorio Alfieri - Rime

VI.

Negra lucida chioma in trecce avvolta, Donde nascoso Amor protervo scocca Strali d’oro; beato, oh, chi ti tocca! Beato, oh, chi ti vede errar disciolta!

4

Deh, pur foss’io quell’uno! Ov’è piú folta, Attuffarvi vorrei l’avida bocca;

E

con furtivo ferro alcuna ciocca

Sottrarne, indi serbar nell’oro involta.

8

Pompa già non vorrei stolida farne; Ma, per conforto al mio martir, sul cuore In vaga cifra un nome almo portarne.

11

 

Conforto? ahi lasso! addoppieria il dolore:

Che un pegno tolto invita altri a furarne;

 

E

a’ furti miei si oppone alto rigore.

14

Letteratura italiana Einaudi

8

7.

Vittorio Alfieri - Rime

VII.

Greca fronte nomar deggio, o divina, Quella, cui negro il crin serpeggia intorno, Qual nembo suol cerchiar la mattutina Stella foriera di sereno giorno? Greca, dich’io per certo, e peregrina, Se miro al suo gentil dolce contorno:

4

Ma, se all’alto splendor, cui l’occhio inchina, Ch’ella è celeste cosa a dir pur torno.

8

So che l’egregio Apelle, e Fidia industre A Giuno, a Palla, a Cinzia, a Citerea Davan fronte simíl; ma in mortal veste.

11

So che tal fronte ancora Elena avea. Paride sol potría, giudice illustre, Questa a dritto appellar greca, o celeste.

14

Letteratura italiana Einaudi

9

8.

Vittorio Alfieri - Rime

VIII.

Occhi, di voi direi cose non dette;

Che il render ben per mal mi piacque ogn’ora:

E, benché nuovo in Pindo, a me pur fora Dato forse il cantarne in rime elette:

4

Ma le ardenti mortifere saette, Cui ben mille avventate in men d’un’ora, Tal m’han piagato, che convien ch’io mora, A voler dir di voi laudi perfette. Spesso, è ver, ma di furto ognor vi veggio;

8

Fiso vorrei

ma qual tant’alto aspira

Sguardo mortal; mirar fiso nel Sole?

11

Benigni almen piú alquanto

Ma, nol vuole

Quella crudel, che a danno altrui vi gira

 

Amor, giusta vendetta a te ne chieggio.

14

Letteratura italiana Einaudi

10

9.

Vittorio Alfieri - Rime

IX.

Qual, qual sí fresca profumata rosa Di questa bocca al paragon si vide?

Giudice a scranna ecco che Amor si asside,

E

dice: È bella piú che insidïosa. Ne menti, Amor, ne menti: è al par vezzosa,

4

S’ella pur dolce parla, o dolce ride; Ma ben si sconta il dolce, allor che ancide,

O

negando, o tacendo, in sè ritrosa.

8

E non son queste insidie? altre piú dotte Tender ne puoi tu mai, cieco fanciullo, Che tutto or pien di stizza il ver contendi?

11

Ma, so; baci involarne anco pretendi, Tristo; e ti duole il non ne aver trastullo, Qual già di Psiche, per la intera notte.

14

Letteratura italiana Einaudi

11

10.

Vittorio Alfieri - Rime

X.

Sonora voce, che soave fende L’aura, onde intorno intorno amor rimbomba; Voce, che ai cor piú duri anco discende, Ma nei gentili addentro forte piomba:

4

Tua possanza tant’oltre in me si estende, Che s’io giacessi arida polve in tomba, Di morte a trarmi dalle chiostre orrende Piú varresti, che l’alta ultima tromba.

8

Ma mi lusingo in vano: allor ch’io vinto Dall’amoroso fero mio martiro Avvolgerommi in gelid’urna estinto

11

Da quelle dolci labra che t’apriro Il varco un dí, neppur si udrà distinto Uscir, non che il tuo suono, un sol sospiro.

14

Letteratura italiana Einaudi

12

11.

Vittorio Alfieri - Rime

XI.

Avorio, latte, giglio, o qual piú bianca Cosa agguagliar, non che avanzar, potria

Il candor del bel petto, in cui la mia

Vista non è pur mai sazia, nè stanca?

4

Quel che con vago errore, a destra, a manca, Cadente manto apre ai desir la via, Spesso di sè benigno almen mi sia, Che il suo cader l’egro cor mio rinfranca. Oh mille volte piú di me felice

8

Manto, che premi il delicato petto, Per cui, lasso, qual neve al Sol mi sfaccio! A te serrarlo d’ogni intorno lice,

11

E un tanto ben goderti in te ristretto;

A te quant’altre mai cose ch’io taccio!

14

Letteratura italiana Einaudi

13

12.

Vittorio Alfieri - Rime

XII.

Impresse alfin le ardenti labbia, impresse Ho sulle ignude mani: or sí, che lena Ripiglio al canto; or ch’io mi specchio in esse, Or che il fuoco m’è scorso entro ogni vena. Man, v’ascondete già? Se a voi piacesse Mostrarvi alquanto ancor; vi ho viste appena; Siate fin ch’io v’ho pinte a me concesse, Poi, s’io vi pingo mal, ritolte in pena. Come ritrar le braccia candidette, La morbida sottil bianca manina, Le alabastrine dita agili schiette, E quelle, ove la man con lor confina, Vago nido d’amor dolci pozzette, Se crudo il guanto a danno mio s’ostina?

E quelle, ove la man con lor confina, Vago nido d’amor dolci pozzette, Se crudo il
E quelle, ove la man con lor confina, Vago nido d’amor dolci pozzette, Se crudo il
E quelle, ove la man con lor confina, Vago nido d’amor dolci pozzette, Se crudo il

4

8

11

14

Letteratura italiana Einaudi

14

13.

Vittorio Alfieri - Rime

XIII.

Breve leggiadro piè, che snello snello Corri, e m’involi le bramate forme; Non è solo a seguir tue rapid’orme Delle amabil Grazie il bel drappello:

4

 

Amor ti segue anch’ei con suo flagello,

E

di condurti in ceppi infra le torme

De’ tanti che i suoi passi hanno per norme,

 

So che altero si vanta il cattivello.

8

 

Fuggi, fuggi, se il puoi: ma l’ali ha preste,

E

giungeratti Amore; indi mostrarti

Forse ignudo vorrà, quasi a trofeo.

11

Oh vista, in cui già già tuto mi beo! Sarà ben altro allor, che un po’ mirarti Lieve lieve spuntar fuor della veste.

14

Letteratura italiana Einaudi

15

14.

Vittorio Alfieri - Rime

XIV.

D’ozio, e di vino, e di vivande pieno, Tra donne e cavalieri a mensa assiso Stassi Fra Ciacco con lo grifo intriso, Tutto aggraziato, amorosetto, ameno. Sorto un brindisi a fare, adocchia il seno Di quella ond’ei si sente il cuor conquiso; Poi su la sedia il posterior suo viso Crede adagiar, ma batte il rio terreno. Tanto l’impeto fu, sí sconcio il peso, Che all’aria andar le zampe, i panni in testa, E di sua Reverenza il meglio apparse. Tal vediam nella polve in lieta festa Un possente asinon di foja acceso, Per far pompa di membra, rotolarse.

apparse. Tal vediam nella polve in lieta festa Un possente asinon di foja acceso, Per far
apparse. Tal vediam nella polve in lieta festa Un possente asinon di foja acceso, Per far
apparse. Tal vediam nella polve in lieta festa Un possente asinon di foja acceso, Per far

4

8

11

14

Letteratura italiana Einaudi

16

15.

Vittorio Alfieri - Rime

XV.

Casta e bella del par, nè pur parole Udir volea d’amor, Leda ritrosa:

Il gran Giove respinto ha disdegnosa; Giove, che mai ripulse aver non suole.

Sel reca in grembo; e se lo stringe al seno.

4

Tu soffri, Amor, che ai dardi tuoi s’invole Costei, pel gran rifiuto baldanzosa? Tu il soffri? e fia che in core abbia mai posa Chi a cotanto amator darsi non vuole?

8

Già per un cigno Leda, ecco si strugge; Con man lo palpa, e liscia ed accarezza:

11

Col rostro il bianco augel baci ne sugge; Ella nuota in un mar d’ampia dolcezza. Ride Amor; Giove è il cigno, e il sen le ha pieno.

14

Letteratura italiana Einaudi

17

16.

Vittorio Alfieri - Rime

XVI.

Vuota insalubre regïon, che stato

Ti vai nomando, aridi campi incolti;

Squallidi oppressi estenüati volti

Di

popol rio codardo e insanguinato:

4

Prepotente, e non libero senato

Di

vili astuti in lucid’ostro involti;

Ricchi patrizj, e piú che ricchi, stolti; Prence, cui fa sciocchezza altrui beato:

8

Città, non cittadini; augusti tempj, Religïon non già; leggi, che ingiuste Ogni lustro cangiar vede, ma in peggio:

11

Chiavi, che compre un dí schiudeano agli empj Del ciel le porte, or per età vetuste:

Oh! se’ tu Roma, o d’ogni vizio il seggio?

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Letteratura italiana Einaudi

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17.

Vittorio Alfieri - Rime

XVII.

Parte di noi, sí mal da noi compresa, Alma, v’ha chi d’Iddio te noma un raggio:

S’io chieggo: E che vuol dir? tace anco il saggio; Che il dar ragion saria ben altra impresa. Per quanto sia dell’uom la mente estesa, Scosse egli mal de’ sensi il vil servaggio? Stolti, oh quei, che spiegare ebber coraggio Cosa ad altrui, nè da lor stessi intesa! Veder, toccare, udir, gustar, sentire; Tanto, e non piú, ne diè Natura avara; Indi campo ci aggiunse ampio al fallire. Quinci nacquer parole, e errori, a gara; Né fu convinto mai l’umano ardire, Che molto sa chi a dubitare impara.

Quinci nacquer parole, e errori, a gara; Né fu convinto mai l’umano ardire, Che molto sa
Quinci nacquer parole, e errori, a gara; Né fu convinto mai l’umano ardire, Che molto sa
Quinci nacquer parole, e errori, a gara; Né fu convinto mai l’umano ardire, Che molto sa

4

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Letteratura italiana Einaudi

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18.

Vittorio Alfieri - Rime

XVIII.

Bieca, o Morte, minacci? e in atto orrenda, L’adunca falce a me brandisci innante? Vibrala, su: me non vedrai tremante Pregarti mai, che il gran colpo sospenda. Nascer, sí, nascer chiamo aspra vicenda, Non già il morire, ond’io d’angosce tante Scevro rimango; e un solo breve istante De’ miei servi natali il fallo ammenda. Morte, a troncar l’obbrobrïosa vita, Che in ceppi io traggo, io di servir non degno, Che indugj omai, se il tuo indugiar m’irrita? Sottrammi ai re, cui sol dà orgoglio, e regno, Viltà dei piú, ch’a inferocir gl’invita, E a prevenir dei pochi il tardo sdegno.

re, cui sol dà orgoglio, e regno, Viltà dei piú, ch’a inferocir gl’invita, E a prevenir
re, cui sol dà orgoglio, e regno, Viltà dei piú, ch’a inferocir gl’invita, E a prevenir
re, cui sol dà orgoglio, e regno, Viltà dei piú, ch’a inferocir gl’invita, E a prevenir

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8

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Letteratura italiana Einaudi

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Vittorio Alfieri - Rime

XIX.

Negri, vivaci, e in dolce fuoco ardenti Occhi, che date a un tempo e morte, e vita; Siate, ven prega l’alma mia smarrita, Per breve istante a balenar piú lenti. Di vostra viva luce in parte spenti Bramo i raggi per ora, ond’io piú ardita Mia vista innalzi, e come Amor m’invita, Lei con mie rime di ritrarre io tenti. Voi, voi ne incolpo, se il soave riso, Se il roseo labro, e ad uno ad un dipinto Gli atti non ho del suo celeste viso. Ah, che a tropp’alta impresa io m’era accinto! Questi occhi han me da me sí appien diviso, Ch’oltre mia lingua, ogni mio senso è avvinto.

impresa io m’era accinto! Questi occhi han me da me sí appien diviso, Ch’oltre mia lingua,
impresa io m’era accinto! Questi occhi han me da me sí appien diviso, Ch’oltre mia lingua,
impresa io m’era accinto! Questi occhi han me da me sí appien diviso, Ch’oltre mia lingua,

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Letteratura italiana Einaudi

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Vittorio Alfieri - Rime

XX.

S’io t’amo? oh donna! io nol diria volendo. Voce esprimer può mai quanta m’inspiri Dolcezza al cor, quando pietosa giri Ver me tue luci, ove alti sensi apprendo?

4

 

S’io t’amo? E il chiedi? e nol dich’io tacendo?

E

non tel dicon miei lunghi sospiri;

E

l’alma afflitta mia, che par che spiri,

Mentre dal tuo bel ciglio immobil pendo?

8

E non tel dice ad ogni istante il pianto, Cui di speranza e di temenza misto, Versare a un tempo, e raffrenare io bramo?

11

Tutto tel dice in me: mia lingua intanto Sola tel tace, perché il cor s’è avvisto, Ch’a quel ch’ei sente, è un nulla il dirti: Io t’amo.

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Letteratura italiana Einaudi

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21.

Vittorio Alfieri - Rime

XXI.

Tu m’ami? oh gioja! i tuoi raggianti sguardi Gira dunque ver me pietosi un poco; Tua parte prendi del mio immenso foco, O in me saetta men pungenti dardi. Deh come dolce amorosetta guardi! Oh qual ne’ tuoi begli occhi Amor fa gioco! L’alma già già non trova in me piú loco:

4

Or via, se m’ami, a m’aïtar che tardi?

Dicalo il labro alfine; ond’io poi gridi:

8

Tremule spesso e languidette io vidi Le tue negre pupille umide farsi; Nè per che sola in lor pietà si annidi.

11

Dicon tue luci: È poco amor giurarsi:

Felice il dí ch’io venni, e vidi, ed arsi.

14

Letteratura italiana Einaudi

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22.

Vittorio Alfieri - Rime

XXII.

Adulto appena, alla festiva reggia M’appresentai dell’immortale arciero; E un biondo crin fu il laccio mio primiero, Mercè il gran Dio che il mondo signoreggia, Quindi, negli anni in cui piú l’uom vaneggia Feci mio dolce ed unico pensiero Altra beltà dall’occhio ardente e nero:

4

Senza uscir pur dalla volgare greggia.

8

Sperava io poi d’ogni servaggio il fine; Nol volle Amore; e mi additò costei, Che negro ardente ha l’occhio, ed auro il crine.

11

Mostrolla, e disse: In questa amar tu dei, Piú che il bel volto, le virtú divine, Ch’io per bearti ho tutte accolte in lei.

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Letteratura italiana Einaudi

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23.

Vittorio Alfieri - Rime

XXIII.

Già cinque interi, e piú che mezzo il sesto Lustro ho trascorso, e dir non oso: Io vissi; Che quanto io lessi, vidi, appresi, o scrissi, Or sento essere un nulla manifesto.

4

Appresi io mai ciò ch’ora apprendo in questo Celeste sguardo, in cui miei sguardi ho fissi? Pria che a’ tuoi rai, mio Sol, le luci aprissi, S’io chieggo a me: che fui? muto mi resto.

8

Che fui, che seppi, e che vid’io finora? Io, che a mirarti, oimè! sí tardi arrivo; E, giunto in tempo, altr’uom già forse io fora.

11

Or che a te sola penso, e parlo, e scrivo, E son tuo, se mi vuoi, finch’io mi mora; Ora incomincio e ardisco dir, ch’io vivo.

14

Letteratura italiana Einaudi

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24.

Vittorio Alfieri - Rime

XXIV.

Tu sei, tu sei pur dessa: amate forme, Deh, come pinte al vivo! Ecco il vermiglio

Labro, il negr’occhio, il sen che vince il giglio, D’ogni alto mio pensier le amate norme. Meco la viva immago e veglia, e dorme;

4

Or

la bacio, or la chiudo, or la ripiglio;

Or

sul cor me l’adatto, ora sul ciglio,

Qual uom che di ragion smarrite ha l’orme. Poi le favello; e in suo tenor mi pare Ch’ella m’intenda, a mi sorrida, e dica:

8

Di

figger baci in me non ti saziare:

11

Mercè n’avrai dalla tua dolce amica; Ch’ella quant’io n’ho tolti a te può dare,

Se

avvien che a lei piangendo tu il ridica.

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Letteratura italiana Einaudi

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25.

Vittorio Alfieri - Rime

XXV.

Ah! tu non odi il sospirar profondo, Il parlar rotto, i flebili lamenti, Onde avviemmi che in vano al core io tenti Scemare in parte di sue doglie il pondo!

4

Me tu non vedi, allor ch’io ’l petto inondo Di duo rivi perenni al suol cadenti.

Oh, se mai mi vedessi!

E, con quai stenti

Questo fero mio stato a ogni uom nascondo!

8

Ciò tu non sai; che il Sole almo dal cielo Non sa che iniqua nebbia i fiori adugge, Cui vede alteri ognora in loro stelo.

11

Cosí il martír, che me consuma e strugge, Nol sai, se in meste rime io nol rivelo; Che al tuo apparire ogni mio duol sen fugge.

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Letteratura italiana Einaudi

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26.

Vittorio Alfieri - Rime

XXVI.

O di terreno fabro opra divina, Pario spirante marmo, immagin viva, Che di favella, ma non d’alma, priva, Finor sedevi di beltà reina:

4

 

Cedi il regno, che il cielo omai destina

A

mortal donna, a cui null’altra arriva;

Cui forse invidia la tua stessa Diva

 

Nata fuor dall’azzurra onda marina.

8

Arte, audace assai troppo, ogni sua cura Posta in formar di te cosa perfetta, Già parea di sua palma irne sicura:

11

Ma, lunga etade a soggiacer costretta, Dal suo letargo è sorta al fin Natura,

E

fa questa mirabile vendetta.

14

Letteratura italiana Einaudi

28

27.

Vittorio Alfieri - Rime

XXVII.

Cessar io mai d’amarti? Ah! pria nel cielo

Di

sua luce vedrai muta ogni stella,

Lo

gran pianeta, che ogni cosa abbella,

Ingombro pria vedrai d’eterno velo:

4

Pria verran manco, al crudo verno il gelo, Erbette e fiori alla stagion novella,

Al

mio signor faretra, arco, e quadrella,

Giovinezza e beltade al Dio di Delo.

8

Cessar d’amarti? o mia sovrana aita, Di’, non muovon da te l’aure ch’io spiro? Fonte e cagion non mi sei tu di vita?

11

Principio e fin d’ogni alto mio desiro, Finché non sia da me l’alma partita, Tuo sarà, nè mai d’altra, il mio sospiro.

14

Letteratura italiana Einaudi

29

28.

Vittorio Alfieri - Rime

XXVIII.

E s’egli è ver, che allo stellato giro Libera e sciolta il vol dispieghi ardita

L’alma, e per morte in noi non sia finita Ogni gioja, ogni spene, ogni martíro;

4

 

Io,

fatto spirto, a nullo bene aspiro,

Che a quel ch’io m’ebbi innanzi alla partita;

 

La

sola vista di beltà infinita,

A cui bontade ed onestà si uniro.

8

Là, se il gran Nume a dar ragion mi appella Del mio terreno oprar, null’altro anelo, Che poter dirgli: Io vissi anima ancella

11

 

Di

duo begli occhi, e vagheggiai, nol celo,

Di

quante festi mai l’opra piú bella:

merto altr’ebbi, che l’amor ch’io svelo.

14

Letteratura italiana Einaudi

30

29.

Vittorio Alfieri - Rime

XXIX.

Che fia? mi par che in cielo il Sol sfavilli Oltre l’usato assai; l’aer piú sereno, Di mille odor soavemente pieno, Par che ambrosia celeste in cor mi stilli.

4

 

Di

tuo proprio splendor cosí non brilli,

Natura, mai; nè credo il bel terreno Sacro a Venere avesse il di sí ameno,

 

L’aure sí dolci, i venti sí tranquilli.

8

 

Or

veggio, or veggio alta cagion, che muove

A

pompeggiare ogni creata cosa,

 

Fogge vestendo alme, leggiadre e nuove.

11

 

Di

sua magion, qual mattutina rosa,

Spunta colei che può far forza a Giove;

 

E

si avanza ver me tutta amorosa.

14

Letteratura italiana Einaudi

31

30.

Vittorio Alfieri - Rime

XXX.

Or sí, che m’ami; or non fallaci ho i segni Visto di caldo amor tra ciglio e ciglio, Dove, non senza mio grave periglio, Scorsi una nube di gelosi sdegni. Gli occhi d’amare lagrime eran pregni E parean minacciarmi un duro esiglio; Tal ch’io mi presi di tacer consiglio, Nè osai pur dirti: Sola in me tu regni. L’ira, che molto in cor gentil non dura, Fuggiva; e serenarsi a poco a poco Vedea la fronte turbatetta, e oscura:

4

8

11

Ma non avean perciò mie voci loco:

Io piangeva, e tacea. La fè si giura Meglio col pianto, allor che vero è il foco.

14

Letteratura italiana Einaudi

32

31.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXI.

Negri panni, che sete ognor di lutto,

O

vero o finto, appo ad ogni altri insegna;

Io

per sempre vi assumo oggi che degna

Libertà vera ho compra al fin del tutto.

4

Rotti ho i ceppi in cui nacqui: a ciglio asciutto, Gli agi paterni dono, e in un la indegna Lor servitú, che a star tremante insegna,

E

a non côr mai d’alto intelletto il frutto.

8

L’ostro, l’infamia, i falsi onori, e l’oro, Abbian quei tanti, in cui viltade è innata, Pregio il servire, il non pensar, decoro.

11

Io per me, sorte stimo assai beata Non conoscer nè ambire altro tesoro, Che fama eterna col sudor mercata.

14

Letteratura italiana Einaudi

33

32.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXII.

Solo al girar d’un bel modesto sguardo,

Color, voglia, pensiero io cangio, e stato;

E a seconda ch’io ’l veggo, o dolce, o irato,

Temo a vicenda o spero, agghiaccio od ardo. Son io quell’un dal maschio cor gagliardo, Che per non mai servir credeasi nato? Che contro Amor già da molt’anni armato,

4

A

scherno omai pigliava ogni suo dardo?

8

Ah! non son quello: o per vergogna il deggio Negare almeno, or che la mia fierezza Volta in perfetta obbedïenza io veggio. Ma voi, cui rider fa mia debolezza, Pria di rider, mirate (altro non chieggio)

11

A

quai virtudi io servo, a qual bellezza.

14

Letteratura italiana Einaudi

34

33.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXIII.

Che feci? oimè! da que’ begli occhi un fiume Uscía di pianto, e la cagione io n’era?

Io, duro cor, nato d’alpestre fiera,

Offesi, ahi lasso! un sí gentil costume? Io cieco, d’ira, al mio sovrano Nume Scortese usai villana aspra maniera? Pietà non merto; è ben dover ch’io pera,

4

O

che in perpetuo pianto mi consume.

8

Ogni tua lagrimetta un mar di pianto

Mi

costi, è giusto; e in van si sparga, e in vano

Mercè si chiegga, e si sospiri al vento:

11

 

Nè da pietà sia mai tuo sdegno infranto,

Se

ad espïar l’empio trasporto insano,

Io

non ti caggio ai piè di doglia spento.

14

Letteratura italiana Einaudi

35

34.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXIV.

O leggiadro, soave, e in terra solo,

Viso che in ciel s’invidiería fors’anco;

A dir di te il mio stil vieppiú vien manco,

Tal sovr’ogni beltade innalzi il volo:

4

 

Già tue angeliche forme infra lo stuolo

Posto m’avean di quei, che il viver franco Non chiaman vita; e il trar dall’egro fianco Sospiri ognora, non l’estiman duolo. Che fu poi quando sotto tali spoglie

8

schietto un cor, cosí sublime un’alma

Trovai, discesa dall’eteree soglie?

11

Oh quanto men di mia terrestre salma Carco vado, in amar donna che coglie, Pria di virtú, poi di beltà la palma!

14

Letteratura italiana Einaudi

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35.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXV.

Vaghi augelletti, che tra fronda e fronda,

Ite alternando sí soavi note;

Beati voi, cui non avara dote, Ma solo amor vostri imenei feconda!

4

 

Gioja ben altra i vostri petti inonda;

Vi

son le stolte umane leggi ignote,

E le promesse rie di fè sí vuote; Vane al vento parole, o scritte in onda.

8

Beati voi, che nullo Nume avete Fuor che Amore in amor! Nume cui lunge Tien da noi de’ parenti il ciglio torvo.

11

D’età, di forma, e d’amorosa sete Pari ei vi accoppia ognor; nè mai congiunge Candidetta colomba a vecchio corvo.

14

Letteratura italiana Einaudi

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36.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXVI.

Ecco, già l’ora appressa, ond’io trar soglio Alcun conforto al mio viver penoso; L’ora, ch’è sola a me pace e riposo, Di cui, tarda al venire, ognor mi doglio. Appressa, è ver, ma per mi dar cordoglio; Ch’oggi è quel dí ch’irne al mio ben non oso, E intero il deggio trapassare ascoso; Tal v’ha ragion, che mal mio grado io il voglio. Intero un dí! Nè per varcar ch’io faccia Monti, rivi, selvagge erme foreste, Punto avvien che il mio duolo in me si taccia. Solo un pensier m’è vita; ed è: che queste Balze, al novello Sole, e questa traccia Ricalcherò con piante assai piú preste.

pensier m’è vita; ed è: che queste Balze, al novello Sole, e questa traccia Ricalcherò con
pensier m’è vita; ed è: che queste Balze, al novello Sole, e questa traccia Ricalcherò con
pensier m’è vita; ed è: che queste Balze, al novello Sole, e questa traccia Ricalcherò con

4

8

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Letteratura italiana Einaudi

38

37.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXVII.

Oggi ha sei lustri, appiè del colle ameno Che al Tanaro tardissimo sovrasta, Dove Pompeo piantò sua nobil asta, L’aure prime io bevea del dí sereno. Nato e cresciuto a rio servaggio in seno, Pur dire osai: Servir, l’alma mi guasta; Loco, ove solo UN contra tutti basta, Patria non m’è, benché natío terreno. Altre leggi, altro cielo, infra altra gente Mi dian scarso, ma libero ricetto, Ov’io pensare e dir possa altamente. Esci dunque, o timore, esci dal petto Mio, che attristasti già sí lungamente; Meco albergar non dèi sotto umil tetto.

Esci dunque, o timore, esci dal petto Mio, che attristasti già sí lungamente; Meco albergar non
Esci dunque, o timore, esci dal petto Mio, che attristasti già sí lungamente; Meco albergar non
Esci dunque, o timore, esci dal petto Mio, che attristasti già sí lungamente; Meco albergar non

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Letteratura italiana Einaudi

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38.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXVIII.

Apollo, o tu, cui le saette aurate Dell’arcier vincitor d’uomini e Dei Trasser dal fianco sospirosi omei, Te Dio sforzando ad implorar pietate; S’io, qual mel penso, son tuo sacro vate, Se grati unqua ti furo i preghi miei, Oggi, deh! scendi a trar d’error costei, Che sol tue suore assevra essermi grate. Vieni, e le narra come a Péneo in riva, Servo tu pur d’amore, un dí seguisti Dafne, posto in oblio la cetra e il canto. Dille, che in noi, piú che dei carmi, è viva D’amor la fiamma; e al fin per te si acquisti Fè, se non premio, al mio verace pianto.

noi, piú che dei carmi, è viva D’amor la fiamma; e al fin per te si
noi, piú che dei carmi, è viva D’amor la fiamma; e al fin per te si
noi, piú che dei carmi, è viva D’amor la fiamma; e al fin per te si

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Letteratura italiana Einaudi

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39.

Vittorio Alfieri - Rime

XXXIX.

Galli, Russi, Britanni, e quanti mena Seco aquilon gelato ai nostri liti,

Sia che al venir piú dolce aere v’inviti,

E

terra assai, piú che la vostra, amena;

4

O

sian l’arti divine, onde già piena

L’Italia, or par che a voi la via ne additi; Che val mostrarvi in chiacchierar sí arditi,

 

E

in

eseguirle aver sí corta lena?

8

Pascanvi pur di Baco e di Pomona

Gli ampj doni; pascete ed occhio, e mente (Se mente ed occhio è in voi) di tele e marmi. Ma il saputello cinguettío, che introna L’orecchio a noi, volgete ad altra gente;

11

O

ch’io rivolgo in voi pungenti carmi.

14

Letteratura italiana Einaudi

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40.

Vittorio Alfieri - Rime

XL.

Qui Michelangiol nacque? e qui il sublime Dolce testor degli amorosi detti? Qui il gran poeta, che in sí forti rime Scolpí d’inferno i pianti maladetti?

4

Qui il celeste inventor, ch’ebbe dall’ime Valli nostre i pianeti a noi soggetti?

E

qui il sovrano pensator, ch’esprime

ben del prence i dolorosi effetti? Qui nacquer, quando non venía proscritto

8

Il

dir, leggere, udir, scriver, pensare;

Cose, ch’or tutte appongonsi a delitto.

11

Non v’era scuola allor del rio tremare; Nè si vedeva a libro d’oro inscritto Uom, per saper gli altrui pensier spïare.

14

Letteratura italiana Einaudi

42

41.

Vittorio Alfieri - Rime

XLI.

Se al fuoco immenso ond’io tutt’ardo, il gelo Vedi or frammisto di gelosa tema, Donna, chi ’l fa? solo il sentir la estrema Possa che in duo negri occhi accolto ha il cielo;

4

E il veder vano di modestia il velo Contra l’ardente forza lor suprema. Dunque, non è, ch’entro il tuo core io tema Che Amor penétri con novello telo.

8

Ah! se in me pur sorgesse il rio sospetto, Basterebbe un tuo candido sorriso A far che mai non mi tornasse in petto:

11

Ben mi dolgo del troppo amabil viso, Che in forti lacci ognun che il mira ha stretto. Martír sí dolce, io nol vorría diviso.

14

Letteratura italiana Einaudi

43

42.

Vittorio Alfieri - Rime

XLII.

Quel già sí fero fiammeggiante sguardo Del Macedone invitto emul di Marte, Pregno il veggio di morte: è vana ogni arte, Ogni rimedio al crudel morbo è tardo. Or, se’ tu quei, che l’Indo, il Perso, il Mardo, E genti e genti hai dome, estinte, o sparte? Quei, che credesti a onor divini alzarte, Piantando a Grecia in cor l’ultimo dardo? Tu sei quel desso; e la natía grandezza Morendo serbi, qual chi in tomba seco Porta di eterna gloria alta certezza. Gloria? Oh qual sei di regia insania cieco? Gloria a Persian tiranno, ove all’altezza Nato era pur di cittadino Greco?

Gloria? Oh qual sei di regia insania cieco? Gloria a Persian tiranno, ove all’altezza Nato era
Gloria? Oh qual sei di regia insania cieco? Gloria a Persian tiranno, ove all’altezza Nato era
Gloria? Oh qual sei di regia insania cieco? Gloria a Persian tiranno, ove all’altezza Nato era

4

8

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Letteratura italiana Einaudi

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43.

Vittorio Alfieri - Rime

XLIII.

Tu piangi? oimè! che mai sarà?

Ma questa

Questa amorosa lagrimetta, figlia Non è di duolo; e le serene ciglia Fede or mi fanno in te d’alma non mesta.

4

Non, perché celi un po’ l’aurata testa Dietro candida nube Alba vermiglia, Nocchier di scior sue vele si sconsiglia, Nè quindi augurio trae d’atra tempesta.

8

Io, cosí, nulla temo, amati lumi, Perché alquanto vi veggia rugiadosi; Ch’io so per prova, Amore, i tuoi costumi:

11

So che spesso i pensieri del cor piú ascosi, Cui tu spiegar con lingua in van presumi, Col dolce pianto io pienamente esposi.

14

Letteratura italiana Einaudi

45

44.

Vittorio Alfieri - Rime

XLIV.

Tempo già fu, cor mio, ch’ambe le chiavi Tenea di te ben nata cortesia; Gentil costume, alto pensar ne uscia; Amor, fede, amistà dentro albergavi.

4

Ahi vil! qual veggio or di ferrate travi Dura porta a virtú chiuder la via? Qual starvi a guardia macilente Arpia, Che dà sol varco a desir bassi e pravi?

8

E in van pietade, amor, gloria, vergogna, Lor caldi strali saettando vanno In lei che mai non dorme e sempre sogna?

11

Cor mio, tu schiavo? e del peggior tiranno? Deh, cessa. Ad uom, che viver franco agogna, Serve ricchezze libertà non danno.

14

Letteratura italiana Einaudi

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45.

Vittorio Alfieri - Rime

XLV.

Agil piè che non segni in terra traccia,

Sí lieve lieve, in mille guise elette,

Armonïose scaltre carolette

Intrecci, onde ogni cuor vinto si allaccia;

4

 

O

sia tu spicchi un breve vol, che faccia

Intorno intorno tremolar le aurette;

 

O

sien tue mosse al suolo in sè ristrette,

Fervide e trite, ch’una l’altra caccia:

8

 

A

tue bell’arti campo esser vorria,

Non venal palco infra inesperto coro, Ma verde piaggia, ove smaltato pria Natura avesse di vermiglio e d’oro.

11

Il

gran Giove mirarti ivi dovria

Danzar fra le tre Grazie, e vincer loro.

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Letteratura italiana Einaudi

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46.

Vittorio Alfieri - Rime

XLVI.

Lasso! che mai son io? che a lento fuoco Già mi consumo, e appena appena io vivo Tosto che m’ha della mia donna privo La sorte, ancor che sia (spero) per poco?

Acquetati. – Che giova? (ei mi risponde)

4

Debile canna ondeggio ai venti giuoco; Or temo, or bramo, or vado, or penso, or scrivo; Ma il fin di tutto è ognor di pianto un rivo, Voler, poi disvoler, nè aver mai loco.

8

Or dico: Ardir, mio core; altrui se’ caro:

Viver senz’essa è piú che morte amaro.

11

Medica man pietosa, alle profonde Mie piaghe è tardo, è vano ogni riparo, Se a me il destin per breve ancor ti asconde.

14

Letteratura italiana Einaudi

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47.

Vittorio Alfieri - Rime

XLVII.

Già un dolce fiato in su le placid’ale

Di

vento soavissimo, che spira

Di

là dove il mio ben l’aure respira,

A confortar ne vien mia vita frale.

4

Già, se non fine, almen tregua al mio male M’annunzia quanto intorno a me si aggira; Già il mio cor meno indarno ormai sospira; Già già le speme al rio timor prevale.

8

Febo, pria che tre volte in mar l’aurato Fervido carro tuo la esperid’onda Accolga, alquanto mi vedrai beato.

11

Oh, qual mai gioja il petto egro m’inonda, Nel dir: Tra poco il riveder m’è dato Quella cui niuna è pari, nè seconda!

14

Letteratura italiana Einaudi

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Vittorio Alfieri - Rime

XLVIII.

Felice tu, mio messagger d’amore Che me precorri ben due interi Soli! Pria di me la vedrai: qual dolce onore Col tuo spronar piú fervido m’involi! A lei tu rechi in quel mio foglio il core, E piú tu fuggi, piú il mio duol consoli; Ma di mia mente rapida l’ardore Già ti precede, e innanzi invan mi voli. Pure i negri occhi di salute e vita Vedrai tu primo; io ne starò digiuno, Fin che sia la seconda ombra sparita. Strano destin, ch’ente non v’abbia alcuno Cui tocchi mai gioja davver compita! Anco ad Iride porta invidia Giuno.

Strano destin, ch’ente non v’abbia alcuno Cui tocchi mai gioja davver compita! Anco ad Iride porta
Strano destin, ch’ente non v’abbia alcuno Cui tocchi mai gioja davver compita! Anco ad Iride porta
Strano destin, ch’ente non v’abbia alcuno Cui tocchi mai gioja davver compita! Anco ad Iride porta

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8

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Letteratura italiana Einaudi

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Vittorio Alfieri - Rime

XLIX.

Sole, di un mesto velo tenebroso Io ti vedea coprir gli almi tuoi rai Ieri, in quel punto orribil doloroso, In cui dalla mia donna mi strappai. E parea quel tuo aspetto lagrimoso Dirmi: Non vidi nel mio corso mai Caso d’amor piú rio, nè piú sforzoso Commiato, nè piú ver e crudi lai. Oggi, perché mostrar serena tanto E allegra a me la tua raggiante fronte? Che? non è tutta or la natura in pianto? Oh qual sollievo è che in altrui s’impronte Del dolor nostro almen l’esterno ammanto! Piú dolce allor di lagrimare è il fonte.

è che in altrui s’impronte Del dolor nostro almen l’esterno ammanto! Piú dolce allor di lagrimare
è che in altrui s’impronte Del dolor nostro almen l’esterno ammanto! Piú dolce allor di lagrimare
è che in altrui s’impronte Del dolor nostro almen l’esterno ammanto! Piú dolce allor di lagrimare

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Letteratura italiana Einaudi

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50.

Vittorio Alfieri - Rime

L.

Oh! chi se’ tu, che maestoso tanto Marmoreo siedi; ed hai scolpito in volto

Triplice onor, ch’uom nullo ha in sè raccolto; Legislator, guerrier, ministro santo? Tu del popol d’Iddio, che in lungo pianto Servo è sul Nilo, i ferrei lacci hai sciolto;

4

Il

tiranno d’Egitto in mar sepolto;

G’idoli in un con gl’idolatri infranto.

8

Quant’eri in terra, in questo sasso or spiri; Che il divin Michelangelo non tacque Niuno in te de’ tuoi caldi alti desiri. Michelangel, che a te minor non nacque;

11

E

che, intricato in tuoi raminghi giri,

Avria fatt’egli scaturir pur l’acque.

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Letteratura italiana Einaudi

52

51.

Vittorio Alfieri - Rime

LI.

Immensa mole, che nel ciel torreggi,

E tutto ingombri il vaticano suolo,

Curva e lieve, che par t’innalzi a volo;

E

piú dall’occhio sfuggi, e piú grandeggi:

4

Già non fia che di te l’uom favoleggi,

Nel dir che intera dall’etereo polo Giú ti portasse un bello alato stuolo

 

Sovra il gran tempio, in cui per te ti reggi.

8

Ma se pur fosti, opra immortal, concetta In uom mortal, donde ei l’idea mi tolse D’una magion di Dio cosí perfetta? Fervido ingegno dal suo fral si sciolse,

11

E

in ciel d’ogni bell’opra ebbe l’eletta;

Quaggiú tornato, unica palma ei colse.

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Letteratura italiana Einaudi

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52.

Vittorio Alfieri - Rime

LII.

Non piú scomposta il crine, il guardo orrendo, In fuoco d’ira fiammeggiante il volto; Nè parlar rotto, e da mollezza sciolto; Nè furor piú, nè minacciar tremendo; Non piú sforzarvi a inorridir piangendo; Non piú il coturno e il manto in sangue avvolto:

4

Nè in grondante pugnale in me rivolto:

Tutt’altra omai di appresentarmi intendo.

8

Io canterò d’amor soavemente; Molle udirete il flauticello mio L’aure agitare armonïosamente,

11

Per lusingar l’eterno vostro oblio. Poi, per scolparmi, alla straniera gente Dirò: l’Italia son Melpomen’io.

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Letteratura italiana Einaudi

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53.

Vittorio Alfieri - Rime

LIII.

O grande padre Alighier, se dal ciel miri

Me tuo discepol non indegno starmi, Dal cor traendo profondi sospiri, Prostrato innanzi a’ tuoi funerei marmi;

4

Piacciati, deh! propizio ai be’ desiri, D’un raggio di tua luce illuminarmi. Uom, che a primiera eterna gloria aspiri, Contro invidia e viltà de’ stringer l’armi?

8

– Figlio, i’ le strinsi, e assai men duol; ch’io diedi Nome in tal guisa a gente tanto bassa, Da non pur calpestarsi co’ miei piedi.

11

Se

in me fidi, il tuo sguardo a che si abbassa?

Va, tuona, vinci: e, se fra’ piè ti vedi

 

Costor, senza mirar, sovr’essi passa.

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Letteratura italiana Einaudi

55

54.

Vittorio Alfieri - Rime

LIV.

Dante, signor d’ogni uom che carmi scriva; E piú di me, quant’ho mestier piú forza Sopra gl’itali cori; la cui scorza, Debil quantunque, or fiamma niuna avviva:

4

Dante, non là di Flegetonte in riva, Dove pioggia di fuoco in sangue ammorza,

dove altro martíre a pianger sforza,

Null’alma al par di me di pace è priva. Strappato io son dal fianco di colei,

8

Ch’a ogni nobile impresa impulso e norma,

Mi

ajutava a innalzare i pensier miei:

11

L’angiol del ciel, che sotto umana forma Meco venia, m’è tolto: invan vorrei Dietro a tue dotte piante or muover orma.

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Letteratura italiana Einaudi

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55.

Vittorio Alfieri - Rime

LV.

Chi mi allontana dal leggiadro viso? Da bellezza a modestia riunita, Che col semplice suo blando sorriso, Amare a un tempo, e riverire, invita? Chi in sí barbaro modo hammi diviso Dalla dolce fontana di mia vita? Da’ bei negri occhi, che il mio cor conquiso Hanno, e la mente d’ogni error guarita? Livor, viltade, ipocrisia, l’ammanto Osan vestir di coscïenza pia; E dal lor congiurar nasce il mio pianto. Ma il dí verrà, turba malnata e ria, Ch’io pur tornato alla mia donna accanto, Farò sentirti se poeta io sia.

pianto. Ma il dí verrà, turba malnata e ria, Ch’io pur tornato alla mia donna accanto,
pianto. Ma il dí verrà, turba malnata e ria, Ch’io pur tornato alla mia donna accanto,
pianto. Ma il dí verrà, turba malnata e ria, Ch’io pur tornato alla mia donna accanto,

4

8

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Letteratura italiana Einaudi

57

56.

Vittorio Alfieri - Rime

LVI.

Ecco, sorger dell’acque io veggo altera La canuta del mar saggia reina; Che un’ombra in sè di libertà latina Ritiene, e quindi estima averla intera.

4

Se

d’Adria all’onde ella pur anco impera,

Non suo poter, ch’ogni dí piú declina, Ma il non poter di chi con lei confina, Esserne parmi, ed è, la cagion vera. Pur, quai virtú sí lungamente salda

8

Contro all’urtare e al rïurtar degli anni La fer, quasi alta rocca in dura falda?

11

Di

fuor, piú ch’arme, i ben oprati inganni;

Terrore al dentro, e antivedenza calda, Spiegar le fan piú là che Sparta i vanni.

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Letteratura italiana Einaudi

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57.

Vittorio Alfieri - Rime

LVII.

O di gentil costume unico esempio,

D’ogni alto mio pensier cagione e donna, Del lasso viver mio sola colonna;

Di

celestial virtude in terra tempio:

4

Mentr’io di pianto l’aere riempio,

Com’uom il cui martir mai non assonna, Forse un duol non minor di te s’indonna, E del tuo molle cor fa crudo scempio. Che fai tu sola i lunghi giorni interi,

8

Al

trapassare or sí molesti e lenti,

Piú che saetta a noi già un dí leggieri?

11

D’udirti parmi in sospirosi accenti Chiamarmi a nome; e veggio intanto i neri Occhi appannarsi in lagrime cocenti.

14

Letteratura italiana Einaudi

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58.

Vittorio Alfieri - Rime

LVIII.

O cameretta, che già in te chiudesti

Quel grande, alla cui fama angusto è il mondo; Quel sí gentil d’amor mastro profondo, Per cui Laura ebbe in terra onor celesti:

4

 

O

di pensier soavemente mesti

Solitario ricovero giocondo;

 

Di