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Apuleio, Lucio

METAMORFOSI (LASINO DORO)


(Comprende Amore e Psiche al libro quarto)

LIBRO PRIMO
I
Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a stuzzicarti
le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo sguardo su queste pagine scritte con
un'arguzia tutta alessandrina.
E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre fogge e mutato
l'essere loro e poi son ritornati di nuovo come erano prima.
Dunque, comincio.
Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dir in due parole: le regioni dell'Imetto,
nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate
celebrate in opere pi fortunate ancora. Di l, anticamente, discese la mia famiglia; l, da fanciullo,
appresi i primi rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella citt del Lazio, io che ero del tutto
digiuno della parlata locale, dovetti impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.
Perci devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggir qualche barbarismo o
qualche espressione triviale.
Del resto questa variet del mio linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso di
raccontarti.
Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.
II
Ero diretto in Tessaglia per affari (la mia famiglia per parte di madre, originaria di quella
regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto,
per me titolo di gloria), dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero gi lasciato alle spalle montagne
ripide, valli impervie, umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco cavallo indigeno che
montavo era stanchissimo. Cos decisi di fare un po' di strada a piedi per sgranchirmi le gambe,
stanco com'ero anch'io di star seduto in sella.
Smontai, asciugai con cura la fronte del cavallo madida di sudore, gli accarezzai le orecchie,
gli tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al passo, perch smaltisse un po' la stanchezza e si
svuotasse del peso naturale del ventre. E mentre quello a muso all'ingi pascolava lento fra l'erba, io
mi unii, come terzo, a due viandanti che in quel momento mi passavano accanto.
Tesi l'orecchio per sapere di che cosa parlassero e sentii che uno dei due, scoppiando in una
gran risata, diceva all'altro: Ma la pianti di raccontar simili balle?
Io che sono sempre smanioso di novit, intervenni: Non per essere un ficcanaso, ma
perch mi piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto pi possibile, vi prego di mettermi a
parte di quello che state dicendo; oltretutto ci vuol proprio qualche allegra storiella per farci
sembrare meno scoscesa e impervia la strada che abbiamo davanti.
1

III
Sono frottole queste, continuava, intanto, quello che aveva parlato per primo, vere come
quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta magica per fare andare i fiumi all'ins,
rendere il mare una massa solida, impedire ai venti di soffiare, fermare il sole, far svaporare la luna,
staccare le stelle dal cielo, oscurare il giorno e rendere eterna la notte.
Io, allora, incoraggiato, ripresi: Ehi, tu, che evidentemente hai avviato il discorso, non
prendertela, non badargli, continua il tuo racconto. E all'altro: In quanto a te fai male a tapparti le
orecchie e a rifiutarti cocciutamente di credere a delle cose che potrebbero anche esser vere. Capita,
sai, per una sciocca prevenzione per, di ritenere falso ci che non si mai visto o udito o che cade
fuori della nostra comprensione; ma se poi ci pensi un po' su ti accorgi che tutto spiegabilissimo,
non solo, ma che anche realmente possibile.
IV
Per esempio, l'altra sera, a tavola fra amici feci la bravata di mandar gi un boccone troppo
grosso di polenta e formaggio e per poco non mi strozzavo, tanto quella roba molliccia mi s'era
attaccata al palato e mi impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con questi occhi, ad
Atene, davanti al portico Pecile, avevo visto un giocoliere infilarsi nella gola, per la punta, una
spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e, per poche monete, ficcarsi fin gi nelle budella,
una lancia da cacciatore, proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco che al legno dell'asta, la
cui punta di ferro introdotta nella gola sbucava dietro la nuca, si attacc un ragazzino leggiadro e
agilissimo e cominci a far capriole e volteggi tali da parer tutto snodato e senz'ossa e noi l a bocca
aperta a guardarlo. Pareva il provvidenziale serpente che s'attorciglia al bastone nodoso di
Esculapio.
Di, allora, ti lascio la parola, riprendi il racconto che stavi facendo. Ti basti che sia
soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio, alla prima locanda che incontreremo, ti offrir da
mangiare, parola mia.
V
Mi va bene e ci sto mi fece. Avevo appena iniziato e, comunque, ricomincer dal
principio. Ma prima voglio giurarti, per questo dio sole che tutto vede, che le cose che sto per
narrarti sono tutte vere e controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete pi dubbi una volta
arrivati alla pi vicina citt della Tessaglia dove questi fatti sono accaduti alla luce del sole e tutti
ancora ne parlano.
Ma prima lasciate che io vi dica da dove vengo e chi sono: mi chiamo Aristomene e sono di
Egio. Mi guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e prodotti simili, su e gi per le osterie
della Tessaglia, dell'Etolia e della Beozia.
Fu cos che venni a sapere che a Ipata, la citt principale della Tessaglia, si vendeva
formaggio fresco, di buona qualit e a un prezzo d'occasione. Subito mi ci precipitai per acquistarne
l'intera partita. Ma si vede che partii sotto cattiva stella perch Lupo, il grossista, mi aveva
preceduto e il giorno prima aveva fatto incetta di tutto. Cos, sfumata la speranza del guadagno,
innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e furia e per nulla, non mi rest, che andarmene
alle terme.
VI
2

Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un vecchio amicone. Se ne stava seduto per terra,
ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato, irriconoscibile, tanto era pallido e
smagrito; pareva uno di quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a
chiedere l'elemosina alle cantonate.
Nonostante la confidenza e la familiarit, mi avvicinai a lui con una certa titubanza: 'Ohil,
Socrate,' gli feci, 'cos' questa storia? Com' che sei in questo stato? Che t' capitato? A casa ti
piangono per morto e ai tuoi figli i giudici hanno gi dato un tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il
funerale e che s' consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati gli occhi, i suoi parenti
insistono perch si consoli della tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te
ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma. proprio un avvilimento!'
'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si vede che non conosci i colpi mancini della fortuna, i
suoi capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la vergogna, si tir sulla faccia quel suo mantello
sbrindellato; ed io vidi che sotto era nudo dal ventre al pube.
Non reggendo alla vista di tanta miseria, gli tesi la mano e feci per tirarlo su.
VII
Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che la malasorte continui a godersela la sua vittoria.'
Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e intanto gli feci indossare uno dei miei indumenti per
coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme, rifornendolo di tutto l'occorrente per ungersi e
asciugarsi; anzi io stesso lo strofinai ben bene per togliergli quel dito di sudiciume che aveva
addosso. Dopo averlo ripulito, bench fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla locanda, ch a mala
pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su
con qualche storiella, tanto che in breve ritorn loquace e allegro e si lasci perfino andare a
qualche battuta. A un tratto, per, dette in un sospiro profondo, doloroso, e picchiandosi la fronte
con una gran manata: 'Ma si pu essere pi iellati di me' cominci a lamentarsi 'se soltanto per aver
voluto correre dietro a uno spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in
questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene gli affari m'erano
andati a gonfie vele e cos, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito di quattrini, quando
poco prima di giungere a Larissa, mi venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo,
ma, in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi
lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a raggiungere la
locanda di una certa Meroe, una donna matura ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei
lunghi viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita. Ella fu molto gentile,
mi prepar gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi port a letto con lei.
Scalogna maledetta, perch bast che dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di
quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi avevano
lasciato addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino (allora ero ancora in gamba) mi
venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu l'hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella,
mi hanno ridotto.'
VIII
'Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile, e anche di peggio se fosse possibile, dal
momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli, ti sei messo a fare il galletto, e con una
vecchia baldracca.'
'Zitto, per carit, zitto' fece quello tutto spaventato, portando l'indice alle labbra e volgendo
il capo all'intorno come per assicurarsi che nessuno ascoltasse 'non parlare male di quella donna
3

perch una maga; questa tua linguaccia potrebbe procurarti qualche guaio.'
'Ma che stai dicendo? Che razza di donna costei, questa tua bellezza da taverna?'
' una maga, un'indovina' insistette 'capace di tirar gi la volta celeste e di sollevare la
terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar le montagne, di riportare alla luce gli dei
dell'inferno e inabissare quelli del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.'
'Ma piantala, di, con questa messinscena da tragedia, smettila di recitare e parla chiaro e
naturale.'
'Vuoi che te ne racconti una o due o anche molte delle cose che ha fatte? Che gli uomini
delle nostre parti si innamorino pazzamente di lei, anzi tutti gli indiani e gli africani dell'uno e
dell'altro oceano e perfino le genti che abitano agli antipodi, solo un piccolo segno della sua
magia, una bazzecola. Ma sta a sentire quello che ha fatto, testimone un sacco di gente.
IX
'Con una sola parola ha mutato in castoro un suo amante che s'era messo con un'altra. E sai
perch proprio in castoro? Perch questa bestia, quando inseguita e teme di essere catturata, si
stacca da s i testicoli. Questo lei voleva che capitasse anche a quel suo amante che l'aveva piantata
per un'altra.
'E ancora: ha trasformato un oste che era suo vicino e le faceva concorrenza, in un rospo:
ora quel povero vecchio sguazza in una botte del suo vino immerso nella feccia fino alla gola e
chiama con suoni rochi che vorrebbero essere amabili i suoi avventori di un tempo.
'Un altro l'ha trasformato in montone: era un avvocato che l'aveva calunniata e da montone
ora difende le cause.
'Alla moglie di un suo amante che le aveva indirizzato una paroletta pepata ha tappato
l'utero e poich quella era incinta le ha bloccato il feto in corpo condannandola a una perpetua
gravidanza. La gente ha fatto i conti, dice che sono otto anni ormai che la poveretta si porta dentro
quel peso ed gonfia come se dovesse partorire un elefante.
X
'Per queste e per tante altre vittime l'indignazione popolare crebbe a tal punto che un giorno
venne deciso, senza tanti complimenti, di condannarla alla lapidazione. Ma lei con le sue arti
magiche prevenne la sentenza; un po' come la famosa Medea che, ottenuta da Creonte una sola
giornata di dilazione, con la fiamma sprigionata da una corona magica mise a fuoco tutta la reggia
con dentro lui stesso e la figlia. Cos questa Meroe, fatti alcuni sortilegi sopra un sepolcro (come mi
confid poco dopo tra i fumi del vino) ed evocando misteriose potenze soprannaturali, chiuse tutti
nelle loro case tanto che per due interi giorni nessuno riusc a sbloccare le serrature, a scardinare le
porte, a sfondare le pareti.
'Questo finch, per consiglio comune, non la supplicarono ad una voce giurandole
solennemente che non le avrebbero torto un capello, pronti, anzi, a proteggerla da chi avesse osato
qualcosa contro di lei.
'Solo cos' ella si rabbon e liber dall'incantesimo la citt. Ma l'ideatore del complotto
lasci serrato in casa e questa, cos com'era, pareti, pavimento, fondamenta, di notte tempo, fece
volare cento miglia lontano, in un'altra citt, posta in cima a una montagna dirupata e priva d'acqua.
E poich le case erano addossate le une alle altre e non c'era spazio per quella del nuovo venuto, te
la scaravent davanti a una porta della citt e se ne and.'
XI
4

'Certo, caro Socrate, che le cose che mi racconti hanno dello straordinario e fanno venire i
brividi. M'hai messo un'agitazione addosso, anzi proprio un bello spavento. Altro che pulce
nell'orecchio, questo un colpo di lancia se penso che quella vecchia, valendosi delle sue arti divine
pu benissimo venire a sapere di questi nostri discorsi.
'Perci ficchiamoci subito buoni buoni sotto le coperte e, appena ci siamo un po' tolti di
dosso la stanchezza, prima che faccia giorno, filiamocela di qui, quanto pi lontano possibile.'
Gli stavo ancora parlando per convincerlo, che quel buon Socrate gi dormiva e russava di
grosso, stanco della giornata e intontito dal vino cui non era pi abituato. Cos, chiusa la porta e
bloccati i chiavistelli, anzi avvicinato il letto all'uscio e addossatovelo ben bene contro, mi coricai
anch'io.
All'inizio, per la paura, non riuscii a chiudere occhio, poi verso mezzanotte mi appisolai.
Ma avevo appena preso sonno che con un fracasso tremendo, certo assai maggiore di quello che
avrebbero potuto fare dei ladri, i battenti della porta si spalancarono, i cardini si spezzarono e
volarono via. Il mio lettuccio, piccoletto com'era e traballante e tarlato per giunta, a quel gran colpo
si ribalt rovinandomi addosso e io, finito per terra, vi rimasi sepolto.
XII
Come vero che certe impressioni, a volte, producono reazioni contrarie. Capita spesso,
per esempio, di piangere per la gioia; cos, nonostante il terribile spavento io non potetti trattenere il
riso vedendomi da Aristomene mutato in tartaruga. Steso per terra, coperto dal provvidenziale
lettuccio, sbirciavo cosa stesse accadendo ed ecco che vidi entrare due donne di et piuttosto
avanzata: l'una reggeva una lucerna accesa, l'altra una spugna e una spada ignuda. Con quel loro
armamentario si avvicinarono a Socrate che se la dormiva placidamente:
'Caro il mio Endimione' esclam quella che portava la spada 'eccolo qui, sorella Pantia, il
mio Ganimede, quello che giorno e notte ha abusato della mia innocenza e che ora non soltanto mi
diffama vigliaccamente ma si accinge a squagliarsela. Ma io, allora dovrei fare la fine di Calipso
abbandonata dallo scaltro Ulisse e piangere la mia eterna solitudine?'
Poi con la mano tesa indic me a sua sorella Pantia 'Ma guardalo l, Aristomene, questo bel
consigliere, che ha avuto la bella pensata della fuga e che ora se ne sta mezzo morto accucciato
sotto il letto a guardare illudendosi di passarla liscia dopo che mi ha coperto di improperi. Costui te
lo servir dopo a dovere, anzi no, all'istante si dovr pentire della sua linguaccia e della sua
curiosit, questo impenitente ficcanaso.'
XIII
Come intesi quelle parole cominciai a sudar freddo e presi a tremare tutto fin nelle viscere,
tanto che anche il letto mi si mise a traballar sulla schiena, mentre l'amabile Pantia continuava:
'Allora, sorella, cominciamo con questo? Facciamo come le Baccanti? Lo riduciamo a pezzettini,
oppure lo leghiamo e poi gli tagliamo i testicoli?'
'Ma no,' replic Meroe (a quel che me ne aveva detto Socrate, questo nome le si addiceva
proprio), 'che resti vivo, invece, cos getter una manciata di terra sul corpo di questo miserabile' e,
cos dicendo, rovesciata la testa di Socrate da un lato, gli immerse la spada nel collo fino all'elsa;
poi accost alla ferita un piccolo otre e ne raccolse il sangue che sgorgava a fiotti, senza farne
cadere nemmeno una goccia. Con questi occhi io vedevo tutta la scena. Poi l'ottima Meroe, per
adempiere, credo, in tutto e per tutto al rituale di un sacrificio in piena regola, affond la mano in
quella ferita, frug dentro fino alle viscere e trasse il cuore di quel povero amico mio che, dalla gola
tutta squarciata per la violenza del colpo, ancora mandava una voce, un sibilo indistinto, un
gorgoglio.
5

'O spugna nata dal mare' intanto cantilenava Pantia e tamponava con la spugna la ferita l
dov'era pi larga 'acqua di fiume non sorpassare.'
Compiuta ogni cosa se ne andarono; prima per mi tolsero il letto di dosso, si piazzarono
sopra di me a gambe divaricate e mi pisciarono in faccia inondandomi tutto del loro fetore.
XIV
Avevano appena varcata la soglia che i battenti della porta si drizzarono e si rimisero intatti
al loro posto, i cardini ciascuno nel loro buco, i chiavistelli negli infissi, i catenacci nei loro anelli,
tutto come prima. Io solo, invece mi ritrovai disteso per terra senza fiato, nudo e gelato, fradicio per
giunta di piscio come se fossi appena uscito dal ventre di mia madre, pi morto che vivo, eppure,
nonostante tutto, un sopravvissuto, un relitto di me stesso e un sicuro candidato alla croce.
'Che ne sar di me' gemevo 'quando domani mattina troveranno quest'uomo scannato? Chi
mi creder quando racconter per filo e per segno come sono andate le cose? Avresti per lo meno
potuto gridare, mi ribatteranno, chiedere aiuto se ti mancava il coraggio, grande e grosso come sei,
di tener testa a una donna. Ma come, si sgozza un uomo sotto i tuoi occhi e tu te ne stai in silenzio a
guardare? E poi come mai delinquenti di tal razza non hanno fatto fuori anche te? Perch nella loro
ferocia ti avrebbero risparmiato? Un testimone per giunta cos compromettente del loro delitto?
Comunque visto che sei scampato alla morte, va a fare compagnia all'amico tuo.'
Questi pensieri rimuginavo dentro di me e intanto cominciava a far giorno. La cosa
migliore era quella di filarmela prima che venisse chiaro, fare della strada anche se le gambe mi
tremavano. Cos presi il mio sacco, infilai la chiave nella serratura e, gira e rigira, dovetti fare una
fatica boia prima di riuscire ad aprire quella porta sicura e amica che durante la notte s'era
spalancata da s.
XV
'Ohil, dove sei?' cominciai a gridare, 'aprimi il portone, che voglio andarmene prima di
giorno.'
II portinaio che era disteso giusto dietro l'uscio della locanda, mezzo addormentato mi fece:
'Ma come? Vuoi metterti in cammino a quest'ora di notte? Non sai che le strade sono infestate dai
briganti? Se hai scelto di morire perch hai la coscienza sporca io non sono mica tanto, grullo da
fare la stessa fine per causa tua.'
'Tra poco giorno,' gli risposi 'e poi, ch cosa possono prendergli i briganti a un viandante
cos al verde come me? Ma ti rendi conto, balordo che sei, che nemmeno dieci campioni di lotta
possono spogliare uno che gi nudo?' Ma quello, voltandosi dall'altra parte, morto di sonno e
intontito com'era, mi rimbecc: 'E che ne so io se tu non hai scannato il tuo compagno di viaggio
col quale sei giunto ier sera, ed ora cerchi di metterti in salvo?'
Allora s che la terra mi parve spalancarsi sotto i piedi e io precipitare gi fin nel Tartaro in
bocca all'affamato Cerbero; e capii che la buona Meroe non per misericordia aveva risparmiato la
mia gola ma per riservarmi, nella sua ferocia, alla croce.
XVI
Cos tornai in camera pensando al modo pi spiccio di darmi la morte. Ma non mettendomi
la sorte a portata di mano alcuna arma mortale se non il mio letto, cos a lui mi rivolsi: 'Caro
lettuccio mio che dividesti con me tutti i miei guai, che sei stato testimone oculare di quanto
accaduto stanotte, tu che solo potrei citare a prova della mia innocenza, porgimi l'arma liberatrice
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che mi mandi alla svelta all'inferno.'


Cos dicendo sciolsi la reticella di corda che formava il piano del letto e legatone un capo a
una trave che sporgeva sopra la finestra, feci con l'altra estremit un nodo scorsoio, salii sul letto
ormai votato alla morte e infilai la testa nel cappio. Ma non appena, con una pedata, scaraventai
lontano il sostegno che mi sorreggeva perch, per il peso del corpo, il cappio stringesse la gola e mi
togliesse il respiro, la corda, marcia com'era, si spezz ed io precipitai addosso a Socrate che
giaceva l accanto e con lui rotolai per terra.
XVII
In quel mentre irruppe in camera il portinaio, urlando: 'Dove diavolo sei tu che, in piena
notte, avevi tanta furia di partire e ora te ne sei tornato a russare fra le coperte?'
In quel momento, non so se per il mio ruzzolone o per il gran baccano di quell'uomo,
Socrate salt su esclamando: 'Quanta ragione hanno quei viaggiatori che non possono soffrire gli
albergatori. Questo rompiballe ti vien dentro magari con l'intenzione di fregare qualcosa, e col suo
blaterare mi sveglia, sfinito com'ero, proprio nel sonno migliore.'
Anch'io balzai in piedi, preso da una gioia insperata: 'Eccolo, bravo portinaio, eccolo qui
l'amico mio, il mio fratellino, quello che tu, stanotte, ubriaco fradicio com'eri, andavi insinuando
che avevo assassinato.' E, intanto, baciavo e abbracciavo Socrate che per, protestando, mi
respingeva con violenza schifato dal fetore di piscio che quelle streghe mi avevano lasciato
addosso: 'Va via' mi diceva 'che puzzi peggio di un fondo di latrina.'
Poi, scherzandoci su, mi chiese la ragione di quel fetore. Io, poveretto, gli inventai una
frottola per sviare il discorso e con una manata sulle spalle: 'Che aspettiamo ad andarcene?' gli dissi
'Perch non approfittiamo del fresco del mattino?'
Presi quel po' di roba che avevo, pagai il conto all'albergatore e ci mettemmo in cammino.
XVIII
Avevamo gi fatta un bel po' di strada e il sole, ormai alto, illuminava ogni cosa all'intorno.
Io, intanto, non facevo che guardare con curiosit e apprensione la gola del mio compagno, l dove
avevo visto penetrare la spada e mi dicevo: 'Ma guarda un po' che matto. Ne devi aver scolati di
bicchieri ed essere stato ben sbronzo per fare sogni cos assurdi. Eccotelo qua Socrate, sano e
vegeto. E dov' la ferita, dove la spugna e quell'orribile piaga sanguinante?'
Poi rivolto a lui: 'Non hanno mica torto quei gran dottori quando dicono che chi mangia
molto e alza troppo il gomito poi fa brutti sogni. Prendi me, per esempio ieri sera mi son lasciato
andare alle libagioni e cos ho passato una notte infernale, piena di incubi spaventosi, tanto che mi
sembra ancora di esser tutto imbrattato di sangue umano.'
'Ma che sangue e sangue,' mi sogghign, 'pieno di piscio sei. Per ho fatto un sogno anch'io
mi pareva che mi sgozzassero; sentivo un gran dolore qui alla gola e come se mi strappassero il
cuore; pure ora mi manca il respiro, mi tremano le ginocchia e mi par di cadere. Sento proprio il
bisogno di mettere qualcosa sotto i denti per riprendere le forze.'
'Eccoti servita la colazione' e, detto fatto, mi tolsi il sacco dalle spalle e gli offrii del pane
con del formaggio. 'Anzi,' gli feci, 'sediamoci la, sotto quel platano.'
XIX
Cos facemmo e anch'io trassi fuori qualcosa da mangiare per me e intanto lo osservavo. Ed
ecco che mentre mangiava avidamente lo vidi, tutto a un tratto, impallidire, farsi livido livido come
uno stecco. Man mano che perdeva colore io rivedevo l'orribile scena della notte e, per lo spavento,
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il pezzo di pane che avevo messo in bocca, bench piccolo, mi si piant nel gozzo, tanto che non
riuscivo a mandarlo n su n gi.
Non passava di l molta gente e questo accresceva il mio terrore. Chi avrebbe creduto che
di due compagni uno era morto senza che l'altro ne sapesse nulla? Socrate, intanto, che s'era
ingozzato di pane e aveva fatto fuori quasi tutto il formaggio, ora si sentiva bruciare dalla sete. Poco
lontano dal nostro platano scorreva un filo d'acqua ma cos lento da formare una pozza limpida e
chiara come argento o vetro.
'Eccoti l dell'acqua' gli dissi 'bianca come il latte.'
Egli si alz, s'accost alla riva l dove questa era pi bassa e fece per inginocchiarsi e bere
con avidit ma non aveva ancora accostato le labbra all'acqua che il collo gli si apr in un largo e
profondo squarcio e ne venne fuori la spugna e un po' di sangue. Era morto, e sarebbe caduto in
acqua se io, appena in tempo, afferrandolo prontamente per un piede, non lo avessi tirato su a fatica.
E l, su quella riva, come potetti, date le circostanze, piansi l'infelice compagno: scavai una fossa
nella sabbia e ve lo chiusi per sempre.
Ero pieno di paura, temevo guai peggiori e cos mi misi a fuggire qua e l per luoghi
desolati e deserti e, quasi avessi sulla coscienza un delitto, lasciai la mia patria, la mia casa e scelsi
un volontario esilio.
Ora vivo in Etolia e mi sono fatta uma nuova famiglia.
XX
Questo il racconto di Aristomene, ma il suo compagno, che fin dall'inizio s'era rifiutato di
credere a una sola parola, esclam: Non c' storia pi fantastica, pi assurda di questa. E rivolto a
me: E tu che mi sembri una persona seria almeno dall'apparenza, ci credi a questa storia?
Mah, feci io, veramente tutto possibile a questo mondo e quello che capita agli uomini
scritto nel destino: a me, a te, a tutti possono succedere cose strabilianti, inaudite, che se le vai a
raccontare a chi non ne stato toccato, nessuno ti crede. Io invece ci credo a quello che ha
raccontato l'amico, e come, e per di pi lo ringrazio perch con la sua storia, col suo fare piacevole
ci ha un po' svagati e mi ha fatto sembrare meno noioso e lungo questo viaggio. Se n' giovato
anche il mio cavallo che non ha poi fatto una gran fatica, dal momento che sono arrivato alle porte
della citt non sulla sua schiena ma con le mie orecchie.
XXI
Cos fin il viaggio e anche la nostra conversazione. I due, infatti, svoltarono a sinistra, verso
una casupola l vicino, io, invece, tirai dritto e m'infilai nella prima taverna che vidi.
Ipata questa? chiesi alla vecchia ostessa. E quando ella annu: Conosci un certo
Milone? Da queste parti dovrebbe essere tra le persone pi in vista. Certo, fece lei ridendo,
Milone proprio uno ben in vista: sta di casa oltre il pomerio fuori di citt.
Lascia stare le battute, buona donna, gli feci e dimmi, piuttosto che tipo d'uomo e dove
abita.
Vedi quelle finestre l in fondo, che guardano fuori di citt e quella porta alle spalle che
s'apre sul vicolo? L sta il tuo Milone; denari a montagne, ricco sfondato; lo conoscono tutti, ma per
la spilorceria; un avaraccio che non ti dico; pratica l'usura, e in grande, su pegni d'oro e d'argento; se
ne sta tappato nel suo bugigattolo sempre a contare e a lustrare denaro, assieme a sua moglie che ha
la stessa malattia. Si concede una sola servetta e va in giro vestito come un mendicante.
A queste parole sbottai in una risata: E bravo l'amico Demea! Mi ha proprio ben sistemato
per questo viaggio indirizzandomi a un tipo simile. Certo che da un tale ospite non dovr temere n
odor di fumo n tantomeno di arrosto.
8

XXII
Cos dicendo feci pochi passi e, arrivato sulla soglia, cominciai a bussare alla porta, ch'era
sprangata a dovere con tanto di catenacci, e a chiamare. Finalmente comparve una ragazzotta: Ehi,
tu, che bussi con tanta furia, mi fece che pegno hai per il prestito che desideri? Lo sai o no che si
accettano solo pegni d'oro e d'argento?
Potresti anche parlare con pi creanza le risposi. Intanto dimmi se il tuo padrone in
casa.
Certo che in casa, ma perch me lo domandi?
Ho per lui una lettera di Demea da Corinto.
Glielo vado a dire; tu, intanto, aspetta qui e mi sbatt la porta sulla faccia tornando a
sprangarla a doppia mandata. Dopo un po' ricomparve spalancando i battenti: Ti puoi accomodare
fece.
Entrai e me lo vidi davanti, sdraiato su un lettuccio striminzito, che si accingeva a cenare.
Gli stava seduta accanto la moglie ma la mensa era vuota. Ecco quel che posso offrirti mi fece,
mostrandomi la tavola.
Obbligatissimo e gli consegnai la lettera di Demea. Dopo averla letta alla svelta esclam:
Ma che caro il mio Demea, che mi ha mandato un ospite cos di riguardo.
XXIII
Al tempo stesso disse alla moglie di allontanarsi e a me di sedere al suo posto, ma vista la
mia esitazione: Siediti pure qui mi fece, prendendomi per il mantello e quasi tirandomi gi,
purtroppo per la paura dei ladri io non mi arrischio ad avere sedie n, tantomeno, mobilio a
sufficienza.
Gli obbedii e quello riprese: Dai tuoi modi cos urbani e dal tuo riserbo quasi di fanciulla,
non difficile intuire la nobilt della tua famiglia. Del resto la lettera di Demea lo conferma. Ti
prego, perci, di non sdegnare il mio modestissimo tetto. Per te c' la stanza qui accanto, comoda e
accogliente; vedrai che non ti troverai male a casa mia. Se ti degnerai di restare questa casa
sembrer pi grande e tu ne trarrai motivo di gloria perch avrai fatto come Teseo di cui tuo padre
porta il nome, che non disprezz la modesta ospitalit della vecchia Ecale.
Poi chiam la servetta: Fotide, prendi i bagagli dell'ospite e mettili in quella stanza, ma fa
piano; e tira fuori dall'armadio l'olio per ungersi, i panni per asciugarsi, insomma tutto l'occorrente e
accompagna il signore alle terme qui vicino: il suo viaggio stato lungo e faticoso e dev'essere
molto stanco.
XXIV
Sentendo questo e ripensando alla tirchieria di Milone, e volendomelo fare amico: Lascia
stare, non ho bisogno di tutta questa roba, perch quando viaggio io me la porto sempre con me;
quanto alle terme vedrai che sapr trovarle da solo. Piuttosto, quello che mi preme di pi il mio
cavallo, che mi ha portato fin qui senza intoppi. Prendi questi spiccioli, Fotide, e va a comprargli
fieno e biada.
Dopo di che portai il bagaglio in camera e mi avviai verso le terme, passando per dal
mercato per comprare qualcosa da mangiare. C'era del bellissimo pesce; ne chiesi il prezzo e mi fu
offerto per cento sesterzi; feci finta di andarmene e lo ebbi per venti denari.
Me ne stavo gi venendo via quando incontrai Pitia, un vecchio compagno di studi, ad
9

Atene, che subito mi riconobbe nonostante fosse ormai trascorso molto tempo: Lucio carissimo,
esclam gettandomi le braccia al collo e baciandomi affettuosamente, da quanti anni che non ci
vediamo, santo cielo ne passato del tempo da che lasciammo la scuola del maestro Clitio! Ma tu,
come mai da queste parti?
Domani te lo dir gli risposi. Tu, piuttosto, che roba questa? Complimenti: littori, fasci,
mi vedo davanti un magistrato coi fiocchi!
S, sono edile e dirigo l'annona; se sei qui per acquisti disponi pure di me.
Gli dissi di no perch avevo gi comprato del pesce per la cena, ma Pitia, vista la sporta e
rivoltati i pesci per esaminarli meglio: Quanto l'hai pagata questa robaccia? A stento sono
riuscito a farmela dare da un pescatore per venti denari.
XXV
Subito mi afferr per un braccio e mi ricondusse al mercato chiedendomi da quale venditore
avessi comprato quella porcheria. Gli indicai un vecchietto che se ne stava seduto in un angolo e
subito egli, forte della sua autorit di edile, lo invest con voce terribile: Non avete riguardo ormai
n dei miei amici n tanto meno dei forestieri, voialtri, se vendete a prezzi cos alti finanche
pesciolini da nulla. Ma per il carovita volete ridurre a un arido deserto, a uno scoglio brullo questa
citt che il fiore della Tessaglia? Ma non la passerete liscia. Quanto a te ti far vedere io, finch
sono in carica, come si puniscono i bricconi! e, svuotata la sporta per terra, ordin a una guardia
del seguito di montare con i piedi sopra quei pesci e di spiaccicarli. Poi tutto soddisfatto per avermi
dato una prova della sua autorit, il caro Pitia mi consigli di allontanarmi. Mi basta, caro Lucio,
concluse, di aver data una bella lezione al nonnino!
Rimasi esterrefatto, addirittura basito e lemme lemme mi avviai verso le terme. Grazie alla
bella sparata del mio saggio compagno di studi, io mi ritrovai senza i quattrini e senza cena.
Dopo il bagno feci ritorno a casa, da Milone, e mi ritirai in camera mia.
XXVI
Ma ecco Fotide, la servetta, ad avvertirmi che il padrone mi cercava, ed io, che ormai
conoscevo quanto Milone fosse spilorcio, a schernirmi con belle maniere, dicendo che avevo pi
bisogno di sonno che di cibo per smaltire lo strapazzo del viaggio. Ma lui a precipitarsi di persona, a
prendermi per un braccio e, tutto cerimonioso, a tirarmi con s. Io cercavo di tergiversare, di
resistergli con garbo ma quello a insistere: Non mi muover di qui fino a quando non mi avrai
seguito e accompagnando queste parole con un giuramento, riusc a rimorchiarmi fino a quel suo
lettuccio. Alle sue insistenze, di mala voglia, fui costretto a sedermi e lui a chiedermi come se la
passasse Demea, la moglie, i figli, la gente di casa ed io a metterlo al corrente di tutto. Poi volle
sapere per filo e per segno le ragioni del mio viaggio ed io a riferirgliele tutte nei minimi particolari
e lui ancora a interrogarmi della mia patria, dei cittadini pi in vista, perfino del governatore, fino a
quando non cap che ero troppo stanco del viaggio, stremato da tutte quelle chiacchiere e mezzo
morto di sonno, al punto da lasciare a met le frasi e biascicare appena qualche parola sconnessa.
Solo allora si rassegn a mandarmi a dormire.
Finalmente pieno di sonno ma non di cibo mi liberai da quel vecchio petulante che mi aveva
offerto un pranzo di sole chiacchiere e, rientrato nella mia camera, mi abbandonai al tanto sospirato
riposo.

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LIBRO SECONDO
I
Appena il sole fug le tenebre e riport sulla terra la luce, io mi destai e subito saltai fuori
dal letto desideroso e impaziente di conoscere tutte le cose bellissime e rare del luogo, tanto pi,
pensai, che mi trovavo proprio nel cuore della Tessaglia, la terra degli incantesimi, la culla della
magia, famosa per questo in tutto il mondo e, per giunta, proprio dove era accaduto il fatto
straordinario raccontato da quell'ottimo compagno di viaggio che era stato Aristomene.
Mi misi cos a osservare attentamente ogni cosa con uno stato d'animo misto di curiosit e
insieme d'ansia.
Ma in quella citt tutto mi sembrava strano, irreale, ovunque posassi lo sguardo, come se un
qualche funesto incantesimo avesse stregato ogni cosa: i sassi in cui inciampavo mi pareva fossero
uomini pietrificati, gli uccelli che sentivo cantare esseri umani diventati pennuti, gli alberi che
cingevano le mura uomini anch'essi mutati in creature arboree, perfino l'acqua mi sembrava
sgorgasse da corpi umani. Mi aspettavo, da un momento all'altro, che le statue e le figure degli
affreschi si mettessero a camminare, le pietre delle mura a discorrere fra loro, che i buoi o, che so
io, animali simili a predire il futuro e che dal cielo stesso e dal disco del sole sarebbe, a un tratto,
venuto gi un qualche oracolo.
II
Cos me ne andavo a zonzo qua e l tutto frastornato e eccitato da una curiosit tormentosa
senza tuttavia riuscire a trovare un bench minimo indizio di quanto mi stava a cuore.
Bighellonavo di porta in porta come uno sfaccendato che ha quattrini da spendere e senza
accorgermene mi trovai al mercato.
Qui affrettai il passo per dare una sbirciatina a una donna che passava di l circondata da un
codazzo di schiavi. I monili d'oro scolpiti e l'abito trapunto in oro anch'esso mi mostravano
chiaramente che si trattava di una vera signora. Era al suo fianco un vecchio molto avanti negli anni
il quale appena mi vide: Ma s, proprio lui, Lucio esclam stampandomi un bacio e bisbigliando
poi qualcosa che non compresi all'orecchio della donna.
Perch non ti fai avanti a salutare questa tua parente? mi fece poi. Ed io vergognoso:
Non conosco la signora risposi arrossendo e rimasi l fermo impalato, a capo chino.
Ma guardalo, lo stesso ritegno signorile di sua madre Salvia, santa donna, commentava
quella, intanto, guardandomi. Straordinario, anche nel fisico le somiglia, tale e quale; statura
regolare, forte e slanciato, colorito roseo, capelli biondi, ondulati di natura, occhi azzurri ma vivi e
lampeggianti come quelli di un aquilotto, e i lineamenti del volto? una bellezza, e poi, elegante e
disinvolto nel portamento.
III
Sai, Lucio continu ti ho allevato io, con queste mani, come no? Fra me e tua madre non
c' soltanto un vincolo di sangue ma siamo state allevate insieme.
Tutte e due discendiamo dalla famiglia di Plutarco e siamo state allattate dalla stessa balia e
insieme siamo cresciute, come due sorelle; solo la posizione sociale ci divide perch lei ha sposato
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un uomo importante, io un semplice borghese: sono Birrena e forse hai gi sentito fare il mio nome
fra quelli che ti hanno educato.
Non fare complimenti, quindi, e accetta la mia ospitalit, anzi considerati a casa tua.
Sentendola parlare cos io vinsi ogni impaccio e le risposi:
Madre, non assolutamente il caso che io senza motivo, ora pianti l Milone che mi ha dato
ospitalit; comunque, appena possibile, con le dovute convenienze, sapr regolarmi altrimenti e
tutte le volte che mi capiter di passare di qui non mancher di fermarmi da te.
Cos, tra una chiacchiera e l'altra, in pochi passi fummo a casa sua.
IV
L'atrio era bellissimo, colonne ai quattro angoli reggevano Vittorie palmate che, ferme, ad ali
aperte sembravano sfiorare con le agili piante il mobile sostegno di una sfera nell'atto di spiccare il
volo non di sostare.
Al centro, stupendo capodopera, una Diana in marmo pario, con la veste gonfia di vento
sembrava protendersi leggera verso chi entrava, eppure veneranda nella sua divina maest.
Ai lati della dea, a suo presidio, stavano due molossi, anch'essi in marmo pario: erano i loro
occhi minacciosi, ritte le orecchie, dilatate le narici, le fauci avidamente spalancate. Se fosse
risuonato l intorno un latrato, certo lo avresti creduto uscito da quelle gole di marmo. Qui, appunto,
quell'insigne artista aveva dato la prova pi alta della sua arte, raffigurando quei cani con il petto
proteso, le zampe posteriori ben ferme a terra e quelle anteriori nell'atto della corsa.
Aveva anche scolpito un macigno alle spalle della dea in foggia di spelonca e muschio,
morbide foglie, ramoscelli, pampini e arbusti sembravano fiorire dalla pietra. All'interno, nel nitore
del marmo, risplendeva l'immagine divina.
Dagli orli alti del sasso frutti ed uve pendevano, di squisita fattura, simili in tutto al vero,
l'arte avendo emulato la natura. Certo avresti pensato di coglierli e mangiarli quando l'autunno che
porta il mosto avesse in essi infuso i bei colori maturi. Se, poi, chinandoti a guardare il ruscello che
ai piedi della dea scorreva in onde lievi, quei grappoli riflessi tu li avresti creduti non solo naturali
ma persino oscillanti come quelli sospesi ai tralci veri.
Tra le fronde si distingueva l'immagine marmorea di Atteone cupidamente proteso a spiare
la dea che si bagnasse in quella fonte, nuda; ma gi mutato in cervo.
V
Mentre io guardavo ogni cosa con gran piacere e interesse, Birrena mi fece: Tutto questo
tuo e, cos dicendo, invit gli altri, con un cenno discreto ad allontanarsi. Rimasti soli, continu:
Sapessi, Lucio, come sono in ansia per te, come vorrei proteggerti, pi che se fossi mio
figlio. In nome di questa idea, guardati, per carit, guardati dalle male arti e dalle pericolose
lusinghe di Panfile, la moglie di quel Milone di cui mi hai detto che sei ospite: una maga famosa,
nessuna, a quanto dicono, pi esperta di lei a evocare gli spiriti maligni: soffiando su dei rametti,
su delle pietruzze e cose del genere, quella capace di sprofondare sole e stelle gi nel Tartaro e nel
vecchio Caos. Per di pi quando vede un bel giovane ne resta subito presa e non lo molla pi, lo
lusinga, gli si insinua nell'animo, lo lega indissolubilmente a s. I meno compiacenti o quelli che le
son venuti a noia li trasforma invece in sassi o in caproni o in altri animali o addirittura li uccide.
Ecco perch io sono in pena per te e ti supplico di stare attento: quella una che sempre in calore
e tu, per et e per avvenenza, fai proprio al caso suo.
Questo mi disse tutta preoccupata Birrena.
VI
Ma io che sono curioso per natura, appena sentii la parola magia, che sempre mi aveva
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sedotto, a tutt'altro pensai che a guardarmi da Panfile, anzi mi venne tanta voglia d'essere iniziato
anch'io nell'arte magica e di gettarmici a capofitto, costasse quel che costasse, che, tutto eccitato, mi
liberai di Birrena, come da una catena, e gettandole un salve in tutta fretta, mi precipitai a casa di
Milone.
Intanto, correndo come un pazzo, mi dicevo:
Coraggio, Lucio, apri gli occhi e bada a te. Questa la volta buona, finalmente potrai
appagare il tuo desiderio e saziarti di storie meravigliose. Bando alle paure da ragazzini, prendi di
petto la cosa, ma soprattutto astinenza con la tua ospite, e guardalo da lontano e con rispetto il letto
del buon Milone; datti da fare, piuttosto, con Fotide, la servotta: appetitosa e ci sta e poi
simpatica. Ieri sera, quando sei andato in camera, lei venuta con te, ti ha messo a letto con un
sacco di moine, ti ha rimboccato le coperte in modo piuttosto provocante e baciandoti in fronte ti ha
fatto capire che le dispiaceva andarsene; infatti s' voltata indietro pi volte, a guardarti. Questo di
buon augurio; pu darsi effettivamente che tutta la faccenda non finisca bene, almeno cerca di
portarti a letto questa Fotide.
VII
Cos ragionando arrivai alla porta di Milone e vidi che tutto funzionava, come suol dirsi, a
pennello.
A casa, infatti, non c'era n Milone n sua moglie ma solo la mia cara Fotide che stava
preparando per i suoi padroni un ripieno di trippa e polpa di carne tritata, una cosetta veramente
squisita a giudicar dall'odore.
Indossava una linda tunichetta di lino con una cinturina rosso vivo che le stringeva la vita,
proprio sotto i seni. Con le sue manine tondette rimestava il cibo nel tegame, che scuoteva
continuamente, di modo che quel movimento le si comunicava a tutto il corpo e cos dondolava
mollemente la schiena e ancheggiava ch'era uno spettacolo.
A quella vista rimasi l fermo incantato, in estasi, e mi si rizz anche un certo arnese che
prima era penzoloni.
Che bellezza! riuscii alla fine a esclamare, Fotide mia, come sai muovere bene quei tuoi
fianchi e quel tegamino. Chiss che intingoletto squisito stai preparando. Beato, eh, s, proprio beato
chi, col tuo permesso, potr metterci il dito.
Ma lei, civetta e spiritosa com'era: Sta' lontano, sbarbatello, sta' lontano dal mio fornello,
quanto pi puoi, ch se appena ti tocca questo mio focherello, ti sentirai bruciare fin le midolla e
nessuno potr estinguerti l'incendio se non io che, con lo stesso piacere, ci so fare assai bene sia coi
sughetti e le pentole sia a letto.
VIII
Cos dicendo si volt a guardarmi e rise mentre io restai l a mangiarmela con gli occhi. Ma,
in effetti, perch mettermi a parlare degli altri particolari quando delle donne la mia unica passione
sono sempre stati il viso e i capelli, che prima ammiro in pubblico e poi me li godo in privato.
La ragione di questa mia debolezza sta, forse, nel fatto che questa importante parte del
corpo, cos in evidenza e cos esposta, la prima a colpirci; e poi, anche perch se per le altre parti,
gli abiti e i bei colori delle vesti fanno molto, per questa solo la bellezza naturale che conta.
Del resto un po' tutte le donne, quando vogliono farsi ammirare per la loro bellezza e per le
grazie che hanno, si spogliano, buttano via i veli e, tutte compiaciute, mettono in mostra le loro
nudit sapendo che un dolce incarnato a far colpo pi che l'oro di una veste.
Ma se - dico per assurdo, e non voglia mai che succeda una cosa del genere - se a una donna,
fosse anche la pi bella, tu le tagliassi via i capelli, la privassi di quel naturale ornamento del viso,
venisse pure dal cielo o sorgesse dal mare, figlia dell'onda, fosse pure Venere in persona circondata
dalle sue Grazie e accompagnata da tutto lo stuolo dei suoi Amorini, ornata del suo cinto fragrante
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di profumi e stillante balsami, se si mostrasse calva non potrebbe piacere nemmeno al suo Vulcano.
IX
Vuoi mettere, invece, il fascino di una bella chioma quando fiammeggia viva ai raggi del
sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi cangianti riflessi? O quando il
fulgore dell'oro sfuma nel biondo del miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre come il collo
delle colombe o, ancora, quando densa di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine,
raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi dell'amante, come a uno specchio, porgendo di s
l'immagine pi gradita?
E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando scende fluente, a
onde, lungo le spalle? Insomma cos importante una bella chioma che, per quanto una donna si
mostri adorna d'oro, di belle vesti, di gemme o d'ogni altro ornamento, se non ha una particolare
cura dei suoi capelli, non pu mai dirsi elegante.
Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, pi che per l'accurata
ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla nuca e lungo il collo, fino a
lambire l'orlo della veste; le estremit erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.
X
Non resistetti alla tortura di un piacere cos intenso e piegandomi su di lei le lasciai un bacio
pi dolce del miele, proprio alla radice dei capelli, dove essi risalivano verso la sommit del capo.
Ella si volse lanciandomi di sottecchi uno sguardo assassino:
Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti stai prendendo un bocconcino agrodolce, sta' attento che
per la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia a sentire a lungo l'amaro della bile.
E che m'importa, gioia mia, soltanto un bacino e poi son pronto, a mettermi lungo disteso
sul tuo fornello e a farmi abbrustolire, e cos dicendo me la strinsi forte fra le braccia e cominciai a
baciarla e poich lei mi corrispose con eguale ardore e gareggi con me in ogni sorta di libidine,
schiudendomi la sua bocca odorosa e cercando con la sua lingua, che sapeva di nettare, la mia, vinto
dal desiderio: Mi fai morire, le dissi, anzi sono gi morto se tu non mi compiaci. Ed ella
riprendendo a baciarmi: Pazienta, anch'io sono ormai tua e perci non dovremo aspettare a lungo
per goderci; questa sera, appena far buio, verr in camera tua. Ora va, ma preparati perch voglio
misurarmi con te e darci sotto quant' lunga la notte.
XI
Queste promesse ci sussurrammo prima di staccarci. Intanto s'era fatto mezzogiorno e
Birrena pens bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto, un grasso porcellino, cinque
gallinelle e un'anfora di vino pregiato.
Ecco che arriva Bacco con le sue armi a dar man forte a Venere, gridai a Fotide. Ce lo
berremo tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno, ogni fiacchezza ed eccitare ancora di pi
la nostra libidine. Queste sono le provviste che occorrono per una notte d'amore: olio alla lucerna e
vino nei calici.
Passai il resto della giornata ai bagni e, poi, a cena, con il buon Milone che mi aveva invitato
a mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di evitare lo sguardo di sua moglie, memore degli
avvertimenti di Birrena; e se per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei subito li ritraevo
spaventatissimo, come se avessi visto l'inferno. Guardavo, invece, continuamente Fotide che ci
serviva e in lei mi rincuoravo.
S'era, intanto, fatta notte, quando Panfile, guardando la lucerna esclam: Quanta acqua
verr gi domani, e al marito che le chiese come facesse a saperlo, rispose che era la lucerna a
dirglielo. Al che Milone, sbottando a ridere: Proprio una gran sibilla noi manteniamo con questa
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lampada. In cima al suo candeliere, come da un osservatorio, quella vede tutto ci che succede in
cielo e perfino nel sole.
XII
Ma sono proprio questi, intervenni io, i primi tentativi di magia e non c' niente di strano
se questo focherello cos piccino, acceso dalla mano dell'uomo, ricordi quel gran fuoco celeste dal
quale ha avuto origine e quindi conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose che quello in
procinto di combinare lass nel cielo.
Del resto, da noi, a Corinto, ora c' un forestiero, un Caldeo, che con le sue strabilianti
profezie sta mettendo lo scompiglio in citt e per quattro soldi svela tutti i misteri del destino. Ti sa
dire, per esempio, il giorno in cui ti devi sposare, in qual'altro puoi mandar su i muri di una casa se
vuoi che non ti vada in malora, quando puoi concludere buoni affari, iniziare un viaggio o metterti
in mare. Anch'io gli chiesi cosa mi sarebbe capitato in questo viaggio e lui mi disse un sacco di
cose, tutte molto strane: che sarei diventato famoso, addirittura il protagonista di una storia
incredibile, straordinaria e che avrei scritto anche dei libri.
XIII
Che tipo questo Caldeo e come si chiama? fece Milone sorridendo.
alto, piuttosto bruno e si chiama Diofane.
Ma allora proprio lui, non ci sono dubbi! esclam. Anche qui da noi s'era messo a tutto
spiano a far l'indovino fra la gente, guadagnando quattrini a palate, altro che pochi soldi, finch non
gli tocc, poveraccio, un incidente, o meglio, un vero accidente proprio il caso di dirlo.
Una mattina, mentre stava predicendo l'avvenire al solito crocchio di gente, gli si avvicin
un mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse il giorno pi favorevole per mettersi in
viaggio. Come Diofane glielo predisse Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva gi
rovesciato i soldi per contare cento denari quale compenso per la profezia, quando un giovanotto
dall'aspetto distinto si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo del mantello, tanto da
costringerlo a voltarsi, gli butt le braccia al collo e cominci a baciarlo con trasporto. Diofane fece
altrettanto, lo invit a sedere accanto a lui e stupito di quell'improvvisa apparizione, dimenticando
completamente l'affare che stava combinando, cominci: 'Che piacere vederti qui! Quand' che sei
arrivato?'
XIV
'Soltanto ieri sera,' fece l'altro di rimando, 'ma tu, fratello, raccontami del tuo viaggio per
mare e per terra, dopo che sei partito in tutta furia dall'Eubea..'
A questo punto Diofane, il nostro grande Galdeo, balordo e distratto, attacc: 'Un viaggio
cos infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai nemici della patria e a quelli che mi
vogliono male: una vera odissea. La nave sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta dalla tempesta e
dal vento, perse tutti e due i timoni e and alla deriva, finch non cal a picco sfasciandosi contro la
riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo a salvarci a nuoto. Tutto quello, poi, che
potemmo racimolare per la compassione di ignoti e il buon cuore di amici, ci fu portato via da una
banda di malfattori. Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di opporsi alla loro violenza,
poveretto, fu sgozzato sotto i miei occhi.'
Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a pezzi, raccontava tutto questo, Cerdone, il
mercante, ripresisi i soldarelli che aveva gi sborsato per la profezia, se la squagli.
Soltanto allora Diofane torn in s e s'accorse della sua balordaggine, specie quando vide
che noi, tutt'intorno, ci sbellicavamo dalle risa.
Per, caro Lucio, speriamo almeno che a te, quel Caldeo abbia detta la verit e che tu possa
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essere fortunato e proseguire felicemente il tuo viaggio.


XV
Mentre Milone parlava e sembrava non volere smettere pi, io mi rodevo e me la prendevo
con me stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte quelle ciarle inutili e mi stavo perdendo
il meglio della serata e il suo frutto pi ghiotto. Finalmente messa da parte ogni esitazione, dissi a
Milone: Se la veda lui quel Diofane con le sue disavventure e si Porti pure per mare c per terra
tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono ancora stanco del viaggio di ieri e, se
permetti, vorrei andare a dormire un po' prima.
Detto fatto mi avviai in camera mia e qui trovai tutto bell'apparecchiato per una cenetta
infima. I letti della servit erano stati spostati, messi il pi lontano possibile dalla mia porta,
immagino perch non sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato
posto un tavolino con ci che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a met di vino,
bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua; accanto, una brocca dall'imboccatura larga
fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una notte d'amore.
XVI
M'ero appena coricato che la mia Fotide, la sua padrona era gi andata a letto, Se ne venne
da me tutta giuliva.
Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli e petali di rose anche sul florido seno. S'appress e
mi baci lungamente, mi cinse il capo di fiori, altri ne sparse in torno. Poi prese una coppa di vino,
vi mescol dell'acqua tepida e me l'offr da bere; ma dolcemente me la rub dalle mani prima ch'io
l'ebbi del tutto vuotata e l'accost alle sue labbra e bevve a piccoli sorsi, guardandomi. Una seconda
coppa e una terza e poi altre ancora cos ci scambiammo.
Io, tra i fumi del vino, non solo la mia fantasia ma tutti i sensi sentivo eccitati dalla libidine,
bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la tunica fino all'inguine e mostrandole quanto impellente
fosse il mio desiderio d'amore: Per carit, esclamai, fa' presto, vedi come son tutto teso e pronto
alla guerra che tu, alla brava, mi hai dichiarato. Da quando Amore crudele ha trafitto il mio cuore
con la sua freccia, anch'io con tutto il vigore ho teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo
rigido mi si spezzi.
Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio tutte le tue delizie, sciogli i capelli e abbracciami
nell'onda delle tue chiome.
XVII
Non se lo fece dire due volte. In fretta sgombr piatti e vivande, si liber delle vesti
mostrandosi tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa lascivia; bella, simile a Venere quando
emerse dai flutti, pi per civetteria che per pudore mi nascondeva il liscio pube con le sue dita
rosate.
Vieni mi disse vieni all'assalto. Ti terr testa, sai, non ti ceder. Drizzati, se sei uomo, e
lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perch anche tu morirai. una battaglia questa che
non avr tregua.
Cos dicendo entra nel letto e mi monta sopra, adagio; poi comincia a muoversi con volutt,
su e gi, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di libidine e a me supino, dispensa tutti i doni di
Venere. Questo finch ad entrambi resse il respiro, finch non cademmo esausti, l'uno sull'altro
abbracciati.
In cosiffatti assalti ci producemmo ben desti fino alle prime luci dell'alba, di volta in volta
chiedendo al vino nuovo vigore, perch non scemasse in noi il desiderio e si rinnovasse il piacere.
Cos volemmo che molte altre notti fossero simili a questa.
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XVIII
Un giorno Birrena insistette perch a tutti i costi io andassi a cena da lei e bench cercassi di
sottrarmi al l'invit, non volle sentire ragioni.
C'era Fotide, per, a cui dar conto e fu a lei, come a un oracolo, che io dovetti chiedere il
permesso: sebbene a malincuore, perch ormai non voleva ch'io mi allontanassi nemmeno d'un
filino, gentilmente lei concesse alle mie prestazioni amorose una breve licenza. Bada, per mi
fece a non far tardi dal pranzo. C' una banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati,
che mette a soqquadro la citt; vedrai tu stesso qua e l gente ammazzata per le strade e le guardie
del governatore sono troppo lontane per liberarci da questo flagello. E tu, sia per la tua invidiabile
condizione, sia perch qui i forestieri sono malvisti, sei proprio l'uomo giusto a cui tendere
un'imboscata.
Sta' tranquilla, cara Fotide, sai bene quanto mi sarebbe piaciuto fare all'amore con te
anzich andarmene a cena fuori, perci non temere che torner presto. Comunque ho anch'io la mia
scorta: questo fedele pugnale qui al mio fianco sapr ben difendermi.
E cos, con questa precauzione, mi recai a cena.
XIX
Trovai un gran numero di invitati, il fior fiore della citt, dato che Birrena era una donna di
classe; mense sontuose, splendenti di cedro e d'avorio, letti coperti di drappi trapunti d'oro, grandi,
preziosi calici ciacuno con una sua bellezza particolare, unica, vetri artisticamente incisi, cristalli
istoriati, argenterie scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere scavate nell'ambra o in altre pietre
pregiate, insomma cose da non potersi immaginare. E c'era poi uno stuolo di camerieri
splendidamente vestiti, inappuntabili, che servivano numerose portate e giovani schiavi dai capelli
ricci e dalle vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato in calici ricavati da pietre
preziose.
Portate le lucerne, assai vivo si fece il cicaleccio dei convitati, si rideva, si scherzava,
fiorivano qua e l facezie, battute piccanti.
A un certo punto Birrena mi fece: Beh, come te la passi nel nastro paese? A quanto ne so, in
fatto di templi, di terme, di altri edifici pubblici noi superiamo di molto tutte le altre citt, e poi
godiamo di molte comodit ancora: libert assoluta per chi vuole starsene tranquillo, via vai di
gente, come a Roma, invece, per chi viene in cerca d'affari, una pace addirittura campestre per
l'ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino pi delizioso di tutta la provincia.
XX
Verissimo feci io di rimando, proprio cos. In nessun altro luogo mi sono sentito a mio
agio come qui. Soltanto devo dire che ho una certa paura della magia, delle sue insidie oscure e
inevitabili. Si dice che da queste parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro tombe, e che
dalle urne e dai roghi si trafugano reliquie e pezzetti di cadavere per gettare il malocchio sui vivi, e
che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali, in un battibaleno, ti portano via il morto.
Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno i vivi intervenne uno degli invitati. E c' un
tale, chiss chi , a cui capitata una cosa del genere, ed rimasto tutto mutilato e col volto
sfregiato.
A queste parole scoppi una risata generale e gli occhi di tutti si posarono su un tizio che se
ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo di sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi,
brontolando qualcosa, costui aveva gi fatto le mosse di andarsene, quando Birrena: Eh, no, caro
Telifrone, ora devi fermarti al meno un pochino e con la tua solita compiacenza raccontarci ancora
una volta la tua avventura, perch il qui presente Lucio che per me come un figlio possa godere
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anche lui del tuo piacevole racconto.


Sempre buona e gentile, tu, mia signora, ma l'insolenza di certa gente insopportabile.
Era tutto agitato, ma Birrena insistette assicurandogli che nessuno lo avrebbe pi insolentito
e cos alla fine, sebbene malvolentieri, quello si decise.
XXI
Si sistem i cuscini, vi si appoggi col gomito, restando a busto eretto, port avanti la destra,
assumendo l'atteggiamento degli oratori, cio le ultime due dita chiuse, le altre distese, il pollice
puntato avanti e in cominci:
Ero ancora un ragazzino quando, per vedere i giochi olimpici, lasciai Mileto; ma
desiderando visitare anche le localit di questa provincia famosa, dopo aver vagato, sotto cattivi
auspici, in lungo e in largo per la Tessaglia, giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che le mie
scorte, durante il viaggio s'erano di molto assottigliate e cos mi misi a girare un po' qua e un po' l
cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo di una piazza, vidi un vecchio
allampanato che, in piedi su un pilastro, andava chiedendo ad alta voce se c'era qualcuno che
volesse far la guardia a un morto; e che si facesse avanti a contrattare il compenso.
Ma che storia questa chiesi io esterrefatto a un passante; forse che da queste parti i
morti hanno l'abitudine di scappare?
Sta zitto rispose quello si vede proprio che sei un ragazzo e forestiero per giunta. Ma lo
sai o no che sei in Tessaglia e che qui le streghe strappano a morsi la faccia dei morti per ricavarne
il materiale necessario alle loro diavolerie?
XXII
Dimmi ancora una cosa gli chiesi in che consiste questo far la guardia ai morti?
Per prima cosa mi rispose bisogna stare svegli tutta la notte, con gli occhi ben aperti e
sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi lo sguardo altrove, perch quelle
maledettissime megere sono capaci di assumere l'aspetto dell'animale che vogliono, avvicinarsi di
soppiatto e ingannare gli stessi occhi del Sole e della Giustizia. Possono diventare uccelli, cani, topi,
perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e
nessuno riesce a immaginare tutte le trappole che ti sanno architettare queste scelleratissime donne
pur di ottenere quel che gli gira pel capo. E con tutto ci un servizio cos pericoloso te lo pagano
appena quattro o sei monete d'oro. Ah gi, a proposito, dimenticavo la cosa pi importante: se al
mattino uno non consegna intatto il cadavere, quelle parti che mancano deve rimpiazzarle con
altrettante del proprio corpo.
XXIII
Saputo di che si trattava mi feci coraggio e, avvicinandomi al banditore: Piantala di
gridare gli dissi faccio io la guardia, dimmi quanto mi dai.
Ci sono per te mille denari, ma patti chiari, giovanotto: sta bene all'erta dalle maledette
arpie perch si tratta del figlio di un pezzo grosso della citt
Sono sciocchezze queste per me gli risposi. Tu hai di fronte un uomo di ferro, che non
dorme mai, tutt'occhi, e con la vista pi acuta di Linceo e di Argo.
Non avevo ancora finito di parlare che quello mi men a una casa che aveva tutte le porte
sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio e mi introdusse in una stanza anch'essa con
le finestre chiuse, immersa nel buio, e mi indic una donna vestita di nero che piangeva: Ecco
l'uomo le disse avvicinandosi che ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice che sicuro
del fatto suo.
Quella ravviandosi i capelli che le cadevano sul viso e mostrando una cera assai bella pur nel
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dolore, mi guard e: Ti prego esclam mettici tutto il tuo impegno.


Non preoccuparti di questo; tu per preparami una buona mancia.
XXIV
Con quest'accordo ella si alz e mi condusse in un'altra stanza dove c'era il morto coperto di
candidi lini e, fatti entrare sette testimoni, sollev il lenzuolo e, fra molte lacrime, invocando la
testimonianza dei presenti, cominci a elencare, con accento dolente, ogni parte di quel corpo
mentre un tizio trascriveva scrupolosamente ogni sua parola: Ecco, vedete, il naso perfetto, gli
occhi intatti, cos le orecchie e le labbra, il mento intero, voi, onesti cittadini ne siete testimoni, e
cos dicendo sigill le tavolette e fece per andarsene. Ma io: Signora, fammi almeno portare
l'indispensabile.
E cio? Cosa vuoi?
Una lucerna le feci, bella grande, con olio a sufficienza fino a domani mattina, dell'acqua
calda, un fiaschetto di vino e un vassoio con il resto della cena.
Ma va in malora, sfacciato, mi fece scrollando il capo, in una casa colpita dal dolore tu
vieni a chiedere cena e avanzi; proprio qui dove da molti giorni non s' visto nemmeno un filo di
fumo. Credi forse di esser venuto a far bisboccia? Non pensi che dovresti anche tu rattristarti o, per
lo meno, assumere un contegno adeguato?
Cos mi disse poi rivolgendosi a una servetta: Mirrina, portagli olio e lume e chiudilo
dentro, ma veh, tu per vieni via subito.
XXV
Cos mi ritrovai solo a tener compagnia a un morto. Mi fregai gli occhi per prepararli alla
veglia e mi misi a canticchiare per farmi coraggio.
Ed ecco scendere la sera, il buio, sempre pi fitto e la notte, la notte profonda. A mano a
mano anche la mia paura cresceva, quando, a un tratto, una faina scivol dentro la stanza e mi si
venne a piazzare proprio davanti, fissandomi con i suoi occhietti acutissimi. Era una bestiola
innocua ma io rimasi egualmente turbato, proprio per la sicurezza con cui mi si era avvicinata: Va
via, bestiaccia alla fine le gridai vatti a confondere tra i topi pari tuoi, prima che ti faccia
assaggiare la mia forza. E allora, che aspetti? Fece dietro front e scivol via dalla stanza. Ma
subito dopo un sonno pesante mi sprofond, all'improvviso, come in un baratro, sicch nemmeno il
dio di Delfo avrebbe pi potuto distinguere chi fra noi due, in quella stanza, fosse il pi morto,
lunghi distesi com'eravamo. Insomma ero privo di vita, fuori di questo mondo e di un guardiano ero
io ad averne bisogno.
XXVI
Gi il canto dei galli crestati riempiva del suo strepito la quiete notturna. Finalmente io mi
svegliai e pieno di spavento, afferrato il lume, mi precipitai sul morto a scoprirgli la faccia per
accertarmi che ogni cosa fosse al suo posto. In quel mentre anche l'inconsolabile moglie entr
piangendo, seguita dai testimoni del giorno prima e, ansiosa, si gett su quel corpo baciandolo a
lungo e, al lume della lampada, controllandoselo tutto. Poi, voltandosi e cercando Filodespoto,
l'amministratore, gli ordin di pagare senza indugio il prezzo convenuto a un guardiano cos in
gamba.
E mentre io venivo soddisfatto all'istante, ella si profondeva in mille ringraziamenti per il
mio zelante servizio, assicurandomi che da quel momento mi considerava uno della famiglia.
Dal mio canto gongolavo dalla gioia per il guadagno insperato e, ancora incredulo, facevo
tintinnare nella mano quelle monete d'oro sonanti. Ma figurati, sono io che mi considero ormai un
tuo schiavo; anzi ogni volta che ti servir l'opera mia, comandami pure.
19

M'erano appena uscite di bocca queste parole che tutti quelli della famiglia, imprecando al
malaugurio, mi si avventarono addosso con tutto quello che capit loro fra le mani: uno mi moll un
pugno in faccia, un altro mi prese a gomitate nella schiena, un terzo si mise a darmi gran manate nei
fianchi, chi a sferrarmi calci, chi a tirarmi per i capelli, chi a strapparmi i vestiti, fino a che mi
buttarono fuori tutto lacero e a pezzi, come il bell'Aonio o il vate Orfeo.
XXVII
Ma fu soltanto nella pubblica piazza, un po' in ritardo in verit e dopo aver ripreso fiato, che
ripensando alla mia frase di cos cattivo augurio e del tutto fuori luogo, compresi con quanta
ragione mi avessero caricato di botte. Ecco, intanto, uscire il morto seguito dall'estremo compianto
e dagli ultimi addii e il corteo funebre attraversare il foro, secondo l'usanza, essendo quello un
cittadino importante.
A un tratto si fece avanti un vecchio vestito di nero, tutto sconvolto e in lacrime che
strappandosi la folta capigliatura bianca e gettandosi a braccia aperte sul feretro, con voce alta
sebbene rotta dai continui singulti, comincio a dire: In nome della vostra coscienza, cittadini, e
della pubblica piet vendicate questo morto e punite l'efferato crimine di questa femmina scellerata.
stata lei e nessun altro a uccidere col veleno questo povero giovine, figlio di una mia sorella, per
compiacere il suo amante e mettere le mani sull'eredit. Cos quel vecchio andava gridando fra i
singhiozzi e i lamenti. La folla allora cominci ad agitarsi perch la verisimiglianza di quelle parole
lasciava effettivamente pensare a un delitto e gi si sentiva gridare al rogo, al rogo, gi si
raccattavano sassi e si incitavano gli schiavi a uccidere la donna, mentre questa con false lacrime e
giurando su tutti gli dei con quanta pi devozione poteva, negava un simile delitto.
XXVIII
Ma il vecchio riprese: Allora rimettiamo il giudizio della verit nelle mani della
provvidenza. C' qui tra noi un profeta di prim'ordine, Zathlas l'Egiziano, che proprio un momento
fa mi ha promesso, dietro una forte ricompensa, di richiamare dal mondo dei morti lo spirito di
costui e di rianimare il suo corpo strappandolo per un momento alla morte e cos dicendo fece
venire avanti un giovane che indossava una tunica di lino, aveva sandali di palma e il capo
completamente rasato.
Abbi piet, sacerdote cominci a implorare il vecchio baciandogli le mani e
abbracciandogli perfino le ginocchia piet per gli astri del cielo, per le potenze infernali, per gli
elementi della natura, per i silenzi della notte, per i santuari di Copto, per le piene del Nilo, per i
misteri di Memfi, per i sistri di Faro, concedigli ancora un po' di sole, versa appena una piccola luce
nei suoi occhi chiusi per sempre. Noi non vogliamo forzare le leggi della natura n negare alla terra
ci che le dovuto, ma imploriamo un breve istante di vita per avere il conforto della vendetta.
Cos propiziato il profeta mise un'erbetta speciale sulla bocca del morto e un'altra sul petto,
si volse verso oriente e, in silenzio, preg il sommo sole che stava sorgendo. A questa messinscena
da rito sacro nell'animo dei presenti si accrebbe l'attesa di tanto prodigio.
XXIX
Anch'io mi feci largo tra la calca e salito su una sporgenza del terreno sufficientemente alta,
proprio dietro al catafalco, seguii la scena con occhi sgranati.
A un tratto il petto del morto cominci a gonfiarsi, la vena del polso a palpitare e tutto il
corpo ad animarsi di un soffio vitale; finalmente la salma si sollev e il giovine cos cominci a
parlare: Perch, di grazia, richiamare ai compiti di una vita effimera me che avevo gi bevuto le
acque del Lete e navigavo ormai sulla palude Stigia? Non pi, ti scongiuro, non pi, lasciami alla
mia pace.
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Questa la voce che venne da quel corpo, ma il profeta eccitandosi: Perch, invece, non
racconti al popolo ogni cosa, non sveli il mistero della tua morte? Non sai che io posso evocare le
Furie con i miei scongiuri e far torturare le tue stanche membra?
Allora quello dal suo lettuccio con un profondo gemito e volgendosi alla folla, cos riprese:
Sono morto per le male arti della mia giovane sposa, ucciso dal veleno ho ceduto a un amante il
mio letto ancor caldo.
Ma quella brava moglie dimostr un'impudente presenza di spirito e con animo sacrilego
prese a rimbeccare il marito negando ogni accusa.
La folla cominci ad agitarsi, divisa in due opinioni contrarie: alcuni volevano prendere
quella criminale e seppellirla viva accanto al marito, altri dicevano che non si poteva prestar fede
alle menzogne di un morto.
XXX
Ma quello che il giovane disse subito dopo tronc ogni incertezza. Cos, infatti, fra gemiti
sempre pi alti riprese: Vi dar, s, vi dar le prove inconfutabili che questa la verit, vi riveler
cose che nessuno all'infuori di me pu sapere e indicando me alla folla, mentre costui faceva una
guardia scrupolosissima al mio corpo, le streghe in agguato sulle mie spoglie, invano presero pi
volte aspetti diversi. Non riuscendo a trarlo in inganno per la sua straordinaria diligenza, alla fine, lo
avvolsero in una nuvola di sonno e lo fecero piombare in un profondo letargo; poi cominciarono a
chiamarmi per nome, finch le mie giunture inerti e le mie gelide membra fra continui tentativi non
sentissero i richiami della magia. Costui per che ha il mio medesimo nome, vivo com'era, morto
infatti soltanto di sonno, sentendosi chiamare si lev in piedi, senza riprendere coscienza, e si avvi
come un fantasma verso la porta della stanza. Questa era chiusa a dovere, ma le streghe, si vede,
attraverso qualche fessura, riuscirono egualmente a tagliargli prima il naso, poi le orecchie. Cos la
mutilazione l'ha subita lui al posto mio. Inoltre perch di quella diavoleria non restasse traccia, con
della cera hanno plasmato due orecchie e glie l'hanno applicate al posto di quelle tagliate, la stessa
cosa hanno fatto col naso: perfetto, identico al suo.
Guardatelo l quel disgraziato: ha fatto un bell'affare con tutto il suo zelo: quel po' po' di
mutilazione!
A quelle parole, spaventatissimo, cominciai a tastarmi: mi presi il naso e quello mi rest in
mano, mi toccai le orecchie e mi si staccarono. La gente cominciava a guardare nella mia direzione,
a indicarmi a dito, finch non scoppi una risata generale ed io, sudando freddo, riuscii a battermela
sgusciando tra la folla.
Cos conciato e ridicolo non ebbi nemmeno il coraggio di tornare a casa mia; per nascondere
le cicatrici delle orecchie mi sono spartiti i capelli lasciandoli cadere ai due lati, e con questa benda
legata stretta cerco di nascondere nel modo pi conveniente il ribrezzo del mio naso.
XXXI
Appena Telifrone ebbe finito di raccontare, i convitati, sbronzi com'erano, ricominciarono a
sghignazzare e mentre reclamavano nuove bevute in onore del dio Riso, Birrena si rivolse a me:
Domani mi disse ricorre una solenne festivit che risale addirittura alla fondazione di questa
citt; in questo giorno noi, unici al mondo, con un rito allegro e divertente, ci propiziamo il
venerabile dio Riso. La tua presenza render pi lieta la festa. Se poi tu volessi, a tuo estro,
inventare qualcosa di spiritoso per onorare il dio, meglio ancora: potremmo ottenere in misura
maggiore i favori di una divinit cos potente.
Bene assicurai sar come tu desideri. E poi, caspita, farebbe piacere anche a me avere
una qualche idea che andasse bene per un cos grande dio.
Dopo di che, avvertito dal servo che s'era fatto tardi e sentendomi gonfio per la gran bevuta,
decisi di alzarmi e salutata in fretta Birrena, un po' barcollando, mi diressi verso casa.
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XXXII
Ma appena fuori uno sbuffo di vento ci spense la lucerna che ci faceva da guida, tanto che
dovemmo faticare parecchio a districarsi al buio. Finalmente, stanchi e con i piedi doloranti per aver
dato spesso nei sassi, imboccammo la via di casa. Eravamo quasi arrivati, sorreggendoci stretti l'un
l'altro, quando scorgemmo tre omaccioni nerboruti che, con tutte le loro forze, tentavano di forzare
la nostra porta. Alla nostra vista non sembrarono per nulla intimiditi, anzi mettendocela tutta,
raddoppiarono i loro assalti. Era chiaro che si trattava di briganti, e della peggiore risma.
Subito misi mano al pugnale che avevo portato con me per simili evenienze e che tenevo
nascosto sotto il mantello, e senza alcun indugio mi gettai su di loro e li affrontai mano a mano che
mi vennero sotto, finch, trapassati da parte a parte, non rimasero morti stecchiti ai miei piedi.
Al rumore di quel combattimento Fotide, intanto, s'era svegliata e venne ad aprirci. Io,
ansante e tutto coperto di sudore, mi infilai dentro: quella battaglia contro i tre briganti mi aveva
sfinito come se avessi lottato contro Gerione, cos mi lasciai cadere sul letto mi addormentai.

LIBRO TERZO
I
Non appena l'Aurora dalle rosee braccia scosse le briglie d'oro ai suoi cavalli e s'avanz nel
cielo, la notte mi strapp dal sonno profondo per consegnarmi al giorno.
Al ricordo di quanto era accaduto la sera prima un turbamento angoscioso prese l'animo mio.
Seduto sul letto a gambe incrociate, con le mani intrecciate sui ginocchi, piangevo a calde lacrime,
immaginandomi gi il tribunale, il processo, la sentenza e lo stesso carnefice.
Vallo a trovare un giudice dicevo fra me tanto indulgente e comprensivo da assolvere un
uomo reo di triplice omicidio, macchiatosi del sangue di cittadini! Ecco la gloria che, a sentire
Diofane il Caldeo, questo viaggio sicuramente mi avrebbe procurato! Cos gemevo fra me,
ripensando alla mia sventura.
II
A un tratto sentii battere con forza al portone e un confuso vocio di pi persone. Spalancate
le porte tutta la casa fu piena di magistrati, di guardie, di un codazzo di gente; seduta stante, a un
cenno, due littori mi agguantarono e senza ch'io facessi resistenza, mi trascinarono via.
Avevamo appena messi i piedi in istrada che una gran folla sbucata da ogni parte, quasi
l'intera citt, ci venne dietro. Io procedevo affranto, col capo all'ingi, penzoloni, a dir meglio
rivolto gi all'inferno, eppure a un'occhiata che diedi di traverso, mi colp una cosa stranissima: non
c'era una persona, una soltanto fra le tante migliaia che mi si affollavano intorno che non si
sbellicasse dalle risa.
Mi fecero percorrere tutte le strade, fermarmi ad ogni cantonata, come quando si portano in
processione le vittime per scongiurare la minaccia di funesti portenti; alla fine mi menarono nel
foro, davanti al tribunale.
I magistrati erano gi seduti sui loro alti scranni e il banditore chiedeva che si facesse
silenzio, quando a un tratto da parte del pubblico si grid all'unisono che un processo cos
importante fosse celebrato in teatro, perch troppa era la calca e c'era il rischio di rimanere
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schiacciati.
In un lampo la folla si rivers nella platea e riemp ogni ordine di posti, premette ai cancelli,
strabocc per fino sui tetti: alcuni rimasero abbracciati alle colonne, altri aggrappati alle statue, altri
ancora s'accontentarono di allungare il collo da finestre e abbaini, senza minimamente preoccuparsi
per la gran smania di vedere del rischio che correvano.
Le guardie intanto mi avevano condotto sul proscenio come una vittima e piazzato proprio
in mezzo all'orchestra.
III
E cos per la seconda volta l'usciere a gran voce dette la parola all'accusatore. Si alz un
vecchio che dopo aver riempito, per controllare il tempo del suo discorso, un vasetto a forma di
imbuto sottilissimo terminante in un forellino, attraverso cui l'acqua passava goccia a goccia, cos
parl al popolo:
Onorevoli cittadini, non una causa da poco questa che dobbiamo trattare, soprattutto
perch riguarda la sicurezza dell'intera citt e perch dovr essere un esempio di severit per tutti.
Per questo pi che mai necessario che voi, come singoli e come collettivit, in nome della
pubblica piet, facciate in modo che non resti impunito uno scellerato omicida che ha compiuto a
sangue freddo cos orribile strage. Non crediate che io voglia infierire contro di lui spinto da
personale risentimento o da rancori privati. Sono il comandante delle guardie notturne e nessuno
pu fino ad oggi muovere qualche addebito al mio scrupoloso servizio.
Ma vengo subito al fatto. Vi esporr per filo e per segno quanto accaduto questa notte: era
circa mezza notte ed io col solito zelo faceva il giro della citt controllando una per una ogni porta,
quando a un tratto vidi questo sanguinario che con la spada in pugno seminava strage. Ne aveva gi
fatti fuori tre: erano stesi ai suoi piedi, vittime della sua ferocia, e stavano esalando l'ultimo respiro,
le membra ancora palpitanti, in un lago di sangue.
Consapevole egli stesso di aver compiuto un delitto cos efferato e ben a ragione stravolto,
costui si dette subito alla fuga e favorito dalle tenebre riusc a riparare in una casa dove rimase
nascosto per tutta la notte.
Ma la provvidenza divina non consente ai malfattori di restare impuniti e, cos, prima che
costui potesse diventare uccel di bosco, allo spuntar del sole, io gli fui addosso, ed ora eccolo qui,
davanti al vostro autorevole inappellabile giudizio. Nelle vostre mani c' un uomo reo di tanti
delitti, colto in flagrante e per giunta forestiero. Con fermezza pronunciate dunque la vostra
sentenza contro questo straniero per un crimine che voi severamente punireste, anche se fosse stato
commesso da un vostro concittadino.
IV
Questo disse, con un vocione enorme, il terribile accusatore. Quando tacque l'usciere mi
chiese se volessi replicare e m'incit a farlo; ma io, in quel frangente non potevo far altro che
piangere, non tanto per l'orribile accusa, quanto, perdio, per il mio rimorso cocente. Tuttavia, fatto
audace da un'improvvisa ispirazione, cos cominciai.
Mi rendo conto quanto sia difficile, di fronte a tre cadaveri, per chi sia accusato di strage,
persuadere un cos gran pubblico della propria innocenza anche se costui dice la verit e
spontaneamente riconosce le sue responsabilit. Tuttavia se la pubblica benevolenza vorr
concedermi un po' d'attenzione, facilmente vi dimostrer che oggi io rischio la pena di morte non
per mia colpa, e che soltanto per un casuale evento, che ha suscitato in me un comprensibile sdegno
io sopporto ingiustamente l'infamia di tale accusa.
V
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Rincasavo dunque a tarda ora da una cena e, per la verit, ero un po' brillo; come vedete
non voglio nascondervi le mie colpe, quando, proprio davanti all'uscio di casa - sono ospite del
buon Milone, vostro concittadino - vidi dei terribili briganti che cercavano di entrare forzando i
cardini della porta Erano gi riusciti a far saltare tutti i paletti, che pure erano solidamente piantati, e
stavano concordando fra loro di far fuori tutta la gente che vi abitava. Uno di essi, il pi deciso, il
pi grosso, cos veniva dicendo agli altri: 'Coraggio, ragazzi, mettiamocela tutta e facciamoli fuori
mentre dormono, nessuna esitazione e niente paura, mettete mano ai coltelli e fate un bel massacro
dappertutto: chi dorme scannatelo, chi tenter di difendersi fatelo a pezzi; la faremo franca a patto
di non lasciare vivo nessuno.'
S, cittadini, ve lo confesso, temendo per me e per i miei ospiti e pensando che questo fosse
il dovere di un buon cittadino, col pugnale che porto sempre appresso per evenienze del genere, io
cercai di spaventarli e metterli in fuga quei banditi decisi a tutto. Ma barbari com'erano, mostri
addirittura, quelli si guardarono bene dal fuggire e bench mi vedessero col pugnale in mano, si
disposero ad affrontarmi a pi fermo.
VI
Ingaggiammo una battaglia in piena regola e il capobanda, l'alfiere della combriccola, con
tutta la sua forza mi venne addosso e afferratomi con tutte e due le mani per i capelli mi rovesci
all'indietro con l'intenzione di massacrarmi a colpi di pietra; ma mentre gridava che gliene dessero
una, io con mano ferma gli assestai un colpo cos preciso che lo stesi a terra. Poi tocc a un altro
che mi s'era afferrato ai polpacci e ferocemente me li mordeva; a questo gli vibrai un colpo proprio
in mezzo alle scapole. Il terzo che mi veniva imprudentemente attaccando di fronte, lo inchiodai
con un colpo in pieno petto.
Cos, ristabilita la pace, salvata la casa dei miei ospiti e l'incolumit loro e mia, io credevo
di aver ottenuto non soltanto l'impunit ma anche la pubblica lode dal momento, poi, che non ho
avuto mai nulla da spartire con la giustizia, che sono stato sempre stimato dai miei come un uomo
d'onore e che nella vita, ai miei interessi, ho sempre anteposto l'onest.
N io riesco a capacitarmi perch si considera reato la giusta punizione che ho inflitto a
quei pericolosissimi delinquenti, tanto pi che nessuno pu dimostrare che fra me e loro esistessero
rancori personali o che quegli uomini io li avessi mai visti e conosciuti o ancora che io abbia
commesso un crimine cos orrendo, spinto dalla cupidigia: in tal caso mi si mostri la refurtiva.
VII
Questo dissi e di nuovo scoppiai in lacrime e a mani giunte, in nome della pubblica
misericordia, di quanto avessero di pi caro, mi misi a scongiurare ora l'uno ora l'altro. E bench mi
sembrasse d'aver suscitato in loro un sentimento di umanit, di averli mossi a compassione con i
miei pianti, chiamai a testimone l'occhio del sole e della giustizia e affidai la mia sorte alla
provvidenza divina. Ma ecco che levando in alto lo sguardo, m'accorsi che tutta quella folla di gente
se la rideva a crepapelle e che perfino Milone, il mio ospite paterno, non si teneva pi dal ridere.
Ma che razza di vigliacco, che coscienza pensai allora tra me. Per avergli salvato la pelle
a quel mio ospite, sono preso per un assassino e mi si sta condannando a morte e lui, oltre a non
avermi dato neppure il conforto di un'assistenza, l che se la sghignazza sulla mia rovina.
VIII
In quel mentre, fra lacrime e gemiti, una donna in gramaglie e con un bambino in braccio, si
precipit in mezzo al teatro, seguita da una vecchia cenciosa, anch'essa piangente. Agitando rami
d'ulivo si posero attorno al catafalco, dove giacevano, coperti da un telo i corpi degli uccisi e
cominciarono a dare in alte grida e in lugubri lamenti. Per la pubblica piet, dicevano per il
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comune diritto di umanit, abbiate piet di questi giovani ingiustamente uccisi e a noi, vedove e
sole, date il conforto della vendetta. Aiutate almeno questa creaturina rimasta orfana in cos tenera
et e soddisfate le nostre leggi e la pubblica morale con il sangue di questo assassino.
A queste parole il magistrato pi anziano si lev in piedi e rivolto al popolo disse: Questo
crimine, che occorre punire severamente, non pu essere negato nemmeno da colui che lo commise,
tuttavia ci resta soltanto un ultimo punto da chiarire, anche se secondario: cio i complici di tanto
misfatto. Non verosimile, infatti che uno, da solo, abbia fatto fuori giovani cos gagliardi. Quindi
dobbiamo scoprire la verit con la tortura. Infatti lo schiavo che lo accompagnava sparito e quindi,
non ci resta che costringere l'accusato stesso a rivelarci i suoi complici, perch sia stroncato alle
radici il terrore che semina questa banda di delinquenti.
IX
In un battibaleno vennero portati il fuoco, la ruota e staffili d'ogni genere, secondo l'usanza
greca. Naturalmente in me crebbe, anzi si moltiplic, l'angoscia, dal momento che non mi si
consentiva di morire senza prima avermi fatto a pezzi, e intanto quella vecchia, che un attimo prima
aveva turbato l'animo di tutti con le sue lacrime incalzava: Pietosi cittadini, prima di torturare
l'assassino dei miei poveri figli, lasciate che siano scoperti i volti delle vittime, perch alla vista
della loro bellezza e della loro giovane et, voi possiate ancor pi accendervi di giusta collera e
commisurare la punizione alla gravit del crimine.
A queste parole segu un applauso generale e subito il magistrato impose che fossi io stesso
a scoprire quei corpi giacenti sul catafalco.
Invano mi schermii, tentai di rifiutarmi per non rinnovare lo spettacolo atroce della sera
prima: i littori per ordine dei magistrati mi ci costrinsero senza tanti complimenti e, afferratomi il
braccio che penzolava al fianco, me lo stesero, per mia rovina, sopra i cadaveri. Dovetti arrendermi
all'ineluttabile e, quindi, mio malgrado, sollevare il lenzuolo e scoprire quelle salme. Santi numi,
che cosa vidi! Quale prodigio! E come la mia sorte si capovolse! Mi vedevo gi in potere di
Proserpina e tra gli schiavi dell'Orco, quando a un tratto rimasi di stucco, strabiliato dinanzi
all'improvviso colpo di scena e, anche adesso, non ho parole adatte per esprimere la sorpresa ch'io
provai al nuovo spettacolo.
Infatti i corpi degli uccisi altro non erano che tre otri gonfi, bucati qua e l proprio in quei
punti dove, almeno per quel che ricordavo della battaglia della sera prima, avevo colpito quei
briganti.
X
Allora le risate che alcuni, maliziosamente, erano riusciti a trattenere si propagarono senza
pi freno tra la folla; alcuni parevano impazziti per la gioia, altri si tenevano con le mani la pancia
dolente per il gran ridere e tutti, divertiti e contenti, nel lasciare il teatro, continuavano a voltarsi
verso di me.
Io invece, da quando avevo toccato quel lenzuolo, ero rimasto impietrito, agghiacciato come
una statua, una colonna del teatro e non ritornai in me se non quando il mio ospite, Milone,
avvicinandosi e posandomi una mano sulla spalla, malgrado io tentassi di resistergli e tornassi a
singhiozzare e a piangere angosciosamente, con dolce violenza, mi trascin via con s e, per vie
traverse e deserte, mi condusse a casa sua cercando di consolarmi con vari discorsi, affranto e
avvilito com'ero.
Non riuscii, tuttavia, in alcun modo a placare lo sdegno per la beffa patita e che mi bruciava
dentro.
XI
25

Poco dopo i magistrati in persona, in pompa magna, si presentarono a casa e con queste
parole cercarono di rabbonirmi:
Signor Lucio, noi non ignoriamo n i tuoi meriti, n le tue origini; la nobilt della tua
famiglia infatti nota in tutta la regione e, quindi, credi, tutto quello che ti capitato e di cui sei
profondamente offeso, non stato fatto per mancarti di riguardo; perci sgombra dall'animo tuo
ogni tristezza, ogni angoscia dal tuo cuore. Questa festa che ogni anno ricorre e che noi, con
pubbliche solennit, celebriamo in onore dell'amabile dio Riso, si ravviva ogni volta di qualche
nuova trovata. Questa divinit accompagner sempre, propizia e benevola, l'autore dello scherzo e
chi vi si prestato e non consentir mai che il dolore affligga l'animo tuo ma sempre spianer la tua
fronte di una gioia serena.
Nel frattempo tutta la citt in segno di gratitudine vuole tributarti onori particolari; infatti ti
considera ormai come suo patrono e ha deciso che la tua immagine resti scolpita nel bronzo.
A questo meraviglioso, straordinario popolo della Tessaglia risposi io porgo il mio grazie
per gli onori che ha deciso di tributarmi, ma quanto alla statua e ai busti, vi consiglio di riservarli a
persona pi degna e pi illustre di me.
XII
Furono parole piene di modestia, le mie, mentre cercavo di assumere un'espressione serena
e, per quanto potevo, anche di sorridere; cos quando i magistrati se ne andarono li salutai
cordialmente.
Ed ecco entrare di corsa uno schiavo: Birrena, mi fece tua madre, ti ricorda che tra poco
l'ora del pranzo e tu, ieri sera, hai promesso di andarci.
Rabbrividii, perch quella casa mi ripugnava ormai anche da lontano.
Come sei cara, Birrena risposi e come vorrei accettare il tuo invito se lo potessi, senza
rimangiarmi la parola data; infatti, Milone, il mio ospite, si fatto giurare sul potente dio che si
venera oggi, che io stasera sarei rimasto a cena da lui e non intende mollarmi n permettermi che io
me la svigni, perci la promessa valga per la prossima volta.
Stavo ancora parlando che Milone mi prese decisamente per un braccio e ordinando che ci
seguissero con tutto l'occorrente per il bagno, mi condusse alle terme vicine.
Io camminavo tutto accostato a lui, evitando gli sguardi della gente e non volendo suscitare
il riso che io stesso avevo provocato; ne mi ricordo come feci, per la vergogna, a lavarmi, ad
asciugarmi e a tornare a casa, dal momento che gli occhi di tutti m'erano addosso e quei cenni,
quelle mani che mi mostravano a dito mi avevano del tutto frastornato e istupidito.
XIII
Consumai in fretta la magra cenetta di Milone e, dicendo che avevo un gran mal di capo, che
in effetti mi era venuto con tutto quel piangere, ottenni facilmente il permesso di andarmene a letto.
M'ero gi coricato e stavo ricordando con amarezza ad uno ad uno, tutti i fatti della giornata,
quando la mia Fotide, messa a dormire la padrona, entr in camera mia; ma come diversa dal solito!
Non pi il suo volto ridente, non pi quella cascatella di parole sulle sue labbra, ma tutta seria e
corrucciata. Sono stata io esclam, dopo qualche momento di esitazione. S, devo confessartelo,
sono stata io la causa dei tuoi guai di oggi e trasse di sotto il vestito una frusta poi mi fece,
porgendomela Tieni: vendicati, ti prego, di una donna perfida, anzi dammi tu la punizione che
credi. Per, non pensare che io ti abbia procurato una simile angoscia di mia volont. Non
permettano mai gli dei, che per causa mia, tu debba soffrire il bench minimo male: sono pronta a
versare il mio sangue pur di allontanare dal tuo capo ogni sventura. Ma quello che mi era stato
ordinato di fare, e per tutt'altro scopo, per mia disgrazia s' volto a tuo danno.
XIV
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Allora sentii risvegliarsi in me l'abituale curiosit e volendo vederci chiaro in tutto quello
che m'era accaduto, le feci:
Questa frusta odiosa e crudele che hai messo nelle mie mani perch ti picchiassi, la butter
via lontano, la far in mille pezzi prima che sfiori la tua morbida, candida pelle, ma tu sii sincera,
dimmi qual' stata questa tua azione che la sorte malvagia ha poi rivoltato a mio danno. Ti giuro,
sulla tua testa, a me cos cara, che se qualcuno, fossi anche tu stessa, mi venisse a raccontare che tu
hai tramato qualcosa ai miei danni, io non gli crederei. Un'azione ambigua o anche malvagia non
pu essere giudicata tale se pensata con buone intenzioni.
Il risultato di questo discorso fu che gli occhi tremuli e lustri della mia Fotide si socchiusero,
si fecero languidi di desiderio ed io mi chinai assetato a baciarli, avidamente e lungamente.
XV
Allora ella tutta racconsolata mi disse:
Ti prego lasciami prima chiudere per benino la porta della camera perch se trapelasse
qualcosa del mio discorso non vorrei che questo fosse cagione di un guaio ancora pi grosso e cos
dicendo and a fissare i chiavistelli e a mettere la spranga nei suoi anelli, poi mi ritorn accanto e,
gettandomi le braccia al collo, riprese a bassa voce: Ho paura, tanta paura di scoprirti i misteri di
questa casa, di rivelarti i segreti della mia padrona, ma io mi fido molto di te, perch sei saggio,
appartieni a una nobile famiglia, hai un ingegno non comune e per di pi sei stato iniziato a
parecchi riti e, quindi, conosci la sacra legge del silenzio. Quindi tutto quello che io affider
all'inviolabile scrigno del tuo buon cuore, ti prego di custodirlo gelosamente e di ricompensare la
sincerit delle mie parole con un silenzio di tomba. Si tratta di cose che soltanto io conosco e che mi
son decisa rivelarti solo per l'amore che a te mi lega. Tu cos saprai che casa questa e saprai per
quali misteriosi tramiti la mia padrona evochi i morti, muta il corpo degli astri, piega al suo volere
gli dei, rende docili a s gli elementi. E mai ella fa maggior uso di quest'arte sua come quando t'ha
adocchiato un bel giovane, e questo le capita spesso e volentieri.
XVI
Ora, per esempio, pazzamente innamorata di un bellissimo giovane della Beozia ed l
tutta presa a trafficare con le sue arti e le sue trappole. Pensa che ieri sera, proprio con queste
orecchie, io l'ho sentita che minacciava il sole di avvolgerlo in una nuvola nera e nelle tenebre
eterne se non si fosse sbrigato a tramontare per cedere il posto alla notte, e questo perch lei potesse
fare i suoi incantesimi.
Ieri, mentre tornava dalle terme scorse per caso questo giovane nella bottega di un barbiere
che si stava facendo tagliare i capelli. Ce n'erano gi molti ciuffi per terra, caduti sotto i colpi delle
forbici, e lei subito mi ordin di andarli a raccogliere, senza farmi vedere. Ma il barbiere mi
sorprese proprio sul fatto e poich noi siamo malviste un po' da tutti per le nostre pratiche
malefiche, mi invest malamente: 'Ehi, tu, strega della malora, la vuoi smettere di venire a rubare i
capelli dei giovinotti per bene? Se non la pianti con questa infamia, di sicuro ti consegno ai
magistrati' e detto fatto mi cacci una mano in petto e dopo avermi frugata, tutto arrabbiato, tir
fuori i capelli che io vi avevo nascosti.
Ci restai molto male pensando che la padrona, la quale per contrattempi del genere se la
prende moltissimo, mi avrebbe frustata a sangue e quindi ero gi decisa a fuggire, ma poi, pensando
a te, cambiai subito idea.
XVII
Ma mentre me ne venivo via mogia mogia, notai un tale che stava tosando degli otri di
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capro che poi appendeva in alto ben legati e rigonfi. Vidi anche che per terra erano rimasti dei peli,
biondi come quelli del giovane beota, e cos per non tornarmene a mani vuote, ne raccolsi parecchi
e li portai alla mia padrona, naturalmente facendo finta di niente.
Sul far della notte, prima che tu rientrassi da quella cena, Panfile, la mia padrona, gi tutta
invasata, se ne sal in un abbaino che sta dall'altra parte della casa, aperto a tutti i venti, con la vista
ad oriente e agli altri punti cardinali, fatto apposta per quelle sue: arti, e che ella, quindi, usa in tutta
segretezza, e qui, per prima cosa, prepar con i soliti ingredienti i suoi infernali marchingegni,
aromi d'ogni sorta, piastre di metallo con su incisi segni misteriosi, frammenti di navi naufragate,
una ricca collezione di pezzi di cadaveri gi pianti e sepolti, come nasi, dita da una parte, chiodi con
su ancora attaccati pezzi di carne da un'altra, altrove il sangue rappreso di persone assassinate,
perfino teste mozze sottratte alle zanne delle belve.
XVIII
Poi si mise a recitare scongiuri su delle viscere ancora calde, cospargendole di liquidi vari:
acqua di fonte, latte di mucca, miele di monte e perfino idromele. Poi intrecci e annod quei peli, li
profum e li gett sui tizzoni ardenti. Ed ecco che per l'irresistibile potere della sua arte magica e
per la forza occulta degli spiriti da lei evocati, i corpi ai quali quei peli che stavan bruciando
appartenevano, cominciarono ad animarsi, a sentire, a udire, a camminare e, richiamati dall'odore, l
dove le loro spoglie bruciavano, arrivarono essi, al posto del giovane beota, e volendo entrare, si
dettero a forzare la porta.
In quel momento giungesti tu, ubriaco fradicio e, ingannato dalla fitta oscurit della notte,
mettesti coraggiosamente mano al pugnale, un po' come il folle Aiace, solo che lui si gett su
animali vivi e ne fece strage, tu, molto pi audace, bucasti invece tre otre di capro. Cos, proprio
perch tu hai ammazzato molti nemici senza spargere una goccia di sangue, io ora me ne sto fra le
braccia di otricida, non di un omicida.
XIX
Risi al divertente racconto di Fotide e, scherzando a mia volta: Anch'io, dissi, posso
considerare questo mio primo atto di valore come una delle dodici fatiche di Ercole paragonando i
tre otri che ho bucato con i tre corpi di Gerione o con Cerbero triforme. Ma se vuoi ch'io ti perdoni
completamente della tua colpa che mi ha procurato tanti guai, devi farmi un favore, te lo chiedo a
mani giunte: mostrami la tua padrona quando fa qualcuna delle sue magie, quando invoca gli spiriti
o, addirittura, quando muta aspetto. Ho una voglia matta di conoscerla da vicino quest'arte della
magia, sebbene mi d l'idea che anche tu ne debba sapere qualcosa e non poco.
Per esempio io so, e lo sento, che se finora non mi sono mai troppo sprecato ad andare a
letto con le signore, con te, invece, tutta un'altra cosa e questi tuoi occhi ardenti, queste due
guance rosa, i tuoi splendidi capelli, i tuoi baci libidinosi, i tuoi capezzoli odorosi, mi hanno fatto
tuo schiavo, e tale che non desidero essere altro. Ormai alla famiglia non ci penso pi e non mi
passa nemmeno per la testa di ritornarvi: una soltanto delle nostre notti non la cambierei con
nessun'altra cosa al mondo.
XX
Come vorrei accontentarti, Lucio mio, rispose in ci che mi chiedi; ma quella sospetta di
tutto e i suoi riti misteriosi li compie nella pi completa solitudine, lontana da ogni sguardo. Il tuo
desiderio, per, viene prima del rischio che io potrei correre e, quindi, trover il momento
opportuno per accontentarti, basta per che tu, come ti ho raccomandato all'inizio, mantenga il pi
assoluto silenzio su questa faccenda.
Tra una chiacchiera e l'altra, venne per a tutti e due, una voglia matta di fare all'amore:
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buttammo via alla svelta, ogni indumento e, liberi e nudi, folleggiammo nelle braccia di Venere.
Quando io non ne potevo pi Fotide, generosa com'era, volle metterci un'aggiunta: e darmi il
piacere che di solito Si prendono i ragazzini.
Poi sui nostri occhi intorbiditi dalla stanchezza di quella veglia cadde un sonno profondo che
ci tenne fino a giorno alto.
XXI
Ci godevamo cos le notti quando, un bel giorno, Fotide si precipit da me tutta agitata
dicendomi che la sua padrona, poich con le pratiche usate finora, in fatto d'amore, non era riuscita
a concludere nulla, la notte seguente si sarebbe trasformata in uccello e sarebbe volata dal suo
desiderio.
Cos alle prime ore di notte mi condusse ella stessa, con ogni circospezione, in punta di
piedi, fino a quella stanzetta l in alto e mi disse di guardare attraverso una fessura dell'uscio che
cosa stava succedendo l dentro.
Panfile si era spogliata di tutte le vesti, poi, aperto uno scrigno cominci a estrarne parecchi
vasetti; tolse il coperchio ad uno di essi, prese dell'unguento e stropicciandolo a lungo nelle mani se
lo spalm su tutto il corpo, dalla cima dei capeli alle unghie dei piedi. Dopo che ebbe
sommessamente parlato con la lucerna, le sue membra cominciarono ad essere scosse da un tremito,
poi a ondeggiare lievemente e a coprirsi d'una fitta peluria. Nacquero, infine, delle robuste penne, il
naso s'incurv e s'irrigid, le unghie si mutarono in artigli adunchi. Panfile era diventata un gufo.
Emise un querulo strido, prov a saltellare ancora incerta delle sue possibilit, infine, levatasi in alto
se ne vol via ad ali spiegate.
XXII
Panfile si era trasformata, grazie alle sue arti magiche e di sua volont. Io, di fronte a un
simile prodigio, ero come impietrito per lo stupore e senza bisogno di scongiuri mi sentivo di essere
tutto tranne che Lucio: ero fuori di me, imbambolato come uno che abbia perso la ragione, sognavo
ad occhi aperti e me li venivo stropicciando continuamente per vedere se ero davvero sveglio.
Finalmente tornai alla realt e afferrata la mano di Fotide e portatamela agli occhi: Ti
supplico esclamai ora che si presenta l'occasione, dammi la prova suprema, unica, dell'amor tuo,
dammi solo un filino di quell'unguento, te ne scongiuro, dolcezza mia, per queste tue mammelline
tutto miele, che sono mie, incatenami per sempre a te con questo favore eccezionale, fa che diventi
un Cupido alato per volare in braccio alla mia Venere.
E bravo il mio furbacchione innamorato. Vorresti, eh, che io mi dessi da me la zappa sui
piedi. Faccio gi fatica, cos come sei, a sottrarli a queste bagasce di Tessaglia, figuriamoci poi dove
andrei a cercarti e quando ti rivedrei se diventassi un uccello!
XXIII
Che il cielo mi liberi da una simile carognata. Anche se io potessi volare in alto,
dappertutto nel cielo, come l'aquila, e diventare il fidato messaggero di Giove e il suo augurale
scudiero, dopo tanta gloria di voli, non tornerei sempre al mio piccolo nido? Ti giuro per queste
deliziose trecce dei tuoi capelli con cui mi hai incatenato il cuore, che io non preferir mai
nessun'altra alla mia Fotide. E poi, adesso che ci penso, una volta che sar tutto bello spalmato
d'unguento e trasformato in un uccello simile, dovr starmene alla larga dalle case. Che allegria,
infatti, e come potranno goderselo, le signore, un amante gufo. La sappiamo, no? la fine che fanno
questi uccelli notturni quando entrano in qualche casa: li prendono e li inchiodano alle porte perch
con la loro morte atroce facciano penitenza delle disgrazie che il loro volo infausto reca alle
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famiglie. Ma quasi quasi mi dimenticavo di chiederti qual' la formula, il gesto magico con cui
potr togliermi quelle penne di dosso e tornare di nuovo il Lucio di prima?
Non ti preoccupare riguardo a questo mi assicur. La mia padrona mi ha mostrato tutto
quanto occorre per restituire l'aspetto umano a quelli che hanno preso altra forma. Non credo per
che l'abbia fatto per bont d'animo ma solo perch, cos, quand'ella torna io possa apprestarle i
rimedi efficaci. Inoltre devi sapere che bastano erbette da nulla per ottenere un simile prodigio: un
po' di semi di aneto, delle foglie di lauro mescolate in acqua di fonte ed ecco bell'e pronto il bagno e
la bevanda.
XXIV
Dopo avermi ripetuto pi volte tali assicurazioni, entr tutta emozionata in quella stanzetta e
prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo
pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi
avidamente le dita nel barattolo e preso un bel po' di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi,
agitando le braccia su e gi mi misi a fare l'uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e
nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata
com'era, a farsi dura come il cuoio, alle estremit degli arti le dita si confusero, riunendosi in una
sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spunt una gran coda.
Poi eccomi con una faccia enorme, una bocca allungata, le narici spalancate, le labbra
penzoloni, mentre smisuratamente pelose mi erano cresciute le orecchie. Nulla in quell'orribile
metamorfosi di cui potessi per qualche verso compiacermi, se non per il mio arnese diventato
grossissimo, ma proprio quando, ormai, non potevo pi tener Fotide tra le mie braccia.
XXV
Guardandomi tutte le parti del corpo e vedendomi diventato asino e non uccello sentii
d'essere rovinato. Mi venne voglia di prendermela con Fotide per questo bel guaio, ma privo ormai
del gesto e della voce, feci quel che potevo: chinai il muso e guardandola di traverso con gli occhi
umidi mi raccomandai a lei in silenzio.
Quand'ella, intanto, mi vide in quello stato, cominci a picchiarsi il viso e: Disgraziata che
sono cominci a gridare l'emozione e la fretta mi hanno tradita e mi ha ingannata la somiglianza
dei vasetti. Meno male che per questa trasformazione presto trovato il rimedio. Basta che tu
mastichi delle rose e subito ti toglierai di dosso questo aspetto d'asino e tornerai il mio Lucio.
Peccato che ieri sera non ho preparato per noi le solite coroncine di rose perch allora non avresti
dovuto aspettare nemmeno una notte. Appena spunta l'alba, per avrai subito la medicina.
XXVI
Cos ella si disperava ed io bench asino perfetto, un quadrupede al posto di Lucio,
conservavo la sensibilit umana. Cos stetti a lungo a chiedermi se avessi dovuto uccidere a furia di
calci e di morsi quella disgraziata e malvagia femmina; ma da questo proposito avventato mi
distolse una considerazione pi sensata e cio che se avessi punito Fotide con la morte, mi sarei
tolta da me ogni possibilit di aiuto. Cos a testa bassa e ciondoloni e mandando gi la momentanea
umiliazione, nonch rassegnandomi a quel tristissimo accidente, me ne andai vicino al mio cavallo
che cos zelantemente mi aveva portato fin l, nella stalla, dove trovai anche un altro asino,
appartenente a Milone, un tempo mio ospite.
Intanto io pensavo che se tra gli animali, privi come sono di parola, esiste un tacito e
istintivo senso di solidariet, quel mio cavallo, riconoscendomi e avendo piet di me, mi avrebbe
dato ospitalit e lasciato ch'io occupassi il posto migliore. E, invece, per Giove ospitale, per le
segrete divinit della Fede, quella mia illustre cavalcatura e quell'asino, annusandosi, si misero
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subito d'accordo ai miei danni e, appena videro che io mi avvicinavo alla greppia, preoccupati per il
cibo, a orecchie basse, infuriati, mi accolsero con una tempesta di calci. Cos fui tenuto bene alla
larga da quell'orzo che io stesso, la sera prima, con le mie mani, avevo posto davanti a quel mio
riconoscente servitore.
XXVII
Trattato in questo modo e messo al bando mi ritirai in un cantuccio della stalla e mentre
pensavo all'insolenza di quei miei colleghi e progettavo di vendicarmi di quel perfido cavallo non
appena con l'aiuto delle rose sarei tornato Lucio, vidi appesa a met del pilastro centrale che
sosteneva le travi della stalla un'immagine della dea Epona incassata in una piccola nicchia e
circondata da una ghirlandetta di rose fresche.
Scorto l'aiuto provvidenziale mi torn la speranza e tese in alto le zampe anteriori, mi detti
da fare come potevo ad allungare il collo e a protendere le labbra, insomma a tentare con tutte le
mie forze di afferrare quelle ghirlande. Ma per il colmo della disgrazia il mio servo al quale era stata
affidata la cura del mio cavallo, vedendomi fare tutti quegli sforzi, mi salt su infuriato: Ma fino a
quando devo sopportare questo castrone? Un momento fa si stava fregando la biada delle altre
bestie, ora se la prende anche con le immagini degli dei. Quasi quasi lo cionco, 'sto sacrilego! e
messosi alla ricerca di un'arma, gli venne sotto, per caso, una fascina dalla quale sfil il ramo pi
robusto e pi frondoso e cos, povero me, gi a darmele pi che poteva. Smise quando s'udirono un
grande strepito e colpi violenti alla porta e i vicini che gridavano: i briganti, i briganti; allora,
impaurito, se la diede a gambe.
XXVIII
Un attimo dopo la porta si spalanc violentemente e un gruppo di briganti fece irruzione
mentre una seconda schiera armata circondava la casa e, con continui spostamenti, teneva a bada la
gente che accorreva da ogni parte. Tutti erano armati di spade e di torce e illuminavano le tenebre; il
fuoco e il ferro brillavano come un sole sorgente.
Al centro della casa c'era un ripostiglio chiuso e sigillato da catenacci solidissimi dove
Milone ammucchiava i suoi tesori. Quelli a gran colpi di scure spaccarono tutto, entrarono,
portarono fuori ogni cosa e in fretta la chiusero in sacchi che poi si divisero. Ma i portatori non
erano in numero sufficiente per un bottino simile; cos, messi in difficolt per la troppa abbondanza,
presero noi, due asini e un cavallo, ci tirarono fuori della stalla, ci seppellirono quanto poterono
sotto i fardelli pi pesanti e minacciandoci con i bastoni ci spinsero fuori della casa ormai svuotata
di tutto.
Uno della banda rimase sul posto per raccogliere notizie e riferire poi dell'inchiesta che si
sarebbe aperta su quel fattaccio; quanto a noi, invece, a suon di legnate ci spinsero tra le montagne
per viottoli impraticabili.
XXIX
Intanto un po' per tutto quel carico, un po' per la ripidezza di quei viottoli di montagna, un
po' per la molta strada gi fatta, tra me e un morto c'era ormai poca differenza. Eppure, anche se in
ritardo, mi venne un'idea di quelle fini, cio di fare appello alla legge, sperando che tirando in ballo
il nome dell'augusto imperatore, mi sarei liberato di tutti i miei guai. E cos a giorno fatto, mentre,
finalmente, attraversavamo un villaggio popoloso e pieno di gente accorsa per il mercato, giunto nel
bel mezzo di un gruppo di greci, tentai di invocare nella loro lingua, il nome augusto di Cesare, ma
non mi riusc di gridare che un O forte e chiaro, ch il resto del nome Cesare non potetti
articolarlo.
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Urtati assai da quel mio raglio sgradevole i briganti cominciarono a darmene un fracco da
spianarmi la pellaccia fino a ridurmela peggio di uno straccio.
Finalmente il gran Giove volle porgermi una via di salvezza. Infatti, mentre sorpassavamo
casette di campagna e grosse cascine, io vidi un giardinetto grazioso nel quale oltre a diverse piante
leggiadre c'erano delle rose ancora in boccio e stillanti di rugiada. Tutto lieto e arzillo per la
speranza della salvezza mi ci accostai e con le labbra avide gi stavo per afferrarle quando feci una
considerazione che fu davvero assai saggia e cio che se io mi fossi ritrovato non pi asino ma
Lucio, quei briganti, di sicuro, mi avrebbero fatto fuori o perch sospettato di magia o per la paura
che un domani li avrei denunciati.
E cos, anche questa volta, per forza maggiore, dovetti rinunziare alle rose e, rassegnandomi
alla mia temporanea sventura, proprio come un asino mi misi a masticare fieno.

LIBRO QUARTO
I
Doveva essere all'incirca mezzogiorno e il sole ormai cominciava a picchiare, quando
facemmo sosta a un casolare, da certi vecchi che i briganti conoscevano e di cui erano amici, come
riuscii a capire, per quanto asino, dall'accoglienza che ci fecero, dai lunghi discorsi, dai baci e
abbracci che si scambiarono.
Anzi i briganti cominciarono a togliermi di dosso alcuni degli oggetti che regalarono a quei
vecchi, facendo loro capire, a mezze parole, che era tutta roba rubata. Poi, liberatici completamente
del carico, ci menarono a pascolare in un prato l vicino.
Ma a me pascolare con un asino e con un cavallo non mi andava proprio, tanto pi che non
ero ancora abituato a mangiar fieno. Vidi per fortuna dietro la stalla, un orticello e, morto di fame
com'ero, non ci pensai due volte a buttarmici dentro e a riempirmi la pancia di cavoli sebbene
fossero crudi; intanto, guardando a destra e a manca, pregavo tutti gli dei che mi facessero trovare
nei giardini l intorno qualche bel rosaio fiorito.
D'altronde il luogo solitario mi dava una certa fiducia in quanto, una volta presa la medicina,
nascosto tra il verde, io avrei potuto abbandonare l'andatura curva del quadrupede e, non visto da
alcuno, tornare nella posizione eretta di un uomo.
II
Mentre, dunque, mi lasciavo andare a un mare di pensieri, allungando lo sguardo vidi poco
lontano, una valletta ombreggiata da un fitto bosco dove fra molte erbe e la densa vegetazione
brillavano ciuffi di rose di un color rosso fiammante.
Fra me, non ancora diventato tutto bestia, pensai si trattasse del bosco di Venere e delle
Grazie se, appunto, nei suoi angoli pi nascosti, splendeva, il regale fulgore di quel fiore divino.
E cos, invocato il dio Evento perch mi fosse propizio, mi precipitai gi di volata tanto che
per la velocit mi pareva di essere un cavallo da corsa, perdio, altro che un asino.
Ma quello scatto in grande stile non pot superare l'avversit della mia sorte. Infatti giunto
sul posto non vidi rose belle e delicate, stillanti nettare e divina rugiada, quelle che nascono dai rovi
felici e dalle spine feconde, e nemmeno pi la valletta ma solo il greto di un fiume chiuso da fitti
alberi.
Erano di quegli alberi che per le lunghe foglie somigliano all'alloro e che producono piccoli
calici di un color rosso pallido che hanno tutto l'aspetto di fiori profumati e che invece profumo non
hanno.
La gente ignorante, con un termine campagnolo, li chiama rose d'alloro e qualunque animale
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che le mangia ci resta secco.


III
Vedendomi perseguitato in tal modo dalla malasorte mi pass anche la voglia di vivere e
cos decisi di farla finita col veleno di quelle rose.
Ma mentre, esitante, mi accingevo ad addentarle, un giovanotto, l'ortolano credo, al quale
poco prima avevo saccheggiato il campo di cavoli, accortosi della rovina che gli avevo procurato,
tutto infuriato, agitando un grosso bastone, mi piomb addosso e afferratomi, me ne diede tante e
poi tante che mi avrebbe ammazzato se alla fine non fossi riuscito a cavarmela da me e con un po'
di giudizio: con grandi sgroppate, infatti, cominciai a tempestarlo di calci da sbatterlo contro la
scarpata del monte lasciandolo malconcio. Poi me la diedi a gambe.
Ma ecco che una donna, evidentemente sua moglie, appena lo vide dall'alto mezzo morto a
terra si mise a correre verso di lui urlando e strepitando a bella posta per suscitare compassione di s
e farmela pagare. Infatti tutti i contadini dei dintorni alle urla di quella donna diedero la voce ai cani
e me li aizzarono contro inferociti perch mi facessero a brani.
Quando vidi venirmi addosso tanti cani e tutti enormi, che avrebbero potuto affrontare
benissimo orsi e leoni, allora pensai che la mia ultima ora era suonata e presi l'unica risoluzione che
le circostanze mi suggerivano: smisi di fuggire e arretrando a tutta velocit rientrai nella stalla dove
avevamo fatto sosta.
I cani, sebbene a fatica tornarono buoni alla catena ma i contadini legarono anche me con
una solida correggia a un'anello fissato nel muro e gi di nuovo a darmene cos forte che certamente
mi avrebbero finito se il mio ventre, gonfio com'era per quella mangiata di cavoli crudi e disturbato
dalla diarrea, non avesse sprizzato come uno zampillo un po' di quella sciolta cos da insozzarne
alcuni mentre il fetore faceva fuggire gli altri dalla mia povera schiena mezza fracassata.
IV
Senza un attimo di respiro, sotto il sole del primo pomeriggio, quei briganti ci tirarono fuori
dalla stalla e ci caricarono ben bene pi di prima, me soprattutto.
S'era gi fatto un bel pezzo di strada ed io, sfinito da quel po' po' di miglia, schiacciato sotto
il mio carico, dolorante per tutte le legnate che avevo preso, con gli zoccoli ormai tutti consumati,
zoppo e traballante, mi fermai presso un ruscello che scorreva dolcemente fra l'erba pensando che
quello era proprio il momento buono per piegare le ginocchia, stendermi a terra e non muovermi pi
a costo d'essere finito a furia di legnate o addirittura con una coltellata.
Credevo che, ridotto com'ero, mezzo morto ormai, mi sarebbe proprio spettato il congedo
d'invalidit e che quei briganti, vuoi per non star l a perdere tempo, vuoi per la preoccupazione di
fuggire pi presto che potevano, avrebbero diviso il mio carico fra gli altri due giumenti e per
maggior vendetta mi avrebbero lasciato l in pasto ai lupi e agli avvoltoi.
V
Ma un destino infame mand a monte un'idea cos brillante: infatti l'altro asino, leggendomi
nel pensiero, mi precedette e, l per l, fingendo una gran stanchezza, si butt per terra con tutto il
carico, lungo disteso come fosse morto e non ci fu verso, n con le frustate, n con le spunzonate,
nemmeno tirandolo per la coda, per le orecchie, per le gambe, di farlo rialzare, fino a che i briganti,
persa la pazienza e la speranza, dopo aver confabulato un po' fra loro, per non ritardare pi oltre la
fuga con lo star dietro a un asino ormai morto e immobile come un sasso, divisero il suo carico fra
me e il cavallo, poi presa la spada gli troncarono i garretti e tiratolo in parte sul ciglio della strada lo
precipitarono gi a capofitto, ancora vivo, nella scarpata sottostante.
Allora io, riflettendo sulla sorte di quel mio infelice compagno, decisi di piantarla con tutti i
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sotterfugi e le furbizie e di essere piuttosto un asino come si deve, obbediente e servizievole verso i
miei padroni, tanto pi che, almeno cos avevo capito dai loro discorsi, presto ci saremmo fermati,
giacch eravamo finalmente giunti alla meta, l dove era la loro casa e il loro rifugio sicuro.
Infatti, dopo aver superato un lieve pendio giungemmo a destinazione.
Qui i briganti ci tolsero di dosso i bagagli che nascosero all'interno ed io liberato dal peso
cominciai a rivoltolarmi nella polvere come in un bagno per smaltire la stanchezza.
VI
Ora, per, mi sembra il caso di descrivere quei luoghi e la spelonca abitata da quei ladroni.
Cos metter alla prova il mio talento e dar a voi l'occasione di giudicare se anche in fatto di
cervello e di sentimenti io fossi proprio un asino.
Noi eravamo proprio sotto una montagna, altissima, paurosa, tutta coperta da boschi
fittissimi, lungo i suoi fianchi dirupati, tutti rocciosi, puntuti e, perci inaccessibili, si aprivano
anfratti profondi coperti di rovi e disposti in ogni senso, tali da formare intorno intorno come una
difesa naturale. Dalla vetta sgorgava a grandi getti una sorgente le cui acque argentate precipitando
a valle si rompevano in tante cascatelle che poi, raccogliendosi nel fondo di quegli anfratti vi
ristagnavano formando come una sorta di recinto, quasi uno stretto di mare o un fiume che
s'impaluda. Sopra la caverna, proprio sul ciglio di un dirupo, si ergeva un'alta torre. Solide
staccionate di robusti graticci per rinchiudervi le pecore si stendevano da una parte e dall'altra e
davanti all'ingresso formavano uno stretto passaggio come fra due alte pareti.
Parola mia che a vederla tu l'avresti detta proprio una casa di briganti.
Eppure tutt'intorno non c'era altro che una capannuccia tirata su alla meglio con delle frasche
dove la notte, come venni a sapere in seguito, montavano la guardia taluni briganti estratti a sorte.
VII
Dopo averci legati con una robusta correggia davanti all'ingresso i briganti, uno per volta,
carponi, si calarono gi nella caverna e qui cominciarono a prendersela con una vecchia curva e
rinsecchita dagli anni che evidentemente doveva essere la persona addetta alle cure e al servizio di
tutti quei giovinastri: Brutta carogna putrida, sgorbio della natura, schifato anche dall'inferno, ti sei
sistemata in questa casa a far niente? Mica ti sogni di farci trovare, dopo tante fatiche e tanti
pericoli, qualcosa da mettere sotto i denti. Tu, per, giorno e notte, te la riempi a garganella quel la
tua pancia, di vino.
E quella, tutta tremante e con un filo di voce stridula: tutto pronto, miei bravi giovanotti,
miei coraggiosi protettori: pietanze abbondanti e saporite, cotte a puntino, pane in quantit, vino gi
bell'e versato nei calici scintillanti e, come al solito, c' anche l'acqua calda per una lavatina alla
svelta. Appena sentirono questo quei giovani, in un batter d'occhio, si spogliarono e tutti nudi si
riscaldarono intorno a un gran fuoco, poi si lavarono con l'acqua calda, si unsero con l'olio e, alla
fine, si sistemarono intorno a una mensa stracolma di vivande.
VIII
Avevano appena preso posto che altri ne arrivarono, molto pi numerosi e non mi ci volle
gran che a capire che anche questi erano dei briganti e della stessa risma. Anch'essi, infatti, se ne
vennero con il loro bottino: monete d'oro e d'argento, vasi preziosi, stoffe di seta e broccati.
Anch'essi si ritemprarono con un bagno caldo, poi sedettero a mensa fra i compagni. Alcuni, estratti
a sorte, cominciarono a servirli. Mangiarono e bevvero a pi non posso, divorarono montagne di
carne, intere infornate di pane, uno dietro l'altro tracannarono file di bicchieri; fecero un baccano
d'inferno, cantarono a squarciagola, si scambiarono lazzi ingiuriosi, sembravano tanti Lapiti e
Centauri ubriachi, a met bestia e a met uomini.
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A un tratto, uno di loro, il pi grosso di tutti, prese la parola:


Noi abbiamo espugnato Ia casa di Milone di Ipata e, a parte il ricco bottino che abbiam
fatto su, grazie al nostro coraggio, siamo ritornati alla base quanti n'eravamo, senza nemmeno un
graffio; voi invece che siete andati a scorrazzare per le citt della Beozia siete tornati in pochini e
avete perduto perfino il vostro capo, il fortissimo Lamaco. Per riaverlo qui vivo e vegeto io sarei
pronto a dare tutta questa roba che vi siete portata dietro. Comunque egli ormai morto, il suo
troppo coraggio l'ha perduto, ma la sua memoria sar celebrata insieme con quella dei re pi famosi
e dei guerrieri pi valorosi. Quanto a voialtri non siete che dei volgari ladruncoli, buoni solo per
furtarelli da servi, per sgraffignare cenci ai bagni pubblici o nelle casupole delle vecchie.
Si vede che tu sei l'unico a non sapere che le case dei signori sono le pi facili da
svaligiare rimbecc a questo punto uno degli ultimi venuti. S, vero, per ch se anche in quelle
grandi case c' un sacco di servit che va e che viene, in effetti ciascuno bada pi a salvare la
propria pelle che le ricchezze del padrone. La gente modesta, invece, che non ha tanti servitori,
cerca di custodirselo per benino quello che ha, poco o molto che sia, di nasconderselo con la
massima cura e non lo molla, a rischio, magari, del proprio sangue.
IX
Se non ci credete state a sentire:
Eravamo appena giunti a Tebe, la citt dalle sette porte e, secondo le regole pi elementari
del mestiere, ci mettemmo subito a fare le nostre indagini sulle sostanze di questo e di quello.
Arrivammo cos a sapere che un certo Crisero, un banchiere, aveva denari a palate, ma che per
paura delle tasse e delle pubbliche elargizioni, da furbo fingeva di non essere poi cos ricco, e cos
se ne viveva come un eremita in una casupola modestissima ma ben difesa e qui, cencioso e
sordido, covava i suoi sacchi d'oro. Cos decidemmo di visitarlo per primo, pensando che non
sarebbe poi stata una gran cosa affrontare un uomo solo e che senza alcuna fatica ci saremmo
impossessati di tutti i suoi tesori.
X
Senza perder tempo, scesa la notte, ci trovammo tutti pronti davanti alla porta di Crisero e
fummo subito dell'avviso che non era il caso di forzarla, di scardinarla e tanto meno di abbatterla
perch il rumore che avremmo fatto avrebbe svegliato tutto il vicinato e noi ci saremmo trovati a
mal partito.
Fu cos che Lamaco, il nostro valorosissimo capo, col suo coraggio di sempre introdusse
una mano nel buco della serratura e cerc, dall'interno di far saltare il chiavistello. Ma quel Crisero,
certamente il pi infame di tutti gli esseri con due gambe, che stava all'erta e che aveva sentito tutto,
si avvicin in punta di piedi, senza il minimo rumore e, all'improvviso, con tutta la forza che aveva
inchiod con un grosso ferro la mano del nostro capo al legno della porta, poi lasciandolo cos
atrocemente crocifisso, corse sul tetto di casa e di l, gridando a squarciagola, si mise a invocare
aiuto, chiamando ad uno ad uno per nome tutti i vicini e facendo credere che la sua casa aveva
improvvisamente preso fuoco e che, quindi, ne andava di mezzo la vita di tutti.
Naturalmente i vicini si precipitarono a dargli una mano, atterriti da un pericolo che
minacciava anche loro.
XI
Eravamo proprio in un bel pasticcio: o lasciarci ammazzare tutti o piantare l il compagno.
Trovammo una soluzione, la migliore, date le circostanze, condivisa anche da lui: con un colpo
netto tagliammo al nostro capitano il braccio all'altezza del gomito e, lasciato l l'avambraccio, gli
avvolgemmo la ferita con molte bende perch il sangue che colava non rivelasse le nostre tracce e
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ce la filammo con quel che restava di Lamaco. Da una parte noi ci sentivamo impegnati verso di lui
da un sacro giuramento, ma dall'altra vedendoci inseguiti da una folla vociante e atterriti dal
pericolo imminente accelerammo la fuga. Cos quell'eroe sublime quel valoroso, non potendo
correre altrettanto in fretta, n rimanere indietro senza danno, con mille preghiere ci supplic e ci
scongiur per la destra di Marte e per la fede giurata, di liberare un buon compagno come lui da
ulteriori sofferenze e dalla cattura. Come avrebbe potuto, un brigante degno di questo nome,
sopravvivere alla perdita della mano, la sola cio che gli consentiva di rubare e di uccidere?
Fortunato, invece, se fosse stato ucciso, come voleva, dai suoi compagni
Quando per vide che nessuno di noi se la sentiva di commettere un omicidio volontario,
con la mano che gli restava afferr la spada la baci lungamente e con un colpo tremendo si
trapass il petto.
Onore noi rendemmo al coraggio del nostro magnanimo capo; avvolgemmo con cura in un
lenzuolo di lino i resti di quel corpo e li affidammo al mare perch li custodisse. Il nostro Lamaco
ora sepolto l nelle profondit degli abissi.
XII
Cos egli degnamente morto, da valoroso, come visse.
Alcimo, invece, nonostante ce l'avesse messa anch'egli tutta in quanto a coraggio, non pot
sfuggire a una sorte crudele. Penetrato nel misero tugurio di una vecchia, sal nella stanza di sopra,
dove quella dormiva, ma invece di sbarazzarsene subito, strangolandola, come avrebbe dovuto,
prefer prima gettare da una larga finestra tutto quello che c'era da rubare perch noi lo portassimo
via. In un battibaleno fece piazza pulita di ogni cosa e non volendo risparmiare nemmeno il letto sul
quale quella vecchiaccia dormiva, con uno scossone la scaravent per terra e afferr il pagliericcio
per buttarcelo gi come aveva fatto con tutto il resto. Ma quella megera gettandosi alle sue
ginocchia cos lo supplic: 'Ma perch ragazzo mio vuoi regalare i poveri oggetti e gli stracci di una
povera vecchia ai ricchi vicini sulla cui casa sporge questa finestra?'
Ingannato da queste parole astute e prendendole per vere, temendo, per giunta, che tutto
quello che finora aveva mandato gi e il resto che stava per gettare potesse andare a finire non pi
nelle braccia dei suoi compagni ma in casa d'altri, per sincerarsi della cosa, si sporse dalla finestra
aguzzando ben bene lo sguardo all'intorno, ma soprattutto per valutare le ricchezze della casa vicina
di cui la vecchia gli aveva parlato. Atto certamente coraggioso ma imprudente perch proprio
mentre egli era penzoloni tutto intento a guardare altrove, quell'assassina, con una spinta da nulla
ma improvvisa, lo fece precipitare gi a capofitto.
A parte l'altezza rispettabile, egli and a cadere proprio sopra un grosso macigno ch'era l
sotto fracassandosi le costole. Pat poco per perch mentre ci stava raccontando come erano andate
le cose, cominci a vomitare sangue e spir.
Degno compagno di Lamaco noi gli demmo la stessa sepoltura.
XIII
Colpiti da questa duplice perdita la piantammo l con Tebe e raggiungemmo la vicina
Platea.
Qui venimmo a sapere, per il gran parlare che se ne faceva, che un certo Democare stava
allestendo uno spettacolo di gladiatori. Era un uomo tra i pi ragguardevoli, fornito di molti mezzi e
generoso per giunta, che organizzava quei pubblici divertimenti con una magnificenza pari alle sue
possibilit.
Difficile sarebbe trovare un uomo di ingegno, un oratore tanto abile da saper descrivere con
parole adeguate tutti i particolari di quei preparativi: gladiatori dalla forza eccezionale, cacciatori
dall'occhio infallibile, malfattori che non avevano pi nulla da perdere, si preparavano con le loro
carni a ingrassare le belve, macchine montate su telai fissi, torri di tavole snodabili a guisa di case
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mobili, vivaci pitture, palchi riccamente addobbati per assistere al previsto spettacolo venatorio. E
che gran quantit di bestie feroci, di tutte le specie, perch Democare ce l'aveva messa tutta e s'era
fatti venire dall'estero quei magnifici esemplari, vero sterminio di condannati a morte.
Ma oltre a tutte queste attrazioni, che, peraltro, erano gi costate un patrimonio, egli,
spendendo quattrini a palate, s'era procurato un gran numero di gigantesche orse. senza contare
quelle che aveva catturato egli stesso o che aveva comprato pagandole assai salate, si aggiungevano
tutte 1e altre che gli amici, a gara, gli avevano regalato; ed egli le manteneva tutte queste bestie con
ogni cura e a fior di quattrini.
XIV
Naturalmente tutto quel magnifico e grandioso apparato allestito per la gioia del pubblico
non sfugg agli occhi gelosi dell'Invidia. Tutte quelle bestie, infatti, indebolite dalla lunga cattivit,
estenuate dal caldo eccessivo dell'estate, infiacchite dalla mancanza di movimento, furono colpite
da un'improvvisa pestilenza e morirono quasi tutte.
Ce n'erano un po' dappertutto, riverse qua e l nelle piazze, agonizzanti, simili a relitti di un
naufragio. La plebe pi miserabile che per la sua squallida povert costretta a non andar troppo
per il sottile in fatto di cibo e, per riempirsi il ventre vuoto, a ricorrere a supplementi schifosi e a
qualche razione gratis, si gett di furia su quelle vivande gi bell'e servite.
Quella circostanza sugger a me e al qui presente Babulo, un'idea geniale.
Avevamo visto un'orsa di parecchio pi grande delle altre, la prendemmo e facendo finta di
volercela mangiare la portammo nel nostro nascondiglio. Qui la scuoiammo per benino lasciandole
tutti gli artigli e la testa fino all'altezza del collo; poi raschiammo accuratamente la pelle dalla parte
interna per assottigliarla e dopo averla cosparsa di cenere finissima la mettemmo a essiccare al sole.
Nell'attesa che il calore del sole l'asciugasse, con la carne di quella bestia facemmo una
gran mangiata e, in vista dell'imminente impresa, stringemmo il seguente patto, cio, che uno di noi,
non tanto il pi forte, quanto il pi coraggioso, purch si offrisse volontario, entrasse in quella pelle
e assumendo l'aspetto di un'orsa penetrasse nel palazzo di Democare; poi approfittando del silenzio
della notte, al momento opportuno, aprisse le porte e facesse entrare anche noi.
XV
L'impresa era affascinante e non pochi della nostra banda si fecero avanti. Ma fra tutti fu
scelto, all'unanimit, Trasileone il quale accett il rischio di una simile trappola a doppio taglio e,
tranquillamente, si fece chiudere nella pelle che, divenuta morbida e pieghevole, gli si adatt
perfettamente. Con una cucitura accurata accostammo gli orli della pelle e mascherammo la sutura,
del resto quasi impercettibile, con il folto pelame che era ai lati. Poi infilammo, non senza difficolt,
il capo di Trasileone alla radice della gola nel punto dove era stata tagliata la testa della belva,
praticammo dei piccoli fori accanto alle narici perch potesse respirare e, in corrispondenza degli
occhi perch potesse vedere, infine, facemmo entrare il nostro coraggiosissimo compagno, ormai
diventato una bestia perfetta, in una gabbia che ci eravamo procurata per pochi spiccioli, anzi fu lui
stesso a saltarvi dentro con un balzo risoluto e disinvolto.
XVI
Dopo questi preliminari ecco come procedemmo per far scattare la nostra trappola.
Eravamo venuti a sapere che un certo Nicanore, di origine tracia, era legato a Democare da profondi
vincoli di amicizia. Cos scrivemmo una lettera nella quale fingemmo che quell'amico inviava un
esemplare di una sua battuta di caccia per concorrere alla splendida riuscita dei giuochi.
Cos a sera inoltrata ci recammo da Democare con la gabbia nella quale c'era Trasileone e
con la falsa lettera.
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Quello stupito della grande mole della bestia e tutto contento di quel dono cos generoso e
cos opportuno dell'amico, ordin che all'istante ci fossero contati dai suoi forzieri, dieci monete
d'oro per ciascuno, portatori come eravamo di tanta gioia.
Succede sempre che la gente, ad ogni novit, si precipita per vedere; cos intorno a quella
belva, si radun subito una gran folla d'ammiratori che il nostro Trasileone, astutamente
immedesimandosi nella parte, teneva a bada con grandi salti minacciosi, per cui tutti non facevano
altro che complimentarsi della gran fortuna di Democare che dopo aver perduto tante bestie poteva
in qualche modo rifarsi della disgrazia con questo nuovo arrivo.
Frattanto egli ordin che la belva fosse subito portata, con ogni precauzione nei suoi
allevamenti.
Ma allora dovetti farmi avanti io.
XVII
'Signore, per carit, questa bestia stremata dal gran caldo e dal lungo viaggio; non
metterla insieme con le altre, tanto pi che sono parecchie, come ho sentito dire, e non godono
buona salute. Perch non le trovi un posticino qui, a casa tua, spazioso e ben arieggiato magari
vicino a uno specchio d'acqua, che le dia un po' di refrigerio. Lo sai, no, che queste bestie vivono
nei boschi fitti, in caverne umide e vicino a limpide sorgenti.
A queste considerazioni Democare rimase colpito e ripensando fra s al gran numero di
bestie perdute non fece obbiezione alcuna, anzi ci autorizz subito a mettere la gabbia dove
volevamo.
'Anzi,' ripresi 'noi siamo anche disposti a dormire qui, questa notte, accanto alla gabbia; la
bestia troppo malandata per il caldo e per il viaggio e cos possiamo darle noi cibo e acqua al
momento giusto e con ogni premura.'
'Non c' bisogno che vi prendiate questo disturbo,' ci rispose. 'Quasi tutta la mia gente ha
una lunga pratica ormai e sa benissimo come governare gli orsi.'
XVIII
Dopo di che gli augurammo la buona notte e ce ne andammo.
Usciti di citt scorgemmo in un luogo appartato e fuori mano, un sepolcreto, dove
trovammo molte casse da morto ormai corrose e sconquassate dal tempo con i cadaveri gi polvere
e cenere, ne aprimmo alcune pensando di nascondervi il futuro bottino. Poi con il solito sistema
della nostra banda, attendemmo che la luna tramontasse, cio quando il primo sonno diventa
irresistibile e assale e afferra pi forte i sensi degli uomini, e ci appostammo tutti al completo con le
spade in pugno davanti alle porte di Democare, puntuali come se fossimo stati citati in giudizio.
Dal canto suo Trasileone, colto il momento pi propizio della notte, per dare il via al colpo,
usc dalla gabbia e in un attimo pass a fil di spada, uno dopo l'altro, i guardiani che dormivano l
accanto; lo stesso fece col portinaio e, sfilatagli la chiave, corse ad aprirci le porte.
Noi ci precipitammo dentro e, in un baleno, ci radunammo al centro della casa. Allora egli
ci indic il magazzino nel quale la sera prima aveva visto accortamente nascondere una gran
quantit di argenteria.
In un attimo, facendo forza tutti insieme, scardinammo le porte e io ordinai a ciascuno dei
miei compagni di arraffare quanto pi oro e argento potevano e di andarlo a nascondere in quelle
casse dei morti, di cui ci si poteva fidare, e, di volata, poi, ritornare per raccogliere altro bottino.
Io solo nell'interesse di tutti, sarei rimasto a vigilare davanti alla porta finch non fossero
ritornati. Del resto la stessa presenza di un'orsa che scorazzava libera per la casa mi pareva
sufficiente a spaventare quei servi che, eventualmente, si fossero svegliati. Chi, infatti, per quanto
forte e coraggioso, vedendosi davanti una simile bestiaccia, di notte per giunta, non se la sarebbe
data a gambe, non avrebbe cercato scampo in camera sua, spaventatissimo, sprangandosi dentro?
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XIX
Avevamo, dunque, organizzata ogni cosa a puntino e prese tutte le precauzioni, quando
capit un maledetto contrattempo. Infatti, mentre aspettavo ansioso il ritorno dei compagni, un
servitorello, reso inquieto per il rumore o chiss ispirato da qualche dio, si avanz quatto quatto e
vista la fiera che andava liberamente su e gi per tutte le stanze, torn adagio sui suoi passi e rifer a
tutti quelli di casa ci che aveva visto.
In un attimo tutta la casa si riemp di servi: fiaccole, lucerne, candele di cera e di sego, ogni
altro oggetto buono a far luce rischiar le tenebre; di tutta quella gente nessuno era senza un'arma,
chi con un bastone, chi con una lancia, chi con la spada in pugno, tutti corsero a bloccare le uscite.
Come se non bastasse sciolsero anche i cani da caccia per avventarli contro l'orsa, quelli con le
orecchie a punta e il pelo ritto.
XX
Allora io, vedendo la tempesta che si addensava feci dietro front e me la svignai da quella
casa non prima per di aver lanciato uno sguardo, dalla soglia della porta dove m'ero acquattato, a
Trasileone che, intanto, aveva iniziato contro i cani una bellissima resistenza. Bench sapesse che
era giunta ormai l'ultima sua ora, non dimenticando chi era, chi eravamo noi e il suo coraggio di
sempre, egli non si arrese dinanzi alle fauci gi aperte di Cerbero. Sostenendo, infatti, fino
all'ultimo, la parte che s'era volontariamente assunto, ora arretrava, ora attaccava, finch con finte e
aggiramenti non riusc a scivolar fuori di quella casa.
Purtroppo, bench fosse all'aperto e avesse via libera, non riusc a fuggire e a salvarsi: tutti
i cani del quartiere, che erano tanti e feroci, si unirono in un'unica muta ai segugi che erano usciti
dalla casa all'inseguimento. Che orribile e funesto spettacolo vedere il nostro Trasileone circondato
e assalito da una muta di cani inferociti e dilaniato da mille morsi.
Io non riuscii a sopportare la vista di tanto strazio e cos mi confusi tra la gente che correva
da tutte le parti e nel tentativo di soccorrere il buon camerata nell'unico modo che potevo senza
scoprirmi cominciai a dissuadere i battitori di quella caccia all'orso: ' un vero pecato,' gridavo, '
un delitto perdere una cos gran bella bestia che deve valere un tesoro.'
XXI
Ma il trucco non funzion e a quel povero diavolo non port alcun bene perch nel
frattempo un omaccione grande e grosso, sbucando da una casa, s'avvent contro l'orsa e gli
conficc la lancia nel petto.
Dopo di lui un altro fece altrettanto e poi altri ancora gli si fecero sotto quasi a gara a
colpirlo con la spada. E cos Trasileone, veramente gloria e vanto della nostra banda, degno
dell'immortalit invece che di tanto strazio, alla fine fu sopraffatto; ma non un grido, non un gemito
tradirono la fede giurata: per quanto egli fosse ormai tutto dilaniato dai morsi e trafitto dai colpi
continu a fare la belva muggendo e ringhiando e sopportando con una forza d'animo nobilissima la
sua sventura, finch non rese la vita al fato riservando per s gloria immortale
Eppure fu tanta l'impressione, tanta la paura che egli aveva messo in quella folla che fino al
sorgere del sole, anzi fino a giorno alto, nessuno os toccare la belva neanche con un dito sebbene
giacesse morta l a terra.
Fu un macellaio, prima con molta titubanza, via via con pi coraggio, a sventrare la bestia e
a mettere allo scoperto l'eroico brigante. Cos anche Trasileone ci mor ma la sua gloria non morir.
In fretta e furia raccogliemmo i bagagli che i fedeli morti ci avevano custodito e di gran
carriera ci lasciammo alle spalle il territorio di Platea, giustamente pensando in cuor nostro che se la
lealt non pi di questo mondo, vuol dire che essa, in odio alla nostra perfidia, se n' andata a stare
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fra i Mani e coi morti.


E cos, eccoci qua, stanchi morti per il peso del carico e per la strada pessima, con tre
compagni di meno, e questa, come vedete, la roba che abbiamo portato.
XXII
Quando smisero di raccontare brindarono con vino schietto in calici d'oro alla memoria dei
compagni caduti, cantarono per un po' qualche strofetta in onore di Marte, poi se ne andarono a
riposare.
A noi invece la vecchia di cui ho detto prima, somministr orzo fresco in grande abbondanza
e per il mio cavallo, l'unico che potesse godersela in tanto scialo, fu proprio come trovarsi a un
banchetto dei Salii.
Io invece che non avevo mai mangiato orzo se non ben brillato e cotto a puntino, adocchiai
un angolino dove erano stati raccolti i pani avanzati da tutta la compagnia e mi misi alacremente a
lavorar di ganasce che per il lungo digiuno s'erano anchilosate e avevan fatto la muffa. A notte
inoltrata i banditi si destarono e, variamente equipaggiati, levarono il campo, alcuni armati di spade,
altri travestiti da fantasmi e scomparvero a passi veloci.
Quanto a me, sebbene morissi dal sonno, continuai a mangiare imperturbabile e di buona
lena. E pensare che quand'ero Lucio mi bastavano s e no un paio di pani per alzarmi gi sazio da
tavola mentre ora, per riempire un ventre cos vasto, m'ero gi attaccato alla terza cesta. Cos la luce
del giorno mi colse di sorpresa ancora tutto intento in quest'opera.
XXIII
Ebbi un po' di vergogna, vergogna asinina s'intende, e cos, bench a malincuore, mi staccai
di l e andai a dissetarmi in un vicino ruscello. Poco dopo rientrarono i briganti, tutti trafelati e
nervosi: erano tornati a mani vuote senza neanche un misero mantello.
Spade in pugno, ranghi serrati, banda al completo, si tiravano dietro, per, una fanciulla dai
lineamenti delicati che doveva appartenere a una delle famiglie pi nobili della regione, come
indicava il suo aspetto signorile, una fanciulla perbacco che faceva voglia anche a un asino pari
mio, e che piangeva e che per la disperazione si strappava i capelli e si lacerava le vesti.
La fecero entrare nella caverna e con queste parole cercarono di calmarla: Sta sicura, la tua
vita e il tuo onore qui non corrono alcun pericolo; soltanto devi portare un po' di pazienza e darci
una mano in un nostro affaretto, perch la povert che ci spinge a far questo. I tuoi genitori, con
tutti quei quattrini che hanno, per quanto taccagni, di certo saranno disposti a pagare un adeguato
riscatto, trattandosi del loro stesso sangue.
XXIV
Ma la fanciulla non si calm a queste parole n ad altre simili che le vennero dette. Come
poteva in effetti? Se ne stava con la testa fra le ginocchia e piangeva dirottamente.
Quelli allora chiamarono la vecchia e le ordinarono di sederle accanto e di dirle parole
gentili, per quanto potesse; poi se ne andarono per i loro soliti affari.
Ma nemmeno alle parole della vecchia la fanciulla smise di piangere, anzi cominci a
lamentarsi ancora pi forte e con certi singhiozzi che la scuotevano tutta e che strapparono le
lacrime perfino a me: Oh, povera me diceva privata di una casa come la mia, di tutti i miei servi,
di tutti i miei affezionati domestici, dei miei amati genitori, vittima di un infame rapimento,
diventata merce di scambio, chiusa come una schiava in questa prigione fra le rocce, senza pi
nessuno di quegli agi in cui sono nata e cresciuta, con la vita in forse, in questo antro di carnefici,
fra tutti questi briganti, in mezzo a una simile razza di assassini. Come faccio a non piangere, come
faccio a vivere?
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Cos si lamentava, finch sfinita dall'angoscia, la gola gonfia, le membra stremate, non
chiuse gli occhi stanchi al sonno.
XXV
Aveva appena socchiuse le palpebre che improvvisamente si riscosse come una pazza e
ricominci a smaniare pi di prima, a battersi il petto e a straziarsi con le mani il bel viso.
Ora s che finita per me, ora s che non c' pi speranza diceva tra i sospiri mentre la
vecchia le chiedeva il perch di quel rinnovato dolore. Non mi resta che appendermi a una corda o
trapassarmi con una spada o precipitarmi in un burrone.
A queste parole la vecchia perse la pazienza e con un'espressione dura pretese che le dicesse
il perch di quel pianto improvviso, di quell'insopportabile lagna, dopo che finalmente era riuscita a
prendere sonno: Non vorrai mica impedire che i miei ragazzi guadagnino un po' di soldi col tuo
riscatto? Bada che se la fai tanto lunga con tutte queste lacrime che, sta sicura, non impressionano
mica dei briganti, io ti far bruciare viva.
XXVI
Atterrita da questo discorso la fanciulla prese a baciarle le mani e a implorare: Perdonami,
madre mia, perdonami, ma abbi un po' di compassione per la mia infelicissima sorte. Io lo so, ne
sono sicura che l'et ormai avanzata, questa tua veneranda canizie non ha inaridito in te il
sentimento della piet. Considera un po' che sventura la mia: un bel giovane il pi in vista fra tutti
quelli della sua condizione, che tutta la citt aveva riconosciuto come suo figliuolo, per giunta mio
cugino, si era legato a me con un sentimento d'amore purissimo, che io ricambiavo. Aveva soltanto
tre anni pi di me, eravamo cresciuti insieme fin dall'infanzia, compagno inseparabile della mia
camera e del mio letto. Da tempo eravamo fidanzati, anzi, con il consenso dei genitori e dai
documenti ufficiali egli poteva gi considerarsi mio sposo.
In vista delle nozze, tra uno stuolo numeroso di parenti e di amici egli gi faceva sacrifici
propiziatori nei templi e nei santuari; la mia casa era tutta adorna di lauri e risplendeva di luci e
risuonava di canti nuziali; la mia povera madre, tenendomi sulle ginocchia, gi mi faceva bella
nell'abito nuziale e mi copriva di teneri baci, trepidante, facendo voti e sperando in cuor suo nella
prole futura.
Proprio in quel momento all'improvviso, irruppero i briganti, tutti con le spade sguainate che
mandavano lampi, come in una violenta scena di guerra. Non erano venuti per uccidere n per
saccheggiare, ma in schiera serrata entrarono direttamente nella nostra stanza. Nessuno dei servi
tent di ricacciarli, tanto meno di resistere, ed io, infelice, morta di paura e tutta tremante fui
strappata dalle braccia materne. Cos le mie nozze furono tragicamente interrotte e sconvolte, come
quelle di Attide e di Protesilao.l
XXVII
Ed ora l'orribile sogno che ho fatto ha rinnovato la mia sventura, anzi l'ha raddoppiata.
Mi sembrava di essere stata strappata di forza dalla mia casa, dalla mia camera, dal mio
stesso letto e trascinata per strade deserte. Invocavo per nome il mio infelicissimo sposo e lui,
privato dei miei amplessi, ancora tutto profumato d'unguenti com'era e cinto di corone, cercava di
raggiungermi, ed io che gli fuggivo davanti portata da piedi non miei. E siccome lui gridava che gli
rapivano la bella sposa e chiamava in suo soccorso il popolo, uno dei briganti irritato da quel
molesto inseguimento raccolse una grossa pietra che si trov fra i piedi e con quella colp il mio
povero e giovane marito uccidendolo.
Tale fu l'orrore di questa terribile scena che piena di paura io mi riscossi da quel sonno
funesto.
41

Ai pianti della fanciulla si aggiunsero allora i sospiri della vecchia: Suvvia, padroncina,
fatti coraggio le diceva non lasciarti spaventare da queste false visioni notturne, perch non solo i
sogni del mattino risultano falsi ma anche quelli che si fanno a notte alta non corrispondono per
niente a quello che poi accade realmente. Pensa un po' che sognare di piangere, di venir malmenati
o addirittura di morire ammazzati vuol dire che guadagnerai un sacco di soldi e che, vice versa,
sognare di ridere, di riempirsi la pancia di dolci o di fare all'amore significa che avrai dispiaceri,
malattie e guai.
Ma ora meglio straviarti: ti racconter una bella storia, una di quelle favole che sanno le
vecchie.
E cominci:
XXVIII
Un tempo, in una citt, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie, le due
pi grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la
bellezza della pi giovane era cos straordinaria e cos incomparabile che qualsiasi parola umana si
rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla.
Insomma sia quelli della citt che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto
prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle
labbra, accostavano l'indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata
Venere in persona.
Anzi nelle vicine citt e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai
profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina
presenza, era discesa fra gli uomini o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la
terra aveva sbocciato un'altra Venere, anch'essa bellissima, nella sua grazia virginale.
XXIX
Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre pi e la voce cominci a
diffondersi nelle isole vicine e poi pi lontano in molte regioni del continente.
Folle di pellegrini sempre pi numerose facevano lunghi viaggi, attraversavano mari
profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del secolo.
Nessuno andava pi a Pafo o a Cnido o a Citera per visitare i santuari di Venere; alla dea
non si facevano pi sacrifici, i suoi templi erano lasciati nell'abbandono, i suoi sacri cuscini
calpestati, le cerimonie trascurate, le sue statue restavano disadorne, vuoti i suoi altari e ingombri di
cenere spenta.
Alla fanciulla si innalzavano preghiere, e si placava il nume di una dea potente come
Venere adorando un volto umano. Al mattino, quando la vergine usciva, a lei si apprestavano
vittime e banchetti invocando il nome di Venere assente e, quando passava per via, il popolo le si
affollava supplice intorno con fiori e ghirlande.
Questo eccessivo tributo di onori divini a una fanciulla mortale suscit lo sdegno violento
della Venere vera che, scuotendo fieramente il capo e malcelando la collera, cos cominci a
ragionare:
XXX
'Ecco che io, l'antica madre della natura, l'origine prima degli elementi, la Venere che d
vita all'intero universo, sono ridotta a dividere con una fanciulla mortale gli onori dovuti alla mia
maest e a veder profanato dalle miserie terrene il mio nome celebrato nei cieli. Nessuna
meraviglia, allora, se durante i riti espiatori dovr sopportare un culto equivoco, diviso a met e se
una fanciulla che non potr sfuggire alla morte ostenter le mie sembianze.
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'A nulla valso allora che quel pastore la cui giustizia e lealt fu dallo stesso Giove
riconosciuta, per la straordinaria bellezza prescelse me fra dee tanto pi illustri.
'Ma non se li godr a lungo costei, chiunque sia, gli onori che mi usurpa: la far pentire io
della sua bellezza che non le spetta.'
'E l per l chiam il suo alato figliuolo, quel cattivo soggetto che, infischiandosene della
pubblica morale, ha la pessima abitudine di andarsene in giro armato di torce e di frecce, di entrare
di notte nelle case della gente e profanare i letti nuziali insomma di provocare impunemente un
sacco di guai, senza far mai nulla di buono. E sebbene fosse un briccone e sfacciato per natura, lei
questa volta con le sue parole lo incoraggi e lo aizz, lo condusse fino a quella citt, gli indic
Psiche - cos si chiamava la fanciulla - e gli raccont gemendo e fremendo d'indignazione tutta la
storia della bellezza contesa.
XXXI
'Ti prego' gli diceva 'in nome dell'affetto che mi porti, per le dolci ferite delle tue frecce, per
le soavi scottature delle tue torce, fa che tua madre abbia piena vendetta, punisci senza piet questa
bellezza insolente. Se tu vuoi puoi davvero farmelo questo piacere, soltanto questo: che la ragazza
si innamori pazzamente dell'ultimo degli uomini, di quello che la sfortuna ha particolarmente
colpito nella posizione sociale, nel patrimonio, nella stessa salute, caduto cos in basso che sulla
faccia della terra non se n trovi nessuno come lui disgraziato.
Cos gli parl stringendosi forte al seno quel suo figliuolo e baciandoselo a lungo. Poi si
diresse alla spiaggia vicina, l dove batte l'onda, e sfiorando con i rosei piedi le creste spumose dei
fervidi flutti, ristette alfine sulla calma superficie del mare; e il mare le rese omaggio, a un suo
cenno, com'ella desiderava, come se tutto da tempo fosse gi stato voluto: le danzarono intorno le
figlie di Nereo cantando in coro, e Portuno con l'ispida barba azzurra e Solacia col grembo colmo di
pesci e il piccolo Palemone che cavalcava un delfino. Qua e l fra le onde esultavano a schiera i
Tritoni,l uno soffiava dolcemente nella conchiglia sonora, un altro con un velo di seta faceva
schermo all'ardore molesto del sole, un terzo sosteneva uno specchio dinanzi agli occhi della dea,
gli altri nuotavano a coppie aggiogati al suo cocchio.
Un tal seguito scortava il viaggio di Venere verso l'oceano.
XXXII
Ma intanto Psiche, bellissima com'era, non ricavava alcun frutto dalla sua grazia. Tutti la
ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla
in sposa. Restavano l a contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema
fattura.
Un giorno le due sorelle pi grandi, la cui bellezza, modesta, era passata inosservata al gran
pubblico, si fidanzarono con principi del sangue e celebrarono nozze felici mentre Psiche, rimasta
vergine, sola nella vuota casa, piangeva il suo triste abbandono e sofferente e intristita fin per
odiare la sua stessa bellezza che pure tutti ammiravano.
E cos l'infelice padre della sventurata fanciulla, temendo una maledizione celeste e la
collera degli dei, interrog l'antichissimo oracolo del dio Milesio e con preghiere e con vittime
chiese a questa potente divinit per la vergine negletta nozze e marito. E Apollo, bench greco e
ionico, per compiacere l'autore di questo romanzo, gli rispose in latino cos:
XXXIII
Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla
ed esponila o re su un'alta cima brulla
non aspettarti un genero da umana stirpe nato
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ma un feroce, terribile, malvagio drago alato


che volando per l'aria ogni cosa funesta
e col ferro e col fuoco ogni essere molesta.
Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui,
orrore ne hanno i fiumi d'Averno e i regni bui.
Il re che un tempo era stato felice, sentito il sacro responso, fece ritorno a casa coll'animo
colmo di tristezza e rifer alla moglie i comandi del funesto oracolo. Per pi giorni non fecero che
piangere, gemere, lamentarsi. Ma ormai era giunto il tempo di adempiere a quanto aveva prescritto
il crudele vaticinio e per la sventurata fanciulla venne l'ora di prepararsi a quelle funebri nozze. Gi
il lume delle fiaccole si oscurava di nera fuliggine spegnendosi sotto la cenere, il suono del flauto
nuziale si mutava in una triste nenia lidia, il canto lieto dell'imeneo in un lamento lugubre e la sposa
novella si asciugava le lacrime con il velo nuziale. Tutta la citt si dolse del triste destino che aveva
colpito quella casa e in segno di generale cordoglio fu decisa la sospensione di ogni pubblica
attivit.
XXXIV
Ormai alla povera Psiche non restava che obbedire al volere celeste e sottomettersi al
supplizio cui era stata destinata.
Terminati nella pi profonda tristezza tutti i solenni preparativi di quel funesto matrimonio
una gran folla di popolo segu le esequie di un vivo e Psiche in lacrime fu accompagnata non a
nozze ma al suo funerale.
I poveri genitori colpiti da una sventura cos grande, esitavano a compiere un cos orribile
crimine ma era la stessa figliola ad esortarli: 'Perch' diceva 'volete angustiare ancor pi la vostra
infelice vecchiaia? Perch affannate il vostro cuore, che anche il mio, in continui lamenti? Perch
sciupate con lacrime inutili quei vostri visi adorati? Straziando i vostri occhi come se straziaste i
miei. E perch vi strappate i capelli, perch vi battete il petto, e tu, madre, perch colpisci quel santo
seno che mi nutr? Ecco per voi il premio della mia famosa, straordinaria bellezza. L'invidia funesta
ha inferto il colpo mortale e voi tardi lo avete capito. Quando folle intere, intere citt mi tributavano
onori divini e tutti, a una voce, mi proclamavano la nuova Venere, oh, allora avreste dovuto dolervi
e piangere e indossare il lutto come se fossi gi morta. Ne sono sicura, lo sento, la mia rovina stata
soltanto per quel nome di Venere.
Conducetemi dunque in cima alla rupe che la sorte mi ha destinata e lasciatemi l. Desidero
ormai celebrare presto queste nozze felici, voglio vederlo subito questo mio nobile sposo. Perch
indugiare, perch differire l'incontro con costui che nato per la rovina dell'intero universo?'
XXXV
Cos disse la vergine e poi tacque e con passo deciso s'avvi tra la folla che la segu in
corteo.
Giunsero cos alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a strapiombo, e l
lasciarono la fanciulla, sola, l lasciarono le fiaccole, spente con le loro lacrime, con cui s'eran fatti
lume e a capo chino rientrarono alle loro case.
I poveri genitori, distrutti da tanta sciagura, si chiusero nell'ombra pi fitta delle loro stanze
votandosi a una notte senza fine.
Psiche intanto, spaurita e tremante, l in cima alla rupe, si struggeva in lacrime, quand'ecco
l'alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la
sollev da terra e sostenendola col suo soffio leggero, gi gi lungo il pendio del monte, la depose
nel cavo di una valle in grembo all'erbe e ai fiori.
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LIBRO QUINTO
I
Psiche dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta sent
l'animo suo liberarsi di tutta l'angoscia e placidamente s'addorment.
Dopo aver riposato abbastanza si lev pi tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e
frondosi e una sorgente d'acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte,
vide una reggia, costruita non dalla mano dell'uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si
accorgeva subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio.
Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d'avorio, era sostenuto da colonne
d'oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi d'argento raffiguranti belve e altri animali nell'atto di
balzare su chi entrava.
Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di sicuro, chi aveva, con
un'arte cos magistrale, animato tutto quell'argento. Anche i pavimenti di preziosi mosaici
spiccavano per la variet delle composizioni.
Beati, oh, s, veramente beati quelli che avrebbero potuto camminare su quelle gemme e su
quei gioielli.
D'altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo. era di valore inestimabile: i muri
erano formati da blocchi d'oro e brillavano di luce propria, cos che quel palazzo risplendeva di per
s anche senza la luce del sole,tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte.
Tutte le altre cose erano perfettamente intonate alla magnificenza regale di quella casa s
che veramente sembrava che quel divino palazzo fosse stato costruito per il sommo Giove come sua
dimora terrena.
II
Attratta dall'incanto del luogo Psiche s'avanz, poi fattasi coraggio varc la soglia e, presa
dalla curiosit di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa. Vide cos, in
un'altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c'era tutto quanto si
potesse desiderare e immaginare.
Ma la cosa pi straordinaria, pi ancora di tutte quelle meraviglie, era che nessuna chiave,
nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezze.
Mentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sent una voce misteriosa che le
disse: 'Signora, perch stupisci di fronte a tanta ricchezza? Ci che vedi tuo. Entra in camera e
lasciati andare sul letto e comanda per il bagno, come ti piace Queste voci sono quelle delle tue
ancelle, pronte a servirti, e quando avrai terminato di prenderti cura della tua persona, non dovrai
attendere per un pranzo regale.'
III
Psiche comprese che tutta quella grazia era un segno della divina provvidenza e seguendo
le indicazioni delle voci misteriose prima con il sonno poi con un bagno si liber della stanchezza.
Fu allora che vide, poco discosta, una tavola semicircolare gi apparecchiata per il pranzo e
pensando si trattasse del suo, volentieri sedette.
All'istante, senza che nessuno servisse, ma come spinti da un soffio, le vennero recati vini
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pregiati, svariate pietanze. Non riusciva a vedere nessuno, sentiva solo un rimbalzar di parole
aveva per ancelle soltanto delle voci.
Dopo quel pranzo squisito un essere invisibile entr e cominci a cantare e un altro ad
accompagnarlo sulla cetra ma Psiche non riusc a vedere nemmeno questa; poi le giunse all'orecchio
un concerto di voci: si trattava di un coro, ma anche questa volta la fanciulla non vide nessuno.
IV
Quando queste delizie cessarono, l'ora tarda invit al sonno Psiche.
Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all'orecchio, Ella era sola col suo
pudore di vergine e trasal, cominci a tremare di paura, a temere l'ignoto che la circondava pi che
un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la
possedeva, e che prima dell'alba s'era gi dileguato.
Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella
sposa le loro cure per la violata verginit.
Questo si ripet per molto tempo e come di solito accade l'abitudine fin col rendere
piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la
sua solitudine.
Nel frattempo i suoi genitori invecchiavano in un dolore e in un lutto inconsolabili. La
fama di quanto era accaduto s'era sparsa in lungo e in largo e anche le sorelle maggiori erano venute
a sapere ogni cosa.
Tristi e angosciate, esse avevano lasciate le loro case e in fretta e furia erano corse a
consolare i loro genitori.
V
Quella notte stessa lo sposo disse alla sua Psiche; - infatti, bench invisibile lei poteva
udirlo toccarlo come un marito in carne e ossa - 'psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino
crudele ti minaccia di un terribile pericolo, per cui ti prego d essere molto prudente. Le tue sorelle,
angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e presto verranno a questa
rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carit non rispondere, non farti vedere, perch a me daresti un
grande dolore ma per te sarebbe addirittura la fine.'
Assent Psiche e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva ma quando egli con la
notte si dilegu, per tutto il giorno la poverina non fece che struggersi in lacrime: 'Allora son
proprio morta' si ripeteva tra i lamenti 'prigioniera in questo carcere d'oro, senza poter corrispondere
con esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono morta, senza
neppure poterle vedere.' E quel giorno non fece il bagno, non tocc cibo, non si concesse alcun
ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora piangeva disperata.
VI
Cos quando il suo sposo, pi presto del solito, le si distese al fianco e stringendola fra le
braccia sent che piangeva: 'Sono queste' le disse 'le tue promesse, Psiche? Che cosa pu aspettarsi
da te, che cosa pu sperare un marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di
tormentarti neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro al tuo
cuore e tienti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sar tardi, ricordati che io ti avevo
seriamente avvertito.'
Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la morte, strapp al
suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il loro dolore, di trattenersi un poco a parlare
con loro.
Ed egli cedette all'insistenza della giovane sposa e le concesse perfino che donasse alle
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sorelle tutto l'oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso tempo, l'avvert se veramente e con parole
ch le fecero paura, di non indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle,
sull'aspetto di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosit, perch allora, da tanta beatitudine
sarebbe precipitata nella rovina pi nera e non avrebbe pi goduto dei suoi amplessi.
Ella ringrazi lo sposo e tutta contenta lo rassicur che avrebbe preferito cento volte morire
piuttosto che non fare pi all'amore con lui, che lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era
caro come la vita e che lo preferiva perfino allo stesso Cupido: 'Ma ti prego' gli diceva tra i baci
'concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie sorelle al modo stesso
che lo fui io' e gli sussurr mille dolci paroline e si avvinghi al suo corpo quasi a costringerlo,
continuandogli a ripetere fra le carezze: 'Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.'
Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione di quei sussurri d'amore e
promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi, appressandosi l'alba, si sciolse dagli amplessi
della sposa a svan.
VII
Frattanto le sorelle, saputo il posto in cima alla montagna dov'era stata abbandonata Psiche
lo raggiunsero senza indugio e qui cominciarono a piangere e a battersi il petto, tanto che rocce e
dirupi echeggiarono presto dei loro gemiti.
Poi si misero a chiamare per nome la povera sorella finch Psiche, a quei dolorosi lamenti
che si spandevano tutt'intorno gi gi fino a valle, trepidante e fuori di s si precipit dal palazzo
esclamando:
'Perch vi disperate? Voi mi piangete ed io sono qui. Smettetela con i lamenti. Asciugate le
vostre guance troppo a lungo bagnate di lacrime perch ormai potete abbracciare quella che
piangevate morta. Poi chiam Zefiro, gli rifer il volere dello sposo e quello, subito, ubbidiente al
comando, lieve lieve con i suoi dolci soffi le trasport gi sane e salve.
Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle e le lacrime a stento poco prima
represse tornarono a spuntare ma questa volta furono lacrime di gioia. 'Suvvia, entrate
rallegratevi, questa la mia casa, bando alle malinconie, ora che siete con la vostra Psiche.'
VIII
E cos dicendo mostr alle sorelle tutti i tesori di quel palazzo dorato e fece sentire anche a
loro le innumerevoli voci che la servivano.
Poi le ristor con un magnifico bagno e con un pranzo che fu tutto una delizia, degno degli
dei, tanto che dopo essersi rimpinzate di ogni ben di dio le due sorelle cominciarono a covare in
cuor loro un senso di invidia.
A un certo punto una delle due cominci a far la curiosa e a chiedere con insistenza chi
fosse il padrone di tutte quelle meraviglie, chi era suo marito e che aspetto avesse.
Ma Psiche a nessun costo avrebbe tradito il giuramento fatto allo sposo e, infatti, non svel
i suoi segreti. L per l invent che era un bel giovane con il volto appena ombreggiato dalla prima
barba, sempre via a caccia per boschi e per monti, e, anzi, per evitare che, continuando nel discorso
ella potesse tradirsi e dire cose che non doveva, chiam Zefiro e dopo averle caricate di gioielli, di
gemme, di pietre preziose, le affid a lui, perch gliele portasse via. Il che fu subito eseguito.
IX
Ma quello che non si dissero, rientrando a casa, le due rispettabili sorelle, divorate
com'erano dall'invidia e dalla bile!
Una, alla fine, garr: 'Fortuna orba, crudele e malvagia. Bel gusto il tuo a farci nascere dagli
stessi genitori e poi darci una sorte cos diversa. Noi che siamo le pi grandi, facciamo le serve a dei
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mariti stranieri e siamo costrette a vivere come delle esiliate, lontano dalla nostra casa, dalla nostra
patria, dai nostri genitori; quella li invece, la pi giovane l'ultimo parto di un ventre ormai esausto,
ha ricchezze a non finire e un dio per marito e di tutta questa fortuna non sa nemmeno farne buon
uso. Ma hai visto, sorella, quanti e quali tesori in quella casa e che splendide vesti e che luccichio di
gioielli? Sembra di camminare addirittura sull'oro, se poi ha anche un bel marito, come lei dice,
proprio la donna pi fortunata del mondo. E non detto poi che vivendo insieme e crescendo
l'affetto, il marito, che un dio, non finisca per far diventare dea anche lei. Sta a vedere, perdio, che
sar proprio cos: quel suo modo di fare, quel suo comportamento, quella gi si vede sul piedistallo,
ha per schiave delle voci, d ordini ai venti, mi sa che nella donna c' gi la dea.
Guarda me, invece, disgraziata che sono: m' capitato un marito pi vecchio di mio padre,
per giunta pi calvo di una zucca, pi timido d'un ragazzino e che tiene tutta la casa sotto chiave e
catena.
X
'Ed io,' fece di rimando l'altra 'che mi devo sopportare un marito tutto rattrappito e
sciancato dai reumatismi e che in fatto d'amore, quindi, mi fa fare lunghe astinenze. Devo sempre
fargli le frizioni alle dita, contorte e indurite come pietre, irritarmi queste mie mani cos delicate tra
medicine puzzolenti, luride ben de e schifosi cataplasmi; altro che la moglie premurosa, l'infermiera
mi son ridotta a fare. Tu, sorella, lasciatelo dire francamente, mi sembra che sopporti tutto questo
con troppa pazienza, se non addirittura con la rassegnazione di una serva; io invece non so
rassegnarmi all'idea che una fortuna di quel genere sia dovuta capitare a una che non ne degna.
Prova a ricordarti con quanta superbia e arroganza ci ha trattate e come si vantava davanti a
noi e come si compiaceva dentro di s.
In fondo in fondo, poi, che cosa ci ha dato? Poche scarabattole, se si pensa a tutti i tesori
che possiede, e a malincuore per giunta; poi su due piedi si liberata della nostra presenza e a soffi
e a fischi ci ha fatto portar via. Ma quant' vero che sono una donna e che sono viva, io quella la
tirer gi da tutta la sua fortuna.
Perci se anche tu, come dovresti, ti senti bruciare da quest'affronto, vediamo in due di tirar
fuori qualche progettino efficace.
Per prima cosa silenzio con tutti, genitori compresi, per quanto riguarda i doni che ci siamo
portati via; anzi dobbiamo dire di non aver saputo nulla di lei se sia ancora viva o meno.: gi troppo
quello che abbiamo visto noi e che non avremmo voluto vedere, che non proprio il caso di andare
a rivelare ai quattro venti o anche soltanto ai nostri genitori le sue fortune.
Per fare, infatti, meno felice qualcuno sufficiente che nessuno conosca la sua fortuna.
Ora per torniamo dai nostri mariti, alle nostre case, povere quanto vuoi ma ospitali. Ci
penseremo su con tutta calma e ponderazione e ritorneremo pi risolute e decise a punire tanta
superbia.'
XI
Questa malvagia risoluzione parve buona alle perfide sorelle che, nascosti tutti quei doni
cos preziosi, cominciarono a strapparsi le chiome, a graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a
versare false lacrime.
Poi, gonfie di rabbia, dopo aver rinnovato il dolore nei loro genitori sbigottiti, di furia,
fecero ritorno alle loro case per macchinare un inganno scellerato, anzi un vero e proprio delitto nei
riguardi della sorella in nocente.
Intanto il misterioso sposo ripeteva a Psiche i soliti avvertimenti nei suoi colloqui notturni:
Ma non vedi quale pericolo ti sovrasta? La sventura, per ora, ti minaccia da lontano ma se tu non
prendi tutte le precauzioni essa presto ti piomber addosso Quelle perfide bagasce stanno
architettando contro di te una trappola infame, come quella di persuaderti innanzitutto a scoprire il
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mio aspetto e tu sai, invece, perch te l'ho ripetuto pi volte, che se mi vedi poi non potrai pi
vedermi. Quindi se quelle perfide streghe torneranno da te con cattive intenzioni, e senz'altro
torneranno, lo so, non parlare con loro e se questo per il tuo carattere semplice e i1 tuo buon cuore
proprio non ti sar possibile, almeno non ascoltare e non dire una parola che riguardi tuo marito.
'Presto non saremo pi in due perch questo tuo grembo, fino a ieri ancora di bambina,
porta gi in s, per noi, una creatura: un dio se tu saprai custodire il nostro segreto, un essere
mortale se, invece, lo violerai.'
XII
A quella notizia Psiche s'illumin di gioia; il consolante pensiero di una prole divina la
rallegrava, era orgogliosa del futuro rampollo ed esultava della sua nuova dignit di madre.
Ansiosa contava i giorni che si succedevano, i mesi che passavano e nella sua innocenza si
stupiva di quello strano peso e di quel ventre che, per una piccola trafittura, le era tanto cresciuto.
Ma intanto quei flagelli, quelle orribili Furie, gonfie di veleno come vipere, avevano rotto
gli indugi e, preso il mare, rapide si appressavano spinte dalla loro stessa malvagit.
E allora quello sposo sempre fuggente, ancora una volta ammon la sua Psiche:
venuto il giorno supremo, il momento decisivo: un nemico del tuo sesso, del tuo stesso
sangue, ha preso le armi, ha levato il campo, muove contro di te, dando fiato alle trombe. Sono le
tue sciagurate sorelle che hanno impugnato la spada e cercano la tua gola. Ohim, mia dolce Psiche
quali grandi sventure ci sovrastano.
Abbi piet di te, di noi e con il tuo scrupoloso silenzio salva dall'imminente rovina la casa,
lo sposo, te stessa, questo nostro piccino. Evita di vederle, di ascoltarle quelle femmine scellerate,
che non puoi pi chiamare sorelle dopo che ti hanno dichiarato odio mortale e hanno calpestato i
vincoli del sangue, quando compariranno su quella rupe e come sirene faranno echeggiare le rocce
dei loro funesti richiami.'
XIII
Ma Psiche con parole soffocate dai singhiozzi: 'Da tempo, credo, hai avuto le prove della
mia fedelt e della mia discrezione; tuttavia voglio nuovamente di mostrarti la fermezza del mio
animo. Soltanto devi ancora una volta dire al nostro Zefiro che obbedisca ai miei ordini e, in cambio
del tuo aspetto divino che mi nascondi, lasciare almeno che io riveda le mie sorelle. Suvvia, ti
prego, per questi tuoi capelli profumati e fluenti, per queste tue guance morbide e lisce come le mie,
per questo tuo petto che spande non so quale ardore, oh possa un giorno riconoscere almeno nel
bimbo il tuo aspetto; ti supplico con le preghiere pi ardenti, pi umili, lascia ch'io riabbracci le mie
sorelle, fa contenta la tua Psiche che ti fedele e ti ama. Il tuo volto io non lo voglio pi conoscere,
la notte per me non ha pi ombre: ho te e tu sei la mia luce.'
Stregato da queste parole e dalle carezze lascive lo sposo, asciugandole le lacrime con i
capelli, promise che l'avrebbe esaudita, poi rapido si dilegu prima che sorgesse il nuovo giorno.
XIV
Le due sorelle, unite nella congiura, senza neppure far visita ai genitori, lasciata la nave, si
diressero di filato verso la rupe e non aspettarono nemmeno che il vento si sollevasse a raccoglierle
ma con folle temerariet si precipitarono gi dall'alto.
Ma Zefiro che ricordava l'ordine del suo signore, sebbene malvolentieri, le raccolse nel
grembo del suo soffio e le depose al suolo. Ed esse senza indugiare, a passi veloci, entrarono nella
casa di Psiche, abbracciarono la loro vittima, sorelle soltanto di nome, la blandirono, nascondendo
dietro il sorriso tutta la perfidia che covavano in cuore.
Psiche, ma tu non sei pi la bimba di prima, eccoti gi madre. Pensa chiss quale tesoro tu
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ci porti in questo tuo piccolo grembo. Che gioia darai a tutta la nostra famiglia. Come saremo felici
di allevare questo bimbo d'oro. Se poi, com' naturale, somiglier in bellezza a sua madre e a suo
padre, oh, allora, vedremo nascere proprio un nuovo Cupido.'
XV
Cos simulando affetto, a poco a poco si cattivarono l'animo della sorella la quale
premurosamente le fece sedere perch si riposassero del viaggio, le ristor con un bel bagno caldo,
le intrattenne nel triclinio lasciando che si servissero loro piacere di quelle sue pietanze squisite e
raffinate. Ordin poi che la cetra suonasse e subito s'ud un arpeggio, comand che i flauti
suonassero e cos fu, che si cantasse in coro e un coro cant: non si vedeva nessuno ma queste soavi
melodie accarezzavano l'animo di chi le ascoltava.
Eppure la malvagit di quelle femmine scellerate non si quiet nemmeno alla dolcezza di
quel canto, anzi avviando il discorso in direzione della trappola gi predisposta, facendo finta di
nulla, cominciarono a chiedere a Psiche com'era quel suo marito, dov'era nato e da quale famiglia
discendesse.
E quella, ingenua com'era e non ricordando ci che aveva detto la volta prima, invent una
nuova storia, cio che il suo sposo era nativo della vicina provincia, che aveva un grosso giro di
affari, che era di mezza et e gi con qualche capello bianco.
Poi, senza indugiare troppo su questo discorso le colm nuovamente di ricchi doni e le
affid al vento perch le riportasse via.
XVI
Ma quelle mentre tornavano a casa sollevate dal soffio tranquillo di Zefiro, cos
cominciarono a discutere: 'Che ne pensi sorella, della grossolana menzogna di quella stupida?
L'altra volta era un giovanotto che aveva s e no la barba, ora diventato un uomo maturo con i
capelli gi brizzolati. Ma chi pu essere uno che in cos poco tempo diventa vecchio? Sorella mia,
c' poco da capire: o quella svergognata ci racconta un sacco di bugie o non sa nemmeno come
fatto suo marito.
Comunque, nell'un caso o nell'altro, l'importante tirarla gi da tutte le sue ricchezze.
Perch se non conosce l'aspetto del marito vuol dire che ha sposato un dio e, dato che incinta, un
dio sar anche il bambino.
Sta certa che se quella l, non sia mai, passer per la madre di un fanciullo divino, io mi
appender a una corda, e subito.
Ma per adesso torniamo dai nostri genitori e prendendo lo spunto da questo discorso,
continuiamo a tessere inganni, quanto pi verosimili.'
XVII
Cos, divorate dall'ira, rivolsero appena un saluto sgarbato ai genitori e, dopo una notte
insonne, al mattino, tornarono di furia alla rupe e di li si calarono gi con l'aiuto del solito vento.
Strofinandosi le palpebre riuscirono a strizzare qualche lacrima e poi si rivolsero alla
fanciulla con queste astute parole: Beata te che te ne stai tranquilla, ignara di un fatto terribile,
incurante del pericolo che ti sovrasta, ma noi che stiamo sveglie la notte, preoccupate del tuo caso,
siamo angosciate al pensiero delle. tue sciagure. Abbiamo saputo, infatti, con tutta certezza, e non
possiamo nascondertelo dato che abbiamo fatto nostre le tue sventure e il tuo dolore, che chi viene a
letto con te, di nascosto la notte, un serpente gigantesco, tutto viscide spire dal collo gonfio d'un
sangue velenoso e mortale e dalle fauci enormi spalancate.
Ora, ricordati dell'oracolo che ti predisse che avresti sposato un'orribile bestia. Molti
contadini, e quelli che vengono a caccia da queste parti, e parecchi abitanti dei dintorni lo hanno
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visto all'imbrunire tornare dalla pastura e nuotare nelle acque del fiume qui vicino.
XVIII
E tutti dicono che non ti colmer per molto tempo di tutte queste delizie ma che appena la
tua gravidanza si sar compiuta ti divorer insieme con il ricco frutto del tuo ventre.
Stando cos le cose tu devi decidere: o ascoltare le tue sorelle cos sollecite della tua vita e,
scampando alla morte, vivere con noi fuori di ogni pericolo, oppure finire nelle viscere di un mostro
orrendo.
Se poi ti piace questa solitudine risonante di voci, se ti piace giacere con un fetido, furtivo e
pericoloso amante, accoppiarti con un velenoso serpente, noi le tue buone sorelle, avremo almeno
fatto il nostro dovere.'
La povera Psiche, ingenua e di cuor semplice com'era, a quelle parole cos terribili fu
assalita dal terrore. Come fuori di s dimentic gli avvertimenti dello sposo, tutte le promesse fatte e
precipit se stessa nella rovina pi nera.
Tremante, sbiancata in volto livida, con un filo di voce, balbett parole rotte.
XIX
'Sorelle carissime, a fare quel che fate vi spinge il vostro affetto verso di me ed anche
giusto che sia cos, ma anche quelli che vi han detto queste cose orribili, purtroppo, mi sa che non se
le sono inventate. In effetti io non ho mai visto in faccia il mio sposo, n so di dove egli venga. Di
lui conosco soltanto la voce per qualche paroletta che mi sussurra la notte e nient'altro, tranne che
prima di giorno, gi fuggito. Questo mi fa pensare che voi abbiate proprio ragione e che si tratti di
un mostro.
Sapete poi come si spaventa se io gli chiedo di volerlo conoscere e di quali disastri mi
minaccia se gli dico che sono curiosa di sapere almeno com' il suo volto.
Perci se voi volete effettivamente soccorrere questa vostra sorella infelice, fatelo subito;
qualsiasi indugio renderebbe vano il beneficio che gi mi avete recato con il vostro tempestivo
intervento.'
Allora quelle due scellerate ebbero via libera nell'animo ormai indifeso della sorella e
messa da parte la tattica sottile dell'intrigo sconvolsero i trepidi pensieri dell'ingenua fanciulla con
le armi palesi della frode.
XX
E cos la seconda incalz: 'Poich il vincolo di sangue che ci lega ci induce, pur di salvarti,
a non tener conto del pericolo, noi ti indicheremo, dopo averci pensato e ripensato, l'unica via che
pu portarti a salvamento. Prendi un rasoio molto affilato, anzi rendilo pi tagliente che puoi
passandolo sul palmo della mano e nascondilo bene nel letto, dalla parte dove ti corichi, poi sotto
una pentola ben chiusa poni una lucerna piena d'olio, di quelle che fanno molta luce, e fa bene
attenzione che nulla si veda. Quando lui strisciando sulle sue spire, come al solito, sar salito nel
letto e vinto dal primo sonno comincer ad avere il respiro pesante, tu scivola gi dal letto e pian
piano, scalza, in punta di piedi, va a tirar fuori dal suo nascondiglio la lucerna e alla sua luce scegli
il momento opportuno per la tua audace impresa, impugna senza esitazione quell'arma a due tagli,
alza in alto il braccio e con tutta la tua
forza stacca al terribile drago la testa dal collo.
Non ti mancher il nostro aiuto perch appena tu l'avrai ucciso e sarai salva, noi
accorreremo prontamente e ti aiuteremo a portar via in fretta tutte queste ricchezze e poi ti faremo
sposare secondo il tuo desiderio, ma con un uomo, dal momento che sei una creatura umana.'
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XXI
Con queste parole di fuoco infiammarono l'animo della sorella che gi divampava, poi la
lasciarono in asso temendo esse stesse di restare pi oltre sul luogo di tanto misfatto e fattesi portare
in alto fino alla rupe dal solito soffio di vento, via di gran corsa fino alle navi per poi fuggire
lontano.
Ma Psiche, rimasta sola, anche se sola non era perch tormentata da Furie ostili, si sentiva
turbata e sconvolta come un mare in tempesta e bench risoluta e ferma nel suo proposito, bench
gi sul punto di consumare il misfatto, provava una certa esitazione e nella sua sventura era
combattuta da sentimenti diversi. Ora voleva affrettarsi, ora differiva l'azione, voleva osare e aveva
paura, disperava e a un tempo ardeva dalla collera, insomma odiava la bestia e amava il marito che
erano un essere solo.
Tuttavia mentre scendevano le prime ombre della sera, trepidante e in gran fretta ella
dispose ogni cosa per il delitto. 'Venne la notte e giunse anche lo sposo che, dopo essersi un po'
cimentato in qualche schermaglia amorosa, cadde in un sonno profondo.
XXII
Allora a Psiche vennero meno le forze e l'animo; ma a sostenerla, a ridarle vigore fu il suo
stesso implacabile destino: and a prendere la lucerna, afferr il rasoio e sent che il coraggio aveva
trasformato la sua natura di donna.
Ma non appena il lume rischiar l'intimit del letto nuziale, agli occhi di lei apparve la pi
dolce e la pi mite di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio, che soavemente
dormiva e dinanzi al quale la stessa luce della lampada brill pi viva e la lama del sacrilego rasoio
dette un barbaglio di luce.
A quella visione Psiche, impaurita, fuori di s sbiancata in viso e tremante, sent le
ginocchia piegarsi e fece per nascondere la lama nel proprio petto, e l'avrebbe certamente fatto se
l'arma stessa, quasi inorridendo di un cos grave misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non
fosse andata a cadere lontano.
Eppure, bench spossata e priva di sentimento, a contemplare la meraviglia di quel volto
divino, ella sent rianimarsi.
Vide la testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido collo e le rosee
guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della
lucerna impallidiva; sulle spalle dell'alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada
e bench l'ali fossero immote, le ultime piume, le pi leggere e morbide, vibravano irrequiete come
percorse da un palpito.
Tutto il resto del corpo era cos liscio e lucente, cos bello che Venere non poteva davvero
pentirsi d'averlo generato. Ai piedi del letto erano l'arco, la faretra e le frecce, le armi benigne di
cos grande dio.
XXIII
Psiche non la smetteva pi di guardare le armi dello sposo: con insaziabile curiosit le
toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla faretra per provarne sul pollice l'acutezza ma
per la pressione un po' troppo brusca della mano tremante la punta penetr in profondit e piccole
gocce di roseo sangue apparvero a fior di pelle. Fu cos che l'innocente Psiche, senza accorgersene,
s'innamor di Amore. E subito arse di desiderio per lui e gli si abbandon sopra e con le labbra
schiuse per il piacere, di furia, temendo che si destasse, cominci a baciarlo tutto con baci lunghi e
lascivi.
Ma mentre l'anima sua innamorata s'abbandonava a quel piacere la lucerna maligna e
invidiosa, quasi volesse toccare e baciare anch'essa quel corpo cos bello, lasci cadere dall'orlo del
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lucignolo sulla spalla destra del dio una goccia d'olio ardente. Ohim audace e temeraria lucerna
indegna intermediaria d'amore, proprio il dio d'ogni fuoco tu osasti bruciare quando fu certo un
amante ad inventarti per godersi pi a lungo, anche di notte il suo desiderio.
Balz su il dio sentendosi scottare e vedendo oltraggiata e tradita la sua fiducia, senza dire
parola, d'un volo si sottrasse ai baci e alle carezze dell'infelicissima sposa.
XXIV
Psiche per, nell'attimo in cui egli spicc il volo, riusc ad afferrarsi con tutte e due le mani
alla sua gamba destra e a restarvi attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo fra le nubi,
finch, stremata, non si lasci cadere al suolo.
Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla cos distesa a terra e vol su un vicino
cipresso e dal ramo pi alto con voce grave e turbata cos le parl:
'Oh, troppo ingenua Psiche, mia madre, Venere, mi aveva ordinato di farti innamorare del
pi abbietto, dell'ultimo degli uomini e a lui darti in isposa; io invece le ho disubbidito e son volato
a te per essere io stesso il tuo amante: stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con il mio stesso
dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia sposa perch tu, pensandomi un mostro, mi
troncassi col ferro questo capo che reca due occhi innamorati di te.
'Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che cuore ti ho sempre ammonita.
Ma quelle tue brave consigliere presto faranno i conti con me per i loro suggerimenti funesti; quanto
a te, baster la mia fuga a punirti.' E con queste parole aperse le ali e si lev nel cielo.
XXV
Da terra ove giaceva, Psiche segu il volo dello sposo finch pot vederlo e, intanto, si
sfogava in gemiti angosciosi; ma quando nel suo rapido volo egli si fu sottratto alla vista di lei,
perdendosi lontano nello spazio, ella corse alla riva del fiume pi vicino e a capofitto vi si gett; ma
il buon fiume, devoto al dio che suole accendere d'amore anche le acque e temendo per s, senza
farle alcun male la sollev su un'onda e la depose sulla riva fiorita.
Per fortuna che Pan, il dio dei campi, se ne stava seduto proprio l, sulla sponda del fiume,
con Eco fra le braccia, la dea dei monti e le insegnava a cantare le melodie pi varie, mentre le
capre, qua e l, lungo la riva saltando, brucavano l'erba che la corrente lambiva
Il dio caprino appena vide Psiche cos distrutta e affranta, poich non era ignaro delle sue
sventure, la chiam dolcemente a s, confortandola con buone parole:
'Figliola cara,' cominci a dirle 'io non sono che un villano, un rozzo pastore, per di
esperienza ne ho tanta dato che sono vecchio ormai. Quindi se vedo chiaro - in fondo in questo
consiste, secondo quelli che se ne intendono, l'essere profeti - dal tuo passo vacillante, dal pallore
estremo del tuo viso, da quel sospirare continuamente e soprattutto dai tuoi occhi cos tristi, devo
arguire che un amore violento ti tormenta. Dammi retta, allora, non provarci pi a gettarti nel fiume,
n cercare la morte in altro modo. Cessa di piangere, scaccia il dolore e mettiti piuttosto a pregare
Cupido, il pi potente degli dei: giovane, sensibile e vagheggino com', lusingalo con dolci voti.'
XXVI
Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e, riverente al nume soccorritore, si
mise in cammino.
A lungo err per strade sconosciute, tra molti stenti, finch giunse con le prime ombre della
sera ad una citt dove era re il marito di una delle sue sorelle. Appena Psiche lo seppe si fece
annunziare e quando fu dinanzi alla sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di saluti, le
chiese le ragioni della sua venuta, cos cominci a dire:
'Ricordi i consigli che mi deste quando mi persuadeste ad uccidere con un affilato rasoio il
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mostro che mi dormiva accanto sotto il mentito nome di marito prima che fosse lui a divorar me,
poveretta?
'Ebbene, quando la complice luce della lampada, come s'era d'accordo, mi rivel il suo
volto, oh, che spettacolo meraviglioso, addirittura divino, videro i miei occhi: il figlio stesso di
Venere, Cupido in persona ti dico, era l che riposava tranquillo.
'Rimasi come colpita a tale straordinaria visione e mentre tutta sconvolta da un desiderio
prepotente che mi faceva soffrire perch non riuscivo ad appagare del tutto, malauguratamente,
dalla lucerna cadde una goccia d'olio bollente sulla sua spalla. Per il dolore egli si svegli di
soprassalto e vedendomi armata di ferro e di fuoco: Tu? Un'assassina?" esclam. Infame, via dal
mio letto, subito, fa fagotto. Tua sorella" e pronunzi il tuo nome, io sposer con legittime nozze"
e l per l comand a Zefiro che mi buttasse fuori dalla sua casa.'
XXVII
Psiche non aveva ancora finito di parlare che quella, eccitata dagli stimoli di una pazza
libidine e da una malvagia invidia, cos su due piedi, invent al marito una panzana che facesse al
caso, cio che aveva saputo della morte di uno dei suoi genitori e, di furia, prese la nave e si rec
direttamente alla nota rupe.
Ma il vento che soffiava, ora era vento diverso, tuttavia, protesa in una folle speranza,
quella cominci a invocare: 'Cupido prendimi, sono io la sposa degna di te, e tu, Zefiro, accogli la
tua padrona' e con un gran salto si butt gi.
Ma nemmeno morta pot giungere l dove voleva, perch il suo corpo si sfracell sulle
rocce aguzze e per gli uccelli rapaci e le fiere quelle membra straziate furono un pasto abbondante.
Era quello che si meritava.
Il seguito della vendetta non si fece attendere. Infatti Psiche, nel suo peregrinare, giunse a
un'altra citt dove abitava la seconda sorella e anche a questa tese la stessa trappola. Costei,
bramosa di prendere il posto della sorella con nozze sciagurate, s'affrett a correre alla rupe e fece la
stessa fine dell'altra.
XXVIII
Intanto mentre Psiche andava di paese in paese cercando Amore, questi, dolorante ancora
per la scottatura della lucerna, s'era rifugiato nello stesso letto della madre e si lagnava.
Allora il candido uccello che sfiora con le sue ali le onde del mare, il gabbiano,
velocissimo, si tuff nel profondo grembo dell'Oceano e avvicinatosi a Venere che tranquillamente
stava facendo il bagno e nuotava, le rifer che il figlio s'era scottato, che si lamentava per il dolore
acuto della piaga, e che giaceva a letto in grave stato; infine che la famiglia di Venere ormai era
sulla bocca di tutti e sul suo conto correvano dicerie e malignit a non finire, per esempio che il
figlio s'era appartato tra i monti per godersi i favori di una sgualdrina e che lei, la madre, se ne stava
sempre in mare a nuotare e che perci gli uomini non sapevano pi cos'era il piacere, la gentilezza,
la grazia, e tutto era diventato rozzo, selvaggio, volgare, e non si celebravano pi matrimoni, non
c'erano pi relazioni amichevoli fra gli uomini e anche l'amore per i figli si stava allentando e c'era
solo un gran disordine e come un fastidio per ogni sorta di legami del resto sempre meno sentiti.
Questo cicalava quell'uccello petulante e pettegolo all'orecchio di Venere, calunniandole il
figlio.
'Ah, cos quel mio bravo figliolo ha gi l'amica?' sbott a un tratto la dea su tutte le furie. 'E
tu che sei l'unico a servirmi con affetto, fuori il nome, voglio sapere chi questa che ha sedotto un
ragazzino ingenuo e indifeso, se una Ninfa o una delle Ore o una Musa o anche una delle Grazie
al mio servizio.'
E l'uccello chiacchierone non tacque: 'Non lo so mia signora, credo per che egli sia
innamorato cotto di una fanciulla mortale; se ben ricordo si chiama Psiche.'
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Venere salt su infuriata e cominci a gridare: 'Ah Psiche che ama! La mia rivale in
bellezza, quella che voleva usurpare il mio nome. Sta a vedere che il ragazzo mi avr presa per una
ruffiana e s' pensato che io gli abbia mostrato la fanciulla perch ci andasse assieme.'
XXIX
E usc dal mare strillando per precipitarsi di furia al suo talamo d'oro dove, come le era
stato riferito, trov il giovanotto infortunato: 'Belle cose mi fai sentire' cominci a tuonargli dal
limite della porta. 'Proprio quello che ci voleva per la tua famiglia e il tuo buon nome. Prima di tutto
te ne sei infischiato degli ordini di tua madre, anzi, che dico, della tua padrona, e invece di punire la
mia rivale legandola a un uomo spregevole, te la sei presa tu, alla tua et, per i tuoi dissoluti e
precoci amori; e io dovrei sopportare per nuora la mia nemica? Ma che credi, buffone, seduttore,
essere odioso, che soltanto tu ora sei capace di aver figli eh? Pensi che alla mia et io non ne possa
pi farei Ebbene sappi che ho deciso di avere un altro figlio, e molto migliore di te; anzi, a tuo
maggior dispetto, adotter qualcuno dei miei schiavetti e gli dar codeste penne, la fiaccola, l'arco e
anche le frecce, insomma tutto quest'armamentario che di mia propriet e che ti avevo affidato
non certo perch tu ne facessi l'uso che ne hai fatto. Roba di tuo padre, infatti, in tutto questo
corredo non ce n' davvero.
XXX
La verit che tu sin da piccolo eri un poco di buono e hai sempre avuto le grinfie lunghe.
Quante volte senza alcun rispetto hai messo le mani addosso anche ai tuoi vecchi; perfino di tua
madre, dico io, s, proprio, anche di me, assassino, te ne approfitti; spesso mi hai anche picchiata;
mi tratti male come se non avessi nessuno al mondo e non hai soggezione nemmeno di quel grande
e forte guerriero che il tuo padrino. E che? forse non vero che tante volte a dispetto mio gli hai
procurate delle ragazze? Ma ti far pentire io di codesti tuoi scherzi e sentirai come ti diventeranno
amare e agre queste tue nozze.
S, ma ora che devo fare dal momento che sono stata beffata? Dove devo andare? E com'
che posso tenere a bada questa tarantola? Possibile che debbo chiedere aiuto alla Temperanza, alla
mia nemica, che io ho tante volte offeso proprio per colpa di questo scostumato? D'altro canto mi
vengono i brividi al pensiero di dover parlare a quella cafona miserabile; comunque la
soddisfazione che d la vendetta non cosa da buttar via, da qualunque parte venga, e, quindi,
proprio di lei e di nessun'altra mi posso servire per dare a questo pagliaccio una solenne lezione,
spaccargli la faretra spuntargli le frecce, allentargli l'arco, spengergli la fiaccola, insomma adottare
rimedi estremi per farlo rigar dritto. Non mi sentir soddisfatta dell'offesa patita fino a quando
quella donna non lo avr pelato della chioma che io stessa, con le mie mani, ho tante volte pettinato
e fatto risplendere come oro, e non gli avr spuntate le penne che, tenendolo in grembo, io gli ho
imbevute di nettare.'
XXXI
Cos parl la dea e usc a precipizio dalla stanza, adirata e furente come sapeva esserlo
soltanto lei.
Ma ecco che Cerere e Giunone le corsero dietro e vedendola tutta sconvolta le chiesero il
perch di quel truce cipiglio che toglieva incanto e fulgore ai suoi occhi.
'Siete proprio giunte a proposito' le interruppe: 'ho la rabbia in corpo e voi mi darete la
soddisfazione che cerco. Vi prego, mettetecela tutta, ma trovatemi questa Psiche, sempre in fuga,
sempre che scompare. Sapete, no, le favolette che corrono ormai sulla mia famiglia e le prodezze di
quel tipo che non voglio pi chiamare figlio?'
'Quelle, allora, conoscendo i fatti, si misero ad ammansire la dea: 'Ma che cosa ha poi fatto
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di tanto male tuo figlio, che gli togli tutti gli spassi e addirittura vuoi a tutti i costi la rovina della
fanciulla che ama? Via, non mica un delitto se ha fatto l'occhietto
a una bella ragazza. In fondo un maschio, ed un giovanotto! O ti sei dimenticata quanti
anni ha? O forse perch li porta bene credi che sia sempre un ragazzino? E tu che sei sua madre e,
per di pi, una donna piena di buon senso, che fai ora? Ti metti l a indagare nelle passioncelle di
tuo figlio, ad accusarlo che un donnaiolo, magari a rimproverargli i suoi amori, a biasimare in un
ragazzo cos avvenente quelle che sono le tue abitudini, i tuoi piaceri?
'Nessun dio, nessun uomo potrebbe darti ragione se tu continui a spargere il seme del
desiderio tra le genti e poi, a causa tua, pretendi che Amore faccia astinenza e chiudi la scuola dove
s'insegnano certi vizietti che piacciono alle donne.'
Cos quelle due dee, per paura delle sue frecce e per propiziarselo, di loro iniziativa presero
le difese di Cupido, bench questi non fosse presente.
Ma Venere, indispettita perch le offese che aveva ricevute venivano prese poco sul serio,
volt loro le spalle e tutta risentita, a rapidi passi, prese la via del mare.

LIBRO SESTO
I
Intanto Psiche vagava di qua e di l cercando con l'animo in pena, giorno e notte il suo
sposo. Ella pi che mai desiderava se non di rabbonirlo con le sue carezze di sposa perch era
troppo adirato, almeno di ottenerne il perdono con le preghiere pi umili.
'Chiss che il mio signore non abiti l' pens quando scorse un tempio sulla cima di un'alta
montagna. E, sebbene fosse stanca per il continuo peregrinare, l si diresse affrettando il passo,
sorretta dalla speranza e dal desiderio. Superate rapidamente alte giogaie, raggiunse quei sacri altari.
Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d'orzo, falci e attrezzi per
mietere ben lustri ma sparsi qua e l alla rinfusa, come sogliono lasciarli d'estate per il gran caldo i
contadini stanchi.
Psiche con gran cura cominci a dividere e a mettere in ordine, pensando giustamente che
ella non dovesse trascurare nessun tempio e pratica religiosa ma anzi invocare la misericordia e la
benevolenza di tutti gli dei.
II
Mentre tutta sollecita Psiche era intenta a questo lavoro sopraggiunse Cerere: 'Oh, povera
Psiche' esclam da lontano. 'Venere furibonda con te e ti sta cercando per mare e per terra; vuole
ucciderti e con tutta la sua divina potenza grida vendetta. E tu te ne stai qui a occuparti delle mie
cose e a tutto pensi fuorch a porti in salvo.'
Allora Psiche prostrandosi dinanzi alla dea e bagnando con copiose lacrime i suoi piedi e
spazzando con i capelli la terra, cominci a pregarla in mille modi, a invocarne il soccorso:
'Ti supplico per questa tua mano dispensatrice di messi, per le gioconde feste della
mietitura, per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per il tuo alato cocchio al quale, per
servirti, sono aggiogati serpenti, per i solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rap
Proserpina, per la terra avara che te la sottrasse, per la sua discesa agli Inferi a nozze tenebrose, per
il suo ritorno alla luce, per ogni altro mistero che il silenzio del tuo santuario, ad Eleusi, custodisce,
soccorri Psiche che ti supplica, la sua povera vita.
'Lascia ch'io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi giorni soltanto, finch non
si plachi, col tempo, la collera terribile di una dea cos potente o almeno fino a quando io non
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riprenda, con una breve sosta, un po' di forze, sfinita come sono dopo un cos lungo peregrinare.'
III
'Mi commuovono le tue lacrime e le tue preghiere' le rispose Cerere 'e vorrei proprio
aiutarti. Ma Venere una mia parente, ottima donna peraltro, con la quale sono sempre stata in
buoni rapporti; non me la sento, perci, di farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio
tempio e consideralo gi un favore se non ti faccio mia prigioniera.'
Cos, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e, delusa, sent raddoppiare dentro
l'angoscia. Torn allora sui suoi passi e vide nel mezzo di un boschetto che verdeggiava nella valle
sottostante un tempio costruito con bell'arte. Non volendo tralasciare nessuna possibilit, bench
minima, di miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio, qualunque fosse, ella si avvicin
alla sacra porta e vide magnifici doni votivi e festoni ricamati a lettere d'oro appesi ai rami degli
alberi e agli stipiti delle porte che testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della dea
cui erano dedicati.
Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e abbracciando l'altare ancora
tepido, cos preg:
IV
'O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti nell'antico santuario di Samo, la sola
che pu vantarsi dei tuoi natali, di aver sentito per prima i tuoi vagiti e d'averti allevata, o sia che tu
ti indugi nella beata dimora dell'eccelsa Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel cielo sul
dorso di un leone, o sia che tu protegga le mura di Argo presso le rive dell'Inaco, che da sempre ti
chiama sposa del Tonante e regina di tutte le dee, tu che tutto l'Oriente venera col nome di Zigia e
tutto l'Occidente con quello di Lucina, sii nella mia estrema sventura, veramente Giunone Salvatrice
e me, sfinita da tutte le sofferenze patite, libera dalla paura del pericolo che mi sovrasta. So che tu
sei quella che prontamente accorre a sostenere le donne nel momento rischioso del parto.'
Cos supplicava Psiche e a un tratto le comparve davanti Giunone in persona in tutta
l'augusta maest del suo nume:
'Come vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere' le disse 'ma per doveroso riguardo io non
posso mettermi contro la volont di Venere, che mi nuora, e che, del resto, ho sempre voluto bene
come una figlia. Per giunta ci sono anche le leggi a impedirmelo, che proibiscono di dare ospitalit
agli schiavi fuggiti senza il permesso dei loro padroni.'
V
Per la seconda volta Psiche vide cos naufragare le sue speranze. Sentiva che non avrebbe
pi potuto raggiungere il suo sposo alato e che ogni via di salvezza ormai le era preclusa.
'Quali altre strade mi restano' incominci a pensare fra s, 'quali rimedi ai miei mali, se
neppure delle dee hanno potuto aiutarmi nonostante le loro migliori intenzioni? Dove di nuovo
volgere i passi, impigliata come sono in tanti lacci, sotto qual tetto, in quali tenebre nascondermi per
sfuggire all'occhio implacabile della grande Venere? Perch, invece, non ti fai coraggio e,
decisamente, rinunzi alle tue povere speranze e spontaneamente non ti arrendi alla tua padrona e
con un atto di umilt, anche se tardivo, non cerchi di placarne la collera violenta? Chiss che quello
che stai cercando da tanto tempo tu non lo trova proprio l, nella casa di sua madre?'
Cos, pronta a una resa le cui conseguenze erano incerte, o meglio portavano a una sicura
rovina, Psiche rifletteva tra s come incominciare la supplica.
VI
57

Intanto Venere rinunciando a valersi per le sue ricerche di mezzi terreni decise di
tornarsene in cielo e ordin che le fosse allestito il cocchio che Vulcano, l'orafo insigne, le aveva
fabbricato con arte raffinata per offrirglielo come dono di nozze alla vigilia della prima notte. Era
un carro bellissimo per l'opera sottile della lima che togliendo l'oro superfluo lo aveva ancor pi
impreziosito. Delle molte colombe che sostavano dinanzi alla camera della dea, quattro,
bianchissime, vennero avanti e con graziosi passi, muovendo qua e l il collo iridato, si sottoposero
al giogo tempestato di pietre preziose, attesero che la loro signora fosse salita e poi presero il volo.
In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta gazzarra e gli altri uccelli con canti
modulati e con dolci gorgheggi annunziavano il suo arrivo. Le nubi si ritrassero, il cielo si spalanc
per ricevere sua figlia e l'altissimo etere gloriosamente accolse la dea, n volo d'aquile o di rapaci
sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere.
VII
Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze misure chiese che, per un suo
progetto, le fosse messo a disposizione Mercurio, il dio banditore.
Il nero sopracciglio di Giove le disse di s e Venere, tutta trionfante, lasci il cielo
rivolgendosi con gran premura a Mercurio che la seguiva. Fratello Arcade, tu sai che tua sorella
Venere non ha mai fatto nulla senza l'aiuto di Mercurio e saprai da quanto tempo che io non riesco
a sapere dove si nasconda quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente
attraverso un tuo bando che io dar un premio a chi la trover. Fa, per, alla svelta e vedi di essere
chiaro, di illustrare bene i suoi connotati, in modo che ognuno possa individuarla e, se contro le
leggi si sia reso colpevole di averle dato ospitalit, non abbia poi a trovare scuse di non saperne
nulla.' Cos dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di Psiche e ogni altra indicazione.
Poi se ne torn subito a casa.
VIII
Mercurio obbed all'istante. Si mise a correre per tutte le terre del mondo per eseguire
l'incarico di banditore che gli era stato affidato: Chiunque catturer o indicher il luogo dove si
nasconde una figlia di re, schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si rechi dal banditore
Mercurio dietro le colonne Murzie. A compenso della denunzia ricever da Venere in persona sette
dolcissimi baci e uno ancora pi dolce a lingua in bocca.'
Un bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di guadagnarsi un premio simile
eccit ogni uomo e tutti gareggiarono in zelo e questo tolse a Psiche ogni ulteriore incertezza.
Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro la Consuetudine, una delle
schiave della dea che, con tutta la voce che aveva in corpo, cominci a investirla: 'Finalmente hai
cominciato a capire che hai una padrona, serva d'una malora! Oppure con la tua solita impudenza
ora fai anche finta di non sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta bene, ora per
mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur certa che sei caduta nelle grinfie dell'Orco e quanto prima
la pagherai, e come, questa tua insolenza.'
IX
E afferratala bruscamente per i capelli cominci a strascinarla senza che quella poveretta
potesse minimamente reagire.
Quando Venere se la vide portare davanti sbott in una sonora sghignazzata e scuotendo la
testa come di solito fa chi ribolle dentro dalla rabbia e grattandosi l'orecchio destro: 'Finalmente' le
grid 'ti sei degnata di venire a salutare tua suocera! O forse sei venuta a far visita a tuo marito in
pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla, ti far l'accoglienza che merita una
brava nuora come te,' e soggiunse: 'dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?' e fattele entrare
58

ad esse l'affid perch la torturassero; e quelle, eseguendo a puntino l'ordine della padrona,
cominciarono a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con torture di vario genere,
poi gliela riportarono davanti. E Venere nuovamente scoppi a ridere: 'Sta a vedere che io adesso
debbo commuovermi per quel suo ventre gravido che dovrebbe farmi nonna felice di una prole
illustre. S, proprio felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di una miserabile
schiava passare per nipote di Venere. Ma stupida anch'io a chiamarlo figlio, ch mica valido il
matrimonio fra persone di diversa condizione sociale celebrato, poi, cos, in campagna, senza
testimoni, senza il consenso del padre; perci questo che nascer sar un bastardo, ammesso pure
che io ti lasci portare a termine la gravidanza.'
X
E cos dicendo le si precipit addosso e cominci a lacerarle in mille brandelli la veste, a
strapparle i capelli, a scuoterla per il capo, a colpirla furiosamente.
Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d'orzo, di miglio, semi di papavero, ceci,
lenticchie e fave, le mescol, ne fece un gran mucchio e le disse: 'Sei una schiava cos brutta che a
me pare tu non possa farti in alcun modo degli amanti, se non a prezzo di un diligente servizio.
Perci voglio mettere alla prova la tua abilit: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne
tanti mucchietti, in bell'ordine. Prima d sera verr a controllare che il lavoro sia stato eseguito.' E
lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne and a un pranzo di nozze.
Psiche non ci prov nemmeno a metter mano in quel confuso, inestricabile cumulo ma
costernata dall'enormit di quell'ordine se ne rimase in silenzio come imbambolata. Allora quel
piccolo animaluccio dei campi, la formicuccia, che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del
genere, prov compassione per la compagna del grande Cupido e condann la crudelt della
suocera. Cosi cominci a darsi da fare, su e gi, chiamando a raccolta, dai dintorni, tutto il popolo
delle formiche: 'Correte, agili figlie della terra feconda correte e date una mano, presto, a una
leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di Amore!' E quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo
popolo a sei piedi, e lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco, disfecero tutto il
cumulo, separarono i semi, li distribuirono in mucchi secondo la qualit e poi, in un batter d'occhio,
disparvero.
XI
Sul far della notte Venere torn dal banchetto un po' brilla ma odorosa di balsami e con il
corpo tutto inghirlandato di rose meravigliose. Vide il lavoro compiuto a puntino e: 'Questo lavoro
non l'hai fatto tu' cominci a gridare 'furfante che non sei altro, ma opera di colui al quale per tua e
soprattutto per sua disgrazia tu sei piaciuta' e gettatole un tozzo di pane perch non morisse di fame
se ne and a dormire.
Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d'oro, la pi interna del palazzo e
tenuto sotto chiave, sia perch, con la sua sfrenata libidine non aggravasse la ferita, sia perch non
si incontrasse con la sua amata. E cos, i due amanti, passarono una notte triste, divisi e separati
l'uno dall'altro sotto lo stesso tetto.
Ma quando l'Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere, chiamata Psiche, cos le ordin:
'Vedi quel bosco laggi che si stende fin sugli argini del fiume e i cui rami pi bassi quasi toccano
l'acqua e vi si specchiano? Ebbene l pascolano in libert pecore bellissime dalla lana d'oro lucente
e non v' alcun guardiano. Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po' tu come fare, un poco di
quella lana preziosa.'
XII
S'avvi di buon grado Psiche non gi per eseguire quell'ordine ma per trovare rimedio ai
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suoi triboli precipitandosi da una rupe gi nel fiume; ma dalla sponda una verde canna, di quelle da
cui si posson trarre le melodie pi soavi, quasi fosse ispirata da un dio, cos le parl nel lieve
murmure della brezza leggera:
'Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le mie acque sacre con la tua morte
miseranda e non avvicinarti, ora, a quelle terribili e selvagge pecore, perch la vampa ardente del
sole le rende ferocissime e con le loro corna aguzze e con le loro fronti dure come il macigno,
talvolta addirittura con morsi velenosi, esse s'avventano sugli uomini per ucciderli. Intanto fin ch il
sole del meriggio non avr mitigato il suo ardore e le pecore non si saranno ammansite alla fresca
brezza che sale dal fiume, tu puoi nasconderti a bell'agio sotto quel grande platano che, insieme con
me beve alla stessa corrente. Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel bosco vicino e
scuoti le fronde e troverai la lana d'oro rimasta attaccata qua e l nell'intrico dei rami.'
XIII
Cos quell'umile canna umanamente indicava alla povera Psiche la via della salvezza e
questa non si pent di averle dato ascolto n indugi a seguire a puntino ogni istruzione, tanto che le
fu facile compiere il furto e tornare da Venere addirittura con il grembo colmo di soffice lana d'oro.
Ma nemmeno questa seconda prova, cos rischiosa per giunta, le valse a cattivarsi il favore
della sua padrona la quale, aggrottando la fronte e sorridendo amaro cos le disse: 'Non che io non
sappia chi sia stato l'autore furfantesco anche di questa impresa, ma voglio metterti ancora alla
prova, proprio per vedere se hai veramente tanta forza d'animo e tanta saggezza. Vedi lass la cima
a strapiombo di quell'altissimo monte? L c' una sorgente le cui acque cupe scorrendo gi nel
fondo di una valle vicina vanno a finire nella palude Stigia e alimentano le vorticose correnti di
Cocito. Voglio che tu vada l in cima, proprio dov' la sorgente, e che mi rechi all'istante, in questa
piccola anfora, un po' di quell'acqua gelida' e cos dicendo non senza minacciarla di pene ancora pi
gravi, le consegn un'ampolla di levigato cristallo.
XIV
E Psiche a rapidi passi e tutta in ansia si diresse alla cima del monte sicura che lass
almeno avesse termine la sua infelicissima vita. Ma appena giunse nei pressi della vetta indicatale,
ella si rese conto del rischio mortale che comportava quell'impresa smisurata. Quella cima, infatti,
enorme e altissima, liscia e a strapiombo, inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un orrido fiotto
che irrompendo dai crepacci e scorrendo poi gi per il pendio, s'ingolfava in un angusto canale
sotterraneo per poi scrosciare invisibile nella valle sotto stante.
A destra e a sinistra, tra gli anfratti rocciosi, orribili draghi strisciavano e rizzavano i lunghi
colli, sentinelle vigilanti dagli occhi sempre aperti, dalle pupille eternamente spalancate alla luce.
Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse provvedevano alla loro difesa:
'Vattene!' gridavano incessantemente. 'Che fai qui? Bada a te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei
perduta!'
Cos Psiche rimase come impietrita nella sua impotenza, presente col corpo ma lontana coi
sensi, schiacciata dall'enormit di un pericolo senza via d'uscita; e non le restava nemmeno
l'estremo conforto del pianto.
XV
Ma le tribolazioni di quell'anima innocente non sfuggirono all'occhio attento della buona
provvidenza. E cos l'uccello regale del sommo Giove, l'aquila rapace, spieg le ali e in un attimo le
venne in soccorso, memore dell'antica obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rap per Giove
il coppiere frigio. Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo potente dio e
cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa in pericolo, lasci le eteree cime dell'eccelso
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Olimpo e cominci a ruotare intorno alla fanciulla: 'O tu, ingenua e inesperta come sei di tali cose,'
intanto le diceva, 'speri, proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola goccia di
quest'acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno per sentito dire, che queste acque infernali
fanno paura anche agli dei, perfino allo stesso Giove, e che se voi di solito giurate sulla potenza
degli dei questi sogliono giurare sulla maest dello Stige? Ma dammi quest'anforetta' e l per l
gliela prese e tenendola stretta si libr sulle grandi ali remiganti e volteggi a destra e a sinistra fra
le mascelle irte di denti aguzzi e le lingue triforcute dei draghi riuscendo ad attingere di quell'acqua
riluttante che gridava anche a lei di fuggir via finch era incolume e alla quale per ella rispondeva
che per ordine di Venere sua padrona era venuta ad attingere; per questo le fu pi facile avvicinarsi.
XVI
Psiche con gioia prese l'anforetta colma d'acqua e di corsa la porta a Venere. Ma neppure
questa volta ella riusc a placare la collera della dea crudele che, infatti, minacciando tormenti
ancora pi terribili, con un sorrisetto velenoso le fece: 'Credo proprio che tu sia una gran maga, una
di quelle stregacce malefiche dal momento che hai eseguito come niente i miei ordini; ora per,
carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa scatola' e gliela diede 'e di corsa arriva fino
agli Inferi, fino al lugubre palazzo dello stesso Orco e consegna a Proserpina questo cofanetto
dicendole che Venere la prega di mandarle un poco della sua bellezza, almeno quanto basti per un
sol giorno perch quella che aveva l'ha consumata e sciupata tutta per curare il figlio malato. Per
cerca di tornare alla svelta perch io devo proprio farmi una ripassatina prima di andare a una
rappresentazione teatrale degli dei.
XVII
Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese chiaramente conto che ormai
la si voleva mandare a morte sicura. C'era, infatti, da dubitarne dal momento che la si costringeva a
recarsi con i suoi piedi al Tartaro, nel mondo dei morti? Senza indugiare oltre sal allora su una
altissima torre per gettarsi di lass a capofitto pensando che questo fosse il modo migliore e pi
spedito per giungere agli Inferi. Ma la torre improvvisamente parl: 'Perch, disgraziata, vuoi
ucciderti, buttandoti gi? Perch dinnanzi a quest'ultimo rischio, a quest'ultima prova vuoi darti
subito per vinta? Una volta che il tuo spirito sar separato dal corpo andrai, s, in fondo al Tartaro,
certamente, ma di laggi in alcun modo potrai tornare.
XVIII
'Ascoltami: poco lontano di qui c' Sparta, la celebre citt della Acaia; cerca il promontorio
del Tenaro che non le distante anche se situato un po' fuori mano. L c' l'imboccatura che porta
all'inferno e attraverso le sue porte spalancate si vede l'inaccessibile strada. Tu varca la soglia e
mettiti in cammino seguendo quella burella e arriverai diritto alla reggia di Plutone. Non dovrai
tuttavia inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote ma recherai due ciambelle d'orzo impastate con
vino e miele, una per mano, e due monete in bocca. Percorrerai un buon tratto di quella strada che
porta alla morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche lui che ti
pregher di raccattargli alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu non ascoltarlo, passa oltre in
silenzio.
'Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia Caronte il quale per traghettare
sulla sua barca rattoppata quelli che vanno all'altra riva si fa pagare il pedaggio. Come vedi anche
fra i morti esiste l'avidit di denaro e nemmeno il famoso Caronte, n lo stesso padre Dite, un dio
cos potente, fanno mai nulla gratis e un pover'uomo quando muore deve procurarsi il prezzo del
viaggio e se per caso non ha il denaro l pronto nella mano non gli danno neanche il permesso di
morire.
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'A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete che hai portato con te, ma
lascia che sia egli stesso, con le sue mani, a prenderla dalla tua bocca. Inoltre, mentre traverserai
quella pigra corrente un vecchio morto dal pelo dell'acqua sollever verso di te le putride mani e ti
supplicher di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti piegare da una piet che non ti
consentita.
XIX
'Attraversato il fiume, poco pi oltre, delle vecchie intente a tessere una tela ti pregheranno
di dar loro una mano, ma tu non farlo, non toccare quella tela, perch un'insidia di Venere, come
tutto il resto, per farti cadere dalla mano una delle due ciambelle. Non credere che perdere una
focaccia sia cosa da poco conto: basterebbe questo, infatti, per non rivedere mai pi la luce. Perch
c' un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro terribile, smisurato, che con le sue fauci
spalancate latra contro i morti ai quali per, ormai, non pu fare alcun male; egli cerca inutilmente
di spaventarli e intanto eternamente veglia davanti alla porta e agli oscuri antri di Proserpina,
custode della vuota dimora di Dite.
'Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; cos potrai facilmente passare e
giungere fino a Proserpina che ti accoglier con cortesia e con benevolenza e ti inviter a sedere a
tuo agio e a consumare un lauto pasto.
'Tu per siederai per terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e mangerai di quello, poi le
dirai il motivo della tua venuta e preso quanto ti verr dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del
cane con l'altra ciambella, darai all'avaro nocchiero la monetina che avrai conservato e, oltrepassato
nuovamente il fiume, ricalcherai le tue orme per rivedere questo nostro cielo con il suo coro di
stelle.
'Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non
guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde.'
XX
Cos quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugi,
raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con s le monete e le ciambelle secondo le istruzioni
ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepass senza dir parola l'asinaio zoppo, diede al
nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si cur
delle insidiose preghiere delle tessitrici, plac con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e,
infine, giunse alla dimora di Proserpina.
Qui rifiut il morbido sedile e il cibo squisito che l'ospite le offerse ma sedette umilmente
ai suoi piedi si content di un pane scuro, poi rifer l'ambasciata di Venere.
E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche
latranti del cane con l'inganno della seconda ciambella, consegn al nocchiero la moneta che le era
rimasta e risal dall'inferno con passo assai pi leggero.
Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, bench avesse fretta di portare a buon
fine il suo mandato, fu assalita da un'imprudente curiosit: 'Sono proprio una sciocca' si disse: 'porto
con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un pocolino, non foss'altro per piacere di pi al
mio bellissimo amante' e, detto fatto, apr la scatola.
XXI
Ma dentro non v'era nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un letargo di morte che
s'impadron di lei non appena ella sollev il coperchio e che si diffuse per tutte le sue membra in
una pesante nebbia di sopore facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, l sul sentiero.
E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta.
62

Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s'era rimarginata, non sopportando pi a
lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un'altissima finestra della stanza dove lo tenevano
rinchiuso e, volando pi veloce del solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua
Psiche. Premurosamente egli le dissip il sonno che rinchiuse di nuovo dove era prima nella scatola,
poi, appena pungendola con una sua freccia, ma senza farle del male, la svegli: 'Oh, tapinella' le
disse 'ecco che la tua curiosit stava l l per perderti un'altra volta, Ma suvvia, sbrigati ora a
eseguire l'incarico che ti ha affidato mia madre: al resto penser io ed il dio innamorato si libr
leggero sulle sue ali e Psiche si affrett a recare a Venere il dono di Proserpina.
XXII
Cupido dal canto suo divorato com'era dalla passione e tutto preoccupato per
quell'improvvisa castigatezza di sua madre, che lo angosciava, pens bene di ricorrere ai suoi
espedienti e salito con le sue ali veloci sulla sommit del cielo si mise a supplicare il grande Giove e
a esporgli la sua situazione. E Giove prendendogli le guance fra le mani e attirandolo a s: 'Signor
mio figlio' gli fece, dopo averlo baciato, 'bench tu non mi abbia mai portato quel rispetto che m'
dovuto per unanime consenso di tutti gli dei, ma anzi tu abbia continuamente bersagliato con le tue
frecce questo mio cuore che regola le leggi della natura e il moto degli astri, impegolandomi in
tresche e avventure d'ogni genere e, quindi, macchiando la mia fama e il mio buon nome con
vergognosi adulteri, a dispetto delle leggi, ad onta della stessa legge Giulia e della pubblica morale
facendo ignobilmente prendere al mio aspetto sereno ora le forme di un serpente, ora quelle di una
fiamma, di una belva, di un uccello, di un animale da stalla, io voglio essere clemente con te, tanto
pi che sei cresciuto fra le mie braccia. Perci far tutto quello che mi chiedi, a un patto per: che tu
stia in guardia dai tuoi rivali e che se, per caso, sulla terra, ora, c' qualche bella figliola, ma
veramente coi fiocchi, tu mi ripaghi con quella del favore che ti faccio.'
XXIII
Ci detto ordin a Mercurio di convocare subito tutti gli dei in assemblea e di avvisare che
se qualcuno fosse mancato avrebbe pagato una multa di diecimila sesterzi.
A tale minaccia il teatro celeste fu subito al completo e Giove, dall'alto del suo seggio, cos
parl: 'O dei, iscritti nell'albo delle Muse, voi tutti certamente sapete che questo ragazzo l'ho
cresciuto io stesso con le mie mani. Ora per credo sia giunto il momento di mettere un po' a freno i
suoi ardori giovanili; sono troppe ormai le favolette che corrono in giro sui suoi adulteri e su tutte le
sudicerie che combina. Occorre eliminare ogni occasione e contenere la sua giovanile lussuria con i
vincoli del matrimonio. La ragazza gi ce l'ha, l'ha anche sverginata: che se la tenga, ci vada a letto
e si goda per sempre Psiche e il suo amore.' E volgendosi a Venere: 'E tu, figlia mia, per questo
matrimonio con una mortale non te la prendere, non temere per il tuo casato e la tua condizione.
Disporr che queste nozze siano tra eguali, del tutto legittime quindi e conformi al diritto civile' e l
per l ordin che Mercurio andasse a prendere Psiche e la portasse in cielo: 'Bevi, Psiche' le disse
offrendole una coppa d'ambrosia 'e sii immortale; n mai Cupido si scioglier dal vincolo che lo
lega a te e queste saranno per voi nozze eterne.'
XXIV
All'istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era seduto al posto d'onore e
teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine d'importanza,
tutti gli altri dei.
Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo serv il suo coppiere, il famoso
pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d'altri fiori,
le Grazie spargevano balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo
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cominci a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla
soave melodia di un'orchestra ch'ella stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un
Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna.
Cos Psiche and sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una
figlia, che noi chiamiamo Volutt.
XXV
Questa la storia che la vecchierella svanita e un po' brilla raccont alla fanciulla prigioniera,
mentre io, l poco distante, mi rammaricavo, perdio, di non avere tavolette e stilo per annotarmi una
favola cos bella.
Ma ecco che in quel momento fecero ritorno i briganti, carichi di bottino e reduci chiss da
qual furioso scontro se alcuni di essi, tra i pi forti, erano feriti. Questi rimasero a casa per
medicarsi, gli altri s'affrettarono a ripartire per andare a prendere il resto del carico che, come
dicevano, avevano nascosto in una caverna.
Cos, dopo aver mangiato in fretta e furia un boccone, a suon di legnate, ci tirarono fuori, me
e il cavallo, perch trasportassimo quel carico e dopo averci costretti a tirare il fiato per una strada
tutta curve e saliscendi, verso sera ci fecero fermare a una grotta e di qui, caricatici a pi non posso,
via di nuovo, dietro front, senza lasciarci riposare nemmeno un istante. E tanta era la fretta e la
smania di rientrare che a furia di bastonate e di spinte mi fecero incespicare in un sasso posto l
sulla strada; e allora gi un'altra gragnuola di legnate per farmi rialzare, per giunta con la zampa
destra e lo zoccolo sinistro malconci.
XXVI
Ma fino a quando dovremo dar da mangiare a quest'asinello striminzito che ora s' pure
azzoppato fece uno; e un altro, di rimando: Di' pure che da quando ha messo piede da noi non s'
fatto pi un colpo buono: le abbiamo soltanto prese e i nostri compagni pi validi ci hanno lasciate
le penne; e un terzo, di rincalzo: Ma appena questo pelandrone ci avr portato a destinazione il
carico, nel burrone io lo scaravento. Sai che bella festa sar per gli avvoltoi.
Mentre quei tipi cos di buon cuore discutevano della mia morte, eravamo gi arrivati a casa,
ch la paura mi aveva messe le ali agli zoccoli.
Ci scaricarono in gran fretta e senza curarsi di noi e tanto meno di farmi fuori, tirandosi
dietro i compagni che prima s'erano fermati per curarsi le ferite, ripartirono di corsa per recuperare,
essi stessi, il resto del bottino, dal momento che s'erano stufati - dicevano - della nostra lentezza.
Dal canto mio non che non fossi preoccupato pensando alla morte che m'era stata
minacciata e fra me stesso m'andavo dicendo: Ma che stai a fare, Lucio? Che altro aspetti? Ormai
questi banditi hanno deciso di spedirti all'altro mondo e con una morte orribile, peraltro senza
troppo disturbo: eccoli qui, proprio qui sotto, precipizio e spuntoni di roccia che ti bucheranno e ti
ridurranno a brandelli prima che tu arrivi al fondo. Ch quella tua famosa magia t'ha dato, vero
l'aspetto e le disgrazie di un asino, non la sua pelle, dura, robusta, che t' rimasta, invece ma sottile
sottile come quella d'una mignatta. Perch, dunque, non ti fai animo e non cerchi di metterti in salvo
finch t' possibile? L'occasione per fuggire splendida, ora che i banditi son fuori. O forse hai
paura di quella vecchia mezza morta che ti fa la guardia e che un sol calcio del tuo piede zoppo
potresti toglier di mezzo? Ma fuggire dove? E chi ti dar ospitalit? Ma che preoccupazione stupida
questa, proprio da asino. Infatti chi quel viandante che trovandosi a sua disposizione una
cavalcatura non sarebbe tutto contento di portarsela via?
XXVII
E l per l con un forte strattone spezzai la fune con cui ero stato legato e con tutto lo slancio
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delle mie quattro zampe feci per battermela. Ma non potetti sfuggire a quella vecchia furbastra e ai
suoi occhi di sparviero. Infatti, appena s'accorse ch'io m'ero liberato, con un coraggio superiore alla
sua et e al suo sesso, quella mi afferr per la cavezza e cerc di tenermi, di tirarmi indietro.
Ma io, ricordando le intenzioni assassine dei banditi non ebbi alcuna piet e sferrandole una
doppietta di calci coi posteriori, immediatamente la stesi. Quella, per, bench a terra, non moll la
presa tanto che io me la trascinai dietro nella corsa per un buon tratto, finch non cominci a
lanciare certi urlacci e a chiedere l'aiuto di chi, pi forte di lei, potesse darle una mano.
Ma le sue grida per, si persero nel nulla perch soccorso non ne poteva venire in quanto
non c'era anima viva l intorno tranne che la fanciulla prigioniera la quale, infatti, a quel baccano,
venne fuori e vide una scena veramente memorabile: una Dirce stagionata attaccata non a un toro
ma a un asino. Ma ecco che quella giovane arrischi un'impresa bellissima, degna del coraggio di
un uomo: strapp le briglie dalle mani della vecchia, plac il mio impeto con parole carezzevoli, poi
con un balzo mi salt in groppa e via mi lanci nuovamente al galoppo.
XXVIII
Io poi, tra la voglia di fuggire, il desiderio pure di liberare quella fanciulla e, perch no, le
frustate per suasive che ella ogni tanto mi dava, filavo con la velocit di un cavallo facendo
rimbombare il terreno col mio quadruplice scalpito e cercando anche di rispondere con qualche
raglio alle dolci paroline che ella mi sussurrava.
Di quando in quando, anzi, fingendo di grattarmi il dorso giravo la testa e baciavo i bei
piedini della fanciulla. Allora lei si metteva a sospirare volgendo al cielo lo sguardo ansioso:
O sommi dei, aiutatemi voi in questo estremo pericolo e tu, crudele fortuna, cessa dal
perseguitarmi. Queste mie terribili sofferenze dovrebbero averti ampiamente soddisfatta. Quanto a
te, difensore della mia libert e della mia vita, se mi riporterai sana e salva a casa, dai miei genitori,
dal mio bel fidanzato, vedrai quanta riconoscenza avr per te, come ti colmer di attenzioni, quanti
buoni bocconi ti dar.
Per prima cosa ti pettiner ben bene questa tua criniera, vi appender tutti i miei gioielli di
ragazza, questo ciuffo sulla fronte lo arriccer e poi, per benino, lo divider in due bande e vedrai
con che cura far diventare lucente la tua coda ora tutta arruffata e ispida per la sporcizia; poi ti
orner di tante borchie d'oro che dovrai sembrare rivestito di stelle e cos passerai tra l'esultanza del
popolo in festa, mentre io ti porter in un drappo di seta noccioline e altre ghiottonerie e ti
rimpinzer da mane a sera, o mio salvatore.
XXIX
E in mezzo ai cibi delicati, all'ozio assoluto, alla beatitudine pi completa non ti
mancheranno onori e gloria perch io eterner il ricordo di questa mia presente avventura e del
provvidenziale intervento divino, ponendo nell'atrio della mia casa una tavoletta dipinta raffigurante
la scena di questa mia fuga. Tutti verranno a vederla, ovunque se ne sentir parlare, i letterati nel
loro stile tramanderanno l'umile storia di una 'principessa che ritrova la libert con l'aiuto di un
asino'. E tu entrerai a far parte degli antichi miti e noi, adducendo ad esempio la tua storia realmente
vissuta, saremo indotti a credere che Frisso abbia passato il mare sul dorso di un ariete, che Airone
abbia guidato un delfino ed Europa si sia sdraiata su un toro. Anzi, se vero che Giove mugg sotto
le spoglie di un toro, pu anche darsi che nel mio asino si nasconda o il volto di un uomo o
l'immagine di un dio.
Mentre la fanciulla continuava a farmi questi di scorsi, mescolando voti e sospiri insieme,
giungemmo a un crociccio e qui, tirandomi per le briglie, cerc in tutti i modi di farmi prendere a
destra perch da quella parte, si vede, era la casa dei suoi genitori.
Io, sapendo bene che i ladri erano andati proprio da quella parte a recuperare il loro bottino,
facevo di tutto per resisterle e, intanto, in cuor mio cos protestavo: Ma che fai, disgraziata? Che
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stai facendo? Hai proprio fretta di morire? E intendi farlo servendoti dei miei piedi? Cos non
soltanto te ma anche me finirai per mandare in rovina. E mentre tiravamo l'uno per un verso l'altra
da quello opposto, come due litiganti in una causa per la definizione di una propriet fondiaria o di
un diritto di transito, arrivarono i briganti carichi di refurtiva e, al chiaror della luna, riconosciutici
da lontano, ci dettero la voce con una sghignazzata. E uno di loro:
XXX
Ma dov' che andate cosi in fretta e a quest'ora? Non avete mica paura con questo buio di
spiriti e fantasmi? O forse, tu che sei una brava ragazza, correvi tanto in fretta per rivedere i tuoi
genitori? Ma vedrai che ci penseremo noi alla tua solitudine e ti indicheremo la via pi diretta per
andare dai tuoi. E, facendo seguire a queste parole i fatti mi afferr per la cavezza e mi fece fare
dietro front non senza avermi dato la solita ripassata di botte col nodoso bastone che aveva con s.
Allora, vedendomi nuovamente e, mio malgrado, avviato a morte sicura, mi venne in mente
il dolore al piede e cominciai a zoppicare e a ciondolare la testa.
Ma guarda guarda, fece quello che mi aveva rimesso sui miei passi eccoti qui che
barcolli e zoppichi di nuovo. Ma che? Questi tuoi luridi piedi a scappare ce la fanno, poi quando
devono camminare si bloccano? Un attimo fa correvi pi veloce dell'alato Pegaso. E cos, nel
frattempo che quell'amabile compagno mi prendeva in giro dimenando il suo randello, giungemmo
alla cinta esterna della loro casa: appiccata al ramo pi alto di un cipresso penzolava la vecchia. I
briganti la tirarono gi, senza toglierle nemmeno la corda dal collo e la precipitarono nel burrone,
poi Legata la fanciulla, con bestiale ingordigia si gettarono sul pasto che la povera vecchietta aveva
loro diligentemente preparato per l'ultima volta.
XXXI
E mentre s'ingozzavano con voracit di tutto quello che capitava loro sotto i denti,
cominciarono a discutere della pena da infliggerci e del modo come vendicarsi di noi. Ma, come
capita in una riunione tumultuosa, i pareri erano diversi: uno affermava che la ragazza dovesse
essere bruciata viva, un altro riteneva che era meglio gettarla in pasto alle belve, un terzo
pretendeva che bisognasse inchiodarla a una croce, un quarto, infine, suggeriva che la si facesse
morire fra le torture. Comunque tutti concordarono per la pena di morte. Uno dei briganti, per,
fatto cessare tutto quello schiamazzo, con voce tranquilla cominci:
contrario ai principi della nostra banda, tanto pi alla vostra mitezza d'animo e alla mia
personale moderazione infierire oltre i limiti e pi di quanto comporti la colpa; quindi niente belve o
croce o fuoco o torture e neppure una morte sbrigativa. Se volete darmi retta lasciate vivere la
ragazza ma nel modo che si merita. Non vi sarete mica scordati quello che poco fa avevate deciso
per quest'asino sempre pigro ma formidabile mangione e anche impostore, per giunta, che finge di
non farcela pi e intanto fa fuggire la ragazza e diventa suo complice.
Dunque, domani s'ha da scannarlo. Lo vuotiamo delle interiora e dentro gli cuciamo, tutta
nuda, la ragazza che lui ha preferito a noi, in modo per che soltanto la testa sporga fuori, mentre
tutto il resto del corpo resti stretto dentro la bestia come in una prigione.
Poi metteremo l'asino cos riempito e farcito su un pietrone e l lo lasceremo arrostire al
sole ardente.
XXXII
In questo modo tutti e due subiranno quelle pene che voi avete giustamente proposto:
l'asino la morte che gi da un sacco di tempo si merita, la ragazza i morsi delle fiere quando
appunto i vermi roderanno le sue membra, e il bruciore del fuoco quando il sole con i suoi raggi
ardenti far diventare un forno il ventre dell'asino, e la tortura della croce quando cani e avvoltoi le
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strapperanno le viscere. Fate, inoltre, il conto delle altre torture e pene varie: dovr star viva nel
ventre di una bestia morta: il fetore insopportabile le soffocher il respiro per il lungo digiuno si
consumer lentamente e non avr nemmeno le mani libere per darsi la morte da s.
I briganti, all'unanimit, approvarono questa proposta per acclamazione ed io, ascoltando
tutto questo con le mie grandi orecchie, che altro potevo fare se non piangere su quel cadavere che
sarei stato, l'indomani?

LIBRO SETTIMO
I
L'alba di un nuovo giorno aveva disperse le tenebre della notte e lo splendente carro del sole
illuminava ogni cosa quando arriv uno della banda. E che fosse dei loro lo si cap dal saluto che si
scambiarono.
Si sedette sul limitare della grotta e, ripreso fiato, comunic ai compagni queste notizie:
Per quanto riguarda la casa di Milone di Ipata che poco fa abbiamo saccheggiata, possiamo
star tranquilli, non c' affatto da preoccuparsi. Infatti, dopo che voi, grazie al vostro coraggio,
faceste man bassa di tutto e tornaste qui alla base, io mi mescolai tra la folla e fingendomi indignato
e rattristato mi detti a indagare per sapere in che direzione sarebbero cominciate le indagini e se
intendessero mettersi alla ricerca dei ladri e fino a qual punto, per poi riferirvi ogni cosa come mi
avevate ordinato.
Ebbene tutta la gente diceva, e non in base a incerti indizi ma per prove sicure, che autore
della rapina era un certo Lucio, un tale che nei giorni precedenti, con una falsa lettera di
presentazione e fingendosi un uomo dabbene, s'era cattivata la simpatia di Milone tanto che questi
gli aveva dato ospitalit e lo considerava come uno di casa. Inoltre nei giorni che si era fermato, con
false promesse d'amore aveva abbindolato la serva di Milone e cos s'era potuto render conto a suo
bell'agio delle serrature delle porte e venire a conoscenza perfino dei ripostigli dove Milone
custodiva i suoi tesori.
II
Un'altra prova, non irrilevante, della sua colpevolezza era il fatto che in quella stessa notte
e proprio al momento in cui veniva compiuta la rapina, quello era scomparso e da allora nessuno
l'aveva pi visto. Per facilitare la sua fuga, poi, per rendere vani gli sforzi degli inseguitori e
nascondersi meglio, egli s'era servito di quel suo cavallo bianco che aveva portato con s. Vero
che in quella casa fu trovato un suo servo che avrebbe potuto rivelare i misfatti e i piani del padrone
ma, arrestato dai magistrati e, l'indomani, torturato ben bene e ridotto quasi in fin di vita, non
confess nulla di queste cose. Tuttavia numerosi uomini erano stati mandati al paese di Lucio per
rintracciarlo e fargli scontare la pena.
A sentir raccontare queste cose io facevo dentro di me il paragone tra il Lucio beato di un
tempo, arriso dalla fortuna e l'asino infelice che ero ora con tutte le tribolazioni presenti e mi
struggevo e mi veniva alla mente che non per nulla i filosofi antichi avevano immaginato e
rappresentato la Fortuna cieca, addirittura senza occhi. Essa porge sempre i suoi favori ai malvagi e
agli indegni e non favorisce mai nessuno secondo un giusto criterio; anzi s'accompagna sempre con
certi tali che invece dovrebbero fuggire se ci vedesse, e il colmo che ci attribuisce una reputazione
diversa da quella che meritiamo, anzi l'opposta, per cui un malvagio passa per galantuomo e una
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persona integerrima vittima; invece, delle pi nere calunnie.


III
Cos proprio io, che un suo violento assalto aveva ridotto a bestia, anzi al quadrupede pi
spregevole la cui triste sorte mi pareva dovesse suscitare compassione e rammarico anche all'uomo
pi malvagio, ora venivo accusato di rapina ai danni di un ospite carissimo, di un delitto che
chiunque avrebbe potuto pi esattamente definir parricidio, altro che rapina. E pensare che non
potevo difendermi, protestare la mia innocenza nemmeno con una sola parola.
Alla fine, proprio perch non sembrasse che col mio silenzio cinicamente assentissi a una
simile, orribile'accusa, tentai di gridare: Non sono stato io e riuscii a sbraitare la prima parola,
una e pi volte ma in quanto a pronunziare le successive, niente da fare: rimasi bloccato al primo
suono e seguitai ad urlare: Non, non per quanto ce la mettessi tutta a muovere al modo giusto le
labbra che invece, rotondeggianti com'erano, restavano penzoloni.
Ma perch sto qui a lamentarmi ancora della crudelt della Fortuna che non s' nemmeno
vergognata di avermi reso compagno di schiavit e di fatica del mio servo, di quel cavallo ch'io
avevo finora usato come mezzo di trasporto?
IV
Mentre mi dibattevo in queste considerazioni fui assalito da un'angoscia ancora maggiore:
mi ricordai infatti che i ladri avevano deciso di sacrificarmi come vittima ai Mani di quella vergine
e guardandomi ogni tanto la pancia mi pareva gi d'essere incinto di quella povera giovine.
Intanto il tipo che poco prima aveva riferito tutte quelle false notizie sul mio conto, trasse
fuori dalla cucitura del mantello, dove le aveva nascoste, mille monete d'oro sgraffignate a diversi
viandanti e, per onest, come disse, le vers alla cassa comune; poi cominci a informarsi, pieno di
premure, della salute dei suoi compagni.
Venendo a sapere che alcuni, anzi i migliori, chi per una circostanza chi per un'altra, erano
morti, ma tutti in modo egregio, fu del parere che, per qualche tempo, si lasciassero star tranquille le
strade e si sospendessero gli assalti per occuparsi, piuttosto, del reclutamento di nuovi giovani
commilitoni che, avrebbero potuto reintegrare il numero degli organici e, una volta addestrati,
restituire alla banda il suo aspetto marziale. Disse che si potevano costringere i riottosi con la paura,
allettare i ben disposti con dei premi e che non pochi avrebbero rinunziato volentieri a un'esistenza
grama e servile per unirsi alla banda e avere cos un potere simile a quello di un re; dal canto suo
aveva gi arruolato un giovane di corporatura grande e grossa; lo aveva consigliato e alla fine
convinto a far miglior uso delle sue braccia infiacchite da un ozio prolungato e a trar profitto dalla
sua buona salute, finch lo poteva, a non tendere la sua mano ancora forte per chiedere l'elemosina
ma ad esercitarla piuttosto a sgraffignare oro.
V
Tutti si trovarono d'accordo su questa proposta e acconsentirono di accogliere quel giovane
sul quale erano state date assicurazioni cos convincenti e stabilirono di andarne a reclutare degli
altri.
Allora quello si allontan e dopo qualche momento rientr con un giovane di statura
gigantesca, come aveva promesso, tale che nessuno di quelli che stavan l, credo, avrebbe potuto
sostenerne il confronto.
Infatti oltre alla mole complessiva del corpo, costui li superava tutti della testa; aveva
guance appena ombreggiate da una leggera peluria e i pochi stracci rattoppati e tenuti a mala pena
insieme che lo coprivano s e no, lasciavano intravedere la poderosa muscolatura del torace e del
ventre.
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Salute a voi esord entrando o protetti dal fortissimo Marte, ed ora miei fidi commilitoni.
Accogliete di buon animo un uomo di coraggio e risoluto, pi disposto a ricevere ferite sul suo
corpo che ad accettare oro nella sua mano, il pi intrepido di fronte alla stessa morte, che gli altri
temono. Non crediate che io sia un morto di fame o un miserabile e non giudicate il mio valore da
questi stracci. Io sono stato il capo di una famosissima banda e ho saccheggiato tutta la Macedonia.
Sono un predone famoso, quell'Emo di Tracia al cui nome tremano intere province. Terone fu mio
padre, brigante anch'egli celebre; fui nutrito di sangue umano, allevato in mezzo alle schiere della
sua banda, erede ed emulo del valore paterno.
VI
Ma nel giro di pochi giorni persi tutta la banda e tutte le ricchezze che possedevo. Infatti
per mia disgrazia aggredii un procuratore imperiale di quelli che si beccano uno stipendio di
duecentomila sesterzi, per caduto in disgrazia. Ma per meglio sapere come andarono le cose
lasciatemi procedere con ordine.
C'era un tale molto noto e considerato a corte, ben visto dallo stesso imperatore, che per
l'invidia e le calunnie di certi cortigiani fu mandato in esilio. Sua moglie, una certa Plotina, donna di
rara onest e di singolare virt, che aveva dato al marito ben dieci figli, rinunciando agli agi della
citt, volle condividerne le sorti e seguire l'esule sventurato. Si tagli i capelli, indoss abiti
maschili e con una cintura stretta intorno alla vita, nella quale aveva celato parecchie monete d'oro e
i suoi pi preziosi gioielli, sostennne con animo virile tutti i disagi e, intrepida, vegli
sull'incolumit del marito, in mezzo alle guardie armate e alle spade sguainate.
Di traversie ne avevano gi passate molte sia nei viaggi di terra che in quelli per mare e si
stavano dirigendo a Zacinto, che una sorte avversa aveva loro destinata come sede temporanea.
VII
Ma raggiunto il lido di Azio, proprio l dove noi calati dalla Macedonia, facevamo razzie,
essendo notte inoltrata e per evitare la maretta, essi presero alloggio in una locanda non lontana
dalla spiaggia e dalla nave. Qui piombammo noi e facemmo man bassa di tutto ma prima di filarcela
corremmo un serio pericolo. Infatti, appena la signora sent i primi rumori alla porta, corse dove
dormivano gli uomini e con le sue grida suscit un baccano terribile invocando per nome non solo i
soldati di scorta e i servi ma tutto il vicinato che accorresse in aiuto. Fortuna che ognuno, pensando
alla propria pelle, prefer restarsene acquattato nel suo cantuccio, altrimenti noi non ne saremmo
usciti interi; comunque, senza danno, potemmo squagliarcela
Poco dopo, quella santa donna, bisogna proprio dirlo, pi unica che rara in quanto a fedelt,
e quanto mai apprezzabile per i suoi meriti, fece domanda di grazia all'imperatore implorando per
suo marito un sollecito ritorno in patria e piena vendetta dell'aggressione. Insomma per farla breve
l'imperatore decise di annientare la banda del brigante Emo e, detto fatto, la banda fu annientata.
Tanto pu un solo cenno di un grande sovrano.
Tutta la mia banda cos fu attaccata, inseguita e massacrata da reparti di polizia a cavallo;
soltanto io riuscii a fuggire salvandomi a stento; state a sentire come.
VIII
Indossai un vestito da donna tutto a fiori e a svolazzi, mi misi in testa un cappello di stoffa,
ai piedi scarpe femminili bianche e leggere e cos camuffato come uno dell'altro sesso, salii su un
asinello che portava spighe di grano e potetti passare indisturbato proprio sotto il naso dei soldati
che mi davano la caccia. Credendomi la moglie dell'asinaio, infatti, quelli mi lasciarono libero il
passo, tanto pi che le mie guance erano ancora senza peli e avevano il colore chiaro e fresco
dell'adolescenza.
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E per non smentii mai il mio valore e la gloria paterna, sebbene con tutte quelle spade
consacrate a Marte c'era proprio da farsi venire la tremarella, ma protetto com'ero dall'inganno del
travestimento, da solo, io mi detti ad assaltare villaggi e castelli tanto per raccapezzarci le spese del
viaggio. E slacciatisi i panni ne tir fuori duemila monete d'oro: Eccovi un piccolo omaggio, o
meglio, il mio contributo volontario alla banda; anzi, se non avete nulla in contrario, mi offro vostro
condottiero e state certi che in poco tempo questa vostra spelonca ve la trasformer in un palazzo
tutto d'oro.
IX
Senza neppure un attimo di esitazione e con voto unanime i briganti gli conferirono il
comando e gli dettero un abito un po' pi decente perch l'indossasse al posto di quei suoi cenci che
pure avevano custodito tanta ricchezza.
Rimesso a nuovo egli ad uno ad uno abbracci e baci i nuovi compagni che poi lo fecero
sedere al posto d'onore e gli servirono un gran pranzo e vino in quantit.
Tra un discorso e l'altro, intanto, egli venne a sapere della fanciulla e della parte che io
avevo avuto nella sua fuga, nonch della terribile morte che c'era stata decretata.
Allora chiese dove fosse la giovine e si fece condurre da lei, ma quando la vide carica di
catene si ritrasse arricciando il naso per la disapprovazione: Non sono cos bestia e avventato
esclam da oppormi a una vostra decisione ma mi sentirei rimordere la coscienza se non vi dicessi
qual', secondo me, la cosa migliore da fare. Per vi prego, anzitutto, di credere che io parlo nel
vostro interesse, ch se poi la mia idea non vi va, padronissimi di tornare all'asino.
Io sono del parere che dei briganti, almeno quelli che hanno la testa sul collo, non debbano
anteporre niente di niente al loro interesse, neppure la vendetta che spesso si ritorce su chi la
compie. Se fate morire la ragazza nel ventre dell'asino voi non avrete fatto altro che sfogare la
vostra rabbia senza alcun utile. Io penso invece che bisogna portarla in qualche citt e venderla. Per
un simile piccioncino potremo fare un prezzo mica da poco. Da tempo io conosco alcuni ruffiani e
uno di questi, credo, pagherebbe la fanciulla un bel mucchio di soldi per sistemarla in un bordello di
lusso, per ragazze di buona famiglia, come lei. E cos niente pi fughe ma ridotta a puttana da
casino vi pagher la giusta vendetta. Questa la mia proposta, a mio parere vantaggiosa, ma voi,
padroni di decidere e di fare come volete.
X
Cos perorando gli interessi dei banditi quello aveva difeso anche i nostri, salvatore egregio
di una fanciulla e di un asino.
Ma gli altri con i loro se e i loro ma, prima di decidersi mi resero angosciosa l'attesa e mi
tolsero perfino quel poco di vita che mi restava.
Finalmente la proposta del nuovo arrivato venne accolta e la fanciulla fu subito liberata dai
ceppi.
Ma da quando aveva visto quel giovane e sentito parlare di ruffiani e di bordelli, quella s'era
messa a fare certi risolini e certe mossettine di gioia da farmi giustamente stramaledire dentro di me
il suo sesso.
Ma come, pensavo, una fanciulla che fino a un momento fa aveva dato a intendere di
essere innamorata del suo promesso sposo e di non veder l'ora di passare a giuste nozze, eccola che
non sta pi nella pelle soltanto a sentir nominare uno sporco e lurido bordello e in quel momento
su tutte le donne e sulla loro moralit pes il giudizio di un asino.
Intanto quel giovane riprese a dire: E allora perch non cominciamo a rendere onore a
Marte, nostro alleato, ora che abbiamo deciso di vendere la ragazza e di arruolare nuovi compagni?
Ma, a quel che vedo, qui non abbiamo n bestie da sacrificare n vino a sufficienza da bere. Datemi
dieci compagni quanti me ne bastano per assalire il castello qui vicino ed io vi procurer un pranzo
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degno dei Salii.


Cos part e quelli che rimasero prepararono un gran fuoco e innalzarono al dio Marte un
altare di verdi zolle.
XI
Poco dopo tornarono recando degli otri di vino e spingendo un intero gregge dal quale
prelevarono un vecchio e grosso caprone e lo sacrificarono a Marte loro alleato e protettore.
Poi prepararono un banchetto sontuoso: Potrete constatare, fece lo straniero, come io sia
un buon capo e non soltanto negli assalti e nei saccheggi ma anche quando si tratta di farvi
divertire e con estrema disinvoltura e abilit si diede a sistemare ogni cosa: scop, imband la
mensa, cucin i cibi, prepar le salse, dispose tutto in bell'ordine ma soprattutto fece ingurgitare agli
altri numerosi e grandi calici di vino.
Nel frattempo, fingendo di andare a prendere qualcosa che gli occorreva, si avvicinava ogni
volta alla fanciulla e senza farsi vedere, tutto contento, le porgeva qualche bocconcino sottratto alla
mensa o un calice di vino che lui aveva gi sorseggiato.
Dal canto suo ella accettava di gusto e quando il giovane faceva per baciarla, era sempre
pronta a ricambiarlo coi suoi labbruzzi protesi. La cosa mi disgustava: Ve' la verginella
commentavo fra me, s' gi scordata delle nozze e del fidanzato cui i suoi genitori la promisero, e
a lui ecco che preferisce uno sconosciuto, un assassino. E non sente rimorso, anzi, se l' messo sotto
i piedi il sentimento, e le piace star qui tra queste lance e queste spade a far la puttana. Ma se gli
altri banditi se ne accorgono? Non verr fuori un'altra volta il supplizio dell'asino? E costei non
torner ad essere la mia rovina? Ma questa veramente scherza con la pelle degli altri!
XII
Mentre al colmo dello sdegno la venivo fra me stesso cos calunniando, da certe parole
allusive ma non oscure a un asino intelligente com'ero io, capii che quello non era Emo, il famoso
brigante ma Tlepolemo, il fidanzato della fanciulla in persona. A mano a mano le loro parole si
facevano sempre pi esplicite come se io manco esistessi o addirittura fossi morto: Fatti coraggio,
Carite, dolcezza mia le diceva lui vedrai che tra poco tutti questi tuoi nemici li avrai in mano tua
e gi, intanto, lui che non beveva, con foga, con accanimento a inzupparli di vino senza smettere un
attimo, un vino non pi misto ad acqua ma riscaldato sul fuoco anche se quelli erano gi intontiti e
sbronzi del tutto. Addirittura mi venne il sospetto che egli, perdio, avesse versato nelle loro coppe
un qualche sonnifero.
Quando finalmente tutti, senza eccezione, giacquero ubriachi fradici come se fossero morti,
egli senza alcuna difficolt li leg strettamente con parecchi giri di corda come meglio credette e,
postami in groppa la fanciulla, prese la strada della sua citt.
XIII
Quando vi giungemmo tutta la cittadinanza si rivers nelle strade come dinanzi a
un'apparizione. Accorsero i genitori, i parenti, i clienti, i domestici, i servi, tutti, felici, pazzi di
gioia. Era una gran folla, uomini e donne insieme, di tutte le et, uno spettacolo straordinario,
perdio, indimenticabile: una fanciulla in trionfo su un asino.
Anch'io, finalmente allegro, ovviamente al modo che m'era consentito, per non essere da
meno in tutta quella festa, drizzai le orecchie, dilatai le narici e mandai un raglio potente, anzi un
tuono rimbombante.
Intanto, mentre la fanciulla veniva accompagnata nelle sue stanze fra le premurose cure dei
genitori, insieme con molti altri giumenti e seguito da una gran folla di cittadini fui ricondotto
indietro da Tlepolemo e questa volta rifeci con piacere quella strada, in quanto, curioso come sono
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per natura, desideravo assistere alla cattura dei banditi.


Li trovammo ancora incapaci di muoversi pi per il vino che per le corde. Cos tutto il
bottino fu portato fuori e noi fummo caricati dell'oro, dell'argento e degli altri oggetti preziosi.
Quanto ai briganti alcuni vennero gettati nel burrone vicino legati com'erano, gli altri decapitati con
le loro stesse spade e abbandonati l.
Poi ce ne tornammo in citt lieti e festanti per questa vendetta.
Il bottino catturato fu depositato al pubblico erario e la fanciulla ritrovata fu data legalmente
in matrimonio a Tlepolemo.
XIV
Da quel momento la signora non faceva che proclamarmi suo salvatore e mi colmava d'ogni
attenzione: nel giorno delle nozze volle che la mia mangiatoia fosse ben colma di biada e mi fece
portare tanto fieno come se si dovesse sfamare un cammello della Battriana.
Ma quante maledizioni e quanti santi accidenti io non mandai a Fotide che mi aveva
trasformato in asino e non in cane, dal momento che vedevo i cani di casa rimpinzarsi fino a
scoppiare degli avanzi di quella cena sontuosa e di tutto quello che potevano rubare.
Dopo la prima notte e le prime esperienze d'amore la sposa novella continu a ricordare ai
suoi genitori e al marito tutto il debito di gratitudine che mi doveva, fintanto che essi non le
promisero di colmarmi di tutti gli onori. E infatti, riunirono gli amici pi autorevoli e discussero in
che modo io potessi degnamente essere ricompensato. Qualcuno propose che fossi tenuto in casa a
far nulla, ingrassato a biada di prima qualit, a fave e a lupini; prevalse, per l'opinione di un altro
che, preoccupandosi della mia libert, consigli di lasciarmi scorrazzare per i campi, a mio
piacimento, in mezzo alle mandrie di cavalli, dove montando allegramente le puledre avrei potuto
dare ai padroni molte mule di razza.
XV
Cos fu subito chiamato il mandriano e gli fui affidato con mille raccomandazioni.
Com'ero allegro e felice e come trotterellavo davanti a lui pensando che non ci sarebbero
stati pi basti e some, che riacquistata la libert avrei pur trovato da qualche parte un cespo di rose,
dato che gi i prati cominciavano a verdeggiare e la primavera era alle soglie.
Ma facevo anche un'altra considerazione e cio che se tanti onori e tante attenzioni mi
venivano tributate come asino, chiss che pacchia sarebbe stata per me quando avessi riacquistato
aspetto umano.
Una volta per che quel mandriano m'ebbe portato lontano dalla citt per me non ci fu
nessuna delizia e nemmeno libert. Sua moglie, infatti una donna terribilmente avara e cattiva, mi
mise subito a girar la macina del mulino e cos, frustandomi spesso e volentieri con una frasca,
trov il modo di farsi il pane per s e per i suoi, a spese della mia pelle.
E non si contentava di farmi lavorare soltanto per s ma mi faceva girare per macinare a
pagamento anche il frumento dei vicini, e, in cambio di tutta quella fatica, povero me, non mi dava
nemmeno il cibo che mi spettava; anzi il mio orzo lo abbrustoliva, lo metteva nella macina, me lo
faceva triturare ben bene e poi lo vendeva ai contadini del vicinato e a me, che tutto il giorno ero
stato attaccato a quella pesantissima mola, soltanto alla sera mi metteva davanti un po' di cruscone
tutto sporco e immangiabile pieno com'era di terriccio.
XVI
Dopo avermi prostrato con tante tribolazioni la sorte crudele volle mandarmene delle altre,
naturalmente perch io potessi gloriarmi, come suol dirsi, in patria e all'estero, delle mie gesta
eroiche.
72

Infatti quello scrupoloso mandriano ricordandosi, un po' tardi per, quel che gli aveva
raccomandato il padrone, mi lasci raggiungere il branco dei cavalli. Ero finalmente un asino libero,
lieto e giubilante, che caracollava con eleganza e che gi andava adocchiando alcune puledrine che
facevano al caso suo.
Ma anche questa volta le pi rosee speranze risultarono un vero disastro. I maschi, infatti,
ben pasciuti e da lungo tempo appositamente allevati per la monta, bestie in ogni modo intrattabili e
ben pi forti di un asino, ingelositi della mia presenza e volendo impedire un ibrido accoppiamento,
senza riguardo alcuno ai doveri dell'ospitalit si avventarono contro il loro rivale con una furia
terribile: uno, levando in alto l'ampio petto e impennando la fiera testa e il lungo collo mi colp con
gli zoccoli anteriori, come se facesse a pugni, un altro volgendomi la groppa pingue e muscolosa mi
prese a calci, un terzo mi venne addosso a orecchie basse e con un nitrito minaccioso, mostrandomi
una fila di denti bianchi e aguzzi come lance, mi prese a morsi. Insomma, un po' come la storia che
avevo letta di quel re della Tracia il quale faceva sbranare e divorare i poveri ospiti dai suoi cavalli
selvaggi: quel tiranno cos potente era tanto taccagno in fatto di biada che calmava la fame delle sue
voraci giumente dispensando loro carne umana.
XVII
Straziato anch'io allo stesso modo e assalito da ogni parte da quegli stalloni rimpiansi la
macina del mulino. Ma la sorte che non s'era stancata di tormentarmi mi prepar un nuovo flagello.
Venni preso per trasportare legna gi dalla montagna e mi si diede per conducente un
ragazzo che, a dire il vero era il peggiore ragazzo del mondo. Non soltanto salire un monte cos alto
e cos impervio era per me una fatica micidiale, non soltanto a correre su e gi in mezzo ai sassi
aguzzi mi s'eran consumate tutte le unghie, ma per di pi le frustate che prendevo erano tante e poi
tante che il dolore mi arrivava fino alla midolla delle ossa. A furia di colpirmi sulla zampa destra e
sempre allo stesso punto, quello m'aveva rotta la pelle e prodotta una profonda lacerazione, anzi un
buco, addirittura una finestra e, ci nonostante, gi ancora colpi, giusto sulla ferita sanguinante.
Mi caricava poi di certi fasci di legna cos enormi che li avresti creduti destinati a un
elefante, non a un asino.
Per di pi ogni volta che il carico, mal distribuito, pendeva tutto da un lato non che quel
birbante togliesse qualche pezzo di legno dalla parte sbilanciata, come era logico, tanto da
alleggerirmi un po' e darmi un attimo di sollievo o per lo meno riequilibrasse il carico
passandomene qualcuno dall'altro lato, macch, rimediava alla differenza di peso aggiungendo delle
pietre.
XVIII
Ma non contento di schiacciarmi sotto carichi enormi, come se non ne avessi abbastanza di
guai, tutte le volte che incontravamo un fiume e c'era da attraversarlo, costui, per non bagnarsi gli
stivali, mi saltava in groppa, sistemandosi comodo: piccolo supplemento, certo, che s'aggiungeva al
mio carico. E se per caso per il peso eccessivo che mi faceva barcollare, risalendo la riva opposta, io
scivolavo sul terreno fangoso, quel singolare asinaio mica mi tendeva una mano, o mi tirava su per
la cavezza, o cercava di sollevarmi per la coda o almeno di liberarmi di una parte del carico perch
io potessi farcela a rialzarmi, macch, manco per niente che mi dava un aiuto, sfinito com'ero, ma,
principiando dal capo, anzi proprio dalle orecchie, mi caricava di botte con un randello enorme fino
a quando quelle legnate, funzionando come una medicina, non mi rimettevano in piedi.
E fu lui, questo disgraziato, a inventare un altro supplizio ai miei danni. Prese dei rami che
avevano spine aguzze e velenose, ne fece un fascio ben stretto e me li appese alla coda, perch,
ciondolandomi dietro a ogni passo che facevo, mi straziassero con i loro terribili aculei.
XIX
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E cos non avevo scampo ai due mali: se mi mettevo a correre per evitare le sue furiose
bastonature, erano le spine a bucarmi con pi violenza; se mi fermavo un istante per far cessare quel
tormento, le legnate mi costringevano a riprendere la corsa. Insomma pareva proprio che quel
ragazzaccio le escogitasse tutte per ammazzarmi, in un modo o nell'altro; e talvolta me lo diceva
finanche sacramentando.
Ora accadde un fatto che spinse la sua odiosa malvagit a farmene una anche peggiore. Un
giorno che non riuscii a sopportare le sue prepotenze, gli appioppai un paio di calci solenni. Ecco
allora l'azionaccia che mi combino: mi pose sulla schiena una grossa balla di stoppa, fissandomela
ben bene con doppio giro di corda, poi mi spinse sulla strada, alla prima cascina rub un tizzone
ardente e lo ficc proprio in mezzo al carico. Il fuoco trov una facile esca e divamp improvviso
avvolgendomi tutto in una grande fiammata. Sembrava che ormai non vi fosse alcun rimedio,
nessuna via di salvezza in quanto un simile rogo non con sentiva indugi e mandava in fumo anche le
risoluzioni pi sagge.
XX
In un simile frangente la Fortuna, per, volle sorridermi e offrirmi uno spiraglio di luce,
forse per riservarmi futuri accidenti ma, certo, al presente, per liberarmi da una morte ormai sicura.
Il caso volle ch'io scorgessi poco distante un fossato colmo d'acqua fangosa formatosi con la
pioggia caduta il giorno prima; senza star l a pensarci, mi ci buttai. d'un salto e le fiamme
finalmente si spensero e io ne uscii alleggerito del carico e sano e salvo.
Ma quel poco di buono, quello spudorato, anche sta volta ritorse contro di me questa sua
mascalzonata e and a dire in giro a tutti i mandriani che ero stato io a passare in mezzo ai fuochi
accesi dei vicini, che avevo messo un piede in fallo e che mi ci ero lasciato cadere sopra di
proposito, dandomi cos fuoco da me. E aggiunse ridacchiando: Ma fino a quando dovremo
ingrassare senza profitto questo incendiario?
Non fece passare molti giorni che mi procur guai peggiori: vendette a un casolare l vicino
il carico di legna che trasportavo e facendomi rifare la strada scarico si mise a dire a tutti che egli
non riusciva pi a venire a capo della mia pigrizia, ch'era stufo di fare un mestiere simile e altre
tiritere di questo genere.
XXI
Ma lo vedete questo indolente, andava blaterando, questo fannullone, asino per davvero
in tutto e per tutto? Oltre alle malefatte che mi combina, ora mi mette anche nei guai. Se vede
passare qualcuno per strada, che sia una bella donna o una ragazza da marito o un ragazzino, l per
l, perde la testa rovescia il carico, si libera perfino del basto, e gli d addosso, preso da smanie
amorose per gli esseri umani, li butta a terra e, tutto bramoso, tenta su di loro illecite e strane
libidini, bestiali piaceri, invitandoli ad amori contro natura. Perfino baci cerca di dispensare ma con
quel suo muso osceno non riesce che a dare colpi e morsi. Tutto questo ci tirer addosso denunzie e
liti tutt'altro che piacevoli e finiremo anche processati.
Poco fa, per esempio, ha adocchiato una bella ragazza, ha scaraventato qua e l la legna che
trasportava e le si buttato addosso come una furia: l'ha messa a terra lunga distesa e, davanti a
tutti, ha cercato di montarla, questo allegro dongiovanni. Se alcuni passanti non fossero accorsi alle
grida e ai pianti della ragazza e non gliel'avessero tolta di sotto, di quella poveretta ne avrebbe fatto
uno scempio e noi saremmo andati a finir proprio male con la giustizia.
XXII
Aggiungendo bugie su bugie che nel mio imbarazzato silenzio suonavano ancor pi
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offensive, quello riusc ad aizzare contro di me l'animo di quei pastori, tanto che uno di loro se ne
usc con questa proposta: Ma perch non lo immoliamo, questo marito pubblico, anzi questo
seduttore bell'e pronto per tutti, ben degna vittima dei suoi amori mostruosi. Al, ragazzo, scannalo
e poi getta le sue budella ai nostri cani e conserva la carne per la cena degli operai. Penseremo noi a
portare la pelle ai padroni dopo averla conciata con un po' di cenere e, come niente, a far credere
che stato un lupo a divorarlo.
Senza farselo dire due volte quel mio infame accusatore tutto contento altres di essere
l'esecutore materiale di quella sentenza decretata dai pastori, spernacchiando sulle mie disgrazie e
ricordandosi dei calci che gli avevo appioppati - ahi!, quanto mi dispiacque averglieli dati troppo
piano - si mise subito ad affilar la spada.
XXIII
Ma un peccato ammazzare un asino cos bello intervenne uno di quei villani. In fondo
noi ci priviamo del suo servizio e della sua opera cos preziosa solo perch ha certi vizietti e certe
manie erotiche; tagliamogli, invece, i coglioni, cos finir di sfoderare il membro e di darci
grattacapi in pi ci diventer bello grasso e grosso. Io so non solo di molti asini lavativi ma anche di
cavalli che essendo sempre in calore erano ribelli e intrattabili; ebbene, una volta castrati sono
diventati mansueti e belli grassi, proprio adatti per portare il basto e per fare ogni altro tipo di
lavoro.
Se siete d'accordo me ne incarico io: gi che devo arrivare al mercato qui vicino, faccio un
salto a casa, prendo i ferri che mi servono e in un attimo sono di ritorno. Vedrete che non ci vuol
molto ad aprirgli le cosce a questo stallone fetente e, zac, a farvelo diventare pi docile di una
pecora.
XXIV
Se questa proposta mi strappava alle grinfie della morte mi condannava, per, a una pena
delle pi spiacevoli.
Cos cominciai a disperarmi e a piangere la perdita di un'appendice tanto importante del mio
corpo. Pensai addirittura di lasciarmi morire di fame o buttarmi gi da un precipizio, di farla finita,
insomma: almeno sarei morto intero.
Mentre stavo l a pensare sul tipo di morte da darmi ecco che quel delinquente di ragazzo mi
prelev di primo mattino e mi port ancora sulla montagna, lungo il solito sentiero. Qui mi leg al
ramo di una grande quercia e lui si mise un po' pi discosto a tagliare con la sua accetta la legna da
portar gi. Ma ecco che da una caverna l vicino sbuc con l'enorme testa eretta un'orsa spaventosa.
Atterrito alla vista di quell'apparizione improvvisa appoggiai sui garretti posteriori tutto il peso del
corpo e sollevando la testa pi in alto che potevo cominciai a dare strattoni furiosi finch non ruppi
la corda che mi tratteneva; poi, via di gran volata gi per la china e non soltanto spingendo con i
piedi ma capitombolando con tutto il peso del corpo proteso in avanti, finch non mi trovai in piano,
nei campi, tanto era stato l'impulso di scampare a quell'orsa colossale e a quel ragazzo ancora
peggiore.
XXV
Ma ecco che un viandante vedendomi vagare tutto solo e senza padrone mi afferr, mi salt
lesto in groppa e, picchiandomi col suo bastone, mi men per una via traversa che non conoscevo.
Io, dal canto mio, ce la mettevo tutta a correre pi che potevo visto che soltanto cos potevo
evitare l'orribile mutilazione della mia virilit; quanto alle frustate ero cos abituato ormai a
prenderle regolarmente che quelle non mi facevano punto impressione.
Ma la Fortuna, ostinandosi contro di me mand in malora con fulminea rapidit quella
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provvidenziale occasione e architett nuove trappole.


I miei pastori, infatti, che stavano battendo quella zona alla ricerca di una loro giovenca che
s'era smarrita, per caso s'imbatterono in noi e, riconoscendomi immediatamente, mi presero per la
cavezza e fecero per trascinarmi con loro. Ma perch mi fate violenza? perch mi derubate?
cominci a gridare il mio cavaliere, cercando coraggiosamente di opporre resistenza e invocando a
testimoni gli uomini e gli dei.
Ah, s, eh? Ora siamo noi a trattar male te, che ci rubi l'asino e ce lo porti via? Perch,
invece, non ci dici cosa ne hai fatto del ragazzo ch'era con l'asino? L'hai ucciso? E dove l'hai
nascosto? e scaraventatolo a terra cominciarono a tempestarlo di pugni e di calci, a pestarlo ben
bene nonostante che egli giurasse e spergiurasse di non aver visto alcun asinaio ma che s'era
appropriato soltanto di un asino libero e tutto solo per giunta, con l'intenzione di restituirlo al
padrone per averne una mancia.
Magari potesse parlare quest'asino (ah, non l'avessi mai visto!): vi testimonierebbe la mia
innocenza e voi vi pentireste dell'offesa che mi fate.
Ma le sue preghiere non valsero a nulla. Quei violenti gli legarono una corda al collo e lo
trascinarono su per la montagna nel folto del bosco, l dove il ragazzo era solito andare a far legna.
XXVI
Ma del ragazzo nessuna traccia nella zona. Fu invece trovato il suo corpo fatto a brandelli,
sparso qua e l per un gran tratto. Io capi; subito che era stata l'orsa e se avessi avuto la possibilit
di parlare, perdio, l'avrei anche detto, l'unica cosa per che potetti fare fu quella di rallegrarmi in
cuor mio, di quella tardiva vendetta.
Raccolte a fatica le membra sparse del morto i pastori le seppellirono sul luogo ma il mio
Bellerofonte, accusato ormai senza ombra di dubbio come ladro e sanguinario assassino, se lo
trascinarono dietro alla loro capanna per consegnarlo, l'indomani, ai magistrati perch fosse fatta,
cos essi dissero, giustizia.
Intanto mentre i genitori del ragazzo piangevano disperati la sua morte, ecco sopraggiungere
il contadino che, mantenendo puntualmente la parola, pretendeva di eseguire l'operazione, com'era
stato deciso.
Questa una questione che non c'entra per niente con la disgrazia che ci capitata oggi
fece uno. Sar per domani e vedrai che non gli taglieremo soltanto i coglioni a questo asino
maledetto, ma anche la testa.
XXVII
E cos quella tortura mi fu differita all'indomani ed io fui riconoscente a quel buon ragazzo
che, almeno da morto, m'aveva regalato un giornerello di proroga al mio supplizio.
Per nemmeno questo tantinello di tempo io potetti godermi in pace in quanto la madre del
ragazzo, disperata per l'immatura morte del figlio, tutta in lacrime e in gramaglie, strappandosi con
ambedue le mani i bianchi capelli cosparsi di cenere, straziandosi il petto a furia di pugni, urlando e
strepitando, irruppe nella stalla: Ma guardalo qui, come se niente fosse, col muso nella mangiatoia
che pensa a saziare la sua ingordigia e a gonfiarsi quel suo ventre senza fondo; e non ha un minimo
di compassione per il mio dolore e non gli passa nemmeno per la testa l'orribile fine che toccata al
suo padrone. Si capisce, lui se ne infischia della mia vecchiaia, non tien conto della mia debolezza
ed convinto di passarla liscia dopo un delitto cos mostruoso, anzi presume di essere innocente.
Eh, s, sono proprio quelli che hanno commesso le colpe pi gravi che sperano impunit nonostante
che hanno la coscienza sporca. Ma tu, in nome di dio, maledetta bestiaccia, se anche per un
momento tu potessi far uso della parola, com' che potresti persuadere qualcuno, fosse anche l'uomo
pi balordo, che questa terribile disgrazia accaduta senza che tu ne avessi colpa, quando proprio
tu, a calci e a morsi, avresti potuto di fendere quel povero ragazzo? Eppure a prenderlo a calci, e
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spesso, eri capace, ma a difenderlo dalla morte con lo stesso zelo, no! Potevi, certo, caricartelo in
groppa e strapparlo, cos, dalle mani insanguinate del suo spietato assassino; e, invece, no. Te ne sei
fuggito da solo lasciandolo steso a terra, lui che era il tuo compagno di lavoro, il tuo maestro, il tuo
amico, la tua guida.
Ma non lo sai che quelli che rifiutano di porgere aiuto a chi in pericolo vengono puniti,
perch cos facendo agiscono contro i princpi della morale?
Ma tu non ti rallegrerai a lungo della mia sventura, assassino: ti far sentire io come
questo mio strazio m'abbia ridato le forze!
XXVIII
Cos dicendo trasse da sotto il vestito la fascia che le stringeva la vita e mi leg strettamente
i piedi perch io non potessi avere alcuna possibilit di difendermi; poi, presa una pertica che
serviva per sprangare la porta della stalla, continu a darmene tante finch le ressero le forze e il
bastone, pesante com'era, non le cadde di mano.
Imprecando, allora contro le sue braccia che s'erano cos presto stancate, corse al focolare e,
preso un tizzone ardente, me lo ficc fra le natiche.
Ricorsi, allora, all'unica difesa che mi restava: le scaricai addosso un getto violento di sciolta
che le imbratt viso e occhi e, cos accecata e soffocata dal fetore, quella peste mi si lev di torno,
altrimenti un asino sarebbe morto per il tizzone di un'Altea impazzita, come Meleagro.

LIBRO OTTAVO
I
Al canto del gallo giunse dalla vicina citt un giovane che mi parve fosse uno dei servi di
Carite, cio di quella fanciulla che aveva condiviso con me tante pene per mano dei briganti.
Costui, sedendosi presso il fuoco, in mezzo al gruppo degli altri servi, port la notizia
dell'atroce e strana morte di lei e della rovina che era piombata su tutta la sua famiglia.
Stallieri, pastori e bovari cominci a dire. Carite non pi, la poveretta se n' andata ai
Mani, e non lei sola. stata una disgrazia tremenda. Ma perch voi possiate sapere ogni cosa,
conoscere tutti i particolari, voglio cominciare dal principio. Sono accadute cose da romanzo, degne
di essere messe per iscritto da chi ha la fortuna di saper tenere la penna in mano.
Dunque, nella vicina citt, viveva un giovane di famiglia nobile, molto noto quindi e anche
molto ricco, un depravato per, che bazzicava nelle bettole e nei bordelli, sempre in mezzo ai
bagordi da mattina a sera, e per questo anche in rapporto con certe bande di malfattori, non estraneo
finanche a qualche fatto di sangue. Si chiamava Trasillo e il nome non smentiva la sua fama.
II
Appena Carite fu in et da marito costui si fece subito avanti fra i pretendenti pi in vista a
chiederne la mano e bench per nobilt fosse di gran lunga superiore agli altri e cercasse con
bellissimi doni di ottenere il consenso dei genitori della ragazza, proprio per i suoi riprovevoli
costumi dovette subire l'affronto di un rifiuto.
Cos, quando la padroncina fu promessa in sposa al buon Tlepolemo quello continu a
covar dentro di s una morbosa passione cui si aggiunse ora la rabbia per la delusione patita
arrivando perfino a cercare l'occasione per una sanguinosa vendetta.
Il momento opportuno per rifarsi avanti non si fece attendere e cos egli pot accingersi al
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delitto che da tempo meditava.


Il giorno in cui la fanciulla, per il coraggio e l'astuzia del suo fidanzato, fu liberata dalle
mani dei briganti e sottratta alla minaccia delle loro armi, egli si mescol allo stuolo degli amici
accorsi per congratularsi, ostentando la sua contentezza, complimentandosi con gli sposi novelli per
lo scampato pericolo, e beneaugurando per la prole futura.
In considerazione del suo illustre casato egli fu cos accolto in casa nostra fra gli ospiti di
maggior riguardo e qui cominci a recitar la parte dell'amico fedelissimo ben dissimulando il suo
proposito delittuoso.
Nelle conversazioni abituali, nelle frequenti visite, durante i pranzi o quando si beveva
insieme un bicchiere, egli fin col diventare l'ospite pi gradito e simpatico ma anche col precipitare
sempre pi in fondo, e senza accorgersene, nell'abisso della sua passione.
Cos , purtroppo! La fiamma del crudele amore fino a quando un focherello, allieta col
suo tepore, quando poi, dalli oggi, dalli domani, le si d esca, la si alimenta, allora diventa un
insopportabile incendio e divora completamente l'uomo.
III
Gi da tempo Trasillo pensava a un luogo adatto per incontrarsi segretamente con Garite
ma per il gran numero di servi che bazzicavano per casa, si rendeva conto che una relazione
clandestina era praticamente impossibile; d'altro canto sentiva di non essere pi capace, ormai, di
spezzare i lacci tenaci di quella sua recente e crescente passione e che se anche la fanciulla avesse
consentito, ma come poteva?, la sua inesperienza in fatto di amori extraconiugali avrebbe reso la
cosa ancor pi difficile. Tuttavia era proprio la difficolt dell'avventura a spingerlo a tentarla con
accanita ostinazione, come se fosse una conquista a portata di mano. E, infatti, se in un primo
momento la cosa gli parve difficile, poi, man mano che la passione gli cresceva dentro, egli ritenne
di poterne facilmente venire a capo. D'altronde vero; via via che un amore si rafforza, tutto sembra
pi facile, anche quello che in un primo momento pareva difficile.
Ma state a sentire, vi prego, fate attenzione adesso e vedete un po' fino a che eccessi arriv
la sua furiosa passione.
IV
Un giorno Tlepolemo, preso con se Trasillo, se ne and a caccia di fiere, se fiere possono
chiamarsi i caprioli; Carite, infatti, non voleva che il marito cacciasse animali armati di zanne e di
corna.
Giunti a un'altura boscosa, ombreggiata da un fitto intrico di cespugli, dove per sottrarsi
allo sguardo dei cacciatori si nascondevano i caprioli, furono mollati i cani, tutti segugi di buona
razza, perch stanassero la selvaggina e subito essi, perfettamente addestrati com'erano, si sparsero
per la macchia, chiusero tutte le vie d'uscita, prima con sordi mugolii, poi, a un improvviso segnale,
riempendo tutto il bosco con i loro furiosi e assordanti latrati.
Ma non fu stanato n un capriolo, n un daino, n un cerbiatto che di tutti gli animali
selvatici il pi mansueto; salt fuori, invece, un cinghiale enorme, di dimensioni mai viste, tutto
muscoli vibranti sotto la sua cotenna, tutto coperto di peli ispidi, di grosse setole sulla schiena:
aveva la bava alla bocca, digrignava le zanne, i suoi occhi minacciosi mandavano lampi, le sue
mascelle erano tutte un fremito e con un impeto fulmineo si lanci all'attacco. Prima di tutto, dando
colpi di zanna a destra e a manca, fece a pezzi i cani pi audaci che lo incalzavano da vicino, poi,
lacerando le reti che al momento lo avevano trattenuto, pass oltre.
V
Noialtri, presi da un grande spavento, abituati com'eravamo a cacciare soltanto animali
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innocui e trovandoci indifesi e disarmati, andammo tutti a nasconderci nel folto dei cespugli e sugli
alberi. Trasillo, invece, cogliendo l'occasione propizia per il suo tranello, astutamente cominci a
provocare Tlepolemo: 'Ma che ci succede? Siamo proprio anche noi spaventati a tal punto da
restarcene imbambolati come questi servi vigliacchi, o tutti tremanti come femminette, e intanto ci
lasciamo sfuggire questa bellissima bestia? Che aspettiamo a saltare a cavallo e, in un attimo, a
raggiungerla? Al, prendi uno spiedo, io una lancia' e, senza attendere oltre, balzarono a cavallo e si
lanciarono all'inseguimento della fiera; la quale, non ignorando la sua forza, fece un improvviso
dietro front e, tutta fremente di ferocia, arrotando le zanne, raccolse il suo impeto contro di loro,
esitando un attimo come per scegliere chi dei due dovesse caricare per primo. Tlepolemo,
prevenendola, le scagli nelle reni il suo spiedo ma Trasillo, invece di colpirla a sua volta, con un
colpo di lancia tronc i garretti posteriori del cavallo di Tlepolemo che, arrovesciandosi indietro nel
proprio sangue, senza volerlo, trascin nella caduta il suo cavaliere.
Fu un attimo: il cinghiale, vedendo il giovane a terra, gli fu addosso furibondo e mentre
egli tentava d rialzarsi, con ripetute zannate, gli lacer le vesti e le carni.
Quel buon amico di Trasillo certo non si pent del suo crimine, anzi non si ritenne
nemmeno del tutto soddisfatto vedendo l'altro in cos gran pericolo, vittima sacrificata alla sua
crudelt, e cos, mentre Tlepolemo, trafitto ormai da ogni parte, cercava invano di proteggersi dai
colpi e gli implorava disperatamente aiuto, quello, freddamente, gli piant la lancia nella coscia
destra, sicurissimo che la ferita della sua arma sarebbe stata del tutto simile alle altre provocate dai
denti dell'animale. Infine, con un colpo ben assestato, trafisse anche la fiera.
VI
Cos mor il povero Tlepolemo e noi servi, chiamati fuori dai nostri nascondigli,
accorremmo tutti addolorati.
Ma Trasillo, bench tutto lieto d'aver raggiunto il suo scopo con la morte del rivale,
dissimul la gioia e aggrottando la fronte e fingendo una grande afflizione, Si gett sul corpo
dell'amico che egli stesso aveva ucciso e imit a perfezione chi si dispera e piange per qualche
disgrazia: solo le lacrime non riusc a farsi venir fuori. Cos, conformandosi a noi che eravamo,
per, sinceramente addolorati, incolpava la fiera di ci che egli aveva compiuto con le sue mani.
Il delitto era stato appena compiuto che subito se ne diffuse la notizia la quale, prima che
altrove, giunse alla casa di Tlepolemo e agli orecchi della sposa infelice.
Come una pazza Carite, a una notizia cos tremenda, inaudita, fuori di s e sconvolta dal
dolore, si slanci per le strade affollate, per i campi, urlando con voce alterata la morte del marito.
In folla accorsero i cittadini, tristi, e, associandosi al suo dolore, le si fecero intorno, la
seguirono, tutta la citt si svuot per correre a vedere.
Quando la poveretta giunse trafelata accanto al cadavere del marito, senza pi forze, si
lasci cadere su quel corpo e l per poco non rese l'anima che aveva a lui consacrata.
A stento fu strappata di l dalle mani dei suoi e, suo malgrado, rimase in vita, mentre il
morto, seguito da tutto il popolo in solenne processione, veniva accompagnato al luogo della
sepoltura.
VII
Anche Trasillo gridava e si batteva il petto, fin troppo forte, anzi quelle lacrime che prima
non era riuscito a spremere per il dolore, ora, per la gioia incontenibile, gli scendevan gi copiose e,
insieme ad altre mille esclamazioni di affetto, riuscivano a ingannare la stessa verit: chiamava
Tlepolemo amico, coetaneo, compagno, fratello, lo invocava per nome con lamenti che strappavano
il cuore e intanto prendeva nelle sue le mani di Carite perch ella cessasse di colpirsi il petto;
cercava di calmare la sua disperazione, di frenare i suoi lamenti, di lenire con parole carezzevoli il
suo acuto dolore, la consolava portandole vari esempi di altrettanti luttuosi incidenti. Ma tutta quella
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simulata piet non era che un pretesto per palpeggiarsi la donna e alimentare con illeciti diletti il suo
esecrabile amore.
Appena ebbero termine le onoranze funebri la giovane fu impaziente di raggiungere suo
marito e, considerate tutte le vie, scelte quella pi dolce e pi lenta, che non ha bisogno d'arma
alcuna, che simile, piuttosto, a un placido sonno: insomma la poverina decise di lasciarsi morire
d'inedia e, trascurando completamente la sua persona, nascondendosi nelle tenebre pi fitte, aveva
gi detto addio alla luce.
Ma Trasillo, a furia di insistere, o di persona o ricorrendo all'aiuto dei familiari o degli
amici o degli stessi genitori della giovane, riusc a tirarla fuori e a far s ch'ella si decidesse a
concedere a quel suo corpo, gi roso dalla sporcizia e che aveva gi il pallore della morte il ristoro
di un bagno e di un po' di cibo.
E cos Carite, timorata com'era dei suoi genitori piegandosi al dovere che l'affetto le
imponeva ma suo malgrado e con volto certo non lieto anche se un po' pi sereno, riprese il suo
posto tra i vivi, come le era stato ordinato. Ma nel suo cuore, nel pi profondo dell'animo suo,
sentiva pena e dolore e consumava i suoi giorni e le sue notti in un cupo rimpianto, del marito morto
s'era fatta riprodurre l'effigie sotto l'aspetto del dio Bacco e ad essa con assidua devozione rendeva
onori divini e questo era per lei una consolazione e, insieme, un tormento.
VIII
Ma Trasillo, ardito e, come dice il suo nome, temerario, prima ancora che le lacrime
avessero placato il dolore e che si fosse acquietato il delirio di una mente sconvolta e la pena fosse
scemata col tempo chiudendosi in se stessa, a lei che ancora piangeva lo sposo, che ancora si
lacerava le vesti e si strappava i capelli, non esit a parlare di nozze e a svelare spudoratamente il
segreto che covava dentro e le sue incredibili infami intenzioni.
Inorrid Carite e si ribell a quella ignobile proposta e come colpita da un gran tuono o da
una forza celeste o dallo stesso fulmine di Giove, cadde a terra priva di sensi. Quando dopo un po'
riprese conoscenza cominci a gridare come una belva, e, comprendendo ormai la parte sostenuta
dall'infame Trasillo, men per le lunghe la richiesta del pretendente per meglio riflettervi.
Fu appunto in questo lasso di tempo che l'ombra di Tlepolemo, cos tragicamente ucciso,
sporca ancora di sangue e irriconoscibile nel suo pallore, apparve nei casti sogni della sposa: 'O
moglie mia' le diceva 'che qualcun altro ormai potr anche chiamarti cos, se nel tuo cuore s'
affievolito il mio ricordo o se per la mia morte immatura s' spezzato il vincolo d'amore che ci
legava, sposa pure chi vuoi e sii felice ma, in nessun modo, non darti a Trasillo, non metterti nelle
sue sacrileghe mani, evita di parlargli, di sedere alla sua mensa, di entrare nel suo letto. Sta' lontana
dalla mano insanguinata del mio uccisore, non iniziare la tua nuova vita di sposa con un assassino.
Quelle ferite che lavasti con le tue lacrime non furono tutte prodotte dalle zanne del cinghiale: fu la
lancia del perfido Trasillo a separarmi da te.' E altro ancora aggiunse chiarendo perfettamente come
s'erano svolti i fatti.
IX
Carite, che poco prima s'era addormentata tutta triste, la faccia contro il guanciale, e che
anche nel sonno rigava le sue gote di lacrime, riscuotendosi da quel suo riposo agitato, come da un
incubo, risent la stretta del dolore e ricominci a dare in lunghi e acuti lamenti, a strapparsi la
veste, a martoriarsi le belle braccia con le sue piccole mani crudeli.
Per non accenn ad alcuno del suo sogno ma fingendo di non saperne nulla del delitto,
decise di punire l'infame assassino e poi di por fine a quella sua vita senza pi gioia.
E cos, ogni volta che l'odioso pretendente tornava nuovamente alla carica, martellando con
domande di nozze quelle orecchie che non erano disposte ad ascoltarlo, ella amabilmente
respingeva le sue proposte e alle insistenze, alle implorazioni di lui, a meraviglia e astutamente
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recitava la sua parte:


'I miei occhi,' diceva, 'sono ancora pieni dell'immagine del mio adorato marito che per te
era come un fratello; sento ancora il profumo del suo corpo divino che sapeva di cinnamomo. Oh, il
bel Tlepolemo ancora vivo nel mio cuore. Comportati da quel galantuomo che sei e concedi a
questa povera donna che sia trascorso con i mesi che restano, almeno il tempo necessario, cio
l'anno di lutto stabilito. Questo, sia per difendere il mio pudore che per il tuo interesse, perch non
vorrei suscitare l'ombra adirata di mio marito e il suo giusto sdegno per le nozze premature con
funeste conseguenze per la tua incolumit.'
X
Trasillo non era soddisfatto da discorsi simili e tanto meno lusingato da una promessa che
pure dava una precisa scadenza, e cos continu a incalzarla con proposte illecite, senza darle
respiro, fino a quando Carite, fingendosi vinta, un giorno non gli disse: 'Va bene; per, caro Trasillo,
tu devi assolutamente concedermi che noi ci troviamo di nascosto e che nessuno, neanche quelli di
casa, venga a sapere della cosa prima che siano trascorsi i giorni che mancano a finir l'anno di lutto.'
Trasillo s'arrese alla donna e cadde nel tranello di quella insidiosa promessa. Ben volentieri
consent a quegli amori clandestini e trascurando ogni cosa pur di possedere Carite, altro non chiese
che scendesse presto la notte con le sue tenebre pi nere.
'Fa' attenzione' gli raccomand Carite 'avvolgiti bene nel mantello e non farti
accompagnare da nessuno. Alle prime ore della notte avvicinati piano alla mia porta, fa' un fischio e
aspetta la mia governante che star dietro l'uscio ad attenderti. Essa ti aprir e ti far strada, al buio,
fino al mio letto.'
XI
Piacque a Trasillo questa messinscena di nozze per lui fatali e senza sospettare di nulla ma
tutto smanioso, nell'attesa, si rammaricava che il giorno fosse tanto lungo a passare e la notte tanto
lenta a venire.
Ma quando il sole lasci il posto alle tenebre egli, puntualissimo, e tutto avvolto nel suo
mantello come gli aveva raccomandato Carite, con la ingannevole complicit della nutrice ch'era l
ad aspettarlo, scivol nella camera di lei, pieno di speranza.
La vecchia, allora, secondo le istruzioni ricevute, lo intrattenne amabilmente porgendogli
delle coppe e un'anfora di vino nella quale furtivamente aveva messo del sonnifero, pregandolo di
giustificare il ritardo della padrona trattenuta al letto del padre ammalato.
Senza alcun sospetto Trasillo cominci a bere a garganella e fu un gioco farlo piombare in
un sonno profondo. Quando, infine, egli giacque riverso, del tutto indifeso e inoffensivo, la vecchia
chiam Carite che nel suo virile risentimento e fremente di rabbia si precipit dentro e s'avvent
sull'assassino.
XII
'Eccolo qui,' grid,' l'amico fidato del mio sposo, il leale cacciatore, il mio affettuoso
pretendente. Questa la mano che sparse il mio sangue, questo il petto che ha ordito gli inganni
infernali per la mia rovina, questi gli occhi ai quali piacqui per mia sventura ma che, avvolti come
sono ora nelle tenebre anticipano gi la pena che li attende. Riposa pure tranquillo, fa' pure sogni
felici. Non avr spada, io, non lancia per ucciderti. Non voglio che tu somigli al mio sposo fosse
pure nel genere di morte: tu vivrai, ma a morire saranno i tuoi occhi e non vedrai pi nulla se non in
sogno. Far in modo che pi fortunato stimerai il tuo rivale per la sua morte che non te per la tua
vita. Non vedrai mai pi la luce e avrai sempre bisogno della mano di un compagno, ma non avrai
quella di Carite, non godrai delle sue nozze, n ti consoler la pace della morte, n gioirai dei
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piaceri della vita ma, ombra inquieta, andrai vagando tra l'Averno e il sole e a lungo cercherai quella
mano che ti ha preso gli occhi e non saprai di chi lagnarti e questo far la tua sventura ancora pi
orribile. Io, invece, offrire al sepolcro di Tlepolemo il sangue delle tue pupille, sacrificher ai suoi
santi Mani questi tuoi occhi. Ma perch dilazionare la pena che ti aspetta? magari lasciarti godere in
sogno dei miei amplessi a te fatali? Sgombra le tenebre del sonno e destati per entrare in quelle del
tuo castigo. Leva in alto il tuo volto spento, riconosci la vendetta, renditi conto della tua sventura,
valuta la tua pena. Cosi sono piaciuti i tuoi occhi alla casta moglie, cos le fiaccole nuziali hanno
illuminato le tue nozze. Ti saranno pronube le Furie vendicatrici, compagna la cecit, continuo
tormento il rimorso.'
XIII
Questa la sorte che la donna assicur a Trasillo e, trattosi dai capelli uno spillone, lo
immerse negli occhi di lui.
Quindi lasciandolo l completamente cieco a dibattersi in un dolore di cui non si rendeva
conto e che lo aveva riscosso dal sonno e dalla sbornia, ella afferr la spada che Tlepolemo soleva
portare e, sguainatala, si lanci in folle corsa attraverso la citt e si diresse al sepolcro del marito,
certo col proposito di compiere chiss qual gesto insano.
Tutti noi, l'intera popolazione, ci precipitammo fuori delle nostre case e le corremmo dietro
costernati esortandoci a vicenda a strapparle il ferro di mano, impazzita come sembrava.
Ma giunta al sepolcro di Tlepolemo ci tenne tutti lontani con la sua spada che mandava
bagliori e quando vide il nostro gran piangere, i lamenti e i sospiri di una folla intera: 'Smettetela'
disse, 'con queste lacrime importune, scacciate un dolore che non si addice alla mia virt. Mi sono
vendicata del feroce assassino di mio marito; ho punito colui che mi ha tolto lo sposo. Ora tempo
che con questa spada mi apra la via che mi ricongiunga al mio Tlepolemo.'
XIV
E dopo averci narrato ad uno ad uno tutti i particolari che il marito le aveva rivelato in
sogno, l'inganno con cui aveva adescato e poi ucciso Trasillo, si immerse la spada sotto la
mammella destra e cadde sul suo stesso sangue balbettando parole incomprensibili, e virilmente
spir.
I parenti lavarono il corpo della povera Carite, lo composero in un'unica sepoltura e
restituirono al marito, per l'eternit, la sua sposa.
Quanto a Trasillo, risaputa ogni cosa, non riuscendo a trovare una morte adeguata a tanta
catastrofe e comprendendo che neanche una spada sarebbe stata sufficiente a lavare cos nefando
delitto, si fece condurre presso quella tomba ed esclamando pi volte 'Eccovi, o irati Mani, la
vittima volontaria', chiuse dietro di s le porte del sepolcro e, deciso a porre volontariamente fine ai
suoi giorni, si lasci morire di fame.
XV
Queste cose, tra lunghi sospiri e qualche lacrima, rifer quel servo ai contadini che rimasero
profondamente impressionati; anzi temendo un nuovo padrone e commiserando la sventura toccata
al loro signore, decisero di fuggire.
Ma il capo delle scuderie, quello al quale io ero stato affidato con mille raccomandazioni,
lasci la vecchia dimora accatastando sulla mia schiena e su quella degli altri quadrupedi tutto ci
che teneva nella sua casetta e avesse qualche valore. Portavamo bambini, donne, polli, uccelli,
capretti, cagnolini, insomma tutto ci che per la propria lentezza ci avrebbe ritardato la marcia;
camminava con i nostri piedi. A me, per, il carico che portavo, per quanto fosse enorme, non era
gravoso dal momento che con quella fuga provvidenziale mi lasciavo indietro quel detestabile
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individuo che mi voleva castrare.


Superato un monte ripido e boscoso, ridiscesi nuovamente al piano, procedemmo fra i campi
liberi e aperti finch non giungemmo a un borgo ricco e popoloso che gi stava annottando.
Gli abitanti ci raccomandarono di non uscire di notte e nemmeno di prima mattina, perch,
ci dissero, lupi giganteschi, ferocissimi, in grossi branchi infestavano e rapinavano tutta la regione,
anzi si appostavano lungo le strade e assalivano i viandanti come veri e propri banditi; resi ancor
pi feroci dalla fame, addirittura attaccavano i vicini villaggi minacciando di strage gli stessi
abitanti come se fossero pecore inermi. E aggiunsero anche che proprio la strada che dovevamo
percorrere era disseminata di corpi umani semidivorati e biancheggiava qua e l di ossa spolpate e
che noi, quindi, dovevamo procedere con ogni cautela e soprattutto riprendere il cammino in piena
luce, a giorno fatto, col sole alto, proprio per evitare le insidie che si celavano da ogni parte, dal
momento che soltanto la luce frenava l'impeto di quelle bestie feroci; e che, se volevamo superare
tutte quelle difficolt, dovevamo avanzare in gruppo serrato, a cuneo, e non in ordine sparso.
XVI
Ma quegli sconsiderati che nella loro fuga avevan tirato dietro anche noi, per la smania di far
presto, nel timore di un improbabile inseguimento, se ne infischiarono di quei saggi avvertimenti e
senza aspettare che venisse giorno, in piena notte, carichi come eravamo, ci rimisero in strada.
Io, per la paura del pericolo ventilato, me ne stavo nascosto pi che potevo nel gruppo dei
cavalli pensando a salvare le chiappe dall'assalto delle fiere, e tutti si meravigliavano come riuscissi
ad allungare il trotto e addirittura a correre pi degli stessi cavalli. Eppure quella fretta era segno di
fifa, non di zelo, tanto che fra me cominciai proprio a credere che quel famoso Pegaso, per la paura,
avesse messo le ali e che se la leggenda che l'aveva rappresentato alato, era stato proprio per quel
gran salto che aveva spiccato fin su nel cielo, per la fifa d'essere morsicato dalla Chimera vomitante
fiamme.
Del resto anche quei pastori che ci guidavano erano come se stessero andando alla guerra.
Chi portava una lancia, chi uno spiedo, chi delle frecce, chi un bastone o anche pietre che la strada
sassosa forniva in quantit alcuni poi s'eran presi dei pali acuminati, parecchi, infine, tenevano
lontane le fiere con fiaccole accese.
Non mancava niente, eccetto la tromba, per essere una vera e propria squadra in assetto di
guerra.
Ma tutti presi da quella nostra paura che doveva rivelarsi inutile noi incappammo in un
guaio peggiore. I lupi, infatti, spaventati forse dal baccano di quella schiera compatta di giovani o
dalla luce accecante delle torce, o perch stavan facendo razzia altrove, non solo non ci assalirono
ma non si fecero vedere nemmeno da lontano.
XVII
Furono, invece, i contadini di un villaggio che in quel momento stavamo oltrepassando, a
scambiarci per una banda di ladri e, preoccupati per i loro averi e tutti impauriti, con i soliti
incitamenti e con urla di ogni genere, a lanciarci addosso i cani, bestioni enormi e feroci, assai pi
dei lupi e degli orsi, addestrati con cura proprio per la difesa e la guardia.
Questi, feroci per natura e aizzati dalle grida dei loro padroni, si lanciarono contro di noi e,
attaccandoci da tutti i lati, ci saltarono addosso, azzannando senza alcuna distinzione bestie e
uomini e atterrandone molti con ripetuti assalti. Fu una scena davvero indimenticabile e pi ancora
pietosa: un nugolo di cani inferociti che azzannavano quelli che tentavano di fuggire, che
s'avventavano su chi era rimasto fermo, che saltavano addosso ai caduti, che correvano di qua e di
l in mezzo alla nostra schiera distribuendo morsi.
Ed ecco che a questo malanno se ne aggiunse un altro peggiore: i contadini, dall'alto dei tetti
e gi dal colle vicino cominciarono a farci piovere addosso una violenta sassaiola, tanto che a un
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certo punto noi non sapemmo pi da che cosa dovessimo prima guardarci, se dai cani che ci erano
addosso o dai sassi che piombavano su di noi da lontano.
A un certo momento una pietra colp giusto al capo la donna che mi sedeva sulla schiena, la
quale cominci a strillare e a piangere per il dolore e a chiamare in aiuto suo marito, uno dei
mandriani.
XVIII
Quello accorse sacramentando e mentre asciugava il sangue alla moglie cominci a urlare:
Ma perch vi accanite contro della povera gente, contro stanchi viandanti? Perch ci attaccate e ci
massacrate con tanta ferocia? Cosa credete di poterci prendere? Che male vi abbiamo fatto? Eppure
non abitate mica nelle spelonche come le belve o fra le rocce come i selvaggi per prendervi il gusto
di spargere sangue umano!
Aveva appena detto questo che la gragnuola di sassi cess e cos la furia scatenata dei cani
che vennero richiamati. Poi uno dalla cima di un cipresso: Non vi abbiamo assaliti per prendervi la
vostra roba, ma, al contrario, solo per difendere la nostra da un vostro assalto. Ora per la pace
fatta e voi potete proseguire sicuri.
Alle sue parole noi riprendemmo la marcia, chi pi, chi meno tutti feriti e malconci o per i
morsi dei cani o per i colpi di pietra e dopo un buon tratto di strada giungemmo a un bosco fitto di
grandi alberi e rallegrato da verdeggianti prati.
Qui i nostri conducenti pensarono di fermarsi un pochino per riposare e medicar le ferite.
Cos si sdraiarono per terra a riprendere fiato poi si dettero da fare con vari rimedi intorno alle loro
piaghe: uno con acqua di fonte toglieva il sangue, un altro comprimeva il gonfiore con spugne
inzuppate d'aceto, un terzo stringeva con bende le ferite aperte, ciascuno, insomma, provvedeva da
s a curarsi.
XIX
Intanto dalla cima di un colle un vecchio ci guardava, che fosse un pastore lo capimmo dalle
capre che gli pascolavano intorno. Ma quando uno dei nostri gli chiese se avesse del latte fresco da
venderci o almeno del formaggio, quello, scuotendo a lungo la testa, per tutta risposta ci fece: Ma
come? proprio ora voi pensate a mangiare, a bere e a far la siesta? Ma non sapete dove vi trovate?
e tiratesi dietro le sue caprette scomparve ai nostri sguardi.
Queste parole, quel suo improvviso allontanarsi fecero nascere nei nostri mandriani una
paura mica da poco e mentre, tutti impressionati, si chiedevano in che luogo fossero mai capitati, e
non scorgevano nessuno che potesse informarli, ecco che apparve lungo la strada un altro vecchio,
alto, carico d'anni, tutto curvo sul suo bastone dal passo lento e strascicato; piangeva, e quando ci
vide raddoppi le sue lacrime e venne a prostrarsi alle ginocchia di quei giovani.
XX
Che la fortuna e i vostri genii vi facciano giungere sani e salvi alla mia et, cominci a
implorare. Ma voi aiutate questo povero vecchio, strappate alla morte il mio nipotino, rendetelo ai
miei capelli bianchi. Vi dir: mio nipote, dolce compagno di questo viaggio, mentre cercava di
afferrare un uccellino che cantava sulla rupe, scivolato in un fosso qui vicino, sotto i rami pi
bassi di quegli alberi, ed in estremo pericolo di vita. ancora vivo, perch lo sento che piange e
chiama spesso suo nonno ma, come potete vedere, mi mancano le forze per poterlo soccorrere. Ma a
voi che siete giovani e forti sar facile dare una mano a questo povero vecchio e salvarmi il
bambino, l'ultimo della mia famiglia e l'unico mio discendente.
XXI
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Tutti ebbero compassione di quel vecchio che li supplicava e si strappava i bianchi capelli; e
uno ch'era il pi coraggioso di tutti, il pi giovane e anche il pi forte, il solo ch'era uscito incolume
dal putiferio di poc'anzi, si alz prontamente e dopo aver chiesto dove fosse caduto il bambino,
senza indugio segu il vecchio che, intanto, gli mostrava a dito certi cespugli spinosi poco lontani.
Nel frattempo noi ci eravamo rimessi un po' in forze pascolando, i conducenti curandosi le
ferite e cos ognuno riprese il proprio carico e si accinse a rimettersi in cammino.
Preoccupati, per, del ritardo del giovane, invano chiamato per nome pi volte e a gran
voce, mandarono uno di loro a cercarlo per farlo tornare e avvertirlo ch'era tempo di riprendere il
viaggio.
Costui torn poco dopo tutto tremante e livido come una bacca e rifer sul suo compagno
una cosa orribile: che lo aveva visto lungo disteso a terra gi quasi tutto divorato da un enorme
drago che gli stava sopra a finirselo di spolpare, mentre di quel miserabile vecchio nessuna traccia.
Collegando questa notizia con il discorso del pastore il quale aveva voluto certamente
alludere a quel terribile abitante del luogo e non ad altro, i mandriani fuggirono precipitosamente da
quella contrada spingendoci avanti a furia di randellate.
XXII
A perdifiato facemmo un lungo pezzo di strada finch non giungemmo a un villaggio e qui
ci fermammo per la notte. In quel luogo per era successo poco prima un fatto che val la pena di
raccontare.
Uno schiavo, al quale il padrone aveva affidato la sorveglianza di tutta la servit e,
praticamente, la sovrintendenza della sua vasta propriet, quella dove noi c'eravamo fermati, aveva
preso in moglie una schiava che lavorava nella medesima casa, ma s'era follemente innamorato di
un'altra donna, di condizione libera e per giunta forestiera.
La moglie tradita, accecata dalla gelosia, diede alle fiamme i registri del marito e tutto
quanto egli aveva raccolto nel granaio. Non soddisfatta del danno procurato, che non lavava
sufficientemente l'onta del tradimento, la donna infier contro il suo stesso sangue: si leg a una
corda insieme con un figliuoletto che aveva avuto a suo tempo dal marito e si precipit in un pozzo
profondissimo, tirandosi dietro come un'appendice quella povera creaturina.
Il padrone, profondamente turbato per quella morte, arrest il servo che con la sua condotta
aveva provocato una simile tragedia e lo fece legare nudo e tutto ricoperto di miele a un albero di
fico il cui tronco tarlato era tutto un brulicare di formiche che andavano su e gi per il legno,
entrando e uscendo da tutti i fori.
Appena queste sentirono l'odore dolciastro del miele, in un baleno s'attaccarono a quel corpo
e con i loro piccoli ma continui, implacabili morsi, in un supplizio che non pareva aver mai fine, ne
rosicchiarono le carni e le stesse viscere fino a spolparlo completamente e finch, attaccate a
quell'albero funesto, non rimasero che ossa biancheggianti.
XXIII
Cos abbandonammo anche questo infausto luogo e riprendemmo il cammino lasciando alle
sue disgrazie la gente sconsolata che vi abitava.
Viaggiammo un'intera giornata lungo strade di campagna e, finalmente, stanchi morti,
giungemmo a una bella e popolosa citt. Qui i pastori decisero di fermarsi definitivamente, di
metter su casa, un po' perch quello parve loro un nascondiglio sicuro, lontano da ogni ficcanaso, un
po' perch li allettava l'abbondanza e la continua affluenza di viveri.
Per tre giorni, cos, noi bestie fummo lasciate in pace, anzi ci rimpinzarono a pi non posso
perch facessimo bella mostra di noi e, poi, ci portarono al mercato e ci misero in vendita.
Il banditore a gran voce offr il prezzo per ciascuno di noi: i cavalli e gli altri asini furono
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subito comprati da ricchi mercanti, io, invece, rimasi l tutto solo in un cantuccio e la gente mi
passava davanti con una smorfia come se fossi roba di scarto.
Alla fine mi venne rabbia d'esser palpato e squadrato da tutti e di sentirmi calcolare l'et dai
denti che avevo e cos afferrai la mano puzzolente di un tizio che continuava a strizzarmi le gengive
con quelle sue mani luride e gliela conciai proprio a dovere.
La cosa bast per togliere a tutti la voglia di comprarmi ed io passai per una bestia
ferocissima. Ma il banditore riprese a urlare con la sua voce sgangherata e questa volta si mise a
snocciolare sul mio conto un sacco di ridicolaggini: Ma che stiamo qui a perder tempo per cercar
di vendere questo castrone? vecchio per giunta, che s e no si regge su quei quattro zoccoli
consumati, sformato dai dolori, inselvatichito dalla pigrizia, che non vale pi di un setaccio da
ghiaia. Via, se qualcuno disposto a rimetterci il fieno, noi glielo regaliamo.
XXIV
A simili battute la gente rideva ch'era un piacere. Su di me, invece, la sfortuna maledetta
tornava a puntare i suoi occhi ciechi, quella sfortuna che da un po' di tempo mi tiravo dietro
dovunque andassi e che, nonostante tutti i guai che mi aveva gi fatto passare, non s'era ancora
stancata di perseguitarmi. Ecco che ora mi offriva un compratore fatto apposta per me, trovato
proprio giusto per compensare le mie disgrazie.
Pensate un po': un finocchio, un vecchio finocchio, per di pi calvo, tranne qualche
riccioletto sbiadito e penzoloni attorno al capo, uno della feccia, di quelli che battono le strade e che
vanno per piazze e paesi portando in processione la dea Siria e costringendola a chiedere
l'elemosina al suono di cembali e nacchere. Ebbene, proprio a costui venne la voglia di comprarmi.
Di che paese ? fece al banditore. E quello ad assicurarlo. Della Cappadocia. ancora
forte abbastanza.
E quanti anni ha?
E l'altro, spiritoso: Un astrologo, facendogli l'oroscopo ha detto che aveva cinque anni. Tu,
per, chiedilo a lui, che deve sapere meglio di tutti il suo stato anagrafico. D'altro canto, per quanto
io sia prudente, so che avr a che fare con la legge Cornelia se ti vendo come schiavo questo
cittadino romano. Tu per che aspetti a comprarlo? un servitore fedele e onesto e ti sar di aiuto in
casa e fuori.
Ma quell'odioso compratore non la smetteva di far domande e, alla fine, tutto preoccupato,
chiese se fossi una bestia mansueta.
XXV
Non un asino, un pecorone, lo rassicur il banditore, buono a tutti gli usi; non morde,
non tira calci, quasi quasi sotto quella pelle si direbbe che si nasconda un brav'uomo. Prova a
metterci la testa fra le cosce e vedrai da te quant' arrendevole.
Cos quel banditore sbeffeggiava il gaglioffo che, capita l'antifona, lo rimbecc tutto
arrabbiato: Carogna sordomuta, gli grid, imbecille d'un banditore! E da un po' che mi stai
menando per il naso con le tue battute oscene. Che l'onnipotente Siria, genitrice di tutte le cose e il
santo Sabazio e Bellona e la Madre Idea col suo Attis e Venere regina col suo Adone ti rendano
cieco. Ma, idiota che sei, ti pare che io possa affidare la dea a un giumento ribelle che tutt'a un tratto
s'impunta e mi getta gi la sacra immagine e io, poverina, a correr di qua e di l, tutta spettinata a
cercare un medico per la mia dea stesa in terra?
Io che avevo ascoltato tutto pensai di mettermi a dare sgroppate come un ossesso in modo
che quello, vedendomi cos inferocito, rinunciasse a comprarmi. Ma quello, ansioso di concludere,
mi prevenne e sbors l per l diciassette denari che il mio padrone subito intasc, lieto di
sbarazzarsi di me.
E cos, con una corda attorno al collo, fui consegnato a Filebo, come si chiamava il mio
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nuovo padrone.
XXVI
E cos costui si tir dietro fino a casa il nuovo servitore. E dalla soglia cominci a gridare:
Su, bambine, eccovi un bel servitorino, l'ho comprato al mercato.
Ma le bambine altro non erano che un branco di finocchi i quali, subito entusiasmandosi,
cominciarono a dare in urletti striduli e fessi, credendo per davvero che si trattasse di un servitorello
pronto all'uso.
Ma quando videro altro che una cerva sostituita a una vergine, ma addirittura un asino al
posto di un uomo ecco che arricciarono il naso e cominciarono a schernire in vari modi il loro
maestro, dicendogli che egli s'era portato a casa un marito per lui e non un servo per loro.
Bada, per, veh? soggiunsero, non divorartelo tutto tu un cocco cos bello, ma lasciacelo
un po' anche a noi che siamo le tue colombine.
Scambiandosi piacevolezze di questo genere mi legarono a una mangiatoia l vicino.
Qui trovai un giovane molto robusto, abilissimo nel suonare il flauto, che essi avevano
comperato al mercato degli schiavi con i soldi ricavati dalle elemosine. Quando i suoi padroni
andavano in giro con la dea, costui li accompagnava suonando il flauto ma a casa, fra tutto il resto,
doveva anche fare da marito un po' all'uno e un po' all'altro.
Appena mi vide si precipit a mettermi davanti una gran quantit di cibo e: Finalmente,
mi fece tutto contento, sei venuto a darmi il cambio in questa faticaccia. Possa tu vivere a lungo e
piacere ai miei padroni per dar cos un po' di sollievo alla mia schiena che non ne pu pi.
E bastarono queste parole perch io gi mi figurassi le nuove disavventure che mi
attendevano.
XXVII
Il giorno dopo si misero dei vestiti sgargianti, si fecero belli truccandosi in modo osceno,
impiastricciandosi la faccia con un cerone schifoso e segnandosi gli occhi, e uscirono in pubblico.
Inoltre s'eran posti sul capo delle mitrie e, addosso, dei veli gialli di lino e di seta, alcuni,
poi, bianche tuniche con una svolazzante smerlettatura di porpora a punta di lancia, cinture alla vita
e sandaletti dorati ai piedi.
La dea, avvolta in un manto di seta, me la sistemarono sulla schiena e loro, tiratesi su le
maniche fino alle spalle, brandendo spade e scuri enormi, cominciarono a far come le baccanti, a
danzare e a saltare, tutti eccitati al suono del flauto, che parevano degli ossessi.
Toccarono cos parecchie case e alla fine giunsero alla villa di un gran signore e l, sull'uscio,
si misero a fare uno strepito terribile, a cacciare urla assordanti, come degli invasati: dimenavano
continuamente la testa, giravano il collo con movimenti lenti e serpentini, si scuotevano i riccioli, di
quando in quando poi si davan coi denti nei muscoli e addirittura finirono per ferirsi le braccia con
le spade di cui erano armati. Uno poi agitandosi pi degli altri e mandando continui sospironi come
se fosse posseduto da un nume, fingeva di essere pazzo furioso, quasi come se la presenza di un dio
rendesse gli uomini deboli e infermi anzich migliorarli.
XXVIII
Ed ecco il compenso che s'ebbe dalla celeste provvidenza: con un tono enfatico cominci a
inventarsi delle accuse contro se stesso, come se avesse commesso chiss quale sacrilegio e gridava
che doveva infliggersi con le sue stesse mani la giusta punizione a tanto crimine. Prese, infatti, uno
staffile, di quelli che, di solito, per vezzo, portano questi mezzi uomini, fatto di striscioline di lana
ritorta e terminanti in lunghe frange con dentro inseriti ossicini di pecora, e cominci a colpirsi
furiosamente con quell'arnese tutto a groppi resistendo al dolore dei colpi con straordinaria
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disinvoltura. E cos per quei tagli di spada e quei colpi di staffile il lurido sangue di quegli invertiti
lordava tutto il terreno; e non che la cosa mi lasciasse tranquillo: mi chiedevo infatti se tutto quel
sangue che colava dalle ferite, per caso non avesse messo voglia allo stomaco di quella dea foresta
di assaggiare quello d'asino, cos come certi si piccano di voler bere latte d'asina.
Quando, alla fine, stanchi di torturarsi o, piuttosto, sazi, la smisero con quello scempio, si
dettero da fare a raccogliere le monete d'oro e d'argento che gli avevano gettato, un'anfora di vino,
latte, formaggio, focacce di farina e di segale, alcuni avevano anche offerto l'orzo per il portatore
della dea e quelli arraffarono tutto con bramosia, riempirono i sacchi che avevano portato con loro
apposta e me li ammucchiarono addosso, sicch con quel doppio carico mi pareva proprio d'essere
un tempio e insieme un granaio ambulante.
XXIX
Cos, girovagando, setacciarono tutta la zona e, alla fine, soddisfatti per la questua ch'era
andata meglio del solito, si fermarono in un villaggio e decisero di prepararsi un allegro banchetto.
Con la scusa di dover allestire chiss quale cerimonia religiosa per soddisfare con un
sacrificio la fame della dea Siria si fecero dare da un contadino un montone bello grasso e,
predisposto un pranzetto coi fiocchi, se ne andarono ai bagni.
Al ritorno, tutti belli e lavati, si tirarono dietro, come invitato, un contadino, un pezzo di
ragazzo, con certe spalle e certi attributi al basso ventre per cui, dopo aver assaggiato soltanto un po'
di verdura, quei luridi, proprio davanti alla tavola, montarono in fregola e si abbandonarono a ogni
sorta di sconcezze: circondarono quel giovane, lo spogliarono e, dopo averlo disteso a terra, se lo
lavorarono con le loro bocche oscene.
Non potendo pi sopportare la vista di una simile infamia, tentai di gridare: Soccorso,
cittadini ma venne fuori soltanto una O chiara, sonora, tipicamente asinina, ma scompagnata da
tutto il resto, e, per di pi, assolutamente inopportuna in quel momento.
Molti giovani di un villaggio vicino, infatti, che stavano cercando un loro asino scomparso
la notte precedente e che scrupolosamente frugavano tutte le locande della zona, sentito il mio
raglio, pensarono che in quella casa fosse nascosta la refurtiva e, tutti in gruppo, irruppero dentro
per riprendersi la roba loro sorprendendo quegli schifosi proprio nel bel mezzo delle loro oscenit.
Subito allora si dettero a chiamare gente e a mostrare a tutti quel turpe spettacolo sbeffeggiando la
specchiata illibatezza di quei sacerdoti.
XXX
Confusi da un simile scandalo che in un baleno fu sulla bocca di tutti, rendendoli
giustamente odiosi e repugnanti, raccolti i loro bagagli, di nascosto, in piena notte, lasciarono il
villaggio, tanto che prima del levar del sole avevano gi percorso un buon tratto di strada e a giorno
fatto erano ormai lontani in una zona solitaria e fuori mano.
Qui, dopo aver parlottato a lungo fra di loro, decisero di farmi la pelle: mi tolsero la dea
dalla schiena, la posarono a terra, mi liberarono di tutti i finimenti mi legarono a una quercia e con
quel loro staffile tutto nodi e ossicini di montone me ne diedero tante da ridurmi in fin di vita; e ce
ne fu uno che voleva tagliarmi i garretti con un'ascia, visto che cos brutalmente gli avevo offeso il
suo pudore immacolato. Ma gli altri, per, oh, non certo perch ci tenevano a me ma perch
vedevano che la dea era riversa a terra, ritennero pi opportuno lasciarmi vivere.
E cos nuovamente mi caricarono di tutti i bagagli e spingendomi a furia di piattonate,
giunsero a un'importante citt.
Qui uno dei cittadini pi in vista, un uomo molto religioso, che aveva una particolare
devozione per la dea, quando sent il fragore dei cembali, il rullo dei tamburi e le carezzevoli
melodie del canto frigio, subito ci venne incontro e, per voto, volle ospitare la dea e tutti noi
nell'atrio della sua grande casa e si fece in quattro per propiziarsi quella divinit sacrificandole
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grasse vittime con la devozione pi profonda.


XXXI
Ricordo che in quest'occasione io fui l l per lasciarci le penne.
Un colono di questo signore aveva mandato in regalo al suo padrone, un assaggio di quel
che aveva cacciato: il cosciotto bello grasso di un cervo enorme che per, sbadatamente, era stato
appeso dietro la porta della cucina e nemmeno molto in alto, tanto che un cane, buon cacciatore
anch'egli, l'aveva di nascosto afferrato e poi, tutto contento, se l'era data a gambe sotto gli occhi dei
guardiani.
Accortosi del guaio il cuoco cominci a imprecare contro se stesso per la sua negligenza, a
disperarsi e a piangere inutilmente e quando il padrone ordin la cena, egli, angosciato e sconvolto,
diede un ultimo saluto al suo bambino e si mise a preparare un cappio deciso a impiccarsi.
Non sfugg alla moglie, per, questa disperata risoluzione del marito e strappandogli con
forza quel nodo dalle mani: Ma la paura per il guaio che t' successo, gli disse, t'ha proprio reso
pazzo del tutto? Ma non vedi che la divina provvidenza ci ha mandato un rimedio? Se in tutta
questa brutta disgrazia sei ancora capace di connettere, cerca di farlo, ascoltami: piglia quest'asino
che non della casa, portatelo in un posto dove non ti vede nessuno e sgozzalo; poi gli tagli la
coscia, tale e quale com'era questa che scomparsa, la fai cuocere per benino in una salsina
piccante e gliela servi al padrone al posto di quella di cervo.
A quel disgraziato farabutto non sembr vero salvar la sua pelle a danno della mia e,
apprezzando moltissimo la furbizia della moglie, si mise ad affilare i coltelli per macellarmi.

LIBRO NONO
I
Cos quell'infame carnefice armava contro di me l'empia sua mano. Ma di fronte a un
pericolo simile che non ammetteva esitazioni, senza star l a pensarci due volte, decisi di sfuggire al
macello dandomi alla fuga e, spezzata con uno strattone la fune cui ero legato, sparando calci e
sgroppando per aprirmi un varco verso la salvezza, schizzai via con tutta la velocit delle mie
gambe.
Attraversato come un fulmine il portico, piombai nella sala dove il padrone stava celebrando
il banchetto rituale insieme con i sacerdoti della dea e nel mio slancio fracassai tutto, buttai all'aria
stoviglie, lampade, la stessa mensa gi bell'e imbandita.
A tutto quel disastro il padrone agitatissimo, grid a un servo di mettermi al sicuro in modo
che non potessi pi turbare la serenit del banchetto, dal momento che mi ero rivelato una bestia
cos bizzarra e insolente.
Ma intanto io con la mia furba pensata l'avevo fatta franca, ero sfuggito alle mani di quel
macellaio e anzi ero tutto contento di finire al chiuso sotto custodia perch questo significava la mia
salvezza.
Ma inutile, non c' niente che vada per il verso giusto a chi nato sotto cattiva stella, e non
c' saggia decisione, non c' accorgimento per quanto geniale che possa mutare o spostare d'un
filino i disegni della provvidenza divina.
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Tant' vero che quella stessa trovata che al momento sembrava avermi ridato la vita, proprio
quella, mi cacci in un nuovo pericolo, anzi addirittura in un guaio ancora pi grave, a tu per tu con
la morte.
II
Infatti, all'improvviso, mentre i commensali se ne stavano pacifici a chiacchierare, si
precipit in sala un ragazzetto con la faccia terrea dallo spavento e annunci al suo padrone che,
pochi momenti prima, da un vicolo vicino, una cagna rabbiosa, tutt'a un tratto, era entrata in casa,
come una furia, per la porta di servizio, e s'era prima avventata contro i cani da caccia, poi aveva
preso la via della stalla e qui, con la stessa ferocia, aveva assalito parecchi giumenti e, per ultimo,
non aveva risparmiato nemmeno gli uomini Mirtilo il mulattiere, il cuoco Efestione, il cameriere
Ipatafio, il medico Apollonio e molti altri schiavi, che avevano tentato di scacciarla, s'eran beccati
infatti anche loro diverse zannate e molte bestie, si vede contagiate da quei morsi avvelenati, davan
segni d'aver presa anch'essi la rabbia.
Il fatto spavent moltissimo tutti, i quali subito arguirono dalle mie bizze di prima che
anch'io fossi stato colto dal contagio e cos afferrarono ogni sorta di armi ed incoraggiandosi l'un
con l'altro ad allontanare il comune pericolo, si misero a corrermi dietro, quando erano proprio loro
che sembravano sconvolti dal contagio della pazzia. Con tutte quelle lance, quegli spiedi e quelle
scuri finanche, di cui i servi premurosamente li avevano riforniti, mi avrebbero senza dubbio ucciso
se, resomi conto della tempesta che mi s'era scaricata addosso, io non mi fossi rifugiato nella
camera dove erano stati ospitati i miei padroni.
Quelli allora chiusero e sprangarono la porta alle mie spalle e si posero di guardia,
tranquillamente aspettando, senza alcun pericolo di contagio per loro, che quel mortale, inesorabile
male che mi s'era attaccato addosso; lentamente mi consumasse e m'uccidesse.
Cos fu ch'io riacquistai la libert e cogliendo l'occasione propizia d'esser rimasto finalmente
solo, mi buttai lungo sul letto gi sprimacciato e dopo tanto tempo potetti dormire come un uomo.
III
Mi svegliai ch'era giorno fatto ben riposato della stanchezza grazie a quel morbido letto e
rimesso completamente in forze.
Tesi le orecchie e sentii che quelli che avevan vegliato a turno tutta la notte per farmi la
guardia stavano parlando di me:
Chiss se quel povero asino ancora in preda ai suoi furori?
Io credo invece che il veleno giunto al massimo della violenza l'ha gi ammazzato.
Finalmente per troncarla con tutte quelle ipotesi decisero di dare una sbirciatina all'interno e
cos, da una fessura, videro che io ero sano e salvo e che me ne stavo l pacifico.
Allora spalancarono la porta per meglio assicurarsi ch'io mi fossi veramente ammansito e
uno di loro, inviato certamente dal cielo in mio soccorso, sugger agli altri: Facciamo questa prova,
se vogliamo sapere sicuramente come sta: mettiamogli davanti un recipiente colmo d'acqua fresca;
se beve tranquillamente come al solito vuol dire che guarito e non ha pi niente, se invece la
rifiuta, se se ne allontana e ne ha ripugnanza, allora sicuramente ha ancora la rabbia e di quelle
maligne. Questa, aggiunse; la prova che si soliti fare, riportata anche nei libri degli antichi.
IV
L'idea piacque e, cos, corsero subito a riempire a una fontana l vicino una gran tinozza
d'acqua fresca e non senza una certa diffidenza me la misero davanti. Io, con tutta quella sete che
avevo, senza esitare, mi feci sotto e immergendovi tutto il capo bevvi quell'acqua veramente
ristoratrice. Poi cominciarono a darmi delle pacche, a piegarmi le orecchie, a tirarmi per la cavezza,
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insomma a sottopormi a non so che altre prove che io sopportai docilmente finch convinsi tutti, a
dispetto delle loro sciocche supposizioni, che effettivamente ero mansueto.
Cos fu che io scampai a un doppio pericolo.
Il giorno dopo, di nuovo col mio sacro carico sulla schiena, fui risospinto per le strade a far
l'accattone ambulante al suono dei crotali e dei cembali.
Dopo aver toccati parecchi cascinali e villaggi ci fermammo a un paese venuto su fra le
rovine di una citt un tempo ricca, come ci dissero i suoi abitanti, e nella locanda dove prendemmo
alloggio, ci fu riferita la storiella spassosa di un povero gramo fatto cornuto che ora voglio
raccontare anche a voi.
V
Dunque, quest'uomo che lavorava da fabbro faceva la miseria nera e, con quel che
guadagnava, appena appena riusciva a vivere. Anche sua moglie, come lui, non aveva il becco d'un
quattrino ma, in compenso, era libidinosa al massimo, e tutti lo sapevano.
Un giorno, di buon'ora, appena il marito se ne usc per andare al lavoro, subito un amante,
con estrema sfacciataggine, s'infil in casa. Ma ecco che mentre i due s'azzuffavano alla bell'e
meglio sul letto, l'ignaro marito, senza sospettare di nulla, torn sui suoi passi e, trovando la porta
chiusa e sprangata, fra s compiacendosi dell'onest della moglie, picchi all'uscio e le dette anche
un fischio per farsi riconoscere.
La moglie, furba e pratica in imbrogli di questo genere, si stacc dall'uomo che teneva
stretto fra le braccia e, come se niente fosse, lo nascose in una botte vuota, seminterrata in un
angolo; poi, aperta la porta, aggred il marito che ancora nemmeno era entrato: Ah, cos? Ora mi
vai anche a spasso, con le mani in tasca, come uno sfaccendato, buono a nulla. Perch non sei
andato a lavorare? Alla famiglia non ci pensi, no? Cos' che mangeremo oggi? E io, disgraziata, che
me ne sto notte e giorno a rompermi le braccia filando lana perch in questa stanzetta almeno ci sia
accesa la lampada. Guarda Dafne, quella qui vicino invece, com' pi fortunata di me: mangia e
beve da prima mattina e si rivoltola ora con uno ora con un altro.
VI
E il marito, dopo una simile strapazzata: Ma che ti prende? le fece. Il padrone aveva una
causa in tribunale e ci ha fatto far festa. Per io ci ho pensato lo stesso alla nostra cenetta. La vedi
quella botte?: sempre vuota, occupa tanto spazio per nulla, anzi sempre l tra i piedi pi un
impiccio che altro in casa. Ebbene, l'ho venduta a un tale per sei denari; tra poco sar qui con i
quattrini e se la porter via. Perci dammi una mano a tirarla fuori, cos gliela consegneremo
subito.
La moglie, pronta anche in una situazione come questa, scoppi in una risata insolente e:
Ma che gran d'uomo che mio marito; ha proprio il bernoccolo degli affari: mi va a vendere a un
prezzo inferiore della roba che io, povera donna, sempre chiusa in casa, ho gi venduto per sette
denari.
E chi te l'ha comprata a cos tanto? fece lui tutto contento di quell'aumento di prezzo.
E lei: Ah scemo! gi da un po' ch' l dentro, per vedere se sana!
VII
Dal canto suo l'amante non fu da meno della donna e, spuntando fuori: Vuoi sapere la
verit, buona donna? le fece. Questa tua botte troppo vecchia e sgangherata. Ha certe crepe che
paion fessure, e rivolgendosi come se nulla fosse al marito: E tu buon uomo, chiunque sia, fammi
il favore di darmi una lanterna; voglio toglierci tutto lo sporco per vedere se pu ancora servire.
Non crederai mica che io li vada a rubare i miei soldi!
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E quell'intelligentone, quella perla rara di marito, tutto premuroso senza sospettare di nulla,
acceso il lume: Tirati su di l, amico mio, e stattene quieto e comodo. Ci penser io a farlo e te la
mostrer quand' pulita. E cos dicendo, toltisi gli abiti, si cal dentro con il lume e cominci a
raschiare tutta la gromma che con il tempo s'era formata in quella vecchia giara.
Dal canto suo l'amante, un pezzo di ragazzo, si lavorava di gusto, dal di dietro, la moglie del
fabbro che se ne stava appoggiata e curva sulla giara e che anzi, da vera puttana, sporgendo il capo
all'interno, si prendeva gioco del marito dicendogli: Pulisci qui, c' ancora sporco l, e qua e l,
finch portato a termine ciascuno il suo lavoro, e avuti i suoi sette denari, quel disgraziato fabbro fu
costretto a caricarsi in spalla la giara e a portarla fino a casa del suo rivale.
VIII
Quei santissimi sacerdoti si trattennero l un po' di giorni e bench fossero ingrassati
generosamente dalla pubblica munificenza e ricavassero lauti proventi con le loro profezie, ti
escogitarono un nuovo sistema per far quattrini. Inventarono un unico responso che andava bene per
un gran numero di casi e cos riuscirono a gabbare un sacco di gente che li consultava sulle
questioni pi svariate. Il responso diceva cos:
Perch liete domani germoglino le messi
arano i buoi la terra al giogo sottomessi.
Cos, se uno, per caso, voleva combinare un matrimonio e veniva a chiedere il loro responso,
quelli dicevano che l'oracolo era chiarissimo: occorreva mettersi sotto il giogo del matrimonio per
avere una messe di figlioli; se veniva un tizio che voleva comprare un terreno, i buoi, i1 giogo; i
campi seminati e le messi verdeggianti cadevano proprio a proposito; se poi un altro, preoccupato
per un viaggio, veniva a chiedere il parere della dea, ecco che gli si indicavano i buoi, gi belli e
pronti e aggiogati, i pi mansueti fra tutti gli animali, mentre le messi stavano a significare che
avrebbe fatto ottimi affari; se infine un tale doveva partire per la guerra o inseguire una banda di
briganti e veniva a chiedere se l'impresa si sarebbe favorevolmente conclusa, affermavano che il
responso garantiva la vittoria in quanto i nemici avrebbero chinata la testa sotto il giogo e dal
saccheggio si sarebbe ricavato un bottino ricco e abbondante.
Cos, con questo sistema truffaldino della profezia, quelli riuscirono a intascare non pochi
quattrini.
IX
Ma con tutte quelle continue richieste, a un certo punto, non seppero pi trovare argomenti
validi e allora, di nuovo, dovettero rimettersi in viaggio, per una strada, per, la peggiore di quante
ne avevamo per corse di notte. Certo! tutta buche e crepacci, in certi punti sommersa dall'acqua
stagnante, in altri sdrucciolevole per la fanghiglia.
Finalmente con le zampe tutte contuse per le continue inciampate e i numerosi scivoloni,
stanco morto, riuscii a raggiungere un sentiero di campagna.
Ma ecco che, improvvisamente, ci piomb alle spalle una schiera di cavalieri armati che,
trattenendo a stento la foga dei loro cavalli, si gettarono su Filebo e soci e afferratili per la
collottola, cominciarono a chiamarli spudorati e sacrileghi, prendendoli di quando in quando a
pugni e a calci. Alla fine li ammanettarono tutti pretendendo che tirassero fuori una coppa d'oro, il
frutto del loro misfatto, dicevano, che avevano rubata proprio dall'altare della madre degli dei,
quando avevano finto di celebrare in segreto un rito solenne, per poi svignarsela dalla citt alla
chetichella che ancora non era giorno, sperando cos di farla franca, come se fosse possibile dopo un
simile sacrilegio.
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X
Uno mi mise le mani addosso e frugando ben bene nella veste della stessa dea, tir fuori,
davanti a tutti, la coppa d'oro.
Ma nemmeno dinanzi all'evidenza della loro empiet quegli svergognati si intimorirono o
provaron vergogna, anzi con un risolino di circostanza se ne uscirono con una battuta: Ma guardate
che infamia! Succede sempre cos: a rimetterci sono le persone per bene. Per un piccolo calicino
che la madre degli dei ha offerto a sua sorella Siria come dono d'ospitalit, ecco che si trattano i
ministri del culto come dei malfattori e li si accusa di delitto capitale!
Ma inutilmente essi continuarono a ripetere panzane di questo genere: gli abitanti del paese
se li trascinarono dietro, e, ben legati, li gettarono in carcere. Poi riconsacrarono la coppa e anche la
statua che trasportavo e le restituirono al tesoro del tempio; il giorno dopo mi presero e mi
portarono al mercato dove mi vendettero all'asta.
Mi comper il mugnaio del vicino villaggio, pagando sette sesterzi in pi di quelli che aveva
sborsati Filebo e poich aveva acquistato anche del grano, quello subito mi caric a dovere e per
una strada tutta sassi e sterpi mi spinse fino al suo mulino.
XI
L c'erano molti animali da tiro che, girando sempre torno torno, muovevano delle macine di
varia grandezza. E non soltanto di giorno ma anche di notte, ininterrottamente, facevano girare
quegli ordigni e la loro veglia produceva farina.
A me, per, il nuovo padrone, per non farmi spaventare, cosi, subito, all'inizio, di quel
genere di lavoro, generosamente mi dette un comodo giaciglio e, anzi, per quel primo giorno, mi
fece far vacanza lasciandomi davanti a una mangiatoia stracolma.
Ma l'ozio beato e le belle mangiate non durarono a lungo perch il giorno dopo, di prima
mattina, m'attacc a una macina che mi parve enorme e, bendatimi gli occhi, mi spinse lungo un
solco circolare in modo che io, camminando sempre dentro quel cerchio, fossi obbligato a passare e
a ripassare sui miei stessi passi e a rifare continuamente lo stesso giro.
Ma io che non avevo ancora perduto la mia furbizia la mia perspicacia, non mi assoggettai
tanto facilmente a un servizio di quel genere e, bench avessi gi veduto altre volte girare simili
arnesi quand'ero uomo, me ne rimasi l fermo immobile fingendo di essere confuso e di non saperne
nulla di quel lavoro.
Credevo, infatti, che mostrandomi incapace o non adatto a quel mestiere, sarei stato
impiegato per qualche lavoro pi leggero o meglio ancora sarei rimasto l senza far niente, a
mangiare a sbafo.
Idea sprecata, anzi a mio discapito quando la misi in pratica perch subito mi piombarono
addosso in parecchi, armati di bastoni, e mentre me ne stavo l fiducioso, con gli occhi bendati, a un
segnale convenuto e cacciando un urlo tutti insieme, mi dettero tale un fracco di legnate da
spaventarmi al punto che io, lasciati perdere tutti i miei calcoli, mi misi a tirare la corda di sparto e a
fare molto opportunamente e alla svelta i miei bravi giri.
Questo mio repentino ravvedimento fece ridere tutta la compagnia.
XII
Era trascorsa quasi l'intera giornata ed io ero stanco morto quando quelli mi staccarono dalla
macchina e mi legarono alla mangiatoia.
Ma bench fossi sfinito e affamato, bench avessi proprio estremo bisogno di mangiare per
ritemprare le forze, preso dalla mia solita curiosit che mi rendeva addirittura ansioso, lasciai
perdere il cibo, a dir la verit abbondante, e mi misi a osservare con interesse come funzionava
quell'odiosa baracca.
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Santi numi! Com'eran ridotti l dentro quegli uomini: avevano la pelle tutta a chiazze livide,
le spalle piagate e, sopra, soltanto l'ombra di un cencio che non le copriva neppure; anzi taluni
avevano un pezzo di straccio soltanto all'inguine; insomma tutti, per quei poveri panni che
portavano, era come se fossero nudi. Avevano un marchio inciso sulla fronte, i capelli rasati e anelli
ai piedi, erano sfigurati dal pallore e con le palpebre bruciate dal nerofumo e dal denso vapore che li
aveva resi quasi ciechi; come i pugili che quando combattono si spargono il corpo di sabbia fine,
cos quelli erano tutti bianchi e sporchi di polvere di farina.
XIII
E che dire poi degli animali, dei miei compagni? Che muli decrepiti e che ronzini cadenti!
Eran tutti l con il muso affondato nella mangiatoia a masticare montagne di paglia, il collo pieno di
piaghe infette, le narici cascanti e fiaccate da incessanti colpi di tosse, il petto ulcerato per il
continuo sfregare della corda di sparto, le costole messe a nudo dalle molte bastonature, gli zoccoli
larghi e piatti per l'ininterrotto girare, la pelle, infine, rinsecchita e coperta di croste.
Allo spettacolo miserando di quei miei compagni temetti proprio per me e ripensando alla
fortuna di quand'ero Lucio, ora che mi vedevo precipitato nel fondo della sventura, chinai il capo e
piansi.
Nessun conforto in questa vita di tormenti se non quello di poter soddisfare la mia innata
curiosit dal momento che, non dando alcun peso alla mia presenza, ognuno parlava e agiva
liberamente.
Aveva, infatti, ragione il divino creatore dell'antica poesia greca quando volendo descrivere
un uomo di somma saggezza cant che costui aveva acquistato tutte le virt visitando citt e
conoscendo i costumi di molte genti.
XIV
Anch'io, del resto, conservo un ricordo riconoscente dell'asino che fui perch, nascosto sotto
quelle spoglie, affrontai le situazioni pi diverse e, se non pi saggio, divenni almeno esperto delle
cose del mondo.
Ma via, ora ho deciso di raccontarvi una storiella proprio graziosa, la pi simpatica e
divertente di tutte.
Il mugnaio che mi aveva comprato e che era, in fondo, un brav'uomo, una persona
veramente a modo, guarda caso aveva sposato una pessima donna, la peggiore di tutte e, quindi, a
casa sua, c'erano sempre guai a non finire, al punto che perfino io, tra me stesso, lo compiangevo.
Non c'era un vizio che non avesse quella detestabile donna, era come una sporca latrina che
raccoglieva tutte le peggiori sozzure: perfida e stupida, sporcacciona e ubriacona, tarda e testarda,
desiderosa di possedere la roba d'altri, pronta a spendere per cose turpi, nemica di ogni fede e di
ogni pudore. Disprezzava e offendeva le sante divinit e invece della vera religione fingeva di
seguire il culto sacrilego di un dio che ella proclamava unico e con riti senza costrutto, che si
inventava, ingannava tutti e si faceva beffe del povero marito, ubriaca com'era fin dal mattino,
disposta a cedere a tutti il suo corpo.
XV
Ebbene costei mi odiava ed era la mia persecuzione.
Infatti cominciava a gridare che mettessero alla macina l'asino novizio, fin dal letto, che non
era ancora spuntato il sole e appena usciva dalla stanza mi si piantava davanti e ordinava che mi si
desse una buona dose di legnate; quando poi per l'ora del pasto gli altri animali venivano staccati,
disponeva che io fossi portato alla greppia molto pi tardi.
Questa sua malvagit aveva accresciuto la mia naturale curiosit di indagare un po' nelle sue
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abitudini.
Io gi m'ero accorto che un giovanotto, spesso e volentieri, s'infilava nella sua camera, ma
ora ero proprio curioso di vedere che aspetto avesse: bastava che la benda stretta attorno al capo mi
avesse lasciati almeno per un attimo liberi gli occhi, dal momento che non mi mancava davvero
l'accortezza di scoprire le infamie di quella detestabile femmina.
Intanto c'era una vecchia che le stava tutto il giorno appresso, una che le procurava i clienti e
le portava le ambasciate.
Era con questa che quella femmina, fin dal mattino, a colazione, cominciava a bere, di
quello schietto e, gi il primo, gi il secondo, finivano col macchinare con un'astuzia feroce, i loro
perfidi imbrogli ai danni del povero marito.
C' da premettere che io, quantunque ce l'avessi con Fotide perch invece di farmi diventare
uccello mi aveva fatto asino, pur tuttavia in questa mia disgraziata metamorfosi una consolazione
almeno ce l'avevo: quella cio d'avere delle orecchie grandissime, grazie alle quali potevo
facilmente udire tutto anche a una certa distanza.
XVI
E cos un bel giorno, finalmente, arriv alle mie orecchie questo discorsetto:
Padrona mia, diceva quella brava vecchina, vedi un po' tu come metterla con questo che
ti sei voluto prendere senza sentire il mio parere. un cascamorto, tutto timido timido, che se
quell'odioso antipatico di tuo marito aggrotta appena le sopracciglia, lui si mette tutto a tremare; e
poi, moscio moscio com', quando fa all'amore, per te un vero supplizio, che invece sei tutta un
fuoco. Filesitero molto meglio, giovane, bello, sempre disponibile, un fusto, che mica si tira in
dietro di fronte alle ingenue precauzioni dei mariti, l'unico, perdio, a meritarsi i favori di tutte le
donne, il solo degno di portare una corona d'oro, non foss'altro per il tiro che ha giocato a un marito
geloso, un tiro da maestro, pi unico che raro. Sta' a sentire e poi fa il paragone e di' se anche tra gli
amanti non tutta questione di stile.
XVII
Conosci, no? Barbaro, il decurione della nostra citt che tutti chiamano Scorpione per il suo
carattere scontroso; ebbene, costui teneva sua moglie sotto chiave, addirittura guardata a vista, una
donna bellissima e anche di buona famiglia.
S che la conosco, e anche bene, fece la moglie del mugnaio. Parli di Arete, no? stata
mia compagna di scuola.
Allora, riprese la vecchia, conoscerai anche tutta la sua storia con Filesitero?
Assolutamente no. Ma racconta, ti prego. Dai, vecchia mia, che voglio sapere tutto per filo
e per segno.
E allora quella vecchia chiacchierona e incorreggibile, senza aspettare oltre cominci:
Dunque, Barbaro dovendo assolutamente partire e volendo garantirsi, al cento per cento,
che la cara moglie si mantenesse onesta, chiam a quattr'occhi un suo giovane schiavo di nome
Mirmece, fidatissimo, e gli dette l'incarico di sorvegliare col massimo scrupolo la moglie,
minacciandolo di chiuderlo in carcere e di lasciarvelo per tutta la vita, di farlo lentamente morire di
fame, soltanto che un uomo, anche solo passandole accanto, l'avesse sfiorata con un dito e conferm
queste minacce giurando su tutti gli dei.
E cos lasciando Mirmece spaventatissimo e perci zelantissimo guardiano della moglie,
Barbaro part tranquillo.
Da allora il povero Mirmece visse sempre sul chi va l, non lasciava mai uscir la sua
padrona, le stava sempre seduto accanto, anche quando ella filava e quando, la sera, doveva uscire
per forza per recarsi al bagno, lui le si attaccava al fianco, addirittura le si incollava addosso
prendendole con una mano il lembo della veste ed espletando, cos, con uno zelo pi unico che raro
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l'incarico che gli era stato affidato.


XVIII
Ma la venust della signora non poteva passare inosservata all'occhio sempre vigile di
Filesitero; anzi fu proprio la castit per la quale lei era tanto celebrata e la stretta sorveglianza cui
era sottoposta, che infiammarono ed eccitarono il giovanotto il quale, risoluto a tutto osare e ad
affrontare qualsiasi rischio, si accinse con tutte le sue forze ad allentare la rigorosa consegna che
vigeva in quella casa.
Ben sapendo come fragile sia la fede umana e come con il denaro si superano tutte le
difficolt, che perfino le porte d'acciaio crollano davanti alla potenza dell'oro, Filesitero scelse il
momento in cui Mirmece era solo per confidargli la sua passione amorosa e implorarlo che si
sarebbe data la morte, di sicuro, se quella donna non fosse stata sua, e anche subito. Aggiunse che
non c'era nulla da temere per una cosetta cos facile, perch egli sarebbe venuto solo, di sera, e ben
protetto e nascosto dalle tenebre, sarebbe scivolato dentro in camera per uscirne dopo un po',
garantito.
A questi e ad altri argomenti, gi validi di per s, ne aggiunse un altro, il pi persuasivo,
che avrebbe fatto a pezzi l'ostinata intransigenza del servo: fece balenare nella sua mano tesa alcune
monete d'oro zecchino, nuove fiammanti, venti delle quali, disse, per la signora e dieci, di tutto
cuore, per lui.
XIX
Mirmece inorrid di fronte a una simile inaudita scelleratezza e fugg tappandosi le
orecchie.
Ma egli non poteva cancellare dai suoi occhi lo splendore di quelle monete fiammanti e per
quanto fosse ormai lontano da Filesitero e, a passo svelto, fosse gi rientrato in casa, vedeva sempre
il luccichio di quelle belle monete, gi gli sembrava di stringere nella mano quel ricco tesoro.
L'animo di quel poveretto ondeggiava fra contrastanti pensieri ed era combattuto e diviso
da differenti considerazioni: da una parte la parola data, dall'altra il guadagno; di qui la minaccia del
supplizio, di l tutto quell'oro. E l'oro alla fine vinse la paura della morte. Il desiderio di avere quelle
belle monete non gli dava tregua, la bramosia, come una febbre, tormentava perfino le sue notti e se
le minacce del padrone lo trattenevano in casa, la tentazione dell'oro lo invitava ad uscire.
Alla fine, scacciato ogni senso di pudore e rotti gli indugi, port l'ambasciata alla padrona.
La donna, da parte sua, non sment la naturale frivolezza del suo sesso e di fronte all'esecrando
metallo non esit a vendere il suo onore.
Cos Mirmece, che per la gioia non stava pi nella pelle, si precipit a mandare del tutto in
malora la sua onest, bramoso non dico di avere quel denaro che per sua disgrazia aveva intravisto,
ma almeno di toccarlo, e tutto raggiante, annunzi a Filesitero che grazie alle proprie pressanti
insistenze il suo desiderio era stato accolto e, quindi, chiese il compenso pattuito.
E cos la mano di Mirmece, che non aveva mai toccato nemmeno un soldino di rame, ora
strinse le belle monete d'oro.
XX
Venuta la notte il servo guid fino alla casa l'audace spasimante, tutto solo e col volto ben
nascosto, e lo introdusse nella camera della padrona.
Stavano appunto godendosi la novit dei primi amplessi, bruciando le prime offerte a
quell'amore appena sbocciato e, nudi, come bravi soldati di Venere, erano alle prime schermaglie,
quando, all'improvviso, senza che nessuno se l'aspettasse, il marito, approfittando della notte per
ritornare, si present alla porta di casa. Cominci a bussare, a chiamare, a gettar sassi e, sempre pi
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insospettito di quel ritardo, a minacciare Mirmece delle pi atroci torture.


Costui, tutto sconvolto da quel disastro improvviso e non sapendo pi che fare nella sua
angoscia, tir in ballo il buio - ed era la sola scusa che potesse inventare - e che perci - diceva non riusciva a trovare la chiave che aveva cos bene nascosta.
Frattanto Filesitero a sentire tutto quel baccano, in un baleno, si butt addosso la tunica ma
per la furia si precipit fuori della camera scalzo.
Allora, finalmente, Mirmece infil la chiave nella serratura, apr la porta e fece entrare il
padrone che urlando e sacramentando, corse difilato nella camera della moglie, poi, di soppiatto,
lasci uscire Filesitero e appena questi varc la soglia e fu salvo, richiuse la porta e se ne torn a
dormire.
XXI
Ma al mattino Barbaro, ciabattando per la camera, vide sotto il letto un paio di sandali che
non aveva mai visti, quelli, appunto, che aveva Filesitero quando s'era intrufolato dentro.
La cosa gli fece subito sospettare quel ch'era successo, ma senza mostrare ad alcuno il suo
cruccio, n alla moglie, n ai servi, prese quei sandali e se li nascose in seno, limitandosi a ordinare
agli altri servi di prendere Mirmece e trascinarlo in catene sulla pubblica piazza.
Lui stesso vi si diresse a rapidi passi, ruggendo in cuor suo, sicuro che con l'indizio dei
sandali gli sarebbe stato facile pescare l'adultero.
E cos Barbaro avanti, rosso in viso per la rabbia, la fronte aggrottata, Mirmece dietro,
carico di catene, giunsero in piazza;
Quest'ultimo, bench non fosse stato colto sul fatto, per la coscienza sporca, era l che
piangeva come una fontana, suscitando coi suoi lamenti disperati l'inutile piet della gente.
Ma eccoti l Filesitero, proprio nel momento giusto, che pur dovendo sbrigare tutt'altra
faccenda, colpito da quella scena ma non certo intimorito, ricordando quale imperdonabile
distrazione la fretta gli avesse fatto commettere e immaginando tutte le conseguenze che ne erano
derivate, con quella presenza di spirito e quella risolutezza che gli erano proprie, fattosi largo tra i
servi, si gett urlando su Mirmece, riempiendogli la faccia di pugni, non troppo forti per:
'Ehi, tu, furfante e spergiuro,' gli gridava, 'che ti possano far crepare come meriti, il tuo
padrone e tutti gli dei del cielo che tiri sempre in ballo nei tuoi falsi giuramenti. Sei tu che ieri al
bagno mi hai rubato i sandali. Te le meriti proprio queste catene, perdio, che ti si possano
consumare addosso e tu finire sprofondato in un carcere.'
Una trovata migliore di questa l'intraprendente giovanotto non poteva inventarla. Infatti
Barbaro si sent subito sollevato e ci credette ciecamente.
Torn subito a casa, chiam Mirmece, gli diede i sandali, lo perdon con tutto il cuore e lo
esort a restituirli a chi li aveva rubati.
XXII
La vecchia stava continuando a parlare, che la moglie del mugnaio intervenne: Beata lei
che si gode liberamente un amico che sa il fatto suo. A me, invece, poveretta, capitato uno che ha
paura anche del rumore della macina e perfino del muso di quell'asino rognoso.
Non ci pensare, la consol la vecchia, a quell'amante focoso ci parler io e lo convincer
e vedrai che te lo porto qui. E promessole che sarebbe tornata la sera, se ne and.
Intanto quella sposa vereconda si mise a preparare un pranzetto degno dei Salii, spill vini
pregiati, fece un intingoletto di carni fresche e insaccate, imband sontuosamente la tavola e aspett
l'amante come se dovesse venire un dio.
Manco a farlo apposta, poi, il marito, quella sera era a cena fuori da un vicino che faceva il
tintore.
Quando alla sera io fui staccato dalla macina e posto alla greppia per riprendere le forze, non
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tanto mi rallegrai di aver chiuso per quel giorno con il lavoro, quanto di poter comodamente
osservare, a occhi aperti, tutti i traffici di quella donnaccia.
E quando il sole sprofond nell'oceano a illuminare le opposte regioni della terra, ecco
venire la vecchia megera e al suo fianco il temerario amante, un ragazzo dalle guance ancora lisce,
che poteva egli stesso ancora piacere agli uomini.
La donna lo accolse e se lo baci a lungo, poi lo invit a sedersi alla mensa imbandita.
XXIII
Ma il ragazzo aveva appena assaggiato in punta di labbra il vino che rientr il marito molto
prima del previsto. La buona moglie sacramentando e mandandogli le peggiori maledizioni, nonch
l'augurio di fracassarsi le gambe, corse a nascondere il giovane, tutto tremante e morto di paura,
sotto un recipiente di legno nel quale venivano conservate le granaglie prima della cernita e che per
caso si trovava a portata di mano poi, dissimulando quell'infamia con l'astuzia che le era propria e
assumendo un atteggiamento disinvolto, chiese al marito come mai avesse rinunziato alla cena di
quel suo caro amico e perch fosse ritornato a casa cos presto.
Son venuto via di corsa, le fece lui sospirando e con un'espressione desolata, perch non
ne potevo pi della condotta sfacciata di quella scellerata di sua moglie. Santi numi, come
possibile! Una madre di famiglia come lei, cos onesta e virtuosa, andarsi a cacciare tanto in basso!
Ti giuro su questa sacrosanta Cerere che io non riesco ancora a credere ai miei occhi.
Incuriosita dalle parole del marito, quella sfacciata, desiderosa di sapere il fatto, cominci a
tormentarlo perch le rivelasse tutta la storia, dal principio, e non la smise fino a quando quel
poveretto non cedette alla sua volont e, ignaro dei propri guai, non prese a raccontarle quelli degli
altri.
XXIV
La moglie del mio amico tintore pareva una brava donna, virtuosa, e che, almeno da quel
che si diceva, aveva sempre mandato avanti la casa. Eppure a un certo punto vennero anche a lei i
suoi calori e si mise con un tizio col quale andava regolarmente a letto tutti i giorni.
Pensa che anche nel momento in cui noi, dopo il bagno, stavamo mettendoci a tavola, lei
era l che si godeva il giovinotto.
Sorpresa dalla nostra improvvisa apparizione, su due piedi pens di nascondere l'amante
sotto una cesta di vimini, di quelle circolari che finiscono a punta e dove si distendono i panni per
farli diventare bianchi ai vapori di zolfo; poi venne a sedersi tranquilla a tavola con noi, pensando
che quello era proprio un nascondiglio sicuro.
Ma il giovanotto avvolto e preso alla gola dall'odore acre e penetrante dello zolfo, dopo un
po' si sent soffocare e, come succede quando si manipola questa sostanza, cominci a sternutire.
XXV
Quando il marito sent il primo sternuto, siccome veniva dalla parte della moglie, dalle sue
spalle, credette che fosse stata lei e cos le rivolse il solito 'salve'; ma quando ce ne fu un secondo,
un terzo e poi altri ancora, sorpreso che la cosa si ripetesse con tanta frequenza, fin per sospettare
quel che c'era sotto e dato uno spintone alla tavola, sollev la cesta e ti scopr un uomo
boccheggiante e semiasfissiato.
Furente per l'ingiuria patita cominci a gridare che gli dessero una spada, a scalmanarsi che
voleva scannarlo, quando quel poveretto stava per conto suo tirando le cuoia.
Allora io, vedendo che le cose si mettevano male per tutti, cercai un po' di calmargli quella
furia omicida facendogli osservare che il suo rivale, di l a poco, sarebbe morto lo stesso, avvelenato
dallo zolfo, e che perci non valeva la pena andarci di mezzo anche noi.
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Infatti si calm ma pi che per il mio consiglio per l'evidenza della situazione: quel
poveretto, effettivamente, era pi morto che vivo e cos lo and a buttare nel vicolo accanto.
Nel frattempo io suggerii a sua moglie in un orecchio di sparire per un po' e la persuasi di
andare ad alloggiare da qualche sua amica, almeno fino a quando suo marito non si fosse calmato:
infuriato e stravolto com'era, non escludevo affatto che potesse commettere qualche grosso
sproposito contro se stesso e sua moglie.
Per che nausea quella cena e cos me la sono svignata e sono tornato a casa.
XXVI
Mentre il mugnaio raccontava questa storia quella svergognata e impudente di sua moglie
rifilava all'altra gli epiteti pi ingiuriosi: quella perfida, commentava, quella scostumata, veramente
la vergogna del sesso femminile, che se n'era infischiata del suo onore e s'era messa sotto i piedi la
santit del matrimonio, che aveva trasformato la casa del marito in un bordello indegna ormai del
nome di sposa ma piuttosto di quello di prostituta e aggiunse: certe donne bruciarle vive
bisognerebbe!
Per anche lei era agitata dall'interno rodio della sua coscienza sporca e, per liberare al pi
presto l'amante da sotto lo scomodo nascondiglio, cercava di indurre il marito ad andare presto a
dormire. Ma quello, con una cena interrotta a met e quindi digiuno come se ne era venuto via, le
chiedeva invece candidamente di dargli da mangiare e cos lei, di malavoglia, dovette servirgli il
pranzo che aveva destinato all'altro.
Quanto a me mi sentivo rodere il cuore riflettendo all'azionaccia che quella donna
spregevole aveva compiuto poc'anzi e alla indifferenza che ora mostrava e fra me almanaccavo
come poter smascherare tutto quell'inganno, venire in aiuto al mio padrone, insomma ribaltare il
cassone e scoprire a tutti quello l che se ne stava l sotto accucciato come una tartaruga.
XXVII
Mentre mi dolevo per il mio padrone cos umiliato la celeste provvidenza mi venne in aiuto.
A quell'ora il vecchio zoppo che aveva la sorveglianza di tutti i giumenti, ci portava in gruppo
all'abbeverata a uno stagno l vicino.
Fu un'occasione magnifica per la mia vendetta perch io, passando l davanti, vidi che le
punte delle dita di quell'adultero sporgevano dal di sotto della cassa troppo angusta e cos, posto un
piede un po' di traverso, gli detti proprio una bella schiacciata, tanto che quello, non potendo
sopportare il dolore, lanci un urlo soffocato e buttando all'aria il cassone si mostr a chi nulla
ancora sospettava rivelando cos tutto l'imbroglio di quella moglie svergognata.
Ma il mugnaio non sembr troppo scomporsi per l'offesa fatta al suo onore, anzi, con
un'espressione pacata e un fare rassicurante, fece animo a quel giovine che tremava tutto ed era
livida come un morto: Non temere, figliolo, non ti far nulla di male; non sono mica un barbaro io
e neanche uso i modi rozzi della campagna; non ti uccider come ha fatto quella furia di tintore con
i vapori di zolfo e non mi varr della legge contro l'adulterio, che molto severa, per far
condannare a morte un ragazzino cos carino e avvenente, ma invece mi metter d'accordo con mia
moglie per spartirti a met con lei: non voglio mica dividere il patrimonio familiare, anzi reclamo
solo la comunanza dei beni perch senza controversie e dissensi tutti e tre si goda il letto in comune.
Vedi, tra me e mia moglie c' stata sempre un'armonia cos perfetta per cui, come dicono i
saggi, ci che piace a lei piace anche a me. D'altronde neanche la giustizia permette che la moglie
abbia pi diritti del marito.
XXVIII
E intanto, motteggiandolo bonariamente con frasi simili, se lo tir verso il letto e il ragazzo,
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sebbene riluttante, dovette rassegnarsi. Conclusione: lasciata fuori la sua castissima moglie egli se
la spass per tutta la notte con quel figliuolo prendendosi proprio una bella vendetta del tradimento
subito.
Ma non appena il disco risplendente del sole ebbe riportato la luce egli chiam due servi
molto robusti, fece sollevare in alto il ragazzo e cominci a frustargli le natiche:
Ma perch, intanto gli diceva, tu che sei ancora un fanciullo cos morbidetto e delicato,
perch vuoi privare gli uomini del fiore della tua giovinezza e metterti con le donne e per di pi con
quelle di condizione libera o gi sposate e aspirare prima del tempo al nome di adultero?
Dopo avergliene dette queste ed altre e in aggiunta averlo frustato a dovere, lo fece buttar
fuori, e quello l, il pi in gamba di tutti i seduttori, ritrovatosi sano e salvo senza saper nemmeno
lui come, se la diede a gambe piagnucolando per quelle sue bianche chiappe cos strapazzate di
notte e di giorno.
Dopo di che il mugnaio mand a dire alla moglie che sloggiasse anche lei dalla sua casa.
XXIX
Quella donna, per, oltre che per l'innata malvagit, sentendosi terribilmente provocata ed
esasperata da quella punizione per quanto giusta, ricorse alle sue frodi e ai soliti artifici delle donne.
Si mise con molta pazienza alla ricerca di una vecchia strega di cui si diceva che con i suoi
scongiuri e i suoi incantesimi era capace di far tutto quello che voleva e, pregandola in tutti i modi,
colmandola di doni, le chiese o di rabbonire il marito e farlo riconciliare con lei o, se non le fosse
stato possibile, di suscitargli contro uno spettro o qualche altro demone maligno per farlo morire.
La maga, che aveva poteri soprannaturali, tent subito con i mezzi pi semplici della sua
arte scellerata e cerc di piegare l'animo offeso del marito e ridurlo nuovamente all'amore, ma
quando s'accorse che la cosa non le riusciva come aveva previsto, indispettita contro i suoi dei e
sollecitata oltre che dalla perdita del premio promessole, dal discredito che gliene sarebbe derivato,
si mise ad attentare alla vita del povero marito suscitandogli contro lo spirito di una donna
assassinata.
XXX
A questo punto un lettore pignuolo potrebbe interrompermi e chiedermi: Ma com',
furbacchione d'un asino che sei, com' che tu, chiuso nel recinto del mulino, hai potuto sapere
quello che le donne macchinavano in segreto fra loro.
Stammi ancora a sentire in che modo io, pur sempre un uomo e curioso per giunta, anche se
sotto le spoglie di un asino, ho saputo tutte le macchinazioni che si tramavano ai danni del mugnaio:
era circa mezzogiorno quando a un tratto comparve nel mulino una donna con un'espressione
sfigurata dall'angoscia, da condannata a morte, un mantelluccio liso che s e no la copriva: era
scalza, il viso pallido come uno stecco, i capelli grigi, scarmigliati e sporchi di cenere le coprivano
parte del volto.
Questa donna prendendo confidenzialmente per mano il mugnaio, come se volesse dirgli
qualcosa in segreto, lo condusse in camera da letto, chiuse la porta e vi rimase a lungo.
Nel frattempo essendo stato macinato tutto il grano che i lavoranti avevano in consegna e
dovendosene, quindi, richiedere dell'altro, alcuni servi si accostarono alla porta della camera da
letto e, a gran voce, cominciarono a chiamare il padrone chiedendogli altro lavoro. Ma bench
chiamassero pi volte e tutti insieme, non ebbero risposta alcuna e cos, dopo aver bussato con forza
alla porta, quando si accorsero che questa era accuratamente sprangata, sospettando che qualcosa di
grave doveva essere accaduto, con una forte spallata, tutti insieme, scardinarono la porta e la
aprirono.
Ebbene di quella donna nemmeno l'ombra, quanto al padrone se lo trovarono davanti
appiccato con una corda a una trave, gi morto.
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Fra lamenti e pianti a non finire gli liberarono il collo dal cappio e lo tirarono gi, lo
lavarono per l'ultima volta, gli resero le estreme onoranze e, fra un gran concorso di popolo, lo
seppellirono.
XXXI
Il giorno dopo dalla borgata vicina, dove da tempo aveva preso marito, accorse la figlia del
mugnaio, sconvolta, coi capelli scarmigliati e percuotendosi il petto. Senza che nessuno l'avesse
avvertita della disgrazia era venuta a sapere ogni cosa perch in sogno le era apparsa l'ombra
miserevole del padre ancora con il laccio stretto al collo e le aveva rivelato tutti i misfatti della
matrigna, l'adulterio, l'incantesimo, il modo com'egli era stato ucciso dopo essere stato stregato.
Per molti giorni ella non fece che piangere e disperarsi e soltanto quando i familiari, tutti
insieme, intervennero, la poverina pose tregua al dolore.
Al nono giorno, conclusi i riti funebri sulla tomba dell'estinto, ella fece vendere all'asta tutti i
beni dell'eredit, gli schiavi, le suppellettili e tutte le bestie.
La capricciosa fortuna cos disperse qua e l con una vendita in blocco il patrimonio di una
famiglia.
Io fui comprato da un povero ortolano per cinquanta sesterzi, una gran somma a sentir lui,
ma almeno, cos, mettendo insieme la nostra fatica, egli avrebbe avuto di che campare.
XXXII
Ma penso che valga la pena raccontarvi in che cosa consisteva il mio servizio.
Al mattino il mio padrone mi menava in citt carico di verdura e, consegnata la merce ai
rivenditori, mi montava in groppa e se ne tornava al suo orto.
Mentre lui zappava, innaffiava, se ne stava curvo sul suo lavoro, io me ne rimanevo
parecchio tempo a spasso e mi godevo il dolce far niente.
Con il passare dei giorni e dei mesi, per, secondo il prescritto giro degli astri, l'anno si
lasci dietro le dolci vendemmie dell'autunno e si volse alle brine invernali del Capricorno ed io, in
una stalla aperta a tutte le inclemenze del tempo, che aveva il cielo per tetto esposta alle continue
piogge e all'umidit della notte, patii un freddo terribile, dal momento che il mio padrone, nella sua
estrema indigenza, non poteva procurarsi nemmeno per s, e figuriamoci poi per me, un po' di
strame e un bench minimo riparo, e doveva, quindi, accontentarsi di una capannetta di frasche.
E con tutto questo al mattino mi toccava camminare nel fango gelato e fra i ghiaccioli
appuntiti che mi perforavano i piedi; inoltre non potevo nemmeno riempirmi il ventre con i soliti
cibi, infatti, se io ed il mio padrone mangiavamo la medesima cena, questa era un ben misero pasto:
foglie di lattuga vecchia e amara, gi spigata, che sembrava scopa, con un sapore amaro e terroso.
XXXIII
In una notte senza luna, un signore del vicino villaggio, non potendo proseguire il cammino
per la fitta oscurit e inzuppato fradicio dalla pioggia che cadeva gi a torrenti e che lo aveva
allontanato dalla strada maestra fiaccandogli completamente il cavallo, capit nel nostro orto.
Fu ricevuto premurosamente, date le particolari circostanze, e pot riposare, se non
comodamente, almeno quel tanto che gli era necessario, si che per ricompensare la benevola
ospitalit, egli promise alcuni prodotti delle sue terre: frumento, olio, due anfore di vino. Il mio
padrone non se lo fece ripetere due volte, prese la bisaccia, due otri vuoti, si sistem sulla mia
schiena e s'avvi per quel viaggio di sessanta stadi.
Quando, dopo aver fatto tutta quella strada, finalmente giungemmo ai poderi del suddetto
signore, l'ospite cortese ci imband un lauto pranzetto. Ma ecco che proprio quando i due s'eran
messi con tutto l'impegno a darci sotto col vino, accadde un fatto straordinario: una gallina del
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pollaio cominci a correre qua e l per l'aia, schiamazzando col suo caratteristico verso come se
dovesse far l'uovo.
Ma che brava la mia servetta feconda, le fece il suo padrone seguendola con lo sguardo.
da tempo che tu ci nutri con il tuo ovetto giornaliero e ora, come vedo, vuoi offrircene uno come
antipasto. Poi aggiunse: Ehi, tu, ragazzo, mettile nel solito angolo il cestello per le uova.
Il servo esegu l'ordine ricevuto ma la gallina, rifiutando quel cestello che le era abituale,
and a deporre proprio ai piedi del suo padrone un frutto portentoso che sarebbe stato motivo di non
poche preoccupazioni. Non si trattava, infatti, di un comune uovo ma di un pulcino vero e proprio
gi con le sue penne, le sue zampine, gli occhi, la voce, che si mise subito a correre dietro la madre.
XXXIV
Ed ecco un altro portento ancora pi sorprendente che giustamente spavent un po' tutti.
Proprio sotto la tavola sulla quale v'erano ancora gli avanzi del banchetto, la terra si
spalanc e dalla fenditura zampill un getto violento di sangue tanto che la mensa ne fu tutta
spruzzata e lordata.
In quello stesso momento, mentre tutti eran l sbigottiti dallo stupore e annichiliti per quei
divini presagi, uno dei servi corse su dalla cantina per avvertire che il vino, gi da un pezzo sigillato
nelle anfore, stava tutto bollendo come se gli avessero messo il fuoco sotto. E poi si vide una
donnola tirar fuori dalla tana un serpente morto e serrarlo tra i denti, e ancora, dalla bocca di un
cane pastore saltar fuori un ranocchio vivo e un montone che era nei paraggi assalire quel cane e
strangolarlo con una sola zannata.
Tutti questi prodigi misero nell'animo di quel signore e in tutta la sua casa una gran paura e
una profonda costernazione.
Nessuno sapeva come regolarsi, che cosa fare o non fare per placare quelle celesti minacce e
quante e quali vittime sacrificare.
XXXV
Come se non bastasse, mentre tutti se ne stavan l come inebetiti in attesa di qualche
spaventosa sventura, sopraggiunse un servo ad annunziare al padrone di quelle terre l'ultima e pi
terribile disgrazia.
Costui aveva tre figli, gi grandi, istruiti e virtuosi, che erano il suo orgoglio, legati da una
vecchia amicizia con un modesto proprietario di una piccola cascina. Quel povero podere confinava
con i ricchi e fertili campi di un potente signore, giovane e facoltoso, che, abusando del nome
glorioso del suo casato e spalleggiato da alcuni gruppetti di faziosi, spadroneggiava in tutta la zona.
Costui faceva vere e proprie spedizioni sulle povere terre del vicino, trucidandogli il gregge,
rubandogli i buoi, calpestandogli il grano ancora verde; per di pi dopo avergli tolto quel poco che
aveva, ora minacciava addirittura di scacciarlo da quelle poche zolle e intentandogli causa su
un'assurda questione di confini, rivendicava per s tutta la terra.
Quel povero paesano, un timido per giunta, ridotto ormai in miseria dall'avidit del ricco
vicino, per conservare almeno un pezzetto della sua terra avita, quel tanto per esservi seppellito, col
cuore in gola preg parecchi amici perch intervenissero in merito a quei confini. Tra gli altri vi
erano anche quei tre fratelli, lieti di dare, come potevano, una mano all'amico disgraziato.
XXXVI
Ma quel pazzo, per nulla intimidito dalla presenza di tutti quei cittadini e tanto meno turbato,
non solo non intese recedere dalle sue piratesche pretese, ma non volle nemmeno moderare le
parole e, a quanti lo pregavano cortesemente e, con atteggiamento conciliante, cercavano di calmare
la sua irruenza, egli per tutta risposta, giur sulla sua vita e su quella dei suoi cari che se ne
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infischiava della presenza di tanti intermediari e che avrebbe ordinato ai suoi servi di prendere il suo
vicino per le orecchie e di buttarlo fuori, il pi lontano possibile, dalla sua catapecchia.
Queste parole suscitarono lo sdegno violento di quanti fra i presenti le udirono e uno dei tre
fratelli gli rispose subito per le rime dicendogli che invano egli, facendosi forte delle sue ricchezze,
minacciava e tiranneggiava, perch c'erano le buone leggi a garantire e proteggere i poveri
dall'insolenza dei ricchi.
Ci voleva questo discorso per far esplodere la furia di quell'uomo: infatti fu come se su una
fiamma fosse caduto dell'olio, o in un incendio dello zolfo, o nella mano di una Furia fosse stata
messa una frusta. Completamente fuori di s, cominci a inveire che avrebbe messo sulla forca tutti
i presenti e le leggi comprese.
E subito fece sguinzagliare e aizzare i suoi enormi e feroci cani da pastore, quelli che
divorano i cadaveri abbandonati nelle campagne, allevati apposta per avventarsi, senza distinzione,
su tutti i viandanti che transitavano da quelle parti.
Quelle bestiacce, eccitate e provocate dai noti richiami dei pastori, fra latrati assordanti, si
lanciarono contro quegli uomini con tutta la loro furia e la loro ferocia, li assalirono, li straziarono a
furia di morsi, li fecero a pezzi, non risparmiando nemmeno quelli che cercavan di fuggire e sui
quali, anzi, si avventarono con maggior rabbia.
XXXVII
Durante quella carneficina di gente terrorizzata il pi giovane dei tre fratelli inciamp in un
sasso e cadde ferito a un piede; subito i cani inferociti gli furono addosso e orrendamente
dilaniarono le sue membra. Alle sue grida strazianti gli altri due accorsero in suo aiuto e, raccolto il
mantello sul braccio sinistro, cercarono di allontanare i cani e di difendere il fratello con una fitta
sassaiola.
Ma non riuscirono n a domare n a respingere la ferocia di quelle belve e cos quel povero
giovane, le cui ultime parole implorarono vendetta contro quell'infame riccone, fatto a brani, spir.
I fratelli superstiti, allora, non tanto perch disperavano ormai di salvarsi ma perch non
tenevano pi in alcun conto la vita, si gettarono sul ricco e con un impeto furibondo lo assalirono a
sassate.
Ma quel sanguinario, gi da tempo addestrato a imprese del genere, trafisse con un colpo di
lancia proprio in pieno petto uno dei due. Il giovane, colpito a morte, bench morisse subito, non
cadde a terra in quanto la lancia trapassandolo da parte a parte, per la violenza del colpo, era
rispuntata alle sue spalle quasi in tutta la sua lunghezza e s'era conficcata nel terreno sostenendo
cos quel corpo che vi rimase come appoggiato.
Nel medesimo tempo un servo, alto e corpulento, correndo a prestar man forte a
quell'assassino, da lontano, scagli un sasso contro il terzo fratello, mirando al suo braccio destro,
ma fall il colpo e la pietra, sfiorando la punta delle dita, and a cadere per terra, lasciandolo illeso
anche se parve il contrario.
XXXVIII
Questa fortunata circostanza offr al giovane, che era assai perspicace, l'occasione della
vendetta. Infatti, fingendo che la mano gli fosse stata stroncata, cos apostrof lo spietato signore:
Godi ora che hai distrutto la nostra famiglia, pasci la tua insaziabile crudelt con il sangue
di tre fratelli e sii orgoglioso di tanti concittadini massacrati; per sappi che per quanto tu abbia
potuto estendere i tuoi confini, privando un poveretto delle sue terre, avrai pur sempre un vicino.
Purtroppo anche questa mia destra che avrebbe dovuto troncarti il capo, per un destino avverso ora
spezzata.
Queste parole resero ancor pi furioso quel brigante che si avvent sul povero giovane con
la spada sguainata, smanioso di ucciderlo con le sue mani. Ma si trov di fronte a un avversario non
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meno forte di lui che, con sua grande sorpresa, gli resist validamente, anzi gli afferr in una stretta
tenacissima la destra e con uno sforzo sovrumano, rivoltandogli la spada contro, lo subiss di colpi,
finch quel riccone non esal la sua sporca animaccia.
Ma poi per non cadere nelle mani dei servi che accorrevano, con il pugnale ancora sporco
del sangue del suo nemico, con un gesto fulmineo, si tagli la gola.
Quegli straordinari prodigi avevano preannunciato questi fatti, gli stessi che ora venivano
riferiti allo sventurato signore.
Il vecchio, in tanta tragedia, non riusc ad articolare una parola, a emettere un lamento, n a
versare una lacrima: afferr un coltello, quello con cui, qualche momento prima, aveva tagliato il
formaggio e le altre vivande per i suoi commensali e anch'egli, come il suo infelicissimo figlio, si
trafisse pi volte la gola, finch non cadde riverso sulla mensa cancellando col suo sangue le
macchie di quell'altro sangue prodigiosamente zampillato.
XXXIX
Fu cos che in pochi istanti and distrutta un'intera famiglia.
Il mio ortolano rimase molto impressionato e lamentandosi amaramente anche della propria
sfortuna, che aveva richiesto per quel pranzo un suo tributo di lacrime, battendosi le mani purtroppo
rimaste vuote, mi sal in groppa e rifece la strada per cui eravamo venuti.
Ma nemmeno il ritorno doveva andar liscio.
Infatti, un tipo, alto di statura, che dall'uniforme e dalle sue maniere doveva essere un
legionario di guarnigione, ci si piazz davanti e con un fare tronfio e arrogante chiese all'ortolano
dove portasse quell'asino senza carico.
Il mio padrone era ancora tutto sconvolto dal dolore e per di pi, non capendo una parola di
latino, non gli bad e tir avanti.
Il soldato, indispettito da quel silenzio preso come un insulto, non seppe frenare l'insolenza
che gli era abituale e cos lo colp col suo bastone di vite rovesciandolo dalla mia schiena.
L'ortolano, allora, gli fece umilmente capire che non conosceva la sua lingua e che perci
non sapeva ci che egli gli avesse chiesto.
Dov' che porti quest'asino? gli ripet allora in greco il soldato e, quando l'ortolano gli
disse ch'era diretto alla vicina citt: Ora serve a me, lo interruppe. Deve portare con gli altri
quadrupedi i bagagli del comandante della vicina fortezza e allungata la mano alla cavezza
cominci a trascinarmi via.
Ma l'ortolano, asciugandosi il sangue che gli colava dal capo per il colpo di prima, torn a
pregare e a scongiurare il soldato di usare modi pi urbani e gentili, augurandogli le migliori
fortune. E poi aggiunse, questo qui un asinello pigro che per ha il vizio di mordere ed l l
che mi crolla per un brutto male che ha, tanto che a mala pena, tirando il fiato, riesce a portarmi
qualche mazzetto di verdura dall'orto qui vicino e non pu assolutamente farcela a trasportare
carichi pi pesanti.
XL
Ma quando s'accorse che le sue preghiere anzich convincere il soldato lo irritavano di pi,
al punto che questi, girato il bastone dalla parte pi grossa stava l l per spaccargli la testa, ricorse a
un estremo rimedio: fingendo di allacciargli le ginocchia per implorare piet, si chin in avanti, lo
afferr per le gambe e sollevatolo di peso, lo sbatt pesantemente a terra; poi con pugni, gomitate,
morsi, perfino con una pietra che riusc ad afferrare dalla strada, gli pest ben bene la faccia, i
fianchi, le mani.
L'altro, riverso per terra, non riusciva a difendersi n a reagire, eppure continuava a
minacciare che lo avrebbe fatto a pezzi con la spada appena si fosse rialzato. L'ortolano, allora, a
scanso di un simile rischio, via la spada il pi lontano possibile e gi a infittire i colpi!
104

Completamente distrutto, coperto di ferite, non trovando altro scampo, il soldato ricorse
all'unico mezzo che gli restava: fece finta di essere morto.
Allora l'ortolano, prendendo con s la spada, mi salt in groppa e mi fece trottare lesto lesto
verso la citt e, senza nemmeno fermarsi un momento nel suo orticello, corse difilato da un suo
amico, e dopo avergli raccontato tutto l'accaduto, lo preg di aiutarlo in un simile frangente, di
tenerlo nascosto, insieme con l'asino, per qualche tempo, per due o tre giorni almeno, il tanto che
bastasse per evitargli un processo e una condanna capitale.
E l'amico, memore dell'antica amicizia, senza esitare, gli dette asilo: con le zampe strette
nelle pastoie, io fui issato su per una scala in una stanza al piano superiore, l'ortolano scomparve
dentro una cesta gi in bottega e si tir sul capo il coperchio.
XLI
Ma quel soldato, lo venni a sapere pi tardi, riscuotendosi come da una solenne sbornia,
barcollando e tutto dolorante per le ferite, a stento reggendosi sul suo bastone, raggiunse la citt.
Ai cittadini non disse nulla di quel che gli era capitato, vergognandosi di passare per un
pusillanime e un inetto, ma rodendosi dentro per lo smacco patito, si sfog con i suoi commilitoni e
ad essi raccont tutta la sua disavventura.
Fu deciso che rimanesse nascosto per un po' sotto la tenda per non incappare nei rigori del
regolamento militare che puniva chi avesse perduto la spada; gli altri, invece, conosciuti i nostri
connotati, si sarebbero messi alla nostra ricerca e lo avrebbero vendicato.
Immancabilmente, ci fu un disgraziato di vicino che fece la spia indicando il luogo dove
eravamo nascosti. I soldati allora ricorsero ai magistrati e raccontarono, quei gran bugiardi, che
durante il viaggio avevano perduto un vaso d'argento del loro comandante, di gran valore, che un
ortolano l'aveva trovato ma si rifiutava di restituirlo e anzi si era andato a nascondere in casa di un
amico.
I magistrati, valutato il danno e l'importanza del comandante che l'aveva subito, si
presentarono alla porta del nostro rifugio e ad alta voce intimarono al nostro ospite di consegnarci
nelle loro mani, se non voleva mettere a repentaglio la sua testa, dal momento che sicuramente egli
ci teneva nascosti presso di s.
Ma quello, per nulla intimorito e volendo a tutti i costi salvare colui che aveva confidato
nella sua lealt, non rivel nulla sul nostro conto, anzi dichiar che non aveva visto l'ortolano ormai
da parecchi giorni, anche se i soldati continuavano a insistere, giurando sull'imperatore che egli era
nascosto l e in nessun altro luogo.
Cos i magistrati per smascherare quell'uomo che si accaniva a negare, decisero un
sopralluogo e, chiamati i littori e gli altri pubblici ufficiali, ordinarono che procedessero a
un'accurata e minuziosa perquisizione della casa.
Ma quelli, alla fine, riferirono che non v'era traccia d'anima viva l dentro e tanto meno di un
asino.
XLII
La contesa fra le due parti si riaccese allora pi violenta: i soldati confermavano che noi
eravamo l e lo giuravano sull'imperatore, l'altro continuava a negare e a chiamare a testimoni gli
dei.
A sentir quella lite e quel baccano, io, curioso per natura, e asino irrequieto, per sapere il
perch di tutto quel tumulto, sporsi la testa a sghembo da una finestrina, ed ecco che un soldato,
volgendo per caso lo sguardo nella mia direzione, vide la mia sagoma e si mise a chiamare tutti a
testimoni.
Si lev un grido improvviso, si precipitarono su per le scale, mi abbrancarono e mi
trascinarono gi come un prigioniero Ormai nessuno aveva pi dubbi e cos tutti si misero a frugare
105

in ogni angolo, finch non trovarono la cesta e, dentro, il povero ortolano che, consegnato ai
magistrati, fu portato in carcere in attesa della condanna a morte.
Quanto a me e alla mia apparizione si continu a ridere proprio di gusto e a scherzarci sopra
e anche di qui nacque il noto proverbio dell'asino che s'affaccia alla finestra e della sua ombra.

LIBRO DECIMO
I
Che cosa sia accaduto il giorno dopo al mio ortolano, io non so; quanto a me, invece, senza
che nessuno dicesse niente, fui prelevato dalla stalla proprio da quel soldato che per la sua
prepotenza era stato lisciato a dovere. Passando dal suo alloggiamento, almeno cos mi parve, mi
caric dei suoi bagagli, mi bard con un equipaggiamento militare e mi avvi sulla strada.
Portavo, infatti, un elmo luccicante e uno scudo ancora pi lucente e anche una lancia, di
quelle a punta lunga, non regolamentare, che ti fanno un certo effetto e che, messa l, in cima al
mucchio dei bagagli, come s'usa nell'esercito, serviva pi che altro a spaventare i passanti.
Percorsa una strada in mezzo ai campi abbastanza agevole giungemmo a una cittadina e ci
recammo non alla locanda ma alla casa del decurione.
Il soldato mi affid a un servo e lui si rec subito dal comandante che aveva sotto di s mille
uomini.
II
Alcuni giorni dopo, ricordo che si scopr proprio l un delitto orribile, un crimine efferato, di
cui voglio accennarvi in questo mio libro perch possiate conoscerlo anche voi.
Il padrone di casa aveva un figlio, molto istruito e per questo modesto e virtuoso, tanto che
anche tu, lettore, avresti gradito averne uno come lui.
La madre era morta da molto tempo e il padre s'era risposato e da questo secondo
matrimonio aveva avuto un figliolo che allora poteva contare dodici anni.
Ma la matrigna che nella casa del marito si faceva notare pi per la sua bellezza che per i
buoni costumi, o perch lei era corrotta per natura o perch il destino la spingeva all'infamia pi
degradante, certo che mise gli occhi sul figliastro.
Bada bene, lettore, io sto raccontandoti di una tragedia non di una commediola e che quindi
dal socco ora si passa al coturno.
La donna, finch l'amore era sul nascere e quindi poco esigente, seppe resistere ai suoi
deboli stimoli e soffocare facilmente in silenzio la tenue passione; ma quando il crudele iddio
cominci a divamparle in cuore e a diffondere come una smania per le sue intime fibre, ella cedette,
e, fingendo un mortale languore nascose la ferita dell'animo dando ad intendere d'esser malata.
Tutti sanno che il deperimento del volto comune agli ammalati come agli innamorati: viso
pallido, occhi languidi, gambe fiacche, sonni inquieti, respiro sempre pi affannoso, via via che
cresce la pena.
A vederla pareva che lei si agitasse soltanto per un attacco di febbre e, invece, piangeva
anche. E quanta ignoranza nei medici: cosa volevano dire il polso frequente, le vampe al viso, il
respiro ansimante, il continuo voltarsi e rivoltarsi ora su un fianco ora sull'altro?
Santo cielo! Com' facile capire, anche senza essere un medico, cosa vuol dire quando uno
106

brucia e non ha febbre, solo se si ha un po' d'esperienza nelle cose d'amore.


III
La donna, dunque, nella sua eccitazione, non riuscendo pi oltre a contenersi, decise di
rompere il lungo silenzio e mand a chiamare il figlio, nome questo che, se avesse potuto, per non
arrossire, se lo sarebbe volentieri cancellato dalla mente.
Il giovane non indugi a obbedire all'ordine della matrigna ammalata e con la fronte segnata
dalla tristezza e dal cruccio, come quella di un vecchio, con tutto il dovuto rispetto entr nella
camera della moglie di suo padre e della madre di suo fratello.
La donna, per, depressa dal lungo tormentoso silenzio, fu ripresa dai dubbi e le parole che
un momento prima aveva ritenute adatte per la circostanza, ora le sembravano sconvenienti e,
trattenuta da un senso di vergogna, non sapeva da dove cominciare.
E quando il giovane, non sospettando di nulla, le chiese con deferenza che male avesse, lei,
approfittando che, malauguratamente, erano soli, divenne audace e scoppiando in un pianto dirotto,
coprendosi il volto con un lembo della veste, con voce trepidante, cos gli parl brevemente: Tu sei
la causa, l'origine del mio male, ma tu sei anche il rimedio, la mia sola salvezza. I tuoi occhi,
fissando i miei, mi son penetrati dentro fin nel profondo dell'animo e vi hanno acceso un fuoco che
mi brucia tutta e che non riesco pi a estinguere. Muoviti a piet d'una donna che muore di te e non
farti scrupolo per tuo padre a cui, in fondo, salvi la moglie che altrimenti morrebbe. Del resto io ti
amo anche perch nel tuo volto ritrovo il suo. Non aver timore, siamo soli e c' tutto il tempo per far
quello che ormai inevitabile; e poi, le cose che non si vengono a sapere come se non fossero mai
accadute.
IV
Il giovane rimase sconvolto da quella inattesa rivelazione e sebbene fosse inorridito dinanzi
a un crimine cos mostruoso, pens di non esasperare la donna con un netto rifiuto ma di calmarla
con vaghe promesse e, intanto, di prender tempo.
Cos le dette tutte le assicurazioni possibili e immaginabili, le disse di tirarsi su, di rimettersi
in salute e di attendere che suo padre si assentasse per qualche viaggio perch allora essi si
sarebbero goduti a loro agio.
Cos le disse e subito si sottrasse alla insidiosa presenza della matrigna e and difilato a
trovare il suo maestro, un vecchio di molta esperienza e di gran senno, pensando che in una cos
grave sciagura familiare fosse urgente un qualche saggio consiglio.
I due ragionarono a lungo e insieme convennero che l'unico rimedio era quello di sottrarsi
con la fuga alla tempesta che il destino avverso addensava su quella casa.
Ma la donna che non ce la faceva pi ad aspettare, con un pretesto qualsiasi e con
straordinaria abilit riusc a convincere il marito a recarsi subito in certe sue propriet molto distanti
di l. Fatto questo, ancor pi eccitata perch vedeva appagata in anticipo la sua speranza, pretese che
il ragazzo, come le aveva promesso, si concedesse alla sua libidine.
Ma il giovane, ora con una scusa ora con un'altra, cerc di eludere l'infame convegno, tanto
che la donna comprendendo chiaramente da tutti quei pretesti che egli non aveva alcuna intenzione
di mantenere la sua promessa, con estrema volubilit, mut il suo nefando amore in un odio ben pi
terribile. E chiamato un suo schiavo che s'era portato in dote, uno scellerato capace di tutti i delitti,
lo mise a parte delle sue criminali intenzioni, e a entrambi non parve cosa migliore che uccidere lo
sventurato ragazzo.
Cos la matrigna mand subito quel delinquente a procurarsi un veleno a effetto istantaneo
che, accuratamcnte sciolto nel vino, doveva togliere di mezzo il figliastro innocente.
V
107

Mentre quei due criminali s'accordavano sul momento pi opportuno per dargli da bere il
veleno, il ragazzo pi giovane, proprio il figlio di quella perfida donna, rientr a casa dalle lezioni
del mattino e, fatta colazione e sentendo sete, vide quel bicchiere di vino in cui era stato messo il
veleno e, non sospettando quale insidia nascondesse, bevve tutto d'un fiato.
Cos il ragazzo bevve la morte destinata al fratello e, di schianto, croll esanime a terra.
Accorse sgomenta tutta la servit e la stessa madre alle grida del maestro sconvolto da
quella repentina tragedia, e subito apparve chiaro che si trattava di veleno e ognuno cominci a fare
le pi svariate supposizioni sugli autori di quell'orribile delitto.
Ma quella femmina perversa, esempio pi che unico della malvagit delle matrigne, non fu
punto turbata dalla morte improvvisa del figlio, non sent alcun rimorso per quel delitto, per la
sventura della sua famiglia, per il dolore del marito, per il lutto che avrebbe avvolto la casa, ma
trasse spunto da questa disgrazia per portare a compimento la sua vendetta.
Invi subito un corriere per informare della sciagura il marito che era in viaggio e, quando
questi rientr a precipizio, con un'audacia senza pari, disse che era stato il figliastro ad assassinare
con il veleno suo figlio. E in questo, se vogliamo, mentiva fino a un certo punto, perch, in effetti, il
ragazzo aveva rivolto su di s la morte destinata all'altro; epper aggiunse che il fratello minore era
stato ammazzato dal figliastro perch lei non s'era concessa alle sporche voglie di quest'ultimo che
aveva tentato di farle violenza.
Inoltre, ancora non contenta di queste turpi menzogne, aggiunse che quando s'era visto
smascherato, l'aveva minacciata con la spada.
Sgomento per la perdita dei suoi due figli il povero padre si sent come travolto da
un'immane catastrofe.
Il figlio pi piccolo se lo vedeva infatti seppellire sotto i suoi occhi e l'altro sapeva che glielo
avrebbero condannato a morte per incesto e omicidio. Eppure verso quest'ultimo, per le false
lacrime di una moglie troppo amata, sentiva ormai un odio profondo.
VI
S'erano appena concluse con la sepoltura le cerimonie funebri che il povero vecchio con il
viso ancora scavato dal pianto e i capelli bianchi sporchi di cenere, lasci il sepolcro del figlio e
raggiunse il tribunale. Qui, fra le lacrime e le implorazioni, gettandosi ai piedi dei decurioni, ignaro
delle frodi della perfida moglie, scongiur con tutta l'anima che l'altro suo figlio fosse condannato a
morte, dichiarandolo colpevole di incesto per aver violato il talamo paterno, un fratricida per
l'uccisione del fratello, un assassino per aver minacciato di morte la matrigna.
E tanta fu la piet, tanto lo sdegno che egli suscit nei senatori e fra il popolo che di fronte
ad accuse cos schiaccianti e palesi e a prove cos deboli e incerte portate a sua difesa, tutti
gridarono che bisognasse tagliar corto con le lungaggini procedurali e che quel pericolo pubblico
fosse condannato pubblicamente alla lapidazione.
Ma i magistrati temendo di esporsi a un rischio troppo grande se da un banale motivo di
sdegno il tumulto popolare avesse preso dimensioni tali da minacciare lo stesso ordine cittadino, da
un verso si raccomandarono ai decurioni, dall'altro convinsero il popolo perch si istruisse un
processo secondo tutte le regole della procedura nel rispett della tradizione, si esaminassero le
prove portate dall'una e dall'altra parte e si pronunziasse una sentenza regolare, non all'uso dei
barbari o dei selvaggi o come fanno i tiranni e i prepotenti che condannano un cittadino senza
nemmeno ascoltarlo; questo anche per non dare, in un'et di prosperit e di pace, un esempio di
crudelt.
VII
Questo saggio consiglio venne accolto e subito il banditore ebbe l'incarico di radunare i
108

senatori nella curia.


Quando ciascuno si fu seduto al posto che gli assegnava il suo rango, nuovamente il
banditore si fece sentire e chiam il primo accusatore, poi, a gran voce, anche l'imputato, mentre
avvertiva gli avvocati, secondo la legge Attica e la procedura dell'Areopago a non dilungarsi in
esordi e a non appellarsi alla piet popolare.
Che le cose fossero andate cos io lo seppi dopo da alcune persone che continuarono a
parlarne; quale poi sia stata la requisitoria del pubblico accusatore e con quali argomenti l'imputato
si sia difeso e poi le arringhe e le discussioni, io non so proprio, confinato com'ero nella stalla, e
quindi non sono in grado di riferirvelo; perci su queste carte riporter soltanto quello che ho potuto
accertare.
Dunque, terminati i dibattiti, fu deciso che la verit e l'attendibilit delle accuse fossero
accertate da prove sicure per non giungere a una condanna cos grave su semplici sospetti e che,
quindi, era necessario far venire in tribunale quel famoso servo, il solo che a detta di tutti, sapeva
com'erano andate effettivamente le cose.
Ma quel delinquente, per nulla turbato dall'esito incerto di un processo cos importante, n
dalla maest della curia riunita al completo e tanto meno dalla sua coscienza sporca, cominci a
raccontare un sacco di fandonie facendole passare per pura verit, che cio quel giovane, infuriato
per la repulsa della matrigna, lo aveva chiamato e per vendicarsi gli aveva chiesto di uccidere il
figlio della donna promettendogli un grosso premio in cambio del suo silenzio; e che siccome lui
s'era rifiutato, lo aveva minacciato di morte; che gli aveva consegnato il veleno da far bere al
fratello, preparato con le sue mani, ma che poi, sospettando che egli non compisse il delitto e si
tenesse la tazza come prova, alla fine l'aveva porta al ragazzo lui stesso.
Con queste dichiarazioni che quel miserabile fece con un'aria tutta spaventata e come se
dicesse le cose pi vere di questo mondo, il processo ebbe termine.
VIII
Fra i decurioni non vi fu pi nessuno disposto alla benevolenza. Di fronte all'evidenza tutti
ritennero di dover proclamare il giovane colpevole e degno di essere cucito nel sacco.
La sentenza fu unanime ed era gi stata trascritta sulle schede che ciascuno si apprestava a
metter nell'urna di bronzo secondo la consuetudine di sempre, dove, una volta deposte, avrebbero
irrevocabilmente segnato la sorte del reo e rimesso la sua testa al carnefice, quando un senatore, uno
dei pi anziani, stimato da tutti per la sua rettitudine e medico di grande prestigio, coprendo con la
mano la bocca dell'urna per evitare una votazione affrettata, cos parl alla corte:
Mi consola il fatto di aver vissuto cos a lungo sempre nella vostra stima e perci non posso
consentire che, condannando costui sotto falsa accusa si commetta un vero e proprio assassinio, n
che voi, chiamati a esercitare la giustizia sotto il vincolo del giuramento, fuorviati dalle menzogne
di uno schiavo, diventiate voi stessi spergiuri. Almeno per quel che mi riguarda, io non posso
calpestare il timore degli dei e venir meno alla mia coscienza pronunciando una condanna ingiusta.
Perci ascoltatemi e saprete come sono andate veramente le cose.
IX
Questo furfante, non molto tempo fa, mi si present con cento monete d'oro sonanti
dicendomi che aveva urgente bisogno di un veleno a pronto effetto per un malato che, colpito da un
male inguaribile, voleva farla finita con una vita di sofferenze.
Io, per, mi accorsi che questo sciagurato s'impappinava, adduceva confusi pretesti e cos
mi convinsi che stava macchinando qualche delitto.
Allora gli detti il veleno, certo che glielo detti, ma prevedendo quanto prima un'inchiesta,
non ritirai il compenso che mi aveva offerto: 'Sta a sentire,' gli dissi, 'nel caso che qualcuna di
queste monete fosse falsa o fuori corso, domani le controlleremo davanti a un banchiere.'
109

Lui ci casc e sigill il denaro, cos quando l'ho visto comparire in tribunale, ho detto a un
mio schiavo di correre in bottega a prendere il sacchetto e di portarlo qui. Eccolo, io ve lo esibisco.
E se lo guardi anche lui e dica che non e il suo sigillo. E allora, com' che si pu accusare il fratello
se il veleno l'ha comprato costui?
X
Allora questo mascalzone fu preso da un tremito convulso, perse il suo colorito naturale e
divenne cadaverico, cominci a sudar freddo per tutto il corpo e a non star fermo un momento con i
piedi, a grattarsi continuamente la testa, a borbottare nella bocca semichiusa parole incomprensibili,
cos che ognuno cap che qualcosa sulla coscienza doveva avercela.
C' da dire, per, che egli riprese quasi subito il controllo di s e furbo com'era, cominci a
negare, anzi ad accusare il medico di mendacio.
Allora questi, vedendo che oltre l'autorit della corte si offendeva l'onorabilit della sua
persona, raddoppi la sua foga oratoria per confondere quel farabutto tanto che, su ordine dei
magistrati, i pubblici ufficiali afferrarono le mani di quell'infame schiavo, gli strapparono l'anello di
ferro e lo confrontarono con il sigillo del sacchetto: il raffronto conferm il sospetto iniziale. Si
pass allora alla tortura e, all'uso greco, non gli furono risparmiati la ruota e il cavalletto. Ma egli
oppose una resistenza eccezionale e non si pieg n alle frustate n al fuoco.
XI
Allora il medico: No, non permetter, perdio, non posso permettere che voi contro ogni
giustizia condanniate a morte questo giovane innocente e che costui, prendendosi beffa di questo
tribunale, sfugga alla pena che si merita per l'orrendo delitto commesso.
Eccovi, allora, la prova decisiva del fatto in questione.
Dunque, quando vidi che questo sciagurato insisteva per avere un veleno a effetto
fulminante, subito riflettei che come medico io non potevo dare a un tizio qualunque sostanze che
facessero morire ben sapendo che la medicina serve a guarire gli uomini non a ucciderli; per,
temendo che se io gli avessi negato il veleno, non che col mio rifiuto gli avrei tolta l'occasione di
porre in atto il suo crimine in quanto egli se lo sarebbe procurato da un altro o avrebbe usato, alla
fin fine, la spada o un'altra arma, io glielo diedi, ma era un sonnifero, quello famoso che si estrae
dalla mandragora e che fa piombare in un letargo simile alla morte.
Non c' da stupirsi, quindi, se questo furfante sopporta la tortura; egli la ritiene ancora il
male minore perch sa che per lui non c' pi speranza e che, secondo le leggi degli antenati, lo
aspetta la pena di morte.
Ma se vero che quel ragazzo ha bevuto la pozione preparata da me, vero anche che egli
vivo e che ora riposa e dorme e che fra poco, quando si ridester dal suo sonno profondo, torner
alla luce del giorno.
Se, invece, egli morto bisogner che voi cerchiate altrove le cause del suo decesso.
XII
Con questo discorso il vecchio ebbe partita vinta e subito tutti si recarono di corsa al
sepolcro dove giaceva composto il corpo del ragazzo. Non ci fu un senatore, un nobile, o anche uno
solo del popolo che, spinto dalla curiosit, non vi accorresse. Ed ecco il padre, alzato con le proprie
mani il coperchio della bara, vide che il figlio, proprio allora, stava destandosi dal profondo letargo
e tornava dalla morte alla vita; e strettoselo forte fra le braccia, senza riuscire a dir parola per la
troppa gioia, lo mostr al popolo; poi, cos com'era ancora avvolto nelle vesti funebri, lo port in
tribunale e la verit venne fuori e piena luce fu fatta sugli intrighi dell'infame servo e dell'ancor pi
infame moglie.
110

La matrigna fu condannata all'esilio perpetuo, il servo al patibolo e il bravo medico, su


proposta unanime, in premio di quel sonno provvidenziale, s'ebbe le monete d'oro.
E fu proprio la mano della divina provvidenza a far concludere cos l'avventura straordinaria
e clamorosa di quel vecchio che dopo aver corso il pericolo di vedersi privato dei suoi due giovani
figli, in poco tempo, anzi nel giro di qualche istante, si ritrov padre di entrambi.
XIII
Quanto a me la sorte continuava a sballottarmi di qua e di l.
Quel soldato che mi aveva comprato senza che nessuno mi avesse venduto e s'era
appropriato di me senza aver sborsato nemmeno un soldo, fu comandato dal suo tribuno di portare a
Roma un messaggio all'imperatore e cos mi vendette per undici denari a due fratelli del luogo.
Costoro erano gli schiavi di un uomo molto ricco: uno era pasticciere e faceva ciambelle e
dolcetti al miele, l'altro era cuoco e preparava succulenti bocconcini di carne cotti in salse piccanti.
Abitavano insieme e facevano vita in comune. Mi avevano comprato per farmi trasportare i molti
utensili, di tutti i generi, che occorrevano al padrone sempre in viaggio da un posto all'altro.
Cos fui accolto dai due fratelli come terzo coinquilino e mai per me vi fu pacchia maggiore.
La sera, in fatti, dopo certi pranzetti stupendi, ch'erano uno spettacolo, i miei padroni portavano in
camera ogni sorta di avanzi: uno se ne veniva con interi pezzi di maiale, polli, pesce e pietanze di
tutte le specie, l'altro con pani vari, pasticcini, ciambelle, biscotti a forma di amo, di lucertola, e
squisiti dolci al miele.
E cos, quando i due, chiusa la camera, se ne andavano alle terme per ristorarsi un po', io mi
rimpinzavo alla bell'e meglio con quelle delizie piovutemi dal cielo.
Mica ero davvero cos stupido e cos asino da mangiarmi il mio fieno indigesto e lasciar l
tutte quelle squisitezze.
XIV
Per un po' quel mio rubacchiare and a meraviglia, dal momento che io cercavo di
controllarmi e in tutta quell'abbondanza pizzicavo di sottecchi soltanto qualcosa qua e l, n, d'altra
parte, i due potevano minimamente sospettare di un asino.
Ma quando io presi coraggio e, vedendo che mi andava sempre liscia, cominciai a darci sotto
coi bocconi pi appetitosi e a farmi il palato ai dolci pi prelibati, un sospetto non infondato mise
sul chi va l i due fratelli che, assolutamente non dubitando ancora di me, cominciarono a chiedersi
chi potesse essere mai l'autore di quelle giornaliere sparizioni.
Alla fine, di quella vigliaccata, s'incolparono addirittura a vicenda e si misero a far la
guardia ai pezzi e perfino a contarseli con una pignoleria odiosa.
Un bel giorno se le dissero fuori dei denti: Non giusto, cominci uno apostrofando il
compagno, e neanche corretto che tu ogni giorno ti sgraffigni i pezzi pi buoni e te li vai a vendere
per farci su il gruzzoletto e che poi, di quello che resta, vuoi ancora fare a met. Se la nostra societ
non ti sta pi bene possiamo sempre scioglierla pur restando buoni fratelli, perch continuando cos
con tutta questa roba che sparisce, andr a finire che noi litigheremo brutto.
Ostia, ne hai della sfacciataggine, rimbecc l'altro. Sei tu che ogni giorno, sotto sotto, ti
freghi i pezzi e ora pure ti lagni, quando io mi tenevo in corpo la rabbia proprio per non incolpare
mio fratello d'una vigliaccata simile. Ma bene, ora, che tutti e due ne abbiamo parlato, proprio per
trovare una soluzione a questa brutta faccenda, altrimenti continuando a starcene zitti avremmo
finito per azzuffarci come Eteocle e Polinice.
XV
E seguitarono a querelarsi finch non giurarono entrambi di non aver commesso alcuna
111

frode, di non aver mai sottratto nulla e, quindi, che bisognasse a tutti i costi cercare il ladro che li
derubava.
L'unico che restava in casa, dicevano era l'asino ma a questo non piacevano certi cibi;
eppure, ogni giorno, scompariva la roba migliore e le mosche che bazzicavano in quella stanza mica
eran grosse come le Arpie che razziavano i cibi a Fineo.
Intanto io, preso per la gola da tutte quelle ghiottonerie e continuando a rimpinzarmi con
quei cibi destinati agli uomini, avevo messo su un bel po' di ciccia; la pelle era diventata grassa e
morbida e anche il pelo s'era fatto tutto lucente. Ma fu proprio il bell'aspetto fisico a procurarmi una
grossa mortificazione. Infatti, quando i due si accorsero che io continuavo ad ingrassare e che d'altra
parte il fieno restava sempre l intatto, cominciarono ad appuntar su di me i loro sospetti e un
giorno, facendo finta di andare ai bagni come al solito, mi chiusero dentro ma si misero a spiare da
una fessura della porta e videro che io m'ero gi buttato a piene ganasce su quelle vivande l a
disposizione.
Lo stupore nel vedere un asino che si dava a quegli strani piaceri fece loro passar di mente
tutto il danno subito e, scoppiando in una gran risata, chiamarono ad uno ad uno tutti i compagni
perch anch'essi vedessero una cosa incredibile: a che punto arrivava la golosit di uno sciocco
animale.
E allora tali e tante furono le risate, che giunsero fino alle orecchie del padrone che si
trovava a passare da quelle parti.
XVI
Costui chiese cosa ci fosse di tanto bello da far ridere tutta la servit e quando gli dissero di
che si trattava, volle anch'egli guardare dal buco e si divert moltissimo.
Rideva a crepapelle fino ad aver male alla pancia e per osservar meglio la cosa apr la porta
della stanza e mi venne vicino.
Da parte mia vedendo che finalmente la fortuna mi mostrava il suo volto propizio e
incoraggiato dal buon umore di tutta quella gente, senza minimamente scompormi, continuai a
mangiare, fin quando il padrone, divertito dalla stranezza di quello spettacolo, ordin che mi si
conducesse al palazzo, anzi fu lui stesso a portarmici, fino in sala da pranzo, e fatta imbandire la
tavola volle che mi fossero portati cibi in quantit e pietanze d'ogni specie non ancora toccate.
Io, bench fossi sazio, per rendermi simpatico, mi misi a trangugiare tutti i cibi che mi
offrivano e cos, quelli, tutti a pensare quali potevano essere le pietanze pi ostiche per un asino e a
mettermele davanti, per provare fino a che punto io fossi addomesticato: mi dettero carni alla
senape, volatili cosparsi di pepe, pesci in salse piccanti, mentre tutta la sala rintronava di risate.
Dateci del vino a questo amico, se ne usc uno dei presenti, in vena di far dello spirito. E il
padrone, cogliendo a volo: Mica malvagia la tua idea, brigante che sei; forse forse il nostro
amico se lo fa volentieri un bicchierino di quello dolce! e rivolto a un servo: Ehi, tu ragazzo,
pulisci bene quel calice d'oro, riempilo e offrilo al mio ospite, assicurandolo che io ho gi bevuto
alla sua salute.
Allora fra i convitati ci fu un momento di grande attesa.
Ma io, per nulla preoccupato, tranquillamente e con grazia, sporsi il labbro inferiore come se
fosse la lingua e vuotai tutto d'un fiato quel calice enorme.
Si lev, allora, un'ovazione e i presenti, a una voce, mi gridarono evviva.
XVII
Allora il padrone che per la gioia non stava pi nella pelle, chiamati i servi che mi avevano
comprato, fece restituir loro il quadruplo della somma pagata e, con mille raccomandazioni, mi
affid alle cure di un suo fedelissimo liberto, per giunta assai danaroso.
Costui mi trattava proprio con umanit e aveva per me un sacco di attenzioni e per
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ingraziarsi il suo protettore faceva di tutto perch le mie trovate lo divertissero.


E cos mi insegn per prima cosa a stare a tavola appoggiato sul gomito, poi a far la lotta, e a
ballare tenendo alte le zampe anteriori, infine, cosa davvero straordinaria, a esprimermi per cenni.
Cos quando volevo dir di no io alzavo il capo, quando invece volevo dire di s lo abbassavo;
se avevo sete, per chiedere da bere mi volgevo verso il coppiere e battevo le palpebre.
Queste cose io le eseguivo molto facilmente e le avrei sapute fare anche se nessuno me le
avesse insegnate, ma temevo che se avessi fatto tutto come un uomo, senza l'aiuto di un maestro,
molti l'avrebbero preso come un cattivo presagio e credendomi un mostro o un prodigio mi
avrebbero ucciso e lasciato in pasto agli avvoltoi.
Intanto, per, la fama s'era sparsa e grazie alle mie straordinarie abilit, anche il mio padrone
era diventato un uomo in vista: Eccolo, dicevano, quello l'uomo che ha un asino per amico, un
asino che pranza con lui, che fa la lotta, che balla, che capisce i discorsi degli uomini e che si
esprime a cenni.
XVIII
Prima per devo dirvi chi era e da dove veniva questo mio padrone, anche se, veramente,
avrei dovuto parlarvene fin dall'inizio. Ebbene, si chiamava Tiaso, era originario di Corinto, la
capitale della provincia di Acaia e, dopo aver percorso tutti i gradi della carriera politica, come del
resto esigevano la sua nobile stirpe e il suo rango, era stato designato alla magistratura
quinquennale.
Orbene per festeggiare degnamente l'assunzione della carica aveva promesso ben tre giorni
di spettacoli gladiatori e aveva tutta l'intenzione di andar ben oltre con la sua munificenza. E, infatti,
per il desiderio di farsi una notoriet, era andato perfino in Tessaglia a comperare le belve migliori e
i gladiatori pi rinomati.
Quando giunse il momento di tornare in patria, dopo aver sistemato ogni cosa secondo la sua
volont e aver fatto tutti gli acquisti, non che egli utilizzasse per s i suoi magnifici cocchi, i suoi
carri tirati da bestie feroci, che coperti o scoperti che fossero rimasero vuoti in coda al convoglio,
ma volle amabilmente sedere sulla mia groppa, sdegnando perfino i puledri tessali o i cavalli di
Gallia, purosangue ricercati a peso d'oro.
Mi aveva messo finimenti dorati, una sella ricamata, una gualdrappa di porpora, un morso
d'argento, briglie colorate e squillanti campanellini e ogni tanto ci rivolgeva paroline dolci, e fra le
altre cose mi confessava che l'aver trovato in me un commensale e, nello stesso tempo, una
cavalcatura, era la cosa che gli faceva pi piacere.
XIX
Viaggiammo per terra e per mare e quando giungemmo a Corinto una gran folla ci venne
incontro, non tanto per far bella accoglienza a Tiaso, almeno cos mi parve, quanto per la curiosit
di vedere me. Fin l era giunta, infatti, la mia fama e a tal punto che il mio padrone ci fece un
gruzzolo mica da poco.
Egli aveva capito che la gente moriva dalla voglia di vedere le mie prodezze e allora pens
bene di farmi lavorare a porte chiuse, facendo entrare dietro pagamento uno per volta e rimediando,
cos, alla fine della giornata, una bella sommetta.
Un giorno capit fra gli altri una signora d'alto rango e molto ricca la quale per vedermi
pag come tutti gli altri, ma tanto fu lo spasso che prov per i miei svariati scherzi che a furia di star
l ad ammirarmi, a poco a poco fu presa da un'inconcepibile attrazione per me e non trovando
rimedio alcuno a quella folle passione, novella Pasife ma di un asino, altro non cercava che i miei
amplessi, tanto che, alla fine, sbors una forte somma al mio custode per poter passare una notte
con me.
Costui senza minimamente preoccuparsi se la cosa garbava anche a me, ma pensando solo al
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suo torna conto, acconsent.


XX
E cos, dopo cena, rientrando in camera mia dalla sala da pranzo del padrone trovammo la
signora che gi da un pezzo mi aspettava.
Ma santo cielo che atmosfera e che lusso! Quattro eunuchi, l per l, con molti cuscini di
morbide piume ci prepararono un giaciglio a terra, vi stesero una coperta di porpora di Tiro, tutta
trapunta d'oro, e sopra misero molti altri piccoli cuscini, che le signore raffinate usano per
appoggiarvi il collo e le guance.
Ci fatto per non ritardare oltre con la loro presenza i sollazzi della padrona, chiusero la
porta della camera e se ne andarono.
Dentro splendevano le candele che illuminavano a giorno le tenebre della notte.
XXI
Allora ella si mise tutta nuda, slacciandosi anche la fascia che le stringeva le dolci
mammelle, poi si avvicin alla luce, prese da un vasetto di stagno una pomata profumata e se la
spalm per tutto il corpo, strofinando abbondantemente anche me, soprattutto intorno alle narici.
Poi cominci a coprirmi di baci, non di quelli che ci si scambia nei bordelli, dove le troie te li
dispensano a tanto l'uno e i clienti stan l a tirar sul prezzo, ma baci veri, dati con tutta l'anima e tra
parole dolcissime: Ti amo, Ti desidero, Voglio te solo, Senza di te non posso pi vivere e
tutte le altre frasi che le donne sanno dire quando vogliono incantare gli uomini e esprimere il loro
amore.
Poi mi prese per la cavezza e senza alcuna difficolt mi fece stendere a terra al modo che mi
avevano insegnato.
A me non parve di dover far nulla di eccezionale o di difficile: dopo tanto tempo di astinenza
c'era solo da soddisfare una bella signora che mi moriva dalla voglia.
Per di pi il vino che mi ero scolato, di quello buono, e quell'unguento da capogiro, avevano
messo un certo qual prurito anche a me.
XXII
Tuttavia ero preoccupato e non poco se pensavo in che modo avrei fatto con quelle mie
zampe grandi e grosse a montare una donna cos delicata, ad abbracciare con i miei duri zoccoli
quelle membra bianche, morbidette, fatte di latte e di miele, baciare quelle sue labbruzze rosse e
umide d'ambrosia, io che avevo una bocca spropositata, enorme; armata di denti che sembravano
macigni e, infine, come avrebbe fatto quella donna, bench tutta in calore fino alle punta delle
unghie, ad accogliere in se un affare cos grosso come il mio.
Povero me, dicevo, se ti sventro questa nobildonna sar gettato alle belve e fornir una
scena in pi allo spettacolo del mio padrone.
Intanto lei continuava a sussurrarmi dolci paroline, a coprirmi di baci, a mangiarmi con gli
occhi fra gagnolii di piacere:
Finalmente ti tengo, ti godo piccioncino, passerottino mio, e cos dicendo mi dimostrava
che erano del tutto infondate le mie preoccupazioni e fuor di luogo ogni timore.
Infatti, tenendomi stretto stretto a s, lo prese tutto, ma proprio tutto; anzi ogni volta che io
mi tiravo un po' indietro con le natiche, temendo di farle male, lei, di forza, tutta stizzita, mi si
riattaccava e aggrappandosi alla mia schiena, mi teneva in una stretta ancor pi intima, tanto che
addirittura mi venne il dubbio se, perbacco, non me ne mancasse un po' per soddisfare del tutto la
sua libidine, e capii quale piacere doveva aver provato la madre del Minotauro col suo muggente
amante.
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Dopo una notte insonne e laboriosa, tutta spesa cos, la signora fugg via evitando la
compromettente luce dell'alba, non prima per di essersi accordata per la notte successiva allo
stesso prezzo.
XXIII
Del resto il mio istruttore non aveva nulla in contrario ad elargirle a volont di questi piaceri
non solo perch ne ricavava lauti guadagni ma anche perch intendeva procurare al suo padrone uno
spettacolo di nuovo genere.
Infatti egli corse subito a descrivergli tutta la scena dei nostri amori e quello, ricompensato
generosamente il suo liberto, dispose che io mi producessi in pubblico; ma poich quella
nobildonna non poteva prestarsi alla bisogna in quanto ne sarebbe andata di mezzo la sua dignit, e
non se ne trovava nessun'altra disposta a una simile prestazione, nemmeno a pagarla a peso d'oro, si
ricorse a una povera disgraziata condannata alle belve su sentenza del governatore, che avrebbe
dovuto prodursi con me nell'anfiteatro davanti a tutto il popolo.
Ma ecco quello che seppi di costei e della sua condanna:
Essa era maritata a un giovane il cui padre, partendo per lontani paesi, aveva raccomandato
alla moglie, madre appunto del suddetto ragazzo, e che egli ora lasciava un'altra volta incinta, che se
avesse dato alla luce una femmina avrebbe dovuto subito ucciderla.
E proprio una femmina, infatti, nacque durante l'assenza del marito; ma la moglie seguendo
l'istinto proprio di ogni madre, disobbed a quell'ordine e affid la piccola ad alcuni vicini perch
l'allevassero.
Quando il marito torn ella gli raccont della femmina che era nata ma anche che l'aveva
uccisa.
Ma allorch la ragazza giunse nel fiore degli anni, nel tempo in cui la giovinezza reclama
uno sposo, la madre, naturalmente, non fu in grado, all'insaputa del marito, di darle una dote
adeguata alla sua nascita e cos, non potendo far altro, confid al figlio il suo grande segreto; anche
perch temeva che questi, all'oscuro di tutto, giovane e ardente com'era, non mettesse puta caso gli
occhi addosso alla sorella anch'ella ignara di ogni cosa.
Il giovane, che era di buonissimi sentimenti, assolse scrupolosamente il suo dovere verso la
madre e i suoi obblighi verso la sorella: custod sotto il pi sacro silenzio il segreto della sua
famiglia e, mostrando all'apparenza d'essere spinto soltanto da un normalissimo sentimento di
umanit, fece ci che il vincolo del sangue gli imponeva, cio prese in casa, sotto la sua tutela, la
povera fanciulla rimasta sola e senza l'appoggio dei genitori, le fece una ricca dote pigliando del suo
e poi la diede in sposa a un carissimo e intimo amico.
XXIV
Ma tutte queste belle e buone e sacrosante azioni fatte a puntino, non sfuggirono alla
malignit della Fortuna che istig la gelosia a entrare nella casa del giovane e a funestarla.
E cos la moglie, la stessa che ora, appunto, per questi fatti, era condannata alle belve, in un
primo momento cominci a sospettare nella fanciulla una rivale, addirittura che andasse a letto con
suo marito, poi prese a odiarla e, infine, a tenderle perfino spietate insidie per farla morire. Ecco la
trappola fatale che le tese: sottrasse al marito l'anello che egli usava come sigillo e part per la
campagna. Di qui sped un servo a lei fedele, ma che non poteva assolutamente dirsi uomo di buona
fede, perch riferisse alla fanciulla che il giovane essendosi recato in campagna la invitava presso di
s, raccomandandole, per, che andasse da sola, senza compagnia alcuna, il pi presto possibile.
Inoltre, per allontanare nella ragazza ogni titubanza, consegn al servo perch glielo mostrasse,
l'anello sottratto al marito a conferma dell'autenticit di quel messaggio.
Ella obbediente all'ordine del fratello (era la sola, infatti, a conoscerlo per tale) e
riconoscendo il sigillo che le veniva mostrato, senza indugio e tutta sola s'avvi, come le era stato
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ordinato e cos cadde nella trappola infame, nei lacci insidiosi e che le erano stati tesi.
Quella moglie esemplare, infatti, fuori di s ormai dalla rabbia e dalla gelosia, prima la
spogli, poi la frust a sangue nonostante che la poverina gridasse la verit, cio che quello sdegno
era fondato sul nulla, su un adulterio che non esisteva e che quel giovane era suo fratello.
Ma fu come se dicesse soltanto menzogne, come se si inventasse tutto di sana pianta, perch
l'altra la uccise in modo atroce cacciandole un tizzone ardente fra le cosce.
XXV
Sconvolti alla notizia di una morte cos atroce accorsero il fratello e il marito e piansero a
lungo l'infelice ragazza prima di darle sepoltura. Anzi il fratello rimase tanto turbato per la morte
cos terribile e ingiusta toccata alla sorella che non riusc a darsi pace fino a restare come stravolto
dal dolore profondo e avvelenato da un furioso travaso di bile che gli procur una febbre
violentissima per cui si rese necessario ricorrere a una medicina.
Ma la moglie che gi da tempo aveva perduto ogni onore e lo stesso diritto di chiamarsi con
questo nome, si rivolse a un medico senza scrupoli, famoso per le sue prodezze, per i molti risultati
brillanti ottenuti con l'opera delle sue mani, e gli promise cinquanta sesterzi se le avesse procurato
un veleno istantaneo per darle il modo di far fuori il marito.
Concluso l'affare fu fatto credere al malato che per calmare i visceri ed eliminare la bile egli
dovesse prendere quella bevanda che i medici chiamano sacra, ma al suo posto, invece, gliene
venne somministrata un'altra sacra, a Proserpina Salutare.
E cos il medico in presenza dei servi, di alcuni parenti e amici, porse al malato la bevanda
preparata a puntino con le sue mani.
XXVI
Ma quella sfrontata, per sbarazzarsi del complice e nello stesso tempo per risparmiare la
somma pattuita, di fronte a tutti ferm la mano che porgeva il veleno e: Aspetta, dottore
illustrissimo, esclam, darai questa bevanda al mio diletto sposo soltanto dopo che tu stesso ne
avrai bevuto una buona dose, altrimenti come faccio a sapere se dentro non vi sia del veleno? Tu sei
un uomo saggio e istruito e perci non devi prendertela se io, da moglie scrupolosa e affettuosa, ci
sto attenta alla salute di mio marito e ce la metta tutta in fatto di precauzioni.
Il medico, colto alla sprovvista dall'audacia e dal cinismo della donna, rimase come basito e
non ebbe nemmeno il tempo di prendere una risoluzione qualsiasi, dal momento che un segno di
paura o un attimo di esitazione avrebbero tradito la sua coscienza sporca, e cos bevve una buona
dose di quella roba; al che il giovane rassicurato, prese il bicchiere che gli veniva offerto e bevve
anche lui.
La cosa era fatta e il medico ora voleva tornarsene a casa pi in fretta possibile per bloccare
con un antidoto l'azione micidiale e repentina del veleno, ma quella terribile donna persever nel
suo piano con ostinata ferocia e non gli permise di fare un passo prima che la medicina, diceva, non
avesse prodotto il suo effetto.
Soltanto dopo che quel poveretto la scongiur e la supplic con mille preghiere fino a
stancarla, si decise a lasciarlo andare.
Ma ormai l'inesorabile veleno s'era gi diffuso nelle sue viscere devastandole in profondit
con la sua forza micidiale, tanto che, a stento, pi morto che vivo e gi immerso in un torpore
mortale, egli pot giungere a casa. Fece appena in tempo a raccontar l'accaduto alla moglie e a
raccomandarle di esigere il compenso pattuito per quella duplice morte che, quel medico egregio,
fulminato dal veleno, tir le cuoia.
XXVII
Neanche il giovane la tir per le lunghe e tra le false e bugiarde lacrime della moglie, fece la
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stessa fine.
Dopo la sua sepoltura, trascorsi appena quei pochi giorni riservati alle funzioni funebri, la
moglie del medico venne a reclamare il compenso per quella duplice morte. Ma l'altra non si sment
e simulando la pi perfetta buona fede l'accolse amabilmente, le fece una quantit di promesse e
l'assicur che avrebbe subito pagato il compenso pattuito purch lei le avesse procurato un altro po'
di quel veleno, dal momento che voleva finire un lavoretto appena iniziato.
Per farla breve la moglie del medico acconsent senza tante difficolt e cos anch'ella cadde
nella trappola mortale; anzi, per ingraziarsi quella donna cos generosa, corse a casa e torn di
volata recandole addirittura un vasetto pieno di veleno.
Quella criminale s'ebbe cos in abbondanza ci che le serviva per i suoi delitti e ne dispens
a profusione con le sue mani scellerate.
XXVIII
Dal marito, appena fatto fuori, aveva avuto una bimba, alla quale, per legge, sarebbe spettata
l'eredit paterna; ebbene questo non riusciva a sopportarlo, volendo per s tutto il patrimonio e cos
decise di eliminare anche la figlia.
Sapeva che le madri anche se colpevoli di qualche crimine entravano in possesso dei beni
appartenuti ai figli defunti e cos quel che aveva fatto come moglie fu pronta a ripeterlo come
madre: alla prima occasione organizz un pranzetto e ti fece secche, in un sol colpo la moglie del
medico e la figlioletta.
Sulla piccola, di fragile costituzione e dalle viscere tenere e delicate, il veleno ag all'istante,
sulla moglie del medico, invece, quell'orribile bevanda pi lentamente comp la sua opera
devastatrice, tanto che ella ebbe il tempo di sospettare quel che le stava accadendo e di rendersene
perfettamente conto quando sent che le veniva meno il respiro: allora si precipit al palazzo del
governatore gridando che voleva giustizia, mettendo a rumore il popolo, dichiarando che doveva
rivelare mostruosi delitti, finch il magistrato non decise di riceverla e di ascoltarla.
Aveva appena finito di riferire, dal principio alla fine e ad una ad una, tutte le atrocit di
quella orribile donna, che la poverina fu colta da vertigine: le sue labbra, che volevano ancora
parlare, si suggellarono, digrign per un po' i denti, poi cadde esanime ai piedi del magistrato.
Uomo di molta esperienza costui, di fronte a cos lunga serie di delitti, non volle differire
con lungaggini procedurali la punizione di quella serpe velenosa: mand a prelevare i servi della
donna e, con la tortura, li costrinse a rivelare tutta la verit
Per quanto ella meritasse di peggio, non riuscendo a trovare una pena adeguata ai suoi
crimini, egli sentenzi che fosse almeno esposta alle belve.
XXIX
Con una donna simile, dunque, io avrei dovuto accoppiarmi pubblicamente. Immaginate con
che angoscia, con quale turbamento aspettavo il giorno della mia prestazione. Avrei voluto mille
volte morire piuttosto che insozzarmi al contatto con quella scellerata e subire la vergogna di una
pubblica rappresentazione.
Ma non avevo mani, non avevo dita, non potevo con il mio zoccolo rotondo e monco
stringere una spada.
Mi consolava per nella mia disperazione un filo di speranza: la primavera, che timidamente
tornava a rivestire ogni cosa di turgide gemme, a ricoprire i prati di smaglianti colori, anche le rose
sarebbero rifiorite dal loro guscio spinoso e avrebbero sparso intorno il loro soave profumo, le rose
che mi avrebbero fatto tornare il Lucio di un tempo.
Venne prima per il giorno della festa ed io fui condotto in gran pompa magna, fra un
codazzo di popolo acclamante, fino alla cinta delle gradinate e dato che la prima parte dello
spettacolo era dedicata alle danze e ai giuochi, mentre aspettavo davanti alla porta, mi misi a
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mordicchiare l'erbetta tenera che spuntava qua e l, proprio l sull'ingresso e, di quando in quando,
attraverso la porta aperta, ammiravo il bellissimo colpo d'occhio di tutto quello spettacolo.
Giovinetti e fanciulle nel fiore degli anni, tutti assai belli e splendidamente vestiti,
avanzando con grazia, s'accingevano a danzare la pirrica alla maniera greca e, in file serrate,
compivano eleganti evoluzioni, ora formando cerchi, ora disponendosi per linee oblique o ad angolo
a formare un quadrato, ora dividendosi in due schiere. Ma quando uno squillo di tromba pose fine a
tutte quelle giravolte e a quei complicati esercizi, le tende furono arrotolate, il sipario venne piegato
e apparve la scena.
XXX
Si vedeva una montagna di legno, altissima, simile al famoso monte Ida cantato da Omero,
ricoperta di piante vere, tutte belle verdeggianti; dalla cima, grazie all'abilit del macchinista,
scaturiva una sorgente che versava le sue acque gi per le pendici, come un fiume; alcune capre
brucavano l'erbetta e un giovane, che rappresentava Paride, il pastore frigio, le guardava,
stupendamente vestito con un mantello di foggia orientale, che gli scendeva dalle spalle e una tiara
d'oro sul capo.
Accanto a lui un fanciullo bellissimo e tutto nudo salvo che per la piccola clamide che gli
copriva la spalla sinistra; erano uno stupore i suoi capelli biondi e da essi spuntavano due piccole ali
d'oro, simmetriche, perfette: era Mercurio e portava la verga e il caduceo.
A piccoli passi di danza egli avanz reggendo nella destra una mela d'oro che porse al
giovane raffigurante Paride, indicando con un cenno l'incarico che gli aveva affidato Giove, poi con
la stessa grazia si ritrasse e scomparve.
Apparve allora una fanciulla dai nobili lineamenti, che faceva la parte di Giunone; aveva,
infatti, il capo coronato da un diadema scintillante e recava lo scettro. Poi entr nella scena un'altra
che non avresti potuto confondere: era Minerva e aveva un elmo scintillante in capo e sull'elmo una
corona d'ulivo; imbracciava lo scudo e scuoteva la lancia simile in tutto alla dea quando scende in
battaglia.
XXXI
Dietro di lei venne una terza: per lo splendore della sua bellezza, pel suo divino incarnato,
rappresentava Venere, una Venere ancora fanciulla, che mostrava il bel corpo ignudo e la perfetta
armonia delle sue forme: un leggero velo di seta appena adombrava il dolcissimo pube. Un vento
birichino, scherzando amabilmente con quel velo, or vi soffiava dentro sollevandolo, s da mostrare
il fiore di quella adolescenza, ora, lascivo, lo faceva aderire a quel corpo perch meglio segnasse le
voluttuose forme.
Due colori esaltavano la bellezza della dea: il candore del suo corpo, a dire che veniva dal
cielo, l'azzurro di quel velo, come colei ch'era uscita dal mare.
Le tre fanciulle che raffiguravano le tre dee, avevano ciascuna il loro seguito:
accompagnavano Giunone Castore e Polluce che portavano in capo elmi a forma di uovo, dai
cimieri scintillanti di stelle, naturalmente, anch'essi giovani attori.
La fanciulla che impersonava questa dea si avanz al suono modulato del flauto ionico e con
gesti misurati, senza affettazione, con una mimica semplice, promise al pastore che se le avesse
assegnato quel premio di bellezza ella gli avrebbe dato il dominio di tutta l'Asia.
L'altra, di tutto punto armata, e che quindi faceva la parte di Minerva, era scortata da due
giovinetti, il Terrore e il Timore, i due scudieri della dea guerriera, che brandivano spade sguainate.
Li seguiva un flautista che alla maniera dorica suonava un motivo di guerra e alternava suoni gravi
a squilli acuti come di tromba per dare slancio maggiore all'agile danza.
Ella scuotendo il capo con gesti strani e concitati fece intendere a Paride che se avesse dato a
lei la vittoria in quella gara di bellezza sarebbe diventato, col suo aiuto, un guerriero famoso per i
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molti trofei.
XXXII
Ma ecco finalmente Venere: s'avanz circondata da uno sciame festoso di bimbi, tra gli
applausi scroscianti del pubblico, e con un dolce sorriso venne a fermarsi proprio in mezzo alla
scena.
Quei bimbetti paffuti, dalla pelle bianca come il latte, sembravano proprio amorini volati
allora allora dal cielo o dal mare: con quelle loro alucce, infatti, con quelle piccole frecce e per tutto
il resto corrispondevano perfettamente all'immagine vera e alla loro signora aprivano il cammino
con fiaccole lucenti, come se ella dovesse recarsi a un banchetto di nozze.
Ed ecco sulla scena, spargendo fiori a ghirlande, fiori sciolti in onore di Venere, sciamare
due leggiadre schiere di fanciulle, di quale Grazie amabili, di l le bellissime Ore, serrare in una
danza vaghissima la regina del piacere e rallegrarla con i doni della primavera.
Allora i flauti dai molti fori cominciarono a suonare le dolci melodie della Lidia e a quel
suono, che rap l'animo degli spettatori, Venere cominci ad accennare un passo di danza, prima
esitante, lentissimo, poi, lievemente oscillando sul busto e appena accennando col capo, ad
accompagnare con gesti voluttuosi quella musica dolce; le sue pupille ora si socchiudevano
languide, ora brillavano fiere ed era talvolta una danza di sguardi.
Quando ella giunse dinanzi al suo giudice non altro che con la danza delle sue braccia parve
promettere a Paride una sposa bellissima, del tutto simile a lei, se egli l'avesse preferita alle altre
dee.
E cos il giovane frigio, consegn volentieri, a lei, in segno di vittoria, la mela d'oro che
teneva nella mano.
XXXIII
E allora perch meravigliarvi, gente spregevole, anzi pecoroni del Foro o meglio avvoltoi in
toga se oggi giorno tutti i giudici contrattano le loro sentenze a denaro sonante, quando fin dal
principio del mondo la corruzione riuscita a falsare un giudizio cui erano interessati uomini e dei e
un rozzo pastore scelto come giudice dalla saggezza del sommo Giove, in cambio di un piacere
amoroso, vendette la prima sentenza della storia, causando anche la rovina di tutta la sua stirpe?
Ma perdio la cosa si ripet; in quel giudizio per esempio pronunciato da famosi guerrieri
greci, quando Palamede sotto false accuse fu condannato per tradimento, il pi dotto fra tutti, il pi
saggio, o quell'altro ancora, quando al grandissimo Aiace, incomparabile in guerra, fu preferito il
mediocre Ulisse?
E che sentenza fu quella pronunciata dagli Ateniesi, i legislatori per eccellenza, i maestri
d'ogni scienza? Con la frode e l'invidia una sporca cricca accus un vecchio di straordinaria
saggezza, che il dio di Delfi aveva anteposto per senno a tutti i mortali, di corrompere la giovent,
lui che cercava, invece, di tenerla a freno e lo fece morire col succo di un'erba velenosa, a
incancellabile infamia per tutti i suoi concittadini. E oggi i pi illustri filosofi ti seguono la sua
dottrina come la pi vera, e nella continua ricerca del bene giurano sul suo nome.
Ma lasciamo andare. Non vorrei che qualcuno trovando da ridire per questo mio sfogo,
pensasse: Ma guarda un po' che cosa ci tocca sopportare adesso: un asino che filosofeggia. Perci
meglio ch'io torni al mio racconto, l dove l'ho lasciato.
XXXIV
Dunque, terminato il giudizio di Paride, Giunone e Minerva, deluse entrambe e indispettite,
uscirono dalla scena, manifestando a gesti il loro disappunto per l'umiliazione subita; Venere,
invece, giuliva e sorridente espresse nella danza la sua gioia, ch'ella esegu con tutto il suo
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corteggio.
A un tratto, dalla cima del monte, attraverso un tubo nascosto sprizz in alto un getto di vino
misto a zafferano che ricadendo qua e l come una pioggia profumata, bagn le capre che
pascolavano l intorno facendole pi belle, tutte d'oro, da bianche che erano. E mentre il profumo
soave si spandeva per tutto il teatro, s'apr una voragine e il monte di legno sprofond sotto terra.
Allora il popolo cominci a reclamare che fosse portata dal pubblico carcere la donna che,
come dissi, per i suoi molti crimini, era stata condannata alle belve, ma che prima avrebbe dovuto
accoppiarsi con me in un amplesso fuori del comune; e mentre un soldato, traversando di corsa il
teatro, andava a prelevarla, gi veniva allestito il letto con molta cura, il nostro letto nuziale, a
intarsi lucenti di tartaruga orientale, tutto cuscini di piume e coperto di un ricco drappo di seta.
Quanto a me, per, oltre alla vergogna di dovermi produrre in pubblico, alla ripugnanza che
mi suscitava quella scellerata e ignobile femmina, ero angosciato dal timore che avrei fatto anch'io
una brutta fine: E se, putacaso, andavo almanaccando, proprio mentre noi siamo attaccati, a
qualcuno venisse il ghiribizzo di mandar dentro una belva per far fuori la donna, mica quella sar
tanto intelligente e cos bene ammaestrata o con tanto poco appetito da sbranare la donna distesa al
mio fianco e risparmiare me, solo per il fatto che non ho subito condanne e sono innocente.
XXXV
Cos, a dire il vero, ero preoccupato non pi tanto per il pudore quanto per la mia pelle.
E mentre il mio istruttore era tutto intento a prepararmi il letto e gli altri servi o indaffarati
nei preparativi della caccia, o gi mezzo imbambolati a godersi quella stuzzicante messinscena, io
ebbi tutto il tempo di fare le mie riflessioni e poich a nessuno passava per il capo di dover fare la
guardia a un asino cos buonino, pian pianino, un passetto alla volta, mi avvicinai alla porta pi
vicina e, quando ci fui, via di corsa, fuori, a rompicollo.
Sei miglia buone feci, tutte di volata, e giunsi a Cencrea, una delle pi nobili colonie dei
Corinzi, bagnata dal mar Egeo e dal Saronico, con un porto che un ottimo rifugio per le navi,
sempre pieno di gente. Io per evitai la folla, trovai un posticino appartato sulla spiaggia, una
cunetta di morbida sabbia, proprio vicino alla riva, dove l'onda si frange e, stanco com'ero, mi
distesi per riposare. Il carro del sole piegava ormai verso l'ultimo confine del giorno ed io mi
abbandonai alla placida quiete della sera e un dolce sonno mi vinse.

LIBRO UNDICESIMO
I
Dovevano essere le prime ore della notte quando, per un'improvvisa sensazione di paura, io
mi svegliai.
La luna piena, scintillante in tutto il suo fulgore, sorgeva allora allora dal mare. Io ero come
immerso nel misterioso silenzio della notte profonda e sentivo lo strano fascino dell'eccelsa dea che
esercita il suo potere sovrano su tutti gli esseri viventi e non soltanto su questi, animali domestici o
belve feroci che siano, ma anche sulle cose inanimate, che sentono l'influsso della sua potenza e
della sua luce, sui corpi celesti o su quelli della terra e del mare, che crescono quando essa cresce,
che si ritraggono quando essa cala.
Sentivo che il destino, soddisfatto ormai delle mie tante e cos grandi sventure, mi offriva,
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bench tardi, una speranza di salvezza e perci decisi di pregare l'augusta immagine della dea che
m'era davanti.
Senza pi indugiare mi riscossi dal torpore del sonno, balzai in piedi tutto lieto e arzillo e mi
tuffai in mare per purificarmi. Sette volte immersi il capo nell'acqua, in quanto questo numero,
secondo il divino Pitagora, pi d'ogni altro fa parte del rituale nelle cerimonie religiose, e col volto
rigato di lacrime, cos pregai l'onnipotente divinit.
II
O regina del cielo, o sia pure tu l'alma Cerere, l'antichissima madre delle messi, che per la
gioia d'aver ritrovata la figlia, offristi all'uomo un cibo pi dolce che non quello bestiale delle
ghiande, e fai pi bella con la tua presenza la terra di Eleusi; o anche la celeste Venere che all'inizio
del mondo desti la vita ad Amore e accoppiasti sessi diversi propagando la specie umana con una
discendenza ininterrotta, onorata ora in Pafo, circondata dal mare; o la sorella di Febo, che
alleviando con dolci rimedi il dolore del parto, hai dato la vita a tante generazioni ed ora sei
venerata nei santuari di Efeso; o che tu sia Proserpina, la dea che atterrisce con i suoi ululati
notturni, che nel tuo triplice aspetto plachi le inquiete ombre dei morti e chiudi le porte
dell'oltretomba e vaghi per i boschi sacri, venerata con riti diversi, tu che con la tua virginea luce
illumini tutte le citt, che nutri con i tuoi umidi raggi le sementi feconde, e nei tuoi giri solitari
spandi il tuo incerto chiarore, sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia
lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili sventure, sostienimi nella mia sorte infelice,
concedimi un po' di pace, una tregua dopo tanti terribili eventi, che cessino gli affanni, che cessino i
pericoli. Liberami da quest'orrendo aspetto di quadrupede, rendimi agli occhi dei miei cari, fammi
tornare il Lucio che ero.
E se poi qualche divinit che ho offesa mi perseguita con una crudelt cos accanita, mi sia
almeno concesso di morire se non mi lecito vivere.
III
Cos pregai versando lacrime e lamenti da far piet, finch nuovamente il sonno non vinse il
mio animo spossato ed io non ricaddi l dove m'ero steso poc'anzi.
Ma avevo appena chiusi gli occhi, quand'ecco che sulla superficie del mare apparve una
divina immagine, un volto degno d'esser venerato dagli stessi dei. Poi la luminosa parvenza sorse a
poco a poco con tutto il corpo fuori dalle acque e a me parve di vederla, ferma, dinanzi a me.
Mi prover a descrivervi il suo aspetto mirabile se la povert della lingua umana mi dar la
possibilit di farlo o se quella stessa divinit mi conceder il dono di un'efficace e facile eloquenza.
Anzitutto i capelli, folti e lunghi, appena ondulati, che mollemente le cascavano sul collo
divino. Una corona di fiori variopinti le cingeva in alto la testa e proprio in mezzo alla fronte un
disco piatto, a guisa di specchio ma che rappresentava la luna, mandava candidi barbagli di luce. Ai
lati, a destra e a sinistra, lo stringevano le spire irte e guizzanti di serpenti e, in alto, era sormontato
da spighe di grano.
Indossava una tunica di bisso leggero, dal colore cangiante, che andava dal bianco
splendente al giallo del fiore di croco, al rosso acceso delle rose, ma quello che soprattutto
confondeva il mio sguardo era la sopravveste, nerissima, dai cupi riflessi, che girandole intorno alla
vita le risaliva su per il fianco destro fino alla spalla sinistra e, di qui, stretta da un nodo, le ricadeva
sul davanti in un ampio drappeggio ondeggiante, agli orli graziosamente guarnito di frange.
IV
Quei lembi e tutto il tessuto erano disseminati di stelle scintillanti e in mezzo ad esse una
luna piena diffondeva la sua vivida luce: lungo tutta la balza di questo magnifico manto, per quanto
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esso era ampio, correva un'ininterrotta ghirlanda di fiori e di frutti d'ogni specie.
Gli attributi della dea erano poi i pi diversi: nella destra recava, infatti, un sistro di bronzo
la cui la mina sottile, piegata come una cintola, era attraversata da alcune verghette che al triplice
moto del braccio producevano un suono argentino. Dalla mano sinistra invece, pendeva un vasello
d'oro a forma di barca dai manico ornato da un'aspide con la testa ritta e il collo rigonfio. Ai suoi
piedi divini calzava sandali intessuti con foglie di palma, il simbolo della vittoria.
Tale e cos maestosa, spirante i profumi felici d'Arabia, si degn di parlarmi la dea.
V
Eccomi o Lucio, mossa alle tue preghiere, io la madre della natura, la signora di tutti gli
elementi, l'origine e il principio di tutte le et, la pi grande di tutte le divinit, la regina dei morti,
l prima dei celesti, colei che in s riassume l'immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che col suo
cenno governa le altezze luminose del cielo, i salubri venti del mare, i desolati silenzi
dell'oltretomba, la cui potenza, unica, tutto il mondo onora sotto varie forme, con diversi riti e
differenti nomi.
Per questo i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano Pessinunzia, Madre degli dei,
gli Autoctoni Attici Minerva Cecropia, i Ciprioti circondati dal mare Venere Pafia, i Cretesi arcieri
famosi Diana Dittinna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi abitatori di Eleusi Gerere
Attica, altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri ancora Ramnusia, ma i due popoli degli Etiopi,
che il dio sole illumina coi suoi raggi quando sorge e quando tramonta e gli Egizi, cos grandi per la
loro antica sapienza, venerandomi con quelle cerimonie che a me si addicono, mi chiamano con il
mio vero nome, Iside regina.
Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole e benigna.
Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei favori ormai gi brilla per
te il giorno della salvezza.
Sta' ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte,
come vuole un'antica tradizione, consacrato a me. In questo giorno cessano le tempeste
dell'universo, si placano i procellosi flutti del mare, i miei sacerdoti, ora che la navigazione
propizia, mi dedicano una nave nuova e mi offrono le primizie del carico.
Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo giorno a me sacro.
VI
Infatti ci sar un sacerdote. in testa alla processione, che per mio volere porter intrecciata
al sistro una corona di rose. Senza esitare tu fatti largo tra la folla e segui la processione, confidando
in me, poi avvicinati a lui come per baciargli devotamente la mano e afferrargli le rose. Vedrai che
in un attimo ti cadr questa brutta pelle d'animale che anch'io gi da tempo detesto.
Non aver paura, ci che ti dico di fare non difficile, perch in questo stesso istante in cui
ti sono davanti, sono presente anche altrove e al mio sacerdote sto dicendo in sogno le cose che
deve fare.
Per mio comando la folla assiepata ti far largo e a nessuno, in questa lieta ricorrenza e
nell'allegria della festa, ripugner quest'orribile aspetto che hai o giudicher male la tua
metamorfosi interpretandola addirittura come un fatto sinistro.
Ma ricordalo e tienlo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita, fino all'ultimo
giorno, ormai consacrata a me.
Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a colei che per sua grazia ti ha
fatto tornare uomo fra gli uomini. E tu vivrai felice, vivrai glorioso sotto la mia protezione, e
quando il tempo della tua vita sar compiuto e scenderai agli Inferi, anche allora, in quel mondo
sotterraneo, nei campi Elisi, dove tu abiterai, vedrai me, come in questo momento, risplendere fra le
tenebre dell'Acheronte, regina delle dimore Stigie e continuerai ad adorare il mio nume benigno.
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Che se poi con l'assidua devozione, lo zelo religioso, la castit rigorosa tu avrai ben
meritato della mia protezione, sappi che a me anche possibile prolungarti la vita di l del tempo
stabilito dal tuo destino.
VII
Posto fine all'augusta profezia l'invitta divinit scomparve.
Quanto a me mi ritrovai all'inpiedi che il sonno era a un tratto scomparso, pieno di spavento
e di gioia insieme tutto madido di sudore e, ancora stupefatto per l'apparizione cos netta di quella
potente dea, corsi a bagnarmi nell'acqua del mare deciso a obbedire ai suoi precisi ordini e ripetendo
a mente, una dopo l'altra, le sue istruzioni.
Appena la cupa oscurit della notte si dilegu e il sole dorato apparve, la gente cominci a
riempire le strade per la processione religiosa, quasi come per un trionfo e a me sembrava che non
soltanto io fossi contento ma che ogni cosa all'intorno spirasse gioia e alle grezza, che gli animali, la
citt, l'aria stessa nel suo aspetto sereno, partecipassero di quella letizia.
Alla fredda umidit della notte era succeduto, infatti un giorno sereno, pieno di sole, tanto
che gli uccelli, rallegrati dal tepore primaverile, s'eran messi dolcemente a cantare festeggiando
anch'essi piacevolmente la madre degli astri, la signora delle stagioni, la regina di tutto l'universo.
Anche gli alberi, sia quelli fecondi di frutti che quelli sterili contenti soltanto di fare ombra,
si aprivano alla brezza di Austro, rifulgenti dei teneri germogli delle foglie, sussurranti dolcemente
al lieve dondolio dei loro rami s'era quietato il gran tumulto delle tempeste s'era placato il torbido
ribollire dei flutti e il mare rompeva calmo sul lido.
Il cielo, sgombro di nuvole e di nebbie, brillava nel puro e sereno splendore della sua luce.
VIII
Ed ecco che lentamente cominci a sfilare la solenne processione. La aprivano alcuni
riccamente travestiti secondo il voto fatto: c'era uno vestito da soldato con tanto di cinturone un
altro da cacciatore in mantellina, sandali e spiedi, un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in
ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca. C'era chi, armato di tutto
punto, schinieri, scudo, elmo, spada, sembrava uscito allora allora da una scuola di gladiatori; e non
mancava chi s'era vestito da magistrato, con i fasci e la porpora e chi con mantello, bastone, sandali,
scodella di legno e una barba da caprone, faceva il filosofo, due, poi, portavano delle canne di varia
lunghezza, con vischio e ami, a raffigurare rispettivamente il cacciatore e il pescatore; vidi perfino
un'orsa addomesticata vestita da matrona e portata in lettiga e una scimmia con un berretto di stoffa
e un vestito giallo all'uso frigio che aveva in mano una coppa d'oro a ricordare il pastore Ganimede;
poi un asino, con un paio d'ali posticce, che seguiva un vecchio tutto traballante, erano proprio buffi
quei due: Pegaso e Bellerofonte.
IX
Mentre queste divertenti maschere popolari giravan qua e l, la vera e propria processione in
onore della dea protettrice cominci a muoversi.
Donne bellissime nelle loro bianche vesti, festosamente agghindate, adorne di ghirlande
primaverili spargevano lungo la strada per la quale passava il corteo i piccoli fiori che recavano in
grembo, altre avevano dietro le spalle specchi lucenti per mostrare alla dea che avanzava tutto quel
consenso di popolo, altre ancora avevano pettini d'avorio e muovendo ad arte le braccia e le mani
fingevano di pettinare e acconciare la chioma regale della dea, altre, infine, versavano, a goccia a
goccia, lungo la strada, balsami deliziosi e vari profumi.
Seguivano uomini e donne in gran numero che con lucerne, fiaccole, ceri e ogni altra cosa
che potesse far luce, invocavano il favore della madre dei cieli.
123

Seguiva una soave musica di zampogne e di flauti dalle dolcissime modulazioni e, dietro,
una lieta schiera di baldi giovani, tutti vestiti di bianco, che cantavano in coro un bellissimo inno
scritto e musicato col favore delle Muse da un valente poeta e che era un preludio ai solenni
sacrifici; venivano poi i flautisti votati al gran Serapide, che sul loro flauto ricurvo che arrivava fino
all'orecchio destro, ripetevano il motivo che si suona nel tempio di questo dio e, infine, molti che
gridavano di lasciar libera la strada per il sacro corteo.
X
Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni
condizione e di tutte le et, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi
capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente
rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo,
d'argento e perfino d'oro, traevano un acuto tintinnio.
Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di
lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinit. Il
primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, per non di quelle che usiamo
noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d'oro, dal cui largo foro si sprigionava
una fiamma ben pi grande.
Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i
cosiddetti soccorsi, a indicare la provvidenza soccorritrice della grande dea; il terzo portava un
ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo
della giustizia: una mano sinistra aperta. Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari
attitudini e di agilit, pareva pi adatta della destra a raffigurare l'equit. Costui, inoltre, portava
anche un vaso d'oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un
setaccio d'oro colmo di rametti anch'essi d'oro e un altro un'anfora.
XI
Subito dopo apparvero le immagini degli dei che procedevano sorrette da piedi umani.
Ed ecco lo spaventoso Anubi, messaggero fra gli dei del cielo e quelli degli Inferi, dalla
figura ora nera ora d'oro, dalla testa aguzza di cane; nella sinistra reggeva il caduceo, nella destra
una foglia di palma; subito dietro veniva una vacca in posizione eretta a simboleggiare la fecondit
della dea, madre di tutte le cose, portata a spalla da uno dei sacerdoti che procedeva con passo
solenne.
Un altro portava una gran cesta che custodiva gelosamente i misteriosi corredi di quella
splendida religione, un altro ancora recava nel suo grembo fortunato l'immagine veneranda della
grande dea non sotto forma di animale domestico, n di uccello, n di belva n di uomo, ma
egualmente ammirabile per la novit e l'ingegnosit dell'idea, simbolo ineffabile di una religione
sublime, che vuol essere circondata dal pi grande segreto: era una piccola urna, tutta d'oro lucente,
artisticamente lavorata, dalla base rotonda e all'esterno istoriata con meravigliose figure egizie. Il
suo orifizio non era posto molto in alto ma sporgeva lateralmente in un lungo tubo a forma di becco;
dalla parte opposta si dipartiva un manico dall'ampia curva sul quale s'attorcigliava un'aspide dal
collo striato e rigonfio, irto di squame.
XII
Ma ecco avvicinarsi il destino propizio, il momento fatale della grazia promessami dal nume
benefattore, ecco venire avanti il sacerdote che recava la mia salvezza, come me l'aveva descritto la
divina promessa, con il sistro della dea nella mano destra e la corona di rose per me, una corona,
perdio, in virt della quale e grazie al soccorso provvidenziale della grandissima dea, dopo tante
124

tribolazioni e tanti pericoli, io trionfavo di quella sorte che cos accanitamente m'aveva fatto guerra.
Tuttavia, pur nella mia subitanea emozione, non che fui tanto sconsiderato da mettermi a
correre, temendo, ovviamente, che l'improvvisa irruzione di un quadrupede, turbasse l'ordinato
svolgimento della cerimonia, ma, lentamente, a passo d'uomo, con prudenza, e camminando di
sbieco, mi insinuai tra la folla che, certamente per divina ispirazione mi fece ala.
XIII
Intanto il sacerdote, messo sull'avviso dal sogno notturno, come potetti da me constatare, e a
sua volta colmo di meraviglia per l'esatta corrispondenza tra ci che stava accadendo e gli
avvertimenti divini, subito si ferm e allungando il braccio, egli stesso mi porse la corona proprio
davanti alla bocca.
Allora tutto trepidante, col cuore che mi batteva forte, smanioso che la promessa
s'adempisse, afferrai avidamente quella corona di bellissime rose intrecciate ch'era uno splendore e
la divorai.
E la celeste promessa non mi deluse. L per l persi il mio brutto e animalesco aspetto,
dapprima cadde l'ispido pelo, poi la grossa pelle si assottigli, il largo ventre si restrinse, dalle
piante dei piedi, attraverso lo zoccolo, spuntarono nuovamente le dita, le braccia non furono pi
zampe ma, rialzatesi, ripresero le loro funzioni, la testa ritorn eretta, il viso e il capo si
arrotondarono, le orecchie da enormi che erano tornarono piccole come prima, i denti, grossi come
ciottoli, ripresero dimensioni umane, infine la coda, quella coda che pi d'ogni altra cosa era stata la
mia ossessione, scomparve.
La folla rimase incantata dalla meraviglia i pi devoti si prostrarono in adorazione davanti
alla potenza cos evidente della grande dea, alla grandiosit di quella metamorfosi e anche alla
naturalezza con cui s'era compiuta, cos simile a un sogno notturno, e a voce alta e in coro, levando
al cielo le braccia, testimoniarono lo straordinario miracolo della dea.
XIV
Io, invece, rimasi in silenzio, come impietrito per lo stupore, non riuscendo l'animo mio a
contenere una gioia cos improvvisa e cos grande.
E che cosa dovevo dire per prima? Come cominciare a usare di nuovo la mia voce ritornata
umana? Con quali parole ringraziare una dea cos grande? Ma il sacerdote che per volere divino
conosceva fin dal principio tutte le mie disgrazie, per quanto anch'egli fosse profondamente
emozionato per quello straordinario miracolo, chiese che prima di tutto mi fosse data una veste di
lino che mi coprisse: cadutami quella maledetta pelle d'asino, infatti, io me ne ero rimasto con le
cosce strette e le mani incrociate sulle mie vergogne facendo del mio meglio per coprirmi con
quello schermo naturale, ovviamente come pu farlo un uomo nudo. Allora dalla folla dei devoti
uno si tolse la sopravveste e, alla svelta, me la gett addosso.
Dopo di che il sacerdote, fissandomi con lieto volto, anzi con un'espressione addirittura
estasiata, cos mi parl:
XV
O Lucio, dopo tante e cos varie tribolazioni, dopo tutte le prove terribili della Fortuna,
sospinto dalle pi tremende calamit, sei finalmente giunto al porto della Quiete e all'altare della
Misericordia.
La nobilt dei natali, i tuoi meriti personali, la cultura che hai non ti hanno giovato a nulla;
ma giovane com'eri e intemperante, ti sei lasciato andare su una strada sdrucciolevole dietro
passioni non degne e con la tua maledetta curiosit hai ottenuto proprio un bel risultato.
Comunque la Fortuna che cieca, mentre ti tormentava con i mali peggiori, non si
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accorgeva, nella sua malignit, che ti stava conducendo alla beatitudine di questa religione.
Se ne vada ora a infuriare altrove, cerchi altrove qualcuno su cui sfogare la sua crudelt, dal
momento che nulla di male pu pi accadere a coloro che hanno consacrato la vita al servizio della
maest della nostra dea.
Briganti, bestie feroci, schiavit, tutta la fatica di andar su e gi per strade impraticabili,
ogni giorno la paura della morte, che cosa hanno giovato all'empia sorte?
Ora s che tu sei sotto la protezione della Fortuna, ma di quella che tutto vede, di quella che
con lo splendore della sua luce illumina anche gli altri dei.
Sia lieto, dunque, il tuo volto, come si conviene, ora che indossi questa candida veste e con
passo trionfante accompagna la processione della dea salvatrice.
Che gli increduli vedano, vedano e riconoscano il loro errore: eccolo, libero da tutti gli
antichi affanni, felice della protezione della grande Iside, Lucio trionfa sul suo destino.
Ma perch tu sia pi sicuro e pi protetto iscriviti a questa santa milizia cui anche poco fa
sei stato chiamato a votarti e d'ora innanzi dedicati al culto della nostra religione e assoggettati
volontariamente al giogo del suo ministero.
Infatti quando incomincerai a servire la dea allora veramente sentirai il frutto della tua
liberazione.
XVI
Questo disse in tono ispirato l'egregio sacerdote e tirando un profondo sospiro si tacque.
Io allora mi confusi tra la folla dei fedeli e mi misi a seguire il corteo notato e segnato a dito
da tutti.
Eccolo quello che l'augusta maest dell'onnipotente dea ha fatto ritornare uomo,
mormorava la gente non parlando che di me. Fortunato lui, beato davvero che per la purezza e
l'onest della sua vita precedente s' meritato un simile aiuto celeste da venir subito destinato ai
sacri misteri come se fosse rinato una seconda volta.
Intanto fra questi discorsi e le festose ovazioni, procedendo lentamente, giungemmo alla riva
del mare, proprio l dove il giorno prima, ancora asino, io m'ero riposato.
Qui, allineate secondo il rito le immagini sacre, il sommo sacerdote s'avvicin con una
fiaccola accesa, un uovo e dello zolfo a una nave costruita a regola d'arte e ornata tutt'intorno di
stupende pitture egizie e, pronunziando con le sue caste labbra solenni preghiere, con fervido zelo la
purific e la consacr offrendola alla dea.
La candida vela di questa nave fortunata recava a lettere d'oro il voto augurale di una felice
navigazione per i traffici che si riaprivano.
A un tratto fu issato l'albero, un pino rotondo, alto e lucido con su in cima un bellissimo
calcese; la poppa ricurva, a collo d'oca, scintillava rivestita com'era di lamine d'oro e la carena di
puro legno di cedro splendeva anch'essa.
Allora sia gli iniziati che i profani, tutti indistintamente, fecero quasi a gara a recare canestri
colmi d'aromi e d'altre offerte e libarono sui flutti con un intruglio a base di latte, finch la nave,
colma di doni e d'altre offerte votive, libera dagli ormeggi, non prese il largo sospinta da un vento
blando e propizio.
Quando essa fu tanto lontana che appena la si poteva scorgere i portatori ripresero di nuovo i
sacri arredi che avevano deposto e, tutti soddisfatti, ritornarono al tempio in processione nello stesso
bell'ordine di prima.
XVII
Quando giungemmo al tempio il sommo sacerdote, i portatori delle divine immagini e quelli
che erano stati iniziati gi da tempo ai venerandi misteri, entrarono nel sacrario e deposero, secondo
il rito, quelle statue che sembravano vive.
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Allora uno di loro che tutti chiamavano il grammateo, dalla soglia convoc in adunanza la
schiera dei pastofori, - cos erano chiamati quelli del sacro collegio e salito su un alto scranno
cominci a leggere da un libro alcune frasi augurali all'indirizzo dell'imperatore, del senato, dei
cavalieri, di tutto il popolo romano, dei marinai delle navi e di tutto quanto al mondo rientra sotto il
nostro imperio; poi, in lingua e rito greco proclam l'apertura della navigazione e l'ovazione che
segu della folla conferm che quest'annunzio era inteso come un buon auspicio per tutti.
Quindi la folla esultante, portando rami fioriti, verbene e ghirlande, si rec a baciare i piedi
della dea, tutta in argento, che troneggiava su una gradinata poi fece ritorno a casa.
Nel mio stato d'animo, invece, io non riuscii a fare un passo e tutto assorto davanti alla
statua della dea riandavo con la mente alle mie trascorse avventure.
XVIII
Intanto la Fama, che ha ali veloci, non aveva mica rallentato il suo volo, anzi era subito
corsa nella mia patria a raccontare in lungo e in largo la grazia straordinaria ricevuta dalla dea
misericordiosa e tutta la mia avventura. E subito i miei familiari, i miei servi, quanti erano a me
legati da vincoli di sangue, deposto il lutto che avevano preso alla falsa notizia della mia morte,
rallegrati da quell'improvvisa gioia, e carichi dei pi impensabili doni, corsero a vedere chi dagli
Inferi era tornato alla luce.
Anch'io ne fui lieto, dopo che avevo disperato di rivedersi e accettai riconoscente quei doni
gentili che i miei familiari s'eran premurati di offrirmi perch potessi largamente provvedere alle
spese del culto e al mio sostentamento.
XIX
Dopo essermi trattenuto a parlare con tutti e aver brevemente narrato la storia delle passate
disgrazie e la mia gioia presente, tornai di nuovo alla mia dea e preso in fitto un alloggio dentro il
recinto del tempio mi si stabilii temporaneamente, ammesso per ora non ufficialmente al servizio
della dea ma compagno indivisibile dei sacerdoti e dediti ormai completamente al culto della
potente divinit.
Non c'era notte, non c'era momento nei miei sonni che la dea non mi apparisse o non mi
consigliasse, anzi che non mi invitasse continuamente ad iniziarmi ai suoi misteri ai quali gi da
tempo ero stato destinato
Ma io, bench ne sentissi una gran voglia, avevo un qualche scrupolo dal momento che
m'ero reso conto di quanto severa fosse quella regola religiosa e come difficile osservare la castit e
mantenersi guardinghi nella vita esposta a tutti i venti, e circospetti.
Questo pensavo fra me e per quanto fossi io stesso impaziente, non so come, differivo.
XX
Una notte m'apparve in sogno il sommo sacerdote: aveva il grembo pieno di doni e me li
offriva. Io gli chiedevo che cosa fosse quella roba e lui mi rispondeva che veniva per me dalla
Tessaglia e che c'era anche un mio servo di nome Candido.
Quando mi svegliai ripensai lungamente a questo sogno e a quel che volesse dire anche
perch ero sicuro di non aver mai avuto un servo con quel nome.
Finii per concludere che qualunque cosa volesse presagire il mio sogno, quelle offerte,
comunque, stessero a significare un sicuro guadagno.
Attesi perci con l'animo in ansia e tutto speranzoso del lieto evento l'apertura mattutina del
tempio.
Finalmente si aprirono le bianche cortine e noi ci prostrammo dinanzi alla venerabile
immagine della dea mentre il sacerdote si aggirava tra gli altari gi apparecchiati attendendo con
127

solenni preghiere alle sacre funzioni e libando con acqua attinta a una fonte del santuario.
Dopo queste cerimonie rituali si levarono i canti dei fedeli a salutare la luce nascente e ad
annunziare il mattino.
Ma ecco che, proprio in quel momento, giunsero da Ipata i servi che vi avevo lasciati quando
Fotide con la sua sbadataggine mi aveva messo la cavezza. Avevano saputo naturalmente delle mie
peripezie e ora mi riportavano il cavallo che ne aveva passate di belle anche lui e che essi erano
riusciti a ritrovare grazie al marchio che aveva sulla schiena.
Immaginatevi allora la mia meraviglia per l'esattezza del sogno: non solo, infatti, io
realizzavo un guadagno, secondo la promessa ma con quel servo di nome Candido non si era voluto
alludere che al mio cavallo, appunto di candido pelo, che mi sarebbe stato restituito.
XXI
Dopo questo episodio io mi diedi ad assolvere con zelo ancora maggiore il mio ministero
anche perch i benefici presenti garantivano le mie speranze per il futuro.
Quindi di giorno in giorno in me cresceva il desiderio di apprendere i sacri misteri e spesso
andavo a trovare il sommo sacerdote implorandolo in tutti i modi che mi iniziasse agli arcani della
Sacra Notte.
Ma quell'uomo, cauto davvero, e noto per la scrupolosa osservanza dei doveri religiosi, con
dolcezza e umanit, proprio come fanno i genitori quando vogliono frenare i desideri prematuri dei
figli, calmava la mia impazienza e cercava di quietare l'ansia dell'animo mio con il conforto di
migliori speranze.
Mi diceva, infatti, che il giorno in cui uno doveva essere iniziato, lo avrebbe stabilito con un
suo cenno la dea stessa la quale avrebbe indicato anche il sacerdote che doveva compiere il rito e
fissate le spese necessarie per la cerimonia.
Mi raccomandava di sopportare tutte queste prove con grande pazienza e soprattutto di
guardarmi sia dalla precipitazione che dall'indolenza; due colpe da evitare entrambe, cio star l a
indugiare quando venuto il momento, come voler a tutti i costi aver fretta quando l'ora non
ancora giunta.
Nessuno, del resto, fra i sacerdoti, continuava, sarebbe stato cos pazzo, addirittura cos
votato alla morte, da osare una consacrazione arbitraria e sacrilega, cio senza l'ordine della dea, e
quindi da cadere in peccato mortale, perch le porte dell'inferno come quelle della salvezza, diceva,
sono entrambe nelle mani della dea e la stessa iniziazione non che una morte volontaria e,
insieme, una salvezza ottenuta per grazia divina.
Ecco perch la dea, continuava, soleva chiamare di solito quelli che avevano gi un poi di
annetti sulle spalle, anzi che fossero l l per andarsene, perch ad essi, senza rischio alcuno, poteva
affidare i grandi misteri e per sua grazia farli, in certo modo, rinascere e avviarli sulla via di una
nuova vita.
Concludeva, pertanto, che io dovessi uniformarmi al volere celeste sebbene il chiaro ed
evidente favore della grande dea provasse che gi da tempo io fossi stato prescelto e destinato al suo
santo servizio, e infine, che dovevo astenermi, fin d'ora, come facevano gli altri aspiranti, da cibi
impuri e proibiti per poter pi degnamente accedere agli arcani misteri di questa religione
purissima.
XXII
Questo mi diceva il sacerdote ed io non venni meno al mio dovere mostrandomi impaziente,
anzi mi sforzavo di essere calmo e sereno e mantenevo una lodevole discrezione, mentre ogni
giorno attendevo con zelo alle pratiche del sacro rito.
E la benevolenza della potente dea non mi deluse n volle troppo provarmi con una lunga
attesa.
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In una notte oscura, ma per segni assai chiari ella mi avvert che finalmente era venuto il
giorno da me sempre agognato, in cui avrebbe soddisfatto i miei voti mi precis anche la spesa che
avrei dovuto affrontare per la cerimonia e stabil che a officiare il rito fosse lo stesso Mitra, il suo
sommo sacerdote, che, cos mi disse, era a me unito da una qual certa congiunzione astrale.
Con l'animo pieno di gioia per questi ed altri benevoli avvertimenti dell'altissima dea, senza
aspettare che facesse giorno del tutto, balzai dal letto e corsi alla cella del sacerdote.
Lo incontrai che stava appena uscendo dalla sua camera e gli diedi il saluto deciso di
chiedergli con maggiore insistenza del solito la mia consacrazione come cosa dovutami ormai. Ma
quando mi vide: Beato te, Lucio, esclam prevenendomi, fortunato te. L'augusta dea, nella sua
benevola volont si degnata di favorirti. Ma che fai, ora? soggiunse, perch te ne stai l fermo?
Ora sei tu che indugi? venuto il giorno che con tutti i tuoi voti hai tanto desiderato, il giorno in cui
per il divino volere della dea dai molti nomi tu sarai iniziato da queste mie stesse mani ai suoi
sacrosanti misteri.
E affettuosamente postami la mano sulla spalla, il vecchio mi condusse subito all'entrata del
grande tempio dove, celebrato solennemente il rito dell'apertura e le solenni funzioni del mattino,
trasse da una celletta certi libri scritti in caratteri misteriosi: figure d'animali d'ogni specie, alcuni,
parole abbreviate che racchiudevano un discorso complesso; altri tutti svolazzi e circoletti come
ruote o a riccioli e nodi come viticci perch i profani nella loro curiosit non potessero decifrarli.
Ma proprio di l egli mi lesse le istruzioni necessarie per la mia iniziazione.
XXIII
Allora io provvidi subito a ogni cosa senza badare alla spesa prendendo dal mio o ricorrendo
all'aiuto degli amici.
Quando venne, a detta del sacerdote, il momento giusto, accompagnato da una schiera di
fedeli, egli mi condusse alle terme vicine e mi fece fare un bagno normale, poi, invocando il
perdono degli dei, mi asperse tutto d'acqua lustrale e, trascorsi ormai due terzi della giornata, mi
ricondusse al tempio facendomi sostare dinanzi ai piedi della dea e confidandomi in seguito talune
cose che non lecito riferire; poi, chiaramente perch tutti udissero, mi raccomand di astenermi
per dieci giorni di seguito dai piaceri della mensa, di non mangiare carne e di non bere vino, cosa
che io osservai insieme con tutte le altre prescrizioni di rito.
E venne finalmente il giorno destinato alla consacrazione: il sole volgeva al tramonto e dava
luogo alla sera quando da ogni parte cominci ad adunarsi una gran folla che secondo l'antico rito
religioso veniva a rendermi omaggio recandomi molti doni.
Allontanati tutti i profani il sacerdote mi fece indossare una sopravveste nuova di lino e
presomi per mano mi condusse all'interno del santuario.
Forse, curioso lettore, tu sarai in ansia e vorrai sapere che cosa in seguito fu detto e fu fatto
ed io volentieri te lo direi se mi fosse lecito e tu lo sapresti se ti fosse lecito sentirlo; ma lingua e
orecchie peccherebbero entrambe di temeraria curiosit.
Tuttavia non voglio tenerti a lungo sospeso in un desiderio che forse pio zelo. Perci
ascolta e credi perch ti dico la verit.
Raggiunsi i confini della morte, varcai le soglie di Proserpina rivissi tutti gli stadi dell'essere,
vidi nella notte il soie brillare di candida luce, giunsi al cospetto degli dei inferni e di quelli del
cielo, li adorai da vicino.
Ecco, ti ho detto, ma tu che hai udito ancora non sai, perch giusto che cosi sia.
Perci ora ti riferir soltanto quello che pu essere rivelato a mente umana senza
commettere sacrilegio.
XXIV
Venuto il mattino e conclusisi i riti solenni, io uscii in pubblico che indossavo dodici stole,
129

paramenti che hanno un loro preciso significato religioso ma di cui nulla mi vieta di parlare anche
perch furono in molti, l presenti, che potettero vederli.
Infatti fui invitato a salire su un palco di legno situato al centro del tempio davanti alla statua
della dea proprio bene in vista nella mia splendida veste di lino tutta ricamata.
Gi dalle spalle, poi, fino ai piedi mi scendeva un prezioso mantello tutto decorato con
figure d'animali a vari colori, da qualunque lato lo si guardasse: draghi indiani, grifi iperborei, cio
bestie alate come uccelli che nascono solo nell'altro emisfero, un mantello che gli iniziati chiamano
stola olimpica.
Nella destra reggevo una fiaccola accesa e in testa avevo una bella corona di lucide foglie di
palma disposte a raggiera.
Cos abbigliato da sembrare il dio sole e messo l come una statua, quando s'aprirono le
cortine una gran folla mi sfil davanti per ammirarmi.
Pi tardi festeggiai quel giorno felice che mi vide iniziato ai sacri misteri con un pranzo
squisito fra allegri commensali.
Dopo tre giorni le cerimonie si ripeterono con lo stesso rituale e una colazione mistica
perfezion la mia consacrazione.
Rimasi l ancora qualche giorno per godere del piacere ineffabile che mi dava l'immagine
della dea cui ero debitore ormai di un bene impagabile.
Infine per per suo stesso suggerimento, dopo averle umilmente esternato, come potevo, non
certo come meritava, tutta la mia gratitudine, mi accinsi a far ritorno in patria, dopo tanto tempo,
anche se mi era duro spezzare i legami di quel mio ardentissimo amore.
Prosternato davanti alla dea, asciugando col mio volto i suoi piedi bagnati dalle mie lacrime
dirotte, fra singhiozzi incessanti e parole soffocate cos le parlai:
XXV
O santa e sempiterna Salvatrice del genere umano, prodiga dispensatrice di grazie in favore
dei mortali, tu offri il tuo affetto di madre ai poveri che soffrono.
Non passa giorno, non una notte, non un istante per quanto breve che tu non largisca i tuoi
doni, non protegga in terra e in mare i mortali, che tu non allontani le tempeste della vita e non
porga la tua mano soccorritrice, non sciolga i contorti e intricati fili del destino, non corregga il
corso funesto degli astri.
Gli dei del cielo ti onorano, quelli dell'inferno ti rispettano, tu fai ruotare la terra, dai la luce
al sole reggi l'universo, costringi il Tartaro nel profondo.
A te obbediscono gli astri, per te si susseguono le stagioni, di te gioiscono i numi, tutti gli
elementi sono al tuo servizio.
A un tuo cenno soffiano i venti, le nubi si gonfiano le sementi germogliano, i germogli
crescono.
Dinanzi alla tua maest tremano gli uccelli che per corrono il cielo, le belve che errano sui
monti, i serpenti che si nascondono sotto terra, i mostri che nuotano nel mare.
Ma troppo povero il mio ingegno per cantare le tue lodi e modesto il mio patrimonio per
offrirti sacrifici.
La mia voce non basta per esprimere quel che sento della tua grandezza; nemmeno mille
bocche e mille lingue e l'infinito numero delle parole per un discorso che durasse in eterno.
Io quindi far quello che un tuo sacerdote, per giunta povero, pu fare: custodir per
sempre nel profondo del mio cuore e dei miei pensieri il tuo volto divino, il tuo santissimo nume.
Dopo aver pregato cos l'eccelsa dea abbracciai il sacerdote Mitra ormai per me come un
padre e lungamente gli rimasi avvinto tra i molti baci, chiedendogli perdono se non potevo
degnamente ricompensarlo di cos grandi benefici.
XXVI
130

A lungo mi trattenni con lui per dirgli tutta la mia gratitudine e finalmente mi decisi a
partire, a prendere la via di casa, dopo tanta assenza.
Ma erano trascorsi soltanto pochi giorni che per esortazione della potente dea raccolsi i miei
pochi bagagli e mi imbarcai per Roma.
Col favore dei venti, dopo un viaggio tranquillo e senza intoppi, giunsi rapidamente al porto
di Augusta e di qui proseguii, in carrozza, per la sacrosanta citt dove giunsi la sera: era la vigilia
delle Idi di dicembre.
Da allora in poi non ebbi altro pensiero che quello di pregare ogni giorno la divina maest di
Iside che qui a Roma venerata con somma devozione e che dal luogo dove sorge il suo tempio
viene chiamata Iside Campense.
Divenni insomma un assiduo praticante forestiero per quel tempio ma cittadino ormai di
quella religione.
Nel frattempo il Sole aveva compiuto il suo giro intorno allo Zodiaco ed era trascorso un
anno, quando la benefica dea che vigilava su di me comparve nuovamente nei miei sogni e
nuovamente mi parl di iniziazione e di sacri misteri.
A che alludesse io non compresi, n se volesse annunziarmi qualcosa del mio futuro. Certo
mi stupii molto ritenendo di aver compiuto ormai tutti i gradi dell'iniziazione.
XXVII
Mentre cercavo di risolvere questi dubbi religiosi riflettendo un po' con me stesso, un po'
parlandone ai sacerdoti, venni a scoprire una cosa del tutto nuova per me e veramente stupefacente,
cio che io ero iniziato soltanto ai misteri di Iside ma non ancora a quelli dell'invitto Osiride, il
padre sommo di tutti gli dei e per quanto i legami tra questi due culti fossero molto stretti, anzi tali
da formare un'unica religione, tuttavia in fatto di iniziazione la differenza era grande; di qui dovevo
aspettarmi d'esser chiamato a servire anche questo grande dio.
La cosa non tard ad essermi confermata: la notte seguente, infatti, m'apparve in sonno uno
dei sacerdoti; indossava i sacri paramenti di lino e reggeva dei tirsi, delle corone d'edera e altri
oggetti che non mi lecito nominare e che venne a depositare proprio davanti alla mia casa. Poi
sedette sulla mia sedia e ordino di preparare il banchetto per la grande consacrazione. Per indicarmi
poi un segno sicuro di riconoscimento egli mi fece notare che, per il tallone sinistro incurvato,
aveva un'andatura strascicata e claudicante.
Di fronte a una cos evidente manifestazione della volont divina in me si dissip ogni
ombra di dubbio e appena ebbi concluse le preghiere mattutine di saluto alla dea, con la massima
attenzione mi misi a esaminare ad uno ad uno tutti i sacerdoti per vedere se ce n'era qualcuno che
camminasse come quello apparsomi in sogno. E la mia speranza non fu delusa. Infatti vidi che uno
dei pastofori, non solo per il piede ma anche per tutto il resto, la statura, il portamento,
corrispondeva perfettamente all'immagine apparsami in sogno.
Seppi poi che si chiamava Asinio Marcello, un nome che in qualche modo ricordava la mia
metamorfosi.
Senza indugiare lo abbordai subito ma egli gi sapeva quello che stavo per dirgli in quanto a
sua volta era stato avvertito da un'analoga visione, che avrebbe dovuto provvedere alla mia
iniziazione.
Anch'egli, infatti, la notte precedente aveva fatto un sogno: mentre stava preparando le
corone per il grande dio, questi con la sua stessa bocca con la quale fissa il destino di ciascuno di
noi, lo aveva informato che sarebbe venuto da lui un uomo di Madaura, povero in verit, ma che
egli avrebbe dovuto senza indugio iniziare ai sacri misteri: dalla divina provvidenza a quell'uomo
era stata riservata la gloria delle lettere e a lui un guadagno notevole.
XXVIII
131

Promesso cos a questa seconda consacrazione io ero per costretto, mio malgrado, a
rimandarla per la modestia dei miei mezzi. Le spese del viaggio avevano, infatti, assottigliato il mio
patrimonio e la vita in citt era poi molto pi cara che non in provincia; stante cos l'ostacolo della
povert, io mi trovavo, come dice il vecchio proverbio, tra l'incudine e il martello, proprio in un bel
guaio, dato, oltretutto, che il dio continuava a insistere e a portarmi fretta.
Alla fine, di fronte a cos frequenti esortazioni, che mi avevano messo in uno stato di
angoscia, e che poi divennero vere e proprie ingiunzioni, io decisi di vendere i miei vestiti, per
quanto modesti e a far su la sommetta necessaria. In effetti l'ordine del dio era stato chiaro: Per
toglierti qualche capriccio, chi aveva detto, tu certo non esiteresti a disfarti di questi tuoi stracci;
ora per che devi accostarti a una cerimonia cos importante stai l in forse se arrischiare o meno
una povert di cui non avrai davvero a pentirti.
E cos predisposi per benino ogni cosa: per dieci giorni, nuovamente, mi astenni dal mangiar
carne, poi mi rasai il capo, partecipai ai riti notturni in onore del dio, insomma con fede sicura
frequentai i servizi di vini di quella religione affine. E questo, per me che, in fondo, ero uno
straniero, fu di grande conforto, anzi mi procur addirittura una certa agiatezza, come no?: col buon
vento in poppa mi misi a difendere cause nel foro in lingua latina e ci sbarcavo il lunario.
XXIX
Dopo un po', per, di nuovo, gli dei mi chiamarono e, con ammonimenti inaspettati che
veramente mi fecero trasecolare, mi dissero che io dovevo sottopormi a una terza iniziazione.
Ero molto preoccupato e con l'animo tutto agitato facevo mille supposizioni e mi chiedevo
che cosa volesse dire questa inattesa e strana insistenza degli dei e che cosa mancasse mai alla mia
iniziazione dopo tutto ripetuta due volte.
Sta a vedere, pensavo, che i due sacerdoti han fatto qualche sbaglio o si son dimenticati
di qualcosa, e, perdio, cominciai proprio a pensar male di loro.
Ero tutto sconvolto in questa ridda di pensieri che mi sembrava quasi di impazzire, quando
una notte la dolce immagine del dio cos mi spieg: Non c' alcuna ragione perch tu debba
spaventarti di queste numerose consacrazioni, quasi come se finora fosse stata sempre dimenticata
qualcosa. Anzi devi star su col morale e rallegrarti del continuo favore che ti dimostrano gli dei,
devi esultare che a te viene concesso tre volte ci che agli altri accordato una volta soltanto; se
pensi, poi, a questo numero puoi proprio credere che sarai felice.
D'altronde questa nuova consacrazione t' assolutamente necessaria se soltanto consideri
che le sacre vesti della dea che tu indossasti in provincia sono depositate laggi nel tempio e che qui
a Roma tu quindi non puoi con quelle celebrare gli uffici divini nei giorni di festa n ben comparire
con quei felici paramenti quando ci prescritto.
Con animo gioioso, dunque, e col favore dei grandi dei, iniziati di nuovo ai sacri misteri
perch tu possa essere felice e avere prosperit e bene.
XXX
Con queste parole durante il sogno la divina maest mi persuase dicendomi cosa dovessi
fare. Ed io senza rimandar la cosa e, per pigrizia, por tempo in mezzo, immediatamente, riferii al
mio sacerdote la visione, mi rimisi a fare astinenza di carni, protraendo volontariamente quei dieci
giorni di digiuno prescritti da una legge che si perde nel tempo, infine provvidi largamente al
necessario per l'iniziazione attingendo pi al fervore della fede che non alle mie effettive possibilit
e per davvero non ebbi mai a pentirmi n delle fatiche n delle spese sostenute, certo perch, grazie
alla munifica provvidenza degli dei, con quel che guadagnavo facendo l'avvocato cominciavo a
passarmela abbastanza bene.
Dopo pochi giorni quel dio che il migliore dei gran di dei, il sommo tra i migliori, il
132

massimo tra i sommi il sovrano tra i massimi, Osiride, mi apparve in sogno, non sotto altre spoglie
ma nel suo vero aspetto e si degno di rivolgermi la sua veneranda parola.
Mi esort a continuare risolutamente la gloriosa professione di avvocato, senza lasciarmi
intimorire dalle calunnie malevoli nate soltanto dall'invidia per la mia dottrina e i miei studi tenaci.
Infine, perch io non attendessi alle pratiche del suo culto confuso tra la schiera dei suoi
iniziati, mi volle nel collegio dei pastofori, anzi proprio fra i decurioni quinquennali.
Cos, di nuovo, con i capelli completamente rasati, senza velare o nascondere la mia
calvizie, anzi mostrandola a tutti, io con gioia mi dedicai ai doveri di quell'antichissimo collegio
fondato ai tempi di Silla.
Fine

TESTO LATINO
APVLEI METAMORPHOSEON LIBER I
[1] At ego tibi sermone isto Milesio varias fabulas conseram auresque tuas benivolas lepido susurro
permulceam modo si papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam non spreveris
inspicere , figuras fortunasque hominum in alias imagines conversas et in se rursus mutuo nexu
refectas ut mireris. Exordior. "Quis ille?" Paucis accipe. Hymettos Attica et Isthmos Ephyrea et
Taenaros Spartiatica, glebae felices aeternum libris felicioribus conditae, mea vetus prosapia est; ibi
linguam Atthidem primis pueritiae stipendiis merui. Mox in urbe Latia advena studiorum Quiritium
indigenam sermonem aerumnabili labore nullo magistro praeeunte aggressus excolui. En ecce
praefamur veniam, siquid exotici ac forensis sermonis rudis locutor offendero. Iam haec equidem
ipsa vocis immutatio desultoriae scientiae stilo quem accessimus respondet. Fabulam Graecanicam
incipimus. Lector intende: laetaberis.
[2] Thessaliam nam et illic originis maternae nostrae fundamenta a Plutarcho illo inclito ac mox
Sexto philosopho nepote eius prodita gloriam nobis faciunt eam Thessaliam ex negotio petebam.
Postquam ardua montium ac lubrica vallium et roscida cespitum et glebosa camporum <emenus>
emersi, in equo indigena peralbo vehens iam eo quoque admodum fesso, ut ipse etiam fatigationem
sedentariam incessus vegetatione discuterem in pedes desilio, equi sudorem <fronte detergeo>,
frontem curiose exfrico, auris remulceo, frenos detraho, in gradum lenem sensim proveho, quoad
lassitudinis incommodum alvi solitum ac naturale praesidium eliquaret. Ac dum is ientaculum
ambulatorium prata quae praeterit ore in latus detorto pronus adfectat, duobus comitum qui forte
paululum processerant tertium me facio. Ac dum ausculto quid sermonibus agitarent, alter exserto
cachinno: "Parce" inquit "in verba ista haec tam absurda tamque immania mentiendo." Isto accepto
sititor alioquin novitatis: "Immo vero" inquam "impertite sermonem non quidem curiosum sed qui
velim scire vel cuncta vel certe plurima; simul iugi quod insurgimus aspritudinem fabularum lepida
iucunditas levigabit."
[3] At ille qui coeperat: "Ne" inquit "istud mendacium tam verum est quam siqui velit dicere magico
susurramine amnes agiles reverti, mare pigrum conligari, ventos inanimes exspirare, solem inhiberi,
lunam despumari, stellas evelli, diem tolli, noctem teneri." Tunc ego in verba fidentior: "Heus tu"
inquam "qui sermonem ieceras priorem, ne pigeat te vel taedeat reliqua pertexere", et ad alium: "Tu
vero crassis auribus et obstinato corde respuis quae forsitan vere perhibeantur. Minus hercule calles
pravissimis opinionibus ea putari mendacia quae vel auditu nova vel visu rudia vel certe supra
133

captum cogitationis ardua videantur; quae si paulo accuratius exploraris, non modo compertu
evidentia verum etiam factu facilia senties.
[4] Ego denique vespera, dum polentae caseatae modico secus offulam grandiorem in convivas
aemulus contruncare gestio, mollitie cibi glutinosi faucibus inhaerentis et meacula spiritus
distinentis minimo minus interii. Et tamen Athenis proxime et ante Poecilen porticum isto gemino
obtutu circulatorem aspexi equestrem spatham praeacutam mucrone infesto devorasse, ac mox
eundem, invitamento exiguae stipis venatoriam lanceam, qua parte minatur exitium, in ima viscera
condidisse. Et ecce pone lanceae ferrum, qua bacillum inversi teli ad occipitium per ingluviem
subit, puer in mollitiem decorus insurgit inque flexibus tortuosis enervam et exossam saltationem
explicat cum omnium qui aderamus admiratione: diceres dei medici baculo, quod ramis
semiamputatis nodosum gerit, serpentem generosum lubricis amplexibus inhaerere. Sed iam cedo tu
sodes, qui coeperas, fabulam remetire. Ego tibi solus haec pro isto credam, et quod ingressui
primum fuerit stabulum prandio participabo. Haec tibi merces posita est."
[5] At ille: "Istud quidem quod polliceris aequi bonique facio, verum quod inchoaveram porro
exordiar. Sed tibi prius deierabo solem istum omnividentem deum me vera comperta memorare, nec
vos ulterius dubitabitis si Thessaliae proximam civitatem perveneritis, quod ibidem passim per ora
populi sermo iactetur quae palam gesta sunt. Sed ut prius noritis cuiatis sim, qui sim: <Aristomenes
sum>, Aegiensis; audite et quo quaestu me teneam: melle vel caseo et huiusce modi cauponarum
mercibus per Thessaliam Aetoliam Boeotiam ultro citro discurrens. Comperto itaque Hypatae, quae
civitas cunctae Thessaliae antepollet, caseum recens et sciti saporis admodum commodo pretio
distrahi, festinus adcucurri id omne praestinaturus. Sed ut fieri adsolet, sinistro pede profectum me
spes compendii frustrata est: omne enim pridie Lupus negotiator magnarius coemerat. Ergo igitur
inefficaci celeritate fatigatus commodum vespera oriente ad balneas processeram.
[6] Ecce Socraten contubernalem meum conspicio. Humi sedebat scissili palliastro semiamictus,
paene alius lurore ad miseram maciem deformatus, qualia solent fortunae decermina stipes in triviis
erogare. Hunc talem, quamquam necessarium et summe cognitum, tamen dubia mente propius
accessi. "Hem," inquam "mi Socrates, quid istud? Quae facies? Quod flagitium? At vero domi tuae
iam defletus et conclamatus es, liberis tuis tutores iuridici provincialis decreto dati, uxor persolutis
feralibus officiis luctu et maerore diuturno deformata, diffletis paene ad extremam captivitatem
oculis suis, domus infortunium novarum nuptiarum gaudiis a suis sibi parentibus hilarare
compellitur. At tu hic larvale simulacrum cum summo dedecore nostro viseris." "Aristomene",
inquit "ne tu fortunarum lubricas ambages et instabiles incursiones et reciprocas vicissitudines
ignoras", et cum dicto sutili centunculo faciem suam iam dudum punicantem prae pudore obtexit ita
ut ab umbilico pube tenus cetera corporis renudaret. Nec denique perpessus ego tam miserum
aerumnae spectaculum iniecta manu ut adsurgat enitor.
[7] At ille, ut erat, capite velato: "Sine, sine" inquit "fruatur diutius tropaeo Fortuna quod fixit ipsa."
Effeci sequatur, et simul unam e duabus laciniis meis exuo eumque propere vestio dicam an contego
et ilico lavacro trado. Quod unctui, quod tersui, ipse praeministro, sordium enormem eluviem
operose effrico; probe curato ad hospitium lassus ipse fatigatum aegerrime sustinens perduco,
lectulo refoveo, cibo satio, poculo mitigo, fabulis permulceo. Iam adlubentia proclivis est sermonis
et ioci et scitum etiam cavillum, iam dicacitas timida, cum ille imo de pectore cruciabilem
suspiritum ducens dextra saevientem frontem replaudens: "Me miserum" infit "qui dum voluptatem
gladiatorii spectaculi satis famigerabilis consector in has aerumnas incidi. Nam, ut scis optime,
secundum quaestum Macedoniam profectus, dum mense decimo ibidem attentus nummatior
revortor, modico prius quam Larissam accederem, per transitum spectaculum obiturus in quadam
avia et lacunosa convalli a vastissimis latronibus obsessus atque omnibus privatus tandem evado, et
utpote ultime adfectus ad quandam cauponam Meroen, anum sed admodum scitulam, devorto, eique
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causas et peregrinationis diuturnae et domuitionis anxiae et spoliationis [diuturnae et dum] miserae


refero; quae me nimis quam humane tractare adorta cenae gratae atque gratuitae ac mox urigine
percita cubili suo adplicat. Et statim miser, ut cum illa adquievi, ab unico congressu annosam ac
pestilentem con<suetudinem> contraho et ipsas etiam lacinias quas boni latrones contegendo mihi
concesserant in eam contuli, operulas etiam quas adhuc vegetus saccariam faciens merebam, quoad
me ad istam faciem quam paulo ante vidisti bona uxor et mala fortuna perduxit."
[8] "Pol quidem tu dignus" inquam "es extrema sustinere, si quid est tamen novissimo extremius,
qui voluptatem Veneriam et scortum scorteum Lari et liberis praetulisti." At ille digitum a pollice
proximum ori suo admovens et in stuporem attonitus "Tace, tace" inquit et circumspiciens
tutamenta sermonis: "Parce" inquit "in feminam divinam, nequam tibi lingua intemperante noxam
contrahas." "Ain tandem?" inquam. "Potens illa et regina caupona quid mulieris est?" "Saga" inquit
"et divina, potens caelum deponere, terram suspendere, fontes durare, montes diluere, manes
sublimare, deos infimare, sidera exstinguere, Tartarum ipsum inluminare." "Oro te" inquam
"aulaeum tragicum dimoveto et siparium scaenicum complicato et cedo verbis communibus." "Vis"
inquit "unum vel alterum, immo plurima eius audire facta? Nam ut se ament afflictim non modo
incolae verum etiam Indi vel Aethiopes utrique vel ipsi Anticthones, folia sunt artis et nugae merae.
Sed quod in conspectu plurium perpetravit, audi.
[9] Amatorem suum, quod in aliam temerasset, unico verbo mutavit in feram castorem, quod ea
bestia captivitatis metuens ab insequentibus se praecisione genitalium liberat, ut illi quoque simile
[quod venerem habuit in aliam] proveniret. Cauponem quoque vicinum atque ob id aemulum
deformavit in ranam, et nunc senex ille dolium innatans vini sui adventores pristinos in faece
submissus officiosis roncis raucus appellat. Alium de foro, quod adversus eam locutus esset, in
arietem deformavit, et nunc aries ille causas agit. Eadem amatoris sui uxorem, quod in eam dicacule
probrum dixerat iam in sarcina praegnationis obsaepto utero et repigrato fetu perpetua praegnatione
damnavit, et ut cuncti numerant, iam octo annorum onere misella illa velut elephantum paritura
distenditur.
[10] Quae cum subinde ac multi nocerentur, publicitus indignatio percrebuit statutumque ut in eam
die altera severissime saxorum iaculationibus vindicaretur. Quod consilium virtutibus cantionum
antevortit et ut illa Medea unius dieculae a Creone impetratis indutiis totam eius domum filiamque
cum ipso sene flammis coronalibus deusserat, sic haec devotionibus sepulchralibus in scrobem
procuratis, ut mihi temulenta narravit proxime, cunctos in suis sibi domibus tacita numinum
violentia clausit, ut toto biduo non claustra perfringi, non fores evelli, non denique parietes ipsi
quiverint perforari, quoad mutua hortatione consone clamitarent quam sanctissime deierantes sese
neque ei manus admolituros, et si quis aliud cogitarit salutare laturos subsidium. Et sic illa
propitiata totam civitatem absolvit. At vero coetus illius auctorem nocte intempesta cum tota domo,
id est parietibus et ipso solo et omni fundamento, ut erat, clausa ad centesimum lapidem in aliam
civitatem summo vertice montis exasperati sitam et ob id ad aquas sterilem transtulit. Et quoniam
densa inhabitantium aedificia locum novo hospiti non dabant, ante portam proiecta domo discessit."
[11] "Mira" inquam "nec minus saeva, mi Socrates, memoras. Denique mihi quoque non parvam
incussisti sollicitudinem, immo vero formidinem, iniecto non scrupulo sed lancea, ne quo numinis
ministerio similiter usa sermones istos nostros anus illa cognoscat. Itaque maturius quieti nos
reponamus et somno levata lassitudine noctis antelucio aufugiamus istinc quam pote longissime."
Haec adhuc me suadente insolita vinolentia ac diuturna fatigatione pertentatus bonus Socrates iam
sopitus stertebat altius. Ego vero adducta fore pessulisque firmatis grabatulo etiam pone cardinem
supposito et probe adgesto super eum me recipio. Ac primum prae metu aliquantisper vigilo, dein
circa tertiam ferme vigiliam paululum coniveo. Commodum quieveram, et repente impulsu maiore
quam ut latrones crederes ianuae reserantur immo vero fractis et evolsis funditus cardinibus
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prosternuntur. Grabatus alioquin breviculus et uno pede mutilus ac putris impetus tanti violentia
prosternitur, me quoque evolutum atque excussum humi recidens in inversum cooperit ac tegit.
[12] Tunc ego sensi naturalitus quosdam affectus in contrarium provenire. Nam ut lacrimae
saepicule de gaudio prodeunt, ita et in illo nimio pavore risum nequivi continere de Aristomene
testudo factus. Ac dum in fimum deiectus obliquo aspectu quid rei sit grabatuli sollertia munitus
opperior, video mulieres duas altioris aetatis; lucernam lucidam gerebat una, spongiam et nudum
gladium altera. Hoc habitu Socratem bene quietum circumstetere. Infit illa cum gladio: "Hic est,
soror Panthia, carus Endymion, hic Catamitus meus, qui diebus ac noctibus inlusit aetatulam meam,
hic qui meis amoribus subterhabitis non solum me diffamat probris verum etiam fugam instruit. At
ego scilicet Ulixi astu deserta vice Calypsonis aeternam solitudinem flebo." Et porrecta dextera
meque Panthiae suae demonstrato: "At hic bonus" inquit "consiliator Aristomenes, qui fugae huius
auctor fuit et nunc morti proximus iam humi prostratus grabattulo subcubans iacet et haec omnia
conspicit, impune se laturum meas contumelias putat. Faxo eum sero, immo statim, immo vero iam
nunc, ut et praecedentis dicacitatis et instantis curiositatis paeniteat."
[13] Haec ego ut accepi, sudore frigido miser perfluo, tremore viscera quatior, ut grabattulus etiam
succussu meo inquietus super dorsum meum palpitando saltaret. At bona Panthia: "Quin igitur",
inquit "soror, hunc primum bacchatim discerpimus vel membris eius destinatis virilia desecamus?"
Ad haec Meroe - sic enim reapse nomen eius tunc fabulis Socratis convenire sentiebam -: "Immo"
ait "supersit hic saltem qui miselli huius corpus parvo contumulet humo," et capite Socratis in
alterum dimoto latus per iugulum sinistrum capulo tenus gladium totum ei demergit et sanguinis
eruptionem utriculo admoto excipit diligenter, ut nulla stilla compareret usquam. Haec ego meis
oculis aspexi. Nam etiam, ne quid demutaret, credo, a victimae religione, immissa dextera per
vulnus illud ad viscera penitus cor miseri contubernalis mei Meroe bona scrutata protulit, cum ille
impetu teli praesecata gula vocem immo stridorem incertum per vulnus effunderet et spiritum
rebulliret. Quod vulnus, qua maxime patebat, spongia offulciens Panthia: "Heus tu" inquit "spongia,
cave in mari nata per fluvium transeas." His editis abeunt <et una> remoto grabattulo varicus super
faciem meam residentes vesicam exonerant, quoad me urinae spurcissimae madore perluerent.
[14] Commodum limen evaserant, et fores ad pristinum statum integrae resurgunt: cardines ad
foramina residunt, <ad> postes [ad] repagula redeunt, ad claustra pessuli recurrunt. At ego, ut eram,
etiam nunc humi proiectus inanimis nudus et frigidus et lotio perlutus, quasi recens utero matris
editus, immo vero semimortuus, verum etiam ipse mihi supervivens et postumus vel certe destinatae
iam cruci candidatus : "Quid" inquam "me fiet, ubi iste iugulatus mane paruerit? Cui videbor veri
similia dicere proferens vera? "Proclamares saltem suppetiatum, si resistere vir tantus mulieri
nequibas. Sub oculis tuis homo iugulatur, et siles? Cur autem te simile latrocinium non peremit?
Cur saeva crudelitas vel propter indicium sceleris arbitro pepercit? Ergo, quoniam evasisti mortem,
nunc illo redi." Haec identidem mecum replicabam, et nox ibat in diem. Optimum itaque factu
visum est anteluculo furtim evadere et viam licet trepido vestigio capessere. Sumo sarcinulam
meam, subdita clavi pessulos reduco; at illae probae et fideles ianuae, quae sua sponte reseratae
nocte fuerant, vix tandem et aegerrime tunc clavis suae crebra immissione patefiunt.
[15] Et "Heus tu, ubi es?" inquam; "valvas stabuli absolve, antelucio volo ire." Ianitor pone stabuli
ostium humi cubitans etiam nunc semisomnus: "Quid? Tu" inquit "ignoras latronibus infestari vias,
qui hoc noctis iter incipis? Nam etsi tu alicuius facinoris tibi conscius scilicet mori cupis, nos
cucurbitae caput non habemus ut pro te moriamur." "Non longe" inquam "lux abest. Et praeterea
quid viatori de summa pauperie latrones auferre possunt? An ignoras, inepte, nudum nec a decem
palaestritis despoliari posse?" Ad haec ille marcidus et semisopitus in laterum latus revolutus:
"Unde autem" inquit "scio an convectore illo tuo, cum quo sero devorteras, iugulato fugae mandes
praesidium?" Illud horae memini me terra dehiscente ima Tartara inque his canem Cerberum
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prorsus esurientem mei prospexisse. Ac recordabar profecto bonam Meroen non misericordia iugulo
meo pepercisse, sed saevitia cruci me reservasse.
[16] In cubiculum itaque reversus de genere tumultuario mortis mecum deliberabam. Sed cum
nullum alium telum mortiferum Fortuna quam solum mihi grabattulum subministraret, "Iam iam
grabattule" inquam "animo meo carissime, qui mecum tot aerumnas exantlasti conscius et arbiter
quae nocte gesta sunt, quem solum in meo reatu testem innocentiae citare possum, tu mihi ad
inferos festinanti sumministra telum salutare," et cum dicto restim, qua erat intextus, adgredior
expedire ac tigillo, quod fenestrae subditum altrinsecus prominebat, iniecta atque obdita parte
funiculi et altera firmiter in nodum coacta ascenso grabattulo ad exitium sublimatus et immisso
capite laqueum induo. Sed dum pede altero fulcimentum quo sustinebar repello, ut ponderis deductu
restis ad ingluviem adstricta spiritus officia discluderet, repente putris alioquin et vetus funis
dirumpitur, atque ego de alto recidens Socraten - nam iuxta me iacebat - superruo cumque eo in
terram devolvor.
[17] Et ecce in ipso momento ianitor introrumpit exserte clamitans: "Ubi es tu qui alta nocte
festinabas et nunc stertis involutus?" Ad haec nescio an casu nostro an illius absono clamore
experrectus Socrates exsurgit prior et "Non" inquit "inmerito stabularios hos omnes hospites
detestantur. Nam iste curiosus dum inportune irrumpit credo studio rapiendi aliquid clamore
vasto marcidum alioquin me altissimo somno excussit." Emergo laetus atque alacer insperato
gaudio perfusus et: "Ecce, ianitor fidelissime, comes [et pater meus] et frater meus, quem nocte
ebrius occisum a me calumniabaris", et cum dicto Socraten deosculabar amplexus. At ille, odore
alioquin spurcissimi humoris percussus quo me Lamiae illae infecerant, vehementer aspernatur:
"Apage te" inquit "fetorem extremae latrinae", et causas coepit huius odoris comiter inquirere. At
ego miser adficto ex tempore absurdo ioco in alium sermonem intentionem eius denuo derivo et
iniecta dextra: "Quin imus" inquam "et itineris matutini gratiam capimus?" Sumo sarcinulam et
pretio mansionis stabulario persoluto capessimus viam.
[18] Aliquantum processeramus, et iam iubaris exortu cuncta conlustrantur. Et ego curiose sedulo
arbitrabar iugulum comitis, qua parte gladium delapsum videram, et mecum: "Vesane," aio "qui
poculis et vino sepultus extrema somniasti. Ecce Socrates integer sanus incolumis. Ubi vulnus?
Spongia <ubi>? Ubi postremo cicatrix tam alta, tam recens?" Et ad illum: "Non" inquam "immerito
medici fidi cibo et crapula distentos saeva et gravia somniare autumant: mihi denique, quod poculis
vesperi minus temperavi, nox acerba diras et truces imagines obtulit, ut adhuc me credam cruore
humano aspersum atque impiatum." Ad haec ille subridens: "At tu" inquit "non sanguine sed lotio
perfusus es. Verum tamen et ipse per somnium iugulari visus sum mihi, nam et iugulum istum dolui
et cor ipsum mihi avelli putavi, et nunc etiam spiritu deficior et genua quatior et gradu titubo et
aliquid cibatus refovendo spiritu desidero." "En" inquam "paratum tibi adest ientaculum", et cum
dicto manticam meam humero exuo, caseum cum pane propere ei porrigo, et "Iuxta platanum istam
residamus" aio.
[19] Quo facto et ipse aliquid indidem sumo eumque avide essitantem aspiciens aliquanto intentiore
macie atque pallore buxeo deficientem video. Sic denique eum vitalis color turbaverat ut mihi prae
metu, nocturnas etiam Furias illas imaginanti, frustulum panis quod primum sumpseram quamvis
admodum modicum mediis faucibus inhaereret ac neque deorsum demeare neque sursum remeare
posset. Nam et brevitas ipsa commeantium metum mihi cumulabat. Quis enim de duobus comitum
alterum sine alterius noxa peremptum crederet? Verum ille, ut satis detruncaverat cibum, sitire
inpatienter coeperat; nam et optimi casei bonam partem avide devoraverat, et haud ita longe radices
platani lenis fluvius in speciem placidae paludis ignavus ibat argento vel vitro aemulus in colorem.
"En" inquam "explere latice fontis lacteo." Adsurgit et oppertus paululum pleniorem ripae
marginem complicitus in genua adpronat se avidus adfectans poculum. Necdum satis extremis labiis
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summum aquae rorem attigerat, et iugulo eius vulnus dehiscit in profundum patorem et illa spongia
de eo repente devolvitur eamque parvus admodum comitatur cruor. Denique corpus exanimatum in
flumen paene cernuat, nisi ego altero eius pede retento vix et aegre ad ripam superiorem adtraxi, ubi
defletum pro tempore comitem misellum arenosa humo in amnis vicinia sempiterna contexi. Ipse
trepidus et eximie metuens mihi per diversas et avias solitudines aufugi et quasi conscius mihi
caedis humanae relicta patria et lare ultroneum exilium amplexus nunc Aetoliam novo contracto
matrimonio colo."
[20] Haec Aristomenes. At ille comes eius, qui statim initio obstinata incredulitate sermonem eius
respuebat: "Nihil" inquit "hac fabula fabulosius, nihil isto mendacio absurdius", et ad me conversus:
"Tu autem" inquit "vir ut habitus et habitudo demonstrat ornatus accedis huic fabulae?" "Ego vero"
inquam "nihil impossibile arbitror, sed utcumque fata decreverint ita cuncta mortalibus provenire:
nam et mihi et tibi et cunctis hominibus multa usu venire mira et paene infecta, quae tamen ignaro
relata fidem perdant. Sed ego huic et credo hercules et gratas gratias memini, quod lepidae fabulae
festivitate nos avocavit, asperam denique ac prolixam viam sine labore ac taedio evasi. Quod
beneficium etiam illum vectorem meum credo laetari, sine fatigatione sui me usque ad istam
civitatis portam non dorso illius sed meis auribus pervecto."
[21] Is finis nobis et sermonis et itineris communis fuit. Nam comites uterque ad villulam proximam
laevorsum abierunt. Ego vero quod primum ingressui stabulum conspicatus sum accessi et de
quadam anu caupona ilico percontor: "Estne" inquam "Hypata haec civitas?" Adnuit. "Nostine
Milonem quendam e primoribus?" Adrisit et: "Vere" inquit "primus istic perhibetur Milo, qui extra
pomerium et urbem totam colit." "Remoto" inquam "ioco, parens optima, dic oro et cuiatis sit et
quibus deversetur aedibus". "Videsne" inquit "extremas fenestras, quae foris urbem prospiciunt, et
altrinsecus fores proxumum respicientes angiportum? Inibi iste Milo deversatur ampliter nummatus
et longe opulentus verum extremae avaritiae et sordis infimae infamis homo, foenus denique
copiosum sub arrabone auri et argenti crebriter exercens, exiguo Lare inclusus et aerugini semper
intentus, cum uxorem etiam calamitatis suae comitem habeat. Neque praeter unicam pascit
ancillulam et habitu mendicantis semper incedit."
[22] Ad haec ego risum subicio: "Benigne" inquam "et prospicue Demeas meus in me consuluit, qui
peregrinaturum tali viro conciliavit, in cuius hospitio nec fumi nec nidoris nebulam vererer"; et cum
dicto modico secus progressus ostium accedo et ianuam firmiter oppessulatam pulsare vocaliter
incipio. Tandem adulescentula quaedam procedens: "Heus tu" inquit "qui tam fortiter fores
verberasti, sub qua specie mutari cupis? An tu solus ignoras praeter aurum argentumque nullum nos
pignus admittere?" "Meliora" inquam "ominare et potius responde an intra aedes erum tuum
offenderim." "Plane," inquit "sed quae causa quaestionis huius?" "Litteras ei a Corinthio Demea
scriptas ad eum reddo." "Dum annuntio," inquit "hic ibidem me opperimino", et cum dicto rursum
foribus oppessulatis intro capessit. Modico deinde regressa patefactis aedibus: "Rogat te" inquit.
Intuli me eumque accumbentem exiguo admodum grabattulo et commodum cenare incipientem
invenio. Assidebat pedes uxor et mensa vacua posita, cuius monstratu: "En" inquit "hospitium."
"Bene" ego, et ilico ei litteras Demeae trado. Quibus properiter lectis: "Amo" inquit "meum
Demeam qui mihi tantum conciliavit hospitem".
[23] Et cum dicto iubet uxorem decedere utque in eius locum adsistam iubet meque etiam nunc
verecundia cunctantem adrepta lacinia detrahens: "Adside" inquit "istic. Nam prae metu latronum
nulla sessibula ac ne sufficientem supellectilem parare nobis licet." Feci. Et sic: "Ego te" inquit
"etiam de ista corporis speciosa habitudine deque hac virginali prorsus verecundia generosa stirpe
proditum et recte conicerem. Sed et meus Demeas eadem litteris pronuntiat. Ergo brevitatem
gurgustioli nostri ne spernas peto. Erit tibi adiacens [et] ecce illud cubiculum honestum
receptaculum. Fac libenter deverseris in nostro. Nam et maiorem domum dignatione tua feceris et
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tibi specimen gloriosum adrogaris, si contentus lare parvulo Thesei illius cognominis patris tui
virtutes aemulaveris, qui non est aspernatus Hecales anus hospitium tenue", et vocata ancillula:
"Photis" inquit "sarcinulas hospitis susceptas cum fide conde in illud cubiculum ac simul ex
promptuario oleum unctui et lintea tersui et cetera hoc eidem usui profer ociter et hospitem meum
produc ad proximas balneas; satis arduo itinere atque prolixo fatigatus est."
[24] His ego auditis mores atque parsimoniam ratiocinans Milonis volensque me artius ei
conciliare: "Nihil" inquam "rerum istarum, quae itineris ubique nos comitantur, indigemus. Sed et
balneas facile percontabimur. Plane, quod est mihi summe praecipuum, equo, qui me strenue
pervexit, faenum atque ordeum acceptis istis nummulis tu, Photis, emito." His actis et rebus meis in
illo cubiculo conditis pergens ipse ad balneas, ut prius aliquid nobis cibatui prospicerem, forum
cupidinis peto, inque eo piscatum opiparem expositum video et percontato pretio, quod centum
nummis indicaret, aspernatus viginti denariis praestinavi. Inde me commodum egredientem
continatur Pythias condiscipulus apud Athenas Atticas meus, qui me post aliquantum multum
temporis amanter agnitum invadit, amplexusque ac comiter deosculatus: "Mi Luci," ait "sat pol diu
est quod intervisimus te, at hercules exinde cum a Clytio magistro digressi sumus. Quae autem tibi
causa peregrinationis huius?" "Crastino die scies," inquam. "Sed quid istud? Voti gaudeo. Nam et
lixas et virgas et habitum prorsus magistratui congruentem in te video." "Annonam curamus" ait "et
aedilem gerimus et siquid obsonare cupis utique commodabimus." Abnuebam, quippe qui iam
cenae affatim piscatum prospexeramus. Sed enim Pythias visa sportula succussisque in aspectum
planiorem piscibus: "At has quisquilias quanti parasti?" "Vix" inquam "piscatori extorsimus
accipere viginti denarium."
[25] Quo audito statim adrepta dextera postliminio me in forum cupidinis reducens: "Et a quo"
inquit "istorum nugamenta haec comparasti?" Demonstro seniculum: in angulo sedebat. Quem
confestim pro aedilitatis imperio voce asperrima increpans: "Iam iam" inquit "nec amicis quidem
nostris vel omnino ullis hospitibus parcitis, quod tam magnis pretiis pisces frivolos indicatis et
florem Thessalicae regionis ad instar solitudinis et scopuli edulium caritate deducitis? Sed non
impune. Iam enim faxo scias quem ad modum sub meo magisterio mali debeant coerceri", et
profusa in medium sportula iubet officialem suum insuper pisces inscendere ac pedibus suis totos
obterere. Qua contentus morum severitudine meus Pythias ac mihi ut abirem suadens: "Sufficit
mihi, o Luci," inquit "seniculi tanta haec contumelia." His actis consternatus ac prorsus obstupidus
ad balneas me refero, prudentis condiscipuli valido consilio et nummis simul privatus et cena,
lautusque ad hospitium Milonis ac dehinc cubiculum me reporto.
[26] Et ecce Photis ancilla: "Rogat te" inquit "hospes." At ego iam inde Milonis abstinentiae
cognitor excusavi comiter, quod viae vexationem non cibo sed somno censerem diluendam. Isto
accepto pergit ipse et iniecta dextera clementer me trahere adoritur. Ac dum cunctor, dum moleste
renitor: "Non prius" inquit "discedam quam me sequaris", et dictum iure iurando secutus iam
obstinationi suae me ingratiis oboedientem perducit ad illum suum grabattulum et residenti: "Quam
salve agit" inquit "Demeas noster? Quid uxor? Quid liberi? Quid vernaculi?" Narro singula.
Percontatur accuratius causas etiam peregrinationis meae. Quas ubi probe protuli, iam et de patria
nostra et eius primoribus ac denique de ipso praeside scrupulosissime explorans, ubi me post itineris
tam saevi vexationem sensit fabularum quoque serie fatigatum in verba media somnolentum
desinere ac nequicquam, defectum iam, incerta verborum salebra balbuttire, tandem patitur cubitum
concederem. Evasi aliquando rancidi senis loquax et famelicum convivium somno non cibo
gravatus, cenatus solis fabulis, et in cubiculum reversus optatae me quieti reddidi.

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APVLEI METAMORPHOSEON LIBER II


[1] Ut primum nocte discussa sol novus diem fecit, et somno simul emersus et lectulo, anxius
alioquin et nimis cupidus cognoscendi quae rara miraque sunt, reputansque me media Thessaliae
loca tenere qua artis magicae nativa cantamina totius orbis consono orbe celebrentur fabulamque
illam optimi comitis Aristomenis de situ civitatis huius exortam, suspensus alioquin et voto simul et
studio, curiose singula considerabam. Nec fuit in illa civitate quod aspiciens id esse crederem quod
esset, sed omnia prorsus ferali murmure in aliam effigiem translata, ut et lapides quos offenderem
de homine duratos et aves quas audirem indidem plumatas et arbores quae pomerium ambirent
similiter foliatas et fontanos latices de corporibus humanis fluxos crederem; iam statuas et imagines
incessuras, parietes locuturos, boves et id genus pecua dicturas praesagium, de ipso vero caelo et
iubaris orbe subito venturum oraculum.
[2] Sic attonitus, immo vero cruciabili desiderio stupidus, nullo quidem initio vel omnino vestigio
cupidinis meae reperto cuncta circumibam tamen. Dum in luxum nepotalem similis ostiatim singula
pererro, repente me nescius forum cupidinis intuli, et ecce mulierem quampiam frequenti stipatam
famulitione ibidem gradientem adcelerato vestigio comprehendo; aurum in gemmis et in tunicis, ibi
inflexum, hic intextum, matronam profecto confitebatur. Huius adhaerebat lateri senex iam gravis in
annis, qui ut primum me conspexit: "Est," inquit "hercules, est Lucius", et offert osculum et statim
incertum quidnam in aurem mulieris obganniit; "Quin" inquit "etiam ipse parentem tuam accedis et
salutas?" "Vereor" inquam "ignotae mihi feminae" et statim rubore suffusus deiecto capite restiti. At
illa optutum in me conversa: "En" inquit "sanctissimae Salvae matris generosa probitas, sed et
cetera corporis exsecrabiliter ad [regulam qua diligenter aliquid adfingunt] <amus>sim congruentia:
inenormis proceritas, suculenta gracilitas, rubor temperatus, flavum et inadfectatum capillitium,
oculi caesii quidem, sed vigiles et in aspectu micantes, prorsus aquilini, os quoquoversum floridum,
speciosus et immeditatus incessus."
[3] Et adiecit: "Ego te, o Luci, meis istis manibus educavi, quidni? parentis tuae non modo
sanguinis, verum alimoniarum etiam socia. Nam et familia Plutarchi ambae prognatae sumus et
eandem nutricem simul bibimus et in nexu germanitatis una coalvimus. Nec aliud nos quam
dignitas discernit, quod illa clarissimas ego privatas nuptias fecerimus. Ego sum Byrrhena illa, cuius
forte saepicule nomen inter tuos educatores frequentatum retines. Accede itaque hospitium fiducia,
immo vero iam tuum proprium larem." Ad haec ego, iam sermonis ipsius mora rubore digesto:
"Absit," inquam parens, ut Milonem hospitem sine ulla querela deseram; sed plane, quod officiis
integris potest effici, curabo sedulo. Quotiens itineris huius ratio nascetur, numquam erit ut non
apud te devertar." Dum hunc et huius modi sermonem altercamur, paucis admodum confectis
passibus ad domum Byrrhenae pervenimus.
[4] Atria longe pulcherrima columnis quadrifariam per singulos angulos stantibus attolerabant
statuas, palmaris deae facies, quae pinnis explicitis sine gressu pilae volubilis instabile vestigium
plantis roscidis delibantes nec ut maneant inhaerent et iam volare creduntur. Ecce lapis Parius in
Dianam factus tenet libratam totius loci medietatem, signum perfecte luculentum, veste reflatum,
procursu vegetum, introeuntibus obvium et maiestate numinis venerabile; canes utrimquesecus deae
latera muniunt, qui canes et ipsi lapis erant; his oculi minantur, aures rigent, nares hiant, ora
saeviunt, et sicunde de proximo latratus ingruerit, eum putabis de faucibus lapidis exire, et in quo
summum specimen operae fabrilis egregius ille signifex prodidit, sublatis canibus in pectus arduis
pedes imi resistunt, currunt priores. Pone tergum deae saxum insurgit in speluncae modum muscis
et herbis et foliis et virgultis et sicubi pampinis et arbusculis alibi de lapide florentibus. Splendet
intus umbra signi de nitore lapidis. Sub extrema saxi margine poma et uvae faberrime politae
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dependent, quas ars aemula naturae veritati similes explicuit. Putes ad cibum inde quaedam, cum
mustulentus autumnus maturum colorem adflaverit, posse decerpi, et si fontem, qui deae vestigio
discurrens in lenem vibratur undam, pronus aspexeris, credes illos ut rure pendentes racemos inter
cetera veritatis nec agitationis officio carere. Inter medias frondes lapidis Actaeon simulacrum
curioso optutu in deam [sum] proiectus iam in cervum ferinus et in saxo simul et in fronte loturam
Dianam opperiens visitur.
[5] Dum haec identidem rimabundus eximie delector, "Tua sunt" ait Byrrhena "cuncta quae vides",
et cum dicto ceteros omnes sermone secreto decedere praecipit. Quibus dispulsis omnibus: "Per
hanc" inquit, "deam, o Luci carissime, ut anxie tibi metuo et ut pote pignori meo longe provisum
cupio, cave tibi, sed cave fortiter a malis artibus et facinorosis illecebris Pamphiles illius, quae cum
Milone isto, quem dicis hospitem, nupta est. Maga primi nominis et omnis carminis sepulcralis
magistra creditur, quae surculis et lapillis et id genus frivolis inhalatis omnem istam lucem mundi
sideralis imis Tartari et in vetustum chaos submergere novit. Nam simul quemque conspexerit
speciosae formae iuvenem, venustate eius sumitur et ilico in eum et oculum et animum detorquet.
Serit blanditias, invadit spiritum, amoris profundi pedicis aeternis alligat. Tunc minus morigeros et
vilis fastidio in saxa et in pecua et quodvis animal puncto reformat, alios vero prorsus extinguit.
Haec tibi trepido et cavenda censeo. Nam et illa uritur perpetuum et tu per aetatem et
pulchritudinem capax eius es." Haec mecum Byrrhena satis anxia.
[6] At ego curiosus alioquin, ut primum artis magicae semper optatum nomen audivi, tantum a
cautela Pamphiles afui ut etiam ultro gestirem tali magisterio me volens ampla cum mercede tradere
et prorsus in ipsum barathrum saltu concito praecipitare. Festinus denique et vecors animi manu
eius velut catena quadam memet expedio et "Salve" propere addito ad Milonis hospitium perniciter
evolo. Ac dum amenti similis celero vestigium, "Age," inquam, "o Luci, evigila et tecum esto.
Habes exoptatam occasionem, et voto diutino poteris fabulis miris explere pectus. Aufer formidines
pueriles, comminus cum re ipsa naviter congredere, et a nexu quidem venerio hospitis tuae tempera
et probi Milonis genialem torum religiosus suspice, verum enimvero Photis famula petatur enixe.
Nam et forma scitula et moribus ludicra et prorsus argutula est. Vesperi quoque cum somno
concederes, et in cubiculo te deduxit comiter et blande lectulo collocavit et satis amanter cooperuit
et osculato tuo capite quam invita discederet vultu prodidit, denique saepe retrorsa respiciens
substitit. Quod bonum felix et faustum itaque, licet salutare non erit, Photis illa temptetur."
[7] Haec mecum ipse disputans fores Milonis accedo et, quod aiunt, pedibus in sententiam meam
vado. Nec tamen domi Milonem vel uxorem eius offendo, sed tantum caram meam Photidem: suis
parabat isicium fartim concisum et pulpam frustatim consectam ambacupascuae iurulenta et quod
naribus iam inde ariolabar, tuccetum perquam sapidissimum. Ipsa linea tunica mundule amicta et
russea fasceola praenitente altiuscule sub ipsas papillas succinctula illud cibarium vasculum floridis
palmulis rotabat in circulum, et in orbis flexibus crebra succutiens et simul membra sua leniter
inlubricans, lumbis sensim vibrantibus, spinam mobilem quatiens placide decenter undabat. Isto
aspectu defixus obstupui et mirabundus steti, steterunt et membra quae iacebant ante. Et tandem ad
illam: "Quam pulchre quamque festive," inquam "Photis mea, ollulam istam cum natibus intorques!
Quam mellitum pulmentum apparas! Felix et <certo> certius beatus cui permiseris illuc digitum
intingere." Tunc illa lepida alioquin et dicacula puella: "Discede," inquit "miselle, quam procul a
meo foculo, discede. Nam si te vel modice meus igniculus afflaverit, ureris intime nec ullus
extinguet ardorem tuum nisi ego, quae dulce condiens et ollam et lectulum suave quatere novi."
[8] Haec dicens in me respexit et risit. Nec tamen ego prius inde discessi quam diligenter omnem
eius explorassem habitudinem. Vel quid ego de ceteris aio, cum semper mihi unica cura fuerit caput
capillumque sedulo et puplice prius intueri et domi postea perfrui sitque iudicii huius apud me certa
et statuta ratio, vel <quod..> vel quod praecipua pars ista corporis in aperto et in perspicuo posita
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prima nostris luminibus occurrit et quod in ceteris membris floridae vestis hilaris color, hoc in
capite nitor nativus operatur; denique pleraeque indolem gratiamque suam probaturae lacinias
omnes exuunt, amicula dimovent, nudam pulchritudinem suam praebere se gestiunt magis de cutis
roseo rubore quam de vestis aureo colore placiturae. At vero quod nefas dicere, nec quod sit
ullum huius rei tam dirum exemplum! si cuiuslibet eximiae pulcherrimaeque feminae caput
capillo spoliaveris et faciem nativa specie nudaveris, licet illa caelo deiecta, mari edita, fluctibus
educata, licet inquam ipsa Venus fuerit, licet omni Gratiarum choro stipata et toto Cupidinum
populo comitata et balteo suo cincta, cinnama flagrans et balsama rorans, calva processerit, placere
non poterit nec Vulcano suo.
[9] Quid cum capillis color gratus et nitor splendidus inlucet et contra solis aciem vegetus fulgurat
vel placidus renitet aut in contrariam gratiam variat aspectum et nunc aurum coruscans in lenem
mellis deprimitur umbram, nunc corvina nigredine caerulus columbarum colli flosculos aemulatur,
vel cum guttis Arabicis obunctus et pectinis arguti dente tenui discriminatus et pone versum coactus
amatoris oculis occurrens ad instar speculi reddit imaginem gratiorem? Quid cum frequenti subole
spissus cumulat verticem vel prolixa serie porrectus dorsa permanat? Tanta denique est capillamenti
dignitas ut quamvis auro veste gemmis omnique cetero mundo exornata mulier incedat, tamen, nisi
capillum distinxerit, ornata non possit audire. Sed in mea Photide non operosus sed inordinatus
ornatus addebat gratiam. Uberes enim crines leniter remissos et cervice dependulos ac dein per colla
dispositos sensimque sinuatos patagio residentes paulisper ad finem conglobatos in summum
verticem nodus adstrinxerat.
[10] Nec diutius quivi tantum cruciatum voluptatis eximiae sustinere, sed pronus in eam, qua fine
summum cacumen capillus ascendit, mellitissimum illum savium impressi. Tum illa cervicem
intorsit et ad me conversa limis et morsicantibus oculis: "Heus ut, scolastice," ait "dulce et amarum
gustulum carpis. Cave ne nimia mellis dulcedinem diutinam bilis amaritudinem contrahas." "Quid
istic" inquam "est, mea festivitas, cum sim paratus vel uno saviolo interim recreatus super istum
ignem porrectus assari" et cum dicto artius eam complexus coepi saviari. Iamque aemula libidine in
amoris parilitatem congermanescenti mecum, iam patentis oris inhalatu cinnameo et occursantis
linguae inlisu nectareo prona cupidine adlibescenti: "Pereo", inquam "immo iam dudum perii, nisi
tu propitiaris". Ad haec illa rursum me deosculato: "Bono animo esto," inquit "nam ego tibi mutua
voluntate mancipata sum, nec voluptas nostra differetur ulterius, sed prima face cubiculum tuum
adero. Abi ergo ac te compara, tota enim nocte tecum fortiter et ex animo proeliabor."
[11] His et talibus obgannitis sermonibus inter nos discessum est. Commodum meridies accesserat
et mittit mihi Byrrhena xeniola porcum opimum et quinque gallinulas et vini cadum in aetate
pretiosi. Tunc ego vocata Photide: "Ecce" inquam "Veneris hortator et armiger Liber advenit ultro.
Vinum istud hodie sorbamus omne, quod nobis restinguat pudoris ignaviam et alacrem vigorem
libidinis incutiat. Hac enim sitarchia navigium Veneris indiget sola, ut in nocte pervigili et oleo
lucerna et vino calix abundet." Diem ceterum lavacro ac dein cenae dedimus. Nam Milonis boni
concinnaticiam mensulam rogatus adcubueram, quam pote tutus ab uxoris eius aspectu, Byrrhenae
monitorum memor, et perinde in eius faciem oculos meos ac si in Avernum lacum formidans
deieceram. Sed adsidue respiciens praeministrantem Photidem inibi recreabar animi, cum ecce iam
vesperam lucernam intuens Pamphile: "Quam largus" inquit "imber aderit crastino" et percontanti
marito qui comperisset istud respondit sibi lucernam praedicere. Quod dictum ipsius Milo risu
secutus: "Grandem" inquit "istam lucernam Sibyllam pascimus, quae cuncta caeli negotia et solem
ipsum de specula candelabri contuetur."
[12] Ad haec ego subiciens: "Sunt" aio "prima huiusce divinationis experimenta; nec mirum, licet
modicum igniculum et manibus humanis laboratum, memorem tamen illius maioris et caelestis
ignis velut sui parentis, quid is sit editurus in aetheris vertice divino praesagio et ipsum scire et
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nobis enuntiare. Nam et Corinthi nunc apud nos passim Chaldaeus quidam hospes miris totam
civitatem responsis turbulentat et arcana fatorum stipibus emerendis edicit in vulgum, qui dies
copulas nuptiarum adfirmet, qui fundamenta moenium perpetuet, qui negotiatori commodus, qui
viatori celebris, qui navigiis opportunus. Mihi denique proventum huius peregrinationis inquirenti
multa respondit et oppido mira et satis varia; nunc enim gloriam satis floridam, nunc historiam
magnam et incredundam fabulam et libros me futurum."
[13] Ad haec renidens Milo: "Qua" inquit "corporis habitudine praeditus quove nomine nuncupatus
hic iste Chaldaeus est?" "Procerus" inquam "et suffusculus, Diophanes nomine." "Ipse est" ait "nec
ullus alius. Nam et hic apud nos multa multis similiter effatus non parvas stipes, immo vero
mercedes opimas iam consecutus fortunae scaevam an saevam verius dixerim miser incidit. Nam
die quadam cum frequentis populi circulo conseptus coronae circumstantium fata donaret, Cerdo
quidam nomine negotiator accessit eum, diem commodum peregrinationi cupiens. Quem cum
electum destinasset ille, iam deposita crumina, iam profusis nummulis, iam dinumeratis centum
denarium quos mercedem divinationis auferret, ecce quidam de nobilibus adulescentulus a tergo
adrepens eum lacinia prehendit et conversum amplexus exosculatur artissime. At ille ubi primum
consaviatus eum iuxtim se ut adsidat effecit, [attonitus] et repentinae visionis stupore <attonitus> et
praesentis negotii quod gerebat oblitus infit ad eum: "Quam olim equidem exoptatus nobis
advenis?". Respondit ad haec ille alius: "Commodum vespera oriente. Sed vicissim tu quoque,
frater, mihi memora quem ad modum exinde ut de Euboea insula festinus enavigasti et maris et viae
confeceris iter."
[14] Ad haec Diophanes ille Chaldaeus egregius mente viduus necdum suus: "Hostes" inquit "et
omnes inimici nostri tam diram, immo vero Ulixeam peregrinationem incidant. Nam et navis ipsa
<qua> vehebamur variis turbinibus procellarum quassata utroque regimine amisso aegre ad
ulterioris ripae marginem detrusa praeceps demersa est et nos omnibus amissis vix enatavimus.
Quodcumque vel ignotorum miseratione vel amicorum benivolentia contraximus, id omne
latrocinalis invasit manus, quorum audaciae repugnans etiam Arignotus unicus frater meus sub istis
oculis miser iugulatus est." Haec eo adhuc narrante maesto Cerdo ille negotiator correptis nummulis
suis, quod divinationis mercedi destinaverat, protinus aufugit. Ac dehinc tunc demum Diophanes
expergitus sensit imprudentiae suae labem, cum etiam nos omnis circumsecus adstantes in clarum
cachinnum videret effusos. Sed tibi plane, Luci domine, soli omnium Chaldaeus ille vera dixerit,
sisque felix et iter dexterum porrigas."
[15] Haec Milone diutine sermocinante tacitus ingemescebam mihique non mediocriter
suscensebam quod ultro inducta serie inopportunarum fabularum partem bonam vesperae eiusque
gratissimum fructum amitterem. Et tandem denique devorato pudore ad Milonem aio: "Ferat suam
Diophanes ille fortunam et spolia populorum rursum conferat mari pariter ac terrae; mihi vero
fatigationis hesternae etiam nunc saucio da veniam maturius concedam cubitum"; et cum dicto
facesso et cubiculum meum contendo atque illic deprehendo epularum dispositiones satis
concinnas. Nam et pueris extra limen, credo ut arbitrio nocturni gannitus ablegarentur, humi quam
procul distratum fuerat et grabattulum meum adstitit mensula cenae totius honestas reliquias
tolerans et calices boni iam infuso latice semipleni solam temperiem sustinentes et lagoena iuxta
orificio caesim deasceato patescens facilis hauritu, prorsus gladiatoriae Veneris antecenia.
[16] Commodum cubueram, et ecce Photis mea, iam domina cubitum reddita, laeta proximat rosa
serta et rosa soluta in sinu tuberante. Ac me pressim deosculato et corollis revincto ac flore
persperso adripit poculum ac desuper aqua calida iniecta porrigit bibam, idque modico prius quam
totum exsorberem clementer invadit ac relictum paullulatim labellis minuens meque respiciens
sorbillat dulciter. Sequens et tertium inter nos vicissim et frequens alternat poculum, cum ego iam
vino madens nec animo tantum verum etiam corpore ipso ad libidinem inquies alioquin et petulans
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et iam saucius, paulisper inguinum fine lacinia remota inpatientiam veneris Photidi meae
monstrans: "Miserere" inquam "et subveni maturius. Nam, ut vides, proelio quod nobis sine fetiali
officio indixeras iam proximante vehementer intentus, ubi primam sagittam saevi Cupidinis in ima
praecordia mea delapsam excepi, arcum meum et ipse vigorate tetendi et oppido formido ne nervus
rigoris nimietate rumpatur. Sed ut mihi morem plenius gesseris, in effusum laxa crinem et capillo
fluente undanter ede complexus amabiles."
[17] Nec mora, cum omnibus illis cibariis vasculis raptim remotis laciniis cunctis suis renudata
crinibusque dissolutis ad hilarem lasciviam in speciem Veneris quae marinos fluctus subit pulchre
reformata, paulisper etiam glabellum feminal rosea palmula potius obumbrans de industria quam
tegens verecundia: "Proeliare" inquit "et fortiter proeliare, nec enim tibi cedam nec terga vortam;
comminus in aspectum, si vir es, derige et grassare naviter et occide moriturus. Hodierna pugna non
habet missionem." Haec simul dicens inscenso grabattulo super me sensim residens ac crebra
subsiliens lubricisque gestibus mobilem spinam quatiens pendulae Veneris fructu me satiavit, usque
dum lassis animis et marcidis artibus defetigati simul ambo corruimus inter mutuos amplexus
animas anhelantes.His et huius modi conluctationibus ad confinia lucis usque pervigiles egimus
poculis interdum lassitudinem refoventes et libidinem incitantes et voluptatem integrantes. Ad cuius
noctis exemplar similes adstruximus alias plusculas.
[18] Forte quadam die de me magno opere Byrrhena contendit, apud eam cenulae interessem, et
cum impendio excusarem, negavit veniam. Ergo igitur Photis erat adeunda deque nutu eius
consilium velut auspicium petendum. Quae quamquam invita quod a se ungue latius digrederer,
tamen comiter amatoriae militiae breve commeatum indulsit. Sed "Heus tu," inquit "cave regrediare
cena maturius. Nam vesana factio nobilissimorum iuvenum pacem publicam infestat; passim
trucidatos per medias plateas videbis iacere, nec praesidis auxilia longinqua levare civitatem tanta
clade possunt. Tibi vero fortunae splendor insidias, contemptus etiam peregrinationis poterit
adferre." "Fac sine cura" inquam "sis, Photis mea. Nam praeter quod epulis alienis voluptates meas
anteferrem, metum etiam istum tibi demam maturata regressione. Nec tamen incomitatus ibo. Nam
gladiolo solito cinctus altrinsecus ipse salutis meae praesidia gestabo." Sic paratus cenae me
committo.
[19] Frequens ibi numerus epulonum et utpote apud primatem feminam flos ipse civitatis.
<Mens>ae opipares citro et ebore nitentes, lecti aureis vestibus intecti, ampli calices variae quidem
gratiae sed pretiositatis unius. Hic vitrum fabre sigillatum, ibi crustallum inpunctum, argentum alibi
clarum et aurum fulgurans et sucinum mire cavatum et lapides ut binas et quicquid fieri non potest
ibi est. Diribitores plusculi splendide amicti fercula copiosa scitule subministrare, pueri calamistrati
pulchre indusiati gemmas formatas in pocula vini vetusti frequenter offerre. Iam inlatis luminibus
epularis sermo percrebuit, iam risus adfluens et ioci liberales et cavillus hinc inde. Tum infit ad me
Byrrhena: "Quam commode versaris in nostra patria? Quod sciam, templis et lavacris et ceteris
operibus longe cunctas civitates antecellimus, utensilium praeterea pollemus adfatim. Certe libertas
otiosa, et negotioso quidem advenae Romana frequentia, modesto vero hospiti quies villatica: omni
denique provinciae voluptati secessus sumus."
[20] Ad haec ego subiciens: "Vera memoras nec usquam gentium magis me liberum quam hic fuisse
credidi. Sed oppido formido caecas et inevitabiles latebras magicae disciplinae. Nam ne mortuorum
quidem sepulchra tuta dicuntur sed ex bustis et rogis reliquiae quaedam et cadaverum praesegmina
ad exitiabiles viventium fortunas petuntur, et cantatrices anus in ipso momento choragi funebris
praepeti celeritate alienam sepulturam antevortunt." His meis addidit alius: "Immo vero istic nec
viventibus quidem ullis parcitur. Et nescio qui simile passus ore undique omnifariam deformato
truncatus est." Inter haec convivium totum in licentiosos cachinnos effunditur omniumque ora et
optutus in unum quempiam angulo secubantem conferuntur. Qui cunctorum obstinatione confusus
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indigna murmurabundus cum vellet exsurgere, "Immo mi Thelyphron," Byrrhena inquit "et subsiste
paulisper et more tuae urbanitatis fabulam illam tuam remetire, ut et filius meus iste Lucius lepidi
sermonis tui perfruatur comitate." At ille: "Tu quidem, domina," ait "in officio manes sanctae tuae
bonitatis, sed ferenda non est quorundam insolentia." Sic ille commotus. Sed instantia Byrrhenae,
quae eum adiuratione suae salutis ingratis cogebant effari, perfecit ut vellet.
[21] Ac sic aggeratis in cumulum stragulis et effultus in cubitum suberectusque [in torum] porrigit
dexteram et ad instar oratorum conformat articulum duobusque infimis conclusis digitis ceteros
eminens [porrigens] et infesto pollice clementer subrigens infit Thelyphron: "Pupillus ego Mileto
profectus ad spectaculum Olympicum, cum haec etiam loca provinciae famigerabilis adire cuperem,
peragrata cuncta Thessalia fuscis avibus Larissam accessi. Ac dum singula pererrans tenuato
admodum viatico paupertati meae fomenta conquiro, conspicor medio foro procerum quendam
senem. Insistebat lapidem claraque voce praedicabat, siqui mortuum servare vellet, de pretio
liceretur. Et ad quempiam praetereuntium "Quid hoc" inquam "comperior? Hicine mortui solent
aufugere?" "Tace," respondit ille "nam oppido puer et satis peregrinus es meritoque ignoras
Thessaliae te consistere, ubi sagae mulieres ora mortuorum passim demorsicant, eaque sunt illis
artis magicae supplementa."
[22] Contra ego: "Et quae, tu" inquam "dic sodes, custodela ista feralis?" "Iam primum" respondit
ille "perpetem noctem eximie vigilandum est exsertis et inconivis oculis semper in cadaver intentis
nec acies usquam devertenda, immo ne obliquanda quidem, quippe cum deterrimae versipelles in
quodvis animal ore converso latenter adrepant, ut ipsos etiam oculos Solis et Iustitiae facile
frustrentur; nam et aves et rursum canes et mures immo vero etiam muscas induunt. Tunc diris
cantaminibus somno custodes obruunt. Nec satis quisquam definire poterit quantas latebras
nequissimae mulieres pro libidine sua comminiscuntur. Nec tamen huius tam exitiabilis operae
merces amplior quam quaterni vel seni ferme offeruntur aurei. Ehem, et quod paene praeterieram,
siqui non integrum corpus mane restituerit, quidquid inde decerptum deminutumque fuerit, id omne
de facie sua desecto sarcire compellitur."
[23] His cognitis animum meum conmasculo et ilico accedens praeconem: "Clamare" inquam "iam
deisne. Adest custos paratus, cedo praemium." "Mille" inquit "nummum deponentur tibi. Sed heus
iuvenis, cave diligenter principum civitatis filii cadaver a malis Harpyiis probe custodias."
"Ineptias" inquam "mihi narras et nugas meras. Vides hominem ferreum et insomnem, certe
perspicaciorem ipso Lynceo vel Argo et oculeum totum." Vix finieram, et ilico me perducit ad
domum quampiam, cuius ipsis foribus obseptis per quandam brevem posticulam intro vocat me et
conclave quoddam obseratis luminibus umbrosum <intrans> demonstrat matronam flebilem fusca
veste contectam, quam propter adsistens: "Hic" inquit "auctoratus ad custodiam mariti tui fidenter
accessit." At illa crinibus antependulis hinc inde dimotis etiam in maerore luculentam proferens
faciem meque respectans: "Vide oro" inquit "quam expergite munus obeas." "Sine cura sis", inquam
"modo corollarium idoneum compara."
[24] Sic placito consurrexit et ad alium me cubiculum inducit. Ibi corpus splendentibus linteis
coopertum introductis quibusdam septem testibus manu revelat et diutine insuper fleto obtestata
fidem praesentium singula demonstrat anxie, verba concepta de industria quodam tabulis
praenotante. "Ecce" inquit "nasus integer, incolumes oculi, salvae aures, inlibatae labiae, mentum
solidum. Vos in hanc rem, boni Quirites, testimonium perhibetote", et cum dicto consignatis illis
tabulis facessit. At ego: "Iube," inquam "domina, cuncta quae sunt usui necessaria nobis exhiberi."
"At quae" inquit "ista sunt?" "Lucerna" aio "praegrandis et oleum ad lucem luci sufficiens et calida
cum oenophoris et calice cenarumque reliquis discus ornatus." Tunc illa capite quassanti: "Abi,"
inquit "fatue, qui in domo funesta cenas et partes requiris, in qua totiugis iam diebus ne fumus
quidem visus est ullus. An istic comissatum te venisse credis? Quin sumis potius loco congruentes
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luctus et lacrimas?" Haec simul dicens respexit ancillulam et: "Myrrhine," inquit "lucernam et
oleum trade confestim et incluso custode cubiculo protinus facesse."
[25] Sic desolatus ad cadaveris solacium perfrictis oculis et obarmatis ad vigilias animum meum
permulcebam cantationibus, cum ecce crepusculum et nox provecta et nox altior et dein concubia
altiora et iam nox intempesta. Mihique oppido formido cumulatior quidem cum repente introrepens
mustela contra me constitit optutumque acerrimum in me destituit, ut tantillula animalis prae nimia
sui fiducia mihi turbarit animum. Denique sic ad illam: "Quin abis," inquam "inpurata bestia, teque
ad tui similes musculos recondis, antequam nostri vim praesentariam experiaris? Quin abis?" Terga
vortit et cubiculo protinus exterminatur. Nec mora, cum me somnus profundus in imum barathrum
repente demergit, ut ne deus quidem Delphicus ipse facile discerneret duobus nobis iacentibus quis
esset magis mortuus. Sic inanimis et indigens alio custode paene ibi non eram.
[26] Commodum noctis indutias cantus perstrepebat cristatae cohortis. Tandem expergitus et nimio
pavore perterritus cadaver accurro et admoto lumine revelataque eius facie rimabar singula, quae
cuncta convenerant; ecce uxor misella flens cum hesternis testibus introrumpit anxia et statim
corpori superruens multumque ac diu deosculata sub arbitrio luminis recognoscit omnia, et conversa
Philodespotum requirit actorem. Ei praecipit bono custodi redderet sine mora praemium, et oblato
statim: "Summas" inquit "tibi, iuvenis, gratias agimus et hercules ob sedulum istud ministerium
inter ceteros familiares dehinc numerabimus." Ad haec ego insperato lucro diffusus in gaudium et in
aureos refulgentes, quos identidem in manu mea ventilabam, attonitus: "Immo," inquam "domina,
de famulis tuis unum putato, et quotiens operam nostram desiderabis, fidenter impera." Vix effatum
me statim familiares omen nefarium exsecrati raptis cuiusque modi telis insecuntur; pugnis ille
malas offendere, scapulas alius cubitis inpingere, palmis infestis hic latera suffodere, calcibus
insultare, capillos distrahere, vestem discindere. Sic in modum superbi iuvenis Aoni vel Musici
vatis Piplei laceratus atque discerptus domo proturbor.
[27] Ac dum in proxima platea refovens animum infausti atque inprovidi sermonis mei sero
reminiscor dignumque me pluribus etiam verberibus fuisse merito consentio, ecce iam ultimum
defletus atque conclamatus processerat mortuus rituque patrio, utpote unus de optimatibus, pompa
funeris publici ductabatur per forum. Occurrit atratus quidam maestus in lacrimis genialem canitiem
revellens senex et manibus ambabus invadens torum voce contenta quidem sed adsiduis singultibus
impedita: "Per fidem vestram," inquit "Quirites, per pietatem publicam perempto civi subsistite et
extremum facinus in nefariam scelestamque istam feminam severiter vindicate. Haec enim nec ullus
alius miserum adulescentem, sororis meae filium, in adulteri gratiam et ob praedam hereditariam
extinxit veneno." Sic ille senior lamentabiles questus singultim instrepebat. Saevire vulgus interdum
et facti verisimilitudinem ad criminis credulitatem impelli. Conclamant ignem, requirunt saxa,
famulos ad exitium mulieris hortantur. Emeditatis ad haec illa fletibus quamque sanctissime poterat
adiurans cuncta numina tantum scelus abnuebat.
[28] Ergo igitur senex ille: "Veritatis arbitrium in divinam providentiam reponamus. Zatchlas adest
Aegyptius propheta primarius, qui mecum iam dudum grandi praemio pepigit reducere paulisper ab
inferis spiritum corpusque istud postliminio mortis animare", et cum dicto iuvenem quempiam
linteis amiculis iniectum pedesque palmeis baxeis inductum et adusque deraso capite producit in
medium. Huius diu manus deosculatus et ipsa genua contingens: "Miserere," ait "sacerdos, miserere
per caelestia sidera per inferna numina per naturalia elementa per nocturna silentia et adyta Coptica
et per incrementa Nilotica et arcana Memphitica et sistra Phariaca. Da brevem solis usuram et in
aeternum conditis oculis modicam lucem infunde. Non obnitimur <necessitati> nec terrae rem suam
denegamus, sed ad ultionis solacium exiguum vitae spatium deprecamur." Propheta sic propitiatus
herbulam quampiam ob os corporis et aliam pectori eius imponit. Tunc orientem obversus
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incrementa solis augusti tacitus imprecatus venerabilis scaenae facie studia praesentium ad
miraculum tantum certatim adrexit.
[29] Immitto me turbae socium et pone ipsum lectulum editiorem quendam lapidem insistens cuncta
curiosis oculis arbitrabar. Iam tumore pectus extolli, iam salebris vena pulsari, iam spiritu corpus
impleri; et adsurgit cadaver et profatur adulescens: "Quid, oro, me post Lethea pocula iam Stygiis
paludibus innatantem ad momentariae vitae reducitis officia? Desine iam, precor, desine ac me in
meam quietem permitte." Haec audita vox de corpore, sed aliquanto propheta commotior: "Quin
refers" ait "populo singula tuaeque mortis illuminas arcana? An non putas devotionibus meis posse
Diras invocari, posse tibi membra lassa torqueri?" Suscipit ille de lectulo et imo cum gemitu
populum sic adorat: "Malis novae nuptae peremptus artibus et addictus noxio poculo torum
tepentem adultero mancipavi." Tunc uxor egregia capit praesentem audaciam et mente sacrilega
coarguenti marito resistens altercat. Populus aestuat diversa tendentes, hi pessimam feminam
viventem statim cum corpore mariti sepeliendam, alii mendacio cadaveris fidem non habendam.
[30] Sed hanc cunctationem sequens adulescentis sermo distinxit; nam rursus altius ingemescens:
"Dabo," inquit "dabo vobis intemeratae veritatis documenta perlucida et quod prorsus alius nemo
cognoverit indicabo." Tunc digito me demonstrans: "Nam cum corporis mei custos hic sagacissimus
exsertam mihi teneret vigiliam, cantatrices anus exuviis meis inminentes atque ob id reformatae
frustra saepius cum industriam eius fallere nequivissent, postremum iniecta somni nebula eoque in
profundam quietem sepulto me nomine ciere non prius desierunt quam dum hebetes artus et
membra frigida pigris conatibus ad artis magicae nituntur obsequia. <At> hic utpote vivus quidem
sed tantum sopore mortuus, quod eodem mecum vocabulo nuncupatur, ad suum nomen ignarus
exsurgit, et in inanimis umbrae modum ultroneus gradiens, quamquam foribus cubiculi diligenter
obclusis, per quoddam foramen prosectis naso prius ac mox auribus vicariam pro me lanienam
sustinuit. Utque fallaciae reliqua convenirent, ceram in modum prosectarum formatam aurium ei
adplicant examussim nasoque ipsius similem comparant. Et nunc adsistit miser hic praemium non
industriae sed debilitationis consecutus." His dictis perterritus temptare formam adgredior. Iniecta
manu nasum prehendo: sequitur; aures pertracto: deruunt. Ac dum directis digitis et detortis nutibus
praesentium denotor, dum risus ebullit, inter pedes circumstantium frigido sudore defluens evado.
Nec postea debilis ac sic ridiculus Lari me patrio reddere potui, sed capillis hinc inde laterum
deiectis aurium vulnera celavi, nasi vero dedecus linteolo isto pressim adglutinato decenter obtexi."
[31] Cum primum Thelyphron hanc fabulam posuit, conpotores vino madidi rursum cachinnum
integrant. Dumque bibere solita Risui postulant, sic ad me Byrrhena: "Sollemnis" inquit "dies a
primis cunabulis huius urbis conditus crastinus advenit, quo die soli mortalium sanctissimum deum
Risum hilaro atque gaudiali ritu propitiamus. Hunc tua praesentia nobis efficies gratiorem. Atque
utinam aliquid de proprio lepore laetificum honorando deo comminiscaris, quo magis pleniusque
tanto numini litemus." "Bene" inquam "et fiet ut iubes. Et vellem hercules materiam reperire
aliquam quam deus tantus affluenter indueret." Post haec monitu famuli mei, qui noctis admonebat,
iam et ipse crapula distentus protinus exsurgo et appellata propere Byrrhena titubante vestigio
domuitionem capesso.
[32] Sed cum primam plateam vadimus, vento repentino lumen quo nitebamur extinguitur, ut vix
inprovidae noctis caligine liberati digitis pedum detunsis ob lapides hospitium defessi rediremus.
Dumque iam iunctim proximamus, ecce tres quidam vegetes et vastulis corporibus fores nostras ex
summis viribus inruentes ac ne praesentia quidem nostra tantillum conterriti sed magis cum
aemulatione virium crebrius insultantes, ut nobis ac mihi potissimum non immerito latrones esse et
quidem saevissimi viderentur. Statim denique gladium, quem veste mea contectum ad hos usus
extuleram, sinu liberatum adripio. Nec cunctatus medios latrones involo ac singulis, ut quemque
conluctantem offenderam, altissime demergo, quoad tandem ante ipsa vestigia mea vastis et crebris
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perforati vulneribus spiritus efflaverint. Sic proeliatus, iam tumultu eo Photide suscitata, patefactis
aedibus anhelans et sudore perlutus inrepo meque statim utpote pugna trium latronum in vicem
Geryoneae caedis fatigatum lecto simul et somno tradidi.

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER III


[1] Commodum poenicantibus phaleris Aurora roseum quatiens lacertum caelum inequitabat, et me
securae quieti revulsum nox diei reddidit. Aestus invadit animum vespertini recordatione facinoris;
complicitis denique pedibus ac palmulis in alternas digitorum vicissitudines super genua conexis sic
grabattum cossim insidens ubertim flebam, iam forum et iudicia, iam sententiam, ipsum denique
carnificem imaginabundus. "An mihi quisquam tam mitis tamque benivolus iudex obtinget, qui me
trinae caedis cruore perlitum et tot civium sanguine delibutum innocentem pronuntiare poterit?
Hanc illam mihi gloriosam peregrinationem fore Chaldaeus Diophanes obstinate praedicabat." Haec
identidem mecum replicans fortunas meas heiulabam. Quati fores interdum et frequenti clamore
ianuae nostrae perstrepi.
[2] Nec mora, cum magna inruptione patefactis aedibus magistratibus eorumque ministris et turbae
miscellaneae cuncta completa statimque lictores duo de iussu magistratuum immissa manu trahere
me sane non renitentem occipiunt. Ac dum primum angiportum insistimus, statim civitas omnis in
publicum effusa mira densitate nos insequitur. Et quamquam capite in terram immo ad ipsos inferos
iam deiecto maestus incederem, obliquato tamen aspectu rem admirationis maximae conspicio: nam
inter tot milia populi circum fluentis nemo prorsum qui non risu dirumperetur aderat. Tandem
pererratis plateis omnibus et in modum eorum quibus lustralibus piamentis minas portentorum
hostiis circumforaneis expiant circumductus angulatim forum eiusque tribunal adstituo. Iamque
sublimo suggestu magistratibus residentibus, iam praecone publico silentium clamante, repente
cuncti consona voce flagitant propter coetus multitudinem, quae pressurae nimia densitate
periclitaretur, iudicium tantum theatro redderetur. Nec mora, cum passim populus procurrens caveae
conseptum mira celeritate complevit; aditus etiam et tectum omne fartim stipaverant, plerique
columnis implexi, alii statuis dependuli, nonnulli per fenestras et lacunaria semiconspicui, miro
tamen omnes studio visendi pericula salutis neclegebant. Tunc me per proscaenium medium velut
quandam victimam publica ministeria producunt et orchestrae mediae sistunt.
[3] Sic rursum praeconis amplo boatu citatus accusator quidam senior exsurgit et ad dicendi spatium
vasculo quoidam in vicem coli graciliter fistulato ac per hoc guttatim defluo infusa aqua populum
sic adorat: "Neque parva res ac praecipue pacem civitatis cunctae respiciens et exemplo serio
profutura tractatur, Quirites sanctissimi. Quare magis congruit sedulo singulos atque universos vos
pro dignitate publica providere ne nefarius homicida tot caedium lanienam, quam cruenter exercuit,
inpune commiserit. Nec me putetis privatis simultatibus instinctum odio proprio saevire. Sum
namque custodiae nocturnae praefectus nec in hodiernum credo quemquam pervigilem diligentiam
meam culpare posse. Rem denique ipsam et quae nocte gesta sunt cum fide proferam. Nam cum
fere iam tertia vigilia scrupulosa diligentia cunctae civitatis ostiatim singula considerans
circumirem, conspicio istum crudelissimum iuvenem mucrone destricto passim caedibus operantem
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iamque tris numero saevitia eius interemptos ante pedes ipsius spirantibus adhuc corporibus in
multo sanguine palpitantes. Et ipse quidem conscientia tanti facinoris merito permotus statim
profugit et in domum quandam praesidio tenebrarum elapsus perpetem noctem delituit. Sed
providentia deum, quae nihil impunitum nocentibus permittit, priusquam iste clandestinis itineribus
elaberetur, mane praestolatus ad gravissimum iudicii vestri sacramentum eum curavi perducere.
Constanter itaque in hominem alienum ferte sententias de eo crimine quod etiam in vestrum civem
severiter vindicaretis."
[4] Sic profatus accusatos acerrimus immanem vocem repressit. Ac me statim praeco, si quid ad ea
respondere vellem, iubebat incipere. At ego nihil tunc temporis amplius quam flere poteram, non
tam hercules truculentam accusationem intuens quam meam miseram conscientiam. Sed tandem
oborta divinitus audacia sic ad illa: "Nec ipse ignoro quam sit arduum trinis civium corporibus
expositis eum qui caedis arguatur, quamvis vera dicat et de facto confiteatur ultro, tamen tantae
multitudini quod sit innocens persuadere. Sed si paulisper audientiam publica mihi tribuerit
humanitas, facile vos edocebo me discrimen capitis non meo merito sed rationabilis indignationis
eventu fortuito tantam criminis frustra sustinere.
[5] Nam cum a cena me serius aliquanto reciperem, potulentus alioquin, quod plane verum crimen
meum non diffitebor, ante ipsas fores hospitii ad bonum autem Milonem civem vestrum devorto
video quosdam saevissimos latrones aditum temptantes et domus ianuas cardinibus obtortis evellere
gestientes claustrisque omnibus, quae accuratissime adfixa fuerant, violenter evulsis secum iam de
inhabitantium exitio deliberantes. Unus denique et manu promptior et corpore vastior his adfatibus
et ceteros incitabat: "Heus pueri, quam maribus animis et viribus alacribus dormientes adgrediamur.
Omnis cunctatio ignavia omnis facessat e pectore; stricto mucrone per totam domum caedes
ambulet. Qui sopitus iacebit, trucidetur; qui repugnare temptaverit, feriatur. Sic salvi recedemus, si
salvum in domo neminem reliquerimus." Fateor, Quirites, extremos latrones boni civis officium
arbitratus, simul et eximie metuens et hospitibus meis et mihi gladiolo, qui me propter huius modi
pericula comitabatur, armatus fugare atque proterrere eos adgressus sum. At illi barbari prorsus et
immanes homines neque fugam capessunt et, cum me vident in ferro, tamen audaciter resistunt.
[6] Dirigitur proeliaris acies. Ipse denique dux et signifer ceterorum validis me viribus adgressus
ilico manibus ambabus capillo adreptum ac retro reflexum effligere lapide gestit. Quem dum sibi
porrigi flagitat, certa manu percussum feliciter prosterno. Ac mox alium pedibus meis mordicus
inhaerentem per scapulas ictu temperato tertiumque inprovide occurrentem pectore offenso peremo.
Sic pace vindicata domoque hospitum ac salute communi protecta non tam impunem me verun
etiam laudabilem publice credebam fore, qui ne tantillo quidem umquam crimine postulatus sed
probe spectatus apud meos semper innocentiam commodis cunctis antetuleram. Nec possum
reperire cur iustae ultionis qua contra latrones deterrimos commotus sum nunc istum reatum
sustineam, cum nemo possit monstrare vel proprias inter nos inimicitias praecessisse ac ne omnino
mihi notos illos latrones usquam fuisse, vel certe ulla praeda monstretur cuius cupidine tantum
flagitium credatur admissum."
[ 7] Haec profatus rursum lacrimis obortis porrectisque in preces manibus per publicam
misericordiam per pignorum caritate maestus tunc hos tunc illos deprecabar. Cumque iam
humanitate commotos misericordia fletuum adfectos omnis satis crederem, Solis et Iustitiae testatus
oculos casumque praesentem meum commendans deum providentiae paulo altius aspectu relato
conspicio prorsum totum populum risu cachinnabili diffluebant nec secus illum bonum hospitem
parentemque meum Milonem risu maximo dissolutum. At tunc sic tacitus mecum: "En fides,"
inquam "en conscientia! Ego quidem pro hospitis salute et homicida sum et reus capitis inducor, at
ille, non contentus quod mihi nec adsistendi solacium perhibuit, insuper exitium meum cachinnat."
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[8] Inter haec quaedam mulier per medium theatrum lacrimosa et flebilis atra veste contecta
parvulum quendam sinu tolerans decurrit ac pone eam anus alia pannis horridis obsita paribusque
maesta fletibus, ramos oleagineos utraeque quatientes, quae circumfusae lectulum, quo
peremptorum cadavera contecta fuerant, plangore sublato se lugubriter eiulantes: "Per publicam
misericordiam per commune ius humanitatis" aiunt "miseremini indigne caesorum iuvenum
nostraeque viduitati ac solitudini de vindicta solacium date. Certe parvuli huius in primis annis
destituti fortunis succurrite et de latronis huius sanguine legibus vestris et disciplinae publicae
litate." Post haec magistratus qui nutu maior adsurgit et ad populum talia: "De scelere quidem, quod
serio vindicandum est, nec ipse qui commisit potest diffiteri; sed una tantum subsiciva sollicitudo
nobis relicta est, ut ceteros socios tanti facinoris requiramus. Nec enim veri simile est hominem
solitarium tres tam validos evitasse iuvenes. Prohinc tormentis veritas eruenda. Nam et qui
comitabatur eum puer clanculo profugit et res ad hoc deducta est ut per quaestionem sceleris sui
participes indicet, ut tam dirae factionis funditus formido perematur."
[9] Nec mora, cum ritu Graeciensi ignis et rota, tum omne flagrorum genus inferuntur. Augetur
oppido immo duplicatur mihi maestitia, quod integro saltim mori non licuerit. Sed anus illa quae
fletibus cuncta turbaverat: "Prius," inquit "optimi cives, quam latronem istum miserorum pignorum
meorum peremptorem cruci affigatis, permittite corpora necatorum revelari, ut et formae simul et
aetatis contemplatione magis magisque ad iustam indignationem arrecti pro modo facinoris
saeviatis." His dictis adplauditur et ilico me magistratus ipsum iubet corpora, quae lectulo fuerant
posita, mea manu detegere. Reluctantem me ac diu rennuentem praecedens facinus instaurare nova
ostensione lictores iussu magistratuum quam instantissime compellunt, manum denique ipsam de
regione lateris trudentes in exitium suum super ipsa cadavera porrigunt. Evictus tandem necessitate
succumbo, et ingratis licet abrepto pallio retexi corpora. Dii boni, quae facies rei? Quod monstrum?
Quae fortunarum mearum repentina mutatio? Quamquam enim iam in peculio Proserpinae et Orci
familia numeratus, subito in contrariam faciem obstupefactus haesi, nec possum novae illius
imaginis rationem idoneis verbis expedire. Nam cadavera illa iugulatorum hominum erant tres utres
inflati variisque secti foraminibus et, ut vespertinum proelium meum recordabar, his locis hiantes
quibus latrones illos vulneraveram.
[10] Tunc ille quorundam astu paulisper cohibitus risus libere iam exarsit in plebem. Hi gaudii
nimietate graculari, illi dolorem ventris manuum compressione sedare. Et certe laetitia delibuti
meque respectantes cuncti theatro facessunt. At ego, ut primum illam laciniam prenderam, fixus in
lapidem steti gelidus nihil secus quam una de ceteris theatri statuis vel columnis. Nec prius ab
inferis demersi quam Milon hospes accessit et iniecta manu me renitentem lacrimisque rursum
promicantibus crebra singultientem clementi violentia secum adtraxit, et observatis viae
solitudinibus per quosdam amfractus domum suam perduxit, maestumque me atque etiam tunc
trepidum variis solatur affatibus. Nec tamen indignationem iniuriae, quae inhaeserat altius meo
pectori, ullo modo permulcere quivit.
[11] Ecce ilico etiam ipsi magistratus cum suis insignibus domum nostram ingressi talibus me
monitis delenire gestiunt: "Neque tuae dignitatis vel etiam prosapiae tuorum ignari sumus, Luci
domine; nam et provinciam totam inclitae vestrae familiae nobilitas conplectitur. Ac ne istud quod
vehementer ingemescis contumeliae causa perpessus es. Omnem itaque de tuo pectore praesentem
tristitudinem mitte et angorem animi depelle. Nam lusus iste, quem publice gratissimo deo Risui per
annua reverticula sollemniter celebramus, semper commenti novitate florescit. Iste deus auctorem et
actorem suum propitius ubique comitabitur amanter nec umquam patietur ut ex animo doleas sed
frontem tuam serena venustate laetabit adsidue. At tibi civitas omnis pro ista gratia honores
egregios obtulit; nam et patronum scripsit et ut in aere staret imago tua decrevit." Ad haec dicta
sermonis refero: "Tibi quidem," inquam "splendidissima et unica Thessaliae civitas, honorum
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talium parem gratiam memini, verum statuas et imagines dignioribus meique maioribus reservare
suadeo."
[12] Sic pudenter allocutus et paulisper hilaro vultu renidens quantumque poteram laetiorem me
refingens comiter abeuntes magistratus appello. Et ecce quidam intro currens famulus: "Rogat te"
ait "tua parens Byrrhena et convivii, cui te sero desponderas, iam adpropinquantis admonet." Ad
haec ego formidans et procul perhorrescens etiam ipsam domum eius: "Quam vellem" inquam
"parens, iussis tuis obsequium commodare, si per fidem liceret id facere. Hospes enim meus Milon
per hodierni diei praesentissimum numen adiurans effecit ut eius hodiernae cenae pignerarer, nec
ipse discedit nec me digredi patitur. Prohinc epulare vadimonium differamus." Haec adhuc me
loquente manu firmiter iniecta Milon iussis balnearibus adsequi producit ad lavacrum proximum. At
ego vitans oculos omnium et quem ipse fabricaveram risum obviorum declinans lateri eius
adambulabam obtectus. Nec qui laverim, qui terserim, qui domum rursum reverterim, prae rubore
memini; sic omnium oculis nutibus ac denique manibus denotatus inpos animi stupebam.
[13] Raptim denique paupertina Milonis cenula perfunctus, causatusque capitis acrem dolorem
quem mihi lacrimarum adsiduitas incusserat, concedo venia facile tributa cubitum et abiectus in
lectulo meo quae gesta fuerant singula maestus recordabar, quoad tandem Photis mea dominae
meae cubito procurato sui longe dissimilis advenit; non enim laeta facie nec sermone dicaculo, sed
vultuosam frontem rugis insurgentibus adseverabat. Cunctanter ac timide denique sermone prolato:
"Ego" inquit "ipsa, confiteor ultro, ego <origo> tibi huius molestiae fui", et cum dicto lorum
quempiam sinu suo depromit mihique porrigens: "Cape," inquit "oro te, et <de> perfidia mulieri
vindictam immo vero licet maius quodvis supplicium sume. Nec tamen me putes, oro, sponte
angorem istum tibi concinnasse. Dii mihi melius, quam ut mei causa vel tantillum scrupulum
patiare. Ac si quid adversi tuum caput respicit, id omne protinus meo luatur sanguine. Sed quod
alterius rei causa facere iussa sum mala quadam mea sorte in tuam reccidit iniuriam."
[14] Tunc ego familiaris curiositatis admonitus factique causam delitiscentem nudari gestiens
suscipio: "Omnium quidem nequissimus audacissimusque lorus iste, quem tibi verberandae
destinasti, prius a me concisus atque laceratus interibit ipse quam tuam plumeam lacteamque
contingat cutem. Sed mihi cum fide memora: quod tuum fatum <fortunae> scaevitas consecuta in
meum convertit exitium? Adiuro enim tuum mihi carissimum caput nulli me prorsus ac ne tibi
quidem ipsi adseveranti posse credere quod tu quicquam in meam cogitaveris perniciem. Porro
meditatus innoxios casus incertus vel etiam adversus culpae non potest addicere." Cum isto fine
sermonis oculos Photidis meae udos ac tremulos et prona libidine marcidos iamiamque
semiadopertulos adnixis et sorbillantibus saviis sitienter hauriebam.
[15] Sic illa laetitia recreata: "Patere," inquit "oro, prius fores cubiculi diligenter obcludam, ne
sermonis elapsi profana petulantia committam grande flagitium", et cum dicto pessulis iniectis et
uncino firmiter immisso sic ad me reversa colloque meo manibus ambabus inplexa voce tenui et
admodum minuta: "Paveo" inquit "et formido solide domus huius operta detegere et arcana dominae
meae revelare secreta. Sed melius de te doctrinaque tua praesumo, qui praeter generosam natalium
dignitatem praeter sublime ingenium sacris pluribus initiatus profecto nosti sanctam silentii fidem.
Quaecumque itaque commisero huius religiosi pectoris tui penetralibus, semper haec intra
conseptum clausa custodias oro, et simplicitatem relationis meae tenacitate taciturnitatis tuae
remunerare. Nam me, quae sola mortalium novi, amor is quo tibi teneor indicare compellit. Iam
scies omnem domus nostrae statum, iam scies erae meae miranda secreta, quibus obaudiunt manes,
turbantur sidera, coguntur numina, serviunt elementa. Nec umquam magis artis huius violentia
nititur quam cum scitulae formulae iuvenem quempiam libenter aspexit, quod quidem ei solet
crebriter evenire.
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[16] Nunc etiam adulescentem quendam Boeotium summe decorum efflictim deperit totasque artis
manus machinas omnes ardenter exercet. Audivi vesperi, meis his, inquam, auribus audivi, quod
non celerius sol caelo ruisset noctique ad exercendas inlecebras magiae maturius cessisset, ipsi soli
nubilam caliginem et perpetuas tenebras comminantem. Hunc iuvenem, cum e balneis rediret ipsa,
tonstrinae residentem hesterna die forte conspexit ac me capillos eius, qui iam caede cultorum
desecti humi iacebant, clanculo praecipit auferre. Quos me sedulo furtimque colligentem tonsor
invenit, et quod alioquin publicitus maleficae disciplinae perinfames sumus, adreptam inclementer
increpat: "Tune, ultima, non cessas subinde lectorum iuvenum capillamenta surripere? Quod scelus
nisi tandem desines, magistratibus te constanter obiciam." Et verbum facto secutus immissa manu
scrutatus e mediis papillis meis iam capillos absconditos iratus abripit. Quo gesto graviter adfecta
mecumque reputans dominae meae mores, quod huius modi repulsa satis acriter commoveri meque
verberare saevissime consuevit, iam de fuga consilium tenebam, sed istud quidem tui
contemplatione abieci statim.
[17] Verum cum tristis inde discederem ne prorsus vacuis manibus redirem, conspicor quendam
forficulis attondentem caprinos utres; quos cum probe constrictos inflatosque et iam pendentis
cernerem, capillos eorum humi iacentes flavos ac per hoc illi Boeotio iuveni consimiles plusculos
aufero eosque dominae meae dissimulata veritate trado. Sic noctis initio, priusquam cena te
reciperes, Pamphile mea iam vecors animi tectum scandulare conscendit, quod altrinsecus aedium
patore perflabili nudatum, ad omnes orientales ceterosque <plerosque> aspectus pervium, maxime
his artibus suis commodatum secreto colit. Priusque apparatu solito instruit feralem officinam,
omne genus aromatis et ignorabiliter lamminis litteratis et infelicium navium durantibus damnis
<repletam>, defletorum, sepultorum etiam, cadaverum expositis multis admodum membris; hic
nares et digiti, illic carnosi clavi pendentium, alibi trucidatorum servatus cruor et extorta dentibus
ferarum trunca calvaria.
[18] Tunc decantatis spirantibus fibris libat vario latice, nunc rore fontano, nunc lacte vaccino, nunc
melle montano, libat et mulsa. Sic illos capillos in mutuos nexus obditos atque nodatos cum multis
odoribus dat vivis carbonibus adolendos. Tunc protinus inexpugnabili magicae disciplinae potestate
et caeca numinum coactorum violentia illa corpora, quorum fumabant stridentes capilli, spiritum
mutuantur humanum et sentiunt et audiunt et ambulant et, qua nidor suarum ducebat exuviarum,
veniunt et pro illo iuvene Boeotio aditum gestientes fores insiliunt: cum ecce crapula madens et
improvidae noctis deceptus caligine audacter mucrone destricto in insani modum Aiacis armatus,
non ut ille vivis pecoribus infestus tota laniavit armenta, sed longe <tu> fortius qui tres inflatos
caprinos utres exanimasti, ut ego te prostratis hostibus sine macula sanguinis non homicidam nunc
sed utricidam amplecterer."
[19] Adrisi lepido sermoni Photidis et in vicem cavillatus: "Ergo igitur iam et ipse possum" inquam
"mihi primam virtutis adoriam ad exemplum duodeni laboris Herculei numerare vel trigemino
corpori Geryonis vel triplici formae Cerberi totidem peremptos utres coaequando. Sed ut ex animo
tibi volens omne delictum quo me tantis angoribus inplicasti remittam, praesta quod summis votis
expostulo, et dominam tuam, cum aliquid huius divinae disciplinae molitur, ostende. Cum deos
invocat, <vel> certe cum reformatur, videam; sum namque coram magicae noscendae ardentissimus
cupitor. Quamquam mihi nec ipsa tu videare rerum <istarum> rudis vel expers. Scio istud et plane
sentio, cum semper alioquin spretorem matronalium amplexuum sic tuis istis micantibus oculis et
rubentibus bucculis et renidentibus crinibus et hiantibus osculis et flagrantibus papillis in servilem
modum addictum atque mancipatum teneas volentem. Iam denique nec larem requiro nec
domuitionem paro et nocte ista nihil antepono."
[20] "Quam vellem" [inquit] respondit illa "praestare tibi, Luci, quod cupis, sed praeter invidos
mores in solitudinem semper abstrusa et omnium praesentia viduata solet huius modi secreta
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perficere. Sed tuum postulatum praeponam periculo meo idque observatis opportunis temporibus
sedulo perficiam, modo, ut initio praefata sum, rei tantae fidem silentiumque tribue." Sic nobis
garrientibus libido mutua et animos simul et membra suscitat. Omnibus abiectis amiculis hactenus
denique intecti atque nudati bacchamur in Venerem, cum quidem mihi iam fatigato de propria
liberalitate Photis puerile obtulit corollarium; iamque luminibus nostris vigilia marcidis infusus
sopor etiam in altum diem nos attinuit.
[21] Ad hunc modum transactis voluptarie paucis noctibus quadam die percita Photis ac satis trepida
me accurrit indicatque dominam suam, quod nihil etiam tunc in suos amores ceteris artibus
promoveret, nocte proxima in avem sese plumaturam atque ad suum cupitum sic devolaturam; proin
memet ad rei tantae speculam caute praepararem. Iamque circa primam noctis vigiliam ad illud
superius cubiculum suspenso et insono vestigio me perducit ipsa perque rimam ostiorum quampiam
iubet arbitrari, quae sic gesta sunt. Iam primum omnibus laciniis se devestit Pamphile et arcula
quadam reclusa pyxides plusculas inde depromit, de quis unius operculo remoto atque indidem
egesta unguedine diuque palmulis suis adfricta ab imis unguibus sese totam adusque summos
capillos perlinit multumque cum lucerna secreto conlocuta membra tremulo succussu quatit. Quis
leniter fluctuantibus promicant molles plumulae, crescunt et fortes pinnulae, duratur nasus incurvus,
coguntur ungues adunci. Fit bubo Pamphile. Sic edito stridore querulo iam sui periclitabunda
paulatim terra resultat, mox in altum sublimata forinsecus totis alis evolat.
[22] Et illa quidem magicis suis artibus volens reformatur, at ego nullo decantatus carmine
praesentis tantum facti stupore defixus quidvis aliud magis videbar esse quam Lucius: sic
exterminatus animi attonitus in amentiam vigilans somniabar; defrictis adeo diu pupulis an
vigilarem scire quaerebam. Tandem denique reversus ad sensum praesentium adrepta manu Photidis
et admota meis luminibus: "Patere, oro te," inquam "dum dictat occasio, magno et singulari me
adfectionis tuae fructu perfrui et impertire nobis unctulum indidem per istas tuas pupillas, mea
mellitula, tuumque mancipium inremunerabili beneficio sic tibi perpetuo pignera ac iam perfice ut
meae Veneri Cupido pinnatus adsistam tibi." "Ain?" inquit "Vulpinaris, amasio, meque sponte
asceam cruribus meis inlidere compellis? Sic inermem vix a lupulis conservo Thessalis; hunc alitem
factum ubi quaeram, videbo quando?"
[23] "At mihi scelus istud depellant caelites" inquam "ut ego, quamvis ipsius aquilae sublimis
volatibus toto caelo pervius et supremi Iovis nuntius vel laetus armiger, tamen non ad meum
nidulum post illam pinnarum dignitatem subinde devolem. Adiuro per dulcem istum capilli tui
nodulum, quo meum vinxisti spiritum, me nullam aliam meae Photidi malle. Tunc etiam istud meis
cogitationibus occurrit, cum semel avem talem perunctus induero, domus omnis procul me vitare
debere. Quam pulchro enim quamque festivo matronae perfruentur amatore bubone. Quid quod
istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam, solliciter prehensas foribus videmus
adfigi, ut, quod infaustis volatibus familiae minantur exitium, suis luant cruciatibus? Sed, quod
sciscitari praene praeterivi, quo dicto factove rursum exutis pinnulis illis ad meum redibo Lucium?"
"Bono animo es, quod ad huius rei curam pertinet" ait. "Nam mihi domina singula monstravit, quae
possunt rursus in facies hominum tales figuras reformare. Nec istud factum putes ulla benivolentia,
sed ut ei redeunti medela salubri possem subsistere. Specta denique quam parvis quamque futtilibus
tanta res procuretur herbusculis; anethi modicum cum lauri foliis immissum rori fontano datur
lavacrum et poculum."
[24] Haec identidem adseverans summa cum trepidatione inrepit cubiculum et pyxidem depromit
arcula. Quam ego amplexus ac deosculatus prius utque mihi prosperis faveret volatibus deprecatus
abiectis propere laciniis totis avide manus immersi et haurito plusculo uncto corporis mei membra
perfricui. Iamque alternis conatibus libratis brachiis in avem similis gestiebam; nec ullae plumulae
nec usquam pinnulae, sed plane pili mei crassantur in setas et cutis tenella duratur in corium et in
153

extimis palmulis perdito numero toti digiti coguntur in singulas ungulas et de spinae meae termino
grandis cauda procedit. Iam facies enormis et os prolixum et nares hiantes et labiae pendulae; sic et
aures inmodicis horripilant auctibus. Nec ullum miserae reformationis video solacium, nisi quod
mihi iam nequeunti tenere Photidem natura crescebat.
[25] Ac dum salutis inopia cuncta corporis mei considerans non avem me sed asinum video, querens
de facto Photidis sed iam humano gestu simul et voce privatus, quod solum poteram, postrema
deiecta labia umidis tamen oculis oblicum respiciens ad illam tacitus expostulabam. Quae ubi
primum me talem aspexit, percussit faciem suam manibus infestis et: "Occisa sum misera:"
clamavit "me trepidatio simul et festinatio fefellit et pyxidum similitudo decepit. Sed bene, quod
facilior reformationis huius medela suppeditat. Nam rosis tantum demorsicatis exibis asinum
statimque in meum Lucium postliminio redibis. Atque utinam vesperi de more nobis parassem
corollas aliquas, ne moram talem patereris vel noctis unius. Sed primo diluculo remedium
festinabitur tibi."
[26] Sic illa maerebat, ego vero quamquam perfectus asinus et pro Lucio iumentum sensum tamen
retinebam humanum. Diu denique ac multum mecum ipse deliberavi, an nequissimam
facinerosissimamque illam feminam spissis calcibus feriens et mordicus adpetens necare deberem.
Sed ab incepto temerario melior me sententia revocavit, ne morte multata Photide salutares mihi
suppetias rursus extinguerem. Deiecto itaque et quassanti capite ac demussata temporali contumelia
durissimo casui meo serviens ad equum illum vectorem meum probissimum in stabulum concedo,
ubi alium etiam Milonis quondam hospitis mei asinum stabulantem inveni. Atque ego rebar, si quod
inesset mutis animalibus tacitum ac naturale sacramentum, agnitione ac miseratione quadam
inductum equum illum meum hospitium ac loca lautia mihi praebiturum. Sed pro Iuppiter hospitalis
et Fidei secreta numina! Praeclarus ille vector meus cum asino capita conferunt in meamque
perniciem ilico consentiunt et verentes scilicet cibariis suis vix me praesepio videre proximantem:
deiectis auribus iam furentes infestis calcibus insecuntur. Et abigor quam procul ab <h>ordeo, quod
adposueram vesperi meis manibus illi gratissimo famulo.
[27] Sic adfectus atque in solitudinem relegatus angulo stabuli concesseram. Dumque de insolentia
collegarum meorum mecum cogito atque in alterum diem auxilio rosario Lucius denuo futurus equi
perfidi vindictam meditor, respicio pilae mediae, quae stabuli trabes sustinebat, in ipso fere
meditullio Eponae deae simulacrum residens aediculae, quod accurate corollis roseis equidem
recentibus fuerat ornatum. Denique adgnito salutari praesidio pronus spei, quantum extensis
prioribus pedibus adniti poteram, insurgo valide et cervice prolixa nimiumque porrectis labiis,
quanto maxime nisu poteram, corollas adpetebam. Quod me pessima scilicet sorte conantem
servulus meus, cui semper equi cura mandata fuerat, repente conspiciens indignatus exsurgit et:
"Quo usque tandem" inquit "cantherium patiemur istum paulo ante cibariis iumentorum,nunc etiam
simulacris deorum infestum? Quin iam ego istum sacrilegum debilem claudumque reddam"; et
statim telum aliquod quaeritans temere fascem lignorum positum offendit, rimatusque frondosum
fustem cunctis vastiorem non prius miserum me tundere desiit quam sonitu vehementi et largo
strepitu percussis ianuis trepido etiam rumore viciniae conclamatis latronibus profugit territus.
[28] Nec mora, cum vi patefactis aedibus globus latronum invadit omnia et singula domus membra
cingit armata factio et auxiliis hinc inde convolantibus obsistit discursus hostilis. Cuncti gladiis et
facibus instructi noctem illuminant, coruscat in modum ortivi solis ignis et mucro. Tunc horreum
quoddam satis validis claustris obsaeptum obseratumque, quod mediis aedibus constitutum gazis
Milonis fuerat refertus, securibus validis adgressi diffindunt. Quo passim recluso totas opes vehunt
raptimque constrictis sarcinis singuli partiuntur. Tunc opulentiae nimiae nimio ad extremas incitas
deducti nos duos asinos et equum meum productos e stabulo, quantum potest, gravioribus sarcinis
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onerant et domo iam vacua minantes baculis exigunt unoque de sociis ad spectaculum, qui de
facinoris inquisitione nuntiaret, relicto nos crebra tundentes per avia montium ducunt concitos.
[29] Iamque rerum tantarum pondere et montis ardui vertice et prolixo satis itinere nihil a mortuo
differebam. Sed mihi sero quidem serio tamen subvenit ad auxilium civile decurrere et interposito
venerabili principis nomine tot aerumnis me liberare. Cum denique iam luce clarissima vicum
quempiam frequentem et nundinis celebrem praeteriremus, inter ipsas turbelas Graecorum
[Romanorum] genuino sermone nomen augustum Caesaris invocare temptavi; et "O" quidem
tantum disertum ac validum clamitavi, reliquum autem Caesaris nomen enuntiare non potui.
Aspernati latrones clamorem absonum meum caedentes hinc inde miserum corium nec cribris iam
idoneum relinquunt. Sed tandem mihi inopinatam salutem Iuppiter ille tribuit. Nam cum multas
villulas et casas amplas praeterimus, hortulum quendam prospexi satis amoenum, in quo praeter
ceteras gratas herbulas rosae virgines matutino rore florebant. His inhians et spe salutis alacer ac
laetus propius accessi, dumque iam labiis undantibus adfecto, consilium me subit longe salubrius,
ne, si rursum asino remoto prodirem in Lucium, evidens exitium inter manus latronum offenderem
vel artis magicae suspectione vel indicii futuri criminatione. Tunc igitur a rosis et quidem necessario
temperavi et casum praesentem tolerans in asini faciem faena rodebam.

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER IV


[1] Diem ferme circa medium, cum iam flagrantia solis caleretur, in pago quodam apud notos ac
familiares latronibus senes devertimus. Sic enim primus aditus et sermo prolixus et oscula mutua
quamvis asino sentire praestabant. Nam et rebus eos quibusdam dorso meo depromptis
munerabantur et secretis gannitibus quod essent latrocinio partae videbantur indicare. Iamque nos
omni sarcina levatos in pratum proximum passim libero pastui tradidere. Nec me cum asino vel
equo meo conpascuus coetus attinere potuit adhuc insolitum alioquin prandere faenum, sed plane
pone stabulum prospectum hortulum iam fame perditus fidenter invado, et quamvis crudis holeribus
adfatim tamen ventrem sagino, deosque comprecatus omnes cuncta prospectabam loca, sicubi forte
conterminis in hortulis candens reperirem rosarium. Nam et ipsa solitudo iam mihi bonam fiduciam
tribuebat, si devius et frutectis absconditus sumpto remedio de iumenti quadripedis incurvo gradu
rursum erectus in hominem inspectante nullo resurgerem.
[2] Ergo igitur cum in isto cogitationis salo fluctuarem aliquanto longius frondosi nemoris
convallem umbrosam, cuius inter varias herbulas et laetissima virecta fungentium rosarum mineus
color renidebat. Iamque apud mea usquequaque ferina praecordia Veneris et Gratiarum lucum illum
arbitrabar, cuius inter opaca secreta floris genialis regius nitor relucebat. Tunc invocato hilaro atque
prospero Eventu cursu me concito proripio, ut hercule ipse sentirem non asinum me verum etiam
equum currulem nimio velocitatis effectum. Sed agilis atque praeclarus ille conatus fortunae meae
scaevitatem anteire non potuit. Iam enim loco proximus non illas rosas teneras et amoenas, madidas
divini roris et nectaris, quas rubi felices beatae spinae generant, ac ne convallem quidem usquam
nisi tantum ripae fluvialis marginem densis arboribus septam video. Hae arbores in lauri faciem
prolixe foliatae pariunt in odor) modum floris [inodori] porrectos caliculos modice punicantes, quos
equidem flagrantis minime rurestri vocabulo vulgus indoctum rosas laureas appellant quarumque
cuncto pecori cibus letalis est.
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[3] Talibus fatis implicitus etiam ipsam salutem recusans sponte illud venenum rosarium sumere
gestiebam. Sed dum cunctanter accedo decerpere, iuvenis quidam, ut mihi videbatur, hortulanus,
cuius omni prorsus holera vastaveram, tanto damno cognito cum grandi baculo furens decurrit
adreptumque me totum plagis obtundit adusque vitae ipsius periculum, nisi tandem sapienter
alioquin ipse mihi tulissem auxilium. Nam lumbis elevatis in altum, pedum posteriorum calcibus
iactatis in eum crebriter, iam mulcato graviter atque iacente contra proclive montis attigui fuga me
liberavi. Sed ilico mulier quaepiam, uxor eius scilicet, simul eum prostratum et semianimem ex
edito despexit, ululabili cum plangore ad eum statim prosilit, ut sui videlicet miseratione mihi
praesens crearet exitium. Cuncti enim pagani fletibus eius exciti statim conclamant canes atque ad
me laniandum rabie perciti ferrent impetum passim cohortatur. Tunc igitur procul dubio iam morti
proximus, cum viderem canes et modo magnos et numero multos et ursis ac leonibus ad
compugnandum idoneos in me convocatos exasperari, e re nata capto consilio fugam desino ac me
retrorsus celeri gradu rursum in stabulum quo deverteramus recipio. At illi canibus iam aegre
cohibitis adreptum me loro quam valido ad ansulam quandam destinatum rursum caedendo
confecissent profecto, nisi dolore plagarum alvus artata crudisque illis oleribus abundans et lubrico
fluxu saucia fimo fistulatim excusso quosdam extremi liquoris aspergine alios putore nidoris faetidi
a meis iam quassis scapulis abegisset.
[4] Nec mora, cum iam in meridiem prono iubare rursum nos ac praecipue me longe gravius
onustum producunt illi latrones stabulo. Iamque confecta bona parte itineris et viae spatio defectus
et sarcinae pondere depressus ictibusque fustium fatigatus atque etiam ungulis extritis iam claudus
et titubans rivulum quendam serpentis leniter aquae propter insistens subtilem occasionem feliciter
nactus cogitabam totum memet flexis scite cruribus pronum abicere, certus atque obstinatus nullis
verberibus ad ingrediundum exsurgere, immo etiam paratus non fusti tantum (percussus) sed
machaera perfossus occumbere. Rebar enim iam me prorsus exanimatum ac debilem mereri
causariam missionem, certe latrones partim inpatientia morae partim studio festinatae fugae dorsi
mei sarcinam duobus ceteris iumentis distributuros meque in altioris vindictae vicem lupis et
vulturiis praedam relicturos.
[5] Sed tam bellum consilium meum praevertit sors deterrima. Namque ille alius asinus divinato et
antecapto meo cogitatu statim se mentita lassitudine cum rebus totis offudit, iacensque in modum
mortui non fustibus non stimulis ac ne cauda et auribus cruribusque undique versum elevatis
temptavit exurgere, quoad tandem postumae spei fatigati secumque conlocuti, ne tam diu mortuo
immo vero lapideo asino servientes fugam morarentur, sarcinis eius mihi equoque distributis
destricto gladio poplites eius totos amputant, ac paululum a via retractum per altissimum praeceps
in vallem proximam etiam nunc spirantem praecipitant. Tunc ego miseri commilitonis fortunam
cogitans statui iam dolis abiectis et fraudibus asinum me bonae frugi dominis exhibere. Nam et
secum eos animadverteram conloquentes quod in proximo nobis esset habenda mansio et totius viae
finis quieta eorumque esset sedes illa et habitatio. Clementi denique transmisso clivulo pervenimus
ad locum destinatum, ubi rebus totis exsolutis atque intus conditis iam pondere liberatus
lassitudinem vice lavacri pulvereis volutatibus digerebam.
[6] Res ac tempus ipsum locorum speluncaeque quam illi latrones inhabitabant descriptionem
exponere flagitat. Nam et meum simul periclitabor ingenium, et faxo vos quoque an mente etiam
sensuque fuerim asinus sedulo sentiatis. Mons horridus silvestribusque frondibus umbrosus et in
primis altus fuit. Huius per obliqua devexa, qua saxis asperrimis et ob id inaccessis cingitur,
convalles lacunosae cavaeque nimium spinetis aggeratae et quaquaversus repositae naturalem
tutelam praebentes ambiebant. De summo vertice fons affluens bullis ingentibus scaturribat perque
prona delapsus evomebat undas argenteas iamque rivulis pluribus dispersus ac valles illas
agminibus stagnantibus inrigans in mondum stipati maris vel ignavi fluminis cuncta cohibebat.
Insurgit speluncae, qua margines montanae desinunt, turris ardua; caulae firmae solidis cratibus,
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ovili stabulationi commodae, porrectis undique lateribus ante fores exigui tramitis vice structis
parietis attenduntur. Ea tu bono certe meo periculo latronum dixeris atria. Nec iuxta quicquam quam
parva casula cannulis temere contecta, qua speculatores e numero latronum, ut postea comperi, sorte
ducti noctibus excubabant.
[7] Ibi cum singuli derepsissent stipatis artubus, nobis ante ipsas fores loro valido destinatis anum
quandam curvatam gravi senio, cui soli salus atque tutela tot numero iuvenum commissa videbatur,
sic infesti compellant: "Etiamne tu, busti cadaver extremum et vitae dedecus primum et Orci
fastidium solum, sic nobis otiosa domi residens lusitabis nec nostris tam magnis tamque periculosis
laboribus solacium de tam sera refectione tribues? Quae diebus ac noctibus nil quicquam rei quam
merum saevienti ventri tuo soles aviditer ingurgitare."
Tremens ad haec et stridenti vocula pavida sic anus: "At vobis, fortissimi fidelissimeque mei
sospitatores iuvenes, adfatim cuncta suavi sapore percocta pulmenta praesto sunt, panis numerosus
vinum probe calicibus ecfricatis affluenter immissum et ex more calida tumultuario lavacro vestro
praeparata." In fine sermonis huius statim sese devestiunt nudatique et flammae largissimae vapore
recreati calidaque perfusi et oleo peruncti mensas dapibus largiter instructas accumbunt.
[8] Commodum cubuerant et ecce quidam longe plures numero iuvenes adveniunt alii, quos
incunctanter adaeque latrones arbitrarere. Nam et ipsi praedas aureorum argentariorumque
nummorum ac vasculorum vestisque sericae et intextae filis aureis invehebant. Hi simili lavacro
refoti inter toros sociorum sese reponunt, tunc sorte ducti ministerium faciunt. Estur ac potatur
incondite, pulmentis acervatim, panibus aggeratim, poculis agminatim ingestis. Clamore ludunt,
strepitu cantilant, conviciis iocantur, ac iam cetera semiferis Lapithis [tebcinibus] Centaurisque
semihominibus similia. Tunc inter eos unus, qui robore ceteros antistabat: "Nos quidem," inquit
"qui Milonis Hypatini domum fortiter expugnavimus, praeter tantam fortunae copiam, quam nostra
virtute nacti sumus, et incolumi numero castra nostra petivimus et, si quid ad rem facit, octo
pedibus auctiores remeavimus. At vos, qui Boeotias urbes adpetistis, ipso duce vestro fortissimo
Lamacho deminuti debilem numerum reduxistis, cuius salutem merito sarcinis istis quas advexistis
omnibus antetulerim. Sed illum quidem utcumque nimia virtus sua peremit; inter inclitos reges ac
duces proeliorum tanti viri memoria celebrabitur. Enim vos bonae frugi latrones inter furta parva
atque servilia timidule per balneas et aniles cellulas reptantes scrutariam facitis."
[9] Suscipit unus ex illo posteriore numero: "Tune solus ignoras longe faciliores ad expugnandum
domus esse maiores? Quippe quod, licet numerosa familia latis deversetur aedibus, tamen quisque
magis suae saluti quam domini consulat opibus. Frugi autem et solitarii homines fortunam parvam
vel certe satis amplam dissimulanter obtectam protegunt acrius et sanguinis sui periculo muniunt.
Res ipsa denique fidem sermoni meo dabit. Vix enim Thebas heptapylos accessimus: quod est huic
disciplinae primarium studium, [sed dum] sedulo fortunas inquirebamus popularium; nec nos
denique latuit Chryseros quidam nummularius copiosae pecuniae dominus, qui metu officiorum ac
munerum publicorum magnis artibus magnam dissimulabat opulentiam. Denique solus ac solitarius
parva sed satis munita domuncula contentus, pannosus alioquin ac sordidus, aureos folles incubabat.
Ergo placuit ad hunc primum ferremus aditum, ut contempta pugna manus unicae nullo negotio
cunctis opibus otione potiremur.
[1] Nec mora, cum noctis initio foribus eius praestolamur, quas neque sublevare neque dimovere ac
ne perfringere quidem nobis videbatur, ne valvarum sonus cunctam viciniam nostro suscitaret
exitio. Tunc itaque sublimis ille vexillarius noster Lamachus spectatae virtutis suae fiducia, qua
clavis immittendae foramen patebat, sensim inmissa manu claustrum evellere gestiebat. Sed dudum
scilicet omnium bipedum nequissimus Chryseros vigilans et singula rerum sentiens lenem gradum
et obnixum silentium tolerans paulatim adrepit, grandique clavo manum ducis nostri repente nisu
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fortissimo ad ostii tabulam officit et exitiabili nexu patibulatum relinquens gurgustioli sui tectum
ascendit, atque inde contentissima voce clamitans rogansque vicinos et unum quemque proprio
nomine ciens et salutis communis admonens diffamat incendio repentino domum suam possideri.
Sic unus quisque proximi periculi confinio territus suppetiatum decurrunt anxii.
[11] Tunc nos in ancipiti periculo constituti vel opprimendi nostri vel deserendi socii remedium e re
nata validum eo volente comminiscimus. Antesignani nostri partem, qua manus umerum subit, ictu
per articulum medium temperato prorsus abscidimus, atque ibi brachio relicto, multis laciniis
offulto vulnere ne stillae sanguinis vestigium proderent, ceterum Lamachum raptim reportamus. Ac
dum trepidi religionis urguemur gravi tumultu et instantis periculi metu terremur ad fugam nec vel
sequi propere vel remanere tuto potest vir sublimis animi virtutisque praecipuus, multis nos
adfantibus multique precibus querens adhortatur per dexteram Martis per fidem sacramenti bonum
commilitonem cruciatu simul et captivitate liberaremus. Cur enim manui, quae rapere et iugulare
sola posset, fortem latronem supervivere? Sat se beatum qui manu socia volens occumberet.
Cumque nulli nostrum spontale parricidium suadens persuadere posset, manu reliqua sumptum
gladium suum diuque deosculatum per medium pectus ictu fortissimo transadigit. Tunc nos
magnanimi ducis vigore venerato corpus reliquum veste lintea diligenter convolutum mari
celandum commisimus. Et nunc iacet noster Lamachus elemento toto sepultus.
[12] Et ille quidem dignum virtutibus suis vitae terminum posuit. Enim vero Alcimus sollertibus
coeptis eo saevum Fortunae nutum non potuit adducere. Qui cum dormientis anus perfracto
tuguriolo conscendisset cubiculum superius iamque protinus oblisis faucibus interstinguere eam
debuisset, prius maluit rerum singula per latiorem fenestram forinsecus nobis scilicet rapienda
dispergere. Cumque iam cuncta rerum naviter emolitus nec toro quidem aniculae quiescentis
parcere vellet eaque lectulo suo devoluta vestem stragulam subductam scilicet iactare similiter
destinaret, genibus eius profusa sic nequissima illa deprecatur: "Quid, oro, fili, paupertinas
pannosasque resculas miserrimae anus donas vicinis divitibus, quorum haec fenestra domum
prospicit?" Quo sermone callido deceptus astu et vera quae dicta sunt credens Alcimus, verens
scilicet ne et ea quae prius miserat quaeque postea missurus foret non sociis suis sed in alienos lares
iam certus erroris abiceret, suspendit se fenestra sagaciter perspecturus omnia, praesertim domus
attiguae, quam dixerat illa, fortunas arbitraturus. Quod eum strenue quidem set satis inprovide
conantem senile illud facinus quamquam invalido repentino tamen et inopinato pulsu nutantem ac
pendulum et in prospectu alioquin attonitum praeceps inegit. Qui praeter altitudinem miniam super
quendam etiam vastissimum lapidem propter iacentem decidens perfracta diffisaque crate costarum
rivos sanguinis vomens imitus narratisque nobis quae gesta sunt non diu cruciatus vitam evasit.
Quem prioris exemplo sepulturae traditum bonum secutorem Lamacho dedimus.
[13] Tunc orbitatis duplici plaga petiti iamque Thebanis conatibus abnuentes Plataeas proximan
conscendimus civitatem. Ibi famam celebrem super quodam Demochare munus edituro
gladiatorium deprehendimus. Nam vir et genere primarius et opibus plurimus et liberalitate
praecipuus digno fortunae suae splendore publicas voluptates instruebat. Quis tantus ingenii, quis
facundiae, qui singulas species apparatus multiiugi verbis idoneis posset explicare? Gladiatores isti
famosae manus, venatores illi probatae pernicitatis, alibi noxii perdita securitate suis epulis
bestiarum saginas instruentes; confixilis machinae sublicae, turres structae tabularum nexibus ad
instar circumforaneae domus, florida pictura decora futurae venationis receptacula. Qui praeterea
numerus, quae facies ferarum! Nam praecipuo studio foris etiam advexerat generosa illa
damnatorum capitum funera. Sed praeter ceteram speciosi muneris supellectilem totis utcumque
patrimonii viribus immanis ursae comparabat numerum copiosum. Nam praeter domesticis
venationibus captas, praeter largis emptionibus partas, amicorum etiam donationibus variis certatim
oblatas tutela sumptuosa sollicite nutriebat.
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[14] Nec ille tam clarus tamque splendidus publicae voluptatis apparatus Invidiae noxios effugit
oculos. Nam diutina captivitate fatigatae simul et aestiva flagrantia maceratae, pigra etiam sessione
languidae, repentina correptae pestilentia paene ad nullum redivere numerum. Passim per plateas
plurimas cerneres iacere semivivorum corporum ferina naufragia. Tunc vulgus ignobile, quos
inculta pauperies sine dilectu ciborum tenuato ventri cogit sordentia supplementa et dapes gratuitas
conquirere, passim iacentes epulas accurrunt. Tunc e re nata suptile consilium ego et iste Eubulus
tale comminiscimur. Vnam, quae ceteris sarcina corporis praevalebat, quasi cibo parandam
portamus ad nostrum receptaculum, eiusque probe nudatum carnibus corium servatis sollerter totis
unguibus, ipso etiam bestiae capite adusque confinium cervicis solido relicto, tergus omne rasura
studiosa tenuamus et minuto cinere perspersum soli siccandum tradimus. Ac dum caelestis vaporis
flammis examurgatur, nos interdum pulpis eius valenter sanguinantes sic instanti militiae
disponimus sacramentum, ut unus e numero nostro, non qui corporis adeo sed animi robore ceteris
antistaret, atque si in primis voluntarius, pelle illa contectus ursae subiret effigiem domumque
Democharis inlatus per opportuna noctis silentia nobis ianuae faciles praestaret aditus.
[15] Nec paucos fortissimi collegii sollers species ad munus obeundum adrexerat. Quorum prae
ceteris Thrasyleon factionis optione delectus ancipitis machinae subivit aleam, iamque habili corio
et mollitie tractabili vultu sereno sese recondit. Tunc tenui sarcimine summas, oras eius adaequamus
et iuncturae rimam, licet gracilem, setae circumfluentis densitate saepimus. Ad ipsum confinium
gulae, qua cervix bestiae fuerat exsecta, Thrasyleonis caput subire cogimus, parvisque respiratui et
obtutui circa nares et oculos datis foraminibus fortissimum socium nostrum prorsus bestiam factum
inmittimus caveae modico praestinatae pretio, quam constanti vigore festinus inrepsit ipse. Ad hunc
modum prioribus inchoatis sic ad reliqua fallaciae pergimus.
[16] Sciscitati nomen cuiusdam Nicanoris, qui genere Thracio proditur ius amicitiae summum cum
illo Demochare colebat, litteras adfingimus, ut venationis suae primitias bonus amicus videretur
ornando muneri dedicasse. Iamque provecta vespera abusi praesidio tenebrarum Thrasyleonis
caveam Demochari cum litteris illis adulterinis offerimus; qui miratus bestiae magnitudinem suique
contubernalis opportuna liberalitate laetatus iubet nobis protinus gaudii sui ut ipse habebat gerulis
decem aureos [ut ipse habebat] e suis loculis adnumerari. Tunc, ut novitas consuevit ad repentinas
visiones animos hominum pellicere, multi numero mirabundi bestiam confluebant, quorum satis
callenter curiosos aspectus Thrasyleon noster impetu minaci frequenter inhibebat; consonaque
civium voce satis felix ac beatus Demochares ille saepe celebratus, quod post tantam cladem
ferarum novo proventu quoquo modo fortunae resisteret, iubet novalibus suis confestim bestiam
[iret iubet] summa cum diligentia reportari. Sed suscipiens ego:
[17] "Caveas," inquam "domine, fraglantia solis et itineris spatio fatigatam coetui multarum et, ut
audio, non recte valentium committere ferarum. Quin potius domus tuae patulum ac perflabilem
locum immo et lacu aliquoi conterminum refrigerantemque prospicis? An ignoras hoc genus bestiae
lucos consitos et specus roridos et fontes amoenos semper incubare?" Talibus monitis Demochares
perterritus numerumque perditarum secum recenses non difficulter adsensus ut ex arbitrio nostro
caveam locaremus facile permisit. "Sed et nos" inquam "ipsi parati sumus hic ibidem pro cavea ista
excubare noctes, ut aestus et vexationis incommodo bestiae fatigatae et cibum tempestivum et
potum solitum accuratius offeramus." "Nihil indigemus labore isto vestro," respondit ille "iam
paene tota familia per diutinam consuetudinem nutriendis ursis exercitata est."
[18] Post haec valefacto discessimus et portam civitatis egressi monumentum quoddam
conspicamur procul a via remoto et abdito loco positum. Ibi capulos carie et vetustate semitectos,
quis inhabitabant puluerei et iam cinerosi mortui, passim ad futurae praedae receptacula reseramus,
et ex disciplina sectae servato noctis inlunio tempore, quo somnus obvius impetu primo corda
mortalium validius invadit ac premit, cohortem nostram gladiis armatam ante ipsas fores
159

Democharis velut expilationis vadimonium sistimus. Nec setius Thrasyleon examussim capto noctis
latrocinali momento prorepit cavea statimque custodes, qui propter sopiti quiescebant, omnes ad
unum mox etiam ianitorem ipsum gladio conficit, clavique subtracta fores ianuae repandit nobisque
prompte convolantibus et domus alveo receptis demonstrat horreum, ubi vespera sagaciter argentum
copiosum recondi viderat. Quo protinus perfracto confertae manus violentia, iubeo singulos
commilitonum asportare quantum quisque poterat auri vel agenti et in illis aedibus fidelissimorum
mortuorum occultare propere rursumque concito gradu recurrentis sarcinas iterare; quod enim ex
usu foret omnium, me solum resistentem pro domus limine cuncta rerum exploraturum sollicite,
dum redirent. Nam et facies ursae mediis aedibus discurrentis ad proterrendos, siqui de familia forte
evigilassent, videbatur opportuna. Quis enim, quamvis fortis et intrepidus, immani forma tantae
bestiae noctu praesertim visitata non se ad fugam statim concitaret, non obdito cellae pessulo
pavens et trepidus sese cohiberet?
[19] His omnibus salubri consilio recte dispositis occurrit scaevus eventus. Namque dum reduces
socios nostros suspensus opperior, quidam servulus strepitu scilicet vel certe divinitus inquietus
proserpit leniter visaque bestia, quae libere discurrens totis aedibus commeabat, premens obnixum
silentium vestigium suum replicat et utcumque cunctis in domo visa pronuntiat. Nec mora, cum
numerosae familiae frequentia domus tota completur. Taedis lucernis cereis sebaciis et ceteris
nocturni luminis instrumentis clarescunt tenebrae. Nec inermis quisquam de tanta copia processit,
sed singuli fustibus lanceis destrictis denique gladiis armati muniunt aditus. Nec secum canes etiam
venaticos auritos illos et horricomes ad comprimendam bestiam cohortantur.
[20] Tunc ego sensim gliscente adhuc illo tumultu retrogradi fuga domo facesso, sed plane
Thrasyleonem mire canibus repugnantem latens pone ianuam ipse prospicio. Quamquam enim vitae
metas ultimas obiret, non tamen sui nostrique vel pristinae virtutis oblitus iam faucibus ipsis hiantis
Cerberi reluctabat. Scaenam denique quam sponte sumpserat cum anima retinens, nunc fugiens,
nunc resistens variis corporis sui schemis ac motibus tandem domo prolapsus est. Nec tamen,
quamvis publica potitus libertate, salutem fuga quaerere potuit. Quippe cuncti canes de proximo
angiportu satis feri satisque copiosi venaticis illis, qui commodum domo similiter insequentes
processerant, se commiscent agminatim. Miserum funestumque spectamen aspexi, Thrasyleonem
nostrum catervis canum saevientium cinctum atque obsessum multisque numero morsibus laniatum.
Denique tanti doloris impatiens populi circumfluentis turbelis immisceor et, in quo solo poteram
celatum auxilium bono ferre commilitoni, sic indaginis principes dehortabar: "O grande" inquam "et
extremum flagitium, magnam et vere pretiosam perdimus bestiam."
[21] Nec tamen nostri sermonis artes infelicissimo profuerunt iuveni; quippe quidam procurrens e
domo procerus et validus incunctanter lanceam mediis iniecit ursae praecordiis nec secus alius et
ecce plurimi, iam timore discusso, certatim gladios etiam de proximo congerunt. Enimuero
Thrasyleon egregium decus nostrae factionis tandem immortalitate digno illo spiritu expugnato
magis quam patientia neque clamore ac ne ululatu quidem fidem sacramenti prodidit, sed iam
morsibus laceratus ferroque laniatus obnixo mugitu et ferino fremitu praesentem casum generoso
vigore tolerans gloriam sibi reservavit, vitam fato reddidit. Tanto tamen terrore tantaque formidine
coetum illum turbaverat, ut usque diluculum immo et in multum diem nemo quisquam fuerit ausus
quamvis iacentem bestiam vel digito contigere, nisi tandem pigre ac timide quidam lanius paulo
fidentior utero bestiae resecto ursae magnificum despoliavit latronem. Sic etiam Thrasyleon nobis
perivit, sed a gloria non peribit. Confestim itaque constrictis sarcinis illis, quas nobis servaverant
fideles mortui, Plataeae terminos concito gradu deserentes istud apud nostros animos identidem
reputabamus merito nullam fidem in vita nostra reperiri, quod ad manis iam et mortuos odio
perfidiae nostrae demigrarit. Sic onere vecturae simul et asperitate viae toti fatigati tribus comitum
desideratis istas quas videtis praedas adveximus."
160

[22] Post istum sermonis terminum poculis aureis memoriae defunctorum commilitonum vino mero
libant, dehinc canticis quibusdam Marti deo blanditi paululum conquiescunt. Enim nobis anus illa
recens ordeum adfatim et sine ulla mensura largita est, ut equus quidem meus tanta copia solus
potitus saliares se cenas cenare crederet. Ego vero, numquam alias hordeum crudum sed tunsum
minutatim et diutina coquitatione iurulentum semper solitus esse, [rim] rimatus angulum, quo panes
reliquiae totius multitudinis congestae fuerant, fauces diutina fame saucias et araneantes valenter
exerceo. Et ecce nocte promota latrones expergiti castra commovent instructique varie, partim
gladiis armati, partim in Lemures reformati, concito se gradu proripiunt. Nec me tamen instanter
fortiter manducantem vel somnus imminens impedire potuit. Et quamquam prius, cum essem
Lucius, unico vel secundo pane contentus mensa decederem, tunc ventri tam profundo serviens iam
ferme tertium qualum rumigabam. Huic me operi attonitum clara lux oppressit.
[23] Tandem itaque asinali verecundia ductus, aegerrime tamen digrediens rivulo proximo sitim
lenio. Nec mora, cum latrones ultra modum anxii atque solliciti remeant, nullam quidem prorsus
sarcinam vel omnino licet vilem laciniam ferentes, sed tantum gladiis totis totis manibus immo
factionis suae cunctis viribus munitam unicam virginem filo liberalem et, ut matronatus eius
indicabat, summatem regionis, puellam mehercules et asino tali concupiscendam, maerentem et
crines cum veste sua lacerantem advehebant. Eam simul intra speluncam ducunt verbisque quae
dolebat minora facientes sic adloquuntur: "Tu quidem salutis et pudicitiae secura brevem patientiam
nostro compendio tribue, quos ad istam sectam paupertatis necessitas adegit. Parentes autem tui de
tanto suarum divitiarum cumulo, quamquam satis cupidi, tamen sine mora parabunt scilicet
idoneam sui sanguinis redemptionem."
[24] His et his similibus blateratis necquicquam dolor sedatur puellae. Quidni? quae inter genua sua
deposito capite sine modo flebat. At illi intro vocatae anui praecipiunt adsidens eam blando
quantum posset solaretur alloquio, seque ad sectae sueta conferunt. Nec tamen puella quivit ullis
aniculae sermonibus ab inceptis fletibus avocari, sed altius eiulans sese et assiduis singultibus illa
quatiens mihi etiam lacrimas excussit. Ac sic: "A ego" inquit "misera tali domo tanta familia tam
caris vernulis tam sanctis parentibus desolata et infelicis rapinae praeda et mancipium effecta inque
isto saxeo carcere et carnificinae laniena serviliter clausa et omnibus deliciis, quis innata atque
innutrita sum, privata sub incerta salutis spe et carnificinae laniena inter tot ac tales latrones et
horrendum gladiatorum populum vel fletum desinere vel omnino vivere potero?
Lamentata sic et animi dolore et faucium tendore et corporis lassitudine iam fatigata marcentes
oculos demisit ad soporem.
[25] At commodum coniverat nec diu, cum repente lymphatico ritu somno recussa longe longeque
vehementius adflictare sese et pectus etiam palmis infestis tundere et faciem illam luculentam
verberare incipit et aniculae, quamquam instantissime causas novi et instaurati maeroris requirenti,
sic adsuspirans altius infit: "Em nunc certe nunc maxime funditus perii, nunc spei salutiferae
renuntiavi. Laqueus aut gladius aut certe praecipitium procul dubio capessendum est.
Ad haec anus iratior dicere eam saeviore iam vultu iubebat quid, malum, fleret vel quid repente
postliminio pressae quietis lamentationes licentiosas refricaret. "Nimirum" inquit "tanto compendio
tuae redemptionis defraudare iuvenes meos destinas? Quod si pergis ulterius, iam faxo lacrimis
istis, quas parvi pendere latrones consuerunt, insuper habitis viva exurare."
[26] Tali puella sermone deterrita manusque eius exosculata: "Parce," inquit "mi parens, et
durissimo casui meo pietatis humanae memor subsiste paululum. Nec enim, ut reor, aevo longiore
maturae tibi in ista sancta canitie miseratio prorsus exarvit. Specta denique scaenam meae
calamitatis. Speciosus adulescens inter suos principalis, quem filium publicum omnis sibi civitas
161

cooptavit, meus alioquin consobrinus, tantulo triennio maior in aetate, qui mecum primis ab annis
nutritus et adultus individuo contubernio domusculae immo vero cubiculi torique sanctae caritatis
adfectione mutua mihi pigneratus votisque nuptialibus pacto iugali pridem destinatus, consensu
parentum tabulis etiam maritus nuncupatus, ad nuptias officio frequenti cognatorum et adfinium
stipatus templis et aedibus publicis victimas immolabat; domus tota lauris obsita taedis lucida
constrepebat hymenaeum; tunc me gremio suo mater infelix tolerans mundo nuptiali decenter
ornabat mellitisque saviis crebiter ingestis iam spem futuram liberorum votis anxiis propagabat,
cum irruptionis subitae gladiatorum fit impetus ad belli faciem saeviens, nudis et infestis
mucronibus coruscans: non caedi non rapinae manus adferunt, sed denso conglobatoque cuneo
cubiculum nostrum invadunt protinus. Nec ullo de familiaribus nostris repugnante ac ne tantillum
quidem resistente misera formidine exanimem, saevo pavore trepidam, de medio matris gremio
rapuere. Sic ad instar Attidis vel Protesilai dispectae disturbataeque nuptiae.
[27] Sed ecce saevissimo somnio mihi nunc etiam redintegratur immo vero cumulatur infortunium
meum; nam visa sum mihi de domo de thalamo de cubiculo de toro denique ipso violenter extracta
per solitudines avias infortunatissimi mariti nomen invocare, eumque, ut primum meis amplexibus
viduatus est, adhuc ungentis madidum coronis floridum consequi vestigio me pedibus fugientem
alienis. Vtque clamore percito formonsae raptum uxoris conquerens populi testatur auxilium,
quidam de latronibus importunae persecutionis indignatione permotus saxo grandi pro pedibus
adrepto misellum iuvenem maritum meum percussum interemit. Talis aspectus atrocitate perterrita
somno funesto pavens excussa sum."
Tunc fletibus eius adsuspirans anus sic incipit: "Bono animo esto, mi erilis, nec vanis somniorum
figmentis terreare. Nam praeter quod diurnae quietis imagines falsae perhibentur, tunc etiam
nocturnae visiones contrarios eventus nonnumquam pronuntiant. Denique flere et vapulare et
nonnumquam iugulari lucrosum prosperumque proventum nuntiant, contra ridere et mellitis
dulciolis ventrem saginare vel in voluptatem veneriam convenire tristitie animi languore corporis
damnisque ceteris vexatum iri praedicabunt. Sed ego te narrationibus lepidis anilibusque fabulis
protinus avocabo", et incipit:
[28] Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed
maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis
credebantur, at vero puellae iunioris tam praecipua tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne
sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. Multi denique civium et advenae
copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis
admiratione stupidi et admoventes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem
residente ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis <venerabantur> adorationibus. Iamque
proximas civitates et attiguas regiones fama pervaserat deam quam caerulum profundum pelagi
peperit et ros spumantium fluctuum educavit iam numinis sui passim tributa venia in mediis
conversari populi coetibus, vel certe rursum novo caelestium stillarum germine non maria sed terras
Venerem aliam virginali flore praeditam pullulasse.
[29] Sic immensum procedit in dies opinio, sic insulas iam proxumas et terrae plusculum
provinciasque plurimas fama porrecta pervagatur. Iam multi mortalium longis itineribus atque
altissimis maris meatibus ad saeculi specimen gloriosum confluebant. Paphon nemo Cnidon nemo
ac ne ipsa quidem Cythera ad conspectum deae Veneris navigabant; sacra differuntur, templa
deformantur, pulvinaria proteruntur, caerimoniae negleguntur; incoronata simulacra et arae viduae
frigido cinere foedatae. Puellae supplicatur et in humanis vultibus deae tantae numina placantur, et
in matutino progressu virginis, victimis et epulis Veneris absentis nomen propitiatur, iamque per
plateas commeantem populi frequentes floribus sertis et solutis adprecantur.
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Haec honorum caelestium ad puellae mortalis cultum inmodica translatio verae Veneris vehementer
incendit animos, et impatiens indignationis capite quassanti fremens altius sic secum disserit:
[30] "En rerum naturae prisca parens, en elementorum origo initialis, en orbis totius alma Venus,
quae cum mortali puella partiario maiestatis honore tractor et nomen meum caelo conditum terrenis
sordibus profanatur! Nimirum communi nominis piamento vicariae venerationis incertum sustinebo
et imaginem meam circumferet puella moritura. Frustra me pastor ille cuius iustitiam fidemque
magnus comprobavit Iuppiter ob eximiam speciem tantis praetulit deabus. Sed non adeo gaudens
ista, quaecumque est, meos honores usurpaverit: iam faxo eam huius etiam ipsius inlicitae
formonsitatis paeniteat."
Et vocat confestim puerum suum pinnatum illum et satis temerarium, qui malis suis moribus
contempta disciplina publica flammis et sagittis armatus per alienas domos nocte discurrens et
omnium matrimonia corrumpens impune committit tanta flagitia et nihil prorsus boni facit. Hunc,
quamquam genuina licentia procacem, verbis quoque insuper stimulat et perducit ad illam civitatem
et Psychen hoc enim nomine puella nuncupabatur coram ostendit,
[31] et tota illa perlata de formonsitatis aemulatione fabula gemens ac fremens indignatione: "Per
ego te" inquit "maternae caritatis foedere deprecor per tuae sagittae dulcia vulnera per flammae
istius mellitas uredines vindictam tuae parenti sed plenam tribue et in pulchritudinem contumacem
severiter vindica idque unum et pro omnibus unicum volens effice: virgo ista amore fraglantissimo
teneatur hominis extremi, quem et dignitatis et patrimonii simul et incolumitatis ipsius Fortuna
damnavit, tamque infimi ut per totum orbem non inveniat miseriae suae comparem."
Sic effata et osculis hiantibus filium diu ac pressule saviata proximas oras reflui litoris petit,
plantisque roseis vibrantium fluctuum summo rore calcato ecce iam profundi maris sudo resedit
vertice, et ipsum quod incipit velle, set statim, quasi pridem praeceperit, non moratur marinum
obsequium: adsunt Nerei filiae chorum canentes et Portunus caerulis barbis hispidus et gravis
piscoso sinu Salacia et auriga parvulus delphinis Palaemon; iam passim maria persultantes Tritonum
catervae hic concha sonaci leniter bucinat, ille serico tegmine flagrantiae solis obsistit inimici, alius
sub oculis dominae speculum progerit, curru biiuges alii subnatant. Talis ad Oceanum pergentem
Venerem comitatus exercitus.
[32] Interea Psyche cum sua sibi perspicua pulchritudine nullum decoris sui fructum percipit.
Spectatur ab omnibus, laudatur ad omnibus, nec quisquam, non rex non regius nec de plebe saltem
cupiens eius nuptiarum petitor accedit. Mirantur quidem divinam speciem, sed ut simulacrum fabre
politum mirantur omnes. Olim duae maiores sorores, quarum temperatam formositatem nulli
diffamarant populi, procis regibus desponsae iam beatas nuptias adeptae, sed Psyche virgo vidua
domi residens deflet desertam suam solitudinem aegra corporis animi saucia, et quamvis gentibus
totis complacitam odit in se suam formositatem. Sic infortunatissimae filiae miserrimus pater
suspectatis caelestibus odiis et irae superum metuens dei Milesii vetustissimum percontatur
oraculum, et a tanto numine precibus et victimis ingratae virgini petit nuptias et maritum. Sed
Apollo, quamquam Graecus et Ionicus, propter Milesiae conditorem sic Latina sorte respondit:
[33] "Montis in excelsi scopulo, rex siste puellam
ornatam mundo funerei thalami.
Nec speres generum mortali stirpe creatum,
sed saevum atque ferum vipereumque malum,
quod pinnis volitans super aethera cuncta fatigat
flammaque et ferro singula debilitat,
quod tremit ipse Iovis quo numina terrificantur,
163

fluminaque horrescunt et Stygiae tenebrae."


Rex olim beatus affatus sanctae vaticinationis accepto pigens tristisque retro domum pergit suaeque
coniugi praecepta soris enodat infaustae. Maeretur, fletur, lamentatur diebus plusculis. Sed dirae
sortis iam urget taeter effectus. Iam feralium nuptiarum miserrimae virgini choragium struitur, iam
taede lumen atrae fuliginis cinere marcescit, et sonus tibiae zygiae mutatur in querulum Ludii
modum cantusque laetus hymenaei lugubri finitur ululatu et puella nuptura deterget lacrimas ipso
suo flammeo. Sic adfectae domus triste fatum cuncta etiam civitas congemebat luctuque publico
confestim congruens edicitur iustitium.
[34] Sed monitis caelestibus parendi necessitas misellam Psychen ad destinatam poenam
efflagitabat. Perfectis igitur feralis thalami cum summo maerore sollemnibus toto prosequente
populo vivum producitur funus, et lacrimosa Psyche comitatur non nuptias sed exsequias suas. Ac
dum maesti parentes et tanto malo perciti nefarium facinus perficere cunctatur, ipsa illa filia talibus
eos adhortatur vocibus: "Quid infelicem senectam fletu diutino cruciatis? Quid spiritum vestrum,
qui magis meus est, crebris eiulatibus fatigatis? Quid lacrimis inefficacibus ora mihi veneranda
foedatis? Quid laceratis in vestris oculis mea lumina? Quid canities scinditis? Quid pectora, quid
ubera sancta tunditis? Haec erunt vobis egregiae formonsitatis meae praeclara praemia. Invidiae
nefariae letali plaga percussi sero sentitis. Cum gentes et populi celebrarent nos divinis honoribus,
cum novam me Venerem ore consono nuncuparent, tunc dolere, tunc flere, tunc me iam quasi
peremptam lugere debuistis. Iam sentio iam video solo me nomine Veneris perisse. Ducite me et cui
sors addixit scopulo sistite. Festino felices istas nuptias obire, festino generosum illum maritum
meum videre. Quid differo quid detrecto venientem, qui totius orbis exitio natus est?"
[35] Sic profata virgo conticuit ingressuque iam valido pompae populi prosequentis sese miscuit.
Itur ad constitutum scopulom montis ardui, cuius in summo cacumine statutam puellam cuncti
deserunt, taedasque nuptiales, quibus praeluxerant, ibidem lacrimis suis extinctas relinquentes
deiectis capitibus domuitionem parant. Et miseri quidem parentes eius tanta clade defessi, clausae
domus abstrusi tenebris, perpetuae nocti sese dedidere. Psychen autem paventem ac trepidam et in
ipso scopuli vertice deflentem mitis aura molliter spirantis Zephyri vibratis hinc inde laciniis et
reflato sinu sensim levatam suo tranquillo spiritu vehens paulatim per devexa rupis excelsae vallis
subditae florentis cespitis gremio leniter delapsam reclinat.

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER V


[1] Psyche teneris et herbosis locis in ipso toro roscidi graminis suave recubans, tanta mentis
perturbatione sedata, dulce conquievit. Iamque sufficienti recreata somno placido resurgit animo.
Videt lucum proceris et vastis arboribus consitum, videt fontem vitreo latice perlucidum; medio luci
meditullio prope fontis adlapsum domus regia est aedificata non humanis manibus sed divinis
artibus. Iam scies ab introitu primo dei cuiuspiam luculentum et amoenum videre te diversorium.
Nam summa laquearia citro et ebore curiose cavata subeunt aureae columnae, parietes omnes
argenteo caelamine conteguntur bestiis et id genus pecudibus occurrentibus ob os introeuntium.
Mirus prorsum [magnae artis] homo immo semideus vel certe deus, qui magnae artis suptilitate
tantum efferavit argentum.
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Enimuero pavimenta ipsa lapide pretioso caesim deminuto in varia picturae genera discriminantur:
vehementer iterum ac saepius beatos illos qui super gemmas et monilia calcant! Iam ceterae partes
longe lateque dispositae domus sine pretio pretiosae totique parietes solidati massis averis splendore
proprio coruscant, ut diem suum sibi domi faciant licet sole nolente: sic cubicula sic porticus sic
ipsae valvae fulgurant. Nec setius opes ceterae maiestati domus respondent, ut equidem illud recte
videatur ad conversationem humanam magno Iovi fabricatum caeleste palatium.
[2] Invitata Psyche talium locorum oblectatione propius accessit et paulo fidentior intra limen sese
facit, mox prolectante studio pulcherrimae visionis rimatur singula et altrinsecus aedium horrea
sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. Nec est quicquam quod ibi non est.
Sed praeter ceteram tantarum divitiarum admirationem hoc erat praecipue mirificum, quod nullo
vinculo nullo claustro nullo custode totius orbis thensaurus ille muniebatur. Haec ei summa cum
voluptate visenti offert sese vox quaedam corporis sui nuda et: "Quid," inquit "domina, tantis
obstupescis opibus? Tua sunt haec omnia. Prohinc cubiculo te refer et lectulo lassitudinem refove et
ex arbitrio lavacrum pete. Nos, quarum voces accipis, tuae famulae sedulo tibi praeministrabimus
nec corporis curatae tibi regales epulae morabuntur."
[3] Sensit Psyche divinae providentiae beatitudinem, monitusque vocis informis audiens et prius
somno et mox lavacro fatigationem sui diluit, visoque statim proximo semirotundo suggestu,
propter instrumentum cenatorium rata refectui suo commodum libens accumbit. Et ilico vini
nectarei eduliumque variorum fercula copiosa nullo serviente sed tantum spiritu quodam impulsa
subministrantur. Nec quemquam tamen illa videre poterat, sed verba tantum audiebat excidentia et
solas voces famulas habebat. Post opimas dapes quidam introcessit et cantavit invisus et alius
citharam pulsavit, quae videbatur nec ipsa. Tunc modulatae multitudinis conserta vox aures eius
affertur, ut, quamvis hominum nemo pareret, chorus tamen esse pateret.
[4] Finitis voluptatibus vespera suadente concedit Psyche cubitum. Iamque provecta nocte clemens
quidam sonus aures eius accedit. Tunc virginitati suae pro tanta solitudine metuens et pavet et
horrescit et quovis malo plus timet quod ignorat. Iamque aderat ignobilis maritus et torum
inscenderat et uxorem sibi Psychen fecerat et ante lucis exortum propere discesserat. Statim voces
cubiculo praestolatae novam nuptam interfectae virginitatis curant. Haec diutino tempore sic
agebantur. Atque ut est natura redditum, novitas per assiduam consuetudinem delectationem ei
commendarat et sonus vocis incertae solitudinis erat solacium.
Interea parentes eius indefesso luctu atque maerore consenescebant, latiusque porrecta fama sorores
illae maiores cuncta cognorant propereque maestae atque lugubres deserto lare certatim ad
parentum suorum conspectum adfatumque perrexerant.
[5] Ea nocte ad suam Psychen sic infit maritus namque praeter oculos et manibus et auribus ut
praesentius nihil sentiebatur: "Psyche dulcissima et cara uxor, exitiabile tibi periculum minatur
fortuna saevior, quod observandum pressiore cautela censeo. Sorores iam tuae mortis opinione
turbatae tuumque vestigium requirentes scopulum istum protinus aderunt, quarum si quas forte
lamentationes acceperis, neque respondeas immo nec prospicias omnino; ceterum mihi quidem
gravissimum dolorem tibi vero summum creabis exitium."
Annuit et ex arbitrio mariti se facturam spopondit, sed eo simul cum nocte dilapso diem totum
lacrimis ac plangoribus misella consumit, se nunc maxime prorsus perisse iterans, quae beati
carceris custodia septa et humanae conversationis colloquio viduata nec sororibus quidem suis de se
maerentibus opem salutarem ferre ac ne videre eas quidem omnino posset. Nec lavacro nec cibo nec
ulla denique refectione recreata flens ubertim decessit ad somnum.
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[6] Nec mora, cum paulo maturius lectum maritus accubans eamque etiam nunc lacrimantem
complexus sic expostulat: "Haecine mihi pollicebare, Psyche mea? Quid iam de te tuus maritus
exspecto, quid spero? Et perdia et pernox nec inter amplexus coniugales desinis cruciatum. Age iam
nunc ut voles, et animo tuo damnosa poscenti pareto! Tantum memineris meae seriae monitionis,
cum coeperis sero paenitere."
Tunc illa precibus et dum se morituram comminatur extorquet a marito cupitis adnuat, ut sorores
videat, luctus mulceat, ora conferat. Sic ille novae nuptae precibus veniam tribuit et insuper
quibuscumque vellet eas auri vel monilium donare concessit, sed identidem monuit ac saepe terruit
ne quando sororum pernicioso consilio suasa de forma mariti quaerat neve se sacrilega curiositate
de tanto fortunarum suggestu pessum deiciat nec suum postea contingat amplexum. Gratias egit
marito iamque laetior animo: "Sed prius" inquit "centies moriar quam tuo isto dulcissimo conubio
caream. Amo enim et efflictim te, quicumque es, diligo aeque ut meum spiritum, nec ipsi Cupidini
comparo. Sed istud etiam meis precibus, oro, largire et illi tuo famulo Zephyro praecipe simili
vectura sorores hic mihi sistat", et imprimens oscula suasoria et ingerens verba mulcentia et
inserens membra cohibentia haec etiam blanditiis astruit: "Mi mellite, mi marite, tuae Psychae
dulcis anima." Vi ac potestate Venerii susurrus invitus succubuit maritus et cuncta se facturum
spopondit atque etiam luce proxumante de manibus uxoris evanuit.
[7] At illae sorores percontatae scopulum locumque illum quo fuerat Psyche deserta festinanter
adveniunt ibique difflebant oculos et plangebant ubera, quoad crebris earum heiulatibus saxa
cautesque parilem sonum resultarent. Iamque nomine proprio sororem miseram ciebant, quoad sono
penetrabili vocis ululabilis per prona delapso amens et trepida Psyche procurrit e domo et: "Quid"
inquit "vos miseris lamentationibus necquicquam effligitis? Quam lugetis, adsum. Lugubres voces
desinite et diutinis lacrimis madentes genas siccate tandem, quippe cum iam possitis quam
plangebatis amplecti."
Tunc vocatum Zephyrum praecepti maritalis admonet. Nec mora, cum ille parens imperio statim
clementissimis flatibus innoxia vectura deportat illas. Iam mutuis amplexibus et festinantibus saviis
sese perfruuntur et illae sedatae lacrimae postliminio redeunt prolectante gaudio. "Sed et tectum"
inquit "et larem nostrum laetae succedite et afflictas animas cum Psyche vestra recreate."
[8] Sic allocuta summas opes domus aureae vocumque servientium populosam familiam demonstrat
auribus earum lavacroque pulcherrimo et inhumanae mensae lautitiis eas opipare reficit, ut illarum
prorsus caelestium divitiarum copiis affluentibus satiatae iam praecordiis penitus nutrirent invidam.
Denique altera earum satis scrupulose curioseque percontari non desinit, quis illarum caelestium
rerum dominus, quisve vel qualis ipsius sit maritus. Nec tamen Psyche coniugale illud praeceptum
ullo pacto temerat vel pectoris arcanis exigit, sed e re nata confingit esse iuvenem quendam et
speciosum, commodum lanoso barbitio genas inumbrantem, plerumque rurestribus ac montanis
venatibus occupatum, et ne qua sermonis procedentis labe consilium tacitum proderetur, auro facto
gemmosisque monilibus onustas eas statim vocato Zephyro tradit reportandas.
[9] Quo protenus perpetrato sorores egregiae domum redeuntes iamque gliscentis invidiae felle
fraglantes multa secum sermonibus mutuis perstrepebant. Sic denique infit altera: "En orba et saeva
et iniqua Fortuna! Hocine tibi complacuit, ut utroque parente prognatae germanae diversam sortem
sustineremus? Et nos quidem quae natu maiore sumus maritis advenis ancillae deditae extorres et
lare et ipsa patria degamus longe parentum velut exulantes, haec autem novissima, quam fetu
satiante postremus partus effudit, tantis opibus et deo marito potita sit, quae nec uti recte tanta
bonorum copia novit? Vidisti, soror, quanta in domo iacent et qualia monilia, quae praenitent vestes,
quae splendicant gemmae, quantum praeterea passim calcatur aurum. Quodsi maritum etiam tam
formonsum tenet ut affirmat, nulla nunc in orbe toto felicior vivit. Fortassis tamen procedente
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consuetudine et adfectione roborata deam quoque illam deus maritus efficiet. Sic est hercules, sic se
gerebat ferebatque. Iam iam sursum respicit et deam spirat mulier, quae voces ancillas habet et
ventis ipsis imperat. At ego misera primum patre meo seniorem maritum sortita sum, dein cucurbita
calviorem et quovis puero pusilliorem, cunctam domum seris et catenis obditam custodientem."
[10] Suscipit alia: "Ego vero maritum articulari etiam morbo complicatum curvatumque ac per hoc
rarissimo venerem meam recolente sustineo, plerumque detortos et duratos in lapidem digitos eius
perfricans, fomentis olidis et pannis sordidis et faetidis cataplasmatibus manus tam delicatas istas
adurens, nec uxoris officiosam faciem sed medicae laboriosam personam sustinens. Et tu quidem
soror videris quam patienti vel potius servili dicam enim libere quod sentio haec perferas
animo: enimuero ego nequeo sustinere ulterius tam beatam fortunam allapsam indignae. Recordare
enim quam superbe quam adroganter nobiscum egerit et ipsa iactatione immodicae ostentationis
tumentem suum prodiderit animum deque tantis divitiis exigua nobis invita proiecerit confestimque
praesentiam nostram gravata propelli et efflari exsibilarique nos iusserit. Nec sum mulier nec
omnino spiro, nisi eam pessum de tantis opibus deiecero. Ac si tibi etiam, ut par est, inacuit nostra
contumelia, consilium validum requiramus ambae. Iamque ista quae ferimus non parentibus nostris
ac nec ulli monstremus alii, immo nec omnino quicquam de eius salute norimus. Sat est quod ipsae
vidimus quae vidisse paenitet, nedum ut genitoribus et omnibus populis tam beatum eius differamus
praeconium. Nec sunt enim beati quorum divitias nemo novit. Sciet se non ancillas sed sorores
habere maiores. Et nunc quidem concedamus ad maritos, et lares pauperes nostros sed plane sobrios
revisamus, diuque cogitationibus pressioribus instructae ad superbiam poeniendam firmiores
redeamus."
[11] Placet pro bono duabus malis malum consilium totisque illis tam pretiosis muneribus
absconditis comam trahentes et proinde ut merebantur ora lacerantes simulatos redintegrant fletus.
Ac sic parentes quoque redulcerato prorsum dolore raptim deterrentes vesania turgidae domus suas
contendunt dolum scelestum immo vero parricidium struentes contra sororem insontem.
Interea Psychen maritus ille quem nescit rursum suis illis nocturnis sermonibus sic commonet:
"Videsne quantum tibi periculum? Velitatur Fortuna eminus, ac nisi longe firmiter praecaves mox
comminus congredietur. Perfidae lupulae magnis conatibus nefarias insidias tibi comparant, quarum
summa est ut te suadeant meos explorare vultus, quos, ut tibi saepe praedixi, non videbis si videris.
Ergo igitur si posthac pessimae illae lamiae noxiis animis armatae venerint venient autem, scio
neque omnino sermonem conferas, et si id tolerare pro genuina simplicitate proque animi tui
teneritudine non potueris, certe de marito nil quicquam vel audias vel respondeas. Nam et familiam
nostram iam propagabimus et hic adhuc infantilis uterus gestat nobis infantem alium, si texeris
nostra secreta silentio, divinum, si profanaveris, mortalem."
[12] Nuntio Psyche laeta florebat et divinae subolis solacio plaudebat et futuri pignoris gloria
gestiebat et materni nominis dignitate gaudebat. Crescentes dies et menses exeuntes anxia numerat
et sarcinae nesciae rudimento miratur de brevi punctulo tantum incrementulum locupletis uteri. Sed
iam pestes illae taeterrimaeque Furiae anhelantes vipereum virus et festinantes impia celeritate
navigabant. Tunc sic iterum momentarius maritus suam Psychen admonet: "En dies ultima et casus
extremus et! Sexus infestus et sanguis inimicus iam sumpsit arma et castra commovit et aciem
direxit et classicum personavit; iam mucrone destricto iugulum tuum nefariae tuae sorores petunt.
Heu quantis urguemur cladibus, Psyche dulcissima! Tui nostrique misere religiosaque continentia
domum maritum teque et istum parvulum nostrum imminentis ruinae infortunio libera. Nec illas
scelestas feminas, quas tibi post internecivum odium et calcata sanguinis foedera sorores appellare
non licet, vel videas vel audias, cum in morem Sirenum scopulo prominentes funestis vocibus saxa
personabunt."
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[13] Suscipit Psyche singultu lacrimoso sermonem incertans: "Iam dudum, quod sciam, fidei atque
parciloquio meo perpendisti documenta, nec eo setius adprobabitur tibi nunc etiam firmitas animi
mei. Tu modo Zephyro nostro rursum praecipe fungatur obsequio, et in vicem denegatae
sacrosanctae imaginis tuae redde saltem conspectum sororum. Per istos cinnameos et undique
pendulos crines tuos per teneras et teretis et mei similes genas per pectus nescio quo calore
fervidum sic in hoc saltem parvulo cognoscam faciem tuam: supplicis anxiae piis precibus erogatus
germani complexus indulge fructum et tibi devotae dicataeque Psychae animam gaudio recrea. Nec
quicquam amplius in tuo vultu requiro, iam nil officiunt mihi nec ipsae nocturnae tenebrae: teneo te,
meum lumen."
His verbis et amplexibus mollibus decantatus maritus lacrimasque eius suis crinibus detergens
facturum spopondit et praevertit statim lumen nascentis diei.
[14] Iugum sororium consponsae factionis ne parentibus quidem visis recta de navibus scopulum
petunt illum praecipiti cum velocitate nec venti ferentis oppertae praesentiam licentiosa cum
temeritate prosiliunt in altum. Nec immemor Zephyrus regalis edicti, quamvis invitus, susceptas eas
gremio spirantis aurae solo reddidit. At illae incunctatae statim conferto vestigio domum penetrant
complexaeque praedam suam sorores nomine mentientes thensaurumque penitus abditae fraudis
vultu laeto tegentes sic adulant: "Psyche, non ita ut pridem parvula, et ipsa iam mater es. Quantum,
putas, boni nobis in ista geris perula! Quantis gaudiis totam domum nostram hilarabis! O nos beatas
quas infantis aurei nutrimenta laetabunt! Qui si parentum, ut oportet, pulchritudini responderit,
prorsus Cupido nascetur."
[15] Sic adfectione simulata paulatim sororis invadunt animum. Statimque eas lassitudinem viae
sedilibus refotas et balnearum vaporosis fontibus curatas pulcherrime triclinio mirisque illis et
beatis edulibus atque tuccetis oblectat. Iubet citharam loqui: psallitur; tibias agere: sonatur; choros
canere: cantatur. Quae cuncta nullo praesente dulcissimis modulis animos audientium remulcebant.
Nec tamen scelestarum feminarum nequitia vel illa mellita cantus dulcedine mollita conquievit, sed
ad destinatam fraudium pedicam sermonem conferentes dissimulanter occipiunt sciscitari qualis ei
maritus et unde natalium secta cuia proveniret. Tunc illa simplicitate nimia pristini sermonis oblita
novum commentum instruit atque maritum suum de provincia proxima magnis pecuniis
negotiantem iam medium cursum aetatis agere interspersum rara canitie. Nec in sermone isto
tantillum morata rursum opiparis muneribus eas onustas ventoso vehiculo reddidit.
[16] Sed dum Zephyri tranquillo spiritu sublimatae domum redeunt, sic secum altercantes: "Quid,
soror, dicimus de tam monstruoso fatuae illis mendacio? Tunc adolescens modo florenti lanugine
barbam instruens, nunc aetate media candenti canitie lucidus. Quis ille quem temporis modici
spatium repentina senecta reformavit? Nil aliud reperies, mi soror, quam vel mendacia istam
pessimam feminam confingere vel formam mariti sui nescire; quorum utrum verum est, opibus istis
quam primum exterminanda est. Quodsi viri sui faciem ignorat, deo profecto denupsit et deum
nobis praegnatione ista gerit. Certe si divini puelli quod absit haec mater audierit, statim me
laqueo nexili suspendam. Ergo interim ad parentes nostros redeamus et exordio sermonis huius
quam concolores fallacias adtexamus."
[17] Sic inflammatae, parentibus fastidienter appellatis et nocte turbata vigiliis, perditae matutino
scopulum pervolant et inde solito venti praesidio vehementer devolant lacrimisque pressura
palpebrarum coactis hoc astu puellam appellant: "Tu quidem felix et ipsa tanti mali ignorantia beata
sedes incuriosa periculi tui, nos autem, quae pervigili cura rebus tuis excubamus, cladibus tuis
misere cruciamur. Pro vero namque comperimus nec te, sociae scilicet doloris casusque tui, celare
possumus immanem colubrum multinodis voluminibus serpentem, veneno noxio colla
sanguinantem hiantemque ingluvie profunda, tecum noctibus latenter adquiescere. Nunc recordare
168

sortis Pythicae, quae te trucis bestiae nuptiis destinatam esse clamavit. Et multi coloni quique
circumsecus venantur et accolae plurimi viderunt eum vespera redeuntem e pastu proximique
fluminis vadis innatantem.
[18] Nec diu blandis alimoniarum obsequiis te saginaturum omnes adfirmant, sed cum primum
praegnationem tuam plenus maturaverit uterus, opimiore fructu praeditam devoraturum. Ad haec
iam tua est existimatio, utrum sororibus pro tua cara salute sollicitis adsentiri velis et declinata
morte nobiscum secura periculi vivere an saevissimae bestiae sepeliri visceribus. Quodsi te ruris
huius vocalis solitudo vel clandestinae veneris faetidi periculosique concubitus et venenati serpentis
amplexus delectant, certe piae sorores nostrum fecerimus."
Tunc Psyche misella, utpote simplex et animi tenella, rapitur verborum tam tristium formidine:
extra terminum mentis suae posita prorsus omnium mariti monitionum suarumque promissionum
memoriam effudit et in profundum calamitatis sese praecipitavit tremensque et exsangui colore
lurida tertiata verba semihianti voce substrepens sic ad illas ait:
[19] "Vos quidem, carissimae sorores, ut par erat, in officio vestrae pietatis permanetis, verum et illi
qui talia vobis adfirmant non videntur mihi mendacium fingere. Nec enim umquam viri mei vidi
faciem vel omnino cuiatis sit novi, sed tantum nocturnis subaudiens vocibus maritum incerti status
et prorsus lucifugam tolero, bestiamque aliquam recte dicentibus vobis merito consentio. Meque
magnopere semper a suis terret aspectibus malumque grande de vultus curiositate praeminatur.
Nunc si quam salutarem opem periclitanti sorori vestrae potestis adferre, iam nunc subsistite;
ceterum incuria sequens prioris providentiae beneficia conrumpet." Tunc nanctae iam portis
patentibus nudatum sororis animum facinerosae mulieres, omissis tectae machinae latibulis,
destrictis gladiis fraudium simplicis puellae paventes cogitationes invadunt.
[20] Sic denique altera: "Quoniam nos originis nexus pro tua incolumitate ne periculum quidem
ullum ante oculos habere compellit, viam quae sola deducit iter ad salutem diu diuque cogitatam
monstrabimus tibi. Novaculam praeacutam adpulsu etiam palmulae lenientis exasperatam tori qua
parte cubare consuesti latenter absconde, lucernamque concinnem completam oleo claro lumine
praemicantem subde aliquo claudentis aululae tegmine, omnique isto apparatu tenacissime
dissimulato, postquam sulcatum trahens gressum cubile solitum conscenderit iamque porrectus et
exordio somni prementis implicitus altum soporem flare coeperit, toro delapsa nudoque vestigio
pensilem gradum paullulatim minuens, caecae tenebrae custodia liberata lucerna, praeclari tui
facinoris opportunitatem de luminis consilio mutuare, et ancipiti telo illo audaciter, prius dextera
sursum elata, nisu quam valido noxii serpentis nodum cervicis et capitis abscide. Nec nostrum tibi
deerit subsidium; sed cum primum illius morte salutem tibi feceris, anxie praestolatae advolabimus
cunctisque istis ocius tecum relatis votivis nuptiis hominem te iungemus homini."
[21] Tali verborum incendio flammata viscera sororis prorsus ardentis deserentes ipsae protinus
tanti mali confinium sibi etiam eximie metuentes flatus alitis impulsu solito porrectae super
scopulum ilico pernici se fuga proripiunt statimque conscensis navibus abeunt.
At Psyche relicta sola, nisi quod infestis Furiis agitata sola non est aestu pelagi simile maerendo
fluctuat, et quamvis statuto consilio et obstinato animo iam tamen facinori manus admovens adhuc
incerta consilii titubat multisque calamitatis suae distrahitur affectibus. Festinat differt, audet
trepidat, diffidit irascitur et, quod est ultimum, in eodem corpore odit bestiam, diligit maritum.
Vespera tamen iam noctem trahente praecipiti festinatione nefarii sceleris instruit apparatum. Nox
aderat et maritus aderat primisque Veneris proeliis velitatus in altum soporem descenderat.

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[22] Tunc Psyche et corporis et animi alioquin infirma fati tamen saevitia subministrante viribus
roboratur, et prolata lucerna et adrepta novacula sexum audacia mutatur.
Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam
dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius
aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat. At
vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi marcido pallore defecta tremensque desedit in
imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; quod profecto fecisset, nisi ferrum
timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset. Iamque lassa, salute defecta, dum
saepius divini vultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi. Videt capitis aurei genialem
caesariem ambrosia temulentam, cervices lacteas genasque purpureas pererrantes crinium globos
decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante
iam et ipsum lumen lucernae vacillabat; per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore
candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes
inquieta lasciviunt; ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non
paeniteret. Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.
[23] Quae dum insatiabili animo Psyche, satis et curiosa, rimatur atque pertrectat et mariti sui
miratur arma, depromit unam de pharetra sagittam et punctu pollicis extremam aciem periclitabunda
trementis etiam nunc articuli nisu fortiore pupugit altius, ut per summam cutem roraverint parvulae
sanguinis rosei guttae. Sic ignara Psyche sponte in Amoris incidit amorem. Tunc magis magisque
cupidine fraglans Cupidinis prona in eum efflictim inhians patulis ac petulantibus saviis festinanter
ingestis de somni mensura metuebat. Sed dum bono tanto percita saucia mente fluctuat, lucerna illa,
sive perfidia pessima sive invidia noxia sive quod tale corpus contingere et quasi basiare et ipsa
gestiebat, evomuit de summa luminis sui stillam ferventis olei super umerum dei dexterum. Hem
audax et temeraria lucerna et amoris vile ministerium, ipsum ignis totius deum aduris, cum te
scilicet amator aliquis, ut diutius cupitis etiam nocte potiretur, primus invenerit. Sic inustus exiluit
deus visaque detectae fidei colluvie prorsus ex osculis et manibus infelicissimae coniugis tacitus
avolavit.
[24] At Psyche statim resurgentis eius crure dextero manibus ambabus adrepto sublimis evectionis
adpendix miseranda et per nubilas plagas penduli comitatus extrema consequia tandem fessa
delabitur solo. Nec deus amator humi iacentem deserens involavit proximam cupressum deque eius
alto cacumine sic eam graviter commotus adfatur:
"Ego quidem, simplicissima Psyche, parentis meae Veneris praeceptorum immemor, quae te miseri
extremique hominis devinctam cupidine infimo matrimonio addici iusserat, ipse potius amator
advolavi tibi. Sed hoc feci leviter, scio, et praeclarus ille sagittarius ipse me telo meo percussi teque
coniugem meam feci, ut bestia scilicet tibi viderer et ferro caput excideres meum quod istos
amatores tuos oculos gerit. Haec tibi identidem semper cavenda censebam, haec benivole
remonebam. Sed illae quidem consiliatrices egregiae tuae tam perniciosi magisterii dabunt actutum
mihi poenas, te vero tantum fuga mea punivero." Et cum termino sermonis pinnis in altum se
proripuit.
[25] Psyche vero humi prostrata et, quantum visi poterat, volatus mariti prospiciens extremis
affligebat lamentationibus animum. Sed ubi remigio plumae raptum maritum proceritas spatii
fecerat alienum, per proximi fluminis marginem praecipitem sese dedit. Sed mitis fluvius in
honorem dei scilicet qui et ipsas aquas urere consuevit metuens sibi confestim eam innoxio
volumine super ripam florentem herbis exposuit. Tunc forte Pan deus rusticus iuxta supercilium
amnis sedebat complexus Echo montanam deam eamque voculas omnimodas edocens recinere;
proxime ripam vago pastu lasciviunt comam fluvii tondentes capellae. Hircuosus deus sauciam
170

Psychen atque defectam, utcumque casus eius non inscius, clementer ad se vocatam sic permulcet
verbis lenientibus: "Puella scitula, sum quidem rusticans et upilio sed senectutis prolixae beneficio
multis experimentis instructus. Verum si recte coniecto, quod profecto prudentes viri divinationem
autumant, ab isto titubante et saepius vaccillante vestigio deque minio pallore corporis et assiduo
suspiritu immo et ipsis marcentibus oculis tuis amore minio laboras. Ergo mihi ausculta nec te
rursus praecipitio vel ullo mortis accersitae genere perimas. Luctum desine et pone maerorem
precibusque potius Cupidinem deorum maximum percole et utpote adolescentem delicatum
luxuriosumque blandis obsequiis promerere."
[26]. Sic locuto deo pastore nulloque sermone reddito sed adorato tantum numine salutari Psyche
pergit ire. Sed cum aliquam multum viae laboranti vestigio pererrasset, inscia quodam tramite iam
die labente accedit quandam civitatem, in qua regnum maritus unius sororis eius optinebat. Qua re
cognita Psyche nuntiari praesentiam suam sorori desiderat; mox inducta mutuis amplexibus alternae
salutationis expletis percontanti causas adventus sui sic incipit:
"Meministi consilium vestrum, scilicet quo mihi suasistis ut bestiam, quae mariti mentito nomine
mecum quiescebat, prius quam ingluvie voraci me misellam hauriret, ancipiti novacula peremerem.
Set cum primum, ut aeque placuerat, conscio lumine vultus eius aspexi, video mirum divinumque
prorsus spectaculum, ipsum illum deae Veneris filium, ipsum inquam Cupidinem, leni quiete
sopitum. Ac dum tanti boni spectaculo percita et nimia voluptatis copia turbata fruendi laborarem
inopia, casu scilicet pessumo lucerna fervens oleum rebullivit in eius umerum. Quo dolore statim
somno recussus, ubi me ferro et igni conspexit armatam, "Tu quidem" inquit "ob istud tam dirum
facinus confestim toro meo divorte tibique res tuas habeto, ego vero sororem tuam" et nomen
quo tu censeris aiebat "iam mihi confarreatis nuptis coniugabo" et statim Zephyro praecipit ultra
terminos me domus eius efflaret."
[27] Necdum sermonem Psyche finierat, et illa vesanae libidinis et invidiae noxiae stimulis agitata,
e re concinnato mendacio fallens maritum, quasi de morte parentum aliquid comperisset, statim
navem ascendit et ad illum scopulum protinus pergit et quamvis alio flante vento caeca spe tamen
inhians, "Accipe me," dicens "Cupido, dignam te coniugem et tu, Zephyre, suscipe dominam" saltu
se maximo praecipitem dedit. Nec tamen ad illum locum vel satem mortua pervenire potuit. Nam
per saxa cautium membris iactatis atque dissipatis et proinde ut merebatur laceratis visceribus suis
alitibus bestiisque obvium ferens pabulum interiit.
Nec vindictae sequentis poena tardavit. Nam Psyche rursus errabundo gradu pervenit ad civitatem
aliam, in qua pari modo soror morabatur alia. Nec setius et ipsa fallacie germanitatis inducta et in
sororis sceleratas nuptias aemula festinavit ad scopulum inque simile mortis exitium cecidit.
[28] Interim, dum Psyche quaestioni Cupidinis intenta populos circumibat, at ille vulnere lucernae
dolens in ipso thalamo matris iacens ingemebat. Tunc avis peralba illa gavia quae super fluctus
marinos pinnis natat demergit sese propere ad Oceani profundum gremium. Ibi commodum
Venerem lavantem natantemque propter assistens indicat adustum filium eius gravi vulneris dolore
maerentem dubium salutis iacere, iamque per cunctorum ora populorum rumoribus conviciisque
variis omnem Veneris familiam male audire, quod ille quidem montano scortatu tu vero marino
natatu secesseritis, ac per hoc non voluptas ulla non gratia non lepos, sed incompta et agrestia et
horrida cuncta sint, non nuptiae coniugales non amicitiae sociales non liberum caritates, sed
enormis colluvies et squalentium foederum insuave fastidium.
Haec illa verbosa et satis curiosa avis in auribus Veneris fili lacerans existimationem ganniebat. At
Venus irata solidum exclamat repente: "Ergo iam ille bonus filius meus habet amicam aliquam?
Prome agedum, quae sola mihi servis amanter, nomen eius quae puerum ingenuum et investem
171

sollicitavit, sive illa de Nympharum populo seu de Horarum numero seu de Musarum choro vel de
mearum Gratiarum ministerio."
Nec loquax illa conticuit avis, sed: "Nescio," inquit "domina: puto puellam, si probe memini,
Psyches nomine dici: illam dicitur efflicte cupere."
Tunc indignata Venus exclamavit vel maxime: "Psychen ille meae formae succubam mei nominis
aemulam vere diligit? Nimirum illud incrementum lenam me putavit cuius monstratu puellam illam
cognosceret."
[29] Haec quiritans properiter emergit e mari suumque protinus aureum thalamum petit et reperto,
sicut audierat, aegroto puero iam inde a foribus quam maxime boans: "Honesta" inquit "haec et
natalibus nostris bonaeque tuae frugi congruentia, ut primum quidem tuae parentis immo dominae
praecepta calcares, nec sordidis amoribus inimicam meam cruciares, verum etiam hoc aetatis puer
tuis licentiosis et immaturis iungeres amplexibus, ut ego nurum scilicet tolerarem inimicam. Sed
utique praesumis nugo et corruptor et inamabilis te solum generosum nec me iam per aetatem posse
concipere. Velim ergo scias multo te meliorem filium alium genituram, immo ut contumeliam magis
sentias aliquem de meis adoptaturam vernulis, eique donaturam istas pinnas et flammas et arcum et
ipsas sagittas et omnem meam supellectilem, quam tibi non ad hos usus dederam: nec enim de
patris tui bonis ad instructionem istam quicquam concessum est.
[30] Sed male prima a pueritia inductus es et acutas manus habes et maiores tuos irreverenter
pulsasti totiens et ipsa matrem tuam, me inquam ipsam, parricida denudas cotidie et percussisti
saepius et quasi viduam utique contemnis nec vitricum tuum fortissimum illum maximumque
bellatorem metuis. Quidni? cui saepius in angorem mei paelicatus puellas propinare consuesti. Sed
iam faxo te lusus huius paeniteat et sentias acidas et amaras istas nuptias. Sed nunc inrisui habita
quid agam? Quo me conferam? Quibus modis stelionem istum cohibeam? Petamne auxilium ab
inimica mea Sobrietate, quam propter huius ipsius luxuriam offendis saepius? At rusticae
squalentisque feminae conloquium prorsus [adhibendum est] horresco. Nec tamen vindictae
solacium undeunde spernendum est. Illa mihi prorsus adhibenda est nec ulla alia, quae castiget
asperrime nugonem istum, pharetram explicet et sagittas dearmet, arcum enodet, taedam deflammet,
immo et ipsum corpus eius acrioribus remediis coerceat. Tunc iniuriae meae litatum crediderim cum
eius comas quas istis manibus meis subinde aureo nitore perstrinxi deraserit, pinnas quas meo
gremio nectarei fontis infeci praetotonderit."
[31] Sic effata foras sese proripit infesta et stomachata biles Venerias. Sed eam protinus Ceres et
Iuno continantur visamque vultu tumido quaesiere cur truci supercilio tantam venustatem
micantium oculorum coerceret. At illa: "Opportune" inquit " ardenti prorsus isto meo pectori
volentiam scilicet perpetraturae venitis. Sed totis, oro, vestris viribus Psychen illam fugitivam
volaticam mihi requirite. Nec enim vos utique domus meae famosa fabula et non dicendi filii mei
facta latuerunt."
Tunc illae non ignarae quae gesta sunt palpare Veneris iram saevientem sic adortae: "Quid tale,
domina, deliquit tuus filius ut animo pervicaci voluptate illius impugnes et, quam ille diligit, tu
quoque perdere gestias? Quod autem, oramus, isti crimen si puellae lepidae libenter adrisit? An
ignoras eum masculum et iuvenem esse vel certe iam quot sit annorum oblita es? An, quod aetatem
portat bellule, puer tibi semper videtur? Mater autem tu et praeterea cordata mulier filii tui lusus
semper explorabis curiose et in eo luxuriem culpabis et amores revinces et tuas artes tuasque
delicias in formonso filio reprehendes? Quid autem te deum, qui hominum patietur passim
cupidines populis disseminantem, cum tuae domus amores amare coerceas et vitiorum muliebrium
publicam praecludas officinam?" Sic illae metu sagittarum patrocinio gratioso Cupidini quamvis
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absenti blandiebantur. Sed Venus indignata ridicule tractari suas iniurias praeversis illis altrorsus
concito gradu pelago viam capessit.

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER VI


[1] Interea Psyche variis iactabatur discursibus, dies noctesque mariti vestigationibus inquieta
animi, tanto cupidior iratum licet si non uxoriis blanditiis lenire certe servilibus precibus propitiare.
Et prospecto templo quodam in ardui montis vertice: "Vnde autem" inquit "scio an istic meus degat
dominus?" Et ilico dirigit citatum gradum, quem defectum prorsus adsiduis laboribus spes incitabat
et votum. Iamque naviter emensis celsioribus iugis pulvinaribus sese proximam intulit. Videt spicas
frumentarias in acervo et alias flexiles in corona et spicas hordei videt. Erant et falces et operae
messoriae mundus omnis, sed cuncta passim iacentia et incuria confusa et, ut solet aestu,
laborantium manibus proiecta. Haec singula Psyche curiose dividit et discretim semota rite
componit, rata scilicet nullius dei fana caerimoniasve neglegere se debere sed omnium benivolam
misericordiam corrogare.
[2] Haec eam sollicite seduloque curantem Ceres alma deprehendit et longum exclamat protinus:
"Ain, Psyche miseranda? Totum per orbem Venus anxia disquisitione tuum vestigium furens animi
requirit teque ad extremum supplicium expetit et totis numinis sui viribus ultionem flagitat: tu vero
rerum mearum tutelam nunc geris et aliud quicquam cogitas nisi de tua salute?"
Tunc Psyche pedes eius advoluta et uberi fletu rigans deae vestigia humumque verrens crinibus suis
multiiugis precibus editis veniam postulabat: "Per ego te frugiferam tuam dexteram istam deprecor
per laetificas messium caerimonias per tacita secreta cistarum et per famulorum tuorum draconum
pinnata curricula et glebae Siculae sulcamina et currum rapacem et terram tenacem et inluminarum
Proserpinae nuptiarum demeacula et luminosarum filiae inventionum remeacula et cetera quae
silentio tegit Eleusinis Atticae sacrarium, miserandae Psyches animae supplicis tuae subsiste. Inter
istam spicarum congeriem patere vel pauculos dies delitescam, quoad deae tantae saeviens ira spatio
temporis mitigetur vel certe meae vires diutino labore fessae quietis intervallo leniantur."
[3] Suscipit Ceres: "Tuis quidem lacrimosis precibus et commoveor et opitulari cupio, sed cognatae
meae, cum qua etiam foedus antiquum amicitiae colo, bonae praeterea feminae, malam gratiam
subire nequeo. Decede itaque istis aedibus protinus et quod a me retenta custoditaque non fueris
optimi consule."
Contra spem suam repulsa Psyche et afflicta duplici maestitia iter retrorsum porrigens inter subsitae
convallis sublucidum lucum prospicit fanum sollerti fabrica structum, nec ullam vel dubiam spei
melioris viam volens omittere sed adire cuiscumque dei veniam sacratis foribus proximat. Videt
dona pretiosa et lacinias auro litteratas ramis arborum postibusque suffixas, quae cum gratia facti
nomen deae cui fuerant dicata testabantur. Tunc genu nixa et manibus aram tepentem amplexa
detersis ante lacrimis sic adprecatur:
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[4] "Magni Iovis germana et coniuga, sive tu Sami, quae sola partu vagituque et alimonia tua
gloriatur, tenes vetusta delubra, sive celsae Carthaginis, quae te virginem vectura leonis caelo
commeantem percolit, beatas sedes frequentas, seu prope ripas Inachi, qui te iam nuptam Tonantis
et reginam deorum memorat, inclitis Argivorum praesides moenibus, quam cunctus oriens Zygiam
veneratur et omnis occidens Lucinam appellat, sis mei extremis casibus Iuno Sospita meque in
tantis exanclatis laboribus defessam imminentis periculi metu libera. Quod sciam, soles
praegnatibus periclitantibus ultro subvenire."
Ad istum modum supplicanti statim sese Iuno cum totius sui numinis angusta dignitate praesentat et
protinus: "Quam vellem" inquit "per fidem nutum meum precibus tuis accommodare. Sed contra
voluntatem Veneris nurus meae, quam filiae semper dilexi loco, praestare me pudor non sinit. Tunc
etiam legibus quae servos alienos profugos invitis dominis vetant suscipi prohibeor."
[5] Isto quoque fortunae naufragio Psyche perterrita nec indipisci iam maritum volatilem quiens,
tota spe salutis deposita, sic ipsa suas cogitationes consuluit: "Iam quae possunt alia meis aerumnis
temptari vel adhiberi subsidia, cui nec dearum quidem quanquam volentium potuerunt prodesse
suffragia? Quo rursum itaque tantis laqueis inclusa vestigium porrigam quibusque tectis vel etiam
tenebris abscondita magnae Veneris inevitabiles oculos effugiam? Quin igitur masculum tandem
sumis animum et cassae speculae renuntias fortiter et ultroneam te dominae tuae reddis et vel sera
modestia saevientes impetus eius mitigas? Qui scias an etiam quem diu quaeritas illic in domo
matris reperias?" Sic ad dubium obsequium immo ad certum exitium praeparata principium futurae
secum meditabatur obsecrationis.
[6] At Venus terrenis remediis inquisitionis abnuens caelum petit. Iubet instrui currum quem ei
Vulcanus aurifex subtili fabrica studiose poliverat et ante thalami rudimentum nuptiale munus
obtulerat limae tenuantis detrimento conspicuum et ipsius auri damno pretiosum. De multis quae
circa cubiculum dominae stabulant procedunt quattuor candidae columbae et hilaris incessibus picta
colla torquentes iugum gemmeum subeunt susceptaque domina laetae subvolant. Currum deae
prosequentes gannitu constrepenti lasciviunt passeres et ceterae quae dulce cantitant aves melleis
modulis suave resonantes adventum deae pronuntiant. Cedunt nubes et Caelum filiae panditur et
summus aether cum gaudio suscipit deam, nec obvias aquilas vel accipitres rapaces pertimescit
magnae Veneris canora familia.
[7] Tunc se protinus ad Iovis regias arces dirigit et petitu superbo Mercuri dei vocalis operae
necessariam usuram postulat. Nec rennuit Iovis caerulum supercilium. Tunc ovans ilico, comitante
etiam Mercurio, Venus caelo demeat eique sollicite serit verba: "Frater Arcadi, scis nempe sororem
tuam Venerem sine Mercuri praesentia nil unquam fecisse nec te praeterit utique quanto iam
tempore delitescentem ancillam nequiverim reperire. Nil ergo superest quam tuo praeconio
praemium investigationis publicitus edicere. Fac ergo mandatum matures meum et indicia qui possit
agnosci manifeste designes, ne si quis occultationis illicitae crimen subierit, ignorantiae se possit
excusatione defendere"; et simul dicens libellum ei porrigit ubi Psyches nomen continebatur et
cetera. Quo facto protinus domum secessit.
[8] Nec Mercurius omisit obsequium. Nam per omnium ora populorum passim discurrens sic
mandatae praedicationis munus exsequebatur: "Sic quis a fuga retrahere vel occultam demonstrare
poterit fugitivam regis filiam, Veneris ancillam, nomine Psychen, conveniat retro metas Murtias
Mercurium praedicatorem, accepturus indicivae nomine ab ipsa Venere septem savia suavia et unum
blandientis adpulsu linguae longe mellitum."
Ad hunc modum pronuntiante Mercurio tanti praemii cupido certatim omnium mortalium studium
adrexerat. Quae res nunc vel maxime sustulit Psyches omnem cunctationem. Iamque fores ei
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dominae proximanti occurrit una de famulitione Veneris nomine Consuetudo statimque quantum
maxime potuit exclamat: "Tandem, ancilla nequissima, dominam habere te scire coepisti? An pro
cetera morum, tuorum temeritate istud quoque nescire te fingis quantos labores circa tuas
inquisitiones sustinuerimus? Sed bene, quod meas potissimum manus incidisti et inter Orci cancros
iam ipso haesisti datura scilicet actutum tantae contumaciae poenas",
[9] et audaciter in capillos eius inmissa manu trahebat eam nequaquam renitentem. Quam ubi
primum inductam oblatamque sibi conspexit Venus, latissimum cachinnum extollit et qualem solent
furenter irati, caputque quatiens et ascalpens aurem dexteram: "Tandem" inquit "dignata es socrum
tuam salutare? An potius maritum, qui tuo vulnere periclitatur, intervisere venisti? Sed esto secura,
iam enim excipiam te ut bonam nurum condecet"; et: "Vbi sunt" inquit "Sollicitudo atque Tristities
ancillae meae?" Quibus intro vocatis torquendam tradidit eam. At illae sequentes erile praeceptum
Psychen misellam flagellis afflictam et ceteris tormentis excruciatam iterum dominae conspectui
reddunt. Tunc rursus sublato risu Venus: "Et ecce" inquit "nobis turgidi ventris sui lenocinio
commovet miserationem, unde me praeclara subole aviam beatam scilicet faciat. Felix velo ego
quae ipso aetatis meae flore vocabor avia et vilis ancillae filius nepos Veneris audiet. Quanquam
inepta ego quae frustra filium dicam; impares enim nuptiae et praeterea in villa sine testibus et patre
non consentiente factae legitimae non possunt videri ac per hoc spurius iste nascetur, si tamen
partum omnino perferre te patiemur."
[10] His editis involat eam vestemque plurifariam diloricat capilloque discisso et capite conquassato
graviter affligit, et accepto frumento et hordeo et milio et papavere et cicere et lente et faba
commixtisque acervatim confusisque in unum grumulum sic ad illam: "Videris enim mihi tam
deformis ancilla nullo alio sed tantum sedulo ministerio amatores tuos promereri: iam ergo et ipsa
frugem tuam periclitabor. Discerne seminum istorum passivam congeriem singulisque granis rite
dispositis atque seiugatis ante istam vesperam opus expeditum approbato mihi." Sic assignato
tantorum seminum cumulo ipsa cenae nuptiali concessit. Nec Psyche manus admolitur inconditae
illi et inextricabili moli, sed immanitate praecepti consternata silens obstupescit. Tunc formicula illa
parvula atque ruricola certa difficultatis tantae laborisque miserta contubernalis magni dei
socrusque saevitiam exsecrata discurrens naviter convocat corrogatque cunctam formicarum
accolarum classem: "Miseremini terrae omniparentis agiles alumnae, miseremini et Amoris uxori
puellae lepidae periclitanti prompta velocitate succurrite." Ruunt aliae superque aliae sepedum
populorum undae summoque studio singulae granatim totum digerunt acervum separatimque
distributis dissitisque generibus e conspectu perniciter abeunt.
[11] Sed initio noctis e convivio nuptiali vino madens et fraglans balsama Venus remeat totumque
revincta corpus rosis micantibus, visaque diligentia miri laboris: "Non tuum," inquit "nequissima,
nec tuarum manuum istud opus, sed illius cui tuo immo et ipsius malo placuisti", et frustro cibarii
panis ei proiecto cubitum facessit. Interim Cupido solus interioris domus unici cubiculi custodia
clausus coercebatur acriter, partim ne petulanti luxurie vulnus gravaret, partim ne cum sua cupita
conveniret. Sic ergo distentis et sub uno tecto separatis amatoribus tetra nox exanclata.
Sed Aurora commodum inequitante vocatae Psychae Venus infit talia: "Videsne illud nemus, quod
fluvio praeterluenti ripisque longis attenditur, cuius imi frutices vicinum fontem despiciunt? Oves
ibi nitentis auri vero decore florentes incustodito pastu vagantur. Inde de coma pretiosi velleris
floccum mihi confestim quoquo modo quaesitum afferas censeo."
[12] Perrexit Psyche volenter non obsequium quidem illa functura sed requiem malorum praecipitio
fluvialis rupis habitura. Sed inde de fluvio musicae suavis nutricula leni crepitu dulcis aurae
divinitus inspirata sic vaticinatur harundo viridis: "Psyche tantis aerumnis exercita, neque tua
miserrima morte meas sanctas aquas polluas nec vero istud horae contra formidabiles oves feras
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aditum, quoad de solis fraglantia mutuatae calorem truci rabie solent efferri cornuque acuto et
fronte saxea et non nunquam venenatis morsibus in exitium saevire mortalium; se dum meridies
solis sedaverit vaporem et pecua spiritus fluvialis serenitate conquieverint, poteris sub illa
procerissima platano, quae mecum simul unum fluentum bibit, latenter abscondere. Et cum primum
mitigata furia laxaverint oves animum, percussis frondibus attigui nemoris lanosum aurum reperies,
quod passim stirpibus conexis obhaerescit."
[13] Sic harundo simplex et humana Psychen aegerrimam salutem suam docebat. Nec auscultatu
paenitendo indiligenter instructa illa cessavit, sed observatis omnibus furatrina facili flaventis auri
mollitie congestum gremium Veneri reportat. Nec tamen apud dominam saltem secundi laboris
periculum secundum testimonium meruit, sed contortis superciliis subridens amarum sic inquit:
"Nec me praeterit huius quoque facti auctor adulterinus. Sed iam nunc ego sedulo periclitabor an
oppido forti animo singularique prudentia sis praedita. Videsne insistentem celsissimae illi rupi
montis ardui verticem, de quo fontis atri fuscae defluunt undae proxumaeque conceptaculo vallis
inclusae Stygias inrigant paludes et rauca Cocyti fluenta nutriunt? Indidem mihi de summi fontis
penita scaturrigine rorem rigentem hauritum ista confestim defer urnula." Sic aiens crustallo
dedolatum vasculum insuper ei graviora comminata tradidit.
[14] At illa studiose gradum celerans montis extremum petit cumulum certe vel illic inventura vitae
pessimae finem. Sed cum primum praedicti iugi conterminos locos appulit, videt rei vastae letalem
difficultatem. Namque saxum immani magnitudine procerum et inaccessa salebritate lubricum
mediis e faucibus lapidis fontes horridos evomebat, qui statim proni foraminis lacunis editi perque
proclive delapsi et angusti canalis exarato contecti tramite proxumam convallem latenter incidebant.
Dextra laevaque cautibus cavatis proserpunt ecce longa colla porrecti saevi dracones inconivae
vigiliae luminibus addictis et in perpetuam lucem pupulis excubantibus. Iamque et ipsae semet
muniebant vocales aquae. Nam et "Discede" et "Quid facis? Vide" et "Quid agis? Cave" et "Fuge" et
"Peribis" subinde clamant. Sic impossibilitate ipsa mutata in lapidem Psyche, quamvis praesenti
corpore, sensibus tamen aberat et inextricabilis periculi mole prorsus obruta lacrumarum etiam
extremo solacio carebat.
[15] Nec Providentiae bonae graves oculos innocentis animae latuit aerumna. Nam supremi Iovis
regalis ales illa repente propansis utrimque pinnis affuit rapax aquila memorque veteris obsequii,
quo ductu Cupidinis Iovi pocillatorem Phrygium sustulerat, opportunam ferens opem deique numen
in uxoris laboribus percolens alti culminis diales vias deserit et ob os puellae praevolans incipit: "At
tu, simplex alioquin et expers rerum talium, sperasne te sanctissimi nec minus truculenti fontis vel
unam stillam posse furari vel omnino contingere? Diis etiam ipsique Iovi formidabiles aquas istas
Stygias vel fando comperisti, quodque vos deieratis per numina deorum deos per Stygis maiestatem
solere? Sed cedo istam urnulam", et protinus adrepta complexaque festinat libratisque pinnarum
nutantium molibus inter genas saevientium dentium et trisulca vibramina draconum remigium
dextra laevaque porrigens nolentes aquas et ut abiret innoxius praeminantes excipit, commentus ob
iussum Veneris petere eique se praeministrare, quare paulo facilior adeundi fuit copia.
[16] Sic acceptam cum gaudio plenam urnulam Psyche Veneri citata rettulit. Nec tamen nutum deae
saevientis vel tunc expiare potuit. Nam sic eam maiora atque peiora flagitia comminans appellat
renidens exitiabile: "Iam tu quidem magna videris quaedam mihi et alta prorsus malefica, quae
talibus praeceptis meis obtemperasti naviter. Sed adhuc istud, mea pupula ministrare debebis. Sume
istam pyxidem", et dedit; "protinus usque ad inferos et ipsius Orci ferales penates te derige. Tunc
conferens pyxidem Proserpinae: "Petit de te Venus" dicito "modicum de tua mittas ei formonsitate
vel ad unam saltem dieculam sufficiens. Nam quod habuit, dum filium curat aegrotum, consumpsit
atque contrivit omne". Sed haud immaturius redito, quia me necesse est indidem delitam theatrum
deorum frequentare."
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[17] Tunc Psyche vel maxime sensit ultimas fortunas suas et velamento reiecto ad promptum
exitium sese compelli manifeste comperit. Quidni? quae suis pedibus ultro ad Tartarum manesque
commeare cogeretur. Nec cunctata divitius pergit ad quampiam turrim praealtam, indidem sese
datura praecipitem: sic enim rebatur ad inferos recte atque pulcherrime se posse descendere. Sed
turris prorumpit in vocem subitam et: "Quid te" inquit "praecipitio, misella, quaeris extinguere?
Quidque iam novissimo periculo laborique isto temere succumbis? Nam si spiritus corpore tuo
semel fuerit seiugatus, ibis quidem profecto ad imum Tartarum, sed inde nullo pacto redire poteris.
Mihi ausculta.
[18] Lacedaemo Achaiae nobilis civitas non longe sita est: huius conterminam deviis abditam locis
quaere Taenarum.
Inibi spiraculum Ditis et per portas hiantes monstratur iter invium, cui te limine transmeato simul
commiseris iam canale directo perges ad ipsam Orci regiam. Sed non hactenus vacua debebis per
illas tenebras incedere, sed offas polentae mulso concretas ambabus gestare manibus at in ipso ore
duas ferre stipes. Iamque confecta bona parte mortiferae viae continaberis claudum asinum
lignorum gerulum cum agasone simili, qui te rogabit decidentis sarcinae fusticulos aliquos porrigas
ei, sed tu nulla voce deprompta tacita praeterito. Nec mora, cum ad flumen mortuum venies, cui
praefectus Charon protenus expetens portorium sic ad ripam ulteriorem sutili cumba deducit
commeantes. Ergo et inter mortuos avaritia vivit nec Charon ille Ditis exactor tantus deus quicquam
gratuito facit: set moriens pauper viaticum debet quaerere, et aes si forte prae manu non fuerit,
nemo eum exspirare patietur. Huic squalido seni dabis nauli nomine de stipibus quas feres alteram,
sic tamen ut ipse sua manu de tuo sumat ore. Nec setius tibi pigrum fluentum transmeanti quidam
supernatans senex mortuus putris adtollens manus orabit ut eum intra navigium trahas, nec tu tamen
inclita adflectare pietate.
[19] Transito fluvio modicum te progressam textrices orabunt anus telam struentes manus paulisper
accommodes, nec id tamen tibi contingere fas est. Nam haec omnia tibi et multa alia de Veneris
insidiis orientur, ut vel unam de manibus omittas offulam. Nec putes futile istud polentacium
damnum leve; altera enim perdita lux haec tibi prorsus denegabitur. Canis namque praegrandis
teriugo et satis amplo capite praeditus immanis et formidabilis tonantibus oblatrans faucibus
mortuos, quibus iam nil mali potest facere, frustra territando ante ipsum limen et atra atria
Proserpinae semper excubans servat vacuam Ditis domum. Hunc offrenatum unius offulae praeda
facile praeteribis ad ipsamque protinus Proserpinam introibis, quae te comiter excipiet ac benigne,
ut et molliter assidere et prandium opipare suadeat sumere. Sed tu et humi reside et panem
sordidum petitum esto, deinde nuntiato quid adveneris susceptoque quod offeretur rursus remeans
canis saevitiam offula reliqua redime ac deinde avaro navitae data quam reservaveris stipe
transitoque eius fluvio recalcans priora vestigia ad istum caelestium siderum redies chorum. Sed
inter omnia hoc observandum praecipue tibi censeo, ne velis aperire vel inspicere illam quam feres
pyxidem vel omnino divinae formonsitatis abditum curiosius temptare thensaurum."
[20] Sic turris illa prospicua vaticinationis munus explicuit. Nec morata Psyche pergit Taenarum
sumptisque rite stipibus illis et offulis infernum decurrit meatum transitoque per silentium asinario
debili et amnica stipe vectori data neglecto supernatantis mortui desiderio et spretis textricum
subdolis precibus et offulae cibo sopita canis horrenda rabie domum Proserpinae penetrat. Nec
offerentis hospitae sedile delicatum vel cibum beatum amplexa sed ante pedes eius residens humilis
cibario pane contenta Veneriam pertulit legationem. Statimque secreto repletam conclusamque
pyxidem suscipit et offulae sequentis fraude caninis latratibus obseratis residuaque navitae reddita
stipe longe vegetior ab inferis recurrit. Et repetita atque adorata candida ista luce, quanquam
festinans obsequium terminare, mentem capitur temeraria curiositate et: "Ecce" inquit "inepta ego
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divinae formonsitatis gerula, quae nec tantillum quidem indidem mihi delibo vel sic illi amatori
meo formonso placitura", et cum dicto reserat pyxidem.
[21] Nec quicquam ibi rerum nec formonsitas ulla, sed infernus somnus ac vere Stygius, qui statim
coperculo relevatus invadit eam crassaque soporis nebula cunctis eius membris perfunditur et in
ipso vestigio ipsaque semita conlapsam possidet. Et iacebat immobilis et nihil aliud quam dormiens
cadaver.
Sed Cupido iam cicatrice solida revalescens nec diutinam suae Psyches absentiam tolerans per
altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram refectisque pinnis aliquanta quiete longe
velocius provolans Psychen accurrit suam detersoque somno curiose et rursum in pristinam pyxidis
sedem recondito Psychen innoxio punctulo sagittae suae suscitat et: "Ecce" inquit "rursum perieras,
misella, simili curiositate. Sed interim quidem tu provinciam quae tibi matris meae praecepto
mandata est exsequere naviter, cetera egomet videro." His dictis amator levis in pinnas se dedit,
Psyche vero confestim Veneri munus reportat Proserpinae.
[22] Interea Cupido amore nimio peresus et aegra facie matris suae repentinam sobrietatem
pertimescens ad armillum redit alisque pernicibus caeli penetrato vertice magno Iovi supplicat
suamque causam probat. Tunc Iuppiter prehensa Cupidinis buccula manuque ad os suum relata
consaviat atque sic ad illum: "Licet tu," inquit "domine fili, numquam mihi concessu deum
decretum servaris honorem, sed istud pectus meum quo leges elementorum et vices siderum
disponuntur convulneraris assiduis ictibus crebrisque terrenae libidinis foedaveris casibus contraque
leges et ipsam Iuliam disciplinamque publicam turpibus adulteriis existimationem famamque meam
laeseris in serpentes in ignes in feras in aves et gregalia pecua serenos vultus meos sordide
reformando, at tamen modestiae mea memor quodque inter istas meas manus creveris cuncta
perficiam, dum tamen scias aemulos tuos cavere, ac si qua nunc in terris puella praepollet
pulcritudine, praesentis beneficii vicem per eam mihi repensare te debere."
[23] Sic fatus iubet Mercurium deos omnes ad contionem protinus convocare, ac si qui coetu
caelestium defuisset, in poenam decem milium nummum conventum iri pronuntiare. Quo metu
statim completo caelesti theatro pro sede sublimi sedens procerus Iuppiter sic enuntiat:
"Dei conscripti Musarum albo, adolescentem istum quod manibus meis alumnatus sim profecto
scitis omnes. Cuius primae iuventutis caloratos impetus freno quodam coercendos existimavi; sat
est cotidianis eum fabulis ob adulteria cunctasque corruptelas infamatum. Tollenda est omnis
occasio et luxuria puerilis nuptialibus pedicis alliganda. Puellam elegit et virginitate privavit: teneat,
possideat, amplexus Psychen semper suis amoribus perfruatur." Et ad Venerem conlata facie: "Nec
tu," inquit "filia, quicquam contristere nec prosapiae tantae tuae statuque de matrimonio mortali
metuas. Iam faxo nuptias non impares sed legitimas et iure civili congruas", et ilico per Mercurium
arripi Psychen et in caelum perduci iubet. Porrecto ambrosiae poculo: "Sume," inquit "Psyche, et
immortalis esto, nec umquam digredietur a tuo nexu Cupido sed istae vobis erunt perpetuae
nuptiae."
[24] Nec mora, cum cena nuptialis affluens exhibetur. Accumbebat summum torum maritus
Psychen gremio suo complexus. Sic et cum sua Iunone Iuppiter ac deinde per ordinem toti dei. Tunc
poculum nectaris, quod vinum deorum est, Iovi quidem suus pocillator ille rusticus puer, ceteris
vero Liber ministrabat, Vulcanus cenam coquebat; Horae rosis et ceteris floribus purpurabant
omnia, Gratiae spargebant balsama, Musae quoque canora personabant. Tunc Apollo cantavit ad
citharam, Venus suavi musicae superingressa formonsa saltavit, scaena sibi sic concinnata, ut
Musae quidem chorum canerent, tibias inflaret Saturus, et Paniscus ad fistulam diceret. Sic rite
178

Psyche convenit in manum Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem
nominamus".
[25] Sic captivae puellae delira et temulenta illa narrabat anicula; sed astans ego non procul
dolebam mehercules quod pugillares et stilum non habebam qui tam bellam fabellam praenotarem.
Ecce confecto nescio quo gravi proelio latrones adveniunt onusti, non nulli tamen immo
promptiores vulneratis domi relictis et plagas recurantibus ipsi ad reliquas occultatas in quadam
spelunca sarcinas, ut aiebant, proficisci gestiunt. Prandioque raptim tuburcinato me et equum
vectores rerum illarum futuros fustibus exinde tundentes producunt in viam multisque clivis et
anfractibus fatigatos prope ipsam vesperam perducunt ad quampiam speluncam, unde multis
onustos rebus rursum ne breviculo quidem tempore refectos ociter reducunt. Tantaque trepidatione
festinabat ut me plagis multis obtundentes propellentesque super lapidem propter viam positum
deicerent, unde crebris aeque ingestis ictibus crure dextero et ungula sinistra me debilitatum aegre
ad exurgendum compellunt.
[26] Et unus: "Quo usque" inquit "ruptum istum asellum, nunc etiam claudum, frustra pascemus?"
Et alius: "Quid quod et pessumo pede domum nostram accessit nec quicquam idonei lucri exinde
cepimus sed vulnera et fortissimorum occisiones?" Alius iterum: "Certe ego, cum primum sarcinas
istas quanquam invitus pertulerit, protinus eum vulturiis gratissimum pabulum futurum
praecipitabo."
Dum secum mitissimi homines altercant de mea nece, iam et domum perveneramus. Nam timor
ungulas mihi alas fecerat. Tunc quae ferebamus amoliti properiter nulla salutis nostrae cura ac ne
meae quidem necis habita comitibus adscitis, qui vulnerati remanserant dudum, recurrunt reliqua
ipsi laturi taedio, ut aiebant, nostrae tarditatis. Nec me tamen mediocris carpebat scrupulus
contemplatione comminatae mihi mortis; et ipse mecum: "Quid stas, Luci, vel quid iam novissimum
exspectas? Mors et haec acerbissima decreto latronum tibi comparata est. Nec magno conatu res
indiget; vides istas rupinas proximas et praeacutas in his prominentes silices, quae te penetrantes
antequam decideris membratim dissipabunt. Nam et illa ipsa praeclara magia tua vultum laboresque
tibi tantum asini, verum corium non asini crassum sed hirudinis tenue membranulum circumdedit.
Quin igitur masculum tandem sumis animum tuaeque saluti, dum licet, consulis? Habes summam
opportunitatem fugae, dum latrones absunt. An custodiam anus semimortuae formidabis, quam licet
claudi pedis tui calce unica finire poteris? Sed quo gentium capessetur fuga vel hospitium quis
dabit? Haec quidem inepta et prorsus asinina cogitatio; quis enim viantium vectorem suum non
libenter auferat secum?"
[27] Et alacri statim nisu lorum quo fueram destinatus abrumpo meque quadripedi cursu proripio.
Nec tamen astutulae anus milvinos oculos effugere potui. Nam ubi me conspexit absolutum, capta
super sexum et aetatem audacia lorum prehendit ac me deducere ac revocare contendit. Nec tamen
ego, memor exitiabilis propositi latronum, pietate ulla commoveor, sed incussis in eam posteriorum
pedum calcibus protinus adplodo terrae. At illa quamvis humi prostrata loro tamen tenaciter
inhaerebat, ut me procurrentem aliquantisper tractu sui sequeretur. Et occipit statim clamosis
ululatibus auxilium validioris manus implorare. Sed frustra fletibus cassum tumultum commovebat,
quippe cum nullus adforet qui suppetias ei ferre posset nisi sola illa virgo captiva, quae vocis excitu
procurrens videt hercules memorandi spectaculi scaenam, non tauro sed asino dependentem Dircen
aniculam, sumptaque constantia virili facinus audet pulcherrimum. Extorto etenim loro manibus
eius me placidis gannitibus ab impetu revocatum naviter inscendit et sic ad cursum rursum incitat.
[28] Ego simul voluntariae fugae voto et liberandae virginis studio, sed et plagarum suasu quae me
saepicule commonebant, equestri celeritate quadripedi cursu solum replaudens virgini delicatas
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voculas adhinnire temptabam. Sed et scabendi dorsi mei simulatione nonnumquam obliquata
cervice pedes decoros puellae basiabam. Tunc illa spirans altius caelumque sollicito vultu petens:
"Vos", inquit "Superi, tamen meis supremis periculis opem facite, et tu, Fortuna durior, iam saevire
desiste. Sat tibi miseris istis cruciatibus meis litatum est. Tuque, praesidium meae libertatis meaeque
salutis, si me domum pervexeris incolumem parentibusque et formonso proco reddideris, quas tibi
gratias perhibebo, quos honores habebo, quos cibos exhibebo! Iam primum iubam istam tuam probe
pectinatam meis virginalibus monilibus adornabo, frontem vero crispatam prius decoriter
discriminabo caudaeque setas incuria lavacri congestas et horridas prompta diligentia perpolibo
bullisque te multis aureis inoculatum veluti stellis sidereis relucentem et gaudiis popularium
pomparum ovantem, sinu serico progestans nucleos et edulia mitiora, te meum sospitatorem cotidie
saginabo.
[29] Sed nec inter cibos delicatos et otium profundum vitaeque totius beatitudinem deerit tibi
dignitas gloriosa. Nam memoriam praesentis fortunae meae divinaeque providentiae perpetua
testatione signabo et depictam in tabula fugae praesentis imaginem meae domus atrio dedicabo.
Visetur et in fabulis audietur doctorumque stilis rudis perpetuabitur historia "Asino vectore virgo
regia fugiens captivitatem". Accedes antiquis et ipse miraculis, et iam credemus exemplo tuae
veritatis et Phrixum arieti supernatasse et Arionem delphinum gubernasse et Europam tauro
supercubasse. Quodsi vere Iupiter mugivit in bove, potest in asino meo latere aliqui vel vultus
hominis vel facies deorum."
Dum haec identidem puella replicat votisque crebros intermiscet suspiratus, ad quoddam
pervenimus trivium, unde me adrepto capistro dirigere dextrorsum magnopere gestiebat, quod ad
parentes eius ea scilicet iretur via. Sed ego gnarus latrones illac ad reliquas commeasse praedas
renitebar firmiter atque sic in animo meo tacitus expostulabam: "Quid facis, infelix puella? Quid
agis? Cur festinas ad Orcum? Quid meis pedibus facere contendis? Non enim te tantum verum
etiam me perditum ibis." Sic nos diversa tendentes et in causa finali de proprietate soli immo viae
herciscundae contendentes rapinis suis onusti coram deprehendunt ipsi latrones et ad lunae
splendorem iam inde longius cognitos risu maligno salutant.
[30] Et unus e numero sic appellat: "Quorsum istam festinanti vestigio lucubratis viam nec noctis
intempestae Manes Larvasque formidatis? An tu, probissima puella, parentes tuos intervisere
properas? Sed nos et solitudini tuae praesidium praebebimus et compendiosum ad tuos iter
monstrabimus." Et verbum manu secutus prehenso loro retrorsum me circumtorquet nec baculi
nodosi quod gerebat suetis ictibus temperat. Tunc ingratis ad promptum recurrens exitium
reminiscor doloris ungulae et occipio nutanti capite claudicare.
Sed: "Ecce," inquit ille qui me retraxerat "rursum titubas et vacillas, et putres isti tui pedes fugere
possunt, ambulare nesciunt? At paulo ante pinnatam Pegasi vincebas celeritatem."
Dum sic mecum fustem quatiens benignus iocatur comes, iam domus eorum extremam loricam
perveneramus. Et ecce de quodam ramo procerae cupressus induta laqueum anus illa pendebat.
Quam quidem detractam protinus cum suo sibi funiculo devinctam dedere praecipitem puellaque
statim distenta vinculis cenam, quam postuma diligentia praeparaverat infelix anicula, ferinis
invadunt animis.
[31] Ac dum avida voracitate cuncta contruncant, iam incipiunt de nostra poena suaque vindicta
secum considerare. Et utpote in coetu turbulento variae fuere sententiae, ut primus vivam cremari
censeret puellam, secundus bestiis obici suaderet, tertius patibulo suffigi iuberet, quartus tormentis
excarnificari praeciperet; certe calculo cunctorum utcumque mors ei fuerat destinata. Tunc unus,
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omnium sedato tumultu, placido sermone sic orsus est: "Nec sectae collegii nec mansuetudini
singulorum ac ne meae quidem modestiae congruit pati vos ultra modum delictique saevire
terminum nec feras nec cruces nec ignes nec tormenta ac ne mortis quidem maturatae festinas
tenebras accersere. Meis itaque consiliis auscultantes vitam puellae, sed quam meretur, largimini.
Nec vos memoria deseruit utique quid iam dudum decreveritis de isto asino semper pigro quidem
sed manducone summo nunc etiam mendaci fictae debilitatis et virginalis fugae sequestro
ministroque. Hunc igitur iugulare crastino placeat totisque vacuefacto praecordiis per mediam
alvum nudam virginem, quam praetulit nobis, insuere, ut sola facie praeminente ceterum corpus
puellae nexu ferino coerceat, tunc super aliquod saxum scruposum insiciatum et fartilem asinum
exponere et solis ardentis vaporibus tradere.
[32] Sic enim cuncta quae recte statuistis ambo sustinebunt, et mortem asinus quam pridem meruit,
et illa morsus ferarum, cum vermes membra laniabunt, et ignis flagrantiam, cum sol nimiis
caloribus inflammarit uterum, et patibuli cruciatum, cum canes et vultures intima protrahent viscera.
Sed et ceteras eius aerumnas et tormenta numerate: mortuae bestiae ipsa vivens ventrem habitabit,
tum faetore nimio nares aestuabit, et inediae diutinae letali fame tabescet, nec suis saltem liberis
manibus mortem sibi fabricare poterit."
Talibus dictis non pedibus sed totis animis latrones in eius vadunt sententiam. Quam meis tam
magnis auribus accipiens quid aliud quam meum crastinum deflebam cadaver?

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER VII


[1] Vt primum tenebris abiectis dies inalbebat et candidum solis curriculum cuncta conlustrabat,
quidam de numero latronum supervenit; sic enim mutuae salutationis officiorum indicabat. Is in
primo speluncae aditu residens et ex anhelitu recepto spiritu tale collegio suo nuntium fecit:
"Quod ad domum Milonis Hypatini quam proxime diripuimus pertinet, discussa sollicitudine iam
possumus esse securi. Postquam vos enim fortissimis viribus cunctus ablatis castra nostra remeastis,
immixtus ego turbelis popularium dolentique atque indignanti similis arbitrabar super investigatione
facti cuius modi consilium caperetur et an et quatenus latrones placeret inquiri, renuntiaturus vobis,
uti mandaveratis, omnia. nec argumentis dubiis, sed rationibus probabilibus congruo cunctae
multitudinis consensu nescio qui Lucios auctor manifestus facinoris postulabatur, qui proximis
diebus fictis commendaticiis litteris Miloni sese virum commentitus bonum artius conciliaverat, ut
etiam hospitio susceptus inter familiaris intimos haberetur, plusculisque ibidem diebus demoratus
falsis amoribus ancillae Milonis animum inrepens ianuae claustra sedulo exploraverat et ipsa
membra in quis omne patrimonium condi solebat curiose perspexerat.
[2] Nec exiguum scelerati monstrabatur indicium, quippe cum eadem nocte sub ipso flagitii
momento idem profugisset nec exinde usquam compareret; nam et praesidium fugae, quo velocius
frustratis insecutoribus procul ac procul abderet sese, eidem facile suppeditasse; equum nemque
illum suum candidum vectorem futurum duxisse secum. Plane servum eius ibidem in hospitio
repertum scelerum consiliorumque erilium futurum indicem per magistratus in publicam custodiam
receptum et altera die tormentis vexatum pluribus ac paene ad ultimam mortem excarnificatum nil
181

quicquam rerum talium esse confessum, missos tamen in patriam Luci illis multos numero qui reum
poenas daturum sceleris inquirerent."
Haec eo narrante veteris fortunae et illius beati Lucii praesentisque aerumnae et infelicis asini facta
comparatone medullitus ingemeat subibatque me non de nihilo veteris priscaeque doctrinae viros
finxisse ac pronuntiasse caenam et prorsus exoculatam esse Fortunam, quae semper suas opes ad
malos et indignos conferat nec unquam iudicio quemquam mortalium eligat, immo vero cum si
potissimum deversetur quos procul, si videret, fugere deberet, quodque cunctis est extremius, varias
opiniones, immo contrarias nobis attribuat, ut et malus boni viri fama glorietur et innocentissimus
contra noxiorum more plectatur.
[3] Ego denique, quem saevissimus eius impetus in bestiam et extremae sortis quadripedem
deduxerat cuiusque casus etiam quoivis iniquissimo dolendus atque miserandus merito videretur,
crimine latrocinii in hospitem mihi carissimum postulabar. Quod crimen non modo latrocinium
verum etiam parricidium quisque rectius nominarit. Nec mihi tamen licebat causam meam
defendere vel unico verbo saltem denegare. Denique ne mala conscientia tam scelesto crimini
praesens viderer silentio consentire, hoc tantum impatientia productus volui dicere: "Non feci." Et
verbum quidem praecedens semel ac saepius inmodice clamitavi, sequens vero nullo pacto disserere
potui, sed in prima remansi voce et identidem boavi "Non non", quanquam minia rutunditate
pendulas vibrassem labias. Sed quid ego pluribus de Fortunae scaevitate conqueror, [quam]quam
nec istud puduit me cum meo famulo meoque vectore illo equo factum conservum atque coniugem?
[4] Talibus cogitationibus fluctuantem subit me cura illa potior, qua statuo latronum manibus
virginis decretam me victimam recordabar, ventremque crebro suspiciens meum iam misellam
puellam parturibam. Sed ille, qui commodum falsam de me notoriam pertulerat, expromptis mille
aureum quos insutu laciniae contexerat quosque variis viatoribus detractos, ut aiebat, pro sua
frugalitate communi conferebat arcae, infit etiam de salute commilitonum sollicite sciscitari.
Cognitoque quosdam, immo vero fortissimus quemque variis quidem sed impigris casibus
oppetisse, suadet tantisper pacatis itineribus omniumque proeliorum servatis indutiis inquisitioni
commilitonum potius insisteretur et tirocinio novae iuventutis ad pristinae manus numerum Martiae
cohortis facies integraretur: nam et invitos terrore compelli et volentes praemio provocari posse nec
paucos humili servilique vitae renuntiantes et instar tyrannicae potestatis sectam suam conferre
malle. Se quoque iam dudum pro sua parte quendam convenisse hominem et statu procerum et
aetate iuvenem et corpore vastum et manu strenuum, eique suasisse ac denique persuasisse, ut
manus hebetatas diutina pigritia tandem referret ad frugem meliorem bonoque secundae, dum
posset, frueretur valetudinis, nec manus validam erogandae stipi porrigeret sed hauriendo potuit
exerceret auro.
[5] Talibus dictis universi omnes adsensi et illum, qui iam comprobatus videretur, adscisci et alios
ad supplendum numerum vestigari statuunt. Tunc profectus et paululum commoratus ille perducit
immanem quendam iuvenem, uti fuerat pollicitus, nescio an ulli praesentium comparandum nam
praeter ceteram corporis molem toto vertice cunctos antepollebat et ei commodum lanugo malis
inserpebat sed plane centunculis disparibus et male consarcinatis semiamictum, inter quos pectus
et venter crustata crassitie relucitabant.
Sic introgressus: "Havete," inquit "fortissimo deo Marti clientes mihique iam fidi commilitones, et
virum magnanimae vivacitatis volentem volentes accipite, libentius vulnera corpore excipientem
quam aurum manu suscipientem ipsaque morte, quam formidant alii, meliorem. Nec me putetis
egenum vel abiectum neve de pannulis istis virtute meas aestimetis. Nam praefui validissimae
manui totamque prorsus devastavi Macedoniam. Ego sum praedo famosus Haemus ille Therone
182

cuius totae provinciae nomen horrescunt, patre Therone aeque latrone inclito prognatus, humano
sanguine nutritus interque ipsos manipulos factionis educatur heres et aemulus virtutis paternae.
[6] Sed omnem pristinam sociorum fortium multitudinem magnesque illas opes exiguo temporis
amisi spatio. Nam procuratorem principis ducenaria perfunctum, dehinc fortuna tristiore decessum,
praetereuntem Iove irato fueram adgressus sed rei noscendae carpo ordinem. Fuit quidam multis
officiis in aula Caesaris clarus atque conspicuus, ipsi etiam probe spectatus. Hunc insimulatum
quorundam astu proiecit extorrem saeviens invidia. Sed uxor eius Plotina quaedam, rarae fidei atque
singularis pudicitiae femina, quae decimo partun stipendio viri familiam fundaverat, spretis atque
contemptis urbicae luxuriae deliciis, fugientis comes et infortunii socia, tonso capillo in masculinam
faciem reformato habitu pretiosissimis monilium et auro monetali zonis refertis incincta inter ipsas
custodientium milium manus et gladios nudos intrepida cunctorum periculorum particeps et pro
mariti salute pervigilem curam sustinens aerumnas adsiduas ingenio masculo sustinebat. Iamque
plurimis itineris difficultatibus marisque terroribus exanclatis Zacynthum petebat, quam sors et
fatalis decreverat temporariam sedem.
[7] Sed cum primum litus Actiacum, quo tunc Macedonia delapsi grassabamur, appulisset nocte
promota tabernulam quandam litori navique proximam vitatis maris fluctibus incubabant
invadimus et diripimus omnia. Nec tamen periculo levi temptati discessimus. Simul namque
primum sonum ianuae matrona percepit, procurrens in cubiculum clamoribus inquietis cuncta
miscuit milites suosque famulos nominatim, sed et omnem viciniam suppetiatum convocans, nisi
quod pavore cunctorum, qui sibi quisque metuentes delitiscebant, effectum est ut impune
discederemus.
Sed protinus sanctissima vera enim dicenda sunt et unicae fidei femina bonis artibus gratiosa
precibus ad Caesaris numen porrectis et marito reditum celerem et adgressurae plenam vindictam
impetravit. Denique noluit esse Caesar Haemi latronis collegium et confestim interivit: tantum
potest nutus etiam magni principis. Tota denique factione militarium vexillationum indagatu
confecta atque concita ipse me furatus aegre solus mediis Orci faucibus ad hunc evasi modum:
[8] sumpta veste muliebri florida, in sinus flaccidos abundante, mitellaque textili contecto capite,
calceis feminis albis illis et tenuibus inductus et et in sequiorem sexum incertatus atque absconditus,
asello spicas ordeacias gerenti residens per medias acies infesti militis transabivi. Nam mulierem
putantes asinariam concedebant liberos abitus, quippe cum mihi etiam tunc depiles genae levi
pueritia splendicarent.
Nec ab illa tamen paterna gloria vel mea virtute descivi, quanquam semitrepidus iuxta mucrones
Martios constitutus, sed habitus alieni fallacia tectum villas seu castella solus adgrediens viaticulum
mihi conrasi et diloricatis statis pannulis in medium duo milia profudit aureorum et: "En" inquit
"istam sportulam, immo vero dotem collegio vestro libens meque vobis ducem fidissimum, si tamen
non recusarit, offero brevi temporis spatio lapideam istam domum vestram facturus auream."
[9] Nec mora nec cunctatio, sed calculis omnibus ducatum latrones unanimes ei deferunt vestemque
lautiusculam proferunt, sumeret abiecto centunculo divite. Sic reformatus singulos exosculatus et in
summo pulvinari locatus cena poculisque magnis inauguratur. Tunc sermonibus mutuis de virginis
fuga deque mea vectura et utrique destinata monstruosa morte cognoscit et ubi locorum esset illa
percontatus deductusque, visa ea, ut erat vinculis onusta, contorta et vituperanti nare discessit et:
"Non sum quidem tam brutus vel certe temerarius" inquit " ut scitum vestrum inhibeam, sed malae
conscientiae reatum intra me sustinebo si quod bonum mihi videtur dissimulavero. Sed prius
fiduciam vestri causa sollicito mihi tribuite, cum praesertim vobis, si sententia haec mea
displicuerit, liceat rursus ad asinum redire. Nam ego arbitror latrones, quique eorum recte sapiunt,
183

nihil anteferre lucro suo debere ac ne ipsam quidem saepe et ultis damnosam ultionem. Ergo igitur,
si perdiderit in asino virginem, nihil amplius quam sine ullo compendio indignationem vestram
exercueritis. Quin ego censeo deducendam eam ad quampiam civitatem ibique venundandam. Nec
enim levi pretio distrahi poterit talis aetatula. Nam et ipse quosdam lenones pridem cognitos habeo,
quorum poterit unus magnis equidem talentis, ut arbitror, puellam istam praestinare condigne
natalibus suis fornicem processuram nec in similem fugam discursuram, non nihil etiam, cum
lupanari servierit, vindictae vobis depensuram. Hanc et animo quidem meo sententiam
conducibilem protuli; sed vos vestrorum estis consiliorum rerumque domini."
[10] Sic ille latronum fisci advocatus nostram causam pertulerat, virginis et asini sospitator
egregius. Sed in diutina deliberatione ceteri cruciantes mora consilii mea praecordia, immo miserum
spiritum elidentes, tandem novicii latronis accendunt sententiae et protinus vinculis exsolvunt
virginem. Quae quidem simul viderat illum iuvenem fornicisque et lenonis audierat mentionem,
coepit risu laetissimo gestire, ut mihi merito subiret vituperatio totius sexus, cum videre puellam
proci iuvenis amore nuptiarumque castarum desiderio simulato lupanaris spurci sordidique subito
delectari nomine. Et tunc quidem totarum mulierum secta moresque de asini pendebant iudicio.
Sed ille iuvenis sermone reperito: "Quin igitur" inquit "supplicatum Marti Comiti pergimus et
puellam simul vendituri et socios indagaturi? Sed, ut video, nullum uspiam pecus sacrificatui ac ne
vinum quidem potatui adfatim vel sufficiens habemus. Decem mihi itaque legate comites, qui
contentus proximum castellum petam, inde vobis epulas saliares comparaturus." Sic eo profecto
ceteri copiosum instruunt ignem aramque cespite virenti Marti deo faciunt.
[11] Nec multo post adveniunt illi vinarios utres ferentes et gregatim pecua comminantes, unde
praelectum grandem hircum annosum et horricomem Marti Secutori Comitique victimant. Et ilico
prandium fabricatur opipare. Tunc hospes ille: "Non modo" inquit "exspoliationum praedarumque,
verum etiam voluptatum vestrarum ducem me strenuum sentire debetis" et adgressus insigni
facilitate naviter cuncta praeministrat. Verrit, sternit, coquit, tucceta concinnat, adponit scitule, sed
praecipue poculis celebris grandibusque singulos ingurgitat. Interdum tamen simulatione promendi
quae poscebat usus ad puellam commeabat adsidue, partisque subreptas clanculo et praegustatas a
se potiones offerebat hilaris. At illa sumebat adpetenter et non numquam basiare volenti promptis
saviolis adlubescebat. Quae res oppido mihi displicebat. "Hem oblita es nuptiarum tuique mutui
cupitoris, puella virgo, et illi nescio cui recenti marito, quem tibi parentes iunxerunt, hunc advenam
cruentumque percussorem praeponis? Nec te conscientia stimulat, sed adfectione calcata inter
lanceas et gladios istos scortari tibi libet? Non rursum recurres ad asinum et rursum exitium mihi
parabis? Re vera ludis de alieno corio."
[12] Dum ista sycophanta ego mecum maxima cum indignatione disputo, de verbis erum quibusdam
dubiis sed non obscuris prudenti asino cognosco non Haemum illum praedonem famosum sed
Tlepolemum sponsum puellae ipsius. Nam procedente sermone paulo iam clarius contempta mea
praesentia quasi vere mortui: "Bono animo es," inquit "Charite dulcissima; nam totis istos hostes
tuos statim captivos habebis", et instantia validiore vinum iam inmixtum, sed modico tepefactum
vapore sauciis illis et crapula vinolentiaque madidis ipse abstemius non cessat inpingere. Et
hercules suspicionem mihi fecit quasi soporiferum quoddam venenum cantharis immisceret illis.
Cuncti denique, sed prorsus omnes vino sepulti iacebant, omnes pariter mortui. Tunc nullo negotio
artissimis vinculis impeditis ac pro arbitrio suo constrictis illis, imposita dorso meo puella, dirigit
gressum ad suam patriam.
[13] Quam simul accessimus, tota civitas ad votivum conspectum effunditur. Procurrunt parentes,
affines, clientes, alumni, famuli laeti faciem, gaudio delibuti. Pompam cerneres omnis sexus et
omnis aetatis novumque et hercules memorandum spectamen, virginem asino triumphantem.
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Denique ipse etiam hilarior pro virili parte, ne praesenti negotio ut alienus discreparem, porrectius
auribus proflatisque naribus rudivi fortiter, immo tonanti clamore personui. Et illam thalamo
receptam commode parentes sui fovebant, me vero cum ingenti iumentorum civiumque multitudine
confestim retro Tlepolemus agebat non invitum. Nam et alias curiosus et tunc latronum captivitatis
spectator optabam fieri. Quos fidem colligatos adhuc vino magis quam vinculis deprehendimus.
Totis ergo prolatis erutisque rebus et nobis auro argentoque et ceteris onustis ipsos partim
constrictos, uti fuerant, provolutosque in proximas rupinas praecipites dedere, alios vero suis sibi
gladiis obtruncatos reliquere.
Tali vindicta laeti et gaudentes civitatem revenimus. Et illas quidem divitas publicae custodelae
commisere, Tlepolemo puellam repetitam lege tradidere.
[14] Exin me suum sospitatorem nuncupatum matrona prolixe curitabat ipsoque nuptiarum die
praesepium meum ordeo passim repleri iubet faenumque camelo Bactrinae sufficiens apponi. Sed
quas ego condignas Photidi diras devotiones imprecarer, quae me formavit non canem, sed asinum,
quippe cum viderem largissimae cenae reliquiis rapinisque canes omnes inescatos atque distentos.
Post noctem et rudimenta Veneris recens nupta gratias summas apud suos parentes ac maritum mihi
meminisse non destitit, quoad summos illi promitterent honorem habituri mihi. Convocatis denique
gravioribus amicis consilium datur, quo potissimum pacto digne remunerarer. Placuerant uni domi
me conclusum et otiosum hordeo lecto fabaque et vicia saginari; sed optinuit alius, qui meae
libertati prospexerat, suadens ut rurestribus potius campis in greges equinos lasciviens discurrerem
daturum dominis equarum inscensu generoso multas alumnas.
[15] Ergo igitur evocato statim armentario equisone magna cum praefatione deducendus adsignor.
Et sane gaudens laetusque praecurrebam et ceteris oneribus iam nunc renuntiaturus nanctaque
libertate veris initio pratis herbantibus rosas utique reperturus aliquas. Subibat me tamen illa etiam
sequens cogitatio, quod tantis actis gratiis honoribusque plurimis asino meo tribuit humana facie
recepta multo tanta pluribus beneficiis honestarer.
Sed ubi me procul a civitate gregarius ille perduxerat, nullae deliciae ac ne ulla quidem libertas
excipit. Nam protinus uxor eius, avara equidem nequissimae illa mulier, molae machinariae
subiugum me dedit frondosoque baculo subinde castigans panem sibi suisque de meo parabat corio.
Nec tantum sui cibi gratia me fatigare contenta, vicinorum etiam frumenta mercennariis discursibus
meis conterebat, nec mihi misero statuta saltem cibaria pro tantis praestabantur laboribus. Namque
hordeum meum frictum et sub eadem mola meis quassatum ambagibus colonis proximis venditabat,
mihi vero per diem laboriosae machinae adtendo sub ipsa vespera furfures apponebat incretos ac
sordidos multosque lapide salebrosos.
[16] Talibus aerumnis edomitum novis Fortuna saeva tradidit cruciatibus, scilicet ut, quod aiunt,
domi forisque foribus factis adoriae plenae egregius mandati dominici serus auscultator aliquando
permisit. At ego tandem liber asinus laetus et tripudians graduque molli gestiens equas
opportunissimas iam mihi concubinas futuras deligebam. Sed haec etiam spes hilarior in capitale
processit exitium. Mares enim ob amissuram veterem pasti satianter ac diu saginati, terribiles [alios]
alioquin et utique quovis asino fortiores, de me metuentes sibi et adulterio degeneri praecaventes
nec hospitalis Iovis servato foedere rivalem summo furentes persecuntur odio. Hic elatis in altum
vastis pectoribus arduus capite et sublimis vertice primoribus in me pugillatur ungulis, ille terga
pulposis torulis obsera convertens postremis velitatur calcibus, alius hinnitu maligno comminatus
remulsis auribus dentiumque candentium renudatis asceis totum me commorsicat. Sic apud
historiam de rege Thracio legeram, qui miseros hospites ferinis equis suis lacerandos
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devorandosque porrigebat; adeo ille praepotens tyrannus sic parcus hordei fuit ut edacium
iumentorum famem corporum humanorum largitione sedaret.
[17] At eundem modum distractus et ipse variis equorum incursibus rursum molares illos circuitus
requirebam. Verum Fortuna meis cruciatibus insatiabilis aliam mihi denuo pestem instruxit. Delegor
enim ligno monte devehundo, perque mihi praefectus imponitur omnium unus ille quidem puer
deterrimus. Nec me montis excelsi tantum arduum fatigabat iugum, nec saxeas tantum sudes
incursando contribam ungulas, verum fustium quoque crebris ictibus prolixe dedolabar, ut usque
plagarum mihi medullaris insideret dolor; coxaeque dexterae semper ictus incutiens et unum
feriendo locum dissipato corio et ulceris latissimi facto foramine, immo fovea vel etiam fenestra
nullus tamen desinebat identidem vulnus sanguine delibutum obtundere. Lignorum vero tanto me
premebat pondere, ut fascium molem elephanto, non asino paratam putares. Ille vero etiam quotiens
in alterum latus praeponderans declinarat sarcina, cum deberet potius gravantis ruinae fustes demere
et levata paulisper pressura sanare me vel certe in alterum translatis peraequare, contra lapidibus
additis insuper sic iniquitati ponderis medebatur.
[18] Nec tamen post tantas meas clades inmodico sarcinae pondere contentus, cum fluvium
transcenderemus, qui forte praeter viam defluebat, peronibus suis ab aquae madore consulens ipse
quoque insuper lumbos meos insiliens residebat, exiguum scilicet et illud tantae molis
superpondium. Ac si quo casu limo caenoso ripae supercilia lubricante oneris inpatientia prolapsus
deruissem, cum deberet egregius agaso manum porrigere, capistro suspendere, cauda sublevare,
certe partem tanti oneris, quoad resurgerem saltem, detrahere, nullum quidem defesso mihi ferebat
auxilium, sed occipiens a capite, immo vero et ipsis auribus totum me complicabat [cidit] fusti
grandissimo, donec fomenti vice ipsae me plagae suscitarent.
Idem mihi talem etiam excogitavit perniciem. Spinas acerrumas et punctu venerato viriosas in
fascem tortili nodo constrictas caudae meae pensilem deligavit cruciatum, ut incessu meo
commotae incitataeque funestis aculeis infeste me convulnerarent.
[19] Ergo igitur ancipiti malo laboratam. Nam cum me cursu proripueram fugiens acerbissimos
incursus, vehementiore nisu spinarum feriebar: si dolori parcens paululum restitissem, plagis
compellebar ad cursum. Nec quicquam videbatur aliud excogitare puer ille nequissimus quam ut me
quoquo modo perditum iret, idque iurans etiam non numquam comminabatur. En plane fuit, quod
eius detestabilem malitiam ad peiores conatus stimularet; nam quadam die nimia eius insolentia
expugnata patientia mea calces in eum validas extuleram. Denique tale facinus in me
comminiscitur. Stuppae sarcina me satis onustum probeque funiculis constrictum producit in viam
deque proxima villula spirantem carbunculum furatus oneris in ipso meditullio reponit. Iamque
fomento tenui calescens et enutritus ignis surgebat in flammas et totum me funestus ardor invaserat,
nec ullum pestis extremae suffugium nec salutis aliquod apparet solacium, et ustrina talis moras non
sustinet et meliora consilia praevertitur.
[20] Sed in rebus scaevis adfulsit Fortunae nutus hilarior nescio an futuris periculis me reservans,
certe praesente statutaque morte liberans. Nam forte pluviae pridianae recens conceptaculum aquae
lutulentae proximum conspicatus ibi memet inprovido saltu totum abicio flammaque prorsus
extincta tandem et pondere levatus et exitio liberatus evado. Sed ille deterrimus ac temerarius puer
hoc quoque suum nequissimum factum in me retortis gregariisque omnibus adfirmavit me sponte
vicinorum foculos transeuntem titubanti gradu prolapsum ignem ultroneum accersisse mihi, et
arridens addidit: "Quo usque ergo frustra pascemus inigninum istum?" Nec multis interiectis diebus
longe peioribus me dolis petivit. Ligno enim quod gerebam in proximam casulam vendito vacuum
me ducens iam se nequitiae meae proclamans imparem miserrimumque istud magisterium rennuens
querelas huius modi concinnat:
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[21] Videtis istum pigrum tardissimumque et nimis asinum? Me post cetera flagitia nunc novis
periculis etiam angit. Vt quemque enim viatorem prospexerit, sive illa scitura mulier seu virgo
nubilis seu tener puellus est, ilico disturbato gestamine, non numquam etiam ipsis stramentis
abiectis, furens incurrit et homines amator talis appetit et humi prostrati illis inhians illicitas atque
incognitas temptat libidines et ferinas voluptates, aversaque Venere invitat ad nuptias. Nam
imaginem etiam savii mentiendo ore improbo compulsat ac morsicat. Quae res nobis non mediocris
lites atque iurgia, immo forsitan et crimina pariet. Nunc etiam visa quadam honesta iuvene, ligno
quod devehebat abiecto dispersoque, in eam furiosos direxit impetus et festivus hic amasio humo
sordida prostratam mulierem ibidem omnium gestiebat inscendere. Quod nisi ploratu questuque
femineo conclamatum viatorum praesidium accurrisset ac de mediis ungulis ipsius esset erepta
liberataque, misera illa compavita atque dirupta ipsa quidem cruciabilem cladem sustinuisset, nobis
vero poenale reliquisset exitium."
[22] Talibus mendaciis admiscendo sermones alios, qui meum verecundum silentium vehementius
premerent, animos pastorum in meam perniciem atrociter suscitavit. Denique unus ex illis: "Quin
igitur publicum istum maritum" inquit "immo communem omnium adulterum illis suis monstruosis
nuptiis condignam victimamus hostiam? et ?Heus tu, puer," ait "obtruncato protinus eo intestina
quidem canibus nostris iacta, ceteram vero carnem omnem operariorum cenae reserva. Nam corium
adfirmavit cineris inspersum dominis referemus eiusque mortem de lupo facile mentiemur."
Sublata cunctatione accusator ille meus noxius, ipse etiam pastoralis exsecutor sententiae, laetus et
meis insultans malis calcisque illius admonitus, quam inefficacem fuisse mehercules doleo, protinus
gladium cotis adtritu parabat.
[23] Sed quidam de coetu illo rusticorum: "Nefas? ait "tam bellum asinum sic enecare et propter
luxuriem lasciviamque amatoriam criminatum opera servitioque tam necessario carere, cum
alioquin exsectis genitalibus possit neque in venerem nullo modo surgere vosque omni metu
periculi liberare, insuper etiam longe crassior atque corpulentior effici. Multos ego scio non modo
asinos inertes, verum etiam ferocissimo equos nimio libidinis laborantes atque ob id truces
vesanoque adhibita tali detestatione mansuetos ac mites exinde factos et oneri ferundo non inhabiles
et cetero ministerio patiente. Denique nisi vobis suadeo nolentibus, possum spatio modico
interiecto, quo mercatum obire statui, petitis e domo ferramentis huic curare praeparatis ad vos
actutum redire trucemque amatorem istum atque insuavem dissitis femoribus emasculare et quovis
vervece mitiorem efficere."
[24] Tali sententia mediis Orci manibus extractus set extremae poenae reservatus maerebam et in
novissima parte corporis totum me periturum deflebam. Inedita denique vel praecipiti ruina memet
ipse quaerebam extinguere moriturus quidem nihilo minus sed moriturus integer. Dumque in ista
necis meae decunctor electione, matutino me rursum puer ille peremptor meus contra montis
suetum ducit vestigium, Iamque me de cuiusdam viam supergressus ipse securi lignum, quod
deveheret, recidebat. Et ecce de proximo specu vastum attollens caput funesta proserpit ursa. Quam
simul conspexi, pavidus et repentina facies conterritus totum corporis pondus in postremos poplites
recello arduaque cervice sublimiter elevata lorum quo tenebar rumpo meque protinus pernici fugae
committo perque prona non tantum pedibus verum etiam toto proiecto corpore propere devolutus
immitto me campis subpatentibus, ex summo studio fugiens immanem ursam ursaque peiorem
illum puerum.
[25] Tunc quidam viator solitarium vagumque me respiciens invadit et properiter inscensum baculo
quod gerebat obverberans per obliquam ignaramque me dicebat viam. Nec invitus ego cursui me
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commodabam relinquens atrocissimam virilitatis lanienam. Ceterum plagis non magnopere


commovebar quippe consuetus ex forma concidi fustibus.
Sed illa Fortuna meis casibus pervicax tam opportunum latibulum miseria celeritate praeversa novas
instruxit insidias. Pastores enim mei perditam sibi requirentes vacculam variasque regiones
peragrantes occurrunt nobis fortuito statimque me cognitum capistro prehensum attrahere gestiunt.
Sed audacia valida resistens ille fidem hominum deumque testabatur: "Quid me raptatis violenter?
Quid invaditis?"
"Ain, te nos tractamus inciviliter, qui nostrum asinum furatus abducis? Quin potius effaris ubi
puerum eiusdem agasonem, necatum scilicet, occultaris?" Et illico detractus ad terram pugnisque
pulsatus et calcibus contusus infit deierans nullum semet vidisse ductorem, sed plane continatum
solutum et solitarium ob indicivae praemium occupasse, domino tamen suo restituturum. "Atque
unitam ipse asinum", inquit "quem numquam profecto vidissem, vocem quiret humanam dare
meaeque testimonium innocentiae perhibere posset: profecto vos huius iniuriae pigeret."
Sic adseverans nihil quicquam promovebat. Nam collo constrictum reductum eum pastores molesti
contra montis illius silvosa nemora unde lignum puer solebat egerere.
[26] Nec uspiam ruris reperitur ille, sed plane corpus eius membratim laceratum multisque
dispersum locis conspicitur. Quam rem procul dubio sentiebam ego illius ursae dentibus esse
perfectam, et hercules dicerem quod sciebam, si loquendi copia suppeditaret. sed, quod solum
poteram, tacitus licet serae vindictae gratulabar. Et cadaver quidem disiectis partibus tandem totum
repertum aegreque concinnatum ibidem terrae dedere, meum vero Bellerophontem abactorem
indubitatum cruentumque percussorem criminantes, ad casas interim suas vinctum perducunt, quoad
renascenti die sequenti deductus ad magistratus, ut aiebant, poenas redderetur.
Interim dum puerum illum parentes sui plangoribus fletibusque querebantur, et adveniens ecce
rusticus nequaquam promissum suum frustratus destinatam sectionem meam flagitat. "Non est" in
his inquit unus "indidem praesens iactura nostra, sed plane crastino libet non tantum naturam verum
etiam caput quoque ipsum pessimo isto asino demere. Nec tibi ministerium deerit istorum."
[27] Sic effectum est ut in alterum diem clades differetur mea. At ego gratias agebam bono puero
quod saltem mortuus unam carnificinae meae dieculam donasset. nec tamen tantillum saltem
gratulationi meae quietive spatium datum; nam mater pueri, mortem deplorans acerbam filii, fleta et
lacrimosa fuscaque veste contecta, ambabus manibus trahens cinerosam canitiem, heiulans et
exinde proclamans stabulum inrumpit meum tunsisque ac diverberatis vehementer uberibus incipit:
"Et nunc iste securus incumbens praesepio voracitati suae deseruit et insatiabilem profundumque
ventrem semper esitando distendit nec aerumnae meae miseretur vel detestabilem casum defuncti
magistri recordatur, sed scilicet senectam infirmitatemque meam contemnit ac despicit et impune se
laturum tantum scelus credit. At utcumque se praesumit innocentem; est enim congruens pessimis
conatibus contra noxiam conscientiam sperare securitatem. Nam pro deum fidem, quadrupes
nequissime, licet precariam vocis usuram sumeret, cui tandem vel ineptissimo persuadere possis
atrocitatem istam culpa (tua) carere, cum propugnare pedibus et arcere morsibus misello puero
potueris? An ipsum quidem saepius incursare calcibus potuisti, morituram vero defendere alacritate
simili nequisti? Certe dorso receptum auferres protinus et infesti latronis cruentis manibus eriperes,
postremum deserto derelictoque illo conservo magistro comite pastore non solus aufugeres. An
ignoras eos etiam qui morituris auxilium salutare denegarint, quod contra bonos mores id ipsum
fecerint, solere puniri? Sed non diutius meis cladibus laetaberis, homicidia. Senties efficiam, misero
dolori naturales vires adesse";
188

[28] et cum dicto subsertis manibus exsoluit suam sibi fasceam pedesque meos singillatim inligans
indidem constringit artissime, scilicet ne quod vindictae meae superesset praesidium, et pertica qua
stabuli fores offirmari solebant adrepta non prius me desiit obtundere quam victis fessisque viribus
suopte pondere degravatus manibus eius fustis esset elapsus. Tunc de brachiorum suorum cita
fatigatione conquesta procurrit ad focum ardentemque titionem gerens mediis inguinibus obtrudit
usque, donec solo quod restabat nisus praesidio liquida fimo strictim egesta faciem atque oculos
eius confoedassem. Qua caecitate atque faetore tandem fugata est a mea pernicie: ceterum titione
delirantis Althaeae Meleager asinus interisset.

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER VIII


[1] Noctis gallicinio venit quidam iuvenis e proxima civitate, ut quidem mihi videbatur, unus ex
famulis Charites, puellae illius, quae mecum aput latrones pares aerumnas exanclaverat. Is de eius
exitio et domus totius infortunio mira ac nefanda, ignem propter adsidens, inter conservorum
frequentiam sic annuntiabat:
Equisones opilionesque, etiam busequae, fuit Charite nobis, fuit misella et quidem casu gravissimo,
nec vero incomitata Manis adivit. Sed ut cuncta noritis, referam vobis a capite quae gesta sunt
quaeque possint merito doctiore, quibus stilos fortuna subministrat, in historiae speciem chartis
involvere. Erat in proxima civitate iuvenis natalibus praenobilis quo clarus et pecuniae fuit satis
locuples, sed luxuriae popinalis scortisque et diurnis potationibus exercitatus atque ob id factionibus
latronum male sociatus nec non etiam manus infectus humano cruore, Thrasyllus nomine. Idque sic
erat et fama dicebat.
[2] Hic, cum primum Charite nubendo maturuisset, inter praecipuos procos summo studio petitionis
eius munus obierat et quanquam ceteris omnibus id genus viris antistaret eximiisque muneribus
parentum invitaret iudicium, morum tamen improbatus repulsae contumelia fuerat aspersus. Ac dum
erilis puella in boni Tlepolemi manum venerat, firmiter deorsus delapsum nutriens amorem et
denegati thalami permiscens indignationem, cruento facinori quaerebat accessum. Nactus denique
praesentiae suae tempestivam occasionem, sceleri, quod diu cogitarat, accingitur. Ac die quo
praedonum infestis mucronibus puella fuerat astu virtutibusque sponsi sui liberata, turbae
gratulantium exultans insigniter permiscuit sese salutique praesenti ac futurae suboli novorum
maritorum gaudibundus ad honorem splendidae prosapiae inter praecipuos hospites domum nostram
receptus, occultato consilio sceleris, amici fidelissimi personam mentiebatur. Iamque sermonibus
assiduis et conversatione frequenti nonnumquam etiam cena proculoque communi carior cariorque
factus in profundam ruinam cupidinis sese paulatim nescius praecipitaverat. Quidni, cum flamma
saevi amoris parva quidem primo vapore delectet, sed fomentis consuetudinis exaestuans inmodicis
ardoribus totos amburat homines?
[3] Diu denique deliberaverat secum Thrasyllus quod nec clandestinis colloquiis opportunum
reperiret locum et adulterinae Veneris magis magisque praeclusos aditus [copia custodientium]
cerneret novaeque atque gliscentis affectionis firmissimum vinculum non posse dissociari
perspiceret, et puellae, si vellet, quanquam velle non posset, [copia custodientum] furatrinae
coniugalis incommodaret rudimentum; et tamen ad hoc ipsum quod non potest contentiosa pernicie,
quasi posset, impellitur. Quod nunc arduum factu putatur, amore per dies roborato facile videtur
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effectu. Spectate denique, sed, oro, sollicitis animis intendite, quorsum furiosae libidinis proruperit
impetus.
[4] Die quadam venatum Tlepolemus assumpto Thrasyllo petebat indagaturus feras, quod tamen in
capreis feritatis est; nec enim Charite maritum suum quaerere patiebatur bestias armatas dente vel
cornu. Iamque apud frondosum tumulum ramorumque densis tegminibus umbrosum prospectu
vestigatorum obseptis capreis canes venationis indagini generosae, mandato cubili residentes
invaderent bestias, immittuntur statimque sollertis disciplinae memores partitae totos praecingunt
aditus tacitaque prius servata mussitatione, signo sibi repentino reddito, latratibus fervidis
dissonisque miscent omnia. Nec ulla caprea nec pavens dammula nec prae ceteris feris mitior cerva,
sed aper immanis atque invisitatus exsurgit toris callosae cutis obesus, pilis inhorrentibus corio
squalidus, setis insurgentibus spinae hispidus, dentibus attritu sonaci spumeus, oculis aspectu
minaci flammeus, impetu saevo frementis oris totus fulmineus. Et primum quidem canum
procaciores, quae comminus contulerant vestigium, genis hac illac iactatis consectas interficit, dein
calcata retiola, qua primos impetus reduxerat, transabiit.
[5] Et nos quidem cuncti pavore deterriti et alioquin innoxiis venationibus consueti, tunc etiam
inermes atque inmuniti tegumentis frondis vel arboribus latenter abscondimus, Thrasyllus vero
nactus fraudium opportunum decipulum sic Tlepolemum captiose compellat: "Quid stupore confusi
vel etiam cassa formidine similes humilitati servorum istorum vel in modum pavoris feminei deiecti
tam opimam praedam mediis manibus amittimus? Quin equos inscendimus? Quin ocius
indipiscimur? En cape venabulum et ego sumo lanceam." Nec tantillum morati protinus insiliunt
equos ex summo studio bestiam insequentes. Nec tamen illa genuini vigoris oblita retorquet
impetum et incendio feritatis ardescens dentium compulsu quem primum insiliat cunctabunda
rimatur. Sed prior Tlepolemus iaculum quod gerebat insuper dorsum bestiae contorsit. At Thrasyllus
ferae quidem pepercit, set equi quo vehebatur Tlepolemus postremos poplites lancea feriens
amputat. Quadrupes reccidens, qua sanguis effluxerat, toto tergo supinatus invitus dominum suum
devolvit ad terram. Nec diu, sed eum furens aper invadit iacentem ac primo lacinias eius, mox
ipsum resurgentem multo dente laniavit. Nec coepti nefarii bonum piguit amicum vel suae saevitiae
litatum saltem tanto periculo cernens potuit expleri, sed percito atque plagoso ac frustra vulnera
contegenti suumque auxilium miseriter roganti per femus dexterum dimisit lanceam tanto ille
quidem fidentius quanto crederet ferri vulnera similia futura prosectu dentium. Nec non tamen
ipsam quoque bestiam facili manu transadigit.
[6] Ad hunc modum definito iuvene exciti latibulo suo quisque familia maesta concurrimus. At ille
quanquam perfecti voto prostrato inimico laetus ageret, vultu tamen gaudium tegit et frontem
adseverat et dolorem simulat et cadaver, quod ipse fecerat, avide circumplexus omnia quidem
lugentium officia sollerter adfinxit, sed solae lacrimae procedere noluerunt. Sic ad nostri
similitudinem, qui vere lamentabamur, conformatus manus suae culpam bestiae dabat.
Necdum satis scelere transacto fama dilabitur et cursus primos ad domum Tlepolemi detorquet et
aures infelicis nuptae percutit. Quae quidem simul percepit tale nuntium quale non audiet aliud,
amens et vecordia percita cursuque bacchata furibundo per plateas populosas et arva rurestria fertur
insana voce casum mariti quiritans. Confluunt civium maestae catervae, secuntur obvii dolore
sociato, civitas cuncta vacuatur studio visionis. Et ecce mariti cadaver accurrit labantique spiritu
totam se super corpus effudit ac paenissime ibidem, quam devoverat, ei reddidit animam. Sed aegre
manibus erepta suorum invita remansit in vita, funus vero toto feralem pompam prosequente populo
deducitur ad sepulturam.
[7] Sed Thrasyllus nimium nimius clamare, plangere et quas in primo maerore lacrimas non habebat
iam scilicet crescente gaudio reddere et multis caritatis nominibus Veritatem ipsam fallere. Illum
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amicum, coaetaneum, contubernalem, fratrem denique addito nomine lugubri ciere, nec non
interdum manus Charites a pulsandis uberibus amovere, luctum sedare, heiulatum cohercere, verbis
palpantibus stimulum doloris obtundere, variis exemplis multivagi casus solacia nectere, cunctis
tamen mentitae pietatis officiis studium contrectandae mulieris adhibere odiosumque amorem suum
perperam delectando nutrire.
Sed officiis inferialibus statim exactis puella protinus festinat ad maritum suum demeare cunctasque
prosus pertemptat vias, certe illam lenem otiosamque nec telis ullis indigentem sed placidae quieti
consimilem: inedia denique misera et incuria squalida, tenebris imis abscondita, iam cum luce
transegerat. Sed Thrasyllus instantia pervicaci partim per semet ipsum, partim per ceteros familiares
ac necessarios, ipso denique puellare parentes extorquet tandem iam lurore et inluvie paene
conlapsa membra lavacro, cibo denique confoveret. At illa, parentum suorum alioquin reverens,
invita quidem, verum religiosae necessitati subcumbens, vultu non quidem hilaro, verum paulo
sereniore obiens, ut iubebatur, viventium munia, prorsus in pectore, immo vero penitus in medullis
luctu a maerore carpebat animum; diesque totos totasque noctes insumebat luctuoso desiderio, et
imaginem defuncti, quas ad habitum dei Liberi formaverat, adfixo servito divinis percolens
honoribus ipso se solacio cruciabat.
[8] Sed Thrasyllus, praeceps alioquin et de ipso nomine temerarium, priusquam dolorem lacrimae
satiarent et percitae mentis resideret furor et in sese nimietatis senio lassesceret luctus, adhuc
flentem maritum, adhuc vestes lacerantem, adhuc capillos distrahentem non dubitavit de nuptiis
convenire et imprudentiae labe tacita pectoris sui secreta fraudesque ineffabiles detegere. Sed
Charite vocem nefandam et horruit et detestata est et velut gravi tonitru procellaque sideris vel
etiam ipso diali fulmine percussa corruit corpus et obnubilavit animam. Sed intervallo revalescente
paulatim spiritu, ferinos mugitus iterans et iam scaenam pessimi Thrasylli perspiciens, ad limam
consili desiderium petitoris distulit. Tunc inter moras umbra illa misere trucidati Tlepolemi sanie
cruentam et pallore deformem attollens faciem quietem pudicam interpellat uxoris:
"Mi coniux, quod tibi prorsus ab alio dici iam licebit: etsi in pectore tuo non permanet nostri
memoria vel acerbae mortis meae casus foedus caritatis intercidit. quovis alio felicius maritare,
modo ne in Thrasylli manum sacrilegam conveniam neve sermonem conferas nec mensam
accumbas nec toro adquiescas. Fuge mei percussoris cruentam dexteram. Noli parricidio nuptias
auspicari. Vulnera illa, quorum sanguinem tuae lacrimae perluerunt, non sunt tota dentium vulnera:
lancea mali Thrasylli me tibi fecit alienum" et addidit cetera omnemque scaenam sceleris
inluminavit.
[9] At illa, ut primum maesta quieverat, toro faciem impressa, etiamnunc dormiens,lacrimis
emanantibus genas cohumidat et velut quodam tormento inquieta quiete excussa luctu redintegrato
prolixum heiulat discissaque interula decora brachia saevientibus palmulis converberat. Nec tamen
cum quoquam participatis nocturnis imaginibus, sed indicio facinoris prorsus dissimulato, et
nequissimum percussorem punire et aerumnabili vitate sese subtrahere tacita decernit, Ecce rursus
inprovidae voluptatis detestabilis petitor aures obseratas de nuptiis obtundens aderat. Sed illa
clementer aspernata sermonem Thrasylli astuque miro personata instanter garrienti summisseque
deprecanti:
"Adhuc" inquit "tui fratris meique carissimi mariti facies pulchra illa in meius deversatur oculis,
adhuc odor cinnameus ambrosei corporis per nares meas percurrit, adhuc formonsus Tlepolemus in
meo vivit pectore. Boni ergo et optimi consules, si luctui legitimo miserrimae feminae necessarium
concesserit tempus, quoad residuis mensibus spatium reliquum compleatur anni, quae res cum
meum pudorem, tum etiam tuum salutare commodum respicit, ne forte inmaturitate nuptiarum
indignatione iusta manes acerbos mariti ad exitium salutis tuae suscitemus."
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[10] Nec isto sermone Thrasyllus sobriefactum vel saltem tempestiva pollicitatione recreatus
identidem pergit lingua satianti susurros improbos inurgere, quoad simulanter revicta Charite
suscipit: "Istud equidem certe magnopere deprecanti concedas necesse est mihi, Thrasylle, ut
interdum taciti clandestinos coitus obeamus nec quisquam persentiscat familiarium, quoad reliquos
dies metiatur annus."
Promissioni fallaciosae mulieris oppressus subcubuit Thrasyllus et prolixe consentit de furtivo
concubitu noctemque et opertas exoptat ultro tenebras uno potiundi studio postponens omnia. "Sed
heus tu," inquit Charite, quam prope vestre contectus omnique comite viduatus prima vigilia tacitus
fores meas accedas unoque sibilo contentus nutricem istam meam opperiare, quae claustris
adhaerens excubabit adventui tuo. Nec setius patefactis aedibus acceptum te nullo lumine conscio
ad meum perducet cubiculum."
[11] Placuit Thrasyllo scaena feralium nuptiarum. Nec sequius aliquid suspicatus sed exspectatione
turbidus de diei tantum spatio et vesperae mora querebatur. Sed ubi sol tandem nocti decessit, ex
imperio Charites adest ornatus et nutricis captiosa vigilia deceptus inrepit cubiculum pronus spei.
Tunc anus de iussu dominae blandiens ei furtim depromptis calcibus et oenophoro, quod inmixtum
vino soporiferum gerebat venenum, crebris potionibus avide ac secure haurientem mentita dominae
tarditatem, quasi parentem adsideret aegrotum, facile sepelivit ad somnum. Iamque eo ad omnes
iniurias exposito ac supinato introvocata Charite masculis animis impetumque duro fremens invadit
ac supersistit sicarium.
[12] "En" inquit "fidus coniugis mei comes, en venator egregius, en carus maritus. Haec est illa
dextera quae meum sanguinem fudit, hoc pectus quod fraudulentas ambages in meum concinnavit
exitium, oculi isti quibus male placui, qui quodam modo tamen iam futuras tenebras auspicantes
venientes poenas antecedunt. Quiesce securus, beate somniare. Non ego gladio, non ferro petam;
absit ut simili mortis genere cum marito meo coaequeris: vivo tibi morientur oculi nec quicquam
videbis nisi dormiens. Faxo feliciorem necem inimici tui quam vitam tuam sentias. Lucem certe non
tenebis, nuptias non frueris, nec mortis quiete recreaberis nec vitae voluptate laetaberis, sed
incertum simulacrum errabis inter Orcum et solem, et diu quaeres dexteram quae tuas expugnavit
pupulas, quodque est in aerumna miserrimum, nescies de quo queraris. At ego sepulchrum mei
Tlepolemi tuo luminum cruore libato et sanctis manibus eius istis oculis parentabo. Sed quid mora
temporis dignum cruciatum lucraris et meos forsitan tibi pestiferos imaginaris amplexus? Relictis
somnulentis tenebris ad aliam poenalem evigila caliginem. Attolle vacuam faciem, vindictam
recognosce, infortunium intellege, aerumnas computa. Sic pudicae mulieri tui placuerunt oculi, sic
faces nuptiales tuos illuminarunt thalamos. Vltrices habebis pronubas et orbitatem comitem et
perpetuae conscientiae stimulum."
[13] Ad hunc modum vaticinata mulier acu crinali capite deprompta Thrasylli convulnerat tota
lumina eumque prorsus exosculatum relinquens, dum dolore nescio crapulam cum somno discutit,
arrepto nudo gladio, quo se Tlepolemus solebat incingere, per mediam civitatem cursu furioso
proripit se procul dubio nescio quod scelus gestiens et recta monimentum mariti contendit. At nos et
omnis populus, nudatis totis aedibus, studiose consequimur hortati mutuo ferrum vesanis extorquere
manibus. Sed Charite capulum Tlepolemi propter assistens gladioque fulgenti singulos abigens, ubi
fletus uberes et lamentationes varias cunctorum intuetur, "Abicite" inquit "importunas lacrimas,
abicite luctum meis virtutibus alienum. Vindicavi in mei mariti cruentum peremptorem, punita sum
funestum mearum [mearum] nuptiarum praedonem. Iam tempus est ut isto gladio deorsus ad meum
Tlepolemum viam quaeram."

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[14] Et enarratis ordine singulis quae sibi per somnium nuntiaverat maritus quoque astu Thrasyllum
inductum petisset, ferro sub papillam dexteram transadacto corruit et in suo sibi pervolutata
sanguine postremo balbuttiens incerto sermone proflavit animam virilem. Tunc propere familiares
miserae Charites accuratissime corpus ablutum unita sepultura ibidem marito perpetuam coniugem
reddidere.
Thrasyllus vero cognitis omnibus, nequiens idoneum exitum praesenti (cladi nisi nova) clade
reddere certusque tanto facinori nec gladium sufficere, sponte delatus ibidem ad sepulchrum
"Vltronea vobis, infesti Manes, en adest victima" saepe clamitans, valvis super sese diligenter
obseratis inedia statuit elidere sua sententia damnatum spiritum."
[15] Haec ille longos trahens suspiritus et nonnumquam inlacrimans graviter adfectis rusticis
adnuntiabat. Tunc illi mutati dominii novitatem metuentes et infortunium domus erilis altius
miserantes fugere conparant. Sed equorum magister, qui me curandum magna ille quidem
commendatione susceperat, quidquid in casula pretiosum conditumque servabat meo atque aliorum
iumentorum dorso repositum asportans sedes pristinas deserit. Gerebamus infantulos et mulieres,
gerebamus pullos, passeres, aedos, catellos, et quidquid infirmo gradu fugam morabatur, nostris
quoque pedibus ambulabat. Nec me pondus sarcinae, quanquam enormis, urguebat, quippe gaudiali
fuga detestabilem illum exsectorem virilitatis meae relinquentem.
Silvosi montis asperum permensi iugum rursusque reposita camporum spatia pervecti, iam vespera
semitam tenebrante, pervenimus ad quoddam castellum frequens et opulens, unde nos incolae
nocturna immo vero matutina etiam prohibebant egressione: lupos enim numerosos grandes et
vastis corporibus sarcinosos ac nimia ferocitate saevientes passim rapinis adsuetos infestare
cunctam illam regionem iamque ipsas vias obsidere et in modum latronum praetereuntes adgredi,
immo etiam vaesana fame rabidos finitimas expugnare villas, exitiumque inertissimarum pecudum
ipsis iam humanis capitibus imminere. Denique ob iter illud qua nobis erat commeadum iacere
semesa hominum corpora suisque visceribus nudatis ossibus cuncta candere ac per hoc nos quoque
summa cautione viam aggredi debere, idque vel in primis observitare ut luce clara et die iam
provecto et sole florido vitantes undique latentes insidias, cum et ipso lumine dirarum bestiarum
repigratur impetus, non laciniatim disperso, sed cuneatim spirato commeatu difficultates illa
transabiremus.
[16] Sed nequissimi fugitivi ductores illi nostri caecae festinationis temeritate ac metu incertae
insecutionis spreta salubri monitione nec exspectata luce proxuma circa tertiam ferme vigiliam
noctis onustos nos ad viam propellunt. Tunc ego metu praedicti periculi, quantum pote, iam turbae
medius et inter conferta iumenta latenter absconditus clunibus meis ab adgressionibus ferinis
consulebam iamque me cursu celeri ceteros equos antecellentem mirabantur omnes. Sed illa
pernicitas non erat alacritatis meae, sed formidinis indicium; denique meum ipse reputabam
Pegasum inclutum illum metu magis volaticum ac per hoc merito pinnatum proditum, dum in altum
at adusque caelum sussilit ac resultat, formidans scilicet igniferae morsum Chimaerae. Nam et illi
pastores qui nos agebant in speciem proelii manus obarmaverant: hic lanceam, ille venabulum, alius
gerebat spicula, fustem alius, sed et saxa, quae salebrosa semita largiter subministrabat; erant qui
sudes praeacutas attollerent; plerique tamen ardentibus facibus proterrebant feras. Nec quicquam
praeter unicam tubam deerat quin acies esset proeliaris. Sed necquicquam frustra timorem illum
satis inanem perfuncti longe peiores inhaesimus laqueos. Nam lupi, forsitan confertae iuventutis
strepitu vel certe nimia luce flammarum deterriti vel etiam aliorsum grassantes, nulli contra nos
aditum tulerunt ac ne procul saltem ulli comparverant.
[17] Villae vero, quam tunc forte praeteribamus, coloni multitudinem nostram latrones rati, satis
agentes rerum suarum eximieque trepidi, canes rabidos et immanes et quibusuis lupis et ursis
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saeviores, quos ad tutelae praesidia curiose fuerant alumnati, iubilationibus solitis et cuiusce modi
vocibus nobis inhortantur, qui praeter genuinam ferocitatem tumultum suorum exasperati contra nos
ruunt et undique laterum circumfusi passim insiliunt ac sine ullo dilectu iumenta simul et homines
lacerant diuque grassati plerosque prosternunt. Cerneres non tam hercules memorandum quam
miserandum etiam spectaculum: canes copiosos ardentibus animis alios fugientes arripere, alios
stantibus inhaerere, quosdam iacentes inscendere, et per omnem nostrum commeatum morsibus
ambulare.
Ecce tanto periculo malum maius insequitur. De summis enim tectis ac de proxumo colle rusticani
illi saxa super nos raptim devolvunt, ut discernere prorsus nequiremus qua potissimum caveremus
clade, comminus canum an eminus lapidum. Quorum quidem unus caput mulieris, quae meum
dorsum residebat repente percussit. Quo dolore commota statim fletu cum clamore sublato maritum
suum pastorem illum suppetiatum ciet.
[18] At ille deum fidem clamitans et cruorem uxoris abstergens altius quiritabat: "Quid miseros
homines et laboriosos viatores tam crudelibus animis invaditis atque obteritis? Quas praedas
inhiatis? Quae damna vindicatis? At non speluncas ferarum vel cautes incolitis barbarorum, ut
humano sanguine profuso gaudeatis." Vix haec dicta et statim lapidum congestus cessavit imber et
infestorum canum revocata conquievit procella. Vnus illinc denique de summo cupressus cacumine:
"At nos" inquit "non vestrorum spoliorum cupidine latrocinamur, sed hanc ipsam cladem de vestris
protelamus manibus. Iam denique pace tranquilla securi potestis incedere."
Sic ille, sed nos plurifariam vulnerati reliquam viam capessimus alius lapidis, alius morsus vulnera
referentes, universi tamen saucii. Aliquanto denique viae permenso spatio pervenimus ad nemus
quoddam proceris arboribus consitum et pratentibus virectis amoenum, ubi placuit illis ductoribus
nostris refectui paululum conquiescere corporaque sua diverse laniata sedulo recurare. Ergo passim
prostrati solo primum fatigatos animos recuperare ac dehinc vulneribus medelas varias adhibere
festinant, hic cruorem praeterfluentis aquae rore deluere, ille spongeis inacidatis tumores
comprimere, alius fasciolis hiantes vincire plagas. Ad istum modum saluti suae quisque consulebat.
[19] Interea quidam senex de summo colle prospectat, quem circum capellae pascentes opilionem
esse profecto clamabant. Eum rogavit unus e nostris, haberetne venui lactem vel adhuc liquidum vel
in caseum recentem inchoatum. At ille diu capite quassanti: "Vos autem" inquit "de cibo vel poculo
vel omnino ulla refectione nunc cogitatis? an nulli scitis quo loco consederitis?", et cum dicto
conductis oviculis conversus longe recessit. Quae vox eius et fuga pastoribus nostris non
mediocrem pavorem incussit. Ac dum perterriti de loci qualitate sciscitari gestiunt nec est qui
doceat, senex alius, magnum ille quidem, gravatus annis, totus in baculum pronus et lassum trahens
vestigium ubertim lacrimans per viam proximat visisque nobis cum fletu maximo singulorum
iuvenum genua contingens sic adorabat:
[20] "Per Fortunas vestrosque Genios, sic ad meae senectutis spatia validi laetique veniatis, decepto
seni subsistite meumque parvulum ab inferis ereptum canis meis reddite. Nepos namque meus et
itineris huius suavis comes, dum forte passerem incantantem sepiculae consectatur arripere,
delapsus in proximam foveam, quae fruticibus imis subpatet, in extremo iam vitae consistit
periculo, quippe cum de fletu ac voce ipsius avum sibi saepicule clamitantis vivere illum quidem
sentiam, sed per corporis, ut videtis, mei defectam valetudinem opitulari nequeam. At vobis aetatis
et robori beneficio facile est subpetiari miserrimo seni puerumque illum novissimum successionis
meae atque unicam stirpem sospitem mihi facere."
[21] Sic deprecantis suamque canitiem distrahentis totos quidem miseruit. Sed unus prae ceteris et
animo fortior et aetate iuvenior et corpore validior, quique solus praeter alios incolumis proelium
194

superius evaserat, exsurgit alacer et percontatus quonam loci puer ille decidisset monstrantem digito
non longe frutices horridos senem illum inpigre comitatur. Ac dum pabulo nostro suaque cura
refecti sarcinulis quisque sumptis suis viam capessunt, clamore primum nominatim cientes illum
iuvenem frequenter inclamant, mox mora diutina commoti mittunt e suis arcessitorem unum, qui
requisitum comitem tempestivae viae commonefactum reduceret. At ille modicum commoratum
refert sese: buxanti pallore trepidus mira super conservo suo renuntiat: conspicatum se quippe
supinato illi et iam ex maxima parte consumpto immanem draconem mandentem insistere nec
ullum usquam miserrimum senem comparere illum. Qua re cognita et cum pastoris sermone
conlata, qui saevum prorsus hunc illum nec alium locorum inquilinum praeminabatur, pestilenti
deserta regione velociori se fuga proripiunt nosque pellunt crebris tundentes fustibus.
[22] Celerrime denique longo itinere confecto pagum quendam accedimus ibique totam
perquiescimus noctem. Ibi coeptum facinus oppido memorabile narrare cupio.
Servus quidam, cui cunctam familiae tutelam dominus permiserat, suus quique possessionem
maximam illam, in quam deverteramus, vilicabat, habens ex eodem famulitio conservam coniugam,
liberae cuiusdam extrariaeque mulieris flagrabat cupidine. Quo dolore paelicatus uxor eius instricta
cunctas mariti rationes et quicquid horreo reconditum continebatur admoto combussit igne. Nec tali
damno tori sui contumeliam vindicasse contenta, iam contra sua saeviens viscera laqueum sibi
nectit, infantulumque, quem de eodem marito iam dudum susceperat, eodem funiculo nectit seque
per altissimum puteum adpendicem parvulum trahens praecipitat. Quam mortem dominus eorum
aegerrime sustinens adreptum servulum, qui causam tanti sceleris luxurie sua praestiterat, nudum ac
totum melle perlitum firmiter alligavit arbori ficulneae, cuius in ipso carioso stipite inhabitantium
formicarum nidificia bulliebant et ultro citro commeabant multiiuga scaturrigine. Quae simul
dulcem ac mellitum corporis nidorem persentiscunt, parvis quidem sed numerosis et continuis
morsiunculis penitus inhaerentes, per longi temporis cruciatum ita, carnibus atque ipsis visceribus
adesis, homine consumpto membra nudarunt, ut ossa tantum viduata pulpis nitore nimio candentia
funestae cohaererent arbori.
[23] Hac quoque detestabili deserta mansione, paganos in summo luctu relinquentes, rursum
pergimus dieque tota campestres emensi vias civitatem quandam populosam et nobilem iam fessi
pervenimus. Inibi larem sedesque perpetuas pastores illi statuere decernunt, quod et longe
quaesituris firmae latebrae viderentur et annonae copiosae beata celebritas invitabat. Triduo denique
iumentorum refectis corporibus, quo vendibiliores videremur, ad mercatum producimur magnaque
voce praeconis pretia singulis nuntiantis equi atque alii asini opulentis emptoribus praestinantur; at
me relictum solum ac subsicivum cum fastidio plerique praeteribant. Iamque taedio contrectationis
eorum, qui de dentibus meis aetatem computabant, manum cuiusdam faetore sordentem, qui
gingivas identidem meas putidis scalpebat digitis, mordicus adreptam plenissime conterrui. Quae
res circumstantium ab emptione mea utpote ferocissimi deterruit animos. Tunc praeco dirruptis
faucibus et rauca voce saucius in meas fortunas ridiculos construebat iocos: "Quem ad finem
cantherium istum venui frustra subiciemus et vetulum et extritis ungulis debilem et dolore
deformem et in hebeti pigritia ferocem nec quicquam amplius quam ruderarium cribrum? Atque
adeo vel donemus eum cuipiam, si qui tamen faenum suum perdere non gravatur."
[24] Ad istum modum praeco ille cachinnos circumstantibus commovebat. Sed illa Fortuna mea
saevissima, quam per tot regiones iam fugiens effugere vel praecedentibus malis placare non potui,
rursum in me caecos detorsit oculos et emptorem aptissimum duris meis casibus mire repertum
obiecit. Scitote qualem: cinaedum, calvum quidem sed cincinnis semicanis et pendulis capillatum,
unum de triviali popularium faece, qui per plateas et oppida cymbalis et crotalis personantes
deamque Syriam circumferentes mendicare compellunt. Is nimio praestinandi studio praeconem
rogat cuiatis essem; at ille Cappadocum me et satis forticulum denuntiat. Rursum requirit annos
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aetatis meae; sed praeco lasciviens: "Mathematicus quidem, qui stellas eius disposuit, quintum ei
numeravit annum, sed ipse scilicet melius istud de suis novit professionibus. Quanquam enim
prudens crimen Corneliae legis incurram, si civem Romanum pro servo tibi vendidero, quin emis
bonum et frugi mancipium, quod te et foris et domi poterit iuvare?" Sed exinde odiosus emptor
aliud de alio non desinit quaerere, denique de mansuetudine etiam mea percontatur anxie.
[25] At praeco: "Vervecem" inquit "non asinum vides, ad usus omnes quietum, non mordacem nec
calcitronem quidem, sed prorsus ut in asini corio modestum hominem inhabitare credas. Quae res
cognitu non ardua. Nam si faciem tuam mediis eius feminibus immiseris, facile periclitaberis quam
grandem tibi demonstret patientiam."
Sic praeco lurchonem tractabat dicacule, sed ille cognito cavillatu similis indignanti: "At te" inquit
"cadaver surdum et mutum delirumque praeconem omnipotens et omniparens dea Syria et sanctus
Sabazius et Bellona et mater Idaea cum (suo Attide et cum) suo Adone Venus domina caecum
reddant, qui scurrilibus iam dudum contra me velitaris iocis. An me putas, inepte, iumento fero
posse deam committere, ut turbatum repente divinum deiciat simulacrum egoque miseria cogar
crinibus solutis discurrere et deae meae humi iacenti aliquem medicum quaerere?"
Accepto tali sermone cogitabam subito velut lymphaticus exsilire, ut me ferocitate cernens
exasperatum emptionem desineret. Sed praevenit cogitatum meum emptor anxius pretio depenso
statim, quod quidem gaudens dominus scilicet taedio mei facile suscepit, septemdecim denarium, et
illico me stomida spartea deligatum tradidit Philebo: hoc enim nomine censebatur iam meus
dominus.
[26] At ille susceptum novicium famulum trahebat ad domum statimque illinc de primo limine
proclamat: "Puellae, servum vobis pulchellum en ecce mercata perduxi." Sed illae puellae chorum
erat cinaedorum, quae statim exsultantes in gaudium fracta et rauca et effeminata voce clamores
absonos intollunt, rati scilicet vere quempiam hominem servulum ministerio suo paratum. Sed
postquam non cervam pro virgine sed asinum pro homine succidaneum videre, nare detorta
magistrum suum varie cavillantur: non enim servum, sed maritum illum scilicet sibi perduxisse. Et
"heus," aiunt "cave ne solus exedas tam bellum scilicet pullulum, sed nobis quoque tuis palumbulis
nonnumquam inpertias."
Haec et huius modi mutuo blaterantes praesepio me proximum deligant. Erat quidam iuvenis satis
corpulentus, choraula doctissimus, conlaticia stipe de mensa paratus, qui foris quidem
circumgestantibus deam cornu canens adambulabat, domi vero promiscuis operis partiarius agebat
concubinus. Hic me simul domi conspexit, libenter adpositis largiter cibariis gaudens adloquitur:
"Venisti tamen miserrimi laboris vicarius. Sed diu vivas et dominis placeas et meis defectis iam
lateribus consulas." Haec audiens iam meas futuras novas cogitabam aerumnas.
[27] Die sequenti variis coloribus indusiati et deformiter quisque formati facie caenoso pigmento
delita et oculis obunctis graphice prodeunt, mitellis et crocotis et carbasinis et bombycinis iniecti,
quidam tunicas albas, in modum lanciolarum quoquoversum fluente purpura depictas, cingulo
subligati, pedes luteis induti calceis; deamque serico contectam amiculo mihi gerendam imponunt
bracchiisque suis umero tenus renudatis, adtollentes immanes gladios ac secures, evantes exsiliunt
incitante tibiae cantu lymphaticum tripudium. Nec paucis pererratis casulis ad quandam villam
possessoris beati perveniunt et ab ingressu primo statim absonis ululatibus constrepentes fanatice
provolant diuque capite demisso cervices lubricis intorquentes motibus crinesque pendulos in
circulum rotantes et nonnumquam morsibus suos incursantes musculos ad postremum ancipiti ferro,
quod gerebant, sua quisque brachia dissicant. Inter haec unus ex illis bacchatur effusius ac de imis
praecordiis anhelitus crebros referens velut numinis divino spiritu repletus simulabat sauciam
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vecordiam, prorsus quasi deum praesentia soleant homines non sui fieri meliores, sed debiles effici
vel aegroti.
[28] Specta denique, quale caelesti providentia meritum reportaverit. Infit vaticinatione clamosa
conficto mendacio semet ipsum incessere atque criminari, quasi contra fas sanctae religionis
dissignasset aliquid, et insuper iustas poenas noxii facinoris ipse de se suis manibus exposcere.
Arrepto denique flagro, quod semiviris illis proprium gestamen est, contortis taenis lanosi velleris
prolixe fimbriatum et multiiugis talis ovium tesseratum, indidem sese multinodis commulcat ictibus
mire contra plagarum dolores praesumptione munitus. Cerneres prosectu gladiorum ictuque
flagrorum solum spurcitia sanguinis effeminati madescere. Quae res incutiebat mihi non parvam
sollicitudinem videnti tot vulneribus largiter profusum cruorem, ne quo casu deae peregrinae
stomachus, ut quorundam hominum lactem, sic illa sanguinem concupisceret asininum. Sed ubi
tandem fatigati vel certe suo laniatus satiati pausam carnificinae dedere, stipes aereas immo vero et
argenteas multis certatim offerentibus sinu recepere patulo nec non et siliginis aliquid, et nonnullis
hordeum deae gerulo donantibus, avidis animis conradentes omnia et in sacculos huic quaestui de
industria praeparatos farcientes dorso meo congerunt, ut duplici scilicet sarcinae pondere gravatus
et horreum simul et templum incederem.
[29] Ad istum modum palantes omnem illam depraedabantur regionem. Sed in quodam castello
copia laetati largioris quaesticuli gaudiales instruunt dapes. A quodam colono fictae vaticinationis
mendacio pinguissimum deposcunt arietem, qui deam Syriam esurientem suo satiaret sacrificio,
probeque disposita cenula balneas obeunt, ac dehinc lauti quendam fortissimum rusticanum
industria laterum atque imis ventris bene praeparatum comitem cenae secum adducunt paucisque
admodum praegustatis olusculis ante ipsam mensam spurcissima illa propudia ad inlicitae libidinis
extrema flagitia infandis uriginibus efferantur, passimque circumfusi nudatum supinatumque
iuvenem exsecrandis oribus flagitabant. Nec diu tale facinus mei oculis tolerantibus "Porro
Quirites" proclamare gestivi, sed viduatum ceteris syllabis ac litteris processit "O" tantum sane
clarum ac validum et asino proprium, sed inopportuno plane tempore. Namque de pago proximo
complures iuvenes abactum sibi noctu perquirentes asellum nimioque studio cuncta devorsoria
scrutantes, intus aedium audito ruditu meo, praedam absconditam latibulis aedium rati, coram rem
invasuri suam improvisi conferto gradu se penetrant palamque illos exsecrandas foeditates obeuntes
deprehendunt; iamiamque vicinos undique percientes turpissimam scaenam patefaciunt, insuper
ridicule sacerdotum purissimam laudantes castimoniam.
[30] Hac infamia consternati, quae per ora populi facile dilapsa merito invisos ac detestabiles eos
cunctis effecerat, noctem ferme circa mediam collectis omnibus furtim castello facessunt bonaque
itineris parte ante iubaris exortum transacta iam die claro solitudines avias nancti, nulla secum prius
conlocuti, accingunt se meo funeri deaque vehiculo meo sublata et humi reposita cunctis stramentis
me renudatum ac de quadam quercu destinatum flagro illo pecuinis ossibus catenato verberantes
paene ad extremam confecerant mortem; fuit unus, qui poplites meos enervare secure sua
comminaretur, quod de pudore illo candido scilicet suo tam deformiter triumphassem: sed ceteri
non meae salutis, sed simulacri iacentis contemplatione in vita me retinendum censuere. Rursum
itaque me refertum sarcinis planis gladiis minantes perveniunt ad quandam nobilem civitatem, Inibi
vir principalis, et alias religiosus et eximie deum reverens, tinnitu cymbalorum et sonu tympanorum
cantusque Phrygii mulcentibus modulis excitus procurrit obviam deamque votivo suscipiens
hospitio nos omnis intra conseptum domus amplissimae constituit numenque summa veneratione
atque hostiis opimis placare contendit.
[31] Hic ego me potissimum capitis periclitatum memini. Nam quidam colonus partem venationis
immanis cervi pinguissimum femus domino illi suo numeri miserat, quod incuriose pone culinae
fores non altiuscule suspensum canis adaeque venaticus latenter invaserat, laetusque praeda propere
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custodientes oculos evaserat. Quo damno cognito suaque reprehensa neglegentia cocus diu
lamentatus lacrimis inefficacibus iamiamque domino cenam flagitante maerens et utcumque
metuens altius, filio parvulo suo consalutato adreptoque funiculo, mortem sibi nexu laquei
comparabat. Nec tamen latuit fidam uxorem eius casus extremus mariti, sed funestum nodum
violenter invadens manibus ambabus: "Adeone" inquit "praesenti malo perterritus mente excidisti
tua nec fortuitum istud remedium, quod deum providentia subministrat, intueris? Nam si quid in
ultimo fortunae turbine resipiscis, expergite me ausculta et advenam insitum asinum remoto
quodam loco deductum iugula femusque eius ad similitudinem perditi detractum et accuratius in
protrimentis sapidissime percoctum adpone domino cervini vicem." Nequissimo verberoni sua
placuit salus de mea morte et multum conservae laudata sagacitate destinatae iam lanienae cultros
acuebat.

APVLEI METAMORPHOSEON LIBER IX


[1] Sic ille nequissimus carnifex contra me manus impias obarmabat. At ego praecipitante consilium
periculi tanti praesentia nec exspectata diutina cogitatione lanienam imminentem fuga vitare statui,
protinusque vinculo, quo fueram deligatus, abrupto curso me proripio totis pedibus, ad tutelam
salutis crebris calcibus velitatus, ilicoque me raptim transcursa proxima porticu triclinio, in quo
dominus aedium sacrificales epulas cum sacerdotibus deae cenitabat, incunctanter immitto, nec
pauca rerum adparatus cibarii mensas etiam et ignes impetu meo collido atque disturbo. Qua rerum
deformi strage paterfamilias commotus ut importunum atque lascivum me cuidam famulo curiose
traditum certo aliquo loco clausum (iussit) cohiberi, ne rursum convivium placidum simili
petulantia dissiparem. Hoc astutulo commento scitule munitus et mediis lanii manibus ereptus
custodela salutaris mihi gaudebam carceris.
Sed nimirum nihil Fortuna rennuente licet homini natu dexterum provenire nec consilio prudenti vel
remedio sagaci divinae providentiae fatalis dispositio subuerti vel reformari potest. Mihi denique id
ipsum commentum, quod momentariam salutem reperisse videbatur, periculum grande immo
praesens exitium conflavit aliud.
[2] Nam quidam subito puer mobili ac trepida facile percitus, ut familiares inter se susurrabant,
inrumpit tricliniumn suoque annuntia domino de proximo angiportu canem rabidam paulo ante per
posticam impetu miro sese direxisse ardentisque prorsus furore venaticos canes invasisse ac dehinc
proximum petisse pari saevitia nec postremum saltem ipsis hominibus pepercisse; nam Myrtilum
mulionem et Hephaestionem cocum et Hypnophilum cubicularium et Apollonium medicum, immo
vero et plures alios ex familia abigere temptantes variis morsibus quemque lacerasse, certe
venenatis morsibus contacta non nulla iumenta efferari simili rabie.
Quae res omnium statim percussit animos, ratique me etiam eadem peste infectum ferocire arreptis
cuiusce modi telis mutuoque ut exitium commune protelarent cohortati, ipsi potius eodem vaesaniae
morbo laborantes, persecuntur. Nec dubio me lanceis illis vel venabulis immo vero et bipennibus,
quae facile famuli subministraverant, membratim compilassent, ni respecto subiti periculi turbine
cubiculum, in quo mei domini devertebant, protinus inrupissem. Tunc clausis obseratisque super me
foribus obsidebant locum, quoad sine ullo congressionis suae periculo pestilentiae laetatis pervicaci
rabie possessus ac peresus absumerer. Quo facto tandem libertatem nanctus, solitariae fortunae
munus amplexus, super constratum lectum abiectus, post multum equidem temporis somnum
humanum quievi.
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[3] Iamque clara die mollitie cubilis refota lassitudine vegetus exsurgo atque illos qui meae tutelae
pervigiles excubias agitaverant ausculto de meis sic altercare fortunis: "Adhucine miserum istum
asinum iugi furore iactari credimus?" "Immo vero iam virus increscente saevitia prorsum extinctum.
Sic opinionis variae terminum ad exploratione conferunt ac de rima quadam prospiciunt sanum me
atque sobrium otiose consistere. Iamque utro foribus patefactis plenius, an iam sim mansuetus,
periclitantur. Sed unus ex his, de caelo scilicet missus mihi sospitator, argumentum explorandae
sanitatis meae commonstrat ceteris, ut aquae recentis completam pelvem offerent potui meo, ac si
intrepidus et more solito sumens aquis adlibescentem, sanum me atque omni morbo scirent
expeditum: contra vero si visum contactumque laticis vitarem ac perhorrescerem, pro conperto
noxiam rabiem pertinaciter durare; hoc enim libris pristinis proditum observari solere.
[4] Isto placito vas immane confestim atque perlucidae de proximo petitae fonte, cunctantes adhoc,
offerunt mihi: at ego sine ulla mora progressum etiam obvio gradu satis sitienter pronus et totum
caput immergens salutares vere equidem illas aquas hauriebam. Iamque et plausus manum et
aurium flexus et ductum capistri et quiduis aliud periclitantium placide patiebar, quoad contra
vesanam eorum praesumptionem modestiam meam liquido cunctis adprobarem.
Ad istum modum vitato duplici periculo, die sequenti rursum divinis exuviis onustus cum crotalis et
cymbalis circumforaneum mendicabulum producor ad viam. Nec paucis casulis atque castellis
oberratis devertimus ad quempiam pagum urbis opulentae quondam, ut memorabant incolae, inter
semiruta vestigia conditum et hospitio proxumi stabuli recepti cognoscimus lepidam de adulterio
cuiusdam pauperis fabulam, quam vos etiam cognoscatis volo.
[5] Is gracili pauperie laborans fabriles operas praebendo parvis illis mercedibus vitam tenebat. Erat
ei tamen uxorcula etiam satis quidem tenuit et ipsa, verum tamen postrema lascivia famigerabilis.
Sed die quadam, dum matutino ille ad opus susceptum proficiscitur, statim latenter inrepti eius
hospitium temerarius adulter. Ac dum Veneris conluctationibus securius operantur, maritus ignarus
rerum ac nihil etiam tum tale suspicans inprovisus hospitium repetit. Iam clausis et obseratis foribus
uxoris laudata continentia ianuam pulsat, sibilo etiam praesentiam suam denuntiante. Tunc mulier
callida et ad huius modi flagitia perastutula tenacissimis amplexibus expeditum hominem dolio,
quod erat in angulo semiobrutum, sed alias vacuum, dissimulanter abscondit, et patefactis aedibus
adhuc introeuntem maritum aspero sermone accipit: "Sinice vacuus et otiosus insinuatis manibus
ambulabis mihi nec obito consueto labore vitae nostrae prospicies et aliquid cibatui parabis? At ego
misera pernox et perdia lanificio nervos meos contorqueo, ut intra cellulam nostram saltem lucerna
luceat. Quanto me felicior Daphne vicina, quae mero et prandio matutino saucia cum suis adulteris
volutatur!"
[6] Sic confutatus maritus: "Et quid istic est?" ait "Nam licet forensi negotio officinator noster
attentus ferias nobis fecerit, tamen hodiernae cenulae nostrae propexi. Vide sis ut dolium, quod
semper vacuum, frustra locum detinet tantum et re vera praeter impedimentum conversationis
nostrae nihil praestat amplius. Istud ego sex denariis cuidam venditavi, et adest ut dato pretio secum
rem suam ferat. Quin itaque praecingeris mihique manum tantisper accommodas, ut exobrutum
protinus tradatur emptori.?
E re nata fallaciosa mulier temerarium tollens cachinnum: "Magnum" inquit "istum virum ac
strenuum negotiatorem nacta sum, qui rem, quam ego mulier et intra hospitium contenta iam dudum
septem denariis vendidi, minoris distraxit."
Additamento pretii laetus maritus: "Et quis est ille" ait "qui tanto praestinavit?" At illa: "Olim,
inepte," inquit "descendit in dolium sedulo soliditatem eius probaturus."
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[7] Nec ille sermoni mulieris defuit, sed exurgens alacriter: "Vis" inquit "verum scire, mater
familias? Hoc tibi dolium nimis vetustum est et multifariam rimis hiantibus quassum" ad
maritumque eius dissimulanter conversus: "Quin tu, quicumque es, homuncio, lucernam" ait
"actutum mihi expedis, ut erasis intrinsecus sordibus diligenter aptumne usui possim dinoscere, nisi
nos putas aes de malo habere?" Nec quicquam moratus ac suspicatus acer et egregius ille maritus
accensa lucerna: "Discere," inquit "frater, et otiosus adsiste, donec probe percuratum istud tibi
repraesentem"; et cum dicto nudatus ipse delato numine scabiem vetustam cariosae testae occipit
exsculpere. At vero adulter bellissimus ille pusio inclinatam dolio pronam uxorem fabri
superincurvatus secure dedolabat. Ast illa capite in dolium demisso maritum suum astu meretricio
tractabat ludicre; hoc et illud et aliud et rursus aliud purgandum demonstrat digito suo, donec
utroque opere perfecto accepit septem denariis calamitosus faber collo suo gerens dolium coactus
est ad hospitium adulteri perferre.
[8] Pauculis ibi diebus commorati et munificentia publica saginati vaticinationisque crebris
mercedibus suffarcinati purissimi illi sacerdotes novum quaestus genus sic sibi comminiscuntur.
Sorte unica pro casibus pluribus enotata consulentes de rebus variis plurimos ah hunc modum
cavillatum. Sors haec erat:
"ideo coniuncti terram proscindunt boves,
ut in futurum laeta germinent sata."
Tum si qui matrimonium forte coaptantes interrogarent, rem ipsa responderi aiebant: iungendos
conubio et satis liberum procreandis, si possessionem praestinaturus quaereret, merito boves [ut] et
iugum et arva sementis florentia pronuntiari; si qui de profectione sollicitus divinum caperet
auspicium, iunctos iam paratosque quadripedum cunctorum mansuetissimos et lucrum promitti de
glebae germine; si proelium capessiturus vel latronum factionem persecuturus utiles necne
processus sciscitaretur, addictam victoriam forti praesagio contendebat, quippe cervices hostium
iugo subactum iri et praedam de rapinis uberrimam fructuosaque captum iri. Ad istum modum
divinationis astu captioso conraserat non parvas pecunias.
[9] Sed adsiduis interrogationibus argumenti satietate iam defecti rursum ad viam prodeunt via tota,
quam nocte confeceramus, longe peiorem, quidni? lacunosis incilibus voraginosam, partim
stagnanti palude fluidam et alibi subluvie caenosa lubricam. Crebris denique offensaculis et assiduis
lapsibus iam contusis cruribus meis vix tandem ad campestrem semitas fessus evadere potui. Et
ecce nobis repente de tergo manipulus armati supercurrit equitis aegreque cohibita equorum curruli
rabie Philebum ceterosque comites eius involant avidi colloque constricto et sacrilegos impurosque
compellantes interdum pugnis obverberant nec non manicis etiam cunctos coartant et identidem
urgenti sermone comprimunt, promerent potius aureum cantharum, promerent auctoramentum illud
sui sceleris, quod simulatione sollemnium, quae in operto factitaverant, ab ipsis pulvinaribus matris
deum clanculo furati, prosus quasi possent tanti facinoris evadere supplicium tacita profectione,
adhuc luce dubia pomerium pervaserint.
[10] Nec defuit qui manu super dorsum meum iniecta in ipso deae, quam gerebam, gremio scrutatus
reperiret atque incoram omnium aureum depromeret cantharum. nec isto saltem tam nefario scelere
impuratissima illa capita confutari terrerive potuere, sed mendoso risu cavillantes: "En" inquiunt
"indignae rei scaevitatem! Quam plerumque insontes periclitantur homines! Propter unicum
caliculum, quem deum mater sorori suae deae Syriae hospitale munus optulit, ut noxius religionis
antistites ad discrimen vocari capitis."

200

Haec et alias similis afannas frustra blaterantis eos retrorsus abducunt pagani statimque vinctos in
Tullianum conpingunt cantharoque et ipso simulacro quod gerebam apud fani donarium redditis ac
consecratis altera die productum me rursum voce praeconis venui subiciunt, septemque nummis
carius quam prius me comparaverat Philebus quidam pistor de proximo castello praestinavit,
protinusque frumento etiam coempto adfatim onustum per inter arduum scrupis et cuiusce modi
stirpibus infestum ad pistrinum quod exercebat perducit.
[11] Ibi complurium iumentorum multivii circuitus intorquebant molas ambage varia nec die tantum
verum perperi etiam nocte prorsus instabili machinarum vertigine lucubrabant pervigilem farinam.
Sed mihi, ne rudimentum servitii perhorrescerem scilicet, novus domitus loca lautia prolixe
praebuit. nam et diem primum illum feriatum dedit et cibariis abundanter instruxit praesepium. Nec
tamen illa otii saginaeque beatitudo duravit ulterius, sed die sequenti molae quae maxima videbatur
matutinus adstituor et illico velata facile propellor ad incurva spatia flexuosi canalis, ut in orbe
termini circumfluentis reciproco gressu mea recalcans vestigia vagarer errore certo. Nec tamen
sagacitatis ac prudentiae meae prorsus oblitus facilem me tirocinio disciplinae praebui; sed
quanquam frequenter, cum inter homines agerem, machinas similiter circumrotari vidissem, tamen
ut expertes et ignarus operis stupore mentito defixus haerebam, quod enim rebar ut minus aptum et
huius modi ministerio satis inutilem me ad alium quempiam utique leviorem laborem legatum iri
vel otiosum certe cibatum iri. Sed frustra sollertiam damnosam exercui. Complures enim protinus
baculis armati me circumsteterunt atque, ut eram luminibus obtectis securus etiamnunc, repente
signo dato et clamore conserto, plagas ingerentes acervatim, adeo me strepitu turbulentant ut cunctis
consiliis abiectis ilico scitissime taeniae spartae totus innixus discursus alacres obirem.
[12] At subita sectae commutatione risum toto coetu commoveram. Iamque maxima diei parte
transacta defunctum alioquin me, helcio sparteo dimoto, nexu machinae liberatum adplicant
praesepio. At ego, quanquam eximie fatigatus et reflectione virium vehementer indiguus et prorsus
fame perditus, tamen familiare curiositate attonitus et satis anxius, postposito cibo, qui copiosus
aderat, inoptabilis officinae disciplinam cum delectatione quadam arbitrabar. Dii boni, quales illic
homunculi vibicibus lividis totam cutem depicti dorsumque plagosum scissili centunculo magis
inumbrati quam obtecti, nonnulli exiguo tegili tantum modo pubem iniecti, cuncti tamen sic tunicati
ut essent per pannulos manifesti, frontes litterati et capillum semirasi et pedes anulati, tum lurore
deformes et fumosis tenebris vaporosae caliginis palpebras adesi atque adeo male luminanti et in
modum pugilum, qui pulvisculo perspersi dimicant, farinulenta cinere sordide candidati.
[13] Iam de meo iumentario contubernio quid vel ad quem modum memorem? Quales illi muli
senes vel cantherii debiles. Circa praesepium capita demersi contruncabant moles palearum,
cervices cariosa vulnerum putredine follicantes, nares languidas adsiduo pulsu tussedinis hiulci,
pectora copulae spartae tritura continua exulcerati, costas perpetua castigatione ossium tenus
renudati, ungulas multivia circumcursione in enorme vestigium porrecti totumque corium veterno
atque scabiosa macie exasperati. Talis familiae funestum mihi etiam metuens exemplum veterisque
Lucii fortunam recordatus et ad ultimam salutis metam detrusus summisso capite maerebam. Nec
ullum uspiam cruciabilis vitate solacium aderat, nisi quod ingentia mihi curiositate recreabat, dum
praesentiam meam parvi facientes libere, quae volunt, omne et agunt et loquuntur. Nec inmerito
priscae poeticae divinus auctor apud Graios summae prudentiae virum monstrare cupiens multarum
civitatium obitu et variorum populorum cognito summas adeptum virtutes cecinit. Nam et ipse
gratas gratias asino meo memini, quod me suo celatum tegmine variisque fortunis exercitatum, etsi
minus prudentem, multiscium reddidit.
[14] Fabulam denique bonam prae ceteris, suave comptam ad arvis vestras adferre decrevi, et en
occipio. Pistor ille, qui me pretio suum fecerat, bonus alioquin vir et adprime modestus, pessimam
et ante cunctas mulieres longe deterrimam sortitus coniugam poenas extremas tori larisque
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sustinebat, ut hercules eius vicem ego quoque tacitus frequenter ingemescerem. Nec enim vel unum
vitium nequissimae illi feminae deerat, sed omnia prorsus ut in quandam caenosam latrinam in eius
animum flagitia confluxerant: saeva scaeva viriosa ebriosa pervicax pertinax, in rapinis turpibus
avara, in sumptibus foedis profusa, inimica fidei, hostis pudicitiae. Tunc spretis atque calcatis
divinis numinibus in viceram certae religionis mentita sacrilega praesumptione dei, quem
praedicaret unicum, confictis observationibus vacuis fallens omnis homines et miserum maritum
decipiens matutino mero et continuo corpus manciparat.
[15] Talis illa mulier miro me persequebatur odio. Nam et antelucio, recubans adhuc, subiungi
machinae novicium clamabat asinum et statim, ut cubiculo primum processerat, insistens iubebat
incoram sui plagas mihi quam plurima irrogari, et cum tempestivo prandio laxarentur iumenta
cetera, longe tardius applicari praesagio iubebat. Quae saevitia multo mihi magis genuinam
curiositatem in suos mores ampliaverat. Nam et assiduo plane commeantem in eius cubiculum
quendam sentiebam iuvenem, cuius et faciem videre cupiebam ex summo studio, si tamen
velamentum capitis libertatem tribuisset meis aliquando luminibus. Nec enim sollertia defuisset ad
detergenda quoquo modo pessimae feminae flagitia. Sed anus quaedam stuprorum sequestra et
adulterorum internuntia de die cotidie inseparabilis aderat. Cum qua protinus ientaculo ac dehinc
vino mero mutuis vicibus velitata scaenas fraudulentas in exitium miserrimi mariti subdolis
ambagibus construebat. At ego, quanquam graviter suscensens errori Photidis, quae me, dum avem
fabricat, perfecit asinum, isto tamen vel unico solacio aerumnabilis deformitatis meae recreabar,
quod auribus grandissimis praedibus cuncta longule etiam dissita facillime sentiebam.
[16] Denique die quadam timidae illius amiculae sermo talis meas adfertur auris: "De isto quidem,
mi erilis tecum ipsa videris, quem sine meo consilio pigrum et formidolosum familiarem istum
sortita es, qui insuavis et odiosi mariti tui caperratum supercilium ignaviter perhorrescit ac per hoc
amoris languidi desidia tuos volentes amplexus discruciat. Quanto melior Philesitherus adulescens
et formosus et liberalis et strenuus et contra maritorum inefficaces d