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CONTRIBUTI SULLA SCIENZA GIURIDICA IN RICORDO DI GIOVANNI TARELLO

PER UNA SCIENZA DI REALT DEL DIRITTO (CONTRO IL FETICISMO GIURIDICO) di Realino Marra

9. Il carattere di feticcio del diritto e il suo arcano La riduzione dei fatti alle norme il feticismo dei formalisti di cui si dice nel titolo: il non distinguere in esse i rapporti sociali da cui dipendono o verso cui si orientano, laddove il non riuscirci anche conseguenza delle norme stesse in quanto velo per parafrasare Marx1 che copre la realt pi autentica della vita sociale. Meglio di altre, questimmagine giustifica in parte la cecit del formalismo: in determinate occorrenze storiche (quelle che hanno accolto la pandettistica, o la dottrina pura) lerrore per cos dire propiziato dalla densa laboriosit della patinatura. Questo lo stesso Marx concede alleconomia politica del suo tempo, quando dinanzi a modi di produzione di pi alto livello nella cosa-merce fa fatica a percepire immediatamente dei rapporti sociali. Anche per il diritto il carattere feticistico pu dipendere dalla peculiarit dei fatti che lo hanno prodotto, e che magari, appunto, sono tali da nascondere levidenza dei rapporti pi di altre vicende2. Il diritto formale esistito, in parte sopravvive in aree significative del mondo, magari destinato a riguadagnare terreno oppure chiss a svanire del tutto. La terminologia evidentemente weberiana, ed anche per questo converr precisare: diritto formale (meglio razionale-formale, dacch il diritto formalmente irrazionale, quello cio che riconosce lautorit di profeti, di oracoli, del giudizio di dio e simili, non il tema di queste pagine) un tipo ideale, al quale si avvicinano in maniera pi o meno intensa talune importanti esperienze giuridiche, per lo pi concentrate nellEuropa continentale.
Seconda parte. La prima parte stata pubblicata nel numero 2/2008 dei Materiali.
1 Per la critica delleconomia politica, 1859, trad. it. di E. Cantimori Mezzomonti, Roma, Editori Riuniti, 19692, pp. 16-7. 2 Di nuovo una parafrasi da Marx, in questo caso da un passo del celebre paragrafo sul feticismo delle merci nel primo libro del Capitale, da cui tratto anche il brano riportato in apertura di questo articolo (Il capitale. Critica delleconomia politica, cit., I, p. 105).

MATERIALI PER UNA STORIA DELLA CULTURA GIURIDICA a. XXXIX, n. 1, giugno 2009

Come pu essere idealmente definito il diritto razionale-formale? un ordinamento in cui nei processi di decisione giuridica, sostanziali e processuali, e sia di creazione che di interpretazione/ applicazione del diritto, sono prese in considerazione delle caratteristiche giuridicamente rilevanti (piuttosto che valutazioni concrete del caso singolo). In genere, tali caratteristiche risultano da operazioni di tipo logico orientate alla formazione e allapplicazione di regole rigorosamente astratte3. Lastrattezza pertanto la caratteristica fondamentale delle procedure di decisione e, alla fine, dei frammenti normativi (delle norme) che compongono questo tipo di diritto: essa consiste nella costruzione (al momento della produzione normativa) e nella corretta individuazione (nei momenti applicativi) di situazioni-tipo ipotetiche. Sui banchi delluniversit si aggiungeva (e forse si aggiunge ancora) che le norme astratte sono di regola anche generali, che si rivolgono cio a tutti i dominati, o quanto meno a classi di individui. Ora, in un diritto che sia sufficientemente prossimo a questa raffigurazione tipico-ideale pu sembrare (e in parte effettivamente cos) che il legame con gli accadimenti concreti che si danno nella comunit sia in un certo senso un non-rapporto. Tale estraneit alla vita (cos sempre Weber4) favorisce meglio, indubbiamente, unimmagine del lavoro giuridico in cui la prestazione del legislatore (o di altre figure a questo assimilabili) la indicazione-prescrizione di classi di azioni e/o di classi di individui, e quella dei pratici la ascrizione di casi e/o individui concreti a classi. E tutte queste operazioni presentate come logiche (e in cui, va da s, di fatto non sempre la logica a guidare, alla fine, le decisioni giuridiche) divengono al contempo loggetto di analisi esclusivo della scienza giuridica formalistica, con obiettivi in genere non solo conoscitivi, ma anche pi o meno attivamente orientati, a seconda degli autori e dei contesti, alla chiarificazione e sistemazione concettuale. Ma di questo s gi detto a sufficienza nelle pagine che precedono. Tali rilievi tracciano i confini della natura reale dei caratteri di astrattezza di determinate esperienze giuridiche. La loro lontananza dalla vita in qualche modo conseguenza del processo sociale che le ha generate; ma al tempo stesso tale peculiare e paradossale, in apparenza declinazione del legame diritto-societ non esonera affatto dalla necessit di indagarne il significato. Una volta per tutte: il diritto formale, astratto, impersonale, indifferente alla vita e agli individui concreti, rimane sempre e soltanto un diritto costruito per
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M. Weber, Economia e societ, III, Sociologia del diritto, p. 16. Lebensfremdheit (ivi, p. 170).

regolare i rapporti della vita sociale, sul fondamento questa la sua particolarit duna visione che sautodichiara oggettiva, senza riguardo alla persona, contraria a soluzioni caso per caso. Da qui in avanti si pone la domanda che sola ha senso dinanzi a esperienze siffatte: quali sono le condizioni tipiche che hanno generato e riprodotto limmagine del diritto come mondo relativamente pi lontano dal resto della vita sociale? La questione restituisce alla scienza del diritto le uniche finalit di comprensione che la qualificano effettivamente come tale: andare al di l delle apparenze reali, delle forme in cui la vita sociale si presenta, cercare la realt vera, guidati dalla consapevolezza che essa non mai la pi manifesta5. Non percepire tale obiettivo di regola lattitudine insipiente di chi finisce per scambiare il sogno dogmatico per realt. Negarne invece lessenzialit a fronte del richiamo delle scienze di realt (o anche solo dinanzi al goffo turbamento di chi proprio non riesce a fissare il diritto come cosa, nonostante le rassicurazioni di un qualche dotto, germanico giusperito sulla verit duna visione feticistica), come fanno invece i teorici del formalismo, operazione manifestamente ideologica: di irremissibile mistificazione della realt del diritto. Ricostruire le storie sottese allaffermazione di esperienze giuridiche prevalentemente formali non il compito di queste pagine. Mi limito a elaborare sinteticamente le analisi della weberiana Rechtssoziologie, e solo al fine di evidenziare gli aspetti seguenti: esemplificare, con il lavoro di Weber, quale potrebbe essere il contributo di una scienza sociale del diritto orientata alla comparazione e assistita da tipi ideali; far emergere il legame caratteristico di quelle vicende con determinate istanze di potere; mostrare come queste ultime abbiano unevidenza tale da indicare alla scienza giuridica quale sia la direzione che sormonta lapparenza reale e sconfessa dunque il feticismo, e questo, va aggiunto, non semplicemente anche dinanzi ad un diritto formale, ma soprattutto in unevenienza descrittiva rivolta a esperienze di questo tipo. La riflessione di Weber sulla estraneit alla vita del diritto formale parte di unargomentazione molto nota (che tra laltro appare a volte corretta o attenuata da altre: ma questa non davvero la

5 La natura del vero traspare gi nella cura che mette a nascondersi: la citazione da Lvi-Strauss, e interpreta in maniera sintetica ma efficace la missione scientifica del marxismo (Tristi tropici, 1955, trad. it. di B. Garufi, Milano, il Saggiatore, 2004, p. 56; cfr. anche C. Lvi-Strauss, Antropologia strutturale, 1964, trad. it. di P. Caruso, Milano, il Saggiatore, 2002, pp. 112-3) Ho sempre pensato che la riflessione sul feticismo racchiuda il significato pi profondo dellopera di Marx, in questo confortato, appunto, dallanaloga considerazione di un altro grande della scienza sociale.

sede per unesegesi dei testi6) per cui le conseguenze duna costruzione giuridica di tipo logico non sembrano dipendere dal mondo degli interessi economico-pratici. In relazione in particolare ai bisogni di questo tipo pi importanti nella storia dellOccidente, vale a dire gli interessi di tipo capitalistico, Weber nota come essi vengano soddisfatti in modo spesso migliore da un diritto empirico e vincolato ai precedenti (sul modello in sostanza del diritto inglese). La primazia nella storia del capitalismo moderno di paesi appunto come lInghilterra prima e gli Stati Uniti poi sembra suffragare meglio di tante analisi minute la validit di unosservazione siffatta. Se per contro, sempre con lausilio di Weber, consideriamo le manifestazioni pi significative del diritto formale in Occidente (il ius respondendi ex auctoritate principis con Augusto, la codificazione giustinianea, il diritto comune imperiale e la recezione in nellarea germanica sino al BGB, il processo di codificazione in Francia dopo la rivoluzione), si manifesta come elemento comune lalleanza tra un potere legittimo unitario (o che aspira a divenir tale, reagendo a situazioni di frammentazione) e il ceto dei giuristi. Questi a loro volta sono variamente associati al potere del signore come funzionari burocratici ovvero come consulenti a cui sia riconosciuta una particolare autorevolezza (circostanza che in larga parte determina il ruolo minore o maggiore, a seconda delle vicende, della scientia iuris espressa da studia e universit, della burocrazia del signore di formazione giuridica ovvero dei giuristi di provenienza forense). Augusto e Labeone, Giustiniano e Triboniano, Napoleone e Portalis, gli imperatori germanici e le Spruchfakultten. Questultima esperienza, tra laltro, per la sua estensione plurisecolare, e contraddistinta appunto dalla costante opposizione imperiale ai diritti locali e dal ricorso alla sapienza dei giuristi accademici, forse la pi utile per la comprensione di tali dinamiche7. Alleanza appunto: tra un orientamento del signore che decide di sconfessare il privilegio (superando lidea del buon principe che persegue una giustizia sostanziale, che il padre di famiglia della comunit, e cos via) e verso il quale pure sarebbe tendenzialmente incline, a favore della legge, dellordine, del regolamento, con un ceto di giuristi che ha lesigenza, ma anche linteresse, di esaltare le proprie qualit tecniche di esperti ri6 Per questa si pu vedere il mio Max Weber: razionalit formale e razionalit materiale del diritto, in Sociologia del diritto, XXXII-2/3, 2005, pp. 64 ss. 7 Sarebbe utile se gli adepti del culto kelseniano iniziassero a scavare sotto i piedi del loro nume: scoprirebbero le radici ramificate e politicamente non immacolate duna scienza giuridica al contempo singolarmente solerte e oracolare, angusta e pervicace. Sennonch i kelseniani dispregiano la storia, compresa la storia giuridica dei paesi tedeschi ancorch (o forse proprio per questo) in prevalenza raccontata nellidioma del loro eroe.

spetto a materie inattingibili per i profani. Da un lato il signore che ambisce allunit, ordine e compattezza del suo regno e che vede nelluguaglianza giuridica formale e nel livellamento dei dominati una politica efficace per espropriare i ceti dei loro diritti di dominio indipendenti. Dallaltro le esigenze tecniche dei giuristi, particolarmente pressanti nel caso in cui essi siano anche funzionari, per un diritto uniforme e dipendente in larga misura dalle loro operazioni di sistemazione concettuale: obiettivo in cui intravedono al contempo interessi personali di potenza, in termini di carriera, dignit di ceto e simili. Va aggiunto che in Weber loggettivazione del mondo giuridico in conseguenza di queste dinamiche di potere (e di potenza) soltanto un momento di processi pi estesi contrassegnati da un prevalere, in determinate epoche storiche (ma soprattutto nellOccidente moderno), di una razionalit rispetto allo scopo che esige la calcolabilit dei risultati, e che appunto tendenzialmente oggettiva, impersonale, indifferente a considerazioni umane. Ci spiega la affinit elettiva di quei rapporti giuridici con relazioni economiche contraddistinte (soprattutto con il capitalismo moderno) dalla separazione tra economia domestica e impresa, dalla genesi dellimpresa oggettiva, dallo scioglimento dei legami tradizionali di tipo personale e orientati in senso etico e religioso. Ma appunto affinit elettiva non equivale a condizionamento diretto, le situazioni economiche non generano automaticamente nuove forme giuridiche8. Siamo dinanzi a legami di tipo non causale (circostanza che esclude appunto unassimilazione automatica del diritto formale continentale alle regole oggettive di un mercato capitalistico) e al contempo pi profondi. Essi ci dicono di processi pi generali di costruzione di forme di vita allinterno dei quali scientificamente produttivo mettere insieme e comparare mbiti particolari dellagire sociale. Questa sottolineatura tuttavia non strettamente necessaria a queste pagine. Serve a dimostrare agli studiosi di Weber (ma non solo) la compatibilit di una teoria dellazione con orientamenti avvedutamente anti-riduzionistici nellanalisi della realt sociale. Fermiamoci dunque qui. Riconsegnate le esperienze contrassegnate da un diritto tendenzialmente formale alla ragione storica, emerge in che modo una scienza di realt possa dissolvere il velo di astrattezza delle statuizioni e rimettere losservazione su fondamenti rigorosi e non metafisici. Da un lato lordito certamente compatto, e tuttavia lo in conseguenza di processi sociali orientati, dalla congiunzione di alcuni interessi di potere/potenza, alla costruzione di
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M. Weber, Economia e societ, III, Sociologia del diritto, p. 40.

una distanza tra diritto e vita particolarmente intensa. Se partiamo da questi, e non dalle norme, non solo le apparenze si dissolvono, ma si rivela anche ad un giurista che sia mediamente disponibile ad affinare lo sguardo la relazione diritto/societ forse pi chiara tra quelle astrattamente possibili: aspirazioni di potere legittimo che sincontrano con gli interessi di potenza di un ceto di specialisti. Di sicuro quella in cui il nostro giusperito dovrebbe fare meno fatica a distinguere gli elementi probabilmente pi significativi del suo orizzonte di vita: un potere formale di comando riconosciuto e visibile, e lonore di ceto nel quale saffigura e che lo provvede di quel po di cipiglio che pure serve per affissare delle opere (un atto di citazione, una sentenza, un parere) ai giorni. 10. Incantesimi apotropaici Il 1 gennaio del 1900 entra in vigore in Germania il BGB, il codice dei giuristi-legislatori. Il diritto formale consegue vertici mai pi superati di rarefazione concettuale, anche grazie ad una consapevole e orgogliosa incuranza della vita reale. Tale trascuratezza conseguenza di un modello di codice vagheggiato e costruito poi, pezzo a pezzo, attorno alle Pandette nei corsi universitari. E tuttavia essa diviene rapidamente, come facile immaginare, anche causa non secondaria di equivoci e ritardi nellintelligenza dei grandi cambiamenti economico-sociali che travagliano la Germania (la quiete dei latifondi prova a soffocare il clamore delle citt; le rivendicazioni operaie e in genere tutte le istanze di giustizia materiale evidentemente mal si conciliano con lagognata astrattezza della statuizione). Ma, appunto, di questo i giuristi non si danno cura. Il BGB traccia i confini dun territorio linguistico e concettuale nel quale soltanto loro riescono a muoversi, avendo di fatto contribuito in maniera essenziale a individuarlo con lorganizzazione e la ricostruzione di materiali normativi millenari. Nei concetti formulati con pedante precisione dal codice possono finalmente rimirare come diritto positivo il lavoro compiuto sul diritto romano, ufficio impreso precisamente con lobiettivo di andare oltre questo diritto (com detto nel programma del primo Jhering9). Sennonch nel mentre affidano al legislatore i risultati delle loro fatiche, i pandettisti sopprimono anche la ragione storica che aveva sostenuto la necessit della loro scienza. Di essa rimane unimma9 R. von Jhering, Il nostro compito, 1857, in Id., La lotta per il diritto e altri saggi, a cura di R. Racinaro, Milano, Giuffr, 1989, pp. 47-8.

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gine ideale, quella duna scienza pratica, normativa: di un conoscere che serve a ordinare, connettere, creare. Solo che il diritto, in fine positivizzato, ne riduce drasticamente il campo dazione. La conseguenza pi cospicua dellentrata in vigore del codice cos la separazione tra dogmatica giuridica e filosofia, identificate proprio da Jhering in ragione della forza filosofica esibita dalla giurisprudenza pratica nel suo lavoro di speculazione sistematica e creatrice10. Appunto: la missione in buona sostanza assolta, nella parte generale del codice sono mostrate in bellordine le invenzioni concettuali pi rinomate della pandettistica (persona giuridica, persona fisica, negozio giuridico), negli altri libri la materia rigorosamente ripartita, le norme sempre meticolose e formulate con una lingua e uno stile intellegibili solo agli specialisti. Comunque sia, a partire da questo momento la giurisprudenza pratica pi direttamente orientata al lavoro delle professioni non ha avuto pi bisogno di manuali di Pandette: ha lavorato direttamente sul codice, adattandolo progressivamente alle proprie esigenze ed ai cambiamenti sopravvenuti nellarco di un secolo, e generando un diritto vivente di cui ormai si fa spesso fatica a riconoscere il fondamento legislativo originario. Con i filosofi dun tempo ha sostanzialmente smesso dintrattenere rapporti, salvo coltivare lillusione gratificante di perpetuare, pur in territori pi angusti, la scienza pratica professata dai maestri dellOttocento. Le difficolt maggiori, lo abbiamo visto, sono proprio per gli eredi di questi ultimi. Lesaurirsi della loro funzione con la redazione del codice, ha lasciato ad essi solo lambizione dun qualche tipo di alta dogmatica, o di giurisprudenza superiore (di nuovo nei termini di Jhering). Di fatto esclusivamente filosofia: una filosofia separata dalla dogmatica, propriamente una filosofia del diritto positivo. Una disciplina dimidiata, orbata degli antichi fasti, senza unidentit precisa, che fa fatica a trovare una ragione desistenza al di l di qualche rinascenza accidentale in occasione dellavvistamento di forme di vita a complessione giusnaturalistica che generosamente sacconcino a far da preda. Dopo aver coltivato con la dottrina pura aspirazioni di teoria generale in senso forte (ricostruire la struttura formale dogni diritto positivo), ha normalmente ripiegato verso il pi modesto sentiero che porta (dovrebbe portare) ad una teoria formale di sistemi giuridici determinati11. Ma lobiettivo pi circoscritto lo
Cfr. ivi, pp. 17-8. Si veda principalmente N. Bobbio, Studi sulla teoria generale del diritto, Torino, Giappichelli, 1955, p. 40; tuttavia, prosegue Bobbio, anche possibile, e di fatto praticato, il confronto fra teorie generali diverse al fine di formulare quella che si potrebbe chiamare una teoria generale dellordinamento giuridico, in cui si delineano [] i princip comuni a tutti gli ordinamenti.
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stesso non la induce a lesinare in scrupolo e fatica. E cos la giurisprudenza pratica fa prima e soprattutto raduna maggior pubblico, quando tipicamente nei manuali di diritto positivo sbriga laffare premettendo allesposizione minuta poche pagine dedicate a diritto, diritto soggettivo, validit, sanzione, e cos via. Il risultato, va da s, in genere scientificamente inapprezzabile, e tuttavia vista limpossibilit dottenere per quella via una raffigurazione realistica (e non solo cosmetica) delle relazioni tra i materiali oggetti danalisi si rivela in fondo sensato aver deliberato di non consumarvi troppe energie. Su questi problemi la valutazione di Radbruch12 la pi appropriata: il BGB lultimo frutto dellOttocento, chiude un secolo, e poco si rispecchia invece nelle vicende giuridico-politiche che sono venute pi avanti. Diversamente da Weber il quale, come noto, nella Rechtssoziologie, a pochi anni dallentrata in vigore del codice, nel primato del legislatore intravede le premesse per una completa affermazione duna razionalizzazione del diritto di tipo formale che avrebbe pertanto deluso le aspettative di profani (e non solo) per una giustizia ed unamministrazione indirizzate in senso materiale13. (Radbruch beneficia ovviamente duna presenza nel Novecento pi lunga di qualche decennio). Ebbene, contro tutte le previsioni weberiane lo sviluppo dei sistemi giuridici continentali si compie precisamente nel segno di unintensa rimaterializzazione del diritto. Essa inizia idealmente con le spinte della democrazia di massa accolte dalla Costituzione di Weimar (un documento, tra laltro, di fattura anche weberiana), in particolare con la previsione di diritti sociali. Si rafforza con la auto-riflessione di ampi settori della cultura giuridica su una dignit di ceto messa in pericolo dallascesa del diritto legislativo, esplorazione poi drammaticamente inasprita dal confronto con le dittature del Novecento (in prima linea i giudici, i pi consapevoli, va riconosciuto, nellattribuire alla raffigurazione della loro attivit come creativa di diritto un motivo pi saldo di prestigio sociale). Si consolida definitivamente con laffermazione di forti tendenze verso nuove forme di particolarismo giuridico, verso la produzione cio di diritti speciali corrispondenti agli interessi di gruppi concreti. Tale svolgimento
12 Riportata in K. Zweigert-H. Ktz, Introduzione al diritto comparato, 1984, a cura di A. di Majo-A. Gambaro, trad. it. di B. Pozzo, Milano, Giuffr, I, 1992, p. 177. 13 M. Weber, Economia e societ, III, Sociologia del diritto, pp. 200-1. Sulla scorta di Pietro Rossi affermo da tempo linattualit delle tesi weberiane sul primato della razionalit formale (nel diritto, e non solo) in Occidente: si vedano Lo statuto scientifico della sociologia del diritto e la tutela weberiana, in Materiali per una storia della cultura giuri dica, XXI-1, 1991, pp. 279-87; Max Weber: razionalit formale e razionalit materiale del diritto, cit., pp. 68 ss.; e Pietro Rossi e lopera di Weber in Italia, di prossima pubblicazione su Sociologia del diritto.

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particolarmente visibile nel diritto dei traffici e del capitale finanziario, delle imprese e delle societ; si genera in questi mondi un diritto diverso e indipendente dal diritto legislativo degli Stati, un diritto che saffida a consuetudini, contratti, a forme di giustizia privata. La cd. globalizzazione da questo punto di vista (solo) la manifestazione pi evidente, in economie di tipo capitalistico, del ruolo progressivamente maggiore conseguito nella vita del diritto dagli interessati alla produzione ed ai traffici14. Se volessimo descrivere sinteticamente le dinamiche di potere (in senso lato) che contrassegnano tali sviluppi, potremmo affermare quanto segue: il loro centro di gravit15 va cercato attualmente nella relazione tra istanze di potenza e diritto, piuttosto che in quella tra istanze di potere (in particolare: di potere legittimo) e diritto16. Spinte di questo tipo tendono appunto a preferire e a far valere un diritto di tipo materiale: un diritto empirico, flessibile, mutevole, orientato ai casi concreti (in questo senso individualizzante) e pertanto incline alla formazione di diritti speciali. La rimaterializzazione del diritto non poteva non suscitare profondi cambiamenti nella cultura giuridica occidentale, particolarmente
14 un motivo sviluppato particolarmente da Maria Rosaria Ferrarese in libri importanti (Le istituzioni della globalizzazione. Diritto e diritti nella societ transnazionale, Bologna, Il Mulino, 2000; Il diritto al presente. Globalizzazione e tempo delle istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2002; Diritto sconfinato. Inventiva giuridica e spazi nel mondo globale, Roma-Bari, Laterza, 2006); va ricordato anche il contributo di un grande giurista (nonch mio indimenticato maestro nella facolt giuridica bolognese) come Francesco Galgano, La globalizzazione nello specchio del diritto, Bologna, Il Mulino, 2005. 15 Lespressione, Schwerpunkt, richiama volutamente la celebre Premessa dei Fondamenti della sociologia del diritto di Ehrlich (cit., p. 3); e al riguardo percepisco toni e ammonimenti ehrlichiani anche nei contributi recenti di Paolo Grossi (nel motivo ad esempio dello spostamento dellasse portante dallo Stato alla societ in La formazione del giurista e lesigenza di un odierno ripensamento metodologico, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, 32, 2003, pp. 25-53). 16 La terminologia, come si vede, weberiana. Per potere [Herrschaft] si deve intendere [] la possibilit per specifici comandi [] di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini, e non gi qualsiasi possibilit di esercitare potenza [Macht] e influenza su altri uomini. Inteso in questo senso, il potere (autorit) pu fondarsi, nel caso singolo, sui pi diversi motivi di disposizione a obbedire. Nondimeno: Lesperienza mostra che nessun potere pu accontentarsi per sua volont di fondare la propria permanenza su motivi affettivi o razionali rispetto al valore. Ogni potere cerca piuttosto di suscitare e coltivare la fede nella propria legittimit (M. Weber, Economia e societ, I, Teoria delle categorie sociologiche, pp. 207-8). Il potere, in sostanza, unautorit che si manifesta con comandi espliciti; e a questi comandi corrisponde almeno un minimo di volont di ubbidire. Il motivo pi importante della disposizione a ubbidire la legittimit. La potenza invece la possibilit di costringere alla propria volont la condotta altrui; essa pu esercitarsi anche come semplice influenza nei confronti di un agire formalmente libero. Per Weber anzi questa la situazione normale, tanto da considerare come il tipo pi puro di potenza le posizioni di monopolio sul mercato (mentre il tipo pi puro di potere rappresentato dal potere del padre di famiglia o dal potere di ufficio o dal potere del principe: Economia e societ, IV, Sociologia politica, p. 45).

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tangibili nei paesi dellEuropa continentale. Tra questi i pi importanti sono proprio la diffusione del realismo giuridico, laffermazione di discipline come la sociologia del diritto, il nuovo indirizzo di ampi settori delle professioni giuridiche (soprattutto tra i giudici, come s detto) volto ad attribuire onore di ceto alla creazione di diritto piuttosto che alla amministrazione automatica di esso. Nella cultura giuridica accademica per contro, a fianco di scuole e autori da tempo consapevoli del tramonto del diritto formale, resistono ancora ampie schiere di giuristi fedeli a immagini ottocentesche del diritto (primato del legislatore statale, centralit del codice, svalutazione delle consuetudini, fiducia nel sistema delle fonti) e della scienza giuridica (della sua autonomia innanzitutto: che sia separata, pura, non si frammischi ad altre discipline; ci in ragione della particolarit delloggetto, che la legittimerebbe daltra parte ad assumere le sembianze duna scienza pratica, di unattivit di conoscenza che anche normativa). Si pu cos assistere al singolare fenomeno duna scienza che descrive frequentemente oggetti irrilevanti se non inesistenti, e che talvolta prova addirittura a ordinarli in un sistema coerente secondo strutture formali superate (se va bene) o addirittura universali (se la fascinazione kelseniana ancora efficace). A tal riguardo bisogna peraltro distinguere. Nella cultura accademica che guarda prevalentemente alla pratica professionale tale duplice fedelt non ha esiti troppo gravi. La descrizione duna cornice complessiva un minimo coerente non davvero lo abbiamo visto la pi importante delle sue preoccupazioni. Essa scandaglia aree giuridiche circoscritte, e quanto pi riesce a tener conto delle esigenze della pratica meglio in realt giustifica la propria esistenza (a questo riguardo, ritengo che la concorrenza di materiali commentari, guide, formulari pensati espressamente per le professioni rappresenti in fondo uno stimolo salutare per gli accademici17). Daltra parte il contatto con un mondo giuridico divenuto pi complesso e mutevole, per quanto appunto non sempre percepito nel suo carattere di novit, tende in genere a favorire unelevata consapevolezza del proprio ruolo creativo. Solo che, a differenza dei giudici, in questo caso esso non ha bisogno dessere rivendicato in modo particolare, potendo ben rientrare nel modello di scienza giuridica generosamente immaginato dai filosofi per se stessi e per i dogmatici. Fatalmente sono proprio i filosofi a condannarsi al marchio di irrealt pi vistoso. Il diritto positivo a cui sono devoti s rivelato
17 Mi servo qui della riflessione di un grande editore del settore, da cui personalmente ho appreso molto sulla divulgazione e la didattica delle materie giuridiche (F. Enriques, Castelli di carte. Zanichelli 1959-2009: una storia, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 373-4).

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nei fatti un diritto vivente lontano dal diritto legislativo e formale dei codici; cos che il loro ideale di scienza votato a coerenza e purificazione si consuma di regola in azzuffamenti estenuanti con un oggetto indocile e maldisposto, al punto da indurli talvolta a scegliere direttamente limpegno nella costruzione di modelli ideali di diritto, elaborati con limpiego dun linguaggio finalmente rigoroso (ne diremo ancora nelle prossime pagine). Quali le ragioni di resistenze di questo tipo? La prima emerge dalla ricostruzione svolta in questo paragrafo: le conseguenze pi gravi della recisione del legame con la giurisprudenza pratica sono ricadute soprattutto sullalta dogmatica di dottrine pure o teorie generali. Il divorzio ha significato per queste un contatto sempre meno significativo con il diritto vivente, cos da disporle inevitabilmente ad una percezione di esso circoscritta, se non apertamente fallace. Laltra ragione forse la pi importante. La visione dun diritto immaginario dominato da una scienza rigorosa appartiene alla numerosa famiglia dei sortilegi congegnati dal razionalismo occidentale dinanzi alla disperante indomabilit delle cose reali: una sorta di amuleto del desiderio per forzarle dentro un sogno di ordine e di controllo. 11. Kelseniani dItalia Due Repubbliche della politica; mosso da spirito di emulazione (o forse dallimpazienza di cernere alfine un qualche deviamento) taluno arriva a contarne una terza. E la Repubblica italica del diritto e dei giuristi? Escludo dallorizzonte i realisti e i giusnaturalisti: i primi non dovrebbero aver bisogno dessere convinti, i secondi sinterrogano su una dimensione del diritto che non considerata in questo saggio. Ma i nomi che restano sono di maestri indiscussi, di autori che nellopinione dominante occupano senza meno le posizioni di vertice della cultura giuridica del dopoguerra: Treves, Bobbio, Scarpelli. A questi aggiungo Ferrajoli, giacch a me pare che il suo lavoro prosegua la tradizione rappresentata da quei maestri e ne sia anche lespressione pi recente e, soprattutto, pi degna di nota. Le considerazioni critiche che seguiranno bene sottolinearlo riguardano un aspetto soltanto (ancorch basilare), quello della scienza giuridica oggetto di queste pagine, e dunque non escludono (tuttaltro) apprezzamento per altre parti della loro opera18.
18 Aggiungo una nota personale. Appartengo ad una generazione che ha avuto il privilegio desser giovane in anni in cui la speranza dun futuro di ricerca e di studio non era ancora irragionevole, e in cui i maestri si preoccupavano di coltivare quelle aspirazioni con un

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Inizio dalla fine, dalla pubblicazione nel 2007 di Principia iuris di Luigi Ferrajoli. Questopera notevole da molti punti di vista muove da un problema reale, la situazione di crisi e di incertezza delle democrazie costituzionali contemporanee. Solo che invece di farne oggetto di analisi e riflessione nel recinto legittimo della politica del diritto, ritiene di poter affidare ad una teoria scientifica compiti di critica e di individuazione attiva di tecniche per il superamento di antinomie e ritardi. Con grande onest Ferrajoli il primo a segnalare linattualit della sua impresa19. Se si vuole un riferimento pi preciso, credo si possa farla idealmente rimontare alla stagione del rinnovamento della cultura giuridica italiana nel segno dellempirismo logico e dellanalisi del linguaggio, aperta dalla pubblicazione nel 1950 del saggio di Norberto Bobbio dedicato a Scienza del diritto e analisi del linguaggio. Lopera di Ferrajoli riprende e rielabora alcune delle assunzioni teoriche fondamentali che hanno contrappuntato tale vicenda. La definizione di diritto come linguaggio (il discorso del legislatore)20, una teoria del diritto distinta dalle discipline giuridiche particolari e volta allanalisi della struttura formale del diritto positivo (e con aspettative sullampiezza del campo osservativo che paiono pi elevate rispetto alla prudente posizione bobbiana21, in una direzione che sembra pertanto guardare direttamente a Kelsen)22, la separazione tra il dover essere delle norme e lessere dei comportamenti da queste regolate (e dunque tra le finalit scientifiche di giurisprudenza e sociologia del diritto)23. Ma soprattutto unidea di scienza giuridica per cui questa non solo descrittiva, ma anche normativa, e tanto al livello della analisi-rielaborazione dei contenuti proprio delle discipline dogmatiche, che a quello della teoria formale chiamata a intervenire su antinomie e lacune strutturali non direttamente solubili dallinterprete, in un contesto caratterizzato da una crescente complessit dei sistemi giuridici24.
rigore opportunamente rivestito dal punto di vista dellefficacia pedagogica dalle forme dellesortazione generosa. In un bel ricordo di Treves, Bobbio scrive come questi fosse tanto severo con se stesso quanto tollerante delle idee altrui (Renato Treves (1907-1992), in Rivista internazionale di filosofia del diritto, LXX, 1993, p. 11); limmagine che in realt, da quegli anni, conservo di entrambi; cos come non dimentico che da Scarpelli sono venuti, inattesi, i primi apprezzamenti del mio lavoro. 19 L. Ferrajoli, Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2007, I, Teoria del diritto, p. IX. 20 Ivi, p. 9. 21 Cfr. supra, nota 73. 22 Cfr. L. Ferrajoli, Principia iuris, I, Teoria del diritto, pp. 6-7. 23 Ivi, p. 11. 24 Ivi, pp. 21-2. Un orientamento vicino a quello di Ferrajoli emerge dalle riflessioni di Vittorio Villa a proposito delle finalit, a un tempo ricostruttive e critiche, della scienza giuridica (si veda in particolare Costruttivismo e teorie del diritto, Torino, Giappichelli, 1999).

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Nel libro dedicato alla Cultura giuridica nellItalia del Novecento di qualche anno prima, Ferrajoli chiarisce bene lobiettivo della sua teoria del diritto: ritornare appunto al Bobbio del 1950, allautore che affida alla scienza del diritto il compito di rielaborare e razionalizzare il discorso del legislatore25, attraverso procedimenti di purificazione, completamento e ordinamento26. E nel far questo evidentemente superare il ripensamento bobbiano di quasi ventanni dopo, quando in Scienza giuridica tra essere e dover essere27 operazioni siffatte sono giudicate invece apertamente valutative e la scienza giuridica ricondotta pertanto a finalit solo descrittive. Singolarmente la rivendicazione di avalutativit del secondo Bobbio assimilata da Ferrajoli alla purezza della teoria kelseniana, laddove si tratta invece, come evidente, di questioni affatto diverse. E in realt la attribuzione duna funzione produttiva alla scienza giuridica proprio uno dei contrassegni teorici del kelsenismo. Ma su questo non v bisogno di ripetersi. Comunque sia, nel rivendicare la dimensione normativa della scienza Ferrajoli argomenta nella maniera che segue:
Questo ci che la scienza giuridica ha sempre fatto e che, nello stato costituzionale di diritto, non pu non fare. Si tratta solo di farlo apertamente e nella maniera pi rigorosa e razionalmente controllata. Perseguendo per ripetere le parole [] di Scarpelli la chiarezza e lonest dellintelletto grazie alla chiarezza e allonest del discorso28.

La duplice asserzione di Ferrajoli vera, ma del tutto scorretto concedere agli indirizzi attivi della giurisprudenza un attestato di scientificit. E la posizione assunta da Scarpelli, vale a dire dallaltro caposcuola della scuola analitica italiana e sempre attorno alla met degli anni Sessanta, confermerebbe invero, da un diverso punto di vista, la crisi fatale di quegli orientamenti piuttosto che la necessit di un loro recupero come auspicato da Ferrajoli. Lopzione valutativa di Scarpelli a favore del positivismo giuridico (nella sua versione normativistica, converr aggiungere) una posizione onestamente politica, ma che per questo esclude dessere confusa con intenzioni scientifiche. Si rinvengono, vero, in Cos il positivismo giuridico, talune riflessioni che paiono attenuare la radicalit della tesi, e che concedono in particolare qualcosa alle originarie posizioni bobbiaL. Ferrajoli, La cultura giuridica nellItalia del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 19992, p. 104. Cfr. N. Bobbio, Scienza del diritto e analisi del linguaggio, 1950, in U. Scarpelli, a cura di, Diritto e analisi del linguaggio, Milano, Comunit, 1976, in part. pp. 307-24. 27 Ad una metagiurisprudenza prescrittiva e ideologizzata, scrive significativamente Bobbio, va sostituendosi oggi una metagiurisprudenza pi realistica (in Rivista internazionale di filosofia del diritto, XLV, 1968, p. 478). 28 L. Ferrajoli, La cultura giuridica nellItalia del Novecento, cit., p. 103.
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ne29; ma in un contesto che francamente non ammette dubbi sul profondo scetticismo di Scarpelli30. La posizione di questo autore in definitiva speculare alla correzione di Bobbio: ad una difesa sul piano politico dei giuristi impegnati per laffermazione e la conservazione di modalit e scopi dello Stato moderno, corrisponde la rinuncia del secondo a qualificare come scientifiche le attivit creatrici poste concretamente in essere con quegli obiettivi (o con altri). Sennonch proprio lopera di Ferrajoli dimostra la particolarit della crisi della scuola analitica italiana. A partire dagli anni Settanta, certo, la parola apertamente pronunciata, e ribadita a intervalli pi o meno regolari31. Nondimeno lindirizzo analitico riesce a sopravvivere al ripensamento dei capiscuola, si tecnicizza ulteriormente, coltiva indagini su questioni circoscritte, ma al contempo custodendo con tutta evidenza, nei suoi esponenti pi tenaci, lambizione duna rifondazione analitica della scienza giuridica. Per rispondere dunque alla domanda con cui s aperto il paragrafo: la crisi non affatto occasione di rinnovamento, nessun dubbio sul fatto che la giurisprudenza non sia una scienza come le altre, giacch fa di pi: opportunamente armeggiata riesce per esempio a descrivere normativamente. Ebbene, il miglior fabbro di simili visioni sempre generosamente disponibile a prestare assistenza. Abbandonati da Bobbio, questi autori ritrovano in Kelsen (ma poi anche in altri normativisti32) impianti teorici validamente propensi alla creazione scientifi29 Di scienza [] si pu parlare nel significato largo in cui scientifico ogni discorso che tenda alla precisione, al rigore e alla coerenza (U. Scarpelli, Cos il positivismo giuridico, 1965, a cura di A. Catania e M. Jori, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1997, p. 93). 30 Il capitolo del libro da cui tratta la citazione riportata nella nota precedente si conclude, ad esempio, con queste parole: Il positivismo giuridico sembra essere [] uno strano movimento culturale in cui si fa grande sforzo di scienza per elaborare forme concettuali atte a portare rigore e sistematicit in una materia caduca, tale che continuamente la fatica sopra di essa deve ricominciare da capo; i giuristi giuspositivisti sembrano essere intellettuali masochisti che si sono condannati da s a un lavoro di Sisifo, con la stramba velleit di compiere questo lavoro, sempre nuovo e sempre condannato, in forme scientifiche (ivi, p. 95). 31 Siano ricordate qui principalmente le riflessioni di Enrico Pattaro (Il positivismo giuridico italiano dalla rinascita alla crisi, 1972, in Scarpelli, Diritto e analisi del linguaggio, cit., pp. 451-87), di Mario Jori (Il giuspositivismo analitico italiano prima e dopo la crisi, Milano, Giuffr, 1987) e dello stesso Ferrajoli (La cultura giuridica nellItalia del Novecento, cit., pp. 89-98). 32 Ad esempio nellopera molto lodata degli argentini Alchourrn e Bulygin (Sistemi normativi. Introduzione alla metodologia della scienza giuridica, 1971, a cura di P. Chiassoni e G.B. Ratti, Torino, Giappichelli, 2005, si vedano in particolare le pp. 109-13; ma cfr. anche E. Bulygin, Norme, validit, sistemi normativi, a cura di P. Comanducci e R. Guastini, Torino, Giappichelli, 1995, pp. 117-40), libro che invero fa apparire la Dottrina pura il contributo di un kantiano sorvegliato; quando nellattivit di sistematizzazione della scienza del diritto si esaltano qualit come ingegno, immaginazione creativa, talento, non si pu non constatare con sconcerto come per questi autori due secoli di dibattiti sulle condizioni di oggettivit della conoscenza (accorgimenti, precauzioni, vincoli) in un campo riconosciuto come trascenden-

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ca di un diritto ideale (migliore, pi razionale, pi economico, pi ordinato, pi coerente, magari pi coerentemente democratico). N va dimenticato che proprio alla dottrina pura gli stessi Bobbio e Scarpelli avevano fin da principio affidato il compito di mediare i rapporti con gli indirizzi filosofici analitici. E questo un ulteriore, decisivo elemento di continuit. Il sostegno kelseniano alla resistenza nel nostro paese di unimmagine vecchia e ideologicamente compromessa di scienza giuridica pu essere apprezzato, a mio parere, in due principali vicende teoriche. La prima riguarda le modalit di affermazione accademica della sociologia del diritto. Al riguardo non si insister mai abbastanza sulla correttezza e lungimiranza della ricordata posizione tarelliana quando, in occasione della fondazione della rivista Sociologia del diritto, il giurista genovese individuava la vocazione scientifica della disciplina nel contributo che essa era in grado di assicurare al riorientamento empirico della giurisprudenza33. Sennonch la voce di Tarello rimasta sostanzialmente inascoltata, ed ha prevalso invece la proposta di Renato Treves per una sociologia giuridica incaricata di studiare il diritto da un punto di vista esterno, e dunque rigorosamente distinta dalla giurisprudenza34. Una sociologia del diritto kelseniana negli stili e negli accostamenti, ha sintetizzato Vincenzo Ferrari35. Unetichetta che risuona come un ossimoro avvilente per una disciplina tanto gloriosa, ma che lo stesso divenuta nella cultura giuridica italiana il modo prevalente di pensare al ruolo che essa dovrebbe ricoprire. Nel mentre un simile programma ha svilito le grandi potenzialit della disciplina con la prospettazione di compiti subalterni e marginali, dallaltro lato ha accordato prodigalmente il benestare della scienza sociale al divisionismo kelseniano e allirriducibile singolarit della giurisprudenza come scienza normativa (la scienza del dover essere, come gli stessi sociologi del diritto non si fanno scrupolo di ripetere). Tra laltro motivo di rammarico ulteriore tali orientamenti sono formulati proprio a ridosso della crisi della scuola analitica italiana, e con Scarpelli e Bobbio significativamente disposti alle pi ampie aperture di credito nei confronti duna

tale siano evidentemente risolti in un sincretismo metodologico nel quale si mescolano con spigliatezza due versioni opposte del neopositivismo, quella probabilistica di Reichenbach e quella logicistica di Carnap. 33 Si veda supra, in part. il quarto paragrafo. 34 Cfr. principalmente R. Treves, Tre concezioni e una proposta, nel primo fascicolo di Sociologia del diritto, 1974, pp. 1-9. 35 V. Ferrari, Renato Treves sociologo del diritto, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, LXX, 1993, pp. 21-31.

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scienza sociale del diritto36: in circostanze insomma che sarebbero state davvero le pi propizie per un definitivo superamento della figurazione antica della giurisprudenza. Laltro contributo di Kelsen pi diretto, e riguarda il ruolo che stato chiamato a ricoprire nella diffusione in Italia del positivismo logico e dellanalisi del linguaggio. Su questo dissento dallopinione formulata nello studio (documentato e pregevole) di Vittorio Villa, secondo la quale il rapporto con Kelsen intrattenuto dai filosofi del diritto italiani avrebbe avuto come motivo preminente lobiettivo di adattare la dottrina pura ad un orizzonte analitico37. Penso invece che Kelsen sia stato per gli italiani molto di pi: grazie anche ai barlumi viennesi effusi dalla sua opera, gli stato attribuito un ruolo di mediazione attiva nellimportazione nei nostri lidi di quegli orientamenti, in particolare per lillusione di un linguaggio giuridico come linguaggio formalizzato o formalizzabile sul quale operare con i modi e le finalit indicate dalla concezione scientifica del mondo. Il Kelsen divisionista stato per la teoria del diritto la chiave daccesso alla distinzione tra fondamento logico e fondamento empirico della conoscenza; e su questi presupposti s pensato che la dottrina pura (o costruzioni teoriche ad essa affini) potesse divenire effettivamente per il linguaggio del diritto ci che la filosofia (analitica) ha creduto di poter essere per la scienza: analisi logica del linguaggio scientifico con obiettivi di purificazione, vale a dire di riconoscimento, e conseguente soppressione, di ambiguit e distorsioni metafisiche. In tale vicenda possibile isolare almeno un paio di problemi fondamentali: il primo riguarda evidentemente la plausibilit del programma scientifico delle correnti analitiche pi direttamente coinvolte (Carnap e Schlick sopra tutti) in questo intreccio di relazioni; laltro lopportunit di aderirvi da parte dei giuristi con il loro oggetto, la loro scienza, la loro analisi di un linguaggio affatto particolare. La prima questione eccede evidentemente lo scopo di questo contributo; mi limito solo a constatare che gli indirizzi di pensiero richiama36 Del primo si veda il riconoscimento indirizzato alla sociologia del diritto in Cos il positivismo giuridico (pp. 90-1: ha avuto gi notevoli fortune ed ha un grande avvenire; ricordo a questo proposito anche il contributo di Scarpelli al primo fascicolo di Sociologia del diritto, pagine queste incentrate sulla necessit preliminare duna teoria sociologica del diritto per la guida delle ricerche empiriche: Per una sociologia del diritto come scienza, 1974, ripreso in Letica senza verit, Bologna, Il Mulino, 1982, pp. 287-97), e di Bobbio soprattutto i suoi studi apertamente sociologici, a partire dai saggi raccolti in Dalla struttura alla funzione. Nuovi studi di teoria del diritto (Milano, Comunit, 1976). 37 V. Villa, Filosofia del diritto, in F. DAgostini-N. Vassallo, a cura di, Storia della filosofia analitica, Torino, Einaudi, 2002, pp. 368 ss.; non solo quello di Villa, ma tutti i saggi contenuti nel volume forniscono un contributo importante alla conoscenza della tradizione filosofica considerata in questo paragrafo.

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ti qui sono fortemente influenzati dalle idee di Carnap sulla natura logica della matematica, che al contempo per proprio i matematici spesso non vi si sono affatto riconosciuti, e che Quine infine, il grande allievo americano di Carnap, ha contestato con molti argomenti la distinzione tra analitico e sintetico, e con essa dunque la possibilit di separare le discipline logico-matematiche da quelle empiriche. Sennonch dalla Critica della ragion pura in poi la questione come dire aperta, e tale probabilmente destinata a restare. Impossibile invece rinvenire giustificazioni per i giuristi che hanno deciso di farsi analitici: la premessa delloperazione tanto sconsiderata quanto imbarazzante, lidea in sostanza che il linguaggio del diritto possa essere equiparato in qualche modo ad un linguaggio scientifico, e dunque trattato, ricostruito, migliorato con aspirazioni di linguaggio ideale, logicamente perfetto, simili a quelle dei neopositivisti. Un giurista consapevole della storicit del suo oggetto non pu pensare che in esso viva una dimensione logica tanto significativa da reclamare la necessit di indagini autonome. E se contro ogni avvertenza di ragione decide ugualmente di credere allesistenza e al rilievo di enunciati analitici nel suo lavoro dovr accettare di essere identificato con letichetta pi acconcia a simili convincimenti: privi dogni contenuto empirico i giudizi analitici non devono dir nulla della realt, e la scienza che si ritenga di costruire con essi non dunque, in ogni caso, una scienza di realt. Detto pi chiaramente: il realismo giuridico radicalmente incompatibile con questo tipo di orientamento analitico in teoria del diritto. Molto pi proficuo, invero, sarebbe stato lincontro con laltro, grande filone della filosofia analitica, quello interessato al linguaggio ordinario e influenzato in maniera decisiva dalle teorie del secondo Wittgenstein. Si tratta di un indirizzo di pensiero caratterizzato da uno stile filosofico differente, giacch aspira ad emanciparsi dalla dipendenza dai metodi delle scienze logico-matematiche, che si pone come obiettivo principale linventario degli usi concreti del linguaggio, che nel far questo non pensa affatto di correggere o migliorare alcunch38, e che in definitiva apre lanalisi del linguaggio al confronto con i contributi su queste materie forniti dalle discipline socio-antropologiche. In tale direzione contributi importanti sono venuti dai linguisti39; quasi del tutto assenti invece intenzioni ricognitive siffat38 La filosofia come analisi del linguaggio non pu in alcun modo intaccare luso effettivo del linguaggio; pu in definitiva soltanto descriverlo. Non pu nemmeno fondarlo. Lascia tutto com (Ricerche filosofiche, 1953, ed. it. a cura di M. Trinchero, Torino, Einaudi, 1980, p. 69). 39 Penso in particolare a Le parole e la giustizia (Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, Torino, Einaudi, 2001) di Bice Mortara Garavelli.

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te nella cultura giuridica italiana (a parte, di nuovo, Tarello e la sua scuola)40. 12. A lezione di diritto il momento di tirare le fila, e soprattutto di ricondurre le analisi svolte fin qui al tema indicato in apertura, vale a dire alla formazione del giurista. Le linee di sviluppo del diritto nellarea continentale hanno approfondito la divaricazione nella cultura giuridica accademica tra finalit scientifiche e finalit pratiche. Laspetto davvero problematico di tale vicenda sta nel fatto che di sovente essa non riconosciuta, da una parte e dallaltra, nei suoi significati reali. La giurisprudenza pratica ha serbato dai vincoli pi stretti intrattenuti nel passato con la filosofia lidea che la propria attivit consista in una conoscenza scientifica del diritto positivo, e se ne serve da un lato per reclamare con pi argomenti la primazia del proprio ruolo, e dallaltro, constatata levidente incapacit delle discipline teoriche di fornire un qualche contributo apprezzabile al rassettamento di materiali giuridici concreti, per guardare a quelle come svagamenti culturali venerandi ma sostanzialmente inconcludenti. Sullaltro versante schiere di teorici sattardano ancora, lo abbiamo visto, a rivendicare la primogenitura dellinvenzione della giurisprudenza come scienza pratica, vorrebbero riprendere, o almeno cos asseriscono, i rapporti con la dogmatica, coltivano magari la segreta speranza di riconquistare le posizioni eminenti di un tempo, ma fatalmente subiscono ad ogni passo le conseguenze della positivizzazione del diritto, esponendo le loro aspirazioni di alta dogmatica alle mortificazioni pi brucianti. Gli effetti di questi equivoci sono particolarmente gravi in Italia, per via della pervicace resistenza nel nostro paese delle figurazioni
40 Esemplare la ricostruzione tarelliana delle modalit duso e dinvenzione dei concetti nel diritto sindacale italiano (cfr. Teorie e ideologie, cit., specialmente dal terzo capitolo in avanti a proposito ad esempio di contratto collettivo di diritto comune, ordinamento intersindacale, categoria professionale, e cos via); allinterno della scuola genovese che si richiama a Tarello si possono poi ricordare le ricerche di Rebuffa sulla cultura giuridica amministrativica (La formazione del diritto amministrativo in Italia. Profili di amministrativisti preorlandiani, Bologna, Il Mulino, 1981), le analisi di Chiassoni sulle sentenze civili (La giurisprudenza civile. Metodi dinterpretazione e tecniche argomentative, Milano, Giuffr, 1999), gli studi costituzionalistici di Guastini (Lezioni di teoria del diritto e dello Stato, Torino, Giappichelli, 2006), e da ultimo il grande libro di Giulio Itzcovich sulle dottrine comunitaristiche, con un richiamo al maestro fin dal titolo (Teorie e ideologie del diritto comunitario, Torino, Giappichelli, 2006); in chiave teorica, infine, si veda lesplicita adesione alla prospettiva indicata dal secondo Wittgenstein da parte di Mauro Barberis (soprattutto in Il diritto come discorso e come comportamento. Trenta lezioni di filosofia del diritto, Torino, Giappichelli, 1990, in particolare pp. 81 ss.).

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sulla specialit della giurisprudenza. Simili immagini sono in effetti tra i pochi elementi condivisi tra giuristi per il resto assai diversi tra loro. E per di pi le non molte occasioni di rapporto sono quasi sempre originate da conflitti sulle rispettive attitudini ad apportare contributi tangibili alla scienza giuridica pratica (sia sufficiente qui richiamare le dispute ben note agli accademici sulla partizione di prestigio e risorse tra discipline culturali e discipline positive, e tanto nei consessi deputati a tal fine quanto in occasioni pi informali). Tale stravagante contesa attorno ad una prestazione immaginaria si riverbera sulla ricerca, e soprattutto sullinsegnamento del diritto. come se per eccellere nella competizione ciascuno cercasse di mimare dallaltro le qualit riguardate come le pi idonee per rivendicare gradi pi elevati e indiscutibili di scientificit. Il giurista dogmatico che non vuol essere da meno rispetto al filosofo esibir di buon grado uno stile rarefatto e pensoso anche quando, in ipotesi, abbia da dissertare di costruzioni in aderenza o di distanze per alberi, canali e fossi. Per contro il teorico non disdegner di rivaleggiare in specialismo con il pratico, esibendo con orgoglio analitiche destrezze nel frangere futilmente i ragionamenti pi esili. A farne le spese sono soprattutto gli studenti delle facolt giuridiche italiane. Verosimilmente troppo presto per stabilire se la concitata stagione riformatrice di questi ultimi anni abbia portato i giovamenti attesi (pi laureati, meno abbandoni, pi Erasmus, pi occasioni di lavoro), ma di sicuro ha robustamente propagato tra gli studenti e le loro famiglie aspettative di innovazione rispetto al passato, lidea che si sarebbe finalmente privilegiato lessenziale, lapprofondimento delle questioni davvero importanti, che si sarebbero fornite le conoscenze di base (il lessico ben noto a noi interpreti operosi delle tabelle ministeriali) sul diritto e il suo operare, e che al contempo le conoscenze sarebbero state oculatamente finalizzate allapprendimento di professioni e abilit. Chiunque intrattenga con gli studenti rapporti che vadano al di l della registrazione del loro numero di matricola sui verbali desame, per certo avr raccolto da loro numerose manifestazioni di disinganno. Le sintetizzo in unetichetta che, va da s, riguarda la media della didattica del diritto e trascura le eccellenze (ma in realt proprio di questo si tratta, di buone virt di mezzo, e ragionevolmente estese): n teoria n prassi. I nostri giovani utenti, illusi forse dal lessico ministeriale, o pi prosaicamente dai pieghevoli che con larrivo dei primi calori estivi declamano le virt dei corsi di laurea, e magari anche (vorrei augurarmi) consapevoli infine dei ciechi abissi di incultura in cui sono stati allevati sui banchi di scuola, aspirerebbero come dar loro torto? ad un approfondimento storico-teorico almeno degli istitu23

ti pi importanti: propriet, societ commerciali, diritti, rapporto di lavoro. I dogmatici di regola non si sentono investiti di obblighi formativi siffatti, agli studenti rapportano in sostanza non affar nostro, ma delle materie culturali. Vi provvedono queste? Se s bene, lobiettivo duna inverniciata erudita acquisito, le dotte cognizioni immagazzinate in qualche ansa cerebrale torneranno utili quando occorrer farcire la tesi dun paio di citazioni affinate. Diversamente poco male, i tempi in fondo non sono i pi indicati per far sfoggio dorpelli di cultura. E invero simili carenze sono di fatto tuttaltro che sporadiche. A fronte delle larghe esposizioni che sarebbero realmente indispensabili, avviene che i giuristi non-positivi coltivino spesso, anche per dissennata emulazione, il piacere della minuzia, della descrizione scrupolosa di parvit buone al pi per una monografia concorsuale, placando probabilmente la coscienza col vagheggiamento che magari in tanta piccolezza s magicamente adunata lenergia dellaleph borgesiano, del multum in parvo, del punto dello spazio che contiene tutti i punti. Tale frequente noncuranza per la dimensione storico-culturale degli istituti compensata almeno da unattenzione specifica per gli aspetti pratico-applicativi del diritto? Nientaffatto, e anzi una simile preoccupazione nei corsi universitari ancora pi rara. Sembra quasi che i dogmatici si facciano un punto donore nel tacere delle professioni giuridiche, di ci che avviene negli studi forensi o nelle aule di tribunale, delle abilit necessarie a scrivere un atto o a gestire il fiato grosso dei clienti. Tutto evidentemente troppo vero e volgare per docenti che magari sono avvocati, ma che in aula hanno da elevarsi a solenni officianti della conoscenza scientifica del diritto41. Da nessunaltra parte come negli affanni desolati dei nostri studenti si scorgono pi distintamente i disastri compiuti dal formalismo giuridico in Italia. Quando son bravi paiono robotici raccontatori darticoli e commi, capaci al pi darrischiarsi nella pronuncia di qualche formuletta latina e di memorare senza troppi inciampi la data della Rivoluzione francese. Quando non lo sono frammischiano ad un italiano inquieto unatroce neo-lingua evidentemente messa al mondo grazie a frantumi di ripetitori viventi o cartacei (e in ogni caso dallaffidabilit assai dubbia), ed esitanti poi finanche nel risovvenimento dei fatti pi cospicui e vicini di casa nostra. E allora, prima che sia davvero troppo tardi, necessario ricollocare le cose al loro posto, farla finita con lidealismo vecchio e nuovo, disgiun41 E invero solo questa disposizione culturale, approvata dai pratici e da fitte schiere di teorici, pu esplicare la sopravvivenza della scriteriata espressione dogmatica giuridica: lidea aberrante che fa del giurista il teologo duna religione i cui dogmi sono raffigurati dalle norme.

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gere chiaramente, senza incertezze e senza equivoci, le finalit scientifiche dalle finalit pratiche. Entrambe hanno posto nella ricerca e nellinsegnamento del diritto, ancorch evidentemente il terreno di elezione delle prime sia lo studio, e la didattica dovrebbe costituire per contro la cura prevalente delle seconde. Come ho detto non vi sono preclusioni al contrario! a immaginarle perseguite insieme in uno stesso ambito, e al limite dalla stessa persona (a condizione che resti sempre ben visibile la linea di demarcazione che corre tra il descrivere e il prescrivere, tra scienza e giurisprudenza pratica). Al contempo, in unepoca di intensa specializzazione non il caso davanzare pretese troppo grandi. Pur con i problemi che si sono visti, s creata oramai una disgiunzione tra materie culturali e materie positive: solo che letichetta inadeguata e fuorviante. Si dir meglio: discipline non immediatamente orientate alle professioni (diritto costituzionale, comparato, economia, storia, filosofia, sociologia), e discipline per contro che hanno come scopo precisamente la formazione del giurista. Nelle prime tenderanno a prevalere gli obiettivi scientifici, nelle seconde invece finalit pratiche. Diciamo ancora qualcosa di queste ultime. Tra i contributi pi ragguardevoli del realismo giuridico figura la critica risolutiva delle fantasie dei giuristi sul loro prestigio di ceto, con lindicazione al contempo della prospettiva pi corretta per un addestramento avveduto di quelli venturi. Nelle aule di giurisprudenza si insegnano mestieri: professioni nobili, da sempre di grande rilievo, e destinate probabilmente ad averne in avvenire ancora di pi. Qual il significato sociale di queste occupazioni? Far funzionare la macchina del diritto, un congegno che specie in Italia s fatto aggrovigliato e pesante. Per riuscirvi abbisognano attitudini specifiche che appartengono in prevalenza al campo dellagire: pigliare risoluzioni, farlo responsabilmente, tenendo certo conto di taluni elementi saldi, ma anche con la consapevolezza della natura intrinsecamente creativa del proprio decidere. Le professioni giuridiche sono questo, e propriamente devono esserlo. Quanto pi velocemente se ne prender coscienza, meglio sar per tutti, giusperiti in servizio e apprendisti. Si render al mestiere la dimensione etica del decidere che spiega realmente il suo rilievo, e illumina anche sul motivo del suo fascino: ragioni vere insomma, e non immaginarie, per rivendicare onore di ceto. E questo a partire dalla giurisprudenza pratica dei professori di diritto positivo. Di incombenze siffatte a loro spetta una parte cospicua e cruciale, hanno perci da provvedervi con discernimento e perizia particolari. Si muova da qui, dalla tranquilla convinzione che in nessun diritto storico vive una coerenza interna che abbia sem25

plicemente bisogno dessere acclarata (conosciuta). Non mai stato cos nel passato, e oggi lo ancor meno. A fronte dun legislatore sempre pi babelico, confuso e smemorato, la giurisprudenza pratica deve esercitare larte eminente (di nuovo Ehrlich) di trasformare discorsi frequentemente incoerenti in un materiale che sia concretamente utilizzabile nella pratica delle professioni e delle aule di giustizia. E va da s converr di nuovo sottolineare che essa debba anche sforzarsi di provvedere a innovazioni e giunzioni che siano assennate, vale a dire compatibili con la Costituzione e le leggi. Laltro compito fondamentale della giurisprudenza pratica degli accademici dovrebbe consistere nella trasmissione di abilit specifiche, come stato recentemente argomentato da un bel libro di Giovanni Pascuzzi. Lautore le considera partitamente in capitoli che costituiscono altrettante, salutari immersioni nella realt concreta dei diversi mestieri di giurisperito: come interpretare un documento normativo, come leggere un contratto, come redigere gli atti, come risolvere problemi (elaborare ad esempio una strategia difensiva), come organizzare il lavoro in uno studio, come condurre un contro-esame, e cos via42. Al contempo, da questelenco ricavato velocemente dal libro di Pascuzzi, emerge il vero punto dolente della didattica delle nostre facolt giuridiche. Normalmente infatti tali questioni non sono neppure tematizzate, oppure vengono affrontate in maniera accessoria e superficiale. Siamo dinanzi ad una manchevolezza grave, da imputare, ribadisco, alla scorretta auto-rappresentazione di ruolo da parte degli accademici. Anche (o addirittura soprattutto) se il docente universitario avvocato, accade ugualmente che egli accentui colpevolmente la distanza tra diritto e prassi, che enfatizzi lastrattezza e la generalit delle norme, e questo in quanto tale esposizione rarefatta rende probabilmente meglio lidea duna prestazione scientifica, esercitata attorno ad un sapere misterico, per soli iniziati. Specialmente in questo campo, insomma, sembra dessere ancora lontani da una reale innovazione nella didattica del diritto positivo. Si dia fiducia tuttavia al realismo giuridico: anche da noi si pu ancora sperare, grazie al dissolvimento delle fumisterie del formalismo, in una rigenerazione su nuove basi della cultura giuridica accademica. Provvista duna figurazione realistica dei propri doveri, organizzare
42 G. Pascuzzi, Giuristi si diventa. Come riconoscere e apprendere le abilit proprie delle professioni legali, Bologna, Il Mulino, 2008, in part. pp. 41 ss.; prima di Pascuzzi si leggano anche le analoghe considerazioni svolte in alcuni saggi raccolti in G. Rebuffa-G. Visintini, a cura di, Linsegnamento del diritto oggi, Milano, Giuffr, 1996 (soprattutto da Antonio Padoa-Schioppa, Il modello dellinsegnamento del diritto in Italia, pp. 255 ss., da Michele Taruffo, Linsegnamento accademico del diritto processuale civile, pp. 281 ss., e da Sergio Chiarloni, Riflessioni minime sullinsegnamento del diritto processuale civile, pp. 291 ss.).

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ragionevolmente il materiale normativo e addestrare alle abilit proprie delle professioni, essa provveder meglio e senza infingimenti al funzionamento del sistema giuridico, e potr educare le nuove generazioni di giuristi alla consapevolezza delle responsabilit connesse allesercizio di professioni importanti e delicate. Resta ancora un problema da affrontare, ed quello dei contributi possibili della scienza alla giurisprudenza pratica, a partire proprio dai luoghi dellaccademia in cui i rapporti tra queste sono pi stabili (non fossaltro che per il fatto di venire usualmente prescritti agli studi universitari). S considerata sopra la risposta di Ehrlich: la scienza dovrebbe essere per i pratici ci che le scienze naturali sono gi per la medicina o la tecnica, vale a dire il fondamento scientifico del loro operare. Indicazione vaghissima, e soprattutto ricavata da uninsostenibile corrispondenza con le scienze naturali. La scienza del diritto appartiene alle scienze delluomo, a discipline nelle quali la conoscenza, se orientata rettamente, non pu che rivelare alla ragione gli spazi di libert aperti alla vita dal mondo storico come universo della contingenza. In esse dunque il sapere deve sostanzialmente bastare a se stesso; a partire da qui si pu certo legittimamente pensare di andar pi lontano, arrivando a speculare di applicazioni e predizioni, ma con la consapevolezza al contempo che entrando nel futuro le scienze delluomo divengono automaticamente inadatte a fornire evidenze. Ci detto, sono tuttavia ipotizzabili da parte della scienza giuridica degli apporti indiretti alla dimensione pratica del lavoro dei giuristi. Al riguardo credo si possano intravedere almeno tre direzioni ausiliatrici: le indico di seguito, in ordine crescente di importanza. La scienza non solo sapere, ma altres stile e cultura. Coltivando anche occasionalmente degli interessi scientifici, i giuristi pratici potranno emanciparsi dallimmagine farsesca del leguleio manzoniano (alla quale invero ancor oggi inclinano mestamente), renderanno pi allettanti, e forsanche pi efficaci, le loro arti retoriche, miglioreranno il pregio letterario della loro produzione (dalla tesi di laurea fino al manuale universitario, passando per tutta la copiosa produzione scritta che sta nel mezzo, e che rappresenta il quotidiano affanno di tutte le professioni). Sarebbe un progresso non da poco per uno degli mbiti di vita in cui lostentazione di competenze specialistiche ha reso la comunicazione particolarmente disagevole, senza per questo contribuire n alla precisione n tanto meno alleleganza della lingua. Altro aspetto: linterpretazione dei fatti e la capacit di organizzare le conoscenze. Sempre Pascuzzi ha opportunamente richiamato lattenzione sullirragionevolezza delle rappresentazioni pi comu27

ni dellinsegnamento del diritto, per cui questo fondamentalmente avrebbe da trasfondere le tecniche di sussunzione di unazione o situazione in una norma. Tra i giuristi (in particolare, tra i giuristi accademici) diffusa la convinzione che la parte pi gravosa del lavoro col diritto sia la ricerca e lagnizione della regola; la ricostruzione del fatto (un omicidio, un incidente, una malattia, e tutte le mille altre situazioni della vita regolate da norme) non pare invece costituire un problema degno di ambire al medesimo rango di ponderazione. Sennonch: la prima faccenda pu di sicuro rivelarsi laboriosa, ma anche la seconda non affatto insignificante, e di regola anzi tende ad essere la pi intricata. Come si sono svolti i fatti? quando e come il lavoratore s ammalato in fabbrica? come mettere a confronto mansioni di provenienza e mansioni di destinazione nei casi di esercizio di ius variandi da parte del datore di lavoro? quando e come crollato un muro di recinzione? in un giudizio di responsabilit come ricostruire il nesso eziologico tra lazione o lomissione del medico e le condizioni del paziente? Per orientarsi in problemi siffatti, che ricorrono in gran copia nel lavoro del giurista, v bisogno di teste ben fatte43. Pascuzzi richiama qui la grande lezione di Morin, e di nuovo fa bene. Il pensiero analitico che dismembra, distingue e separa indicato forse per conoscenze di tipo tecnico, ma del tutto inservibile allintelligenza della vita di relazione. Per questa servono discipline aperte al confronto, disponibili a collegare e organizzare informazioni diverse44. Ecco allora che una scienza giuridica di realt, orientata ad una visione globale dellesperienza, addestrata al dialogo interdisciplinare, pu conferire la duttilit indispensabile per non arretrare dinanzi ai problemi interminati opposti dalla comprensione dei fatti. Lultimo contributo infine, quello pi importante. S visto sopra quanto conti nel lavoro del giurista il decidere. Le sue, certo, sono risoluzioni vincolate: alle norme innanzitutto, giacch creativit non equivale (n deve!) a invenzione dal nulla. Ma condizionate anche, inevitabilmente, da un certo orizzonte di valore. Lavvocato che ha da consigliare un cliente o approntare una strategia difensiva, il giudice che deve pronunciare una sentenza, raffrontato, oltre che col diritto, con la propria coscienza (e gli utenti della giustizia devono invero confidare che ne abbiano una, e non solo che siano muniti di solide competenze tecniche). Sulle prime questioni saffider,
Cfr. G. Pascuzzi, Giuristi si diventa, cit., pp. 114-9. E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dellinsegnamento e riforma del pensiero, 1999, trad. it. di S. Lazzari, Milano, Raffaello Cortina, 2000, pp. 15-29; cfr. anche Id., I sette saperi necessari alleducazione del futuro, 1999, trad. it. di S. Lazzari, Milano, Raffaello Cortina, 2001, pp. 35-46.
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e far bene, ai modelli di risposta che gli vengono dalla giurisprudenza pratica e dallesperienza. Ma nel confronto con i problemi etici il giurista sar in buona sostanza da solo: la scienza, una scienza che sia rigorosamente avalutativa, non potr dirgli come comportarsi. Per quella porzione di libert, piccola o grande, che presente in ogni decisione essa infatti non ha risposte da dare. Questo il campo delletica, e letica senza verit (e di nuovo richiamo intenzionalmente la lucida consapevolezza del ruolo politico del giurista affermata da Uberto Scarpelli45). Al tempo stesso nelle aule di diritto (ma per certo in ogni angolo daccademia) ad ogni istante reclamer i suoi diritti la vita che fuori, con le sue difficolt, le sue contese, i suoi enigmi. E se il docente decidesse di non badarci, di sicuro sarebbero i suoi studenti a memorarli per primi, e con ragione. Anche se il formalismo ha cercato di scavare un abisso tra norme e vita, la realt del diritto quella di sempre, vive nelle funzioni che quotidianamente assolve come tecnica sociale di controllo e composizione dei conflitti. Un buon docente non pu trascurare i problemi che il diritto regola, e le alternative concrete tra le quali seleziona: farebbe davvero male il suo mestiere. Egli dovr invece sforzarsi dessere un attento e onesto mediatore tra gli studenti e le complicatezze del mondo. Deve arricchire di dati, di informazioni, di nuove angolature le loro raffigurazioni degli eventi. Deve portarli dentro le dinamiche effettive dei fatti normativi, esplicare i meccanismi di regolazione sociale allinterno dei quali la statuizione positiva un momento, talvolta non il pi significante, della realt del diritto, far percepire il senso dei comportamenti orientati alle norme, di chi mette al mondo le regole, di chi le applica, di chi le osserva. Deve portare alla luce le relazioni genetiche e funzionali di queste con il sistema dei rapporti di potere e con tutti gli interessi di potenza, i legami con le culture professionali, il ruolo di determinate credenze, e cos via. Senza tuttavia mai imporre la propria visione del mondo. La avalutativit esattamente questo: dovere di conoscenza assolto con probit intellettuale, cura assidua dellimparzialit, divieto in particolare per gli scienziati con cattedra di profittare della loro posizione per assumere atteggiamenti profetici e divulgare come oggettive le proprie valutazioni etico-politiche. Delle personalit mana conveniente diffidare in generale, ma in
45 Ancorch lautore saffretti poi ad auspicare la lealt dellinterprete ai valori costituzionali ed alle scelte legislative, e insomma a configurare tale libert come la pi ridotta possibile, nellinteresse dellordinamento protetto in primis dagli accademici e dalle interpretazioni sistematiche di questi: che sarebbero scientifiche per quanto evidentemente orientate alle intenzioni di valore del legislatore (dallEtica senza verit si veda il saggio conclusivo, alle pp. 33754, La facolt di giurisprudenza, la cultura giuridica ed il compito del filosofo del diritto, 1973).

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aula soprattutto indispensabile contrastare con fermezza laffezione di quanti credono davvisare in s i tratti del saggio o delleroe. Questo il solo, ma fondamentale, contributo della scienza alle questioni etiche implicate dal decidere. Si tratta in definitiva, in accordo con gli sviluppi del postulato weberiano della Wertfreiheit, duna funzione pedagogica di grande rilievo: la scienza promuove chiarezza e senso di responsabilit, rafforza la capacit di giudizio, insegna a riconoscere i problemi in tutta la loro portata, fa capire quali sono le condotte che devono coerentemente dedursi dalle diverse visioni del mondo (e in particolare, naturalmente, dalla propria), illumina insomma il comportamento pratico sulle conseguenze dellazione. importante sottolineare come anche questa prestazione dipenda per Weber dallindirizzo di realt delle scienze delluomo: per assolvere i loro compiti esse infatti non possono trascurare la funzione di conoscere il significato di ci che viene voluto46, e pertanto di esercitare una sorta di critica tecnica (scientifica) degli ideali e dei giudizi di valore che insegni alluomo che agisce a rendersi conto del senso ultimo del suo proprio operare47. Con ci per concludere non indicato solo il massimo di ausilio possibile della scienza ai problemi della condotta di vita, ma sono posti anche i contenuti etici, e i confini, di questa funzione pedagogica. Essa deve giungere al punto in cui chi apprende sia nella condizione di farsi unidea propria, di prendere posizione sulla base dei suoi ideali, e qui per dovr arrestarsi. Agendo in tal modo il docente avr realizzato qualcosa di pi duna prestazione intellettuale: avr compiuto, pensa Weber (e chi scrive con lui), il suo dovere morale48.

46 M. Weber, Loggettivit conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, 1904, in Saggi sul metodo delle scienze storico-sociali, a cura di Pietro Rossi, Torino, Comunit, 2001, pp. 152-3. 47 M. Weber, La scienza come professione, 1919, in La scienza come professione La politica come professione, trad. it. di Pietro Rossi e F. Tuccari, Torino, Comunit, 2001, p. 34; la sintetica formula weberiana (critica tecnica dei giudizi di valore) giustamente in evidenza nei contributi di Pietro Rossi, davvero fondamentali per dissolvere i molti fraintendimenti sul significato della avalutativit in Weber (si veda in particolare Max Weber e il problema della Weltanschauung, 1985, pp. 86, 97 e passim di Max Weber. Unidea di Occidente, Roma, Donzelli, 2007). 48 Sittliche Leistung (M. Weber, La scienza come professione, cit., p. 28).

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