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Capodistria

Capodistria (in sloveno Koper, in croato Kopar) una citt (24.864 abitanti[1]) della Slovenia, capoluogo del Comune citt di Capodistria (53.322 abitanti) e principale porto del Paese; si affaccia sul mare Adriatico. Tra i principali luoghi di interesse di Capodistria si trovano il Palazzo Pretorio del XV secolo, in stile gotico veneziano, la chiesa Carmine Rotunda del XII secolo e la Cattedrale di San Nazario con il suo campanile (55 m) del XIV secolo. Capodistria sede vescovile con la Diocesi di Capodistria, suffraganea dell'Arcidiocesi di Lubiana.

Storia

Palazzo Pretorio Et antica

Capodistria nasce da un antico insediamento costruito su un'isola nella parte sud-orientale della Baia omonima, nell'Adriatico settentrionale, separata dalla terraferma dallo specchio lagunare di Valstagnon (o Stagnon). All'epoca dell'Antica Grecia la citt era conosciuta col nome di Aegida, successivamente divenne nota coi nomi latini di Capris, Caprea, Capre o Caprista, dai quali deriva il moderno nome sloveno (Koper).
Et medievale

Divenne bizantina attorno alla met del VI secolo. Nel 568, i cittadini romani della vicina Tergeste (l'odierna Trieste) fuggirono a Capodistria a causa di un'invasione dei Longobardi. In onore dell'imperatore romano d'Oriente Giustiniano II, Capodistria venne ribattezzata Giustinopoli. Tale nome rest in uso (accanto a quello romano di Capris) almeno fino alla seconda met del X secolo. Nel 788 o 789 la citt pass sotto il dominio dei Franchi. I commerci tra Capodistria e Venezia sono documentati fin dal 932. Nella guerra tra la Repubblica di Venezia e il Sacro Romano Impero, Capodistria fu al fianco di quest'ultimo, e per questo venne ricompensata con lo status di citt, garantitogli nel 1035 dall'imperatore Corrado II. A partire dal 1232, Capodistria appartenne ai Patriarchi di Aquileia, e nel 1278 si un a Venezia.
Et moderna

Capodistria si svilupp sia sotto il profilo demografico che economico e assunse una posizione di sempre maggior rilievo nell'Istria veneziana. Data la sua posizione venne rinominata Caput

Histriae, cui si affianc successivamente quello di Capo d'Istria (dal quale deriva il nome autoctono italiano).

Fontana Da Ponte

Agli inizi del Cinquecento la citt aveva oltre 10.000 abitanti, ma la peste del 1553 li ridusse a circa 4.000. Nel Seicento la popolazione aveva raggiunto di nuovo i cinquemila abitanti[2] (ridottisi drasticamente nel 1630 ad appena 1.800 a seguito dell'epidemia di peste diffusasi in tutta l'Italia settentrionale). Cio in due secoli la popolazione croll di quasi il 90% e la conseguenza fu la perdita di importanza di Capodistria rispetto a Trieste ed altre citt istriane.
Et contemporanea

Venezia controll Capodistria fino al suo tracollo nel 1797. Pass in seguito al Trattato di Campoformido all'Impero Austriaco dal 1797 al 1803. Nel 1803 Capodistria fu occupata dai Francesi, e quindi posta sotto il governo di Trieste. Nel 1805, per decisione di Napoleone, Buie pass sotto il Regno Italico. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1813 e la caduta del Regno Italico ritorn sotto il dominio dellImpero Austriaco. L'amministrazione austriaca, che segu alla caduta di Venezia ed al periodo napoleonico, non la riconferm come capoluogo istriano, che divenne dapprima Pisino e poi, in sede definitiva, Parenzo. Durante gli anni della riscoperta del sentimento nazionale Capodistria fu il punto di riferimento del movimento unitario dell'Istria. Qui infatti vi era concentrato il principale nucleo del Comitato istriano dove si riunivano i patrioti pi ardenti e che, dopo il 1857, operava come sede della Societ Nazionale. Capodistria pu vantarsi di aver dato alla sua Madrepatria patrioti del calibro di Carlo Combi e Antonio Madonizza (tra i pi importanti istriani del Risorgimento e due degli Italiani pi attivi per la lotta contro lo Stato asburgico) ma soprattutto uno dei precursori del movimento risorgimentale italiano impersonificato nella figura di Gian Rinaldo Carli che gi nel 1765 pubblicava articoli prospettanti una non lontana indipendenza dell'Italia. Il mancato e tanto sperato arrivo delle milizie italiane nel 1866 fece conseguentemente sviluppare un forte sentimento irredentista rappresentato, fra gli altri, da Tino Gavardo, Pio Riego Gambini, ma soprattutto Nazario Sauro che, dopo esser fuggito nel 1915 a Venezia per arruolarsi nella Regia Marina, fu catturato dalle autorit austriache durante un'incursione italiana e giustiziato sul patibolo a Pola il 10 agosto 1916.

Taverna

Ad un patriota capodistriano, il generale Vittorio Italico Zupelli, gi distintosi nella Guerra italoturca (1911-1912), fu affidato il ministero della guerra italiano durante il primo conflitto mondiale (1915-1918) Capodistria fu un centro dell'irredentismo italiano nell'Istria asburgica. Nel novembre 1918 finita la guerra, nella quale i volontari italiani di Capodistria furono in numero inferiore soltanto a quelli di Trieste e Pola, le truppe italiane furono accolte festosamente dalla popolazione. Nel 1923 furono aggregate al comune di Capodistria la frazione di Scoffie e parte della frazione di Valle Oltra, gi appartenenti al comune di Muggia[3]. Con la fine della seconda guerra mondiale e il trattato di pace del 1947 Capodistria fu compresa nella zona B del "Territorio libero di Trieste" (TLT), amministrata dalla Jugoslavia. Met della popolazione italiana autoctona prese la via dell'esodo gi tra il 1947 e il 1954, prima ancora che si firmasse il Memorandum di Londra del 1954 ma quando gi era chiaro che la citt non sarebbe pi ritornata alla sovranit italiana. La parte restante della popolazione italiana esod infine negli anni successivi al 1954, sostituita dall'afflusso in citt di popolazioni dalla Slovenia e dal resto della Jugoslavia. Solo una piccola parte degli italofoni rimase nella Capodistria jugoslava, fondando la locale Comunit degli italiani in cui si riorganizzarono.

Universit del Litorale

A partire dall'VIII secolo, forse addirittura dal VI, Capodistria fu sede vescovile. Uno dei vescovi della citt fu il riformatore luterano Pier Paolo Vergerio. Nel 1828, il vescovato venne fuso con la diocesi di Trieste; si form cos la diocesi di Trieste e Capodistria. Dopo la seconda guerra mondiale la situazione cambi. A seguito del Trattato di pace del 1947, pur restando formalmente le due diocesi unificate, il territorio che faceva parte della Zona B ebbe un Amministratore apostolico,

scelto fra il clero sloveno residente in Jugoslavia. Soltanto nel 1964 l'Amministrazione apostolica fu affidata a un vescovo, nella persona di Mons. Janez Jenko. Egli era anche amministratore apostolico della parte dell'Arcidiocesi di Gorizia in territorio sloveno e della diocesi di Fiume non assegnata alla Croazia. Nel 1975 fu stipulato il Trattato di Osimo, che sanciva con accordo bilaterale tra Italia e Jugoslavia la fine della zona A e della zona B. Nel 1977 la Santa Sede separ anche giuridicamente le due diocesi di Trieste e Capodistria. Si trattava in realt di due diocesi nuove, con nuovi confini. Alla nuova diocesi di Trieste, che non coincide del tutto con la provincia, fu assegnata la parrocchia di Muggia, che era l'unica parte della diocesi di Capodistria rimasta in territorio italiano. Alla nuova diocesi di Capodistria fu assegnato il territorio sloveno della ex-zona B, la parte della diocesi di Fiume in Slovenia e il territorio sloveno dell'Arcidiocesi di Gorizia. Il nuovo vescovo di Trieste fu mons. Lorenzo Bellomi, mentre il nuovo vescovo di Capodistria fu mons. Janez Jenko, gi amministratore apostolico. Il territorio della diocesi di Capodistria veniva cos a coincidere con i nuovi confini politici definitivamente sanciti con il Trattato di Osimo, sebbene di fatto facesse gi parte della Jugoslavia, prima dell'indipendenza slovena del 1991. Nel 1970 inizi a trasmettere TeleCapodistria, dopo che gi nel 1949 era sorta RadioCapodistria, organo della minoranza italiana, il cui segnale visibile in Italia, Slovenia e Croazia. Nel 2003 vi stata fondata l'Universit del Litorale che rappresenta, assieme al prestigioso Centro di Ricerche Scientifiche di Capodistria, il terzo polo universitario della Slovenia. Nel 2011 un referendum ha sancito l'autonomia comunale dell'insediamento di Ancarano.

Palazzo Pretorio (Capodistria)


Il palazzo Pretorio un palazzo di Capodistria, in Slovenia. In stile gotico veneziano, si trova nel centro cittadino nella storica piazza del Duomo, oggi piazza Tito (Titov Trg) ed attualmente il palazzo comunale della citt.

Storia
Sin dal 1254 attestata la presenza di un edificio comunale nella piazza centrale di Capodistria. Dopo una rivolta nel 1348 venne costruito un nuovo palazzo, ancora incompleto quando venne distrutto dall'incendio appiccato dai genovesi nel 1380. La costruzione dell'edificio attuale stata iniziata 1447 e poteva dirsi conclusa intorno alla met del XVI secolo. Fino alla caduta della repubblica di Venezia nel 1797 costituiva la sede del potere civile. Durante il periodo austriaco il sindaco risiedeva invece presso il palazzo dell'Armeria. Dopo l'indipendenza slovena iniziato un restauro, conclusosi nel 2001, che ha permesso il ritorno della sede comunale nell'edificio.

Descrizione
Il palazzo, che chiude il lato meridionale della piazza Tito, si presenta come una costruzione merlata a due piani con due torri alle estremit. Sulla facciata sono murate una statua romana di Cibele, quattro stemmi di podest veneziani, iscrizioni e leoni marciani. La merlatura risale al 1664. L'edificio presenta una scala esterna e sette arcate con una bocca di leone, un tempo usata per inserire fogli con denunce anonime nei confronti di cittadini o delle autorit pubbliche.

Trieste
Trieste ascolta[?info] (IPA: [triste][3], Trieste in dialetto triestino, Trst in sloveno[4], Triest in tedesco, Trieszt in ungherese) un comune italiano di 207.800 abitanti[5], capoluogo dell'omonima provincia e della regione Friuli-Venezia Giulia, e pi in particolare della regione storica e geografica della Venezia Giulia. il comune pi popoloso[6] e pi densamente abitato[7] della regione, oltre che il pi densamente abitato del Triveneto[8]. Trieste fa da ponte tra l'Europa occidentale e centro-meridionale, mescolando caratteri mediterranei ed europei. un importante snodo ferroviario e marittimo. Il suo porto, posto nel cuore del continente europeo, fu il principale sbocco marittimo dell'Impero Asburgico, che ne istitu il porto franco nel 1719. Il porto franco venne mantenuto (con il nome di Porto Libero di Trieste) anche nel Trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate del 1947 con il quale veniva istituito il Territorio Libero di Trieste, e pi oltre anche nel 1954, quando il Governo Militare Alleato cedette l'amministrazione civile all'Italia in virt del Memorandum di Londra. Oggi uno snodo internazionale per i flussi di scambio terra-mare tra i mercati dell'Europa centro-orientale e l'Asia[9].

Storia
Per approfondire, vedi Storia di Trieste e Questione triestina.

Arco di Riccardo Dalla Preistoria alla colonizzazione romana

Sin dal II millennio a.C. il territorio della provincia di Trieste fu sede di importanti insediamenti protostorici, i castellieri, villaggi arroccati sulle alture e protetti da fortificazioni in pietra, i cui abitanti appartenevano a popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fra il X e il IX secolo a.C. la popolazione autoctona entr in contatto con un'altra etnia indoeuropea, i (Venetici, Heneti o Eneti), da cui venne notevolmente influenzata sotto il profilo culturale. Il nome Tergeste di origine preromana, con base preindoeuropea: terg = mercato, ed il suffisso este, tipico dei toponimi venetici[12]. In alternativa, si ritrova proposta l'origine latina del nome "tergestum" (riportata dal geografo di et augustea Strabone), legata al fatto che i legionari romani dovettero combattere tre battaglie per avere ragione delle popolazioni indigene ("Ter-gestum bellum", dal latino "ter" = tre volte e "gerere bellum" = far guerra, cui il participio passato da "gestum bellum"). Con le conquiste militari dell'Illiria da parte dei Romani, i cui episodi pi salienti furono la guerra contro la pirateria degli Istri del 221 a.C., la fondazione di Aquileia nel 181 a.C. e la guerra istrica

del 178-177 a.C., ebbe inizio un processo di romanizzazione ed assimilazione delle popolazioni preesistenti. Tergeste fu colonizzata alla met del I secolo a.C. in epoca cesariana (Regio X Venetia et Histria), ed probabile che la fortezza principale fosse situata sulle pendici del colle di San Giusto.

Teatro Romano

I Tergestini sono menzionati nel De bello Gallico di Giulio Cesare, a proposito di una precedente invasione forse di Giapidi: "Chiam T. Labieno e mand la legione quindicesima (che aveva svernato con lui) nella Gallia Cisalpina, a tutela delle colonie dei cittadini romani, per evitare che incorressero, per incursioni di barbari, in qualche danno simile a quello che nell'estate precedente era toccato ai Tergestini che, inaspettatamente, avevano subito irruzioni e rapine. (CAES. Gall. 8.24). Tergestum fu citata poi da Strabone[13], geografo attivo in et augustea, che la defin come phrourion (avamposto militare) con funzioni di difesa e di snodo commerciale. Tergeste si svilupp e prosper in epoca imperiale, imponendosi come uno dei porti pi importanti dell'alto Adriatico sulla via Popilia-Annia[senza fonte]. Il nucleo abitativo nel 33 a.C. venne cinto da alte mura (ancora visibile la porta meridionale, il cosiddetto Arco di Riccardo) da Ottaviano Augusto (murum turresque fecit) e venne arricchito da importanti costruzioni quali il Foro ed il Teatro.
Il Medioevo

Per approfondire, vedi Dominio vescovile a Trieste 948-1295.

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Trieste pass sotto il controllo dell'impero bizantino fino al 788, quando venne occupata dai franchi. Nel 1098 risultava gi diocesi vescovile con il nome latino di Tergestum. Nel XII secolo divenne un Libero Comune.

Dopo secoli di battaglie contro la rivale Venezia, nel 1283 la citt fu occupata dai Veneziani, ma le truppe Goriziane e quelle Patriarcali la riconquistarono. Successivamente Trieste si pose sotto la protezione (1382) del duca d'Austria conservando per una notevole autonomia fino al XVII secolo.
Passaggio all'Austria e porto franco

Per approfondire, vedi Impero austriaco e Citt imperiale di Trieste e dintorni.

Mappa del 1794

Castello di Miramare

Nel 1719 divenne porto franco e, in quanto unico sbocco sul mare Adriatico dell'Impero Austriaco, Trieste fu oggetto di investimenti e si svilupp moltissimo, passando dai 3000 abitanti di inizio Settecento a pi di 200.000 ad inizio Novecento e diventando, nel 1867, capitale della regione del cosiddetto "Litorale Adriatico" dell'impero (l'Adriatisches Kstenland). In questo periodo nacque e prosper una nuova borghesia mercantile arricchitasi grazie al commercio marittimo. La citt consolid una particolare fisionomia urbanistica che in parte la caratterizza ancora oggi e che risulta di grande effetto per chi la visita per la prima volta. Grazie al suo status privilegiato di unico porto commerciale della Cisleithania e primo porto dell'Austria-Ungheria, Trieste divenne una citt fortemente cosmopolita, plurilingue e plurireligiosa, come dimostra il censimento del comune del 31 dicembre 1910: quasi due terzi degli abitanti (64,7%) era italofona -pi della met della popolazione urbana residente (51.8%) a cui si aggiungevano gli italiani compresi nella comunit straniera (12,9%)- il 24,8% era di lingua slovena, il 5,2% di lingua tedesca, mentre si contavano molte comunit minori (i serbi, i croati, gli armeni, gli ebrei, i greci, gli ungheresi, gli inglesi o gli svizzeri). Nel XVIII secolo in citt il dialetto triestino (idioma settentrionale di tipo veneto[14]) sostitu il tergestino, l'antico dialetto locale di tipo retoromanzo. Il triestino, parlato anche da

scrittori e filosofi, continua ad essere tuttora l'idioma pi usato in ambito familiare e in molti contesti sociali di natura informale e talvolta anche formale, affiancandosi, in una situazione di diglossia, all'italiano, lingua amministrativa e principale veicolo di comunicazione nei rapporti di carattere pubblico.

Trieste nel 1885

Mappa austriaca di Trieste (1888) L'Irredentismo e la prima unione all'Italia

Per approfondire, vedi Italia irredenta e Austria-Ungheria.

Trieste fu, con Trento, oggetto e al tempo stesso centro di irredentismo, movimento che, negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del XX aspirava ad un'annessione della citt all'Italia. Ad alimentare l'irredentismo triestino erano soprattutto le classi borghesi in ascesa (ivi compresa la facoltosa colonia ebraica), le cui potenzialit ed aspirazioni politiche non trovavano pieno

soddisfacimento all'interno dell'Impero austro-ungarico. Quest'ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo (verbali del consiglio dei ministri imperiali asburgici del 1866, dopo la perdita di Venezia, per ridurre dove possibile l'influenza dell'elemento italiano, in favore di quello germanico o slavo quando questi fossero presenti) che viveva sia in citt che in quelle zone multietniche che costituivano il suo immediato retroterra (che inizi ad essere definito in quegli anni con il termine di Venezia Giulia). L'imperatore Francesco Giuseppe ordin infatti una politica di "germanizzazione" e "slavizzazione" che andava contro gli Italiani che vivevano nel suo impero. Il sovrano ordin: "si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione [Germanisierung oder Slawisierung] di detti territori [...], con energia e senza scrupolo alcuno": cos recitava il verbale del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il termine "Litorale" era impiegato nell'amministrazione asburgica per indicare la Venezia Giulia, quindi anche Trieste.[15] Il verbale di questo Consiglio della Corona asburgico del 12 novembre 1866, con le direttive di germanizzazione e slavizzazione, ben conosciuto da molti storici, tanto da essere stato spesso citato nella storiografia.[16] Un inquadramento della decisione imperiale e delle sue conseguenze all'interno d'una prospettiva dei rapporti diplomatici fra Italia ed Austria si ritrova nello studio di Massimo Spinetti, ex Ambasciatore italiano a Vienna.[17] Si ebbero inoltre altre iniziative repressive o discriminatorie nei confronti degli italiani[18], fra cui anche episodi di violenza e vittime. A Trieste tra il 10 e il 12 luglio 1868, si ebbero violenze sugli Italiani da parte di soldati asburgici arruolati fra gli sloveni locali, che provocarono diversi morti e un gran numero di feriti fra gli italiani. Una delle vittime, Rodolfo Parisi, fu massacrato con 26 colpi di baionetta.[19] L'impero cerc inoltre di diffondere il pi possibile scuole tedesche (esistevano scuole medie tedesche anche a Trieste, come in molte altre localit limitrofe) od in alternativa slovene e croate, tagliando i fondi alle scuole italiane od anche proibendone la costruzione, proprio per cancellare la cultura italiana, cos come avveniva negli stessi anni in Dalmazia. Gli stessi libri di testo furono sottoposti a rigide forme di censura, con esiti paradossali, come l'imposizione di studiare la letteratura italiana su testi tradotti dal tedesco o la proibizione di studiare la stessa storia di Trieste, perch ritenuta "troppo italiana".[20] L'autonomia triestina venne ad essere drasticamente ridotta dal "centralismo viennese" che "aveva attentato" sin dal 1861 "ai resti della vita autonomistica, specialmente a Trieste".[21] Infatti, era volont del governo austriaco di "indebolire i poteri e la forza politica ed economica del comune di Trieste controllato dai nazionali-liberali Italiani, ritenendolo giustamente il cuore del liberalismo nazionale in Austria e delle tendenze irredentiste".[22] Questo prevedeva anche la recisione degli "stretti rapporti politici, culturali e sociali fra i liberali triestini e l'Italia".[23] Poich all'interno della comunit ebraica triestina erano diffuse idee irredentiste e filoitaliane, le autorit imperiali cercarono anche di diffondere l'antisemitismo in funzione antirredentista ed antitaliana.[24] Fra le molte misure di germanizzazione e slavizzazione forzata promosse dal governo e dall'amministrazione austriaca vi furono le espulsioni di massa imposte dalle autorit di polizia e dal governatore asburgico di Trieste, principe Hohenlohe, che provocarono complessivamente la fuoriuscita forzata di circa 35.000 italiani da Trieste fra il 1903 ed il 1913.[25] Nel 1913, dopo un altro decreto del principe Hohenlohe che prevedeva espulsioni d'italiani, i nazionalisti slavi suoi sostenitori tennero un pubblico comizio contro l'Italia, per poi svolgere una manifestazione al grido di Viva Hohenlohe! Abbasso l'Italia! Gli Italiani al mare! e tentando poi di assaltare lo stesso Consolato italiano.[26]

Aree linguistiche nell'Impero Austro-Ungarico in base al censimento del 1910

I timori della comunit italiana di Trieste sono ad inizio Novecento accresciuti dalla conoscenza di quanto era avvenuto in Dalmazia, con il calo dell'italianit dalmata che percepito drammaticamente dagli altri adriatici e soprattutto dai triestini, che lo attribuiscono all'aggressivo espansionismo slavo-meridionale e all'intervento governativo, cosicch vedono nella situazione della Dalmazia "quasi l'anticipazione di quello che in futuro avrebbe potuto verificarsi a Trieste.[27] Sorsero all'epoca anche timori riguardo all'eventualit che l'impero favorisse l'immigrazione slava a Trieste. Per portare un esempio specifico, la Luogotenenza imperiale cerc d'inserire nell'elenco degli scaricatori del porto di Trieste degli sloveni residenti in altri Comuni del Carso e della Carniola.[28] In realt agli inizi del Novecento il gruppo etnico sloveno era in piena ascesa demografica, sociale ed economica, e, secondo il discusso censimento del 1910, costituiva circa la quarta parte dell'intera popolazione triestina. Ci spiega come l'irredentismo assunse spesso, nella citt giuliana, dei caratteri marcatamente anti-slavi che vennero perfettamente incarnati dalla figura di Ruggero Timeus. La convivenza fra i vari gruppi etnici che aveva da secoli contraddistinto la realt sociale di Trieste (e di Gorizia) sub, pertanto, un generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.

Litorale austriaco fino alla prima guerra mondiale (1918)

Modifiche dei confini dalla prima guerra mondiale ad oggi

Nel 1918 il Regio esercito entr a Trieste acclamato dalla maggioranza della popolazione, che era di sentimenti italiani. La sicura imminente annessione della citt e della Venezia Giulia all'Italia, fu per accompagnata da un ulteriore inasprimento dei rapporti tra il gruppo etnico italiano e quello sloveno, traducendosi talvolta anche in scontri armati. Il giorno 13 luglio 1920, in seguito agli Incidenti di Spalato che avevano causato due vittime fra i militari italiani e una vittima tra i nazionalisti croati, il Fascio Triestino di Combattimento guidato da Francesco Giunta convoc una manifestazione in Piazza dell'Unit. Durante il comizio scoppiarono gravi tumulti, contraddistinti da un marcato carattere anti-slavo, nel corso dei quali, agendo secondo un piano preordinato, un gruppo di squadristi triestini prese d'assalto l'Hotel Balkan, ove aveva sede il Narodni dom (Casa Nazionale), centro culturale degli sloveni e delle altre nazionalit slave locali, e lo diede alle fiamme.[29] Il rogo...mostra con le fiamme, che ben si possono scorgere da diversi punti della citt, la forza del fascismo in attesa[30]. Con la firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, Trieste pass definitivamente all'Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell'ex Principesca Contea di Gorizia e Gradisca, dell'Istria e della Carniola.

Il Faro della Vittoria. Il primo dopoguerra e il periodo interbellico

Il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu segnato da numerose difficolt per Trieste. L'economia della citt fu colpita infatti dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffr soprattutto l'attivit portuale e commerciale, ma anche il settore finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambi anche la propria configurazione linguistica e culturale.

Volantino distribuito dai fascisti

Quasi la totalit della comunit germanofona lasci infatti la citt dopo l'annessione all'Italia. Con l'avvento del fascismo l'uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito e vennero chiuse le scuole, i circoli culturali e la stampa della comunit slovena. Moltissimi sloveni (circa il 10%) emigrarono nel vicino Regno di Jugoslavia. Un fenomeno analogo si era avuto, poco prima, ma in senso inverso, con la fuga dei dalmati italiani dalle loro ataviche terre, dinnanzi alle persecuzione attuate dai serbocroati, una volta che la Dalmazia era stata annessa al regno di Jugoslavia. Dalla fine

degli anni venti, cominci l'attivit sovversiva dell'organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino. Nonostante i problemi economici e il teso clima politico, la popolazione della citt crebbe negli anni venti del Novecento, grazie soprattutto all'immigrazione da altre zone dell'Italia. La prima met degli anni trenta furono invece anni di ristagno demografico, con una leggera flessione della popolazione dell'ordine di circa l'1% su base quinquennale (nel 1936 si contarono infatti quasi duemila abitanti in meno che nel 1931). Nello stesso periodo, e successivamente, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, furono portate avanti alcune importanti opere urbanistiche; tra gli edifici pi rilevanti vanno ricordati il palazzo dell'Universit e il Faro della vittoria. Con l'introduzione delle leggi razziali fasciste del 1938, la vita culturale ed economica della citt sub un ulteriore degrado dovuto all'esclusione della comunit ebraica dalla vita pubblica.
L'occupazione tedesca

Nel periodo che va dall'armistizio (8 settembre 1943) all'immediato dopoguerra, Trieste fu al centro di una serie di vicende che hanno segnato profondamente la storia del capoluogo giuliano e della regione circostante e suscitano tuttora accesi dibattiti. Nel settembre del 1943 la Germania nazista occup senza alcuna resistenza la citt che venne a costituire, insieme a tutta la Venezia Giulia una zona di operazioni di guerra, l'OZAK (Operationszone Adriatisches Kstenland), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Egli toller in citt la ricostituzione di una sede del PFR, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un'esigua forza di militari italiani al comando del generale della GNR Giovanni Esposito e l'insediamento di un reparto della Guardia di Finanza. Si riserv per la nomina del podest, nella persona di Cesare Pagnini, e del prefetto della provincia di Trieste, Bruno Coceani, entrambi ben accetti ai fascisti locali, alle autorit della RSI e allo stesso Mussolini, che conosceva personalmente Coceani.

Risiera di San Sabba: il luogo dove si trovava il forno crematorio

Durante l'occupazione nazista la Risiera di San Sabba - oggi Monumento Nazionale e museo venne destinata a campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e per detenuti politici, partigiani italiani e slavi. Le autorit tedesche commisero nei confronti della popolazione civile numerosi crimini; la maggior parte di questi furono compiuti nella stessa Trieste. Il 3 aprile 1944 i nazisti fucilarono al poligono di Opicina 71 ostaggi, scelti a caso tra i detenuti delle carceri triestine, per rappresaglia allo scoppio di una bomba ad orologeria, che il giorno precedente, in un cinema di Opicina, aveva provocato la morte di 7 militari germanici. I cadaveri degli ostaggi vennero utilizzati per collaudare il nuovo

forno crematorio costruito in Risiera, che da allora, fino alla data della liberazione, fu adoperato per bruciare i corpi di oltre 3500 prigionieri della Risiera, soppressi direttamente dal personale carcerario ivi operante. La Risiera, oltre ad essere usata come campo di smistamento di oltre 8000 deportati provenienti dalle Provincie orientali destinati agli altri campi di concentramento nazisti, fu adoperata in parte anche come luogo di detenzione, tortura ed eliminazione di prigionieri sospettati di attivit sovversiva nei confronti del regime nazista. La presenza del forno crematorio nella Risiera testimonia che non fu utilizzata solo come luogo di smistamento e di detenzione di prigionieri, ma anche come campo di sterminio. Si tratta dell'unico campo di concentramento nazista presente in territorio italiano. In seguito al decesso di 5 tedeschi morti in un attentato partigiano al circolo Soldatenheim nel palazzo Rittmeyer di via Ghega le autorit militari tedesche, per rappresaglia, uccisero nello stesso stabile 51 ostaggi scelti a caso tra i detenuti del carcere triestino del Coroneo [31] In seguito, nei primi anni cinquanta la Risiera fu usata come campo profughi per gli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dai territori passati alla sovranit jugoslava.
L'occupazione jugoslava

L'insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu contraddistinta da uno svolgimento anomalo. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l'eccezione dei comunisti, proclam l'insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani jugoslavi con l'appoggio del PCI attaccarono dall'altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull'altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in citt. Tutto il resto della citt fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l'arrivo del generale Freyberg. Le brigate partigiane jugoslave di Tito erano gi giunte a Trieste il 1 maggio e i suoi dirigenti convocarono in breve tempo un'assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani. Questa assemblea proclam la liberazione di Trieste, cos presentando i partigiani di Tito come i veri liberatori della citt agli occhi degli alleati spingendo i partigiani non comunisti del CLN a rientrare nella clandestinit. Gli jugoslavi esposero sui palazzi la bandiera jugoslava, il Tricolore italiano con la stella rossa al centro e le bandiere rosse con la falce e martello. Le brigate jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo-americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unit partigiana italiana inserita nell'Esercito jugoslavo, mandate invece a operare altrove, bench molti triestini (italiani e sloveni) vi fossero compresi. Gli alleati (nello specifico la Seconda divisione neozelandese, che fu la prima ad arrivare in citt), riconobbero che la liberazione era stata compiuta dai partigiani di Tito e in cambio chiesero e ottennero la gestione diretta del porto e delle vie di comunicazione con l'Austria (infatti, non essendo ancora a conoscenza del suicidio di Hitler, gli angloamericani stavano preparando il passo ad un'invasione dell'Austria e quindi della Germania). L'esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nomin un Commissario Politico, Franc toka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall'autorit jugoslava a Trieste, il Comando Citt di Trieste (Komanda Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo[32]. Limitarono la circolazione dei veicoli e prelevarono dalle proprie case numerosi cittadini, sospettati di nutrire scarse simpatie nei confronti della ideologia che guidava le brigate

jugoslave. Fra questi non vi furono solo fascisti o collaborazionisti, ma anche combattenti della Guerra di Liberazione. Un memorandum statunitense dell'8 maggio recitava:
A Trieste gli jugoslavi stanno usando tutte le familiari tattiche di terrore. Ogni italiano di una qualche importanza viene arrestato. Gli Jugoslavi hanno assunto un controllo completo e stanno attuando la coscrizione degli italiani per il lavoro forzato, rilevando le banche e altre propriet di valore e requisendo cereali e altre vettovaglie in grande quantit. (Il memorandum stilato dal Dipartimento di Stato USA in data 8 maggio 1945 [33])

L'otto maggio proclamarono Trieste citt autonoma in seno alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore italiano con la stella rossa al centro. La citt visse momenti difficili, di gran timore, con le persone dibattute tra idee profondamente diverse: l'annessione alla Jugoslavia o il ritorno all'Italia. In questo clima si verificarono confische, requisizioni e arresti sommari. Vi furono anche casi di vendette personali, in una popolazione esasperata dagli eventi bellici e dalle contrapposizioni del periodo fascista. Invano i triestini sollecitarono l'intervento degli Alleati. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull'occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Josip Broz Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l'accordo con il generale Alexander che port le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della Citt e del suo hinterland.
Dal Governo Militare Alleato ai giorni nostri

Manifesto propagandistico del piano Marshall, lo stemma vicino al tricolore italiano rappresenta Trieste (erroneamente colorato in azzurro in luogo del rosso)

Con il Trattato di Parigi (1947), Trieste divenne una citt stato indipendente sotto la protezione delle Nazioni Unite con il nome di Territorio libero di Trieste (TLT). Il territorio fu diviso in due zone amministrative: la Zona A che includeva la citt di Trieste veniva temporaneamente amministrata dagli Angloamericani e la Zona B che comprendeva la costa istriana settentrionale, temporaneamente amministrata dall'esercito jugoslavo. Con il Memorandum di Londra (1954) l'amministrazione della Zona A pass all'Italia in sostituzione degli eserciti angloamericani. Nel 1975, con la sottoscrizione del Trattato di Osimo, l'Italia e la Jugoslavia convennero di dare forma definitiva alla divisione tramite l'attribuzione definitiva dei due territori ai rispettivi paesi. Nel 1963 Trieste divenne capoluogo della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia. Nel 2004, assieme ad altri Paesi, la Slovenia entra a far parte dell'Unione Europea e solo 3 anni pi tardi la vicina Repubblica aderisce ai trattati di Schengen, facendo perdere quindi a Trieste la sua decennale posizione di citt di confine.

Grotte di Postumia
Le Grotte di Postumia (Postojnska jama in sloveno, Adelsberger Grotten in tedesco) sono un complesso carsico della Slovenia, classico esempio di carsismo, situato alla periferia della citt di Postumia.

Morfologia
Le Grotte di Postumia sono un intreccio di oltre 21 km di caverne e gallerie (scoperte fino ad oggi), dove in 185 anni sono passati oltre 30 milioni di visitatori. Sono le grotte pi estese del Carso, nonch le pi visitate d'Europa. Nel complesso idrografico della Piuca le caverne pi note sono le Grotte di Postumia, la Grotta di Otok, l'Abisso della Pivka, la Grotta Nera ed il Cavernone della Planina. Le caverne sono ricche di stalagmiti e stalattiti che si formano attraverso processi impercettibili a occhio, la cui formazione richiede migliaia di anni. Lo sviluppo di queste stalagmiti e stalattiti dovuto all'afflusso d'acqua contenente carbonato di calcio che si deposita formando le concrezioni. La temperatura media delle grotte di 8 C che aumenta leggermente d'estate e diminuisce un poco d'inverno. Il tasso di umidit invece parecchio elevato e solitamente si consiglia, a coloro che vogliono addentrarsi al loro interno, di vestire un impermeabile. In tutte le grotte necessaria la compagnia di una guida ed alcune aree, particolarmente ostili all'uomo, sono vietate alle visite di massa e possono essere visitate solo da gruppi di turisti pi ridotti, da 3 a 15 persone, dotati di casco, torcia, tuta e scarpe adatte. Il percorso maggiormente turistico, cio quello delle grotte di Postumia, composto da una parte di avvicinamento effettuata a bordo del trenino e quindi da un percorso guidato pedonale; la lunghezza di circa 10 km e la visita dura circa un'ora e mezza.

Fauna

Due esemplari di Proteus anguinus

La sala dei concerti, famosa per la sua particolare acustica, abbastanza grande da contenere diecimila persone

Gran parte della fauna che abitava le grotte era a lungo sconosciuta, eccetto il Proteus anguinus che era storicamente oggetto di superstizioni. da ricordare l'importanza di questo anfibio la cui esistenza limitata nella regione carsica. Luka e nel 1831 scopr un coleottero, Leptodirus hochenwartii. Questa scoperta incoraggi l'esplorazione della fauna cavernicola e il primo che si dedic a un'accurata ricerca fu Ferdinand Schmidt che diede al coleottero summenzionato il nome di "drobnovratnik" che, tradotto pressappoco in italiano significa "collominuto". Scopr anche il collembolo cavernicolo, lo pseudoscorpione e il crostaceo anfipode. Mentre il primo ragno trovato nelle grotte fu descritto dal naturalista danese J. C. Schidte. Nel tempo le ricerche hanno individuato la bellezza di 84 specie, di cui 36 terrestri e 48 acquatiche. Gran parte delle specie si ritirata dalle grotte visitate dai turisti, andandosi cos a rifugiare in quelle parte non aperte alle grandi masse. La speleofauna delle Grotte di Postumia risente molto dei fattori dell'inquinamento e del turismo. Per conoscere le specie esistenti si pu visitare il Vivaio del Proteus, aperto tutti i giorni.

Storia

Un'immagine delle esplorazioni del 1689

Le Grotte di Postumia erano conosciute gi dalla preistoria, quando fungevano come luogo di riparo dei primi uomini locali. Dal XIII secolo le grotte, invece, diventano luogo di visita, fatto che possiamo appurare notando delle firme incise sulle pareti interne, di cui la pi antica risale al 1213. Le prime descrizioni delle grotte vennero pubblicate nel 1689 nel Gloria del Ducato di Carniola da Janez Vajkard Valvasor che descrisse le Grotte di Postumia non solo come le pi grandi al mondo, ma anche come le pi mostruose. Dall'Impero Austriaco successivamente venne dato ordine al matematico J. N. Nagel di esplorare le grotte, tant' che ci pervenuta la mappa delle sue esplorazione fatte nel 1748. La caverne pi interessanti sono state scoperte da Luka e nel 1818 e da allora vennero aperte le grotte anche ai turisti. Nel 1872 venne costruita una rete ferroviaria a scartamento ridotto all'interno delle grotte e nel 1884 venne introdotta la corrente elettrica per l'illuminazione. Una cosa da sottolineare che le Grotte di Postumia sono le uniche al mondo dotate di un trenino.

Dopo il 1918, con l'annessione della zona all'Italia, venne dato un ulteriore impulso allo sviluppo turistico della grotta grazie all'opera di Luigi Vittorio Bertarelli, fondatore del Touring Club Italiano, a cui dedicato il tunnel artificiale di 500 mt che raggiunge la Grotta Nera. di quell'epoca anche la costruzione dell'ingresso monumentale alle grotte. Nel 1947, la zona di Postumia con le grotte fu, con le Alpi Giulie, ceduta alla Yugoslavia, e dal 1991 appartiene alla Slovenia. Il 18 Novembre 2012 le grotte hanno ospitato il sorteggio dei gironi per la fase finale di Eurobasket 2013; stata la prima volta che il sorteggio avvenuto sottoterra.

Basilica Eufrasiana
La Basilica Eufrasiana (croato: Eufrazijeva bazilika) una basilica paleocristiana nella citt di Parenzo in Istria (in croato Pore). Il complesso episcopale, inclusa parte della basilica stessa, una sacrestia, un battistero e la torre campanaria del vicino palazzo vescovile, uno dei migliori esempi di arte bizantina della regione. A causa del suo eccezionale valore stata inserita tra i patrimoni dell'umanit dell'UNESCO nel 1997. Ha dignit di Basilica minore.

Storia
La prima versione della basilica venne dedicata a San Mauro di Parenzo, e viene datata alla seconda met del IV secolo. Il pavimento mosaicato del suo oratorio, originariamente parte di una grande casa romana, ancora conservato nel giardino della chiesa. Questo oratorio venne ampliato nel corso dello stesso secolo trasformandolo in una chiesa composta da una navata ed un'abside (basilicae geminae). Il pesce (simbolo di Cristo) presente sul mosaico risale a quel periodo. Monete con l'effigie dell'imperatore Valente (365378), ritrovate nello stesso luogo, ne confermano la datazione. L'attuale basilica, intitolata alla Vergine Maria, venne eretta nel VI secolo durante la reggenza del vescovo Eufrasio (che viene definito "santo" sebbene non sia mai stato canonizzato). Venne costruita nel 553 sul sito dell'antica basilica che, per l'occasione, venne rasa al suolo. Per la costruzione vennero usate parti del precedente edificio, mentre i blocchi di marmo vennero importati dalla costa del Mar di Marmara. I mosaici sui muri vennero eseguiti da maestri bizantini, mentre quelli sul pavimento da artisti locali. La costruzione richiese circa 10 anni. Eufrasio, con in mano la basilica stessa, rappresentato su uno dei mosaici nell'abside, accanto a san Mauro.

Descrizione
La basilica fa parte di un complesso assieme al battistero ottagonale del VI secolo, a un campanile settecentesco, ad un atrio colonnato con alcune stele in pietra, ad una residenza del VI secolo e ad una cappella votiva. Le due absidi sono separate da una navata attraverso un colonnato in marmo greco riccamente scolpito con capitelli bizantini e romanici, decorati con immagini di animali. Tutti i capitelli

raffigurano il monogramma di sant'Eufrasio. Gli archi che collegano i capitelli sono decorati con stucco. La chiesa ospita anche preziosi oggetti sacri ed altri reperti di arte paleocristiana, bizantina e medievale. Una cappella votiva, adiacente alla sacrestia, contiene le reliquie di san Mauro e sant'Eleuterio.

Mosaici

Cristo ed i dodici apostoli

Il tesoro pi prezioso della basilica consiste nei suoi mosaici, databili al VI secolo, considerati tra i migliori esemplari di arte bizantina del mondo.[1] Il mosaico sull'arco di trionfo rappresenta il Cristo su un globo, con il Libro in mano che recita Ego sum Lux vera (Io sono la vera luce) e i dodici apostoli, sei per lato, ognuno recante una corona (come nei due Battisteri ravennati). Nell'intradosso sono rappresentati entro clipei l'Agnus Dei al centro e i busti di dodici sante martiri, sei per lato. Il mosaico del catino absidale raffigura la Vergine e il Bambino in trono, incoronata dalla mano di Dio che scende fra un mare di nuvolette, su uno sfondo totalmente dorato. una delle pochissime immagini rimaste della Madre di Dio in una basilica occidentale risalente ai primi anni del Cristianesimo (l'altra, di qualche decennio precedente, quella in Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna). Maria affiancata da angeli; alla sua destra l'arcidiacono Claudio, il vescovo Eufrasio che le offre un modello della basilica e San Mauro, primo vescovo di Parenzo e della diocesi d'Istria, martirizzato probabilmente al tempo delle persecuzioni di Dioclezano nei confronti dei cristiani [2]; alla sua sinistra tre santi locali, Sant'Elpidio, Sant'Eleuterio e San Proietto. C' anche un bambino tra Eufrasio e Claudio, accompagnato dall'iscrizione "Eufrasio, figlio dell'arcidiacono". Tutte le figure campeggiano su un prato fiorito.

Mosaico con Maria ed il bambino. Il secondo da sinistra sant'Eufrasio con il modello della basilica

I mosaici centrali tra le vetrate dell'abside rappresentano l'Annunciazione e la Visitazione. Nell'Annunciazione un angelo alza la mano per indicare un messaggio, Maria indossa una veste blu porporata ed un velo ed sorpresa dall'annuncio nel momento in cui era dedita a lavori femminili (nella mano sinistra tiene un filo). Sul lato opposto un altro pannello a mosaico con la Visitazione di Maria a Elisabetta. Una piccola figura femminile osserva da dietro una casa. Nei pannelli pi stretti campiti fra le finestre sono rappresentati San Giovanni Battista, Zaccaria e un Angelo. Nell'abside settentrionale le figure rappresentate sono probabilmente i Santi Cosma e Damiano, nell'abside meridionale ci sono Orso di Ravenna (o altro vescovo di Ravenna) e Severo. La decorazione musiva della basilica eufrasiana una delle pi importanti rappresentazioni dell'arte giustinianea adriatica rimaste fuori di Ravenna, e certamente vi lavorarono quipe di artisti ravennati, chiamati appositamente dal vescovo Massimiano.

Ciborio

Il muro frontale dell'abside contiene una stretta banda decorata con preghiere di Eufrasio e altre sue opere. La parte inferiore decorata con pietre incrostate di madreperla. Una parte di queste rappresenta i primi esempi di boiserie. Per la precisione sono 21 pannelli con 11 diverse decorazioni. Al centro si trova il trono del vescovo, con due candelabri al fianco.

Ciborio
L'abside dominata dal ciborio in marmo, costruito nel 1277 per ordine di Otto, vescovo di Parenzo. Il baldacchino, decorato con mosaici, sostenuto da quattro colonne in marmo appartenenti al precedente ciborio del VI secolo. La parte frontale del baldacchino raffigura l'Annunciazione. Lo stile musivo di questa decorazione tradisce una netta impronta veneta, che rivela un linguaggio consonante a quello protopaleologo di provincia, con figure placide e stagliate

nella loro elegante monumentalit, assimilabile a quello delle maestranze che lavorarono alle ultime cupole con le storie di Giuseppe e Mos nel nartece nord di San Marco a Venezia [3].

Altre opere figurative


Nel XV secolo il vescovo Giovanni VI ordin dall'Italia una scultura rinascimentale per il paliotto dell'altare in argento dorato. Il polittico del pittore veneziano Antonio Vivarini dello stesso periodo. L'ultima cena del pittore Jacopo Palma il Giovane in stile barocco.

Fiume (Croazia)
Fiume (in croato Rijeka, in ungherese Fiume (originariamente Szentvit), in sloveno Reka; in tedesco Sankt Veit am Flaum o Pflaum (ormai desueto, gli si preferisce l'endonimo Rijeka), nei dialetti locali croati Reka o Rika. 128.735 ab. nel 2011, situata sull'Adriatico (Golfo del Quarnero), la terza citt della Croazia per popolazione dopo Zagabria e Spalato, sede universitaria ed arcivescovile. Gi appartenente all'Impero austro-ungarico (dal 1779 al 1919), Stato libero di Fiume dal 1920 al 1924 e italiana dal 1924 al 1947 (capoluogo dell'omonima provincia), dal 1947 al 1992 fece parte della Jugoslavia; croata dal 1991. Il suo toponimo latino originario Tarsatica (da cui il nome del rione Tersatto); successivamente si chiam Vitopolis e Flumen.

Storia
Dai Romani agli Asburgo

Il posto dell'odierna citt era anticamente abitato dalla trib illirica dei Liburni: conquistato dalle legioni della Repubblica Romana nel 60 a.C. fu fondato il municipio con il nome di Tarsatica. Nel medioevo la citt pass sotto il successivo controllo franco, croato e del vescovo di Pola dal 1000: in questo periodo la citt si govern da comune autonomo raggiungendo una notevole prosperit commerciale favorendo anche l'immigrazione di mercanti italiani. Fiume poi divent ungherese prima di finire all'Austria degli Asburgo nel 1471. Nel XVII secolo il commercio fiumano si estese sino in Puglia quindi aument l'immigrazione marchigiana e veneta. La Repubblica di Venezia non ne ebbe mai il controllo se non per una brevissima parentesi nel 1508 ma la distrusse due volte. Tra le tante lingue parlate in citt si us, sino alla fine della seconda guerra mondiale, il fiumano, ossia il veneziano "de mar", del quale esiste anche un dizionario fiumano/italiano ed una parlata tuttora usata dai membri della minoranza italiana. Ma la lingua originale di Fiume, che ne implica la sua latinit originaria, sembra fosse il quarnerino, dialetto della famiglia ladina, parlato, sembra, fino al XIX secolo anche se non ha lasciato tracce scritte.

Torre civica

Dal 1471 fino al 1648, Fiume fece parte integrante dell'austriaco Ducato di Carniola, dopo divenne citt direttamente inclusa nella provincia dell'Austria inferiore con capoluogo Graz. L'imperatrice d'Austria Maria Teresa la cedette al Regno di Croazia e mediante esso a quello d'Ungheria nel 1776, e dopo nel 1779 fu annessa quale Corpus Separatum dominio diretto del Regno d'Ungheria. Costituita come porto franco nel 1719, pass tra il XVIII e il XIX secolo da mano austriaca a francese, di nuovo austriaca, quindi croata ed ungherese sinch venne unita, come Corpus Separatum, a quest'ultimo regno per la terza e ultima volta nel 1870.

Mappa asburgica di Fiume (1890)

Sotto il governo ungherese la citt prosper in un clima di generale tolleranza e collaborazione tra i vari gruppi etnici. Il notevole sviluppo portuale, l'espansione generale dei commerci internazionali, il collegamento della citt (1873) alle ferrovie austriache e ungheresi, contribuirono alla rapida crescita demografica: dai 21.000 abitanti del 1880 agli oltre 50.000 del 1910.
La prima guerra mondiale e la questione di Fiume

Per approfondire, vedi Impresa di Fiume.

La sconfitta dell'impero austro-ungarico nella prima guerra mondiale e la sua conseguente disintegrazione portarono alla costituzione di due amministrazioni rivali (italiana e croata), in quanto sia l'Italia sia il nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia)

rivendicavano la sovranit sulla citt. La confusione era accresciuta dal fatto che il Patto di Londra, stipulato fra l'Italia e le potenze dell'Intesa non prevedeva l'assegnazione della citt all'Italia in quanto Fiume sarebbe dovuta rimanere l'unico porto in mano all'Impero Austro-Ungarico, del quale, nel 1915, non si poteva prevedere la dissoluzione. Dopo una breve occupazione italiana, una forza internazionale anglo-franco-statunitense ri-occup la citt (novembre 1918), ed il suo futuro venne discusso alla conferenza di pace di Parigi (1919).
La maggioranza italiana in citt

L'Italia avanzava le sue rivendicazioni in quanto la maggioranza della popolazione del "corpus separatum" era italiana, mentre gli iugoslavi replicavano asserendo che l'area rurale circostante Fiume fosse a maggioranza slava. Il confine tra il "corpus separatum" e l'area circostante era delimitato dalla Fiumara (detta anche Eneo, l'antico porto cittadino) ed il primo sobborgo ad est della citt (Suak, in italiano Sussa o Sussak di Fiume, oggi quartiere cittadino) era a maggioranza croata. Inoltre gi nell'ottobre 1918 a Fiume si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l'annessione all'Italia.[4] di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. A Fiume, gi ad aprile Giovanni Host-Venturi inizi a creare una Legione fiumana costituita da volontari per difendere la citt in particolare dal contingente francese particolarmente filo-iugoslavo.[5] A Fiume ci si trasferiva dall'Italia anche per godere di libert e diritti che non erano concessi all'interno dei confini del Regno come, ad esempio, la possibilit di divorziare.[6] Tuttavia il Governo italiano non permetteva di ottenere nuovamente la cittadinanza italiana a chi vi avesse rinunciato al fine di conseguire il divorzio all'estero (allora non previsto dalle leggi italiane) e tra questi numerosi erano gli italiani che avevano acquistato la cittadinanza fiumana, a discapito di quella italiana, proprio a tal fine.[6] Anche il premio Nobel Guglielmo Marconi e la sua prima moglie, l'irlandese Beatrice O'Brien divorziarono il 12 febbraio 1924 nella citt libera di Fiume. Solo nel 1924, con la definitiva annessione, tutti i fiumani giunti dall'Italia poterono riacquistare la cittadinanza italiana.[6]
Reggenza Italiana del Carnaro

Per approfondire, vedi Reggenza Italiana del Carnaro.

I negoziati si interruppero bruscamente quando, il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani composta da circa 2500 legionari, guidata dal famoso poeta Gabriele d'Annunzio, partita da Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari in ricordo dell'impresa di Fiume), occup la citt chiedendo l'annessione all'Italia. Ai costanti rifiuti del governo italiano D'Annunzio si risolse a proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro. L'ispirazione ideologica nazionalista di tale Stato lo ha fatto considerare da alcune correnti storiografiche come un possibile modello di riferimento per il regime fascista in Italia, che riprese alcuni dei suoi aspetti. Alcuni storici, come diverse fonti, sostengono che i primi ad adottare il saluto romano furono proprio l'immaginifico scrittore ed i suoi seguaci a Fiume. L'italianit della citt era rivendicata con orgoglio dagli stessi abitanti, i quali erano per la maggior parte italiani (nei risultati del censimento ungherese del 1910: il 48,6% di lingua materna italiana; il restante 51,4% era diviso in varie etnie.

Nel censimento promosso dal Consiglio Nazionale Italiano cittadino nel 1918, su una popolazione totale leggermente diminuita: 62,4% italofoni; 37,6% altri). Correnti storiografiche pi recenti e pi approfondite (tra i quali Francescangeli e Salaris) ricordano il contenuto Libertario e Democratico della Libera Repubblica di Fiume, la cui costituzione fu redatta da Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario e sarebbe pi avanzata in senso democratico e progressista della stessa Costituzione Italiana. Lo stesso Lenin sostenne la Reggenza dannunziana, e come rifer Nicola Bombacci, contestando l'inattivit dei socialisti italiani defin polemicamente D'Annunzio come l'unica persona in grado di portare avanti la rivoluzione in Italia.[7]. L'appoggio leninista venne ricambiato: la Reggenza del Carnaro fu infatti il primo regime al mondo a riconoscere l'Unione Sovietica. Bisogna anche ricordare che il mercantile Persia con 1300 tonnellate di armamenti da portare ai controrivoluzionari russi fu abbordato dal capitano Giulietti e gli uscocchi di d'Annunzio e fu dirottato a Fiume, accolto dal d'Annunzio stesso con tutti gli onori.
Il Trattato di Rapallo e la costituzione dello Stato Libero di Fiume

Per approfondire, vedi Trattato di Rapallo (1920), Stato libero di Fiume e Natale di sangue.

Carlo Sforza

Con l'insediamento al governo di Giovanni Giolitti (15 aprile 1920), il Ministero degli Esteri italiano fu affidato a Carlo Sforza. Diplomatico di carriera, Sforza si adoper affinch i rapporti tra l'Italia e il governo jugoslavo, nonostante l'iniziativa d'annunziana, si avviassero verso la normalizzazione. I due governi, infatti, decisero di incontrarsi in territorio italiano, a partire dal 7 novembre 1920, nella Villa Spinola (oggi conosciuta anche come Villa del trattato), presso Rapallo. Le trattative durarono pochi giorni e il 12 novembre 1920, con la sottoscrizione del trattato di Rapallo, l'Italia e il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni riconobbero consensualmente Fiume come stato libero e indipendente e stabilirono i propri confini (fissati esattamente allo spartiacque delle Alpi Giulie). In base all'art. IV del Trattato lo Stato libero di Fiume aveva per territorio il cosiddetto "Corpus separatum", "delimitato dai confini della citt e del distretto di Fiume", ed un'ulteriore striscia che le avrebbe garantito la continuit territoriale con il Regno d'Italia. Le parti si accordarono, inoltre, per la costituzione di un Consorzio italo-slavo-fiumano per la gestione del porto della citt adriatica, a tutela del suo sviluppo in collegamento con l'entroterra. La citt di Fiume acquisiva, quindi, uno status internazionale simile a un Principato di Monaco italofono sul Mare Adriatico[8].

Al rifiuto di D'Annunzio, di lasciare la "Reggenza", Fiume fu completamente circondata e il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l'attacco che provoc una cinquantina di vittime (Natale 1920) e l'allontanamento dei legionari (Natale di sangue). Lo Stato libero di Fiume pot cos essere costituito, con a capo l'autonomista Riccardo Zanella.
Fiume italiana

Il 3 marzo 1922, esponenti in parte fascisti e in parte ex legionari dannunziani, aderenti al movimento politico dei Blocchi Nazionali, destituirono il governo di Riccardo Zanella. Dopo varie vicissitudini il governo italiano decise di inviare a Fiume il generale Gaetano Giardino che dal 17 settembre 1923 divenne governatore militare con il compito di tutelare l'ordine pubblico. Successivamente, con il Trattato di Roma, siglato il 27 gennaio 1924 veniva sancito il passaggio di Fiume all'Italia e il 16 marzo il re Vittorio Emanuele III giungeva nella citt. In base al trattato la citt veniva assegnata all'Italia, mentre il piccolo entroterra con alcune periferie, Porto Baross, incluso nella localit di Sussak e le acque del fiume Eneo, cio l'intero alveo e il delta, venivano annessi alla Jugoslavia); il governo dello Stato Libero di Fiume consider tale atto giuridicamente inaccettabile continuando a operare in esilio. [[Immagine:Rijeka tra m old (3).jpg|thumb|right|250px|Un viale del centro cittadino in un periodo imprecisato[9]]] Gli accordi raggiunti vennero regolati con delle clausole da una Commissione mista per l'applicazione del trattato; tali clausole vennero ratificate dalla Convenzione di Nettuno il 20 luglio 1925.[10]. Dopo l'annessione al Regno d'Italia, Fiume divenne capoluogo di provincia, ovvero Fiume Provincia (FU).[11] Dal 1930 la denominazione venne cambiata in Provincia di Fiume/Provincia del Carnaro (FM). In quegli anni riprese i traffici il porto, che divenne scalo primario nell'Adriatico. Negli anni '30 si svilupp il settore industriale, grazie ai contributi dell'IRI. Durante la seconda guerra mondiale fu sede di un importante silurificio, che produceva la met dell'intera produzione italiana di siluri. [1] La Provincia di Fiume fu allargata nel 1941, includendo l'area della Kupa e le isole di Veglia ed Arbe. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Fiume fu occupata qualche settimana dai tedeschi, invece che dai croati di Ante Pavelic, quando nell'ottobre 1943 pass sotto la giurisdizione della RSI, fino all'agosto 1944, quando anche formalmente cess l'amministrazione italiana, nonostante truppe della repubblica di Sal restassero insieme all'amministrazione tedesca.

Bombardamenti aerei su Fiume nel 1944 da parte di aerei della RAF

L'annessione alla Jugoslavia

L'epilogo della seconda guerra mondiale vide ancora una volta il destino della citt determinato da una combinazione di forza e diplomazia. Questa volta le truppe jugoslave avanzarono ai primi di maggio del 1945 fino a Trieste, Fiume fu presa il 3 maggio, e la situazione fu formalizzata dal Trattato di Pace di Parigi dalle forze alleate il 10 febbraio 1947: i diplomatici presero atto dello stato di fatto. Da Fiume scapp la maggioranza della popolazione, in prevalenza italiana: l'esodo si concluse nei primi anni cinquanta e coinvolse oltre quarantamila cittadini (pi del 70% della popolazione precedente il 1945). Circa 600 furono i civili italiani che scomparvero nel biennio 1945-1947 ad opera del regime jugoslavo. [2] Alla fine degli anni quaranta la zona del Golfo di Fiume venne ripopolata massicciamente con abitanti provenienti dalle pi disparate regioni della nuova Jugoslavia di Tito. Il primo decennio del dopoguerra fu molto difficile: le distruzioni operate dai tedeschi si accompagnarono alla sparizione dell'intero ceto dirigente cittadino (eliminato o esodato), cui si aggiunse la fuga della massima parte degli impiegati, dei commercianti, degli operai del porto e delle fabbriche fiumane. Tutto ci caus un blocco quasi totale delle attivit cittadine, cui si cerc di ovviare anche col trasferimento a Fiume di gruppi di operai specializzati italiani di Monfalcone (fu il cosiddetto "controesodo"), attratti dal progetto di edificazione di una societ ispirata ai principi marxisti e fedeli al Partito Comunista Italiano e all'Unione Sovietica di Stalin. Per negli anni cinquanta i "monfalconesi" furono perseguitati dall'apparato jugoslavo dopo la rottura politica Tito/Stalin del 1948. All'inizio degli anni sessanta la citt ritrov lo slancio di un tempo, seguendo le sorti del porto, che divenne il maggiore scalo jugoslavo. Nel giugno 1991, in seguito alla guerra e alla disgregazione della Jugoslavia, Fiume entr a far parte dell'indipendente Croazia. La citt dovette sopportare nuovamente le difficili condizioni derivanti da una guerra, e immancabilmente il porto ne sub i peggiori contraccolpi: i traffici - gi colpiti dalla spaventosa crisi economico/finanziaria dell'ultima Jugoslavia - subirono un ulteriore tracollo, e per anni Fiume si resse con le provvidenze statali, col commercio e con la residua industria. La favorevolissima posizione geografica per, nel momento in cui le condizioni politiche interne ed internazionali resero la situazione pi tranquilla, permise a Fiume di riprendere in pochi anni il suo ruolo di porto principale della Croazia. La costruzione dell'autostrada Fiume-Zagabria e i vari progetti di sviluppo intrapresi dalla giovane Repubblica di Croazia dimostrano una volta in pi l'importanza strategica di Fiume nel contesto dell'intero bacino dell'Adriatico.

Lubiana
Lubiana (in sloveno Ljubljana[?info], pronuncia [ljubljana][2]; in tedesco Laibach; in latino Labacum, anticamente Aemona) la capitale della Repubblica Slovena fin dall'indipendenza (1991). Adagiata sul piccolo fiume Ljubljanica presenta un interessante centro storico in stile barocco e Art Nouveau. L'architettura della citt, ricca di case col tetto a punta, risente molto dell'influenza della vicina Austria. La citt divisa in 17 circoscrizioni e ha 33 frazioni. Situata nel centro del paese, la citt possiede una popolazione di circa 280.000 abitanti.[3] Lubiana considerata il cuore culturale, scientifico, economico, politico e amministrativo della Slovenia. Nel corso della sua storia stata influenzata dalla sua posizione geografica, all'incrocio della cultura tedesca, slava e latina.

Alcuni fattori che contribuiscono alla sua situazione economica sono la presenza di collegamenti viari, la concentrazione di industrie e istituti di ricerca scientifica. Lubiana la sede del governo centrale, degli organi amministrativi e di tutti i ministeri della Slovenia. anche la sede del Parlamento e dell'Ufficio del Presidente.

Storia
Gi 2.000 a.C., le paludi che circondavano la regione dell'odierna Lubiana iniziarono ad essere colonizzate dalle prime popolazioni che vivevano in edifici di legno su palafitte. Questi uomini vivevano di caccia, pesca, ma anche una primitiva agricoltura. Attraverso barche ricavate dai tronchi d'albero riuscivano a spostarsi all'interno delle paludi. Per il periodo successivo l'area fu un punto di passaggio per numerose popolazioni.[15] Il territorio in seguito fu colonizzato dai veneti, che furono seguiti della trib illirica degli Yapodi e infine dalla trib celtica dei Taurisci nel terzo secolo a.C.[15] I Romani costruirono nel corso del primo secolo a.C. il castrum di Aemona (anche Iulia Aemona). [16] Il forte fu occupato dalla Legio XV Apollinaris.[17] La citt fu distrutta nel 452 dagli Unni guidati da Attila,[16][18] e in seguito dagli Ostrogoti e dai Longobardi.[5] Aemona contava circa 5.000 abitanti e questa regione gioc un ruolo importante in molte battaglie. Le case di mattoni e colorate e intonacate possedevano gi un sistema fognario.[16] Nel VI secolo si insedi il popolo degli sloveni. Nel IX secolo, gli sloveni caddero sotto la dominazione del popolo dei Franchi, subendo spesso attacchi da parte degli ungheresi.[16] Il nome della citt, Luvigana, appare per la prima volta in un documento del 1144.[5] Nel XIII secolo la citt composta di tre zone: Stari trg (centro storico), il Mestni trg (piazza) e Novi trg (citt nuova).[16] Nel 1220 riceve lo status di citt, potendo quindi battere la propria moneta.[16] Nel 1270 la Carniola, ed in particolare la citt, entra tra i possedimenti Ottocaro II di Boemia.[16] Rodolfo I d'Asburgo ottiene la citt nel 1278.[16] La citt, ribattezzata Laibach, apparterr alla casa d'Austria fino al 1797.[5] La diocesi della citt stata fondata nel 1491 e la chiesa di Saint-Nicolas diviene la cattedrale.[16] Nel XV secolo, la citt acquisita fama di centro delle arti. Dopo un terremoto nel 1511, Lubiana viene ricostruita in uno stile rinascimentale ed una nuova cinta costruita intorno alla citt.[19] Nel XVI secolo la sua popolazione composta di 5.000 abitanti, di cui il 70% di lingua slovena. Nel 1550 vengono stampati i primi due libri in sloveno compresa una traduzione della Bibbia. Nel 1597 sono i Gesuiti a costruire una nuova scuola che poi diventato un collegio. La citt adotta negli anni seguenti uno stile architettonico barocco.[19] Il dominio degli Asburgo venne brevemente interrotto durante le guerre napoleoniche e tra il 1809 e il 1813 Lubiana fu la capitale delle Province illiriche del Primo Impero francese.[20] Nel 1815 la citt divenne austriaca e dal 1816 al 1849 fu parte del Regno austriaco d'Illiria. Nel 1821 la citt ospit il congresso in cui sar definita la geografia europea degli anni seguenti.[21] Il primo treno da Vienna arriva in citt nel 1849 e nel 1857 la linea estesa a Trieste.[20] L'illuminazione elettrica arriva nel 1898.[20] Nel 1895 la citt, che conta 31.000 abitanti, vittima di un grave terremoto di magnitudo 6,1 sulla scala Richter. Il 10% degli edifici distrutto, anche se si registra un numero di vittime contenuto. Diverse zone della citt sono ricostruite in stile Art Nouveau.

Nel 1918, con il collasso dell'Impero Austro-Ungarico, Lubiana pass al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni poi tramutatosi in Regno di Jugoslavia.[5][22] Nel 1929 divenne la capitale della provincia jugoslava della Dravska Banovina.[23] Durante la Seconda guerra mondiale, la citt fu annessa dall'Italia nel 1941. Lubiana e il territorio circostante (Bassa Carniola) divennero una provincia italiana della regione Venezia Giulia, di cui Lubiana fu capoluogo con sigla automobilistica LB. L'attuale territorio comunale era articolato oltre che nel comune capoluogo di Lubiana Citt - anche nei Comuni di Dobrugne / Dobrunje, Gesizza / Jeica e S. Vito / t Vid. Successivamente arrivarono i tedeschi nel 1943.[22]. In seguito alla sconfitta dell'Asse, nel maggio 1945, le truppe tedesche e le milizie nazionaliste slovene si arresero all'armata comunista di Tito. Dopo la Seconda guerra mondiale, la citt divenne la capitale della Repubblica socialista di Slovenia e integrata alla Jugoslavia fino all'indipendenza avvenuta il 25 giugno 1991.[22] Dal 1991, la capitale della Slovenia, che ha aderito all'Unione europea nel 2004.[22]. La citt circondata da un anello verde di circa 30 chilometri (dal 1985, un percorso commemorativo che ricorda il recinto di filo spinato con cui gli italiani circondarono la citt nella seconda guerra mondiale).[24].
Architettura

Nonostante la comparsa di grandi edifici, soprattutto nei dintorni della citt, Lubiana mantiene intatto il suo centro storico, dove si mescolano lo stile architettonico barocco e Art nouveau. Lo stile della citt fortemente influenzato da quello delle citt austriache di Graz e Salisburgo. La citt vecchia costituita da due quartieri. Quella del municipio, che ospita le principali opere architettoniche e l'area dei Cavalieri della Croce, dove si trova la chiesa delle Orsoline, l'edificio della societ filarmonica (1702) e la casa di Cankar. Dopo il terremoto del 1511, Lubiana stata ricostruita sul modello di una citt rinascimentale e dopo il terremoto del 1895, che ha gravemente danneggiato la citt, stata nuovamente ricostruita in stile Art nouveau.[20] L'architettura della citt una miscela di stili. Vaste zone della citt sono state costruite dopo la Seconda guerra mondiale e trovano spesso un tocco personale dell'architetto sloveno Joe Plenik. Il castello di Lubiana domina la collina che sovrasta il fiume Ljubljanica. Il nucleo originale del castello risale al XII secolo di cui sono visibili ancora alcune tracce nei basamenti dei muri attuali, il castello fu la residenza dei margravi, poi duchi di Carinzia. Oltre al castello, le principali opere architettoniche della citt sono la Cattedrale di San Nicola, la chiesa di San Pietro, la Chiesa francescana dell'Annunciazione, come il Triplo Ponte e il Ponte dei Draghi. Nello stile barocco, vicino al municipio si trova la fontana di Robba in piazza Mestni Trg disegnata sul modello di Piazza Navona a Roma. Essa decorata con un obelisco, ai piedi del quale cifre il marmo bianco simboleggiano i tre principali fiumi della Carniola. il lavoro dello scultore italiano Francesco Robba (Venezia, 1 maggio 1698 Zagabria, 24 gennaio 1757) che ha scolpito molte altre statue barocche della citt. Le chiese sono intrise di questo stile, che risale a dopo il terremoto del 1511.[25] L'Art nouveau stato usato sulle facciate in piazza Preeren fino al ponte dei Draghi.[26] Influenze nella citt si devono all'architetto sloveno Joe Plenik che ha costruito numerosi ponti compreso il Triplo Ponte, ma anche la biblioteca nazionale.[27]

Castello di Lubiana
Il castello di Lubiana (in sloveno Ljubljanski grad) un castello integralmente ricostruito nel 1960 in stile medievale su preesistenti fortificazioni, si trova collocato in cima alla collina nel centro storico di Lubiana. L'area del castello stata continuamente abitata dal 1200 a.C.[1] La cima della collina fu probabilmente un accampamento dell'esercito romano, dopo un periodo celtico e illirico.
[1]

Il castello menzionato per la prima volta nel 1144 come sede del Ducato di Carinzia. La fortezza fu distrutta quando il ducato entr nell'Impero Austro-Ungarico degli Asburgo nel 1335.[2] Tra il 1485 e il 1495, fu costruito l'attuale castello con le torri. L'obiettivo era quello di difendersi dall'invasione dell'Impero ottomano, ma anche per sedare le rivolte contadine.[2] Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, il castello diventa un arsenale ed un ospedale militare. stato danneggiato durante il periodo napoleonico e, una volta ritornato all'impero d'Austria divenne una prigione fino alla fine della Seconda guerra mondiale.[2] La torre principale del castello risale al 1848. Nel 1905 il castello fu acquistato dalla citt di Lubiana e la ristrutturazione iniziata nel 1960. Il castello diventato un punto d'attrazione turistica e un luogo dove vengono svolti una serie di eventi culturali.[3] Dal 2006 una funicolare collega il centro storico al castello in cima alla collina.[2]

Cattedrale di San Nicola (Lubiana)


La cattedrale di San Nicola (in sloveno Stolnica svetega Nikolaja) l'unica cattedrale presente a Lubiana. Facilmente riconoscibile per la sua cupola verde e le due torri, si trova in Piazza Cirillo e Metodio vicino al Vodnik Tromostovje (Triplo Ponte).[1][2]

l'interno Il luogo dove oggi sorge la cattedrale era inizialmente occupato da una chiesa romanica la cui prima testimonianza risale al 1262.[1] Nel 1361 un incendio provoc la sua distruzione e pertanto fu ricostruita in stile gotico, sebbene sottoposta ad alcune variazioni quando nel 1461 fu eretta la diocesi di Lubiana. Nel 1469 l'edificio fu devastato da un nuovo incendio,[1] ritenuto da molti di natura dolosa e presumibilmente appiccato dai turchi.[3]

Tra il 1701 e 1706, l'architetto gesuita Andrea Pozzo disegn una nuova chiesa barocca, con due cappelle sui lati per rappresentare una croce latina.[1] L'interno decorato con affreschi in stile barocco di Giulio Quaglio, dipinti tra il 1703 il 1706 e tra il 1721 e il 1723.[1] Altre decorazioni vennero dipinte dai fratelli Paolo e Giuseppe Groppelli sulla parte destra della navata nel 1711 e da Francesco Robba nella parte sinistra tra il 1745 e il 1750. Ad Angelo Putti furono commissionate la maggior parte delle opere d'arte, incluso il dipinto del diacono Janez Anton Dolniar (1715) il quale, tra il 1712 e il 1713, aveva ordinato la ricostruzione dell'edificio e le statue dei quattro vescovi dell'antica Emona seduti sotto il corpo della cupola. La cupola, originariamente solo dipinta sull'arcata sopra il centro della chiesa, venne costruita nel 1841[1] dall'architetto Gregor Maek e affrescata al suo interno da Matev Langus tra il 1843 e il 1844.[4] Negli anni cinquanta l'architetto Joe Plenik pens al nuovo arredamento della cattedrale. Nel XX secolo molte delle porte furono rimodernate. Tone Demar dipinse una raffigurazione della storia slovena per commemorare i 1250 anni del cristianesimo nel paese e Mirsad Begi ide le porte laterali con i ritratti dei vescovi locali. Al di l della porta principale si trova una porta elettrica automatica.

Zagabria
Zagabria (in croato Zagreb, pronuncia [zgrb]; in tedesco ai tempi dell'Impero austroungarico Agram; ungherese Zgrb) la capitale e la maggiore citt (792 875 ab.) della Croazia. Il centro cittadino costituisce una delle regioni della Croazia, mentre l'area geografica intorno alla citt fa parte di un'altra unit amministrativa, la Regione di Zagabria. Zagabria sede degli organi centrali dello stato (Parlamento, Governo, Corte Suprema) e praticamente di tutti i ministeri. anche sede universitaria e arcivescovile.

Storia
L'area di Zagabria stata abitata sin dal Neolitico. All'epoca romana risalgono le ben conservate vestigia di Andautonia. La storia moderna della citt ricorre per solo dall'XI secolo. Nel 1094, infatti, il re d'Ungheria Ladislao eresse una sede vescovile sulla collina di Kaptol. Sulla vicina collina di Gradec si svilupp, nel contempo, un'altra comunit, indipendente dal vescovo. I due insediamenti soffrirono l'invasione dei Mongoli del 1242. Quando il pericolo mongolo ebbe termine, il re Bela IV fece di Gradec una citt regia, ossia non soggetta a signorie feudali, per attirarvi artigiani forestieri. Durante il XIV secolo e quello successivo, Gradec e Kaptol cercarono costantemente di danneggiarsi a vicenda. Durante queste lunghe dispute, la citt vescovile poteva scomunicare Gradec, che rispondeva incendiando la rivale. I due centri collaboravano solo per motivi commerciali, come le tre grandi fiere, della durata di due settimane, che si svolgevano nel corso dell'anno. Gradec e Kaptol divennero un'unica citt, Zagabria, all'inizio del XVII secolo. Insieme costituiscono ora il centro culturale della capitale croata, mentre il polo cittadino degli affari e del commercio si spostato pi a sud. Dalla sede vescovile di Kaptol ha avuto origine l'odierno Arcivescovato di Zagabria. La cattedrale, dedicata a Santo Stefano d'Ungheria, conserva importanti resti artistici. Durante il XVII e il XVIII secolo Zagabria venne funestata da un incendio e dalla peste. Nel 1621 Zagabria fu scelta come sede dei vicer di Croazia. Nel 1776 il governo venne spostato da Varadin (Varasdino) a Zagabria e durante il regno di Giuseppe II Zagabria divenne la sede del comando generale di Varadin (Varasdino) e Karlovac.

Durante il XIX secolo Zagabria assume ancora pi importanza, nel 1862 venne aperto il primo tratto ferroviario che la collegava con Zidani Most (Slovenia) e Sisak, mentre l'anno dopo venne costruito un impianto per la lavorazione del gas. Nel 1878 venne aperto l'acquedotto e nel 1891 girano i primi tram. La costruzione della ferrovia aiuto anche l'unificazione delle due parti della citt. Nel 1907 venne costruita una centrale elettrica e dopo il terremoto la citt cominci a svilupparsi. La prima met del XX secolo vide una grande espansione della citt. I sobborghi di Stara Peenica a est e di rnomerec ad ovest furono eretti antecedentemente la prima guerra mondiale. Dopo la guerra i quartieri della classe lavoratrice furono costruiti tra la linea ferroviaria e il fiume Sava mentre i quartieri residenziali nelle pendici meridionali della montagna detta Medvenica. La popolazione crebbe del 70% negli anni venti, la pi grande crescita demografica nella storia di Zagabria, nel 1926 la stazione Radio cominci a trasmettere anche al di fuori della citt. Durante gli anni della seconda guerra mondiale, dal 1941 al 1945, Zagabria fu la capitale dello Stato Indipendente di Croazia retto da Ante Paveli, leader allo stesso tempo dei croati ultra-nazionalisti detti Ustascia che promossero la pulizia etnica dello stato contro i serbi, gli ebrei e i rom. Al termine della seconda guerra mondiale Zagabria entr nella RFS di Jugoslavia divenendo la capitale della Repubblica Socialista di Croazia. Dopo la guerra Zagabria registr un'altra grande fase di crescita urbanistica. La costruzione verso sud port alla creazione di Novi Zagreb[1] mentre con l'espansione verso est ed ovest si incorporarono i sobborghi di Dubrava, Podsused, Jarun, Blato ed altri settori. L'aeroporto internazionale venne costruito nel 1962 mentre a sud-est venne creato un grande centro industriale. Zagabria rimase all'interno della Jugoslavia fino al 1991 quando Franjo Tuman dichiar l'indipendenza della Croazia. La guerra che segu tra le truppe indipendentiste e la JNA non port gravi danni alla citt anche se nel 1995 alcuni colpi di artiglieria sparati dalle truppe serbe uccisero sette civili. Nel 1995 gli accordi di pace portarono all'indipendenza della Croazia e Zagabria divenne la sua capitale.

Turismo
Zagabria un importante centro turistico, non solo perch punto di passaggio per raggiungere la costa della Dalmazia ma anche per quello che offre. Dopo la seconda guerra mondiale Zagabria ha attratto molti turisti, provenienti in particolar modo dall'Austria, dalla Germania e dall'Italia, anche se molti non transitano per la capitale per dirigersi direttamente verso la costa. La parte antica della citt si trova in collina a nord della piazza Ban Jelai all'interno dei distretti di Gornji Grad (citt alta), Donji Grad (citt bassa) e Kaptol. La parte vecchia ha un impianto medievale con chiese, palazzi, musei, gallerie e sedi del governo e parlamento. La sua visita pu essere effettuata a piedi, con la funicolare o con i bus turistici. Tra i tanti luoghi turistici si possono ricordare: la torre di Lotrak, una torre fortificata risalente al XIII secolo situata a Gornji grad che serviva per difendere l'ingresso sud. A Gornji Grad si tiene il Dolac, il mercato agricolo. Vicino al Dolac si trova piazza Ban Jelai, risalente al XVII secolo, con il monumento equestre di Jelai, circondata da palazzi eleganti considerata il centro della citt di Zagabria. Molto importante anche la piazza di San Marco al centro della quale si trova la chiesa di

San Marco, ai lati opposti si trovano il palazzo del parlamento croato e il palazzo del governo croato. Il palazzo presidenziale si trova a Gornji Grad ed stato costruito nel 1962 su ordine di Tito. Al di fuori del centro cittadino possibile vedere la montagna di Medvenica con l'antica fortezza detta Medvedgrad, il fiume Sava, il lago di Jarun, il lago di Bundek.

Parco nazionale dei laghi di Plitvice


Il Parco nazionale dei laghi di Plitvice (in croato Nacionalni park Plitvika jezera) si trova in Croazia, nel complesso montuoso di Lika Pljeivica, in un territorio di fitte foreste, ricco di corsi d'acqua, laghi e cascate. Le prime iniziative per proclamare il parco area protetta risalgono alla fine del XIX secolo, ma il parco venne istituito solamente nel 1949 divenendo il primo parco nazionale croato. Il Parco nazionale dei laghi di Plitvice dal 1979 fa parte della lista dei Patrimoni dell'umanit dell'UNESCO.

Il parco

Vista dall'alto

Il parco occupa una superficie di 33.000 ettari e comprende 16 laghi in successione, collegati fra loro da cascate. All'interno del parco si trovano anche numerose grotte di cui solo una piccola parte agibile. I boschi del parco sono popolati da 157 specie di uccelli, 50 specie di mammiferi, 20 tipi di pipistrelli, 321 specie di farfalle (76 diurne e 245 notturne) e altri animali, fra i quali l'orso bruno, il cinghiale, il lupo, la lince ed il capriolo. I laghi sono formati da due fiumi: il Fiume Bianco ed il Fiume Nero, che confluiscono nel fiume Korana. Le acque di questi fiumi sono ricche di sali calcarei (in massima parte carbonato di calcio e carbonato di magnesio), provenienti dalla dissoluzione delle rocce carbonatiche costituenti la struttura geologica del sito. Questi sali vengono fatti precipitare dalla vegetazione, formando cos degli strati di travertino, una roccia sedimentaria recente. Col passare del tempo, questi depositi formano delle vere e proprie dighe naturali che fungono da sbarramenti per l'acqua, crescendo di circa un centimetro ogni anno. Ad un certo punto la pressione dell'acqua rompe questi argini naturali, aprendosi nel terreno nuovi percorsi.

Questo meccanismo, in realt comune a tutte le acque calcaree, a Plitvice ha assunto una particolare importanza. All'interno del parco possibile spostarsi a piedi, in bici, con la barca o con un trenino. Le possibilit di alloggio sono offerte da alcuni alberghi e campeggi nei dintorni villaggi che circondano il parco, dove possibile trovare anche numerose camere da privati.

Zara
Zara (in croato Zadar; in serbo /Zadar; in ungherese Zra; in dalmatico Jadera)[1][2] una citt della Dalmazia croata, che si affaccia sul Mar Adriatico e che conta 75.082 abitanti (al 2011); la capitale storica della Dalmazia, pur essendo stata superata oggigiorno da Spalato per numero di abitanti. Per secoli Zara fece parte della Repubblica di Venezia, e fu una delle citt pi importanti della Repubblica, ma con il Trattato di Campoformio (1797) fu annessa all'Impero austriaco. Zara per alcuni anni (tra il 1805 ed il 1810) fu unita al Regno napoleonico d'Italia, ma successivamente alla disfatta di Napoleone fu dominata dagli austriaci fino ai primi del Novecento. In seguito alla prima guerra mondiale la citt divenne un'exclave italiana, capoluogo della Provincia di Zara, circondata dalla Dalmazia jugoslava. Nel corso della seconda guerra mondiale fu gravemente colpita dai bombardamenti aerei e, in seguito al trattato di pace del 1947, fu ufficialmente annessa alla Jugoslavia. Dal 1991, dissoltasi la repubblica jugoslava, fa parte della Croazia ed oggi il capoluogo della regione zaratina, sede universitaria ed arcivescovile. Fino alla prima met del XX secolo la popolazione di lingua e cultura italiana costituiva la maggioranza della popolazione, ma la gran parte di essa abbandon la citt in seguito ai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale e successivamente per la persecuzione etnica. Oggi presente in citt solo una piccola minoranza italofona[3], riunita nella locale Comunit degli Italiani.

Storia
Dalla fondazione al periodo bizantino

Nel IX secolo a.C. i Liburni, una trib illirica, fondano un avamposto. Tuttavia degli Illiri non abbiamo prove materiali che li distanzino dai Veneti, per cui fece parte della Venetia. Dal 59 a.C. diventa un municipio romano, con il nome Iadera e nel 48 d.C. una colonia i cui abitanti ottengono il grado di cittadini romani. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e la distruzione di Salona, agli inizi del VII secolo Zara diventa la capitale della provincia bizantina della Dalmazia, poi Ducato di Dalmazia. Il controllo bizantino per conteso sino al X secolo da Goti, Franchi e Croati. Zara, che allora era un'isola, fu una delle localit dove si rifugiarono i Dalmati romanizzati, quando arrivarono le invasioni barbare degli Avari e Croati.

Zara veneziana

Gonfalone della Repubblica di Venezia.

Per approfondire, vedi Repubblica di Venezia e Stato da Mar. Venezia non partori mai, nella sua lunga e copiosa maternit, figliola pi somigliante di questa, n pi degna, n pi devota. Zara adorabile. Zara dovrebbe essere in cima ai pensieri di tutti gli italiani. Per il labirinto delle calli pittoresche formicola tanta festevole, graziosa e appassionata venezianit (Luigi Federzoni[4])
Il primo periodo veneziano

Nell'anno mille Zara, cos come la gran parte delle citt della Dalmazia, offr la propria sottomissione al Doge di Venezia, Pietro II Orseolo. Questi era, almeno formalmente, un Duca sottomesso all'Imperatore bizantino, impegnato con la propria flotta in una spedizione contro i pirati narentani e a riportare sicurezza in un territorio imperiale in un momento di debolezza del potere centrale. Nel 1004 lo stesso basileus Basilio II riconobbe la nuova condizione, assegnando ai dogi il governo su Zara e sul Ducato di Dalmazia, con il titolo di Duchi di Venezia e Dalmazia. I Veneziani si limitarono a fondare in citt nuovi fondaci commerciali, ma lasciarono sostanzialmente invariato l'ordinamento locale, richiedendo solo una sottomissione formale e la garanzia di forniture militari in caso di guerra. Alla met del secolo, per, Zara cacci il conte veneziano Orso Giustinian, consegnandosi a Pietro Cresimiro, re di Croazia, ma venne in breve riconquistata dal doge Domenico Contarini, che vi lasci in governo il figlio Marco. Il dominio veneziano venne nuovamente ribadito e rinforzato dai sovrani bizantini con l'assegnazione del titolo di Duchi di Venezia, Croazia e Dalmazia. Nel 1114, tuttavia, Colomanno, re d'Ungheria, avendo quest'ultima annesso la Croazia occup Zara e parte della Dalmazia, vantandovi gli antichi diritti dei sovrani croati. Tornata in mano veneziana nel 1116, la citt venne nuovamente assalita l'anno successivo da un'armata ungherese: la flotta veneziana, intervenuta in difesa del possedimento, venne respinta in uno scontro costato la vita allo stesso doge Ordelaffo Falier. La pace del 1118, per, confermava il possesso veneziano della citt. Nel 1123, tuttavia, approfittando dell'assenza della flotta veneta, impegnata in Oriente, Stefano II d'Ungheria occup l'intera Dalmazia veneziana, compresa Zaravecchia, ma non Zara. Nel 1125 l'armata veneziana, di ritorno da Oriente, rioccup le citt perdute, distruggendo Zaravecchia, che aveva opposto resistenza. Nuovo conte di Zara venne nominato Domenico, figlio del doge Michiel, che nel 1154 riusc per a preservare solamente la citt dalla nuova invasione ungherese della Dalmazia. In tale occasione papa Anastasio IV concedeva il pallio all'arcivescovo zaratino Lampredo, riconoscendolo metropolita della Dalmazia. Tre anni dopo, per, papa Adriano IV

ordinava la sottomissione al patriarcato di Grado, provocando lo scoppio di sommosse e un forte scontento in citt. Tale situazione port gli Zaratini a consegnarsi nel 1161 a Stefano III d'Ungheria. La reazione di Venezia non si fece per attendere e quello stesso anno Zara venne espugnata da Vitale II Michiel, intervenuto con una flotta di trenta galee. Il doge pretese il giuramento di fedelt da parte di tutti gli zaratini in grado di portare le armi e la piena sottomissione alla chiesa patriarcale di Grado, lasciando poi come conte Domenico Morosini.
Zara contesa tra Venezia e Ungheria

Luigi I d'Ungheria.

Per approfondire, vedi Guerra di Zara (1183-1203), Assedio di Zara, Guerra di Zara (1311-1313) e Guerra di Zara (1345-1346).

Il dominio veneziano dur fino al 1183, quando la citt pass nuovamente al Regno d'Ungheria, consegnandosi a Bla III. L'episodio provoc la guerra di Zara, che, a fasi alterne si trascin per un ventennio. Nonostante i ripetuti tentativi veneziani per sottometterla (1187 e 1193), la citt rimase saldamente in mani ungheresi, godendo in questo periodo di una forte autonomia, stringendo accordi di alleanza con la Repubblica di Pisa e il Regno di Sicilia. Il conflitto si concluse nel 1202, quando il doge Enrico Dandolo, esasperato dalla resistenza della citt, le scaten contro l'intera armata della Quarta Crociata, deviata nonostante le vibrate proteste di papa Innocenzo III, che giunse a scomunicare veneziani e Crociati, salvo poi ritirare la scomunica a questi ultimi poich voleva che la crociata venisse portata a termine. Zara fu assediata e conquistata. Sebbene sottomessa, Zara continuava a rimanere in fermento, poich ambiva ad essere autonoma come Ragusa di Dalmazia. Nel 1239 la citt si sollev, cacciando il conte Giovanni Michiel e imprigionando tutti i veneziani presenti in citt. Venne per riconquistata da Giovanni Tiepolo,

figlio del doge Jacopo. Ancora nel 1242 una nuova rivolta spinse Zara in possesso dell'Ungheria, cacciando il conte Giovanni Michiel; ma l'anno successivo la flotta di Renier Zen la riprese. Questa volta Venezia provvide ad inviare in citt una colonia di Veneziani, per rafforzare il controllo sulla popolazione. Conte fu nominato Michiel Morosini. Una nuova rivolta esplose nel 1311, portando ad una nuova guerra di Zara. Nel 1312 il nuovo doge, Marino Zorzi, le invi contro la flotta, ma invano: la citt riusc a difendersi. Nel 1313 l'assedio riprese e gli Zaratini scelsero alla fine di stringere nuovi patti di sottomissione con Venezia. Nel 1345 la citt venne spinta all'ennesima rivolta da Luigi I d'Ungheria, provocando lo scoppio dell'ennesima guerra. Gli Ungheresi vennero disastrosamente battuti nel 1346 e la citt fu costretta ad implorare un nuovo perdono a Venezia.
Il periodo ungherese

Per approfondire, vedi Pace di Zara.

La vendetta di Luigi d'Ungheria giunse nel 1357: dichiarata guerra a Venezia su tutti i fronti, l'esercito ungherese si present nuovamente sotto le mura di Zara. La citt cadde per il tradimento dell'abate del monastero di San Crisogono, che apr le porte della citt. Venezia, impegnata dagli Ungheresi nelle stesse lagune, non pot rispondere e, con la pace di Zara del 1358 dovette definitivamente rinunciare al dominio sulla citt e sull'intera Dalmazia. Il dominio ungherese dur per tutta la successiva met del XIV secolo. Alla fine del secolo, venne per coinvolta negli scontri dinastici per il trono d'Ungheria tra gli Angioini del Regno di Napoli e i Lussemburgo del Sacro Romano Impero.
Il secondo periodo veneziano

La Repubblica di Venezia nel 1796.

Per approfondire, vedi Caduta della Repubblica di Venezia#La perdita dello Stato da Mr.

Nel 1409, Ladislao di Napoli cedette Zara alla Repubblica di Venezia per 100.000 ducati d'oro, assieme a tutti i suoi diritti sulla Dalmazia: dopo lotte secolari, la citt si sottomise definitivamente alla Serenissima, divenendo capitale della Dalmazia veneta, nonch il principale baluardo di resistenza contro le incursioni ottomane che si estendevano nell'entroterra illirico. In questo periodo, Zara conobbe un discreto sviluppo, arricchendosi di opere d'arte e venendo ad assumere quella fisionomia che perdur fino alla dominazione austroungarica, quando venne abbattuta gran parte della mura difensive. Dopo la caduta di Venezia nel 1797, in seguito al Trattato di Campoformido, (o Campoformio) in provincia di Udine, Zara and in mano agli austriaci. Dopo un relativamente breve periodo francese (1805-1813) in cui fece parte del Regno napoleonico d'Italia, Zara e tutta l'ex repubblica di Venezia entr a far parte dell'Impero Austriaco (in seguito Impero austro-ungarico). La Dalmazia successivamente venne costituita in regno con capitale Zara.
Zara napoleonica ed asburgica

Per approfondire, vedi Regno d'Italia (1805-1814) e Impero austroungarico.

Con la caduta della Repubblica di Venezia, Zara e la Dalmazia vennero occupate senza resistenza dalle truppe dell'Austria, che incorporarono il nuovo territorio nel Sacro Romano Impero. Dopo la breve parentesi della dominazione francese, prima con l'annessione al Regno d'Italia, poi con l'istituzione delle Provincie Illiriche, incorporate direttamente nell'Impero francese, i territori tornarono nei domini degli Asburgo e del nuovo Impero d'Austria: Zara divenne capitale del neonato Regno di Dalmazia A Zara nel 1806 - durante il periodo del Regno napoleonico d'Italia - venne stampato il primo quotidiano della Dalmazia (bilingue in lingua italiana e, per la prima volta, croata): Il Regio Dalmata/Kraglski Dalmatin. Nel 1832 usc la Gazzetta di Zara in italiano con un'appendice che riportava alcuni testi di legge anche in tedesco, seguita nel 1844 dal foglio croato Zora Dalmatinska.

La bandiera della monarchia asburgica

La bandiera del Regno di Dalmazia

Il Regno di Dalmazia, in rosso accanto agli altri territori della monarchia asburgica
Il periodo risorgimentale

Gli eventi risorgimentali la vedono ancora in prima linea. la prima citt dalmata a sollevarsi il 18 marzo 1848 (lo stesso giorno in cui a Milano iniziano le Cinque Giornate). Mentre la popolazione si riversa nel centro acclamando all'Italia, alla concessa Costituzione, a Carlo Alberto e a Pio IX, si costituisce la Guardia Nazionale che adotta subito, per proprio vessillo, la bandiera italiana della rivoluzione. Il colonnello Giuseppe Sartori informa il sebenicense Tommaseo, liberato dal carcere e divenuto triumviro della risorta Repubblica di San Marco, che con il suo reggimento la vera ribellione pu iniziare. I vari timori che determinano la risposta negativa del Tommaseo provocano una stasi nella sollevazione e permettono agli austriaci, grazie anche all'esito inconcludente della prima campagna per l'indipendenza, di poter riaffermare il proprio dominio con l'aiuto dei reggimenti croati. Nel decennio successivo i patrioti guardano sempre pi al Piemonte come soluzione per la questione italiana. Si affiancano cos al nome di San Marco pian piano anche quelli di Garibaldi, Cavour e del re Vittorio Emanuele. Durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, a dispetto degli ordini imperial regi che prevedono uno sbarco franco-piemontese, la popolazione rifiuta di rafforzare le fortificazioni ed imbratta i manifesti ufficiali austriaci sopra i quali vengono affissi i bollettini di guerra piemontesi. V' anche un breve scontro tra navi francesi, che assieme a quelle sarde hanno occupato l'isola di Lussino, e austriache. La Pace di Villafranca delude le speranze dei "marcolini" (i seguaci di una nuova Repubblica di San Marco) zaratini e dei protoirredentisti zaratini. Durante l'impresa garibaldina alcuni dalmati partono al seguito dell'Eroe dei Due Mondi o si arruolano nelle armate piemontesi vittoriose a Castelfidardo. Le autorit asburgiche intanto aumentano la sorveglianza perch temono uno sbarco garibaldino o sardo in quanto da agenti di Garibaldi vengono fatti diffondere manifestini che lasciano presagire un non lontano arrivo e invitano i giovani ad arruolarsi in quella che sta per divenire la Marina dell'Italia unita. In concomitanza con la proclamazione del Regno d'Italia la popolazione, il cui esempio seguiranno anche le altre citt dalmate costiere, fece una manifestazione con esposizioni da finestre di bandiere tricolori. La guerra del 1866, che venne sentita dagli zaratini come un imminente passaggio all'Italia, allontan il sogno di libert dando vita a segni d'Irredentismo. Tuttavia durante il dominio austriaco i conflitti etnici sono quasi latenti, volti a ottenere un maggior peso negli organismi di governo regionale (introdotti dall'Austria con la riforma dell'Impero proprio per assorbire le spinte autonomistiche) oppure dettati pi che altro da invidia sociale: gli Italiani sono i mercanti, i latifondisti, gli impiegati pubblici, mentre i Croati sono i contadini.

L'ultimo periodo austroungarico

Zara: Riva Nuova col piroscafo Gdll nel 1909.

Verso la fine del XIX secolo in tutto l'impero si aprono le questioni nazionali. Con la costituzione degli Stati nazionali in Europa, gli abitanti di un impero immenso come quello austriaco sentono il richiamo di un'identit basata sulla lingua e sulla cultura. In questo contesto nasce l'idea della nazione croata, comprendente i serbocroati di religione cattolica. Nel 1867 viene istituita la duplice monarchia austro-ungarica: nel nuovo Impero austro-ungarico Zara e il suo Regno, al contrario del Regno di Croazia e Slavonia, assegnato all'Ungheria, rimasero amministrativamente nell'orbita della parte austriaca della monarchia. In Dalmazia a causa delle politiche filocroate del governo austriaco, gli italiani rilevati nei censimenti, scendono in pochi decenni dal 30% al 2,8% (censimento del 1911, i cui risultati sono per contestati). Il centro urbano di Zara riusc tuttavia a mantenere sempre il suo originario carattere italiano. Con l'avvento della stampa e delle prime pubblicazioni giornalistiche, si diffondono i primi giornali e libri irredentisti. La popolazione, secondo i censimenti austriaci, era etnicamente la seguente: Comune di Zara (comprendente anche localit fuori dalle mura veneziane di Zara citt, come Borgo Erizzo).

1890: serbo-croata 19096 (67,6%), italiana 7672 (27,2%), tedesca 568, altre 180, totale 28230 1900: serbo-croata 21753 (66,8%), italiana 9234 (28,4%), tedesca 626, altre 181, totale 32551 1910: serbo-croata 23651 (64,6%), italiana 11552 (31,6%), tedesca 477, altre 227, stranieri 688, totale 36595

Citt di Zara

1890: totale 1900: totale

serbo-croata 2652 (23%), italiana 7423 (64,6%), tedesca 561, altre 164, 11496 serbo-croata 2551 (19,6%), italiana 9018 (69,3%), tedesca 581, altre 150, 13016

1910: serbo-croata 3532 (25,1%), italiana 9318 (66,3%), tedesca 397, altre 191, stranieri 618, totale 14056

I podest asburgici di Zara

In questa sezione sono elencati i nomi dei podest di Zara durante il periodo austroungarico. A fianco del nome del podest, gli anni del mandato.

Trifone Pasquali (1806) Pietro Damiani de Vergada (1806 - 1811) Andrea de Borelli (1812 - 1814) Nicol Papafava (1814 - 1819) Francesco Sanfermo (1819 - 1830) Antonio Alesani (1830 - 1832 - Assessore reggente) Antonio Cernizza (1832 - 1837 - Assessore reggente) Antonio Cernizza (1837 - 1840 - Podest) Anton Giulio Parma (1840) Antonio Rolli (1841) Francesco de Borelli di Vrana (1841 - 1844) Antonio Nachich (1844- 1846 - Assessore reggente) Antonio Nachich (1846 - 1848 - Podest) Marco Cernizza (1848 - 1858) Antonio Nachich (1858 - 1861) Giovanni Nasso (1861 - Assessore reggente) Cosimo de Begna Possedaria (1861 - 1874) Nicol Trigari (1874 - 1899) Luigi Ziliotto (1899 - 1916 - Destituito dagli austroungarici. Fu in seguito il primo podest di Zara italiana) Mate (Matteo) kari (1916 - 1918 - Imperial-regio commissario austroungarico. Deposto nel 1918 dal Comitato Nazionale Italiano di Zara, che rimise in carica Luigi Ziliotto).

Zara italiana: la prima e la seconda guerra mondiale

Per approfondire, vedi Provincia italiana di Zara e Governatorato della Dalmazia.

Cartina di Zara e dintorni del periodo in cui appartenne al Regno d'Italia

La bandiera del Regno d'Italia.

Mappa del territorio italiano a Zara, 1920-1947

Alla vigilia dell'entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, con il Patto di Londra fu promessa all'Italia, in caso di vittoria, poco pi della met della Dalmazia, inclusa Zara. Nello stesso giorno della vittoria ossia 4 novembre 1918 la torpediniera AS 55 sbarcava a Zara il primo reparto italiano: due plotoni del 225 Reggimento di fanteria della "Brigata Arezzo", accolti dalla popolazione italiana in modo entusiasta. Pur vittoriosa, l'Italia port avanti un lungo negoziato a seguito delle tensioni venutesi a formare alla Conferenza di Pace di Parigi. L'Italia fu costretta a rinunciare alla maggior parte della Dalmazia con l'eccezione di Zara, che divenne capoluogo di una minuscola provincia. La Provincia di Zara, istituita nel 1920, comprendeva:

il comune di Zara l'isola di Cazza presso la costa dalmata l'isola di Lagosta presso la costa dalmata l'arcipelago di Pelagosa tra la Puglia e la Dalmazia l'isola di Saseno davanti a Valona (Albania)

Nel primo dopoguerra molti Dalmati Italiani, originari delle zone della Dalmazia entrate a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, si rifugiarono a Zara. Infatti quasi tutti gli italiani di Sebenico, Spalato, Ragusa e altre zone della Dalmazia si trasferirono a Zara (o in altre citt italiane). Allo stesso modo, molti croati zaratini intrapresero il cammino opposto.

La seconda guerra mondiale fu per la citt di Zara veramente tragica. Un contingente partito dalla citt venne impiegato durante la campagna di guerra di Jugoslavia, insieme ad altre truppe italotedesche. Ampie parti della costa e dell'entroterra vennero pertanto annesse al Regno d'Italia (accordi di Roma del 18 maggio 1941 fra Mussolini ed il dittatore fascista dello Stato Indipendente di Croazia Ante Paveli). Zara, che contava circa 25000 abitanti, divenne capoluogo del Governatorato della Dalmazia, costituito dalle province di Zara stessa (notevolmente ampliata rispetto ai confini del 1920), provincia di Spalato e provincia di Cattaro, all'estremo sud della regione. Zara divenne il simbolo della presenza italiana in Dalmazia, chiamata "Redenzione" dai Dalmati italiani. Ma questo fatto provoc ancor pi il sentimento di estraneit ed ostilit che molti croati nutrivano nei confronti di questa citt, da decenni vista da loro come un "artificiale" covo di irredentismo italiano. La campagna di italianizzazione portata avanti dal Mussolini in Istria, nel Quarnaro e nel resto della Dalmazia occupata dalle truppe italiane non fece altro che aumentare notevolmente l'astio della popolazione croata verso lo Stato italiano.

Veduta di Zara nel 1947

Dopo l'armistizio di Cassibile, il 10 settembre del 1943 la Wermacht occup Zara. Il comando militare della zona fu assunto dal comandante della 114 Jger-Division Karl Eglseer l'amministrazione civile fu invece formalmente assegnata alla Repubblica Sociale Italiana. In seguito agli intensi Bombardamenti di Zara, compiuti dalle forze aeree ango-americane, quasi il 75% della popolazione zaratina abbandon la citt. A partire dall'autunno 1943 su Zara venne sganciato un carico complessivo di ordigni di oltre 520 tonnellate. La citt, (successivamente soprannominata da Enzo Bettiza la "Dresda italiana") fu praticamente rasa al suolo e vi fu un numero imprecisato di morti - stimato fra 1.000 e 2.000 - tra i civili zaratini. Alcuni storici, hanno avanzato l'ipotesi che questa distruzione fu deliberatamente promossa da Tito, ipotesi per non suffragata da fatti.[5] Alla fine di ottobre 1944 anche l'esercito tedesco e la maggior parte dell'amministrazione civile italiana abbandonarono la citt.

Periodo jugoslavo

Per approfondire, vedi Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia .

Nel 1944 Zara fu occupata dai partigiani di Tito e successivamente annessa alla Jugoslavia. Formalmente per la citt rimase sotto sovranit Italiana fino al settembre 1947 (Trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate). L'esodo dalla citt - iniziato gi all'epoca dei bombardamenti - fu pressoch totale. L'ultimo colpo alla presenza italiana avvenne nell'ottobre del 1953, quando nel pieno del conflitto diplomatico per Trieste le scuole italiane furono chiuse e gli allievi trasferiti, da un giorno all'altro, nelle scuole croate. Negli stessi frangenti vennero attaccati e distrutti o danneggiati alcuni plurisecolari leoni di San Marco, ritenuti simbolo dell'oppressione veneziana ed italiana. Incorporata nella nuova Jugoslavia socialista, Zara perse ufficialmente il nome italiano e mantenne solo quello croato di Zadar, parimenti a quanto avvenuto per tutte le altre localit dalmate.
Repubblica di Croazia

La bandiera della Croazia.

Per approfondire, vedi Croazia.

Nel 1991 la Repubblica di Croazia dichiar la sua indipendenza dalla Jugoslavia: Zara fu nuovamente sotto assedio, questa volta da parte dei Serbi dell'armata popolare. Solo dopo un paio di anni la situazione si normalizz. Dopo il 2000 si avviato un processo di sviluppo socio-economico della citt, che si manifesta anche in una qualche accettazione e rivalutazione della residua comunit italiana. L'Unione Italiana ha aperto a Zara una sua sede, dove un centinaio di Dalmati italiani sta richiedendo la creazione di scuole e corsi in lingua italiana [1].

Patrimonio artistico, storico e culturale


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La facciata di Sant'Anastasia.

La cattedrale di Sant'Anastasia (Sveta Stoija), fondata nel secolo IX, un pregevole esempio del romanico italiano, di stile pisano-pugliese e in luminosa pietra d'Istria; la chiesa pi monumentale di Zara ed considerata una delle pi belle della Dalmazia. Il duomo, inizialmente dedicato a san Pietro, fu ridedicato a sant'Anastasia di Sirmio quando vi furono deposte le reliquie della martire romana, fatte arrivare qui dal vescovo Donato nell 811. Fu completamente rifatto nei secoli XI e XII e consacrato da papa Alessandro III nel 1177. Nel 1202, quando i Veneziani assediarono Zara, la basilica fu saccheggiata e rasa al suolo, cosicch venne ricostruita su modello della Chiesa di Santa Maria della Piazza di Ancona[6], nel corso del XIII secolo e portata a termine nel 1324. La chiesa, che poggia su una preesistente costruzione bizantina, presenta una monumentale quanto elegante facciata, compiuta nel 1324 e divisa in due ordini: quello inferiore, pi massiccia, presenta tre portali, di cui quello centrale coronato da un bassorilievo della Madonna col Bambino in trono fra i Santi Grisogono ed Anastasia, mentre quello superiore, che culmina in un frontone triangolare, abbellito da quattro ordini di arcatelle cieche in cui sono incastonati un grande rosone romanico ed un pi piccolo oculo gotico. Di grande effetto il campanile, incominciato nel 1452 e terminato nel 1892-93 su disegni dell'architetto inglese Thomas Jackson, che con la sua bianca mole svetta sui rossi tetti della citt. Di caratteristica foggia veneta sono la progressione di doppie monofore e doppie bifore dal basso all'alto, che conferiscono leggerezza alla costruzione. L'interno della chiesa abbellito da colonne con capitelli corinzi di reimpiego ed al livello superiore presenta dei matronei degni di nota. Un battistero esagonale di epoca paleocristiana andato distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ai lati del presbiterio si trova un coro ligneo del Quattrocento, costituito da 35 stalli gotici intagliati opera del maestro veneziano Moronzon (1418). Il capolavoro artistico della chiesa il Polittico di Zara; opera giovanile di Vittore Carpaccio (1481-1490 circa).
Chiesa di San Donato

Il campanile della cattedrale con a lato San Donato.

La chiesa di San Donato (Sveti Donat) uno dei pi illustri monumenti bizantini della Dalmazia. Costruita all'inizio del secolo IX direttamente sul selciato del foro romano, un solenne edificio a pianta circolare con tre caratteristiche absidi radiate che fu probabilmente modellato sulla Basilica di San Vitale di Ravenna. Le prime menzioni della chiesa risalgono al 949 circa, mentre verso il secolo XII cominci ad essere chiamata col nome del suo fondatore, il vescovo Donato. Rimaneggiata nei secoli XVII e XIX, ha subito nei secoli mutevoli destinazioni d'uso: durante le guerre tra Venezia e l'Impero Ottomano e nel periodo 1798-1887 venne adibito a magazzino militare, mentre nel periodo italiano fu sede del Museo Archeologico; oggi un auditorium apprezzato per la sua acustica ed ospita svariate serate musicali. L'esterno pressoch privo di aperture ed i muri perimetrali sono rafforzati da lesene che formano delle altissime arcatelle cieche. Lo spazio interno invece diviso tra un deambulatorio coperto da volte a botte, che sorreggono i matronei, ed una cella circolare, sulla quale si leva il tamburo della cupola, alta 27 metri. Quest'ultima appare oggi cilindrica, ma una volta probabilmente doveva essere a cono. Il pavimento formato da pietroni rettangolari con andamento obliquo rispetto all'asse della chiesa: si tratta del lastricato romano del foro, sul quale sono stati poggiati direttamente i muri portanti della chiesa. Per la costruzione di San Donato vennero parimenti impiegati frammenti architettonici romani (trabeazioni, lapidi, colonne).
Foro

Vista del Foro con sullo sfondo la chiesa di Santa Maria

L'area dell'antico Foro romano di Jadera si stende fra le chiese di San Donato e Santa Maria ed occupa un vasto piazzale irregolare, spianato dai bombardamenti del 1943-44. Del Foro originario, che aveva un'estensione di 90 metri per 45 ed era chiuso su tre lati da un sontuoso portico ornato di statue, non rimangono che pochi avanzi, frammisti a materiali provenienti dalla spoliazione di altri siti. In particolare sono ancora visibili la pavimentazione lastricata del Foro, la scalinata di accesso al portico e le pareti del tabernacolo, nonch l'architrave della porta di Asseria, urne, sarcofagi ed iscrizioni varie. Delle due monumentali colonne corinzie (alte 14 metri) che erano poste all'ingresso dello spazio rialzato ove sorgeva il tempio ne rimane una, che fu utilizzata fino al 1840 come colonna infame (sul fusto sono ancora visibili le catene di chi veniva messo alla berlina). Sulla piazza del Foro si affaccia anche la chiesetta medioevale di Sant'Elia (Sveti Ilija), rimaneggiata in forme barocche nel 1773. La chiesa, che di rito ortodosso dal 1578, ha un grazioso campanile e conserva al suo interno una preziosa collezione di icone dei secoli XVI-XVIII.
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La chiesa di San Simeone (Sveti imun), gi di Santo Stefano, risale al secolo XII e venne completamente rifatta nel 1632 per ospitarvi le reliquie del santo. nota principalmente per custodire al suo interno la preziosa arca di San Simeone, un capolavoro dell'oreficeria medioevale eseguita da Francesco di Antonio da Sesto nel 1377-80. L'arca, costruita in legno di cedro rivestito da 240 kg di lamina d'argento, fu commissionata dalla regina Elisabetta d'Ungheria come ringraziamento per il sostegno dato dagli zaratini a suo marito Ludovico I d'Angi. L'intera arca, che contiene la salma di San Simeone, ricoperta di stupendi bassorilievi che illustrano la vita del santo, mentre un altro rilievo raffigura l'ingresso di Ludovico I in citt. Il clero di questa chiesa entr in contrasto col clero veneziano della chiesa di San Simeone profeta di Venezia per la rivendicazione di chi possiedesse sul serio le spoglie del santo.
Chiesa di Santa Maria

La facciata trilobata della chiesa di S. Maria

La chiesa di Santa Maria (Sveta Marija) fu fondata nel 1066 con l'annesso convento benedettino dalla nobildonna croata ika, cugina del re croato Petar Kreimir IV. Rifatta a partire dal XV secolo nelle forme del Rinascimento veneziano, presenta una graziosa facciata trilobata in pietra d'Istria, secondo lo stile dalmata; delle forme precedenti rimangono due finestre ogivali. Nel 1744 l'interno fu rivestito di stucchi barocchi. La chiesa stata gravemente danneggiata nel corso della seconda guerra mondiale.

La chiesa di Santa Maria ed il suo campanile

Sul fianco sinistro della chiesa il bel campanile romanico lombardo, a due piani di bifore doppie e con quadrifore nella cella campanaria, che fu fatto erigere dall'abbadessa Vekenega nel 1105 grazie alle offerte del re Colomano di Croazia ed Ungheria (il nome del sovrano nominato nelle colonne angolari di una cappella situata al primo piano dello stesso). Nel 1967 fu allestita, nel convento ricostruito, una mostra permanente di arte sacra chiamata "Ori e argenti di Zara". Si tratta di un vero e proprio museo in cui sono conservate preziose opere di oreficeria, scultura e pittura dei secoli VIIXVIII.
Chiesa di San Grisogono

L'abside della chiesa di San Grisogono

La chiesa di San Grisogono (Sveti Krevan), una delle pi antiche di Zara, fu costruita nel secolo VI sul sito di un antico mercato romano. Gi dedicata a Sant'Antonio Abate, prese il nome attuale quando, nel 649, vi fu traslato da Aquileia il corpo di San Grisogono, il santo protettore zaratino (raffigurato a cavallo nello stemma cittadino). Rifatta nell'890, la chiesa fu nuovamente ricostruita in belle fogge romaniche lombarde nel corso del secolo XII ed infine riconsacrata nel 1175. In epoca barocca venne ritoccata, mentre durante la seconda guerra mondiale venne distrutto l'attiguo convento, che era stato gi soppresso nel 1807, in epoca napoleonica. Esternamente alla chiesa sono visibili le tre belle absidi semicircolari, delle quali quella centrale presenta un'elegante galleria aperta ed in basso archetti falcati che poggiano alternativamente su mezze colonne e mensoline. L'interno della chiesa ospita antiche colonne corinzie, provenienti dal vicino Foro, nonch tracce di antichi affreschi del secolo XIV.
Fortificazioni

La Porta Terraferma, con il leone di San Marco

Praticamente nulla rimasto dei baluardi difensivi della Jadera romana, mentre la citt come appare oggi conserva ancora parte delle fortificazioni veneziane erette per difendere la capitale della

Dalmazia dalle incursioni dei turchi. Tra il XV ed il XVI secolo la Serenissima dot Zara di una possente cinta di mura, che rimase intatta per molti secoli finch in epoca austriaca fu destinata a passeggiata, mentre i bastioni del lato verso il mare vennero demoliti per permettere la costruzione di palazzi con affaccio diretto sulla Riva. La possente Porta Terraferma, eretta nel 1543 su disegno di Michele Sammicheli, il pi bel monumento rinascimentale di Zara. La porta, a tre fornici di ordine dorico, divide il centro storico dalla grande fortezza esterna. Sopra il fornice centrale, all'esterno, visibile San Grisogono a cavallo e, al di sopra, un possente leone di San Marco, scalpellato da manifestanti jugoslavi ai tempi della questione di Trieste e solo recentemente restaurato grazie ai finanziamenti del Governo italiano. La fortezza esterna, costruita nel 1560 nel sito in cui sorgeva il primo insediamento della citt ed in epoca romana l'anfiteatro, oggi destinata a parco pubblico.

Porta Marina

La porta era un tempo munita di un ponte levatoio che sovrastava il fossato posto intorno alle mura. Di tale fossato, parzialmente interrato nel 1875, non rimane che il Porto Piccolo o Fossa (Foa). Di minori dimensioni la Porta Marina (Luka vrata), situata di fronte al porto e compiuta nel 1573 con materiali di reimpiego. Il lato interno ingloba frammenti di un arco romano fatto innalzare da Melia Anniana in onore del marito Lepicio Basso, mentre sul lato esterno era presente l'immancabile Leone di San Marco (scalpellato anch'esso dagli jugoslavi negli anni cinquanta) mentre si possono ancora notare lo stemma zaratino ed una lapide che commemora la vittoria sui Turchi a Lepanto.

Sebenico
Sebenico[1][2] (/sebenico/ - in croato ibenik [ibnik]) una citt croata situata sulla costa adriatica nella regione della Dalmazia. il capoluogo della regione di Sebenico e Tenin e ha 46.372 abitanti.

Storia
Dominio ungherese fino al 1322, la citt stata parte della Repubblica di Venezia fino al 1797, tranne che per il breve periodo 1357-1412 durante il quale ritorn ungherese. Entrata a far parte dell'Impero austriaco a seguito del trattato di Campoformio nel 1797, vi rimase salvo un'interruzione dovuta alla dominazione francese del periodo napoleonico (1805 - 1813), fino alla fine della Prima Guerra Mondiale (1918), quando pass al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Jugoslavia). La popolazione di etnia italiana, maggioritaria all'inizio del XIX secolo diminu progressivamente, fino a diventare minoritaria rispetto a quella croata, anche sotto lo stimolo delle

autorit austriache che temevano fortemente l'irredentismo italiano. Alla fine del XIX secolo la popolazione italiana ammontava a quasi il 20% degli abitanti, almeno stando ai discussi censimenti austriaci. Fu jugoslava e poi (dal 1991) croata, salvo una breve interruzione nel biennio 1941-1943 durante il quale fu incorporata all'Italia (provincia di Zara). Oggi a Sebenico sono rimasti pochissimi italiani che si appoggiano alla vicina Comunit italiana di Spalato.[7] A Sebenico nacque nel 1802 il celebre scrittore, critico e patriota italiano Niccol Tommaseo.

Patrimonio artistico

Cattedrale di S.Giacomo - particolare della facciata Cattedrale di San Giacomo

La costruzione della Cattedrale di San Giacomo venne iniziata nel 1431, su un edificio preesistente, ed affidata a Giorgio Orsini. Edificata con pietre provenienti dalle isole di Brazza, Curzola, Arbe e Veglia, fu terminata nel 1536 da Niccol Fiorentino. Attorno alla cattedrale, esternamente alle absidi, corre un fregio scolpito con teste raffiguranti 71 abitanti della citt, all'epoca della costruzione della chiesa. All'interno vi un notevole fonte battesimale sorretto da tre angeli disegnati dall'Orsini e realizzati da Andrea Alessi. Nel 2000 la cattedrale di San Giacomo stata inclusa nella lista dei patrimoni dell'umanit dell'UNESCO. Nella piazza della Cattedrale sorge la statua dedicata a Giorgio Orsini, del grande scultore moderno Ivan Mestrovic; prima della seconda guerra mondiale vi si trovava la statua eretta in onore dello scrittore sebenicense Niccol Tommaseo, purtroppo abbattuta in quanto segno di italianit.

Loggia grande

A lato della cattedrale si trova la Loggia grande, sede del consiglio comunale in epoca veneziana, originariamente costruita tra il 1533 e il 1546 da Michele Sammicheli, ma ricostruita fedelmente dopo la distruzione nel 1943 a seguito di un bombardamento.
Fortezza di San Michele

La citt dominata dai resti della Fortezza di San Michele, collocata su un'altura alla quale si arriva salendo per la citt vecchia.

Tra
Tra (in croato Trogir, in tedesco ed ungherese Trau, in dalmatico Tragur, in latino Tragurium, in greco antico Tragurion, ) una citt della Croazia, con 13.260 abitanti[1]. Viene considerata una delle citt veneziane pi belle e meglio conservate dell'intera Dalmazia. Secondo l'autorevole critico Bernard Berenson poche citt al mondo annoverano tante opere d'arte in cos poco spazio.

Storia
Fu fondata dai greci della stirpe ellenica dei Dori di Siracusa con il nome di Tragurion. L'imperatore Claudio vi install i suoi onorevoli veterani. Fu sede vescovile dall'XI secolo. Dopo vari secoli di alterne vicende, comprendenti anche la conquista da parte dei saraceni e la distruzione della citt nel 1123, nel 1420 inizia un lungo periodo di prosperit sotto il controllo della Repubblica di Venezia che ebbe termine solo nel 1797. Si susseguirono quindi alcuni passaggi di sovranit fra la Francia napoleonica (dal 1806 al 1809 Tra fece parte del napoleonico Regno d'Italia e dal 1809 al 1813 delle Provincie Illiriche) e l'Impero d'Austria, poi la citt venne stabilmente incorporata in quest'ultimo assieme al resto della Dalmazia. Nel 1828 la diocesi di Tra fu soppressa. Questo secondo periodo della storia di Tra dur fino al termine della prima guerra mondiale nel 1918. Durante il periodo della dominazione austroungarica, Tra divenne uno dei teatri dello scontro che opponeva gli autonomisti dalmati agli unionisti, che reclamavano l'unione della Dalmazia alla Croazia. I primi - fra i quali gli esponenti delle famiglie cittadine italiane e italofile - governarono Tra fino al 1887, favoriti prima del 1850 dal fatto che la maggioranza dei cittadini di Trau erano italiani. Successivamente al 1860 il partito autonomista dei Dalmati italiani rimase al potere anche grazie ad un meccanismo elettorale che privilegiava la rappresentanza delle classi pi abbienti ed istruite (in prevalenza italiane) alla massa popolare (diventata quasi totalmente croata a seguito di notevoli immigrazioni dalle campagne circostanti nella seconda met del secolo XIX). Secondo i censimenti austriaci nel 1880 si contavano 1960 Italiani su 3129 abitanti, che negli anni successivi diminuirono bruscamente quando il Podest del "Partito autonomista" italiano della citt fu sostituito da quello "unionista" croato (gli Italiani erano solo 171 nel censimento del 1890 e 170 in quello del 1900). Al termine del primo conflitto mondiale, Tra entr a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, divenuto successivamente Regno di Jugoslavia, fino alla seconda guerra mondiale.

Durante questo conflitto la citt fu annessa al Regno d'Italia e, come buona parte della Dalmazia, fece parte della Provincia di Spalato del Governatorato della Dalmazia fino al settembre 1943. I Tedeschi e gli Ustascia successivamente la occuparono fino a che i partigiani di Tito nel 1944 la unirono alla Repubblica Socialista di Croazia all'interno della nuova Jugoslavia per oltre 40 anni. Tra dal 1991 fa parte della Repubblica di Croazia. Dal 1977 il centro storico di Tra fa parte della lista dei patrimoni dell'Umanit dell'UNESCO.
Bene protetto dall'UNESCO Patrimonio dell'umanit Citt storica di Tra (EN) Historic City of Trogir

Tipo Criterio Pericolo

Culturali (ii) (iv) Non in pericolo

Riconosciuto dal 1997 Scheda UNESCO (EN) Scheda (FR) Scheda

Il tentativo irredentista del Conte Fanfogna


Tra fu teatro, dopo la prima guerra mondiale, di un tentativo irredentista simile a quello dannunziano a Fiume. Il 23 settembre 1919, sotto la suggestione dei contemporanei eventi della Impresa di Fiume, un vero e proprio atto in stile dannunziano fu organizzato in citt dal conte Nino Fanfogna, trentaduenne appartenente ad una delle pi importanti ed antiche famiglie di Tra nonch discendente dell'ultimo podest italiano della citt. Siccome le truppe italiane avevano occupato le aree della Dalmazia assegnate all'Italia dal Trattato di Londra del 1915, ma Tra non era inclusa in queste aree distanti una quindicina di chilometri, Nino Fanfogna tent di forzare la situazione come aveva fatto D'Annunzio a Fiume.

Infatti il conte Fanfogna convinse il tenente Emanuele Torri-Mariani, che comandava alcuni ufficiali italiani di stanza a Prapatnica (Pianamerlina), al confine fra il territorio dalmata occupato dall'Italia e la regione controllata dagli Jugoslavi, ad organizzare una spedizione che occupasse la sua citt nativa. La notte del 23 settembre un centinaio di soldati italiani e il Fanfogna, con 4 autocarri, oltrepassarono i posti di frontiera jugoslavi e di sorpresa e senza spargimento di sangue occuparono Tra. Il reparto italiano assunse il comando della citt nominando Fanfogna "Dittatore"[5]. La spedizione avrebbe potuto provocare lo scoppio di un conflitto militare fra Regno d'Italia e Regno di Jugoslavia, ma questa eventualit venne scongiurata dal pronto intervento degli ufficiali italiani della nave Puglia e dei militari americani di stanza a Spalato. Giunta a Spalato nella prima mattinata la notizia dell'occupazione di Tra, alle ore 10 del 24 settembre il capitano di corvetta Paolo Maroni - comandante in seconda della "Puglia" - e l'ufficiale americano Field partirono per Tra con il compito di persuadere i soldati sconfinati a rientrare nelle linee italiane. Convinti i comandi serbi a non lanciare per il momento nessun attacco, Maroni e Field giunsero a Tra ed iniziarono a negoziare con gli occupanti e Fanfogna il ritiro dalla citt. Fanfogna, descritto nei documenti italiani come uomo "incosciente" e privo di capacit politica, enormemente preoccupato per quanto gli poteva capitare all'allontanarsi degli Italiani, insistette perch le truppe italiane non partissero, ma poi si lasci convincere. Nel frattempo a Tra arrivarono alcune navi americane al comando dell'ammiraglio Van Hook. A quella vista la popolazione croata della citt, ripreso animo, cominci sulla riva e in piazza una violenta dimostrazione contro i soldati italiani, alcuni dei quali vennero anche aggrediti e disarmati. Alcune fucilate sparate qua e l sortirono l'effetto di far dileguare rapidamente la folla e di affrettare lo sbarco della compagnia americana che era sul "Cowell".

Il Castello del Camerlengo

Nel momento del trambusto il conte Fanfogna si ritir in casa sua (il celebre palazzo GaragninFanfogna), vi si rinchiuse e non si fece pi vedere. Solo un vecchio, Achille De Michelis, si avvicin al comandante Maroni, e dichiarandosi il pi anziano del "Fascio Italiano", dopo aver protestato contro l'incredibile leggerezza del conte Fanfogna, si mise a disposizione del Maroni per facilitargli il compito e per tutto quello che potesse occorrergli dagli Italiani di Tra. Frattanto, disordinatamente, la compagnia italiana coi tenenti De Toni, Manfredi e Mantica evacuava Tra e fra le ore 14 e le 15 rientrava nelle linee. La sciagurata spedizione di Tra ebbe pesanti ripercussioni sulle comunit italiane di Tra e Spalato. Il governatore jugoslavo, colonnello Plesnicar, procedette all'arresto di numerosi esponenti

italiani della cittadina. Finirono arrestati Nino, Simeone e Umberto Fanfogna, Vincenzo Santich, Achille De Michelis, Giorgio De Rossignoli, Lorenzo Lubin, Giacomo Vosilla, Antonio Strojan, Marino, Michele e Spiridione Marini e altri, anche se molti di questi erano estranei alla vicenda. Molti furono quelli che scamparono all'arresto fuggendo nella Dalmazia italiana. Per alcuni giorni gruppi di teppisti, aizzati dalle autorit governative jugoslave, si diedero ad atti vandalici contro abitazioni e propriet degli Italiani di Tra e della regione dei Castelli (Kastela). La conseguenza della spedizione fu la distruzione politica del Fascio Nazionale Italiano di Tra e un deciso peggioramento delle condizioni di vita dei traurini di lingua italiana, la maggior parte dei quali successivamente emigr in Italia. Fra gli emigrati, la neonata Maria Carmen Nutrizio, figlia del farmacista di Tra e di una Luxardo della nota famiglia produttrice del Maraschino di Zara, che diverr celebre come creatrice di moda col nome di Mila Schn. Assieme a lei il fratello decenne Nino Nutrizio, anni dopo fondatore del quotidiano La Notte.

Monumenti
La citt sorge su due isole collegate alla terraferma da due ponti ed unita alla vicina isola di Bua per mezzo di un ponte girevole. Detta anche la piccola Venezia, un piccolo gioiello che conserva numerosi edifici medievali di impronta veneziana.

La Cattedrale di San Lorenzo a Tra, in tipico stile veneziano

Tra, con il suo centro storico risalente quasi interamente al XIII secolo e comprendente pi di 10 chiese diverse, ha nella cattedrale romanica di San Lorenzo (1180-1250) il suo punto di maggiore interesse.

Altri monumenti sono la Loggia pubblica (1308), il Castello del Camerlengo (1420-1437), il Maschio di San Marco, la Torre dell'orologio, palazzo Cippico, la chiesa di san Domenico, la chiesa di san Nicola con annesso il convento delle benedettine, la porta di terraferma, la porta Marina e, a fianco, la loggia della Pescheria del 1527.

Castello del Camerlengo, gli scavi che durante il Governatorato di Dalmazia hanno portato alla luce uno dei leoni san Marco

Parecchi leoni di San Marco ornavano la citt, a memoria dell'antica dominazione veneziana. Negli strascichi della pluridecennale lotta che opponeva i croati ai concittadini italiani ed italianizzati (gli autoctoni dalmatici ed i ricchi croati), nei primi giorni di dicembre del 1932 otto leoni vennero distrutti da un gruppo di Croati, anche con l'ausilio della dinamite. Fra questi un celebre leone andante, bassorilievo di Nicol Fiorentino e Andrea Alessi del 1471, che ornava l'interno della Loggia Pubblica. Attualmente alcuni leoni mutilati sono esposti al museo cittadino o giacciono nell'ex convento di S. Domenico. Il lungomare deve il suo fascino alla contrapposizione tra le belle architetture delle abitazioni e le barche (spesso veri e propri yacht di gran lusso) ormeggiati lungo il canali.

Spalato
Spalato (in croato Split, in dalmatico Spalatro, in greco antico Asplathos), una citt della Croazia, capoluogo della regione spalatino-dalmata, principale centro della Dalmazia e, con i suoi 178.192 abitanti (2011), seconda citt del Paese. Spalato anche sede universitaria e arcivescovile. Il nome della citt deriva dalla ginestra spinosa, arbusto molto comune nella regione, che in greco antico era denominato Asplathos (A). Sotto l'impero romano la citt si chiam "Spalatum" e nel medio evo "Spalatro" in lingua dalmatica. In lingua slava viene denominata "Split" mentre in italiano "Spalato". Nei primi anni del 19 secolo il nome divenne "Spljet" per poi tornare di nuovo alla forma "Split".

Storia
Da quanto risultato dalle ricerche archeologiche la storia di Spalato inizia come Colonia Siracusana, fondata durante il regno di Dionisio il vecchio (395 a.C.) con il nome di Asplathos. [senza fonte] Divenne in seguito citt romana, sviluppatasi intorno allo sfarzoso palazzo dell'imperatore Diocleziano, fatto costruire nel 295-304 d.C.

Ricostruzione del palazzo di Diocleziano

Nei secoli successivi, gli abitanti della vicina Salona, gi porto illirico e in seguito popolosa citt romana, per sfuggire alle incursioni degli Avari e degli Slavi, si rifugiarono fra le sue mura: secondo alcuni il nome romano della nuova citt-palazzo "Spalatum" deriva proprio dal latino Salonae Palatium. In alcune carte medievali la citt, ove allora i Dalmati neolatini parlavano lo scomparso "dalmatico" anche chiamata Spalatro. Successivamente si susseguirono vari domini: l'Impero Bizantino, nel quale la citt riusc man mano a ritagliarsi una certa autonomia, quindi il Regno Croato, del quale era formalmente la capitale. Successivamente fu nel Regno Magiaro-Croato, nel contesto del quale la citt mantenne la sua autonomia comunale, ebbe pochi anni d'indipendenza, quindi fece parte per quasi quattro secoli dei domini della Repubblica di Venezia, lasciando in eredit numerose vestigia; dal crollo della Serenissima nel 1797 si susseguirono le dominazioni dell'Impero di Francia, e dell'Impero Asburgico. L'Impero ottomano invece mai riusc a conquistarla. L'influenza italiana (latina, dalmatoromanza, veneta) persiste nei secoli grazie agli scambi commerciali; forte l'influsso del mondo veneziano, che comporter il graduale passaggio dalla lingua dalmatica romanza, derivata direttamente dal latino, al veneto, divenuto una vera e propria lingua franca nel Mar Mediterraneo orientale, accanto ad un costante accrescimento della componente croata della popolazione (i nomi croati apparvero gi nel secolo X[2]). La comunit italiana conobbe anche apporti immigratori dalla penisola e quella croata dall'entroterra. Nei secoli XV-XVI Spalato fu centro della nascente letteratura croata con Marco Marulo o Marco Marulich. Fino al periodo austriaco la situazione linguistica di Spalato, cos come di molte altre citt dalmate, fu assai complessa, dividendosi per nazionalit e per classi sociali. Lingua ufficiale e della cultura rimase l'italiano, utilizzato dall'aristocrazia e dalla pi ricca ed influente borghesia, mentre la piccola borghesia e gli artigiani si esprimevano prevalentemente in lingua veneta, che come testimonio il Bartoli era la lingua d'uso prevalente nell'area urbana. La popolazione croata era invece sostanzialmente bilingue, utilizzando il croato - nella variante ciakava ikava, fortemente venetizzato per oltre la met del lessico - nell'ambito familiare e del piccolo commercio, e il veneto (o l'italiano, a seconda del grado di istruzione) come lingua franca di comunicazione. Come testimoni l'ultimo podest italiano di Spalato - Antonio Bajamonti - l'italiano era capito da tutta la popolazione della citt.

Spalato nel 1912, dove si notano i quartieri con nomi italiani: Borgo Grande, Borgo Pozzobon, Borgo Luca, Botticelle

Nella seconda met dell'Ottocento il forte sentimento di appartenenza nazionale che invase tutta l'Europa giunse anche a Spalato; vennero fondati giornali, circoli e movimenti irredentisti italiani e, in misura minore, croati. A partire dal 1882, dopo la sconfitta elettorale della Giunta retta dal Partito Autonomista dell'italiano Antonio Bajamonti, a causa delle forte pressioni austrocroate, Spalato venne governata da partiti filocroati - detti puntari - che avevano raggiunto ormai la maggioranza, relegando i partiti filoitaliani - detti tolomai - a una minoranza, che vide diminuire progressivamente la propria influenza in citt. La progressiva presa di coscienza dell'identit croata e il crescente afflusso di croati dalle zone circostanti fece regredire gradualmente anche l'uso dell'italiano, che pur conserv notevole prestigio per tutto il periodo austriaco ed ebbe un certo suo rilievo fino alla fine della seconda guerra mondiale.Pure i censimenti furono ampiamente manipolati, tanto che tra il 1880 ed il 1890, la comunit italiana riportatavi si riduce di oltre il 90%.Passando da essere poco meno della met della popolazione della citt di Spalato a essere una piccola minoranza. Con la dissoluzione dell'Impero asburgico in seguito alla prima guerra mondiale, Spalato nonostante la lotta di una parte della popolazione che ne voleva l'incorporazione nel Regno d'Italia (raccolta di 8.000 firme su una popolazione di 17.000 abitanti complessivi) - fu assegnata al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che nel 1929 divenne Regno di Jugoslavia. Ci comport l'esodo di una parte della popolazione italiana. Le istituzioni scolastiche italiane vennero ulteriormente ridotte, ma la comunit italiana residua riusc a sopravvivere. Nel censimento austriaco del 1910 a Spalato vi erano 2.082 italiani (cio il 7,6% della popolazione totale di 27.492 abitanti), ma nel 1941 (quando l'Italia annesse Spalato) ve ne restavano meno di un migliaio su un totale di quasi 40.000.
Spalato italiana (1941-1943) Questa voce o sezione sull'argomento storia ritenuta non neutrale. Motivo: Testo scritto pi con spirito di retorica filofascista che con giudizio di obiettivit; indispensabile riportare le fonti del censimento jugoslavo e l'attendibilit dello stesso. Inoltre si parla di misure del regime senza entrare nel dettaglio. Infine doveroso citare i massacri subiti dagli italiani da parte dei titini, come l'eccidio dei maestri delle scuole di Spalato. Per contribuire, correggi i toni enfatici o di parte e partecipa alla discussione. Non rimuovere questo avviso finch la disputa non risolta. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento.

A seguito della vittoriosa campagna militare di Jugoslavia ed ai Patti di Roma del 18 maggio 1941 conclusi col neonato Stato Indipendente di Croazia sorto dal disfacimento della Jugoslavia, il Regno d'Italia comprese sotto la propria sovranit sia i territori del Patto di Londra del 1915, sia Spalato e Cattaro, erette a nuove province italiane che, con quella di Zara, costituirono il Governatorato della Dalmazia.

Spalato italiana in una mappa del Governatorato della Dalmazia (1941-1943). Il verde scuro indica le aree appartenenti al Regno d'Italia, l'area rossa indica lo Stato Indipendente di Croazia di Paveli

La situazione etnica nel Governatorato era la seguente: nel 1941 a Zara (passata dai 18.623 abitanti nel 1921 ai 25.302 nel 1936)[3], vi erano 20.000 italiani e 2.000 croati[3].[dato in contrasto con paragrafo precedente e affermazione seguente. Controllare.] Nel resto della Dalmazia, secondo i censimenti jugoslavi, vi erano oltre 4 000 italiani, con i nuclei pi consistenti a Spalato (circa 3000), Ragusa, Sebenico, Curzola e Cattaro. I croati di Spalato furono sostanzialmente favorevoli al movimento partigiano di Josip Broz Tito. Con il 25 luglio 1943, sfoll il personale del "Governatorato della Dalmazia" e delle organizzazioni politiche giunto dalla Penisola nel 1941. Il 10 settembre, mentre Zara veniva presidiata dai tedeschi, a Spalato entravano i partigiani. Vi rimasero sino al 26 settembre, sostenendo una battaglia difensiva per impedire la presa della citt da parte dei tedeschi. La Divisione italiana Bergamo, di stanza proprio a Spalato e precedentemente impegnata per anni proprio nella lotta antipartigiana, in quel frangente appoggi in massima parte i partigiani e combatt in condizioni psicologiche e materiali difficilissime contro le truppe germaniche, fra le quali la famigerata Divisione della Waffen SS Prinz Eugen. Mentre si svolgevano quei 16 giorni di lotta, fra Spalato e Tra i partigiani trucidarono 134 italiani, compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ed alcuni civili. Spezzata la resistenza dei partigiani e della Bergamo, i tedeschi sottoposero il corpo ufficiali della Divisione ad una decimazione sotto l'accusa di alto tradimento. Dopo un procedimento sommario, tre generali e quarantotto ufficiali italiani vennero trasportati nella vicina localit di Treglia (in croato Trilj) e fucilati. I loro corpi vennero recuperati in seguito, ed oggi riposano nella cripta del Tempio Votivo del Lido di Venezia.

Spalato pass quindi sotto il controllo degli Ustascia. Durante questo periodo vennero sistematicamente distrutti tutti i simboli che in qualche modo collegassero Spalato all'Italia, compresi parecchi "Leoni di San Marco" del periodo veneziano. Al termine della guerra la comunit italiana si dissolse con un triste e drammatico esodo verso l'Italia. Attualmente si contano in citt circa una novantina di italiani, riuniti nella Comunit Italiana di Spalato.
Spalato nella Croazia jugoslava (1945-1991) Questa sezione sull'argomento storia solo un abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento.

Nel dopoguerra Spalato fu assegnata alla Jugoslavia ossia alla Repubblica Socialista di Croazia nel periodo 1944-1991. Dalla dissoluzione jugoslava del giugno 1991 fa parte della Croazia indipendente.
Spalato nella Croazia indipendente (dal 1991)

Attualmente Spalato fa parte della Croazia indipendente, avendo subito danni nella guerra degli anni novanta. Negli ultimi anni la citt sta godendo di un periodo di notevole espansione economica, legato anche al prossimo ingresso della Croazia nella Unione Europea. In citt, nonostante tutte le vicende storiche, sopravvissuta una piccolissima ma radicata minoranza autoctona italiana che dai primi anni novanta, subito dopo la dissoluzione della Jugoslavia e le guerre Jugoslave, si costituita ufficialmente in Comunit degli Italiani. Spalato inoltre sede di un Consolato Italiano molto attivo nella tutela e valorizzazione della cultura e del patrimonio latini, veneti e italiani del territorio. stata aperta pure una sede della Societ Dante Alighieri, anch'essa molto attiva in ambito culturale.

Attrazioni

Il campanile della cattedrale il simbolo principale della citt

Spalato famosa soprattutto per il Palazzo di Diocleziano, la porta Aurea e la cattedrale con il suo celebre campanile. inoltre sede arcivescovile. Nelle vicinanze sono notevoli le rovine romane di Salona e gli scavi archeologici andrebbero ampliati, ma il paesaggio circostante stato occupato, nel secolo scorso, da una vasta zona industriale. Sono comunque in studio piani di recupero e tutela. Subito ad Ovest si trovano le storiche localit turistiche dei Sette Castelli e lo specchio di mare che da essi prende nome: la Baia dei Castelli, che la Penisola di Spalato insieme all'Isola di Bua separano dal Mar Adriatico.

Palazzo di Diocleziano
Il Palazzo di Diocleziano, situato a Spalato (Croazia), un imponente complesso architettonico fatto edificare dall'imperatore Diocleziano, molto probabilmente fra il 293 ed il 305, allo scopo di farne la propria dimora. Il palazzo con le sue mura coincide col nucleo originario del centro storico della citt.

Storia
Dopo aver riformato l'Impero romano, con l'entrata in vigore del sistema della tetrarchia, Diocleziano abdic ritirandosi nel palazzo appositamente fattosi costruire e che doveva essere gi completo o quasi. Vi visse dal 305 fino alla morte, avvenuta nel 313 o nel 316. Nel 614 gli Avari e gli Slavi distrussero la citt romana di Salona, a pochi chilometri dal palazzo di Diocleziano, ed inizi il declino della citt, quando gli abitanti si trasferirono nel palazzo fortificato, che probabilmente diede il nome al nuovo insediamento (da palatium a "Spalato"). Il palazzo oggi quindi il centro storico della citt di Spalato e numerose parti di esso sono state riusate nei secoli, permettendo la loro conservazione, seppure con le inevitabili manomissioni stratificate, fino ai giorni nostri. Nel 1979 stato iscritto dall'UNESCO nell'elenco di siti e monumenti del Patrimonio dell'umanit.

Descrizione
Il palazzo, una sorta di grande villa fortificata, si presentava come una struttura autonoma, cittadella dedicata alla figura sacra dell'imperatore, per il quale esisteva gi un mausoleo, destinata quindi ad ospitarlo in eterno. Strutturata con la pianta tipica degli accampamenti militari romani: due strade perpendicolari, il cardo ed il decumanus, che si intersecano e dalle quali si dipartono numerose vie trasversali perpendicolari a scacchiera, aveva una forma leggermente trapezoidale (il lato sud era leggermente irregolare per il declivio del terreno verso il mare), con un lato affacciato sul mare e quattro poderose torri quadrate agli angoli. In origine, la sua cinta muraria in opus quadratum, alta 18 m e spessa 2 m, misurava 215,50 m per 175-181 m. In queste mura si aprono tuttora vari torrioni quadrati e quattro porte, affincate da torri a base ottagonale: la Porta Aurea (a nord), la Porta Argentea (ad est), la Porta Ferrea (ad ovest) e la Porta Aenea o bronzea, sul mare a sud. Le poderose mura furono una sorta di novit rispetto alle ville romane dei secoli precedenti e si resero necessarie per via degli eventi turbolenti della storia romana dell'epoca.

La Porta Aurea inquadrata da edicolette pensili e sormontata da archetti su colonnine pensili (oggi delle colonne restano solo le mensole di base e i capitelli). Le altre due porte (Argentea e Ferrea) hanno decorazione pi semplice. Ciascuna era dotata di controporta e cortile d'armi. Da qui partivano le vie colonnate che dividevano il complesso in quattro riquadri principali: i due a nord ospitavano caserme, servizi e giardini (poco conosciuti, organizzati su peristili centrali e con file di stanzette lungo le mura), mentre la parte meridionale, ove si sono conservate pi consistenti vestigia monumentali, ospitava il quartiere imperiale. Dalla prosecuzione colonnata della strada nord-sud si poteva giungere al portico detto "peristilio", con quattro colonne sostenenti un archivolto a serliana. Attraverso il peristilio verso sud si accedeva a un vano a base circolare coperto da cupola e poi ad un vano rettangolare con colonne che faceva da vestibolo d'accesso agli appartamenti privati dell'imperatore, disposti sul lato lungo il mare, sul quale si affacciavano con un loggiato a semicolonne che inquadravano gli archi; alle estremit e al centro si trovavano tre serliane. Il peristilio uno degli ambienti meglio conservati tutt'oggi, e pare che avesse la funzione di scenografia per le cerimonie ufficiali alle quali partecipava come protagonista l'imperatore. Dal peristilio infatti si accedeva ad est e ad ovest ad ambienti di culto:

A ovest erano presenti due edifici rotondi, di uso sconosciuto, ed un tempio tetrastilo probabilmente dedicato a Giove, del quale restano ancora oggi delle rovine, poi trasformato in battistero (il pronao per perduto); A est si ergeva l'edificio a base ottagonale del mausoleo imperiale, cinto da una serie di colonne (peristasi) e coperto a cupola, all'esterno protetta da un tetto piramidale; in seguito il mausoleo venne trasformato in cattedrale, permettendone la sopravvivenza.

L'appartamento privato era diviso in due met simmetriche, divise dalla prosecuzione sotterranea della via colonnata. Si conoscono nella parte occidentale le sostruzioni verso il mare e una basilica privata, affiancata da una doppia fila di stanze a pianta centrale, oltre a un complesso termale. La met orientale del palazzo conosciuta in maniera scarsa e lacunosa.

Profilo artistico

Il mausoleo (oggi cattedrale)

Il palazzo di Diocleziano un palese esempio delle tendenze architettoniche nell'et di Diocleziano, improntate a tendenze conservatrici, come per esempio anche nelle terme di Diocleziano a Roma, di impostazione analoga a quelle di Caracalla. La villa, come alcuni altri esempi tardo-repubblicani, costruita a modello di un castrum, con le mura di cinta e i torrioni, ma fece da ispirazione anche il complesso dei palazzi imperiali del Palatino. Come tipologia di villa fortificata si conoscono alcune derivazioni coeve, come quella di Mogorjelo in Erzegovina. Suggestioni assolutistiche e orientali sono date dagli ambienti di rappresentanza (soprattutto il "peristilio" con le due ali sacre), assimilabili a quelli del palazzo imperiale di Antiochia e, nel secolo successivo, di Costantinopoli. Orientale anche la scelta di porre sul fondo gli ambienti di rappresentanza e l'uso delle vie colonnate. La sostanza e la componente ideologica, invece, sono pi schiettamente romane, soprattutto nell'aspetto militarizzato e nelle scelte conservatrici dell'impianto. L'edificio l'antecedente pi vicino ai castelli medievali, ma anche ai monasteri fortificati, con il peristilio che funge da centro. Si ipotizza inoltre che la struttura ottagonale della cattedralemausoleo abbia costituito un modello per la tipologia del battistero.

Cittavecchia
Cittavecchia (detta anche Cittavecchia di Lesina, in croato Stari Grad, e nel vernacolare Paiz) una citt di 2.686 abitanti della Croazia appartenente alla regione spalatino-dalmata. Il patrono della citt San Rocco.

Storia
Fondata da coloni greci nel 384 a.C. col nome di Pharos, la citt risulta attestata col nome latino di Civitas Vetus dal 1205. Il toponimo italiano e quello croato (che significa "vecchia citt") non fanno che riprendere tale denominazione.

Patrimonio dell'umanit
Bene protetto dall'UNESCO Patrimonio dell'umanit Piana di Cittavecchia (EN) Stari Grad Plain Tipo Criterio Pericolo Culturali (i) (ii) (iii) (v) Non in pericolo

Riconosciuto 2008

dal Scheda UNESCO (EN) Scheda (FR) Scheda

A partire dal 2008, l'UNESCO ha inserito la piana di Cittavecchia tra i patrimoni dell'umanit.[1] La sua iscrizione dovuta al fatto che praticamente rimasta invariata rispetto a come appariva nel IV secolo a.C., quando venne colonizzata dai Greci Ioni. La pianura da sempre famosa per le coltivazioni di uva ed olive. Il sito classificato tra quelli di importanza culturale a causa degli antichi muri in pietra, e mostra un sistema di lottizzazione usato dai Greci (chora). [2]

La villa di Pietro Ettoreo


Tra i monumenti nella citt, si segnala il Tvrdalj, ovvero il fortino, una villa fortificata edificata dal poeta rinascimentale Pietro Ettoreo, celebre per il poema "La pesca e i discorsi con i pescatori" (Ribanye i ribarscho prigovaranye, scritto in croato akavo, dove il poeta stesso si dichiara essere Petre Hektorovi: "sloxeno po Petretu Hectorovichiu Hvaraninu", mentre nel suo testamento scritto in italiano dichiara di chiamarsi Piero Hettoreo: Testamento de m Piero Hettoreo scritto di mia propria mano in carte no.14...). La caratteristica principale del Tvrdalj la peschiera, una vasca in cui affluisce l'acqua di mare e dove nuotano sempre decine di cefali. Accanto alla peschiera si trova il "giardino leggiadro", citato nel poema "Ribanje". Sulla pietra della villa sono riportate varie incisioni in lingua latina. In particolare, sopra la latrina all'ingresso riportata la frase "Si te nosti cur superbis" (Se conosci te stesso, perch sei superbo).

Brazza
Brazza (in croato Bra, nota in passato come isola della Brazza), un'isola della costa dalmata della Croazia.

Storia
Ritrovamenti archeologici testimoniano l'esistenza di comunit umane sull'isola fin dal paleolitico. Nonostante ci, mancano tracce della presenza umana durante il neolitico. Durante l'et del bronzo e l'et del ferro, trib illiriche abitarono le parti pi interne dell'isola, ed esistevano numerosi villaggi, sebbene nessuno di essi sia sopravvissuto. Nel IV secolo a.C. l'isola di Brazza non fu interessata dalla colonizzazione greca che si stava diffondendo in molte isole costiere dell'Adriatico; tuttavia i greci conoscevano l'isola e commerciavano con le trib locali. A testimonianza di ci, furono trovati degli manufatti greci nella baia di Vija, vicino a Loia. L'isola di Brazza si trova infatti al crocevia di numerose rotte commerciali, soprattutto tra Salona e l'isola di Lissa. Nel 9 d.C. i romani conquistarono la Dalmazia dopo lunghi combattimenti contro le trib indigene. Salona divenne la capitale della nuova provincia e, probabilmente per questo motivo, sull'isola non furono fondate grandi citt. Tuttavia, in tutta l'isola si possono trovare tracce del periodo romano, soprattutto sotto forma di ville e cisterne e qualche miniera. In questo periodo inoltre, Spalato divenne il porto principale per trasportare pietra da Salona al resto della Dalmazia. Ancora ai giorni nostri l'isola famosa per la produzione di pregiata pietra bianca, usata anche per le costruzioni del Palazzo di Diocleziano a Spalato[1] e fornita anche per la costruzione della Casa Bianca a

Washington. Nello stesso periodo inoltre inizi a diffondersi anche l'agricoltura, e in particolare si diffusero vino e olive. La popolazione dell'isola decrebbe per due motivi. Da una parte per l'esodo degli italiani, che costituivano la maggioranza assoluta della popolazione nei centri di Neresi, Bol (Vallo) e San Pietro, verso le altre province italiane dell'Impero o direttamente in Italia data la politica austriaca e la successiva annessione alla Jugoslavia. In secondo luogo, a causa della massiccia emigrazione verso il Sud America e, nel periodo di stagnazione economica, prima dello sviluppo del turismo, verso i principali centri della terraferma, come Spalato. Oggi i residenti vivono soprattutto di turismo ma anche di agricoltura (vino e olive specialmente) e pesca.

Mostar
Mostar una citt di 111.186 abitanti (dati 2009)[2] della Bosnia ed Erzegovina, il centro del cantone dell'Erzegovina-Narenta della federazione bosniaco-croata. Mostar la capitale non ufficiale dell'Erzegovina, ed costruita lungo il fiume Narenta. la quarta citt del paese. Mostar ha un aeroporto internazionale, che si trova nel vicino paese di Ortije. Il nome Mostar deriva dal suo "ponte vecchio" (lo Stari Most) e dalle torri sulle due rive, dette i "custodi del ponte" (mostari), che unitamente all'area circostante stata riconosciuta dall'Unesco come patrimonio dell'umanit nel 2005[3].

Storia
Fondata nel tardo XV secolo dai turchi ottomani, Mostar era il centro amministrativo dell'impero nella regione dell'Erzegovina. L'Impero Austro-Ungarico annesse Mostar nel 1878. Dopo la I guerra mondiale la citt a partire del 29 ottobre 1918 divenne parte dello Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi (DSHS), con la capitale a Zagabria, e quando questo il 1 dicembre 1918 fu unito al Regno di Serbia, fu formato un nuovo stato unitario, detto Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (KSHS), denominato pi tardi Regno di Jugoslavia. Durante la seconda guerra mondiale la citt fece parte, come il resto dei territori dell'attuale Bosnia ed Erzegovina, dello Stato Indipendente di Croazia, controllato dai nazifascisti. Dopo la seconda guerra mondiale la citt entr a far parte della Repubblica Popolare di Bosnia ed Erzegovina, che fu una delle sei repubbliche che componevano la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. In quegli anni furono costruite varie dighe per sfruttare l'energia idroelettrica della Narenta.

Stari Most
Lo Stari Most (che in italiano significa: "Il Vecchio Ponte") un ponte del XVI secolo appartenente alla citt di Mostar, in Bosnia ed Erzegovina, che attraversa il fiume Narenta per unire le due parti della citt che esso divide. Il ponte venne distrutto dalle forze croato-bosniache nel corso della guerra in Bosnia, la mattina del 9 novembre 1993. Immediatamente venne messo in moto un progetto per la ricostruzione, che cominci alla fine delle ostilit e termin il 22 luglio 2004.

Storia
Apparentemente lo Stari Most collega la parte cristiana a quella musulmana della citt di Mostar, in realt la divisione tra la parte croata e quella mussulmana non il ponte, ma il boulevard che un largo viale che si trova poco fuori la citt vecchia. Il ponte, inoltre, rappresenta il simbolo della citt.
Costruzione

Lo Stari Most venne commissionato dal sultano Solimano il Magnifico nel 1557 per rimpiazzare un vecchio ponte sospeso di legno, piuttosto instabile. Il ponte in pietra venne ultimato nove anni dopo (un'iscrizione sul ponte dice che i lavori finirono nel 974 del calendario islamico, corrispondente ad un periodo compreso fra il 19 luglio 1566 e il 7 luglio 1567). Della costruzione del ponte si sa poco o nulla, tutto ci che resta si confonde nelle leggende locali; si conosce per il nome del costruttore, un certo Mimar Hayruddin, un discepolo del celebre architetto ottomano Sinan. Essendogli stato ordinato di costruire un ponte di dimensioni senza precedenti, pena la morte, egli si prepar per il suo funerale il giorno stesso in cui l'impalcatura veniva tolta dalla struttura appena completata. Alcune cose restano (e probabilmente resteranno per sempre) sconosciute, come per esempio il metodo utilizzato per erigere l'impalcatura (e come fece questa a rimanere in piedi per un periodo cos lungo), oppure il metodo utilizzato per trasportare le pietre da una parte all'altra del fiume. Si ritiene comunemente che lo Stari Most fosse il ponte a singolo arco pi grande del suo tempo, il che lo rende uno dei capolavori architettonici dell'umanit.
Distruzione

Durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995), le forze secessioniste croate combatterono contro le forze governative bosniache e, il 9 novembre 1993, distrussero il ponte. Prima di questo evento, esso venne danneggiato gi nel 1992 dai bombardamenti attuati dai serbi; entrambe le fazioni, sia la croata che la serba, vedevano un simbolo nel ponte e nell'area storica nelle sue vicinanze, una parte integrante della cultura bosniaca, da distruggere in quanto tale (e infatti anche prima della distruzione esso venne ripetutamente preso di mira).
Ricostruzione

Il ponte, incluso recentemente nell'elenco dei Patrimoni dell'umanit, venne ricostruito sotto l'egida dell'UNESCO. Le sue 1.088 pietre vennero lavorate secondo le tecniche medievali; il lavoro di ricostruzione costato circa 12 milioni di euro. Lo Stari Most stato riaperto il 22 luglio 2004, con cerimonie basate sull'idea di una riconciliazione fra le comunit bosniache dopo gli orrori della guerra, anche se il rancore e la diffidenza restano evidenti.

Meugorje
Meugorje (pronuncia croata e bosniaca [mdu.rj]), scritto anche Medjugorje, una piccola localit del comune di itluk, oggi parte del cantone dell'Erzegovina-Narenta, della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, in Bosnia ed Erzegovina.

Il paese si trova ad un'altitudine di circa 200 metri sopra il livello del mare ed situato alla base di due colline, il Krievac ed il Podbrdo (il nome Meugorje significa proprio "fra i monti"). Il clima tipicamente mediterraneo. I suoi cittadini sono prevalentemente di etnia croata e la religione professata dagli abitanti quella cattolica. La parrocchia di Meugorje ha competenza anche per i villaggi di Bijakovii, Vionica, Miletina e urmanci. Il suo patrono san Giacomo.

Storia
Et moderna

A est del paese, nella valle del Narenta, sito sin dal 1566 un monastero serbo-ortodosso di itomisli. Una lapide del medioevo presente nel cimitero cattolico Groblje Srebrenica nel centro di Miletina. Sempre a Miletina sono stati rinvenuti dei resti dell'impero romano.
Et contemporanea

Nel 1882 fu costruita la linea ferroviaria tra Mostar e la costa adriatica della Dalmazia, con una stazione nel borgo di urmanci. La parrocchia cattolica di San Giacomo fu eretta nel 1892 dal vescovo di Mostar, Pakal Buconji, e fu molto criticata allora perch risultava un'opera faraonica. Il crocifisso alto ben dodici metri, posto sul monte della Croce, anche noto come Krievac, completa la Via Crucis krini put. Fu completata nel 1934.
Durante la seconda guerra mondiale

Nel 1941, quando Meugorje apparteneva allo Stato Indipendente di Croazia, il monastero di itomisli fu saccheggiato dagli Ustascia, e il refettorio fu dato alle fiamme. Il 21 giugno 1941, alcuni membri Ustascia commisero un massacro nel borgo di urmanci, trucidando 559 civili serbi. Il vescovo di Mostar Alojzije Mii scrisse una lettera di protesta all'arcivescovo di Zagabria Aloysius Stepinac. Il governo comunista della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia ebbe il compito di riesumare i corpi e riseppellirli nel vicino cimitero di apljina nel 1989.
Durante le guerre jugoslave

Ges crocifisso a Meugorje

Durante le guerre jugoslave Meugorje rimase nelle mani del consiglio di difesa croato e nel 1993 divent parte della non riconosciuta Repubblica Croata dell'Herceg-Bosna. Con l'accordo di Dayton nel 1995, Meugorje fu accorpata alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, popolata sia da bosniaci che croati. Nel 1992 il paese di Meugorje fu il punto di partenza della pulizia etnica da parte del consiglio di difesa croato, che voleva la completa distruzione del monastero serbo-ortodosso di itomisli. Dal 1993, i signori della guerra croati costruirono cinque campi di concentramento, tra cui quello di Dretelj , dove prigionieri serbi e bosniaci furono torturati e uccisi. La collina delle apparizioni, il Podbrdo, di propriet dell'Ordine francescano, fu usata come zona per testare lanciagranate, dalla milizia locale. Il 2 aprile 1995 all'apice del conflitto con la diocesi locale, il vescovo Ratko Peri fu rapito dai miliziani serbi, percosso e portato alla cappella dove fu tenuto in ostaggio per dieci ore. Grazie all'aiuto della Forza di protezione delle Nazioni Unite, il maggiore di Mostar riusc a liberare il vescovo senza spargimenti di sangue.

La chiesa parrocchiale di Meugorje dal Krievac Sviluppo dopo la guerra

Dopo la fine della guerra, finalmente ritorn la pace; truppe dell'ONU furono stanziate nell'ovest della Herzegovina. Gli sforzi del politico Ante Jelavi di creare un'entit croata furono inutili, e Meugorje rimase parte della Federazione di Bosnia ed Erzegovina. Il piccolo borgo ebbe un boom economico; in pochi anni molti alberghi furono eretti per far fronte al crescente numero di pellegrini. Infatti il villaggio di Meugorje visitato ogni anno da pi di un milione di pellegrini da tutto il mondo che si recano per visitare i luoghi delle apparizioni mariane.

Monumenti e luoghi d'interesse

La chiesa parrocchiale di Meugorje Le apparizioni mariane

Per approfondire, vedi Madonna di Meugorje.

Questa localit diventata celebre nel mondo perch, il 24 giugno del 1981, Vicka Ivankovi, Mirijana Dragievi, Marija Pavlovi, Ivan Dragievi, Ivanka Ivankovi e Jakov olo (che allora avevano tra 10 e 16 anni, oggi sono tutti adulti, padri e madri di famiglia) affermano di ricevere apparizioni della Vergine Maria, che si presenterebbe con il titolo di "Regina della Pace" (Kraljica Mira). Per questo motivo Meugorje divenuta oggi una famosa meta di numerosi pellegrinaggi. La posizione attuale della Chiesa sulle apparizioni di "non constat de supernaturalitate" (non c' evidenza di soprannaturale), come sancito dalla Dichiarazione di Zara (1990), dato che l'evento in s non ancora terminato. Per nelle Normae S.Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in iudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus, il documento ufficiale approvato nel 1978 da Papa Paolo VI che contiene le indicazioni cui i pastori devono attenersi nell'emettere il giudizio di veridicit riguardo una presunta apparizione, sono contemplate due formule giuridiche che sanciscono lo stato del fenomeno in esame: "constat de supernaturalitate" e "constat de non supernaturalitate", traducibili rispettivamente come "risulta essere soprannaturale" e "risulta essere non soprannaturale". Tuttavia nel caso delle apparizioni mariane di Meugorje, nel 1991 la Conferenza episcopale jugoslava raggiunse una formulazione di compromesso (unico caso nella storia delle apparizioni mariane) adottando la formula "non constat de supernaturalitate" (non risulta essere soprannaturale), lasciando cos la porta aperta. Non si voluto cio escludere a priori che ci siano davvero apparizioni mariane a Meugorje (come sarebbe stato se si fosse utilizzata la formula ufficiale). Nel marzo 2010, la Santa Sede ha formato una commissione per indagare sui fatti. Tale commissione composta da vescovi, teologi ed altri esperti, sotto la guida del cardinale Camillo Ruini. Nel dicembre 2012, a conclusione dei lavori, svolti nel pi assoluto riserbo, gli stessi sono stati consegnati alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Sarajevo
Sarajevo (in alfabeto cirillico ; in giudesmo: Saraj; in italiano: Saraievo o, meno frequente, Seraievo[senza fonte]) la capitale e la pi grande citt della Bosnia ed Erzegovina. La sua popolazione si aggira attorno ai 750.000 abitanti (al 2011[1]). Conosciuta principalmente come scenario dell'attentato all'arciduca austriaco Francesco Ferdinando, la citt ha ospitato, nel 1984, i XIV Giochi olimpici invernali e, tra il 1992 e il 1995, ha sofferto pi di tre anni d'assedio da parte delle forze serbobosniache, durante la guerra di Bosnia (1992-1995).

Storia
Cenni storici

L'area occupata dalla Sarajevo odierna stata continuamente abitata dall'Et della pietra. Ne sono tutt'oggi rimaste delle evidenti tracce, anche se maggiormente dovute a delle successive

ricostruzioni. Una citt romana il cui nome probabilmente era "Aquae Sulphurae" - sorgeva nell'antichit al posto del sobborgo di Ilidza. Durante i primi anni del Medioevo Sarajevo non era altro che un insieme di villaggi raggruppati attorno ad uno spazio per il mercato e ad una fortezza chiamata Vrhbosna. L'anno generalmente ricordato come quello di fondazione della citt il 1461, quando il primo governatore Ottomano in Bosnia, Isa-beg Ishakovic, trasform il raggruppamento di villaggi in una citt e in una capitale, costruendo degli edifici chiave, ed in particolare una moschea, un mercato al chiuso, dei bagni pubblici, un ostello e ovviamente il castello del Governatore (saray) che diede alla citt il suo nome di oggi. Sarajevo ha iniziato a prosperare nel XVI secolo quando il suo maggiore costruttore Gazi Husrevbeg diede vita a quasi tutto quello che oggi compone la citt vecchia. Durante una incursione condotta dal principe Eugenio di Savoia, nel 1699, contro l'Impero Ottomano, Sarajevo fu bruciata e rasa al suolo. La citt in seguito fu ricostruita anche se non si riprese mai pienamente dalla distruzione, tanto che la capitale della Bosnia fu spostata a Travnik.
Dal XIX al XX secolo

Cattedrale Cattolica della citt

Il palazzo del parlamento della Bosnia Erzegovina, ricostruito dopo la guerra (1992-95)

Nel 1878, la Bosnia fu occupata dall'impero austro-ungarico, architetti e ingegneri invasero Sarajevo cercando di ricostruirla come una moderna capitale europea. Questo port alla fusione delle parti della citt ancora costruite in stile Ottomano, con l'architettura contemporanea occidentale. Sarajevo ospita anche brillanti esempi del periodo della Secessione e dello stile Pseudo-Moro. Nel 1914 la citt fu lo scenario dell'evento che scaten la prima guerra mondiale, l'assassinio il 28 giugno del 1914 dell'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando e di sua moglie. In seguito alla seconda guerra mondiale Sarajevo divenne un importante centro industriale regionale della Jugoslavia e di conseguenza cresciuta molto rapidamente. I nuovi quartieri sono stati costruiti a ovest della citt vecchia e sono andati accrescendo l'unicit dell'architettura della citt.
Dal XX al XXI secolo

Per approfondire, vedi Guerra in Bosnia e Assedio di Sarajevo.

Il momento di massima crescita della citt si ebbe agli inizi degli anni ottanta quando Sarajevo venne nominata citt ospitante dei giochi olimpici invernali. A causa dell'inizio della guerra in Jugoslavia, il 6 aprile 1992 la citt venne accerchiata ed in seguito assediata dalle forze serbe. La guerra, che durata fino all'ottobre del 1995, ha portato distruzione su larga scala e una fortissima percentuale di emigrazione. Tra i beni culturali maggiormente devastati dal conflitto si rammentano la Biblioteca Nazionale ed Universitaria, che era il monumento pi rappresentativo dell'architettura pseudo-moresca del XIX secolo, il "Museo di Stato della Bosnia ed Erzegovina" e la Moschea di Gazi Husrev Beg (del XVI secolo). La ricostruzione della citt iniziata a partire dal marzo del 1996, subito dopo la fine della guerra. Sebbene gi nel 2003 la maggior parte della citt presentasse il frutto dei primi processi della

ricostruzione, ad oggi (novembre 2011) Sarajevo mostra ancora i diversi segni del conflitto, sia nella parte nuova che in quella pi antica (in particolare risultano abbastanza evidenti i colpi di proiettile presenti su moltissimi edifici ricoperti di gesso). Il centro storico ottomano e la parte ottocentesca, di impronta austriaca, a parte alcuni singoli edifici sono completamente rimesse a nuovo. I segni pi evidenti della guerra si possono ancora trovare nella citt nuova, Novo Sarajevo, dove molti edifici sono ancora distrutti, e accanto ad essi sono molti i cantieri di nuovi centri commerciali ed edifici destinati ai servizi

Ragusa (Croazia)
Ragusa[1][2][3] (in croato Dubrovnik[4], in italiano anche Ragusa di Dalmazia e Ragusi, in dalmatico Ragusa o Raugia), una citt della Croazia meridionale di 42.641 abitanti, situata lungo la costa della Dalmazia. La citt, che ha lungamente mantenuto la sua indipendenza, vanta un centro storico di particolare bellezza che figura nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanit dell'UNESCO e che le valso il soprannome di "perla dell'Adriatico".

Storia
Per approfondire, vedi Repubblica di Ragusa.
Bene protetto dall'UNESCO Patrimonio dell'umanit Citt vecchia di Ragusa (EN) Old City of Dubrovnik

Tipo Criterio Pericolo Riconosciuto dal Scheda UNESCO

Culturali (i) (iii) (iv) 1991-1998 1979 (EN) Scheda (FR) Scheda

La citt venne fondata col nome di Ragusium (in greco Ragousion, ) nella prima met del VII secolo ad opera degli abitanti della vicina citt di Epidaurum (l'attuale Ragusavecchia o Cavtat) in fuga dalle invasioni degli Slavi e degli Avari. Successivamente, la citt entr sotto la protezione dell'Impero Bizantino ed inizi a sviluppare un fiorente commercio nell'Adriatico e nel Mar Mediterraneo orientale. Nel XI secolo Ragusa era ormai una florida citt mercantile e grazie alla salda alleanza con Ancona riusc a resistere allo strapotere veneziano in Adriatico e pot svilupparsi ulteriormente come repubblica marinara. Caduta Costantinopoli durante la IV Crociata (1204), la citt pass sotto il dominio della Repubblica di Venezia e tale rimase, seppur con brevi interruzioni, fino al 1358. In questo periodo Ragusa mutu dalla Serenissima il proprio assetto istituzionale. Approfittando della sconfitta dei Veneziani (1358) per opera dell'Ungheria, Ragusa si sottomise formalmente a quest'ultima in cambio di un tributo annuale, che si pagava sia in termini di denaro che di imbarcazioni, garantendosi tuttavia un'indipendenza di fatto. Ottenuta in questo modo la libert i cittadini poterono di nuovo scegliere un proprio assetto istituzionale eleggendo un consiglio cittadino e un proprio senato. Ragusa inizi a prosperare grazie ad una spiccata attitudine mercantile ed all'abilit dei suoi governanti. Nel giro di pochi decenni la citt divenne un primario centro commerciale e culturale e giunse a rivaleggiare con la Serenissima Repubblica di Venezia. Neppure il declino della potenza ungherese (battaglia di Mohcs, 1526) riusc a scalfire la prosperit di Ragusa: la citt si diede, cos come aveva fatto con gli ungheresi, all'Impero ottomano e preserv ancora una volta, tramite il pagamento di un tributo, la sua sostanziale indipendenza. Nel 1416 la repubblica di Ragusa fu il primo stato europeo ad abolire la schiavit e l'uso degli schiavi.

La rinascimentale Fontana di Onofrio

La prima fase del declino della citt dovuto alla scoperta dell'America nell'anno 1492 che escluse il Mediterraneo dalle principali rotte commerciali. Ma solo con il dominio Ottomano del XVI secolo inizi per la citt un lento quanto inarrestabile declino, dovuto anche al terremoto che scosse la citt nel 1520 e accelerato soprattutto dal terribile terremoto del 6 aprile 1667, che rase al suolo gran parte della citt facendo 5.000 vittime. Ragusa risorse velocemente dalle macerie dotandosi di un impianto urbanistico moderno grazie all'attivit di molti scalpellini, ma la ripresa fu parziale e di breve durata. La citt venne sempre pi a dipendere dal gioco delle potenze straniere e pot conservare la sua indipendenza solo grazie alla sua modesta importanza. Nell'anno 1806 la citt venne occupata militarmente dalle truppe napoleoniche, e nel 1808 un proclama del Maresciallo Marmont pose fine alla secolare repubblica di Ragusa. L'amministrazione francese la riconobbe parte del Regno d'Italia napoleonico nel 1808 e successivamente venne annessa alle Province Illiriche nel 1809.

Assegnata definitivamente all'Austria con il Congresso di Vienna (1815), Ragusa fu unita alla Provincia della Dalmazia e rimase fino al 1918 (termine della prima guerra mondiale) sotto il dominio diretto degli Asburgo. Fu in questo periodo che la citt divenne teatro di uno scontro dovuto alla formazione delle varie coscienze nazionali, che tendevano ad attribuire a s non solo il territorio comunale, ma anche l'antica e gloriosa storia della millenaria repubblica marinara. Questo scontro vide tre componenti in campo: quella croata - maggioritaria - quella serbo/montenegrina e infine la componente italiana: ognuna si organizz in un partito e per un certo periodo di tempo serbi e italiani si coalizzarono in funzione anticroata, riuscendo anche a far eleggere come podest di Ragusa l'autonomista italiano Marino Bonda fino al 1899; sempre il Bonda fu l'ultimo esponente Italiano di Dalmazia eletto al Parlamento imperiale di Vienna. Successore di Francesco GhetaldiGondola autonomista come Podest di Ragusa. Nello scontro serbo/croato sulla paternit etnico/storica della Repubblica di Ragusa si possono vedere in filigrana alcune delle motivazioni che cent'anni dopo avrebbero portato i governanti serbo/montenegrini ad accampare diritti sulla citt. Nel 1919 Ragusa divenne parte del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi Regno di Jugoslavia, e nell'aprile 1941 fu occupata militarmente dal Regno d'Italia per un paio di anni. Nel settembre 1941 Mussolini ne propose l'annessione al Governatorato della Dalmazia (cio al Regno d'Italia) con la creazione della Provincia di Ragusa di Dalmazia, che per non fu costituita per l'opposizione del croato Ante Paveli.[12] Successivamente, dopo la seconda guerra mondiale, Ragusa fece parte della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. In seguito alla dissoluzione di quest'ultima e alla successiva guerra in Jugoslavia, la citt si trov quasi sulla linea del fronte e il 6 dicembre 1991 venne bombardata dalle forze armate jugoslave (in particolare montenegrine) dalle montagne alle spalle della citt. Le bombe causarono molte vittime e non risparmiarono neppure il centro storico, che venne notevolmente danneggiato. Con la fine delle ostilit la citt si velocemente ripresa ed ha riacquistato la sua vocazione culturale e turistica. Il santo patrono di Ragusa San Biagio (nel dialetto croato della citt: sveti Vlaho; o in croato: sveti Bla). Nella chiesa a lui dedicata conservato il cranio in un ricco reliquiario a forma di corona bizantina, che viene portato solennemente in processione nella ricorrenza del santo, che secondo la leggenda e la tradizione popolare, difese e protesse la citt da un'aggressione della Repubblica di Venezia.

Patrimonio artistico
Stradun

Lo Stradun taglia in due la citt.

Rappresenta l'asse viario di Ragusa che taglia in due la citt e collega la porta Pile con la piazza Luza.
Chiesa di Sant'Ignazio

Quando i Gesuiti si installarono a Ragusa costruirono questa splendida chiesa barocca in onore del fondatore del loro ordine religioso.
Chiesa di San Salvatore

Vicino al Convento dei Francescani si erge la chiesa rinascimentale di San Salvatore. Venne fatta costruire nel 1520 dal senato della citt come ringraziamento al Salvatore per aver risparmiato Ragusa dal terremoto; una scritta sulla facciata della costruzione lo ricorda. La chiesa, risparmiata dal successivo terremoto del 1667 che rase al suolo gran parte della citt dalmata, presenta una navata unica con una volta costolata a crociera (crucicostolata) e delle finestre laterali gotiche a sesto acuto.
Chiesa di San Biagio

San Biagio il santo protettore della citt di Ragusa. La chiesa a lui dedicata sorge alla fine dello Stradun, in piazza Luza. La costruzione, in stile barocco, risale al Settecento e vi si accede tramite una scalinata. All'interno degni di nota sono gli altari e i decori barocchi ma soprattutto la statua d'argento di San Biagio raffigurante mentre tiene in mano il modellino della citt.
Fontana Maggiore di Onofrio

La Grande Fontana d'Onofrio si trova al centro della piccola piazza dopo l'ingresso da Porta Pile. stata costruita nel 1438 dal costruttore napoletano Onofrio della Cava, con cui la Repubblica aveva stipulato un contratto per la costruzione dell'acquedotto cittadino. L'acquedotto raguseo alla fine del Medioevo un fatto eccezionale. Onofrio port in citt l'acqua della sorgente chiamata umet nella Rijeka Dubrovaa, distante 12 km dalla citt. Una volta in citt l'acqua era accessibile dalla popolazione in due punti chiave: a Ovest all'entrata principale della citt dove fece costruire un grande edificio poligonale che fungeva da cisterna, e ad Est, dove pose una fontana di dimensioni pi ridotte che serviva a rifornire il mercato in piazza Lua. Oltre a queste due fontane se ne trovavano anche nella zona del porto e nell'area della pescheria, nel Palazzo del Rettore, e nel Convento Francescano, oltre alla Fontana Giudea. La fontana fu gravemente danneggiata nel terremoto del 1667, quella che si vede oggi una ricostruzione del volume architettonico, si sono conservati solo i 16 rilievi dei mascheroni, dalle cui bocche scorreva l'acqua.
Fontana Minore di Onofrio Questa sezione ancora vuota. Aiutaci a scriverla!

Colonna di Orlando

la raffigurazione in pietra del leggendario Orlando (o Rolando), il paladino protagonista della celeberrima opera letteraria medievale Chanson de Roland. La colonna nacque e venne utilizzata per oltre quattro secoli come pilo della bandiera statale della Repubblica. La scelta di raffigurare questo personaggio dovuta allo scontro che Ragusa ebbe col pirata saraceno Spucente, che secondo la fantasia popolare sarebbe stato ucciso proprio da Orlando presso Lacroma. Oltre ad essere simbolo della libert cittadina, la colonna divenne anche il luogo dell'infamia: qui infatti venivano eseguite le condanne capitali. Orlando era anche il protettore del commercio: la lunghezza del suo braccio destro (51,2 cm) divenne l'unit di misura del braccio raguseo. L'aspetto attuale della colonna risale agli inizi del XV secolo, ma nei secoli venne spostata o rimossa, anche per cause naturali: nel 1825 un violento fortunale l'abbatt e venne conservata in un magazzino per oltre cinquant'anni. Al momento del suo ripristino, il paladino venne rivolto verso nord, mentre precedentemente volgeva lo sguardo e la spada a Levante, verso i turchi.

Cattedrale dell'Assunzione di Maria


Storia
Il primo edificio fu costruito tra il VII e il VI secolo in stile bizantino. Fra il XII e il XIV secolo fu poi ricostruita in stile romanico. Secondo una leggenda la ricostruzione sarebbe stata possibile grazie ad una donazione di re Riccardo Cuor di Leone, dopo essere stato salvato da un naufragio nella cittadina. Dopo le gravi lesioni riportate con il terremoto del 1667 fu ricostruita in stile barocco, su progetto degli architetti romani Andrea Buffalini e Paolo Andreotti.

Descrizione

L'organo della cattedrale

La chiesa dotata di un impianto a croce latina con tre alte navate, terminanti con altrettante absidi. La crociata del transetto sovrastata da un'ampia cupola barocca. Sull'altare maggiore posizionato

un dipinto dell'Assunta del Tiziano, risalente al 1552. Altri quadri sono riconducibili a pittori italiani e dalmati, realizzati tra il XVI e il XVIII secolo. Accanto si trova il Tesoro della cattedrale (Riznica Katedrale), famoso per la raccolta di 200 reliquari, fra cui un braccio, una gamba e il cranio di San Biagio, tutti placcati d'oro, oltre ad un frammento della Croce. Comprende inoltre una riproduzione di una Madonna della Cattedra, di Raffaello e numerosi oggetti sacri d'oro. Tra di essi sono comprese una brocca e un bacino, ornati con piante e animali delle zone circostanti la citt.