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Nicola Spinosi

Psicoterapia: bussate e vi sar bussato

Indice Premessa Ti mettono a loro agio. Colletti bianchi. Una terapia senza limiti. Meritarsi la fortuna. Bon ton. La strega. Modelli di remunerazione. Promiscuit. Effetti specialmente dilettanteschi. Esplorazioni. Il celebre Masud Kahn. La formazione e l'etichetta. Ordine. Mini-psicoterapie. Il vero e il falso, secondo Enzo Codignola. La salute. Prima lettera ad un amico terapeuta. Le regole in psicoterapia. Seconda lettera ad un amico terapeuta. Frammenti clinici. Bussare a chi bussa. Il terapeuta mobile. La mentalit della sopravvivenza. Diciassette domande difficili.

Telefonata di un paziente, chiede a che ora comincia domani la seduta Alla tale ora, dico io Cominci pure, risponde il paziente (Sogno del 22 maggio 86)

Premessa. Escludendo il caso descritto in Una terapia senza limiti, mi riferisco a pratiche di derivazione psicanalitica, ci non toglie che usi termini come terapeuta, psicoterapia, analisi, analista, terapia, in modo abbastanza casuale, come se io li considerassi sinonimi. Non cos, considero la psicanalisi una forma di psicoterapia, Freud docet, ma la concepisco come una prassi che non dovrebbe perseguire tanto il curare, quanto favorire l'analizzare. Invero distinguerei la psicanalisi anche dal freudismo, nel senso che la prima ormai con il secondo ha poco a che fare. Da ci l'espressione derivazione psicanalitica di cui sopra. Il termine che uso per indicare la persona in terapia paziente, di recente dichiarato obsoleto anche in ambito medico: non mi soddisfa, ma preferibile a cliente, ad analizzando e ad analizzante; bello, quest'ultimo, per. Dedico questi scritti agli amici de Il Ruolo terapeutico.

Ti mettono a loro agio. Anni fa nel descrivere una scuola di psicoterapia di mia conoscenza a una collega che me ne aveva chiesto notizie, dissi: ti mettono a loro agio. In effetti credo che quel mio lapsus contenesse in modo germinale le mie perplessit sulla professione, in merito alla quale sospetto che molti terapeuti, in buona o in mala fede, mettano il paziente a loro agio e tornaconto economico, agio e tornaconto di potere emotivo, e che le regole del setting e le tecniche siano la facciata ideologica di tornaconti professionali e di ruolo. Ci non significa che le regole e tecniche non servano anche al paziente.

Colletti bianchi. Le magagne professionali della psicanalisi, forse, potrebbero essere inquadrate come white collars crimes, crimini dei colletti bianchi. I crimini dei colletti bianchi, secondo il sociologo E.H.Sutherland, sono inerenti non tanto alla vita privata dei professionisti (i colletti bianchi) quanto alla vita professionale. Se un notaio adesca bambine ci non un crimine da colletto bianco, mentre se lo stesso notaio si accorda con una parte allo scopo di avvantaggiarla, guadagnandoci, ecco: questo un crimine da colletto bianco. Se Jung trasse vantaggi amorosi, erotici, sessuali dal rapporto con una paziente, comera Sabina Spielrein, questo un crimine da colletto bianco o no? S, ma una storia damore non certo che sia un vantaggio. Se lanalista, come si legge nellanonimo Seduzione sul lettino, ha, nel tempo delle sedute, rapporti sessuali con una paziente, e per di pi continua a farsi pagare il cosiddetto onorario, questo un crimine da colletto bianco? S. Se un analista, o uno psicoterapeuta in genere, traduce la non rara dipendenza dei suoi pazienti nel

prolungamento della terapia ed incrementa i suoi introiti, questo un crimine da colletto bianco o no? Sarei pi per il s che per il no, se non fossi riassalito dai miei dubbi, che mi suggeriscono: magari sono i pazienti che si approfittano, pagando, della dipendenza dellanalista da loro. Nel nostro campo, casi estremi a parte, conta pi il buon gusto e letica che non il codice penale, contano pi i significati che non i crudi fatti. Pi i contesti dei fatti che non i fatti. Ma cos il buon gusto, cos letica? Ci rifacciamo ai dieci comandamenti, alla dichiarazione dei diritti delluomo, alla deontologia dei medici, a quella degli psicologi, o a qualche galateo?

Una terapia senza limiti. Mi raccont un'amica che la sua terapia, durata alcuni mesi, aveva comportato un coinvolgimento concreto nella vita famigliare e domestica della terapeuta. Gi conoscente della terapeuta, la mia amica era stata invitata dalla terapeuta, nel corso della terapia, a praticarle dei massaggi; la terapeuta le aveva inoltre chiesto, e ottenuto, di presidiarle lappartamento durante una vacanza, allo scopo di badare al cane, lasciandole in cambio ampia libert di invitare amici in casa, ci che la mia amica aveva fatto. Aveva avuto occasione di conoscere, nel corso della terapia, lex marito della terapeuta, il padre della medesima, il figlio e lattuale convivente. Era entrata a far parte, si potrebbe dire, della famiglia della terapeuta, tanto da divenire presto buona conoscitrice della storia personale e famigliare della terapeuta. La terapeuta le aveva nel tempo offerto la possibilit di appoggiarsi al suo appartamento allo scopo di facilitarle lo svolgimento di un certo impegno lavorativo che aveva luogo nei pressi della casa della terapeuta. Durante lestate inoltre la paziente, diciamo cos, aveva trascorso non pochi giorni nellappartamento della terapeuta, assente questultima, in compagnia del menzionato cane, di

una sua amica, del figlio della terapeuta e di un amico di questultimo. La decisione della paziente d'interrompere la terapia a causa delleccessivo coinvolgimento nella vita familiare della terapeuta, era stata infine accolta dalla terapeuta, anche se questultima avrebbe sostenuto di essere capace di assumere, come direi io, un s terapeutico distante dagli altri suoi s, esposti come ho descritto alla paziente. La curiosa pratica della terapeuta avrebbe avuto daltra parte effetti anche apprezzabili sulla vita della paziente che, nel corso della terapia, era riuscita a liberarsi delle conseguenze, almeno delle pi invischianti, di un rapporto difficile e tormentato con un uomo, ragione non piccola della sua iniziativa di fare unesperienza di terapia. Comunque sia, ci che minteressa che la straordinaria mescolanza tra i piani, amicale, famigliare, professionale, avvenuta nel concreto dei rapporti tra paziente e terapeuta, abbia prodotto una confusione che, invece, di solito ha luogo al riparo del cosiddetto setting, cos rimanendo in stato di invisibilit e di ipocrita sospensione. La confusione prodotta ha consentito di fatto alla paziente non solo di prendere non so come certe distanze dal suo rapporto sentimentale difficile e

tormentato, ma anche di lasciare da ultimo la terapia, restando per cos dire amica della terapeuta, mentre forse la confusione limitata entro i confini del setting non avrebbe prodotto gli effetti accennati, n lasciato alla paziente uno scampo veloce, com stato, alla terapia. Un vero selvaggio dunque meno dannoso di un selvaggio a met? Chiss. Intanto, due parole sulla tecnica pazzesca di questa terapeuta: costei di fatto ha inondato la paziente di occasioni che la hanno distratta dalle pastoie del suo accennato rapporto difficile; ha piantato una quantit di chiodi che hanno scacciato il chiodo inizialmente lamentato dalla paziente.

Meritarsi la fortuna. Durante una seduta * il grido viva la figa cantato da qualcuno gi in strada com come non muta la situazione tra la terapeuta e il paziente, fin l difficile e bloccata, da l ammorbidita e promettente. Da quel che riferisce la terapeuta, non c dubbio: la causa del cambiamento va cercata in qualcosa che successo a partire dalla ricezione del canto gridato, sullaria dell Aida: viva la figa. Secondo me il grido cantato o canto gridato costituisce per la terapeuta e il paziente un appiglio comune (condiviso, fresco, paritario, squillante), ma fungibile in direzioni diverse. E come se nella stanza della seduta fosse caduto un oggetto, uno solo, ma abbastanza duttile da permettere a ciascuno dei due di giocarci. La terapeuta riconosce la voce dellurlatore, un suo ex paziente psichiatrico, e se la gode, cogliendo nel canto un gesto damore, pensando alle sue amiche femministe eccetera. Lui, un paziente riottoso e ingrugnito, sorride e parla di s. Dopo giorni leffetto continua. Dice costui di aver passato i migliori giorni della sua vita. Si potrebbe erroneamente pensare che il paziente avesse bisogno di gridare viva la figa. No, perfetto che il lavoro lo abbia fatto un altro, dalla

strada. Si tratta di un vero e proprio slogan, un grido di guerra da bambini appena cresciuti, straordinariamente perentorio e ingenuo, immediato, fa sorridere se messo tra le virgolette di una situazione come quella della terapia. I due mettono ciascuno la sua parte di virgolette, lo slogan preso da ciascuno con le sue pinze, ciascuno lo prende e insieme lo lascia l fuori. E dentro e fuori, lo slogan, nostro ed altrui, di lui, di lei, di entrambi, ma nessuno dei due lha gridato. Una situazione perfetta, una rendita di posizione. Potersi gustare una mattana da ragazzini senza nessuna conseguenza che non sia piacevole. E la tecnica? Secondo me la tecnica qui implicita: cio la terapeuta ha in precedenza costruito, non sappiamo come, una relazione (con il riottoso aiuto dellaltro) capace, come un vaso, di ricevere il benefico slogan. Se il grido stato casuale, non casuale che il paziente possa averlo colto al volo. La fortuna bisogna sapersela ingraziare. * L. Incerti, Lettere, in Tecniche, n.2.

Bon ton. (2002) E passato circa un mese dallultimo incontro. Non capisco perch X non ha segnalato in alcun modo lassenza in quanto interruzione n in quanto termine della terapia. Ho pensato di prendere in considerazione, per il presente caso, ma anche per altri casi precedenti, lipotesi che tale mancanza di segnali non stia tanto in rapporto con landamento della terapia secondo il vissuto di X (vissuto di me, della terapia), quanto invece stia in rapporto con una mancanza di buone maniere (mancanza di segnali come mancanza di buone maniere). Quest'apparente banalit non lo , di fatto, in quanto prendo in considerazione lipotesi cattive maniere, maleducazione, solo dopo aver preso in considerazione (invano) altre ipotesi (relative al rapporto vissuto da X con me). Mie mancanze, inefficacia. Scartando (per ora) lipotesi che X sia impossibilitata a segnalarmi le ragioni della sua assenza (definitiva o provvisoria), non mi resta, scartate le ipotesi relazionali, che lipotesi cattive maniere. Lavoriamo secondo logica. Una persona per qualsiasi

motivo (nel registro della soddisfazione o nel registro dellinsoddisfazione) si assenta da una pratica, la terapia, ma non segnala questa decisione allinteressato. Ha pagato come al solito le tre sedute mensili (questo il tipo di setting da lei scelto e da me accordato), si congeda con serenit dopo una seduta, annunciando che mi far sapere il giorno del prossimo incontro, esponendo beninteso questinformazione al mio consenso o meno su giorno e ora, dopo un periodo di impegni, s, ma breve. Invece non mi fa sapere pi alcunch. Ha a sua disposizione il telefono, il cellulare, ovviamente la posta, oltre che un incontro per eventualmente comunicarmi che ha deciso di smettere. Non lo fa. E' una maleducata. Non vedo altre spiegazioni. Ora, questa spiegazione comporta, per com qui proposta, lipotesi che la maleducazione e la cattive maniere stiano s in qualche rapporto con il resto della personalit, ma che abbiano vita propria. E legittimo sostenere, in altri termini, che la maleducazione possa essere magari scissa e quindi che alloccorrenza possa manifestarsi senza con ci riguardare il resto della personalit? L esistenza (nei secoli) dei galatei forse dimostra che molti (gli autori e i lettori dei galatei) hanno ritenuto che le buone maniere possano essere

insegnate, che possano essere apprese. E che quindi possano essere ignorate! Intendo con ci che, se una persona non conosce ad esempio la data dellintervento dellItalia nella prima guerra mondiale, 24 maggio 1915, nessuno potr sostenere che ci inerisce alla sua personalit, a meno che lignoranza della storia possa essere considerata un tratto di personalit psicologica. Ora, una persona che non sa che buona norma avvertire il terapeuta, con cui ha avuto circa venticinque incontri in otto mesi, che la terapia non avr seguito o sar sospesa (per telefono, via sms, non necessariamente di persona) semplicemente maleducata. Ammettiamo quindi che X sia maleducata (farebbe dunque, ci, parte di lei): nei miei rapporti con lei non lavevo fin qui assolutamente notato, avevo anzi notato in lei correttezza. Dunque X corretta, salvo che in certe condizioni pu diventare scorretta. A me pare daltra parte che X mi abbia trattato come se io fossi il suo medico. Noi ricorriamo al medico quando qualcosa nella nostra salute non va, andiamo dal medico, che ci visita, ci chiede qualche informazione, ci prescrive dei farmaci e talvolta degli esami. Se siamo fortunati andiamo una volta dal medico e poi non ci ritorniamo fino al prossimo

malanno (magari per semestri, o per anni). Oppure andiamo dal medico alcune volte, poi, a guarigione raggiunta semplicemente non ci andiamo pi, senza neppure ringraziarlo o avvisarlo che stiamo meglio. Cos, secondo tale modello (maleducato, ma comune) potrebbe aver agito X. Non ritengo questa nota del tutto oziosa, mi permette infatti di riflettere sul concetto di personalit, sostantivo astratto riferibile com ovvio a quel che personale in un individuo, ma non certo limitabile alla psicologia. Mi permette inoltre e soprattutto di riflettere sulle maniere, buone o cattive, e sui galatei. Inoltre calma il mio disagio quando mi fa ritrovare il paragone con gli usi dei pazienti con i medici. Daltra parte essa suggerisce la possibile fallacia di una concezione troppo relazionale della terapia, per cui tutto quel che capita in essa andrebbe riferito alla relazione tra i due attori. Non cos. Una domanda potrebbe porsi, invece, il lettore: perch non ho telefonato a X per sapere che cosa aveva intenzione di fare, o semplicemente per domandarle come stava? Ci sono varie ragioni per cui non lho fatto. Nelle settimane iniziali non volevo interferire con una sua eventuale pausa di

riflessione. Ero portatore di conflitto dinteressi in quanto percettore di denaro. Se il lettore pensasse poi di paragonarmi ad un innamorato abbandonato, non saprei dargli torto, ma stavolta linnamoramento non centra. Qui, a parte il galateo, potrebbe risiedere una ragione dellabbandono della terapia da parte della paziente. Mancanza d'amore.

La strega. (2011) Durante uno scambio di ostilit telefoniche con il marito, causate stavolta dallunicit dell'auto di famiglia, presa da lui allo scopo di prelevare certe merci in un lontano emporio, la moglie, rimasta a piedi, in mattinata aveva augurato la morte al coniuge nella forma che segue: speriamo che tu non torni. Orbene, luomo nel primo pomeriggio si sente male e defunge. In conseguenza di ci la donna, com ovvio molto colpita dallimprovvisa perdita, inclina a sentirsi in difetto ed a connettere il suo malaugurio litigioso con la morte del marito, non solo a tormentarsi a causa del cattivo congedo finale reciproco. Il lutto si colora di superstizione, nel dettaglio: di stregoneria. Non che la signora, sui sessanta, laureata, creda davvero di essere, se non una strega capace di malefci, unassassina. E afflitta dal suo post hoc ergo propter hoc, come quasi tutti noi, oppure da suggestioni di sincronicit, che significa messa in relazione acausale (Jung) di eventi che appartengono a universi separati, ma in qualche modo (anche lasso, anche metaforico) somiglianti: stavolta quello delle parole e quello dei fatti. Jung propone che la sincronicit sia un effetto di atti mentali creativi: nel

caso della vedova, tale creativit determinata dal lutto. Quindi risulta non tanto curiosa o magari imbarazzante, quanto invece dolorosa. Dichiara la vedova che il rapporto tra lei e il marito, dopo una trentina di anni, era da tempo, quando non distaccato, irto di scambi offensivi, ma mi sono fatto lidea di una parlata senza peli sulla lingua, del resto forse da attribuire, pi che ai due coniugi, alla rude cittadina toscana dove abita la vedova, ed alla evidente appartenenza non borghese di lei. Si esprime in modo ruvido, terra terra, e riferisce di scambi verbali, tra lei e il defunto, di rara brutalit. La figura del defunto, per quel poco che possiamo aver capito, quella di un pensionato di cagionevole salute con lhobby del bricolage, del tutto privo di interesse erotico per la moglie, del resto in ci ricambiato; sospettabile, inoltre, di unextraconiugalit - a quanto pare platonica. Insomma, il defunto era qualcuno di cui non sentiremo la mancanza, caso non raro, anche se in pochi riconosciamo che chi muore giace, chi vive si d pace. Il lavoro del lutto consiste nel passaggio, pi o meno lungo, dal dolore (o dal mero urto) per la perdita, allabitudine alla medesima, fino a non sentirla pi. Fino al restauro, o rivalutazione dellimmagine del defunto (parce sepultis); o,

beninteso, al silenzio tombale della memoria. Stavolta lurto (o il dolore) complicato dal senso di colpa (o dal sentirsi in difetto) per avere la vedova, poche ore prima della sua morte, augurato la medesima al marito. La donna non una strega (nessuno od stato una strega), non ha poteri malefci (nessuno ha o ha avuto simili poteri), del resto possiamo ipotizzare che il tu morissi! sia stato moneta corrente tra lei e il marito, anche nella forma allusiva, speriamo che un tu torni!. Il timore di essere una strega (o il gioco luttuoso consistente nel timore di esserlo, per la precisione) dunque un errore della donna, in realt, una sua superstizione, una narrazione superstiziosa cui, comprensibilmente, costretta. Eppure: si potrebbe raccontare di tale narrazione come di un tentativo inconsapevole della vedova di emergere dalla sua penosa esperienza matrimoniale con il titolo di strega. Almeno quello.

Modelli di remunerazione. Abitava in campagna e riceveva i suoi adepti tra bosco e prati, in fondo a una discesa bianca lungo la quale pi di un novellino aveva urtato lauto contro una roccia situata nel mezzo della viottola - e magari non si era pi fatto vedere. Non sappiamo se il maestro fosse abile soltanto a mantenersi una clientela, tale secondo alcuni eretici il risultato essenziale della psicoterapia, od anche a sostenere la sua parte. Al meglio avrebbe dovuto aiutare - con atti di testimonianza umana e intuizioni in merito ai sogni degli adepti non a risolvere bagatelle, ma a far s che quelli equilibrassero il mondo notturno con quello diurno, mica facile. Oppure a consentir loro di superare quella roccia piantata in terra senza fracassare lauto. Del resto, non pochi preferivano scendere a piedi. Viveva di rendita, ci gli dava dei privilegi non soltanto generici, come la libert, ma anche specifici, nel suo cosiddetto lavoro non doveva accogliere, nella sua casa sita ai piedi della collina, allinterno di un bel locale aperto sulle valli, creature casuali, non dipenderne economicamente: non aveva bisogno di trasformarsi in ci di cui sono

esempio puttane, medici, avvocati, commercialisti e cos via, figure cui basta che il cliente respiri. E non si lasciava pagare in denaro dai suoi adepti, questa la sua caratteristica rara, almeno in questa parte del mondo, ma in beni alimentari, ali mentali, in vino ed altri alcolici, dolci, panettoni, spezie, salumi, sottli, sottaceti allusivi, in combustibili non metaforici, legna, gasolio. Natura a parte, in pneumatici, libri, musica. In abiti, vedi alla voce apparenza, scarpe, cappelli, gemelli, camicie, pullover, lavori a maglia, tutto quanto, purch non fosse denaro, contanti, assegni, bonifici: non scherziamo, il maestro sapeva appena che cosa fossero. Tutto, si fa per dire, fuorch il denaro. Baratto, dunque: parole, alta presenza umana, testimonianze, intuizioni, in cambio di beni vari niente materia cosiddetta imponibile, niente tasse, niente intrusioni dello Stato. A questabitudine era approdato da anni. Prima aveva richiesto un diverso tipo di remunerazione, di cui passiamo ad illustrare il modo. L opera doveva esser pagata, in denaro, soltanto quando ladepto in modo definitivo ne cessasse la pratica. Tante sedute stop conclamato - tanto denaro, cash. Si faceva pagar caro, ai tempi. Lato

debole? Qualcuno non smetteva mai, quindi non pagava, anzi: soltanto per non pagare continuava, linfame. Te la do io l individuazione. Altri smettevano, ma dopo ritornavano, dunque era difficile considerarli cessanti. Qualcun altro spariva e basta, magari dopo interi semestri, decine o addirittura cinquantine di cosiddette sedute - tanti saluti. In pi le tasse, o il nero orrore - che al maestro dispiacevano entrambi. Come fosse un deposito parrocchiale di robe da distribuire ai cosiddetti poveri, il maestro aveva dunque, ora, un magazzino abbastanza grande da poterci stivare i beni che, copiosi o meno vedi alla voce Customers Satisfaction - i suoi adepti gli davano in cambio sappiamo di che cosa. Via via, dalle fasi iniziali di ricognizione dellOmbra, della Persona, del Puer, del Senex, verso il supremo ma elusivo bersaglio, il S, erano liberi di portare quello che ritenevano pari al ricevuto, in umana comprensione ed intuizione. Bottiglioni dolio, un paio di chili di salsiccia, La Storia di Firenze del Davidsohn mancante solo di un volume, dischi rari, legna, un sacco a pelo, Mario und der Zauberer. Un computer portatile quasi nuovo, una non solo metaforica stufa, da rifletterci su, una pipa

nuova ed una maturata Morsinetti, guardi che bella, Morsinetti, sa, quello di via Ghibellina! Tabacco, sigarette, sigari, barattoli di pesche sciroppate, una damigiana di Morellino di Scansano subito tradotta in scansa no, e cos via. Un cane, un pappagallino. Il lecca-lecca che un adepto, gi frustrato, aveva estratto, stava un giorno per far perdere la pazienza, simbolicamente per carit, al maestro. Poi invece, muto, lui ne aveva considerato il valore pungente, ed integrato, per usare il suo lessico, loltraggio come segno di crescita delladepto. Con pazienza gli adepti potevano, non si dice dovevano, scrivere sui loro quaderni o taccuini quel poco o quel tanto dei sogni avuti durante la notte, questa la prescrizione del maestro. Gli leggevano a fatica i loro scarabocchi albali, in seduta, tra un fatterello e laltro, perch invariabilmente tendevano a curarsi de minimis; ma qualcuno, innamoratissimo, glieli consegnava ricopiati in bella, o stampati. Ne aveva un cassone pieno, di tanto in tanto ne leggeva le serie, cos lui. Fin dai tempi della remunerazione liquidatoria era sceso alla casa del maestro un certo adepto, detto

Paolone, ormai divenuto quasi di famiglia, si sa, il tempo lima. Teatrante della parola, intrattenitore, Paolone, preda di visioni nefaste di natura variamente politica, era, alla met degli anni settanta, corso fuori una volta dalla finestra di casa sua, per la verit posta a pianterreno, ossesso dalla paura di esser catturato come terrorista dai carabinieri, bussanti, pare, alla sua porta. Sera appena ferito, Paolone, ed era stato avviato, a cura dei compagni di lotta, da uno psichiatra cosiddetto democratico colloqui e psicofarmaci. Si toglieva gli occhiali e mi guardava, cos Paolone a proposito del suo medico. Perplessit. Desiderio di miopia. Stanchezza. Poveruomo. Gli prescriveva pillole castigamatti e via alla prossima volta. Da ultimo aveva liquidato quel non pagante usando un argomento abile: che Paolone stava meglio e poteva far a meno dello psichiatra. Il maestro, che non era medico, sintende, ma umanista generico, e neppure laureato, aveva dovuto darsi molto da fare perch Paolone, inviatogli dai compagni stufi di ospitare quel tanghero in casa, frequentasse, invece delle famiglie altrui, la sua cosiddetta Ombra, appioppandone meno glingredienti in giro. Pian piano le visioni e le

audizioni allucinatorie si erano ridotte allo stato di scontentezze e rancori soltanto discutibili, merito della chimica umana cui il maestro e Paolone davano luogo insieme. Se non, invece, erano soltanto passate di moda, come la rivoluzione sociale, politica, culturale, sessuale - senza ricambio. Era rimasta quellincapacit generica, ma non troppo pericolosa, di aver, Paolone, a che fare con il prossimo, con le vagheggiate donne, e la tendenza, invincibile come la roccia spuntante lungo la viottola verso casa del maestro, a ritenere dessere in credito con il mondo. Questultima com ovvio confliggeva fortissima con ogni idea di remunerazione. Paolone aveva approfittato con la massima facilit della regola introdotta dal maestro, anzi: per lui era naturale in ogni caso scroccare, quindi semplicemente non aveva mai cessato sul serio di scendere la viottola, abilmente evitando con lauto di spaccare la coppa dellolio sulla roccia. Del resto, se avesse dovuto pagare i dieci anni danalisi trascorsi, si sarebbe trovato senza una lira, ed era povero. Passato il metodo dincasso del maestro alla fase del baratto, Paolone si era trovato invece a dover remunerarlo, e la sua indiscutibile inventiva

applicata alla taccagneria ed alla miseria, oltre che alle vicissitudini del cosiddetto transfert, dava risultati come: una sudata sciarpa di cotone indiana, una bottiglia di vino dAvola acquistata alla Coop, chili venti di patate novelle, unoccasione, prese da un venditore parcheggiato con il camioncino sulla provinciale, chili tre di marroni del Valdarno, stessa provenienza, un golf usato e importabile dallormai ingrassato Paolone, alcune cravatte appartenute al suo defunto genitore, larghe, un crocifisso antico, cos Paolone, pregevole manufatto, alcune statuine di terracotta tra le quali un San Nicola, a quanto pare adoperato da remoti pescatori pugliesi come portafortuna da tenere ritto a prua, stinti i colori; registrazioni della voce di Gassman alle prese con Dante, una biografia di Marcel Marceau, Concerto domenicale (Nicola Lisi, 1941), due bacchette da batterista, un basto da muli, un paio di Timberland degni di Lil Abner, taglia 45, un panciotto di velluto smesso, un paio di guanti utili a non far perdere, al maestro, la presa sul volante, non si sa mai, scilicet accidenti a te, ma non lo dico. Paolone seguit a scendere la viottola fino a quando il maestro non defunse.

Promiscuit. 1986. Mi rivolsi, su indicazione del mio analista, A, ad un altro analista, B, come supervisore dei casi che seguivo io. B aveva saputo dal supervisore del mio analista A (e forse suo) che io lo avrei chiamato. Io per non lo sapevo, che il mio supervisore era stato consigliato per me all'analista A dal suo supervisore, che io conoscevo come collega universitario e con cui non mi trovavo in ottimi rapporti di simpatia. Ho appreso ci dall'analista B, quello che avrebbe dovuto farmi da supervisore, una ventina di anni dopo, durante un nostro colloquio informale, dato che, terminata da anni l'analisi, avevamo iniziato a vederci come colleghi ed amici, ogni tanto, per chiacchierare del pi e del meno. Ne ho tratto la conclusione che la mia ultima esperienza di analisi, dopotutto utile, sia iniziata nel segno dell'omissione della verit, infatti l'analista B, invece di affermare, come una volta gli occorse durante una seduta iniziale, che mi aveva sentito nominare, avrebbe potuto chiarirmi lo snodo (se non era un nodo) per cui io mi ero rivolto a lui. Non sarebbe stato facile, lo ammetto: avrebbe rischiato, l'analista B, di disgustarmi e di perdermi come paziente.

Infatti io non avrei gradito di sapere di essere stato oggetto di attenzione da parte del supervisore dell'analista A e dell'analista B, una persona con cui non ero in ottimi rapporti di simpatia. Come non ho gradito di apprendere, venti anni pi tardi, questa storia, tant' che i miei contatti con l'analista e poi amico B sono cessati, mentre la esperienza analitica fatta ai tempi rimasta retrospettivamente danneggiata del resto in parte lo era stata gi dal passaggio dalla relazione analitica a quella amicale. Quel che riferisco aggrovigliato, infatti accenno ad un nodo non solo per gustarmi il gioco di parole con snodo. Avevo avuto le mie prime due esperienze di analisi con colleghi universitari, un errore perdonabile in un giovane ignaro, imperdonabile nei suoi colleghi, che del resto facevano parte di un gruppo analitico in cui prendere in analisi anche una persona conosciuta era normale. Alla terza esperienza analitica, quella con l'analista qui sopra detto A, mi ero tirato fuori almeno dalla confusione dei piani, peccato che l'analista usasse (o fosse usato da) una tecnica analitica secondo cui il transfert sarebbe meglio che non ci fosse (v. Un soffitto viola. Psicoterapia, formazione, autobiografia, Firenze Univ. Press). Poich avevo iniziato da una decina di

anni a fare l'analista anch'io, A ritenne di consigliarmi di andare da B per la supervisione. A faceva s parte dello stesso gruppo analitico dei miei primi due analisti, ma mi era ignoto, e credo che anch'io fossi ignoto a lui. Insomma, ero sfuggito alla confusione dei piani, ma non al solito gruppo analitico. B, consigliatomi da A come supervisore (in realt lasciai l'analisi con A e la iniziai con B), che avevo sentito nominare (l'ambiente ai tempi si limitava a decine di operatori, non era allargato a centinaia), mi era personalmente ignoto, nel senso che non era un mio collega universitario - con quel che logicamente ne consegue. Passando da A a B continuavo nella buona pratica di evitare la confusione dei piani, e la tecnica di B mi avrebbe dato un buon esempio da pensare ed applicare nel lavoro con i miei casi. A causa proprio di tale buon esempio tecnico, io ritenni pian piano che B avesse poco e nulla a che fare con il suddetto gruppo analitico, di cui gli parlavo molto e spesso in seduta, con nomi e cognomi. Ed in effetti probabile che B se ne tenesse ai margini. Peccato che suo antico maestro e (forse) supervisore fosse uno dei notabili del gruppo, colui che aveva consigliato ad A di farmi il nome di B per la supervisione. Ragione per cui, si potrebbe dire, venti anni dopo io ho saputo che

quando dicevo peste e corna di questo o di quel collega tra cui coloro che mi avevano preso in analisi nonostante che fossi loro persona nota, e via sbagliando, lo facevo con uno, B, che forse non faceva il doppio gioco, no, ma certo non era neutrale, non poteva esserlo. Non m'interessa approfondire, tuttavia, quest'aspetto d'inquinamento della mia quarta ed ultima esperienza analitica, mi basta chiarire che l'analista conosceva pi o meno bene molti dei personaggi che io nominavo, quando spendevo il tempo della seduta sul tema del mio lavoro all'universit e dintorni. Ci inquinamento. Non ignoro che maestri rinomati criticano il concetto di analista neutrale, n che in un ambiente circoscritto come quello in questione sia abbastanza facile che il paziente e l'analista conoscano le stesse persone. Ma qui si esagerava, come sempre si era esagerato, nel mio caso e probabilmente in altri, nella stessa epoca di confusione. M'interessa di pi approfondire, magari senza sprofondarci, l'incipit della mia quarta analisi da parte del mio analista, B. Costui stava dunque per iniziare un trattamento di circa quattro anni (1986-1990; prima a tre sedute settimanali, poi a due) che gli avrebbe fruttato dei bei soldini: certo non poteva prevederlo, ma sta di fatto che

l'omissione da parte sua della vera natura del nostro incontro, in realt telecomandato da qualcuno che non mi faceva affatto simpatia, gli convenne, dal punto di vista economico. E' difficile, secondo la mia esperienza di lettore di narrazioni in merito alla psicoterapia, che l'argomento economico sia preso in considerazione, forse perch il denaro in definitiva puzza, come argomento, mentre concretamente proverbiale che non puzzi. All'analista B omettere la verit convenne, infatti sapendola io mi sarei sentito riafferrato dal gruppo che invece desideravo molto lasciare, e con ogni probabilit avrei interrotto con B. Ci non toglie, ripeto, che dire la verit per B non sarebbe stato facile. Trov la formula ricordata, l'ho sentita nominare, vaga e pure seduttiva. Invece che controllato, mi faceva sentire un po' noto nell'ambiente. B tolse di fatto un cliente ad un collega, A, ma questo capita in tutte le professioni, e dopo tutto, probabilmente, ad A stava benone togliersi dai piedi un paziente ostico come me, soldi o non soldi (estate 1985 - primavera 1986, otto sedute al mese). Che cosa voglio dire? Non so se tutti i colleghi della terra avrebbero accettato quello che B accett, sul piano del buon gusto professionale. Un cliente come me, dirottato con il telecomando da un notabile che mi stava sull'anima,

in nome della stupida scusa che A non se la sentiva di farmi da supervisore oltre che da analista...avevo pochissimi clienti, e ne parlavo ben di rado! Che ne so? All'analista B sar forse piaciuta la prospettiva di un'avventura analitica diversa dalle solite, oppure no: non diversa dal solito, come al solito promiscua. Chi legge potrebbe chiedersi perch mai B decise di raccontarmi il segreto del mio inizio analitico con lui. In realt fui io ad entrare in argomento. Siamo nell'estate del 2007; mi viene da dire a B, durante una conversazione amichevole, al ristorante, che forse era stato un caso che io avessi iniziato l'analisi con lui, ai tempi, e non con il suo omonimo. Ebbene s, di analisti dotati del cognome di B, avevo di recente scoperto, in citt ce n'erano due! L'analista A mi aveva dato solo il cognome, non il nome, e fui io a rivolgermi proprio a B, e non all'altro, dato che in passato di B avevo sentito parlar bene da un suo paziente, mio amico e persona esterna all'ambiente. No, replica B, non fu un caso, e rivela quanto ormai sappiamo. Ritengo che la mia mossa di rivolgermi a B e non all'omonimo resti da considerare casuale, ma lasciamo perdere. Posto che nell'argomento fui io ad entrare, B avrebbe ben potuto far finta di niente, magari

attaccandosi, come avevo fatto io, alla logica della casualit, per cui tra un Giuseppe Bottazzi e un Luciano Bottazzi si sceglie il primo per sentito dire, ma si potrebbe anche scegliere il secondo, proprio per iniziare un'avventura totalmente nuova, al buio, com'era stata del resto quella con l'analista A, che io non avevo mai sentito nominare fino a quando un medico non me lo consigli. B avrebbe potuto lasciar correre, ripeto, invece rivel quanto sappiamo, infliggendo un colpo grave, retrospettivo, alla esperienza che avevamo fatto ai tempi. Ed alla nostra amicizia. Quanto alla nostra amicizia, essa era iniziata come segue: finita l'analisi per mia decisione (non mi ero sentito rispecchiato da B in rapporto ad un mio sogno riferibile ad un progetto di formazione nuova); terminati, circa un anno dopo, alcuni incontri serviti a chiarire certe mie difficolt con una paziente, e declinato da me l'invito imprevisto di B a riprendere l'analisi in modalit economicamente di favore, una volta mi vedo arrivare una cartolina di B, da qualche posto ameno: La ricordo con stima e affetto, ma di questo secondo termine non posso esser certo. Simpatia? Io risposi con una mia cartolina assai concisa: Anch'io!. Si veda il celebre passo manzoniano: La sventurata rispose. Dopodich iniziammo a vederci

- due o tre volte all'anno, mica di pi, pranzavamo insieme e si parlava di questo e quello. Per alcuni semestri partecipammo entrambi anche alla redazione di una rivista. Il danneggiamento retroattivo dell'esperienza analitica dipese in definitiva proprio dalla trasformazione del rapporto, da analitico con il Lei, ad amicale con il Tu, tra me e B, e dalla relativa familiarit instauratasi tra noi. Non intendo entrare in dettagli. E' probabile che il cosiddetto danneggiamento retroattivo sia dipeso tuttavia dal fatto che l'analisi non fosse terminata con l'accordo di entrambi, e che l'amicizia, cominciata invece con l'accordo di entrambi, fosse intervenuta come tappo inadeguato di un buco considerevole. Dopo aver chiuso l'analisi con B, ormai sono passati pi di venti anni, non ho pi affidato a nessun analista o terapeuta d'altro orientamento la mia storia personale, per dir cos, soprattutto non me ne venuta assolutamente la voglia. Ritengo di aver gi dato, anche in termini di miei errori, ovvio, infatti non mi nascondo di aver sbagliato, quando da giovane mi rivolsi a quei colleghi e conoscenti, alla mia prima e poi alla seconda esperienza analitica; non mi nascondo di aver sbagliato, dopo anni di lavoro in solitudine, a richiedere l'aiuto del secondo di quei colleghi

(esperienza del resto brevissima); n di aver sbagliato a rivolgermi al terzo analista, qui detto A, solo su indicazione di un medico, n di aver sbagliato a restare suo paziente per circa otto mesi mentre lui, povera anima, tentava di annientarmi; n di aver sbagliato ad accogliere la sua indicazione di rivolgermi a B per la cosiddetta supervisione. L'analisi con B non stata un'esperienza negativa, a parte il finale, quando io me ne andai dicendo beffardamente che essa aveva perso la sua forza propulsiva, anzi: la ho considerata positiva per anni e anni, soprattutto perch B non faceva gli errori tecnici tipici dell'ambiente qui detto promiscuo dei miei inizi. Peccato che un'amicizia diciamo sostitutiva la abbia danneggiata retrospettivamente, fino al capolavoro finale, su cui ho tentato di spiegarmi. Qualche anno passato da quando una mia collega (del dipartimento universitario in cui ero stato costretto a riparare a causa della brutalit e impudenza del direttore del mio vecchio dipartimento) mi raccont che aveva conversato a cena con il mio secondo analista, e che avevano parlato anche di me: pare che questo mio secondo analista avesse affermato tra l'altro che ai miei occhi nessun analista era abbastanza bravo per me. Su questo non saprei quale obbiezioni avanzare. Non

ero un presuntuoso, ma, come ritengo oggi, una sorta d'infiltrato, o se vogliamo un osservatore partecipante in un campo piuttosto ristretto come poteva essere quello della psicoterapia di derivazione junghiana in una citt come la mia, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. A ci servita l'esperienza con i miei quattro analisti: non tanto a formarmi come analista, quanto a formarmi un'opinione su come agivano allora i miei colleghi. Iniziando dall'ultimo di loro (winnicottiano, kohutiano), ho insistito a sufficienza su un suo errore che, in verit, non sarebbe stato facile evitare, quello iniziale. Errore successivo fu quello di mandarmi la cartolina di stima e di dar luogo, con la mia complicit, al cosiddetto danneggiamento retroattivo dell'esperienza. Il penultimo analista (junghiano) commise alcuni errori in un contesto di correttezza del setting: per esempio al termine di una delle prime sedute mi augur un bavoso sogni d'oro; indulgeva poi nella manfrina di rinnovare al termine di ogni seduta la domanda sul successivo appuntamento, quando sapevamo benissimo che il lavoro constava di due sedute per settimana, giorno ed ora prefissata; il suo errore grave tuttavia fu, mi ripeto, quello di non saper mostrare di aver raccolto

gli accenni critici che da me erano (indirettamente) mossi al lavoro in corso di svolgimento, facendo invece pesare la mia critica tutta a carico della mia persona e della mia vita (v. Un soffitto viola). Il mio primo analista (guattariano*), persona certo di valore intellettuale notevole, come del resto l'ultimo, mi faceva talvolta attendere l'inizio ritardato della seduta in un salottino, come se fosse in questione un appuntamento dal dentista; in un caso mi trovai davanti alla sua porta insieme ad un altro paziente: l'analista si era confuso, oppure si era sbagliato uno di noi due pazienti; in un altro caso l'analista venne ad aprirmi in accappatoio, a gambe nude, con i piedi infilati in un paio di zoccoli; in un altro ancora, avendogli io comunicato pi o meno satanicamente che una persona di nostra comune conoscenza era defunta all'improvviso, l'analista si assent subito dalla stanza per effettuare una o pi telefonate in merito. A parte queste bagatelle, l'analista non coglieva certi indirizzi critici indiretti che inconsapevolmente io, o i miei sogni, rivolgevamo alla sua prassi. Il secondo analista (hillmaniano),invece, poteva improvvisamente sospendere il corso del lavoro per

farsi una vacanza; in un caso mi convoc per la mattina seguente al giorno della seduta che stavamo avendo acciocch io mi presentassi da lui caldo di sogni; in un caso, arrivato troppo presto al suo appartamento-studio, ed essendomi accomodato su una vetusta cassapanca in prossimit della sua porta, l'analista, sbucando carico di sacchetti, si mostr assai contrariato e m'invest affermando che anche gli analisti fanno la spesa; un'altra volta, avendogli in precedenza regalato un mio disegno, l per l accettato, successivamente me lo restitu affermando che non sapeva dove metterlo: dato che il disegno, grandino, era arrotolato in forma cilindrica, a me difett la risposta appropriata circa il posto dove lui avrebbe potuto metterlo. In effetti si trattava di un lavoro bruttino, questo va detto! A parte queste bagatelle pi o meno abominevoli, ascrivibili almeno in parte alla descritta circostanza che ci vedeva non solo collegati dal lavoro analitico, ma anche da quello accademico (ci davamo del tu), il secondo analista, non diversamente dal terzo, quello dei sogni d'oro, si pappava goloso gli accenni positivi da me rivolti indirettamente alla sua persona ed al lavoro, scodinzolava addirittura, mentre invece rovesciava su di me e sulla mia Ombra (v. Jung)

quelli negativi, devastantemente ai miei danni. Ho finito? Forse no, ma pu bastare. *da Felix Guattari, coautore con G.Deleuze de L'antiedipo. Quest'etichetta, come le altre che qui applico ai miei quattro analisti, come tutte le etichette, discutibile. Tuttavia indiscutibilmente tutti loro avevano (hanno) una formazione junghiana di partenza, ed altrettanto senza dubbio il terzo era junghiano, ma fedele alla linea. Questo merita di essere ricordato, nel senso che questo analista non pretendeva d'essere altro da quel che era.

Effetti specialmente dilettanteschi. I miei errori, come terapeuta principiante, derivavano da cattiva gestione del setting, e da una tendenza pi allo smascheramento (dei discorsi) dei pazienti che non alla loro comprensione. Un terzo tipo di errore fu tuttavia quello di non fruire, io, di una qualche buona supervisione. In effetti ricordo una serie di incontri con altri quattro colleghi altrettanto principianti; la memoria mi suggerisce che si sia trattato d'una esperienza breve (mesi) e di scarsa efficacia, tuttavia il gruppo costitu pur sempre uno spazio di socialit e di riconoscimento, a me utile. Eravamo tre uomini e due donne di et tra i trenta e i trentacinque anni. Colleghi all'universit, quattro su cinque, venivamo da (non dir appartenevamo a) la stessa fabbrica di analisti cui accenno, per dir cos, nello scritto intitolato Promiscuit. E di quella compagine avevamo, credo, i difetti, non so gli eventuali pregi: tra noi cinque c'erano, o c'erano stati, rapporti personali stretti, di amicizia, di matrimonio, e coinvolgimenti amorosi. Gl'incontri avvenivano, a casa d'uno o dell'altro dei cinque amici (dei quali una delle due donne mi pare che non esercitasse), talvolta dopo una cena allegra, sia

detto senza alcuna ironia. Si mescolavano i piani, secondo me. Non so poi quanto fossimo consapevoli o desiderosi di tentare una via d'uscita dalla suddetta compagine o fabbrica di analisti, o meglio di sfuggirle, o meglio ancora di rifiutare l'autorit dei nostri genitori analitici. Quanto ai miei tentativi di discutere con il mio primo analista (dal 1976, anno dei miei inizi come analista) e con il secondo (1977-1979; con una breve disastrosa ricaduta nel 1985) le mie prime imprese analitiche, devo precisare che con il primo io mi vergognavo della mia iniziativa e ne trattai di conseguenza poco o nulla; con il secondo invece ne discussi pi volte, ci significa che ora mi vergognavo meno (di che cosa? Di avergli portato via un paziente, come mi era accaduto invece con il primo quando, invece di indirizzargli, al solito, una persona da qualcuno segnalatami come bisognosa di terapia, l'avevo presa in carico io, per cos dire intercettandola). Mi vergognavo anche perch mi sembrava di fare qualcosa nel segno dell'incompetenza, questo per me certo. Il mio secondo analista, che apparteneva ad una rinomata societ analitica nazionale, non solo all'accennata compagine locale, mi dette in un caso del dilettante e, un'altra volta, mentre gli parlavo di quel che

aveva detto su un caso uno dei membri del mio gruppetto, se ne usc come segue: ma cosa vuoi che ne sappia, lui? Analiticamente perfetto, no? Ai due non davo del resto molto credito, come supervisori, infatti sapevo da che razza di guazzabuglio formativo, secondo me, provenivano. Con il mio terzo analista, che almeno non faceva parte delle mie conoscenze (siamo ora nel 1985), parlai pi volte dei miei casi. Ma ricordo, a chi abbia letto il testo qui intitolato Promiscuit, che fu proprio a proposito della supervisione che il mio terzo analista escogit l'idea di consigliarmi un altro analista, a suo dire gravido di esperienza, migliaia di casi. Bum! Erano tutte bravissime persone, del resto, il secondo anche dotato di laurea in medicina, il quarto di formazione intellettuale non troppo eterogenea rispetto alla mia, il primo dialettico assai sottile, il secondo interpretativamente svelto, la pistola pi veloce del West, il terzo addirittura ingegnoso, e allora: perch sto qui a perder tempo con errori tanto lontani che, perci, possono anche ingannare la mia memoria? Con il quarto dei miei analisti ebbi modo di discutere dei miei casi senza sentirmi perseguitato, ci che era avvenuto con il secondo. Bisognava

depersecutivizzare, disse una volta il quarto, secondo una sua personale modalit di linguaggio che m'incuriosiva e anche mi divertiva. Precisiamo, del resto, che eravamo adesso verso la fine degli anni ottanta, non ero mica pi un ragazzino. Insomma, s, l'ultimo dei miei analisti mi aiut a valorizzare i miei talenti per mezzo di dosi di depersecutivizzazione. Il terzo ed il quarto mi furono utili anche perch curavano la correttezza del setting, ed io cercai di eliminare i miei errori di gestione del setting che, ebbene s, mi erano stati insegnati dai miei primi due analisti. Ho fatto anch'io i miei bravi casini, per dirla tutta, mi ha salvato solo un certo mio naturale riserbo, un certo mio naturale impaccio. Il mio primo paziente (1976; ne ho scritto sia in Effetti formativi in psicoterapia che in Un soffitto viola), per molto tempo - con il mio consenso - non mi ha pagato, in uno o due casi gli ho prestato dei soldi, una volta, all'inizio, sono stato a pranzo a casa di amici suoi che l'ospitavano, lui presente; una delle mie prime pazienti, 1977, mi chiese di prenderla in analisi stando distesa nel suo letto, in vestaglia era ammalata, mi aveva invitato per parlare con me di

un mio articolo che le aveva passato un mio collega. A parte questi effetti specialmente dilettanteschi, mi ricordo che la durata delle mie sedute era spesso varia; che permettevo ai pazienti di disdire all'ultimo momento senza conseguenze; che subivo i loro ritardi sull'orario fissato, nel senso che non facevo finire la seduta allo scoccare del tempo prestabilito; che usavo dare del tu ed accettarlo; che potevo prestare libri; oppure rincorrere chi mi aveva lasciato troppi soldi, per restituirglieli subito; cose cos. Una volta il mio primo paziente, quello che avevo viziato di pi, mi narr che aveva sognato di recarsi in un negozio, di ricevere articoli per la barba, cose cos, di ricevere dalla padrona del negozio i soldi che costava la merce, invece di pagarla, e di essere da lei, infine, masturbato. Ne ho gi scritto in Effetti formativi in psicoterapia: lo considero un sogno addirittura leggendario, talvolta devo sforzarmi per mettere a fuoco il fatto che non un mio sogno, ma ai tempi il significato in gran parte mi sfugg: o magari fui io a volergli sfuggire. Feci pesare il carico (enorme) tutto sul paziente, nel senso che la sequenza lo smascherava come parassita, la faccio breve. Qui si nota bene la seconda fonte dei miei errori, cui

accennavo all'inizio di questo scritto. Perseguitavo i miei pazienti segnalando loro la negativit, il male di cui erano colpevoli, ne smascheravo le colpe, annidate nelle parole dei loro discorsi: eppure seguitavano a presentarsi in seduta perch la padrona del negozio era dopotutto una brava donna che regalava la merce, o faceva credito, non era fiscale con gli orari, e garantiva qualche soddisfazione. In cambio della possibilit di straziarli con i suoi smascheramenti, direi. E chi non ha qualcosa da smascherare? Questo stile persecutorio, che rinnego senz'altro (mentre non rinnego affatto la funzione opportunamente esercitabile dello smascheramento senza virgolette), in parte era il mio personale e comunque mi era familiare (molti anni dopo un collega ed amico avrebbe detto di me, in mia presenza, che soffro di una malattia che mi fa vedere solo quello che non va); in parte mi derivava dall'esperienza avuta con il secondo ed il terzo analista, che, certo a fin di bene, avevano rischiato di annientarmi mostrandomi, sulla base per esempio dei miei sogni, che razza di mariolo io fossi.

Esplorazioni. Nell'autunno del 1974 presi l'iniziativa di fare analisi a causa di qualche difficolt inerente il mio rapporto con una coetanea, emersa con rinnovata energia proprio in quel periodo. Del resto si pu dire che stessi aspettando l'occasione per fare l'esperienza in cui quasi tutti i miei colleghi erano immersi. Ci significa che ho iniziato l'analisi per motivi personali e professionali insieme. Ho smesso di fare questa prima esperienza di analisi nell'autunno del 1976 perch non ne ero soddisfatto, eppure durante quei due anni avevo realizzato qualcosa di interessante nella mia vita sia personale che professionale, e intellettuale, dunque non era del tutto giustificata l'insoddisfazione. Ritenevo troppo confuso con il contesto universitario il mio rapporto analitico, troppo alla pari, tutto qui. Ho ripreso l'analisi nei primi mesi del 1977 per motivi personali analoghi a quelli sopra accennati, con un analista che aveva un'et ben superiore alla mia, un medico a quanto ne sapevo membro di una nota societ analitica, insomma con una persona che, pur essendo da me conosciuta un poco come

collega universitario, e che mi conosceva un poco, non sentivo alla pari con me. La mia ambizione di formarmi come analista, lavoro che avevo intrepidamente iniziato nella primavera del 1976, necessitava di un rapporto con un professionista secondo meno trasgressivo del primo. Ebbene s. L'esplorazione della compagine analitica in cui ero incappato lavorando nell'universit continuava. Interruppi questa seconda fase di esplorazione nella primavera del 1979 con l'intenzione di fare un'esperienza analitica con Elvio Fachinelli, a Milano, da cui mi aspettavo di veder cambiato il gioco. Sfortunatamente lui, con cui sia pure a distanza (non solo in chilometri) ero in contatto da diversi anni (mandavo miei scritti a L'erba voglio, rivista che lui dirigeva), mi neg l'analisi, intanto perch, disse, gi ci conoscevamo un po', e poi perch la cosa sarebbe stata irreale, una faccenda di treni. Certo, aveva ragione, ma avrebbe potuto indicarmi qualcuno di sua fiducia, lasciando a me l'onere della gestione della distanza eventuale da Firenze di Tizio o Caio. Il mio amico di penna e maestro a distanza non cap che io avevo bisogno proprio di prendere treni. Ripresi pigramente l'analisi con il mio secondo analista dotato delle carte in regola, e la terminai

nell'autunno dello stesso anno, 1979, perch costui aveva un brutto carattere, forse peggiore del mio: una relazione con una persona impossibile per di pi a pagamento abbastanza salato non mi sembrava che andasse bene. Non mi serviva n professionalmente, a parte che tutto serve sempre, pure la galera, n personalmente, infatti le mie difficolt con la coetanea di cui sopra continuavano e non riuscivo a venirne fuori. In pi mio padre stava morendo assai male, insomma avevo cose pi serie a cui pensare e provvedere. Si veda a questo proposito il film La stanza del figlio, di Nanni Moretti. Ancora pi incredibile, nella primavera del 1985, quindi dopo quasi sei anni di lavoro solitario, tentai di riprendere quest'analisi con l'analista dotato di carte in regola e di brutto carattere. Mi ero sposato con la coetanea di cui sopra, ora c'era un bel bambino, mi ero trasferito per in un brutto quartiere, ed una paziente mi aveva creato molte difficolt, infatti me ne ero innamorato; sia chiaro, in modo irreprensibile. Questa ripresa non funzion, del resto, e fin a pesci in faccia. Ne ho gi scritto in Un soffitto viola. Avendogli io tolto l'autorizzazione a lavorare con me, l'analista

s'impaur, ritenendo che non l'avrei pagato. La mia esplorazione della compagine analitica che sappiamo termina qui per quanto riguarda i membri a me noti, ma continua con il terzo analista, a me ignoto, ora siamo nell'estate del 1985. Dunque: avevo da analizzare, o meglio ritenevo di averne bisogno, per due ordini di motivi, di nuovo personali ed inerenti alla coetanea di cui sopra, ora per divenuta mia moglie e madre di mio figlio. Gli altri motivi erano professionali: non solo la mia pratica analitica non decollava, dopo circa nove anni dal suo inizio, ma anche nel lavoro universitario gli sbarazzini anni settanta erano morti e sepolti e dovevo (in nome dello stipendio) tollerare non poche facce che altrimenti non avrei neppure sfiorato con gli occhi, e senza alcuna speranza di far carriera proprio perch i miei tempi erano finiti. Eppure non avevo quarant'anni. Ancora speravo che l'analisi mi potesse aiutare, tuttavia. Ecco perch ho iniziato la terza analisi. Per gli stessi motivi ho iniziato la quarta. Perch le ho smesse gi lo sapete, se avete letto Promiscuit. Direi che sono passati sui ventitr anni da allora, e non ho pi tentato di intraprendere un'analisi da paziente; Fachinelli non c' pi da un pezzo, e, come avrebbe

detto il mio secondo analista, quel medico dotato delle carte in regola, nessun analista abbastanza bravo per me. Come analista ho sempre lavorato poco, un po' perch non sono un confortatore, ma un ascoltatore, un po' perch non faccio parte di alcuna compagine analitica. N ho l'animo del bottegaio. Adesso poi molte persone preferiscono far uso degli psicofarmaci, che costano meno della terapia e danno risultati pratici pi o meno indiscutibili, tanto vero che non pochi analisti ne fanno loro stessi uso.

Il celebre Masud Kahn. L'analista si assenta, ha una lite con la moglie, riceve da costei un colpo sui testicoli, resta dolorante; il paziente lo soccorre. Pare una scena presa da Harry a pezzi di W.Allen. (v.P.Migone, Problemi di psicoterapia, ne Il Ruolo Terapeutico, 89, 90, 91). Ebbe per moglie una ballerina molto pi giovane di lui, Masud Kahn, e si dice che fosse antisemita (leggendo Trasgressioni si ha l'impressione netta che indulgesse, forse a scopo provocatorio, in quest'errore). Queste ultime caratteristiche del personaggio, criticabili o no, non sembrano inerenti alla professione; assetarsi durante una seduta e litigare con qualcuno, s, inerente alla professione. Se si considerasse inerente alla professione l'antisemitismo o la passione per le donne giovani artisticamente dotate, non si rischierebbe di confondere la vita privata e la vita professionale, dando luogo a conseguenze assurde? Non a causa dei vizi o delle virt private dei suoi membri che unimpresa professionale, scientifica, politica eccetera, pu essere davvero squalificata: non con barzellette e pettegolezzi, ben che vada con la satira. O invece i pettegolezzi e la satira sui vizi

privati servono, se non a squalificare, almeno ad allertare gli attori dellimpresa? Sminuire Freud per una sua relazione segreta, o perch era superstizioso, o perch era un fumatore, o perch incline alla cocaina, rivelando insomma fatti o dicerie, serve? Vorrei la questione aperta: se il privato ed il pubblico (professionale) debbano essere separati o invece articolati, specie quando si tratta di una delle professioni daiuto.

Ebbe storie amorose con pazienti, Masud Kahn, viol il segreto professionale. Queste s, sono caratteristiche personali, comportamentali, e logicamente sociali, inerenti alla professione. Certo fu un terapeuta formidabile, ebbe maestri di prima grandezza, chi lo nega? Ed us un metalinguaggio da psicanalista postfreudiano. Ammettiamo pure che lui, e tanti altri meno noti, tra cui coloro che io ho avuto modo di osservare da vicino negli anni settanta e ottanta del secolo scorso in qualit di paziente ed allievo, abbiano il loro bravo diritto di definirsi psicanalisti. Allora il termine psicanalisi, o psicoanalisi, vuol dire poco. Perch vuol dire troppo.

La tecnica di Masud Kahn, stando a quel che lui scrive in Trasgressioni(The Long Wait and Other Psychoanalytic Narratives), sembra spesso provocatoria, nei confronti dei pazienti, tanto da ricordarmi un terapeuta statunitense, F. Farrelly, di cui ricordo La terapia provocativa. Non mi rimanda alle indicazioni tecniche di Freud. Si rivela certo un personaggio fuori del comune, Masud Kahn, non solo perch, a differenza di moltissimi colleghi, tratta dei soldi che l'analisi costa e frutta, evviva; non solo perch interagisce con i suoi pazienti anche fuori dal setting; ma anche per lo stile narrativo di questo suo libro, qua e l non privo di notevole crudezza, quasi pornografico a tratti, e gonfio di vanterie. Qualcuno potrebbe essere, s, tentato di riscaldare la sua minestrina ad un fuoco simile, dimenticando che Masud Kahn fu un caso isolato ed irripetibile. Se non altro perch di famiglia assai ricca (anche troppo dichiaratamente) ed aristocratica, sebbene del cosiddetto terzo mondo, perch allievo di Anna Freud e di Winnicott, perch musulmano in un ambiente ebraico e anche cristiano come quello psicanalitico inglese: diciamolo, non da tutti. Un esempio inimitabile - e da non imitare.

La formazione e l'etichetta. A proposito delle prevaricazioni monopolistiche dellistituzione psicanalitica Usa in fatto di formazione, preclusa ai non medici, ammessi con il contagocce, domando: che cosa cimporta (che cosa importa agli psicologi Usa), di essere formati da psicanalisti monopolisti e settari? Se non questo il punto, se il punto invece che la stragrande maggioranza dei non medici non possono qualificarsi come psicanalisti, io domando: e allora? Se non tutti gli psicanalisti Usa fossero monopolisti e settari, questo mi farebbe piacere. Se ne trovi uno gli telefoni, fissi un appuntamento e gli proponi un lavoro formativo. Tinteressa la formazione o letichetta? Credo che a molti interessino sia la formazione, sia letichetta, ma c qualcosa che non mi torna. Si critica unistituzione, ma non se ne traggono le conseguenze, mi pare. L IPA dovrebbe essere semplicemente lasciata al suo destino, che segnato, penso io. Finir, prima o poi, dimenticata. Gli psicanalisti che vorranno (a torto o a ragione, magari autoillusi, magari autofraintendendo il loro lavoro) denominarsi ancora psicanalisti, lo faranno,

come gi lo fanno oggi, nasceranno altre cento scuole, o non nasceranno.

Ordine. Scrissi agli inizi di questo secolo: Che alcuni analisti, ma anche psicoterapeuti, a rischio di essere distolti da un giudice dalla loro libera professione e dalla loro fetta di mercato, abbiano tutti i diritti di essere difesi, qualora siano sotto processo per esercizio abusivo della psicoterapia, scontato. Che qualcuno, privo delle maledette carte in regola per essere iscritto allordine degli psicologi o invece ostile per qualche altro motivo a tale iscrizione, ma nei fatti capace di condurre analisi, nutra scarsa simpatia per quella legge che pu togliergli la libert di lavorare e le prospettive di reddito, comprensibile. Che qualche imprenditore, dunque, sia in crisi perch la sua azienda psicanalitica, a rischio di esser fuori legge, perde clienti, lo stesso comprensibile. Ma che gli argomenti della sua eventuale difesa e sperabile assoluzione in sede processuale debbano servire ad un dibattito vero, ad una ricerca vera, dove non sono in gioco condanne o assoluzioni, a me non torna. Gli avvocati dei colleghi sotto tiro lavorano per i loro guadagni, non per la verit. Sono anni, invece, che i colleghi antiordinisti propongono, come etici,

argomenti usciti dallambito giuridico, s, ma anche dallambito dei cavilli. A parte il diritto personale alla difesa che ciascuno ha, una persona che incassa denaro da suoi concittadini in cerca daiuto perch sofferenti psichicamente, non pu autorizzarsi da s e accreditarsi, oltre che con i suoi clienti, allinterno della sua azienda psicanalitica non sempre notissima, e solo perch si dichiara psicanalista - oltretutto quando tanti psicanalisti auto ed etero autorizzati, doc o non doc, stanno nellordine dei medici o in quello degli psicologi. Credo che la lotta di molti analisti, ma anche di molti psicoterapeuti disturbati dalla legge, contro le conseguenze (anche allarmanti) della legge, che ha non solo istituito lordine degli psicologi, ma anche lelenco degli psicoterapeuti, e che ha dato da anni il via al riconoscimento delle scuole di specializzazione in psicoterapia, ammanti faccende molto pratiche con ragioni elevate, etiche, rifacendosi magari a Freud, che certo al tempo del suo scritto sullanalisi laica (1926, Opere, vol. x) non poteva prevedere le (decine di migliaia) di operatori oggi presenti sul mercato mondiale. In altre parole io sono convinto che non pochi si battano contro le conseguenze della legge soprattutto perch non possono, mancando delle maledette carte in regola, essere ammessi

allordine degli psicologi. Faccio un paragone. Mi domando quanti dei colleghi analisti, ma anche psicoterapeuti, non inclusi nellordine ed in lotta contro lordine, possiedano la patente di guida. Molti, credo. Ebbene, perch accettano questo vincolo, questo documento, che certo non garantisce, di per s, se non le forme di una capacit di guida? Semplicemente perch la legge lo richiede, e la legge uguale per tutti. Orbene, esercitare la psicanalisi (o la psicoterapia) significa porsi in rapporto al problema della sua efficacia, della sua complessit, della sua influenza sulle persone in analisi (in terapia), significa aver a che fare con rischi in fatto di sfruttamento psicologico, sessuale, economico, delle persone, clienti, pazienti o analizzanti che si vogliano denominare. Tutto ci impone un minimo di vaglio pubblico: certo rozzo, limitato, esattamente come lo lesame di guida. La legge che istituisce l'ordine degli psicologi e l'elenco degli psicoterapeuti secondo me rappresenta questo: un minimo di vaglio pubblico. I colleghi rimasti, in questa lunga fase transitoria, allesterno dellordine, minacciati quindi nella loro libert di lavorare dalle conseguenze della legge, hanno tutta la mia solidariet, anzi: mi sento uno di

loro, infatti faccio il terapeuta non certo perch sono iscritto allordine, che non amo, come non amo la mia patente, la mia carta didentit, o la mia scheda elettorale; ma, per favore, cerchiamo di non ingannarci: la legge uguale per tutti. Aggiungevo non senza sincerit: Si potrebbe osservare che i miei argomenti razionalizzano il mio esser iscritto allordine, o che io mi sono col tempo identificato con laggressore, lordine. Pu darsi, anzi, dir di pi: la mia iscrizione allordine, 1989, mi ha dato quella sicurezza di status che prima io non sentivo. Sento, se non di far parte di una comunit, non esageriamo, almeno di non far pi parte di una consorteria privata, di non esser pi solo un cane sciolto. Guido tranquillo, sbaglio tranquillo, perch ho la patente, come tutti gli altri. In merito allenfasi sulla specificit psicanalitica, strumentale, io credo, alla pretesa antiordinistica di tenerla fuori dellambito delle psicoterapie, ed in taluni casi tutta da discutere, io non credo che la psicanalisi, posto che si possa affermare qualcosa di certo su che cosa essa , meriti di esser vista come qualcosa di speciale, cos speciale da star fuori dellambito delle psicoterapie. Tutto linsieme

delle psicoterapie a suo modo speciale, tanto incerti sono i metodi e gli effetti delle psicoterapie. Dovremmo esser contenti che tale elusiva professione e professionalit abbia ricevuto un riconoscimento da parte dello Stato, cio, al meglio: un riconoscimento pubblico universale (con il danno che, certo, deriva da quel che carta, formalit, formalismi, burocrazia). Mi ricordo che, fino a pochi anni fa, L informazione bibliografica, un periodico de Il Mulino, metteva in elenco la psicanalisi e la psicologia insieme allastrologia. (2013) Da parecchi anni mi sono sospeso dall'ordine, perch quel che mi dava nella pratica l'ordine (bollettini insulsi, persecuzione assicurativa, che altro?) mi pareva costasse troppo, denaro che ogni anno mi sembrava di gettare in un tombino. Continuo a pensare tuttavia che gli argomenti di chi rivendicava ai tempi l'eccezionalit della psicanalisi fossero s interessanti, ma anche interessati. Auguri.

Mini-psicoterapie. Le persone in genere non possono permettersi una psicanalisi e quindi esiste il problema della copertura delle spese. Entrano allora in gioco (ma in Italia non credo) le societ di assicurazione e gli enti pubblici, con il loro bisogno di sapere, di fare ricerca sulla psicoterapia. La psicanalisi sfugge a tali ricerche perch troppo di lunga durata. Per questi motivi c' stato uno sforzo di creare psicoterapie psicanalitiche pi brevi. Del resto Freud gi nel 1918 propose una psicoterapia per il popolo. Abbreviate le psicoterapie analitiche per motivi economici, si pone il problema che il paziente non sprechi sedute: egli sa di avere a disposizione dieci o venti o quaranta sedute, quindi deve impegnarsi. Ma forse in questo modo siamo pienamente dentro il male della fretta. Se, per esempio, si aboliscono le "libere associazioni" tempestando di domande il paziente, si accorciano i tempi, ma si nega alla persona la possibilit d imparare a sprecare il tempo. Viene da pensare che le famose "libere associazioni", alle quali in questa luce non si opporrebbe resistenza per vergogna o per conflitti, ma a causa della fretta, siano una via per conquistare la libert dal tempo e del tempo. Siamo

sicuri che imparare, insieme a un maestro, l'arte di non essere sempre produttivi non sia gi un bel risultato? Ci non toglie che il problema della durata della terapia sia serio. A proposito del numero di sedute prefissate si osserva che ci sarebbe educativo, togliendo l'illusione dell'immortalit: se una terapia, d'altra parte, vista come replica della vita, ognuno deve avere il suo tempo, come ognuno ha il suo tempo di vita, fortunatamente non prefissato, lungo o breve, non si sa.

Il vero e il falso, secondo Enzo Codignola. Una teoria, per essere considerata scientifica, deve essere non verificabile, ma falsificabile, cos vorrebbe Karl Popper che noi pensassimo: e sia. Ci significherebbe che se una teoria potesse sempre esser dimostrata vera non sarebbe scientifica, avrebbe cio una elasticit eccessiva, sarebbe insomma una suggestione forse utile, ma alquanto retorica, bisognosa di fede: autoritaria? La teoria del complesso edipico puoi stiracchiarla e ti d sempre delle soddisfazioni interpretative, basta che tu abbia fede. Ma non popperianamente scientifica, nasce infatti solo da una brillante lettura del mito di Edipo e della tragedia di Sofocle. Quella del "vero" e del "falso" di Codignola una teoria popperianamente scientifica, invece, in quanto falsificabile: il "vero" dell'assetto tecnico (setting) della terapia psicanalitica pu essere arbitrario. Almeno la terminologia usata da Codignola dovrebbe essere mutata, quindi, altrimenti una teoria che pone come "infalsificabile" quello che invece pu essere falsificato, cio il tipo di setting, dev'essere accantonata. Ho l'impressione che Codignola abbia scagliato un

sasso contro gli abusi interpretativi extra analitici (extra setting) di autori come Fornari, buonanima, il quale sdraiava sul lettino la guerra atomica, o magari Moravia, o la musica operistica, cio non sdraiava alcunch, dava suggestioni interessanti, interpretazioni, letture: bastava crederci o magari provare piacere intellettuale. Codignola sostiene che intanto l'interpretazione ha bisogno di una scena precisa, il setting, quindi per esempio la guerra atomica o il gran premio di Monza (ricordo un antico articolo di Fornari in materia, sul Corriere, L'uomo protesi) non sono interpretabili psicanaliticamente. Ho per Fornari la stessa simpatia che avrei per un mal di denti, ma non sono d'accordo che per interpretare psicanaliticamente indispensabile il setting analitico. Il sogno di Irma (narrato ed interpretato da Freud): interpretato psicanaliticamente o no? Eppure, dov' il setting? E l'individuazione del parricidio come tema dostoeskijano, dello stesso Freud, non psicanalitica? Ma il punto decisivo non questo, in Codignola, che l'analista fa cose ben diverse dal dare

interpretazioni. Da qui a sostenere che le interpretazioni non sono il punto forte, anzi addirittura non servirebbero, il passo breve. L'analista codignolianamente, mi par di capire, il gestore della scena dell'analisi, il doganiere, il controllore, il quale analizza tramite questa griglia, il setting. Leggo cos in sintesi Codignola, non penso del resto che di Codignola, o di chiunque altro, vi possa essere una sola lettura. Peccato che il setting stesso sia in s analizzabile. Che il paziente accetti anche le eventuali particolarit del setting (nell'arredamento dello studio, nella sua illuminazione, nella foggia del divano, nel tipo di ordine o disordine, nella pretesa di pagamento volta per volta, in contanti, nel taglio imprevedibile del tempo della seduta come fanno certi seguaci di Lacan) rientra nell'ambito della sua posizione di dipendenza, nell'ambito della suggestione, o che so io. Ma non significa che le eventuali particolarit siano il "vero" (al massimo saranno un vero supposto tale dal paziente). P.s. Che un'interpretazione di Freud possa essere considerata non psicanalitica rafforza la mia convinzione che la psicanalisi e il freudismo non sono oggi la stessa cosa.

La salute. Secondo Freud la "salute", nel contesto della "comune infelicit", e del "disagio della civilt", consiste nella capacit di "amare" e di "lavorare". Secondo Jung la meta sana l'individuazione, togliersi di dosso le incrostazioni del collettivo, diventare "ci che si " (idea per altro nietzschiana). Secondo Kohut l' ama et labora freudiano stretto, ed egli propone come meta piuttosto l'essere creativi, fedeli a se stessi e capaci di umorismo, direi di autoironia. Secondo Alice Miller la "salute" una meta che si pu raggiungere vivendo l'esperienza del lutto, del dolore per i deficit affettivi che abbiamo sofferto a causa della educazione ricevuta da bambini, lindebolimento del "falso S" - idea winnicottiana. Ricerca interessante: individuare i termini delle varie "teorie della salute" in ambito psicanalitico, esaminandole dal punto di vista non medicale ma filosofico - esistenziale: quindi escogitando una terminologia non medicale, dunque tagliando i discorsi sulla "salute". Il paziente in analisi, tuttavia, pu esser visto come "sano", proprio perch cerca la sua realizzazione personale e affronta gli impedimenti a realizzarla. Come se io sostenessi che i popoli liberi sono quei

popoli che si ribellano, mentre quei popoli che non si ribellano non sono liberi. Quando invece le cose stanno probabilmente cos: i popoli si ribellano quando stanno male, e se non si ribellano significa che stanno bene (o lo credono). Il fatto che un paziente prenda l'iniziativa di entrare in terapia suggerisce che in lui c' una parte "sana" che gli mostra la parte "malata" della sua vita. Se io tossisco per due mesi, alla fine mi decido ad andare dal medico: vince "la vita". Forse qui che si trova la sanit potenziale. Tuttavia io, che sto tossendo da due mesi, o il paziente che per esempio non riesce ad amare, non stiamo mica bene, quindi siamo malati.

Prima lettera ad un amico terapeuta. Non confondiamo il paziente che "sanamente" decide di fare qualcosa perch la sua vita gli sembra andar male con il paziente che continua una terapia che secondo lui non d buoni risultati. Che l'inizio e la fine di un trattamento dipendano da un atto libero e responsabile, quindi "etico" (avendo a che fare con lo scegliere), quindi non valutabile con criteri come sono tempo, durata e denaro, discutibile. Io non mi sento tanto libero n tanto "responsabile". N in genere, n quando in passato ho iniziato e quindi terminato le mie esperienze analitiche da paziente-allievo. Il paziente, secondo te, sceglierebbe di andare in terapia. Il paziente in verit come in libert condizionata e risponde per quello che pu in merito alle sue cosiddette scelte, io penso. In compenso paga fior di quattrini per benefici opinabili, ed io credo che li paghi proprio perch non n tanto libero n tanto responsabile. Del resto noi paghiamo salate un sacco di cose che ci illudiamo di scegliere. Il risvolto "etico" sta invece, secondo me, proprio nel cuore del mestiere del terapeuta, il quale lavora con persone particolarmente non libere e non capaci di

rispondere, in quanto infelici, confuse, demoralizzate, le quali lo pagano, e per tanto tempo. Il rischio quello di approfittarsene (non solo in termini di denaro). Il signor W (v. oltre Frammenti clinici) non ha "scelto" n "sceglie" la vita triste che sembra fare. Penso che il concetto di psicopatologia sia difficilmente raccordabile con quello di scelta, anzi! Una malattia viene, non una colpa o una scelta, che sia venuta: pu essere un'ulcera o una nevrosi ossessiva, nessuno l'ha "scelta" "responsabilmente" - si tratta nel nostro campo di processi interattivi, comunicativi, in cui giocano fattori i pi vari (un gomitolo di concause, direbbe Carlo Emilio Gadda), non escludendo quelli genetici e neurologici. Non vogliamo fare ritorno alle concezioni arcaiche, che attribuivano la malattia a cause morali, e anche la follia, la malinconia, vero? Diciamo piuttosto che la sofferenza emotiva, relazionale, appare ricca di contenuti morali, e che degna di essere rispettata come facente parte dell'identit del soggetto. Oppure diciamo: guardare la cosiddetta psicopatologia con occhio "etico" (e perch non politico?), vedere in unanoressia anche un grido di

accusa, non significa che la tale abbia "scelto" "responsabilmente" di affamarsi: lei sta da qualche parte dentro un sistema, senza contare l'inconscio, dentro tutto ci che ci fa dire: " pi forte di me". Una volta, 1981, lessi su una parete in zona Brera, a Milano: "Bucare ci piace lasciateci morire in pace". Questo il lato "etico" che m'interessa: il diritto di esistere, magari anche di morire, garantito a chiunque - "malato" o "deviante" che sia. Non a caso sono fautore dell'antiproibizionismo e affascinato dalla cultura della "riduzione del danno" (la quale cultura, minimalistica, accetta vivaddio che siamo messi male come un fatto). Ma il tizio che si buca resta un coatto che risponde solo alla (e non della) sua dipendenza. Del resto, ed a scanso di equivoci: neppure io mi sento tanto padrone di me stesso e responsabile - non garantisco! Il signor W ha fatto una mossa costruttiva iniziando la terapia, restarci non soddisfatto che non mi pare costruttivo da parte sua: non sano. E qui entra in questione il terapeuta, l'analista, come vogliamo definirlo, che, ritengo, avr dei bei problemi a tenere in terapia una persona che una volta lo ha addirittura pregato di aiutarlo a smettere. In un caso

come questo non duro, non amaro da incassare, il denaro del paziente? Non si agita in noi il fantasma dell'imbriglio/imbroglio? Se il signor W dice che la terapia non gli giova, o anche se dicesse che gli giova, questo non (non sarebbe) un dato di fatto, tu sostieni, anche supponendo che il signor W sappia quello che dice (il massimo che posso concedere sul terreno della responsabilit). Allora: il paziente, in qual modo responsabile ? Il tuo ragionamento farebbe pensare che il signor W sia responsabile di un non dato di fatto quando dice che la terapia non gli giova, essendo questa comunicazione da considerare anche sotto l'aspetto relazionale, oltre che emotivo, soggettivo. Ma perch il signor W dovrebbe essere credibile quando viene a chiedere la terapia, e non credibile quando dice che non gli giova (o che gli giova)? Chiedere la terapia un non dato di fatto come dire che la terapia non giova. Prima di parlare di scelta, di definire un atto come scelta, bisognerebbe pensarci cento volte. Penso che sulle cose che contano noi scegliamo ben poco, penso che difficile anche scegliere il colore

dell'auto. Provare per credere. Penso invece che possiamo esser detti abbastanza responsabili in merito proprio a questa condizione di non scelta, o scelta condizionata. Rispondiamo sulla nostra mancanza di libert. Sappiamo quel che diciamo quando diciamo che non siamo liberi di scegliere, sappiamo quel che diciamo solo quando diciamo che non sappiamo quel che diciamo: forse neppure in quel caso. La Legge, la Giustizia, il Diritto, hanno le loro ragioni per considerare la responsabilit individuale una cosa solida: i giudici devono sentenziare, semplificare; ma noi non siamo giudici, non dobbiamo sentenziare, non dobbiamo assolvere o condannare. Freud ci ha segnalato che non siamo padroni a casa nostra, altro che "scelta" e "responsabilit"!

Le regole in psicoterapia. Dovrebbero essere ridotte a poche, certe e condivise. Lo scopo delle regole comunque dovrebbe essere quello di garantire i pazienti dagli arbitrii e dagli abusi di potere dei singoli terapeuti in carne ed ossa, gli unici che mi interessano, persone che potrebbero anteporre il loro tornaconto, economico o di altro genere, al benessere ed alla libert dei pazienti. La pratica della psicoterapia talmente intrecciata con gli affetti, talmente personale, privata, che deve essere guardata con franco sospetto, mica distruttivamente, ma invece in modo critico e malpensante: in ogni psicoterapeuta, io credo, si nasconde il venditore di fumo e lo sfruttatore (non solo in termini di denaro) delle debolezze altrui. Il benpensante afferma che il medico cura, lo psicoterapeuta aiuta, il pompiere spegne gli incendi, il meccanico ripara lauto, il genitore aiuta a crescere e cos via: grazie! Peccato che molti medici in carne e ossa non curino molto altro che i loro affari, peccato che uno dei risultati pi certi della psicoterapia sia il reddito dei terapeuti in carne e ossa.

Seconda lettera a un amico terapeuta. Quelle che di solito chiamiamo le nostre premesse sono discorsi che tentiamo ad esperienza fatta - non importa se lesperienza stata fatta da altri prima di noi. Gli scritti tecnici di Freud sono premesse per noi posteri, ma in realt esse sono discorsi di Freud tratti dalle sue esperienze. Le cosiddette premesse in definitiva sono una interpretazione dei fatti, della prassi: prassi, teoria, prassi. O invece ideologia, prassi, ideologia? Propongo un gioco, considerare le nostre premesse con sospetto, come se fossero una formazione ideologica, una bandiera umanitaria che sventola sopra una attivit, la psicoterapia, che resta preminentemente tesa al guadagno, come tutte le attivit professionali sono eminentemente tese al guadagno. Sinceramente non mi curo tanto di quello che le persone dicono in relazione a quello che fanno, quanto mi curo di quello che le persone fanno, e di come lo fanno. Le prediche non mi interessano, le prediche sono sempre ispirate al cosiddetto bene. I tuoi frammenti clinici sono testi che raccontano quello che fai in seduta, quello che dici e quello

che pensi, in pi raccontano la parte che i tuoi pazienti hanno in seduta. Io li ho letti ed ho tratto, tra le altre, limpressione che le innegabili lungaggini della terapia non siano dovute solo alla difficolt dei casi, ma anche alla tecnica o prassi che usi, relativamente passiva ed attendista (cosa che ti provoca anche la noia in seduta - tra laltro). Ora, la tua tecnica o prassi non penso che sia improntata ad allungare i tempi allo scopo di aumentare i guadagni. Io penso che un certo tipo di formazione di derivazione psicanalitica abbia disseminato un contagio che nei fatti risulta come convinzione dei terapeuti che sia normale e giusto e scontato tenere in terapia per anni e anni i pazienti. E una questione morale. Non dobbiamo (e non conta che i pazienti lo accettino liberamente) prendere magari migliaia di euro in cambio di un lavoro i cui benefici restano assolutamente incerti e discutibili in rapporto ai costi, assolutamente certi e discutibili. Come se ne esce? Ti confesso che lo ignoro.

Frammenti clinici. I frammenti clinici pubblicati da Sergio Erba sulla rivista Il Ruolo Terapeutico riflettono vissuti quasi sempre riferiti ad emozioni. In un continuum ignoto a chi legge, egli scrive. Pur segnalati da iniziali e quindi riconoscibili nel corso della lettura dei frammenti clinici, i casi in s non sembrano da considerare, io almeno non ho proseguito che per poche pagine nel tentativo di cercare il filo di storie singole.

Erba sembra per lo pi lavorare con una seduta per settimana, agli inizi di quest secolo. A distanza di dieci anni da quattro al mese le sedute possono calare a due, tre. In merito a tale uso, ovviamente determinato da fattori di denaro (e di tempo), ma anche di impegno, disponibili da parte dei pazienti, ho voglia di proporre un esempio. Se per esempio ho dieci pazienti a tre sedute per settimana e ne perdo due, mi saltano ben sei sedute per settimana, cio ventiquattro al mese. Se ho gli stessi dieci pazienti, ma a una seduta per settimana, e ne perdo due, mi mancheranno solo due sedute per settimana, cio otto al mese. Quindi, avere pazienti ad una seduta per settimana (o meno) al terapeuta

paradossalmente conviene, oltre ad essere meno gravoso per i pazienti in termini di tempo e di denaro, e di impegno. Certo, il terapeuta, se non vorr fare la fame, dovr aumentare il numero dei pazienti, ben oltre i dieci. C' dell'altro: a nessun paziente da due tre quattro sedute al mese il terapeuta "deve" una frazione importante del suo reddito, com' nel caso che il terapeuta abbia invece pazienti a due tre sedute per settimana. In certo modo la rarefazione delle sedute conviene ai due: ma non all'analisi.

Altro. Erba usa delegare alla sua agenda il consenso ad uno spostamento di seduta. L'agenda entra dunque a far parte del setting, quindi, nei termini di E.Codignola (v. sopra Il vero e il falso secondo Codignola), delle cose "vere", cio non analizzabili. Ma, insinuo, se l'agenda di un terapeuta non fosse piena, come pu accadere, ed ugualmente il terapeuta la usasse, come pu accadere, per concedere o rifiutare uno spostamento di seduta, allora, in questo caso, l'agenda non sarebbe pi una cosa "vera", ma sarebbe una cosa falsa, in altri termini analizzabile, come sono da analizzare nel setting, cos Codignola, i detti e fatti

dei pazienti. Mi spiego: se, come ho fatto una volta, suggerisco biecamente ad un collega bisognoso di auto protezione perch spesso disorientato dalle frequenti richieste di spostamento di seduta, attentati dei suoi pazienti al setting ed al contratto, di agire come se la sua agenda fosse piena, allora gli raccomando di dare per "vera" una cosa "falsa". Sono un cinico, lo diceva anche la mia mamma. Seguendo l'ingegnosa proposta di Codignola, pu venir fatto al terapeuta di annettere al setting "cose" che apparentemente non ne farebbero parte, di trasformare in "vere" cose "false", o meglio falsificabili, come mi pare che sia falsificabile la "verit" dell'agenda. L'esempio del trucco da me consigliato al collega, mi serve per uno scopo che tento di chiarire: quando Codignola sostiene che l'interpretazione "psicanalitica" fuori dal setting analitico un abuso, o quando sostiene che l'analista si muove "in una logica molto pi complessa di quella che fa capo all'accezione tradizionale del termine interpretazione", io credo che giochi una carta dalle conseguenze molto serie. Che sostenga che il setting gi interpretazione, e che l'analista il curatore

del setting (delle cose "vere"). Credo che la faccenda dellinterpretazione nellanalisi sia oggi molto meno decisiva che non trenta-quaranta anni fa, e che Codignola sia stato un pioniere. Solo che le conseguenze che si possono trarre dalla sua proposta sono serie ed ipoteticamente gravi. Esiste il rischio che siano considerate "vere" cose che sono invece falsificabili (analizzabili), come lo sono i "ruoli" dell'analista ("legislatore" e "pedagogo", nei termini di Codignola); esiste insomma il rischio che l'ambito del setting delle cose "vere" si allarghi a dismisura.

Altro argomento. Il significato inconscio dellatto del paziente di mancare una seduta pu essere ricercato (solo) a patto che il terreno delle spiegazioni "pratiche" della mancata seduta (malattie, disturbi vari, incidenti, contrattempi, vacanze eccetera) sia sgomberato per mezzo del mantenimento del setting, scrive Erba sulla scia di Codignola. Il contratto iniziale (le sedute saltate si pagano comunque) dunque una componente fondamentale della terapia, e mi domando se il mantenimento delle regole contrattuali, cio del setting, non sia tutto quanto il terapeuta deve tenere d'occhio mentre lavora. Il contratto dunque fondamentale:

il setting visto dalla parte del paziente. Non si tratta che di poche cose, eppure sono fondamentali e tendenzialmente incontrano pi o meno esplicita opposizione, soprattutto quando il paziente deve pagare le sedute mancate. I pazienti sembrano accettare le regole contrattuali, ma alla prima occasione tentano di violarle, cio, nei termini dellautore, tentano di ingombrare il terreno di scuse pratiche. Oppongono resistenze al setting cos come i pazienti tradizionali in analisi opponevano resistenze ad associare liberamente, si potrebbe dire.

Altro. "Vorrei riprendere il discorso dall'ultima volta", dice all'inizio della seduta un paziente. La ripresa del discorso dalla seduta precedente una passione che affligge molti. Intervenire sulla passione (ossessione) per la continuit e coerenza di un paziente molto delicato. Siamo davanti allimportanza del metodo freudiano delle associazioni libere, che non tanto un metodo in s praticabile, quanto una meta che la terapia (se va bene) consentir di intravedere. D.Spence in Verit storica e verit narrativa propone, correttivamente rispetto a Freud, di

ascoltare con attenzione il paziente che "liberamente associa" (quello cio che per esempio non si cura di "riprendere il discorso" dalla seduta precedente), e di ascoltare invece con attenzione "fluttuante" (distratta) il paziente che non associa liberamente, cio che afflitto dalla passione per la continuit e coerenza. L'idea buona mi sembra questa: la conquista della libert di associare, difficilissima, un risultato dell'analisi che viene presentato come metodo per l'analisi. Se l'analista freudiano curava il rispetto della regola fondamentale, l'analista relazionale codignoliano cura il rispetto del contratto/setting?

Altro. Erba qualche volta lavora anche quando la seduta terminata. Dai frammenti sembrerebbe che in certi casi non si lasci sfuggire ghiotte occasioni per "metacomunicare" costruttivamente e quindi fornire esperienze emotivamente correttive - a seduta finita. Come la mettiamo con il setting? Alla paziente che trova da ridire su tutto quanto l'arredamento dello studio del terapeuta, Erba chiede un consiglio per riuscire ad accomodare la testiera regolabile del divano, guasto apparentemente irreparabile. La paziente

piacevolmente sorpresa da questa uscita del terapeuta, non se laspettava, gli dar l'indirizzo di un bravo tappezziere. Scambio spontaneo tra due persone (" tecnico o umano?", domanda Erba), di cui una, il terapeuta, entra nella parte offertagli dalla paziente, la parte di chi chiede un consiglio a una donna "pratica", lei. Sarebbe facile qui sostenere che Erba uscito dal seminato, concedendo alla paziente una "soddisfazione" nella realt, nel concreto. Mi chiedo piuttosto perch qui l'autore non ha usato il suo solito procedimento, consistente nel comunicare al paziente la fantasia che gli venuta, in questo caso la fantasia di chiederle se lei conosce un tappezziere ecc. Forse se lo chiesto anche la paziente, visto che alla seduta successiva dichiara di aver pensato "per tutta la settimana" (ah, il transfert!) all'accaduto, con fantasie di sfruttamento da parte dell'autore ("mi inquietava un dubbio, che lei si fosse approfittato di me"). Penso che all'autore sia riuscita una provocazione, con la richiesta concreta. Ma come la mettiamo con il setting? Altro. "Brindare" (fantasia) alla dimenticanza di un paziente, che a fine mese non paga, assomiglia alla sottolineatura della non libert di quel paziente che

vuole sempre riprendere il discorso dalla volta precedente. Assomiglia allo spiazzamento di una paziente con problemi di alcolismo cui Erba dice, inaspettatamente per lei, che annacquare il vino un peccato. Siamo qui all'uso spontaneo del paradosso, tanto pi liberatorio quanto meno pianificato.

Altro. Confronto solo gestuale, e scontroso, tra Erba ed un nuovo paziente, difficile, in ritardo e con la sigaretta accesa in mano, in merito al posacenere. Perfetta rappresentazione di come siamo capaci di rendere la vita un po' peggio di quello che . La tensione iniziale cala, svanisce, dopo che Erba comunica al paziente il suo vissuto di irritazione. Il terapeuta "metacomunica", il che, indipendentemente dai contenuti del detto, terapeutico, correttivo appunto della nostra capacit di rendere la vita un po' (o molto) peggio di quello che . Sembra in effetti che la funzione dell'autore dei frammenti sia spesso in seduta quella di favorire la comunicazione a proposito della comunicazione che ha luogo in seduta. "Com' bello poter parlare!", dice un paziente, in un caso. "Che cosa stiamo facendo?", chiede altrove

l'autore ad un paziente.

Altro. Permettersi il silenzio, per il terapeuta, come permettersi la noia, o una battuta, un segno di spontaneit, in s terapeutico come modello. Solo che piuttosto enigmatico. In questo caso il paziente dichiara di essersi sentito in soggezione, mentre l'autore taceva. Il silenzio, sappiamo, pu essere imbarazzante. Praticare l'imbarazzo dunque sembra utile. Stare dietro il paziente disteso sul lettino pi riposante per il terapeuta, credo, anche agli effetti della pratica dell'imbarazzo che pu dare il silenzio. Interessante sarebbe pensare alle differenze tra il silenzio nel faccia a faccia ed il silenzio "con il lettino". Erba decide talvolta in modo estemporaneo in merito al lettino o al faccia a faccia, e questestemporaneit gi un problema. In merito invece alla scelta preventiva del lettino, o del faccia a faccia, penso che un terapeuta potrebbe "preventivamente" decidere anche di tenere l'illuminazione nello studio bassissima, o di accompagnare le sedute con musica, non necessariamente Eric Satie, o di accomodarsi, lui ed il paziente, su cuscini sparsi sopra tappeti. Sto pensando solo a tre terapeuti leggermente

"eccentrici". Il paziente sarebbe dunque "tenuto" a stare nella penombra eccetera, e questo non sarebbe "falso" (analizzabile)? Io penso che sarebbe "falso", e che quindi sarebbe analizzabile, nei termini di Codignola. Ora, se "illuminazione bassissima", "sedute con musica", "cuscini sparsi", sono espressioni di "cose" alquanto soggettive, e quindi "false", non vedo come "lettino" e "faccia a faccia" possano essere considerate "vere". Il rischio che si corre seguendo la linea di Codignola, insisto, quello di annettere al setting troppe "verit", che invece sembrano essere soggettive. In Diventare terapeuti del resto Erba ammette che "ci che definiamo oggettivo relativo (...) Si tratta per lo pi di un'opzione etica (...) Per questo pu essere fatta valere solo con coloro che la condividono (...)". Altro. "Guai se sapessi che lei dottore un cornuto!", dice un paziente. Credo che questo vero e proprio slogan dia felicemente forza alla regola che nega la terapia tra conoscenti. Mi viene da ripensare alle mie due esperienze di paziente/allievo con terapeuti che "conoscevo" prima di iniziare. Sapevo che erano "cornuti": una metafora; quindi il lavoro non ha funzionato tanto bene. In un caso (v. sopra

Promiscuit) daltra parte sono diventato amico del mio ultimo analista dopo che era finita l'analisi, con danneggiamento retroattivo dell'esperienza analitica avuta, in s piuttosto buona: ho scoperto le "corna" metaforiche di questa persona. Il ruolo terapeutico (adulto, autorevole, responsabile, nei termini di Erba) danneggiato o compromesso quando il paziente sa che tale ruolo interpretato da una persona "che ha le corna" (che dunque non cos autorevole, adulto e responsabile). In realt ciascuno di noi ha lati "cornuti", o se vogliamo da "povero cristo", forse anche Sua Altezza Reale Masud Kahn, che era un immigrato di colore in cerca di successi londinesi. Il ruolo serve a coprire, come un abito da lavoro, un'uniforme, queste umane magagne. Quindi vale la regola: niente terapia con i conoscenti. Assolutamente. Caschi il mondo.

Altro. "Mi ha chiesto questo per vedere se sono compatibile con l'analisi?", domanda un paziente. Erba risponde che "la compatibilit all'analisi legata alla sua presenza", non a un giudizio. "E' la sua presenza a testimoniare, misteriosamente, qualcosa su cui ci si pu interrogare". Vorrei qui sottolineare il minimalismo in terapia. Il

"massimalismo" in terapia dilettantesco, penso, "cinematografico" (vedi film come "Io ti salver", di Hitchcock), fa sognare le grandi imprese psicoterapeutiche, le scoperte e spiegazioni pi radicali, le miracolose "guarigioni", l'Io che bonifica l'Es eccetera. E invece guarda un po', Erba sottolinea che il paziente qui, presente, e che questo "mistero" conta moltissimo.

Altro. Una terapia di anni ha una durata eccessiva, in un mondo di velocit un'esperienza di lentezza s un contrattempo positivo, ma l'impazienza comprensibile. La durata non predeterminabile fa parte del contratto? E le terapie, anche di derivazione psicanalitica, con un numero x di sedute prefissate? Erba in un caso, dopo un anno e mezzo di terapia, osserva: "avevamo appena cominciato". Secondo un calcolo ragionevole in questo caso si sono avute una sessantina di sedute e una spesa notevole. Non varrebbe la pena di discutere se la lentezza in terapia un pregio o un difetto anche per eventualmente concludere che una necessit? Gli psicanalisti teorizzano e comunque praticano la lunga durata. Certo, per analizzare il malfatto di

decenni necessario tempo, per "correggere" il malfatto quattro o cinque o venti sedute non bastano, n per "elaborare" i disastri antichi. Ma se la lunga durata dipendesse anche dalla lotta incessante che gli analisti devono sostenere per indottrinare i loro pazienti? Erba menziona il valore pedagogico del tempo fissato, da rispettare nella singola seduta, realistico, memento di finitezza eccetera, tutte cose da condividere, sia chiaro, si pensi per al contrasto tra l' "indicativo" presente della seduta e l' "infinito" futuro della terapia.

A proposito di pazienza. Sulla noia del terapeuta in seduta Erba sembra proporre che iniziare a provare noia sia segno di unevoluzione del terapeuta, di una sua apertura. E che pi aperto ed evoluto ancora sia l'utilizzo della noia. Questo significa, penso, che se il terapeuta non sente la noia, o la reprime, preda di un atteggiamento sacrificale, cio sbagliato e da principiante. Erba osserva che in caso di noia non sappiamo se la noia dipende solo dall'altro o anche da noi. Con P.Migone direi che il paziente evoca qualcosa che anche del terapeuta, oltre che suo, per esempio una reazione di noia antica, la noia del paziente da bambino (e del terapeuta pure

bambino), annoiato da adulti rompiscatole, oppure la noia da lui bambino (e dal terapeuta pure bambino) percepita in adulti significativi: in seduta il paziente "mette" il terapeuta al suo posto di bambino annoiato, o ripete la sua parte di bambino annoiante "mettendo" il terapeuta al posto degli adulti di un tempo. E trova terreno fertile.

Altro. Il signor W continua ad andare in terapia, eppure ha un lungo tragitto da percorrere tra andata e ritorno, ma cosa va a fare non si sa. Insomma presente, si presenta, e non pare neppure che provochi nel terapeuta una particolare voglia di non vederlo pi. Ci prova, il signor W, non ha perso del tutto la speranza, io credo. Certamente andare in terapia una cosa diversa rispetto al quotidiano, un allontanarsi spaziale dalla famiglia, dal padre, dalla madre e dai fratelli (e il signor W vive in famiglia), insomma dalla "solita vita": un fatto eccezionale (da qui l'importanza del setting, a garanzia delleccezionalit), e qualcuno ricerca qualcosa di eccezionale. Quando (e se) lo trova magari ci avviene per caso. Quindi, se io definisco "minimalismo" il sottolineare da parte dell'autore l'importanza della mera presenza del paziente, sbaglio quanto alla sostanza psicologica, ma ho

ragione in merito alla sottolineatura della forma della presenza. E.Fachinelli ha scritto un saggio quaranta anni fa (v. Il bambino dalle uova d'oro) che mi sembra utile ricordare in questo frangente. Ripetere (vedi la celebre "coazione a ripetere") significa anche moltiplicare le occasioni, e "paradossalmente" rende possibile uscire dalla ripetizione, rende possibile variare sul tema. Il signor W ripete le sue venute in terapia, mute e disperate, disperanti anche, gonfio di una qualche richiesta. Erba offre il "passaggio". A parte il paradosso della ripetizione: in tutta sincerit io penso che insistere, come fa il signor W, ad andare in terapia nonostante che la terapia non gli giovi sia soprattutto la prova di un suo notevole malessere. Ci banale come affermare che se vai dal medico sei malato? Pu darsi. Se vai in terapia significa che stai male, se continui ad andarci nonostante che non funzioni, dopo anni, stai male davvero. Ecco che cosa penso, e credo alla necessit che il costo della terapia sia relativamente alto, tanto alto da mostrare al paziente quanto lui sia malato: qui il denaro la misura del malessere. Erba vede le cose in modo totalmente diverso. Valorizza la presenza del paziente tanto da usarla come trampolino per portare il paziente a

"interrogarsi sul perch non sta e non si comporta bene", visto che viene in terapia. Ma dovrebbe spiegare come la rivelazione che il suo essere in terapia un segno di vitalit aiuti il paziente a spendere questo tesoro che certo prima non sapeva di possedere. E poi: che cosa significa comportarsi "bene"? Pu darsi che la presenza in terapia del paziente sia una carta vitale che lui non sapeva di trovarsi in mano. Pagare (tanto) per scoprire questo segreto pu essere ben fatto. Ma pu anche rappresentare una spina "etica", per il terapeuta, incassare denaro in attesa che il segreto insito nella presenza si sveli ad entrambi.

"Mi aiuti almeno a non venire pi", ha detto una volta il signor W al terapeuta. In quell' "almeno" mi appare di nuovo il "minimalismo", stavolta del paziente: disperato. Ma "non venire pi" invece un risultato tutt'altro che minimo, semmai segnala una situazione paradossale. Tutta la faccenda del denaro a me sembra decisiva. La psicoterapia cara, innegabilmente. Nessuno costringe (certo!) una persona a spendere il suo denaro per una psicoterapia, che pu anche portare a poco,

sappiamo. Ma prendersi la responsabilit di incassare quel denaro che paga un bene di incerta natura, di incerta afferrabilit e di incerta durata, ecco, mi sembra un compito da affrontare con cautela.

Altro. A proposito del suo mal di stomaco durante una seduta con il signor W, Erba scrive che ben possibile che sia "una cosa nostra". Di entrambi. Certo. Suggerisco daltra parte che il mal di stomaco del terapeuta possa dipendere dal fatto che il paziente ha, nelloccasione, accennato ad un tipo di terapeuta (il dentista) che ottiene risultati, quei risultati cos incerti con lanalista: ci che fa star male entrambi.

Bussare a chi bussa.

Nel corso del tempo ho avuto pi occasioni di antologizzare ed editare testi di psicoterapia: pubblicazioni (1972-1992) della rivista milanese Il ruolo terapeutico, con il titolo Siamo uomini o psicoanalisti?; tesine di allievi della scuola del Ruolo milanese, con il titolo Diventare terapeuti (coautore Sergio Erba, edite da Franco Angeli) ; e, con il titolo Indiscrezioni dovute, tesine di allievi della scuola del Ruolo genovese (edite da La relazione terapeutica, una rivista in seguito cessata). Stavolta non propongo i testi degli allievi (di Genova), ma soltanto le mie considerazioni.

Limitare il danno? Un'allieva narra di una terapia in cui la paziente non sconosciuta. Inoltre non pu rilasciarle fatture alla e manca di una stanza dove vederla. La terapeuta coniuga tali noie con le sue paure di neofita, definendole alibi. Bisogna pur cominciare, per, ed allinizio spesso necessario adattarsi a quel che viene, come viene. Anche ad una stanza non nostra. Lavorare al nero con una persona non sconosciuta , invece, certamente dura, il passaggio di denaro avviene senza cornici, abbassando limmagine della terapia a qualcosa di comune, per di pi tra persone quasi conoscenti. La nudit del passaggio di denaro, praticatissima in ogni settore, devessere tenuta docchio, in psicoterapia, qualora sia in atto, come elemento turbativo del setting. Tuttavia, riflettiamo, fatture e ricevute possono esser considerate, a loro volta, elementi turbativi, se non svilenti, della relazione tra i due: estraneit fatta di cartaccia. La cosiddetta nudit del passaggio di denaro corrisponde alla nudit della relazione intesa come ricerca dellautentico, mentre la cartaccia entra nel setting come un intruso. Il denaro sangue, la fattura cartaccia.

Tornando alla storia della terapeuta in erba: dal guaio della conoscenza diretta o indiretta del paziente (e dai relativi pre-giudizi inquinanti) si esce negandosi e consigliandogli un collega, ma, pi la citt in cui si opera piccola, pi facile che il paziente sia, anche senza saperlo, vagamente conosciuto dal terapeuta, e viceversa. La psicoterapia forse una professione praticabile solo in poche citt, restando in Italia? No davvero, moduliamo, limitiamo il danno, evitiamo eccessi. Non in discussione la preferibilit della (fondamentale) non conoscenza, tra analista e paziente; ma respingere la fiducia di qualcuno, e sia pure che cerchi un cosiddetto analista facile, perch in mezzo c della conoscenza, dellimmaginario gi masticato, male. Provarci lo stesso, limitando il danno della rimasticatura, bene. Unaltra questione seria che il testo pone lincapacit della terapeuta di non dare risposte, cos danneggiando la funzione interrogante. Al neofita, cristianamente formato (magari suo malgrado), non rispondere alle domande che il paziente pone dispiace. Gli duole far la parte di chi non d. Se ha talento e fortuna, imparer che il paziente non il suo bambino, e neppure il noto

lebbroso da baciare, altrimenti cambier mestiere oppure, come talvolta accade, diventer un cinico mascherato da cuor doro. Rispondere alle domande (del paziente) con domande, per una persona cristiana e beneducata, difficile. Lesinare, pure. Non possiamo non dirci cristiani, qualcuno ha scritto. Si tratta, ancora, di limitarne il danno. A ci mira la formazione in psicoterapia? Scristianizzazione? V del Nietzsche, al lavoro? O semplicemente, ohib, del Freud?

Non vedo l'ora. Mi sono (...) accorta degli equilibrismi messi in atto (a volte vere e proprie acrobazie dello sguardo) per cercare di vedere lora senza che il paziente notasse i miei movimenti, scrive l'autrice. Guardare lorologio non carino, se ci troviamo in compagnia di qualcuno; segno, a meno che non incombano treni, aerei od orari di lavoro (appunto), che il tempo interferisce nel rapporto che abbiamo con laltra persona. Qualche volta (treni ecc.) questo tempo non negoziabile, molte altre volte lo , nel senso che rimanda a nostri orari soggettivi. Logicamente, ben possibile che non cimporti molto di (non) essere carini, ma di solito cimporta, devessere un effetto (infimo davvero) della cristianizzazione, quindi controlliamo, ma di nascosto, lora. Acrobazie dello sguardo.

L orologio, ordinatore ansiogeno, pu esser preso in considerazione come figura del padre. Due sedute fa un paziente di mezza et che stava parlando del suo rapporto ambivalente con la madre, si bruscamente interrotto e mi ha guardato intensamente negli occhi, come se si fossero risvegliati in lui affetti profondi, chiedendomi a

bruciapelo:Lei che rapporto ha con suo padre? . La metafora bruciante sembra rinforzare limmagine di un improvviso accostamento del paziente alla persona della terapeuta, di un cambio di registro. Al di fuori della situazione terapeutica gli avrei risposto in modo seccato che non aveva alcun diritto di pormi una tale domanda, perch a lui non doveva importare nulla delle mie questioni private o, ancora, gli avrei forse chiesto come diavolo avesse mai fatto, tra la miriade di domande che potevano venirgli in mente, a sintonizzarsi su una questione per me particolarmente delicata. Si tratta di due reazioni ben diverse, la prima (non ha alcun diritto!) adeguata ad un estraneo invadente, la seconda (come diavolo ha fatto a indovinare?) adeguata a qualcuno che si rivela molto intuitivo nei nostri confronti. Al di fuori della situazione terapeutica? E un lapsus, significa che il rapporto tra la terapeuta e il paziente resta, nonostante le apparenze, quello tra un uomo di mezza et, cos lei, e una giovane dottoressa, cos lui. Mi sembra naturale. Il setting serve a inquadrare tale scena di affetti profondi, anche erotica (giovane dottoressa mi suona cos), dentro un insieme di elementi ordinatori, tra essi

lorologio. Ma lorologio-padre della terapeuta conflittuale. Il paziente forse si accorto delle acrobazie dello sguardo della terapeuta, sente di aver a che fare con una persona che ha un punto debole.

E lei? potrebbero domandarci (e talvolta domandano) le persone che incontriamo professionalmente, attirandoci nella dimensione umana comune cui apparteniamo, a parte il ruolo. Abbiamo gioie, desideri, delusioni, conflitti, paure, miserie, piaceri, genitori morti o vivi, figli, coniugi, rogne e voglie. In quellora scarsa, misurata dallorologio, entriamo nel ruolo di chi sa, o si suppone che sappia. E un ruolo cos difficile da sostenere, che continuiamo talvolta a guardare il padre-orologio, in attesa che ce ne liberi. Del resto, non ci par vero di far vacanza pagata dai nostri guai per occuparci di quelli altrui.

Sono una donna debole. Quando i pazienti manifestano propositi di chiudere, non rari e appartenenti talvolta alla categoria generale del danneggiamento della terapia, io credo che un terapeuta possa trovarsi confrontato con una sorta di suo conflitto dinteressi, infatti i propositi di un paziente di terminare la terapia confliggono in definitiva con la continuit di una parte del reddito del terapeuta, che dunque, volente o nolente, consapevole o inconsapevole, si trova, discutendo il proposito del paziente, anche a difendere la pagnotta. Una signora dagli occhi chiari e bistrati dichiara che per non soffrire anche in terapia vorrebbe diminuire il numero delle sedute da una per settimana a una ogni quindici giorni perch le sembra di non far niente: prima per lo meno venivo, stavo male quel giorno l, ma poi tutto il resto della settimana mi sentivo meglio, pi viva, ora so che evito le cose che mi fanno stare pi male ; e il terapeuta esclama: Ma lo sa che lei proprio un bel tipo? Prima vuole smettere perch troppo <doloroso> poi perch troppo poco <doloroso>. La paziente probabilmente si sente gratificata, in veste d incontentabile bel tipo. Magari nessuno glielo aveva detto, fin l. Daltra parte il terapeuta

sembra gratificato dalla gratificazione (inumidita) della signora. Tutto fila: verso il rinnovato setting a una seduta ogni due settimane. Che cosa non si fa per accontentare una donna! Che cosa non si fa per conservare un paziente! Qui s inscena limportanza, tra terapeuta e paziente, del negoziare. Tale processo non sembra tanto una cornice o un vettore di contenuti psichici, ma il contenuto stesso della terapia. In altri tempi si sarebbe detto: la nevrosi del paziente si riproduce nel rapporto con lanalista.

Il setting, questo mostro oscuro. A chi si occupa di terapia con minori tocca una poltrona ancora pi scomoda, infatti oltre ai due classici personaggi contano, in carne e ossa, anche i genitori, che anzi sono i responsabili delliniziativa terapeutica (sempre poco chiara, ma in questi casi anche confusa da circostanze interpersonali). E pi che probabile che oggi, data la fama che lo psicologo ha ormai acquistato presso lutenza, qualche adolescente chieda autonomamente ai genitori di farlo andare da questa sottospecie di medico specializzato in affari oscuri, ma i bambini, io penso, restano ciechi strumenti di occhiuta rapina scolastico-genitoriale. La terapeuta qui fa da testimone a proposito della scoraggiante difficolt di lavorare con bambini e ragazzini, persone che spesso non hanno nemmeno quello straccio di motivazione dei clienti adulti. La motivazione, come scrive lautrice, dei genitori, che di solito desiderano che lo psicologo risolva il problema che essi, e magari glinsegnanti, hanno rilevato in nobile gara, come se si trattasse di morbillo, scoliosi o magari scarsa propensione allapprendimento delle tabelline. Sono felice, pensa un po, di essere cresciuto quando si curava con esasperante lentezza il

morbillo, vero, quando si poteva essere bocciati anche alle elementari, ebbene s, e presi a schiaffi in famiglia senza che intervenisse la Nato, ma almeno non ci rompevano lanima, alla lettera, con la psicoterapia infantile. E oggi rischiamo pure il Ritalin. Secondo l'autrice il bambino ha, per chiedere aiuto, un modo: sviluppa un sintomo. Gi usare questa parola da medici, ragiono, ci avvia verso una soluzione da medici: rispondere con una cura al sintomo. Invece questo qualcosa dovrebbe, secondo unantica tradizione (rispondere alle domande con altre domande) di cui Il Ruolo oggi un testimone, essere interrogato. Cosa che porterebbe a spostare lattenzione sui genitori, o sul genitore che ha avuto lidea di affidare il figlio a uno psicologo. Qualcuno ha proposto: bussate e vi sar aperto. L antichissima tradizione come se proponesse invece di bussare a chi bussa. Fare lo psicoterapeuta, un lavoro scomodo, al limite del losco: con i minori da fachiro. Il margine del losco si chiama setting.

Non sono pi quella di prima. Neppure una cinquantenne affetta da tumore al seno e da penuria economica sembra essere un paziente facile. Ricordo di aver letto da qualche parte che, per un(a) analista, il paziente analizzabile ideale la persona giovane, carina, intelligente, colta, dotata di mezzi economici, e priva di grossi problemi. Qui la terapeuta non s lasciata soverchiare dalla concretezza dei mali che affliggono la paziente, mantenendo invece aperto il passaggio per altro, che (non) un privilegio dei benestanti. I fattori favorevoli alla relazione tra le due donne sono da individuare in due momenti di esposizione aperta: prima da parte della terapeuta, che, a domanda, dichiara di non sapere se non si suicider; poi da parte della paziente, che mostra il seno martoriato. Mostrate e vi sar mostrato. Questo lavoro rappresenta davvero uneccezione, perch lo spazio del racconto vivamente condiviso, e non invaso dalle autoanalisi del terapeuta, narciso imbranato.

Molti laureati in psicologia, io credo, siscrivono alle scuole di specializzazione come aspiranti professionisti, ma in realt sono soggetti feriti, anche dagli studi effettuati in campo psicologico, non solo dalla vita. Il lavoro di gruppo nella scuola di psicoterapia li avvicina alla dimensione psicologica da cui sono stati, con la massima energia disponibile, tenuti lontani proprio dagli studi universitari: li urta e urtica come se fossero pazienti. Alcuni iniziano la terapia individuale dopo aver partecipato agli incontri, con i colleghi e i conduttori, sui casi che, come allievi, essi seguono. Del resto, sempre stata la linea del Ruolo, anche prima della regolamentazione statale della psicoterapia, quella di non prescrivere l analisi personale agli allievi, condizione di partecipazione alla scuola essendo invece solo loperativit nel campo delle professioni daiuto. Discutibile, ma degno di riflessione. L insistenza sui vissuti del terapeuta (protagonista quasi incontrastato delle narrazioni qui scelte), e sul mantenimento del setting, suggerisce che lunico elemento terapeutico di cui possono usufruire i pazienti, di fatto testimoni del disagio umano e professionale di coloro che hanno soltanto il ruolo di terapeuta, ma non lo sono, proprio il

mantenimento del setting. L insistenza eccessiva sul setting ha, penso, a che vedere con il timore che le idiosincrasie e il disagio personale del terapeuta debordino troppo sul paziente. Il setting consente al terapeuta di curare se stesso a spese dellaltro, il paziente, ma senza compromettersi troppo.

Il terapeuta mobile. Un certo terapeuta, racconta Sergio Erba, seguiva, spostandosi anche lui, gli spostamenti che un paziente attuava nel tempo - talvolta questi sedeva in un posto, poi in un altro, nello studio. Questo terapeuta aveva bisogno di rendersi avvertito in merito alla problematicit di una situazione di cui lui notava solo la parte del paziente. Orbene, in supervisione egli trova un gruppo di colleghi che non si sposta "di sedia", cio mantiene la posizione: tutto sommato si tratta di unesperienza in s importante. Una tendenza pratica esteriormente instabile com quella del terapeuta si confronta con una tendenza pratica esteriormente stabile; un terapeuta piuttosto ignaro delle ragioni del setting (si direbbe) trova in supervisione un gruppo di colleghi cultori delle ragioni del setting. Un terapeuta pi attento ai contenuti psichici dei pazienti (come quei terapeuti da me osservati negli anni settanta ed ottanta del secolo scorso) che non alla relazione terapeuta paziente, pi psicologo che terapeuta, si confronta con un gruppo attentissimo ai contenitori relazionali ed al setting. Penso che questo terapeuta possa aver imparato che la psicoterapia non solo una

faccenda di contenuti psichici. Bene. Ma il gruppo di supervisione cosa potrebbe avere imparato da questa esperienza, cio dallaccanimento del terapeuta a sostenere la trascurabilit del suo cambiare sedia? Che forse certe difficolt di percorso non sempre dipendono dalla relazione, ma che invece possono dipendere dal paziente (carattere, personalit), il quale potrebbe seguitare ad andare male come persona anche se lavorasse con un terapeuta che mantiene fermo il suo e laltrui sedere. (V. sopra Bon ton). Erba d'altra parte sostiene che attenersi strettamente al setting, senza prendersi la responsabilit di derogare dalle regole (com' quella di non debordare mai dal limite di tempo della seduta) sarebbe un esempio di funzionamento umano di dubbia utilit per il paziente. Ma la libert di interpretare le regole del setting, di cui parla Erba, confina con larbitrio. E' una libert arbitraria, soggettiva. E allora il terapeuta che cambia di sedia potrebbe dire: mi prendo anch'io la libert di interpretare le regole del setting. Ora, non sto n dalla parte di un rispetto bacchettone del setting, n dalla parte del sedersi a capocchia. E' che vorrei esprimere le mie

perplessit teoriche in merito al regolamento delle regole, che secondo me, ripeto, devono essere ridotte a poche e certe, allo scopo di limitare l'arbitrio del terapeuta. Il terapeuta e il paziente certo non stanno su un piano di parit. E' ovvio che il paziente chiede un aiuto e paga: ma limitiamoci a questi dati, il resto arbitrario. E' dunque in questione il potere del terapeuta. Ci sono molti modi di far uso del potere, pi giusti, meno giusti, pi arbitrari, meno arbitrari. Non ci piace il terapeuta che cambia di sedia a rimorchio del paziente, tutto qui: non ci piace. Non piace a noi. Ciascuno faccia come si sente, in terapia: mettiamoci d'accordo su poche, pochissime semplici cose, appena oltre il dato che il paziente chiede aiuto e paga. Il contratto psicanalitico vero e proprio contiene la regola di associare liberamente, che in realt una meta sulla cui via il paziente far pi o meno grandi progressi. Ma il contratto contiene altre regole, molto pi prosaiche, nei loro contenuti, della regola di associare liberamente: pagare, quanto e come, rispettare gli orari, non saltare le sedute ovvero

saltarle pagandole eccetera. Ora, sono d'accordo con Erba che le associazioni libere possano rappresentare e simboleggiare, nella loro difficile realizzabilit, le aspirazioni impedite dei pazienti, come lui scrive; posso tentare di considerare le altre regole, quelle che ho definito "prosaiche", come rappresentanti un esercizio di realismo, di accettazione dei limiti della vita quotidiana (la "comune infelicit"). Ma che esse rappresentino le aspirazioni impedite del paziente non mi torna. Meno mi torna se esse crescono di numero, come sempre secondo l' "arbitro", colui che ha il potere di deciderle.

La mentalit della sopravvivenza. C.Lasch ha scritto delle cose molto interessanti sulla mentalit che secondo lui permea gli individui in quest'ultimo cinquantennio - nei paesi ricchi del mondo. E' il contrario della mentalit della sfida, alle grandi mete si sarebbero sostituite mete modeste, alle grandi "navigazioni" si sarebbe sostituito una sorta di piccolo cabotaggio "a vista", lo scopo l'adattamento al mondo, non la trasformazione del mondo. V' qui del Nietzsche, mi pare: il piccolo uomo dotato di minimal self (questo il titolo del libro, in italiano L'io minimo) sembra corrispondere a ci che Nietzsche definisce come "ultimo uomo" - in opposizione all' uomo oltre, il famigerato "superuomo". Anche la psicanalisi, secondo Lasch, si trasformata: da quella severa disciplina che Freud aveva lasciato, sostiene Lasch, essa divenuta ricerca consolatoria di autorealizzazione. Se si prende da un lato Freud e dall'altro un Kohut, si nota come Lasch forse non ha torto. Diciamo che la psicanalisi "massimalista" (l'Io l dove era l'Es), e che la psicoterapia (da essa derivata) "minimalista". Il minimalismo, cos ho chiamato lattenzione di Erba ai piccoli movimenti dei pazienti rispetto ai loro problemi, colto da me nei

suoi frammenti clinici, dei quali costituisce lo stile, mi sembra saggio e terapeutico, ma la psicoterapia, sulla strada minimalistica del realismo e dell'adattamento (mentalit della sopravvivenza?), pu trasformarsi in qualcosa che forse le commedie cinematografiche americane gi ci segnalano.

Diciassette domande difficili.* 1. Come arrivato alla scelta di questo mestiere? R. Non l'ho scelto, l'ho imboccato nel contesto del mio lavoro di docente di psicologia, che a sua volta non ho scelto, ma imboccato.

2. Lo vede, per quanto la riguarda, pi una professione o pi la realizzazione di una vocazione? R. Ho lavorato ben poco, dal punto di vista quantitativo, come analista, ci ha implicato che io non sia mai diventato un professionista. S, Freud mi ha chiamato.

3. Il libro, o i libri, che pi ha contribuito alla sua formazione, e perch. R. Il Disagio della civilt la prima opera di Freud che ho studiato, ne detti una lettura di sinistra che ai tempi (primi anni settanta) mi aiut a scrivere la mia tesi di laurea. Poi mi hanno stregato i casi clinici di Freud, cio ho desiderato fare come lui.

Poi Il bambino dalle uova d'oro di Elvio Fachinelli, perch coniugava psicanalisi e politica, ci che mi serviva. Ma impossibile rispondere a questa domanda, per me.

4.I colleghi "in carne e ossa" che pi hanno contribuito alla sua formazione. R. Elvio Fachinelli (anni settanta); Giampaolo Lai (anni ottanta); Sergio Erba (anni novanta). Con nessuno dei tre ho mai fatto analisi, i miei 4 analisti hanno invece contribuito a formare in me un'opinione sulla scuola di cui facevano parte.

5. Nel complesso del suo bagaglio professionale teorico-tecnico, che cosa, se c', riconosce come originalmente suo? R. Niente di originale, credo. Neppure l'ecletticit della mia formazione originale.

6. Pu darmi la sua personale definizione di psicoanalisi e di psicoterapia?

R. La psicanalisi ha lo scopo di favorire l'analizzare, la psicoterapia quello di curare. Pi radicalmente: la psicanalisi ha lo scopo di trasmettere se stessa come metodo e come saggezza.

7. C' mai stato un momento nella sua carriera in cui ha pensato di cambiare mestiere? R. Ho sempre operato come analista insieme ad un'altra attivit professionale, l'insegnamento, ci significa che ho potuto cambiare mestiere decine e centinaia di volte. D'altra parte s, talvolta mi sono trovato in seduta a domandarmi :chi me lo fa fare?

8. Qual , secondo la sua esperienza, il fattore essenziale della sua funzione terapeutica, quello senza il quale tutto il resto non avrebbe efficacia? R. Non so dire niente della efficacia, so che l'ascolto per me essenziale. Ci costituisce un problema per chi non vuol essere ascoltato, ma confortato.

9. In psicoanalisi, lo scarto tra prassi e teoria sempre vero? Pensa si possa colmare? R. Comunque c' sempre uno scarto tra la mappa e il territorio, tra la road map ed il viaggio. Senza esagerare, per.

10. Come spiega la presenza di diversi orientamenti teorici di matrice psicoanalitica? R. Con il fatto che si riusciti a sfuggire a Freud senza trarne le conseguenze ovvie, cio rinunciando a definirsi psicanalisti. Questa la storia della psicanalisi. Un'altra spiegazione pu trovarsi nel narcisismo di alcuni analisti.

11. Qual la sua personale concezione dell'esistenza: che la vita abbia un senso, che origine e destino dell'uomo siano, anche se misteriosamente, trascendenti; o, per quel che riguarda il destino individuale di ciascuno, tutto si esaurisca nel percorso tra la nascita e la morte? Che rapporto pu esserci, se ritiene ci sia, tra la sua concezione

esistenziale e la sua concezione della terapia? R. Tutto sta nel tempo che intercorre tra la nostra nascita e la nostra morte, ma il passato (quando non c'eravamo) ed il futuro (quando non ci saremo pi) ci riguardano, il primo appartiene alla Tradizione, alla Storia, il secondo alla Politica. Credo che tra la propria concezione esistenziale e la propria concezione della terapia ci sia un rapporto forte, importante esserne consapevoli.

12. Si parla tanto di etica della psicoanalisi ma, secondo lei, qual o quale dovrebbe essere la posizione della psicoanalisi di fronte all'etica? R. L'analista ha un compito preciso, favorire l'analizzare del paziente, non fare della critica di tipo etico: certo senza dimenticare i suoi valori.

13. Come si modificato, nel tempo, il suo modo di operare nella stanza d'analisi?

R. Ai miei inizi ero proteso unicamente verso i contenuti psichici dei pazienti. Avevo una cattiva formazione. Successivamente ho iniziato a dare valore alla relazione tra me ed il paziente, questa la mia evoluzione.

14. Secondo lei, la psicoanalisi ha un futuro? R. Forse si ridurr in termini di diffusione, fino ad essere dimenticata. Poi ritrovata, chiss?

15. Cosa significa essere psicoanalisti nel XXI secolo? R. Combattere per una causa persa. C' di peggio: combattere per una causa vincente.

16. Ad un suo ipotetico allievo quali suggerimenti darebbe? R. Di non dimenticare Freud.

17. Che cosa pensa della nostra convinzione che per superare la crisi attuale il pensiero psicoanalitico deve uscire dalla "Stanza" e guardarsi attorno, per inglobare nella sua indagine anche gli aspetti metafisici della persona (tanto per non far nomi, la libert e la responsabilit di s del soggetto)? R. Se c' una crisi, essa dipende dal tipo di spiegazione che le neuroscienze danno del disagio umano, e dalla diffusione degli psicofarmaci. Si tratta di valorizzare il metodo analitico come qualcosa che forma, non come qualcosa che cura. Non credo tuttavia alla libert ed alla responsabilit di s del soggetto.

* Si tratta di un questionario diffuso da Sergio Erba (per Il Ruolo terapeutico) nella primavera del 2013.

Letture. Anonima, Seduzione sul lettino, trad. it., Boringhieri, Torino. Con un testo di J.Cremerius. E.Codignola, Il vero e il falso, Boringhieri, Torino. S.Erba, Domanda e risposta, Angeli, Milano S.Erba, Genio e regolatezza, ne Il Ruolo Terapeutico,46,47,51-53,56,59-60,63-66,77-80, Angeli, Milano. S.Erba e N.Spinosi, Diventare terapeuti, Angeli, Milano. E.Fachinelli, Il bambino dalle uova doro, Feltrinelli, Milano. E.Fachinelli, Claustrofilia, Adephi, Milano.

F.Farrelly, Terapia provocativa, trad. it., Astrolabio, Roma. S.Freud Vie della terapia psicoanalitica, Opere, vol.IX, trad. it., Boringhieri, Torino. S.Freud, Il problema dell'analisi condotta da non medici, in Opere, vol.X, trad. it., Boringhieri, Torino. G.Gennaro, Manuale di sociologia della devianza, Franco Angeli, Milano (v. il capitolo sui crimini dei colletti bianchi). M.Kahn, Trasgressioni, trad. it., Boringhieri, Torino. G.Lai (a cura di) Tecniche (rivista), Riza, Milano. C.Lasch, L io minimo, trad.it., Feltrinelli, Milano. P.Migone,

Terapia psicoanalitica, Angeli, Milano. P.Migone, Problemi di psicoterapia, ne Il Ruolo Terapeutico, 89, 90, 91, Angeli, Milano. E.Perrella, Anche la psicopatologia una scelta etica, ne Il Ruolo Terapeutico,78, Angeli, Milano. D.Spence, Verit storica e verit narrativa, trad.it., Martinelli & C., Firenze. N.Spinosi, Effetti formativi in psicoterapia, ETS (Edizioni Tecnico Scientifiche), Pisa. N.Spinosi, Un soffitto viola. Psicoterapia, formazione, autobiografia, Firenze University Press.

Nicola Spinosi (spinnic@libero.it) ha insegnato discipline psicologiche nell'ambito dell'Universit di Firenze; dal 1974 pratica l'analisi, cui si andato formando con maestri vicini e lontani nello spazio e nel tempo, ecletticamente.