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Ferruccio Antonelli PSICOLOGIA DEI VIZI CAPITALI I vizi capitali sono comportamenti umani che, indipendentemente dal fatto

di essere criticati dalla morale che perci li considera peccati, sono degni di attenta considerazione da parte della psicologia. Infatti non sono malattie o anomalie, ma solo espressione e conseguenza di problemi psicologici che disturbano l'esistenza e minacciano l'equilibrio emotivo. Superbia, ira, gola, invidia, avarizia, lussuria, accidia: la tradizione definisce con questi termini altrettante deviazioni dello stile di vita, tutte antieconomiche, sintomatiche, aperte a sempre possibili sviluppi psicopatologici. Anche se moralit ed igiene mentale vanno spesso d'accordo, questo libro rifugge da giudizi di valore e da prese di posizione di carattere morale, e si limita a raccogliere una serie di riflessioni esclusivamente psicologiche sulla dinamica motivazionale di certi comportamenti che spingono l'uomo all'estrema periferia di una soddisfacente integrazione nella societ. Alle spalle dei cosiddetti vizi capitali troviamo un'infinit di elementi negativi del comportamento umano: egoismo, incomunicabilit, insicurezza, aridit affettiva, solitudine, immaturit, gelosia, orgoglio, narcisismo, vanit, superbia, ipocrisia, maldicenza, ingordigia, furore, impazienza, vendicativit, violenza, imprecazione, turpiloquio, vigliaccheria, noia, pigrizia, indolenza, abulia, carenza e rifiuto d'amore. Questo libro ne parla con intenti di igiene mentale e con una bonaria semplicit di forma che nulla toglie alla seriet scientifica della sostanza.

FERRUCCIO ANTONELLI, 45 anni, marchigiano, medico, specialista in Neuropsichiatria e libero docente in psichiatria. Titolare di psicologia alla Scuola Centrale dello Sport. Incaricato di psicosomatica all'universit cattolica (scuola di psichiatria) e all'universit di stato di Roma (scuola di gastroenterologia e scuola di medicina dello sport). presidente della Societ Italiana di Medicina Psicosomatica e dell' International Society of Sports Psychology ; membro ordinario od onorario di numerose societ scientifiche italiane e straniere. Ha fondato e dirige due riviste: Medicina Psicosomatica e International Journal of Sport Psychology . autore di otto monografie, di varie raccolte di atti congressuali e di oltre 200 pubblicazioni scientifiche apparse sulle principali riviste italiane ed estere di psichiatria, psicologia, medicina psicosomatica. Dello stesso Autore

Fondamenti e prospettive della medicina psicosomatica - Ediz. Universo, Roma 1952. Psiche e tubercolosi - Ediz. Ist. It. Med. Soc., Roma 1956. Il reumatismo psicosomatico - Ediz. Universo, Roma 1957. Psicologia e psicopatologia dello sport - Ediz. Leonardo, Roma 1963. La valutazione psicologica - Ediz. Leonardo, Roma 1964. Anatomia della psiche - Ediz. Ares, Milano 1964. Elementi di psicosomatica - Ediz. Rizzoli, Milano 1970.
EDIZIONI MEDITERRANEE ROMA

pag. 127

. 15.000

FERRUCCIO ANTONELLI

PSICOLOGIA DEI VIZI CAPITALI

EDIZIONI MEDITERRANEE - ROMA

Copyright 1972 by Edizioni Mediterranee - Roma - Via Flaminia, 158 O Printed in Italy S.TA.R. - Via Luigi Arati, 12 - Roma

Sommario

7 11 21 35 53 67 83 99 113 127

Introduzione SUPERBIA IRA GOLA INVIDIA AVARIZIA LUSSURIA ACCIDIA Conclusioni Bibliografia

L'Autore ringrazia vivamente la Redazione della Rivista PANORAMA MEDICO SANDOZ che ha gentilmente permesso di ripubblicare in veste monografica i sette articoli apparsi su altrettanti fascicoli nel corso degli anni 1971 e 1972.

Introduzione
Iniziando un sommario esame dell'aspetto psicologico dei peccati capitali, necessario premettere una considerazione d'ordine generale. Nessun codice morale definisce peccato un'azione che sia priva della volont cosciente di peccare, ma ogni codice morale valuta altres lo sforzo che la volont deve compiere per impedire la realizzazione di impulsi interiori ed inconsci, la cui esistenza e la cui eventuale violenza nessuno pu negare. La psicoanalisi assai pi una dottrina medica che una filosofia morale: quando essa indaga in profondit i problemi di un nevrotico per risolverli e guarirli, non esprime giudizi di valore, non condanna come non giustifica: si limita a mettere in evidenza ed a rendere coscienti al paziente i motivi che, suo malgrado, hanno frustrato le sue ambizioni, inibiti i suoi propositi, compromesso la sua serenit; ma questi motivi, insieme con le reazioni spontanee o artificiose messe in atto per una difesa istintiva, non di rado inducono modalit di comportamento pi o meno anormali che, viste sotto l'angolo visuale della morale, predispongono al peccato quando gi non lo determinano. Superbia, ira, gola, invidia, avarizia, lussuria, accidia - noti come i sette peccati capitali, codificati da Gregorio Magno - sono contemporaneamente peccati e disturbi, a seconda che ci sia o meno, alla loro base, quella consapevolezza di peccare che rende responsabile ed imputabile. Ma, presente o meno tale consapevolezza, resta una struttura psichica che rende l'individuo forzatamente incline a tali peccati, e che forse ha il valore di una attenuante. Peccato l'accettazione cosciente di tali tendenze, mentre le tendenze stesse sono un fenomeno caratterizzato da interessanti motivazioni psicologiche inconscie. Non in contrasto con giuristi e teologi, ma in loro aiuto, per favorirli nel comprendere meglio la natura umana, lo psicologo ripete le parole di Freud: perch cedere al proprio orgoglio morale e trascurare il male che alberga nell'inconscio? Ignorare le proprie responsabilit non ci esime dal peso di averle. Il narcisismo etico della umanit dovrebbe accontentarsi di riconoscere che la esistenza di sogni di ansia e di punizione danno una prova della sua morale altrettanto chiara di quella che la interpretazione dei sogni d della sua natura malvagia . Gli uomini, diceva Meister Eckhart, dovrebbero badare non a ci che fanno ma a ci che sono. Invocare la volont per reprimere un determinato gesto non una purificazione del male interiore, tanto pi che molte repressioni volontarie possono comportare compensazioni ancora pi nocive ed immorali; l'insegnamento psicoanalitico, se cos pu chiamarsi, sostiene che una vera opera di purificazione morale consiste non tanto nella tensione della volont quanto nella presa di coscienza delle pi pericolose cariche inconscie e nella soluzione integrale e razionale, oltre che morale dei problemi che le sottendono. Non diverso il pensiero della Chiesa, espresso in svariate pagine della letteratura monastica, anche se qui le cariche energetiche psichiche vengono chiamate demoni, e la permanenza patologica di momenti infantili viene considerata una forma assoluta e pietrificata di peccato. Scrive San Marco l'Asceta: quando abbiamo ripudiato ogni peccato volontario, allora cominciamo a guerreggiare davvero con i colpi delle passioni che ci colmano, e cio con i ricordi involontari di

peccati trascorsi, sfuggiti alla mente ma deposti nel cuore (non la rimozione psicoanalitica?). L'abate Evagrio parla di un pensiero vagabondo che di notte viene a disturbare l'eremita e minaccia di farlo vittima del demone della fornicazione o dell'ira o dell'accidia. Ma per meglio conoscere gli intendimenti del tentatore egli consiglia di non opporci subito a lui, pena non imparare da lui ci che ci preme: lasciamo piuttosto che egli, si scopra e quindi ci permetta di chiarire l'equivoco e di allontanare il demonio con una sola parola di denuncia . Quindi l'interesse dello psicologo per i peccati capitali non invade il campo della morale e non muove questioni di responsabilit, ma si limita ad osservare le motivazioni inconscie che predispongono al male. Dividere il male in sette forme forse arbitrario, ma segue la tradizione cristiana. Per i buddisti i peccati sono nove, ma due - stolidit e paura - sono condizioni comuni ad ogni stato di peccato, e tre - uccidere, rubare, mentire - si riducono in sostanza a precetti di tipo giuridico; restano cos quattro soli peccati: parzialit, odio, impurit sessuale, accumular tesori. Ed senz'altro un elenco incompleto. I sette tradizionali peccati capitali, o vizi se vengono considerati sotto l'aspetto di tendenze abitudinarie a peccare, son definiti capitali (da capo o sorgente), secondo San Tommaso, per tre ragioni: perch sono tanto gravi da poter essere degni della pena di morte (spirituale s'intende); perch nei primi secoli della Chiesa erano assimilati ad altri, gravissimi, come l'idolatria, l'omicidio, l'adulterio, ed erano soggetti a penitenza pubblica; e infine, perch sono la sorgente di parecchi altri peccati, talvolta ancora pi gravi. Premesso tutto ci, esaminiamo gli aspetti psicologici dei singoli peccati capitali, cominciando dalla superbia.

Superbia

La superbia un esasperato amore di se stessi che comporta il bisogno di preminenza sugli altri. Le cause del narcisismo. Inammissibile l'orgoglio in amore.

La superbia la stima eccessiva in s stessi. Il superbo orgoglioso delle proprie doti, si, attribuisce doti che non ha, sminuisce le doti degli altri. Dalla superbia derivano l' ambizione, che un desiderio smodato di gloria, onori, fortuna, potere; la presunzione, che una fiducia esagerata in s stessi; e la vanagloria, che consiste nell'insuperbirsi di meriti pi apparenti che reali e nel cercar lodi dove non c' nessun titolo di merito personale (come vantarsi dei propri natali). La vanagloria, a sua volta, produce la iattanza o millanteria, che cui il millantatore ipertrofizza il suo io mettendo in bella mostra ogni suo merito o capacit o virt; l'ipocrisia, per cui l'ipocrita arriva a compiere azioni buone al solo scopo di trarne un ulteriore motivo di vanto; e infine la testardaggine o caparbiet, per cui si talmente attaccati alle proprie idee da non voler cedere mai nemmeno quando si ha torto. La superbia forse il pi grave dei sette vizi capitali; stata chiamata madre e regina di tutti i mali , poich pu arrivare alla ribellione a Dio come se non si avesse pi bisogno di Lui, malgrado San Paolo dica: che cosa hai che non abbia ricevuto? E se lo hai ricevuto, perch te ne vanti come se non l'avessi ricevuto? . Lucifero gridava salir al cielo, sormonter l'altezza delle nubi, sar simile all'Altissimo (Isaia), e non lo servir . E Adamo ed Eva furono altrettanto superbi, e peccarono per diventare sicut dei . Per i teologi la superbia il rifiuto alla dipendenza che implicita nella creatura verso chi l'ha creata: la radice di ogni vizio, come l'umilt, che ne l'antitesi, la radice di ogni virt. Perci ben si comprende persino la violenza con cui il Cristo si scagli contro gli orgogliosi Farisei: guai a voi, ipocriti, che siete simili a sepolcri imbiancati, che di fuori paiono belli, ma dentro son pieni di ogni putredine; voi di fuori apparite giusti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquit . Dal punto di vista della psicologia, la superbia un esasperato amore di se stessi che comporta il desiderio di preminenza sugli altri. Se non esistesse la superbia non vi sarebbero le personalit isteriche, individui che pongono se stessi al centro di ogni situazione esistenziale, non di rado inventando e fantasticando, con una costanza ed una intensit che li rendono anormali e cio psicopatici. * * * L'amore di s stessi ha, nella terminologia psicoanalitica, una definizione esatta: si chiama narcisismo. Il termine deriva dal nome di un personaggio mitologico dell'antica Grecia, il giovinetto Narciso, che, innamorato di se stesso, soleva specchiarsi nell'acqua di una fonte. Il personaggio fu scelto da uno studioso di psicopatologia sessuale, Nacke, nel 1899, per indicare l'atteggiamento di chi dedica al proprio corpo il trattamento e l'ammirazione altrimenti riservati alla persona amata. Secondo Hellis il narcisismo l'ammirazione di se stessi quando si accompagna ad emozione sessuale, tanto che lo consider una manifestazione di autoerotismo; pi frequente nella donna, si pu notare anche in qualche uomo a tendenze femminili. Nell'ipotetico destino del narcisista per non c' solo l'ombra dell'omosessualit ma anche quella della psicosi maniacale (con espressioni megalomaniche) e della ipocondria, la quale pu essere interpretata come il trasferimento sul proprio corpo della libido ritirata da altri oggetti. Ogni essere umano esperimenta personalmente il narcisismo durante la prima infanzia. Il bambino prova un autentico godimento ai frequenti - anzi abituali - complimenti di cui fatto oggetto ed agli elogi della sua bellezza e della sua bont.

Consapevole dello stato di privilegio di cui gode e cui si aggrappa per compensare le infinite ansie derivate della sua insicurezza e dalla sua necessit di dipendere dagli altri, il bambino sfrutta questo narcisismo addirittura per incrementare l'attrazione esercitata sull'ambiente e alimentata dal suo atteggiamento quasi superbo di inaccessibilit. Lo stesso atteggiamento riappare, nell'adolescenza, nei ragazzi e specialmente nelle ragazze con particolari doti di bellezza. Molte donne, specie le pi belle, sono autentiche personificazioni della superbia; esse amano e ammirano se stesse con un'intensit pari a quella con cui l'uomo ama loro; esse hanno bisogno non di amare ma di essere amate, e il loro favore va agli uomini che attuano questa condizione: il loro narcisismo rappresenta un forte motivo di attrazione, proprio come nel bambino. Questa superbia un attributo normale della femminilit, almeno finch non supera certi limiti; oltre ai quali diventa una penosa e patologica impossibilit ad amare e persino a stabilire un qualsiasi e soddisfacente rapporto umano. Questo pericolo di un'esasperata esaltazione dell'orgoglio si pu verificare anche nell'uomo, specie quando questi ipervalorizza un singolo aspetto della sua esistenza, per esempio professionale, per cui ha un profondo bisogno di immediata soddisfazione, di continui riconoscimenti, di progressivi successi di carriera. narcisista - e quindi superbo - chi si innamora della propria voce ed ama parlare in pubblico pi per compiacersi di s che per dire cose utili (o almeno sensate) agli ascoltatori (in quanti congressi incontriamo questi casi di... microfonofilia! ), chi indulge alla moda e ai cosmetici con un pizzico di esagerazione, chi tende a parlare comunque di s (Giulio Cesare diceva: parlate di me, come volete, purch ne parliate dando lezione ai superbi d'ogni tempo, operanti in politica o negli affari o nelle scienze), chi antepone con una costanza degna di miglior applicazione i propri interessi a quelli degli altri seguendo un egoismo deprecabile e deteriore. Il superbo sembra ignorare la saggezza del vivi e lascia vivere ; pensa solo a se stesso senza mai degnarsi di interessarsi ad altri. Punta al soddisfacimento insaziabile del proprio io persino senza badare alle regole comuni n al male che pu provocare a chicchessia. Negli affari incline al compromesso, alla bustarella, alla truffa; nello sport al doping; in amore alle situazioni ingarbugliate che mettono in crisi, senza alcuna propria consapevolezza, coscienze e famiglie altrui. L'egoismo la struttura portante della superbia ma non il suo sinonimo: infatti esiste anche un egoismo salutare ed accettabile, identificabile nell'istinto di conservazione, che non significa solo sopravvivere ma sopravvivere al meglio delle possibilit. Non egoista chi al ristorante ordina un piatto preferito, come non lo chi, per soddisfare tutto se stesso, si prodiga con infinito amore in favore della partner o di una causa ideologica. Egoista nel senso deprecabile del termine colui che pretende troppo, che pesta i calli al prossimo con estrema disinvoltura, che pensa solo e sempre a se stesso e al proprio vantaggio, strumentalizzando tutto e tutti ai propri fini. * * * Alla base di ogni superbia, di ogni orgoglio, c' sempre un'energia psichica che in origine sana, poich aspira soltanto alla valorizzazione di se stessi e quindi coincide con le tendenze istintive a soddisfarsi e sopravvivere. Se questa energia aumenta e si falsa, attraverso un processo di qualificazione quantitativa, e finisce con il determinare atteggiamenti immorali e psicopatologici, ci dipende da un'abnorme impostazione costituzionale della personalit o da incolmabili e penose lacune nella vita affettiva o da violente esperienze deludenti e frustranti. Se nel primo caso la superbia un clich pressoch congenito, cui si accompagnano altri sintomi di isterismo e di megalomania, negli altri casi l'orgoglio un vano e impulsivo tentativo di sterile compenso, una maschera che cerca di nascondere un'intima debolezza, un irrigidimento per non subire altre delusioni, una reazione di sfida e di ribellione alla societ. In questi casi l'orgoglio malattia, nevrosi, e pu essere eliminato con la psicoterapia. In questi casi l'orgoglio non merita disapprovazione ma comprensione.

Di solito, l'orgoglioso un umiliato che cerca di rivalersi con le parole, oppure un arido particolarmente temibile perch, per una freddezza che per pu essere scambiata per superiorit, si impone agevolmente alle nature pi docili e tenere. Hitler diceva: io cammino con la sicurezza di un sonnambulo , ma le genti da lui oppresse hanno finito con lo... svegliarlo . Un pizzico di orgoglio nascosto nell'intimo di ognuno di noi. ben raro sentire un uomo che ha la patente di guida ammettere di non saper guidare bene; anzi dir che nessuno guida bene come lui. Idem tra i giocatori di bridge o di bocce o di altro. Idem tra i cacciatori ed i pescatori. Idem, se permettete, tra i medici e tutti gli altri professionisti e artigiani e commercianti, eccetera eccetera. In ognuno di noi c' anche un radicale narcisistico, che lo vogliamo riconoscere o no: uno psicologo americano si divertito a contare questa gente si soffermava a guardarsi in un grande specchio sistemato nella vetrina di un negozio, e ha visto che gli uomini hanno battuto nettamente le donne. Del resto, sarebbe difficile spiegare il boom delle industrie produttrici di cosmetici maschili senza invocare una motivazione narcisistica ampiamente diffusa: ma non solo un fenomeno d'oggi; sembra anzi che oggi riaffiori, sulla scena del mondo, il dandy del settecento, come se si fosse ripreso dopo le frustrazioni subte dall'era vittoriana, dalle rivoluzioni sociali dell'ottocento, e dal militarismo dominante in Europa mezzo secolo fa. Ma non ci allarmiamo: il narcisismo, l'orgoglio, la superbia sono degni di tal nome solo se superano determinati limiti e se scantonano nell'esagerazione. Altrimenti rimangono ad uno stato potenziale per cui sono validamente controllati, non diventano vizio, permettono una serena convivenza pur nel rispetto e nella stima della propria individualit. Ammettiamo dunque il nostro radicale superbo, ma, per carit, cerchiamo di non alimentarlo. Lo strumento non manca: si chiama amore. L'orgoglio in amore non altro che presunzione, vanit, sicumera, sciocca difesa di una personalit debole e vile. Dove c' orgoglio non c' amore. L'orgoglio in amore non giustificabile perch una contraddizione in termini, non potendosi scindere l'amore dalla dedizione, dall'umilt, dall'accondiscendenza, tutti attributi agli antipodi della superbia. L'orgoglio ben pericoloso e controproducente anche in affari, in politica, nella professione, poich impone il preconcetto delle proprie doti di superiorit, infallibilit, sicurezza, impedendo ogni giusto e sempre utile esame sereno delle altrui opinioni. Mentre l'esasperazione dell'orgoglio porta ad una inflazione dell'io che ci fa sentire tanti Napoleoni, ma che poi, alla resa dei conti, ci fa capire con amarezza che siamo solo dei confinati in una qualunque Sant'Elena, il culto dell'anti-orgoglio, e cio della modestia e dell'umilt, pu offrirci soddisfazioni infinitamente maggiori. Pu offrirci addirittura la felicit, questa mitica Fenice che Kirkegaard definisce una porta che si apre all'interno: per aprirla, bisogna tirarsi, umilmente, un passo indietro . Pi raro un altro aspetto dell'orgoglio, che invece positivo: l'orgoglio morale che pone limiti e freni all'istinto e suggerisce rinuncie capaci di salvare una dignit sul punto di essere compromessa. Perci si pu parlare anche di un orgoglio giusto o salutare, che per cessa di essere vera espressione di superbia poich dipende da motivazioni diverse, dall'assurda, irrazionale, narcisistica autoammirazione ad oltranza. Socrate diceva: preferirei morire parlando a modo mio piuttosto che parlare a modo vostro e vivere . E questo il giusto orgoglio dell'artista, dell'eroe, del Santo.

segue da pag. 20