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Orhan Pamuk

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita)

Istanbul I ricordi e la citt Cura editoriale di Walter Bergero Titolo originale Istanbul. Paterular ve gelir 2003 Yapi Kredi Kltr Sanat Yayincillk Ticaret ve Sanayi A. All rights reserved O 2006 Giulio Einaudi editore s. p.a., Torino www. einaudi. it Isbn 88-0617899-7 Una delle pi affascinanti citt del mondo raccontata con la passione enciclopedica del collezionista, l'amore del figlio, il lirismo intenso del poeta. Istanbul come malinconia condivisa, Istanbul come doppio, Istanbul come immagini in bianco e nero di edifici sbriciolati e di minareti fantasma, Istanbul come labirinto di strade osservate da alte finestre e balconi, Istanbul come invenzione degli stranieri, Istanbul come luogo di primi amori e ultimi riti: alla fine tutti questi tentativi di una definizione diventano Istanbul come autoritratto, Istanbul come Pamuk. Alberto Manguel, The Washington Post Racconta Orhan Pamuk di aver vissuto fin dalla pi tenera et nella convinzione che in un altro luogo di Istanbul abitasse un bambino identico a lui, un altro Orhan. Cos, come in un gioco di specchi, Istanbul guarda verso l'Europa alla ricerca della citt invisibile libera dalla miseria, tristezza e decadenza, forse una citt che conservando un'identit orientale racchiuda qualit e successi dell'invidiato Occidente. Tutto, nella citt fantastica di Pamuk, si raddoppia: perfino lo sguardo che gli abitanti del Corno d'Oro gettano sulla propria vita cerca conferme e smentite nello sguardo giudicante degli occidentali, dai turisti ai grandi viaggiatori ottocenteschi, come Nerval, Gautier e Flaubert, affascinati e abbagliati dai miraggi dell'esotismo. La tristezza che domina Istanbul, lo hzn, che Pamuk Pagina 1

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) descrive con geniale passione classificatoria, una condizione della mente che la citt ha assimilato con orgoglio e ha infinite forme e sfumature. Nasce dal declino dell'impero ottomano, dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, dalle antiche rovine che le case hanno inglobato senza cancellare, dal legno delle vecchie costruzioni che si annerisce per l'umidit e il freddo. E si nutre di innumerevoli dettagli: le sirene dei battelli che urlano nella nebbia, i gabbiani immobili sotto la pioggia, i cantanti di terza classe che imitano le popstar americane e turche, e persino le folle di uomini della mia infanzia, che tornavano a casa fumandosi una sigaretta dopo aver assistito a una delle partite di calcio della nazionale, sempre pesantemente sconfitta. Tristezza che bellezza, come scriveva Ahmet Rasim, uno dei numi tutelari della citt di Pamuk. Gli scrittori non si stancano di cantare questa magia malinconica, forse per il senso di colpa di aver preferito la comodit moderna di un'Istanbul ormai occidentalizzata. La citt che Pamuk continua ad amare resta quella della sua infanzia, una fotografia in bianco e nero. Perci i vecchi film e i disegni a chiaroscuro sono gli strumenti insieme pi fedeli ed evocativi per rappresentarla (e il giovane Orhan, prima di decidere di fare lo scrittore, accarezz a lungo l'idea di dipingere). Come la Recherche di Proust si pu, volendo, riassumere in una frase (Marcel diventa scrittore), cos in Pamuk il destino di una citt diventa il carattere del suo narratore. In questo senso, Istanbul la storia di una vocazione. Orhan Pamuk, premio Nobel 2006 per la letteratura, nato nel 1952 a Istanbul. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco (2006), La nuova vita (2000), Il mio nome rosso (2001), Neve (2004), La casa del silenzio (2007), Il libro nero (2007), l'autobiografia Istanbul (2006) e la raccolta di conferenze La valigia di mio padre (2007). ****** Nel testo in nero i numeri di pagina sono posti in alto. A mio padre, Gndz Pamuk 125-2002

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Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Istanbul La bellezza del panorama nella sua tristezza 3 Capitolo primo Un altro Orhan Fin da bambino, per tanti anni ho creduto che vivesse un altro Orhan, del tutto simile a me, un mio gemello, uno completamente uguale a me, in una strada di Istanbul, in un'altra casa simile alla nostra. Non mi ricordo dove e come ebbi per la prima volta questo pensiero. Molto probabilmente, il pensiero si era inciso dentro di me alla fine di un lungo processo, tessuto di incomprensioni, coincidenze, giochi e paure. Per poter spiegare cosa provavo quando questa idea mi balenava nella testa, devo raccontare uno dei primi momenti in cui l'avvertii nella sua forma pi evidente. A cinque anni, a un certo punto ero stato mandato in un'altra casa. I miei genitori, dopo la loro separazione, si erano incontrati a Parigi e avevano deciso di lasciare me e mio fratello a Istanbul, ma divisi. Mio fratello era rimasto a Palazzo Pamuk, a Niantai, con la nonna paterna e il resto della famiglia. Io invece ero stato mandato dalla zia materna, a Cihangir. Su una parete di questa casa, dove sono sempre stato accolto con affetto e sorrisi, c'era la fotografia di un bambino piccolo, in una cornice bianca. Ogni tanto, 4 mia zia o mio zio, indicando la fotografia, mi dicevano sorridendo: Guarda, quel bambino sei tu. Questo bambino grazioso, dagli occhi grandi, s, mi somigliava un po'. Anche lui aveva in testa uno di quei berretti che portavo io quando si usciva. Ma al tempo stesso sapevo che non ero esattamente io. (In realt la fotografia era una riproduzione kitsch, comprata in Europa). Poteva il bambino essere l'altro Orhan cui pensavo sempre, che viveva in quell'altra casa? Pagina 3

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Adesso anch'io avevo iniziato a vivere in un'altra casa. Era come se fossi stato obbligato ad andare in un'altra casa per poter incontrare il mio simile che viveva da un'altra parte a Istanbul, ma io non ero affatto contento di questo incontro. Volevo tornare a casa mia, a Palazzo Pamuk. Quando mi dicevano che era mia quella fotografia sul muro, nella mia mente tutto si confondeva: io, la mia fotografia, la fotografia che somigliava a me, il mio simile, le immagini di un'altra abitazione si mescolavano e volevo tornare a casa e restare per sempre l, in mezzo alla mia famiglia. 5 Il mio desiderio si realizz e poco tempo dopo tornai a Palazzo Pamuk. Ma l'idea di un altro Orhan che viveva in un'altra casa a Istanbul non mi abbandon mai. Durante l'infanzia e l'adolescenza, questo pensiero affascinante fu sempre presente in una parte della mia testa che potevo raggiungere con facilit. Nelle sere invernali, camminando per le strade di Istanbul, rabbrividivo al pensiero che in una delle case che mi scorrevano a fianco, con le pallide luci arancioni a illuminare le stanze dove immaginavo che persone felici e serene conducessero un'esistenza tranquilla, vivesse l'altro Orhan. Con il passare degli anni quest'idea si trasformata in una fantasia, e la fantasia in una scena da sogno. Nei miei sogni, a volte incontravo - gridando quasi fosse un incubo l'altro Orhan sempre in un'altra casa, e ci guardavamo in silenzio con una freddezza stupefacente e spietata. Allora abbracciavo ancor pi stretto, nel dormiveglia, il mio cuscino, la mia casa, la nostra strada, il luogo in cui vivevo. Invece, quando mi sentivo infelice, cominciavo a fantasticare di andare in un'altra casa, in un'altra vita, nel posto in cui viveva l'altro Orhan, e poi credevo di essere l'altro Orhan 6 e mi distraevo con i suoi sogni di felicit. E questi sogni mi rendevano cos felice che non c'era bisogno di andare in un'altra casa. Pagina 4

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Siamo arrivati al tema centrale: dal giorno in cui sono nato, non ho mai abbandonato le case, le strade, i quartieri dove ho vissuto. So che il fatto che dopo cinquant'anni (nonostante abbia abitato anche in altri luoghi di Istanbul) io viva ancora a Palazzo Pamuk, nel posto in cui mia madre mi prese in braccio per farmi vedere per la prima volta il mondo e dove vennero scattate le mie prime fotografie, ha un legame con l'idea dell'altro Orhan in un altro luogo di Istanbul, come una forma di consolazione. E sento che quello che rende speciale la mia storia per me, e attraverso di me per Istanbul, consiste nel fatto di essere rimasto sempre nello stesso posto, anzi per cinquant'anni sempre nella stessa casa, in un secolo contraddistinto da tanta emigrazione, e dalla potenza creativa che ne segue. Esci un po'"fuori, v in altri luoghi, viaggia, diceva mia madre con tristezza. Ci sono scrittori come Conrad, Nabokov e Naipaul che hanno scritto con successo pur avendo cambiato lingua, nazione, cultura, paese, continente, persino civilt. Io so che la mia ispirazione trae vigore dall'attaccamento alla stessa casa, alla stessa strada, allo stesso panorama e alla stessa citt, come l'identit creativa di quegli scrittori ha preso forza dall'esilio e dall'emigrazione. Questo mio legame con Istanbul significa che il destino di una citt pu diventare il carattere di una persona. 7 Flaubert, giunto a Istanbul centodue anni prima della mia nascita, fu colpito dalla quantit di gente e dalla sua diversit: in una lettera scrisse che Costantinopoli, un secolo dopo, sarebbe stata la capitale del mondo. Quando l'impero ottomano croll e scomparve, si realizz proprio il contrario. E quando nacqui io, Istanbul viveva i giorni pi deboli, pi poveri, pi miseri e pi isolati della sua storia di duemila anni. Il senso di fallimento dell'impero ottomano Pagina 5

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) la desolazione e la tristezza generate dalle rovine che occupavano la citt, sono stati per me, per tutta la vita, la caratteristica principale di Istanbul. Ho trascorso la mia esistenza combattendo contro questa tristezza, oppure abituandomi a lei come tutti gli altri. Coloro che si preoccupano di dare un significato alla vita si interrogano almeno una volta sul senso dello spazio e del tempo in cui sono nati. Che cosa vuol dire la nostra nascita in quest'angolo del mondo, nella tal data? Questa famiglia, questo paese, questa citt che ci sono stati donati quasi fossero usciti alla lotteria, che dobbiamo amare e che alla fine riusciamo ad amare, sono state scelte giuste? Qualche volta mi sento sfortunato a essere nato a Istanbul, citt logorata e decaduta, in preda alla miseria e alla tristezza, rimasta sotto le rovine che sprofondano sempre di pi, fra le ceneri di un impero crollato. (Tuttavia una voce dentro di me dice che questa, in realt, una benedizione). Se la ricchezza importante, qualche volta penso anche di essere stato fortunato perch sono nato in una famiglia benestante di Istanbul. (Qualcuno pensa pure il contrario). E spesso capisco che, proprio come il mio corpo di cui non posso lamentarmi (avrei forse voluto avere le ossa pi grosse ed essere pi avvenente) e il mio sesso (se fossi stato donna, la sessualit sarebbe stata un problema minore?), anche Istanbul, citt in cui sono nato e dove ho passato tutta la vita, per me un destino inesorabile. Questo libro parla di questo destino... Sono nato il 7 giugno 1952, poco dopo mezzanotte, a Istanbul, in una piccola clinica privata di Moda. Di notte i corridoi erano tranquilli, cos come il mondo. Nel nostro pianeta non c'era nulla di sconvolgente oltre alle fiamme e le ceneri che il vulcano Stromboli, in Italia, aveva cominciato a eruttare improvvisamente due giorni prima. Sui quotidiani comparivano alcuni Pagina 6

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) trafiletti sui soldati turchi che combattevano nella Corea del Nord, e brevi articoli su voci di fonte americana che i nordcoreani si preparassero a usare armi biologiche. Le vere notizie erano quelle che riguardavano la nostra citt, e, come tutti gli abitanti di Istanbul, anche mia madre le aveva lette attentamente prima del parto: un negoziante di tessuti, il giorno precedente, aveva identificato il cadavere di 8 un ladro che, due notti prima, aveva cercato, con una maschera orribile in faccia, di entrare in una casa a Langa forzando la finestra del bagno, ma era stato notato e inseguito dalle guardie e dai coraggiosi pensionanti della Casa dello studente di Konya, che l'avevano poi sorpreso in un deposito di legna. Dopo aver imprecato contro i poliziotti si era suicidato, e il negoziante aveva ricordato che l'anno prima sempre questo bandito aveva compiuto, in pieno giorno, una rapina a mano armata nel suo negozio a Harbiye. Mia madre leggeva queste notizie da sola all'ospedale perch, secondo quanto mi ha raccontato anni dopo in un miscuglio di rabbia e tristezza, mio padre, dopo averla accompagnata in clinica, si era annoiato a stare l ad aspettare la mia nascita che sembrava non arrivare mai ed era uscito a incontrare gli amici. Vicino a mia madre, nella sala dell'ospedale c'era soltanto mia zia, che era entrata in quella clinica in piena notte, scavalcando il muro del giardino. Mia madre, quando mi vide per la prima volta, pens che io fossi pi magro; pi fragile e pi esile rispetto a mio fratello, due anni pi grande di me. In realt dovevo dire aveva pensato. Questo tempo che usiamo per raccontare i sogni, le fiabe e le vite che non abbiamo vissuto direttamente, molto adatto per raccontare le situazioni che abbiamo affrontato nella culla, nel passeggino, oppure quando abbiamo compiuto i primi passi. Perch i nostri genitori solo dopo tanti anni ci raccontano queste nostre prime esperienze Pagina 7

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di vita, e noi godiamo, rabbrividendo, ad ascoltare la nostra storia, quasi sentissimo le prime parole e contemplassimo i primi passi di un altro. Questo dolce sentimento, che ricorda il piacere di rivederci nei sogni, ci fa nascere dentro anche un'abitudine destinata ad avvelenarci per tutta la vita: la sensazione di imparare il significato delle situazioni che abbiamo vissuto persino dei piaceri pi profondi - dagli altri. Cos, proprio come questi ricordi della prima infanzia, che assimiliamo di buon grado e poi raccontiamo con convinzione perch cominciamo a credere di ricordarli noi stessi, alla fine quello che dicono gli altri su diverse azioni che abbiamo compiuto nella vita non solo diventa dopo un po'"la nostra opinione, ma si trasforma anche in un ricordo pi importante di quanto abbiamo vissuto. Molte volte impariamo dagli altri il significato della citt in cui abitiamo, come la vita che viviamo. Nei momenti in cui assimilo ci che gli altri raccontano su di me e su Istanbul, quasi il ricordo fosse mio, mi viene da dire: Una volta disegnavo, io che nacqui a Istanbul e crebbi a Istanbul, ed ero un bambino curioso; poi a ventidue anni, non si sa perch, iniziai 9 a sczivere romanzi. Avrei voluto scrivere il libro con questo linguaggio, sia perch racconta tutta una vita come un'esperienza vissuta da un altro, sia perch la fa diventare un dolce sogno in cui la voce e la volont della persona si indeboliscono. Ma questo bel linguaggio di fiaba non mi pare credibile, perch fa vedere questa vita come una preparazione a una seconda esistenza pi reale, pi luminosa, in cui ci si potr svegliare come da un sogno. E la seconda esistenza che pu vivere gente come me non altro che il libro che si ha tra le mani. Questo dipende dalla tua attenzione, caro lettore. Io ti offro onest, e tu dimostrami affetto. Pagina 8

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) 10 Capitolo secondo Le fotografie della casamuseo buia I miei genitori, mio fratello, mia nonna, i miei zii e le mie zie - tutti noi vivevamo in un palazzo di cinque piani. La grande casa signorile di pietra accanto, dove tutta la famiglia aveva vissuto fino a un anno prima della mia nascita, in stanze e camere separate, come facevano le grandi famiglie ottomane, era stata abbandonata e poi data in affitto a una scuola elementare privata, e nel 1951 era stato costruito, sempre sullo stesso terreno, il palazzo moderno dove anche ora abitiamo, al quarto piano, e sulla porta d'ingresso, secondo la moda di quegli anni, era stato scritto, con orgoglio, Palazzo Pamuk. A ogni piano, dove i primi anni salivo e scendevo in braccio a mia madre, c'erano uno o due pianoforti. Mio zio, che a quanto ricordo leggeva sempre i giornali, si era sposato per ultimo, e si era sistemato con la moglie e il suo pianoforte al primo piano, dove aveva vissuto mezzo secolo a contemplare dalla finestra i passanti sotto casa. Questi pianoforti che non venivano mai suonati mi davano un senso di tristezza e angoscia. Ma non c'erano solo i pianoforti mai suonati ad angustiarmi; 11 mi intristivano anche le credenze sempre chiuse a chiave e piene zeppe di porcellane cinesi, tazzine, servizi d'argento, zuccheriere, tabacchiere, bicchieri di cristallo, contenitori per l'acqua di rose, piatti, incensieri (e una macchinina rimasta un giorno incastrata in mezzo), i leggii intarsiati di madreperla, i ripiani di legno per i turbanti imbottiti, i paraventi giapponesi e art nouveau mai usati, e la libreria dalle ante di vetro sempre chiuse, in cui erano infilati i volumi di medicina polverosi e rilegati - ormai vecchi di vent'anni - di mio zio, emigrato in America; e io Pagina 9

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pensavo che tutti questi oggetti che riempivano ogni buco del nostro palazzo fossero esposti non per la vita, bens per la morte. (Qualche volta, un tavolino o una cassapanca intagliata partivano misteriosamente da un salotto per finire in un altro, di un altro appartamento). Quando ci buttavamo sulle poltrone intarsiate di madreperla e ricamate di fili d'argento, nostra nonna ci avvisava: Sedetevi composti. Dietro il fatto che i soggiorni fossero organizzati come dei piccoli musei, sistemati per ospiti immaginari di cui non si sapeva l'ora d'arrivo, e non come luoghi rilassanti dove i proprietari della casa potessero passare il tempo serenamente, c'era, ovvio, il desiderio di occidentalizzazione (uno che non digiuna durante il Ramadan si sente meno in colpa tra credenze e pianoforti rispetto a uno che in casa si deve stendere su divani e cuscini). Nessuno sapeva bene a cosa servisse questo processo, oltre a liberarci dalle costrizioni religiose; tuttavia comparvero soggiornimuseo nelle case pi ricche di Istanbul, e nei successivi cinquant'anni si poterono trovare prove, estemporanee e malinconiche (anche se talvolta poetiche), dell'influenza occidentale nei soggiorni di tutta la Turchia; poi per, alla fine degli anni Settanta, con l'ingresso della televisione nelle case, questi luoghi persero il loro fascino. Quando la gente inizi a scoprire il piacere di riunirsi davanti allo schermo e di parlare e ridere tutti insieme seguendo un film o un notiziario, i soggiorni si trasformarono da musei in piccole sale cinematografiche, e io ricordo di aver incontrato vecchie famiglie che tenevano la televisione in una stanza che sembrava un'anticamera e aprivano la porta chiusa a chiave del loro soggiornomuseo solo durante le feste o per ospiti molto speciali. Dato che fra i piani del nostro palazzo c'era un continuo viavai, come fra le stanze di una grande casa signorile, le porte degli appartamenti di Palazzo Pamuk erano spesso aperte. L'anno in cui Pagina 10

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mio fratello aveva iniziato la scuola, con il permesso della mamma e qualche volta insieme a lei salivo al piano di sopra, la mattina, 12 mentre mia nonna era ancora a letto, e giocavo da solo sui tappeti grandi e pesanti, nel salone che soprattutto in quelle ore somigliava a un negozio di antiquariato, semioscurato dalle tende di tulle chiuse e dalla vicinanza del palazzo sull'altro lato della strada. A volte iocavo con le macchinine comprate in Europa,. che mettevo in fila con un ordine maniacale, quasi fossi il proprietario di un'autorimessa, oppure, quando immaginavo che i tappeti che si allungavano anche nei corridoi fossero il mare, e le poltrone e i tavoli delle piccole isole che ne uscivano fuori, mi mettevo a saltare da un mobile all'altro senza toccare terra (proprio come il barone di Calvino, che pass la sua vita da un albero all'altro, senza assolutamente sfiorare il suolo). Ma quando mi stancavo di guidare il mio cocchio, seduto sul bracciolo della poltrona come su un cavallo, ispirandomi alle carrozze di Heybeliada, una delle isole dei Principi, allora iniziavo a trasformare il luogo in cui mi trovavo (questa stanza, questo salone, quest'aula, questa camerata, questa stanza d'ospedale, questo ufficio statale) in un altro posto, come ho poi fatto per tutta la vita nei momenti di noia, e dopo aver esaurito le mie energie in questi sogni, cercavo rifugio nelle foto sui tavoli, le scrivanie e le pareti intorno. E cos pensavo che i pianoforti servissero a esporre le fotografie incorniciate, perch anche i pianoforti degli altri appartamenti avevano questa funzione. Non c'era superficie orizzontale nell'anticamera e nel salone di mia nonna che non fosse coperta di fotografie piccole e grandi, tutte incorniciate. Sulla parete sopra un camino che non si accendeva mai, erano appese le due enormi foto, gi ritoccate, di mio nonno, morto nel 1934, e di mia nonna. Chiunque entrasse in quel salonemuseo, dalla Pagina 11

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) posizione di queste grandi fotografie e dallo sguardo dei protagonisti, girati l'uno verso l'altra come i re e le regine che a quei tempi vedevo sui francobolli di alcuni stati europei, comprendeva che la storia aveva inizio con loro. Entrambi arrivavano dalla citt di Grdes, vicino a Manisa, e venivano da una famiglia chiamata Pamuk (cotone) per il colore molto chiaro della pelle e dei capelli. Nelle vene di mia nonna scorreva il sangue dei circassi, popolazione che aveva fornito per secoli ragazze belle e alte all'harem ottomano. Suo padre, durante la guerra ottomanorussa del 1877-78, era emigrato in Anatolia; la famiglia era poi andata a Izmir (ogni tanto si parlava di quella casa vuota), e quindi era giunta a Istanbul, dove mio nonno aveva studiato ingegneria edile. Dopo aver fatto fortuna negli anni Trenta - periodo in cui la Repubblica turca spendeva moltissimi 13 soldi nella costruzione delle ferrovie -, questi aveva messo su una grande fabbrica sulle rive del Gks, un ruscello che finiva nel Bosforo, dove produceva tutto il necessario - dallo spago alla corda - per essiccare il tabacco. Alla sua morte, nel 1934, a cinquantadue anni, lasci dietro di s una ricchezza che mio padre e mio zio non sono riusciti a dilapidare, pur intraprendendo diverse attivit edili e fallendo tante volte. Sulle pareti dello studio che dava sul salone erano sistemate invece, in accurata simmetria, le grandi foto incorniciate della nuova generazione, in tinte pastello, sempre dello stesso fotografo amante dei ritocchi. Il mio zio medico (zhan), un uomo grosso e pieno di salute, dopo aver finito gli studi era emigrato in America e non era pi tornato in Turchia, perch non aveva fatto il servizio militare, e cos mia nonna pot vivere sempre in un'atmosfera di lutto. L'altro mio zio, Aydin, pi giovane di lui, che abitava al pianterreno, Pagina 12

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) portava gli occhiali e anch'egli, come mio padre, dopo aver studiato ingegneria edile, aveva intrapreso, ancor giovane, diverse attivit che non aveva portato a termine. E mia zia, che aveva studiato per anni il pianoforte, trasferendosi pure a Parigi, aveva abbandonato tutto dopo il matrimonio, e insieme a suo marito, che era assistente alla facolt di Legge, viveva nella mansarda dove poi ho traslocato io, tanti anni dopo, e dove adesso scrivo questo libro. Quando passavo dallo studio al salone, reso ancor pi deprimente dai lampadari di cristallo, la vita, all'improvviso acquistava velocit fra la marea di fotografie in bianco e nero e quelle pi piccole e senza ritocchi: le immagini dei fidanzamenti e matrimoni di tutti i fratelli, le pose davanti a un fotografo convocato per le occasioni speciali, le prime foto a colori spedite dallo zio d'America, i parchi di Istanbul, e le foto scattate sulla riva del Bosforo, in 14 piazza Taksim, a un pranzo festivo in cui tutta la famiglia era riunita, a un matrimonio dove ci siamo io, mio fratello e i miei genitori, nel giardino della casa vecchia, davanti alle auto di mio nonno e di mio zio e di fronte al portone del nostro palazzo. Ma nonostante avessi guardato una per una, centinaia di volte, queste fotografie che non cambiavano mai, proprio come in un museo, dallo stile ormai antico tranne alcuni casi straordinari, come la sostituzione del ritratto della prima moglie del mio zio d'America con quello della seconda, ogni volta che entravo in quel salone pieno zeppo iniziavo ad ammirarle di nuovo. Ogni sguardo alle fotografie mi insegnava l'importanza della vita che si viveva, e soprattutto di alcuni momenti sottratti alla vita stessa, protetti contro il tempo e fissati in una cornice. Osservare mio zio che interrogava mio fratello su un problema di conti e vedere nello stesso istante una sua fotografia scattata trent'anni prima, oppure osservare mio padre, di cui capivo dal sorriso che mentre sfogliava il suo giornale partecipava anche agli Pagina 13

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) scherzi nella sala affollata, e vedere nello stesso istante una sua foto di quando aveva cinque anni, la mia et, e i capelli lunghi come una bambina, tutto ci mi dava la sensazione che noi potessimo vivere quei momenti particolari della vita come se fossero le occasioni speciali ora inquadrate nelle cornici. Il fatto che mia nonna, ogni tanto, descrivendo quel mio nonno morto precocemente come il fondatore di uno stato, indicasse con la mano queste foto sui tavoli e sulle pareti sottolineava il desiderio di unire vita quotidiana e momento ideale, ordinario e straordinario. Mentre da una parte comprendevo ammirato l'importanza e il senso di quegli attimi speciali, che resistevano allo scorrere del tempo e al logoramento degli uomini e delle cose ma che erano ormai fissati nelle cornici, dall'altra per iniziavo ad annoiarmi. Nei primi anni della mia infanzia amavo molto le serate in cui tutta la famiglia si riuniva e mangiava insieme, ridendo e scherzando, e i pranzi fatti durante le feste del Ramadan e del Sacrificio e le cene di Capodanno, anche se, crescendo, ogni volta mi dicevo: L'anno prossimo non verr pi, ma poi tornavo e giocavamo tutti a tombola. Queste tavolate piene di gente, e le battute e le risate di mio zio che aveva bevuto raki o vodka, e di mia nonna, provocate dalla pur pochissima birra, da un lato mi facevano capire che la vita rimasta fuori dalle cornici era molto pi divertente, ma dall'altro mi davano l'illusione che la felicit fosse una specie di fede, una gioia, una fortuna da condividere con la famiglia, con una moltitudine. E comunque mi accorgevo che 15 se anche i miei parenti ridevano e scherzavano e consumavano lunghi pranzi festivi insieme, tuttavia si comportavano crudelmente tra di loro ogni volta che nascevano discussioni sui beni di famiglia. Mia madre, quando eravamo nel nostro appartamento fra di noi, condannava con rabbia, davanti a me e a mio fratello, chi faceva del male a noi - cio al nostro nucleo famigliare di quattro persone all'interno della grande famiglia - dicendo vostra zia, vostro zio, vostra nonna. La divisione di alcuni Pagina 14

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) beni, come le quote della fabbrica di corda oppure di un appartamento, causava sempre lunghissime discussioni, litigi e risentimenti. Forse, tra le risate che si facevano i miei parenti nella casa di mia nonna, dimenticavo per un po'"queste storie oscure, simili alle screpolature sulle fotografie di momenti felici incorniciate con vetri sottili e sistemate sul pianoforte, ma anche quando ero molto piccolo intuivo che dietro questi momenti di gioia c'erano conti segreti, allusioni. Vedevo che pure le domestiche di ogni nucleo che formava la grande famiglia si impegnavano con lo stesso spirito combattivo a litigare tra loro (per esempio la nostra Esma bisticciava con Ikbal, la domestica di mia zia). Hai sentito cosa ha detto Aydin?, chiedeva mia madre il giorno dopo a colazione. Cosa ha detto?, replicava mio padre, spinto dalla curiosit. Dopo aver ascoltato la storia, chiudeva l'argomento dicendo: Per l'amor di Dio, fregatene, e sprofondava nel suo giornale. Tuttavia non erano questi litigi a farmi capire che la famiglia, ancora con le impronte di un grande clan ottomano, tradizionale, di Istanbul, stava per disgregarsi, guastandosi pian piano; lo intuivo dai continui fallimenti di mio padre, in questo aiutato da mio zio, dai nuovi lavori che intraprendeva e dalle sue assenze sempre pi frequenti. Mia madre, quando ci portava ogni tanto dalla no-stra nonna materna, mentre io e mio fratello giocavamo nelle stanze piene di fantasmi della casa di ili, raccontava a sua madre che le cose andavano male, ma mia nonna le consigliava calma e fermezza, e qualora mia madre avesse voluto tornare da lei, ci faceva capire che la casa di tre piani piena di polvere in cui viveva da sola non era affatto un luogo attraente. Al di l degli scatti d'ira che talvolta lo coglievano, mio padre era una persona molto contenta della sua vita - di se stesso, della Pagina 15

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sua bellezza, della sua intelligenza e della sua fortuna -, e con un'ingenuit fanciullesca di cui non si liber mai non nascondeva queste sue fortune. Mi ricordo che girava spesso per la casa fischiettando, si guardava allo specchio e si ammirava, poi spremeva 16 il succo di limone in una mano e se lo metteva sui capelli, a m di brillantina. Gli piaceva scherzare, fare giochi di parole, sorprendere, recitare poesie a memoria, mostrare la sua intelligenza, prendere l'aereo e andare lontano. Non era assolutamente uno di quei padri che vietano e puniscono. Specialmente nei primi anni della mia infanzia, quando uscivo e iniziavo a conoscerlo, sentivo che il mondo era un luogo divertente a cui l'uomo approdava per essere felice. Mentre mio padre girava silenziosamente intorno alla cattiveria, all'ostilit oppure alla noia, mia madre ci avvisava di questi pericoli, ci poneva divieti, e aggrottando le sopracciglia prendeva provvedimenti contro i lati bui della vita. E questo la rendeva meno divertente rispetto a mio padre; ma siccome ci riservava pi tempo di lui, che a ogni occasione scappava di casa, io ero molto legato al suo amore, al suo affetto. Essere obbligato a competere con mio fratello per questo amore era la realt sostanziale della mia vita, che imparai appena fui cosciente. L'intensa lotta e rivalit che ebbi con mio fratello per l'affetto di mia madre prese il posto delle ferite che potevano provocare alla mia anima l'autorit, la forza e l'attitudine al comando che mio padre invece non mi fece mai sentire. A quei tempi non lo capivo come ora. Perch la rivalit con mio fratello, soprattutto agli inizi, non veniva fuori nella sua forma pi chiara: era percepita come una parte del gioco, e nel momento in cui ci immaginavamo come persone diverse durante quel gioco. Spesso lottavamo non come Orhan e evket, bens come un calciatore o un eroe in cui mi identificavo io, e il calciatore o l'eroe in cui Pagina 16

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) si identificava mio fratello. Mentre interpretavamo queste persone immaginarie o reali che sembravano combattere al nostro posto, dimenticavamo 17 che eravamo noi, due fratelli, a combattere e a ferirsi, disprezzarsi e insultarsi, perch ci concentravamo completamente sul gioco e sul litigio, che finiva quasi sempre tra lacrime e sangue. Come mi ha detto dopo molti anni e dopo tanti calcoli mio fratello, appassionato da sempre alle statistiche dei successi, e agli elenchi dettagliati dei trionfi della parte vincente, aveva avuto la meglio lui il novanta per cento delle volte. Quando mi rattristavo, quando diventavo infelice, iniziavo ad annoiarmi e senza dire niente a nessuno uscivo dal nostro appartamento e andavo o a giocare con mio cugino al piano inferiore, o pi spesso da mia nonna. (Da bambino non hai detto neanche una volta che ti annoiavi, come facevano gli altri, aveva confessato mia madre). Ogni appartamento, nonostante si somigliassero tra loro e avessero molti oggetti uguali come i servizi di piatti, le zuccheriere, le poltrone e i portacenere, sembrava un mondo, un paese completamente a s. Forse per questo mi piaceva andare nel salone di mia nonna, nonostante le sue condizioni disastrose, e giocarci e immaginarlo come un altro posto, oppure sognare all'ombra del salonemuseo, dei vasi, delle cornici e dei tavolini. In una mia fantasia, quando tutta la famiglia era riunita sotto la luce dei lampadari, la casa di mia nonna diventava il ponte di comando di una grande nave. Noi eravamo sia il capitano sia il personale sia i viaggiatori di questa nave che avanzava nella bufera, e ci preoccupavamo sempre pi via via che le onde si ingrandivano. In questa invenzione, che aveva molte affinit con i sogni notturni provocati dai fischi dolenti e tristi delle grandi imbarcazioni in transito sul Bosforo, sentivo orgogliosamente che il destino Pagina 17

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) della nave, di tutti noi, dipendeva da me. Nonostante questa fantasia, che ricordava anche gli eroi dei 18 fumetti di mio fratello, mentre pensavo ad Allah intuivo che il futuro delle masse che formavano la citt e il nostro non combaciavano: noi eravamo ricchi. Ma quando negli anni successivi il grande clan e la nostra piccola famiglia andarono in briciole a causa di spaccature e rotture, e si impoverirono sia per i fallimenti di mio padre e di mio zio sia per la divisione dei beni che aveva provocato litigi e incomprensioni, precipitando verso la rovina, ogni volta che visitavo la casa di mia nonna mi si risvegliava dentro un senso di tristezza. Quel sentimento di depressione, smarrimento e malinconia che il crollo dell'impero ottomano aveva causato a Istanbul, per altre vie e con un po'"di ritardo, alla fine, aveva raggiunto anche noi. 19 Capitolo terzo Io Nei momenti di felicit - la mia infanzia ne piena ero immune da ogni tristezza, e sentivo che il mondo era delizioso, bello, piacevole e pieno di sole. Un cibo non gradito, un gusto amaro, una puntura di spillo, l'impulso di addentare con rabbia il bordo della gabbia di legno dove venivo rinchiuso perch non scappassi, oppure, com' successo in uno dei miei ricordi d'infanzia pi terribili, lasciare il dito nella portiera della macchina di mio zio e piangere per ore (una visita drammatica presso un medico che mi fece le lastre), mi insegnavano non com'ero io, ma l'idea di cattiveria e sofferenza da evitare. D'altra parte, fra le confusioni, fantasie e tensioni della mia coscienza, il sentimento di essere me stesso, di avere un io, mi penetrava dentro lentamente, come un senso di colpa . Mio fratello, pi grande di me di due anni, a sei inizi la scuola, e io, dai quattro fino ai sei, rimasi Pagina 18

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) lontano dall'amicizia e dal 20 sentimento di concordia che c'era tra noi. In questi due anni da un lato mi sentii meglio, perch sfuggivo alla sua forza e rivalit e avevo a disposizione, completamente e per lunghi tratti della giornata, Palazzo Pamuk, e l'affetto e l'attenzione di mia madre, ma dall'altro scoprii sia cosa significava rimanere da solo, sia quanto fossero strani i miei primi ricordi, che tuttora non ho dimenticato. Gli permettevo di leggere tranquillamente le nuvolette dei suoi fumetti, poi, quando lui era a scuola, le aprivo e le leggevo recitando a memoria ci che avevo sentito da lui. Un pomeriggio piacevole e caldo, a letto per il sonnellino pomeridiano - non mi ero addormentato subito e avevo iniziato a sfogliare le pagine di Tom Mix -, a un tratto mi accorsi dell'indurimento del mio pene (mia madre lo chiamava bibi). Questo avvenne mentre guardavo il disegno di un indiano mezzo nudo. Dall'inguine dell'indiano, che non aveva nient'altro che un filo sottilissimo intorno alla vita, penzolava un pezzo di tela liscia come una bandiera a nascondere il suo bibi, e l sopra era stato disegnato un cerchio. Un altro giorno, sempre a letto, sotto la trapunta, con il pigiama del riposo pomeridiano, mentre parlavo all'orsacchiotto che stava da sempre con me, avvertii lo stesso indurimento. Questa piacevole novit, che non volevo che gli altri vedessero e di cui non comprendevo la magia, si era realizzata proprio nel momento in cui avevo detto all'orsacchiotto: Io ti mangio! Anche in altre occasioni, quando prendevo il mio orsacchiotto cui in fondo non ero cos legato e che minacciavo ogni volta con le stesse parole, il 21 mio pene si induriva di nuovo. Avevo sentito l'espressione Io ti Pagina 19

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mangio, in genere, nei momenti pi crudeli delle favole che raccontava mia madre. I demoni - div in persiano che quattrocento anni fa venivano dipinti come mostri terribili, bassi, dotati di code, nella letteratura classica iraniana erano i fratelli dei diavoli, dei folletti. Il termine persiano div, nel turco di Istanbule nelle sue favole, era diventato dev, che vuol dire gigante. L'idea di come fosse un gigante la ebbi dalla copertina di Dede Korkut, una piccola raccolta di favole. Qui, un mostro mezzo nudo come gli indiani, forte e piuttosto repellente, sembrava comandare tutto il mondo. La frase Io ti mangio delle favole che mi raccontava mia madre, oltre ad avere il significato di cibarsi e ingoiare, aveva anche quello di uccidere ed eliminare. In quegli stessi anni, mio zio aveva comprato un piccolo proiettore e aveva iniziato a noleggiare, da uno studio fotografico di Niantai, dei cortometraggi di dieci, dodici minuti (Charlie Chaplin, Walt Disney, Stanlio e Ollio) e a proiettarli, per tutta la famiglia, sulla parete sopra il camino (le fotografie di mio nonno e di mia nonna venivano allora cerimoniosamente rimosse), durante le feste religiose e i Capodanni. E un cortometraggio di Walt Disney, tratto dalla piccola collezione cinematografica di mio zio, per colpa mia non stato proiettato pi di due volte. In questo film, il gigante primitivo e rozzo, lento e grande quanto un palazzo, inseguiva il piccolo Mickey Mouse, ma il topolino si nascondeva in fondo a un pozzo, e quando il gigante strappava il pozzo dalla terra con una sola mossa e ne beveva l'acqua, allora il topolino cadeva nella sua bocca e io iniziavo a piangere con tutte le mie forze. Il quadro di Goya intitolato Saturno che divora uno dei suoi figli, che si trova al museo del Prado e in cui si vede una figura gigantesca che prende dalla terra un piccolo uomo e lo porta alla bocca, mi fa ancora paura. Sempre in uno di quei riposini pomeridiani, mentre minacciavo il mio orsacchiotto e nel frattempo provavo uno strano affetto nei suoi confronti, si apr la porta e mio padre mi vide per un attimo con le mutande gi e il pene duro. La porta si Pagina 20

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) chiuse ancor pi silenziosamente, e con un rispetto che avevo intuito pure allora. Mio padre, che veniva a casa a mezzogiorno per mangiare e farsi un sonnellino, entrava sempre in camera per baciarmi, prima di rientrare al lavoro. La sensazione che stavo facendo qualcosa di sbagliato, peggio ancora, il fatto di commetterlo per provare piacere, mi si insinu lentamente dentro, avvelenando l'idea stessa del piacere. 22 Un'altra volta mi successe di nuovo mentre la bambinaia, che era arrivata quando mia madre aveva abbandonato la casa dopo uno dei suoi litigi interminabili con mio padre, mi lavava nella vasca da bagno. Mi ricordo che la donna mi disse con una voce per niente affettuosa che ero come i cani, ma ci che mi dava piacere era l'acqua, il bagno, il caldo. Quello che rendeva tutte queste mie esperienze incandescenti e vergognose non era soltanto l'impossibilit di controllare la reazione del mio corpo, ma soprattutto la convinzione che questo fenomeno chiamato erezione fosse una stranezza tutta mia. Soltanto sei, sette anni dopo, alle medie, quando capitai in una classe di soli maschi e iniziai a sentire discorsi tipo il mio coso si drizzato, capii che l'erezione non era qualcosa che succedeva solo a me. Dal timore che l'erezione e la cattiveria fossero soltanto mie giunsi alla conclusione di dover nascondere il diavolo che avevo dentro. E questo mi spinse a vivere in un mio mondo chiuso, dove nessuno poteva raggiungermi. Oltre alle erezioni, che comunque non succedevano spesso, sentivo che la vera fonte della mia cattiveria erano le mie fantasie inopportune. Mentre vivevo nelle stanze degli appartamentimuseo, molte volte solo per noia, immaginavo di vivere in un altro posto, di essere un'altra persona. Era molto semplice fuggire in questo secondo mondo, che nascondevo nella mia testa come un Pagina 21

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) segreto: nel salone della casa di mia nonna iniziavo per esempio a immaginarmi in un sommergibile. In quei giorni mi avevano portato per la prima volta al cinema, al Saray pieno di polvere, a Beyoglu: mentre vedevo un film tratto da Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, ebbi paura dei silenzi di quella storia. Le scene semibuie della pellicola in bianco e nero, e gli interni ombrosi da cui la cinepresa non si allontanava mai, mi ricordavano ogni momento la nostra casa. Dato che non ero ancora capace di leggere i sottotitoli, avevo perso tanti un moment particolari, ma in fondo non leggevo cos anche i fumetti di mio quello che fratello ? Era molto facile reinventare ci che non capivo (e ancora oggi, quando leggo, pi che la comprensione penso sia importante la possibilit di sognare mondi paralleli a quelli del libro). Questi sogni, che regolavo come se entrassi consapevolmente in un mondo tutto mio, non erano estensioni incontrollabili come l'erezione, ma eventi che riuscivo a dominare facilmente. Cancellavo per un attimo le incisioni e gli ornamenti, piuttosto barocno stan chi, del tavolo dal ripiano largo, intarsiato di madreperla, che si trovava sotto il grande lampadario e me lo raffiguravo come l'enorme 23 montagna che avevo ammirato su una rivista illustrata da me letta, e sognavo che l, proprio come in questa montagna grande e strana, ci fosse una civilt diversa. Poi vedevo tutti gli oggetti della stanza come montagne, e io diventavo un aereo in volo tra quelle vette. Non agitare cos le gambe, mi gira la testa, diceva mia nonna seduta davanti a me. Non le agitavo, ma l'aereo della mia fantasia scompariva nel fumo della sigaretta Gelincik che mia nonna mandava fuori dalle sue labbra, e il mio sguardo entrava allora nella foresta piena di conigli, foglie, serpenti e leoni che avevo individuato e scoperto fra i disegni dei tappeti: da l si immergeva in un'avventura, creava un incendio, Pagina 22

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) uccideva un paio di persone, andava a cavallo e poi io ricordavo di aver sparpagliato qua e l le biglie di mio fratello che era a scuola, e siccome una parte della mia mente era aperta ai rumori del palazzo, capivo che il portiere Ismail era arrivato al nostro piano dallo sbattere della porta dell'ascensore e cos mi trascinavo in una nuova avventura tra gli indiani seminudi. Mi piaceva incendiare le case, riempire di pallottole le persone dentro la casa bruciata oppure sognare di salvarmi dall'incendio scavando un tunnel; mi piaceva uccidere una mosca schiacciandola pian piano tra la tenda di tulle puzzolente di fumo e il vetro della finestra, e mentre la mosca agonizzante cadeva sulla mensola traforata sopra il termosifone, sognare che lei fosse un bandito che aveva avuto la giusta punizione. Fino ai quarantacinque anni, in quella zona del dormiveglia, pensando che mi facesse bene, ho sempre ucciso. Chiedo scusa a queste persone: alcune sono parenti stretti, anzi molto stretti, come mio fratello; altre sono politici, letterati e commercianti e, per la maggior parte, personaggi immaginari. Mi successo diverse volte di dare un calcio a un gatto che amavo di un affetto sincero, in un momento di disperazione, per poi riderne e vergognarmi di quello che avevo fatto. Ancora venticinque anni dopo, durante il servizio militare, quando finito il pranzo ci mettevamo a fumare e a spettegolare, io immaginavo settecentocinquanta soldati che, seduti sulle sedie, da lontano sembravano simili tra loro, con le teste staccate dal collo e l'esofago sanguinante nella grande mensa colorata dell'azzurro dolce e trasparente del fumo, e alla fine un mio compagno diceva: Basta agitare le gambe, mi sono stancato io al posto tuo. Mi sembrava che soltanto mio padre sapesse dell'esistenza di questo secondo mondo che da piccolo custodivo come un segreto 24 Pagina 23

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) - come l'erezione -, e pi lo nascondevo pi mi sembrava innocuo. Mentre andavo con la mente al mio orsacchiotto cui avevo staccato un occhio in un momento di rabbia e che avevo fatto dimagrire togliendogli un po'"di paglia dal buco nella pancia, oppure al giocattolo comprato ben tre volte e sempre rotto a causa dell'eccessiva frenesia, e al suo corpo ferito e agonizzante che avevo nascosto (un calciatore grande come un dito, che tirava calci quando si premeva il bottone sulla testa), oppure mentre pensavo con paura alle faine che la nostra domestica Esma diceva che giravano sul tetto del palazzo accanto, con la stessa convinzione di quando parlava di Allah, mio padre mi diceva all'improvviso: Cosa ti passa per la testa? Dimmelo che ti do venticinque piastre! Quando rimanevo in silenzio, indeciso, pensando di modificare la verit e poi confessargliela, oppure di inventare bellamente una bugia, lui aggiungeva sorridendo: Ormai non vale pi, dovevi dirlo subito. Poteva anche lui vivere in questo secondo mondo? Quanto era giusto pensare che questa particolarit fosse, a quei tempi, una stranezza soltanto della mia mente, stranezza di cui avrei capito solamente dopo tanto tempo che era gi legittimata dal verbo fantasticare? Sorvolavo su questa domanda senza pormela, non solo perch la mia mente si faceva prendere dall'ansia per le parole di mio padre, ma anche perch possedevo il talento di dimenticare i fatti inquietanti, grazie alla mia buona volont. Un altro motivo per cui pensavo che fantasticare fosse soltanto 25 una mia stranezza e nascondevo quello che mi passava per la testa, era che questo secondo mondo non mi impediva affatto di tornare indietro. Seduto di fronte a mia nonna, quando fissavo la luce del sole che si rifletteva tra le tende come i fari indiscreti delle imbarcazioni sul Bosforo e allora battevo le ciglia, mi scorrevano improvvisamente davanti agli occhi Pagina 24

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) navicelle spaziali rosse, proprio come volevo io, e immaginavo tutto secondo i miei desideri; poi, uscendo dalla stanza, come uno che spegne la luce (spegni la luce una delle frasi che ho sentito di pi durante la mia infanzia) smorzavo a poco a poco l'immaginazione e tornavo nel mondo reale. La differenza tra colui che ama immaginarsi continuamente Napoleone e colui che crede di essere Napoleone la differenza tra il sognatore felice e lo schizofrenico infelice. Capisco molto bene la persona schizofrenica che non riesce a vivere senza assumere un'altra identit, ma mi fa anche pena, perch schiavo del secondo mondo e non ha una sua realt vera, compiuta e solida, dove pu ritornare, e un po'"la disprezzo (segretamente). Ci che 26 mi faceva correre verso il secondo mondo, e mi induceva anche a pensare che ci fosse un altro Orhan, in un'altra casa, a Istanbul, non era per me fonte di infelicit; lo era piuttosto il fatto che mi annoiassero le stanze, i corridoi e i tappeti (io odio i tappeti) della casamuseo, e la sua folla di maschi positivisti appassionati di matematica e di parole crociate, in quella casa buia, deprimente e piena zeppa di oggetti concreti, freddi e privi di colore, di letteratura e di fiabe (ma invecchiando tutti lo hanno negato). Gi, perch durante la mia infanzia, soprattutto nei due anni prima della scuola, mi sentivo molto felice. Lo dico con sarcasmo: ero un bambino bravo, intelligente, sempre coccolato e considerato molto carino e simpatico, non solo in famiglia, o tra amici e parenti, ma da tutti. I baci, gli elogi, le parole dolci e la mela offerta dal fruttivendolo (Lavala prima di mangiarla, diceva subito mia madre), cos come il fico secco regalato dal droghiere (Lo mangi dopo pranzo, diceva mia madre, mentre sorrideva gentilmente al rivenditore) e la caramella dell'anziana parente incontrata Pagina 25

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) per strada (Ringraziala, diceva mia madre), e tanti altri piacevoli episodi mi spingevano a tenere per me, nella mia mente, la crudelt, la stranezza e l'inadeguatezza di quel secondo mondo. Le mie lamentele da bambino riguardavano il fatto di non riuscire a vedere al di l dei muri e, stando alla finestra, di poter contemplare soltanto il cielo e non la strada, e neanche il palazzo di fronte; e non poter osservare, quando andavo con mia madre nella macelleria maleodorante (dopo un po'"dimenticavo il fetore, ma appena uscito sulla strada, nell'aria fresca, lo ricordavo di nuovo), subito davanti al posto di polizia, l'uomo che tagliava sul banco di legno la carne con i suoi coltelli, grandi quanto la mia gamba, e poi non poter vedere dentro i contenitori del gelato, la superficie dei banchi e dei tavoli e non riuscire nemmeno ad arrivare ai pulsanti dell'ascensore e ai campanelli. Quando c'era un incidente stradale, oppure quando vedevo passare all'improvviso i poliziotti a cavallo, un adulto si fermava davanti a me e io perdevo la met di quello che succedeva. Durante le partite di calcio allo stadio, dove mio padre ci aveva portati fin da piccoli, quando si sviluppava a un tratto un'azione pericolosa, tutti coloro nella fila davanti si alzavano di colpo in piedi, e non riuscivo a vedere i gol. Ma siccome durante quelle partite la mia attenzione non era rivolta al campo ma ai panini col formaggio, ai toast e alle barrette di cioccolato avvolte nelle carte dorate che mio padre ci comprava, non me ne lamentavo quanto mio fratello. Ci che odiavo di pi era restare intrappolato e schiacciato, all'uscita dello stadio, tra le gambe 27 della folla di maschi che avanzavano a furia di spintoni; allora non potevo respirare e vedevo tutto il mondo come una foresta di gambe maschili, buia e priva d'aria, e fatta solo di pantaloni stropicciati e scarpe fangose. Non posso dire che amavo molto gli adulti, tranne le donne belle come mia madre. Erano brutti, pelosi e sgarbati. Erano troppo grossolani, troppo lenti e troppo Pagina 26

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pratici. Avevano visto, tanto tempo prima, che esisteva un secondo mondo nascosto, ma avevano perso la capacit di meravigliarsi e di fantasticare. Mi faceva piacere che mi trovassero simpatico, mi dicessero sempre quanto ero carino, mi sorridessero dolcemente e mi viziassero di regali, ma mi davano fastidio i loro continui baci. Non sopportavo l'odore di sigaretta n il profumo intenso, e la loro barba mi pungeva. Non mi piacevano i peli sulle dita e sul collo, e quelli che spuntavano dalle orecchie e dai nasi dei maschi, creature cattive e volgari. Queste lamentele mi portano alla vita fuori casa, sulle strade di Istanbul. 28 Capitolo quarto La tristezza delle case signorili dei pasci, ormai abbattute: la scoperta delle strade Palazzo Pamuk era stato costruito, a Niantai, al confine di un vasto terreno che un tempo era il giardino di una grande casa signorile, dimora di un pasci. Il quartiere Niantai ha preso il suo nome dalle tavolette di pietra che indicavano il luogo dove cadevano le frecce scoccate, sulle colline deserte, dai sultani riformisti e sostenitori dell'occidentalizzazione, tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo (Selim III, Mahmut II), per sport o per diletto, e dove venivano rotte le brocche vuote contro cui sparavano, a volte, con i fucili (sopra le tavolette erano incisi un paio di versi che narravano le loro gesta). Quando i sultani ottomani abbandonarono Palazzo Topkapi, sia perch attratti dall'idea di comfort occidentale e di novit sia per fuggire alla tubercolosi, e si sistemarono nei nuovi palazzi costruiti a Dolmabahe e a Yildiz, i visir, i gran visir e i principi fecero costruire ville signorili di legno sulla collina di Niantai. Io iniziai le elementari nella casa del Pagina 27

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) gran visir Yusuf Izzettin Pasci (il liceo Iik), e continuai i miei studi nella casa del gran visir Halil Rifat Pasci (il liceo ili Terakki). Queste due case, quando ancora studiavo e giocavo a pallone nei loro giardini, hanno preso fuoco e sono andate distrutte dalle fiamme. Il palazzo di fronte al nostro era stato costruito sulle rovine della casa signorile del ciambellano Faik Bey. L'unica villa vecchia e solida nei dintorni era la costruzione di pietra, edificata alla fine del XIX secolo, in cui avevano abitato i gran visir; l, quando era crollato l'impero ottomano e la capitale era stata trasferita ad Ankara, erano stati ospitati i prefetti. Per la vaccinazione contro il vaiolo andavo nella casa signorile di un altro pasci, che ormai veniva usata come sottoprefettura. La villa, sede degli Affari esteri, dove alloggiavano gli ospiti occidentali dell'impero ottomano, le case delle figlie del sultano Abdlhamit e i resti delle ville crollate - muri di mattoni, frammenti di vetri rotti, un paio di gradini ormai a pezzi e un miscuglio di felci e fichi che in me creano ancora oggi una profonda tristezza, ricordandomi i 29 tempi dell'infanzia - non erano ancora stati spazzati via dai nuovi palazzi. Dalle finestre posteriori del nostro alloggio in viale Tevikiye si vedeva, al di l dei cipressi e dei tigli del giardino, la casa signorile costruita dal tunisino Hayrettin Pasci, che era stato gran visir per un breve periodo durante la guerra ottomanorussa. Il pasci, che era un circasso nato nel Caucaso dieci anni prima che Flaubert scrivesse Vorrei stabilirmi a Istanbul e prendermi uno schiavo, negli anni intorno al 1830, quando era ancora un bambino, fu venduto come schiavo prima a Istanbul, e poi al prefetto della Tunisia; trascorse cos la sua giovinezza in Francia, ma crebbe imparando la lingua e la cultura araba, e quando entr nell'esercito, in Tunisia, fece carriera fino a raggiungere incarichi di alto livello e fu comandante, prefetto, diplomatico e consulente Pagina 28

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) finanziario, vivendo sino al suo ritiro, verso i sessant'anni, a Parigi. Qui Abdlhamit l'aveva fatto chiamare (su suggerimento dello sceicco Zafiri, che era anche lui tunisino), e dopo avergli affidato alcuni suoi affari l'aveva nominato gran visir. Si cont molto sul pasci, che era uno dei primi esempi particolari, in Turchia (e nei paesi poveri), di finanziereamministratore a essere stato chiamato da una nazione occidentale per salvare il paese dai debiti, proprio perch non era troppo ottomano, indigeno e turco - come i suoi successori - e ormai aveva acquisito una mentalit occidentale, pervasa di sogni di riforma, ma poi fu criticato esattamente per gli stessi motivi, cio perch non era abbastanza turco e indigeno. Secondo certe voci, il tunisino Hayrettin Pasci, quando tornava da palazzo, nella carrozza su cui saliva prendeva nota dei suoi colloqui in arabo e poi li faceva tradurre in francese dal suo scrivano. A causa delle dicerie messe in giro dai suoi oppositori sul fatto che non conoscesse abbastanza la lingua turca, e poich alcuni temevano che il suo scopo segreto fosse fondare uno stato arabo (Abdlhamit prestava fede anche alle denunce che gli sembravano poco probabili), venne allontanato dal suo incarico. Considerando inopportuno un ritorno nella sua amata Francia dopo quella sconfitta, il pasci pass il resto della sua vita infelicemente, quasi da prigioniero, in inverno nella casa signorile col giardino dove noi avremmo poi costruito il nostro palazzo, e in estate sulla riva del Bosforo, nella sua villa di legno sul mare yalz - a Kurueme, a scrivere rapporti per Abdlhamit e a stendere in francese i suoi ricordi. Dedic ai figli queste sue memorie, pubblicate in turco solo ottant'anni dopo: sono testimonianze che mettono in evidenza come il pasci avesse un forte senso 30 del dovere, ma non altrettanto umorismo. Vent'anni dopo, uno dei figli fu giustiziato con l'accusa di aver Pagina 29

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) partecipato all'attentato contro Mahmut evket Pasci, e il sultano Abdlhamit compr la sua casa signorile per regalarla a sua figlia adiye Sultan. 31 Nel nostro palazzo tuttavia non si parl mai di queste case signorili bruciate e demolite, discorsi che ci avrebbero indotti a pensare a un principe pazzo, a un cortigiano oppiomane, a un figlio chiuso a chiave in una soffitta, alla figlia tradita di un sultano, alla storia di un pasci mandato in esilio oppure ucciso e al disfacimento, alla rovina e al crollo dell'impero ottomano. Noi eravamo arrivati a Niantai negli anni Trenta, dopo che tutti questi pasci, principi e burocrati ottomani di alto livello erano gi stati liquidati con la fondazione della Repubblica e le loro case, simili ai palazzi dei sultani, anche se pi piccole, avevano cominciato a svuotarsi, a bruciare e a crollare per l'incuria. D'altra parte la tristezza di questa cultura che moriva insieme all'impero era ovunque. Lo sforzo per l'occidentalizzazione mi parso sempre trarre origine, pi che dal desiderio di modernizzazione, dalla voglia di liberarsi degli oggetti carichi di tristi e dolorosi ricordi rimasti fra le rovine di quel mondo, proprio come si buttano via gli abiti, i gioielli, gli oggetti e le struggenti fotografie di una persona amata morta all'improvviso. Poich non siamo riusciti a costruire un'entit forte, solida, nuova, occidentale o locale, un mondo moderno al posto dell'antico, tutto questo sforzo servito perlopi a dimenticare il passato: ha causato l'incendio e il crollo delle case signorili, la semplificazione e la vaghezza della cultura e la sistemazione degli interni degli alloggi come musei di una tradizione che non ci mai appartenuta. Ho vissuto tutta questa stranezza e angoscia, che mi si sono insinuate dentro a poco a poco, durante la mia infanzia, come una forma di noia e di malinconia. Il sentimento di tristezza in cui era immersa la citt, senza possibilit di liberarsene, simile a quello che provavo io ascoltando la musica turca che mia nonna seguiva muovendo la punta della Pagina 30

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pantofola, era qualcosa che mi spingeva a costruire un mondo di sogni, se non volevo farmi cogliere da un'ansia mortale. Il secondo sistema per vivere senza farsi prendere dalla tristezza e dall'angoscia era andare in giro con mia madre. Poich non era ancora consuetudine portare i bambini nei parcogiochi, nei giardinetti o in posti dove si potesse stare all'aperto, i giorni in cui mi facevano uscire avevano per me un'importanza speciale. Domani andr fuori!, dicevo con orgoglio a mio cugino, tre anni pi giovane di me. Scendevamo le scale a chiocciola, e dopo che il mio abbigliamento e i miei bottoni venivano ispezionati per un'ultima volta davanti alla finestrella della portineria io, appena fuori, mormoravo Strada! profondamente affascinato. Sole, aria fresca, cielo luminoso. La casa era cos buia che a 32 volte la luce mi abbagliava, come mi succedeva in estate, quando aprivo le tende. All'inizio mi piaceva molto camminare sui marciapiedi. Mentre mia madre mi teneva per mano, guardavo attentamente le vetrine dei negozi: scambiavo i ciclamini oltre i vetri appannati del fioraio per lupi colorati e dal muso lungo, seguivo i fili quasi invisibili a cui erano appese le scarpe coi tacchi, e vedendo nella vetrina della cartoleria lo stesso libro di scuola di mio fratello, intuivo che anche gli altri avevano vite simili a quelle del nostro palazzo. La scuola elementare dove andava mio fratello, e dove avrei iniziato ad andare io l'anno dopo, sorgeva accanto alla moschea di Tevikiye, quella in cui si svolgevano i funerali. Siccome mio fratello parlava con entusiasmo dell'insegnante, dicendo la mia maestra, la mia maestra, pensavo che ogni studente avesse un suo insegnante personale, come una bambinaia. E cos, quando l'anno dopo cominciai la stessa scuola, il fatto di vedere Pagina 31

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che a trentadue studenti spettava un solo insegnante in una classe piena zeppa aveva aggiunto alla tristezza di restare lontano da mia madre e dagli agi della casa anche la delusione di essere una goccia in mezzo al mare. Un altro posto dove passavamo ogni tanto, e che sapeva di vapori proprio come il fioraio, era la lavanderia in cui venivano stirate e inamidate le camicie di mio padre. Quando mia madre entrava in banca, io, senza alcuna spiegazione, mi rifiutavo di accompagnarla alla cassa, in cima a una scala di sei gradini, perch avevo paura di scivolare e di cadere negli spazi vuoti tra quegli scalini di legno. Perch non vieni qui?, mi invitava mia madre da sopra, mentre era in coda. Non davo risposte, e con l'ansia di non poter spiegare il mio problema e di essere giudicato un bimbo strano, pensavo per un po'"di essere un'altra persona e iniziavo a fantasticare, dando occhiate ogni tanto a mia madre: l c'era un palazzo reale, o il fondo di un pozzo... Se camminavamo verso Osmanbey o Harbiye, il cavallo volante delle pompe di benzina Mobil, che occupava l'intera facciata laterale di un palazzo, si mescolava a queste fantasie. La bocca, il muso dei cavalli, dei lupi e delle altre terribili creature mi rimanevano impressi e io pensavo di precipitare in una di quelle aperture e scomparire. C'era una donna greca piuttosto vecchia che rammendava le calze, e vendeva bottoni, cinture, e anche uova di campagna, che tirava fuori con delicatezza, quasi fossero gioielli, da un cassetto laccato. I pesci rossi che si dondolavano lentamente nel piccolo acquario del suo negozio muovevano la loro bocca minuscola ma spaventosa per mangiare il mio dito, appoggiato sul vetro, spinti da una determinazione e un'ingenuit che mi piacevano. Un altro 33 negozio lungo la strada era la piccola rivendita di tabacchi e giornali gestita da Yakup e Vasil, ma era cos stretta che quasi non riuscivamo a entrare. C'era anche un caff che chiamavamo negozio dell'arabo (cos come in America Latina gli arabi erano conosciuti come turchi, a Istanbul chiamavamo arabi una piccola Pagina 32

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) minoranza di neri), e quando l'enorme macinacaff cominciava a rumoreggiare, scuotendosi proprio come la lavatrice di casa, mi allontanavo un po'"e allora vedevo che l'arabo mi sorrideva bonario per la mia codardia. Negli anni successivi, io e mio fratello elencavamo, pi che per nostalgia per un semplice esercizio mnemonico, la storia quarantennale di questi negozi chiusi uno dopo l'altro in virt delle mode e degli entusiasmi passeggeri, e sostituiti da altri negozi anch'essi ormai chiusi; per esempio uno di noi diceva: Il negozio di fronte alla scuola serale femminile, e l'altro iniziava: La pasticceria della signora greca, un fioraio, un negozio di borse, un orologiaio, un centro scommesse, una galleria d'arte e libreria, e una farmacia. Com'era nei miei progetti, quando entravo nel buio di quella piccola caverna che era la rivendita di tabacchi, giocattoli e giornali di Alaaddin, che sempre l da cinquant'anni, chiedevo a mia madre di comprarmi un fischietto o un paio di biglie o un libro da colorare, oppure uno yoyo. Appena il regalo finiva nella borsa di mia madre, ero preso dal desiderio di tornare a casa. Andiamo fino al parco, diceva allora mia madre. 34 Improvvisamente sentivo uno strano formicolio nelle gambe, che si diffondeva poi dappertutto: la pigrizia si impadroniva del corpo e dell'anima. In seguito, dopo aver portato anch'io a passeggio mia figlia in quelle stesse strade, e dopo aver sentito le stesse lamentele, consultatomi con un medico ho provato a convincermi che la stanchezza e la noia genetiche avessero a che fare con le fatiche della vita e gli affanni della crescita. Quando la stanchezza e la noia mi si insediavano dentro, tutte le strade e le vetrine che ormai non volevo pi guardare pian piano perdevano i loro colori, e io iniziavo a vedere la citt come un film in bianco e nero. Mamma, prendimi in braccio. Camminiamo fino a Maka, - replicava mia madre, - al Pagina 33

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ritorno prenderemo il tram. A me piaceva il tram, che percorreva le nostre strade fin dal 1914 collegando Maka e Niantai con piazza Taksim, Tnel e il ponte di Galata, e tutti gli angoli poveri, antichi e storici della citt che allora mi sembravano appartenere a un altro luogo. Mi piaceva il suo gemito, che nelle notti in cui andavo a letto presto mi raggiungeva come una musica triste, e poi i suoi interni di legno, il vetro color indaco della porta sprangata, tra il posto dell'autista e i sedili dei viaggiatori, e l'autista, che mi permetteva di giocare con le manovelle di ferro mentre aspettavo con mia madre l'inizio della corsa. E sulla via del ritorno le strade, i palazzi, addirittura gli alberi mi parevano in bianco e nero. 35 Capitolo quinto Bianco e nero La citt della mia infanzia era una fotografia in bianco e nero, un mondo semibuio e grigio, almeno io me la ricordo cos, anche perch da sempre mi hanno attratto gli interni delle abitazioni, nonostante sia cresciuto nell'oscurit di una deprimente casamuseo. Le strade, i viali e i quartieri lontani mi sembravano luoghi pericolosi, usciti da film di gangster in bianco e nero. A Istanbul, mi sempre piaciuto di pi l'inverno che l'estate: ancora oggi rimango a osservare i pomeriggi che arrivano presto, gli alberi senza foglie che tremano nel vento, gli uomini con giacche e cappotti neri, sulle strade semibuie, che tornano a casa in fretta, nelle giornate di fine autunno o inizio inverno. Anche i muri dei palazzi antichi e delle vecchie case signorili di legno ormai crollate, che adesso hanno preso il colore speciale di Istanbul, fatto di trascuratezza e desolazione, mi risvegliano dentro una dolce tristezza e un desiderio Pagina 34

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di contemplazione. Le sfumature in bianco e nero delle persone 36 che tornano a casa di corsa nelle giornate invernali, quando il buio arriva presto, mi spingono a pensare che anch'io appartengo a questa citt, e condivido qualcosa con la sua gente. Mi sembra che il buio della notte sia davvero in grado di coprire la miseria della vita, delle strade e degli oggetti, mentre respiriamo dentro le case, nelle stanze e nei letti, impegnati con i sogni e le fantasie costruite sulla ricchezza della vecchia Istanbul, avvolta nelle sue leggende ora smarrite. Mi piace il buio delle fredde sere invernali, la notte che scende ad ammantare di poesia i quartieri periferici deserti e i pallidi lampioni, anche perch ci tiene lontani dagli sguardi degli occhi stranieri, occidentali, e copre la miseria della citt che noi vogliamo nascondere imbarazzati. Mi torna alla mente, ogni tanto, questa fotografia di Ara Gler, perch mostra, nelle strade deserte, l'alternanza dei palazzi di muratura con le case di legno della mia infanzia (col tempo queste ultime sono state demolite e i palazzi, che in un certo senso mi sembravano il loro proseguimento, hanno continuato a darmi la stessa sensazione, nella stessa strada, nello stesso posto), e rispecchia molto bene il sentimento di chiaroscuro che per me tipico di Istanbul, quando la pallida luce dei lampioni non illumina nulla. Ci che mi lega a questa foto, oltre alla strada lastricata, il selciato, le inferriate delle finestre e le case di legno fragili e vuote, il ricordo della vita che continuava anche quando iniziava a scendere la sera, con quelle due persone che, trascinando 37 le proprie ombre nel cammino verso casa, sembrano portare la notte nella citt. Negli anni Cinquanta e Sessanta, a ogni angolo incontravo gente che girava dei film, con il furgoncino della societ cinematografica parcheggiato vicino; l accanto si vedevano due enormi lampade col loro generatore, e una donna vistosamente truccata e un Pagina 35

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) attore di bell'aspetto che non riuscivano a imparare a memoria le loro battute - il suggeritore doveva gridare a squarciagola per coprire il ronzio del generatore; e poi la folla curiosa che li contemplava, e gli operai del set che allontanavano a calci e spintoni i bambini che passavano continuamente davanti alla cinepresa; anch'io stavo l, come tutti, a osservare gli eventi. Guardando dopo quarant'anni questi film in bianco e nero alla televisione - l'industria cinematografica turca era crollata principalmente a causa dell'incapacit dei suoi sceneggiatori, attori e produttori, ma anche per lo strapotere di Hollywood -, tornavo a vedere le stesse strade, i vecchi giardini, le rive del Bosforo, le ville e i palazzi demoliti, proprio come li avevo lasciati, in bianco e nero, e la tristezza mi stordiva all'improvviso perch mi sembrava di assistere non a un film, ma ai miei ricordi. Un elemento inseparabile di questo tessuto in chiaroscuro della citt costituito dalle vie lastricate che ogni volta, riviste in questi vecchi film, tornano a entusiasmarmi. A quindici, sedici anni immaginavo di essere il pittore impressionista delle strade di 38 Istanbul e provavo allo stesso tempo piacere e sofferenza a disegnare una per una le loro pietre. Prima di essere spietaramenre asfaltate dallo zelo comunale, i tassisti si lamentavano sempre di quelle vie lastricate, che logoravano in fretta le loro vetture - i tassisti si lamentavano con i loro clienti anche dei continui scavi per il sistema fognario, dei cavi elettrici e dei lavori stradali in genere. Mi piaceva molto osservare gli operai che smontavano, una dopo l'altra, quelle lastre di pietra, e quando terminava finalmente uno scavo - qualche volta si incontravano i resti di un corridoio bizantino - guardarne la ricomposizione, quasi fosse un tappeto, affascinato da un'abilit manuale che mi pareva magica. A rendere la citt bianca e nera erano anche le case signorili Pagina 36

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di legno e i vecchi palazzi ormai in rovina della mia infanzia. Poich queste abitazioni, misere e trascurate, non erano dipinte e avevano il legno annerito dal freddo e dall'umidit, sui loro muri venivano fuori un colore e un disegno speciali e io, da bambino, vedendo nei quartieri periferici molte di quelle case accomunate da questi toni deprimenti ma allo stesso tempo spaventosamente attraenti, pensavo che quello fosse stato il primo colore di queste costruzioni. Forse un paio di quei palazzi, dopo la loro edificazione nelle strade pi povere, non erano mai stati dipinti e avevano conservato questo colore grigiastro, in alcuni punti quasi marrone, come un marchio. Ma ci che hanno scritto i viaggiatori occidentali arrivati a Istanbul alla met del XIX secolo e anche prima, testimonia che i colori e le limpide sfumature che caratterizzavano specialmente i palazzi dei ricchi conferivano alla citt una bellezza forte, piena e variegata. Anch'io, quand'ero bambino, talvolta immaginavo tutte queste case di legno dipinte, ma poi, quando sono scomparse dalla citt e dalla mia vita, il particolare disegno del vecchio legno annerito e la sua atmosfera mi sono tristemente mancati. Un legno che in estate si seccava completamente e si copriva di una sfumatura marrone scura e opaca come il gesso, e che sembrava potesse prender fuoco all'improvviso, talmente scricchiolava, nei giorni invernali, dopo che il freddo, la neve e le piogge di quella stagione gli avevano regalato un odore particolare di umidit e muffa. Le strutture di legno dei conventi dervisci, dove da anni non entrava nessuno - solo bambini vivaci e turisti in cerca di antichit - perch le leggi dello stato avevano proibito il loro culto, mi trasmettevano un senso di paura misto a curiosit e attrazione, e io guardavo con un brivido di desiderio queste costruzioni, di cui si intravedevano i vetri rotti fra gli alberi bagnati e i muri quasi demoliti. 39 Mi piaceva osservare gli schizzi a matita dei viaggiatori curiosi dell'Oriente, come Le Corbusier, Pagina 37

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) perch mi ponevano di fronte quest'anima bianca e nera della citt, e adoravo leggere i fumetti con storie ambientate a Istanbul e disegnate in chiaroscuro. (Anche se Herg, il creatore di Tintin, non ha mai ambientato una sua storia a Istanbul, il primo film su questo personaggio stato girato in questa citt. Un produttore di Istanbul, creativo quanto disonesto, ha montato un film in bianco e nero intitolato Tintin a Istanbul mettendo insieme alcune inquadrature di questa pellicola semisconosciuta girata nel 1962 con altre, di altri film). E poi leggevo le notizie degli omicidi, dei suicidi e delle rapine nei vecchi giornali (erano tutti senza colori), come nella mia infanzia, pi che con paura con un senso di nostalgia e tristezza per il passato. Le strade secondarie di Tepebai, Cihangir, Galata, Fatih, Zeyrek, e di alcuni villaggi del Bosforo e di skdar, sono luoghi 40 dove si aggira ancora oggi l'anima bianca e nera che ho tentato qui di descrivere. Le mattine piene di nebbia e foschia, le notti piovose e ventilate, gli stormi di gabbiani che trovano riparo nelle cupole delle moschee, l'inquinamento, i comignoli che escono dalle case come bocche di cannoni a soffiare un fumo sporco, i cassonetti arrugginiti, i parchi rimasti vuoti e trascurati nell'inverno e la fretta delle persone che d'inverno tornano a casa la sera nella neve e nel fango, tutto questo richiama quel sentimento di chiaroscuro nascosto dentro di me, come una felicit velata dalla tristezza; le fontane senz'acqua da secoli, i minuscoli negozi spuntati intorno alle moschee dei quartieri di periferia, o intorno alle grandi moschee del centro, la folla di alunni delle scuole elementari che con i loro grembiuli neri e i colletti bianchi invadono 41 improvvisamente le strade, i vecchi e stanchi camion carichi di carbone, le piccole drogherie ormai buie perch lasciate al degrado, i caff dei piccoli quartieri, pieni di Pagina 38

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) disoccupati tristi, i marciapiedi scoscesi, tortuosi e sporchi, i cipressi che non mi paiono pi verde scuro ma neri, i vecchi cimiteri sparsi sulle colline, le mura cittadine in rovina che ora sembrano ripide strade lastricate, gli ingressi dei cinema che, in qualche modo, si somigliano tutti un po', le pasticcerie dove si mangiano dolci e budini, le persone che vendono giornali per la strada, le vie dove di notte girano gli ubriachi, i tenui lampioni, i battelli che vanno su e gi nel Bosforo a scaricare i loro fumi, i panorami della citt sotto la neve: 42 tutte queste scene mi sembrano i segni della stessa anima bianca e nera. La neve era una parte essenziale dell'Istanbul della mia infanzia. Come alcuni bambini che non vedono l'ora che arrivi l'estate per poter viaggiare, anch'io non vedevo l'ora che nevicasse. Non per andare in strada a giocare con la neve, ma perch la citt mi pareva pi bella, ammantata di bianco; e non per la novit o la sorpresa che portava coprendo il fango, la sporcizia, le crepe e gli angoli dimenticati della citt, ma per l'atmosfera di emergenza, anzi di calamit che creava. Nonostante nevicasse tre o 43 quattro giorni ogni anno e la citt rimanesse imbiancata una settimana o poco pi, la neve coglieva sempre di sorpresa gli abitanti di Istanbul, che si trovavano impreparati quasi fosse la prima volta; come avveniva in tempi di guerra o di catastrofi, si formavano subito code davanti alle panetterie e, fatto ancor pi importante, tutta la citt si trovava riunita intorno allo stesso argomento, la neve, in uno sforzo di condivisione. E siccome la citt e i suoi abitanti, staccandosi completamente dal resto del mondo, si chiudevano in se stessi, Istanbul, nei giorni invernali di neve, mi pareva pi deserta, pi vicina ai suoi vecchi giorni di favola. Un'altra delle meraviglie meteorologiche di questo tipo, che io ricordo dalla mia infanzia e che un la comunit, fu Pagina 39

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) l'arrivo di blocchi di ghiaccio dal Danubio al Mar Nero, blocchi che scendendo da nord erano entrati nel Bosforo. C'era gente che raccontava ancora, a distanza di anni, questo fenomeno, che aveva spaventato e meravigliato l'intera Istanbul (una citt, tutto sommato, mediterranea) e allo stesso tempo, essendo un ricordo indimenticabile, l'aveva rallegrata. Una parte di questo sentimento in chiaroscuro riguarda, naturalmente, la miseria e la storia della citt, un luogo ormai al tramonto dimesso e desolato, pieno solo di rovine. Un'altra parte invece riguarda la semplicit dell'architettura ottomana, modesta 44 anche nei periodi pi splendidi e pi solenni. Il fatto che gli abitanti di Istanbul, dopo il crollo di un grande impero, fossero condannati a una miseria eterna, quasi avessero una malattia incurabile, al cospetto di un'Europa che pure non lontana geograficamente, alimenta quest'anima malinconica della citt. Per comprendere meglio l'atmosfera bianca e nera di Istanbul che accentua questo senso di tristezza e lo rende inesorabile, quasi fosse un destino comune a tutti gli abitanti, necessario atterrare qui da una ricca citt occidentale e mettersi a girare subito per le strade affollate, oppure andare sul ponte di Galata, che il cuore di Istanbul, e vedere la folla di persone che vagano qua e l con gli abiti sempre di un colore anonimo, pallidi, grigi, ombrosi. Gli abitanti dei miei tempi, che raramente si vestono di tinte luminose, rosso, arancione, verde, al contrario dei loro antenati ricchi e orgogliosi, al viaggiatore arrivato da fuori possono sembrare all'inizio particolarmente attenti a non destare la curiosit altrui per qualche motivo speciale, tenuto segreto. Certamente non esiste nulla di tutto ci, ma solo un sentimento di tristezza intenso, che impone un certo decoro. Il senso di sconfitta e smarrimento che negli ultimi centocinquant'anni sceso lentamente sulla citt mostra ovunque, dai panorami in chiaroscuro ai vestiti dei suoi abitanti, i segni della miseria e della rovina. Pagina 40

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) I branchi di cani nelle strade su cui scrissero, con lo stesso entusiasmo, tutti i viaggiatori 45 occidentali che vennero in citt nel XIX secolo, da Lamartine a Nerval a Mark Twain, alimentano in me questo sentimento di bianco e nero, e lo caricano di tensione. Questi cani tutti uguali, senza un colore troppo marcato ma grigi, anonimi oppure riuniti in una matassa di colori confusi, che girano in citt ancora liberi e forti, ci ricordano che, nonostante i tentativi di occidentalizzazione e modernizzazione, i colpi di stato, la disciplina scolastica e le campagne di riforme, nei pi profondi meandri di Istanbul circolano ancora, come mine vaganti, pi che l'autorit del potere, vanit, indifferenza e sentimenti di nostalgia. Un altro aspetto che rende ancor pi solido questo senso di bianco e nero il fatto che i colori vittoriosi e felici del passato della citt non sono stati fissati dagli occhi di persone vissute qui, n dipinti dalle loro mani. Non esiste un'arte pittorica ottomana che possa facilmente suggestionare il nostro gusto contemporaneo; non esiste oggigiorno neanche uno scritto, un'opera che possa abituare il nostro sentire alla pittura ottomana, o alla pittura classica iraniana da cui deriva. I miniaturisti ottomani, che si ispirarono senza alcun entusiasmo all'arte iraniana, considerarono Istanbul (proprio come i poeti dell'antica letteratura Divan, che lodarono e amarono Istanbul non in quanto luogo reale bens come parola) una superficie e una mappa, e non un volume o un panorama (l'esempio pi calzante Matraki Nasuh). E nei surname la loro attenzione era rivolta agli schiavi, ai sudditi del sultano e alla sua magnificenza: anche l la citt era tratteggiata non come un posto di vita quotidiana, ma come uno scenario di parate, o un ricco palcoscenico visto attraverso la lente di un'apposita cinepresa. Cos, quando c' stato bisogno di panorami della vecchia Istanbul per giornali, riviste e volumi di fotografie, o per le cartoline illustrate, sono state utilizzate le incisioni dei viaggiatori e dei pittori Pagina 41

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) occidentali, in bianco e nero. Come spiegher pi avanti, quando parler di Melling, i periodi pi felici della citt sono stati dipinti con modesti colori da guazzo, ma gli abitanti di Istanbul non hanno avuto il piacere di ammirarne i fasti raffigurati con quelle tinte e hanno sempre vissuto la loro citt attraverso un sentimento di chiaroscuro accettato come un destino implacabile. Questa immagine corrispondeva alla loro tristezza. Durante la mia infanzia, le notti erano belle perch coprivano e rendevano poetica - proprio come la neve - l'atmosfera confusa e stanca in cui la citt sprofondava. Dato che allora erano pochi i palazzi alti, la notte di Istanbul si insinuava nelle case, tra gli alberi e i rami, nei cinema all'aperto, sui balconi e nelle finestre 46 rimaste aperte, con una delicatezza sinuosa, adatta alle salite e alle colline della citt. Amo in particolare un'incisione fatta nel 1839 per un libro di viaggi di Thomas Allom, perch mostra il buio come un elemento fiabesco e magico. Mi piace il plenilunio, che salva il mondo dall'oscurit, la cosiddetta cultura del chiaro di luna condivisa da tutta Istanbul, e ancora di pi la mezzaluna, perch mostra la forza misteriosa della notte come una fonte di malvagit, oppure la luce della luna sfumata dalle nuvole, quale si vede in questo disegno, simile alla lampada che si abbassa quando si sta per compiere un omicidio. La notte, ammantando la citt di un'atmosfera fantastica e fiabesca, e avvolgendola di crudelt e mistero, rafforza l'anima bianca e nera di Istanbul. Gli sguardi dei viaggiatori occidentali, che vedono la notte come uno scrigno di segreti impenetrabili, sempre pronta a nascondere la stranezza inaccessibile della citt e a favorire con il suo buio nuove nefandezze, e quelli degli abitanti di Istanbul, che non capiscono gli intrighi e i complotti consumati nelle corti dei sultani, si somigliano tra loro. La storia della donna dell'harem ammazzata nel palazzo reale, e del suo assassino, entrambi fatti uscire da una porta che d sul Corno Pagina 42

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) d'Oro e gettati a mare, viene ancora raccontata sia dai viaggiatori sia dagli abitanti di Istanbul. L'omicidio di Salacak, commesso nell'estate del 1958, prima 47 che imparassi a leggere e a scrivere, in un groviglio di elementi a me familiari come la notte, la barca e le acque del Bosforo, non solo ha arricchito nella mia mente l'immagine in bianco e nero delle acque, ma ha assunto dentro di me, in ogni momento, i contorni di una fantasia spaventosa. Il giovane protagonista di questa vicenda, di cui io avevo saputo inizialmente dai discorsi fatti in casa ma che era stata resa leggendaria, a furia di ripeterla, dai giornali, era un pescatore povero e ubriaco. Per colpa del Mostro di Salacak, che per violentare una donna salita sulla sua barca aveva gettato fra le onde i due figli e un loro amico che erano poi annegati, non solo ci era stato negato di andare con i pescatori a buttare le reti, quando eravamo nella nostra residenza estiva di Heybeliada, ma per un certo periodo ci avevano pure proibito di girare da soli in giardino. Sono passati anni, ma quando leggo di omicidi sul giornale (una consuetudine ormai) mi attraversano la mente, come una sequenza in bianco e nero, la disperazione dei bambini nel loro sforzo di restare aggrappati al bordo della barca, le urla della madre, e il remo del pescatore che si abbatte sulle loro teste. 48 Capitolo sesto La scoperta del Bosforo Dopo l'omicidio di Salacak, io e mio fratello non siamo mai pi andati in barca nel Bosforo con nostra madre. Invece, l'inverno prima, poich una forte tosse ci aveva colpiti entrambi per un certo periodo ogni giorno avevamo fatto gite in barca sullo stretto. Il primo ad aver avuto quella tosse fu mio fratello, e Pagina 43

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dopo dieci giorni fu il mio turno. La malattia aveva anche un lato positivo: mia madre mi trattava molto bene, regalandomi quelle parole dolci che mi piacevano tanto, e mi comprava i piccoli giocattoli che da tempo desideravo. Il dolore che provavo non nasceva dalla malattia, ma dall'impossibilit di partecipare ai pranzi e alle cene con tutti i parenti, nel nostro appartamento o al piano superiore: non potevo mettermi ad ascoltare da lontano i discorsi fatti intorno alla tavola, il rumore delle posate e dei piatti e le risate. Il pediatra Alber che ci incuteva un certo timore a partire dai suoi baffi fino alla sua borsa, dopo che noi due avevamo passato 49 le prime notti con la febbre, aveva detto che dovevamo essere portati ogni giorno, per un certo periodo, sul Bosforo a prendere aria. Il vero significato della parola Bosforo in turco, gola, e l'esigenza di prendere aria, si sono confusi nella mia testa. Forse per questo motivo non mi ero affatto stupito quando avevo saputo che Tarabya non era, come adesso, un luogo di svaghi, famoso per i suoi ristoranti tipici e il suo albergo, ma un tranquillo villaggio greco di pescatori conosciuto sotto il nome di Therapia, dove il famoso poeta Kavafis aveva trascorso la sua infanzia, cent'anni fa. Vedere il Bosforo mi fa sempre bene, forse perch si mescola all'idea di terapia che ho in mente. 50 Nonostante la sconfitta, il declino, l'oppressione, la tristezza e la miseria che guastavano a poco a poco la citt, il Bosforo, nella mia testa, legato profondamente a sentimenti come l'attaccamento alla vita, l'entusiasmo e la felicit. Lo spirito e la forza di Istanbul vengono dal Bosforo. Invece la citt all'inizio non gli aveva dato molta importanza, vedendolo sempre Pagina 44

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) come una via d'acqua, un bel panorama, e negli ultimi duecento anni come un luogo per palazzi reali estivi o yalz. A partire dal XVIII secolo, quando l'lite ottomana cominci ad andare in villeggiatura sullo stretto, un posto dove vivevano soltanto alcuni pescatori greci con le loro famiglie, soprattutto intorno a 51 Gks, Kksu, Bebek, Kandilli, Rumelihisan e Kanhca, si sviluppata una cultura specifica di Istanbul e della civilt ottomana, chiusa al mondo esterno. Le ville di legno costruite successivamente dai pasci, dall'lite ottomana e dai ricchi, nel XX secolo, con 1lentusiasmo della Repubblica e le esaltazioni del nazionalismo turco, costituirono un modello per l'identit e l'architettura turcoottomana. Sedad Hakki Eldem ha inserito, nel suo libro intitolato Ricordi del Bosforo, le vecchie fotografie, le incisioni fatte dai pittori come Melling e i progetti di queste costruzioni moderne dalle finestre alte e strette, i cornicioni larghi, i sottili camini e i bovindi, 52 ma ormai sono soltanto ombre dimenticaate di questa cultura crollata e sparita. L'autobus della linea TaksimEmirgan, negli anni Cinquanta passava anche da Niantai. Per andare sul Bosforo, con mia madre lo si prendeva alla fermata davanti a casa nostra. Se andavamo con il tram, scendevamo invece a Bebek, e dopo aver camminato a lungo sulla riva, salivamo sulla barca che ci aspettava sempre allo stesso punto. Mi piaceva molto girare, nella baia di Bebek, con la barca tra le altre imbarcazioni a vela, battelli, zattere ricoperte di cozze e il faro, e andare al largo a sentire la forza della corrente del Bosforo, e il dondolio della nostra barca fra le onde create dal transito delle navi: io volevo che queste gite non finissero mai. Il piacere di andare su e gi per lo stretto consiste nel sentire dentro la libert e la forza di un mare profondo, sicuro Pagina 45

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) e dinamico, mentre ci si sposta dentro una citt grande, antica e trascurata. Il viaggiatore che avanza velocemente nelle acque del Bosforo, attraversate da forti correnti, intuisce che la potenza del mare riesce a farsi largo in mezzo alla sporcizia, al fumo e al frastuono di una citt molto affollata, e gli sembra ancora possibile essere libero e indipendente fra tutte quelle persone, quelle costruzioni e quella storia. Questo lembo d'acqua che gira dentro la citt non pu essere messo a confronto con i canali di Amsterdam o Venezia, n con i fiumi che dividono in due Parigi o Roma: il Bosforo ha correnti marine, ventilato, agitato, profondo e buio. Se avete 53 la corrente dietro di voi, se vi fate trascinare lateralmente come un granchio, verso i battelli, Istanbul vi passa piano piano davanti, e allora otete vedere le signore anziane che bevono il t sui balconi e g ardano verso di voi, gli edifici, le case di legno sul mare, il molo l vicino e il caff col pergolato, i bambini che si tuffano in mutande nel mare dove arrivano gli scarichi delle fogne e poi si sdraiano sull'asfalto per riscaldarsi, e coloro che pescano sulla riva e quelli distesi nei loro yacht, gli studenti che poco pi in l camminano con le loro borse in mano, i viaggiatori negli autobus che, col traffico paralizzato, guardano dai finestrini il mare, i gatti sul ontile che aspettano i pescatori, i platani, che in quel moment scoprite che sono altissimi, e le case signorili con giardini, le salite e le colline dietro che impossibile vedere dalla riva, ma si notano solo dal mare, e tutta la citt con i suoi palazzi alti e lontani, e la sua confusione, le moschee, i quartieri distanti, i ponti, i minareti, le torri, i giardini, gli enormi edifici sempre in costruzione. Girare nel Bosforo con battelli, motoscafi e barche, come facevo io quand'ero bambino, d la soddisfazione di spiare Istanbul sia da vicino, casa per casa, quartiere per quartiere, sia da lontano, come una silhouette che Pagina 46

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) cambia continuamente. Anche durante la mia infanzia, quando andavamo tutti insieme sul Bosforo con la macchina, uno dei miei piaceri era vedere le testimonianze di un periodo molto ricco in cui la civilt e la cultura ottomane, pur sotto l'influenza occidentale, tuttavia non persero mai la loro libert e forza. Intuivo le impronte di quella tradizione ormai finita e sepolta nel passato dalla solenne porta di ferro senza tinta di una grande casa di legno sul mare, dalla solidit dei muri spessi e alti ma ormai coperti di muschio di un'altra, dalle persiane di legno e dalle particolari rifiniture di una terza non incendiata, oppure dai giardini che si estendevano fino alla fine delle colline dietro ad alcune ville, scuri e coperti di siliquastri, pini del Bosforo e platani secolari, e sentivo che una volta, qui, alcune persone simili a noi conducevano una vita completamente differente, ma ormai questi tempi facevano parte del passato e noi eravamo diversi, pi poveri pi tristi, pi oppressi e provinciali di loro. Mentre il vecchio centro di Istanbul, la penisola storica, veniva evidentemente colpito e umiliato, a partire dalla met del XIX secolo, dai grandi palazzi della burocrazia ottomana moderna - si era ormai sotto l'influsso della miseria, del degrado, della sconfitta della crescita demografica, delle guerre perse una dopo l'altra e dell'occidentalizzazione gli stessi burocrati i ricchi e i pasci 54 crearono una cultura chiusa e assolutamente impermeabile intorno alle loro ville di legno costruite sulle rive dello stretto, dove fuggivano d'estate. Le nostre informazioni su questi luoghi e sulla loro cultura impenetrabile si basano soltanto sui memoriali della seconda e terza generazione, intrisi di nostalgia, perch invece gli ottomani non scrissero nulla. Inoltre, una volta queste zone non facevano parte di Istanbul, ed erano irraggiungibili via terra: ci si pot arrivare via mare soltanto dalla met del XIX Pagina 47

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) secolo; tuttavia rimasero sempre luoghi in cui agli estranei era proibito girare liberamente. La pi brillante di queste opere quella di Abdlhak inasi Hisar (1887-1963), che introdusse la sensibilit di Proust e le sue lunghe frasi, da lui adorate, in questo mondo che lui chiamava Civilt del Bosforo. Hisar, che trascorse l'infanzia in una yalz a Rumelihisari e studi Scienze politiche a Parigi, e insieme al suo amicopoeta Yahya Kemal (1884-1958) impar a conoscere gli scrittori francesi della sua giovinezza, aveva sentito il bisogno, nei suoi libri intitolati Chiari di luna del Bosforo e Le case di legno del Bosforo, di 55 tessere e ricamare, con tutta la sua attenzione e cura, come un miniaturista dei tempi antichi, per far vivere ancora per un po' questa cultura e questo mondo particolari ormai scomparsi. Mi piace ogni tanto andare a rivedere il capitolo Il momento del silenzio nei Chiari di luna del Bosforo, dove lo scrittore narra i rituali che accompagnavano le sue avventure in barca nelle sere al chiaro di luna, sullo stretto, ad ascoltare la musica che proveniva da un'imbarcazione lontana e a contemplare la luce della luna e i suoi giochi d'argento sulle acque, per un intero giorno e una lunga notte, i silenzi, gli amori, le abitudini e tutte le cerimonie su cui lo scrittore si sofferma, e mi viene da rattristarmi perch non ho vissuto in questo mondo scomparso; penso per anche che la nostalgia di quel passato porti lo scrittore a non vedere ci che diabolico e crudele, un universo ricco di odio, vizi umani, rabbia e violenza: Hisar afferma che nelle notti al chiaro di luna, quando la musica finiva e iniziava il silenzio dell'oscurit, le acque, senza che ci fosse il vento, qualche volta sembravano ondeggiare con Pagina 48

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) un brivido leggero. 56 E nelle gite in barca che facevamo con nostra madre, i colori che arrivavano dalle colline del Bosforo non mi parevano il riflesso di una luce esterna. Mi sembrava invece che una luce leggermente sfumata provenisse dai tetti, dai platani e dai siliquastri, dalle ali dei gabbiani che all'improvviso ci sfrecciavano davanti, e dai muri demoliti delle rimesse di barche. Anche nel giorno estivo pi caldo in cui i bambini pi poveri si buttano dalla riva, il sole, nel Bosforo, non domina mai il clima e il panorama. E nei pomeriggi estivi amo contemplare, in uno sforzo di partecipazione, quella luce straordinaria che unisce il rosso del cielo al buio misterioso dello stretto. Mi piace anche vedere l'acqua che, in un punto, scorre furiosamente, in un ribollire di schiuma e invece due passi pi in l, in un altro angolo, oscilla lentamente come nella piscina delle ninfe di Monet, e cambia colore. A met degli anni Sessanta quando facevo le superiori al Robert College, la mattina presto andavo con l'autobus da Beikta a Sariyer, e mentre stavo in piedi in mezzo a tutta quella gente, mi perdevo a contemplare il sorgere del sole dall'altra parte della riva, dietro le colline dell'Asia, e l'illuminarsi delle acque del Bosforo, che poco prima si muovevano come un mare buio e misterioso. Nelle nebbiose notti primaverili, in cui in citt non si muove neanche una foglia, oppure in un'ora tarda delle silenziose notti estive scure e senza vento, un uomo triste che cammina da solo ascoltando soltanto il rumore dei propri passi, quando arriva d'un tratto al promontorio di Akinttburnu dove la corrente molto forte, oppure il faro davanti al cimitero di Aiyan, e sente con un brivido l'urlo del mare che rimbomba all'improvviso nel silenzio, con tutto il suo impeto - e tremando si accorge delle schiume candide che brillano a una luce che non si sa da dove arrivi -, a quel punto deve ammettere stupito, come una volta il sottoscritto e come Pagina 49

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Hisar, che il Bosforo ha un'anima tutta sua. Parlo del colore dei cipressi, dei boschi bui nelle valli, delle abitazioni di legno trascurate, sgombrate e abbandonate, delle barche arrugginite e malmesse, della poesia delle navi e delle ville dello stretto che soltanto chi ha passato la vita su queste rive pu capire; parlo del sapore della vita tra le rovine di una civilt una volta grande, maestosa e originale, della voglia di un bambino, che non bada affatto alla storia e alle epoche, di essere felice, di divertirsi, di comprendere questo mondo, e delle indecisioni e dei dolori di uno scrittore ormai cinquantenne, dei desideri che lui chiama vita e delle sue esperienze. Ogni volta che mi soffermo sulla bellezza e la poesia del Bosforo, di Istanbul e delle strade buie, una 57 voce dentro di me mi invita ad amplificare le virt della citt in cui vivo, proprio per nascondere a me stesso le lacune della mia esistenza, come gli scrittori delle generazioni precedenti. Se la citt ci sembra bella e magica, anche la nostra vita dev'essere tale. Molti scrittori che prima di me hanno parlato di Istanbul, ogni volta che raccontano di avere le vertigini di fronte alla bellezza della citt, da una parte mi colpiscono per l'atmosfera magica delle loro storie e della loro lingua, per dall'altra mi spingono a ricordare che non vivono pi nella grande citt che descrivono, ma hanno preferito gli agi moderni di un'Istanbul ormai occidentalizzata. Ho imparato da loro che il prezzo di un elogio troppo plateale e lirico non vivere pi in quella citt, oppure guardare da fuori ci che si trova bello. Lo scrittore che per questo avverte nell'anima i 58 sensi di colpa, quando tratta della rovina e della tristezza della Pagina 50

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) citt deve parlare della luce misteriosa che esse riflettono sulla sua vita, e allorch si fa prendere dalle bellezze di Istanbul e del Bosforo deve ricordare la miseria della sua vita, e che lui non per nulla degno dell'atmosfera gloriosa e felice della citt, ormai sepolta nel passato. Quando la gita in barca insieme a nostra madre finiva a volte eravamo trascinati via dalla corrente, altre volte eravamo sballottati dalle onde di una nave di passaggio -, il barcaiolo ci lasciava ad Aiyan, prima del promontorio di Rumelihisari, dove la corrente arrivava a sfiorare la riva; mia madre allora ci accompagnava a piedi fino al promontorio, il punto pi stretto del Bosforo, e l io e mio fratello ci mettevamo a giocare con i cannoni rimasti dal tempo del Conquistatore, Mehmet II, sistemati nel cortile esterno della fortezza di Rumelihisan come ornamento, e intuivamo dai frammenti di vetri rotti, dalla sporcizia, dai pezzi di lamiera e dai mozziconi dentro questi enormi cilindri, dove i senzatetto passavano la notte, che l'eredit storica di Istanbul e del Bosforo adesso era un'entit buia, misteriosa e incomprensibile per la maggior parte di coloro che ci vivevano. Quando arrivavamo al molo di Rumelihisan, met strada lastricata, met marciapiede, mia madre, indicando un posto occupato da un piccolo caff, subito dall'altra parte, ci diceva: Una volta l c'era una villa di legno. Quando ero bambina, vostro nonno ci portava qui in estate. La prima storia, che non ho mai dimenticato, su questa casa estiva che ogni volta immaginavo spaventosa, vecchia e in rovina come un rudere da demolire e bruciare, era che la proprietaria di casa, figlia di un pasci, allora - si era alla met degli anni Trenta - era stata uccisa dai ladri in un modo misterioso, nella sua dimora al pianterreno. Quando mia madre, mentre ci indicava i segni della rimessa di barche della villa scomparsa, si accorgeva della mia grande passione per il lato oscuro di questa storia, passava a un'altra Pagina 51

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vicenda, e raccontava, tra sorrisi e rimpianti, come nostro nonno avesse buttato dalla finestra, in un momento d'ira, la pentola col cibo cucinato da mia nonna: l'aveva gettata in quelle profonde acque piene di correnti marine solo perch non gli era piaciuto quello che conteneva. Un nostro lontano parente, da cui mia madre si recava quando era in collera con mio padre, aveva a Istinye una villa di legno che dava sull'arsenale; mi ricordo che anche quel posto si poi trasformato in un cumulo di macerie. Durante la mia infanzia, per i nuovi ricchi del periodo, e per i borghesi di Istanbul che cominciavano 59 pian piano a far soldi, le ville di legno del Bosforo non erano assolutamente una meta ambita. Quelle abitazioni non erano neanche protette dal vento e dal freddo invernale, e riscaldarle era costoso e complicato. I nuovi ricchi del periodo della Repubblica, non essendo ancora potenti come i pasci ottomani, e sentendosi pi occidentali per il fatto di abitare nei quartieri intorno a Taksim, negli appartamenti dei palazzi che si affacciavano sul Bosforo, non comprarono quelle vecchie ville dalle famiglie ottomane 60 ormai decadute, dai figli ridotti in povert dei pasci o dai parent di personaggi come Hisar. Cos, fino agli anni Settanta, periodo in cui la citt si ingrand velocemente, la maggior parte delle grandi case signorili e delle piccole ville di legno del Bosforo scomparve con dentro i pazzi della corte imperiale, e i nipoti dei pasci che si contendevano le fortune degli avi. Alcune vennero date in affitto divise in piani oppure in stanze, altre invece sparirono durante la mia infanzia, marce di trascuratezza, con il legno annerito per il freddo e l'umidit, e a cui si dava fuoco con la segreta speranza di costruire nuovi palazzi al loro posto. Alla fine degli anni Cinquanta, andare a passeggio sul Bosforo per prendere aria, con la Dodge 1952 guidata da mio padre o da mio zio, era l'abitudine irrinunciabile delle domeniche mattina. Pagina 52

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Noi, anche se ci rattristavamo un po'"per la scomparsa di questa cultura, essendo i nuovi ricchi della Repubblica, appartenevamo con orgoglio alla Civilt del Bosforo e ci consideravamo i depositari di una grande tradizione: da questo traevamo il nostro conforto. Ogni volta che andavamo sul Bosfor0, si passava da Emirgan e si mangiava kagit belvast, una specie di cialda, al caff maralti, poi si passeggiava a piedi, lungo la costa, a Bebek o a Emirgan, si contemplavano le navi in transito sullo stretto e infine, sulla strada del ritorno, mia madre si fermava a comprare un vaso da fiori oppure due enormi pesci azzurri. Mi ricordo che, crescendo, iniziai a provare fastidio e noia per queste gite di famiglia - padre, madre e noi due figli maschi. I piccoli screzi famigliari, i giochi che ogni volta si trasformavano in rivalit intense e in litigi con mio fratello, le mestizie di un nucleo famigliare che cercava un nuovo respiro fuori dal palazzo, infilandosi in una macchina, avvelenavano il richiamo del Bosforo, ma io comunque andavo sempre a fare queste gite domenicali. Negli anni successivi, vedere altre famiglie infelici, divise e rumorose in altre vetture, sulle strade del Bosforo, per una gita domenicale uguale alle nostre, non mi spingeva soltanto a ritenere che la mia vita non era poi cos speciale, ma portava anche a intuire che lo stretto era forse l'unica fonte di felicit per le famiglie di Istanbul. Quando ci che rendeva il Bosforo della mia infanzia un luogo speciale lentamente scomparve, proprio come le ville di legno bruciate una dopo l'altra, ritornare in quei luoghi inizi a darmi, allo stesso tempo, anche il piacere del ricordo. Ormai pure io amo parlare dei recinti da pesca scomparsi, e di come li raccontava mio padre, per il quale erano una sorta di trappola per Pagina 53

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pesci fatta di reti; amo parlare delle barche che vendevano frutta girando di villa 61 in villa, delle spiagge del Bosforo dove andavo con mia madre, del piacere di nuotare nelle sue acque, dei suoi moli, chiusi e abbandonati uno dopo l'altro e poi trasformati in ristoranti di lusso, dei pescatori che ritiravano le loro barche accanto a questi moli, e dell'impossibilit di fare una piccola gita con loro. Ma per me ci che fa del Bosforo il Bosforo, in tutti questi anni non mai cambiato: per me lo stretto una fonte di speranza e ottimismo senza fine, che tiene in piedi la vita della citt e d salute e ristoro agli uomini. La vita non pu essere cos brutta, - penso a volte. Comunque, uno alla fine pu sempre farsi una passeggiata sul Bosforo. 62 Capitolo settimo I panorami del Bosforo di Melling Fra tutti i pittori occidentali che hanno dipinto i panorami del Bosforo, colui che me li fa apprezzare con pi gusto e mi sembra pi convincente senz'altro Melling. Mio zio, l'editore e poeta evket Rado, aveva pubblicato una copia del libro, un tascabile, del pittore, datato 1819 e dal titolo Voyage pittoresque de Constantinople et des rives du Bospbore - poesia pura per me -, e ce l'aveva regalato proprio nei giorni in cui la passione per la pittura mi bruciava dentro. Questi disegni, che osservai attentamente e a lungo, mi danno l'impressione che la Istanbul ottomana del passato fosse proprio cos. Questa dolce illusione mi si risveglia nel petto non tanto quando osservo i disegni a guazzo, ricchi di dettagli, che Melling ha ricamato finemente con la minuziosit di un architetto e di un matematico, ma soprattutto quando guardo le linee bianche e nere Pagina 54

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) 63 delle incisioni di questi disegni, opera della sua mano esperta. Nei momenti in cui voglio convincermi che almeno il passato era straordinario - il fatto di essere troppo aperto alla forza della letteratura e dell'arte occidentali talvolta pu spingere un uomo a un simile sciovinismo per Istanbul -, guardare le incisioni di Melling per me un sollievo. Ma a questo sollievo si accompagna tristemente la consapevolezza che la maggior parte di queste bellezze e di queste costruzioni ormai scomparsa. D'altro canto, la mia parte razionale, nei momenti di estremo entusiasmo, mi ricorda che ci che rende unici i disegni di Melling proprio questo senso di scomparsa. Forse guardo quei dipinti anche per rattristarmi un po'. AntoineIgnace Melling era un vero europeo, un tedesco con ascendenti italiani e francesi. Dopo aver imparato la tecnica scultorea accanto a suo padre, artista alla corte di Federico a Karlsruhe, and a Strasburgo, da suo zio, a studiare pittura, architettura e matematica. Deve essere venuto a Istanbul quando aveva diciannove anni circa, spinto da quel romanticismo orientale che a quei tempi cominciava pian piano a diffondersi. Probabilmente il giorno in cui arriv non immaginava affatto di fermarsi diciotto anni. Melling, all'inizio, si mise a dare lezioni nelle ambasciate, che cos si conformarono a uno stile di vita cosmopolita, da alta societ, intorno alle vigne di Pera, dove sarebbe sorta la Beyoglu di oggi. Quando la sorella di Selim III, Hatice Sultan, visit il giardino 64 della yalz che il vecchio ambasciatore danese, Baron de Hubsch, aveva fatto costruire a Bylcdere, volle anche lei realizzare un giardino simile, e cos le fu consigliato il giovane Melling. Costui, seguendo le indicazioni della sorella del sultano, prima progett un giardino di stile occidentale a forma di labirinto, Pagina 55

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) con rose, acacie e lill, poi edific una piccola villa accanto al palazzo di Hatice Sultan sul promontorio di Defterdarburnu (oggi tra Ortaky e Kurueme). Lo scrittore Ahmet Hamdi Tanpmar (1901-62) ha affermato che questa costruzione a colonne, di stile europeo neoclassico, cos come la conosciamo dai quadri di Melling, in armonia con l'identit del Bosforo, anzi una fonte d'ispirazione per il cosiddetto gusto misto. Melling lavor anche a Palazzo Beikta, dove Selim III andava in villeggiatura: realizz modifiche e sistemazioni interne s neoclassiche, ma comunque sempre rispettose dell'atmosfera del Bosforo. Allo stesso tempo lavorava, in qualit di consulente artistico di Hatice Sultan, come decoratore di interni (almeno oggi lo definiremmo cos). Per lei comprava vasi da fiori, controllava i ricami di perle sui tovaglioli, e la domenica faceva visitare la villa alle mogli degli ambasciatori, oppure preparava zanzariere. Tutto questo lo sappiamo dalle lettere che i due si scrivevano, conservate oggi in una collezione privata. Melling e Hatice Sultan erano complici in un piccolo esperimento intellettuale, iniziando a scrivere il turco, centotrent'anni prima della Rivoluzione dell'alfabeto di Atatrk, con caratteri latini. Grazie a queste lettere, 65 possiamo farci un'idea di come parlava la sorella di un sultano, a Istanbul, dove nessuno scriveva memorie o romanzi. Capomastro Melling, quando arriver la zanzariera? Mi raccomando, la voglio domani... mettiti al lavoro, sono sicura che ce la farai... un'incisione molto strana. .. Il disegno di Istanbul in viaggio, non si sbiancato... Non voglio la sedia, non mi piaciuta. Voglio sedie dorate... Che ci sia poca seta, e molti fili d'oro. Per il cofanetto d'argento ho visto il disegno, ma non farlo fare, mi raccomando, torna al disegno di prima, non cambiarlo... Marted (1) ti do i soldi per le perle e i Pagina 56

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) francobolli... Quando Hatice Sultan scriveva a Melling queste lettere non aveva ancora trent'anni, e si capisce dalla parola marted che, oltre ad apprendere i caratteri latini, aveva imparato anche un po' d'italiano. Suo marito Seyyid Ahmed Pasci, che era il prefetto di Erzurum, passava ben poco tempo a Istanbul. Nei giorni in cui la notizia della guerra d'Egitto di Napoleone arriv a Istanbul scatenando il finimondo nel palazzo reale, Melling - sposatosi con una ragazza di Genova -, come si intuisce dalle lettere piene di rammarico che proprio in quei giorni scriveva a Hatice Sultan, cadde in disgrazia senza alcuna spiegazione: Altezza, io, il Vostro suddito, ho mandato il mio servitore sabato a prendere la paga mensile... gli hanno detto che non c' pi... Dopo aver avuto cos tanti favori da Vostra Altezza non ho potuto credere che l'aveste ordinato proprio voi... penso che questo sia un pettegolezzo nato dall'invidia, perch Vostra Altezza ama i suoi sudditi... Sta arrivando l'inverno, penso di recarmi a Beyoglu, ma come ci andr? Non ho soldi. Il proprietario di casa mi chiede i soldi dell'affitto, servono carbone, legna, utensili per la cucina e poi mia figlia ha il vaiolo, il medico chiede cinquanta piastre, come posso fare? Quante volte ho supplicato, quante spese ho sostenuto per spostarmi in barca e non arrivata nessuna risposta positiva... Non ho neanche un soldo: vi supplico, Altezza, non lasciatemi in questa situazione, ve ne prego... Ma non arriv nessuna risposta da parte di Hatice Sultan. Melling allora cominci sia a prepararsi per il ritorno in Europa, sia a 1 In italiano nel testo (N. d. t.) 66 Pagina 57

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) svolgere lavori che gli avrebbero fatto guadagnare qualche soldo. Nacque in questo periodo l'idea di raccogliere i suoi disegni grandi e ricchi di dettagli che aveva iniziato a dipingere molto prima, grazie all'intimit col sultano, e di metterli in un libro di incisioni; nel frattempo, con l'aiuto del famoso orientalista Pierre Rufin, l'incaricato d'affari della Francia a Istanbul, inizi una fitta corrispondenza con editori parigini. Nelle prime fasi di preparazione del volume di Melling, pubblicato diciassette anni dopo il suo arrivo a Parigi nel 1802 (Melling ormai aveva cinquantasei anni), su cui lavorarono gli incisori pi famosi del tempo, si diffuse l'opinione che il pittore era stato davvero abile a cogliere i particolari in tutto il loro realismo, proprio cos come erano. Oggi, quando guardiamo le quarantotto grandi incisioni di questo importante libro, ci che immediatamente ci colpisce la fedelt e precisione dei dettagli. Mentre osserviamo i panorami del mondo scomparso, ci rendiamo conto che Melling offre, con la sua profonda attenzione per i particolari architettonici e il suo abile gioco di prospettive, quel senso di realt cui la mente aspira 67 volentieri per contemplare senza dubbi di sorta le bellezze del Bosforo e di Istanbul. Anche il quadro che mostra l'interno dell'harem del sultano, che il pi immaginoso tra i quarantotto disegni proprio per la presenza di una sezione architettonica, per l'uso delle possibilit gotiche della prospettiva e, per l'assoluta delicatezza con cui vengono ritratte le donne dell'harem, molto lontane dalle fantasie occidentali trasmette un forte senso di verosimiglianza, pure all'osservatore di Istanbul. Melling compensa l'atmosfera accademica e seria dei suoi disegni con i lati umani dei dettagli sistemati ai bordi del quadro. Al pianterreno dell'harem in un angolo, vediamo due donne, in piedi, che si abbracciano amorevolmente, le bocche vicine, ma al contrario di altri pittori occidentali del periodo, appassionati di simili particolari, Melling non mette in ridicolo questa coppia, n la colloca nel cuore della scena, a drammatizzare la loro intimit. Pagina 58

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Sembra che i panorami di Melling non abbiano un centro. Forse il secondo motivo (dopo l'attenzione ai dettagli) per cui mi sento cos vicino alla sua Istanbul proprio questo. In una mappa che 68 c' alla fine del libro, Melling indica con la precisione di un topografo da quali punti e angoli di Istanbul vide e disegn queste quarantotto straordinarie opere, ma i disegni, esattamente come i rulli cinesi o i movimenti dell'obiettivo nei film girati in cinemascope, mi danno la sensazione che l'immagine non abbia un centro n una fine. Dato che Melling non colloca figure umane drammatizzate nel cuore delle sue scene, girando le pagine in bianco e nero di questo libro e guardandone i panorami, proprio come mi capitava da bambino quando passeggiavo sul Bosforo, o quando dopo una baia ne vedevo un'altra, oppure quando il paesaggio mutava improvvisamente a ogni curva della costa, mi si rinnova dentro, quasi fosse una favola dell'infanzia, la convinzione che Istanbul sia infinita e senza centro. Guardare i panorami dello stretto di Melling e osservare le sue colline, i fianchi e le valli che da bambino vedevo vuoti, ma che in quarant'anni si sono coperti di gruppi di edifici squallidi, non mi fa vivere solo l'incanto di tornare ai paesaggi della mia infanzia e vederli come allora, ma mi fa venire, triste e felice, il pensiero che dietro le bellezze del Bosforo che si aprono pagina dopo pagina, andando a ritroso nel tempo, c' una storia paradisiaca, e la mia 69 vita fatta dei ricordi, panorami e ambienti di questo eden ormai passato. La scoperta della continuit di alcuni dettagli che soltanto coloro che conoscono il Bosforo da vicino possono apprezzare, in questo punto dove la tristezza e la gioia si incontrano, mi d l'impressione che questi disegni siano usciti da un paradiso fuori del tempo, e si siano intromessi nella mia vita. S, mi Pagina 59

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dico, e appena lascio la baia di Tarabya, il mare calmo si scuote d'improvviso al vento che arriva dal Mar Nero, e sul dorso di quelle onde veloci e nervose appaiono queste schiume rabbiose, piccole e impazienti, proprio come le disegn Melling. E di sera le foreste sulle colline di Bebek diventano pi profonde, con un buio tutto particolare che possono intuire soltanto persone come il sottoscritto, come Melling, gente che ha trascorso decine di anni in questi luoghi. Infine, i pini e i cipressi del Bosforo occupano i paesaggi di Istanbul sempre con questa eleganza e forza. I cipressi, protagonisti irrinunciabili nei tradizionali giardini islamici e nelle raffigurazioni del paradiso, nelle rappresentazioni dello stretto di Melling diventano macchie buie, raffinate e dignitose, che ammantano il panorama di un'armonia poetica. Melling, anche quando disegna i pini del Bosforo, al contrario di altri pittori 70 occidentali, non corre dietro a un'emozione drammatica, oppure a un effetto estetico, infilando lo sguardo fra i rami di un albero. Da questo punto di vista somiglia ai miniaturisti: proprio come gli alberi, vede anche le persone da lontano, pure nei momenti pi intimi. In verit non molto bravo a rendere i movimenti del corpo umano, e la sua collocazione di barche e navi sulle acque del Bosforo talvolta ridicola (sembra quasi che vengano dritte verso di noi). Poi, malgrado l'estrema cura, talora disegna gli edifici e le persone in modo sproporzionato, infantile, ma proprio in questo consiste la poeticit di Melling, un pittore con cui l'abitante di Istanbul pu identificarsi facilmente. Nella sua volont di ritrarre le diverse donne del palazzo di Hatice Sultan e dell'harem con volti simili tra loro, quasi fossero tutte sorelle, c' un'ingenuit che fa sorridere. Ci che rende Melling avvincente la sua capacit di unire questa ingenuit, che sembra uscita dalla migliore delle miniature islamiche e dall'innocenza dell'et d'oro di Istanbul, ai dettagli architettonici, topografici e quotidiani, commistione che nessun altro Pagina 60

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pittore orientale riuscito a realizzare. Allora la veduta di skdar e Kizkulesi da Pera, oppure quella di Palazzo Topkapi dalle finestre di un caff a Tophane, a quaranta passi dal mio studio di Cihangir, dove scrivo queste righe, oppure ancora quella 71 della citt da Eyp, diventano sia paesaggi noti, sempre uguali, sia panorami paradisiaci. Questo eden coincide con il periodo in cui la corte ottomana cominci a non vedere pi il Bosforo come il luogo di una serie di villaggi di pescatori greci, ma come una zona da abitare, e soprattutto con il momento in cui l'architettura ottomana si accorge del fascino dell'Occidente e abbandona la sua innocenza. colpa di Melling se le ere ottomane prima di Selim III mi sembrano cos lontane. Come faceva Marguerite Yourcenar davanti alle incisioni di Roma e Venezia realizzate da Piranesi trent'anni prima di Melling, anch'io adoro, prendendo la lente d'ingrandimento, osservare gli abitanti di Istanbul che si muovono nei panorami di Melling: mi piace guardare attentamente, per esempio, nel disegno della fontana e della piazza di Tophane, per cui il nostro artista lavor con tanta cura e precisione nei dettagli, il venditore di cocomeri (il suo banco e la sua gestualit sono uguali anche oggi), o l'altro seduto sulla sedia, pi in basso, al centro del disegno. Questa fontana, scelta da Melling tra i monumenti di Istanbul per la sua eleganza, allora si trovava su un piano rialzato; oggi, poich le vie intorno sono state pavimentate con pietre e asfalto, invece in una buca. Mi piace molto riscoprire i bambini che tengono per mano le loro madri, bambini che il nostro pittore adora vedere in ogni angolo, in ogni giardino della citt (come osserver Thophile Gautier cinquant'anni dopo, la donna che passeggia con il figlioletto si considera pi rispettabile di quella Pagina 61

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che va in giro da 72 3ola, e non viene disturbata); gli ambulanti che anche oggi sono ovunque a Istanbul, con i loro abiti colorati, le bancarelle, le vivande e le espressioni sconsolate; il giovane che getta la sua lenza nel mare calmo dalla sponda dello scalo di Beikta (Melling mi piace a tal punto che mi difficile ammettere che il mare sulla riva di Beikta non pu mai essere cos calmo); i due uomini misteriosi (li ho messi sulla copertina di un'edizione in turco di Roccalba) fermi immobili a una manciata di passi da quel giovane, il padrone che fa ballare l'orso e il suo aiutante che suona il tamburo; oppure l'uomo che cammina con passo lento vicino al suo cavallo carico, indifferente alla folla in piazza Sultanahmet (l'ippodromo, secondo Melling) e ai monumenti, come un vero abitante di Istanbul; e infine il venditore di ciambelle con il suo treppiede - uguale 73 a quelli della mia infanzia - che ha voltato le spalle alla ressa, in un angolo dello stesso disegno, e molti altri dettagli che ora mi sfuggono. Al contrario dei disegni di Piranesi, gli abitanti di Istanbul, ovunque siano, non si lasciano impressionare dall'architettura dei monumenti o dalla natura dei paesaggi. Nonostante Melling avesse un amore per la prospettiva simile a quello di Piranesi, i suoi disegni non sono drammatici. (Pure i barcaioli colti durante un litigio sulla sponda di Tophane!) L'architettura violenta e cruda di Piranesi, che opprime l'uomo, e lo rende una sorta di mostro, mendicante, invalido, bizzarro, ha un movimento verticale. Invece in Melling vediamo un movimento orizzontale, che gira in un mondo meraviglioso e felice, con tutta l'ampiezza dello sguardo 74 dell'uomo libero. Ed questo, pi che l'abilit o l'eleganza dell'artista, che ha veramente contato: ci Pagina 62

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che la geografia e l'architettura di Istanbul gli potevano offrire. Per sentirlo doveva vivere diciotto anni a Istanbul. Melling trascorse qui met della sua vita, ma non il periodo della sua educazione, bens quello della formazione delle sue prime idee sulla vita, della sua lotta per sbarcare il lunario e delle sue prime opere. Per questo il suo sguardo catturava i dettagli veri, elementi che vedevano soltanto coloro che vivevano a Istanbul. Melling non si interess mai all'atmosfera magica ed esotica che invece avrebbero cercato i brillanti pittori e incisori di trenta, quarant'anni dopo come William Henry Bartlett (The Beauties of the Bosphorus, 1835), Thomas Allom (Constantinople and the Scenery of the Seven Churches of Asia Minor, 1839) e Eugne Flandin (L'Orient, 1853). E siccome non lo entusiasmavano affatto i paesaggi ormai abusati usciti dalle Mille e una notte e dal romanticismo orientale che proprio in quegli anni, soprattutto in Francia, conobbe una grande diffusione, nei suoi quadri non tent di impressionare con giochi di ombre e luci proprie delle atmosfere 75 immaginose, fra nebbie e nuvole; cerc invece di dipingere la citt e i suoi abitanti pi tondi, pi curvi, pi paffuti, pi grotteschi, oppure pi oppressi di quanto effettivamente fossero. Lo sguardo di Melling supera i confini di Istanbul. Ma allora, dato che la gente di Istanbul non sapeva disegnare se stessa n la citt, e non se ne interessava per nulla, la sua abilit occidentale garantiva un alone di estraneit a questi disegni, senza pregiudizi. La Istanbul di Melling sia un luogo noto come i ricordi, la geografia e le moschee, sia un mondo unico ed esclusivo proprio per questo motivo, perch lui vede la citt come un suo abitante, ma la disegna come un occidentale senza pregiudizi. Pagina 63

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Cos io, quando osservo questi disegni, precipito ,in una tristezza infinita: mi rendo conto che questo mondo non c' pi. Tuttavia il fatto di vedere, ogni volta che apro il libro di Melling, che la mia Istanbul non era esotica, magica o bizzarra, ma era uguale a quella della mia infanzia ed era soltanto straordinaria, come dimostra la quasi unica testimonianza visiva giusta di questo mondo del passato, davvero mi consola. 76 Capitolo ottavo I miei genitori e le loro sparizioni Qualche volta mio padre se ne andava in qualche posto lontano. Non lo vedevamo per molto tempo. Stranamente, venivamo a saperlo solo dopo un po'. Quando ce ne accorgevamo, ne soffrivamo come se ci avessero rubato una bicicletta o come se avessimo perso un compagno di classe, ma ci sembrava anche di averci ormai fatto l'abitudine. Nessuno ci spiegava il motivo della sparizione di nostro padre, e nessuno ci informava su quando sarebbe terminata quest'assenza. Io e mio fratello sapevamo di non dover fare domande, e ci adattavamo senza problemi all'atmosfera famigliare. Il fatto di vivere in un palazzo grande, insieme alla folla di zii, zie, nonna, cuochi e domestiche, ci facilitava il compito di trascurare, quasi dimenticare, quest'assenza, e non chiedevamo nulla. Qualche volta coglievamo la tristezza della situazione dall'abbraccio esageratamente affettuoso della domestica Esma, dall'estrema disponibilit del cuoco di mia nonna, ekir, oppure dall'entusiasmo di mio zio nel portarci sul Bosforo con la sua Dodge. E, qualche volta, intuivo che ci trovavamo in un brutto momento dai lunghi discorsi che mia madre faceva al telefono, la mattina, con le mie zie e le sue amiche. Mia madre, di solito, portava una vestaglia lunga, color crema, con disegni di garofani rossi: quando accavallava le gambe, l'apertura che scendeva gi faceva diverse pieghe e mi confondeva la mente - si vedevano la sua camicia da notte e la sua bella pelle e il suo bel collo; cos, mentre parlava, Pagina 64

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) volevo andarle in braccio e avvicinarmi a lei, ai suoi bei capelli, al 77 collo e al seno. Come mi ha rinfacciato con rabbia anche lei anni dopo, in seguito a una discussione violenta con mio padre, a tavola, mi piaceva l'atmosfera di disastro provocata dalle loro liti. Mentre aspettavo che mia madre si occupasse di me, io mi sedevo alla toeletta piena di bottigliette per profumi, portacipria, rossetti, smalti, acqua di Colonia, acqua di rose e olio di mandorle e frugavo, curioso, nei cassetti, distraendomi con vari tipi di pinzette, forbici, lamette, matite, spazzole a forma di matita, pettini e oggetti appuntiti; quindi iniziavo a guardare le nostre fotografie, mie e di mio fratello, infilate tra la superficie del tavolino e il vetro (mia madre con la stessa vestaglia che mi d da mangiare sul seggiolone, e tutti e due sorridiamo allegramente, come avviene soltanto nelle pubblicit: io mi domandavo sempre come mai non si vedesse il mio grido di gioia di quel momento). Poi, per liberarmi della noia e della tristezza che lentamente mi avvolgevano, ricorrevo a un gioco che non avrei mai immaginato di fare, anni dopo, neanche in uno dei miei romanzi. Spostavo le bottigliette, le spazzole e la scatola d'argento a fiorami, sempre chiusa a chiave, dai due lati dello specehio del tavolino, quindi avvicinavo la mia testa al centro dello specchio e cos, aprendo improvvisamente le sue due ali, vedevo migliaia di Orhan in movimento nell'infinit profonda, fredda e trasparente creata dai riflessi. Guardando l'immagine sempre pi vicina e pi grande, mi meravigliavano la parte dietro della mia testa, un po'"acuminata, e la stranezza delle mie orecehie, uno pi a sventola dell'altro, come quelle di mio padre. Ancor pi interessante era osservare la mia nuca, che mi fa tuttora pensare, con un brivido, di portare da anni un'altra persona nel corpo. Non c'era soltanto il mio profilo sui tre specchi: mi divertivano e mi inorgoglivano anche Pagina 65

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) decine, centinaia di Orhan, diversi tra loro, che, con un mio unico movimento, mi imitavano, nello stesso istante e servilmente. Facevo fare loro tanti movimenti diversi, finch non mi convincevo che ognuno era uno schiavo perfetto. Talvolta cercavo di trovare l'Orhan pi lontano, nell'infinit verdognola del vetro. E talvolta credevo di vedere le mie immagini riflesse ripetere un movimento della mia mano o della mia testa non nello stesso istante, ma dopo un brevissimo attimo. Ancor pi impressionante era la mia convinzione che un gruppo lontano di piccoli Orhan fossero d'accordo ad agire per conto loro, pereh mentre gonfiavo le guance, aggrottavo le sopracciglia, tiravo fuori la lingua o giocavo con la mia faccia, e intanto prestavo attenzione a otto o dieci Orhan in un angolo, tra centinaia di Orhan, altri dieciquindici piccoli Orhan, tra le 78 profondit verdognole del mare di specchi, imitavano un gesto semplice e spontaneo, per inconsapevole, delle mie braccia o delle mie dita, di cui avevo dimenticato l'esistenza. Prima rabbrividivo, poi, dopo aver riconosciuto con la parte razionale della mia mente che questa era un'illusione, continuavo il mio gioco, per farmi prendere di nuovo dalla stessa paura. Cos, spostando solo di un centimetro gli specchi e cambiandone gli angoli, rimanevo di fronte a una serie di Orhan completamente diversa. Proprio come se guardassi dall'obiettivo di una macchina fotografica che per un attimo non centra il fuoco, mi piaceva cercare disperatamente il posto della prima e pi vicina immagine tra questi nuovi Orhan infiniti, e il mio vero io (come se avessi perso anche quello). Durante questo gioco di sparizione che facevo qualche volta con mia madre e mio fratello, e che mi divertiva tanto, la parte della mia mente che eliminava le informazioni per me insopportabili rimaneva aperta, in un modo assai selettivo, alle telefonate di mia madre, e alle notizie sulla sorte dei miei genitori. Perch qualche volta anche mia madre spariva. Ma quando Pagina 66

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) andava via lei, ci veniva data una spiegazione; per esempio ci dicevano: Vostra madre malata; si sta riposando da zia Neriman. Ricordo che trovavo plausibili queste frasi, proprio come riuscivo per qualche istante a credere alle illusioni davanti allo specchio. In compagnia del cuoco o del portiere, il signor Ismail, prendendo 79 battelli e autobus andavamo a visitare nostra madre a casa di un parente, in un'altra parte di Istanbul, come Erenky o Istinye; Di tutte queste gite, mi rimane nella mente un piacevole senso d'avventura: non erano certo momenti tristi. Avere accanto mio fratello - era lui che si sarebbe confrontato per primo con i pericoli mi tranquillizzava. Arrivati nelle case o nelle yalz di alcuni parenti stretti o lontani di nostra madre, dopo che le signore anziane, simpatiche e affettuose e i loro mariti villosi, che mi sembravano terribili, ci accarezzavano e ci mostravano qualche strano oggetto per attirare la nostra attenzione - un canarino che cinguettava, un barometro tedesco che penso abbia visitato tutte le case occidentalizzate di Istanbul (un marito e la moglie che, vestiti da contadini bavaresi, secondo le condizioni atmosferiche, entravano in una casa o ne uscivano), oppure un orologio a cuc che con la sua puntualit e determinazione confondeva il canarino nella gabbia, ansioso di rispondergli ogni mezz'ora -, ci ritiravamo nella stanza di nostra madre. Dopo aver provato stupore per la grandezza e la comodit della stanza e per la bellezza del mare e della luce che si vedevano dalla finestra (forse lo devo a questo se mi sono sempre piaciuti i panorami meridionali di Matisse che si vedono dalle finestre), mi sembrava davvero triste che nostra madre fosse in un posto cos bello e straniero; tuttavia mi rassicurava lo Pagina 67

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) straordinario odore materno che riempiva la stanza, insieme ad alcuni suoi oggetti come i trucchi, le solite pinzette e bottigliette per profumi, e la spazzola 80 col manico privo di smalto. Ricordo perfettamente che mia madre ci prendeva in braccio, uno dopo l'altro, e ci accarezzava e baciava. A mio fratello dava tanti consigli (le piaceva sempre farlo) riguardo alle maniere e ai comportamenti da seguire, e gli indicava dove trovare gli oggetti da portare la volta successiva; invece con me, che guardavo fuori dalla finestra senza ascoltarli, giocava e scherzava. Durante l'ennesima assenza di mia madre, un giorno mio padre port a casa una babysitter. Io e mio fratello non siamo mai riusciti a simpatizzare con questa donna dalla pelle estremamente bianca, bassa, brutta, tonda e sempre sorridente, che ci consigliava di sorridere come lei, ogni istante, con una saggezza di cui si vantava; noi ne eravamo delusi anche perch era turca, al contrario delle babysitter che avevano alcune famiglie che conoscevamo. Spar in breve tempo anche questa donna, che non fu capace di avere alcuna autorit su di noi, a differenza di quelle di origine tedesca e dallo spirito protestante: quando si spazientiva per i nostri litigi ci diceva Per favore, state calmi, e noi la imitavamo; allora pure mio padre ne rideva. Negli anni successivi, quando mia madre, stanca delle continue sparizioni di mio padre e delle nostre furiose litigate, ci diceva Adesso me ne vado, oppure Ora mi butto dalla finestra, cos vostro padre si sposa con quella donna - una volta aveva anche alzato una delle sue belle gambe verso il davanzale -, mi veniva davanti agli ocehi non l'immagine di una delle donne di cui mia madre si lasciava sfuggire il nome, ma il viso di quella babysitter dalla pelle bianca, tonda, bendisposta e impacciata. Proprio perch avevamo sempre vissuto nello stesso palazzo, nelle stesse stanze e nelle stesse strade, e avevamo condotto una vita in cui si discuteva degli stessi argomenti, tranne Pagina 68

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) qualche piccola eccezione, e si mangiavano le stesse pietanze (la ripetizione la fonte, la garanzia e la morte della felicit!), come poi ho visto che succede in tutte le famiglie, queste sparizioni imprevedibili non mi dispiacevano affatto: per me erano come i fiori velenosi, divertenti e sorprendenti che mi toglievano da una vita ordinaria, da momenti e giorni di noia (proprio come gli specchi della toeletta di mia madre), e mi trascinavano in un altro mondo. Ho versato tuttavia qualche lacrima per questi momenti di sparizione che attraevano una parte oscura della mia anima, restituendomi alla mia esistenza e alla solitudine che volevo dimenticare, e per le sventure e le liti di famiglia. Molte volte queste discussioni iniziavano a tavola. Col passare 81 del tempo, l'automobile che mio padre compr (una Opel Record 1959) fu per sempre pi adatta a causare quei litigi, perch scendere da una macchina che corre velocemente, anzich alzarsi dalla tavola, non un'azione che i contendenti possono compiere facilmente. Talvolta, quando la discussione nasceva gi all'inizio di una gita in auto programmata da giorni, o in una delle escursioni domenicali sul Bosforo, io e mio fratello facevamo una scommessa: chiss se mio padre avrebbe frenato bruscamente dopo il primo ponte, oppure al primo benzinaio e, facendo fare un'inversione a U alla macchina, sarebbe tornato indietro e ci avrebbe riportati a casa, come un capitano arrabbiato che appoggia la merce dove l'ha caricata, mentre lui sarebbe andato da qualche altra parte. In una di quelle loro liti dei primi anni, che colpivano pi a fondo e avevano un lato pi poetico e nobile, a Heybeliada, una sera, mia madre e mio padre si alzarono dalla tavola. (In quei momenti ero contento, come tutti i bambini, di poter mangiare come volevo io, e non come voleva mia madre). Al piano superiore si urlavano addosso, con tutte le loro forze, cos io e mio fratello rimanemmo a tavola e aspettammo, ma dopo un po', istintivamente, anche noi ci alzammo e andammo di sopra. (Qui, quando ho Pagina 69

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pensato istintivamente di aprire un'altra parentesi, ho capito di non volere, in realt, ricordare affatto questi episodi). Quando mia madre ci vide, ci fece entrare immediatamente in una stanza, e ci chiuse dentro. La stanza era buia, ma dalla porta di vetro smerigliato che la separava dall'altra camera arrivava una luce intensa. Io e mio fratello cominciammo a osservare immobili, tra le urla e gli strilli, le ombre dei nostri genitori che si avvicinavano e si allontanavano e si animavano ogni volta che si toccavano, alla luce filtrata dai vetri smerigliati con disegni art nouveau. Per la violenza di questo crudele spettacolo d'ombre, proprio come succede durante gli spettacoli di marionette Karagz, il sipario (la porta con il vetro smerigliato) ogni tanto si scuoteva e tutto diventava bianco e nero. 82 Capitolo nono Un'altra casa: Cihangir Qualche volta i miei genitori scomparivano. Cos fu nell'inverno del 1957, quando mio fratello venne mandato, per un periodo, due piani sopra, nell'appartamento in cui abitavano mia zia e suo marito. Io invece dovevo stare con la mia zia materna, che era venuta a prendermi a Niantai per portarmi a casa sua, a Cihangir. Mi ricordo che mi trattava molto bene e non voleva vedermi triste: una volta saliti in macchina (una Chevrolet), mi aveva subito detto che avrebbe ordinato a etin di comprare lo yogurt per la sera ma io, per nulla interessato allo yogurt, ero rimasto colpito perch avevano un vero autista. Il grande palazzo Cihangir, fatto costruire dal mio nonno materno, fu per me una delusione perch non aveva n l'ascensore n l'impianto di riscaldamento, e gli appartamenti erano piccoli. Inoltre, il giorno dopo, mentre cercavo di rassegnarmi tristemente alla vita nella mia nuova casa, mi sorprese la risposta brusca e inaspettata della domestica, quando, svegliandomi dal dolce sonno pomeridiano, le chiesi, perch cos si faceva a Palazzo Pamuk, di prendermi in braccio e Pagina 70

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vestirmi. 83 Forse proprio per questo motivo, per tutto il tempo che passai l mi feci desiderare e mi pavoneggiai. Quando una sera, a cena, guardando il disegno kitsch del bambino grazioso col berretto sulla parete dissi, quasi per caso, a mia zia, a suo marito evket Rado - giornalista, poeta ed editore del tascabile di Melling - e a mio cugino Mehmet, di dodici anni, che il primo ministro Adnan Menderes era mio zio, tutti si misero a ridere e iniziarono a farmi domande beffarde, l'esatto contrario del rispetto che mi attendevo, cos pensai di aver subto un'ingiustizia, perch credevo sinceramente che mio zio fosse il primo ministro. Ma questa convinzione era nascosta soltanto in una parte della mia mente. La sincera illusione era creata dal fatto che il nome zhan di mio zio e il nome Adnan del primo ministro avessero tutt'e due cinque lettere, di cui le ultime due uguali; inoltre, in quel periodo, il primo ministro era andato in America, dove mio zio viveva ormai da anni, e io vedevo le fotografie di entrambi tante volte al giorno (uno sui quotidiani, l'altro in ogni angolo del salone di mia nonna) e, in alcune fotografie, i due si somigliavano moltissimo. Con il passare degli anni mi sono accorto di sviluppare tante mie convinzioni, opinioni, considerazioni, informazioni e pregiudizi di estetica con un meccanismo mentale molto simile, ma questa mia intuizione cambi poco la mia abitudine. Credo sinceramente, come alcuni americani che collegano la Turchia al tacchino (turkey) , che i caratteri di due persone che hanno nomi uguali o affini si somiglino, che le parole straniere e turche che non conosco abbiano lo stesso significato delle parole che gli somigliano a livello fonetico, che nell'anima di una donna con la fossetta ci sia qualcosa dell'anima di un'altra donna con la fossetta da me conosciuta in precedenza, che tra i poveri ci sia una sorta di fraternit, e che tra il Brasile e la parola bezelye, piselli, ci sia un qualche Pagina 71

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) legame (nella bandiera del Brasile c' un enorme pisello). Inoltre, cos come credevo che i punti riguardanti mio zio e il primo ministro nella mia immaginazione sarebbero rimasti uguali, ero anche convinto che, per esempio, un lontano parente che avevo visto una volta mangiare gli spinaci in un ristorante (la bellezza di Istanbul della mia infanzia consisteva nell'incontrare conoscenti parenti e amici per le strade e nei negozi) continuasse, dopo cinquant'anni, a mangiare gli spinaci sempre nello stesso ristorante (chiuso ormai da qualche tempo). Nessuno prest fede a questa mia illusione che mi facilitava la vita, rendendola poetica, tuttavia io diventai pi intraprendente in questa casa nuova che non mi apparteneva. Ogni mattina, quando 84 mio cugino andava al liceo tedesco, prendevo un suo libro enorme, grosso e vistoso (credo fosse un volume di Brockhaus) e mi mettevo a tavola a copiarne le frasi. Non sapendo n leggere n scrivere, e tantomeno il tedesco, questo esercizio che facevo senza capire nulla potrebbe essere interpretato non come scrittura bens come disegno. Copiavo le pagine e le frasi, cercando di farle uguali a quelle del libro. Quando finivo una parola composta di lettere gotiche - alcune erano difficili (g, k) -, alzavo gli occhi dalla pagina come un miniaturista Safevi che avesse disegnato le foglie di un grande platano, una dopo l'altra, e guardavo fuori dalla finestra le navi e il Bosforo, fra i terreni vuoti delle colline che scendevano verso il mare e i palazzi, a riposarmi la vista. A Cihangir, dove avremmo traslocato anche noi (quando le fortune cominciarono a venir meno), ho imparato che a Istanbul esiste una vita di quartiere, e che la citt non un luogo anonimo, un marasma di case dove le persone vivono vite separate, ignare di coloro che muoiono e si divertono: invece un arcipelago di quartieri dove tutti si conoscono, da Pagina 72

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vicino o da lontano. Quando guardavo dalla finestra non vedevo solo il mare e i battelli che pian piano avevo cominciato a riconoscere, ma anche i giardini tra i palazzi e le case, le antiche ville signorili ancora in piedi, i vecchi muri e i bambini che giocavano. Come in molte abitazioni di Istanbul che si affacciano sullo stretto, davanti al palazzo c'era una discesa lastricata che arrivava, curvando, al mare. 85 Nelle notti di neve, i gruppi di bambini in cui mi inserivo timidamente anch'io con mio cugino scivolavano gi sulle slitte, le scale e le assi di legno con uno spasso fragoroso a cui partecipava l'intero quartiere. A quei tempi la sede dell'industria cinematografica turca, che produceva circa settecento film all'annoe si vantava di occupare, dopo l'India, il secondo posto al mondo, era a Beyoglu, in via Yeilam, e siccome non era lontana da Cihangir, molti attori turchi vivevano in questo quartiere, perci le strade erano piene di signori e pallide signore assai truccate che nei film interpretavano sempre gli stessi ruoli secondari. I bambini, quando li vedevano, correvano loro dietro ricordando i ruoli buffi e umilianti interpretati da questi attori stanchi (per esempio Vahi z, che faceva sempre la parte del donnaiolo grasso, vecchio e floscio che inseguiva le giovani domestiche). Nelle giornate di sole, in cima alla salita dove quando pioveva le automobili e i camion slittavano e arrancavano, appariva all'improvviso un minibus e ne scendevano attori, tecnici delle luci e tutta l'quipe cinematografica: giravano 86 in un baleno - dieci minuti - una scena d'amore, e poi scomparivano. Anni dopo, vedendo per caso uno di questi film e una di queste scene, in bianco e nero, alla televisione, avrei compreso che anche il Bosforo sullo Pagina 73

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sfondo era un argomento reale, cos come l'amore oppure la lite recitata in quel momento. Ho imparato, sempre guardando il Bosforo a Cihangir, che nella vita di quartiere ci deve essere un centro (spesso un negozio) dove si raccolgono, si commentano e si valutano tutti i pettegolezzi, per poi spargerli in giro. A Cihangir, questo centro era la drogheria sotto il nostro palazzo. Se volevi comprare qualcosa da Ligor, greco anche lui come i nostri vicini di casa, potevi far calare un cestino dal piano superiore e urlare ci che volevi acquistare. Negli anni successivi, quando anche noi traslocammo nello stesso palazzo, mia madre, non sentendosela di gridare a squarciagola uova o pane, infilava un foglietto nel cestino, pi elegante di quelli dei vicini. Invece il figlio impertinente di mia zia apriva la finestra per lanciare i suoi sputi, o i petardi abilmente legati con chiodi e fili, sulle auto che si affaticavano in cima alla salita. Ancora oggi, quando vedo una finestra in alto che d su una strada, penso istintivamente come sarebbe sputare sui passanti. Il marito di mia zia, evket Rado, dopo gli anni di giovinezza che pass da poeta senza successo, faceva il giornalista e l'editore, e pubblicava il rotocalco settimanale allora pi letto in Turchia, l"Hayat, ma a cinque anni io non mi interessavo a questo n ai suoi amici poeti e scrittori che influenzarono la mia immagine di Istanbul - a partire da Yahya Kemal e Tanpinar fino a Kemalettin Tugcu, autore di racconti melodrammatici per l'infanzia, sullo stile di Dickens, che descrivevano le miserie della citt. Mi entusiasmavano soltanto le centinaia di libri per bambini (racconti scelti dalle Mille e una notte, i volumi di Dogan Karde, le favole di Andersen, l'Enciclopedia delle scoperte e delle invenzioni) che mio zio 87 pubblicava e mia zia ci regalava, dopo che imparammo a leggere e a scrivere: io, sfogliandoli continuamente, li conoscevo Pagina 74

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) a memoria. Una volta alla settimana, mia zia mi prendeva e mi portava a Niantai, a vedere mio fratello. Questi mi raccontava, esagerando, quanto era felice di essere a Palazzo Pamuk, dove si mangiavano acciughe a colazione e la sera si divertivano molto; faceva tutto ci di cui avevo nostalgia: giocava a pallone con mio zio, in auto andavano tutti insieme sul Bosforo, la domenica, e la sera ascoltavano i programmi sportivi e le recite alla radio, senza perdere nulla. Poi mi diceva: Ti prego, resta qua! Quando arrivava l'ora di tornare a Cihangir, facevo fatica a staccarmi da mio fratello e ad allontanarmi dal nostro appartamento, che mi metteva angoscia perch la porta era chiusa a chiave. Una volta, mi ricordo di aver pianto a dirotto perch non volevo andare via e cos mi ero attaccato stretto al tubo del termosifone vicino alla porta; avevo tutti i famigliari intorno a me che cercavano di convincermi dolcemente, e intanto mi staccavano la mano dal tubo, usando anche le maniere forti, ma io, bench fossi pieno di vergogna, rimasi l per molto tempo, come gli eroi dei romanzi illustrati che si aggrappano all'ultimo minuto a un ramo per non cadere nell'abisso. Era l'attaccamento a una casa? Forse. Perch dopo cinquant'anni vivo ancora oggi nello stesso palazzo. Per me, la casa importante, pi che per la bellezza delle stanze e dei mobili, perch il centro del mondo che ho in testa. Ma dietro alla mia tristezza c'era anche il sapore indiretto, confuso e infantile delle liti dei miei genitori, dell'impoverimento causato dai fallimenti di mio padre e di mio zio e dei grandi scontri in famiglia. Invece di rendermi conto, pienamente e in modo responsabile, del mio problema, confrontarmi con esso, parlarne direttamente e tirare fuori almeno il dolore, l'avevo reso un sentimento misterioso, con giochi di inganno e Pagina 75

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) oblio e con strani cambiamenti di obiettivo. Questo sentimento si univa al secondo mondo che avevo in testa, e ai miei sensi di colpa. Chiamiamo Hzn, tristezza, questa complessa condizione. Per me la tristezza come il vapore sui vetri delle finestre, creato da una teiera che bolle continuamente in una giornata fredda d'inverno, perch non ha un istante di trasparenza e appanna la realt, e cos riusciamo a conviverci - ho scelto questo esempio perch i vetri appannati mi rendono triste. Continua a piacermi guardare i vetri appannati, e poi alzarmi e scriverci sopra qualcosa col dito. Anche parlare della tristezza ha un gusto simile. Scrivendo col dito qualcosa sul vetro mi tolgo la 88 malinconia e nello stesso tempo mi diverto, e poi alla fine pulisco il vetro e guardo il panorama. Ma anche il panorama mi sembra triste. Dovremmo tentare di capire questo sentimento che pare il destino di tutta la citt. 89 Capitolo decimo Tristezza In turco, la parola Hzn, tristezza, di origine araba e si trova in due versetti del Corano, col significato simile a quello turco; invece il suo sinonimo afflizione menzionato in tre versetti. Il fatto che si definisse della tristezza l'anno in cui morirono Hatice, la moglie di Maometto, e lo zio Ebu Talip, dimostra che la parola tristezza esprime un sentimento causato da una grave perdita spirituale. Ci che ho letto mi fa capire che il significato della parola tristezza, che indica una perdita, e il dolore e l'afflizione spirituale provocati da tale perdita, ha creato una contrapposizione di idee nella Pagina 76

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) storia dell'Islam dei secoli successivi, e ha fatto nascere due opinioni assai importanti. La prima, che ritiene il sentimento di tristezza il risultato dell'eccessivo attaccamento al mondo, ai beni e ai piaceri materiali, recita cos: Se tu non avessi pensato troppo a questo mondo, cio se tu fossi stato un vero musulmano, non ti saresti interessato alle perdite causate da questo mondo. Invece la seconda, di origine mistica, pi positiva e comprensiva dei sensi e delle dimensioni di perdita e dolore nella vita. Secondo il pensiero mistico, la tristezza dipende da una situazione di lontananza da Allah, e dall'impossibilit di realizzare i progetti di Allah in questo mondo. Un vero mistico non pensa affatto alle questioni mondane come le ricchezze, i beni, la morte, e il senso di mancanza, perdita e impotenza che pu affliggerlo dipende dalla sua incapacit di avvicinarsi ad Allah, di vivere pi profondamente la spiritualit. Per questi motivi, non la tristezza ma la sua assenza diventa un difetto. L'opinione del mistico, che considera il fatto di non rattristarsi un motivo di tristezza, e ritiene causa di tristezza il fatto di non rattristarsi sufficientemente, ha dato a questo sentimento una posizione importantissima nella cultura islamica. Naturalmente l'uso sistematico di questa parola, negli ultimi due secoli, nella vita di Istanbul, nella sua quotidianit e nella poesia, e la sua diffusa presenza nella musica, dipendono da questa importanza. Ma spiegare il motivo di questo sentimento comune e 90 profondo, a Istanbul e nei suoi abitanti, nell'ultimo secolo, soltanto con la natura mistica della parola sarebbe insufficiente. impossibile capire l'importanza della tristezza come uno stato d'animo nella musica di Istanbul dell'ultimo secolo e il suo valore cruciale sia in quanto termine di riferimento sia in quanto modo di sentire nella poesia turca moderna (proprio come i giochi di parole nell'antico Divan), e inoltre come concetto che spiega l'insuccesso, il disordine e la sofferenza nella vita, soltanto con la storia e il prestigio della parola. Per intuire le fonti dell'intensa tristezza che la Istanbul dell'infanzia mi trasmetteva necessario guardare sia la storia, le conseguenze del crollo dell'impero ottomano Pagina 77

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sia il modo in cui questa storia si riflessa nei panorami belli della citt e nei suoi abitanti. La tristezza da un lato un sentimento importante della musica locale di Istanbul, dall'altro una parola fondamentale per la poesia, un punto di vista e uno stato d'animo, e inoltre qualcosa che si compenetra all'atmosfera della citt. Insomma, la tristezza una condizione della mente che la citt ha assimilato con orgoglio, o almeno cos pare. Per questo motivo considerato un sentimento sia positivo sia negativo. Prima di trattare i diversi significati che la parola indica, parliamo di coloro che vedono la tristezza non come un concetto decoroso e poetico e un sentimento, ma come una malattia. Secondo El Kindi, questo stato non riguarda soltanto la morte o la perdita di una persona amata, ma anche molte situazioni dell'anima infettate da sentimenti come rabbia, amore, odio e sospetto. Anche il filosofo e medico Ibni Sina adotta un punto di vista pi ampio e propone particolari metodi di cura della tristezza, come, ad esempio, domandare al giovane innamorato, mentre gli si sente il polso, il nome della persona amata. L'approccio dei filosofi classici dell'Islam fa venire in mente il pensiero di Robert Burton, il professore di Oxford che all'inizio del XVII secolo scrisse un libro strano ma divertente di millecinquecento pagine, dal titolo Anatomia della malinconia. (Invece l'opera intitolata F l Hzn di Ibni Sina un piccolo saggio). Questi testi, che si possono considerare come i prodotti di due mondi culturalmente assai distanti, hanno comunque delle affinit, perch entrambi elencano, con metodo enciclopedico, le cause di questo male oscuro, come la paura della morte, l'innamoramento, la sconfitta, la malignit e anche alcuni cibi e bevande, e poi, per la terapia, sempre con lo stesso approccio, cercando cio di unire la medicina alla filosofia, propongono diverse soluzioni, come la razionalit, il lavoro, la Pagina 78

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) rassegnazione, la morale, la disciplina e la dieta. 91 La considerazione della malinconia come la fonte principale della tristezza, e l'origine della sua parola, che risale ad Aristotele (melaina chole - bile nera), non indicano solo il colore di questo sentimento, ma mostrano pure che, una volta, le parole tristezza e malinconia, col senso di dolore oscuro, avevano un ampio ventaglio di significati (proprio come oggi depressione). La differenza fondamentale nell'uso di questi termini viene spiegata da Burton, il quale, orgoglioso di esserne affetto, arriva a considerare la malinconia come la causa di una solitudine felice e uno stimolo per l'immaginazione, e colloca la solitudine, come causa o conseguenza del sentimento oscuro, proprio al centro di questo dolore. Invece la tristezza, sia nel misticismo (dato che rimaniamo lontani da Allah, che l'obiettivo comune), sia in El Kindi, che la vede come una malattia, uno stato d'animo da giudicare secondo i valori della societ e da tenere in considerazione in vista di un ritorno dell'uomo nella comunit, ed perci un'esperienza che contrasta con il fine generale. Il mio punto di partenza era il sentimento provato da un bambino incantato a fissare i vetri appannati. Ma adesso arriviamo al momento che separa la tristezza dalla malinconia. Non si tratta della malinconia sentita da una sola persona, ma di quell'umore nero che hanno in comune milioni di persone, cio la tristezza. Tento di parlare della tristezza di tutta una citt: Istanbul. 92 Prima di cercare di capire quel sentimento unico che riunisce la citt e i suoi abitanti, ricordiamo che il vero tema di un quadro di paesaggio non soltanto il paesaggio in s ma anche l'emozione ne che suscita. Questo era un pensiero molto diffuso tra Pagina 79

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) i romantici, alla met del XIX secolo. Baudelaire, quando diceva che la caratteristica pi importante dei quadri di Eugne Delacroix era la loro malinconia, utilizzava questa parola come un elogio, in un senso decisamente positivo come fecero i romantici e, dopo, i decadentisti. Baudelaire, i suoi pensieri su Delacroix li scrisse nel 1846, e il suo amico scrittore e critico Thophile Gautier venne a Istanbul sei anni dopo: nel suo libro Costantinopoli, che influenz moltissimo gli scrittori di Istanbul, ad esempio Yahya Kemal e Tanpinar, adoper anche lui quella parola in senso positivo, mentre trovava eccessivamente malinconici alcuni panorami della citt. Ma adesso voglio parlare non della malinconia di Istanbul, bens della tristezza, uno stato d'animo simile, interiorizzato con orgoglio e condiviso da tutta la comunit. Questo significa vedere i luoghi e i momenti in cui il sentimento e l'ambiente che lo rispecchia si mescolano tra loro. Parlo del buio serale che scende presto, dei padri che tornano a casa sotto i lampioni dei quartieri periferici, con un sacchetto in mano. Parlo dei librai anziani che dopo una delle frequenti crisi economiche, aspettano tutto il giorno, tremando di freddo, un lettore; dei barbieri che si lamentano del calo della clientela; dei marinai che lavano i vecchi battelli del Bosforo, ancorati ai moli vuoti, sui quali si addormenteranno fra 93 poco, e nel frattempo danno un'occhiata alla televisione piccola e lontana, in bianco e nero; dei bambini che giocano a pallone tra le auto sulle strade strette e lastricate; delle donne con le sciarpe in testa e i sacchetti di plastica in mano, che aspettano silenziosamente l'autobus nelle fermate di periferia; delle rimesse per le barche delle vecchie yalt; delle sale da t piene zeppe di disoccupati; dei ruffiani che, pazienti, nelle sere d'estate gironzolano su Pagina 80

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) e gi per i marciapiedi con la speranza di trovare un turista ubriaco nella piazza pi grande della citt; della folla che, nelle sere d'inverno, corre per prendere in tempo il battello; delle donne che la sera, in attesa dei loro mariti, socchiudono le tende per dare 94 un'occhiata fuori; dei vecchi col cappello che vendono piccoli libri, rosari e profumi nei cortili delle moschee; degli ingressi di decine di migliaia di palazzi simili tra loro; degli edifici di legno trasformati in uffici comunali che un tempo, quando erano ville private, avevano pavimenti di legno che scricchiolavano a ogni passo; delle altalene fuori uso nei parchi vuoti; delle sirene dei battelli che urlano nella nebbia; delle mura bizantine ormai in rovina; delle piazze dei mercati che si svuotano la sera; dei ruderi degli antichi conventi; di decine di migliaia di palazzi con facciate incolori per la sporcizia, la ruggine, la fuliggine e la polvere; dei gabbiani immobili sotto la pioggia sulle imbarcazioni piene di cozze e alghe; delle secolari, grandi case signorili, con i camini che emettono, nel giorno pi freddo dell'anno, un fumo sottilissimo e quasi invisibile; della folla di uomini che pescano dal ponte di Galata; delle sale fredde delle biblioteche; dei fotografi ambulanti; dell'odore nelle sale cinematografiche, una volta famose e dai soffitti dorati, dove adesso gli uomini entrano di soppiatto per guardare film porno; dei viali dove con il calar del sole non si pu vedere neanche una donna; della folla ammassata nelle giornate di libeccio, calde e ventilate, davanti alla porta dei bordelli controllati dal Comune; delle donne in fila davanti ai punti vendita di carne scontata; 95 delle lampade spente sui fili stesi tra i minareti durante le feste; dei manifesti strappati e scarabocchiati qua e l; delle stanche vetture americane degli anni Cinquanta che scoppiettano sulle strade sporche e le ripide salite Pagina 81

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) della citt, e che se fossero in una metropoli occidentale finirebbero in un museo e non girerebbero come taxi collettivi; della massa di persone che affolla gli autobus; delle moschee in cui vengono continuamente rubate le lastre di piombo e le grondaie; dei cimiteri che vivono nella citt come un secondo mondo e dei cipressi; delle fievoli lampade accese di sera nei battelli della linea marittima KadikyKaraky; dei bambini che cercano di piazzare un pacchetto di fazzoletti di carta; degli orologi sulle torri, dove non guarda nessuno; delle vittorie ottomane che i bambini leggono sui libri di storia e delle bastonate che prendono poi la sera a casa; dell'attesa timorosa degli addetti durante i frequenti coprifuochi, imposti con la scusa di un censimento demografico, o di una caccia ai terroristi; delle lettere pubblicate in minuscoli spazi di giornali; dei lettori che si lamentano della cupola della moschea di trecento anni fa del quartiere, che ormai sta cedendo, e si chiedono dove sia lo stato; di tutti i gradini rotti, in parti e forme differenti; dei sottopassaggi situati nei luoghi pi affollati della citt; dell'uomo che vende da quarant'anni, sempre nello stesso posto, cartoline; dei mendicanti che si incontrano nei punti pi imprevedibili della citt, e dei mendicanti che ogni giorno, allo stesso angolo, dicono le stesse frasi; del forte odore di piscio che vi raggiunge a un tratto nei viali affollati, nei battelli, nelle gallerie e nelle zone di transito; delle giovani donne che leggono la rubrica di posta di Gzin Abla, sull"Hrriyet; dei tramonti che colorano le finestre, a skdar, di un arancione quasi scarlatto; di quelle prime ore mattutine in cui tutti dormono, tranne i pescatori che prendono il largo; di quelle due capre 96 nel recinto di quella specie di zoo, al parco di Glhane, e di quei tre gatti annoiati; dei cantanti di terza classe che imitano le popstar Pagina 82

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) americane e turche; degli studenti che si annoiano alle interminabili lezioni d'inglese, imparando in sei anni soltanto a dire yes e no; degli emigrati che aspettano sul ponte di Galata; degli avanzi di verdura, frutta, carta, pacchi, sacchetti di plastica, scatole e cassette 97 nei mercati affollati di giorno e chiusi la sera; delle donne affascinanti con il foulard in testa che discutono timidamente con i venditori; delle giovani madri che trascinano i loro tre figli; della veduta del Corno d'Oro, quando si guarda dal ponte di Galata verso Eyp; dei venditori di ciambelle che, mentre aspettano i clienti sullo scalo, si distraggono osservando il panorama; delle sirene dei battelli che suonano improvvisamente tutte insieme, una volta all'anno, per un minuto di silenzio, quando l'intera citt si ferma compita per ricordare Atatrk; delle antiche fontane, ormai masse marmoree senza rubinetto, con gradini che adesso sono sepolti dall'asfalto delle strade; delle ragazze che lavorano tutta la notte per uno stipendio da fame, a ripulire le stanze piene zeppe di imbastitrici e macchine per cucire bottoni, dove un tempo famiglie di classe media, dottori, avvocati e insegnanti con mogli e figli la sera ascoltavano la radio; del disordine e del degrado; delle cicogne di cui tutta la citt si accorge verso l'autunno, mentre passano sopra il Bosforo e le isole, in arrivo dai Balcani, dall'Europa orientale e settentrionale, per andare a sud e delle folle di uomini della mia infanzia, che tornavano a casa fumandosi una sigaretta dopo aver assistito a una delle partite di calcio della nazionale, sempre pesantemente sconfitta. Quando percepiamo a fondo questo sentimento, e i paesaggi, gli angoli, le persone che lo trasmettono alla citt, quando ci cresciamo insieme, a un certo punto quella sensazione di tristezza, simile al vapore che comincia a muoversi sottile sulle acque dello stretto nelle fredde e assolate mattine d'inverno, acquista forme sempre pi concrete ed evidenti. Cos la tristezza si allontana del tutto dal senso di Pagina 83

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) malinconia che riguarda il singolo individuo, e si avvicina al significato adottato da Claude LviStrauss in Tristi tropici. Istanbul, che si trova al quarantunesimo parallelo, non somiglia affatto alle citt tropicali dal punto di vista climatico, geografico o della povert sociale, ma per la fragilit delle sue esistenze, per la sua lontananza dai centri occidentali, per il mistero delle sue relazioni umane, che un occidentale farebbe fatica a comprendere, e per il senso di tristezza, che ricorda ci che LviStrauss chiama tristesse. Per definire non il dolore che affligge il singolo, ma una cultura, un ambiente in cui vivono milioni di persone e un sentimento, il termine Hzn molto adatto, come tristesse. La vera differenza tra le due parole e i due stati d'animo non consiste nel fatto che Istanbul sia molto pi ricca rispetto a Delhi o a San Paolo (andando nei quartieri periferici, le forme sociali di 99 povert si somigliano tutte), ma nel fatto che, a Istanbul, la storia e i ricordi delle vittorie e civilt passate siano ancora ben visibili. Non solo le grandi moschee monumentali e i palazzi storici, ma anche i piccoli archi, le fontane e le minuscole moschee, segni sparpagliati qua e l, restano in piedi, seppur nel rimpianto, fra milioni di persone, a testimoniare un grande impero nonostante la loro condizione di abbandono in un mare di cemento armato. A Istanbul, a differenza di quanto succede nelle citt occidentali con le vestigia dei grandi imperi del passato, i monumenti storici non sono reliquie protette ed esposte come in un museo, opere di cui ci si vanta con orgoglio. Qui le rovine convivono con la citt. Ed questo ad affascinare molti viaggiatori e scrittori di viaggi. Ma le antenne della citt ricordano ai suoi abitanti sensibili che la forza e la ricchezza del passato sono scomparse insieme a quella cultura, e il presente povero e confuso e non si pu confrontare col passato. Questi monumenti, ormai inglobati Pagina 84

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) nell'ambiente per la loro trascuratezza, in mezzo alla sporcizia, alla polvere e al fango, proprio come le case signorili della mia infanzia che sono bruciate una dopo l'altra, non ci concedono neanche il piacere dell'orgoglio. Questo sentimento ricorda la difficolt di Dostoevskij a comprendere, quando era in Svizzera nel 1867, il grande amore dei ginevrini per la loro citt. Il nazionalista Dostoevskij, arrabbiato con l'Occidente, in una sua lettera scrisse: Guardano anche gli oggetti pi semplici, pure le colonne sulle strade, come se fossero cose meravigliose. I ginevrini si inorgoglivano della storia della citt in cui vivevano, anche quando indicavano un semplice indirizzo e dicevano: Dopo aver superato quella fontana di bronzo meravigliosa e molto elegante. Invece un cittadino di Istanbul, in una situazione del genere, direbbe, inquietandosi per ci che appare allo straniero: Gira da quella fontana senz'acqua, cammina lungo le macerie. Si pu prendere ad esempio un'indicazione tratta dal racconto intitolato Bedia e la bella Eleni di Ahmet Rasim, uno degli scrittori pi importanti di Istanbul, di cui parler pi avanti: Superi l'hamam di Ibrahim Pasci. Vada ancora avanti. Sulla destra vedr una casa cadente che d su un rudere all'inizio della strada. Un abitante di Istanbul pi positivo, forse, secondo l'uso comune, avrebbe indicato l'indirizzo menzionando drogherie e caff che costituiscono la ricchezza pi grande della citt. Perch il modo pi semplice per liberarsi della tristezza di essere testimoni di un grande impero non occuparsi dei monumenti storici, e non prestare assolutamente attenzione ai loro nomi e alle particolarit 100 architettoniche che li distinguono. Gli abitanti di Istanbul fanno Pagina 85

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) cos, anche con l'aiuto della povert e dell'ignoranza. Per esempio, disinteressandosi completamente all'idea di storia, trattano questi monumenti come se venissero costruiti oggi, e staccano pietre dalle mura cittadine per usarle nelle loro case, oppure iniziano a restaurare i vecchi edifici con il cemento armato. Anche bruciare e demolire il vecchio per costruire un palazzo occidentale e moderno un modo per dimenticare. Tutta questa indifferenza - e distruzione - alla fine accresce il senso di tristezza, conferendogli pure un tono di inutilit e miseria. La condizione di tristezza sviluppata dal dolore della distruzione e dalla perdita prepara gli abitanti di Istanbul a nuove sconfitte e ad altre forme di miseria. A questo punto ci che distingue la tristezza dalla tristesse molto chiaro. La tristesse illustrata da Claude LviStrauss in quel suo libro straordinario il sentimento che tutte quelle citt povere e grandi nei tropici, la disperazione e le masse di uomini, fanno provare a un occidentale. Non spiega lo stato d'animo di quelle citt e dei loro abitanti, ma i sensi di colpa di un occidentale, la sua determinazione nel liberarsi dei pregiudizi e clich e il suo dolore del tutto umano, pieno di compassione. Invece la tristezza una reazione sviluppata non da uno che guarda dall'esterno, ma dal cittadino di Istanbul che esce fuori dalla sua situazione. La musica classica ottomana, la musica pop turca e quella chiamata arabesque, in voga negli anni Ottanta, si nutrono proprio di questo sentimento altalenante, tra la compassione per se stessi e lo sconforto. L'occidentale che arriva in citt, spesso, non percepisce n questa tristezza n la malinconia. Alla fine, pure Grard de Nerval, la cui malinconia lo avrebbe condotto al suicidio, a Istanbul si era entusiasmato per i colori, la vita, la straordinaria forza e le cerimonie della citt, e si era divertito sentendo nei cimiteri risate di donne. Forse questo Pagina 86

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) l'impercettibilit del senso di distruzione e perdita -, negli anni in cui lui venne a Istanbul, dipendeva non dall'impero ottomano, che era ancora saldamente in piedi, ma dal fatto che avesse dipinto il suo Viaggio in Oriente, scritto per dimenticare la propria malinconia, con i colori pi stereotipati delle fantasie orientali. Avendo gi detto che la fonte della tristezza di Istanbul consiste nella sua povert, nella sconfitta e in un senso di smarrimento, riprendo il significato della parola tristezza cos come compare nel Corano. Istanbul non porta la tristezza come 1na malattia temporanea, oppure un dolore di cui liberarsi, ma come una scelta. Anche se questo significato particolare della tristezza 101 si avvicina al concetto di malinconia secondo Robert Burton, il quale scrive che tutti gli altri piaceri sono vani; nessuno dolce come la malinconia, a differenza del suo senso di ironia e di umorismo, nella tristezza di Istanbul c' una forma di orgoglio, anzi una sorta di superbia. Anche la poesia turca moderna considera la tristezza un destino inevitabile, e un sentimento che libera e d profondit all'anima dell'uomo. Allo stesso tempo una specie di vetro appannato posto fra il poeta e la vita. Per il poeta, una proiezione malinconica della vita pi attraente della vita stessa - un'idea condivisa anche dagli abitanti di Istanbul, per la loro povert e le loro ansie. Questo sentimento, che significa chiudersi coscientemente in s, di fronte alla vita, da una parte si fa forte della tristezza nella letteratura mistica, e dall'altra si innalza a giustificazione, consapevole e orgogliosa, degli insuccessi, le indecisioni, le sconfitte e le miserie di coloro che vivono in citt. In questo senso, la tristezza non solo il risultato, ma anche il vero motivo delle lacune, delle gravi perdite nella vita. I protagonisti 102 Pagina 87

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dei film turchi della mia infanzia e giovinezza, proprio come i personaggi di tante storie vere di cui sono stato testimone e ho sentito in quegli anni, a causa di questo stato d'animo radicato fin dalla nascita sembravano non interessarsi affatto agli amori, al denaro, al successo: la tristezza rende l'abitante di Istanbul impacciato, e diventa una scusa per il suo imbarazzo. L'ambizione di successo, quella coscienza di essere un individuo di fronte alla societ che Balzac celebra attraverso personaggi come Rastignac, e colloca nel cuore della citt, sono lontane dalla tristezza. La malinconia degli abitanti di Istanbul atrofizza ogni tipo di inventiva contro le etichette della societ, e induce all'omologazione e alla mediocrit. La tristezza che coltiva lo spirito di sopportazione nei momenti di ristrettezze e miseria, porta a una lettura a rovescio della citt. Dal momento che mostra la sconfitta e la povert non come un risultato ma come una condizione di vita a cui si stati predestinati, un atteggiamento sia dignitoso sia illusorio. Cos la miseria, la confusione mentale e il dominio del chiaroscuro, penetrati nell'anima di Istanbul come una malattia inguaribile che si considera alla stregua di un destino, si vivono non come un insuccesso o una mancanza di capacit, bens come un onore. Questo atteggiamento completamente opposto al razionalismo e individualismo di Montaigne (e, in seguito, di Flaubert), il quale, parlando del concetto di tristesse, affermava di essere molto lontano da questo sentimento, pur essendo una persona malinconica. A Montaigne, che non trova assolutamente adatto per Tristesse il concetto di Saggezza, Virt e Coscienza, scritte con la lettera maiuscola, piace il fatto che gli italiani considerino la parola tristezza dannosa, una sorta di infelicit senza fine. Secondo Montaigne, la tristezza poteva certo essere sconfitta dal solitario uomo di libri, proprio come vediamo dal suo atteggiamento dinanzi alla morte. Invece Istanbul vive pienamente questa condizione, e la approva. Ci che fanno la Pagina 88

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) letteratura, la poesia e la musica turca, nutrendosi orgogliosamente di questo sentimento, dandogli importanza e facendone un vanto, in fondo un tentativo di trasformare la tristezza in un principio che definisce e armonizza Istanbul come una comunit. Nella Quiete di Tanpinar, che il pi importante romanzo scritto su questa citt, i protagonisti sono, nelle loro incertezze, titubanti e destinati alla sconfitta proprio a causa della tristezza provocata in loro dal senso di crollo e smarrimento. L'amore, per questi motivi, non si conclude mai serenamente. Nei film su Istanbul, in bianco e nero, 103 la bella storia che colpisce profondamente e sembra vera, proprio per la tristezza immediata e innata del ragazzo, si trasforma in un melodramma. Nella maggior parte di questi film in bianco e nero, come succede nel romanzo La quiete, ci sono personaggi tristi che non riescono a essere felici, perch si chiudono in se stessi, non sono abbastanza decisi e intraprendenti e si rassegnano alle condizioni imposte dalla storia e dall'ambiente, e nel momento in cui noi ci identifichiamo con loro, i panorami di Istanbul, nonostante siano belli, straordinari e pittoreschi, cominciano a sfumare colpiti dalla stessa tristezza. Qualche volta, mentre davanti alla televisione cambio canale e comincio a guardare un film, a caso, gi iniziato, e vedo le scene di strada, in bianco e nero, mi viene alla mente un pensiero. Quando vedo le vie lastricate dove cammina il protagonista, intento a guardare le finestre luminose di una casa di legno e a sognare l'amante che sta per sposarsi con un altro, oppure quando osservo i panorami del Bosforo, in bianco e nero, che il nostro eroe contempla dopo aver trasformato la modestia e l'umilt in una dimostrazione di orgoglio e determinazione di fronte al ricco e potente industriale, penso che la tristezza di quell'uomo, in realt, Pagina 89

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) non dipenda dalla sua storia pesante e dolorosa, oppure dall'impossibilit dell'amore, ma esca proprio dai paesaggi, dalle strade, 104 dalle immagini di Istanbul, per insinuarsi nella sua coscienza. Allora credo anche di poter comprendere la storia dei protagonisti, di poter percepire la loro tristezza guardando solo il panorama e il susseguirsi di vie. Anche i personaggi della Quietc, romanzo certo di un altro livello rispetto a questi film popolari, allo stesso modo, appena si trovano davanti a una situazione difficile, vanno a fare una gita sul Bosforo oppure, camminando per le strade secondarie di Istanbul, contemplano le sue rovine, e si rattristano. Il problema degli scrittori e dei poeti di Istanbul, che da una parte condividevano questa forma di degrado e smarrimento e la tristezza - con la citt e dall'altra, come Tanpinar, erano 105 appassionati di letture e sentivano l'entusiasmo per la cultura occidentale e la voglia di modernit, era davvero complicato: con quel sentimento di comunit trasmesso dal senso di tristezza, dovevano scegliere tra la solitudine razionale di Montaigne e quella sentimentale di Thoreau. Alcuni di loro per, sulla base di queste influenze, sono riusciti a sviluppare un'immagine di Istanbul che, bisogna riconoscerlo, diventata parte della citt e della mia storia. E io ho scritto questo libro in un dialogo costante con le opere di quattro scrittori tristi di Istanbul, che hanno fatto propria questa immagine fra tante difficolt, esitazioni, letture e viaggi, e l'hanno alimentata e diffusa. 106 Capitolo undicesimo Quattro scrittori tristi e solitari Quando ero bambino non li conoscevo molto. Avevo leggiucchiato un po'"le poesie, famose in tutto il Pagina 90

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) paese, del grasso poeta Yahya Kemal. Del famoso storico Reat Ekrem Kou avevano inizialmente attirato la mia attenzione i disegni sui metodi di tortura ottomani che lui faceva fare per i suoi articoli sulle pagine di storia dei giornali. A dieci anni conoscevo gi i nomi di questi scrittori perch nella libreria di mio padre c'erano le loro opere. Ma allora la mia idea di Istanbul, che ancora doveva formarsi, non subiva la loro influenza. Alla mia nascita, tutti e quattro erano vivi, e abitavano in citt, a pochi passi da casa mia. E quando avevo dieci anni, erano tutti morti tranne uno, e non avevo visto nessuno di loro da vivo. Negli anni successivi, mentre tentavo di ricostruire la Istanbul della mia infanzia, le fotografie in bianco e nero che avevo in testa e i loro libri si sono mescolati, e non sono pi riuscito a pensare a Istanbul, alla mia Istanbul, senza di loro. A un certo punto, quando intorno ai trentacinque anni sognavo di scrivere un grande 107 romanzo su Istanbul, sullo stile dell'Ulisse, mi feci catturare dal piacere di immaginare questi quattro scrittori tristi ment, re passeggiavano per le strade della citt, dove camminavo anch io: per esempio, una volta alla settimana, la mia nonna materna andava anche se dopo se ne lamentava capricciosamente - al ristorante Abdullah Effendi, a Beyoglu, dove si recava sempre anche il grasso poeta. Pensavo che mentre Kemal pranzava l, lo storico Kou, impegnato a raccogliere materiale per l'enciclopedia su Istanbul, passasse davanti a quel ristorante. Poi immaginavo lo storicogiornalista che amava i ragazzi giovani e belli acquistare il quotidiano in cui compariva un articolo del romanziere Tanpinar, da un giovane edicolante, in un vicolo di Beyoglu. In quel momento, forse lo scrittore Abdlhak inasi Hisar, ossessionato dall'igiene - portava guanti bianchi e raramente usciva di casa -, stava litigando Pagina 91

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) con il rivenditore di interiora perch non aveva avvolto la carne di fegato in un foglio di giornale pulito. Vedevo questi miei quattro eroi camminare talvolta negli stessi istanti, talvolta sotto la stessa pioggia, talvolta nello stesso angolo, talvolta nella stessa salita, e incrociarsi. Mi aprivo davanti le mappe di Beyoglu, Taksim, Cihangir e Galata del famoso cartografo croato Pervitic, e stabilivo via dopo via, palazzo dopo palazzo, i luoghi dove potevano aver camminato i miei protagonisti, frugando nei miei ricordi e ricostruendo nei dettagli i fiorai, i caff, le taverne oppure le pasticcerie dove forse si erano incontrati. L'odore dei cibi in tutti questi locali, i uotidiani sgualciti nei caff, i manifesti pubblicitari, gli ambul nti, i cartelloni sugli autobus e molti altri punti di riferimento, come ad esempio il tabellone luminoso sistemato in cima a un grande palazzo (oggi abbattuto) all'angolo di piazza Taksiq, rappresentavano i termini di confronto e di incrocio fra i miei quattro 108 tristi personaggi. Ogni volta che ricoxdo questi scrittori, penso che ci che rende particolare una citt non sono soltanto la sua topografia i suoi palazzi e le immagini dei suoi abitanti, ma anche i ricordi delle persone che hanno vissuto per cinquant'anni nella stessa strada, come me, e l'insieme delle coincidenze, segrete e palesi, delle parole, dei colori e delle scene. Allora penso di essermi imbattuto anch'io in questi quattro scrittori tristi, durante la mia infanzia. Devo aver incontrato Tanpinar, che fra i quattro scrittori quello che sento pi vicino a me, nei primi tempi in cui mia madre mi portava a Beyoglu. Anche noi, come lui, andavamo alla libreria Hachette. Comunque, il romanziere soprannominato Pagina 92

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Kirtipil, Infelice, viveva in una piccola stanza della casa di riposo di Narmanli, subito l di fronte. Palazzo Ongan, a Ayazpaa, dove andai subito dopo la nascita perch il nostro era ancora in costruzione, era di fronte al Park Hotel, in cui aveva vissuto il poeta Yahya Kemal, il maestro di Tanpinar, verso la fine della sua vita. In quegli anni Tanpinar non andava forse a visitare Yahya Kemal al Park Hotel? Posso averli visti nella pasticceria dell'albergo dove mia madre andava spesso a comprare il dolce, dopo il nostro trasloco a Niantai. Anche Abdlhak inasi Hisar, che io definisco un memorialista, come il famoso storico Kou andava spesso a Beyoglu, a fare la spesa e a mangiare. Devo aver incontrato anche loro. Mi rendo conto di comportarmi come i veri fan che colgono coincidenze e punti d'incontro fra la loro esistenza e i dettagli dei film e della vita dei loro attori preferiti. Ma le poesie, i romanzi, i racconti, gli articoli, le memorie e le enciclopedie di questi quattro personaggi con i quali, di tanto in tanto, parler e discuter in questo libro, mi hanno avvicinato all'anima della citt. Questi quattro scrittori tristi, con il loro atteggiamento complesso e creativo fra il passato e il presente, oppure, come piace dire agli occidentali, fra l'Oriente e l'Occidente, mi hanno aiutato a conciliare l'arte e la letteratura moderna con la vita e la cultura della citt in cui vivo. Tutti questi scrittori furono, a un certo punto della loro carriera, abbagliati dallo splendore della letteratura occidentale, soprattutto della letteratura e arte francese. Il poeta Yahya Kemal, durante la sua giovinezza, aveva vissuto per nove anni a Parigi, e aveva fatto propria l'idea della poesia pura attraverso le opere di Verlaine e Mallarm, idea che avrebbe poi tentato di nazionalizzare. Pure Tanpinar, che considerava Yahya Kemal come un 109 padre, ammirava gli stessi poeti, e anche Valry. C'era pure Andr Gide tra gli scrittori francesi di cui si Pagina 93

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) erano appassionati, e di cui non potevano pi fare a meno. Tanpinar aveva imparato a raccontare il panorama con le parole di Thophile Gautier, che anche Yahya Kemal apprezzava. L'ammirazione, a volte quasi infantile, per la letteratura francese e la cultura occidentale, durante gli anni della giovinezza, aveva insegnato loro a essere, irrinunciabilmente, moderni e occidentali nelle rispettive opere. Volevano scrivere come i francesi: su questo non avevano dubbi. Ma sapevano anche che, scrivendo come gli occidentali, non potevano essere originali quanto loro. Invece la cultura francese aveva insegnato loro, insieme al concetto moderno di letteratura, pure l'idea di autenticit, originalit e verit cui non dovevano sottrarsi. La contraddizione che avvertirono tra la necessit di comportarsi da occidentali e quella di essere autentici, specialmente negli anni in cui scrivevano le loro prime opere con le proprie voci, procur loro notevoli difficolt. Un altro aspetto che volevano conciliare con l'idea di originalit e autenticit erano i concetti di arte per arte o poesia pura che 110 appresero da scrittori come Gautier o Mallarm. Anche altri artisti della loro generazione avevano subto l'influenza degli scrittori francesi, che leggevano con lo stesso entusiasmo, ma ci che imparavano stimolava il loro istinto a essere utili e a insegnare, pi che il desiderio di autenticit, perci non incontrarono grossi ostacoli. Mentre questi scrittori, indaffarati in un percorso che da un lato si apriva a una letteratura didattica, e dall'altro si buttava sulle questioni politiche, erano maggiormente attratti da autori come Hugo o Zola, Yahya Kemal, Tanpinar e Abdlhak inasi Hisar pensavano a Verlaine, Mallarm e Proust. Per loro un'altra fonte di difficolt era il nazionalismo turco, imposto prima dal crollo dell'impero ottomano, e dal pericolo di diventare una colonia dell'Occidente, e poi dalla Repubblica turca. Volendo tenersi lontani dall'insegnamento e dalla politica, ed Pagina 94

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) essendo pervasi da un istinto estetico, erano annegati tra le varie richieste del nazionalismo. Il gusto del bello che impararono in Francia aveva fatto loro capire che in Turchia, condannati alla sola modernit, non potevano avere un'eco forte e vera come Mallarm e Proust. Trovarono ci che cercavano in una realt molto autentica e poetica, cio nel crollo di una grande civilt, quell'impero ottomano in cui nacquero e crebbero. Comprendendo che la civilt ottomana era sprofondata e sepolta per sempre, questi scrittori poterono parlare del passato senza correre i pericoli del nazionalismo aggressivo e del campanilismo da cui si fecero prendere molti loro contemporanei, spinti invece da una nostalgia superficiale e dall'esaltazione della storia. La Istanbul che conservava le tracce della grave perdita sotto forma di ruderi: quella era la loro citt. Capirono che solo facendosi catturare dalla poesia triste del crollo e della rovina potevano trovare una voce particolare. Edgar Allan Poe, nel suo famoso scritto intitolato La filosofia della composizione, dice che, mentre componeva la poesia Il corvo, una delle sue principali preoccupazioni era scrivere una lirica con un tono malinconico. Poe, con la stessa lucida razionalit di Coleridge, decide che il tema pi malinconico la morte. Poi si chiede quando il tema della morte pu essere poetico. L'autore risponde anche a questa domanda con una logica da ingegnere, affermando: Quando legato strettamente alla bellezza, e spiega che proprio per questo motivo ha collocato al centro della sua poesia una ragazza molto bella, ma morta. Senza dubbio questi quattro scrittori che immagino di aver incontrato durante la mia infanzia non avevano seguito consapevolmente i ragionamenti di Poe, ma avevano intuito che potevano avere una voce originale solo tornando al passato di Istanbul, 111 tristemente consci che quella cultura era morta e perduta per sempre. Mentre osservavano lo splendore della citt di un tempo, della sua vita, ogni tanto Pagina 95

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) davano anche un'occhiata alla bellezza che giaceva morta in un angolo oppure alle rovine di Istanbul, e questo comportamento conferiva al passato un'aura di dignit e di poesia. Il punto di vista eclettico, che definirei la tristezza delle rovine, rese questi scrittori dei nazionalisti, come voleva lo stato oppressivo, e li protesse anche dalla ferocia e dall'aggressivit di alcuni loro contemporanei, appassionati di storia. Ci piacciono e non ci deprimono le memorie di Nabokov, la perfezione e la ricchezza della sua aristocratica famiglia, perch lo scrittore, che ci parla da un altro continente e con un'altra lingua, subito all'inizio del suo libro sottolinea chiaramente che quel mondo scomparso ormai da tempo, finito e distrutto. I giochi di tempo e memoria, adatti all'atmosfera bergsoniana del periodo (e a cui ricorsero anche i quattro scrittori tristi), proprio come le rovine a Istanbul, ci fanno vivere soltanto come un piacere estetico la fugace illusione che il passato sia ancora attuale oggi. Questa illusione ben presente anche nei miei quattro scrittori tristi, sotto forma di un gioco, di un dolore dopo il gioco, del tentativo di occuparsi della morte e della bellezza. Ma il loro punto di partenza comunque l'idea che lo splendore della civilt del passato sia finito per sempre. Abdlhak inasi Hisar, mentre parla di ci che chiama la Civilt del Bosforo, con un sentimento fra la nostalgia e il dolore, interrompe il suo discorso, e come se gli fosse venuto in mente in quel momento afferma: Tutte le civilt, come gli uomini nelle tombe, sono transitorie. E noi sappiamo che le civilt scomparse non torneranno pi, come i nostri morti. Il punto che accomuna questi quattro scrittori la poeticit che danno a questo sentimento, che nasce proprio dalla consapevolezza della perdita. Per sentire questa tristezza dovevano rivolgere lo Pagina 96

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sguardo non solo al passato di Istanbul, ma anche al suo presente. Quando lo facevano, vedevano nell'Istanbul di quel momento un passato che viveva tra le rovine. Dopo la prima guerra mondiale, allorch il poeta Yahya Kemal e lo scrittore Tanpinar, per sviluppare un immagine sia triste sia turcoottomana di Istanbul, leggevano i libri dei viaggiatori occidentali e passeggiavano tra i ruderi nei quartieri periferici della citt, la popolazione di Istanbul superava appena il mezzo milione. 112 Durante la mia infanzia, alla fine degli anni Cinquanta, era intorno al milione. Invece, all'inizio del Duemila, era di circa dieci milioni. Se lasciamo da parte il Bosforo, Pera e la citt antica, la popolazione odierna di Istanbul dieci volte pi numerosa di quella dei tempi di questi scrittori. Ma l'immagine pi diffusa della citt, assimilata dai suoi abitanti, quella creata proprio da loro. Uno dei motivi della mancanza di una rappresentazione diversa la scarsa volont di svilLlppare, oltre a quella del Bosforo, della penisola storica e dei centri antichi, nuove immagini da parte degli abitanti che si sono aggiunti negli ultimi cinquant'anni alla popolazione di Istanbul. Su questo influisce anche il fatto che coloro che vivono nei quartieri periferici, di cui si parla con un'oggettivit spietata, dicendo che ci sono bambini intorno ai dieci anni che non hanno ancora visto il Bosforo, in realt non si sentono affatto di Istanbul, come dimostrano anche i sondaggi. Poich la citt rimasta in bilico fra la cultura tradizionale e quella occidentale, e fra una minoranza troppo ricca e i quartieri periferici dove vivono milioni di poveri, ed per questo divisa e aperta ai flussi migratori, negli ultimi centocinquant'anni nessuno riuscito a sentirsi completamente a casa propria. E i quattro scrittori tristi di cui parler ancora in questo libro, mentre scrivevano le loro opere nei primi quarant'anni della Repubblica, avendo rivolto eccessivamente lo sguardo alle rovine del passato oppure allo stile di vita ottomano, e non al Pagina 97

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sogno e all'utopia di occidentalizzazione, sono stati accusati di essere dei reazionari. Invece loro volevano soltanto continuare a subire il fascino di due grandi culture, due fonti essenziali che i giornalisti chiamerebbero superficialmente Oriente e Occidente. Per la tristezza che sentivano con tutto il cuore, condividevano senza dubbio il senso di comunit dominante a Istanbul, e approfondivano l'idea di bellezza che questo sentimento avrebbe aggiunto al panorama e alla scrittura guardando la citt con gli occhi di un occidentale straniero. Essere agli antipodi di ci che veniva imposto dallo stato, dalle realt sociali e dalle diverse comunit, comportarsi da occidentali quando bisognava comportarsi da orientali, e agire da orientali quando occorreva agire da occidentali, era una forma istintiva di protezione a cui ricorrevano i nostri autori, nella loro indispensabile solitudine. Questi quattro tristi scrittori, il memorialista Abdlhak inasi Hisar, il suo amico Yahya Kemal su cui scrisse un libro, lo scrittore 113 Ahmet Hamdi Tanpinar, allievo e poi amico di Yahya Kemal, e il giornalista e storico Reat Ekrem Kou, hanno vissuto da soli gli anni della loro vita, e non si sono mai sposati. Tranne Yahya Kemal, tutti prima di morire hanno avvertito con dolore che non avevano potuto portare a termine le loro opere come avrebbero voluto, o non avevano potuto trovare i lettori che desideravano. Invece il poeta pi grande e importante di Istanbul, Yahya Kemal, si era rifiutato di pubblicare i suoi libri gi in vita. 114 Capitolo dodicesimo La nonna paterna Quando glielo si domandava, diceva di credere al processo di occidentalizzazione di Atatrk, ma in realt, come a tutti coloro che vivevano l, a mia nonna non importava nulla n dell'Occidente Pagina 98

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) n dell'Oriente. Usciva sempre pi di rado. Non si interessava n ai monumenti, n alla storia, n alle bellezze di Istanbul, come la maggior parte delle persone che considerano la loro citt la loro casa. Lei aveva studiato storia alle magistrali. Si era fidanzata con mio nonno e aveva compiuto un'azione molto coraggiosa nell'Istanbul di inizio secolo, andando con lui al ristorante prima del matrimonio. In quel ristorante che immagino fosse a Pera perch servivano alcolici - mio nonno le aveva chiesto cosa volesse bere (intendeva un t o una limonata) e mia nonna, pensando che le proponesse un liquore, nel 1917, gli aveva risposto duramente. - Non bevo alcolici, signore. Quando si distendeva, bevendo un bicchiere di birra nei pranzi e nelle cene di famiglia, durante le feste e i Capodanni, si metteva sempre a raccontare questa storia che ormai tutti conoscevamo molto bene, e si faceva grosse risate. Se era seduta sulla solita poltrona del salone, in un giorno qualsiasi, la sua risata, dopo questa storia, si trasformava in lacrime per la morte precoce di mio nonno, persona straordinaria, che avevo visto in alcune fotografie. Mentre lei piangeva, io cercavo di immaginarla passeggiare allegramente per le strade. Ma questo mi era difficile quanto raffigurarmi la donna grassa e imperturbabile di un quadro di Renoir come la donna magra, alta e nervosa di un dipinto di Modigliani. Mio nonno, dopo aver costruito un discreto patrimonio, mor piuttosto giovane per una forma di leucemia, cos lei divenne la signora di una grande famiglia. Il suo cuoco, che era una sorta di amico per lei, quando si stancava dei suoi ordini interminabili e delle sue critiche, con un leggero sarcasmo le diceva: Va bene, padrone Ma la sua tirannia si faceva valere soltanto in casa dove girava con un grande mazzo di chiavi. Quando mio padre e 115 mio zio, fra le continue crisi aziendali dovute agli Pagina 99

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) investimenti sbagliati e ai costosi fallimenti, la spingevano a vendere uno dopo l'altro i beni, i palazzi e gli alloggi che avevano ereditato dal padre, lei, dopo aver pianto un po', consigliava loro maggior attenzione, semplicemente. Passava la mattina nel suo letto sotto la grande trapunta, appoggiata su enormi cuscini di piuma, messi in fila uno dietro l'altro. Il cuoco Bekir, ogni volta, preparava un grosso vassoio con l'uovo la coque, le olive, il formaggio di capra e il pane tostato, e lo sistemava con cura sul cuscino che lei appoggiava alla trapunta (il vecchio quotidiano che si metteva tra il guanciale ricamato a motivi floreali e il vassoio d'argento guastava un po'"l'immagine), e mia nonna faceva colazione a lungo, leggendosi il giornale, e intanto accoglieva i primi visitatori della mattina. (Ho imparato da lei il piacere di bere il t zuccherato, tenendo in bocca un pezzo di formaggio duro). Mio zio, che non riusciva ad andare al lavoro senza aver prima baciato e accarezzato sua madre, ogni giorno passava da lei di buon'ora. Anche mia zia, dopo aver mandato suo marito al lavoro, andava a salutarla con la sua borsa in mano. Prima di iniziare la scuola e di imparare a leggere e a scrivere, per un breve periodo, come aveva fatto due anni prima mio fratello, anch'io ogni mattina andavo da mia nonna, col quaderno in mano, e mi sedevo sul bordo del letto a cercare di imparare da lei il mistero dell'alfabeto. Come avrei scoperto successivamente a scuola, mi infastidiva imparare dagli altri, e quando vedevo un foglio bianco, vuoto, non mi veniva voglia di scrivere ma di scarabocchiare. In mezzo a queste piccole lezioni di lettura e scrittura, il cuoco Belcir entrava nella stanza e ogni giorno, con le stesse parole, poneva la stessa domanda: Cosa diamo oggi a questi? La domanda veniva fatta con una grande seriet, come se si 116 Pagina 100

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) decidesse per il vitto di un enorme ospedale o di una grande caserma. Mentre mia nonna e il cuoco parlavano delle persone del palazzo che dovevano venire a pranzo o a cena e dei piatti da cucinare, e cercavano di trarre ispirazione dal menu del giorno situato nella parte inferiore del foglio del calendario, pieno di strane informazioni, io me ne stavo a contemplare un corvo che volava intorno ai rami di un cipresso nel giardino sul retro. Il cuoco Bekir, sempre spiritoso nonostante la fatica del suo lavoro, aveva dato un nomignolo a ognuno dei nipotini che giravano per casa. Il mio era corvo. Dopo tanti anni, quando gliene chiesi il motivo, mi spieg che guardavo sempre i corvi sul tetto accanto, ed ero molto magro. Il soprannome di mio fratello, che non si separava mai dal suo orsacchiotto, era tata, quello di un mio cugino dagli occhi a mandorla giapponese, quello di un altro che era ostinato capra, e quello di un altro ancora, nato prematuro, sei mesi. Per anni, nel palazzo, siamo stati chiamati con questi nomignoli in cui, secondo me, si celava un timbro d'affetto, nessuno escluso. Nella stanza di mia nonna c'era una specchiera assai allettante, come quella di mia madre, dove la mia immagine poteva perdersi tra le ali dello specchio, ma era vietato toccarla. Mia nonna aveva sistemato questo tavolino, che non usava mai per truccarsi, in un posto tale da poter vedere attraverso lo specchio, senza alzarsi dal letto dove passava l'intera mattina, tutto il lungo corridoio, l'ingresso di servizio, l'entrata e il salone fino alle finestre che davano sulla strada; in questo modo riusciva a controllare i movimenti della casa, coloro che entravano e uscivano, quelli che chiacchieravano e i suoi nipotini che bisticciavano in un angolo. Dato che uno spostamento all'altro capo della casa sempre in penombra si rifletteva pi piccolo in quello specchio, talvolta mia nonna, non comprendendo cosa succedeva in un punto lontano del salone, ad esempio vicino al tavolo intarsiato di madreperla, si metteva a gridare con tutte le sue forze, Pagina 101

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dal letto; e subito arrivava Bekir, a soddisfare la sua curiosit. Oltre a leggere i giornali e a ricamare fiori sulle federe dei cuscini, mia nonna trascorreva la maggior parte dei pomeriggi fumando e giocando a bazzica con le signore di Niantai della sua et. Mi ricordo che a volte giocavano anche a poker. Mi piaceva mettermi in un angolo a frugare tra le fiches, e intanto giocavo con le diverse monete dell'impero ottomano, quelle col buco, scabre intorno e con il monogramma del sultano sopra. Una delle signore al tavolo da gioco era uscita dall'harem - ormai abolito - e si era sposata con un collega di mio nonno, perch 117 dopo il crollo dell'impero ottomano la sua famiglia - mi difficile dire dinastia - era stata costretta ad abbandonare Istanbul. Questa signora, di cui imitavo con mio fratello i discorsi eccessivamente gentili, e mia nonna, nonostante fossero in confidenza, si rivolgevano l'una all'altra con espressioni quali signora o gentildonna, e nel frattempo mangiavano allegramente i dolci e le fette di pane col formaggio fuso che il cuoco aveva appena preparato. Tutt'e due erano grasse ma si sentivano a loro agio, perch vivevano in un tempo e in una cultura in cui l'obesit non era affatto un problema. Quando la mia grassa nonna doveva uscire di casa una volta ogni mille anni, per rispondere a un invito, i preparativi cominciavano giorni prima, e per l'ultima fase veniva chiamata la moglie del nostro portiere, la signora Kamer, perch tirasse i fili del corpetto di mia nonna, con tutte le sue forze. Avevo assistito a una scena d'annodamento, durata a lungo, con spinte, lotte e raccomandazioni del tipo piano, figliola. Anche la donna convocata per la manicure e il pedicure mi affascinava con i suoi contenitori sparsi ovunque, le saponette, le spazzole e tante altre sue attrezzature, ma mentre le unghie delle dita paffute di mia nonna - che nella mia testa avevano un posto particolare - venivano dipinte di rosso, vedere Pagina 102

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) i batuffoli di cotone tra quelle dita mi trasmetteva un senso insieme di attrazione e di repulsione. Vent'anni dopo, quando ormai vivevamo in luoghi diversi e in case differenti, a Istanbul, allorch andavo a farle visita nel suo appartamento a Palazzo Pamuk, la trovavo, di mattina, ogni volta sullo stesso letto, sdraiata fra le borse, i giornali, i cuscini e le ombre. L'odore particolare della stanza, un miscuglio di sapone, acqua di Colonia, polvere e legno, era sempre uguale. Un altro oggetto che mia nonna teneva continuamente con s era un quaderno spesso dove ogni giorno scriveva qualcosa. Questo quaderno, su cui erano annotati i conti, i ricordi, i cibi, le spese, i progetti e le condizioni del tempo, assomigliava bizzarramente a un registro di protocollo. Su quei fogli, mia nonna usava talvolta una lingua cerimoniale, forse per scherzo; inoltre, a causa della sua passione per la storia, su questo quaderno ogni suo nipote portava il nome dei sultani vittoriosi dell'impero ottomano. E io, dopo averle baciato la mano ed essermi messo in tasca, senza alcuna vergogna ma anzi con gioia, la banconota che mi dava ogni volta che andavo a farle visita, le raccontavo talora come stavano e cosa facevano i miei genitori e mio fratello; lei allora mi leggeva ci che scriveva sul suo registro in quel momento. 118 Il mio nipotino Orhan venuto a trovarmi. molto intelligente, molto simpatico. Studia architettura all'universit. Gli ho dato dieci lire. Spero che un giorno avr molto successo e sar in grado di diffondere il nome della famiglia Pamuk, gloriosamente, proprio come suo nonno. Quindi, da sopra gli occhiali che rendevano ancor pi strani i suoi occhi ormai afflitti da cataratte, mi guardava con un sorriso pieno di spirito e io cercavo di sorriderle allo stesso Pagina 103

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) modo, senza capire se dietro a questo atteggiamento ci fosse una sorta di autoironia o la scoperta dell'assurdit della vita. 119 C apitolo tredicesimo I piaceri e i fastidi della scuola La prima cosa che imparai a scuola fu che alcune persone erano stupide; la seconda, che c'erano altre persone ancora pi stupide. Poich a quell'et non capivo che far finta di non accorgersi di questa differenza fondamentale e determinante, proprio come le diversit di religione, razza, sesso, classe, ricchezza e cultura, era un segno di maturit, educazione e signorilit, a ogni domanda della maestra alzavo la mano, in un moto frenetico, per mostrarle che sapevo la risposta. Nei mesi e negli anni successivi, questa per me divenne un abitudine. Sia la classe sia la maestra avevano ormai intuito che ero un allievo bravo e intelligente, ma io, per dimostrare che avevo la risposta pronta a ogni domanda, continuavo imperterrito ad alzare la mano. La maestra mi dava raramente la parola, e spesso indicava altre mani alzate, negandomi la possibilit di intervenire. Dopo un certo tempo, cominciai ad alzare la mano automaticamente, anche quando non sapevo la risposta. In questo mio atteggiamento c'erano sia il desiderio di apparire, simile all'inquietudine di chi vuol far notare le proprie ricchezze, indossando abiti ordinari ma con accessori o cravatte costose, sia l'ammirazione nei confronti della maestra, e l'ansia di collaborare con lei. E un'altra cosa che imparai a scuola fu il potere dell'insegnante, la sua autorit. La famiglia allargata di Palazzo Pamuk era caotica e disunita: durante i pranzi e le cene ognuno parlava la sua lingua. La famiglia sembrava legata dal bisogno di affetto e di amicizia, dalle conversazioni, e dalle regole e abitudini rispettate da tutti, come mangiare insieme e ascoltare la radio. A casa, mio padre non era assolutamente un'autorit: si faceva vedere poco e ogni tanto scompariva. Ancor pi importante, non ci sgridava Pagina 104

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mai, e non aggrottava neppure le sopracciglia quando io e mio fratello facevamo qualcosa che non gli piaceva. Mio padre, quando ci presentava ai suoi amici, diceva giustamente cos: E questi due sono i miei fratelli minori. Io cos avevo conosciuto soltanto mia 120 madre come autorit in casa. Ma la forza che aveva su di me nasceva dal mio desiderio di essere amato, accarezzato e apprezzato, altrimenti per me non era un potere. Per questo l'autorit della maestra sulla classe di venticinque alunni fu per me una calamita. Provavo un gran desiderio d'avere conferme da lei, forse perch la identificavo con mia madre. Oltre a rispondere a ogni domanda, volevo anche svolgere bene i compiti, essere amato dall'insegnante e mostrarmi diverso e intelligente. State con le bracsmtp. traveling. it, necessaria autenticaz server cia conserte, e seduti, senza parlare, diceva, e io, con le braccia conserte, rimanevo pazientemente seduto al mio posto. Ma a poco a poco il piacere di rispondere a ogni domanda, di risolvere un problema aritmetico prima di tutti o di avere i voti pi alti cominci ad affievolirsi, le lezioni diventarono noiose e il tempo inizi a scorrere con una lentezza incredibile. Toglievo il mio sguardo dal compagno tonto e grasso che cercava di scrivere qualcosa sulla lavagna o dalla bambina che fissava l'insegnante, la classe, i bidelli e tutto il mondo con lo stesso sguardo ottimista e benevolo, lieto e festoso, e contemplavo, su in alto, i rami di un castagno tra i palazzi. Si posava un corvo. Io lo osservavo attentamente. Dietro al corvo, di cui vedevo il corpo da sotto, una nuvola pi in l cambiava sia forma sia posizione. La nuvola che vedevo dalla finestra mi sembrava il muso, la testa di una volpe, e poi assutneva le sembianze di un cane. Alla fine volevo che il cane non cambiasse forma, e che la nuvola continuasse il suo viaggio sotto l'aspetto di cane, ma dopo un po'"si trasformava in una delle zuccheriere d'argento nella vetrinetta della credenza sempre chiusa di mia Pagina 105

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) nonna, e mi veniva voglia di tornare 121 a casa. Mentre pensavo al silenzio, al buio della casa, appariva all'improvviso mio padre tra le ombre e insieme prendevamo la macchina per la nostra gita domenicale sul Bosforo. E poi si apriva la finestra della casa di fronte, da cui la domestica sbatteva lo straccio per la polvere: guardava pensierosa la strada che io non riuscivo a vedere dal mio banco. Chiss cosa c'era... Io ascoltavo il rumore di una carrozza che procedeva sulla via lastricata e sentivo il rigattiere che annunciava urlando il suo arrivo. La domestica, dopo aver seguito con lo sguardo il venditore, si ritirava e, sui vetri della finestra chiusa, vedevo un'altra nuvola che andava alla stessa velocit della prima, ma in senso contrario. Mentre la nuvola riflessa continuava il suo viaggio, mi chiedevo se era sempre la stessa nuvola volpecanezuccheriera. Proprio in quel momento la classe si animava e io, scorgendo le mani alzate, senza neanche aver sentito la domanda dell'insegnante, alzavo la mia, come se sapessi la risposta. In quei primi attimi in cui non capivo ancora la domanda dalle risposte dei compagni, nella mia mente immersa nelle fantasticherie nasceva la vana convinzione di sapere molto bene la risposta. Per me ci che rendeva divertenti le aule dove stavamo a due a due nei banchi non era tanto il fatto di imparare o di avere l'approvazione dell'insegnante, bens il piacere di conoscere uno a uno i miei compagni e constatare con un briciolo di stupore, ammirazione e pena quanto fossero diversi da me. C'era, ad esemio, quel bambino triste che mentre leggeva durante l'ora di turco, nonostante facesse molta attenzione, saltava spesso le righe, e tutta la classe rideva. In prima elementare c'era una bambina dai capelli rossi, raccolti in un codino, con la quale, per un certo periodo, mi ritrovai nello stesso banco. La sua cartella era sempre disordinata, sporca e piena di mele morsicate, ciambelle, chicchi di sesamo, matite e nastri per capelli, ma il profumo di lavanda che veniva da lei, e dalla sua cartella, mi attirava inesorabilmente; io ammiravo anche il suo modo di esprimersi corretto e disinvolto, e durante i finesettimana ne sentivo la mancanza. Pagina 106

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Un bambino aveva la testa schiacciata come un piatto, secondo quanto diceva mia nonna, un altra bambina, minuscola, mi affascinava per la sua esilit e delicatezza, e un'altra ancora mi stupiva perch raccontava senza alcuna remora tutto ci che succedeva a casa sua e io mi chiedevo come potesse essere cos. Perch mai questa bambina piangeva a dirotto quando leggeva una poesia su Atatrk; perch mai quell'altro bambino mentiva sapendo che nessuno gli avrebbe creduto; perch mai un altro ancora riusciva 122 a essere cos ordinato con la sua cartella, i quaderni, il grembiule, i capelli e le parole? Proprio come vedevo il muso di un animale nella parte anteriore di un'auto, fatta di luci, paraurti, cofano e parabrezza, allo stesso modo anche molti bambini della mia classe mi sembravano altre cose: per esempio quello col naso a punta pareva una volpe, quello grande e grosso un orso, come lo chiamavano tutti, e quello con i capelli dritti un porcospino... Mi ricordo che una bambina ebrea, di nome Mari, raccontava a lungo la festa degli Azzimi e diceva che sua nonna, in determinati giorni, a casa non toccava neppure gli interruttori. Un'altra bambina mi aveva detto che una sera, nella sua stanza, girandosi velocemente indietro, aveva visto un angelo, e questo mi aveva impressionato molto. Quando il padre ministro di questa bambina dalle lunghe gambe con calze altrettanto lunghe -, e dal viso lacrimevole, mor durante l'incidente aereo da cui il primo ministro Adnan Menderes usc completamente illeso, pensai che lei avesse quell'espressione triste perch sapeva ci che sarebbe successo. Molti bambini avevano, come me, problemi con i denti, e portavano l'apparecchio. Si diceva che c'era l'ambulatorio di un dentista al piano superiore del palazzo Pagina 107

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) accanto, dove si trovavano il dormitorio, la palestra e l'infermeria della scuola, e l'insegnante, quando si arrabbiava, minacciava di mandare dal dentista chi non faceva il bravo. Un castigo minore era invece stare in piedi girando la schiena alla classe, nell'angolo tra la parete dove c'era la lavagna e la porta. A volte questa punizione diventava pi pesante e bisognava restare su una gamba sola, ma non veniva applicata perch l'intera classe, invece di seguire la lezione, si metteva a fissare lo studente in castigo, curiosa di sapere quanto avrebbe resistito in quella posizione. I monelli cacciati nell'angolo iniziavano allora a sputare nel cestino della carta straccia o a fare segni con gli occhi, comportamenti che suscitavano in me, pi che ammirazione, biasimo e rabbia. I pigri, i maleducati, gli sciocchi e gli insolenti venivano sgridati, puniti e tartassati, e questo, a volte, mi faceva piacere, nonostante lo spirito di unit e solidariet a cui mi sarei rimesso successivamente con tutto il cuore. Ad esempio c'era una bambina molto socievole, aperta con tutti, che veniva a scuola con la macchina guidata dall'autista, e ogni volta che la maestra la voleva interrogare andava alla lavagna e, ancheggiando, cominciava a cantare una canzone in inglese: Jingle bells, jingle bells, jingle all the way... Non mi dava assolutamente fastidio che venisse rimproverata o castigata perch non faceva i compiti, bench avesse un 123 buon rapporto con l'insegnante. In verit, non riuscivo a capire il motivo per cui alcuni bambini facessero finta di aver svolto i compiti ma non potevano trovarli fra le pagine del quaderno, nonostante l'insegnante non abboccasse mai. Dire Non li trovo, maestra!, agitati e tremanti, ritardava solo di qualche istante il castigo, e senza dubbio aumentava la violenza dello schiaffo o della tirata d'orecchi. Le bacchettate nelle scuole ottomane, il bastoncino lungo che l'insegnante usava sugli studenti senza alzarsi dalla cattedra, le percosse alle piante dei piedi di cui Ahmet Rasim (1865-1932) parla nel suo libro di ricordi infantili, ci venivano descritti nei volumi scolastici, negli anni successivi, come crudelt Pagina 108

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) precedenti alla Repubblica e ad Atatrk. Ma penso che anche al liceo privato Iik, nel ricco quartiere di Niantai, gli insegnanti anziani e scorbutici che ormai usavano le righe con il bordo di mica, sottile e duro, di produzione francese, al posto della bacchetta, intuissero che una parte delle novit definite modernizzazioni fossero solo aggiornamenti dell'oppressione sui deboli. Quando un alunno si rifiutava di svolgere i compiti e faceva perdere la pazienza all'insegnante con le sue monellerie, veniva messo davanti a tutti: iniziavano cos quei momenti tragici di umiliazione e botte, e il mio cuore cominciava a battere forte e mi si confondeva la mente. All'inizio prestavo attenzione a queste cerimonie, che aumentarono quando, crescendo, dalle maestre dolci e materne finimmo nelle mani degli insegnanti maschi, di ginnastica, religione e musica, stanchi della vita, arrabbiati e vecchi: erano uno spettacolo di qualche minuto in mezzo alla noia della lezione. Se lo studente stava a testa bassa e confessava la sua colpa, bisbigliando qualche scusa credibile, aveva una punizione piuttosto blanda. Coloro che presentavano delle giustificazioni peggiori delle colpe, coloro che non riuscivano a inventare, anche mentendo, un pretesto per alleggerire la colpa, coloro che per pigrizia preferivano le percosse, coloro che facevano ridere la classe con le loro smorfie, mentre l'insegnante li umiliava e li puniva, coloro che giuravano, in tutta onest, di non raccontare pi bugie proprio mentre cercavano goffamente di mentire, e coloro che, sudati marci per i colpi e le sgridate, commettevano, inconsciamente, un altro errore, come un animale nella trappola, aumentando cos le torture, erano per me pi istruttivi dei libri. Quando vedevo che la bambina ordinata, graziosa e fine, per cui nutrivo affetto, diventava tutta rossa e aveva le lacrime agli occhi durante questi momenti di castigo, volevo che ne uscisse indenne. Invece, quando vedevo quel bambino grasso e biondo che 124 mi tormentava durante gli intervalli smarrirsi e Pagina 109

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ricevere schiaffoni ogni volta che parlava, provavo piacere nel contemplare crudelmente lo spettacolo. E allorch invece non riuscivo a comprendere i motivi della resistenza del bambino bruno ed esile, silenzioso e orgoglioso che pensavo fosse sciocco e insensibile, il quale faceva impazzire l'insegnante, mi rifiutavo di prendere posizione, anche se il mio compagno piangeva. Alcuni insegnanti, quando interrogavano, invece di mettere in evidenza le conoscenze dell'alunno, provavano pi diletto a sottolineare la sua ignoranza e a umiliarlo, e alcuni studenti, d'altra parte, provavano pi piacere a essere umiliati, anzich tentare di salvarsi. Alcuni maestri si accendevano d'ira nel vedere un quaderno rivestito di una carta del colore sbagliato, altri talvolta rispondevano a un bisbiglio con uno schiaffo, talvolta invece non ci facevano assolutamente caso; e poi, alcuni studenti, di fronte a una semplice domanda di cui sapevano molto bene la risposta, rimanevano con occhi gelidi, come i conigli di fronte ai fari delle auto, altri invece io li stimavo molto -, anche se non conoscevano la risposta, raccontavano qualcos'altro che sapevano. In questi momenti di paura, che iniziavano a volte con rimproveri e a volte con il lancio di quaderni e libri, mentre in classe c'era un silenzio assoluto, ringraziavo il cielo per la fortuna che avevo di non essere sgridato. Un terzo della classe era invece privilegiato. Al contrario di alcune scuole statali, dove il ricco e il povero studiavano insieme, in questo istituto privato il confine segreto che separava gli studenti continuamente umiliati da quelli fortunati non aveva nulla a che fare con la ricchezza o la povert dell'alunno. Questa linea, che bellamente dimenticavo mentre 125 correvo e giocavo durante gli intervalli in uno spirito di fratellanza infantile, e che la mia anima condannava, veniva fuori all'improvviso quando l'insegnante si sistemava alla cattedra, quasi fosse un monumento di autorit e io, in quei frangenti di minacce e punizioni, mi chiedevo, con una curiosit semplice ma pressante, perch alcuni fossero cos pigri, indisciplinati, titubanti, insensibili e sciocchi. Ma a questa domanda, che voleva gettare un barlume di luce nel buio delle Pagina 110

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) anime dei miei compagni di classe, non rispondevano n i libri che leggevo, n le riviste illustrate, dove tutte le persone crudeli avevano le bocche storte, n le mie intuizioni infantili, e io allora me ne dimenticavo. Da tutto ci avevo dedotto che, in realt, la scuola non dava risposte alle questioni fondamentali, ma ci aiutava ad abituarci alle situazioni della vita. Per questo motivo, durante gli anni delle superiori ho preferito stare dalla parte pi tranquilla e comoda, con un'alzata di mano. Ad ogni modo, intuivo che a scuola stavo imparando qualcosa di fondamentale: non dovevo solo accettare le realt della vita senza pormi domande, ma farmi anche sedurre dalla loro bellezza. Nei primi anni, l'insegnante, a met lezione, con un pretesto qualsiasi ogni tanto ci faceva cantare. Mentre fingevo di intonare queste canzoni in inglese o in francese canzoni di cui non capivo le parole -, mi piaceva osservare i miei compagni. Il bambino piccolo e grasso che mezz'ora prima piangeva perch aveva dimenticato di nuovo il quaderno a casa, adesso cantava felice, spalancando la bocca. La bambina che talvolta si portava i capelli dietro le orecchie, a met canzone compiva di nuovo lo stesso gesto. Il bambino cicciottello che durante gli intervalli mi correva dietro, e il suo amichetto pi perfido, cos astuto e prudente da riuscire, nonostante la sua vilt, a rimanere dalla parte giusta, dove c'ero anch'io, adesso erano persi tra le nuvole della musica, con un'espressione angelica. La bambina ordinata a met canzone controllava di nuovo il suo portapenne e il suo quaderno, quella studiosa e intelligente, che mi teneva la mano in silenzio ogni volta che le chiedevo di stare con me nella fila, quando dal giardino entravamo in classe, si concentrava per intonare meglio la canzone, e il bambino avido e grasso, che durante le verifiche si arricciava sul foglio come se allattasse un neonato, si lasciava andare a gesti decisamente insoliti. Io e la compagna dai capelli rossi raccolti in Pagina 111

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) un codino ci guardavamo e, notando insieme uno degli sciocchi inguaribili, lo zimbello di tutti, che partecipava volentieri al canto, o un altro bambino, vivace e impertinente, che tirava i capelli alla compagna davanti, oppure la bambina in lacrime che guardava 126 fuori mentre cantava con trasporto, ci sorridevamo. E quando arrivavamo al pezzo della canzone di cui non capivo le parole, anch'io alzavo allegramente la voce, come tutti, e poi, gli occhi alla finestra, immaginavo che avrebbe suonato la campanella e l'intera classe, in un baccano assordante, avrebbe afferrato le cartelle e i cappotti e, stanco di tutto questo, avrei accelerato i passi, tenendo con una mano la borsa e con l'altra la mano gigante del portiere che ci accompagnava, me e mio fratello, a casa, a tre minuti dalla scuola, perch cos avrei potuto rivedere presto mia madre. 127 Capitolo quattordicesimo Arret rep etatups non Quando imparai a leggere e a scrivere, al mondo immaginario della mia mente si aggiunse anche la costellazione dell'alfabeto. Questo nuovo mondo non era formato dalle fantasie o dai disegni che raccontavano una storia, ma soltanto dalle lettere e dal loro suono. Leggevo tutte le indicazioni che vedevo: i nomi delle ditte sui portacenere, i manifesti, le notizie sui giornali, le pubblicit, tutto ci che era scritto sulle vetrine dei negozi, dei ristoranti, sui camion, sulle carte d'imballaggio, sulle insegne stradali sul pacchetto di cannella a tavola, sulla latta dell'olio, sui saponi, sui pacchetti di sigarette e sulle medicine di mia nonna. Non era importante conoscere il significato delle parole che ripetevo, talvolta, ad alta voce. Era come se, dentro il mio cervello, fra il centro visivo e la parte cognitiva, si fosse sistemata una macchina che trasformava tutte le lettere in sillabe e suoni. Come una radio accesa in un caff che per non ascolta nessuno, quest'apparecchio, cui talvolta non prestavo Pagina 112

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) attenzione, trasmetteva continuamente. Tornando da scuola, nonostante fossi molto stanco, i miei occhi trovavano naturalmente le scritte e allora la macchina dentro la mia testa diceva: PER LA SICUREZZA DEL VOSTRO DENARO E DEL VOSTRO FUTURO. IETT. FERMATA IHTIYARI. SALSICCIA TURCA BEYOGLU. PALAZZO PAMUK. 128 A casa gettavo lo sguardo sui titoli del giornale di mia nonna: SPARIZIONE O MORTE A CIPRO, LA PRIMA SCUOLA DI DANZA CLASSICA IL GIOVANE AMERICANO CHE SI BACIAVA CON UNA RAGAZZA TURCA PER LA STKADA SI SALVATO A STENTO DAL LINCIAGGIO, L" HULA HOOP STATO VIETATO PER LE VIE DELLA NOSTRA CITT. E qualche volta le lettere mi ricordavano, magicamente, i giorni in cui le sillabavo in un ordine strano. Alcune di queste si trovavano sui lastrici che coprivano i marciapiedi intorno a Valikonagi, tre minuti a piedi dalla nostra casa di Niantai. Se camminavamo verso Taksim e Beyoglu, io, mia madre e mio fratello facevamo una specie di settimana sulle pietre vuote, fra le lettere e le leggevamo nell'ordine in cui si presentavano. ARRET REP ETATUPS NON Quest'ordine magico mi faceva venire subito il desiderio di sputare per terra, poi per pensavo con un brivido che ci trovavamo nel luogo controllato dai poliziotti di Valikonagi, a due passi da l. Allora ero colto dal timore di perdere, senza accorgermene, un po' di saliva dalla mia bocca aperta. Comunque vedevo che lo facevano anche gli adulti un po'"infantili, simili ai bambini spudorati e insolenti che spesso erano puniti dagli insegnanti. S, per le strade vedevamo quelli che sputavano per terra, anzi, non avendo il fazzoletto, alcuni smoccolavano pure dal naso, ma questo non era un peccato cos diffuso da giustificarne il divieto sul marciapiede. Negli anni successivi, quando venni a sapere delle famose sputacchiere cinesi,. e di diverse trib che sputavano continuamente per terra, mi chiesi perch questo divieto, Pagina 113

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che non era tanto necessario per Istanbul, si fosse inciso cos in profondit nella mia mente. (Ancora oggi, quando sento nominare Boris Vian, non mi vengono in mente i romanzi pi belli di questo scrittore francese, ma penso al suo brutto libro intitolato Sputer sulle vostre tombe. Forse il vero motivo della presenza di quell'ordine, scritto sui marciapiedi di Niantai, nasce dalla coincidenza del periodo in cui la macchina di lettura automatica si era sistemata nella mia mente con quello in cui mia madre ci insegnava energicamente ci che si doveva fare - o non fare - fuori casa, fra gli estranei. Negli stessi giorni, lei aveva anche cominciato a raccomandarci di non comprare nulla dagli ambulanti poco presentabili, e di non ordinare polpette nei ristoranti perch le facevano con la carne pi scadente, grassa e vecchia. Questi consigli si incrociavano con un 129 altro avviso, che la macchina della mia mente aveva letto e regiStrato: LE NOSTRE CARNI SONO CONSERVATE IN FRIGORIFERO. E, un altro giorno, mia madre ci avvertiva di stare lontani dagli sconosciuti. VIETATO AI MINORENNI, mi diceva la macchina nella mia testa. Invece la scritta sui tram, VIETTO E PERICOLOSO ATTACCARSI, non mi confondeva per nulla la mente, perch annunciava un pensiero, un ordine dello stato, condiviso anche da mia madre; inoltre riguardava un comportamento che non ci apparteneva, cio viaggiare gratis attaccati a un tram. Cos anche la scritta sui battelli: VIETATO E PERICOLOSO AVVICINARSI ALLE ELICHE. Mentre la voce di mia madre che ci vietava di gettare i rifiuti a terra e la voce dello stato che diceva VIETATO GETTARE I RIFIUTI collimavano, l'espressione STRONZO CHI GETTA I RIFIUTI, scritta con le lettere di una brutta calligrafia su un altro muro, mi confondeva il cervello. Quando mia madre ci diceva: Non baciate mai a nessuno Pagina 114

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) la mano, solo quella delle vostre nonne, mi veniva in mente la scritta sulla pasta d'acciughe: PREPARATA SENZA ESSERE TOCCATA DALLE MANI. Forse tra le scritte NON RACCOGLIERE FIORI e NON TOCcARE e l'ordine di mia madre di non indicare col dito, che ripeteva spesso mentre camminavamo per strada, c'era un qualche rapporto. Ma come potevo capire il divieto NON BEVETE L'ACQUA DELLA PISCINA scritto sul bordo delle piscine dove non vedevo mai l'acqua, oppure l'ordine NoN CALPESTATE LE AIUOLE nei parchi fangosi dove non c'era neanche un filo d'erba? Per comprendere meglio il criterio civilizzatore di queste indicazioni che trasformavano le strade in una giungla di avvisi, 130 minacce e rimproveri, possiamo dare un'occhiata alle rubriche dei giornalisti di Istanbul e a ci che hanno scritto i loro antenati definiti corrispondenti dalla citt. 131 Capitolo quindicesimo Ahmet Rasim e altri scrittori di citt Era la fine degli anni Ottanta, nel XIX secolo, e l'inizio del periodo tirannico del sultano Abdlhamit, trentatre anni di dominio assoluto. Un giorno, di mattina presto, la porta dell'ufficio di un giovane giornalista di circa venticinque anni, corrispondente del Saadet a Babiali, si apr all'improvviso ed entr un uomo piuttosto alto che indossava il fez e una specie di giacca militare, dalle maniche di pannolano rosso. - Vieni qua! - gli disse. Il giovane giornalista si alz in piedi, intimorito. - Mettiti il fez e seguimi! - Il giornalista e l'uomo con la giacca militare salirono sulla carrozza che li aspettava davanti al portone e si misero in viaggio. Senza dirsi una parola, passarono sul ponte. Il giovane giornalista, piccolo di statura e dal volto simpatico, soltanto a met viaggio trov l'ardire di chiedere all'uomo dove stavano andando. Pagina 115

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) 132 - Dal Gran Ciambellano. Mi hanno ordinato di prenderti e portarti l! Dopo aver aspettato un po'"a palazzo, il giovane vide un uomo arrabbiato, furente, dalla barba grigia, seduto a un tavolo. - Vieni qua! - gli url. Indicandogli irato la pagina aperta del Saadet, gli chiese: - Cosa vuol dire questo? - E prima che il giovane giornalista capisse di che cosa si trattava, cominci a rimproverarlo. - Bisogna schiacciarvi la testa, a voi, traditori, ingrati! Quando il giovane vide che erano i versi di un poeta deceduto, versi che tra l'altro recitavano: Ma non arriver la primavera, non arriver la primavera?, nonostante la paura tent di spiegare: - Signore... - Ma guarda, ha anche il coraggio di parlare... Fuori di qui! url il Gran Ciambellano. Il giornalista, che per un quarto d'ora aspett fuori tremando come una foglia, venne chiamato di nuovo dentro. Ma ogni volta che apriva bocca, senza comunque riuscire a dire che la poesia non era sua, veniva minacciato. - Svergognati, bastardi, vigliacchi, ignobili, cani, maledetti, bisogna impiccarvi! Il giovane, capendo che non poteva dire nulla, facendosi coraggio, si tolse dalla tasca del gil il suo timbro e lo mise sul tavolo. Quando il Gran Ciambellano lesse il nome sul timbro cap subito che c'era qualcosa che non andava. - Come ti chiami? - Ahmet Rasim. Ahmet Rasim, raccontando quest'evento con il suo solito umorismo sottile, e la sua gioia di vivere che lo lega ai dettagli della vita con una forza incredibile, nel suo libro di ricordi intitolato Scrittore, poeta, letterato, scrive che il Gran Ciambellano di Abdlhamit, quando comprese che gli avevano portato la persona sbagliata, gli disse: Siediti, tu sei come un figlio per me, e aprendo il cassetto del tavolo gli fece segno di avvicinarsi e gli diede cinque lire, aggiungendo: Non parliamone pi. E non dirlo a nessuno! Poi lo mand via. Questa sua gioia di vivere, il suo umorismo e il Pagina 116

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) piacere della scrittura lo resero uno dei pi importanti autori di Istanbul. Ahmet Rasim seppe trovare un equilibrio fra la sua energia, l'allegria e l'ottimismo, e la tristezza da cui si fecero prendere il romanziere Tanpinar, il poeta Yahya Kemal e il memorialista Abdlhak inasi Hisar, vittime del crollo dell'impero. Nonostante si fosse interessato di storia e ne avesse anche scritto, come tutti gli autori amanti di Istanbul, avendo saputo bilanciare la malinconia e 133 lo smarrimento, non cerc una perduta et dell'oro ormai sepolta. Per lui, il passato di Istanbul non era un tesoro sacro in cui trovare la forza necessaria per realizzare grandi opere, di stile occidentale, o la fonte di una voce reale, ma era soltanto un mondo divertente e allegro, come la citt stessa e la sua gente, che lui amava osservare. La questione OrienteOccidente, oppure quella del cambio di civilt, proprio come succedeva agli abitanti di Istanbul presi dai problemi della vita quotidiana, lo incuriosivano poco. Secondo lui, l'occidentalizzazione era un argomento interessante solo per le sue applicazioni troppo artificiose e i suoi beffardi snobismi. Durante la sua giovinezza aveva scritto romanzi e poesie con pretese letterarie, ma non avendo avuto successo gli era rimasta una diffidenza per tutto, una sottile ironia venata di cinismo. Il suo modo di deridere allegramente i diversi metodi di recitazione dei poeti affettati di Istanbul, cloni dei parnassiani e dei decadentisti francesi, il loro atteggiamento quando fermavano la gente per strada e leggevano le loro poesie, e l'abilit di portare velocemente il discorso sulla loro carriera e i loro versi, ci fa capire subito che genere di distanza pone Ahmet Rasim tra s e la cultura dell'lite occidentalista, costituita perlopi da persone che all'inizio erano impiegati di Babiali - quartiere dei giornali di Istanbul - come lui. Ma il fatto che lui sia un giornalista, uno scrittore Pagina 117

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di rubriche e, come si diceva in quel periodo in Francia, un feuilletoniste, caratterizza la sua voce e il suo stile. La politica non lo entusiasmava molto, ed era tra l'altro un argomento pericoloso e difficile da 134 trattare, a causa dell'oppressione dello stato e la censura (racconta allegramente come rimanevano vuote, talvolta, le sue colonne per le parti tagliate), perci si dedic esclusivamente all'osservazione della citt, con gioia e diletto. (Se non riesci a trovare argomenti per i divieti e le ristrettezze della politica, tratta i problemi quotidiani e la vita cittadina, perch saranno sempre letti! (Questo consiglio dei rubricisti di Istanbul ha circa centotrent'anni). Cos Ahmet Rasim scrisse per mezzo secolo, ininterrottamente, su tutto ci che riguardava la citt, dai suoi ubriachi di ogni risma ai suoi venditori ambulanti dei quartieri periferici, dai suoi droghieri ai suoi giocolieri, dai suoi musicisti ai suoi mendicanti, dalla bellezza delle zone sul Bosforo alle taverne dalle notizie pi banali al commercio, dai suoi locali, i suoi giardini pubblici e i suoi parchi ai suoi mercati, dalla mitezza delle sue stagioni alle sue folle di gente, dai giochi con le slitte e a palle di neve alla sua tradizione di giornalismo, dai suoi pettegolezzi ai menu dei ristoranti. Gli piacevano molto le liste, le classificazioni e aveva una mente in grado di trovare le differenze fra i caratteri, le personalit e i dettagli. Lui sentiva lo stesso entusiasmo che prova un botanico in un bosco, di fronte alla diversit e ricchezza delle piante, proprio per i molteplici aspetti della citt, che ogni giorno produceva qualcosa di nuovo, una stranezza, una rovina o una follia fra le sorprese dell'occidentalizzazione, dell'emigrazione e della storia. Ai giovani scrittori consigliava di portarsi sempre un quaderno d appunti quando passeggiavano per la citt. Pagina 118

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Ahmet Rasim raccolse queste note, e i suoi articoli pi belli, che scrisse di getto tra il 1895 e il 1903, in un libro intitolato Lettere della citt. Trascrivere le lamentele cui partecipava come scrittore di rubriche - attributo che si diede con il suo solito umorismo -, e le sue osservazioni sulla vita quotidiana, il fatto di tastare il polso alla gente nelle strade, tutto questo in realt era un'abitudine acquisita negli anni Sessanta del XIX secolo, quando prese ad esempio la letteratura e i giornali francesi. Namik Kemal che trasse ispirazione non solo dalle opere teatrali e dalle poesie di Victor Hugo, ma anche dal suo comportamento fiero e romantico, nel 1867 aveva inaugurato sul Tasfiri Efkar la sua rubrica Lettere del Ramadan, dimostrando cos al fruitore ottomano che la lettera non era un mezzo usato soltanto dagli uomini di stato e dagli innamorati, per condividere un segreto o per minacciarsi a vicenda, ma era un modo per richiamare l'attenzione di tutta una citt, come un amante, un conoscente, attraverso la sua pubblicazione. Queste lettere assai precise sulla vita quotidiana di 135 Istanbul durante il Ramadan costituivano il primo esempio di comunicazione sulla citt, seguito poi da tanti altri scrittori. Inoltre, usando un metodo divulgativo carico tradizionalmente di richiami alla confidenza, all'intimit, alla vicinanza affettiva, si dava agli abitanti di Istanbul la sensazione di aver costruito, tramite il giornale, una compagnia ristretta, proprio come gli amanti, i parenti e i conoscenti che hanno rapporti epistolari. Oltre ad Ahmet Rasim, ricordiamo anche Ali Effendi, conosciuto come Ali Effendi il Prudente, per il nome del suo giornale, Basiret (quando il suo quotidiano, nato con i favori del palazzo, venne chiuso per aver pubblicato distrattamente una notizia sgradita, fu chiamato, a un certo punto, Ali Effendi l'Imprudente): pur essendo poco spiritoso, il pi meticoloso tra gli scrittori di rubriche su Istanbul, impegnati tutti a elargire consigli e muovere critiche che hanno come oggetto la Pagina 119

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vita quotidiana della citt. Mentre negli articoli di Ahmet Rasim, che aveva anche una cultura musicale e aveva composto dei brani, si sentono tutte le voci di Istanbul, chi legge le lettere di Ali Effendi il Prudente pu avere la sensazione di vedere un film muto, in bianco e nero, ambientato nelle strade della Istanbul degli anni Settanta del XIX secolo. Questi articoli, rivolti alla citt e ai suoi abitanti, e redatti anche senza il titolo Lettere della citt da molti scrittori di rubriche durante tutto il XX secolo, da Ahmet Haim a Burhan Felek, oltre a riflettere i colori, gli odori e le voci di Istanbul secondo lo s irito e l'umore dell'autore, avevano pure un'altra funzione: quella di insegnare le buone maniere ai cittadini, nelle strade, nei parchi e nei giardini pubblici, nei negozi e nei locali, sulle navi, sui ponti, sulle piazze e sui tram. Essendo molto complicato criticare il sultano, lo stato, il governo, la polizia, i militari, i capi religiosi e 136 anche le amministrazioni, l'lite che sapeva leggere e scrivere, per sfogare la rabbia e il malcontento, poteva solo prendere di mira le persone indifese e senza identit, gli abitanti di Istanbul, uno a uno, che camminavano per le strade tutti indaffarati. In questo modo, oggi noi sappiamo cosa hanno fatto, mangiato e detto, negli ultimi centotrent'anni, gli abitanti di Istanbul, che non erano istruiti quanto i lettori e gli autori di rubriche, e ci proprio grazie alle manie degli scrittori di rubriche, che rimproveravano quella massa di gente talvolta con rabbia, talvolta con affetto, e spesso con disprezzo. Da quarantacinque anni, cio da quando io ho imparato a leggere e scrivere, ogni volta che incrocio questi rimproveri e consigli, nati dal processo di occidentalizzazione e talora dal legame con i valori tradizionali, in qualche rubrica, ricordo con gioia la voce di mia madre che dice Non si indica col dito. Pagina 120

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Ormai siamo stufi dell'allagamento di tutte le piazze della citt, dopo le piogge. Bisogna risolvere questo problema (1946). Per l'aumento degli affitti e delle tasse dei negozi, e per l'immigrazione senza fine nella nostra citt, dopo i venditori di latte, ciambelle, cozze ripiene, fazzoletti di carta, pantofole, posate, giocattoli, acqua e bibite, anche quelli di dolci, interiora alla piastra, dolci e kebab hanno riempito i battelli (1949). Si era detto che per abbellire la citt i conducenti delle carrozze avrebbero messo un'unica divisa: come sarebbe stato elegante, se questo si fosse realizzato (1897). Uno dei successi della legge marziale che i taxi collettivi si 138 fermano solo nelle apposite stazioni. Per fortuna sparita l'anarchia di un tempo (1971). Il divieto di vendita dei sorbetti fatti con coloranti e frutta non autorizzati un'ottima decisione (1927). Quando vedete una bella donna per strada, non guardatela con eccessivo desiderio o con odio, come se la voleste uccidere; se incrociate il suo sguardo, sorridete dolcemente e procedete, abbassando gli occhi (1974). Ispirandoci all'articolo sui modi di camminare in citt, uscito sul famoso giornale parigino "Matin", anche noi rinnoviamo il nostro invito a coloro che non sanno passeggiare come si deve per le strade: non camminate a bocca aperta (1924). Speriamo che i nuovi tassametri, imposti dalla legge marziale, vengano adottati sia dagli autisti sia dai clienti, cos le contrattazioni e le liti di vent'anni fa, che cominciavano con l'idea "fai un po'"tu, fratello" e finivano nei posti di polizia, spariranno dalla nostra citt (1983). I venditori di ceci tostati e morbide caramelle, che danno la roba ai bambini in cambio di un pezzo di piombo, li invogliano a rubare; inoltre si staccano le pietre e i rubinetti di tutte le fontane di Istanbul e si fanno a pezzi i Pagina 121

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) rivestimenti che coprono le cupole dei mausolei e delle moschee (1929). Gli altoparlanti dei camion che vendono bombole, patate e pomodori e le brutte voci dei venditori hanno trasformato la citt in un inferno (1992). Abbiamo fatto un passo per eliminare i cani randagi. Se si fosse andato avanti con quella solerzia ancora un paio di giorni, se tutti i randagi fossero stati mandati a Hayirsizada, e se i branchi di cani fossero stati dispersi, forse questi animali sarebbero 139 stati eliminati per sempre da questa citt... Adesso, come prima, si sentono continuamente i loro grrrrr per le strade (1911). I facchini con le loro bestie da soma hanno smesso di nuovo di avere piet dei loro animali e hanno ripreso a caricarli eccessivamente; inoltre picchiano i loro poveri animali in mezzo alla strada (1875). Chiudere un occhio al transito delle carrozze nei punti pi belli della nostra citt, per non togliere una possibilit di guadagno ai poveri, condanna Istanbul a vedute non degne della sua grazia (1956). Si sa che da noi la voglia di essere i primi a scendere dalle imbarcazioni o da un qualsiasi veicolo molto diffusa; in ogni caso impossibile fermare coloro che saltano fuori prima che il battello tocchi il molo di Haydarpaa, anche se gli si urla "asino il primo" da dietro (1910). Alcuni giornali, coinvolgendo i lettori nella lotteria nazionale solo per aumentare la loro tiratura, provocano la formazione di code e assembramenti sgradevoli davanti alle apposite sedi nei giorni dell'estrazione (1928). Il Corno d'Oro non pi quello di una volta: si trasformato nella piscina sporca delle fabbriche, delle botteghe e dei macelli; con i relitti delle navi, gli acidi delle fabbriche, il catrame e gli scarichi delle botteghe, l'abbiamo distrutto (1968). Al vostro scrittore di rubriche sulla citt arrivano Pagina 122

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) tante lamentele che hanno per oggetto i custodi dei mercati e dei quartieri, i quali, durante le ronde notturne, invece di girare per le strade dormicchiano nei caff, cos in molte zone non si sente pi il rumore dei loro bastoni (1879). Il famoso scrittore francese Victor Hugo, a Parigi, saliva spesso al piano superiore degli omnibus a cavallo, e girava per le strade 140 da un capo all'altro a contemplare i suoi concittadini. Ieri abbiamo fatto lo stesso anche noi e abbiamo constatato che la maggior parte delle persone cammina in modo assai distratto; molti si scontrano, gettano a terra i biglietti, i coni dei gelati e le pannocchie, e i pedoni procedono sulla strada mentre le auto viaggiano sui marciapiedi; inoltre tutta la citt si veste malissimo, non a causa della miseria, ma per pigrizia e ignoranza (1952). Camminare per le strade, per le piazze, non come ci pare e ci fa comodo, ma rispettando le regole, come in Occidente, ci salver da questo caos. Ma se chiedete quante persone, in questa citt, conoscono tali regole, questa un'altra questione... (1949). I grandi orologi ai due lati del ponte di Karaky, come tutti gli orologi pubblici della citt, hanno gli ingranaggi che si muovono a caso, e in questo modo torturano gli abitanti di Istanbul, facendo loro credere che sia gi partito il battello ancora attaccato 141 al molo, oppure che ancora l quello partito gi da parecchio tempo (1929). arrivata la stagione delle piogge, e si aprono gli ombrelli, ma sappiamo camminare senza cavare l'occhio all'altro con la punta del nostro ombrello e senza scontrarci come le automobiline nei lunapark, e senza franare addosso alla gente, come mine vaganti, perch la nostra visuale coperta dagli ombrelli? (1953). A causa dei cinema a luci rosse, a causa della ressa e dello smog provocato dagli autobus e dalle macchine, ormai non si Pagina 123

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pu pi andare a Beyoglu (1981). Quando in una zona di Istanbul appare una malattia contagiosa, l'amministrazione sparge un po'"di calce, qua e l, in alcune strade sudice e schifose; ma ci sono mucchi e mucchi di sporcizia ovunque... (1910). Come tutti sanno, l'amministrazione pensava di eliminare completamente dalla citt i cani e gli asini, e la polizia i mendicanti e i vagabondi. Ma questo impegno stato disatteso; inoltre adesso Istanbul piena di persone che testimoniano il falso (1914). Ieri ha nevicato e non stato possibile salire sul tram dall'entrata davanti: nessun rispetto per la gente anziana... Ormai 142 constatiamo sempre, con immenso dolore, che l'educazione cittadina, gi scarsa, stata dimenticata (I27). Quando mi hanno detto il costo dei fuochi artificiali che quest'estate sono stati sparati, follemente, ogni sera, da ogni angolo di Istanbul, ho pensato che questo denaro speso nei divertimenti e nelle ostentazioni sarebbe potuto servire per l'istruzione dei bambini poveri della nostra citt di dieci milioni di abitanti; ne sarebbero stati felici anche i nostri concittadini che si sono divertiti in quelle feste. Non ho forse ragione? (1997). I palazzi che fanno vomitare tutti gli artisti europei di buongusto, soprattutto nell'ultimo periodo corrodono il panorama di Istanbul, come le tarme davanti a una bella stoffa. Andando avanti cos, tutta la citt sar una massa di edifici come a Yksekkaldirim e Beyoglu, e il motivo di questo degrado va ricercato non solo negli incendi, nella miseria e nell'ignavia, ma un po'"anche nella nostra curiosit per il nuovo (1922). 143 Capitolo diciasettesimo La passione per il disegno Qualche tempo dopo aver iniziato la scuola, scoprii che mi piaceva molto dipingere. Ma usare il verbo scoprire in questo contesto pu essere sbagliato, perch significherebbe rinvenire qualcosa di gi esistente per non notato, proprio come la scoperta dell'America. Non avevo una passione segreta o un talento scoperto Pagina 124

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sui banchi di scuola per la pittura. Perci meglio dire che mi accorsi che la pittura mi piaceva e mi emozionava. Questo comporta anche il disvelarsi dello stato d'animo e della capacit personale che pu essere chiamata talento. Talento che in me non c'era. O forse c'era, ma non cos importante. Avevo intuito che dipingere era piacevole, e ne ero molto felice. Solo questo contava. Dopo tanto tempo, una sera chiesi a mio padre come avevano capito che ero portato per il disegno. Avevi disegnato un albero, - mi rispose, - e avevi messo anche un corvo su un ramo. Con tua madre ci siamo guardati, perch il corvo del disegno si era posato sul ramo proprio come un corvo vero. Anche se non spiegava tutto, anzi era addirittura illusorio, questo racconto mi era piaciuto, e ci avevo creduto subito. Molto probabilmente, l'albero e il corvo che avevo disegnato a sette anni non erano per nulla straordinari. Il lato magico della risposta di mio padre stava nel fatto che avessero deciso d'un tratto, lui e mia madre, che avevo il talento per la pittura. In questa vicenda era importante anche il carattere di mio padre, sempre ottimista e sicuro di s, portato a credere sinceramente che tutto ci che facevano i figli fosse meraviglioso. Certo, allora non avevo pensato cos. Anch'io, come loro, avevo creduto di avere una predisposizione naturale per la pittura, un qualcosa che gli altri chiamavano talento. Quando disegnavo e facevo vedere le mie opere, tutti mi lodavano, si complimentavano e mostravano anche uno stupore che mi sembrava sincero. Era come se mi avessero messo fra le mani uno strumento per essere amato, baciato, apprezzato e stimato. 144 Allora io, quando mi annoiavo, iniziavo a disegnare. Mi compravano fogli, colori e matite e io dipingevo continuamente, poi facevo vedere i miei lavori, Pagina 125

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) soprattutto a mio padre. Lui reagiva proprio come volevo io: guardava il mio disegno, ogni volta, con un'ammirazione e una meraviglia che stupivano pure me, e lo commentava. Come hai reso bene l'atteggiamento di quest'uomo che pesca. Lui annoiato, perci il mare scuro. E questo accanto a lui suo figlio, no? Poi gli uccelli che aspettano i pesci. geniale. Correvo subito nell'altra stanza a rimettermi all'opera. In realt, quello accanto al pescatore non era suo figlio, era un suo amico ma avendolo disegnato piuttosto piccolo, per sbaglio, sembrava suo figlio. Ormai avevo un po'"d'esperienza nell'accogliere quegli elogi. Prendevo in considerazione solo le parole che mi rendevano felice, e quando mostravo il disegno a mia madre, lo presentavo cos: Guarda com' venuto. Il pescatore e suo figlio. Bello, bravo tesoro, - diceva mia madre. - Ma se facessi anche i tuoi compiti non sarebbe meglio? Un giorno, a scuola, dopo aver fatto un disegno, tutta la classe mi corse vicino e lo guard. E l'insegnante dai denti a pettine lo appese al muro. Mi sembr di avere le tasche piene di cioccolatini e giocattoli. Bastava disegnare queste meraviglie e mostrarle come un giocoliere che estrae conigli e colombe dal nulla, per essere riempito di complimenti. Inoltre la mia vocazione si trasformava, a poco a poco, in un talento riconosciuto, perch disegnando continuamente avevo fatto progressi. Prestavo attenzione ai disegni pi semplici, come ad esempio una casa, un albero, un uomo in piedi che copiavo dalle riviste illustrate, dalle vignette dei giornali, dai libri e dai periodici scolastici. Non disegnavo guardando la natura, gli oggetti e le strade: disegnavo guardando le forme nella mia mente. Il disegno doveva essere semplice come nelle riviste illustrate, nelle vignette o nei libri scolastici per poterlo tener presente e raffigurarlo. I quadri a olio e i ritratti erano complicati come la vita, anzi pi della vita. Oltre a non capire com'erano realizzati, non risvegliavano affatto in me la passione e la voglia di Pagina 126

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dipingere. Mi piacevano i libri da colorare, e con mia madre andavo da Alaaddin e ne compravo diversi, ma non li coloravo. Guardavo solo i disegni e li tracciavo sui fogli. La casa, l'albero, la strada che disegnavo, mi restavano in mente. Amavo disegnare gli alberi. Facevo un albero, un singolo albero solitario. Disegnavo di getto i rami e le foglie. Poi disegnavo le 145 montagne che si intravedevano fra i rami e le foglie. Ancor pi indietro disegnavo due grandi vette. Quindi, ispirandomi ai dipinti giapponesi, disegnavo l'ultima montagna in fondo, pi alta e romantica. Ormai la mia mano sapeva molto bene come tracciarli. Le nuvole e gli uccelli che disegnavo erano le nuvole e gli uccelli che vedevo nei dipinti. Tracciavo tutto sulla base di quei disegni, ma erano opera mia, e l'albero, le montagne e le nuvole sembravano veri. Mettevo la neve in cima alla montagna pi alta, dietro le vette lontane. Toglievo il foglio dal tavolo, lo tenevo a una certa distanza dagli occhi e lo contemplavo con gioia. Osservandolo muovevo la testa a destra e a sinistra, e talvolta lo appoggiavo da qualche parte e mi allontanavo cos da guardarlo anche da lontano. S, era bello, e l'avevo fatto io. S, non era perfetto, ma l'avevo fatto io ed era bello. Era piacevole fare quel disegno e contemplarlo quasi fosse di un altro, come se guardassi dalla finestra. A volte volevo vedere il mio disegno con gli occhi degli altri, e allora notavo un difetto. Oppure mi facevo prendere dall'entusiasmo e mi veniva il desiderio di allungare quei momenti straordinari di gioia che provavo quando disegnavo, e riviverli ancora. Per questo bastava aggiungere una nuvola, un paio di uccelli o delle foglie. In seguito mi capitato talvolta di pensare che queste piccole modifiche rovinassero il disegno. Ma sapendo molto bene che questa era la maniera pi semplice per sentire di nuovo i piaceri provati durante il disegno, non riuscivo a farne a meno. E talora avevo un desiderio molto forte di riassaporare quelle sensazioni nella mia anima, e cos mi mettevo nuovamente a disegnare. Che tipo di piacere provavo? A questo punto, il vostro Pagina 127

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) scrittore di ricordi allontaner un po'"il suo racconto dalla coscienza di un bambino piccolo e si avviciner a quella dell'autore cinquantenne che crede di poter raccontare se stesso attraverso quel bambino piccolo. 1. All'origine della passione per il disegno c'era, naturalmente, la gioia di creare d'un tratto una meraviglia e farla accettare alle persone intorno a me. Sapevo che avrei fatto vedere la mia opera a qualcuno, e il mio disegno sarebbe piaciuto, cos, mentre disegnavo, con una parte della mia anima sentivo che queste gioie erano in arrivo. L'attesa, diventando man mano pi profonda, si univa al piacere del dipingere e riempiva di felicit anche gli istanti in cui la matita si muoveva sul foglio. 2. Disegnando e prestando continuamente attenzione ad altri disegni, la mia mano aveva acquistato capacit quanto la mia mente. 146 Quando tracciavo un albero, mi sembrava che la mano si muovesse da sola. Era piacevole e curioso seguire, mentre la matita procedeva veloce sul foglio, la linea tracciata, quasi fosse fatta da un'altra creatura. Era come se si fosse sistemata dentro di me un'altra persona, a schizzare quel disegno. Quest'altra persona aveva un lato intelligente e affascinante che mi toccava l'anima. Volevo credere di poter essere brillante e affascinante quanto lui. Mentre il mio stupore proseguiva, un'altra parte di me controllava le curve dell'albero, la posizione delle montagne, l'intero disegno, e il fatto che avessi tirato fuori tutto questo dal nulla, su un foglio bianco, mi riempiva d'orgoglio. Avevo la mente sulla punta della matita, e funzionava senza che me ne rendessi conto, perch esaminava, subito dopo, ci che avevo fatto. Questo secondo momento, quest'attimo di verifica mentale, era assai gradevole come la critica. Ma la gioia principale era constatare che la matita iniziava a tracciare da sola le sue linee, e il piccolo pittore scopriva la sua libert e audacia guardando semplicemente il movimento della mano. Ero uscito fuori di me, e incontrando la seconda persona ero diventato una linea: Pagina 128

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) con la mia matita scivolavo sui fogli come il bambino che scivola con la sua slitta sulla neve. 3. Questa divisione tra la mia mente e la mia mano, la sensazione che la mia mano agisse spontaneamente, aveva qualcosa in comune con la percezione della fuga nel mio mondo di sogni quando la mente era ancora vigile. Inoltre, al contrario degli strani mondi creati dalla mia immaginazione, non nascondevo ci che aveva fatto la mia mano: lo mostravo a tutti e aspettavo le lodi, poi, una volta elogiato, mi inorgoglivo. Disegnare era come avere un secondo mondo di cui non mi pentivo. 4. Ci che disegnavo, anche se erano le case, gli alberi, le nuvole dell'immaginazione, aveva anche un lato materiale e reale. Questo mi piaceva. La casa che disegnavo diventava mia. Sentivo che ci che riuscivo a disegnare era mio. Scoprire di essere dentro l'albero o il panorama dipinto mi portava in un altro mondo, in un mondo reale perch potevo mostrarlo anche agli altri, e questo mi liberava dalla noia. 5. Mi piacevano gli odori e la consistenza dei fogli, delle matite, dell'album da disegno e delle scatole di colori. Accarezzavo con amore sincero i fogli bianchi. Conservavo i miei disegni e adoravo le loro caratteristiche materiali. 6. Scoprire tutte queste piccole abitudini, queste minuscole gioie, mi faceva credere, anche grazie al supporto delle lodi, di essere una persona davvero speciale. Non mi vantavo dicendolo agli 147 altri, ma volevo che gli altri lo intuissero da s. Disegnare, proprio come il secondo mondo che portavo nella mia testa, mi arricchiva la vita e mi dava la forza di abbandonare consapevolmente il primo mondo polveroso e semibuio, una forza che cominciava a far parte della mia personalit ed era accettata anche dalla mia famiglia. 148 Capitolo diciottesimo La collezione di fatti e curiosit di Reat Ekrem Kou: Pagina 129

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) l'Enciclopedia di Istanbul Erano i primi tempi in cui imparavo a leggere e scrivere, e nella libreria polverosa di mia nonna, con i vetri scorrevoli perlopi chiusi, piena di enciclopedie Hayat, romanzi rosa ingialliti e testi di medicina del mio zio che viveva in America, trovai un libro enorme, delle dimensioni di un giornale. Il volume dal titolo Da Osman Gazi ad Atatrk. Il panorama di seicento anni di storia ottomana mi piacque molto sia per la scelta dei temi sia per i suoi numerosi, bizzarri disegni. Quando a casa nostra si faceva il bucato o nei giorni in cui non andavo a scuola, perch ero malato o semplicemente perch non ne avevo voglia, salivo da mia nonna e tiravo fuori quel libro: lo appoggiavo sulla scrivania di mio zio e mi soffermavo su ogni sua riga; e anche negli anni successivi, quando vivevamo in appartamenti d'affitto e andavo a trovare mia nonna, mi mettevo a leggerlo. 149 Il libro mi piaceva, non solo per i suoi disegni in bianco e nero, fatti a mano, che non mi stancavo mai di guardare, ma anche perch trattava la storia ottomana non come un susseguirsi di guerp , vittorie, sconfitte e accordi, raccontati con il linguaggio orgoglioso e nazionalista dei volumi scolastici, ma come una rassegna seducente, terribile e a tratti disgustosa di curiosit, eventi e personaggi bizzarri. Da questo punto di vista, il libro somigliava a quei surname ottomani che descrivevano le parate delle corporazioni che, sfilando davanti al sultano, si producevano in una serie di stranezze per divertirlo. Come si pu vedere anche nelle miniature che ornano quelle opere, il sultano, dalla finestra della sua reggia situata dove oggi c' il palazzo di Ibrahim Pasci, in piazza Sultanahmet, contemplava tutta la ricchezza, i colori, le peculiarit del suo impero attraverso il passaggio di tante persone con i costumi dei loro mestieri, e mi sembrava che l ad assistere ci fossimo anche noi, lettori contemporanei di questo strano libro. Poich dopo la Repubblica e l'occidentalizzazione Pagina 130

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) eravamo convinti di essere avvolti dall'aura di una civilt pi scientifica e logica, era piacevole osservare da lontano dalla nostra finestra moderna, la tipicit, l'estraneit dell'antenato ottomano che pensavamo di aver lasciato alle nostre spalle, e la sua umanit che emergeva inaspettata da questi particolari. E cos leggevo attentamente come nel XVIII secolo un funambolo avesse attraversato il Corno d'Oro su una corda tesa fra gli alberi delle navi, durante la festa di circoncisione del principe Mustafa, figlio del sultano Ahmet III, e provavo diletto a guardare il disegno in bianco e nero che narrava l'episodio. C'era scritto che a Eyp, sul pendio di Karyagdl, avevano costruito un cimitero per i boia, perch i nostri padri pensavano che, uccidendo in cambio di denaro, non fossero degni di essere sepolti con gli altri uomini. Leggevo che durante il periodo di Osman II, nel 1921, c'era stato un inverno molto rigido durante il quale il Corno d'Oro si era ghiacciato completamente, e il Bosforo parzialmente, e mi soffermavo a guardare i dettagli del disegno che mostrava le barche l appoggiate sui traini, con le navi bloccate tra i ghiacci, senza pensare che il quadro rappresentava pi la fantasia del pittore che non la realt, come tante altre illustrazioni nel libro. Un'altra curiosit che restavo a osservare continuamente riguardava i ritratti di due famosi matti di Istanbul, durante il periodo di Abdlhamit II. Uno era un tale di nome Osman, che girava sempre nudo (il pittore l'aveva disegnato mentre si copriva 150 era una donna che si metteva addosso tutto quello che trovava: Madame Upola. Secondo lo scrittore, questi due matti, quando si incontravano, si saltavano addosso e si picchiavano, e per questo la gente non li faceva salire sul Ponte. (Il ponte: allora non esistevano i ponti de1 Bosforo, n i quattro ponti che ci sono oggi sul Corno d'Oro; c'era soltanto il ponte di Galata, in legno, eretto nel 1845, tra Karaky e Eminn, e ricostruito tre volte fino Pagina 131

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) alla fine del XX secolo - gli abitanti di Istanbul lo chiamavano Il Ponte). Poi il mio sguardo cadeva sul dipinto di un uomo con una gerla sulle spalle, imprigionato con una corda al collo a un albero, e leggevo che, cent'anni fa, un importante funzionario di Istanbul, Hseyin Bey, aveva legato un panettiere ambulante all'albero dove quest'ultimo aveva lasciato il suo cavallo con le gerle per andare a giocare a carte al caff, quale punizione per aver fatto soffrire il povero animale. Quant'erano vere queste stranezze che provenivano in parte da fonti quali i giornali del periodo? Ad esempio, la testa di Kara Mehmet Pasci - nel XV secolo - era stata tagliata veramente alla fine delle trattative, per sedare la rivolta dei sipahi a Istanbul, e la testa tagliata era stata forse fatta avere ai ribelli per mettere fine all'insurrezione, e i sipahi avevano forse giocato un po'"con la testa del visir per sfogare la loro rabbia? Potevano assomigliare ai calciatori mentre giocavano con la testa in quel disegno? Poich fissavo il dipinto senza pormi queste domande, andavo poi a leggere che, nel XVI secolo, Ester Kira, esattrice delle tasse, detta anche la mano delle bustarelle di Safiye Sultan, era stata fatta a brandelli e ogni suo pezzo era stato inchiodato alla porta di coloro che le avevano dato tangenti: io guardavo un po'"intimorito il disegno della mano, in bianco e nero, attaccata a una porta. L'attenzione particolare e sincera di Kou per questi dettagli terribili e curiosi si concentrava su un aspetto che i viaggiatori stranieri adorano: i metodi di tortura ed esecuzione a Istanbul. Leggevo che a Eminn era stato costruito un patibolo per la cosiddetta condanna a morte con il gancio: qui i colpevoli venivano spogliati completamente, legati, tirati su con una carrucola e improvvisamente lasciati cadere sopra il gancio acuminato. Un giannizzero si era innamorato follemente della moglie di un imam e l'aveva rapita, quindi, per poter camminare con lei per le strade, le Pagina 132

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) aveva tagliato i capelli e l'aveva vestita da uomo; quando fu catturato, gli ruppero le braccia e le gambe, lo misero nella canna di un mortaio fra stracci unti e polvere da sparo, e lo lanciarono in aria. Un altro metodo, definito una forma tremenda di condanna a 151 morte, consisteva nel crocifiggere il colpevole completamente nudo, con la pancia in gi, e portarlo in giro per la citt, perch servisse da esempio, alla luce di alcune candele sistemate sulle spalle e dentro le natiche. Mentre guardavo il disegno di quel condannato, mi veniva quasi un brivido di piacere, e mi rallegravo nel constatare che il passato di Istanbul era collegato a un cos tremendo e bizzarro senso della morte, illustrato in una serie di cupi disegni in bianco e nero. Questo volume era opera del famoso storico Reat Ekrem Kou, uno dei quattro scrittori di Istanbul che io ho chiamato i quattro uomini tristi e solitari. All'inizio non era stato pensato come un libro, ma tale era diventato unendo gli inserti di quattro pagine che il Cumhuriyet dava ai suoi lettori, nel 1954. (L'ultima pagina di ogni inserto, che io amavo molto, conteneva gli eventi strani e curiosi della nostra storia). In realt, non era la prima volta che Reat Ekrem Kou provava a far amare e leggere alla gente questa mescolanza particolare di storie bizzarre, misteri, informazioni storiche ed enciclopediche illustrata da disegni in bianco e nero, realizzati a mano. Il suo primo esperimento fu l'Enciclopedia di Istanbul, che cominci a pubblicare nel 1944 e dovette abbandonare a met, per mancanza di fondi, nel 1951, alla pagina mille, quarto volume, quando era ancora alla lettera B. 152 Kou, sette anni dopo l'interruzione della pubblicazione dell'Enciclopcdia di Istanbul, di cui era giustamente orgoglioso perch era la prima enciclopedia al mondo scritta su una citt, tent di ripubblicarla a partire dalla lettera A. Adesso Kou Pagina 133

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) aveva cinquantatre anni, e avendo paura che la sua straordinaria opera restasse di nuovo incompiuta, aveva deciso di farne quindici volumi, tentando di rendere pi popolari i testi. Avendo, ormai, pi fiducia in se stesso, e non vergognandosi delle sue manie, che considerava umane e comuni, non aveva trovato inadeguato inserire i suoi desideri e le sue curiosit e passioni personali. Questa seconda Enciclopedia di Istanbul di Reat Ekrem Kou, che cominci a uscire nel 1958 e poi venne interrotta nel 1973, all'undicesimo volume, lettera G, davvero il testo pi curioso e brillante scritto su Istanbul nel XX secolo. Inoltre, per l'impianto e l'atmosfera dei suoi brani, l'opera pi conforme all'anima della citt. Per capire meglio questa strana enciclopedia, che mi piace molto sfogliare a caso e consultare - e ormai si trasformata in un libro di culto per quelle persone di Istanbul appassionate della loro citt -, bisogna conoscere prima di tutto Reat Ekrem Kou. Reat Ekrem Kou una di quelle anime speciali che diffusero 153 un'immagine triste e parziale di Istanbul, poich vennero feriti dalla citt all'inizio del XX secolo. La tristezza domina tutta la via di Kou, e costituisce la logica nascosta della sua opera e il suo modo di vedere il mondo, in preparazione dell'ultima sconfitta. Ma al contrario di altri scrittori, questo sentimento, nei suoi libri e nei suoi articoli, non assolutamente percepibile n una fonte di preoccupazione. Per questo, cercando di cogliere la tristezza di Kou, potrebbe sembrare strano se affermassimo che tale sentimento gli veniva trasmesso dalla storia, dalla sua famiglia e in particolare da Istanbul, perch come tutti gli eroi sensibili feriti dalla citt, anche Reat Ekrem Kou pensava che la tristezza fosse una condizione innata e congenita, alla base del suo carattere. Non riteneva che il senso di malinconia e l'accettazione fin dall'inizio Pagina 134

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) della sconfitta dipendessero da Istanbul; al contrario, considerava la citt una consolazione. Bisogna sapere che Reat Ekrem Kou nacque a Istanbul nel 1905 da una famiglia di impiegati e insegnanti: sua madre era la figlia di un pasci e suo padre aveva fatto per tanti anni il giornalista; Kou aveva vissuto le esperienze che avevano vissuto gli altri scrittori tristi di Istanbul, suoi pari e coetanei. Tutta la sua infanzia fu attraversata dalle guerre, dalle sconfitte che rovinarono l'impero ottomano e dalle migrazioni che condannarono Istanbul a una miseria invincibile per decine di anni. Gli ultimi grandi incendi, i pompieri, le liti di strada, la vita di quartiere, le taverne di Istanbul: sono questi gli argomenti, negli anni successivi, dei suoi libri e dei suoi articoli. In alcuni scritti parla di una parte della sua infanzia, trascorsa in una villa di legno sul Bosforo che in seguito si incendi. Quando Reat Ekrem aveva vent'anni, suo padre aveva comprato una casa di legno a Gztepe e lui aveva passato la maggior parte della sua vita in questo luogo, dove era stato testimone della scomparsa delle ville di legno e delle grandi famiglie numerose. Come succedeva spesso in questo tipo di famiglie, quando la villa di legno venne venduta a causa delle ristrettezze economiche e delle liti interne, Kou non abbandon il suo ambiente, e continu ad abitare a Gztepe, ma in alloggi moderni. La decisione pi importante della sua vita, quella che ci fa capire meglio la sua anima triste tutta rivolta al passato, stata la scelta di studiare storia e, dopo la laurea, di diventare l'assistente del suo caro professore, lo storico Ahmet Refik, nei giorni in cui crollava l'impero ottomano, e diventava centrale, nell'ideologia costitutiva della Repubblica turca, l'abitudine di rimuovere, sotterrare, infangare e temere tutto ci che riguardava il passato. 154 Ahmet Refik, nato a Istanbul nel 1880, era venticinque anni Pagina 135

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pi anziano di Kou, ed stato il primo storico moderno e popolare di Istanbul. Divent famoso scrivendo una collana di libri intitolata La vita ottomana nei secoli passati, e pubblicandola a fascicoli, come avrebbe poi fatto Kou con la sua enciclopedia. Da una parte teneva lezioni all'universit e dall'altra cercava documenti, tra polvere e terra, negli archivi ottomani a soqquadro, che allora erano chiamati scrigni di documenti, girando nelle biblioteche e leggendo i manoscritti interessanti e curiosi dei cronisti ottomani; a partire da questo materiale che studiava voracemente, e avendo un discreto talento letterario (era nello stesso tempo poeta molto amato e autore di testi per opere musicali) proprio come Kou -, scriveva di getto articoli per i giornali, e pubblicava libri popolari. Ahmet Refik, che influenz molto Kou per diverse sue peculiarit, tipo collegare la storia alla letteratura, trovare documenti interessanti e originali negli archivi e pubblicarli nelle riviste e sui giornali, essere un bibliofilo e girare le librerie della citt, cercare di rendere accessibili a tutti le vicende storiche o bere ogni sera e chiacchierare amabilmente, nel 1933, durante la Riforma universitaria venne cacciato dal suo posto, e questo fu un grave colpo per l'allievo. Quando Ahmet Refik perse la cattedra proprio per questa riforma (che aveva messo fuori dalla facolt di Legge anche il mio nonno materno), perch era vicino al partito Libert e intesa che si era opposto ad Atatrk e, di pi, perch amava la storia e la cultura ottomana, pure Reat Ekrem Kou rimase disoccupato. E ci che rese ancor pi infelice Kou fu vedere il suo professore morire in miseria, dopo aver combattuto per cinque anni contro la povert, la solitudine e l'indifferenza poich era caduto in disgrazia presso il governo e Atatrk, e dopo aver venduto a poco a poco la sua biblioteca per comprarsi le medicine. Proprio come Pagina 136

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sarebbe successo a Kou quarant'anni dopo, una buona parte dei novanta libri scritti da Ahmet Refik non era pi in circolazione, quando lui mor. Reat Ekrem Kou, in un suo articolo sulla scomparsa di Amet Refik, dimenticato gi quando era ancora in vita, ritorna alla sua infanzia con un trasporto sincero: rammenta come negli anni della mia infanzia in cui mi tuffavo in mare, dallo scalo davanti alla nostra villa, sul Bosforo, come un filo a piombo, e ne uscivo come un pesce squamoso, proprio allora inizi a leggere Ahmet Refik, a undici anni, cio quando era un bambino felice che abitava in una villa sullo stretto, dimostrando cos come si 155 alimentano a vicenda i ricordi d'infanzia vissuti in quelle stesse case che, durante la mia giovinezza, vidi incendiarsi una dopo l'altra; e il sentimento di grande nostalgia per la storia ottomana di Istanbul. Ma pur in un paese che si impoveriva, Reat Ekrem Kou aveva un altro valido motivo per essere infelice, oltre alla citt stessa e allo scarso interesse dei lettori: il fatto di essere omosessuale, a Istanbul, nella prima met del XX secolo. Osservando gli argomenti dei suoi romanzi popolari, respirando la loro allegra atmosfera, carica di violenza ed erotismo, e sfogliando a caso l'Enciclopedia di Istanbul, vediamo come Reat Ekrem Kou sia molto pi coraggioso rispetto agli altri scrittori della citt, suoi pari e contemporanei, nell'esprimere le proprie passioni, i desideri sessuali particolari e le manie. L'Enciclopedia di Istanbul, fin dai primi fascicoli, ricca di espressioni d'ammirazione per la bellezza degli uomini giovani e dei ragazzi, che saltano fuori a ogni occasione e aumentano man mano che si va avanti. Ad esempio, uno dei paggi del sultano Solimano il Magnifico, Pagina 137

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Mirialem Ahmed Aga, un drago umano, dalle braccia simili ai rami di un platano, e un giovane eroe... Oppure il barbiere Cafer un ragazzo famoso per la sua bellezza perch viene nominato nel ebrengiz (1) del poeta Ulvi elebi, dove si loda il fascino 1 Opera in versi dell'antica letteratura Divan, che parla delle bellezze delle citt. [N. d.T]. 156 degli artigiani di Istanbul. L"orfano Ahmed, un'altra voce enciclopedica, il bello dei rigattieri, il protagonista, giovani di quindicisedici anni, di un racconto di Istanbul che porta lo stesso titolo. Era un ragazzo che girava a piedi nudi, indossava calzoni con quaranta rammendi, e dal punto strappato della sua camicia gli si vedeva la carne, ma era un sorso d'acqua bellissimo, dalle sopracciglia che gli stavano sulla fronte come un monogramma del brevetto di bellezza e dai ricci capelli scatenati; aveva una pelle bruna e dorata, lo sguardo sfuggente, il corpo sottile e nerboruto e si esprimeva in un modo lezioso: cos lo descrive Kou. Aveva fatto disegnare questi eroi dai piedi nudi ai fedeli pittori della sua enciclopedia, e nei primi volumi si rifugia nella legittimit delle abitudini e dei giochi letterari, come i poeti dei canzonieri che lodano senza paura la bellezza maschile. Alla voce civelek esalta i rapporti fra i ragazzi giovani e imberbi, appena entrati fra i giannizzeri, e i commilitoni smargiassi e provocatori. Alla voce civan, dopo aver spiegato che la bellezza che si descrive nella letteratura del canzoniere la bellezza maschile, entra volentieri nei dettagli storici di questa parola che significa ragazzo giovane, sempre in forze e gagliardo. Questo linguaggio curato dei primi volumi, che si insinua abilmente tra le informazioni storiche, letterarie e culturali, si trasforma nei volumi successivi nella licenza di parlare, con qualche pretesto, dei ragazzi giovani e belli e dei loro piedi. Nella voce che Pagina 138

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) porta il nome del marinaio Dobrilovic, leggiamo che questo giovane croato faceva parte dell'Associazione marittima, e il 18 dicembre 1864, mentre il battello approdava allo scalo di Kabata, era caduto e aveva lasciato la gamba tra l'imbarcazione e lo scalo (una delle 157 paure pi profonde, comune a tutti gli abitanti di Istanbul); il piede gli si era staccato insieme allo stivale ed era finito in mare, per cui il giovane croato aveva urlato: Mi caduto lo stivale. Kou, nei primi volumi, per poter parlare dei ragazzi belli e giovani dai piedi nudi, aveva dovuto studiarsi i libri di storia ottomana, i ebrengiz, i poemi popolari, i manoscritti dimenticati nelle biblioteche deserte, i canzonieri, i libri strani della cultura ottomana e di Istanbul, i volumi di oracoli, i surname e i giornali del XIX secolo che erano la sua passione ( l che incontra il bel giovane croato). Invece, negli ultimi anni della sua vita, Kou aveva capito con tristezza e rabbia che la sua enciclopedia non poteva essere raccolta in quindici volumi, e non sarebbe mai riuscito a finirla, cos, per restare fedele alle sue manie, aveva iniziato a cercare altre fonti, anche non scritte. Cominci, inventandosi qualche scusa, a inserire voci su giovani che aveva conosciuto in vari modi nelle strade, nelle taverne, nei caff, nei locali e sui ponti della citt, sui ragazzini che vendevano i quotidiani per cui provava un interesse particolare, e sui bambini belli e puliti che durante le feste vendevano gli stemmi dell'Istituto d'aviazione turco. Ad esempio, al decimo anno dell'enciclopedia, quando Kou ne aveva sessantatre, nel nono volume, a pagina 4767, scrisse una voce su un ragazzo acrobata, abile, intorno ai quattordiciquindici anni, che aveva conosciuto tra il 1955 e il 1966. Kou racconta di averlo visto, una sera, sul palcoscenico del cinema estivo And, a Gztepe, dove aveva trascorso la maggior parte della sua vita: Indossava scarpe bianche, calzoni bianchi e Pagina 139

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) una canottiera bianca con la mezzaluna e la stella sul petto, e con i suoi pantaloncini bianchi e cortissimi che metteva sul palcoscenico e con la sua faccia pulita e graziosa e i suoi modi raffinati, con il suo garbo e la sua educazione, dimostrava subito di assomigliare ai suoi coetanei dei paesi occidentali. Dal contenuto della voce intuiamo che lo scrittore dell'enciclopedia si rattrista vedendo il ragazzo girare con un piattino in mano per raccogliere i soldi, ma non gli dispiace constatare che riesce ad avere pi applausi che soldi, perch non assillante n sfacciato. Kou racconta malinconico come conobbe, a cinquantun anni, il giovane acrobata che diede il suo biglietto da visita ad alcuni spettatori, e come, dopo questo incontro, scrisse lettere a lui e alla famiglia, ma nei dodici anni trascorsi da quella volta al cinema, fino alla stesura della voce enciclopedica, si erano persi di vista e purtroppo non riceveva pi risposte alle sue missive, per cui non poteva raccontare ci che il ragazzo aveva fatto negli ultimi tempi. 158 Il lettore curioso e paziente che negli anni Sessanta continuava a comprare fascicolo dopo fascicolo l'opera di Kou, la leggeva ormai come una rivista in cui si narravano alcuni eventi attuali e le storie interessanti, divertenti ed esotiche sulla eitt, e non come una fonte straordinaria che metteva in ordine tutte le informazioni su Istanbul. Mi ricordo che, in quegli anni, vedevo questi fascicoli enciclopedici insieme alle riviste settimanali, in un angolo di alcune case di Istanbul. Invece Kou era molto meno famoso rispetto alla sua opera, che era venduta nelle edicole, come le riviste. Era impossibile, nell'Istanbul di quegli anni, che la sua enciclopedia venisse accettata come un lavoro che descriveva le manie, le passioni, le tristezze e i desideri di una singola persona, un cittadino tristemente fedele a Istanbul e a tutte le sue stranezze. Alla sua prima uscita e nei primi volumi della sua Pagina 140

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) seconda edizione, l'enciclopedia di Kou era una fonte scientifica e seria, grazie al contributo di molti scrittori e professori che condividevano il medesimo amore per Istanbul, una generazione di intellettuali che si opponeva al declino della citt dovuto all'occidentalizzazione e alle demolizioni. Ma io preferisco sfogliare gli ultimi tomi, e provo le stesse gioie di un viaggiatore immaginario che va a zonzo nel passato e nel presente di Istanbul, mentre il numero degli autori col tempo si riduce e Kou d via via sempre pi spazio alle sue fissazioni e curiosit. Talvolta anch'io sento l'amore e la nostalgia per il passato che 159 si celano dietro questo grande sforzo che cost la vita a Kou, e mi incuriosiscono, pi dei motivi storici come il crollo dell'impero ottomano e il declino di Istanbul, le ombre nascoste della sua infanzia, passata nelle vecchie ville di legno. Si pu forse paragonare il nostro scrittore a quei collezionisti amareggiati che dopo una delusione privata rinunciano all'amore e alle persone e cominciano, istintivamente, a raccogliere e accumulare rarit, per dedicare tutta la loro vita a questa ricerca. Per Kou non ammassava oggetti come i collezionisti classici, ma piuttosto si interessava a ogni specie di informazione strana su Istanbul. Come i ricercatori che agiscono secondo un impulso profondo del cuore e all'inizio non pensano assolutamente che la loro collezione finir in un museo, anche lui metteva insieme ogni sorta di materiale bizzarro, ogni dettaglio o ricordo personale riguardanti la citt, non per un'enciclopedia destinata alla pubblicazione ma soltanto in base all'istinto. Dopo aver intuito che la sua raccolta poteva essere immensa, proprio come un collezionista che sogna un museo, gli deve essere passato per la mente il geniale pensiero di realizzare un'enciclopedia su Istanbul a partire da tutto quel curioso materiale, e allora deve aver percepito l'oggettivit del suo tesoro di informazioni. Il professor Semavi Eyice, lo storico dell'arte bizantina e Pagina 141

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ottomana che gi nel 1944 conobbe Kou e prepar molte voci per l'enciclopedia, fin dalla sua prima uscita, negli articoli che scrisse dopo la morte del nostro autore parla della sua grande biblioteca, delle voci che port per anni nelle buste, di ritagli di giornale e fotografie e della sua collezione di disegni, e degli incartamenti e dei quaderni pieni di appunti (oggi perduti) presi pazientemente per anni, leggendo i quotidiani di Istanbul del XIX secolo. Inoltre, a un nostro incontro, mi disse che Kou aveva anche una grande collezione di articoli sugli omicidi scandalosi, strani e misteriosi di Istanbul commessi nel passato. Verso la fine della sua vita, nei giorni in cui comprese tristemente che la sua enciclopedia non poteva essere terminata, in un momento di rabbia e sconforto aveva detto a Semavi Eyice di voler bruciare nel suo giardino tutto questo cumulo di informazioni, il suo materiale riguardante Istanbul, la collezione cui aveva dedicato l'intera vita. I fascicoli dell'Enciclopedia di Istanbul diminuirono e non uscirono pi a partire dal 1973, tuttavia Kou non si fece prendere dal furore dell'autentico collezionista, come quello di Utz, il personaggio di Bruce Chatwin - scrittore che ha lavorato anche da Sotheby" s -, il collezionista di porcellane che un giorno 160 manda in pezzi la sua raccolta. Kou, in uno scatto d'ira, si era scagliato contro il suo ricco socio che l'aveva criticato per aver riempito l'enciclopedia, due anni prima, di voci lunghe e inutili intorno alle sue fissazioni e cos, una volta chiuso l'ufficio di Babiali, aveva trasferito tutta la sua collezione, le brutte copie, i ritagli di giornale e le fotografie nel suo appartamento, a Gztepe. Come tutti i maniaci di Istanbul che nel loro passato hanno nascosta una storia triste e non riescono mai a radunare in un museo tutto ci che hanno raccolto, anche Kou aveva cominciato a vivere da solo in Pagina 142

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) una casa che, negli ultimi anni della sua vita, aveva riempito fino all'orlo dei suoi materiali (un ammasso di appunti e ritratti). La casa signorile di legno che aveva fatto costruire suo padre, dopo la morte di sua sorella era stata venduta, ma Kou non riusciva ad allontanarsi dal suo quartiere. Ormai l'unica persona che gli stava accanto era un ragazzo figlio di nessuno, simile ai bambini di strada di Istanbul su cui aveva scritto anche una voce nella sua opera, di nome Mehmet, che aveva conosciuto per caso e adottato, e che aveva messo alla guida di una casa editrice da lui stesso fondata. Naturalmente aveva anche circa quaranta amici, scrittori, storici e letterati, che per trent'anni riempirono di voci l'Enciclopedia di Istanbul, senza assolutamente ricevere alcun compenso (come Semavi Eyice). Tra questi autori che avevano in comune l'amore per Istanbul, c'erano, della vecchia generazione, Sermet Muhtar Alus, che scriveva ricordi e brani umoristici sui quartieri, sui personaggi, sulle case signorili di Istanbul del XIX secolo e sui 161 I I pasci dongiovanni, e Osman Nuri Ergin, che aveva raccontato la storia, molto dettagliata, del municipio di Istanbul, aveva composto la famosa guida della citt, uscita nel 1934, e infine aveva donato la propria raccolta di libri, fondando cos la biblioteca comunale. Entrambi per morirono durante la pubblicazione dei primi fascicoli. Gli scrittori della nuova generazione si allontanavano da Kou, come diceva Eyice, a causa dei suoi capricci, e per questo le conversazioni e le trasferte nelle taverne, che facevano inseparabilmente parte della pubblicazione dell'enciclopedia, con il passare degli anni diventarono sempre pi rare. In Kou c'era la durezza di modi del collezionista solitario, quale pu essere descritta da uno psicologo come Melanie Klein, la quale analizza molto bene l'infanzia delle persone legate ossessivamente sia agli oggetti sia alle Pagina 143

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) persone. Spesso (tra il 1950 e il 1970) si incontravano, la sera, nei soliti uffici e, dopo aver conversato a lungo, tutti insieme andavano in una taverna, a Sirkeci. Questi scrittori famosi, che non accettavano nessuna donna tra di loro e vivevano in un mondo estremamente misogino, proprio come i poeti dell'antica letteratura Divan, erano gli ultimi rappresentanti di quella letteratura, della tradizione orale e della cultura ottomana maschile. In ogni pagina dell'enciclopedia si sente questo pregiudizio misogino, che parla della donna con un linguaggio immaginario, fatto di luoghi comuni, quasi fosse una creatura leggendaria, e si interessa dell'amore come un argomento letterario, vedendo la sessualit in termini di stranezza, peccato, sporcizia inganno, tradimento, umiliazione debolezza, scandalo e senso di colpa. Per trent'anni, a parte un paio di eccezioni, nessuna donna ha steso voci per l'Enciclopedia anche perch a decidere delle nuove voci, oltre a Kou, era il gruppo di amici maschi durante gli incontri nelle librerie, in ufficio e pelle taverne. Le conversazioni che si svolgevano ormai ogni sera, in quei locali, cominciarono cos a far parte dell'enciclopedia, dall'elaborazione delle voci alla loro pubblicazione: Kou, nel bevitore habitu, cita i poeti ottomani, che non riuscivano a fare a meno delle taverne, con lo stesso entusiasmo di quando elenca gli scrittori che l'hanno influenzato. Come fa in molte voci, dopo aver parlato volentieri, con un pretesto, del modo di vestirsi, della bellezza, gentilezza e raffinatezza degli avvenenti ragazzi che servivano il vino nelle taverne, Kou ricorda con rispetto il vero bevitore habitu, Ahmet Rasim, che ho citato parlando degli scrittori di rubriche sulla citt. L'amore sincero di Ahmet Rasim per Istanbul, lontano dalla 162 retorica e dalle esagerazioni, la sua capacit di descrivere ci che Pagina 144

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vedeva e sentiva, in un lampo, per le strade della citt, come i quadri, i panorami e i piccoli racconti, la sua forza nel far rivivere i ricordi non come sue storie personali ma come una curiosit della citt rimasta nel passato, la sua abitudine di richiamare alla memoria e classificare gli usi, le tradizioni, i costumi, le mode e gli entusiasmi di Istanbul che cambiavano continuamente, avevano influenzato Reat Ekrem Kou quanto il suo mentore, il professor Ahmet Refik. Ahmet Rasim aveva raccontato le storie d'amore, di corteggiamenti e seduzioni ambientate nella vecehia Istanbul ammantandole sia di un sapore d'intrigo e cattiveria sia di un'atmosfera d'esotismo e romanticismo, e aveva influenzato Kou sia per le voci dell'Enciclopedia, sia anche per tanti articoli basati sui documenti, che lui scriveva, proprio come il suo maestro, perch fossero pubblicati a puntate sui giornali. (I pi importanti sono Che cosa successo per amore a Istanbul, Le taverne e i danzatori travestiti nella veccbia Istanbul e Donneuomo). Kou, durante la pubblicazione della sua enciclopedia, inserisce in ogni occasione le citazioni del suo maestro, grazie alle incertezze delle leggi sui diritti d'autore in Turchia negli anni Sessanta, senza alcun disagio, forse perch crede - con un ingenuit da collezionista che non si pu biasimare - che dopo tanti anni ogni brano ritagliato dal giornale o copiato e nascosto nella sua borsa, nei dossier e nelle buste sia diventato suo. Fu l'atteggiamento che ebbero nei confronti della filosofia di scrittura che impararono dall'Occidente a separare questi due scrittori, i pi grandi e i pi strani di Istanbul Ahmet Rasim e Reat Ekrem Kou -, nati a distanza di quarant'anni (1865 e 1905), in un periodo che conosce la pubblicazione dei primi giornali in citt: l'era di Abdlhamit, attraversata da un intenso sforzo di occidentalizzazione e dall'oppressione politica, l'apertura delle universit, l'opposizione dei Giovani Turchi e le loro opere, l'ammirazione per l'Occidente nella Pagina 145

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) letteratura e i primi romanzi in turco, i grandi flussi migratori e gli incendi devastanti. Ahmet Rasim, che durante la sua giovinezza aveva scritto romanzi e poesie sotto l'influenza dell'Occidente avendo conosciuto presto l'insuccesso, cominci a considerare tale influsso una sorta di imitazione, una forma di snobismo una faccenda che con lui non c'entrava affatto. E, ancor pi importante, trov troppo occidentali e stranieri concetti come originalit, immortalit, adorazione per l'artista, cos segu una filosofia di scrittura modesta 163 epicurea, di stile derviscio: stendeva articoli di giornale per guadagnarsi il pane, in modo assolutamente spontaneo, prendendo forza dalla vivacit infinita della citt, senza affaticarsi troppo e senza preoccuparsi di questioni come la stabilit e l"arte. Invece Kou non riusciva a togliersi dalla testa gli stili e i metodi di classificazione occidentali, e la scientificit e l'idea di grandezza nella letteratura. Aveva difficolt a conciliare la sua passione per le curiosit, le fissazioni e le bizzarrie con l'Occidente e l'idea del termine occidentale che aveva in testa. Questo dipendeva anche dal fatto che non conosceva a sufficienza le opere romantiche eccentriche e anticonformiste, perch viveva a Istanbul. C. omunque, la cultura che recava l'impronta ottomana si aspettava da uno scrittore, da un insegnante e da un editore un dialogo istruttivo con la societ, il potere e la cultura, e non la ricerca di uno spazio perverso e marginale, nel sottosuolo della scrittura. Kou prima aveva voluto essere professore universitario, poi, quando fu cacciato, volle pubblicare una grande e, nciclopedia. Intuiva che usando le strutture che dominavano l'informazione avrebbe potuto legittimare le curiosit che gli venivano spontaneamente e in questo modo proteggerle con un'aureola di autorit e scienza. Invece lo scrittore ottomano che sentiva le stesse stranezze, lo stesso amore per la citt e per i ragazzi belli, non aveva assolutamente bisogno di una protezione del Pagina 146

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) genere. Nei ehrengiz, che sono una forma letteraria molto usata nel XVII e XVIII secolo, questi autori, mentre da una parte esponevano e lodavano le bellezze della citt, dall'altra riservavano pagine e pagine per i bei ragazzi (i diletti) di quella stessa citt. Inoltre, nei ebrengiz, i versi dedicati agli adoni non si nascondevano timidamente fra le bellezze e particolarit del luogo. Al contrario, i ebrengiz che Kou usa spesso come fonti della sua enciclopedia erano stati creati dagli autori che lui chiama poeti paciosi proprio per lodare i bei ragazzi di una citt, in un modo s divertente ma anche serio. Se si d solo un'occhiata al Libro di viaggi di Evliya elebi, senza soffermarsi sulle abbreviazioni e sulle censure decretate dallo stato turco moderno, vediamo che anche questo scrittore ottomano pi classico, quando descrive una citt e parla delle sue case, le moschee, la sua atmosfera e le sue storie bizzarre, ogni volta tocca l'argomento dei bei ragazzi - i diletti - di quella citt. Reat Ekrem Kou, trovando chiuse le vie per esprimere le proprie stranezze, fissazioni e problemi sessuali, che l'etica comune non avrebbe accettato, inizi a pubblicare un'enciclopedia su Istanbul. 164 Dietro a questo suo coraggio, che rispetto con tutto il cuore, c'era naturalmente anche il pensiero molto innocuo e infantile sull'enciclopedia come prodotto di una cultura e di una civilt. In una sua parte chiamata Da Osman Gazi ad Atatrk, che inizi a far uscire dopo la prima interruzione dell'Enciclopedia di Istanbul, scrive che il libro intitolato Creatura strana di Zekeriya da Kazvin, che fu tradotto dall'arabo in turco nel XV secolo, una specie di enciclopedia. Kou, in uno slancio di nazionalismo, cerca di dimostrare che anche gli ottomani, prima di subire l'influsso dell'Occidente, avevano trovato forme simili a quelle enciclopediche, e le avevano usate; inoltre, vede l'enciclopedia come una Pagina 147

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sorta di antologia alfabetica dove si pu trovare ogni tipo di informazione. Sembra che a Kou non passasse affatto per la mente che tra le notizie o le storie doveva esserci un ordine, una classificazione d'importanza e una gerarchia logica che indicasse l'essenza o la funzione della civilt, e per questo motivo alcune voci dell'enciclopedia dovevano essere lunghe, altre corte e altre ancora - sempre con lo stesso criterio - non dovevano proprio esserci: la storia doveva servire a lui, non lui alla storia. Perci si pu paragonare Kou a quello storico debole che Nietzsche descrive nella sua opera intitolata Sull'utilit e il danno della storia per la vita, il quale trasforma la storia della sua citt, facendosi prendere dai dettagli del passato, nella storia della propria identit. Uno dei motivi di questa debolezza - proprio come succede ai veri collezionisti che valutano ci che raccolgono non secondo le quotazioni del mercato, ma secondo i propri sentimenti era il suo attaccamento alle vicende tratte, secondo un impulso sentimentale, dalla vita, dai giornali, dalle biblioteche e dai documenti ottomani. Ma un ricercatore felice (in genere un uomo occidentale), partendo da un motivo molto personale o muovendosi in base a un progetto, alla fine pu esporre la sua collezione, cui ha dedicato l'intera vita, secondo un ordine, classificando e relazionando tutto proprio come un'enciclopedia -, e attribuendole in questo modo significati attraverso una logica e un sistema. Queste strutture si chiamano musei, e negli anni in cui visse Kou, a Istanbul non ce n'era neanche uno nato da una collezione privata (anche oggi quasi non ne esistono). Se guardiamo ai grandi musei secolari e alle enciclopedie che raccolgono una massa di materiale come a realt che danno senso e ordine alle informazioni e agli oggetti, secondo un criterio razionale di accumulo, classificazione ed esposizione, sarebbe opportuno pensare all'Enciclopedia di Kou non come a un museo Pagina 148

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) 165 ma come a una serie di Wunderkammer, quali c'erano prima dei musei. Sfogliare le pagine dell'Enciclopedia somiglia a guardare, con l'occhio di oggi, le conchiglie, le ossa di animali bizzarri, i campioni di metallo nelle vetrine di una teca com'era di moda tra i principi e gli artisti europei, specialmente fra il XVI e il XVIII secolo, tra ironia e stupore. L'Enciclopedia di Istanbul all'inizio piacque molto ai bibliofili del mio tempo, e ne provoc il sorriso. In questo atteggiamento c' naturalmente l'insofferenza della generazione mezzo secolo pi giovane di Kou, che si vanta di essere pi occidentale e moderna di un autore che chiama la sua curiosa opera enciclopedia. C' anche il sentimento di affetto e comprensione nei confronti dell'innocenza e dell'ottimismo della sua volont di appropriarsi immediatamente, con superficialit, di un concetto sviluppato dalla civilt occidentale in molti secoli. E c' pure la gioia di avere un libro conforme alla stranezza, confusione, anarchia e bizzarria di una Istanbul divisa tra il modernismo e la civilt ottomana, che non stanno in nessuna classificazione o ordine logico. Sono undici enormi volumi ormai fuori mercato! Talvolta incontro persone che sono state costrette a leggere tutti questi undici volumi: un mio amico storico dell'arte impegnato in una ricerca sui conventi demoliti di Istanbul, oppure un altro che studia gli hamam sconosciuti della citt... Proviamo un desiderio istintivo, pregno di quel sorriso triste, di parlare un po' 166 dell'Enciclopedia di Istanbul. Io chiedo al mio amico ricercatore se ha letto che c'erano rigattieri dietro la porta della sezione maschile degli hamam di Istanbul, che riparavano le scarpe bucate e gli abiti di coloro che si lavavano dentro. E il mio amico Pagina 149

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mi chiede perch un tipo di prugna di Istanbul si chiama prugna mausoleo, riferendosi alla voce Prugna mausoleo di Eyyubsultan dello stesso volume enciclopedico. Io sfoglio ancora il volume sul tavolo e domando, Chi il marinaio Ferhad? (Risposta: quel coraggioso marinaio che, nel 1958, un giorno d'estate si tuff in mare e salv un giovane dici, assettenne caduto dal battello nelle isole dei Princip). Dopo un po' sorridiamo ricordando un'espressione che si trova soprattutto negli ultimi volumi: Durante la compilazione di questa voce, non si andato a verificare l'ultimo collaudo della via. Poi il discorso va all'uccisione della guardia del corpo del gangster di Beyoglu Arnavud Cafer da parte del suo rivale (la voce Omicidio di Dolapdere), oppure parliamo della voce Il caff dei giocatori di domino, dove una volta si riunivano gli appassionati del gioco, amato specialmente dalle minoranze greche, ebree e armene di Istanbul. A questo punto la conversazione potrebbe venarsi di nostalgia, attraverso la descrizione del domino che si giocava a casa nostra, e che si vendeva un tempo nei negozi di giocattoli, dai tabaccai e nelle cartolerie di Beyoglu e Niantai. Oppure iniziamo a parlare della voce Don Adam, circonciso per motivi estetici, il quale girava paese dopo paese con cinque ragazze di cui faceva l'agente, ed era molto conosciuto dai commercianti che venivano dall'Anatolia, oppure dell'Imperial Hotel, che era l'albergo preferito dai turisti occidentali alla met del XIX secolo, oppure su come e con quale criterio sono stati cambiati i nomi dei negozi a Istanbul, partendo dalla dettagliata spiegazione fornita alla voce Negozio. A un certo punto della nostra conversazione, si capisce dai nostri sorrisi che l'entusiasmo e l'affetto per l'Enciclopedia, in realt, sono rivolti a Reat Ekrem Kou. E dopo un po'"la tristezza che sentiamo man mano diffondersi ci fa capire che non neanche questo il tema centrale. Il reale argomento Pagina 150

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) l'insuccesso dei tentativi di comprendere la confusione di Istanbul secondo i metodi di ordinamento e spiegazione occidentali. Naturalmente, un altro motivo di questo fallimento la particolarit di Istanbul rispetto alle citt occidentali, la sua confusione, la sua anarchia, la sua stranezza cos grande e il suo disordine, che si oppone alle classificazioni ordinarie. Comunque il senso delle nostre lamentele su questa bizzarria, straordinariet e diversit, dopo un po', ci fa 167 intuire che questi non sono piagnistei ma una sorta di vanto e di nazionalismo per Istanbul, atteggiamento che piace a coloro che amano l'enciclopedia di Kou. Per non cadere nella stranezza di vantarsi della stranezza di Istanbul, quando pensiamo che i motivi dell'insuccesso del nostro scrittore triste e dell'interruzione della sua enciclopedia sono la sua insufficiente padronanza dei metodi di comprensione e classificazione occidentali, e il fatto di non essere abbastanza moderno, ricordiamo di amarlo proprio per tali motivi, e per il suo insuccesso. La causa dell'interruzione e fallimento dell'Enciclopedia e dell'insuccesso delle opere dei quattro scrittori tristi - consiste nel fatto che non erano sufficientemente occidentali. Si erano s liberati dell'identit tradizionale in modo da accorgersi, con un occhio diverso, della citt e dei suoi panorami, e per essere occidentali avevano certo intrapreso coraggiosamente un viaggio senza ritorno che li lasciava tra l'Oriente e l'Occidente. Ma le pagine pi belle e profonde delle opere di Kou e degli altri tre scrittori sono quelle in bilico tra questi due mondi: il prezzo del loro sforzo era la solitudine e il premio l'originalit. Negli anni successivi alla morte di Kou, a met dei Settanta nel bazar dei libri di seconda mano accanto alla moschea di Beyazit Pagina 151

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dove passo ogni volta che vado al Gran Bazar, mi fermavo a guardare l'esposizione dei fascicoli non rilegati dell'Enciclopedia di Istanbul, ovvero i libri che Kou pubblic negli ultimi tempi, a 168 proprie spese, insieme agli altri volumi ingialliti, scoloriti, economici e vecchi. I librai che conoscevo mi dicevano che non trovavano nessuno disposto a comprare questi testi che io avevo scoperto nella libreria di mia nonna: nonostante li vendessero un tanto al chilo, erano ormai carta straccia. 169 Capitolo diciannovesimo Conquista o caduta: la turchizzazione di Costantinopoli Da bambino mi occupavo poco dei bizantini, come la maggior parte dei turchi. Durante l'infanzia, quando sentivo dire bizantino mi venivano in mente le vesti e le barbe sinistre dei preti greci ortodossi, gli archi bizantini sparsi per la citt, le vecchie chiese di mattone rosso e quella di Santa Sofia. Tutto questo era cos antico che non c'era bisogno di saperlo. Anche l'ottomano che aveva conquistato e distrutto l'impero bizantino mi sembrava molto indietro nel tempo. Noi eravamo la prima generazione della nuova civilt arrivata a Istanbul dopo di loro. Se non altro, gli ottomani di cui Reat Ekrem Kou raccontava le curiosit avevano nomi simili ai nostri. Invece i bizantini erano scomparsi con la conquista. I nipoti dei nipoti dei loro nipoti gestivano i negozi di manifattura, scarpe e pasticceria a Beyoglu. Uno dei pi grandi divertimenti della mia infanzia era andare con mia madre a fare acquisti a Beyoglu, ed entrare e uscire da diversi locali gestiti da greci. In alcuni negozi di stoffa, padre, madre e figlia lavoravano 170 insieme, e quando mia madre andava da loro per scegliere una stoffa da tende o il velluto per coprire i cuscini, tutta la famiglia cominciava a parlare in greco. Pagina 152

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Ritornati a casa, mi mettevo a imitare questa strana lingua e i gesti scomposti delle figlie commesse e del loro padre. L'attenzione a queste mie parodie, il modo in cui i giornali parlavano di loro, e il fatto che ogni tanto fossero criticati perch non adottavano il turco, mi facevano intuire che anche i greci, proprio come i poveri della citt e gli emarginati delle baraccopoli, non erano persone degne di stima. Pensavo che questo avesse a che fare con il contributo alla conquista della citt da parte del sultano Mehmet il Conquistatore. Il cinquecentesimo anniversario della conquista di Istanbul, ricordata talvolta come il grande miracolo, venne festeggiato un anno dopo la mia nascita, nel 1953, ma oltre alla serie di francobolli emessa in quell'occasione non rimase in me alcuna traccia. In questi francobolli si vedevano la sfilata delle navi portate via terra, il ritratto di Mehmet II realizzato dal Bellini, e immagini sacre sulla Conquista, come la veduta di Rumelihisari. Prendendo in considerazione i nomi di alcuni avvenimenti, possiam0 capire il posto in cui ci troviamo nel mondo, se siamo in Oriente o in Occidente. Quello che successe nel maggio del 1453, per gli occidentali era la caduta di COstantinopoli, per gli orientali invece la conquista di Istanbul. In breve, Caduta O Conquista. Mia moglie, che studi alla Columbia University, a New York, 171 dopo qualche anno venne accusata, dal professore americano, di nazionalismo per aver usato il termine Conquista in una relazione. In verit il cuore di mia moglie, che guardava all'impresa, dopo le superiori in Turchia, con le parole dell'istruzione pubblica turca, batteva un po'"anche per gli ortodossi, perch sua madre era di origine russa. Forse non considerava l'evento n una conquista n una caduta, ma come alcuni sfortunati ostaggi di guerra che non avevano altra colpa se non quella di essere cristiani o musulmani, era rimasta fra due mondi. Gli abitanti di Istanbul hanno imparato a festeggiare l'evento come Conquista, all'inizio del XX secolo, Pagina 153

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) grazie al movimento di occidentalizzazione e al nazionalismo turco. Nel secolo scorso la met della popolazione di Istanbul non era musulmana, e la maggior parte degli abitanti non musulmani era formata dai greci, che erano la continuazione dei bizantini. Durante la mia infanzia e nella prima giovinezza, c'era un forte movimento di nazionalisti turehi che dall'uso della parola Costantinopoli arrivavano alla conclusione che i turchi non appartenevano a questa citt: un giorno i primi proprietari sarebbero arrivati per cacciare noi invasori da cinquecento anni, e come minimo ci avrebbero considerati cittadini di seconda classe. Loro avevano a cuore l'idea di Conquista. Invece anche gli ottomani, talora, chiamavano la citt Costantinopoli. Per i turchi, che davano importanza all'occidentalizzazione non amavano sottolineare la Conquista. Alle cerimonie del cinquecentesimo anniversario della Conquista, nel 1953, nonostante tutti i preparativi, non presero parte, all'ultimo minuto, n il presidente della Repubblica Celal Bayar n il primo ministro Adnan Menderes, proprio per non offendere gli amici occidentali e i greci. La Turchia, membro della Nato, nei primi anni della guerra fredda non voleva far ricordare al mondo la Conquista. Invece nel 1955 i negozi dei greci e delle altre minoranze furono saccheggiati dalle masse provocate, di nascosto, dal governo turco, che poi non riusc pi a controllare la situazione. Questi eventi, durante i quali le chiese furono danneggiate e alcuni sacerdoti furono uccisi, somigliano a quelli, di saccheggio e crudelt, della Caduta, cos come vengono narrati dagli storici occidentali. A causa degli errori dei due governi, turco e greco, che trattarono le proprie minoranze come ostaggi, dopo la formazione degli stati nazionali, il numero dei greci che abbandonarono Istanbul negli ultimi cinquant'anni pi alto rispetto a quello dei greci che lasciarono la citt nei cinquant'anni che seguirono il 1453. Pagina 154

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) 172 Nel 1955, mentre gli inglesi si ritiravano da Cipro e il governo greco si preparava a impossessarsi di tutta l'isola, un agente dei servizi segreti turchi mise una bomba nella casa dove nacque Atatrk, a Salonicco. Quando la notizia si diffuse in citt, amplificata dai giornali di Istanbul che uscirono con una seconda edizione, una folla ostile verso le minoranze non musulmane si radun in piazza Taksim e distrusse e saccheggi prima Beyoglu, con quei negozi dove andavo con mia madre, e poi l'intera Istanbul, per tutta la notte. I vandali, che con le loro violenze provocarono il terrore nei quartieri dove il numero degli abitanti greci era alto, come Ortalcy, BalIklI, Samatya, Fener, saccheggiarono anche le piccole e povere drogherie greche, incendiarono le stalle, attaccarono le case e violentarono le donne greche e armene, perci si pu dire che si comportarono con la stessa crudelt dei soldati del sultano Mehmet II, i quali, dopo la Conquista, misero Istanbul a ferro e fuoco. Poi si seppe che gli organizzatori della devastazione, sostenuti dallo stato, avevano sparso la voce che il saccheggio era libero, proprio per eccitare i razziatori che terrorizzarono la citt e la trasformarono, per due giorni, in un luogo ancor pi infernale dei peggiori incubi orientali dei cristiani e degli occidentali. La mattina dopo quella notte in cui tutti coloro che per strada non erano musulmani rischiarono il linciaggio, Beyoglu e viale 173 Istiklal erano un mare di macerie, un cimitero di oggetti portati via non solo dai negozi saccheggiati e distrutti. Sopra tante balle di stoffa di tutti i colori e generi, sopra i tappeti e gli abiti, erano ammucchiati frigoriferi, radio e lavatrici, beni che allora si erano appena diffusi in Turchia; il viale era coperto di servizi di porcellana, giocattoli (i negozi dei giocattoli pi belli si Pagina 155

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) trovavano a Beyoglu), utensili da cucina, gli acquari tanto di moda in quegli anni e lampadari, rotti e frantumati. C'erano qua e l biciclette, vetture capovolte, un pianoforte, e i manichini della vetrina di un grande negozio, gettati per la strada coperta di stoffe a contemplare il cielo. Si vedevano anche i carri armati, che erano arrivati tardi per placare gli animi. Tutto questo cos vivo nella mia mente, nei minimi dettagli, come se l'avessi visto con i miei occhi, perch a casa se ne parl a lungo, per anni. Mentre le famiglie cristiane pulivano i loro 174 appartamenti e i loro negozi, l'argomento pi discusso a casa nostra era l'atteggiamento di mio zio e di mia nonna che, in piena agitazione, correvano da una finestra all'altra per vedere ci che stava succedendo, mentre le bande di vandali, arrivate davanti al nostro palazzo, andavano di qua e di l distruggendo le vetrine dei negozi e urlando slogan contro greci, cristiani e ricchi. Mio fratello, un paio di giorni prima, aveva comprato una di quelle piccole bandiere turche, di stoffa, che si vendevano al negozio di Alaaddin, in uno slancio di nazionalismo turco allora in forte ascesa, e l'aveva appesa dentro la Dodge di mio zio, che cos non venne toccata n ribaltata. 175 Capitolo ventesimo La religione Fino ai dieci anni, l'immagine di Allah che avevo nella testa era assai precisa: era la figura di una donna sacra che aveva un'espressione incerta, molto vecchia e avvolta in bianche lenzuola. Nonostante somigliasse a un essere umano, non mi appariva come le altre persone della mia fantasia, o come uno qualsiasi che potevo incontrare per strada, poich stava Pagina 156

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) a testa in gi e un po'"inclinata. Quando pensavo a Lei, un po'"per curiosit e un po'"per riverenza, tutte le immagini nella mia mente facevano un passo indietro e la Sua figura, come nelle pubblicit e nei titoli di testa, dopo aver girato un paio di volte, delicatamente, intorno a se stessa, si manifestava pi nitida e saliva su, tra le nuvole, nel Suo regno. Le pieghe del lenzuolo bianco erano molto ben ricamate, come in alcuni disegni di statue che vedevo sui libri di storia. Quando si presentava davanti agli occhi questa immagine di cui non si scorgeva nulla, n le mani n le braccia, intuivo s di trovarmi di fronte a una creatura molto forte, autorevole e suprema, ma a dire il vero non ne avevo cos tanta paura. Non perch credessi di non essere un peccatore o di essere un'anima pura come l'acqua, ma perch sentivo che questa entit lontana e importante non si sarebbe affatto interessata alle mie fantasie assurde e alle mie colpe. Non mi ricordo di averla mai chiamata in aiuto, n di averle chiesto qualcosa, perch mi accorgevo che si interessava non alla gente come me, bens ai poveri. Nel nostro palazzo si occupavano di questa immagine solo le domestiche e i cuochi. Certo iniziavo a capire che Allah riguardava non solo i poveri, ma tutta la gente del palazzo, almeno doveva essere cos da un punto di vista teorico, tuttavia noi eravamo talmente fortunati da non sentirne la necessit. Allah aiutava coloro che soffrivano, i poveri che non potevano far studiare i figli, i mendicanti per strada che invocavano continuamente il Suo nome e gli innocenti e i buoni che si trovavano in una brutta situazione. Mia madre, quando alla radio parlavano dei villaggi lontani, 176 isolati dalla neve, o degli sventurati rimasti senza un tetto dopo un terremoto, diceva: Allah li aiuti! >> Questa frase la si usava essenzialmente non come augurio, ma per toglierci il senso di colpa che nasceva dalla nostra condizione di benestanti, e per Pagina 157

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) eliminare il vuoto provocato dall'impossibilit di fare qualcosa per chi aveva bisogno d'aiuto. Con la nostra logica, aperta ai conti e alla matematica, sapevamo che quella creatura della mia immaginazione, vecchia e dolce e avvolta nelle lenzuola, non avrebbe dato retta alle nostre preghiere, perch non facevamo nulla per Lei. Invece i cuochi e le domestiche del nostro palazzo, e l'altra gente povera che conoscevamo, coglievano, diligentemente, ogni occasione per comunicare con Allah, e facevano un mese all'anno il digiuno; la nostra domestica Esma ad esempio, quando poteva, andava nella sua piccola stanza a pregare sul suo tappetino, nei momenti di gioia, tristezza, felicit, paura e rabbia; bisbigliava preghiere e nominava Allah pure quando apriva o chiudeva la porta, oppure quando compiva un azione per la prima o l'ultima volta, e anche in tante altre occasioni. Quando questo contatto insistente che i poveri e i disperati avevano con Allah non ci ricordava troppo che avevano bisogno di aiuto, allora non ci infastidiva. Si pu dire che la loro fiducia in un altro, l'esistenza di una forza che avrebbe portato il loro peso, ci dava pure sollievo. Ma talvolta questo conforto ci preoccupava, anche perch un giorno coloro che non erano come noi potevano usare Allah come un'arma contro di noi, se non altro per invidia. Mi ricordo di aver osservato un paio di volte, attentamente, pi per curiosit che per noia, la nostra anziana domestica mentre pregava, e di essermi lasciato prendere dallo stesso fastidio. A me che guardavo dalla porta socchiusa, l'inclinarsi e alzarsi lento di Esma che stava sul suo tappetino a testa in gi e obliqua, proprio come l'immagine di Allah nella mia testa, il gesto con cui poggiava la fronte a terra, il rallentarsi improvviso dei suoi movimenti Pagina 158

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mentre si inchinava e si levava, sembravano gli atti supplichevoli di chi conosce i propri limiti, e mi inquietavo e mi arrabbiavo senza sapere esattamente il motivo. Durante questi momenti, che si celebravano quando a casa non c'era nessuno o quando non si lavorava, mi innervosivo anche per il silenzio che dominava nella stanza in penombra, interrotto ogni tanto dai bisbigli della preghiera. Ad attirare la mia attenzione era la mosca che procedeva guardinga sul vetro della finestra. La mosca cadeva supina, e quando il brusio delle sue ali quasi trasparenti, che si dibattevano frenetiche mentre tentava di rizzarsi, si mescolava al bisbiglio della 177 preghiera, volevo interrompere questo gioco snervante e cos tiravo la sciarpa di Esma. Sapevo dalle mie esperienze precedenti che interferire nella preghiera uguastava>> la supplica. Mentre l'anziana donna cercava, determinata, di finire per tempo la sua orazione come se nulla fosse successo, mi lasciavo catturare dal lato artificioso, gratuito, di ci che stava facendo (perch adesso fingeva di pregare), ma d'altra parte mi faceva arrabbiare la sua volont di concentrare tutta la forza spirituale su ci che compiva, e iniziavo a lottare con lei. Mi inquietava il fatto che Allah potesse aprirsi un varco fra me e questa donna che mi amava sempre molto, mi abbracciava e mi accarezzava a ogni occasione, e mi presentava a coloro che mi trovavano simpatico per la strada come suo nipote, sull'esempio della mia famiglia che si inquietava di fronte ai tipi eccessivamente religiosi. Comunque provavo rispetto per la sua determinazione a proseguire nella preghiera, ma questa fedelt che aveva nei confronti di un altro, all'infuori di noi, mi infastidiva e mi spaventava. La paura che provavo, la stessa della borghesia laica turca, non era per Allah, ma per la rabbia di coloro che credevano in Allah. Qualche volta, mentre la signora Esma recitava le sue orazioni, mia madre la chiamava per un lavoro, o perch voleva che rispondesse al telefono. Allora mi toccava Pagina 159

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) correre subito da mia madre e dirle che stava pregando. Talvolta lo facevo di buon grado, ma altre volte, invece, mi fermavo anche se provavo un'inquietudine strana, un misto di cattiveria e invidia, e aspettavo di vedere cosa avrebbe fatto. Oltre al desiderio di sapere se era pi forte la sua fedelt nei nostri confronti o verso Allah, volevo anche combattere contro il mondo dove lei andava e tornava, talora, con minacce furiose. La signora Esma mi diceva: Se mi tiri la sciarpa quando prego, la mano ti diventa di pietra! Le afferravo ugualmente la sciarpa e non diventavo di pietra. Ma come gli adulti che, nonostante non credessero in nulla, erano tuttavia prudenti, a un certo punto 178 smettevo di giocare, perch avevo paura di poter diventare di pietra. Come le famiglie moderate del nostro palazzo a un tratto anch'io ponevo fine all'indifferenza e al sarcasmo nei confronti della religione: mi accorgevo di trascurare la paura di Allah dei credenti senza capirla, e collegavo superficialmente le loro convinzioni e abitudini alla povert. Mi sembrava che ripetessero sempre il nome di Allah perch erano poveri. Era certo possibile che io arrivassi alla conclusione diametralmente opposta, prendendo in considerazione l'atteggiamento di stupore e di disprezzo della mia famiglia nei confronti della gente immigrata dalla campagna e di quella religiosa che pregava cinque volte al giorno: forse erano rimasti in quelle condizioni per aver creduto cos tanto in Allah. Un altro motivo per cui riuscii a sviluppare maggiormente l'immagine sacra di Allah avvolto nel lenzuolo bianco che avevo in testa, e mantenni un rapporto assai vago con Lui, per paura e prudenza, consisteva nel fatto che a casa nessuno mi insegnava la religione. Forse perch non avevano nulla da insegnarmi: non ho mai visto nessuno della nostra famiglia pregare o fare il digiuno o bisbigliare una supplica. A questo proposito, i miei vivevano come i borghesi francesi, lontani dalla religione, ma timorosi di doverci poi fare un ultimo conto. Pagina 160

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) L'entusiasmo laico della Repubblica di Atatrk conferiva un aspetto moderno e occidentale a questo vuoto che poteva essere interpretato come una sorta di mancanza di princip, svogliatezza o lontananza da ogni forma di religiosit, perci questa pigrizia dell'anima brillava talvolta della fiamma dell'idealismo, che nei momenti necessari si metteva orgogliosamente in evidenza. Poich niente colm il vuoto della religione, il panorama spirituale della famiglia era desolato come i terreni tristi, coperti di felci e ruderi rimasti dalle demolizioni e dagli spietati incendi delle vecchie case signorili di legno. A riempire questo vuoto e a rispondere alle mie curiosit (allora perch erano state costruite tutte quelle moschee ?) furono le credenze e le abitudini delle domestiche di casa nostra. Poich sentivo frasi come Se la tiri diventi di pietra, rimasto ammutolito, L'ha preso l'angelo e l'ha portato in cielo, Non iniziare col piede sinistro, per me non fu difficile arrivare alla conclusione che la religione era una forma di superstizione o una credenza alla cieca. Gli stracci che la gente legava ai mausolei degli sceicchi, le candele che si accendevano per Sofu Baba, a Cihangir, le medicine che preparavano in cucina le domestiche per risolvere 179 i loro problemi, anzich andare dal dottore, i proverbi, i modi di dire, le minacce e le proposte che trapelavano nella nostra casa repubblicana ed europea tramite la lingua di tanti conventi e sette vecchi centinaia di anni, mi avevano trasformato la vita in un gioco divertente di saltelli, secondo il quale talvolta non bisognava finire sui quadrati o sui cerchi ma evitarli. Ancora oggi, quando cammino in una piazza grande o in un corridoio, sui marciapiedi, cerco di non calpestare le fughe tra le pietre, oppure salto i quadrati neri e comincio a passeggiare saltellando, spinto da forme di superstizione che mi creo cos, all'improvviso. Il cumulo di credenze e divieti del genere, che prendevano il Pagina 161

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) posto della religione, a volte si mescolava ai suggerimenti di mia madre, tipo Non si indica col dito. Quando sentivo dire Non aprite la porta e la finestra, fa corrente, pensavo che ci fosse una Corrente Baba di cui non si doveva disturbare l'anima, proprio come Sofu Baba. Ridurre la religione a un coacervo di regole strane e talora divertenti, a cui si interessavano i ceti inferiori per disperazione, e non vederla come un'attivit rivolta agli eventi del mondo e alla nostra coscienza, attraverso Allah, le Sue parole, i Suoi comandamenti e i Suoi profeti, facilitava la Sua accettazione nella nostra vita quotidiana, sempre in bilico tra Occidente e Oriente, con una musica e una logica particolari. N mia nonna n la generazione successiva, cio i miei zii le mie zie, mio padre e mia madre, facevano il digiuno, durante il Ramadan, ma la sera si aspettava l'ora prestabilita con l'appetito di coloro che lo celebravano. Nelle giornate d'inverno, quando la sera arrivava presto, il poker o la bazzica che mia nonna giocava con le sue amiche si trasformavano in un incontro per il t, e le donne anziane e allegre che mangiavano in continuazione durante quei momenti smettevano di abbuffarsi verso l'ora di rompere il digiuno e vicino al tavolo da gioco si preparava minuziosamente un banehetto da ricchi religiosi, dove c'erano marmellate, formaggi, olive di tutti i tipi, brek e sucuk, e mentre alla radio si sentiva suonare il ney (*) che annunciava l'avvicinarsi di quell'attimo, mia nonna e i suoi ospiti, come fossero digiuni sin dalla mattina si chiedevano impazienti quanto mancasse ancora; poi, dopo lo sparo del cannone aspettavano ancora un po'"perch il cuoco facesse uno spuntino in cucina, e quindi iniziavano a mangiare con voracit. Ancora oggi, ogni volta che sento il suono del ney alla radio, mi viene l'acquolina in bocca. * Una specie di flauto usato soprattutto nella musica Pagina 162

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dell'ordine derviscio Mevlevi [N. d. T.]. 180 La prima volta che mi portarono in una moschea, il mio pregiudizio sulla religione e sull'Islam trov la sua conferma. Non fu una visita ufficiale: un pomeriggio in cui non c'era nessuno in casa, la domestica Esma, non per amore d culto ma perch si annoiava, mi accompagn alla moschea senza chiedere alcun permesso. Un gruppo di venti, trenta persone, formato dalle domestiche, dai cuochi, dai portieri dei ricchi di Niantai e dai proprietari dei piccoli negozi delle vie intorno, stava seduto sui tappeti con un'aria di solidariet e amicizia, pi che di venerazione, e aspettava l'ora della preghiera spettegolando a bassa voce. Mi ricordo di aver girato tra loro, mentre pregavano, di aver giocato in un angolo lontano della moschea e di non essere stato fermato o rimproverato da nessuno, anzi di aver ricevuto dolci sorrisi da molte persone, come mi succedeva sempre durante l'infanzia. Imparai poi che la religione era dei poveri, e capii che i religiosi erano persone benevole al contrario delle caricature fatte sui giornali e dell'atmosfera repubblicana a casa. E quando, da noi, l'atteggiamento sprezzante nei loro confronti si trasformava, a volte, in una rabbia autoritaria, intuivo che tra gli aspetti innocenti e onesti di quelle persone e la verit a cui credevano c'era una forma di incoerenza, e questo rendeva difficili i grandi progetti come la modernizzazione, l'europeizzazione e il progresso. Noi dovevamo vigorosamente opporci alle bizzarre convinzioni di queste persone ignoranti, su cui avevamo il diritto di comandare perch eravamo benestanti, occidentalizzati e positivisti, e ci non solo nel nostro interesse, ma anche per il bene del paese. Capivo con la mia mente da bambino che il discorso irritato di mia nonna fatto a un elettricista che interrompeva il suo lavoro per andare a 181 pregare alla moschea prendeva di mira non una piccola Pagina 163

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) opera di riparazione, ma le tradizioni e le abitudini che ci lasciavano in una condizione di arretratezza. Dagli articoli filoAtatrk, dalle caricature di donne col chador e uomini dalla barba tonda, il rosario in mano, e dalle commemorazioni di Kubilay, il martire della Rivoluzione, intuivo che queste credenze divertenti dei poveri potevano arrivare a dimensioni terribili, tali da danneggiare, oltre a noi, anche lo stato e il paese che pensavamo nostro, pi che loro; inoltre giustificavano la nostra esistenza come classe dominante. Allora, facendomi prendere da uno spirito da ingegnere - lo spirito amante della matematica della nostra famiglia -, arrivavo alla conclusione che noi eravamo signori non in quanto benestanti ma perch occidentali e moderni. E questo pensiero era la causa del mio disprezzo nei confronti delle famiglie ricche ma non occidentalizzate come noi. Negli anni successivi, quando la democrazia progred sempre pi e gli altri ricchi del paese abbandonarono la provincia, vennero a Istanbul e si inserirono nella societ, l'esistenza di alcune persone molto pi ricche di noi che non avevano assolutamente tratto nulla dalla cultura occidentale e dalla laicit cominci a creare delusione e rabbia nella nostra famiglia, perch mio padre e mio zio si impoverivano con i continui fallimenti: se noi meritavamo i nostri beni che stavamo perdendo, i nostri privilegi e i nostri lussi in quanto occidentalizzati, come si poteva spiegare la ricchezza di queste persone che alcuni sostenitori di sinistra, promotori dei colpi di stato, chiamavano nababbi e che avevano le stesse idee degli autisti e dei cuochi su tanti argomenti spirituali? (Allora non ne sapevo nulla di Mevlana e delle finezze del misticismo e della grande cultura persiana). La borghesia occidentalizzata di Istanbul ha sostenuto tutti gli interventi militari fatti da Ankara negli ultimi quarant'anni, e anche l'intromissione dell'esercito nella politica, non per respingere gli attacchi della sinistra (una sinistra cos forte, in Turchia, non c' mai stata), ma per timore che le classi povere e i ricchi provinciali facendo della religione una bandiera, Pagina 164

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) potessero unirsi contro il loro stile di vita. Ho paura di rovinare l'armonia segreta di questo libro entrando pian piano - invece di approfondire l'argomento della religione - nel mondo dell'Islam politico, che ha poco a che fare con la spiritualit, e i colpi di stato. Per me, il vero tema religioso il senso di colpa. Durante la mia infanzia mi sono sentito in colpa per non aver avuto abbastanza paura di quell'immagine femminile, sacra e avvolta nelle 182 lenzuola bianche, e per non averci creduto a sufficienza. Mi sono sentito in colpa perch pensavo di essere diverso rispetto a coloro che ci credevano. Ma proprio come il mondo illusorio dove ogni tanto scappavo quando ero in preda allo sconforto, a un certo punto ho abbracciato questi miei sensi di colpa, con tutte le mie forze e un istinto infantile, come un'inquietudine che mi avrebbe arricchito l'anima, e colorato la vita. Questa inquietudine mi ha reso spesso infelice, ma mi ha fatto amare la vita non nell'attimo in cui la vivevo, ma quando rimaneva alle spalle. Invece ero convinto che l'altro Orhan felice che sognavo spesso e viveva in un'altra casa a Istanbul non avesse problemi religiosi n sensi di colpa. Quando mi stancavo delle esigenze della fede e delle mie ansie, mi mettevo a cercare quest'altro Orhan, che immaginavo andare al cinema senza perdere tempo con quei problemi. Ad ogni modo, durante la mia infanzia, ci sono stati dei momenti in cui ho obbedito agli ordini della religione. Per esempio, quando ero in quinta elementare, avevo un'insegnante che mi piaceva ingraziarmi (adesso me la ricordo come una persona assai sgradevole e autoritaria): con un suo sorriso diventavo felice, quando aggrottava le sopracciglia mi affliggevo. Questa donna anziana e imbronciata, dai capelli bianchi, raccontava tutta emozionata le bellezze della nostra religione, dipingendola non come un problema di credenze, fede e modestia quale la Pagina 165

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sentivo timoroso io, ma secondo un'estetica di razionalismo e utilitarismo. Secondo lei, il profeta Maometto dava importanza al digiuno non solo ai fini dell'autocontrollo, ma anche perch era una dieta che faceva bene alla salute. Le donne occidentali contemporanee, particolarmente legate alla loro bellezza, scoprivano, dopo secoli, l'importanza vitale della dieta. Anche la preghiera era una sorta di ginnastica che stimolava la circolazione sanguigna e dava dinamicit al corpo. Attualmente, milioni di giapponesi, con un fischio, interrompono ogni giorno il lavoro negli uffici e nelle fabbriche e, proprio come se pregassero, fanno cinque minuti di esercizio fisico, per poi tornare ai loro posti. Quando questa presentazione utilitarista e razionalista dell'Islam corrispose all'amore per la fede e alla devozione spirituale che il piccolo positivista dentro di me nutriva, un giorno del Ramadan, anch'io decisi di celebrare il digiuno. Lo feci, influenzato dall'insegnante e per ottenere i suoi favori, per non glielo dissi. Quando comunicai la mia decisione a mia madre, lei si meravigli e ne prov piacere, ma si preoccup anche. Mia madre, nonostante non avesse alcuna attitudine religiosa, era quella pi prudente di tutti noi che, comunque, seguivamo 183 l'idea del non si sa mai, meglio credere, per sapeva che il digiuno era una consuetudine di coloro che non erano occidentalizzati. Non affrontai per nulla questo argomento con mio fratello e mio padre. L'amore per la fede che avevo dentro si era trasformato, prima di fare il digiuno, in un sentimento per cui provare imbarazzo e da nascondere. Cos il significato positivistico dei compiti religiosi che imparai dalla mia anziana insegnante era stato sconfitto, ancor prima di manifestarsi, di fronte alla sensibilit e ai toni delicati, sospettosi e spiritosi della mia famiglia nei confronti degli status symbol. Celebrai perci il mio digiuno senza farmi scoprire da nessuno, senza vantarmi, e senza aspettarmi un bravo. Forse mia madre doveva dirmi che non era Pagina 166

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) necessario che un bambino di undici anni digiunasse. Invece si accontent di prepararmi qualcosa per l'ora del pasto, pensando ai dolci e ai panini con acciughe che io divoravo. Lessi nei suoi occhi che da una parte era contenta che suo figlio avesse timore di Dio, ma dall'altra si preoccupava, credendo che io avessi un'indole distruttiva e mi piacesse, pi di tutti, patire spiritualmente e soffrire. L'esempio pi chiaro di questo comportamento ambiguo nei confronti della religione era la festa del Sacrificio. Come doveva fare ogni musulmano benestante, in quella occasione compravamo un montone e lo legavamo nel giardino dietro Palazzo Pamuk, e la mattina della festa l'animale veniva ucciso dal macellaio del quartiere. Non mi piacevano molto le pecore e gli agnelli, perci non mi si spezzava il cuore ogni volta che il montone, ormai ai suoi ultimi istanti, belava, come succedeva ai bambini dal cuore d'oro protagonisti di alcuni romanzi illustrati. Anzi, ero contento perch in breve ci saremmo liberati di questo animale brutto, stupido e puzzolente, e mentre la carne della bestia macellata quello stesso giorno veniva distribuita ai poveri riuniti per il pranzo, noi mangiavamo un'altra carne, comprata dal macellaio con la scusa che quella fresca aveva un cattivo odore, e bevevamo la birra vietata dalla religione, e io intanto mi accorgevo che gli altri non vivevano la spiritualit come un'inquietudine continua e una forma di ansia, come la vivevo io. L'essenza del sacrificio era togliere la vita a un animale anzich toglierla a un bambino, per dimostrare la fede in Dio e cos liberarsi dei sensi di colpa, per noi facevamo il contrario e anzich la carne dell'animale sacrificato, mangiavamo quella comprata dal macellaio, pi gustosa, cos compivamo un atto per cui dovevamo sentirci in colpa. Ma io vivevo in una casa dove le contraddizioni, e le Pagina 167

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) incoerenze spirituali ancor pi profonde, erano trascurate silenziosamente. 184 Pi che indifferenza verso la religione, era la mancanza di spiritualit, la stessa che coglievo sovente nelle famiglie occidentalizzate, ricche e laiche di Istanbul, a manifestarsi in questi silenzi: tutti parlavano di tutto quando si discuteva di matematica, dei successi scolastici, di calcio o di divertimento, ma si immergevano in uno stupore e una solitudine triste allorch si trattava di argomenti fondamentali come l'amore, l'affetto, la religione, il significato della vita, la gelosia e il rancore, e quando soffrivano e volevano comunicare e discutere di questi temi, senza riuscire a dire una parola, muovevano disperatamente e nervosamente mani e braccia, come i sordomuti. Poi si ritiravano in silenzio nel loro mondo interiore, ascoltando una musica alla radio e fumandosi una sigaretta. Ecco, anch'io vissi quel digiuno, che celebrai con vera fede, in un silenzio del genere. Non patii la fame, perch la giornata invernale, buia, era comunque breve. Mentre mangiavo i cibi che mia madre aveva preparato con acciughe, caviale e maionese, vivande che contrastavano con la tavola tradizionale del Ramadan, fatta di olive e sucuk, sentivo gioia e serenit nel cuore. In questo consisteva il piacere di aver superato con successo un esame che avevo deciso di sostenere da solo, pi che nella convinzione di aver fatto qualcosa per Allah. Dopo essermi rimpinzato, quel pomeriggio andai al cinema Konak, di corsa sulle strade fredde a guardare un film di Hollywood, dimenticando tutto, e non mi venne mai pi in mente di celebrare il digiuno. Comunque questo mio rapporto imbarazzato con la religione non mi tenne mai lontano dai temi spirituali e metafisici. Pensavo che Allah fosse molto intelligente, un'entit, come dicevano tutti, che sapeva ogni cosa e avrebbe compreso il motivo per cui non riuscivo a credergli, disposto certo al perdono. Se non avessi trasformato la mia miscredenza in una sfida, in Pagina 168

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) un attacco cosciente contro di Lui, Allah mi avrebbe capito, e avrebbe considerato i miei sensi di colpa e il dolore per il mio ateismo come attenuanti, senza prendere troppo in considerazione un bambino come me. Non temevo Allah, ma la rabbia di coloro che Gli credevano. Il secondo motivo che mi incuteva timore era la stupidit di queste persone eccessivamente credenti, la cui intelligenza non poteva essere, in alcun modo, confrontata - Dio non voglia ! - con quella di Allah, cui si rivolgevano con fede e devozione. La paura di venire un giorno punito per non essere come loro non mi abbandon per anni, e nei primi tempi della mia giovinezza influ, pi dei libri teorici, sulla mia simpatia per le idee di sinistra. Invece ci che mi stup in seguito fu capire la mancanza di sensi di 185 colpa di molti abitanti di Istanbul, laici, occidentalizzati e non credenti, per la loro situazione. Ho sempre immaginato che queste persone, le quali non seguivano i precetti religiosi e disprezzavano i fedeli per motivi sociali - proprio come gli snob cosiddetti modernisti, che non tengono in nessun conto le abitudini culturali e artistiche delle classi inferiori -, avessero stretto, in un certo momento della loro vita, un accordo segreto con Allah, ad esempio dopo un incidente, oppure a seguito di un ricovero all'ospedale. Ricordo di aver parlato, durante gli intervalli e in modo maldestro, di questi argomenti con un mio compagno delle medie che adoravo per il coraggio che aveva avuto di non stipulare quel patto segreto. Questo ragazzo diabolico, che proveniva da una famiglia molto ricca di impresari edili, e che andava a cavallo nel grande giardino della loro stupenda casa sulla collina del Bosforo e rappresentava la Turchia nelle gare internazionali di equitazione, quando mi vedeva tremare a un certo punto della discussione spirituale alzava d'un tratto gli occhi verso il cielo e diceva: Se c' che mi uccida subito!, e poi aggiungeva con una spavalderia sorprendente: Ecco, come vedi sono ancora vivo. Mi sentivo in colpa perch non ero temerario Pagina 169

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) quanto lui e perch gli davo intimamente ragione, tuttavia non mi dispiaceva questa confusione mentale, anche senza rendermene conto. Vivevo come un fatto personale i sensi di colpa, che nascevano dalla mia lontananza non tanto da Allah, quanto dal sentimento di comunit religiosa che la citt condivideva. Questa tensione metafisica tra credere e appartenere, all'et di dodici anni lasci il posto alle mie curiosit e ai miei sensi di colpa sessuali, e cos la forza delle mie ansie religiose diminu. Comunque ancora oggi, ogni volta che incontro in mezzo alla folla, su una nave o su un ponte, una donna anziana dagli abiti lunghi e bianchi, mi vengono i brividi. 186 Capitolo ventunesimo I ricchi A met degli anni Sessanta, mia madre comprava ogni domenica l"Akam. L"Akam non era tra i quotidiani che si acquistavano ogni giorno a casa nostra, perci la domenica mattina bisognava andare in edicola a comprarlo e mio padre, sapendo da mia madre lo voleva per i pettegolezzi dell'alta societ, pubblicati nella rubrica Avete sentito? da una persona che si faceva chiamare GlPeri (Rosa Angela), ogni volta la prendeva in giro. Dalle battute e dalle frecciatine di mio padre intuivo che la curiosit verso i pettegolezzi sull'alta societ era un vizio umano per due motivi: primo perch i giornalisti che stendevano questi articoli, dietro un soprannome, punzecchiavano invidiosi i ricchi di cui facevamo parte anche noi, o volevamo credere di farne parte, e mentivano in modo spudorato. Secondo, perch non dovevano essere tanti i privilegi da invidiare nella vita dei ricchi, che erano cos goffi da finire in quegli articoli di pettegolezzi pieni di falsit. Comunque, i miei genitori leggevano quella rubrica e la prendevano sul serio: Pagina 170

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) - Auguri alla signora Fevziye Madenci, e che non capiti pi! Sono entrati i ladri nella sua casa di Bebek, ma non si sa cosa abbiano rubato. Un furto enigmatico: vediamo se la polizia lo risolver. - La signora Aysel Madra, l'estate scorsa non ha fatto bagni in mare per l'operazione alle tonsille. Quest'estate invece era felice ma un po'"nervosa all'isola di Kurueme. Non chiedetemi il motivo... - La signora Muazzez Ipar andata a Roma. Questa donna raffinata dell'alta societ di Istanbul non mai stata cos allegra in nessun altro suo viaggio. Chiss perch... Grazie al signore che aveva accanto? - Semiramis Sanay, che trascorre i mesi estivi a Bykada, ormai torna a casa sua a Capri. Poi andr a Parigi. L inaugurer un paio di mostre di pittura. A quando la mostra di scultura? 187 - L'alta societ di Istanbul ha subto dei malocchi. Le persone che nominiamo spesso in questa rubrica si ammalano e vengono operate. Per ultimo anche Harika Grsoy, che era molto allegra, nei giorni scorsi, alla festa al chiaro di luna a casa della buon'anima di Ruen Eref, a amhca... Ah, ah! Anche Harika stata operata di tonsille, commentava, ad esempio, mia madre. Che si faccia togliere anche i nei dal viso, quella l!, replicava perfido mio padre, ma senza prendere molto sul serio la faccenda. Da questi discorsi intuivo che conoscevamo alcune di queste persone dell'alta societ a cui il giornalista pettegolo alludeva e di cui a volte scriveva anche i nomi, e capivo che mia madre invidiava la vita di questi individui che erano sicuramente pi ricchi di noi. La condanna di mia madre contro la loro ricchezza talora si manifestava con l'espressione Sono finiti sui giornali. Come si pu comprendere anche dal verbo finire, in questa frase si celava sia una forma di sfiducia nei confronti dei quotidiani Pagina 171

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di Istanbul che pubblicavano spesso notizie false, sia una forte convinzione che il ricco non dovesse mettersi troppo in mostra. Durante la mia infanzia e la prima giovinezza, ricordo che, oltre a mia madre, molti ricchi di Istanbul alludevano alla necessit di non mettere in mostra se stessi, i loro beni e, se l'avevano, il loro potere, e qualche volta la esprimevano anche apertamente: questa particolare caratteristica dei vecchi agiati di Istanbul non era assolutamente il risultato di una consuetudine alla modestia, di cui andar fieri, o dell'etica del lavoro e del risparmio, secondo la logica protestante. Dipendeva soltanto dal timore dello stato. I sultani e le autorit ottomane, per secoli, avevano considerato una minaccia tutti coloro - spesso erano dei pasci dal forte peso politico - che si arricchivano eccessivamente a Istanbul, e li avevano uccisi con qualche pretesto, confiscandone i beni. E gli ebrei, che divennero cos potenti da concedere prestiti allo stato negli ultimi secoli del periodo ottomano, e gli armeni e i greci, che emersero con piccoli commerci e attivit artigianali, erano naturalmente preoccupati al ricordo dei loro averi e delle loro fabbriche che vennero loro tolti spietatamente dalla Tassa sul patrimonio, imposta durante la seconda guerra mondiale, e dei loro negozi saccheggiati ferocemente, era il 1955, nelle sommosse del 5-6 settembre. 188 Per questo motivo, i grandi proprietari terrieri che venivano dalle province, oppure i ricchi industriali di seconda generazione, erano pi coraggiosi nell'esibizione delle loro ricchezze e nel vanto del loro patrimonio, rispetto ai benestanti di Istanbul. Naturalmente, questo era considerato un atteggiamento ridicolo, da parvenu, dalle famiglie agiate di Istanbul intimidite dallo stato oppure da quelli non pi ricchi - come noi - per l'incapacit nel gestire le proprie fortune. Il capo della seconda Pagina 172

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) famiglia pi agiata della Turchia, Sakip Sabancl - il ricco di seconda generazione che da Adana si era trasferito a Istanbul -, era una persona derisa da tutti per questa sua condotta disprezzata e ritenuta sciocca da parte dei benestanti di Istanbul, che lo consideravano bizzarramente inquietante anche per il suo strano aspetto (mai mostrato sui giornali per paura che bloccasse la pubblicit delle sue aziende), ma grazie al coraggio provinciale nell'esibire il suo patrimonio, dopo il 1990 pot fondare il museo privato pi importante di Istanbul, a casa sua, come Frick a New York. Un altro motivo per cui i ricchi di Istanbul della mia infanzia nascondevano il loro patrimonio fra le pareti e dietro le porte, e non avevano n collezioni n musei, era la paura, giustificata, che i loro beni venissero considerati contaminati. Poich lo stato e la burocrazia si intrufolano avidamente ovunque si produca ricchezza ed impossibile diventare agiati senza l'aiuto dei politici, tutti possono immaginare che anche nel passato del ricco pi onesto ci siano macchie e punti oscuri. Dopo che finirono i soldi ereditati da mio nonno, mio padre fu costretto a lavorare, per anni presso Vehbi Ko, uno degli uomini pi ricchi della Turchia, ma non prendeva mai in giro il suo accento da provinciale o le scarse capacit del figlio, meno intelligente del padre; tuttavia nei momenti d'ira raccontava che dietro al suo patrimonio c'erano le code e le carestie della seconda guerra mondiale. I ricchi di Istanbul della mia infanzia e giovinezza, pi che essere persone solide che avevano guadagnato o continuavano a guadagnare grazie alla loro creativit o alle loro trovate commerciali, erano individui arricchitisi all'improvviso, che avevano colto la grande occasione anche per la corruzione che c'era tra lo stato e la burocrazia, e passavano il resto della vita a tentare di nascondere (dopo gli anni Novanta questa paura notevolmente calata), proteggere e, alla fine, giustificare questa loro Pagina 173

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ricchezza. Non essendovi alcuna attivit intellettuale dietro le loro fortune, queste persone non avevano una grande predisposizione per i libri o la lettura, n per altre occupazioni, come ad esempio gli scacchi. Quel 189 periodo ottomano in cui le persone, studiando e godendo di una buona istruzione, potevano far carriera nello stato e diventare ricchi pasci, con la Repubblica era stato messo da parte, insieme alla cultura mistica, alle logge chiuse dei dervisci e ai loro testi ormai dimenticati; questo raffinato retroterra era stato abbandonato per sempre e si pensava che, con la rivoluzione dell'alfabeto avrebbe lasciato il suo posto alla cultura europea. L'unica impresa che questi nuovi ricchi di Istanbul, pavidi e senza idee, giustamente impauriti dallo stato e spesso incapaci di trasmettere i loro guadagni alle generazioni successive, riuscivano a realizzare, per dare legittimit al loro patrimonio e sentirsi meglio, era farsi vedere pi europei di quello che realmente erano. Usavano a questo scopo i vestiti, gli oggetti che compravano in Europa e le ultime scoperte della tecnologia occidentale (dagli spremiagrumi ai rasoi elettrici): se li mostravano a vicenda e se ne tornavano a casa felici. Un buon esempio delle dimensioni sorprendenti che pu assumere il desiderio di occidentalizzarsi costituito da alcune famiglie di Istanbul arricchitesi grazie a un'attivit commerciale, che, vendendo tutto quello che avevano, andavano a vivere in un quartiere senza pretese di Londra, e trascorrevano i giorni guardando il muro del palazzo di fronte e la televisione inglese che non capivano bene, invece di contemplare il Bosforo (esattamente come un amico di mia zia, proprietario di un giornale e famoso scrittore di rubriche), nonostante non avessero problemi n con lo stato n con le leggi. Un altro esempio era far arrivare istitutrici dall'Europa perch insegnassero la loro lingua ai figli, come facevano una volta gli aristocratici russi; poi, come succede Pagina 174

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) in Anna Karenina e in molte altre famiglie, il padrone di casa aveva una relazione con questa insegnante. Durante la Repubblica, la mancanza di un'aristocrazia di sangue nell'impero ottomano aveva creato difficolt ai ricchi di Istanbul, i quali intendevano mostrarsi pi veri, diversi, speciali. Costoro hanno aspettato fino agli anni Ottanta per appropriarsi di tutti quei vecchi oggetti ereditati dalla cultura ottomana e bruciati, per la maggior parte, insieme alle yalz, come esempi di antiquariato: solo allora hanno capito che collezionare i simboli della cultura ottomana non contrastava con il processo di occidentalizzazione. Tutte queste storie che si narravano a casa nostra, fra risa e scherzi, sui ricchi, sulla loro natura, sulle loro usanze e soprattutto sui loro modi di arricchirsi (quella che mi piaceva di pi era la storia di uno che aveva accumulato una fortuna in 190 una sola notte, facendo arrivare una nave carica di zucchero durante la prima guerra mondiale e ne aveva goduto per tutta la vita), e il fatto che anche noi una volta fossimo stati ricchi e continuassimo ancora ad apparire tali, mi hanno impedito, forse, di considerare misteriose queste persone. Alcune erano lontani parenti o conoscenti, o amici d'infanzia e di giovent dei miei genitori, o abitanti di Niantai che finivano con un nomignolo sulla rubrica Avete sentito?, ma, ugualmente, quando le incontravo, mi veniva la curiosit di conoscere la loro vita, perch il sentimento di provvisoriet e di vuoto, nato dalla loro incapacit nel gestire il denaro, dall'indolenza e dall'ignoranza, le rendevano, a volte, davvero speciali. Ad esempio c'era un signore elegante, un vecchio amico di mio padre, che diceva che non aveva bisogno di lavorare grazie alla rendita dei molti beni ereditati dal padre pasci che aveva ricoperto la carica di visir nell'ultimo periodo ottomano, ma non riuscivo a capire se lo diceva con tristezza o con vanto: dopo aver passato la maggior parte della mattina senza far nulla o leggendo i giornali e guardando dalla finestra del suo appartamento Pagina 175

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) a Niantai, di pomeriggio si faceva la barba, si lisciava ben bene i baffi e si metteva lentamente uno dei suoi vestiti pi eleganti, comprato a Parigi o a Milano, per andare a prendere il t nella pasticceria dell" Hilton, dove trascorreva un paio d'ore: Solo l mi sento in Europa, aveva detto una volta a mio padre, aggrottando le sopracciglia, come se gli confidasse un suo segreto molto speciale, e assumendo un'espressione triste quasi a invocare comprensione per questo suo grande dolore. Invece un'amica di mia madre, sempre della stessa generazione, molto ricca e obesa, che io e mio fratello imitavamo perch si rivolgeva a tutti dicendo Ciao, scimmia, come stai?, nonostante fosse lei a somigliare in realt a una scimmia, dopo aver trascorso tutta la vita a innamorarsi solo dei ricchi e a rifiutare gli uomini che volevano sposarla perch non erano sufficientemente europei e raffinati, verso i cinquant'anni era diventata la moglie di un poliziotto intorno ai trenta, di cui diceva che era molto gentile, molto distinto; poi, dopo il fallimento di quel matrimonio, si era dedicata a raccomandare alle giovani ragazze della sua classe sociale di trovare un marito ricco quanto loro. Il motivo per cui queste persone anziane che si interessavano sia alla cultura tradizionale sia a quella occidentale, discendenti dei ricchi e dei pasci ottomani dell'ultima generazione occidentaleggiante, non riuscirono a trasformare in un solido capitale i beni ereditati dai loro padri e dalle loro famiglie, o a partecipare con 191 la loro ricchezza al selvaggio sviluppo commerciale e industriale di Istanbul, in crescita vertiginosa, era la consapevolezza di non potere, a parte produrre e commerciare, neanche prendere il t insieme a questi commercianti volgari che mitigavano i loro imbrogli e raggiri con una sincera capacit di instaurare amicizie, e con un forte senso di comunit. Quando andavamo nelle grandi Pagina 176

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) case signorili, oppure nelle ville di legno sul Bosforo di questi ricchi pi anziani che spesso non si accorgevano di venire ingannati anche dai loro avvocati, assunti a protezione dei loro beni e in difesa dei loro redditi, apprezzavo l'affetto particolare che mostravano nei miei confronti, sapendo bene che la maggior parte di loro preferiva i gatti e i cani agli uomini. Mi piaceva osservare queste persone che vivevano nelle case di legno sul Bosforo che costavano un patrimonio (se non venivano incendiate prima), tra leggii, divani, tavoli intarsiati di madreperla, quadri a olio, scritture antiche, vecchi fucili, le storiche spade dei nonni, medaglie, orologi giganti e tanti altri oggetti che avrebbero riempito dopo dieci, quindici anni il negozio di antiquariato di Raffi Portakal; mi piaceva vederle condurre una vita infelice e povera, nonostante avessero tanti beni. Tutti avevano manie, a dimostrazione del loro rapporto problematico con la realt fuori dalle ville: uno, vecchio, magro e ossuto, che camminava col bastone, prendeva da parte mio padre e gli mostrava, con aria misteriosa, prima la sua collezione di orologi e poi quella di armi, come se gli facesse vedere fotografie di donne nude. Una signora anziana ci raccontava, con le stesse parole di cinque anni prima, come si doveva scendere nella rimessa delle barche, girando attorno a un piccolo rudere di mura, un'altra parlava bisbigliando perch non la sentissero le domestiche, un'altra ancora, invece, poneva volgarmente una domanda che preoccupava mia madre: le chiedeva di dove fosse il padre di mio padre. Tra questi signori ricchi e grassi che lentamente presero l'abitudine di mostrare le loro case agli ospiti, quasi fossero dei musei, ce n'era uno che ogni volta che andavamo a trovare ci ripeteva una piccola storia di corruzione e scandalo di sette anni prima, come se l'avesse letta quella mattina sull"Hrriyet, stupendosi sempre per le dimensioni che aveva raggiunto la spudoratezza in citt. A un certo punto di tutte queste storie, domande e Pagina 177

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) incontri, mentre mia madre continuava a controllarci con la coda dell'occhio, capivo che noi non eravamo cos importanti per questi ricchi, come tentavano di farci credere, e volevo tornare a casa il pi presto possibile. In particolare sentivo questa disuguaglianza quando uno pronunciava male il nome di mio padre, o 192 quando pensava che mio nonno fosse un contadino di provincia, oppure quando esagerava su un piccolo difetto, banale e ordinario, della vita quotidiana (se arrivava a tavola dello zucchero in polvere e non a zollette; se la domestica aveva le calze di un colore sbagliato; se un motoscafo passava molto vicino alla villa) con una rabbia spropositata, e lo faceva diventare una questione di vita o di morte, tale da dimenticare i suoi ospiti. I figli, i nipoti di questa gente, chiunque fosse a casa in quel momento anche un mio coetaneo -, erano persone difficili che avrebbero litigato con i pescatori al caff del quartiere, avrebbero picchiato uno dei preti delle scuole francesi della citt, oppure si sarebbero suicidate, se non finivano rinchiuse in un manicomio svizzero. Trovavo affinit fra queste persone e i nostri, perch erano cos legate ai loro beni, alle loro rabbie e manie da finire nei tribunali, proprio come la mia famiglia di Palazzo Pamuk. Tra questi individui che cenavano insieme, ridendo e scherzando, e poi intentavano cause tra loro per le propriet, nonostante vivessero da anni nella stessa casa signorile, proprio come mio padre, i miei zii e le mie zie, c'erano quelli che prendevano troppo sul serio i risentimenti e stavano per anni senza parlare con gli altri membri della famiglia, nella stessa casa, separando in due, senza remore, la villa con un brutto muro di gesso, a partire dalla sua stanza pi grande, quella panoramica, che dava sul Bosforo, con il soffitto alto e il balconcino (non si vedevano tra loro, Pagina 178

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ma sentivano tutto il giorno i loro rumori, dalla tosse ai passi), e vivevano nella villa che avevano diviso - l'harem mio, la rimessa mia - non per comodit, ma perch traevano motivo di felicit dai disturbi che riuscivano a procurare ai parenti pi stretti che odiavano; arrivavano anche a chiudere le vie che conducevano alla porta dei loro giardini, con una serie di manovre pi o meno legali. Osservare la continuazione delle liti famigliari anche nella generazione successiva mi faceva pensare che questo tipo d'odio fosse una particolarit del benestante di Istanbul. I figli di una famiglia arricchitasi nel primo periodo della Repubblica, come mio nonno, la quale abitava vicino a noi, in viale Tevikiye, a Niantai, avevano diviso il terreno che il loro padre aveva comprato da un pasci di Abdlhamit. Prima il fratello maggiore aveva fatto costruire, nella sua parte, un palazzo, seguendo le norme vigenti, e perci all'interno e non proprio sul bordo del marciapiede. Dopo un paio d'anni era stato l'altro fratello a far edificare un palazzo, nell'altra parte del terreno, ma tre metri pi avanti e ostruendo di proposito il panorama altrui. Allora il fratello maggiore aveva 193 fatto costruire un muro alto come un palazzo di cinque piani pur di coprire il paesaggio che si vedeva dalle finestre laterali dell'altro edificio. Queste liti si vedono raramente tra le famiglie nuove di Istanbul, perch le persone trasferitesi qui dalla provincia, per sopravvivere ai disagi della citt si aiutano e si sostengono. Dopo il 1960, quando la popolazione cominci a crescere e il prezzo dei terreni aument velocemente, tutti coloro che vivevano a Istanbul da un paio di generazioni e avevano avuto la possibilit di comprare dei lotti si meravigliarono molto dei soldi che sembravano piovergli dal cielo. La prima usanza che queste. persone adottarono per dimostrare che erano i vecchi abitanti Pagina 179

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ricchi di Istanbul era naturalmente litigare tra loro per la divisione dei beni. Il pi giovane dei due fratelli che erano proprietari di terreni nelle montagne e colline incolte, dietro a Bakirky, e si erano straordinariamente arricchiti con lo sviluppo della citt, aveva forse ucciso l'altro con un colpo di pistola, all'inizio degli anni Sessanta, proprio per questi motivi. I giornali da me letti attentamente insinuavano che dietro al fratricidio ci fosse anche l'amore del pi grande per la cognata. Il figlio dagli occhi verdi del fratricida era un mio compagno alle scuole elementari di ili Terakki, perci fui molto colpito da questo omicidio di ricchi, a me cos vicino. Mentre le prime pagine dei giornali si dilungavano nei particolari della storia di soldi e amore, il figlio dalla carnagione bianca e i capelli rossi dell'assassino entrava in classe vestito di un paio di pantaloni corti e una giacca da contadino bavarese, e piangeva tutto il giorno in silenzio, con il suo fazzoletto in mano. Anche dopo quarant'anni, ogni volta che passo da quella zona di Istanbul che porta il cognome del mio compagno, dove vivono duecentocinquantamila persone, oppure quando sento il nome di quel quartiere che ormai una piccola citt, ricordo gli occhi rossissimi del mio amico che piangeva con composta umilt. Pure le famiglie di armatori, tutte del Mar Nero, erano solite risolvere i loro disaccordi famigliari non come noi nei tribunali dello stato, bens con un atteggiamento pi terra terra, ovvero con le armi. La maggior parte di quegli individui aveva iniziato a lavorare con piccole barche a vela, per poi mettersi a rivaleggiare per gli appalti statali nel settore dei trasporti: a loro non piaceva la scoperta occidentale della libera concorrenza, ma preferivano intimidire gli avversari con le loro bande, e quando si stancavano, ogni tanto, di uccidere, vivevano brevi periodi di pace dandosi in sposa le figlie, a vicenda, proprio come i principi Pagina 180

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) medievali, per 194 riprendevano presto le faide, con queste figlie ormai parenti di tutt'e due le parti costrette a soffrire; cos queste persone, che non perdevano mai il loro spirito, passarono dalle piccole barche a vela alle chiatte, poi alla gestione delle piccole navi da carico, e arrivarono fino a dare in sposa la propria figlia al rampollo del presidente della Repubblica, in un mare di feste sfarzose col caviale e lo champagne che finivano sulla rubrica Avete sentito? da mia madre attentamente studiata. In queste occasioni mondane, matrimoni o danze, cui partecipavano i miei genitori e qualche volta anche i miei zii e mia nonna, si facevano fotografie che poi rimanevano per un paio di giorni sulla credenza, a casa nostra, e io riconoscevo in quei ritratti alcuni conoscenti che frequentavamo, o alcuni personaggi ricchi e famosi sempre sui giornali, e il politico che cercava di andare d'accordo con loro; poi provavo a capire l'atmosfera della festa dai discorsi di mia madre al telefono con la zia che ci andava pi spesso di lei. A differenza dei divertimenti degli anni Novanta, annunciati a tutta Istanbul dai fuochi artificiali e immersi in un tripudio di telecamere, giornalisti e modelle, durante le feste della mia giovinezza i benestanti, pi che nutrire l'ambizione di esibire le loro ricchezze al resto della citt, sentivano il bisogno di dimenticare le preoccupazioni e le ansie incontrando i loro pari. Quando anch'io partecipavo a questi eventi mondani, nonostante la confusione della mia mente provavo subito una felicit particolare a mescolarmi tra i ricchi. Leggevo questa gioia anche negli occhi lucenti di mia madre, mentre uscivamo da casa dopo esserci preparati tutto il giorno. 195 Questa era una sensazione che dipendeva pi dal fatto di essere in Pagina 181

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mezzo ai ricchi, di venire considerato in qualche modo uno di loro, che non da quello di andare a un divertimento, di passare allegramente il tempo e di gustare cibi prelibati. Quando entravo in una grande sala ben illuminata, oppure camminavo fra i tavoli riccamente preparati, i padiglioni, i vasi, i servitori e i camerieri durante una festa estiva data in un giardino, all'aperto, sentivo che i presenti erano molto felici di rivedersi, e il fatto di trovarsi fra gli altri ricchi famosi li metteva di buonumore. Era per questo che guardavano la folla, proprio come mia madre, per sapere chi c'era, e si rallegravano vedendo le altre persone invitate insieme a loro. La maggior parte di questi individui aveva accumulato patrimoni grazie a un colpo di fortuna o a un imbroglio da dimenticare, pi che per la propria istruzione, la fantasia o lo spirito di sacrificio, e traeva la sua serenit dalla quantit di denaro, pi che dal talento: consapevole di trovarsi nello stesso posto con gli altri ricchi noti per l'enormit del capitale, si sentiva tranquilla e spensierata. Invece io, dopo questi primi momenti, spesso mi facevo cogliere dall'ansia e cominciavo a sentirmi un estraneo. A volte mi demoralizzavo nel vedere un oggetto che non avevamo a casa, o uno strumento raro che non conoscevo (ad esempio un coltello elettrico per tagliare la carne), oppure mi inquietavo nel constatare che i miei genitori avevano una certa confidenza con queste persone di cui raccontavano, ridendo, le vergogne, gli scandali e gli imbrogli nascosti dietro la loro ricchezza. Dopo un po'"scoprivo che mia madre, sinceramente felice di essere insieme a questi individui, e mio padre, che forse faceva il cascamorto con una delle sue amanti segrete, non dimenticavano in realt le strane storie e i pettegolezzi che raccontavano a casa, ma fingevano soltanto di ignorarli. Non si comportavano cos, comunque, tutti i ricchi? Essere benestanti, forse, era uno stato di finzione perenne. Ad esempio, in tante feste sentivo le lagnanze di molti Pagina 182

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ricchi di Istanbul sul cibo offerto loro durante l'ultimo viaggio in aereo, come se questo fosse un argomento di fondamentale importanza, o come se, in realt, non passassero la maggior parte della vita a mangiare piatti ordinari e senza pretese. Proprio come i soldi investiti (portati segretamente, dicevano i miei genitori) nelle banche svizzere, avevano nascosto la loro anima in un luogo sicuro, lontano e difficilmente raggiungibile, e talvolta mi intristisco pensando che per me stato un cattivo esempio vedere queste persone tranquille. 196 E talora capivo da un'insinuazione di mio padre che le loro anime non erano poi cos distanti. Quando avevo vent'anni, per criticare pesantemente la mancanza d'intelligenza e di spirito dei ricchi di Istanbul, le loro false maniere per mostrarsi pi occidentali possibile, le loro figure estremamente insignificanti e il loro modo di vivere timoroso, senza il sogno di una collezione o di un museo e senza lo slancio di una passione, mi rivolgevo senza peli sulla lingua agli amici di famiglia, ai compagni d'infanzia e di giovent dei miei genitori e ai genitori di alcuni miei coetanei; allora mio padre mi interrompeva sempre e, forse perch aveva paura che fossi infelice - ma questo pensiero mi venne in seguito -, diceva che la signora (una bella donna) di cui parlavo era in realt una ragazza molto buona, molto indulgente, e che bisognava conoscerla a fondo per capirla. 197 Capitolo ventiduesimo Navi sul Bosforo, incendi, povert, traslochi e altri disastri I continui fallimenti di mio padre e mio zio, le liti dei miei genitori e gli scontri fra la nostra famiglia di quattro persone e il grande clan con mia nonna al centro mi insegnavano a poco a poco che la vita era fatta, oltre ai divertimenti e ai piaceri se ne scopriva Pagina 183

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ogni giorno uno nuovo (il disegno, il sesso, l'amicizia, il sonno, l'amore, il cibo, il gioco, la contemplazione...) - e alle occasioni di felicit interminabili, anche di disastri grandi e piccoli che arrivavano inaspettati, si infiammavano e si ingigantivano. Ormai avevo imparato perfettamente che questi disastri potevano capitare all'improvviso come le mine vaganti annunciate da una voce molto seria ai marinai e a tutta Istanbul, con la relativa segnalazione delle coordinate all'uscita del Mar Nero verso il Bosforo, durante il programma intitolato Avviso ai naviganti dopo il giornale e il meteo alla radio. In ogni momento i miei genitori potevano iniziare a discutere, oppure al piano superiore scoppiava una lite per i beni della famiglia, oppure mio fratello, arrabbiato per qualcosa, a un tratto decideva di darmi una bella lezione. E mio padre, arrivando un giorno a casa, poteva dirci, con la stessa tranquillit di quando annunciava un suo viaggio, che l'appartamento dove abitavamo era stato venduto o pignorato e dovevamo traslocare in un'altra casa. In quegli anni abbiamo cambiato molte abitazioni. A ogni trasloco, la tensione da noi aumentava, e diminuiva l'attenzione di mia madre nei nostri confronti, perch era tutta indaffarata nel controllo dei colli e della batteria da cucina avvolta in vecchi giornali, e noi potevamo giocare e correre liberamente. A me prendeva una strana malinconia mentre le credenze, gli armadi e i tavoli che credevamo fossero pezzi inseparabili e inamovibili del panorama interno del nostro appartamento abbandonavano la casa in mezzo ai facchini, ma mi consolava poi trovare una penna o una biglia dimenticate da anni, o un giocattolo importante che credevo smarrito, giusto sotto la credenza. Negli alloggi dove traslocammo non 198 c'erano n la comodit n il calore di Palazzo Pamuk, a Niantai, ma da queste case di Beikta e di Cihangir si vedeva molto bene il Bosforo, perci non mi sono mai sentito infelice per essermi trasferito in quei luoghi, e non mi sono mai pesate troppo le ristrettezze economiche. Pagina 184

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Contro questi disastri tenevo sempre in serbo alcuni provvedimenti che mi trovavo da solo. Una di queste disposizioni, che nascevano dalla mia fedelt ideale a un ordine preciso, alle regole, alla loro armonia o alla loro ripetizione (non calpestare le righe, non chiudere completamente alcune porte), o dal mio comportamento esattamente opposto (incontrarmi con l'altro Orhan, fuggire nel secondo mondo o litigare con mio fratello e cos crearmi da solo il terremoto), era contare le navi che passavano dal Bosforo. A dire il vero, sin da piccolo conto le imbarcazioni che passano, su e gi, dallo stretto. Conto le petroliere rumene, le navi da guerra sovietiche, le piccole barche a vela dei pescatori in arrivo da Trabzon, la nave passeggeri bulgara, la flotta delle Linee marittime che va nel Mar Nero, la nave meteo sovietica, l'elegante transatlantico italiano, le navi da carico piene di carbone, quella di cabotaggio registrata a Varna, quelle da carico senza tinta, trasandate e piene di ruggine, e quelle buie e fragili di bandiere e paesi indistinti. Ma non conto tutto: ad esempio non considero i motoscafi che portano, da una sponda all'altra del Bosforo, gli impiegati che vanno a lavorare e le donne che tornano dal mercato con le loro borse a rete in mano, e non considero i traghetti delle Linee marittime che ormai conosco come le mie tasche, battelli che trasferiscono da un angolo all'altro della citt i passeggeri 199 tristi che bevono il t e si fumano la loro sigaretta, perch sono parti inseparabili del mio mondo, come gli oggetti di casa mia. Contavo le navi con una sorta di preoccupazione, qualche volta con malinconia, qualche volta con ansia, ma spesso senza quasi accorgermene. Mentre contavo le navi sul Bosforo, sentivo di proteggere in questo modo l'ordine della mia vita. Quando ero bambino, nei momenti di eccessiva rabbia o angoscia, quando Pagina 185

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) scappavo da me stesso, dalla scuola, dalla vita e mi perdevo liberamente per le strade di Istanbul, smettevo di contare. Allora provavo la nostalgia dei disastri, degli incendi, di un'altra vita, e dell'altro Orhan. Se spiego come ho cominciato a contare le navi forse si capisce meglio questa mia fissazione. Allora, all'inizio degli anni Sessanta, con i miei genitori e mio fratello abitavo in un piccolo appartamento, con vista sul mare, di un palazzo che aveva fatto costruire il mio nonno materno a Cihangir. Ero all'ultimo anno delle elementari; vuol dire che ero undicenne. Una volta al mese, prima di addormentarmi, mettevo la sveglia, su cui era disegnata una campana, un paio d'ore prima del sorgere del sole, e verso l'alba mi svegliavo in un buio silenzioso; poi, dato che non potevo accendere a quell'ora, da solo, la stufa, per non morire di freddo entravo nella stanza vuota dove talvolta dormiva la domestica e prendevo in mano il mio libro di turco, quindi iniziavo a ripetere freneticamente la poesia che dovevo imparare a memoria entro l'ora della scuola. Bandiera, bandiera dei cieli, Sventola bandiera gloriosa! Come sanno tutti coloro che sono stati obbligati a imparare a memoria un testo, una preghiera o una poesia, mentre cerchiamo di scolpire in testa le parole non diamo molta importanza a ci che vediamo. In quel momento, in un certo senso, gli occhi della mente si interessano alle immagini della nostra fantasia per facilitare l'apprendimento. Cos, i nostri occhi, senza dare per nulla ascolto al cervello, sembrano contemplare il mondo per conto loro. Nelle scure mattine d'inverno, mentre studiavo a memoria una poesia, tremante di freddo, guardavo il buio del Bosforo che si intravedeva appena dalla finestra. Quel Bosforo che si scorgeva fra i palazzi di quattro o cinque iani fra i tetti e i camini delle case di legno gi in rovina che poi Pagina 186

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) p rebbero crollate, una dopo l'altra, nei dieci anni successivi, e i minareti della moschea di Cihangir, appariva allora completamente 200 buio perch non era illuminato dai traghetti delle Linee marittime, che non viaggiavano di notte. Talvolta i fari delle vecchie gru che scaricavano le loro merci a Haydarpaa, dalla sponda asiatica, o quelli di una nave da carico che passava in silenzio, oppure la fievole luce della luna o di un motoscafo solitario, illuminavano questa profonda oscurit e io mi accorgevo delle gigantesche zattere arrugginite e coperte di alghe, della barca di un pescatore al largo da solo e del candore di Kizkulesi, simile a un fantasma. In ogni caso, il mare era spesso di un buio misterioso. Molto prima che il sole nascesse dalla sponda asiatica, anche quando le colline coperte dai palazzi e i cimiteri con cipressi si illuminavano leggermente, il Bosforo appariva nero, e mi sembrava che quelle acque sarebbero rimaste scure per sempre. Nel buio della notte, mentre la mia mente era occupata con lo studio, la ripetizione e i giochi misteriosi della memoria, il mio occhio talora cadeva su qualcosa che passava lentamente sulle acque agitate, ad esempio una strana nave o una barca da pesca che si era messa in viaggio di buon'ora. Nonostante non prestassi alcuna attenzione a quello che vedevo, il mio occhio controllava ci su cui si era soffermato, forse per abitudine, e gli dava il permesso di attraversare il Bosforo solo quando capiva che era un oggetto abituale: s, una nave da carico, una barca da pesca con un faro spento, dicevo tra me e me; il motoscafo che porta i primi passeggeri dall'Asia in Europa; una vecchia nave meteo che sta raggiungendo uno dei porti lontani dell'Unione Sovietica... 201 Una di queste mattine, mentre studiavo a memoria una poesia, rannicchiato sotto le coperte per il freddo, il mio sguardo cadde Pagina 187

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) subito su qualcosa che non avevo mai visto prima. Ricordo bene di essere rimasto sbalordito, il libro dimenticato fra le mani. Questo oggetto era un gigante che si allargava elevandosi dal mare, nel buio della notte, e si avvicinava a me che lo guardavo dalla collina pi vicina; con la sua grandezza e le sue forme era un fantasma terribile, da sogno: una nave da guerra sovietica! Una mastodontica fortezza galleggiante uscita all'improvviso, come in una favola dalla nebbia e dal buio! Aveva diminuito la velocit e ora viaggiava in silenzio, ma era un movimento cos pesante che, pure con questo passaggio lento, faceva scricchiolare la cornice della finestra e i pavimenti di legno della casa; faceva ticchettare le molle della stufa attaccate male, e le pentole e le caffettiere nella cucina buia; faceva vibrare i vetri della stanza riscaldata dei miei genitori e di quella di mio fratello; faceva tremare in profondit e lentamente, come se ci fosse una leggera scossa di terremoto, la discesa lastricata che portava al mare, i cassonetti della spazzatura davanti alle porte e tutto il quartiere, che sembrava desolato alle prime ore del mattino. Allora era vero quel pettegolezzo che gli abitanti si bisbigliavano a vicenda negli anni di guerra: le navi russe, dopo mezzanotte, attraversavano silenziosamente il Bosforo. Per un attimo mi feci prendere dal senso di responsabilit. L'intera citt dormiva e soltanto io avevo visto questo gigantesco mostro sovietico che andava chiss dove a compiere crudelt. Dovevo svegliare e avvertire Istanbul, e tutto il mondo. Inoltre, questa situazione assomigliava anche a quella dei bambini coraggiosi ed eroici delle riviste della mia infanzia, che salvavano la citt immersa nel sonno notturno dal disastro delle alluvioni, degli incendi e degli eserciti nemici. Ma non avevo in realt alcuna intenzione di uscire dal tepore del mio letto, che avevo riscaldato con tanta fatica. Preoccupato, trovai una soluzione che per me divenne un'abitudine: con tutta l'attenzione della mia mente aperta all'apprendimento della poesia, mi misi a contare le navi sovietiche! Cosa voglio dire con questo ? Proprio come le leggendarie Pagina 188

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) spie americane di cui si diceva che fotografassero da una casa in collina tutte le navi comuniste che passavano dal Bosforo (un altro mito nella Istanbul degli anni della guerra fredda, probabilmente anche vero), registrai i dettagli della nave, tutto con l'occhio della mente. Nella mia immaginazione collegai quella nave ad altre imbarcazioni, alle correnti dello stretto e forse alla rotazione del mondo: cos resi la nave gigante un oggetto banale. Tuttavia, sapevo molto 202 bene che quanto veniva trascurato, non considerato, non identificato, poteva causare disastri terribili. Quindi iniziai a controllare, ansioso, l'ordine del mondo e la mia felicit, contando non solo l'enorme nave sovietica, ma tutte le grosse imbarcazioni in transito sullo stretto. Coloro che aurante gli anni di scuola ci avevano insegnato che il Bosforo era la chiave della conquista di tutto il mondo, il cuore geopolitico della terra e per questo motivo tutte le nazioni e tutti gli eserciti, specialmente i russi, volevano conquistare il nostro bel Bosforo, b avevano ragione. Dopo l'infanzia, ho abitato sempre su una collina che vedeva e controllava da lontano, tra i palazzi, le cupole e le colline, il Bosforo. Proprio per questa esigenza spirituale di vedere, anche se da lontano, lo stretto, nelle case di Istanbul la finestra che si affaccia sul mare come la mirap nelle moschee, la nicchia che indica la direzione della Mecca - come l'altare nelle chiese e nelle sinagoghe -, e nei soggiorni le poltrone, i divani, le sedie e il tavolo sono sempre orientati verso il mare. E questa disposizione alla base di quell'immagine di Istanbul che si pu vedere da una nave che sta entrando nel Bosforo dal Mar di Marmara, formata da milioni di avide finestre che si ostruiscono reciprocamente la vista mettendosi spietate una davanti all'altra, aperte a spiare le imbarcazioni e lo stretto. Quando iniziai a condividere questa mia ansiosa abitudine con le altre persone, venni a sapere che contare le navi Pagina 189

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che passavano dal Bosforo non era soltanto una mia stranezza, ma era la 203 consuetudine di molti abitanti di Istanbul simili a me, di diverse et, che davano un'occhiata dalla finestra e dal balcone allo stretto e contavano le navi per capire se i disastri, la morte o i grandi Sconvolgimenti erano in arrivo o meno, mentre scorreva la loro Vita quotidiana. Ad esempio avevamo un parente lontano che abitava in una casa con vista sul Bosforo, in collina, a Serencebey, vicino a Beilcta, dove avremmo traslocato anni dopo anche noi, il quale si era preso l'impegno di annotare su un quaderno le navi che passavano di l. E un mio compagno delle superiori affermaVa che 0na strana imbarcazione che vedeva vecchia, arrugginita e a pezzi, e di cui non si capiva il paese d'origine - portava segretamente armi a un certo gruppo di ribelli ip Unione Sovietia o avrebbe sconvolto i mercati internazionali per il petrolio che aveva con s. Queste manie possono essere considerate le conseguenze di una cultura pretelevisiva in cui guardare dalla finestra e distrarsi era un passatempo importante. possibile ritenerle anche il prodotto secondario del piacere illimitato di osservare il panorama del Bosforo. Ma dietro alla mia passione di contare le navi e alle fissazioni di questo genere di molti altri miei conoscenti, c' un'altra paura che la gente di Istanbul si porta dentro: la trasformazione della loro citt, che un tempo filtrava la ricchezza di tutto il Medio Oriente, in un posto misero e triste, desolato e pieno di rovine a causa delle guerre che l'impero ottomano ha intrapreso con l'Occidente e la Russia. Questo mutamento ha reso gli abitanti di Istanbul introversi e nazionalisti, continuamente sospettosi degli stranieri, dei luoghi lontani, degli occidentali e, alla fine, di tutte le novit e di tutto ci che reca un'impronta straniera. Inoltre Pagina 190

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) quelle persone, proprio come me da piccolo, non sono riuscite a levarsi il timore dei disastri che potevano sconvolgere la loro citt da un momento all'altro, la paura di sconfitte e rovine nuove, e questo per centocinquant'anni. Quando vado via da Istanbul, a volte, penso di volerci tornare il pi presto possibile per riprendere a contare le navi. Altre volte invece, credo di potermi far cogliere pi velocemente dal senso di tristezza e perdita, emanato dalla citt, se non conto pi le navi . La tristezza, forse, un destino inevitabile per uno come me che ha passato tutta la vita a Istanbul, negli anni in cui ho vissuto io. Ma la volont di agire contro questo sentimento importante anche perch trasforma quasi in un dovere l'oziosa contemplazione del Bosforo. I disastri pi importanti che la citt ricorda meglio, e aspetta 204 con enotme trepidazione, sono naturalmente gli incidenti navali. Questi eventi si vivevano con un forte senso di comunit che avvolgeva tutta Istanbul. Sotto sotto, le disgrazie mi piacevano perch uscivano dalla solita routine, e intuivo che, alla fine, a noi non sarebbe successo nulla: mi sentivo in colpa, ma ero felice. Ad esempio, quando due petroliere cariche si scontrarono in mezzo allo stretto presero fuoco dopo una grande esplosione l'incidente si intu dallo scoppio fragoroso e dal fumo delle fiamme, che oscur il cielo stellato - io avevo soltanto otto anni, ma invece di aver paura ero colto dall'ardente desiderio di osservare l'accaduto. Poi venimmo a sapere che erano esplosi anche i serbatoi petroliferi intorno, e in realt bruciava tutto il Bosforo. Come succede in ogni incendio di notevoli proporzioni, prima qualcuno aveva visto le fiamme e il fumo poi aveva sentito delle voci, perlopi false, cos noi, nonostante le obiezioni delle madri e delle zie, ci eravamo fatti prendere dall'irresistibile voglia di guardare quell'incendio. Mio zio ci svegli in fretta e, in macchina, ci port sulla collina di Tarabya, dietro il Bosforo. Mi ricordo Pagina 191

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) l'ansia e la tristezza che provai nel vedere bloccata dalla polizia la strada litoranea. In seguito avrei saputo con invidia che un mio compagno di scuola aveva superato quel blocco grazie a suo padre, che aveva esibito la sua tessera esclamando subito Stampa!. Cos, nel 1960, in una notte d'autunno, ormai verso l'alba, osservai con entusiasmo il Bosforo andare in fiamme, in mezzo alla folla delle persone scese in strada curiose, con le camicie da notte e i pantaloni indossati in fretta e le pantofole ai piedi, i bambini in braccio e le borse e i sacchetti in mano. In breve, i venditori di kagit helvast, ciambelle, acqua, semi di zucca, polpette e sorbetti venuti da chiss dove, avevano cominciato a girare tra la folla, a vendere i loro prodotti. Anche negli anni successivi li avrei sempre rivisti durante lo spettacolo degli incendi straordinari, quelli delle ville di legno e delle navi, sullo stretto. La petroliera Peter Zorani, partita dal porto sovietico di Tvapse verso laJugoslavia con undici tonnellate di cherosene in viaggio su una rotta sbagliata del Bosforo secondo quanto venne poi scritto sui giornali, si era scontrata con la petroliera greca World Harmony che andava in Unione Sovietica a caricare combustibile e il cherosene fuoriuscito dalla nave jugoslava in un paio di minuti era esploso in un boato sentito da tutta la citt. Dato che i due equipaggi avevano abbandonato immediatamente le navi - qualcuno era 205 morto sul colpo -, le petroliere senza pi comando erano andate alla deriva seguendo le correnti e i vortici forti e misteriosi dello stretto, e navigando come palle di fuoco minacciavano i quartieri delle due sponde, e poi Kanhca, le ville di legno di Emirgan e Yeniky, i serbatoi di petrolio e benzina e le Pagina 192

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) popolose rive di Beykoz. I luoghi che aveva dipinto una volta Melling come paradisi, o quelli che A. W. Hisar chiamava la Civilt del Bosforo, erano avvolti da fiamme, petrolio e fumi neri. Vedendo avvicinarsi le navi spinte dalla corrente, gli abitanti del posto abbandonavano le loro ville e le loro case di legno, le trapunte in mano, e con i loro bambini uscivano in strada, lontano dalla riva. La petroliera jugoslava, prima dalla sponda asiatica era stata trascinata verso la riva europea, poi era andata a speronare una nave passeggeri di nome Tarsus, ancorata a Istinye, quindi anche questa imbarcazione, in breve, aveva preso fuoco. Quando le navi incendiate arrivarono davanti a Beykoz, la folla che scappava dalle case sulla costa era gi salita in collina, con gli impermeabili messi di fretta sulle camicie da notte e le trapunte in mano. Il mare era raggiante di fiamme e completamente giallo. I fumaioli, 206 gli alberi e i ponti di comando delle navi, trasformati in mucchi informi di ferro scarlatto, erano distrutti. Il cielo era illuminato dalla grande luce rossa riflessa dalle navi. Ogni tanto si sentiva qualche scoppio: grandi pezzi di lamiera scendevano in mare come brandelli di carta, uno accanto all'altro, e si sentivano grida e urla dalle colline, e pianti di bambini. Per una persona, cosa ci pu essere di pi educativo del vedere i luoghi dove si inebriava dei fiori primaverili passeggiando tra i profumi dei siliquastri e dei caprifogli, e dove dormiva di un sonno paradisiaco sotto i gelsi e contemplava il color argento delle gocce d'acqua che cadevano dalle punte dei remi che muoveva lentamente per avvicinarsi, fra tante barche nel mare luccicante di seta, a quella da cui proveniva la musica, e i giardini e i boschi pieni di cipressi e pini, le grandi e vecchie ville di legno ancora intatte - tutti questi luoghi avvolti dagli Pagina 193

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) scoppi, dalle fiamme e da un cielo scarlatto, con gli uomini in lacrime scappati con le camicie da notte dalle loro case? Come avrei capito in seguito, tutto era accaduto perch io non avevo ancora iniziato a contare le navi. Il senso di colpa che provavo per i disastri non creava in me il desiderio di scappare e allontanarmene, ma al contrario stimolava la mia tentazione di essere nel luogo dell'evento, testimone oculare. Dopo, come per tanti abitanti di Istanbul, dentro di me cresceva la strana, crudele sensazione di avere in realt voluto quei disastri, ogni volta che accadevano. Ma il desiderio di osservare l'evento, ed essere presente, era superiore a questo stato d'animo. Anche Tanpinar, che aveva trascorso la sua vita affliggendosi per la scomparsa dei resti della cultura ottomana colpiti dalla modernizzazione occidentale e dalla povert, e soprattutto per l'ignoranza e la disperazione degli abitanti di Istanbul - argomenti trattati profondamente nei suoi romanzi -, confessa nel capitolo intitolato Istanbul delle sue Cinque citt che provava piacere nell'osservare (anche lui, come Gautier, dice che questo sentimento somiglia a quello di Nerone) gli incendi delle vecchie case signorili di legno. Il fatto pi strano che Tanpinar, qualche pagina prima, affermava sinceramente tormentato: Le meraviglie si sciolgono come il salgemma nell'acqua; diventano cenere e masse di terra, una dopo l'altra, davanti ai nostri occhi. Tanpinar, in quel periodo, dalla sua casa sulla salita di Tavuk Umaz, a Cihangir - la stessa strada dove si trovava il palazzo fatto costruire da mio nonno negli anni Cinquanta, da cui avevo visto la nave da guerra sovietica -, aveva contemplato l'incendio della 207 villa di Sabiha Sultan e quello del palazzo di legno che fu la sede del Parlamento ottomano e poi ospit l'Accademia delle belle arti dove insegnava. Per mitigare l'incoerenza fra Pagina 194

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) la sua descrizione della colonna di fiamme e fumo, che in un attimo si alzava verso il cielo e quindi crollava in questa grande e strana confusione in realt l'incendio dur pi di un'ora e trasform l'ambiente intorno in una piacevole pioggia di scintille -, e la sua tristezza per la sparizione di una delle costruzioni pi belle del periodo di Mahmut II, insieme a un'infinit di ricordi e opere (erano scomparsi tutti i rilievi del maggiore archivista dell'architettura ottomana Sedad Hakki Eldem), Tanpinar parla dei pasci ottomani, curiosi di osservare i vecchi incendi. Elenca, con uno strano senso di colpa, uno dopo l'altro, tutti i pasci che, appena sentivano l'urlo Al fuoco!, accorrevano con le loro carrozze sul posto, muniti di coperte e pellicce contro il freddo, e attrezzati di cibi e caffettiera perch le fiamme potevano durare a lungo. I vecchi incendi della citt non richiamavano soltanto i pasci, i saccheggiatori e i ladri, oltre naturalmente ai bambini e ai curiosi, ma erano anche un maestoso divertimento caotico che gli scrittoriviaggiatori occidentali, venuti a Istanbul dopo la met del XIX secolo, sentivano il dovere di raccontare, a m di testimonianza. Thophile Gautier, giunto qui nel 1852, racconta uno per uno, a partire dal primo che vede (in quel momento sta scrivendo una poesia al cimitero di Beyoglu), i cinque incendi che scoppiano durante 208 i due mesi che trascorre in citt. Naturalmente, per chi ama osservare le fiamme, preferibile che avvengano di notte. Gautier, mentre narra l'incendio di una fabbrica di colori, sulla riva del Corno d'Oro, incendio che sparge fiamme multicolori verso il cielo descrivendolo come un panorama straordinario, rivolge la sua attenzione, il suo occhio da pittore, alle ombre delle navi l di passaggio, al dondolio della folla e agli scricchiolii del legno ingoiato dal fuoco e del palazzo che crolla. Dopo un po'"di tempo Pagina 195

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ritorna nei luoghi dei disastri e cerca di vedere come una mania turcomusulmana l'accettazione della sventura, quasi fosse un destino da parte di centinaia di famiglie che si riducono a vivere nelle baracche costruite in un paio di giorni, con tappeti, materassi, cuscini, utensili da cucina e altri oggetti, tutti sottratti al fuoco. Invece l'incendio era una parte cos inseparabile della storia ottomana di Istanbul, ormai cinquecentenaria, che li abitanti soprattutto all'inizio del XIX secolo, si premunivano contro questo 209 tipo di sciagure che colpivano profondamente la citt. Nel XIX secolo, per coloro che risiedevano nelle case di legno, sulle vie strette, l'incendio, pi che un disastro, era un evento quasi naturale, come un destino inesorabile. Se l'impero ottomano non fosse crollato, Istanbul, all'inizio del XX secolo, avrebbe comunque perduto la sua memoria e gran parte del suo splendore per gli incendi che si susseguirono e di colpo ingoiarono migliaia di case, decine di quartieri e ampie aree, lasciando un gran numero di persone senza un tetto, povere e disperate. Ma la gente che come me fu testimone degli incendi e dei crolli delle ultime ville, delle case signorili di legno e delle abitazioni semplici della citt, negli anni Cinquanta e Sessanta, portava le impronte di un'angoscia diversa da quella dei pasci ottomani, tutti presi dall'osservazione, dalla contemplazione di questi incendi: era l'ansia di desiderare fra sensi di colpa, mestizia e invidia la scomparsa anche delle ultime impronte di una cultura e civilt straordinaria, di cui non eravamo riusciti a essere i degni eredi, nella nostra imitazione scarna, anonima e avventata della civilt occidentale a Istanbul. Durante la mia infanzia e giovinezza, quando una delle ville di legno iniziava a bruciare, in tutte e due le sponde del Bosforo si radunava una folla curiosa di vedere questo spettacolo, e i motoscafi e le barche di coloro che volevano assistere si avvicinavano pian piano alla villa in fiamme. Nei primi anni della Pagina 196

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mia giovent, quando scoppiava un incendio sul Bosforo, con gli amici ci telefonavamo e salivamo in auto, a gruppi, per andare ad esempio a Emirgan, e qui, mentre nelle vetture parcheggiate una accanto all'altra ascoltavamo dal mangiacassette - una nuova moda - i Creedence Clearwater Revival, con i toast al formaggio e il t e la birra portati dalla casa del t accanto, osservavamo le misteriose fiamme della casa di legno che bruciava sulla sponda asiatica. In quei momenti, si parlava di tante cose: si diceva ad esempio che durante gli antichi incendi i chiodi incandescenti piantati nelle pareti delle case di legno scattavano verso il, cielo e, dopo aver attraversato il Bosforo andavano a bruciare un'altra abitazione sulla sponda europea. Ma si parlava anche degli ultimi pettegolezzi d'amore e di politica, delle partite di calcio e della stupidit dei nostri genitori. E, ancor pi importante, se passava una petroliera buia davanti alla casa signorile di legno che stava andando a fuoco, nessuno se ne interessava, nessuno la contava; perch il disastro comunque era gi successo. Negli attimi in cui l'incendio si intensificava la sciagura si viveva in tutta la sua spaventosa ampiezza, e un cupo 210 silenzio cadeva tra di noi, nelle macchine; allora intuivo che ognuno, mentre guardava le fiamme immaginava le proprie sventure. Qualche volta, nel sonno, sento quella paura che arriva dal Bosforo, conosciuta e vissuta da tutti gli abitanti di Istanbul. Tra la notte fonda e l'alba, a un certo punto mi sveglio con il fischio di una nave. Quando sento una seconda volta nel silenzio della notte, questo fischio profondo e forte che suona a lungo ed echeggia nelle colline intorno allo stretto capisco subito che c' la nebbia. In queste notti suona tristemente a intervalli regolari, anche il fischio del faro di Ahirkapl che manda segnali dal punto in cui il Bosforo raggiunge il Mar di Marmara. Cos, nel dormiveglia, mi appare davanti agli occhi l'immagine di una grande nave che cerca di trovare la sua strada nelle acque mosse dello stretto avvolto dalla nebbia. Pagina 197

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) A quale paese appartiene questa nave? Quanto grande? Cosa trasporta? Qual la preoccupazione del capitano sul ponte di comando e quale quella dei suoi collaboratori? Si sono fatti trascinare dalla corrente, travolti da un'ombra scura che si avvicinava nella nebbia, oppure sono usciti dalla rotta giusta e, accorgendosi di essere su quella sbagliata, mandano segnali d'avvertimento? L'abitante di Istanbul, nel dormiveglia, sentendo i fischi della nave che diventano man mano pi pressanti e disperati, resta in bilico fra la pena e la preoccupazione, fra un sogno terribile e la curiosit per ci che succede nel Bosforo. Nelle giornate tempestose mia madre diceva: Che Allah aiuti coloro che con questo tempo viaggiano in mare! D'altra parte, il presentimento che ci sia un disastro, una sciagura tremenda vicino a noi ma tale da non danneggiarci, il miglior sonnifero per coloro che si svegliano nel cuore della notte. Anche l'abitante di Istanbul, mentre conta, nel dormiveglia, i fischi della nave, si avvolge nella sua trapunta e si addormenta. Forse, nel sogno, vedr se stesso sulla nave nella nebbia, sull'orlo del pericolo. In qualunque caso, la maggior parte di costoro, la mattina, dimentica di essersi svegliata nel cuore della notte con i fischi delle navi nella nebbia, proprio come fa con i propri sogni. Ma i bambini o le persone infantili se ne ricordano. Nel momento pi banale della vita quotidiana, in coda alla posta o durante il pranzo, sentiamo dire da uno accanto a noi: Stanotte mi sono svegliato con i fischi delle navi. Allora sento di aver fatto, nelle notti di nebbia, fin da piccolo, lo stesso sogno dei milioni di cittadini che vivono sulle colline del Bosforo. 211 Vorrei raccontare un'altra paura ricorrente nei sogni degli abitanti delle ville di legno sulla riva dello stretto, attraverso il ricordo di un incidente impresso nella mia memoria, proprio come gli incendi delle petroliere. In una notte di nebbia - se bisogna citare la data esatta, era il 1963, la mattina del 4 settembre, alle quattro -, una nave da carico di Pagina 198

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) nome Arbangelsk, di 5500 tonnellate, ehe stava trasportando a Cuba il materiale militare caricato nel porto russo di Novorossisk, avendo tentato di proseguire il suo viaggio nonostante la visibilit non superasse i dieci metri, era penetrata per un tratto nella terraferma, a Baltalimani, e in un attimo aveva demolito due ville di legno e ucciso tre persone. Ci siamo svegliati con un frastuono terribile. Pensavamo che fosse caduto un fulmine sulla casa, e che l'edificio si fosse diviso, scricchiolando, in due. Fortunatamente noi eravamo nella parte non crollata. Quando ci siamo ripresi e abbiamo guardato intorno, ci siamo trovati davanti a un'enorme nave da carico, nel soggiorno del terzo piano. I quotidiani, insieme alle testimonianze dei superstiti, avevano pubblicato anche le foto della nave che era entrata nella villa di legno, con la sua prua mortale, tra la fotografia del nonno pasci appesa alla parete, i grappoli d'uva nel piatto sopra la credenza, i tappeti, le credenze e i tavolini che, non essendoci l'altra met della stanza, penzolavano ora nel vuoto come le tende e dondolavano al vento, i quadri dorati e il divano rovesciati. Ci che rendeva irresistibilmente terribili e attraenti queste foto era il fatto che gli oggetti tra i quali la nave era penetrata spargendo sangue e dolore erano molto simili alle poltrone, credenze, sedie, tavolini, paraventi e divani di casa nostra. Rileggendo negli archivi di trent'anni fa della ragazza liceale morta che si era fidanzata poco tempo prima, gli argomenti di cui avevano parlato, la sera, i superstiti e le persone uccise, il dolore del giovane del quartiere che aveva trovato il cadavere della sua amata in mezzo alle rovine, ricordai come l'incidente era stato discusso, per giorni, in tutta la citt. Allora la popolazione non arrivava ai dieci milioni d'oggi, ma era un milione, perci le sventure sul Bosforo erano vissute come favole da raccontare e arrivavano a dimensioni Pagina 199

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) leggendarie, non certo come disastri ordinari di una citt caotica dove ognuno si perde nella folla. Mi ha stupito che molti miei conoscenti, una volta saputo che scrivevo un libro su Istanbul, parlassero con nostalgia di quegli eventi, quasi con occhi lucidi, come se ricordassero i giorni belli del passato, e mi ha sbalordito anche la loro insistenza perch mettessi nelle mie pagine le loro sciagure particolari. 212 Secondo loro dovevo assolutamente scrivere che, pi o meno nel luglio del 1966, il motoscafo che portava i membri dell'associazione dell'Amicizia turcotedesca si era scontrato fra Yeniky e Beykoz, con un'altra imbarcazione, carica di legname, che andava nel Mar di Marmara, ed era affondato: tredici persone erano scomparse nelle acque buie del Bosforo. La petroliera rumena Ploiesti, davanti agli occhi di un mio conoscente che con pazienza contava le navi sul balcone della sua villa di legno, dopo un solo urto e in un lampo aveva diviso in due e affondato una barca da pesca: questo lo dovevo assolutamente scrivere. Negli anni successivi, una petroliera rumena (Independenta) si era scontrata con un'altra nave (la petroliera greca Euryali) al largo di Haydarpaa, e il combustibile esalato aveva preso improvvisamente fuoco: la nave carica di petrolio era esplosa in un boato terribile e tutti ci eravamo svegliati; questo non lo dovevo dimenticare. E non l'ho dimenticato: nonostante fossimo lontani parecchi chilometri dal luogo dell'incidente, la met dei vetri delle finestre del nostro quartiere si era rotta, e le strade si erano coperte dei loro frammenti. E poi c'era la nave che si era inabissata nel Bosforo con il suo carico di pecore: il cargo, battente bandiera libanese, che trasportava pi di ventimila pecore dalla Romania, il 15 novembre 1991 si era scontrato con la nave da carico battente bandiera filippina di nome Madonna Lili, che trasportava grano da New Orleans in Pagina 200

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Russia, ed era affondato insieme alle sue pecore. Quelle che erano riuscite a saltare dalla nave e avevano iniziato a nuotare erano state tolte dall'acqua dagli abitanti di Istanbul che bevevano caff e leggevano il giornale nelle case da t, sulla riva del Bosforo, ma ventimila pecore sfortunate aspettano ancora qualcuno che le tiri su dalle profondit dello stretto. Questo incidente era accaduto sotto il secondo ponte, conosciuto come Ponte del Conquistatore, ma non affronter l'argomento del suicidio, questa abitudine molto diffusa in citt, soprattutto dopo gli anni Settanta, di buttarsi dal ponte, perch nelle vecchie collezioni che ho iniziato a leggere riprendendo una piacevole consuetudine della mia infanzia, proprio in vista di questo libro, ho incontrato una notizia che mi ha riportato alla mente che a Istanbul c'era un altro modo molto diffuso di morire nel Bosforo. Eccone un esempio: A Rumelihisan, un'automobile volata nel mare. Nonostante tutte le ricerche fatte ieri [24 maggio 1952], non si 213 potuto ritrovare n la vettura n le persone a bordo. Secondo alcune testimonianze, l'autista, mentre volava verso il mare, ha aperto la portiera e ha urlato Aiuto, e poi, non si sa perch, ha chiuso di nuovo la portiera e si inabissato, insieme alla macchina, nell'acqua. Si pensa che la vettura sia sepolta in un punto profondo e lontano, a causa delle correnti. E questo dai giornali di Istanbul, quarantacinque anni dopo, il 3 novembre 1997: La vettura, di ritorno da un matrimonio, e dopo un volo a Tellibaba, fuori dal controllo dell'autista che aveva assunto alcol, volata con nove persone a bordo nel Pagina 201

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mare, a Tarabya. morta una donna, madre di due bambini. Quante volte ho sentito, letto e visto, in tutti questi anni, cadere le auto nel Bosforo, e le persone scomparire nelle acque profonde! La vettura con a bordo bambini che strillano, amanti che litigano, ubriachi che si burlano di tutto, mariti che tornano frettolosamente a casa, giovani che provano i freni della macchina nuova, autisti distratti, persone tristi tentate dal suicidio, uomini anziani che non vedono bene al buio, lo sbadato che invece di inserire la retromarcia mette la prima, dopo aver bevuto sulla scogliera il t con i suoi amici, i quali non capiscono come sia potuto accadere, il vecchio tesoriere efik e la sua bella segretaria, i poliziotti che contemplano il Bosforo e contano le navi, il principiante che ha preso di nascosto la macchina aziendale per portare in giro la sua famiglia, l'imprenditore di collant che un amico di un vostro lontano parente, padre e figlio con impermeabili dello stesso colore, il famoso bandito di Beyoglu e la sua amante, e la famiglia di Konya che vedeva per la prima volta il ponte sullo stretto. Quando si cade in mare, non si affonda subito come la pietra: per un attimo sembra di galleggiare sull'acqua. Se tutto succede alla luce del giorno, o alla luce dei lampioni o delle taverne, coloro che sono da questa parte del Bosforo, dove c' vita, possono vedere, in quel brevissimo istante, il terrore dipinto sul volto di coloro che stanno per passare, senza assolutamente volerlo, dall'altra parte quella profonda. Poi l'automobile lentamente affonda nelle acque buie dello stretto, e scompare. Vorrei ricordare a coloro che sono a bordo della vettura inabissatasi nelle profondit del Bosforo che le portiere non si possono pi aprire, perch lo impedisce la pressione dell'acqua. In un 214 periodo in cui molte macchine finivano in mare, un giornale, proprio per offrire ai suoi lettori qualche Pagina 202

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) utile consiglio, aveva pubblicato saggiamente una piccola guida, con disegni ben fatti: COME SI PUO" USCIRE DA UN'AUTO CADUTA NEL BOSFORO 1. Non fatevi prendere dal panico. Chiudendo i finestrini aspettate che l'acqua riempia completamente la vostra vettura. Alzate le sicure. Nessuno si muova. 2. Se la macchina continua a scendere verso le profondit del Bosforo, tirate il freno a mano. 3. Quando le acque stanno per riempire completamente la vostra auto, respirate ben bene per un'ultima volta e aprite lentamente la portiera, poi, senza agitarvi, uscite dalla macchina. Avrei voluto aggiungere un quarto punto: se il vostro impermeabile non si aggancia, disgraziatamente, proprio all'ultimo minuto al freno a mano, potete salire in superficie. Se sapete nuotare, e arrivate a galla, vi renderete conto di quanto bello il Bosforo, nonostante la tristezza della citt, e di quanto meravigliosa la vita. 215 Capitolo ventitreesimo Nerval a Istanbul: passeggiate a Beyoglu Alcuni particolari dei disegni di Melling mi fanno venire i brividi. Il pittore aveva visto e ritratto alcune colline di Istanbul quando in quei luoghi non viveva nessuno, non c'era neanche un edificio e non erano ancora state costruite le strade, le vie, le case e i quartieri dove avrei passato tutta la vita. Osservare con la lente d'ingrandimento i posti che poi avrebbero preso il nome di Yildiz, Maka, Tevikiye ai bordi dei disegni di Melling, come colline deserte, coperte di pioppi, platani e orti, mi provoca un sentimento simile al dolore provato dagli abitanti di Istanbul vissuti un tempo in quei luoghi, lo stesso che provo guardando le case bruciate, i giardini delle ville signorili incendiate, le mura, gli archi demoliti e le rovine. Scoprire che i luoghi considerati il centro della propria Pagina 203

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vita e del proprio mondo, fin da bambino, e per questo ritenuti la base di tutte le proprie informazioni, in realt sono nati da poco (cent'anni prima della mia nascita), irresistibilmente curioso e sconvolgente, proprio come guardare il mondo che, ci lasciamo dietro, dopo la morte. Questo il brivido di fronte all esperienza della vita, davanti a tutti i rapporti umani costruiti nel tempo e agli oggetti raccolti. 216 Provo lo stesso brivido anche in un certo punto di Istanbul, un capitolo del Viaggio in Oriente di Grard de Nerval. Il poeta francese che era venuto a Istanbul mezzo secolo dopo i disegni di Melling, nel 1843, in questo libro racconta della sua passeggiata dal luogo che dopo cinquant'anni sarebbe diventato Tnel, cio dalla loggia dei dervisci Mevlevi, a Galata, fino al posto che oggi chiamiamo Taksim - proprio dove avrei passeggiato anch'io, centoquindici anni dopo, tenendo per mano mia madre. Questa zona si chiama oggi Beyoglu; la sua via principale, che dopo la Repubblica ha preso il nome di Istiklal, nel 1843 era conosciuta come Grande rue de Pra. Nerval, superata la loggia dei dervisci Mevlevi, si ritrova in un viale simile a quelli di Parigi: abiti alla moda, negozi di biancheria intima, gioiellerie, splendide vetrine, confetterie, alberghi inglesi e francesi, caff e ambasciate. Invece, dopo il punto che il poeta chiama Ospedale francese (oggi il Centro di cultura francese) la citt finisce in un modo sorprendente, impressionante e, secondo me, anche terribile, perch Nerval descrive la piazza, chiamata oggi piazza Taksim, che il centro e la piazza pi grande del mio mondo, e dove ho vissuto sin dalla mia infanzia, come un luogo deserto dove stazionano le carrozze e i venditori di polpette, angurie e pesci. Parla dei cimiteri situati qua e l nei campi sullo sfondo; dopo cent'anni, tutto questo Pagina 204

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sarebbe sparito. Ma la frase di Nerval incisa nella mia mente riguarda le piane della citt dove avrei trascorso tutta la vita, che mi sembrano 217 sempre occupate da edifici molto vecchi: Un altopiano enorme, infinito, ombreggiato da pini e noci. Nerval aveva trentacinque anni quando arriv a Istanbul. Nel 1841 aveva avuto la prima di quelle crisi depressive che l'avrebbero portato a impiccarsi, nel 1855, a Parigi, ed era stato per un periodo in manicomio. E l'attrice di teatro Jenny Colon, che lui aveva amato per tutta la vita di un amore non corrisposto, era morta sei mesi prima. Nerval aveva intrapreso il suo Viaggio in Oriente fra Il Cairo, Alessandria, Cipro, Rodi, Smirne e Istanbul, immerso in questi dolori e naturalmente sotto l'influenza di Chateaubriand, Lamartine e Hugo e dei sogni orientali romantici che allora cominciavano a diventare una grande tradizione francese. Se si considera l'intenzione di Nerval di raccontare l'Oriente, come gli scrittori prima di lui, e la sua identificazione con la malinconia nella letteratura del suo paese, si pu pensare che il poeta veda in Istanbul qualit molto speciali e preziose. Ma Nerval, nella Istanbul del 1843, rivolge la sua attenzione non alla malinconia, ma a ci che gliela poteva far dimenticare. Del resto aveva intrapreso il suo viaggio in Oriente per lasciarsi alle spalle le sofferenze, o almeno per nasconderle a se stesso e a chi gli stava attorno. In una lettera indirizzata al padre aveva scritto che il suo viaggio in Oriente avrebbe dimostrato alle persone che la sua follia era il risultato di un incidente isolato, senza conseguenze, e aveva aggiunto, speranzoso, che stava molto bene di salute. Possiamo pensare che pure Istanbul, che non aveva ancora ricevuto il colpo della sconfitta, n la prova della povert e della debolezza di fronte all'Occidente, non diede immagini tali da alimentare nell'autore il suo sentimento di tristezza. Non dimentichiamoci che questo uno stato d'animo provato da coloro che Pagina 205

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vivono in una citt devastata dalla sconfitta. Nerval, nel suo libro di viaggio, scrive, con le parole della sua famosa poesia, che il sole buio della malinconia si vede, ogni tanto, in Oriente, ad esempio sulle rive del Nilo. Invece nella Istanbul del 1843 si comporta come un giornalista frettoloso che cerca materiale nei luoghi pi ricchi, affascinanti ed esotici della citt. Per questo motivo era venuto qui durante il Ramadan. Ci, dal suo punto di vista, sarebbe stato come andare a Venezia durante il carnevale. (Scrive che il Ramadan un periodo sia di digiuno, sia di carnevale). Nelle notti del Ramadan, Nerval va a osservare gli spettacoli di marionette Karagz e i panorami della citt illuminata, poi va nei caff ad ascoltarne i racconti. Queste riflessioni scritte da molti altri viaggiatori occidentali, dopo cent'anni 218 sono state messe da parte e dimenticate dagli abitanti di Istanbul, a causa della tecnologia moderna, dell'occidentalizzazione e dell'impoverimento, e sono diventate argomenti di molti articoli e libri di memorie dai titoli come Le notti e i divertimenti dei Ramadan di un tempo. Dietro a questa letteratura, che da bambino mi incantavo a leggere rimpiangendo il passato, e che mi aveva preparato a quel giorno di digiuno, c' l'immagine di una Istanbul turistica che Nerval e molti altri osservatori occidentali hanno addolcito, reso esotica e diffuso, influenzandosi a vicenda. Nonostante deridesse gli scrittori inglesi che venivano a Istanbul e giravano, in tre giorni, tutti questi luoghi ameni e poi scrivevano di getto un articolo o un libro, anche Nerval, come loro, si era recato al convento dei dervisci a seguire una funzione e aveva aspettato il sultano all'uscita del suo palazzo - l'aveva intravisto da lontano (Nerval sostiene di essere stato faccia a faccia con lui, e che anche Abdlmecit lo guard) ; poi aveva passeggiato a lungo nei cimiteri e aveva messo per iscritto le sue opinioni sull'abbigliamento, le tradizioni e le usanze dei turchi. Nerval, nel suo agghiacciante e singolare libro Pagina 206

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) autobiografico intitolato Aurelia o il sogno e la vita (secondo lui somigliava alla Vita Nova di Dante), di cui portava le pagine in tasca quando si impicc e che i surrealisti come Andr Breton, Paul Eluard e Antonin Artaud ammiravano tanto, racconta come dopo il rifiuto della donna amata non gli restassero altro che gli svaghi grossolani, e confessa in tutta onest che si distrae stupidamente osservando l'abbigliamento e le usanze strane delle nazioni lontane, mentre gira il mondo. Nerval, cosciente della superficialit, banalit e volgarit delle sue osservazioni di stampo giornalistico sulle consuetudini, vedute, donne orientali o notti del Ramadan, nel suo Viagio in Oriente aveva inserito lunghi racconti inventati da lui stesso, proprio come gli scrittori che sentono il bisogno di infilare un brano nuovo e schietto quando si accorgono che lo slancio della loro narrazione va scemando. (Tanpinar, in un suo lungo articolo sulle stagioni della citt, incluso nel volume Istanbul preparato insieme a Yahya Kemal e A. Hisar, si chiede curioso se questi racconti erano inventati o non erano piuttosto novelle ottomane tradizionali, e afferma di aver fatto una ricerca in tal senso). Tra queste narrazioni adatte al mondo dei sogni, alla profondit e intensit di Nerval, ma che in realt non avevano molto a che fare con Istanbul, le osservazioni sulla citt hanno una funzione di cornice, in stile Sheherazade. Nerval, che diceva sempre proprio come nelle Mille e una notte perch sentiva che i quadri da lui descritti non 219 erano sufficientemente forti, per lusingare il lettore termina il suo libro affermando di non aver raccontato i palazzi reali, le moschee, gli hamam poich erano stati raccontati da tanti altri, ed esprimendo un pensiero che, cent'anni dopo, avrebbe influenzato ancora scrittori di Istanbul come Yahya Kemal e Tanpinar, diventando per molti viaggiatori occidentali un luogo comune: secondo lui, la povert e la sporcizia di alcuni quartieri di Istanbul dai paesaggi pi belli del mondo assomigliavano a una Pagina 207

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) decorazione teatrale da vedere solo dalla platea, senza andare oltre le quinte. Yahya Kemal e Tanpinar, che successivamente divulgarono la loro immagine di Istanbul attraverso i racconti e le poesie, probabilmente avevano intuito dalla lettura di Nerval che potevano 220 essere efficaci solo unendo la bellezza del paesaggio alla miseria delle quinte. Ma per capire meglio questa rappresentazione di Istanbul sviluppata da questi due grandi poeti e scrittori, e semplificata e diffusa dalle generazioni successive, invero nata, pi che dalle vedute panoramiche della citt, dal racconto dell'impoverimento e della storia, bisogna prendere in considerazione anche le opere di un altro scrittore che arriv in citt dopo Nerval. 221 Capitolo ventiquattresimo La malinconica passeggiata di Gautier nei sobborghi Scrittore, giornalista, poeta, critico, romanziere, Thophile Gautier era compagno di liceo di Nerval. Insieme avevano trascorso la loro giovinezza, insieme avevano ammirato il romanticismo di Hugo, e per un periodo avevano vissuto molto vicini a Parigi, senza separarsi mai. Nerval, un paio di giorni prima del suicidio, aveva cercato Gautier, e Gautier, dopo che Nerval si era impiccato a un lampione, aveva scritto un articolo struggente. Circa due anni prima (cio nove anni dopo il viaggio di Nerval in Oriente ed esattamente cent'anni prima della mia nascita), nel 1852, gli eventi che provocarono l'alleanza tra l'Inghilterra, la Francia e l'impero ottomano contro la Russia, e poi la guerra di Crimea, resero di nuovo interessante un viaggio in Oriente per i lettori francesi. Nei giorni in cui Nerval sognava un secondo viaggio, a Istanbul giunse Gautier. La velocit delle navi a vapore aveva ridotto il viaggio tra Parigi e Istanbul a undici giorni. Gautier rimase qui settanta giorni, e pubblic le sue impressioni prima sul quotidiano dove lavorava, quindi, Pagina 208

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) subito dopo, le raccolse in un'opera intitolata Costantinopoli. Questo libro popolare e piuttosto corposo, tradotto in molte lingue, dopo l'omonima opera dello scrittore italiano Edmondo de Amicis, pubblicata a Milano circa venticinque anni dopo, il migliore dei testi su Istanbul del XIX secolo. Le memorie di viaggio di Gautier, rispetto a quelle del suo amico Nerval, sono molto pi pregnanti, ordinate e fluide, perch lui era un feuilletoniste: si dilettava di giornalismo d'arte e cultura e scriveva romanzi d'appendice (secondo Gautier questa situazione assomigliava a quella di Sheherazade, che era obbligata a inventare ogni notte una storia); e poi era preso dalla fretta e dall'ansia di divertire di chi sa di essere obbligato a scrivere, ogni giorno, un articolo. (E per questo venne criticato da Flaubert). Ma queste sue debolezze da giornalista, se lasciamo da parte i luoghi comuni e gli argomenti gi pronti come i sultani, le donne e i cimiteri, trasformarono il suo libro in una grande intervista alla citt. Ci che 222 rende importante questo reportage agli occhi di coloro che poi diffusero la loro idea di Istanbul fra i suoi abitanti, come Yahya Kemal e Tanpinar, il suo comportamento da abile cronista, sempre pronto a intrufolarsi fra le quinte, nei sobborghi, tra le macerie e nelle strade buie e sporche della citt, seguendo i consigli del suo amico Nerval: in questo modo fa sentire per la prima volta al lettore quanto sia importante, oltre ai suoi panorami turistici, anche la Istanbul povera e lontana. Si capisce subito, fin dal capitolo intitolato Viaggio, che Gautier pensava al suo amico Nerval durante il tragitto verso Istanbul. Gautier, quando passa dall'isola di Citera, ricorda che qui Nerval aveva visto un cadavere avvolto in stoffe unte, appeso a un patibolo. (Baudelaire aveva poi usato questa immagine Pagina 209

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) tanto amata dai suoi due amici, di cui uno si sarebbe impiccato, nella poesia Un viaggio a Citera, ispirata proprio al libro di Nerval). Gautier, arrivato a Istanbul, si traveste da musulmano, come Nerval, per 223 girare pi liberamente per le strade. Anche lui giunge in citt durante il Ramadan e ne loda i divertimenti. Proprio come Nerval, visita la parte asiatica, a Scutari, e segue le litanie dei dervisci Rufai: poi gira nei cimiteri (bambini che giocano tra le lapidi!), assiste a uno spettacolo di marionette Karagz, entra ed esce dai negozi, gira nei mercati con diletto e un'attenzione particolare per la gente del posto, e proprio come Nerval si mette in testa di vedere il sultano Abdlmecit mentre va alla moschea per la preghiera del venerd. Gautier, come la maggior parte dei viaggiatori occidentali, fa alcune considerazioni ormai trite sulle donne musulmane, sul loro mistero e sul fatto che siano distanti e irraggiungibili (raccomanda di non chiedere ai mariti come sono le loro mogli). Comunque riconosce che le donne passeggiano, magari non da sole, per le strade della citt. Parla a lungo anche di Palazzo Topkapl, delle moschee e dell'ippodromo, posti che Nerval non descrive perch li considera troppo turistici. Dato che tutti questi luoghi e argomenti erano considerati dai viaggiatori occidentali di quel periodo posti da vedere e argomenti da raccontare obbligatoriamente, non bisogna ingigantire l'effetto di Nerval su questi temi turistici. Ci che rende molto gradevole il libro di Gautier la sua fiducia in se stesso, la sua capacit di osservare e scherzare e il fatto di avere occhi da pittore: nonostante nutrisse le stesse curiosit dei giornalisti occidentali per le stranezze e bizzarrie, quando il caso riesce a scherzarci su con la maturit dell'uomo di mondo. 224 Thophile Gautier aveva sognato di diventare pittore fino a quando, a diciannove anni, non lesse le poesie di Hugo nelle O>entali. Era allora un critico d'arte molto brillante. Descrivendo i panorami e le immagini di Pagina 210

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Istanbul, ricorse a un vasto vocabolario pittorico, quale fino a quel giorno nessuno scrittore aveva usato per la nostra citt. Mentre racconta la silhouette del Corno d'Oro e di Istanbul, vista dalla pianura dove si trovava la loggia dei dervisci Mevlevi di Galata, di cui parla anche Nerval, cio dalla piazza Tnel di oggi - dove io e mia madre, terminata la nostra passeggiata a Beyoglu, prendevamo il tram della linea MakaTnel -, dopo aver detto Il panorama aveva una bellezza cos strana che sembrava surreale, descrive i giochi di luce tra i minareti, le cupole e le moschee di Santa Sofia, Beyazit, Sleymaniye, Sultanahmet, le nuvole, le acque del Corno d'Oro, i cipressi a Sarayburnu, i giardini chiusi e il cielo dietro, di un azzurro madreperlaceo incredibilmente delicato, con il gusto di un pittore che conosce le finezze del suo quadro e la fiducia di uno scrittore che sa ci che fa, a tal punto che anche il lettore che non ha mai visto questo panorama ne pu trarre godimento. Ahmet Hamdi Tanpinar, che l'autore di Istanbul con l'occhio pi aperto ai panorami della citt e al cambiamento del suo paesaggio attraverso i numerosi giochi di luce, ha imparato molto da questo linguaggio e da questa attenzione di Gautier. In un articolo scritto durante la seconda guerra mondiale, Tanpinar, mentre riporta esempi sulla svogliatezza dei romanzieri turchi nel guardare e raccontare gli oggetti intorno a loro, citando alcuni scrittori occidentali ricorda come Stendhal Balzac e Zola fossero presi dalla pittura, e aggiunge che Gautier era lui stesso un pittore. Il suo talento nel trasmettere con la scrittura il panorama immerso in tutte le sue luci, qualit e finezze, quasi fosse uno stato d'animo, gli serv per elaborare un testo molto brillante dopo le sue passeggiate fra le quinte della citt, nelle strade secondarie e (citando l'espressione poetica di Yahya Kemal, che lo leggeva attentamente e lo stimava) nella Pagina 211

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Istanbul povera e lontana. Gautier, prima di recarsi nei vicoli, ai piedi delle mura cittadine, scrive di aver saputo, grazie agli avvertimenti de suoi amici che avevano visitato Istanbul prima di lui, che i panorami straordinari della citt, proprio come le decorazioni teatrali che richiedono luce e un chiaro punto di vista, perdevano il loro fascino se osservati da vicino: ci che da lontano sembra un panorama incantevole in realt la colorazione uscita dalla tavolozza del sole delle strade strette, ripide, sporche e banali, e delle masse di case e alberi confusi. 225 Ma Gautier aveva anche un occhio in grado di vedere l'ambiente sporco e disordinato, bello e triste. Sapeva sentire, insieme a una forma di ironia, l'entusiasmo sincero di fronte alle rovine greche e romane della letteratura romantica, e davanti ai resti delle civilt passate. Gautier, durante la sua giovinezza in cui sognava di diventare pittore, trovava molto seducenti, di notte, alla luce della luna, le rovine delle case vuote secondo Balzac ricordavano delle tombe - nel culdesac della Doyenne, vicino al Louvre dove abitava con Nerval, e i resti della chiesa di SaintThomasduLouvre. Dal suo albergo a Beyoglu, sulla collina di Galata, era sceso a riva, sul Corno d'Oro, e dopo essere passato dal ponte di Galata, che chiamava il ponte fatto con le barche, era andato con la sua guida francese a Unkapanl, verso nordovest, all'interno dei quartieri della citt - come disse poi: Ci siamo immersi nel labirinto. Scrisse che la loro solitudine aumentava man mano che si allontanavano, con i cani ringhianti che li seguivano. Ogni volta che 226 leggo le sue descrizioni delle case di legno demolite e annerite, le malmesse fontane senz'acqua, le tombe trasandate e le lapidi sprofondate, penso che questi luoghi, anche cent'anni prima, tranne le strade lastricate, erano uguali a ci che vedevo io girando con Pagina 212

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) la macchina di mio padre. Gautier prest attenzione, proprio come me, alle case di legno dalle facciate buie, in rovina, ai muri di pietra, alle strade vuote e ai cipressi che sono quasi complementari ai cimiteri. Questo panorama che avrei visto io, cent'anni dopo, durante gli anni giovanili, passeggiando da solo nei quartieri poveri e non occidentalizzati della citt, e di cui avrei poi testimoniato dolorosamente la scomparsa nell'arco di trent'anni per gli incendi e la cementificazione, l'aveva ormai stancato, tuttavia aveva continuato ad avanzare da una strada all'altra, da una piazza all'altra. Il richiamo alla preghiera, come era parso anche a me nell'infanzia, gli era sembrato un monito verso le case cieche, sorde e mute che si demolivano spontaneamente in silenzio in questi quartieri. Aveva contemplato i rari passanti, una donna 227 anziana, una lucertola che scompariva fra le pietre e i pochi bambini che tiravano sassi all'abbeveratoio di una fontana ormai distrutta - sembravano usciti dalla tempera di Maxime du Camp, fotografo che era venuto a Istanbul con Flaubert due anni prima di lui -, attratto dallo scorrere del tempo, una percezione molto adatta a questo panorama. Quando aveva avuto fame, aveva avvertito la mancanza delle trattorie e dei negozi dall'altra parte della citt, e aveva mangiato ci che aveva raccolto dai gelsi che ancora oggi, dopo centocinquant'anni, mentre scrivo queste pagine, colorano i vicoli della mia Istanbul, nonostante lo sviluppo degli agglomerati urbani. La sua attenzione verso la parte viva della citt, al di l del suo degrado, verso la vita di quartiere, si nota pure quando parla del quartiere greco Samatya o di quello ebreo Balat, che lui chiama il ghetto della citt. Aveva trovato piene di fessure le facciate delle case di Balat, e sporche e fangose le sue strade, ma aveva notato invece che i quartieri greci di Fener erano pi curati; tuttavia, durante queste Pagina 213

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) passeggiate, vedendo un muro o i ruderi di un grande acquedotto rimasti dai tempi bizantini fra le strade, le case e gli alberi, aveva sentito, pi che la stabilit della pietra e del mattone, la precariet del legno. Il lato pi impressionante di questi percorsi stancanti e sconvolgenti, e di tutto il libro, ci che Gautier prova mentre cammina fra questi quartieri lontani e remoti della citt, e le mura rimaste dall'epoca bizantina. Gautier trasmette molto bene al lettore 228 la solidit di quelle mura, la loro forza, il loro stato di abbattimento, le loro crepe, e il fatto che il tempo le abbia consumate a poco a poco: quelle crepe lunghe quanto la torre (quando ero bambino mi facevano paura), i pezzi crollati e i merli inclinati (tra il periodo di Gautier e il mio c' stato il grande terremoto del 1894, che ha rovinato ancor di pi le mura), l'effetto dell'erba cresciuta fra le crepe e dei fichi venuti su in cima alle torri, la solitudine di tutte queste zone dove si allargano quei ruderi, e il silenzio dei quartieri lontani e poveri. difficile credere che dietro queste mura morte ci sia una citt viva!, scrisse Gautier. E alla fine di questa lunga passeggiata nelle periferie distanti e desolate della citt, il nostro scrittore comment: Da nessuna parte esiste un percorso 229 cos malinconico come questo di cinque chilometri e mezzo, da un lato coperto di rovine e dall'altro di cimiteri. Perch mi rende cos felice il fatto di sentire dagli altri che Istanbul una citt triste? Perch mi sforzo cos tanto di spiegare per bene al lettore che il sentimento che mi comunica la mia citt, dove ho passato tutta la vita, la malinconia? 230 Non ho alcun dubbio che lo stato d'animo fondamentale che ha dominato la citt in questi ultimi centocinquant'anni (18502000), e che la citt ha diffuso intorno a s, inesorabilmente la Pagina 214

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) tristezza. Ci che tento di raccontare la scoperta di questo sentimento come concetto, la sua definizione, la sua articolazione, le sue prime apparizioni nelle opere di eccellenti poeti francesi (Gautier sotto l'influenza del suo malinconico amico Nerval). Perch stato sempre cos importante per me ci che pensavano Gautier e gli altri occidentali della mia citt, della sua vita e delle sue caratteristiche? 231 Capitolo venticinquesimo Sotto gli occhi dell'Occidente Tutti noi, sia come individui sia come societ, ci preoccupiamo fino a un certo punto di ci che pensano di noi gli stranieri e gli sconosciuti. Se questa preoccupazione arriva a dimensioni tali da farci soffrire, da annebbiare il nostro rapporto con la realt, da diventare ancor pi importante della realt stessa, vuol dire che un problema. Il mio rapporto con ci che hanno visto gli occhi occidentali - come per molti abitanti di Istanbul - problematico, e come tutti gli scrittori della citt con un occhio rivolto all'Occidente, anche a me, a volte, si confondono le idee. Ahmet Hamdi Tanpinar, che avrebbe sviluppato per la prima volta insieme a Yahya Kemal un'immagine e una letteratura della citt in grado di raggiungere tutti i residenti attraverso i giornali e le riviste, aveva letto molto attentamente gli appunti dei viaggi a Istanbul di Nerval e Gautier. Il capitolo su Istanbul delle sue Cinque citt il pi importante dei testi scritti da un abitante di Istanbul sulla sua citt nel XX secolo, e si pu affermare che in parte sia nato dal dialogo e dalla discussione con quanto scrissero Nerval e Gautier. In un brano di questo testo, Tanpinar, dopo aver precisato che lo scrittore e politico francese Lamartine, anche lui venuto a Istanbul, aveva fatto un ritratto molto accurato del sultano Abdlmecit, e dopo Pagina 215

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) aver insinuato che la sua Storia della Turchia (nella libreria di mio nonno ce n'era una copia elegante in otto volumi) poteva essere stata portata a termine con i soldi del sultano, ricorda che l'interesse di Nerval e Gautier nei confronti di Abdlmecit era molto pi superficiale, perch loro, in quanto giornalisti, erano obbligati a rispondere alle aspettative del lettore occidentale, che aveva gi sentenziato. Tanpinar trova frivolo il fatto che Gautier sogni le donne dell'harem del sultano, come tutti i viaggiatori occidentali che vengono a Istanbul, e si vanti dell'occhiata che diede il sultano alla donna italiana che aveva accanto, ma dice anche che non dobbiamo arrabbiarci con lui, perch l'harem esisteva davvero. 232 In questa piccola concessione ci sono tutti i dilemmi dell'abitante di Istanbul colto che si preoccupa troppo davanti a ci che vede l'osservatore occidentale. Da una parte, a causa dell'occidentalizzazione, il lettore di Istanbul giudica molto importanti i valori e i giudizi dello scrittore occidentale, ma dall'altra, se l'osservatore occidentale passa la misura in un qualsiasi argomento, il lettore di Istanbul si sente offeso, dato che si vanta di conoscere quello scrittore e la sua cultura occidentale. Inoltre, non si sa assolutamente cosa significhi passare la misura. Si dimentica sempre che, di solito, anche il carattere delle citt, come quello degli uomini, dipende da questo eccesso, o dall'osservazione troppo marcata di alcune realt da parte del visitatore. Faccio un esempio: l'osservatore occidentale, secondo me, esamina, passando la misura, la presenza dei cimiteri nella vita quotidiana della citt. Ma come si accorse anche Flaubert, questa caratteristica che poi sarebbe scomparsa sotto l'influsso occidentale era anche allora un'importante peculiarit di Istanbul. Il progresso del nazionalismo, contemporaneo all'occidentalizzazione, ha reso questo rapporto ancor pi complesso. Anche per gli abitanti occidentalizzati erano argomenti di critica l'harem Pagina 216

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) - tema irrinunciabile degli osservatori occidentali che venivano a Istanbul nella seconda met del XVIII e nel XIX secolo -, il mercato degli schiavi (secondo una fantasia di Mark Twain, il genere e il prezzo delle ragazze circasse e georgiane - ultime arrivate del mercato degli schiavi - avrebbero trovato posto nelle pagine economiche 233 dei grandi giornali americani), i mendicanti, il carico incredibile sulle spalle dei facchini (turbava tutti noi il fatto che venissero fotografati dai turisti europei quegli uomini, che durante la mia infanzia temevo e guardavo camminare sul ponte di Galata con pile di latta alte metri e metri, ma quando era un fotografo di Istanbul a immortalare le stesse scene, ad esempio Hilmi ahenk, nessuno si inquietava), i conventi dei dervisci (un pasci amico di Nerval consigli al suo ospite francese di non andare inutilmente nei conventi dei dervisci Rufai, che si infilavano spiedi qua e l nel loro corpo, dicendo che erano pazzi) e le donne velate. Ma leggere le medesime critiche da uno scrittore occidentale famoso diventa perlopi motivo di offesa, e provoca reazioni nazionalistiche inattese. Un altro aspetto di questo interminabile rapporto di amore e odio l'ambizione degli intellettuali occidentalizzati di avere l'approvazione dell'Occidente, di sentir dire dagli scrittori e dalle pubblicazioni pi importanti d'Occidente che loro sono come gli occidentali. Invece gli scrittori come Pierre Loti non nascondono assolutamente il fatto di amare Istanbul e i turchi per un motivo, in realt, diametralmente opposto: per aver conservato le loro caratteristiche orientali ed esotiche, che non somigliano per nulla a quelle occidentali. Pierre Loti criticava gli abitanti di Istanbul perch si occidentalizzavano e cominciavano a perdere le loro peculiarit tradizionali, ma i suoi lettori principali sono una piccola Pagina 217

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) minoranza occidentalizzata. Tuttavia i lettori occidentalizzati di Istanbul trovano il mondo dei romanzi e scritti esotici edulcorati di Pierre Loti, in un brano sull"amore per i turchi, molto utile quando ci sono problemi politici internazionali. Invece nelle memorie di Andr Gide che raccontano il suo viaggio in Turchia nel 1914, non c' questo amore per i turchi, che un rimedio per tutti i guai. Proprio al contrario, Gide spiega che non gli piacciono assolutamente i turchi, addirittura non usa la parola nazione ma razza, che in quei giorni diventava pian piano di moda: questa razza merita proprio quegli abiti terribili che indossa! Scrive, vantandosene, che il suo viaggio in TurclZia gli conferma quanto sia superiore la civilt occidentale, per non dire la Francia. Quando la sua opera venne pubblicata, la stampa popolare turca, al contrario di oggi, non replic affatto nei giornali e sulle riviste a queste parole che avevano offeso profondamente gli scrittori turchi famosi dell'epoca, soprattutto Yahya Kemal. Gli intellettuali turchi di Istanbul nascosero cos gli insulti al popolo, come un segreto, e pur dispiacendosene si tennero 234 tutto dentro. Naturalmente, una delle cause di questo atteggiamento era che gli intellettuali occidentalizzati davano segretamente ragione agli insulti di Gide. Un anno dopo la pubblicazione di quegli scritti, raccolti in un libro che umiliava il modo di vestire dei turchi, il pi grande seguace dell'occidentalizzazione, Atatrk, attu la riforma dell'abbigliamento e viet gli abiti non occidentali. Anche in me esiste il desiderio di leggere il libro dell'osservatore occidentale che critica profondamente e umilia la citt, condividendo con lui le stesse idee, ed pi piacevole leggere le sue opere che non quelle di Pierre Loti, che ripete continuamente quanto bella, quanto strana, quanto meravigliosa e particolare Istanbul. Il problema, spesso, non sta nella Pagina 218

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) bellezza dei posti e del panorama, o nella simpatia della gente, e nemmeno nel peso che si d al viaggiatore occidentale, ma in ci che si aspetta lo scrittore dalla citt, e il lettore dall'opera sulla citt. Dalla met del XIX secolo, nella letteratura francoinglese nasce un'immagine di Istanbul arricchita sempre dagli stessi argomenti. Questi scrittori, che si influenzarono a vicenda sui temi riguardanti i conventi dei dervisci, gli incendi, la bellezza dei cimiteri, il palazzo dei sultani e l'harem, i mendicanti, i cani randagi, il divieto di bere alcolici, il nascondersi delle donne, il mistero della citt, le gite sul Bosforo e la bellezza del panorama e della silhouette, e che alloggiarono negli stessi posti e furono accompagnati dalle stesse guide, non restavano delusi da Istanbul proprio perch vi trovavano ci che avevano gi letto. Questi viaggiatori occidentali della nuova generazione, i quali a poco a poco intuivano che l'impero ottomano stava per crollare e comunque era in una condizione di arretratezza rispetto all'Europa, non si interessavano al segreto della forza dell'impero, fonte di curiosit nei secoli precedenti, o alle finezze sconosciute dell'apparato statale, e quindi erano maggiormente predisposti a vedere la citt, e la sua gente, strana, divertente e affascinante, e non pi timorosa irraggiungibile e incomprensibile. D'altronde per loro venire fino a Istanbul era gi un successo, un sicuro spasso, e il fatto di vedere e scrivere ci che avevano visto e scritto gli altri autori occidentali sembrava la degna conclusione del loro viaggio: nessuno voleva restare deluso. L'avvicinamento di Istanbul all'Occidente grazie alle navi a vapore e alle ferrovie diede al viaggiatore, che si trovava improvvisamente nelle strade di Istanbul, la comoda possibilit di chiedersi perch fosse l, in quel luogo orribile. In questo punto dove lo snobismo e l'ignoranza, il coraggio creativo e l'onest si incontravano 235 i viaggiatori colti come Andr Gide, invece di tentare di capire la diversit delle culture, la stranezza delle Pagina 219

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) usanze e delle tradizioni o le particolarit strutturali del paese e della sua cultura, hanno scoperto il diritto del viaggiatore di divertirsi, di distrarsi e di essere felici. I turisti scrittori di quest'ultimo periodo, dotati di cos tanta fiducia in se stessi che quando non riuscivano a trovare qualcosa di interessante da scrivere rappresentavano Istanbul come una citt noiosa e senza slanci, sono in realt una dimostrazione del fatto che le vittorie militari ed economiche della civilt occidentale generavano un orgoglio e una fede che pure gli intellettuali pi critici non potevano nascondere: ormai anche loro erano convinti che l'Occidente fosse un'unit di misura valida per tutta l'umanit. Questi scrittori, e quelli successivi, emergono in un periodo in cui era diminuito l'interesse esotico nei confronti di Istanbul. Il motivo di questo mutato atteggiamento la scomparsa, insieme alle case di legno, di molti elementi turistici come l'harem, i conventi dei dervisci e il sultano, e l'affermarsi dell'occidentalizzazione con le riforme di Atatrk e la nascita di una piccola Repubblica turca, imitatrice dell'Occidente, dopo il crollo dell'impero ottomano. Alla fine di questo periodo in cui non veniva pi nessuno a Istanbul, non si scriveva pi niente e i giornalisti locali intervistavano ogni straniero che pernottava all" Hilton Hotel, nel 1985 il poeta russoamericano Iosif Brodskij pubblic un lungo articolo dal titolo Fuga da Bisanzio sul New Yorker. Brodskij, influenzato dallo stile di un libro di Auden che parlava dell'Islanda in modo ironico e sprezzante, fa un lungo elenco dei motivi del suo viaggio (in aereo) a Istanbul, come se si dovesse giustificare. In questo articolo, che per il suo sarcasmo fer anche me che in quel periodo ero molto lontano dalla mia citt e volevo leggere qualcosa di bello su Istanbul, mi piace comunque la sua frase che dice: Come tutto datato in questa citt! E insisteva: Non Pagina 220

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vecchio, arcaico, antico o fuori moda, ma datato; e aveva ragione. Quando croll l'impero ottomano e la Repubblica turca, impegnata nell'impossibile impresa di definire la propria identit, si stacc dal mondo, Istanbul perse la sua vecchia connotazione plurilinguistica, vittoriosa e magnifica, e si trasform in un luogo spopolato, vuoto, bianco e nero, con una sola voce e una sola lingua, in cui tutto pian piano diventava datato. La Istanbul della mia infanzia e giovent era un posto dove la struttura cosmopolita della citt scompariva velocemente. Gautier osserva, come molti altri viaggiatori, che nel 1852, cent'anni 236 prima della mia nascita, nelle strade di Instanbul si parlava contemporaneamente il turco, il greco, l'armeno, l'italiano, il francese e l'inglese (e doveva aggiungere il ladino, prima del francese e dell'inglese), e molte persone in questa torre di Babele ne parlavano contemporaneamente pi d'una - lui allora si vergogna un po' per il fatto di sapere soltanto il francese, come la maggior parte dei francesi. Ma la continuazione della conquista anche dopo la fondazione della Repubblica turca, l'intensificarsi della turchizzazione di Istanbul e una sorta di pulizia etnica che lo stato fece in citt decretarono la scomparsa di tutte queste lingue. Ricordo un particolare di questa forma culturale di pulizia, retaggio della mia infanzia: chi parlava in greco o armeno ad alta voce per la strada (i curdi non si facevano notare in giro con la loro lingua) veniva zittito in malo modo: Cittadino, parla il turco! C'erano anche delle insegne che recitavano cos. La mia curiosit nei confronti delle opere dei viaggiatori occidentali, a volte inaffidabili, non nasceva solo da un rapporto di amore e odio, o dal desiderio di sentire un dolore confuso o di distrarmi. Se lasciamo da parte i quattro scrittori di rubriche e i documenti amministrativi, fino all'inizio del XX secolo gli abitanti di Istanbul avevano prodotto pochissimi scritti sulla citt. La rappresentazione delle strade, dell'atmosfera, dell'aria Pagina 221

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di Istanbul dei dettagli della sua vita quotidiana, e il ricordo del suo respiro in ogni momento 237 della giornata, del suo profumo, questo lavoro che si poteva realizzare solo attraverso la letteratura stato compiuto per secoli sempre dai viaggiatori occidentali. Proprio come bisogna guardare le fotografie di Du Camp o le incisioni dei pittori occidentali per sapere com'erano le strade di Istanbul negli anni Cinquanta del XIX secolo, o come si vestiva la gente, soltanto dalle pagine scritte dai viaggiatori occidentali (se non voglio passare la vita nei labirinti degli archivi ottomani) posso sapere cosa succedeva cento, duecento, quattrocento anni fa, nelle strade, nei viali, nelle piazze dove ho vissuto, o al posto di quale piazza c'era una volta un terreno deserto e in quale terreno deserto c'era una volta una piazza con le colonne, o come si viveva... E l'attenzione della maggior parte di queste opere rivolta a ci che esotico e pittoresco. Walter Benjamin, in un suo saggio intitolato Il ritorno del flneur, mentre presenta Passeggiare a Berlino di Franz Hessel afferma: Se si volessero suddividere in due gruppi tutte le descrizioni di citt esistenti secondo il luogo di nascita dell'autore, risulterebbe certamente che quelle scritte dalle persone native del luogo sono nettamente in minoranza. Secondo Benjamin, ci che entusiasma la maggior parte degli stranieri in una citt sono i panorami esotici e pittoreschi. Invece l'interesse delle persone nei confronti della citt in cui sono nate e cresciute si confonde sempre con i loro ricordi. Ci che descrivo potrebbe alla fine non essere prerogativa della sola Istanbul, a causa dell'inevitabile occidentalizzazione di tutto il mondo. Ma vero che la vita delle generazioni passate della citt in cui vivo, cio il diario della vita di Istanbul, stata raccontata dagli stranieri. Forse per questo talvolta leggo ci che hanno, scritto i viaggiatori occidentali non come il sogno esotico di un'altra persona, bens come se fossero i miei ricordi. Inoltre mi fa sempre piacere quando un osservatore occidentale percepisce e descrive una realt Pagina 222

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di cui mi accorgo anch'io ma non ne sono consapevole perch non ne sento parlare da nessuno. Ad esempio Knut Hamsun si rese conto del leggero dondolio del ponte di Galata della mia infanzia, con tutte le sue chiatte, e Hans Christian Andersen riconobbe che i cipressi nei cimiteri erano bui. Guardare Istanbul come se fossi uno straniero per me un'abitudine piacevole e necessaria soprattutto contro il senso di comunit e il nazionalismo. Qualche volta l'harem, gli abbigliamenti e le usanze, raccontati realisticamente, mi sembrano molto lontani, e pur sapendo che 238 non un sogno ci che viene descritto, mi pare che costituisca il passato non della mia citt, ma di un'altra persona. L'occidentalizzazione ha dato a me e a milioni di concittadini il gusto di trovare esotica la propria storia. Mi conforto pensando che osservarla da tanti punti di vista differenti tiene vivace il mio rapporto con la citt. Talvolta mi dico che il fatto di non aver viaggiato, di non essere mai andato a cercare neppure quell'altro Orhan che mi aspettava pazientemente in qualche zona di Istanbul, potrebbe paralizzarmi la mente: appartenere in modo cos intimo a una citt arriverebbe a uccidere il mio desiderio di contemplarla. Allora mi consolo con il pensiero che nel mio sguardo verso Istanbul ci sia una forma di estraneit ottenuta leggendo i libri dei viaggiatori occidentali. Qualche volta, ci che leggo in un'opera di un osservatore occidentale, su alcuni viali principali sempre uguali e alcune vie secondarie della citt, sulle sue case di legno distrutte, sui suoi venditori ambulanti, sui suoi terreni deserti e sulla sua tristezza, mi sembra un mio ricordo personale. Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la popolazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni viali e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora luoghi completamente diversi a causa dell'affollamento. Sento sempre la nostalgia degli anni in cui la citt era Pagina 223

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) solitaria e vuota. 239 Dato che Istanbul non mai stata una colonia occidentale, i suoi abitanti non se la prendono affatto se i viaggiatori occidentali attribuiscono i loro timori e le loro personali illusioni alla citt. Ad esempio, se in Gautier leggo che i turchi non versano lacrime per gli incendi e si comportano con dignit, al contrario dei francesi che in questi casi piangono senza mai smettere, perch sono fatalisti, anche se non condivido assolutamente questa osservazione, non penso di aver ricevuto un torto. Ma sento che i lettori francesi, i quali forse credono a questa valutazione, non potrebbero capire perch gli abitanti di Istanbul, da centocinquant'anni, non riescono a liberarsi del loro sentimento di tristezza. L'aspetto pi doloroso, nel rileggere le opere dei viaggiatori occidentali su Istanbul, la constatazione della scomparsa, in breve tempo, di determinate realt che questi osservatori alcuni sono scrittori molto brillanti - menzionano, enfatizzandole, come peculiarit della citt e dei suoi abitanti. Gli occidentali hanno sempre amato le caratteristiche esotiche non occidentali, mentre il 240 movimento occidentalista che ha dominato la citt nell'ultimo secolo ha distrutto ed eliminato senza tanti problemi queste peculiarit, considerandole degli ostacoli per l'occidentalizzazione. Eccone una piccola lista: Si dissolto l'esercito dei giannizzeri, che era uno dei temi trattati dai viaggiatori occidentali. Il mercato degli schiavi, un'altra loro fonte di curiosit, scomparso. Con la fondazione della Repubblica sono stati banditi gli ordini dei dervisci Mevlevi e di quelli Rufai, che si infilavano spiedi in varie parti del corpo: anche loro erano tanto amati dagli osservatori occidentali. E l'abbigliamento ottomano, cos apprezzato dai pittori occidentali, venne abbandonato poco tempo dopo le lagnanze di Andr Gide. Anche l'harem era un argomento molto dibattuto dagli Pagina 224

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) scrittori occidentali, ma non esiste pi. Settantacinque anni dopo la promessa di Flaubert al suo caro amico di far scrivere il suo nome ai calligrafi del bazar, l'intera Turchia pass dall'alfabeto arabo a quello latino, cos cess anche questo piacere esotico. Fra tutte queste perdite, quella pi grave, secondo me, stata lo spostamento delle tombe e dei cimiteri dai giardini e dalle piazze. Una volta inserite nel contesto quotidiano, le tombe ora si trovano in luoghi terribili, circondate da alte mura, simili a prigioni, senza cipressi o panorami da ammirare. I facchini che i turisti trovavano molto interessanti anche durante l'epoca repubblicana, e le vecchie auto americane, che attirarono l'attenzione di Iosif Brodskij, sono scomparsi in breve tempo. Solo una realt riuscita a spezzare questo inesorabile processo. costituita dai branchi di cani randagi che dominano ancora oggi le strade secondarie di Istanbul. Il sultano Mahmut II, dopo aver eliminato i giannizzeri perch non si adattavano alla disciplina militare occidentale, come secondo obiettivo tent di sopprimere quegli animali, ma non ebbe successo. I cani della citt, raccolti uno dopo l'altro anche con l'aiuto degli zingari, dopo il periodo costituzionale, furono cacciati nell'isola di Sivriada, da cui per riuscirono a tornare indietro. E uno dei motivi di questa ricomparsa potrebbe consistere nel fatto che i francesi, i quali trovavano molto esotici i branchi di cani randagi in ogni strada di Istanbul, oggetto per loro di molte ironie - pure Sartre, anni dopo, scherza su questo tema nel suo libro L'et della ragione -, ritennero ancor pi esotica la prigionia di questi animali nell'isola di Sivriada. Il venditore di cartoline Max Fruchtermann, di Istanbul, accortosi di questo particolare elemento di esotismo, in una serie di 241 cartoline panoramiche che pubblic alla fine del XIX e all'inizio del Pagina 225

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) XX secolo ne inser anche una sui cani randagi, oltre a quelle sui dervisci, sui cimiteri e sulle moschee. LA 242 Capitolo ventiseiesimo La tristezza delle rovine: Tanpinar e Yahya Kemal nei sobborghi Tanpinar e Yahya Kemal facevano insieme lunghe passeggiate nei quartieri pi remoti, lontani e poveri di Istanbul. Tanpinar, a spasso da solo nelle stesse strade, in quei quartieri estesi e miseri tra Kocamustafapaqa e le mura cittadine, durante la seconda guerra mondiale, spiegava quanto fossero istruttivi per lui questi percorsi. Sono i luoghi dove Gautier passeggi nel 1852, sentendoci dentro la tristezza della citt. Tanpinar e Yahya Kemal avevano cominciato ad andare a spasso in quei posti durante gli anni dell'armistizio. In settant'anni, fra l'arrivo di Nerval e Gautier a Istanbul e le passeggiate nei sobborghi dei due maggiori scrittori turchi, i quali del resto conoscevano e ammiravano i libri di viaggio di quegli autori francesi fra loro amici, l'impero ottomano si era dissolto, perdendo le sue terre nei paesi balcanici e nel Medio Oriente e pian piano rimpicciolendosi. Le fonti di guadagno che alimentavano Istanbul si erano prosciugate e la sua popolazione e le sue ricchezze erano calate a causa della morte di centinaia di migliaia di persone durante la prima guerra mondiale, nonostante l'afflusso dei musulmani che scappavano soprattutto dalla pulizia etnica attuata nei nuovi stati balcanici. Mentre l'Europa e l'Occidente vivevano un grande progresso tecnologico e ne traevano un forte arricchimento, in questo periodo Istanbul si era immiserita e aveva cominciato a essere una citt inoperosa e lontana, ormai priva della sua forza e del suo fascino. lo ho passato la mia infanzia convinto di vivere non in una grande citt del mondo, ma in un paese provinciale e povero. Nelle passeggiate solitarie di Tanpinar e soprattutto in quelle compiute insieme a Yahya Kemal, raccontate in Una Pagina 226

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) passegi; iata nei sobborghi, si trova anche questa profonda consapevolezza della miseria e lontananza della Turchia e di Istanbul, oltre alla descrizione dei sobborghi poveri e distanti della citt. La scoperta del paesaggio dei sobborghi in stretta relazione con il fatto che pure 243 la Turchia e Istanbul erano percepiti come sobborghi. Tanpinar parla degli stessi luoghi incendiati, delle opere in rovina e dei muri crollati che vedevo anch'io, spesso, durante la mia infanzia. Poi rivolge la sua attenzione alle voci femminili (Tanpinar, secondo una vecchia abitudine, le definisce il cinguettio dell'harem) che arrivavano da una casa signorile grande e di legno, del periodo di Hamit stranamente rimasta in piedi, ma afferma, come richiede l'intento politico e culturale dell'articolo, che queste voci non provengono dall'epoca ottomana, bens dalle donne, cittadine povere, che lavorano in una fabbrica di calze o in un'azienda tessile. Qui c' il sobborgo, dice Tanpinar, che <<conosciamo tutti dalla nostra 244 infanzia e di cui abbiamo letto in Ahmet Rasim, con la sua fontana sotto la pergola di vite o di acacia, con il suo bucato steso al sole, con i suoi bambini e i suoi cani, e con la sua plccola moschea e il suo cimitero. Tanpinar trasforma la malinconia di Nerval e Gautier, provocata dai sobborghi lontani e dall'aspetto sconvolgente delle rovine, delle baracche e delle mura cittadine, in una tristezza locale, inserendola abilmente in un panorama circoscritto e nella vita della moderna donna lavoratrice. 245 Noi non possiamo sapere quanto lui fosse cosciente del significato di ci che faceva. Tuttavia era consapevole del suo sforzo di attribuire un fascino e un senso particolare alle Pagina 227

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) periferie, alle rovine cittadine, alle sue strade dimenticate e deserte, ai luoghi incendiati, alle macerie e alle officine, rimesse e case signorili di legno semidistrutte che lui chiama baracche, perch nello stesso articolo Tanpinar afferma: Considero come un simbolo l'avventura di quei quartieri distrutti. Per dare questa faccia solo a un rione della citt, quanto 246 tempo e quanti avvenimenti sono stati necessari? Queste persone, dopo quante conquiste, quante sconfitte, quante migrazioni sono venute qui, e dopo quante trasformazioni e adattamenti hanno raggiunto questo aspetto? Adesso s che possiamo dare una risposta alla domanda, che probabilmente incuriosisce anche il lettore: perch il sentimento di malinconiatristezza, causato dal crollo dell'impero ottomano, dall'impoverimento di Istanbul che a poco a poco smarriva la sua identit di fronte all'Occidente, e da tutte le altre gravi sciagure, non ha creato in questi due grandi scrittori cos legati alla citt un raccoglimento alla Nerval, e una ricerca di poesia pura (Yahya Kemal la chiamava poesia genuina) in armonia con quel raccoglimento? Nell'Aurelia di Nerval vediamo che la malinconia nata dalla perdita dell'amore finisce per trasformare tutte le sue attivit in semplici distrazioni. Nerval era venuto a Istanbul per dimenticare la sua malinconia. (Senza rendersene conto, ha trasferito questo sentimento nello sguardo di Gautier verso la citt). Pare che Yahya Kemal e Tanpinar, i quali sarebbero diventati i pi grandi poeti e scrittori della letteratura turca del XX secolo, mentre passeggiavano in questi quartieri tristi e remoti, volessero sentire ancor di pi, dentro di loro, i tesori che avevano perso, e la malinconia. Perch? Avevano uno scopo politico: volevano scoprire l'identit del 247 popolo turco e il nazionalismo; desideravano mostrare i loro concittadini, che avevano costruito il grande impero ottomano ormai crollato, in una posizione di dignit, in piedi, seppur malinconicamente (erano pronti, con entusiasmo, a dimenticare i greci, gli Pagina 228

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) armeni, gli ebrei, i curdi e le altre minoranze, ora che c'era la Repubblica). Ma intendevano sviluppare il pensiero del nazionalismo turco a partire da una bellezza lontana dalle imposizioni e dalla prepotenza, non come gli ideologi dello stato turco nazionalista, che adottavano un tono autoritario assolutamente privo di grazia. Yahya Kemal aveva trascorso dieci anni a Parigi studiando la poesia e la letteratura francese: sapeva che il nazionalismo turco si poteva migliorare solo pensando come gli occidentali, cio aggraziandolo con un'immagine in quello stile. La sconfitta dell'impero ottomano durante la prima guerra mondiale, la trasformazione di Istanbul in una citt schiava, come dice Tanpinar nel suo romanzo intitolato Coloro che sono fuori dalla scena, le corazzate inglesi e francesi ancorate nel Bosforo, davanti a Palazzo Dolmabahe, residenza del sultano, e i diversi piani politici in cui l'identit turca era stata trascurata per il futuro dell'Anatolia, li avevano costretti a diventare nazionalisti. (Non si lamentarono affatto di questa forzatura che negli anni successivi avrebbe loro facilitato il rapporto con lo stato, fornendo anche l'occasione di diventare ambasciatori e deputati, e di rimanere in silenzio di fronte agli episodi di violenza etnica del 6-7 settembre, contro il Cristianesimo e l'Occidente). Mentre in Anatolia proseguiva la guerra contro l'esercito greco, Yahya Kemal, che in realt non amava molto i conflitti, la politica e i militari, rest lontano da Ankara e, come accennava Tanpinar nel titolo del suo romanzo, rimase fuori dalla scena, ma mentre da una parte scriveva poesie che rievocavano le vittorie turche del passato, dall'altra si mise in testa di sviluppare una immagine turca di Istanbul. L'aspetto letterario di questo suo programma politico, che Yahya Kemal port a termine con successo, consisteva nell'unire l'atmosfera e i modi della lingua turca con le forme e le metriche (aruz) tradizionali di poesia ereditate dalla letteratura persiana, e nello Pagina 229

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) stesso tempo rappresentare il popolo turco come gente di rango che aveva conseguito grandi vittorie e prodotto mirabili opere. Perseguiva due scopi nel descrivere Istanbul come la realizzazione pi importante del popolo: nel caso in cui la citt fosse diventata una colonia occidentale dopo la prima guerra mondiale, negli anni dell'armistizio, intendeva spiegare ai colonialisti che questa citt non era soltanto un luogo ricordato 248 per la chiesa di Santa Sofia e per gli altri edifici sacri, ma era necessario tener presente anche la sua identit turca. E poi, dopo la guerra d'Indipendenza e la fondazione della Repubblica, Yahya Kemal voleva sottolineare che l'imperativo era quello di diventare un popolo nuovo. Entrambi gli autori scrissero lunghi articoli intitolati Istanbul turca, che davano un sostegno ideologico alla turchizzazione di Istanbul, chiudendo un occhio sull'aspetto cosmopolita della citt, attraversata da diverse lingue e diverse religioni. Tanpinar, in un articolo scritto tanti anni dopo, ricorda: Come avevamo abbracciato strettamente le nostre opere del passato, negli anni dolorosi dell'armistizio! E Yahya Kemal, in quello stesso periodo, in un suo pezzo intitolato Sulle mura di Istanbul racconta che con i suoi studenti prendeva il tram di Topkapl e poi camminava lungo le mura che andavano a perdita d'occhio dal Mar di Marmara fino al Corno d'Oro, con le loro torri e merlature, quindi si sedeva a riposare sui grandi blocchi di mura cadute. Questi due autori si rendevano conto che, per dimostrare che Istanbul era una citt turca, non erano per nulla sufficienti la veduta da lontano, turistica, della citt e il suo profilo fatto di moschee e chiese, come sottolineavano gli osservatori occidentali. La silhouette che aveva colpito tutti quei viaggiatori, da Lamartine fino a Le Corbusier (anche per il predominio di Santa Sofia), non era un'immagine nazionale intorno a cui la Istanbul turca poteva 249 riconoscersi, bens rappresentava una bellezza Pagina 230

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) cosmopolita. Gli abitanti nazionalisti di Istanbul, come Yahya Kemal e Tanpinar, avevano bisogno di una bellezza triste in grado sia di accentuare l'identit musulmana della popolazione di Istanbul, sia di dimostrarne l'esistenza nei secoli attraverso l'espressione di un sentimento di perdita e sconfitta. Per questo motivo passeggiarono nei sobborghi, cercarono i bei panorami dove gli abitanti della citt si incontravano tristemente con il vecchio, la rovina e il passato, e trovarono quei malinconici paesaggi di periferia che i viaggiatori come Gautier avevano scoperto settant'anni prima (viaggiatori che loro avevano letto molto attentamente). Nonostante il suo nazionalismo, Tanpinar, con uno sguardo da viaggiatore occidentale, per raccontare l'aspetto tradizionale, intatto e scevro da ogni forma di influsso straniero dei sobborghi, che a volte chiama pittoreschi e a volte paesaggistici, ha scritto: Erano distrutti, poveri e disperati, ma avevano una vita, uno stile loro proprio. Ho cercato di raccontare, nodo dopo nodo, la storia tessuta dai fili del nazionalismo, del disastro, dell'occidentalizzazione, della poesia, del panorama e dell'influenza dei due amici poeti e scrittori di Parigi su questi due scrittoriamici di Istanbul, negli anni in cui l'impero ottomano croll e nacque la Repubblica turca. AlIa fine di questa storia che volevo portare alla luce, a volte attorcigliandone involontariamente la matassa, viene fuori un pensiero, un sogno che gli abitanti di Istanbul avrebbero poi adottato e 250 diffuso. Mi sembra giusto chiamare la tristezza delle rovine questa immagine nata inizialmente dalle mura cittadine e dai quartieri deserti, distrutti e poveri, e definire pittoreschi i panorami della citt in cui si avverte molto bene questa tristezza, quando li si guarda da lontano (come Tanpinar). La tristezza scoperta in un primo momento come una forma di bellezza nel panorama pittoresco corrispondeva a quella che gli abitanti di Istanbul avrebbero provato ancora per un secolo a causa Pagina 231

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dell'impoverimento e della sconfitta. 251 Capitolo ventisettesimo Il pittoresco nei sobborghi Lo storico dell'arte e scrittore John Ruskin, nel capitolo intitolato Memoria delle sue Sette lampade dell'architettura, analizzando la bellezza del pittoresco, afferma che la peculiarit di questo genere di bellezza architettonica, rispetto a quella classica, ricercata e progettata, costituita dalla sua casualit. Il pittoresco, che etimologicamente significa come il dipinto, secondo Ruskin un paesaggio architettonico che acquista la propria bellezza in tempi e modi mai previsti dal suo creatore. Per questo 252 motivo, secondo Ruskin, la bellezza pittoresca si sviluppa circondando l'opera, a distanza di secoli dalla sua edificazione, con edere, erbe, piante e altri elementi naturali (onde, mare, rocce, addirittura nuvole). Si tratta della bellezza casuale, nata dall'osservazione di un'opera non nella sua forma originale, ma da un punto di vista completamente diverso, e da una prospettiva imposta dalla storia. In altre parole, quando guardo la moschea di Sleymaniye, il sapore che provo interiorizzando quasi tutti i suoi tratti, la raffinata eleganza dei suoi volumi, l'apertura delle piccole cupole laterali, la proporzione dei suoi muri e dei suoi spazi vuoti, il contrappunto, come in un brano musicale, dei suoi minareti e dei suoi piccoli archi, la sua collocazione sulla collina, il suo candore e lucentezza del piombo delle cupole, assai diverso da quello che si pu gustare di fronte a un panorama pittoresco. Perch anche quattrocento anni dopo la sua costruzione, quando guardo la moschea di Sleymaniye, la osservo nella sua integrit e nel suo proposito iniziale, e come si vuole che sia vista. Del resto la forza di Istanbul, della sua silhouette, e anche del suo Pagina 232

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) panorama, dipende dalla bellezza e radiosit, ancora intonse, di molte opere antiche e imponenti, quali Santa Sofia, la moschea di Sleymaniye, le altre moschee che hanno nomi di sultani e si trovano nel cuore della citt come quella di Yavuz Sultan Selim e Beyazit. Potrebbe essere pittoresco il sapore che proviamo vedendo uno scorcio di queste opere da una strada, o da una rampa coperta di fichi, o attraverso i giochi di luce del mare. 253 Invece la bellezza regalata dai sobborghi agli abitanti di Istanbul appare in tutto il suo splendore quando crescono erbe, piante, edere, addirittura alberi sulla muraglia in rovina e sopra i merli e le torri delle fortezze di Rumelihisan e Anadoluhisari. Questa bellezza compare casualmente, spesso nelle combinazioni particolari delle edere e dei platani con i muri di legno vecchi e anneriti, o con la parete crollata di una moschea, o con i ruderi di una secolare officina del gas, oppure con una vecchia casa signorile ormai senza tinta e con la fontana malmessa di un sobborgo. Nelle passeggiate della mia infanzia, in queste bellezze dette pittoresche ci si imbatteva cos spesso da risvegliare il desiderio di contemplarle come in un quadro, e dopo un certo punto definirle casuali era sbagliato: tutte queste rovine tristi che oggi non esistono quasi pi, quand'ero piccolo formavano l'anima della citt. Ma la scoperta, dopo tanti anni, di quello che mi sento di definire l'anima della citt, una sua propriet bella e fondamentale, avvenuta tramite un percorso tortuoso, pieno di coincidenze e reazioni. Prima di tutto, per poter gustare questa bellezza casuale dei sobborghi o delle rovine e degli alberi, delle erbe e della natura, necessario essere estraneo a quel quartiere, a quel posto misero e pieno di ruderi. Un muro demolito, l'edificio di un convento evacuato e malridotto dopo i divieti, una fontana senz'acqua, un'officina di ottant'anni, inattiva, le case vuote dopo la cacciata dei greci, degli armeni e degli ebrei in seguito alle pressioni Pagina 233

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) nazionalistiche, gli edifici malmessi, le case leggermente inclinate (oppure appoggiate una contro l'altra, come piace molto ai caricaturisti), sfidando la prospettiva, le costruzioni con tetti, sbalzi 254 e cornicioni deformati, provoca, in coloro che ci vivono, non un sentimento di resistenza e bellezza, ma di povert, impotenza, disperazione e abbandono. Coloro che si entusiasmano per la bellezza casuale offerta da queste immagini di miseria dei sobborghi e dagli angoli storici ormai trascurati, oppure traggono impressioni pittoresche dai ruderi, sono individui estranei a questi posti. (Proprio come gli europei del Nord che si entusiasmano per le rovine di Roma e le disegnano, mentre i romani non se ne curano). Yahya Kemal e Tanpinar elogiavano la Istanbul povera e remota, la vita tradizionale che proseguiva in tutte le sue forme nelle strade secondarie, e si preoccupavano per la scomparsa di questa cultura genuina a causa dell'occidentalizzazione, godendo delle immagini belle regalate da questi quartieri e scoprendo e imponendo il pensiero dei nostri antenati, i nostri avi vissuti in questi quartieri in un'ottica di corporazioni e duro lavoro; tuttavia preferirono abitare a Beyoglu, il quartiere pi confortevole che Yahya Kemal definiva quartiere senza il richiamo alla preghiera del muezzin, e che Tanpinar descriveva con un disprezzo che rasentava l'odio. Ricordiamoci che secondo Walter Benjamin solo gli estranei si interessano al lato esotico e pittoresco di una citt; cos questi due scrittori nazionalisti riuscivano a trovare la bellezza di Istanbul nei luoghi lontani cui non appartenevano. Questa situazione potrebbe essere paragonata al comportamento 255 del gran romanziere giapponese Tanizaki, il quale, dopo aver sviluppato a lungo un'idea su come deve essere mantenuta e protetta una casa giapponese tradizionale, nel suo Libro d'ombra, dice alla moglie che non ci abiterebbe mai perch l non Pagina 234

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) esistono i lussi occidentali. Gli atteggiamenti instabili fanno di Tanpinar e Yahya Kemal due veri e tipici abitanti di Istanbul, anche se non erano solo gli estranei a scoprire le bellezze pittoresche della citt. La particolarit pi importante di Istanbul consiste nel fatto che i suoi abitanti la guardavano talvolta con occhi occidentali, e talvolta con occhi orientali. E la prima rappresentazione della storia della citt sulla stampa di Istanbul venne realizzata attraverso la sottolineatura di 256 quelle curiosit che i francesi chiamavano bizarreries, di cui erano molto appassionati Nerval o il traduttore inglese delle Mille e una notte, Richard Burton. Naturalmente stato lo scrittore Kou a cogliere meglio la storia di Istanbul, fra le stranezze, come se descrivesse il passato di un'altra civilt. Durante la mia infanzia nel periodo in cui la citt era molto isolata dal resto del mondo, la gente di Istanbul, per un certo verso, si sentiva sempre estranea. La citt, dal punto di vista della sua popolazione, si mostra talvolta troppo orientale e talvolta troppo occidentale, creando cos nei suoi abitanti una leggera inquietudine e la preoccupazione di non appartenere completamente al luogo. Le immagini belle, nazionali, tristi e pittoresche che Yahya Kemal e Tanpinar scoprirono in una parte di Istanbul (i sobborghi della citt vecchia), mentre vivevano in un'altra zona della citt (la Pera occidentalizzata), formarono pi tardi un quadro che gli abitanti di Istanbul adottarono e diffusero quando vollero capire se stessi e formarsi una fantasia comune per la citt in cui vivevano. Questa idea di sobborghi ebbe un primo successo con le incisioni dei pittori occidentali, copiati grossolanamente e pubblicati spesso sui giornali e sulle riviste conservatrici negli anni Trenta Pagina 235

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) e Quaranta. Questi disegni, di cui non si dicevano assolutamente n l'autore n la data n il luogo, e di cui si nascondeva alle grandi masse di lettori che fossero le fantasie pittoresche di un occidentale, erano accompagnate dagli schizzi a matita dei sobborghi e dai paesaggi di strade secondarie dei pittori di Istanbul. A me piacciono in modo particolare le riproduzioni dei disegni a matita di Hoca Ali Riza, il quale raffigur il panorama dei sobborghi poveri e tradizionali accentuando i loro aspetti pi semplici e meno esotici. 257 La stessa attenzione che il pittore Hoca Ali Riza, alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo, rivolse non all'appariscente silhouette di Istanbul, che colpiva subito i turisti, o ai giochi di luce tra le sue moschee e le sue acque, ma alle strade non occidentalizzate e ai luoghi dove lo sforzo di modernizzazione era rimasto a met, la vediamo pi tardi anche nelle fotografie di Ara Gler. Le immagini in bianco e nero di Ara Gler mostrano Istanbul come una citt dove i panorami sono eccessivamente tristi, simili ai volti della sua gente, e il vecchio e il nuovo si uniscono in una trama di degrado, miseria e umilt all'interno di una tradizione che continua nonostante gli sforzi di occidentalizzazione: un lavoro che, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, ha evidenziato, con una sensibilit molto poetica, il tessuto particolare della citt nato dal declino della pomposit del passato e degli edifici statali, opere dell'occidentalizzazione ottomana. Le meravigliose fotografie che Ara Gler espone nel suo album Istanbul smarrita ritraggono uno dopo l'altro i sobborghi pittoreschi, Beyoglu e la Istanbul della mia infanzia con i suoi tram, i suoi viali lastricati, i suoi cartelloni pubblicitari e la sua atmosfera in Pagina 236

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) bianco e nero, sottolineando la stanchezza, l'invecchiamento e la tristezza della citt. Questa immagine di sobborgo in chiaroscuro, decadente, logorata, povera ma dignitosa e dalla forte identit, piaciuta anche al popolo grazie alle antiche incisioni e alle nuove stampe dei 258 vecchi disegni in bianco e nero di Istanbul, fatte uscire specialmente durante il Ramadan nelle pagine di storia dei giornali, che man mano si diffondevano e perdevano la loro eleganza. Il maestro in questo tipo di lavoro era Reat Ekrem Kou, il quale pubblicava nella sua Enciclopedia di Istanbul o nelle sue famose rubriche storiche non la riproduzione di un'incisione anonima, ma un suo disegno copiato un po'"grossolanamente (perch ottenere lo stampo buono di un'incisione dettagliata era una fatica costosa e tecnicamente complicata). Dato che pure le incisioni erano realizzate a partire dai disegni a volte colorati dei pittori occidentali, sotto questi paesaggi di sobborghi e disegni in bianco e nero stampati male su una carta di pessima qualit e copiati da un'incisione in bianco e nero di un disegno a colori c'era sempre l'avvertenza da un'incisione, e non si metteva mai il nome del pittore dell'originale, e neanche di colui che ne aveva fatto la copia. L'immagine di sobborgo presentata non come qualcosa di cui vergognarsi per la sua desolazione, bens proprio all'opposto quasi come un motivo di orgoglio, un bene collettivo, piaceva perch corrispondeva, pi che alla realt dura della misera vita quotidiana, alle illusioni d identit nazionalista dei borghesi di Istanbul pressoch occidentalizzati, i lettori tipici di quei giornali e quelle riviste. E oltre a questa illusione, e all'idea della vecchia Istanbul, che rappresentava non solo i luoghi remoti bens tutta la citt, al di l della sua silhouette, si svilupp anche una letteratura che la riproduceva nei particolari. Gli scrittori conservatori che volevano accentuare il vero aspetto turco e musulmano, e non occidentalizzato, del sobborgo, costruirono qui un paradiso ottomano in Pagina 237

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) cui non si esaminava il potere o la legittimit del pasci, ma si sottolineava la fedelt della sua famiglia e del suo seguito alle usanze e tradizioni (queste erano naturalmente la modestia, l'ubbidienza e la sobriet). Poich si ammorbidivano e si ingentilivano gli elementi della cultura ottomana che non corrispondevano pi ai gusti della classe media repubblicana occidentalizzata quali l'harem, la poligamia, le concubine e la possibilit di bastonare da parte delle autorit, anche i pasci e i loro figli venivano mostrati pi moderni (ad esempio nelle opere di Samiha Ayverdi). Nella sua opera teatrale L'angolo di strada, assai apprezzata, Ahmet Kutsi Tecer rappresenta una via di Istanbul mettendo al centro il caff di un sobborgo ( il vecchio quartiere di Rstempaa), e descrive tutti i personaggi di 260 Istanbul in una situazione di conflitto per destare l'ilarit generale, ammorbidendo le tensioni in un'atmosfera di comunit, proprio come negli spettacoli di marionette Karagz. Invece lo scrittore di romanzi e novelle Orhan Kemal, che abitava in una strada secondaria di Cibali (sua moglie lavorava in una fabbrica di tabacco), descrive quei vicoli come luoghi dove la povert e l'amicizia si scontravano per la sopravvivenza. Io amavo le piccole avventure della serie La famiglia Ugurgiller trasmessa alla radio ogni pomeriggio, serie che trasform la mia idea di sobborgo in una fantasia di grande famiglia, numerosa e moderna come la nostra (ma, contrariamente alla nostra, era una grande famiglia serena). L'immagine di sobborgo dietro la quale c'erano distruzione e tristezza, oppure il sogno di un'Istanbul pittoresca, sporca e remota, non sono mai stati collegati, dagli scrittori della citt, alle creature pericolose, losche e maligne dell'inconscio. Perch ci che era nazionale e tradizionale doveva essere allo stesso tempo innocente e adatto alle famiglie. Kemalettin Tugcu, lo scrittore dei bambini orfani, poveri e buoni dei sobborghi, nelle sue storie melodrammatiche per l'infanzia in cui era ben descritta anche Istanbul, raccontava a noi che Pagina 238

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) lentamente ci impoverivamo, come succedeva alla citt, che una persona pu diventare un giorno felice grazie al suo zelo e alla sua buona educazione, pur vivendo in periferia (spesso la fonte dei valori nazionali e morali il sobborgo). Ruskin afferma che ci che pittoresco non pu essere conservato, proprio per la sua casualit. Ad ogni modo, ci che rende bello il panorama non la conservazione dell'architettura, bens la sua rovina. L'immagine della Istanbul bella, assimilata amata e raccontata da tutti gli abitanti di Istanbul, deve dare la sensazione di una rovina triste. Questo spiega anche perch gli abitanti di Istanbul non riescono proprio ad amare le vecchie case signorili di legno ristrutturate, rifinite e rese nuove come nel XVIII secolo, quando la citt era splendente e ricca. L'immagine che gli abitanti di Istanbul hanno fatto propria, amandola o odiandola, nell'ultimo secolo, porta con s molti tratti della miseria, della sconfitta e della rovina. Quando iniziai, a quindici anni, a disegnare Istanbul, soprattutto le sue strade secondarie, le conseguenze di questa tristezza mi misero in grave difficolt. 261 C apitolo ventottesimo I miei disegni di Istanbul A quindici anni cominciai a disegnare ossessivamente panorami di Istanbul. Non era un amore speciale per la citt a spingermi a farlo. Non sapevo e non volevo disegnare nature morte o figure umane. Il resto del mondo, cio tutto quello che vedevo quando uscivo di casa o guardavo dalla finestra, era in ogni caso Istanbul. Facevo due tipi di disegni. 1. Quelli che si basavano sui panorami del Bosforo, sull'unione della citt con il mare e sulla sua silhouette. Questi disegni partivano generalmente dai panorami di Istanbul che i viaggiatori occidentali, arrivati in citt negli ultimi duecento anni, trovavano incantevoli. I paesaggi dello stretto, di Kizkulesi, Findikh e Pagina 239

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) skdar che si vedevano da casa mia a Cihangir, tra i palazzi, e il 262 vasto panorama della casa a Beikta Serencebey, sulla collina del Bosforo, dove traslocammo pi tardi, costituito dall'imbocco dello stretto, da Sarayburnu, da Palazzo Topkapl e dalla silhouette della citt vecchia, mi permettevano di disegnare senza uscire di casa. Mentre dipingevo, pensavo sempre di avere davanti il famoso panorama di Istanbul. Dato che il mio lavoro si basava su un'immagine gradevole, sempre esistita e ormai arcinota, non mi soffermavo a domandarmi il motivo della bellezza di quel disegno. Quando lo finivo e cominciavo a chiedere migliaia di volte a me stesso e ai miei famigliari Ma bello? venuto bene? sapevo gi che mi ero gi avvicinato alla risposta affermativa dal soggetto scelto. Poich ero quasi sicuro che il disegno piacesse per il suo tema mentre dipingevo mi comportavo con naturalezza e non mi sforzavo di sentirmi come un qualsiasi pittore occidentale. Non li imitavo pedissequamente, ma in molti piccoli dettagli mettevo in pratica ci che avevo appreso da loro. Raffiguravo le onde del Bosforo in un modo infantile alla Dufy, le nuvole alla Matisse, e coprivo con macchie di colori, come gli impressionisti, i dettagli che non riuscivo a definire. Talvolta utilizzavo anche le cartoline o le immagini sui calendari. Seguivo l'esempio degli impressionisti turchi che disegnarono tutte le vedute belle e famose di Istanbul, imitando gli artisti francesi a quaranta, cinquant'anni dalla loro produzione. Il fatto che il tema dei miei disegni fosse il panorama di Istanbul, considerato unanimemente bello era confortante perch mi salvava, in gran parte, dal problema di convincere me stesso e gli altri della sua bellezza. Mi capitato tante volte di sedermi Pagina 240

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) davanti a un foglio e una matita, o a una tela, e di prendere in mano i colori e i pennelli che mi avrebbero portato in un altro mondo, senza tuttavia sapere cosa disegnare. Dato che la questione non era il tema ma l'atto stesso, alla fine mi mettevo a dipingere, entusiasta, uno dei panorami da cartolina che ammiravo dalla finestra di casa. Non mi annoiava assolutamente trattare per la centesima volta lo stesso argomento e realizzare lo stesso disegno. Era importante immergermi, il pi presto possibile, nei dettagli del dipinto e fuggire da questo mondo: collocare una nave che passava dal Bosforo nel paesaggio, in armonia con la prospettiva (il problema fondamentale di tutti i pittori che disegnano il Bosforo a partire da Melling), entrare nei dettagli della silhouette delle moschee dietro, tracciare bene i cipressi e il traghetto, delineare senza sforzi le cupole, il faro a Sarayburnu e i pescatori sulla sponda, tutto questo mi poneva all'interno del quadro, tra i suoi elementi. 263 Disegnando, mi sentivo una figura di quel disegno. Il secondo mondo che avevo nella mente, quando ero al punto pi bello della mia opera, cio quando stavo per concluderla con successo, acquistava all'improvviso una verosimiglianza molto pregnante, una propriet materiale, e questo mi faceva girare la testa dal piacere - davvero un'emozione strana. Mi sembrava di aver disegnato non un paesaggio del Bosforo o di Istanbul, conosciuto da tutti (e per questo anche amato da tutti), ma un prodotto meraviglioso della mia immaginazione. Verso la fine dell'opera, la volevo toccare in preda alla frenesia, e desideravo abbracciare qualche suo elemento, addirittura metterla in bocca e morderla e mangiarla. E qualche volta il mio atteggiamento un po'"infantile e il mio gioco fra ingenuit e armonie non ancora completamente danneggiate si incrociavano in un ingorgo, e allora cominciavo ad avvertire di non essermi concentrato completamente, alla presenza di Pagina 241

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) alcuni problemi che mi avevano portato fuori dal mio mondo (questo succedeva sempre pi spesso); cos mi veniva voglia di masturbarmi. Si pu affermare che questo primo modo di disegnare corrisponde alla pittura naf - definizione di Schiller per i poeti. Il tema del mio disegno e la mia spontaneit erano molto pi importanti del mio stile o delle tecniche che utilizzavo. 2. Ma con il passare del tempo il mondo infantile, colorato, allegro e lineare dei miei disegni cominci a sembrare pure a me ingenuo, e questo contribu a diminuire la forza del mio piacere di dipingere. Proprio come una volta alcuni miei giocattoli - le macchinine che parcheggiavo ordinatamente sui bordi dei tappeti o le pistole da cowboy, e le rotaie e i vagoni dei treni che mio padre aveva portato dalla Francia - non mi facevano pi dimenticare me stesso e la noia della casa, anche la mia pittura molto vivace e genuina non mi salvava pi dall'asfissia del mondo comune. Iniziai a non ritrarre pi i panorami conosciuti della citt, ma le sue tranquille vie secondarie, le sue piccole piazze dimenticate, le sue salite lastricate (se era una strada che scendeva verso il Bosforo, sullo sfondo si potevano vedere il mare, Kizkulesi e l'altra sponda dello stretto) e le sue case di legno con gli sbalzi. C'erano due diverse fonti d'ispirazione dietro questi disegni, che talvolta facevo a matita sui fogli e talvolta a olio sul cartone, o sulla tela, usando molto il bianco e tralasciando gli altri colori. Mi colpivano quei disegni delle strade secondarie, in bianco e nero, che ormai erano pubblicate sempre pi spesso nelle pagine di storia dei giornali e sulle riviste, e mi piaceva molto la poesia di quei sobborghi silenziosi e tristi. Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli 264 archi bizantini di cui si vedeva soltanto una parte, le case di legno con sbalzi e le modeste abitazioni che si allontanavano man mano rimpicciolendosi lungo la via, ubbidendo alle regole della prospettiva che avevo cominciato a imparare e a sfruttare. La mia seconda fonte d'ispirazione era Utrillo, di cui avevo conosciuto le opere attraverso le riproduzioni, e di cui avevo letto la vita trasformata Pagina 242

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) in un romanzo melodrammatico. Quando volevo fare un disegno nel suo stile, sceglievo un panorama nelle vie secondarie di Beyoglu, Tarlabal e Cihangir, perch in questi luoghi non si vedevano n le moschee n i minareti. A questo scopo avevo girato in tante strade, e avevo scattato centinaia di foto - ne pubblico qui un paio. Quando mi veniva voglia di dipingere, schizzavo un 265 paesaggio di Beyoglu guardando una di queste fotografie, e aggiungevo le persiane alle finestre degli appartamenti, come si usava a Parigi, nonostante a Istanbul si vedessero raramente. Nell'euforia che provavo alla fine di un quadro, non pensavo ormai pi 266 che il panorama fosse sia una mia fantasia sia un elemento reale oppure di essere un personaggio del mondo familiare e bello del disegno. Solo ora realizzavo, con un salto spirituale pi complesso e pi scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso o di lasciarmi alle spalle la mia vita come bisognava fare per dipingere, non immedesimandomi nel tema o nel mondo del disegno, bens in Utrillo, artista che una volta aveva realizzato dei quadri simili, a Parigi. Naturalmente, questa non era una vera immedesimazione: proprio come facevo quando, disegnando vedute del Bosforo, credevo di essere un elemento del mondo che dipingevo, allo stesso modo ritenevo, in una piccola parte della mia mente, di essere Utrillo. Questo pensiero era per me un punto di riferimento nei momenti in cui, tormentato dai dubbi sul valore del disegno, avevo paura che gli altri non lo trovassero bello o significativo, e soprattutto nei momenti d'insicurezza, che non capivo da cosa dipendessero. Sentivo che legarmi troppo a questa convinzione mi soffocava. Talvolta perdevo il controllo del disegno proprio come sarebbe successo durante un'esperienza sessuale che avrei vissuto in seguito -, e qualcosa mi Pagina 243

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) trascinava con impeto, sollevandomi piacevolmente: solo quando finiva, a m di onda che si disfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un po'. Mettevo in un angolo della stanza, al livello degli occhi, il disegno che avevo fatto basandomi su una delle fotografie che avevo scattato, e cercavo di guardarlo come se appartenesse a un'altra persona. Se il disegno che avevo terminato in fretta mi colpiva immediatamente, ero inondato da un senso di piacere e fiducia. La tristezza del sobborgo e la malinconia della strada secondaria mi riempivano di un sentimento di vittoria. Ma spesso mi facevo cogliere da un pensiero di insufficienza e di imperfezione e cercavo di accettare il mio lavoro muovendo la testa a destra e a sinistra, cambiando il mio punto di vista, avvicinandomi e allontanandomi, guardandolo da nuove angolazioni e talvolta aggiungendo disperatamente qualche tratto di pennello. Poich non credevo pi di essere Utrillo, o di avere qualcosa di lui, proprio come mi succedeva dopo aver fatto l'amore, ero invaso da un sentimento di tristezza, nato questa volta non dal panorama ma dall'insuccesso dell'opera. Non ero n Utrillo n chiss chi; ero uno che aveva fatto un disegno simile a quelli di Utrillo. Ma, ugualmente, quel senso di tristezza che negli anni successivi divent ancor pi profondo creandomi parecchi problemi di fronte al foglio, e la convinzione di poter dipingere solo sentendomi 267 un'altra persona, si dissolvevano prima di diventare un motivo di vergogna. Provavo un vago orgoglio perch imitavo (non usavo mai questa parola) un pittore che aveva uno stile, un modo particolare di vedere e disegnare, oppure perch ero simile a un altro, come mi sentivo allora, in quanto avevo anch'io uno stile originale e una personalit. Avevo intuito allora per la prima volta quella sensazione che avrebbe occupato la mia mente negli anni successivi, cio il fatto di poter avere una personalit imitando gli altri: quella situazione di contraddizioni interne Pagina 244

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che gli occidentali chiamano paradosso. Alleggerivo i fastidi che provavo sotto l'influenza di un altro pittore pensando di essere ancora un bambino, e concependo il disegno come una parte del gioco. La consolazione pi naturale era ritenere che la citt che disegnavo, quella Istanbul di cui avevo scattato le foto, fosse una realt pi importante dell'effetto dell'opera. Talvolta, mentre ero tutto concentrato nella pittura, mio padre entrava all'improvviso nella mia stanza e iniziava a osservare rispettoso il mio entusiasmo per il disegno, come quando da piccolo mi sorprendeva a toccarmi il pene; in quelle occasioni mi chiedeva, senza alcun disprezzo: Come stai, Utrillo ? La vena scherzosa di questa domanda mi ricordava che avevo ancora l'et per imitare un altro, come un bambino. Avevo sedici anni e mia madre, che conosceva la mia passione per la pittura, mi aveva dato le chiavi della casa di Cihangir, in cui una volta abitavamo e dove adesso c'erano mobili e oggetti molto vecchi, suoi e di mia nonna 268 perch la usassi come un atelier. Talora, durante i finesettimana, uscendo dal Robert College andavo in questo appartamento freddo e vuoto e, dopo aver acceso la stufa ed essermi riscaldato, sceglievo un paio di fotografie che avevo scattato, quindi, traendone ispirazione, facevo subito due grandi disegni per poi tornarmene a casa stanco e stranamente triste. 269 Capitolo ventinovesimo La pittura e la felicit famigliare Appena entrato nell'appartamento del palazzo costruito da mio nonno, a Cihangir, subito accendevo la stufa a gas, nonostante questo mi seccasse un po'. (Quel piacere di accendere la stufa a gas che rendeva molto felice il piromane che era in me a undici anni quando abitavo con la mia famiglia in questo appartamento, se Pagina 245

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) n' andato via da qualche tempo, senza dirmi addio, come tante altre gioie infantili: io me ne rendevo conto sempre con un certo ritardo). Quando sentivo che l'appartamento dagli alti soffitti si era riscaldato abbastanza da togliermi il freddo alle mani, e dopo essermi messo un vestito tutto sgualcito e sporco, mi lanciavo a disegnare Istanbul - soprattutto se non lo facevo da molto tempo -, ma il pensiero di non riuscire a far vedere subito, o entro un paio di giorni, a qualcuno le mie opere, mi congelava l'entusiasmo. Col tempo, l'appartamento di Cihangir, che io avevo riempito di quadri, si era trasformato in una piccola galleria, tuttavia nessuno ci passava, n mio padre n mia madre, per dirmi quanti lavori meravigliosi stavo portando avanti. Mentre disegnavo in quell'appartamento scoprii che, oltre a desiderare di mostrare i miei quadri agli altri, volevo anche essere osservato, sentire i movimenti di una famiglia felice, i passi e gli altri rumori per la casa. Disegnare panorami di Istanbul in un appartamento deprimente, mal riscaldato, tra la polvere e la muffa e pieno di oggetti vecchi, mi rattristava molto. (Oggi, fra i miei disegni ormai quasi tutti perduti, vorrei tanto trovarne alcuni che avevo fatto a sedici, diciassette anni, e che trattavano, se posso dirlo con le parole di Tolstoj, della felicit famigliare. Come si comprende dalla posa della fotografia nella pagina seguente, scattata da un professionista chiamato appositamente, m era molto difficile imitare una famiglia felice, perci questi lavori er me hanno una grande importanza. Non erano i disegni delle s ade secondarie di Istanbul, o dei panorami del Bosforo, ma erano i nostri ritratti, di mia madre e di mio padre, mentre 270 vivevamo la nostra vita quotidiana. Li dipingevo di corsa nei momenti in cui la tensione tra i miei genitori si attenuava, e loro non si pungevano a vicenda e tutti erano tranquilli, con la musica della radio o del mangiacassette in un angolo Pagina 246

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) della casa, o quando la domestica preparava in cucina il pranzo o la cena, oppure prima di una gita o un viaggio che avremmo fatto tutti insieme, e sentivo che eravamo magari non completamente felici, ma neanche insoddisfatti della nostra vita. Mio padre era spesso sdraiato sul divano nel soggiorno, perch, 271 quando era in casa, passava la maggior parte del tempo a leggere giornali, riviste e libri (al posto dei volumi letterari della sua giovinezza, sfogliava testi di bridge), oppure a guardare pensieroso e triste il soffitto. Nei momenti in cui invece era felice, si alzava dal divano per dirigere l'orchestra immaginaria che suonava al mangiacassette, ad esempio la Prima sinfonia di Brahms, in un tripudio di gesti da direttore d'orchestra che mi sembravano arrabbiati, ambiziosi e passionali. Mia madre, seduta sulla poltrona accanto, alzava gli occhi dal giornale o dal lavoro a maglia e sorrideva a mio padre con un'espressione che mi pareva di affetto e amore. A volte questa inquadratura di famiglia felice catturava la mia attenzione nonostante non ci fosse nessun movimento o discorso particolare che la mettesse in evidenza - forse mi colpiva proprio per questo. Allora, dopo aver bisbigliato disegner, con un certo imbarazzo non privo di entusiasmo, come se parlassi di uno spirito che mi era entrato dentro, correvo nella mia stanza a prendere l'occorrente - i colori a olio o la scatola Guitar di centoventi pastelli comprata da mio padre in Inghilterra, e un paio di fogli da disegno Schler che mia zia mi regalava a ogni compleanno -, e dopo essermi sistemato in un angolo dello studio di mio padre in modo da poter vedere tutti e due, schizzavo velocemente l'interno della casa. Durante tutto questo tempo, forse perch i miei genitori non dicevano nulla e trovavano naturale questo mio desiderio irresistibile di disegnare, mi sembrava che Allah avesse fermato il tempo, per un breve periodo, solo per me. Pagina 247

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) (Qualche volta credevo che Allah ogni tanto mi mostrasse un interesse speciale e mi dedicasse delle attenzioni quand'era necessario, nonostante tutto il mio disinteresse nei Suoi confronti). Forse i miei genitori mi sembravano felici proprio perch non parlavano. Pensavo che la famiglia fosse un gruppo dove tutti fingevano di essere felici, nascondendo e riducendo per qualche ora al silenzio i demoni e gli spiriti dentro, al fine di sentirsi tranquilli, sereni, sicuri e amati. Se dopo un po'"questa posa di felicit che si credeva vera a furia di imitarla, e si assumeva perch non c'era altro da fare, non calmava le ansie, mio padre, mentre mia madre continuava a lavorare pazientemente a maglia, toglieva gli occhi dalle righe che leggeva e cominciava a guardare fuori dalla finestra, lontano, il panorama del Bosforo - senza interessarsi alla sua bellezza -, perso in un mondo di sogni. Quando la televisione, diffusasi in Turchia all'inizio degli anni Settanta, entr anche nel soggiorno di casa nostra, la felicit o il dolore strano di vivere che sentivano i miei genitori 272 nello stesso istante per quei silenzi magici che creavano senza assolutamente muoversi o parlare, lasciarono il posto al potere di svago dei programmi che guardavano insieme con un po'"d'imbarazzo, cos non mi venne pi voglia di fare i loro ritratti. Perch per me la felicit era, forse, riuscire a tirare fuori gli spiriti e i demoni con impeto e naturalezza, mentre chi mi voleva bene soffocava i suoi. Talvolta succedeva che parlassero tra di loro, mentre se ne stavano assolutamente immobili, quasi posassero davanti a un fotografo, e allora la mia mano accelerava per terminare il quadro della famiglia felice. Uno riferiva la notizia che aveva letto sul giornale, l'altra dopo un lungo silenzio la commentava oppure, qualche volta, non diceva nulla. In altri momenti, mentre eravamo io e mia madre a parlare, mio padre, sdraiato sul divano, solo dopo molto tempo si inseriva nei nostri discorsi. I lunghi silenzi Pagina 248

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) erano interrotti dal passaggio sul Bosforo di una terribile nave sovietica, lo strano radar sempre in funzione, che dalla nostra casa a Beikta Serencebey si vedeva in tutta la sua lunghezza, o dall'arrivo della primavera, annunciata da una frase cortissima sulle cicogne (Passano le cicogne che volavano sopra di noi mentre migravano dall'Africa in Europa. Ma ero anche cosciente di quanto fossero fragili la mia felicit e la mia serenit nate da quei silenzi che facevano sentire la profondit del mondo interiore di ognuno, quando stavamo tutti insieme nel soggiorno. Mentre la mia mano tentava frenetica di finire gli ultimi dettagli, mi accorgevo con un brivido di alcuni particolari del corpo dei miei genitori che non avevo mai notato fino a quel momento. Il filo di lana che usciva dai ferri con cui mia madre, l'espressione met felice met speranzosa, lavorava a maglia, prima scendeva nel suo grembo, poi pi gi, ai piedi, e si univa al gomitolo di lana dentro un sacchetto di plastica. Mentre mi soffermavo a guardare, per disegnare bene, il piede di mia madre che stava sempre immobile dentro la pantofola, vicino a quel sacchetto trasparente, anche quando parlava con mio padre o si immergeva nei suoi pensieri, avvertivo uno strano timore: le nostre braccia, i nostri piedi, le nostre mani, addirittura le nostre teste avevano qualcosa di materiale come i vasi dove mia madre metteva margherite o pungitopo, o i tavolini e i piatti di Iznik appesi al muro. Nonostante imitassimo con successo una famiglia felice, e proprio come succede a teatro avessi sospeso il mio scetticismo, c'era comunque qualche aspetto che rendeva noi tre che stavamo in tre angoli diversi del soggiorno, simili a uno degli oggetti stipati nel soggiorno di mia nonna. 273 Amavo molto questi silenzi condivisi, cos come amavo i rari momenti in cui eravamo impegnati in qualche gioco (a carte o a Pagina 249

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) tombola a Capodanno), e per non perdermi quegli istanti di armonia finivo in fretta e furia il mio disegno. Cercando di imitare il pennello veloce di Matisse o qualche particolare degli interni delle case di Bonnard, mentre riempivo i tappeti e le tende di piccole virgole e arabeschi talvolta mi accorgevo che diventava sera e per questo la lampada a stelo sopra la testa di mio padre diffondeva una luce pi forte. Quando vedevo che il colore del Bosforo e quello del cielo si trasformavano in un blu scuro e affascinante col tramonto, notavo che sulle grandi finestre che davano sullo stretto, alla luce arancione della lampada, non si rispecchiavano pi i suoi panorami, o i traghetti e i battelli della linea BeiktaUskdar, o i fumi delle navi, ma l'interno della nostra casa. Quando di sera cammino per le strade o guardo fuori dalla finestra, mi piace ancora molto spiare gli interni delle case, illuminati da una luce arancione chiaro. Talora scorgo a una finestra una donna, seduta a tavola, mentre legge da sola le carte, proprio nella stessa posa di mia madre che fumava e girava pazientemente le carte, nelle lunghe sere d'inverno in cui mio padre non rientrava. Talora invece vedo in un modesto pianterreno una famiglia che cena chiacchierando attorno a una luce arancione come la nostra, e osservando il loro aspetto esteriore penso ingenuamente che siano felici. I viaggiatori stranieri, a Istanbul, sono costretti a dimenticare che una citt fatta, oltre che dalle sue forme visibili, anche di luoghi chiusi. 274 Capitolo trentesimo I fumi delle navi nel Bosforo La diffusione delle navi a vapore e il loro utilizzo nel Mediterraneo dopo la seconda met del XIX secolo, oltre a cambiare improvvisamente il panorama della citt, accorci la distanza tra Istanbul e i centri europei, determinando l'arrivo, per Pagina 250

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) un breve periodo, di molti viaggiatori occidentali i quali scrissero di getto qualcosa sulla citt formando con il materiale letterario accumulato un'idea di Istanbul sviluppata poi dagli scrittori turchi. Dopo la fondazione delle Linee marittime e la costruzione di moli in tutti i piccoli villaggi della zona, e con il passaggio delle navi a vapore su e gi per lo stretto, in realt cambi non solo il panorama del Bosforo, ma anche quello di tutta Istanbul. (Ricordiamo che la parola vapur, battello, ormai entrata nella nostra lingua e nella vita 275 quotidiana della citt, deriva dalla parola francese vapeur e indica i due aspetti di questo mutamento). E non parlo solo della trasformazione dei villaggi del Bosforo e del Corno d Oro, che si svilupparono rapidamente e cominciarono a far parte della citt grazie ai battelli e alle piazze sorte intorno ai moli. (In precedenza, molti villaggi dello stretto non avevano strade). Queste imbarcazioni, che portavano i viaggiatori su e gi per il Bosforo, cominciarono a essere conosciute in tutta la citt, da Kizkulesi a Santa Sofia, da Rumelihisari al ponte di Galata, e inserendosi completamente nella vita quotidiana diventarono una bandiera, un simbolo in grado di dare agli abitanti di Istanbul l'idea di vivere tutti insieme in una grande citt. Per questo, proprio come la fedelt, l'affetto e l'attenzione particolari dei veneziani per i loro vaporetti, anche i miei concittadini si affezionarono e amarono uno dopo l'altro i battelli delle Linee marittime pubblicando libri pieni di loro fotografie. Gautier scrive che da ogni barbiere era appesa alla parete la foto di una nave. Mio padre 276 riconosceva da lontano ognuna delle immense imbarcazioni che avevano cominciato a viaggiare durante la sua infanzia e prima giovinezza, dalla loro silhouette, e recitava, alcune volte subito Pagina 251

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) altre volte dopo averci riflettuto un attimo, i loro nomi e numeri che mi sembrano ancora oggi dei ritornelli: cinquantatre Iniral; sessantasette Kalender; quarantasette Tarzz Nevin; cinquantanove Kamer... Mio padre, in risposta alle mie domande, mi elencava una a una le differenze di queste navi che sembravano tutte uguali. Grazie a queste spiegazioni che lui mi concedeva talvolta quando giravamo in macchina sul Bosforo, e talvolta nel soggiorno della nostra casa a Beikta, dove si dominava tutto il traffico dello stretto, avevo imparato a fare attenzione ad alcuni particolari di queste navi, alla gobba di una, al fumaiolo lunghissimo di un'altra, al naso aquilino di un'altra ancora, alla sua poppa paffuta o al suo movimento leggermente inclinato, tuttavia non riuscivo a distinguerle. Cos anch io ho adottato come portafortuna la nave Paabahe, costruita in Italia, a Taranto, nell'anno della mia nascita, il 1952, che a uno sguardo attento - come faceva mio padre distinguevo per il suo fumaiolo piatto dalle altre navi gemelle di produzione inglese e dal nome Fenerale e Dolmabae: non ho mai perso la mia abitudine di rallegrarmi sinceramente ogni volta che la vedo nella mia vita di tutti i giorni, mentre cammino distrattamente per la strada o sono su una rampa o davanti a una finestra che si 277 affaccia sul mare, come uno che felice di fronte al suo numero magico. Talvolta il vero contribuito delle navi del Bosforo al panorama di Istanbul era il vapore che usciva dai loro fumaioli. Mi piaceva davvero molto aggiungere ai panorami della citt che disegnavo questi fumi neri di carbone che cambiavano a seconda della posizione, del genere della nave, e in base alle correnti e soprattutto Pagina 252

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) al vento. Il disegno doveva essere terminato e quasi asciutto prima di tracciarvi i vapori che uscivano dai fumaioli delle navi, con il mio pennello bene immerso nel colore. I fumi mi sembravano i timbri delle navi, collocati in un universo finito, come la firma che avrei messo in un angolo del disegno per sentirmi importante. 278 Mentre gonfiavo il fumo e lo facevo diventare una nuvola, mi sembrava che il mio mondo a Istanbul si offuscasse o si coprisse. Quando cammino sulla riva del Bosforo o viaggio su un battello, mi piace passare sotto il fumo vaporoso e spesso di un'altra imbarcazione e sentirmi sulla faccia come una ragnatela fragile, una vaga pioggia di fuliggine in balia del vento; mi piace respirare l'odore bruciato e metallico del fumo formato da milioni di puntini neri di pulviscolo e contemplare la dispersione in citt dei vapori che escono nello stesso momento dai battelli ancorati al ponte di Galata e nei dintorni. 279 Tenevo a mente - per poi ricordarli nei miei disegni successivi - i vari movimenti di diffusione e scomparsa del fumo delle navi sul Bosforo, sotto diverse forme, perch mi creavano sempre dei problemi (talvolta rovinavo il disegno aggiungendo troppo fumo), mentre terminavo con entusiasmo la mia opera circondata sempre dai vapori dei fumaioli delle navi. Ma al momento di dare gli ultimi colpi di pennello al disegno avevo spesso dimenticato la vera forma delle nuvole di fumo. La perfetta immagine, da me molto apprezzata, era quella dove il vapore, diffondendosi in un cielo senza vento, si innalza leggermente 280 con un angolo di circa quarantacinque gradi e assume quindi una posizione parallela al mare: rimane cos, all'inizio, senza dissolversi, e poi si disfa tracciando una linea Pagina 253

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sottile che mostra il suo percorso sullo stretto. L'esile fumo, di color carbone, liberato da una nave al molo in una giornata tranquilla e serena, aveva sempre un aspetto triste, come il vapore sottile che esce dal piccolo camino di una misera casa. Mi piacevano anche le sue fattezze, simili alle lettere arabe, alle pieghe e agli archi che si formavano sul Bosforo quando il battello, sotto la spinta del vento, cambiava leggermente direzione. Ma queste fattezze, allegre e casuali, mi inquietavano, perch il fumo di una nave delle Linee marittime della citt su un panorama dello stretto era un elemento fondamentale per sottolineare la malinconia del paesaggio e del disegno. Invece l'immagine pi rara costituita dalla scia triste del vapore appeso al cielo, quella lasciata da una nave che avanza sinuosa nel Bosforo in una giornata assolutamente tranquilla. Mi piaceva anche il congiungimento dei fumi neri e scuri con le nuvole basse e minacciose all'orizzonte, come nei disegni di Turner. Ad ogni modo, quando stavo per terminare un lavoro, dipingevo la nuvola di fumo - o le nuvole se c'erano pi navi - pensando ai panorami dei pittori impressionisti come Monet, Sisley e Pissarro, alla nuvola azzurrina del quadro di Monet La stazione di Stlazare, oppure a quelle allegre, 281 simili a palle da gelato, di Dufy, che apparteneva a un mondo completamente diverso. Mi piace molto Flaubert perch ha prestato attenzione alle forme dei fumi delle navi e le ha descritte nell'incipit del suo romanzo intitolato L'educazione sentimentale (che amo anche per altri motivi). Questa frase, che ho scritto per cambiare discorso, potrebbe essere definita ara taksim, come si usa nella musica ottomana tradizionale: significa intermezzo ed solo strumentale. Dato che la parola taksim significa anche dividere, spartire, e indica il luogo dove l'acqua si divide in due, gli abitanti di Istanbul chiamarono Taksim l'altopiano su cui era costruito il centro di distribuzione Pagina 254

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dell'acqua, e dove Nerval passava le sue giornate guardando il panorama, i venditori e i cimiteri. Ancora oggi chiamano cos quel posto dove ho trascorso la mia vita. Ma prima che questo luogo si chiamasse Taksim, ci pass anche Flaubert, oltre a Nerval. 282 Capitolo trentunesimo Flaubert a Istanbul:1 lOriente, l'Occidente e la sifilide Gustave Flaubert giunse a Istanbul insieme al suo amico fotografo e scrittore Maxime du Camp a sette anni dall'arrivo di Nerval, nell'ottobre del 1850, gi afflitto dalla sifilide che aveva appena contratto a Beirut, e ci rimase circa cinque settimane. Non bisogna prendere troppo sul serio il fatto che, dopo aver lasciato la citt, avesse scritto al suo amico Louis Bouilhet, da Atene, che Istanbul una citt dove bisogna stare sei mesi. Flaubert era una persona che sentiva nostalgia per tutto ci che si lasciava dietro. Come si pu capire facilmente dalle sue lettere che recavano la scritta Constantinople subito dopo la data, da quando era partito gli erano mancati assai di pi la sua abitazione a Rouen, lo studio e la cara madre, per cui aveva pianto a lungo al momento della partenza, e ora voleva tornare a casa il pi presto possibile. 283 Anche Flaubert, come Nerval, quando si era diretto in Oriente prima si era fermato al Cairo, e poi a Gerusalemme e in Libano. Come Nerval, non si interess molto a Istanbul, perch era stanco delle immagini orientali rigide, spaventose, orribili, mistiche ed esotiche che aveva incontrato in quei luoghi, e ormai stufo delle sue fantasie e della realt pi orientale delle sue previsioni. (a sua intenzione era quella di restare a Istanbul tre mesi). Un motivo di questo disinteresse era che Istanbul non era l'Oriente da lui cercato. In una lettera scritta da Istanbul a Louis Bouilhet racconta che gli torn alla mente, proprio guardando il Pagina 255

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) panorama, Lord Byron durante il suo viaggio nell'Anatolia occidentale. A Byron interessava l'Oriente turco, del pugnale, dei vestiti albanesi delle finestre sbarrate che si affacciavano sul mare. Invece Flaubert preferiva l'Oriente dei beduini, dei deserti, delle profondit dell'Africa, con coccodrilli, cammelli e giraffe. Inoltre, il giovane scrittore ventinovenne, durante il suo viaggio in Oriente, soprattutto in Egitto aveva gi interiorizzato tante di quelle immagini da bastargli per il resto della vita. Come si comprende dalle lettere scritte a sua madre e a Bouilhet, aveva ormai la mente occupata dai progetti per il futuro e dai libri che avrebbe scritto. (Tra le opere che durante il suo viaggio sognava un giorno di portare a termine, c'era anche il romanzo intitolato Harel Bey, che narra la storia di due uomini, uno civile e occidentale e 284 l'altro incivile e orientale, che col tempo si somigliano sempre di pi e alla fine si scambiano i posti). Gi allora, nelle lettere scritte a sua madre, c'era il materiale che avrebbe formato la leggenda di Flaubert, il quale non prendeva sul serio nulla, oltre all'arte, e odiava la vita borghese ordinaria, il matrimonio, il lavoro fisso. Ma proprio qui, su queste strade dove avrei passato tutta la vita - a volte lo ricordo con stupore -, che ha pensato e scritto, cent'anni prima della mia nascita, le righe destinate a diventare la base dell'etica letteraria modernista: Non me ne importa un accidente della societ, non me ne importa nulla neanche del futuro, di quello che dicono gli altri, degli istituti, addirittura della fama letteraria che ho sognato per tante notti. Ecco, io sono fatto cos (da Flaubert a sua madre, Istanbul, 15 dicembre 1850). Perch mi interessa cos tanto ci che dissero i viaggiatori occidentali di Istanbul, ci che fecero e sognarono nella citt, ci che scrissero alla loro madre? Perch talvolta mi identifico con alcuni Pagina 256

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di questi viaggiatori (Nerval, Flaubert, De Amicis), proprio come mi identificavo con Utrillo quando disegnavo Istanbul, e sono cresciuto lasciandomi influenzare da loro, e combattendo con loro. I viaggiatori occidentali mi offrono pi insegnamenti sui panorami e sulla vita quotidiana del passato della mia citt rispetto agli scrittori turchi, che non prestano cos tanta attenzione alla realt che li circonda. 285 Ognuno di noi ha in mente un testo in parte segreto, in parte leggibile che d un senso a ci che fa nella vita, senso che possiamo chiamare sia coscienza sbagliata, sia fantasia, addirittura ideologia come si diceva un tempo. In questo intreccio testuale, che offre un significato alla nostra vita, ci che dissero gli osservatori occidentali occupa un posto importante. Per coloro che abitano a Istanbul, come me, con un piede in una cultura e con l'altro in un mondo diverso, questo osservatore occidentale pu non essere una persona reale, ma una mia invenzione, una mia immaginazione, addirittura un'illusione. Ma dato che la mia mente non riesce ad accettare i vecchi testi della vita tradizionale come un unico libro, sento il bisogno di questo straniero che d un senso alla mia vita con una nuova versione, un nuovo scritto, un nuovo disegno o un nuovo film. Quando sento mancare gli sguardi occidentali su di me, divento l'occidentale di me stesso. Poich Istanbul non mai stata la colonia degli occidentali che la descrissero, disegnarono e filmarono, il fatto che costituisse un materiale esotico per i viaggiatori occidentali non mi disturba n mi rattrista. Anch'io, spinto dallo stesso entusiasmo, trovo esotici questi viaggiatori, le loro paure e i loro sogni nei nostri confronti, e spesso li leggo non per divertirmi, informarmi o guardare la citt uscita dai loro pennelli, ma per occuparmi del loro mondo. Inoltre Pagina 257

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) erano venuti qui, a casa mia, per i loro desideri, le loro 286 fissazioni, e avevano descritto ci che avevano visto: cos il mio mondo si infiltrato nei loro testi e disegni. Soprattutto quando leggo i viaggiatori occidentali del XIX secolo, che pi di altri raccontarono, registrarono, confrontarono e fantasticarono sulla mia citt, capisco che questa, la citt che io chiamo mia, non poi completamente mia. Mi piace accettare questa mia fragilit e indecisione su me stesso, e sul luogo cui appartengo. Proprio come facevo con i pittori occidentali che avevano contemplato la silhouette di Istanbul dal punto in cui l'avevo guardata per anni - da Galata e Cihangir, dove adesso scrivo queste righe -, talvolta, leggendo le opere dei viaggiatori occidentali, mi identifico con i loro sguardi che entrano nei dettagli, contano, pesano, classificano, giudicano e spesso riflettono i loro sogni, limiti e desideri. E tutte queste mie titubanze, che mi rendono sia il soggetto sia l'oggetto degli sguardi occidentali, in bilico fra partecipazione ed estraneit, proprio come quando cammino distratto per le strade, mi fanno venire per la testa pensieri sempre insinceri, diversi e contrastanti: non mi sento n completamente appartenente a questa citt, n completamente straniero. Questo anche l'atteggiamento mentale della gente di Istanbul negli ultimi centocinquant'anni. Per fare un esempio, possiamo occuparci del pene di Flaubert, che in quei giorni costituiva il suo problema pi importante. Il nostro addolorato scrittore, in una lettera scritta a Louis Bouilhet il secondo giorno della sua visita a Istanbul, dice di presentare sette ferite, dovute alla sifilide contratta a Beirut, lesioni che poi, unendosi, ne avevano formata una sola. Ogni mattina e ogni sera cospargo di pomate il mio povero pene!, scrive Flaubert da Istanbul. Prima pensa di essere stato contagiato da una maronita, ma poi, continua sarcasticamente, Chiss se l'ho presa da una Pagina 258

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) turca? Turca o cristiana? Ecco un nuovo aspetto del problema orientale che la "Revue des Deux Mondes" non immagina neanche! In quegli stessi giorni, nelle lettere che scrive a sua madre, rivela di non volersi mai sposare. Ma questo non dipende dalla sua malattia. Sebbene fosse in piena lotta contro la sifilide che gli provoc una caduta di capelli cos improvvisa che anche sua madre ebbe poi difficolt a riconoscerlo, Flaubert tuttavia si rec al bordello pure a Istanbul. Il dragomanno - traduttore e guida che portava i viaggiatori occidentali sempre negli stessi posti, lo accompagn, a Galata, in un posto cos sporco, e dove le donne erano cos schifose, che Flaubert desider andarsene subito via. Da 287 quello che scrisse, la madame in quel momento gli propose sua figlia. Questa era una giovane intorno ai sedici, diciassette anni che piacque molto a Flaubert. Ma non volle saperne di stare con lui. Le persone nella casa costrinsero allora la ragazza - siamo curiosi di sapere come si comport lo scrittore di fronte a queste insistenze - e alla fine, quando rimasero soli, la giovane gli chiese in italiano se poteva vedere il suo pene per capire se aveva qualche malattia. Avevo paura che vedesse la mia ferita, cos ho abbandonato quel posto dicendo di aver ricevuto degli insulti!, scrive Flaubert. Invece, al Cairo, dopo aver osservato in un ospedale i malati che si tiravano gi i pantaloni a un cenno del medico e mostravano le ferite provocate dalla sifilide all'osservatore occidentale aveva scritto tutto sul suo quaderno, entusiasta di aver visto una nuova stranezza, una nuova forma di sporcizia ovvero un nuovo evento patologico appartenenti all'Oriente, proprio come avrebbe fatto osservando attentamente un nano nel cortile di Palazzo Pagina 259

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Toplcapi. Flaubert era venuto in Oriente non solo per osservare panorami e acquisire ricordi indimenticabili, ma anche per vedere le bizzarrie e le malattie della gente, tuttavia in questa sua attivit non aveva alcuna intenzione di mostrare le proprie, di stramberie. Edward Said, nel suo brillante libro intitolato Orientalismo, letto purtroppo per soddisfare i miei sentimenti nazionalistici e per convincermi che l'Oriente sarebbe davvero un luogo meraviglioso se solo non ci fossero gli occidentali, ha parole molto tolleranti su Nerval e Flaubert, e cita la scena all'ospedale del Cairo, per non scrive nulla sull'episodio del bordello a Istanbul. Forse perch Istanbul non mai stata una colonia europea. Invece anche i nazionalisti turchi, come i viaggiatori occidentali, avevano attribuito alle altre civilt questa malattia, probabilmente diffusa nel mondo dall" flmerica, e l'avevano chiamata frengi, che vuol dire europeo. L'autore di origine albanese emsettin Sami, che a cinquant'anni dall'arrivo di Flaubert pubblic a Istanbul il primo vocabolario turco, scrive che la sifilide era arrivata qui dall'Europa. Invece Flaubert, nel Dizionario delle idee comuni, risponde alla sua domanda, ormai contagiosa come la malattia stessa, Chi me l'ha trasmessa?, senza trasformarla in un nuovo scherzo orientaleoccidentale: tutti pi o meno hanno avuto la sifilide. Flaubert, che nelle sue lettere molto franco e sincero, preso dalla curiosit per le vicende strane, terribili, sporche e bizzarre, parla delle puttane dei cimiteri che di notte incontrano i militari, e poi dei nidi vuoti di cicogne, del freddo e del vento 288 del Mar Nero che porta un gelo siberiano a Istanbul, e dei grandi affollamenti di gente. Flaubert scrisse le sue pagine pi commoventi proprio su quei cimiteri da cui tutti furono attratti, tranne gli abitanti di Istanbul. Sembra che sia stato lui ad accorgersi per primo delle pietre tombali in mezzo alla citt e alla vita quotidiana, pietre che col passare del tempo Pagina 260

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sono sprofondate nella terra e sono scomparse, proprio come i ricordi dei morti che a poco a poco si dimenticano. 289 C apitolo trentaduesimo Io e mio fratello: litigi e spintoni Tra i sei e i sedici anni, con mio fratello ho sempre litigato, e le ho sempre prese con una violenza che aumentava progressivamente. Dato che a quei tempi - e forse anche adesso - le liti, le risse e gli scontri tra due fratelli separati da diciotto mesi erano considerati un evento ordinario, addirittura sano, non ero in verit cos determinato a cambiare questa situazione. Considerando le botte che ricevevo come il risultato del mio fallimento personale, della mia debolezza e della mia impotenza, ed essendo inoltre il primo a ricorrere a questi metodi nei momenti di rabbia e umiliazione dei primi anni - e credendo poi a volte di aver meritato quelle percosse -, naturalmente non potevo assurgere a paladino della nonviolenza. Quando a casa nasceva una lite e si rompevano i vetri e i bicchieri, e poi mi venivano lividi dappertutto e mi riempivo completamente di sangue, mia madre si lamentava del disordine e della nostra incapacit di condividere ci che avevamo, preoccupandosi delle proteste dei vicini per il rumore, invece di pensare alle botte terribili che ci davamo e a quelle che alla fine prendevo sempre e soltanto io. Quando ricordai, diversi anni dopo, queste liti e questa violenza a mia madre e a mio fratello, si comportarono come se tutto questo non fosse successo e pensarono che io mi inventassi un passato sconvolgente e melodrammatico solo per scrivere qualcosa di interessante. Sembravano cos sinceri che io diedi loro ragione, e pensai che mi influenzassero maggiormente le mie fantasie che non la mia vita. Per questo, il lettore di queste pagine tenga presente che a volte esagero e non riesco a liberarmi delle mie illusioni, proprio cotne un paranoico triste che non pu liberarsi dell'ossessione di essere perseguitato pur sapendo della Pagina 261

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sua malattia. Ci che importante per un pittore non la realt, ma la forma degli oggetti, cos come ci che importante per un romanziere non la successione degli eventi, ma il loro ordine, e ci che importante per lo scrittore di ricordi non la precisione del passato, ma la sua simmetria. 290 Per questo il lettore che si accorto che cercando di raccontare me stesso racconto Istanbul e raccontando Istanbul racconto me stesso, dovrebbe aver gi capito che questi litigi infantili e spietati costituiscono la premessa per parlare d'altro. In ogni caso, nei primi scontri e spintoni con mio fratello non c'era niente di pi della naturalezza dei bambini che tentano di esprimere attraverso la violenza i loro piccoli disaccordi. Fino ai dieci, dodici anni io e mio fratello avevamo costituito un mondo nostro, chiuso agli estranei. Non potevamo frequentare altri bambini, oltre a quelli della scuola. Ed eravamo impegnati in tanti giochi inventati, perlopi da noi, o imparati da altri, ma dotati di regole nuove. Dentro la casa generosa di ombre giocavamo a spaventarci a vicenda, a nascondino, a bandiera, all'impiccato, a dama, a scacchi, a carte, agli indovinelli e a pingpong sul tavolo grande. Quando mia madre non era in casa, giocavamo a calcio con palle di diverse dimensioni e diversi materiali - talvolta fatte anche con la carta di giornale pressata -, e non smettevamo finch non eravamo sudati fradici, tuttavia spesso scoppiavano delle liti fra una spinta e l'altra. Abbiamo dedicato molti anni alla partita di biglie, che rispecchiava il mondo maschile del calcio con le sue conseguenze e leggende. Questo gioco, che facevamo anche con le pedine del backgammon, era divertente perch imitava bene le regole del calcio, la 291 disposizione dei giocatori sul campo e le tattiche di attacco e difesa, e si basava sull'abilit delle dita qualit che progrediva col tempo -, ma anche sull'intelligenza e le doti strategiche. Le due squadre, fatte di pedine o di biglie, che si sistemavano Pagina 262

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sul tappeto, cercavano di fare gol nelle porte con le reti che avevamo fatto costruire dal falegname, secondo le diverse regole che avevamo ideato minuziosamente, spinti dalla necessit di un po'"d'ordine alla fine di centinaia di litigi. Le biglie avevano i nomi dei calciatori dell'epoca: li riconoscevamo a un solo sguardo come coloro che riescono a distinguere i gatti soriani. Mio fratello raccontava il nostro gioco a una folla immaginaria di tifosi, come Halit Kivan, che allora faceva la cronaca in diretta delle partite di calcio alla radio di Istanbul, e quando qualcuno segnava, prima urlava gol al posto dei tifosi, e poi ne imitava il frastuono. Alla fine di queste partite, durante le quali recitavamo con successo le parti sia della federazione, sia dei calciatori, sia della stampa, sia dei tifosi, e senza successo dell'arbitro, proprio come fanno i tifosi scalmanati che si accoltellano a vicenda dimenticando che il calcio un gioco, anche noi dimenticavamo di giocare e ci mettevamo a litigare vivacemente, per poi iniziare a picchiarci fino a farci male e ferirci. Spesso io mi arrendevo di fronte alle sue percosse. Ovviamente il sentimento comune di queste liti, scoppiate spesso a causa di una sconfitta, dell'invidia, dell'inosservanza delle regole o dell'eccessivo sfott, era la rivalit. Ma questa era fatta di destrezza, forza, sapienza e intelligenza piuttosto che una dimostrazione di moralit, sobriet o educazione. Era dipinta con i colori della preoccupazione di imparare il pi presto possibile le regole del mondo o del gioco, e con le tinte del desiderio di comandare 292 con coraggio e bravura. Dietro questa rivalit si nascondevano le ombre degli indovinelli e dei problemi di matematica che mio zio ci sottoponeva fermandoci sulle scale, delle discussioni a volte serie e a volte scherzose sulle squadre di calcio per cui ognuno tifava, e di una cultura che si formava pian piano dai libri che esaltavano le vittorie militari ottomanoturche, e dai regali come l'Enciclopedia delle scoperte e delle invenzioni. Pagina 263

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Naturalmente si avvertiva anche la presenza dell'abitudine di mia madre di annunciare spesso gare per semplificarsi la vita quotidiana. Un bacio a chi si mette il pigiama ed entra nel letto per primo, diceva mia madre. Far un regalo a chi quest'inverno non si ammala. Amer di pi chi mangia senza sporcarsi e finisce per primo. Ma queste provocazioni materne erano, in ogni caso, intenzionate a rendere i due maschietti pi virtuosi, pi bravi e dolci. Invece dietro ai nostri litigi c'era un lato arrogante, competitivo, ambizioso, e anche il desiderio di comandare e vincere come alcuni eroi in cui ci identificavamo. Proprio come facevamo a scuola alzando la mano per dimostrare che sapevamo la lezione, per diventare i pi bravi della classe e per distinguerci in questo modo dagli altri stupidi, cercavamo di sconfiggerci a vicenda; comportandoci cos, probabilmente nascondevamo in un angolo buio della nostra anima il sogno di allontanarci dal sentimento di distruzione e tristezza che era il destino inesorabile di Istanbul, pereh ogni suo abitante adulto, quando nota che la sorte della citt coincide con la propria, comincia a sentire che lo attendono, nella vita, la sobriet, il sentimentalismo e una tristezza che al limite pu trasformarsi in una modesta felicit. Mio fratello, a scuola, era sempre pi bravo di me. Conosceva tutti gli indirizzi di casa, teneva a mente con un ritmo segreto, come le formule matematiche, i numeri e i recapiti telefonici (quando andavamo insieme da qualche parte, io guardavo le vetrine, il cielo e ci che attirava la mia attenzione, lui invece fissava i numeri e i nomi dei palazzi), e poteva elencare le regole del calcio, i risultati delle partite, le capitali del mondo, le marche automobilistiche e i piazzamenti nelle gare di atletica con lo stesso entusiasmo di quando adesso Pagina 264

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) enumera, quarant'anni dopo, le lacune dei professori rivali oppure i loro piccoli spazi nel Citation Index, l'indice di citazione scientifica internazionale. Naturalmente il mio grande interesse per la pittura, e il mio bisogno di stare da solo, per un certo tempo, con la carta e la penna, dipendevano anche dall'indifferenza assoluta di mio fratello verso il disegno. 293 Ma quando non riuscivo a trovare la felicit che inseguivo, anche dopo essermi impegnato per ore nella pittura, e allora il buio che portavano in casa le tende pesanti e i mobili cominciava a penetrarmi nell'anima come la tristezza, io mi cercavo un'occasione in grado di farmi arrivare, in poco tempo, alla vittoria, come sogna tutta Istanbul, o una forma di competizione, e cos andavo da lui e accennavo al gioco che ci appassionava in quel periodo - una partita di biglie, di scacchi o una prova di abilit. Mi sa che vuoi farti di nuovo male, diceva mio fratello alzando la testa dal libro: alludeva, pi che al litigio e alle botte alla fine del gioco, al suo successo, come accadeva nella maggior parte di queste prove. Il lottatore sconfitto non si sazia mai della lotta!, sentenziava allora, ricordandomi che mi aveva battuto anche l'ultima volta. Studio ancora un'ora, poi giochiamo, concludeva, e tornava al suo libro. 294 La sua scrivania era sempre in ordine e pulita, invece la mia era sempre un frenetico caos, come dopo un terremoto. Le liti di questo primo periodo, proprio come i nostri giochi, ci aiutavano a imparare le regole della vita. Invece pi tardi, quando diventammo pi grandi e la violenza, le percosse e la sconfitta cominciarono a lasciarmi dei segni profondi nell'anima, avvertii che erano proprio queste regole a giocare con noi. Da due fratelli riuniti sotto gli sguardi e la pioggia di Pagina 265

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) raccomandazioni di una madre che cercava di riempire il vuoto di un padre spesso assente, e pensava che, facendo finta di non accorgersi di questa mancanza, la tristezza della citt non ci avrebbe raggiunti, ci trasformavamo in due ambiziosi maschi adolescenti, decisi a formare un loro mondo. Le leggi e le regole che avevamo creato negli anni giocando e vivendo in casa per evitare le liti (chi e dove si siede per primo, gli spazi che ci appartenevano nell'armadio, i libri di nostra propriet, chi e per quanto tempo si sarebbe accomodato in macchina vicino a nostro padre, chi avrebbe chiuso la porta della camera rimasta aperta chiss per quale motivo, una volta infilati nel letto, chi e perch avrebbe spento la luce della cucina, chi avrebbe letto per primo la rivista Tarih), si trasformavano a poco a poco in nuovi motivi di scontro. Le ripicche, le beffe, le minacce e i molti problemi che non si risolvevano dicendo non toccarlo, mio, guarda che finisci male, si concludevano con la torsione del braccio, i pugni, le percosse e la violenza. Per proteggermi afferravo, come una spada, gli omini di legno, le molle da stufa o il bastone della scopa, insomma tutto ci che trovavo in giro. Ancor peggio, le liti scoppiate per motivi d'orgoglio o prestigio, alla fine di una partita di biglie considerata da noi vitale, che imitava una gara vera (una partita di calcio vera), ormai iniziavano anche per cause direttamente legate alla vita. Entrambi conoscevamo fin troppo bene i punti deboli dell'altro, e con una rivalit strana prendevamo spietatamente in giro le rispettive fragilit. Inoltre le nostre violenze nascevano non pi da una rabbia momentanea, ma da una crudelt programmata. In un momento in cui forse lo ferivo, mio fratello mi minacciava: Stasera, quando mamma e pap vanno al cinema, ti ammazzo di botte, vedrai! Poi la sera, nonostante a cena li avessi pregati di non uscire proprio perch avevo ricevuto quelle minacce, mia madre e mio padre, come succedeva sempre, pensando che Pagina 266

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) la situazione si fosse placata e le parti avessero fatto pace, se ne andavano e ci lasciavano soli. A un certo punto di queste risse furibonde in cui ci battevamo 295 con tutte le nostre forze, sudati fradici, talvolta suonava il campanello e noi, come i coniugi sorpresi dai vicini nel bel mezzo di un litigio, ci rimettevamo in sesto e facevamo entrare l'ospite o il vicino inopportuno che aveva interrotto il nostro animato divertimento dicendo: Signore, prego, si accomodi, e mentre io e mio fratello ci strizzavamo l'occhio allegramente, dicevamo che la nostra mamma sarel>be arrivata a momenti; ma poi, quando rimanevamo da soli, al contrario dei coniugi che non riescono a stare senza litigare, tornavamo felici e distratti alle nostre faccende quotidiane, come se nulla fosse successo. E qualche volta, dopo essere stato tartassato ben bene, mi addormentavo su uno dei tappeti a furia di piangere, come i bambini che si rattristano immaginando il proprio funerale. Mio fratello, che non assolutamente meno gentile e affabile di me, dopo aver studiato un po'"alla sua scrivania, provava tenerezza per me e mi svegliava, dicendomi di alzarmi e di mettermi il pigiama, ma a me piaceva buttarmi sul letto con i vestiti addosso, mentre lui continuava il suo lavoro. Scoprivo allora di avere nell'anima un punto oscuro, in bilico fra l'autocompassione e la malinconia. La tristezza, la sconfitta e il sentimento di persecuzione e umiliazic>ne cl>e mi cercavo e alla fine meritavo mi esentavano da tutte le regole da imparare, dai problemi di matematica da risolvere, dagli articoli del trattato di Karlowitz da studiare a memoria e dalle difficolt della vita, e cos potevo infischiarmene di tutto. Dopo essere stato picchiato e umiliato, mi sentivo libero. C'erano momenti in cui, mio malgrado, desideravo essere picchiato; anche mio fratello, che mi diceva non andartele a cercare, lo intuiva. A volte volevo combattere con tutte le mie forze solo perch lui avvertiva questo mio stato, e aveva la forza e l'abilit: io prendevo soltanto le botte. Dopo ogni lotta, un sentimento oscuro mi avvolgeva e mi Pagina 267

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) volteggiava nella testa, rivelandomi la mia cattiveria, la mia incapacit, la mia colpa e la mia pigrizia. E allora? - diceva una voce dentro di me. - Io sono cattivo. Questa risposta, regalandomi a un tratto un senso di liberazione impressionante, spalancava davanti a me mondi nuovissimi. Accettando completamente di essere cattivo, intuivo di poter disegnare ogni volta che volevo, di poter infischiarmene delle lezioni, e di poter dormire tutto vestito. D'altronde ero stranamente attratto dalla mia condizione di sconfitto, distrutto e oppresso, con i lividi sulle braccia e sulle gambe, e talvolta con il labbro ferito e il naso sanguinante: mi piaceva essere trattato in malo modo e apertamente picchiato da una forza 296 per me troppo grande, umiliato e disonorato. Forse mi affascinavano la vivacit e la chiarezza del colore delle mie immaginazioni, delle mie fantasie, della mia ambizione di realizzare un giorno un'impresa straordinaria, in grado di avvolgermi come il vento. Tutta questa violenza, tutto questo orgoglio e tutti questi sogni avevano una forza e un dinamismo che non potevano essere collegati n alla moralit n alla cattiveria. Il secondo mondo che mi prometteva una felicit infinita e una vita nuova, alimentandosi di quella violenza, diventava molto pi colorato e affascinante. Era in periodi come questo che imparavo a scoprire istintivamente e casualmente di sentirmi dentro la tristezza della citt, e quando prendevo carta e penna afflitto da questa malinconia e mi mettevo a dipingere, il disegno mi veniva meglio; inoltre, il lato buio di questo sentimento a poco a poco si ritraeva, e io giocavo a dimenticare tutto. 297 C apitolo trentatreesimo Scuola straniera, straniero a scuola Al Robert College ho studiato quattro anni, che la mia infanzia era conclusa e il mondo era pi come pensavo io, un luogo doloroso nella sua dove era difficile crescere. Avevo trascorso mia fanciullezza in un posto Pagina 268 e ho capito confuso di immensit e tutta la

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che era per me il centro dell'universo formato da genitorifratellocasastradaquartiere. Durante quegli anni, e fino al liceo avevo messo questo mondo personale e geografico al centro della mia vita, e credevo che questa fosse una misura universale. Adesso, al liceo, capivo che questi luoghi non erano n il centro del mondo n - e questo era ancor pi doloroso una misura per tutto. Scoprire da una parte la fragilit della mia posizione, della mia istruzione e delle mie credenze, e dall'altra l'immensit del mondo (mi piaceva perdermi nei labirinti, fra il gradevole odore della carta vecchia, in quella biblioteca dai soffitti bassi, fondata dai professori laici americani della scuola, dove per ore sfogliavo libri), mi procurava un senso di solitudine e debolezza mai provato prima. Questo sentimento dipendeva anche dalla mancanza di mio fratello. Quando avevo sedici anni, lui and negli Stati Uniti per studiare a Yale. I nostri litigi erano stati quotidiani, questo vero, ma lui per me costituiva un punto di riferimento pi importante dei miei genitori nelle mie classificazioni e nei miei giudizi. Non mi lamentavo per questa solitudine, perch ero pi libero di fantasticare e oziare, e non dovevo pi gareggiare ogni istante fra umiliazioni e percosse. Nonostante questo, nei momenti difficili in cui mi facevo prendere dalla tristezza mi mancava la sua compagnia. M i sembrava che le difficolt dipendessero dalla disgregazione di un mio centro personale. Tuttavia non riuscivo a capire esattamente cosa fosse questo centro che avevo in testa, nell'anima. E perci mi pareva di non potermi dedicare completamente allo studio, oppure alla vita. Mi offendeva anche il fatto di non riuscire a 298 essere lo studente pi brillante della classe, come una volta, senza impegnarmi, ma ero in uno stato per cui non potevo n affliggermi n rallegrarmi abbastanza per qualcosa. Durante la mia infanzia, in cui avevo deciso che ero felice, la vita aveva la morbidezza del velluto ed era una storia divertente e Pagina 269

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) curiosa, quasi una favola. Invece a tredici, quattordici anni, questa storia unica sbiad, si disgreg e si ridusse in mille pezzi. A volte credevo a ciascuno di questi frammenti, facendomi prendere dall'entusiasmo, e proprio come decidevo a ogni inizio anno scolastico di diventare il primo della classe, senza poi riuscirci, per un certo periodo intendevo andare fino alla fine di uno di questi piccoli brandelli di vita, ma poi in qualche modo mi distraevo. (ualche volta mi sembrava che il mondo si allontanasse da me, addirittura nel momento in cui la mia pelle, la mia testa e i miei sentimenti si aprivano bramosi al suo abbraccio. I miei infiniti sogni erotici, in questa confusione mentale, mi ricordavano l'esistenza di un mondo dove poter sempre rifugiarsi. Il sesso per me non era un attimo da condividere con un'altra persona, ma una fantasia costruita individualmente. Come la macchina che pronunciava continuamente nella mia testa le lettere dell'alfabeto nei giorni in cui imparavo a leggere e a scrivere, adesso avevo nel cervello un nuovo strumento dai tanti colori, che aveva una capacit sorprendente di tirare fuori fantasie e piaceri sessuali da ogni fonte. Nei momenti in cui trasformavo in irresistibili sogni sessuali le persone intorno a me, senza risparmiare nessuno, e tutti i disegni che vedevo sui giornali e sulle riviste, mi chiudevo da solo nella mia stanza. Poi, travolto dai sensi di colpa, mi tornava alla mente il ricordo di una conversazione fatta alle medie con due miei compagni di classe, uno grasso, l'altro balbuziente. Tu non lo fai mai? aveva detto quello balbuziente, a fatica. S, lo facevo anche alle medie, ma mi ero vergognato e avevo mormorato una risposta che non voleva dire n s n no. Mi raccomatIdo, non farlo! - aveva continuato il ragazzino balbuziente che pi balbettava pi arrossiva, non considerandolo un atto adeguato a uno intelligente, bravo e disciplinato come me. - Masturbarsi un'abitudine terribile: una volta che cominci non riesci pi a smettere. A questo punto, anche il mio amico Pagina 270

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) grasso mi aveva fissato con quel suo sguardo triste e compassionevole, e mentre mi consigliava di restare lontano dal mondo della masturbazione, gli era apparsa in viso l'espressione di uno abituato agli stupefacenti, e per questo completamente rovinato e rassegnato a questa orribile fine, cos come per la sua obesit. 299 Altra azione che compivo con lo stesso senso di colpa e solitudine in quegli anni era marinare la scuola: un'abitudine nata ai tempi delle elementari e che si sarebbe trascinata fino al Politecnico dove avrei studiato architettura. Alle elementari saltavo le lezioni pereh mi annoiavo o mi vergognavo per un mio difetto irrilevante, oppure perch quel giorno c'era la vaccinazione. Non ci andavo anche per motivi che non riguardavano la scuola: perch i miei genitori avevano litigato, oppure per pura pigrizia o irresponsabilit, o perch avevo perso l'abitudine di andare a scuola alla fine dei lunghi periodi di malattia in cui ero trattato con ogni premura dai miei famigliari. Erano molte le scuse per non andare a scuola: una poesia da studiare a memoria i maltrattamenti di un bambino prepotente difficile da battere e, durante gli anni delle superiori e dell'universit, la tristezza, l'angoscia o la crisi esistenziale. Talvolta non ci andavo anche perch ero come un gatto domestico: saltavo la scuola per rimanere da solo a casa con mia madre, per fare quello che volevo nella nostra stanza, per aver gi capito che non potevo essere uno studente in gamba come mio fratello. Ma il vero motivo si trovava in un angolo pi nascosto, e riguardava la tristezza. Cominciai a marinare le lezioni l'inverno successivo al fallimento di mio padre, che aveva finito tutti i soldi ereditati da mio nonno, e alla sua partenza con mia madre per Ginevra dove aveva trovato un lavoro, perch l'autorit di mia nonna - adesso era lei ad accudirci - era insufficiente. Quando il portiere Ismail che ci accompagnava a scuola ogni mattina suonava alla porta, mio fratello se ne usciva con la cartella in mano, invece io, che allora avevo otto anni, cominciavo a gironzolare per casa mormorando qualche scusa: non Pagina 271

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) avevo ancora terminato di fare la cartella, mi era venuto in mente all'ultimo minuto un oggetto che avevo dimenticato, chiedevo a mia nonna se mi dava una lira, avevo mal di pancia, avevo le scarpe bagnate, dovevo cambiarmi la camicia... Mio fratello, intuendo le mie cattive intenzioni e non amando assolutamente arrivare in ritardo a scuola, diceva: Noi andiamo, Ismail. Tu puoi tornare dopo per Orhan. La nostra scuola era a quattro minuti a piedi. Quando Ismail, dopo aver accompagnato mio fratello, tornava indietro per prendermi, era ormai l'ora dell'inizio della lezione. Lasciavo passare ancora un po'"di tempo, e facevo finta di dare agli altri la colpa per un oggetto che mancava o di non aver sentito nulla per il mal di pancia. A dire il vero avevo sempre un po'"di mal di stomaco per lo stress che mi procuravano tutte queste menzogne, queste 300 scene, e per il latte che bevevo con odio e nausea perch sentivo il suo calore schiumoso e il suo cattivo odore. Dopo un po'"mia nonna, un pezzo di pane, si arrendeva: Va bene, Ismail, ormai tardi, gi suonata la campanella, meglio che resti a casa, - diceva, e si voltava verso di me aggrottando le sopracciglia. - Ma domani ci vai, hai capito, se no chiamo la polizia. E inoltre scrivo una lettera ai tuoi genitori. Negli anni successivi stato pi piacevole marinare la scuola, perch lo faeevo all'insaputa degli altri. Il senso di colpa rendeva che pi prezioso ogni mio passo in citt, e non avendo in testa altri obiettivi oltre a quello di non andare a scuola, durante le mie camminate ero attratto da quei particolari che vedrebbe solo un vero sfaccendato, un vagabondo: il cappello dalla tesa larga di quella donna, la faccia abbronzata di questo mendicante di cui non mi ero mai accorto pur passandogli ogni giorno davanti, i Pagina 272

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) barbieri che leggevano il giornale nei loro negozi e i loro apprendisti, la ragazza nella pubblicit di conserve sul muro laterale del palazzo di fronte, l'interno dell'orologio a forma di salvadanaio in piazza Taksim, come lo puoi vedere solo se salti la scuola e vieni qui a quest'ora, mentre lo aggiustano, il negozio deserto del venditore di hamburger, i fabbri, i rigattieri, i riparatori di poltrone, i droghieri nelle strade secondarie di Beyoglu, i filatelici, i negozi dove si vendevano strumenti musicali, libri vecchi, timbri o macchine da scrivere a Ykselelcaldirlm, e tutto mi sembrava cos vero, bello e interessante da 301 risultarmi strano il fatto di non essermene accorto in altre occasioni, ad esempio quando andavo in giro da bambino con mia madre o con i miei amici. Poi compravo dagli ambulanti che incontravo per strada le ciambelle col sesamo, cozze fritte, riso, castagne, polpette, panini col pesce, dolci, ayran - uno yogurt diluito nell'acqua -, sorbetti, insomma tutto quello che volevo. Avevo sia dei momenti di euforia, quando in un angolo, con la gassosa in mano, osservavo i bambini che giocavano a pallone per la strada (anche loro avevano marinato la scuola come me, o non ci andavano 302 per nulla?), o quando camminavo gi da una discesa che non conoscevo affatto, sia degli attimi di tristezza, e anche di senso di colpa, quando invece guardavo l'orologio e pensavo alla scuola. Negli anni del liceo, fu durante queste mie fughe che scoprii il quartiere di Bebek, le strade secondarie di Ortaky, le colline di Rumelihisarl, gli scali di Rumelihisarl, Emirgan e Istinye e i caff dei pescatori nei dintorni, i luoghi dove tiravano fuori le barche dall'acqua, i posti dove si andava partendo da questi moli, il piacere di prendere i battelli del Bosforo, i villaggi dello stretto, le anziane signore che sonnecchiavano alla finestra, i gatti felici e i vicoli dove ancora si vedevano le vecchie case greche con Pagina 273

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) le porte aperte. Dopo queste mie poco onorevoli azioni, prendevo tante decisioni che mi avrebbero portato sulla strada giusta: sarei stato un allievo pi disciplinato, avrei disegnato di pi, sarei andato negli Stati Uniti a studiare pittura, non avrei disturbato gli insegnanti americani, che si erano trasformati in caricature per la loro buona volont, e gli insegnanti turchi, che non facevano altro che annoiarmi di stanchezza e meschinit, e cos non sarei stato cacciato dalla classe. In poco tempo, anche con l'aiuto dei miei sensi di colpa ero diventato un idealista ambizioso. Con questi pensieri in testa condannavo senza alcuna remora gli adulti, i professori e i grandi che mentivano o erano pigri e ipocriti. In quegli anni, per me il peccato pi diffuso e imperdonabile che commettevano gli adulti era la scarsa onest, l'insufficiente schiettezza. I loro falsi comportamenti in ogni momento della vita, a partire dal loro 303 modo di chiedersi a vicenda come stai?, di minacciare noi studenti, fino alle loro maniere di fare acquisti o tenere discorsi politici, mi facevano credere che l'esperienza di vita - secondo gli altri io non ne avevo - consistesse nella capacit di fingere, di prodursi in queste esibizioni senza troppi problemi, una volta raggiunta una certa et, e di comportarsi poi con disinvoltura, come se nulla fosse successo. Non vorrei essere frainteso: anch'io escogitavo molti imbrogli, ero ipocrita e mentivo quanto gli altri, ma i sensi di colpa che avevo dopo, la paura di essere colto in flagrante e i traumi che subiva la mia anima erano cos violenti che per un po'"di tempo non mi sentivo sereno o normale, e questo aumentava il prezzo della mia finzione e della mia vergogna. Cercavo di evitare di mentire nuovamente o di essere falso, non perch la mia coscienza non accettasse questi comportamenti, ma perch i successivi traumi erano davvero molto forti. Questi dolori della mia anima, che a poco a poco diventavano Pagina 274

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sempre pi frequenti, mi potevano affliggere non soltanto dopo aver mentito o essermi lasciato trascinare dall'ipocrisia, come gli adulti, ma in qualsiasi momento della vita. Mentre scherzavo con un amico, o facevo da solo la fila per il biglietto al cinema di Beyoglu, o stringevo la mano a una bella ragazza appena conosciuta, sembrava d'un tratto che da dentro mi uscisse fuori un occhio, che rimaneva sospeso in aria sopra di me e come un'attenta cinepresa cominciava a osservare accuratamente tutto quello che facevo in quel momento (davo i soldi del biglietto alla signora alla cassa o cercavo disperatamente qualcosa da dire a quella bella ragazza), e a prestare attenzione alle parole banali, illusorie e stupide (Per favore, un biglietto delle file centrali per Dalla Russia con amore- Anche lei viene per la prima volta a una festa di questo tipo?) Improvvisamente mi sentivo sia il regista sia l'attore di uno spettacolo, e mi trovavo sia dentro la vita, sia nella situazione di un osservatore che si burla della vita che vive. Riuscivo a comportarmi come se tutto fosse normale solo dopo un paio di secondi, e in seguito a questi momenti un trauma psicologico che nasceva dalla vergogna, dalla paura, dall'estraneit e dal terrore mi avvolgeva completamente. Mentre la mia anima si scuoteva e si rimpiccioliva, come un foglio che si accartoccia, tutti i miei organi interni cominciavano a tremare. In situazioni del genere, sapevo che chiudermi a chiave in una stanza e rimanere da solo era l'unico rimedio che mi dava sollievo, perch allora pensavo ripetutamente a quell'istante che mi aveva scosso nell'anima, lo recitavo di nuovo e ripetevo le mie frasi 304 ordinarie che avevano suscitato la mia vergogna. Prendevo carta e penna e scrivevo o disegnavo qualcosa: scarabocchiare mi faceva bene, e in questo modo riuscivo a tornare normale in poco tempo, pronto a rientrare di nuovo in mezzo alla gente. Pagina 275

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Talvolta poi, nonostante non avessi avuto alcun atteggiamento falso o ipocrita, mi sentivo all'improvviso un impostore. Passeggiando per le strade, la mia immagine riflessa su una vetrina, oppure quella sullo specchio di uno dei chioschi aperti in quegli anni a Beyoglu, proprio mentre mangiavo un panino e bevevo l'ayrun dopo essere andato al cinema il sabato sera mi sembravano troppo reali, troppo crude e troppo vere. Non resistendo a quella vista, mi veniva voglia di morire, ma con un certo masochismo continuavo a osservarmi mentre addentavo quel panino. Dopo un po', mi sembrava di essere quel gigante che nel quadro di Goya mangia suo figlio. L immagine allo specchio mi richiamava le mie colpe, i miei peccati, il fatto di essere un uomo orribile. Mi sentivo cos non solo davanti a quegli enormi specchi incorniciati che c'erano nelle sale dei bordelli nelle strade secondarie di Beyoglu ma anche sotto la lampadina spoglia, accanto al muro sporco, al banco dov'ero seduto, di fronte agli interni del chiosco e a tutto ci che era trascurato, banale e brutto. Mi sembrava di avere davanti non una vita felice, allegra e di successo, ma un tempo lungo e noioso da far passare senza indugi, una successione ingannevole di ore in cui non dovevo rivolgere alcuna attenzione ai dettagli. Erano certo belle e affascinanti le vite delle persone felici negli Stati Uniti che avevo appena visto nel film di Hollywood o quelle d'Europa; al resto dell'umanit, che formava la maggior parte del mondo dove ero incluso anch'io, toccavano invece esistenze accidentali, insignificanti e trascurate, a cui nessuno avrebbe fatto attenzione, in luoghi malandati, miseri, anonimi, vecchi deradati e mediocri, e io cominciavo ad abituarmi all'idea che andavo pian piano verso una realt simile. A Istanbul, poich solo i ricchi potevano vivere una vita occidentale, in ambienti che comunque mi sembravano insopportabilmente ipocriti e senz'anima, Pagina 276

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) amavo sempre di pi le strade secondarie e le immagini tristi della citt, distraendomi da solo in questi luoghi e nei cinema il venerd e il sabato sera. Mi ero fatto anche degli amici terribili che per non coinvolgevo assolutamente in questa mia vita, all'interno della quale cercavo di scoprire l'altra faccia di Istanbul attraverso la lettura e la pittura. Ero entrato in un gruppo di ragazzi che avevano padri 305 industriali, imprenditori tessili e metallurgici. Questi miei amici, stupidi e pi vecchi di me, venivano al Robert College con le Mercedes di famiglia e al ritorno da scuola, sui viali di ili e Bebek, abbordavano le ragazze per invitarle a fare un giro in macchina; se queste accettavano, loro iniziavano a sognare qualche avventura erotica. E anche durante i finesettimana uscivano per rimorchiare, gironzolando continuamente intorno a Maka, Niantai, Taksim e Harbiye alla ricerca di ragazze che frequentassero scuole straniere come loro; poi, dieci giorni all'anno andavano a sciare a Uludag, e passavano le vacanze estive a Suadiye e a Erenlcy. Durante questi abbordaggi a cui talvolta partecipavo anch'io, mi domandavo tutto meravigliato come facessero quelle giovani a capire subito che eravamo dei bravi ragazzi, per salire in macchina senza paura. Una volta avevano accettato il passaggio due studentesse e noi avevamo iniziato tutti insieme a chiacchierare del pi e del meno, come se salire sulle auto di lusso fosse una normale consuetudine, e poi eravamo andati in un club a bere limonata e CocaCola. Oltre a questi miei compagni che abitavano a Niantai come me e che incontravo spesso per giocare a polcer, avevo anche altri amici con cui giocavo ogni tanto a scacchi o a pingpong e parlavo di pittura e di arte: non li presentavo mai agli altri, come non presentavo gli altri a questi. Vicino a ognuno di loro acquistavo una personalit diversa, un nuovo senso dell'umorismo, una nuova voce e un nuovo codice Pagina 277

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) morale. Questo mio atteggiamento, che cambiava a seconda dell'ambiente in cui mi trovavo, come i camaleonti, non era in realt voluto n pianificato in modo subdolo o per mancanza di fiducia. Spesso adottavo spontaneamente queste personalit, facendomi prendere dall'entusiasmo degli argomenti di cui parlavo con questi miei amici. Penso che questa mia tranquilla possibilit di essere senza problemi buono con il buono, cattivo con il cattivo, e strano con lo strano, mi avesse protetto dalla timidezza e dall'eccessivo cinismo di quell'et, al contrario di quanto succedeva alla maggioranza dei miei amici. Con una parte del cuore prestavo fede a ogni argomento che mi interessava, e mi facevo prendere da un entusiasmo sincero. Ma talvolta questo non mi impediva di ridere ininterrottamente per ore. A volte passavo un sacco di tempo a fare scherzi e a sghignazzare. Questo succedeva spesso, quando davo di matto durante cluelle noiose lezioni al Robert College: con le burle e le spiritosaggini che diffondevo bisbigliando per tutta la classe, mi rendevo conto di essere un narratore di racconti, ascoltato con pi 306 attenzione rispetto agli insegnanti, e questo mi esaltava; cos rivolgevo le mie frecciate a quei monotoni insegnanti turchi. Sentivamo che questi, rispetto agli americani, erano pi apatici, stanchi, vecchi e annoiati, e alcuni, presi dall'ansia di insegnare in una scuola americana, insinuavano che tra gli studenti ci fossero delle spie pronte a denunciarli agli americani, altri invece si esibivano in grandi discorsi nazionalistici. Al contrario degli insegnanti che facevano di tutto per diventare nostri amici, il primo atto che veniva loro in mente era far studiare a memoria e punire: per questo motivo la maggior parte di noi li odiava, e disprezzava la loro anima burocratica. Gli americani, che erano pi giovani rispetto ai turchi, si facevano in quattro, sinceramente e ingenuamente, per insegnare Pagina 278

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) le meraviglie della civilt occidentale agli studenti del posto, convinti che fossero innocenti e puri: la classe di tanto in tanto rimaneva in bilico tra la compassione e il sorriso di fronte ai loro sforzi, che raggiungevano dimensioni quasi religiose. Questi insegnanti americani di sinistra, per la maggior parte nati negli anni Quaranta e alcuni venuti in Turchia come volontari per istruire i bambini ignoranti dei paesi lontani e poveri del Terzo Mondo, ci facevano studiare Brecht e commentavano Shakespeare da un punto di vista marxista, poi, leggendo i testi letterari, cercavano di dimostrare che la fonte delle ingiustizie stava nelle societ malvagie che allontanavano le persone oneste dalla retta via. C'era un insegnante che per dimostrare l'emarginazione dei disubbidienti da parte della societ diceva spesso You are pushed, e alcuni studenti burloni gli rispondevano sempre Yes, sir, you are pushed, ma quest'ultima parola, pronunciata in turco, era una parolaccia; cos l'intera classe si metteva a ridere di sottecchi 307 anche per esternare la rabbia che molti studenti provavano segretamente nei confronti degli insegnanti stranieri. Questa timida ostilit verso gli americani, conseguenza dell'atmosfera sia nazionalista sia di sinistra, veniva coltivata maggiormente dai brillanti giovani di origine anatolica, tutti dotati di borse di studio. Gli allievi poveri di origine provinciale veramente intelligenti e disciplinati, che avevano ottenuto il privilegio di studiare in questa scuola superiore americana dopo aver superato difficili esami, da una parte erano affascinati dalla cultura americana, dal pensiero della libert e specialmente dai loro sogni di andare negli Stati Uniti per studiare all'universit e stabilirsi l, ma dall'altra provavano talvolta un rancore che non riuscivano a controllare nei confronti degli americani, anche per l'influenza della guerra in Vietnam. Invece i figli delle famiglie agiate e borghesi di Istanbul, oppure i miei amici ricchi, non avevano problemi di questo tipo: Pagina 279

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) costoro consideravano lo studio al Robert College soltanto come il primo passo per lavorare nelle grandi aziende di cui poi sarebbero diventati titolari o dirigenti, oppure per ottenere la rappresentanza in Turchia di un'impresa straniera. Invece io non sapevo bene cosa fare, ma a chi me lo chiedeva 308 rispondevo che non avrei lasciato Istanbul, e avrei studiato architettura. Per questa facolt, non solo io, ma tutta la famiglia aveva gi optato all'unanimit. Essendo una persona razionale come mio nonno, mio padre e mio zio, anch'io dovevo studiare ingegneria al Politecnico, ma considerata la mia predisposizione per il disegno, in quella stessa universit mi conveniva studiare architettura. Gi al liceo avevo fatto mia questa logica espressa non s0 pi da chi. Non mi ha mai sfiorato l'idea di lasciare Istanbul. Non per un folle sentimento verso la citt, o per il fatto di amarla consapevolmente o passionalmente, ma soltanto perch sono una persona che, per istinto, tende a non abbandonare le sue abitudini e i luoghi dove vive, lasciandosi sopraffare dalla pigrizia quando si tratta di cambiare ambiente, casa o quartiere. AveVo gi iniziato allora a vedermi come un individuo che non si stanca mai di indossare ogni giorno lo stesso vestito e di mangiare gli stessi piatti, un individuo che potrebbe vivere cos per secoli, mentre dentro di s fantastica selvagge avventure. In quegli anni, durante le gite in macchina della domenica mattina, io e mio padre parlavamo di argomenti fondamentali come il mio futuro e il senso da dare alla vita. Ogni volta mio padre, con la scusa di recarsi a controllare alcuni magazzini e stazioni di caricamento delle bombole della societ del gas Aygaz, di cui era direttore, ad Ambarh, vicino a Bykekmece, oppure perch voleva andare a spasso sul Bosforo o comprare qualcosa o semplicemente passare da Pagina 280

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mia nonna, mi faceva montare in macchina (una Ford Taunus 1969) e, dopo aver acceso la radio, si metteva a spingere sull'acceleratore. Alla fine degli anni Sessanta e all'inizio dei Settanta, mentre avanzavamo sui viali, sulle strade, nei quartieri mai visti di Istanbul che si presentavano deserti in quelle mattine domenicali ascoltando alla radio musica leggera occidentale (i Beatles, Sylvie Vartan, Tom Jones), mio padre mi diceva che bisognava seguire le proprie inclinazioni: il denaro non era un fine ma un mezzo da usare - se necessario - per essere felici; mi raccontava anche allegramente come avesse scritto poesie nelle stanze d'albergo di Parigi, dove era andato una volta abbandonandoci, e come avesse tradotto in turco le opere di Valry, poesie e opere che poi, dopo qualche anno, si era fatto rubare durante il suo viaggio negli Stati Uniti. Sapevo che non avrei mai pi dimenticato tutto quello che mi diceva, saltando da un argomento all'altro a seconda degli alti e bassi della musica, oppure in base alla linea delle strade o all'andamento delle storie: passava dai suoi incontri con JeanPaul Sartre 309 a Parigi alla costruzione di Palazzo Pamuk, a Niantai, oppure al racconto di uno dei suoi primi fallimenti. Mentre ascoltavo queste storie che mio padre narrava indicandomi a volte il fascino del panorama o le belle donne sui marciapiedi, oppure quando sentivo i suoi saggi consigli sulla vita, che mi forniva con piacevole leggerezza, io contemplavo le immagini di Istanbul che scorrevano oltre il parabrezza durante quelle plumbee mattine d'inverno. Cos, proprio negli istanti in cui osservavo i mezzi che passavano sul ponte di Galata, i quartieri di periferia circondati ancora da case di legno, le vie strette, i gruppi di persone che andavano alla partita di calcio o il transito sulle acque del Bosforo di un rimorchiatore dai 310 fumaioli sottili che trainava le barche cariche di carbone, io seguivo con attenzione i suoi discorsi: mi diceva che bisognava assecondare scrupolosamente le proprie curiosit e talenti, oppure Pagina 281

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) che la vita era in realt breve ed era necessario sapere bene ci che si voleva fare, o che l'uomo poteva ottenere una propria dignit attraverso la scrittura e la pittura; allora sentivo che le immagini e le parole mi si univano nella testa. Dopo un po'"la musica che ascoltavo, i paesaggi di Istanbul che scorrevano dal finestrino e l'atmosfera di alcune vie strette e lastricate dove mio padre si infilava con la macchina sorridendo e dicendo Entriamo anche qui? e quella dei marciapiedi, si mescolavano inducendomi a pensare che non avremmo mai trovato una risposta alle nostre domande fondamentali; per era opportuno farsele: lo scopo e la felicit della vita erano in luoghi che non notavamo bene o non volevamo notare. Un altro aspetto importante, oltre a tutti questi problemi che avevamo per la testa mentre correvamo dietro al piacere o al decoro, era costitulto dalle immagini che vedevamo dalla finestra di casa, dal parabrezza, dagli obl delle navi perch se la vita era fatta di alti e bassi proprio come la musica la pittura o i racconti, le immagini della citt che ci scorrevano davanti agli occhi rimanevano invece con noi come i ricordi usciti dai sogni. 311 Capitolo trentaquattresimo L'infelicit odiare se stessi e la citt Talvolta la citt si trasforma in un luogo completamente diverso. Le strade familiari prendono all'improvviso un colore nuovo. La folla, come sempre misteriosa, sembra camminare sui marciapiedi senza scopo, da secoli. Tutti i parehi si trasformano in terreni fangosi e sgradevoli, e le piazze piene di lampioni e cartelloni pubblicitari in luoghi ordinari coperti di cemento armato: la citt allora un posto terribilmente vuoto come la mia anima. La Pagina 282

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sporcizia delle strade secondarie, il tanfo emanato dai bidoni della spazzatura, i buchi, le salite e le discese interminabili sulle vie e i marciapiedi, tutto quel disordine, quel caos e quel subbuglio che fanno di Istanbul la vera Istanbul, mi danno la sensazione che, non la citt, ma la mia anima e la mia vita siano insufficienti, tremende e piene di difetti. Sembra che Istanbul sia un castigo che merito, e io sia una creatura che la insozza. Mentre io e la citt ci trasmettiamo le nostre tristezze, sento che n io n Istanbul abbiamo la forza di reaire: anch'io, come la citt, sono un morto vivente, un cadavere che respira, un misero condannato alla sconfitta e alla sporcizia, come mi ricordano le strade e i marciapiedi. In questi momenti non mi di conforto neanche la possibilit di vedere il Bosforo come un fazzoletto tremolante fra i palazzi brutti, nuovi e di cemento armato che mi deprimono l'anima con tutta la loro pesantezza. Allora avverto che il peggio, cio il vero sentimento di tristezza distruttivo e mortale, si sta avvicinando dalle strade lontane e invisibili, proprio come quegli esperti abitanti di Istanbul che avvertono l'arrivo della tempesta dall'odore delle alghe e del mare che penetra lentamente nelle strade della citt la sera, e cos desidero tornare velocemente a casa, come coloro che vogliono accogliere la distruzione, la morte, il terremoto o la tempesta non per la strada, ma fra le proprie mura. E nel momento in cui capisco che il buio della tristezza e dell'infelicit sta per arrivare, il mio rifugio nascosto si allontana pian piano da me e le strade tristi e brutte, i marciapiedi sporchi e maltenuti 312 e le persone all'improvviso simili fra loro, strette quasi in un patto segreto che tende a escludermi data la tristezza che ho dentro cominciano a moltiplicarsi all'infinito. Non mi piacciono i pomeriggi di primavera in cui il sole splende d un tratto con tutta la sua forza e illumina spietatamente le parti povere, disordinate e sconfitte della citt. Non Pagina 283

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mi piace viale Halaslcargazi, circondato dai palazzi degli anni Sessanta e Settanta, in stile internazionale e dalle enormi finestre, che da Talesim passa per Harbiye e ili, e finisce a Mecidiyelcy (mia madre parlava spesso degli alberi di gelso che crescevano in questi luoghi dove aveva trascorso la sua infanzia, proprio come se raccontasse un paese da favola, ormai smarrito). Alcune strade secondarie di ili (Pangaltl), Niantai (Topagak) e Taksim (Talimhane) mi fanno venir voglia di scappare: questi posti senza verde, dove il Bosforo non si vede assolutamente, queste colline e conche coperte da palazzi costruiti su terreni man mano rimpiccioliti a causa delle liti famigliari e degli entusiasmi per le piccole propriet, mi sembrano cos angusti e anonimi che, quando cammino per le vie, penso che le anziane malevole e i vecchi baffuti che guardano dalle finestre mi detestino, non senza ragione. Odio anche alcune strade di Istanbul, come quelle secondarie tra Niantai e ili, occupate dagli atelier, o come quelle tra Galata e Tepebai, riempite dai venditori di lampadari e luci, oppure cluelle intorno a Taksim e Talimhane, affollate dai venditori di pezzi di ricambio per auto (mio padre e mio zio, nel periodo pi pazzo della loro vita, cio negli anni in cui si divertivano a consumare il patrimonio di mio nonno con diverse attivit commerciali in contrasto fra loro, avevano aperto un negozio anche qui, ma invece di interessarsi alla compravendita dei pezzi di ricambio per auto si industriavano nei preparativi per la prima fabbrica turca di conserve e creavano succhi di pomodoro con troppo peperoncino, che poi obbligavano gli inservienti ad assaggiare, facendoli lacrimare per il sapore piccante), o quelle intorno a Sleymaniye, occupate completamente dalle officine di batterie per cucina, che riempiono l'ambiente del rumore di martelli e presse, con un traffico terribile causato dai taxi e camioncini. Nei momenti in cui mi cresce dentro un odio nei confronti di me stesso e della citt, tutte le insegne per le vie, tutte le lettere variopinte e multiformi di quei signori che si dibattono a grandi caratteri per far Pagina 284

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sentire il loro nome, il loro lavoro, il loro mestiere e il loro successo alla folla cittadina, provocano in me una rabbia pi per me stesso che per loro. Tutti quei professori, dottori, chirurghi, consulenti 313 finanziari, avvocati iscritti all'albo, allegri venditori di dner, droghieri Vita e minimarket Mar Nero, e tutti quei nomi di banche, compagnie assicurative, detergenti e giornali, tutti quei manifesti pubblicitari di film, sigarette, jeans e gassose, le ins, egne delle scommesse calcistiche o della Lotteria nazionale, dell'acqua potabile e del metano, scritte orgogliosamente a caratteri cubitali, mi dicono che l'intera Istanbul confusa e triste come me, e io, per non essere affogato dal rumore e dalle insegne della citt, devo ritirarmi in un angolo buio, nella mia stanzetta. Tuttavia faccio sempre tardi. Prima di allontanarmi dalle vie sporche, prima ancora di gettarmi dentro la freschezza dei palazzi, il rumore dei manifesti pubblicitari, dei graffiti e dei cartelloni che mi rendono la citt molto familiare, claustrofobica, nostra e soffocante mette gi in funzione naturalmente la macchina di lettura che ho in testa. AKBANKVENDITOREDIDONERMATTINAAHREDAMENTOSICUHOBEVETEOGNI GIOHNOINSAPONOGIOIELLERIAL'ORADEIBISCOTTIULKERARATEAVVO C: ATONURIBAYAR Alla fine fuggo e mi libero dalla folla scoraggiante della citt, dalla sua confusione interminabile e dal sole di mezzogiorno che mostra tutte le bruttezze, ma la macchina di lettura che ho in testa ricorda e ripete tutto ci che legge a caso per le strade, come una canzone d'infelicit che risale in superficie nei momenti di stanchezza, prostrazione e tristezza. SALDIDIPRIMAVERACHIOSCOSELAMITELEFONOPUBBLICO STARNO TAIODIBEYOGLUPASTAPYALEMARKETANKARAPARRUCCHIERA SHOW PALAZZOSALUTERADIOETHANSISTOR Sdraiato sul letto penso che siano la folla, la Pagina 285

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) situazione degradante e la sporcizia della citt a rendermi cos infelice. Il fatto che a Istanbul tutto sia rimasto a met, sconfitto, ha trasformato la citt in un luogo pieno di difetti. Istanbul non vive assolutamente il processo di occidentalizzazione cui accennano i manifesti pubblicitari sui muri, e i nomi dei negozi, delle riviste e delle societ ricavati per la maggior parte dall'inglese e dal francese: ne parla soltanto. Ma non vive neanche la tradizione cui fanno riferimento le moschee e i molti minareti, le preghiere e la storia. Tutto a met insufficiente e lacunoso. LAMETTEDABARBAAANDATEDURANTEIL RIPOSO DI PRANZOCONCESSIONARIOPHILIPSMEDICODEPOSITATOTAPPETIDELLAP ORTAVETRAMEEAVVOCATOFHAIR Pensare che il motivo della mia tristezza sia la citt mi trascina all'improvviso in un sogno innocente. Attribuisco a Istanbul 314 un'epoca d'oro, un momento di autenticit e verit in cui completamente se stessa e interamente bella. Ma so con amarezza che la mia anima e la mia mente sono ormai lontane dall'Istanbul della fine del XVIII secolo e dell'inizio del XIX quella disegnata da Melling e raccontata dai viaggiatori occidentali come Nerval e Gautier o De Amicis. Inoltre, a casa, comincio a riflettere e mi dico che amo la citt non per la sua genuinit, ma pereh un luogo complesso, una massa di costruzioni rimaste a met o demolite. Tuttavia la parte di me insoddisfatta e decisa a migliorare mi consiglia di sbarazzarmi anche della tristezza che mi impone la citt. Il rumore delle strade ancora nelle mie orecchie. VIADELVOSTRODENARODELVOSTROFUTUROASSICUKAZIONESOLECHIOSC OSUONAREICAMPANELLOOROLOGINOOVAPEZZIDIRICAMBIOARTINCOLAN TVOGUEBALIVIZON Forse mi sento in colpa per il fatto di non appartenere completamente alla citt. Nei giorni di festa, quando tutta la famiglia rideva con l'allegria provocata dai liquori e dalle birre nell'appartamento di mia nonna, oppure quando andavo avanti e indietro sulla macchina del padre ricco di un mio compagno di scuol Pagina 286

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) o allorch camminavo per le strade nei pomeriggi di primavera, l'intuizione - no, anzi, l'istinto animalesco - che mi cresceva dentro era quello di essere inutile, di non appartenere a nessun luogo, di essere sbagliato e cos dovevo allontanarmi da tutti e nascondermi in un angolo; ci significava anche fuggire dal senso di comunit, dall'atmosfera di fratellanza e solidariet della citt dallo sguardo di Allah che vede e perdona tutto per rimanere da solo e allora provavo un intenso rimorso. Durante i primi anni del liceo consideravo la solitudine una situazione temporanea: non ero ancora maturo da accettarla come un destino. (La speranza un atteggiamento infantile e la perseveranza dell'immaginazione). Sognavo di avere un iorno un buon amico con cui andare al cinema, cos, negli intervalli, mi sarei pi preoccupato di esserci andato da solo o di essere senza amici. Sognavo di conoscere, un giorno, persone con cui poter parlare con diletto, senza affettazione, dei libri che leggevo e dei disegni che facevo. Sognavo di avere, un giorno, un amore bello con cui condividere il piacere che provavo, da sempre, nel toccarmi il pene o altre parti del mio corpo, ovvero l'entusiasmo di compiere segretamente un'azione proibita e piacevole. Forse ormai avevo l'et giusta per farlo, ma sentivo anche che la mia anima non era pronta ad affrontare questi desideri cos forti, per pudore e paura. 315 Allora pensavo che la debolezza dipendesse dalla sensazione di non appartenere al luogo, alla casa, alla famiglia e, ancor di pi, alla citt in cui vivevo. Mi staccavo, in qualche modo, da quello spirito di comunit ricco di esclamazioni come fratello o noi e di partite a pallone, uno spirito che avvolgeva tutti quanti. La sentivo nella mia anima questa frattura, cos mi facevo prendere dal panico per la solitudine che si avvicinava e decidevo di essere come tutti proprio per il timore di avere come stile di vita questo buio in cui stavo per cadere: intorno ai diciassette, diciotto anni riuscii Pagina 287

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) in questo modo a sembrare una persona socievole che faceva ridere la gente, scherzava a ogni occasione e andava d'accordo con tutti amichevolmente, anzi in un modo quasi birbantesco. Come uno che fischia nella notte per nascondere la follia che si sta avvicinando lentamente, facevo continuamente scherzi, raccontavo barzellette e suscitavo l'ilarit di tutti imitando di nascosto i professori durante le lezioni: questi exploit si raccontavano come leggende nelle riunioni famigliari. Quando esageravo con i miei giochi, mi sentivo come un diplomatico che cerca platealmente di nascondere l'oscenit di ci che rappresenta. Appena il gioco finiva, e mi ritiravo nella mia stanza, l'unico sfogo che mi veniva in mente in grado di liberarmi dall'artificiosit, dalla miseria di questo mondo e dalla mia falsit era la masturbazione. Perch trovavo difficile stabilire quei rapporti e amicizie che tutti instaurano comodamente e spontaneamente, fatti di istanti pi o meno piacevoli, e mi facevo prendere dall'ansia di recitare? Perch dovevo stringere i denti, sforzarmi e odiarmi per aver finto, mentre facevo ci che tutti facevano, senza farsi coinvolgere tanto - forse per nulla - per andare avanti nella vita quotidiana? Qualche volta mi lasciavo prendere a tal punto, con un entusiasmo quasi maniacale, dalla parte che recitavo che la preoccupazione di fingere mi abbandonava completamente, e io godevo dei piaceri provati per essere come tutti, e pi divertente di tutti, per la mia interpretazione e ironia, ma mentre pensavo di essermi finalmente liberato delle sofferenze che provavo sentendomi falso e disonesto tra la gente, un improvviso vento triste mi dilaniava in mezzo all'euforia e io volevo tornare a casa, nella mia stanza, nel mio buio. E allora odiavo me stesso, per essere rimasto con quelle persone e per il mio sforzo di essere stato socievole. Come succedeva sempre in questi casi, lo sguardo di disapprovazione nei miei stessi confronti si rivolgeva ormai ai miei genitori e a mio fratello, che facevo fatica a chiamare famiglia, alla folla dei Pagina 288

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) parenti, ai miei compagni di scuola e agli altri conoscenti e a tutta la citt. 316 Intuivo che era proprio Istanbul a costringermi in questa situazione falsa e desolata. Naturalmente non si potevano colpevolizzare le sue moschee che io amavo molto, le sue mura, le sue piccole piazze, il Bosforo, le sue navi e le sue notti che mi sono sempre state molto vicine, le sue luci e la sua folla. Ma c'era un altro aspetto che univa gli abitanti della citt, che ne rendeva semplice la vita, la comunicazione, il commercio e gli affari tra loro, e che io intuivo estraneo: a poco a poco diventava sempre pi difficile adattarmi, cos com'ero, a questo nostro mondo rispettoso delle tradizioni, degli antenati, della storia e delle leggende, a questa societ che dava molta importanza alla modestia e in cui tutti si conoscevano, tutti sapevano i limiti di tutti e tutti erano simili fra loro. Non riuscivo a essere me stesso tra la folla, in famiglia e nell'ambiente degli amici e della scuola. In mezzo a un qualsiasi gruppo in cui mi si chiedeva di essere attore e non spettatore, ad esempio in una festa di compleanno, dopo un po', proprio come succedeva nei sogni, cominciavo a vedermi da fuori, mentre scherzavo, dicevo come va la vita?, battevo sulla spalla a uno o facevo finta di condividere con lui un'intimit molto speciale, molto sincera e vera - in ogni caso tutte le conoscenze, tutti i rapporti, tutti gli incontri di lavoro pi banali dovevano essere cos -, e allora con una parte della mia mente, spiando me stesso, pensavo di ingannare tutti quanti. Dopo essere tornato nella mia stanza, rimasto da solo (Perch 317 chiudi sempre a chiave la porta?, aveva cominciato a chiedere mia madre), sentivo che non ero soltanto io a essere falso e pieno Pagina 289

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di difetti, lo era anche quello spirito di comunit che pervadeva i rapporti umani, quel concetto di noi, l'ideologia di citt, che uno pu vedere da fuori solo se impazzisce. Ma questi sono i pensieri del vostro scrittore a cinquant'anni: riandando con la mente a tanti anni fa, cerco di trasformare in un racconto significativo e piacevole ci che mi era successo nell'anima. Tra i sedici e i diciotto anni trovavo molto soffocante non solo me stesso, ma anche l'ambiente e la cultura in cui vivevo, i discorsi politici, ufficiali e non, che ci spiegavano il senso di quello che accadeva, i titoli dei giornali e il desiderio della citt e dei suoi abitanti di apparire diversi e di non comprendersi affatto, e le lettere e i manifesti pubblicitari che cominciavano a battermi forte nella testa, e cos disprezzavo la superficialit che avvolgeva me e la citt. Il mio problema era forse il fatto di non riuscire ad affrontare, dopo i quindici anni, le richieste di quel secondo mondo che aveva dato alla mia infanzia una felicit variopinta e una profondit vera. Volevo dipingere e vivere come i pittori francesi di cui avevo letto nei libri, ma non avevo in realt la forza di costruire quel mondo a Istanbul, n d'altra parte Istanbul aveva un aspetto simile a quel mondo. Mi piacevano i quadri degli impressionisti turchi, anche i pi orrendi, che ritraevano le moschee, il Bosforo e le case signorili in legno, nonch i panorami con le strade innevate, non perch questi fossero delle belle opere, bens perch rappresentavano la citt. Se il disegno che facevo io, o facevano gli altri, era simile a Istanbul, non era bello; se era bello, non era simile 318 a Istanbul quanto volevo io. Forse dovevo rinunciare a vedere la citt come un disegno, o come un panorama. A sedici, diciotto anni, da un lato volevo che io e la citt fossimo completamente europei, da sostenitore Pagina 290

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) radicale dell'occidentalizzazione, ma dall'altro desideravo appartenere, con tutti i miei istinti, le mie abitudini e i miei ricordi, alla mia amata Istanbul. Il fatto di perdere, crescendo, la mia capacit di proteggere in parti separate della mia mente queste due esigenze (un bambino pu sognare nello stesso momento, e senza problemi, di diventare sia un vagabondo sia uno scienziato) mi trasformava pian piano in una persona triste. Capivo disperatamente che Istanbul non era abbastanza moderna: ci voleva ancora molto tempo perch si liberasse della sua povert e della sua desolazione, perch si togliesse quel senso di sconfitta, e io mi rattristavo per la mia vita e la mia citt. Con gli anni, la tristezza che Istanbul aveva interiorizzato, rassegnata ma orgogliosa, si era infiltrata anche nella mia anima. Ma questa era la medesima tristezza, o era la tristezza di arrendersi alla tristezza della citt? Forse, il vero motivo non era n la povert di Istanbul, n il senso di malinconia che la citt portava come un peso soffocante. Talvolta, il desiderio di chiudermi in un angolo e rimanere da solo come un animale ferito a morte, questo desiderio che man mano aumentava, forse non dipendeva dal mondo esterno, ma dalla mia anima. Allora cos'era ci che avevo perso, e per cui mi rattristavo tanto? Perch ero cos a terra ? Da chi mi ero separato? 319 Capitolo trentacinquesimo Il primo amore Visto che questo un libro di memorie, devo nascondere il suo nome, e se do degli indizi sull'amata segreta come gli autori dell'antica poesia ottomana Divan, devo del resto ricordare che questo nome, proprio come la storia d'amore che racconter ora, pu essere ingannevole. Il suo nome voleva dire in persiano Rosa Nera, ma credo che n sui moli da dove si tuffava n nelle classi della scuola francese che frequentava ci fosse Pagina 291

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) qualcuno che conoscesse questo significato; comunque non aveva i capelli neri, ma castani, lunghi e luccicanti, e gli occhi castano scuro. E quando le rivelai, in un modo davvero saccente, cosa volesse dire il suo nome, aggrott improvvisamente le sopracciglia, come faceva quando assumeva un atteggiamento molto serio, e sporgendo le labbra rosse raccont che era stata sua madre a volerla chiamare cos: lei certo sapeva bene il significato, perch era il nome della nonna albanese. Invece, in base a ci che mi aveva detto mia madre, quella donna, cio sua madre, doveva essersi sposata molto giovane, perch quando mia madre, nelle mattine d'inverno, da Niantai ci portava, me e mio fratello, al parco di Maka, vedeva anche lei dormire nella carrozzina cullata da sua madre, che sembrava una ragazzina. Una volta, mia madre aveva insinuato che sua nonna, durante l'occupazione di Istanbul, ne aveva combinate di tutti i colori; inoltre aveva detto che dovevamo disprezzarla perch forse era uscita dall'harem di un pasci oppositore di Atatrk, ma non essendo molto curioso, in quegli anni, delle storie sulle case signorili ottomane incendiate e sulle vecchie famiglie di Istanbul, non ho poi tenuto a mente questi dettagli. Invece mio padre aveva raccontato, con un'aria per niente ostile, che il padre della piccola Rosa Nera, dopo la seconda guerra mondiale, aveva ottenuto la rappresentanza di alcune aziende americane e olandesi grazie alle raccomandazioni delle sue autorevoli conoscenze nel governo di allora. Otto anni dopo i nostri incontri nel parco, cominciai a vederla andare in bicicletta per le strade del quartiere di Bayramoglu, a 320 est di Istanbul, allora di moda tra i nuovi ricchi degli anni Sessanta e Settanta, e dove anche noi avevamo acquistato una casa. Quando il quartiere era ancora bello e non troppo affollato, facevo continuamente dei bagni nel mare, e poi andavo a pesca di sgombri e sardine, giocavo a pallone e dopo i sedici anni, nelle sere d'estate, andavo a ballare con le ragazze. Invece, in seguito, quando, finito il liceo, avevo cominciato a studiare architettura, dipingevo e leggevo libri al pianterreno di casa nostra. Non so quanto avesse Pagina 292

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) influenzato questo mio atteggiamento il desiderio di allontanarmi da quei miei amici benestanti che consideravano intellettuali tutti coloro che leggevano qualcosa di diverso dai libri di scuola, e perci erano anche sospettosi e pieni di complessi. Pure i miei amici d'infanzia, che usavano la parola complessato per tutti coloro che erano irrequieti per motivi economici o psicologici, forse storcevano il naso ormai anche per me. Provando fastidio per il termine intellettuale che mi avevano appiccicato i compagni di giochi quando ero ancora molto giovane, e sperando di convincerli che non ero uno snob altezzoso, avevo detto che leggevo i libri - Woolf, Freud, Sartre, Mann, Faulkner per il semplice gusto della lettura, sebbene mi avessero chiesto perch sottolineavo alcune frasi. Ma grazie a questa mia triste fama attirai anche l'attenzione della Rosa Nera, alla fine di un'estate. Durante tutta quella stagione, e nelle precedenti in cui vedevo di pi i miei amici, non mi ero accorto di lei n lei di me. Non ci eravamo degnati di uno sguardo n quelle sere in cui andavamo a ballare in centro, in viale Bagdat, a mezz'ora da Bayramoglu, facendo le corse (a volte scontrandoci) con le Mercedes, le Mustang e le Bmw, n durante quei momenti di spasso in cui sparavamo con fucili eleganti sulle bottiglie vuote di gassosa e vino, sistemate su una roccia deserta dove andavamo con i motoscafi, mentre le ragazze strillavano e noi le calmavamo, n durante le partite di poker o Monopoli che facevamo ascoltando Bob Dylan e i Beatles. Tutta quella folla rumorosa di giovani, alla fine dell'estate si era dissolta a poco a poco, e la tempesta di libeccio che ogni anno fracassava un paio di barche ed era un pericolo per gli yacht e i motoscafi si era calmata con la pioggia: solo allora la Rosa Nera di diciassette anni cominci a venire nel mio atelier al pianterreno, dove dipingevo seriamente. In questo non c'era nulla di straordinario, perch tutti i miei amici venivano a volte a trovarmi l e Pagina 293

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) frugavano dubbiosi tra i miei libri, oppure scarabocchiavano qualcosa sui fogli con i miei colori e i miei pennelli. Inoltre anche lei, 321 come tanti suoi coetanei ricchi e poveri, maschi e femmine, aveva bisogno di far passare il tempo chiacchierando con qualcuno. Mi ricordo che all'inizio parlammo dei pettegolezzi dell'estate ormai finita, gli eventi che non avevo potuto seguire a fondo, come gli amori e le gelosie fra i nostri amici. Talora, quando avevo le mani sporche, mi aiutava ad aprire i tubetti dei colori, oppure a preparare il t, e poi si rintanava di nuovo nel suo angolo, si toglieva le scarpe e si sdraiava sul divano, mettendosi la mano sotto la testa, al posto del cuscino. Un giorno, senza avvertirla, le feci il ritratto. Mi accorsi che ne fu molto contenta, cos ne feci un altro anche la volta dopo. Un'altra volta invece, quando le dissi che l'avrei disegnata, mi chiese: Come mi metto?, e da una parte sembr come una felice attrice al debutto che si atteggia davanti alla cinepresa, ma dall'altra parve impacciata, e non seppe come comportarsi. Aveva un naso fine e lungo, una bocca piccola che si apriva in un vago sorriso quando la osservavo attentamente per disegnarla bene, e una fronte spaziosa; era alta e aveva gambe lunghe e abbronzate, ma quando veniva da me si metteva un elegante gonnone ereditato da sua nonna, cos le vedevo solo i piedi, che erano piccoli e belli. Quando contemplavo, disegnando, la pelle straordinariamente bianca intorno ai seni e al suo lungo collo, le appariva sul viso un leggero imbarazzo. All'inizio parlammo molto, e raccont pi lei di me. Quando un giorno le dissi: Non guardarmi cos!, indicando la tristezza che scorgevo nei suoi occhi e sulle sue labbra, mi fiss e inizi a parlarmi, con un'onest sorprendente, dei litigi dei suoi genitori, degli scontri interminabili fra i suoi quattro fratelli pi giovani, di come li proteggesse contro suo padre che li castigava Pagina 294

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) proibiva loro di uscire di casa, di girare col motoscafo, e a volte li schiaffeggiava anche -, e di come consolasse sua madre, stanca dei tradimenti del padre; sapeva che pure mio padre si comportava cos, perch mia madre ne parlava con sua madre: erano compagne di bridge. Ma pian piano sprofondavamo nel silenzio. Veniva e si sedeva sempre allo stesso posto, oppure si metteva in posa per il mio disegno il cui stile era fortemente influenzato da Bonnard, oppure apriva uno dei libri e lo leggeva sullo stesso divano, assumendo varie posizioni. Col passare del tempo divent un'abitudine per lei arrivare d'improvviso nel mio atelier, accorciare i discorsi, leggere il suo libro sdraiata sul divano all'angolo, farsi ritrarre durante la lettura e talvolta contemplarmi con la coda dell'occhio mentre 322 ero all'opera. Ricordo che ogni mattina aspettavo che lei venisse e lei arrivava, senza farsi attendere molto, e con lo stesso timido sorriso e un atteggiamento imbarazzato si sdraiava sul divano. Un argomento delle nostre sempre pi rare conversazioni era il futuro: secondo lei io, molto bravo e capace, sarei diventato un pittore famoso in tutto il mondo - o forse aveva detto un pittore turco famoso? - e lei sarebbe venuta con i suoi amici francesi all'affollata inaugurazione della mia mostra a Parigi per dire a tutti, piena d'orgoglio, che eravamo amici d'infanzia. Un pomeriggio, con la scusa di andare dall'altra parte della penisola ad ammirare il panorama splendente e l'arcobaleno apparsi dopo la pioggia, uscimmo dal mio buio atelier e camminammo a lungo, per la prima volta. Ricordo che non parlammo, ed eravamo infastiditi dagli sguardi di alcuni conoscenti nel quartiere ormai quasi vuoto alla fine dell'estate e dalla possibilit di incontrare le nostre madri. Ma l'insuccesso di quella passeggiata non dipese da queste preoccupazoni, n dall'improvvisa Pagina 295

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) scomparsa dell'arcobaleno, ma dalla tensione segreta che c'era tra noi. Mi accorgevo allora, per la prima volta, di quanto fosse alta, e di come era grazioso il suo modo di camminare. Decidemmo di andare da qualche parte insieme l'ultimo sabato sera, e ci incontrammo senza dire nulla ai nostri pochi amici curiosi e insignificanti rimasti nel quartiere. Avevo preso in prestito l'auto di mio padre, ed ero teso. Lei si era truccata e si era messa una gonna cortissima, e un gradevole profumo che rimase in macchina per molto tempo. Ma prima di arrivare a destinazione sentimmo di nuovo fra noi quel fantasma che aveva rovinato la nostra passeggiata. Nella discoteca semivuota e molto rumorosa ci trovammo a imitare inutilmente i discorsi che facevamo e i silenzi lunghi, sereni e profondi che ci assorbivano nel mio atelier. Tuttavia ballammo al ritmo di una musica lenta. Prima la strinsi fra le mie braccia, perch vedevo che anche gli altri facevano cos, poi la abbracciai come mi suggeriva l'istinto: mi accorsi che i vo suoi capelli sapevano di mandorla. Mi piacevano i piccoli movimenti della sua bocca quando mangiava qualcosa, e il suo sguardo da scoiattolo quando si incuriosiva per qualche stranezza. Prima di accompagnarla a casa, nel silenzio della macchina le chiesi: Dipingiamo ? Senza entusiasmarsi molto accett la mia proposta, ma camminando nel nostro giardino - eravamo mano nella mano - vide le luci accese dell'atelier e cos si ritrasse, pensando che ci fosse qualcuno. Il giorno dopo venne da me e si sdrai sul divano: osserv me 323 che dipingevo, le pagine del libro che aveva in mano, il mare mosso e schiumoso fuori e poi se ne and senza tante cerimonie. Non avevo alcuna intenzione di cercarla per le strade di Istanbul, in quel mese di ottobre. Leggevo libri con passione, disegnavo con ambizione e accanto agli amici della sinistra radicale e ai marxisti, ai nazionalisti e ai poliziotti che si ammazzavano a vicenda nei corridoi dell'universit, mi Pagina 296

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) vergognavo dei miei compagni estivi e di tutto ci che riguardava il quartiere dei ricchi, dove c'erano barriere e custodi. Ma una fredda sera di novembre in cui avevamo acceso i termosifoni telefonai a casa loro. Rispose sua madre e io misi gi senza parlare: continuai nella mia routine come se nulla fosse successo. Il giorno dopo mi chiesi perch avessi fatto quell assurda telefonata. Non avevo ancora capito che mi ero innamorato, e non avevo ancora scoperto di avere un forte impulso autodistruttivo in tutte le storie d'amore. Dopo una settimana le ritelefonai, in un pomeriggio di nuovo freddo e buio. Fu lei a rispondermi. Le dissi le frasi che mi ero preparato accuratamente in anticipo come se mi venissero in mente in quell'istante: c'era un disegno che avevo iniziato alla fine dell'estate guardando lei e lo volevo finire; poteva posare per me un pomeriggio? - Con lo stesso vestito? - mi chiese. Non ci avevo assolutamente pensato. - Con lo stesso vestito, - le risposi. Un mercoled, mentre l'aspettavo all'ingresso della scuola francese Dame de Sion dove aveva studiato anche mia madre, vidi che i giovani dongiovanni come me, in attesa delle loro ragazze, erano nascosti dietro gli alberi, lontani dalla folla di madripadricuochidomestici alla porta. E quando lei apparve tra centinaia di studentesse dalle gonne blu e camicie bianche della scuola francese cattolica, mi sembr pi bassa: aveva i capelli raccolti e, in mano, i libri di scuola, e un sacchetto di plastica dove portava l'abito estivo con cui avrebbe posato per me. Quando le dissi che andavamo nel mio atelier a Cihangir pieno di roba vecchia, quello che mia madre mi aveva concesso come studio, e non a casa mia, dove pensava che mia madre ci avrebbe offerto t e dolci, si inquiet. Ma una volta arrivati l, quando accesi la stufa e mi vide serio dopo essersi sistemata sul divano, che era grande come quello della casa estiva, si tranquillizz e si mise il suo lungo abito estivo senza farsi vedere da me. Cos, il rapporto intrapreso sotto forma di relazione Pagina 297

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) tra un pittore diciannovenne e la sua modella pi giovane, senza diventare 324 una storia d'amore, continu nell'armonia di una musica strana di cui neanche noi capivamo le note. All'inizio, veniva nell'appartamento a Cihangir una volta ogni due settimane poi cominci a venire tutte le settimane. Io presi a fare altri ritratti in pose simili (la ragazza sdraiata sul divano). Ora non aprivamo quasi pi bocca. Io avevo paura di rovinare la genuinit di questo secondo mondo che si apriva nella mia vita reale piena zeppa di libri, della facolt di Architettura e dei progetti per diventare pittore, e cos non parlavo assolutamente dei mieiproblemi con la mia bella e triste modella. Non perch pensavo che non potesse capirmi, ma perch non volevo mischiare questi due mondi che desideravo restassero separati. Volevo abbandonare il mondo dei miei amici estivi, e di quelli del liceo che si preparavano a dirigere le fabbriche dei loro padri, e comunque vedere la Rosa Nera una volta alla settimana ormai non lo nascondevo pi a me stesso - mi faceva molto piacere. Talora, nei giorni di pioggia, proprio come succedeva quando ero ospite dalla mia zia materna nello stesso palazzo, sentivamo slittare le ruote dei furgoncini e delle macchine americane che risalivano la Tavuk Umaz, a Cihangir. Durante questi silenzi, che man mano diventavano pi lunghi e di cui non mi lamentavo affatto, talvolta i nostri occhi si incontravano. Subito sorrideva ingenuamente felice di questo incrocio di sguardi, ma avendo paura di rovinare la sua posa, si riprendeva, e la sua bocca assumeva la stessa forma di prima, poi mi guardava di nuovo in silenzio e a lungo con i suoi occhi grandi e castani. Verso la fine di questi strani silenzi che duravano molto, intuivo che si lasciava influenzare dall'espressione che appariva sul mio viso mentre la osservavo attentamente, e allora continuavo a fissarla negli occhi allo stesso modo: capivo che era felice di vedere l'intensit dei miei sguardi, glielo leggevo dal sorriso che cominciava a riaffiorare di Pagina 298

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) nuovo intorno alla bocca e che questa volta non riusciva a frenare. Un giorno, quando contraccambiai il suo sorriso felice e profondo con uno comprensivo (intanto il mio pennello girava indeciso sulla tela), la mia modella sentil bisogno di spiegare, con l'aria di chi chiede scusa, perch rideva e rovinava la sua posa. - Mi piace molto quando mi guardi cos. In realt, questo spiegava non solo il motivo del suo sorriso ma anche quello per cui veniva una volta alla settimana in quel polveroso appartamento di Cihangir. Dopo un paio di settimane quando vidi lo stesso sorriso sulle sue labbra, lasciai il colore e il pennello da parte e le andai vicino, quindi, sedendomi sul bordo 325 del divano, cominciai a baciarla coraggiosamente, come avevo fantasticato negli ultimi tempi. La tempesta, arrivata molto tardi, ci prese col suo andamento naturale e ci port via, perch il tramonto e il buio della stanza ci tranquillizzavano. Da dove eravamo sdraiati si vedevano le luci dei battelli del Bosforo, che vagavano sulle acque scure e sulle pareti della stanza. Continuammo a incontrarci con lo stesso ritmo di sempre. Ormai ero molto felice con la mia modella, ma perch negavo alla mia amata le dolci parole d'amore che avrei detto in futuro alle altre, e le crisi di gelosia, le emozioni, le sbadataggini, le reazioni e gli eccessi che avrei avuto con le altre donne? Non perch non volessi. Forse quel rapporto tra pittore e modella che ci aveva uniti richiedeva silenzio. Forse perch, in un modo infantile e ingenuo, pensavo che, per sposarla, dovevo diventare un industriale e non un pittore. Dopo nove stupendi mercoled in cui silenziosamente disegnai e facemmo l'amore, venne fuori un problema molto pi semplice Pagina 299

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di queste mie preoccupazioni. Mia madre, che di tanto in tanto si sentiva in obbligo di controllare suo figlio, si era recata con una scusa a Cihangir e, vedendo i quadri del mio atelier che lei usava come deposito, aveva riconosciuto la modella, nonostante tutto quello stile alla Bonnard. Forse dovevamo esserne contenti, perch era una risposta definitiva e positiva alla domanda che la mia modella dai capelli castani, offendendomi, mi faceva dopo ogni disegno: Ma questa mi somiglia? (Le rispondevo saccente che ci non era importante). Tuttavia ci preoccupammo del discorso fatto, con gioia e allegrezza, da mia madre a sua madre, sulla simpatia che c'era tra noi, perch quest'ultima pensava che sua figlia andasse ogni mercoled ai corsi di teatro al consolato francese; senza parlare poi della rabbia del padre. Eliminammo subito i nostri incontri del mercoled pomeriggio . Dopo una breve pausa, iniziammo a vederci nei giorni in cui usciva presto da scuola, o alcune mattine in cui saltava le lezioni per me. Non andavamo pi nell'appartamento di Cihangir, perch le incursioni di mia madre continuavano e noi non avevamo il tempo di stare l a disegnare in silenzio; inoltre avevo permesso a un mio compagno di classe, il quale diceva sempre di essere ricercato dalla polizia per motivi politici, di nascondersi tra quelle mura. Giravamo nelle strade di Istanbul, e per stare lontani dalle nostre comuni conoscenze che chiamavamo tutti non andavamo a Niantai, a Beyoglu o a Taksim, ma dopo esserci dati appuntamento a 326 Taksim, a quattro minuti dalla sua scuola a Harbiye e dalla mia universit a Taklla, prendevamo un autobus e raggiungevamo i punti lontani della citt. Le mostrai piazza Beyazt, i caff lnaralti(quando all'ingresso principale dell'Universit di Istanbul scoppi un tafferuglio per motivi politici, il garzone che ci serviva non fece una piega), la biblioteca di Beyazlt che lodai dicendo che l c'era una copia di Pagina 300

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) tutte le opere pubblicate in Turchia il mercato dei libri sati, gli anziani antiquari che con l'arrivo del freddo si sedevano sempre pi vicini alle stufe elettriche o a gas, le case signorili di legno senza tinta del quartiere di Vezneciler, le sue strade circondate dai resti bizantini e dai fichi, e il negozio del venditore di boza, a Vefa, dove mio zio ci portava caricandoci in macchina alcune sere d'inverno, a vedere il bicchiere in cui aveva bevuto Atatrk. Non me la presi affatto quando la mia bella modella residente a Niantai, ricca di famiglia, europeizzata e conoscitrice di tutti i negozi e ristoranti nuovi e alla moda di Bebek e Taksim not con sorpresa il bicchiere che per trentacinque anni non era mai stato lavato, fra tutte le stranezze che aveva visto dall'altra parte del Corno d'Oro, nelle strade secondarie di quella Istanbul vecchia, triste e povera. Perch ero contento della mia compagna di gite, che amava camminare veloce e con le mani nelle tasche del cappotto, come me, e il fatto che prestasse la stessa attenzione ai particolari che io avevo scoperto da solo un paio d'anni prima mi legava alla mia modella con un dolore strano allo stomaco che ancora non interpretavo come mal d'amore. Anche lei, come me, vedendo lo sfacelo delle centenarie case di legno nelle strade secondarie di Sleymaniye e Zyrek, all'inizio aveva paura che crollassero alla prima scossa. Rimase affascinata dal Museo di pittura e scultura, che era deserto - un posto a cinque minuti dalla fermata del taxi collettivo di fronte alla sua scuola. Le fontane senz'acqua nei quartieri di periferia, gli anziani dalla barba bianca e col berretto in testa che contemplavano dal caff la strada senza far nulla, le vecchiette alla finestra delle case tutte prese a osservare attentamente chi passava come se fosse un mercante di schiavi, la gente del luogo che ad Pagina 301

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) alta voce faceva commenti su di noi (Chi sono questi? Sono fratelli. Non vedi che lanno perso la strada ?), tutto questo diffondeva anche in lei, come in me, un senso di tristezza e vergogna. Non si innervosiva assolutamente, come facevo io, con i bambini che si mettevano dietro di noi per venderci souvenir, o solo per parlarci (Tourist, tourist, what is your name?), tuttavia mi chiedeva: Ma perch pensano che siamo stranieri?; comunque ci tenevamo 327 lontani da posti come il Gran Bazar e Nuruosmaniye. Nei momenti in cui l'attrazione sessuale diventava irresistibile - non voleva pi andare a Cihangir per farsi ritrarre -, prendevamo un battello qualsiasi (ad esempio l'Inirab) da Beikta, dove ci recavamo spesso per visitare il Museo di pittura e scultura, e andavamo a contemplare il Bosforo, i parchi con le fogle cadute a terra con l'avanzare dell'autunno, il mare che tremava sotto la tramontana come se rabbrividisse davanti alle yalz, le sue correnti che cambiavano colore seguendo lo spostamento delle nuvole e i parchi ricoperti di pini delle ville. Quando mi chiesi, anni dopo, perch non ci eravamo mai tenuti per mano durante quelle passeggiate, trovai tante risposte che per nascondevano la vera realt, cio il mio impaccio: 1) Noi, due bambini timidi, ci mettevamo in strada non per annunciare il nostro amore, ma al contrario per occultarlo; 2) camminare mano nella mano era un gesto degli innamorati felici che vogliono far vedere la loro gioia, invece io avevo paura di essere superficiale accettando la mia felicit; 3) un simile gesto di letizia avrebbe voluto dire guardare i quartieri poveri e tradizionali coperti di ruderi come i turisti, divertendosi e senza alcun interesse>>; 4) la tristezza dei rioni periferici e di quella Istanbul misera e demolita ci aveva gi colpito. Nei momenti in cui mi facevo cogliere da questa malinconia, volevo correre a Cihangir e disegnare queste immagini della citt che Pagina 302

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) avevo appena visto, senza sapere come sarebbero venute. E rimasi deluso quando venni a conoscenza del rimedio contro questa malinconia escogitato dalla mia modella. - Oggi sono molto gi di corda, - aveva detto a un nostro incontro a Taksim. - Andiamo all" Hilton Hotel a prendere un t? Tutti quei quartieri poveri e tristi mi butteranno ancora pi gi. E poi non abbiamo molto tempo. Addosso avevo il giubbotto militare che allora mettevano gli studenti di sinistra, non mi ero fatto la barba, e anche se mi facevano entrare, non era detto che avessi i soldi sufficienti per il t, ma nonostante tutto ci andammo lo stesso. Nella lobby mi riconobbe un amico d'infanzia di mio padre, che si sentiva in Europa bevendo qui il t ogni pomeriggio: strinse con un gesto elegante la mano della mia povera amata e mi bisbigli all'orecchio quanto fosse carina la mademoiselle amica mia, ma tutti e due avevamo la mente da un'altra parte. - Mio padre vuole che vada a studiare in Svizzera, - mi disse, mentre due enormi lacrime scendevano velocemente dai suoi grandi occhi verso la tazza del t che aveva in mano. - Perch? 328 Sapevano di noi. Le chiesi chi fossero questi noi. Il padre arrabbiato e geloso della mia Rosa Nera aveva preso sul serio anche gli altri suoi amanti? Perch ero cos importante? Non mi ricordo se le feci queste domande, poich un sentimento simile all'egoismo e alla paura mi aveva accecato il cuore, spingendomi spietatamente a chiudermi in me stesso. Da una parte temevo di perderla - inoltre non mi passava assolutamente per la testa l'idea di soffrire tanto -, ma dall'altra mi adombravo perch non posava pi per me sdraiata sul divano, e non faceva pi l'amore con me. - Gioved ne parliamo meglio a Cihangir, - le dissi. Nuri se n' andato, la casa ormai libera. Ma, al nostro successivo incontro, ci recammo di nuovo al Museo di pittura e scultura. Ormai ci eravamo abituati Pagina 303

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) ad andatra re al museo, perch era un luogo facile da raggiungere dalla sua scuola, con un taxi collettivo, e riuscivamo a baciarci tranquillamente nelle sue stanze deserte, piene solo di quadri. Inoltre ci proteggeva dalla malinconia e dal freddo della citt. Ma dopo un po' quel posto deserto e i suoi quadri per la maggior parte brutti diventarono per noi una fonte di tristezza ancor pi devastante di Istanbul. E poi io e la mia modella non ci baciavamo pi, a causa delle tensioni che si erano create tra noi, e dei custodi che ormai ci seguivano stanza dopo stanza. Tuttavia nel museo avevamo acquistato delle abitudini cui non potevamo pi rinunciare, neanche nelle giornate malinconiche. Salutavamo con finta allegria i due anziani custodi che ci guardavano aspramente, quasi a dire Cosa siete venuti a fare?, come tutti i custodi dei pochi musei di Istanbul, e poi gli mostravamo la nostra tessera studentesca; quando entravamo nelle stanze dove c'era un piccolo quadro di Bonnard o di Matisse, ci bisbigliavamo a vicenda i nomi di questi pittori, con una riverenza devota, e mentre passavamo di fretta davanti alle opere penose di molti pittori turchi, accademici e privi d'ispirazione, elencavamo di corsa i nomi dei maestri europei che avevano imitato: Czanne, Lger, Picasso. Ci che ci deludeva non era l'influenza occidentale che avevano subto la maggior parte di questi pittori ex militari mandati in Europa, bens il fatto che mostrassero pochissimi particolari dell'atmosfera, del tessuto, dell'anima della nostra citt, dove con amore giravamo nel freddo. Comunque ci addentravamo in quelle stanze di Palazzo Dolmabahe, una volta appartenenti al figlio del sultano - ci faceva rabbrividire anche il pensiero di esserci baciati a due passi dalla camera in cui mor Atatrk -, non soltanto per stare tranquilli, 329 oppure per vedere accanto alla miseria desolante di Istanbul lo Pagina 304

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) splendore dell'ultimo periodo ottomano, i soffitti alti, le meravigliose ringhiere dei balconi, le finestre alte che davano su un panorama pi affascinante di quello dei disegni appesi attorno, ma anche per contemplare un quadro che amavamo. Era la Donna sdraiata di Halil Pasci. Quando ci vedemmo dopo quella volta all" Hilton, senza perdere tempo fra le altre stanze del museo andammo subito a piazzarci davanti a quel quadro: una giovane donna si era sdraiata su un divano azzurro, si era tolta le scarpe e adesso guardava tristemente il pittore (suo marito?), con una mano sotto la testa proprio come faceva spesso la mia amata. Ci che ci legava a quest'opera era sia la somiglianza tra la modella del pittore e la mia, sia il fatto che, durante le nostre prime visite in questa piccola stanza, lei ci vedesse baciarci. Conoscevamo tutti i dettagli del quadro, perch appena sentivamo scricchiolare il parquet capivamo che stava per arrivare uno dei custodi anziani e curiosi, e smettendo di baciarci cominciavamo a guardarlo e a parlare tra noi con un'aria davvero seria. A questi particolari si aggiunse poi anche ci che lessi nell'enciclopedia su Halil Pasci. - Penso che la ragazza abbia i piedi gelati, con il freddo che aumenta, - dissi io. - Ho altre brutte notizie, - replic la mia amata, che per me 330 era praticamente uguale alla modella di Halil Pasci, ogni volta che la guardavo. - Mia madre ha trovato un marito per me. - E tu lo vuoi? - Mi sembra buffo. Mia madre dice che ha studiato in America: il figlio di una famiglia benestante -. Me ne bisbigli cinicamente il nome. - Ma tuo padre dieci volte pi ricco. - Non capisci? Vogliono allontanarmi da te. - Ma tu lo incontrerai e gli preparerai anche il caff? - Non questo ci che conta. Non voglio creare problemi in casa. - Andiamo a Cihangir, - dissi. - Voglio farti un nuovo ritratto, come questa Donna sdraiata. Voglio perdermi fra le tue labbra. La mia bella, che cominciava pan piano a scoprire le Pagina 305

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) mie manie e ne aveva paura, cerc di rispondere non alla mia ultima domanda, ma a quella fondamentale che avevamo tutti e due in mente. - Mio padre ce l'ha con te perch vuoi diventare pittore, - disse. - Tu diventerai un pittore ubriaco e povero e io la tua modella nuda... Ha paura che finisca cos. Cerc di sorridere, ma non ci riusc. Sentendo lo scricchiolio lento ma inesorabile del parquet intuimmo che il nostro custode stava arrivando, e nonostante non ci baciassimo affatto, per abitudine ci girammo verso la Donna sdraiata e cambiammo discorso. Avrei voluto dirle: Ma tuo padre deve proprio saperlo cosa fa nella vita il ragazzo che esce (questa espressione cominciava a essere usata proprio in quel periodo, in quel senso) con sua figlia, e quando si sposeranno? (Perch anch'io, proprio come i miei amici che si innamoravano di ogni ragazza con cui ballavano insieme, avevo gi preso a sognare di sposarla). Avrei anche voluto dirle: Vai a dire a tuo padre che io studio architettura! >> (Ma questo significava sia cercare di dare una risposta a suo padre, sia accettare di diventare un pittore della domenica). La mia testa, che perdeva la sua capacit di lavorare a sangue freddo e in modo razionale ogni volta che ricevevo una risposta negativa alla mia domanda di andare a Cihangir - ormai erano settimane che suc sc cedeva -, voleva chiedere in tono provocatorio: Cosa c' di male nel diventare pittore? Ma la miseria dei quadri penosi sulle pareti del primo museo di pittura e scultura della Turchia, e il fatto che questo vistoso appartamento, degno di un principe, fosse deserto nonostante si trovasse nella zona pi bella di Istanbul, costituivano una risposta sufficiente alla mia domanda. Avevo appena letto che Halil Pasci era un militare, e aveva trascorso la 331 sua vecchiaia consumando pasti a buon prezzo con sua moglie nei Pagina 306

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) circoli militari, perch non riusciva a vendere le sue opere. Quando ci vedemmo di nuovo, io, nel tentativo di rallegrare e far sorridere la mia amata, le mostrai i solenni quadri del principe Abdlmecit intitolati Goethe nell'harem e Beethoven nell'harem. Poi le chiesi: - Andiamo a Cihangir ? - Avevo giurato a me stesso di non farle pi questa domanda. Quando mi prese per mano, rimanemmo a lungo in silenzio. - Dobbiamo scappare insieme? - le domandai quindi con un'aria da film di teenager. Al nostro successivo incontro, che avvenne tra mille difficolt a causa dei limiti posti alle sue telefonate, proprio al museo, davanti alla Donna sdraiata, la mia modella bella e triste mi disse in lacrime che suo padre, mentre da un lato riempiva di botte i suoi fratelli maschi, dall'altro amava morbosamente sua figlia e ne era geloso, e lei ne aveva una paura folle. Per voleva molto bene a suo padre. Ma adesso sapeva che amava di pi me, e ci baciammo con una furia e disperazione mai provate prima, per sette secondi, fino a quando non giunse alla porta il rumore dei passi del custode gi nel corridoio. Tutti e due ci tenevamo il viso a vicenda, come a proteggere un fragile oggetto di porcellana. Poi ci girammo verso la moglie di Halil Pasci, che nella sua cornice sfarzosa ci aveva contemplati con tristezza durante tutto questo tempo. Quando il custode apparve alla soglia, la mia amata mi disse: - Scappiamo insieme. - D'accordo. Avevo un conto corrente dove mettevo i soldi che da anni mi regalava mia nonna; inoltre, a causa delle loro liti, i miei genitori mi avevano intestato un quarto di un negozio in viale Rumeli, e alcune obbligazioni che non sapevo neanche dove fossero. Se in due settimane avessi tradotto in turco un vecchio romanzo di Graham Pagina 307

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Greene, con i soldi che avrei preso da un editore amico di Nuri (che non era pi ricercato dalla polizia) avrei potuto pagare l'affitto per due mesi di un modesto appartamentino a Cihangir, simile al mio atelier, dove avrei vissuto con la mia bella modella. Se scappavamo davvero, mia madre che mi chiedeva sempre come mai fossi cos triste, ci avrebbe permesso di stare nei nostri alloggi? Dopo una settimana, che trascorsi fra questi pensieri decisamente pi realistici rispetto ai sogni infantili di diventare pompiere, la mia amata non si present al nostro appuntamento a Taksim, e io la aspettai per un'ora e mezza nonostante il freddo. Poi, di pomeriggio, avendo paura di impazzire se non mi fossi sfogato con qualcuno, telefonai ai miei amici del Robert College, compagni 332 che non cercavo da molto tempo. Vedermi innamorato sofferente, disperato e ubriaco fradicio in un'osteria a Beyoglu fece loro piacere e mi ricordarono che sarei finito in prigione solo se mi fossi sposato, ma se pure avessi vissuto nella stessa casa con una ragazza non ancora diciottenne senza il permesso di suo padre; quindi mi chiesero, dopo le stupidaggini che dissi da ubriaco, come sarei diventato pittore se avessi smesso di studiare per guadagnare dei soldi e mi diedero amichevolmente la chiave di un appartamento dove potevo incontrare la <<ragazza sdraiata>, oltre a bere tutte le volte che volevo. Dopo averla attesa per due giorni in un angolo lontano dall'ingresso affollato della scuola Dame de Sion un pomeriggio riuscii a rapire la mia amata liceale. La convinsi a seguirmi giurando che non sarebbe arrivato nessun altro in quell'appartamento che avevo cercato di trasformare in un posto <<normale>>. L'alloggio, che era usato come garonnire non solo dal mio buon compagno di scuola, ma anche da suo padre, era cos brutto che la mia Rosa Nera mi fece subito capire che era inutile Pagina 308

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) disegnare in quella stanza, o far finta di disegnare per sentirci meglio. Nel grande letto dell'appartamento, dove su una parete c'era il calendario di una banca e sugli scaffali i cinquantadue volumi dell'Enciclopedia britannica sistemati tra due bottiglie di Johnnie Walker, facemmo l'amore per ben tre volte, lottando contro una tristezza che aumentava inesorabile. Vedendo che mi amava pi di quanto pensassi, e tremava e piangeva continuamente, cresceva il dolore che provavo allo stomaco, e immaginando la crudezza della sofferenza che si stava avvicinando, mi sentivo ancor pi disperato. A ogni nostro incontro raccontava, agitata e insistente che suo padre l'avrebbe portata in Svizzera durante le vacanze del primo quadrimestre, con la scusa dello sci, e l'avrebbe poi iscritta a una scuola di lusso dove andavano i figli degli arabi ricchi e dei folli americani - e io le credevo. Allora, come i duri dei film turchi, le dicevo che saremmo scappati insieme per rincuorarla, e vedendo il suo sguardo felice arrivavo a convincermi di queste mie parole. All'inizio di febbraio, al nostro ultimo incontro, prima delle vacanze uscimmo con il mio amico che mi aveva dato la chiave dell'appartamento per ringraziarlo e per toglierci dalla testa la catastrofe che si avvicinava. S unirono anche altri miei amici che vedevano per la prima volta la mia amata, e quella sera capii quanto fosse giusta la mia istintiva determinazione a non mischiare tra loro i miei amici. Tutto and male sin dall'inizio tra la mia 333 Rosa Nera e i compagni di scuola. Quando, per stabilire un rapporto con lei, cominciarono a prendermi in giro, la mia bella, che in un altro momento felice avrebbe partecipato agli scherzi (ad esempio quei giorni in cui si tuffava allegramente in acqua dalle Pagina 309

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sponde della zona di villeggiatura di Istanbul), mi difese troncando ogni discussione. E allorch tagli corto, con un atteggiamento sprezzante, anche sul discorso dell'identit, il lavoro, la casa e i beni dei suoi genitori, l'unico divertimento della serata, oltre a bere guardando il Bosforo in quel ristorante di Bebek, e a parlare di calcio e di moda, fu contemplare al ritorno, una volta giunti ad Aiyan, il punto pi angusto dello stretto, l'incendio di una casa signorile di legno. Quando capii che stava bruciando, a Kandilli, un'altra delle mie amate ville di legno del Bosforo, scesi dalla macchina per vedere meglio. La mia bella era turbata dall'entusiasmo dei miei amici davanti alle fiamme, e cos la tenni per mano. Camminammo lungo la fortezza proprio per allontanarci dalle auto e dalla folla che, bevendo il t, osservava l'incendio di una delle ultime ville signorili ottomane. Io allora le raccontai che al liceo saltavo le lezioni e raggiungevo con un battello la parte asiatica, solo per infilarmi in quelle strade. Davanti al buio del piccolo cimitero, allorch la mia modella mi sussurr all'orecchio che mi amava molto, le dissi che per lei avrei fatto qualsiasi cosa, e l'abbracciai con tutte le mie forze, mentre sentivamo dentro le ossa la potenza oscura delle correnti vertiginose del Bosforo. Baciandola, ogni tanto aprivo gli occhi e vedevo la luce arancione dell'incendio, riflessa sulla pelle vellutata del suo viso. Al ritorno ce ne restammo in silenzio, mano nella mano, sui sedili dietro della macchina. Quando arrivammo a casa sua, scese e corse con passi infantili verso il portone: questa fu l'ultima volta che la vidi. Non si present al nostro successivo appuntamento. Tre settimane dopo, quando la vacanza del primo quadrimestre fin e ricominciarono le lezioni, ripresi ad andare Pagina 310

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) davanti al Dame de Sion a osservare una a una le ragazze che uscivano, in attesa della mia amata. Dopo dieci giorni, nonostante mi ripetessi sempre che era inutile ci che facevo, e non dovevo pi farmi vedere l, le mie gambe continuavano ancora a portarmi istintivamente davanti all'ingresso del liceo, e ogni volta aspettavo finch la folla non si disperdeva. Un giorno apparve in mezzo alla ressa uno dei suoi fratelli, il pi grande e simpatico, per dirmi che, dalla Svizzera, sua sorella mi mandava i suoi saluti; quindi mi porse una busta. 334 Andai in una pasticceria e l'aprii, accendendomi una sigaretta: diceva che era davvero contenta della sua nuova scuola, ma aveva molta nostalgia di me e di Istanbul. Io le scrissi nove lunghe lettere, sette le finii e le misi nelle buste, ma ne spedii solo cinque. Non ricevetti alcuna risposta. 335 Capitolo trentaseiesimo Il battello del Corno d'Oro Nel febbraio del 1972 - ero al secondo anno di Architettura iniziai pian piano a saltare le lezioni. Quanto contribuivano in questo mio atteggiamento la perdita della mia bella modella, la solitudine in cui mi immergevo sempre di pi e la tristezza ? A volte me ne stavo rintanato a casa nostra, a Beikta, e leggevo tutto il giorno. Talora mi portavo un libro spesso (I demoni, Guerra e pace, I Buddenbrook) per sfogliarlo durante le lezioni. Mancando la mia Rosa Nera, l'entusiasmo per il mio <<atelier>> e la pittura continuava a diminuire. Non era pi cos forte quella sensazione di gioco e vittoria della mia infanzia, quando tracciavo linee e coloravo su un foglio o sulla tela. Dato che cominciavo a perdere il piacere di disegnare, iniziato come un divertimento allegro e infantile, senza capirne completamente il motivo, e non sapevo cosa fare in sostituzione della Pagina 311

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pittura, un'onda forte d'inquietudine mi catturava lentamente l'anima. Vivere senza disegnare trasformava pian piano in una prigione il mondo reale che a volte abbandonavo, insieme a ci che gli altri chiamavano vita. Se questo sentimento mi attanagliava troppo - e se fumavo molto -, facevo poi fatica a respirare, e la vita quotidiana mi soffocava. In 336 quegli istanti mi veniva voglia di farmi del male e se neanche questo mi dava soddisfazione, pensavo di scappare dall'aula universitaria. Anche se di rado, comunque continuavo sempre ad andare nel mio atelier, e disegnavo cercando talvolta di dimenticare talvolta di ricordare, con tutte le mie forze, la mia modella dal profumo di mandorla; tuttavia mancava qualcosa nei miei disegni. L'infanzia era finita da tempo e forse non dovevo pi aspettarmi di provare ancora la stessa felicit fanciullesca attraverso la pittura. A met del disegno capivo come sarebbe venuto, e non trovandolo soddisfacente, lo lasciavo incompiuto. Queste mie indecisioni mi avevano fatto intuire che dovevo meditare l'opera prima di iniziarla per essere felice come quand'ero bambino. Ma non sapevo come sviluppare questo mio pensiero sul disegno. Forse non riuscivo a capire che dovevo soffrire per dipingere, e potevo migliorare solo attraverso questo dolore, perch fino ad allora, mentre disegnavo, ero sempre stato felice. D'altra parte, vedere che tutte queste mie inquietudini erano contagiose mi faceva paura: avevo intuito che anche l1'arte architettonica sarebbe diventata per me, col tempo, simile alla pittura. E poi, durante la mia infanzia, oltre al piacere di costruire case con i cubetti di zucchero e di legno, non ero stato particolarmente appassionato di architettura. Del resto, la maggior parte dei mediocri professori dallo spirito Pagina 312

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) pratico del Politecnico non avevano idee divertenti o creative. Le lezioni di architettura cominciarono cos a sembrarmi una perdita di tempo, che mi privava di ci che dovevo fare realmente, di un'altra vita vera che dovevo vivere. Quando mi facevo cogliere da questo sentimento i discorsi in classe, la campanella da me tanto attesa le spiegazioni del professore, coloro che fumavano e scherzavano durante gli intervalli, tutto si trasformava in un incubo, e io, disprezzandomi per non essere in grado di uscire da questo mondo senza scopo, sbagliato e soffocante, facevo fatica a respirare. Durante le lezioni, per liberarmi dal mondo opprimente in cui il tempo correva inesorabile impedendomi di arrivare dove volevo, come succede in alcuni sogni, scarabocchiavo e disegnavo qualcosa sui quaderni: facevo a matita i ritratti dei professori e dei miei compagni che seguivano la lezione, descrivevo ci che accadeva e si raccontava in classe, e iniziavo a comporre parodie, pastiche, poemi dalle rime primitive... Nonostante questo mio frenetico impegno, e nonostante un piccolo gruppo di lettori che era curioso di leggere le mie opere e di guardare i miei disegni, il sentimento 337 dello scorrere del tempo, e dell'inutilit della mia vita, diventava cos intenso che gi un'ora dopo il mio arrivo nell'edificio della facolt, a Takila, mi precipitavo fuori (senza badare se calpestavo o meno le fughe tra le pietre del pavimento) come se volessi salvarmi la vita, e mi perdevo a caso nelle strade di Istanbul. Fu in quei giorni che visitai le vie secondarie tra Taksim e Tepebai, e i quartieri di Pera costruiti dai maestri armeni alla fine del XIX secolo, luoghi che una volta vedevo dal taxi collettivo che prendevo con mia madre da Galatasaray per tornare a casa, e allora mi sembravano paesi lontani, da favola. Talvolta, partendo dalla facolt, arrivavo a Taksim e salivo a caso su un autobus, per 338 andare dove mi portavano spontaneamente le gambe: conobbi in Pagina 313

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) questo modo, senza avere una meta precisa, le vie strette e misere di Kasimpaa, le vecchie case di Balat che la prima volta mi par vero una quinta teatrale, i vecchi quartieri greci ed ebraici che presentavano un tessuto strano per le nuove migrazioni e la po' ; vert, le strade secondarie, musulmane e luminose, di skdar, che fino agli anni Ottanta brulicavano di case di legno, le vie vecchie, spaventose e maligne di Kocamustafapaa, rovinate dalla repentina costruzione dei palazzi in cemento armato, il cortile me; raviglioso e sempre molto affascinante della moschea di Fatih, il quartiere di Balikh e i dintorni, i rioni poveri e vecchi di Kurtulu e Ferilcy, che diventano ancor pi tristi scendendo lungo le discese (proprio come accadeva a Cihangir, a Tarlaba1#i o a Niantai), dando l'impressione che quella gente abiti l da secoli (in realt solo da cinquant'anni) e cambi religione, razza e lingua sotto la pressione dello stato. Questi quartieri, dove mi infilavo per la prima volta per fuggire dalla scuola e dalle lezioni, ovvero per evitare di avere un lavoro da impiegato, si incisero per sempre nella mia mente con i colori dei sentimenti di cattiveria, rabbia e tristezza. Le gite, che io facevo pensando di realizzare un giorno qualcosa per questa citt che iniziavo a conoscere strada dopo strada, muro dopo muro, traendo piacere dal mio vagabondaggio e dalla mia inoperosit, mi lasciavano dentro segni cos profondi che, quando poi mi recavo in quei luoghi per un lavoro o un banale invito, all'inizio non capivo che per me erano posti speciali che si mischiavano ai ricordi tristi; soltanto quando vedevo una fontana quasi demolita o il muro crollato di una chiesa bizantina (Pantokrator, Santa Sofia Minore), ancor pi logorata dallo scorrere del tempo, o il panorama del Corno d'Oro che si intravedeva dalla cima di una salita, tra la parete di una moschea e i muri Pagina 314

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) di un palazzo, mi ricordavo dello stato d'animo malinconico e preoccupato di una volta, e comprendevo quanto mi pareva diverso, rispetto a prima, il paesaggio che osservavo dallo stesso punto. Questo non significava ricordare male il panorama; significava guardarlo con un sentimento del tutto nuovo. Contemplare i paesaggi della citt vuol dire unire le proprie sensazioni alle immagini di Istanbul quando si passeggia per le strade o si gira con i battelli: vuol dire poter accordare il proprio stato d'animo ai panorami che la citt offre. E tale operazione, se fatta con naturalezza e sincerit, conduce a unire, nella propria memoria, le immagini della citt ai sentimenti pi profondi e sinceri, al dolore, 339 alla tristezza e di tanto in tanto alla felicit, alla gioia di vivere e all'ottimismo. Se impariamo a guardare una citt in questo modo, e se ci viviamo cos a lungo da trovare l'occasione di unire in un legame stabile i panorami ai nostri sentimenti pi veri e profondi, dopo un po''- proprio come succede con alcune canzoni che ci riportano subito alla memoria determinati ricordi, amanti e delusioni - le 340 strade, le immagini, i paesaggi della nostra citt si trasformano uno dopo l'altro, in realt che ci fanno ricordare alcuni nostri sentimenti e stati d'animo. Forse Istanbul mi sembra un luogo cos triste perch ho conosciuto molti suoi quartieri, molte sue strade secondarie o un suo panorama molto speciale che si vede solo da una collina proprio nei giorni in cui avevo perso la mia amata dal profumo di mandorla, e scappavo dall'universit. Subito dopo aver capito che non avevo pi la mia modella da inseguire e ritrarre, durante una delle mie prime passeggiate vagabonde per fuggire dalle lezioni, percepii qualcosa che corrispondeva alla mia idea ossessiva del tempo, pensiero che avrebbe invaso di immagini assolutamente banali e stereotipate Pagina 315

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) (il plenilunio che si trasforma nel quadrante di un orologio) i miei sogni. Un pomeriggio di marzo del 1972, presi un taxi collettivo a Taksim (proprio come facevo con la Rosa Nera) e scesi al ponte di Galata esattamente dove volevo, come allora si poteva fare. Sopra c'era un cielo basso, buio, di un viola grigiastro. A momenti sarebbe nevicato e i marciapiedi del ponte erano deserti. Vidi delle scale di legno dalla parte del Corno d'Oro e scesi gi. Qui scorsi un piccolo battello delle Linee marittime della citt che stava per partire. Il capitano, il macchinista e l'ormeggiatore erano tutti raggruppati dove era ancorato il battello, e sembravano accogliere i pochi viaggiatori come l'equipaggio di una nave passeggeri, bevendo il t e chiacchierando tra loro. Salii sul battello 341 e anch'io li salutai facendomi catturare da questa atmosfera, e mi parve di conoscere da molto tempo i passeggeri stanchi con i loro cappotti, berretti, sciarpe e borse per la spesa: mi sembrava di viaggiare ogni giorno insieme a loro su questo battello, per andare al lavoro. Quando l'imbarcazione part silenziosamente, questo sentimento di comunit, la sensazione di appartenere al cuore di Istanbul mi strinse in un abbraccio cos forte che fui colto da un'altra idea folgorante: mentre sopra si viveva un pomeriggio di marzo del 1972, nelle vie principali della citt e sul ponte dove ora vedevo le corna del filobus e le pubblicit delle banche, noi gi eravamo in un'epoca molto pi vecchia, pi larga e pesante. Scendendo dalle scale che avevo visto per caso, fino allo scalo del Corno d'Oro, mi sembr di essere tornato indietro di trent'anni, nei giorni in cui la citt era pi isolata, pi povera e triste. Dai finestrini tremolanti della sala posteriore al primo piano del piccolo battello, cominciarono a scorrere lentamente i moli del Pagina 316

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Corno d'Oro, le colline coperte delle costruzioni di legno della vecchia Istanbul, i cimiteri pieni di cipressi; numerose piccole fabbriche, officine, camini, depositi di tabacco, chiese bizantine demolite, strade strette e buie sul litorale e solenni moschee ottomane, salite, colline buie, cantieri navali, relitti di navi arrugginite, quartieri poveri... La chiesa di Pantokrator a Zeyrek, i grandi depositi di tabacco a Cibali e l'ombra lontana della moschea di Fatih, tutto mi sembr avvolto nel buio notturno nonostante fosse 342 giorno, a causa dei finestrini opachi e tremolanti del battello, come i panorami di Istanbul nei film vecchi e ormai dimenticati. Quando ci avvicinavamo a uno dei moli, il rumore dell'imbarcazione, simile a quello della macchina da cucire di mia madre, si placava, e non tremando pi i finestrini, si vedevano le linee precise e nette, in bianco e nero, delle acque calme del Corno d'Oro e poi le signore anziane che salivano sul battello con i loro cestini insieme alle galline e ai galli, vicino al molo di Fener, le vie strette del vecchio quartiere greco, le officine, i depositi, i barili, i pneumatici ormai consumati e le carrozze che giravano ancora in citt. Quando il battello ripart in direzione della sponda dei cimiteri sul Corno d'Oro, i finestrini cominciarono a tremare di nuovo e il paesaggio si mostr ancor pi triste: sembrava un disegno, anche per effetto del fumo nero che usciva dal fumaiolo del battello. Qualche volta il cielo diventava completamente buio, e poi compariva 343 all'improvviso una fredda schiarita da neve, come una pellicola bruciata in un angolo. Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accanto alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunit, nonostante fosse cos aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua Pagina 317

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) chiara bellezza monumentale e naturale ? In realt ogni frase sulle caratteristiche generali di una citt, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d'animo. La citt non ha altro centro che noi stessi. Scappato dall'universit, in quel mese di marzo del 1972, mentre andavo con il vecchio battello del Corno d'Oro a Eyp, perch mi immedesimavo cos profondamente negli abitanti di Istanbul? Forse perch volevo convincermi che la storia d'amore che mi aveva ferito il cuore, e la perdita dell'interesse per la pittura cui avevo pensato di dedicare la mia vita, erano insignificanti di fronte alla tristezza di Istanbul. Si pu anche dire che, guardando la mia citt decisamente pi sconfitta, oppressa e malinconica di me, volevo dimenticare le mie sofferenze. Ma come gli eroi dei film turchi melodrammatici, infelicemente feriti gi dall'inizio e per questo destinati a perdere <<nell'amore e nella vita,, non riuscivo a considerare le pene della citt come una giustificazione alle mie. Perch non volevo condividere con nessuno il mio dolore, 344 nella situazione particolare in cui mi trovavo: gi, la mia famiglia e il mio ambiente non avrebbero mai preso sul serio il mio desiderio di diventare un poetapittore. I poeti e i pittori di Istanbul avevano rivolto il loro sguardo verso l'Occidente, a tal punto da non vedere pi la citt: si dibattevano per appartenere all'era moderna, con i filobus e i manifesti pubblicitari sul ponte di Galata. Invece io non ero abituato alla tristezza, che era il prezzo per vedere la citt: forse ero la persona pi lontana dalla malinconia, io, il bambino felice e giocherellone, e non volevo abituarmi a questo sentimento, cos, avvertendo la sua presenza dentro di me, non la accettavo, e inquieto correvo di qua e di l, pronto a Pagina 318

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) rifugiarmi soltanto nella bellezza di Istanbul. Il fascino di questa citt, la ricchezza o il mistero della sua storia, perch dovevano essere un rimedio al nostro dolore? Forse amiamo il posto in cui viviamo solo perch non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dobbiamo scoprire dove e perch amarlo. Nonostante tutta la mia confusione mentale e la mia amarezza, su quel battello del Corno d'Oro che si avvicinava a Hasky sentivo che ero intimamente legato a Istanbul perch mi offriva informazioni pi profonde rispetto a quelle che mi avevano insegnato a scuola, e questo mi consolava. Dai finestrini tremolanti del battello si scorgevano le vecchie case di legno rovinate, i quartieri greci di Fener ormai semivuoti a causa delle pressioni 345 continue dello stato, i palazzi in degrado e la silhouette della citt formata da Palazzo Topkapi, da Sleymaniye, dalle colline, da chiese e moschee che sembravano pi misteriose ora che erano avvolte dalle nuvole scure. Questa mescolanza della storia con le rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia, i resti del vecchio tessuto della citt fatto di legno e pietra, e il gusto di andare nei quartieri lontani, pareva costituissero un secondo mondo forse pronto a prendere il posto del mio interesse per la pittura, che ormai temevo si stesse spegnendo. Volevo essere in mezzo a questa confusione distratta e poetica! Come facevo da piccolo, quando a casa di mia nonna scappavo in un secondo mondo immaginario perch ero annoiato dalle lezioni, adesso, stufo di studiare architettura, mi perdevo dentro la citt. Si pu dire che desideravo raggiungere il pi presto possibile la tristezza, che era il prezzo per vivere a Istanbul, il suo destino Pagina 319

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) inesorabile, e cos tranquillizzarmi. Durante queste mie gite, sempre negli stessi luoghi, mangiavo qualcosa e poi tornavo al mondo normale, cio a casa, ogni volta con qualche ricordino in mano: un gettone telefonico zigrinato intorno, ormai non pi in circolazione, un oggetto che fungeva << sia da calzascarpe sia da apribottiglie> che avrei poi fatto vedere agli amici, fra i sorrisi, il bordo di un mattone caduto da un muro millenario, le banconote zariste che allora abbondavano presso tutti 346 i robivecchi di Istanbul, il timbro di una ditta fallita trent'anni prima, i pesi della bilancia di un venditore ambulante, volumi economici e vecchi comprati al mercato dei libri usati, dove mi portavano spontaneamente le gambe alla fine di quasi ogni viaggio Sentivo questo aspetto tangibile della citt non soltanto conservando oggetti, pietre, biglietti e libri, ma anche raccogliendo e trovando interessante e importante ogni tipo d'informazione, programma, prezzi che incrociavo sui libri, sulle riviste, sulle carte. Sapevo anche che questi piccoli ricordi non li avrei conservati all'infinito: dopo averci giocato un po'"li avrei dimenticati. E perci intuivo che non sarei mai stato come i veri appassionati, o come Kou, il collezionista di notizie. Ma mentre le raccoglievo, mi dicevo che queste informazioni, un giorno, avrebbero fatto parte di un grande progetto - di un grande quadro, o di una serie di quadri, o di un romanzo come quello di Tolstoj, di Dostoevskij o di Mann, che leggevo allora, oppure di una grande impresa che per non sapevo ancora cosa potesse essere. Nei momenti in cui sentivo, insieme a una malinconia implacabile, la poeticit del tessuto di Istanbul formato da ogni sorta di stranezze e antichit, la grandezza imperiale e i detriti della storia, credevo che il segreto e il vero particolare di questa trama e la magia della citt Pagina 320

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) apparissero in realt soltanto a me: accettando la tristezza sia come qualcosa di estraneo alla mia vita felice e privilegiata, sia come un sentimento inesorabile e un destino, mi dicevo con orgoglio che nessun altro poteva vedere con i miei occhi tutto quello che scorreva oltre i finestrini del battello del Corno d'Oro! Quando ero immerso in questi pensieri lirici, accoglievo entusiasta ogni regalo e ogni informazione come se fossi di fronte a una poesia, a un disegno, a un capolavoro o al pezzo molto importante di un museo. Inoltre, mi sembrava che ogni notizia e ogni regalo che ammantavo di questa sensibilit potessero diventare in futuro un'opera d'arte. Ma ora, con lo stesso entusiasmo, vorrei parlare invece di qualcosa di molto ordinario, cio del battello dai finestrini tremolanti. Si chiamava Kocata. Era stato costruito insieme al suo gemello Sartyer nel 1937, al cantiere navale Hasky, nel Corno d'Oro. Su questi due battelli furono installati i due motori del 1913, presi dallo yacht Nimetullah, di Hidiv Abbas Hilmi Pasci. Il fatto che i finestrini tremassero cos tanto poteva essere un indizio della pessima sistemazione del motore? Amando i dettagli di questo tipo, mi sentivo proprio di Istanbul, e tale sensazione rendeva pi profonde e vere le mie pene e le mie preoccupazioni di fronte alla vita. to di rovine e storia. Finalmente per i suoi ruderi, per la sua ma perduto il prestigio di un terreo : trovare altri oggetti e per veda felice, in altre zone. 347 Il piccolo Kocata, dodici anni dopo avermi lasciato a Eyp, nel 1984 and in pensione. Un ricordo, un paio di libri usati, un biglietto da visita, una vecchia cartolina oppure un'informazione bizzarra sulla citt che conservavo come un bene antico e di valore, portato a casa alla fine Pagina 321

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) dei miei giri senza meta, dei miei udisorientamenti>>, mi sembravano una prova della realt del mio percorso; pensavo che i miei sogni sulla citt si sarebbero realizzati solo attraverso questi rottami e queste notizie ancor pi vecchie. Proprio come il protagonista di Coleridge che si ritrov in mano la rosa che aveva sognato, questi oggetti e libri mi facevano anche sentire che Istanbul non era una mia fantasia, come il secondo mondo felice in cui mi aggiravo da bambino, ma era una realt simile a questa fantasia. Per avevo un problema con Eyp, un piccolo e meraviglioso paese alla fine del Corno d'Oro, dove mi lasciava il Kocata: mi sembrava sempre non del tutto reale. Eyp, come una fantasia chiusa, orientale, misteriosa, religiosa, pittoresca e mistica, cos meravigliosa che mi ricorda il sogno orientale di un estraneo su Istanbul, una sorta di Disneyland musulmana, turcoorientale. Questo dipende dal fatto di essere fuori dalle mura della citt e di non subire perci l'influsso bizantino e la confusione di Istanbul? Oppure dipende dal mischiarsi dei suoi bei cimiteri con gli alberi e le case? O perch qui arriva presto la sera, a causa delle sue alte colline? Oppure il fatto che qui le proporzioni architettoniche siano piccole, di una modestia religiosa e mistica, ha tenuto Eyp lontana dal fasto di Istanbul e dal suo caos profondo e magnetico - dalla sua forza fatta di sporcizia, ruggine, fumo, frammenti, crepe, detriti e ruderi? Eyp, grazie alla sua lontananza dal centro di una Istanbul che si occidentalizzava e si appropriava continuamente dei materiali occidentali, dalla sua burocrazia e dagli enti ed edifici statali, manteneva il suo aspetto naturale che accontentava tutti coloro che venivano in citt pervasi dagli orientali sogni uromantici Questo meraviglioso sogno dove Pierre Loti compr una casa e si stabil, affascinato dal suo aspetto incontaminato, a me pareva sempre insopportabile, proprio per tale perfezione. Per questo arrivare a Eyp fu la fine della Pagina 322

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) malinconia che sentivo quel giorno, nel panorama del Corno d'Oro costituito di rovine e storia. Finalmente capivo di amare Istanbul proprio per i suoi ruderi, per la sua malinconia, e per il fatto che avesse perduto il prestigio di un tempo. Mi allontanai da quel luogo per trovare altri oggetti e per vedere quelle rovine che mi rendevano felice, in altre zone. 348 Capitolo trentasettesimo Una discussione con mia madre: pazienza, prudenza e arte Per molti anni, la sera, mia madre, seduta da sola nel soggiorno, aspett il ritorno a casa di mio padre. Lui andava al circolo di bridge, poi in altri luoghi, e arrivava tardi la notte, e mia madre, stanca di aspettarlo, si era gi addormentata. Io e mia madre cenavamo insieme (mio padre aveva gi telefonato per dire di essere molto impegnato: anche quella sera non sarebbe rientrato in tempo) e poi lei, dopo aver steso una tovaglia color crema sul tavolo, si metteva a leggere le carte. Le girava una dopo l'altra, due mazzi da cinquantadue, e cercava di disporle secondo il numero e il valore, alternando le nere e le rosse, ma nella logica di questo gioco, in realt, pi che il gusto di sapere il proprio futuro o di inventarsi una storia sulla piega che avrebbe preso la vita, c'era un aspetto che metteva alla prova la pazienza della persona. Per questo motivo si chiamava patience, e quando, a met del gioco, le chiedevo se veniva bene o meno, lei mi dava sempre la stessa risposta: Ma lo faccio per passare il tempo, non per leggere il futuro. Che ore sono? Un'altra mano e poi vado a dormire. Mentre lo diceva, dava un'occhiata, da lontano, a un vecchio film o a una discussione sulle antiche tradizioni del Ramadan alla televisione in bianco e nero (c'era comunque un solo canale, che Pagina 323

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) diffondeva le opinioni governative), e commentava: Non la guardo: spegnila, se vuoi. Ma allora io mi mettevo a osservare per un po'"le strade in chiaroscuro della mia infanzia, quali apparivano sullo schermo, o una partita di calcio. L'accendevo, pi che per distrarmi, per uscire dalla mia stanza, dove stavo chiuso con la mente confusa, arrabbiato e indeciso, e per poter parlare e discutere con mia madre, come facevamo sempre in quei giorni, di sera. Alcune conversazioni si trasformavano anche in discussioni molto pesanti. Poi mi pentivo di quelle baruffe, e tornando nella mia camera leggevo per tutta la notte. E talvolta, dopo aver litigato con mia madre, uscivo nella notte fredda e camminavo senza 349 meta, la sigaretta fra le dita, intorno a Taksim e Beyoglu, e poi rincasavo solo dopo aver preso molto freddo nelle strade secondarie brutte e buie, quando l'intera citt e mia madre dormivano. Cos ho preso l'abitudine dei vent'anni successivi di andare a letto alle quattro del mattino e di svegliarmi a mezzogiorno. A quei tempi, il tema delle conversazioni e discussioni con mia madre era uno solo, anche quando si parlava di argomenti diversi: nell'inverno del 1972, al secondo anno del corso di architettura, avevo cominciato improvvisamente a non andare pi all'universit. Non passavo pi dall'edificio a Takila, tranne in alcune ore di lezione che avevano l'obbligo di frequenza, e solo per non perdere i diritti legati all'iscrizione. Talvolta, scoraggiato, mi dicevo: Anche se non far l'architetto, almeno avr una laurea, e questo pensiero era ripetuto spesso dai miei amici e da mio padre; tutto ci aveva una sua influenza anche su di me, e la situazione appariva incerta pure a mia madre. Invece io ormai sapevo dentro di me di non poter diventare un architetto. Peggio ancora, vedevo che anche il piacere della pittura si spegneva, lasciandomi un vuoto pi doloroso. Consapevole di non poter soddisfare il mio istinto di fuggire in un secondo mondo, neanche Pagina 324

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) leggendo libri e romanzi fino alla mattina, o camminando di notte per le strade di Taksim, Beyoglu e Beikta, la mia indecisione a volte si trasformava in uno sgomento; allora mi alzavo d'un tratto dalla mia scrivania e cercavo di far accettare a mia madre la mia situazione. Ma dato che non sapevo esattamente perch lo stessi facendo, n cosa fosse ci che tentavo di farle accettare, la nostra conversazione diventava una sorta di irragionevole lotta. Anch'io, da giovane, ero come te, - diceva ad esempio mia madre, forse per innervosirmi, come avrei pensato in seguito. - Scappavo dalla vita, come te. Mentre le tue zie erano all'universit, tra gli intellettuali, o si divertivano alle feste e ai balli, io stavo a casa a sfogliare per ore, stupidamente, "Illustration", la rivista di tuo nonno. Tirava una nota dalla sua sigaretta e cercava di scorgere sul mio viso i segni di ci che aveva detto. Ero timida, avevo paura della vita. Quando lei diceva queste parole, mi soffermavo sull'espressione come te, e mentre dentro di me cresceva la rabbia, tentavo di trattenermi ripetendomi che mia madre diceva queste frasi per il mio bene, o pensando di farmi del bene. Ma dietro le parole di mia madre c'era un'opinione pi profonda che mi mandava in bestia perch era condivisa anche da lei, e io volevo discutere e lottare. 350 Levavo il mio sguardo dalla televisione e contemplavo le luci dei battelli che andavano su e gi nel Bosforo, immerso nei pensieri su questo argomento che mi irritava. Venni a sapere di questa opinione non da mia madre, che non la formul mai apertamente, ma dai borghesi pigri e dagli scrittori di rubriche che la pensavano come loro, i quali, nei momenti di pessimismo e arroganza, erano soliti concludere: In ogni caso qui non pu succedere niente di bello. Tale pessimismo era relativo alla tristezza, che spezzava la buona volont di Istanbul. Ma essendoci dietro questa tristezza un Pagina 325

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) senso di perdita e miseria, perch i ricchi della citt ripetevano cos spesso quella cantilena? Forse perch la loro fortuna era dovuta al caso. Forse perch non erano in grado di creare beni simili ai prodotti della civilt occidentale, che volevano imitare per nascondere questa casualit e per dare la colpa di tutto il fallimento a una cultura pessimista e triste, di cui erano protagonisti. Nell'atteggiamento di mia madre, che per tutta la vita aveva colto tante sfumature da questo linguaggio borghese distruttivo e cauto, c'era comunque un fondamento di verit. Mio padre, dopo che si erano sposati e avevano avuto mio fratello e me, aveva cominciato a offenderla senza piet. Ho sempre pensato che le assenze di mio padre, assolutamente inimmaginabili al momento del matrimonio, e l'impoverimento della famiglia avevano spinto mia madre verso una posizione di difesa continua di fronte alla vita. Negli anni della mia infanzia, quando con mia madre e mio fratello andavo a fare la spesa, al cinema, al parco o a passeggiare a Beyoglu, intuivo subito, nell'espressione che appariva sul suo viso quando gli uomini la guardavano, una prudenza e un'attenzione che proteggevano lei e la famiglia dalle incursioni del mondo esterno. Oppure, quando io e mio fratello cominciavamo a litigare e a darci spintoni per la strada, vedevo in mia madre, oltre alla rabbia e alla stanchezza, anche un impulso di difesa. Questa sua cautela, che io avvertivo spesso, ci diceva: Siate normali, siate ordinari, siate come tutti gli altri: non attirate assolutamente l'attenzione. Era un'opinione che aveva ereditato molti aspetti dall'educazione mistica e dalla morale tradizionale e metteva in primo piano la modestia e le piccole soddisfazioni determinandone tutta la cultura, un'opinione che non poteva assolutamente comprendere le ragioni di una persona che volesse smettere di studiare, interessata ad altro. Non dovevo dare importanza a me stesso, non dovevo prendere troppo Pagina 326

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) sul serio le mie ossessioni intellettuali e morali, se volevo essere appassionato 351 dovevo sentire quel fuoco per essere diligente, onesto e buono e somigliare a tutti gli altri. Sembrava che mia madre dicesse che prendere troppo sul serio la pittura, l'arte e la creativit era un atteggiamento tipico degli europei. Noi che vivevamo a Istanbul nella seconda met del XX secolo eravamo gli uomini di una cultura che aveva perduto la sua antica ricchezza, impoverita, indebolita e con scarsa determinazione e volont. Gi dal principio non dovevo mai dimenticare che in ogni caso qui non pu succedere niente di bello, per poi non avere delusioni. In altri momenti, per approfondire sempre lo stesso tema mia madre mi diceva che l'aveva scelto lei il mio nome, tra quelli dei sultani ottomani, perch il suo preferito era il sultano Orhan. Questi infatti non correva mai dietro a imprese mirabolanti, non dava nell'occhio, non amava le esagerazioni nella sua vita quotidiana e i libri di storia parlavano di lui, il secondo sultano ottomano con rispetto ma senza soffermarsi troppo. Mia madre voleva sempre che anch'io comprendessi il significato e l'importanza della sua scelta, che lei descriveva sorridendo. Per questo, in quelle sere in cui mia madre aspettava l'arrivo di mio padre, ogni volta che cominciavo a discutere con lei, uscendo dalla mia stanza, sapevo di dover oppormi alla cronaca di vita ordinaria che mia madre prevedeva per me, cos come all'esistenza spezzata, triste e modesta che mi offriva Istanbul. Qualche volta mi chiedevo: Perch vado a discutere con lei? Ma non trovando una risposta vera e soddisfacente, sentivo che nella mia anima erano nascosti altri processi pi complicati, di cui non conoscevo il significato. - Anche quando eri piccolo non volevi andare a scuola, - disse mia madre mentre apriva velocemente le carte. Pagina 327

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) << Sono malato, ho mal di pancia, ho la febbre>>, dicevi. Quando eravamo a Cihangir, questa era diventata un'abitudine per te. Ma una mattina in cui dicesti: Sono malato, non vado a scuola, io ti urlai Adesso basta! E aggiunsi: Malato o non malato, adesso te ne vai a scuola. Non ti voglio in casa. A questo punto della storia, che lei raccontava spesso forse sapendo di innervosirmi, mia madre, come faceva sempre, prima rise, poi, dopo un attimo di silenzio e tirando una boccata dalla sua sigaretta, senza guardarmi in faccia ma con un'aria contenta concluse: - Dopo non hai mai pi detto: Sono malato, non vado a scuola. - Allora te lo dico adesso! - feci all'improvviso con accanimento. - Non andr pi all'universit. 352 - E cosa farai? Starai sempre a casa come me? Lentamente mi cresceva dentro la voglia di litigare, di sbattere la porta e camminare a lungo da solo, nel buio della notte, per le strade secondarie di Beyoglu, come uno mezzo ubriaco e folle, convinto di odiare tutti e tutto, la sigaretta accesa. In quegli anni, durante queste mie passeggiate che talvolta duravano tutta la notte, mentre andavo dove miportavano le gambe, guardavo le vetrine, i ristoranti, i caff semibui, i ponti, gli ingressi dei cinema i caratteri dei manifesti, la sporcizia, il fango, le gocce di pioggia che cadevano nelle pozze, i neon, i fari delle auto e i cani che rovesciavano i bidoni della spazzatura, e poi, sulla via pi stretta e triste del quartiere pi lontano, mi veniva voglia di tornare a casa di corsa e scrivere qualche riga per narrare queste immagini della citt, la sua anima buia, la sua natura complessa, misteriosa e stanca. Assomigliava a quel desiderio irresistibile di disegnare che mi veniva quando dentro di me si muoveva un sentimento fatto di felicit, gioia e ambizione, e io non sapevo esattamente cosa fare. Pagina 328

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) - l'ascensore? - chiese mia madre. Ascoltammo attentamente tutti e due, ma non sentimmo quel rumore che sembrava un gemito: mio padre non stava rientrando. Allora mia madre si concentr ancor di pi sulla lettura delle carte, con una nuovissima pazienza che mi lasci sbalordito, e io per un po'"la osservai. Aveva nelle mani e nelle braccia qualcosa che c 353 vedevo sempre quand'ero bambino, nella vita quotidiana, e che mi legava a lei e mi faceva soffrire molto se non avevo il suo affetto, ma non riuscivo pi a capire esattamente cosa fossero questi gesti e questi movimenti. Sentii che ero rimasto in bilico fra un amore eccessivo e una rabbia esagerata che provavo per lei. Quattro mesi prima, dopo lunghi pedinamenti, mia madre aveva scoperto il palazzo dove mio padre incontrava la sua amante segreta; si era fatta abilmente dare dal portiere la chiave dell'appartamento e si era ritrovata davanti la scena che poi mi avrebbe raccontato a sangue freddo. Il pigiama, uguale a quello che metteva anche a casa, stava pure sul cuscino del letto di quell'alloggio, e sul comodino c'erano, uno sopra l'altro a formare una torretta, i libri di bridge che mio padre leggeva allora, proprio come quelli sul comodino a casa nostra. Mia madre non ne aveva parlato a lungo con nessuno, ma dopo alcuni mesi, una sera in cui faceva pazientemente le carte, fumava e guardava con la coda dell'occhio la televisione, mentre chiacchieravamo insieme, all'improvviso mi raccont tutto. Ogni volta che ricordavo questa storia cui mia madre aveva soltanto accennato, capendo che non mi piaceva, cio l'esistenza di quella 354 seconda casa dove mio padre andava ogni giorno a vivere un po', sentivo risvegliarsi dentro di me un sentimento metafisico che mi faceva rabbrividire: talora mi sembrava che mio padre avesse trovato il suo simile, il suo gemello in citt, Pagina 329

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) al contrario di me, e si incontrasse tutti i giorni con lui e non con la sua amante segreta; e questa illusione mi confermava l'esistenza di una lacuna nella mia anima, e nella mia vita. - Alla fine devi averla una laurea, - disse mia madre mentre dava le carte. - Visto che non puoi campare con la pittura, devi lavorare. E noi non siamo pi ricchi come una volta. - Questo non vero, - replicai, perch sapevo dai conti fatti mentalmente che i beni dei miei genitori mi sarebbero bastati per tutta la vita, anche se non lavoravo. - Allora pensi di campare con la pittura ? Il movimento di mia madre che spegneva nervosamente la sigaretta nel portacenere, il tono vagamente sarcastico e sprezzante e il suo atteggiamento distaccato mentre mi parlava e giocava con le carte, mi facevano intuire che stavamo avanzando alla massima velocit, e con successo, verso una di quelle discussioni tra madre e figlio. - Questa non Parigi, Istanbul, - disse mia madre, quasi felice. - Anche se tu fossi il pittore pi bravo del mondo, nessuno ti prenderebbe in considerazione. Rimarresti completamente solo. E nessuno comprenderebbe il tuo desiderio di dedicarti alla pittura lasciando tutto, quando hai una bella vita davanti. Se vivessimo in una societ ricca che d importanza all'arte, alla pittura, allora capirei. Ma pure in Europa tutti sanno che Van Gogh e Gauguin erano un po'"pazzi. Naturalmente mia madre sapeva qualcosa sulle leggende della letteratura esistenzialista che mio padre leggeva avidamente negli anni Cinquanta. Cercai di essere ironico riferendomi al dizionario enciclopedico - dalla rilegatura consumata e dalle pagine ingiallite - a cui lei si rivolgeva spesso per vedere se erano giuste le sue informazioni: - Il tuo Petit Larousse scrive che tutti gli artisti sono pazzi ? - Non lo so, figliolo. Se uno molto dotato, assai Pagina 330

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) diligente e anche fortunato, probabilmente in Europa potrebbe diventare famoso. Invece in Turchia, sicuramente diventi pazzo. Non fraintendermi e non offenderti, mi raccomando: ti avviso oggi per non vederti triste domani. Ci che mi faceva arrabbiare era il fatto che tutto questo lo dicesse mentre leggeva le carte, e senza soffermarsi molto. 355 - Cos' che mi potrebbe offendere? - domandai, forse con il desiderio di essere ferito da una parola di fuoco. - Non vorrei che gli altri pensassero che tu abbia dei problemi psicologici, - disse mia madre, - ed per questo che non lo dico alle mie amiche che non vai pi all'universit. Per loro non comprensibile che uno come te voglia abbandonare gli studi per diventare pittore. Penserebbero che tu sia impazzito, e inizierebbero i pettegolezzi. - Puoi dirglielo tranquillamente, - replicai. - proprio per non diventare stupido come loro che voglio lasciare tutto. - No, non lo farai, - disse mia madre. - Anche quando eri bambino, alla fine ti prendevi la tua cartella e andavi a scuola, anche se non volevi. - Ormai ho capito che non voglio diventare architetto. - Studia ancora due anni, almeno prendi una laurea, figliolo, poi, se vuoi, diventi architetto, oppure pittore. - No. - Sai cosa afferma Nurcihan sul tuo desiderio di smettere di studiare architettura? - disse mia madre, con quel desiderio di ferirmi che intuivo molto bene. - Nurcihan sostiene che i miei litigi con tuo padre ti hanno traumatizzato, e tu non vai all'universit per colpa delle sue scappatelle. - Non me ne importa niente di quello che pensano le tue amiche dell'alta societ dal cervello di gallina! dissi, impazzito di rabbia. Ci che sorprendeva, come sempre, era il fatto che alla fine cadessi nella trappola e mi abbandonassi a una furia vera, a conclusione del gioco che io stesso avevo iniziato, nonostante sapessi che a lei piaceva farmi perdere le staffe. Pagina 331

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) - Tu sei molto orgoglioso, figliolo, - disse mia madre. - Per questo mi piace. Perch ci che importante nella vita non l'arte o chiss cosa, ma l'orgoglio. Molte persone in Europa diventano artisti perch sono orgogliosi e sfrontati. Perch l ritengono l'artista una persona molto speciale, e non alla stregua di un idraulico o un artigiano. Ma tu, qui, puoi essere pittore e nutrire lo stesso orgoglio? Per farti accettare, per vendere i tuoi quadri a queste persone che non capiscono nulla di arte, sarai costretto ad adulare lo stato, i ricchi, peggio ancora i giornalisti ignoranti. Riuscirai a fare tutto questo? Sentii una vitalit sconvolgente nella mia rabbia, una collera che mi buttava fuori da me; provavo un furore che mi pare ancora adesso sorprendente per la sua profondit, e volevo uscire di casa e correre per le strade. Nello stesso istante ero conscio che 356 avrei continuato quel battibecco con mia madre ancora per un paio di minuti, con la determinazione di annientare, di ribellarmi, di far soffrire e soffrire, e dopo aver espresso frasi sempre pi violente avrei sbattuto la porta e mi sarei precipitato verso le vie secondarie, nella notte opaca e buia. Le gambe mi avrebbero portato sulle strade lastricate, strette e tristi, dai lampioni spenti o appena tenui, e l, con la perversa felicit di appartenere a questi luoghi malinconici, sporchi e poveri, e con la fermezza e l'ambizione di compiere un giorno qualcosa di grande, avrei camminato a lungo e avrei guardato, con la gioia di essere miserabile ma pieno di sogni, i disegni, le fantasie e le immagini che sarebbero passate davanti ai miei occhi come un gioco. - Anche Flaubert ha vissuto tutta la vita nella stessa casa con sua 357 madre! - continu la mia, mentre girava scrupolosa le carte, con un atteggiamento in parte affettuoso e in parte sprezzante. - Ma non vorrei che tu passassi i tuoi giorni nella stessa Pagina 332

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) casa con me, senza fare nulla. Quella la Francia. Quando si tratta di un grande artista si ferma tutto il mondo. Invece qui, un pittore che smette di studiare e trascorre la vita con sua madre, prima o poi o finisce in manicomio o in osteria a ubriacarsi. Se cerchi solo di diventare pittore, sarai infelice, lo sai bene. Invece, se hai un mestiere, un lavoro che ti possa portare denaro e fiducia, credimi, proverai ancor pi gusto nella pittura. Perch nei momenti di infelicit, rabbia e tristezza mi piaceva immaginare di camminare per le strade della citt a mezzanotte? Perch non amavo quei paesaggi di Istanbul pieni di sole che piacciono tanto ai turisti e si stampano sulle cartoline, e invece adoravo le vie secondarie semibuie, i pomeriggi, le fredde notti d'inverno, i suoi personaggi che quasi come ombre si intravedevano vagamente sotto la pallida luce dei lampioni e i panorami con le strade lastricate pressoch dimenticate da tutti, e ormai desolate ? 358 - Se non diventi architetto e non hai un lavoro che ti permetta di guadagnare, alla fine sarai un complessato, un inquieto come quei poveri artisti turchi che vivono alle dipendenze dei ricchi e dei potenti, hai capito, figliolo? Anche tu sai che in questo paese nessuno campa con i quadri che realizza. Avresti poi una vita ben misera, saresti disprezzato e umiliato e tutta la tua esistenza passerebbe tra frustrazioni, ansie e offese. Sarebbe giusto per uno intelligente, bello e pieno di vita come te? Una volta arrivato a Beikta, invece di prendere un taxi collettivo, iniziavo a costeggiare a piedi Palazzo Dolmabahe, fino allo stadio. Mi piaceva camminare di notte dietro i platani, entrare lungo il muro del palazzo dei sultani dalle pietre coperte di muschi, annerito, spesso e vecchio. Mi dicevo, se a Dolmabahe sento l'energia che cresce sempre pi dentro di me, come la vena che picchia sulla fronte, salgo in dodici minuti la rampa e arrivo a Taksim. Pagina 333

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) - Quando eri bambino, anche nel giorno pi brutto eri sempre felice, allegro, simpatico, ottimista e dolce. Sorridevano tutti quando ti vedevano. Non solo perch eri grazioso, ma anche perch non sapevi cosa fossero la cattiveria e il pessimismo, e non ti annoiavi mai: nel momento peggiore sapevi fantasticare e giocare lieto, pieno di vita. Anche se non fossi tua madre, non ti permetterei di essere un artista infelice, un individuo pieno di problemi alle dipendenze dei ricchi. Per questo voglio che tu non ti offenda per le mie parole, e mi stia ad ascoltare attentamente. 359 Salendo verso Taksim, avrei dato un'occhiata al panorama semibuio di Galata, poi sarei andato a Beyoglu, mi sarei trattenuto un paio di minuti davanti alle bancarelle di libri all'ingresso dell'Istiklal e poi, dopo aver bevuto un bicchiere di birra e vodka in uno di quei locali dove la televisione copre il rumore della folla, avrei fumato una sigaretta come tutti (nel frattempo mi sarei guardato attorno per vedere se c'era un poeta, uno scrittore o un artista famoso) e quindi, sentendo di attirare l'attenzione per il fatto di essere un giovane curioso e solo (e con la faccia da bambino) in mezzo a tutta quella ressa di uomini con i baffi, sarei uscito per entrare nel buio della notte. Dopo aver camminato per un po'"lungo il viale principale, nelle strade secondarie, a ukurcuma, a Galata e a Cihangir, fermandomi ogni tanto a contemplare la luce dei lampioni e delle televisioni riflessa sui marciapiedi bagnati, e a guardare un negozio di robivecchi, una banale drogheria con il frigorifero che fa da vetrina, o la farmacia che mostra ancora il manichino rimasto dalla mia infanzia, mi sarei allora accorto della mia immensa felicit. La rabbia vertiginosa, pura e innocente che sentivo ascoltando mia madre, si sarebbe trasformata in breve, camminando e sentendo freddo nelle strade secondarie di Beyoglu oppure a skdar? o a Fatih? -, si sarebbe trasformata, dicevo, in un'ambizione in grado di illuminare il mio futuro. E sentire Pagina 334

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) oscillare nella mia testa, leggermente frastornata per la birra e il lungo cammino, le strade sporche, buie e tristi della citt, come in un vecchio film che adoro, mi avrebbe reso cos contento da desiderare di registrare e nascondere quei momenti meravigliosi - questa era una sensazione assai simile a quella che provavo da bambino quando tenevo in bocca per ore un frutto o una piccola biglia che amavo molto: avrei voluto tornare a casa e, piazzato davanti alla mia scrivania, prendere carta e penna per scrivere qualcosa. - Quel quadro alla parete, ce l'hanno regalato Nermin e suo marito per il nostro matrimonio. E quando si sono sposati loro, io e tuo padre siamo andati a casa del famoso pittore. Se tu avessi visto allora com'era contento che qualcuno finalmente gli bussasse alla porta per comprare un suo quadro, come si atteggiava per nascondere questa sua allegria e come ci salut con riverenze, inchinandosi fino a terra, mentre uscivamo con una sua opera in mano, adesso non vorresti essere un pittore o un artista nel nostro paese. Ed questo il motivo per cui non dico a nessuno che mio figlio non va all'universit per fare il pittore. Quelle persone che definisci stupide, se venissero a sapere che tu hai abbandonato gli studi per disegnare, rovinandoti la vita pur di provare 360 piacere disprezzando me e tuo padre, comprerebbero da te un paio di quadri quasi come se ti facessero l'elemosina, e forse, provando compassione per te, ti pagherebbero pure bene. Ma non accetterebbero mai un marito artista per le proprie figlie. Secondo te il padre di quella dolce ragazza di cui hai fatto i ritratti, quando ha saputo che sua figlia era innamorata di te, perch l'ha mandata di corsa in Svizzera? Per vivere senza essere umiliato ma in modo dignitoso in questo povero paese, tra queste persone insicure, fragili e ignoranti, devi avere un tuo lavoro, una tua ricchezza: solo cos potrai andare a testa alta. Non smettere di studiare architettura, mi raccomando, sarebbe un vero peccato. Quel Pagina 335

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) Le Corbusier di cui parli tanto, volle diventare pittore, certo, ma studi anche architettura. Le strade secondarie di Beyoglu, i suoi angoli oscuri e il desiderio di fuggire si accendevano e si spegnevano nella mia testa 361 quasi fossero dei neon, accompagnati dai sensi di colpa. Ormai, come era evidente soprattutto in alcuni momenti di rabbia e di eccessiva sensibilit, queste vie semibuie, attraenti e maligne avevano gi preso il posto del secondo mondo dove volevo rifugiarmi. Sapevo che quella sera avrei litigato con mia madre, quindi sarei uscito per quelle strade che mi avrebbero consolato, e dopo aver camminato a lungo sarei rientrato a casa a mezzanotte; allora, per tirare fuori qualcosa dell'atmosfera e della chimica di quelle vie, mi sarei seduto alla scrivania. - Non diventer pittore, - dissi. - Diventer scrittore, io. 2002-2003 Indice 3 I. Un altro Orhan 10 II. Le fotografie della casamuseo buia 19 III. Io 28 IV. La tristezza delle case signorili dei pasci, ormai abbattute: la scoperta delle strade 35 V. Bianco e nero 48 VI. La scoperta del Bosforo 62 VII. I panorami del Bosforo di Melling 76 VIII. I miei genitori e le loro sparizioni 82 IX. Un'altra casa: Cihangir 89 X. Tristezza 106 XI. Quattro scrittori tristi e solitari 114 XII. La nonna paterna 119 XIII. I piaceri e i fastidi della scuola 127 XIV. Arret rep etatups non 131 XV. Ahmet Rasim e altri scrittori di citt 137 XVI. Non camminate a bocca aperta per le strade 143 XVII. La passione per il disegno 148 XVIII. La collezione di fatti e curiosit di Reat Ekrem Kou: l'Enciclopedia di Istanbul Pagina 336

Pamuk, Orhan - Istanbul (ita) 169 XIX. Conquista o caduta: la turchizzazione di Costantinopoli 175 XX. La religione 186 XX. I ricchi 197 XXII. Navi sul Bosforo, incendi, povert, traslochi e altri disastri 205 XXIII. Nerval a Istanbul: passeggiate a Beyoglu 221 XXIV. La malinconica passeggiata di Gautier nei sobborghi 231 XXV. Sotto gli occhi dell'Occidente 242 XXVI. La tristezza delle rovine: Tanpinar e Yahya Kemal nei sobborghi 251 XXVII. Il pittoresco nei sobborghi 261 XXVIII. I miei disegni di Istanbul 269 XXIX. La pittura e la felicit famigliare 274 XXX. I fumi delle navi nel Bosforo 282 XXXI. Flaubert a Istanbul: l'Oriente, l'Occidente e la sifilide 289 XXXII. Io e mio fratello: litigi e spintoni 297 XXXIII. Scuola straniera, straniero a scuola 311 XXXIV. L'infelicit odiare se stessi e la citt 319 XXXV . Il primo amore 335 XXXVI. Il battello del Corno d'Oro 348 XXXVII. Una discussione con mia madre: pazienza, prudenza e arte

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