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HESSE. NARCISO E BOCCADORO Titolo originale: NARZISS UND GOLDMUND Traduzione di C.

Baseggio Prima edizione: Berlino 1930 Prima edizione italiana: Milano 1933 1957 by Hermann Hesse, Montagnola CAPI~OLO I Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia dei suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera e ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era gi verde e anche i noci del monastero mettevano gi le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran pi brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d'un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l'altra frutta era gi raccolta e il vino nei tini, lasciava cadere al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s'azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzod, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino_ Esotico e delicato, il bell'albero faceva stormir la sua chioma sopra l'ingresso del convento, ospite sensibile e facilmente infreddolito, originario d'altra zona, misteriosamente imparentato con le agili colonnette gemelle del portale e con la decorazione in pietra degli archi delle finestre, dei cornicioni e dei pilastri, amato da chi aveva sangue latino nelle vene e guardato con curiosit, come uno straniero, dalla gente del luogo. Sotto l'albero esotico eran gi passate parecchie generaziOni di scolari: le loro lavagnette sotto il braccio, chiacchierando, ridendo, giocando, litigando, scalzi o calzati secondo la stagione, un fiore in bocca, una noce fra i denti o una palla di neve in mano. Ne venivan sempre di nuovi: ogni paio d'anni erano altri visi; i pi s'assomigliavano: biondi e ricciuti. Parecchi rimanevano, diventavano novlzi, diventavano monaci, ricevevano la tonsura, portavano tonaca e cordone, leggevano libri, istruivano i ragazzl, mvecchiavano, morivano. Altri, terminati gli anni di scuola, venivano ricondotti a casa dai genitori: in castelli feudali, in dimore di commercianti e d'artigiani, correvano il mondo, dediti ai loro passatempi e alle loro professloni; rltornavano qualche volta in visita al convento, fatti uomini portavano i loro figlioletti come scolari ai padri, sostavano un poco a guardar sorridenti e pensierosi l castagno, Sl perdevano di nuovo. Nelle celle e nelle sale del monastero, fra le pesanti arcate rotonde delle finestre e le doppie svelte colonne di pietra rossa, si viveva, s'insegnava, si studiava, si amministrava, si governava; arti e scienze d'ogni genere, pie e mondane, chiare ed oscure, erano l coltivate e passavano in retaggio di generaZione in generazione. Si scrivevano

e commentavano libri, si meditavano sistemi, si raccoglievano opere di scrittori antichi, si miniavano manoscritti, si coltivava la fede del popolo, si sorrideva della fede del popolo. Dottrina e religiosit, semplicit e scaltrezza, sapienza dei Vangeli e sapienza dei greci, magia blanca e nera, tutto aveva la sua fioritura, per tutto c'era posto: per l'isolamento e per la penitenza come per la vita soclevole e per il benessere; il prevalere di questa o quella tendenza dipendeva dalla persona dell'abate in carica e dalla corrente dominante del tempo. In alcuni periodi il convento era rinomato e frequentato per i suoi esorcisti e conoscitori di demoni, in altri per la sua musica eccellente, ora per un santo padre che praticava guarigioni e miracoli, e ora per i suoi intingoli di luccio e per i suoi pasticci di fegato di cervo: ogni cosa aveva la sua epoca. E nella schiera dei monaci e degli scolari, di quelli pii e di quelli tiepidi, degli astinenti e dei prosperosi, fra i tanti che vemvano, vlvevano e morivano, c'era sempre stato questo o quell'individuo singolare, che tutti amavano o che tutti temevano, uno eletto, del quale si continuava a parlare a lungo, quando i suoi contemporanei eran gi dimenticati. Anche in quel momento c'erano nel monastero di Mariabronn due personalit singolari: un vecchio e un giovane. Fra i molti frati che sciamavano per i dormitori, per le

chiese e per le aule scolastiche, due ce n'erano di cui tutti parlavano, a cui tutti guardavano: l'abate Daniele, il vecchio, e l'allievo Narciso, il giovane, che aveva cominciato da poco il noviziato, ma per le Sue doti particolari, contro ogni tradizione, era gi impiegato come insegnante, specialmente di greco. Questi due, l'abate e il novizio, avevano autorit nel convento, attiravano l'attenzione e la curiosit, erano ammirati, invidiati e in segreto anche calunniati. L'abate era generalmente amato, non aveva nemici; tutto in lui era bont, semplicit, umilt. Solo gli eruditi del convento mescolavano al loro affetto un po' di degnazione, poich l'abate Daniele poteva essere un santo, ma certo un dotto non era. Egli possedeva quella semplicit che saggezza, ma il suo latino era modesto, e il greco non lo sapeva affatto. Quei pochi che all'occasione sorridevano della semplicit dell'abate erano tanto pi incantati di Narciso, il fanciullo prodigio, il bel giovane dal greco elegante, dall'inappuntabile contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetrante di pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate. Gli eruditi amavano in lui la straordinaria conoscenza del greco, quasi tutti la nobilt e la finezza; molti ne erano innamorati. Ma la sua taciturnit, il suo dominio sopra se stesso, le sue maniere eccessivamente compiute urtavano taluni. Abate e novizio portavano ciascuno a modo suo il destino dell'eletto, ciascuno a modo suo dominava e soffriva. Sentivano fra loro un'afffinit e un'attrazione reciproca pi torte che verso tutti gli altri ospiti del convento; e tuttavia non riuscivano ad avvicinarsi, a scaldarsi l'uno accanto all'altro. L'abate trattava il giovane con la massima sollecitudine, col massimo riguardo, aveva cura di lui come di un fratello eccezionale, delicato, forse precocemente maturo, forse esposto a pericoli. Il giovane accoglieva con at-

teggiamento irreprensibile ogni ordine, ogni consiglio, ogni elogio dell'abate, non contraddiceva mai, non si mostrava mai indispettito, e se era vero il giudizio dell'abate su di lui, se il suo unico difetto era l'orgoglio, sapeva nasconderlo meravigliosamente. Non si poteva dir nulla contro di lui: era perfetto, era superiore a tutti. Ma pochi gli diventaVano amici davvero, tranne gli eruditi; la sua distmzione lo circondava come un'atmosfera di gelo. --Narciso,--gli disse un giorno l'abate dopo una confessione, -- devo dichiararmi colpevole di un giudizio severo a tuo riguardo. Ti ho ritenuto spesso orgoglioso e forse ti ho fatto torto. Sei molto solo, mio giovane fratello, sei Isolato, hai ammiratori, ma non amici. Io vorrei aver occaslone di biasimarti qualche volta, ma non c' motivo. Vorrei che tu fossi qualche volta scortese, come lo sono facilmente i giovani della tua et. Tu non lo sei mai. Qualche volta sono preoccupato per te, Narciso. Il glovane alz i suoi occhi scuri in viso all'abate. --lo desidero molto, reverendo padre, di non darvi preoccupazioni. Pu essere ch'io sia orgoglioso, reverendo padre. Vi prego, punitemi. A volte sento io stesso il desiderio di punirmi. Mandatemi in un eremitaggio, padre, o fatemi compiere servizi umili. --Tanto per una cosa quanto per l'altra sei troppo giovane, caro fratello, -- disse l'abate. -- Inoltre hai attitudini eccellenti per le lingue e per la speculazione, figliolo; sarebhe uno sprecare questi doni divini, se io volessi importi dei servizi umili. Probabilmente diventerai un maestro e uno scienziato. Non lo desideri anche tu? -- Perdonate, padre, non mi rendo conto con tanta precislone dei miei desideri. Le scienze mi daranno sempre piacere: come potrebbe essere altrimenti? Ma non credo che esse debbano diventare il mio unico campo. Non sono sempre i desideri a determinare il destino e la missione di un uomo: ci pu essere qualcos'altro, di predestinato. L'abate ascoltava, facendosi serio. Tuttavia un sorriso illuminava il suo volto canuto, mentre diceva: --Per quel tanto che ho imparato a conoscere gli uomini, incliniamo tutti, specialmente in giovent, a confondere la provvidenza COi nostri desideri. Ma poich tu credi di conoscere fin d'ora la tua destinazione, dimmi, a che cosa credi di essere destmato ? Narciso socchiuse gli occhi scuri, che scomparvero sotto le lunghe ciglia nere. Tacque. --Parla, figliolo, -- ammon l'abate dopo aver atteso a lungo. A voce bassa, con lo sguardo chino, Narciso cominci a parlare. --Credo di sapere, reverendo padre, che innanzi tutto sono destinato alla vita claustrale. Diventer, credo, monaco, sacerdote, sottopriore e forse abate. Non lo credo perch lo desideri. Il mio desiderio non mira a cariche. Ma mi verranno imposte. Rimasero a lungo silenziosi.

--Perch hai questa convinzione? -- domand esitando il vegliardo. --Quale tua particolarit, oltre alla dottrina, ti d questa convinzione? -- La particolarit, -- rispose Narciso lentamente, -di possedere un'intuizione dell'indole e della vocazione degli uomini; non solo della mia, ma anche di quella degli altri. Questa propriet mi costringe a servire gli altri, dominandoli. Se non fossi nato per la vita monastica, dovrei diventare un giudice o un uomo di stato. --Pu darsi,--assent l'abate.--Hai gi sperimentato codesta tua capacit di conoscere gli uomini e il loro destino ? -- L'ho sperimentata. -- Sei disposto a darmi un esempio? -- Sono disposto. -- Bene. Poich non vorrei penetrare nei segreti dei nostri fratelli a loro insaputa, vuoi dirmi che cosa credi di sapere sul conto mio, sul conto del tuo abate Daniele? Narciso alz le palpebre e guard l'abate negli occhi. -- Lo comandate, reverendo padre? -- Lo comando. -- Mi penoso parlare, padre. -- Anche a me penoso, mio giovane fratello, costringerti a parlare. Tuttavia lo faccio. Parla! Narciso chin il capo e mormor: --E poco quello che so di voi, venerato padre. So che siete un servo di Dio, il quale preferirebbe custodir le capre o suonare la campanella in un eremo e ascoltar la confessione dei contading anzich dirigere un grande convento. So che avete un amore particolare per la santa Madre di Dio e che a lel di preferenza rivolgete le vostre preghiere. Talvolta pregate, perch le scienze greche e le altre che si coltlvano In questo monastero non rechino turbamento e pericolo alle anime di coloro che vi sono affidati. Talvolta pregate, perch non vi scappi la pazienza col sottopriore Gregorio. Talvolta pregate che vi sia concessa una fine serena. E sarete esaudito, credo, e avrete una fine serena. Nel piccolo parlatorio dell'abate si fece silenzio. Finalmente il vegliardo parl. -- Sei un sognatore e hai delle visioni,--disse con benevolenza. --Anche le visioni pie e buone possono ingannare; non fidartene, come neppur io me ne fido... Sapresti vedere, o fratello sognatore, che cosa penso in cuor mio a questo proposito? -- Posso vedere, padre, che pensate molto benevolmente in proposito. Pensate: Questo giovane scolaro corre qualche pericolo, ha delle visioni, forse ha meditato troppo. Potrei imporgli una penitenza, che non gli far male. Ma quella stessa penitenza la imporr anche a me "... Ecco

quello che pensate ora. L'abate si alz. Sorridendo fece cenno al novizio di congedarsi. --Va bene, --disse. --Non prender troppo sul serio le tue visioni, giovane fratello. Dio richiede qualcos'altro da noi, che aver delle visioni. Ammettiamo che tu abbia lusingato un vecchio, promettendogli una morte benigna. Ammettiamo che il vecchio abbia per un momento ascoltato volentieri questa promessa. Ora basta. Reciterai un rosario, domani dopo la prima messa: lo reciterai con umllt e devozione, non superficialmente, e io far altrettanto. Ora va, Narciso, abbiamo chiacchierato abbastanza. Un'altra volta l'abate Daniele dovette comporre un dissidio fra il pi giovane dei padri insegnanti e Narciso perch non potevano accordarsi su di un punto del programma didattico: Narciso insisteva con molto calore sulla necessit d'introdurre nell'insegnamento alcuni mutamenh, che sapeva anche giustificare con ragioni convincentl; ma padre Lorenzo, per una specie di gelosia, non voleva acconsentlre, e a ogni nuova discussione seguivano giorni di silenzio imbronciato, finch Narciso, sentendo di aver ragione, ritornava sull'argomento. Finalmente padre Lorenzo, un po' offeso, disse: --Ebbene, Narciso, facciamola finita con questa discussione. Tu sai che spctterebbe a me decidere e non a te; tu non sei mio collega, ma mio assistente e devi uniformarti alla mia volont. Ma poich dal tanta importanza alla cosa e io ti sono bens superiore per autorit ma non per sapere e per ingegno, non voglio prendere io stesso la decisione; esporremo la questione al nostro padre abate e lasceremo decidere a lui Cos fecero, e padre Daniele ascolt con paziente bene volenza la disputa dei due eruditi sulla loro concezione dell'insegnamento della grammatica. Quando ebbero esposto minutamente e motivato ciascuno le proprie idee, il vecchio li guard sereno, scuotendo un poco la testa canuta, e disse: --Cari fratelli, voi non pensate certo che io di queste cose m'intenda tanto quanto voi. E lodevole da parte di Narciso che la scuola gli stia cos a cuore e ch'egh aspiri a migliorare i programmi d'insegnamento. Ma se il suo superiore di un'altra opinione, Narclso deve tacere e ubbidire, e tutti i miglioramenti della scuola non compenserebbero il danno, se per causa loro l'ordine e l'obbedienza venissero turbati in questa casa. Biasimo Narciso di non aver saputo cedere. E a tutti e due, miei giovani dotti, auguro che non vi manchino mai superiori pi ignoranti di voi; non c' nulla di meglio contro l'orgoglio--. Con questo scherzo bonario li conged. Ma non dimentic nei giorni seguenti di tener d'occhio i due insegnanti, per vedere se si fosse ristabilito fra loro un buon accordo. Or avvenne che un viso nuovo fece la sua comparsa nel convento, dove di visi se ne vedevan giungere e partire tanti: e il nuovo ospite non era di quelli che passano inosservati e si dimenticano presto. Era un ragazzo, che suo padre aveva gi annunciato da tempo e che un giorno di primavera arriv per studiare alia scuola del convento. Padre e figlio legarono i cavalli al castagno e dal portale si fece loro incontro il frate portinaio.

Il ragazzo guard su all'albero ancora brullo.--Un albero come questo, -- disse, -- non l'ho mai veduto_ Un bell'albero, strano! Mi piacerebbe sapere come si chiama. Il padre, un signore maturo, dal volto preoccupato e un po' contratto, non si cur delle parole del figlio. Ma portinaio, al quale il ragazzo piacque subito molto, soddisfece la sua curiosit. Il ragazzo lo ringrazi gentilmente, gli diede la mano e disse: --lo mi chiamo Boccadoro e debbo venire a scuola qui --. Il frate sorrise, cordiale, e precedette i nuovi arrivati sotto il portale e su per la grande scalinata di pietra. Boccadoro entr senza sgomento nel monastero: sentiva di aver incontrato gi due esseri di cui poteva farsi amico, l'albero e il portiere. I visitatori furono ricevuti prima dal padre direttore della scuola, e verso sera anche dall'abate. All'uno e all'altro il padre di Boccadoro, funzionario imperiale, present suo figlio; fu invitato a rimanere qualche tempo ospite del convento, ma accolse l'invito solo per una notte, dichiarando di dover ripartire l'indomani. Offerse al convento uno dei suoi due cavalli, e il dono fu accettato. La conversazione coi monaci si svolse cortese e fredda; ma tanto l'abate quanto il direttore guardarono subito con simpatia quel bel ragazzo fine, che taceva con deferenza. Il giorno seguente lasciarono partire senza rammarico il padre, e trattennero volentieri il figlio_ Boccadoro fu presentato ai maestri e gli fu assegnato un letto nel dormitorio degli scolari. Quando il padre ripart sul suo cavallo, egli lo salut rispettoso e col viso rattristato, poi rimase immobile a seguirlo con gli occhi, fin che scomparve fra il granaio e il mulino sotto lo stretto portone ad arco del cortile esterno del convento. Allora si volt e una lacrima gli luccicava sulle lunghe ciglia bionde; lo accolse subito il portiere, battendogli affettuosamente la mano sulla spalla. -- Signorino,--disse a mo' di conforto,--non devi esser triste. Quasi tutti in principio hanno un po' di nostalgia per il babbo, per la mamma, per i fratelli. Ma vedrai: si vive anche qui, e tutt'altro che male. --Grazie, frate portinaio, -- rispose il ragazzo. -- lo non ho n fratelli n mamma, ho solo il babbo. --In compenso trovi qui compagni, dottrina, musica, nuovi giochi che non conosci ancora, e una cosa e l'altra, vedrai. E quando hai bisogno di qualcuno che ti voglia bene, vieni da me. Boccadoro lo guard sorridendo. -- Oh, vi ringrazio molto! E se volete farmi un piacere, mostratemi subito, vi prego, dov' il nostro cavallino, che mio padre ha lasciato qui. Vorrei salutarlo e vedere se sta bene anche lui. Il portinaio lo accompagn tosto nella stalla presso il granaio, Nella penombra tiepida c'era un forte odor di cavalli, di sterco e d'orzo, e in uno dei reparti Boccadoro trov il sauro che l'aveva portato fin l. Il cavallo aveva gi riconosciuto il padroncino e tendeva la testa verso di lui; il ragazzo mise le braccia intorno al collo dell'animale, accost la guancia alla sua fronte larga e chiazzata di bian-

co, l'accarezz affettuosamente e gli sussurr all'orecchio: -- Buon giorno, Bless, cavallino mio, mio bravo; stai bene? Mi vuoi bene ancora? Hai anche tu da mangiare? Pensi anche tu a casa? Bless, piccolo, caro, che bella cosa

229 che tu sia rimasto qui! Verr spesso a trovarti, a vedere di te--. Tolse dal risvolto della manica un pezzo di pane che aveva messo da parte a colazione, lo sbriciol e lo diedc da mangiare al cavallo. Poi salut Bless e segu il portiere attraverso il cortile, vasto come la piazza del mercato di una grande citt e piantato in parte a tigli. All'ingresso interno ringrazi il frate e gli diede la mano, ma poi s'accorse di aver dimenticato la strada che conduceva alla sua aula e che gli avevano mostrata il giorno prima: rise un poco, arross e preg il portiere di guidarlo; quegli acconsent volentieri. Entr allora nella classe, dove una dozzina di ragazzi e giovinetti stavan seduti nei banchi, e l'assistente Narciso si volt verso di lui. -- Sono Boccadoro, -- disse, -- il nuovo scolaro. Narciso salut brevemente, senza sorridere: gl'indic un posto nel banco posteriore e prosegu la lezione. Boccadoro sedette. Era stupito di trovare un insegnante cos giovane, maggiore di lui di pochi anni appena, era stupito e lieto di trovare questo giovane maestro cos bello cos distinto, cos serio e insieme cos attraente e amabiie. Il portinaio era stato gentile con lui, l'abate l'aveva accolto tanto benevolmente, l nella stalla c'era Bless, un pezzetto di patria: ed ecco ora questo maestro straordinariamente giovane, serio come un erudito, e fine come un principe, con una voce cos dominata, fredda, positiva, avvincente. Pieno di gratitudine, Boccadoro diede ascolto a quello di cui si parlava, senza tuttavia comprendere subito. Prov un senso di benessere. Era arrivato in mezzo a gente buona ed amabile, ed era pronto ad amarla e a fare di tutto per guadagnarsene l'amicizia. Il mattino, a letto, appena desto, s'era sentito oppresso, ed era ancora stanco del lungo viaggio, e alla partenza del padre aveva pianto un poco. Ma ormai tutto andava bene; era contento. Continuava ad osservare il giovane maestro, compiacendosi della sua figura diritta e slanciata, del suo occhio freddo e lampeggiante, delle sue labbra energiche che spiccavan le sillabe con precisa chiarezza, della sua voce alata, instancabile. Ma quando la lezione fu terminata e gli scolari si alzaronO chiassosi, Boccadoro sussult e s'accorse un po' confuso di aver dormito. E non fu il solo ad accorgersene, anche i suoi vicini di banco l'avevano notato ed avevan passato la parola agli altri. Non appena il giovane maestro ebbe lasciato l'aula, i compagni presero a tirare e urtare Boccadoro da tutte le parti. --Dormito abbastanza? -- domand uno, sogghignando. --Uno scolaro scelto!--motteggi un altro.--Ne ver-

r fuori un bel luminare della Chiesa. S'addormenta come un tasso proprio alla prima lezione! --Mettetelo a letto, il piccolo,--propose uno; e lo afferrarono per le braccia e per le gambe per portarlo via fra le risa generali. Svegliato da tanto strepito, Boccadoro and sulle furie; cominci a dibattersi cercando di liberarsi; ricevette cazzotti e infine fu lasciato cadere, mentre uno lo tratteneva ancora per un piede. Si liber da questo con uno strattone, si gett sul primo che gli capit e impegn subito con lui una lotta violenta. Il suo avversario era un pezzo di ragazzo e tutti stettero ad osservare il duello con avida curiosit. Quando videro che Boccadoro non soccombeva e assestava dei buoni pugni al colosso, molti fra i compagni gli furono subito amici, prima ancora ch'egli conoscesse uno di loro per nome. Ma a un tratto tutti si dispersero precipitosamente; erano appena scomparsi che entrava padre Martino, il direttore, e si trovava di fronte all'unico ragazzo rimasto. Lo guard stupito; gli occhi azzurri del fanciullo brillavano confusi nel viso acceso e un po' pesto. --Be', che ti accaduto?--domand.--Tu sei Boccadoro, no? Ti hanno fatto qualcosa, quei furfanti? -- Oh no, -- rispose il ragazzo, -- l'ho messo fuori combattimento. --Chi poi? --Non so. Non conosco ancora nessuno. Uno ha fatto la lotta con me. --Ah? Ha cominciato lui? --Non so. No, credo d'aver cominciato io. Mi hanno canzonato, e io sono andato in collera. --Bravo, cominci bene, ragazzo mio! Tieni a mente: se tu fai a pugni ancora una volta qui in classe, sarai punito. Ed ora spicciati a venire a cena, avanti! Sorridendo, segu con lo sguardo Boccadoro, che correva confuso e cercava, strada facendo, di ravviarsi con le dita i biondissimi cal~elli scompigliati.

Boccadoro era persuaso che la prima azione della sua ~ita di convento fosse stata una sciocchezza molto sconveniente, e quando cerc e raggiunse i suoi compagni a cena, si sentiva alquanto mortificato. Invece fu aolto con rispetto e cordialit, si riconcili cavallerescamente col suo nemico, e si sent subito benvenuto in quella cerchia. Pur essendo in buoni rapporti con tutti, Boccadoro stent a trovare un vero amico; fra i suoi compagni non c'era nessuno al quale si sentisse affine o che destasse in lui una partlcolare simpatia. Gli altri poi erano sorpresi che l'energlCo pugflatore nel quale avevano creduto di trovare un placevole attaccabrighe fosse invece un collega molto pacifico, che pareva aspirare soprattutto alla gloria di scolaro modello.

C'erano due uomini nel convento, che attiravano il cuore di Boccadoro, che gli piacevano, che occupavano i suoi pensieri e per i quali sentiva ammirazione, affetto e rispetto: l'abate Daniele e l'assistente Narciso. L'abate Daniele gli sembrava quasi un santo: la sua semplicit e la sua bonti, il suo sguardo chiaro e pieno di sollecitudine, il suo mo:lo di comandare e di governare, umile come se prestasse un servizio, i suoi gesti calmi e buoni, tutto questo lo attirava straordinariamente. Avrebbe desiderato diventare fl servitore personale di quel sant'uomo, stargli sempre vicino, ubbidiente e servizievole, e offrire a lui come tributo costante tutto il suo giovanile ardore di devozione, e imparare da lui una vita pura, nobile, santa. Poich Boccadoro aveva intenzione non solo di terminare la scuola, ma di rlmanere possibilmente in convento per sempre e di consacrare la sua vita a Dio; questa era la sua volont, questo era fl desiderio e il comando di suo padre, e questo certo era deshnato e chiesto anche da Dio. Nessuno pareva accorgersene guardando quel bel ragazzo fiorente, eppure su di lul gravava una tara, una tara d'origine, un segreto compito d'espiazione e di sacrificio. Anche l'abate non se n'accorgeva, quantunque il padre di Boccadoro gli avesse fatto alcune allusioni ed espresso chiaramente il desiderio che suo figlio rimanesse in quel convento per sernpre Pareva che qualche macchia segreta oscurasse la nascita d Boccadoro, che qualche colpa taciuta richiedesse espiaZione. Ma il padre era piaciuto poco all'abate, il quale alle parole di lui e alla sua aria d'importanza aveva contrapposto una cortese freddezza, senza dare gran peso alle sue allusioni. L'altro che aveva destato l'affetto di Boccadoro possedeva occhio pi acuto e intuito pi penetrante, ma si teneva riserbato. Narciso aveva subito compreso quale magnifico uccello d'oro gli fosse volato incontro. Solitario com'era nella sua superiorit, aveva subito sentito in Boccadoro l'anima affine, bench sembrasse il suo opposto in tutto. Se Narciso era scuro e magro, Boccadoro era radioso e florido. Se Narciso sembrava un pensatore e un analizzatore, Boccadoro sembrava un sognatore e un'anima di fanciullo. Ma c'era al di sopra dei contrasti qualcosa che li accomunava: entrambi erano nature superiori, entrambi si distmguevano dagli altri per doti e caratteristiche palesi, entrambi avevano ricevuto un monito particolare dal destmo Narciso s'interessava vivamente a quella giovane anlma, di cui aveva subito riconosciuto l'indole e la sorte. Boccadoro ammirava ardentemente quel suo maestro bello e dall'intelligenza superiore. Ma Boccadoro era timido; per guadagnarsi le simpatie di Narciso non trovava altro modo che sforzarsi fino all'estenuazione d'essere uno scolaro attento e docile. E non lo tratteneva soltanto la timidezza. Lo tratteneva anche il senso che Narciso fosse un pericolo per lui. Egli non poteva avere per ideale e per modello il buono ed umile abate e insieme il saputo, dotto, perspicace Narciso. E nondimeno tendeva con tutte le forze spirituali della sua giovinezza a questi due ideali, inconciliabili. Spesso ne soffriva. A volte, nei primi mesi della sua vita scolastica, si sentiva il cuore cos turbato e combattuto fra opposti affetti, che gli veniva una gran tentazione di fuggire o di sfogare con i compagni il suo tormento e la sua collera interiore, Spesso bastava una piccola canzonatura o l'insolenza di un compagno per farlo montare

improvviSamente, lui cos buono, su tutte le furie, e solo con uno sforzo estremo riusciva a contenersi e a voltar le spalle in silenzio, con gli occhi chiusi, pallido come un cencio Allora andava a cercare nella stalla il cavallo Bless, appoggiava il capo sul suo collo, lo baciava, piangeva accanto a lui. A poco a poco la sua sofferenza crebbe e divenne palese. Le sue guance s'allungavano, spesso il suo sguardo era spento: il suo riso, a tutti caro, si faceva sempre meno frequente. Non sapeva egli stesso quel che gli succedeva. Desiderava e voleva smceramente essere un bravo scolaro venir ammesso presto al noviziato e diventar poi un pio e tranquillo fratello dei padri; era convinto che tutte le sue forze e le sue doti tendessero a questa meta placida e pia e non conosceva altre aspirazioni. Perci gli sembrava strano e triste che questa meta semplice e bella fosse cos difficile da raggiungere. Com'era stupito e scoraggiato, nel constatare talvolta in se stesso tendenze e stati d'animo riprovevoli: distrazione e svogliatezza nello studio, sogni e fantasie o sonnolenza durante le lezioni, ribellione e antipatla verso il maestro di latino, permalosit e irosa impazlenza con i compagni! Ma ci che lo turbava di pi era che fl suo affetto per Narciso non riuscisse a conciliarsi con l'affetto per l'abate Daniele. Intanto qualche volta gli pareva di sentire con intima certezza che anche Narciso gli voleva bene, s'interessava a lui, lo sorvegliava. Narciso pensava infatti al ragazzo pi assai che questi non sospettasse. Desiderava farselo amico, presentiva in quel giovinetto bello, caro, radioso, il suo opposto e il suo complemento; avrebbe voluto attirarlo a s, guidarlo, illummarlo, accrescere le sue forze e portarle a fioritura. Ma si tratteneva per diverse ragioni, e di quasi tutte si rendeva conto. ln primo luogo lo legava e lo frenava l'orrore per quegli insegnanti e quei monaci, che non di rado s'innamoravano di scolari o di novizi. Egli stesso aveva sentito pi volte con ripugnanza sopra di s cupidi occhi di uomini attempati. Pi volte aveva opposto alle loro genhlezze e alle loro moine una tacita difesa. Ora li comprendeva meglio... anch'egli sentiva la tentazione d'innamorarsi del bel Boccadoro, di provocare il suo riso simpatico, di passare affettuosamente la mano fra i suoi chiari capelli blondi Ma non l'avrebbe mai fatto, mai. Inoltre in qualit di asslstente con funzioni di insegnante, ma senza la relahva carlca ed autorit, era abituato a comportarsi, di fronte a quel ragazzi di pochi anni minori di lui, come se fosse magglore di vent'anni: era abituato ad astenersi severa23s mente da ogni preferenza per chicchessia e ad imporsi una particolare giustizia e sollecitudine verso quelli che gli erano antipatici. Egli serviva lo spirito, allo spirito dedicava la sua vita austera, e solo nei momenti di minor vigilanza si permetteva la compiacenza dell'orgoglio, del saper meglio e dell'essere pi intelligente degli altri. No, per quanta seduzione avesse per lui un'amicizia con Boccadoro, essa era un pericolo e non doveva intaccare il nucleo della sua vita. Il nucleo e il senso della sua vita erano di servire lo spirito, il verbo, erano di guidare con tranquilla superiorit i suoi scolari - e non solo i suoi scolari - ad alte mete

spirituali, rinunciando al proprio interesse. Da pi d'un anno ormai Boccadoro era scolaro del convento di Mariabronn; sotto i tigli del cortile e sotto il bel castagno, gi cento volte aveva giocato coi camerati, a rincorrersi, al pallone, ai briganti, a lanciar palle di neve; era venuta la primavera, ma Boccadoro si sentiva stanco e debole, spesso gli doleva il capo, e a scuola faceva fatica a star desto e attento. Una sera gli si avvicin Adolfo, quello scolaro con cui il primo incontro era stato uno scambio di pugni e insieme al quale quell'inverno aveva cominciato a studiare Euclide. Era l'ora di ricreazione dopo cena, in cui era permesso giocare nei dormitori, chiacchierare nelle aule e anche passeggiare nel cortile esterno del convento. -- Boccadoro,--gli disse Adolfo, mentre lo trascinava gi per le scale, --voglio raccontarti una cosa, una cosa allegra. Ma tu sei uno scolaro modello e vuoi certo diventar vescovo.. dammi prima la tua parola che sarai solidale e non mi denuncerai ai maestri. Boccadoro diede senz'altro la sua parola. C'era un onore di convento e c'era un onore di scolari: talvolta si trovavano in conflitto, egli lo sapeva bene, ma, come sempre, le leggi non scritte erano pi forti di quelle scritte, e Boccadoro non si sarebbe mai sottratto, fin tanto ch'era scolaro, alle leggi e ai concetti d'onore della scolaresca. Adolfo lo trascin fuori dal portale sotto gli alberi, e gli bisbigli che c'era un gruppetto di buoni e arditi compagni, al quale egli apparteneva, che avevano raccolto dalle generazioni passate l'usanza di ricordarsi qualche volta che non erano monaci e di uscire una sera dal convento per recarsi al villaggio. Era un divertimento e un'avventura, a cui un ragazzo che si rispetti non doveva sottrarsi; nella notte sarebbero ritornati. --Ma allora il portone chiuso,--obiett Boccadoro. Certo, era chiuso, e questo appunto costituiva il divertimento. Ma sapevano rientrare da vie segrete senza farsi vedere; non era la prima volta. Boccadoro ricord. La frase andare al villaggio " era gii arrivata al suo orecchio; con quelle parole s'intendeva una scappata notturna degli allievi, in cerca di segreti piaceri ed avventure d'ogni genere; ed era severamente proibita e punita dalla regola del convento. Boccadoro si sgoment. Andare al villaggio era peccato, era proibito. Ma egli comprendeva benissimo che appunto per questo fra ragazzi che si rispettano , poteva far parte dell'onore di uno scolaro l'affrontare il pericolo, e che era segno di una certa distinzione essere invitato a quell'avventura. Avrebbe preferito dir di no, tornare indietro e correre a letto. Era tanto stanco e non si sentiva bene, aveva avuto mal di capo tutto il pomeriggio. Ma si vergognava un poco davanti a Adolfo. E chiss, forse l fuori, nell'avventura c'era qualcosa di bello e di nuovo, qualcosa che poteva far dimenticare il dolor di capo, il torpore ed ogni sorta di

malessere. Era una scappata nel mondo, furtiva e proibita, vero, non troppo gloriosa, ma forse una liberazione, un'esperienza. Nicchi un poco, mentre Adolfo faceva di tutto per persuaderlo, poi a un tratto scoppi a ridere e disse di s. Si dileguarono inosservati sotto i tigli nell'ampio cortile gi buio, il cui portone esterno a quell'ora era chiuso. Il compagno lo condusse nel mulino del convento, dove nel crepuscolo e nel continuo fragore delle ruote era facile intrufolarsi senza farsi udire n vedere. Da una finestra passarono, gi in piena oscurit, su di un umido e sdrucciolevole deposito d'assi di legno, ne portarono via una, che dovettero gettare sopra il torrente per passare dall'altra parte. Ed eccoli fuori sulla strada maestra, che riluceva scialba e scomparivl nel bosco nero. Tutto questo era eccitante e misterioso e piacque molto al ragazzo, Al margine del bosco stava gi un compagno, Corrado, e dopo una buona attesa ne giunse a gran passi un altro il lungo Everardo. Marciarono cos in quattro attraverso il bosco; sopra di loro si levavano frusciando gli uccelli notturni, qualche stella si mostrava umida e lucente fra le nubi quiete. Corrado chiacchierava e faceva dello spirito, gli altri univano di tanto in tanto le loro risate, ma la notte alitava sopra di loro solenne e inquietante, accelerando il ritmo dei loro cuori. Di l dal bosco raggiunsero in un'oretta il villaggio. Tutto pareva gi addormentato; i bassi comignoli emergevano pi chiari dai cupi costoloni della travatura: non una luce brillava. Adolfo precedeva; strisciarono silenziosi attorno ad alcune case, scavalcarono una siepe, si trovarono in un giardino, calpestarono la terra molle delle aiuole, incespicarono in alcuni gradini e si fermarono al muro di una casa. Adolfo buss ad un'imposta, aspett, buss ancora; dentro si ud del rumore e subito s'accese una luce, l'imposta s'aperse e l'uno dietro l'altro entrarono in una cucina dal nero camino e dal pavimento di terracotta. Sul focolare c'era una piccola lampada ad olio e sull'esiguo lucignolo ardeva una debole fiamma vacillante. Una serva di contadini, magra, diede la mano ai giovani invadenti, e dietro di lei usc dall'oscurit una fanciullina dalle lunghe trecce scure. Adolfo aveva portato dei doni; una mezza pagnotta di pan bianco del convento e qualcos'altro in un sacchetto di carta: Boccadoro immagin che fosse un po' d'incenso rubato o di cera da candele o qualcosa di simile. La ragazzina dalle trecce usc senza lume, a tastoni, dalla porta, rimase via a lungo, poi ritorn con un boccale di terracotta grigia a fiori azzurri, che porse a Corrado. Egli bevve e pass il bicchiere agli altri, che seguirono il suo esempio: era forte mosto di sidro. Alla minuscola fiamma della lampada sedettero, le due ragazze sopra duri sgabelli e intorno a loro, per terra, gli scolari. Parlavano a voce bassa, bevendo di quando in quando il mosto; Adolfo e Corrado tenevano la conversazione. Ogni tanto uno s'alzava e accarezzava i capelli e la nuca della ragazza magra, le sussurrava parole all'orecchio; la piccola rimaneva impassibile. Forse, pens Boccadoro, la grande era la serva e la graziosa piccola la figlia di casa. Del resto, era indifferente, non gli importava nulla, poich non sarebbe mai pi ritornato l. La scappata furtiva e la

passeggiata notturna attraverso il bosco erano state belle: qualcosa d'inconsueto, di eccitante, di misterioso, ma senza pericoli. Era bens proibito, ma la trasgressione del divieto non opprimeva troppo la coscienza. Quello invece che accadeva l, quella visita notturna alle ragazze, era cosa pi che proibita, egli lo sentiva, era peccato. Per gli altri forse anche questo non rappresentava che una piccola marachella, ma per lui no; a lui, che si sapeva destinato alla vita monastica e all'ascesi, non era permesso di giocare con le ragazze. No, non sarebbe pi tornato. Ma il suo cuore batteva forte e inquieto nella penombra della misera cucina. I suoi compagni facevano gli eroi davanti alle ragazze e Si davano importanza, intercalando alla conversazione frasi latine. Tutti e tre pareva godessero le grazie della servetta; le si avvicinavano di quando in quando con le loro plccole goffe moine, di cui la pi tenera era un timido baclo. Pareva che sapessero esattamente ci ch'era loro permesso m quel luogo. E poich tutta la conversazione doveva svolgersi in tono di bisbiglio la scena aveva in verit qualche cosa di comico; ma Boccadoro non lo sentiva. Se ne stava rannicchiato per terra, con lo sguardo fisso nella fiammella del lumino sospeso, senza pronunciare una parola. Talvolta, guardando di traverso con una certa avidit, afferrava una delle tenerezze che gli altri si scambiavano. Poi fissava rigido dinanzi a s. Avrebbe preferito non guardar altro che la piccola dalle trecce, ma questo appunto proibiva a se stesso. Ogni volta per che la sua volont cedeva e I suo sguardo, sviandosi, andava a posarsi sul dolce viso silenzioso della fanciulla, trovava Immancabilmente gli occhi scuri di lei che lo fissavano come affascinati. Era passata forse un'ora - Boccadoro non aveva mai vissuto un'ora cos lunga - le parole e le tenerezze degli scolari erano esaurite; si fece silenzio e segu un certo imbarazzo. Everardo cominci a sbadigliare. Allora la ragazza maggiore li invit a partire. Tutti s'alzarono, tutti le diedero la mano, Boccadoro per ultimo. Poi tutti diedero la mano alla piccola, Boccadoro per ultimo. Poi Corrado salto per primo dalla finestra, lo seguirono Everardo e Adolfo. Quando anche Boccadoro stava scavalcando, si senti trattenere da una mano sulla spalla: Non pot fermarsi; solo quando fu fuori e in piedi, si volt esitante. Dalla finestra Sl sporgeva la piccola dalle trecce. --Boccadoro! -- sussurr. Egli rimase immobile. N~RC150 E BOCCADORO -- Verrai ancora? --domand lei. La sua voce timida era come un soffio. Boccadoro scosse il capo. Ella stese testa egli sent sulle sue tempie il mani. Ella si sporse in fuori finch trovarono proprio vicini a quelli di le mani, gli prese la calore di quelle piccole i suoi occhi scuri si lui.

-- Vieni ancora! -- sussurr: e la sua bocca sfior la bocca di lui in un bacio infantile.

Egli corse in fretta dietro gli altri, attravers il giardinetto, inciamp nelle aiuole, fiut odor di terra umida e di concime, si graffi una mano contro un cespuglio di rose, s'arrampic sulla siepe e via di galoppo fuori del villaggio, verso il bosco. "Mai pi!" diceva imperiosa la sua volont. "Domani ancora!" supplicava il cuore singhlozzante. Nessuno incontr i nottambuli, che ritornarono indisturbati a Mariabronn, attraverso il torrente, il mulmo, la piazza dei tigli, e per vie segrete, di tettoia in tettoia, rlentrarono dalle finestre bifore nel convento e nel dormitorlo. Alla mattina il lungo Everardo dovette essere sveghato coi pugni, tanto pesante era il suo sonno. Tutti furono puntuali alla prima messa, alla colazione, in classe; ma Boccadoro aveva cos brutta cera, che padre Martino gli domand se fosse malato. Adolfo gli gett un'occhiata ammonitrice ed egli disse che non aveva nulla. Ma alla lezione di greco verso mezzogiorno, Narciso non gli tolse gli occhi di dosso. Anch'egli s'accorse che Boccadoro era malato, ma non disse nulla e l'osserv attentamente. Finita la lezione, lo chiam a s. Per non attirar l'attenzione degli scolari, lo mand con un incarico in biblioteca. L lo segu. --Boccadoro.--disse, --posso aiutarti? Vedo che sei angustiato Forse sei malato. Allora ti mettiamo a letto, ti mandiamo una minestrina da malati e un bicchiere di vino. Oggi non hai testa per il greco. Attese a lungo una risposta. Il ragazzo lo guardava, pallido, con gli occhi smarriti, chinava il capo, lo rialzava, contraeva le labbra, voleva parlare, non poteva. A un tratto cadde da un lato, appoggi il capo su di un leggio, fra le due piccole teste d'angelo in legno di quercia che l'ornavanO da una parte e dall'altra, e scoppi in un tal pianto, che Narciso si sent imbarazzato e distolse un momento lo sguardo, prima di sollevare il ragazzo singhiozzante. -- Ma s,--disse in un tono cos affettuoso come Boccadoro non l'aveva mai udito parlare, -- ma s, amice, piangi pure, dopo starai meglio. Qua, siedi, non c' bisogno che tu parli. Vedo che non ne puoi pi; forse hai faticato tutta mattina a tenerti su, a non lasciar scorgere nulla; sei stato molto bravo. Ora piangi pure; il meglio che tu possa fare. No? Gi finito? Gi in piedi? Bene, allora andiamo in infermeria, ti metterai a letto e questa sera starai molto meglio. Vieni! Lo condusse, evitando le aule, in una camera per gli ammalati, gl'indic uno dei due letti vuoti, e, mentre Boccadoro cominciava docilmente a svestirsi, usc per annunciare al direttore che il ragazzo era malato. Ordin anche, come aveva promesso, una minestrina, e un bicchiere di vino aromatico; questi due bene~cia, molto usati in convento, erano assai graditi dalla maggior parte dei malati di poco conto. Boccadoro, disteso sul letto, cercava di rimettersi dal suo smarrimento. Un'ora prima forse avrebbe saputo spiegarsi quale fosse la causa di una cos indicibile stanchezza quale tremenda tensione dell'animo gli rendesse la testa vuota e gli facesse bruciar gli occhi. Era lo sforzo violento, rinnovato ad ogni istante e ad ogni istante fallito, di

dimenticare la sera precedente... o meglio non la sera, non la folle e bella scappata dal convento chiuso, non la passeggiata nel bosco n lo sdrucciolevole ponticello di fortuna sul nero torrente del mulino, o l'uscire e l'entrare scavalcando siepi e finestre, ma uniCamente quel momento presso la finestra scura della cucina, il respiro e le parole della fanciulla, il contatto delle sue mani, il bacio delle sue labbra. Ma ora s'era aggiunto qualcosa di nuovo, un nuovo sgomento, una nuova esperienza. Narciso s'era occupato di lui, Narciso gli voleva bene, Narciso gli aveva dimostrato premura.. quel giovane cos fine, distinto, intelligente, dalla bocca sottile e lievemente beffarda! E lui, lui davanti a quell'essere superiore s'era lasciato andare, s'era mostrato confuso, balbettante, singhiozzante! Invece di cattivarselo con le armi pi nobili, col greco, con la filosofia, con l'eroismo dello spirito e la dignit dello stoicismo, s'era accasclato dinanzi a lui, debole da far piet! Non se lo sarebbe mai perdonato, non avrebbe pi potuto guardar Narciso negli occhi senza arrossire. Ma il pianto aveva allentato la grande tensione; il Silenzio della camera solitaria e il buon letto facevano bene, la disperazione aveva perduto una buona met della sua forza. Dopo un'oretta entr un frate inserviente, recando una minestra di farina un pezzetto di pan bianco e un bicchierino di vin rosso, che gli scolari solevano ricevere solo nei giorni di festa. Boccadoro mangi e bevette: vuot il piatto a met, lo allontan, ricominci a pensare, ma la testa non funzionava; riprese il piatto, ingoi qualche altra cucchiaiata. E quando un po' pi tardi la porta s'aperse piano ed entr Narciso per vedere il malato, questi giaceva immerso nel sonno e le sue guance erano rltornate rosee. Narciso l'osserv a lungo, con affetto, con curiosit indagatrice ed anche con un po' d'invldia. Vide che Boccadoro non era malato; l'indomani non sarebbe stato pi necessario mandargli del vino. Ma sent anche che il ghiaccio era rotto, che sarebbero diventati amlcn Quel giorno era stato Boccadoro ad aver bisogno di lui, dei suoi servigi. Un'altra volta forse egli stesso sarebbe stato debole e avrebbe avuto bisogno di un aiuto, di un affetto. E da quel ragazzo avrebbe potuto accettarlo, quando fosse venuto il momento. Strana amicizia fu quella che s'inizi fra Narciso e Boccadoro; piaceva a pochi, e talvolta pareva dispiacesse a loro stessi. Narciso, il pensatore, ebbe da principio la parte pi difficile. Per lui tutto era spirito, anche l'amore, non gli era dato abbandonarsi spensieratamente ad un'attrazione. In quell'amicizia egli era lo spirito reggente, e per molto tempo fu ll solo a riconoscerne con chiarezza il destino la portata e il significato. Per molto tempo, in pieno affetto egli rimase solitario; sapeva che non sarebbe riuscito a possedere davvero l'amico se non dopo averlo condotto alla conoscenza. Fervido e ardente, Boccadoro s'abbandonava alla nuova vita come per gioco, senza rendersi conto di nulla; cosciente e responsabile, Narciso accettava l'alto destino. Per Boccadoro fu innanzi tutto una liberazione e una guarigione. Il suo giovanile bisogno d'amore era stato po-

tentemente destato dalla vista e dal bacio di una graziosa fanciulla, e soffocato subito senza speranza. Poich in fondo all'anima egli sentiva che tutto il sogno della sua vita fino a quel giorno, tutto quello in cui aveva creduto, a cui si riteneva destinato e chiamato, era stato compromesso alla radice dallo sguardo di quegli occhi scuri. Destinato dal padre alla vita monastica, disposto con tutta la sua volont ad accettarla, proteso col fervore del primo slancio giovanile verso un pio ideale di eroismo ascetico, egll aveva sentito in modo irresistibile, al primo incontro fugace, al primo appello che la vita aveva rivolto ai suoi sensi, al primo saluto del sesso femminino, che l stava il suo nemico e il suo demone, che la donna era il suo pericolo. Ed ecco il destino porgergli una salvezza, ecco nel momento pi grave venirgli incontro quell'amicizia e offrire al suo desiderio un giardino rigoglioso, al suo culto un nuovo altare. Qui gli era permesso di amare, gli era permesso di darsi senza peccato, di donare il suo cuore ad un amico ammirato, maggiore e pi saggio di lui, di trasformare e di spiritualizzare le fiamme pericolose dei sensi in nobili fuochi d'offerta. Ma subito nella primavera di quest'amicizia egli si trov ad urtare in ostacoli strani, in freddezze inattese ed enigmatiche, in esigenze che lo sgomentavano. Perch egli era ben lungi dal considerare l'amico come il suo contrapposto. Gli pareva che bastasse l'amore, la dedizione sincera, per fare di due esseri uno solo, per cancellare le differenze, per superare i contrasti. Ma com'era austero e sicuro, com'era chiaro e inesorabile quel Narciso! Pareva ch'egli non conoscesse n desiderasse un innocente abbandono reciproco, un cammino comune e grato sul terreno dell'amicizia. Pareva ch'egli ignorasse e non ammettesse vie senza meta, vagabondaggi sognanti. Aveva bens mostrato la sua sollecitudine per Boccadoro, quando questi sembrava malato, e lo aiutava e lo consigliava fedelmente in tutte le cose di scuola e di studio, gli spiegava difficili passi d bri, lo illuminava nel campo della grammatica, della logica, della teologia; ma non sembrava mai soddisfatto dell'amico e d'accordo con lui, spesso sembrava perfino che lo deridesse un poco, che non lo prendesse sul serlo. Boccadoro sentiva bene che non si trattava di semplice pedanteria di maestro, di un'ostentazione di superiorit da parte del pi anziano e del pi assennato; sentiva che c'era qualcosa d'altro, qualcosa di pi profondo, di pi importante. Ma non riusciva ad afferrarlo, e la sua amiCizla lo rendeva spesso triste e perplesso. In realt Narciso conosceva perfettamente l'amico, non era cieco alla sua fiorente bellezza, alla sua forza naturale, alla sua rigogliosa pienezza di vita, Non era affatto un maestrO pedante, che volesse nutrir di greco una glovane anima fervida e rispondere con la logica ad un amore innocente Piuttosto amava troppo il biondo giovinetto, e per lui questo era un pericolo, perch amare per lui non era uno stato naturale, ma un miracolo. A lui non era lecito innamorarSi, appagarsi della vista gradevole di quei begli occhi, della vicinanza di quella biondezza luminosa e florida; egli non doveva permettere al suo amore d'indugiare anche un solo momento nei sensi. Poich se Boccadoro si

sentiva destinato a diventar monaco ed asceta e a tendere per tutta la vita verso la santit, Narciso era veramente destinato a quella vita. A lui era permesso d'amare in una forma sola, nella pi elevata. Del resto, alla vocazione di Boccadoro per la vita ascetica Narciso non credeva. Egli aveva una singolare capacit di leggere nell'animo degli uomini e in questo caso, amando, leggeva con tanta maggior chiarezza. Vedeva la natura di Boccadoro e, malgrado fosse l'opposto della sua, la comprendeva a fondo, perch ne era l'altra met, la met perduta. Vedeva questa natura racchiusa entro una dura corazza d'immaginazioni di errori d'educazione, di parole paterne, e da tempo intuiva tutto il segreto, non complicato, di quella giovane vita. Il suo compito gli era chiaro: svelare questo segreto a colui che lo portava in s, liberarlo dalla sua corazza restituirgli la sua vera natura. Sarebbe stato difficile, e la cosa pi penosa era che ci gli sarebbe forse costato la perdita dell'amico. Il cammino per accostarsi alla meta fu di una lentezza estrema. Passarono mesi, prima che fosse possibile anche solo attaccare seriamente il discorso e giungere ad una discussione sostanziale. Tanto eran lontani l'uno dall'altro non ostante tutta la loro amicizia, tanto era ampio l'arco teso fra di loro! Un veggente e un cieco: cos camminavano a fianco; e se il cieco ignorava la sua cecit, il solllevo era solo suo. La prima breccia fu aperta da Narciso, quando cerc d'indagare la vicenda che aveva spinto, in un'ora di debolezza, il ragazzo sconvolto verso di lui. L'indagine fu meno difficile di quel che avesse pensato. Boccadoro sentiva da un pezzo il bisogno di confessare l'esperienza di quella notte; ma non c'era nessuno, fuorch l'abate, in cui avesse abbastanza confidenza, e l'abate non era il suo confessore. Quando dunque Narciso, in un momento che gli parve favorevole, ricord all'amico quell'inizio della loro unione ed accenn lievemente al segreto, l'altro disse senza ambagi: --Peccato, che tu non abbia ancora ricevuto gli ordini e non possa ancora confessare; mi sarei liberato volentieri di quella faccenda in confessione ed avrei ac-

cettato volentieri una penitenza. Ma al mio confessore non sono stato capace di dirla. Prudente e scaltro, Narciso continu a indagare; la traccia era trovata. --Ricordi anche tu,--prov a dire,--quella mattina che sembravi malato non l'hai dimenticata, poich allora siamo diventati amici. Io ho dovuto ripensarci spesso. Forse non te n'accorgesti, ma io allora rimasi veramente imbarazzato. --Tu imbarazzato? -- esclam l'amico incredulo. -Ma l'imbarazzato ero io! Ero io che stavo l senza riuscire a metter fuori una parola e inghiottivo saliva, fin che scoppiai a piangere come un bambino! Vergogna, ne arrossisco ancora oggi credevo che non sarei pi stato capace di comparire ai tuoi occhi. Lasciarmi vedere da te cos miseramente debole !

Narciso procedette tastando. --Capisco, -- disse, -- che sia stata per te una cosa spiacevole. Un pezzo di ragazzo gagliardo come te, piangere davanti a un amico, maestro per giunta: non era degno della tua natura. Ebbene, io allora ti ritenni proprlo malato. Anche un Aristotele, se sconvolto dalla febbre, pu comportarsi in modo strano. Invece non eri affatto malato! Non c'era ombra di febbre! E di questo ti vergogni. Nessuno si vergogna di lasciarsi vincere da una febbre, nevvero? Ti vergogni, perch avevi ceduto a qualcos'altro, perch qualcos'altro ti aveva sopraffatto. Era avvenuta dunque una cosa molto strana? Boccadoro esit un poco, poi disse lentamente: -- S, era avvenuta una cosa strana. Ammettiamo che tu sia il mio confessore, una volta bisogna pur che la dica! A capo chino raccont all'amico la storia di quella notte. Narciso osserv sorridendo: -- E vero, andare al villaggio una cosa proibita. Ma tante cose proibite si fanno e poi ci si ride sopra, oppure si confessano e tutto finito e uno non ci pensa pi. Perch non avresti dovuto commettere anche tu, come quasi ogni scolaro, codeste sciocchezze? P poi cos grave? Boccadoro proruppe adirato, senza ritegno: --Parli proprio come un maestro di scuola! Sai benissimo di che si tratta! Naturalmente non vedo un gran peccato nel burlarsi una volta tanto delle regole del convento e nel partecipare a una scappata da scolari, per quanto anche questo non sia precisamente un esercizio preparatorio alla vita monastica. --Alt! -- esclam Narciso severo. -- Non sai, amico mio, che per molti pii padri proprio questi esercizi furono necessari? Non sai che una vita di libertinaggio pu essere una delle vie pi brevi per giungere ad una vita di santlt ? --Ah, sta zitto!--protest Boccadoro.--Volevo dire: non era quel tantino di disubbidienza, che opprimeva la mia coscienza. Era qualcos'altro. Era la ragazza. Era un sentimento che non so descriverti! Sentivo che se avessi ceduto a quell'adescamento, se avessi solo steso la mano per toccare la ragazza, non avrei pi potuto tornare indietro, che allora il peccato mi avrebbe inghiottito come la bocca dell'mferno e non mi avrebbe pi restituito. E addio bei sogni, addio virt, addio amore di Dio e del Bene! Narciso fece un cenno del capo, sopra pensiero. --L'amore di Dio,--disse lentamente cercando le parole,--non sempre una cosa sola con l amore del Bene Ah, se fosse cos semplice! Ci che bene, lo sappiamo sta nei comandamenti. Ma Dio non solo nei comandamenti, caro; questi non sono che la pi piccola parte di lui. Tu puoi attenerti ai comandamenti ed essere lontanissimo da Dio.

--Ma non mi capisci? --gemette Boccadoro. --Certo che ti capisco. Tu senti nella donna, nel sesso la quintessenZa di ci che chiami mondo e peccato . Di tutti gli altri peccati o ti senti incapace, o ti pare che se h commettessi non ti opprimerebbero tanto, li potresti confessare e riparare. Solo quel peccato, no! -- Ecco, proprio cos sento. --Vedi che ti capisco. E non hai tutti i torti: la storia di Eva e del serpente non in verit una favola oziosa. Eppure non hai ragione, caro. Avresti ragione, se fossi I abate Daniele o il tuo patrono, san Crisostomo, se fossi un vescovo o un sacerdote o anche solo un piccolo semphce monaco. Ma tu non sei nulla di tutto questo. Sei uno scolaro, e se anche hai il desiderio di rimanere per sempre in convento, o se tuo padre ha questo desiderio per te, non hai per fatto ancora alcun voto, non hai

preso ancora nessun ordine. Se oggi o domani fossi sedotto da una bella ragazza e cedessi alla tentazione, non romperesti nessun giuramento, non violeresti nessun voto. --Non un voto scritto! --esclam Boccadoro eccltato. -- Ma un voto non scritto, il pi sacro che io porti in me. Non puoi capire che ci che vale forse per altri, per me non vale? Neppur tu hai preso gli ordim, neppur tu hai fatto un voto ma non ti permetterestl mai di toccare una donna! O m inganno? Non sei cos? Non sei quello che io ti credevo? Non hai forse fatto anche tu da un pezzo in cuor tuo il giuramento non ancor prestato a parole davanti ai superiori, e non ti senti legato da questo per sempre ? Non sei dunque simile a me ? --No, Boccadoro, non sono simile a te, non come tu credi. E vero che anch'io porto in cuore un voto inespresso in questo hai ragione. Ma simile a te non sono affatto. T; dico oggi una parola, di cui ti rammenterai un giorno. Ti dico: la nostra amicizia non ha altro scopo e altro senso che quello di mostrarti come tu sia completamente dissimile da me! Boccadoro rimase sconcertato: Narciso aveva parlato con uno sguardo e con un tono che non ammettevano contraddizione. Tacque. Ma perch Narciso pronunciava quelle parole? Perch il voto inespresso di Narciso doveva essere pi sacro del suo? L'amico non lo prendeva dunque sul serio, vedeva in lui soltanto un fanciullo? I turbamenti e le tristezze di quella singolare amiciZla rlcominciavano. Narciso non aveva pi dubbi sulla natura del segreto di Boccadoro. Eva, la madre primigenia, vi era celata. Ma com'era possibile che in un giovane cos bello, sano e fiorente, il risveglio del sesso urtasse contro un'oshllt tanto accanita? Ci doveva essere un demone all'opera, un nemico segreto, ch'era riuscito a scindere quella magnifica natura e a metterla in contrasto con i suoi Istinti orlglnari. Ebbene, il demone doveva esser trovato, evocato, messo in luce: poi l'avrebbero vinto.

Intanto Boccadoro era sempre pi evitato e lasciato in disparte dai compagni, o meglio essi si sentivano abbandonati e in certo modo traditi da lui. Nessuno vedeva di buon occhio la sua amicizia con Narciso. I maligni la screditavano come contro natura, ed erano specialmente quelli innamorati di uno dei due giovani. Ma anche gli altri, per i quali era evidente che non si poteva sospettare una colpa in quella relazione, scuotevano il capo. Nessuno voleva concedere a quei due di essere amici; pareva che unendosl fra di loro essi si fossero orgogliosamente isolati dagll altrl, come aristocratici per i quali gli altri fossero d'un hvello troppo inferiore; e ci non era collegiale, non era claustrale, non era cristiano. All'orecchio dell'abate Daniele giunsero voci, accuse, calunnie. In oltre quarant'anni di vita claustrale egli aveva assistito a molte amicizie fra giovani: facevano parte del quadro del convento, erano un grazioso supplemento, a volte un passatempo, a volte un pericolo. L'abate si mantenne in disparte, con gli occhi aperti, ma senza immischiarsi. Un'amicizia cos fervida e cos esclusiva era una cosa rara, certo non scevra di pericolo, ma, poich egli non dubitava un istante della sua purezZa, lasciava che gll eventi seguissero il loro corso. Se Narciso non si fosse trovato in una posizione d'eccezione fra scolari e insegnantl, l'abate non avrebbe esitato a ordinare una separazlone fra i due. Non era bene per Boccadoro staccarsi dal compagni, mantenendo stretti rapporti esclusivamente con uno maggiore di lui, con un maestro. Ma era giusto che Narciso, il giovane eccezionale dalle doti straordinarle, che gli altri insegnanti consideravano spiritualmente pari a loro, anzi superiore, venisse rimosso dalla sua carnera prlvllegiata e privato dell'attivit didattica? Se non avcsse fatto buona prova come maestro, se la sua amiclzla l'avesse indotto a qualche trascuratezza e parzialit l'abate lo avrebbe immediatamente richiamato. Ma non esisteva nulla contro di lui, nulla fuorch voci, fuorch la gelosa diffidenza degli altri. Inoltre l'abate sapeva delle singolari attitudini di Narciso a penetrare e conoscere gli uomini. Non sopravvalutava queste doti, forse un po' presuntuose, altre gli sarebbero state pi gradite nel giovane ma non dubitava che questi avesse riscontrato nello scolaro Boccadoro una individualit d'eccezione e che lo conoscesse molto meglio di lui e di qualsiasi aitro. In lui abate, Boccadoro non aveva suscitato altra impressione a parte la grazia seducente della sua persona, che quella di un certo zelo prematuro, perfino un po' saccente, con cui gi allora, ch'era semplice ospite e scolaro, pareva si

sentisse membro del convento e gi quasi confratello. L'abate non credeva di dover temere che Narciso favorisse ed eccitasse ancor pi quello zelo commovente, ma Immaturo. Piuttosto c'era da temere per Boccadoro che l'amico gli comunicasse una certa presunzione spirituale e un certo orgoglio di erudito; ma, dato lo scolaro, il pericolo non sembrava grande; si poteva aspettare. Se pensava quanto era pi semplice, pi pacifico e pi comodo per un rettore dirigere individui mediocri invece che nature grandi e forti, doveva sospirare e sorridere insieme. No, non voleva lasciarsi prendere lui pure dalla diffidenza, non voleva mostrarsi sconoscente per il privilegio di aver

affidate alle sue cure due nature di eccezlone. Narciso rifletteva molto sul conto dell'amico. La sua particolare capacit di comprendere e sentire l'indole e la destinazione degli uomini lo aveva illuminato da un pezzo sulla natura di Boccadoro. Tutto ci che vi era di vitale e di radioso in questo giovane parlava chiaro: egli portava tutti i segni di un uomo forte, riccamente dotato nei sensi e nell'anima, forse di un artista, in ogni caso di un individuo straordinariamente capace di amare, il cui destino e la cui felicit consistevano nell'essere infiammabile e nel sapersi donare. Perch dunque questa creatura d'amore, quest'uomo dai sensi fini e ricchi, che poteva sentlre ed amare con tanta intensit il profumo d'un fiore, un sole mattutino, un cavallo, un volo d'uccello, una musica, perch dunque aveva la mania d'essere un sacerdote dello spirito, un asceta? Narciso si stillava il cervello in cerca d'una spiegazione. Sapeva che il padre di Boccadoro aveva favorito questa mania. Ma poteva averla suscitata? Con quale incantesimo aveva stregato il figlio, perch questi credesse ad una destinazione e ad un dovere simile? Che uomo poteva essere quel padre? Per quanto egli avesse portato pi volte con intenzione il discorso su di lui, e Boccadoro ne avesse parlato non poco, Narciso non riusciva ad immaginarsi questo padre, non riusciva a vederlo. Non era cosa strana e sospetta? Quando Boccadoro parlava di una trota pescata da ragazzo, quando descriveva una farfalla, imitava un grido d'uccello, raccontava di un compagno, di un cane o di un mendicante, si presentavanO immagini, si vedeva qualche cosa. Quando parlava di suo padre, non si vedeva nulla. No, se questo padre fosse stato davvero una figura cos importante, potente, dominante nella vita di Boccadoro, egli lo avrebbe saputo descrlvere In altro modo, avrebbe saputo offrire altre immagini di lui! A Narciso questo padre non ispirava molta fiducia, non gli piaceva; talvolta dubitava persmo che fosse veramente il padre di Boccadoro. Era un dolo vuoto. Ma donde attingeva tanta potenza? Come aveva potuto riempire l'anima di Boccadoro di sogni, ch'erano cos estranei alla sua natura intima? Anche Boccadoro si lambiccava il cervello. Per quanto sl senhsse sicuro dell'affetto cordiale del suo amico aveva pur sempre il senso penoso di non essere preso abbastanza sul serlo da lui, di essere sempre trattato un po' come un bambino. E che significava l'insistenza dell'amico nel fargll mtendere che non era simile a lui7 Questo travaglio del pensiero non esauriva tuttavia le giornate di Boccadoro. Egli non era capace di stillarsi a lungo ll cervello. C'era altro da fare durante la lunga glornata. Spesso andava ad appiattarsi accanto al frate portmalo, con cui era in ottimi rapporti. Riusciva sempre con le preghlere e con l'astuzia a procurarsi l'occasione di cavalcare un'ora o due sul suo Bless, ed era molto benvoluto dai pochi vlcini del convento, specialmente dal mugnaio; spesso col garzone di quest'ultimo appostava la lontra, oppure cuocevano focacce con la farina fine dei prelati, che Boccadoro riconosceva ad occhi chiusi fra tutte le altre qualit di farina, solo dall'odore. Pur stando molto insieme con Narciso, gli rimanevano parecchie ore da dedicare alle sue vecchie abitudini e ai suoi piaceri Anche i servizi divini erano per lui il pi delle volte una gioia

cantava volentieri nel coro degli scolari, recitava volentlerl un rosario davanti ad un altare preferito, ascoltava fl bel latino solenne della messa, vedeva nelle nubi d'incenso luccicare l'oro degli arredi e degli ornamenti e sulle colonne le placide e venerande figure dei santi, gli evangehstl con gli animali e sant'Jacopo col cappello e la blsaccia da pellegrino. Da queste figure di pietra e di legno si sentiva attratto amava pensarle in misterioso rapporto con la sua persona come una specie di padrini immortali e onniscienti, di protettori, di gulde della sua vita. Cos sentiva un amore e una dolce relazione segreta con le colonne e i capitelli delle finestre e delle porte, con gli ornamenti degli altari, con quei tondini e quelle corone ben profilate, con quei fiori e quelle foglie lussureggianti, che spuntavan fuori dalla pietra delle colonne e s'intrecciavano, cos parlanti ed espressive. Gli pareva un mistero intimo e prezioso, che oltre alla natura, alle sue piante e ai suoi animall ci fosse anche questa seconda natura, silenziosa, fatta dagli uomini, queste figure umane, questi animali, queste plante di pietra e di legno. Non di rado passava una delle sue ore libere a riprodurre sulla carta tali figure e teste d'animali e fasci di foglie, e talvolta cercava di disegnare anche dal vero fiori cavalli, volti umani. E amava molto i canti liturgici, specialmente gli inni a Maria. Gli piaceva il ritmo severo e fermo di questi canti, il ripetersi delle loro invocazioni e delle loro esaltazioni. Seguiva adorando il loro significato sublime, oppure, dimenticando il senso, amava le misure solenni d? quei versi e si lasciava invadere tutto da essi, dai suonl profondi e prolungati, dalle vocali piene e sonore, dai ritornelli pii. In fondo al cuore non amava l'erudizione, la grammatica e la logica, quantunque avessero anch'esse la loro bellezza; amava di pi il mondo d'immagml e d suoni della liturgia. Di tanto in tanto interrompeva anche per qualche momento quello stato di freddezza che lo separava ormai dai suoi compagni. A lungo andare lo irritava e lo annoiava sentirsi attorno degli estranei; ed ora riusclva a far ridere un vicino di banco imbronciato, ora a far chiacchierare un vicino di letto taciturno, e per un po' di tempo si sforzava di essere cordiale e riguadagnava un paio d'occhi, un paio di visi, un paio di cuori. Due volte con questi riavvicinamenti ottenne, contro ogni sua intenzione, di essere di nuovo invitato ad andare al villaggio Sussult e si ritir immediatamente. No, non andava pm al vlllaggio; era riuscito a dimenticare la fanciulla dalle trecce, a non pensarci pi o quasi plu. C~PITOLO IV I tentativi di Narciso per scoprire il segreto di Boccadoro erano rimasti per molto tempo senza effetto. Per molto tempo egli si era sforzato apparentemente invano di destare quell'anima, d'insegnarle il linguaggio con cui il suo segreto avrebbe potuto com~unicarsi. Quello che l'amico gli aveva raccontato della sua origine e della sua casa, non aveva dato nessuna immagine concreta. C'era l'ombra amorfa di un padre rispettato, e

pOi la leggenda di una madre gi da tempo scomparsa o morta, di cul altro non era rimasto che un nome scialbo. A poco a poco Narciso, esperto di legger nelle anime, aveva riconosclUto nell'amico uno di quegli individui, per i quali un tratto della loro vita andato perduto e che sotto la pressione di una sventura o di un incantesimo sono stati costretti a dimenticare una parte del loro passato. Egli comprese che in questo caso il semplice interrogare ed istruire non serviva a nulla; s'accorse anche di aver creduto troppo nel potere della ragione, e di aver detto molte cose invano. Ma non era rimasto vano l'affetto che lo legava all'amico, non vana la consuetudine dello star molto insieme. Nonostante la profonda differenza delle loro nature avevano imparato molto l'uno dall'altro; a poco a poco era nato fra loro, accanto al linguaggio della ragione, un Imguaggio d'anime e di cenni, cos come fra due residenze puo correre una strada maestra per le vetture e per i cavalieri, ma accanto si formano tante altre piccole vie laterali: viottoli per i bimbi che giocano, sentieri nascosti per mnamorati, stradelline appena visibili di cani e di gatti. A poco a poco l'animata fantasia di Boccadoro s'era insinuata per magiche vie nei pensieri dell'amico e nel loro linguaggio; e questi dal canto suo aveva imparato a comprendere e a sentire, senza parole, molta parte della natura di Boccadoro. Maturavano lentamente, nella luce dell'amore, nuovi vincoli fra anima ed anima; le parole vennero dopo. Cos un giorno - era vacanza e i due amici stavano insieme nella biblioteca - s'intavol fra loro, inatteso da entrambi, un discorso che li port a un tratto nel cuore della loro amicizia e la illumin di nuove luci. Avevano parlato dell'astrologia, che nel convento non si studiava, anzi era proibita, e Narciso aveva detto che essa era un tentativo di mettere ordine e sistema nelle molte e diverse specie di uomini, di destini, di vocazioni. Boccadoro interruppe: --Tu parli sempre delle diversit... a poco a poco mi sono convinto che questa la tua specialit. Quando parli della grande differenza che c' ad esempio fra te e me, mi par sempre ch'essa non consista in altro che nella tua singolare mania di trovar differenze! Narciso: -- Certo, tu cogli proprio nel segno. E cos! Per te le differenze non hanno molta importanza, a me invece sembrano l'unica cosa importante. Io sono per natura un erudito, la mia vocazione la scienza. E scienza altro appunto non , per citare le tue parole, che la mania di trovar differenze. Non si potrebbe designare meglio la sua essenza. Per noi uomini di scienza nulla importante se non lo stabilire delle diversit: scienza significa arte di distinguere. Trovare ad esempio in ogni uomo le caratteristiche che lo distinguono dagli altri significa conoscerlo. Boccadoro: -- Va bene. Uno ha delle scarpe da contadino ed un contadino, un altro ha una corona in capo ed un re. Certo sono differenze. Ma le vedono anche i bambini pur senza tutta la vostra scienza. Narciso: --Ma se tanto il contadino quanto il re indossano vesti d'oro, il bambino non li distingue pi. Boccadoro: -- Neppur la scienza.

Narciso: -- Forse s. Essa non certo pi intelligente del bambino, te lo concedo, ma pi paziente; non rileva soltanto le caratteristiche pi grossolane. Boccadoro: -- Anche un bambino intelligente riconoscer il re dallo sguardo o dal portamento. Insomma voi eruditi siete orgogliosi e ci giudicate sempre pi stupidi di voi; si pu essere molto intelligenti anche senza tutta 1:l vr~Ctra scienza Narciso: -- Mi fa piacere che tu cominci a comprendere questo. Fra poco comprenderai allora altres che io non penso all'intelligenza quando parlo della differenza fra te e me. Non dico: tu sei pi intelligente o pi stupldo, mlghore o peggiore. Dico soltanto: sei diverso. Boccadoro: --Questo si capisce. Ma tu non parli solo di differenze di caratteristiche, parli anche spesso di differenze di destino, di vocazione. Perch ad esempio tu dovresti avere una vocazione diversa dalla mia? Sei un cristiano come me, sei deciso come me a scegliere la vita monastica, sei figlio come me del buon Padre che sta in cielo. La nostra meta la stessa: la beatitudine eterna. La nostra destinazione la stessa: il ritorno a Dio. Narciso: --Benissimo. Nel trattato della dogmatica certo un uomo esattamente uguale all'altro, ma nella vita no. A me pare: il discepolo prediletto del Redentore, sul petto del quale egli riposava, e quell'altro discepolo che lo trad... quei due non avevano forse la stessa vocazione? Boccadoro: -- Sei un sofista, Narciso! Per questa via non ci avviciniamo. Narciso: -- Per nessuna via ci avviciniamo. Boccadoro: --Non dir cos! Narciso: -- Parlo sul serio. Non il nostro compito quello d'avvicinarci, cos come non s'avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra La nostra meta non di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere ed a rispettare nell'altro ci ch'egli : il nostro opposto e il nostro complemento. Boccadoro, colpito, teneva il capo chino: il suo volto s'era fatto triste. Finalmente disse: -- E per questo che tante volte non prendi sul serio i miei pensieri ? Narciso esit un poco a rispondere. Poi disse con voce chiara e dura: -- per questo. Devi abituarti, caro Boccadoro, a che io prenda sul serio soltanto te stesso. Credimi, io prendo sul serio ogni suono della tua voce, ogni gesto, ogni sorriso tuo Ma i tuoi pensieri, li prendo meno sul serio. Prendo sul serio quello che riconosco in te di essenziale e di necessario. Perch vuoi che presti 2ss

particolare attenzione proprio ai tuoi pensieri, quando hai tante altre doti? Boccadoro sorrise con amarezza.--Lo dicevo bene, che mi hai sempre considerato soltanto un bambino! Narciso insistette: --Una parte dei tuoi pensieri li considero infantili. Ricorda quel che dicevamo dianzi: un fanciullo intelligente non di necessit pi sciocco di un erudito. Ma se il fanciullo vuol parlare di scienza con l'erudito, questi non lo prende sul serio. Boccadoro esclam con impeto: --Anche quando non parlo di scienza tu sorridi di me! Tutta la mia religiosit, ad esempio, i miei sforzi per progredire negli studi, la mia aspirazione alla vita monastica, per te non sono altro che fanciullaggini! Narciso lo guard, grave: -- lo ti prendo sul serio quando sei Boccadoro. Ma tu non sei sempre Boccadoro. Io non mi auguro altro se non che tu divenga Boccadoro in tutto e per tutto. Tu non sei un erudito, tu non sei un monaco... per far un erudito e un monaco basta una stoffa meno preziosa della tua. Tu credi che ti giudichi troppo poco erudito, troppo poco logico, o troppo poco pio. No, per me sei troppo poco te stesso. Boccadoro s'era rltirato da quel colloquio stupito e persino offeso, ma pochi giorni dopo mostr egli stesso il desiderio di continuarlo. Questa volta Narciso rmsc a dargli, della differenza fra le loro nature, un'immagine ch'egli pot comprendere meglio. Narciso aveva parlato con calore, sentiva l'amico piu aperto, quel giorno, e pi pronto ad accogliere le sue parole: sentiva di far presa su di lui. E si lasci indurre dal successo a dire pi di quel che fosse nelle sue intenZioni, si lasci trasportare dalle sue stesse p~arole. --Vedi, -- disse, -- c' un punto solo in Cui ti sono superiore: io sono sveglio, mentre tu lo sei soltanto a mezzo, anzi a volte dormi del tutto. Per me, sveglio chi conosce con l'intelletto e con la coscienza se stesso, le proprie forze intime e irrazionali, i propri istinti e le proprie debolezze e sa tenerne conto. Questo tu devi imparare: ecco il senso che pu esserci per te nell'avermi incontrato In te, Boccadoro, lo spirito e la natura, la coscienza e il mondo dei sogni sono lontanissimi fra loro. Hai dimenticato la tua infanzia, e dalle profondit della

tua anima essa ti cerca. Ti far soffrire finch non le avrai dato ascolto... Basta! Nell'essere sveglio, ripeto, sono pl forte di te, in questo ti sono superiore e ti posso aiutare; in tutto il resto, caro, sei tu superiore a me... o meglio lo sarai non appena avrai trovato te stesso. Boccadoro aveva ascoltato con stupore, ma alle parole

hai dimenticato la tua infanzia aveva sussultato come colpito da una freccia. Narciso, che per abitudine, mentre parlava, spesso teneva a lungo chiusi gli occhi o li fissava innanzi a s, come se in tal modo trovasse meglio le parole, non s'era accorto di nulla. Non aveva veduto il volto dell'amico contrarsi improvvisamente e come avvizzirsi. --Superiore... io a te! --balbett Boccadoro tanto per dir qualcosa; era come irrigidito. --Certo, -- continu Narciso. -- Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, I poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. La vostra origine materna. Voi vivete nella pienezza, a voi data la forza dell'amore e della esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guldarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell'aridit. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell'amore, il bel paese dell'arte. La vostra patria la terra, la nostra l'Idea. Il vostro pericolo di affogare nel mondo dei sensi, il nostro di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un pensatore Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi... Boccadoro aveva ascoltato con gli occhi spalancati, mentre Narciso parlava in una specie d'inebbriamento oratorio. Molte delle sue parole l'avevano colpito come spade alle ultime impallid, chiuse gli occhi, e, quando Narciso se n accorse e lo interrog spaventato, rispose pallidissimo con la voce spenta: --Mi capitato una volta di accasciarmi e di piangere davanti a te... ricordi? Non deve ripetersi, non me lo perdonerei mai... e neppure a te! Ora va via subito e lasciami solo, mi hai detto parole terribili. Narciso era costernato. S'era lasciato trasportare dalle sue parole, aveva avuto la sensazione di parlare meglio del solito. E s'accorgeva con stupore che qualcuna di que-

ste parole aveva scosso profondamente l'amico, che in qualche punto egli aveva toccato sul vivo. Gli rincresceva di lasciarlo solo in quel momento; esit qualche secondo, ma la fronte corrugata di Boccadoro gli impose d'uscire, e corse via confuso, per concedere all'amico la solitudine di cui aveva bisogno. Questa volta la tensione dell'animo di Boccadoro non si risolse in lacrime. Con la sensazione di essere ferito profondamente e senza speranza, come se l'amico gli avesse inferto a un tratto un pugnale nel petto, rimase immobile, col respiro affannoso, col cuore mortalmente oppresso, pallido come un cadavere, con le mani inerti. Era la stessa angoscia d'allora, solo di qualche grado pi intensa, era lo stesso senso di soffocamento interiore, l'impressione di dover vedere qualcosa di terribile, di assolutamente insopportabile. Ma nessun singhiozzo liberatore lo aiut questa volta a superare l'angoscia. Santa Madre di Dio, che era mai? Era avvenuto qualcosa? L'avevano ammazzato? Aveva egli ucciso? Che cosa era stato detto di terribile?

Respirava a stento, come un avvelenato: aveva una sensazione quasi straziante di dover liberarsi da qualcosa di micidiale, che stava in fondo al suo essere. Coi movimenti di uno che nuoti, si lanci fuori della stanza, fugg incosciente negli angoli pi tranquilli e pi deserti del convento, per corridoi e scale, finch usc fuori all'aperto. Era giunto nel rifugio pi interno del monastero, nel chiostro, sopra le poche aiuole verdi splendev.a luminoso il cielo, un profumo di rose attraversava in dolci e lente ondate l'aria umida e fresca emanante dalla pietra Narciso, senza immaginarlo, aveva fatto in quell'ora ci che da tempo era la meta dei suoi desideri: aveva chiamato per nome il demone che possedeva il suo amico, lo aveva colto. Qualcuna delle sue parole aveva toccato nel cuore di Boccadoro il segreto, ch'era scattato in un impeto di dolore selvaggio. Narciso s'aggir per il convento in cerca dell'amico, ma non lo trov. Boccadoro stava sotto una delle pesanti arcate, che dai corridoi mettevano nel giardinetto del chiostro; dall'alto di ciascuna delle colonne tre teste di pietra, teste di cani o di lupi, lo fissavano con gli occhi spalancati. La ferita gli straziava l'anima, senza trovare una via verso la luce, verso la ragione. Un'angoscia mortale gli stringeva la gola e lo stomaco. Alzando meccanicamente lo sguardo, vide sopra di s uno dei capitelli con le tre teste d'animali, e subito ebbe l'impressione che i tre mostri fossero nelle sue viscere, coi loro occhi fissi, e gli abbaiassero dentro. "Ora devo morire," sent rabbrividendo. E subito dopo, tremante d'angoscia: "Ora perdo la ragione, ora le bestiacce mi mangiano". Con un sussulto cadde ai piedi della colonna; la sofferenza era troppo grande, aveva raggiunto il limite estremo. Lo avvolse un deliquio; il viso infossato sul petto, si perdette nei desiderati meandri del non essere. L'abate Daniele aveva avuto una giornata poco piacevole: due dei monaci anziani erano andati da lui, eccitati, litigando e accusandosi a vicenda, furenti l'un contro l'altro per il ripetersi di vecchie e futili gelosie. Egli li aveva ascoltati, fin troppo a lungo, li aveva ammoniti, ma senza effetto, infine li aveva congedati severamente, imponendo a ciascuno una penitenza abbastanza dura; ma in cuore gli era rimasto il senso che l'opera sua era stata vana Esausto, s'era ritirato nella cappella della chiesa inferiore, aveva pregato, s'era rialzato senza trovare ristoro. Poi, attratto dalla mite fragranza delle rose, era entrato un momento nel chiostro per aspirarne il profumo. E l trov lo scolaro Boccadoro, svenuto sull'impiantito. Lo guard con tristezza, spaventato dal pallore esangue di quel volto di solito fiorente di giovinezza. Cattiva giornata davvero, ci mancava ancor questo! Tent di sollevare il ragazzo, ma il peso era troppo grave per le sue forze. E il vecchio se n'and sospirando; chiam due frati pi giovani, perch lo portassero su, e mand insieme a loro padre Anselmo, esperto in medicina. Intanto fece cercare Narciso, che fu presto trovato e si present.

-- Sai gi? --gli domand. --Di Boccadoro? S, reverendo padre, ho sentito or ora che ammalato o che gli capitato un accidente: lo hanno portato su a braccia. -- S, l'ho trovato io nel chiostro, dove veramente non aveva nulla da cercare. Non gli capitato nessun accidente, c svenuto. La cosa non mi piace. Mi sembra che tu debba in qualche modo esserne a parte: il tuo intimo. Perci ti ho fatto chiamare. Parla.

Narciso, dominando come sempre il suo contegno sue parole, rifer brevemente il colloquio con e l'impressione violenta, inattesa, che quegli ricevuta. L'abate scosse il capo, non senza un contento.

e le Boccadoro ne aveva certo mal-

-- Sono curiosi colloqui! -- disse, sforzandosi di rimaner calmo. -- 11 discorso che mi hai riferito si potrebbe chiamare una violazione dell'anima altrui; un discorso, direi, da padre spirituale. Ma tu non sei il padre spirituale di Boccadoro. Tu non hai nemmeno cura d'anime, non sei ancora stato ordinato sacerdote. Come mai assumi con uno scolaro il tono del direttore di coscienza e gli parli di cose che riguardano solo quest'ultimo? Le conseguenze, come vedi, sono state cattive. -- Le conseguenze, -- rispose Narciso in tono mite, ma risoluto, -- non le conosciamo ancora, reverendo padre. Io sono rimasto un po' spaventato per l'effetto violento del nostro colloquio ma non dubito che le conseguenze saranno buone per Boccadoro. --Lo vedremo. Ma ora parliamo del tuo operato. Che cosa ti ha indotto a tenere a Boccadoro simili discorsi? -- Come sapete, egli mio amico. Ho una speciale simpatia per lui e credo di comprenderlo molto bene. Voi dite che io gli ho parlato come un padre spirituale; no, non ho voluto arrogarmi nessuna autorit di questo genere, ho creduto soltanto di conoscerlo meglio di quanto egli si conosca. L'abate alz le spalle. -- Lo so che questa la tua specialit. Speriamo che tu non abbia provocato nulla di male... E malato, Boccadoro? Voglio dire, ha qualche disturbo? E cagionevole? Dorme male? Non mangia? Ha qualche sofferenza? -- No, fino ad oggi era sano. Sano di corpo. -- E nel resto ? --Nell'anima malato, non c' dubbio. Sapete ch'egli nell'et in cui cominciano le lotte con l'istinto sessuale. --Lo so. Ha diciassette anni? --Ne ha diciotto.

-- Diciotto. Gi. Abbastanza tardi. Ma queste lotte sono cosa naturale, attraverso cui passano tutti. Non si pu chiamarlo per questo malato nell'anima. --No, reverendo padre, per questo solo no. Ma Boccadoro era gi malato prima, gi da tempo, perci queste lotte sono per lui pi pericolose che per altri. Egli soffre, credo, perch ha dimenticato una parte del suo passato. --Ah? E quale parte? -- Sua madre e tutto quello che si riferisce a lei. Non ne- so nulla neppur io; so soltanto che l dev'essere l'origine della sua malattia. Boccadoro probabilmente non sa altro di sua madre, se non che l'ha perduta presto. Ma si ha l'impressione che si vergogni di lei. Eppure da lei deve aver ereditato la maggior parte delle sue doti, poich quello che dice di suo padre non ce lo fa apparir tale da avere un figlio cos bello, cos ben dotato e originale. Tutto questo non mi stato riferito, lo arguisco da indizi. L'abate, il quale da principio aveva sorriso fra s di quei discorsi, che gli parevano saccenti e presuntuosi, e a cui tutta la faccenda riusciva molesta e penosa, cominci a riflettere. Ripens al padre di Boccadoro, a quell'uomo un po' affettato, che non ispirava troppa fiducia, e, forzando la memoria, ricord anche a un tratto come egli avesse parlato a proposito della moglie. Aveva detto ch'era stato da lei disonorato, che gli era scappata, e ch'egli si era sforzato di soffocare nel figlioletto il ricordo materno e i vizi che dalla madre poteva aver ereditati. Vi era riuscito: e il ragazzo si dichiarava disposto, per espiare i falli della mamma, a offrire la sua vita a Dio. Narciso non era mai piaciuto cos poco all'abate come in quel momento. E tuttavia... come aveva indovinato bene, quel ruminatore di pensieri, come sembrava conoscer bene davvero Boccadoro! Infine, interrogato ancora su ci ch'era avvenuto quel giorno, Narciso disse: -- Non era nelle mie intenZioni provocare la scossa violenta, che oggi ha sopraffatto Boccadoro. Io gli ho osservato ch'egli non conosce se stesso, che ha dimenticato la sua infanzia e sua madre. Qualcuna delle mie parole deve averlo colpito, dev'essere penetrata nella tenebra, contro la quale lotto gi da tanto tempo. Era come esanimato, mi guardava, quasi non conoscesse pi n me n se stesso. Io gli dissi tante volte che dormiva, che non era desto del tutto. Ora stato svegliato, non ne dubito.

Narciso fu congedato, senza ammonizione, ma col divieto, per il momento, di visitare il malato. Intanto padre Anselmo aveva fatto coricare lo svenuto su di un letto e s'era seduto al suo capezzale. Non gli parve consigliabile richiamarlo bruscamente alla coscienza con mezzi violenti. L'aspetto del ragazzo non prometteva nulla di buono. Il vecchio dal volto rugoso e bonario lo guardava benevolmente. Per il momento si limit a sen-

tirgli il polso e ad ascoltare il cuore. Certo, pens, il ragazzo aveva mangiato qualche porcheria, del sale d'acetosella o qualche altra sciocchezza; eran cose che capitavano. La lingua non si poteva vedere. Egli voleva bene a Boccadoro, ma non poteva soffrire il suo amico, quel maestro troppo giovane e precoce. Ecco ora i frutti di una simile amicizia: certo Narciso aveva la sua parte di colpa in questa corbelleria. Che bisogno aveva un ragazzo cos sano, dagli occhi chiari, un cos caro e schietto figlio della natura, di mettersi insieme con quell'erudito orgoglioso, con quel grammatico, per Cui il suo greco era pi importante di tutto ci ch' vivo al mondo? Quando dopo parecchio tempo la porta s'apr ed entr l'abate il padre era ancora seduto, con lo sguardo fisso sul voito del ragazzo privo di sensi. Che volto simpatico, giovane, ingenuo! E dovergli ora star accanto per soccorrerlo, e forse non potere! Certo la causa poteva essere una colica: avrebbe prescritto del vino caldo, forse del rabarbaro. Ma pi guardava quel viso verdastro e contratto, pi i suoi sospetti prendevano un'altra piega, pi preoccupante. Padre Anselmo aveva esperienza. Pi d'una volta nel corso della sua lunga vita gli era capitato di vedere degli ossessi. Esitava a formulare il sospetto perfino in cuor suo. Avrebbe atteso, sorvegliato. Ma, pensava con irritazione, se quel povero ragazzo era stato davvero stregato, non dovevano cercar lontano il colpevole: e questi l'avrebbe vista brutta! L'abate s'avvicin, guard il malato, gli sollev piano una palpebra --Si pu destarlo? -- domand. --Vorrei aspettare ancora. Il cuore sano. Non bisogna lasciargli avvicinare nessuno. --C' pericolo? --Non credo. Nessuna ferita, nessuna traccia di colpi o di caduta. E svenuto: forse stata una colica. I dolori molto forti fanno perdere i sensi. Se fosse un avvelenamento, verrebbe la febbre. No, si risveglier e rimarr in vita. --Non potrebbe derivare da una scossa morale? --Non dico di no. Si sa qualcosa? Ha avuto forse un forte spavento? Un annuncio di morte? Una disputa violenta, un'offesa? Allora tutto sarebbe spiegato. --Non sappiamo Badate che nessuno lo avvicini. Vi prego di rimanere finch desto. Se peggiorasse, chiamatemi, foss'anche di notte Prima di uscire il vegliardo si chin ancora una volta sul rr.alato; pens a suo padre, pens al giorno in cui gli avevano condotto quel bel ragazzo biondo e sereno, che tutti avevano subito preso a benvolere. Anche a lui aveva fatto un'ottima impressione. Ma Narciso aveva ragione: quel figliolo non assomigliava proprio in nulla a suo padre! Ah, quante preoccupazioni dappertutto! Com' insuf-

ficiente tutta la nostra opera! Non aveva forse egli stesso trascurato in qualche modo quel povero ragazzo? Gli aveva dato il confessore adatto? Era giusto che nessuno in convento conoscesse bene quello scolaro quanto Narciso? E poteva giovargli questo amico, che faceva ancora il noviziato, che non era ancor frate n aveva ricevuto gli ordini e le cui idee ostentavano tutte una superiorit cos sgradevole, quasi ostile? Dio sa se anche Narciso non aveva avuto da tempo un trattamento sbagliato? Dio sa se dietro la maschera dell'obbedienza egli non celava del male, se non era forse un pagano? E di quel che i due giovani sarebbero diventati un giorno, era responsabile anche lun Quando Boccadoro rinvenne, era buio. Sentiva la testa vuota e aveva le vertigini. Sentiva di essere in un letto, ma non sapeva dove e non stette neppure a pensarci: gli era indifferente. Ma dov'era stato? Di dove veniva? Da qual mondo strano di esperienze? Era stato altrove, molto lontano, aveva visto qualcosa, qualcosa di straordinario di splendido, di terribile e d'indimenticabile... e tuttavia aveva dimenticato. Ma dove? Che cos'era spuntato l davanti a lui, cos grande cos doloroso, cos delizioso, e poi di nuovo scomparsoi Tese l'orecchio verso il fondo della sua anima, l dove qualcosa si era sprigionato in

quel giorno, dove qualcosa era avvenuto... che cosa? Un confuso groviglio d'immagini gli turbin davanti, vide delle teste di cani, tre teste di cani, ed aspir il profumo delle rose. Oh, com'era stato male! Chiuse gli occhi. Si riaddorment. Si svegli di nuovo e, mentre il mondo dei sogni Si dileguava rapidamente, vide, ritrov l'immagine e trasal come per una volutt dolorosa. Vide: era diventato veggente. Vide Lei. Vide la grande, radiosa figura dalla bocca fiorente, dai fulgidi capelli. Vide sua madre. Al tempo stesso credette di udire una voce: Hai dimenticato la tua infanzia . Di chi era quella voce? Tese l'orecchio, pens trov. Era Narciso. Narciso? E in un attimo, con un coipo brusco, tutto ritorn presente: ricord, seppe. Oh! mamma, mamma! Montagne di macerie, mari d'oblio erano rimossi scomparsi, con superbi occhi azzurri e luminosi la Perduta lo guard di nuovo, l'ineffabilmente Amata. Padre Anselmo, che s'era assopito nella poltrona accanto al letto, si dest. Ud il malato muoversi, respirare. S'alz cauto. --Chi c' ? -- domand Boccadoro. -- Sono io, non aver paura. Faccio luce. Accese la piccola lampada sospesa e il chiarore si diffuse sopra il suo volto rugoso e benevolo. -- Sono malato? -- domand il giovane. -- Sei svenuto, figliolo mio. Dammi la mano, sentiamo il polso. Come ti senti ? --Bene. Grazie, padre Anselmo. Siete molto buono.

Non mi sento pi nulla, sono solo stanco. --Certo sarai stanco. Presto ti riaddormenterai; prima bevi un sorso di vino caldo, qui pronto. Vuotiamo insieme un bicchiere, ragazzo mio. Alla nostra buona amicizia! Aveva avuto cura di tener pronto, entro un reciplente d'acqua calda, un boccaletto di vino bollito con aroml. --Abbiamo dormito un bel pezzetto tutti e due! -disse ridendo il medico.--Un bravo infermiere, penserai, che non sa tenersi desto! Via, siamo uomini. Ora, piccino, beviamo un po' di questo filtro magico; nulla di pi delizioso che una piccola bevuta di nascosto nella notte. Dunque, salute! Boccadoro rise, tocc il bicchiere e assaggi. Il vino caldo era drogato con cannella e garofano e addolcito con lo zucchero; egli non ne aveva mai bevuto. Gli venne in mente che gi una volta era stato malato e allora s'era occupato di lui Narciso; questa volta era padre Anselmo a prestargli le sue cure. La cosa gli piacque molto, era gradevolissimo e curioso essere l in letto, alla luce di quella lampadina, e bere col vecchio padre un bicchiere di dolce vin caldo nel cuor della notte. --Hai dolor di ventre? -- domand il vecchio. --No. --To', pensavo che dovessi avere una colica, Boccadoro. Allora non questo. Mostra la lingua. E bella: una volta di pi il vostro vecchio Anselmo non ha capito nulla. Domani resti a letto tranquillo, poi vengo io e ti visito. E il tuo vino l'hai gi finito? Cos, ti faccia buon pro! Lasciami vedere se ce n' ancora. Per un mezzo bicchiere ciascuno basta, se ce lo dividiamo con equit... Ci hai procurato un bello spavento, Boccadoro! Disteso l nel chiostro come un cadaverino! Davvero non hai mal di ventre ? Risero e si divisero onestamente il resto del vino aromatico; padre Anselmo disse le sue barzellette, mentre Boccadoro lo guardava riconoscente e divertito, con gli occhi ritornati chiari. Poi il vecchio and a coricarsi. Boccadoro rimase sveglio ancora un poco; pian piano le immagini risalirono dal fondo della sua anima, rifiammeggiarono le parole dell'amico, riapparve la donna bionda e radiosa, la madre; e la visione lo percorse tutto come un vento caldo, come una nube di vita, di ardore, di tenerezza e di monito profondo. O mamma! Come, come aveva potuto dimenticarla? C~PITOLO V Fino allora Boccadoro aveva saputo qualcosa di sua madre, ma solo dai racconti altrui; l'immagine di lei gli era sfuggita e del poco che credeva di saperne aveva taciuto a Narciso la massima parte. La mamma era cosa di cui non si doveva parlare, di cui ci si vergognava. Era stata una ballerina, una bella e selvaggia creatura, d'origine distinta, ma pagana e non buona; il padre di Bocca-

doro l'aveva raccolta, cos raccontava, dalla miseria e dalla vergogna, nel dubbio che fosse pagana, l'aveva fatta battezzare e istruire nella religione; l'aveva sposata e ridotta una donna per bene. Sennonch dopo alcuni anni di mansuetudine e di vita regolare si era risvegliato in lei il ricordo delle sue antiche arti ed abitudini ed ella aveva cominciato a dar scandalo, a sedurre uomini, a rimaner fuori di casa giornate e settimane intere; aveva acquistato fama di strega e infine, dopo essere stata pi volte raggiunta e riportata a casa dal marito, era scomparsa per sempre. La sua fama rimase viva ancora per qualche tempo fama cattiva, guizzante come la coda di una cometa, poi si spense. Suo marito si rimise lentamente da quegli anni d'inquietudine, di spavento, di vergogna, di continue sorprese; e invece della moglie mal riuscita, prese a educare il figlioletto, somigliantissimo alla madre nella figura e nel volto; rimase profondamente contristato, divent bigotto e coltiv in Boccadoro la convinzione ch'egli dovesse offrire la sua vita a Dio per espiare le colpe materne. Questo era press'a poco ci che il padre soleva raccontare della moglie scomparsa, bench non amasse parlarne; e qualche allusione in proposito aveva fatto anche all'abate nell'afffidargli il figlio. Tutto ci era noto anche a Boccadoro come un'orribile leggendaj ma egli aveva imparato ad allontanarla da s, quasi a dimenticarla. Aveva poi dimenticato e perduto del tutto l'immagine vera della madre, quella che non nasceva dai racconti del padre e dei servi o dalle voci oscure e cattive intorno a lei, ma che costituiva il suo ricordo personale: la madre, quale era stata realmente per lui nella vita. Ed ecco ora risorgere quell'immagine, l'astro dei suoi primi anni. --E incomprensibile come avessi potuto dimenticarla, --disse un giorno all'amico.--lo non ho mai amato nessuno in vita mia come mia madre, cos incondizionatamente, cos ardentemente, non ho mai venerato e ammirato nessuno come lei; rappresentava per me il sole e la luna. Dio sa come fu possibile offuscare nella mia anima quell'immagine radiosa e trasformarla a poco a poco in quella strega cattiva, pallida, diafana, ch'ella era per mio padre e fu durante tanti anni per me. Narciso aveva hnito da poco il suo noviziato e aveva preso l'abito. Il suo contegno verso Boccadoro s'era singolarmente mutato. Boccadoro, che prima aveva spesso respmto i cenni e i moniti dell'amico come una molesta pretesa di saperne di pi e di volerlo migliorare, dopo il grande avvenlmento era pieno di stupita ammirazione per la sua sapienza. Quante parole di lui s'erano avverate come profezie! Come gli aveva visto in fondo all'animo quello scrutatore inquietante, come aveva indovinato il segreto della sua vita, la sua ferita nascosta! Con quanta intelligenza lo aveva guarito! Il giovane sembrava guarito davvero. Non solo quello svenimento non aveva avuto cattive conseguenze, ma si era come dileguato anche quel certo che di non schietto, di non serio, di saccente, che si notava prima nella personalit di Boccadoro, quel prematuro monachismo, quel credersi obbligato a servir Dio proprio in convento. Il giovane sembrava diventato pi giovane e al tempo stesso

pi maturo, da quando aveva trovato se stesso. Tutto ci egli doveva a Narciso. Ma Narciso da qualche tempo teneva con l'amico un contegno singolarmente cauto; lo guardava con grande modestia, senza pi alcun senso di superiorit, senza pi volerlo ammaestrare, mentre l'altro aveva tanta ammirazione per lui. Vedeva Boccadoro nutrito da fonti misteriose, di forze che a lui erano estranee; egli aveva potuto

favorire il loro sviluppo, ma non gli era dato di partecipare ad esse. Vedeva con gioia l'amico liberarsi dalla sua guida, e pur talvolta era triste. Sentiva di essere un gradino superato, una scorza che si butta via; vedeva avvicinarsi la fine di quell'amicizia, ch'era stata tanto per lui. Sapeva sempre sul conto di Boccadoro pi di quel che ne sapesse Boccadoro stesso, poich se questi aveva ritrovato la sua anima ed era pronto a seguirne l'appello, non presentiva ancora dove essa l'avrebbe condotto; Narciso lo presentiva ed era impotente, la via del suo beniamino conduceva in paesi, su cui egli non avrebbe mai posto il piede. La passione di Boccadoro per le scienze era molto diminuita. Anche la sua smania di disputa nei colloqui con l'amico era passata; si vergognava ripensando a certe loro conversazioni d'un tempo. Intanto in Narciso, sia col compimento del noviziato, sia in seguito alle vicende con Boccadoro, s'era destato un bisogno di vita ritirata, di ascesi, di eserciZi spirituali, una tendenza ai digiuni e alle lunghe orazioni, alle confessioni frequenti, alle penitenze volontarie; e Boccadoro poteva capire questa tendenza, poteva quasi dividerla. Dopo la guarigione il suo istinto s'era molto afffinato; pur non sapendo ancor nulla delle sue mete future, sentiva con una chiarezza sicura, spesso inquietante, che il suo destino si stava preparando, che un certo periodo d'innocenza e di tranquillit ben protetta era ormai passato per lui e che tutto in lui era teso e pronto. Spesso il presentimento era delizioso, lo teneva sveglio met della notte, come un dolce innamoramento; spesso anche era cupo e profondamente angoscioso. La madre era ritornata a lui, colei ch'era da tanto tempo perduta; ed era una grande felicit. Ma dove lo conduceva il suo richiamo allettatore? Nell'incerto, in una rete di seduzioni, nell'angustia, forse nella morte. Indubbiamente non lo conduceva nella sicurezza placida e silente di una cella monastica, nella comunit di un chiostro per tutta la vita; il suo appello non aveva nulla di comune con quei comandamenti paterni, che per tanto tempo egli aveva scambiato per suoi propri desideri. Questo sentimento, Spesso forte, angoscioso e scottante come una violenta sensazione fisica, alimentava la religiosit di Boccadoro. Ed egli sfogava la piena della sua passione, ch'era tutta un anelito verso sua madre, in lunghe preghiere alla santa Madre di Dio. Spesso per le orazioni si perdevano di nuovo in sogni: sogni splendidi e strani, di giorno, in una specie di dormiveglia, sogni di lei, a cui tutti i suoi sensi partecipavano. E lo avvolgeva allora il profumo di quel mondo materno che guardava misterioso con occhi d'enigma e d'amore, che mormorava profondo come il mare e come il paradiso, che vezzeggiando balbettava suoni senza

senso, o meglio traboccanti di senso e lusinganti come carezze, che aveva sapor di zucchero e di sale che sfiorava con serica chioma le labbra e gli occhi anelanti. E non solo tutti gli incanti erano nella madre, non solo il dolce sguardo azzurro dell'amore, il sorriso soave promettente felicit, la carezza del conforto; in lei, sotto veli di grazia erano anche ogni orrore e ogni tenebra, ogni brama, ogni ansia, ogni colpa, ogni miseria, ogni nascita e ogni legge di morte. Il giovane sprofondava in questi sogni, in queste trame a mille fili dei suoi sensi animati. Non solo risorgeva in essi con tutto il suo fascino il passato diletto: infanzia e amor materno, ladioso e aureo mattino di vita; ma s'ergeva anche minaccioso e promettente, allettante e pericoloso, l'avvenire. A volte quei sogni, in cui la madre, la Madonna e l'amante eran tutt'uno, gli apparivano poi come orrendi delitti e sacrilegi, come peccati mortali inespiabili; altre volte trovava in essi ogni redenzione, ogni armonia. La vita lo fissava piena di mistero, mondo tenebroso e imperscrutabile, selva aspra e spinosa, irta di fantastici pericoli... ma eran misteri della madre, venivano da lei, conducevano a lei, erano il piccolo cerchio scuro il piccolo abisso minaccioso entro il suo occhio fulgido. Molta infanzia obliata riamorava in questi sogni materni; da profondit infinite e perdute sbocciavano i fiorellini del ricordo, splendevan lucenti olezzavan presaghi: ricordi di sentimenti, forse di esperienze forse di sogni dell'et infantile. Talvolta si sognava di pesci, che nuotavano verso di lui neri e argentei, freddi e lucidi, gli entravano nel corpo, lo attraversavano, e venivano da un mondo pi bello, messaggeri di liete novelle di felicit pol scomparivano come guizzanti fantasmi, non c'eran pi e invece di un messaggio avevano portato nuovi misteri. Spesso sognava pesci che nuotavano e uccelli che vola269 vano, ed ogni pesce od uccello era una sua creatura, dipendeva da lui, docile, come il suo respiro, raggiava da lui come uno sguardo, come un pensiero, e ritornava a lui. Spesso sognava un giardino, un giardino incantato, con alberi favolosi, fiori giganteschi, grotte azzurre cupe e profonde; fra l'erbe occhieggiavano pupille scintillantl d'animali sconosciuti, sui rami strisciavano viscidi e nervosi serpenti, dai tralci e dai cespugli pendevano bacche enormi, umide e brillanti, che a coglierle gli si gonfiavano nella mano e spandevano un succo caldo come sangue, oppure avevano occhi e li movevano con astuto languore; s'appoggiava ad un albero tastando, afferrava un ramo e vedeva sentiva fra il ramo e il tronco un incresparsl aggrovigliato e folto di peli, come quelli che s'annidano nella cavit d'una ascella. Una volta sogn di se stesso, o del santo di cui portava il nome, sogn di Crisostomo dalla bocca d'oro, e dalla bocca d'oro uscivan parole e le parole erano uccellini sciamanti, che volavano via a stormi agitando l'ali. Una volta sogn d'essere adulto, ma seduto per terra come un bimbo: aveva dinanzi dell'argilla e come un bimbo la impastava foggiando figure: un cavallino, un toro, un ometto, una donnina. Il gioco lo divertiva, e a

quegli animali e a quegli uomini faceva delle parti genitali ridicolmente grandi: in sogno gli pareva una cosa molto spiritosa. Poi si stanc e cammin oltre; ma sent dietro di s qualcosa che viveva, qualcosa di grande e di silenzioso che s'avvicinava; si volt e con profondo stupore, con spavento, ma non senza gioia, vide che le sue piccole figure d'argilla eran diventate grandi e vive. Come enormi e muti giganti gli passaron di fianco e continuarono la loro marcia, ingrandendo sempre, giganteschi e silenziosi, e inoltrandosi nel mondo, alti come torri. In questo mondo di sogni Boccadoro viveva pi che in quello della realt. Il mondo reale (aula scolastica, cortile del convento, biblioteca, dormitorio e cappella) non era che una superficie, una sottile membrana tremante sopra il mondo trascendente delle immagini e dei sogni. Un nulla bastava a forare questa membrana sottile: qualcosa di misteriOSo nel suono di una parola greca in mezzo ad un'arida lezione, un'ondata di profumo dalla bisaccia in cui padre Anselmo raccoglieva erbe per i suoi studi bo-

tanici, la vista d'un tralcio di pietra che spuntava dal capitello della colonna d'un arco di finestra... bastavano questi piccoli stimoli per forare la membrana della realt e per scatenare, dietro la placida aridit di questa, il tumulto d'abissi, di fiumane e di vie lattee, che s'agitava in quel mondo immaginario dell'anima. Una iniziale latina diventava il volto olezzante della madre, un tono prolungato nell'Ave diventava la porta del paradiso, una lettera greca si trasformava in un cavallo in corsa, in un serpente che s'inalbera e poi striscia via quieto in mezzo ai fiori: ed ecco gi ritornare al suo posto l'arida pagina della grammatica . Boccadoro parlava raramente di questo suo mondo di sogni; solo poche volte ne fece cenno a Narciso. -- lo credo, -- gli disse un giorno, -- che un petalo di fiore o un vermiciattolo sul nostro cammino dica e contenga molto pi di tutti i libri dell'intera biblioteca Con le lettere e con le parole non si pu dir nulla. Taivolta scrivo una lettera greca, un ti~eta o un omeg.a, e girando appena un pochino la penna vedo la lettera che guiZza; un pesce, mi ricorda in un attimo tutti i ruscelli e i fiumi del mondo, tutto ci ch'esiste di fresco e'di umido l'oceano di Omero e l'acqua su cui camminava Pietro, oppure la lettera diventa un uccello, mette la coda, rizza le penne, Si gonfia, ride, vola via... Ebbene, Narciso, tu non dai molta importanza a lettere di questo genere, vero? Ma io ti dico: con esse Dio scrisse il mondo. -- Do loro molta importanZa, -- disse Narciso con tristezza. -- Sono lettere magiche: con esse si possono scongiurare tutti i demoni. Certo, per l'uso delle scienze non vanno. Lo spirito ama ci che saldo, formato, vuole poter essere sicuro dei suoi segni, ama ci che , non ci che diviene, il reale e non il possibile. Non tollera che un omega diventi un serpente o un uccello. Lo spirito non pu vivere nella natura, ma solo di fronte ad essa, come suo contrapposto. Mi credi ora, Boccadoro, che tu non diverrai mai un erudito?

Oh s, Boccadoro lo credeva da un pezzo, era perfettamente d'accordo. -- Non ho pi affatto il ticchio di aspirare al vostro spirito, -- disse quasi ridendo. --Mi avviene con lo spirito e con la dottrina press'a poco come m' avvenuto con

mio padre: credevo di amarlo molto, di essere simile a lui, giuravo su quello che diceva. Ma non appena mia madre fu di nuovo presente alla mia anima, tornai a sapere ci che davvero l'amore, e di fronte all'immagine di lei quella di mio padre divenne a un tratto piccina, triste, quasi ingrata. Ed ora io tendo a considerare paterno, contrario e ostile alla madre, tutto ci che spirituale, e lo disprezzo un poco. Parlava scherzando, ma non riusc a rasserenare il volto triste dell'amico. Narciso lo guardava in silenzio, il suo sguardo era come una carezza. Poi disse: -- Tl capisco bene. Ora non abbiamo pi bisogno di disputare; tu ti sei svegliato e ora hai anche riconosciuto la differenza fra te e me, la differenza fra origini materne e paterne, fra anima e spirito. E presto riconoscerai anche che la tua vita in convento, che la tua aspirazione a una vita monastica era un errore, una trovata di tuo padre, il quale voleva con ci purificare la memoria di tua madre o anche solo vendicarsi di lei. O credi ancora che la tua vocazione sia di rimanere tutta la vita in un chiostro? Boccadoro osservava pensieroso le mani del suo amico, quelle mani aristocratiche, rigide e pur delicate, magre e bianche. Nessuno poteva mettere in dubbio che fossero mani d'asceta e di scienziato. --Non so, -- disse cDn quella voce cantante, un po' lenta, che gli era venuta da qualche tempo e che indugiava a lungo su ogni suono.--Non so davvero. Tu giudichi un po' severamente mio padre. Egli non ha avuto la vita facile. Ma forse hai ragione anche in questo. Sono qui da pi di tre anni e non ancora venuto a trovarmi. Spera che io rimanga qui per sempre. Forse sarebbe il me glio, l'ho sempre desiderato anch'io. Ma Oggl non so plu che cosa veramente voglia e desideri. Prima tutto era semplice, semplice come le lettere dell'alfabeto nel libro di lettura. Ora nulla pi semplice, neppur le lettere. Tutto ha acquistato pi significati e pi volti. Non so che sar di me, non posso pensare ora a queste cose --E non devi nemmeno, -- soggiunse Narciso. -- Si vedr bene dove conduce la tua strada. Ha commciato a riportarti verso tua madre e ti avviciner ancor pi a lei. Quanto poi a tuo padre, non lo giudico troppo severamenre. Vorresti ritorn~re ,l lui? --No, Narciso, no certo. Altrimenti lo farei appena terminata la scuola, o gi ora. Poich se non devo diventare uno scienziato, di latino, greco e matematica ho gi studiato abbastanza. No, non voglio ritornare da mio padre. . . Guard pensieroso davanti a s e a un tratto esclam: -- Ma come fai tu a dirmi sempre delle parole, o a ri-

volgermi delle domande che m'illuminano e mi rendono chiaro a me stesso? Anche ora stata la tua domanda, se vorrei ritornare da mio padre, a farmi improvvisamente sentire che non voglio. Come fai? Sembra che tu sappia tutto. Spesso mi hai detto, sul conto tuo e mio, parole che al momento non ho compreso affatto e che poi hanno acquistato tanta importanza per me! Sei stato tu a chiamare materna la mia origine, a scoprire che io ero sotto un incantesimo e avevo dimenticato la mia infanzia! Chi t'ha appreso a conoscere gli uomini cos bene? Non posso impararlo anch'io? Narciso scosse il capo sorridendo --No, caro, tu non puoi. Ci sono uomini che possono imparare molte cose, ma tu non sei di quelli. Tu non sarai mai uno studioso. E a che scopo del resto? Non ne hai bisogno. Tu hai altre doti. Sei pi ricco di me e sei anche pi debole; tu avrai una strada pi bella e pi difficile della mia. Talvolta non volevi capirmi, spesso t'impennavi come un puledro, non fu sempre facile con te e dovetti anche farti del male. Dovetti destarti perche dormivi. Anche quando ti ricordai tua madre, questo a tutta prima ti fece male, molto male, e ti trovarono per terra come morto nel chiostro. Era necessario... No, non carezzarmi i capelli! Lascia stare! Non posso sopportarlo. -- Dunque io non posso imparare nulla? Rimarr sempre ignorante, come un bambino? --Ci saranno altri, da cui potrai imparare. Quello che potevi imparare da me, o bambino, finito. --Oh no!--esclam Boccadoro.--Non siamo diventati amici per questo! Che amicizia sarebbe, se dopo un breve periodo di tempo avesse raggiunto il suo scopo e potesse cessare senz'altro? Ne hai dunque abbastanza di me? Ti son forse venuto in uggia? Narciso passeggiava concitato in su e in gi, con gli occhi a terra; poi si ferm davanti all'amico.

Lascia andare, -- disse con dolcezza, -- sai bene che non mi sei venuto in uggia. Lo guard esitante, poi riprese a passeggiare avanti e indietro, s'arrest un'altra volta e fiss Boccadoro, con lo sguardo fermo nel volto duro e scarno. E con voce sommessa, ma ferma e dura, disse: -- Ascolta, Boccadoro! La nostra amicizia stata buona; ha avuto uno scopo e l'ha raggiunto, ti ha destato. Io spero che non sia finita; spero che si rinnover ancora e sempre e condurr a nuove mete. Per il momento una meta non c' . La tua Incerta, io non posso n guidarti n accompagnarti verso di essa. Interroga tua madre, interroga la sua immagine, ascoltala! La mia meta invece non incerta, qul, nel convento, mi chiama a ogni ora. Io posso essere tuo amico ma non posso essere innamorato. Sono monaco, ho fatto il voto. Prima di essere consacrato mi far esonerare per molte settimane dall'insegnamento e mi ritirer a fare esercizi e astinenza. In questo periodo non parler di cose del mondo, neanche con te.

Boccadoro cap. Disse con tristezza: -- Farai dunque quello che avrei fatto anch'io, se fossi entrato nell'ordine per sempre. E quando avrai terminato gli esercizi, quando avrai digiunato e pregato e vegliato abbastanza... quale sar poi la tua meta? --Lo sai, -- rispose Narciso. --Va bene. Fra qualche anno sarai primo maestro, forse anche gi direttore di scuola. Migliorerai l'istruzione, ingrandirai la biblioteca. Forse scriverai libri anche tu? No? Ebbene, no. Ma dove sar la meta? Narciso sorrise appena. -- La meta? Forse morir direttore di scuola, o abate, o vescovo. E indifferente. La meta questa: mettermi sempre l dove io possa servlr meglio, dove la mia indole, la mia qualit, le mie doti trovino il terreno migliore, il pi largo campo d'azione. Non c' altra meta. Boccadoro: -- Non c' altra meta per un monaco? Narciso: -- Oh s, ce ne sono. Per un monaco pu essere scopo della vita studiar l'ebraico, commentare Aristotele, o decorare la chiesa del convento, o ritirarsi a meditare, o cento altre cose. Per me queste non sono mete. Io non voglio n accrescere la ricchezza del convento, n riformare l'Ordine o la Chiesa. Io voglio nei limiti delle mie possibilit servire lo spirito, cos come lo intendo io, null'altro. Non una meta? Boccadoro medit a lungo la risposta. -- Hai ragione, -- disse. -- Ti sono stato molto di ostacolo nel cammino che ti conduce alla meta? -- D'ostacolo? O Boccadoro, nessuno mi ha aiutato pi di te. Mi hai presentato delle difficolt, ma io non sono nemico delle difficolt. Ho imparato da esse, in parte le ho superate. Boccadoro lo interruppe, quasi scherzando: -- Le hai superate in un modo curioso! Ma dimmi un po': quando ml hal alutato, guldato, hberato, quando hai risanato la mia anima... hai servito davvero lo spirito? Forse hai sottratto al convento un novizio zelante e volonteroso, e hai creato allo spirito un avversario, uno che far e creder e si sforzer di raggiungere proprio il contrario di quello che tu giudichi buono ! --Perch no? -- disse Narciso con seriet profonda. -- Amico mio, mi conosci ancora cos poco! Ho distrutto forse in te un futuro monaco e in compenso ti ho aperto una via per un destino non comune. Se anche domani tu dessi fuoco a tutto il nostro convento o proclamassi nel mondo qualche pazza dottrina eterodossa, io non mi pentlrel neppure un momento di averti aiutato a trovare quella via. Pos affettuosamente le mani sulle spalle dell'amico

--Vedi, piccolo Boccadoro, la mia meta comprende anche questo: divenga io maestro o abate, confessore o altro, non vorrei mai trovarmi nella condizione d'incontrare un uomo forte, valente e singolare, e di non comprenderlo, di non saperlo alutare a schiudersi, a prosperare. E ti dico ancora: qualunque cosa avvenga di te e di me, comunque Sl svolga la nostra vlta, non accadr mai che, nel momento in cui mi chiami seriamente e senta d'aver bisogno di me, mi trovi sordo al tuo appello. Mai! Suonavano come parole d'addio ed era infatti quasi una pregustazione del congedo. Boccadoro, osservando l'amico che gli stava dinanzi, il volto risoluto, l'occhio fisso a una meta, ebbe la sensazione precisa che ormai non eran pi fratelli, camerati, pari: che le loro vie si erano gi separate. Quel glovane che gli stava dinanzi non era un sognatore In attesa di un appello del destino; era un mo-

naco, si era impegnato, apparteneva a un ordinamento e a un dovere preciso, era un servo e un soldato dell'Ordine, della Chiesa, dello Spirito. Egli invece - la cosa gli era diventata ormai chiara - non apparteneva a quel mondo, egli era senza patria, lo attendeva un mondo sconosciuto. Cos era capitato un giorno anche a sua madre. Aveva abbandonato la casa e il focolare, il marito e il figlio, la comunit e l'ordine, il dovere e l'onore, e s'era lanciata alla ventura; forse da un pezzo era naufragata. Ella non aveva avuto una meta, come non ne aveva lui. Le mete eran riservate ad altri, a lui no. Oh, come Narciso aveva visto bene tutto questo gi da tanto tempo, come aveva avuto ragione! Poco dopo quel giorno Narciso era come scomparso, sembrava divenuto a un tratto invisibile. Un altro maestro impartiva le sue lezioni, il suo leggio in biblioteca rimaneva vuoto C'era ancora, non era invisibile- del tutto, a volte si poteva scorgerlo attraversare il chiostro, a volte si poteva udirlo mormorar preghiere in una delle cappelle, inginocchiato sul pavimento di pietra; si sapeva che aveva iniziato i grandi esercizi, che digiunava e nella notte s'alzava tre volte a pregare. C'era ancora, eppure era passato in un altro mondo; si poteva vederlo, di rado, ma non raggiungerlo, non aver nulla di comune con lui, non parlargli. Boccadoro sapeva: Narciso sarebbe ricomparso, avrebbe ripreso il suo posto di lavoro, il suo seggio in refettorio, avrebbe ricominciato a parlare... ma del passato non sarebbe ritornato nulla, Narciso non gli avrebbe appartenuto pi. Meditando questi pensieri, si rendeva conto anche di un'altra cosa: che solo in virt di Narciso egli aveva apprezzato e amato il convento e la vita monastica, la grammatica e la logica, lo studio e lo spirito Lo aveva allettato il suo esempio: diventare come Narciso era stato il suo ideale. C'era, vero, anche l'abate, anche lui egli aveva venerato, amato, anche in lui aveva visto un esempio sublime. Ma gli altri, i maestri, i compagni, il dormitorio, il refettorio, la scuola, gli esercizi, i servizi divini tutto il convento... senza Narciso non gli importava p; nulla. Che faceva ancora l? Aspettava: rimaneva sotto il tetto del convento come un viandante indeciso si ferma, quando piove, sotto un tetto od un albero, solo per aspettare, solo come ospite, solo per timore dell'inospitalit di una terra straniera.

La vita di Boccadoro in quel periodo non era pi che un indugiare e un prender congedo. Visitava tutti i luoghi che gli erano diventati cari o che avevano un significato per lui. S'accorgeva con singolare sorpresa come pochi fossero gli uomini e i volti dai quali gli riuscisse penoso staccarsi. C'era Narciso, c'era il vecchio abate Daniele, ed anche il caro e buon padre Anselmo, e forse anche il gioviale portiere e l'allegro vicino, il mugnaio... ma anche questi erano gi diventati quasi irreali. Pi penoso gli sarebbe stato prender congedo dalla grande Madonna di pietra nella cappella, dagli apostoli del portale. Si fermava a lungo davanti a loro, ed anche davanti ai begli intagli del coro, al pozzo nel chiostro, alla colonna con le tre teste d'animali; s'appoggiava ai tigli del cortile, al grande castagno. Tutto questo un giorno sarebbe stato per lui un ricordo, un piccolo libro illustrato nel cuore. Gi allora, mentre ci viveva ancora in mezzo, cominciava a sfuggirgli, perdeva di realt, diventava fantasma, si trasformava in passato. Con padre Anselmo, che se lo teneva volentieri al fianco, andava in cerca d'erbe, presso il mugnaio del convento osservava il lavoro dei garzoni e si lasciava talvolta invitar a bere un bicchier di vino e a mangiar pesci fritti; ma tutto era gi estraneo e quasi un ricordo. Cos come il suo amico Narciso s'aggirava bens nel crepuscolo della chiesa e viveva nella cella della penitenza, ma per lui era diventato un'ombra tutto quello che gli stava intorno non aveva pi realt sapeva d'autunno e di passato. Di vivo e di reale non c'era pi nulla fuorch la sua vita interiore, il battito ansioso del cuore, il doloroso pungolo della nostalgia, le delizie e le angosce dei suoi sogni. A loro apparteneva, a loro s'abbandonava. In piena lettura o in pieno studio, in mezzo ai suoi compagni di scuola, egli poteva immergersi in se stesso e dimenticar tuttO abbandonandosi alle correnti e alle voci della sua anima che lo trasportavano lontano, in pozzi profondi pieni di cupe melodie, in abissi variopinti pieni di favolose avventure, dove i suoni risonavano tutti come la voce della madre, dove i mille occhi eran tutti gli occhi della madre. Un giorno padre Anselmo chiam Boccadoro nella sua farmacia, il grazioso sempliciario deliziosamente profumato. Boccadoro era pratico del luogo. Il padre gli mostr una pianta seccata, ben custodita fra due fogli di carta e gli domand se la conoscesse e se sapesse descrivere esattamente come si presentava fuori nei campi. S, Boccadoro sapeva: si chiamava erba di san Giovanni. Dovette descriverne minutamente tutte le caratteristiche. Il vecchio monaco fu soddisfatto e diede al giovane l'incarico di raccogliere nel pomeriggio un bel fascio di quell'erba, indicandogli i luoghi dove cresceva di preferenza. --In compenso guadagni un pomerlggio di vacanza, mio caro, credo che non avrai nulla in contrario e che non ci perderai nulla. Anche la conoscenza della natura una scienza, non soltanto la vostra insulsa grammatica. Boccadoro fu molto riconoscente per il graditissimo incarico di erborizzare un paio d'ore, invece di starsene seduto sui banchi della scuola. Perch la gioia fosse completa, ottenne dal frate stalliere il cavallo Bless, e subito

dopo la mensa and a prendere nella stalla l'animale, che lo salut festosamente, mont in sella e part al trotto, felice, nella giornata calda e luminosa. Cavalc un'oretta o pi senza meta, godendo l'aria e il profumo dei campl, e sopra tutto la gioia del cavalcare, poi si ricord del suo compito e cerc uno dei posti che padre Anselmo gli aveva descritti. Ivi sotto un acero ombroso leg il cavallo, chiacchier con lui gli diede del pane, poi si mise alla ricerca delle piante. Alcuni tratti di campo eran tenuti in maggeSe coperti di erbacce d'ogni genere; piccole piante stente di papavero, con gli ultimi fiori pallidi e gi molte capsule di semi mature, spuntavano in mezzo a rami secchi di vecce, a cicoria azzurra e rigogliosa e a poligono scolorito; qualche mucchio di ciottoli ammonticchiato fra un campo e l'altro era abitato da lucertole, ed ecco i primi arbusti gialli e fioriti dell'erba di san Giovanni. Boccadoro cominci a coglierli. Quando n'ebbe in mano un bel fascio, sedette sulle pietre a riposare Faceva caldo ed egli volgeva lo sguardo con desiderio all'oscurit ombrosa di un bosco lontano, ma non voleva scostarsi troppo dalle sue piante e dal cavallo, che, di l dov'era, poteva scorgere ancora. Rimase seduto sui ciottoli caldi, si tenne quieto quieto per veder ricomparire le lucertole fuggite, annus l'erba di san Giovanni e guard contro luce le foglioline per osservarne i cento minuscoli trafori. Curioso! pens; in ciascuna delle mille piccole foglioline trapunto questo minuscolo firmamento, fine come un ricamo! Curioso e incomprensibile tutto, le lucertole, le piante, anche le pietre, tutto! Padre Anselmo, che aveva per lui tanta simpatia, non poteva andare ormai pi a cogliersi l'erba di san Giovanni; aveva le gambe malate, e cerh giorni non poteva muoversi: la sua arte medica non era in grado di guarirlo. Forse sarebbe morto presto e le erbe avrebbero continuato a profumare il suo sempliclarlo, ma il vecchio padre non ci sarebbe stato pi Forse invece sarebbe vissuto ancora a lungo, dieci, ven t'anni, e avrebbe avuto sempre i suoi capelli bianchi e radi e quel curlosi fasci di rughe intorno agli occhi; ma di lul, Boccadoro, che sarebbe stato fra venti anni? Ah come tutto era incomprensibile e triste in fondo, anche se era bello! Non si sapeva nulla. Si viveva, si vagava sulla terra, si cavalcava per i boschi, e tante cose guardavano cos provocanti e promettenti e ispiratrici di desiderio: una stella serotina, una campanula azzurra, un lago verde di canne, l'occhio di un uomo o di una mucca, e a volte era come se qualcosa di non mai veduto e pur da tanto tempo agognato dovesse avvenire a un tratto e un velo cadere; ma poi tutto passava e non avveniva nulla e l'enigma non era risolto e il segreto incanto non era rotto e mfine si diventava vecchi e si appariva scaltriti come padre Anselmo o saggi come l'abate Daniele e forse non Sl sapeva ancora nulla e si aspettava sempre, con l'orecchio teso. Raccolse un guscio di chiocciola vuoto, che tinn lieve-

mente fra i ciottoli, tutto caldo dal sole. Boccadoro contempl assorto le curve della conchiglia, la spirale intaccata, il capriccioso assottigliamento della coroncina, la cavit vuota coi suoi riflessi madreperlacei. Chiuse gli occhi per sentire le forme solo col tocco delle dita; era una sua

vecchia abitudine, un suo gioco favorito. Girando la chiocciola fra le dita sciolte, la tastava, carezzandone le forme, senza premere, incantato dalla meraviglia della struttura, dalla magia del corporeo. Questa, pensava come in sogno, era una delle deficienze della scuola e della dottrina: una tendenza dello spirito pareva quella di vedere e rappresentare tutto come se fosse piano e avesse solo due dimensioni. Gli sembrava che ci designasse in certo modo una insufficienza e una mancanza di valore di tutta la facolt intellettuale; ma non seppe fissare pi oltre il pensiero: la chiocciola gli sfugg dalle dita, ed egli si sent stanco e assonnato. Con la testa piegata sulle sue erbe, che appassendo cominciavano a diffondere un profumo sempre pi intenso, s'addorment al sole. Sulle sue scarpe correvano le lucertole, sulle sue ginocchia avvizzivano le piante, sotto l'acero Bless impaziente attendeva. Dal bosco lontano s'avanzava qualcuno: una giovane donna con un vestito azzurro stinto, un fazzoletto rosso legato intorno ai capelli neri, un viso abbronzato dal sole estivo La donna s'avvicinava, un fascio d'erbe in mano, un piccolo garofano selvatico rosso vivo in bocca. Vide il giovane seduto, l'osserv a lungo di lontano, curiosa e diffidente, s'accorse che dormiva, s'avvicin cauta sui bruni piedi nudi, si ferm proprio davanti a Boccadoro e lo esamin. La sua difffidenza spar: il bel ragazzo dormente non mostrava nulla di pericoloso, le piaceva molto... come mai era capitato l sui maggesi? Vide sorridendo che aveva colto fiori: eran gi quasi appassiti. Boccadoro apr gli occhi, ritornando da foreste di sogno. La sua testa era appoggiata mollemente sul grembo di una donna, nei suoi occhi assonnati e stupiti guardavan da vicino altri occhi, caldi e bruni. Non si spavent, non c'era pericolo; dai due astri caldi e bruni scendeva una luce benigna La donna allora sorrise al suo sguardo attonito, sorrise affettuosa, e lentamente cominci a sorridere anche lui. Sulle sue labbra sorridenti scese la bocca di lei, si salutarono con un dolce bacio, che richiam improvviso a Boccadoro il ricordo di quella sera nel villaggio e della fanciulletta dalle trecce. Ma il bacio non finiva La bocca della donna indugiava sulla sua, continuava ii gioco, stuzzicando, adescando, finch afferr le labbra di lui con bramosa violenza e gli scosse il sangue, destandolo fin nel profondo. Nel gioco lungo e muto la donna bruna ammaestr a poco a poco il ragazzo e si diede a lui, lo lascl cercare e trovare, lo fece ardere e plac il suo ardore. La breve incantevole beatitudine dell'amore s'inarc sopra di lui, s'accese come una vampa d'oro, declin e si spense. Egli giacque con gli occhi chiusi, la testa abbandonata in seno alla donna. Non una parola era stata pronunciata. La donna stette quieta, gli carezz i capelli, lo lasci ritornare a poco a poco in s. Finalmente egli apr gll occhi. -- Tu! -- disse. -- Tu! Chi sei? -- Sono la Lisa, -- rispose. --Lisa, -- ripet lui, gustando il nome. -- Lisa, sei cara.

Ella avvicin la bocca al suo orecchio e vi sussurr: -- Dl', stata la prima volta? Prima di me non hai ancor voluto bene a nessuna ? Egli scosse il capo. Poi a un tratto balz in piedi, gett uno sguardo intorno a s, sui campi e in cielo. --Oh, -- esclam, -- il sole gi basso. Debbo tornare Indietro. -- E dove ? -- Al convento, da padre Anselmo. --A Mariabronn? Sei di l? Non vuoi dunque rimanere ccn me? --Mi piacerebbe molto. --E rimani allora! --No, sarebbe scorretto. Debbo raccogliere ancora di quest'erba . -- Vivi dunque al convento ? -- S, sono scolaro. Ma non ci voglio pi restare. Posso venir da te, Lisa? Dove abiti, dove stai di casa? --Non abito in nessun luogo, tesoro. Ma non vorresti dirmi il tuo nome?... Ah, Boccadoro ti chiami? Dammi ancora un bacio, piccolo Boccadoro, e poi va pure. --Non abiti in nessun luogo? E dove dormi allora?

--Se vuoi, con te nel bosco o sul fieno. Vieni stanotte? --Oh, s! Dove? Dove ti trovo? --Sai fare il grido di una civettina? --Non ho mai provato -- Prova! Egli prov. Ella rise, soddisfatta. --Allora stanotte esci dal convento e fa questo grido, io sar nelle vicinanze. Ti piaccio dunque, piccolo Boccadoro, bambinello mio? --Ah, mi piaci molto, Lisa. Verr. Addio, ora debbo andare. Boccadoro giunse al convento nel crepuscolo, sul cavallo fumante. Fu lieto di trovare padre Anselmo molto affaccendato, perch a un frate che s'era divertito a guazzare scalzo nel ruscello era entrato un coccio nel piede. Ora si trattava di trovare Narciso. Interrog uno dei

frati che servivano nel refettorio. No, gli dissero, Narciso non veniva a cena, era giorno di digiuno per lui e in quel momento probabilmente dormiva, perch di notte osservava le vigilie. Boccadoro corse. Durante i lunghi esercizi il suo amico dormiva in una delle celle per i penitenti nell'interno del convento Senza riflettere un attimo egli corse l. Origli alla porta: non si udiva nulla. Entr piano. Era severamente proibito, ma in quel momento non importava. Sullo stretto giaciglio era disteso Narciso. Nella luce crepuscolare somigliava a un morto, cos coricato come era sul dorso, rigido, il volto pallido e affilato, le braccia incrociate sul petto: ma non dormiva e aveva gli occhi aperti. Guard Boccadoro in silenzio, senza un rimprovero, ma senza muoversi ed evidentemente cos assorto in un altro tempo e in un altro mondo, che fatic a riconoscere l'amico ed a comprendere le sue parole. --Narciso! Perdonami perdonami, caro; se ti disturbo, non per un capriccio. So che tu non dovresti parlare con me in questo momento, ma fallo ugualmente, te ne prego. Narciso ritorn in s, batt un momento le palpebre, come se facesse uno sforzo per svegliarsi. --E necessario? --domand con voce spenta. -- S, necessario. Vengo per dirti addio. --Allora necessario. Non voglio che tu sia venuto invano. Qua, siediti accanto a me. C' un quarto d'ora di tempo, poi comincia la prima vigilia. S'era drizzato a sedere, sparuto, sul nudo tavolaccio; Boccadoro gli si mise vicino. -- Perdonami! -- disse, sentendosi rimorder la coscienza. La cella, il misero giaciglio, il volto di Narciso estenuato dalle veglie e dalle penitenze, il suo sguardo semiassente, tutto gli mostrava chiaramente quanto egli stonasse in quel luogo. --Non c' nulla da perdonare. Non farti riguardo per me, io sto bene. Vuoi prendere congedo, dici? Vai via dunque ? Vado, )DDi ct~o Ah non DOSSO raCcontart T-ltto si deciso COS all'improvviso! e qui tuo padre, o un suo messagglo' -- No, nulla. La vita stessa venuta a me. Me ne vado, senza padre, senza permesso. Ti faccio disonore, NarCISO, scappo. Narciso chin gli occhi sulle proprie dita lunghe e bianche, che uscivano affilate e spettrali dalle maniche della tonaca. Non nel volto, severo ed esausto, ma nella voce si poteva indovinare un sorriso, mentre diceva: --Abbiamo pochissimo tempo, caro. Dl' solo il necessario, e dillo con chiarezza e brevit... O debbo dirtelo io, quel che ti capitato?

-- Dillo, -- preg Boccadoro. -- Sei innamorato, piccolo mio, hai conosciuto una donna. --Come fai a sapere anche questo? -- Me lo faciliti tu stesso. Il tuo stato, amice, ha tutte le caratteristiche di quel genere di ebbrezza, che si chiama innamoramento. Ma ora parla, ti prego Boccadoro appoggi timidamente la mano sulla spalla dell'amico. -- Ormai l'hai detto. Ma questa volta non l'hai detto bene, Narciso, non esatto. E tutt'altra cosa. Ero fuori nei campi e dormivo sotto la canicola, quando mi svegliai e mi trovai con la testa sulle ginocchia di una bella donna; sentii subito che mia madre era venuta per portarmi con s. Non che io abbia preso questa donna per mia madre: aveva ,li occhi castani scuri e i caDelli neri,

mentre mia madre era bionda come me e aveva tutt'altro aspetto. Ma pure era lei, era il suo appello, era un messaggio suo. Uscita come dai sogni del mio cuore, ecco a un tratto una bella donna straniera, che mi tiene il capo in grembo e mi sorride come un fiore ed tanto affettuosa con me: al primo suo bacio mi sentii struggere e provai una sofferenza strana. Tutta la mia nostalgia, tutti i miei sogni, ogni mia dolce ansia, ogni segreto in me assopito si dest, e tutto fu trasformato, incantato: tutto aveva acquistato un senso. Mi ha insegnato che cos' una donna e qual il suo mistero. In una mezz'ora mi ha reso di parecchi anni pi maturo. Ora so molte cose. Anche di questo mi sono reso conto a un tratto: che non posso rimanere pi in questa casa, neppur un giorno. Me ne vado appena vien notte. Narciso ascolt e fece un cenno affermativo. -- E venuto all'improvviso, -- disse, -- ma press'a poco quello che io m'aspettavo. Penser molto a te. Mi mancherai, amice. Posso fare qualche cosa per te? --Se ti possibile, dl' una parola al nostro abate, che non mi condanni del tutto E l'unico nel convento, oltre a te, il cui giudizio non mi sia indifferente. Lui e tu. --Lo so... Hai qualche altro desiderio? --Una preghiera, s. Se penserai a me in seguito, prega qualche volta per me! E... grazie! -- Di che, Boccadoro? -- Della tua amicizia, della tua pazienza, di tutto. Anche di avermi ascoltato oggi, che pur penoso per te. Anche di non aver tentato di trattenermi. --Com'era possibile che ti volessi trattenere? Sai qual il mio pensiero... Ma dove andrai, Boccadoro? Hai una

meta? Vai da quella donna? --Vado con lei, s. Una meta non l'ho. una straniera, una vagabonda, a quanto pare, forse una zingara. -- Bene. Ma dimmi, caro, sai che il tuo cammino insieme con lei sar forse brevissimo? Non dovresti far troppo assegnamento, credo, su quella donna. Pu aver dei parenti, un marito; chiss come verrai accolto! Boccadoro si appoggi all'amico. --Lo so -- disse, -- quantunque finora non ci abbia ancor pensato. Te l'ho gi detto: una meta non l'ho. Anche quella donna, ch' stata tanto affettuosa con me, non la mia meta. Vado da lei, ma non vado per lei. Vado, perch devo, perch una voce mi chiama. Tacque e sospir, e rimasero cos seduti, l'uno appoggiato all'altro, tristi e pur felici nel sentimento della loro amicizia indistruttibile. Poi Boccadoro continu: -- Non devi credere che io sia del tutto cieco e ignaro. No. Vado volentieri, perch sento ch' necessario e perch oggi ho avuto una cos meravigliosa esperienza. Ma non m'immagino certo di correre incontro soltanto alla felicit e al piacere. Penso che il cammino sar difficile. Ma sar anche bello, spero. E tanto bello appartenere a una donna, darsi a lei! Non rider di me, se par sciocco quello che dico. Ma vedi: amare una donna, darsi a lei, avvolgerla tutta in s e sentirsi avvolti da lei, non la stessa cosa che tu chiami essere innamorati , e che un pochino schernisci. Non da schernire. Per me la via che conduce alla vita, al senso della vita... Ah, Narciso, debbo lasciarti! Ti ringrazio di avermi sacrificato oggi un poco del tuo sonno. Mi fa tanta pena staccarmi da te! --Non affliggere il tuo cuore e il mio! Non ti dimenticher mai. Ritornerai: te ne prego, ti aspetto. Se un giorno dovessi trovarti a mal partito, vieni da me o chiamami... Addio, Boccadoro, Dio sia con te! Si era alzato. Boccadoro lo abbracci. Conoscendo la ritrosia dell'amico per le tenerezze, non lo baci, gli carezz soltanto le mani. La notte calava: Narciso chiuse la cella dietro di s e s'avvi alla chiesa: i suoi sandali risonavano sull'impiantito. Boccadoro segu con occhio affettuoso la figura allampanata fino in capo al corridoio, dove scomparve come un'ombra, inghiottita dalla tenebra della porta che metteva nella chiesa, assorbita e reclamata da esercizi, da doveri e da virt. Oh, com'era curioso, com'era infinitamente strano, confuso e sconcertante tutto questo! Venire dall'amico col cuore traboccante, con tutta l'effervescenza dell'ebbrezza d'amore, proprio nell'ora in cui egli, assorto in meditazioni, consumato dai digiuni, e dalle veglie, crocefiggeva e sacrificava la sua giovent, il suo cuore, i suoi sensi, e si sottoponeva alla pi severa scuola d'obbedienza, per servire soltanto lo spirito e diventare veramente minilter verbi divi~zi! Narciso era l disteso, spossato e spento, con il volto pallido e le mani dimagrite, un morto a vederlo;

eppure come aveva accolto subito l'amico, con la mente chiara e il gesto affettuoso, e all'innamorato, che aveva ancora indosso il profumo di una donna, aveva prestato l'orecchio e sacrificato lo scarso riposo fra due penitenze! Strano e meravigliosamente bello era che ci fosse anche questo genere d'amore, cos disinteressato, cos spiritualizzato. Come diverso da quell'altro amore, l, sul campo inondato di sole, quel gioco dei sensi ebbro e irresponsabile! Eppure l'uno e l'altro erano amore. Ah, ed ora Narciso era scomparso, dopo avergli mostrato ancora una volta in quell'ultima ora, e chiaramente, come erano diversi l'uno dall'altro, come non si assomigliavano. Narciso stava prostrato davanti all'altare sulle ginocchia stanche, preparato e purificato per una notte di preghiera e di contemplazione, in cui non gli erano concesse pi di due ore di riposo e di sonno, mentre lui, Boccadoro, fuggiva per trovare in qualche luogo sotto gli alberi la sua Lisa e ripetere con lei quei giochi dolci e bruti! Narciso avrebbe saputo dire cose interessanti in proposito. Ebbene: lui, Boccadoro, non era Narciso. A lui non spettava indagare questi intricati enigmi belli e terribili, e dir su di essi cose importanti. A lui non spettava altro che proseguire per le sue folli vie alla ventura. A lui non spettava altro che darsi ed amare, amare l'amico orante nella chiesa notturna, non meno della bella donna giovane e ardente che lo attendeva. Quando, col cuore agitato da mille sentimenti in lotta, s'allontan furtivo sotto i tigli del cortile cercando l'uscita attraverso il mulino, non pot far a meno di sorridere all'improvviso ricordo della sera in Cui per la stessa via segreta aveva lasciato il convento insieme a Corrado, per andare al villaggio . Con quanta agitazione e segreta paura s'era indotto allora alla piccola scappata proibita! Ed ecco che ormai s'allontanava per sempre, seguendo vie ben pi proibite e pericolose, e non aveva paura, non pensava al portiere n all'abate n ai maestri. Questa volta non c'erano assi presso il vette passare senza ponte. Si spogli e l'altra sponda, quindi scese nell'acqua liva fino al petto e attravers a guado torrentello; dogett i vestiti sulfredda che gli sala forte corrente.

Mentre dall'altra parte si rivestiva, i suoi pensieri tornarono a Narciso. Sent con chiarezza umiliante che in quel momento egli faceva precisamente ci che l'altro aveva preveduto e a cui l'aveva condotto. Rivide con straordinaria lucidit quel Narciso saggio e un po' beffardo che lo aveva sentito dire tante sciocchezze; quello che in un'ora grave, facendolo soffrire, gli aveva aperto gli occhi. Alcune delle parole che Narciso gli aveva dette allora gli risonarono distintamente all'orecchio: "Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. I tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi". Il suo cuore rabbrivid un attimo; era cos terribilmente solo, l nella notte! Dietro di lui stava il convento: appena una parvenza di patria, ma pur cara per lunga consuetudine! Sent per anche un'altra cosa: che ormai Narciso non era pi per lui la guida ammonitrice e sapiente, il risve-

gliatore. Ormai sentiva di aver varcato la soglia di un paese, in cui avrebbe trovato da s la sua vita, in cui nessun Narciso poteva guidarlo pi. Fu lieto di questa nuova coscienza; era stato penoso e umiliante per lui il ricordo di quel periodo di soggezione! Ormai era veggente, non era pi un fanciullo e uno scolaro. Come faceva bene questo sentimento! Eppure... com'era doloroso prender congedo! Sapere l'amico inginocchiato nella chiesa non potergli dare nulla, non poterlo aiutare, essere qualcosa per lui! E per tanto tempo, forse per sempre esser separato da lui, non saperne nulla, non udir pi la sua voce, non veder pi il suo occhio nobile e bello! Si strapp di l e segu il viottolo sassoso. Quando si fu allontanato d'un centinaio di passi dalle mura del convento, si ferm, prese fiato e lanci meglio che pot il grido della civetta. Un grido uguale rispose, gi per il torrente, da lontano. "Ci chiamiamo come gli animali," non pot far a meno di pensare: e ricord l'ora d'amore passata nel pomeriggio; solo allora si rese conto che fra lui e Lisa non erano state scambiate parole che da ultimo, alla fine delle loro tenerezze, e anche allora pochissime e insignificanti. Che lunghi colloqui invece aveva avuto con Narciso! Ma ormai, cos gli parve, era entrato in un mondo dove non si parlava, dove ci si attirava l'un l'altro col grido della civetta, dove le parole non avevano signifi-

cato. Era contento, non aveva pi bisogno di parole o di pensieri, solo di Lisa aveva bisogno, di quel palpare e frugar cieco e muto, di quello struggimento anelante... Lisa era l. Gi gli veniva incontro dal bosco. Egli stese le mani per sentirla, le tast con tenerezza il capo, i capelli, il collo e la nuca, la vita snella e le anche robuste. La cinse con un braccio e continu il cammino con lei senza parlare, senza domandare: dove? Ella procedeva sicura nella foresta notturna, s ch'egli le stava al fianco a fatica; pareva ci vedesse nel buio come una volpe o una martora; camminava senza urtare, senZa inciampare. Egli si lasciava condurre, nella notte, nel bosco, nel paese cieco e misterioso, senza parole, senza pensieri. Non pensava pi, neppure al convento abbandonato, neppure a Narciso. Percorsero silenziosi un tratto di selva buia, a volte sopra un morbido cuscino di musco, a volte su dure coste di radici, a volte fra rade chiome d'albero brillava sopra di loro il cielo sereno, a volte era tenebra fitta; gli battevan sul volto i rami dei cespugli, i rovi gli trattenevan le vesti. Ella sapeva cavarsela sempre, di rado si fermava, di rado indugiava. Dopo un lungo tratto giunsero fra alcuni pini isolati e distanti gli uni dagli altri; il pallido cielo notturno si stendeva libero e vasto, il bosco era finito, una valle prativa li accolse, con un dolce profumo di fieno. Passarono a guado un piccolo ruscello che scorreva tacito; l all'aperto il silenzio era ancora pi intenso che nella foresta: non pi fruscii di cespugli, non pi guizzi d'animali notturni, non pi scricchiolio di legni secchi.

Presso un grosso fastello di fieno Lisa si ferm. --Restiamo qui--disse. Sedettero entrambi sul fieno, tirando finalmente il fiato e godendo il riposo, perch erano un po' stanchi. Si coricarono, ascoltarono il silenzio, sentirono le loro fronti asciugarsi e i loro volti rinfrescarsi a poco a poco. Boccadoro se ne stava rannicchiato, gustando quella gradevole sensazione di stanchezza, piegava e stendeva le ginocchia per gioco, aspirava in lunghe boccate la notte e l'aroma del fieno, non pensava n al passato n all'avvenire Solo a grado a grado si lasci attirare e ammaliare dal profumo e dal calore della sua bella e rispose via via alle carezze delle sue mani e sent felice ch'ella cominciava a infiammarsi e gli si stringeva sempre pi vicina No, qui non c'era bisogno di parole n di pensiero. Egli sentiva chiaramente tutto ci ch'era bello e importante, la forza della giovinezza e la bellezza semplice e sana di un corpo di donna, il suo scaldarsi e il suo fremere di desiderio; sentiva anche chiaramente che questa volta ella voleva essere amata in un modo diverso dalla prima, che non voleva sedurlo e istruirlo, ma aspettare il suo attacco e la sua brama. In silenzio si lasci percorrere tutto da quelle correnti, sent felice il divampar tacito e lento del fuoco che s'era acceso in loro e che faceva del loro piccolo giaciglio il centro palpitante e ardente di tutta la notte silenziosa. Quando si chin sul volto di Lisa e cominci a baciare nel buio le sue labbra, vide a un tratto gli.occhi e la fronte di lei rilucere in un mite chiarore, osserv stupito e s'accorse che la luce crepuscolare si diffondeva e s'intensificava. Allora comprese e si volt: dal margine dei boschi neri ed immensi saliva la luna. Vide la luce bianca e dolce spandersi meravigliosamente sulla fronte e sulle gote, sul collo chiaro e florido della donna, e mormor incantato: -- Come sei bella! Ella sorrise come di un dono, egli si drizz a sedere le scost delicatamente la veste dal collo, l'aiut a liberarsene, finch le spalle e il seno brillarono nel fresco chiaror lunare. Con gli occhi e con le labbra segu estasiato le ombre delicate, contemplando e baciando vinta dal fascino, ella rimaneva immobile, con lo sguardo chino e un'espressione solenne, come se in quel momento la sua bellezza si rivelasse per la prima volta anche a lei. Mentre nella campagna l'aria si faceva fresca e d'ora in ora la luna saliva pi alta, gli amanti riposavano sul loro giaciglio dolcemente illuminato, perduti nei loro giochi, e insieme s'assopivano e s'addormentavano, e al risveglio si volgevano di nuovo l'uno all'altro, riaccendendosi e riallacciandosi, - poi s'addormentavano di nuovo. Dopo l'ultimo amplesso giacquero esausti; Lisa, affondata nel fieno, respirava penosamente, Boccadoro, supino, fissava immobile il pallido cielo lunare; saliva dall'anima d'entrambi la grande tristezza, alla quale trovarono rifugio nel sonno. Dormirono profondamente, disperatamente, dormirono con avidit, come se fosse per l'ultima volta, come se fossero condannati a essere poi svegli in eterno e dovessero in quelle ore raccogliere in s tutto il sonno dell'universo.

Destandosi, Boccadoro vide Lisa intenta a ravviarsi i capelli neri. La guard, distratto e ancora in dormiveglia. --Sei gi desta? -- disse infine. Ella si volt di scatto, come spaventata. --Debbo andarmene ora, -- disse un po' oppressa e imbarazzata.--Non volevo svegliarti. --Ma ora sono sveglio. Dobbiamo gi incamminarci? Abbiamo forse una patria? -- lo no, -- disse Lisa. -- Ma tu appartieni al convento. -- Non appartengo pi al convento, sono come te, sono solo e non ho meta. Verr con te, si capisce. Ella guard da un lato. --Boccadoro, tu non puoi venire con me. Io devo andare da mio marito; mi batter perch sono rimasta fuo ri la notte Gli dir che mi sono smarrita. Ma' naturalmente non lo creder. In quel momento Boccadoro ricord che Narciso gliel'aveva predetto. Ed era proprio cos. S'alz e le diede la mano. -- Ho sbagliato i miei conti, -- disse; -- avevo creduto che saremmo rimasti insieme... Ma davvero volevi lasciarmi dormire e scappar via senza dirmi addio? --Ah, credevo che saresti andato in collera e che forse mi avresti battuta. Che mi batta mio marito, si sa, giusto. Ma non volevo prender busse anche da te. Egli trattenne la sua mano. --Lisa,--disse,--io non ti batter, n oggi n mai. Non vorresti rimanere con me invece che con tuo marito, se egli ti d le busse? Ella diede uno strappone per liberarsi la mano. --No, no, no, --grid con voce piagnucolosa. E poich Boccadoro sent che il Cuore della donna anelava a staccarsi da lui e ch'ella preferiva ricever percosse dall'altro che da lui buone parole, lasci andare la mano; ella cominci a piangere. Ma intanto si mise a correre. Con le mani sugli occhi lacrimosi, corse via. Egli non disse pi nulla e la segu con lo sguardo. Gli faceva pena vederla fuggire cos sui prati falciati, chiamata e attirata da qualche potenza, da una potenza sconosciuta, che gli diede parecchio da pensare. Gli faceva pena, ma anche per se stesso sentiva un poco piet; non aveva avuto fortuna, a quanto pareva;

eccolo l solo e un po' intontito, abbandonato, piantato in asso. E intanto era ancora stanco e avido di sonno, non si era mai sentito cos esausto. C'era tempo anche pi tardi di sentirsi infelice. E gi s'era riaddormentato. Non ritorn a se stesso che quando il sole gi alto gli bruci le membra. Ormai aveva riposato; s'alz in fretta, corse al ruscello, si lav e bevve. Molti ricordi allora gli affollarono la mente, molte immagini di quella notte d'amore, molte sensazioni tenere e deliziose lo avvolsero del loro profumo come fiori esotici E vi ripensava mentre iniziava gagliardo la sua marcia, e risentiva tutto, gustava, odorava, lastava tutto ancora, ancora. Quanti sogni la bruna donna straniera gli aveva tradotto in realt, quan-

te gemme aveva fatto sbocciare, quanti desideri ardenti aveva placati e quanti ne aveva destati! Davanti a lui si stendevano campi e lande, maggesi inariditi e boschi cupi; forse al di l c'erano cascine e mulini, forse un villaggio, una citt. Per la prima volta il mondo gli si apriva dinanzi, in attesa, pronto ad accoglierlo, a fargli del bene e a fargli del male. Egli non era pi uno scolaro che vede il mondo dalla finestra, il suo cammino non era pi una passeggiata che finisce immancabilmente nel ritorno. Il grande mondo era finalmente diventato reale, egli era una parte di esso, in esso stava il suo destino; cielo e clima del mondo eran cielo e clima suoi. Ed egli era piccolo nel grande universo e correva piccolo come una lepre, come un insetto, attraverso i; suo azzurro e il suo verde infinito. Non pi campana che chiamasse alla levata, all'entrata in chiesa, alla lezione, alla mensa! Oh, come aveva fame! Una mezza pagnotta di pan d'orzo, una scodella di latte, una minestra di farina... magici ricordi! 11 suo stomaco s'era destato come un lupo. Pass accanto ad un campo di grano: le spighe eran quasi mature, le sgran con le dita e coi denti, mastic con avidit i piccoli chicchi lubrici; ne colse ancora, se ne riemp le tasche. Poi trov delle nocciole ancora molto verdi e addent con gioia i gusci, schiantandoli; anche di queste fece provvista. Ricominciava la foresta, una pineta interrotta da querce e da frassini, c'eran mirtilli in quantit, qui sost, mangi, si rinfresc. Fra l'erba rada e dura del bosco spuntavano campanule azzurre; farfalle brune e lucenti s'alzavano a volo e scomparivano capricciose a zig-zag. In un bosco simile aveva abitato santa Genoveffa. La sua storia gli era sempre piaciuta. Oh, come l'avrebbe incontrata volentieri! Oppure ci poteva essere nel bosco qualche eremo, con un vecchio padre barbuto in una caverna o in una capanna di corteccia. Forse in quel bosco abitavano anche i carbonai, li avrebbe salutati volentieri. Ci potevano essere perfino dei briganti, a lui non avrebbero fatto nulla. Sarebbe stato bello incontrare un essere umano, chiunque fosse. Ma lo sapeva bene: forse poteva camminare a lungo nel bosco, tutto quel giorno e poi I mdomam e poi pi giorni ancora, senza incontrare nessuno. Anche questo bisognava accettare, se era destino

Non si poteva pensar molto, bisognava lasciar venire ogm cosa come voleva. Ud il batter d'un picchio e tent di sorprenderlo; dopo essersi affaticato a lungo invano, finalmente riusc ad avvistarlo e stette per qualche tempo a osservarlo, mentre solitario, attaccato a un tronco, lo martellava muovendo avanti e indietro la testina operosa. Peccato non poter parlare con gli animali! Sarebbe stato bello chiamare il picchio e dirgli qualche parola gentile e forse apprendere qualche cosa della sua vita fra gli alberi, del suo lavoro, della sua gioia. Oh, potersi trasformare! Gli venne in mente che tante volte nelle ore d'ozio aveva disegnato e tracciato col gesso figure sulla sua lavagna, fiori, foglie, alberi, animali, teste umane. E spesso aveva giocato a lungo cos, creando, come un piccolo dio, creature secondo la sua volont: nel calice d'un fiore aveva disegnato gli occhi e una bocca, ad un ciuffo di foglie che spuntavano fuori da un ramo aveva dato forma di dita, in cima ad un albero aveva messo una testa. E in questo gioco aveva passato spesso ore felici, incantato, incantatore, tracciando linee e lasciandosi sorprendere egli stesso da quel che ne usciva: la foglia d'un albero, il muso d'un pesce, la coda d'una volpe, il sopracciglio d'un uomo. Oh, pensava, potersi trasformare come Sl trasformavano allora le linee disegnate per gioco sulla sua tavoletta! Boccadoro sarebbe diventato cos volentieri un plCchio, forse per un giorno, forse per un mese: avrebbe abitato sulle cime, sarebbe corso su per i tronchi lisci, avrebbe picchiato col becco forte nella corteccia, facendosi puntello con le penne della coda, avrebbe parlato il linguaggio dei picchi e tratto tante buone cose dalla corteccia. Come sonava dolce e vigoroso il martellar del picchio nel legno risonante! Molti animali si trovarono sul cammino di Boccadoro. Incontr lepri, che al suo avvicinarsi sbucavano a un tratto dal fogliame, lo fissavano, poi via di corsa con le orecchie abbassate e un chiaror di pelo sotto la coda. In una piccola radura trov una lunga serpe, che non fugg: non era viva, c'era soltanto la sua pelle vuota; egli la raccolse e l'osserv: un bel disegno grigio e marrone corre dorso e i r~n lel sole la traversavano: era sottile come una ragnatela. Vide merli neri col becco giallo, che guardavano fisso, concentrando gli occhi neri rotondi e impauriti, e fuggivano radendo terra. Pettirossi e fringuelli volavano in quantit. A un certo punto nel bosco c'era una buca, una pozza piena d'acqua verde e densa, sulla quale correvano alla rinfusa, affaccendati e come ossessi, ragni dalle gambe lunghe, che parevano intenti a un gioco incomprensibile; e sopra si libravano alcune libellule con l'ali d'un azzurro cupo. E una volta, gi verso sera; vide qualcosa... o meglio non vide nulla fuorch un .agitarsi e un grufolar tra il fogliame, ud uno schiantar di rami, uno sguazzar nella terra umida e un grosso animale dalla corporatura pesante correr via quasi invisibile, frangendo la sterpaglia: forse un cervo, forse una scrofa, non sapeva. Rimase a lungo immobile, ansante per lo spavento, segu con l'orecchio, agitato, la corsa dell'animale e rest un pezzo in ascolto col batticuore, dopo che tutto era tornato quieto.

Non trov modo d'uscire dalla foresta, dovette pernottarvi. Mentre si cercava un giaciglio e si fabbricava un letto di musco, si sforzava d'immaginare che sarebbe avvenuto, se non avesse pi trovato una via d'uscita dai boschi e avesse dovuto rimaner dentro per sempre. E pens che sarebbe stata una grande disgrazia. Viver di bacche era possibile e anche dormire sul musco: inoltre sarebbe certo riuscito a fabbricarsi una capanna, forse anche a far fuoco. Ma restar sempre e poi sempre solo e abitare fra gli alberi che dormono silenziosi e vivere fra gli animali che fuggono e con cui non si pu parlare, doveva essere insopportabilmente triste. Non vedere anima viva, non dir buongiorno e buonanotte a nessuno non poter guardare nel viso e negli occhi di un proprio simile, non contemplar pi donne e fanciulle, non sentire pi un bacio, non abbandonarsi pi al delizioso gioco segreto delle labbra e delle membra, oh, era inconcepibile! Se questo fosse stato il suo destino, pensava, avrebbe tentato di diventare un animale, un orso o un cervo, sia pur rinunciando alla beatitudine eterna. Essere un orso e amare un'orsa non sarebbe poi male, molto meglio per lo meno che conservare ragione, linguaggio e tutto il resto, e con ci passar la vita solo e triste e senz'amore. Nel suo letto di musco, prima d'addormentarsi, ascoltava curioso e inquieto i mille rumori notturni, misteriosi e incomprensibili della foresta. Erano ormai i suoi camerati, doveva viver con loro, abituarsi a loro, con loro misurarsi e andar d'accordo; apparteneva ormai alla famiglia delle volpi e dei caprioli, degli abeti e dei pini, con loro doveva vivere, con loro dividere l'aria e il sole e aspettare il giorno e patir la fame, essere insomma loro ospite. Poi s'addorment e sogn bestie e uomini: egli era un orso, che divorava Lisa fra baci e carezze. Nel cuor della notte si svegli spaventato, non sapeva perch: sentiva un'angoscia infinita e ne cerc a lungo la ragione, turbato. Gli venne in mente che quel giorno e il giorno innanzi aveva dimenticato la preghiera della sera. S'alz, s'inginocchi presso il giaciglio e recit due volte la sua orazione, per quel giorno e per quello precedente. Poco dopo era riaddormentato. Al mattino si guard intorno nel bosco, stupito: aveva dimenticato dov'era. La paura della foresta incomincl a scemare, con nuova gioia s'affid a quella vita, pur continuando a camminare e regolandosi col sole. Una volta giunse in un tratto di selva perfettamente piano, con pochi alberi a basso fusto; gli altri eran tutti grossi abeti bianchi, annosi e diritti. Dopo aver marciato un poco fra quelle colonne, gli vennero in mente le colonne della grande chiesa del convento, di quella chiesa sotto il cui portale nero aveva visto scomparire il suo amico Narciso.. Quanto tempo era passato? Proprio due giorni soltanto? Solo dopo due giorni e due notti giunse in capo alla foresta. Riconobbe con gioia i segni della vicinanza umana: terra coltivata, strisce di campo a segala e ad avena, prati attraversati qua e l da stretti sentieri per breve tratto visibili. Boccadoro colse della segala e la mastic;

la campagna lavorata lo guardava sorridente, tutto gli faceva un'impressione umana e cordiale dopo il lungo andare per la selva incolta: il sentierino, l'avena, i fiordalisi sfioriti e sbiancati. Finalmente avrebbe riveduto gli uomini. Dopo un'oretta pass vicino ad un campo, sul ciglio era drizzata una croce: s'inginocchi e preg Svoltando dalla sporgenza di un colle si trov all'improvviso davanti a un tiglio ombroso, ud estasiato la melodia d'u-

na fontana, che da un tubo di legno versava la sua acqua entro un lungo trogolo pure di legno; bevette l'acqua fresca, squisita, e vide con gioia spuntar Su dai sambuchi, che avevan gi le bacche scure, alcuni tetti di paglia. Ma pi di tutti questi segni amichevoli, lo commosse il muggito di una mucca, che gli son all'orecchio dolce, caldo e ospitale come un saluto e un benvenuto. S'avvicin esplorando alla capanna dalla quale era partito il muggito. Davanti alla porta di casa sedeva nella polvere un ragazzetto dai capelli rossicci e dagli occhi celesti, con accanto un vaso di terracotta pieno d'acqua: e con la polvere e con l'acqua faceva una pasta che gi aveva inzaccherato le sue gambe nude. Serio e felice, premeva quella poltiglia fra le mani, la guardava colar fuori dalle dita, ne faceva delle palle e per impastare e plasmare s'aiutava anche col mento. --Buongiorno, piccolo,--disse Boccadoro cordialmente. Ma il bambino, appeha levati gli occhi e scorto uno straniero, spalanc la boccuccia, contrasse il visetto tondo e strillando si precipit carponi nella capanna. Boccadoro lo segu nella cucina; era cos buia che a lui, che veniva dalla luce viva del mezzod, da principio non riusc di scorgere nulla. A ogni buon conto fece un saluto cortese, ma non ebbe risposta; a poco a poco per sopra gli strilli del bimbo spaventato si fece udire una tenue voce senile, che cercava di consolare il piccolo. Infine si alz nell'ombra e s:avvicin una vecchietta, che, riparandosi gli occhi con la mano, osserv l'ospite. --Salute, mamma, -- disse Boccadoro, -- e che tutti i santi benedicano la tua faccia buona; son tre giorni che non vedo un viso umano. La vecchietta guardava melensa, con occhi presbiti. --Che vuoi? --domand incerta. Boccadoro le diede la mano e carezz un poco la sua. -- Salutarti voglio, nonnina, e riposare un tantino e aiutarti ad accendere il fuoco. Se mi vuoi dare un pezzo di pane, non lo rifiuto, ma non c' fretta per questo. Vide una panca di legno addossata alla parete e sedette, mentre la vecchia tagliava una fetta di pane per il bambino, che guardava ora lo straniero con curiosa attenzione pronto per ad ogni istante a piangere e a correl via. La vecchia tagli un'altra fetta della pagnotta e la port a Boccadoro.

--Grazie mille,--disse questi. --Dio ti compenser. -- Hai lo stomaco vuoto? -- domand la donna. -- Questo no, pieno di mirtilli. -- Be', mangia allora! Da dove vieni? -- Da Mariabronn, dal convento. -- Sei un prete? --Questo no. Uno scolaro. In viaggio. Ella lo guard fra tonta e canzonatoria e scosse un poco la testa sul collo magro e rugoso. Lo lasci masticare un paio di bocconi e riport fuori il piccolo al sole. Poi torn, curiosa, e domand: -- Sai qualche novit? --Non un gran che. Conosci padre Anselmo? --No, che c' di lui? -- malato. -- Malato? deve morire? --Non so. Ha male alle gambe. Non pu camminar Deve morire? -- Non so, forse. --Be', lascialo morire. Io devo cuocere la minestra. Aiutami a tagliare trucioli. -- Gli diede un ciocco d'abete asciugato per bene sul focolare, e un coltello. Egli le tagli trucioli quanti ne volle e stette a guardare, mentre ella li metteva nella cenere e si chinava sopra e s'affannava a soffiare, finch prendevano fuoco; poi accatast secondo un SuO ordine segreto e preciso legni d'abete e di faggio, il fuoco divamp luminoso sul focolare aperto, ella mise sulle fiamme una grande pentola nera, che, appesa ad una catena fuligginosa, penzolava dalla cappa del cammo. Boccadoro, dietro suo ordine, and ad attinger acqua alla fontana, spann la scodella del latte, sedette di nuovo nella penombra fumosa e stette a guardare il gioco delle fiamme, sopra le quali appariva e spariva nel rosso bagliore il viso rugoso ed ossuto della vecchia; intanto udiva dietro un assito la mucca che frugava e tirava colpi nella greppia. Gli piaceva molto. Il tiglio, la fontana, il guiZzar delle fiamme sotto la pentola, lo sbuffare e il ruminar della mucca e i suoi colpi contro la parete, la stanza semibuia con la tavola e la panca, l'affaccendarsi

della vecchietta, tutto questo era bello e buono, sapeva di cibo e di pace, di esseri umani e di calore, di patria. Anche due capre c'erano, e la donna gli disse che dietro avevano anche un porcile; e la vecchia era la nonna del contadino e la bisnonna del piccolo. Questi si chiamava Kuno, di tanto in tanto entrava in cucina e, bench non dicesse una parola e guardasse un po' impaurito, non

plangeva pi. Venne il contadino con sua moglie; furono molto stupiti di trovare uno straniero in casa. Il contadino stava gi per gridare e, diffidente, trasse il giovane per un braccio sulla porta, per vedere il suo volto alla luce del giorno; ma poi rise, gli batt benevolo la mano sulla spalla e lo invit a mangiare. Sedettero e ciascuno intinse il suo pane nella comune scodella di latte, finch il latte diminu e il contadino vuot il resto. Boccadoro domand se poteva rimanere fino all'indomani e dormire sotto il loro tetto. No, rispose l'uomo, perch non c'era posto, ma fuori c'era ancora tanto fieno dappertutto, avrebbe trovato certo un giaciglio. La contadina aveva il piccolo accanto e non partecipava alla conversazione, ma durante il pasto i suoi occhi curiosi presero possesso del giovane straniero. I capelli e lo sguardo di lui le avevano fatto subito impressione, poi osserv con piacere il suo collo bianco e fine, le sue mani distinte e lisce e i loro movimenti agili e armoniosi. Come era bello e aristocratico quello straniero, e cos giovane! Ma quello che pi l'attirava e la innamorava era la voce di lui, quella voce giovane e maschia, che cantava misteriosamente, che irradiava calore, che seduceva blanda, che sonava come una carezza. Avrebbe voluto sentire quella voce ancora per un pezzo. Dopo mangiato, il contadino s'affaccend nella stalla Boccadoro era uscito dalla casa, s'era lavato le mani alla fontana e sedeva sul bordo basso, rinfrescandosi e ascoltando l'acqua. Era indeciso; non aveva pi nulla da cercare l, eppure gli rincresceva di doversene andare. Allora venne fuori la contadina con un secchio in mano, lo mise sotto lo zampillo, finch trabocc. Disse a mezza voce: --Se stasera sei ancora qui vicino, ti porter da mangiare Laggi, dietro quel lungo campo d'orzo, c' del fie no, che raccoglieranno solo domani. Vuoi fermarti l? Egli le guard il viso lentigginoso, vide le sue braccia forti afferrare il secchio, sent lo sguardo caldo dei suoi grandi occhi chiari. Le sorrise e accenn di s. Gi ella se n'andava col secchio pieno e scompariva nel buio della porta. Egli rimase seduto, grato e contento, ascoltando l'acqua corrente. Un po' pi tardi entr nella cucina, cerc il contadino, diede la mano a lui e alla nonna e ringrazi. C'era odor di fuoco nella capanna, di fuliggine e di latte. Poc'anzi era per lui ancora un asilo, un focolare domestico, e gi ridiventava terra straniera. Salut e usc. Al di l delle capanne trov una cappella e vicino un bel boschetto, un gruppo di forti querce annose, sotto le quali l'erba era bassa. Rimase l all'ombra, passeggiando in su e in gi fra i grossi tronchi. Strana cosa, pensava, eran le donne e l'amore; non avevan bisogno davvero di parole. Alla contadina n'era occorsa una sola per indicargli il luogo dell'appuntamento, tutto il resto non l'aveva detto con parole. E con che allora? Con gli occhi, s, e con un certo suono nella voce un po' velata e con qualche altra cosa ancora, con un profumo forse, con una emanazione delicata e sottile della pelle, dalla quale uo-

mini e donne riconoscono subito la reciproca brama. Curioso: era una specie di delicato linguaggio segreto; e come l'aveva imparato presto! Si rallegrava pensando alla sera, si domandava con curiosit come sarebbe stata quella donna alta e bionda, che sguardi, che toni, che membra, che doti, che baci avrebbe avuto... Certo tutt'altri che Lisa. Dov'era in quel momento la Lisa, coi suoi capelli neri e lisci, con la sua pelle bruna, con i suoi brevi sospiri? L'aveva picchiata il marito? Pensava ancora a lui? Aveva gi trovato un nuovo amante, com'egli aveva trovato una nuova donna? Come tutto andava veloce, e da ogni parte si trovava la felicit, come tutto era bello e caldo e stranamente fugace! Era peccato, era adulterio; poc'anzi si sarebbe lasciato u.ccidere piuttosto che commettere un peccato simile. Ed ecco la seconda donna che egli attendeva, e la sua coscienZa era tranquilla. Cio , tranquilla forse no; ma non l'adulterio, non la volutt di quando in quando la turbavano e la opprimevano. Era qualcos'altro, non sapeva definirlo con un nome. Era il sentimento di una colpa che non si commessa, ma che si portata al mondo con la nascita. Forse era questo ci che nella teologia si chiamava peccato originale? Poteva darsi. S, la vita stessa portava con s qualcosa come una colpa... perch, altrimenti, un essere cos puro e cos sapiente come Narciso si sarebbe sottoposto a penitenze come un condannato? E perch egli stesso, Boccadoro, avrebbe dovuto sentire in qualche segreto recesso della sua anima questa colpa? Non era forse felice? Non era giovane e sano, non era libero come l'uccello nell'aria? Non lo amavano le donne, non era bello sentire di poter dare loro come amante lo stesso profondo piacere ch'egli provava? E perch allora non era felice del tutto? Perch nella sua giovane felicit, come nella virt e nella saggezza di Narciso, doveva insinuarsi di quando in quando questa strana sofferenza, quest'ansia sommessa, questo rammarico per la transitoriet umana? Perch doveva tante volte tormentarsi il cervello a forza di pensare, pur sapendo di non essere un pensatore? Eppure era bello vivere. Colse nell'erba un fiorellino violetto, lo avvicin all'occhio, guard entro il piccolo calice, dove scorrevano vene e vivevano minuscoli sottilissimi organi; come nel grembo di una donna o nel cervello di un pensatore fremeva la vita, tremava la gioia. Oh, perch non si sapeva proprio nulla? Perch non si poteva parlare con quel fiore? Ma se neppure due uomini riuscivano a parlarsi davvero, e ci voleva gi per questo un caso fortunato, una particolare amicizia e disposizione! No, era fortuna che l'amore non avesse bisogno di parole; altrimenti sarebbe stato pieno di malintesi e di pazzie. Ah, come l'occhio di Lisa, socchiuso nella pienezza della volutt, era quasi franto e non mostrava pi che un po' di bianco nel taglio delle palpebre convulse.. mille parole di dotti e di poeti non sarebbero riuscite ad esprimerlo! Nulla, nulla si poteva esprimere, escogitare e tuttavia si aveva sempre in s il bisogno prepotente di parlare, l'eterno impulso a pensare! Osserv con quanta grazia e con quanta intelligenza le foglie della piantina erano ordinate intorno allo ste-

lo. I verSi di Virgilio eran belli, egli li amava; ma pi d'uno non aveva neppur la meta della chiarezza e della sapienza, dell'ingegnosa bellezza di quella spirale, secondo cui le minuscole foglioline si ordinavano su per lo stelo. Quale godimento, quale felicit, che opera incantevole, nobile, ingegnosa, se un uomo fosse stato capace di creare un solo fiore come quello! Ma nessuno era capace, nessun eroe e nessun imperatore, nessun papa e nessun santo. Quando il sole cal, si mise in cammino per cercare il luogo indicato dalla contadina. L aspett. Era bello aspettare cos, sapendo che una donna era in istrada e non recava altro cke amore. Ella giunse con un panno di lino, in cui aveva avvolto un grosso pezzo di pane e una fetta di lardo. Lo snod e glielo mise davanti. --Per te, --disse.--Mangia! -- Dopo, -- rispose lui. -- Non ho fame di pane, ho fame di te. Oh, mostra ci che mi hai portato di bello! Molto di bello gli aveva portato: labbra forti e assetate, denti forti e brillanti, braccia forti, arrossate le; ma sotto il collo e gi per la persona era bianca e nera. Parole ne sapeva poche, ma in fondo alla sua gola cantava una musica dolce e allettatrice; e quando sent sul suo corpo le mani di lui, mani delicate, affettuose sensibili, quali non aveva mai conosciute, la sua pelle brivid e nella sua gola si modul un suono come quello di un gatto che fa le fusa. Sapeva pochi giochi, meno di Llsa, ma era meravigliosamente vigorosa, stringeva come se volesse spezzare il collo al suo amante. Era un amore infantile e cupido, semplice e, malgrado tutta la forza, ancora pudico; Boccadoro fu felice con lei. Poi ella se n'and sospirando, si stacc con pena, non poteva rimanere. Boccadoro rest solo, felice e triste insieme. Solo pi tardi si ricord del pane e del lardo e mangi in solitudine; era gl notte alta. C~PTOLO Vlll Boccadoro aveva gi camminato a lungo, di rado pernottando due volte nello stesso luogo, dappertutto desiderato e favorito dalle donne, abbronzato dal sole, dimagrito dal vagabondaggio e dalla scarsit del cibo. Molte donne l'avevano lasciato all'alba e alcune se n'erano andate piangendo; pi d'una volta egli aveva pensato: "Perch nessuna rimane con me? Perch, se mi amano e per una notte d'amore violano la fede coniugale... perch ritornano subito tutte ai loro mariti, dai quali spesso temono d'esser picchiate?". Nessuna l'aveva pregato sul serio di rimanere, nessuna l'aveva mai pregato di prenderla seco ed era stata pronta per amore a dividere con lui le gioie e le angustie della vita errabonda. Veramente egli non aveva rivolto a nessuna quell'invito, a nessuna aveva suggerito quell'idea; se interrogava il suo cuore, vedeva che la libert gli era cara e non ricordava una donna amata, di cui avesse sentito ancora la nostalgia fra le

dal sote-

e rab-

braccia di quella che le era succeduta. E tuttavia gli riusciva strano e un poco triste che l'amore si mostrasse sempre cos fugace, quello delle donne come il suo, e con la stessa rapidit con cui divampava fosse anche sazio. Era giusto questo? Era cos sempre e dappertutto? O dipendeva da lui, forse era nella sua natura che le donne lo desiderassero e lo trovassero bello, ma non aspuassero ad altra comunanza con lui che non fosse quella breve e senza parole di una notte nel fieno o sul musco? Era perch viveva da vagabondo e i sedentari provavano orrore per la vita dei senza-patria? O dipendeva proprio solo da lui dalla sua persona, che le donne lo desiderassero come una bella bambola, ma poi ritornassero ai loro uomini, anche se l le attendevano le busse? Non si stancava d'imparar dalle donne. Pi l'attiravano invero le fanciulle, le giovanissime, che non avevano ancora marito e non sapevano nulla; di esse poteva innamorarsi con ardore; ma erano quasi sempre irraggiungibili, cos amate, timide e ben protette! Ma imparava volentieri anche dalle donne. Ognuna gli lasciava qualcosa, un gesto, un modo di baciare, un gioco speciale, una particolare maniera di darsi o di difendersi. Boccadoro accondiscendeva a tutto, era insaziabile e docile come un bimbo, aperto a ogni seduzione: e per questo appunto seducente egli stesso. La sua bellezza da sola non sarebbe bastata a condurgli cos facilmente le donne, era quel suo candore infantile, quella sua innocenza curiosa della brama, quell'essere aperto e meravigliosamente pronto a ci che una donna poteva desiderare da lui. Senza saperlo, egli era presso ogni donna amata proprio COSi come essa lo desiderava e lo sognava, con l'una delicato e paziente nell'attesa, con l'altra impetuoso e intraprendente, ora ingenuo come un ragazzo iniziato per la prlma volta, ora raffinato ed esperto. Era pronto al gioco e alla lotta, al sospiro e al riso, al pudore e alla spudoratezza; non faceva nulla a una donna ch'ella non bramasse, nulla ch'ella non provocasse da lui. Questo era ci che ogni donna dai sensi accorti intuiva subito in Boccadoro, questo lo rendeva il suo beniamino. Egli intanto imparava. In breve non impar solo molte qualit e molte arti d'amore, accogliendo in s le esperienze di molte amanti. Impar anche a vedere le donne nella loro variet, a sentirle, a tastarle, a odorarle: acquist un orecchio finissimo per ogni sorta di voce e pi d'una volta dal suo semplice suono sapeva indovinare con sicurezza il genere della donna e la sua capacit d'amare. Con sempre nuovo rapimento contemplava gli infiniti modi diversi come una testa poteva reggersi sul collo, una capigliatura staccarsi dalla fronte, una rotula muoversi entro il ginocchio. Al buio, ad occhi chiusi, col tatto delicato delle dita imparava a distinguere una chioma femminile o una qualit di pelle o di pelurie dall'altra. Cominci per tempo ad accorgersi che forse il senso del suo vagabondaggio stava proprio in questo, che forse egli era sospmto da una donna all'altra appunto perch potesse imparare a esercitare con sempre maggior finezza,

variet e profondit, questa capacit di conoscere e di distinguere. Forse era guesto il suo destmo: Imparare a conoscere le donne e l'amore in mille modi e in mille

forme diverse fino alla perfezione, cos come taluni musicisti sanno sonare non un solo strumento, ma tre, quattro, molti. A quale scopo ci dovesse servire, dove conducesse, certo non sapeva; sentiva solo di essere in cammino Se per il latino e per la logica aveva certe attitudini - non per doti rare, singolari e sorprendenti - per l'amore, per il gioco con le donne era eccezionalmente dotato, qui imparava senza fatica, qui non dimentlcava nulla, qui le esperienze si accumulavano e si ordmavano da s. Un giorno, quando gi da un anno o due vagava per il mondo, Boccadoro giunse al castello di un aglato cavaliere, che aveva due figlie giovani e belle. Era il prmcipio d'autunno, presto le notti sarebbero diventate fredde, nell'autunno e nell'inverno passati aveva fatto la sua esperienza, e non senza preoccupazione pensava ai mes venturi, nell'inverno la vita del vagabondo era dura. Chlese cibo e asilo per la notte. Fu accolto cortesemente, e quando il cavaliere ud che lo straniero aveva studiato e sapeva il greco, lo fece passare dalla tavola dei servl alla sua e lo tratt quasi come suo pari. Le due figlie tenevano gli occhi bassi: la maggiore aveva diciotto anni, la mlnore sedici appena: Lidia e Giulia. Il giorno dopo Boccadoro voleva proseguire: non c'era per lui nessuna speranza di poter conquistare una di quelle belle e bionde damigelle, e altre donne, per cul rlmanere, non se ne vedevano. Ma dopo la prlma colazione ll cavaliere lo prese da parte e lo condusse m una stanza ch'egli si era arredata per scopi speciali. Il vecchio parlo con modestia al giovane della sua passione per la dottrina e per i libri gli mostr un piccolo cofano pieno di scritti, da lui raccolti, uno scrittoio che s'era f atto costruire e una provvista di bella carta e pergamena. Questo bravo cavaliere era stato a scuola in giovent: poi, come Boccadoro venne a sapere a poco a poco, Si era dato tutto alla vita guerresca e mondana, finch, gravemente malato, un avvertimento divino l'aveva indotto a unirsi a una schiera di pellegrini e ad espiare cos la sua giovent peccaminosa. Era andato a Roma e perfino a Costantinopoli, al ritorno aveva trovato il padre morto e la casa vuota, vi aveva fissato la sua dimora, s'era sposato, aveva perduto la moglie e allevato le figliole, e, poich ormai cominciava la vecchiaia, s'era accinto a scrivere una minuta relazione del suo pellegrinaggio. Aveva gi messo insieme parecchi capitoli, ma - confess al glovane- il suo latino era molto deficiente e lo inceppava ad ogni passo. Offerse dunque a Boccadoro un abito nuovo e libero asilo, se voleva correggergli in bella copia CiO che aveva scritto fino allora, e poi aiutarlo a continuare. Era autunno: Boccadoro sapeva quel che ci significava per un vagabondo. Anche l'abito nuovo era assai deslderabile. Ma sopra tutto piacque al giovane la prospettiva di rimanere ancora a lungo nella stessa casa con le due belle sorelle. Accett senza esitare Dopo pochi giorni la dispensiera del castello doveva aprire l'armadio delle stoffe; trovarono un bel panno marrone, con cui fecero confezionare un abito ed un berretto per Boccadoro. Veramente il cavaliere aveva pensato al nero, ad

una specie di veste da magister, ma il suo ospite non ne volle sapere e riusc a dissuaderlo. Venne fuori cos un tore, che gli stava benPIo ida paggiO e un po' da Caccia Anche col latino non and male. Rilessero insieme ci ch'era stato scritto fino allora, e Boccadoro non solo corresse i molti vocaboli inesatti ed errati, ma qua e l trasform anche le brevi frasi impacciate in eleganti periodi latini, con solide costruzioni e una perfetta eonseeJ~tio tem por~m. Procur cos un gran godimento al cavaliere che non gli era avaro di lodi. Ogni giorno passavano almeno due ore a quel lavoro. Nel castello - una specie di grande masseria fortificata - Boccadoro trov pi d'un passatempo: prese parte alla caccla e dal cacciatore Enrico impar a tirar con la balestra, fece amicizia coi cani e pot cavalcare a suo placlmento. Di rado lo si vedeva solo; o parlava con un cane o con un cavallo, oppure col cacciatore Enrico o con la dispenslera Lea, una grossa vecchia che aveva una voce maschile e una gran voglia di ridere e di scherzare o mfine col guardiano dei cani o con un pastore. Con la moglle del mugnaio, che abitava vicinissima, non sarebbe

stato difficile fare all'amore, ma egli si teneva riserbato e faceva l'ingenuo. Delle due figlie del cavaliere era entusiasta. La minore era la pi bella, ma cos sdegnosa che non diceva quasi una parola con Boccadoro. Egli trattava ambedue col massimo riguardo ed ossequio, ma l'una e l'altra sentlvano la sua vicinanza come una corte assidua. La plu giovane si chiudeva tutta, fiera per timidezza. La maggiore, Lidia, aveva trovato con lul un tono speclale, fra rispettoso e canzonatorio, e lo trattava come una besha rara d'erudito, rivolgendogli molte domande curiose, informandosi della vita del convento, ma sempre con un fare da gran dama superiore e un po' beffarda. Egll accondiscendeva a tutto; trattava Lidia come una dama, Giulia come una monachella, e quando, dopo cena, rlusciva con la sua conversazione a trattenere le fanciulle a tavola un po' pi a lungo del solito, o quando Lldia in cortile o in giardino gli rivolgeva talvolta la parola e Sl permetteva qualche piccolo scherzo, era contento e sentiva d'aver fatto un progresso. In quell'autunno le foglie indugiarono a lungo sugli alti frassini del cortile, in giardino rimasero fioriti a lungo gli asteri e le rose. Un giorno arriv una visita; giunsero a cavallo un signore di un possedimento vlCmo, con sua moglie ed un palafreniere; la giornata mite ll aveva indotti ad una gita pi lunga del consueto e cos erano arrivati fin l e chiedevano alloggio per la notte. Furono accolti molto cortesemente e subito il letto di Boccadoro fu trasportato dalla camera dei forestieri nello studio, la camera fu messa in ordine per i visitatorl, vennero ammazzati alcuni polli e cercati pesci al mulino. Boccadoro partecip con gioia al festoso trambusto e sublto s accorse d'attirare l'attenzione della signora straniera. La voce e qualcosa nello sguardo di lei gli avevano appena rlvelato la sua compiacenza e la sua brama, che egli noto anche, con crescente attenzione, operarsi un mutamento

in Lidia: divent chiusa e taciturna e comincl a osservare lui e la dama. Quando durante la cena festosa il piede della signora prese a giocare sotto la tavola col piede di Boccadoro, egli rimase incantato non tanto di quel gioco quanto dell'ansia cupa e silenziosa, con cui Lidia lo seguiva con occhi curiosi e fiammeggiantl. Infine egli lasci cadere con intenzione un coltello per terra, Si chino sotto la tavola e sfior con una carezza il piede e la gamba della dama: vide Lidia impallidire e mordersi le labbra; continu a raccontare aneddoti di convento e sent che la straniera pi che le storie ascoltava intensamente la sua voce insinuante. Anche gli altri stavano attenti, il suo padrone con benevolenza, l'ospite con volto impassibile, ma toccato anch'egli dal fuoco che ardeva nel giovane. Lidia non l'aveva mai udito parlare COS: era come sbocciato, c'era un fremito di volutt nell'aria, I suoi occhi brillavano, nella sua voce cantava la fellcit, implorava l'amore. Le tre donne lo sentivano ciascuna in modo diverso: la piccola Giulia con violenta riluttanza e resistenza; la moglie del cavaliere con soddisfazlone ragglante; Lidia con un doloroso tumulto del cuore, che ondeggiava fra l'intimo desiderio, una blanda resistenza e la pi viva gelosia, e che le allungava il volto e le faceva ardere gli occhi. Boccadoro sentiva tutte queste ondate che rifluivano a lui come risposte segrete alle sue seduzioni; i pensieri d'amore, di dedizione, di reslstenza, di lotta reciproca gli volavano intorno come Dopo cena Giulia si ritir; era gi notte avanzata; con la sua candela nel candeliere di terracotta lasci il terrazzo, fredda come una piccola monaca, Gli altri rimasero ancora un'ora, e mentre i due signori parlavano del raccolto, dell'imperatore e del vescovo, Lidia ascoltava, tutta accesa, un negligente chiacchierio, a proposito di nulla, fra Boccadoro e la dama, e vedeva intessersi fra i suoi fili lenti una fitta e dolce rete di domande e di risposte, di sguardi, di accenti, di piccoli gesti, ciascuno dei quali era carico di significato e rovente di ardore. La fanciulla aspirava l'atmosfera con avidit e insieme con orrore, e, quando scorgeva o intuiva che il ginocchio di Boccadoro sfiorava sotto la tavola quello della straniera, sentlva il contatto sul suo proprio corpo e sussultava. Poi non dorm, e per met della notte stette in ascolto col batticuore, convinta che i due si sarebbero trovati insieme. Complet nella sua immaginazione quello che a loro era vletato, li vide abbracciati, ud i loro baci, e tremo persino d'agitazione, temendo e desiderando al tempo stesso che il cavaliere ingannato sorprendesse gli amanti e trafiggesse col suo pugnale il cuore di quell'abominevole Boccadoro. La mattina seguente il cielo era coperto, soffiava n vento umido, e l'ospite, respingendo ogni invito di rlmanere pi a lungo, insistette per partire subito. Lidia era presente quando gli ospiti salirono a cavallo, strinse loro la mano, disse parole d'addio: ma non sapeva quel che faceva, tutti i suoi sensi erano concentratl nello sguardo con cui osserv la dama posare il plede, mentre montava in sella, fra le mani di Boccadoro, e la destra di lul, larga e ferma, afferrare la scarpa e strmgere per un momento con forza il piede della donna.

Partiti gli ospiti, Boccadoro dovette ritirarsi nello studio a lavorare. Dopo una mezz'ora ud risonare in basso la voce imperiosa di Lidia e condurre innanzi un cavallo, il cavaliere s'affacci alla finestra e guard gi sorridendo e scuotendo la testa; poi entrambi seguirono con lo sguardo Lidia, mentre usciva a cavallo dal cortfle. Quel giorno il loro latino non avanz di molto; Boccadoro era distratto; il suo signore, benevolo, lo conged prima del solito. Sceso nel cortile, usc inosservato sul suo cavallo, incontro al vento d'autunno fresco ed umido, nella campagna scolorita; serrando sempre pi il trotto, sent il cavallo scaldarsi sotto di- s e il suo stesso sangue mfocarsi. Per campi di stoppie e di maggese, per la landa e per tratti di palude coperti di canne e setoloni, cavalc respirando a pieni polmoni nella giornata grigia, traversando vallette di ontani e pinete imporrite, poi di nuovo sulla landa bruna e deserta. Sulla cresta alta di un colle, nitida contro il cielo nuvoloso color di cenere, scoperse la figura di Lidia, eretta sopra il cavallo che trottava lento. Egli Si lana verso di lei; appena ella si vide inseguita, spron il suo cavallo e si diede alla fuga. Ora scompariva, ora riapparlva con capelli al vento. Egli le dava la caccia come ad una preda, e gli rideva il cuore, mentre con piccoli gridi affettuosi eccitava il cavallo, con occhi sereni coglieva a volo le caratteristiche del paesaggio, i campi acquattati, i boschetti di ontani, i gruppi d'aceri, le rive fangose degli stagni; ma poi riconduceva lo sguardo alla sua meta, alla bella fuggitiva. Presto l'avrebbe raggiunta. Quando Lidia lo sent vicino, rinunci alla fuga e mise il cavallo al passo. Non si volt verso l'inseguitore. Fiera, apparentemente indifferente, continu a cavalcare come se nulla fosse stato, come se fosse sola. Egli spinse il cavallo accanto al suo e i due animali proseguirono tranquilli l'uno di fianco all'altro, ma cavalli e cavalieri erano riscaldati dalla corsa. --Lidia! -- chiam sottovoce. Ella non diede risposta. --Lidia! Ella rimase muta. --Com'era bello, Lidia, vederti cavalcare da lontano~ I tuoi capelli vo`lavano dietro di te come una saetta d'o ro. Com'era bello! Ah, che meraviglia che tu sia fuggita da me! Cos ho veduto per la prima volta che mi vuoi un po' di bene. Non lo sapevo, ancora ieri sera ero in dubbio. Solo quando hai cercato di sfuggirmi, l'ho capito a un tratto. Bella, cara devi essere stanca, smontiamol Balz rapido dal cavalio e nello stesso istante afferro le redini di lei, perch non gli scappasse un'altra volta Ella lo guard pallidissima e, quand'egli la depose a ter

ra, scoppi in lacrime. Con ogni riguardo egli la condusse qualche passo avanti, la fece sedere sull'erba inaridita e le s'inginocchi accanto. Ella lottava coi singhiozzi, lottava energicamente, finch riusc a dominarli. -- Ah, come sei cattivo! --cominci, quando pot parlare. Riusciva a stento a metter fuori le parole. -- Sono cos cathvo? -- Sei un seduttore di donne, Boccadoro. Lasciami dimenticare quello che mi hai detto dianzi; erano parole impertinenti, a te non s'addice di parlarmi cos. Come puoi credere che io ti voglia bene? Dimentichiamo questo! Ma come posso dimenticare ci che ho dovuto vedere ieri sera? -- leri sera? E che cos'hai veduto? --Ah, non far cos, non mentire cosl Era orribile e impudente quello che facevi con quella Signora davanti ai miei occhi! Non hai vergogna? Perfino la gamba le accarezzastl, sotto la tavola, sotto la nostra tavola! Davanti a me, davanti ai miei occhi! E ora che quella se n' andata, vleni a tender lacci a me! Non sai davvero che cosa sia la vergogna.

Gi da un po' Boccadoro si era pentito delle parole che le aveva dette prima di farla scender da cavallo. Che sciocchezza era stata! Le parole non erano necessarie nell'amore, avrebbe dovuto tacere. Non disse pi nulla. Rimase inginocchiato davanti a lei e, poich lo sguardo con cui ella lo fissava era cos beilo e infelice, il dolore di lei gli si comunic; anch'egli sent che c'era qualcosa di cui dolersi. Ma non ostante tutto ci ch'ella aveva detto, egli vedeva nel suo occhio l'amore, e anche la sofferenza che le contraeva le labbra era amore. Egli credeva al suo occhio pi che alle sue parole Ma Lidia aveva atteso una risposta. Poich non venne, le sue labbra si fecero ancor pi sdegnose; lo guard con gli occhi umidi e ripet: --Non hai dunque proprio pudore? -- Perdona, -- rispose lui umile, -- noi parliamo ora di cose di cui non si dovrebbe parlare. E colpa mia, perdonami! Tu domandi se non ho pudore. S, certo ne ho. Ma ti voglio bene, vedi, e l'amore non conosce pudore. Non essere in collera! Pareva quasi ch'ella non udisse. Immobile, faceva quella bocca amara e fissava lo sguardo lontano, come se fosse sola. Egli non si era mai trovato in una situazione simile. Dipendeva dall'aver parlato. Appoggi dolcemente il volto sul ginocchio di lei e il contatto gli fece subito bene. Ma era un po' perplesso e triste e anch'ella continuava ad apparire triste: sedeva immobile, taceva e guardava lontano. Quanto imbarazzo,

quanta mestizia! Ma il ginocchio accolse benevolo la sua guancia, non lo respinse. E il suo volto rimase, con gli occhi chiusi, su quel ginocchio, la cui forma nobile e allungata gli s'impresse dentro a poco a poco. Boccadoro pensava con gioia e commozione alla corrispondenza che esisteva fra la forma elegante e giovanile del ginocchio di Lidia e le unghie, belle fortemente arcuate delle sue dita. Riconoscente si strinse a quel ginocchio, lasci che la sua guancia e la sua bocca parlassero con lui. Allora sent la mano di lei posarsi timida e lieve come una piuma sopra i suoi capelli. Cara mano! pens mentre sentiva sul suo capo la carezza delicata, infantile. Egli aveva gi pi volte osservato e ammirato quella mano, NARCISO E BOCCADORO 311 lice di amarti... Come andr a finire? io non ci penso. Sono contento quando ti vedo cavalcare e quando sento la tua voce e quando le tue dita mi accarezzano i capelli. Sar contento quando ti potr baciare. --Si pu baciare solo la propria sposa, Boccadoro. Non ci hai mai pensato? la conosceva quasi come la propria, conosceva le dita lunghe e agili dalle unghie lunghe rosee e ben arcuate. In quel momento le dita lunghe e tenere parlavano timide con le ciocche dei suoi capelli. Il loro linguaggio era infantile e trepldo, ma era amore. Riconoscente, egli affond il capo In quella mano, ne sent la palma con la nuca, con le guance. Allora ella disse: -- E ora d'andare! Egli sollev il capo, la guard teneramente, baci con dolcezza le sue dita sottili. --Ti prego, alzati, -- disse lei, -- dobbiamo andare a casa. Egli obbed subito, si alzarono, salirono sui loro cavalli, partirono. Il cuore di Boccadoro era al colmo della felicit. Come era bella Lidia, cos infantilmente pura e delicata! Non l'aveva ancora baciata, eppure gli pareva d'aver ricevuto un dono ed era tutto pieno di lei. Andarono di galoppo, e solo quand'erano gi quasi a casa e stavano per entrare nel cortile ella esclam sgomenta: -- Non avremmo dovuto arrivare tutti e due insieme, Che sciocchi! E all'ultimo istante, mentre scendevano dai cavalli e gi accorreva un garzone di stalla, sussurr all'orecchio di Boccadoro, rapida e ardente: --Dimmi se stanotte sei stato presso quella donna! -Egli scosse ripetutamente la testa e s'accinse a toglier le redini dal suo cavallo. Nel pomeriggio, quando il padre fu uscito, ella comparve nello studio.

-- E proprio vero? -- domand subito con passione; ed egli cap immediatamente ci che intendeva. -- Perch allora hai giocato con lei, cos vergognosamente e l'hal fatta innamorare? --Tutto era diretto a te,--diss'egli.--Credimi, avrei preferito mille volte carezzare il tuo piede che il suo. Ma il tuo piede non mai venuto a me sotto la tavola, non mi hai domandato se ti voglio bene. --Mi vuoi bene davvero, Boccadoro? -- Oh s! --Ma come andr a finire? -- Non lo so, Lidia. E neppur me ne curo. Sono fe--No, non ci ho mai pensato. E perch dovrel lu sai come me che non puoi diventare mia sposa. -- E cos. E poich tu non puoi diventare mio marito e rimanere sempre con me, hai fatto molto male a parlarmi d'amore. Hai forse creduto di potermi sedurre? --Non ho creduto e pensato nulla, Lidia; io penso in genere molto meno di quel che tu creda. Non desidero altro se non che tu mi voglia baciare. Parliamo troppo. Gli amanti non parlano. Io credo che non mi VuOi bene. - Stamattina hai detto il contrario. - E tu hai fatto il contrario! --lo? Che vuoi dire? -- Prima di tutto sei scappata di galoppo quando mi hai visto giungere. Allora io ho creduto che tu mi amassi. Poi non hai potuto fare a meno di piangere, e io ho creduto che fosse perch mi volessi bene. Poi, quando la mia testa era appoggiata al tuo ginocchio, mi hai accarezzato, e io ho creduto che fosse amore. Ma ora non dimostri di volermi bene. --lo non sono come la donna di cui ieri accarezzavi il piede, tu sembri abituato a donne di quella fatta. --No, grazie a Dio, tu sei molto pi bella e pi fine di lei --Non voglio dir questo. --Oh, ma cos. Sai tu come sei bella? -- Ho uno specchio. --Ci hai mai veduto la tua fronte, Lidia, e poi le spalle, e poi le unghie, e poi le ginocchia? E hai veduto come tutto questo si assomiglia ed in armonia, come tutto ha la stessa forma, una forma lunga, distesa, definita e molto slanciata? L'hai veduto?

--Come parli! Veramente non l'ho mai veduto, ma ora che lo dici so ci che intendi. Senti, sei un gran seduttore, ora tenti di rendermi vana. -- Peccato, non riesco proprio a contentarti. Ma perch debbo tenerci a renderti vana? Sei bella e vorrei mostrarti che te ne sono grato. Tu mi constringi a dirtelo a parole; potrei dirtelo mille volte meglio che con le parole. A parole non ti posso dar nulla. A parole non posso neppure imparar nulla da te, n tu da me. --E che cosa dovrei imparare da te? --lo da te, Lidia, e tu da me. Ma non vuoi. Tu vuoi amare solo colui di cui sarai sposa. Egli rider, quando vedr che non hai imparato nulla, neppure a baciare. --Ah, nel baciare dunque vorresti istruirmi, signor magister? Egli le sorrise, Se anche le sue parole non gli piacevano, poteva tuttavia sentire dietro quel tono saputo, un po violento e artificioso, la sua verginit che, assalita dalla concupiscenza, se ne difendeva con sgomento. Egli non rispose pi. Le sorrise, cattiv con gli occhi lo sguardo inquieto di lei, mentr'ella non senza resistenza cedeva al fascino, avvicin lentamente il proprio volto al suo, finch le labbra si toccarono. Sfior lieve la bocca di lei, che rispose con un piccolo bacio infantile e poi s'aperse come in doloroso stupore, quand'egli non le permise di staccarsi. Con dolce insistenza egli segu la bocca che fuggiva, finch questa ritorn esitante verso di lui, e senza violenza, insegn alla fanciulla ammaliata come si riceve e come si d un bacio, finch ella, esausta, lasci cadere il viso sulla sua spalla. Egli non la scosse, aspir felice il profumo dei suoi folti capelli biondi, le mormor all'orecchio parole tenere e consolanti e in quel momento si ramment del giorno in cui, scolaro ignaro, era stato iniziato al mistero dalla zingara Lisa. Come erano neri i suoi capelli, com'era bruna la sua pelle e come bruciava il sole, e l'erba vizza di san Giovanni come odorava! Quanto tempo era passato, da quale lontananza gli ribalenava davanti! Com'era appassito presto ci che poc'anzi fioriva ancora! Lidia si drizz lentamente, col viso trasformato, i suoi occhi innamorati lo guardavano grandi e seri. --Lasciami andare, Boccadoro, -- disse, -- sono stata tanto tempo con te. Oh, caro, caro! Ogni giorno trovarono la loro ora segreta, e Boccadoro sl lasclava guidare interamente dall'amante: quell'amore di fanciulla lo rendeva meravigliosamente felice e lo com-

moveva. Talvolta per un'ora intera ella non voleva far altro che tenere le mani di lui nelle sue e guardarlo negli occhi, poi si congedava con un bacio infantile. Altre volte baciava con abbandono, insaziabile, ma non tollerava di essere toccata. Una volta, arrossendo intensamente

e con uno sforzo su se stessa, nel desiderio di procurargli una grande gioia gli lasci contemplare un seno; lo estrasse timida dalla veste; quand'egli, in ginocchio, l'ebbe baciato, lo ricoperse con cura, sempre rossa fino ai capelli. Parlavano anche, ma in un modo nuovo, non pi come il primo giorno; inventavano nomi l'uno per l'altro, ella gli raccontava volentieri della sua infanzia, dei suoi sogni e dei suoi giochi. Spesso parlava anche di quel loro amore, che le sembrava ingiusto, poich egli non poteva sposarla; ne parlava triste e rassegnata e adornava il suo amore col segreto di quella tristezza come un velo nero. Per la prima volta Boccadoro si sentiva non solo desiderato, ma amato da una donna. Un giorno Lidia disse: --Sei tanto bello e sembri tanto sereno, ma in fondo ai tuoi occhi non c' serenit, c' solo tristezza; come se i tuoi occhi sapessero che la felicit non esiste, che ogni cosa bella e cara non rimane a lungo presso di nol. Tu hai gli occhi pi belli che ci possano essere e i pi tristi. Credo che sia perch non hai patria. Sei venuto a me dai boschi, un giorno riprenderai il tuo cammino e tornerai a dormire sul musco e a vagare per il mondo... Ma la mia patria dov' ? Quando partirai, avr bens ancora un padre e una sorella, una camera ed una finestra, dove sedere pensando a te; ma una vera patria non l'avr pi. Egli la lasciava dire, a volte sorrideva, a volte rimaneva turbato. Non la consolava mai con parole, solo con lievi carezze, tenendo la testa di lei sul suo petto e mormorando sommesso magici suoni vuoti di senso, come quelli che le nutrici mormorano ai bimbi per acquetarli, quando piangono. Un giorno Lidia disse: -- Vorrei un po' sapere, Boccadoro, che cos'avverr di te; tante volte ci penso. Non avrai una vita comune n facile. Ah, pur che ti vada bene! Qualche volta penso che dovresti diventar poeta, uno che ha sogui e visioni e sa esprimerli bene. Ah, tu girerai tutto il mondo, e tutte le donne ti ameranno, ma tu resterai solo. Ritorna piuttosto al convento dall'amico di cui ml hai raccontato tante cose! lo pregher per te, perch tu non debba un giorno morire solo nel bosco. Cos parlava talvolta, seria e pensosa, gli occhi smarriti. Ma poi sapeva ridere ancora e cavalcare con lui per la campagna nell'autunno avanzato, o proporgli indovinelli scherzosi e tempestarlo di fronde secche e di ghiande lucenti. Una sera Boccadoro era nel suo letto, in attesa del sonno 11 suo cuore era greve: greve e forte gli pulsava nel petto, con una sensazione dolce e dolorosa, traboccante d'amore, traboccante di tristezza e di perplessit. Sentiva il vento novembrino scuotere il tetto; era ormai abituato ad aspettare a lungo prima che giungesse il sonno, Recitava fra s, come soleva ogni sera, un inno a Maria: Tota pul~bra e, Maria, et maeula originalis non est in te. Tu laetitia Israel,

Tu advo~ata pe~atorum! L'inno penetrava nella sua anima con la sua musica placida, mentre fuori cantava il vento, cantava del peregrinar senza pace, della foresta, dell'autunno, della vita dei vagabondi. Egli pensava a Lidia e pensava a Narciso e a sua madre; gonfio ed oppresso era il suo cuore inquieto. A un tratto sussult e sbarr gli occhi incredulo: la porta della camera s'era aperta, nel buio entrava una figura avvolta in una lunga camicia bianca, entrava silenziosa Lidia, a piedi nudi sull'impiantito, chiudeva piano la porta e si metteva a sedere sul suo letto. -- Lidia -- bisbigli lui, -- colombina mia, mio fiorellino bianco! Lidia, che fai? --Vengo da te, -- rispose, -- solo per un momento. Voglio vedere una volta come sta nel suo lettino il mio Boccadoro, il mio cuor d'oro. Si coric accanto a lui e rimasero in silenzio, mentre i loro cuori battevano forte. Ella si lasci baciare, lasci che le mani di lui giocassero ammirate con le sue membra: di pi non era permesso. Dopo un poco allontan dolcemente da s quelle mani, lo baci su~li occhi, si alz

tacita e spar. La porta cigol, nell'armatura del tetto il vento scricchiolava e soffiava. Tutto era pieno di magia, di mistero, di ansiet, di promessa, di minaccia. Boccadoro non sapeva quel che pensasse o facesse. Quando dopo un assopimento inquieto si ridest, il suo guanciale era bagnato di lacrime. Ritorn dopo alcuni giorni, il dolce fantasma bianco, e rimase presso di lui un quarto d'ora, come la prima volta. Cinta dalle sue braccia, gli sussurrava all'orecchio: aveva tante cose da dire, che le facevano pena. Egli l'ascoltava affettuoso, sostenendo il corpo di lei col braccio sinistro e carezzandole con la destra le ginocchia. --Mio Boccadoro, --diss'ella con voce smorzata e con la bocca sulla guancia di lui, -- cos triste che io non possa diventare mai tua! Non durer pi a lungo la nostra piccola felicit, il nostro piccolo segreto. Giulia ha gi qualche sospetto, presto mi costringer a rivelarglielo. Oppure se n'accorger il babbo. Se egli mi trovasse qui vicino a te, mio uccellino d'oro, la tua Lidia la vedrebbe brutta; se ne rimarrebbe con gli occhi pieni di lacrime a guardar su verso gli alberi e vedrebbe il suo diletto, appeso l in alto ciondolare al vento. Ah, senti, fuggi piuttosto, fuggi subiito, prima che mio padre ti faccia legare e impiccare. Ho gi visto impiccare un uomo, un ladro. Non voglio veder te, fuggi piuttosto e dimenticami; pur che tu non debba morire. Doruccio, che gli uccelli non vengano a beccare i tuoi occhi azzurri! Ma no, mio tesoro, non devi andartene... ah, che far se mi lasci sola? --Non vuoi venire con me, Lidia? Fuggiamo insieme, il mondo grande! --Sarebbe molto bello, -- disse lei con voce dolente,

-- ah, tanto bello percorrere con te il mondo intero! Ma non posso. Non posso dormire nel bosco e vivere da vagabonda e avere fili di paglia nei capelli; non posso. E non posso nemmeno disonorare mio padre... No, non dir nulla, non sono immaginazioni. Non posso! Non sarei capace come non potrei mangiare in un piatto sudicio o dormire nel letto di un lebbroso. Ahim , a noi vietato tutto ci che sarebbe buono e bello, noi due siamo nati per soffrire. Doruccio, mio povero piccolo, dovr finire col vederti impiccato. Ed io, io verr rinchiusa e poi mandata in un convento. Mio :lro devi lasciarmi e tornar a dormire con le zingare e con le contadine. Ah, va, va prima che ti prendano e ti leghino! Non saremo mai felici mai. Egii le sfiorava lieve le ginocchia e tentando una delicata e intima carezza chiedeva: --Fiorellino mio, potremmo essere tanto felici! Non me lo permetti? Ella respinse la mano di lui, senza indignazione ma con forza, e si scost un poco. -- No, -- disse, -- no, questo non ti permesso. A me proibito. Tu, piccolo zingaro, forse non lo capisci. Io faccio male, sono una ragazza cattiva, io reco disonore a tutta la casa. Ma in qualche segreto recesso della mia anima sono ancora fiera, e l nessuno pu entrare. Devi lasciarmi questo, altrimenti non potr pi venire qui in camera tua. Egli non avrebbe mai trasgredito un divieto, un desiderio, un cenno suo. Era meravigliato egli stesso di quanto potere ella avesse su di lui. Ma soffriva. I suoi sensi restavano inappagati e il suo cuore si ribellava spesso con violenza a quella soggezione. Talvolta si sforzava di liberarsi. Talvolta faceva la corte con ricercata galanteria alla piccola Giulia; e del resto era assolutamente necessario mantenere buoni rapporti con questa persona importante, ingannandola fin dov'era possibile. Curiosa l'impressione che gli faceva questa Giulia, che ora aveva l'ingenuit d; una bambina e ora pareva onnisciente! Senza dubbio era pi bella di Lidia, era di una bellezza non comune, e questa, unita con quella sua ingenuit infantile un po' saccente, aveva per Boccadoro una grande attrattiva: spesso era vivamente innamorato di Giulia. E proprio da questa forte attrattiva che la sorella esercitava sui suoi sensi, egli riconosceva spesso con stupore la differenza fra la brama e l'amore. Da principio aveva guardato le due sorelle con gli stessi occhi, entrambe gli erano parse appetibili, ma Giulia pi bella e pi seducente; ad entrambe senza distinzione aveva fatto la corte, da entrambe non aveva tolto gli occhi di dosso. Ma poi quale potere aveva acquistato Lidia su di lui! Ormai egli l'amava tanto, da rinunciare per amore perfino a possederla interamente. L'anima della fanciulla gli si era rivelata e gli era diventata cara: nell'infantilit, nella tenerezza, nell'inclinazione alla tristezza pareva simile alla sua; spesso era profondamente stupito e incantato nel constatare come quell'anima corrispondesse al corpo che l'ospitava; qualunque cosa Lidia facesse, qualunque desiderio o giudizio esprimesse, la sua parola e l'atteggiamento della sua anima erano perfettamente improntati al taglio dei suoi occhi e alla forma delle sue dita!

Questi momenti, in cui egli credeva di scorgere le forme fondamentali e le leggi secondo cui era plasmato l'essere di Lidia, anima e corpo, avevano spesso suscitato in Boccadoro il desiderio di fissare e riprodurre qualcosa di quella figura; e aveva tentato di disegnare a memoria, con tratti di penna, sopra foglietti che teneva ben celati, il profilo della sua testa, la linea delle sue sopracciglia, ia sua mano, il suo ginocchio. Con Giulia la situazione s'era fatta un po' critica. Evidentemente ella intuiva l'ondata d'amore in cui nuotava la sorella maggiore, e i suoi sensi si volgevano pieni di curiosit e di desiderio a quel paradiso, senza che il suc intelletto caparbio volesse ammetterlo. A Boccadoro mostrava una freddezza e un'avversione esagerata, ma nei momenti d'oblio poteva guardarlo con ammirazione e cupida curiosit. Con Lidia era spesso molto affettuosa, talvolta andava perfino a trovarla nel letto e respirava allora con segreta avidit nella zona dell'amore e del sesso, sfiorando maliziosa il mistero proibito e vagheggiato. Altre volte invece lasciava capire in modo quasi offensivo che sapeva del fallo segreto di Lidia e lo disprezzava. Provocante e perturbatrice, la bella e capricciosa creatura guizzava fra i due amanti come una fiamma irrequieta; nei sogni avidi gustava furtivamente della loro intimit, ora si fingeva ignara, ora lasciava scorgere una pericolosa con.sapevolezza; in brevissimo tempo s'era trasformata da una bambina in una potenza. Chi ne soffriva di pi era Lidia; Boccadoro, fuorch ai pasti, vedeva di rado la piccola. Lidia inoltre non poteva non accorgersi che Boccadoro non era insensibile alle grazie di Giulia; talvolta vedeva lo sguardo di lui posarsi sulla sorella con un godimento pieno d'ammirazione. Non osava dir nulla, tutto era cos scabroso, cos pericoloso! Specialmente non bisognava con trariare e offendere Giulia; ah, ogni giorno ed ogni ora Il loro amore poteva essere scoperto e la loro felicit, cos dii~cile e inquieta avere una fine, forse terribile. A volte Boccadoro si meravigliava di non essersene andato da un peZZo. Era diffficile vivere cos come viveva allora: amato, ma senza speranza, n di una felicit permessa e durevole, n di quei facili appagamenti, a cui erano stati fino allora abituati i suoi desideri amorosi; con gli istinti sempre eccitati e affamati, ma non mai placati, e per di pi in continuo pericolo. Perch rimaneva l e sopportava tutto, tutte quelle complicazioni e quei sentimenti aggrovigliati? Non erano sentimenti, esperienze e stati d'animo da sedentari, da legittimi, da gente amante delle stanze riscaldate? Non aveva egli il diritto del vagabondo senza esigenze, di sottrarsi a quelle complicate delicatezze e di ridersene? S, aveva questo diritto, ed era un pazzo a cercare l una specie di patria e a pagarla con tante sofferenze, con tanti imbarazzi. E tuttavia lo faceva e soffriva, soffriva volentieri, e in cuor suo si sentiva felice. Era sciocco e diffficile, complicato e faticoso vivere in quel modo, eppure era una meraviglia! Meravigliosa era la tristezza cupa e pur bella di quell'amore, la sua follia senza speranza; belle quelle notti insonni, con la mente agitata e col cuore oppresso; bello e delizioso tutto, come l'espressione dolorosa delle labbra di Lidia, come il suono perduto, rassegnato della sua voce, quando parlava del suo amore e della sua ansia. In poche settimane quel-

l'espressione di dolore s'era diffusa sul suo volto giovanile, e gli era diventata consueta; Boccadoro avrebbe tanto voluto ritrarre le linee di quel volto; e sentiva che anch'egli in quelle poche settimane era diventato diverso e pi uomo: non pi saggio di prima, ma pi esperto; non pi felice, ma pi maturo e pi ricco nell'anima. Non era pi un ragazzo. Con la sua voce dolce e smarrita Lidia gli diceva: -Non devi esser triste, non devi esserlo per causa mia; io vorrei solo farti lieto e vederti felice. Perdonami d'averti reso triste, d'averti comunicato la mia ansia e la mia pena! Di notte faccio sogni cos strani! Cammino sempre in un deserto, cos vasto e cos tetro che non so dire, cammino e cammino e ti cerco, ma tu non ci sei e io so che ti ho perduto e che sempre, sempre dovr andare cos, sola. Poi, quando mi sveglio, penso: oh gioia! oh meraviglia! egli qui, lo vedr ancora, forse per qualche settimana, forse per qualche giorno, non importa, ma ancora qui! Una mattina Boccadoro si dest nel suo letto poco dopo l'alba e rimase un pezzo a meditare, mentre ancora gli aleggiavano intorno, sconnesse, le immagini d'un sogno. Aveva sognato di sua madre e di Narciso: vedeva ancora distintamente le due figure. Quando si fu liberato dalle fila del sogno, lo colp una luce strana, un chiarore nuovo, che entrava dalla stretta apertura della finestra. Balz in piedi e corse al davanzale: vide questo, il tetto della scuderia, l'ingresso del cortile e tutta la campagna fuori risplender bianchi azzurrognoli nel manto della prima neve dell'anno. Lo colp il contrasto fra l'inquietudine del suo cuore e la placida rassegnazione del mondo invernale: come campi e boschi, colli e lande s'abbandonavano tranquilli, con mansuetudine commovente, al sole, al vento, alla pioggia, alla siccit, alla neve; con che dolce e bella pazienza aceri e frassini portavano il loro carico invernale! Non era possibile div ntar come loro, imparare da loro? Usc pensieroso nel cortile, guazz nella neve, la tast con le mani, pass nel giardino e guard di l dalla siepe imbiancata, ai rosai curvi sotto l'insolito peso. A colazione mangiarono una minestra di farina; tutti parlavano della prima neve, tutti, anche le ragazze erano gi state fuori. Quell'anno la neve giungeva tardi, era gi vicino Natale. Il cavaliere raccontava dei paesi del Sud, dove la neve non cadeva mai. Ma ci che doveva rendere indimenticabile a Boccadoro quel primo giorno d'inverno accadde quando gi s'era fatta notte da un pezzo. Le due sorelle quel giorno avevano avuto un litigio, di cui Boccadoro non sapeva nulla. La notte, quando tutta la casa fu immersa nel silenzio e nella tenebra, Lidia venne da lui come al solito, gli si mise accanto senza dir parola e gli appoggi la testa sul petto, per sentir battere il suo cuore e per attinger conforto dalla sua vicinanza. Era turbata e inquieta, temeva che Giulia la tradisse, ma non sapeva decidersi a parlarne al suo diletto e a metterlo in ansia. Giaceva cos silenziosa sul cuore di lui, lo udiva sussurrare di tanto in tanto qualche parolina affettuosa e sentiva la sua mano fra i capelli. Ma a un tratto - non era ancor passato molto tempo

- ella sussult atterrita e si drizz a sedere con gli occhi sbarrati, Anche Boccadoro si spavent non poco, quando vide aprirsi la porta della camera ed entrare una figura, che nello sgomento non riconobbe subito. Solo quando l'apparizione fu vicina al letto e si chin sopra. di esso, vide col cuore oppresso che era Giulia. Ella scivol fuori da un mantello, gettato sopra la semplice camicia, e lo lasci cadere in terra, Con un gemito, come se avesse ricevuto una coltellata, Lidia ricadde indietro, aggrappandosi a Boccadoro. Giulia, con un tono di scherno e di gioia maligna, ma con voce malsicura, disse: -- Non mi piace restare in camera cos sola. O mi prendete con voi e stiamo a letto in tre, o vado a svegliare il babbo. -- Ma s, vieni pure, -- disse Boccadoro gettando indietro la coperta. --Altrimenti ti gelano i piedi. -- Ella sal sul lettino stretto ed egli riusc a farle un po' di posto a stento, perch Lidia aveva affondato il viso nel cuscino e giaceva immobile. Alfine furono coricati tutti e tre, Boccadoro con una fanciulla per parte, e per un momento egli non pot esimersi dal pensare quanto quella situazione, solo poco tempo prima, avrebbe corrisposto ai suoi desideri. Con una strana inquietudine, ma con segreta volutt, sentiva il contatto dei fianchi di Giulia. -- Dovevo pur vedere una volta, -- ricominci lei, -come si sta nel tuo letto, che mia sorella visita tanto volentieri. Boccadoro per acquetarla le sfior i capelli con la guancia e con mano lieve le carezz le anche e le ginohia, come si fa con un gattino; ed ella s'abbandon tacita e curiosa a quella mano tentatrice, avvinta e raccolta ne sent il fascino, non oppose resistenza. Intanto per, durante questa specie di scongiuro, egli si preoccupava di Lidia, le mormorava all'orecchio le consuete, sommesse note d'amore, inducendola cos a poco a poco a sollevare almeno il viso e a volgerlo verso di lui. Allora, senza far rumore, le baci la bocca e gli occhi, mentre dall'altra parte la sua mano teneva la sorella sotto l'incantesimo, e la coscienza di quanto fosse penosa e bizzarra tutta la situazione cresceva in lui fino a diventare insopportabile. Quella mano gl'insegnava tante cose! Mentre faceva conoscenza con le belle membra di Giulia, immobili nell'attesa, egli sentiva per la prima volta non solo la bellezza senza speranZl del suo amore per Lidia, ma anche il lato ridico!o ii esso. Egli avrebbe dovuto, cos gli pa-

reva mentre con Giulia, avrebbe pure proseguire a lei era stata

le labbra sfiorava Lidia e con l mano dovuto costringere Lidia a darglisi, opper il suo cammino. Amarla e rinunciare un'assurdit e un'ingiustizia.

--Cuor mio,--le sussurr all'orecchio,--noi soffriamo delle pene inutili. Come potremmo esser felici tutti e tre! Facciamo dunque quello che vuole il nostro sangue! Ella si ritrasse con orrore e la brama di lui cerc rifugio presso la sorella; questa, lusingata dalla sua mano,

rispose con un lungo sospiro tremante di volutt. A quel sospiro, il cuore di Lidia si contrasse di gelosia come se vi avessero stillato dentro veleno. Ella si rizz a un tratto, gett via le coperte, balz in piedi ed esclam: -- Giulia, andiamo! Giulia trasal; la violenza incauta di quel grido, che poteva tradirli tutti, bast a mostrarle il pericolo; s'alz in silenzio. Ma Boccadoro, offeso e deluso in tutti i suoi istinti, l'abbracci in fretta, la baci e le sussurr con ardore: -Domani, Giulia, domani! Lidia attendeva ritta e scalza, mentre le dita dei piedi le si contraevano per il freddo sul pavimento di pietra. Raccolse da terra il mantello di Giulia e glielo avvolse intorno alle spalle, con un gesto umile e sofferente, che malgrado l'oscurit non sfugg all'altra, la commosse e.la concili. Le due sorelle guizzarono via dalla camera, tacite e furtive. Boccadoro le segu con l'orecchio, combattuto da opposti sentimenti, e respir quando la casa risprofond nel silenzio. Cos i tre giovani, dopo essere stati insieme in una situazione strana e contro natura, si ritrovarono soli e pensosi; giacch anche le due sorelle, raggiunta la loro camera, non si sentirono di venire ad una spiegazione, ma rimaSero sveglie ciascuna nel suo letto, silenziose e sdegnose. Pareva che uno spirito di sventura e di contraddizione, che il demone dell'assurdit, dell'isolamento e dello smarrimcnto si fosse impadronito della casa. Boccadoro s'addorment solo dopo mezzanotte, Giulia verso il mattino. Lidia rimase desta ed angustiata finch la luce scialba del giorno si diffuse sopra la neve. Tosto s'alz, si vest, s'inginocchi davanti al suo piccolo Redentore di legno e preg a lungo; appena ud sulle scale il passo di suo padre, usc e gli chiese un colloquio. Senza tentar di distinguere fra la preoccupazione per la virt adolescente di Giulia e la propria gelosia, s'era risolta a por fine ad ogni cosa. Boccadoro e Giulia dormivano ancora, che gi il cavaliere sapeva tutto ci che Lidia aveva creduto di comunicargli. Della partecipazione di Giulia all'avventura non aveva detto nulla. Quando Boccadoro si present nello studio all'ora consueta, vide che il cavaliere, di solito intento alle sue scritture, in scarpe da casa e abito di feltro, s'era messo gli stivali, la giubba ed aveva cinto la spada; cap subito di che si trattava. --Mettiti il berretto,--disse il cavaliere,--debbo fare un giro con te. Boccadoro prese dal chiodo il berretto e segu il suo signore gi per le scale, attraverso il cortile e fuori del portone. Le loro suole scricchiolavano sulla neve lievemente gelata, in cielo indugiava ancora l'aurora. Il cavaliere precedeva in silenzio, il giovane seguiva, volgendo

pi volte gli occhi indietro verso il castello, verso la finestra della sua camera, verso il tetto ripido, coperto di neve, finch tutto scomparve e non pot scorgere pi nulla. Mai pi avrebbe riveduto quel tetto e quelle finestre, mai pi quello studio e quellfl camera da letto, mai pi le due sorelle. Da tempo s'era abituato all'idea di una partenza improvvisa, tuttavia il cuore gli si stringeva dolorosamente. Quel distacco gli riusciva amaro, gli faceva male. Camminarono cos per un'ora, il signore davanti, entrambi senza parlare. Boccadoro cominci a pensare al suo destino. Il cavaliere era armato, forse lo avrebbe ucciso. Ma egli non ci credeva. Il pericolo era minimo; non aveva che da scappare e il vecchio sarebbe rimasto l con la sua spada, senza poter far nulla. No la sua vita non era in pericolo. Ma quell'andare cos in silenzio dietro quell'uomo solenne e offeso, quell'esser condotto via cos senza una parola, gli diventava di passo in passo pi penoso. Finalmente il cavaliere s'arrest. --Ora continuerai solo, -- disse con voce spezzata, -sempre in questa direzione, e riprenderai la tua vita di va~abondo. alla quale eri ni hitl ltr, .S~o dovessi un

giorno ricomparire nelle vicinanze della mia casa, sarest' ucciso. Non voglio vendicarmi; avrei dovuto essere pi prudente e non lasciare un uomo cos giovane a contatta con le mie figliole. Ma se tu osassi ritornare, la tua vita sarebbe perduta. E ora va, che Dio ti perdoni! Rimase cos, e nella luce scialba del mattino nevoso i suo viso incorniciato dalla barba grigia sembrava spento Rimase come un fantasma e non si mosse, fin che Boccadoro fu scomparso dietro la cresta del primo colle. I bagliori rosati nel cielo nuvoloso erano svaniti; il sole non ~nllnto cominci a nevicare lent~mf ntl niccoli fiocchi CAPI~OLO IX Boccadoro conosceva la regione, percorsa tante volte a cavallo: sapeva che di l dalla palude gelata c'era un granaio del cavaliere, e pi oltre una casa colonica, dove era conosciuto, in uno di questi due luoghi avrebbe potuto sostar e pernottare. Per dopo avrebbe provveduto il oomani. A poco a poco lo riprenoeva quel senso della libert e della terra straniera, a cui da qualche tempo s'era disabituato. Molto allettante non era, la terra straniera, in quella giornata d'inverno gelida e accigliata, sapeva di stento, di fame, di tribolazione, e tuttavia dalla sua vastit, dalla sua grandezza ed inesorabile asperit veniva al cuore viziato e sconvolto di Boccadoro un suono rassicurante e quasi di conforto. Cammin finch fu stanco. Ho ormai finito d'andare a cavallo" pens. Oh, mondo immenso! La neve cadeva rada, lontano i dossi selvosi e le nubi si confondevano in un solo grigiore; regnava un silenzio immobile e infinito, fino in capo all'universo. Che n'era mai di Lidia, di quel povero timido cuore? Gli faceva tanta pena; pensava a lei con tenerezza, mentre, seduto in mezzo alla palude deserta, sostava sotto un frassino brullo e solitario. Infine il freddo lo cacci via; s'alz con le gambe irrigi-

dite, le costrinse a poco a poco ad un passo di marcia; la scarsa luce della giornata fosca pareva gi declinare. Nella lunga corsa per la campagna deserta gli vennero meno i pensieri. Non era pi il caso di pensare o di coltivar sentimenti, per quanto dolci e belli fossero; bisognava mantener caldo il corpo, raggiungere un asilo per la notte, sopravvivere in quel freddo inospitale, come una martora o una volpe, e possibilmente non morire subito l nell'aperta campagna; tutto il resto non era importante. Credette d'udire in lontananza uno scalpitar di cavallo e si guard attorno stupito. Possibile che lo inseguissero? Afferr il piccolo coltello da caccia che teneva in tasca e prepar aperto il fodero di legno. In quel momento scorse il cavaliere e riconobbe da lontano un cavallo della stalla del suo signore, che puntava ostinatamente su di lui. Fuggire sarebbe stato inutile, rimase dunque in attesa, senza vera e propria paura, ma con ansiosa Curiosit e con un certo batticuore. Un'idea fulminea gli travers la mente: "Se riuscissi ad uccidere questo cavaliere, sarei un signore; avrei un cavallo e mi sentirei padrone del mondo!". Ma quando nel cavaliere riconobbe il giovane stalliere Gianni, con quegli occhi azzurri chiari come l'acqua e con quel viso di buon ragazzo impacciato, non pot fare a meno di ridere; per ammazzare quel caro e buon figliolone, bisognava avere un cuore di sasso! Lo salut con cordialit e salut anche affettuosamente il cavallo Annibale, che lo riconobbe subito; gli accarezz il collo umido e caldo. --Dove vai, Gianni? -- domand. -- Da te, -- rise il ragazzo coi denti brillanti. -- Hai gi fatto un bel pezzo di strada! Ecco, non posso fermarmi, debbo solo salutarti e consegnarti questo. -- Salutarmi da parte di chi? -- Della signorina Lidia. Una bella giornata ci hai procurato, lagi~ter Boccadoro! Sono contento di essermela svignata per un poco. Ma il signore non deve accorgersi che sono uscito, e con questa commissione! Mi costerebbe la testa! Prendi dunque! Gli porse un pacchetto, che Boccadoro ritir. -- Dl', Gianni, non hai in tasca per caso un pezzo di pane? Dammelo! -- Pane? Una crosta debbo avercela ancora.-- Si frug nelle tasche e ne cav fuori un pezzo di pan nero. Poi fece per ripartire. -- E che cosa fa la signorina? -- domand Boccadoro. --Non ti ha incaricato di nulla? Non hai una letterina? --Nulla. L'ho casa, sai; il Dunque, ho da Debbo tornare veduta un momento solo. Temporale in signore corre in su e in gi, come re Saul. consegnarti codesto pacchetto, null'altro. indietro.

-- Senti ancora un momento solo! Tu, Gianni, non

potresti cedermi il tuo coltello da caccia ? Io ne ho uno piccolo. Se vengono i lupi, o che so io.,. sarebbe meglio che avessi in mano qualcosa di solido. Ma di questo Gianni non volle assolutamente sapere. Gli rincresceva moltissimo che potesse capitar qualcosa a magi~ter Boccadoro, ma il suo coltello, no, non lo avrebbe ceduto mai, neanch per denaro, neanche in cambio d'un altro, oh no, glielo avesse chiesto perfino santa Genoveffa! Ecco, e ora doveva andare, e gli augurava buona fortuna, e gli rincresceva tanto. Si strinsero la mano, il ragazzo ripart a cavallo, Boccadoro lo segu con gli occhi e con una strana sensazione di dolore al cuore. Poi sciolse l'involto, rallegrandosi della bella cinghia di cuoio con cui era legato. Dentro trov un giubbetto a maglia di lana grigia e forte, evidentemente un lavoro che Lidia aveva fatto per lui; e, ben avvolto nella lana, c'era anche qualcosa di duro, un pezzo di prosciutto, e nel prosciutto era aperta una piccola fessura, in cui stava un ducato d'oro lucente. Di scritto nulla. Boccadoro rimase l nella neve, coi doni di Lidia in mano, perplesso, poi si tolse la giacca e s'infil il giubbetto di lana: teneva un bel caldo gradevole. Rimise in fretta la giacca, nascose la moneta d'oro nella tasca pi sicura, si allacci la cinghia intorno e continu il suo cammino attrdverso i campi; era ora di raggiungere un luogo di sosta, si sentiva stanco. Ma dal contadino non voleva andare, sebbene l avrebbe avuto pi caldo e certo anche del latte; non aveva voglia di chiacchierare e di essere interrogato. Pass la notte nel granaio e il mattino per tempo riprese la marcia, sospinto dal freddo e dal vento gelido. Per molte notti sogn il cavaliere e la sua spada e le due sorelle; per molti giorni la solitudine e la tristezza gli oppressero il cuore. Una delle notti seguenti trov asilo in un villaggio presso poveri contadini, che non avevano pane ma una zuppa di miglio. Qui l'aspettavano nuove esperienze. La contadina di cui era ospite partor nella notte e Boccadoro assistette: eran corsi a chiamarlo sul suo pagliericcio, perch prestasse aiuto; in realt non trov altro da fare che tener il lume mentre la levatrice s'affaccendava. Era la prima volta ch'egli assisteva ad un parto; fissava con occhi ardenti e stupiti il volto della donna e si sent

arricchito a un tratto di una nuova esperienza. Ci che scorse in quel volto di partoriente parve almeno a lui degno del pi vivo interesse. Alla luce della fiaccola di pinastro, mentre osservava con grande curiosit il volto della donna in preda alle doglie, ebbe una rivelazione inattesa: le linee di quel volto contratto che gridava erano ben poco dissimili da quelle ch'egli aveva viste in altri volti di donne nel momento dell'ebbrezza d'amore! L'espressione della grande sofferenza nel volto umano era pi violenta e pi sfigurante che l'espressione di un grande godimento... ma in fondo non era diversa: lo stesso contrarsi in una specie di smorfia, lo stesso accendersi e spegnersi. Questa rivelazione, che dolore e piacere potessero essere simili come fratelli, lo sorprese in modo strano, senza che ne comprendesse il perch.

Qualcos'altro ancora gli Cdpit in quel villaggio. Per amor di una vicina, incontrata la mattina dopo la notte del parto e che rispose subito all'interrogazione dei suoi occhi innamorati, rimase un'altra notte nel villaggio e rese felice la donna, poich era la prima volta dopo tanto tempo, dopo tutti gli amori eccitanti delle ultime settimane e le loro delusioni, che il suo istinto si trovava di nuovo appagato. Quell'indugio condusse a una nuova vicenda; perch il giorno seguente nello stesso villaggio incontr un compagno, un perticone avventuroso di nome Vittore, dall'aspetto fra il prete e il brigante, che lo salut con squarci di latino e si present per un gollardo vagante, quantunque l'et dello studente l'avesse passata da un pezzo. Quest'uomo dalla barbetta aguzza salut dunque Boccadoro con una certa cordialit e con quel gaio spirito del vagabondo, che conquist subito il giovane camerata. Alla sua domanda dove fosse stato scolaro e qual meta avesse il suo viaggio, il curioso fratello esclam: --Di accademie ne ho frequentate abbastanza, per l'anima mia poveretta; sono stato a Colonia ed a Parigi, e sulla metafisica della salsiccia di fegato poche volte furono dette cose cos sostanziali come le esposi io nella mia tesi di laurea a Leida. Da allora, arniCe, corro come un misero porco per le terre tedesche, con la cara anima torturata da fame e sete incommensurabili; sono chiamato lo spauracchio dei contadini, e la mia professione d'insegnare il latino alle donne giovani e di far passare per incanto le salsicce dal camino nel mio ventre La mia meta il letto della moglie del sindaco, e, se non sar mangiato prima dalle cornacchie, difficilmente mi sar risparmiato l'obbligo di dedicarmi alla fastidiosa carriera dell'arcivescovo. Ma meglio, mio piccolo collega, vivere giorno per giorno, e in fin dei conti un arrosto di lepre non s' mai sentito cos bene come nel mio povero stomaco. Il re di Boemia mio fratello, e il padre di noi tutti nutre lui come me; il pi per lo lascia fare a me, e l'altro ieri, spietato come sono i padri, voleva adoperarmi malamente per salvare la vita a un lupo semiaffamato. Se non avessi ammazzato la belva, signor collega, non ti sarebbe mai toccato l'onore di fare la mia simpatica conoscenza. 11 saeeula aeeulort~m amen. Boccadoro, ancora poco avvezzo a quel l'allegria disperata e al latino dei goliardi vaganti, aveva una certa paura di quel lungo tanghero ispido e delle risate poco gradevoli con cul accompagnava i propri scherzi; tuttavia c'era in quel vagabondo indurito alle fatiche qualcosa che gli piaceva; e si lasci facilmente persuadere a continuare il cammino insieme, perch, vera o sballata che fosse la storia del lupo ammaZzato, in ogni caso in due si era pi forti e c'era meno da temere Ma prima di proseguire, frate Vittore voleva parlar latino coi contadini come diceva lui, e prese alloggio nella modesta casa d'uno di loro. Egli non faceva come aveva fatto fino allora Boccadoro nelle sue peregrinazioni, quand'era stato ospite nei casolari o nei villaggi; egli girava di capanna in capanna, attaccava discorso con ogni donna, ficcava il naso in ogni stalla e in ogni cucina e non pareva disposto a lasciar la borgata prima che ciascuna casa gli avesse pagato il suo tributo. Raccontava ai contadini della guerra in Italia

e cantava presso il focolare la canzone della battaglia di Pavia, raccomandava alle nonne rimedi contro la gotta e contro la caduta dei denti, pareva che sapesse tutto, che fosse stato dappertutto, e intanto si riempiva la camicia sopra la cintura, fino a farla scoppiare, di pezzi di pane, di noci, di fette di pera regalate. Boccadoro lo guardava stupito compiere instancabile la sua campagna e cra spaventare la gente, ora conquistarla con le lusinghe, far lo spaccone per sbalordire, storpiar latino e atteggiarsi a Scienziato, impressionare con un linguaggio pittoresco e impudente da ciurmatore, e, intanto che raccontava o spacciava discorsi eruditi, registrarsi con gli occhi acuti e vigili ogni volto, ogni cassetto che si apriva, ogni scodella e ogni pagnotta. Boccadoro s'accorgeva ch'era un vagabondo navigato e scaltrito, un uomo che aveva molto veduto e vissuto, che aveva patito la fame e il freddo e nella dura lotta per una misera vita pericolante s'era fatto accorto e sfrontato. Tali dunque diventavano quelli che vivevano a lungo da vagabondi, sarebbe un giorno divenuto anch'egli cos? L'indomani si misero in cammino e per la prima volta Boccadoro speriment il vagabonoaggio in due. Dopo tre giorni i marcia in comune, aveva imparato diverse cose da Vittore. L'abitudine divenuta istinto di riferir tutto ai tre grandi bisogni del vagabondo.- assicurarsi contro il pericolo della vita, trovare un asilo per la notte e procurarsi il cibo- aveva insegnato molte cose a quell'uomo che girava il mondo da tanti anni. Riconoscere la vicinanza di abitazioni umane dai segni meno appariscenti, anche d'inverno, anche di notte, ed esplorare palmo a palmo ogni angolo di bosco e di campagna in cerca di un luogo adatto per sostare o per dormire, fiutare istantaneamente, appena varcata la soglia di una stanza, fl grado di benessere o di miseria del proprietario, come pure il grado del suo buon cuore, o della sua Curiosit, o della sua paura: eran tutte arti in cui Vittore era diventato maestro. E cos istruiva spesso il suo giovane compagno Un giorno questi gli rispose che a lui non piaceva avvicinarSi alla gente con riflessione cos calcolata e che, sebbene non conoscesse tutte quelle arti, poche volte alla sua preghiera cortese gli era stato negato il diritto d'ospitalit, il lungo Vittore si mise a ridere e gli disse in tono bonario: -- Vedi, piccolo Boccadoro, a te pu darsi che vada bene, sei giovane, bello e hai un aspetto cos innocente, ch' un ottimo biglietto d'alloggio. Piaci alle donne, e gli uomini pensano: O Dio, costui innocuo, costui non fa male a nessuno! . Ma guarda, fratellino, che si diventa vecchi che sulla faccia da bambino cresce la barba e si formano ie rughe, che i pantaloni si lacerano, e all'improvviSO Ci s'accorge d'essere ospiti brutti e sgraditi, e invece della giovinezza e dell'innocenza non parla pi dagli occhi che la fame: allora uno dev'essersi indurito e aver imparato qualcosa dal mondo, altrimenti ben presto giace sul letamaio e i cani gli orinano addosso. Del resto, non mi pare che tu sia destinato a girovagare un pezzo, hai mani troppo fini e riccioli troppo belli, tornerai ad appiattarti in qualche luogo dove si vive pi comodamente, in un dolce e tiepido talamo, o in un bel conventino grasso, o in uno studio ben riscaldato. Vesti anche abiti cos eleganti, che ti si potrebbe prendere per un

glovane gentfluomo. E ridendo sempre, pass la mano sui vestiti di Boccadoro; questi la sent cercare e tastare su tutte le tasche e le cu-iture; si ritrasse, pensando al suo ducato. Raccont del soggiorno in casa del cavaliere e come avesse guadagnato il bell'abito scrivendo latino. Ma Vittore volle sapere perch aveva lasciato un nido cos caldo proprio nel cuore del rigido inverno, e Boccadoro, non abituato a mentire, gli narr un poco delle due figlie del cavaliere. Scoppi allora il primo dissidio fra i due compagni. Vittore dichiarava che Boccadoro era stato un asino senza pari ad andarsene cos e ad abbandonare il castello con le ragazze al buon Dio. Bisognava rimediare, ci avrebbe pensato lui. Avrebbero ricercato il castello, naturalmente Boccadoro non doveva farsi vedere, ma lasciasse pur provvedere a lui. Bastava che scrivesse una letterina a Lidia, cos e cos, e con questa egli, Vittore, sarebbe andato al castello e, per le ferite del Redentore, non ne sarebbe uscito senza portar fuori qualcosa di denaro e di viveri. E via dicendo. Boccadoro protest e fin con l'andar sulle furie; si rifiut di ascoltare una parola di pi su quell'argomento o di rivelare al compagno il nome del cavaliere e la via per arrivare a lui. Vittore, vedendolo cos adirato, torn a ridere e prese un fare bonario. --Be', -- disse, -- non romperti i denti! Io ti dico solo che ci lasci sfuggire un buon bottino, ragazzo mio, e questo in verit non molto gentile e collegiale da parte tua. Ma tu non vuoi, basta, tu sei un nobiluomo, ritornerai a cavallo nel tuo castello e ti sposerai la signorina! Ragazzo, quante nobili sciocchezze hai per la testa! Be', andiamo pure avanti e geliamoci le dita dei piedi! Boccadoro rimase di cattivo umore e taciturno fino a

sera, ma, poich in quel giorno non avevano trovato alcuna abitazione o traccia d'uomo, fu grato a Vittore quando lo vide cercare un posto per passar la notte e costruire fra due tronchi sul margine del bosco una specie di riparo allestendo un giaciglio di rami d'abete accatastati. Mangiarono pane e formaggio dalle tasche piene di Vittore, Boccadoro si vergogn della sua collera e si mostr gentile e servizievole; offerse al compagno la sua giacca di lana per la notte e stabilirono insieme di far la guardia a turno, per via degli animali; e Boccadoro volle vegliare per primo, mentre l'altro si coricava sui rami d'abete. Rimase a lungo appoggiato a un tronco di pino, senza muoversi, per non impedire all'altro di addormentarsi. Poi cominci a camminare in su e in gi, perch aveva freddo. E percorse cos distanze sempre maggiori, mentre vedeva le cime degli abeti puntarsi aguzze contro il cielo pallido e sentiva con solennit e con un poco d'inquietudine il silenzio profondo della notte invernale e il battito solitario del suo cuore caldo e vivo nella quiete fredda e muta; poi, ritornando senza far rumore, ascoltava il respiro del compagno dormiente. Pi forte che mai lo penetr il sentimento del vagabondo, che non ha costruito mura di case, di castelli o di conventi fra s e la grande paura, che cammina solo soletto per il mondo incompren-

sibile ed ostile, solo fra le stelle fredde e beffarde, fra gli animali in agguato, fra gli alberi pazienti e fermi. No, pensava, egli non sarebbe mai diventato come Vittore, anche se avesse continuato per un pezzo la vita del girovago. Quel modo di difendersi dall'ignoto spaventoso non avrebbe potuto impararlo, n quell'insinuarsi astuto e furtivo, e neppure quel genere di buffoneria chiassosa e sfacciata, quell'allegria disperata e parolaia del fanfarone. Forse quell'uomo accorto e sfrontato aveva ragione, forse Boccadoro non sarebbe diventato mai del tutto simile a lui, un vero e proprio giramondo, e un giorno si sarebbe rincantucciato entro delle mura. E tuttavia sarebbe rimasto sempre senza patria e senza meta, non si sarebbe sentito mai veramente protetto e sicuro, il mondo lo avrebbe sempre circondato con la sua bellezza enigmatica e inquietante, sempre egli avrebbe dovuto tender l'orecchio a quel silenzio, in mezzo al quale il battito del cuore era cos timido e fragile. Poche stelle si scorgevano in cielo; non un alito di vento; ma in alto le nubi parevano agitate. Dopo parecchio tempo Vittore si svegli - egli non aveva voluto destarlo - e lo chiam. --Vieni, -- grid, -- ora devi dormire tu, altrimenti domanl non sei m gamba. Boccadoro ubbid, si coric sul giaciglio e chiuse gli occhi. Era stanco, ma non dorm: lo tenevano desto pensieri, e oltre ai pensieri un senso che non confessava a se stesso, un senso d'inquietudine e di dimdenza, che gl'ispirava il suo compagno, Gli pareva incomprensibile di aver potuto parlare di Lidia a quell'uomo rozzo dal riso sguaiato, a quel burlone, a quello sfacciato mendicante' Era irritato contro di lui e contro se stesso e andava pen sando al modo e all'occasione migliori di separarsi da lui. Doveva per essersi un poco assopito, perch sussult sorpreso nel sentire su di s le mani di Vittore, che gli tastavano caute i vestiti. In una tasca aveva il suo coltello, nell'altra il ducato; Vittore avrebbe senza dubbio rubato l'uno e l'altro, se li avesse trovati. Egli finse di dormlre, si gir e rigir come in preda al sonno, agit le braccia e Vittore si ritir. Boccadoro rimase irritatissimo contro di lui e decise di lasciarlo l'indomani. Ma quando, forse un'ora dopo, Vittore si chin di nuovo sopra Boccadoro e ricominci a tastare, quegli divenne freddo dall'Ira. Senza muoversi apr gli occhi e disse con disprezzo: -- Vattene ora, qui non c' nulla da rubare. Nello spavento del sentirsi apostrofato, il ladro afferr il collo di Boccadoro e cominci a stringere. Poich questi si difendeva e si ribellava, l'altro strinse pi forte, inginocchiandoglisi sul petto. Boccadoro, che non poteva pi respirare, si dibatteva violentemente con tutto il corpo, ma, non riuscendo a liberarsi, fu colto a un tratto dal terrore della morte, che lo rese chiaro ed accorto. Mise la mano in tasca, estrasse, mentre l'altro continuava a stringere, il piccolo coltello da caccia e lo inferse brusca-

mente e alla cieca, pi volte, nell'individuo inginocchiato sopra di lui. Dopo un momento le mani di Vittore si allentarono, Boccadoro respir e tirando il fiato profondamente, ingordamente, assapor la sua vita salva. Cerc allora d'alzarsi e il lungo corpo del compagno s'abbatt su di lui floscio e molle, con un terribile gemito, mentre

il suo sangue inondava il volto di Boccadoro. Allora finalmente questi riusc a levarsi in piedi. E nella grigla luce notturna vide il lungo compagno stramazzato al suolo; quando fece per toccarlo, le sue dita guazzarono nel sangue. Gli alz il capo, ma esso ricadde pesante e molle come un sacco. Dal petto e dal collo continuava a grondar sangue, dalla bocca la vita se ne andava in gemlti vaghi, sempre pi fiochi. '`Ora ho ammazzato un uomo" pens Boccadoro: e continu a ripeterselo, mentre, inginocchiato sul morente, vedeva diffonderglisi sul volto il pallore. -- Cara Madre di Dio, ora l'ho ucciso, -- sent la sua voce mormorare. Improvvisamente gli divenne insopportabile rimanere in quel luogo. Raccolse il suo coltello, lo asciug nella maglia che l'altro indossava e ch'era stata lavorata dalle mani di Lidia per il suo diletto, lo ripose nel fodero di legno, quindi in tasca, balz in piedi e corse vla con quanta forza aveva nei garretti. La morte dell'allegro goliardo gli pesava sull'anima; appena fu giorno, si lav via con la neve, rabbrividendo, tutto il sangue che aveva versato e vag ancora un giorno e una notte senza meta e in preda all'angoscia. Ma infine la sofferenza del corpo lo scosse e pose termine al suo pentimento affannoso. Sperduto nella regione deserta e sepolta sotto la neve, senza tetto, senza via, senza cibo e quasi senza sonno, egli si trov in grave angustia. Ia fame urlava nel suo corpo come una belva feroce; pi d'una volta si getto per terra esausto in mezzo alla campagna, chiuse gh occhi e si diede perduto; non aveva pi altro desiderio che di addormentarsi e morire nella neve. Ma poi si sentiva di nuovo sospinto innanzi e correva avido e disperato in cerca della vita, e nella miseria pi penosa lo ristorava e lo inebbriava la forza insensata e selvaggia di chi non vuol morire, la straordinaria potenza del puro e semplice istinto della vita. Dal ginepro coperto di neve coglieva con le mani livide dal gelo le piccole bacche inaridite e masticava quel cibo crudo e amaro, mescolato con gll aghi degli abeti; aveva un sapore aspro ed eccitante; poi mgoiava neve a manate per placar la sete. Ansante, soffiandosi sulle mani irrigidite, sedeva in cima a un colle per una breve sosta e scrutava avido da ogni parte: nulla si vedeva fuor che landa e selva, nessuna traccia d'uomo Qualche cornacchia volava sopra di lui, egli le seguiva con lo sguardo Irato. No, non dovevano averlo in pasto no, fin tanto che un resto di forza gli rimaneva nelle gambe e una scintilla di calore nel sangue. S'alzava e riprendeva la gara inesorabile con la morte. Correva e correva e nella febbre dell'esaurimento e dell'ultimo sforzo strani pensieri s'impossessavano di lui; teneva folli dialoghi con

se stesso, ora taciti, ora ad alta voce. Parlava con Vittore l'ucciso, gli parlava aspro e beffardo! Be', o astuto fratello, come va? Ti splende la luna attraverso alle budella giovanotto, ti tiran le orecchie le volpi? Dici d'aver ucciso un lupo? Gli hai morsicato la gola o gli hai strappato la coda eh? Volevi rubare il mio ducato, vecchio ingordo! Ma guarda un po', il piccolo Boccadoro ti ha sorpreso, eh vecchio mio, e ti ha fatto solletico alle costole? E avevi ancora tutti i sacchi pieni di pane, di salsiccia e di formagglo, porco, mangione! Simili discorsi scherzosi sputava e abbaiava per conto suo, ingiuriava il morto, trionfava di lui, lo scherniva per essersi lasciata ammazZare l babbeo, lo stupido spaccone! Ma poi i suoi pensieri ed i suoi discorsi s'allontanavano dal povero e lungo Vittore. E si vedeva davanti Giulia la bella piccola Giulia, cos come l'aveva lasciata quella notte; le gridava un'infinit di parole tenere e cercava di sedurla con moine insensate e spudorate: che venisse da lul, che si lasciasse cadere la camicina, che salisse con lui in cielo, un'ora ancora prima della morte, un momentino prima ch'egll crepasse miseramente. Parlava, supplichevole e provocante, coi piccoli seni di lei, con le sue gambe, con la pelurla bionda e crespa sotto le sue ascelle. Poi, mentre procedeva rigido e inciampando nell'erica secca e coperta di neve, ebbro di sofferenza, trionfante grazie al divampare a sprazzi della bramosia di vivere, ricominciava a bisbigliare; e allora parlava con Narciso e gli comunicava le sue nuove idee, la sua nuova sapienza, i suoi scherzi. Hai paura, Narciso, gli diceva, hai orrore hai veduto qualcosa? S, reverendo, il mondo pieno di morte pleno di morte; essa sta su ogni siepe, dietro ogni albero e non vi giova costruir mura e dormitori e cappelle e chiese, essa guarda dentro dalla finestra e ride e conosce

perfettamente ciascuno di voi; nel cuor della notte la sentite ridere dietro le vostre finestre e pronunciare i vostri nomi. Cantate pure i vostri salmi e bruaate per bene le candele sull'altare e recitate i vostri vespri e i vostrl mattutini e raccogliete erbe nel laboratorio e raccogllete libri nella biblioteca! Digiuni, amico? Ti privl del sonno. Ti aiuter ben lei, madonna Morte, e ti privera di tutto, fino alle ossa. Corri, carissimo, corri m fretta, la sul campo c' il babau, corri e tieni bene insieme le ossa, vogliono staccarsi, non rimarranno con noi. Ah, le nostre povere ossa! Ah, la nostra povera gola e il nostro stomaco! Ah, quel povero briciolo di cervello che abblamo sotto ll cranio! Tutto se n'andr, tutto al diavolo, sull'albero stanno le cornacchie, le brutte tonache nere. Per un pezzo il misero errante non seppe piu dove andasse, dove fosse, che dicesse, se giacesse per terra o stesse in piedi. Cadeva sui cespugli, correva contro gli alberi, precipitava nella neve e fra le spine. Ma l'istinto m lui era forte e lo spingeva avanti, continuamente, nella sua fuga cieca. Quando stramazz per l'ultima volta e rimase disteso per terra, era nello stesso piccolo villaggio dove alcuni giorni prima aveva incontrato il goliardo vagante, dove di notte aveva tenuto la fiaccola di pinastro sopra

la donna partoriente. L rimase disteso e la gente accorse e fece circolo intorno e chiacchier; egli non udiva plu nulla. La donna che gli aveva concesso il suo amore lo riconobbe e si spavent vedendolo in quello stato, ebbe compassione di lui, lasci gridare il marito e trascin Boccadoro mezzo morto nella stalla. Non pass molto tempo che Boccadoro fu di nuovo in gamba e pronto a riprendere il cammino. Il calore della stalla, il sonno, e il latte di capra, che la donna gli portava da bere, gli ridiedero la coscienza e il vigore; solo che tutto quanto gli era capitato in quegli ultlmi templ si era come allontanato in un passato remoto. La marcia con Vittore, la notte fredda e paurosa nel bosco sotto quegli abeti, la lotta telribile sul giaciglio, la morte spaventosa del compagno, i giorni e le notti di freddo, di fame e di delirio, tutto era ormai lontano, quasl dimenticato; ma dimenticato non era, solo superato, solo passato. Qualcosa rimaneva che non si poteva esprimere, qualcosa di terribile e anche di prezioso, qualcosa di sprofondato ma d'inobliabile, un'esperienZa, un gusto sulla lingua, un cerchio mtorno al cuore. In due anni appena egli aveva conosciuto smo in fondo la gioia e il dolore della vita vagabonda: la solitudine, la libert, l'ansioso tender l'orecchio ai rumori della foresta e degli animali, l'amore girovago e infedele, l'amarezza spesso mortale degli stenti. Per giornate intere era stato ospite dei campi estivi, giornate e settlmane aveva passato nella foresta, giornate nella neve, giornate nell'attesa paurosa della morte e nella vicinanza della morte, e di tutte queste esperienze la pi forte, la pi strana era stata quella di difendersi contro la morte, di sapersi piccolo, misero e minacciato, eppure di sentire in s nell'ultima lotta disperata quella forza bella e terribile, quella meravigliosa tenacit della vita. Questo aveva lasciato un'eco, questo gli era rimasto scritto nel cuore, come i gesti e le espressioni della volutt, ch'eran cos simili a quelli di una partoriente e di un morente. Come aveva gridato e contratto il viso quella partoriente, e com'era stramazzato il compagno Vittore, versando a fiotti il suo sangue, cos rapido e silenziosol Oh, ed egli stesso come aveva sentito la morte in agguato intorno a s nei giorni di fame, e che male gli aveva fatto la fame, e che freddo aveva avuto, che freddo! E come aveva lottato contro la mort`e, che colpi le aveva dato, con quale angoscla e con quale irata volutt s'era difeso! Gli pareva che dopo queste esperienze non ci fosse pi gran che da Imparare. Con Narciso avrebbe forse potuto parlarne, con nessun altro. Quando Boccadoro, sul suo pagliericcio nella stalla, ritorn per la prima volta completamente in s, s'accorse che non aveva pi il ducato in tasca. L'aveva forse perduto nella marcia spaventosa, barcollante e quasi incosciente dell'ultima giornata di fame? Ci pens e ripens a lungo. Quel ducato gli era caro, non voleva darlo perduto. Il denaro per lui non aveva molta importanza, egli non ne conosceva quasi il valore. Ma quella moneta d'oro gli era preziosa per due ragioni. Era l'unico regalo di Lidia che gli fosse rimasto, perch la giacca di lana era l con Vittore nella foresta, inzuppata di sangue. E poi era stata proprio quella moneta d'oro ch'egli non aveva voluto lasciarsi rubare, per essa si era difeso contro Vittore, per

essa, posto alle strette, lo aveva ucciso. Se ora il ducato

era perduto, tutta l'avventura di quella notte orrenda perdeva in certo modo ogni senso e ogni valore. Dopo aver riflettuto a lungo, fece le sue confidenze alla contadina. -- Cristina, -- le sussurr, -- io avevo in tasca una moneta d'oro ed ora non c' pi. -- Ah, te ne sei accorto? --fece lei con un sorriso singolarmente affettuoso e furbo insieme; egli ne rimase cos incantato, che non ostante la debolezza le gett le braccla al collo. --Che curioso ragazzo sei mai, -- disse la donna con tenerezza,--cos intelligente e fine, e al tempo stesso COSi stupido! Si gira il mondo con un ducato sclolto nella tasca aperta? O bambino, caro pazzerello! La tua moneta d'oro la trovai io, appena ti ebbi coricato qul sulla paglla. --- Tu? E dov' ora? --Cercala,--rispose quella ridendo; e lo lasci cercare davvero un bel po', prima di mostrargli ll punto della giacca dove glielo aveva solidamente CUCltO. Agglunse una buona dose di consigli materni, ch'egll s'affrett a dimenticare; ma non dimentic quel servlzio d amore e quel sorriso furbo e bonario nel volto di contadma. Fece di tutto per mostrarle la sua gratitudme, e, quando dopo breve tempo fu di nuovo in grado di marciare e volle rlprendere il cammino, ella lo trattenne, perch in quei giorni cambiava la luna e certo il tempo si sarebbe fatto plU mite Cos avvenne. Quand'egli ripart, la neve giaceva sul suolo grigia e malata, l'aria era pregna d'umidit, m alto si sentiva gemere il vento australe. CAPITOLO X Il ghiaccio ricominci a spingere i fiumi in basso, sotto le foglie morte tornarono ad olezzar le viole, Boccadoro riprese la sua corsa in mezzo all'alternarsi vivace delle stagioni, si riemp gli occhi insaziabili di boschi di monti e di nubi, cammin di casolare in casolare, di villaggio villaggio, di donna in donna, pi d'una volta nella sera fresca sedette col cuore oppresso e triste ai piedi d'una finestra llluminata, il cui rosso bagliore irradiava, dolce e Irraggiunglbile per lui, tutto ci che poteva esservi sulla terra di fehcit, di calore domestico, di pace. Tutto si ripeteva C10 ch'egli credeva ormai di conoscere bene, eppure tutto a ogni ritorno appariva diverso: il lungo vagare per campi e lande o per strade sassose, il dormire d'estate nella foresta, il gironzolar nei villaggi dietro le schiere delle giovanette, che tenendosi per mano ritornavano a casa dopo aver voltato il fieno o colto i luppoli fl prlmo brlvido dell'autunno, i primi freddi cattivi... tuttO ritornava, una volta, due volte, e il nastro variopinto scorreva davanti ai suoi occhi infinito. Molte piogge e molte nevi eran cadute su Boccadoro quando un giorno, salito su per un bosco di faggi diradato ma gi verde di tenere gemme, dall'alto della cresta di un monte vide stendersi dinanzi a s un nuovo paesaggio, che rallegr i suoi occhi e suscit nel suo cuore

un'ondata di presentimenti, di desideri e di speranze Da glorni egli si sapeva vicino a questa regione e l'aspettava m quell'ora meridiana essa lo sorprese e ci che l'occhio raccolse in quel primo incontro conferm e rafforz le sue aspettahve. Fra i tronchi grigi e i rami lievemente ondegglanh vide gi una valle bruna e verde, in mezzo alla quale luccicava vitreo e azzurrognolo un grande fiume. Ormai, egli lo sapeva, era finito per un pezzo quel girovagare senza strade per regioni tutte landa, foresta e solitudine, dove solo di rado si poteva incontrare un casolare o un piccolo povero villaggio. Laggi scorreva fl fiume e lo fiancheggiava una delle strade pi belle e piu celebri della Germania, laggi c'era un paese ricco e ubertoso, l navigavano zattere e barche e la strada conduceva a bei villaggi, castelli, conventi e ricche citt, e chi voleva poteva viaggiare per giorni e settimane su quella strada, senza temere ch'essa si perdesse a un tratto, come le mlsere straducole di campagna, in una selva o in un'umlda palude. Veniva qualcosa di nuovo e Boccadoro se ne ralGi la sera di quel giorno era in un bel villaggio, sulla strada maestra tra il fiume e i rossi vigneti; le grazlose travature delle case a comignolo eran dipinte di rosso, c'erano portoni d'ingresso a volta e viottoli di pietra m scalinata, una fucina gettava sulla strada rosso bagllor di fuoco e sonori rintocchi d'incudine. Il nuovo arrlvato Si aggir curioso in ogni via e in ogni angolo, fiut alle porte delle cantine l'odor di botti e di vino e sulla riva del fiume il profumo fresco dell'acqua che sa di pesce, osserv la casa di Dio e il camposanto e non manco di guardarsi attorno in cerca d'un buon granaio, dove salire eventualmente per la notte. Prima per volle provare a chieder cibo nella casa parrocchiale. Trov un parroco grassotto, con la testa rossa, che lo interrog e al quale, con alcune omissioni e con un po' di fantasia, egll raccont la sua vita; dopo di che fu accolto gentilmente, nutrito di buon cibo e di buon vino, e dovette passar la sera in lunghi conversari col sacerdote. Il giorno dopo contlnu il suo viaggio sulla strada che seguiva il fiume. Vide zattere e barconi, raggiunse veicoli, alcuni lo raccolsero per un tratto, e le giornate primaverili fuggivano raplde e fitte d'immagini, l'ospitavano villaggi e cittadine, sorrldevano donne dietro siepi e giardini o, inginocchiate sulla terra bruna, attendevano alla piantagione, e a sera cantavano fanciulle per le strade dei villaggi. In un mulino una servetta gli piacque tanto, che rimase due giorni sul luogo a farle la corte. Ella rideva e chiacchierava volentieri e a lui pareva che la pi bella cosa sarebbe stata diventar garzone mugnaio e rimanere sempre l. Sedeva coi pescatori, aiutava i carrettieri a dar da mangiare ai cavalli ed a strigliarli, riceveva in compenso pane e carne e il permesso di viaggiare con loro. Dopo tanta solitudine quel mondo socievole di gente che viaggiava, dopo tanto meditar fra s e s quella serenit in mezzo a uomini loquaci e soddisfatti, dopo tanta indigenza quel saziarsi ogni giorno di cibo abbondante gli faceva bene, e si lasciava portar volentieri da quell onda lieta. Essa lo prendeva con s, e pi s'avvicinava alla citt vescovile pi la strada si faceva popolosa ed allegra.

Un giorno ch'era in un villaggio, sull'imbrunire and a fare una passeggiata in riva al fiume, sotto gli alberi gi coperti di foglie. L'acqua scorreva calma e maestosa, sotto le radici delle piante rumoreggiava e gemeva la corrente, su dal colle sorgeva la luna, gettando luci sul fiume ed ombre sotto gli alberi. Trov una ragazza seduta che piangeva: aveva litigato con l'innamorato, che se n'era andato, lasclandola sola. Boccadoro le si sedette accanto e ascolt i suoi lagni, le accarezz la mano, le raccont della foresta e del caprioli, la consol un poco, riusc a farla sorrldere, finch ella accett anche un bacio. Ma a questO punto ritorn l'amato bene a cercarla, si era calmato e pentito del litigio. Appena vide Boccadoro seduto accanto alla ragazza, si lanci su di lui coi pugni tesi e quegli ebbe da fare a difendersi; finalmente per Boccadoro mise l'avversario fuori combattimento e il giovanotto corse al vfllagglo Imprecando; la ragazza era scappata da un pezzo. Boccadoro, che non aveva troppa fiducia nella pace lasci in asso il suo asilo notturno e prosegu il cammino per met della notte al chiaro di luna, in un mondo di argento e di silenzio, contento, lieto delle sue gambe robuste, fin che la rugiada gli lav via dalle scarpe la polvere bianca ed egli, stanco a un tratto, si coric sotto l'albero pi vicino e s'addorment. Era giorno da un pezzo, quando lo svegli un solletico sul volto; assonnato, vi pass sopra la mano e si riaddorment; poco dopo fu di nuovo svegliato dallo stesso solletico; era una ragazza di contadini, che lo guardava e lo stuzzicava con la punta di un salciuolo. Egli s'alz barcollando, si sorrisero ed ella lo condusse in una rimessa, dove si poteva dormir meglio. L dormuono un poco l'uno accanto all'altra, poi ella cor-

se via e ritorn con un secchiello di latte, ancora caldo della mucca. Egli le don un nastro azzurro per i capelll, che aveva trovato poco prima lungo la strada e s'era messo in tasca; si baciarono ancora una volta, poi egli rlpart. La ragazza si chiamava Francesca; gli rincrebbe d'abbandonarla. La sera di quel giorno trov asilo in un convento; la mattina assistette alla messa; il cuore gli si gonfi stranamente di mille ricordi, l'aria fredda della pietra, splrante dalle volte, sapeva di patria e lo commoveva, come ll rumore dei sandali sugl'impiantiti. Fimta la messa e fattosi silenzio nella chiesa del convento, Boccadoro rimase m ginocchio, con una strana agitazione in cuore; di notte aveva fatto molti sogni. Sentiva il desiderio di sgravarsi in qualche modo del suo passato, di mutar vita in qualche modo, non sapeva perch; forse lo commoveva solo il ricordo di Mariabronn e della sua gioventu pla. Senti il bisogno di confessarsi e di purificarsi; aveva tanti plCcoli peccati, tanti piccoli vizi, ma pi grave di tutto gli pesava sulla coscienza la morte di Vittore, perito per mano sua. Trov un padre e gli fece la sua confessione, parl di questo e di quello, ma sopra tutto delle coltellate nel collo e nella schiena del povero Vittore. Oh, da quanto tempo non si confessava! 11 numero e la gravit dei suoi peccati gli parevano notevoli, era pronto ad accettare una severa penitenza. Ma ii confessore pareva conoscere la Vl

ta del vagabondo; non inorrid, ascolt tranquillo, biasimo e ammon serio e benevolo, senza pensare a condanna. Boccadoro s'alz alleggerito, recit all'altare le orazloni prescrittegli dal padre e gi stava per lasciare la chiesa, quando un raggio di sole penetr dalla finestra nel tempio egli lo segu con lo sguardo e vide allora in una cappelia laterale una figura, che gli parl e lo attir straordinariamente; si volse ad essa con occhi innamoratl e la contempl con devota e profonda commozione. Era una Madre di Dio in legno; la delicata soavit con cul stava china, il modo come il manto azzurro le cadeva glu dalle spalle esili, com'ella stendeva la mano fine e vlrgmea, come gli occhi brillavano e la bella fronte s'incurvava sopra una bocca dolorosa, tutto questo era cos vivo, cos bello profondo e animato, come gli pareva di non aver veduto mai. Non si saziava di contemplare quella bocca, quel movimento dolce e affettuoso del collo. Gli pareva di vedere l realizzato qualcosa che gi tante e tante volte aveva veduto nei sogni e nei presentimenti, a cui tante e tante volte aveva anelato. Si voltava per andarsene, ma poi era costretto a tornare indietro. Quando finalmente volle andare davvero, si trov alle spalle il padre, da cui s'era confessato. --Ti sembra bella? -- domand amichevolmente. --Ineffabilmente bella, -- rispose Boccadoro. --Molti lo dicono, -- disse il sacerdote. -- Altri invece sostengono che non una vera Madre di Dio, che troppo moderna e mondana e che tutto esagerato e non vero. Si sentono molte dispute in proposito. A te piace dunque, sono contento. Si trova solo da un anno nella nostra chiesa, l'ha donata un benefattore del nostro convento fatta da maestro Nicola. --Maestro Nicola? Chi , dov' ? Lo conoscete? Oh vi prego, ditemi qualcosa di lui! Dev'essere un uomo meravigliosamente dotato chi sa creare un'opera simile --Non so molto di lui. intagliatore in legno nella nostra citt vescovile, a una giornata di viaggio da qui e ha gran fama come artista. Gli artisti di solito non sono santi, e anch'egli probabilmente non lo , ma un uomo dotato e di grande ingegno, certo. Io l'ho veduto qualche volta... --Oh, l'avete veduto! Oh, che aspetto ha? --Figlio mio, mi sembri addirittura entusiasta di lui. Ebbene, va a cercarlo e portagli un saluto di padre Bonifacio. Boccadoro ringrazi con effusione. Il padre se n'and sorridendo, egli invece rimase ancora a lungo davanti a quella figura misteriosa, il cui petto sembrava respirasse e nel cui volto c'erano insieme tanto dolore e tanta dolcezza, ch'egli si sentiva stringere il cuore. Usc dalla chiesa trasformato, i suoi passi lo portarono

in un mondo completamente mutato. Dal momento in cui aveva ammirato la dolce e santa figura di legno, Boccadoro possedeva quello che non aveva posseduto mai, che tante volte aveva deriso negli altri, oppure invidiato: una meta! Aveva una meta e forse l'avrebbe raggiunta, e allora forse tutta la sua vita dissoluta avrebbe acquistato un alto significato e un valore. Questo nuovo sentimento

lo penetrava di gioia e di timore e gli dava ali ai piedi. La bella e allegra strada maestra su cui camminava non era pi quello ch'era stata il giorno innanzi, un teatro festoso ed una comoda dimora, non era pi che una strada, la via che conduceva alla citt, la via che conduceva al maestro Egli correva impaziente. Giunse prima ancora di sera, vide spiccar le torri dietro le mura, vide stemmi scolpiti ed insegne dipinte sopra la porta, entr col cuore palpitante, senza quasi badare al chiasso e al lieto tumulto delle strade, ai cavalieri in sella, ai carri e alle carrozze. Cavalieri e cocchi, citt e vescovo non gl'importavano. Alla prima persona che incontr sotto la porta domand dove abitava maestro Nicola, e rimase molto deluso che quella non ne sapesse nulla. Giunse in una piazza circondata di case fastose, molte delle quali eran dipinte od ornate di decorazioni plastlche. Sopra la porta d'una di esse stava grande e pomposa la figura di un lanzichenecco, a colori forti e brillantn Non era bella come la figura che aveva veduto m quella chiesa di convento, ma aveva un certo atteggiamento e un modo di gonfiare i polpacci e di sporgere innanzi il mento barbuto, che Boccadoro pens potesse essere opera dello stesso maestro. Entr nella casa, buss a diverse porte, sal scale... finalmente s'imbatt in un signore vestito di velluto con risvolti di pelliccia e gli domand dove poteva trovare maestro Nicola. Che mai voleva da lui? domand il signore di rimando; e Boccadoro riusc a stento a dominarsi e a rispondere solo che aveva una commissione da fargli. Il signore gli disse allora il nome della via dove abitava il maestro, e quando Boccadoro, a forza di do- ! mandare, riusc a trovarla, s'era fatta notte. Affannato ma felice, si ferm dinanzi alla casa del maestro, guard su alle finestre e poco manc che non corresse dentro. Ma gli venne in mente ch'era gi tardi, ch'egli era tutto sudato e impolverato dalla marcia della giornata, si domm e attese. Ma rimase ancora a lungo davanti alla casa. Vide una finestra illuminarsi e, proprio quando si voltava per andarsene, scorse una figura che s'avvicinava al davanzale, una bellissima fanciulla bionda, coi capelli illumlnati dalla luce mite della lampada che pendeva dietro di lei. La mattina dopo, quando la citt si ridest e ricominciarono i suoi mille rumori, Boccadoro si lav V150 e mani nel convento dov'era stato ospite quella notte, si scosse la polvere dai vestiti e dalle scarpe, ricerc la via del maestro e buss al portone di casa. Venne una domestica, che non voleva introdurlo subito, ma egli riusc a intenerire la vecchia, fin che ella lo condusse dentro. In una piccola sala, ch'era la sua officina, stava il maestro in grembiule da lavoro: un uomo alto e barbuto, che a Boccadoro parve avere quaranta o cinquant'anni. Egli guard il forestiero con gli occhi azzurri chiari e penetranti e domand brevemente che cosa desiderasse. Boccadoro rifer il

saluto del padre Bonifacio. --Nient'altro? -- Maestro, -- disse Boccadoro col fiato oppresso, -ho visto l nel convento la vostra Madonna. Ah, non guardatemi cos arcigno; null'altro che amore e venerazione mi conducono da voi. Io non sono pauroso, ho vissuto a lungo da vagabondo, ho sperimentato la foresta la neve e la fame, non c' uomo di cui possa aver paura. Ma di voi ho paura. Oh, ho un desiderio solo e grande, che mi rlemple ll cuore cos da farmi male. --Che sorta di desiderio? --Vorrei diventare vostro scolaro e imparare da voi. --Non sei il solo, giovanotto, ad avere questo desiderio. Ma a me non piace tenere apprendisti e due aiutanti li ho gi. Da dove vieni tu, e chi sono i tuoi geni--Non ho genitori, non vengo da nessun luogo. Fui scolaro in un convento, dove imparai il latino e il greco, poi scappai, e per anni ed anni ho girato il mondo, fino a oggi. -- E perch pensi di diventare un intagliatore? Hai gi provato a far qualcosa di simile? Hai dei disegni? -- Ho fatto molti disegni, ma non li ho pi. Vi posso per dire perch vorrei imparare quest'arte. Mi sono fatto molte idee, ho visto molti volti e molte figure, ci ho ripensato a lungo e alcun: di questi pensieri hanno continuato a tormentarmi e non mi hanno lasciato pace. Sono rimasto colpito nell'osservare come in una figura ritorni sempre in tutte le sue parti una certa forma, una certa linea, come una fronte corrisponda al ginocchio, una spalla all'anca, e come tutto questo in fondo sia una cosa sola con l'essenza e con l'anima dell'uomo, che ha quel dato ginocchio, quella data spalla e quella fronte. E un'altra cosa mi ha colpito, me n'accorsi una notte in cui dovetti prestar aiuto presso una partoriente: che la massima sofferenza e la suprema volutt hanno un'espressione perfettamente simile. Il maestro guard lo straniero con occhio penetrante. -- Sai quello che dici? -- S, maestro, lo so. Proprio questo fu ci che trovai espresso con mio sommo incanto e stupore nella vostra Madonna, per questo sono venuto. Oh, su quel viso bello e soave c' tanto dolore, ma quel dolore s' trasformato al tempo stesso in pura felicit e in sorriso. Quando vidi quel volto, pass come una vampata nelle mie membra, tutti i miei pensieri e i miei sogni di tanti anni mi apparvero confermati e all'improvviso non furon pi vani, io seppi a un tratto quello che dovevo fare e dove dovevo andare. Caro maestro Nicola, vi prego con tutto il cuore, lasciatemi imparare da voi! Nicola, senza mutare l'espressione arcigna del volto, aveva ascoltato attentamente.

--Giovanotto,--disse,--tu sai parlare d'arte in modo sorprendente, e mi stupisce anche che alla tua et tu possa dire tante cose sulla volutt e sulla sofferenza. Mi piacerebbe discorrere una sera con te di queste cose davanti a un bicchier di vino. Ma vedi: scambiare conversazioni piacevoli e intelligenti non lo stesso che vivere e lavorare insieme un paio d'anni. Questa un'officina e qui si lavora, non si chiacchiera; qui non importa ci che uno ha meditato e sa dire, importa solo ci che uno sa fare con le sue mani. Mi pare che le tue intenzioni siano serie, perci non voglio mandarti via cos senz'altro. Vediamo se sai fare qualche cosa. Hai gi plasmato con la creta o con la cera? Boccadoro pens subito a un sogno di molto tempo prima, in cui aveva impastato con la creta delle figurine, che poi s'erano alzate ed eran diventate giganti. Ma non ne disse nulla e dichiar che non s'era mai provato in simili lavori. -- Bene. Allora disegnerai qualche cosa. L c' una tavola, vedi, della carta e del carbone. Siediti e disegna; non aver fretta; puoi rimanere fino a mezzogiorno o anche fino a sera. Forse allora potr vedere quali sono le tue attitudini. Ecco, ora abbiamo parlato abbastanza; io vado al mio lavoro, tu va al tuo. Boccadoro sedette sulla seggiola che Nicola gli aveva indicata, davanti alla tavola da disegno. Non s'affrett, prima stette ad aspettare, quieto come uno scolaro timido, osservando con affettuosa curiosit il maestro, che gli volgeva quasi le spalle e continuava a lavorare a una figurina di creta. Guardava attentamente quell'uomo che, nella testa severa e gi un po' incanutita e nelle mani d'artefice dure ma nobili e vive, possedeva cos meravigliose forze magiche. Aveva un aspetto diverso da quello che Boccadoro s'era immaginato; pi vecchio, pi modesto, pi freddo, molto meno raggiante e cattivante, e nient'affatto felice. Lo sguardo scrutatore, inesorabilmente acuto, era rivolto in quel momento al suo lavoro, e Boccadoro, liberato da esso, poteva abbracciare la figura del maestro in ogni suo particolare. Quell'uomo, pensava, avrebbe potuto essere anche uno scienziato, uno st~udioso taciturno e austero, dedicatosi a un'opera che molti suoi predecessori avevano iniziata e ch'egli doveva un giorno lasciare ai suoi posteri, un'opera tenace, duratura, infinita, in cui eran raccolti il lavoro e la dedizione di molte generazioni. Questo almeno era ci che l'osservatore leggeva nella testa del maestro; molta pazienza, molto studio e riflessione, molta modestia e conoscenza del dubbio valore d'ogni lavoro umano vi stavano scritti, ma anche fede nel proprio compito. Il linguaggio delle mani invece era diverso: fra esse e la testa c'era un contrasto. Quelle mani s'affondavano nella creta che plasmavano, con dita ferme ma sensibilissime, trattavano l'argilla come le mani di un amante trattano la donna amata che gli s'abbandona: innamorate, piene di un sentimento delicato e vibrante, bramose, senZa tuttavia far distinzione fra il prendere e il dare, cupide e pie al tempo stesso, e sicure, magistrali, come per antichissima e profonda esperienza. Boccadoro osservava rapito e ammirato quelle mani benedette. Avrebbe volentieri

disegnato il maestro, se non ci fosse stato quel contrasto fra il volto e le mani, che lo paralizzava. Dopo ch'ebbe contemplato per un'ora buona l'artista che lavorava dinanzi a lui, cercando d'indagarne il mistero, un'altra immagine cominci a delinearsi nella sua anima e diventar visibile, l'immagine dell'uomo ch'egli conosceva meglio di tutti, che aveva molto amato e profondamente ammirato e quest'immagine era tutta d'un pezzo, senza contraddizioni, quantunque avesse anch'essa variet di tratti e rivelasse molte lotte. Era l'immagine del suo amico Narciso. Sempre pi si concretava in unit e pienezza, sempre pi chiara si manifestava la legge intima di quell'essere amato: la nobile testa foggiata dallo spirito, la bella bocca serrata e l'occhio un po' triste resi energici e aristocratici dall'assoluta dedizione allo spirito, le spalle esili, il collo lungo, le mani delicate e fini, animate dalla lotta per spiritualizzarsi. Da allora, da quando s'era staccato dal convento, non aveva mai visto l'amico con tanta chiarezza, non aveva mai posseduto in s cos completa l'immagine di lui. Come in sogno, senza volont, eppure animato da una preparazione e da una necessit intima, Boccadoro cominci a disegnare cauto, deline con dita amorose e rispettose la figura che aveva in cuore, e dimentic il maestro, se stesso e il luogo dov'era. Non s'accorse che la luce nella stanza si spostava a poco a poco, che il maestro gli gettava di tanto in tanto un'occhiata. Come un atto di offerta eseguiva il compito che gli era toccato, che il suo cuore gli aveva imposto: innalzare l'immagine dell'amico e conservarla cos, come viveva in quel momento nella sua anima. Senza farci sopra dei pensieri, sentiva l'opera sua come il pagamento di un debito, come un ringraziamento. Nicola s'avvicin alla tavola da disegno, dicendo: --E mezzogiorno; io vado a tavola, puoi venire con me. Lascia vedere... hai disegnato qualche cosa? Si mise dietro a Boccadoro e gett lo sguardo sul grande foglio disegnato, poi, spingendo il giovane da una parte, lo prese con cura fra le mani esperte. Boccadoro s'era destato dal suo sogno e fissava il maestro con ansiosa aspettativa. Questi era l, col disegno fra le mani, e l'osservava attentamente con lo sguardo acuto dei suoi chiari occhi azzurri e severi. -- Chi questo che hai disegnato? -- domand dopo qualche tempo. -- E il mio amico, un giovane monaco ed erudito. -- Bene, lavati le mani, l in cortile c' la fontana. Poi andiamo a mangiare. I miei aiutanti non sono qui, lavorano altrove. Boccadoro ubbid, trov il cortile e la fontana, si lav le mani e chiss che cosa avrebbe dato per conoscere i pensieri del maestro. Quando ritorn, questi era uscito; lo ud affaccendarsi nella stanza accanto; poi ricomparve, s'era lavato anche lui e invece del grembiule indossava una bella giubba di panno, che gli dava un aspetto maestoso e solenne. Precedette Boccadoro su per una scala con la balaustra di noce, le cui colonnette portavano piccole

teste d'angelo scolpite; attravers un atrio pieno di statue antiche e moderne ed entr in una bella stanza col pavimento, le pareti e il soffitto di legno duro; nell'angolo della finestra c'era una tavola apparecchiata. Entr di corsa una giovinetta che Boccadoro riconobbe: era la bella fanciulla della sera prima. --Elisabetta, -- disse il maestro, -- devi mettere un posto di pi, ho condotto un ospite. E... veramente il suo nome non lo so ancora. Boccadoro lo disse. --Boccadoro, dunque. Possiamo mangiare? -- Subito, babbo. La fanciulla mise un piatto, usc e ritorn poco dopo con la domestica che portava il pranzo: carne di maiale, lenticchie e pan bianco. Durante il pasto il padre parl di questo e di quello con la fanciulla, Boccadoro rimase silenzioso, mangi un poco e si sent malsicuro ed oppresso. La ragazza gli piaceva molto: era una bella figura imponente, alta quasi come suo padre, ma se ne stava tutta pudica e inaccessibile come in una campana di vetro e non rivolgeva n una parola n uno sguardo al forestiero, Dopo mangiato il maestro disse: -- lo voglio riposare ancora mezz'ora. Tu va nell'officina o fa un giretto fuori poi parleremo di quella faccenda Boccadoro salut e usc. Era passata un'ora e pi da che il maestro aveva visto il suo disegno, e non ne aveva ancora detto una parola. E dover aspettare ancora mezz'ora! Be', non c'era niente da fare, aspett. Non and nell'officina, non voleva rivedere il suo disegno in quel momento. Scese in cortile, sedette sulla vasca della fontana e stette a guardare il filo d'acqua che scorreva ininterrottamente dalla canna e cadeva nella profonda vasca di pietra, sollevando minuscole onde e portando seco continuamente un poco d'aria, che continuamente ripullulava dal fondo alla superficie in bianche perle. Nello specchio scuro della fontana vide la propria immagine e pens che quel Boccadoro che lo guardava dall'acqua non era pi da un pezzo il Boccadoro del convento o quello di Lidia e neppur pi il Boccadoro delle foreste. Pens che ogni uomo corre senza posa e si trasforma e infine si dissolve, mentre la sua immagine creata dall'artista rimane sempre immutabilmente la stessa. Forse, pens, la radice d'ogni arte, e fors'anche d'ogni spirito, la paura della morte. Noi la temiamo, abbiamo orrore della caducit, vediamo con tristezza i fiori appassire e le foglie cadere e sentiamo nel nostro cuore la certezza che anche noi siamo caduchi e presto avvizziremo Se dunque come artisti creiamo figure o come pensaton cerchiamo leggi e formuliamo pensieri, lo facciamo per salvare qualche cosa della grande danza macabra, per stabilire qualche cosa che abbia una durata pi lunga di noi stessi. La donna che ha servito di modello al maestro per la sua bella Madre di Dio forse gi avvizzita o morta, e presto sar morto anche lui; altri abiteranno nella sua

casa, altri mangeranno alla sua tavola... ma la sua opera rimarr nella tacita chiesa del convento briller ancora dopo cent'anni e pi e rester sempre bella e sorrider sempre con la stessa bocca, che cos fiorente e triste insleme. Ud il maestro che scendeva la scala e corse nell'officina. Maestro Nicola passeggi in su e in gi, guard pi volte il disegno di Boccadoro, si ferm infine alla finestra e disse col suo fare un po' esitante ed asciutto: -- Da noi l'usanza che un apprendista studi per lo meno quattro anni e che suo padre paghi al maestro una somma per l'insegnamento. Poich fece una pausa, Boccadoro temesse di non ricever denaro da trasse di tasca il suo coltello, ducato nascosto e lo cav fuori. e, quando Boccadoro gli porse la pens che il maestro lui. Immediatamente tagli la cucitura intorno al Nicola lo guard stupito moneta, si mise a ridere.

--Ah, questo intendevi? --disse ridendo. --No, giovanotto, puoi tenere il tuo denaro. Ascoltami. Ti ho detto qual l'usanza per gli apprendisti nella nostra corporaZione Ma n io sono un maestro comune, n tu un apprendista comune. Questi sogliono cominciare la loro scuola a tredici, quattordici o al massimo quindici anni, e la met del tempo che passano presso il maestro debbono servire come garzoni e far da bidelli. Ma tu sei gi un giovanotto e per l'et potresti da un pezzo essere lavorante e anche gi maestro. Un apprendista con la barba nella nostra corporazione non s' ancor veduto. E poi t'ho gi detto che io non voglio tenere apprendisti in casa. Tu non mi sembri del resto uno che si lasci dar ordini e mandare in giro. L'impazienza di Boccadoro era giunta al colmo, ciascuna delle parole assennate del maestro lo metteva alla tortura e gli sembrava terribilmente noiosa e pedante. Grid con veemenza: -- Perch mi dite tutto questo, se non avete alcuna intenzione di prendermi alla vostra scuola ? Il maestro continu impassibile nel tono di prima: -lo ho riflettuto per un'ora sulla tua richiesta, adesso anche tu devi avere la pazienza di ascoltarmi. Ho visto il tuo disegno. Ha dei difetti ma, non ostante questi, bello. Se non lo fosse, ti avrei regalato un mezzo fiorino e ti avrei congedato e dimenticato. Del disegno non voglio dire di pi. Vorrei aiutarti a diventare un artista, forse ci sei destinato. Ma apprendista non puoi ormai pi diventare. E chi non stato apprendista e non ha compiuto i suoi anni di scuola, nella nostra corporazione non pu neppure diventare lavorante e maestro. Questo ti sia detto prima. Ma un tentativo puoi farlo. Se ti possibile rimanere qualche tempo qui in citt, puoi venire da me e imparare qualche cosa. Senza impegno e senza contratto, puoi andartene quando vuoi. Puoi- rompere nella mia officina un paio di coltelli da intaglio e rovinare un paio di ceppi, e se si vedr che non sei un intagliatore ti volgerai ad altro. Sei contento? Boccadoro aveva ascoltato confuso e commosso.

--Vi ringrazio di cuore, -- esclam. -- Sono vagabondo e sapr cavarmela qui in citt come fuori nei boschi. Capisco che non vogliate prendervi cure e responsabilit per me come per uno scolaretto. Ritengo gran fortuna poter imparare da voi. Vi ringrazio di cuore di volermelo concedere. CAPI~OLO Xl Nuove immagini circondarono Boccadoro nella citt e una nuova vita cominci per lui. Come la regione e la citt lo avevano accolto gaie, seducenti e rigogliose, cos lo accolse la nuova vita, piena di letizia e di promesse. Se anche il fondo di tristezza e di sapere della sua anima rimaneva intatto, alla superficie la vita giocava per lu in tutti i suoi colori. Cominci per Boccadoro il periodo pi lieto e pi puro. Di fuori gli veniva incontro la ricca citt vescovile con tutte le sue arti, le sue donne, con mille giochi e mille visioni gradite; di dentro la sua natura d'artista, destandosi, gli donava nuovi sentimenti e nuove speranze. Con l'aiuto del maestro trov alloggio nella casa di un doratore sulla piazza del mercato del pesce, e dal maestro e dal doratore impar l'arte di trattare il legno e il gesso, i colori, la vernice e l'orpello. Boccadoro non era di quegli artisti infelici, che pur possedendo alte doti non trovano mai i mezzi buoni per manifestarle, Ci sono infatti di quelli, a cui dato sentire con profondit e intensit la bellezza del mondo e portare nella loro anima immagini nobili e sublimi, ma che non trovano la via di estrinsecare queste immagini e di comunicarle per la gioia degli altri. Boccadoro non soffriva di questa deficienza. Gli riusciva facile e lo divertiva adoperare le mani e apprendere le abilit del mestiere, cos come gli riusciva facile nelle ore serali imparare da alcuni compagni a sonare il liuto e a danzare la domenica sulle piazze dei villaggi. Imparava con facilit, gli veniva naturale. Certo nell'intaglio doveva mettere tutto il suo Impegno e incontrava difficolt e delusioni e talvolta gli capitava di rovinare un bel pezzo di legno e di tagliarsi le dita con energia. Ma super presto i principi e acquiSt ~=T destrezza. Spesso per il maestro era malcontento di lui e gli diceva: -- Fortuna che non sei mio apprendista o lavorante, Boccadoro. Fortuna che sappiamo che vieni dalla strada e dai boschi e che un giorno ci ritornerai. Chi non sapesse che non sei un cittadino e un artigiano, bens un vagabondo e un fannullone, potrebbe facilmente aver la tentazione di pretendere da te quello che ogni maestro pretende dai suoi dipendenti. Tu sei un ottimo lavoratore, se hai la luna buona. Ma la settimana scorsa sei andato a zonzo due giorni. Ieri nell'officina del cortile dove dovevi ripulire i due angeli, hai dormito met della giornata. Aveva ragione di rimproverarlo cos e Boccadoro lo ascoltava in silenzio, senza giustificarsi. Sapeva egli stesso di non essere un uomo diligente, del quale ci si potesse fidare. Fin tanto che un lavoro lo interessava, gli imponeva compiti difficili o gli dava la coscienza e la gioia della sua capacit, era un lavoratore zelante. Ma al pesante lavoro manuale si sottoponeva malvolentieri e que-

gli altri lavori non difficili, ma richiedenti tempo e diligenza, che fanno pur parte del mestiere e voglion essere eseguiti con costanza e pazienza, gli erano spesso insopportabili. Egli stesso a volte se ne meravigliava. Eran bastati quei pochi anni di vagabondaggio a renderlo pigro e incostante? Era l'eredit di sua madre che cresceva in lui e prendeva il sopravvento? O dov'era la deficienza? Ricordava benissimo i suoi primi anni in convento quand'era un ottimo e diligente scolaro_ Perch allora si applicava con tanta pazienza, mentre ora non ne aveva pi, perch era riuscito a dedicarsi con instancabile zelo alla sintassi latina e a imparare tutti quegli aoristi greci, che in fondo al cuore non gl'importavano proprio nulla? Ci pensava spesso. Era stato l'amore allora a temprarlo e a dargli ali; il suo studio altro non era stato se non uno sforzo costante per cattivarsi l'animo di Narciso, giacch l'affetto di lui non si poteva conquistare che attraverso la stima e l'approvazione. Allora per una occhiata d'approvazione dell'amato maestro poteva affaticarsi per ore, per giornate intere. Poi la meta agognata era stata raggiunta, Narciso era diventato suo amico e, cosa strana, proprio il dotto Narciso gli aveva mostratO la sua inettitudine a diventar scienziato e aveva evocato in lui l'immagine della madre perduta. Invece della dottrina, della vita claustrale e della virt, i potenti istinti originari della sua natura s'erano impadroniti di lui: sesso, amor di donne, bisogno d'indipendenza, spirlto vagabondo. Infine aveva visto quella figura di Maria scolpita dal maestro, aveva scoperto in s un artlsta, si era messo su di una nuova via ed era ritornato sedentario. Ed ora? Dove conduceva la sua strada? Donde venivano gli ostacoli? Per il momento non poteva riconoscerlo. Solo questo poteva capire: che ammirava bens maestro Nicola, ma non lo amava come un tempo aveva amato Narciso, talvolta anzi si compiaceva di deluderlo e d'indispettirlo. Ci dipendeva a parer suo dal dissidio che riscontrava nella personalit del maestro. Le figure create dalle mani di Nicola, le migliori per lo meno, erano per Boccadoro modelli venerati, ma il maestro in se stesso non era un modello per lui. Accanto all'artista che aveva scolpito quella Madonna dalla bocca pi bella e pi dolorosa che si potesse immaginare, accanto al veggente e al sapiente, le cui mani sapevano trasformare per incanto in figure visibili presentimenti ed esperienze profonde, vi era in maestro Nicola un altro uomo: un padre di famiglia e un maestro di corporazione un po' rigido e meticoloso, un vedovo, che viveva silenzioso e dimesso nella sua casa tranquilla con la figlia e con una brutta servente, un uomo che resisteva energicamente ai pi forti istinti di Boccadoro e che si era adagiato in una vita quieta, moderata, regolarissima e decorosa. Quantunque Boccadoro onorasse il suo maestro e non si permettesse d'interrogare altri sul conto di lui o di giudicarlo in faccia ad altri, in capo a un anno egli sapeva fino al minimo particolare tutto quello che si poteva sapere di Nicola. Questo maestro era per lui una persona importante, amata e altrettanto odiata, che non gli lasciava requie; e lo scolaro penetrava con amore e con

diffidenza, con curiosit sempre desta, nei segreti dell'indole e della vita di lui. Vedeva ch'egli non teneva in casa n apprendisti n lavoranti, bench ci fosse abbastanza spazio. Vedeva che usciva solo di rado e di rado inVitava ospiti a casa sua. Osservava che nutriva per la sua bella figliola un affetto commovente e geloso e cercava di tenerla nascosta a tutti. Sapeva anche che dietro la severa e precoce astinenza del vedovo c'erano ancora in gioco istinti vivi e che, quando un incarico di fuori lo costringeva a mettersi in viaggio, poche giornate potevano talvolta trasformarlo e ringiovanirlo in modo strano. E una volta aveva anche osservato che Nicola, in una cittadina straniera dove ponevano in opera un pulpito scolpito, una sera aveva visitato di nascosto una prostituta, e poi per parecchi giorni era rimasto inquieto e di cattivo umore. Con l'andar del tempo oltre a questa curiosit c'era qualcos'altro che tratteneva Boccadoro in casa del maestro e gli dava da fare. Era la bella figliola, Elisabetta, che gli piaceva molto. Riusciva di rado a vederla, ella non entrava mai nell'officina ed egli non sapeva capire se la sua ritrosia di fronte agli uomini le fosse solo imposta dal padre, o se corrispondesse anche alla sua natura. Non poteva far a meno di notare che il maestro non l'aveva pi invitato a tavola e che cercava d'ostacolargli ogni incontro con lei. Elisabetta era una fanciulla molto preziosa e custodita, lo vedeva bene, e per un amore senza nozze non c'era speranza, chi poi volesse sposarla doveva innanzi tutto esser figlio di buona famiglia, membro di una delle corporazioni superiori e possibilmente posseder anche denaro e una casa. La bellezza di Elisabetta, cos diversa da quella delle donne vagabonde e delle contadine, aveva attirato fin dal primo giorno l'attenzione di Boccadoro. C'era qualcosa in lei che ancora gli era rimasto ignoto, qualcosa di strano, che lo attraeva violentemente, ma gl'ispirava al tempo stesso diffidenza e perfino dispetto: una grande calma ed innocenza, un'onest e una pureZa, che non eran tuttavia ingenuit; dietro tutta la sua cortesia e il suo decoro si celava una certa freddezza, un orgoglio, per cui quell'innocenza non lo commoveva e non lo disarmava (egli non sarebbe mai stato capace di sedurre una bambina), ma anzi lo eccitava e lo provocava. Non appena la figura di lei gli divenne un poco familiare come immagine intimd, sent il desiderio di rappresentarla ma non com'era allora, bens coi tratti ridesti, sensibili e sofferenti, non una piccola vergine ma una Maddalena.

Talvolta la sua brama avrebbe voluto vedere quel volto calmo, bello e immobile, contrarsi e sfogliarsi, sia nella volutt, sia nella sofferenza, e rivelare cos il suo segreto. Vi era poi un altro volto, che dimorava nella sua anima ma non gli apparteneva del tutto, un volto ch'egli desiderava ardentemente di riuscir a cogliere e rappresentare da artista, ma che continuamente gli sfuggiva e gli si velava. Era il volto della madre. Gi da tempo esso non era pi quello che gli era ricomparso un giorno dalle perdute profondit della memoria dopo i colloqui con

Narciso. Nelle giornate di vagabondaggio, nelle notti d'amore, nei momenti di nostalgia, nei momenti di pericolo e di vicinanza della morte il volto della madre si era a poco a poco trasformato e arricchito, era diventato pi profondo e pi vario; non era pi l'immagine della propria madre, ma dai tratti e dai colori di questa si era svolta a poco a poco un'immagine materna impersonale, l'immagine di un'Eva, di una madre dell'umanit. Come maestro Nicola in alcune Madonne aveva rappresentato l'immagine della Madre di Dio addolorata con una perfezione ed una forza espressiva che a Boccadoro parevano insuperabili, cos egli stesso sperava di raffigurare un giorno, quando fosse pi maturo e pi sicuro della sua capacit, l'immagine della madre del mondo, Eva, quale egli la portava nel cuore come la cosa pi sacra pi antica e pi amata. Ma questa immagine intima, che un tempo era stata solo il ricordo della madre sua e del suo amore per lei, continuava a trasformarSi e ad arricchirsi. In essa si erano impressi i tratti della zingara Lisa, di Lidia, la figlia del cavaliere, e molti altri volti di donna, e non solo i volti delle donne amate avevano cooperato a trasformare quell'immagine orignaria e a darle tratti nuovi, ma anche ogni emozione, ogni esperienza ed ogni avventura. Questa figura infatti, se un giorno fosse riuscito a renderla visibile, non doveva rappresentare un,a donna particolare, ma la vita stessa come madre primigenia. Spesso credeva di vederla, talvolta gli appariva in sogno. Ma di questo volto d'Eva e di quello che doveva esprimere egli non avrebbe saputo dir altro, se non che doveva mostrare la volutt della vita nella sua intima parentela col dolore e con la morte. Nel corso di un anno Boccadoro aveva imparato molto. Nel disegno aveva raggiunto presto una grande sicurezza e oltre all'intaglio Nicola gli faceva talvolta provare anche a modellar la creta. La sua prima opera riuscita fu appunto una statuetta di creta alta due buone spanne: la figura graziosa e seducente della piccola Giulia, della sorella di Lidia. Il maestro lod il lavoro, ma non esaud il desiderio espresso da Boccadoro di farla fondere in metallo; la figura gli sembrava troppo impudica e mondana, perch egli volesse farle da padrino. Poi cominci il lavoro intorno alla statua di Narciso; Boccadoro la esegu in legno sotto le spoglie del discepolo Giovanni, perch, se riusciva, Nicola voleva metterla in un gruppo della crocefissione, che gli era stato ordinato e al quale lavoravano da tempo esclusivamente i suoi due aiutanti, per lasciare poi al maestro l'ultimo tocco . Boccadoro lavorava alla figura di Narciso con grande amore; in questo lavoro ritrovava se stesso, la sua natura d'artista e la sua anima, ogni volta ch'era uscito di carreggiata, e non avveniva di rado: amori, feste da ballo, bicchierate coi compagni, gioco di dadi e anche risse frequenti lo travolgevano cos che per uno o pi giorni egli disertava l'officina, oppure lavorava distratto e a malincuore. Ma al suo apostolo Giovanni, la cui figura amata e pensosa gli usciva dal legno sempre pi pura, egli lavorava solo nelle ore in cui si sentiva preparato, con dedizione e umilt. In queste ore non era n lieto n triste, non pensava n alla gioia n alla caducit della vita; gli ritornava in cuore quel sentimento di rispetto puro e

luminoso, col quale un tempo si era dato all'amico, lieto di lasciarsi guidare da lui. Non era Boccadoro che creava una figura di sua propria volont, era l'altro piuttosto, era Narciso che si serviva delle mani dell'artista per uscire dalla transitoriet e mutabilit della vita e per rappresentare l'immagine pura del suo essere. Cos, Boccadoro sentiva talvolta con un brivido, nascevano le vere opere. Cos era nata la Madonna indimenticabile del maestro, che pi d'una domenica egli era tornato a visitare nel convento. Cos, in questo modo sacro e misterioso, erano nate le due o tre statue antiche pi belle, che il maestro aveva su nel vestibolo. Cos sarebbe nata un giorno anche quell'immagine, quell'altra, quell'unica, per lui pi misteriosa e pi veneranda ancora, l'immagine della madre dell'umanit. Oh, se dalle mani dell'uomo uscissero solo di queste opere d'arte, immagini sante, necessarie, non profanate da una volont e da una vanit! Ma non era cos, egli lo sapeva da un pezzo. Si potevano creare anche altre figure, cose graziose e squisite, fatte con grande maestria, gioia degli amatori d'arte, ornamento delle chiese e delle sale di consiglio... belle cose certo, ma non sacre, non vere immagini dell'anima. Egli conosceva parecchie di queste opere, che con tutta la loro grazia d'invenzione e malgrado tutta la cura dell'esecuzione non erano in fondo che giochi. non solo di Nicola e di altri maestri; con sua propria confusione e tristezza, nel suo cuore stesso, nelle sue stesse mani egli aveva sentito come un artista possa mettere al mondo simili cose graziose, per il piacere della propria abilit, per vanit, per trastullo. La prima volta che si rese conto di questo si sent desolatamente triste. Ah, per fare graziose figurine d'angeli o altri giochetti, sian pur carini, non valeva la pena d essere artisti. Per altri forse, per artigiani, per cittadini, per anime tranquille e soddisfatte poteva anche valer la pena, ma per lui no. Per lui arte ed artisti non valevan nulla, se non ardevano come il sole e non avevano la potenza delle tempeste, se non portavano che piacere, gradimento, piccola felicit. Egli cercava altro. Dorare con lucente orpello una corona di Maria elegante come un merletto non era lavoro per lui, anche se ben pagato. Perch maestro Nicola prendeva tutte queste commissioni? Perch si teneva due aiutanti? Perch stava ad ascoltare per ore ed ore, con le misure in mano, quei senatori e quei preposti, quando gli ordinavano un portale o un pulpito? Per due ragioni, due ragioni meschine: perch teneva a essere l'artista celebre e coperto di com~ missioni e perch voleva accumular denaro, denaro non per grandi imprese o grandi piaceri, ma denaro per sua figlia, ch'era gi da un pezzo una fanciulla ricca, denaro per il corredo di lei, per colletti di pizzo e vesti di broccato, per un letto matrimoniale in noce, pieno di coperte e di lenzuola preziose! Come se la bella ragazza non potesse sperimentare l'amore altrettanto bene in un fienile qualsiasi! In quelle ore di meditazione s'agitava profondo in Boccadoro il sangue della madre, l'orgoglio e il disprezzo del vagabondo per i sedentari e i possidenti. A volte il mestiere e il maestro gli erano odiosi come i fagiolini col filo, spesso era sul punto di scappare.

Anche il maestro s'era gi pentito pi d'una volta e amaramente di aver aderito alla preghiera di quel giovanotto dal carattere difficile, su cui non si poteva far conto e che aveva messo a dura prova la sua pazienza. Ci ch'era venuto a sapere del tenore di vita di Boccadoro, della sua indifferenza per il denaro e per la propriet, della sua prodigalit, dei suoi molti amori, delle sue risse frequenti, non poteva indurlo a maggior mitezza: s'era preso in casa uno zingaro, un compagno infido. Inoltre non gli era sfuggito con che occhi quel vagabondo guardasse sua figlia Elisabetta. Se tuttavia esercitava con lui maggior pazienza di quel che gli fosse agevole, non lo faceva per senso di dovere o per imbarazzo; ma per amore dell'apostolo Giovanni, che vedeva nascere sotto i suoi occhi. Con un sentimento di amore e di affinit spirituale che non confessava del tutto a se stesso, il maestro osservava quello zingaro, venuto a lui dal boschi, scolpire a poco a poco, capricciosamente ma con tenacia infallibile, su quel primo disegno cos commovente e cos bello malgrado la sua inesperienza, grazle al quale allora egli l'aveva tenuto presso di s, la figura in legno del discepolo. Non ostante tutti i capricci e le interruzloni, un giorno essa sarebbe giunta a c,ompimento, il maestro non ne dubitava, e allora sarebbe stata un'opera quale nessuno dei suoi lavoranti avrebbe mai potuto fare, quale poche volte riesce anche ai grandi maestri. Per quante cose egli disapprovasse nel suo scolaro, per quanti rimproveri gli rivolgesse, per quanto fosse spesso furente contro di lui, del suo Giovanni non gli diceva mai una parola. Quel resto di grazia adolescente e d'ingenuit fanciullesca, che aveva attirato a Boccadoro tante simpatie, era andato a poco a poco perdendosi negli ultimi anni. Egli era diventato un bell'uomo forte, molto ambito dalle donne, poco amato dagli uomini. Anche il suo animo, il suo aspetto intimo, si era molto mutato, da quando Narciso l'aveva destato dal dolce sonno dei suoi anm di convento, da quando l'avevano plasmato il mondo e la vlta vagabonda. Il grazioso scolaro mlte e benvoluto da tuttl, pio e servizievole, s'era trasformato da tempo in tutt'altro uomo. Narciso l'aveva destato, le donne lo avevan reso sapiente, il vagabondaggio gli aveva fatto perder le grazie della prima giovinezza. Amici non ne aveva, il suo cuore apparteneva alle donne. Queste potevano conqulstarlo facilmente, bastava uno sguardo di desiderio. Era difficile ch'egli sapesse resistere a una donna; rispondeva alla minima seduzione. E sebbene avesse un senso molto delicato della bellezza e amasse sopra tutto le fanciulle giovanissime, nello sboccio della loro primavera, si lasciava tuttavia commuovere e sedurre anche dalle donne meno belle e non pi giovani. Nelle sale da ballo rlmaneva talvolta accanto ad una ragazza matura e scoraggiata, che nessuno voleva e che lo conqulstava per le vie della compassione non solo, ma anche di una curiosit sempre desta. E appena cominciava a darsl ad una donna - fosse per settimane o soltanto per qualche ora - essa diventava bella per lui ed egli le si dava tutto. L'esperienza gli aveva insegnato che ogni donna e bella e pu donare felicit, che quella meno apparlsCente e disprezzata dagli uomini capace di un ardore e di una dedizione inaudite, che quella sfiorita ricca di una te-

nerezza dolce e malinconica pi che materna, che ogni donna ha il suo segreto e il suo fascino, la cui rivelazlone pu render felici. In questo tutte le donne erano uguali. Ogni mancanza di giovinezza e di bellezza era compensata da qualche atteggiamento particolare. Certo non tutte potevano tenerlo avvinto per un'ugual durata di tempo. Verso la pi giovane e la pi bella egli non era di un'ombra pi affettuoso o pi grato che verso la brutta, non amava mai a met. Ma c'erano donne che cominclavano veramente ad avvincerlo dopo tre o dopo dieci notti d'amore, e altre che gi dopo la prima volta erano esaurite e dimenticate. Amore e volutt gli parevano l'unica cosa che potesse davvero scaldare la vita, e darle un valore. L'ambizione gli era sconosciuta, per lui un vescovo o un mendicante valevano lo stesso; anche il guadagno e la propriet non riuscivano ad interessarlo; li disprezzava, non avrebbe mai fatto per essi il minimo sacrificio e gettava via spensieratamente il denaro, che in certi periodi guadagnava in abbondanza. L'amore delle donne, il gioco dei sessi stava per lui in cima a tutto e il fondo della sua frequente tendenza alla malinconia e al disgusto aveva origine nell'esperienza di quanto sia instabile e fugace la volutt. L'accendersi repentino e incantevole del piacere amoroso, il suo breve ardere appassionato, il suo rapido spegnersi: ecco ci che per lui conteneva il nocciolo di ogni esperienza, ci che diventava per lui l'immagine di ogni delizia e di ogni dolore della vita. A quella tristezza e al brivido provocato dalla fugacit del piacere egli poteva abbandonarsi con la stessa dedizione che all'amore, e anche quella malinconia era amore. Come l'estasi d'amore nel momento della sua massima tensione e felicit sicura di dover scomparire e morire l'istante appresso, cos l'intima solitudine e l'abbandono alla tristezza eran sicuri d'essere a un tratto inghiottiti dal desiderio, da un nuovo volgersi al lato luminoso della vita. Morte e volutt erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tomba e corruzione. La madre era Eva, era la fonte della felicit e la fonte della morte, generava eternamente, uccideva eternamente, in lei amore e crudelt erano una cosa sola, e pi egli portava in s la sua figura, pi essa ~iventava per lui un simbolo sacro. Egli sapeva non con le parole e con la coscienza, ma con la voce pi profon~a del sangue, che la sua vita conduceva alla madre, alla volutt e alla morte. Il lato paterno della vita, lo spirito, la volont non erano la sua patria. Quella era la patria di Narciso, e solo allora Boccadoro comprendeva a fondo le parole dell'amico e vedeva in lui il proprio contrapposto e questo appunto voleva rappresentare e rendere visibile nella sua figura di Giovanni. Si poteva sentire fino alle lacrime la nostalgia di Narciso, si poteva sognare meravigliosamente di lui... ma raggiungerlo, diventare come lui, non si poteva. Con un senso misterioso Boccadoro presentiva anche il segreto della sua natura d'artista, del suo profondo amore per l'arte e a volte del suo odio violento contro di essa. Intuiva, senza pensiero, col sentimento, in molteplici immagini, che l'arte era un'unionc del mondo paterno e materno, dello spirito e del sangue; poteva cominclare nella sfera pi sensuale e condurlo in quella pi astrat-

ta, o anche prender le mosse in un puro mondo d'idee e finire nella carne pi sanguigna. Tutte quelle opere d'arte, ch'erano veramente sublimi e non solo bei giochetti di prestigiatore, quelle che erano pregne dell'eterno mistero, per esempio quella Madonna del maestro, tutte le opere genuine e indubbie di un artista avevano questo duplice aspetto pericoloso e sorridente, questo carattere maschile e femminile, questo insieme d'istinto e di pura spiritualit. Ma pi di tutte la Madre Eva avrebbe mostrato un giorno questo doppio volto, se un giorno egli fosse riuscito a rappresentarla. Nell'arte e nell'essere artista stava per Boccadoro la possibilit di una conciliazione dei suoi contrasti pi profondi, oppure di una figurazione simbolica splendida e sempre nuova del dissidio della sua natura. Ma l'arte non era un puro dono, non si poteva avere per niente, costava moltissimo, esigeva sacrifici. Per pi di tre anni Borcadoro le aveva sacrificato ci ch'egli conosceva di pi alto e di pi indispensabile accanto alla volutt dell'amore: la libert. L'essere libero, il vagare nell'infinito, l'arbitrio della vita . errabonda, la solitudine e l'indipendenza, tutto questo egli aveva gettato da s. Gli altri potevano giudicarlo capriccioso, insubordinato e prepotente, quando talvolta abbandonava infuriato l'officina e il lavoro: per lui quella vita era una schiavit, che spesso lo amareggiava fino a diventargli insopportabile. Non al maestro egli doveva ubbidire, n all'avvenire, n al bisogno, ma all'arte. L'arte, questa dea apparentemente cos spirituale, aveva d'uopo di tante cose futili! Di un tetto sopra il capo, di strumenti, di legni, di creta, di colori, di oro: esigeva lavoro e pazienza. Ad essa egli aveva sacrificato la libert selvaggia dei boschi, l'ebbrezza dello spazio, l'aspra volutt del pericolo, l'orgoglio della mlseria e doveva rinnovare continuamente il sacrificio, con la goia strozzata e la bava alla bocca. Ritrovava una parte di ci che sacrificava, e si vendicava un poco della schiavit di quella vita ordinata e sedentaria, in alcune avventure che si collegavano con l'amore, nelle risse coi rivali. Tutta l'impetuosit frenata, tutta la forza repressa della sua natura si sfogava da quella valvola; egli divenne un noto e temuto rissaiolo. In istrada per recarsi da una ragazza o di ritorno dal ballo, essere assalito a un tratto in un viottolo scuro, ricevere un paio di bastonate, rivoltarsi fulmineo e passare dalla difesa all'attacco, stringere ansando il nemico boccheggiante, mettergli il pugno sotto il mento, prenderlo per i capelli o afferrarlo energicamente alla gola, era cosa che gli piaceva moltissimo e guariva per un po' di tempo i suoi umori tetri. E piaceva anche alle donne. Tutto ci riempiva le sue giornate e tutto aveva anche un senso, fin che durava il lavoro intorno al discepolo Giovanni. Questo si protrasse a lungo e gli ultimi tocchi delicati alla modellazione del volto e delle mani furono dati in un raccoglimento pa2iente e solenne. Port a termine il suo lavoro in uno stanzino per il deposito dei legni dietro l'officina dei lavoranti. Venne finalmen~e la mattina in cui la figura fu pronta. Boccadoro prese una scopa, spaz20 con cura lo stanzino, tolse delicatamente col pennello l'ultima polvere di legno dai capelli del suo Gio-

vanni e rimase a lungo davanti ad esso, un'ora e pi, invaso dal sentimento solenne di un avvenimento grande e raro, che poteva forse ripetersi ancora una volta nella sua vita, ma forse poteva anche rimanere unico. Un uomo nel giorno delle sue noz2e o in cui venga armato cavaliere, una donna dopo il primo parto deve sentire qualcosa di simile agitarsi nel suo cuore, un'alta consacrazione, una seriet profonda e insieme gi il timore segreto di quel momento, in cui anche quest'esperienza unica e sublime sia vissuta, passata, classificata ed inghiottita dal corso normale della vita. Immobile guardava l'amico Narciso, la guida dei suoi anni giovanili, l davanti a lui, con la testa alta in ascolto, nella veste del bel discepolo favorito, con un'espressione di calma, di dedizione e di piet ch'era come il germoglio d'un sorriso. A quel volto bello, pio e spirituale, a quella figura slanciata, quasi librata, a quelle mani lunghe, levate in un pio gesto di grazia, il dolore e la morte non erano ignoti, quantunque fossero pieni di giovinezza e di musica intima; ma ignoti erano loro la disperazione, il disordine, la rivolta. Lieta o triste che fosse l'a-

nima dietro quei nobili lineamenti, era intonata a pureZza, non tollerava dissonanze. Boccadoro, immobile, osservava l'opera sua. La contemplazione, cominciata come un'adorazione al monumento della sua prima giovinez2a e della sua amicizia, fin con una tempesta di ansie e di pensieri gravi. Ecco l la sua opera: il bel discepolo sarebbe rimasto e la sua fioritura delicata non avrebbe mai avuto fine. Egli invece, che l'aveva creato, doveva ormai prender congedo dalla propria opera, gi l'indomani essa non gli apparterrebbe pi, non aspetterebbe pi le sue mani, non crescerebbe e fiorirebbe pi sotto di esse, non sarebbe pi per lui rifugio, conforto e senso della vita. Egli rimaneva vuoto. E gli pareva che il meglio sarebbe stato prender congedo quel giorno stesso non solo dal suo Giovanni, ma anche dal maestro, dalla citt e dall'arte. Egli non aveva pi nulla da fare in quel luogo; non c'erano immagini nella sua anima, che potesse rappresentare. La vagheggiata immagine delle immagini, la figura della Madre degll uomml non gli era ancora raggiungibile, e per lungo tempo. Doveva rimettersi a lustrare figurine d'angelo, o a Intaghare ornamenti? Si strapp di l e pass nell'officina del maestro. Entr piano e rimase sulla soglia, finch Nicola lo vide e lo chiam.--Che c' Boccadoro? -- La mia statua finita. Potreste forse venir un momento a guardarla prima d'andare a tavola. --Volentieri, vengo subito. Passarono insieme nello stanzino, lasciando la porta aperta perch ci fosse pi luce. Nicola non aveva visto la figura da parecchio tempo e aveva lasciato lavorare Boccadoro senza disturbarlo. Ora osservava l'opera con sllenziosa attenzione, e il suo volto chiuso si faceva bello e luminoso: Boccadoro vide i suoi occhi azzurri e severi

diventare sereni. -- Bene, -- disse il maestro. prova d'esame, Boccadoro: ora strer la tua figura a quelli r che ti diano un diploma di -- Molto bene. E la tua hai finito d'imparare. Modella corporazione e chiedemaestro: l'hai meritato.

Boccadoro dava poca importanza alla corporazione, ma sapeva quale elogio significassero le parole del maestro, e ne fu lieto. Nicola, rigirando lentamente intorno alla statua del Giovanni, disse con un sospiro: -- Questa figura piena di religiosit e di chiarezza, seria, ma ricca di felicit e di pace. Si direbbe fatta da un uomo che ha in cuore molta luce, molta serenit. Boccadoro sorrise. -- Sapete che in questa figura io non ho rappresentato me stesso, ma il mio pi caro amico. Egli vi ha portato la chiarezza e la pace, non io. Non sono stato io a creare quell'immagine, egli me l'ha messa nell'anima -- Pu darsi, --disse Nicola.--E un mistero, in che modo nasca una figura come questa. Io non sono precisamente umile ma debbo dire: ho fatto molte opere che sono di gran iunga inferiori alla tua, non per arte e per accuratezza, ma per verit. Via, lo sai tu stesso, un'opera simlle non si ripete. E un mistero. -- S, -- disse Boccadoro, -- quando ebbi terminata la figura e la guardai, pensai fra me: un'opera come questa non ti riuscir una seconda volta. Perci, maestro credo che presto ritorner alla vita del vagabondo. Nicola lo guard stupito e malcontento. --Ne riparleremo. Il lavoro per te dovrebbe cominciare proprio ora, non questo davvero il momento di scappare Ma per oggi fai vacanza, e a mezzogiorno sarai mlo osplte. A mezzogiorno Boccadoro arriv, pettinato e lavato, con l'abito della festa. Questa volta sapeva quanta importanza avesse e che raro favore fosse un invito alla mensa del maestro. Ma, mentre saliva la scala che conduceva al vestibolo tutto adorno di statue, era ben lungi dal sentire in s il rispetto e la timida gioia dell'altra volta, quando era entrato col batticuore in quelle belle stanze silenziose Anche Elisabetta era elegante, con una catena ornata di pietre preziose intorno al collo; e a tavola, oltre al carpione e al vino, ci fu un'altra sorpresa il maestro gli regal un borsellino di cuoio con due monete d'oro: il suo compenso per la statua eseguita Questa volta egli non rimase muto, mentre padre e figlia chiacchieravano fra loro. Entrambi gli rivolgevano la parola e fu fatto un brindisi. Gli occhi di Bo~cadoro non stavano oziosi; coglieva l'occasione per osservare attentamente la bella ragazza dal viso aristocratico e un poco

altero, e i suoi sguardi non dissimulavano quanto gli piacesse. Ella si mostrava gentile con lui, senza per arrossire n riscaldarsi, e ci lo lasciava deluso. Egli tornava a sentir vivo il desiderio di costringere quel bel volto immobile a parlare e a rivelare il suo segreto. Dopo tavola ringrazi, rimase un poco ad ammirare le sculture in legno del vestibolo, poi pass il pomeriggio a zonzo per la citt, indeciso e sfaccendato. Era stato molto onorato dal maestro, oltre ogni aspettativa. Perch ci non lo rendeva lieto? Perch tutto quell'onore sapeva cos poco di festa per lui? Gli venne un'ispirazione e la segu: prese a nolo un cavallo e si diresse verso il convento, dove un giorno aveva visto per la prima volta l'opera del maestro e udito il nome di lui. Eran passat due anni e gli pareva un tempo infinito. Nella chiesa del convento visit e contempl la Madre di Dio, che ancora una volta lo soggiog e lo rap; era pi bella del suo Giovanni, pari per profondit intima e misteriosa, ma superiore per arte, per llbero slancio etereo. Egli scorgeva ora nell'opera partlcolari che solo l'artista vede, movimenti lievi e delicati nella veste, arditezze nella formazione delle lunghe mam e delle dita, fini accorgimenti nello sfruttare le accidentalit nella struttura del legno... tutte queste belle7ze non erano nulla in confronto dell'insieme, della semplicit e sincerit della visione, ma esistevano ed erano molto belle, e anche nell'artista pi ispirato eran possibili solo quando conoscesse a fondo il suo mestiere. Per ragglungere di questi effetti, uno doveva avere non soltanto l'anima ricca d'immagini, ma anche gli occhi e le mam meravigliosamente addestrati ed esercitati. Forse valeva dunque la pena di metter tutta la propria vlta al servlzlo dell'arte, a prezzo della libert, a prezzo delle grandi esperienze, pur di riuscir a produrre qualcosa di cos bello, non solo vissuto, contemplato e concepito in amore, ma anche eseguito con sicura maestria fin nell'ultimo partlcolare? Era una grande queStlOne. Boccadoro ritorn in citt a notte tarda col cavallo stanco. C'era ancora aperta un'osteria: mangi del pane e bevette del vino, poi sal nella sua camera in plaZZa del mercato del pesce; era in disaccordo con se stesso, pieno di domande, pieno di dubbi. C~PITOLO Xll Il giorno dopo Boccadoro non seppe decidersi ad andare all'officina. Come gi in tante altre giornate di cathvo umore, cammin a zonzo per la citt. Vide le donne e le ragaze che andavano al mercato, sost specialmente presso la fontana, osservando i mercanti di pesce e le loro donne vigorose, mentre offrivano in vendita e decantavano la loro merce, mentre estraevano dai loro tini i pesci freddi e argentei, alcuni dei quali s'arrendevano quleti alla morte, con la bocca dolorosamente aperta e gli occhi d'oro fissi in un'espressione d'angoscia, altri invece Si rlbellavano furenti e disperati. Come gi tante volte, lo prendeva una viva compassione per quelle bestie

e una trlste indignazione contro gli uomini; perch questi erano cos ottusi e roz2i e inconcepibilmente stolti e miopl, perch tutti quanti non vedevano nulla, n i pescatori n le pesclvendole n i compratori che tiravan sul prez2o; perch non vedevano quelle bocche, quegli occhi spaventatl a morte e quelle code che si dibattevano violentemente, non vedevano quella tremenda lotta disperata e vana, quell'Insopportabile trasformazione dei misterlosl ammall cos meravigliosamente belli, che rabbrivldivano nell'ultlmo lieve tremito sulla pelle morente e pOI giacevano mortl e spenti, lunghi e tirati, miseri pezzi di carne per la tavola del ghiottone soddisfatto? Nulla vedevano questi uomin, nulla sapevano e osservavano nulla parlava loro! Che importava se un povero grazioso animale s'irrigidiva sotto i loro occhi, o se un maestrO rendeva visibile in un volto santo la speranza, tutta la nobllt, tutto il dolore e tutta la cupa, stringente angoscla della vita umana, fino a darne il brivido?... Nulla vedevano, nulla li commoveva! Tutti erano soddisfatti o af-

faccendati, avevano interesse, avevano fretta, gridavano, ridevano, si ruttavano in faccia, facevan chiasso, facevan dello spirito, urlavano per due soldi, e tutti stavano bene, tutti erano in regola, soddisfattissimi di s e del mondo. Porci erano, ah, molto peggio, molto pi sozzi dei porci! Anch'egli, vero, era stato spesso in mezzo a loro e s'era sentito contento fra i suoi simili e aveva fatto la corte alle ragazze e aveva mangiato ridendo senza orrore i pesci arrostiti. Ma poi sempre, talora tutt'a un tratto come per incanto, la gioia e la tranquillit l'avevano abbandonato e quell'illusione grassa e corpacciuta era caduta dal suo spirito, quella soddisfazione di s, quell'importanza e quella calma stagnante dell'anima, e s'era sentito trascinar via nella solitudine e nella fantastlcherla tormentata, spinto alla vita vagabonda, alla contemplazione del dolore, della mortc, dell'incertezza d'ogm attlvit, costretto a fissar gli occhi nell'abisso. Talvolta allora da quel suo disperato abbandono alla visione dell'assurdo e del pauroso gli era'sbocciata una gioia improvvisa, un innamoramento appassionato, la voglia di cantare una bella canzone o di disegnare; oppure, odorando un fiore, giocando con un gatto, gli era tornato l'accordo ingenuo con la vita. Anche questa volta sarebbe tornato, domani o dopodomani, e il mondo sarebbe stato di nuovo buono e meraviglioso: fino a quando non ritornasse un'altra volta la tristezza, la fantasticheria tormentosa, l'amore opprimente e senza speranza per i pesci morlbondi, per i fiori che appassiscono, l'orrore per il quietO vivere degli uomini, sozzo ed ottuso, per il loro star a bocca aperta e non vedere. In questi momenti il suo pensiero riandava sempre con penosa curiosit e con angOsCIa profonda a Vittore, al goliardo vagante, a cui un glorno aveva piantato il coltello fra le costole e che aveva abbandonato, coperto di sangue, sui rami d'abete; e pensava e ripensava che mai poteva esser avvenuto di quel Vittore: se gli animali l'avevano divorato del tutto, o se qualcosa di lui era rimasto. S, rimaste eran certo le ossa e forse qualche ciuffo di capelli. E le ossa... che avverrebbe di loro, quanto tempo dovrebbe passare, decenni o solo anni, prima che anch'esse perdessero la loro forma e diventassero terra? Ecco, in quel momento, mentre guardava i pesci con

compassione e la gente del mercato con disgusto, il cuore gonfio d'inquieta tristezza e di amara ostilit per il mondo e per se stesso, doveva pensare a Vittore. Forse era stato trovato e sepolto? E se ci era avvenuto... Ia sua carne s'era ormai staccata tutta dalle ossa, tutto era ormai putrefatto, tutto avevano divorato i vermi? C'erano ancora capelli sul suo cranio e sopracciglia sopra le sue orbite? E della vita di Vittore, ch'era pur stata piena d'avventure e di storie, e del gioco fantastico dei suoi scherzi e delle sue curiose barzellette... che n'era rimasto? Oltre ai pochi ricordi che conservava di lui il suo uccisore, sopravviveva ancora qualcosa di quell'esistenza umana, che pure non era stata delle pi comuni? C'era ancora un Vittore nei sogni delle donne che l'avevano amato? Ah, tutto probabilmente finito e dileguato! E questa era la sorte di tutti e di tutto, fiorire in fretta ed in fretta appassire: poi cadeva sopra la neve. Che magnifico rigoglio c'era stato in lui stesso, Boccadoro, quando pochi anni prima era giunto in quella citt, con l'anima piena d'aspirazioni artistiche e di timida e profonda venerazione per il maestro Nicola! E che cosa era rimasto di tutto questo? Nulla, nulla pi di quanto rimanesse della lunga figura di brigante del povero Vittore. Se allora qualcunq gli avesse detto che sarebbe venuto un giorno in cui Nicola lo avrebbe riconosciuto suo pari e avrebbe chiesto per lui alla corporazione il diploma di maestro, egli avrebbe creduto di aver fra le mani tutta la felicit del mondo. Ed ecco che questo non era ormal plu che un fiore avvizzito, una cosa arida e senza gioia. Mentre era immerso in questi pensieri, Boccadoro, ebbeall'improvviso una visione. Fu un momento solo, il lampeggiar d'un baleno: vide il volto della Madre primigenia, chino sopra l'abisso della vita, con un sorriso vago e uno sguardo bello e crudele, lo vide sorridere alle nascite, alle morti, ai fiori, alle foglie crepitanti dell'autunno, sorridere all'arte, sorridere alla putrefazione. Tutto aveva lo stesso valore per la Madre dei viventi, sopra tutto vagava, come la luna, il suo sorriso inquietante, a lel era altrettanto caro Boccadoro con le sue malinconiche meditazioni quanto il carpione morente sul selciato del mercato dei pesci, era altrettanto cara la super-

ba e fredda signorina Elisabetta quanto le ossa, disperse nella foresta, di quel Vittore che un giorno gli avrebbe rubato tanto volentieri il suo ducato. Gi il lampo s'era spento e il misterioso volto della Madre era scomparso. Ma il suo bagliore scialbo guizzava ancora in fondo all'anima di Boccadoro, e un'ondata di vita, di dolore, di opprimente nostalgia tumultuava nel suo cuore. No, no, egli non voleva la felicit e la sazlet degli altri, dei compratori di pesce, dei cittadini, della gente affaccendata. Che il diavolo li portasse! Ah, quel viso pallido e balenante, quella bocca piena, matura, d'estate avanzata, sulle cui labbra grevi era passato come una folata di vento e come un raggio di luna quell'indefinibile sorriso di morte!

Boccadoro and a casa del maestro: era verso mezzogiorno; attese fin che ud Nicola lasciar il lavoro e lavarsi le mani. Allora entr da lui. -- Permettetemi di dirvi due parole, maestro: posso farlo mentre vi lavate le mani e indossate la giubba. Ho sete d'una boccata di verit, vorrei dirvi qualcosa che forse ora so dire e poi non pi. Mi trovo in uno stato, in cui bisogna che parli con qualcuno, e VOI siete il solo che forse mi pu capire. Non parlo all'uomo che possiede un'officina famosa e riceve onorevoli incarichi da citt e da conventi e ha due assistenti e una casa bella e ricca. Parlo al maestro che ha fatto quella Madonna laggi nel chiostro, la pi bella figura che io conosca Quest'uomo io ho amato e venerato, diventar suo parl mi sembrava la meta pi alta di questa terra. Ora ho creato anch'io una figura, il Giovanni, non l'ho saputa fare cos perfetta come la vostra Madre di Dio, ma insomma quel che . Non ne ho un'altra da fare, non c' nessuna immagine che mi chiami, che mi costringa a rappresentarla. O meglio, ce n' una, una sacra immagine lontana, che un giorno dovr, ma che oggi non posso ancora rappresentare. Per riuscirvi debbo vivere ancora molto e arricchirmi d'altre esperienze. Forse potr fra tre, quattro anni, o fra dieci, o pi tardi ancora, o anche mai Ma fino a quel momento, maestro, non voglio esercitar il mestiere e verniciar figure e intagliar pulpiti e condurre una vita d'artigiano nell'officina e guadagnar denaro e diventar simile a tutti gli artigiani; non voglio questo, io voglio vivere e girovagare, sentire l'estate e l'inverno, guardare il mondo, sperimentare la sua bellezza e il suo orrore. Io voglio soffrire la fame e la sete e voglio dimenticarmi, liberarmi di tutto quello che ho vissuto e imparato qui da voi. Desidererei bens di poter fare un giorno qualcosa di cos profondamente commovente come la vostra Madre di Dio... ma diventare come voi, vivere come voi vivete non voglio. Il maestro che s'era lavato e asciugato le mani, si volt verso Boccadoro e lo guard. Il suo volto era severo, ma non in collera. -- Tu hai parlato, -- disse, -- e io ho ascoltato. Basta cos. Non ti aspetto al lavoro, quantunque ci sia molto da fare. Non ti considero come un mio aiutante: tu hai bisogno di libert. Vorrei discutere di alcune cose con te, caro Boccadoro: non ora, fra qualche giorno; intanto puoi passare il tempo come ti pare. Vedi, io sono molto pi vecchio di te e ho parecchie esperienze. Penso in un altro modo, ma ti capisco e so quello che intendi. Fra un po' di giorni ti far chiamare. Parleremo del tuo avvenire: ho diversi progetti. Fino allora abbi pazienza! So bene quel che si prova quando si terminata un'opera che stava a cuore, conosco codesto senso di vuoto. Passa, credimi. Boccadoro se n'and insoddisfatto. Il maestro era ben intenzionato verso di lui, ma come poteva aiutarlo? Egli conosceva un punto del fiume, dove l'acqua non era alta e scorreva sopra un fondo pieno di rottami e di rifiuti; dalle case del sobborgo dei pescatori vi getta-

vano dentro ogni sorta d'immondizie. Si rec l, sedette sul muro di sponda e guard gi nell'acqua. Egli amava molto l'acqua, ogni acqua lo attraeva. E guardando di lass, attraverso la corrente cristallina, il fondo cupo e indistinto, si vedevan qua e l luccicare e scintillare con un baglior d'oro smorzato e suggestivo, cose irriconoscibili,.forse un vecchio coccio di piatto, o una falce storta gettata via, o un tegolo smaltato, talvolta poteva essere anche uno di quei pesci che vivono nella melma, un grosso capitone od una lasca, che si voltolava laggi e riceveva per un attimo sulle chiare pinne del ventre e sulle scaglie un raggio di luce... non si poteva mai riconoscere con precisione di che si trattasse, ma aveva sem-

pre un fascino magico e suggestivo quel subitaneo e smorzato scintillar d'aurei tesori, immersi nel fondo umido e nero. Simili a questo piccolo mistero dell'acqua gli pareva che fossero tutti i misteri veri, tutte le immagini reali dell'anima: non avevano contorno, non avevano forma, la lasciavano solo presentire come una bella possibilit lontana, erano velati ed ambigui. Come l nella penombra della verde profondit fluviale brillava col guizzo d'un baleno qualcosa d'indefinibile fra l'oro e l'argento, un nulla e pur ricco delle pi liete promesse, cos il profilo vago d'un uomo, veduto di scorcio, poteva talvolta annunciare qualcosa d'infinitamente bello o d'immensamente triste, oppure come nella notte sotto un carro da trasporto pendeva una lanterna e proiettava sui muri le ombre giganti e gigantesche dei raggi delle ruote, questo gioco d'ombre poteva per la durata d'un minuto esser pieno di visioni, d'avvenimenti e di storie come tutto Virgilio. Della stessa stoffa magica e irreale eran tessuti i sogni notturni, un nulla che conteneva in s tutte le immagini del mondo, un'aCqua nel Cui cristallo stavano le forme di tutti gli uomini, di tutti gli animali, degli angeli e dei demoni, come possibilit sempre deste. Boccadoro si sprofond di nuovo in quel gioco, fiss perdutamente il fiume che scorreva, vide tremare sul fondo bagliori informi, immagin corone regali e bianche spalle di donne. Una volta, a Mariabronn, si rammentava d'aver veduto nelle lettere latine e greche simili forme di sogno, simili trasfigurazioni magiche; non ne aveva parlato con Narciso allora? Ah, quando era stato, quante centinaia d'anni addietro? Ah, Narciso! Per veder lui, per parlare un'ora con lui, per tenere la sua mano, per udire la sua voce calma e saggia, avrebbe dato volentieri i suoi due ducati d'oro. Ma perch queste cose erano cos belle, questo rilucer d'oro sotto l'acqua queste ombre e queste intuizioni, tutte queste visioni irreali e fatate... perch erano cos ineffabilmente belle e davano tanta felicit, se erano proprio il contrario di ci che di bello pu fare un artista? Giacch, se la bellezza di quelle cose indefinibili era senza forma e stava soltanto nel mistero, nelle opere dell'arte avveniva precisamente il contrario, esse eran tutte forma, parlavano perfettamente chiaro. Nulla era pi inesorabilmente chiaro e definito della linea di una testa o di una bocca disegnata o scolpita nel legno. Con una precisione matematica egli avrebbe saputo riprodurre in un disegno il labbro inferiore o le palpebre della Madonna di

Nicola; l non c'era nulla d'indefinito, d'illusorio, d'evanescente. Boccadoro s'abbandonava tutto a queste riflessioni. Non riusclva a spiegarsi come fosse possibile che quanto si poteva pensare di pi determinato e di pi formato agisse sull'anima allo stesso modo come ci che v'era di pi inafferrabile e di pi informe. Una cosa per gli si rivel in questa meditazione: perch tante opere d'arte inappuntabili e ben fatte non gli piacessero e, non ostante una certa bellezza, gli riuscissero noiose, quasi odiose. Officine, chiese e palazzi erano pieni di queste opere insopportabill, egli stesso aveva lavorato ad alcune di esse. Davano una delusione profonda, perch mancava loro l'essenziale: il mistero. Questo era ci che avevano in comune il sogno e l'opera d'arte pi perfetta: il mistero. Boccadoro pensava ancora: un mistero appunto quello che io amo, che io inseguo che pi volte ho veduto balenarmi dinanzi e che, se mi sar possibile un giorno, vorrei rappresentare da artista e costringere a rivelarsi E la figura della grande generatrice, della Madre primigenia: e il suo mistero non sta, come quello di un'altra figura, in questa o quella singolarit, in una particolare pienezza o magrezza, solidit od eleganza, forza o grazia, bens nell'aver riuniti in s e pacificati i pi grandi contrastl, altrimenti inconciliabili nel mondo. nascita e morte, bont e crudelt, vita e annientamento. Se io avesSl escogltato da me questa figura, se fosse solo un gioco del mlo pensiero o un ambizioso desiderio d'artista, poco importerebbe, io potrei capire le sue manchevolezze e dimenticarla. Ma la Madre primigenia non un pensiero perch l'ho inventata io, l'ho veduta! Essa vive in me l'ho ripetutamente incontrata, La presentii la prima volta, quando in un villaggio, una notte d'inverno, dovetti tenere il lume sopra il letto di una contadina partoriente: allora l'immagine cominci a vivere in me. Spesso stata lontana e perduta, lungo tempo, ma poi a un tratto mi rlbalena davantl, anche oggi. L'immagine della mia propria madre, un tempo la pi cara per me, si completamente trasformata in questa nuova e vi sta dentro come il nocciolo in una ciliegia. Sentiva poi chiaramente la sua situazione attuale, l'ansia innanzi a una decisione. Non meno d'allora, quando aveva detto addio a Narciso e al convento, Si trovava su di una via importante: la via verso la Madre. Forse un giorno dalla Madre sarebbe uscita una figura plasmata e a tutti visibile, un'opera delle sue mani. Forse l stava la meta, l era celato il senso della sua vlta. Forse; non lo sapeva. Ma una cosa sapeva: segulre la Madre, essere in cammino verso di lei, attratto, chiamato da lel, era bene, era vita. Forse non avrebbe mai saputo rappresentare la sua immagine, forse sarebbe rimasta sempre sogno, presentimento, attrattiva, aureo balemo di un sacro mistero. Ebbene, in ogni caso egli doveva seguirla, a le doveva affidare il suo destino, era lei la sua stella. Ed ecco che la decisione s'era fatta imminente, tutto era diventato chiaro. L'arte era una bella cosa, ma non era una dea n una meta, non lo era per lui; non l'arte egli doveva seguire, solo il richiamo della Madre. A che

poteva giovare render sempre plu abfli le sue dita. In maestro Nicola si poteva vedere dove ci conducesse. Conduceva alla gloria e alla fama, al denaro e alla vita sedentaria, e a un inaridimento e intristimento di quei sensi interiori, ai quali soltanto accessibile il mistero. Conduceva alla fattura di leggiadri e preziosi trastulli, a ricchi altari e pulpiti d'ogni sorta, a immagini di san Sebastiano e a testine d'angelo graziosamente ricciute, quattro talleri al pezzo. Oh, l'oro nell'occhio d'un carpione e la delicata, sottile peluria argentea sull'orlo di un'ala di farfalla erano infinitamente pi belli, pi VIVI, pl deliziosi di tutta una sala piena di quelle opere d'arte. Un ragazzo scendeva cantando per la strada m riva al fiume; tavolta il suo canto ammutoliva ed egli addentava un grosso pezzo di pan bianco, che aveva in mano. Boccadoro lo vide e gli chiese un pez2etto del suo pane, ne trasse fuori con due dita un po' di mollica e ne form delle pallottole. Sporgendosi dal parapetto, gett nell'acqua lentamente l'una dopo l'altra le palline di pane, le vide affondare chiare nell'acqua scura, le vide circondate da teste di pesci accorsi in fretta a sciami, poi scomparire in una di quelle bocche. A una a una le vide affondare e scomparire, con viva soddisfazione. Poi sent fame e and a cercare una delle sue belle, che serviva in casa d'un macellaio e ch'egli chiamava signora delle salslcce e dei prosciutti . Col fischio consueto l'attir alla finestra della cucina; aveva intenzione di farsi dare da lei qualche cosa da mangiare, intascarla e consumarla poi di la dal fiume, in uno di quei vigneti la cui terra rossa e pmgue splendeva cos viva sotto i pampini rigogliosi e dove m primavera fiorivano i piccoli giacinti az2urri dal delicato profumo della frutta a nocciolo. Ma pareva che fosse il giorno delle decisioni e delle intuizioni profonde. Quando Caterina comparve alla finestra e sorrise dal viso sodo e un po' rozo, quando gi egli tendeva la mano per darle il consueto segnale, all'improvviso si ramment di tutte le altre volte ch'era stato l cos ad aspettare. E con una chiarez2a tediosa vide in precedenza tutto quello che sarebbe avvenuto nei momenti successivi: come ella avrebbe riconosciuto il suo segnale e si sarebbe ritratta, per ricomparire poco dopo alla porta di servizio, con in mano della carne affumicata che egli avrebbe preso, accarez2ando un poco la ragaz2a e stringendola a s, com'ella s'aspettava... e gli parve a un tratto infinitamente stupido e brutto quel provocare ancora una volta tutto un succedersi meccanico di cose gi vissute e rappresentarvi la solita parte: ricever la salsiccia, sentirsi premer contro il petto quel seno robusto e premerlo a sua volta un poco in cambio del dono. A un tratto credette di scorgere nel volto buono e rozzo di lei un'espressione di consuetudine priva d'anima, nel suo sorriso cordiale qualcosa che aveva visto troppo spesso, qualcosa di meccanico, senza mistero, indegno di lui. Non descrisse fino in fondo il gesto abituale con la mano, sul volto si gel il sorriso. L'amava egli ancora, la desiderava sul serio? No, gi troppe volte era stato li, troppe volte aveva veduto quel sorriso sempre uguale e l'aveva ricambiato senza l'impulso del cuore. Ci che il giorno mnan2i. avrebbe ancora potuto fare spensieratamente, a un tratto non gli era pi possibile. La ragaz2a

era ancora alla finestra a guardare, ed egli aveva gi voltato le spalle ed era scomparso in fondo al vicolo, deciso a non mostrarsi mai pi. Accarezzasse un altro quel seno! Mangiasse un altro quelle buone salsicce! Quanto

si divorava e si dissipava ogni giorno in quella pingue citt soddisfatta! Com'eran pigri viziati, schifiltosi quei grassi cittadini, per i quali ogni giorno s'ammazzavano tanti maiali e tanti vitelli e si tiravan su dal fiume tantl poveri e bei pesci! Ed egli stesso... come s'era viziato e guastato anche lui, com'era diventato schifosamente Slmile a quei pingui cittadini! In giro per il mondo, nella campagna coperta di neve, una prugna secca o una crosta di pan vecchio erano ben pi appetitose che l nel benessere tutto il pranzo di una corporazione. O vita errabonda, o libert, o landa rischiarata dalla luna, o traccla d'animali cautamente osservata nell'erba umida e grlgla del mattino! L in citt, presso i sedentari, tutto riusclva cos facile e costava cos poco, perfino l'amore. A un tratto ne aveva abbastanza, ci sputava sopra. La vlta l aveva perduto il suo significato, era un osso senza midollo. Era stata bella e aveva avuto un senso fin che ll maestro era stato un modello, Elisabetta una principessa; era stata sopportabile, fin ch'egli aveva lavorato al suo Giovanni. Ormai era finita, il profumo s'era dfleguato, il fiorellino era appassito. Con un'ondata violenta lo afferr il sentimento della caducit, che tante volte poteva tormentarlo cos profondamente e cos profondamente inebbriarlo. Tutto sfioriva presto, presto era esaurito ogni piacere e nulla rimaneva fuor che ossa e polvere. Ma no, una cosa rimaneva: la Madre eterna, antichisslma ed eternamente giovane, col sorriso d'amore triste e crudele. La rivedeva a momenti: gigantesca con le stelle nei capelli, seduta a sognare sul margine del mondo, coglieva giocando con la mano un fiore dopo l'altro, una vita dopo l'altra e lentamente li lasciava cadere nell'abisso senza fondo. . . In quei giorni, mentre Boccadoro vedeva impallldire dietro di s un tratto di vita sfiorito e vagava per la regione familiare in una triste ebbrez2a d'addio, maestro Nicola si dava gran pena per provvedere al suo avvenire e per rendere sedentario per sempre quell ospite inquieto. Persuase la corporazione ad assegnare a Boccadoro il diploma di maestro e medit il progetto di legarlo durevolmente a s non come subalterno ma come collaboratore, di discutere e d eseguire con lui tutte le grandi commissioni che riceveva e di associarlo al loro reddito. Forse era un rischio, anche per Elisabetta, poich naturalmente il giovane sarebbe diventato presto suo genero. Ma una figura come il Giovanni anche il migliore di tutti gli assistenti assoldati da Nicola non l'avrebbe mai saputa fare, ed egli stesso diventava vecchio e le sue ispirazioni e la sua forza creatrice impoverivano; n egli voleva vedere la sua celebre officina decadere ad una volgare industria manuale. Sarebbe stato difficile con quel Boccadoro; ma bisognava osare. Cos il maestro faceva accuratamente i suoi calcoli. Avrebbe fatto restaurare e ingrandire per Boccadoro la parte posteriore dell'officina, gli avrebbe messo in ordine

la stanza sotto tetto, gli avrebbe regalato anche dei bei vestiti nuovi per il suo ricevimento nella corporazione. Chiese poi con cautela l'opinione di Elisabetta, che da quel pranzo in poi s'aspettava qualcosa di simile. E guarda, Elisabetta non era contraria. Se il giovanotto era costretto a fissare la sua dimora e se il maestro voleva, ella era contenta Anche qui dunque nessun ostacolo. E se maestro Nicola e la professione non erano ancora riusciti del tutto a domare quello zingaro, Elisabetta avrebbe saputo compiere l'opera. Cos tutte le fila eran tirate e l'esca appesa dietro il laccio per accalappiare l'uccello. E un giorno Boccadoro, che non s'era pi lasciato vedere, fu mandato a chiamare e invitato di nuovo a mensa. Ricomparve spaz201ato e pettinato, sedette di nuovo nella bella stanza un po' troppo solenne, tocc di nuovo il bicchiere col maestro e con la figliola del maestro, finch questa si allontan e Nicola venne fuori col Suo progetto e con la sua proposta. -- Mi hai inteso, -- aggiunse alle sue sorprendenti comunicazioni,--e non ho bisogno di dirti che non s' mai dato che un giovane, senza neppur aver assolto il periodo di scuola prescritto, sia diventato cos presto maestro e abbia trovato subito il nido caldo. La tua fortuna fatta, Boccadoro. Boccadoro guardava il suo maestro, meravigliato e col cuore oppresso; allontan da s il bicchiere, ancora semipieno. S'era atteso che Nicola lo rimproverasse un poco per i giorni trascorsi in ozio e poi gli proponesse di rimaner con lui come assistente. Ecco invece come stavano

le cose. Si sentiva triste e imbarazzato di sedere cos di fronte a quell'uomo. Non trov subito una rlsposta. Il maestro, con un volto gi un po' teso e deluso nel non veder subito accettata con gioia e con umilt la sua cnorevole offerta, s'alz dicendo: --Dunque la mia proposta ti giunge inattesa, forse prima vuoi pensarci su. Mi spiace un poco, avevo creduto di procurarti una gran gioia. Ma per conto mio, prenditi pur tempo per riflettere. -- Maestro, -- disse Boccadoro, cercando a fatica le parole, -- non abbiatevene a male! Vi ringrazio con tutto il cuore della vostra benevolenza e vi ringrazio ancor pi della pazienza con cui m'avete trattato come scolaro. Non dimenticher mai quale debito ho verso di voi. Ma non ho bisogno di tempo per riflettere, mi sono gi deciso da un pezzo. --Deciso a che? -- Era gi cosa stabilita in me prima che accettassi il vostro invito e che avessi la minima idea delle vostre onorevoli offerte. Io non rimango pi qui, torno a girare il mondo. Nicola impallid e lo guard con occhi cupi.

--Maestro, -- supplic Boccadoro, -- credetemi, non voglio offendervi! Vi ho detto la mia decisione Non pu pi mutare. Debbo andarmene, debbo viagglare, debbo ritrovare la libert. Permettete che vi rmgrazi ancora una volta di Cuore, e separiamoci da amici. Con le lacrime agli occhi, gli tese la mano Nicola non la prese; s'era sbiancato in volto e commcl a cammlnare in su e in gi per la stanza, sempre piu rapidamente; i suoi passi rintronavano dalla collera. Boccadoro non l'aveva mai veduto cos. Poi il maestro s'arrest a un tratto, si domin con un terribile sforzo e, senza guardare Boccadoro, sibfl fra i denti: --Bene, allora va! Ma va subito! Che non ti riveda pi, affinch io non faccia e non dica qualche cosa, di cui potrei pentirmi un giorno. Va! Boccadoro gli tese ancora la mano. Il maestro fece l'atto di sputarci sopra. Allora Boccadoro, ch'era pure diventato pallido, volt le spalle, usc piano dalla stanza, fuori si mise il berretto, scivol gi dalla scala lasciando scorrer l m~no sulle teste scolpite delle colonnette, da basso entr nella piccola officina del cortile, rimase un poco davanti al suo Giovanni per prender congedo, e lasci la casa con un'amarez2a in cuore, pi profonda di quella provata, un giorno, nel lasciare il castello del cavaliere e la povera Lidia. "Se non altro stata una cosa rapida! Se non altro non si son dette parole inutili!" Questo era l'unico pensiero che lo confortava, mentre varcava la soglia per uscire, e la strada e la citt lo guardavano a un tratto con quel volto mutato ed estraneo, che prendono le cose consuete quando il nostro cuore ha detto loro addio. Si volse a guardare la porta di quella casa... era ormai la porta di una casa straniera e chiusa per lui. Giunto nella sua camera, Boccadoro cominci i preparativi per la partenza. Veramente non c'era molto da preparare; non c'era altro da fare che prender congedo. Appeso alla parete era un quadro dipinto da lui, una dolce Madonna; intorno c'eran cose che gli appartenevano: un cappello della festa, un paio di scarpe da ballo, un rotolo di disegni, un piccolo liuto, una serie di figurine di creta plasmate da lui, alcuni regali delle sue belle: un maz20 di fiori artificiali, un bicchiere color rosso rubino, un vecchio panforte indurito in forma di cuore ed altre simili bazzecole, ognuna delle quali aveva il suo significato e la sua storia e gli era stata cara; ormai era tutta cianfrusaglia importuna, poich nulla gli era consentito di portare con s. Pot almeno barattare col padrone di casa il bicchiere color rubino contro un forte e buon coltello da caccia, che affil sulla cote in cortile, sbriciol il panforte e lo diede in pasto ai polli del cortile vicino, regal la Madonna alla padrona di casa e n'ebbe in cambio un dono utile: un vecchio sacco da viaggio in cuoio e un'abbondante provianda per il viaggio. Nel sacco mise alcune camicie che possedeva e qualche disegno pi piccolo rotolato intorno a un pezzo di manico di. scopa, poi le provvigioni. Il resto della roba dovette rimaner l.

C'erano parecchie donne nella citt, da cui sarebbe stato conveniente prender commiato; presso una di queste aveva dormito ancora la notte innanzi, senza dirle nulla dei suoi progetti. S, c'era sempre qualcosa che s'attaccava alle calcagna, quando uno voleva mettersi in viaggio, Non bisognava darvi importanza. Egli non disse addio a nessuno, fuorch alla gente di casa. Lo fece la sera, per poter partire all'alba. Tuttavia al mattino qualcuno s'era alzato, che, mentr'egli stava per lasciar la casa senza far rumore, lo invit in cucina a bere una zuppa di latte. Era la figlia di casa, una bambina di quindici anni, una creatura quieta e malaticcia con dei begli occhi, ma con un difetto all'articolazione del femore, che la faceva zoppicare. Si chiamava Maria. Con un viso affaticato dalla veglia, pallidissima, ma vestita e ravviata con cura, gli serv in cucina del latte caldo e del pane, e pareva molto triste per la sua partenza. Egii la ringrazi e nel dirle addio la baci pietoso sulla bocca sottile. Devotamente, con gli occhi chiusi, ella ricevette il bacio. C~PITOLO Xlll Nei primi tempi del suo nuovo vagabondaggio, nella prima avida ebbrezza della riconquistata libert, Boccadoro dovette tornar ad imparare la vita senza patria e senza tempo del giramondo. Non soggetti ad alcuno, dipendenti solo dalle vicende dell'atmosfera e della stagione, senza una meta dinanzi a s, senza un tetto sopra di s, in possesso di nulla, esposti a tutti gli eventi, i vagabondi conducono la loro vita semplice e coraggiosa, misera e forte. Sono i figli di Adamo, dell'uomo cacciato dal Paradiso, e sono i fratelli degli animali, degl'innocenti. Dalla mano del cielo prendono ora per ora ci che vien loro dato: sole, pioggia, nebbia, neve, caldo e freddo, benessere e indigenza; per loro non esiste il tempo, la storia, non esiste una mira, e neppur quell'idolo dello sviluppo e del progresso, nel quale credono cosi disperatamente quelli che hanno una casa. Un vagabondo pu essere delicato o rozzo, ingegnoso o melenso, coraggioso o pauroso, ma nel cuore sempre un fanciullo, vive sempre come al primo giorno, avanti l'inizio di ogni storia universale, e la sua vita sar sempre guidata da pochi, semplici istinti e bisogni. Pu essere intelligente o sciocco; avere coscienza profonda della fragilit e caducit d'ogni vita, della povert e ansiet con cui ogni essere porta il suo tantino di sangue caldo attraverso il ghiaccio degli spazi, o solo seguire puerilmente e avidamente i comandi del suo povero stomaco... sempre egli il contrapposto e il nemico del possidente e del sedentario, che lo odia, lo disprezza e lo teme, perch non vuole che gli si rammenti tutto questo: la fugacit d'ogni esistenza, il continuo avvizzire d'ogni vita, la morte gelida e inesorabile. che riempie intorno a noi l'universo. La semplicit fanciullesca della vita girovaga, la sua origine materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spirito, il suo abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta e costante della morte, avevano preso da un peZZo l'anima di Boccadoro, imprimendole il loro marchio profondo. Ma in lui albergavano anche lo spirito e la volont, egli era un artista, e ci rendeva la sua vita pi ricca e pi difficile. Solo la scissione e il contrasto rendono

ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilit dei sessi? Estate e autunno declinarono, vennero i mesi magri, in cui Boccadoro tir innanzi fra gli stenti, per poi camminare inebbriato nella dolce primavera olezzante; le stagioni passavano cos rapidamente e l'alto sole estivo ritornava ogni volta a declinare. Un anno succedeva all'altro e Boccadoro pareva aver dimenticato che ci fosse altro sulla terra fuorch fame ed amore e quella corsa tacita e inquietante delle stagioni; pareva ch'egli fosse completamente sprofondato nel materno mondo primitivo degli istinti. Ma in ogni sogno, in ogni sosta pensierosa con lo sguardo aperto sulle valli fiorite e sfiorite, egli era tutto contemplazione, era artista, soffriva del tormentoso desiderio di scongiurare con lo spirito l'incantevole nonsenso della vita che passa, e di trasformarlo in senso. Un giorno Boccadoro, che dopo l'avventura cruenta con Vittore aveva sempre vagato da solo, s'incontr in un compagno, che gli si un senza quasi ch'egli se ne accorgesse e di cui non si liber per un pezzo. Questo non era per del genere di Vittore; era un uomo ancor giovane, in veste e cappello da pellegrino, che si chiamava Roberto e aveva la sua residenza sul lago di Costanza. Figlio d'artigiani, era andato per qualche tempo a scuola dai monaci di San Gallo e fin da ragaz20 s'era messo in testa di compiere un pellegrinaggio a Roma; aveva continuato ad accarezzare questo pensiero, fin che aveva colto la prima occasione di attuarlo. Questa occasione era stata la morte del padre, nella cui officina egli aveva lavorato fino allora da falegname. Appena il vecchio fu sotto terr Rf)h.ortr hi~rf a sua madre e a sua sorella che nulla poteva trattenerlo dall'intraprendere subito il pellegrinaggio a Roma, per appagare il suo Impulso e per espiare i peccati suoi e di suo padre. Invano le donne piansero, invano lo rampognarono, egli fu irremovibile, e invece di provvedere alla madre e alla sorella si mise in viaggio senza la benedizione dell'una e fra le irate invettive dell'altra. Lo spingeva innanzi tutto la voglia di girare il mondo, a cui s'univa una specie di religiosit superficiale, cio una tendenza a dimorare in vicinanza di chiese e d'istituzioni ecclesiastiche, una passione per il servizio divino, per i battesimi, i funerali, le messe, l'incenso e la fiamma delle candele. Sapeva un po' di latino, ma non era la dottrina la meta delle sue aspirazioni infantili, bens la contemplazione e l'esaltazione tranquilla all'ombra della volta d'una chiesa. Da ragazzo era stato chierico ed aveva servito messa con passione. Boccadoro non lo prendeva molto sul serio, ma aveva una certa simpatia per lui, si sentiva un poco affine nell'istintiva tendenza al vagabondaggio e a correr terre straniere Roberto dunque era partito contento ed era giunto anche a Roma, aveva chiesto l'ospitalit d'innumerevoli conventi e parrocchie, aveva contemplato le Alpi e il Mezzogiorno, e a Roma s'era sentito perfettamente a suo agio fra tutte quelle chiese e quelle istituzioni pie; aveva ascoltato centinaia di messe e fatto devozioni nei luoghi pi celebri e pi sacri e ricevuto sacramenti e respi-

rato pi incenso di quel che fosse necessario per i suoi piccoli peccati di giovent e per quelli di suo padre. Era rimasto via un anno e pi, e, quando infine era tornato alla casetta paterna, non era stato certo ricevuto come il figliol prodigo: la sorella nel frattempo s'era assunta tutti i doveri e i diritti domestici, aveva preso a servizio e poi sposato un bravo garzone falegname e governava cos perfettamente la casa e l'officina che il reduce, dopo un breve soggiorno, si riconobbe del tutto superfluo, e, quando poco dopo parl di nuovo d'andarsene e di viaggiare, nessuno lo invit a rimanere. Egli non se ne crucci, si fece dare dalla madre qualche quattrino, torn a indossare la veste del pellegrino e inizi un nuovo pellegrinaggio senza meta attraverso la Germania, viandante fra laico ed ecclesiastico. Gli tintinnavano addosso medaglie di rame, ricordo di noti luoghi di pellegrinaggio, e rosari consacrati. Cos s'imbatt in Boccadoro, cammin un giorno con lui, con lui scambi le esperienze del vagabondo, si smarr nella cittadina pi vicina, lo incontr ancora qua e l e fin col rimanergli a fianco, compagno di viaggio pacifico e servizievole. Boccadoro gli piaceva molto; cercava di cattivarselo con piccoli servigi; ammirava il suo sapere, la sua audacia, il suo spirito e amava la sua salute, la sua forza e la sua sincerit Si abituarono l'uno all'altro, poich anche Boccadoro aveva un buon carattere. Una cosa sola non tollerava: quando era colto dalla sua tristezza o dalle sue fantasticherie, taceva ostinatamente e neppure guardava l'altro, come se non esistesse; allora non si poteva chiacchierare, n interrogare, n consolare: bisognava lasciarlo fare e tacere. Roberto l'aveva imparato presto. Da quando s'era accorto che Boccadoro sapeva a memoria una quantit di versi latini e di canti, da quando lo aveva sentito analizzare davanti al portale d'una cattedrale le statue in pietra, da quando l'aveva veduto disegnare con la matita rossa, a grandi e rapidi tratti, delle figure in grandezza naturale su di un muro liscio, presso il quale essi riposavano, egli considerava il suo Compagno un prediletto da Dio e quasi un mago. Roberto s'accorse poi che Boccadoro era anche un beniamino delle donne e che ne conquistava parecchie con un'occhiata e con un sorriso; ci gli piaceva meno, ma non poteva esimersi dall'ammirarlo. Il loro viaggio fu interrotto un giorno in modo inatteso Giunti in vicinanza d'un villaggio, furono accolti da un gruppetto di contadini armati di randelli, stanghe e correggiati; e il capo grid loro da lontano di ritornare subito sui loro passi e di andarsene senza lasciarsi pi vedere, al diavolo, altrimenti li avrebbero ammazzati. Mentre Boccadoro si fermava, desideroso di sapere che cosa ci fosse, una sassata lo colpiva al petto. Si volt in cerca di Roberto, ma questi se l'era data a gambe come un ossesso. I contadini avanzavano minacciosi, e a Boccadoro non rimase altro da fare che seguire a passo pi lento il fuggiasco. Roberto lo aspettava tremante sotto un crocefisso che sorgeva In mezzo alla campagna. --Sei scappato come un eroe! --disse ridendo Boccadoro. --Ma che cos'hanno nei loro testoni quegli zotici7 C' forse la guerra? Mettono guardie armate davanti ai loro nido e non vogliono lasciar entrare nessuno! Mi fa

meraviglia; che cosa ci pu esser sotto? N l'uno n l'altro lo sapeva. Solo il mattino seguente in una masseria isolata fecero alcune esperienZe, cominciarono a indovinare il mistero. Questa masseria, composta di capanna, stalla e granaio e circondata da un cortile verdeggiante d'erba alta e con molti alberi da frutta, giaceva stranamente silenziosa e addormentata: non una voce umana, non un passo, non un grido di bimbo, non un affilar di falce, nulla s'udiva; nella corte c'era sull'erba una mucca che muggiva; si capiva ch'era ora di mungerla. S'avvicinarono alla casa, bussarono alla porta, non ottennero risposta; andarono verso la stalla era aperta e vuota; andarono al granaio, sul cui tetto di paglia luccicava al sole il musco verde chiaro: anche l non trovarono anima viva. Ritornarono alla casa, meravigliati e colpiti dalla desolata solitudine di quella dimora, batterono ancora coi pugni contro la porta: di nuovo nessuna rlsposta. Boccadoro prov ad aprire e trov con stupore che la porta non era chiusa; la spinse verso l'interno ed entr nella stanza buia. -- Buongiorno, -- grid forte. --Non c' nessuno?--Ma tutto rest silenzioso. Roberto era rlmasto davanti alla porta. Curioso, Boccadoro s'inoltr. Nella capanna c'era cattivo odore, un odore strano e ripugnante. Il focolare era pieno di cenere, egli vi soffi dentro; sul fondo, nei ciocchi carbonizzati covavano ancora le scintille. Allora nella penombra vide qualcuno sul sedile di fondo del camino; qualcuno era l seduto e dormlva; pareva una vecchia. Gridare non serviva a nulla, la casa sembrava incantata. Tocc amichevolmente sulla spalla la donna seduta, ella non si mosse s'accorse allora ch'era avvolta in una ragnatela, coi fili in parte fissati ai capelli e alle ginocchia. "Costei morta" pens Boccadoro con un lieve brivido; e per convincersi s'affaccend intorno al fuoco, attizz e som, fin che si lev una fiamma ed egli pot accendere una lunga scheggia di legno. Con questa illumin il volto della donna seduta. Vide sotto i capelli grigi un cadaverico viso violaceo con un occhio aperto che luccicava vuoto e plumbeo. La donna era morta l, seduta sulla seggiola. Via, non si poteva pi soccorrerla. Con la scheggia ardente in mano Boccadoro continu a cercare, e nella stessa stanza, sulla soglia che metteva nella camera posteriore, trov disteso un altro cadavere, un ragazzo di forse otto o nove anni, col volto gonfio e sfigurato vestito della sola camicia. Giaceva col ventre sulla traversa, e le due mani facevan dei piccoli pugni stretti ed irati. "Questo il secondo" pens Boccadoro; come in un brutto sogno and avanti, nella retrocamera: le imposte qui erano aperte e la luce del giorno entrava chiara. Egli spense con precauzione la sua fiaccola e calpest le scintille sul pavlmento. C'erano tre letti. Uno era vuoto, sotto il lenzuolo grigio e ruvido spuntava la paglia. Nel secondo era disteso un altro corpo, un uomo con la barba, rigido, sul dorso, con la testa appoggiata indietro e il mento e la barba volti all'ins; doveva essere il contadino. Il suo viso infossato riluceva scialbo nei colori inconsueti della morte, un braccio pendeva fino a terra, dove giaceva rovesciata una brocca di terracotta; l'acqua sparsa, non ancora del tutto assorbita dal suolo, era corsa verso una conca, nella quale rimaneva ancora una piccola pozza. Nell'altro letto

giaceva, tutt'avviluppata e sepolta nel lenzuolo e nella ruvida coperta, una donna grande e robusta; il suo volto era affondato nel letto, i capelli ruvidi e biondi come paglia brillavano nella luce chiara. Accanto a lei e con lei abbracciata, come presa e strozzata nel lenzuolo sconvolto, giaceva una giovinetta bionda come la madre, con macchie grigio azzurre sul volto cadaverico. Lo sguardo di Boccadoro andava da un morto all'altro. Nel volto della fanciulla, quantunque gi molto sfigurato c'era ancora una traccia dello spavento disperato della morte. Nella nuca e nei capelli della madre, che s'era avvoltolata tutta cos violentemente nel giaciglio, si leggeva il furore, l'angoscia, un'appassionata volont di fuga. Specialmente la chioma indomita non poteva assolutamente rassegnarsi alla morte. Nel volto del contadino c'era fierezza e tetro dolore; si vedeva ch'era morto con pena, ma con virile dignit; il suo viso barbuto si profilava nell'aria rigido e fermo, come quello d'un guerriero disteso sul campo di battaglia. Quest'atteggiamento calmo e fiero nella sua rigidit, un po' sdegnato, era bello; certo non era stato meschino e codardo un uomo che aveva ricevuto la morte a quel modo. Ma commovente era il piccolo cadavere del fanciullo, prono sul ventre attraverso la soglia; il suo volto non diceva nulla, ma la sua posizione li sull'uscio e i suoi piccoli pugni stretti rivelavano molto: un dolore smarrito, un disperato difendersi contro sofferenze inaudite. Proprio vicino al suo capo c'era un foro praticato nella porta. Boccadoro osservava tutto attentamente. Senza dubbio l'aspetto della capanna era orrendo e il puzzo di cadavere nauseava; eppure tutto questo aveva per Boccadoro una forza profonda d'attrazione, tutto era pregno di grandiosit e di destino, cos vero, cos non simulato; qualcosa in tutto questo cattivava il suo amore e gli penetrava nell'anima. Fuori, intanto, Roberto cominciava a gridare impaziente e inquieto. Boccadoro aveva simpatia per Roberto, ma in quel momento pensava quanto quell'uomo vivo fosse meschino nella sua paura, nella sua curiosit, in tutta la sua puerilit, a paragone dei morti. Non gli rispose; si diede tutto alla contemplazione dei morti, con quella strana mescolanza d'interesse cordiale e di fredda osservazione, che hanno gli artisti. Guardava attentamente le figure giacenti e anche quella seduta, le teste, le mani l'atteggiamento in cui s'erano irrigidite. Che silenzio in quella capanna incantata! Che odore strano e terribile! Com'era triste e spettrale quella piccola dimora umana, m cul covava ancora sul camino un resto di fuoco, abitata da cadaveri, tutta pervasa dalla morte! Presto a quelle tacite figure la carne sarebbe caduta dalle guance e i topi avrebbero roso loro le dita. Quello che gli altri compivano nella bara e nella tomba, ben nascosti ed invisibili, l'ultima funzione e la pi misera, la decomposizione e la putrefazione, quei cinque la compivano li in casa, nelle loro stanze, alla luce del giorno, con la porta aperta, incuranti, senza pudori, senza ripari. Boccadoro aveva gi visto pi di un cadavere, ma un'immagine simile del lavoro inesorabile della morte non l'aveva mai incontrata. E se la fiss profondamente nell'anima.

Finalmente le grida di Roberto fuori della porta lo disturbarono: usci. Il compagno lo guard inquieto. --Che c' ? -- domand piano, con la voce tremante di paura. -- Non c' dunque nessuno in casa ? Oh, che occhi fai! Ma parla! Boccadoro lo misur con una fredda occhiata. -- Entra e guardati attorno, una curiosa casa colonica. Dopo mungeremo la bella mucca che l. Avanti! Roberto entr incerto nella capanna, and difilato al focolare, scopr la vecchia seduta e appena s'accorse ch'era morta gett un urlo. Torn indietro di corsa con gli occhi sbarrati, -- Per amor di Dio! C' una donna morta seduta al camino. Che vuol dire? Perch non c' nessuno vicino a lei? Perch non la seppelliscono? Oh, Dio! Si sente gi il fetore. Boccadoro sorrise. -- Sei un grande eroe, Roberto; ma sei tornato indietro troppo presto. Una vecchia morta, quando seduta cos su di una seggiola, certo uno spettacolo strano; ma se vai avanti due passi, puoi vedere cose ancora pi strane. I cadaveri sono cinque, Roberto. Sui letti ne sono distesi tre, e un ragazzino giace morto attraverso la soglia. Tutti sono morti. L'intera famiglia l irrigidita, la casa spopolata. Ecco perch nessuno ha munto la mucca. L'altro lo guard inorridito, poi a un tratto grid con voce soffocata: -- Oh, adesso capisco anche i contadini, che ieri non vollero lasciarci entrare nel loro villaggio. Oh Dio ora tutto mi si spiega. i la peste! Per la mia povera anima, la peste, Boccadoro! E tu sei stato tanto tempo l dentro, e magari hai toccato i morti! Via, non avvicinarti a me, certo sei infetto. Mi rincresce, Boccadoro, ma io debbo andarmene, non posso rimanere accanto a te. Stava gi per darsela a gambe, ma fu trattenuto per la falda del suo mantello di pellegrino. Boccadoro lo guard severo con un muto rimprovero e lo tenne inesorabilmente stretto, mentre quegli si dibatteva e si ribellava. -- Ragazzo mio, -- disse in tono fra amichevole e beffardo, --sei pi intelligente di quel che si crederebbe; forse hai ragione. Ebbene, lo sapremo alla prossima masseria o al villaggio. E probabile he in questa regione Ci sia la peste. Vedremo se noi riusciremo a cavarcela. Ma lasciarti scappare, piccolo Roberto, non posso. Guarda, io sono un uomo compassionevole, il mio cuore troppo tenero; e se penso che tu potresti aver preso l dentro il contagio, e qualora io ti lasciassi andare tu ti butteresti per terra in qualche campo a morire, cos tutto solo, e nessuno ti chiuderebbe gli occhi e nessuno ti farebbe una tomba e ti getterebbe un po' di terra... no, caro amico, la piet mi stringe la gola. Dunque sta attento e mettiti bene in mente quello che dico, non intendo ripeterlo:

noi due siamo nello stesso pericolo, pu toccare a te o a me. Rimarremo dunque insieme, o periremo tutti e due, o sfuggiremo a questa maledetta peste. Se tu ti ammalerai e morirai, sarai sepolto da me, puoi star sicuro. E se sar io a morire, allora fa quello che vuoi, seppelliscimi o svignatela, per me fa lo stesso. Ma prima, caro, non si scappa, tienitelo bene a mente! Avremo bisogno l'uno dell'altro. E ora lingua in bocca! Non voglio udir nulla; cerca un secchio da qualche parte nella stalla, che possiamo finalmente mungere la mucca. Cos avvenne; e da quel momento Boccadoro comand e Roberto ubbid, e fu bene per tutti e due. Roberto non tent pi di fuggire. Disse solo in tono conciliante: -Per un attimo ebbi paura di te. Il tuo volto non mi piacque, quando uscisti da quella casa di morti. Credetti che ti fossi preso la peste. Ma se anche non la peste, il tuo volto cambiato. Era cos terribile quello che vedesti l dentro? -- Non era terribile, -- disse Boccadoro esitando. -Non vidi l dentro nulla fuorch quello che aspetta me, te e tutti, anche se non prendiamo la peste. Proseguendo il loro cammino s'imbatterono presto dappertutto nella morte nera, che regnava nel paese. Parecchi villaggi non lasciavano entrare i forestieri, in altri essi potevano camminare indisturbati per tutte le strade. Molti casolari erano abbandonati, molti morti non sepolti imputridivano sui campi o nelle stanze. Nelle stalle muggivano le mucche affamate o non munte, oppure il bestiame correva selvaggio per la campagna. Essi munsero e diedero da mangiare a pi d'una mucca e d'una capra, ammazzarono e arrostirono sul margine del bosco capretti e porcellini, bevvero vino e mosto preso in cantine ormai senza padrone. Avevano una buona vita, regnava l'abbondanza. Ma non la gustavano che a met. Roberto viveva nella paura costante della peste, e alla vista dei cadaveri si sentiva male, spesso era tutto scombussolato dal terrore; credeva continuamente d'aver preso il conta-

gio, teneva a lungo la testa e le mani nel fumo dei loro fuochi da bivacco (ci era ritenuto salutare), perfin nel sonno si tastava il corpo per sentire se non ci fossero bubboni sulle gambe, sulle braccia, sotto le ascelle. Boccadoro a volte lo sgridava, a volte lo scherniva. Non divideva la sua paura e neppure la sua ripugnanza; andava attento e cupo per il paese della morte, terribilmente attratto dallo spettacolo di quel grandioso morire, l'anima piena di quel grande autunno, il cuore gonfio del canto della falce mietitrice. Talvolta gli riappariva l'immagine dell'eterna Madre, viso pallido e gigantesco con occhi di Medusa, con un sorriso grave, pieno di dolore e di morte. Un giorno arrivarono ad una piccola citt fortificata; dalla porta un baluardo dell'altezza delle case correva tutt'intorno alla cinta, ma nessuna guardia stava lass e nessuna vigilava la porta aperta. Roberto si rifiut d'entrare e scongiur anche il compagno di non farlo. In quel mentre udirono una campana e dalla porta della citt usci

un sacerdote con una croce in mano, seguito da tre carri, due tirati da cavalli ed uno da una coppia di buoi; erano carichi di cadaveri. Un paio d'inservienti avvolti in strani mantelli, coi cappucci calati sopra il viso, correvano accanto, spronando gli animali. Roberto, pallido in volto, si dilegu; Boccadoro segu a breve distanza i carri funebri; avanzarono qualche centinaio di passi, ed ecco non gi un camposanto, ma una buca scavata in mezzo alla landa deserta, profonda non pi di tre vangate, ma grande come una sala. Boccadoro si ferm e vide gl'inservienti tirar gi i morti dai carri con pertiche e anghiere e ammucchiarli nella grande buca; il sacerdote mormorando vi fece sopra il segno della cro-e e se n'and, i becchini allora accesero da tutte le parti di quella tomba a fior di terra grandi fuochi e senza far parola ritornarono di corsa in citt; nessuno si cur di coprire la fossa. Boccadoro guard dentro; potevan esservi cinquanta o pi cadaveri gettati l'uno sull'altro, molti dei quali nudi. Qua e l un braccio o una gamba sporgevan ri~idi contro il cielo, quasi in atto d'accusa; una camicia fluttuava lieve al vento. Quando Boccadoro torn presso Roberto, questi lo supplic in ginocchio di proseguire al pi presto il loro cammino. Aveva ben ragione di supplicare: nello sguardo assente di Boccadoro egli scorgeva quella fissit assorta, quell'inclinazione alle visioni orrende, quella terribile curiosit, che gli eran gi fin troppo note. Non riusc a trattenere l'amico. Boccadoro, solo s'avvi verso la citt. Entr per la porta incustodita, e, mentre udiva il suo passo risonare sul selciato, gli tornavano alla memoria tante altre cittadine e tante porte per cui era passato, e ricordava le grida dei bimbi, i giochi dei ragazzi, i litigi delle donne, il martellar dei fabbri sulle incudini sonore il fragore dei carri e tanti altri rumori, delicati ed aspri che intrecciati alla rinfusa come in una rete annunciavano la variet del lavoro, delle occupazioni, della gioia, della soclevolezza umana. L invece, sotto quella porta aperta, in quella via solitaria, non un suono, non un riso non un grido; tutto giaceva irrigidito in un silenzio di morte, nel quale la melodia chiacchierina d'una fontana zampillante sonava gi troppo forte, quasi chiassosa. Dietro una finestra aperta si vedeva un fornaio in mezzo alle sue pagnotte e ai suoi panini; Boccadoro indic uno di questi e il fornaio glielo spinse fuori con precauzione sopra un infornapane, attese che l'altro gli mettesse il denaro sulla pala, poi chiuse il suo finestrino, indispettito ma senza proteste, quando vide lo straniero addentare il panino e andar oltre senza pagare. Sui davanzali di una bella casa c'era una fila di vasi di terracotta, che un tempo erano stati fioriti e ormai apparivano vuoti, con qualche foglla secca spiovente. Da un'altra casa uscivano singhiozzi e grida lamentose di bambini. Ma nella strada attigua Boccadoro vide dietro una finestra una graziosa fanciulla che Sl pettinava; stette a contemplarla fin che quella sent il suo sguardo ed a sua volta guard gi, arross e, poich egli le sorrideva amichevolmente, anche sul volto acceso di lei pass lento e languido un sorriso. --Quasi pettinata? --le grid. Ella sporse il volto lu-

minoso e sorridente dal vano della finestra. --Non ancora malata? --domand lui, ed ella scosse il capo. -- Allora vieni con me fuori da questa citt di morte, andiamo nei boschi e avremo una buona vita. Ella interrog con gli occhi. --Non pensarci su troppo, parlo sul serio -- grid Boccadoro.--Sei in casa di babbo e mamma, o a serviZiO da estranei?... Da estranei dunque. Allora vieni, bimba cara; lascia morire i vecchi, noi siamo giovani e sani e vogliamo passarcela bene ancora un po'. Vieni, brunetta, dico sul serio. Ella lo esamin, esitante, stupita. Egli prosegu a passi lenti, bighellon per una strada deserta, poi per un'altra e torn indietro pian piano. La fanciulla stava ancora alla finestra, sporta in fuori, e fu lieta di vederlo ritornare. Gli fece cenno: egli continu lentamente il suo cammino e poco dopo ella lo raggiunse, prima ancora d'arrivare alla porta, con un piccolo fardello in mano e un fazzoletto rosso intorno al capo. --Come ti chiami? --le domand Boccadoro. --Lena. Vengo con te. Oh, cos brutto qui in citt! Muoiono tutti. Via, via! Poco lontano dalla porta Roberto, di cattivo umore, stava rannicchiato per terra. All'arrivo di Boccadoro balz in piedi e spalanc tanto d'occhi alla vista della ragazza. Questa volta non si arrese subito, protest, fece scene. Che si portasse fuori una persona da quella maledetta tana appestata e che si pretendesse da lui di tollerare una simile compagnia era pi che una pazzia, era un tentar Dio, ed egli si rifiutava, non restava pi insieme, la sua pazienza era al termine. Boccadoro lo lasci imprecare e protestare, fin che Si acquet. --Bene,--disse,--ce n'hai cantate abbastanza. Adesso verrai con noi e sarai contento di avere una compagnia cosi graziosa. Si chiama Lena e resta con me. Ma ti voglio dare anche una gioia, Roberto, ascolta: per un po' di tempo vogliamo vivere in pace e in buona salute e star lontani dalla pestilenza. Ci cercheremo~un bel posticlno con una capanna vuota o ce ne costruiremo una da nol, io e Lena saremo il padrone e la padrona di casa e tu sarai il nostro amico e vivrai con noi. Vogliamo avere un tantino di vita serena e piacevole. D'accordo? Oh s, Roberto era pienamente d'accordo. Purch non si pretendesse da lui che desse la mano a Lena o toccasse le sue vesti... --No -- disse Boccadoro, --questo non si pretende. Ti anzi severamente proibito di mettere un dito addosso a Lena. Che non ti passi neppur per la mente! Marciarono cos in tre, dapprima in silenzio; poi a poco a poco la ragazza cominci a parlare, a esprimere la sua

gioia di rivedere il cielo, gli alberi e i prati: era stato cos orribile l dentro, nella citt appestata, da non dirsi. E cominci a raccontare e a liberarsi l'animo delle immagini tristi e mostruose, che le era toccato vedere. Narr diverse storie, brutte storie; la piccola citt doveva essere un inferno. Dei due medici uno era morto, l'altro andava soltanto dai ricchi e in molte case i morti imputridivano perch nessuno li andava a prendere, in altre i becchini rubavano, crapulavano, bordellavano e spesso insieme coi cadaveri tiravan fuori dai letti anche i malati ancora in vita e li gettavano sui carri da boia e poi insieme coi morti gi nelle fosse. Tante cose orrende aveva da raccontare; nessuno la interrompeva. Roberto ascoltava inorridito e avido, Boccadoro rimaneva silenzioso e indifferente, lasciava che tutto quell'orrore si riversasse e non diceva nulla. E che mai si poteva dire? Infine Lena si stanc, il fiume di parole s'inaridi. Allora Boccadoro si mise a camminare pi adagio e prese a cantare sommesso una canzone di molte strofe, e a ogni strofa la sua voce si faceva pi piena; Lena cominci a sorridere e Roberto ascolt con piacere e meraviglia: fin allora non aveva mai udito Boccadoro cantare. Tutto sapeva fare quel Boccadoro! Eccolo che ora camminava e cantava, quell'uomo eccezionale! Cantava con arte e perfettamente intonato, ma in sordina. Gi alla seconda canzone Lena prese ad accompagnarlo a mezza voce, poi a voce spiegata S'avvicinava la sera; lontano, oltre la landa, si stendevano i boschi neri e, dietro quelli, basse montagne azzurre, che diventavano sempre pi azzurre, come per l'intensificarsi di una luce interiore. Ora lieto, ora solenne, il canto accompagnava il ritmo dei loro passi. --Come sei contento oggi! -- disse Roberto. -- S, sono contento oggi, naturale, ho trovato una compagnia cos carina! Ah Lena, che bella cosa che i becchini ti abbiano lasciata per me! Domani troveremo la nostra casetta e ce la passeremo bene e saremo felici che la nostra carne e le nostre ossa stiano ancora cos bene insieme. Lena, hai gi visto qualche volta in autunno nei boschi quel fungo grosso, che piace tanto alle lumache e che si pu mangiare?

--Certo -- rise lei, -- l'ho visto tante volte. -- I tuoi capelli hanno lo stesso color bruno, Lena. Ed anche lo stesso buon profumo. Cantiamo ancora qualche cosa? O forse hai fame? Nella mia bisaccia c' ancora qualcosa di buono. Il giorno seguente trovarono quello che cercavano. In un boschetto di betulle c'era una capanna di tronchi greggi, costruita forse un tempo da spaccalegna o da cacciatori. Era vuota, la porta si lasci forzare e anche a Roberto la capanna parve comoda e la regione sana. Cammin facendo avevano incontrato delle capre che giravano senza pastore, e ne avevano presa una con loro_ -- Su, Roberto, -- disse Boccadoro, -- se anche non sei carpentiere, una volta per lavoravi da falegname. Noi vogliamo abitar qui, tu devi fabbricare nel nostro castello una parete divisoria, in modo che abbiamo due camere,

una per Lena e per me, l'altra per te e per la capra. Da mangiare non c' pi gran che: oggi dobbiamo contentarci di latte di capra, tanto o poco che sia. Tu costruisci dunque la parete e noi due prepariamo il giaciglio per tutti Domani poi andr in cerca di cibo. Tutti si misero subito al lavoro. Boccadoro e Lena si diedero a cercar paglia, felci e musco per il glaclgllo, e Roberto aml il suo coltello su un ciottolo, per tagliare piccoli tronchi e fabbricare la parete. Ma non pot finire in un giorno e la sera and a dormire all'aperto. Boccadoro trov in Lena una cara compagna, timida e inesperta, ma tutt'amore. Se la prese dolcemente fra le braccia e vegli ancora a lungo ascoltando il battito del suo cuore quand'ella stanca e sazia s'era gi addormentata da un pezzo. Aspir il profumo dei suoi capelli bruni, e mentre si stringeva a lei pensava a quella gran fossa a fior di terra, in cui quei diavoli mascherati avevano rovesciato tutti i loro carri pieni di cadaveri. Bella era la vita, bella e fugace la felicit, bella e presto appassita la giovinezza ! La parete divisoria della capanna divenne assai carina, e alla fine vi lavorarono tutti e tre. Roberto voleva mostrare la sua abilit e parlava con molto zelo di tutto ci che avrebbe voluto costruire, se avesse avuto un banco per piallare, arnesi, squadra e chiodi. Siccome non aveva che il suo coltello e le sue mani, si content di tagliare una dozzina di piccoli tronchi di betulla e ne fece un solido e greggio steccato infisso nel suolo della capanna. Gli spazi intermedi dovevano essere riempiti da un graticcio di ginestre. Ci richiese del tempo, ma divenne bello e pittoresco: tutti vi collaborarono. Intanto Lena doveva andare a cercar bacche e badare alla capra; Boccadoro faceva piccole escursioni per esplorare la regione, per trovar cibo, e portava a casa dai dintorni ora una cosa ora l'altra. Nelle vicinanze non c'era anima viva, e di ci era soddisfatto specialmente Roberto: si era sicuri tanto dal contagio quanto dai nemici, ma il guaio era che si trovava pochissimo da mangiare. Non molto lontano c'era una casupola di contadini abbandonata, questa volta senza morti dentro, e Boccadoro propose di sceglierla come quartiere invece della loro capanna di tronchi d'albero, ma Roberto si rifiut inorridito e vide anche di malocchio che Boccadoro entrasse in quella casa vuota; ogni cosa che egli port di l dovette essere affumicata e lavata, prima che Roberto la toccasse. Non era molto ci che Boccadoro aveva trovato: due sgabelli, un secchio per il latte, qualche vaso di terracotta, una scure; e un giorno prese due polli che fuggivano per la campagna. Lena era innamorata e felice, e tutti e tre si divertivano a lavorare intorno alla loro piccola dimora ed a renderla ogni giorno un pochino pi bella. Il pane mancava: in compenso presero un'altra capra e trovarono anche un campicello di rape. Un giorno passava dopo l'altro, la parete intrecciata era finita, i giacigli furono perfezionati e fu costruito un focolare. Non lontano scorreva un ruscello dall'acqua chiara e dolce. Spesso lavorando cantavano. Un giorno che bevevano insieme il loro latte e vantavano la loro vita domestica, Lena disse a un tratto come in sogno: --Che sar poi, quando verr l'inverno?

Nessuno diede risposta. Roberto rise, Boccadoro guard innanzi a s in modo strano. A poco a poco Lena s'accorse che nessuno pensava all'inverno, che nessuno pensava sul serio a rimanere tanto tempo nello stesso luogo, che quella loro casa non era una fissa dimora, ch'ella si trovava insieme a dei vagabondi. Chin la testa. Allora Boccadoro le disse in tono scherzoso e incoraggiante, come a una bambina: -- Tu sei figlia di contadini, Lena, quelli sono molto previdenti. Non aver paura,

ritornerai a casa quando sar finita questa pestilenza, che non durer poi in eterno. Allora andrai dai tuoi genitori o da chi altri hai, o ritornerai a servire in citt e avrai il tuo pane. Ma adesso ancora estate e dappertutto nella regione si muore; qui invece bello e stiamo bene. Perci restiamo qui, fin tanto che ci piace. --E poi? --grid Lena con veemenza. --Poi tutto finito? E tu te n'andrai? Ed io? Boccadoro le afferr la treccia e gliela tir un poco.-Sciocchina, -- disse, -- hai gi dimenticato i beccamorti e le case deserte e la gran buca fuori porta, dove ardono i fuochi? Devi esser lieta di non giacere l in quella fossa, e che non ti cada la pioggia sulla camicina. Devi pensare che sei sfuggita, che hai ancora nelle membra la tua cara vita, che puoi ancora ridere e cantare. Ella non era ancora soddisfatta. -- Ma io non voglio andarmene, -- gemette, -- e non voglio lasciarti andare, no. Non si pu esser contenti, quando si sa che presto tutto sar finito! Boccadoro rispose ancora, affettuoso, ma con un tono di celata minaccia nella voce: -- Su questo, piccola Lena, si son gi rotti la testa tutti i saggi e tutti i santi. Non c' una felicit che duri a lungo. Ma se quello che abbiamo ora non ti basta e non ti d pi gioia, io appicco il fuoco in questo stesso istante alla capanna e ciascuno di noi se ne va per la sua strada. Sta' buona Lena, abbiamo parlato abbastanza. Cos rimasero le cose. Ella s'arrese, ma un'ombra era caduta sulla sua gioia. Prima ancora che l'estate fosse sfiorita del tutto, la vita nella capanna ebbe la sua fine, diversa da quella che avevano pensato. Un giorno Boccadoro s'aggirava per la reglone con una fionda, nella speranza di acchiappare una pernice o altra selvaggina, perch il cibo s'era fatto alquanto scarso. Lena raccoglieva bacche poco lontano e ogni tanto Boccadoro rasentava il bosco dov'ella si trovava e di l dal cespuglio vedeva sporgere fuori il suo capo dalla camicia di lino sul collo bruno, o l'udiva cantare; una volta assaggi qualche bacca vicino a lei, poi girovag pi lontano e per un po' di tempo non la vide pi. Pensava a lei, fra tenero e irritato, perch ella era tornata a parlare dell'autunno e dell'avvenire, dicendo che si credeva incinta e che non voleva lasciarlo partire. "Presto tutto

finir," pensava Boccadoro, "presto sar ora di troncare ed io mi metter in cammino da solo e lascer indietro anche Roberto; voglio far in modo di ritornare per l'inizio dell'inverno alla grande citt, da maestro Nicola, passer l l'inverno e nella primavera ventura mi comprer un buon paio di scarpe nuove, e via, tirer avanti fin che arriver al nostro convento di Mariabronn e potr salutare Narciso; saranno ben dieci anni che non lo vedo. Debbo rivederlo, foss'anche solo per un giorno o due." Un suono inconsueto lo dest dai suoi pensieri, e all'improvviso s'accorse che pensieri e desideri l'avevano tratto assai lontano. Tese l'orecchio: quel suono angoscioso si ripet, egli credette di riconoscere la voce di Lena e la segu, quantunque non gli piacesse essere chiamato. In breve fu abbastanza vicino: s, era Lena, e gridava il suo nome come se si trovasse in grande pericolo. Egli affrett la corsa, sempre ancora un po' irritato, ma al ripetersi di quelle grida la compassione e l'ansia presero in lui il sopravvento. Quando infine riusc a vederla, ella era seduta o inginocchiata in mezzo alla landa, con la camicia tutta stracciata, e gridando lottava con un uomo, che voleva farle violenza. A lunghi balzi Boccadoro s'avvicin, e tutta l'irritazione, l'inquietudine e la tristezza che erano in lui si sfogarono in una collera furente contro l'attentatore straniero. Lo sorprese mentre stava per abbattere completamente Lena contro il suolo, il petto nudo di lei sanguinava: lo straniero, cupido, la teneva attanagliata. Boccadoro si gett su di lui, con mani furenti, e gli strinse la gola magra e muscolosa, coperta di una barba lanuta, serrando con volutt, fin che l'altro lasci andare la ragazza e gli rimase floscio fra le mani; continuando a stringere, Boccadoro lo trascin per un pezzo sul terreno, privo di forze e quasi esanime, fino ad alcune rocce grige che sporgevano nude dal suolo. Qui sollev il vinto con tutto il suo peso, due, tre volte, e gli fece batter la testa contro le rocce angolose. Poi scagli via il corpo con la nuca spezzata; la sua collera non era ancor sazia, avrebbe voluto continuare a maltrattarlo. Lena guardava raggiante. Il suo petto sanguinava, ella tremava ancora in tutto il corpo e respirava affannosamente, ma s'era subito messa in piedi e guardava con occhi rapiti, pieni di volutt e d'ammirazione, il suo forte amante, che trascinava l'intruso, lo strozzava, gli rompeva la nuca e scagliava il cadavere lungi da s. Eccolo l per terra come un serpente ammazzato, floscio e contorto; il suo viso grigio dalla barba arruffata e dai radi capelli penzolava miseramente rovesciato all'indietro. Lena si drizz giubilante e cadde sul cuore di Boccadoro, ma impallid a un tratto: lo spavento le tremava ancora nelle membra, si sent male e cadde esausta fra i mirtilli. Poco dopo per pot ritornare con Boccadoro alla capanna. Egli le lav il petto graflfiato; una mammella aveva anche un morSo di quel mostro. Roberto, molto impressionato dall'avventura, chiese con avidit i particolari della lotta. --Rotto la nuca, dici? Grandioso! Boccadoro, c' di che temerti! Ma Boccadoro non aveva voglia di parlarne oltre: il

suo furore era sbollito, e nell'allontanarsi dal morto egli non aveva potuto far a meno di pensare a quel povero brigante d'un Vittore: era dunque il secondo uomo che moriva per mano sua. Per liberarsi di Roberto, disse: -Ora potresti fare qualche cosa anche tu. Va laggi e cerca di portar via il cadavere. Se troppo faticoso fargli una buca, gettalo gi nello stagno, oppure coprilo bene di terra e di pietre --. Ma Roberto rifiut: non voleva aver a che fare con cadaveri; non si sa mai, potevano avere indosso il veleno della peste. Lena si era coricata nella capanna. Il morso al petto le doleva; presto per si sent meglio, si alz, attizz il fuoco e fece bollire il latte per la cena; era di ottimo umore, ma fu mandata a letto presto. Ubbid come un agnello, tanta era la sua ammirazione per Boccadoro. Questi si mostrava taciturno e cupo; Roberto, che conosceva quegli stati d'animo, lo lasci in pace. Quando pi tardi Boccadoro and nel suo pagliericcio, si chin verso Lena, in ascolto. Dormiva. Egli si sentiva inquieto, pensava a Vittore, provava un'ansia, un desiderio di riprendere la vita del vagabondo; intuiva che il gioco della vita domestica era finito. Ma una cosa specialmente gli dava da riflettere. Aveva colto lo sguardo di Lena, mentr'egli squassava e gettava lontano il cadavere di quell'individuo, uno sguardo singolare, e sentiva che non lo avrebbe pi dimenticato; in quegli occhi sbarrati, inorriditi e rapiti, era balenato un raggio di fierezza e di trionfo, una gioia profonda e appassionatamente partecipe alla vendetta e all'uccisione, quale egli non aveva mai veduta n immaginata in un volto di donna. Senza quello sguardo, pensava, forse un giorno, col passar degli anni, egli avrebbe dimenticato il volto di Lena. Ma quello sguardo aveva reso grande, bello e terribile il suo viso di ragazza campagnola. Da mesi gli occhi di Boccadoro non avevano colto nulla, che gli desse il lampo del desiderio: "Bisognerebbe disegnarlo!". A quello sguardo egli aveva risentito il desiderio guizZare dentro di se, con una specle di sgomento. Non potendo dormire, fin per alzarsi ed uscire dalla capanna. Era fresco, una lieve brezza giocava fra le betulle. Egli cammin su e gi nell'oscurit, poi sedette su di una pietra e s'immerse in pensieri di una tristezza profonda. Sentiva pena per Vittore, sentiva pena per l'uomo che aveva ammazzato quel giorno, sentiva pena per la

perduta innocenza dell'anima sua. Per questo era fuggito dal convento, aveva abbandonato Narciso, aveva offeso maestro Nicola e rinunciato alla bella Elisabetta... per accamparsi poi in una landa e aspettare al varco gli animali vagabondi, e per uccidere l fra le pietre quel povero diavolo? Aveva un senso tutto questo, valeva la pena d'esser vissuto? Il cuore gli si stringeva per l'assurdit e per il disprezzo di se stesso. Si lasci cadere indietro e rimase l supino, con gli occhi fissi nella scialba nuvolaglia notturna, finch nella fissit prolungata i suoi pensieri svanirono; non sapeva pi se fissasse le nubi del cielo o il suo torbido mondo interiore. A un tratto, nell'istante in cui s'addormentava dolcemente sulla pietra, fra il rincorrersi delle nubi guizz come un lampo un volto grande e pallido, il volto di Eva; aveva lo sguardo greve e ve-

lato, ma all'improvviso spalanc gli occhi, grandi occhi pieni di volutt e avidi di sangue. Boccadoro dorm fin che lo bagn la rugiada. Il giorno dopo Lena era malata. La fecero star a letto. Ci fu molto da fare: Roberto la mattina aveva incontrato nel boschetto due pecore che, alla sua vista, erano subito fuggite. Corse a chiamare Boccadoro e cacciarono pi di mezza giornata, fin che ne catturarono una; quando verso sera ritornarono a casa con la bestia, erano molto stanchi. Lena si sentiva male. Boccadoro la esamin, la tast e trov i bubboni della peste. Non disse nulla ma Roberto, appena sent che Lena era ancora malata, fu colto dal sospetto e non rimase nella capanna. Disse che si sarebbe cercato fuori un posto per dormire e che prendeva la capra con s: anch'essa poteva contrarre il male. --E vattene al diavolo!--gli grid Boccadoro furente. -- Non ti voglio pi rivedere. -- Afferr la capra e la tir dalla sua parte dietro la parete di ginestre. Roberto si dilegu senza rumore, senza capra, sentendosi male dalla paura: paura della peste, paura di Boccadoro, paura della solitudine e della notte. Si coric in vicinanza della capanna. Boccadoro disse a Lena: --Io resto con te, non preoccuparti. Guarirai. Ella scosse il capo. -- Sta' in guardia, caro, di non prendere la malattia anche tu; non devi venirmi cos vicino. Non affannarti a consolarmi. Devo morire, e preferisco morire, piuttosto che vedere un glorno il tuo giaciglio vuoto e sapere che mi hai abbandonata. Tutte le mattine mi svegliavo con questo pensiero e con questo timore. No, preferisco morire L'indomani stava gi male. Boccadoro le aveva dato di tanto in tanto un sorso d'acqua, e negl'intervalli aveva dormito qualche ora. Al primo albeggiare riconobbe nel volto di lei i chiari segni della morte vicina: era gi appassito e frollo. Egli usci un momento dalla capanna per prender aria e guardare il cielo. Sul margine del bosco qualche tronco rosso e contorto di pinastro era gi illummato dal sole; l'aria era fresca e buona, le colline lontane non si discernevano ancora nella nuvolaglia mattutina. Egii cammin per un tratto, distese le membra stanche e resplr profondo. Il mondo era bello in quel triste mathno. Presto sarebbe ricominciata la vita vagabonda. Blsognava prender congedo. Dal bosco lo chiam Roberto. Andava meglio? Se non sl trattava di peste, cgli sarebbe rimasto. Boccadoro non doveva essere in collera con lui, intanto egli aveva custodito la pecora. --Va al diavolo tu e la tua pecora!--gli grid Boccadoro.--Lena muore e ho preso il contagio anch'io. Quest'ultlma era una bugia; la disse per liberarsi delI altro. Per quanto quel Roberto potesse essere un buon diavolo, Boccadoro ne aveva abbastanza; troppo vile e troppo meschino, troppo in contrasto con quell'epoca gran-

diosa di sconvolgimenti e di fato. Roberto si dilegu e non ritorno pm. Il sole sorse luminoso. Quando Boccadoro torn presso Lena, ella dormiva. Anch egll s addorment di nuovo e vide in sogno il suo cavallo d un tempo, Bless, e il bel castagno del convento gli pareva di rlguardare indietro, da una lontananza infinita e deserta, ad una dolce patria perduta; e quando si desto, sulla barba bionda che gli copriva le guance scorrevan due lacrime Ud Lena che parlava con voce fioca credette che lo chiamasse e si rizz sul giaciglio, ma ella non parlava a nessuno, balbettava solo parole fra s e s parole di tenerezza e d'invettiva; rise un attimo, poi cominci a sospirare profondamente ed a singhiozzare, e a poco a poco ridivenne quieta. Boccadoro s'alz, si chin sopra quel volto gi sfigurato, il suo occhio segui con amara curiosit le linee che si contraevano e si confondevano cos miseramente sotto il somo bruciante della morte Cara Lena, grid il suo cuore, cara bambma buona, vuo gi lasciarmi anche tu? Ne hai gi abbastanza di me. Sarebbe fuggito volentieri. Vagare, vagare, marciare, respirare stancarsi, vedere nuove immagml gll avrebbe fatto bene, avrebbe forse sollevato il suo abbattimento profondo. Ma non poteva, non gli era possibile lasciar l quella creatura sola a morire Osava appena uscire un pochino ogni due ore, per respirare aria fresca. Siccome Lena non prendeva pi latte, ne beveva lui a saziet, non c'era nient'altro da mangiare. Qualche volta portava fuori anche la capra, perch mangiasse, bevesse acqua e si muovesse. Poi ritornava presso Lena, le mormorava parole affettuose, fissava immobile il suo volto e assisteva sconfortato, ma attento, al suo morire. Ella era cosciente, ogni tanto dormiva, e quando si destava non apriva pi gli occhi che a met, le sue palpebre erano stanche e afflosciate. Intorno agli occhi ed al naso la fanciulla appariva d'ora in ora pi vecchia, sul collo fresco e giovane c'era un viso di nonna che avvizziva rapidamente. Solo di rado pronunciava una parola, diceva Boccadoro o caro , e cercava d'mumidir con la lingua le labbra gonfie e bluastre. Allora egli le dava qualche goccia d'acqua. Nella notte seguente Lena mor. Mor senza lamento: un breve sussulto, poi il respiro s' arrest e un bnvldo le percorse la pelle: a quella vista Boccadoro Sl sent gonfiare il cuore, e gli vennero in mente i pesci morenti, che tante volte aveva veduti e compianti in plazza del mercato: cos si spegnevano anch'essi, con un moto convulso e con un lieve brivido doloroso, che correva sulla loro pelle portandone via lo splendore e la vita Rimase ancora un poco in ginocchio accanto a Lena, pOI usc all'aperto e sedette fra i cespugli d'erica. Gli venne in mente la capra torn dentro, la prese con s, e la bestia, dopo aver cercato un poco attorno, si distese per terra. Egli le si coric vicino, con la testa sul suo fianco, e dorm fino all'alba Allora entr per l'ultima volta nella capanna, dietro la parete intrecciata, e per l'ultima volta guard il povero viso della morta. Gli ripugnava lasciarla cosi. Usc, raccolse qualche bracciata di legna secca e di sterpi, getto tutto nella capanna e appicc il fuoco. Non prese fuori NARCISO E BOCCADORO 403 nulla, tranne l'acciarino. In un attimo la parete di ginestra

secca divamp. Egli rimase fuori a guardare, col viso arroventato dal fuoco, fin che tutto il tetto fu in fiamme e le prlme travi precipitarono. La capra saltava impaurita e gemente. Sarebbe stato logico uccidere l'animale, arrostirne un peZzo e mangiare, per acquistar forza sul punto di mettersl m cammino. Ma non gli fu possibile; spinse la capra nella landa e se ne and. Il fumo dell'incendio lo-segu fin dentro il bosco. Non aveva mai iniziato una peregrmazlone con tanto sconforto. Ma ci che l'aspettava era peggio ancora di quanto si fosse immaginato. Cominci alle prime masserie e ai primi villaggi e continu, sempre pi terribile quanto pi avanzava. Tutta la regione, tutto il vasto paese stava sotto un nembo di morte, sotto un velo d'orrore, d'angoscia, di ottenebramento degli spiriti; e il peggio non erano le case deserte, i cani da guardia morti di fame e imputriditi alla catena, i morti rimasti insepolti, i bambini mendicanti le tombe in massa davanti alle citt 11 peggio erano i vivi, che sembrava avessero perduto occhi e anima sotto Il peso dello spavento e dell'ansia della morte. Dappertutto il viandante udiva e vedeva cose strane ed orrende. Genitori che avevano abbandonato i figli colti dal male marlti che avevano abbandonato le mogli. I monatti e gli sblrrl d'ospedale dominavano come carnefici, predavano nelle case lasciate vuote dalla morte, a loro capriccio ora lasciaVano i cadaveri insepolti, ora strappavano dai letti i VIVI prlma che avessero esalato l'ultimo respiro e li gettavano sui carri funebri. Fuggiaschi vagavano solitari, abbrutltl, evitando ogni contatto con gli uomini, cacciati dalla paura della morte. Altri si riunivano in una gioia di vivere eccltata e sgomenta, tenevano orge e celebravano feste da ballo e d'amore, in cui la morte sonava la viola. Altri, trascurati nella persona, piangenti o imprecanti, con gli occhi smarriti, stavano accovacciati davanti ai cimiteri o alle loro case spopolate. E peggio di tuttO: ognuno cercava per quell'insopportabile calamit un capro espiatorio, ognuno affermava di conoscere gli scellerati ch'erano i colpevoli e malvagi promotori della pestilenza. Uomini diabolici, si diceva, provvedevano con gioia maligna alla propagazione della strage, prendendo il veleno dai cadaveri degli appestati e fregandolo sui muri e sulle maniglie delle porte, o avvelenando le fontane e il bestiame. Chi cadeva in sospetto di compiere tale mostruosit era perduto se, avvisato in tempo, non riusclva a fuggire; era punito con la morte dalla giustizia o dalla plebe. Inoltre i ricchi davano la colpa ai poveri e vlceversa, oppure si diceva che i colpevoli erano gli ebrei o i latini o i medici. In una citt Boccadoro, col cuore indignato vide ardere tutta la via degli ebrei, una casa dopo l'altra, mentre intorno il popolo urlava e i fuggiaschi atterriti venivano ricacciati nel fuoco con la forza delle armi. Nella follia della paura e dell'esasperazione, dappertutto si uccidevano, si bruciavano e si torturavano innocenti. Boccadoro assisteva con furore e disgusto: il mondo pareva sovvertito e avvelenato, pareva che non esistessero pi gioia, innocenza e amore sulla terra. A volte si rifugiava nelle feste turbolente di chi voleva godere la vita. Dappertutto sonava la viola della morte; egli impar presto a conoscerne il suono; a volte prendeva parte a quei festini disperati, a volte sonava anch'egli il liuto o ballava alla luce delle torce a vento, nelle notti febbrili.

Paura non ne sentiva. Una volta aveva provato l'ansia della morte, in quella notte d'inverno sotto gli abeti, mentre le dita di Vittore gli stringevano la gola, e anche In altre due giornate del suo vagabondaggio, nella neve e nella fame. Quella era una morte con cui si poteva combattere, da cui ci si poteva difendere, ed egli si era difeso, con le mani e i piedi tremanti, con lo stomaco vuoto, con le membra esauste, si era difeso, aveva vinto, era sfuggito. Ma con la morte causata dalla peste non si poteva lottare, bisognava lasciarla infuriare ed arrendersi, e Boccadoro si era arreso da un pezzo. Non aveva paura, sembrava che non gl'importasse pi nulla della vita, da quando aveva lasciato Lena nella capanna ardente, da quando avanzava giorno per giorno nel paese devastato dalla morte. Ma una straordinaria curiosit lo spingeva e lo teneva desto; era instancabile nel contemplare la grande mietitrice, nelPascoltare il canto della caducit; non si tirava mai da parte, sempre lo afferrava la stessa tacita passione d'essere presente e di camminare con gli occhi aperti attraVerSo l'inferno. Mangiava pane ammuffito nelle case spopolate, cantava e trincava nelle orge folli, coglieva il fiore del piacere presto appassito, guardava negli occhi fissi ed ebbri delle donne, guardava negli occhi fissi e melensi degli ubriachi, guardava negli occhi che si spegnevano dei morenti, amava le donne disperate e febbricitanti per un piatto di minestra aiutava a portar via i morti, per pochi quattrini aiutava a gettar terra sopra i cadaveri nudi. Tetro e selvaggio s'era fatto il mondo, la morte cantava urlando la sua canzone, Boccadoro ascoltava con l'orecchio teso, con passlone ardente. La sua meta era la citt di maestro Nicola l lo chiamava la voce del suo cuore. Lunga era la via e piena di morte, di avvizzimento e di strage. Egli avanzava triste, inebrlato dal canto funebre, tutto proteso verso il dolore urlante del mondo, triste e pur ardente, coi sensi aperti. In un convento vide un affresco recente e dovette contemplarlo a lungo. C'era dipinta su di una parete la danza macabra: la morte pallida e ossuta portava via ballando gli uomini dalla vita, il re, il vescovo, l'abate, il conte, il cavaliere, il medico, il contadino, il lanzichenecco, tutti prendeva con s, e dei musicanti scheletriti accompagnavano la danza sonando su ossa cave. Gli occhi curiosi di Boccadoro assorbirono profondamente quella visione Un ignoto collega aveva tratto l'insegnamento da quello ch'egli aveva visto della morte nera e gridava squillante all'orecchio degli uomini la predica amara del dover morire. Il quadro era buono, era una buona predica; quel collega sconosciuto non aveva visto e fissato male la cosa, dalla sua figurazione truce usciva un suono d'ossa e d'orrore. E tuttavia non era quello che egli, Boccadoro, aveva veduto e vissuto L era dipinta la necessit della morte, seVera e inesorabile. Ma Boccadoro avrebbe desiderato un'altra rappresentazione; in lui il canto selvaggio della morte sonava diverso, non severo e macabro, ma dolce e seducente, come un richiamo alla patria, materno. L dove la morte protendeva la sua mano nella vita, non echeggiava solo un grldo stridulo e guerriero ma anche un suono profondo e amoroso, un suono pieno, autunnale, e vicino alla morte il lumino della vita ardeva pi chiaro e pi fervido. Ad altri la morte poteva apparire come un guerriero,

un giudice o un carnefice, come un padre severo: per lui la morte era anche una madre e un'amante, il suo appello era un richiamo d'amore, il suo contatto un brivido d'amore.

Quando Boccadoro riprese il suo cammino, dopo aver contemplato il dipinto della danza macabra, una forza nuova lo attirava verso il maestro e verso la creazione. Ma dappertutto erano soste, nuove immagini e nuove esperienze; con le narici vibranti egli aspirava l'aria di morte, dappertutto la compassione o la curiosit gli chiedevano un'ora, un giorno. Per tre giorni ebbe con s un contadinello piagnucolante, lo port per ore ed ore sulle spalle: un cosino mezz'affamato di cinque o sei anni, che gli diede molto da fare e di cui stent a liberarsi. Finalmente glielo prese la moglie di un carbonaio, a cui era morto il marito e che voleva avere ancora intorno a s qualche cosa di vivo. Per diversi giorni lo accompagn un cane senza padrone, che mangiava nella sua mano e lo scaldava nel sonno; ma un mattino scomparve. Ci rincrebbe a Boccadoro: si era abituato a parlare con quel cane; per mezz'ora di seguito gli rivolgeva discorsi e fantasticherie sulla malvagit degli uomini, sull'esistenza di Dio, sull'arte, sul seno e sulle anche d'una giovane figlia di cavaliere di nome Giulia, che aveva conosciuta in giovent Perch naturalmente nel suo pellegrinaggio attraverso la morte Boccadoro era diventato un pochino pazzo: tutti nel territorio colpito dalla peste erano un poco pazzi e molti lo erano del tutto. Un pochino pazza era forse anche la giovane ebrea Rebecca, la bella fanciulla dai capelli neri e dagli occhi ardenti, con la quale s'attard due giorni. La trov nella campagna davanti ad una piccola citt, accovacciata presso un mucchio di macerie carbonizzate; urlava, si batteva il volto e si strappava i neri capelli. Boccadoro ebbe compassione di quei capelli cos belli, e afferr quelle mani infuriate, le tenne ferme, parl alla fanciulla e s'accorse allora che anche il viso e la persona erano bellissimi. Ella piangeva perch suo padre era stato bruciato e ridotto in cenere insieme ad altri quattordici ebrei, per ordine dell'autorit; ella era riuscita a fuggire, ma poi era ritornata disperata e s'accusava di non essersi fatta bruciare insieme al padre. Con molta pazienza egli le tenne ferme le mani convulse, le parl con dolcezza, le mormor espressioni di piet protettrice, le offerse aiuto. Ella gli chiese di aiutarla a seppellire suo padre ed allora raccolsero tutte le ossa traendole dalla cenere ancor calda e le portarono in un luogo nascosto in mezzo ai campi dove le coprirono di terra. Intanto s'era fatta sera e Boccadoro cerc un posto per dormire, prepar alla fanciulla un giaciglio in un boschetto di querce, le promise di vegliare, e la sent piangere ancora e singhiozzare, fin che si fu addormentata. Allora dorm un poco anche lui e alla mattina cominci la sua corte. Le disse che non poteva rimanere cos sola, che l'avrebbero riconosciuta per ebrea e uccisa, o che qualche dissoluto vagabondo l'avrebbe maltrattata, e che nella foresta c'erano lupi e zingari. Egli invece l'avrebbe presa con s e protetta dai lupi e dagli uomini, perch gli faceva pena e le voleva molto bene: egli aveva gli occhi aperti e sapeva che cos' la bellezza, e non avrebbe mai tollerato che quelle dolci pal-

pebre intelligenti e quelle belle spalle fossero divorate dagli animali o arse sul rogo. Ella lo ascolt cupa, poi balz in piedi e fugg. Egli dovette rincorrerla e tenerla stretta prima di poter proseguire. -- Rebecca, -- disse, -- vedi bene che non ho cattive intenzioni verso di te. Ora sei afflitta, pensi a tuo padre non vuoi saperne d'amore. Ma domani o dopodomani o pi tardi io t'interrogher di nuovo; fino allora ti protegger, ti porter da mangiare e non ti toccher. Sii triste fin che necessario Con me potrai esser triste o lieta, potrai fare sempre e soltanto ci che ti dar piacere. Ma eran tutte parole dette al vento. Ella non voleva far nulla che desse piacere - affermava tetra e furente voleva fare ci che d dolore, mai pi avrebbe pensato a qualcosa che potesse somigliare alla gioia, e quanto pi presto l'avrebbe divorata il lupo, tanto meglio per lei. Egli doveva andarsene, non c'era nulla da fare, avevan gi parlato troppo --Ascolta, -- disse Boccadoro, -- non vedi che dappertutto la morte, che in tutte le case e le citt si muore, che tutto pieno d'angoscia? Anche il furore di quegli uomini stolti, che hanno bruciato tuo padre, altro non se non miseria e disperazione, se non conseguenza di una sofferenza troppo grande. Guarda, presto la morte prender anche noi ed anche noi imputridiremo nei campi e con le nostre ossa giocher la talpa. Lascia che prima viviamo ancora un poco e ci vogliamo bene. Ah, sarebbe un tal peccato per il tuo collo bianco, per il tuo piccolo piede! Cara bella fanciulla, vieni con me, non ti toccher, voglio solo vederti e provvedere a te. Supplic ancora a lungo e a un tratto sent egli stesso quanto fosse inutile cercare di conquistarla con parole e ragionamenti. Tacque e la guard triste: il volto fiero e regale di lei era rigido di ripulsa. -- Ecco come siete, -- disse infine Rebecca con voce piena d'odio e di disprezzo, -- ecco come siete voi cristiani! Prima aiuti una figlia a seppellir suo padre che la tua gente ha assassinato e di cui l'unghia dell'ultimo dito vale pi di te, e subito dopo la ragazza dev'esser tua e far con te all'amore. Ecco come siete! A tutta prlma pensai che forse tu eri un uomo buono. Ma come potev esser buono? Ah, siete dei porci! Mentre parlava cos, Boccadoro vedeva ardere nei Su occhi, dietlo l'odio, qualcosa che lo commoveva e lo confondcva e gli penetrava nel cuore. Vedeva nei suoi occhi la morte, ma non il dover morire, bens il voler morire, il diritto di morire, la tacita dedizione e obbedienza all'appello della madre della terra. -- Rebecca, -- disse,--forse hai ragione Io non sono un uomo buono, quantunque verso di te le mie intenziom fossero buone. Perdonami. Solo ora ti ho compresa. Toltosi il berretto, la salut profondamente come una principesSa e se n'and col cuore oppresso; doveva lasclarla perire. Rimase a lungo turbato, non aveva voglla di parlare con nessuno. Per quanto poco si assomigliassero,

quella fiera e povera fanciulla israelita gli ricordava in certo modo Lidia, la figlia del cavaliere. Amare donne come quelle era fonte di dolore. Ma per qualche tempo gli parve di non aver mai amato altre che queste due, la povera, inquieta Lidia e l'ombrosa, amara israelita. Per parecchi giorni ancora pens alla focosa fanciulla dai capelli neri, e per parecchie notti sogn la bellezza slanciata e ardente del suo corpo, che pareva destinato alla felicit e alla prosperit ed era invece gi votato alla morte Oh perch quelle labbra e quel seno dovevano diventar preda dei porci e imputridire nei campi? Non c era qualche potenza, qualche magia, per salvare questi fiori preziosi? S, c'era una magia: far si che contlnuassero a vivere nella sua anima, dar loro forma e conservarli cos. Egli sentiva con sgomento e con entusiasmo la sua anima piena d'immagini, sentiva che quel lungo peregrinare attraverso il paese della morte l'aveva tutta popolata di figure. Tanta ricchezza gli gonfiava il cuore ed egli sentiva un desiderio invincibile di raccogliersi su di essa, di darle sfogo, di trasformarla in immagini durature. E continuava il suo cammino con impulso sempre pi avido e fervente, sempre con gli occhi aperti e coi sensi curiosi, ma con un appassionato desiderio di carta e stilo, di creta e legno, di officina e di lavoro. L'estate era passata. Molti assicuravano che con l'autunno o col principio dell'inverno, la pestilenza sarebbe cessata. Era un autunno senza gioia. Boccadoro attraversava regioni, in cui non c'era pi nessuno per coglier la frutta che cadeva dagli alberi e marciva nell'erba, in altri luoghi orde di gente inselvatichita, proveniente dalle citt in barbare escursioni, la saccheggiava e la sperperava. Boccadoro s'avvicinava a poco a poco alla sua meta e in quell'ultimo tempo lo coglieva spesso il timore di poter prendere ancora la peste e di dover morire in qualche stalla. E non voleva pi morire, prima d'aver gustato la felicit d'essere ancora in un'officina e di dedicarsi alla creazione artistica. Per la prima volta in vita sua il mondo gli pareva troppo vasto, la terra germanica troppo grande. Nessuna graziosa piccola citt poteva pi allettarlo a sostare, nessuna graziosa contadinella lo tratteneva pi a lungo di una notte. Ma una volta pass davanti ad una chiesa, sotto il cui portale stavano entro nicchie profonde, sorrette da colonnine ornamentali, molte statue in pietra di epoca antichissima, figure d'angeli, apostoli e martiri, come ne aveva gi vedute altre volte; anche nel suo convento di Mariabronn c'erano parecchie statue di quel genere. Un tempo, da giovinetto, le aveva contemplate con piacere, ma senza passione; gli parevano belle e maestose, ma un po' troppo solenni e un po' rigide e antiquate. Pi tardi, quando alla fine della sua prima grande peregrinazione era stato tanto commosso e rapito da quella dolce e triste Madonna di maestro Nicola, quelle figure di pietra solenni ed arcaiche gli erano parse troppo pesanti, rigide e straniere, le aveva contemplate con un certo altero disprezzo e nella nuova maniera del suo maestro aveva veduto un arte molto pi viva, pi intima e Di animata. Ora

che ritornava dal mondo con l'anima piena d'immagini, segnata dalle cicatrici e dalle tracce di avventure e di esperienze violente, con un doloroso e appassionato desiderio di raccoglimento e di nuova creazione, quelle figure antiche ed austere commovevano a un tratto il suo cuore con straordinaria potenza. Stava devotamente dinanzi a quelle statue venerande, in cui viveva ancora il cuore di un'epoca da lungo tempo tr.corsa, e le angosce e le estasi di generazioni scomparse da un peZZo, irrigidite nella pietra, sfidavano ancora da secoli la caducit. Nel suo cuore inselvatichito sorgeva tremante e umile il sentimento della venerazione e un orrore per la sua vita sciupata e consumata. Fece quello che da gran tempo non faceva, cerc un confessionale, per confessarsi e per farsi punire. Ma se nella chiesa c'erano confessionali, in nessuno si trovava un prete; erano morti, giacevano all'ospedale, erano fuggiti, temevano il contagio. La chiesa era deserta, i passi di Boccadoro risonavano cupi sotto la volta di pietra. Egli s'inginocchi davanti ad uno dei confessionali vuoti, chiuse gli occhi e mormor dentro la grata: --Buon Dio, vedi ci ch' avvenuto di me. Ritorno dal mondo e sono diventato un uomo cattivo ed inutile, ho sprecato i miei anni di giovent come un dissipatore, ben poco si salvato. Ho ucciso, ho rubato, ho fornicato, ho viSsuto in ozio e mangiato il pane degli altri. Buon Dio, perch ci hai creati cos, perch ci conduci per vie simili? Non siamo noi tuoi figli? Il Figlio tuo non morto per noi? Non ci sono santi e angeli per giudicarci? O sono tutte belle storie inventate, che si raccontano ai bambini e di cui ridono i preti stessi? Io ho perduto la fiducia in te, Padre, hai creato male il mondo, lo tieni in ordine male. Ho veduto case e strade piene di morti, ho veduto ricchi barricarsi nelle loro case o fuggire, e i poveri lasciare i loro fratelli insepolti, e gli uni diventare sospetti agli altri e ammazzare gli ebrei come bestie. Ho veduto tanti innocenti soffrire e perire e tanti malvagi nuotare nel benessere. Ci hai dunque del tutto dimenticati e abbandonati, la tua creazione t' venuta in uggia, vuoi lasciarci andare tutti alla malora? Sospirando usc dall'alto portale e vide le statue di pietra silenziose, angeli e santi, magri ed alti nei rigidi drappeggi delle loro vesti, immobili, irraggiungibili, sovrumani e pur creati da mano umana e da spirito umano. Stavano lass nelle loro nicchie ristrette, severi e sordi inaccessibili a preghiere e a domande, eppure erano un infinito conforto, erano una vittoria trionfante sulla morte e sulla disperazione, nella loro maest e nella loro bellezza sopravviventi all'estinguersi di una generazione umana dopo l'altra. Ah, se ci fosse stata l anche la bella ebrea Rebecca e la povera Lena arsa insieme alla capanna e la povera Lidia e maestro Nicola ! Ma un giorno ci sarebbero stati e avrebbero avuto vita duratura, egli stesso li avrebbe presentati, e le loro figure, che in quel momento significavano per lui amore e tormento, ansia e passione, si sarebbero erette un giorno davanti ai posteri, senza nome e senza storia, pacati e taciti simboli della vita umana. CAPITOLO XV Finalmente la meta fu raggiunta e Boccadoro entr nel-

l'ambita citt per la medesima porta per cui un giorno, tanti anni prima, era passato la prima volta in cerca del suo maestro. Gi per strada, mentre si avvicinava alla citt vescovile, parecchie notiZie l'avevano raggiunto; sapeva che anche l c'era stata la peste e forse vi regnava ancora, gli avevano raccontato di disordini e di rivolte popolari, e che un governatore imperiale era venuto per mettere ordine, per dare leggi eccezionali e proteggere la propriet e la vita dei cittadini. Perch il vescovo aveva lasciato la citt appena scoppiata la peste e risiedeva lontano in uno dei suoi castelli in campagna. Di tutte queste notizie il viandante si era interessato poco. Purch ci fosse ancora la citt, con le officine in cui egli voleva lavorare! Tutto il resto non gli importava. Quando arriv, l'epidemia era spenta, si aspettava il ritorno del vescovo e ci si rallegrava della partenza del governatore e della ripresa della pacifica vita normale. Quando Boccadoro rivide la citt, un'ondata di ricordi, un senso di ritrovar la sua patria, quale non aveva mai provato prima, gli gonfi il cuore, e per dominarsi contrasse il volto in una maschera di severit inconsueta. Oh, c'era ancora tutto: le porte, le belle fontane, il vecchio campanile massiccio della cattedrale e quello nuovo e slanciato della chiesa di Santa Maria, le campane sonore di San Lorenzo, la grande piazza luminosa del mercato! Oh, che gioia che tutto questo lo avesse aspettato! Non aveva sognato un giorno, cammin facendo, di arrivar l e di trovar tutto straniero e mutato, parte distrutto e in rovina, parte irriconoscibile per nuove costruzioni e per strani segni spiacevoli? Aveva le lacrime a~li occhi, mentre camminava per le strade e riconosceva le case a una a una. In fin dei conti non erano invidiabili i sedentari nelle loro belle case sicure, nella loro pacifica vita borghese, nel loro sentimento tranquillante e fortificante di avere una patria, di essere a casa propria nella stanza e nell'officina, fra moglie e figli, servit e vicini ? Era tardo pomeriggio e dalla parte della strada illuminata dal sole le case, le insegne delle osterie e delle corporazioni, le porte scolpite e i vasi di fiori splendevano nel raggio caldo, e nulla faceva pensare che anche in quella citt avessero regnato la furia della morte e la folle paura degli uomini. Fresco, verde e azzurro chiaro scclrreva sotto le volte sonore del ponte il fiume lucente Boccadoro sedette un momento sul parapetto dell'argine. sotto guiZZavano ancora nel verde cristallo le ombre scure dei pesci, o stavano immobili coi musi rivolti contro la corrente; ancora scintillava qua e l nel crepuscolo del fondo quel tenue bagliore d'oro, che promette tanto e favorisce i sogni. Ci accadeva anche in altre acque, anche altri ponti ed altre citt eran belli a vedere, e tuttavia gli pareva di non aver pi visto e sentito da tanto tempo nulla di simile. Passarono due garzoni di macellaio, che spingevano ridendo un vitello, e scambiarono occhiate e scherzi con una ragazza, che raccoglieva il bucato in una pergola sopra di loro. Come tutto passava presto! Poco tempo innanzi bruciavano ancora i fuochi della peste e infierivano i terribili monatti; ed ecco che la vita riprendeva il suo corso, si rideva e si scherzava; a lui capitava lo stesso: eccolo l seduto, entusiasta di rivedere ogni cosa, ricono-

scente, tenero perfino verso i sedentari, come se non ci fossero state n miseria n morte, n una Lena n una principessa israelita. S'alz sorridendo e prosegu; solo quando s'avvicin alla strada di maestro Nicola e ripercorse quel cammino, che un tempo aveva fatto ogni giorno per un anno intero recandosi al lavoro, il suo cuore cominci a sentirsi oppresso e inquieto. Affrett il passo; voleva presentarsi quel giorno stesso al maestro e aver notizie, non era pi il caso di differire, gli sarebbe parso addirittura impossibile aspettare fino al'indomani. Il maestro sarebbe stato ancora in collera con lui? Era passato tanto tempo, non poteva pi avere importanza; e se anche lo fosse stato, egli avrebbe placato la sua collera. Purch il maestro fosse ancora l, lui e la sua ofhcina, poi tutto sarebbe andato bene. In fretta, come se all'ultimo momento potesse perdere ancora qualcosa, s'avvicin alla casa ben nota, afferr la maniglia della porta e sussult, trovandola chiusa. Era forse un cattivo segno? Una volta non avveniva mai che quella porta fosse tenuta chiusa in pieno giorno. Lasci cadere il battaglio con strepito e aspett. Di colpo gli era entrata una grande ansia in cuore. Venne l stessa vecchia servente che l'aveva ricevuto al suo primo ingresso in quella casa. Non era diventata pi brutta, ma pi vecchia e pi sgarbata; non riconobbe Boccadoro. Con voce ansiosa egli chiese del maestro. Ella lo guard inebetita e diffidente. -- Maestro? Qui non c' nessun maestro. Andate pure, giovanotto. Non si riceve nessuno. Voleva cacciarlo fuori dalla porta: egli la prese per un braccio e le grid: --Ma parla dunque, Margherita, in nome di Dio! lo sono Boccadoro, non mi conosci? Debbo andare da maestro Nicola. Negli occhi presbiti e semispenti non brill alcun segno di benvenuto. -- Qui non c' pi nessun maestro Nicola, -- disse respingendolo;--quello morto. Andatevene, io non posso star qui a chiacchierare. Boccadoro che sentiva crollare tutto dentro di s, spinse da una parte la vecchia, che gli corse dietro gridando, e si precipit per il corridoo buio verso l'officina. Era chiusa. Seguito dQlla vecchia, che protestava e inveiva, corse su per la scala, vide nella penombra del noto vestibolo le statue che Nicola aveva raccolte. Chiam a voce alta la signorina Elisabetta. La porta della stanza s'apr e comparve Elisabetta; quan. do, solo alla seconda occhiata, egli la riconobbe si sent stringere il cuore. Se gi tutto in quella casa, dal momentO in cui aveva trovato con spavento la porta chiusa, appariva spettrale e incantato come in un sogno angosciosO, alla vista di Elisabetta un vero brivido gli percorse la schiena. Della bella e superba Elisabetta era rimasta una ragazza spaurita e curva, con un viso giallo e malaticcio, in un vestito nero e disadorno, con lo sguardo incerto e l'atteggiamento inquieto.

-- Perdonate, -- fece lui, -- Margherita non voleva lasciarmi entrare. Non mi riconoscete? Ma sono Boccadoro. Ah, ditemi: proprio vero che vostro padre morto? Dallo sguardo di lei cap che in quel momento lo riconosceva e vide anche subito ch'egli non doveva aver lasclato buon ricordo di s. --Ah, siete Boccadoro? -- disse, e nella voce di lei egli riconobbe qualcosa della fierezza d'un tempo. -- Vi siete affaticato a salire per nulla. Mio padre morto. --E l'officina? -- gli usc dal petto. -- L'officina? chiusa. Se cercate lavoro, dovete andare altrove. Egli cerc di dominarsi. -- Signorina Elisabetta, -- disse cortesemente, -- io non cerco lavoro, volevo solo salutare il maestro e voi. Sono molto addolorato di dover udire questo! Vedo che avete passato dei giorni gravi. Se uno scolaro riconoscente di vostro padre pu rendervi qualche servigio, ditelo, sarebbe una gioia per me. Ah, signorina Elisabetta, mi si spezza il cuore a trovarvi cos... cos immersa nel dolore Ella si ritir dietro la porta della stanza. --Grazie, -- disse esitante, -- non potete pi render nessun servigio a lui e neppure a me. Margherita vi condurr fuori. La voce risonava dura, fra irata e timorosa. Egli sent che, se avesse avuto coraggio, lo avrebbe cacciato fuori con un'ingiuria. Gi era sceso in istrada, dietro di lui la porta di ancora il colpo secco dei chio come la chiusura del gi la vecchia aveva sbarrato casa e messo i chiavistelli. Ud catenacci, che gli son all'oreccoperchio di una bara.

Ritorn a passi lenti in riva al fiume e sedette di nuovo sul muro nel posto d'un tempo. Il sole era tramontato dall'acqua saliva un alito freddo, fredda era la pietra sulla quale sedeva. La via che fiancheggiava il fiume s'era fatta silenziosa, contro i pilastri del ponte mormorava la corrente, cupo appariva il fondo, nessun bagliore d'oro luccicava pi. "Oh" pensava "se ora cadessi gi dal muro e scomparissi nel fiume!" 11 mondo era di nuovo pie-

no di morte. Pass un'ora e il crepuscolo era diventato notte. Finalmente poteva piangere. Stava seduto e piangeva, le gocce calde gli cadevano sulle mani e sulle ginocchia. Piangeva per il maestro morto, piangeva per la perduta bellezza di Elisabetta, piangeva per Lena, per Roberto, per la fanciulla ebrea, per la sua propria giovinezza appassita e sciupata. Pi tardi entr in un'osteria, dove una volta trincava spesso coi compagni. L'ostessa lo riconobbe; egli le chiese

un pezzo di pane, ella glielo diede e gli offerse insieme gentilmente anche un bicchier di vino. Egli non riusc a ingoiare n il pane n il vino. Sopra una panca dell'osteria dorm la notte. L'ostessa lo svegli il mattino, egli ringrazi e se n'and; per via mangi il suo pezzo di pane. And in piazza del mercato: l c'era la casa in cui una volta aveva la sua camera. Accanto alla fontana alcune pescivendole offrivano la loro merce viva; egli guard dentro i barili i begli animali lucenti. Tante volte li aveva visti in passato, e gli torn alla mente che spesso aveva avuto compassione di loro e s'era sentito acceso d'ira contro le pescivendole e i compratori. Una volta, ricordava, in un'altra mattina s'era aggirato per quella piazza ammirando e compiangendo i pesci ed era stato molto triste: quanto tempo era passato da allora e quant'acqua sotto i ponti! Era stato molto triste, se ne rammentava bene, ma non sapeva perch. Era proprio cos: anche le cose tristi passavano, anche i dolori e le disperazioni, come le gioie, impallidivano, perdevano la loro profondit e il loro valore, fin che veniva un momento in cui non ci si poteva pi ricordare che cos'era stato a far tanto male. Anche i dolori sfiorivano e appassivano. Anche il suo dolore di quel giorno sarebbe dunque appassito e divenuto insignificante, anche la sua disperazione per la morte del maestro, che se n'era andato in collera con lui. E perch non gli era pi aperta un'officina, dove gustare la felicit della creazione e scaricare dall'anima il peso delle immagini? S, senza dubbio, anche questa sofferenza, anche l'amarezza di diventare vecchio e stanco, anche questa avrebbe dimenticato. Nulla aveva consistenza, neppure il dolore. Mentre fissava i pesci, tutto assorto in questi pensieri, ud una voce sommessa pronunciare affettuosamente il suo nome. -- Boccadoro, -- chiamava timida; e voltandosi, egli vide una giovinetta delicata e patita, ma con grandi occhi scuri. Non la conosceva. -- Boccadoro! Sei proprio tu? -- disse la timida voce. -- Da quando sei tornato in citt? Non mi conosci pi? Sono Maria. Ma egli non la conosceva. Dovette raccontargli che era la figlia dei suoi padroni di casa d'un tempo e che un giorno, in quell'alba prima della sua partenZa, gli aveva fatto scaldare una tazza di latte in cucina. Arross, mentre raccontava. S, era Maria, era la bimba esile dal femore malato che allora s'era presa cura di lui con tanta timida tenerezza. Ora egli ricordava tutto: Maria lo aveva aspettato nel mattino freddo e s'era mostrata cos triste della sua partenza, gli aveva fatto scaldare il latte ed egli le aveva dato un bacio, che ella aveva ricevuto con tacita solennit, come un sacramento. Non aveva pi pensato a lei. Allora era una bimba. Ora s'era fatta alta aveva dei bellissimi occhi, ma zoppicava sempre e appariva un po' emaclata. Le diede la mano. Gli faceva piacere che qualcuno in quella citt lo conoscesse ancora e gli volesse bene.

Maria lo condusse con s, egli non oppose quasi resistonza. Dovette pranzare a mezzogiorno coi genitori di lei, nella stanza dove pendeva ancora dalla parete il suo quadro e sul bordo del camino spiccava il suo bicchiere color rubino; fu invitato a rimanere qualche giorno, erano tanto lieti di rivederlo. Qui apprese ci ch'era avvenuto in casa del suo maestro. Nicola non era morto di peste, ma la bella Elisabetta aveva preso il contagio ed era stata gravissima; suo padre l'aveva curata fino a logorarsl, ed era morto prima ancora ch'ella fosse del tutto guarita. Fu salvata, ma la sua bellezza se n'era andata per sempre. --L'officina vuota, -- disse il padrone di casa, -e per un bravo intagliatore ci sarebbe l un bel nido pronto e denaro a sufficienza. Pensaci, Boccadoro! La ragazza non direbbe di no. Non ha pi da scegliere. Venne anche a sapere diversi particolari dell'epoca della peste: che la plebe aveva prima incendiato un ospedale

e poi assalito e saccheggiato alcune case di ricchi; che per un po' di tempo, essendo fuggito il vescovo, non c'eran pi stati n ordine n sicurezza in citt. Allora l'imperatore, che si trovava in quel momento nelle vicinanze, aveva mandato un governatore, il conte Enrico. Un uomo energico senza dubbio; coi suoi pochi cavalieri e soldati aveva ristabilito l'ordine nella citt. Ma ormai era tempo che quel regime cessasse; si aspettava il ritorno del vescovo. Il conte aveva preteso molto dai cittadini; e anche della sua concubina se n'aveva abbastanza, dell'Agnese; quella era una birba matricolata! Be', presto se ne sarebbero andati. Il Consiglio comunale era arcistufo di aver alle costole, invece del suo buon vescovo, un cortigiano e un guerriero come quello, un favorito dell'imperatore, che riceveva continuamente ambasciate e delegazioni come un principe. Poi anche l'ospite fu interrogato sulle sue avventure.-Ah! --disse egli con tristezza,--non parliamo di queste. Ho camminato e camminato e dappertutto c'era la pestilenza e intorno giacevano i morti, e dappertutto la gente era impazzita e malvagia per paura. Io sono rimasto in vita, forse un giorno tutto questo sar dimenticato. Ora ritorno e il mio maestro morto! Lasciatemi qui un paio di giorni a riposare, poi riprender il mio cammino. Non rimase per riposare. Rimase perch era deluso e indeciso, perch il ricordo di tempi pi felici gli rendeva cara quella citt, e perch l'amore della povera Maria gli faceva bene. Egli non poteva ricambiarlo, non poteva darle altro che amicizia e compassione; ma quella sua adorazione tacita e umile lo riscaldava. Pi di tutto poi lo tratteneva in quel luogo il bisogno ardente di ridiventare artista, anche senza officina, anche solo con dei ripieghi. Per un paio di giorni Boccadoro non fece altro che disegnare. Maria gli aveva procurato carta e penna ed egli sedeva nella sua camera e disegnava per ore ed ore e riempiva i grandi fogli, ora con figure scarabocchiate in fretta, ora con altre delicate e curate amorosamente, e

cos lasciava che il libro delle immagini, che gli riempivano l'animo, passasse da questo sulla carta. Disegn molte volte il viso di Lena, con quel suo sorriso pieno di soddisfazione, d'amore e di volutt di sangue, che le aveva veduto dopo la morte del vagabondo, e anche come gli era apparso nell'ultima notte, gi sul punto di disfarsi nell'informe, nel ritorno alla terra. Disegn un contadinello, che un giorno aveva visto morto, disteso sulla soglia della camera dei suoi genitori, coi piccoli pugni serrati. Disegn un carro pieno di cadaveri, tirato a stento da tre ronzini, e di fianco gli sgherri con le lunghe stangh, con gli occhi biechi che sbirciavano dalle fessure delle maschere nere. Disegn pi volte Rebecca, la fanciulla ebrea dagli occhi neri e dalla figura slanciata, la sua bocca sottile e fiera, il suo volto pieno di dolore e d'indignazione, il suo corpo giovane e bello che pareva fatto per l'amore, la sua bocca altera e amara. Disegn se stesso come viandante, amante, fuggiasco dalla morte mietitrice, ballerino nelle orge degli affamati di vita durante la peste. Chino ed assorto sopra la carta bianca, schizz il viso fermo e orgoglioso della signorina Elisabetta, come l'aveva conosciuta un tempo, la smorfia della vecchia serva Margherita, il volto amato e temuto di maestro Nicola. Pi di una volta anche abbozz con tratti lievi e presaghi una grande figura femminile, la Madre della terra, seduta con le mani in grembo e un barlume di sorriso nel volto sotto gli occhi tristi. Questo fluire d'immagini, questo sentimento vibrante nella mano che disegnava, queSto dominio che egli acquistava sulle proprie visioni, gli faceva un bene infinito. In pochi giorni riemp dei suoi disegni tutti i fogli che Maria gli aveva procurati. Dall'ultimo tagli via un pezzo e vi disegn chiaro, a tratti sobri, il viso di Maria, coi suoi begli occhi e nella bocca un espressione di rinuncia. Glielo don. Disegnando aveva sciolto e liberato la sua anima da quel senso di pesantezza, d'ingorgo, di eccessiva pienezza che l'opprimeva. Fin tanto che disegnava, non sapeva dov'era, il suo mondo non consisteva d'altro che della tavola, della carta bianca e, la sera, della candela. Poi si dest, si ramment delle avventure pi recenti: vide dinanzi a s, inesorabile, la ripresa della vita errabonda e cominci a vagare per la citt, col cuore stranamente diviso fra il senso di rivedere e quello di prender congedo. In uno di questi giri incontr una donna, la cui vista diede a tutti i suoi sentimenti sconvolti un nuovo centro. Era una donna a cavallo, alta e biondissima, con occhi azzurri curiosi e un po' freddi, membra solide ed ener-

giche e un viso florido, spirante gioia di godimento e di potenza, sicurezza di s e curiosit dei sensi all'erta. Si ergeva sul cavallo bruno un po' altera e imperiosa, abituata al comando, ma non chiusa e in atteggiamento difensivo: sotto i suoi occhi un po' freddi vibravano narici mobili, aperte a tutti i profumi del mondo, e la bocca grande e carnosa sembrava fatta per prendere e per dare. Nell'istante in cui Boccadoro la vide, si dest viva in lui la brama di misurarsi con quella donna superba. Conquistarla gli parve un nobile scopo e rompersi il collo per raggiungerla non gli sarebbe sembrata una brutta morte. Sent subito che quella bionda leonessa era sua pari, ricca di

.sensi e d'anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e selvaggia, esperta di passioni per antica eredit di sangue. Pass a cavallo, egli la segu con lo sguardo: fra la chioma bionda e ricciuta e il colletto di velluto azzurro vide spuntare una nuca salda, forte e fiera, ma avvolta della pi tenera pelle infantile. Gli parve la donna pi bella che avesse mai veduta. Egli voleva stringer quella nuca nelle sue mani e strappare a quegli occhi il loro freddo segreto azzurro. Non gli fu difficile informarsi chi fosse. Seppe subito che abitava nel castello ed era Agnese, l'amante del governatore; non se ne stup, avrebbe potuto essere l'imperatrice in persona. Si ferm presso la vasca di una fontana e cerc nell'acqua la sua immagine. S'accordava con quella della bionda signora come una sorella, ma era troppo incolta. Immediatamente and a cercare un barbiere che conosceva, e con belle parole lo indusse a tagliargli barba e capelli e a pettinarlo per bene. L'inseguimento dur due giorni. Agnese usciva dal castello e il biondo straniero stava al portone e la guardava negli occhi, ammirato. Agnese cavalcava intorno al bastione e di fra gli ontani sbucava lo straniero. Agnese era dall'orefice e all'uscir dall'officina incontrava lo straniero. Ella lo fulminava un istante coi suoi occhi imperiosi, mentre un lieve tremito le palpitava intorno alle narici. La mattina dopo, ritrovandolo pronto alla sua prima uscita a cavallo, gli lanci la sua sfida con un sorriso. Egli vide anche il conte, il governatore; era un uomo imponente e ardito, da prender sul serio; ma aveva gi del grigio fra i capelli e delle preoccupazioni sul volto; Boccadoro si sentiva superiore. Quei due giorni lo resero felice; raggiava di giovinezza riconquistata. Era bello mostrarsi a quella donna e sfidarla a battaglia. Era bello perdere la propria libert per quella bellezza. Bella ed eCCitante era la sensazione di mettere la propria vita su quell'unico dado. La mattina del terZo giorno Agnese usc a cavallo dal portone del castello, accompagnata da un palafreniere. I suoi occhi cercarono subito il corteggiatore, smaniosi di lotta e un po' inquieti. Bene, era l. Ella mand via il servo con una commissione e prosegul sola a passo lento; usc dalla porta inferiore che metteva sul ponte e lo attravers. Allora soltanto guard indietro. Vide che lo straniero la seguiva. Sulla strada che conduceva alla chiesa di San Vito, meta di pellegrinaggi, in quell'epoca quasi deserta, lo aspett. Dovette aspettare una mezz'ora: lo straniero camminava adagio, non voleva arrivare trafelato. Giunse fresco e sorridente, in bocca un ramoscello con una coccola di rosa canina. Ella era scesa da cavallo e, legato l'animale, stava appoggiata all'edera che s'arrampicava sul muro, guardando alla volta dell'inseguitore. Egli si ferm davanti a lei, gli occhi negli occhi, e si tolse il berretto. -- Perch mi corri dietro?--domand lei.--Che vuoi da me? -- Oh, -- fece Boccadoro, -- preferirei molto regalarti qualche cosa piuttosto che riceverla da te. Vorrei offrirti in dono me stesso, bella signora; fa di me ci che vuoi.

-- Bene, voglio vedere che cosa si pu fare di te. Ma se hai pensato di poter cogliere qui fuori un fiorellino senza pericolo, ti sei ingannato. Io posso amare solo uomini che sanno al bisogno arrischiare la loro vita. --- Non hai che da comandarmi. Ella si tolse lentamente dal collo una catenella d'oro e gliela consegn. -- Come ti chiami ? -- Boccadoro. -- Bene, Boccadoro, prover di che oro la tua bocca. Ascoltami bene: verso sera tu verrai al castello e mostrerai questa catena, dicendo che l'hai trovata. Ma non deve uscire dalle tue mani, desidero riaverla da te. Verrai cosl come sei, ti prendano pure per un mendicante. Se qualcuno della servit ti apostrofer insolentemente, rimarrai

tranquillo. Devi sapere che io ho solo due persone sicure nel castello: il palafreniere Max e la mia cameriera Berta. Devi raggiungere uno dei due e farti introdurre da me. Con tutti gli altri del castello, compreso il conte, sii cauto: sono nemici. Sei avvisato. Pu costarti la vita. Gli stese la mano; egli la prese sorridendo, la baci delicatamente, la sfior lieve con la guancia. Poi intasc la catena e se n'and, scendendo lungo il fiume verso la citt. I vigneti erano gi spogli, dagli alberi volavano via le foglie ad una ad una. Boccadoro guard gi la citt, che gli apparve seducente e amica; scosse il capo sorri dendo. Solo pochi giorni prima egli era cos triste, tri~te perfino che anche il dolore e la sofferenza fossero caduchi. Ed ecco che in realt sofferenza e dolore erano gi passati, staccati da lui come dal ramo le foglie d'oro. Gli pareva che l'amore non gli avesse mai sorriso cos luminoso come da quella donna, la cui alta figura, la cui bionda e lieta floridezza gli ricordavano l'immagine di sua madre, cos come l'aveva portata in cuore da ragazzo a Mariabronn. Solo due giorni prima egli non avrebbe creduto possibile che il mondo gli potesse sorridere ancora con tanta letizia, ch'egli potesse ancora sentirsi correre nel sangue con tanta pienezza e tanto impeto il flutto della vita, della gioia, della giovinezza. Che felicit essere ancora vivo! che in tutti quei mesi tremendi la morte l'avesse risparmiato! La sera si rec al castello. Nel cortile c'era molta animazione, si dissellavano cavalli, correvano messi: un piccolo corteo di sacerdoti e di dignitari della Chiesa veniva introdotto dai servi per la porta interna su per lo scalone. Boccadoro voleva seguirli, il portiere lo trattenne. Egli trasse fuori la catena d'oro e disse che aveva l'ordine di non consegnarla a nessuno fuorch alla signora o alla sua cameriera. Lo fecero accompagnare da un servo, e dovette aspettare a lungo nei corridoi. Finalmente comparve una donna svelta e graziosa, che passandogli accanto domand piano: -- Siete Boccadoro? --e gli fece segno di seguirla: scomparve in silenzio dietro una porta, ricomparve

dopo poco e gli accenn d'entrare. Egli si trov in una piccola stanza, in cui c'era un forte sentore di pelliccia e di dolci profumi; dalle pareti pendevano vestiti e mantelli, su supporti di legno stavano cappelli femminili e in una cassetta aperta ogni sorta di calzature. L rimase ad attendere una buona mezz'ora, fiutando i vestiti profumati, accarezzando le pellicce e sorridendo curioso di tutte le belle cose che gli pendevano intorno Finalmente la porta interna s'apr e comparve non pi la cameriera, ma Agnese stessa, in un vestito azzurro chiaro, guarnito al collo di pelliccia bianca. S'avanz lenta verso di lui, passo passo, guardandolo seria coi suoi freddi occhi azZurri. --Hai dovuto aspettare, -- disse piano.--Credo che ora siamo sicuri. C' una delegazione di sacerdoti dal conte, egli pranza con loro e avr certo ancora lunghe trattative: le sedute coi preti durano sempre molto. Quest'ora per te e per me. Sii benvenuto, Boccadoro. Si chin verso di lui, le belle labbra piene di desiderio s'avvicinarono alle sue; e i due si salutarono in silenzio nel primo bacio. Egli pass lentamente la sua mano intorno al collo di lei. Ella lo condusse nella sua camera da letto, alta e tutta illuminata da candele. Su di una tavola era preparata una cena; sedettero, ella gli offerse premurosamente pane, burro e un po' di carne e gli vers vin bianco in un bel bicchiere azzurrognolo. Mangiarono e bevettero entrambi dallo stesso calice, le loro mani giocarono insleme, come per provarsi. --Di dove sei volato gi,--domand lei,--mio bell'uccello? Sei un guerriero, o un musico, o solo un povero vagabondo? -- Sono tutto quello che vuoi tu,--rise egli sommesso, --sono tuo. Sono un musico, se vuoi, e tu sei il mio dolce liuto; e se metto le dita intorno al tuo collo e suono su di te, sentiamo cantare gli angeli. Vieni, cuor mio, non sono qui per mangiare i tuoi buoni pasticcini e per bere il tuo buon vino bianco, sono venuto solo per te. Le scost delicatamente dal collo la pelliccia bianca e le vesti dal corpo, con mano adulatrice. Fuori cortigiani e preti potevano tenere tutti i loro consigli, e i servi camminar quatti quatti, e la falce sottile della luna scomparire completamente dietro gli alberi: gli amanti non ne sapevano nulla. Per loro fioriva il paradiso; attratti l'una verso l'altro e insieme abbracciati, si perdevano nella sua notte profumata, vedevano spuntare nella penombra i fiori

bianchi dei suoi misteri, coglievano con mani tenere e grate i suoi frutti agognati. Il musico non aveva mai sonato un liuto come quello, il liuto non aveva mai vibrato sotto dita cos forti ed esperte. --Boccadoro,--bisbigliava lei con ardore al suo orecchio, -- oh, che mago sei! Da te, mio dolce pesciolino

d'oro, vorrei avere un figlio. E pi ancora vorrei morire di te. Succhiami, caro, struggimi, uccidimi! In fondo alla gola di Boccadoro tremava un mormorio di felicit, mentre vedeva fondersi e affievolirsi la durezza di quegli occhi freddi. Nella profondit di quegli occhi passava come un fremito di tenerezza e di morte, che si spegneva come il brivido argenteo sulla pelle di un pesce morente, con un pallido baglior d'oro simile a quel magico balenar di scintille in fondo al fiume. Sembrava a Boccadoro che tutta la felicit possibile per un essere umano affluisse a lui in quel momento. Subito dopo, mentr'ella giaceva tremante con gli occhi chiusi, egli s'alz piano e si vest. Le disse all'orecchio con un sorriso: -- Mio bel tesoro, ti lascio. Non ho voglia di morire, non ho voglia di essere ucciso dal conte. Prima desidero far felice ancora una volta te e me, come lo siamo stati oggi. Ancora una volta te e me, come lo siamo stati oggi. Ancora una volta, ancora molte volte! Ella rimase distesa in silenzio, finch fu vestito. Allora egli la coperse piano e le baci gli occhi. --Boccadoro, -- disse Agnese, --oh, perch devi andartene? Torna domani! Se c' pericolo, ti faccio avvertire. Torna, torna domani! Tir il cordone di un campanello. Sulla porta dello spogliatoio la cameriera ricevette Boccadoro e lo condusse fuori del castello. Egli le avrebbe dato volentieri una moneta d'oro; per un momento si vergogn della sua povert. Verso mezzanotte. era in piazza del mercato del pesce e guardava su alla sua casa. Era tardi, nessuno pi sarebbe stato sveglio, probabilmente avrebbe dovuto passare la notte fuori. Con sua meraviglia trov la porta di casa aperta. Scivol dentro e la chiuse dietro di s. Per andare in camera sua doveva passare dalla cucina. Qui c'era luce. Accanto ad una minuscola lampada a olio Maria stava seduta davanti alla tavola. S'era appena appisolata, dopo aver atteso due, tre ore. Al suo entrare sussult e balz in piedi. --Oh, -- disse Boccadoro, -- Maria, sei ancora alzata ? --Sono alzata,--rispose lei.--Altrimenti avresti trovato chiusa la porta. --Mi rincresce, Maria, che tu abbia aspettato. S' fatto cos tardi! Non essere in collera con me~ --Non sono mai in collera con te, Boccadoro. Sono solo un po' triste. --Non devi essere triste. E perch triste~ --Ah, Boccadoro, vorrei tanto essere sana e bella e forte. Allora tu non dovresti andare di notte in case straniere ad amare altre donne. Allora rimarresti anche qual-

che volta vicino a me e mi vorresti un po' di bene Nella sua voce dolce non sonava alcuna speranza, alcuna animosit, solo tristezza. Egli le stava accanto imbarazzato, sentiva piet, non sapeva dir nulla. Con mano cauta le prese la testa e le careZz i capelli, ella rimase immobile, rabbrivid sotto la sua mano, pianse un poco poi si drizz e disse timidamente: --Va a letto ora Boccadoro. Ho detto delle sciocchezze, ero cos assonnata Buona notte. C~PITOLO XVI Boccadoro pass una giornata di felice impazienza sui colli. Se avesse avuto un cavallo, sarebbe andato al convento a trovare la bella Madonna del suo maestro: sentiva un gran desiderio di vederla ancora, e poi gli pareva d'essersi sognato, quella notte, di maestro Nicola. Ebbene, un'altra volta! Quella felicit d'amore con Agnese sarebbe forse durata poco, forse sarebbe finita male... ma in quel momento era in pieno sboccio, egli non doveva lasciarsene sfuggir nulla. Quel giorno non voleva veder nessuno, non voleva esser distratto. Avrebbe passato la mite giornata d'autunno fuori, sotto gli alberi e sotto le nubi. Disse a Maria che aveva intenzione di fare una passeggiata in campagna e sarebbe probabilmente ritornato tardi, la preg di dargli un bel pezZo di pane e di non aspettarlo la sera. Ella non rispose nulla, gli riemp la bisaccia di pane e di mele, gli pass la spazzola sul vestito logoro, di cui gi il primo giorno aveva rattoppato i buchi, e lo lasci partire. Pass dall'altra parte del fiume e prese a salire su per le ripide gradinate a traverso i vigneti deserti, poi si perdette nel bosco e non s'arrest fin ch'ebbe raggiunto l'ultima cresta. L il sole splendeva tiepido in mezzo ai tronchi degli alberi brulli; ai suoi passi i merli fuggivano nella macchia, s'accovacciavano timidi, guardando dal fitto dei rami con occhi neri lucenti, e in basso scorreva il fiume con un ampio arco azzurro e la citt appariva piccola come un giocattolo; di lass non si sentiva pi nessun suono, fuorch le campane nelle ore di preghiera. C'erano lass piccole valli e tumuli ricoperti d'erba, avanzi di antichi templi pagani, forse fortificazioni, forse tombe. Egli sedette su uno di questi tumuli; la crepitante erba d'autunno offriva un sedile asciutto e l'occhio dominava tutta l'ampia valle e di l dal fiume le colline e le montagne, catene dietro catene, fin dove cielo e monti s'incontravano in un gioco di luci azzurrognole e non si distinguevano pm Tutto questo vasto paese, pi oltre ancora di dove l'occhio potesse giungere, egli l'aveva percorso a piedi; tutte queste regioni, che ormai si perdevano nella lontananza e nel ricordo, erano state un giorno vicine e presenti. In quei boschi egli aveva dormito cento volte, mangiato mirtilli, patito la fame e il freddo; su quelle creste di montagne e strisce di landa aveva camminato, lieto e triste, fresco di forze e stanco. In qualche punto di quella lontananza, oltre l'orizzonte, giacevano le ossa bruciate della buona Lena, altrove continuava forse la sua marcia vagabonda il compagno Roberto, se non l'aveva colto la peste; in qualche luogo laggi giaceva l'ucciso Vittore, e in qualche altro luogo, lontano e incantato, il convento

della sua adolescenza; da una parte sorgeva il castello del cavaliere dalle belle figliole, dall'altra correva misera e inseguita la povera Rebecca, o era perita. Tutti questi luoghi dispersi, lande e boschi, citt e villaggi, castelli e conventi, tutte queste persone, vive o morte che fossero, esistevano dentro di lui, unite fra loro, nel suo ricordo, nel suo amore, nel suo pentimento, nella sua nostalgia. E se il giorno dopo la morte avesse colto anche lui, tutto questo si sarebbe di nuovo disperso, dileguato, tutto il suo libro di figure, cos pieno di donne e d'amore, di mattini estivi e di notti invernali! Oh, doveva affrettarsi ancora a fare qualcosa, a creare e a lasciare dietro di s qualcosa che gli sopravvivesse. Di tutta la sua vita, delle sue peregrinazioni, di tutti gli anni trascorsi dal giorno in cui s'era lanciato nel mondo, poco frutto era rimasto. Eran rimaste quelle due o tre figure, da lui foggiate una volta nell'officina, specialmente l'apostolo Giovanni, e poi quel libro d'immagini, quel mondo irreale che viveva nella sua mente, il mondo bello e doloroso dei ricordi. Sarebbe riuscito a salvare qualcosa di questo mondo intimo e a tradurlo nell'esterno? O avrebbe continuato sempre ad andare cos: sempre nuove citt, nuovi paesi, nuove donne, nuove vicende, nuove immagini, l'una sopra l'altra, di cui non portava con s che

questa inquieta, traboccante pienezza del cuore, tanto bella quanto tormentosa? Era una cosa terribile essere burlati cos dalla vita, c'era da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell'antica Madre Eva: e allora si gustavano bens piaceri sublimi, ma nulla salvava dalla caducit; si era allora come un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppule si cercava di difendersi, ci si chiudeva nell'officina e ci si sforzava di costrulre un monumento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla vita, allora non si era pi che strumenti, allora si serviva bens l'immortalit, ma intanto ci s'inaridiva e si perdeva la libert, la pienezza, la gioia deLla vita. Cos era aVVenuto a maestro Nicola. Ah, eppure tutta questa vita aveva un senso soltanto se l'uno e l'altro scopo si potevano raggiungere, se non c'era questa scissione provocata da un arido aut a~t! Creare, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobilt della creazione! Non era dunque possiForse c'erano uomini a cui era possibile. Forse c'erano mariti e padri di famiglia, che serbando la fedelt non perdevano il piacere dei sensi? Forse c'erano sedentarl, a cui la mancanza di libert e di pericolo non faceva inaridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora. Pareva che tutta l'esistenza fosse basata sulla duplicit, sul contrasto: donna o uomo, vagabondo o borghesuccio, uomo d'intelletto o di sentimento; aspirare ed esplrare insieme, essere uomo e donna, conciliare libert ed ordine, istinto e spirito, non era possiblle; bisognava sempre pagare l'una cosa con la perdita dell'altra e sempre l'una era altrettanto importante e desiderabile quanto l'al-

tra! Le donne forse avevano in questo la via pi facile. In loro la natura aveva fatto in modo che il piacere portasse da s il suo frutto e che dalla felicit dell'amore nascesse il figlio. Nell'uomo in luogo di questa semplice fecondit c'era l'eterna aspirazione. Il Dio che aveva creato tutto questo era dunque cattivo od ostile, rideva forse con gioia maligna della sua propria creazione? No, non poteva essere cattivo, se aveva creato i caprioli e i cervl, i pesci e gli uccelli, il bosco, i fiori, le stagioni. Ma c'era una scissione nella sua creazione, sia che questa fosse mal rmsclta e imperfetta, sia che Dio lasciando nell'esistenza umana tale lacuna e tale aspiraZione insoddisfatta avesse Intenzloni sue particolari, sia che ci fosse il seme del nemico, il peccato originale. Ma perch queSt'aSpiraZiOne insoddisfatta doveva esser peccato? Non nasceva da essa tutto ci che di bello e di santo l'uomo aveva creato e reso a Dio come un'offerta di gratitudine? Oppresso da questi pensieri, Boccadoro volse lo sguardo sulla citt, cerc il mercato grande e quello del pesce, i ponti, le chiese, il municipio. Ed ecco anche il castello il superbo vescovado, in cui allora governava Agnffe, la sua bella amante regale, dall'aspetto tanto orgoglioso eppure cos abbandonata e immemore di se nell'amore. Pens a lei con gioia, con gioia e con riconoscenza ricord la notte trascorsa. Per vivere la felicit di quella notte, per saper rendere cos felice quella donna meravigliosa, era stata necessaria tutta la sua vita, tutto l'ammaestramento delle donne, tutto il suo vagabondaggio, la sua miseria, le notti passate a errar nella neve, l'amicizia e la dimestichezza con gli animali, i fiori, gli alberi, le acque, i pesci le farfalle. Ci volevano i sensi affinati nella volutt e nei perlcolo, la vita senza patria, tutto il mondo d'immagini accumulate in tanti anni nel suo spirito. Fin tanto che la sua vlta era un giardino in cui sbocciavano fiori magici come Agnese, egli non aveva il diritto di lamentarsi. Pass tutta la giornata sulle alture carezzate dall'autunno, camminando, sostando, mangiando pane, pensando ad Agnese e alla sera. Al calar della notte era di nuovo in citt e s'avvicinava al castello. L'aria s'era fatta fresca e le case guardavano con gli occhi rossi e quieti delle loro finestre; gli venne incontro una piccola schiera di ragazzi che cantavano, portando in cima a bacchette delle rape incavate, in cui avevano intagliato delle facce e infisso candele accese. La piccola mascherata recava un profumo d inverno, e, sorridendo, Boccadoro la segu con lo sguardo. S aggir a lungo davanti al castello. La delegazione dei preti era sempre l, ora a una finestra ora all'altra si vedeva comparire un sacerdote. Finalmente egli riusc a insinuarsi nell'interno e a trovare Berta, la cameriera. Fu di nuovo nascosto nello spogliatoio, fin che comparve Agnese e lo introdusse affettuosamente in camera sua. Il

bel volto era affettuoso, ma non lieto. Agnese era triste, preoccupata, inquieta. Boccadoro dovette darsi molta pena per rasserenarla un poco. Lentamente, sotto i suol baci e le sue parole d'amore, ella acquist un po' di fiducia. --Tu sai essere tanto caro, -- disse riconoscente. -Hai note cos profonde nella tua gola, uccello mio, quan-

do sei affettuoso e tubi e chiacchieri. Ti voglio bene, Boccadoro. Ma se fossimo lontani di qui! Qui non mi piace pi, del resto fra poco sar finita, il conte gi richiamato, presto ritorner quello stupido vescovo 11 conte oggi irritato i preti l'hanno infastidito. Ah, Boccadoro, che tu non gii capiti sott'occhio! Non vivresti un'ora di pi. Ho tanta paura per te. Nella memoria di Boccadoro risalivano suoni quasi estinti... non aveva egli gi udito una volta, tanto tempo addietro, questa canzone? Cos gli aveva parlato Lidia un giorno, con lo stesso amore ansioso, con la stessa tenerezza triste. Cos era venuta di notte in camera sua, piena d'amore e d'inquietudine, preoccupata, agitata dalle immagini spaventose della paura. Egli ascoltava volentieri la canzone della tenerezza ansiosa. Che sarebbe l'amore senza la necessit di nascondersi? Che sarebbe l'amore senza pericolo ? Attir a s Agnese con dolcezza, l'accarezz, le tenne la maDo, le mormor all'orecchio sommesse lusinghe, le baci le sopracciglia. Era commosso e rapito di vederla cos inquieta e preoccupata per lui. Ella riceveva le sue carezze riconoscente, quasi umile, si stringeva a lui piena d'amore, ma non si rasserenava. E a un tratto sussult bruscamente: si ud chiudere una porta vicina e rapidi passi s'avvicinarono alla camera. --Per amor di Dio, lui, --grid Agnese disperata, -- il conte. Presto, per lo spogliatoio puoi fuggire. Presto! Non tradirmi! Gi l'aveva spinto nello stanzino attiguo, dov'egli si trov solo; tast esitante nel buio. Ud dall'altra parte il conte, che parlava forte con Agnese. Cerc a tentonl fra gli abiti la porta d'uscita; avanzava un piede dopo l'altro senza far rumore. Eccolo alla porta che metteva nel corridoio- fece per aprirla piano. Solo allora, trovandola chiusa da;l'esterno, anch'egli si spavent e il suo cuore cominci a battere con dolorosa violenza. Poteva essere che, per un caso disgraziato, qualcuno avesse chiuso quella porta dopo la sua venuta. Ma non ci credeva. Era caduto in una trappola, era perduto; qualcuno doveva averlo visto, quando s'era insinuato l dentro. Gli sarebbe costato la testa. Mentre stava tremante nel buio, gli vennero in mente le parole di congedo d'Agnese: "Non tradirmil" No, non l'avrebbe tradita. Il suo cuore martellava, ma la decisione gli diede forza; strinse i denti in atto di sfida Tutto questo era avvenuto in pochi minuti. La porta della camera d'Agnese s'aperse ed entr il conte, con un candeliere nella sinistra e la spada sguainata nella destra. Nello stesso istante Boccadoro con rapida mossa afferr alcuni dei vestiti e dei mantelli che pendevano intorno a lui e li prese sul braccio. Dovevano crederlo un ladro forse era una scappatoia. Il conte l'aveva visto subito. S'avvicin lentamente. --Chi siamo? Che facciamo qui? Rispondere, o colpiSCO .

-- Perdonate, -- mormor Boccadoro, -- sono un povero uomo e voi siete cos ricchi! Restituisco tutto quello che ho preso, signore, vedete! E depose i mantelli per terra. --Ah, hai rubato dunque! Non sei stato furbo ad arrischiar la vita per un mantello vecchio. Sei un cittadino? --No, signore, sono un vagabondo. Sono un pover'uomo, sarete mdulgente... -- Smettila! Vorrei un po' sapere se eri cos sfacciato da voler Importunare la signora. Ma poich sarai impiccato lo stesso, non abbiamo bisogno d'indagarlo. Basta il Buss con forza contro la porta chiusa, gridando. -Siete cost! Aprite! La porta fu aperta dall'esterno: tre sgherri erano pronti con le lame sguainate. --Legatelo bene, -- grid il conte con voce stridente di scherno e di arroganza.--E un vagabondo che ha rubato. Mettetelo al sicuro e domattina all'alba impiccate fl furfante alla forca. A Boccadoro furono legate le mani, senza ch'egli si difendesse. Cos fu condotto via per il lungo corridoio gl per le scale, attraverso il cortile interno; un servo pre cedeva con una torcia a vento. Davanti alla porta rotonda di una cantina, guarnita di ferro, gli sgherri si fermarono. Discussero fra loro e inveirono: mancava la chiave della porta. Una guardia prese la torcia, il servo corse indietro in cerca della chiave. Cos rimasero, i tre uomml armati e quello legato, in attesa davanti alla porta. Lo sgherro che teneva il lume l'accost curioso al volto del prigioniero In quel momento passavano due sacerdoti dei tanti che erano ospiti al castello; venivano dalla cappella e si fermarono davanti al gruppo; entrambi osservarono attentamente quella scena notturna: le tre guardie, l'uomo legato, l in piedi, in attesa. Boccadoro non guardava n i sacerdoti, n le sue guardie. Non poteva veder nulla, fuorch la luce tremolante che gli tenevano proprio davanti al viso e che lo abbagliava. E dietro la luce, in una penombra piena d'orrore, vedeva qualcosa ancora, qualcosa d'informe, di grande, di spettrale: l'abisso, la fine, la morte. Stava con gli occhi fissi, senza vedere e udir nulla. Uno dei sacerdoti bisbigli con premura qualche parola alle guardie. Quando ud che l'uomo doveva morire ed era un ladro, domand se aveva avuto un confessore. No, fu risposto, era stato colto m flagrante. --Allora,--disse il sacerdote,--domattina avanti la prima messa verr io da lui coi Santi Sacramenti e ascolter la confessione. Voi mi siete garanti che non sar condotto via prima. Col signor conte parler io oggi stesso. Quest'uomo sar un ladro; ma ha diritto come ogni cnstiano al confessore e ai sacramenti.

Le guardie sacerdote: vano visto perch non

non osarono far obiezioni. Conoscevano il era uno dei dignitari della delegazione, lo avepi d'una volta alla tavola del conte. E pOI, concedere la confessione al povero vagabondo?

I sacerdoti s'allontanarono. Boccadoro era sempre immobile con gli occhi fissi. Finalmente arriv il servo con le chiavi e apr. Il prigioniero fu introdotto in una cantma a volta e scese i pochi gradini inciampando e vacillando. C'erano intorno un paio di seggiole a tre gambe senza spalliera e una tavola era il locale che precedeva la cantina dove tenevano ii vino. Accostarono alla tavola un seggiolino e dissero a Boccadoro di sedere. --Domani all'alba verr un prete, potrai ancora confessarti, -- gli disse una delle guardie. Poi uscirono e chiusero con cura la porta pesante. -- Lasciami qui il lume, camerata, -- preg Bocca --No, fratellino, potresti combinare qualche malanno Andr anche cos. Sii bravo e rassegnati. E poi quanto dura acceso un lume come questo? Fra un'ora sarebbe spento. Buona notte. Eccolo solo nel buio, seduto sul seggiolino, con la testa appogglata sulla tavola. Era brutto sedere cos: i legacci ai polsi gli facevano male, tuttavia di queste sensazioni si rese conto solo pi tardi. Da principio rimase seduto l con la testa sulla tavola come su di un ceppo; sentiva ii bisogno di fare col corpo e con i sensi quello ch'era imposto allora al suo cuore: arrendersi all'inevitabile, rassegnarsi a dover morire. Rimase cos un'eternit, angosciosamente piegato, tentando di accettare il destino incombente, di respirarlo, di comprenderlo, di saziarsene. Era sera, cominciava la notte e la fine di quella notte avrebbe portato anche la sua fine Questo doveva cercar di comprendere. Domani non vivra plu. Sara l impiccato, sar una cosa su cui si poseranno gli uccelli a beccare, sar quello che era maestro Nicola quello che era Lena nella capanna arsa, quello che eranO tutti coloro ch'egli aveva veduti distesi nelle case devastate dalla morte e sui convogli zeppi di cadaveri. Non era facfle comprendere questo e capacitarsene. Era addirittura impossibile. C'erano troppe cose, da cui non si era staccato ancora, da cui non aveva ancora preso congedo. Le ore di quella notte gli erano date appunto per questo. Doveva prender congedo dalla bella Agnese, non avrebbe mai pi veduto la sua figura alta la sua chioma luminosa, i suoi freddi occhi azzurri, mai pi l'affievolirsi e il tremare dell'orgoglio in quegli occhi, mai pi la dolce peluria d'oro sulla sua pelle profumata. Addio occhi aZzurri, addio bocca umida e fremente! E aveva sperato di baciarla ancora tante volte! Oh, quel giorno stesso, sui colli, al sole del tardo autunno, come aveva pensato a lei, com'era stato suo, come l'aveva desiderata! Ma anche dai colli doveva prender congedo, dal sole, dal cielo azzurro cosparso di nuvole bianche, dagli alberi e dai boschi, dalla vita errabonda, dalle ore del giorno e dalle

stagioni dell'anno. In quel momento forse Maria era ancora alzata, la povera Maria dai buoni occhi affettuosi e dall'andatura zoppicante, e aspettava seduta e s'addormentava nella sua cucina e si risvegliava e nessun Boccadoro tornava pi a casa. Ah, la carta e il lapis, e la speranza in tutte quelle figure che voleva creare ancora! Finito, finito! E la speranza di riveder Narciso, il caro apostolo Giovanni, anche a questa doveva rinunciare! E dalle sue proprie mani doveva prender congedo, dai suoi propri occhi, dalla fame e dalla sete, da cibo e bevanda, dall'amore, dal suono del suo lluto, dal sonno e dalla veglia, da tutto. L'indomani un uccello volava per l'aria e Boccadoro non lo vedeva pl, una fanclulla cantava alla finestra ed egli non l'udiva pl, il fiume contlnuava a scorrere e i pesci scuri a guizzar dentro, muti, soffiava il vento spazzando le foglie gialle sul terreno, brillava il sole' il cielo stellato, i giovani andavano a ballare, un primo spruzzo di neve imbiancava le montagne lontane... e tutto andava avanti, tutti gli alberi proiettavano la loro ombra, tutti gli uomini guardavano con occhi lieti o tristi, e i cani abbaiavano, e le mucche muggn vano nelle stalle dei villaggi; e tutto senza di lui, nulla gli apparteneva pi, egli era strappato da tutto. Fiut il profumo mattutino della landa, gust il dolce vino giovane e le giovani noci dure; un ricordo, un nflesso luminoso di tutto il mondo variopinto pass come un lampo nel suo cuore oppresso, tutta la bella vita tumultuosa brill ancora una volta attraverso i suoi sensi in una luce di tramonto e d'addio, egli si contrasse nel prorompere della sofferenza e sent sgorgare a una a una le lacrime dagli occhi. S'abbandon singhiozzando a quell'ondata violenta di pianto, affranto si diede tutto in balia di quel dolore infinito. Oh, valli e monti boscosi, ruscelh nella verde ombra degli ontani, fanciulle, sere di luna sui ponti, o bel mondo radioso d'immagini, come ti posso lasciare! Giaceva piangente sulla tavola come un fanciullo sconsolato. Dall'angoscia del suo cuore sal un sosplro, un semplice appello lamentoso: "O mamma, o mamma!". E mentre pronunciava il magico nome, gli rispondeva un'immagine dalla profondit dei suoi ricordi, l'immagme della madre. Non era la figura materna dei suoi pensierl e dei suoi sogni d'artista, era l'immagine della mamma dula, bella e vlva come non l'aveva pi veduta dai tempi A lei rivoise il suo lamento, a lei il suo pianto per que dolore insopportabile di dover morire; a lei s'abbanono, a lel, nelle sue mani materne, rese il bosco, il sole g i occhi, le mani, tutto il suo essere e la sua vita Fra le lacrime s'addorment; la prostrazione e il sonno lo accolsero maternamente nelle loro braccia. Dorm un'ora o due e fu sottratto all'angoscia. Svegliatosi, sent dolori violenti. I polsi legati gli bruciavano, fitte dolorose gli attraversavano la schiena e la nuca. Si drizz a fatica, ritorn in s, riconobbe la sua posizione. Intorno a lui era buio fitto, non sapeva quanto tempo avesse dormito, non sapeva quante ore gli rimanessero ancora da vivere. Forse fra un minuto sarebbero ve-

nutl a portarlo via, per morire. Allora si ramment che gli avevano promesso un sacerdote. Egli non credeva che i Sacramenti di costui gli potessero giovar molto. Non sapeva se anche la pi completa assoluzione e remissione dei peccatl avrebbe potuto condurlo in paradiso. Non sapeva se Cl fosse un paradiso e un Padre celeste e un giudizio Ivmo e un'etermt. Di queste cose aveva perduto da un pezzo ogm certezza. Ma ci fosse o non ci fosse un'eternit, egli non la desl erava, egll non voleva altro che questa vita incerta, fugace, questo resplro, questo sentirsi bene nella propria pele, non voleva altro che vivere. S'alz furente, barcoll tenom nell osCurit fino al muro, s'appoggi con tutta la persona a a parete e cominci a riflettere. Ci doveva pur essere una salvezza! Forse il sacerdote era la salvezza, forse poteva convincersi della sua innocenza metter una buona parola per lui, o aiutarlo a ottenere una proroga o a fuggire? Sl sprofond sempre pi in questi pensieri. E se questo non rmsciva, non voleva ancora rinunciare la partlta non poteva ancora essere perduta. Avrebbe dunque tentato innanzi tutto di cattivarsi il sacerdote, avrebbe fatto ognl sforzo per ammaliarlo, per riscaldarlo, per convmcerlo, per lusingarlo. Il sacerdote era l'unica carta buona nella sua partita, tutte le altre possibilit erano sogni. Ad ogni modo ci potevan sempre essere dei casi, delle combmaziom; al boia poteva venire una colica, la forca poteva rompersi, si poteva presentare una possibilit di fuga, prima inconcepibile. In tutti i casi Boccadoro Sl rifiutava di morire; aveva tentato invano di adattarsi a questa sorte e di accettarla, non c'era riuscito. Sl sarebbe difeso, avrebbe lottato fino all'ultimo, avrebbe dato lo sgambetto alla guardia, si sarebbe lanciato a corsa gettando a terra il boia, avrebbe difeso la sua vita fino all'ultlmo istante con ogni goccia del suo sangue... Oh, se avesse potuto indurre il prete a sciogliergli le mam! Sarebbe stato un gran passo mnanzl. Intanto, senza badare alle sofferenze, cercava di lavorare coi denti intorno alle funi. Con uno sforzo unoso riusc dopo un tempo terribilmente lungo a ottenere c e gli sembrassero un poco allentate. Stava ansante nella notte della sua prigione, le braccia e le manl gonfie g i facevano male. Quando riprese fiato, striscio tastando lungo il muro, esplor passo passo la parete umlda de a cantina in cerca di qualche canto sporgente. Allora gll vennero in mente i gradini, nei quali aveva inciampato entrando in quella prigione. Cerc e li trov. Inginocchiatosi, tent di logorare la corda fregandola contro uno degli spigoli di pietra dei gradini. Fu un'impresa difficfle, mvece della corda si fregavano sulla pietra le nocche delle sue mani, e gli bruciavano come fuoco; sentiva scorrere ll sangue. Ma non cedette. Quando fra la porta e la soglia gi si scorgeva un filo sottilissimo di grigia luce mattuhna, aveva raggiunto il suo scopo. La corda si era logorata, egli riusc a scioglierla, ebbe le mani libere! Ma pOi non poteva quasi muovere un dito, le mani erano gonfiate e paralizzate e le braccia, fino alle spalle, riglde e contratte in uno spasimo. Dovette costringerle all'eserclzio, al movimento, perch il sangue tornasse a scorrervl. Ormai aveva un piano, che gli sembrava buono.

Se non avesse potuto ottenere che il prete l'aiutasse, allora, pur che lo lasciassero un attimo solo con lui, I avrebbe ucciso Con una seggiola sarebbe rluscito. Strozzarlo non poteva, non aveva forza sufficiente nelle mani e nelle braccia. Dunque ucciderlo, indossare in fretta la sua veste sacerdotale e con essa fuggire! Prima che gll altri trovassero il cadavere, egli doveva esser fuorl dal castello, e poi correre, correre! Maria l'avrebbe lasciato entrare di nascosto. Doveva tentare. Era posslbfle. Boccadoro non aveva mai osservato, atteso, agognato, eppur temuto tanto l'alba come in quell'ora. Tremante di tensione e di risolutezza, guardava con l'occhio di cacciatore l'esigua fessura di luce sotto la porta rischiararsi a poco a poco. Ritorn presso la tavola e si esercit a star accoccolato sullo sgabello con le mani fra le ginocchia, in modo che non si potesse scorgere subito la mancanza delle funi. Da quando le sue mani erano libere, non credeva pi alla morte. Era deciso a spuntarla, dovesse andare a rotoli anche tutto il mondo. Era deciso a vivere ad ogni costo. Le sue narici tremavano nella brama di libert e di vita. E chi sa, forse gli sarebbero venuti in aiuto dal di fuori? Agnese era una donna e il suo potere non arrivava lontano, forse neppure il suo coraggio, era possibile ch'ella lo abbandonasse al suo destino. Ma lo amava, forse poteva anche fare qualcosa. Forse fuori strisciava furtiva la cameriera Berta... e non c'era anche un palafreniere, di cui ella credeva di potersi fidare? E se nessuno compariva, se non gli davano nessun segnale ebbene, allora avrebbe eseguito il suo piano. Se fa;liva, avrebbe ucciso con la sedia i guardiani, due o tre o quanti fossero. Di un vantaggio era sicuro: i suOi occhi si erano abituati all'oscurit, ormai nella penombra indovinava e rlconosceva forme e misure, mentre gli altri da principio sarebbero stati completamente ciechi. Accoccolato davanti alla tavola, febbricitante, pensava e ripensava ci che doveva dire al sacerdote per guadagnarsi il suo aiuto, perch bisognava cominciare da questo. Intanto osservava con avidit il crescer moderato della luce nella fessura. Il momento, che poche ore innanzi aveva tanto temuto, era diventato meta dei suoi desideri pi ardenti; non poteva quasi pi aspettare; la terribile tensione si faceva a lungo andare insopportabile. Poi le sue forze, la sua attenzione, la sua risolutezza e vigilanza sarebbero a poco a poco scemate. Il guardiano col sacerdote doveva venir presto, finch'era ancora viva questa esaltazione, questa decisa volont di salvezza. Finalmente il mondo fuori si dest, co s'avvicin. Risonarono passi sul chiave fu introdotta e girata nella sti suoni dopo il lungo silenzio di tuono. finalmente il nemiselciato del cortile, la toppa, ciascuno di quemorte echeggi come un

La porta pesante s'aperse un poco, lentamente, stridendo sui cardini. Entr un sacerdote senz'accompagnamento, senza guardie. Entr solo, reggendo un doppiere con due candele. Tutto succedeva diversamente da come fl prigioniero si era immaginato. E che strana commozione! Il sacerdote, dietro il quale

mani invisibili avevano richiuso la porta, indossava l'abito del convento di Mariabronn, l'abito ben noto e familiare, quale avevano indossato un giorno l'abate Daniele padre Anselmo e padre Martino! Quella vista gli diede uno strano colpo al cuore, dovette distogliere gli occhi. L'apparizione di quell'abito monacale pareva una buona promessa, un buon segno. Ma forse non c'era ugualmente altra via d'uscita che l'assassinio. Strinse i denti. Gli sarebbe stato molto difficile uccider quel frate. CAPITOLO XVII --Sia lodato Ges Cristo, -- disse il padre deponendo il candellere sulla tavola. Boccadoro rispose a mezza voce, con gli occhi fissi per terra. Il sacerdote taceva. Aspettava e taceva, fino a che Boccadoro, inquieto, alz gli occhi indagatori sull'uomo che gll stava dinanzi. Quest'uomo, s'accorse allora con sua confusione, non portava solo l'abito dei padri di Mariabronn, ma anche le insegne della carica di abate. Guard l'abate in faccia. Era un viso scarno, dal taglio netto e marcato, dalle labbra sottilissime. Era un Vi50 ch'egli conosceva. Pareva plasmato dallo spirito e dalla volont: Boccadoro lo guardava ammaliato. Con mano incerta afferr il candeliere e lo avvicin a quel viso stramero, per potervi scorgere gli occhi. Li vide, e il candellere gli trem nella mano, mentre lo rimetteva sulla tavola. --Narciso! -- mormor in tono quasi impercettibile. Tutto commcl a turbinare intorno a lui --S, Boccadoro, una volta ero Narciso, ma gi da molto tempo ho deposto quel nome, forse te ne sei di Gmenticatio. Dal giorno della mia vestizione mi chiamo Boccadoro era scosso fino in fondo al cuore Tutto il mondo s'era mutato a un tratto, e il crollo improvviso e a sua tenslone sovrumana minacciava di soffocarlo tremava e un senso di vertigine gli dava l'impressione che la sua testa fosse una bolla vuota, il suo stomaco si contraeva. Dietro gli occhi sentiva un bruciore come un mpeto di pianto. Singhiozzare e cadere in deliquio fra le lacrlme tutto in lui tendeva in quel momento a un tal Ma dalla profondit dei ricordi dell'adolescenza, evocati dalla vista di Narciso, sal un monito: una volta, da ragazzo, egli aveva pianto e s'era lasciato andare davanti a quel volto bello e severo, a quegll occhi scurl e onniscienti. Ci non doveva pi ripetersi. Come un f antasma, nel momento pi singolare della sua vita, quel Narciso gli ricompariva dinanzi, probabilmente per salvargli la vita.. ed egli doveva un'altra volta scoppiare in singhiozzi o cadere in deliquio dinanzi a lui? No, no, no. Si trattenne. Fren il suo cuore, fece violenza al suo stomaco, scacci la vertigine dalla testa. Non doveva mostrare in quel momento la sua debolezza. Con voce artificiosamente dominata riusc a dire: -Devi permettermi di chiamarti ancora Narciso.

-- Chiamami cos, caro. E non vuoi darmi la mano? Boccadoro fece un nuovo sforzo su se stesso. Con un tono un po' fanciullescamente arrogante e lievemente beffardo, a cui soleva ricorrere qualche volta negli dnni di scuola, mise fuori la sua risposta. --Scusa, Narciso, -- disse freddo, ostentando una certa indifferenza a ogni cosa. --Vedo che sei diventato abate lo invece sono sempre un vagabondo. E poi il nostro colloquio, per quanto gradito mi sia, non potr durare a lungo. Perch vedi, Narciso, io sono condannato alla forca e fra un'ora o anche prima sar probabilmente impiccato Te lo dico solo per chiarirti la situazione. Il volto di Narciso rimase impassibile. Quel tantino di millanteria fanciullesca nel contegno dell'amico lo divertiva moltissimo e insieme lo commoveva. Ma comprendeva e approvava in cuor suo la fierezza che si celava l sotto e che impediva a Boccadoro di cadergli sul petto piangendo Veramente anch'egli s'era immaginato diverso il loro incontro, ma era ben disposto ad assecondare quella piccola commedia. Nulla avrebbe giovato di pi a Boccadoro per riconquistare subito il cuore dell'amico. -- Sicuro, -- disse fingendosi anch'egli indifferente. -Del resto quanto alla forca ti posso tranquillare. Sei graziato. Ho l'incarico di comunicartelo e di condurti con me. Perch qui in citt non puoi rimanere. Avremo dunque tempo sufficiente per raccontarci tante cose. Ma dl' un po: vuoi darmi la mano ora? Si diedero la mano e se la tennero stretta a lungo, profondamente commossi; ma nelle loro parole il riserbo e la commedia durarono ancora per un poco. --Bene, Narciso, lasceremo dunque questo poco onorevole asilo, e io mi unir al tuo seguito. Ritorni a Mariabronn? S? Benissimo. E come? A cavallo? Ottimamente. Bisogner dunque trovare un cavallo anche per me. -- Lo troveremo, amice, e partiremo fra due ore. Oh, ma che mani hai! Per amor di Dio, tutte scorticate, gonfie e sanguinanti! O Boccadoro, come ti hanno trattato! --Lascia andare, Narciso. Io stesso me le sono ridotte cos. Ero legato e dovevo liberarmi. Ti dico io che non fu facile. Tu del resto sei stato molto coraggioso ad entrare da me cos senza scorta. --Perch coraggioso? Non c'era nessun pericolo. --Oh, c'era solo il piccolo pericolo di essere ucciso da me. Cio , il mio progetto era questo. M'era stato detto che sarebbe venuto un sacerdote. Io l'avrei ammazzato e sarei fuggito nelle sue vesti. Un bel piano. --Non volevi morire dunque? Volevi difenderti? --Certo volevo. Che proprio tu saresti stato il sacerdote, questo non potevo naturalmente immaginarlo.

--Ad ogni modo, -- disse Narciso con qualche esitazione, -- era veramente un bruttissimo piano. Avresti potuto davvero uccidere un sacerdote, che fosse venuto a te come confessore? --Te no, Narciso, no certo, e forse neppure uno dei tuoi padri, se avesse portato la tonaca di Mariabronn. Ma un altro sacerdote qualsiasi, oh s, puoi esserne sicuro. A un tratto la sua voce divenne triste e cupa. --Non sarebbe stato il primo uomo, che avrei ucciso. Tacquero. Provavano entrambi un senso di pena. --Bene, di queste cose, -- disse Narciso con voce fredda, -- parleremo pi tardi. Potrai farmi un giorno la tua confessione, se vorrai Oppure raccontarmi cos semplicemente della tua vita. Anch'io ho diverse cose da raccontarti. E me ne rallegro. Vogliamo andare? -- Un momento ancora, Narciso! Mi venuta in mente una cosa: che gi una volta ti ho chiamato Giovanni. --Non ti capisco. --No, naturale. Non sai ancora nulla. Parecchi anni fa ti ho dato una volta il nome di Giovanni, e ti rimarr per sempre. Devi sapere che sono stato scultore e intagliatore di figure, e intendo ridiventarlo. E la miglior figura che abbia scolpito allora, un giovane di grandezza naturale, in legno, la tua immagine, ma non si chiama Narciso, si chiama Giovanni. k l'apostolo Giovanni sotto la croce. S'alz e and alla porta. --Hai dunque pensato ancora a me?--domand Narciso sottovoce. Altrettanto sottovoce Boccadoro rispose: --Oh s, Narciso, ho pensato a te. Sempre, sempre. Spinse con forza la porta pesante, la luce scialba del mattino entr. Non dissero pi nulla. Narciso lo condusse con s nella camera in cui era ospitato. Un giovane monaco che l'accompagnava era intento a preparare i bagagli per il viaggio. Boccadoro ricevette da mangiare, le sue mani furono lavate e in parte fasciate. Poco dopo vennero condotti i cavalli. Mentre salivano in sella, Boccadoro disse: -- Ho ancora una preghiera. Prendiamo la via che passa dal mercato del pesce, avrei l qualcosa ancora da sbrigare. Partirono e Boccadoro guard a tutte le finestre del castello, se a una per caso non si vedesse Agnese. Non riusc a scorgerla. Cavalcarono per il mercato del pesce; Maria era stata molto in pena per lui. Egli si conged da lei e dai suoi genitori, ringrazi mille volte, promise di ritornare un giorno e part. Maria rimase sotto la porta di casa fin che i cavalieri furono scomparsi. Poi rien-

tr a passo lento, zoppicando. Cavalcavano in quattro: Narciso, Boccadoro, il giovane monaco e un palafreniere armato. -- Ti ricordi ancora del mio cavallino Bless, -- domand Boccadoro, -- ch'era nella stalla del vostro convento? --Certo. Non lo troverai pi e probabilmente non ti aspettavi neppure di rivederlo. Sette od otto anni fa dovemmo ammazzarlo. --E te ne ricordi? --Oh s, mi ricordo. Boccadoro non si rattrist della morte del piccolo Bless. Gli fece piacere che Narciso ne fosse cos ben informato, NARCISO E BOCCADORO 443 egli che non si era mai curato degli animali e certo non aveva mai conosciuto per nome nessun altro cavallo del convento. Ci gli fece molto piacere. -- Ti parr ridicolo, -- ricominci, -- che il primo essere del vostro convento di cui ho chiesto sia stato il povero cavallino. Non gentile da parte mia. Veramente volevo chiedere di tutt'altro, innanZi tutto del nostro abate Daniele. Ma potevo immaginarmi che morto, poich tu sei il suo successore, E volevo evitare di parlare per prima cosa di morti. In questo momento non vedo di buon occhio la morte, per causa della notte passata e anche per causa della peste, di cui ho veduto troppo. Ma ormal Cl slamo; e una volta bisogna pur parlarne. Dimmi quando morto l'abate Daniele, che io veneravo molto. E dimmi anche se i padri Anselmo e Martino sono ancora in vita Sono preparato al peggio. Ma sono contento che la peste abbia almeno risparmiato te. Veramente non ho mai pensato che tu potessi esser morto, ho creduto fermamente che ci saremmo rivisti. Ma la fede pu ingannare, ne ho fatto l'esperienza purtroppo. Anche il' mio maestro Nicola, l'intagliatore in legno, non potevo figurarmelo morto, ero sicuro di ritrovarlo e di lavorare di nuovo con lui. Eppure era morto, quando ritornai. -- E presto raccontato, -- disse Narciso. -- L'abate Daniele morto gi otto anni fa, senza malattia n sofferenze. Io non sono il suo successore, sono abate solo da un anno. Il suo successore fu padre Martino, una volta nostro direttore di scuola; egli mor l'anno scorso, non ancora settantenne. Anche padre Anselmo non pi in vita. Ti voleva bene, parlava ancora spesso di te. Negli ulhml templ non poteva pi camminare e lo stare a letto era per lui un grande tormento; mor d'idropisia. Sicuro, e la peste venne anche da noi, ne sono morti molti. Non ne parliamo! Hai altre domande da rivolgermi? -- Certo, molte. Innanzitutto: come mai sei venuto qui nella residenza del vescovo e dal governatore? -- E una storia lunga e ti annoierebbe; si tratta di po-

litica. Il conte un favorito dell'imperatore e in molte cose il suo plenipotenziario; ora in questo momento ci sono parecchie questioni da appianare fra l'imperatore e il nostro ordine. Questo mi ha assegnato a una delegazione, che doveva svolgere trattative col conte. Il risultato stato minimo. Tacque, e Boccadoro non chiese oltre. Non c'era del resto nessun bisogno che sapesse che la sera innanzi, quando Narciso aveva chiesto al conte la vita di Boccadoro, questa vita aveva dovuto esser pagata al duro governatore con alcune concesslonl. Continuavano a cavalcare; Boccadoro si sent presto stanco, si teneva in sella a fatica. Dopo un bel po' Narciso domand: -- E vero che eri stato arrestato per furto? Il conte dichiar che ti eri introdotto nel castello e nelle stanze interne e l avevi rubato. Boccadoro rise. -- S, c'era veramente tutta l'apparenza che fossi un ladro. Ma io avevo un convegno con l'amante del conte; senza dubbio egli sapeva anche questo. Mi stupisce molto che mi abbia lasciato andare. -- Eh, s' mostrato trattabile. Non riuscirono a percorrere il tratto di cammino progettato per la giornata. Boccadoro era troppo sfinito, le sue mani non potevano pi tenere le briglie. Presero quartiere in un villaggio; egli fu messo a letto, ebbe un po' di febbre e rimase coricato anche il giorno seguente, ma poi pot proseguire. E quando poco dopo le sue mani furono guarite, cominci a godere molto di quel viaggio a cavallo. Da quanto tempo non cavalcava! Si sent rivivere, ritorn giovane e vivace; a volte faceva gare di galoppo col palafreniere e nei momenti d'espansione assediava l'amico Narciso di cento domande impazienti. Narciso lo accontentava calmo, ma lieto, era di nuovo affascinato da Boccadoro, amava le sue domande cos irruenti, cos infantili, cos piene d'illimitata fiducia nello spirito e nella saggezza dell'amico. -- Una domanda, Narciso: avete bruciato anche voj qualche volta gli ebrei? -- Bruciato gli ebrei? E come? Non ci sono ebrei da non -- E vero. Ma dimmi: saresti capace tu di bruciare degli ebrei? Puoi immaginarti possibile un caso simile? -- No, perch dovrei farlo? Mi credi un fanatico? --Comprendimi, Narciso! Voglio dire: puoi pensare che in qualche caso sapresti dare l'ordine di uccidere degli ebrei, oppure il tuo consenso? Tanti duchi, borgoma stri, vescovi e altre autorit hanno dato di questi ordini. -- lo non darei un ordine di questo genere. Ma posso pensare al caso che mi toccasse di assistere a una tale crudelt e di tollerarla.

--La tollereresti dunque? -- Certo, se non avessi il potere d'impedirla. Tu hai assistito qualche volta ad un rogo di ebrei, Boccadoro? -- Ah, s. -- Ebbene, l'hai impedito?... No?... Vedi. Boccadoro raccont minutamente la storia di Rebecca, e nel racconto si riscald, si appassion. -- Ebbene, -- concluse con veemenza, -- che mondo questo, in cui dobbiamo vivere? Non un inferno? Non rivoltante e mostruoso? -- Certo. Il mondo cos. -- Ah! --esclam Boccadoro con ira.--E quante volte in passato mi affermasti che il mondo divino, che una grande armonia di sfere nel cui centro troneggia il Creatore, e che tutto ci che esiste buono, e cos via. Dicevi che questo si trovava in Aristotele o in san Tomaso. Sono ansioso di sentire come spieghi questa contraddizione. Narciso rise. --- La tua memoria stupefacente, eppure ti ha un po' ingannato. Io ho sempre venerato la perfezione del Creatore, ma non mai della creazione. Non ho mai negato il male nel mondo. Che la vita sulla terra sia armonica e giusta e che l'uomo sia buono, questo, mio caro, nessun vero pensatore l'ha mai affermato. Che invece i sentimenti e le aspirazioni del cuore umano siano cattivi, espresso nella Sacra Scrittura e lo vediamo confermato ogm glorno. -- Benissimo. Vedo finalmente come la pensate voi eruditi. L'uomo dunque malvagio, e la vita sulla terra piena di volgarit e di sconcezza, questo lo concedete. Ma dietro, nei vostri pensieri e nei vostri trattati, esistono la giustizia e la perfezione. Ci sono, si possono dimostrare, solo non se ne fa alcun uso. -- Hai accumulato molto rancore contro noi teologi, caro amico! Ma non sei ancora diventato un pensatore; tu getti tutto alla rinfusa. Dovrai imparare ancora qualche cosa. Ma perch dici che non facciamo nessun uso dell'idea della giustizia? Lo facciamo ogni giorno e ogni ora. Io, per esempio, sono abate e ho un convento da dirigere, e in esso ci sono altrettante imperfezioni e colpe quante se ne incontrano fuori nel mondo. Tuttavia noi contrapponiamo sempre e costantemente al peccato originale l'idea della giustizia e cerchiamo di misurare con essa la nostra vita imperfetta e di correggere il male e di metterci in rapporto costante con Dio. -- Oh s, Narciso. Non voglio dire di te e che tu non sia un buon abate. Ma penso a Rebecca, agli ebrei arsi, alle tombe in massa, a quel gran morire, alle strade e

alle stanze dove giacevano fetenti i cadaveri degli appestati, a tutto quello spaventoso deserto, ai fanciulli derelitti rimasti soli al mondo, ai cani di guardia morti di fame alle loro catene... e quando penso a tutto questo e rivedo innanzi a me queste immagini, il cuore mi fa male e mi pare che le nostre mamme ci abbiano generati in un mondo disperatamente crudele e diabolico, e che sarebbe meglio non l'avessero fatto e Dio non avesse creato questo mondo orrendo, e che il Redentore non si fosse fatto crocifiggere per esso invano. Narciso fece all'amico un cenno di affettuosa approvazlone. -- Hai perfettamente ragione, -- disse con calore, -sfogati pure, dimmi tutto. Ma in una cosa t'inganni: tu credi che tutto questo che dici sia pensiero. No, sono sentimenti! Sono i sentimenti di un uomo preoccupato dall'orrore dell'esistenza. Ma non dimenticare che a questi sentimenti tristi e disperati se ne contrappongono ben altri! Quando sul tuo cavallo tu provi un senso di benessere, attraversando una bella regione, o quando, con una certa leggerezza, t'introduci di sera nel castello per fare la corte all'amante del conte, allora il mondo ti appare tutto diverso, e le case appestate e gli ebrei bruciati non t'impediscono punto di cercare il tuo piacere. Non cos? --Certo, cos. Poich il mondo cos pieno di morte e d'orrore, io cerco continuamente di confortare il mio cuore e di cogliere i bei fiori che sbocciano in mezzo a questo inferno. Trovo piacere e dimentico per un'ora l'orrore Ma non per questo esso cessa d'esistere. -- Hai detto molto bene. Dunque tu ti trovi nel mondo circondato di morte e d'orrore e per sfuggire ad esso cerchi il piacere. Ma il piacere non dura e ti rilascia poi nel deserto. -- S, proprio cos. --Cos avviene alla maggior parte degli uomini, ma pochi lo sentono con la tua forza e con la tua veemenza e pochi hanno il bisogno di rendersi conto di questi sentimenti Ma dimmi un po': oltre a questa disperata alternativa fra il piacere e l'orrore, fra la gioia di vivere e il senso della morte... oltre a questo, non hai sperimentato qualche altra via? --Oh s, certo. Ho provato la via dell'arte. Ti ho gi detto che fra l'altro sono diventato anche artista. Un giorno, eran forse tre anni che vivevo fuori nel mondo e quasi sempre vagabondando, trovai in una chiesa di convento una Madonna di legno; era cos bella e la sua vista mi colp tanto, che chiesi del maestro che l'aveva fatta e lo cercai. Lo trovai: era un maestro celebre; divenni suo scolaro e lavorai alcuni anni con lui. -- Di questo mi racconterai ancora in seguito. Ma quale fu per te il frutto, il significato dell'arte? -- Fu il superamento della caducit. Vidi che della farsa e della danza macabra della vita umana qualcosa ri-

maneva e durava: le opere d'arte. Certo anch'esse un giorno o l'altro passano, bruciano o si rovinano o vengono distrutte. Ma a ogni modo durano parecchie generazioni e formano al di l del momento un quieto regno d'immagini e di cose sacre. Collaborare a questo mi pare un bene e un conforto, perch quasi un rendere eterno ci ch' transitorio. -- Questo mi piace molto, Boccadoro. Spero che tu farai altre belle opere; io ho grande fiducia nella tua forza e spero che sarai per un pezzo mio ospite a Mariabronn e mi permetterai di allestirti un'officina; da molto tempo il nostro convento non ha pi un artista. Io credo per che con la tua definizione tu non hai esaurito ci che vi di meraviglioso nell'arte. Credo che l'arte non consiste solo nello strappare alla morte e portar a pi lunga durata, con la pietra, col legno e coi colori, qualcosa che esiste ma mortale. Io ho veduto pi di un'opera d'ar.e, certi santi e certe Madonne, che non credo siano solo fedeli riproduzioni in un singolo essere umano, vissuto un giorno, di cui l'artista ha conservato le forme o i colori. -- Hai ragione, -- esclam Boccadoro con fervore, -non avrei creduto che tu conoscessi l'arte cos a fondo! L'immagine originaria di una buona opera d'arte non una figura reale, viva, quantunque questa possa esserne l'occasione determinante. L'immagine originaria non carne e sangue, spirituale. E un'immagine che ha la sua dimora nell'anima dell'artista. Anche in me, Narciso, vivono di queste immagini, che spero di rappresentare e di mostrar~i un giorno. -- Magnifico! Ora, mio caro, senza saperlo, tu ti sei addentrato nella filosofia e hai espresso uno dei suoi misteri. --Ti prendi gioco di me. -- Oh no! Tu hai parlato d'immagini originarie, d'immagini dunque che non esistono in nessun luogo fuorch nello spirito creatore, ma che possono essere attuate e rese visibili nella materia. Molto prima che una figura artistica diventi visibile e acquisti realt, essa esiste come immagine nell'anima dell'artista! Questa immagine originaria esattamente ci che gli antichi filosofi chiamano idea . -- S, questo mi sembra convincente. --Ebbene, riconoscendo l'esistenza delle idee e delle immagini originarie tu entri nel mondo spirituale, nel nostro mondo di filosofi e di teologi, e ammetti che fra la confusione e i dolori di quel campo di battaglia che la vita, in questa danza macabra senza fine e senza senso dell'esistenza corporea, esiste lo spirito creatore. Vedi, a questo spirito in te io mi sono sempre rivolto, da quando, ragazzo, ti avvicinasti a me. Questo spirito in te non quello di un pensatore, quello di un artista. Ma spirito, ed esso ti mostrer la via per uscire dal torbido garbuglio della vita dei sensi, dalla eterna alternativa fra piacere e disperazione. Ah, mio caro, sono felice di aver udito da te questa confessione. L'ho aspettata... da allora,

da quando tu abbandonasti il tuo maestro Narciso e troVasti il coraggio di essere te stesso. Ora possiamo esser di nuovo amlcn In quel momento parve a Boccadoro che la sua vita avesSe acquistato un senso, come se egli la guardasse da`l'alto e ne vedesse chiaramente le tre grandi tappe: la dipendenza da Narciso, la liberazione - il periodo della vita libera e vagabonda - e il ritorno, il riposo, l'inizio della maturit e del raccolto. La visione si dilegu. Ma egli aveva trovato finalmente con Narciso il rapporto che gli conveniva, non pi di dipendenza, ma di libert e di reciprocit. Poteva ormai essere ospite di quello spirito superiore senza umilt, poich l'altro aveva riconosciuto in lui il suo pari, il creatore. Mostrarsi a Narciso, rendergli visibile nelle opere il proprio mondo interiore era ormai il sogno che carezzava con gioia e desiderio crescente durante quel viaggio Ma talvolta gli venivano anche degli scrupoli. -- Narciso, -- ammoniva, -- io temo che tu non sappia chi porti con te nel tuo convento. Io non sono un monaco e non voglio nemmeno diventarlo. Conosco i tre grandi voti, e alla povert mi adatto volentieri, ma non amo n la castit n l'ubbidienza; queste virt non mi sembrano neppure veramente virili. E quanto a religiosit, non rimasto pi nulla in me, da anni non mi confesso, non prego e non mi comumco. Narciso non si scompose. -- Si direbbe che sei diventato un pagano. Ma per questo non abbiamo timori. Non c' bisogno che tu ti vanti pi dei tuoi molti peccati. Hai condotto la solita vita mondana, hai guardato i porci come il figliol prodigo, non sai pi che cosa siano la legge e l'ordine. Certo diventeresti un pessimo monaco, ma io non t'invito affatto a entrare nell'ordine; t'invito solo a essere nostro ospite e ad allestirti una officina nel nostro convento. E un'altra cosa: non dimenticare che allora, nei nostri anni d'adolescenza, fui io a destarti e a lasciarti avventurare nella vita del mondo. Bene o male che ne sia derivato, insieme con te sono responsabile io. Voglio vedere quel che sei diventato; me lo mostrerai nelle parole, nella vita, nelle tue opere. Quando l'avrai mostrato, e qualora io riconoscessi che la nostra casa non luogo per te, sar il primo a pregarti di lasciarla un'altra volta. Boccadoro era pieno d'ammirazione ogni volta che il suo amico parlava cos, che si mostrava nella sua funzione d'abate, con quella sicurezza tranquilla e con quella sfumatura di scherno per la gente e per la vita del mondo; perch allora gli si rivelava quello che Narciso era diventato: un uomo. Un uomo dello spirito senza dubbio e della Chiesa, dalle mani delicate e dal volto di erudito, ma un uomo pieno di sicurezza e di coraggio, un condottiero, uno che assumeva le sue responsabilit. Quest'uomo, Narciso, non era pi il giovane d'allora, non era pi il dolce e fervido discepolo Giovanni, e questo nuovo Narciso, virile e cavalleresco, Boccadoro voleva rappresentare con le sue mani. Molte figure l'aspettavano: Narciso, l'abate Daniele, il padre Anselmo, il maestro Nicola, la hella Rebecca, la bella Agnese e tanti altri ancora, ami-

ci e nemici, vivi e morti. No, egli non voleva diventare un frate, n pio n erudito, voleva creare opere; e che l'asilo della sua giovinezza diventasse l'asilo delle sue opere lo rendeva felice. Cavalcavano nella frescura dell'autunno avanzato e, un mattino che gli alberi brulli erano ricoperti di brina, attraversarono un paese vasto e ondulato con paludi rossicce e deserte, le cui lunghe linee di colli apparvero a Boccadoro come uno strano e noto richiamo; venne un bosco d'alti frassini, e un torrente, e un antico granaio, alla cui vista il cuore di Boccadoro cominci a dolere di lieta ansiet; riconobbe i colli che un giorno aveva percorsi a cavallo con Lidia, la figlia del cavaliere, e la landa che un giorno, scacciato e profondamente triste, aveva attraversato allontanandosi sotto la neve fine. Spuntarono i gruppi di ontani e il mulino e il castello; con una strana sofferenza egli riconobbe la finestra dello studio, in cui allora, nei tempi leggendari della giovinezza, aveva udito il cavaliere raccontare del suo pellegrinaggio ed aveva dovuto correggergli il suo latino. Entrarono nel cortile, era una delle stazioni prestabilite del loro viaggio. Boccadoro preg l'abate di non pronunciare il suo nome in quel luogo e di lasciarlo mangiare insieme al palafreniere con la servit. Cos avvenne. Nessun vecchio cavaliere, nessuna Lidia c'era pi, ma ancora qualcuno dei cacciatori e dei servi, e nella casa viveva e governava una bellissima, superba e dispotica gentildonna Giulia, a fianco di un consorte. Ella appariva tuttora meravigliosamente bella, bella e un po' cattiva: n da lei n dalla servit Boccadoro venne riconosciuto. Dopo uno spuntino, nel crepuscolo sgattaiol in giardino, guard di l dalla siepe le aiuole gi invernali, s'avvicin pian piano alla porta della stalla e sblrci I cavalli ch'eran dentro. Dorm sulla paglia col palafreniere, e il peso dei ricordi gli gravava sul petto; Sl desto piu volte. Che vita smembrata e infeconda aveva dietro di s, ricca d'immagini splendide, ma tutta in pezzi, cos povera di valore, cos povera d'amore! La mattma partendo guard su, ansioso, alle finestre, se per caso non scorgesse ancora una volta Giulia. Cos poco prima s'era guardato attorno nel cortile del vescovado, per vedere se Agnese si mostrasse ancora una volta. Ella non era comparsa e neppure Giulia si mostr pi. Cos era stata tutta la sua vita: prender congedo, fuggire, esser dimenticato, rimanere a mani vuote e col cuore gelato. Questa impressione lo segu tutto il giorno; egli non disse una parola, cupo in sella, con la testa china. Narciso lo lasci stare. Ormai s'avvicinavano alla meta e dopo qualche giorno la raggiunsero. Poco prima che la torre e i tetti del convento divenissero visibili, attraversarono quei maggesi sassosi, dov'egli un giorno - oh, da quanto tempo! aveva cercato l'erba di san Giovanni per padre Anselmo, e la zingara Lisa aveva fatto di lui un uomo. Finalmente entrarono sotto il portone di Mariabronn e scesero da cavallo sotto il castagno del mezzogiorno. Boccadoro sfior dolcemente il tronco e si chin verso uno dei ricci spinosi e spaccati, che giacevano bruni e secchi sul terreno. CAPITOLO XVIII

I primi giorni Boccadoro abit nel convento stesso, in una delle celle per gli ospiti. Poi, dietro sua preghiera, fu alloggiato in uno degli edifici d'amministrazione che circondavano il grande cortile come una piazza del mercato, di fronte alla fucina. Il fascino delle cose che rivedeva lo prese con tanta violenza, ch'egli stesso a volte se ne meravigliava. Nessuno lo conosceva fuorch l'abate, nessuno sapeva chi fosse; gli uomini del convento, frati e laici, vivevano in un ordine rigido e laborioso e lo lasciavano in pace. Ma lo conoscevano gli alberi del cortile, lo conoscevano i portali e le finestre, il mulino e la sua ruota, le piastrelle dei corridoi, i roseti avvizziti nci chiostro, i nidi delle cicogne sul granaio e sul refettorio. Da ogni angolo gli alitava incontro dolce e commovente il passato, la sua prima giovinezza; amore lo spingeva a rivedere tutto, a risentire tutti i suoni, il rintocco del vespro e lo scampanio domenicale, il gorgoglio dello scuro torrente del mulino fra gli stretti argini muscosi, il rumore dei sandali sull'impiantito, il tintinnio serale del mazzo di chiavi, quando il frate portiere andava a chiudere. Accanto alle cunette di pietra, in cui cadeva l'acqua piovana dal tetto del refettorio dei laici, crescevano ancora le stesse piccole erbe, e il vecchio melo nel giardino della fucina stendeva ancora i suoi grandi rami contorti. Ma pi di tutto lo commoveva la campanella della scuola, la vista degli scolari quando nelPora di ricreazione scendevano le scale e si lanciavano schiamazzando nel cortile. Com'erano giovani e sempliciotti e graziosi i loro visi fanciulleschi... Era stato davvero anche lui cos giovane, cos goffo, cos grazioso e puerile? Ma oltre a questo ben noto convento egli ne ritrovava uno quasi sconosciuto; gi nei primi giorni gli balz all'occhio, acquist sempre pi importanza per lui e solo a poco a poco si congiunse con quello gi conosciuto. Poich, se nulla di nuovo si era aggiunto, se tutto era rimasto uguale come nei suoi anni di scuola, come cento e pi anni prima, egli non lo vedeva pi con gli occhi dello scolaro. Vedeva e sentiva le proporzioni degli edifici, le volte della chiesa, le vecchie pitture, le statue di pietra e di legno sugli altari, nei portali, e sebbene non vedesse nulla che non fosse gi stato al suo posto anche allora, solo ora capiva la bellezza di queste cose e lo spirito che le aveva create. Vedeva l'antica Madonna di pietra nella cappella superiore; anche da ragazzo gli piaceva e l'aveva disegnata, ma solo ora la vedeva con occhi svegli e s'accorgeva ch'era un'opera meravigliosa, che anche col suo migliore e pi riuscito lavoro egli non avrebbe mai potuto superare. E di queste cose meravigliose ce n'eran parecchie, e ciascuna non stava a s e non era un caso, ma proveniva dal medesimo spirito e stava in mezzo alle vecchie mura, fra le colonne e le volte, come nella.sua dimora naturale. Quello che in un paio di secoli era stato costruito, scolpito, dipinto, vissuto, pensato e insegnato in quel luogo, era di un'origine sola, di un solo spirito e s'accordava insieme come i rami di un albero. In mezzo a questo mondo, a questa unit potente tranquilla, Boccadoro si sentiva molto piccolo, to quando vedeva l'abate Giovanni, il suo amico governare e regnare in quell'ordine grandioso e e sopra tutNarciso, pur pla-

cido e sereno. Per quanta differenza di persona ci fosse fra il dotto abate Giovanni dalle labbra sottili e il semplice bonario abate Daniele, ciascuno di loro serviva per la stessa unit, lo stesso pensiero, lo stesso ordine, e da questo otteneva la sua dignit, a questo sacrificava la sua persona. Ci li rendeva simili, come l'abito che vestiva entrambi. In mezzo a questo suo convento Narciso diventava agli occhi di Boccadoro di una grandezza inquietante, quantunque il suo atteggiamento verso di lui fosse quello di un buon camerata e di un ospite cordiale. Ben presto Boccadoro non osava quasi pi dargli del tu e chiamarlo " Narciso . -- Senti, abate Giovanni, -- gli disse una volta, -- a poco a poco dovr pure abituarmi al tuo nuovo nome. Debbo dirti che qui da voi mi trovo benissimo; avrei quasi voglia di farti una confessione generale e di pregarti, dopo la penitenza, d'accogliermi come frate laico. Ma vedi, allora la nostra amicizia sarebbe finita, tu saresti l'abate e io il frate laico. D'altra parte vivere cos accanto a te e vedere il tuo lavoro e non essere e non fare nulla io stesso, cosa che non sopporto pi a lungo. Vorrei lavorare anch'io e mostrarti quello che sono e che so fare, affinch tu possa vedere se valsa la pena di salvarmi d.lla forca. -- Questo mi fa piacere, -- disse Narciso formulando le sue parole con pi precisione ancora del solito. -Puoi cominciare quando vuoi ad allestirti la tua officina, io dar subito ordine al fabbro e al falegname di mettersi a tua disposizione. Serviti pure di tutto il materiale di lavoro che si pu raccogliere qui sul posto. Per quello che bisogna far venire da fuori a mezzo dei carrettieri, prepara una lista. E ora ascolta quello che io penso di te e delle tue intenzioni. Devi concedermi un po' di tempo per esprimermi: io sono un erudito e vorrei tentare di presentarti la cosa coi mezzi che mi offre il mio mondo di pensiero: non ho altro linguaggio che questo. Dunque seguimi ancora una volta, come facevi con tanta pazlenza quando erl ragazzo. -- Tenter di seguirti. Parla pure. -- Ricordati che gi ai nostri tempi di scuola io ti dissi pi volte che ti ritenevo un artista. Allora mi pareva che tu potessi diventare un poeta; avevi nel leggere e nello scrivere una certa avversione per i concetti astratti e prediligevi nel linguaggio le parole e i suoni che avevanO qualit poetiche sensibili, parole dunque con cui ci si potesse rappresentare qualche cosa. Boccadoro interruppe: --Scusa, ma i concetti e le astrazioni che tu preferisci non sono anch'essi rappresentazioni, immagini? o per pensare ti occorrono e ti piaccionO proprio le parole con cui non ci si pu rappresentare nulla? Si pu forse pensare senza rappresentarsi qualche cosa ? -- Fai bene a domandare! Ma certo si pu pensare senza rappresentazioni! 11 pensiero non ha proprio nulla a

che fare con le rappresentazioni. Esso non si compie in immagini, ma in concetti e in forme. Proprio l dove cessano le immagini comincia la filosofia. Questo era appunto l'oggetto delle nostre dispute frequenti, quando eravamo giovani: per te il mondo consisteva d'immagini, per me di concetti. Ti dissi sempre che non eri fatto per diventare un pensatore, ma aggiunsi anche che questa non era una deficienza, che in Compenso tu eri un dominatore nel campo delle immagini. Sta' attento, ti spiegher. Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cio diventato un mistico. I mistici sono, per dirla in breve e un po' grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini infelici. Tu avresti potuto diventare uno di questi. Invece, grazie a Dio, sei diventato un artista, padrone del mondo delle immagini, dove puoi essere creatore e signore, mentre come pensatore saresti rimasto ad un grado d'insufficienza. --Temo, -- disse Boccadoro, --che non riuscir mai a farmi un'idea del tuo mondo di pensiero, dove si pensa senza Immagini. --Ma s, ci riuscirai subito. Ascolta: il pensatore cerca di conoscere e di rappresentare l'essenza del mondo con la logica. Egli sa che il nostro intelletto e il suo strumento, la logica, sono imperfetti, cos come un artista intelligente sa benissimo che i suoi pennelli o scalpelli non potranno mai esprimere perfettamente l'essenza radiosa di un angelo o di un santo. Tuttavia tentano entrambi, il pensatore come l'artista, a loro modo. Non possono e non debbono fare altrimenti. Perch auando un uomo cerca di attuarsi con le doti che la naturl gli ha date fa ci che pu fare di pi alto ed esclusivamente assennato. Perci una volta ti ripetevo sempre: non cercar d'imitare il pensatore o l'asceta, ma sii te stesso, cerca di attuare te stesso! --Ti capisco cos a met. Ma che cosa significa propriamente: attuarsi ? -- E un concetto filosofico, non posso esprimerlo altri-

menti. Per noi scolari di Aristotele e di san Tomaso il pi alto di tutti i concetti : l'essere perfetto. L'essere perfetto Dio. Tutto quello che c' d'altro solo a mezzo, parziale, in divenire, mescolato, consiste di possibilit. Dio invece non eterogeneo, una cosa sola, non ha possibilit, tutto realt. Ma noi siamo transitori, noi siamo esseri che divengono, noi siamo possibilit, per noi non c' perfezione, non c' l'essere completo. Quando per procediamo dalla potenza all'azione, dalla possibilit all'attuazione, partecipiamo al vero essere, siamo di un grado pi simili al perfetto e al divino. Questo sigaifica: attuarsi. Tu devi conoscere questo processo dalla tua propria esperienza. Tu sei artista e hai creato pi di una statua. Quando una di queste figure ti veramente riuscita, quando tu hai liberato l'immagine di un uomo dalle contin-

genze e l'hai ridotta ad una forma pura, allora tu hai, come artista, attuato quell'immagine umana. -- Ho capito. --Tu mi vedi, o amico Boccadoro, in un luogo e in un ufficio, in cui reso facile in certo modo alla mia natura attuarsi. Mi vedi vivere in una comunit e in una tradizione, che mi corrispondono e mi aiutano. Un convento non un paradiso, pieno d'imperfezione, tuttavia una vita claustrale condotta decorosamente per uomini della mia indole infinitamente pi feconda di progresso che non la vita mondana. Non voglio parlare del lato morale, ma anche solo praticamente il pensiero puro, che io ho il compito di esercitare e d'insegnare, richiede una certa protezione dal mondo. Quindi per me, qui nella nostra casa, stato molto pi facile attuarmi di quello che non sia stato per te. Che malgrado ci tu abbia trovato una via e sia diventato un artista, suscita tutta la mia ammiraziOne. Perch il tuo cammino stato ben pi difficile. Boccadoro arross d'imbarazzo per quella lode, ed anche di gioia. Per sviare il discorso, interruppe l'amico: --La maggior parte di quello che volevi dire sono riuscito a capirlo. Ma una cosa ancora non mi vuol entrare in testa: quello che tu chiami il pensiero puro il tuo cos detto pensare senza immagini e operare con parole, con cui non si pu rappresentarsi nulla. -- Bene, puoi spiegartelo con un esempio. Pensa alla matematica! Quali rappresentazioni contengono i numeri? O i segni pi~i e meno? Che immagini contiene un'equazione? Nessuna! Quando tu risolvi un problema aritmetico o algebrico, non ti aiuta nessuna rappresentazione tu eseguisci un compito formale entro forme di pensiero che hai apprese. -- E vero, Narciso. Se mi scrivi davanti una serie di numeri e di segni, io posso cavarmela senza nessuna rappresentazione, posso lasciarmi guidare dal pi~i e dal meno, dai quadrati, dalle parentesi e cos via, e posso risolvere il problema. Cio : lo potevo una volta, oggi non ne sarei pi capace. Ma non posso immaginarmi che il risolvere simili problemi formali abbia altro valore che quello di un'esercitazione intellettuale per scolari. Imparare a calcolare una bellissima cosa. Ma mi parrebbe assurdo e puerile che un uomo passasse la sua vita chino sopra simili problemi aritmetici, a coprire eternamente la carta di serie numeriche. --T'inganni, Boccadoro. Tu immagini che questo zelante calcolatore risolva sempre nuovi problemi scolastici, impostigli da un maestro. Ma egli pu porsi i problemi anche da s, essi possono sorgere in lui come forze impellenti. Bisogna aver calcolato e misurato matematicamente pi di uno spazio reale e fittizio, prima che ci si possa arrischiare come pensatori al problema dello spa--Va bene. Ma anche il problema dello spazio, come puro problema di pensiero, non mi sembra in realt l'oggetto intorno a cui un uomo debba prodigare il suo la-

voro e i suoi anni. La parola spazio per me non nulla, non degna di un pensiero, fin cke io non mi rappresento con essa uno spazio reale, per esempio lo spazio stellato; osservare e misurare questo mi pare senza dubbio un compito non indegno. Narciso interruppe sorridendo: -- Tu vuoi dire che non tieni alcun conto del pensiero, bens dell'applicazione del pensiero al mondo pratico e visibile. Ti posso rispondere: le occasioni di applicare il nostro pensiero e la volont di farlo non mancano affatto. Il pensatore Narciso, ad esempio, ha applicato cento volte i risultati del suo pensiero, tanto sul suo amico Boccadoro, quanto su ciascuno dei suoi monaci, e lo fa ad ogni ora. Ma come

potrebbe applicare qualche cosa, se non l'avesse prima imparata ed esercitata? Anche l'artista esercita continuamente il suo occhio e la sua fantasia, e noi approviamo tale esercizio, anche se questo non rivela i suoi effetti che in poche opere reali. Tu non puoi disprezzare il pensiero come tale cd approvare la sua applicazione "! La contraddizione chiara. Dunque lasciami pensare in pace e giudica il mio pensiero dai suoi effetti, cos come io giudicher la tua arte dalle tue opere. Tu ora sei inquieto ed eccitato, perch fra te e le tue opere ci sono ancora degli ostacoli. Allontanali, cercati o fabbricati un'officina e mettiti al lavoro! Molti problemi si risolveranno allora da s. Boccadoro non desiderava niente di meglio. Trov un locale accanto al portone del cortile, che in quel momento era vuoto e s'adattava bene ad officina. Ordin al falegname una tavola da disegno e altri arnesi, di cui gli diede lo schizzo preciso. Stese una lista degli oggetti che i carrettieri del convento dovevano portargli a poco a poco dalle citt vicine, una lunga lista. Esamin dal falegname e nel bosco tutte le provviste di legna tagliata e scelse per s alcuni pezzi, che fece portare l'uno dopo l'altro nel prato dietro le sua officina, dove li colloc all'asciutto, costruendovi sopra con le proprie mani una tettoia. Ebbe poi molto da fare anche col fabbro, il cui figliolo, un giovane sognatore, fu da lui affascinato e conquistato Con lui passava mezze giornate alla fucina, all'incudine, al trogolo per tuffare il ferro rovente, all'afffilatoio; l mettevano tutti i coltelli da intaglio, curvi e diritti, gli scalpelli, i succhielli e i raschietti, ch'egli adoperava per la lavorazione del legno. Eric, il figlio del fabbro, giovane di circa vent'anni, divenne l'amico di Boccadoro, lo aiutava dappertutto, pieno di fervido interesse e di curiosit. Boccadoro gli promise d'insegnargli a sonare il liuto, cosa ch'egli desiderava vivamente, poi gli avrebbe fatto provare anche l'intaglio. Quando talvolta, nel convento e accanto a Narciso, Boccadoro si sentiva inutile e oppresso, poteva rianimarsi con Eric, che lo amava timidamente ed aveva per lui una veneraZione infinita. Spesso Eric lo pregava di raccontargli di maestro Nicola e della citt vescovile; qualche volta Boccadoro lo faceva volentieri e poi si meravigliava a un tratto di trovarsi l seduto, come un vecchio, a raccontare

di viaggi e di vicende del passato, mentre la sua vita doveva cominciare proprio allora. Nessuno poteva accorgersi che negli ultimi tempi egli era profondamente mutato e invecchiato oltre i suoi anni: non l'avevano conosciuto prima. Le miserie della vita instabile ed errabonda l'avevano forse gi logorato, ma poi la pestilenza e i suoi molti orrori e infine la prigionia nel castello del conte e quella notte orrenda nella cantina lo avevano scosso nelle fibre pi intime, lasciando qualche traccia: peli grigi nella barba bionda, rughe sottili sul volto, periodi d'insonnia, e a volte in fondo al cuore una certa stanchezza, un illanguidimento del piacere e della curiosit, un senso grigio e tiepido di saziet. Nei preparativi del lavoro, nelle conversazioni con Eric, nel trafficare dal fabbro e dal falegname, si sgelava, si animava; tutti lo ammiravano e gli volevano bene, ma fra una attivit e l'altra non di rado rimaneva seduto per mezz'ore e per ore intere, stanco, sorridente e trasognato, in preda all'apatia e all'indifferenza. Una questione molto importante per lui era con quale soggetto dovesse cominciare il suo lavoro. La prima opera che voleva eseguire, con la quale intendeva pagare l'ospitalit del convento, non doveva essere un'opera casuale da esporsi in un luogo qualsiasi per curiosit, doveva, come le antiche opere del convento, diventare una parte della sua costruzione e della sua vita. Gli sarebbe piaciuto sopra tutto fare un altare o anche un pulpito, ma non ce n'era n il bisogno n il posto. Trov invece dell'altro. Nel refettorio dei padri c'era una nicchia elevata, in cui, durante i pasti, soleva leggere un frate giovane. Questa nicchia non aveva ornamenti. Boccadoro decise di rivestire l'accesso al leggio e il leggio stesso di una decorazione in legno simile a quella di un pulpito, con figure a bassorilievo e alcune quasi isolate. Comunic il progetto all'abate, che lo approv e mostr di gradirlo molto. Quando finalmente il lavoro pot cominciare - cadeva la neve ed era gi passato Natale- la vita di Boccadoro prese un nuovo aspetto. Per il convento era come scomparso, nessuno lo vedeva pi, non aspettava pi la schiera degli scolari alla fine delle lezioni, non vagava pi nel bosco, non camminava pi nel chiostro. Prendeva i

suoi pasti dal mugnaio, che non era pi quello era andato a trovare tante volte da ragazzo. E officina non lasciava entrare nessuno, fuorch tante Eric; e anche questi in certi giorni non dire una parola.

ch'egli nella sua il suo aiugli sentiva

Per la sua prima opera, la tribuna per i lettori, aveva escogitato dopo lunghe riflessioni questo progetto: delle due parti che la costituivano, l'una doveva rappresentare il mondo, l'altra la parola divina. La parte inferiore, la scala, che usciva da un forte tronco di quercia e girava intorno ad esso, doveva rappresentare la creazione, immagini della natura e della semplice vita dei patriarchi. La parte superiore, il parapetto, avrebbe portato le statue dei quattro evangelisti. A uno di questi voleva dare la figura del defunto abate Daniele, a un altro quella del defunto padre Martino, suo successore, e nella figura di

Luca voleva immortalare il suo maestro Nicola. S'imbatt in gravi difficolt, pi gravi di quanto non a~esse pensato. Gli diedero preoccupazioni, ma erano dolci preoccupazioni. Egli faceva la corte alla sua opera con disperato entusiasmo, come a una donna ritrosa, lottava con essa, ora irritato ed ora tenero, come un pescatore all'amo lotta con un gran luccio; ogni ostacolo lo ammaestrava e amnava i suoi sensi. Dimentic tutto il resto, dimentic il convento, dimentic quasi Narciso. Questi veniva qualche volta a trovarlo, ma egli non gli mostrava che disegni. In compenso Boccadoro lo sorprese un giorno col pregarlo di voler ascoltare la sua confessione. --Non mi son saputo decidere finora, --disse, --mi sembrava di essere troppo piccino, mi sentivo gi abbastanza umiliato davanti a te. Ora va meglio, ora ho il mio lavoro e non sono pi una nullit. E dal momento che vivo in un convento, vorrei conformarmi all'ordine. Si sentiva all'altezza dell'ora e non voleva aspettare pi a lungo. Nella vita contemplativa delle prime settimane, nel rivedere e nel ricordare tutte le cose della sua giovent, e anche nei racconti che Eric gli chiedeva, la visione della sua vita passata aveva acquistato un certo ordine e una certa chiarezza. Narciso lo accolse alla confessione senz'alcuna solennit: essa dur circa due ore. L'abate ascolt con volto impassibile le avventure, le sofferenze, le colpe del suo amico; pose diverse domande, non interruppe mai e ascolt impassibile anche quella parte della confessione, in cui Boccadoro dichiarava la scomparsa della sua fede nella giustizia e nella bont di Dio. Fu colpito da parecchie confessioni del penitente; vedeva com'egli era stato scosso e spaventato, come talvolta era stato vicino alla perdizione. Poi doveva tornar a sorridere, commosso dall'ingenuit dell'amico rimasto fanciullo, poich lo trovava preoccupato e pentito per certi pensieri irreligiosi, che in confronto ai suoi propri dubbi e agli abissi del suo penslero erano veramente innocenti. Con meraviglia, anzi con delusione di Boccadoro, il confessore non attribu una gravit eccessiva ai suoi peccatl verl e propri, lo ammon e lo pun invece senza indulgenza per aver trascurato di pregare, di confessarsi e di comunicarsi. Gli impose come penitenza di vivere casto e moderato per quattro settimane prima di ricevere la comumone, di ascoltare ogni mattina la prima messa e di recltare ogni sera tre Pater noster e un inno a Maria. Poi gli disse: --Ti ammonisco e ti prego di non prendere alla leggera questa pemtenza. Non so se tu conosca ancora esattamente il testo della messa. Devi seguirlo parola per parola e abbandonarti tutto al suo significato. Oggi stesso reciter con te il Pater noster e alcuni inni, e ti accenner a quali parole e a quali significati tu debba rivolgere particolarmente la tua attenzione. Non devi pronunciare e ascoltare le parole sacre come si pronunciano e si ascoltano le parole umane. Ogni volta che ti sorpren-

di a ripetere quelle parole come un organetto, e ci avverr pi spesso di quel che tu non creda, ricordati di questa ora e del mio ammonimento, ricomincia da capo e recitale e falle entrare nel tuo cuore come io t'indicher. Fosse un caso fortunato, o avesse la psicologia dell'abate tanta profondit, fatto sta che da questa confessione e da questa penitenza deriv per Boccadoro un periodo di soddisfazione e di pace, che lo rese profondamente felice. Fra le tensioni, le preoccupazioni e le soddisfazioni del suo lavoro, ogni mattina ed ogni sera, nei facili esercizi spirituali ch'eseguiva coscienziosamente, egli si sentiva liberato dalle agitazioni della giornata e rinviato con

tuttO il suo essere a un ordine superiore, che lo strappava alla pericolosa solitudine di colui che crea, facendolo rientrare qual figlio nel regno di Dio. Se a superare la lotta per la creazione della sua opera egli doveva esser solo e ad essa doveva dare tutta la passione dei suoi sensi e della sua anima, l'ora della devozione lo riconduceva sempre ad uno stato d'innocenza. Durante il lavoro fumava spesso per ira e per impazienZa, a volte si estasiava fino alla volutt, ma negli esercizi di piet si tuffava come in un'acqua fresca e profonda, che gli lavava via l'orgoglio dell'entusiasmo come pure l'orgogllo della disperazione. Non sempre riusciva. Talvolta alla sera, dopo ore di lavoro febbrile, non trovava la quiete e il raccoglimento, dimenticava gli esercizi, e spesso, quando si sforzava di concentrarsi, lo mpediva e lo tormentava il penslero che in fin dei conti il recitar preghiere era un affannarsl puerile per un Dio che non esisteva affatto, o che per lo meno non poteva aiutarlo. Se ne dolse con l'amlco. --Continua, -- :lisse Narciso; --hai promesso e devi mantenere. Non devi star a pensar se Dio ascolta la tua preghiera, o se il Dio che ti piace di raffigurarti esista o meno, Non devi neppure preoccuparti se le tue pratlche siano puerili. In confronto di colui al quale si rivolgono le nostre preghiere, tutte le nostre azioni sono puerili. Tu devi assolutamente inibirti durante l'esercizio questi sciocchi pensieri da bambino. Devi recitare il tuo Pater noster e il tuo inno a Maria abbandonandoti tutto alle loro parole e riempiendoti di esse, cos come, quando canti o suoni il liuto, non insegui nessun saggio pensiero, nessuna speculazione, ma eseguisci una nota e un movimento dopo l'altro con la maggior purezza e perfezione possibili. Mentre si canta, non si pensa se il canto sia utile o no: si canta. Cos devi pregare. E di nuovo riusciva, Di nuovo il suo io teso e avido si smorzava nell'ordine immenso, di nuovo le parole venerabili passavano su di lui e attraverso lui come stelle. L'abate not con grande soddisfazione che Boccadoro, scaduto il termine del periodo di penitenza e ricevuti i Sacramenti, continu per settimane e mesi i suoi esercizi quotidiani Intanto la sua opera procedeva. Dal sostegno massiccio della scala a chiocciola usciva un piccolo mondo di figure, di piante, di animali e di uomini; nel centro

un padre No fra pampini e grappoli, un libro illustrato un inno di gloria alla creazione e alla sua bellezza, libero nel gioco artistico, ma guidato da un ordine e da una disciplina segreta. Durante tutti quei mesi nessuno vide l'opera fuorch Eric, che aveva il permesso di dare una mano e non carezzava altro pensiero di quello di poter diventare un artista. In certi giorni neppure a lui era leCito entrare nell'officina. Altre volte invece Boccadoro si occupava di lui, gl'insegnava, lo lasciava provare, lieto di avere un fedele e uno scolaro. Quando l'opera fosse termmata e riuscita, pensava di richiedere il giovane a suo padre e d'istruirlo come assistente fisso. Alle figure degli evangelisti lavorava nei suoi giorni mighori, quando tutto era in armonia e nessun dubbio l'oscurava. La figura che gli pareva riuscisse meglio era quella a cui dava i tratti dell'abate Daniele; l'amava molto, dal viso di essa raggiava innocenza e bont. Della figura di maestro Nicola era meno soddisfatto, quantunque Eric l'ammirasse pi delle altre. Essa rivelava dissidio e tristezza, sembrava piena d'alti progetti di creazione e insieme di una disperata certezza della vanit d'ogni creazione, piena di rimpianto per un'unit e un'innocenza perdute. Quando l'abate Daniele fu terminato Boccadoro ordin ad Eric di far pulizia nell'officina. Velo di panni il resto dell'opera e mise in luce solo quella figura. Poi and da Narciso, ed essendo questi occupato aspett pazientemente fino al giorno dopo. Nell'ora del mezzod condusse l'amico nella sua officina davanti alla statua. Narciso ristette e contempl. Contempl senza fretta, con l'attenzione e la cura dello scienziato. Boccadoro stava dietro di lui, in silenzio, e cercava di dominare il tumulto del suo cuore. "Oh," pens, "se ora uno di noi non regge alla prova, un gran male. Se la mia opera non abbastanza buona o se egli non sa comprenderla, tutto il mio lavoro qui ha perduto il suo valore. Avrei dovuto aspettare ancora." I minuti gli parevano ore; pens a quella volta che maestro Nicola aveva tenuto in mano il suo primo disegno. Narciso si volt verso di lui, e subito egli si sent liberato. Vide nel volto affilato dell'amico rifiorire qualcosa, che non vi fioriva pi dagli anni della fanciullezza: un sorriso, un sorriso quasi timido in quel volto tutto spirito e volont, un sorriso d'amore e d'abbandono, una scintilla, come se la solitudine e la fierezza di quel volto fossero per un istante squarciate e da esso non trasparisse pi altro che un cuore pieno d'amore. --Boccadoro,--disse Narciso pianissimo, pesando anche in quel momento le parole, --tu non ti aspetti certo da me che diventi a un tratto un conoscitore d'arte. Non lo sono, lo sai. Della tua arte non saprei dire nulla, che non ti sembri ridicolo. Ma lasciami dirti una cosa sola. alla prima occhiata ho riconosciuto in questo apostolo il nostro abate Daniele, e non lui soltanto, ma anche tutto quello ch'egli allora rappresentava per noi: la dignit, la bont, la semplicit. Come il povero padre Danlele stava davanti alla nostra venerazione giovanile, cos egh sta ancora qui davanti a me e con lui tutto ci che allora Cl era sacro e ci che ci rende indimenticabile quell'epoca.

Con questa visione tu mi hai fatto un gran dono, amlco mio: non soltanto mi hai reso il nostro abate Daniele, ml hai rivelato per la prima volta tutto te stesso. Ora so chi sei. Non ne parliamo pi, non ne ho il diritto. O Boccadoro, benedetta quest'ora! Nel grande locale si fece silenzio. Boccadoro vide che il suo amico era commosso in fondo al cuore. Un imbarazzo gli strozzava il respiro. -- Bene, -- disse brevemente, -- sono contento. Ma, forse, ora che tu vada a tavola. CAPITOLO XIX Boccadoro lavor a quell'opera due anni, e nel secondo anno Eric gli fu affidato come vero e proprio scolaro. Nell'intaglio della scala Boccadoro compose un piccolo paradiso, raffigur con intenso piacere un delizioso groviglio d'alberi, di foglie e d'erbe, con uccelli fra i rami, e da ogni parte sbucavano teste e corpi di animali. In mezzo a questo placido, rigoglioso giardino primordiale rappresent alcune scene della vita dei patriarchi. Di rado questa solerte attivit subiva un'interruZione. Di rado veniva un giorno, in cui il lavoro gli era impossibile, in cui un senso d'inquietudine e di saziet glielo rendeva fastidioso. Allora assegnava un compito allo scolaro e faceva una passeggiata o una cavalcata in campagna, respirando nel bosco il profumo che gli ricordava la libert e la vita vagabonda; cercava qua o l una ragazza di contadini, o andava a caccia e se ne stava per ore e ore coricato nel verde, fissando la volta formata dalle chiome degli alberi o il rigoglio selvaggio delle felci e delle ginestre. Non rimaneva mai lontano pi d'un giorno o due. Poi ritornava all'opera con nuova passione, intagliava con volutt le piante che germogliavan rigogliose sotto le sue dita, ricavava dal legno con mano lieve e delicata le teste umane, scolpiva una bocca dal taglio vigoroso, un occhio, una barba crespa. Oltre a Eric, solo Narciso conosceva l'opera e veniva spesso nell'officina, che qualche volta diventava per lul fl luogo pi gradito del convento. Osservava con gioia e stupore. L fioriva quello che l'amico aveva portato un giorno nel suo inquieto e fiero cuore di fanciullo, cresceva e fiorlva una creazione, un piccolo mondo zampillante: un glOCo forse, ma certo non meno buono del gioco della logica, della grammatica e della teologia. Una volta Narciso disse pensieroso: -- Imparo molto da te, Boccadoro. Comincio a comprendere che cos' l'arte. Prima mi pareva che, in confronto col pensiero e con la scienza, non fosse da prendere troppo sul serio. Pensavo press'a poco cos: poich l'uomo una dubbia mescolanza di spirito e di materia, poich lo spirito gli schiude la conoscenza dell'eterno, mentre la materia lo trascina in basso e lo incatena a ci ch' transitorio, egli dovrebbe cercare di staccarsi dai sensi e di entrare nel mondo spirituale, per elevare la sua vita e darle un significato. Affermavo bens di apprezzare altamente l'arte, per consuetudme, ma m realt ero superbo e la guardavo dall'alto in basso. Ora soltanto vedo quante vie ci sono per giungere alla conoscenza, e quella dello spirito non l'unica e forse neppur la migliore. E la mia vita, certo: e rimarr in essa. Ma ti vedo per la via opposta, la via dei sensi, cogliere il mistero dell'essere altrettanto profondamente, ed esprimerlo

con molta pi vivezza di quel che lo possano la maggior parte dei pensatori. --Capisci ora,--disse Boccadoro,--che io non posso intendere che cosa significhi pensare senza rappresentazioni. -- L'ho capito da un pezzo. Il nostro pensare un continuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un tentativo di costruzione d'un mondo puramente spirituale. Tu invece cogli nel cuore ci che vi di pi instabile e mortale e riveli il senso del mondo proprio in quello ch' transitorio Tu non prescindi da questo, ti dai tutto ad esso, e per questa tua dedizione esso diventa ci che vi di pi alto: il simbolo dell'eterno. Noi pensatori cerchiamo di avvicinarci a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione. Sono entrambe opere umane e inadeguate, ma l'arte pi innocente. --Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi per mi pare riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi dalla disperazione. Io non t'invidio pi da un pezzo, amico mio, per la tua scienza, ma t'invidio per la tua tranquillit, per la tua equanimit, per la tua pace. --Non dovresti invidiarmi, Boccadoro. Non c' una pace cos come tu la intendi. C' la pace, senza dubbio, ma non una pace che alberghi durevolmente in noi e non ci abbandoni pi. C' solo una pace che si conquista continuamente con lotte senza tregua, e tale conquista dev'essere rinnovata giorno per giorno. Tu non mi vedi lottare non conosci le mie battaglie nello studio e neppur quelle nella cella delle preghiere. E bene che tu non le conosca. Tu vedi solo che io sono soggetto meno di te agli umori variabili e credi che ci sia pace. Ma lotta, lotta e sacrificio, come ogni vera vita, come anche la tua. --Non discutiamo. Neppur tu vedi tutte le mie lotte. E non so se puoi capire quello che io sento in cuore all'idea che presto quest'opera sar finita. La si porta via, la si mette a posto, mi si fa qualche elogio, e poi io ritorno in un'officina vuota e nuda, triste per tutto quello che nella mia opera non mi riuscito e che voialtri non potete affatto vedere; e la mia anima vuota e spogliata, come l'officina. --Pu darsi, -- disse Narciso, -- e nessuno di noi in grado di comprendere l'altro sinc in fondo. Ma questo hanno in comune tutti gli uomini di buona volont: che le nostre opere finiscono per lasciarci umiliati, che dobbiamo sempre ricominciare da capo, che l'offerta dev'essere rinnovata. Qualche settimana dopo il grande lavoro di Boccadoro era finito e posto in opera. Si ripet quello che gi gli era toccato tanto tempo prima: la sua opera pass in possesso degli altri, fu contemplata, giudicata, lodata, egli ricevette encomi e onori; ma il suo cuore e la sua officina rimasero vuoti; non sapeva pi se l'opera valesse il sacrificio. Il giorno dello scoprimento era invitato a tavola dai padri: c'era banchetto, festeggiato col vino pi vecchio del convento. Boccadoro inghiott il buon pesce e la selvaggina, e pi del vin vecchio lo riscaldarono l'interessamento

e la gioia con cui Narciso salut la sua opera e gli onori che gli furono tributati. Un nuovo lavoro desiderato e ordinato dall'abate era gi abbozzato, un altare per la cappella di Maria a Neuzell, che apparteneva al convento e dove officiava un padre di Mariabronn. Per questo altare Boccadoro voleva fare una statua di Maria e immortalare in essa una delle figure indimenticabili della sua giovinezza, Lidia la bella e timorosa figlia del cavaliere. Nel resto quest'incarico non aveva molta importanza per lui, ma gli sembrava l'occasione buona per far fare a Eric la sua prova di aiutante. Se Eric si mostrava all'altezza del compito, egli avrebbe avuto in lui per sempre un buon collaboratore, il quale poteva sostituirlo e lasciarlo libero per quei lavori che soli gli stavano ancora a cuore. Scelse con Eric il legname per l'altare e glielo fece preparare. Spesso Boccadoro lo lasciava solo, aveva ripreso il suo girovagare e le lunghe passeggiate nei boschi; una volta che rimase via parecchi giorni Eric ne inform l'abate e anche questi temette un poco che Boccadoro potesse essersene andato per sempre. Ma ritorn, lavor una settimana alla figura di Lidia, poi ricominci a vagare, Era preoccupato; da quando aveva terminato il grande lavoro, la sua vita era in disordine: trascurava la prima messa, si sentiva profondamente inquieto e scontento. Pensava molto a maestro Nicola, e se egli stesso non sarebbe diventato presto come lui diligente e virtuoso e abile, ma non pi libero, non pi giovane, Una piccola avventura recente gli aveva dato da pensare. Nelle sue sCorrlbande aveva trovato una giovane contadina di nome Francesca, che gli piaceva molto, e si era dato ogni pena per ammaliarla, usando tutte le sue antiche arti di seduzione. La ragazza ascoltava volentieri le sue chiacchiere, rideva divertita ai suoi scherzi, ma respingeva le sue seduzioni, e per la prima volta egli sent che a una donna giovane egli appariva vecchio. Non ci era andato pi, ma non aveva dimenticato. Francesca aveva ragione; era diventato un altro, lo sentiva egli stesso; e non erano quei pochi capelli precocemente grigi e quel po' di rughe intorno agli occhi, era qualcosa di pi nel suo essere, nel suo animo; si sentiva vecchio, si sentiva divenuto simile in modo inquietante a maestro Nicola. Osservava se stesso sdegnosamente e scrollava le spalle con disprezzo; aveva perduto la libert, era diventato sedentario: non pi aquila e lepre, ma animale domestico. Quando girovagava, pi che nuovi cammini e nuova libert cercava il profumo del passato, il ricordo delle sue peregrinazioni d'un tempo; la sua ricerca era piena di nostalgia e di diffidenza, come l'annusar di un cane in cerca di una traccia perduta. E quando era stato fuori un giorno o due ed era andato un poco a zonzo, in vacanza, un impulso irresistibile lo richiamava indietro, la coscienza lo rimordeva, sentiva che l'officina l'aspettava, ch'egli aveva una responsabilit per l'altare cominciato, per il legno preparato, per l'aiutante Eric Non era pi libero, non era pi giovane. Fece allora un fermo proponimento: quando fosse terminata la LidiaMaria avrebbe intrapreso un viaggio, avrebbe ritentato la vita del vagabondo. Non era bene vivere cos a lungo in un convento, e con soli uomini. Per monaci poteva esser bene, ma non per lui. Con gli uomini si potevano fare

discorsi belli e saggi; essi avevano comprensione per il lavoro di un artista; ma tutto il resto, le chiacchiere, le tenerezze, il gioco, l'amore, il beato ozio senza pensieri tutto questo non prosperava fra gli uomini; per questo ci volevano donne, vita all'aperto senza meta, e sempre nuove immagini. Tutto l intorno a lui era un poco grigio e serio, un poco grave e maschile, ed egli aveva subito il contagio, gli era penetrato nel sangue Il pensiero del viaggio lo consolava; attendeva bravamente al suo lavoro per esser libero pi presto, E mentre a poco a poco la figura di Lidia gli usciva dal legno, mentre dalle nobili ginocchia di quella egli faceva scendere le pieghe severe della veste, lo rapiva una gioia intima e dolorosa, si sentiva malinconicamente innamorato di quell'immagine, di quella bella e timida figura di fanciulla del ricordo d'allora, del suo primo amore, dei suoi primi viaggi, della sua giovent. Lavorava con devozione all'immagine delicata, la sentiva una cosa sola con ci che v'era di meglio in lui, con la sua giovineZza, con le sue pi dolci memorie. Era una felicit per lui scolpire quel collo chino, quella bocca triste e affettuosa, quelle mani nobili le dita lunghe, le estrernit ben arcuate delle unghie Anche Eric contemplava la figura ogni volta che poteva, con ammirazione e con rispettoso amore. Quando fu quasi terminata, la mostr all'abate Narciso disse: --Questa la tua opera pi bella, caro, non abbiamo nulla in tutto il convento che le stia a pari. Debbo confessarti che in questi ultimi mesi sono stato qualche volta preoccupato per te. Ti vedevo inquieto e sofferente, e quando scomparivi e rimanevi assente pi di un giorno pensavo talora con ansia: forse non torna pi. E invece hai fatto questa statua meravigliosa! Sono contento e sono fiero di te! -- S, -- disse Boccadoro, -- la statua riuscita proprio bene. Ma ora ascoltami, Narciso! Perch questa figura riuscisse bene, era necessaria tutta la mia giovinezza, la mia vita vagabonda, i miei innamoramenti, i miei corteggiamenti alle donne. Questo il pozzo a cui ho attinto. Il pozzo sar presto vuoto, il cuore mi s'inaridisce. Terminer questa Maria e poi prender congedo per un bel po' di tempo, non so per quanto, e ricercher la mia giovinezza e tutto quello che una volta mi fu cos caro. Puoi tu capirlo?... Bene. Sai ch'ero qui tuo ospite e non ho mai preso compensi per il mio lavoro... --Te li ho offerti pi volte -- interruppe Narciso. -- S, e ora li accetto. Mi far fare nuovi abiti e quando saranno pronti ti chieder un cavallo e qualche tallero, poi partir per il mondo. Non dir nulla, Narciso, e non rattristarti. Non che qui non mi piaccia, in nessun altro luogo potrei aver di meglio. Si tratta d'altro. Esaudirai il mio desiderio? Poche parole furono scambiate ancora sull'argomento. Boccadoro si fece fare un semplice abito da cavaliere e un paio di stivali, e mentre s'avvicinava l'estate port a termine la figura di Maria, come se fosse l'ultima sua opera con cura affettuosa diede l'ultimo tocco alle mani,

al voito, ai capelli. Poteva perfino sembrare ch'egli procrastinasse la partenza, come se si lasciasse volentieri trattenere ancora da quegli ultimi delicati lavori intorno alla sua statua. Passava un giorno dopo l'altro ed egli aveva ancora sempre qualche cosa da accomodare. Narciso, quantunque il distacco imminente gli riuscisse penoso, talvolta sorrideva un poco dell'innamoramento di Boccadoro e della sua incapacit a staccarsi dalla figura di Maria. Ma un giorno Boccadoro lo sorprese, recandosi a un tratto da lui per congedarsi. Aveva preso la sua decisione nella notte. Nel suo abito nuovo, con un nuovo berretto, venne da Narciso a prender commiato. Gi qualche tempo prima si era confessato e comunicato: ora veniva a dire addio e a ricevere la benedizione per il viaggio. Il distacco riusc penoso a entrambi; Boccadoro si mostr pi brusco e pi calmo di quel che non fosse in cuore. --Ti rivedr? -- domand Narciso. -- Oh s: se il tuo bel cavallo non mi romper il collo, mi rivedrai certamente. Altrimenti non ci sarebbe pi nessuno a chiamarti Narciso e a darti preoccupazioni. Puoi star sicuro. Non dimenticare di tenere un occhio su Eric. E che nessuno mi tocchi la mia figura! Essa rimarr nella mia camera, come ho detto, e la chiave non deve uscire dalla tua mano. --Sei contento d'intraprendere questo viaggio~ Boccadoro strizz gli occhi. --Ecco, sono stato contento, gi qualche cosa. Ma ora che debbo partire, mi sembra meno allegro di quel che si potrebbe credere. Tu riderai di me, ma la separazione non mi riesce punto facile e questo attaccamento non mi piace. E come una malattia: le persone giovani e sane non l'hanno. Anche maestro Nicola era cos. Ah non facciamo chiacchiere inutili! Benedicimi, caro, voglio partire. E se n'and sul suo cavallo. Narciso pensava molto all'amico, era in ansia per lui e ne aveva la nostalgia. Gli sarebbe ritornato un giorno l'uccello fuggito, il caro spensierato? Quell'uomo singolare e diletto aveva ripreso la sua vita tortuosa e senza volont, girava di nuovo il mondo, avido e curioso, seguendo i suol oscuri e forti istinti, tempestoso e insaziabile: un grande fanciullo. Che Dio sia con lui, ch'egli ritorni sano e salvo! Ora volava di nuovo qua e l come una farfalla, peccava di nuovo, seduceva le donne assecondava le sue voglie; forse gli capitava ancora di uccidere cadeva in pericolo e in prigione, e vi periva. Quante ansie dava quel ragazzo biondo, che si doleva d'invecchiare e guardava con occhi cos infantili! Come bisognava star inquieti per lui! E tuttavia Narciso, in cuor suo, era contento dell'amico. In fondo gli piaceva molto che quel ragazzo baldanzoso fosse cos difficile da domare, che avesse simili grilli, che fosse scappato un'altra volta e un'altra volta si rompesse le corna. Ogni giorno in qualche ora i pensieri dell'abate ritor-

navano all'amico, con affetto e nostalgia, con riconoscenza, con ansia, talvolta anche con qualche scrupolo e qualche rimprovero a se stesso. Non avrebbe forse dovuto rivelare maggiormente all'amico quanto egli lo amasse, come non lo desiderasse diverso, come fosse diventato ricco in grazia sua e della sua arte? Gli aveva detto poco, troppo poco forse... Chi sa allora se non l'avrebbe potuto trattenere? Egli per non era diventato solo pi ricco, per merito di Boccadoro: era anche diventato pi povero: pi povero e pi debole, e certo era bene che non l'avesse mostrato all'amico. Il mondo in cui viveva ed aveva la sua patria, il suo mondo, la sua vita claustrale, il suo ufficio, la sua dottrina, l'edificio cos ben organizzato dei suoi pensieri, erano stati spesso scossi e resi incerti dall'amico. Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ra; gione e della morale, la vita dell'abate era mlghore, plU giusta, pi costante, pi ordinata e pi esemplare, era una vita di ordine e di servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la glushzla, era molto pi pura e pi buona che la vita di un artista, di un vagabondo e di un seduttore di donne. Ma da un punto di vista pi alto, dal punto di vista di Dio, l'ordine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al mondo e alla felicit dei sensi la lontananza dal fango e dal sangue il ritiro nella filosofia e nella devozione, erano davvero meglio che la vita di Boccadoro? L'uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora e ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L'uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tomaso d'Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi e istmtl, con oscurit sanguigne, con la capacit del peccato, del piacere, della disperazione? Intorno a queste domande s'aggiravano i pensieri dell'abate quando eran volti al suo amico. S, e forse non era soltanto pi ingenuo e pi umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse anche pi coraggioso e pi grande affidarsi alla corrente crudele e tumultuosa, commetter peccati e prender su di s le loro amare conseguenze, anzich condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani lavate, e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d'armonia e camminare senza peccato fra le aiuole ben protette Era forse pi difficile, pi valoroso e pi nobile camminare con le scarpe logore per i boschi e per le strade maeStre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze. In ogni caso Boccadoro gli aveva mostrato che un uomo destinato all'alto pu scendere molto gi nel groviglio ebbro e sanguinoso della vita e insozzarsi di molta polvere e di sangue, senza tuttavia diventare meschino e volgare senza uccidere in s il divino; gli aveva mostrato che poteva errare per profondi ottenebramenti, senza che nel sacrario della sua anima si spegnessero la luce divina e la forza creatrice. Narciso aveva guardato in fondo alla vita disordmata del suo amico, e n il suo affetto n la sua stima per lui erano diminuiti. Oh no, e da quando aveva visto uscire dalle mani macchiate di Boccadoro quelle figure meravigliosamente vive nella loro placidit, trasfigurate dalla forma e dall'ordine interiori, quei volti profondi illu-

minati dall'anima, quelle piante e quei fiori innocenti, quelle mani supplici o benedette, tutti quegli atteggiamenti arditl o soavl, fieri o sacrl, da allora egli sapeva che in quel cuore incostante di artista e di seduttore c'era una pienezza di luce e di grazia divina. A lui era stato facile, nei loro colloqui, apparire superiore all'amico, contrapporre alla sua passione la propria disciplina e l'ordine dei propri pensieri. Ma ogni piccolo atteggiamento d'una figura di Boccadoro, ogni occhio, ogni bocca, ogni tralcio e ogni piega di veste non era pi reale, plU viva e pi insostituibile di tutto quello che poteva dare un pensatore? Questo artista, dal cuore pieno di contrasti e di miserie, non aveva creato per un numero infimto di uomini, presenti e futuri, dei simboli della loro mlserla e della loro aspirazione, delle figure, a cui potevano rivolgersi la devozione e la veneraZione, l'angoscia e la nostalgia d'infinite creature, e trovare in esse conforto, appogglo e incoraggiamento? Narciso ricordava, sorridendo con malinconia, tutte le scene Ill CUI, dalla prima giovinezza in poi, aveva guidato e ammaestrato l'amico. Questi aveva accettato con gratitudme, rlconoscendo sempre la sua superiorit e la sua gulda. E pOI m silenzio aveva presentato le opere create dalla tempesta e dalla sofferenza della sua vita sferzata: non parole, non teorie, non spiegazioni, non ammonimenti, ma vlta vera ed elevata. Com'era povero egli stesso, l'abate, in confronto, col suo sapere, con la sua disciplina claustrale, con la sua dialettica! Queste erano le questioni, intorno a cui s'aggiravano i suoi pensieri. Come tanti anni prima egli aveva influito sulla giovineza di Boccadoro, scuotendola e ammonendola, ed aveva posto la vita di lui su di un nuovo piano, cos l'amico dopo il suo ritorno gli aveva dato da fare, lo aveva scosso e costretto ad esaminare se stesso e a dubitare. Era suo pari; nulla gli aveva dato Narciso, ch'egli non gli avesse reso e moltiplicato. L'amico lontano gli lasci tempo per le sue medita2ioni. Le settimane passavano, il castagno era fiorlto da un pezzo, le foglie dei faggi, d'un verde tenero e lattlgmoso, erano diventate scure e dure, le cicogne avevano covato da un pezzo sulla torre del portone ed eran loro nati i piccoli, a cui avevano insegnato a volare. Quanto pi Boccadoro rimaneva assente, tanto pi Narciso sentiva quello che l'amico era stato per lui. Nel convento l'abate aveva alcuni padri scienziati, un conoscitore di Platone, un eccellente grammatico, uno o due sottili teologi. Aveva fra i monaci alcune anime fedeli e rette, che facevano sul serlo. Ma non aveva nessuno come lui, nessuno con cui si potesse veramente misurare. Questo bene insostituibile gliel'aveva dato solo Boccadoro. Esserne di nuovo prlvato gh riusciva penoso. Pensava all'assente con nostalgia. Spesso andava nell'officina, incoraggiava l'assistente Eric, che continuava a lavorare all'altare e aspettava ansiosamente il ritorno del suo maestro. Talvolta l'abate aprlva la camera di Boccadoro, dove c'era la statua di Maria, sollevava cautamente il panno che la copriva e s'indugiava a contemplarla. Nulla sapeva della sua origine: Boccadoro non gli aveva mai raccontato la storia di Lidia. Ma

egli sentiva tutto, capiva che quella figura di fanciulla aveva vissuto a lungo nel cuore del suo amico. Forse egli l'aveva sedotta, forse ingannata e abbandonata. Ma l'aveva portata con s e custodita nella sua anima, pi fedele che il migliore dei mariti finch, forse dopo molti anni da che non l'aveva pi veduta, aveva scolpito quella bella e commovente figura di fanciulla, racchiudendo nel suo V150, nel suo atteggiamento, nelle sue mani. tutta la tenereZ2a, l'ammirazione e la nostalgia di un amante. Anche nelle statue della tribuna per la lettura, nel refettorio, egli leggeva diversi episodi della storia del suo amico. Era la storia di un vagabondo e di un uomo d'istinto, di un senza patria e senza fede, ma ci ch'era rimasto l era tutto buono e fedele, era pieno di amore vivo. Come era misteriosa quella vita, come scorrevano torbide e travol~ARCISO E BOCCADORO genti le sue correnti, e com'erano nobili e limpidi i risultati! Narciso lottava. Si dominava, non veniva meno ai compiti della sua carriera, non trascurava nulla del suo servizio rigoroso. Ma soffriva della perdita e soffriva di constatare quanto il suo cuore, che pur avrebbe dovuto appartenere soltanto a Dio e al suo ufficio, fosse affezionato a quell'amico. CAPITOLO XX L'estate passava: papaveri e fiordalisi, nigelle ed asteri avvizzivano e scomparivano, le rane diventavano silenziose nella peschiera, le cicogne volavano alte e si preparavano alla partenza. Allora ritorn Boccadoro! Arriv un pomeriggio sotto una pioggia fine, e non entr nel convento, and direttamente dalla porta alla sua officina. Era a piedi, senza cavallo. Eric si spavent, quando lo vide entrare. Lo riconobbe bens alla prima occhiata e il suo cuore esult incontro a lui, ma gli parve che colui che era tornato fosse tutt'altro uomo: un falso Boccadoro, di molti anni pi vecchio, con un volto semispento, grigio e terreo, con lineamenti cascanti, malati e sofferenti, in cui per non stava scritto un dolore, ma piuttosto un sorriso, un sorriso bonario, paziente, vecchio. Camminava a stento, si trascinava, sembrava malato e molto stanco. Questo Boccadoro strano e mutato, guard il suo giovane aiutante negli occhi, con un'espressione singolare. Non fece gran caso del proprio ritorno, pareva che venisse dalla camera attigua e fosse stato l poco prima. Diede la mano senza dir nulla: non un saluto, non una domanda, non un racconto. Disse solo: --Devo dormire--. Pareva terribilmente stanco. Mand via Eric ed entr in camera sua, accanto all'officina. Qui si tolse il berretto e lo lasci cadere, si tolse le scarpe e s'avvicin al letto. In fondo alla stanza vide la sua Madonna sotto i panni; le fece un cenno, ma non and a scoprirla e a salutarla. Invece si trascino fino alla finestrina, vide fuori Eric che attendeva costernato e gli grid: -- Eric, non c' bisogno che tu dica a nessuno che sono arrivato. Sono molto stanCo C' tempo fino a domani.

Poi si coric vestito sul letto. Dopo un poco, non avendo ancora trovato il sonno, s'alz, s'avvicin pesantemente alla parete, dov'era appeso un piccolo specchio, e vi si guard. Osserv attentamente quel Boccadoro che lo guardava: un Boccadoro stanco, un uomo invecchiato e avvizzito, con la barba molto incanutita. Un uomo vecchio e alquanto trascurato lo guardava dal piccolo specchio torbido, un volto ben noto, ma divenuto estraneo; pareva che non fosse veramente presente, che quasi nulla ormai gl'importasse. Gli ricordava questo o quel volto conosciuto in passato, un po' maestro Nicola, un po' il vecchio cavaliere che un giorno gli aveva fatto confezionare un vestito da paggio, un po' anche il san Giacomo ch'era in chiesa, il vecchio san Giacomo con la barba, che appariva cos antico e grigio sotto il suo cappello da pellegrino, ma pur sereno e buono. Nel volto che lo specchio gli presentava leggeva attentamente, come se gli fosse premuto di sapere qualcosa di quello straniero. Gli fece un cenno e lo riconobbe: s, era proprio lui, corrispondeva al sentimento ch'egli aveva di se stesso. Dal viaggio era tornato un vecchio molto stanco e diventato un poco ottuso, un uomo sparuto, che non faceva certo bella figura, e tuttavia non gli era punto antipatico, anzi gli piaceva: aveva nel volto qualcosa che il bel Boccadoro di un tempo non aveva avuto, in tutta quella stanchezza e decadenza c'era un tratto di contentezza, oppure di equilibrio interiore. Rise un poco fra s e vide ridere anche l'immagine dello specchio: un bel tipo aveva riportato a casa dal viaggio! Ben Icgorato e abbronzato ritornava dalla sua breve cavalcata, e non solo ci aveva lasciato il suo cavallo, la sua borsa da viaggio e i suoi talleri, qualcos'altro gli era andato perduto e l'aveva abbandonato: la giovinezza, la salute, la fiducia in se stesso, il rosso sulle guance e la forza nello sguardo. Tuttavia quell'immagine. gli piaceva: quel povero diavolo vecchio e debole l nello specchio gli era pi caro del Boccadoro ch'egli era stato per tanto tempo. Era pi vecchio, pi debole, pi miserando, ma era pi innocente, pi contento, pi trattabile. Rise e abbass una delle palpebre divenute rugose. Poi si rimise sul letto e finalmente s'addorment. Il giorno dopo era seduto in camera sua, chino sopra la tavola, e tentava di disegnare un poco, quando venne a trovarlo Narciso. Si ferm sulla porta, dicendo: -- Mi hanno riferito che sei tornato. Dio sia ringraziato, sono tanto contento. Poich non sei venuto a cercarmi, vengo io da te. Ti disturbo nel tuo lavoro? S'avvicin. Boccadoro si sollev dal suo foglio e gli stese la mano. Quantunque Eric l'avesse preparato, la vista dell'amico spavent l'abate sino in fondo al cuore. L'altro gli sorrise affettuosamente. --S, sono di nuovo qui. Ti saluto, Narciso, non ci vediamo da un pezzo Perdonami di non essere ancora venuto a trovarti. Narciso lo guard negli occhi. Anch'egli vide non solo l'aspetto miseramente avviz2ito e spento di quel volto, ma anche quell'altra espressione strana e simpatica di equilibrio, d'indifferenza persino, di rassegnazione e di senile

bonariet. Esperto nella lettura dei visi umani, vide anche che quel Boccadoro cos straniato e mutato non era del tutto presente, che la sua anima si era allontanata di molto dalla realt e camminava sulle vie del sogno, oppure si trovava gi alla porta che conduce nell'aldil. -- Sei malato? -- domand cauto. --S, sono anche malato. Mi ammalai gi all'inizio del mio viaggio, gi nei primi giorni. Ma tu capisci che non volevo tornare indietro subito. Avreste riso di me, se mi aveste veduto ricomparire cos presto e togliermi gi i miei stivali di cavaliere. No, questo non mi piaceva. Andai avanti, girai ancora un pochino: mi vergognavo che il viaggio mi fosse riuscito male. Ero stato uno spaccone. Insomma, mi vergognavo. Ebbene, tu capisci, vero? sei un uomo cos intelligente! Scusa, hai domandato qualche cosa? Mi par d'essere stregato, dimentico continuamente quello di cui si sta parlando. Ma a proposito di mia madre, facesti bene allora. Fu una gran sofferenza, ma... Il mormorio si spense in un sorriso. --Ti faremo guarire, Boccadoro, non ti lasceremo mancar nulla. Ma perch non ritornare subito, quando cominciasti a star male? Davanti a noi non proprio il caso che tu ti vergogni. Avresti dovuto ritornare subito. Boccadoro rise. -- S, adesso mi ricordo. Non mi sentivo di ritornare cos senz'altro. Sarebbe stata una vergogna. Ma ora sono venuto. Ora sto di nuovo bene. -- Hai avuto molte sofferenze? -- Sofferenze? S, abbastanza. Ma vedi, le sofferenze sono una bellissima cosa, mi hanno ricondotto alla ragione. Ora non mi vergogno pi, nemmeno di fronte a te. Allora, quando mi venisti a trovare nella prigione per salvarmi la vita, allora s dovetti stringere i denti, perch ml vergognavo davanti a te. Ora tutto passato. Narciso pose una mano sul braccio di lui: subito egli tacque e chiuse gli occhi sorridendo. S'addorment placidamente. L'abate usc costernato e corse a chiamare il medico del convento, padre Antonio, perch visitasse il malato. Quando ritornarono, Boccadoro dormiva seduto alla sua tavola da disegno. Lo portarono a letto, e il medico rimase presso di lui. Lo trov malato senza speranza. Lo trasportarono in una delle camere destinate agli ammalati, e gli assegnarono Eric come infermiere fisso. Tutta la storia del suo ultimo viaggio non venne mai in luce. Egli raccont qualche particolare, qualche altro si pot indovinare. Spesso giaceva insensibile, talvolta aveva la febbre e delirava, tal altra era cosciente e allora veniva subito chiamato Narciso, al quale quegli ultimi colloqui con Boccadoro stavano molto a cuore. Alcuni frammenti dei racconti e delle confessioni di Boccadoro furono tramandati da Narciso, altri da Eric.

-- Quando cominciarono le sofferenze? Ancora in principio del mio viaggio. Cavalcavo nella foresta e precipitai col cavallo in un torrente; rimasi tutta la notte nell'acqua fredda. L dentro, dove mi ruppi le costole, l cominciarono i miei dolori. Allora non ero ancora molto lontano di qui, ma non volevo tornare indietro: era puerile, lo so. ma pensavo che la cosa dovesse parer comica. Continuai dunque a cavalcare, e quando non potei pi, perch mi faceva troppo male, vendetti il cavallino; poi giacqui a lungo in un ospedale. Ora rimango qui, Narciso, ho finito di cavalcare. Ho finito di girare il mondo. Ho finito di ballare e di amar le donne. Ah, se non fosse cos, sarei stato via ancora un pezzo, ancora anni ed anni, Ma quando m'avvidi che fuori, nel mondo, non c'era pi gioia per me, pensai: prima di morire voglio disegnare ancora un poco e fare un paio di statue; qualche piacere si vuol pure averlo. Narciso gli disse: -- Sono cos contento che tu sia ritornato! Mi sei mancato tanto, ho pensato a te ogni giorno e spesso avevo paura che tu non volessi ritornare pi. Boccadoro scosse la testa: -- Via, la perdita non sarebbe stata grande. Narciso, a cui bruciava il cuore di dolore e di affetto, si chin lentamente verso di lui e fece quello che in tanti anni della loro amicizia non aveva mai fatto, sfior con le sue labbra i capelli e la fronte di Boccadoro. Questi s'accorse di ci che accadeva, prima con stupore, poi con commozlone. -- Boccadoro, -- gli sussurr l'amico all'orecchio, -perdonami di non avertelo saputo dire prima. Avrei dovuto dirtelo allora, quando venni a cercarti nella tua prigione, nella residenza del vescovo, o quando vidi le tue prime figure, o qualche altra volta. Lascia che te lo dica oggi quanto ti voglio bene, quanto tu sei stato sempre per me, come hai arricchito la mia vita. Per te non avr molta importanza. Tu sei abituato all'amore, esso non nulla di strano per te, sei stato amato e viziato da tante donne. Per me un'altra cosa. La mia vita stata povera d'amore, mi mancato il meglio. Il nostro abate Daniele mi diceva un giorno ch'io gli sembravo orgoglioso: forse aveva ragione. Io non sono ingiusto verso gli uomini, mi sforzo di essere giusto e paziente con loro, ma non li ho mai amati. Di due eruditi che ci siano nel convento, il pi erudito mi pi caro; a un debole scienziato non ho mai pOtuto voler bene, passando sopra alla sua debolezza. Se tuttavia so che cos' l'amore, per merito tuo. Te ho pOtuto amare, te solo fra gli uomini. Tu non puoi misurare ci che significhi. Significa la sorgente in un deserto, l'albero fiorito in un terreno selvaggio. A te solo debbo che il mio cuore non sia inaridito, che sia rimasto in me un punto accessibile alla grazia. Boccadoro sorrise lieto e un po' imbarazzato. Con la voce calma e sommessa che aveva nelle ore di lucidit, disse: -- Quando mi avevi liberato dalla forca e ritornaVamO al convento, io ti chiesi notizie del mio cavallo Bless e tll m,- l ,1P~j Allora vidi che tu, che di solito

non distingui quasi nemmeno un cavallo dall'altro, ti eri interessato del cavallino Bless. Compresi che l'avevi fatto per me e ne fui molto lieto. Ora vedo ch'era proprio cos e cne mi vuoi bene davvero. Anch'io ti ho sempre voluto bene, Narciso: la met della mia vita stata uno sforzo continuo per guadagnarsi l'animo tuo. Sapevo che anche tu avevi dell'affetto per me, ma non avrei mai sperato che me lo dicessi un giorno, uomo superbo! Ora me l'hai detto, in questo momento in cui non ho pi nient'altro, in cui la vita errabonda e la libert, il mondo e le donne mi hanno lasciato in asso. L'accetto, te ne ringrazio. La Lidia-Madonna era nella camera e guardava. --Pensi sempre a morire? -- domand Narciso. -- S, ci penso, e penso a quello ch' diventata la mia vita. Quand'ero giovinetto e ancora tuo scolaro, avevo il desiderio di diventare una persona spirituale come te. Tu mi hai mostrato che non era la mia vocazione. Allora mi sono gettato dall'altra parte della vita, quella dei sensi, e le donne mi hanno aiutato a trovar l il mio piacere: sono cos volonterose e avide! Ma non vorrei parlar di loro con disprezzo e neppure del piacere sensuale; sono stato spesso molto felice. E ho avuto anche la fortuna di sperimentare come la sensualit possa venir animata. Di qui nasce l'arte. Ma ora le due fiamme sono spente. Non ho pi la felicit bruta della volutt... e non l'avrei nemmeno se le donne mi corressero dietro ancora. E anche creare opere d'arte non pi il mio desiderio; di statue ne ho fatte abbastanza, non il numero che conta. Perci ora per me di morire. Sono pronto e curioso della morte. -- Perch curioso? -- domand Narciso. -- Mah, forse un po' sciocco da parte mia. Eppure sono davvero curioso. Non dell'aldil, Narciso, di questo mi do poco pensiero e, se mi lecito dirlo apertamente. non ci credo pi. Non c' un aldil. L'albero disseccato morto per sempre, l'uccello assiderato non torna pi in vita e cos pure l'uomo quando morto. Si pu pensare a lui per qualche tempo, dopo che se n' andato, ma anche questo non dura a lungo. No, sono curioso della morte, perch la mia fede o il mio sogno sempre di essere in cammino verso mia madre. Spero che la morte sia una grande felicit, una felicit grande come quella del primO appagamento dell'amore. Non posso staccarmi dal pensiero che, invece della morte armata di falce, sar mia madre a riprendermi con s e a ricondurmi nel nulla e nell'innocenza. In una delle sue ultime visite, dopo parecchi giorni che Boccadoro non parlava pi, Narciso lo trov di nuovo sveglio e loquace. -- Padre Antonio pensa che tu devi avere spesso grandi sofferenze. Come fai, Boccadoro, a sopportarle con tanta tranquillit? Mi sembra che ora tu abbia trovato la pace. -- Intendi la pace con Dio? No, questa non l'ho trovata. Non voglio far pace con lui. Egli ha creato male il mondo, non c' bisogno che noi lo esaltiamo, e anche a lui importer poco che io lo esalti o no. Ha creato male

il mondo. Ma con le sofferenze nel mio petto ho fatto la pace, questo vero. Prima non sapevo sopportar bene i dolori, e, quantunque talvolta fossi del parere che la morte mi sarebbe stata lieve, era un errore. Quando dovevo morire sul serio, quella notte nella prigione del conte Enrico, ne ebbi la rivelazione: non potevo assolutamente morire, ero ancora troppo forte e troppo indomito, avrebbero dovuto ammaz2are due volte ogni membro del mio corpo. Ma ora un'altra cosa. Parlare lo stancava, la sua voce s'affievoliva. Narciso lo preg di aversi riguardo. -- No, --insist,--voglio raccontarlo. Prima mi sarei vergognato a dirtelo. Dovrai ridere. Quel giorno che salii sul mio cavallo e partii di qui, non fu proprio senza uno scopo. Avevo sentito dire che il conte Enrico era ancora nel paese e con lui la sua amante, Agnese. Ebbene, questo non ti sembra importante, e neppure a me oggi sembra importante. Ma allora la notizia mi bruci sul vivo, non pensai pi che ad Agnese; era la pi bella donna che avessi conosciuta e amata, volevo rivederla, volevo essere felice ancora una volta con lei. Dopo una settimana di cavalcate la trovai. L, in quell'ora, avvenne la mia trasformazione Trovai dunque Agnese: non era meno bella d'un tempo ed ebbi anche occasione di mostrarmi a lei e di parlarle. E pensa, Narciso; non voleva pi saperne di me! Ero diventato troppo vecchio per lei, non ero pi abbastanz bello e gaio, non si riprometteva pi nulla da me. Con ci il mio viaggio era propriamente finito. Continuai a cavalcare; non volevo ritornare da voi cos deluso e ridicolo, e, mentre cavalcavo cos, la forza, la giovinezza, il senno mi avevano gi abbandonato, poich precipitai col mio cavallo in una gola e in un torrente, mi ruppi le costole e rimasi nell'acqua. Allora per la prima volta conobbi le vere sofferenze. Cadendo sentii subito spezzarsi qualcosa dentro il mio petto e quello spezzarsi mi fece piacere, lo sentii volentieri, ne fui contento. Rimasi nell'acqua e compresi che dovevo morire, ma tutto era diverso da allora quand'ero nella prigione. Non avevo nulla in contrario, la morte non mi pareva pi un male. Sentii quei dolori violenti, che da allora ho riavuti spesso, ed ebbi un sogno o una visione, come vuoi chiamarla. Ero l disteso e il petto mi bruciava dolorosamente ed io volevo difendermi e gridare, ma a un tratto udii una voce che rideva, una voce che non avevo pi udita dalla mia infanzia. Era la voce di mia madre, una voce femminile profonda, piena di volutt e d'amore. E allora vidi ch'era lei, che mia madre era presso di me e mi aveva sul suo grembo e mi apriva il petto e affondava le sue dita fra le mie costole, per liberarne il cuore. Quando vidi e compresi questo, non sentii pi male. Anche ora, quando i dolori mi ritornano, non sono dolori, non sono nemici; sono le dita della madre, che mi prendono fuori il cuore. Ella zelante nell'opera sua. Talvolta preme e geme, come in volutt. Talvolta ride e mormora suoni teneri. Talvolta non accanto a me, ma su in cielo: io vedo fra le nubi il suo volto, grande come una nube, l essa vaga e sorride con tristezza, e il suo triste sorriso mi sugge il cuore dal petto. Tornava sempre a parlare di lei, della madre.

--Ricordi ancora? -- domand uno degli ultimi giorni.--Una volta avevo dimenticato mia madre, ma tu la rievocasti. Anche allora mi fece molto male, come se fauci di belve mi divorassero le viscere Allora eravamo ancora giovinetti, eravamo dei bei ragazzi. Ma gi allora la madre mi aveva chiamato e io dovetti seguirla. Ella dappertutto. Era la zingara Lisa, era la bella Madonna di maestro Nicola, era la vita, l'amore, la volutt, era anche l'angoscia, la fame, l'istinto. Ora la morte, ha le sue dita nel mio petto. --Non parlar troppo, caro,--preg Narciso,--aspetta fino a domani. Boccadoro lo quel sorriso che appariva po' ebete, a guard negli occhi col suo sorriso, con nuovo che aveva riportato dal suo viaggio, cos vecchio e malato e a volte sembrava un volte era tutto luce di bont e di saggeZZa.

--Mio caro, -- bisbigli, -- non posso aspettare fino a domani. Debbo prender congedo da te e come congedo debbo dirti ancora tutto. Ascoltami un momento ancora. Volevo raccontarti della madre, che mi tiene le dita strette intorno al cuore. Da molti anni, creare una figura della madre stato il mio sogno pi caro e pi misterioso, era per me la pi santa di tutte le immagini, me la portai sempre in cuore, una figura piena d'amore e piena di mistero. Ancora poco tempo fa mi sarebbe stato insopportabile il pensiero di dover morire senza aver realizzato questo mio sogno, tutta la mia vita mi sarebbe apparsa inutile. Ed ora guarda che strano destino: invece d'esser le mie mani a formarla e plasmarla, lei a formare ed a plasmare me. Ha le sue mani intorno al mio cuore e lo stacca dal mio corpo e mi svuota; mi ha allettato a morire, e con me muore anche il mio sogno, la bella figura, l'immagine della grande Eva-Madre. La vedo ancora e, se avessi forza nelle mani, potrei darle forma. Ma essa non vuole, non vuole che io renda visibile il suo mistero. Preferisce che io muoia. Muoio volentieri: essa mi rende facile il trapasso. Narciso ascoltava costernato quelle parole e dovette chinarsi fin sul volto dell'amico per poter afferrarle ancora. Alcune gli giunsero indistinte, altre chiare, ma il loro significato gli rimase nascosto. Poi il malato spalanc gli occhi ancora una volta e fiss a lungo il viso dell'amico. Con gli occhi prese congedo da lui. E con un movimento, quasi tentasse di scuotere la testa, sussurr: --Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si pu amare Senza madre non si pu morire. Ci che mormor ancora in seguito non fu pi comprensibile Le due ultime giornate Narciso rimase seduto al suo letto giorno e notte, e lo guard spegnersi. Le ultime parole di Boccadoro gli bruciavano nel cuore come fuoco.