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HERTA MULLER IL PAESE DELLE PRUGNE VERDI

"Scrivendo, non dimenticare la data e metti sempre un capello nella lettera, disse Edgar. Se dentro non c', vuol dire che la lettera stata aperta. Singoli capelli, pensai tra me, sui treni, attraverso il paese. Un capello scuro di Edgar, uno chiaro, mio. Uno rosso di Kurt e Georg. Entrambi venivano soprannominati dagli studenti ragazzi d'oro. Per l'interrogatorio una frase con forbici per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase con raffreddato. Dopo il titolo sempre un punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola". Herta Mller, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2009, nata nel 1953 in un villaggio di lingua tedesca nel Banato rumeno. Dopo aver rifiutato di cooperare con la Securitate, la polizia segreta del regime di Ceausescu, perse il lavoro e le fu impedito di pubblicare. Nel 1987 riusc a emigrare in Germania. Con Il paese delle prugne verdi, il suo romanzo pi importante, si aggiudicata l'Impac Dublin Literary Award al quale si sono aggiunti, successivamente, numerosi altri riconoscimenti tra cui il Premio Kleist, il pi prestigioso premio letterario tedesco, il Premio Joseph Breitach, il Premio Franz Kafka, il Premio Konrad Adenauer, il Premio letterario europeo "Aristeion". In una Romania degli anni Ottanta, quasi sospesa nel tempo, quattro giovani si ritrovano uniti dal suicidio di una ragazza di nome Lola. Da quel dolore e dalla consapevolezza di vivere in un Paese sottomesso alla dittatura, scaturisce un comune anelito di libert che si nutre di letture e pensieri proibiti. Ben presto per i quattro devono fare i conti con l'onnipresenza del terrore. Agli interrogatori sistematici della polizia segreta, ai pedinamenti e agli atteggiamenti intimidatori segue la perdita del lavoro e, quand'anche si riesca a espatriare, ecco che le minacce proseguono e la morte ritorna sotto forma di misteriosi suicidi. In tutta questa oscurit, l'amicizia e l'amore sopravvivono. Grazie a uno stile evocativo e immaginifico, Herta Mller - che come la protagonista del romanzo appartiene a una minoranza di lingua tedesca della Romania - riesce a trovare e far scaturire la poesia persino dal degrado materiale e spirituale di un'intera nazione. Il paese delle prugne verdi considerato il suo romanzo pi importante.

HERTA MULLER IL PAESE DELLE PRUGNE VERDI

Traduzione di Alessandra Henke Keller editore Titolo originale: Herztier Traduzione dal tedesco Alessandra Henke Cari Hanser Verlag Mnchen 2007 First published 1994 by Rowohlt Verlag. The Poem Gellu Naums was translated from the Romanian language into the German language by Oskar Pastior www.kellereditore.it redazione@kellereditore.it SECONDA EDIZIONE, OTTOBRE DUEMILANOVE

Il paese delle prugne verdi


Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola cos infatti con gli amici dove il mondo pieno di terrore anche mia madre diceva del tutto normale non mettere in discussione gli amici pensa a cose pi serie Gellu Naum SE stiamo in silenzio, mettiamo in imbarazzo, diceva Edgar, se parliamo, diventiamo ridicoli. Sedevamo da troppo tempo davanti alle foto sul pavimento. A forza di sedere, le mie gambe si erano addormentate. Schiacciavamo tante cose con le parole in bocca quante coi piedi nel prato. Ma anche col silenzio. Edgar taceva. Non riesco a immaginarmi alcuna tomba, oggi. Solo una cintura, una finestra, una noce e una fune. Ogni morte per me come un sacco. Se lo sente qualcuno, diceva Edgar, ti prende per pazza. E quando ci penso, come se ogni morto si lasciasse alle spalle un sacco di parole. Mi vengono sempre in mente il barbiere e le forbici, perch i morti non li utilizzano pi. E il fatto che i morti non perdono un bottone. Forse sentivano, diversamente da noi, che un dittatore un errore, diceva Edgar. Ne avevano la prova, perch anche noi eravamo un errore per noi stessi. Poich in questo paese dovevamo camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura, finch utilizzavamo ancora il barbiere e le forbici. Se uno, solo perch cammina, mangia, dorme e ama qualcuno, fa cimiteri, allora un errore ancora pi grande di noi. Un errore per tutti, un errore enorme. Il prato sta nella nostra testa. Se parliamo, viene falciato. Ma anche se stiamo in silenzio. E il secondo, terzo prato ricrescono come vogliono. E siamo persino fortunati. LOLA veniva dal Sud del paese e le vedevi addosso un ambiente rimasto povero. Non so dove, forse nelle ossa degli zigomi, o intorno alla bocca, o in mezzo agli occhi. Una cosa simile difficile da dire sia per un ambiente, sia per un volto. Ogni ambiente in paese era rimasto povero, cos come in ogni volto. Ma l'ambiente di Lola, per come appariva nelle ossa degli zigomi, o intorno alla bocca, o in mezzo agli occhi, era forse pi povero. Pi ambiente che paesaggio. La siccit divora ogni cosa, scrive Lola, all'infuori delle pecore, dei meloni e degli alberi di gelso. Ma non era l'ambiente secco a condurre Lola in citt. Ci che imparo indifferente alla siccit, scrive Lola nel suo quaderno. La siccit non nota nulla, per quanto ne so. Nota solo cosa sono, quindi chi. Diventare qualcuno in citt, scrive Lola, e dopo quattro anni tornare in paese. Ma non dal basso, lungo il sentiero polveroso, bens dall'alto, attraverso i rami degli alberi di gelso. ANCHE in citt c'erano alberi di gelso. Ma non fuori, lungo le strade. Erano nei cortili interni. E non in grande quantit. Solo nei cortili delle persone anziane. E sotto gli alberi si trovava una sedia da camera. Il suo sedile era imbottito e rivestito di velluto. Ma il velluto era macchiato e strappato. E il buco era tappato con un fascio di paglia. La paglia, a forza di sedersi, si era compressa. Penzolava fuori da sotto il sedile come una specie di treccia. Se ci si avvicinava alla sedia scartata, nella treccia si distinguevano ancora i

singoli fuscelli. Che un tempo erano verdi. Nei cortili con gli alberi di gelso, l'ombra cadeva come quiete su un vecchio volto seduto sulla sedia. Come quiete, perch in questi cortili ci andavo inattesa persino a me stessa e vi tornavo solo raramente. In queste rare occasioni un filo di luce cadeva dritto dalla cima dell'albero sul vecchio volto e rivelava un ambiente remoto. Guardavo sopra e sotto questo filo. Sentivo un brivido alla schiena, perch questa quiete non proveniva dai rami del gelso, ma dalla solitudine degli occhi sul volto. Non volevo che qualcuno mi vedesse in questi cortili. Che qualcuno mi chiedesse cosa ci facessi. Non facevo niente pi di ci che si vedeva. Osservavo a lungo gli alberi di gelso. E poi, prima di riprendere il cammino, ancora una volta il volto seduto sulla sedia. C'era un ambiente nel volto. Vedevo un uomo o una donna giovani abbandonare questo ambiente e trasportare fuori un sacco con un albero di gelso. Vedevo gli innumerevoli alberi di gelso trasportati nei cortili della citt. Nel quaderno di Lola lessi pi tardi: Ci che si porta fuori dall'ambiente, lo si porta dentro il proprio volto. LOLA voleva studiare russo per quattro anni. L'esame di ammissione era stato facile, perch c'erano posti a sufficienza, sia all'universit, sia nelle scuole del paese. E il russo era desiderato da pochi. I desideri sono pesanti, scrive Lola, le mte pi leggere. Un uomo che studia qualcosa, scrive Lola, ha unghie pulite. Tra quattro anni verr con me, cos in paese sa che sar rispettato. Il barbiere andr a casa da lui e si toglier le scarpe davanti alla porta. Non pi pecore, scrive Lola, non pi meloni, solo alberi di gelso, perch foglie ne abbiamo tutti. UN PICCOLO quadrilatero come stanza, una finestra, sei ragazze, sei letti, una valigia sotto ognuno. Accanto alla porta un armadio a muro, sul soffitto, sopra la porta, un amplificatore. I cori operai cantavano dal soffitto alla parete, dalla parete ai letti, finch non calava la notte. Poi tacevano, come la strada sotto la finestra e il parco incolto attraverso il quale non passava pi nessuno. In ogni dormitorio c'erano quaranta piccoli quadrilateri identici. Qualcuno diceva che gli altoparlanti vedono e sentono tutto ci che facciamo. I vestiti delle sei ragazze erano appesi nell'armadio, attaccati l'uno all'altro. Lola aveva meno vestiti di tutte. Indossava i loro abiti. I calzini delle ragazze stavano nelle valigie sotto i letti. Qualcuno cant: Se un giorno mi sposo mia madre dice che mi d venti cuscini grandi tutti pieni di zanzare venti cuscini piccoli tutti pieni di formiche venti cuscini morbidi tutti pieni di foglie marce e Lola sedeva sul pavimento accanto al letto e apr la sua valigia. Rovist tra i calzini e sollev davanti al proprio volto un mucchio di gambe, dita ingarbugliate e calcagni. Lasci cadere i calzini sul pavimento. Le mani di Lola tremavano e i suoi occhi erano pi di due in volto. Le sue mani erano vuote e pi di due nell'aria. Nell'aria c'erano tante mani, quanti calzini sul pavimento. Occhi, mani e calzini non erano tollerabili in una canzone cantata tra un letto e l'altro. Cantata in piedi da una piccola testa, che si cullava con la fronte corrugata. Una canzone da cui era sparita subito la ruga. SOTTO ogni letto c'era una valigia con calzini di cotone attorcigliati. In tutto il paese si chiamavano calzini brevettati. Calzini brevettati per ragazze che volevano calzamaglie lisce e sottili quanto un velo. E le ragazze volevano lacca per capelli, mascara e smalto per unghie. Sotto i cuscini dei letti c'erano sei scatole con del mascara. Sei ragazze

sputavano nelle scatole e giravano il nerofumo con degli stuzzicadenti, finch l'impasto nero diventava appiccicoso. Poi aprivano bene gli occhi. Lo stuzzicadenti strofinava sulla palpebra, le ciglia diventavano nere e spesse. Ma un'ora pi tardi irrompevano tra le ciglia delle fessure grigie. La saliva si era asciugata e l'impasto cadeva sulle guance. Le ragazze volevano nerofumo sulle guance, mascara sul viso, ma mai pi mascara industriale. Solo tante calzamaglie sottilissime, perch si smagliavano e le ragazze dovevano afferrarle all'altezza della caviglia e della coscia. Afferrarle e incollarle con smalto per unghie. Dev'essere difficile mantenere bianche le camicie di un uomo. Se dopo quattro anni viene con me nella siccit, sar il mio amore. Se le sue camicie bianche riusciranno ad abbagliare i passanti in paese, sar il mio amore. E se sar un signore, dal quale il barbiere andr togliendosi le scarpe davanti alla porta. Dev'essere difficile conservare bianche le camicie, con tutta quella sporcizia in cui saltano le pulci, scrive Lola. Pulci anche sulle cortecce degli alberi, diceva Lola. Non sono pulci, qualcuno diceva. Sono pidocchi, pidocchi delle piante. Lola scrive nel suo quaderno: I pidocchi delle piante sono ancora peggio. Qualcuno diceva, Non si attaccano alle persone, perch le persone non hanno foglie. Lola scrive, Si attaccano a tutto quando il sole brucia, perfino al vento. E foglie ne abbiamo tutti. Le foglie cadono, quando si smette di crescere, perch l'infanzia passata. E ritornano, quando si raggrinzisce, perch l'amore passato. Le foglie crescono come vogliono, scrive Lola, come l'erba alta. Due o tre bambini nel villaggio non hanno alcuna foglia e hanno una grande infanzia. Sono solo figli, perch hanno un padre e una madre, gente istruita. I pidocchi delle piante trasformano i bambini pi vecchi in bambini pi giovani, un bambino di quattro anni in uno di tre, uno di due in uno di un anno. E poi in uno di sei mesi, scrive Lola, e infine in un neonato. E pi prolificano i pidocchi delle piante, pi rimpicciolisce l'infanzia. UN NONNO dice: Le mie forbici da viticcio. Di giorno in giorno divento pi vecchio e pi basso e pi magro. Ma le mie unghie crescono pi veloci e pi grosse. Si taglia le unghie con le forbici da viticcio. Una bambina non si lascia tagliare le unghie. Fa male, dice la bambina. La madre lega la bambina alla sedia con la cintura dei suoi vestiti. La bambina ha occhi cupi e grida. Le forbici per unghie cadono spesso di mano alla madre. A ogni dito le forbici cadono sul pavimento, pensa tra s la bambina. Su una delle cinture, quella verde erba, gocciola sangue. La bambina sa: quando si sanguina, si muore. Gli occhi della bambina sono bagnati e vedono la madre offuscata. La madre ama la bambina. Lama alla follia e non sa trattenersi, perch la sua mente legata all'amore, come la bambina alla sedia. La bambina sa: la madre deve tagliuzzare le mani del suo amore legato. Deve mettere le dita tagliate nelle tasche del suo vestito da casa e andare in cortile, come fossero dita da buttare. In cortile, dove nessuno la pu vedere, deve mangiare le dita della bambina. La bambina sospetta che la sera la madre menta e annuisca, quando il nonno le chiede: Hai buttato via le dita. E la bambina sospetta ci che la sera lei stessa far. Lei ha le dita, dir, e descriver tutto: Con le dita uscita sul selciato. Era sul prato. Era anche in giardino, sul sentiero e nell'aiuola. Ha camminato lungo e dietro il muro. Era accanto all'armadio degli arnesi, coi bulloni. Anche dietro l'armadio dei vestiti. Ha pianto nell'armadio. Con una mano si asciugata le guance. L'altra l'ha infilata in bocca, dalla tasca del vestito di casa. Ripetutamente. Il nonno mette la mano sulla bocca. Forse vuole mostrare proprio qui nella

stanza, come sono state mangiate le dita fuori in cortile, pensa tra s la bambina. Ma la mano del nonno non si muove. La bambina continua a parlare. Parlando, qualcosa rimane sulla lingua. La bambina pensa, pu essere solo la verit che rimane attaccata alla lingua, come il nocciolo di una ciliegia che si rifiuta di scivolare in gola. Lei attender la verit finch la sua voce giunger all'orecchio. Ma non appena tacer, pensa la bambina, tutto sar menzogna, perch la verit caduta in gola. Perch la bocca non ha pronunciato la parola mangiato. La bambina non riesce a pronunciare la parola. Solo: Lei stata all'albero di prugne. Sulla via del giardino non ha schiacciato il bruco, la sua scarpa l'ha schivato. Il nonno abbassa gli occhi. La madre si distrae e ora prende dall'armadio ago e filo. Si siede sulla sedia e tocca, lisciandolo, il vestito da casa, finch si vede la tasca. Annoda il filo. La madre imbroglia, pensa tra s la bambina. La madre vi cuce un bottone. Il filo appena cucito copre quello vecchio. C' qualcosa di vero nella menzogna della madre, perch il bottone attaccato al suo vestito casalingo malfermo. Il bottone riceve il filo pi grosso. Anche la luce della lampadina ha filamenti come questo. Allora la bambina chiude gli occhi. Dietro agli occhi chiusi, la madre e il nonno sono appesi a una corda fatta di luce e filo sopra il tavolo. Il bottone col filo pi grosso resister pi a lungo. La madre non lo perder mai, pensa tra s la bambina, casomai si romper. La madre lancia le forbici nell'armadio della biancheria. Il giorno seguente e da allora ogni mercoled arriva nella stanza il barbiere del nonno. Il nonno dice: Il mio barbiere. Il barbiere dice: Le mie forbici. Durante la Prima Guerra Mondiale ho perso i capelli, dice il nonno. Quando la mia testa fu completamente calva, il barbiere della compagnia mi freg il cuoio capelluto con succo di foglie. I miei capelli crebbero nuovamente. Pi belli di prima, mi disse il barbiere della compagnia. Giocava volentieri a scacchi. Il barbiere della compagnia ebbe l'idea del succo di foglie, perch portavo rami rigogliosi, da cui ritagliavo una serie di pezzi da scacchi. Sui rami dello stesso albero c'erano foglie color grigio cenere e rosse. E il legno variava tanto quanto le foglie. Io ritagliavo pezzi met scuri e met chiari. Le foglie chiare si scurivano solo nell'autunno inoltrato. Gli alberi avevano questi due colori, perch i rami grigio cenere crescevano ogni anno in ritardo. Entrambi i colori si addicevano alle mie figure degli scacchi, diceva il nonno. Inizialmente il barbiere taglia i capelli al nonno. Il nonno siede sulla sedia, senza muovere la testa. Il barbiere dice: Quando non si tagliano i capelli, la testa diventa una sterpaglia. Nel frattempo la madre lega la bambina alla sedia con la cintura del suo vestito. Il barbiere dice: Quando non si tagliano le unghie, le dita diventano un badile. Solo i morti possono portarle. Slegami, slegami. DELLE sei ragazze nel quadrilatero, Lola era quella che aveva meno calzamaglie sottili. E quelle poche erano attaccate alle ossa e alle cosce con smalto per unghie. Anche ai polpacci. Continuavano a smagliarsi, se Lola non riusciva ad afferrarle, perch doveva correre da sola per la strada su un marciapiede o attraverso un parco incolto. Col suo desiderio di camicie bianche, Lola doveva inseguire e fuggire. Anche nella fortuna restava povera, come l'ambiente sul suo volto.

Qualche volta Lola non riusciva a prendere le maglie che scivolavano, perch era in riunione. Nella sezione centrale, diceva Lola, senza sapere quanto le piacesse questa parola. Di sera Lola appendeva le calzamaglie coi piedi fuori dalla finestra. Non potevano gocciolare, perch non venivano mai lavate. Le calzamaglie rimanevano appese, come se dentro ci fossero le gambe e i piedi di Lola, le dita e i duri calcagni, i polpacci ammaccati e le ginocchia. Avrebbero potuto camminare senza Lola attraverso il parco incolto nella citt buia. Qualcuno nel quadrilatero chiedeva, Dove sono le mie forbici. Lola diceva, Nella tasca del cappotto. Qualcuno chiedeva, In quale, Nella tua, Come mai ieri te le sei riprese. Lola diceva, Per andare sul tram, e posava sul letto le forbici per unghie. Lola si tagliava sempre le unghie sul tram. Viaggiava spesso senza mta. Nel vagone in viaggio tagliava e limava e spingeva indietro, coi denti, la pellicina delle unghie, finch su ognuna il cerchio bianco assomigliava a un fagiolo. Alla fermata Lola nascondeva in tasca le forbici per unghie e guardava verso la porta, per vedere se saliva qualcuno. Perch di giorno sale sempre qualcuno come se mi conoscesse, scrive Lola nel suo quaderno. Ma quando notte, quella stessa persona sale come se mi cercasse. Di notte, quando nessuno girava pi per strada o nel parco incolto, quando si sentiva il vento e il cielo si fondeva col suo rumore, Lola indossava le sue calzamaglie sottili. E prima di chiudere la porta dall'esterno, nella luce del quadrilatero si vedeva che Lola aveva i piedi doppi. Qualcuno chiedeva, Dove vai. Ma i passi di Lola risuonavano gi sul corridoio lungo e vuoto. Forse, in quei primi tre anni nel quadrilatero quel qualcuno ero io. Perch tutti, all'infuori di Lola, potevano essere quel qualcuno. Infatti qualcuno, nel quadrilatero chiaro, non amava Lola. Questi erano tutti. Qualcuno andava alla finestra e non vedeva alcuna strada sotto, n alcuna Lola passare. Solo una piccola macchia saltellante. Lola andava al tram. Quando alla fermata successiva saliva qualcuno, sgranava gli occhi. A mezzanotte salivano solo uomini che tornavano a casa dopo il turno di notte alla fabbrica di detersivi e al mattatoio. Uscivano dalla notte e si infilavano nella luce del vagone, scrive Lola, e vedo un uomo cos stanco del giorno, che nei suoi vestiti c' solo un'ombra. E nella sua testa non arriva nessun amore, nella sua tasca nessun denaro. Solo polvere di detersivo rubata o frattaglie di animali macellati: lingue di manzo, reni di maiale o fegati di vitello. Gli uomini di Lola si sedevano nel primo posto vuoto. Si appisolavano nella luce, abbassavano le teste e sussultavano allo stridore delle rotaie. A un certo punto stringono forte a s le borse, scrive Lola, vedo le loro mani sporche. Per le borse mi lanciano un'occhiata fugace in volto. Nella fugacit di quest'occhiata, Lola accendeva un fuoco in una testa stanca. Non chiudono pi gli occhi, scrive Lola. Alla fermata successiva, un uomo scendeva dietro Lola. Portava negli occhi l'oscurit della citt. E la cupidigia di un cane affamato, scrive Lola. Lola non si guardava intorno, camminava rapidamente. Abbandonando la strada, tentava gli uomini lungo la scorciatoia per il parco incolto. Senza una parola, scrive Lola, mi distendo sul prato e lui mette la borsa sotto il ramo pi lungo e pi basso. Non c' nulla da dire. Il vento cacciava la notte e Lola sballottava silenziosa la testa e il ventre. Sul

suo volto frusciavano le foglie, le stesse che anni prima avevano frusciato sul volto di un neonato di sei mesi, voluto da nessuno, se non dalla povert. E come allora le gambe di Lola erano graffiate dai rami. Ma il suo volto mai. DA mesi Lola cambiava una volta alla settimana il giornale nella vetrina dello studentato. Stava accanto alla porta d'entrata e muoveva le anche in vetrina. Soffiava via le mosche morte e puliva il vetro con due eccellenti calzini brevettati presi dalla sua valigia. Con un calzino bagnava il vetro, con l'altro lo strofinava fino ad asciugarlo. Poi cambiava i ritagli di giornale, faceva a pezzi il penultimo discorso del dittatore e v'incollava l'ultimo. Quando Lola aveva finito, gettava via i calzini. Dopo aver utilizzato per la vetrina quasi tutti i calzini brevettati della sua valigia, prendeva i calzini dalle altre valigie. Qualcuno diceva, Questi non sono i tuoi calzini. Lola diceva, Ma non li indossate pi. UN padre d'estate zappa in giardino. Una bambina sta accanto all'aiuola e pensa tra s: Il padre sa qualcosa della vita. Infatti il padre nasconde la propria coscienza sporca nelle piante pi stupide e le taglia. Un attimo prima la bambina ha desiderato che le piante pi stupide volassero via dalla zappa e sopravvivessero all'estate. Ma non possono volare, perch solo in autunno ricevono piume bianche. Solo allora imparano a volare. Il padre non aveva mai dovuto fuggire. Aveva marciato per il mondo cantando. Nel mondo aveva fatto cimiteri e abbandonato in fretta i luoghi. Una guerra persa, un soldato delle SS rimpatriato, nell'armadio c'era una camicia estiva appena stirata e sulla testa del padre non cresceva ancora un capello grigio. Il padre si alzava di primo mattino, si distendeva volentieri sull'erba. Guardava disteso le nuvole rosse, che portavano il giorno. E poich il mattino era freddo quanto la notte, le nuvole rossastre dovevano strappare il cielo. Sopra nel cielo arrivava il giorno, sotto nel prato arrivava la solitudine nella testa del padre. Spingeva rapidamente il padre verso la pelle calda di una donna. Lui si scaldava. Aveva fatto cimiteri e presto fece alla donna una bambina. Il padre tiene i cimiteri in fondo alla gola, dove tra il bavero della camicia e il mento c' la laringe. La laringe appuntita e chiusa. In questo modo i cimiteri non possono mai affiorare alle labbra. La sua bocca beve grappa ricavata dalle prugne pi scure e le sue canzoni per il Fhrer sono pesanti ed ebbre. La zappa nell'aiuola proietta un'ombra che non taglia, l'ombra rimane silenziosa e guarda il sentiero nel giardino. L una bambina si riempie le tasche di prugne verdi. Mentre sta tra le pi stupide piante tagliate, il padre dice: Non bisogna mai mangiare prugne verdi, il nocciolo ancora tenero e s'ingoia la morte. Nessuno ti pu aiutare, allora si muore e basta. Con una febbre chiara il cuore ti brucia da dentro. Gli occhi del padre sono confusi e la bambina vede che il padre la ama alla follia. Che non si pu fermare al suo amore. Che lui, lui che ha fatto cimiteri, augura alla bambina la morte. Per questo, poi, la bambina svuota le tasche mangiando le prugne. Ogni giorno, quando il padre non vede la bambina, questa si nasconde in pancia mezzo albero. La bambina mangia e pensa tra s, Questo mi far morire. Ma il padre non vede e la bambina non deve morire. Le piante pi stupide erano i cardi da latte. Il padre sapeva qualcosa della vita. Come tutti quelli che parlano della morte, sanno come la vita continui. QUALCHE volta di pomeriggio vedevo Lola sostare nella doccia, quando era troppo tardi per fare il bucato per il giorno e troppo presto per la notte. Sulla schiena di Lola vedevo una corda coperta di croste e sopra la natica un cerchio

coperto di croste. La corda e il cerchio assomigliavano a un pendolo. Lola gir velocemente la schiena e vidi il pendolo nello specchio. Avrebbe dovuto battere l'ora, perch Lola fece un salto, quando entrai nella doccia. Pensai tra me, Lola porta la loro pelle escoriata, ma il loro amore mai. Solo colpi nella pancia per terra nel parco. E su di lei gli occhi da cane degli uomini, che tutto il giorno sentono cadere il detersivo in polvere per il grosso tubo e rantolare gli animali. Questi occhi ardevano su Lola, perch erano rimasti spenti durante il giorno. TUTTE le ragazze che abitavano nei piccoli quadrilateri, una porta accanto all'altra sullo stesso piano del collegio, custodivano il proprio cibo in un frigorifero nella sala da pranzo. Pecorino e salsiccia portata da casa, uova e senape. Quando aprivo il frigorifero, in fondo allo scomparto c'erano una lingua o un rene. Per il freddo, la lingua si era essiccata, il rene si era aperto diventando marrone. Dopo tre giorni nello scomparto c'era di nuovo un posto vuoto. Sul volto di Lola vedevo impresso l'ambiente rimasto povero. Se avesse mangiato le lingue e i reni, o li avesse gettati via, non avrei potuto scorgerlo, n tra le ossa degli zigomi, n intorno alla bocca, n in mezzo agli occhi. N in mensa, n in palestra ho mai guardato se Lola mangiasse o gettasse via le frattaglie degli animali macellati. Volevo saperlo. La mia curiosit bruciava per ferire Lola. Mi vedevo cieca. Ma che osservassi Lola a lungo o di sfuggita, nel suo volto scorgevo sempre e solo l'ambiente. Sorpresi Lola solo mentre friggeva uova su un ferro da stiro caldo, le raschiava via con un coltello e le mangiava. Ma Lola mi porgeva la punta del coltello perch assaggiassi. buono, diceva Lola, perch non cos grasso come in padella. Dopo aver mangiato, Lola poneva il ferro da stiro in un angolo. Qualcuno diceva: Pulisci il ferro da stiro, dopo che hai mangiato. E Lola diceva: Con quello non si pu comunque pi stirare. QUESTA cecit mi tormentava. Quando a mezzogiorno in mensa feci la coda con Lola per mangiare e poi sedetti con lei al tavolo, pensai tra me, Questa cecit dipende dal fatto che, per mangiare, riceviamo solo un cucchiaio. Mai una forchetta e mai un coltello. Dal fatto che possiamo schiacciare la carne nel piatto solo col cucchiaio e poi tirarla con la bocca e strapparne dei pezzetti. Questa cecit, pensai tra me, dipende dal fatto che non possiamo mai tagliare col coltello e incidere con la forchetta. Dal fatto che mangiamo come animali. Tutti in mensa sono affamati, scrive Lola nel suo quaderno, una folla che schiaccia e mangia rumorosamente. E ogni singola persona una pecora testarda. Tutti insieme, un branco di cani voraci. In palestra pensai tra me di avere questa cecit, visto che Lola non sa saltare sopra la cavallina, perch piega il suo gomito sotto la pancia, anzich stenderlo con energia, perch tira su il ginocchio, anzich aprire le gambe come un paio di forbici. Lola rimase appesa e scivol con le mani sopra la cavallina. Non vol mai l sopra. Cadde con la faccia sul materasso, non coi piedi. Rimase distesa sul materasso, finch l'insegnante di ginnastica grid. Lola sapeva che l'insegnante di ginnastica l'avrebbe sollevata sulle spalle, sul sedere, sulle anche. Che quando il suo attacco di collera fosse passato, l'avrebbe afferrata ovunque capitasse. E Lola si fece pesante, in modo che la dovesse afferrare con pi forza. Tutte le ragazze rimasero in piedi dietro la cavallina, nessuna salt e nessuna riusc a volare, perch Lola ricevette dall'insegnante un bicchiere d'acqua fredda. Lo port dal guardaroba e lo accost alla sua bocca. Lola sapeva che le

avrebbe sostenuto la testa pi a lungo, se avesse bevuto lentamente l'acqua. Dopo l'ora di ginnastica, le ragazze stavano davanti agli stretti armadi nel guardaroba e indossavano nuovamente i loro vestiti. Qualcuna disse, Indossi la mia camicetta. Lola disse, Non la mangio, l'adopero solo oggi, ho in mente un piano. Ogni giorno, nel piccolo quadrilatero, qualcuna diceva, I vestiti, capisci, non ti appartengono. Ma Lola li indossava e andava in citt. Giorno dopo giorno Lola indossava i vestiti. Erano sgualciti e bagnati dal sudore, dalla pioggia o dalla neve. Lola li appendeva, ammassandoli nell'armadio. Nell'armadio c'erano le pulci, perch c'erano le pulci nei letti. Nelle valigie coi calzini brevettati, sul lungo corridoio. C'erano le pulci anche nella sala da pranzo, nella doccia e nella mensa. Sul tram, nei negozi e al cinema. Pregando, tutti dovevano grattarsi, scrive Lola nel suo quaderno. Andava in chiesa ogni domenica mattina. Anche il parroco deve grattarsi. Padre nostro, che sei in cielo, scrive Lola, in tutta la citt ci sono pulci. ERA sera nel piccolo quadrilatero, ma non tardi. Laltoparlante cantava le canzoni operaie, fuori per la strada camminavano ancora delle scarpe, c'erano ancora voci nel parco incolto, le foglie erano ancora grigie e non nere. Lola era distesa sul letto, non indossava nient'altro che dei grossi calzini. Mio fratello, la sera, conduce a casa le pecore, scrive Lola, deve attraversare un campo di meloni. Ha lasciato il pascolo troppo tardi, sta facendo buio e le pecore, con le loro zampe magre, passano sopra i meloni e li sfondano. Mio fratello dorme in stalla e le pecore hanno le zampe rosse per tutta la notte. Lola s'infil una bottiglia vuota tra le gambe, scosse la testa di qua e di l e anche la pancia. Tutte le ragazze circondarono il suo letto. Qualcuna la tir per i capelli. Qualcuna rise a voce alta. Qualcuna si tapp la bocca con la mano e stette a guardare. Qualcuna scoppi a piangere. Non so pi quale di queste fossi io. Per so che presto quella sera, guardando a lungo fuori dalla finestra, mi vennero le vertigini. Nel vetro la stanza oscill. Vidi tutte noi molto piccole intorno al letto di Lola. E sopra e sotto le nostre teste, vidi Lola molto grande camminare nel parco incolto attraverso l'aria e la finestra chiusa. Vidi gli uomini di Lola sostare alla fermata e aspettare. Nelle mie tempie sferragli un tram. Viaggiava come una scatola di fiammiferi. Anche la luce nel vagone tremolava come una fiamma che si protegge con una mano fuori nel vento. Gli uomini di Lola si affollavano e si urtavano. Le loro tasche spargevano accanto alle rotaie il detersivo in polvere e le frattaglie di animali macellati. Poi qualcuno spense la luce e l'immagine sul vetro spar, solo i lampioni stavano appesi in fila sul lato opposto della strada. Allora fui di nuovo tra le ragazze intorno al letto di Lola. Sul letto, sotto la schiena di Lola, sentii un rumore che non potrei mai dimenticare, n scambiare con altri rumori al mondo. Sentii Lola falciare l'amore che non era mai cresciuto, ogni lungo fuscello sul suo panno di lino bianco sporco. Nella mia testa il pendolo coperto di croste batteva, quando Lola ansimava e non era pi in s. Solo uno degli uomini di Lola non avevo visto rispecchiato nel vetro della finestra. LOLA andava sempre pi spesso alla sezione centrale e la parola continuava a piacerle molto. La pronunciava sempre pi spesso e non sapeva ancora quanto le piacesse questa parola.

Parlava sempre pi spesso di coscienza e di allineamento della citt e del paese. Da una settimana Lola si era iscritta al Partito e mostrava il suo libro rosso. Sulla prima pagina c'era la foto di Lola. Il libro del Partito pass tra le mani delle ragazze. E nella foto vidi ancora meglio l'ambiente rimasto povero sul volto di Lola, perch la carta era tanto luminosa. Qualcuna disse, Tu per vai in chiesa. E Lola disse, Lo fanno anche gli altri. Basta non svelare che si conosce l'altro. Qualcuna disse, Dio ti assiste da l sopra e il Partito ti assiste quaggi. Accanto al letto di Lola si accatastavano gli opuscoli del Partito. Nel piccolo quadrilatero qualcuna fischiettava e qualcuna taceva. Per molto tempo le ragazze fischiettarono e tacquero, mentre Lola era nel quadrilatero. Lola scrive nel suo quaderno: La madre viene con me in chiesa. Fa freddo, ma con l'incenso del parroco sembra caldo. Tutti si tolgono i guanti e li tengono tra le mani chiuse. Io sto seduta sulla panca per bambini. Sto seduta proprio sul bordo, in modo da poter vedere la madre. Fin da quando Lola puliva la vetrina, le ragazze si facevano segni con gli occhi e con le mani, se non volevano dire qualcosa davanti a Lola. La madre dice, prega anche per me, scrive Lola. Il mio guanto ha un buco sulla punta del pollice, il buco ha una corona di lana pungente. Per me una corona di spine. Lola sedeva sul letto e leggeva in un opuscolo come migliorare l'impostazione ideologica del Partito. Tiro il filo, scrive Lola, la corona di spine si attorciglia verso il basso. La madre canta, Dio abbi piet di noi, e io sollevo il pollice nel guanto. Lola sottoline tante frasi nel sottile opuscolo, come se la mano cogliesse una visione d'insieme. Il mucchio di opuscoli di Lola crebbe in altezza accanto al letto, come un comodino storto. Mentre sottolineava, Lola rifletteva a lungo tra una frase e l'altra. Non butto via la lana, scrive Lola, anche se completamente ingarbugliata. Lola mise tra parentesi le frasi degli opuscoli. In margine a ogni parentesi Lola disegn una grossa croce. La madre mi rif a maglia il pollice, scrive Lola, per la punta del pollice prende della lana nuova. QUANDO Lola era al quarto anno, un pomeriggio tutti i vestiti delle ragazze erano distesi sui letti. La valigia di Lola era stata rovesciata sotto la finestra aperta e il suo paio di vestiti e di opuscoli erano nella valigia. Quel pomeriggio venni a sapere perch allora non fossi riuscita a vedere riflesso nella finestra uno degli uomini di Lola. Era diverso dagli uomini di ogni mezzanotte e di ogni turno di notte. Mangiava nel Collegio del Partito, non saliva su nessun tram, non seguiva mai Lola nel parco incolto, aveva un'auto e un autista. Lola scrive nel suo quaderno: Finalmente il primo con la camicia bianca. Era cos quel pomeriggio, poco prima delle tre, quando Lola studiava al quarto anno e aveva ricavato qualcosa da se stessa: I vestiti delle ragazze giacevano sui letti separati dai vestiti di Lola. Il sole penetrava caldo nel quadrilatero e la polvere giaceva sul linoleum come un campo grigio. E accanto al letto di Lola, dove non c'erano pi gli opuscoli, c'era una macchia scura, nuda. E Lola stava appesa alla mia cintura nell'armadio. E vennero tre uomini, fotografarono Lola nell'armadio. Poi slegarono la cintura e la infilarono in un sacchetto di plastica trasparente. Era sottilissimo come le calzamaglie delle ragazze. Gli uomini estrassero dalle tasche della sua giacca tre piccole scatole. Richiusero il coperchio della valigia di Lola e aprirono le

scatole. In ogni scatola c'era polvere di veleno grigia. La cosparsero sulla valigia e poi sull'anta dell'armadio. La polvere era asciutta come il mascara senza sputo. Li guardavo come le altre ragazze. Mi meravigliavo che ci fosse anche nerofumo di veleno verde. Gli uomini non ci chiesero nulla. Conoscevano il motivo. CINQUE ragazze stavano accanto all'ingresso dello studentato. In vetrina era appesa la foto di Lola, la stessa che stava nel libro del Partito. Sotto la foto era appeso un foglio. Qualcuno lesse a voce alta: Questa studentessa si suicidata. Noi aborriamo il suo gesto e per questo la disprezziamo. una vergogna per tutto il Paese. A POMERIGGIO inoltrato trovai nella mia valigia il quaderno di Lola. Lo aveva nascosto sotto i miei calzini, prima di prendere la mia cintura. Nascosi il quaderno nella borsetta e andai alla fermata. Salii sul tram e lessi. Iniziai dall'ultima pagina. Lola scrive: L'insegnante di ginnastica mi ha chiamata la sera in palestra e mi ha chiusa dentro. Solo i grossi palloni di cuoio stavano a guardare. Una volta gli sarebbe bastato. Io per l'ho pedinato di nascosto e ho trovato casa sua. impossibile conservare bianche le sue camicie. Mi ha denunciata alla sezione centrale. Non mi liberer mai della siccit. Quello che devo fare, Dio non me lo perdoner. Ma il mio bambino non condurr mai pecore dalle zampe rosse. LA SERA riposi il quaderno rubato di Lola nella mia valigia, sotto i calzini. Chiusi la valigia e misi la chiave sotto il mio cuscino. Al mattino presi la chiave con me. Lannodai all'elastico dei pantaloni, visto che alle otto del mattino ci sarebbe stata l'ora di ginnastica. Per colpa della chiave arrivai un po' in ritardo. Le ragazze erano gi in fila in pantaloncini neri e magliette bianche, in cima alla buca di sabbia. Due ragazze stavano in fondo e tenevano il metro. Il vento soffiava sul fitto fogliame degli alberi. L'insegnante di ginnastica alz il braccio, schiocc le dita e tutte le ragazze volarono attraverso l'aria dietro i propri piedi. La sabbia nella buca era secca. Solo dove le dita dei piedi l'avevano sfondata, era diventata umida. Sulle dita dei miei piedi faceva freddo come sulla chiave attaccata alla mia pancia. Guardai in alto verso gli alberi, prima di prendere la rincorsa. Volai dietro i miei piedi, i miei piedi non volarono molto lontano. Volando, pensai alla chiave della valigia. Le due ragazze deposero il metro e dissero la cifra. L'insegnante di ginnastica annot nel suo quaderno il salto, come fosse un orario. Vedevo nella sua mano la matita appena spuntata e pensavo tra me, gli si addice, solo in fondo ai piedi si pu misurare la morte. E quando volai per la seconda volta, la chiave era diventata calda come la mia pelle. Non faceva pi pressione. Quando i miei piedi penetrarono nella sabbia umida, mi alzai velocemente, in modo che l'insegnante di ginnastica non mi afferrasse. DUE giorni dopo l'impiccagione, nell'aula magna alle quattro, Lola fu espulsa dal Partito e cancellata dal registro del collegio. Erano presenti centinaia di persone. Qualcuno stava dietro il podio dell'oratore e disse: Ci ha delusi tutti, non ha meritato d'essere una studentessa del nostro paese e un membro del nostro Partito. Tutti applaudirono. La sera qualcuno nel quadrilatero disse: Visto, a tutti veniva da piangere, non hanno fatto altro che applaudire. Nessuno ha osato smettere per primo. Applaudendo, ognuno lanciava occhiate alle mani degli altri. Alcuni avevano interrotto per un attimo, si erano spaventati e avevano continuato ad applaudire. La maggioranza avrebbe smesso volentieri, si sentiva come

l'applauso nella stanza perdesse il ritmo, ma, poich questi pochi avevano attaccato una seconda volta e mantenevano un ritmo serrato, anche la maggioranza aveva continuato ad applaudire. Solo quando in tutta l'aula strepitava contro le pareti un unico ritmo come una grande scarpa, l'oratore fece segno con la mano di smettere. La foto di Lola rimase appesa in vetrina per due settimane. Ma dopo due giorni il quaderno di Lola era sparito dalla mia valigia chiusa a chiave. GLI UOMINI col nerofumo di veleno grigio distesero Lola sul letto e la trasportarono fuori dal quadrilatero. Perch spinsero il letto fuori dalla porta a partire dai piedi. La valigia coi vestiti e il sacchetto di plastica con la mia cintura li port via uno che seguiva la testiera. Con la mano destra port via sia la valigia che la cintura. Perch non chiuse la porta dietro di s. Aveva la mano sinistra libera. Cinque ragazze rimasero nel quadrilatero, cinque letti, cinque valigie. Quando il letto di Lola fu all'esterno, qualcuno chiuse la porta a chiave. A ogni movimento nella stanza, nell'aria calda, chiara, s'intrecciavano filamenti di polvere. Qualcuna stette alla parete e si pettin. Qualcuna chiuse la finestra. Qualcuna infil in modo diverso la stringa nella propria scarpa. In quella stanza nessun movimento aveva un senso. Tutte erano silenziose e facevano qualcosa con le proprie mani, perch nessuna osava riporre i vestiti dal letto nell'armadio. LA MADRE dice: Quando non sopporti la vita, metti in ordine l'armadio. Cos le preoccupazioni ti scorrono tra le mani e la testa si libera. Ma la madre parla alla leggera. E quando ordina gli armadi e le cassapanche per tre giorni di seguito, sembra sempre che ci sia ancora del lavoro da fare. ANDAI nel parco incolto e lasciai cadere la chiave della valigia nella sterpaglia. Non c'era alcuna chiave che proteggesse la valigia da mani ignote, mentre nella stanza non c'era nessuna ragazza. Forse non c'era nemmeno una chiave contro mani familiari che dopo la morte di Lola giravano il mascara con uno stuzzicadenti, accendevano o spegnevano la luce o pulivano il ferro da stiro nel quadrilatero. Forse nessuno avrebbe dovuto fischiettare o tacere, quando Lola era in camera. Forse qualcuna avrebbe potuto dire tutto a Lola. Forse proprio io avrei potuto dire tutto a Lola. La stessa serratura della valigia era diventata un inganno. Nel paese c'erano tante chiavi di valigie, quanti cori operai. Ogni chiave era truccata. Quando tornai dal parco, per la prima volta dalla morte di Lola, qualcuno nel quadrilatero cant: Ieri sera il vento mi spinse tra le braccia del mio amore se avesse picchiato pi forte avrebbe spezzato il suo braccio una tale fortuna che il vento si sia fermato QUALCUNO cantava una canzone rumena. La notte, col canto, vidi condurre pecore dalle zampe rosse. In quella canzone udii come il vento si fosse arrestato. UNA BAMBINA distesa sul letto e dice: Non spegnere la luce, altrimenti entrano gli alberi neri. Una nonna ricopre la bambina. Dormi in fretta, dice, quando tutti dormono, il vento si distende tra gli alberi. Il vento non poteva fermarsi. Si sempre disteso, in questa lingua per bambini. DOPO che l'applauso nell'aula magna fu interrotto dalla mano del rettore, l'insegnante di ginnastica sal sul podio. Indossava una camicia bianca. Si vot per espellere Lola dal Partito e per cancellarla dal registro del collegio. L'insegnante di ginnastica alz la mano per primo. E tutte le mani lo seguirono in volo. Ognuno, alzando il braccio, esamin le braccia alzate degli altri. Se il proprio

braccio nell'aria non era alto quanto quello degli altri, qualcuno allungava il gomito ancora un po'. Tesero le mani verso l'alto, finch le dita stanche non caddero in avanti e i gomiti pesanti non tirarono verso il basso. Si guardarono intorno e, poich nessuno abbassava il braccio, raddrizzarono le dita e sollevarono il gomito. Si videro le macchie di sudore sotto le ascelle, gli orli delle camicie e delle camicette fuoriuscivano. I colli erano tesi, le orecchie rosse, le labbra semiaperte. Le teste non si muovevano, ma gli occhi giravano di qua e di l. C'era un tale silenzio tra le mani, qualcuna nel quadrilatero diceva che si sentiva il respiro andare su e gi sopra il legno dei banchi. E tale silenzio rimase, finch l'insegnante di ginnastica non distese il proprio braccio sulla tribuna e disse: Non occorre contare, ovviamente sono tutti a favore. Tutti quelli che camminano per queste strade, pensai tra me l'indomani in citt, sarebbero volati sopra la cavallina nell'aula magna, al segnale dell'insegnante di ginnastica. Tutti avrebbero raddrizzato le dita, allungato i gomiti e, nel silenzio, girato gli occhi di qua e di l. Contai tutti i volti che mi passavano davanti in quel sole ardente. Contai fino a novecentonovantanove. Ormai le mie suole bruciavano, mi sedetti su una panca, ritrassi le dita dei piedi e appoggiai la schiena. Misi l'indice sulla mia guancia e mi contai. Mille, dissi a me stessa, e inghiottii il numero. E un piccione urt contro la panca e lo seguii con lo sguardo. Brancol e trascin le ali. Il suo becco era semiaperto per il caldo. Mangiava e questo produceva un rumore come se il becco fosse di latta. Trangugi un sasso. E quando il piccione ingoi il sasso, pensai tra me: Anche Lola avrebbe alzato la mano. Ma questo non contava pi. Seguii con lo sguardo gli uomini di Lola, che a mezzogiorno tornavano dal primo turno nelle fabbriche. Erano contadini presi dai villaggi. Non pi pecore, avevano detto, non pi meloni. Come folli avevano inseguito la fuliggine delle citt e i grossi tubi che strisciano sopra i campi fino al margine di ogni villaggio. Gli uomini sapevano che il loro ferro, il loro legno, la loro polvere di detersivo non contavano nulla. Perci le loro mani rimanevano tozze, producevano ceppi e rottami piuttosto che industria. Tutto quello che doveva essere grande e spigoloso, nelle loro mani si trasformava in una pecora di latta. Ci che doveva essere piccolo e rotondo, nelle loro mani si trasformava in un melone di legno. IL PROLETARIATO delle pecore di latta e dei meloni di legno s'infilava, dopo il primo turno, nella prima birreria. D'estate, sempre in gruppo, nel giardino di una bodega. Mentre i corpi pesanti si lasciavano cadere sulle sedie, il cameriere girava la tovaglia rossa. Sugheri, croste di pane e ossa cadevano sul pavimento accanto al vaso dei fiori. Il verde si era seccato, la terra era stata smossa da sigarette calpestate in fretta. Sulla staccionata della bodega pendevano vasi di gerani dai gambi spogli. Sulle punte ricrescevano tre, quattro giovani foglie. Sui tavoli fumava il pasto schifoso. L c'erano mani e cucchiai, mai coltelli e forchette. Tutti mangiavano tirando e strappando con la bocca, se sui piatti c'erano frattaglie di animali macellati. Anche la bodega era truccata, le tovaglie e le piante, le bottiglie e le divise dei camerieri color vinaccia. Qui nessuno era un ospite, piuttosto un profugo dell'insensato pomeriggio. Gli uomini barcollavano e si rimproveravano a gran voce, prima di scagliarsi bottiglie vuote in testa. Sanguinavano. Quando un dente fin a terra, risero

come se qualcuno avesse perso un bottone. Uno si chin, raccolse il dente e lo gett nel proprio bicchiere. Poich portava fortuna, il dente fece la spola da un bicchiere all'altro. Tutti lo volevano. A un certo momento il dente spar, dissolto come le lingue e i reni di Lola nel frigorifero della sala da pranzo. A un certo punto qualcuno di loro aveva inghiottito il dente. Non sapevano chi. Strapparono dagli steli dei gerani le ultime giovani foglie e masticarono con sospetto. Passarono i bicchieri in fila e gridarono con le verdi foglie in bocca: Devi mangiare prugne, non denti. Indicarono uno, tutti indicarono quello con la camicia verde chiaro. E quello neg. S'infil il dito in gola. Vomit e disse: Ora potete cercare, qui ci sono foglie di geranio, carne, pane e birra, ma nessun dente. I camerieri lo misero alla porta, gli altri applaudirono. Poi uno con la camicia a quadri disse: Sono stato io. Ridendo, cominci a piangere. Tutti tacquero e guardarono sul tavolo. Qui nessuno mai stato un ospite. Contadini, pensai tra me, solo loro oscillano tra il riso e il pianto, tra le grida e il silenzio. Inconsapevolmente felici e profondamente furiosi, erano fuori di s. Nella loro brama di vivere, ogni momento era in grado di spegnere la vita in un soffio. Tutti avrebbero seguito Lola nell'oscurit, l'avrebbero seguita nella sterpaglia, con gli stessi occhi da cane. Quando il giorno seguente rimasero a digiuno, attraversarono il parco per calmarsi, completamente soli. A forza di bere le loro labbra si erano screpolate fino a diventare bianche. L'angolo delle loro bocche si era lacerato. Con cautela misero i piedi nell'erba e nel cervello macinarono ancora una volta ogni parola che avevano gridato da ubriachi. Sedettero, infantili, nei vuoti di memoria dei giorni passati. Temevano d'aver gridato qualcosa nella bodega, che fosse di carattere politico. Sapevano che i camerieri segnalavano tutto. Ma il vizio del bere preserva la testa dall'illecito e il pasto schifoso protegge la bocca. Anche se la lingua sa solo balbettare, l'abitudine alla paura non abbandona la voce. Nella paura si sentivano a casa. La fabbrica, la bodega, i negozi e i quartieri residenziali, le sale della stazione e i viaggi in treno con campi di grano, girasoli e mais stavano all'erta. I tram, gli ospedali, i cimiteri. Le pareti e i soffitti e il cielo aperto. Tuttavia, se capitava, come spesso succedeva, che il bere diventasse pericoloso per i luoghi ingannevoli, era pi probabile che l'errore fosse da attribuire alle pareti e ai tetti o al cielo aperto, piuttosto che all'intenzione nel cervello di un essere umano. E MENTRE la madre lega la bambina alla sedia con la cintura dei vestiti, mentre il barbiere taglia i capelli al nonno, mentre il padre dice alla bambina, Le prugne verdi non si devono mangiare, durante tutti questi anni una nonna sta nell'angolo di una stanza. Segue assente l'andirivieni e i discorsi in casa, come se fuori, di mattina, il vento si fosse gi disteso, come se in cielo il giorno si fosse addormentato. Durante tutti questi anni la nonna canticchia tra s a bocca chiusa una canzone. La bambina ha due nonne. Una si avvicina al letto col suo amore la sera e la bambina sta a guardare il bianco soffitto, perch lei presto pregher. L'altra si avvicina al letto col suo amore la sera e la bambina osserva i suoi occhi scuri, perch presto canter. Quando la bambina non riesce pi a vedere il soffitto e gli occhi scuri, si prepara a dormire.

Una delle due non prega fino alla fine. Si alza nel mezzo della preghiera e se ne va. L'altra canta la canzone fino alla fine, il suo volto inclinato, perch canta tanto volentieri. Quando la canzone finita, lei crede che la bambina sia sprofondata nel sonno. Dice: Riposa la tua bestia del cuore, oggi hai giocato cos tanto. La nonna che canta vive nove anni in pi rispetto alla nonna che prega. E sei anni in pi vive la nonna che canta rispetto alla propria ragione. Non riconosce pi nessuno in casa. Conosce soltanto le sue canzoni. Una sera va dall'angolo della stanza al tavolo e dice al chiarore della luce: Sono cos contenta, che tutti voi siate con me in cielo. Non sa pi d'essere in vita e deve cantare se stessa fino alla morte. Non contrae nessuna malattia che la possa aiutare a morire. DOPO la morte di Lola, per due anni non indossai pi alcuna cintura su un vestito. I rumori pi assordanti della citt risultavano sommessi nella mia testa. Quando un camion o un tram si avvicinavano e diventavano sempre pi grandi, lo strepito in fronte mi dava sollievo. La terra sotto i piedi tremava. Volevo avere a che fare con le ruote e oltrepassavo la strada all'ultimo momento. Facevo in modo che da questo dipendesse il fatto di raggiungere o meno il lato opposto. Lasciavo che fossero le ruote a decidere. La polvere m'ingoiava per un attimo, i miei capelli volavano tra la vita e la morte. Raggiungevo il lato opposto della strada, ridevo e avevo vinto. Ma mi sentivo ridere da fuori, da lontano. Andavo spesso al negozio che aveva ciotole di alluminio con lingue, fegati e reni esposte in vetrina. Il negozio non era mai sulla strada, c'arrivavo spostandomi in tram. L nel negozio gli ambienti nei volti delle persone diventavano pi grandi. Uomini e donne tenevano in mano borse con cetrioli e cipolle. Ma li vedevo portare alberi di gelso fuori dall'ambiente e dentro il volto. Cercavo qualcuno che non fosse pi vecchio di me e lo seguivo. Arrivavo sempre agli isolati del nuovo quartiere in costruzione, in un villaggio attraverso gli alti cardi. In mezzo ai cardi c'erano macchie di pomodori rosso acceso e barbabietole bianche. Ogni macchia era un pezzo di campo mancato. Per prime vedevo le melanzane, quando la scarpa stava gi accanto a esse. Splendevano come due mani piene di more di gelso. Il mondo non ha aspettato nessuno, pensavo tra me. Non dovevo camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura. Non avevo bisogno n del barbiere, n delle forbici per unghie e non perdevo alcun bottone, prima d'esistere. Il padre era ancora legato alla guerra, viveva di canti e di spari nell'erba. Non doveva amare. L'erba avrebbe dovuto conservarlo. Ma quando a casa vedeva il cielo del paese, nella sua camicia cresceva nuovamente un contadino e riprendeva la sua attivit manuale. Il reduce aveva fatto cimiteri e doveva fare me. Io divenni sua figlia e dovetti combattere contro la morte. Si rivolgevano a me con un sussurro. Fui percossa sulle mani e scrutata in volto in modo fulmineo. Ma nessuno ha mai chiesto in che casa, in che luogo, a che tavolo, in che letto e in che paese meglio che a casa avrei potuto camminare, mangiare, dormire o amare qualcuno nella paura. SEMPRE e solo legare, perch slegare impiegava tanto tempo per diventare una parola. Volevo parlare di Lola e le ragazze nel quadrilatero dissero che dovevo infine tacere. Avevano compreso che senza Lola la testa era pi leggera. Al posto del letto di Lola ora nel quadrilatero c'erano un tavolo e una sedia. E sul tavolo un grande vaso da conserva con dei lunghi rami provenienti dal parco incolto, delle bianche rose nane con foglie finemente dentellate.

Nell'acqua i rami mettevano radici bianche. Le ragazze nel quadrilatero potevano camminare e mangiare e dormire. Non avevano paura nemmeno di cantare davanti alle foglie di Lola. Volevo tenere a mente il quaderno di Lola. Edgar, Kurt e Georg cercavano qualcuno che avesse condiviso la stanza con Lola. E poich da sola non riuscivo a tenere a mente il quaderno di Lola, li incontravo ogni giorno, da quando mi avevano rivolto la parola in mensa. Dubitavano che la morte di Lola fosse stata un suicidio. Io raccontavo di pidocchi delle piante, pecore dalle zampe rosse, alberi di gelso e dell'ambiente nel volto di Lola. Quando pensavo a Lola da sola, molte cose non mi tornavano in mente. Quando mi ascoltavano, le sapevo di nuovo. Avevo imparato a leggere nella mia testa davanti ai loro occhi immobili. Nelle crepe della testa trovavo ogni frase scomparsa del quaderno di Lola. La pronunciavo a voce alta. Ed Edgar appuntava molte frasi nel suo quaderno. Dissi: Anche il tuo quaderno sparir presto, perch anche Edgar, Kurt e Georg abitavano in una camerata sul lato opposto del parco incolto, in un collegio maschile. Ma Edgar disse: Abbiamo un posto pi sicuro in citt, la casa estiva in un giardino selvatico. Appendiamo il quaderno, disse Kurt, in un sacco di lino sul lato inferiore del coperchio di un pozzo. Risero e dissero sempre: Noi. Georg disse: A un gancio interno. Il pozzo sta nella stanza al coperto, la casa estiva e il giardino selvatico appartengono a un uomo che non d mai nell'occhio. L ci sono anche i libri, disse Kurt. I libri della casa estiva venivano da lontano, ma sapevano di ogni ambiente portato con s nei volti di questa citt, di ogni pecora di latta, di ogni melone di legno. Di ogni vizio del bere, di ogni risata nella bodega. Chi l'uomo con la casa estiva, chiesi, e pensai subito tra me: non lo voglio sapere. Edgar, Kurt e Georg rimasero in silenzio. I loro occhi si piegarono di sbieco e negli angoli bianchi, dove confluivano le piccole vene, brillava inquieto il silenzio. Iniziai subito a parlare. Raccontai dell'aula magna, del battito di una grande scarpa che all'applaudire delle mani saliva sulla parete. E del respiro che scorreva sopra il legno delle panche, quando a un cenno stabilito le braccia si alzarono. E durante il discorso sentii che sulla lingua c'era qualcosa di simile a un nocciolo di ciliegia. La verit attendeva le persone contate e le dita le mie stesse guance. Ma la parola mille non mi usciva dalle labbra. Non dicevo nulla, nemmeno del becco di latta del piccione che mangiava i sassi. Continuavo a parlare della cavallina e delle mosche di sabbia, del toccare e del bere acqua, della chiave della valigia attaccata all'elastico dei pantaloni. Edgar mi ascoltava con la matita in mano e non scriveva alcuna parola sul suo quaderno. E pensai tra me: Aspetta ancora la verit, sente che, parlando, taccio. E allora dissi: Ora questo il primo con la camicia bianca. Ed Edgar scrisse. E poi dissi: Foglie ne abbiamo tutti. E Georg disse: Non si pu comprendere. Le frasi di Lola si lasciavano dire in bocca. Non si lasciavano trascrivere. Non da me. Succedeva come coi sogni, che attraversano la bocca, ma non si fermano sulla carta. All'atto di trascriverle, le frasi di Lola si cancellavano nella mia mano. NEI libri della casa estiva c'era pi di quanto fossi abituata a pensare. Andavo con questi al cimitero e mi sedevo su una panca. Arrivavano dei vecchi, andavano completamente soli a una tomba, che presto sarebbe diventata la

loro. Non portavano con s alcun fiore, le tombe ne erano piene. Non piangevano, fissavano il vuoto. Talvolta cercavano il proprio fazzoletto, si chinavano e si toglievano la polvere dalle scarpe e legavano pi stretti i lacci e riponevano in tasca il fazzoletto. Non piangevano, perch non volevano affaticare le proprie guance. Perch il loro volto era gi sulla lapide, guancia contro guancia accanto al morto, su una foto rotonda. Erano stati preceduti e aspettavano, chiss da quanto, che l'incontro sulla lapide diventasse reale. I loro nomi e le loro date di nascita erano incise con lo scalpello. Un luogo piano, grande quanto una mano, aspettava il giorno della loro morte. Non si trattenevano a lungo presso la tomba. Quando camminavano lungo i sentieri stretti tra i fiori del cimitero, guardavano le lapidi e io dietro di loro. Quando erano fuori dal cimitero, i numerosi luoghi piani si attaccavano a questa giornata estiva, che era pesante per le colline di fiori e indolente. Qui l'estate avanzava diversamente rispetto alla citt. L'estate del cimitero non aveva alcuna voglia di vento caldo. Piegava silenziosamente il cielo verso l'alto e cercava con gli occhi i casi di morte. Nella citt si diceva: Primavera e autunno sono pericolosi per i vecchi. I primi calori e i primi freddi si portano via i vecchi. Ma qui si vedeva che era l'estate ad allargare al meglio la trappola. Tutti i giorni, questa sapeva come mutare i vecchi in fiori. Le foglie ritornano, quando il corpo raggrinzisce, perch l'amore finito, scrive Lola nel suo quaderno. Respiravo piano, con le frasi di Lola in testa, in modo che le frasi non inciampassero fuori dai libri, perch stavano dietro le foglie di Lola. AVEVO imparato a vagabondare, imboccavo le strade sotto i piedi. Conoscevo i barboni, le voci dei lamenti, i segni della croce e le imprecazioni, il Dio nudo e il diavolo meschino, le mani deformi e le mezze gambe. Conoscevo coloro che erano diventati pazzi in ogni angolo della citt. Luomo con il papillon nero al collo, che teneva sempre lo stesso mazzo di fiori appassiti. Stava da anni presso la fontana asciutta e guardava salire la strada al termine della quale c'era il carcere. Quando gli rivolsi la parola, disse: Ora non posso parlare, presto lei verr, forse non mi riconoscer pi. Presto lei verr, diceva da anni. E, quando lo diceva, gi per la strada arrivavano, ora un poliziotto, ora un soldato. E sua moglie, lo sapeva tutta la citt, era gi da tempo fuori dal carcere. Stava al cimitero nella tomba. Alle sette di mattina scendeva per la strada una colonna di autobus con le tende grigie, tirate. E alle sette di sera risaliva di nuovo la strada. La strada non saliva per niente, terminava in un punto che non era pi alto della piazza presso la fontana. Ma cos sembrava. O si diceva che risalisse perch l c'era il carcere e vi giungevano solo poliziotti e soldati. Quando gli autobus passavano davanti alla fontana, attraverso le fessure delle tende s'intravedevano le dita dei detenuti. Viaggiando, non si udiva alcun motore, alcun urto, alcun rombo, alcun freno, alcuna ruota. Solo l'abbaiare dei cani. Era cos rumoroso, come se due volte al giorno dei cani su ruote passassero davanti alla fontana. I cani sulle ruote si avvicinavano ai cavalli con le scarpe dai tacchi alti. UNA VOLTA alla settimana, una madre si reca col treno in citt. Una bambina pu accompagnarla due volte l'anno. Una volta all'inizio dell'estate e una volta all'inizio dell'inverno. In citt la bambina si sente brutta, perch avvolta in tanti vestiti pesanti. La madre va alle quattro di mattina con la bambina in stazione. Fa freddo, anche all'inizio dell'estate fa freddo alle quattro di mattina.

La madre vuole essere in citt alle otto di mattina, perch aprono i negozi. Da un negozio all'altro la bambina si toglie un paio di vestiti e li porta in mano. Perci la bambina perde un paio di vestiti in citt. Anche per questo la madre non porta con s la bambina in citt. Ma c' un motivo pi irritante: la bambina vede correre i cavalli sopra l'asfalto. La bambina rimane ferma e vuole che anche la madre stia ferma e aspetti che arrivino i cavalli. La madre non ha tempo d'aspettare e non pu proseguire da sola. Non vuole perdere la bambina in citt. Deve trascinare la bambina. La bambina si lascia cadere e dice: Senti che gli zoccoli risuonano diversamente rispetto alle nostre scarpe. Da un negozio all'altro, durante il ritorno in treno e il giorno seguente, la bambina chiede: Perch i cavalli in citt portano scarpe dai tacchi alti. CONOBBI la nana sulla piazza di Traiano. Aveva pi cuoio capelluto che capelli, era sordomuta e portava un codino d'erba come le sedie scartate sotto gli alberi di gelso dei vecchi. Mangiava gli avanzi del negozio di frutta e verdura. Ogni anno veniva messa incinta dagli uomini di Lola, che tornavano a mezzanotte dal turno di notte. La piazza era buia. La nana non faceva in tempo a scappare, perch non sentiva quando arrivava qualcuno. E non poteva urlare. Intorno alla stazione girava il filosofo. Confondeva i pali del telefono e i rami degli alberi con le persone. Parlava al ferro e al legno di Kant e del cosmo delle pecore divoratrici. Nelle bodegas andava di tavolo in tavolo, beveva i resti e asciugava i bicchieri con la sua lunga barba bianca. Davanti alla piazza del mercato sedeva la vecchia col cappello fatto di spilli e carta da giornale. Da anni, d'estate e d'inverno, tirava lungo le strade una slitta con dei sacchi. In un sacco c'erano giornali spiegazzati. La vecchia si costruiva ogni giorno un cappello nuovo. In un altro sacco c'erano i cappelli usati. Solo coloro che erano diventati pazzi non avrebbero alzato la mano nell'aula magna. Avevano scambiato la paura con la follia. Io per potevo continuare a contare le persone per le strade, me compresa, come se m'incontrassi per caso. Potevo dire a me stessa: Ehi tu, qualcuno. Oppure: Ehi tu, mille. Solo impazzire non potevo. Avevo ancora tutte le rotelle a posto. PER placare la fame mi compravo qualcosa che si potesse mangiare al volo camminando. Preferivo strappare la carne con la bocca per strada, anzich al tavolo in mensa. Non andai pi in mensa. Vendetti la mia tessera per il pranzo e mi comprai un paio di calzamaglie sottilissime. Nel quadrilatero delle ragazze andavo solo per dormire, ma non dormivo. La mia testa diventava cos trasparente, quando la coricavo sul cuscino nella camera buia. La finestra era illuminata dai lampioni stradali. Vedevo la mia testa alla finestra, le radici dei capelli simili a piccole cipolle piantate nel cuoio capelluto. Quando mi sdraio, pensavo tra me, cadono fuori i capelli. Dovevo sdraiarmi in modo da non vedere pi la finestra. Allora vedevo la porta. Anche se l'uomo con la valigia di Lola e con la mia cintura nel sacchetto di plastica trasparente avesse chiuso la porta dietro di s, la morte sarebbe rimasta qui. Di notte, al bagliore della luce stradale, la porta chiusa diventava il letto di Lola. Tutti dormivano profondamente. Ma tra la mia testa e il cuscino sentivo frusciare gli aridi oggetti dei pazzi: il mazzo di fiori appassiti di quello che aspettava, il codino d'erba della nana, il cappello di giornale della vecchia della slitta, la barba bianca del filosofo. DURANTE il pranzo un nonno, gi all'ultimo boccone, depone con la mano la

forchetta. Si alza dal tavolo e dice: Cento passi. Va e conta i suoi passi. Va da un tavolo all'altro oltre la soglia in cortile, sul selciato e sull'erba. Ora se ne va, pensa tra s la bambina, ora va nel bosco. Allora vengono contati i cento passi. Senza contare il nonno arriva dall'erba al selciato, alla soglia, al tavolo. Si siede e sistema i suoi pezzi degli scacchi, per ultime le due regine. Gioca a scacchi. Allarga le gambe sul tavolo, si prende per i capelli, batte con le gambe sotto il tavolo un ritmo veloce, schiaccia la lingua da una guancia all'altra, tira a s le braccia. Il nonno diventa rabbioso e solo. La stanza scompare, perch il nonno gioca con il lato chiaro e scuro contro se stesso. Quanto pi il cibo si allontana dalla sua bocca gi per l'intestino, tanto pi rugoso diventa il suo volto. Cos solo, che il nonno costretto a tacere con la regina chiara e quella scura tutti i ricordi legati alla Prima Guerra Mondiale. IL NONNO era tornato dalla Prima Guerra Mondiale come dai suoi cento passi. In Italia i serpenti sono grossi quanto il mio braccio, diceva. Si attorcigliano come le ruote di un carro. Si trovano sui sassi tra i paesi e dormono. Mi sedetti su una simile ruota di un carro e il barbiere della compagnia mi sfreg le macchie pelate sulla testa con succo di foglie. I pezzi degli scacchi del nonno erano grandi quanto i suoi pollici. Solo le regine erano grandi quanto le sue dita medie. Portavano un sassolino nero sotto la spalla sinistra. Chiesi: Perch hanno un solo seno. Il nonno disse: I sassolini sono il loro cuore. Ho lasciato le regine per ultime, disse il nonno, per ultime le ho intagliate. A esse ho dedicato molto tempo. Il barbiere della compagnia mi ha detto: Per i capelli che stanno ancora sulla tua testa non cresce alcuna foglia nel mondo. Sono andati persi e devono abbandonare la testa. Posso fare qualcosa solo per le macchie pelate, solo l il succo di foglie rinvigorisce la testa, in modo che crescano nuovi capelli. Quando le regine furono pronte, tutti i miei capelli erano caduti, disse il nonno. SE vedevamo il proletariato delle pecore di latta e dei meloni di legno andare e venire secondo i turni, Edgar, Kurt, Georg e io parlavamo di come ognuno di noi si fosse allontanato da casa. Edgar e io provenivamo da villaggi mentre Kurt e Georg da piccole citt. Raccontavo dei sacchi con gli alberi di gelso portati appresso, dei cortili dei vecchi e del quaderno di Lola: dell'ambiente fuori e dentro il volto. Edgar annuiva e Georg diceva: Qui tutti rimangono paesani. Ce ne siamo andati di casa con la testa, ma coi piedi stiamo in un altro paese. In una dittatura non ci possono essere citt, perch tutto rimane piccolo, quando viene sorvegliato. Si viaggia da una citt all'altra, diceva Georg e da paesano si diventa un altro paesano. Ci si pu completamente tralasciare, quando si sale sul treno e viaggia solo un paese in un altro. Quando partii, disse Edgar, la campagna rotol dal paese fino in citt, lungo tutta la strada. Il mais era ancora verde e oscillava. Pensai, il giardino di casa si allunga e rincorre il treno. Il treno viaggiava lentamente. Il viaggio mi sembr lungo e la distanza ampia, dissi. I girasoli non avevano pi foglie e i loro gambi neri sembravano misurare l'esatta distanza. Avevano semi cos neri, che la gente nello scompartimento si stancava di guardarli. Il sonno colse tutti quelli che sedevano con me nello scompartimento. Una signora teneva in grembo un'oca grigia. La signora si era addormentata e l'oca schiamazz ancora per un po' nel suo grembo. Poi pos il collo sulle ali e anch'essa dorm. Il bosco continuava a coprire il finestrino, disse Kurt, non appena vidi una striscia di cielo, pensai, lass c' un fiume. Il bosco aveva spazzato via tutto il

paesaggio. Questo si addiceva alla mentalit di mio padre. Al momento del congedo era talmente ubriaco, che credeva che suo figlio partisse per la guerra. Rideva e batteva mia madre sulla spalla e diceva: Ora il nostro Kurt parte per la guerra. Mia madre ha urlato, mentre lo diceva. Tra le urla ha cominciato a piangere. Come si pu essere cos ubriachi, ha urlato. Ma ha pianto, perch credeva a ci che lui diceva. Mio padre spinse la bicicletta vuota tra noi, disse Georg. Io portavo la mia valigia in mano. Quando il treno abbandon la stazione, vidi mio padre tornare in citt accanto alla bicicletta. Un passo lungo e uno corto. Mio padre superstizioso, mia madre gli cuce sempre giacche verdi. Chi evita il verde, lo seppellisce il bosco, dice lui. Il suo mimetismo non viene da alcun animale, diceva Kurt, gli viene dalla guerra. Mio padre, diceva Georg, ha portato con s la bicicletta in stazione, in modo da non dover camminare tanto accanto a me all'andata e da non dover sentire con le mani, al ritorno, che stava tornando a casa da solo. Le madri di Edgar, Kurt e Georg erano sarte. Vivevano con tele, cibo, forbici, filo, aghi, bottoni, e ferri da stiro. Quando Edgar, Kurt e Georg raccontavano delle malattie delle loro madri, mi sembrava che le sarte avessero addosso qualcosa di ammorbidito dal ferro a vapore. Erano malate dentro: la madre di Edgar alla bile, la madre di Kurt allo stomaco e la madre di Georg alla milza. Solo mia madre era contadina ed era stata indurita dai campi. Era malata fuori, soffriva alla schiena. Quando parlavamo delle nostre madri, anzich dei nostri padri delle SS rimpatriati, ci stupivamo che le nostre madri, bench non si fossero mai incontrate nella vita, c'inoltrassero le stesse lettere con le loro malattie. Coi treni, su cui non salivamo pi, c'inviavano il dolore della loro bile, del loro stomaco, della loro milza, della loro schiena. Queste malattie delle madri, staccate dal corpo, si trovavano nelle lettere, come le frattaglie rubate degli animali macellati nello scomparto del frigorifero. Le malattie, pensavano tra s le madri, sono un laccio per i figli. Rimangono legati a distanza. Si auguravano un figlio che cercasse un treno per casa, viaggiasse tra girasoli o nel bosco e mostrasse il proprio volto. Desideravano vedere un volto in cui l'amore legato fosse una guancia o una fronte, E notare qua e l le prime rughe, segno che la nostra vita da adulti era peggiore dell'infanzia. Ma cos dimenticavano che questo volto non lo potevano pi accarezzare, n picchiare. Che a loro non era pi concesso toccarlo. Le malattie delle madri avvertivano che slegare era per noi una bella parola. APPARTENEVAMO completamente a coloro che portavano con s gli alberi di gelso e nelle conversazioni ci contavano solo a met. Cercavamo le differenze, perch leggevamo libri. Mentre trovavamo differenze sottilissime, collocavamo, come tutti gli altri, i sacchi portati con noi dietro le nostre porte. Ma nei libri si leggeva che queste porte non erano un nascondiglio. Ci che potevamo appoggiare, aprire, o chiudere era solo la fronte. Dietro di essa c'eravamo noi stessi con le madri, che ci spedivano nelle lettere le loro malattie e i padri, che nascondevano la loro coscienza sporca nelle piante pi stupide. I LIBRI della casa estiva venivano contrabbandati in paese. Erano scritti nella madrelingua in cui il vento si coricava. Non la lingua ufficiale del paese. Ma

nemmeno una lingua infantile proveniente dai paesi. Nei libri si trovava la madrelingua, ma il silenzio del paese che vieta il pensiero nei libri non c'era. Credevamo che l, da dove provenivano i libri, tutti pensassero. Annusavamo i fogli e ci scoprivamo con l'abitudine di annusare le nostre mani. Ci meravigliavamo che, leggendo, le mani non diventassero nere come con l'inchiostro da stampa dei giornali e dei libri pubblicati nel paese. Tutti coloro che attraversavano la citt portandosi dietro il proprio ambiente, annusavano le proprie mani. Non conoscevano i libri della casa estiva. Ma ci volevano andare. Nel posto da dove provenivano i libri c'erano jeans e arance, un morbido gioco per bambini e televisori portatili per padri e calzamaglie sottilissime e autentici mascara per madri. Tutti vivevano di pensieri di fuga. Volevano attraversare a nuoto il Danubio, finch l'acqua non diventava straniera. Rincorrere il mais, finch il suolo non diventava straniero. Lo si leggeva nei loro occhi: con tutti i soldi che possedevano si sarebbero presto comprati le carte topografiche degli agrimensori. Sperano nelle giornate nebulose nel campo e nel fiume per sfuggire ai proiettili e ai cani delle guardie, per scappare e allontanarsi a nuoto. Lo si vedeva nelle loro mani: presto si sarebbero costruiti palloni, fragili uccelli fatti di lenzuola e alberelli. Per volare via sperano che il vento non rimanga fermo. Lo si vedeva nelle loro labbra: presto bisbiglieranno con una guardia ferroviaria in cambio di tutti i soldi che possedevano. Saliranno su un treno merci per andarsene. Solo il dittatore e le sue guardie non volevano fuggire. Lo si vedeva nei loro occhi, mani, labbra: ancora oggi e di nuovo domani faranno cimiteri con cani e proiettili. Ma anche con la cintura, la noce, la finestra, la fune. Si avvertiva che il dittatore e le sue guardie tolleravano tutti i piani di fuga segreti, li si sentiva spiare e seminare paura. DI sera, l'ultima luce in fondo ad ogni strada tremolava. Questa luce era invadente. Avvertiva i dintorni prima che calasse la notte. Le case diventavano pi piccole delle persone che ci passavano accanto. I ponti, pi piccoli dei tram che ci passavano sopra. E gli alberi, pi piccoli dei volti che vi passavano sotto uno alla volta. C'erano dappertutto una nostalgia e una fretta sconsiderata. I pochi volti per le strade non avevano alcun bordo. Quando mi si avvicinavano, vedevo in essi un pezzo di nuvola sospesa. E quando mi erano quasi di fronte, rimpicciolivano al passo seguente. Solo le pietre stradali rimanevano grandi. E al posto della nuvola, al secondo passo sulla fronte stavano sospese due bianche pupille. Al terzo passo, poco prima che i volti fossero alle mie spalle, le due pupille si riunivano. Mi tenevo ancorata alla fine della strada, l era pi chiaro. Le nuvole, nient'altro che ammassi di vestiti appallottolati. Avrei indugiato volentieri, visto che solo nel quadrilatero delle ragazze c'era un letto per me. Avrei aspettato ancora che le ragazze nel quadrilatero dormissero. Infatti, in questa luce immobile contava l'andare e io andavo sempre pi rapidamente. Le strade laterali non aspettavano la notte. Facevano i loro bagagli. EDGAR e Georg scrissero poesie e le nascosero nella casa estiva. Kurt stava dietro gli angoli e la sterpaglia e fotografava le colonne di autobus con le tende grigie tirate. Al mattino o alla sera trasportavano i detenuti fuori dal carcere fino ai cantieri dietro i campi. cos pauroso, disse Kurt, che nelle fotografie si pensa perfino di sentire l'abbaiare dei cani. Se nelle fotografie i cani riuscissero ad abbaiare, disse Edgar, non potremmo nascondere le fotografie nella casa estiva.

E pensai tra me che tutto ci che danneggia i fautori di cimiteri utile a qualcosa. Pensai che Edgar, Kurt e Georg, poich scrivono poesie, scattano fotografie e intonano un canto qua e l, accendono l'odio in coloro che fanno cimiteri. Che questo odio danneggia le guardie. Che pian piano quest'odio far perdere la testa a tutte le guardie e infine anche al dittatore. Allora non sapevo ancora che le guardie avessero bisogno di quest'odio per il rigore quotidiano di un lavoro sanguinario. Che ne avessero bisogno per emettere sentenze per il proprio stipendio. Le sentenze le potevano consegnare solo ai nemici. Le guardie dimostravano la propria affidabilit in base al numero dei nemici. Edgar disse che gli stessi servizi segreti diffondono le dicerie sulle malattie del dittatore, per indurre la gente alla fuga e incastrarla. Per indurre la gente a bisbigliare e incastrarla. A loro non basta incastrare la gente, mentre ruba carne o fiammiferi, mais o detersivo in polvere, candele o viti, forcine o chiodi o assi. VAGABONDANDO, vedevo non solo i pazzi e i loro aridi oggetti. Vedevo anche le guardie andare su e gi per le strade. Giovani dai denti biancastri facevano la guardia davanti a grandi edifici, sulle piazze, davanti ai negozi, alle fermate, nel parco incolto, davanti agli studentati, nelle bodegas, davanti alla stazione. Le loro uniformi non andavano bene, ballavano o tiravano. Sapevano di controllare ogni distretto in cui c'erano alberi di prugne. Facevano giri anche pi lunghi, per passare accanto agli alberi di prugne. I rami cascavano in basso. Le guardie si riempivano le tasche di prugne verdi. Raccoglievano velocemente, si riempivano un sacchetto nelle giacche. Volevano raccogliere una volta sola e mangiare a lungo. Quando le tasche delle giacche erano piene, si allontanavano velocemente dagli alberi. Perch mangiaprugne era un insulto. Si chiamavano cos gli arrivisti, i rinnegatori di se stessi, i leccapiedi privi di scrupoli usciti dal nulla, le persone che camminavano sopra i cadaveri. Anche il dittatore veniva chiamato mangiaprugne. I giovani andavano su e gi e infilavano la mano nella tasca della giacca. In un attimo si prendevano una manciata di prugne, in modo da non dare nell'occhio. Potevano chiudere il pugno solo quando avevano gi la bocca piena. Poich prendevano in mano cos tante prugne in una volta, un paio rotolavano per terra e alcune cadevano nelle maniche della giacca. Con la punta della scarpa le guardie colpivano le prugne per terra come palline nel prato. Le prugne delle maniche le pescavano dal gomito e le ficcavano nelle guance gi piene. Vedevo la schiuma sui loro denti e pensavo tra me: Non bisogna mangiare prugne verdi, il nocciolo ancora tenero e s'ingoia la morte. I mangiaprugne erano contadini. Impazzivano per le prugne verdi. Se le mangiavano lontani dal loro servizio. Regredivano all'infanzia, rubando prugne sotto gli alberi del paese. Non mangiavano per fame, ne erano avidi per il sapore aspro della povert davanti alla quale appena un anno prima abbassavano gli occhi e chinavano il capo come davanti alla mano del padre. Mangiavano fino a svuotarsi le tasche, le stiravano e cacciavano le prugne nello stomaco. Non bruciavano di febbre. Erano bambini troppo grandi. Lontano da casa l'ardore interno si scatenava nel dovere. Accusavano uno ad alta voce, perch il sole bruciava, perch il vento soffiava o perch pioveva. Il secondo lo trascinavano e lo lasciavano andare. Il terzo lo uccidevano. Qualche volta il calore delle prugne rimaneva tranquillamente nella loro testa, ne arrestavano un quarto, deciso e senza rabbia. Dopo un

quarto d'ora stavano tutti al distretto. Quando arrivavano delle giovani, le fissavano fantasticando sulle loro gambe. Se lasciarle in pace o darsi da fare, lo si decideva all'ultimo minuto. Bisognava capire che per tali gambe non servivano motivazioni, solo l'umore. I passanti camminavano davanti a loro velocemente e silenziosamente. Riconoscevano le ragazze fin da prima. Questo rendeva i passi degli uomini e delle donne cos silenziosi. Le ore battevano dai campanili, dividevano le giornate di sole o di pioggia in mattine e pomeriggi. Il cielo mutava la luce, l'asfalto il colore, il vento la direzione, gli alberi il fruscio. ANCHE Edgar, Kurt e Georg mangiavano prugne verdi, da bambini. Non associavano nulla alle prugne, perch nessun padre li infastidiva, mentre mangiavano. Mi deridevano, quando dicevo: Si muore e nessuno pu aiutare, perch la febbre chiara ti brucia il cuore da dentro. Scrollavano le teste, quando dicevo: Io non dovevo ingoiare la morte, perch mio padre non mi vedeva mangiare. Le guardie mangiano pubblicamente, dicevo. Non ingoiano la morte, perch i passanti conoscono lo scricchiolio dei rami al momento della raccolta e l'acidit di stomaco della povert. EDGAR, Kurt e Georg vivevano nella stessa casa, in camere separate. Edgar al quarto piano, Kurt al secondo, Georg al terzo. In ogni stanza c'erano cinque ragazzi, cinque letti, con sotto cinque valigie. Una finestra, un altoparlante sopra la porta, un armadio a muro. In ogni valigia c'erano i calzini, sotto i calzini la crema da barba e un rasoio. Quando Edgar venne in camera, qualcuno gett fuori dalla finestra le scarpe di Edgar e grid: Rincorrile e indossale in volo. Al secondo piano qualcuno spinse Kurt contro l'anta dell'armadio e grid: Fa' altrove le tue schifezze. Al terzo piano vol in faccia a Georg un opuscolo e qualcuno grid: Quando fai la merda, mangiatela. I ragazzi minacciarono di picchiare Edgar, Kurt e Georg. Tre uomini se n'erano appena andati. Avevano perlustrato le stanze e detto ai giovani: Se questa visita non vi piace, allora parlate con quello che non c'. Parlate, avevano detto gli uomini, indicando il pugno. Quando Edgar, Kurt e Georg giunsero nel quadrilatero, la rabbia prenotata croll. Edgar rise e gett una valigia dalla finestra. Kurt disse: Sta' attento, verme. Georg disse: Parli di merda, ti marciscono i denti in bocca. In ogni stanza solo uno dei quattro giovani era fuori di s, dissero Edgar, Kurt e Georg. La collera corse nel vuoto, perch gli altri tre avevano avuto le stesse intenzioni e avevano piantato in asso il violento, quando erano arrivati Edgar, Kurt e Georg. Se ne stavano l come spenti. Il ragazzo arrabbiato proveniente dalla camera di Edgar sbatt la porta da fuori. Corse gi e ritorn con la sua valigia, port con s anche le scarpe di Edgar. Non c'era molto da perquisire nel piccolo quadrilatero. Edgar disse: Non hanno trovato nulla. E Georg disse: Hanno scacciato le pulci, le lenzuola sono piene di puntini neri. I giovani dormono inquieti e salgono in camera di notte. C'ERA molto da perquisire presso i genitori di Edgar, Kurt e Georg. La madre di Georg sped una lettera col dolore della sua milza, che per la paura si era ingrandito. La madre di Kurt sped una lettera col dolore del suo stomaco, che infuriava. I padri scrivevano per la prima volta in queste lettere una riga a margine: Questo, a tua madre, non lo puoi pi fare. Il padre di Edgar venne col treno in citt, sal sul tram. And dal tram allo studentato, per vie traverse evit il parco incolto. Preg un giovane di spedire Edgar dalla stanza all'ingresso. QUANDO scesi per le scale e vidi mio padre dall'alto, c'era un giovinetto

davanti alla vetrina che leggeva gli annunci, disse Edgar. Cosa c' da leggere l, dissi, mi diede un sacchetto di nocciole appena raccolte, portate da casa. Prese dalla tasca interna la lettera di mia madre e disse: Il parco abbandonato, non lo si attraversa volentieri. Edgar annu e lesse nella lettera che i dolori biliari erano insopportabili. Edgar attravers il parco col padre, diretto alla bodega, dietro la fermata. Tre uomini con l'auto, disse il padre di Edgar. Uno rimasto fuori per strada. Si seduto sul ponte delle tombe e ha aspettato, era solo un autista. Due sono venuti in casa. Il pi giovane era calvo, quello vecchio aveva gi i capelli grigi. La madre di Edgar voleva alzare in camera le veneziane e quello calvo disse: Le lasci gi e accenda la luce. Il vecchio ha riordinato il letto, perquisito cuscini e coperte, materassi. Ha richiesto un cacciavite. Quello calvo ha svitato la lettiera. Edgar avanzava lentamente e suo padre gli camminava accanto impettito, lungo il sentiero nel parco. Parlando, guardava nella sterpaglia, come se dovesse contare le foglie. Edgar chiese: Cosa cerchi. Suo padre disse: Hanno tirato via il tappeto e riordinato gli armadi, non cerco nulla, del resto non ho perso nulla. Edgar indic la giacca di suo padre. Alla giacca mancava un bottone, fin da quando il padre aveva preso la lettera dalla tasca interna. Edgar rise: Forse cerchi il tuo bottone. Suo padre disse: Si trova sicuramente sul treno. Le lettere dei due zii d'Austria e del Brasile non sono riusciti a leggerle perch erano scritte in tedesco, disse il padre di Edgar. Se le sono portate via. Anche le foto che stavano nelle lettere. Sulle foto c'erano le case di entrambi gli zii, i membri della famiglia e le rispettive case. Le case erano uguali. Quante stanze hanno in Austria, chiese il vecchio. E quello calvo chiese: Che razza di alberi sono questi. Indic una foto proveniente dal Brasile. Il padre di Edgar fece spallucce. Dove sono le lettere per tuo figlio, chiese il vecchio, quelle di sua cugina. Non ha mai scritto, disse la madre di Edgar. Lui chiese: Sei sicura. La madre di Edgar disse: No, forse lei scrive e lui non riceve alcuna lettera. Il vecchio rovesci sul tavolo le scatole con bottoni e cerniere. Quello mise sottosopra stoffe, tele, cibo. Il padre di Edgar disse: Tua madre non sa pi a chi appartengano le cose. Da dove vi arriva la rivista di moda, chiesero. La madre di Edgard indic le sue cartelle che contenevano lettere e foto: Da mio fratello in Austria. Sapete come corrono le righe, disse il vecchio, presto porterete cose rigate. Nella bodega il padre di Edgar si sedette con molta circospezione, come se l fosse gi seduto qualcuno. Nella stanza di Edgar il calvo ha rotto l'orlo delle tende, ha gettato i vecchi libri fuori dall'armadio e li ha scrollati per terra coi fogli. Il padre di Edgar schiacci le mani sul tavolo, in modo che non tremassero. Disse: Cosa dev'esserci poi nei libri vecchi, caduta solo della polvere. Sorseggiando la grappa, vers delle gocce fuori dal bicchiere. I fiori del davanzale li hanno strappati dai vasi e la terra l'hanno sbriciolata, disse il padre di Edgar. La terra caduta sul tavolo di cucina e le radici sottili sono rimaste attaccate alle loro dita. Quello calvo ha compitato dal libro di cucina: Brasilianische Leber: Hhnerleber in Mebl pudern, fegato alla brasiliana, cospargere di farina il fegato di pollo. La madre di Edgar dovette tradurre. Sorbirete una minestra, disse lui, nella quale nuotano due occhi di bue. Il vecchio andato in cortile e ha cercato l. Anche in giardino. Edgar vers nuovamente grappa a suo padre e disse: Datti del tempo per bere. L'autista si alzato e ha pisciato nelle tombe, disse il padre di Edgar. Pose il

bicchiere vuoto sul tavolo, Perch datti tempo, disse, non ho fretta. L'autista pisci, disse il padre di Edgar e le anatre accorsero e lo guardarono. Credettero di ricevere acqua fresca come ogni pomeriggio. Lautista rise, si abbotton i pantaloni e stacc un pezzo di legno marcio dal bordo del ponte. Frantum il legno con la mano e lo gett nell'erba. Le anatre credettero che venisse gettato loro del grano come ogni pomeriggio e mangiarono legno grattugiato. Sul comodino accanto al letto mancava dalla perquisizione l'omino di legno, che lo zio di Edgar del Brasile aveva intagliato da piccolo. Gli zii di Edgar erano soldati delle SS che non erano rimpatriati. La guerra persa li aveva spinti in direzioni ignote. Avevano fatto cimiteri con le brigate TotenKopf, Teste di morto, e si erano separati dopo la guerra. Portavano sulla testa lo stesso peso. Non si cercarono mai pi. Presero in moglie una donna del posto e costruirono con lei in Austria e in Brasile un tetto spiovente, un timpano appuntito, quattro finestre con telai verdi come l'erba, uno steccato con perline verdi come l'erba. Affrontarono l'ambiente straniero e costruirono due case sveve. Sveve come i loro crani, in due luoghi sconosciuti, dove tutto era diverso. E quando le case furono pronte, fecero alle loro mogli due bimbi svevi. Solo gli alberi davanti alla casa, che essi potavano ogni anno prima della guerra, crebbero superando in altezza il modello svevo secondo un altro cielo, terra e tempo. SEDEVAMO nel parco incolto e mangiavamo le nocciole di Edgar. Edgar disse: Sanno di bile. Si era tolto la scarpa e aveva picchiato sulla scorza col tacco. Pos le noci su un giornale. Lui stesso non ne mangi nemmeno una. Georg mi diede una chiave e mi sped, per la prima volta, nella casa estiva. TOLSI la chiave dalla scarpa. Aprii, non accesi la luce, ma un fiammifero. La pompa stava l, grande e sottile come una persona con un braccio solo. Sul suo tubo era appesa una vecchia giacca, sotto, un innaffiatoio arrugginito. Sulla parete c'erano zappe, vanghe, rastrelli, una cesoia, una scopa. Sopra c'era della terra. Alzai il coperchio del pozzo, il sacco di lino pendeva sopra un buco profondo. Lo staccai dalla zappa, v'infilai i libri e lo riappesi. Chiusi la porta dietro di me. Per strada attraversai il prato che avevo calpestato all'andata. Malve di un lilla acceso, digitali, verbaschi si allungavano verso il cielo. Villucchi odoravano soavemente la sera, o era la mia paura. Ogni filo d'erba pungeva sui polpacci. Poi un giovane pollo impazzito pigol per la strada e scapp via, non appena giunsero le mie scarpe. L'erba era tre volte pi alta del suo dorso e si richiudeva sopra di lui. Emise un lamento in quel selvaggio luogo fiorito, non trov l'uscita e corse per la sua vita. I grilli stridevano, ma il pollo era molto pi chiassoso. Con la sua paura mi tradir, pensai tra me. Ogni pianta mi seguiva con lo sguardo. La mia pelle palpitava dalla fronte fino alla pancia. NELLA casa estiva non c'era nessuno, dissi il giorno dopo. Sedevamo nel giardino della bodega. La birra era verde, perch le bottiglie erano verdi. Edgar, Kurt e Georg avevano tolto con le braccia nude la polvere dal tavolo. Sul ripiano del tavolo si vedeva dove si erano posate le loro braccia. Dietro le loro teste pendevano le foglie verdi del castagno. Quelle gialle si nascondevano ancora. Brindammo e tacemmo. Su una fronte, intorno ad una tempia, accanto a una guancia che appartenevano a Edgar, Kurt e Georg i capelli diventarono trasparenti, perch il sole picchiava su di loro. O perch la birra gorgogliava, quando prima uno, poi l'altro posarono la bottiglia sul tavolo. Talvolta cadeva una foglia gialla

dall'albero. Ora l'uno ora l'altro alzavano gli occhi, come se volessero veder cadere la foglia un'altra volta. Non aspettavano la successiva, che presto sarebbe caduta. I nostri occhi non avevano pazienza. Non volevamo saperne di foglie. Solo di macchie gialle volanti, che sviavano i nostri volti l'uno dall'altro. Il piano del tavolo era caldo come un ferro da stiro. Sui volti la pelle era tesa. Irruppe l'intero mezzogiorno, la bodega era vuota. Gli operai facevano ancora pecore di latta e meloni di legno in fabbrica. Noi ordiniamo di nuovo birra, perch vi siano ancora bottiglie tra le nostre braccia. E Georg chin il capo e sotto il mento ne aveva un secondo. Canticchi fra s: Canarino giallo giallo come il tuorlo con piume morbide e occhi assenti. La canzone era molto nota in paese. Ma da due mesi i cantanti erano fuggiti oltre il confine e la canzone non poteva pi essere intonata. Georg si lasci scorrere la canzone in gola, insieme alla birra. Il cameriere si appoggi a un tronco, tese l'orecchio e sbadigli. Non eravamo ospiti qui, guardavamo la giacca sudicia del cameriere ed Edgar disse: Se si tratta di bambini, i padri capiscono tutto. Mio padre capisce che quei tipi si sono portati via l'omino di legno. Mio padre dice: Anche loro hanno figli che giocano volentieri. NON volevamo abbandonare il Paese. Non volevamo farlo attraverso il Danubio, l'aria, i treni merci. Andavamo nel parco incolto. Edgar diceva: Se il giusto dovesse andarsene, tutti gli altri potrebbero rimanere in paese. Lui stesso non ne era convinto. Nessuno credeva che il giusto se ne dovesse andare. Ogni giorno si sentivano voci sulle vecchie e nuove malattie del dittatore. Cui non credeva nessuno. Infatti tutti bisbigliavano nell'orecchio di un altro. Anche noi trasmettevamo le notizie, come se dentro ci fosse il virus strisciante della morte, che alla fine avrebbe comunque raggiunto il dittatore: cancro ai polmoni, cancro alla faringe, bisbigliavamo, cancro all'intestino, Alzheimer, paralisi, leucemia. Doveva andarsene di nuovo, bisbigliava la gente: in Francia o Cina, in Belgio, Inghilterra o Corea, in Libia o Siria, in Germania o a Cuba. Ognuno dei suoi viaggi, nel bisbiglio, era associato al personale desiderio di fuga. Ogni fuga era un'offerta di morte. Perci il bisbiglio aveva questo vortice. Una fuga su due falliva per i cani e i proiettili delle guardie. Lacqua che scorre, i treni merci in transito, i campi fermi erano i tragitti della morte. Nel campo di mais i contadini trovavano al momento del raccolto cadaveri consumati o gonfi, svuotati dai becchi delle cornacchie. I contadini prendevano il mais e lasciavano giacere i cadaveri, perch era meglio non vederli. In autunno inoltrato i trattori aravano. La paura della fuga trasformava ogni viaggio del dittatore in un viaggio di emergenza dal medico: il clima del lontano occidente contro il cancro ai polmoni, le radici selvatiche contro il cancro alla faringe, le batterie radianti contro il cancro all'intestino, l'agopuntura contro l'Alzheimer, i bagni termali contro la paralisi. Esisteva una sola malattia per la quale, si diceva, non doveva allontanarsi: il sangue infantile contro la leucemia lo riceve qui nel paese. Viene pompato dalla fronte dei neonati con aghi aspiratori giapponesi, nelle cliniche per il parto. Le dicerie sulle infermit del dittatore assomigliavano alle lettere che Edgar, Kurt, Georg e io ricevevamo dalle madri. Il bisbiglio induceva all'attesa per la fuga. Ognuno arrossiva per il piacere maligno del male altrui, senza che la rovina mai arrivasse. A ognuno passava per la testa il cadavere del dittatore, come la propria vita rovinata. Tutti volevano sopravvivergli. ANDAI nella sala da pranzo e aprii il frigorifero. La luce si accese, come se

l'avessi gettata dentro da fuori. Dalla morte di Lola non c'erano pi lingue, n reni in frigorifero. Ma li vidi e li annusai. M'immaginavo davanti al frigo aperto un uomo trasparente. Era malato e, per vivere pi a lungo, aveva rubato le frattaglie di animali sani. Vidi la sua bestia del cuore. Penzolava rinchiuso nella lampadina. Era attorcigliato e stanco. Chiusi con un colpo secco il frigorifero, perch la bestia del cuore non era stata rubata. Poteva solo essere la sua, era pi orrenda delle frattaglie di tutti gli animali di questo mondo. Le ragazze attraversarono il quadrilatero, risero e mangiarono uva e pane senza accendere la luce, bench fosse gi diventato buio. Poi qualcuna accese la luce, perch si andasse a letto. Tutte si sdraiarono. Spensi la luce. Il respiro delle ragazze scivol rapidamente nel sonno. Mi sembrava di vederlo. Come se questo respiro fosse nero, silenzioso e caldo, non la notte. Stavo scoperta e vedevo le lenzuola bianche sui letti. Come si dovrebbe vivere, per essere coerenti proprio con ci in cui si crede, pensavo tra me. Come fanno gli oggetti a stare sulla strada e a non dare nell'occhio, mentre si passa loro accanto, bench qualcuno li abbia smarriti. POI mor il padre. A forza di bere il suo fegato era diventato cos grande, quanto quello di un'oca ingozzata, aveva detto il medico. Accanto al suo volto, in vetrina si trovavano tenaglie e forbici. Dissi: Il suo fegato tanto grande, quanto le canzoni per il Fhrer. Il medico pose l'indice sulla bocca. Pensava alle canzoni per il dittatore, ma io intendevo il Fhrer. Col dito davanti alla bocca diceva: Un caso senza speranza. Intendeva il padre, ma io pensavo al dittatore. Il padre fu rilasciato dall'ospedale perch morisse. Sorrideva col viso pi allampanato che avesse mai avuto. Era cos stupido, da rallegrarsene. Il medico non bravo, diceva, la camera scadente, il letto duro, nei cuscini ci sono stracci al posto di piume. Perci sono peggiorato, disse il padre. L'orologio da polso gli tremava sulla mano. La sua gengiva si era assottigliata. Teneva la sua dentiera nella tasca del cappotto, perch non stava pi in bocca. Il padre era scarno come la pertica dei fagioli. Solo il suo fegato era cresciuto, i suoi occhi e il suo naso. E il naso del padre era un becco come quello di un'oca. Andiamo in un altro ospedale, disse il padre. Portai la sua valigetta. L i dottori sono bravi, disse il padre. All'angolo della strada il vento ci gir i capelli intorno alla testa e ci guardammo l'un l'altro. Il padre approfitt della situazione e disse: Devo andare ancora dal barbiere. Era cos stupido, che il barbiere era importante tre giorni prima della sua morte. Eravamo entrambi talmente stupidi, che lui diede un'occhiata all'orologio a pendolo e io annuii. Tanto che era in grado, due minuti dopo, di sedere in silenzio dal barbiere e io di fermarmi. Eravamo cos distaccati l'uno dall'altro a tre giorni dalla sua morte, che entrambi stavamo a guardare come il barbiere in camice bianco afferrasse i capelli con le forbici. Trasportai la valigetta del padre in citt. Dentro c'erano un orologio da polso, una dentiera, un paio di pantofole a quadretti bianchi e marroni. L'infermiere dell'obitorio aveva messo indosso al padre defunto le scarpe da passeggio. Tutto quello che appartiene al padre dovrebbe stare nella bara, pensai tra me. LE PANTOFOLE a quadretti bianchi e marroni hanno un colletto bianco intorno al malleolo. Dove le due met del colletto si scontrano, si trovano due nappe di lana

chiazzate di bianco e di marrone. Il padre indossa le scarpe da passeggio da quando c' la bambina. Quando scivola dentro, i suoi malleoli diventano ancora pi sottili di quando cammina scalzo. Prima che il padre vada a dormire, la bambina pu accarezzare con le mani le nappe. Non pu calpestarle, anche se scalzo. Il padre siede sul bordo del letto, la bambina sul pavimento. La bambina sente il pendolo dell'orologio a muro e accarezza le nappe secondo il suo ritmo. La madre gi addormentata. La bambina dice, accarezzando: Tic-tac, tic-tac. Il padre calpesta con la pantofola destra quella sinistra. In mezzo c' la mano della bambina. Fa male. La bambina trattiene il respiro e rimane zitta. Quando il padre solleva la scarpa dalla mano, questa schiacciata. Il padre dice: Lasciami in pace, altrimenti Poi prende la mano schiacciata tra le sue e dice: Altrimenti niente. Si dice, nevica solo quando muoiono le persone. Non vero. INCOMINCI a nevicare, quando con la valigetta andai in citt, dopo la morte del padre. I fiocchi vorticavano nell'aria come stracci. La neve non si attaccava ai sassi, ai fregi in ferro delle recinzioni, alle maniglie dei cancelli e ai coperchi delle buche delle lettere. Rimaneva bianca solo sui capelli degli uomini e delle donne. Anzich preoccuparsi della morte, pensai tra me, il padre ha iniziato qualcosa col barbiere. Ha cominciato qualcosa di sbagliato col barbiere migliore al primo angolo di strada, cos come ha iniziato qualcosa di sbagliato con la morte. Non ha detto nulla della morte al barbiere. Bench il padre fiutasse la morte, ha fatto i conti con la vita. Ero cos stupida che, poich cadevano stracci di neve che rimanevano bianchi solo sui capelli degli uomini e delle donne, dovetti cominciare qualcosa di giusto con me stessa. Dovetti andare dal mio parrucchiere e dirgli qualcosa sulla morte, un giorno prima della sepoltura del padre. Rimasi il pi a lungo possibile dal mio parrucchiere e gli raccontai tutto ci che sapevo della vita di mio padre. In questo racconto di morte, la vita di mio padre iniziava in un periodo che appresi pi dai libri di Edgar Kurt e Georg, che da lui stesso: Un soldato delle SS rimpatriato, che ha fatto cimiteri e ha abbandonato in fretta i luoghi, dissi al parrucchiere. Uno che dovette fare una figlia e badare sempre alle sue pantofole. Mentre raccontavo delle sue piante pi stupide, delle sue prugne pi scure, delle sue canzoni da ubriaco per il Fhrer e del suo fegato troppo grande, ricevetti la permanente per la sua sepoltura. Prima che me ne andassi, il parrucchiere disse: Mio padre stato a Stalingrado. SALII sul treno e partii per raggiungere il funerale di mio padre e i dolori alla schiena di mia madre. Il campo era chiazzato di bianco e di marrone. Stavo davanti alla bara. La nonna che canta venne in camera con una trapunta. Gir intorno alla bara e pose la coperta sul lenzuolo funebre. Il suo naso assomigliava al becco di lui. Lui l'aveva sfruttato, pensai tra me, perch lei si curasse di lui. Le labbra di lei erano una pipa roca, solitaria, che canticchiava senza ragione. La nonna che canta da anni non riconosceva pi nessuno in casa. Ora riconobbe nuovamente il padre, perch lei era pazza e perch lui era morto. Ora la bestia del cuore di lui abitava in lei. Disse alla madre: Lascia la coperta sulla bara, sta arrivando l'oca di neve. La madre premette una mano sul dolore alla schiena e con l'altra strapp la coperta dal lenzuolo funebre.

DOPO le perquisizioni, Edgar, Kurt e Georg andavano in giro con lo spazzolino da denti e un piccolo asciugamano nella tasca della giacca. Contavano d'essere arrestati. Per controllare se qualcuno nel quadrilatero si avvicinasse alle loro valigie, mettevano al mattino due capelli sul coperchio della valigia. La sera i capelli erano spariti. Kurt disse: Ogni sera, quando mi sdraio per dormire, credo che ci siano delle mani fredde sotto la mia schiena. Mi sdraio su un fianco e avvicino le gambe alla pancia. Dover dormire, per me un orrore. Mi addormento cos velocemente, come un sasso che cade in acqua. Ho sognato, disse Edgar, di voler andare al cinema. Mi ero rasato di fresco, perch all'entrata in vetrina era esposta una legge in base alla quale ci si poteva allontanare dallo studentato, solo se ci si era appena rasati. Mi recai al tram. Nel vagone del tram su ogni sedile c'era un biglietto coi giorni della settimana. Lessi: Luned, marted, mercoled, tutti i giorni fino a domenica. Dissi al conducente: Oggi non nessuno di questi giorni. Il conducente disse: Per questo tutti devono stare in piedi. Le persone stavano pigiate contro la porta posteriore. Ognuno aveva in braccio un bambino. I bambini cantavano in coro. Cantavano insieme, bench in mezzo agli adulti non riuscissero a vedersi. I QUADRILATERI di Edgar, Kurt e Georg e le case dei loro genitori furono perquisiti altre tre volte. Dopo ogni perquisizione le madri inviarono delle lettere con le loro malattie. Il padre di Edgar non venne in citt, la lettera di sua madre arriv con la posta. Il padre di Edgar scrisse in margine: Tu offendi a morte tua madre. Anche la mia stanza fu perquisita. Quando giunsi nel quadrilatero, le ragazze misero in ordine. Le mie coperte, il materasso e il mascara per le ciglia giacevano per terra. La mia valigia si trovava aperta sotto la finestra, i calzini brevettati stavano nel coperchio della valigia. Sopra i calzini c'era una lettera di mia madre. Qualcuna grid: Hai spinto Lola alla morte. Io aprii di getto la lettera e chiusi con un calcio il coperchio della valigia, e dissi: Mi scambiate per l'insegnante di ginnastica. Qualcuna sussurr: Per niente. Lola si impiccata con la tua cintura. Sollevai il mascara e lo sparsi per la stanza. Colpii il vaso da conserva coi rami d'abete che stavano sul tavolo. Le punte dei rami si appoggiavano al muro. Lessi la lettera. Dietro i dolori alla schiena di mia madre c'era: Sono arrivati tre uomini con un'auto: due di loro hanno messo la casa sottosopra. Il terzo era solo un autista. Ha parlato con la nonna, perch lasciasse in pace gli altri due. L'autista parla tedesco, non solo alto tedesco, anche svevo. Viene da un paese vicino, non voleva dire quale. La nonna l'ha scambiato per tuo padre, voleva pettinarlo. Lui le ha tolto il pettine, poi lei si messa a cantare. Lui si stupito al sentirla cantare cos bene. Ha cantato una canzone con lei: Presto a casa, bambini la madre gi spegne la luce. Lui ha detto di conoscere una melodia un po' diversa. La sua versione era molto simile a quella della nonna, a parte il fatto che l'ha cantata stonata. Da quando gli uomini se ne sono andati, il nonno non si d pace. La regina chiara scomparsa. Ha cercato gi dappertutto, ma non ha trovato nulla. Gli manca tanto. Non pu giocare a scacchi, se non la trova. Ha curato talmente tanto le figure. Sono sopravvissute alla guerra e alla prigionia. Proprio ora, la regina si perde per la casa. Il nonno dice, Devo scriverti che dell'altra gente applaude e guadagna soldi.

Questo non lo puoi pi fare a tuo nonno. STAVA nevicando. La neve che ci cadeva in faccia, sull'asfalto era gi acqua. I nostri piedi erano freddi. La sera sollev l'umido luccichio delle strade tra gli alberi. Le lanterne volevano nuotare insieme, tra i rami spogli. L'uomo col papillon nero al collo, era riflesso ancora una volta sotto di s, davanti alla fontana a getto. Vedeva in alto la strada del carcere. La neve si posava sul suo mazzo di fiori appassiti, come sui suoi capelli. Era tardi, gli autobus dei detenuti erano rientrati in carcere da tempo. Il vento ci gettava la neve in faccia, bench Edgar, Kurt, Georg e io andassimo in direzione opposta. Volevamo andare al caldo da qualche parte. Ma la bodega rimbombava di grida. Andammo al cinema, veniva proiettato l'ultimo spettacolo del giorno. Il film era gi iniziato. Sullo schermo ronzava il capannone di una fabbrica. Quando ci fummo abituati al buio, Edgar cont le ombre sui sedili. Oltre a noi, in sala c'erano nove persone. Ci sedemmo nell'ultima fila. Kurt disse: Qui si pu parlare. La fabbrica sullo schermo era scura, non riuscivamo a vederci l'un l'altro. Edgar rise e disse: Per sappiamo che aspetto abbiamo al chiarore del sole. Georg disse: Alcuni non lo sanno. Prese lo spazzolino da denti dalla tasca del cappotto e se lo infil in bocca. Sullo schermo il proletariato sfilava per il capannone con barre di ferro. Fu forato un altoforno. Il ferro liquido gett luce in sala. Ci guardammo in faccia e ridemmo. Kurt disse: Togli lo spazzolino dalla bocca. Georg lo ripose in tasca. Cazzone svevo, comment. Kurt disse: Ho sognato d'andare dal nostro barbiere. L c'erano sedute solo delle donne e lavoravano a maglia. Dissi: Cosa ci fanno qua. Il barbiere disse: Aspettano i loro uomini. Mi diede la mano e disse: Non la conosco. Pensai che intendesse le donne, ma mi scrut in volto. Io dissi: Eppure mi conoscete. Le donne ridacchiarono sommessamente. Sono io, lo studente, dissi. Non che lo sapessi, disse il parrucchiere, c'ho appena riflettuto. Conosco uno come lei, ma lei non la conosco. Gli spettatori fischiarono e urlarono in sala: Lupu, chiavala, Lupule, dai chiavala. A tarda sera un operaio e un'operaia si baciarono nel vento presso il cancello della fabbrica. Un attimo dopo, davanti al cancello della fabbrica, era di nuovo giorno e l'operaia baciata aveva un bimbo. Quando volli sedermi sulla sedia davanti allo specchio, disse Kurt, il barbiere scosse il capo: Non va bene. Chiesi: Perch. Tamburell con le dita sullo specchio. Mi vidi: avevo i peli del pube sulla faccia. Georg mi tir per il braccio e mi pose in mano la ciotola della casa estiva. Dove dovrei metterla, chiesi. Sullo schermo, dei bambini stavano correndo fuori, in strada, dal cancello di scuola. Il bimbo dell'operaia baciata era atteso dal padre Lupu fuori da scuola. Lui baci il bambino sulla fronte e gli tolse la cartella. Georg disse: Avevo brutti voti a scuola. Mio padre disse: Tempo fa si cuciva qualcosa per il direttore, preferibilmente un paio di pantaloni. Il giorno seguente mia madre compr della stoffa grigia, un nastro per il bordo, un tessuto di lino per le tasche e bottoni anche per la patta, visto che in negozio c'erano solo cerniere rosse. Mio padre and a scuola e chiam il direttore per prendere le misure. Aspettava gi da tempo quest'offerta, ci raggiunse subito. Il direttore si piazz accanto alla macchina da cucire. Mia madre cominci a misurare a partire dalle scarpe. Rilassate bene le gambe, Signor Direttore,

disse lei. Poi chiese: Quanto lunghi, Un po' pi lunghi. Quanto larghi, Un po' pi stretti. Volete dei risvolti, Signor Direttore. Dall'alto dei pantaloni che lui indossava, chiese: E le tasche, Signor Direttore. All'altezza della brachetta respir profondamente e chiese: Da che parte portate le chiavi della cantina, Signor Direttore. Lui disse: Sempre sulla destra. E per la farmacia domestica, chiese lei, volete dei bottoni o una cerniera. Cosa suggerite, chiese il direttore. La cerniera pratica, ma i bottoni danno pi personalit, disse mio padre. Il direttore disse: Bottoni. DOPO il cinema andai dalla mia sarta. I suoi figli dormivano gi. Rimanemmo in cucina. Era la prima volta che andavo da lei cos tardi. Lei non si stup. Mangiammo mele cotte al forno. Lei fum, ritraendo le guance come la regina degli scacchi del nonno. Il mascalzone ora in Canada, disse lei, ho incontrato oggi sua sorella. Il marito della sarta era fuggito attraversando il Danubio, senza dirle una parola. Avevo raccontato alla sarta della regina scura e di quella chiara e del barbiere della compagnia del nonno, anche della nonna che pregava e cantava. Anche delle piante pi stupide del padre, dei dolori alla schiena della madre. Le tue nonne mi sembrano come le due regine degli scacchi di tuo nonno, aveva detto lei. Quella che prega corrisponde alla regina scura e quella che canta a quella chiara. Pregare sempre scuro. Non la contraddissi, ma per me era il contrario. LA NONNA che canta quella scura. Lei sa che ognuno ha una bestia del cuore. Lei sottrae il marito a un'altra donna. Quest'uomo ama l'altra donna, non ama la nonna che canta. Ma lei l'ottiene, perch lo vuole. Non lui, ma il suo campo. E lo conserva. Lui non la ama, ma lei pu dominarlo, nel momento in cui gli dice: La bestia del cuore un topo. Allora era tutto vano, perch il campo, dopo la guerra, veniva espropriato dallo Stato. Davanti a questo orrore, la nonna inizi a cantare. LA SARTA non era consapevole di quanto poco sapesse sul mio conto. Sembrava le bastasse che io fossi studentessa e non portassi alcuna cintura. Posai la chiave della casa estiva sul davanzale della finestra della sarta e la dimenticai l. Pensai tra me, Una chiave non la butta via nessuno. Edgar, Kurt e Georg consideravano inaffidabile la sarta. Io dicevo: Siete diffidenti, perch le vostre madri sono sarte. Dovetti promettere di non coinvolgere la sarta in nulla che ci riguardasse. Edgar, Kurt e Georg non avrebbero accettato che la chiave rimanesse sul davanzale della finestra. Come spesso accadeva, quando erano diffidenti, avrebbero recitato la poesia: Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola cos infatti con gli amici dove il mondo pieno di terrore anche mia madre diceva del tutto normale non mettere in discussione gli amici pensa a cose pi serie. Tornai allo studentato a piedi, a notte fonda. Lungo il sentiero incontrai tre guardie, non volevano nulla da me. Erano occupati con se stessi, mangiavano prugne verdi come di giorno. Era cos silenzioso in citt, che li sentivo masticare. Avanzai piano, in modo da non disturbarli mentre mangiavano. Avrei preferito camminare in punta di piedi, ma se ne sarebbero accorti. Camminando, diventai leggera come un'ombra, non sarebbero mai riusciti ad afferrarmi. Le prugne verdi nelle mani delle guardie erano nere come il cielo. DUE settimane dopo andai di primo pomeriggio dalla sarta. Lei disse subito: Hai dimenticato la tua chiave, di giorno l'ho vista l sopra. Ho riflettuto tutto il

giorno, era notte e non potevi rientrare nello studentato. Il metro era appeso intorno al collo della sarta. La chiave non dello studentato, della casa, dissi. E pensai tra me: Lei porta il metro intorno al collo come una cintura. Poi il t boll nella teiera. Disse: Vedo crescere i miei bambini e vorrei che in futuro usassero le chiavi pi spesso di te. Vers lo zucchero accanto alla mia tazza. Puoi capirlo, chiese. Annuii. POICH avevamo paura, Edgar, Kurt, Georg e io stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, cos come ce la portavamo dietro quando c'incontravamo. Ridevamo molto, per nasconderla gli uni agli altri. Perch la paura svicola. Quando si domina il proprio volto, sguscia fuori nella voce. Se riesci a tenere in pugno il volto e la voce come se fossero un pezzo inanimato, sfugge persino dalle dita. Trapassa la pelle. Gira libera, la si vede negli oggetti che stanno nelle vicinanze. Vedevamo dove fosse la paura e di chi, perch ci conoscevamo gi da tempo. Spesso non ci potevamo sopportare, perch eravamo dipendevamo l'uno dall'altro. Dovevamo offenderci. Tu con la tua smemoratezza sveva. Tu con la tua fretta sveva o con la tua mania di attendere. Con la tua fissazione sveva di contare i soldi. Tu con la tua rozzezza. Tu col tuo singhiozzo svevo o col tuo starnuto, coi tuoi calzini svevi o con le tue camicie, dicevamo. Tu, cappuccio di merda svevo, tu testa di cavolo sveva, tu sacco di stracci svevo. Dovevamo ricavare la rabbia dalle parole lunghe che ci dividevano. Le inventavamo come imprecazioni che segnavano la distanza dell'uno dall'altro. Il riso era duro, bucavamo il dolore. Si faceva presto, perch ci conoscevamo da dentro. Sapevamo esattamente cosa feriva l'altro. Ci eccitava vederlo soffrire. Doveva crollare sotto l'amore brutale e percepire quanto poco resistesse. Ogni ingiuria infilava la successiva, finch la vittima taceva. E rimaneva cos ancora per un po'. Ancora per un po' cadevano parole sul suo volto muto, come cavallette su un campo distrutto. Nella paura avevamo scrutato l'uno nell'altro, pi profondamente di quanto fosse lecito. In questa lunga confidenza avevamo bisogno di un'inversione, che arriv inaspettata. L'odio poteva calpestare e annientare. In una maggiore vicinanza poteva falciare l'amore reciproco, perch cresceva come l'erba lunga. Le scuse ritirarono l'offesa in meno tempo di quanto si trattenga il respiro. Lo scontro cercato era sempre intenzionale, solo ci che provocava rimaneva un errore. Al termine della rabbia, veniva dichiarato ogni volta l'amore reciproco, senza inventare alcuna parola. Il nostro amore c'era sempre. Ma nello scontro l'amore aveva degli artigli. Una volta Edgar, quando mi diede la chiave per la casa estiva, disse: Tu col tuo sorriso svevo. Avvertii gli artigli e non so come allora la bocca non mi sia caduta dal volto. Guardando indietro nel tempo, mi sentivo cos abbandonata, che non mi veniva in mente alcuna parola per ribattere. Forse la mia bocca divenne un pisello maturo. Immaginavo le mie labbra cos secche e sottili, come non le avrei volute. Un sorriso svevo era come il padre che non mi potevo scegliere. Come la madre, che non volevo avere. Anche allora stavamo seduti al cinema, nell'ultima fila. Anche allora c'era sullo schermo il capannone di una fabbrica. Un'operaia tendeva fili di lana su una macchina per maglieria. Un'altra operaia and da lei con una mela rossa e stette a guardarla. L'operaia

lisci i fili sulla macchina e disse: Credo d'essermi innamorata. Tolse la mela di mano all'altra e vi diede un morso. Durante questo film Kurt appoggi la sua mano sul mio braccio. Anche allora raccont un sogno. In questo sogno c'erano degli uomini da un parrucchiere. Sulla parete in alto era appesa una lavagna, era un cruciverba. Tutti gli uomini indicavano con degli appendiabiti gli spazi ancora vuoti e pronunciavano delle lettere. Il parrucchiere stava sulla scala e registrava le lettere. Kurt si sedette davanti allo specchio. Gli uomini dissero: Finch non viene risolto, non ci sar alcuna pettinatura. Noi eravamo l da prima. Quando Kurt si alz e se ne and, il parrucchiere gli grid dietro: Domani si porti il suo coltello da casa. Perch sogno questo coltello, mi chiese Kurt in un orecchio, bench sapesse il perch. Edgar, Georg e Kurt non avevano pi rasoi. Erano spariti dalle loro valigie chiuse. ERO stata troppo a lungo al fiume con Edgar, Kurt e Georg. Un'altra volta a spasso, dicevano, come se la passeggiata lungo il fiume fosse stata superflua. Potevamo ancora camminare lentamente o rapidamente, andare di soppiatto, o correre a perdifiato. Andare a spasso, l'avevamo dimenticato. LA MADRE vuole raccogliere le ultime prugne dal giardino. Ma un piolo malfermo. Il nonno va a comprare dei chiodi. La madre aspetta sotto l'albero. Indossa il grembiule con le tasche pi grandi. Diventa buio. Quando il nonno sistema sul tavolo le figure degli scacchi, estraendole dalle tasche del vestito, la nonna che canta dice: Le prugne aspettano e tu vai a giocare a scacchi dal barbiere. Il nonno dice: Il barbiere non era a casa, questo mi ha portato fuori nel campo. Domattina presto vado ad acquistare chiodi, oggi ero girovago. CAMMINANDO, Kurt girava le scarpe verso l'interno, gett un bastone in acqua e disse: Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola cos infatti con gli amici dove il mondo pieno di terrore anche mia madre diceva del tutto normale non mettere in discussione gli amici pensa a cose pi serie. Edgar, Kurt e Georg recitavano continuamente questa poesia. Nella bodega, nel parco incolto, sul tram o al cinema. Anche lungo la strada per il barbiere. Edgar, Kurt e Georg andavano spesso insieme dal barbiere. Quando entravano dalla porta, il barbiere diceva: Bene, uno alla volta, prego, due rossi e uno nero. Kurt e Georg venivano rasati sempre prima di Edgar. La poesia stava in uno dei libri della casa estiva. Anch'io sapevo recitare la poesia a memoria. Ma solo mentalmente, in modo da regolarmi, quando dovevo essere nel quadrilatero con le ragazze. Davanti a Edgar, Kurt e Georg mi vergognavo a recitare la poesia. La provai una volta nel parco incolto e dopo il secondo verso non sapevo pi andare avanti. Edgar lo balbett fino alla fine e io presi dalla terra umida un verme, scostai il bavero dalla nuca di Edgar e lasciai cadere il verme freddo e rosso nella sua camicia. In citt c'era sempre un pezzetto di nuvola, o un cielo vuoto. E le lettere di mia, tua o sua madre, che non avevano nulla da dire. La poesia nascondeva la sua fredda risata. Questa si addiceva alla voce di Edgar, Kurt e Georg. Era facile da recitare. Ma conservare quotidianamente questa fredda risata era pesante. Forse per questo la poesia doveva essere recitata tanto spesso. Non fidarti della falsa amicizia, mi ammonivano Edgar, Kurt e Georg. Le ragazze del quadrilatero provano tutto, dicevano loro, esattamente come i ragazzi nella stanza. Con la domanda quando ritorni, intendono: Per quanto tempo stai via.

IL CAPITANO Pjele, che si chiamava come il suo cane, interrog Edgar, Kurt e Georg a causa di questa poesia. Il capitano Pjele aveva questa poesia su un foglio. Lui appallottol il foglio, il cane Pjele abbai. Kurt dovette aprire la bocca e il direttore gliela riemp di carta. Kurt dovette mangiare la poesia. Mangiando, dovette strozzarsi. Il cane Pjele gli salt addosso due volte. Gli strapp i pantaloni e gli graffi le gambe. Al terzo salto il cane Pjele avrebbe sicuramente morso, pens Kurt. Ma il capitano Pjele disse stancamente e con calma: Pjele, abbastanza. Il capitano Pjele si lament dei suoi dolori ai reni e disse: Con me sei fortunato. Edgar dovette stare immobile per un'ora nell'angolo. Il cane Pjele stava seduto davanti a lui e lo guardava. La sua lingua penzolava fuori dalla bocca. Pensai tra me, gli pesto sul muso, in modo che rimanga fermo, disse Edgar. Il cane capt ci che pensavo. Non appena nella mano di Edgar si muoveva un solo dito, non appena respirava pi profondamente con la bocca, in modo che i piedi stessero tranquilli, il cane Pjele ringhiava. Sarebbe balzato al minimo movimento, disse Edgar. Non avrei resistito, non avrei saputo dominarmi. Si sarebbe arrivati a una carneficina. Prima che Edgar potesse andarsene, il capitano Pjele si lament dei suoi dolori ai reni e il cane Pjele gli lecc le scarpe. Il capitano Pjele disse: Con me sei fortunato. Georg dovette stendersi sulla pancia e incrociare le braccia dietro la schiena. Il cane Pjele annus la sua tempia e la sua nuca. Poi gli lecc le mani. Georg non sapeva quanto fosse durato. Sul tavolo del capitano Pjele c'era un vaso di ciclamini, disse Georg. Quando Georg entr dalla porta, il ciclamino aveva solo un bocciolo aperto. Quando pot andarsene, i boccioli aperti erano due. Il capitano Pjele si lament dei suoi dolori ai reni e disse: Con me sei fortunato. Il capitano Pjele disse a Edgar, Kurt e Georg, la poesia incita alla fuga. Dissero: una vecchia canzone popolare. Il capitano Pjele disse: Sarebbe stato meglio che l'avesse scritta uno di voi. Sarebbe stato gi grave, ma cos lo ancora di pi. Queste canzoni magari una volta erano canti popolari, allora erano comunque altri tempi. Il regime borghese-benestante stato superato da tempo. Oggi il nostro popolo canta altre canzoni. Edgar, Kurt e io seguivamo gli alberi della riva e la conversazione. Edgar aveva restituito la chiave della casa estiva all'uomo che non dava mai nell'occhio. Noi c'eravamo spartiti i libri, le foto e i quaderni. Da ogni bocca il respiro s'insinuava lentamente nell'aria fredda. Davanti al nostro volto pass una schiera di animali volanti. Dissi a Georg: Guarda, la tua bestia del cuore se ne va. Georg sollev il mio mento col pollice: Tu con la tua bestia del cuore sveva, rise. Le sue gocce di saliva mi schizzarono in faccia. Abbassai lo sguardo e vidi il dito di Georg sotto il mio mento. Le articolazioni delle sue dita erano bianche e il suo dito era blu, a causa del freddo. Asciugai le gocce di saliva sulla guancia. Lola, sputando, aveva chiamato grasso di scimmia lo sputo nel nerofumo. Per aiutarmi, dissi: Sei di legno. Le nostre bestie del cuore volarono come topi. Si scrollarono di dosso il pelo e sparirono nel nulla. Quando parlavamo a lungo, uno dopo l'altro, rimanevano pi a lungo nell'aria. Scrivendo, non dimenticare la data e metti sempre un capello nella lettera, disse Edgar. Se dentro non c', vuol dire che la lettera stata aperta. Singoli capelli, pensai tra me, sui treni attraverso il Paese. Un capello scuro di Edgar, uno chiaro mio. Uno rosso di Kurt e Georg. Entrambi venivano

soprannominati dagli studenti ragazzi d'oro. Per l'interrogatorio una frase con forbici per unghie, disse Kurt, per la perquisizione una frase con scarpe, per il pedinamento una frase con raffreddato. Dopo il titolo sempre un punto esclamativo, per una minaccia di morte solo una virgola. Gli alberi lungo la riva cascavano nell'acqua. Erano salici capitozzati e salici fragili. Quando ero bambina, i nomi delle piante conoscevano la ragione per cui agivo. Questi alberi non sapevano perch Edgar, Kurt, Georg e io camminassimo lungo il fiume. Tutto, intorno a noi, sapeva di separazione, nessuno di noi pronunciava la parola. UNA BAMBINA ha paura di morire e mangia ancora di pi prugne verdi e non sa perch. La bambina sta nel giardino e ne cerca la ragione tra le piante. Anche le piante, gli steli e le foglie non capiscono perch la bambina, mangiando, utilizzi mani e bocca contro la propria vita. Solo i nomi delle piante sanno il perch: trifoglio d'acqua, erba di lana, cardo da latte, ranuncolo, fragolaccia, Susanna dagli occhi neri, verbasco, frangola, stramonio, aconito. RIORDINAI per ultima il quadrilatero nello studentato. I letti delle ragazze erano gi spogli, quando tornai dal fiume. Le loro valigie erano sparite, nell'armadio erano appesi solo i miei vestiti. L'altoparlante era muto. Tirai via le coperte. La fodera senza cuscino era un sacco per la testa. La piegai. Nascosi la scatola col mascara nella tasca del cappotto. La fodera senza coperta era un sacco per cadaveri, la piegai. Quando tolsi la coperta per levare il lenzuolo, c'era in mezzo al lenzuolo l'orecchio di un maiale. Questo era il congedo delle ragazze. Scrollai il lenzuolo, l'orecchio rimase attaccato, era cucito con un bottone nel mezzo. Vidi la puntura dell'ago nella cartilagine bluastra e il filo nero. Non ero in grado di provare disgusto. Pi che l'orecchio di maiale, temevo l'armadio. Tirai fuori tutti i vestiti in un colpo solo e li gettai in valigia. Ombretto, matita per gli occhi, cipria e rossetto stavano nella valigia. Non sapevo cos'erano stati quattro anni. Se erano rimasti dentro di me o nei miei vestiti. L'ultimo anno penzolava nell'armadio. Lultimo anno mi ero truccata ogni mattina. Pi ero truccata, meno volevo vivere. Piegai il lenzuolo, l'orecchio rimase dentro. In fondo al corridoio c'era una montagna di coperte. Davanti sostava una signora in camice azzurro. Contava federe. Quando le diedi la mia coperta, interruppe la conta. Si gratt con una matita, dissi il mio nome. Prese dalla tasca del camice un elenco, cerc e fece una croce. Disse: Sei la penultima. L'ultima, dissi io, la penultima morta. Quel giorno Lola avrebbe potuto salire sul treno con calzamaglia sottilissime. E il giorno dopo uno che conduce a casa le pecore sulla neve avrebbe creduto che sua sorella, con questo freddo, fosse scesa dal treno scalza. Devo essermi trattenuta ancora una volta davanti all'armadio vuoto, prima di trasportare la valigia fuori dal quadrilatero. Poco prima avevo aperto la finestra ancora una volta. Le nuvole in cielo erano come fiocchi di neve sui campi arati. Il sole invernale aveva i denti. Vidi il mio volto sulla finestra e aspettai che il sole spingesse la citt fuori dalla propria luce, perch l sopra, neve e terra, erano sufficienti. Quando andai con la valigia per strada, mi sembr di dover tornare indietro, per chiudere l'anta dell'armadio. La finestra era rimasta aperta. L'armadio forse chiuso. MI recai in stazione, salii sul treno col quale arrivavano le lettere di mia madre.

Quattro ore pi tardi ero a casa. C'era l'orologio a pendolo, c'era la sveglia. La madre si era vestita a festa, o cos mi sembrava, perch non l'avevo vista da tanto. Allung l'indice per passare sopra le mie calzamaglie sottilissime. Non lo fece. Disse: Ho delle mani cos ruvide, ora sei traduttrice. Intorno alla sua mano c'era l'orologio da polso del padre. Lorologio si arrest. Da quando il padre era morto, la madre caricava meccanicamente tutti gli orologi di casa. Al momento di caricarli ho la sensazione di dover smettere, ma poi non smetto. Il nonno dispose le sue figure degli scacchi sul davanzale. Devo immaginare le regine, disse. Lho gi detto, devi intagliarne di nuove, disse la madre. Abbiamo abbastanza legna. Il nonno disse: Non voglio. La nonna che canta gir intorno alla mia valigia. Mi guard in viso e chiese: Chi arrivato. La madre disse: La vedi bene. La nonna che canta chiese: Dov' l'uomo. Dissi: Non ho nessuno. La nonna che canta chiese: Ha un cappello. EDGAR si era trasferito lontano, in una sporca citt industriale. In questa citt tutti facevano pecore di latta e le chiamavano metallurgia. Visitai Edgar a estate inoltrata. E vidi le grosse ciminiere, le rosse nuvole di fumo e gli slogan. La bodega con grappa di gelso torbida e il barcollare verso casa negli isolati deserti. L zoppicavano i vecchi attraverso il prato. I pi piccoli bambini cenciosi mangiavano semi di malva sul bordo della strada. Le loro braccia non riuscivano ancora a raggiungere i rami dei gelsi. I vecchi chiamavano i semi di malva, pane divino. Dicevano che grazie a esso cresce l'intelletto. I cani magri e i gatti non si lasciavano disturbare, visto che cacciavano e balzavano su coleotteri e topi. Quando il sole brucia in piena estate, disse Edgar, tutti i cani e i gatti stanno sotto gli alberi di gelso e dormono. Quando il sole scalda il loro pelo, sono troppo deboli per placare la propria fame. I maiali nell'erba secca mangiano i gelsi in fermento e perdono l'equilibrio. Sono ubriachi come le persone. Quando giunse l'inverno, i maiali vennero macellati tra gli isolati. Quando nevica poco, l'erba rimane insanguinata per tutto l'inverno, disse Edgar. Edgar e io andammo alla scuola fatiscente. Il sole scintillava; ovunque brillasse, c'erano delle mosche. Erano piccole, ma non grigio-opache e indifese come appaiono quelle uscite dall'uovo. Luccicavano di un colore verde e ronzavano quando si poggiavano tra i miei capelli. Si facevano trasportare per qualche passo e ronzavano di nuovo nell'aria. D'estate si siedono sugli animali addormentati, disse Edgar. Si fanno sollevare e abbassare al ritmo del respiro sotto il pelo. Edgar era un insegnante in questa citt. Quattrocento studenti, i pi piccoli di sei anni, i pi grandi di dieci, disse Edgar. Mangiano more di gelso, in modo da ottenere una bella voce per le canzoni del Partito e pane divino per la comprensione della tavola pitagorica. Giocano a calcio per i muscoli delle gambe e si esercitano nella calligrafia per acquisire destrezza nelle dita. Dall'interno viene la dissenteria, dall'esterno pruriti e pidocchi. Le carrozze dei cavalli attraversavano le strade pi speditamente degli autobus. Le ruote delle carrozze sferragliavano, gli zoccoli risuonavano cupi. Qui i cavalli non portavano scarpe dai tacchi alti, ma nappe di lana verdi e rosse davanti agli occhi. Le stesse nappe erano appese alle fruste. I cavalli vengono sferzati con tanta violenza, diceva Edgar, che si accorgono delle nappe delle fruste. Poi le stesse nappe vengono appese ai loro occhi. I cavalli hanno paura e corrono. Negli autobus, diceva Edgar, siede la gente con le teste chine. Si crede che

dormano. I primi giorni mi sono chiesto come riescano a svegliarsi e a scendere alle fermate esatte. Quando si viaggia in autobus con loro, si china la testa come loro. Il pavimento rotto. Attraverso i buchi si vede la strada. VIDI quella citt riflessa nel volto di Edgar, in mezzo ai suoi occhi, sul bordo delle guance e vicino alla bocca. I suoi capelli erano lunghi, il suo volto sembrava una piazza spoglia, che non ama la luce. All'altezza delle tempie trasparivano le vene, i suoi occhi si contraevano senza motivo, le palpebre si abbassavano, come quando un pesce scompare. Questi occhi cambiavano lo sguardo, solo perch li si osservava per un po'. Edgar abitava con l'insegnante di ginnastica, due cucine, una stanza e un bagno. Davanti alle finestre c'erano alberi di gelso e alti arbusti di lappole. Dallo scarico della vasca da bagno risaliva ogni giorno un ratto. Il professore di ginnastica ce l'ha in casa da anni, disse Edgar, gli mette del lardo nella vasca. Si chiama Emil. Mangia anche more di gelso e giovani lappole. Nel volto di Edgar vidi l'ambiente di Lola. Volli cancellare la mia paura per Edgar. La paura credeva che qui, dove Edgar viveva, non si potesse rimanere per tre anni. Ma Edgar doveva rimanere qui, proprio tre anni. Era stato inviato dallo stato. Per questo non dissi nulla su questo posto. Ma la sera tardi, quando guardavamo la mezzaluna attraverso la sua finestra, Edgar disse: Qui vedi dappertutto il quaderno di Lola. grande quanto il cielo. Nella stanza di Edgar l'armadio era vuoto. I suoi vestiti si trovavano in valigia, come se in ogni momento potesse abbandonare il posto, senza fare i bagagli. Non mi sistemo qui, disse Edgar. Vedevo due capelli incrociati sul coperchio della valigia. Edgar disse: L'insegnante di ginnastica curiosa nella mia stanza. Lungo la strada per la scuola fatiscente volli raccogliere gambi di lappole, perch Edgar aveva un vaso e perch i boccioli tardivi si schiudevano ancora. Li piegai e li tirai. Non riuscii a strapparli. Piegati come erano, li lasciai penzolare sul bordo della strada. Nei gambi avevano fibre simili al filo di ferro. Le lappole spinose e sfiorite, che non avevo voluto raccogliere, rimasero attaccate al mio cappotto. Dalle lappole i ragazzi ricavano delle spalline, disse Edgar. Vogliono diventare poliziotti e ufficiali. Queste ciminiere li trasportano in fabbrica. Solo un paio, i pi tenaci tra loro, fin d'ora si attaccano alla vita coi denti. Come le lappole sul tuo cappotto, salteranno sui treni, disse Edgar, e staranno in qualche parte del paese come guardie sul bordo della strada, pronti a tutto. GEORG, in qualit d'insegnante, era stato destinato per tre anni a una citt industriale nella quale fabbricano tutti i meloni di legno. I meloni di legno si chiamavano industria di lavorazione del legno. Edgar aveva visitato Georg. La citt si trovava tra i boschi. Non vi passavano n treni, n autobus. Solo camion con conducenti di poche parole, cui mancavano un paio di dita alle mani, aveva detto Edgar. I camion arrivano vuoti e ripartono carichi di tronchi d'albero. Gli operai rubano scarti di legno e ne fanno parquet, aveva detto Edgar. Chi non ruba, in fabbrica non viene preso sul serio. Per questo non riescono a smettere di rubare e di stendere il parquet, anche quando in tutto l'appartamento ci sono gi pavimenti in legno. Li dispongono lungo le pareti fino in cima al soffitto. Nel centro della citt fischiavano due segherie. Alle estremit delle strade si sentivano le accette spaccare la legna nel bosco. E di tanto in tanto si sentiva cadere a terra, da qualche parte dietro la citt, un albero pesante. Per strada, a tutti gli uomini mancano le dita alle mani, aveva detto Edgar, persino ai bambini.

Quando ricevetti la prima lettera da Georg, la data era vecchia di due settimane. Tanto vecchia, quanto la data sulla lettera di Edgar, che era arrivata tre giorni prima. Aprii la lettera di Georg molto lentamente, come avevo fatto tre giorni prima con la lettera di Edgar, Nella piega del foglio c'era un capello rosso. Tre giorni prima nella lettera di Edgar c'era un capello nero. Dopo l'intestazione c'era un punto esclamativo. Leggendo deglutii, mi aiutai con le labbra, in modo che sul foglio non arrivasse alcuna frase con raffreddato, con le forbici per unghie o le scarpe. Deglutire non aiut. Le frasi arrivarono. Anche leggendo la lettera di Edgar, erano arrivate. Qui la gente ha della segatura tra i capelli e tra le ciglia, aveva scritto Georg. Con la parola in bocca schiacciare tanto quanto coi piedi sull'erba, pensai tra me. Pensai all'ultima passeggiata con Edgar, Kurt e Georg lungo il fiume. Alle gocce di saliva di Georg sulle mie guance, alle sue dita sotto il mio mento. Mi ascoltai, mentre dicevo a Georg: Sei di legno. La frase non era mia. Col legno non aveva nulla a che fare, la frase. Quella volta. Lavevo sentita spesso da altri, quando qualcuno era stato rozzo con loro. Non era nemmeno di questi. Quando qualcuno era rozzo con loro, se la ricordavano, perch l'avevano gi sentita da altre persone che erano state trattate in quel modo. Se mai la frase avesse avuto a che fare col legno, non sarebbe stato importante sapere di chi fosse. Ma aveva solo a che fare con la rozzezza. E quando la rozzezza era finita, anche la frase lo era. Erano passati mesi e la frase non era passata. Era come se avessi detto a Georg: Diventerai di legno. I miei capelli non danno nell'occhio, perch sono rossicci anche senza segatura, c'era scritto nella lettera. Attraverso la citt senza meta. E davanti a me cammina qualcuno senza meta. Quando la strada comune pi lunga, i nostri passi si accordano l'uno con l'altro. Qui si rispetta una distanza di quattro grandi passi, per non disturbarsi reciprocamente. Davanti badano che i miei passi non si avvicinino troppo. Dietro bado che le loro schiene non mi si avvicinino troppo. Ma gi un paio di volte accadde diversamente: Quello davanti a me infil improvvisamente le due mani nelle tasche dei pantaloni. Rimase fermo, rovesci le sue tasche e scosse fuori la segatura. Batt la polvere fuori dalle tasche e io lo superai. Poco dopo lo sentii dietro di me pi lontano di quattro passi, poi lontano quattro passi. Poi attaccato alla mia nuca. Mi super e inizi a correre. Da quando non aveva pi segatura nelle sue tasche, aveva una meta. I vecchi tagliavano dei ramoscelli, li spezzettavano e v'incidevano un solco e dei fori. L'estremit anteriore la tagliavano piatta, diventava un bocchino. Di ogni ramo che afferravano, scrisse Georg, facevano un fischietto. Ci sono fischietti che non sono pi lunghi delle dita di un bambino, aveva detto Edgar e ci sono fischietti tanto lunghi, quanto una persona cresciuta. I vecchi fischiettavano nei boschi e facevano impazzire gli uccelli. Negli alberi e nei nidi, gli uccelli s'ingannavano. E quando volavano fuori dal bosco, scambiavano l'acqua delle pozzanghere per nuvole. Precipitavano a terra morti. Qui solo un uccello fa la sua vita, scrisse Georg, l'averla. Il suo richiamo si distingue da tutti i fischi. Fa impazzire i vecchi. Si tagliano rami di olivello spinoso e si pungono le mani con le spine, fino a farle sanguinare. Dal legno ricavano fischietti corti quanto le dita e lunghi quanto i bambini, ma l'averla non impazzisce.

Edgar aveva detto che l'averla, quando sazia, continua a cacciare. I vecchi si aggirano furtivamente intorno all'olivello e fischiettano. L'uccello vola sopra le loro teste nella sterpaglia e si appollaia. Non si lascia disturbare. Infilza tranquillamente le sue prede nelle spine, per la fame del giorno seguente. Bisognerebbe essere cos, scrisse Georg. Io sono cos, mi sono comprato due paia di scarpe in una settimana. Tre giorni prima avevo letto in una lettera di Edgar: Questa settimana per ben due volte non ho trovato le mie scarpe. Quando passavo davanti ai negozi di scarpe, pensavo alla perquisizione. Mi affrettavo. La sarta diceva: Le scarpe per bambini sono troppo care. Poich parlava di scarpe, solo di scarpe, dovetti ridere. Disse: Tu non hai figli. Ho pensato a qualcos'altro, dissi. KURT veniva in citt ogni settimana. Era ingegnere in un mattatoio. Si trovava al margine di un paese, non lontano dalla citt. La citt sorge troppo vicino, per abitare in paese, disse Kurt. Gli autobus viaggiano in direzione opposta. Al mattino, quando devo trasferirmi in paese per lavoro, un autobus esce dal paese verso la citt. Di pomeriggio, dopo il lavoro, un autobus si dirige dalla citt verso il paese. Ci ha una sua ragione, non vogliono che nel mattatoio lavorino persone che quotidianamente possono viaggiare in citt. Vogliono solo gente del paese, che lo abbandonano raramente. Quando giungono i nuovi arrivati, diventano rapidamente complici. A loro occorrono pochi giorni, per tacere come gli altri e bere sangue caldo. Kurt controllava dodici operai. Collocavano tubi di riscaldamento nell'area del mattatoio. Kurt era raffreddato da tre settimane. Ogni settimana dicevo: Devi rimanere a letto. Gli operai sono intasati quanto me e non rimangono a letto, diceva lui. Quando manco, non fanno nulla e rubano tutto. Noi non usavamo la parola raffreddato, dato che questa stava nelle lettere. Georg bevve tre tazze di te nella mezz'ora in cui io ne bevvi una. Guardai nella tazza e pensai tra me: Beve tre volte tanto e sorseggia. Poi disse: I bambini della scuola di Georg non vogliono saperne nulla della fabbrica e del parquet dei loro genitori e dei fischietti dei loro nonni. Dalle assi ricavano pistole e armi. Vogliono diventare poliziotti e ufficiali. Quando al mattino vado al mattatoio, i bambini in paese vanno a scuola, disse Kurt. Non hanno n un quaderno, n un libro, solo un pezzo di gesso. Cos disegnano pareti e recinti pieni di cuori. Sono solo cuori intrecciati l'uno all'altro. Cuori di manzo e di maiale, che altro. Questi bambini sono gi complici. La sera, quando ricevono i baci, sentono che i loro padri bevono sangue e vogliono andare l. AVEVO scritto a Edgar: Sono raffreddata da una settimana e non trovo le mie forbici per unghie. A Georg avevo scritto: Sono raffreddata da una settimana e le mie forbici per unghie non tagliano. Forse non avrei dovuto scrivere raffreddata e forbici per unghie in un'unica frase, forse nella lettera avrei dovuto scrivere raffreddata e forbici per unghie separatamente. Forse avrei dovuto scrivere prima forbici per unghie e poi raffreddata. Ma raffreddata e forbici per unghie erano state un'unica battitura, pi grande della mia testa, dopo che per un pomeriggio intero avevo formulato, soprappensiero, delle frasi con raffreddata e forbici per unghie, per trovare quella giusta. Raffreddata e forbici per unghie mi avevano estromesso dal loro senso proprio e dal nostro senso comune. Non vi trovai nient'altro e le lasciai ferme in una frase che forse andava bene e sicuramente male. Cancellare in quest'unica frase raffreddata e forbici per unghie e inserire poi un altro paio di

frasi sarebbe stato ancora peggio. Cancellare solo raffreddata e forbici per unghie sarebbe stato indice, ancor pi stupido di una brutta frase. Dovetti infilare due capelli nelle lettere. Davanti allo specchio i miei capelli erano lontani da me e vicini da afferrare, come il pelo di un animale che il cacciatore vede attraverso il cannocchiale. Dovetti strappare due capelli, che non andassero persi, due capelli da lettera. Nel punto in cui crescevano, sopra la fronte, sulla tempia sinistra o sulla destra, o in mezzo alla testa. Mi pettinai, rimasero capelli sul pettine. Ne misi uno nella lettera di Edgar e uno in quella di Georg. Qualora il pettine si fosse sbagliato, non ci sarebbero stati pi capelli da lettera. Alla posta leccai i francobolli. Accanto all'ingresso telefonava un uomo che mi pedinava ogni giorno. Portava una borsa di lino bianca e teneva un cane al guinzaglio. La borsa era leggera, bench fosse piena per met. La portava, giacch non sapeva dove conducesse la mia strada. Entrai nel negozio. Poco dopo s'infil nella coda, dovette legare il cane. Tra me e lui c'erano quattro donne. Quando uscii dal negozio, riprese a pedinarmi col cane. La borsa di lino nella sua mano non era pi piena di prima. Telefonando, aveva tenuto in una mano il guinzaglio e il ricevitore. Nell'altra la borsa di lino. Parl e guard come la mia lingua leccasse i francobolli. Incollai i francobolli, bench gli angoli non fossero ancora umidi. Imbucai le lettere nella cassetta postale sotto i suoi occhi, come se l fossero protette dalle sue mani. QUELLUOMO non era il capitano Pjele. Il cane era forse Pjele. Ma il capitano Pjele non era l'unico ad avere un cane lupo. Ero stata interrogata dal capitano Pjele senza il cane Pjele. Forse il cane Pjele aveva avuto una pausa per mangiare o dormire. Forse il cane Pjele veniva ammaestrato in una stanza di questo intricato edificio e imparava qualcosa di nuovo, o si allenava sul vecchio, mentre il capitano Pjele mi interrogava. Forse il cane Pjele era per strada con l'uomo e la borsa di lino, a pedinare qualcun altro. Magari con un altro uomo senza una borsa di lino. Forse il cane Pjele seguiva Kurt, mentre il capitano mi interrogava. Gli uomini erano tanti quanti i cani. Tanti, quanti i peli su un cane. SUL tavolo c'era un foglio. Il capitano Pjele disse: Leggi. Sul foglio c'era la poesia. Leggi ad alta voce, cos ci divertiamo entrambi, disse il capitano Pjele. Io lessi ad alta voce: Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola cos infatti con gli amici dove il mondo pieno di terrore anche mia madre diceva del tutto normale non mettere in discussione gli amici pensa a cose pi serie. Il capitano Pjele chiese: Chi ha scritto questo. Dissi: Nessuno, un canto popolare. Allora patrimonio del popolo, disse il capitano Pjele, allora il popolo pu continuare a comporre poesie. S, dissi. Allora componi, disse il capitano Pjele. Non so comporre, dissi. Ma io, s disse il capitano Pjele. Io compongo e tu scrivi ci che compongo, cos ci divertiamo entrambi: Avevo tre amici in ogni pezzetto di nuvola cos infatti con le puttane dove il mondo pieno di nuvole anche mia madre diceva del tutto normale non mettere in discussione tre amici pensa a cose pi serie. Dovetti cantare ci che il capitano Pjele aveva composto. Cantai, senza udire la mia voce. Dalla paura caddi nella paura pi certa. Quella sapeva cantare, come l'acqua. Forse la melodia derivava dalla pazzia della mia nonna che canta. Forse conoscevo canzoni che la sua mente aveva dimenticato. Forse doveva scorrere sulle mie labbra quello che esisteva nella sua testa rotta.

IL BARBIERE del nonno vecchio come il nonno. vedovo gi da tanti anni, bench la sua Anna fosse giovane quanto mia madre. A lungo non riuscito a rassegnarsi alla morte della sua Anna. Quando Anna era ancora in vita, mia madre diceva: Ha una bella parlantina. Quando il campo del nonno fu espropriato, Anna aveva detto alla nonna che canta: Ora possiedi ci che guadagni. Quando sul campo sportivo del paese sventolava la bandiera con la croce uncinata, la nonna che canta aveva denunciato il fidanzato di Anna al capogruppo del posto. Aveva detto: Il fidanzato di Anna non viene all'alzabandiera, perch contro il Fhrer. Due giorni dopo venne un'auto dalla citt, che port via il fidanzato di Anna. Era sparito da allora. Quando la guerra era passata da molto tempo, disse mia madre, il barbiere spos questa giovane Anna. Il barbiere ringrazia ancora oggi la nonna, per aver ricevuto questa bellissima donna. Quando taglia i capelli al nonno, quando gioca a scacchi, dice: Le donne bellissime non invecchiano, muoiono prima di diventare brutte. Ma non c' alcun motivo per essere grati, disse la madre. La nonna non voleva fare nulla contro Anna e nulla per il barbiere. Aveva dichiarato questo, perch suo figlio era ancora in guerra e il fidanzato di Anna non veniva chiamato alle armi. IL CAPITANO Pjele prese il foglio e disse: Hai composto bene, i tuoi amici si rallegreranno. Dissi: Questo l'hanno composto loro. No, no, disse il capitano Pjele, questa proprio la tua scrittura. Quando ebbi il permesso di andarmene, il capitano Pjele si lament dei suoi dolori ai reni e disse: Sei fortunata con me. ALL'INTERROGATORIO successivo il capitano Pjele disse: Oggi cantiamo senza partitura. Cantai, nella paura assoluta irruppe di nuovo la melodia. Non la dimenticai mai pi. Il capitano Pjele chiese: Cosa fa una donna a letto con tre uomini. Tacqui. Deve trattarsi senz'altro di un'ammucchiata, come un matrimonio di cani, disse il capitano Pjele. Per non vi volete sposare, una cosa simile la possono fare solo le coppie, non i gruppi. Che padre ti prendi per tuo figlio. Dissi: A parole non si rimane incinta. No, no, disse il capitano Pjele, un bambino d'oro lo si mette al mondo in fretta. Prima che me ne potessi andare, il capitano Pjele disse: Voi siete una semente cattiva. Quanto a te, ti faremo affogare. Una semente cattiva sembrava pap, pensai tra me, quando prendeva cardi da latte da sotto il tallone. Scrissi due lettere con una virgola dopo l'intestazione: Caro Edgar, Caro Georg, Quando il capitano Pjele leggeva le lettere, la virgola doveva tacere, in modo che lui le chiudesse con la colla e le inviasse oltre. Ma quando Edgar e Georg aprivano le lettere, la virgola doveva urlare. Una virgola, che tacesse e urlasse, non esisteva. La virgola dopo l'intestazione era diventata fin troppo grossa. NON potevo tenere pi a lungo nello studio, dietro le cartelle, il pacchetto coi libri e le lettere. Andai dalla mia sarta per dimenticarlo l, finch non gli avessi trovato, in fabbrica, un posto pi sicuro. La sarta stirava. Il metro stava attorcigliato sul tavolo. Nella stanza l'orologio ticchettava. Sul letto c'era un vestito a fiori grandi. Sulla sedia sedeva una giovane donna. La sarta disse: Teresa. La conosco dalla fabbrica, dissi, aveva

avuto a lungo un braccio ingessato. Solo quando Teresa rise, la esaminai. Ora il mio braccio destro col sole si abbronzato e quello sinistro completamente bianco, disse Teresa. Quando si gira con le maniche lunghe, non lo si vede. L'orologio ticchettava nella stanza. Teresa si svest e scivol nel vestito fiorito col braccio abbronzato. Imprec, perch gi non riusciva a entrare. La sarta disse: Il collo non si trasforma in manica, anche se imprechi. Quando Teresa indoss il vestito, disse: Un anno fa immaginavo ogni imprecazione che sentivo. I colleghi in ufficio se n'erano accorti. Ogni volta che qualcuno imprecava, chiudevo gli occhi. Dicevano: In modo da veder meglio l'imprecazione. Li chiudevo per non vederla pi. Quando al mattino arrivavo al lavoro, sulla mia scrivania c'erano dei fogli. Sopra c'erano disegnate imprecazioni, ascensioni di fiche e di cazzi. Quando qualcuno imprecava, m'immaginavo le ascensioni sui fogli e dovevo ridere. Dicevano che chiudevo gli occhi anche ridendo. Poi anch'io iniziai a imprecare. All'inizio solo in fabbrica. Lorologio ticchettava nella stanza. Non mi tolgo pi il vestito, disse Teresa, tiene caldo. La sarta disse: Perch imprechi. Perch grosso, disse Teresa. Una stoffa fiorita sempre una stoffa estiva, disse la sarta, non girerei con questa d'inverno. Ora impreco dappertutto, disse Teresa. Si tolse il vestito. L'orologio ticchettava anche allo specchio. Il collo di Teresa era troppo lungo, i suoi occhi troppo piccoli, le sue scapole troppo appuntite, le sue dita troppo grosse, il suo sedere troppo piatto, le sue gambe troppo storte. Tutto quello che vedevo indosso a Teresa, si rifletteva in modo orribile col ticchettio dell'orologio. Da quando non potevo pi carezzare le nappe di lana sulle pantofole del padre, nessun orologio aveva ticchettato cos forte. Andresti in giro con questo vestito d'inverno, chiese Teresa. Il vestito non aveva alcuna cintura. Annuii e vidi che Teresa era brutta, perch il ticchettio dell'orologio la smembrava. Subito dopo, senza specchi, la bruttezza di Teresa da solita, divenne insolita. Pi bella che nelle donne che erano belle da subito. La sarta chiese: Come sta tua nonna. Dissi: Canta. LA MADRE sta davanti allo specchio e si pettina. La nonna che canta si avvicina alla madre. La nonna che canta afferra con una mano la treccia nera della madre e con l'altra la propria treccia grigia. Dice: Ora ho due bambini e nessuno mio. Mi avete ingannato entrambi, pensavo foste biondi. Toglie alla madre il pettine, sbatte la porta e se ne va col pettine in giardino. QUANDO Teresa prese le carte dal tavolo dello specchio, seppi perch l'orologio nella stanza ticchettasse cos forte. Tutti nella stanza aspettavano. Ma non la stessa cosa. La sarta e Teresa volevano che me ne andassi prima che alzassero le carte. Io volevo che alzassero le carte prima che me ne andassi. Solo quando la sarta lesse sulle carte la fortuna a Teresa, potei dimenticare la scatola della casa estiva, senza dare nell'occhio. LA SARTA era pi conosciuta per la lettura delle carte, che per la cucitura dei vestiti. La maggior parte dei clienti non le svelavano perch c'andassero. Ma la sarta vedeva che avevano bisogno di fortuna per la fuga. E alcuni mi fanno pena, disse la sarta, pagano molti soldi, ma non posso cambiare la loro sorte. La sarta si prese un bicchier d'acqua e ne bevve un sorso. Sento chi crede alle proprie carte disse e pose il bicchiere sul tavolo. Tu credi alle carte, ma temi la mia lettura. La sarta guard il mio orecchio. Mi sentii bollire. Tu non conosci le tue carte, disse, ma ci devi convivere. Io prevedo la sfortuna e a volte non la devo sopportare. La sarta sollev il bicchiere. C'era un anello d'acqua sul tavolo, non dov'era

stato il bicchiere, ma davanti alla mia mano. Sentii freddo. Tacqui, la sarta bevve un sorso d'acqua. IL FIUME e i sassi lungo il fiume. Il percorso inferiore, dove termina il sentiero. L si doveva invertire la direzione, se si voleva tornare in citt tutti interi. Di solito tutti facevano inversione, perch non volevano sentire i sassi appuntiti attraverso le suole delle scarpe. Talvolta uno non tornava indietro, perch voleva entrare in acqua. La ragione non era il fiume che era uguale per tutti, diceva la gente. La ragione, si diceva, stava in colui che non voleva tornare indietro. Egli era un'eccezione. Poich stavolta non volevo tornare indietro, proseguii in mezzo ai sassi a punta. Questa era una meta. Non di quelle che, come aveva scritto Georg, arrivava con le tasche vuote. La mia meta era l'opposto. Riempivo le mie tasche con due grossi sassi. Il giorno prima mi ero recata in un isolato sconosciuto, per guardare a terra dalla finestra del corridoio del quinto piano. Non c'era nessuno l, era abbastanza profondo, avrei potuto saltare. Ma il cielo, proprio sopra la testa, era troppo vicino. Cos come pi tardi, lungo il fiume, era troppo vicina l'acqua. Come gli uccelli dei vecchi, ero impazzita per il fischiettio. Mi fischiettava la morte. Poich non riuscii a saltare, tornai al fiume il giorno seguente. E quello dopo ancora. C'erano tre paia di sassi sulla riva, uno dietro l'altro, come nei giorni in cui stavo al fiume. Ogni volta me n'ero scelta un altro paio. Non dovevo cercarli a lungo, molti si offrivano, per sprofondare con me. Ma erano quelli sbagliati. Dalle tasche del cappotto tornavano indietro sulla terra. E me ne tornavo di nuovo in citt. UN LIBRO della casa estiva s'intitolava: Suicidarsi. Dentro c'era scritto che ogni testa ha un solo modo di morire. Per giravo qua e l tra la finestra e il fiume, in un cerchio freddo. La morte mi fischi da lontano, dovetti prendere la rincorsa verso di lei. Avevo me stessa quasi in pugno, solo una piccolissima parte non partecip. Forse era la bestia del cuore. Dopo la morte di Lola, Edgar aveva detto: Quello era un gesto sicuro. Paragonata a Lola ero ridicola. Andai al fiume ancora una volta, per distribuire sulla riva i sassi appaiati tra altri sassi. Lola sapeva bene come si lega il sacco con una cintura. Se avesse voluto il sacco con dentro il fiume, Lola avrebbe saputo come si appaiano i sassi. Una cosa simile non c'era in nessun libro. Allora leggendo pensai: Se un giorno avessi bisogno della morte, saprei come procedere. Nel libro le frasi erano cos attaccate, come se poi facessero ci che era necessario. Quando le trascinai sulla mia pelle, si smembrarono e mi lasciarono correre. Risi forte, quando separai i sassi appaiati sulla riva l'uno dall'altro. Avevo fatto un passo falso con la morte. Ero cos stupida, scacciavo il pianto col riso. Cos testarda, che rimuginavo: Il fiume non il mio sacco. Ti affogheremo, in questo il capitano Pjele non sarebbe riuscito. EDGAR e Georg non giunsero, finch non ci furono le vacanze estive. N loro, n Kurt si accorsero che la morte mi aveva fischiato. Ogni settimana Kurt mi raccontava del mattatoio. Sgozzando, gli operai bevevano sangue caldo. Rubavano budella e cervello. Di sera gettavano prosciutti di manzo e maiale oltre il recinto. I loro fratelli e cognati aspettavano in macchina e li invitavano. Infilavano code di mucca su dei ganci e le lasciavano essiccare. Alcune code di mucca, essiccandosi, diventavano rigide,

altre rimanevano flessibili. Le loro mogli e i loro bambini sono complici, disse Kurt. Le dure code di mucca vengono utilizzate dalle mogli come spazzole per bottiglie, quelle flessibili dai bambini come giocattolo. Il fatto che avessi dovuto cantare davanti al capitano Pjele, non spavent Kurt. Disse: Ho quasi gi dimenticato la bella poesia. Mi sento come il frigorifero con le lingue e i reni di Lola. Ma l dove sono, ognuno come il frigorifero di Lola. L c' la sala da pranzo grande quanto il paese. Cercavo di pronunciare cattiva semente e matrimonio di cani con la voce del capitano Pjele. Kurt colse il timbro del capitano Pjele meglio di me. Cominci a ridere, a ridere cos forte, che la sua gola piena di muco rantolava. Improvvisamente Kurt deglut e chiese: Dov'era il cane, perch il cane Pjele non c'era. IL SACCO col fiume non apparteneva a me. Non apparteneva a nessuno di noi. Il sacco con la finestra non apparteneva a me. Appartenne pi tardi a Georg. Il sacco con la corda appartenne ancora pi tardi a Kurt. Edgar, Kurt, Georg e io allora non lo sapevamo ancora. Si dovrebbe poter dire: Nessuno lo sapeva allora. Ma il capitano Pjele non era nessuno. Forse il capitano Pjele allora non pensava ancora al primo sacco e per lungo tempo non pens al secondo. O il capitano Pjele pens a entrambi e li ripart negli anni. Non riuscivamo a immaginarci i pensieri del capitano Pjele. Pi ci pensavamo, meno capivamo. Come io dovevo imparare a ripartire raffreddato e forbici per unghie in una lettera, cos il capitano Pjele doveva imparare a ripartire negli anni la morte di Georg e Kurt. Forse. Non seppi mai cosa ci fosse da dire sul capitano Pjele, cosa fosse giusto. E cosa ci fosse da dire su di me, lo seppi solo in un secondo momento, a volte dopo tre tentativi. Ma poi era sempre sbagliato. TRA l'inverno e l'estate sentii di cinque cadaveri lungo la riva del fiume, che si erano impigliati nella sterpaglia dietro la citt. Tutti ne parlavano, come se si trattasse delle malattie del dittatore. Scuotevano la testa e tremavano. Anche Kurt. Accanto al mattatoio, Kurt aveva visto un uomo nella sterpaglia. Gli operai erano in pausa e corsero nella sala grande a riscaldarsi. Kurt non and con loro, perch non voleva vedere come bevessero sangue. Gironzol in cortile e fiss il cielo. Quando torn indietro, ud una voce. Chiedeva dei vestiti. Quando la voce tacque, Kurt vide un uomo rasato nella sterpaglia. Indossava solo biancheria invernale. Subito dopo la pausa, quando gli operai erano nella fossa fino al collo, Kurt and di nuovo nella sterpaglia. Pisci e mise l un paio di pantaloni e una giacca. L'uomo rasato era sparito. La sera Kurt pass di nuovo accanto alla boscaglia, i vestiti erano spariti. La polizia e l'esercito perlustrarono la zona. Il giorno dopo anche il paese. Gli operai sostenevano che era stato trovato il berretto di un detenuto in un campo di rape dietro il mattatoio. Probabilmente quell'uomo giaceva la sera stessa nel fiume, disse Kurt. Che non sia proprio lui, quello che hanno trovato, lui ha addosso i miei vestiti. Avevo un sapore amaro in bocca. Per tre cadaveri nel fiume mi ero allenata a cercar sassi.

Forse anche per lui. Non dev'essere lui, dissi. IN fabbrica tradussi manuali per macchine idrauliche. Per me le macchine erano un grosso dizionario. Stavo seduta alla scrivania. Andavo raramente nelle sale. Il ferro delle macchine e il dizionario non avevano nulla a che fare l'uno con l'altro. Le illustrazioni tecniche mi sembravano dei patti tra pecore di latta e turnisti: operaio giornaliero, operaio notturno, caposquadra, miglior operaio, manovale. Ci che trafficavano con le mani, non aveva bisogno di alcun nome nella testa. Invecchiavano cos, se non fuggivano prima o non subivano incidenti o se non morivano. Tra le copertine del dizionario erano contenute tutte le macchine di questa fabbrica. Io ero esclusa dalle rotelle e dai bulloni. LA SVEGLIA si fermata poco dopo mezzanotte. La madre si sveglia intorno a mezzogiorno. Carica la sveglia, non ticchetta. La madre dice: Senza la sveglia non far mattina. La madre avvolge la sveglia in un giornale. Spedisce la bambina con la sveglia dall'orologiaio Toni. L'orologiaio Toni chiede: Quando ne avete bisogno di nuovo. La bambina dice: Senza sveglia non far mattina. Poi di nuovo mattina. Intorno a mezzogiorno la madre si sveglia e manda la bambina a prendere la sveglia. L'orologiaio Toni getta due mani piene di sveglie in una ciotola e dice: Con questa macchina finita. Tornando a casa la bambina rovista nella ciotola e ingoia la rotella pi piccola, la matita pi corta, la vite pi sottile. La seconda rotella pi piccola DA quando Teresa indossava il vestito fiorito, veniva da me in ufficio ogni giorno. Non voleva iscriversi al Partito. La mia coscienza non sufficientemente evoluta, aveva detto alla riunione e oltretutto impreco fin troppo. Tutti hanno riso, disse Teresa. Posso rifiutarmi, perch mio padre qui in fabbrica era un'autorit. Ha annaffiato ogni monumento. Ora vecchio. Vedevo un ambiente spoglio nel volto di Teresa, nelle ossa delle sue guance, o in mezzo ai suoi occhi, o intorno alla sua bocca. Una bambina di citt che, parlando, coordinava bene le parole con le mani. Dove in me c'era il vuoto, Teresa di sua iniziativa non si avventurava. Forse una sola volta, quando le piacqui senza motivo. Forse perch rimasi fuori dai gesti delle mie mani. E da molte parole. Non solo quelle che Edgar, Kurt, Georg e io avevamo concordato per le lettere. Altre aspettavano nel dizionario, quelle che avevano fatto incontrare reciprocamente gli operai con le pecore di latta. Io le scrissi a Edgar e a Georg: Madre di bulloni, collo di cigno, coda di rondine TERESA conversava ingenuamente. Parlava tanto e rifletteva poco. Diceva scarpe ed erano solo scarpe. Quando il vento sbatteva la porta, imprecava a lungo, come se qualcuno fosse morto durante la fuga. Mangiammo insieme e Teresa mi mostr le ascensioni delle imprecazioni sulla carta. Teresa rise fino a inumidirsi i piccoli occhi. Voleva trascinarmi nella risata e mi osservava. Vidi sui fogli le budella degli animali sgozzati. Non riuscii a continuare a mangiare. Dovetti raccontare di Lola. Teresa strapp le ascensioni. Anch'io stavo nella grande sala, disse Teresa, dovevamo andarci tutti. MANGIAVAMO insieme ogni giorno e ogni giorno Teresa indossava un vestito diverso. Con quello fiorito, Teresa girava solo un giorno. Aveva vestiti dalla Grecia e dalla Francia. Maglioni dall'Inghilterra e jeans dall'America. Aveva cipria, rossetti e mascara dalla Francia, gioielli dalla Turchia. E calzamaglie sottilissime dalla Germania. Alle donne dell'ufficio, Teresa non piaceva. Si intuiva cosa pensassero, quando vedevano Teresa. Pensavano: Tutto ci che

Teresa indossa vale una fuga. Diventarono invidiose e tristi. Cantarono coi colli torti: Chi ama e abbandona Dio lo deve punire lo deve punire Dio col passo del coleottero il ronzio del vento la polvere della terra. Cantarono la melodia per se stesse e per la fuga. La maledizione della canzone per valeva per Teresa. Le persone in fabbrica mangiavano spek giallognolo e pane raffermo. Teresa dispose sulla mia scrivania con le sue dita grassocce, una sopra l'altra, delle sottilissime fette di prosciutto, formaggio, verdura e pane. Disse: Ti faccio dei piccoli soldati, in modo che anche tu mangi qualcosa. Innalz sul tavolo delle torrette tra pollici e indici, le rivolt e le cacci in bocca. Chiesi: Come mai questi sono soldatini. Teresa disse: Si chiamano cos. Il cibo di Teresa era adatto a lei. Aveva il sapore di suo padre. Lui lo ordinava nella mensa del Partito. Gli viene portato ogni settimana in macchina davanti alla porta di casa, disse Teresa. Mio padre non deve andare a far la spesa, va a visitare i suoi monumenti e porta inutilmente per la citt la borsa della spesa. Chiesi: Ha un cane. I BAMBINI della sarta dissero: Nostra madre da un cliente. Vidi i bambini per la prima volta. Non ero curiosa nei loro confronti. Chiesero: Chi sei. Dissi: Un'amica. In quel momento sussultai, perch sentivo di non essere nessuno. I bambini avevano labbra e dita blu scuro. Quando la matita asciutta, dissero i bambini, scrive grigio. Con uno sputo scrive blu come la notte. Pensai tra me: Ora per la prima volta sono presenti dei bambini, perch per la prima volta sono qui senza altre intenzioni, perch qui non voglio dimenticare nulla. Qualcosa invece volevo dimenticare, la morte del pazzo presso la fontana a getto. LUOMO col papillon nero giaceva morto sull'asfalto, dov'era stato per anni. La gente si era accalcata attorno a lui. Il mazzo di fiori appassiti era schiacciato. Kurt aveva detto, i pazzi della citt non muoiono mai. Quando cadono a terra, uno uguale si alza dall'asfalto per rimpiazzarlo. L'uomo col papillon nero era caduto. Dall'asfalto si erano alzati altri due, un poliziotto e una guardia. Il poliziotto cacci via gli astanti. I suoi occhi sfavillavano, la sua bocca era bagnata, a forza di gridare. Aveva portato con s la guardia, che era abituata a trascinare le persone e a bastonarle. La guardia si mise davanti alle suole delle scarpe del morto e infil le mani nelle tasche del suo cappotto. Il cappotto odorava di nuovo, salato e unto, come le stoffe impregnate dei negozi. Aveva maniche troppo corte, come tutte le unit di misura delle guardie. Il cappotto della guardia era presente. Anche il nuovo berretto della guardia. Solo gli occhi sotto il berretto erano assenti. Forse l'orma dell'infanzia paralizzava la guardia accanto a questo morto. Forse c'era un paese nella sua testa. Forse gli veniva in mente il padre, che era gi morto. Forse una lettera con la malattia della madre. O un fratello che, da quando la guardia se n'era andata di casa, doveva trasportare le pecore dalle zampe rosse. La bocca della guardia era troppo grande per questa stagione. Era aperta, poich d'inverno mancavano le prugne verdi per riempirla. Accanto al morto, che dopo tanti anni avrebbe presto rivisto sua moglie sotto terra, la guardia non poteva bastonare, I BAMBINI della sarta scrissero i loro nomi in blu come la notte chiss quante volte sul foglio. Litigarono per lo spazio sulla carta. Il litigio non era chiassoso: Puzzi di cipolle.

Hai i piedi piatti. Tu, coi tuoi denti storti. Hai i vermi nel buco del culo. Sotto il tavolo i piedi dei bambini non arrivavano a terra. Sopra il tavolo, mani di bambini si pungevano con delle matite. La rabbia sui loro volti era ostinata e adulta. Pensai tra me: Mentre la loro madre ritarda, loro crescono. Cosa succede se in un quarto d'ora crescono, spingono il tavolo col sedere e se ne vanno. Come lo dico alla sarta, quando ritorna a casa e posa la chiave, che i bambini questa chiave non l'adoperano pi. Se non osservavo i bambini, non riuscivo a distinguere le loro voci. Allo specchio c'erano il mio volto e i grandi occhi di una nessuno. Non avevano alcun motivo di osservarmi. LA SARTA arriv e pose la chiave sul tavolo dello specchio, le carte e il metro arrotolato li poggi sul tavolo. Disse: La mia cliente ha un compagno che schizza fino al soffitto. Suo marito non sa che le macchie sopra il letto sono di sperma. Sembrano macchie d'acqua. Ieri ha portato a casa suo cugino dal turno di notte. Col tempo umido sono saliti sul tetto e hanno cercato tegole rotte. C'erano due tegole rotte, ma non sopra il letto. Il cugino ha detto: Quando il vento soffia di traverso, anche la pioggia cade di traverso. Il marito della mia cliente domani vuole verniciare il tetto. Ho cercato di convincerlo ad aspettare ancora fino alla primavera, disse la sarta. Sapete bene, gli ho detto, che alla prossima pioggia accadr nuovamente. La sarta accarezz uno dei due bambini sui capelli. L'altro si appoggi con la testa sul suo braccio, anche lui voleva essere accarezzato. Cos sua madre and in cucina e port un bicchier d'acqua. Voi talpe, disse, le matite in bocca sono velenose, immergetele in acqua. Quando prese un foglio vuoto, il bambino accarezzato allung la mano. Ma lei pos il foglio sul tavolo. Il compagno riesce a portare un secchio mezzo pieno d'acqua attaccato al pene, disse la sarta, me l'ha mostrato una volta. Io ho avvertito la cliente. Il suo compagno viene dal sud, da Scornicesti. il pi giovane di undici figli. Di questi, sei vivono ancora. Con uno cos non si ha alcuna fortuna. Pronosticai il gesso al braccio anche a Teresa. Voi due siete molto diverse, disse la sarta, ma talvolta una fortuna. Tutti quelli che mi conoscono mi credono. UN UOMO trascin per strada un secchio da una casa irregolare. Lasci il cancello aperto. In cortile c'era un sole pallido. L'acqua nel secchio era gelata. L'uomo rovesci il secchio in una vasca e vi diede un calcio con la scarpa. Quando sollev il secchio, sul pavimento c'era un ratto congelato in un cono di ghiaccio. Teresa disse: Quando il ghiaccio si scioglie, scappa via. Nella casa irregolare l'uomo era sparito in silenzio. Il cancello aveva cigolato e il pallido sole era nuovamente rinchiuso in cortile. Quando Teresa smise di imprecare, chiesi: Il fiume ancora cos fortemente ghiacciato. A tante domande Teresa non rispose. Alcune domande le posi pi di una volta. Altre non le posi pi, perch io stessa le dimenticai. C'erano comunque cose che non dimenticai e sulle quali non feci pi domande, perch Teresa non doveva sapere che per me erano importanti. Perci aspettai una buona occasione. Quando si present la buona occasione, non ero sicura che si trattasse di una buona occasione. Lasciai che passasse il tempo, finch Teresa si occupava di altre cose. Poi termin ogni occasione, non solo quella buona. Dovetti aspettare di nuovo una buona occasione. Ad alcune domande Teresa non rispose, perch parlava troppo. A forza di parlare, si toglieva il tempo per riflettere. Teresa non riusciva a dire: Non lo so. Se avesse dovuto dirlo, avrebbe aperto le labbra e avrebbe detto qualcosa di completamente diverso. Perci in

primavera, quando il capitano Pjele telefon in ufficio e mi fiss un interrogatorio, non sapevo ancora se il padre di Teresa andasse a visitare i suoi monumenti con un cane. Temevo che il capitano Pjele venisse in fabbrica. Subito dopo la telefonata trasportai i libri dalla casa estiva all'ufficio di Teresa. Conversava e rideva coi colleghi e mise la scatola accanto al suo armadio. Non chiese cosa contenesse la scatola. Teresa accett la scatola sulla fiducia, mentre io non ne avevo alcuna per lei. LUNGO la strada con le case accidentate, c'erano le prime mosche alle pareti. Lerba nuova era cos verde, che il suo colore penetrava negli occhi. La si vedeva crescere. Ogni giorno, quando Teresa e io uscivamo dalla fabbrica, era pi alta di una spanna. Pensavo tra me: L'erba sulla strada cresce pi in fretta della seconda fioritura del ciclamino nell'ufficio del capitano Pjele, durante l'interrogatorio di Georg. E tra le case aspettavano alberi tanto spogli, che ad ogni passo s'indugiava davanti alle ombre dei loro rami per terra. L le ombre si allungavano come corna. La giornata lavorativa era terminata. I nostri occhi non erano ancora abituati al sole abbagliante. Sui rami non c'era alcun pezzettino di foglia. L'intero cielo pass sopra la testa a me e a Teresa. La testa di Teresa divent spensierata e si calm. Teresa alz e abbass la testa sotto un albero tanto a lungo, che l'ombra della sua testa tocc per terra le corna. Per terra c'era un animale. Teresa barcoll con la schiena sul tronco sottile. Le corna oscillarono, persero il loro animale e lo ritrovarono. Teresa scosse la testa, l'animale perse le sue corna e ritorn. Quando l'inverno era passato, disse Teresa, molte persone passeggiavano in citt col primo sole. Mentre passeggiavano, videro avanzare lentamente verso la citt un animale sconosciuto. Arrivava a piedi, bench avesse potuto volare. Teresa sollev il cappotto aperto con le mani nelle tasche, come fossero ali. Quando l'animale sconosciuto si trov in piazza al centro della citt, batt le ali, disse Teresa. Le persone cominciarono a gridare e per paura fuggirono in casa d'altri. Solo due persone rimasero per strada. Non si conoscevano. Le corna volarono via dalla testa dell'animale sconosciuto e si depositarono sulla ringhiera di un balcone. In alto, nel sole chiaro, le corna brillavano come linee di una mano. Entrambi videro nelle linee la loro intera esistenza. Quando l'animale sconosciuto batt di nuovo le ali, le corna abbandonarono il balcone e si posarono nuovamente sulla testa dell'animale. L'animale sconosciuto gir lentamente per le strade chiare, vuote, fuori dalla citt. Quando fu lontano, la gente ritorn in strada dalle case d'altri. Seguirono nuovamente la loro vita. La paura rimase impressa nei loro volti. Scompigli i loro volti. La gente non ebbe pi fortuna. I due per si dedicarono alla propria vita ed evitarono la sfortuna. Chi erano i due, chiesi. Non volevo alcuna risposta. Temevo che Teresa dicesse: Tu e io. Le mostrai velocemente il soffione appassito accanto alla sua scarpa. Ma Teresa avvert alla pari di me che eravamo affini solo l dove non c'era alcun segreto. Teresa gir i piccoli occhi e disse: Chi fossero i due non lo si sapr mai. Teresa si chin e soffi via dallo stelo i semi del dente di leone. Non sapevo a cosa pensasse, quando le piume della sfera bianca volarono per l'aria. Si abbotton il cappotto e volle allontanarsi dal suo animale sconosciuto. Senza una parola inizi a camminare. E mi sembrava di dover restare oltre e di dover dire a Teresa che non avevo alcuna fiducia in lei. Pi avanti lungo la via, Teresa

gir la testa verso di me, rise e fece un cenno di saluto. Su una strada pi in l cercammo un quadrifoglio. Era ancora troppo tenero da pressare. Per le sue foglie avevano gi l'anello bianco. Non voglio pressarlo, disse Teresa, ho bisogno solo della sua fortuna. Teresa aveva bisogno di uno stelo di quadrifoglio e io del nome della pianta: trifoglio d'acqua. Cercammo la macchia di trifoglio con le mani. Ma lo stelo che aveva quattro foglie anzich tre lo trovai io. Perch non ho bisogno di alcuna fortuna, dissi a Teresa. Pensai a delle mani con sei dita. QUANDO la madre lega il bambino alla sedia con la cintura dei suoi vestiti, davanti alla finestra c' il figlio del diavolo. In ogni mano ha due pollici, l'uno accanto all'altro. I pollici esterni sono pi piccoli di quelli interni. A scuola il figlio del diavolo non sa scrivere bene. Il maestro gli taglia via il pollice esterno e lo infila in un vaso da conserva con alcol. In una classe non ci sono bambini, solo bachi da seta. I bambini devono raccogliere quotidianamente dagli alberi in paese delle foglie per alimentare i bachi da seta. Mangiano solo foglie di gelso. I bachi da seta mangiano foglie di gelso e crescono, e i bambini vedono i pollici nell'alcol e non crescono pi. Tutti i bambini in paese sono pi piccoli dei bambini del paese vicino. Per questo il maestro dice: I pollici appartengono al cimitero. Il figlio del diavolo dopo la scuola deve andare al cimitero col maestro e sotterrare i suoi pollici. Le mani del figlio del diavolo si abbronzano al sole nel raccogliere le foglie. Solo alla base dei pollici rimangono due cicatrici bianche come due lische di pesce. TERESA stava al sole con le mani vuote. Io le diedi il quadrifoglio. Disse: Non mi aiuta, perch l'hai trovato tu. La fortuna tua. Non ci credo, dissi, perci aiuta solo te. Prese lo stelo. Seguii Teresa stando un passo indietro e dissi la parola trifoglio d'acqua cos spesso, al ritmo dei nostri passi, finch non fu sfinita quanto me. Finch non perse senso. Teresa e io camminavamo gi per la strada principale dove c'era l'asfalto. Qua e l cresceva un esile gambo fuori dalle crepe. Il tram cigolava lentamente, i camion viaggiavano veloci, le loro ruote giravano come polvere vuota. Una guardia alz il berretto dal capo, gonfi le guance, fece uscire l'aria dalla bocca, come se le labbra dovessero bruciare. A causa del berretto, aveva sulla fronte dei lividi umidi e rossi. Segu con lo sguardo le nostre gambe e schiocc le labbra. Teresa la stuzzic e cammin, non appena la guardia si ferm. Come se non camminasse sopra la terra, ma sopra il mondo. Io avevo un po' freddo e riuscivo a camminare solo secondo il modo di questo paese. Percepivo la differenza tra il paese e il mondo. Era maggiore rispetto a quella tra me e Teresa. Io ero il paese, ma lei non era il mondo. Lei era solo ci che in questo paese si pensa sia il mondo, quando si voleva fuggire. Allora pensavo ancora che si potesse camminare in modo diverso in un mondo senza guardie, rispetto a questo paese. Dove si pu pensare e scrivere in modo diverso, pensavo tra me, si pu anche camminare in modo diverso. L all'angolo c' il mio parrucchiere, disse Teresa. Presto far caldo, vieni, andiamo a tingerci i capelli. Chiesi: Come. Disse: Di rosso. Chiesi: Oggi.

Disse: S. Dissi: No, oggi no. Il mio volto bruciava. Desideravo per me i capelli rossi. Per le lettere, pensai tra me, prendo i capelli dalla sarta. Erano chiari come i miei, solo pi lunghi. Un capello dovrebbe bastare per due lettere, potrei tagliarlo. Ma prendere dei capelli dalla testa della sarta senza essere visti sarebbe stato pi difficile che dimenticare qualcosa da lei. Talvolta dalla sarta c'erano dei capelli in bagno. Da quando infilavo capelli nelle lettere, vedevo cose simili. Dalla sarta in bagno c'erano pi peli di pube, che capelli. VIVEVO in subaffitto da una signora anziana. Si chiamava Margit ed era un'ungherese di Pest. La guerra aveva costretto lei e sua sorella in questa citt. La sorella era morta e giaceva al cimitero, dove nelle foto sulle tombe avevo visto i volti dei vivi. Dopo la guerra, alla signora Margit mancavano i soldi per tornare a Pest. In seguito i confini furono chiusi. Avrei dato nell'occhio, se avessi voluto tornare a Pest, allora, disse la signora Margit. Padre Lukas a quel tempo mi diceva che anche Ges non a casa. La signora Margit cercava di sorridere, ma i suoi occhi non obbedirono, quando disse: Qui mi sono sistemata bene, a Pest non c' pi nessuno che mi aspetta. La signora Margit parlava tedesco con un accento marcato. Talvolta pensavo, alla prossima parola inizia a cantare. Ma per questo i suoi occhi erano troppo freddi. La signora Margit non raccontava mai perch lei e sua sorella fossero arrivate in questa citt. Raccontava solo come i Moijcs, i soldati russi, fossero arrivati in questa citt, come andassero di casa in casa e saccheggiassero dappertutto gli orologi da polso. I Moijcs alzavano le braccia fino alle orecchie, stavano ad ascoltare le ore e ridevano. Non sapevano leggere alcun orologio. Non sapevano che gli orologi si caricano, quando smettono di ticchettare. Quando gli orologi si arrestavano, i russi dicevano Gospodin e li gettavano via. I Moijcs erano appassionati di orologi, ne portavano dieci uno sopra l'altro per ogni braccio, diceva la signora Margit. E una volta ogni due giorni uno qui in bagno infilava la testa nella tazza del gabinetto, diceva lei e uno tirava l'acqua. Si lavavano i capelli. I soldati tedeschi, d'altra parte, erano impeccabili. Il volto della signora Margit divent cos morbido, che sulle sue guance si pos un raggio di bellezza bambina. La signora Margit andava tutti i giorni in chiesa. Prima di pranzo si avvicinava alla parete, alzava la testa e increspava le labbra. Bisbigliava in ungherese e baciava il Ges di ferro sulla croce. La sua bocca non raggiungeva il volto di lui. Lo baciava alla ungherese, all'altezza della pancia, su cui il Cristo portava un panno. Il panno era annodato, e il nodo si trovava sopra il punto cos lontano dalla croce, che il naso della signora Margit, baciando, non sbatteva contro il muro. Solo quando per rabbia la signora Margit gettava le patate, che poi avrebbe pelato, dalla cesta alle pareti, dimenticava il suo Ges e imprecava in ungherese. Quando le patate stavano cotte sul tavolo, le baciava nel punto in cui Ges portava il panno, e tutte le imprecazioni svanivano. Il luned il chierichetto bussava tre volte alla sua porta. Attraverso lo spiraglio della porta le allungava un sacchetto di farina, un panno bianco a met del quale era cucito un calice d'oro e d'argento, e un grande vassoio. Quando il chierichetto aveva le mani libere, faceva una riverenza e la signora Margit

chiudeva la porta. Con la farina e l'acqua, la signora Margit faceva un impasto per le ostie e lo stendeva sottilissimo, come una calzamaglia, su tutto il tavolo. Poi ritagliava le ostie con un anello di latta. I bordi della pasta li stendeva su un giornale. Quando le ostie sul tavolo e i resti dell'impasto sul giornale erano asciutti, la signora Margit disponeva a strati le ostie sul vassoio. Lo rivestiva poi col panno bianco, in modo che il calice stesse nel mezzo. Il vassoio rimaneva sul tavolo come una bara per bambini. I resti dell'impasto, asciutti, la signora Margit li raccoglieva con una mano in un vecchio barattolo di biscotti. La signora Margit portava il vassoio col panno bianco in chiesa, a padre Lukas. Prima di poter uscire in strada con le ostie, doveva trovare il suo fazzoletto nero. Mi meraviglio di cosa diavolo posso aver fatto stavolta con questo straccio, diceva la signora Margit. Padre Lukas le dava ogni settimana dei soldi per le ostie e talvolta un maglione nero, che non usava pi. E talvolta un vestito o un foulard, che la sua cuoca non indossava pi. Di questo viveva la signora Margit, e del denaro che pagavo per la stanza. La signora Margit metteva il barattolo di biscotti accanto alla mano sinistra, mentre leggeva il giornale della signora Grauberg, o il libro delle preghiere. Frugava nel barattolo senza levare gli occhi e mangiava. Se la signora Margit aveva letto troppo a lungo e mangiato troppi avanzi di ostie, nel suo stomaco era cos santa che, sbucciando le patate, ruttava e imprecava ancor di pi. Da quando conoscevo la signora Margit, consideravo santo uno scrocchiare in bocca biancastro e asciutto, che ti fa ruttare e imprecare. La signora Margit aveva comprato il suo Ges da un sacco pieno di crocifissi durante un pellegrinaggio in agosto, nella corsa tra l'autobus e le scale del santuario. Il Ges che lei baciava era lo scarto di una pecora di latta proveniente dalla fabbrica, il baratto paesano di un operaio diurno e notturno tra un turno e l'altro. L'unica cosa giusta di questo Ges alla parete era il fatto di essere stato rubato e di aver tradito lo stato. Come ogni Ges preso dal sacco, anche questo, il giorno dopo il pellegrinaggio, era diventato denaro per una bevuta sul tavolo della bodega. La finestra della stanza della signora Margit, dava sul cortile interno. L c'erano tre grandi tigli e sotto, grande quanto una stanza, un giardino abbandonato con un bosso spezzato e l'erba alta. Al pianterreno della casa abitavano la signora Grauberg, suo nipote e il signor Feyerabend, un anziano dai baffi neri. Sedeva spesso davanti alla porta del suo appartamento su una sedia e leggeva la Bibbia. Il nipote della signora Grauberg giocava nell'albero di bosso e la signora Grauberg gridava in cortile ogni paio d'ore la stessa frase: Vieni a mangiare. Suo nipote, di rimando, gridava sempre lo stesso: Cos'hai cucinato, stavolta. Allora la signora Grauberg alzava la mano e faceva cenno di bastonarlo, finch non gridava: Aspetta un attimo, ti far vedere cosa riceverai. La signora Grauberg si era trasferita qui col nipote dal vicolo della Luna. Non riusciva pi a vivere nella casa della citt industriale, perch la madre del nipote era morta per un taglio cesareo nel vicolo della Luna. Non c'era alcun padre. Guardando la signora Grauberg, non indovineresti mai che ha vissuto in una citt industriale, disse la signora Margit, la signora Grauberg si veste sempre in modo intelligente quando va in citt. La signora Margit disse anche: Gli ebrei sono molto intelligenti, o molto stupidi. Essere intelligente o stupido non ha nulla a che fare col sapere o l'ignoranza,

disse. Alcuni sanno molto, ma non sono per niente intelligenti, altri sanno poco e non sono per niente stupidi. Sapere o essere stupidi ha a che fare solo con Dio. Il signor Feyerabend sicuramente molto intelligente, ma puzza di sudore. Questo non ha proprio a che fare con Dio. La finestra della mia camera dava sulla strada. Dovevo attraversare la camera della signora Margit per raggiungere la mia stanza. Nessuno poteva farmi visita. Poich Kurt mi visitava ogni settimana, la signora Margit teneva il broncio per quattro giorni. Non mi salutava e non diceva una parola. Il tempo in cui salutava di nuovo e ricominciava a parlare durava solo due giorni, finch non tornava Kurt. La prima frase che la signora Margit pronunciava dopo il malumore era sempre: In casa non vorrei nessuna kurva. La signora Margit diceva la stessa cosa del capitano Pjele: Se una donna e un uomo hanno qualcosa da darsi, vanno a letto. Se non vai a letto con questo Kurt, allora solo uno spreco di tempo. Se smettete di vedervi, non avrete nulla da darvi l'un l'altro e nulla da ricevere. Cercatene un altro, diceva la signora Margit, gli uomini dai capelli rossi non valgono niente. Questo Kurt sembra un vero Don Giovanni, non un gentiluomo. KURT non aveva nessuna stima di Teresa, diceva che non c'era da fidarsi di lei e batteva con la mano fasciata contro lo spigolo del tavolo. Il suo pollice si era aperto, una stanga di ferro gli era caduta sulla mano. Me l'ha fatta cadere sulla mano un operaio, disse Kurt. Ha fatto apposta. Sanguinava. Ho leccato via il sangue con la lingua, in modo che non mi scivolasse nella manica. Kurt aveva gi bevuto met tazza. Io mi ero bruciata la lingua e aspettavo ancora che si raffreddasse. Sei fin troppo sensibile, disse Kurt. Mi hanno lasciato l ferito, si sono messi vicino alla fossa e hanno guardato come sanguinavo. Avevano occhi da ladri. Temevo avessero perso la testa. Non appena queste persone vedono il sangue, si raccolgono per bere e bevono fino a svuotarti. E alla fine tutti negano. Tacciono come la terra su cui si trovano. Per questo ho leccato in fretta il sangue e ho continuato a deglutire. Non mi sono fidato a sputarlo fuori. Poi mi preso qualcosa, ho gridato. Mi sono quasi lacerato la bocca a forza di gridare. Ho gridato che tutti loro sono sotto processo, che da molto tempo hanno smesso d'essere umani, che ho orrore di loro, perch sono bevitori di sangue. Che tutto il loro paese il buco di culo di una mucca in cui s'infilano la sera e da cui escono la mattina per bere altro sangue. Che attirano i loro figli nel mattatoio con code di mucca essiccate e li seducono con baci che hanno il sapore del sangue. Che il cielo dovrebbe cader loro in testa e schiacciarli. Hanno distolto da me i loro volti assetati. Sono rimasti in silenzio come un gregge, in questo schifoso senso di colpa. Ho attraversato le sale e cercato una garza per fasciarmi il pollice. Nella cassetta del pronto soccorso c'erano solo un paio di vecchi occhiali, sigarette, fiammiferi e una cravatta. Ho trovato un fazzoletto nella mia giacca, l'ho avvolto attorno al pollice e l'ho fissato con la cravatta. Poi il gregge si trascinato lentamente nella sala, disse Kurt, uno dopo l'altro, come se non avessero piedi, ma solo grandi occhi. I macellai hanno bevuto sangue e li hanno chiamati. Hanno scosso la testa. Quel giorno hanno scosso la testa, disse Kurt, il giorno seguente avevano gi dimenticato il mio grido. Labitudine li aveva ridotti nuovamente a quello che erano.

Quando Kurt tacque, qualcosa frusci dietro la porta. Kurt osserv la sua mano bendata e origli. La signora Margit mangia avanzi di ostie, dissi. Non bisogna fidarsi di lei, disse Kurt, ficca il naso quando non ci sei. Io annuii. Le lettere di Edgar e Georg sono in fabbrica, dissi, con i libri. Che i libri fossero da Teresa, non lo dissi. La mano bendata di Kurt assomigliava alla massa informe di un impasto per ostie. LA MADRE stende la pasta per lo strudel sopra il tavolo. Le sue dita sono agili. Afferrano e tirano come se contasse dei soldi. L'impasto diventa un panno sottile sul tavolo. Attraverso l'impasto sul tavolo luccica qualcosa: una foto del padre e del nonno, entrambi ugualmente giovani. Una foto della madre e della nonna che prega, la madre molto pi giovane. La nonna che canta dice: Di sotto c' il barbiere, ma allora avevamo effettivamente una bimba piccola in casa. La madre indica me e dice: Infatti qui, un po' cresciuta. SEDEVO l, stanca, i miei occhi bruciavano. Kurt appoggi la testa sulla mano non bendata. La pressione della mano gli fece storcere la bocca. Mi sembrava che Kurt scaricasse sull'angolo della bocca tutto il peso che aveva sui piedi. Osservai la foto alla parete: una signora, che guardava sempre fuori dalla finestra. Indossava una gonna con guardinfante lungo fino alle ginocchia e un parasole. Il suo volto e le sue gambe erano verdastre come quelle di uno appena morto. Quando per la prima volta Kurt venne a visitarmi in questa stanza e vide la foto, dissi: La pelle della signora sulla foto mi ricorda i lobi di Lola, erano cos verdastri quando fu estratta dall'armadio. Destate potevo ignorare la foto di quella donna appena morta. Il fitto fogliame che batteva fuori dalla finestra colorava la luce nella stanza e faceva svanire il colore della morte recente. Quando gli alberi diventavano spogli, non riuscivo a sopportare la signora appena morta. Non permettevo alle mie mani di staccare la foto, perch ero colpevole, nei confronti di Lola, per questo colore. Ora stacco la foto, disse Kurt, e io lo spinsi indietro sulla sedia. No, dissi, questa non Lola. Sono contenta che non sia alcun Ges. Mi morsi le labbra, Kurt osserv la foto. Origliammo. Dietro la porta la signora Margit parlava con se stessa a voce alta, Kurt chiese: Cosa dice. Scrollai le spalle. Prega o impreca, dissi. Ho il sangue come gli ubriachi di sangue nel mattatoio, disse Kurt. Guard fuori in strada: Ora sono un complice. Sul lato opposto della strada correva un cane. Presto verr l'uomo con il cappello, disse Kurt, quando sono in citt, mi pedina. arrivato. Non era quello che mi pedinava. Forse conosco il cane, dissi, ma da qui non si vede. Volevo che Kurt mi mostrasse la ferita. Tu con la tua compassione sveva da camomilla, disse. Tu con la tua lucida paura paesana, dissi. Ci sorprendemmo del fatto che da arrabbiati riuscissimo ancora a trovare parole cattive, lunghe. Ma alle parole mancava l'odio, non riuscivamo a ferire. Avevamo in bocca solo una compassione ammiccante. E anzich collera, l'imbarazzante fortuna che alla ragione fosse riuscito qualcosa dopo tanto tempo. Dovevamo chiederci senza una parola, se Edgar e Georg, venendo nuovamente in citt, sarebbero stati sufficientemente vivi da ferire. Kurt e io ridevamo in camera, come se dovessimo reggerci l'un l'altro, prima

che i nostri volti sussultassero improvvisamente, senza controllo. Prima che ognuno di noi si preoccupasse di dominare l'angolo della propria bocca. Ci guardavamo la bocca ridendo. Sapevamo che l'attimo successivo saremmo rimasti completamente soli davanti alle labbra controllate dell'altro, come se avessero dovuto contrarsi. Poi quel momento arriv: mi chiusi nel battito del mio cuore e per Kurt fui irraggiungibile. La mia freddezza non poteva essere usata per nessuna parola cattiva, non poteva inventare null'altro. Questa freddezza nelle mie dita stava per diventare violenta. Sotto la finestra pass un cappello. Credo saresti volentieri un complice, dissi, ma non sei altro che uno spaccone. Ti lecchi il dito e quelli bevono sangue di maiale. E allora, disse Kurt. DOPO l'intestazione c'era un punto esclamativo. Cercai il capello nel foglio di carta da lettera, poi nella busta. Mancava. Solo al secondo spavento mi venne in mente che la lettera era di mia madre. Dietro ai dolori di schiena di mia madre c'era: La nonna non dorme mai di notte. Solo di giorno. Li confonde. Il nonno non riesce a riposarsi. Lei non gli permette di chiudere occhio e di giorno lui non riesce a dormire. Di notte lei accende la luce e apre la finestra. Lui spegne la luce e chiude la finestra e si sdraia di nuovo. cos, finch fuori non comincia a schiarire. La finestra rotta. Per il vento, dice lei, chi lo crede. Non nemmeno fuori dalla stanza, che gi di ritorno. Lascia la porta aperta. Quando il nonno la lascia fare e non si sveglia, viene da lui nel letto. Afferra le sue mani e dice: Non devi dormire, la tua bestia del cuore non ancora a casa. Il nonno oppresso dalla stanchezza, per la sua et rischioso. E io faccio sogni da pazzi. Raccolgo nell'orto una rossa cresta di gallo. grande quanto una scopa. Il gambo non si stacca, tiro e strappo. Il seme casca fuori come sale nero. Guardo per terra, l strisciano delle formiche. Dicono, le formiche in sogno sono una corona di rose. D'ESTATE la nonna che canta scapp via di casa. Per le strade grid davanti a ogni casa. La sua voce era forte. Cosa gridasse, non lo capiva nessuno. Quando arrivava qualcuno in cortile per le sue grida, se ne andava. La madre la cerc in paese, invano. Il nonno era ammalato e lei dovette tornare a casa velocemente. Quando la nonna giunse in camera, la sera, dopo che s'era fatto buio, la madre chiese: Dove sei stata. La nonna che canta disse: A casa. Eri in paese, disse la madre, la tua casa qui. Spinse la nonna che canta sulla sedia: Chi cerchi in paese. La nonna che canta disse: La mia madre. Quella sono io, disse la madre. La nonna che canta disse: Tu non mi hai mai pettinato. La nonna cantante dimentic tutta la sua vita. Era scivolata indietro ai suoi giorni d'infanzia. Le sue guance avevano ottantotto anni. Ma la sua memoria aveva ancora un solo binario, su cui si trovava una bimba di tre anni, che masticava attaccata al grembiule di sua madre. Quando torn dal paese, era sporca come un bambino. Metteva tutto in bocca, da quando non cantava pi. Il suo cantare si trasformava in movimento. Nessuno riusciva a tenerla, tanto grande era la sua inquietudine. Quando il nonno mor, non era a casa. Durante il funerale, il barbiere si prese cura di lei.

Avrebbe solo disturbato la cerimonia, disse la madre. Se non potevo stare l, avrei voluto almeno giocare a scacchi mentre la bara veniva calata nella terra, disse il barbiere. Ma lei voleva scappar via. Parlare non servito a nulla, allora l'ho pettinata. Il pettine passava tra i suoi capelli, lei si sedette e si mise in ascolto delle campane che suonavano. Quando il nonno fu calato nella terra, sulla tomba del padre fiorivano gi le corone imperiali dei gigli. NELLA descrizione di una macchina idraulica trovai la parola transfinito. Non c'era nel vocabolario. Immaginavo cosa potesse significare transfinito per gli esseri umani, ma non per le macchine. Chiedevo agli ingegneri e agli operai. Tenevano in mano pecore di latta grandi e piccole e storcevano la bocca. Poi venne Teresa, vidi di lontano i suoi capelli rossi. Chiesi: Transfinito. Disse: Finito. Dissi: Transfinito. Chiese: Come faccio a saperlo. Teresa portava quattro anelli. Le pietre di due di questi erano rosse, come se le fossero cadute dai capelli. Depose un giornale sul tavolo e disse: Transfinito, forse mi viene in mente mangiando, oggi ho del tacchino. Scartai lo speck giallognolo e il pane. Teresa lo tagli a dadini e fece due piccoli soldati. Mangiammo, lei fece una smorfia. rancido, disse Teresa, lo d al cane. Chiesi: A quale. Scart i pomodori e il prosciutto di tacchino. Mangia di questo qui, disse, e fece due piccoli soldati. Lei stava gi ingoiando, io stavo masticando. Stacc tutta la carne dagli ossi. Teresa mi cacci in bocca un piccolo soldato e disse: Per transfinito chiedi alla sarta. LA DIFFIDENZA faceva scivolare via tutto ci che avevo vicino. A ogni maniglia vedevo le mie dita, conoscevo la verit della mia stessa mano, ma non meglio delle dita di mia madre o delle dita di Teresa. Sapevo cos poco sul loro conto, cos come sul conto del dittatore e delle sue malattie, o delle guardie e dei passanti, o del capitano Pjele e del cane Pjele. Anche delle pecore di latta e degli operai o della sarta e del solitario nella lettura delle carte non sapevo pi nulla. E tanto meno della fuga e della fortuna. In fabbrica era appeso, in alto sul timpano, uno slogan che dominava la vista pi alta nel cielo e la vista pi bassa in cortile: PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI. E in basso per terra camminavano scarpe che potevano abbandonare il Paese solo con la fuga. Sul selciato si sollevavano scarpe scivolose, polverose, rumorose o silenziose. Sentivo che avevano strade diverse, che un giorno, come molte scarpe, non avrebbero pi camminato sotto questo slogan. Le scarpe di Paul non venivano pi qui. Dall'altro ieri non era pi venuto al lavoro. Una volta scomparso, il suo segreto divenne un pettegolezzo. Tutti credettero di conoscere la sua morte. Vedevano nella fuga sfortunata un desiderio comune che trascinava una volta l'uno, una volta l'altro alla morte. Non rinunciavano a questo desiderio. Quando dicevano non torner pi, per Paul intendevano ormai se stessi. Suonava come quando la signora Margit diceva: A Pest non c' pi nessuno che mi aspetta. Ma subito dopo la fuga, a Pest, forse qualcuno aveva continuato ad aspettarla. Qui in fabbrica nessuno aspett Paul, nemmeno per un'ora. Non ha mai avuto fortuna, dicevano, dopo che non torn pi al lavoro, come molti prima di lui.

Stavano in fila come in negozio. Se uno veniva servito con la morte, lo seguivano. Che ne sapevano il latte della nebbia, le correnti d'aria, o la curva delle rotaie. Una morte economica come un buco nelle tasche. Ci s'infilava la mano e l'intero corpo veniva trascinato via. L'ossessione colpiva tanto pi forte, quanto pi erano quelli che vi morivano. Sui morti per fuga si spettegolava diversamente che sulle malattie del dittatore. Quello appariva in televisione lo stesso giorno e allontanava la prossimit della morte con la maggiore durata del discorso. Mentre parlava, veniva scoperta una nuova malattia, che l'avrebbe portato alla morte. In fabbrica rimaneva incerto solo il luogo della morte: Quale fu l'ultima cosa che Paul vide del mondo? Mais, cielo, acqua, o un treno merci? GEORG scrisse: I bambini non dicono alcuna parola senza dovere. Io devo, tu devi, noi dobbiamo. Perfino quando sono orgogliosi, dicono: La mia madre mi doveva comprare le scarpe nuove. Ed vero. Per me vale lo stesso: Ogni notte devo chiedermi se il giorno arriver. I capelli di Georg mi cadevano dalla mano. Sul tappeto trovavo solo capelli miei e della signora Margit. Contavo i capelli grigi, come se poi sapessi quante volte la signora Margit fosse stata in camera. Sul tappeto non c'era un solo capello di Kurt, bench venisse ogni settimana. Non dovevo per niente lasciarmi condizionare dai capelli, ma li contavo lo stesso. E alla finestra pass un cappello. Corsi l e mi sporsi. Era il signor Feyerabend. Strascic i piedi ed estrasse dalla tasca un fazzoletto bianco. Ritrassi la testa nella stanza, come se un fazzoletto bianco potesse sentire che una come me spiava un ebreo. II signor Feyerabend ha solo la sua Elsa, disse la signora Margit. Mentre sedeva al sole senza Bibbia, gli avevo raccontato che mio padre era un soldato delle SS rimpatriato e che tagliava le sue stupidissime piante, dei cardi da latte. Che mio padre aveva cantato canzoni per il Fhrer fino alla propria morte. In cortile fiorivano i tigli. Il signor Feyerabend osserv la punta delle sue scarpe, si alz in piedi e guard gli alberi. Divento melanconico quando fioriscono, disse. Tutti i cardi hanno latte all'interno, ne ho mangiati tanti, pi di quanto t ai fiori di tiglio abbia mai bevuto. La signora Grauberg apr la porta. Il nipote usc in strada con dei calzini bianchi, si gir verso il cancello, guardando dapprima lei, poi noi due, e disse: Ciao. E io dissi: Ciao. Dopo che la signora Grauberg, il signor Feyerabend e io avevamo osservato pi i calzini bianchi che il bambino, la porta della signora Grauberg si richiuse sbattendo. Il signor Feyerabend disse: Lo sentite anche voi, i bambini salutano esattamente come facevano al tempo di Hitler. Anche il signor Feyerabend ascolt attentamente le parole. Ciao era per lui la prima sillaba di Ceausescu. La signora Grauberg ebrea, disse, ma dice d'essere tedesca. E voi avete paura, cos restituite il saluto. Non si sedette pi. Afferr la maniglia della porta, la porta si apr di scatto. Un gatto allung il muso bianco dalla stanza fredda. Lo prese in braccio. Vidi un tavolo su cui giaceva il suo cappello, l'orologio ticchettava. Il gatto volle saltare sul pavimento. Lui disse: Elsa, andiamo a casa. Prima che chiudesse la porta, disse: gi, tardi. RACCONTAI a Teresa cos' un interrogatorio. Iniziai a parlare senza motivo, come se mi rivolgessi a me stessa a voce alta. Teresa, con due dita, si tenne stretta alla sua collanina d'oro.

Non si mosse, in modo da non cancellare la tetra precisione. 1 giacca, 1 camicetta, 1 paio di pantaloni, 1 paio di pantaloncini, 1 paio di scarpe, 1 paio di orecchini, 1 orologio da polso. Ero completamente nuda, dissi. 1 agenda, 1 fiore di tiglio pressato, 1 foglia di trifoglio pressata, 1 penna a sfera, 1 fazzoletto, 1 mascara, 1 rossetto, 1 cipria, 1 pettine, 4 chiavi, 2 francobolli, 5 biglietti per il tram. 1 borsetta. Tutto era annotato in rubriche su un foglio. Tutto tranne me stessa, che il capitano Pjele non riusc a registrare. Mi metter dentro. Nessun elenco dir che, quando arrivai qui, avevo 1 fronte, 2 occhi, 2 orecchie, 1 naso, 2 labbra, 1 collo. So da Edgar, Kurt e Georg, dissi, che sotto, in cantina, ci sono delle celle. Volevo tenere a mente un inventario del mio corpo da contrapporre al suo elenco. Arrivai solo fino al mio collo. Il capitano Pjele si accorger che mi mancano dei capelli. Chieder dove sono i capelli mancanti. Mi spaventai, perch ora Teresa doveva chiedere cosa intendessi per capelli. Ma non potevo svelare nulla. Quando si tace a lungo, come me davanti a Teresa, si racconta tutto. Teresa non chiese dei capelli. Stavo tutta nuda in un angolo, dissi. Dovevo cantare la canzone. Cantai come canta l'acqua, niente mi feriva pi, improvvisamente avevo la pelle spessa quanto un dito. Teresa chiese: Che canzone. Le raccontai dei libri della casa estiva, di Edgar, Kurt e Georg. E del fatto che ci conoscevamo dalla morte di Lola. Del perch dovevamo dire al capitano Pjele che la poesia era un canto popolare. Vestirsi, disse il capitano Pjele. Mi sembrava d'indossare ci che era stato registrato, come se il foglio diventasse nudo, una volta che mi fossi completamente vestita. Presi l'orologio dal tavolo, poi gli orecchini. Riuscii subito ad allacciare il cinturino dell'orologio e nelle mie orecchie trovai i buchi senza bisogno dello specchio. Il capitano Pjele camminava su e gi davanti alla finestra. Volevo stare nuda ancora per un po'. Credo non mi abbia guardato. Osservava la strada. Il cielo tra gli alberi gli permetteva d'immaginare pi facilmente che aspetto avrei avuto da morta. Mentre mi vestivo, il capitano Pjele mise la mia agenda nel suo cassetto. Ora ha anche il tuo indirizzo, dissi a Teresa. Mi chinai e mi allacciai le scarpe, quando il capitano Pjele disse: Una cosa certa, chi veste pulito, non pu arrivare in cielo sporco. Il capitano Pjele prese il quadrifoglio dal tavolo. Lo tratt con cura. Ora credi d'essere stata fortunata con me, chiese. La fortuna mi nausea, dissi. Il capitano Pjele sorrise: In questo caso la fortuna non pu nulla. A Teresa non dissi nulla del cane Pjele, perch mi veniva in mente suo padre. Non dissi nulla del fatto che, dopo l'interrogatorio, per strada ci fosse ancora una giornata soleggiata. E tacqui su questo fatto: che non capivo perch le persone, camminando, gironzolassero e si pavoneggiassero, mentre avrebbero potuto salire al cielo in un attimo. Sul fatto che gli alberi addossassero le proprie ombre sulle case. Sul fatto che questa fase del giorno si chiamasse per caso prima serata. Sul fatto che la nonna cantante cantasse nella mia testa: Nuvole, quante? Lo sai Fuori, lontano nel mondo chiss se Dio le conta mai che non gli manchi il fondo. Sul fatto che le nuvole fossero appese al cielo come vestiti chiari sopra la citt. Sul fatto che le ruote del tram fossero polverose e che i vagoni si lasciassero tirare e andassero nella mia stessa direzione. Sul fatto che i viaggiatori, appena saliti, si sedessero alla finestra, come fossero a casa. Teresa si liber della sua collana d'oro. Cosa vuole quello da voi, domand

Teresa. Paura, dissi. TERESA disse: Questa collana d'oro un bambino. La sarta stata tre giorni in Ungheria come turista, disse Teresa, erano in quaranta persone sull'autobus. La guida turistica ci va ogni settimana. Ha i suoi posti, non deve negoziare per strada, aveva la maggior parte del bagaglio. Se non ti orienti bene, hai bisogno dei primi due giorni per vendere e del terzo per comprare. La sarta aveva due valigie piene di pantaloncini di cotone. Non sono pesanti, disse Teresa, non ti spacchi la schiena trascinandoteli dietro. Si riesce a venderli, ma a prezzo molto basso. Si raccoglie qualcosa, ma non molto. Si deve avere almeno una valigia con un servizio di cristallo, il vetro pi caro. Sulla strada passa continuamente la polizia. Meglio se l'affare lo si sbriga in un salone da parrucchiera, l non arriva la polizia. Le donne sotto il casco avanzano sempre un po' di spiccioli e non hanno niente da fare, finch non si asciugano i capelli. Mostri loro una manciata di pantaloncini e bicchieri. Comprano sempre qualcosa. Le sarte facevano un mucchio di soldi. L'ultimo giorno si compra. Meglio oro. A casa facile da nascondere e da vendere. Le donne sanno trattare meglio degli uomini, diceva Teresa, sull'autobus due terzi erano donne. Al ritorno, ognuna aveva un sacchetto di plastica con dell'oro nella chiocciola. I doganieri lo sanno, ma cosa vuoi che facciano. Durante la notte ho messo la collana in una ciotola d'acqua, disse Teresa. Ho aggiunto molto detersivo in polvere. Non comprerei mai oro che stato nella chiocciola di un'estranea. Teresa imprec e rise. Avrei la sensazione che continui a puzzare, dovrei lavarla ancora un'altra volta. Per quella collana avevo ordinato un trifoglio. La sarta ha portato solo due cuori per i suoi bambini. Ma ripartir in autunno, prima che faccia freddo. Perch non vai tu stessa, chiesi. Non trascino alcuna valigia e non infilo alcun oro nella fica, disse Teresa. Il ritorno a casa avveniva di notte. La sarta ha conosciuto un doganiere. Le ha detto in quali notti d'autunno sarebbe stato di nuovo in servizio. Sono sicura che la sarta ha in testa qualcosa. Superata la dogana la paura non c'era pi, disse Teresa. Tutte si erano addormentate con il loro oro tra le gambe. Solo la sarta non riusciva a dormire, la sua chiocciola faceva male e lei doveva andare al gabinetto. L'autista disse: E un tormento viaggiare con le donne, perch col chiaro di luna devono sempre pisciare. IL GIORNO seguente, i bimbi della sarta sedevano sul tavolo e i cuori erano appesi intorno al loro collo. Le collane non sono per i bimbi, disse la sarta. Non possono portare gioielli per strada. Le ho comprate per il futuro. Quando saranno grandi, non si dimenticheranno di me. Anche la cliente con le macchie di sperma sul soffitto and col suo compagno in Ungheria. Fin dal viaggio d'andata tent un approccio col doganiere ungherese, per motivi d'affari, disse la sarta. L'amico poi, gliela fece pagare, all'hotel volle prendersi una camera separata. Ma non ce n'era neanche una, per di pi stava con lei sull'elenco. Cos si trasfer nella mia stanza. Non era una mia idea, ma cosa dovevo fare, disse la sarta. Successe quello che doveva succedere, ho dormito con lui. Ero veramente preoccupata per il soffitto della stanza dell'hotel. Le donne delle pulizie controllano tutto, prima che si parta. La cliente non ne sa nulla. Nel viaggio di ritorno lui sedeva nuovamente accanto a lei. Accarezzava i suoi capelli e guardava indietro verso di me. Non voglio che un giorno venga a bussare da me, non voglio perdere la mia cliente, la conosco ormai da tanto. Quando alla dogana uscimmo dall'autobus, mi diede un

pizzicotto sul braccio. Per liberarmi di lui, ho tentato un approccio col doganiere. Ma anche per motivi d'affari, disse la sarta. Quando viagger di nuovo in autunno, riuscir a portare dei mixer per la cucina. Si vendono bene. La sarta mi preg di non raccontare a Teresa l'episodio dell'hotel. Si pizzic la guancia e disse: Teresa non vorrebbe pi portare la collana, la chiama comunque il mio bambino. Funziona cos, disse la sarta, quando si tratta tutto il giorno e non ci si pu permettere nulla. Ci si sente poveri e si vuole sapere se si vale ancora qualcosa. A casa non avrei dormito con lui. Ma l me lo sono guadagnato tutto il giorno. Anche lui. La mia cliente venuta da me ieri, disse la sarta, dovevo leggerle le carte. Quando mi guarda, mi si ferma il cuore e le carte non mostrano pi nulla. Il solitario non riuscito, non le ho preso alcun soldo. Lei ha insistito. Ci sono cose che non si vedono subito, disse la sarta, avanzano lentamente come fumo. Devi aspettare un paio di giorni, ho detto alla mia cliente. Ma sono io quella che deve aspettare. La sarta mi sembr matura, rilassata e calma. Entrambi i bambini correvano attraverso la stanza con i loro cuori d'oro. I loro capelli volavano. Vidi due giovani cani che, quando saranno grandi, si perderanno nel mondo con campanelli muti intorno al collo. La sarta aveva ancora una collana d'oro da vendere. Io non la comprai. Comprai una borsa di cellophan a righe rosse, bianche e verdi. Dentro c'erano caramelle ungheresi. REGALAI la borsa alla signora Margit, pensai di farla contenta. E che il giorno dopo sarebbe venuto di nuovo Kurt, anche questo pensai. Volevo placare la sua rabbia, prima che lui arrivasse. La signora Margit lesse ogni parola sulla borsa e disse: des draga istenem. Aveva le lacrime agli occhi. Era gioia, ma una gioia che la spaventava mostrandole una vita rovinata e che le ricordava quanto fosse tardi per tornare a Pest. La signora Margit vedeva la propria vita come una giusta punizione. Il suo Ges sapeva perch, ma non lo diceva. La signora Margit soffriva, e proprio per questo amava il suo Ges ogni giorno di pi. La borsa ungherese rimase accanto al letto della signora Margit. Non l'apr mai. Lesse sempre la scrittura familiare sulla borsa come una vita mancata. Non mangi mai le caramelle, perch sarebbero semplicemente sparite nella sua bocca. DA due anni e mezzo la madre vestiva di nero. Era ancora in lutto per il padre e ora anche per il nonno. Venne in citt e si compr una piccola zappa. Per il cimitero e per le fitte aiuole in giardino, disse. Con la zappa grande si danneggiano le piante troppo facilmente. Mi sembr sconsiderato che prendesse la stessa zappa per la verdura e le tombe. Tutto ha sete, diceva, le erbacce di quest'anno maturano presto, il seme vola gi via. I cardi si moltiplicano. I vestiti da lutto la invecchiavano. Sedeva accanto a me al sole, come la moglie di un'ombra. La zappa era appoggiata alla panca. Ogni giorno viaggiano treni e tu non torni a casa, disse. Tir fuori dello speck, del pane e un coltello. Non ho fame, disse, riempio solo lo stomaco. Tagli lo speck e il pane a dadini. La nonna rimane nei campi anche di notte,

disse, come i gatti selvatici. Una volta ne avevamo uno che cacciava tutta l'estate e a novembre tornava a casa con la prima neve. La madre non mastic molto, ingoi velocemente. Tutto ci che cresce pu essere mangiato, altrimenti la nonna sarebbe gi morta, disse. Ho smesso di cercarla di notte. Ci sono talmente tante strade, che per me stare in campagna inquietante. Ma non poi cos diverso rimanere da sola nella casa grande. Non si pu conversare con lei, ma se la sera tornasse, in casa ci sarebbero altri due piedi. Mentre mangiava, la madre non pos il coltello, bench tutto fosse stato tagliato in bocconi. Aveva bisogno del coltello per parlare. Il papavero cade, disse, il mais rimane piccolo, le prugne si sono raggrinzite ormai da tanto tempo. Quando sto in citt tutto il giorno e la sera mi svesto, ho delle macchie nere. Continuo a sbattere di qua e di l. Quando giro cos, anzich lavorare, tutto mi ostacola. Per di pi la citt pi grande del paese. Poi la madre salita sul treno. Quando questo fischi, emise un suono roco. Mentre le ruote si muovevano e le ombre del vagone scorrevano per terra, il controllore balz in piedi. Lasci penzolare la gamba in aria per parecchio tempo. SOTTO l'albero di gelso c'era la sedia da camera scartata. Sotto il sedile era appesa la treccia d'erba secca. Oltre il recinto occhieggiavano dei girasoli, non avevano n una corona n semi neri. Erano imbottiti come nappe. Li ha innestati mio padre, disse Teresa. Nella veranda erano appese tre corna di cervo. La zuppa di cavolfiore non riesco a mangiarla, disse Teresa, impregna tutta la cucina. La nonna port il piatto al fornello e vers la zuppa di Teresa nella pentola. Il cucchiaio sbatt, come se lei avesse delle stoviglie in pancia. Ripulii il mio piatto. Credo che la zuppa fosse buona. Se, mangiando la zuppa, avessi pensato al cibo, mi sarebbe piaciuta. Ma a mangiare qui non mi sentivo a mio agio. La nonna di Teresa mi aveva allungato il piatto e aveva detto: Mangia, cos mangia anche Teresa, Non sei certo rozza quanto lei. Stando a lei, tutto puzza. Puzzano il cavolfiore, i piselli e i fagioli, il fegato di pollo, l'agnello e il coniglio. Le dico: Puzza anche il tuo buco di culo. Mio figlio non lo ascolta volentieri. Quando c' gente, non devo dirlo. Teresa non mi aveva presentato. Sua nonna non aveva bisogno del mio nome, vide una bocca su un volto e mi diede della zuppa. Il padre di Teresa dava le spalle al tavolo, mangiava la zuppa dalla pentola, stando in piedi. Probabilmente sapeva chi fossi, perci non si guard intorno quando arrivai. Guard Teresa sopra le spalle: Hai imprecato di nuovo, disse. Il direttore non voleva ripetere le tue imprecazioni, erano fin troppo volgari. Tu credi che le tue imprecazioni non puzzino. Ogni volta che vedo la fabbrica, mi viene da imprecare, disse Teresa. Afferr dei lamponi in una scodella, le sue dita divennero rosse. Suo padre sorseggi la zuppa. Mi fai prendere un colpo ogni giorno, disse. Le gambe storte, il sedere piatto e gli occhi piccoli venivano tutti da lui. Era grande e ossuto, la sua testa era mezza calva. Quando visita i suoi monumenti, pensai tra me, le colombe potrebbero sedersi sulle sue spalle, anzich sul ferro. A forza di bere le sue guance s'infossavano, gli zigomi sporgevano sotto i suoi piccoli occhi. Assomigliava davvero ai suoi monumenti, o era solo perch sapevo che li aveva fusi lui? Ora erano di ferro la sua nuca e le sue spalle, ora il suo pollice e le sue orecchie. Gli cadde di bocca un pezzo di cavolfiore. Rimase attaccato alla sua giacca come un dente piccolo e bianco.

Questa persona potrebbe essere anche piccola e grassa, pensai tra me, con quel mento avrebbe comunque fuso monumenti. Teresa lasci il fianco inclinato e mise la scodella di lamponi sotto il braccio. Andammo in camera sua. Alla parete della stanza, sopra una stretta porta, era incollata della tappezzeria. Un bosco autunnale con betulle e acqua. Una betulla aveva una maniglia sul tronco. L'acqua non era profonda, si intravedeva il fondo. L'unico sasso che giaceva nel bosco tra i tronchi, era pi grande dei due sassi sul fiume. Nessun cielo, nessun sole, ma un'aria chiara e foglie gialle. Una tappezzeria simile non l'avevo mai vista. Viene dalla Germania, disse Teresa. La sua bocca era color sangue a causa dei lamponi. Anche la scodella sul tavolo. Accanto c'era una mano di porcellana aperta. A ogni dito c'erano degli anelli di Teresa. Sopra il dorso della mano e nel palmo pendevano collane di Teresa, anche quelle della sarta. Senza i gioielli la mano sul tavolo sarebbe stata come un albero deforme. Ma nei gioielli brillava la disperazione, come non avrebbe potuto crescere sugli alberi, n sul legno, n tra le fronde. Passai con la punta delle dita sul tronco di betulla con la maniglia, la abbassai e proseguii. Volevo arrivare al sasso camminando sul terreno boscoso senza dare nell'occhio. Chiesi: Dove si arriva, se si apre la betulla con la maniglia. Teresa disse: Dietro l'armadio dei vestiti di mia nonna. Vieni a mangiare con me, disse Teresa, altrimenti divoro i lamponi da sola. Quanti anni ha tua nonna, chiesi. Mia nonna viene da un paesino del sud, disse Teresa. Fu messa incinta raccogliendo i meloni e non seppe da chi. Era lo zimbello del paese. Per questo sal sul treno. Aveva mal di denti. Qui in stazione terminavano i binari. Scese. And dal primo dentista che trov e rimase con lui. Era pi vecchio di lei, e solo, disse Teresa. Lui aveva di che vivere, lei non aveva che il suo segreto. Non gli disse che aspettava un bambino. Lo accetter come un parto prematuro, pens. Poi mio padre divenne veramente un parto prematuro. Il dentista and a visitarla nella clinica ostetrica. Le port dei fiori. Il giorno in cui fu dimessa, non venne. Lei torn a casa col bambino in taxi. Lui non la lasci pi entrare in casa. Le diede l'indirizzo di un ufficiale. Lei divenne una domestica. Per anni l'ufficiale andava da lei di notte. Mio padre fingeva d'essere addormentato. Capiva che quello era l'unico motivo per cui possedeva tutto ci che possedevano i figli dell'ufficiale. Gli era concesso chiamare l'ufficiale pap, mentre nessuno ascoltava. Gli era anche concesso mangiare allo stesso tavolo. Un giorno, quando la moglie dell'ufficiale sgrid mia nonna perch i bicchieri non erano stati puliti, mio padre disse: Pap, dammi dell'acqua. La moglie dell'ufficiale guard il bambino, poi l'ufficiale. suo padre sputato, disse. Strapp a mia nonna il coltello dalla mano e trinci da sola il coniglio. Tutti mangiarono e mia nonna fece le valigie. Con la valigia in mano alz dalla sedia suo figlio, che aveva le guance piene di carne. I figli dell'ufficiale volevano andare alla porta, ma la moglie dell'ufficiale imped loro d'alzarsi da tavola. Salutarono agitando dei tovaglioli bianchi. L'ufficiale non os lanciare un'occhiata alla porta. Il dentista aveva ancora due donne, disse Teresa. Lo hanno abbandonato entrambe, perch volevano avere dei figli. Lui non poteva generarne. Sarebbe stato felice con mia nonna, se solo si fosse lasciato illudere. Quando mor, mio padre eredit casa sua.

VUOI figli, chiese allora Teresa. No, dissi. Immaginati di mangiare lamponi, anatre e pane, di mangiare mele e prugne, d'imprecare e di trasportare su e gi pezzi di macchine, di spostarti con il tram e di pettinarti i capelli. E tutto questo diventa un figlio. RICORDO ancora quando guardavo la maniglia della betulla. E come, invisibile da fuori, sotto il braccio di Teresa ci fosse sempre la noce. Ci volle del tempo e divent grossa. La noce crebbe contro di noi. Contro tutto l'amore. Era pronta al tradimento, insensibile alla colpa. Divor la nostra amicizia, prima d'uccidere Teresa. Il compagno di Teresa aveva quattro anni pi di lei. Studiava nella capitale. Divent medico. Mentre i medici non sapevano ancora che la noce si diffondeva nel petto e nei polmoni di Teresa, ma solo che Teresa non avrebbe potuto avere figli, lo studente si fece medico. Voleva figli, le diceva. Era solo l'angolo pi piccolo della verit. Lasci Teresa nei guai, in modo che non morisse nella sua vita. Aveva imparato abbastanza dalla morte. NON ero pi nel paese. Ero in Germania e ricevetti minacce di morte dal capitano Pjele tramite telefonate da lontano e lettere. Le intestazioni delle lettere mostravano due asce incrociate. In ogni lettera c'era un capello nero. Di chi. Guardai attentamente le lettere, come se l'assassino che il capitano Pjele avrebbe mandato sedesse tra le righe e vedesse i miei occhi. Ci fu uno squillo e sollevai la cornetta. Era Teresa. Mandami dei soldi, voglio farti visita. Puoi viaggiare. Credo di s. Questa fu la nostra conversazione. ALLORA Teresa venne a farmi visita. La incontrai alla stazione. Il suo volto era ardente e i miei occhi bagnati. Su quel marciapiede avrei voluto toccare Teresa dappertutto, contemporaneamente. Le mie mani erano troppo piccole per me, guardai il tetto sopra la capigliatura di Teresa e quasi mi librai in alto. La valigia di Teresa mi tendeva il braccio, ma la trasportai come se fosse piena d'aria. Solo sull'autobus vidi che la mia mano era stata scorticata dalla maniglia della valigia, fino ad arrossarsi. Afferrai il corrimano nel punto in cui Teresa si teneva attaccata. Sentii gli anelli di Teresa nella mia mano. Teresa non guard la citt fuori dal finestrino, mi guard in faccia. Ridemmo, mentre il vento ridacchiava attraverso il vetro aperto. IN cucina Teresa disse: Sai chi mi ha mandato. Pjele. Non avrei potuto viaggiare altrimenti. Bevve un bicchiere d'acqua. Perch sei venuta. Volevo vederti. Cosa gli hai promesso. Niente. Perch sei qui. Volevo vederti. Bevve un altro bicchier d'acqua. Dissi: Avrei tutto il diritto di cacciarti. Cantare davanti al capitano Pjele non era niente in confronto a questo, dissi. Spogliarmi davanti a lui non mi ha denudato quanto te. Ma non c' niente di negativo nel fatto di volerti vedere, disse Teresa. Racconter a Pjele qualsiasi cosa che non sia di alcuna utilit. Lo possiamo

concordare io e te. Tu e io. Teresa non intuiva minimamente che tu e io non esisteva pi. Che tu e io non si poteva pi pronunciare insieme. Che io non potevo pi chiudere la bocca, perch dentro mi batteva il cuore. Bevemmo caff. Lei lo bevve come fosse acqua, non ritrasse mai la mano dalla tazza. Forse assetata per il viaggio, pensai tra me. Forse ha sempre avuto sete, da quando sono andata in Germania. Vedevo il manico bianco tra le sue dita, il bordo bianco della tazza sulla sua bocca. Bevve cos velocemente, come se volesse andarsene da sola, non appena svuotata la tazza. Cacciarla via, pensai tra me, ma sedeva l, toccandosi la faccia con la mano. Come si fa a cacciar via, se qualcuno sta cominciando a restare. Per me era come stare nuovamente davanti allo specchio della sarta. Vedevo Teresa a frammenti: due occhi piccoli, un collo lungo, dita grosse. Il tempo stava fermo, Teresa doveva andarsene, ma doveva lasciare qui il suo volto, perch mi era mancato cos tanto. Mi mostr la cicatrice sotto il suo braccio, dove la noce era stata asportata. Avrei voluto prendere in mano la cicatrice e accarezzarla, senza Teresa. Avrei voluto strapparmi via l'amore, gettarlo sul pavimento e calpestarlo. Sdraiarmi velocemente dove giaceva, in modo che s'insinuasse nuovamente nella mia testa con entrambi gli occhi. Avrei voluto spogliarla della colpa come di un vestito rovinato. La sua sete si calm, bevve la seconda tazza di caff pi lentamente della prima. Voleva fermarsi per un mese. Chiesi di Kurt. Ha in testa solo il mattatoio, disse Teresa, parla solo di ubriacature di sangue. Credo non mi sopporti. TERESA indossava le mie camicie, i miei vestiti e le sue gonne. Andava in citt con i miei vestiti, anzich con me. La prima sera le diedi la chiave e dei soldi. Le dissi: Non ho tempo. Aveva una pelle cos spessa, che questa scusa le rimbalzava addosso. Andava in giro da sola e tornava con grandi buste. La sera se ne stava in bagno e voleva lavare i miei vestiti. Dissi: Li puoi tenere. Dopo che Teresa era partita da casa, uscivo anch'io. Non sentivo nient'altro che il pulsare nella mia gola. M'infilavo nelle strade circostanti. Non andavo in nessun negozio, per non incontrare Teresa. Non restavo fuori a lungo, tornavo prima di lei. LA VALIGIA di Teresa era chiusa. Trovai le chiavi sotto il tappeto. Nella tasca interna della valigia trovai un numero di telefono e un nuovo paio di chiavi. Mi diressi verso la porta dell'appartamento, la chiave corrispondeva. Digitai il numero. Ambasciata rumena, disse una voce. Chiusi la valigia e riposi le chiavi sotto il tappeto. La chiave dell'appartamento e il numero di telefono li misi nel mio cassetto. Sentii la chiave nella porta. I passi di Teresa nel corridoio, la porta della stanza. Sentii frusciare delle buste, la porta della sua stanza, la porta della cucina, la porta del frigorifero. Sentii sbattere coltelli e forchette, gocciolare il rubinetto, sbattere la porta del frigorifero, la porta della cucina, la porta della stanza. Deglutii a ogni rumore. Sentii delle mani impossessarsi di me, ogni rumore mi afferrava. Poi la mia porta si apr. Teresa stava l, con una mela morsicata e disse: Hai messo mano alla mia valigia. Presi la chiave dal cassetto. Questo il tuo qualcosa che Pjele non pu utilizzare, dissi. Sei stata in una ferramenta. Stasera parte il tuo treno. La mia lingua era pi pesante di me. Teresa fece cadere la mela morsicata. Prepar la valigia. Andammo alla fermata dell'autobus. L c'era una vecchia signora con una

borsetta squadrata e il biglietto in mano. Andava su e gi e diceva: Ora dovrebbe arrivare. Poi vidi un taxi e alzai il braccio, perch non venisse nessun autobus e non dovessi stare seduta o in piedi con Teresa. Mi sedetti accanto all'autista. STAVAMO sul binario: lei, che voleva rimanere ancora tre settimane, e io, che volevo che sparisse subito. Non ci fu nessun addio. Poi il treno part e n dentro n fuori c'era una mano per salutare. Le rotaie erano vuote, le mie gambe pi deboli di due filamenti. Impiegai met notte dalla stazione a casa. Non avrei mai voluto arrivare a destinazione. La notte non mi addormentai pi. Volevo che l'amore crescesse ancora, come l'erba appena tagliata. Deve crescere diversamente, come i denti dei bambini, come i capelli, come le unghie delle dita. Deve crescere come vuole. Mi spaventava il freddo delle lenzuola e poi il caldo che arrivava quando stavo sdraiata. Quando Teresa mor, sei mesi dopo il suo rientro, volevo cedere la mia memoria, ma a chi. L'ultima lettera di Teresa arriv dopo la sua morte. Ora tutto ci che riesco a fare respirare come la verdura nell'orto. Ho una nostalgia fisica di te. Lamore per Teresa ricresciuto. L'ho costretto a questo e ho dovuto proteggermi. Proteggermi da Teresa e da me, per come eravamo state prima della visita. Ho dovuto legarmi le mani. Volevano scrivere a Teresa che ricordavo ancora noi due. Che il freddo che ho dentro rimesta un amore irrazionale. DOPO la partenza di Teresa, parlai con Edgar. Disse: Non devi scriverle. Hai dato un taglio. Se le scrivi come ti tormenti, comincia tutto daccapo. Poi ritorna. Credo che Teresa conosca Pjele tanto quanto te. O addirittura da pi tempo. PERCHE', quando e come l'amore legato si trasforma in assassinio. Avrei voluto gridare tutte le imprecazioni che non domino. Chi ama e abbandona Dio lo deve punire Dio lo deve punire con il passo dello scarafaggio il ronzio del vento la polvere della terra. Le imprecazioni gridano, ma in quale orecchio. Oggi l'erba si mette in ascolto, quando parlo d'amore. Mi sembra che questa parola non sia onesta con se stessa. MA allora, quando la betulla con la maniglia della porta distava troppo dal sasso sul terreno boscoso, Teresa apr l'armadio e mi mostr la scatola proveniente dalla casa estiva. Qui sta meglio che in fabbrica, disse Teresa. Se hai ancora qualcosa, portalo qui. Anche Edgar, Kurt e Georg naturalmente, disse lei. Da me c' abbastanza spazio, disse Teresa quando raccoglievamo lamponi in giardino. Sua nonna stava seduta sotto l'albero di gelso. C'erano molte lumache sui cespugli di lamponi. I loro gusci erano striati di bianco e di nero. Teresa teneva stretti molti lamponi e li schiacciava. In altri paesi le lumache vengono mangiate, disse Teresa. Si succhiano fuori dal guscio. Il padre di Teresa camminava per strada con una borsa di lino bianca. Teresa confuse di nuovo Roma con Atene e Varsavia con Praga. Stavolta non tacqui: Distingui i paesi in base ai vestiti. Ma muovi le citt di qua e di l come vuoi. Guarda qualche volta nell'atlante. Teresa lecc via dagli anelli i lamponi schiacciati: Ma il fatto di saperlo ti mai servito a qualcosa, chiese. La nonna stava seduta sotto l'albero di gelso, su una sedia. Ascoltava e succhiava una caramella. Quando Teresa le pass davanti trasportando la scodella piena, la caramella non si mosse pi da una guancia all'altra. Si era

addormentata e aveva gli occhi socchiusi. La caramella stava nella sua guancia destra, come se avesse mal di denti. Come se sognasse che le rotaie fossero finite, come era successo in treno. E, nel sogno, sotto le foglie di gelso la sua vita riprendesse dall'inizio. TERESA aveva tagliato per me cinque girasoli. Per lo scambio delle citt erano disuguali quanto le dita nella mano. Volli dare i girasoli alla signora Margit, perch tornai a casa tardi. Ma anche perch Edgar, Kurt e Georg sarebbero arrivati entro una settimana. La borsa ungherese stava accanto al letto della signora Margit. Ges osservava dalla parete scura il suo viso illuminato. La signora Margit rifiut i fiori. Sono brutti, disse, non hanno n cuore, n volto. Sul tavolo c'era una lettera. Dietro i dolori alla schiena della madre c'era: Luned mattina ho preparato per la nonna dei vestiti nuovi. Lei li ha indossati, prima di andare in campagna. Quelli sporchi li ho messi in ammollo. In una tasca c'erano bacche di rosa. Ma nell'altra due ali di rondine. Mio Dio, forse ha mangiato delle rondini. vergognoso arrivare a tanto. Forse puoi parlare con lei. Forse, ora che non canta pi, ti riconosce. Del resto ti ha sempre amato, anche se non sapeva chi fossi. Forse lo sa di nuovo. Lei non mi ha mai sopportato. Torna a casa, credo non ne abbia per molto. EDGAR, Kurt, Georg e io stavamo seduti in cortile, nel giardino degli alberi di bosso. I tigli si agitavano al vento. Il signor Feyerabend stava seduto con la Bibbia davanti alla porta. La signora Margit aveva imprecato, prima che andassi in cortile con Edgar, Kurt e Georg. Per me era lo stesso. Georg mi regal un'asse verde e tonda con un manico. Sull'asse c'erano sette galline gialle, rosse e bianche. Attraverso i loro colli e le loro pance scorrevano dei fili. Erano legati l'uno all'altro da una sfera di legno sotto l'asse. La sfera dondolava, quando si teneva l'asse in mano. Le corde si tendevano, come i raggi di un ombrello. Agitavo l'asse in mano e le galline abbassavano il capo e lo rialzavano. Sentivo i loro becchi battere sull'asse verde. Sul retro dell'asse Georg aveva scritto: Istruzione: in caso di
eccessiva preoccupazione, agitare l'asse nella mia direzione. La vostra averla Il verde l'erba, disse Georg, i punti gialli sono i semi di mais.

Edgar mi tolse di mano l'asse, lesse e l'agit. Vidi volare le sfere. Le galline impazzirono. I becchi battevano in modo confuso. Non riuscivamo a tenere per niente gli occhi aperti e ridevamo. Volevo agitare le galline e gli altri dovevano osservare. L'asse apparteneva a me. LA BAMBINA esce dalla casa dove ci sono solo adulti. Porta agli altri bambini, nelle mani e nelle tasche, i suoi giocattoli, tanti quanti ne riesce a trasportare. Perfino sotto i pantaloni e sotto il vestito. Posa i suoi giocattoli, svuota i pantaloni e il vestito. Quando inizia il gioco, la bambina non riesce a sopportare che un altro bambino tocchi le sue cose. La bambina trasformata dall'invidia, perch altri riescono a giocare meglio di lei. Dall'avidit, perch altri toccano ci che appartiene solo a lei. Ma anche dalla paura di rimanere sola. La bambina non vuole essere invidiosa, avara, paurosa e lo ancora di pi. La bambina deve mordere e graffiare. Una bestia testarda che caccia i bambini, rovina i giochi per i quali si rallegrata. Poi di nuovo sola. La bambina brutta e abbandonata, come niente al mondo. Ha bisogno di entrambe le mani per coprire i propri occhi. La bambina vuole lasciare i suoi giocattoli, regalarli tutti. Aspetta che qualcuno li tocchi. O

che qualcuno le tolga le mani dagli occhi, le restituisca i morsi e i graffi. Il nonno ha detto: Occhio per occhio non un peccato. Ma i bambini non mordono e non graffiano. Gridano: Ficcatelo dentro, non ne ho bisogno. Ci sono giorni in cui la bambina spera d'essere picchiata dalla madre. La bambina cammina velocemente, vuole arrivare a casa, finch la colpa ancora fresca. La madre sa perch la bambina tornata a casa cos velocemente. Non la tocca. Dalla distanza infinita tra la porta e la sedia dice: Ti fischiano qualcosa, ora puoi mangiare il tuo giocattolo. Sei troppo stupida per giocarci. E ALLORA tirai di nuovo Edgar per il braccio: Presto si strappano le corde, dammi qui il tormento delle galline. Tutti gridarono: Tormento delle galline. Georg disse: Tu tormento delle galline svevo. Gridai per l'asse, Presto le corde si strapperanno. Mi sentivo troppo vecchia per quest'avidit infantile, ma la bestia testarda mi aveva di nuovo. Il signor Feyerabend si alz dalla sedia e and nella sua stanza. Edgar sollev la mano sopra la mia testa. Sotto le galline vidi volare le sfere. Mangiano volando, grid Georg. Mangiano mosche, url Kurt. Volano sopra i becchi, grid Georg. Erano cos pazze, che la ragione girava nelle loro teste, come la sfera attaccata alla corda. Almeno non rovinare il gioco, non rubare la pazzia. Sanno bene, pensai tra me, che presto non ci rimarr nulla all'infuori di chi e di dove siamo. A quel punto avevo gi tra i denti il polso di Edgar, gli avevo strappato di mano il tormento delle galline e gli avevo graffiato il braccio. Edgar lecc via con la lingua quel po' di sangue e Kurt mi osservava. La signora Grauberg chiam in cortile: Vieni a mangiare. Il nipote sedeva in cima al tiglio e grid: Ma cos'hai cucinato. La signora Grauberg sollev il braccio: Aspetta un attimo, te ne accorgerai da solo. Sotto il tiglio c'era una falce. Al ramo pi basso era appeso un rastrello. Quando il nipote era sceso dall'albero e stava sul prato accanto alla falce, il rastrello dondolava ancora sul ramo. Fammi vedere il tormento delle galline, disse il bambino e Georg disse: Non per bambini. Il nipote piant il muso e si mise la mano tra le cosce. Qui mi crescono peli. normale, dissi. La mia nonna dice che diventer adulto troppo presto. Il bambino scapp via. Il bambino deve sparire, disse Edgar, cosa ci fa qui. Cosa direbbero, pensai tra me, se arrivasse Teresa. Eravamo d'accordo sul fatto che si sarebbe fatta viva solo per caso. Kurt prese due bottiglie di grappa dalla sua grande borsa da viaggio e un cavatappi dalla tasca interna. La signora Margit mi dar dei bicchieri, dissi. Bevemmo dalla bottiglia. Kurt mostr le sue foto del mattatoio. Su una c'erano degli uncini cui erano agganciate delle code di mucca da essiccare. L ci sono quelle dure, che in casa diventeranno spazzole per bottiglie, qui quelle morbide con cui giocano i bambini, disse Kurt. Sull'altra foto c'era un vitello. Sopra sedevano tre uomini. Uno proprio in cima, sul suo collo. Indossava un grembiule di plastica e teneva un coltello in mano. Dietro di lui c'era uno con un grosso martello. Gli altri uomini erano accovacciati a semicerchio. Tenevano in mano tazze di caff. Nella foto successiva le persone sedute tenevano il vitello per le orecchie e le zampe. In quella seguente il coltello squarciava la sua gola, gli uomini tenevano le loro tazze da caff sotto il fiotto di sangue. Nella foto successiva bevevano. Poi, nella sala, c'era solo il vitello. Le tazze stavano dietro, sul davanzale della finestra. In una foto c'erano terra rivoltata, zappe appuntite, pale, stanghe di ferro.

Dietro, un arbusto. Qui dove sedeva un uomo rasato in mutande, disse Kurt. Kurt ci mostr nelle foto i suoi operai. All'inizio, disse, non sapevo perch tutti si precipitassero cos velocemente in sala. Il mio ufficio si trova sul lato opposto dell'edificio, la finestra d sulla campagna: cielo, alberi, cespugli e canneto, questo era ci che dovevo vedere durante la pausa. Non volevano lasciarmi entrare nella sala. In tutte, ma non in quella. Ora non succede nulla, se li guardo. Georg apr la seconda bottiglia. Edgar sistem le foto sull'erba. In basso erano numerate. Sedevamo davanti alle foto, come gli uomini davanti al vitello. Ho le stesse foto con mucche e maiali, disse Kurt. Mi mostr l'operaio che aveva fatto cadere la stanga di ferro sulla sua mano. Era il pi giovane. Kurt avvolse le foto in carta da giornale. Tir fuori dalla tasca della giacca lo spazzolino da denti. Pjele stato da me, disse. Dimenticherai qualche volta le foto dalla sarta. meglio da Teresa, dissi, porta qui anche le altre. Chi questa qui, domand Georg. Feci per rispondere, ma Kurt mi anticip: Un altro tipo di sarta. Le donne hanno sempre bisogno di altre donne per sostenersi, disse Edgar. Diventano amiche, in modo da potersi odiare meglio. Pi si odiano, pi si trovano spesso. Lo vedo con le insegnanti. Una bisbiglia, l'altra tende l'orecchio e apre la bocca come una prugna secca. Suona la campanella, e non riescono a staccarsi l'una dall'altra. Stanno un'eternit davanti alla porta dell'aula, bocca e orecchio attaccati, mentre se ne va mezz'ora. Durante la ricreazione continuano a bisbigliare. Non pu che trattarsi di uomini, disse Georg. Edgar rise: La maggior parte, infatti, ne ha uno, e un altro da parte. Edgar e Georg erano gli uomini da parte di un paio di insegnanti. Fuori, all'aria aperta, dissero, arrossivano un po' e osservavano me e Kurt. Io ero la donna da parte solo per l'inverno, perch l'uomo non c'era pi, dopo che l'inverno era finito. Di amore non parl mai. Pensava all'acqua e diceva che per lui ero un fuscello di paglia. Se ero un fuscello di paglia, per ero uno che stava per terra. L, nel bosco, giacevamo ogni mercoled dopo il lavoro. Sempre nello stesso punto, dove l'erba era alta e la terra dura. L'erba non rimaneva alta. Facevamo l'amore in fretta, sentendo sia freddo che caldo sulla nostra pelle. Poi l'erba si raddrizzava di nuovo, non so come. E noi contavamo, non so perch, i nidi delle cornacchie tra le nere piante d'acacia. I nidi erano vuoti. Disse: Vedi. C'erano dei buchi nella nebbia. In poco tempo si chiusero. I pi freddi erano i piedi, non importa quanto riuscissimo a camminare nel bosco. Il freddo cominci a mordere prima che facesse buio. Dissi: Per tornano a dormire, mangiano ancora nei campi. Le cornacchie compiranno cent'anni. Le gocce sui rami non brillavano pi. Si erano ghiacciate formando dei lunghi nasi. Non sapevo come la luce sparisse, bench guardassi in quella direzione da circa un'ora. Disse, Ci sono cose che gli occhi non intendono. Quando era completamente buio, andavamo al tram e tornavamo in citt. Cosa dicesse mercoled sera, quando tornava a casa cos tardi, non lo so. Sua moglie lavorava nella fabbrica di detersivi. Della moglie non ho mai chiesto. Sapevo che non sarebbe rimasta sola per causa mia. Con quest'uomo non era in gioco il portarlo via. Avevo bisogno di lui solo di mercoled, nel bosco. Di suo figlio diceva talvolta che balbettava e che stava dai suoceri in paese. Gli faceva visita ogni sabato. I nidi delle cornacchie erano vuoti tutti i mercoled. Diceva: Vedi. Con le cornacchie aveva ragione. Ma non con il fuscello di paglia. Per terra, nel bosco,

un fuscello di paglia era spazzatura. Questo era lui per me e io per lui. La spazzatura un appiglio, quando la perdita gi un'abitudine. Era qualcuno dell'ufficio di Teresa, che un giorno non torn pi al lavoro. Sotto i nidi delle cornacchie mi propose di fuggire con lui attraverso il Danubio. Contava sulla nebbia. Altri contavano sul vento, sulla notte o sul sole. Cos la stessa cosa diversa per ognuno. Come col colore preferito, dissi. Per pensai: Come col suicidio. Anche nel nostro bosco di acacie dev'esserci stato da qualche parte un albero con una maniglia sul tronco. In seguito vidi quel tronco, non nel bosco. Forse si trovava troppo vicino a me. Ma lui riconobbe quest'albero e apr questa porta. Il mercoled seguente era morto durante un tentativo di fuga con sua moglie. Aspettavo un qualche segno di vita. Per amore non mi mancava. Ma non si sopporta la morte di nessuna persona con cui si ha un segreto. Gi allora mi chiedevo perch andassi con lui nel bosco. Stare per un po' sull'erba fitta sotto il suo corpo, scalciare fuori dalla carne rinchiusa e non desiderare i suoi occhi neanche un attimo, forse era questo. Solo dopo mesi il suo nome apparve su un pezzo di carta nell'ambulatorio medico. Teresa, che girava dappertutto in fabbrica, aveva visto la notizia ufficiale. Sopra c'era: nome, professione, indirizzo, giorno del decesso. Diagnosi: morte naturale, arresto cardiaco. Luogo di morte: a casa. Ora: 17 e 20 minuti. Il timbro del medico legale, una firma blu. Lo stesso pezzetto di carta col nome di sua moglie lo ricevette la fabbrica di detersivi nella quale Teresa conosceva un'infermiera. L c'era lo stesso giorno del decesso, morte naturale, arresto cardiaco, 12 ore 20 minuti, a casa. Teresa disse: Chiedi cos tanto sul suo conto, del resto lo conosci meglio della maggior parte. Tutti sapevano che avevi qualcosa con lui. stata la prima cosa che ho saputo di te. Prima che c'incontrassimo dalla sarta, lui era da lei. Quando arrivai, se ne and. Lei gli lesse le carte. Ora non ha pi importanza, disse Teresa, ma non mi sarei fidata di lui. Il capitano Pjele non mi chiese mai di lui. Dopotutto c'era forse qualcosa che il capitano Pjele non sapeva. Ma io ero troppo spesso nel bosco, come faceva a non saperlo il capitano Pjele. Magari il capitano Pjele parl con lui di me. Ma nel bosco non cercava mai di sapere qualcosa da me, non sapeva niente di preciso su di me. Me ne accorsi, proprio perch non lo amavo. Ma forse sapeva abbastanza da raccontare al capitano Pjele che, se costretta, sapevo cantare. AVETE il vostro amore. Profuma di legno e di ferro, diceva Kurt. Mi manca, ma meglio cos. Con le figlie e le mogli dei bevitori di sangue non riesco a dormire, disse, quando ricomponemmo la lista con i morti per fuga di cui avevamo sentito parlare. Riempiva due pagine. Edgar invi l'elenco all'estero. La maggior parte dei nomi li avevo avuti da Teresa, alcuni dalla sarta. La sua cliente con le macchie di sperma, il suo uomo e suo cugino erano tutti morti. Georg falciava l'erba. Le nostre teste erano pesanti per la lista di nomi e per la grappa. Georg diventava pazzo e noi lo osservammo. Sput nelle mani, saltell dietro il rastrello e fece un po' di fieno. Poi il rastrello penzol di nuovo dal ramo. Georg estrasse dalla tasca dei pantaloni il suo spazzolino da denti. Ci sput sopra e si pettin le sopracciglia. Chiesi chi possedesse la casa estiva. Un doganiere, disse Edgar. Aveva molti soldi stranieri. Li teneva nascosti nel lampadario dei miei genitori, perch

nessuno li scovasse. Mio padre lo conosce dai tempi della guerra. Ora in pensione, contrabbanda attraverso la dogana. Suo figlio mi aveva dato la chiave, abita in citt. Dalla stanza di Edgar erano scomparsi dei documenti. Aveva una copia della lista. Non a casa, disse. Ma le sue poesie non le aveva pi. Nemmeno in testa, disse Edgar. TERESA non torn quel pomeriggio. Le diedi le foto in fabbrica. Suo padre era stato avvertito da me il giorno prima. La relazione con me avrebbe esercitato un'influenza dannosa su sua figlia, aveva detto il capitano Pjele. Da me sarebbero mancate solo le luci rosse. Mi finsi stupida, disse Teresa, e chiese se Pjele intendesse con ci il Partito. Mio padre disse: Il Partito non un bordello. EDGAR, Kurt e Georg se n'erano andati da tempo. L'erba falciata si asciugava al sole. Ogni giorno vedevo il mucchio diventare pi piccolo e leggero. Era diventato fieno. Le stoppie gi ricrescevano. Un pomeriggio il cielo divent nero e giallo fuoco. Dietro la citt si battevano dei lampi, tuonava. Il vento piegava i tigli e staccava da loro piccoli rami. Li spingeva contro il bosso e li sollevava di nuovo in aria. Si agitavano, nell'albero di bosso il legno scricchiolava. La luce era come carbone e vetro. Si poteva allungare la mano e toccare l'aria. Il signor Feyerabend stava sotto gli alberi e riempiva un cuscino blu di paglia. Il vento gliene rubava dei ciuffi. Li rincorse e li cattur con la scarpa. In questa luce sembrava una silhouette. Temevo che il lampo lo vedesse e lo uccidesse. Quando caddero dei goccioloni, corse sotto il tetto. Per la mia Elsa, disse, e port il cuscino nella sua stanza. DIETRO i dolori alla schiena della madre c'era: La signora Margit mi ha scritto che vai con tre uomini. Grazie a Dio sono tedeschi, ma comunque gente che si prostituisce. Una paga per anni l'istruzione in citt alla propria figlia, e questo va bene. In segno di ringraziamento ne riceve una puttana. Immagino tu ne abbia anche un altro in fabbrica. Dio ci protegga, che un giorno non ti presenti alla mia porta con un qualche rumeno e non dica: Questo il mio uomo. Il barbiere era solito tagliare i capelli in citt, lo sai, e gi allora aveva detto che le femmine istruite sono disgustose quanto lo sputo. Ma si crede che la propria figlia non diventi cos. LA CERA d'api cuoceva nella pentola, le bolle scoppiavano e schiumavano intorno al mestolo come birra. Sul tavolo, tra tegami, pennelli, bicchieri, c'era una foto. L'estetista disse: Questo mio figlio. Il bimbo teneva in braccio un coniglio bianco. Il coniglio non c' pi, disse, ha mangiato del trifoglio bagnato. Il suo stomaco scoppiato. Teresa imprec. Non lo sapevamo, disse l'estetista, facevamo il raccolto di mattina in mezzo alla rugiada. Pi fresco , meglio , credevamo. Spalm con un cucchiaio sulla gamba di Teresa una striscia di ceretta larga un palmo. Appena in tempo, disse, sui polpacci hai gi una peluria molto folta. Quando le tolse la striscia di cera, Teresa chiuse gli occhi. Avremmo comunque sgozzato il coniglio pi tardi, disse l'estetista, ma non necessariamente. La prima striscia fa male, ma ci si abitua, c' di peggio, disse l'estetista. Cosa fosse peggio, avrei potuto dirglielo io. Proprio per questo non ero pi sicura se volevo farmi depilare. Teresa mise le mani sotto la testa e mi osserv. I suoi occhi erano grandi come quelli di una gatta. Hai paura, disse. L'estetista spalm un p di cera su un'ascella di Teresa. Dalla cera spuntava una spazzola per capelli, quando le dita appuntite l'avevano levata.

I conigli sono belli, soprattutto quelli bianchi, disse Teresa, ma la loro carne puzza esattamente come quella dei conigli grigi. I conigli sono animali puliti, disse l'estetista. L'ascella di Teresa era nuda. Vi vedevo dentro un nodo grosso quanto una noce. IL TORMENTO delle galline stava accanto al dizionario. Teresa lo agitava ogni giorno, prima che mangiassimo. Quando entrava dalla porta, diceva: Vengo a dar da mangiare alle galline. E ogni volta chiedeva se finalmente sapevo come si chiamasse in rumeno l'uccello delle istruzioni di Georg. Ma a Teresa potevo solo dire in rumeno cosa significasse quel nome in tedesco: Uccidere nove volte. Il nome dell'uccello non si trovava in nessun dizionario. Una volta avevo una tata tedesca, disse Teresa. Era vecchia, perch mia nonna non ammetteva alcuna tata giovane, per evitare che mio padre cadesse in tentazione. La vecchia era severa e sapeva di cotogne. Aveva dei capelli lunghi fin sulle braccia, avrei dovuto imparare il tedesco da lei. Das Licbt, la luce; der Jger, il cacciatore; die Braut, la sposa. La mia parola preferita era Futter, foraggio, perch nella mia lingua vuol dire scopare. Non sapeva di cotogne: Ci d latte e burro le diamo fresco foraggio La tata mi cantava anche: Bambini venite presto a casa la madre gi spegne la luce. Mi traduceva la canzone, ma continuavo a dimenticarla. Era una canzone triste, preferivo essere gioiosa. Quando mia madre la mandava al mercato, mi portava con s. Sulla via del ritorno potevo guardare con lei le spose nelle vetrine dei negozi di foto. Allora mi piaceva, perch stava in silenzio. Guardava pi a lungo di me, dovevo trascinarla via. Allontanandoci, rimanevano sul vetro le impronte delle nostre dita. Il tedesco rimase sempre per me la lingua dura delle cotogne. Da quando avevo visto la noce, chiedevo ogni giorno a Teresa se era stata dal medico. Si rigirava gli anelli intorno alle dita e li guardava, come se l ci fosse una risposta. Scuoteva la testa, imprecava e smetteva di mangiare. Il suo viso s'induriva. Un luned disse: S. Chiesi: Quando. Teresa disse: Ieri sono stata a casa di uno. un ammasso di grasso, non quello che pensi. Non le credetti e cercai la bugia fresca, umida nei suoi occhi. Vidi insinuarsi nel suo volto, intorno agli angoli della bocca, la bambina di citt ostinata e sveglia. Ma Teresa si ficc in bocca il soldatino seguente, mastic e fece agitare le galline e volare la sfera. Pensai tra me: Quando si mente, il cibo non pi buono. Poich Teresa continuava a mangiare, smisi di dubitare. Se domani venissi trasformata in un uccello, chiese Teresa, che tipo di uccello vorresti essere. TERESA non poteva pi dire a lungo: Vengo a dar da mangiare alle galline. Non mangiammo pi a lungo insieme. Quando una mattina giunsi al lavoro, udii uno scalpitio. Sul corridoio silenzioso non c'era nessuno. Stavo con la chiave davanti alla porta dell'ufficio. Origliai, lo scalpitio era dietro la porta. Spalancai la porta. Alla mia scrivania era seduto uno. Giocava col tormento delle galline. Lo conoscevo di vista, era chiamato il programmatore. Rideva come un pazzo. Gli strappai di mano il tormento delle galline. Disse: I visitatori che vengono a quest'ora sono tenuti a bussare, prima d'entrare. Non perch fossi arrivata troppo tardi, ma perch ero gi stata licenziata. Dopo aver sbattuto la porta, vidi tutte le mie cose fuori in corridoio: il sapone, l'asciugamano, il bollitore e la pentola di Teresa. Nella pentola due cucchiai, due coltelli, caff e zucchero e due tazze. In una tazza, una gomma per cancellare. Nell'altra un paio di forbici per unghie. Cercai Teresa, mi trovai nel suo ufficio, posai le cose sul tavolo vuoto. Aspettai un po'.

L'aria era cattiva, tutti andavano su e gi. Si affaccendavano in questo piccolo spazio, in questo ditale pieno di gente. Mi osservavano con la coda dell'occhio. Nessuno mi chiese perch piangessi. Il telefono squill, uno ci and e disse: S, qui. Mi mand dal capo del personale. Lui allung un foglietto, perch lo firmassi. Lessi e dissi: No. Mi guard assonnato. Chiesi: Perch. Spezz un biscotto a met. Due bianche briciole caddero sulla sua giacca scura, non so pi cosa mi sia venuto in mente in quel momento. Ma gridai ancor pi forte. Imprecai per la prima volta in vita mia, perch ero stata licenziata. QUELLA mattina Teresa non venne in ufficio. Il cielo era nudo. Un vento caldo mi tirava per i capelli attraverso il cortile della fabbrica, non sentivo le mie gambe. Chi si veste pulito, non pu arrivare in cielo sporco, pensai tra me. Volevo essere sporca solo per contrariare il cielo del capitano Pjele, bench da allora cambiassi pi spesso la biancheria intima. Per altre tre volte tornai sui miei passi nell'ufficio di Teresa, aprii e chiusi la porta senza una parola. Le mie cose erano ancora tutte sul tavolo. Lasciai scorrere le lacrime lungo le orecchie e il mento. Le mie labbra bruciavano di sale, il mio collo era bagnato. Sul marciapiede, sotto gli slogan, vidi le mie scarpe strascicare i piedi, mentre le altre camminavano. Le loro mani portavano pecore di latta o pezzi di carta svolazzante. Vidi loro accanto a me, lontani. Solo i capelli intorno alle loro teste mi sembravano vicini e pi grandi delle loro camicie e dei loro vestiti. A me non pensavo ormai pi, tanta era la paura che avevo per Teresa. Imprecai per la seconda volta. In quel lasso di tempo lei stava seduta nell'ufficio del direttore. L'aveva gi fermata al cancello. La dimise solo tre ore pi tardi, dopo che ero uscita dal cancello ufficialmente licenziata. Quello stesso giorno avrebbe dovuto iscriversi al Partito e prendere le distanze da me. Dopo tre ore lei disse: Va bene. QUEL pomeriggio, alla riunione, Teresa aveva dovuto sedere in prima fila davanti alla tovaglia rossa della Presidenza. Dopo l'introduzione, il padre di Teresa venne onorato. Poi lei fu presentata dal direttore della riunione. Fu invitata ad alzarsi in piedi e a fare dei passi avanti, in modo che tutti potessero vedere il membro pi recente, prima che venisse ammesso. Teresa si alz, si gir per affrontare la sala. Le sedie scricchiolarono, i colli si allungarono. Teresa intu in che direzione guardassero: verso le sue gambe. M'inchinai come se fossi un'attrice, disse in seguito Teresa. Alcuni ridevano, altri perfino applaudivano. Allora iniziai a imprecare. Il riso e l'applauso s'interruppero istantaneamente, nel momento in cui si accorsero che nessuno della Presidenza applaudiva. Si sentirono in trappola e nascosero le mani. Perch non vi mettete a testa in gi e non vedete quante mosche riuscite a catturare col culo, disse Teresa. Uno delle prime file poggi le mani sulle cosce. Vi s'era seduto sopra ed erano rosse come la tovaglia. Cos erano le sue orecchie, bench non vi si fosse seduto sopra, disse Teresa. Spalanc la bocca, prese aria e contorse le sue dita. Il suo vicino, uno secco dalle gambe lunghe, disse Teresa, le diede un calcio alla caviglia con la scarpa, per indurla a sedersi e a tacere. Teresa ritir il proprio piede e disse: E se non vi basta, potete sempre tirare l'acqua nella testa, finch non vi viene in mente qualcosa di meglio. La mia voce rimase calma, disse Teresa. Sorrisi, inizialmente credevano che volessi ringraziarli per aver lodato mio padre. Poi avevano facce da civetta, in questa sala c'erano pi occhi bianchi che pareti.

UN MERCOLED, Kurt arriv inaspettatamente in citt. Nonostante la giornata estiva, me ne stavo seduta nella mia stanza, perch stare in mezzo alla gente mi faceva piangere. Perch mi ero messa in mezzo al vagone del tram per gridare forte. Perch ero corsa fuori dal negozio, per non dover graffiare e mordere la gente. Kurt diede per la prima volta dei fiori alla signora Margit, probabilmente perch era venuto a met settimana. Il mazzo era stato raccolto nel campo, papavero selvatico e ortiche bianche. Erano appassiti per il viaggio. In acqua diventeranno di nuovo freschi, disse la signora Margit. I fiori non sarebbero stati necessari, la signora Margit si era addolcita, dopo che ero stata licenziata. Mi accarezzava, ma mi faceva solo rabbrividire. Non lo potevo sopportare, ma non potevo nemmeno scacciare la sua mano. Anche il suo Ges mi fiss, quando disse: Devi pregare, figlia mia, Dio capisce tutto. Io parlai del capitano Pjele e lei parl di Dio. Temevo che le mie mani dovessero schiaffeggiarla. UNA VOLTA venuto uno, disse la signora Margit e mi ha chiesto di te. Puzzava di sudore. Lei pensava che fosse un kanod. Dio, disse, ce ne sono talmente tanti, come fai a distinguerli. L'uomo le aveva mostrato il proprio documento d'identit, senza occhiali lei non era stata capace di leggere ci che c'era scritto. Lui era nella stanza, prima che lei riuscisse a dire di no. Le fece ogni sorta di domande, disse la signora Margit. Dalle domande era chiaro che non si trattava d'amore. Lei paga l'affitto e va al lavoro, di pi non so, gli aveva detto la signora Margit. Poi aveva alzato la mano. Giuro, aveva detto, indicando Ges: Non mento, lui mi testimone. Questo accadeva in primavera, disse la signora Margit. Lo racconto solo ora, perch l'uomo se n' andato e non pi ritornato. Andandosene, si scusato e mi ha baciato la mano. Era un gentiluomo, ma puzzava di sudore. Da allora lei aveva pregato spesso per me. Dio mi ascolta, disse, sa che non lo faccio per chiunque. Ma un po' devi pregare anche tu. KURT giunse inaspettatamente, perch Edgar e Georg avevano chiamato al mattatoio per dire che erano stati licenziati. Hanno telefonato anche in fabbrica, disse Kurt. Un programmatore ha detto loro, Hai fatto talmente tante assenze, che hai dovuto essere licenziato. Volevano parlare con Teresa, ma poi lui riattacc. Kurt aveva avuto mal di denti tutta la notte. I suoi capelli erano scompigliati. In paese non ci sono dentisti, disse, tutti vanno dal calzolaio. Il calzolaio ha una sedia con una mensola che si abbassa all'altezza della pancia. Tu ti siedi l e il calzolaio ti lega un filo intorno al dente. All'altra estremit del filo fa un cappio e lo appende alla maniglia della porta della bottega. Poi con un calcio chiude la porta. Il filo strappa il dente dalla bocca. Costa quaranta lei, lo stesso che per un paio di mezze suole, disse Kurt. Teresa non fu licenziata dopo la riunione del Partito. Fu trasferita in un'altra fabbrica. Kurt disse: infantile, ma non politica. Suo padre pi maturo, per questo lei pu continuare a essere infantile. Gli angoli dei suoi occhi erano pi rossi dei suoi capelli, la sua bocca era bagnata. Anche mio padre era maturo, dissi, altrimenti non sarebbe stato nelle SS. Avrebbe fuso monumenti e li avrebbe anche sistemati in tutto il Paese. Avrebbe sempre ripreso a marciare. Il fatto che dopo la guerra non fosse pi utile politicamente, non stato un grande rammarico.

Aveva marciato nella direzione sbagliata, tutto l. Ognuno pu essere utilizzato come spia, disse Kurt, poco importa se al servizio di Hitler o di Antonescu. Le cicatrici sui suoi pollici lo facevano assomigliare al figlio del diavolo. Un paio d'anni dopo Hitler, tutti piangevano per Stalin, disse. Da allora aiutano Ceauescu a fare cimiteri. Le piccole spie non ambiscono ad alcuna carica importante nel Partito. Possono essere utilizzate senza il minimo imbarazzo. I membri del Partito possono rifiutarsi di farlo, quando viene chiesto loro di diventare spie. Riescono a difendersi meglio degli altri. Quando vogliono, dissi. Odiavo le sue unghie sporche, perch diffidavano di Teresa. Odiavo il suo mento storto, perch mi convinceva a met. Il suo bottone traballante sulla camicia lo odiavo, perch era appeso a un filo che stava per strapparsi. Cosa non deve fare una persona per essere politica quanto te, chiesi. Gli strappai il bottone traballante della camicia, tolsi il filo e lo misi in bocca. Kurt cerc di colpire la mia mano, ma colp in aria. La tua diffidenza la chiami precisione, dissi col filo sulla lingua e il bottone in mano, ma le tue foto le lasci da Teresa. Allora cosa? Non le accadr nulla, se dovessero trovarle, disse Kurt. Credi di diventare invisibile non fidandoti di nessuno, dissi. Kurt osserv la foto della donna appena morta, la sua gonna col guardinfante e il suo parasole. No, disse. Pjele non ci perde d'occhio. Io morsi il filo e lo ingoiai: Qualcuno si mai scelto il proprio padre? Kurt si tenne la testa tra le mani. Ci sono persone, che non riconoscono pi il proprio padre, disse. Chiesi: Chi. Tamburell con le dita sul tavolo vuoto, come se il tormento delle galline scalpitasse. Ogni paio di dita produceva sul legno un suono diverso. Pensai tra me: Ci conosciamo cos bene, che dipendiamo l'uno dall'altro. Ma sarebbe stato cos facile avere amici completamente diversi, se Lola non fosse morta nell'armadio. Va' dal dentista, dissi, sei invidioso, perch nessuno ci pu aiutare. Disse: Anche tu stai diventando infantile. Poi trattenne le mani in alto come un bambino. Ma io ficcai il bottone in bocca: Lascialo qui, prima di perderlo. Il bottone sbatt sui miei denti. Dov' il tormento delle galline, domand Kurt. SCRISSI alla madre che ero stata licenziata. La lettera arriv il giorno dopo. E quello successivo ricevetti gi la sua risposta: L'ho sentito in paese. Vengo venerd in citt col primo treno. Le scrissi di rimando: Non vengo alla stazione cos presto. Sar alla fontana a getto verso le dieci. Le lettere non avevano mai viaggiato tanto velocemente. LA MADRE era in citt dalla mattina presto. C'incontrammo alla fontana. Aveva due cesti vuoti appesi alle braccia e una borsa piena ai piedi. Mi baci alla fontana, senza posare i cesti. Ho comprato tutto, disse, ci che mi serve ora, sono dei vasi da conserva. Afferrai la borsa pesante. Andammo nei negozi. Non una parola. Se avessi trasportato uno dei due cesti identici, gli estranei c'avrebbero scambiato per madre e figlia. Ma in questo modo i passanti continuavano a passarci in mezzo, perch c'era abbastanza spazio. In negozio la madre ordin quindici vasi da conserva per cetrioli, peperoni e rape rosse. Come fai a trasportarne cos tanti, chiesi. Non ti mantiene nessuno, disse, n una fabbrica, n un uomo. Tutto il paese sa che sei stata licenziata. Io porto i vasi di verdure e la borsa, tu porta i vasi di frutta, disse la madre.

Ordin altri diciassette vasi da conserva per prugne, mele, pesche e cotogne. La madre aveva tre rughe sulla fronte, mentre contava la verdura e la frutta. Contando, dovette attraversare mentalmente le aiuole e gli alberi da frutto in modo da immaginare ogni cosa. Tutti i vasi che il commesso sistemava in fila sul banco erano identici. Effettivamente sono uno uguale all'altro, dissi. Il commesso li impacchett. Sicuramente sono tutti uguali, disse la madre, ma ci si pu permettere di dire per cosa li si usa. Devo includere la nonna, d'inverno, quando si mangiano sottaceti sar certamente a casa, disse. Tu infatti non torni a casa, giusto. Sul treno la gente ha raccontato che sei incinta al terzo mese. Non mi hanno vista, ero seduta dietro di loro. Ma la gente accanto a me l'ha udito comunque e ha abbassato lo sguardo. Avrei preferito sparire sotto la panca. Andammo alla cassa. La madre sput tra il pollice e l'indice e pag. Guarda quanto vuoi, disse, dal lavoro si ricavano mani ruvide. La madre pos a terra i cesti, allarg le gambe, sollev il sedere e sistem i vasi. Hai mai pensato in tutta la tua vita che da madre ci si deve vergognare. La sgridai: Se non mi lasci in pace, se dici ancora una parola, non mi vedi pi. La madre deglut. Disse sottovoce: Che ore sono. Al polso aveva uno degli orologi di mio padre morto. Perch lo porti, non funziona per niente, chiesi. Ma non se ne accorge nessuno, disse, ce n'hai uno anche tu. Il mio funziona, dissi, altrimenti non lo porterei. Indossare un orologio mi fa sentire pi sicura, anche se non funziona. Allora perch chiedermi che ore sono, dissi. Perch con te non si pu parlare di nient'altro, disse la madre. LA SIGNORA Margit aveva detto: Nincs love nincs muzsika, nessun soldo, nessuna musica, ma che si deve fare, se non hai soldi per l'affitto. Posso resistere due mesi, Dio ti aiuter e non sar lasciata sola. Non facile trovare una ragazza tedesca o ungherese e non voglio nessun altro in casa mia. Sei cattolica dalla nascita e un giorno comincerai di nuovo a pregare. Dio ha abbastanza tempo, pi di noi uomini. Dio ci vede fin da quando nasciamo. Ma noi impieghiamo tanto tempo per vedere lui. Da giovane non pregavo nemmeno io. Capisco che tu non voglia tornare in paese, disse la signora Margit, l vivono solo degli ottusi. A Pest, se uno non sapeva come comportarsi, si diceva: Sei un contadino. La signora Margit voleva comprare al mercato del formaggio fresco. Molto caro, disse. Ne ho staccato una briciola da assaggiare. La contadina ha gridato: Con quelle mani sporche. In un giorno mi lavo le mani pi spesso di quanto lei faccia in un mese. Il formaggio era aspro, come l'aceto. Ho sentito, disse la signora Margit, che molti contadini mettono farina nel formaggio. So che un peccato dirlo davanti a Dio, ma Dio lo sa da s, i contadini non sono mai state persone fini. LA SIGNORA Margit mi accarezzer la testa per la proroga dell'affitto, dissi a Teresa. Crede di averne il diritto. Poich non riceve soldi per la stanza, vuole sentimenti. Se riesco a pagare l'affitto in fretta, non mi metter le mani in testa. Teresa mi trov delle lezioni di tedesco. Dovevo insegnare a casa di due ragazzi tre volte a settimana. Il loro padre era caporeparto nella fabbrica di pellicce. La madre era casalinga. un'orfana, disse Teresa. I ragazzi sono duri di comprendonio. Il padre fa un sacco di soldi ed quanto devi sapere. TERESA aveva conosciuto il padre e i figli alle terme. I bambini sono affezionati, disse Teresa.

Quando lei and a vestirsi, il padre disse: Andiamo a casa anche noi. Poi dallo spogliatoio risped i bambini in acqua. Lui sgattaiol col suo costume bagnato nella cabina di Teresa. Ansim e palp Teresa sul petto. Lei lo cacci fuori. Non poteva chiudere, mancava il catenaccio. Lui rimase in piedi davanti alla cabina. Teresa vedeva le sue dita dei piedi sotto la porta. Ho pensato tra me che non sarebbe accaduto nulla, disse lui. In fondo stato solo uno scherzo, non ho mai tradito mia moglie. Lui grid: Venite qui. Teresa ud scalpicciare sui sassi i piedi bagnati dei bambini. Quando usc dalla cabina, anche l'uomo delle pellicce era vestito. Disse: Per favore aspetti, i bambini non le hanno fatto nulla, saranno presto pronti. UDII un grido sulle scale. Proveniva dal terzo piano. Li c'era l'appartamento dove dovevo tenere le mie lezioni di tedesco. Quando mi trovai davanti, non potei bussare, la porta dell'appartamento era stata scardinata. Stava appoggiata alla parete sul pianerottolo. Dall'appartamento fuoriusciva del fumo. L'uomo delle pellicce aveva bava alla bocca, tanto che riusciva solo a balbettare. Puzzava di grappa. Disse: Va sempre bene sapere il tedesco, non si sa mai cosa possa accadere. I suoi occhi assomigliavano alle bolle bianche delle rane. La moglie faceva capolino dal fumo attraverso la finestra spalancata. Il fumo l'avvolgeva, prima di spostarsi verso gli alberi come un cuscino. Mancava l'aria quel pomeriggio, il fumo era sospeso sopra i vecchi pioppi. Il bambino pi piccolo stringeva lo strofinaccio e piangeva. Il bambino pi grande teneva la testa appoggiata sopra il tavolo. I tedeschi sono un popolo orgoglioso, diceva l'uomo delle pellicce, noi rumeni siamo cani maledetti. Un branco vile, lo si vede dal suicidio. Tutti pendono dalla corda, qui nessuno si sparerebbe. Il vostro Hitler si fidato poco di noi. Torna dentro da tua madre, grid la moglie. L'uomo delle pellicce stratton l'armadio: Buona idea, ma dov'. Sul pavimento della cucina c'erano pallottole di pane. I bambini se l'erano sparate prima che iniziasse il litigio. L'uomo delle pellicce s'infil una sigaretta nell'angolo della bocca. Scosse la mano e il capo, la fiamma del suo accendino non trov la sigaretta. La fece cadere a terra. La guard a lungo, tenne la fiamma storta, gli bruci il pollice. Non se ne accorse. Si chin, il suo braccio era troppo corto. La fiamma scivol indietro nell'accendino. Guard entrambi i figli. Non lo aiutarono. Barcoll nel corridoio cercando di evitare la sigaretta. Lungo le scale la porta sbatt contro la ringhiera. Ci fu un fracasso e io accorsi per vedere. L'uomo delle pellicce giaceva sul pianerottolo, inchiodato sotto la porta. Strisci fuori e lasci la porta per terra. Col naso sanguinante si trascin gi per le scale. Voleva trasportare la porta in strada, dissi tornando in cucina, ma ora sparito. Ha scardinato la porta in un attacco di rabbia, disse il bambino pi piccolo, poi voleva picchiare la madre. Lei scappata di corsa e si rinchiusa in camera. Lui si seduto al tavolo della cucina e ha bevuto grappa. Sono andato a chiamare la madre fuori dalla stanza, perch lui si era calmato. Lei stava per cucinare dei krapfen. L'olio era bollente. Lui ha versato la grappa sul fuoco e sull'olio. Diceva di volerci dare fuoco. La fiamma divampata, avrebbe potuto bruciare la faccia alla madre. L'armadio a muro ha preso fuoco. Lo abbiamo spento in fretta.

Ora lei viene qui per la prima volta e nel mezzo di questa follia, disse la moglie al bambino. Strascic i piedi fino al tavolo e si lasci cadere sulla sedia. Dissi: Non fa nulla. Ma qualcosa faceva, come tutto ci che non riuscivo n a sopportare, n a modificare. E accarezzavo i capelli di una signora estranea, come se mi fosse familiare. Sotto la mia mano lei si smarr. Si consum nel suo amore legato, di cui non rimaneva nient'altro che due bambini, la puzza di fumo e una porta scardinata. E una mano estranea tra i capelli. La signora singhiozz, sentii la sua bestia del cuore scappare fuori dalla sua pancia nella mia mano. Saltava di qua e di l non appena la accarezzavo, solo pi velocemente. Torner quando far notte, disse il bambino pi grande. I capelli della signora erano corti. Vedevo il suo cuoio capelluto. E tra i pioppi, dove il fumo si era ritirato, vidi una giovane signora abbandonare l'orfanotrofio. Sapevo dove si trovava in questa citt. Conoscevo il monumento fuori dal recinto. La madre in ferro sul piedistallo e il figlio in ferro all'orlo della gonna erano stati fusi dal padre di Teresa. Dietro il monumento c'era una porta marrone. Per la signora sarebbe stato troppo tardi entrarvi ora. Dietro la porta il suo corpo sarebbe stato troppo lungo per un lettino. Era stata esclusa dagli orfani, cos come dagli anni, che volevano amore nel nido di pelliccia di un uomo. Le coperte del letto, i cuscini del sof, i tappeti, le pantofole in casa sua erano tutti di pelliccia, cos come le sedie imbottite, perfino le presine. La signora osserv entrambi i figli e disse: Che puoi farci, alcuni bimbi sono poveri perch non hanno i genitori, altri lo sono perch li hanno. LA BAMBINA va nella sua stanza, quando deve piangere. Chiude la porta, abbassa le tapparelle e accende la luce. Si mette davanti allo specchio del bagno, davanti al quale non si mai truccato nessuno. Ha due ante, che si possono aprire e chiudere. E una finestra nella quale ti puoi vedere piangere tre volte. L'autocommiserazione diventa tre volte pi grande che fuori in cortile. Il sole non pu entrare. Esso non ha alcuna compassione, perch deve stare in cielo senza gambe. Piangendo, gli occhi vedono allo specchio una figlia di nessuno. Anche la sua nuca, le sue orecchie e le sue spalle piangono. Alla distanza di due braccia dallo specchio piangono perfino le dita dei piedi. La stanza, quand' chiusa, diventa tanto profonda, quanto la neve d'inverno. La neve brucia le sue guance, cos come il pianto. IL MACINACAFF trit rumorosamente, lo sentii nei denti. Il fiammifero sibil davanti alla bocca della signora. La fiamma divor lo stecchetto rapidamente e bruci le sue dita, quando il gas inizi a tremolare intorno all'anello della piastra. Il rubinetto scrosci. Poi dal bricco del caff usc un getto di vapore grigio. La signora vi vers del caff. Si rovesci oltre il bordo come terra nera. Il bambino pi piccolo tenne lo strofinaccio sotto l'acqua fredda, lo strizz e lo pose sulla sua fronte. La signora e io bevemmo caff, il capriolo in porcellana sull'armadio stette a guardare. Al secondo sorso il suo ginocchio urt il mio sotto il tavolo. Si scus, bench io l'avessi accarezzata. Il fumo se n'era andato, la puzza era l. Avrei preferito non essere l dove la mia mano teneva la tazza. Andate gi a giocare con la sabbia, disse la signora, forza. Suonava come: Andate sotto la sabbia, non tornate mai pi. Il caff era denso come l'inchiostro, il fondo mi gocciol in bocca, quando sollevai la tazza. Sul mio grembo c'erano due macchie di caff. Il caff sapeva di litigio.

Sedevo gobba e sentivo i passi veloci dei bambini scendere le scale di corsa. Guardai sotto la sedia e cercai la mia compassione per la signora. Il disegno del mio vestito arrivava fino alle caviglie. Se dietro sulla sedia sedeva la mia gobba, davanti tra i gomiti sedeva qualcosa di inanimato con due macchie di caff in grembo. Quando cessarono i passi dei bambini lungo le scale, ero diventata qualcuno che fa compagnia alla miseria, per assicurarmi che rimanga. La signora e io incardinammo la porta. Lei l'afferr con forza, perch pensava solo alla porta. Ma io pensavo a lei: al fatto che me ne sarei andata e che lei sarebbe stata sola dietro questa porta. Port fuori dalla cucina lo strofinaccio e lev dalla porta le macchie di sangue di suo marito. SULLA via verso casa tenevo in mano un berretto di pelliccia di castoro e in testa un intero sole serale. La signora Margit indossava solo un foulard, nessun berretto di pelliccia. I cappelli e la pelliccia rendono le donne superbe, aveva detto, a Dio non piacciono le donne superbe. Lentamente oltrepassai il ponte, anche il fiume odorava di fumo. Pensai ai sassi e mi sembrava che il pensiero non fosse nella mia testa. Era fuori e mi passava accanto. Poteva allontanarsi da me lentamente o rapidamente come voleva, come dalle sbarre della ringhiera. Prima che il ponte s'interrompesse, volevo vedere se il fiume a quest'ora stava di fronte o di schiena. L'acqua tra le sponde era piatta e pensai tra me: Non ho bisogno di alcun berretto di pelliccia, ma di soldi, in modo che la signora Margit non mi accarezzi. Quando giunsi in cortile, il nipote della signora Grauberg stava seduto sulle scale. Il signor Feyerabend spazzolava le sue scarpe davanti alla porta. Il nipote giocava a fare da solo il controllore di biglietti. Quando sedeva, faceva il passeggero. Quando stava in piedi, il controllore. Diceva: I biglietti, prego. Con una mano estraeva il biglietto dall'altra mano. La mano sinistra era il passeggero, la destra il controllore. Il signor Feyerabend disse: Vieni qui, cos io faccio i" passeggero. Preferisco fare tutto io, disse il bambino, cos so chi non trova il proprio biglietto. Come sta Elsa, chiesi. Il signor Feyerabend guard il berretto di pelliccia nella mia mano: Da dove venite, puzzate di fumo. Prima che trovassi una parola, pos la spazzola in una scarpa, si alz in piedi e volle passare accanto al bambino. Il bambino allung il braccio e disse: Qui nessuno cambia vagone, ognuno resta dov'. Il signor Feyerabend sollev il braccio del bambino come si solleva la sbarra, senza dire una parola. Aveva stretto troppo il braccio. Si vedevano le sue dita sul braccio del bambino, mentre il signor Feyerabend scendeva le scale verso il giardino di bosso. QUANDO venimmo licenziati, Edgar aveva detto: Ora siamo all'ultima stazione. Georg aveva scosso la testa: Alla penultima, l'ultima l'espatrio. Edgar e Kurt annuirono. Credo d'essermi meravigliata, perch la cosa non mi sorprendeva. Avevo annuito e non mi ero immaginata nulla. Accadde spontaneamente che per la prima volta ci lasciassimo toccare da questa parola. Il berretto di pelliccia lo nascosi proprio in fondo all'armadio. Forse d'inverno pi bello di adesso, pensai tra me. Teresa l'aveva provato e aveva detto: Puzza come le foglie marce. Non sapevo se intendesse il berretto sul suo capo, perch poco prima mi aveva mostrato la noce. Si abbotton la camicia e guard il berretto allo specchio. Teresa era adirata, perch avevo detto che la noce due settimane prima era pi piccola. Voleva che mentissi. Io volevo che andasse dal

medico. Vengo con te, dissi. Si spavent e alz le sopracciglia, la ruvida pelliccia di castoro sulla fronte rimase nauseata. Teresa si strapp il berretto dalla testa e l'annus. Non sono mica una bambina, disse Teresa. Quella sera giocai a lungo col tormento delle galline. Il becco della gallina rossa non raggiungeva pi l'asse. La gallina piegava il collo, come se avesse le vertigini. Non poteva beccare. Il filo che doveva sollevare e abbassare il suo collo attraverso la pancia, si era impigliato. La luce mi cadeva sul braccio, senza incrociare le macchie di carie sul grembo. La gallina rossa brillava scarna e rigida come un segnavento. Sebbene non beccasse, non sembrava malata, ma sazia e pazza per le mosche. La signora Margit buss alla porta e disse: Batte cos tanto, che non posso pregare. IL CAPITANO Pjele disse: Vivi di lezioni private, attivit sovversive e di banale prostituzione. Tutto contro la legge. Il capitano Pjele sedeva alla sua grande scrivania levigata e io, alla parete opposta, a un tavolino da punizione spoglio. Sotto il tavolo vedevo due malleoli bianchi. E sulla testa una calvizie cos sudata e curva, come il mio palato in bocca. Alzai la punta della lingua. La cavit orale nella sua lingua si chiamava il cielo della bocca. Immaginavo la sua testa calva su un cuscino di segatura in una bara e i malleoli sotto un velo. E per il resto, come va, chiese il capitano Pjele. Il suo volto non era odioso. Sapevo di dover stare attenta, perch la durezza veniva sempre da dietro, quando il suo volto era cos tranquillo. Sono fortunata con lei, dissi. Sto come lei vuole che stia. per questo che lei lavora. Tua madre vuole espatriare, disse il capitano Pjele, c' scritto qui. Agit di fronte a me un pezzo di carta. Era una grafia, ma non credevo che fosse quella di mia madre. Dissi: Forse lei vuole, ma io no. Lo stesso giorno chiesi a mia madre, in una breve lettera, se la grafia fosse la sua. La lettera non arriv mai. A EDGAR e Georg, il capitano Pjele aveva detto una settimana pi tardi che vivevano di attivit sovversive e parassite. Tutto contro la legge. Leggere e scrivere lo sanno fare tutti in questo paese. Volendo, ognuno scrive poesie senza essere organizzato in modo rivoluzionario e criminale. La nostra arte se la crea il popolo, non abbiamo bisogno di una banda di asociali per farlo. Dato che scrivete in tedesco, perch non andate in Germania? Forse l vi sentite a casa nel pantano. Pensai, prima o poi capirete. Il capitano Pjele strapp a Georg un capello. Lo tenne sotto la lampada della scrivania e rise. Un po' scolorato dal sole, come quello di un cane, disse. L sotto nelle celle fa fresco. Ora potete andare, disse il capitano Pjele. Il cane Pjele stava seduto davanti alla porta. Potrebbe richiamare a s il cane, chiese Edgar. Il capitano Pjele disse: Perch, se ne sta cos tranquillo davanti alla porta. Il cane Pjele ringhi. Non salt. Graffi le scarpe di Georg e morse l'orlo dei pantaloni di Edgar. Mentre Edgar e Georg stavano fuori sul corridoio, una voce chiam da dietro la porta: Pjele, Pjele. Non era la voce del capitano, disse Edgar. Forse era il cane, che chiamava a s il capitano. Georg sfreg avanti e indietro l'indice sui denti. Ci fu uno stridio. Ridemmo. Cos si fa, disse Georg, quando si viene arrestati senza spazzolino da denti. DIEDI tre lezioni di tedesco ai figli dell'uomo delle pellicce: Die Mutter is gut. Der Baum ist grn. Das Wasser fliesst. La madre brava. L'albero verde.

L'acqua scorre. I bambini non ripeterono: La sabbia pesante. Piuttosto: La sabbia bella. Non dissero: Il sole brucia. Piuttosto: Il sole splende. Volevano sapere come si dice in tedesco il miglior operaio e come si dice cacciatore. Come si dice pioniere. La cotogna matura, dissi e pensai alla tata di Teresa, alla dura lingua tedesca delle cotogne. La cotogna pelosa. La cotogna bacata. Mi chiedevo che odore avessi per questi bambini. Le cotogne, disse il bambino pi piccolo, non ci piacciono. E la pelliccia, chiesi. Der Pelz. Una parola corta, disse il bambino pi grande. Pelo, dissi. Das Feti. Non tanto pi lunga, disse il bambino. Quando mi presentai per la quarta volta, c'era la madre dei bambini con una scopa in mano davanti all'isolato. La vidi di lontano. Non spazzava, stava stravaccata col gomito sul manico. Non appena mi avvicinai, inizi a spazzare. Solo quando salutai, mi guard. Sulle scale si trovava un pacchetto avvolto nella carta da giornale. In fabbrica le cose non vanno bene, disse, non abbiamo pi soldi per le lezioni. Appoggi la scopa alla parete, prese il pacchetto e me lo porse. Un cuscino di visone e guanti di vero agnello, sussurr. Mi caddero le braccia, non riuscii ad alzare alcuna mano. Perch spazzate qui, chiesi, i pioppi sono l. S, disse, ma la polvere qui. Il manico della scopa gettava sulla parete l'ombra come faceva la zappa del padre in giardino, quando la bambina desiderava che i cardi da latte sopravvivessero all'estate. La signora pos il pacchetto sulle scale e mi segu: Aspetti, le voglio dire una cosa. Qualcuno stato qui e ha detto cose negative su di lei. Non credo a una parola, ma cose simili non appartengono alla nostra casa. Dovete capire, questi bambini sono troppo piccoli per tutto ci. IL PEZZO di carta che il capitano Pjele aveva agitato di fronte a me riportava la grafia della madre. La mattina alle otto la madre era stata convocata dai poliziotti del paese. Il poliziotto la tenne rinchiusa per dieci ore nel suo ufficio. Lei si sedette alla finestra. Non si fid ad aprirla. Ogni volta che qualcuno passava di l, lei bussava al vetro. Per strada nessuno alzava la testa. La gente sa che non autorizzata a guardare, disse la madre. Anch'io non avrei guardato, perch non c' niente che si possa fare. Ero cos annoiata, disse la madre, che ho iniziato a togliere la polvere dall'ufficio. Ho trovato uno straccio accanto all'armadio. Meglio che stare solo seduta e pensare alla nonna, pensai tra me. Ho sentito suonare le campane della chiesa, prima che la chiave sferragliasse. Erano le sei di sera, disse la madre. Il poliziotto ha acceso la luce. Non ha visto che era tutto pulito. Ho avuto paura a dirlo. Ora mi dispiace, l'avrei fatto contento. Un uomo cos giovane in paese, nessuno pronto ad alzare un dito per aiutarlo. Mi ha aiutato molto, disse la madre. Sono d'accordo con le cose che mi ha dettato. Da sola non sarei stata capace di formularle cos bene. Dentro ci sono sicuramente molti errori, non sono abituata a scrivere. Tuttavia dovrebbe essere abbastanza chiaro, altrimenti non lo si sarebbe potuto spedire all'ufficio passaporti. IL LETTO era coperto da pantaloni. Settanta pezzi, disse la sarta. Una montagna di cristallo stava sul tavolo. Parto per Budapest, disse, come mai non abiti a casa, ora che sei stata licenziata. Non pi casa mia, dissi. La sarta si stava cucendo un accappatoio per il viaggio. Durante il giorno non star nella stanza, solo di mattina e di sera. Questa volta

mi fermer una settimana. Chi perde la ragione come tua nonna, non pu rimanere senza sentimenti, disse. Dovresti tornare a casa almeno per lei. Indoss l'accappatoio. Uno spillo le punzecchi la nuca. Lo tolsi e dissi: Temi che i tuoi figli, quando saranno grandi, ti abbandonino. Non ti risparmieranno ci di cui mi accusi. All'ago stava appeso un grande cappuccio. V'inserii il braccio fino al gomito. Lei si gir verso di me e disse: Il cappuccio il cuore dell'accappatoio. Si pu piangere senza fazzoletti, ieri sera ne ho fatto la prova. Il cappuccio mi semplicemente scivolato in faccia e le lacrime si sono asciugate, non dovevo pi fare nulla. Infilai il dito nella punta del cappuccio e chiesi: Perch hai pianto? Si tolse l'accappatoio, prima che potessi levare il dito dalla punta del cappuccio. Mia sorella e suo marito, disse, sono fuggiti l'altro ieri. Forse ce l'hanno fatta, le loro carte indicavano quel giorno. Ma le carte mi mostravano vento e pioggia. Questo valeva forse per il confine, qui era asciutto e silenzioso. Lentamente la macchina da cucire premette il cappuccio sotto l'ago, la bobina trascin il filo. Ci che diceva la sarta aveva un che di pungente, come il saltellare del filamento nell'ingranaggio di ferro della macchina: Spero che il doganiere si ricordi ancora di me. Per il viaggio indosser le stesse cose di allora, questo l'accordo. Preferisco che la gente ordini in anticipo ci che vuole, disse la sarta con uno spillo in bocca. Che ritiri la propria roba, al mio ritorno. Cos non vengono in casa gli indecisi che mettono le mani dappertutto senz'acquistare quasi niente. Tutti gli spilli erano stati tolti dalla stoffa. Gli aghi erano rimasti conficcati nella bocca della sarta uno dopo l'altro come le frasi, prima di trovarsi accanto al suo braccio sulla macchina da cucire. Il cappuccio era stato attaccato, le estremit erano state cucite due o tre volte. La sarta annod le estremit del filo. Cos non si scuciono pi, disse. Spinse fuori la cima del cappuccio con la punta delle forbici. Appese il cappuccio sulla sua testa, senza infilare le braccia nelle maniche. In Ungheria si pu trovare un nano con un naso lungo, disse. Tentenna il capo. Gli dai una piccola spinta e se cammini nella direzione verso cui punta il suo naso quando si arresta, sarai fortunato tutto il giorno. costoso, ma questa volta porter con me uno di questi nani della fortuna, disse. Il cappuccio copriva gli occhi della sarta: Il nano si chiama Imr. Finisce sempre per guardare a sinistra o a destra, mai diritto. APRII la lettera della madre. Dietro i suoi dolori alla schiena c'era: Ieri stato seppellito il barbiere. Nelle ultime settimane era diventato cos vecchio e rimbecillito, non lo avresti pi riconosciuto. Due giorni fa nata Maria. Sono rimasta seduta in cortile e mi sono riposata, perch di festa non bisogna lavorare. Ho guardato come si raccolgono le rondini sui fili della luce e ho pensato tra me, presto finita l'estate. Ecco che in cortile arriv il barbiere. Indossava due scarpe diverse, una mezza scarpa e un sandalo. Portava la sua scacchiera sotto il braccio e chiedeva del nonno. Ho detto: Ma morto. Sollev la sua scacchiera e disse: Allora che faccio. Non si pu fare nulla, ho detto, la cosa migliore tornare a casa. D'accordo, disse, ma per prima cosa vorrei fare una partita con lui. rimasto l e ha osservato le rondini insieme a me. Non ero a mio agio. Cos ho detto: Mio padre venuto da lei, la sta aspettando a casa. Allora se n' andato. DOPO essere stati licenziati, Edgar e Georg mi dicevano: Siamo liberi come i cani di periferia. Solo Kurt era vincolato, per proteggere il segreto dei bevitori di sangue. Georg

si trasfer provvisoriamente da Kurt nel paese dei complici. Quando Georg attraversa il paese, abbaiano tutti i cani, disse Kurt, tanto estraneo. Solo in una cosa Georg non era totalmente estraneo: aveva iniziato una relazione con una giovane vicina. Con la figlia stupidamente sorridente di un bevitore di sangue, disse Kurt. Fin dalla prima sera, quando venivo dal mattatoio, c'era Georg che camminava con questa ignorante oltre il campo di stoppie, dove di pomeriggio c'era ancora grano. Entrambi avevano semi d'erba sui capelli. Georg sosteneva d'aver rimorchiato la vicina oltre lo steccato del giardino, ma era il contrario. Lei aveva tentato un approccio anche con Kurt. Ha occhi punteggiati e dondola il sedere come una nave. E con lei si pu parlare solo dello schiacciare i pomodori. Ma anche di questo argomento sa solo quanto ha dimenticato sua nonna. Apre le gambe a tutti. In primavera il poliziotto giaceva con lei sul campo, come se volesse controllare velocemente quanto crescessero le rape. Edgar era sicuro che il poliziotto del paese avesse mandato qui la donna prima dietro Kurt e poi dietro Georg. DA quando ero stata licenziata, i giorni erano appesi alla corda delle coincidenze, oscillavano su e gi e mi atterravano. La nana col codino d'erbe stava seduta ancora in piazza Traiano. Cullava tra le braccia una pannocchia verde di mais e le parlava. La spacc e tenne in mano un ciuffo di capelli chiari di mais. Si accarezz le guance con i capelli di mais. Mangi i capelli e i semi lattiginosi. Tutto ci che la nana mangiava si trasformava in un bambino. Era magra e la sua pancia era grassa. I turnisti l'avevano gonfiata nel deposito in una notte di primavera, tanto silenziosa quanto la nana era muta. Le guardie erano state adescate dagli alberi di prugne su strade diverse. O le guardie avevano perso di vista la nana, o avevano ricevuto l'ordine di chiudere un occhio. Forse era arrivato il momento in cui la nana sarebbe dovuta morire di parto. Gli alberi della citt ingiallirono, dapprima i castagni, poi i tigli. Dal tempo del mio licenziamento avevo visto tra i rami smorti solo una condizione generale, non un autunno. L'odore acre che talvolta annusavo nell'aria era il mio, non l'autunno. Era difficile pensare alle piante che muoiono quando si sarebbe dovuto fare altrettanto. Per questo le guardavo senza vederle, finch la nana all'inizio di quest'autunno s'ingozzava di capelli di mais e di semi al latte. M'incontrai con Edgar in piazza Traiano. Venne con una borsa di lino bianca. Era per met piena di noci, me le diede. Fanno bene ai nervi, disse beffardo. Posi in grembo alla nana una manciata di noci. Ne prese una, la infil in bocca e prov a romperla coi denti. Sput fuori la noce come una palla. La noce ruzzol sulla piazza. Allora la nana prese dal grembo tutte le noci, una dopo l'altra, e le fece rotolare sui sassi. I passanti risero. Gli occhi della nana erano grandi e seri. Edgar prese un sasso grande quanto una mano, che si trovava accanto al bidone delle immondizie. Devi batterle fino ad aprirle, disse alla nana, dentro c' qualcosa che si pu mangiare. Batt sulla noce. La nana si copr gli occhi e scosse la testa. Edgar urt con la scarpa la noce schiacciata verso il bordo del marciapiede e gett il sasso nell' immondizia. LA BAMBINA mette una noce nella mano sinistra e una in quella destra del padre. Nelle noci immagina due teste: la testa della madre e del padre, le teste del nonno e del barbiere, la testa del giovane diavolo e la sua. Il padre intreccia le dita. C' un'esplosione.

Smettila, dice la nonna che canta, mi va al cervello. La bambina esclude la nonna che canta dal gioco, perch il suo cervello sta per scoppiare. Quando il padre apre le mani, la bambina verifica qual la testa che si salvata e quale quella che si fracassata. ANDAMMO da piazza Traiano per la stretta traversa piegata come una falce. Edgar camminava troppo velocemente, spaccando la noce aveva fatto piangere la nana. Pensava a lei. Non lo puoi fare, disse Edgar, non te lo permetter. Senti, stasera devo tornare. Non ho un posto per dormire. Devi promettere che non lo farai. Non dissi niente. Edgar s'arrest e grid: Mi hai sentito. Un gatto s'arrampic su un albero. Dissi: Vedi, indossa scarpe bianche. Non ci sei solo tu, disse Edgar. Non devi fare ci che non abbiamo concordato. Se ti beccano, siamo tutti colpevoli. Non porta a niente. Edgar inciamp in una radice che si trovava sotto l'asfalto come un braccio. Ero stanca della sua voce. Non ridevo perch era inciampato, ma per rabbia. Quando eravate lontani nelle vostre scuole, ho vissuto anch'io, dissi. Parli a nome di tutti, ma Georg e Kurt sarebbero favorevoli. Mangia le tue noci, disse Edgar, cos diventi pi intelligente. EDGAR viveva dai suoi genitori in campagna. Non gli rinfacciarono il licenziamento. Cos era anche prima, disse il padre di Edgar. Tuo nonno nel periodo ungherese non pot diventare capostazione, perch non permise che il suo nome diventasse magiaro. Divent solo un addetto al mantenimento di una linea e alla costruzione del viadotto in valle. Un idiota, che scriveva il suo nome con sz, ricevette un'uniforme e si scaldava il sedere su una sedia in pelle. E quando il treno fischiava, balzava in piedi e saltellava davanti alla porta con la sua sporca banderuola. Camminava impettito per darsi importanza. Il nonno non poteva non ridere, quando lo vedeva. QUANDO il treno della sera si era allontanato dalle rotaie con Edgar, guardai i sassi tra le traverse. Non erano pi grandi di noci. Pi indietro le rotaie correvano attraverso l'erba oleosa. Il cielo si estendeva ancor pi lontano. Camminai piano in direzione del treno in corsa, finch il marciapiede fin. Poi tornai indietro. Stavo davanti al grande orologio e guardavo. Le persone si affrettavano con sacchi e cesti, la lancetta dei secondi saltava, svoltando l'angolo gli autobus curvavano le loro pance rasente le case. Allora portavo solo la borsetta e avevo dimenticato le noci di Edgar sulla panca. Tornai al marciapiede. Sulle rotaie stava gi il treno successivo. La panca era vuota. C'era quest'unico sentiero sotto i miei piedi, il sentiero che portava alla cabina telefonica. UDII il telefono squillare due volte, poi dissi un altro nome. Il padre di Teresa mi credette e la chiam. Teresa m'incontr in citt presso il salice con tre tronchi che cresceva lontano, sulla riva. Le mostrai il vaso da conserva e il pennello nella mia borsetta. Ti indico la casa, disse Teresa, ma non voglio essere coinvolta. Ti aspetter dietro l'angolo. Avevo cacato nel vaso da conserva e avevo intenzione d'imbrattare la casa del capitano Pjele. Volevo scrivere canaglia o maiale sul muro sotto le alte finestre. Una parola corta, che presto scritta. Sulla casa dove avrebbe dovuto abitare il capitano Pjele c'era un altro nome. Comunque Teresa sapeva dove abitava il direttore della fabbrica. Andammo l. Dietro le tende c'era ancora luce. Teresa e io aspettammo. Era poco prima di

mezzanotte, andavamo su e gi. I braccialetti di Teresa stridevano e io dissi: Toglili. Allora il vento soffi contro ogni sorta di oggetto nero. Vidi persone in piedi, dove c'erano solo arbusti. Vidi dei volti nelle auto parcheggiate, dove i sedili erano vuoti. Cadevano foglie sulla strada, dove non c'era alcun albero. I nostri piedi strascicavano e incespicavano. Teresa disse: Le tue scarpe non vanno bene. La luna era crescente. Domani sar pi luminosa, disse Teresa, in fase crescente, la sua gobba a destra. Il lampione stradale direttamente di fronte alla casa. Case simili sono sempre illuminate. Va bene, perch cos si vede il muro; ma anche loro possono vederci. Cercai il punto giusto tra le due finestre di mezzo. Misi il pennello nella tasca della giacca, svitai il coperchio dal vaso e lo porsi a Teresa. Lasciai aperta la borsetta. Puzza, come se ti avessero gi beccato. Svolt l'angolo col coperchio. QUANDO arrivai sull'altra strada, era deserta. Andai da una staccionata all'altra, da un portone all'altro, da un albero all'altro. Solo in fondo alla strada usc qualcuno da un tronco, come se fosse una porta. Per tre volte dovetti dare un'occhiata, finch quel qualcuno divent Teresa. Annusai il suo profumo. Vieni, disse tirandomi per un braccio, mio Dio quanto c'hai messo, cos'hai scritto. Dissi: Niente. Ho solo messo il vaso davanti al portone. Teresa rise come una gallina. Il suo collo lungo e pallido cammin impettito accanto a me, come se le sue gambe partissero dalle spalle. Continua a esserci puzza, disse Teresa, ti sei insozzata. Dov' il coperchio, chiesi. Ai piedi dell'albero dove t'ho aspettato, disse. IL PENNELLO lo gettammo nel fiume, dal ponte. L'acqua era nera e calma, quanto l'attesa nella nostra mente. Trattenemmo il respiro e non udimmo cadere nulla. Ero sicura che il pennello non fosse arrivato in acqua. Presi aria e dovetti tossire, perch i peli del pennello mi provocavano prurito sulla gola. Vidi la luna crescente ed ero sicura che il pennello fosse sospeso per aria e che sopra questa citt dipingesse una sfera rigata di nero, la notte. EDGAR era di nuovo in citt. Aspettavamo Georg nella bodega da ore. Non arriv. Arrivarono due poliziotti, andarono da un tavolo all'altro. Il proletariato delle pecore di latta e dei meloni di legno mostr le carte d'identit e dichiar il posto di lavoro. Il pazzo dalla barba bianca tir un poliziotto per la manica, apr il suo fazzoletto piegato, grande quanto una mano e disse: Professore di filosofia. Il pazzo fu trascinato dal cameriere davanti alla porta. La denuncer, giovane, grid, lei e il poliziotto, ma le pecore stanno divorando. Le pecore vi prenderanno, non illudetevi. Stanotte cadr una stella e le pecore vi mangeranno dai cuscini come erba. Edgar mostr la propria carta d'identit. Professore in una scuola professionale per l'industria leggera, l accanto al museo, disse. Io allungai la mia carta d'identit e dissi interprete e il nome della fabbrica da cui ero stata licenziata. La mia testa scottava, lanciai uno sguardo tagliente al giovane poliziotto, in modo che non si accorgesse di quanto le mie tempie pulsassero. Sfogli le nostre carte d'identit e ce le restitu. Edgar disse: Per fortuna. Guard l'orologio, doveva andare al treno. Rimasi seduta al tavolo e vidi come la sua mano sfiorasse il sedile della sedia vuota, quando si alz per andarsene. Spinse la spalliera verso il bordo del tavolo e disse: Ora Georg non torna pi. I turnisti diventarono pi chiassosi, dopo che Edgar se ne fu andato. I bicchieri tintinnarono, il fumo vortic nell'aria. Le sedie strisciarono, i piedi strascicarono.

I poliziotti se n'erano andati. Io bevvi ancora una birra, bench ogni sorso sapesse di t per le vesciche. Un uomo grasso dalle gote rosse si trascin in grembo la cameriera. Lei rise. Uno senza denti immerse il suo piccolo wurstel nella senape e l'infil in bocca alla cameriera. Lei diede un morso e, masticando, si tolse la senape dal mento col braccio nudo. QUANTO sono avidi questi uomini, come cercano di addentare l'amore tra i turni fuori dalle case e gi lo scherniscono. Gli stessi che avevano seguito Lola nel parco incolto, che nelle calme notti avevano gonfiato la nana in piazza. Che vendevano nel sacco il Ges crocifisso e affogavano nel bere. Che portavano a casa alle proprie mogli rognoni di vitello o pezzi di parquet. E ai figli o ai cari regalavano in gioco dei conigli grigi come la polvere. Anche Georg apparteneva a quelli, col suo tormento delle galline, anche la vicina dagli occhi punteggiati nella cerchia dei complici, che Kurt sosteneva che ridesse come un animale dinoccolato. Ma lo stesso Kurt non era diverso, coi suoi mazzi di fiori da campo che giungevano troppo tardi nelle mani della signora Margit dopo lunghi viaggi caldi e che lasciavano penzolare le loro teste. Anche la sarta, che prendeva i soldi per il destino e copriva i propri figli di cuori d'oro. Anche la moglie dell'uomo delle pellicce, col suo berretto di castoro da palude. Anche Edgar con le sue noci. Ma a loro appartenevo anch'io, con le mie caramelle ungheresi per la signora Margit. E con l'uomo che dopo la sua morte non mi mancava. Ci che era accaduto tra noi mi sembr tanto familiare, quanto un pezzo di pane ingoiato. Quanto le macchie d'erba nel bosco. E il mio essere un fuscello di paglia con le gambe aperte e gli occhi chiusi, che resisteva agli alberi coi nidi di cornacchie quando guardavano, bruciava e gelava per terra come letame. IL PAZZO dalla barba bianca era tornato di nuovo nella bodega. Si trascin al mio tavolo e bevve il dito di birra rimasta nel bicchiere di Edgar. Sentii come sorseggiava e pensai al sogno che avevo raccontato ad Edgar: Un piccolo scooter rosso su cui romba un motore. Ma non ne ha nessuno, l'uomo deve premere col piede sul pedale. Va veloce, marciando la sua sciarpa svolazza. Dev'essere in una stanza, avevo detto, perch lo scooter passa su un pavimento in legno sopra un battiscopa e scompare nel varco scuro tra parquet e listello. Quando lo scooter e l'uomo sono svaniti nel vuoto rimangono degli occhi bianchi. Uno dei passanti, che cammina accanto a me sul parquet, dice: Questo l'incidente dello scooter. MEGLIO che la nonna canti sempre, che la madre stenda l'impasto sul tavolo, che il nonno giochi sempre a scacchi, che il padre tagli sempre cardi da latte, piuttosto che ci si trasformi improvvisamente in chiss cosa. Meglio che questi qui si congelino in modo cos brutto, piuttosto che diventino persone diverse, pensa tra s la bambina. Meglio stare a casa in camera e in giardino tra persone brutte, piuttosto che appartenere a estranei. DUE giorni pi tardi arriv Kurt in citt. Regal alla signora Margit un mazzo di villucchi. Protendevano le lingue rosse ed emanavano un profumo di torta. La vicina dagli occhi punteggiati, disse Kurt, ha bussato ieri sera alla mia finestra. Teneva in braccio un coniglietto e diceva che Georg ha attaccato una rissa con degli sconosciuti accanto alla stazione in citt. Georg sta all'ospedale. Ieri mattina ero in paese, disse Kurt. Il poliziotto mi ha chiamato dall'altro lato della strada. Non sono andato da lui, sono rimasto fermo dov'ero. Mi sono chinato e ho preso un foglio giallo da terra. L'ho infilato in bocca. Il poliziotto ha attraversato la strada, mi ha dato la mano e mi ha invitato a casa

sua per una grappa. Ho detto che non doveva pi darmi del tu. Lui ha detto: Lo vedremo. Il poliziotto abita nella casa accanto a dove stavamo. Ho rifiutato la grappa. Il poliziotto ha aspettato che andassi, ma non mi sono mosso dal posto, ho solo girato il foglio in bocca pi in fretta. Non aveva pi niente da dire, ma non poteva nemmeno andarsene. Per non guardare come il foglio si girasse nella mia bocca, si chinato e si allacciato le scarpe. Ho sputato il foglio per terra accanto alla sua mano e l'ho lasciato l. Ha detto qualcosa alle mie spalle, probabilmente ha imprecato. Kurt e io andammo all'ospedale. Kurt diede al portiere una bottiglia di grappa. Lui la prese e disse: Si trova da solo in una stanza al terzo piano. Ve lo dico, bench non mi sia permesso. Non vi posso far salire. AL ritorno in citt Kurt disse: stato Georg a dare alla vicina il coniglietto che teneva in braccio. Georg l'ha salvato da un gatto in campagna e l'ha regalato alla figlia di un bevitore di sangue. bello, cos grigio come la terra polverosa. Tremava tanto, quando Georg lo trasportava. La sua pelle sulla pancia sottilissima. Pensai che le sue viscere cadessero fuori, quando mi salt via dalla mano. Come fa a sapere l'amata che Georg all'ospedale, chiesi. Dal coniglio, disse Kurt e rise. LA MASCELLA di Georg era fracassata. Quando fu rilasciato dall'ospedale, Georg disse: Conosco i volti dei tre picchiatori dai tempi del collegio, dalla mensa. Ma solo di vista, non so come si chiamassero. L'avevano spinto non appena era sceso dal treno. Lui aveva tentato di scansarli. Ho pensato, ora picchiano, disse Georg. Ma mi hanno lasciato uscire dalla stazione, perch per loro c'erano troppe persone sul marciapiede. Accanto alla fermata dell'autobus avevano messo Georg con le spalle al muro tra la parete e il chiosco. Pugni e scarpe, tutto ci che mi ricordo, disse Georg. Un uomo piccolo, secco, aveva svegliato Georg all'ospedale. Stava davanti al letto, aveva tirato fuori il suo portafogli dalla giacca, posato del denaro sul comodino e detto: Con questo siamo pari. Georg gli aveva gettato in testa dapprima il cuscino e poi la tazza di t. Lui ha sorriso e dai suoi capelli gocciolava il t, disse Georg. Ha preso il suo sporco denaro dal comodino e se n' andato. Non era nessuno dei picchiatori. L'AMATA dagli occhi punteggiati si rec in citt col suo coniglio polveroso in un cesto, e visit Georg all'ospedale. Le fu concesso di accedere alla stanza. Il coniglio dovette lasciarlo al portiere. Il portiere gli diede del pane da mangiare. Lamata diede a Georg mele e torta e gli accarezz i capelli. Ma Georg voleva sapere quando avesse visto per l'ultima volta il poliziotto del paese. troppo stupida per mentire, disse Kurt, lei bevve un sorso di t dalla tazza di Georg e scoppi a piangere. Georg la rimprover. Rigett le mele e la torta nel suo cesto e la cacci via. Lei lasci il coniglio dal portiere, apparteneva al malato che aveva visitato, disse al portiere. Verr a prenderselo quando sar dimesso. Quando Georg usc dal cancello dopo dieci giorni, il portiere buss sul vetro e gli mostr il coniglio. Sedeva in una gabbia sopra la cappelliera e mangiava bucce di patata. Georg rifiut con un cenno del capo e prosegu. Il portiere grid: Non si dia pena di venire pi tardi, sabato sera verr sgozzato. IL TRIBUNALE non accett la denuncia contro i picchiatori. Non c'eravamo aspettati nulla di diverso.

Quando Georg giunse in tribunale, l'impiegato sapeva chi gli stesse davanti. Il capitano Pjele aveva avuto dieci giorni di tempo. Georg disse: Ci provo comunque. Dove lavorate, chiese l'impiegato. Sporgere denuncia contro ignoti senza prove, in questo paese lo pu fare chiunque si annoi. Non mi annoio, vengo dall'ospedale, perch ero stato conciato cos, disse Georg. E dov' il certificato di rilascio che lo dimostra, chiese l'impiegato. Non l'ho ricevuto, perch il medico era a un matrimonio, quando sono stato dimesso, disse Georg. Georg aveva il certificato di rilascio in tasca, ma sopra c'era scritto: Influenza estiva con nausea. Lei soffre, disse l'impiegato, ma di pigrizia, immaginazione e di mania di persecuzione. Si riprenda il foglio, ha la fortuna che la sua malattia non sia segnata. Crede d'essere innocente, ma nessuno viene picchiato senza motivo. GEORG trascorse quella giornata nella bodega accanto alla stazione. Si era comprato un biglietto per andare dai suoi genitori. Georg giunse al marciapiede col biglietto in mano e si sedette sulla panca. Vide come la gente alzasse cesti e sacchi sulle scale e salisse. Le porte erano aperte, le teste ciondolavano dai finestrini dei vagoni, una accanto all'altra. Le donne mangiavano mele, i bambini sputavano sul marciapiede, gli uomini sputavano sui loro pettini e si pettinavano. Georg fu assalito dal disgusto. Le porte furono chiuse con forza. Il treno fischi, le ruote girarono, i passeggeri guardarono indietro verso il marciapiede. Lui, disse Georg, non voleva andare da una sarta con le lentiggini che cuce, stira e parla del proprio figlio come di un essere fallito. Che al figlio invia in una stessa busta, di nascosto da suo marito, un po' di soldi e molti rimproveri. E non voleva andare da un pensionato pi preoccupato della propria bici, che del proprio figlio. Non voleva nemmeno tornare da Kurt nel paese dei complici. Non voleva pi vedere la vicina dagli occhi punteggiati. Nemmeno dai genitori di Edgar, n dalla signora Margit volevo andare, disse Georg. Ho sentito un unico desiderio, quello di non fare pi alcun passo su questa terra. Sono andato in sala d'attesa esausto e svuotato, ho esibito al sorvegliante il mio biglietto e mi sono adagiato su una panca. Mi sono subito addormentato, come un pezzo di bagaglio dimenticato. Finch non si fece giorno e un poliziotto non fece il proprio giro con un randello, ho dormito profondamente. Le persone in attesa hanno parlato di treni mattutini, quando me ne sono andato. Avevano tutte uno scopo. Appena sveglio, Georg and all'ufficio passaporti senza dire nulla a Edgar, Kurt e a me. Non m'interessava essere calmato da voi, disse Georg, sentire che la vostra bocca minimizzava il problema. Vi ho odiato, non sarei riuscito a vedervi, tanto ero turbato. Al solo vostro pensiero andavo in collera. Avrei voluto vomitare voi e me stesso fuori dalla mia vita, perch realizzavo quanto dipendessimo l'uno dall'altro. Cos, senza sapere dove stessi andando, sono giunto all'ufficio passaporti e vicino allo sportello ho compilato la domanda d'espatrio, come uno che sta per annegare. Poi l'ho subito consegnata. Rapidamente, prima che il capitano Pjele potesse comparirmi davanti agli occhi. Mentre scrivevo, sembrava che mi scrutasse attraverso il documento. Georg non si ricordava pi cos'avesse scritto esattamente. Ma il fatto che da quel giorno preferissi evadere da questo paese, disse, sta sicuramente nella domanda. Ora sto meglio, sono quasi un essere umano. Dopo aver consegnato la domanda, non vedevo l'ora d'incontrarvi.

Georg pose una mano sulla mia testa e con l'altra tir i lobi delle orecchie a Edgar. Era la tua stessa insicurezza, disse Edgar, hai dovuto ingannarti da solo. Nessuno di noi avrebbe cercato di minimizzare sul tuo espatrio. LA SARTA non era pi tornata dal suo viaggio in Ungheria. Chi l'avrebbe immaginato, disse Teresa. Leggere le carte agli altri aveva reso la sarta impenetrabile. Teresa era offesa, aveva ordinato un quadrifoglio per la sua collana d'oro e non aveva avuto alcun sentore del proposito di fuga della sarta. La nonna ora nell'appartamento dai bambini, disse Teresa. Stava seduta alla macchina da cucire, quando entr Teresa, come se fosse sempre stato cos. I bambini l'hanno chiamata madre e per un attimo Teresa aveva avuto dei dubbi sul fatto d'esserlo veramente. La signora uguale alla sarta, solo pi vecchia di vent'anni. Una tale somiglianza fa paura. La nonna parla ungherese coi bambini; lo sapevi che la sarta era ungherese, perch l'ha tenuto nascosto. Perch noi non parliamo ungherese, dissi. Nemmeno noi parliamo tedesco, disse Teresa, per sappiamo che tu sei tedesca. I bambini non capiscono ancora che la loro madre se n' andata.. Per quanto saranno capaci di dire, senza piangere: Nostra madre a Vienna, risparmia i soldi per un'auto. LA NOCE sotto il braccio di Teresa era grande quanto una prugna e nel mezzo cominciava a diventare blu. La betulla con la maniglia nel tronco guardava nella stanza. Teresa si stava cucendo un vestito, io avrei dovuto aiutarla. Cucire le asole e mettere i punti all'orlo. Quando ci metto mano, il filo sui bottoni diventa cos grosso, che sembra abborracciato, disse Teresa, l'orlo si contrae. Il compagno di Teresa, il medico, che avevo visto con Teresa in citt una sola volta, lavorava nell'ospedale del Partito. Aveva turni diurni e notturni. Al padre di Teresa curava la spina dorsale, alla madre di Teresa le vene varicose e alla nonna di Teresa l'arteriosclerosi. Teresa non la voleva visitare. Tutto ci che vedo giorno e notte sono solo malati, disse a Teresa, ne ho abbastanza. Non voglio fare la parte del dottore anche con te. Che andasse dal medico che l'aveva avuta in cura fino ad allora, disse. Quando Teresa gli rifer l'opinione dell'altro medico, comment: Beh, lo deve sapere e scosse la testa. Stando a Teresa, l'altro dottore sosteneva che lei non fosse mai stata l: Solo quando il nodulo cresciuto, lo si pu asportare. Il fatto che l'uomo che amo non voglia visitarmi mi rende estranea, disse Teresa. Se mi curasse, mi metterebbe in imbarazzo. Allora sarei come tutti, la cui carne passa per le sue mani, non avrei pi segreti. La mano di porcellana bianca coi gioielli di Teresa stava sul tavolo, l accanto c'erano pezzi di stoffa. Quando dormo con lui, disse Teresa, tengo addosso la camicia, in modo che non veda la noce. Si sdraia sopra di me e ansima, finch non raggiunge lo scopo. Poi balza in piedi e fuma e io vorrei che rimanesse accanto a me ancora per un po'. Pensiamo entrambi alla noce. Lui dice che sono infantile, quando chiedo: Perch ti alzi cos in fretta. Ora non chiedo pi nulla, disse Teresa, ma non significa che non mi dia pi fastidio. Prova il vestito, disse Teresa, forse ti sta bene. Sai che fin troppo grande per me, dissi. Anche se mi fosse andato bene, non l'avrei indossato. La noce era dentro. Anche quando, cucendo, tenevo il vestito nelle mie mani, immaginavo di cucirmi addosso la noce. Che la noce viaggiasse nel mio corpo lungo il filo. Mentre cucivo le asole, Teresa era sicura che il vestito non le piacesse pi.

Il padre di Teresa si era trasferito per dodici giorni nel Sud del paese, per fondere un monumento. Per questo potevo farle visita a casa. La madre di Teresa l'aveva raggiunto in seguito, per essere presente all'inaugurazione del monumento. La nonna non doveva sapere della mia presenza. Teresa l'attir in giardino, finch non fossi andata nella sua stanza. Non ha nulla contro di te, disse Teresa, qualche volta chiede di te. Un paio d'anni fa avrebbe taciuto. Ma da quando ha l'arteriosclerosi, la sua lingua pi sciolta. NELLA lettera della madre c'erano trecento lei per l'affitto. Dietro i dolori alla schiena c'era: Ho venduto patate e risparmiato in modo che non facessi nulla di male per guadagnare soldi. Le notti ormai diventano fredde, ieri sera ho acceso il fuoco per la prima volta. La nonna dorme sempre fuori. I trattoristi che a mezzanotte vanno in campagna ad arare, la vedono di solito dietro il cimitero. Forse questo che l'attira, non sarebbe male. Ieri venuto da me il parroco tutto rosso in faccia. Pensavo, ha guardato troppo profondamente nel bicchiere, ma era cos rosso dalla rabbia. Disse: Signore Dio Sacramento adesso basta. Ieri la nonna s' intrufolata di soppiatto in sacrestia alle spalle del chierichetto. Quando venuto il parroco per celebrare la messa solenne, lei ha indicato la sua tonaca nera e il suo bavero bianco. Anche tu sei una rondine, ha detto, mi cambio il vestito, poi voliamo via insieme. Entrambi i cassetti della sacrestia erano vuoti, la nonna aveva mangiato tutte le ostie. La messa ebbe inizio. Sei persone si erano confessate, disse il parroco. Vennero all'altare per la comunione e s'inginocchiarono con gli occhi chiusi. Lui doveva fare il proprio dovere davanti al Signore Dio. And dall'uno all'altro col calice nel quale c'erano solo due ostie morsicate. Aprirono la bocca per ricevere l'ostia. Avrebbe dovuto dire come sempre Corpo di Cristo. Ai primi due pose sulla lingua le ostie morsicate. Agli altri quattro disse Corpo di Cristo e pigi sulla loro lingua la punta del pollice. Ho dovuto scusarmi, scrisse la madre. Con tutto il rispetto, disse il parroco, una cosa simile dev'essere denunciata al vescovo. GEORG si trasfer dai genitori di Edgar. Pare che la vicina dagli occhi punteggiati sia sparita dalla faccia della terra, disse Georg. Il poliziotto l'ha arrestata. Nel suo giardino stata fatta la raccolta, solo l'erba si lancia nel cielo. Cosa devo fare tutto il giorno da Kurt, fa buio cos presto. Kurt sta al mattatoio fino a sera. La sera ci faceva quattro uova al tegamino, bevevamo grappa per digerire. Poi se ne andava a letto con le mani sporche. Quando Kurt dormiva, camminavo con la bottiglia di grappa in mano, per tutta la casa. Fuori i cani abbaiavano e un paio di uccelli notturni gridavano. Stavo ad ascoltare e svuotavo la bottiglia. Quand'ero mezzo ubriaco, aprivo la porta di casa e guardavo fuori in giardino. Alla finestra della vicina c'era una luce accesa. Finch era giorno, tra noi c'era un giardino secco e con lei non avevo nulla da perdere. Ma quando faceva buio, la volevo. Chiudevo a chiave la porta di casa e mettevo la chiave sul davanzale della finestra. Ero tentato d'aprire di nuovo, per correre difilato attraverso il giardino e bussare alla sua finestra. Lei mi stava aspettando. Ogni notte era un tormento. Solo la grande chiave sul davanzale della finestra mi tratteneva. Per un capello mi sarei sdraiato nuovamente nel suo letto. Se Kurt apriva bocca durante il pranzo, era sempre per parlare di tubi, fosse e mucche. E naturalmente del bere sangue. Non potevo mandar gi nessun boccone, quando Kurt parlava del bere sangue mentre mangiava. Ma a lui

piaceva, quando diceva: Quanto pi fa freddo, tanto pi si beve sangue. Svuot anche il mio piatto e ripul l'intingolo della padella. Di giorno dovevo uscire di casa, disse Georg, da qualsiasi parte, altrimenti sarei impazzito. La strada del paese era deserta, cos mi dirigevo in un'altra direzione, fuori dal paese. Non c'era alcun posto in cui non fossi gi stato tre volte. Vagabondare per i campi non aveva alcun senso. La terra era bagnata e al freddo non si sarebbe pi asciugata. Tutto era tagliato, strappato, falciato, imballato. L c'erano solo erbacce, che maturavano fino alle radici. Spargevano i loro semi. Serrai le labbra e avevo sementi da prato nella nuca, nelle orecchie e nei capelli. Davano prurito e dovevo grattarmi. Tra le erbacce stavano in agguato dei grassi gatti. I gambi non frusciavano. I vecchi conigli riuscivano ancora a fuggire. I loro piccoli si rovesciavano, finch era finita. Non era la mia gola a essere morsa. Procedevo infreddolito e sporco come una talpa, non salver mai pi un coniglio. vero, disse Georg, questi prati sono belli, ma quando ti trovi in mezzo e ti guardi intorno, sembra che i campi aprano la bocca. Il cielo migrava, la terra si attaccava alle scarpe. Le foglie, i gambi e le radici dei prati erano rossi come il sangue. EDGAR venne in citt senza Georg. La sera prima Georg era ancora contento di allontanarsi di nuovo dal paese, anzich sporcizia e prato, avrebbe visto finalmente asfalto e marciapiedi. Al mattino sciupava il tempo e non riusciva a essere pronto. Georg non voleva camminare velocemente, Edgar aveva la sensazione che Georg volesse perdere il treno. Quindi a met strada si arrest e disse: Torno indietro, non vengo con te in citt. Le sue lamentele contro la vita solitaria presso Kurt erano solo un pretesto. Ora non solo, io sono a casa tutto il giorno e pure i miei genitori. Ma con Georg non si pu parlare. come un fantasma. Georg si svegliava la mattina presto, si vestiva e si sedeva alla finestra. Quando i piatti e le posate sbattevano, prendeva la sua sedia e veniva al tavolo. Dopo aver mangiato, riportava la sedia alla finestra. Guardava fuori. L c'era sempre lo stesso legno spoglio di acacia, la fossa, il ponte, il pantano e il prato, altrimenti nulla. Chiedeva, quando arriva il giornale. Quando c'era il postino, lui non toccava il giornale. Aspettava una notizia dall'ufficio passaporti. Quando Edgar andava a passeggio o nei negozi del paese, non lo accompagnava. Non vale la pena mettersi le scarpe, diceva. Ai miei genitori comincia lentamente a pesare, diceva Edgar. Non per il mangiare o per il dormire, quello infatti lo paga, anche se i miei genitori non vogliono i soldi. Mia madre dice: Vive qui da noi e noi gli diamo fastidio, non sa come ci si comporta. A Edgar pesava sempre di pi spiegare ai propri genitori che il Georg che lui conosceva era diverso, che era diventato cos ossessionato, perch aveva la testa piena di preoccupazioni. Rispondevano: Come mai, se tra poco ricever anche il passaporto. COMINCI tutto quella mattina d'ottobre, quando Georg a met strada torn indietro ed Edgar and da solo in citt, un brutto giorno. Sul treno c'era un gruppo di uomini e donne, che cantavano canzoni di chiesa. Le donne tenevano in mano delle candele accese. Ma le canzoni non erano lente e solenni come in chiesa. Aggiustavano il ritmo col rumore e gli scossoni del treno. Oscillavano da parte a parte. Le donne cantavano con voci sottili e acute, come se fossero minacciate, come

se, anzich gridare, piagnucolassero. I loro occhi sporgevano dalla fronte. Agitavano le candele in ampi cerchi, tanto che bisognava temere che il vagone prendesse fuoco. Gli altri passeggeri bisbigliavano tra loro, quelli erano membri di una setta di un paese vicino. Il controllore non mise piede nel vagone, i cantanti non volevano essere disturbati e lo avevano corrotto. Fuori sfilavano il campo, il mais sempre pi secco e abbandonato e i neri gambi di girasoli senza foglie. E nel mezzo di questa aridit, dietro un ponte dove c'era la sterpaglia, un cantante tir il freno a mano. Disse: Qui dobbiamo pregare. Il treno si arrest e il gruppo usc. Nella sterpaglia, davanti alla quale si stava raccogliendo il gruppo, c'erano alcuni mozziconi di candela della volta precedente. Il cielo si abbass, il gruppo cant e il vento spense le candele accese. Tutti quelli rimasti nel vagone si affacciarono e guardarono fuori. Solo Edgar e un altro signore rimasero seduti. L'uomo trem, pieg le dita in un pugno. Si alz sulla gamba e guard per terra. Improvvisamente si strapp il berretto dalla testa e cominci a piangere. Mi aspettano, si disse a voce alta. Si premette il berretto contro il volto. Maledisse la setta e disse: Tutti soldi buttati via. Quando il gruppo della setta era salito di nuovo, il treno si mise lentamente in moto. L'uomo che piangeva apr la finestra e allung fuori la testa. I suoi occhi volevano ridurre la distanza lungo il terrapieno vuoto. L'uomo si calc in testa il berretto e singhiozz. Il treno prendeva tempo. Poco fuori dalla citt le donne spensero le candele e le infilarono nelle tasche dei loro cappotti. I loro cappotti e le loro panche erano coperti di gocce di cera, simile a grasso freddo. Il treno si arrest. Gli uomini scesero, dietro di loro le donne. Dietro le donne, tutti gli altri. Luomo che piangeva si alz in piedi, attravers il vagone fino in fondo e guard in direzione del marciapiede. Poi torn indietro, si sedette nell'angolo e si accese una sigaretta. Sul marciapiede c'erano tre poliziotti. Dopo che tutti erano scesi, salirono sul vagone e spinsero l'uomo fuori sul marciapiede. Il suo berretto rimase per terra, lo portarono via. Dalla sua giacca cadde una scatola di fiammiferi. Per ben due volte l'uomo cerc Edgar con gli occhi. Edgar sollev la scatola di fiammiferi e l'infil nella propria tasca. Stette davanti al grande orologio della stazione. Il vento era pungente. Vide l'angolo nel quale Georg era stato pestato. Tra il chiosco e il muro mulinavano foglie secche e carta. Edgar scese la strada per andare in citt. La citt dappertutto, quando non si ha una meta. Edgar and dal barbiere. Perch di mattina ci sono meno clienti, disse Edgar. E poi aggiunse: Poich non sapevo cosa fare, i miei capelli hanno cominciato a darmi fastidio. Volevo rifugiarmi subito al caldo, avevo l'impressione che qualcuno, che non mi conoscesse affatto, dovesse prendersi cura di me per un po'. Edgar chiamava ancora chi tagliava i capelli dai tempi del collegio: il nostro barbiere. Allora Edgar, Kurt e Georg erano soliti andare in gruppo dall'uomo dagli occhi furbi, perch l'insolenza del barbiere era pi tollerabile in tre. E perch smetteva d'essere volgare, quando cominciava a tagliare. Poi diventava quasi timido, o taceva. IL BARBIERE diede a Edgar la mano: Ah cos, lei di nuovo in citt. E i due amici dai capelli rossi, chiese. Il suo viso non era invecchiato. Ora molti non vengono pi finch non fa primavera, disse. Si mettono dei berretti e bevono grappa coi soldi del barbiere.

Il barbiere aveva un'unghia lunga all'indice destro, tutte le altre erano corte. Con l'unghia lunga divise i capelli di Edgar in ciocche. Edgar sent scattare le forbici, il suo volto divent sempre pi piccolo, lo specchio si allontan. Edgar chiuse gli occhi, si sent male. Il barbiere non aveva chiesto come volevo che mi tagliasse i capelli, disse Edgar. Me li tagli per tutti quelli che non sarebbero pi andati finch non fosse giunta la primavera. Quando mi alzai dalla sedia, i miei capelli erano corti quanto il pelo di un cane. MOLTE cose le vedevamo esattamente nello stesso modo, come al tempo in cui Edgar, Kurt, Georg e io eravamo ancora studenti. Ma la sfortuna colp ognuno in modo diverso, dopo che fummo dispersi per il Paese. Rimanemmo legati l'uno dall'altro. Le lettere coi capelli non erano servite ad altro che a leggere la propria paura nella grafia dell'altro. Ognuno doveva farsi una ragione delle lappole, delle averle, dei bevitori di sangue e delle macchine idrauliche, tenere gli occhi ben aperti e contemporaneamente chiuderli. Quando perdemmo il lavoro, ci accorgemmo che vivere senza, questa sofferenza sicura era peggio che vivere sotto la sua costrizione. Poich per il nostro ambiente, che avessimo o no il lavoro, eravamo dei falliti, lo diventammo anche ai nostri occhi. Bench esaminassimo tutti i motivi e li trovassimo tutti validi, continuavamo a sentirci cos. Eravamo fiacchi, stufi delle dicerie sulla morte imminente del dittatore, stanchi dei morti per fuga, sempre pi spinti verso l'ossessione della fuga, senz'accorgercene. Il naufragio ci sembrava tanto normale quanto il respiro. Lo condividevamo come la nostra fiducia. Eppure ognuno, in silenzio, aggiungeva ancora qualcosa: il proprio fallimento. L dentro ognuno aveva un'immagine negativa di s e sfoghi di vanit agonizzante. Il pollice aperto di Kurt, l'osso mascellare fratturato di Georg, il coniglio grigio polvere, il fetido vaso da conserva nella mia borsetta, appartenevano sempre a qualcuno di noi. E gli altri lo sapevano. Ognuno di noi s'immaginava come avrebbe potuto lasciare gli amici attraverso il suicidio. E rinfacciava loro, senza mai dirlo, d'essere l'unica ragione per non averlo mai affrontato. Cos ognuno di noi divenne pieno di s, armato di un silenzio pronto a incolpare gli altri per essere ancora vivi, anzich morti. Lo sforzo di salvarci significava pazienza. Non doveva mai venir meno, o doveva scattare in piedi, se veniva lacerata. MENTRE Edgar camminava sulla piazza appena rasato, ud i passi di un cane alle sue calcagna. Si ferm e lasci passare l'uomo e il cane. Il cane era la carogna Pjele, disse Edgar. L'uomo dal cappello nero non sapeva chi fosse. Il cane annus il cappotto di Edgar e ringhi. Luomo lo allontan da Edgar col guinzaglio, il cane tir con forza e si gir per guardarlo. Al semaforo successivo quest'uomo e il cane erano di nuovo dietro Edgar. Quando divent verde, attraversarono la strada, entrarono comunque nel parco. L qualcuno doveva aver aspettato il cane, perch poco dopo l'uomo sal sul tram dietro Edgar da solo. Edgar disse: Pensavo tra me, quello col cappello non un essere umano e io, col pelo ispido, non sono un cane. Ma sembriamo tali. DOPO che Georg aveva ripercorso met della strada verso la stazione, entr in camera affannato. Probabilmente aveva corso. La madre di Edgar chiese: Hai dimenticato qualcosa. Georg disse: Me. Sistem la sedia alla finestra e fiss la giornata vuota. Poco prima di mezzogiorno il postino buss alla porta. Oltre al giornale aveva una raccomandata. Georg non si mosse. Il padre di Edgar disse: La lettera per

te, devi firmare. Sulla busta c'era l'avviso per il passaporto. Georg and con la lettera nella sua camera, chiuse la porta, si sdrai sul letto. I genitori di Edgar lo sentirono piangere. La madre di Edgar buss e gli port del t. Georg la cacci via con la tazza. Quando i piatti sbatterono, non venne a mangiare. Il padre di Edgar buss e gli port una mela sbucciata. Lui pos la mela senza dire una parola. La testa di Georg era nascosta da un cuscino. I genitori di Edgar uscirono in cortile. Sua madre diede da mangiare alle anatre, suo padre spacc legna. Georg prese le forbici e and davanti allo specchio. Si tagliuzz i capelli. Quando i genitori di Edgar entrarono in camera dal cortile, stava seduto alla finestra. Assomigliava a un animale rosicchiato. Il padre di Edgar si spavent, ma riusc a rimanere calmo. Disse: A che serve. Quando vidi Georg per la prima volta, dissi: Cos non puoi espatriare, vai dal barbiere. Lui disse: non far nulla per voi, quando sar in Germania. Avete sentito, non alzer un dito per voi. Kurt, Georg e io vedevamo gli spazi calvi dove Georg aveva tagliato fino al cuoio capelluto. Kurt disse a Edgar: Anche i tuoi capelli sembrano strani. QUANDO la bambina non sa pi cosa fare con se stessa, va in camera con le forbici. La bambina abbassa le tapparelle e accende la luce. Si mette davanti allo specchio del bagno e si taglia i capelli. La bambina si vede triplicata nello specchio e i capelli sulla fronte risultano storti. La bambina rifinisce le punte storte, cos risultano storte le punte vicine. La bambina rifinisce le punte vicine, cos diventano storte quelle precedentemente tagliate. Al posto di frange la bambina ha una spazzola storta sopra il viso, la fronte scoperta. La bambina deve piangere. La madre picchia la bambina e chiede: Perch l'hai fatto. La bambina dice: Perch non mi sopporto. Tutti in casa attendono che dalla spazzola storta crescano di nuovo delle frange. Pi di tutti l'attende la bambina. Passano i giorni. Le frange crescono. Ma un giorno la bambina non sa di nuovo cosa fare con se stessa. Ci sono molte foto con alberi invernali spogli e con alberi estivi coperti di fronde. Davanti agli alberi si trovano pupazzi di neve o rose. E in primo piano, sulle foto, c' una bambina con un sorriso cos storto, come la spazzola sul suo volto. SULLA scatola di fiammiferi dell'uomo sul treno c'erano un albero e un fuoco cancellato. Sotto c'era scritto proteggi il bosco. Edgar pos la scatola di fiammiferi in cucina. Due giorni dopo sua madre disse: Sotto i fiammiferi ci sono dei numeri. Allo scalo di smistamento c'erano dei treni merci stranieri, disse Edgar, l'uomo tentava d'oltrepassare il confine. I numeri sulla scatola sembravano luoghi lontani. Edgar riemp di fiammiferi tutta la scatola. Dispose le rosse teste dei fiammiferi una sopra l'altra, una alla volta. Chiuse a met il coperchio, come se fosse una coperta sopra un letto: Quando sei in Germania, chiama questi numeri. Georg spinse il coperchio sopra le teste. Coi suoi capelli tagliuzzati, cui nessuno

riusciva ad abituarsi, sembrava ormai un estraneo. Non me ne sono ancora andato, disse Georg. Se non mi buttano gi dal treno in corsa, chiamo i numeri. Se Georg avesse telefonato, non lo venimmo mai a sapere. Allo sportello non ricevette il passaporto. Fu spedito dal capitano Pjele. Il capitano Pjele si comport cos, come se non notasse i capelli tagliuzzati di Georg. Disse: Si sieda. Per la prima volta diede del lei a Georg. Il capitano Pjele mise una dichiarazione e una penna a sfera sul tavolo piccolo e si sedette al suo tavolo grande. Allung le gambe e spinse indietro la sedia. Basta una piccola firma, disse il capitano Pjele. Nella dichiarazione Georg lesse che all'estero non avrebbe fatto nulla di dannoso contro il popolo rumeno. Georg non firm. Il capitano Pjele serr le gambe e si alz in piedi. And all'armadio ed estrasse una busta. Pos la busta sul tavolo piccolo. Aprite, disse il capitano Pjele. Georg apr la busta. Ora sarebbero utili, disse il capitano Pjele, anch'io posso scrivere lettere. Nella busta c'erano dei capelli rossi. Non i miei, disse Georg, credo fossero di Kurt. GEORG sal sul treno tre giorni dopo. Aveva la scatola di fiammiferi nella tasca del cappotto. Non fu buttato fuori dal treno in corsa. Arriv in Germania. Prima della partenza disse: Non scrivo pi lettere, solo cartoline. La prima la scrisse ai genitori di Edgar: Una passeggiata invernale con alberi nodosi lungo il fiume. Ringrazi per aver potuto abitare dai genitori di Edgar. La cartolina era in viaggio da due mesi. Quando cadde nella buca delle lettere davanti al portone, era gi un'eredit. Due settimane prima il postino aveva bussato alla porta. Edgar aveva firmato la ricevuta di un telegramma. Una mattina presto, sei settimane dopo l'espatrio, Georg giaceva sul selciato a Francoforte. Al quinto piano della casa di transito c'era una finestra aperta. Nel telegramma c'era scritto: Morte istantanea. QUANDO la cartolina con la grafia di Georg cadde nella buca delle lettere, Edgar, Kurt ed io avevamo gi portato due volte alla redazione del giornale un necrologio. La prima volta il redattore fece un cenno col capo e prese il foglio in mano. La seconda volta il redattore ci grid di andarcene. Prima di farlo, posammo il foglio sul tavolo accanto ai suoi occhiali. La terza volta non riuscimmo a raggiungere il portiere. Il necrologio non mai apparso. LA CARTOLINA di Georg si trovava dai genitori di Edgar nella camera da letto davanti ai bicchieri in vetrina. La passeggiata invernale guardava verso il letto. Quando al mattino la madre di Edgar si svegliava, camminava a piedi scalzi sopra il pavimento verso la vetrina e osservava la passeggiata invernale. Il padre di Edgar diceva: La metto nel cassetto. Vestiti. La madre di Edgar si vestiva, ma la cartolina rimaneva ferma in vetrina. La madre di Edgar non usava pi le forbici con cui Georg si era tagliuzzato i capelli, per cucire i vestiti. DALLA morte di Georg non riuscivo pi a stare al buio. La signora Margit diceva: Quando dormi, anche l'anima trova la sua pace, chi che deve pagare la corrente. Anche se non si riesce a dormire, ci si riposa meglio al buio. Udivo la signora Margit attraverso la porta della stanza. Gemevo nella meditazione o nel sonno. Le dita dei miei piedi spuntavano fuori dalla coperta

in fondo al letto. Sulla mia pancia c'era il tormento delle galline. Il vestito sulla sedia sembrava una signora annegata. Dovetti rimuoverlo. Le calzamaglie pendevano dallo schienale come gambe mozzate. Al buio mi sarei sdraiata in un sacco. In quello con la cintura, in quello con la finestra. E in quello, che non divent mai mio, coi sassi. LA SIGNORA Margit disse: Magari qualcuno lo ha spinto. Immagino di saper giudicare le persone. Georg non era un tipo del genere. Non si sarebbe pi alzato. Se era omicidio, Dio lo condurr per mano. Col suicidio si va all'Inferno. Prego per lui. KURT trov nove poesie di Georg proprio in fondo all'armadio. Otto di queste s'intitolavano: Averla. E l'ultima: Chi pu fare un solo passo con la testa. Edgar sognava spesso la stessa cosa: Kurt e io eravamo coricati in una scatola di fiammiferi. Georg si trovava in fondo al letto e diceva: siete fortunati. Spingeva il coperchio fino ai nostri colli. Lalbero sul coperchio della scatola di fiammiferi nel sogno era una betulla. Stormiva. Georg diceva: Dormite, io proteggo il bosco. Dopo tocca a voi. In fondo alla scatola di fiammiferi ardeva il fuoco. KURT mancava dal lavoro dalla morte di Georg. Anzich andare al mattatoio, girava per la citt. La vicina dagli occhi punteggiati attravers il giardino una sera tardi e buss alla porta di Kurt. Sei ammalato, chiese. Ma non stai a letto. Kurt disse: Come vedi, sto alla porta. In paese i cani abbaiavano, perch il vento batteva contro le grondaie. La vicina, a casa sua, aveva spento la luce. La sua finestra era buia. Era vestita troppo leggera e si stringeva tra le proprie braccia. Portava le ciabatte estive coi tacchi di sughero. Per i calzini di lana caprina le erano troppo piccole, i suoi talloni sporgevano fuori. Voleva che Kurt le desse l'indirizzo di Georg in Germania. Tentava di stare calma, ma tremava e vacillava. La luce cadde sulle sue ciabatte. Al buio le sue gambe sottili sporgevano dai calzini come quelle delle capre bianche. Non indossava alcuna calza. Kurt chiese: Perch vuoi il suo indirizzo? Non ti ha nemmeno salutato. Lei abbass il capo: Non abbiamo mica litigato, avrei bisogno di farmaci. Allora va' dal medico, disse Kurt. Perch non venisse licenziato, Teresa port a Kurt un certificato medico su cui Kurt potesse registrare il proprio nome. Il certificato era costato una stecca di marlboro. Quando Kurt voleva pagarla, Teresa disse: Lho rubata dall'armadio di mio padre. NELLA lettera della madre dietro i dolori alla schiena c'era: Ho i grandi moduli. Il poliziotto li ha compilati per me e la nonna. Ha detto che il tuo lo puoi compilare da sola, conosci sufficientemente bene il rumeno. Ho detto che probabilmente non volevi nemmeno venire con noi. Secondo lui allora tutto subir un ritardo. Toni l'orologiaio crede che valuterai bene. Verrebbe volentieri al posto tuo, ma come. Alla nonna ho spiegato tutto, doveva firmare anche lei. Non si pu leggere la firma, ma la sua grafia. Sarebbe peggio, se si riuscisse a leggere, perch ha dimenticato il suo nome. Ha cantato un po'. Sono contenta di non sapere cosa le passa per il cervello, quando mi guarda come una puzzola. Oggi ho venduto i mobili nella stanza. Il tappeto non lo volevano, era roso dalle tarme. Ti spedisco i soldi per un paio d'affitti. Poi devi cavartela da sola. Non vorrei che rimanessi qui.

Hai ancora una vita davanti. COMPILAI le colonne del modulo: nascita, scuola, lavoro, storia militare di mio padre. Sentivo le sue canzoni per il Fhrer. Vedevo la sua zappa in giardino e le sue piante pi stupide. Non sapevo se in Germania ci fossero cardi da latte. Di soldati delle SS rimpatriati ce n'erano abbastanza. Il nonno, il barbiere, Toni l'orologiaio, il padre, il parroco e il professore chiamavano la Germania la Madrepatria. Bench i padri avessero marciato nel mondo per la Germania, era la Madrepatria. ESPATRIANDO, Georg aveva spianato la strada anche a Edgar e a me. Fuori dal vicolo cieco, aveva detto allora. E sei settimane dopo giaceva per terra nell'inverno di Francoforte. Le averle si trovavano nell'armadio da Kurt, in una scarpa. Georg era volato al posto loro dal vicolo cieco in un sacco con la finestra. La pozza in cui si trovava la sua testa forse rispecchiava il cielo. Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola eppure Edgar e io seguimmo Georg. Anche Edgar compil la domanda per l'espatrio. Nella tasca della sua giacca c'era il telegramma con la morte di Georg. Kurt non si sentiva in grado di espatriare. Non ha nessun senso rimanere qui, diceva, ma andate prima voi. Io vi seguo. Si dondolava sulla sedia, il pavimento scricchiolava al ritmo della disperazione. Che non spaventava nessuno di noi. Sono un complice dei bevitori di sangue, disse Kurt, per questo non verr licenziato. Quando sarete via, mi prenderanno. A partire dall'estate i detenuti vengono portati con gli autobus nella campagna dietro il mattatoio. Scavano un canale. Quando sono stanchi, i cani li aggrediscono. Vengono trasportati con l'autobus e stanno l, finch alle sei di sera l'autobus non li riporta in citt. Io fotografo dal mio studio. Due bevitori di sangue mi hanno preso in fallo, disse Kurt, erano i primi a saperlo. Forse anche gli altri lo sanno. Tengo le pellicole in fondo all'armadio. Cos ho trovato anche le poesie di Georg. Le porter a Teresa e le riprender, prima di andare dal padre di Edgar. Dovrebbe spedirvele tramite il doganiere. Forse verr licenziato comunque, disse Kurt. Speditemi due foto, quando sarete in Germania, una con la finestra e una col lastricato. Arriveranno, Pjele sa quanto fanno male. TERESA pianse quando ud che mi ero registrata nel modulo. Il suo compagno l'aveva abbandonata. Aveva detto: Una donna senza bambini come un albero senza frutti. Lui e Teresa erano andati al tram. Alla fermata lui aveva indicato a Teresa le persone in attesa e aveva detto che malattie avevano. Teresa disse: Non le conosci affatto. Ma lui assegnava diagnosi: Quello ce l'ha al fegato, quello al polmone. Quando non gli veniva pi in mente nulla, diceva: vedi come quello tiene la testa. E quella ce l'ha al cuore. E quello alla laringe. Teresa chiese: E io. Non rispose. I sentimenti, disse, non abitano nella mente. Provengono dalle ghiandole. Negli ultimi tempi la noce sotto il braccio di Teresa faceva male. Tirava una fune dal gomito fino al petto. Non volevo che Teresa fosse sola e dicevo: Sta' vicino a Kurt. Teresa annuiva. Comunque sono solo la met della noce, diceva. Una parte di me la prendi tu. Ci che rimane qui, la dai a Kurt. Ci che non pi intero, si pu facilmente dividere. Ora toccava a me premere la maniglia sul tronco di betulla. Teresa sapeva che tra noi questa porta si sarebbe chiusa, che io non avrei potuto tornare a visitarla in paese. So che non ci vedremo mai pi, disse. ANCHE a Kurt avevo detto: Sta' vicino a Teresa. Un'amicizia non una giacca,

che posso ereditare da te, disse. Posso infilarmela. Da fuori potrebbe andar bene, ma da dentro non terrebbe caldo. Ci che si diceva da sempre divenne definitivo. Schiacciare con le parole in bocca tanto quanto coi piedi nell'erba, cos era ogni addio. Chi ama e abbandona, quelli eravamo noi. Avevamo portato all'estremo l'imprecazione di una canzone: Lo deve punire Dio Dio lo deve punire col passo dello scarafaggio il ronzio del vento la polvere della terra. La madre venne in citt col treno del mattino. In treno prese ancora un calmante e dalla stazione and dal parrucchiere. And dal parrucchiere per la prima volta in vita sua. Per l'espatrio si fece tagliare la treccia. Perch, la treccia una parte di te, dissi. Di me s, ma non della Germania. Chi lo dice. Se arrivi in Germania con una treccia, ti trattano male, disse. Alla nonna la taglio sempre. Il barbiere morto. Un parrucchiere cittadino perde la pazienza con lei, infatti non sta ferma davanti allo specchio. Devo legarla alla sedia. Il mio cuore era in subbuglio, disse. Il vecchio che mi ha tagliato la treccia, aveva una mano leggera. Il giovane, che poi mi ha lavato i capelli, aveva una mano pesante. Ho sussultato, mentre arrivavano le forbici. Era come essere dal medico. La madre aveva la permanente. Nonostante il freddo, non si mise in testa il foulard, per mostrare i capelli arricciati. Trasport la treccia tagliata in una busta di plastica. La prendi con te, chiesi. Fece spallucce. Andammo da un negozio all'altro. Compr il corredo per la Germania: una nuova spianatoia con un mattarello, un macinino per noci, un servizio di piatti, uno per il vino e per la torta. E delle nuove posate inossidabili. Della nuova biancheria per s e per la nonna. Come per una sposa, disse e guard sul suo orologio da polso morto. In Germania si pu spedire col treno una cassa di centoventi chili. Lorologio morto sulla sua mano aveva un nuovo cinturino. Che ore sono, chiese la madre. ALLA nonna che canta la treccia non dovette pi essere tagliata. Quando la madre torn dalla citt, giaceva morta per terra con un pezzo di mela in bocca. La morte l'aveva privata del suo corredo da sposa. Il boccone era conficcato tra le labbra. Non era soffocata per questo. Il boccone aveva una buccia rossa. Il giorno dopo il poliziotto non trov in tutta la casa alcuna mela dalla quale mancasse il boccone. Forse ha mangiato la mela conservando il primo boccone per ultimo, disse Toni l'orologiaio. Dev'essere depennata dal modulo, disse il poliziotto. La madre gli diede dei soldi. Ha girato per il mondo tanto a lungo, disse la madre, ora avrebbe potuto ancora aspettare, finch saremmo state in Germania. Anche l ci sono delle bare. Ma non mi sopporta, per questo ha chiuso gli occhi, ora. Questo l'ha pianificato lei, quando mi ha visto come una puzzola. Ora devo occuparmi del becchino e del parroco. La sua tomba deve giacere qui. Ha voluto cos, che lasciassi tutto qui. ERA incominciato il rigor mortis. La madre e Toni l'orologiaio tagliarono con le forbici i vestiti della defunta e li tolsero dalla pelle. La madre port una scodella d'acqua e un panno bianco. Toni l'orologiaio disse: Lavare i morti non si addice ai parenti. Lo devono fare gli

estranei, altrimenti muoiono tutti. Alla nonna lav il viso, il collo, le mani e i piedi. Ieri passata ancora una volta davanti alla mia finestra, disse. Chi l'avrebbe immaginato che oggi l'avrei lavata. Non mi vergogno, perch nuda. Tagli con le forbici anche la biancheria nuova. La madre ricuciva i vestiti su misura della defunta. Chi si veste in modo pulito, pensavo tra me, non pu arrivare in cielo sporco. Non pu essere diversamente, disse Toni l'orologiaio, il suo corpo non pu pi collaborare, non la si pu pi piegare. E a me diceva: Tu potresti aiutarci. Dalla scatola per il cucito presi un filo e l'inserii in un ago pi grosso, doppiando il filo. Posai l'ago su una sedia. Lascia il filo singolo, disse la madre, abbastanza resistente. Terr finch arriver al cielo. Faceva dei punti grandi e alle estremit dei grossi nodi. Aveva deposto le forbici e staccato coi denti il filo sulla defunta. La bocca della nonna era aperta, bench avesse un panno legato intorno al mento. Riposa la tua bestia del cuore, le dissi. LA MADRE viveva ad Augsburg. Invi a Berlino una lettera coi suoi dolori alla schiena. Non era sicura d'essere veramente lei e sulla busta scrisse come mittente il nome della vedova dalla quale abitava: Helene Schall. Nella lettera della madre c'era: anche la signora Schall stata profuga, una volta. Dopo la guerra stette l con tre bambini intorno al collo, senza marito. Ha portato i figli in salvo da sola, ora se ne sta l. Da soli qui si pu vivere della pensione del tutto allegramente. Va bene, glielo concedo. La signora Schall dice che Landshut pi piccola di Augsburg. Ma come, l vivono cos tanti del nostro paese. La signora Schall mi ha mostrato la carta geografica. Ma ci sono pi toponimi l, che vestiti nelle vetrine; chi se li pu permettere? Quando in citt leggo cosa c' sugli autobus, ho un dolore lancinante dietro la testa. Leggo a voce alta i nomi delle strade. Quando l'autobus passato, li ho dimenticati. La foto della nostra casa ce l'ho nel comodino, in modo da non toccarla tutto il giorno. Ma la sera, prima di spegnere la luce, guardo la nostra casa. Devo mordermi le labbra e sono contenta che in camera faccia buio presto. Qui le strade sono belle, ma tutto cos distante. Non sono abituata all'asfalto, i miei piedi fanno male, cos come il mio cervello. Qui in un giorno mi stanco tanto, quanto a casa forse in un anno. QUESTA non la nostra casa, l ora abitano altri, scrissi alla madre. La casa l dove sei. Sulla busta scrissi grande: Signora Helene Schall. Il nome della madre lo scrissi tra parentesi l sotto, molto pi piccolo. Tra le parentesi vedevo la madre andare, mangiare, dormire, amarmi nella paura come sulla busta. Pavimento, tavolo, sedia e letto appartenevano alla signora Schall. E la madre mi scrisse in risposta: Cosa sia la casa, non lo puoi sapere. Il posto in cui Toni l'orologiaio si prende cura delle tombe, quella sicuramente la casa. EDGAR abitava a Colonia. Ricevevamo le stesse lettere con le scuri incrociate: Siete stati condannati a morte, vi prendiamo presto. Il timbro postale era di Vienna. Edgar ed io telefonammo, per viaggiare non ci bastavano i soldi. Telefonando, anche la voce non ci bast. Ci mancava l'abitudine di riferire segreti al telefono, per paura la lingua rimaneva in sospeso. Le minacce di morte mi raggiunsero anche per telefono, attraverso il ricevitore che dovevo tenere attaccato alle guance, quando parlavo con Edgar. Nella conversazione mi sembrava che avessimo portato con noi il capitano Pjele.

Edgar viveva ancora nella casa di transito. Un vecchio negli anni migliori, un insegnante fallito, ironizzava. Come me due mesi prima di lui, ora era lui che doveva dimostrare d'essere stato licenziato in Romania per motivi politici. I testimoni non bastano, disse l'impiegato. Solo un foglio con un timbro da cui questo risulti. Da dove. L'impiegato scosse le spalle e appoggi la penna a sfera al vaso di fiori in verticale. La penna si rovesci. A causa del licenziamento non ricevevamo alcuna indennit di disoccupazione. Dovevamo rigirarci tre volte nella mano i certificati e non potevamo visitarci tanto spesso, quanto avremmo voluto. ANDAMMO due volte a Francoforte, per vedere il luogo in cui era morto Georg. La prima volta non ci furono foto per Kurt. La seconda volta eravamo abbastanza forti, da scattarne. Ma a quel tempo Kurt stava gi al cimitero. VEDEMMO la finestra da dentro e da fuori, la terra da sopra e da sotto. Attraverso il lungo corridoio della casa di transito un bambino correva ansimando. Edgar mi tolse di mano l'apparecchio fotografico e disse: Veniamo ancora, dal pianto non nasce nulla. NEL cimitero boscoso camminammo lungo la strada principale. Il silenzio dell'edera m'invogliava a romperlo. Su una tomba c'era un'insegna: Questa tomba si trova in uno stato di abbandono. Preghiamo di sistemare la tomba entro un mese, altrimenti si proceder allo spianamento. Lamministrazione del cimitero. Davanti alla tomba di Georg non avevo lacrime. Edgar piant la punta della scarpa nella terra bagnata in cima alla tomba. Disse: l dentro. Prese un mucchio di terra e lo gett per aria. Lo udimmo cadere. Prese un altro mucchio di terra e la fece cadere nella tasca della giacca. Questo mucchio di terra non lo udimmo. Edgar guard l'interno delle proprie mani. Che sudiciume, disse. Sapevo che non intendeva solo la terra. La tomba stava l come un sacco. E la finestra, pensai tra me, dev'essere solo l'illusione di una finestra. Lavevo afferrata e non avevo sentito nulla tra le mani, aprendo e chiudendo la finestra non avevo sentito nient'altro che l'aprirsi e il chiudersi degli occhi. La vera finestra doveva essere l sotto nella tomba. Ci che ha ucciso, viene portato via, pensai tra me. Una bara non mi entrava in testa, solo una finestra. Non sapevo come la parola transfinito fosse arrivata qui al cimitero. Ma accanto a questa tomba realizzai cos'avesse dovuto significare da sempre. Non lo dimenticai pi. Avrei potuto dire a Teresa: Transfinito una finestra che non scompare, quando qualcuno si gettato fuori. In una lettera non volevo scriverlo. Al capitano Pjele non interessava minimamente cosa fosse transfinito. Era troppo infame, per pensare a questa parola collegata a se stesso. Faceva cimiteri anche in luoghi in cui non metteva piede. Conosceva diverse finestre su diversi corridoi. QUANDO io ed Edgar abbandonammo il cimitero, gli alberi si agitarono. Il cielo premeva sui loro rami ricurvi. Fresie e tulipani gelati stavano sulle tombe come sui tavoli. Edgar si pul le suole delle scarpe con un piccolo bastone. Sui tronchi degli alberi avrebbero dovuto esserci delle maniglie. Cieca com'ero, come allora nel bosco, non le vidi. DIETRO i dolori alla schiena della madre c'era: Questa settimana arrivato dalla Romania il baule con le mie cose. Mancavano il mattarello per la pasta e la spianatoia. Sabato pomeriggio ho portato a casa due colombe nelle tasche del cappotto. Per una buona zuppa, pensavo tra me. La signora Schall ha detto,

questo non lecito, le colombe appartengono allo Stato. Mi ha costretto a riportare indietro le colombe. Le ho assicurato che nessuno mi aveva visto. Le colombe infatti avrebbero potuto volare via, ho detto. Se le colombe si lasciano catturare, colpa loro, anche se appartengono allo stato. L nel parco ce ne sono pi che a sufficienza. Dovetti infilare nuovamente le colombe nel cappotto e uscire di casa. Due case pi in l volevo farle volare. Se appartengono allo stato, ho pensato tra me, trovano da sole la strada del ritorno. Per strada non arrivava proprio nessuno. Le ho messe tra l'erba sul ciglio della strada. Ci credi, avrebbero volato. Con le mani ho agitato l'aria, ma non si sono mosse. Poi arrivato un bambino in bicicletta ed sceso. Ha chiesto cosa c' l. Beh, due colombe, ho detto, non vogliono andarsene da qui. Il bambino ha detto: Allora devono rimanere sedute, cosa gliene importa. Dopo che il bambino se n' andato, arrivato un uomo e ha detto: Queste vengono dal parco, chi le ha portate qui. Ho detto: Il bambino sulla bici l davanti. Lui ha gridato: Cosa le viene in mente, quello mio nipote. Non lo sapevo, ho detto. Non lo sapevo davvero. Poi ho infilato le colombe nelle tasche del cappotto. Poich l'uomo guardava in modo strano, ho detto: Tutti rimangono fermi e nessuno si preoccupa. Ora porto le colombe di ritorno nel parco. TRAMITE il doganiere, Kurt invi una grossa lettera con un elenco di morti per fuga, le poesie sulle averle, le foto dei bevitori di sangue e dei detenuti. Su una foto c'era il capitano Pjele. Teresa morta, c'era scritto nella lettera. Quando si toccava le gambe con le dita, rimaneva sulla pelle un'ammaccatura. Le sue gambe erano come tubi, l'acqua non andava pi via con le pastiglie, saliva fino al cuore. Nelle ultime settimane Teresa faceva dei raggi, aveva la febbre e vomitava. Mi sono rivolta a lei, prima che ti facesse visita. Fu inviata a te da Pjele. Non volevo che viaggiasse. Disse: In fondo sei solo invidioso. Dopo che era ritornata dalla Germania, mi evitava. Riferiva ogni cosa. L'ho vista ancora un paio di volte e ho chiesto indietro tutto ci che stava da lei. Mi ha restituito tutto. Ma non mi stupirei se un giorno Pjele svuotasse tutta la scrivania. Ho fatto domanda di espatrio, in primavera ci vediamo. LA MORTE di Teresa mi addolor tanto, come se avessi due teste che esplodessero insieme. In una c'era l'amore falciato, nell'altra l'odio. Volevo che l'amore ricrescesse. Crebbe come erba e paglia in modo confuso e divent la pi fredda frase sulla mia fronte. Era la mia pianta pi stupida. MA tre settimane prima della grossa lettera, Edgar e io ricevemmo due telegrammi identici: Kurt stato trovato morto nella sua abitazione. Si impiccato con una fune. Chi aveva spedito i telegrammi. Lessi ad alta voce, come se dovessi cantare davanti al capitano Pjele. Mentre cantavo la lingua batt attraverso la fronte, come se la punta della lingua fosse saldamente legata a una bacchetta manovrata dal capitano Pjele. EDGAR venne a visitarmi. Posammo i telegrammi l'uno accanto all'altro. Edgar agit il tormento delle galline, la palla vol, i becchi picchiettarono sull'asse. Osservai tranquilla le galline. Non diventando n invidiosa, n avara. Solo paurosa. Tanto paurosa, che non volevo nemmeno strappare dalle mani di Edgar il tormento delle galline. La posta non si spedisce casualmente nei sacchi, dissi. Per strada i sacchi della posta sono pi lunghi dei sacchi della vita. La gallina bianca, quella rossa,

quella nera, le volevo vedere in fila. La fila si scomponeva per il loro frenetico picchiettare. Ma non per i sacchi con la cintura, con la finestra, con la noce, con la fune. Tu col tuo sacco di pane svevo, disse Edgar, se qualcuno lo sente, ti prende per pazza. Disponemmo per terra le foto di Kurt. Sedemmo davanti a queste come allora nel giardino di bossi. Dovevo guardare velocemente sul soffitto, per controllare che il bianco non fosse il bianco del cielo. NELLULTIMA foto il capitano Pjele attraversava la piazza di Traiano. Portava in mano un pacchetto di carta bianca. Attaccato all'altra mano camminava un bambino. Sul retro della foto Kurt aveva scritto: Il nonno compra la torta. Mi augurai che il capitano Pjele trasportasse un sacco con tutti i suoi morti. Che quando sedeva dal barbiere i suoi capelli appena rasati avessero l'odore del cimitero appena falciato. Che il delitto puzzasse quando stava seduto al tavolo con suo nipote dopo il lavoro. Che questo bambino provasse disgusto per le dita che gli offrivano la torta. Sentivo come la mia bocca si aprisse e si chiudesse: Una volta Kurt ha detto, questi bambini sono gi complici. Quando la sera vengono baciati, annusano che i loro padri hanno bevuto sangue al mattatoio e vogliono andarci. Edgar scuoteva la testa, come se volesse partecipare alla conversazione. Ma taceva. Sedevamo davanti alle foto per terra. Presi in mano la foto col nonno. Guardai il bambino da molto vicino. Poi il pacchetto bianco del nonno. Continuiamo a dire: Il mio barbiere e le mie forbici, mentre altri non perdono pi un bottone. A forza di stare seduta le mie gambe s'erano addormentate. Se stiamo in silenzio, mettiamo imbarazzo, diceva Edgar, se parliamo, diventiamo ridicoli.