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O P E R E

DI

ARRIANO
N I COME DI E S E
TOMO SECONDO

OPUSCOLI

MILANO
T IP I DI FRANCESCO SONZOGNO

q.m G IO .

BATT.a

Stradone a S. Ambrogio , num. 2^35


1 8 2 7

IL TIPOGRAFO

AL L E T T O R E .

A l le pubblicate Storie di Arriano su la Spedizione di Alessandro tengon dietro le sue Cose Indiche, per cui approfitto della elegante traduzione dellAb. Mastrofini, acciocch argo menti di si grande affinit tra loro non abbian di che invidiare 1 un laltro per le grazie della nostra ita liana favella. E perch non mi colga rimprovero di abbandonarmi agli al trui lavori per cessare fatica, ho pro curato di aggiugnere qualche pregio particolare a questa mia ristampa col riprendere ad esame il testo greco, e
A rmano. *

dove parvemi acconsentire a differenti interpretazioni le ho esposte per via di note, costituendo Te giudice sul me rito di esse. Ho consultato inoltre le classiche Opere dellHudson del Dodwell, del Blanchard e soprattutto quella inglese del dottore Guglielmo Vincent per illustrare alcuni passi oscuri, per raffrontare tra loro i di versi nomi dati allo stesso luogo da gli antichi geografi, per conciliare le variate distanze, e cos rendere in fine sempre pi manifesto che non addivengono mai soverchi i nostri studj diretti ad illustrare la greca letteratura. Imperciocch posso ben io con tutta verit ripetere che chi nellalto met tendosi di questo pelago, ed anche dentro gittandovisi, vuole ripescare tutte le sue pi riposte ricchezze, tali e tante ei ne verr ad ogni poco sco

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prendo, che nella fine sar costretto di confessare non essere possibile di tutto misurar questo mare, n vederne tutti i tesori . L ultima delle ante dette Opere mi ha fornito pure il mezzo di accrescere lume e diletto alla lettdra del Viaggio di Nearco coll ornarlo di due Carte geografiche rappresentanti il corso dell Indo, e le coste di Mekran dall Indo al Golfo Persico. Col loro aiuto pertanto po trai agevolmente seguire di luogo a luogo la grande spedizione, ed acqui stare giusta idea devantaggi non solo che per essa preparavansi al commer cio ed alla navigazione, ma ben an che de sublimi talenti di Alessandro nell imprenderla, e nellappianare tutte le difficolt che potevano arrestare o almeno intralciarne il corso. Succede alle Cose Indiche il Peri-

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pio del Mar Rosso volgarizzato a tal uopo dal profondo elenista Spiridione Blandi, del cui merito ne letterarj la vori gi pubblicati in questa Collana i Critici hanno reso ottima testimo nianza ( i ) ; oso quindi sperare che la imparzialit del profferito giudizio sia perottenere ampia confermagione dal presente nuovo saggio di sua va lenza nelle lingue dei dotti. Pur quivi labile volgarizzatore aggiunse alcune brevi note a schiarimento del testo. E giacch il molto vano prodotto dalla voracit de tempi negli scritti del nostro Storico trova qualche ri storo presso gli estratti di Fozio, ho creduto pregio dell opera di allogarli dopo il Periplo voltati pur essi nella nostra lingua dal prelodato scrittore. Per la Tattica dArriano, dovendo *

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( i ) Biblioteca Ita l., fase, di Luglio 1826.

ora a lei volgere il mio discorso, e che ho accolta onorevolmente in que sta Collana siccome fecondissima sor gente di luce onde rischiarare le pi nobili testimonianze del guerresco va lore depositate nelle greche storie, mi sono di buon grado giovato della tra duzione eseguita dalleruditissimo Bac chetti, poich e la fedelt con cui vi s interpetrato il testo, ed i dotti com menti che ne agevolano lintendimento, sembrammi tali da render paghi i pi avidi desiderj. Non debbo per tacere che nel ristamparla ho divisato in pi luoghi omettere, per amore d una conveniente brevit, i lunghi squarci degli autori, che ad ogni periodo ed in molta copia succedevansi a con ferma del commento stesso, avendo creduto abbastanza di diportarne a pi di pagina le citazioni per comodo

di coloro che bramassero attignerli alle sorgenti. Cos pure mi sono dis pensato dalladottare la sua divisione del testo in capitoli per non distormi senza necessit dall ordine osservato nemigliori codici. Ho in fine trala sciato di riprodurre le confutazioni di quanto altri meno felicemente espose in cos fatti argomenti, per valermi solo di que lumi che ne vennero in appresso da pi accurati scrittori. Colloco quindi, a compimento di tutte le Opere di Arriano a noi per venute e di questo secondo volume, il Periplo del Ponto Eussino, il fram mento della Guerra contro gli Ala ni , e per ultimo la Caccia, con nuove traduzioni dal greco corredate di note critiche e filologiche, lavoro di Ni col Tommaso, nome bene accetto alla repubblica letteraria per altre sue

lodevoli produzioni, e con la pianta delle piagge a confine del Ponto sud detto, pubblicata dallinsigne geografo Barbi du Bocage. E qui mi sia per messo di aggiugnere che a sostegno della mia piccola levatura ho avuto sempre il forte braccio dell illustra Gorcirese, a cui soprattutto questa nobile impresa va debitrice del suo felice andamento. Le quali preliminari notizie acco gli , benigno Lettore, senza taccia di disordinata burbanza delle cose m ie, ma come segno del grandissimo mio desiderio di fare nellassunto incarico il meglio che per me si possa, onde riportare dai dotti un generoso com patimento, primo de compensi a cui tendono le mie cure.

DELLE COSE DELLINDIA LIBRO UNICO


VOLGA R I Z Z A M U N T O
dell abate

MARCO MASTROFINI.

RRIANO DELLE COSE DELL 1VDIA.

I. U t qua del fiume Indo verso loccaso sino al fiume Cofne han sede gli Astaceni, e gli Assaceni, popoli certamente indiani, non per s grandi di corpo, n s buoni di animo come gli altri di l dal-, l Indo, n bruni come i pili delle Indie. In antico ubbidirono questi agli Assiri: ma da che i Medi sog-' giacquero a Persiani, anch essi mandarono dalle tei' re loro a Giro figlio di Cambise i tributi da esso de stinati (i). Per 1 opposito i Nisei non derivano dagli Indiani, ma sibbenc da militari venuti con Bacco, Greci forse, r^si inabili alle armi nelle guerre fatte da lui nelle Indie, seppure con tai Greci non mise ad abi tare i volontarj de luoghi intorno : Bacco ne chiam Nissea la regione e Nissa: la c itt , dal monte Nissa ; e quel monte ove alla citt si avvicina,. ed alle falde del quale Nissa fu . fabbricata, detto Femore (a) per la sciagura sostenuta da lui nel nascere. I poeti finsero queste cose, ma sen parla in tutte le storie greche e bar bare. Negli Assaceni- Massaca, citt grande e nerbo' della nazione, e Peucla, citt pur essa e grande n*
(.) T ed i Erod. L ni. (G li E d .) (2) O come dice il greco ( t i f a . ( Gli Ed. )

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lontana dell In d o , ma non abitano gli Assaceni se non di qua dall Indo , all occaso , fino al fiume Cofne : la terra poi di l dall Indo questa l Ind ia, ed indiane per me sono di questa le genti. Il T au ro, monte che cos chiamasi ancora nell In d ia, confine di essa verso settentrione: comincia il Tauro dal mare verso la Pamfilia, la Licia, e la Cilicia, e si stende, traversando tutta lAsia, fino al mar di levante: ond che nella estensione sua, dove chiamasi monte Parapmiso, dove monte Einodo, dove monte Emao , e dve forse ancora con altri nomi , e li Macedoni com pagni di arme ad Alessandro, Caucaso lo chiamarono, quantunque diverso, sia del Caucaso della Scizia, e cos crebbe la faina che Alessandro era scorso infino di l del Caucaso. Verso 1 occaso chiude le Indie il fiume Indo, il quale si getta nel grande Oceano con due boc che , non cos vicine poste infra loro, come le cinque bocche dellIstro, ma come quelle del Nilo, le quali fohnano il Delta egiziano ; giacch l Indo forma pur esso un Delta non minore, detto Pattala in lingua in diana. Da mezzogiorno poi come da levante lo stesso grande Oceano termine comune delle Indie. II. Alessandro, i Macedoni, e buon numero dei Greci videro la parte meridionale , il Delta delle In die e le bocche dell Indo : per altro non iscorsene Alessandro la parte orientale, la qual giace di l del fiume Ifasi. Pochi ci han descritto ciocch sivi fino al Gange , dove del Gange si apran le foci, dove sorga Palimbotra, la massima citt delle Indie alla riva di questo fiume. Fra tutti il pi credibile a me sembra

DELLE COSE DELL INDIA

Eratostene da Cirene, perch fu scopo suo circoscri verne la estensione. Ora costui dice che lindia se scen diamo dal T u ro, ove sorge, e seguiamo il corso dell Indo infin dove sbocca nell Oceano , si stende tre dici mila stadj. A questo crede opposto, ma non egnale perch di diecimila stad j, il confine dal monte Tauro seguendo il mar di levante, anzi in quel mare si sporge con una punta lunga tremila stadj : e questa al dir suo la larghezza dell India. Dice poi che la lunghezza in quanto *va da ponente a levante fino a Palimbotra, misurata da lui per esservi regia strada, comprende dieci mila stadj, ma che nel resto pi orientale non certa ugualmente. Quanti per ne scrssero secondo la fam a, vogliono che un tal resto dell Ind ia, compresavi quella sua punta entro mare , scorra a dieci mila stadj anch esso. Cos l India in tutto lunga almen venti mila stadj. Ctesia di Gnido ci dice l India eguale al resto dell A sia, non cos di cendo Onesicrito, che la pareggia soltanto al terzo di questa (i). Secondo Nearco in quattro mesi viaggiasi per la pianura. Megstene tien per la larghezza dell India la estensione sua dall oriente all occaso, la qual per altri lunghezza : e tien per lunghezza la estensione da tramontana al mezzod, la qual per altri larghezza 5 e dice che ove questa .sua lunghezza pi corta contiene sedici mila stadj, come pure che
(1) Plinio dice che i compagni di Alessandro affermarono, l India essere la terza parte di tutta la terra : e il Blanchard crede che lo stesso abbia detto Onesicrito, non gii che fosse la terza parte della sola Asia. ( L Ed. )

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la larghezza ne contiene ventidue mila trecento, lad dove pi si ristrnge. III. Nelle Indie son tanti fiumi, quanti nell Asia in tera non sono..I pi grandi sono il Gange e l in d o , e ciascuno de due supera il Nilo di Egitto, e l Istro della Scizia, e li supererebbe , ancorch riuniti l uno e 1 altro in un Ietto : anzi a me pare che degli ul timi due sia pi grande anche l Acesine, laddove ricevuti in s l Idaspe, l Idraote, e l Ifsi, portasi al lin d o ^ perocch con alveo vi si porta largo di trenta , stadj. Forse molti altri fiumi maggiori scendon per l India: ma io niente posso accertare sul tratto di lei, posto di l dell Ifasi, giacch di l dellIfasi non tras corre Alessandro. De due fiumi per che i massimi sono, Megstene , e quanti altri ne parlano, scrivono che il Gange eccede moltissimo l Indo. Perocch il Gange scaturendo gi grande, raccoglie poi nell alveo suo la Caina, 1 Erann,oboa, ed il Cossoano, fiumi tutti navigabili : quindi in s prende la Sona, il SittocatL, ed il Solomati, navigabili anch essi : e quindi il Condocajti, il Sambo, il Magone, 1 Agoramni, e 1 Ornali : anzi in esso pur gettansi il Gommenasi, gran fiume , il Cacuti, e l Andomati il qual viene gi da Mandiadinj, gente indiana. Inoltre nel Gange fluiscono l Amisti presso la citt di Catadupi, l Ossimagi sopra Pazale , e 1 Erineso in mezzo de M athi, ramo d In diani : e -di questi fiumi Megstene afferma che niuno minor del M eandro, laddove pi navigabile. Il Gange, dove ne ha meno, tiene una larghezza di cento stadj : ma di tratto in tratto nemmea vedesi dov essa

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finisca, perch 1 acqua impaluda ne luoghi bassi, do ve niun colle sollevasi. All Indo termina finalmente l Idraote } perch 1' Idraote dopo avere in s ricevuti . . . . . ne Cambisto* l i , l Ifasi negli Astrobei, il Sarango da Micci ed Neudro dagli Attaceni sbocca nell Acesine, come *el 1 Acesine sbocca eziandio Ira gli Ossidrachi l Idasp dopo avere in s ricevuto il Sin aro negli Arpei !j a P Acesine si scarica in fine l nel paese de Malli tsn tro dell Indo. Anche il Tutapo, gran fiume, pon foce nell Acesine. Ingrandito lAcesine 4 a tanti fiumi, pai* s a , facendolo prevalere a tutti,.col nome suo fino al* l Indo. All Indo sincorpora ancora nella Peucelaitide il Cofne, traendo seco le acque del M alattauto, de} Soasto, e del Garoea ; come vi si gettan pi opra i fiumi Ptareno, e Saparno, non molto lontani fra loro* ed il fiume Soamo, il quale scende damonti della Sa bissa, e correvi solitario sempre, e non tocco da altra fiumane. Megstene dice navigabili i pi di questi fiumi* IV. Non pertanto incredibile che lIstro e il Nilo insieme non possano paragonarsi allindo n al Gange. Certamente sappiamo che il Nilo non riceve altri fiumi nel suo le tto , anzi dal suo letto disama dei canali sca vati ria via per lEgitto. L Istro poi sgorgando piccolo nell origine sua riceve altri fiumi,. ma non eguali per numero o per grandezza ai fiumi indiani che vansens all Ipdo o nel Gange} essendole pochissimi navigabili. Degli ultimi io stesso ho veduto lEno ed il Sao, il prin o ingolfarsi nell Istro nei confini de Norici e deReti, e l altro ingolfatisi tra Peojaj ; e Tauruno chiamasi il

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luogo dove congiungonsi. E_se taluno ha veduto, navi gabili, altri fiumi che portansi allIstro, non ne avr credo, molti veduti (i). Che se altri brami svolgere le cause dei tanti e tanto gran fiumi delle Indie, svolgale p u re ; mentre io non isorivo se non ci che ne fu rife rito. Megstene ricorda i nomi eziandio di molti altri fiumi, che fuori del Gange e dellindo fluiscono al mar di levante-e di mezzogiorno; di talch, dicesi, che cin quantotto sieno in. tutto i fiumi navigabili delle Indie. Per altro nemmeno Megstene ha girato, parm i, gran tratto delle Indie, ma certo pi che le milizie compa gne di Alessandro; perocch scrive di essere stato presso di Sandracota, monarca grandissimo delle In d ie, e presso di P o ro , pi potente ancora di lui. Narra poi questo Megstene che n gl Indiani agli altri, n gli altri agl Indiani aveano portata mai guerra. Che Sesostri di Egitto dopo avere sottomessa colle ar mi gran parte dellAsia,, giunto all E uropa, ne retro cedette: che lo scita Idantirso, sboccando dalla Scizia ^ debell molti popoli d Asia, e corse e.tenne perfino l Egitto : che Semiramide , 1 assiria regina , meditava nna spedizione nelle Indie , ma ne mor con essa in nanzi tempo , il disegno : e che in fine Alessandro , lnico infra tutti, vi condusse un esercito. Che poi pri ma di Alessandro anche Bacco ve lo conducesse e vi prevalesse, voce assai grande; come . pur voce, quantunque men grandey che Ercole prima di Bacco
(1) Plinio-nel lib. v , c. a , dice che F Istro riceve in s lien sfssaou fiumi, dei quali una.met navigabile. ( L Ed. )

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vi penetrasse. della spedizione'di Bacco por qual che monumento la citt di Nissa, il monte Femore , 1 edera che in esso germoglia, lo andarsene degl In diani a combattere fra timpani e cembali, e luso che fanno , come le Baccanti, di vesti punteggiate di mac chie ; laddove non molti sono glindizj della venuta di Ercole. Imperocch quel che dicesi, che Alessandro pigliasse a forza la rupe A om o, non superata nem meno da Ercole, io mel credo un macedonico esalta mento ; qual fu pure il dar nome di Caucaso al Parapamiso il qual punto al Caucaso non appartiene; o il favoleggiare che lantro indicato foro traParapamisadi era quello appunto, ove il Titno Prometeo giacque sospeso per la rapina del fuoco. Cos veduti i Sibi, gente indiana, ammantati con pelli , divulgarono che erano i Sibi un avanzo dell armata di Ercole, tanto pi che portan la clava, e con la clava mercano i bo vi , ciocch pareva ad essi un riscontro con la mazza di quel guerriero. Ma se tanto si dee pur credere, convien dire che sa questi un altro Ercole, non il Tebano , n il Tirio , n lEgizio, n qualunque altro gran re di popolazioni citeriori, non lontane dall In dia. E tale confutazione sia per questo soltanto che non ci paia credibile, quanto ci si narra delle cose indiane di l dal fiume Ifasi ; perocch su le cose di qua d esso fiume non da discredere in tutto a quelli che seguivano Alessandro. Megstene scrive eziandio sull indiano fiume Sila che uscendo da una fonte, che Sila pur chiamasi, scorre pel paese de Si lei, cognominati anch essi come il fiume e la fonte,

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eoa acque ta li, che a nuQ corpo resistono, sicch niuno ve ne galleggia o vi naviga, ma tutti vi affonda no. Ond che sono queste infra tu tte , le acque pi instabili, e pi simili all aere. V. Piove tra la state nell Ind ia, specialmente nel monte Parapamiso, nellEmdo, e nell Imaco, daquali gi si travolgono grossi e torbidi fiumi: anzi allor piove ne piani ancora, e per modo che ne impaludano. E lesercito di Alessandro fugg nel mezzo della state dai lidi dell Acesine che traboccava le acque ne piani. Da ci pu conghietturarsi onde sia 1 eguale vicenda del Nilo; vuol d ire, ben verisimile che nella state soprabbondino le piogge sumouti dell Etiopia , e che di poi per esse il Nilo gonfii, se ne intorbidi, e traripi su campi egiziani. Certo in quella stagione egli corre, quale non conferebbe n per le nevi che sciolgansi, n pe venti periodici che col soffio loro ne rattenes sero , percotendo, le onde. Aggiungi che il calor che vi domina, non consente che i monti dell Etiopia sieno coperti dalle nevi; e non fuori del verisimili) che sieno inondati dalle piogge, come i monti indiani; quando 1 etiopiche terre dall indiche non dissomiglia* no. Che p i , li fiumi indiani danno i cocodrlli, i pesci, i cetacei appunto del N ilo, toltone l ippopo tamo (i), quantunque al dir di Onesicrito, questo ancor vi si generi. E la forma dellindiano non affatto
(i) Cavllo di fiume. Specie di animale per met anfibio, con quattro piedi, non ruminante, che abita pi nell* acqua che tu la terra. ( 1 1 T .)

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eia quella discorda dellEtiope. Ma glindiani del mez zogiorno meglio ti figuran 1 Etiope, brani il volto a vederli, e briini la chioma ; ma n s piatti in quello , n s ricciuti nell altra, laddove negl Indiani boreali vedi piuttosto il taglio egiziano (i). VI. Megstene assegna cento diciotto popoli alle In die ; e consento anch io che sieno ben molti : non per so vedere perch scrivane con tanta precisione, e donde la ebbe, quando egli non gir le Indie se non in picciola parte, n le genti hann ivi tutte commercio infra loro. Nel vecchio tempo glindiani furono pastori come gli Sciti, i quali alieni dallagricoltura ed erranti co loro carri, alloggiansi ora in una, ora in altra parte della Scizia, sena abitare c itt, n riverire templi dei Numi. Cos non avean essi non citt, non santi edifizj. Vestiti di pelli di fiere se ne uccideano, cibavansi della corteccia, o di nn so ch e, polposo, il quale come in cima alle .palme, ivi nasce negli alberi detti Teda con indiana parola (a), anzi cibavansi pure delle carni crude delle fiere se ne prendeanp, prima che Bacco venisse nelle Indie. Ma venutovi ed impadronitosene, vi fond citt e leggi civili, diedevi ai popoli il vino come all! G reci, e v introdusse la seminazione ed i smi ; sia che l non giungesse Triptolemo linviato da Cerere a
(i) Vedi Erodoto 1. n. E. S. ( L Ed. ) (a) A noi pare che il chiarissimo traduttore doveva cosi vol gere le parole del testo : cibatisi della corteccia d alberi, i quali sono delti Tala con indiana parola , e che generano sulla cima come le palme, certa specie di pennecchie. Amano qo^ ragiona del cotone. ( L Ed. )

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far seminare per tutto la te rra , sia clie innanzi a Triptolemo un Bacco vi giungesse e recassevi i semi dei frutti gentili. Dicesi che Bacco il primo insegn quivi ad aggiogare i bovi all aratro, che rivolse i pi degli Indiani in agricoltori, di pastori che erano ; che li corred di marziali stromeuti, e gli addusse insie me a venerare gl Iddi, come s stesso, a s u o r di cembali e timpani ; che v istitu la saltazione satirica, detta Cordaca tra G reci, l uso di nodrire per lo Dio la chioma, quello di avvolgersela tra le bende, e di darsi fragranza con gli unguenti, di guisach que po poli seguivano ad ir co cembali e timpani alla batta glia anche netempi di Alessandro. Ordinatevi tali cose, quando Bacco part dalle Indie vi mise re Spartemba, 1 amico suo, peritissimo dei riti di lui. Morto Spartem ba dopo un regno di cinquanta due anni, gli succedette il figlio Budia, che lo tenne per venti. Dopo Budia lo ricevette Cradua il suo figlio, come poi per lungo tem po 'da, padri eziandio lo ereditarono i figli. Che se la regia stirpe finiva, sceglievano glindiani il migliore fra essi, e re lo creavano. L Ercole venuto secondo la fama nelle Indie, gli Indiani lo credono un indigena loro, e si venera, prin cipalmente da Suraseni, ramo dindiani, nella regione de quali sono le due grandi citt Metra, e Clisobora, e scorre il Jobre, fiume navigabile. Megstene scrive ( e ci narrano pur gl Indiani ) che questo Ercole davasi lapparato che lrcole di Tebe: che esso ancora unitosi a molte mogli ebbe nelle Indie molti figli, ma una figlia sola : che Pandea denomin la fanciulla, e

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Pandea por disse la regione dove ella nacque e la quale poi diede in governo alla fanciulla , consegnan dole ancora cinque cento elefanti, quattro mila uomini a cavallo, e cento trenta mila a piede ; ciocch pur dicono alquanti Indiani : che costui corso il mare e la te rra , e purgatone ogni m ale, trov in qul mare un ornamento muliebre , della cui specie anch oggi ne recan dalle Indie i mere adanti che di l ci portan le m erci, con tanta solerzia comperatevi : che li Greci un tmpo ed ora li Romani pi doviziosi e benestanti procurarono e procuran di avere a prezzo. ancora pi grandeyle margarite (cos le chiamano in lingua in diana) di quel mare. Or ci nacque perch Ercole rav visata la margarita trovata per cosa di vaghissimo or nato, f rintracciarne le simili in tutto P indico mare ; sicch 1 abbigliamento fossero della unigenita sua. Megastne aggiunge che pescasi colle reti la conchiglia della gemma 5 e che intorno di essa stansi, quasi scia mi . pel mare altrettante conchiglie: perocch tengono queste un re o regina loro come le api. E chi pren desse un tal capo ben tosto gli ridurrebbe intorno tutte le a\tre : laddove se il capo fuggasi, nemmeno le altre si possbp pi prendere : che quei che le pigliano la sciano marcirne le carni, e poi ne volgono 1 osso in ornamenti: che nellindia trovansi margarite, preziose il triplo dell oro purissimo , il quale nell India mede sima si cava: ebe nel paese, dove regn la figlia di Ercole, le femmine trovansi nubili in et di sette anni, ma non vivene il maschio pi di quaranta : cosa che dicesi pure dagl Indiani.

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Dice ancora che Ercole generata avendo ben tardi la figlia, e sentendo ornai giungere il fin suo, n tro vando a cui maritarla degnamente ; egli stesso per la sciare alle Indie una schiatta di re, coperse e conobbe la fanciulla nel settimo anno di lei : che la rendette egli stesso in tal anno idonea alle nozze, e che fin d allora ebbero un dono eguale da lui tutte le fan ciulle delle terre sulle quali Panda dominava. A m e> per sembra che se Ercole pot lasciarsi a tanto disor dine , mostr pur s stesso di assai corta vita (i) col mescersi alla tenerella. Imperocch se lanzidetta ivi la stagion veramente della pubert muliebre, ne segue, panni, su la et virile che gli uomini vi muorano pro vettissimi a quarantanni; perch la vecchiezza e colla vecchiezza la morte tanto viene pi presto, quanto il fior pi sollecita degli anni. Ond che ivi gli uomini a trentanni avran la prima vecchiezza, a venti saranno adulti, e circa i quindici nel vigor pi grande della pubescenza; come per le donne spunta col settime anno laurora delle nozze. E Megstene scrive che an che i frutti ivi maturano e passano pi sp<editamente che altrove. VII. Gl Indiani contano da Bacco fino ad .Androcoto cento cinquantatr r e , e seimila quarantadue anni (2 ). In questi si ebbe tre volte la libert . . . . ^ (3)
(1) Nel testo: di pi lunga vita: il testo par chiedere onde averne il senso che ne abbiatn presentato. ( U T .) (2) Plinio nel lib. v i, c. 17 differisce alcun poco, dicendo : Colligunlur a Libero palre ad Alexandrum Magnum reges eorum cun annis quinquc mill. ccccn adjiciunt et menses tres. (LEd.) (3) Il testo qui sembra mancante. (11 T. )

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pdi per trecento a n n i e quindi per cento venti. Di cono ancora che Bacco precedette Ercole per quindici secoli, e che niun altro port la guerra nelle Indie : e nemmen Giro il figlio di Cambise, quantunque la por tasse Ciro contro gli Sciti, e sia stato operosissimo in fra tutti r monarchi dell Asia. Ma che vennevi alfine Alessandro, e dovunque venne la sottomise colle armi, ed avrebbela sottomessa anche tntta se 1 esercito suo voleva'seguitarlo. Del resto che nemmeno alcun India no fu mai spedito fuori della patria a far guerra ; per ch la giustizia noi vuole. Intrno alle Indie si narra pur queste : vuol dire che gl Indiani non ergono mo numenti a chi muore ; persuasi che le virt e gl in n i, onde le virt se ne lodano, propaghino abbastanza la memoria de mortali. Non poi facil cosa diffinire con numero certo le cittadi indiane per la moltitudine loro (i). Quelle che in su i lidi sorgono de mari o de fiumi son formate di legno, perch fabbricate di mattoni non dureriano gran tempo per lacqua che diluvia dal cielo, o sbocca da fiumi ed inonda.; ma le altre edificate in luoghi propizj, eminenti e sublimi veggonsi ordinate con mat toni e cementi. La pi grande Palimbotra, citt de Gadrosj nella confluente dell Erannoboa e del Gange, fiumi ambedue ; ma l ultimo il massimo, e 1 altro il terzo de fiumi indiani, e perci maggiore anch esso di altri, ma non del Gange ; nel quale anzi scarica le acque. Megstene dice che la citt, dove
(i) Alcuni per hanno scritto che furono cinque mila. ( L Ed.)

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pi se ne stende F abitato , tiene l ano e l altro lato lungo ottanta stadj, ma larga solo di quindici: che cinta con fossa, ampia sei pletri , e profonda trenta cubiti, e di mura insieme nelle quali sono cinquecento settanta to rri, e sessanta quattro porte. L altra gran rarit delle Indie che tutti glindiani son liberi e niun serve; nel che con quel popolo somiglia il popolo di Sparta. Ma in Sparta gl Ilti sono mancipi ; e vi ser vono: laddove nelle Indie n lindiano, n altri vi schiavo, , Vili. Dividonsi gl Indiani in sette ordini principal mente (i). Di questi il pi piccolo ia numero, ma pi riverito per grado e stima, quel de sofisti. Liberi da opere manovali, e liberi da travagli e pesi comuni non hanno altra incumbenza da quella di porgere sagrifizj agl Iddi pel pubblico degl Indiani : e se un, privato anch ei vuol far sagrifizj, debbe un qualche sofista sopraintendervi, quasi in altro modo non piacciano in cielo. Son essi gli unici che conoscano nelle Indie la Divinazione, n concedesi praticarla se non a sapienti. Vaticinano sul corso dellnno, e se dee sorgere pubblico male: n vaticinano sucasi deprivati sia che la divina zione non discenda alle picciole cose, sia che noi pensino degno di loro. Se alcuno sbaglia per tre volte i presagj, dee , senz altro male , tacere nell arte sua per sempre; e niun puote obbligarlo a lasciare il silen zio , quando siavi condannato. Stann essi nudi questi sapienti, nell inverno all aperto sole , ma nella state,
(i) Quello che qui conta Arriano vien confermato anche dal-

1 autorit di Plinio lib. v i , c. ig. ( L Ed. )

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quando'il sol cuoce, in luoghi bassi e freschi appi de grandi arbori : de quali ( tanto ve ne son spazio si ! ) taluno al dir di Nearco getta iin ombra larga di cinque pletri ; sicch mille (i) persone vi si posino. Mangiano i cibi delle stagioni, e la scorza degli ar bori nutritiva e dolce, nommen che i frutti delle palme. IX. Dopo quel de sofisti vien I ordine degli agri coltori, assai numeroso nelle Indie. Non han gi que sti le armi per la guerra, anzi alla guerra affatto non pensano, ma lavorano i campi, e porgono i tributi ai monarchi e alle citt libere, quante ve ne sono. Quan do i popoli insorgono l un contro l altro , non lece toccare gli agricoltori, n devastarne le terre : tanto che tranquillissimi arano , vendemmiano, potano , o mietono, quantunque la guerra sia presso loro, e quei che la fanno vi si uccidano, come incontra, a vicenda. Spettano alla terza classe nelle Indie i mandriani, pa stori e bifolchi, n questi haa sede ferma nevillaggi o nelle citt , ma la permutano, come i pascoli, o vivon pe monti : anch essi danno un tributo de bestiami ; e fan per que luoghi la caccia de volatili, e delle fie re. Quarti sieguono mercadanti ed artieri, tributar) tu tti, ciascuno per Parte sua colla quale ministrano al pubblico, se ne eccettui li fabbri di arm e, i quali son anzi dal pubblico stipendiati. Inchiudonsi in tal quarto genere facitori di barche e barcaiuoli, quanti vanno
(i) Il testo dice p* ;/ u t, cio dieci mila* o forse indetermi natamente moltissime persone. Quindi Plinio considerando l'im probabilit della cosa disse : si libeat credere. ( L Ed. ) A kuako 23

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con esse navigando i fiumi. La quinta classe quella de militari : prossimi questi di numero agli agricolto ri, ma pi brillanti e pi liberi, non operano che nelle azioni sole di guerra : del resto altri fa le arm i, ed al tri tien pronti per loro i cavalli : e nel campo ewi pure chi assiste ai cavalli, chi forbisce le arm i, chi mena gli elefanti, chi appresta i carri o li guida. Essi quando guerra, guerreggiano ; ma in pace vivonsi lieti con pubblico soldo, ampio da sostentarvi co modamente anch altri. Hanno il sesto luogo gl ispet tori che chiamano, e questi osservano tutto dentro e fuori dell abitato, e ne dan conto ai monarchi se a 1 monarchi soggiacciono i popoli, o se liberi so no, a lor magistrati. Non debbono rapportare il fal so , n mai verun Indiano ebbe taccia di mentitore. I settimi finalmente deliberano su pubblici affari co so vrani , o co magistrati nelle repubbliche : sono questi pochi di num ero, ma cospicui infra tutti per giustizia e per senno : e di loro si scelgono principi, legislatori, prefetti, tesorieri, duci di armate navali e terrestri, e questori, e capi di agricoltura. Interdiconsi a vicenda i matrimoni tra quei di pi classi come tra gli agricol tori e gli artefici ; e niun puote professare due arti , n passare da una in altra classe, mutandosi di. agri coltore in pastore o di pastore in artiere. Solamente si concede giugnere da ogni classe, alla classe de so fisti : perch non lievi ma penosissime sono le cure di questi savj pi che quelle di tutti. X. GlIndiani fan la caccia delle fiere come i Greci: ma la caccia loro degli elefanti a niun altra somiglia,

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ome nemmen gli elefanti somigliano agli altri bruti. Scelto un luogo piano , aprico, idoneo da alloggiare una grande arm ata, lo cingono intorno intorno di fossa larga.cinque cubiti (i) ed alta quattro : ammassano al* 1 uno e all altro lembo della fossa la terra che scava* no, e ne formano come un doppio recinto. Poi sul re cinto esteriore sbucan per s delle nicchie, e vi lasciano de spiragli pe quali giunge la lu ce, e vi osservano gli animali quando si accostano e passano la trinciera en tro cui tengonsi ad arte tre o quattro femmine elefan ti, le pi manse e maneggevoli. Non vi su la fossa che un transito per un ponte, il qual copresi con terra e strame in copia; sicch n il ponte sen veda, n vi si tema dinganno: nemmeno i cacciatori danno a veder* sestessi internati ne lor penetrali. Gli elefanti indomiti non si avvicinano di giorno all abitato : ma tutta la notte girano e pascolano a torm e, seguendo il pi ge neroso infra loro , appunto come le vacche, seguono i tori. Ma vicini fatti al ricinto , non si tosto vodon la voce e P odore vi fiutano delle lor femmine, correndo vi s1 indirizzano, e tanto aggiratisi intorno la fossa fin ch mbattonsi al ponte, e trapassano* Gl insidiatori sentitone il transito, immantinente chi recide il ponte, e chi vola a villaggi vicini pr annunziarvi gli elefanti rinchiusi. Alla nuova i popolani montano gli elefanti
(i) Nel testo si legge tfy v t* orgia : voce ambigua la qualq ora significa passo , ora sei piedi, ora tre passi, ora la estensione da mano a mano, compresovi anche il petto. Facio antico ed elegante traduttor Ialino di Arriano interpret questa voce per cubito. ( I 1 T . )

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pi bravi e pi dimesticati; e savviano al ricinto, non per vi danno al giunger primo la caccia. Aspettano che la fame innanzi travagli, e la sete raumilii gli aspri prigionieri. E quando par loro che ne stieno a mal term ine, ristabiliscono il ponte, ed entrano la trinciera. E su le prime vi dura pugna tra gli elefanti domestici e i non domestici ; ma poi gli ultim i, affa mati , scoraggiati, com verisimile , ne son vinti. Al lora i cacciatori scesi a terra inceppano la sommit de piedi ai vinti, e fan cenno agli elefanti domestici che gl investano colle percosse, finch sopraffatti ne stramazzano a terra. XI. In tale stato gl intorniano, gl1 incavezzano, li montano, prostrati ancora : e per non esserne scossi dal dorso n soffrirne altro m ale, ne intagliano con ferro acuto il collo intorno intorno, ed internano nel taglio la cavezza, onde tenerne ferma testa e cervice, perch se indocili la travolgessero, ne sarebbe la fe rita straziata dalla corda. Cos tenuti, conosconsi vinti al paragone, e lasciansi menare dagli elefanti domestici per la fune. Gli elefanti troppo freschi, o non buoni, concedesi che tornino alle sedi loro. Menati nell abi tato quei che son presi, vi sono pasciuti con erbe e verdi germi : e se sconsolati ricusano il cibo, li cir condano, li riconfortano con inni, con timpani e con cembali, sonando e cantando. Imperocch gli elefanti dan segno dintelligenza pi che ogni altro animale. E taluno d essi ha presi e portati a seppellire gli uomini che erano lor sopra, se morivano in guerra ; taluno gli ha difesi caduti in terra : tal altro ha per loro in

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tale stato incontrata la morte : e chi si accise ancora per pentimento e rammarico di avere tra la collera uc ciso chi lo conduceva. Io stesso ho veduto un elefante che sonava dk cembalo, ed altri elefanti che ne danr zavano al suono. Aveva il primo due cembali, acconci luno per parte ai pi dinanzi, ed uno alla proboscide; e regolatamente batteane colla proboscide or limo or l altro dei due che teneasi a piedi. Intanto gli altri ballavano intorno, ed alzando e piegando a vicenda i pi dinanzi, moveansi con armonico passo, come lar monia del suopo indicava. XII. Gli elefanti sieguono come il cavallo ed il bo ve , i trasporti di amore nella primavera, quando alle fmmine loro si schiudono e soffiano alcuni spiragli presso le tempia. La femmina porta nell utero sedici mesi almeno, ma non pi che diciotto : partorisce co me la cavalla un figlio solo; e lo nutre con latte fino agli otto anni ; perocch gli elefanti ne vivono infino a dugento. Ben vero che i pi premuoiono di malat tia, ma la vecchiezza loro giunge fino e quegli anni ():
(1) 1 racconti di Arriano concordano colla storia naturale. Il signor Bomare nell articolo Elefanti scrive su di essi : All ele fante s'insegna agevolmente a piegar le ginocchia per dare una fa c ilit maggiore a quelli che vogliono salirvi s o p ra ............... Questo animale divenuto domestico sembra che abbia con noi il gusto per la musica : almeno si diletta del suono degt istrum e n li , impara facilmente a misurare il tempo , a moversi in cadenza , e ad unire a tempo alcune voci allo strepito dei tam buri ed al suono delle trombe. Ed assai pi sotto aggiunge : Q uesti animali sono una cavalcatura sicurissima; n vi pe ricolo che inciampino mai. Si dice che i Romani ue avessero

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se infermatisi di occhi, v infondi latte di bove , e ne risanano : per gli albi morbi porgi loro Vin rosso, ma spargi e dimena carne porcina bruciata su le lor pia ghe. Almeno cos l India li medica. Que popoli sti mano il tigre pi forte dell elefante ; e Nearco scrive di aver veduta la pelle di un tigre, e non il corpo, ma che gl Indiani gliel diceano grande, quanto il pi grande cavallo, veloce e forte per senza paragone : che quando affrontasi coll elefante gli salta su la testa e lo strangola. Del resto , che quelle le quali noi ve diamo e denominiamo tigri, non sono se non le toe le pi grandi con pelli macchiate. Quanto alle formiche, quali scrivesi per alcuni che nascano nelle Indie, Nearco dice non averle vedute : che ne vide per molte pelli recate nel campo de Ma cedoni. Megstene tien per certissimo il racconto che le formiche scavino 1 o ro , non per cercare per quel metallo , ma per aprire de sotterranei dove rinchiu dersi; come le nostre formiche, tutto che piccolissime pur cavano alquanto di terra. Dice che quelle, risguardatane la grandezza , superano le volpi ; e cavan la terra la qual trovasi mista d auree particelle , e gl In diani 1 oro ne accozzano. Egli cos scrive per averlo sentito : ora siccome io non ho su questo niente dinaddestrati alcuni a ballare su la corda . . . . La durata delld vita di questi animali non ben conosciuta : haw i chi pretenda che vivano fino a centoventi ed anche fin o a duecento a n n i.... I Negri fanno commercio cogli Europei di difese di elefanti, fa n no scudi colla pelle di essi , ne amano la carne e la trae vano eccellente, specialmente quando ha acquistato un fo r te odore di salvatico. ( U T . )

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dubitato, volentieri lascio di pi parlarne (i). Nearco fa le meraviglie sui pappagalli delle Indie, perch sono uccelli, e han voce come la umana. Ma io noi do co me portentoso, perch conosco 1 uccello, avendone veduti m olti, e taluni ancora intanto che volavano. Nemmeno dir come le indiche scimmie sian grandi, come belle , e come sian prese , perch notissime cose d irei, toltane questa, che belle scimmie ci abbia in qualche contrada. Nearco narra che ivi si d la caccia anche a serpi macchiate e prestissime, che Pitone il figlio di Antigene ne prese u n a , lunga sedici cubiti, ma che glindiani affermano che assai pi lunghe sono le pi grandi di esse : che i greci medici non trova vano rimedio ai morsi di quelle, ma intanto gl indiani ve lo apprestavano. Aggiunge che Alessandro tenea per questo presso di s li medici pi insigni delle In die , mandato il bando tra l esercito che chiunque fosse morsicato ne venisse alla sua tenda : che quei medici sanavano pur gli altri mali ; che di mali non sen creano molti nelle Indie per la tempera felice delle stagioni, ma sopravvenendone de straordinarj hanno ricorso ai sofisti, i quali curano quanto capace di cu ra , non senza credito di lume divino. XIII. Usano gl Indiani, secondo Nearco , vesti di lino , di quello ricavato dalle arbori, del quale altrovie ho ragionato. Candidissimo questo lino infra tu tti, seppure il bruno color di que popoli non rilevane la vivacit del candore. Portano una tunica, la quale di ti) Erodoto parla pure nel lib. tu , di queste smisurate For miche , veggasi ivi la nota del cav. Mustoxidi. ( LEd. )

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scende fino a mezza la gamba : ed alla tunica un manto soprappongono che parte agli omeri avvolgesi e parte al capo. Non tu tti, ma i pi agiati infra loro portano orecchini di avorio. Tingono al dir di Nearco la barba, e chi vuol che apparisca bianchissima, chi fosca, chi rossa, chi purpurea, e chi verde infine. I pi riguardevoli per difendersi da raggi estivi portano innanzi di s le ombrelle. Calzano a pi scarpe di bianco co rio , vaghissime di lavoro, e con base varia ed e rta , onde apparirne pi alti. Non una la forma indiana delle armature. Li fanti han larco, lungo quanto sestessi. Appoggiatolo in te r ra , lo sottengono col pi sinistro, e vi acconcian gli strali, lunghi poco men di tre cubiti, tirandone mol tissimo indietro la corda : n scudo, n usbergo, n saltro vi di pi solido, resiste al trar degli archi in diani. Alla sinistra han lo scudo di pelle vaccina pi stretto s , ma poco men lungo della persona. Taluni in luogo degli archi han dei lanciotti. Tutti han la spada larga s, ma non lunga pi di tre cubiti : vi dan di piglio venendosi (e di raro vi si viene) a corpo, a corpo; e la muovono con ambedue le mani al colpo, per aggravarlo. I soldati a cavallo portano due lanciotti sir mili ai Daunj, ma scudo pi piccolo de soldati a pie de. I loro cavalli non han sella, e non servono alle mosse di un freno, come il freno de Greci o dei Celti. Recano intorno la sommit della bocca strisce cucite di pelle bovina non concia, donde sorgono acu lei non molto puntuti, anzi torti in dentro, di rame o ferro , o di avorio, come da quelle de pi ricchi, ma

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dentro la bocca recano come piccola verghetta di ferro alla quale si accomandan le redini. Ond che tiran dosi le redini quella verghetta prem e, e quegli aculei pungono, n resta al cavallo altro che ubbidire. XIV. Sono gl Indiani smilzi, a lti, leggieri pi che gli altri uomini: van su cammelli, su cavalli, su gli asi ni 5 e i pi agiati su gli elefanti: ma l'andar sovrano l su gli elefanti, l andar secondario l essere tirato a quattro cavalli, il terzo da cammelli, e l ultimo in fine ed ignobile affatto da un solo cavallo. Le donne le pi caste, che ivi non cederebbero a prezzo, si am mansano poi per un elefante: n ci fare biasimo per una Indiana, anzi laudasi che la sua bellezza meriti un elefante. Non danno n ricevono dote le donzelle nel maritarsi : perocch li padri ne portano in pubblico luogo tutte le nubili j ed ivi, ciascuno , se ne scelgon la sua, li vincitori nella lotta, nel pugilato, o nel cor so , o per altra virile eccellenza. GlIndiani arano e si ciban di pane , toltone quelli della montagna, i quali si cibano di carne di fiere. Ma su le cose indiane ba stimi averne dichiarate queste, come le pi distinte tra quante ce ne descrissero Nearco e Megstene, pregiati autori, anzi non sieno se non come un episodio al dir mio : perocch non questo indiritto a svolgere tutti gli usi indiani, ma debbe ora solamente far conoscere come Alessandro ritraesse dalle Indie 1 esercito nella Persia. XV. Dopo che Alessandro ebbe pronte le navi nei lidi dell Idaspe , raccolse tutti i Fenicj, i C iprj, e gli Egizj, i quali lo aveano seguito nellaltra spedizione, e

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le riemp di lo ro , e di loro scelse i remiganti e i mi nistri pi periti di marinera. Trovaronsi in oltre nel1 armata non pochi isolani, e quei della Ionia e dell Ellesponto, tutti versati in simili cose. Furono costi tuiti duci delle triremi Efestione di Aminta, Leonnato di Euno , Lisimaco di Agatocle, Asclepiodoro di Ti ni andr , Arconte di Glinia, Demonico di Ateneo, Ar chi a di Anassidto, Ofelia di Sileno, e Timante di Paniido, i quali tutti eran pellei. Gli Amfipolitani, duci ancor essi, furono Nearco figlio di Androtimo cretese, il quale descrisse questa navigazione, Lampedonte di Larico, ed Androstene figlio di Callistrato ; dalla Orestide Cratero figlio di Alessandro, ePerdicca figlio di Oronte;dagli Eordei Tolomeo figlio di Lago , ed Aristne figlio di Niseo ; da Pidna, Metrne figlio di Epicarmo, e Nicarchide figlio di Simo: inoltre Attalo figlio di Andromene, e 'Stimfeo e Peucesta di Alessandro Mioze \ Pitone di Cratea ; Alcomeneo , e Leonnato di Antipatro, Ego, e Pantauco di Niccola, Alarite e Millea di Zoilo beroese. E questi erano Macedoni tutti. Di Greci v erano Medio dariso figlio di Ositemide, Eumne cardio, figlio di Geronimo, Gritobolo eoo figlio di Platone, Toante di Menodoro, e Meandro di Mandrogene, am bedue magnesii, Androne figlio di Carbeleo da Teio \ Nicocle figlio di Pasicrate da Cipro ; Slio e Nitadone figli di Pnitagoreo da Salamina; e vera anche un per siano duce di trirem e, e questo era Maga di Farnucheo : Onesicrito astipaleo governava la nave del Mo narca : Evagora figlio di Eucleone da Corinto era lo scriba, e Nearco figlio di Androtimo era l ammiraglio

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di tutta la flotta. Era questi cretese di lignaggio : ma la sua casa era in Amfipoli presso del fiume Stri* muc ( 1). Ordinate in tal modo le cose Alessandro f sagrificio agli Dei della patria, ed altri suggeriti dagl indo vini , a Nettuno, ad Amfitrite, alle Nereidi, ed all Oceano stesso, come all Idaspe dal quale partiva , alV Acesine ove imbocca l Idaspe, ed allindo ove luno e laltro finiscono. Apparecchi spettacoli ginnici e mu sicali ; e compart vittime di schiera in schiera per tutto 1 esercito. E quando tutto fu pronto per la partenza, Cratero and per ordin suo, lungo una riva dellIdaspe con truppe a piedi e a cavallo5 marciando Efestione su la riva opposta con esercito pi numeroso e con gli elefanti, i quali erano quasi dugento. Esso Alessandro poi me nava seco i soldati con lo scudo, li saettieri, ed il real corpo de cavalieri detti gli amici, ottomila in tutto! Cratero ed Efestione avean ordine di marciare innanzi, ma di attendere sempre la flotta. Filippo, il satrapo di quella regione, fu spedito lungo i lidi dell Acesine anch egli con molte migliaia ; perch gi la milizia compagna di Alessandro formava un cento ventimila, compresovi gli uomini tratti dalle maremme ; e gi pa recchi spediti a far leve erano tornati a lui con bar bari ed arme di ogni genere. Egli fattosi a navigare ne and su l Idaspe, fin dove lIdaspe all Acesine si congiunge. Solcava le acque con ottocento navi lunghe o tonde da carico, pel trasporto de cavalli e deviveri. Ma io gi con altro attico scritto ho narrato com egli
(1) V. Plutarco, Vita di Alessandro. (L Ed. )

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navig per quefiumi (i), le genti che sottomise in mezzo di quella spedizione, il pericolo in che venne, e la fe rita che ebbe tra Malli, e come Peucesta e Leonnato ve lo difesero caduto a terra: pertanto ora non esporr con lo scritto se non la navigazione di Nearco dalla foce delPIndo per lOceano fino al Golfo persico, detto da taluni anche Eritreo. XVI. Di questa navigazione cos scrive Nearco: Alessandro sent desiderio di correre il mare dalle Indie alla Persia : inquietavalo per la lunghezza del corso, come il poter capitare in terre deserte, importuose, o non provvedute abbastanza de prodotti delle stagioni, sicch la flotta glie ne perisse, e tal macchia, non lieve dopo le sue grandi azioni, annientasse tutta la sua felicit. Vinse in esso per lambizione di far cose -ognora nuove e straordinarie : solamente dubit chi scegliere non diseguale ai concetti di lu i, e come to gliere ai soldati delle navi la paura di essere in quella spedizione mandati improvidissimamente a manifesta rovina. Nearco narra che fattosi Alessandro a parlare con lui sul trovare un capo alla flotta, a mano a mano che gli venivano in ment gli uni o gli altri, quali teneali da parte come alieni da quel pericolo, quali co me fiacchi di spirito, quali come pieni dell amor della patria, e che ad altri dava anche altre imputazioni : che per tanto Nearco esso stesso gli soggiunse : S ire, io per capo mi ti offero della tua Jlolta : ed assisten domi il cielo , io condurr salve le navi, e salvi gli
(i) Cio nelle istorie della spedizione di Alessandro. ( L Ed.)

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uomini netta Persia , se pure il mare ne navigabile, e la impresa non impossibile per opera uomo. Il Re non voleva in parte dar vista di esporre alcuno degli amici a tanti travagli e pericoli , ma 1 amico non che rallentarsene, vinsist tanto pi vivamente. Ond che tanto piacque la insistenza, che il Re lo elesse per capo della spedizione. XVII. Tranquillossene allora l armata e quanti mi nistrar vi doveano, sembrando lo ro , che se non po> teano restar salvi, il Re non porrebbe mai Nearco a rischio tanto evidente. Anzi la grkndiosit dell appa-> recchio che poi sen fece , e l ornato delle navi, e le sollecitudini de capi verso la milizia e le ciurme, fu rono tanti stimoli nuovi a dar loro coraggio e buone speranze su la impresa. Giov pur molto ad inanimarli 1 essere Alessandro stesso uscito dall una e dall altra bocca dell Indo a navigare in sul m are, lo avere esso fatti sagrifizj a Nettuno, e agli altri equorei Numi, e dati magnifici doni al mare medesimo ; soprattutto per gli affidava la prosperit meravigliosa per la quale non imprendeansi da lui se non cose che in bene si termi nassero. Adunque cessate 1 etesie, venti periodici che ivi spiran tutta la estate dal mare verso la terra e vi guastano la navigazione, sciolsero dai lidi il ventesimo giorno del mese di agosto nell anno di Cefisiodoro arconte di. Atene , se contiamo all ateniese , 0 se alla macedonica e all asiatica, lanno undecimo del regno di Alessandro ( 1) ; ma prima di sciogliere anche Nearco
(t) Il secondo giorno di ottobre dell anno 3a6 avanti G. C. ( L Ed. )

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f sacrificio a Giove conservatore, e diede i giuochi ginnici. , XVIII. Usciti nel primo giorno del porto se ne al lontanarono a seconda dell Indo per cento stadj fino al grand alveo che Stura (i) si nomina: dimoratovi due giorni procederono il terzo per trenta altri stadj fino ad un altr alveo di fiume , salsugginoso nelle acque , perch il mare v insinua le sue, crescendo pel flusso, e ve ne lascia rifluendone ancora. Da questo luogo, che Caumana (2 ) addimandasi, navigando altri venti stadj sempre a seconda del fiume, giunsero a Coreate, donde pur navigarono, ma non molto : perch scoprivasi a fronte un gran masso laddove lindo sbocca nel mare; e spezzavasi 1 onda ne lid i, asprissimi per sestessi. Adunque ove il masso era pi cedevole, scavarono un canale, lungo cinque stadj, e vi passarono al soprag giungere del flusso le navi. Di poi continuando il corso per cento cinquanta stadj capitarono a Crocala, isola
(1) Colle notizie che sin ora abbiamo di questa spiaggia e delr Indo rendesi oltremodo malagevole, per non dire impossibile, il determinare le geografiche posizioni di Stura , Caumana e Co reate. Sembra non pertanto essersi volati con tai nomi indicare alcuni canali scavati per favorire 1 agricoltura ed il commercio, e quindi dalla melma ricolmati. Freinshemio (in Curt ix, 9 , 9 ; e ix , 9 , 20 ), unendosi agli accademici di Coimbra parla delle violente maree di que luoghi, e della necessit de mento vati canali ( Si&pvj-it ) per la sicurezza de vascelli che veleggiano lunghesso la spiaggia e sopra il fiume. ( L Ed. ) (2) Nel migliore MS. di Grouovio si legge Caumara e Coreesli in vece -di Caumana e Coreate j(Koreacatis > secondo i Geografi minori e Dodwel. ) ( Id. ) '

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arenosa, e vi stettero anche il giorno seguente. Pros simi all isola sono gl Indiani, de quali ho. pur fa^ta menzione nell altro mio scritto pi ampio 2 e li quali chiamansi Arbj, dal nome appunto delPArbio, fiume che vassene al mare, scorrendo per le terre loro, anzi divi-! dendole dalle terre degli Oriti (i). Da Crocala ripresero il viaggio, avendo a destra il monte Ir, ed a sinistra \in isola paludosa, la quale sporgesi inverso del lido, e formavi un picciolo golfo. Passati per questo vennero ad un porto assai placido, cui Nearco il porto lo deno min di Alessandro per l ampiezza, e per la bont. Lontana quanto due stadj da questo asilo di navi cci una isoletta chiamata Bibatta (a), ma tutto il paese detto Sangada. E questa isoletta opponendosi al mare, questa forma quel porto. Qui continui e gagliardi spira vano i venti del mare ; ond che Nearco temendo che un qualche branco di barbari non si concertasse e volgesse a predare larmata, cinse intoi'no quel luogo con muro di sassi. F u questa dimora di ventiquattro giorni, e Nearco scrive che i soldati si diedero in bu sca di sorci marini (3) e di ostriche } ivi chiamate so(i) Oritas ab Indis Abis Jluvius disterminat. Hi nullum alium cibum novere quarti piseium , quos unguibus dssectos sole torreant, atque ita panem ex his faciunt ut refert Clitarchus. (Plin. vii, cap. a.) ( L Ed. ) (i) Bibaga, osireis et conchyliis referto. (P lin ., lib. v i, cap. 21 ). ( Id.) (3) M et 5-*Xarri*s. Ogni specie di testaceo , dice il Salmasio , rinchiuso tra due conchiglie. Da fivii, niclert (PI. Exerc it., p. 1129. ) (Id . )

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lene , ma grosse straordinariamente, se a quelle si pa ragonino de nostri mari 5 e che intanto vi bevvero acqua salmastra. XIX. Sedatosi il vento, tornarono in m are, e dopo sessanta stadj presero terra in un lido arenoso : incon tro sorgegli un isoletta, ( Doma ne il nome ) deserta s , ma che riparalo $ e vi posarono. Non erano acque nel lid o , ma inoltratisi circa venti stadj entro te rra , ne trovarono delle eccellenti. Nel giorno appresso na vigarono fino a notte trecento stadj verso Saranga, e fermaronsi presso ad un lido che avea lontane le acque otto stadj. Donde rimettendosi in corso approda rono a Sacala, luogo deserto. Di quivi passati fra due scogli tanto vicini fra lo ro , che toccavansi co remi di qua e di l della nave ( 1), ed avanzatisi per trecento stadj furono neMorontobari(a) in porto ampio, cupo, tondo, non fortunoso, ma stretto di bocca, chiamato da pae sani porto delle Donne (3), perch una donna signoreg gi la prima in que luoghi. Dopo il transito tra quei scogli trovaronsi tra flutti e tra muggiti pi grandi di mare} nondimeno assai parea loro gran cosa quel tran sito. Nel giorno appresso viaggiarono avendo a sinistra
(1) In forza delle voci r A v r o i r i t , K Ttfiw kSriu dovrebbesi credere che la flotta non passasse tradue scogli, come per combinare in allora il 1 fi* r i i KmXut ? Schmeider corregge 1 in , facendolo de rivare dal seguente >. (L Ed. ) (a) Il MS. fiorentino ha , Morontobarbari. (Id.) (3) Di tutti i nomi della spiaggia questo il solo in cui con vengono Arriano, Tolomeo, e Marciano di Eraclea. (Id .)

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una isoletta ma cosi prossima ai lid i, che non parea quella staccata da questi se non per un fosso. Settanta furono gli stadj viaggiati, e que lidi erano folti di ar bori , e quell isola ombrifera ovunque. Su 1 alba usci* rono dell isola ma per un alveo angusto, perch le onde rifluivano ancora : e proceduti ben cento venti stadj, entrarono nella foce del fiume Arbio : il porto che ivi trovasi, capaee e ben fatto, ma sfornito di acque bevibili^ perch nella foce il mare col fiume confondesi. Ma corsi innanzi quaranta stadj a ritroso del fiume, e giunti ad un lago vi providero l acqua, e re trocederono al porto. Sovrasta a questo un isoletta a lta , deserta, abbondevole intorno d ostriche e pesci d ogni maniera. E fin qua si stendono ed abitano gli A rbj, aitimi delle Indie : pi oltre degli Oriti. XX. Levatisi dalla foce dell Arbio costeggiarono intorno gli Oriti : e dopo dugento stadj si ancorarono (consentendolo il luogo) presso di una rupe in Pagala. Or cos stando in mare le navi, altri ne andarono a far acqua. Nel giorno appresso entrati a prim alba in cammino, e continuatolo per trecento stadj, giunsero verso sera a Cabana, e fermarono le navi rimpetto di lina riva deserta , ma in alto mare , per essere quella tutta interrotta e scogliosa: tanto pi cauti che in que sta navigazione erano stati investiti da un gran vento di m a re, e ne erano perite due barche lunghe ed una da carico, sebben gli uomini se ne salvassero a nuoto, copie non lontani da terra. Circa la mezza notte ri preso il viaggio avanzarono fino a Cocala, lontana du gento stadj dal luogo donde venivano. Or qui N earco,
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ancorate in mare le navi, f scendere, e ne attend su la terra le milizie assai travagliate dal mare e desi derose di ripos, trincierandone gli alloggiamenti per cautelarsi da barbari. In questo luogo Leonnato inca ricato da Alessandro degli Oriti avea vinti con segna lata azione essi e quanti gli sostenevano, uccidendone seimila e tutti i capitani con perdervi appena quindici a cavallo, pochi appiede, ed Apollofane (i) satrapo dei Gadrosj. Ma gi nell altro mio scritto ho raccontato un tal fatto e come Leonnato tra Macedoni ne fu ri munerato da Alessandro con corona di oro. qui pure dietro 1 ordine di Alessandro teneansi pronti i grani per la flotta, e tra dieci giorni furono imbarcati. Ristor Nearco le navi fin qui danneggiate, e dati a Leonnato per fanti taluno de suoi, non buoni pe ser vigi di mare , ne trasse in niare altri di que di Leon nato. XXL Partiti con propizio vento corsero cinquecento stadj, e giunsero ad un fiume pari ad un torrente. T o rner il nome del fiume : trovasi nella imboccatura uno stagno, e tral guazzoso del lido, capanne anguste, abituri di uomini. Maravigliaronsi questi al vedere i naviganti, e si affilarono sul lido, pronti a ributtameli se vi sbar cavano. Eran secento di numero, e tutti con grossi p a li, lunghi sei cubiti, aguzzati con arderli al fuoco , non con aimarli di punte di ferro. Nearco vedutili fer mi e schierati e con que grossi lor pali valevoli da vi(i) Il N. A. nel lib. 6 , c. 3 i , pag. 278 delle sue Storie narra che Alessandro giunto nella capitale della Gadrosia priv que stApollofane della Satrspia. ( L Ed. )

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cino, ma non terribili da lontano, fa movere aUa volta loro le navi, finch si giungesse col tiro de dardi alla riva. Intanto dispone che a un segno dato saltino no tando ad inseguirli tutti i soldati pi spediti di perso n a , o di arme , o del nuoto , con ordine che chiun que giunga il primo a terra fermisi in acqua e vaspetti i compagni, n combattano se non riuniti in squadra a tre fila. Dopo ci corrano e gridino, e tempestino. Adunque datone il segno ecco quei che v erano de stinati balzare in mare, uscir di nuoto, ordinarsi, squa dronarsi , e correre tra 1 urlo di guerra al nemico j mentre 1 urlo pur della guerra innalzavano anch essi gli altri dalle navi, e tiravano strali dalle macchine. Spaventati i barbari dai lampi delle armi e dalla rapi dit dell assalto, e bersagliati insieme dai colpi degli archi e di altri stromenti, si diedero seminudi coma erano, immantinente alla fuga senza resistere affatto : ma quale ne fu ucciso, e qual preso, e quale svanii tra la foga su i monti. Aveano i prigionieri corpo irsuto , e capellatura ed unghie da fiera, intanto che vale ansi, diceano, delle unghie come di ferro, a scindere e pre parare i pesci ed i legni men duri ; tagliavano le altre cose con selci acute, ignari del ferro, e vestivano pelli di belve o di gran pesci. XXII. Nearco trasse a terra in questo luogo, e vi risarc le navi malconce, ma nel sesto giorno riprese il viaggio, e navigati trecento stadj giunse in terre ( Malana ne il nome) che erano le ultime degli Oriti. Vestono gli Oriti, lontani dal mare, come glindiani e come glindiani son prodi nella guerra, ma variano nella lingua e nelle

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leggi } la navigazione intorno gli Arbj, a prenderla da) suo principio fino all Arbio , lunga mille stadj, ma mille e seicento dallArbio fin dove sono gli Oriti. Nearco dice che finch navig dintorno le Indie, come ci avea fin qui navigato, le ombre non serbavano sempre un tenore : che quando inoltravasi in mare alla parte di mezzogiorno ( i ) le ombre anchesse a quella parte si dirigevano : ma che quando il sole formava il mezzo della giornata, tutto vedeasi privato aifatto di ombre : che le stelle che prima vedeansi in alto, o si occulta vano in tutto, o vedeansi prossime a terra} e vedeansi ora tramontarne ora rinascerne altre, state per addie tro sempre visibili (2 ). N a me pare inverisimile quanto scrive Nearco : imperocch in Siene di Egitto si ad dita un tal pozzo che nel solstizio estivo sul mezzo giorno rimane privo di ogni ombra: anzi in Meroe nel tempo stesso resta privo di ombra ogni corpo (3).
(1) In Indite gente Orelum mons est Maleus nomine', ju x ta quem ivmbrce aestate ad auslrum , hyeme in septemptrionem jaciuntur. (PI. lib. 11, cap. ^3 ) (L Ed. ) (2) Tutto questo racconto andrebbe pe suoi versi se la flotta si fosse trovata in que dintorni alF epoca dell estivo solstizio, o pure se Arriano non avesse scritto essere stato Nearco spettatore di tali fenomeni. Ed forse per ci, pi d ogni altra cosa, che Strabone, accomunandola con Onesicrito e Megastene, gli d il titolo di romanziere nel descrivere le cose indiche. ( L Ed. ) (3) Ora notissimo che i corpi o popoli su quali il sole tro vasi perpendicolare nel mezzogiorno non danno in questo tempo a vedere niun ombra dipendente dai loro corpi. A tale fenomeno soggiacciono ne varj tempi i popoli compresi fra i due tropici.

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Ond consentaneo che ancor gl Indiani come meri dionali provano anch essi le uguali vicende , specialmente nel mare indiano secondo che pi si estende a mezzogiorno. Ma ne basti il detto fin qui. XXIII. Agli Oriti sieguono i Gadrosj, ma pi den tro terra. Alessandro pass coll esercito per mezzo di essi, con tanta difficolt che vi sofferse in un tempo pi mali che in tutta la guerra; come ho gi dichia rato nell altro mio scritto pi lungo. Pi sotto a Ga drosj abita presso al mare la gente detta deglittiofagi. Nearco navig d intorno di questa : sciogliendo nel primo giorno allora di terza si raccolse dopo un corso di secento stadj a Bagisara. quivi un porto assai buono, e Pasira, un ridotto di Pasireesi, dista dal mare sessanta stadj. Nel giorno appresso movendosi pi per tempo ancora, costeggiarono un promontorio (i), alto , dirotto, e stesissimo in mare. Fermarono nel giorno stesso le navi su 1 ncora, perch il lido tanto rovinoso teneale lontane, ma scavaron dei pozzi, e vi ebbero acqua malsana , ma non poca. Andarono nel d seguente per dogento stadj a Colta : donde levatisi all'alba vennero con altri secento a Calamisa (a), un abi tato prossimo al mare. Eranvi intorno poche palme , ma co frutti ancor verdi : e dal lido vedeasi a cento stadj unisoletta, Camini (3) chiamata. Quivi gli uomini di quell abitato porsero a Nearco doni ospitali di pe sci e di pecore, delle quali la carne, come quella de li) Il capo Arraba. (LEd.)
(a) Altri leggono Calima. Il MS. di GronoviohaKaliba. (Id.) (3) Canina MS; di Gronovio. ( Id. )

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gli uccelli marini, sa pur essa di pesce , perch di pe sce si cibano, non essendovi erbe in que luoghi. Navi gati nel giamo appresso dugento stadj, rimasero presso ad un lido ove sorge un villaggio, discosto trenta stadj dal mare. Cisa il nome del villaggio, Carbi quello del lido. Quivi trovarono barche come di pescatori po veri , ma non i pescatori, fuggiti al vedere la flotta che si accostava. Quivi non era finimento, e gi il fru mento in gran parte era veduto meno allarmata. Adun que portaronsi delle capre, e viaggiarono. XXIV. Aggiratisi intorno di un promontorio alto e sporgente ben cento cinquanta stadj in mare, vennero ad un porto, sicuro dalle tempeste. Mosarna era il no me del porto, ed eranvi acque e pescatori. Di qui dice Nearco che navig con essi per guida un Gadrosio, chiamato Idrace, il quale promettea condurli nella Carmanfe. La navigazione di quivi al seno persico ha meno di disagi, e pi nome. Partiti tra la notte da Mosarna inoltrarono per settecento cinquanta stadj al lido Balomo (i): e da questo per quattrocent altri al villaggio di Barna {a). Qui le palme abbondano e gli orti, e negli orti e mirti crescono e fiori de quali si fanno ghirlan de: e qui come in primo luogo videro piante innestate, ed uomini non affatto selvaggi. Di poi proceduti per altri dugento stadj fino a Dendrobosa (3), ancorarono in mare
(1) Marciano e Tolomeo non riportano questo nome, accen nano poi dopo Barna certo luogo detto Zorambo taciuto da Arriano. (L Ed.) (2) Barada, Badara di Tolomeo. (Id. ) (3) Derenobilla di Tolomeo. ( Id. )

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le navi, ma rimessele circa la mezza notte in viaggio, pervennero dopo quattro cento stadj al porto di Co* fanto. Vi erano de pescatori con barche piccole e tri ste \ n le moveano gi tenendo e menando i remi alla greca, ma rovesciavano con essi quinci e quindi le acque sul fiume come chi zappa la terra. Sommini strava questo porto buone le acque ed in copia. Ma partitine circa la prima vigilia si spinsero ottocento stadj pi innanzi, infino a Ciza. Erane il lido deserto e straripevole } oud che ancoratisi in mare , fecero su le navi la cena. Da questo luogo giunsero dopo cinquecento stadj ad una cittadella posta non lungi dal mare sopra di un colle. Concep Nearco che ivi si se minassero campi, e disse ad Archide , luno de Ma* cedoni celebri, pellese, figlio di Anassidoto, e compa-* gno suo di quel viaggio, che dovean sorprender quel popolo : perch , richiestone , non darebbe spontaneo i grani ; n poteasi pensare ad espugnarlo } il che ri cerca assedj e tem po, ed essi gi penuriavano. Che poi la terra ivi producesse de grani lo argomentava da pagliari che vedeansi non lungi dal lido. Concluso ci per lo meglio , fa disporre ( ed Archia doveali di sporre ) i legni come per navigare ; ed egli rimasto con un legno solo vassene ad osservare la situazione. E conciossiach venivane verso la citt, tutto amiche* vole in vista, ne ebbe in dono frutti di palme, confe zioni e tonni cotti al forno, per essere il popolo, lul timo di que veduti che viveano di pesce, quantunque noi mangiava se crudo. gli signific di aver caro il dono, ma gradire insieme di veder la citt loro :

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cos quelli permisero che v entrasse. Entratovi, lascia due saettieri di guardia alla piccola p o rta, e va con due altri, e coll interpetre al muro che era in quella parte, e d il segno concertato a quei delle navi, per ch avutolo appena, eseguissero ciocch erasi preordi nato. A tal vista accostarono i Macedoni le navi, e ne saltarono solleciti in mare ; ond che spaventatine i barbari corsero alle armi. L interpetre allora fece in tendere che dessero il grano 5 e sarebbero salvi. Nega rono questi di averne, e si diedero a salir su le mura; ma ne furono risospinti dagli arcieri di Nearco, i quali saettavano da bonissimo luogo. Vedendosi dunque la citt gi presa, e gi su 1 essere saccheggiata, racco* mandatisi a Nearco , che non la devasti, ma prenda il grano, e ritirisi. E Nearco fatte guardare'per Archia le porte ed il muro contiguo, manda chi spii sul fru mento , perch mostrisi tu tto , senza occultarne. Or mostrarono i barbari assai di pesce rostito e macinato, ma ben poco di frumento e di orzo; perocch teneano per pan comune quello di pesce, ma per vivanda quello di grano. Mostratoglisi tatto j provvidesi di frumento secondo la circostanza. XXV. Quindi imbarcatosi venne ad un promontorio che Baga chiamano, e tengono i paesani per sacro al Sole : ma levatosene circa la mezza notte corse ol tre mille stadj fino all ottimo porto di Talm ena, e dipoi per altri quattrocento fino a Canasida, citt de serta. Ivi trqvarono a sorte scavato un pozzo e agresti palme natevi attorno: ond che recisene le cime sen fecero il cibo, spintivi dall inopia in che erano del

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grano (i). Se non che malconci dalla fame rinavigarono tutto un giorno ed ima notte, e trovaronsi presso di un lido deserto (2 ) : ma Nearco tenne le navi su le ncore in alto mare per tintore che i suoi ornai troppo disa nimati , non lo abbandonassero, se smontavano a ter ra. Raccolte le ncore vogarono per settecento cin quanta stadj fino a Canate, guadoso e sfossato ne lidi. Adunque passarono per ottocento stadj fino ai Troesi(3) ov erano piccoli e tristi villaggi, derelitti dagli abitanti; trovarono frutti di palme e poco frumento : e sorpre sivi sette cammelli gli macellarono e mangiarono. Rav viatisi all alba navigarono trecento stadj, e toccarono a Dagasira, soggiorno di pochi pastori. Entrali di nuovo in cammino remigarono tutto un giorno e tutta una n o tte, senza mai riposarsene : c cos dopo ancora mille cento stadj in mezzo a mille disagi per la penu ria de viveri, uscirono de1 confini degli Ittiofagi. Gittarono per le ncore in mare, e non preser la spiag gia, perch troppo era dirupata. XXVI. In tu tto , la navigazione intorno gl Ittiofagi fu poco pi lunga di dieci mila stadj : e que popoli son cos detti dal pesce del quale si nudrono. Nondi
(1) Alessandro nell attraversare i deserti della Gadrosia ebbe ricorso allo stesso mezzo onde preservare le sue truppe dalla fame. ( V. Strabone ). ( L Ed. ) (2) Forse il promontorio o capo Godeim. (Id. ) (3) A Trissi, secondo alcuni. Gronovio vorrebbe che si leg gesse Taoi. La sua posizione , corrispondente al Pasis di Marcia no , % presso un fiume da esso nominato Sarus o Salarus. Tolo meo scrve Masis, Magis, Magida e Mazinda. ( Id. )

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meno pochi infra loro seguono la pesca: pochi fan barche, e procacciansi l arte onde seguirla. Imperoc* ch la gran copia di pesce la forniscono ad essi le acque che rifluiscono j e per questo fan delle reti , grandi per lo pi due stadj, e le apprestano con scorze di palm a, rinvolte a guisa di fili. Quando il mar si ritira e la terra che sotto riapparisce, la parte che restane inaridita, Testa quasi tutta senza pesce an cora: ma nella parte che concava si rimangon delle acque, e con le acque, pesci a dovizia grossi e minu ti (i): su questi allora stese le reti, ne mangiano crudo il pi molle, quale lo cavano dalle acque : ma 1 altro pi polposo e pi duro lo diseccano al sole, e di seccato lo macinano , lo polverizzano, e ne fan pane, o pastelli ancora da cuocerne. In quel clima mangiano secco pesce anche i bestiami, perciocch mancano i prati, n la terra verdeggia di erbe. Yassi in pi luoghi in cerca di granci, di ostriche, di conchiglie. Il sale vi si trova spontaneo (a), e dal sale fan lolio (3). Altri
(1) Diodoro d Agatarchide narra la cosa stessa con qualche variet. ( L Ed. ) (a) L azione del sole in questa latitudine sufficiente per s stessa ad operare lo svaporamento delle acque e la cristallizza zione del sale. ( Id. ) (3) Non volendo azzardare alcuna correzione nel testo duopo credere che gli abitatori della costa estraessero dal sale unumida sustanza per usarla siccome i Greci l olio. Rook d avviso doversi leggere nel testo tutelici in vece di Ate. Con tale cam biamento egli certo che svanirebbe ogni difficolt. Schmeidev all incontro suppone in questo luogo una lacuna che ne occulti, ira le altre cose, il nome di qualche pesce col grasso del quale

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abita terre deserte, prive di piante e di frutta colti vate : e questi non vivono cbe di pesce. Pochi infra loro sementano picciolo tratto , onde usarne il ricolto come vivande , col pesce che pane. XXVII. Cos poi si apprestau le case. I pi agiati quando il mare spinge in secco le balene ne raccolgon le ossa, e le usano come legname, formando dalle ossa pi ampie le porte. I pi poveri fan colle spine di pesce i loro abituri (t). Ma di balene e pesci troppo ve ne sono pi grandi in quel mare fuori la terra, che nel nostro alla terra intermedio. Anzi Nearco scrive che nel partire da Ciza furono su T alba vedute delle acque sollevarsi alte dal mare come portate dalle procelle (2 ): che sbalorditine i suoi dimandarono ai capitani qual disastro mai fosse quello e da chi suscitato ; e che sentitone, essere le acque bal zate al cielo dal soffio delle balene le quali passavano il m are, lasciaronsi per lo spavento cadere di mano i remi: che fattosi egli stesso a confortarli e raccendere,
supplissero alla mancanza d olio. Tale Congettura non manca di molto senno. ( L Ed. ) (1) Strabone concorda pienamente col nostro storico su quanto narra delle balene ; ed aggiugne la costumanza presso que sel vaggi di formare colle vertebre, o spina dorsale di essi animali, i mortaj entro cui pigiare i loro pesci, onde comporne, median te poca farina, una specie di pasta. ( Id. ) (a) Propriamente da turbini, o trombe e sifoni. 11 signor de Bomare nellarticolo su te balene scrive: Tutti gli animali del genere delle balene hanno sopra il capo imo o due foram i per cui gittano in form a di zampillo o fontana T acqua, che hanno ingoiata. Queste aperture dir si sogliono sfiatatori. ( u t .)

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comand nel procedere a quella volta, di ordinare in linea le navi, come per la battaglia*, e di .vogare a fu ria con fracasso di grida e di remi: e che per tal mo do rinvigoriti , dieronsi tutti com erano comandati a solcare le onde : che quando furono presso a que mo stri , allora propriamente fecero grande il fracasso col tuon confuso degli urli, delle trombe e dei remi; tanto che li mostri che vedeansi verso la prora , spaventati calaronsi a fondo. Riuscirono poco dipoi verso la pop pa , sbuffando di nuovo alle stelle immensi volumi di acqua ; ma gi tra naviganti menavasi festa, per lo scampo impensato, e plaudivasi alla saviezza, ed alla magnanimit di Nearco (i). Talvolta queste balene si fan prossime a te rra , e v inarrenano per lo riflusso delle acque ; e tal altra vi sono balzate da fiere tempeste. Cos morendo vi si corrompono e marcisconsi , e ne sopravanzan le ossa, adoperate in que luoghi nel fab bricare , le grandi de lati per trav i, le minori per ta vole , e quelle delle mascelle per chiusure di porte ; giacch per lo pi le ossa delle mascelle son venticinfque cubiti larghe. XXVIII. Dopo trascorse le spiagge degl Ittiofagi, ' udirono parlare di un 1 isola disabitata e lontana dal continente cento venti stadj. Nosala la chiamavano i circonvicini, e credeanla sacra al Sole ; di talch niuno avea cor di accostarvisi, e spariva se vi si accosta va: e Nearco scrive che una nave sua con carico di 'Egiziani divenne pur essa invisibile non lungi dall iso fi) Questo il solo avvenimento creduto degno di memoria da Diodor. ( L Ed. )

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la, ma che t duci della navigazione riferivano accaduto ci perch quei della nave erano per ignoranza andati fin su la terra : che per questo, esso Nearco sped una barca di trenta remi affinch girasse lido lido in torno dell isola senza smontarvi, pronunziando in tanto con altissime grida il nome del capitano, o quel di altri, anch essi ben noti : che veduto come niun vi sentiva, dirizz la barca egli medesimo all isola, e fattavela approdare da nocchieri che ne temeano, e sbar catone , fa conoscere vana la novella che divulgata se ne era. Scrive similmente aver udito ancora che l isola era il soggiorno di non so quale delle Nereidi ; perocch taceasene il nome : che la ninfa, come altri giungeva nell isola, mesc^asi con esso , e trasmutatolo poi di uomo in pesce, lo affondava nel mare: che il Sole sdegnato perci colla Nereide le intim di la sciare la isola : e colei consent che lascerebbela ; ma preg quel nume di essere liberata dal mal talento pel quale scacciavaia ; e compiaciutane, e fatta pietosa rend uomini nuovamente quelli, che di uomini avea pesci renduti, e che da questi erano derivati gl Ittio fagi infino ai tempi di Alessandro (i). Ma sebbene io ten ga per arduo lo smentire vecchie tradizioni, non ap provo per che Nearco spendesse tempo e sapere su le anzidette, altronde non molto difficili da confutarle. Di l dagl'ittiofagi verso terra abitano i Gadrosj in luoghi arenosi e cattivi: e fu in questi che Alessandro
() Leggonsi io Strabone le cose stesse ed accompagnate da. eguali circostanze , nulla per egli dice della sirena. ( L Ed. ) _

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e sue geuti ebber tanto disagio, come nellaltro mio scrtto ho narrato (i). ,XXIX. Venuta la flotta daglittiofagi nella Garmania tennesi a prima giunta in su lncore perch la riva sporgeasi dirottissima in mare. Di l mossossi per costeggiarla non dovette gi tenere il corso propriamente verso 1 occaso , ma le sue prore guardavano tra 1 oc caso e le orse: e pi verso le orse, ciocch fa cono scere , perch sia la Garmania pi arborata e frutti fera , e pi irrigua ed erbosa, che non le terre degli Ittiofagi e degli Oriti. Approdati a Badi (a), luogo popolato della Garmania, pieno di grani, di viti ec cellenti e di piante gentili, tolto l ulivo , poi naviga rono per altri ottocento stadj finch vennero ad un porto deserto. Videro da questo un gran promontorio, esteso un buon tratto entro mare, e lontano, per quanto concepivano, da loro per la navigazione di un giorno. I periti de luoghi diceano che era un pro montorio di Arabia, denominato Maceta-; e che di l soleansi portar nellAssiria il cinnamomo, ed aromi con simili. Ora tra questo promontorio tanto avanzato in fra londe e tra la spiaggia presso cui la flotta stette ancorata, internavasi, a parer mio come di Nearco, ed ben verosimile, il mare detto Eritreo. Vedutolo ,
(1) Vedi le Storie lib. v i , 17. ( U T . ) (2) Sembra che Gronovio e Salmasio indotti in errore da Pli nio prendano Badi pel Sabis di Tolomeo ed il Sabai di Dionigi ; ma Sabis citt fabbricata nellinterno del paese, e Sabai nella Persia. ( V. Gronovio in loco , pag. 347 > Salm. Plin. Exerc. 1188.) (L Ed.)

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Onesicrito consigliava dirgersi a quel promontorio per non pericolare costeggiando in quel golfo (i) : ma Nearco soggiunse che egli era ben piccolo se non com prendeva il disegno di Alessandro nello spedire la flot ta : non aver quel magnanimo messa in mare u n 'a r mata per la impossibilit di salvare tutti viaggiando sul continepte, ma sibbene per voglia di conoscere navi gando le spiagge, i p o r ti, le isole , i golfi, le citt di maremma, e le terre coltivate o deserte. Pertanto non dover essi ornai sul fine dei travagli, venir meno all im presa, molto pi che allora non penuriavano il vivere; e poteasi temere che quella lingua di te r r a , Come troppo stesa a mezzo giorno, fosse ancora trop po investita dal sole, e senz'acqua e senz'uomini. Cos prevalse Nearco : ed io ben credo che per tal consi glio salvasse la flotta; correndo fama che quella punta e la terra vicina sia tutta inaquosa e solinga ; laddove essi, sciogliendo, navigarono lungo la spiaggia contigua. XXX. Corsi settecento stadj approdarono ad un lido detto Neottana : ma ripartiti su lalba vennero dopo un cento stadj presso al fiume Anami. Armo zia chia masi la regione, amichevole e ferace di tu tto , se non degli ulivi. Sbarcativi pieni di trasporto, si ristorarono dal lungo travaglio mentre ricordavano i mali sofferti per m a re , e la tanta penuria lungo le terre incoltissi me degl ittiofagi, anzi bruti che uomini. Taluni sban datisi dall esercito, s'inoltrarono dai lidi entro terra in cerca gli uni degli altri. O r qui venne loro veduto
(i) Onesicrito voleva preferire il viaggio pedestre alla navigalione, ( L Ed. )

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un tale colla clam ide, anzi con tutto 1 altro apparec chio alla g rec a , e che greco ancora parlava : e mira tolo , ne lagrimarono ; sembrando loro come un por tento il rivedere dopo tanti mali un G reco, e la greca lingua riudire. Fattisi ad interrogarlo, donde, e chi mai fosse ; disse che erasi distaccato dall esercito di Alessandro , e che Alessandro e 1 esercito non erano lontani. Ond che acclamando e festeggiando menano un tal uomo a Nearco, e ratifica ogni cosa, e come il Sovrano e 1 armata distavano per sole cinque marce dal mare. Ed esibitosi d indicare il prefetto della region, lo indic, talch Nearco si consult con questo su la maniera di andare al Sovrano; di poi si condusse alle navi. Al sorger dell alba f tirare a terra le navi sul disegno di risarcirne le afflitte dalla navigazione, e di lasciare in quel luogo il pi della milizia; e le cinse con doppio steccato, con muro di lo to , e con fossa profonda e continua fin su la spiaggia dalla riva del fium e, ov erano state condotte. XXXI. Or lui cos disponendo, il prefetto della re gione all intendere come Alessandro era inquieto sul destino della flotta, concep che avrebbene assai merito se primo gli annunziava la salvezza di essa e di N earco, anzi che Nearco tra non molto sarebbe alla regia pre senza. Pertanto per brevissima via venne, e gliel disse. Non credette Alessandro per allora ; ma pure grad la nuova, come ben verisimile: appresso per gli parve anche falsa, perch passavano dei giorni, n trovava ri scontro ne1 tempi indicati, e perch spediti prima alcuni e quindi altri a Nearco^ affinch gliel menassero, ne an

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darono alquanto in cerca, ma n i rinvennero lui, n i tornarono. Ond1 che fece imprigionar quel-prefetto come lui che aveagli date nuove non v ere, ma dolore assai pi profondo dopo un lampo vano di gioia. Cer tam ente egli era, a vederlo, trafitto il cuore dallalnarezza. In questo,mentre alcuni di que mandati verso Nearco con cavalli e cocchi per condurvelo, s imbat terono tra via con esso, e con Arohia e con cinque o si del seguito lo ro , ma. non raffigurarono n i l uno n l altro ; tanto pareano diversi da s stessi, capelluti^ luridi, salsugginosi, aggrinzati, scoloriti per le veglie e per gli altri disagi. Addimandati da q u e'd i Nearco ove fosse Alessandro 4 ne additarono il sito , e passarono ; Archia per altro considerandoli, o Nearco , disse, io con

getturo che questi vadan pur essi pel diserto , perch son deputati a cercar di noi, n f a maraviglia che non ci ravvisino, malconci e contraffatti come siamo. Dicia* mo loro chi siamo, e chiediamo chi sieno e perch va dano. Piaciuto a Nearco il suggerimento, fecesi a di mandare dove ne andassero, ed udito , che in cerca di Nearco e della suli flotta, io, soggiunse, io sono il Nearco che ricercate, e questi che meco vedete, Archia. Siateci dunque voi guida, e noi, darem conto noi stessi ad Alessandro della flotta. XXXII. Cos pigliatili in sul cocchio diedero in die tro : taluni per desiderosi di anticipare la nuova pre corsero, e dissero ad Alessandro che veniva Nearco ed Archia e cinque altri con-esso: ma che non sapean pi oltre intorno 1 armata. Da tale discorso concludeva il ile che Nearco ed Archia fossero prodigiosamente salvi,
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non per della salvezza loro si rallegrava fin quanto Io addolorava la perdita di tutta la flotta. Non erasi tutti) ci detto ancora compiutamente , quand ecco Nearco ed Archia. Non li riconobbe che a gran pena Alessan dro , irti com erano ne capelli, e malconci negli abiti: ciocch gli conferm 1 afflizione su le perdute navi. Poi stesa la mano a Nearco e tiratolo a parte dagli amici e da1 soldati cinti di scudo, ne lagrim lungamente. Rattemperato finalmente il pianto disse: Tessermi tu

ritornato, o Nearco, e questo tuo A rchia, f a che io men senta tutti i miei mali. D i, come le navi, come t ar mata perirono! E N earco,o Re, soggiungeagli, salva Varmata, e salve le navi, e noi la salvezza loro veniamo ad annunziarti. E (p i tanto pi lagrimavane Alessandro, che mai disperato ne aveva : poi chiede ove fosser le navi, e gli si dice che erano tirate a terra, e vi si ri sarcivano , presso la foce del fiume Anami : ed egli esclam, protestando Giove della Grecia ed Ammone della Libia, che assai pi dilettavalo questa nuova che il possesso a cui venne dellAsia; giacch la sorte nel l ottenerlo troppo era contrappesata dal dispiacere delle milizie perdutevi. XXXIII. Il prefetto della regione arrestato come per la insussistenza della nuova, al mirare presente N earco, gli si prostese p ied i, ed io, disse, io prevenni Ales sandro su la vostra salvezza: miratene contraccambio! Nearco supplic che si rilasciasse, e fu rilasciato. Cos certificato dellesercito salvo, Alessandro ne sagrifica a Giove Salvatore, ad Ercole, ad Apollo che sgombra i mali, a Nettuno, ed agli altri Dei del mare; d spet

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tacoli ginnici e m usicali, e manda come un trionfo in giro, nel quale trionfo pompeggiava Nearco tra primi, e le milizie gettavano su lui fiori e ghirlande. Finito ci dice a Nearco: Gi non voglio che tu pi sia tra stenti

e pericoli. Un altro prender fin da ora il comando della flotta, e condurraramela a Susa. E colui soggiun geva : Io voglio e debbo, o Sire, volere i tuoi voleri ; nondimeno se cerchi di fa re il piacer mio , deh , non disporre in tal guisa, ma conserva in me Fammiraglio tuo finch b ti abbia condotte salve in Susa le navi : m avrai tu commessa un impresa quando era nel suo penoso e difficile, ed ora che nel suofacile, ed ornai per dar gloria, ora mi sar tolta , e messa in altre mani ? Contentalo nella inchiesta Alessandro , anzi vi vissima riconoscenza gliene protesta ; e rimandalo, ma con picciola scorta, giacch passerebbe tra popoli amici. Non fu per Nearco senza travagli nemmeno il suo ri torno al mare. Imperocch sparsisi i barbari pe luoghi forti della Carmania, per la uccisione ordinata da Ales sandro del satrapo loro ( i ) , e pel comando , instabile ancora, di Tlepolemo recentemente a lui surrogato, gli si presentavano qua e l due o tre volte il giorno a combatterlo, finch senz averne mai requie pervenne a grande fatica in sul lido. Ivi f sagrifizio a Giove Salva tore dando insieme spettacoli ginnici. Finalmente adem piute le divine cose riprese la via del mare.
( i) TiriAivrii'xi< nel testo. Gronovio commentando questo passo si studia di provare mollo diffusamente che il satrapo non fu sentenziato a morte , ma solo deposlo. ( L Ed. )

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XXXIV. Costeggiata su le prime un isola aspra e d eserta, venne dopo un corso di trecento stadj ad un altra, ampia e popolosa. Organa chiamavasi la de serta; O aratta(i) era laltra, ricca di viti, di palme, di messi. Stendeasi questa ottocento stadj per lungo : e Mazne (2) il quale vi presedeva si offer volontariamente per guida della navigazione , e navig con Nearco in fino a Susa. Dissero che in quest isola vi era il sepol cro di colui che aveala dominata il primo: che Eritro erane il nome, dal quale Eritreo fu pur detto quel ma re (3). Corsi circa duecento stadj lungo questisola rien tr di nuovo in altro porto di essa > donde un altr isola si scopriva lontana al pi quaranta stad j, ma im penetrabile , diceano , come sacra a Nettuno (4). Parti su l alba larmata ; quandecco un refluire s grande di flutti ) che tre navi diedero in secco e si arrenarono j
fi) Cos hanno pare i migliori codici di Plinio. I suoi com mentatori tuttavia mancando d ogni notizia sul conto di essa ne fecero'una seconda Organa* e detterle un improprussimo epi teto. Organa habilatur tantum , aquosa. (Y. DAnville.) (LEd.) (2) Amazene secondo Strabone. ( Id. ) ( 3) Edom ( rosso ) fu il suo primo nome ebraico, al quale cor risponde 1 tfv&pat greco donde prese di poi la denominazione di mare eritreo. 11 perch debbesi considerare favoloso il racconto di A rriano, caratteristico per della passione che avevano i Greci d involgere lorigine delle cose loro nel buio delle favole , per 'renderle cos vie pi rispettabili. Non siamo poi lontani dal cre dere la esistenza d un sepolcro nell isola, alla cui visita andas sero gl indigeni della costa. Le storie orientali abbondano di cosi Jfctti esempi. ( Id. ) ( 4) niiTS nel testo. ( I d .)

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e le a ltre , cavatesene a ste n to , scamparono in alto mare. Galleggiarono di bel nuovo le prime al tornare del flusso , e nel giorno appresso raggiunser la flotta. Percorse questa altri quattrocento stadj e si raccolse ad un isola lontana trecento dal continente. Riusc su I a lb a , e lasciatasi a man sinistra l isola deserta di P il ra , venne a Sidodone, citt piccola e scarsa di tu tto , se non di acque e di pesci, de quali per neces sit si nudriscono in terra tanto infeconda. Fornitivisi di acqua, procederono per trecento stadj al capo T ar sia , che assai si sporge sul mare. Vennero di quivi (e trecento stadj fu la navigazione ) a Gatea , un isoletta romita e guadosa. E sacra, dicono, a Mercurio ed a Venere : ed ogni anno i popoli intorno m andavano, dono santo a que num i, pecore e capre : allora per vedeansi ornai divenuteselvagge e pel tempo lungo e per la solitudine. E fin qui giunge la Carmania. Hanno i Persiani ciocch siegue dopo essa. Navigasi tremila settecento stadj attorno aCarmani: e vivono e militano alla maniera de Persiani co quali confinano. XXXV. Levatisi dall isola sacra e gi costeggiando la Persia, inoltraronsi ad Ila. Un luogo era questo con porto, formato da un isoletta che giacegli incon tro : Caicandro il nome dell isoletta ; e quattrocento furono gli stadj della navigazione. Su 1 alba sciolsero nuovamente e vennero presso di unisola abitata (i), ove pescasi al dir di Nearco la m argarita, come nel mare delle Indie : continuarono per quaranta stadj il corso
( i ) Schitwar o Schetwar presso i moderni geografi. ( L Ed. )

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intorno il promontorio dell isola, e vi presero porto finalmente. Di l giunsero appi laltissimo monte O co, ov era buon porto e pescatori. Dipoi col viaggio di quattrocento cinquanta stadj si trassero ad Apostano. Avea quel porto altre barche non poche, ma lontano il villaggio sessanta stadj dal mare. Diedero la notte ne1 rem i, ed entrarono un seno (i) coronato di villaggi, finch navigati quattrocento stadj si fermarono appi di un monte. Era il luogo pieno di palme e di tutte le piante che crescono nel greco suolo (a). Passarono con secento stadj a G ogana, luogo a b itato , si tennero presso le fauci dell A reone, anzi torrente .che fiume : ma con disagio entrarono al p o rto , perch il riflusso del mare ne rendea stretto l ingresso Con renderne scarse le acque intorno. Eppure dopo un corso di ot tocento stadj capitarono di nuovo all imboccatura di un fiume : Sitace ne era il nom e, e niente pi commoda la stazione. Cos questa navigazione intorno la Persia fu sempre lungo piccioli fondi, o luoghi palu dosi , e spiagge dirotte. Or qui pigliarono molto fru m ento, fattovi portare dal Re per fornirne 1 armata. Si trattennero, in tu tto , giorni ventuno, e tirando a terra le navi, ripararono le m alconce, e curarono le altre. XXXVI. Fattisi d nuovo a remigare pervennero a I era t i , citt con abitanti. F u la navigazione lunga set( 1) Formato dalla imboccatura del fiume Nabon. ( L Ed. ) {2) A K fiJfv. Salmasio limitane i prodotti a sole noci, man dorle, ed altre frutta rinserrate in una maniera di conchiglie; e Teofrasto dice ftx'tM f t < (Id .)

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tecento cinquanta stadj ; e posaronsi dentro un canal* che dal fiume detto Eratem i, sbocca nel mare. Al tor* nare dell alba inoltrarono fino al rapidissimo fiume Padargo. E penisola in tutto la regione, ed o d i vi ab bondano , e piante che menano coccole. Mesambiia chiamasi questa: ma partirono e andarono per dqgento stadj ed ebbero porto in Taoce presso al fiume Granid e ; dalle fauci del quale rimane dugento stadj pi in su la reggia de Persiani. Nearco fa intendere che in questa navigazione fu veduta una balena: che misurata per alquanti nocchieri che vi accorsero, era cinquanta cubiti lunga e scagliosa , e grossa di un cubito nella cotenna; che.sopra vi erano cresciute ed ostriche, o topdi (i) ed alghe, che intorno vi si vedeano delfini in copia, pi grandi assai che i delfini non sono dei mari dell1India. Ripreso il corso lo proseguirono per dugento stadj, fino al comodo porto nel rapido fiume Rogoni. Dipoi con quattrocento stadj giunsero a Brir zan a, rapido fiume anch esso. Quivi per le secche per le rive d iro tte , e pe scogli che spuntan dal mare presero con disagio il porto ; pur lo presero al favore del flusso del m are; mentre nel riflusso inarrenavano i legni. Partiti col periodico ritorno del flusso, posarono nel fiume Arosi, grandissimo scndo .Nearco , sopra quanti sboccano nel mare, tenuto in quella navigazione. XXXVII. f i n qui soggiornano i Persiani : sieguoa indi li S usian i, ma pi sopra sono i Susiani indipen d e n ti, Ussii chiamati, i quali vivono di rapina ; coma in altro mio scritto ho narrato. Lunghi quattromila
( i) Acir*Jtu. Palella; genus; frse lamprede. ( L-Ed.) -

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quattrocento stadj nella sua spiaggia, presenta, com fama, la Persia tre maniere di regione (i). Sabbiosa ed infruttifera per gli ardori la prossima al m are, ma se vi ti avanzi a settentrione, bonissima in sua temperie la trovi, con erbe rigogliose e prati irrigui, e viti co piose, frutti d ogni genere, tolte le olive : ivi bellis simi gli orti nel fiorir vario : ivi limpidi fiumi e laghi, e quanti intorno de laghi e de fiumi scherzano uccelli, ivi pascoli per cavalli ed altri armenti : ivi selve infine e cacce di ogni genere. Ma se troppo a settentrione ti avanzi; fredda la rinvieni e nevosa. Nearco scrive che alcuni deputati vennero dal Ponto Eussino in pochis simo tempo ad Alessandro, il quale passava per la Per sia ; che facendone questo le sue meraviglie, dichiara rono quelli la brevit del cammino. A Susiani, secondo che si detto , appartengono gli Ussj, come i M ardi, ladroni anch essi, attigui sono a1 Persiani, e li Gossei -ai Medi. O r questi tutti furono mansuefatti da Ales sandro , assaliti nell inverno, quando credeano impra ticabile la terra loro. Fond delle citt per essi, e di pastori li rendette aratori e cultori di terre, onde aves sero cose per le quali tem ere, n pi gli uni infestas sero gli altri. XXXVIII. Costeggi quindi la flotta le spiagge dei Susiani, circa la quale dice N earco, che non pu con egual sicurezza ridire altro che i p o r ti, e quanta ne sia la navigazione. Imperocch la spiaggia , paludosa in gran p a rte , pendendo co grandi scogli su i flutti ,
( i) Strabono e Dionigi periegeta hapno adottata la medesima divisione. ( LEd. )

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creava percoli a.chi,dal mare cercavi il porto. Ond ohe fa sua principal cura far pausa appo la foce di uu fiume appi de monti ancora della Persia , e quindi procedere innanzi, fornitosi per cinque giorni di acqua, la quale diceasi dalle guide che mancherebbe. Cos portati per cinquecento stadj si raccolsero presso la bocca di Gataderbe , lago ricco di pesci, rimpetto alla quale sorge la piccola isola di Margastana. Mossi all alba ne andarono le navi l una dopo 1 altra su pic cioli. guadi tra le secche, indicate quinci e quindi con palizzate, come per segni-indicato listmo tra lisola Leucade e 1 Acarnania sicch li naviganti non dieno ne scogli (i). Se non che il passo presso Leucade sabbioso e presto lascia liberarsene le navi arrestatevisi; laddove 1 altro quinci e quindi profondo, fangoso , ten a c e , n pu 1 arte redimere una nave se vi s im merge. Perocch li remi s impiglian col fango, n gio vano, e 1 uomo il quale esce a soccorrerla, affondavisi fino al petto. Viaggiati fra tale disagio seicento stadj , alfine sospeso il corso, si ristorarono ciascuno nella sua barca. Poi tenendo l alto mare in quella notte stessa, e nel giorno seguente infino a se ra , vennero dopo novecento stadj a posarsi alla foce dell Eufrate in D iridote, villaggio de Babilonesi, dal quale, come da luogo mercantile , i trafficanti derivan l incenso , e quanti altri odori produce lArabia. La navigazione poi dalla bocca dell Eufrate a Babilonia , secondo Near co , di tremila stadj e trecento.
() Scrivesi che ora si passa dal continente a quest isola sopra un ponte di legno. ( U T . )

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XXXIX. Saputosi quivi che Alessandro erasi recato in Susa , diedero indietro, ed entrarono, affin di rag* giungerlo , e navigarono sul fiume Pasitigri, tenendo a sinistra la Susiana. Cos ripassano il lago l dove sbocca il T ig ri, fiume il quale dall Armenia scorrendo presso di N ino, citt grande un tempo e felice, chiude la regione, che per essere tra lalveo di esso e dellEufrate, Mesopotamia (1) si chiama. Secento sono gli stadj da navigare avanzandosi dal lago al fiume l dove siede A gine, villaggio de Susiani,. e distante cinquecento' stadj da Susa : ma lunga la spiaggia Susiana due mila stadj fino alle bocche del Pasitigri. Navigarono quindi su questo fiume a ritroso delle acque in mezzo a regione popolata e fiorente : ma trascorsi cento cinquanta stadj si raccolsero in porto ad aspettare glinviati da Nearco per conoscere dove il re si trovasse. Intanto Nearco sagrifica agli Dei salvatori e porge spettacoli, e tutta: l armata festeggiane. Come per seppero che Alessan dro avanzavasi verso di lo ro , ascesero pi oltre navi gando sul fiume; e posarono presso di un ponte fatto: di subito affinch il Re vi tragittasse le milizie a Susa. Pertanto in questo luogo si ricongiunsero. Alessandro: fsagrifizj perch salvi eran uomini e navi, dando an cora degli spettacoli(2). Era N earco, dovunque apparii Va, onorato con fiori e serti dallesercito. Quando Ales
(1) Cio posta in mezzo a due fiumi. ( I l T. ) (a) la tale congiuntura eseguironsi parimente molti matrimoni deprimi uffiziali dell esercito di Alessandro col fiore della nobilt persiana. ( V. il lib. v ii , delle St. pag. 264 ) ; della fortnna o virt dAlessandro. ( P lu t Opusc. voi. I I , c. 7 , pag. 507. (LEd.)

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sancir incoron con serti di oro Nearco e Leonnato: quello per la flotta scampatagli e questo per la vittoria ottenuta su gli Oriti e su barbari che agli Oriti confi nano. E cos venne a salvamento larmata dalle foci dell Indo. ' XL. La regione a destra del golfo persico di l da Babilonia comprende in gran parte l Arabia fino al m ar di Fenicia e della Palestina nella S iria, e confi nano con essa a ponente gli Egiziani lungo le spiagge del mare mediterraneo. Ma il seno (1) che dall Oceano si spinge all Egitto assai dichiara nella comunicazion di ambedue che pu da Babilonia navigarsi fino a quel seno. Per gli ardori per come per la solitudine niuno mai compi questa navigazione se non trasportato forse dalP arbitrio de7 flutti. E quei dell armata di Cambise, i quali dall Egitto vennero a salvamento in S n sa, e quelli spediti da Tolomeo di Lago a Seleuco Nicnore in Babilonia passarono per un istmo di Arabia, e cor sero con otto interi giorni terre inaquose e deserte, anzi ne andavano su cammelli, e sucammelli portavano acqua, e marciavan di notte, non reggendo all aere aperto sotto i raggi del sole. Tanto lungi che le terre di l dallistmo, le quali si stendono dal golfo arabico al mare della Persia sieno abitate; quando le terre an cora che ivi piegansi a settentrione sono arenose e de serte. Ben vero che taluni sciogliendo dal seno di Arabia, il quale bagna 1 Egitto, navigarono buon tratto
(1) L Eritreo propriamente detto o mar rosso. Anche il golfo persico si trova chiamato mare eritreo, vedi $ 15 , ma meno propriamente. ( I 1 T . )

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intorno dell Arabia onde giungere al mare che circonda li Susiani e li Persi ; ma navigatovi fin quando ad essi bast 1 acqua posta nelle barche, bentosto diedero in dietro. Quelli che Alessandro sped da Babilonia affin ch navigassero pi innanzi che poteano a destra del golfo persico per conoscerne le spiagge intorno, osser varono alquante delle isole incontrate nella navigazione; e talvolta scesero eziandio sul continente di Arabia. Ma niun v che potesse mai superare e girare dall altra parte la gran lingua di terra, stesa, per quanto Nearco scoperse e d ice, rimpetto della Carmania. Ed io giudico che se que luoghi ammettevano navigazine o pratica alcuna, la curiosit vivissima di Alessandro gli avrebbe col fatto tali appunto dimostrati (i). Annone sciolse da C artagine, ed uscito fuori delle colonne' di Ercole nel1 Ocano navig trentacinque giorni interi verso 1 oriente : ma quando pieg verso del mezzogiorno si vide tra mali non pochi ed incurabili per le acque che man cavano , e pel caldo che bruciava, piovendo come rivi di fuoco sul mare. Tuttavia Cirene, quantunque fondata nel pi rimoto dell A frica, trovasi con terreni irrigui, m olli, rbosi, tra boschi e prati, e frutti e giumenti di ogni guisa, fin dove il silfio (a) si genera: ma dove non pi di questo si genera, tutto deserto ed arena. E que sto libro tengasi da me scritto come relativo anch esso a fatti di Alessandro, figlio di Filippo il Macedone.
(i) Ai di nostri per altro ognun sa che Alessandro avrebbe potuto benissimo navigarvi. ( L Ed. ) (a) Intorno al silfio vedasi ci che scrive Arriano stesso nel lib. i i i , $ 3a delle sue Storie. ( I 1 T .) .
FINE DE L L B CO SE DELI. IN D I A .

PERIPLO EL MA R ROSSO

V O L G A R IZ Z A T O

DA SP 1R ID I 0 NE BLANDI.

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D e i porti celebri del m ar rosso e degli emporj cir convicini , il principale il porto d Egitto nominato Mios-ormo', che quanto dire porto del topo. Dopo questo, navigando avanti mille ed ottocento sta d j, a destra Berenice. I porti di amendue sono posti nel1 estreme parti d E gitto, ed i lor golfi sono del mar rosso. A destra dopo Berenice segue un paese vicino chiamato Tisebarico, parte del quale presso alla ma rina , dove abitano Ittiofagi sparsamente nelle spelonche formate in alcuni luoghi stre tti, e parte posto fra terra abitata dabarbari, e dopo questi dagli Agriofagi e dai Moscofagi, che si governano a signorie. Appresso costoro verso mezzod dalle parti doriente fra terra . . . Dopo i Moscofagi presso al mare un piccol luogo mercatantesco, lontano dal principio del golfo quasi quattro mila stadj detto Tolemaide T e ro n (i), cio delle cacce, sino alla quale pervennero i cacciatori di Tolomeo. In questo luogo si trova la vera testuggine terrestre, bianca
(i) P lin ., Ili st. nat. lib. n , c. 8 , Plolemdis a Philadelpho condita ad venatus elephantorum , et ob id Epitheris cognomi nata. - V. Strab. lib. x v i, pag. 770.

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e di picciola corteccia. Vi si trova anche talvolta del1 avorio, ma poco e simile all aduiitico. Il Inogo non ha p o rto , ma solamente un ricetto di barche. Dopo Tolemaide Teron quasi tre mila sta d j, un luogo mercatantesco chiamato Aduli, posto presso ad un golfo profondo verso m ezzod, all incontro del quale giace un isola chiamata O ren e, che nella parte di mezzo lontana dall interiore del golfo , verso l alto mare, quasi dugento stadj, e da amendue i capi ha vicina la terraferma. In quest isola approdano ora le navi per ca gione delle scorrerie, che si facevano per terra; percioc ch prima solevano arrivare nell ultima parte del golfo nell isola detta di Diodoro, la quale appresso terrafer ma ha un luogo, che si pu passare a p ie d i, donde i barbari ivi stabiliti infestavano 1 isola. Nella terra ferma all incontro di Orene lungi dal mare venti stadj trovasi Aduli villaggio mediocre, dal quale insino a Colo e , citt mediterranea ove si fa il principal mercato dell avorio, uno spazio di tre giornate. Da questa ad un altra citt principale chiamata Assomite la di stanza di cinque giornate, ove si porta tutto lavorio, che trovasi di l dal N ilo, per un luogo chiamato Cien io , e quindi vien trasportato in Aduli. T u tta la mol titudine degli elefanti o rinoceronti, che si uccidono, si pasce ne luoghi pi di sopra fra te rra , e rde volte veggonsi presso al mare intrno Aduli. Appresso questo emporio nel mare a destra vi sono molte altre isole piccole ed arenose, nominate le isole di Alaleo, nelle quali trovansi delle testuggini, che gli Ittiofagi portano a vendere al mercato di Aduli. Lontano

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quasi ottocento stadj un altro golfo profondissimo, nella cui entrata a destra sparsa molta quantit di a re n a , nel cui fondo si trova sotterrata la pietra chia m ata Opsidiana , che ivi solamente nasce per la qualit del luogo (i). Di questo paese, dai Moscofagi insino all altra Barbaria, n signor uno chiamato Zoscale, di molto buona vita e sopra tutti gli altri eccellente ed in ogni cosa di animo generoso e versato nelle greche let tere. Sono portate in questi luoghi vesti barbaresche non cimate, ma cos rozze come fannosi in E g itto , ed anche stole dette arsineotiche, che sono vesti da fem mine , e le clamidi o tonache dette abolle, che sono panni da uomini di colori falsi, e drapperia di lino, e mantili con ambi li capi sfilati, ed infinite sorti di vasi di pietra e di m urrina, che si fanno in Diospoli, ed inoltre meliefta (a) ed oricalco, di cui si fa uso per ornamento, ed anche tagliandolo in pezzi lo adoperano per moneta , ed alcune donne l usano per far maniglie ed ornamenti da gambe. Portavisi anche del ferro, che adoperano a feirar le a s te , delle quali si servono con tro gli elefanti ed altre fiere, e contra nemici. Simil mente vi si portano delle scuri, delle asce e delle spade, e tazze di rame rotonde e grandi, ed alquanto danaro pei forestieri mercadanti, che vi praticano , ed anche vino laodiceno ed italico, ma poco , ed olio non molto. Al re portano vasi d argento e d oro lavorati secondo l usanza del paese^ e vesti dette abolle e caunace sem plici, che sono sopravvesti, o mantelli col pelo da una
(i) Vedi Salmasio Exer. Plin., pag. 64(?) significa cotto nel miele.

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sola parte , e di queste cose non molta quantit. Simil mente dai luoghi pi a dentro dell Arabia, vi si porta del ferro indiano, ed acciaio, e tela indiana della pi larga chiamata m onaca, e sagmatogene (i), e cintole, e caunace, e certe altre vesti dette molochine (2), e pochi vestimenti di lin o , e la cosi detta lacco (3). Da questi luoghi si porta anche dell avorio e del rinoceronte, e la maggior parte delle cose portata dEgitto a questo mercato dal mese di gennaio insino a settem bre, cio dal tibi insino al toth, che cos chiamano essi questi due mesi \ ma il tempo pi opportuno di condurle di Egitto circa il mese di settembre. Si estende il golfo arabico verso oriente, ma restringesi appresso Avalite. Di p o i, quasi quattro mila stadj navigando presso la stessa terraferma verso oriente, sono altri luoghi barba* resch i, ne quali si fa commerzio, detti T apara, situati seguentemente per ordine, ed hanno porti alle occasioni comodi e per sorgere e per ischifar le burrasche. Il pri mo chiamato Avalite, cui appresso un tragitto stret tissimo dallArabia all altra parte. In questo luogo la piccola terra mercatantesca detta Avalite, ove si va con alcune piccole barche e zattere, e vi si portano vasi di vetro e di pietra agresta diospolitica, e vesti barbare sche cimate e variamente lavorate, frumento e vino, ed alquanto stagno, e di l si traggono dai barbari e tras p o rta c i in alcune barchette ad Ocele" ed a M uza, luoghi posti all incontro, arom i, ed alquanto avorio e
(1) Salmas. Exer. Plin., pag. 824. (2) Cos denominate per avere il colore'della malva, (idem). (3) Spezie di veste colorita ( idem ), pag. 816.

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testuggini, e poca quantit di m irra , ma pi eccellente di ogni altra. I bai-bari, che abitano in questo paese sono i pi torbidi e sregolati. Dopo Avalite vi un* altra terra mercatantesca pi grande chiamata M alao, lontana quasi ottocento stadj. Il porto burrascoso e coperto da un prom ontorio, che stendesi dall1 oriente. Gli abitatori sono pi pacifici, e quivi si portano tutte le predette cose, e molte altre vesti, e saia arsinoiliche cimate e tin te , e tazze, ed alcuni pochi vasi di rame meliefti $ ferro., e danaro non m olto, argento ed oro. Da questi luoghi si ritrae anche della m irra , e poco incenso peratico (1), e cassia della pi aspra, e duaca, e cangamo (2), em acir, cose tu tte, che portansi nellA rabia, e di rado anche schiavi. Lunge da Malao due giornate haw i un emporio detto M undu, dove in unisola vicina a terra arrivano senza pericolo le navi in porto. Quivi si portano e similmente di l si traggono le cose dette di so p ra, ed anche il tim iam a, eh profumo chiamato mocroto. Gli abita tori sono mercatanti di rozzi costumi. Navigando da Mundu verso oriente due o tre giornate trovasi ivi vi cino Mosillo in una spiaggia incomoda alle navi, dove si conducono le anzidette cose , ed arnesi d argento, ed assai meno di ferro, ed anche di pietra. Da questi luoghi si trae grandissima copia di cassia, e perci questo emporio ha bisogno di maggiori navigli. Traggonsi anche aromati ed altre cose odorifere, e poca quantit di picciole testuggini, e del m ocroto, per in(1) Non indigeno, ma trasportato da altri paesi. (2) Saluaas. de Omonym. mat. med-, ca p .'92-93.

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feriore a quello che trovasi iu M undu, ed incenso peratico : ma avorio e mirra rade volte. Navigando da Mosillo due giornate si trova Niloptolemeo, Tapatege e Dafnon il piccolo, ed un promontorio chiamato Ele fan te, che da Opone si estende verso austro; di poi verso libeccio il paese ha due fiumi , l uno nominato Elefante e 1 altro Dafnone il grande , denominato an che A canne, nel qual paese nasce spezialmente gran quantit di ottimo incenso peratico. Estendendosi po scia la terra verso austro presenta un altro emporio detto degli arom ati, e verso oriente Apocopo, ultimo promontorio di Barbaria. 11 porto instabile, ed in al cuni tempi pericoloso per essere quel luogo sottoposto a tramontana ; ed segno col di futura procella quando il fondo si turba e muta colore. Il che vedendo fuggono tutti al gran promontorio, luogo coperto e sicuro chia mato Tabe. A quell emporio si portano le cose di sopra n a rra te , ed i prodotti del paese sono cassia, giziz, asifi, aromi, mogia (i), moto (2), ed incenso. Da Tabe quattrocento stadj, costeggiando la penisola in quella parte , dove il corso dell acqua t ir a , vi un altra terra mercatantesca chiamata O pone, nella quale si trasportano similmente le predette cose, e vi si trova gran quantit di cassia, ed arom i, e m o to , e schiavi molto buoni, che per lo pi si conducono in E gitto, ed anche assaissime testuggini molto migliori di quelle
(1) Mogia, o magma appresso Galeno e Plinio, feccia o se dimento d unguento. ( Stile. ) (2) Moto. Galeno (degli antidoti) dice due essere le spezie della cassia, giziz c moto. ( Idem. )

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che si pigliano altrove. Navigasi a tutti questi emporii dalle parti di Egitto circa il mese di luglio chiamato Epifi. Anche dai luoghi pi a dentro di Ariace e dei Barigazi si suol portare a questi medesimi mercati fru m ento , riso e b u tirro , olio sisamino, tele chiamate m onache e saginatogene, e cintole, e miele di canna detto saccari. Alcuni vanno espressamente a questi mer c a ti, ed alcuni passando di l caricano i navigli di cia scuna cosa che s imbattono a trovare. Il paes non soggetto ad alcun re ; ma in ciascun luogo governa il suo proprio signore. Dopo Opone, estendendosi lun gamente la costa il pi verso n o to , i primi che s in contrano sono i luoghi dell Azania delti Apocopi pic cioli e grandi, comodi per sorgere, ed un fiume a sei giornate verso libeccio. Poscia a sei altre gior nate ew i un lito grande e un picciolo, dopo i quali seguitando il viaggio di A zania, primamente incontrasi il porto, ch chiamato di Sarapione ed appresso quello di Nicone. Dopo questo si trovano molti fiumi, ed altri porti susseguenti compartiti in pi stazioni, ed in corsi di una giornata, che in tutto sono sette sino alle isole Piralae, ed un luogo nominato la nuova F o ssa, dopo la quale, alquanto verso libeccio e dopo due corsi di due notti e di due giorni verso occidente, vedesi un isola chiamata Menutesia, lontana dal continente forse trecento stadj, bassa e piena di arbori, nella quale sono fiumi e molte sorti di uccelli e di testuggini montane. Non vi sono altre fiere fuorch coccodrilli, che non offendono persona. Quivi si servono per pescare e pren der le testuggini di Certe barchette fatte di pi legni

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legati insieme con corde e quasi cuciti, e di alcune altre di un sol pezzo di legno. In quest isola propria mente si pigliano le testuggini anche con certi graticci, mettendoli in iscambio di reti intorno alle bocche delle caverne appresso il mare. Lontano da questa due gior nate per terra posto 1 ultimo emporio di Azania chia mato le R apte, ed ha preso cotal nome dalle summentovate barchette che sono rapte , che vuol significare cu cite. Trovasi qui molto avorio e testuggini. Intorno a questo paese abitano uomini di corpo grandissimi, ed in ciascun luogo particolare hanno il loro signore. Mofarite tiranno possiede il paese per certo antico diritto sottoposto al reame della prima A rabia, ed oltre al re rende tributo anche a quei di M uza, dove si mandano navigli governati e diretti per lo pi da Arabi, i quali hanno quivi commercio e parentado , e sono pratichi dei luoghi, e ne intendono la lingua. Portansi a questi mercati lan ce, che spezialmente si fanno a M uza, ac cette, coltelli, subbie, e molte sorti di vasi di vetro.'In alcuni luoghi vi si porta del vino e non poco frumento, non gi per guadagno, ma per usar cortesia verso i Barbari. Da questi luoghi si trae molto avorio, ma in feriore a quello di A duli, ed inoltre del rinoceronte e testuggini delle pi eccellenti dopo le indiane, e poco nauplio. Questi emporii di Azania sono quasi gli ultimi della terraferma a destra venendo da Berenice ; perch dopo questi loceano, essendo innavigabile, volgesi verso occidente, e stendendosi verso mezzodi intorno alle parti dell Etiopia , della Libia , e dell Africa, congiungesi col mare occidentale.

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Alla sinistra di Berenice da Mios-ormo o Porto-topo due o tre giornate verso oriente, attraversando il golfo v icin o , evvi un altro porto ed una fortezza chiamata Villa Leuca, donde si va, in Petra, a Malica re deNa batei. In questo luogo parimente vha qualche com m ercio, e ricetto da potervi star quenavigli non molto g ran d i, che da Arabia vengono quivi 5 laonde e per guardia e per ricever la quarta parte delle cose che vi si p o rta n o , vi si manda un centurione co suoi soldati. Appresso subitamente segue il paese dell Arabia, che per molto spazio si estende lungo il mar rosso. Essa abitata da varie nazioni, delle quali alcune in parte ed alcune del tutto sono differenti di linguaggio. Quelli che sono presso al mare, a somiglianza deglittiofagi vi vono sparsi qua e col nelle capanne, e quelli che sono pi di sopra, abitano nelle ville e nella campagna. Usano due linguaggi, e sono cotanto pessimi uomini che se per avventura si abbattono in costoro i naviganti, sono rubati, e quei che ivi si rifuggissero per naufragio, sono . fatti schiavi ; laonde continuamente da signori e da re di Arabia sono menati prigioni, e chiamansi Canraiti. Universalmente questa navigazione della costa dArabia pericolosa, ed il paese non ha n porto, n spiaggia, ed immondo ed inaccessibile per gli acuti scogli, e dap pertutto mette spavento. Perci noi navigando tenghiamo il corso per mezzo il mare, e ci sforziamo di volgere verso il paese d Arabia insino all isola A rsa, dopo la quale seguono luoghi di uomini mansueti e pastori di armenti e di cammelli. Nell ultimo golfo alla sinistra di questo mare giace una terra detta Muza presso alla ma-

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r in a , dove parimenti suol farsi m ercato, lontana in tutto da Brenice, navigando per au stro , quasi dodici mila stadj. Gli abitanti sono arabi, e m arinaj, e la pi parte fan traffico delle cose deBari gazi con navigli loro proprj. Sopra di essa terra a tre giornate evvi una citt di nome Sava, ed appresso un paese detto Mafarti, il cui signore ed abitatore chiamato Colebo. Dopo altre nove giornate si trova Afar citt principale, ove risiede Caribaele legittimo re di due nazioni, e della Omerita e della vicina Sabaita , per le continue ambascerie e pei doni molto amico degl imperatori. Muza non ha p o rto , ma buona spiaggia e comoda alle n a v i, avendo- intorno luoghi arenosi da potervi gettar le ancore. Quivi si portano diverse mercatanzie', por pora eccellente , e della comune , e vesti arabesche con le maniche, semplici e comuni, ed a scacchi, e dorate, e similmente croco , cipero (i) , tele , vesti abolle (2), coltri non molte e semplici, proprie del paese, cintole sciote (3) , poco unguento , danaro a sufficienza , ma vino e frumento non molto ; perciocch il paese ne produce mediocremente, sebbene il vino sia alquanto pi abbondante. Al re ed al signore si donano cavalli, muli som ieri, vasi torniti d oro e d argento , ed altri arnesi di ram e , e vesti molto ricche. Dei prodotti del paese si estraggono mirra eletta, ed olio spremuto da questa , ligdo, e tutte le- sopraddette merci che si tras(1) Salmas. Exer. P lin., cap. 5 i. (2) Abolla sorta di cappa, o sopravvesta doppia usata in guerra ed anche da filosofi. (3) 2 t)io!tri, forse da meta, ombra.

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portano da Aduli. Il tempo opportuno di navigare a quella citt circa il mese di settembre da loro chia m ato to th , bench nulla impedisca landarvi anche pi presto. Di l poi navigando quasi trecento stad j, ristringen dosi insieme la terraferma dell A rabia, e dall altra parte la regione barbarica appresso Avalite , evvi uno stretto non molto lungo, che raguna e quasi rinchiudi il m are, ed il frapposto transito di sessanta stadj interrotto dall isola di Diodoro \ laonde il passare ap presso di questa pericoloso , per cagione dei v e n ti, che soffiano da monti vicini. Appresso di questo stretto una villa degli Arabi vicina al mare, detta Ocele, sot toposta al medesimo governo , non tanto mercantile , quanto buon porto ed acconcio ad attinger a cq u a, e primo albergo a q u ei, che vi passano dentro. Dopo O cele, di nuovo allargandosi il mare verso o riente, e diventando pi profondo e grande , lontano quasi mille e dugento stadj, trovasi 1 Arabia felice , villa presso alla marina ; soggetta al sopraddetto C aribaele, ed ha porti molto pi comodi ed acque pi dolci e migliori che quelle di Ocele. E posta nel principio del golfo, lasciandosi alquanto addietro il paese. F u chiamata fe lice , e prima era citt quando gli uomini nou avevano ancora ardire di andar colle loro mercatanzie d India in E gitto, n di Egitto in India ; ma conducevanle fino ad essa da tutte e due queste p a rti, come ora Alessan dria riceve e quelle di fuori e quelle che sono portate dallE gitto; ma Cesare poco innanzi ai nostri tempi la

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distrasse (i). Dopo l Arabia felice segue una continua e lunga costa piena d ville abitate da pastori e da Ittifagi, ed un golfo , che stendesi pi di due mila stadj ; e trapassato il suo promontorio vi un altro luogo mercatantesco vicino alla marina nominato Can, del regno di E leazo, paese che produce incenso, cui appresso sono due isole deserte, una chiamata degli Uccelli, e 1 altra T ru lla , lontane da Can cento venti stadj. A questa sovrasta fra terra una citt principale detta S ab ata, nella quale fa residenza il r e , e tutto l incenso che nasce , in questa come in un magazzino vien portato con cammelli, con zattere di cuoi o fatte di o tr i, ed anche con altri navigli. Ha essa commercio colle tei're di l dai Barigazi, e con quelle della Seizia, e degli O m a n i e della vicina Persia. Quivi si conduce dall Egitto poco frumento e vino, siccome anche a M uza, e similmente vesti arabesche e semplici e comuni, c delle adulterate pi abbondantemente ; e ram e, sta gno , e corallo, e storace, e tutte le altre cose, che si portano anche a Muza ; e la pi parte di quelle che presentansi al re sono argenti ben lavorati, danari, ca valli, statue, e vestimenti semplici eccellenti.Iprodotti che di qua si estraggono sono incenso ed aloe, e delle altre cose a misura eh essa ne ha raccolte dagli altri emporii. Navigasi a qftesta citt quasi al medesimo tempo che a M uza, ma pi di buon ora. Dopo Can, cedendo per grande spazio la terra,
(i) C. Cassar Augusti ( se. adoptione) filius prospexit tan tum Arabiam, Gallus oppida dindi. P lin ., Ilist. Hat. lib. 6 , sect. 32.

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segue un altro golfo profondissimo, che si estende molto lungam ente, chiamato Sacalite, ed il paese produce incenso, ma montuoso e scosceso, ed ha 1 aere grosso e nebbioso, che fa nascere l incenso negli al beri , i quali non sono n molto grossi n a lti, e lo producono congelato nella corteccia, come fra noi in Egitto alcuni arbori lagrimando mandan fuori la gom m a. Lo raccolgono e ne han cura gli schiavi d e ire , ed i rei che sono stati condannati. Il paese molto mal sano $ a quei che vi navigauo appresso pestilenziale, ed a coloro che vi stanno a lavorare, del tutto morti fero , ed oltre a ci anche per carestia di vitto facil mente vi muoiono. Quest1 il maggior promontorio che sia al m ondo, volto verso oriente, ed chiamato Siagro , cui appresso la fortezza del paese , il porto , ed i magazzini dell incenso che si raccoglie. Di poi in alto mare vi unisola fra il detto promontorio e quello degli A rom ati, ma pi vicina a Siagyo, nominata di Dioscoride , grandissima , ma deserta e paludosa. Ha fiumi e coccodrilli, vipere infinite, e lueerte grandissime, delle quali gli abitanti mangiano la carne , e ne strug gono il grasso e l ' usano invece di olio. L isola non produce n vino, n frumento \ gli abitatori sono po chi, ed occupano un lato solo dell isola a settentrione, la qual parte guarda verso terraferma. Sono forestieri mescolati di Arabi, d In d ian i, e parte anche di Greci, che vi navigano per trafficare. Produce testuggini vere terrestri e bianche in gran copia ed eccellenti, che hanno il guscio grande , e quelle d montagna sono grandissime e di grossissimo guscio, la cui parte vicina

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al ventre s dura che non si pu tagliare, e piii rossa; e se ne servono per far cassette, taglieri, tavolet te , ed altre simili cose. Vi nasce anche del cinabro chiamato indico, che si raccoglie dagli arbori come gomma. L isola soggetta, siccome Azania, a Caribaele ed al tiranno Mafarite , e principalmente soggiace al re del paese che produce l incenso. Praticano in essa alcuni di quei di M uza, e quei che navigano per Limirica e pei Barigazi, e che a caso arrivano quivi e barattano riso , frumento, tele indiane, e donne schiave, che per la scarsezza quivi hanno spaccio, ed all in contro caricano gran quantit di testuggini. Ora lisola mercenaria dei r e , che la tengono guardata. Dopo Siagro seguita un golfo molto profondo verso la terra di O m ana, la cui bocca di seicento stadj di transito, dopo il quale si trovano monti altissimi, sassosi e ta gliati , dove abitano uomini nelle spelonche, a cinque cento altri stadj. Dopo questi il celebre porto chia mato Mosca, donde si trae l incenso sacalite , poich da Gan sono quivi ordinariamente mandati a posta alcuni navigli, ed alcuni altri vi fanno scala venendo da Limirica e dai Barigazi. Quando la stagione avanzata svernano in questo p o rto , e ricevono incenso dagli agenti regj in iscambio di te le , frumento ed olio. Questo incenso sacalite riposto in un luogo eminente senza guardia alcuna ; perciocch per una certa potenza degli Dei per tal modo guardato che n di nascosto, n palesem ente, senza la regia licenza non se ne pu mettere in n a v e , ed ancorach ne fosse tolto un solo grano senza il volere del N um e, la nave non potrebbe

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partirsi dal porto. Stendesi questo luogo quasi a mille cinquecento stadj fino ad Asicone, ed in quella parte ove finisce, sono situate sette isole chiamate le isole di Zenobio, dopo le quali segue un altro paese b arb aro , non pi soggetto al medesimo r e , ma a quello della Persia. Quei che venendo di sopra navigano presso di questo paese lungi quasi mille stadj dalle isole di Zeno bio, sincontrano nell isola di Serapide, lontana da terra quasi cento venti stadj. larga circa dugento, ed ha tre ville abitate dai sacerdoti deglittiofagi. Il loro linguaggio arabico, e si cuoprono con certe cintole fatte di fronde di cuci (1). L isola ha delle te stuggini a sufficienza ed eccellenti, e quei di Can ne caricano ordinariamente navigli e barche. Dove la terraferma s ingolfa verso settentrione presso allo stretto del m ar di Persia, vi sono molte isole chiamate le isole di C aleo, lontane da terra quasi due mila stadj. Gli abitatori di queste sono malvagi uom ini, i quali di giorno non veggono molto. Presso all ultimq, capo delle isole di Papio ed il monte chiamato Calon-oros, non molto dopo segue la bocca del mar di Persia , ove si pescano molte conchiglie., Alla sinistra di questa bocca sono monti grandissimi chiamati Sabo (2), ed alla destra vedesi all incontro un altro monte ritondo ed alto chiamato il monte di Semiramide. La navigazione intermedia di questa bocca quasi di seicento stad j, dalla quale ne luoghi pi a dentro si diffonde il gran dissimo e larghissimo golfo della P ersia, a canto al
(1) Pianta egizia simile alla palma. Salmas. Exer. Plin^ p. 5^ 4(2) Leggi Asabo, idem, pag. 35o.

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quale nelle sue ultime parti ew i un emporio chiamato Apologo, posto poco lontano dal paese di Spasino (i), appresso il fiume Eufrate. Navigando per questa bocca di golfo a sei giornate si trova un altro emporio della Persia chiamato Omana. In amendue questi luoghi della Persia, ordinariamente dai Barigazi sono mandati navigli grandi con rame e legname detto sagalino o satelino , trav i, corna, aste di sesamo e di ebano. In Omana da Gan si porta an che dell incenso, e da Omana in Arabia si mandan certe barchette formate a guisa di zattere, che cbiamansi madarate. Da amendue questi emporii si portano in Barigaza ed in Arabia molte p e rle , ma inferiori a quelle d1 India , po rp o ra, vestimenti proprj del paese, vino, palme in quantit , oro , e schiavi. Dopo il paese degli Om ani, continuando il viaggio, trovasi vicino il golfo chiamato dei Terabdi, che si estende nel mezzo sotto altro regno 7 ed appresso vi un fium e, che d 1 entrata ai navigli, nella cui imboccatura haw i un picciol mercato che chiamasi O rea, ed appresso questo una citt fra terra lontana dal mare sette giornate, dov la sede regale. Il paese produce molto frumento , v in o , riso, e palme , e verso terraferma non vi altro che bdella (2). Dopo questo paese per la profondit dei golfi incurvandosi da oriente la terraferma, seguono alcune parti marittime della Scizia situate verso borea,
(1) Salmasio Exer. P lin., pag. 347(2) questa una gomma giallognola o rossiccia , che cola da un albero spinoso chiamato bdella , indigeno dellA rabia, della Media e delle Indie.

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e molto basse. Quindi esce il fiume Siuto grandissimo fra tutti i fiumi del mar rosso, che mette molt acqua in mare ; sicch per lungo spazio, ed assai prima che tu jarrivi al paese, ritrovi in mare le sue acque bianche, ed a quei che vengono dall alto il segno di esser gi vicini a questo paese sono i serpenti, che sorgono dal fondo ; ne1 luoghi poi superiori ed intorno alla P ersia, il segno sono le cos dette grae. Questo fiume ha sette bocche, ma piccole e paludose, e non navigabile che per quella di mezzo, ove trovasi anche un emporio bar baresco marittimo, a cui dinanzi posta un isoletta, ed al dorso di questa una citt m editerranea, la prin cipale della Scizia, chiamata Minnagar, soggetta ai Parti, che di continuo si scacciano l un 1 altro. Le navi ar rivano al detto luogo barbaresco, ed i carichi delle mercatanzie si portano tutti al re su per lo fiume nella citt principale. A questo mercato si portano panni semplici a sufficienza, e adulterati non m olti, ed an che di quei fatti a molti fili, crisolito, corallo, storace, ed incenso, vasi di vetro e d argento, danaro e vino non molto. All incontro si carica costo, bdella, licio, nardo , pietra collama , saffiro , pelli, filo di seta, tele, e indaco nero. Vi son condotti anche i naviganti insie me coglindiani circa il mese di luglio, chiamato epifi, e la loro navigazione incomoda all e n tra v i, ma con prospero vento breve. Dopo il fiume Sinto verso bo rea , un altro golfo, che non si pu vedere, nominato Irin o , e dicesi in una parte esser piccolo ed in altra grande, ed amendue i mari essere paludosi ed aver velo cissimi e continuati rivolgimenti dacqua e lontani tanto

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che il pi delle volte la terraferma non si scorge ; i quali rivolgimenti tirando dentro a s le navi, le som mergono. Sovrasta a questo golfo un promontorio in curvato dal porto dopo oriente e mezzogiorno quasi verso occidente, che abbraccia il golfo medesimo, ed chiamato B arace, e contiene sette isole. Coloro che si abbattono in questo promontorio, se trascorrono al quanto indietro in alto mare , scampano ; ma quei che serransi nel ventre di Barace, periscono; perch quivi le onde sono grandi e gagliarde, ed il mare tempestoso, profondo e torbido, ed ha tali vortici, ed il fondo in alcuni luoghi interrotto ed in alcuni sassoso ed acuto in modo che taglia, e talvolta riduce in pezzi, le an core , che si gittano per fermar le navi. Il segno di questi luoghi a quei che vengono di alto mare sono i serpenti, che si fan loro incontro grandissimi e neri ; perciocch negli altri luoghi dopo questi, ed intorno a Barigazzi se ne incontrano di pi piccioli e di color verde e dorato. Dopo Barace seguita subito il golfo dei Barigazi, e poi il paese d Ariaca, eh il principio del regno di Mambaro e di tutta l India. Le parti mediter ranee di questo regno della Scizia confinano coll Iberia ( i ) , ed i luoghi marittimi sono chiamati Sirastrene. Il paese molto abbondante di frum ento, di ris o , di lio sesamiBo, di burro, di carbaso (2), di tele indiane ordinarie, che si fanno del carbaso stesso. V ha molto bestiam e, cd uomini di corpo grandissimi e negri, e la principal citt del paese M innagara, donde si con(1) Saveria appresso Tolomeo. (2) Lino sottile.

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duce a Barigaza molta copia di tele. Sino al di d oggi si conservano d intomo a questi luoghi alcuni segni dell esercito di Alessandro, antichi altari, fondamenta di alloggiamenti, e pozzi grandissimi. La navigazione d a Barbarico sino al promontorio d un luogo detto Papica apprsso Astacambra dirimpetto ai Barigazi,. di tre mila sfadj. Incontrasi poi un altro luogo dentro .in mare volto inverso borea, nella cui bocca un'isola chiamata Beone, e nelle regioni pi interne un gran dissimo fiume nominato Mais. Coloro che vanno a Ba rigaza navigando in alto mare quasi per trecento stadj, trapassano questo golfo, lasciando a sinistra l isola, che scupresi di lontano, e si volgono verso oriente allimboccatura del fiume deBarigazi, chiamato Lamneo. L entrata di questo golfo, siccome stretto , difficile a quei che vengono di alto m are, perch si abbattono nella parte destra, o nella sinistra, la q u a l. entrata migliore dell altra, attesoch dalla destra nella bocca del golfo vi una secca aspra e sassosa chiamata Erone presso una villa detta Camane. Dalla sinistra dirimpetto a questa il promontorio innanzi Astacambra chiamato Papica non ha buon porto per cagione della gran cor renta, e perch il fondo aspro e sassoso taglia le an core; e se alcuno si accostasse a questo golfo, gli sa rebbe difficil cosa di trovar la bocca del fiume presso a Barigaza ; poich il paese basso, e non vi si vede alcun segno manifesto ; e bench poi si ritrovasse, sa rebbe malagevole l entrarvi per motivo delle paludi del fiume che sono d intorno. Perci i pescatori del r e , che trovansi in que contorni coll aiuto di certe j rruhq 37

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barche lunghe chiamate trappage e cotim be, escono ad incontrar le navi insino a Sirastrene, e da essi sono guidate insino B a rig a z a , e col volgersi subito dalla bocca del golfo per le paludi le rimorchiano sino a certi siti determinati, movendo al crescere dell acqua del fiume e fermandosi quando manca in alcuni sorgitori detti chitrini ( i ). Questi chitrini sono lughi del fiume pi profondi insino a Barigaza, eh discosta di sopra dall imboccatura quasi trecento stadj. Tutto il paese d India ha gran copia di fiumi, e grandissimi flussi e riflussi, che crescono nel far della luna e nel pieno per tre giorni 5 e poi nelle altre mutazioni lunari diminuiscono. Questo maggiormente avviene in quella p a rte , eh presso a Barigazi, dimanierach in ira su bito scuopresi il fondo , e talvolta si veggon secche al cune parti della terra, che poco avanti erano navigabili, ed i fiumi per l impeto della inondazione, venendo in sieme spinto tutto il m are , corrono all ins per molti stadj pi velocemente che non fanno secondo il loro corso naturale. Laonde pericoloso l introdurre ed il menar fuori navigli a coloro, che non essendo esperti per la prima volta vadano col ; perciocch facendo il mare grande impeto nel crescere senza veruna pausa, le ancore non possono resistervi, e perci le navi aggirate dalla gran forza del corso, sono spinte nelle paludi e si rompono, ed i piccioli navigli sono rivoltati sossopra, ed alcuni condotti intorno alle fosse, partendosi subito la inondazione , dal primo capo della corrente , sono rienlpiti ed affogati. S grande l impeto dell acqua
(i) Salmas, Exer. Plin., pag. 83.

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all entrar del mare nelle sopraddette due fasi lunari, e massimamente nella inondazione no ttu rn a, che i navi ganti gi mossi quando esso era quieto, vengono scon trati dal flusso, ed essendo nella bocca del golfo sen tono da lontano un rumore come d1 un esercito, e poco dopo il mare con grandissimo strepito trascorre dentro nelle paludi. Sopra a Barigaza sono molti popoli ira terra, cio gli ratrii, i Rachusi, i T antaragi, e quei della Proclida, trai quali anche Alessandria detta Bucefala , e sopra di questi sono i B attriani, gente bellicosissima sog getta a re proprio. Alessandro mossosi da queste parti pervenne sino al G ange, lasciandosi addietro il paese della Limirica e le regioni australi dell India. Da quel tempo fino al d d oggi in Barigaza corrono dramme antiche che portano scolpiti con lettere greche i nomi di Apollodoro e di M enandro, i quali regnarono dopo Alessandro. Verso 1' oriente v un altra citt chiamata Ozene , che prima era la sede del regn , e donde si trasporta a Barigaza tutto ci che pu servire all ab bondanza del paese, ed altres al nostro commercio , vale a dire pietre onichine , e murrine ( i ) , e pannolini indiani, e molochioe e bastante quantit di tele ordi narie. Per mezzo di questa stessa citt e dei luoghi su periori si trasporta il nardo proveniente da Proclida detto cattiburino, patropapige, e cabalile, e per la vi cina Scizia il costo e la bdella. Gonducesi a questo luogo vino principalmente italiano, laodiceno, ed ara(i) Presso gli antichi sembra che queste fossero la porcellana. Salmas. Exer. Plin , , pag. 144.

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besco; ram e, stagno, piom bo, coraillo, crisolito, vesti semplici e contraffatte di diverse so rti, e cintole di molti fili, lunghe un braccio, storace, m eliloto(i), ve t r o , sandaraca, stibio, moneta d oro e dargento, che cambiasi con certo guadagno in quella del paese. Vi si porta anche unguento, ma non di molto pregio, n in gran copia. Al re si presentavano a que tempi arnesi d argento di gran valore ; strumenti musici, donzelle bellissime per concubine, vino di diverse sorti, vesti menti semplici e di gran prezzo, ed unguento eccellente. Traggonsi da questi luoghi nardo , costo, bdella, avo rio , pietre onichine , m i r r a , licio, tela di varie s rti, drappi di s e ta , molochine, stame , pepe lungo , ed al tre cos che vi si trasportano dai varj mercati. Coloro che di Egitto si partono a debito tempo arrivano a questo emporio nel mese di luglio chiamato epifi. Dopo Barigaza la terraferm a, che siegue direttamente si estende da settentrione verso austro , e perci il paese chiamato Dachinabade; imperocch dacano nella loro lingua significa austro. Quella parte poi di essa, eh fra terra verso 1 oriente contiene molti paesi deserti, gran monti, diverse sorti di anim ali, p a rd i, tig ri, ele fanti , dragoni smisurati, crocotte (a), molti generi di ci nocefali, e molte nazioni popolose insino ai confini (3). In questa Dachinabade sono due considerabilissimi emporj lontani da Barigaza venti giornate verso austro ,
(i) Salmas. Exer. Plin . , pag. 687. (a) Crocetta, o corocotta, animale generato da una cagna e da un lupo. (P lin.) (3) Convien forse leggere sino al Gange. ( Stuc. )

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e quasi dieci verso l oriente un altra citt molto grande chiamata Tagara. Quindi per viaggi da carri e p er salite molto difficili si portano a Barigaza dall uno degli anzidetti due emporj chiamato P litano, le pietre onichine in gran copia, e da Tagara molta quantit di tele grosse, varie sorti di pannolini, e molochine, ed altre mercatanzie, che dalle parti marittime quivi sono con* dotte. Tutta questa navigazione insino alla Limirica di settemila stadj, e molto di pi navigando Verso la costa. Gli emporj situati di seguito sono Acab aro, Upp a ra , e Calliena c itt , nella quale ai tempi di Saragano il vecchio si faceva libero commercio; ma dap poich venne in potere di Sandane fu impedito ed in terrotto per lungo tempo ; perciocch i navigli g reci, che capitano a caso in questi luoghi, vengono con dotti sotto custodia a Barigaza. Dopo Calliena vengono altri paesi m ercatanteschi, cio Semilla, M andagora, Palepatm e, Melizigara, Btzanzio, Toparo, e Tirannoboe. Dipoi le isole chiamate Sesecriene, e quelle degli Egidi e de Ceniti appresso la cos detta Chersoneso, abitate da corsali. Segue poscia l isola L eu ca, poi N au ra, e T in d i, mercati principali della Limirica. Appresso Muziride e Nelc in d a , nelle quali ora si fanno molte faccende. Tindi del regno di Ceproboto villaggio marittimo molto no tabile. Muziride appartiene al medesimo regno, ed in fiore pei navigli, che vi frequentano da Ariaca e dalla Grecia. posta presso un fiume, lontana da Tindi per lo fiume e per mare stadj cinquecento, e dal fiu me fino ad essa sono stadj venti. Nelciuda similmente

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discosta da Muziride quasi cinquecento stadj per lo fium e, per te r r a , e per mare , ed suddita al regno di Pandione. Essa pure posta appresso un fiume quasi cento venti stadj lungi dal mare. Appresso la bocca di quel fiume situato un altro villaggio detto B arace, nel quale da Nelciuda vengono giuso le navi, e sorgono in mare per caricar le mercatanzie; perch il fiume on deggia e non ha facile navigazione. I re di amendue questi luoghi abitano fra terra. Il segno poi a quei che approdano quivi di alto mare sono i serpenti, nequali s incontrano, che sono di color n e ro , ma c o rti, colla testa modo di dragone, e gli occhi sanguigni. Molti navigli frequentano questi mercati per la gran quantit di pepe e di malabatro (i). Portanvisi principalmente molti dan ari, crisoliti, panni semplici non m olti, c di quelli tessuti a molti fili, stibio, corallo , vetro bianco, rame , stagno , piombo, vino non molto , e ve n ha tanto quanto in Barigaza. Vi si porta anche sandaraca, arsenico , e frumento quanto basta i navigli} percioc ch i mercatanti non ne usano. Portavisi inoltre del p e p e , che in un luogo solo di questo villaggio ne na sce m olto, ed chiamato cottonaric (?.). Portanvisi anche delle perle assai e di varie s o rti, avorio, drappi di seta, nardo gangico , e malabatro dai luoghi, che sono dentro fra terra , diveise pietre trasparenti, dia manti , giacinti, testuggini crisonetiotice (3) e di quelle
(t) A lbero, dalle cui foglie spremesi uu odorosissimo olio, ed unguento. (2) Salmas. jExer. Plin., pag. 836. (3) Forse debbo leggersi crisonesiotice , che significherebbe au ro-insulari. Idem.

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che si pigliano intorno, all isole poste all1 iucontro della. Limirica. Quei che in tempo opportuno si partono di. E gitto, arrivano a questo paese circa-il mese di luglio detto epifi. T u tta la predetta navigazione da Can e dall Arabia felice. alcuni facevano con piccioli navigli, andando attorno ai golfi ; ma Ippalo nocchiero avendo, considerato il sito delle terre mercatantesche, e la for m a della m arina, fu il primo che trov la navigazione d alto mare. Dal tem po, in cui appresso di noi sof fiano i venti chiamati etesie , nel m ar d India si scuopre il vento iibonoto , cos nominato dal .nome di co-, lu i, che primamente ritrov la navigazione , dal qual tempo sin ora alcuni partendosi a dritto viaggio da Ca n , ed alcuni dagli Arom ati, ed altri saltando pi in-, nanzi navigano alla Lim irica, altri a Barigaza, ed altri nella Scizia, n si trattengono pi di tre giorni in alto mare ; ma il rimanente impiegano nel fare il lor pro prio 'viaggio, e discostandosi dal paese vicino a terra di,fuori, trapassano i predetti golfi. Da Elabacare chia mata monte Pirro viene appresso un altro paese nomi-, nato Parodia o Paralia verso austro, ove sotto il re Pandione si peccano perle , e vi una citt chiamata Colchi. Il luogo principale nominato Balita, che ha un bel p o rto , ed un villaggio alla marina. Dopo questo ve n . un akra detto Cornar, che'ha una fortezza ed un p o rto , dove quei che nel restante della loro vita vogliono viver santamente , si stanno vedovi, e quivi venendo si lv an o , e ci fanno anche le donne ; per ciocch si narra la Dea (Venere) quivi ogni mese a certo tempo la.varsi. Da Cornar si estende un , feltro paese

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sino a Colchi, che giace verso austro, sotto il re Psurdione, Qui pure si pescano p erle, e vi sono tenuti a lavorare coloro che soggiacquero a qualche condanna. Dopo i Colchi (i) segue una prima costa del golfo detta di Argalo, che ha una citt marittima. In un certo luogo presso il lito d Epiodoro si forano le raccolte perle o margherite (2)} perciocch quinci si portano i pannilini chiamati margaritidi (3). Di tutti questi empor) e p o rti , ne quali approdano q u e i, che navigano dalla Limirica e dal settentrione , i pi considerabili, e che seguono per ordine isono Cam ara, Poduca, e Sopatma, ed in questi sono navigli proprj del paese, co quali si naviga presso terra fino alla Lim irica, e ve ne sono degli altri fatti di un solo legno, che congiunti insieme diventano grandissimi chiamati sangara, e quelli che vanno all Aurea ed al G ange, parimente grandissimi, si dicono colandiofonti. In queste terre trasportai si tutte le cose, che si fanno nella Limirica, e quasi tutte vi si consum ano, e similmente quelle, che si portano di Egitto in ogui tem po, che sono di molte s o rti, si distribuiscono per questa costa. Navigando poi vetfso 1 oriente incontrasi un1 isola all occidente chiamata Palesim ondo, che da loro antichi si chiamava Taprob a n a , la cui parte volta a settentrione coltivata. Que> sta navigazione di venti giorni, e la terra si estende

(1) tichi. (2) (3)

Salmasi crede questi essere i Colichi o Cottaci degli an


Exer. Plin., pag, 783.

Idem, pag. 791. Cio tempestati di margherite. Idem, verso il fine del c. 53.

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quivi sino al promontorio opposto ad Azania (1). 1 suoi prodotti sono perle, pietre trasparenti, pannilini, e testuggini. Vicino a questi luogi giace un paese chia mato Mosalia Mesolia, che si estende per lungo tratto fra te rra , dove si fanno molte tele. Di poi verso oriente, passando il prossimo golfo, segue il paese chiamato Desarene o Sadacene , che produce lavorio detto bosar. Navigando poscia ver settentrione sono molti popoli barbari , fra quali i C irradi, che hanno il naso schiacciato e sono salvatici. Vi sono aaehe i Bar bisi , ed altre genti che han testa di cavallo e faccia lunga, e credonsi antropofago Dopo questi verso 1 o-< riente, avendo 1 oceano a d e stra , e navigando presso le altre parti di fuori a sinistra, s incontra il Gange (2), ed appresso questo 1 ultima terraferma d oriente chia mata Aurea. Intorno ad essa il Gange fiume de* pi grandi che sieno nell In d ia , che cresce e scema come il Nilo. Presso questo fiume ew i un emporio dello stesso nom e, .ove si portano il m alabatro, il nardo gangetico, p erle, , tele sottilissime chiamate gangetiche. Dicesi essere iii questi luoghi anche miniere d oro , e moneta d oro chiamata cdti. Presso lo stesso fiume un isola dell oceano , 1 ultima delle regioni orientali del mon do , rinchiusa sotto il levar del sole (3) , dove sono te stuggini di color doro le migliori di quante si ritrovano in tutti i paesi del mar rosso. Dopo questa terra sotto
(1) Salmasio Erer. Plin., cap. 53 , pag. 781 ; ed il Y osso, pag. 279. (a} Presso Tolomeo Gange citt reale. (3) Cosi uellediz. ;di Basii.

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settentrione di fuori in un. certo luogo dove finisce il mare, & posta .una grandissima citt mediterranea chia^ mata Timi , dalla quale per la via dei Battri per terra si trasporta a Barigaza lana e s e ta , e di l si porta di nuovo nella Limirica pel fiume Gange. L andare a questa Tina non molto facile, n sicuro ; perch avvien di rado che He ritorni alcuno. Giace sotto 1 orsa minore, e dicesi che confini colle regioni opposte del Ponto e del m ar Caspio, per cui la vicina palude Meotide sbocca nell Oceano. Ogni anno va a confini della Tina una certa gente di corpo picciolo, ma gagliardo, e di faccia larga, che si chiamano Sesati ( i ) , e sono simili a sei* vaggi. Vengono costoro colle mogli e co figliuoli , por tando seco in alcune ceste gran carichi simili alle foglie verdi della vite. Si fermano in un certo luogo dei loro confini e della T in a , e facendosi letti di quelle ceste, per alcuni giorni attendono a ru b a re , e portansi poi la p%da ne luoghi pi interni del loro paese. Coloro che hanno notizia di queste cose se ne vanno a quei luoghi, e raccolgono que le tti, ed isnervando i calami chiamati petri (2), e addoppiando le foglie, e facendo le ritonde, le legano coi nervi de calami. Con queste foglie si formano tre sorti di malabatro : della foglia maggiore , il malbatro grande , della m inore, il me* diocre, della piccola, il picciolo. Cos acconciato il ma* labatro lo. portano nell India. I paesi, che sono dopo
(1) Questi sono que m e d esim ic h e da Tolomeo chiamapsi Bisadi, e ch egli pone fra glindi fuori del Gange. (a) Dice Arriano che i calami o ramoscelli di malabatro si chiamano petri. Salmas. Exer. P lin., pag. 754

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queste te rre , per le eccedenti burrasche e pei grandis simi ghiacci, ed anche per una certa potenza degli Dei, s o d o inaccessibili e non si possono investigare.

FINE

DEL P E R I P L O

DEL M A S BOSSO.

DEGLI SCRITTI
DI

A R R I A N O ESTRATTO DI F O Z I O

TRADUZIONE

DI SP 1R 1DION BLANDI.

D E G L I S C R IT T I
DI

A R R IA N O ESTRATTO DI FOZIO.

( BIBLIOTECA , CODICE XCI. )

Delle gesle di Alessandro ( lib,

v ii

).

J ^ Q I leggemmo i sette libri di Arriano delle geste di Alessandro, ne quali egli narra le convenzioni da lui fatte cogli Ateniesi ed altri Greci, tranne i Lace demoni, ed il suo passaggio in Asia ; e come in varie battaglie ruppe i Persiani, ed al fiume Granico i sa trapi di Dario che erano alla testa di ventimila uomini a cavallo e di pressoch altrettanti pedoni, avendoli tutti debellati. Similmente al fiume Isso egli sconfisse e mise in fuga Dario stesso ed i suoi, e fece prigionieri i figliuoli e la moglie di lui. In Arbella p o i, o Gaugam ela, fin di vincere quel re, che nel fuggire fu ucciso dai suoi. Q uindi, in luogo di D ario, fu Besso pro clamato re dai medesimi, ma alla fine caduto costui in mano ad Alessandro , per laudace attentato contro il proprio signore, fu per suo ordine mutilato ed uc

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ciso. Narra poi come Alessandro, nelle varie battaglie, fu sette volte ferito, e come s impadron del regio tesoro che era in Pagase o Pesagarde : e come fece uccidere F ilota, accusato di tramare una congiura contro di lui, ed altres Parmenione suo padre. Impa dronissi anche del regno de Sogdiani ? e vinse in bat taglia gli Sciti dell Asia. Coqie trasportato da ubbriachezza trafisse di sua mano Glito e quanto per un tal misfatto si rammaricasse, ritornato che fu in s stesso. Descrive inoltre la tram a ordita contro di lui mentre era per anco fanciullo, e dei colpevoli il castigo. Come caddero in suo potere quella Pietra eh nella Sogdiana regione, non che la moglie di Ossi arte, che ne aveva l im pero, e Rossana sua figliuola, la quale di venne poi sposa di Alessandro medesimo. Trasferitosi da Battri agl In d i, li vnse in battaglia, ed assediate e prese molte loro citt fra queste la cos detta Ao^no , penetr nella provincia degli Ascani. Fattosi poi un ponte di navigli sul fiume In d o , il tra ghett , e con una sola battaglia vinse Poro re degli Indi e vivo il prese , ma appresso compassionandolo, gli diede un impero pi esteso di prima. Dice che i fiumi dell India, non altrimenti che il Nilo, crescono nell estate e calano d inverno } che nell inseguire un altro Poro re parimente degl Indi ed uomo malvagio, come egli afferma, traghett il fiume Idaspe e sottomise -gl Indi che in que contorni abitavano , ed espugnate varie loro grandi e popolose c itt , pervenne fino al fiume Ifasi ; ma mentre disponevasi a traghettarlo , i suoi soldati, mal sofferendo le lunghe fatiehe e ia in

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terminabile spedizione, si ammutinarono ; il perch videsi costretto ad abbandonare le Indie. Qui termina il quinto libro dello scrittore. Nel sesto annovera i frequenti conflitti e le splendide vittorie riportate da Alessandro nel suo rito rn o , ove valorosamente pugnando, oltre le cinque prime ferite, avendone avute altre d u e , sebbene per la settima fosse in pericolo di m o rte , nulla di meno con non m olta difficolt ne fu curato. Nel ritorno dall India viaggi per terra, e consegnato l altro esercito a Near co, coiandgli di raggiungerlo per mare ; sicch le truppe marittime e terrestri pervennero ad unirsi nella Carmania. Quindi Alessandro pass nella P ersia, e Nearco ebbe ordine di - portarsi per mare nelle terre de Susiani ed alle foci del fiume Tigride. Questo viag gio di Nearco descritto da Arriano in dialetto jonico, e da lui propriamente intitolato Spedizione indica. Poscia Alessandro ristaur il sepolcro di Giro che era stato negletto, e a Galeno ginnosofista, che cruciato da m alattia, domand di gettarsi nelle fiamme , con cesse di darsi morte secondo la patria usanza. Celebr splendidamente le proprie ed eziandio le altrui nozze, avendo egli presa in moglie Arsinoe la maggior figliuola di Dario, e delle figlie di Oco la pi giovane nomata P a risa ti, poich in prima aveva gi sposata Rossane. Ad Efestione diede D rupeti, figlia parimente di Da rio , e a Cratero Amastina; a Tolom ea ed Eunene , Artacana ed Artone di Artabazo figliuole : diede a Nearco la figlia di Barsine e di Meltore : a Seleuco quella di Spitamene ; ed agli altri suoi compagni asseA rmai ro

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gn per mogli le pi ragguardevoli figlie de Persiani * dei M edi, sino ad ottanta, e furono le nozze celebrate secondo il rito persiano. Sped in Macedonia i soldati veterani M acedoni, e comand ad Antipatro di con durgli altre truppe di fresco adunate. In questo mezzo A rpalo, rubato il regio danaro, si salv colla fuga ; e mor Efestione, della cui perdita Alessandro gran demente rammaricatosi, fece grandiose spese pel suo funerale e pel rogo. Gli vennero allora ambasciatori dall Africa e da C artagine, anzi, al dire di Arriano, anche dall Italia , e nel mirare questi ultimi predisse l ingrandimento degl Italiani. Gli cadde poscia nel1 animo di portarsi in Babilonia, bench glindovini morte gli annunziassero ; ed un certo uomo per istrano capriccio postosi a sedere sul trono di lui, da questo tratto molto pi furono indotti essi indovini a con fermargli 1 annunzio di sua morte. Ci non pertanto egli allestiva 1 arm ata navale onde portarsi contro gli Arabi che sono numerosissimi, e due soli numi adorano Cielo e Bacco ; ma mentre stava preparandosi a questa spedizione, sopraffatto da malattia, fin di vi vere. Della sua morte fu scritto da diversi diversamen te , ed avvi infra questi grande discrepanza. Visse anni trcntadue e mesi otto ; regn anni dodici ed i so praddetti otto mesi. Arriano gli d molte lodi, rappre sentandolo adorno di quasi tutte le virt. Cos ter mina il settimo libro, cui ne va dietro un altro unico intitolato Delle cose indiane.

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Delle cose avventile dopo la morte d Alessandro , ( libri x ).


Trattasi in questi dieci libri di una sedizione del* 1 esercito e della scelta di Arrideo ( nato a Filippo padre di Alessandro da Filine tessala) a condizione che seco lui regnasse anche l infante Alessandro che nascer doveva da Rossane moglie di Alessandro ; la qual cosa ebbe anche effetto venuto che fu alla luce il bambino ; perciocch proclamato che ebbero in re Arrideo, il cognominarono Filippo; ma insorse tumulto e discordia tra la fanteria e la cavalleria. I principali della cavalleria e de condottieri erano Perdicca di O ronte, Leonnato di A nteo, e Tolomeo di Lago. Dopo questi, Lisimaco di Agatocle, Aristone di Piseo e Pitone di C ratea, Seleuco di Antioco ed Eumene candiano, i quali erano i duci della cavallera, come Meleagro era duce dei pedoni. Furono da ambe le parti spedite varie ambasciate, ed alla fine si fece una convenzione tra le truppe pedestri che avevano pro clamato il r e , e trai capi della cavalleria, che Antipatro fosse comandante dell esercito in Europa , e Cratero prefetto del regno di Arrideo ; che Perdicca fosse chiliarco della legione condotta da Efestione ( il che era un affidargli la cura di tutto il regno) ; e finalmente che Meleagro fosse di Perdicca vicegerente prefetto. Perdicca poi sotto pretesto di purgare 1 esercito, fece

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arrestare i principali autori della sedizione, come se ci fosse per comando di Arrideo, e sotto a suoi occhi tutti gli uccise, avendo in questo modo messo in ispavento il rimanente dell esercito. Poco stante egli mise a morte anche Meleagro. Per le quali cose Perdicca cadde a tutti in sospetto, come egli stesso sospettava degli altri. Nulladimno prese il partito di destinar que medesimi di cui sospicava a varie prefetture, come se fosse per comando di Arrideo. Laonde Tolomeo di Lago ebbe il governo dellEgitto , e dell Africa, e di tutta quella parte dellArabia che, adiacente all Egit to ; e Cleomene (il quale da Alessandro era stato in vestito di questa medesima prefettura) fu;eletto vice gerente di Tolomeo. Quello della Siria sottoposta a questa satrapia, fu assegnato a L aom edoate} Filota ebbe la Cilicia e Pitone la Mediai; Eumene candiano la Cappadocia e la PaflagOnia ed i paesi adiacenti al Poblo Eussino sino alla citt, di/Frpezunte , colonia de Sinopesi. Ai Panflii e Licii e alla gran Frigia fu destinato Antigono} ai Carii Gassandro, ai Lidii Menandr ; alla Frigia che appartiene all Ellesponto , Leonato , della quale per volont di Alessandro stesso era in possesso un certo nominato Gala, sebbene po-. scia fosse consegnata a Demarco. In questa guisa fu allora distribuita lAsia. < Delle citt poi che sono in E u ro p a , della Tracia e del Gherroneso e di tutte le nazioni finitime alla T ra cia sino al mare che giunge a Salmi desso citt del Ponto Eussino, ne fu dato il comando a Lisimaco. Quelle che sono al di l della Tracia* ' sino a g a llim i,

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Triballi ed Agriani, e la Macedonia stessa, e l Epiro sino ai monti detti C erauni, con tutta quanta la Gre cia , toccarono a Gratero ed Antipatro. Cos fu fatta questa divisione ; perciocch molti luoghi rimasero in divisi e lasciati, com erano al tempo di Alessandro , sotto 1 obbedienza di principi indigeni. Frattanto Rossa n e , gi incinta, partor un figlio che fu tosto procla m ato re dalle milizie ; ed ogni cosa era piena di sedi zioni dopo la morte di Alessandro ; imperocch Anti patro fece guerra agli Ateniesi ed agli altri G reci, i quali avevano per loro duce Leostene. Da principio sconftto ed in angustie ridotto , alla fine ottenne vit toria; ma per Leonnato eh era venuto in soccorso di Antipatro. F u ucciso anche Lisimaco, che con troppa audacia e con poche truppe contrast limpero al trace Seuta , bench abbia combattuto molto valorosamente. Perdicca venne alle mani con Ariarate prefetto della Cappadocia per non aver questi voluto cedere il co mando ad Eum ene, ed avendolo vinto in due battaglie e preso , lo fece impiccare e restitu il regno ad Eu mene. Cratero collegatosi ad Antipatro divenne cagione della vittoria che riportarono contro i G reci, i quali in appresso, senza opposizione alcuna, mostraronsi. obbedienti e sommessi a tuttoci che da questi, due venne loro imposto. Queste cose sono comprese i cinque libri. . . Nel sesto egli narra come Demostene ed Iperid ateniesi fuggirono e con essi Aristonico maratonio ed Imereo fratello di Demetrio fai ere 0 ; e prima esser venuti in E gina, ove dim orando, alla proposta di De-

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made , furano dagli Ateniesi condannati a m orte, de


creto che Antipatro mand ad esecuzione ; e come il turio Archia ministro della loro m orte, ridotto ad una estrema povert ed infamia, lasci la v ita ;'e come Demade stesso non guari dopo in Macedonia con dotto , fu ucciso da Gassandro, avendo prima scan nato il figlio di lui nel seno e sotto gli occhi del genitore. Della quale uccisione Gassandro allegava per cagion e, che Demade aveva una volta fatto ingiuria al padre di lui collo scrivere a Perdicca che volesse salvare i Greci pendenti da un putrido ed invecchiato filo, intendendo con queste parole di mordere Antipa tro. Dinarco di Corinto ne fu l accusatore. Cos De' made pag la pena ben dovuta alla sua avarizia ed al suo tradimento, e alla perfidia usata in ogni suo fatto. Narra poi che Tibrone lacedemonio uccise Arpalo ( il quale sendo tuttora vivo Alessandro, rubati i da nari di lu i, erasi rifuggito in Atene ), toltigli quelli che ancora gli rimanevano, si port primieramente in Cidonia citt di Creta, e quindi pass in Cirene con un esercito di sei mila u om ini, chiamato col dagli esuli de Cirenesi e Barcesi. Appo costoro In pi batta glie e per molte insidie, ora vincendo ed ora vin to, alla fine volto in fu ga, fu preso da parecchi Africani conduttori di bighe, e tratto a Teuchira presso Epicide olintio. A qnesto era stato consegnato il governo di quelle citt da Ofelia il macedone spedito da Tolom eo di Lago in aiuto de Cirenei. I Teuchiriti adunque, autorizzati da O felia, dopo di aver fieramente battuta

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Tibrone, lo mandarono al porto de Cirenei per essere impiccato. Ma persistendo tuttavia nella sedizione i Cirenei, sopravvenuto Tolomeo stesso e ridotte le cose a tranquillit a casa se ne ritorn. Perdicca chiam dolosamente Antigono in giudizio, Ijia avvedutosi questi della tram a, ricus di comparire, e quindi sorse tra loro inimicizia. In questo tempo Tennero a Perdicca dalla Macedonia lolla ed Archia , conducendogli in moglie Nicea di Antipatro figliuola. Anche Olimpia m adre di Alessandro Magno gli mand per isposa la propria figlia Cleopatra. Ora Eumene cardiano consigliavalo di sposare questultima; ma Alceta fratello di Perdicca sollecitandolo a preferire piuttosto Nicea, il trasse nella sua opinione. Non guari dopo avvenne la uccisione di Cinane, per opera di Perdicca e di Alceta suo fratello. Questa Cinane ebbe con Alessandro il medesimo padre Filippo , ma per madre Euridice , e fu moglie di quell Aminta che fu ucciso da Alessandro allorch questi pass in Asia ; il quale Aminta ucciso, figlio essendo di Perdicca fratello di Filippo, era cugino di Alessandro. Ora Cinane conduceva in moglie ad Arri deo la propria figlia A dea, che prese poi il cognome di E uridice, e questa alla fine egli spos per maneg gio di Perdicca, onde acquietare con queste nozze la sedizione de1M acedoni, che insorta per motivo della morte di Cinane, andava ognora vie pi accendendosi. Antigono intanto rifuggissi in Macedonia presso Anti patro e C ratero , e narr il tradimento orditogli da P erd icca, aggiungendo eh? questi meditava di fare lo

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stesso contro di tutti gli altri. Esager eziandio la scia* gura di C inane, ed in forza di tali accuse li suscit a muover guerra a Perdicca. Arrideo custodendo presso di s il corpo di Alessan dro , contro il volere di P erdicca, il port seco appo Tolomeo di Lago, viaggiando da Babilonia per Dama sco sino all Egitto ; e bench gli fosse fatto grande ostacolo da Polemone famigliare di P erdicca, seppe nondimeno condurre ad effetto il suo intendimento. In questo mezzo Eumene rec parecchi doni a Cleo patra in Sardi da parte di P erdicca, dicendole che crasi questi determinato di ripudiare Nilea e prendere in sua vece Cleopatra medesima. Divulgatasi questa nuova (poich Menandro satrapa della Lidia la fece sapere ad Antigono e questi ad Antipatro ed a Cratero ) , molto pi si animarono a far guerra contro Per dicca. Laonde Antipatro e Cratero dal Cherroneso tra ghettarono l Ellesponto avendo sedotti per via deloro legati i custodi di quel passo. Spedirono parimente un imbasciata ad Eumene e a Neottolemo soggetti a Per d icca, e riusc loro di persuadere il secondo, ma non gi anche Eumene. ' Quindi Neottolemo divenne sospetto ad E um ene, e fecero guerra tra loro, nella quale essendo rimasto vincitore E um ene, Neottolemo con pochi si rifugg presso Antipatro e C ratero , e li persuase che gli si desse in aiuto Cratero , onde combattere contro Eu mene , come infatti avvenne} poich amendue uniti lo assalirono. Eumene pose ogni cura affinch i suoi non venissero a sapere di aver per nemico anche C ratero,

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temendo che una tal fama non gl inducesse a fuggir sene al campo di quello, o se anche rimanessero fedeli, non iscemasse il loro coraggio. Infatti riuscitogli lartifizio, ebbe egual fortuna anche nella battaglia ; poich - Neottolemo , bench uomo bellicoso ed in armi molto esperimentato , rimase, morto per mano di uno scriba dello stesso E um ene, e Cratero pugnando intrepida m ente contro chiunque gli si parava davanti ed a bello studio avanzandosi, . onde poter essere riconosciuto ; nondimeno incognito fu ucciso da certi Paflagoni, seb bene si fosse levato Telmo di testa. Le truppe pedestri per ritornarono salve ad A ntipatro j il che molto serv ad animarlo e a diminuire il suo timore. Perdicca partendosi da Damasco, portossi in Egitto insie me coi re ( i ) e coll esercito per guerreggiare contro Tolomeo di Lago. Prese egli perci ad accusarlo , e bench Tolomeo in faccia all esercito seppe giustifi carsi dimostrando la ingiustizia di tali accuse, nulladim eno, malgrado la ripugnanza dei soldati, Perdicca gli mosse guerra $ ma due volte sconfitto e divenuto molto aspro verso quelli che passar volevano appo Tolomeo, e nelle altre cose diportandosi con maggiore orgoglio di quello che ad un comandante si convenis se , venne ucciso, mentre com batteva, dalle truppe della sua cavalleria. Morto Perdicca, Tolomeo, traghet tato il N ilo, se n and presso i re, e con ricchi doni ed ogni altra cortesia, se gli affezion non meno che gli altri principi de Macedoni. Mostr inoltre di con(i) Arrideo ed Alessandro fanciulli, di Rossane figliuoli.

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dolersi cogli amici di Perdicca ; e a quanti de Mace doni sembrava soprastare qualche pericolo, a questi pure studiossi di togliere ogni timore. Per questo suo procedere da quel punto ed in appresso fu da tutti riverito ed amato. Tenutosi poscia un consiglio, Pitone ed Arrideo fu rono proclamati comandanti di tutto lesercito in luogo di Perdicca; e sino a cinquanta de seguaci di Eumene e di Alceta furono condannati, principalmente per motivo della uccisione di C ratero, mentre i Macedoni guerreggiano scambievolmente fra loro. Si chiamarono inoltre Antigono da Cipro ed Antipatro, che affrettas sero il loro ritorno presso i r e ; e non essendo quelli per anco com parsi, Euridice non permetteva a Pitone ed Arrideo di nulla operare senza il suo assenso. Que sti in sulle prime non le si mostrarono indocili * , ma in seguito protestarono non doversi ella punto ingerire ae pubblici affari ; e che fino alla venuta di Antigono e di A ntipatro, si sarebbero eglino medesimi presa la cura di ogni cosa. Queglino alla fine essendo perve nuti , il supremo comando fu affidato ad Antipatro ; ma lesercito chiedeva la pecunia statagli promessa da Alessandro pei prestati servigi. Rispose Antipatro non poter sull istante aderire alla loro domanda \ per non attirarsi la loro indignazione, promise che farebbe sollecitamente ogni possibile indagine ne regii tesori ed in qualunque altro luogo vi potessero essere riposti danari ; risposta la quale poco talent ai soldati. E u ridice fomentando essa pure le accuse contro Antipa tro , irritata la m oltitudine, susci tossi a tumulto, in cui

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Euridice stessa aring contro di lu i, avendone dettata l orazione lo scrivano Asclepiodoro, ed oltre a costei, parlament anche Attalo, dimodoch a stento pot An tipatro sottrarsi alla m orte, avendo perorato in sua difesa alla moltitudine Antigono e Seleuco, pregati da lu i, i quali per questo motivo si esposero essi pure a grande pericolo. Liberato cos Antipatro dalla m o rte , si ritir presso il suo esercito, ove , irritati da l u i , concorsero i prefetti della cavalleria, ed acquietata ap pena la sedizione, gli venne di bel nuovo accordato come per lo innanzi il supremo comando. Divise egli altres 1 Asia, confermando in parte la prima divisione, ed in parte facendovi quelle innova zioni che le attuali circostanze esigevano ; poich 1 Egitto e la Libia e le vaste regioni al di l di questa e tuttoci che acquistato si fosse, per dritto di guerra all occidente, ordin che a Tolomeo- appartenesse : a Laomedonte di Mitilene assegn la Siria 5 Filosseno ritenne la Cilicia, come 1 aveva anche prima ; e delle superiori satrapie, la Mesopotamia ed Arbelo diede ad Amfimaco fratello del re y a Seleuc la Babilonia ; ad Antigene condottiere degli Argiraspidi M acedoni, che fu il primo ad assalire P erdicca, fu dato il comando di tutta la Susiana. A Peuceste fu confermata la Per sia ; la Carmania fu data a Tlepolemo, ed a Pitone la M edia, sino alle porte Caspie. Filippo ebbe le terre dei P arti, t Stasandro fu destinalo prefetto degli Arii dei Drongeni ; e della Battriana e Sogdiana, StasoHore di Soli } e degli Aracoti, Sibirtio. Ad Ossiarta poi padre di Rossane furono assegnate le Parapam isadi,

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e quella parte deglindi che confina,con le Parftpamisad i , fu destinata a Pitone di Agenore ; e delle contigue satrapie quella eh al fiume Indo, e Patala, la citt pi grande di quelle In d ie , caddero al re Poro , e I altra eh presso il fiume Id asp e, fu ceduta a Tassilo pure indiano ; poich non era impresa facile il rimover quelli che avevano avuto il comando da Alessandro mede simo , e che erano gi forniti di un sufficiente potere. Delle regioni poi che dal monte Tauro volgevansi a settentrione, i Gappadoci furono assegnati a Nicnore, e la Magna Frigia, la Licaonia, la Pamfilia e la Lir eia rimasero coma prima sotto Antigono. Asandro ebbe la Caria ; la Lidia fu data a O lito, e ad Arrideo quella Frigia che giace verso lEllesponto. Per aspor? tare la pecunia che era in Susa mand Antigene, nelle cui mani consegn anche i capi deMacedoni sediziosi in numero di tre mila. Nomin per guardie del corpo del r e , Autolico di Agatocle ed Aminta di Alessandro fratello di Peucesta, e Tolomeo figlio di Tolomeo , ed Alessandro di Polisperconte ; e Cassandro suo figli uolo , chiliarco di cavalleria ; e delle tru p p e , dianzi comandate da Perdicca , nomin duce Antigono , avendogli imposto di custodire e servire i re , e di ter minare a suo talento la guerra contro Eumene. Anti patro stesso, molto commendato da tutti per le sue g este, se ne torn a casa. E qui termina il nono, libro. Narra il decimo come E um ene, . informato del casa di Perdicca, e come egli, stesso era stato dichiarato ne mico dai M acedoni, preparavasi alla guerra ; come Al'

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cet fratello di Perdicca per questa cagione medesima si salv colla-fuga^ come A ttalo, a nessuno secondo nella civile sommossa contro di Antipatro, parimenti fuggendo si confuse cogli altri fuggitivi, e radunato un esercito di diecimila fanti e di ottocento* uomini a ca vallo , con questi intraprese d invadere Cnido, Cauno e Rodi; ma fu vigorosamente rispinto dai Rodiani, che avevano per loro ammiraglio Demarato. Narra inoltre come poco manc che mentre Antipatro marciava verso Sardi Eumene non venisse alle mani con lui ; ma Cleo patra di Alessandro sorella, temendo di non essere accusata al popolo de Macedoni come provocatrice della guerra cntro di essi, esort e persuase Eu mene ad allontanarsi da Sardi. Nondimeno Antipatro raggiuntala, acremente le rinfacci la sua amicizia con Eumene e Perdicca; su di che essa si difese assai me glio di quello che il suo sesso il comportasse, ed accusollo a vicenda di molte altre cse; talch alla fine riconciliati e tranquilli si separarono. Eumene improvvi samente rivolse le armi contro le terre vicine che a lui non erano sospette, e fatto quindi copioso bottino ed estorto molta pecunia, airi chi il suo esercito. Mand inoltre suoi legati ad Alceta ed agli amici del medesimo, eccitandoli ad unire tutte le loro forze alle sue, e cos combattere i comuni nemici; ma quelli, prestato orec chio ad altri differenti p a re ri, non vollero assentirvi. Antipatro non ebbe ardire di affrontarsi con Eum ene; ma contentossi di spedire Asandro, affinch attaccasse Attalo ed Alceta. Si pugn egualmente da amendue le parti, ma al fine Asandro fu sconfitto. Cassandra venne

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a contrasto con Antigono, ma p e r divieto di Antipa** tro suo padre fu obbligato a deporre 1 animosit. Ab boccatosi poi col padre in F rig ia, lo ammon di non allontanarsi dai re e ad avere per sospetto Antigono; il quale per colla sna prudenza e virt, e con ogni sorte di ossequio, seppe torgli dall animo ogni dubbio , di modoch placatosi A ntipatro, di quelle truppe che Seco aveva condotte in Asia, consegn ( ad Antigono ) otto mila e cinquecento fanti macedoni ed altrettanti degli stranieri a cavallo , ed inoltre la met de suoi elefanti, in numero di settanta, acciocch pi facilmente potesse por fine alla guerra contro Eumene. Laonde Antigono si volse a questa impresa, ed Antipatro, presi Seco i re ed il rimanente esercito, si pose in mar cia come per passare in Macedonia ; ma i soldati di bel nuovo si ammutinarono chiedendogli i danari. Anti patro promette loro di procacciarne giunto che fosse ad Abido, e che avrebbe loro distribuito forse tutto in* tero il d o n o , od almeno la maggior parte. Pasciutili di queste speranze, pot recarsi senza tumulto sino ad A bido, e qui, ingannati con arte i soldati, insieme coi re pass di notte nell Ellesponto presso Lisimaco, ove nel d vegnente si trasferirono anche i soldati, senza far motto per allora intorno alla pretesa pecunia. Cos termina il decimo libro. Questo scrittore non secondo a nessuno di quanti ottimamente composero istorie. Imperocch egli ec cellente per la brevit delle narrazioni e pel non inter romper giammai il filo della istoria con inopportune digressioni o frequenti parentesi. Nuovo fa comparir*

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il suo stile p i i presto coll aggiustatezza de sentimenti che per l ' apparato della dizione ; di maniera che le cose non potrebbero esporsi n in altro m odo, n con maggiore chiarezza ed evidenza. Adoperando vocaboli significanti, armoniosi e ro to n d i, sa temperare nel1 orazione la facilit colla elevatezza. La novit m ede sima delle parole non presa da lo n tan o , ed tale che rende lo stile molto splendido, senza mutazione alcuna de modi usitati ; ma solo col rivestirli di una forma particolare. Quindi ne risulta la perspicuit, non solo in questa parte , ma eziandio nella costruzione e nell o rdine, e principalmente nel contesto della nar rativa; il che forma appunto della perspicuit stessa tutto P artifizio. Imperocch l uso de periodi piani e semplici ritrovasi sovente anche negli scritti degli idioti, il qnale molto degrada 1 orazione col ridurla ad uno stile umile e supino, massime ove non sia mai svariato, m a costantemente uniforme. Un tal uso per questo scrittore non segue giam m ai, sebbene ami di essere perspicuo. Si serve bens dell elissi, non gi col tron care il giro delle p aro le, ma col sopprimere separatamente le voei in maniera che non lascia la minima traccia onde scoprasi il mancamento , e se taluno im prendesse di supplirvi, ben si accorgerebbe di aver pi presto aggiunto il superfluo che trovato il modo di sup plire al difetto. OJtre a ci egli ottimamente adorna F orazione d un giudizioso corredo di figure, senza allontanarsi di repente dall uso comune e n a tio , ma temperando il tutto da principio e gradatamente ; di modoch n ti annoia colla saziet, n ti conturba con

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improvvisa ' mutazione. In ima parola se alcuno, Iett che abbiasi A rriano, ad altri istorici si volgesse, molti n troverebbe a lai inferiori anche ira gli antichi.
( B IB L IO TE C A , CODICE L V III. )

Delle cose paniche. Lessi i libri XVII di Arriano delle cose partiche. Egli scrisse meglio di qualsivoglia altro anche le geste di Alessandro il macedone, ed un altro trattato delle cose patrie della Bitinia, in cui egli stesso nacque, avendolo intitolato le Biliniche. Scrisse inoltre le geste degli Alani e questo libro intitol Alanica. . Nella prima di queste opere descrive le guerre che fecero i Romani ed i Parti, essendo imperatore Traiano. Dice essere i Parti una nazione scitica ribellatasi in sieme coi Persiani al dominio de M acedoni, cui per lo innanzi servivano , ed eccone la cagione : Arsace e Teridate erano fratelli Arsacidi generati dal figlio di Ar sace Priapita. Questi uccisero F erecle, dal re Antioco ( da essi soprannominato Dio ) destinato satrapo di quella regione, per avere turpemente tentato di usar violenza all altro de fratelli, non sofferendo essi tale vergogna, e comunicato avendo il loro disegno ad altri cinque. Discacciati i M acedoni, si gpvernarono da s , ed a tale possanza pervennero che guerreggiarono con pari forze contro i Romani c talvolta col riportarne piena vittoria. Soggiunge che al tempo di Sesostri re degli Egizj e di Janduso re degli S c iti,' essi Parti si

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trasferirono dalia Scizia loro regione, nel luogo ove ora si trovano ; ma che l imperator Traiano avendoli interamente um iliati, gli obblig sotto certe condizioni a ricevere un re. Arriano filosofo di professione ed uno de familiari di E pitteto, fior ne tempi di A driano, di Antonino il pio e di Marco Antonino. P er la singolare sua dot* trina fu soprannominato nuovo Senofonte ; gli furono affidate varie civili magistrature, e sal persino alla di gnit di console. Oltre alle altre opere scrisse libri V ili delle Diatribe di Epitteto suo precettore, i quali libri noi conosciamo m r e libri X II dei sermoni dello stesso Epitteto. Egli semplice nello stile e vero imitatore di Senofonte. Dicesi che abbia composto delle altre opei e, che non per anco sono venute a nostra cognizione. per certo che nell arte rettorica non manc di sapere e di forza. Delle cose Bitiniche , ( lib. v iti ). Lessi le Bitiniche dello stesso in libri o tto , ne quali minutamente descrive le favole intorno alla Bitinia e le altre cose a quella a ttin en ti, offerendole come in dono alla patria ; perciocch in quest opera egli dimostra trarre la sua origine di Nicomedia ed in essa esser na to , cresciuto, educato, ed aver sostenuto il ministero di sacerdote di Cerere e di Proserpina sua figliuola, alle quali dice essere consecrata la citt. F a poi menzione in questo libro anche di altri trat tati , 1 uno de quali contiene le geste di Timoleonte
A H IAgo. 29

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A RR IA N O E S T R A T T O DI F O Z IO .

nella Sicilia, e laltro i fatti pi ragguardevoli di Dione siracusano, allorch liber Siracusa e tutta quanta la Sicilia dalla tirannia di D ionisio, secondo figliuolo del prim o, e dai barbari che Dionisio stesso avea col condotti onde assicurarsi la tirannide. L Opera delle cose patrie sembra aver egli composta in quarto luogo dopo le istorie di Alessandro, di T im oleonte, e di Dione ; e che si fosse proposto e prefisso tale argo mento sin da quando si trov in istato di com porre, ma averlo differito per mancanza del necessario appa rato; imperocch egli stesso adduce questa cagione della tardanza. Incomincia adunque , come dicemmo , da favolosi racconti, e prosegue sino alla morte dell ul timo Nicomede, il quale morendo lasci per testamento il regno a Romani, che non erano pi governati da re dopo lo scacciamento di Tarquinio il Superbo.

FINE DEGLI EST RA T TI

DI F O Z I O .

LA

T A T T I C A
VERSIONE

DI V. RACCHETTI

ARTE TATTICA < >

j F si pare Omero (*) essere stato il primo d i tutti quelli che sappiamo avere avuto contezza della scienza della Tattica , ed aver celebrato le lodi de valenti in essa come Mnesteo :
Cui in nostra terra altri non surse eguale Per ordinare cavalieri e fanti.

E della Tattica propria de * tempi di Omero ho letto gli scrittori Stratocle, E rm ia , e Frontino uomo a d nostri consolare. N el trasmettere poi questa scienza alla posterit, tra i molti si occuparono ed Enea (a) autore ad un tempo di moltissimi libri strategici , quindi compen diati da Cinea tessalo , e Pirro epirota, ed Alessandro figlio di Pirro (3), ed eziandio Clearco (4), non quegli che di migliaia di Greci presso il re di Persia fu capi ta Ho creduto supplire col testo di Eliano alla lacuna esistente nel nostro Autore, mentre facile scorgere da ci che segue avere entrambi cominciato questi trattati di egual maniera, o sia coll enumerazione di coloro che scrissero su tale argomento, cal cando Eliano lodevolmente le tracce del suo antecessore. (! Edit.)

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A RRIA NO

ta n o , ma un qualche altro Clearco. Intorno a ci venne anche scritto da Pausania (5) ; e se ne trova pure da Evangelio (6), non che da Polibio arcade (7), il quale fu compagno del romano Scipione mentre che fece molte e grandi guerre , e quella fra 1 altre, in cui Car tagine in Libia espugnata, rase al suolo. Sopra tal ma teria fu scritto altres da Eupolemo (8) e da Ificrate (9), non gi il capitano degli Ateniesi, ma alcun di suo no me. Posidonio il rodiano, ei pure dell arte tattica qualche cosa lasci di scritto ( 1o). Ma tutti questi scritti tornano oggi a poco vantaggio, perch destinati ad uso di quelli che di gi sono nell arte esperti ; ragion per cui non vi si fa menzione de nomi di qualsivoglia spe cie d armi e deserciti, come di cose volgari e note ; le quali per, ove oggid non vengano schiarite, rimangonsi del tutto ignote. II. Al qual difetto d oscurit quest opericciuola re cher, per mio avviso, primamente rimedio. E perch a chiunque a tal soggetto inteso vocaboli e cose sieno palesi, da quelli sar al mio dire cominciamento (11). III. Tutto ci che per guerra si prepax-a o spetta al mare , o alla terra (12). In fatti altri soldati in terra , ed altri in mare guerreggiano. Di quelli poi che vanno a guerra , alcuni sono destinati a combattere, come i soldati propriamente, ed altri al costoro sussidio, qual si il genere degli artefici (1 3) , de medici ( 14) 5 de mercatanti, de vivandieri. Di quelli che militano in terra si distinguono varie specie. Cos di specie diversa sono i soldati che cavalli adoperano (15 ) da que che montano gli elefanti (16), come un tempo gli Elidi (17)

AFfTE T A T T IC A .

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e gli Etopi (18), e dipoi i Macedoni (19) e Cartagi nesi ( 20), e posteriormente i Romani eziandio ebbero in costume (21). Inoltre delle truppe a cavallo vha un genere che propriamente cavalleria detto (22), ed un altro che milita sopra i carri. E nella cavalleria altri diconsi propriamente soldati a cavallo (23) , ed al tri amfibj. I primi cos denominati sono quelli che adoperano un solo cavallo, ed amfibj (24) quelli che ne hanno due a paio non b a rd a ti, in guisa che balzar possano dall uno sull altro. La pugna poi con gli ele fanti (25) uniforme; eccetto che vi si soprappongon le torri, e loro armansi i denti con ferro acutissimo (26) onde vagliano meglio al ferire, e non ne vengano di leggieri recisi. Ma la battaglia che si d con i carri distinta in pi specie. Imperocch l una si fa con i carri nudi (27), come quella che fu a Troia, e 1 altra con i carri falcati (28), quale dipoi tr a i Persi venne in costume ; come pure o con cavalli da capo a piede ar m ati, oppur con nudi, i quali eziandio ad un solo, o a due, o a pi timoni sono accoppiati. Gli ordinamenti p o i, non che larmi degli eserciti appiedi ed a cavallo sono varie e molte. Che se dal modo dell armadura (29) voglionsi i fanti genericamente distinguere, si pu divi derli in tre generi : 1 uno degravemente arm ati, laltro degli armati leggiermente , l ultimo di que che usano gli scudetti. Que dall armi gravi (3o) sono quelli, che portano corazze (3 1) , e targhe (32) 0 scudi (33); con di pi spade (34) ed aste (35) , come i G reci, e lun ghe picche (36) , alla guisa de Macedoni. E poi tutto il contrario in que di leggiere armatura , imperocch

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non hanno essi n scudo , n corazza (3 7 ), n gam biere , n celata. Adoperano ^rmi da gettare ( 38) , le quali scagliano a mano (39) 0 con 1 arco (4o) ; come pure valgonsi delle pietre a mano o con frombola slan ciate ( 4 i). L armadura poi di que che usano gli scu detti (4 2) bens pi leggiere della grave, essendo lo scudetto (43) men pesante e pi picciolo dello scudo, e la verretta (44) pi corta dell asta e della picca ; ma siffatta armadura insiem pi grave della leggiere. In fatti ella alla giusta e grave s approssima s per gli elmi ed i caschetti alla Lacedemone (45) ed all A r cade (46), che per le due gambiere (47), qual era in uso fra gli antichi Greci, o per una sola, com e fra i Romani (48) , a cagione che battagliando si pone in nanzi un piede; ed eziandio per le corazze a squam ine (4g) e piccioli anelli tessute (5o). Le truppe poi a cavallo altre sono armate tutte intere (5 1), ed altre n. In quelle che hanno intera armadura, s i cavalli che gli uomini sono d armi coperti : questi con corazze a squamme o di lino o di corno (5 a ) , e con fasce alle cosce ( 53) , quelli con guernimenti ai lati (54) , e te stiera (55). Per le truppe che non hanno intera armadura ( 56 ) la cosa diversa. Tra queste usano alcuni aste e lance , ed altri arme da gettare solamente. Gli astati (57) si cacciano addentro nelle schiere n em ich e, e combattono con le aste o la n ce, gettandole anche in corso al modo de Lituani, e de Sarmati. I lanciatori poi scagliano di lontano le loro armi, com e gli Ar meni , ed alcuni de 1Parti che non adoperano aste. D e primi alcuni portano eziandio gli scudi, e son o detti

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tireofori (58) , cio di scudi guerniti ; altri ne vanno senza, e battonsi con le aste o con lance solamente, i quali pure doratofori o contofori, cio astati, e da certuni xistofori sono denominati. Lanciateri (5g) chia mami quelli che non vengono alle m a n i, ma di lon tano slanciano le loro armi. Di costoro alcuni gettano, picciole aste, e chiamami tarentini (60); gli altri tutti sono detti ippotoxoti, cio saettatori. De trentini eziandio alcuni in distanza appostati o all intorno scorrendo gettano 1 armi loro, e questi in istretto senso denominami tarentini ; a ltri, queste prima slanciate , tostamente s azzuffano coi nem ici, 1 asta a ci in pronto adoperando o anche la spada, e questi diconsi leggieri. De Romani a cavallo (61) alcuni portano aste, e spingonsi al m odo. de Lituani e de Sarmati ; altri tengono le lance. In o ltre , una spada grande ed ampia pende a costoro dagli om eri, e scudi portano larghi e bislunghi, con di pi elmo di ferro, corazze a maglia, e gambiere piccole. A doppio fine portano la n c e , e per gittarle discosto se tom a bene, oppur combattere con esse a mano. Se debbon dappresso azzuffarsi e venir alle mani combattono ben anche con le spade. Alcuni sonovi che portano piccole scur tutt all intorno di punte guernite (62). IV. In qualsivoglia esercito s a piedi che a cavallo, sono certi dati co rp i, duci e numero determ inati, e precisi vocaboli, onde pi sollecitamente adempire al comando , delle quali cose debbesi qui far parola.. L a prim a dunque e pi importante operazione nellarte mi litare quella si di prender tutt insieme una promiscua
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moltitudine duomini, e quinci bene e convenevolmente distribuirla nesuoi ordini, e gli ordini fra loro collegare, a tutti il rispettivo numero assegnando in guisa, che ne ridondi uniform it, ed unione, e buona attitudine al combattere (63). Lesercito infatti ben ordinato (64) egli pi spiccio nel viaggio, pi sicuro negli alloggiamenti, pi nelle battaglie proficuo, di modo che di grandi eser citi e ben arm ati, perch trascurati nellordine , sap piamo essere stati sconfitti da minori ben di gran lunga, e non egualmente armati ; quando invece 1 ordine in truppe anche di picciol numero e malamente arm ate, prevale sempre alla moltitudine (65). Del resto distri buire in ordine egli lo stesso che comprendere in una data classe certo numero d uomini. . V. Fila o schiera (66) si denomina un dato numero d uomini, l uno dopo 1 altro per filo disposti, dal ca po-squadra cominciando con que che il seguono fino all ultimo soldato ; e questo dicesi retroguida. Il nu mero poi della fila altri prefissero di otto uomini (67), altri di dieci, altri di dodici, ed alcuni fin di sedici. Il numero di sedici sar per noi il m assimo, imperocch ben proporzionato s alla fronte che al fondo della falange, potendo i veliti che stanno a tergo agevoli mente slanciare le loro armi. E sia che si raddoppi 1 altezza della battaglia, e facciasi di trentadue uom ini, non riuscir eccedente ; o sia che si accorci e facciasi di otto uom ini, non per si toglier alla falange ogni larghezza. Se poi il numero di otto, in quattro si divida, ogni larghezza andr perduta. VI. E uopo scegliere c costituire primo e capo di

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ciascuna fila il pi valoroso, il quale capo-squadra e protostata si chiama. La fila vien detta da alcuni squa dra e da altri decuria, forse perch appo loro di dieci uomini formata. Girca poi al vocabolo d1 enomozia (68), varie sono opinioni. Ed in vero tengono alcuni chegli significhi qualche cosa di diverso dalla fila ; ed altri credono chiamarsi enomozia una quarta parte di que s ta ; e quel che la guida dicono enomotarca. Cosi de nominano dimerie due enomozie, ed il loro capo dime rita. Senofonte (69) non ispecifica quanta parte della fila sia 1 enomozia. Che questa per venga ad essere minore della met della fila da ci palese, che egli afferma avere i capi-squadra 1 ordinanza loro per eno mozie formata. Del resto (70), colui che immediata mente vien presso al capo-squadra dicesi secondo, e quel che il s^gue primo, e l altro che a questo succede di bel nuovo secondo; in guisa che tutto lordine della fila di que che sono primi e di que che sono secondi viene formato. N solo necessario che il capo-squa dra (71) sia il migliore di tutta la fila; ma eziandio il retroguida (72) non gli debb essere inferiore di molto. A questo infatti assai eure e non leggieri in battaglia si affidano. La fila dunque formata di primi e secondi per filo, tramezzo al capo-squadra ed al retroguida collocati. V II. L ordinare o m etter in ordine (syllochismus) (73) il congiunger che fa'ssi duna fila con laltra, allorch il capo-squadra della prima fila al capo della seconda si pone accanto, cos il secondo della prima a quello della seconda, evia di seguito. Posto a lato (parastates) (74)

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poi quegli, che nella riga sta accompagnato con altro eguale ; come allorch il capo-squadra della prima fila spalla a spalla col capo della seconda, il secondo della prim a col secondo della seconda, e cos di mano in mano fino ai retroguide delle file. E quando molte file sono a questo mdo fra loro collegate, tale unione dicesi sillochismo. V ili. L insieme poi di tutta la moltitudine si deno mina falange (^5), la cui lunghezza consiste nelluiiione non interrotta de capi-squadra, la quale d alcuni diesi anche fronte. Sonovi pur di quegli che il nome le danno di faccia, di giogo, di prospetto; o che protolockia la chiamano, ossia primo ordine. Quanto v ha p o i . d estensione dalla fronte ai retroguide addomandasi larghezza o fondo. IX . Q uelli, che per retta linea secondo la lunghezza stanno mutuamente disposti, o anteriori (protestate), o posteriori (epistatse), diconsi far il giogo, ossia for m ar le righe (76): quepoi che per retta linea secondo la larghezza si vanno seguendo tramezzo ai retroguide ed ai capi-squadre, diconsi formar le file (77). X. La falange si divide in due parti (78) massime , spezzata la fronte, per tutta la larghezza, e 1 una di queste parti o met, che posta a diritta, chiamasi ala destra o capo ; 1 a ltra , che sta a sinistra, ala sinistra o coda (79). Il luogo poi ve la lunghezza della fronte spezzata, vien denominato bellico, apertura, centro, o fondamento. XI. Dopo i fanti di grave armadura collocansi per lo pi gli armati alla leggiere (80), onde abbiano questi

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dalle coloro armi qualche diffesa, ed insieme agli ar mati gravemente torni bene dal dardeggiar dellarmi (81) di que che vengon lor dopo. Perci soglionsi anche di versamente collocare i veliti, cio ad ambedue le a le , o solamente ad una in caso che 1 altra da fiume , o fos sa , o mare fosse difesa ; e ci affine d impedire l ir ruzione del nemico dall1a lto , o per non venir presi di mezzo. Anche le schiere a cavallo soglionsi variamente disporre, a norma che pu tornar meglio in acconcio. X II. Non in arbitrio del capitano generale il de terminare a suo talento il numero dell esercito ; ma bens a lui aspetta laddestrarlo, mediante lesercizio (82), a movimenti e disponimenti di tutta sorta; ond che io gli dar consiglio che solo tal numero d uomini ponga in ischiera, il quale riesca ben acconcio al rad doppiare o separare, all accorciare o spiegare in largo, o a tramutare in qualsivoglia altra guisa gli or dini della battaglia. Di qui procede che uomini di s fatte cose ben istrutti tal numero per gli eserciti desi gnarono , che fino all unit potesse egualmente in due parti esser diviso ; onde, prescrissero che la battaglia de gravemente armati ammontasse al numero di sedici mila trecento ottntaquattro individui (83) ; quella de veliti ad una met di questa, e quella de cavalli fosse a questa di bel nuovo minore d una met (84). Cos un tal numero potendo egualmente in due partirsi per insino allnno, riesce agevole il raddoppiare il fondo della battaglia, e, ristrettolo, laccorciarlo di bel nuovo celerem ente, secondo che 1 uopo il richiegga. X III. Poich il fondo di ciascuna fila di sedici indi

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vidui determinammo, il numero delle file dell esercit tu tt intero ammonter a mille e ventiquattro. Queste per ordini ripartite prendono particolari nomi (85). Cos due file unite chiamansi dilocha. (Q uattro file (86) si denominano tetrarcha, e tetrarca colui, che presiede ad uomini sessantaquattro ). Due tetrarche si appel lano taxis, la quale comprende otto file, cio cento ventotto individui, e chi n capo ha il nome di taxiarca. Si forma ben anche un corpo di cento uomi ni (8j ) , il cui capo detto ecatontarca. Due taxis fanno un sintagma (88), nel quale comprendonsi sedici file , vale a dire uomini dugento cinquantasei, e chi il presiede nomasi sintagmatarca. Alcuni poi chiamano pur quest ordine xenaga, e xenago chi lo comanda. In ogni corpo di dugento cinquantasei uomini sonovi cinque distinti (89) ; .un altiero , un retroguida , un trom betta, un aiutante, un banditore ; e tal ordine tu tt intero disposto in quadrato ha sedici uomini in lunghezza , e sedici in larghezza. Due sintagma com prendono cinquecento dodici uom ini, cio trentadue file, e chi lor presiede nomasi pentacosiarca. Due pentacosiarche (90) hanno il nome di chiliarcha, la quale formata di mille ventiquattro uom ini, e conta settantaquattro file. Due chiliarche unite diconsi merarcha ; e questa contiene due mila quarantotto individui, vale a dire cento ventotto file ; e quegli che n capo domandasi merarca. Questo stesso corpo alcuni dicono telos. Due merarche unite chiamansi phalangarchla, la quale con tiene quattro mila nvantasei uomini, cio dugento cinquantasei file; e phalangarca nomasi chi la presiede.

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Questo corpo alcuni appellano stratega , e quel che n1 capo stratego. Cosi due phalangarhie sono denojminate diphalangarcha, la quale' comprende ottomila cento novantadue uomini, che quanto dire cinquecento dodici file. Questo corpo detto pur meros , egli l ala dell esercito. Del pari due diphalangarchie diconsi tetraphalangarcha, la quale conta mille ventiquattro file, ossia sedicimila trecento ottantaquattro individui. Che se si voglia rappresentare m parata l intero numero dun esercito di fanti, si osserveranno in esso due ale , quat tro phalangarche, otto merarche , sedici ckiliarche , trentadue pentacosiarchle, sessantaquattro sintagmatarche, cento ventotto taxiarche, dugento cinquantasei tetrarche, cinquecento dodici diloche, e per ultimo mille ventiquattro file. L falange poi (91) disponesi in lunghezza, bens al cune volte con certo agio, se il luogo il conceda e torni bene; ed altra fiata pi strettam ente, affinch per un tal rinserrarsi fatta pi soda con maggior impeto spingasi contro il nemico. A questa guisa Epaminonda nella pugna di Leuttra (92) ordin i Tebani, e presso M antinea tutti quahti i Beozj, formandone come un cu n e o , e cos con furia lanciandosi tramezzo ai Lace demoni. Ci anche si pratica all oggetto di respingere gli assalti denemici, qual torna bene contro i Sarmati e contro gli Sciti battagliando. X IV . L a strettezza il porsi in istretto che fa Una
sch iera, prima con certo agio disposta (g 3) , ravvici nandosi i soldati s da spalla a spalla che da petto a schiena (94) $ cio nella serie egualmente delle righe

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chc delle file. La serrata (g5) poi si fa quando la schiera si pone tanto in istretto , che pel rinserrarsi, e pel mu tuo tenersi appoggiati di tutti in ogni senso, gli ordini non ponno pi moversi su niun lato. Per siffatta ser rata formasi la testuggine de Romani (96). Il pi delle volte tale ordinanza disposta in quadro ; per qual che fiata anche in figura ovale, o prolungata da una parte , o rotonda ; e que che primi stanno, porgono gli scudi allinnanzi; quelli che vengon dipoi, li stendono sulle costoro teste ; e que che seguono, sulle costoro ancora , restando cos la battaglia tutt intera da ogni lato coperta ; di modo che i lanciatoli al disopra, egual mente che sopra un tetto, possano fare lor volgimenti ; n i sassi, abbench smisurati, tal serrata scompongano, ma ripercossi da tanta forza balzino al suolo. XV. Torna a grand u tile , pi che a ltro , che i capi-squadre sieno grandi e valorosissimi (97), non che nelle cose che s appartengono a guerra di molto speri mentati. La costoro unione infatti in s comprende la falange tu tta , e nel combattere viene ad esser ci che la punta nel ferro (98). E per v ero, in quanto il ferro riesce buono allo squarciare, ogni ferro vale a siffatto uso; con la differenza per che l esser egli allo squar ciare pi o men atto dalla maniera dipende della sua punta; la quale ove per avventura sia molle, ogni sua forza nel fendere ne va perduta. Ad una stssa guisa, quasi punta della falange si il corpo de capi-squadre, e mole o macchina viene ad essere lintera battaglia loro dietro disposta. Poco inferiori ai capi-squadre in valore esser debbono que che loro statino subito presso. Itn-

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perocch e le costoro picche aggiungono fino al nemico (97), e Partano insiem coi primi. Che se accada , che resti alcuno da nemica spada colpito, e che rii ca po-squadra venga ferito o m orto, 0 reso inetto al com battere , quegli che subito gli sta presso pu succedere in suo luogo, e gli officj farne, intera cos ed imper turbata rim anendosi la falange. L unione de te rz i, e de quarti vuoisi similmente disporre, secondo che mano mano sono posti 1 uno 1 altro dalle spalle. XVI. La falange macedone compariva a nemici ter ribile , non pel battagliar solo, ma eziandio all aspet to (98). L uomo armato infatti, combattendo stre tto , non occupava pi che lo spazio di due cubiti (99). La lunghezza della sarissa (100) era di sedici cubiti , de quali quattro vanno perduti tra le m a n i. ed il corpo di chi la tiene (101), e dodici sporgono allinnanzi di ciascuno de primi. Q ue , che vengono appresso nella seconda riga, hanno la p icca, che perduti due altri cubiti, sporge all avanti il tratto di dieci. Quelli che seguono nella terza rig a , la fanno sporgere il tratt di otto cubiti e pi; quelli della quarta di sei cubiti , e quelli della sesta infine di due solamente. Ogni primo adunque avea davanti a s sei picche, luna presso lal tra di seguito' da ambedue i lati; in guisa che da-sei pic che ciaschedun armato era protetto, il costui impeto venendo cos a farsi per la forza di quelle vie pi vee mente. Quelli poi che stavano nella sesta riga, se non coll aste , col peso almeno della persona a que dinnanzi giovavano, per tal modo al nemico rendendo in comportabile l impeto della falange (102), come anche A ruaho. 3o

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coll impedir agli ultimi il fpggire. Ed in quanto ai re troguide vuoisi attendere nello sceglierli si alla for tezza , che allesperienza nelle cose di guerra; affinch sieno sperti del modo di ben mettere insieme gli ordini, ed oppongami a quelli che qualche mancanza intendon comm ettere, n vengano essi a capo d abbandonare il posto. E se uopo v ha alcuna volta della s e rra ta , il retroguida quegli che i posti in istretto avanti a s spinge allinnanzi, di che viensi a compartir vigora all esercito intero. XVII. I soldati leggerm ele armati (io 3) in vario piodo sono da ordinarsi. E per vero essi, variamente disposti, giovano a diversi usi, secondo che vien ri chiesto dalla qualit del paese in cui si ordina la bat taglia, o dagli apparati de nemici, contro i quali si ha 9 combattere. Alcuna fiata infatti necessit il collo carli all innanzi della falange, altra al Iato destro, ed altra al sinistro. Spessissimo to m a bene il porli a tergo degravemente armati. Cosi pure divisi fra gli ordini de pedoni gli ordini de veliti alternamente frappongonsi (io 4). Ora debbonsi indicare s il numero di cia scun ordine, che la denominazion loro, ed i nomi de loro ' capi. Dicemmo gi prima che conviene metter in battaglia un costoro num ero, il qu ale, rispetto ai pedoni, sia minore duna met (io 5), affinch sieno acconci allofficio loro; e le lor file formarsi non di sedici, ma di otto uom ini, di modo che mille ventiquat tro file conguaglino la met numero d una falange appiedi, e contengano otto mila cento novantadue in dividui.

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XVIII. I nomi e gli ordini develiti ( 106) sono come qui egue. Di questi quattro file unite diconsi ssta si , la quale comprende trentadue uomini. Due sistasi, cio uomini sessantaquattro, diconsi pentecontarehia. Due pentecontarchie , cio uomini centoventotto formano no ecalontarchia. In ciascheduna ecatontarchia sono quattro distinti, un alfiere, un trom betta, un aiu tante , un banditore. Due ecatontarchie comprendono dugento cinquantasei uom ini, e l intero corpo deno minasi psilagia. Due psilagie fanno una xenagia, duo mini cinquecento dodici. Due xenagie, vale a dire uo mini mille e ventiquattro, formano un sistremma. Due sistremmi chiamansi epixenagia composta duomini due mila quarantotto. Da due epixenagie risulta Io stifo , d uomini quattromila novantasei. Due stifi denominansi epitagma, in cui comprendonsi mille ventiquattro file, ed otto mila cento novantadue individui. F ra questi - poi necessario che sianvi otto distinti ; quattro epixe nagi, e quattro sistremmatarchi. XIX. I lanciatoli, isagittari, e d i frombolieri (107), non che que t u t t i , che combattono con lanciar loro a rm i, sono a pi d un uopo acconci. Imperpcch ed infranger possono le armi ai nemici , quelli in ispecie, che tenzonan co* sassi, e di lontano portar ferite, ed essendo forte il colpo anche ammazzare. Sono eziandio giovevoli a rimuover da luoghi muniti il nem ico, conciossiacha gran distanza dardeggiano, e fanno nascere speranza , che venendo contr esso limpeto della bat taglia portato, non vaglia a reggersi in posto. Sono adatti altres a scompigliare la falange avversaria, ed

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a far rinculare i cavalli, come pur anche ad occupar luoghi eminenti, s per la loro velocit, che per essere essi leggermente armati ; ed a mantenervisi, non po tendo gli assalitori sfuggire alla spessezza dei dard i, senza restarne in mille parti feriti. Vagliono di pi a spiare i luoghi sosp etti, a combattere innanzi ai pe doni , non che insieme con essi, o lor dietro; e ad im pedire nelle sconfitte la fuga de fanti ai nemici. XX. Varie e di molte forme sono le ordinanze della cavalleria (108). E per vero alcune sono quadrate, al cune disposte in rettangolo, altre a foggia di rombo, ed altre di cuneo. Ju tte vengon bene a loro tempo, n veruna d esse potrebbe taluno giudicar migliore ; impe rocch, secondo che variano il luogo, i nemici, e loc casione, l una pi che l altra delle antedette si com prende dover riuscire proficua. Dell ordinanza al modo di rombo disposta i Tessali si valsero assaissimo (109), la quale voce che Ileo tessalo il primo inventasse (n o ). Io per avviso che quella essendo stata ritrovata gran tempo prima, gli lus assai di frequente, e di qui gli venne tal fama. Simile ordinanza mlto acconcia a volgimenti di tutta soita (111), e perci assai difficilmente pu venir colta da fianco o dalle spalle. Imperocch agli angoli del rombo stanno posti i capitani ; all innanzi cio 1 1larca , 0 capo della banda ; a destra e sinistra queche. diconsi plagiophilaci, o guardie delati; ed alla coda l urago , o retroguida. Ai lati del rombo stanno i pi forti de cavalieri ; imperocch questi pure giovano as saissimo nelle battaglie.

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Dell ordinanza a foggia di cuneo formata (112) sap piamo essersi gli Sciti principalmente giovati, non che i T raci, che dagli Sciti 1 appresero. Eziandio Filippo il macedone a tal maniera di ordinanza i suoi Mace doni accostum. Quest ordine egli pure riesce utile , atteso il vantaggio che tu ttall intorno vi si dispon gono i capitani, e pu la fronte terminata in punta , ed allindietro pi larga, spezzar di leggieri la battaglia nemica , e fare suoi volgimenti sui fianchi, e rimettersi .con tutta facilit. Infatti le battaglie quadrate rigiransi molto a stento ; non cos il cuneo, purch le file della punta che si rig ira , avvertano di non gettarsi sul loro centro, n di serrarsi addosso, ma di tenersi piuttosto aperte. Del -resto, i Persiani hanno molto in costume le bat taglie quadrate ( 113) ; cos pure i barbari siciliani, ed alcuni de Greci, quelli principalmente, che sono assai valenti nella cavalleria (11 4). Questa maniera di battaglia infatti ella benissimo ordinata , attesa la giu sta unione delle righe e delle file; di modo che in essa riescono facilissimi i movimenti dell avventarsi al ne mico e del ritrocedere; con di p i , che comunque si m uova, sempre i capi sono quelli che gettansi addosso congiuntamente al nemico. De modi di questa battaglia quello tiensi il m igliore, il quale contiene in larghezza doppio numero che in profondit; in guisa che se dieci stanno alla fronte cinque stieno sul fianco, o se di venti la fronte sia di dieci il fondo. E d infatti tali b attag lie, ancorch in quanto al numero sieno quadri lunghe , riescono per di figura quadrata. Imperocch

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la lunghezza del cavallo dalla testa alla coda compie il quadrato, ed aggiunge ci che manca in numero alla larghezza; ragion per cui alcuni fecero triplicato il nu mero di quelli che per la lunghezza stanno disposti, in confronto di quelli che per laltezza sono ordinati, avvisandosi a questo modo di formare la figura perfet tamente quadrata, per essere la lunghezza del cavallo triplice della lunghezza di chi vi sta sopra; ond che postine nove alla fro n te, di tre ne fecero il fondo*. Ma non deesi ignorare che i cavalli in fila lun dietro 1 altro collocati, non riescono egualmente proficui cb i fanti appiedi a questa foggia disposti (i 15). Essi in fatti non sospingono que che stanno loro d innanzi, per ci che un cavallo non pu all altro appoggiarsi, qual fanno i fanti, che colle spalle e col petto feciprocamente si appoggiano. N col serrare addosso, nella serie delle file, i cavalli posteriori agli anteriori ottiensi che pesi in un punto la schiera; mentre in vece collo stivarli viensi a produrre scompiglio. L ordinanza del rombo come segue. Primo dalla fronte sta posto 1 ilarea , o capitano della b a n d a , e quelli che gli vengono presso d ambedue i lati noni stannogli a p a ro , ma gli sono di tanto discosti; che le teste de lor cavalli aggiungono alle spalle del cavallo*, ' che m onta l ilarca. A questa guisa gli altri allindietrO fanno di mano in mano le righe sempre pi larghe fino alla met dell intera banda; di poi accorciandole d bel nuovo , compiono il rombo. Cos la met del rom1 bo rappresenta esattamente la figura del cuneo. La schiera poi eteromtce , o quadrangolare (116)

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(jttella, la quale o ha il (ondo maggior della fronte, o fronte maggiore del fondo. Questultima della prima pi acconcia al com battere, quando almeno non si tenti di rompere il nemico; imperocch a tal fiue tornarne* glio Pordinanza pi estesa nel fondo, e pi ristretta alla fronte, la quale eziandio giova ad occultare il gtosio AeHa cavalleria, per issare cosi vie meglit il nemico ad affrontarsi. La schiera poi tutta ordinata di frante, sem a nessun fondo, atta al depredare improvviso} ed. allorch vuoisi sbaragliare far rappresaglie ; imperoc ch in combattere non torna quasi a niun pr. XXI. Posto dunque che il numero de' cavalieri sia quale il supponemmo, e quello defanti, s gravemente che leggiermente armati, quale lor si convitine, savranrio quattro mila tioVantasei soldati a cavallo ( 17). Ogni ile , o compagnia (118) formavasi di sessantaquattro cavaKeri ; ed ilarehi CranO quelli che presiedevano' a ciascuna. Due ile dicnsi pilarcka , o squadrone ? e vi si comprendono cento terrtotto cavalieri. De cpilarche fanno la tarantinareha di cavalieri dugento cinquantasei. Due tarantinarcfhe formano H ipparcha di cinquecento dodici cavalieri; la quale i Romani chia^ mano ala (119). Di due ipparche fassi Vephipparcha di cavaKeri mille e ventiquattro. Il telos, o mezza bat taglia j fermato di due ephipparche, cio di due mila quarantotto cavalieri. Due telos finalmente fano .1 ptagm a , o battaglia intera, di quattro mila novaxrtasi soldati a cavallo. X X l. Il dichiarar poi la distribuzione de earri degli elefanti, te denominazioni degli ordini, i capi eh

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loro presiedono, e i rispettivi nomi di questi, pdrmi che sarebbe a! certo vana fatica, essendo cos fatte cose passate in disuso, e dovendoci richiamar vocaboli di menticati (120). Difatto i Romani non certo con carri fecero pugna. E d i barbari dE u ro p a , nemmeno essi adoperarono carri in guerra; se non se quelli che abi tano le isole, dette Britanniche., poste fuori del Mar grande (121). Questi si valsero di cavalli leggieri e vigorosi , attac cati ad un carro ; poich hanno carri adatti a scorrere per qualsivoglia p aese, e piccioli cavalli d ogni fatica pazinti (122). : F ra gli Asiatici, i Persiani adoperarono, gi uni tempo, carri M eati ( i 23) e cavalli tutti darmi coperti, cosa da Ciro inventata. Nondimeno anche innanzi a queste poca i Greci che furono con Agamennone, ed i Troiani con P riam o, non che i C irenei, spessissimo in lor bat taglie si valsero di carri nudi (1 ^4). . Ma qualsivglia genere di siffatto armamento ;oggid interamente dism esso, nOn usandosi nemmeno pi gli elefanti (1 $ 5), se non forse daglindiani o dagli Etiopi superiori. XX III. Ora dunque uopo far menzione delle evor luzioni e de loro nomi (126), giusta la varia disposizione dell esercito ; e .dichiarare: il 'significato di ciaschedun. nome. L una chiamasi clisis o declinazione, di cui vi.sono due specie; quella sullasta cio , e quella sullo scudo. Vha eziandio la metabole o il capovol gere; Vepistrofe o conversione dun quarto di giro, e l anastrofe ossia il rimettere. Si danno pur altre evo-

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Jiioni : perispasms , o conversione di mezzo giro; ecp erispasmos , o conversione di tre. quarti di giro. Ed altro il formar le file, stoicliein ; altro il formar le ri ghe , zugem. V anche il rimettere per diritto , il ro J doppiare ; il marciare a modo di epagoge , ed a modo di paragoge s destra che sinistra. Altra maniera di falange dicesi traversa, altra diritta, ed altra obliqua. E dannosi anche devoluzioni dette parembole, protaans ed ipotaxis. XXIV. La clitis declinazione, (127), il pigarsi in: dividualmente del soldato su luno de fianchi, e quella che dicesi verso lasta, si. fa dal lato destro, dove, cio, il soldato tiene lasta; e laltra verso lo scudo, si fa dal lato ministro, dve lo .sicudo egli porta. Che se la decli nazione semplice (128), laspetto del soldato si volta sul fianco; se adoppia (tag) si ripiega a tergo. Q uestultima maniera di movimento si denomina metabole ( i 3o), cio mutazione.. XXV. L epistrofe ( 13 1) o . conversione ( j 3a ), quando tutta una . schiera , per diritto insieme e .per fianco ristrettasi, piega verso lasta o verso Io scudo a guisa dun solo corpo ; stando il primo capo-squadra come cntro . intorno a cui lordinanza intera si volga, e trapassi allinnanzi,. e cos faccia testa a d iritta , ri manendo i medesimi gli episatij ed i parastati ; non alterandosi, cio, la serie s delle righe, che dlie file. L anastrqfe.:( 133), o/si il rimttere , il ritornare che si fa dalla conversione al lugo di prima. Perispasms ( i 34) si denomina quel movimento di tutta la schiera, che si effettua facendo due quarti di

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conversione, e tramutando cosi il luogo della fronte ita quello delle spalle. Ecperispnsmoi {135) poi o deflessione, dicesi quel movimento di tutta l schiera, he si effettua con tre quarti di conversione ; di maniera che se la mutazione vien fatta dalla parte dellasta, si rivolge a sinistra la fronte ; se dalla parte dello scudo, questa si rigira & diritta. XXVI. Star diritto in fila (( 36), o stoickein , dicesi quando i soldati procedono ordinatam ente, tenendosi in retta linea dal capo-squadra fitto al retroguid } serbando fra s stessi spazj eguali. Star diritto in riga ( i 3y ), zugein , chiamasi allorquando ognuno de soldati, che sono in riga disposti, tiessi in retta linea, ed a distanza eguale con quello che gli a fianco. A questo modo stanno in riga col primo capo-squadra tutti gli altri capi-squadre j e con 1 epistate di quelli tutti gli epistati di questi, e cos di mano in mano si milmente gli altri tutti. Rimettere per diritto (i 38) dicesi quando il soldato si rimette al luogo di p rim a, come allorch Stando egli di fronte al nemico, gli si comandi di piegare verso Fa sta , e poi di rimettersi per diritto ; dovendo allora ri volgare di bel nuovo al nemico la fronte* XXVII. Delle contromarcie vhanno due specie, lnna di file ( i 3g) e laltra di righe ( i4 ) e ciascheduna di qtfeste in tre altro si parte. V infatti uba contromar cia che dicesi macedone y un al Ira che laconica , ed una terza che cretese si nom ina} la qual medesima trovo essersi detta eziandio persiana e coria.

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La macedone ( i 4 >) quella, che tram uta al davanti la stazione della falange) onde 1 aspetto anteriore di questa , o sia la fronte , s ritolge dalle spll. L a laconica (4 ) quella, che guadagna terreno allindietro della battaglia, per coi similmente la ((onte, dal luogo anteriore che occupava, si trasporta a tergo. L a cretese ( i 43) p i, che persiana pure addoman-' d asi, tale che lintera falange conservando il suo te rre n o , nondimeno i soldati tramutano il luogo pro prio occupandone nn altro; cio il capo-squadra quello prendendo del retro-guida, cosi il retro-guida quello del capo-squadra ; facendosi fronte della coda, e della coda fronte. Si effettuano le contromarcie di righe allorch voglionsi trasportare le ale al centro, o il centro trasferir sulle ale, e cos la parte di mezzo della battaglia ren der vie pi forte ; o similmente m utar lala destra nella sinistra, e la sinistra cambiar nella destra. Quelli che volendo tram utar la battaglia, non si az zardano , per la prossimit del nem ico, a far eseguire le contromarcie da grandi corpi, possono effettuarle a picciole sezioni* XXVIII. La contromarcia di fila, che chiamasi ma cedone ( 144) ? si effettua a questo modo. Il capo-squa dra fa un mezzo giro, e quelli che gli vengono appresso, marciandogli sul fianco destro e ripiegandosi a diritta, si vanno successivamente dietro lui collocando in or-* dine di fila. L a contromarcia si denomina laconica ( 145) allor ch il capo-squadra, fatto m etto giro a diritta, tras

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porta tutta la fila in altro luogo eguale al primo occu pato; tutti gli altri al modo istesso seguendolo ordina.tamente, e collocandosi al posto loro : oppiar quando il retrgguida facendo il mezzo giro , quegli che sta lui presso gli marcia di fianco a diritta, e gli si colloca allavanti; e . cos gli altri tutti luno innanzi allaltro si mettono^ finch il cap o-squadra diventi primo della fila. La contromarcia coria ( i 46) quando il capo-squa dra, fatto mezzo giro a diritta, procede allavanti facen dosi ripiegar dietro tutta la fila, finch egli pervenga al luogo del retroguida, e il retroguida a quello del capo squadra. A questo modo si eseguiscono le contromarcie di file, e riesce facile a comprendersi come alla manira medesima si effettuino eziandio quelle di righe. XXIX. D ell addoppiare (diplasiasmos) (147) si danno due generi; cio raddoppiamenti di fionte, e raddop piamenti di fondo. E ciascheduno di questi si fa o di numero, o di luogo. Il raddoppiamento di numero ( i 48) quando, in vece che di mille ventiquattro individui, formiamo la fronte di due mila quarantotto , conservando allT intera falange la stessa estension di terreno. Ci si effettua collintromettere fra glintervalli degli armati alla fronte gli epistati che sono nelle file ; per il che si viene serrar vie pi la fronte della battaglia. Che se questi ritornar vogliamo al luogo di p rim a , daremo comando che glintromessi nelle righe retrocedano fra l file. Se poi vogliamo raddoppiare eziandio l estensione della fronte (149), qual sarebbe a cagion d esempio

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il dar dieci stadj di lunghezza ad una battaglia > che n occupa cinque; comanderemo, fatta gi l inserzione delle file nelle righe, che la battaglia si apra nel mezzo, e si divida in due p arti, delle quali una si distenda in largo a diritta, e laltra rimanente si dispieghi per egual modo a sinistra ; ripartendosi poi le giuste distanze tra uom o ed uom o, dalle ale cominciando fino al centro. A questo modo la battaglia tutta verr ad acquistar doppio spazio. Che se vogliasi restituirla alla prima forma, si ordiner un movimento contrario, cio quello di rinserrarsi dalle ale sul centr. Siffatti raddoppiamenti non tornano per bene, qua lora i nemici sono dappresso ( i 5o), .venendo per essi a mostrarsi nell esercito un certo qual aspetto di confu sione , e trovandosi questo medesimo, nelle tramuta zioni , meno ordinatamente e con minor sodezza di prima disposto. Perci assai miglior consiglio il dis piegare ai fianchi i leggieri e la cavalleria ( i 5 1), onde dalladdoppiar la fronte, senza che ne sia mossa la fa lange dei pedoni, sincuta ai nemici terrore. L addoppiare rendesi necessario allorch intendiamo di accerchiare lunala de nemici, o prevenire lessere da questi intorniati. Il fondo della battaglia si raddoppia ( i 5 a) collintromettere la seconda fila nella prima 5 in guisa che il capo-squadra della fila seconda venga a star dietro al capo-squadra della prim a, ed il secondo della prima fila venga a riuscir dietro al secondo della seconda. Conciossiach per tal guisa quegli che era primo nella seconda fila passer ad esser secondo nella prim a, ed

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il secondo della fila seconda) riuscir quarto nella prima. A questo modo procede egualmente tutta la se conda fila ad entrar nella prima , qualora uopo a d -' doppiare speditamente il fondo della battaglia. cos per egual maniera la quarta fila rende vie pi profonda la terza, se nella medesima sintrometta; e ad un modo istesso tutte le p a ri, qualora nelle dispari vengano inserite. N difficile a comprendersi come parimenti si rad doppi d* luogo il fondo della battaglia (153), ed eziandio per qual maniera s'abbia questa a rimettere nella prima forma. XXX. L a falange traversa ( i 54) {plagia), Se ha la fronte di molto pi estesa del fondo; e diritta (orthia) , allorch si marcia di fianco ; nella qual maniera ben anche il fondo viene a riuscir maggiore della fronte. In genere poi dicesi lunga quella battaglia, che ha in lunghezza unestension maggiore che in larghezza; e diritta quella, la cui larghezza maggiore della lun ghezza. Falange obliqua (loxe) si denomina q u ella, che tien di fronte al nemico lu n a o laltra ala 7 qualsivoglia di queste piaccia meglio al capitano, e solo in essa combatte; riservando laltra per sussidio all uopo. XXXI. Dicesi intramettere (parembol<s) (155) , tutta volta che parte di quelli i quali stanno allindietro, sf frappongono per diritto negli spazj intermedj a quelli che sono allinnanzi; ad oggetto che cos riempiasi il vuoto lasciato anteriormente nella falange. M ettere allavanii (prostaxis) (i6) quando v o la

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teralmente ad ambedue le die, o ad una sola di queste si colloca una banda di tru p p a , che sia in retta linea colla fronte della falange. Denominasi interporre (entaxis) (157), allorch sin tromettono ai pedoni gli armati leg g ierm en teacco p piando uomo ad uomo. M ettete poi dalle spalle typotaxis) ( i 58) chiamasi quando si pongono dietro e lateralmente alle ale della falange i leggiermente armati con ordinanza alquanto ricurva. XXXII. necessario accostumar lesercito a com prendere il comando ( i 5g), sia che diasi a roce (160), o per segni visibili, o con la tromba. T ra le maniere di comandare, quella che con la voce si annuncia pare la pi manifesta, esternandosi cos in tutto lintendimento del capitano; il che non fanno egualmente gli altri se gni , i quali soltanto 0 si veggono o si ascoltano. Ma poich molte circostanze dannosi ne combattimenti, le quali impediscono il sentir la v o ce, il fragor dell armi, a cagion desempio, il mutuo incoraggiarsi dei combat te n ti, lurlo de feriti, le scorrerie delle schiere a ca vallo , lo strepito della s te , il nitrir de cavalli, e l tu multo di tutta la m oltitudine; perci fa di mestieri as suefar lesercito ad osservare eziandio que segni che scorgonsi a vista (161): bench questi pure difficil mente talor si comprendonp ; come essendovi nebbia, o sollevandosi polvere per lo marciare di que che sono allavanti, o venendo il sole a colpire gli occhi, o pel cadere di densa neve 0 di fitta pioggia dal cielo; op pure perch il paese intralciato di spessi a lb eri, o

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ineguale per frequenti colline ; di maniera che i segni non possono venire scorti dallintera falange. Che se le colline impediscono il vedere, pi segnali voglionsi sta bilire in maniera che riescano manifesti. Ed ogniqual volta sono impedimenti nell a ria , vi si provvede con adoprar la tromba (162). XXXIII. In quanto al marciar dellesercito deesi av vertire che se ne danno due modi ; uno il quale dicesi marciare in colonna (epagoge) (>63), laltro che si de nomina marciare di fianco {paragoge) ( 164)Epagoge quando luna sezione o banda vien senza interruzione susseguita dall altra ; come allorch an dando innanzi una tetrarcha , seguono dappresso tutte le altre egualmente disposte; o quando, precedendo una1 xenagia , le altre ordinatamente vengono dopo. In una p a ro la , si marcia in colonna tuttavolta che ai retro guide della sezione, la quale procede allavanti, cor rispondono i capi-squadre della sezione che le vien. presso. Paragoge allorquando la falange marcia tu ttunita; avendo i suoi capi a destra o a sinistra mano collo cati. Che se stanno questi a sinistra, la paragoge si chiama sinistra ; se a destra, dicesi destra. Sia dunque che si marci nelluno1o nellaltro modo , si va in ordinanza o da un lato solo , o da due , o da tre, o da quattro lati ( i 65). Marciasi in ordinanza da un lato solo, se il capitano generale teme del nemico da un solo lato; da d u e, se da due ; da tr e , se da tre; e da quattro finalm ente, se da tutti e quattro i lati si sospetti lirruzion del nemico.

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Nel marciare si tiene eziandio qualche volta lordine di monophalangia, o di una sola falange; altra fiata di due {diphalanga) ; altra di tre ( triphalanga ); altra di quattro successive falangi ( tetraphalanga) (166). XXXIV. Falange bifronte (amphistome) (167) quella si chiama, in cui luna met de soldati, nelle file or dinati , sta allaltra opposta in maniera che volgonsi scambivolmente le schiene. Doppia falange a due fronti ( diphalanga amphi stome) (168) dicesi quella, che marcia di fianco, avendo i suoi capitani dall uno e dallaltro lato disposti al di fuori, a modo di paragoge , gli uni a destra gli altri a sinistra; e stando le retro-guide riunite al centro. La falange eterostome (169) quella, che in m ar ciare ha la met de suoi capitani disposti in paragoge sinistra, cio collocati dalla sinistra parte , e laltra m et in paragoge destra, cio dal lato destro ordinati. Doppia falange a fronte eguale (diphalanga omiostome) (170) quella finalmente, la qiale, in marciare, ha i suoi capitani disposti dal medesimo lato tanto nl1 una che nellaltra falange ; in amendue cio o alla destra o alla sinistra posti. XXXV. Quando la doppia falange bifronte tien unite le teste delle due falangi all avanti, e le code dentrambe all indietro disgiunge, tale ordinanza dicesi cuneo ( emholon) (171); ed allorch la medesima dop pia falange bifronte congiunge da tergo le estreme parti delle due falangi, e disgiunge le anteriori alla fronte, questordine di battaglie chiamasi forbice (eoelembolon) (172). A rmavo. 31

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XXXVI.' Rettangolo (plesio) (173) dicesi quando Far inata si viene ordinando da tutti Iati in figura bislunga; e denominasi quadrato (plinthio) (174) > 1 disporsi di quella in figura quadrata; ci che Senofonte figliuolo di Grillo chiama plesio equilatero. XXXVII. Diciamo circondare i nemici ( iperphalangisis) (175) quel modo di ordinanza, con che gli accer chiamo dall1una e dall altra estrema parte della fa lange ; e prenderli di fianco (ipercerasis ) chiamiamo queiraltro modo, onde gli intorniamo solo da un la to , qualunque egli siasi. , Quinci 1 ipercerasis (176) specie dell iperphalang is is , non viceversa. Perci riesce ben possibile il su p erar luno o P altro corno nem ico, anche con minor numero di truppa, conservando il medesimo fondo alla battaglia propria ; ma non vien fatto di circondare am bedue i fianchi degli avversarj con num ero ad essi eguale o minore, senza assottigliar 'di troppo il fondo della propria ordinanza. XXXVIII. Le bagaglie (177) non si possono giusta mente condurre se non siavi chi vi presieda. I modi poi di condurle sono cinque. O infatti deb bono andar innanzi all esercito con un presidio lor proprio , o venirgli appresso, o fiancheggiarlo ; il qual modo doppio, a destra cio , oppure a sinistra, o fi nalmente essergli chiuse nel mezzo. F a d uopo condurre le bagaglie avanti alljesercito quando si retrocede da nemico paese. Se nemico paese sinvade, debbono venir presso. Si pongono da un lato, quando delluno o dellaltro fianco si teme ; e tengonsi

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in mezzo allesercito, allorch si ha sospetto da tutte le parti. XXXIX. Egli uopo che i comandi sieno brevi e chiari. Tali sono allorch si fa in guisa che 1 soldati comprender li possano senza equivoco. Che se dirai a cagion desempio volgi, e poi soggiungerai, a l t asta, o allo scudo, quelli che sono assuefatti ad obbedire prontamente al com ando, chi in un senso prenden dolo e chi un altro , assai diversamente l eseguiranno. Non si dee dir dunque - volgi all a sta , o volgi allo scudo ; ma i contrario - all' asta piega , allo scudo piega. Per una stessa ragione non dovr dirsi muta , gira , allorch si d il comando. Queste voci infatti, dino tando solo unazione in genere, inducono que che le ascoltano ad agire luno dallaltro diversamente; ond che al genere debbonsi premettere le specie ; qual sa rebbe - verso Casta muta, o verso lo scudo muta. Cos diciamo pure alla laconica, alla c o ria , alla mace done disponti. Che se non premetterai a qual de modi, e dirai semplicemente gira , capovolgi, f a testa, ci da diversi verr diversamente interpretalo. XL. S nel marciare che nel combattere non vha cosa pi utile che il silenzio dell intero esercito. Ci eziandio manifesta Omero (178) nel suo poem a; impe rocch de capitani dei Greci dice, che ciascuno dessi ai suoi ordinatamente comandavai e dell esercito af ferm a, che gli altri marciavano taciturni ( in guisa die detto avresti cotante schiere non aver voce in petto ) , col silenzio i duci onorando. Volendo poi dimostrare

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la confusione dei barbari , d ic e , che procedevano i Troiani con frastuono e schiamazzo, a guisa duccelli. E d altrove ripete : che quale il romor che menano grandi frotte di oche, di gr, e di cigni di lungo collo, tale alzatasi tumulto negli alloggiamenti de Troiani : n di tutti eguale era il gridare , n una stessa la voce. Ma intorno ai Greci afferm a, che procedevano in si lnzio spiranti valore gli A ch ei, cogli animi intenti a farsi fo rti del mutuo soccorso. A questo modo e i capitani enunceranno sollecita mente il comando, ed. immantinente il comprender 1 esercito. XI.I. Le maniere del comandare (179) sono come segue : Ors all arme. I servi darmata escano di battaglia. T aci, e attendi al comando. La picca all ins. La picca all ingi. La retro-guida drizzi la fila. Giusti gli spazj. All asta piega. Allo scudo piega. Procedi. Ristatti. Riponti diritto. II fondo addoppia. Rimettiti. Alla laconica volta. Ritorna.

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Alla picca fa testa. . Ritorna. X LII. Queste notizie mi sembrano sufficienti a di chiarare in compendio P arte delle ordinanze militari degli antichi Greci e M acedoni, per coloro che non vorranno esserne del tutto imperiti.

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SOMMARIO.

D e g autori che scrissero delP arte tattica ( I. ) D i questo libro ( II. ) Divisione di tut i preparativi di guerra ( III.) De' corpi, de' capi, del numero, e deno minazione di qualsivoglia esercito ( IV.) Che sia la fila , e di qual numero ef uomini form ata ( V. ) Della dispo sizione delle file ( VI. ) Del sillochismo , ossia del con giungere le file ( VII. ) Della fa lan ge, e della sua lun ghezza e larghezza ( VIII. ) Che sia il form ar le righe , ed il form ar le file ( IX. ) Come la falange si divida in ale per la sua larghezza , ed altrimenti per la lunghezza ( X. ) Della disposizione de' fa n ti gravemente armati , de' veliti, e de' soldati a cavallo ( XI. ) Del numero dei fa n ti gravemente armati, de' veliti e de' soldati a cavallo , pik acconcio al volgimento degli ordini ( XII. ) Nom i delle file , che raddoppiate procedono a due, a quattro , a o tto , o a sedici, e cosi di seguito. Quanti in ciascun' ordi nanza sieno gli uomini; quante le file , e quali i nomi dei capitani ( XIII. ) Che sia la strettezza e la serrata ( XIV. ) Quali esser debbano i capisquadra, che primi form ano la riga ; quinci i secondi, i terzi, i quarti, e cos di seguilo ( XV. ) Della falange macedone , e della lun ghezza delle sarisse ( XVI. ) Dell' ordinanza de' veliti ( XVII.) De' nomi e degli ordini de' veliti ( XVIII.) Degli arcieri, de' lanciatori, e di que' tu tti, che di lontano scagliano arm i, e dei loro usi ( XIX. ) Come la caval leria sia da disporsi in figura di quadrato , di rettangolo, di

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rombo e di cuneo ; e perch gli antichi cos ordinassero le loro schiere ( XX. ) De' nomi delle schiere, e del particolar numero d cavalieri in ciascheduna ( XXI.) Perch le ordinanze de' carri e degli elefanti in guerra passassero in disuso ( X X II.) Di alcune denominazioni utili al movimento delle schiere ( X X III. ) Della declinazione e deila muta zione, s dalla parte dellasta che dello scudo ( X X IV .) Della conversione e del rimettere ; della inflessione e de flessione ( XXV. ) Che sia lo star diritto in fila , lo star diritto in riga , ed il rimettere per diritto ( XXVI. ) Delle contromarcie. Perch ve ne abbiano di due specie : cio con tromarcia di file , e contromarcia di righe. Della differenza delle medesime, per cui F una si dice macedone , F altra la conica , e F altra coria ( XXV11. ) De m odi, onde si fanno le contromarcie ( X XV III. ) De' raddoppiamenti. De'due generi de' medesimi, Funo d i fro n te e F altro di fondo. Come F uno e F altro genere si faccia o di numero , o di luogo ; e come s'abbia a rimettere la battaglia ( X X IX .) Della falange traversa, diritta , ed obliqua ( X X X .) DelF intrameltere, del mettere a lt avanti , delV interporre , -e del mettere dalle spalle ( XXXI. ) Come sia uopo assuefar C esercito al comanda , diasi questo a voce , o per segni vi sibili, o col mezzo della tromba ( X X X II.) Del marciare in epagoge , e paragoge, destra , e sinistra ( X X X III.) Della falange bifronte , e della difalangia a due fro n ti : della falange eterostome , e della difalangia a fronte eguale ( X X X IV .) Del cuneo e del forbice ( XXXV.) Del rettangolo e del quadrato ( XXXVI. ) Del circondare i nemici e dell intorniarli da un lato ( XXXVII. ) Dei cinque modi onde condurre le bagaglie ( X XX V III. ) Del comando : che questo debb essere breve , e non ambiguo ( XXXIX. ) Che importa assaissimo F esiger silenzio dai soldati, affinch sien attenti al comando ( XL. ) Come si esprimano le diverse specie di comando ( X LI. ) Con clusione del Trattalo ( X LII )

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NOTE

(i) La voce Tattica deriva dalla greca parola T*r e t, che vuol dire ordinato, stabilito; conseguentemente per Tattica sintender P arte speciale di porre in ordinanza gli eserciti. Ma poich nel nostro A. manca la definizione di quella dottrina, o scienza che dir si voglia, la quale forma il soggetto del suo T rattato, per ci necessario supplirvi con nozioni tratte dalle opere d altri greci autori, che hanno scritto su questo stesso argomento. Enea antico scrittore di cose militari la definiva, come rilevasi da un suo frammento riportato da Eliano Scienza de' movi

menti guerreschi (i).


Polibio , in un suo frammento pur riportato da E liano, de scrive alquanto estesamente quest arte , e pare intenda per essa quella particolar dottrina, che insegna a metter in ordine, a schierare in fila, a combinar per gioghi una data moltitudine di uomiui, ammaestrandola in tutto quanto spetta agli usi di guerra (2 ). Non noto qual titolo prefiggesse il nostro A. al suo Trattato, essendo xitfaXct il testo su cui ne venne fatta la prima im pressione (3). Per siccome in fine di esso si legge - t fi p* 1

ttmi riAf rv tbxt ' xo quare hic quidem mihi fin is sii sermonis tactici (4) ; cos volgendosi tutto il di lui T rat( 1) T a c t . c 5; ( 3 ) H i t . in f r a g m e c t . pag. i o * . - A e lia n . T a c t . c . 5 i ( S ) S c h e f f e x . A n n o i , in A r r i a n . T a c i . p . 3 , n o t .

li f f i a t ,

Cl) ^ a K 7^"

ALL ARTE TATTICA.

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tato intorno ai movimenti guerreschi, ragionevole il credere eh egli usasse nel senso medesimo che Enea 1 espressione yas - r'txtn T xr*, cio per indicare larte speciale di porre in ordinanza gli eserciti. Leone conferma la definizione di Enea ove dice che Tattica la Scienza de movimenti guerreschi. Txr<*J rr'it tirirrifm irtk tftix S t ( i); e poco dipoi; eh un arte precettiva di ordinar gli eserciti, di usar dell a rm i, e di regolare i volgi menti militari (a). Dunque da tutte queste definizioni sembra risultare che i Greci per Tattica intendessero specialmente l Arte delle ordi

nanze e de volgimenti militari.


11 dottissimo Casaubono opina diversamente, e crede che alla voce Tattica appropriassero i Greci un significato assai pi esteso, esprimendo con essa 1 arte militare in genere. Ma siccome egli appoggia particolarmente questa sua opinione al modo onde fu* rono inscritti i titoli d alcuni libri militari de Greci ne codici da lui esaminati; a cagion d esempio il Frammento obsidionale di Enea , il Trattato di Leone ed altri (3) : cosi io avviso che le definizioni date da questi medesimi autori intorno a Tattica debbano tenersi d' autorit ben pi ponderosa , che non sono i titoli alle opere loro prefssi ; dal cui variare assaissimo ne varj codici trovo ragionevole il dubitare se siano genuini , o non piuttosto corro tti, e talvolta di capriccio inventati dai copiatori. Di ci abbiamo prova evidente nel solo Trattato di Onosandro 'ZrpxTtiyiiics , intorno al cui titolo cos si esprime il dotto Scbwebel : Titulus hujus libri mirum in modum in antiquis Codicibus variai (4). Chi amasse veder dilucidato in esteso questo punto di filologia consulti quanto ne hanno scritto oltre al Casaubono, lo Scheffero (5) ; lo Schwebel (6 ) ed a ltri, le cui discussioni inutile qui riportare; stando inconcussa per mio avviso a questo riguardo
( 0 C ip . i , S >J () C ip . i , 3 ; (3) In not. ad Aeneam, praefat. pag- Sa e t in n o t. ad cap. 7 , nani. 7 1 , pag. io ; (4) A nnotat. in O nosaadr. pag. n o n . 1 ; (5) A d M aaric. pag. 384J ( 5 g ; (6 ) A d O nosandr. I. 1 .

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NOTE

l autorit dL Senofonte, ove dice la Tattica non essere che una picciola parte della militar scienza (i). L arte poi della guerra tutta compresa si chiamava dai Greci con generico nome % TpctT<iyix. Infatti il libro di E n ea , che ne abbracciava tutte le p arti, vien citato da Polibi? col titolo di %Tf*T?iyixSi vtrtfttjptxTX j e di questo autore dice Eliano che lasci scritto Srft*my$** /3it 3 x/ct. La 'ZTfanyl* si suddivideva poi in distinte parti. Cosi dal frammento di Enea si rileva che nel suo Trattato era intitolato TIetpxTKtvatrrt koi /3//3A r il libro che trattava de preparativi di guerra (a),- S if r*:rcJ;* /3//3A quell'altro che si volgeva intorno agli accampamenti, e via di seguito. Omero. D esso lui sappiamo essere stato il primo eh ebbe cognizione degli ordini militari (5) : perci Polieno cominci da Omero i suoi stratagemmi ( 4 ), e Stratocle, Ermia e Frontino esposero neloro scritti le dottrine di questo divino Poeta intorno a Tattica (5). Le opere d Omero formarono sempre la delizia de grandi ca pitani. Alessandro soleva chiamar 1 Iliade viaticum rei militaris, ed ' insieme col pugnale la teneva dormendo sotto il guanciale (6 ); e Filopemene fra le cose scritte dal divino Poeta si attaccava principalmente a quelle , che gli sembravano pi eccitare al va lore (7 ). Oltre a questi anche Alcibiade, Pompeo e Cesare > ed altri molti ero i, ed uomini in arme insigni furono studiosissimi de poemi d Omero (8 ). Sparta e R om a, le due sole nazioni che possano dirsi essere state veracemente scuole di M arte, poich ogni cittadino v era illuminato nel mestiero della guerra, 1' unico che professassero, diedero entrambe per primo maestro Omero a coloro che si edu cavano s a reggere che a difender la patria. Perci Cleomene soleva chiamare Omero il Poeta de Lacedemoni, cio qual ot( 1) C ir o p . 1 ; (2) C ap.
7

-8 ;

(3)

A e lia n .

T act.

c.

(4 )

S t r a ta g e m di F ilo -

l ib . 3 ; ( 5 ) A e l i a n . ib id . ; ( 6 ; P l u t . V i t a d i A l e s i . ; ( j ) F i a t . V i t a p e m .; ( 8 ) V e d . F a b r i c . B ib l. G r a e c . 1. a , c . G.

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timo maestro di militar disciplina. E per una stessa ragione sicu ramente era stabilito fra i Romani che Omero fosse il primo autore da spiegarsi nelle scuole alla giovent (i). La scienza della guerra cos vasta e perfetta nell Iliade, che fa d uopo credere non esser ella stata da Omero inventata, ma bens averla egli attinta all E gitto, fonte d ogni sapere, e perfezionata con le regole a suoi tempi conosciute, e con altre suggeritegli dal suo genio. Io ignoro se fra i moderni contisi alcuno , il quale abbia posto nel vero loro lume le dottrine militari d Omero. Feith ha pre teso trattarne nel suo libro d altronde pregevole - Jntiquitates Homericae (a) ; ma egli non ha fatto che esporre arditamente alcune notizie, senza giammai, riferirle ad un principio , qual il consueto costume dei Filologi. Goguet (3) pare s interni al quanta pi nella materia , ma la maniera onde ragiona intorno alla Tattica dell Iliade mostra , che non ne aveva egli cognizioni sufficienti per colpirne i veri tratti di genio. L opera in cui bril lano vivamente le sublimi massime dOmero in fatto di Tattica, ella quella dell Arte della guerra del nostro Palmieri ; ma le dottrine di questo grand uomo non sono a portata di tu tti, e richieggono per essere ben comprese un non comune corredo di lumi. (2 ) Enea. il pi antico fra gli scrittori G reci, che d arte tattica espressamente trattarono. La sua opera ne comprendeva tutte le parli ; ma non ce ne rimane che un frammento intorno allarte di sostener gli assedj , dal Casaubono pubblicato nella sua edizione del Polibio (4). Della sua Strategica troviamo fatta menzione da Polibio (5). Eliano ci attesta che i libri tattici di Enea furono compilati da Cinea tessalo. (6 ) E poich da Cinea sappiamo che venne da Pirro spedito ambasciadore a Roma 1 anno secondo dell O limpiade cx x v , cos conviene inferirne che Enea fosse di qual( 0 PHn. 1- * Epist, l i , S - Qaintilian. Institat. O rtt. I. 1, c. 8; (a) Lib. t e. 1 et teq .j (3) Orig. dei Loix. et de* Scieoc. Parti a , 1* 5; (4) P tfii- in foL 1609 In f. ; (5) St. lib* 10; (6) Tact. c. 1.

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NOTE

che tempo anteriore a quest epoca. Non sarebbe forse costui quel Enea Stimfalio, comandante degli Arcadi, di cui fa onorevole menzione Senofonte? (i) . In quanto poi al sommo conto in che .teneyansi dai Romani i libri militari di Enea da Cinea tessalo compilati, n testi monio Cicerone , il quale in una sua lettera afferma che questi insieme colla Ciropedia di Senofonte erano, per cosi esprimersi, il testo di T attica, sul quale erudivansi gli studiosi dell art mi litare (a). (3) Figlio di Pirro. I libri militari di Pirro sono citati da Ci cerone ed anche da Eliano (3); dal che si raccoglie, il figlio di P irro , di cui fa qui menzione Arriano come di tattico scrit to re, essere stalo questo Alessandro. da dolersi come i libri di questo Re guerriero ci sieno stati dal tempo involati, perch se dobbiamo giudicarne dalle sue imprese contro i Romani, impor tantissime dovevano essere le sue dottrine intorno allarte della guerra. (4) Clearco. Il nome di Clearco Lacedemone, capitano di Greci sotto Ciro, celebre in Senofonte (4), ed in Tucidide (5), che riportano alcune sue gesta. Ma Arriano ci assicura non essere questi lo scrittore tattico ond qui discorso. (5) Pausania. Lacedemone probabilmente, le cui istorie sono encomiate da Snida. (6 ) Evangelio. Convien credere che i libri suoi fossero di gran m erito, poich troviamo in Plutarco che Filopemene, intorno agli scrittori, era dedito principalmente ad Evangelio, e che leg geva i tratti suoi della maniera di ordinar le battaglie (6 ). (7 ) Polibio. Istorico celebratissimo, le cui opere a somma no stra sventura si sono in gran parte perdute. Arriano il chiama arcade genericamente, senza specificare qual fosse la sua patria; ma in Eliano trovasi essere ,stato di Megalopoli citt appunto d Arcadia (7 ). Di lui sappiamo che in et giovane
( 1 ) Sr. g r . 1. 7 ;. ( 1 ) E p i s t . a d f a m i l. 1. 9 , f p i s f . * 5 ; ( 3 ) T a c t ie . c. f ; (4 ) C i r o p . 1. 1 ; ( t ) H i s t . 1. ( , e t , S ; ( 6 ) V i t a d i F i l o p e m . j( 7 ) X ac t. c . 1 .

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port nella pomp funebre di Filopemene 1 urna che ne rin chiudeva le ceneri (i). probabile che in questo momento rice vesse la sua anima quella sublime elevatezza, che lo fece riuscire uomo insigne in politica non meno che in armi. Rispetto alla prima oserei dire che il libro delle sue storie , in cui si trat tiene ad esaminare le varie specie de governi, un capo dopera in questo genere, a cui non v ha nulla da paragonare n fra gli antichi, n fra i moderni scrittori. E rispetto alle armi non v ha dubbio, che siccome egli conosceva perfettamente 1 ordi nanza militare s de Greci che de Rom ani, cos nessuno meglio di lui era in istato di possedere quella saviezza di consiglio, che nell arte della guerra vale sopra ogni cosa. Egli aggiungeva ai lumi di teoria quelli dell esperienza. Perci Scipione non solo il volle maestro , ma compagno e consigliere nella sua grande in trapresa contro Cartagine. Il nostro Arriano non il solo, che lo affermi ; ma insieme con lui Patercolo (2 ) eziandio , ed Aminiano Marcellino (3). Egli dunque ragionevole il credere che ai cousigli di Polibio , forse pi che al valore di Scipione , fos sero i Romani debitori dell aver posto a terra Cartagine (4). Bruto, uomo certo esimio per valore e militare d o ttrin a, fu studioso di Polibio al segno , che in mezzo alle guerre ed alle convulsioni della Repubblica compil gli annali di questo insigne Storico (5). (8 ) Eupolemo. Chi fosse quest Eupolemo tattico non ben n o to , poich non si trova citato che dal nostro Autore e da Eliano , il quale pure non fa che nominarlo (6 ). SchefFero opina che fosse quel medesimo isterico, di cui vien fatta menzione da G iuseppe, da Clemente, da Eusebio, e da altri (7 ); per senza ragione addurre di tal sua conghiettura. (9 ) Ificrate . Che non sia questi il celebratissimo capitano degli A teniesi, di cui si legge la vita in Probo , come potrebbe ere( f ) Fiat. Vita di Filopem. in f id . ; ( 3 ) H i s t o r . I. i , c . i 5 ; ( 5 ) Lib c- 7; ( 4 ) Ved. Montagne oo th ancien. Repablic. , artic. Carteggiti. ; ( 5) P lo t.'V ita di Brnto ; (6) Tactic. c. 1 j (7) Not. in Arrian edit. BJanc&rd. E v x -

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NOTE

dersi per avventura, manifesto dal nostro' Autore. Trovasi ci tato uno storico dello stesso nome da Strabone (i). Che poi fosse lo scrittore medesimo, di cui qui si nominano i libri tattici, non v ha fondamento onde deciderlo. (io) Posidonio. Questi fu stoico di setta, come rilevasi da Eliano (?) ; e si sa da Luciano (3) esser egli nato in Apamea , citt della Siria. Qui per detto di R o d i, avvegnach ne con segui per legge la cittadinanza, n e v u a n tt i Airn fttvt rSV Zvf*l,

NOMO cff FJi.f.

Siccome per gli autori di Tattica fin qui citati sono per la maggior parte perduti,- cos giova rammentar quegli altri, le cui opere ci rimangono o in tutto o in parte, onde possano trarne lumi coloro, che vaghi fosserq d istruirsi ampiamente intorno a questa materia. Tali sono a cagion d esempio O nosandroSrfarnytxtt, aureo libro che tratta dell arte del comandare ; Polieno- S rfariiynptarixa scritto pregevole, io cui ripetonsi dalla remota antichit le pi sublimi vedute intorno all arte militare di tutti i capitani celebri nelle storie: ApoUodoro-TitXitfKtirtx.il, libro in cui descrivonsi le macchine e le scale utili e -necessarie si a que- che assediano le fortezze, come a coloro che vengono asse diati; Filone-TItXit putirtxot , nel cui T rattato , oltre alle dot trine risguardanti il modo di fare e di sostenere gli assedj, coinprendonsi eziando quelle, che spettano alla fabbrica delle to rri, delle mura , e di parecchie altre specie di fortificazione ; Giulio A Jn ca n o -n f t jtAiftttv t Tapatrxtv) , opera eruditissima e di gran pregio in fatto di Tattica; Eliano XItp\ XrpxrnytxSt r (iS i E A A , scritto che riguarda particolarmente 1 arte delle ordinanze e de volgimenti niilitari; Leone-Hip) r x x n kiU ; ampio T rattato, che comprende tutto quanto scrissero di mi gliore gli antichi intorno all arte del far la guerra s in ter ra , che in mare ; Costantino Porfirogeneta-BtjsX/a r u r x i t , frammento di un intero Trattato che si perduto, oltre ad a ltri, de quali si trova parlato dallo Stwechio (4), dall HofFman (5),
( 0 Lib. 1 7 ; ( 9 ) Cap. 1 , pag. t>5r ; (5 ) In Macrob. ; (4) Comment. ad Y egel. 1. i . , c. 8 ; ( 5) Lexicon anirer. - artic. Tactica.

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. 5g

dal Fabricio (i); dal Casaubono (2) ; dallo Sckwebel (5); e pi di tutti dal Nudeo nella sua Biblioteca militare. (11) Cominciamenlo. La preziosit di questo libro si pu calcolar facilmente dallo scopo cbe vi si prefigge lAutore. Or segli ba cre duto che atempi suoi abbisognassero i Romani di notizie intorno alla Tattica de G reci, quanto non riusciranno queste preziose per noi, che duriamo tanta fatica a ben comprendere le opere originali dei loro insigni Scrittori ? Siane esempio il solo Polibio, che ovun que parla di battaglie si sfigurato dai traduttori, e da com mentatori , che si potrebbe dire essere stato piuttosto tradito, che non tradotto ed illustrato. Perci scrisse il dotto Guischardt : fo se avancer que de toutes ces Batailles de Poljrbe , que M. Folard nous represente, il n j r en a pas une seule , qui rponde exactemeat au rcit de f Historien (4). Dunque il maggior pregio di questo Trattato dArriano consiste in poter egli servire di Ottimo commento alle opere de pi celebri istorici Greci. (12) Spetta al mare, o alla terra. Inclino a credere che un preparativo di guerra non si tenesse perfetto dai Greci, se non se quando era composto darmata terrestre e navale insieme. A ci sono indotto da Leone, il quale dice : bellicus apparatus pcrfectus duplex e s t , alter quidem terra terrestris, alter vero ma ri navalis (5) ; e ne veggo ragione nella geografica posizion della Grecia, la quale essendo una specie di penisola , con le citt pi cospicue o in riva al mare, o da questo in poca distanza situate, manifesto che non poteavi riuscire importante impresa di guerra senza che vi avessero parte battaglie navali. La storia della Grecia tutta intera n una prova continua. Perci Prode Fliasio in un orazione che ci vien riportata da Senofonte, chiam mezza potenza quella degli Ateniesi a ca gione che potentissimi essi per forze navali, non lo erano egual mente per armate di terra (6).
( 1) Bibliothec. Graec. - item Bibliothec. antiq nar. ; (a) Praef- *d fragroent. obiidional. Aeneae ; (3) Praef. ad Ooosaodr. Strategie, pag. g ; (4) Memoir. m ilitair. s o r les Grec. et Rom. r. a , pag. 1 58 j (5) Tactic- c. i , $ 3 ; ( 6 ) St. G r. 1. j.

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NOTE

Rispett poi al perfetto apparato di guerra non nasce dubbio che vi si richiedessero forze di terra egualmente che di mare, perch la Tattica navale non era da quella di terra anticamente distinta; ed i pi celebri generali della Grecia e di Roma spiegarono com battendo su ambedue questi elementi i medesimi sublimi tratti di genio. Tra i Romani non solo il generale , ma anche i soldati erano gli stessi che indistintamente militavano in terra ed in mare, secondo che 1 uopo il richiedeva , ed eziandio contro le nazioni pi esperte nella Nautica. I fatti di Regolo e di Duillio ne forniscono prova convincente. I moderni sono lontani dal pretendere a tanta ampiezza di co gnizioni , e ne incolpano le molte scienze che oggigiorno si ri. chieggono a ben conoscere la Nautica. Ma il difetto non verrebbe piuttosto da ci , che i moderni di soverchio perduti dietro lo studio delle scienze ausiliarie, trascurano i grandi ed essenziali principi dell Arte della Guerra ? Questi ben conosciuti , qual difficolt nelladattarli piuttosto ad una battaglia di terra che di mare? (i 3) Artefici. Il vocabolo greco ( vI ikcs significa propriamente mercenarius, ed anche mercenariorum proprius , et peculiaris ; ond che nasce dubbio se per tal voce da Arriano usata sin tenda un particolar genere di persone servili addette alle armate, o non piuttosto U classe bens mercenaria , ma non per serva degli artefici, de quali gran numero faceva d uopo agli antichi per il modo loro di combattere, segnatamente all epoca, in cui 1 uso fu introdotto di numerose macchine per le varie occorrenze di guerra. Io con Scheffero (i) intendo adunque per questa voce itflixer il genere tutto insieme preso degli artefici, la cui opera pu riu scir utile e necessaria al fine delle militari imprese ; ed osservo che nelle armate de Greci erano costoro riputati d assai. Siane prova il modo onde intorno ad essi si esprime Ciro. Se dunque vogliam ultimare quanto diciamo esser da f a r e , bisogna che il
( 0 Io A rtia n . Tactic. pag.
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piii speditamente che si possa , in punto si trovino e macchine ad abbattere le fortificazioni de nemici, e fabbri ad inalzarne delle altre per noi (i). In quanto all' importanza di questi artefici si pu generica mente asserire, che la loro opera fu necessaria ogni qualvolta si pens a prevalersi di macchine ad uso di guerra. La favola celebratissima del Cavallo di Troja ha per suo fondamento una particolar macchina, di cui si valsero i Greci per aprirsi 1 ac cesso alla citt. Plinio scrive che l ariete, macchina poderosa con cui le mura abbattevansi delle fortezze, fu inventata allassedio di Troia. . Ancorch non sia da prove convalidata quest asserzione, egli per certo che cos fatta macchina vien detta antichissima da Ateneo (a), bench non definisca 1 epoca in cui venne prima mente trovata. Egli ne attribuisce l invenzione ai Greci, Vitruvio ne fa autori i Cartaginesi all assedio di Gaddi. Ma chec ch ne sia di questi fatti , non v ha dubbio che molti artefici si trovano nelle storie celebrati per le macchine da guerra da essi inventate. Tale si Epeo, la cui arte torn a grand utile del greco esercito all assedio di Troja , credendosi esser egli stato l artefice di famoso Cavallo (3). Pugilem bonum , timidum autem in hastae strepitu ; Et arte plurimum exercitui utilem (4). In tempi pi tardi certo dovettero prevalersi i Greci dell o pera di gran numero d artefici nelle loro guerre ; avvegnach ci affermi Tucidide essere state adoperate le principali belliche mac chine nella guerra del Peloponneso. Celebre presso altri storici si il talento di Artenione di Clazomene per l invenzione di molte macchine, testudini, arieti ec. (5) ,* bench sia incerta 1 epoca precisa in cui fior questo artefice.
( i ) Cirop. Tol. 3 , Hb. 6 , p*g. 6 S ; () Deipnosoph. 1. 6 , ub. fin. (3) H om er. O i t r r . 0 5 8 V irg. Aeneid. 1* > ; (4) Lycophron in C a m n d r . r . j 8 4 ; (5) lint. V ii* di Pericle - D iodor. 1. la.

A rmano.

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NOTE

Intorno alle diverse specie di macchine ed ai particolari loro mi uopo consultare le opere poliorcetiche de Greci, di cui ci restano molti preziosi frammenti ; ma che meriterebbero dai mo derni studio di gran lunga maggiore di quello siasi loro consa crato : poich le notizie, che ci danno gli antiquari intorno alla struttura ed agli usi di tali macchine, sono assai di spesso ipo tesi bizzarre che fingonsi essi in pensiero, e non reali dipinture del genio veramente singolare degli antichi in questa parte im portantissima delle meccaniche. Certo , che senza la polvere ed il fuoco essi a forza di macchine offendevano in campo il ne mico , ed abbattevano le fortezze con maggiore celerit e vigora, che non si faccia oggigiorno coll archibugio e col cannone. Tra le macchine da guerra la sola catapulta e la balista, presentano di quanto io qui affermo eloquente esempio. ( i 4) Medici. Ve ne furono nelle greche armate in ogni tempo, e tenuti in grande riputazione, come quelli che promovevano il ben essere, c proteggevano la salute de difensori della patria. Per questo titolo furono celebri all assedio di Troja Podalirio e Macaone. Horum duces erant Aesculapii duo filii Medici boni , Podalirius et Machaon (i). Di Macaone chiamato a curar la ferita di Menelao dice Omero : Sanguinem expressisse , lenia medicamento sciens (?). Da Senofonte sappiamo che i medici o chirurghi, che dir si voglia, imperocch a que tempi non si faceva distinzione di parti nella salutare scienza, non solo erano destinati nelle armate dei Greci a curare i soldati feriti o infermi, ma eziandio a preser vare 1 esercito dalle malattie , cui si trovasse per avventura espo sto (3). Di Alessandro sappiamo, che aveva medici alla sua armata , e d un certo Filippo acarnane, fra tutti espertissimo, Arriano ci afferma che a questo titolo- era assai celebre nell esercito (4).
(<) Ilid- 1. i , t . a 5 8 ; ( 3 ) Iliad. I. 4 , v. (4) Spedi, di A lesi. I. 4118

(3) Cirop.

11 ,

l,

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Tatti gli scrittori tattici confessano 1 utilit e la necessit de medici nelle armate. Onosandro ne (a menzione in parlando della scelta del generale (i). Eliano egli pure distinguendo tutto l esercito in ed t , assegna a quest ultimo la classe de medici (2). N li trascura Leone nel suo trattato di Tattica , t l t t , medici assegnando alla parte dellesercito che non combatte (3). Gran cura de malati ebbero pure i Romani nelle loro armate: onde Vegezio: jam vero ut hoc in casu aegri contubernales op portuni! cibis reficiantur, ac medicorum arte curentur (4). Dice inoltre che i medici erano soggetti, in un co soldati infermi che avevano in cura, alla vigilanza ed agli ordini di quell officiale, che aveva il nome di prejectus castro rum. Praeterea degri contubemales et medici a quibus curabantur. . . etiam ad ejus industriam (praefecti) pertinebant (5). Tra le armate romane ogni legione aveva un medico a s particolarmente assegnato. Questo certo dal Digesto (6) ; non ' che dalla costituzione dell Imperadore Antonino espressa come segue: Cum te medicum legionis secundae Adjutricis esse dicas , manera civilia, quamdiu Reipublic. caussa abfueris, suscipere non cogeris (7). S alta cura fu de soldati malati presso i Romani, che glImperadori stessi si credettero onorati di addossarsela qualche vol ta, e questo uno de meriti onde Plinio encomia la virt di Traiano : quid cum solatium miseris, aegris opem ferres ? (8). (15) Che cavalli adoperano. Togliendo ora ad esaminare la classe degli uomini d arme ne greci eserciti, fa duopo saper primamente che questi, tutti insieme presi, dividvansi in fanti, e soprassalienti (9). Fan.ti erano quelli, che in combattendo ne andavano a piedi ; e soprassalienti coloro , che venivano portati da cavalli, da c arri, e da elefanti (to). Arriano comincia qui a
( t ) Strategie, o. a; (a) Tactic. c. a; (5) Gap. i , $ 7 ; (4) De R e m ilitar. 1. S, c. a } (5) Lib. a , cap. so ; (6 ) Lib. lu ta r eoa, $ oltim . ff., E x quibas cjnssis ma* jo r e s ; ( 7 ) Lib. 1 , c. D e Professorib. et M edie.; ( 8 ) Panegyrio. c. i 3 , $ a ; ( 9 ) Ael. Tactic. c. a ; Leon. Tact. c a , S 7 ; (t ) Aelian. e Leon. ibid.

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NOTE

parlare di questultima classe, ed osserva passare diversit fra quelli che usano cavalli e quelli che montano gli elefanti. Lo rgine di ambedue queste specie di combattenti il punto di cui ci occupiamo al presente, perch della loro armadura e delle loro rispettive funzioni in battaglia sar altrove discorso. Luso de cavalli in guerra antichissimo ; ma nasce dubbio se larte del cavalcare fosse anteriore a quella de carri, o vice versa. Si tenterebbe in vano di stabilire nella storia lepoca pre cisa , in cui ambedue queste arti furono primamente inventate , a ragione che i monumenti dai quali potrebbesi trarne qualche notizia perdonsi nel buio di tempi incertissimi e favolosi. Alcuni infatti, giusta 1 avviso di Lisia oratore, attribuiscono alle Amazoni 1 invenzione del cavalcare ; altri ai Centauri (i) ; altri a Bellerofonte (2) ; ed altri finalmente, i poeti in ispecie ed i mitologi, ne predicano ritrovatore Nettuno, come colui che del cavallo fu pur creatore. Ma checch ne sia dello scopritor di quest arte, e per quanto di buon ora venisse inventata , certo che dapprincipio ella fu imperfettissima, e perci non applicabile agli usi di guerra. Siane prova 1' addestrar che facevasi anticamente i cavalli ad abbassar il corpo per dare comodo al cavaliere di salirvi sopra (3). Di tal espediente servironsi per montare a cavallo i prischi Greci ed Ispani (4). A questo fine mettevansi anticamente lungo le prin cipili strade certe pietre a date distanze per agevolare ai vian danti il montare a cavallo. Di ci erano incaricati in Grecia glispet tori alle strade (5) ; e Gracco institu pur questa pratica in Italia (6). Nell Asia e in Egitto v ragion di credere che antichissimo fosse luso del cavalcare, attribuendosene dagli Egiziani l inven zione ad Oro figliuol d Osiride (7). Ma che s di buon ora vi fosse cavalleria nelle armate ne dubito assai, perch sebbene gli storici ne assegnino prodigioso numero agli eserciti di Nino e di
< 0 P a lu p h a t. 1. >; (a) Plin. 1. 7 , 0 . 56; (5) P o lla i. 1. 1 , e. 1 1 ; (4) S tr ib . lib. S } (5) Senof. De))*Arte di cavalc. Opnsc.. t . a ; (6 ) P lo t. V ita di G racco; ( j ) Dicaearch, pud Schol. - Apollon. R hod. 1. 4> *7 5 .

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Semiramide (i) ; pure questi racconti debbono tener per favo losi, essendo appoggiati all asserzione di Ctesia, la cui autorit ben da poco riputavano anche gli antichi. Io credo adunque si debba attenersi con pi di ragione A quelle storiche notizie , da cui rileviamo luso de carri in battaglia aver preceduto quello della cavalleria (a)j ed in quanto agli eserciti greci ci non puossi rivocare in dubbio, certo essendo da Omero che all impresa di Troja non fuvvi esempio di singoiar cavaliere fra gli Eroi da lui celebrati. La stessa cosa avverti Pol luce: Homerus enim singulares equites non novit (3). Cosi Giu liano imperatore parlando de tempi della guerra di Troja dice espressamente: curribus enim, non equis singularibus utebantur (4)' E lautorit di Omero in quanto ai tempi eroici vuol essere preferita sicuramente a quella di Lucrezio Et prius est repertum in equi conscendere costas, Et moderarier hunc fraenis , dextraque vigere , Quam bijugo curru belli tentare pericla (5). (t6) Montano gli elefanti. I Greci non si valsero di elefanti ad uso di guerra prima dell epoca di Alessandro, nel qual tempo gran numero ne fu tratto d oriente e adoperato nelle battaglie. (i 7) Elidi. Di questi Elidi celebri per elefanti nelle loro guerre tacciono le storie. Per essi ragionevole intender gl Indiani, dovendosi leggere probabilmente nel testo in vece di EAt f. Da Diodoro (6) abbiamo dettagliato racconto del modo, onde Strabrobate loro re, merc il sussidio di questi terribili animali, sconfisse Semiramide. E poich avanti a tal epoca non se ne trova fatta menzione, deesi credere che glIudiani fossero i primi a valersene in battaglia. Intorno alla loro maestria in render mansuete queste fiere cosi Polibio si esprime: Gli elefanti as suefalti sono ad ubbidire ai Mori che li reggono . (7). (18) Etiopi. Che essi si servissero d elefanti ad uso di guerra appare manifesto da Erodoto (8) e da Strabone (9). Seneca ci at( 0 Diod. 1. a ; (a) Palaepfcat. De Incred. e. i, p . 9 j (S) Lib. a, e. 1 0 ; (4) Da Beh. gest. Costaotia. O rat. a in princip. ; (5) De R er. na to r. 1. 5, p. 7 * 4 ; (fij Lib. a ; ( ;) Stor. t. a , 1. 3 , pag. 54; ( 8 ) Toni, a , T a lia ; ( 9 ) Lib. 1 7 .

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NOTE

tetta celebri essere statigli Etiopi nellarte di domar queste fiere (i), ed probabile che dagl' Indiani apprendessero a valersi degli ele fanti nelle loro guerre. (19) Macedoni. Essi acquistarono elefanti nelle vittorie ripor tate contro i popoli dell Indie (a). (ao) Cartaginesi. frequentissima menzione de loro elefanti nella storia delle guerre puniche , avendoli Annibaie condotti per fino in Italia dalle Spagne, e spiegandosi cos dai naturalisti il fenomeno singolare, che ossa di elefanti rinvengonsi nelle vici nanze del fiume Tesino. I Cartaginesi resersi cotanto celebri nel1 arte di reggere in guerra gli elefanti, che Lucrezio falsamente ne li fa inventori (3), (ai) Romani. Videro per la prima volta elefanti nella guerra di P irro, come lo attesta Plinio (4) ; e Pausania ci averte che grande spavento ne concepirono (5). In seguito, acquistatine parec chi nella guerra punica, appresero a valersene al modo dei Cartaginesi, e li mossero primamente contro Filippo 1 anno di Roma D LIII (6). Plinio afferma che nella vittoria di Lucio Metello in Sicilia contro i Cartaginesi ne furono presi cento quarantadue (7). Il modo poi di adoperare gli elefanti in guerra doveva essere ben nolo ai Romani, attesoch ebbero a fare con molti nemici, che ne ave vano copiosamente fornite le loro armate , ragion per cut attesero pi a trovar espedienti onde non Soffrirne offesa , che non a valersene contro altrui (8). Ci basti sull origine della pratica degli elefanti nelle guerre antiche. Rispetto al modo di usarne ne sar discorso pi innanzi. (2?) Cavalleria detto. La cavalleria propriamente detta fu tardi introdotta nelle armate de Greci, rispetto allepoca anti chissima in cui vi si adoperarono i carri , della cui origine gi sopra si trattato. Di cavalleria infatti si i Lacedemoni che gli altri abitatori del Peloponneso non si curarono quasi punto fino all epoca delle guerre coi Messenj (9); e nessuna, o pochissima
( 1 ) Epistol. 85j (a) Pana. t. i , l A ttic.; (3) Lib. 5; ( 0 H ist. naturai. 1. 8 , c. 6 ; (5j T. t, l'A ttic j ( 6 ) L t . 1. 5 , e. 50; ( 7 ) Lib. 6 , c. t j ( 8 ) Veget. 1. S , 0 . *3; ( 9 ) Pau. t. a, l i M eJJtnla.

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n ebbero pure anticamente gli Ateniesi ; avvegnach scriva PoiIlice, che un tempo tutte le rispettive Havitpipiai, le quali non erano pi che quarantotto, fornivano all armata due soli soldati a cavallo per ciascheduna. A tale proposito narra Erodoto che nella battaglia di M a t tona gli Ateniesi vennero derisi dai Medi e riputati pazzi, per ch , sforniti affatto di cavalleria, ardissero misurarsi con 1 ar mata loro che ne aveva in si gran copia. Vinti e posti in fuga i barbari , essi portarono la loro cavalleria al numero di trecento cavalli, e venuti dipoi in maggior potere e ricchezza, la creb bero eziandio fino a mille e dugento (1). (a3) Propriamente soldati a cavallo. Questi che usano un solo cavallo, a differenza degli amfbj , de quali si parler qui sotto, furono perci detti singulatores dai Latini. In Greco si chiamarono ed anche (2) ; d onde poi la denominazione di celetes usata da Plinio , non che i chiamati celeres da Livio (3). (24) jimfibj. Alcuni, fra i quali Potter (4), ripetono 1 origine di questa singoiar specie di cavalleria fino dai tempi eroici, ap poggiati ad un passo d Omero, in cui descrivonsi quattro vo lanti destrieri guidati da un tale , che balza di pi franco or sull uno or sull altro , alla guisa appunto de cavalieri amfibj qui menzionati da Arriano (5). Ma saviamente osserva Eustazio (6), che il poeta afferm questo xtert giusta lspression gre ca , cio con anticipazion di tempo ; poich s egli innegabile che all assedio di Troia non ebbero i Greci cavalleria al modo consueto, chfe certo riesce il pi facile di reggersi sopra un solo cavallo, dee riputarsi tutt affatto improbabile che ne conosces sero d una specie s strana, la quale richiede al certo somma pe rizia del cavalcare. Del medesimo avviso si Aulo Gellio (7). L uso di questa cavalleria era pi famigliare ai barbari , che non ai popoli civili e colti. Esempio ne abbiamo in Eliano , il
( i ) A escbin. O rat. de fai*. legat. - Andocid. O rat. de pac. ; (*) Philoxen. Item aliae Gloss. ; (5) H ist. l. i ; (fc) Archeolog. G raec. t. rt . 5, e $, p . 1 7 ; (5) Iiiad. 1. i5 , y 6 8 9 ; (6 ) L, m- c. Iin. 5g. se*j. ; ( 7 ) Noci. A ttic. 1. io, c. 1 6 .

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NOTE

quale 1 attribuisce a que popoli, che abitavano le sponde del1 Istro , avvertendo ohe fa d uopo opporvi contro ' la falange a due fronti (i). Livio celebra a questo titolo i Numidi, e da lui possiamo in qualche modo arguire qual maniera tenessero nel combattere tali amfibj desultores detti dai Latini. Essi nel1 ordinanza di Asdrubale stavano disposti all ala destra, e con ducendo ciascuno due cavalli, erano usati a saltare dall uno in sull altro con destrezza in mezzo allardore del fatto d arme , quando il cavallo fosse stracco, rinnovando cos la battaglia al1 uopo, tanta perizia avevano del cavalcare, e s bene ammae strati erano i loro cavalli (2). (25) La pugna poi con g[i elefanti. Intorno a questa vedi le note al 23. (26) Armans loro i denti con ferro acutissimo. Di tale par ticolarit non chi faccia menzione fuori di Arriano. Noi ne par leremo al luogo qui su citato. (27) Carri nudi. De carri nudi de Greci all impresa di Troja, e de'falcati dei barbari si ragioner in appresso. Per ora basti sapere che i primi sono detti nudi da Arriano, a cagione che non muniti d arma alcuna, a differenza defalcati, i quali nerano tutti guerniti ; onde quelli non venivano ad essere che veicolo dei combattenti, e questi vere macchine da guerra, che per s offendevano , come le nostre artiglierie. Ed in vero i carri de guerrieri all impresa di Troja non sono gi distinti per arma alcuna loro affissa , ma unicamente per certi particolari ornamenti, come d oro e dargento a cagion d esempio (3) ; oppur di sta gno (4) ; o eziandio di veli (5) ; tutte materie, onde copr/vansi . a puro oggetto d abbigliamento. Lucrezio osserva ben a proposito che l invenzione de carri nudi precedette quella de falcati (6). (28) Carri falcati. Vedine ampia descrizione nelle note al 22. (29) Che se dal modo dell armadura. Metodo assai giusto egli quello di distinguere le diverse specie di fanteria dal modo
(<) Tactic. c. 58 ; ( a ) L . sS, a. (5) Lib. 5 , v. 1 9 4 ; ( 6 ) Lib. 5.
19;

(5) Iliad. 1.

10,

v . 458; (4) Lib. j3 , t . 5 oJ;

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dell' armadura , attesoch la variet delle armi trae seco di neces sit anche quella dell ordine ; ed in Tattica non si pub distin guere pi utilmente luna specie di truppa dall' altra, quanto determinando le differenze, che nerispettivi loro modi di ordinarsi dipendono dalla diversit dell armi che entrambe maneggiano. Ogni special modo darmadura infatti richiede unordinanza sua propria; e leffetto dell armi non corrisponde giammai piena mente all intento , se non se quando vi si adatta 1 ordinanza , eh esse naturalmente vogliono. Perci le medesime armi non sem pre producono presso varie nazioni i medesimi effetti, difetto del non saper bene adattarvi le corrispondenti ordinanze. Considerando adunque il modo dell armadura , si pu calcolare con molta pre cisione la forza non meno che 1 uso particolare di qualsiasi spe cie di fanteria, comunque vogliasi armata. In dire poi lAutore, che di questa si danno varie specie , ha voluto alludere alle tante, che se ne trovano citate dai tattici non meno, che dagl istorici. Per, siccome alcune volte distinguonsi esse anche puramente dal paese loro nativo, o da qualche accidentale diversit nel ma neggio dell armi: cos queste differenze debbonsi trascurare come inutili alla Tattica, fissandosi in quella sola, che pu tornare a maggior vantaggio. (3 o) Que'dall armi gravi. Questi, che noi diremmo generica mente armati, denominati dai Greci, costituivano il nerbo dell esercito, come i pi valorosi e robusti , e perci i meglio acconci s a rompere il nemico che a sostenere limpeto. Le loro armi erano pesantissime, e noi ne abbiamo bella descri zione in Omero (1). La grave armatura greca, detta anche alla Macedone s per la gravezza degli scudi che per la lunghezza delle aste, le quali avevano specialmente in uso que popoli, comprendeva le pi im portanti armi di difesa, non meno che le pi valevoli all of fesa (2). Giova seguire il nostro Autore nell enumerazione delle prime.
( 1 ) II. I. 5 , t . SSo et eq. - Leon. Tact. c, 5 S4, - Ael. T aci. c. i . .
6

, SS ; (a) Leon. Tactic. c

i 7o

NOTE

Qui egli non fa menzione della celata , ma siccome ne parla dipoi, cos meglio cominciar da questa come importantissima. La celata arma tra quelle di difesa essenziale , imperocch col suo mezzo viensi a proteggere dai colpi il capo, di tutta la persona la parte pi importante. Chiamavasi dai Greci con di versi nomi : srif/*f<paeAn*, xlpvc, x f i t i n t ec. L invenzione se ne attribuisce da Plinio ai Lacedemoni (i). N ci prova eh essi i primi la ritrovassero , ma che piuttosto la usarono d una data forma o materia loro particolare. Plinio infatti attribuisce loro 1 invenzione non solo della celata , ma quella eziando della spada e dell asta : galeam, gladium, haslam Lacedemonii invenere ; ci che non si pu intendere altrimenti, che dell aver essi avuta una particolare specie di queste tre armi. La cosa probabile dal1 osservarsi che varie nazioni furono celebri nell antichit per una specie particolare della medesima arma. Vedine raccolti molti esempj da IVleursio (i). La celata fu variamente e di diverse materie formata presso varie nazioni. I Greci de tempi eroici l avevano di pelli di pa recchi animali , onde nell Iliade rinvengonsi le denominazioni ixt/on i, A fore/a, /Vc/ti, X irix iti, x v,tii, secondo gli ani mali diversi, dai quali era presa la pelle onde formavasi (3). Per di bronzo 1 ebbero i Greci a tempi eroici (4). Ornavasi poi la celata con pennacchi, del qual uso Erodoto (5) e Plinio (6) fanno inventori i Carj. Perci al dir di Plutarco erano essi chiamati iXt*rfvSnci dai Persiani (7). E poich le celate si destinavano eziando a render formida bile 1 aspetto dell esercito al nemico , cos era in costume di sovrapporvi straue figure d animali feroci con la bocca spalan cata , o simili (8). 11 cono era quella parte della celata, che restava come fissa al disopra del berretto, dal quale spargevasi gi in basso la chiomata (9).
( 1 ) Lib. 7 , c. 5 6 ; ( 2 ) Miscellaneo!*. Laconic. 1- a, c. 1 , artic. G alea; (S) Iliad. 1. 1 0 , v. 5 7 ; ibid. v. 65; ibid. v. 535 ; (4). II. I. 1 0 , . So, 1. 5, v. 3i6; (5) T , & la Clioj ( 6 ) Lib. 7 , c. 56 j ( 7 ) V ita di A rta s e rse ; ( 8 ) Virgil. A eneid. lib. 11 ; - fiorn U. 1. J , v. 53G - 1. 1 9 , v. 3 8 i; ( 9 ) Virgil. Aeneid. 1. 3 , v. 468.

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i 7,

Altre parli eranvi nella celata specialmente denominate dalla parte del volto che coprivano. Cosi dicevasi iQ piit quella che copriva le sopracciglia; y im lo sporto dalle sopracciglia promi nente ; ivr quella striscia di cuoio da ambedue i lati con che fermavasi sotto il mento Ocheus lorum galene , quo adstringitur circa collum ferentis (i) ; intorno alla quale fe bello il tratto d Omero ove dipinge Paride che n era come soffocato (a). Dal fin qui detto si pu dunque dedurre che le celate degli antichi erano costrutte in modo da coprire loccipite e la fronte, lasciando per a nudo la faccia , vale a dire che non avean vi siera su questa distesa. Ci hanno affermato gli antiquarj (5) ; ma le prove da loro addotte sono indirette e non decisive. Intorno al punto in quistione la migliore autorit si quella d Arriano ove dice , accennando le celate che adoperavano i Romani negli esercizi cavallereschi di spettacolo pubblico, aver esse coperto tutta la faccia de cavalieri, a differenza di quelle adoperate in^pierra, che ne diffendevano solamente il capo e le gote. Fra i Greci furono varj popoli celebri per particolari celate; e gli eminenti in quest arma pare essere stati i Beozj (4). Anche le celate de Corinti sono menzionate da Erodoto (5), e quelle de Paflagoni da Senofonte (6). Non si hanno per notizie precise, oude specificare a qual titolo fossero particolarmente celebri le ce late de popoli qui menzionati. De Macedoni osservabile come avendo larmadura gravis sima , portassero celate di cuoio e non metalliche (7); onde A lessandro fu leggermente offeso da un colpo non ben riparato dalla celata (8). Intorno a quest arma restami a far qualche cenno de Romani. Essi la credevano importantissima, perciocch Polibio ci assicura che 1 avevan di bronzo , e Dionisio e Livio una stessa cosa af fermano in parlando del Censo di Servio (9). Abbiamo pur da Plutareo che Camillo form celate di ferro ai suoi soldati (10). I
( t ) Soid; (a) H om . I]. 1. 5, v. S7 1 ; (3) V . L p t. de Milit. Boman. 1. 9 dialog. 5 - P o t t e r . ArcheoJog. Graec. 1. 5 , c. 4 ; (4) Pollax. 1. 1 , c. 1 0 , sect. *5 ; A el. V&r. H ist. 1. 5 , 0 . s4 ; (&) T . 1 , la Melpomene ; ( 6 ) Cirop. t. s , t. 5j ( 7 ) Dion. ia C aratali. > ( 8 ) Diod. I. 1 7 ; ( 9 ) H istor. t. ij ( 1 0 ) Vita di Camillo*

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atOTE

Romani poi imponevano al nemico con gli alti pennacchi 'onde le adornavano (i). Nelle celate de Romani sono pur da notarsi certe bucculae d ambedue i lati pendenti, con che coprivano le guance, bucpae. Perci Livio, alii galeas bucculasque tergere ; e Giove nale , aut fracta de casside buccula pendens. Queste buccule erano flessibili, perch formate a squamine , ed all estremit loro stava fissa la striscia di cuoio , gi sopra citata, con cui fermar la celata , legandola al collo sotto il men(3 i) Corazze. La corazza era arma di difesa agli antichi fami gliare, di cui munivano il petto ed il dorso. Perci di quegli Abanti che eran si esperti nel vibrar l asta, dice Omero che rompevano le corazze intorno al petto ai nemici (3). Egli certo , che i Greci varie specie usarono di questarma; ma qual fosse 1 origine rispettiva di ciasceduna non agevole a determinarsi. Pausania ottimamente descrive le corazze de tempi eroici, sia in quanto alla forma che alla materia ond erano costrutte (4). Di due parti ed entrambe di bronzo, era secondo esso formata la corazza de greci E roi, l una che copriva il petto, laltra il dorso, fra loro unite per mezzo di fbbie ai lati. Ma nell Iliade non mancano esempi di corazze di lino. Infatti Omero chiama X ittf f ijJ Ajace Oileo , cio che portava corazza di lino (5) ; ed il medesimo de greci Eroi afferma Erodoto (6). E di lino era pure quella corazza famosa di cui parla Eliano (7). Le corazze pilli celebri fra i Greci furono senza dubbio quelle degli Ateniesi, siccome lo afferma Polluce (8). Di queste Sap piamo , che erano assai pesanti e formate di ferro e di bronzo, attestandoci Probo che Ifcrate trovandole troppo gravi le tra mut ni altre di lino. Lo stesso afferma Diodoro (9). Ne cadr meglio discorso all occasion dei peltati. Ci non pertanto egli certo che le migliori corazze forma( 1) Folib. 1. 6 ; (a) Si don. I. 5 , E pist. 5 ; (5) Iliad. 1. a , r . 5o; (4) P a n i, t. 1 , 1* A ttic a ; (5) Iliad. ). 2 , v. 36 ; ( 6 ) L & Polianiaj ( 7 ) De Anmalih. 1. G, ; 7 i ( 8 ) Lib. 1 , c. 1 0 , sect. i3 ; ( 9 ) Lib. i3.

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varai di metallo ; e lartefice Zoilo prescelse il ferro per costruirne quelle due celebratissime, le quali present in dono a Demetrio Poliorcete, mettendole alla prova d una freccia slanciata dalla catapulta alla sola distanza di ventisei passi. Questa non che le spezzasse, non vi lasci nemmeno l impronta (i). In quanto alle corazze de Greci antichi reca somma sorpresa 1 osservare come i Macedoni, la cui armadura riputavasi la pi grave, e perci la falange loro la pi formidabile, non le aves sero gii di metallo, ma bens di lino (a). Ammetto bene che questa corazza fosse a pi strati, e che gli antichi avessero un arte di rendere assai compatti i tessuti di lino (3) ; ma risovviemmi eziandio che Pausania dichiara inutili in guerra le corazze di lino , non tenendole buone che per la caccia (4). E per vero Alessandro , di cui ci narra Plutarco che portava doppia co razza di lino (5), poco manc che non rimanesse colpito di freccia, essendo questa ben addentro penetrata nella corazza. Pure di questa corazza che fe tremare gli amici del Macedone, merit che un erudito antiquario sciamasse ex quo bonitatem loricae colligas (6). Bont ben meschina, se non lasciava che un filo di separazione tra la vita, e la morte ! Intorno alle corazze-dei Macedoni singolare si la disciplina di Alessandro riferitaci da Polieno. Aveva Alessandro armati i suoi soldati di mezzi corsaletti, acciocch stando eglino ferm i fossero fo rti e sicuri, siccome coloro che avevano le parti da vanti armate ; che se avessero preso la fuga , le reni fossero rimase scoperte a' nemici (7). Per queste mezze corazze ii/tiimfin ia non furono d invenzion dAlessandro, perch Polluce ne fa ritrovator Giasone, ci che significa una simil pratica es sere stata assai pi antica. Delle corazze de Romani dir unicamente quello che ne af ferma Polibio, cio la maggior parte de loro soldati averle avute di solido metallo (8). Ne usavano ancora dun altra specie che
( 0 Fiat* V ita di D emetr. ; (a) Dion. in C&racall. ; (5) V. Nic. Aconiioat. 1. 1 ; (4) T . 1 , 1 Attica -, (5) V ita di A le . ; (6 ) C r o p h iu i, A ntiquit. Maoeden. 1. 3 , c. S ; ( j ) Stratag. 1. 4 , pag. i6 5 ; ( 8 ) St. t. 3 , 1 . 0.

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NOTE

lo Storico dice guarnite di uncini, ma di queste si parler ove nc far cenno il nostro Arriano. (3 2) Targhe. La targa o scudo arma a tatti nota, che gli antichi tennero fra quelle di difesa come la prima e pi impor tante , s per essere atta a difender dai colpi quasi tutta la persona, che pel contribuir che faceva a conservar l ordinanza fra i com battenti, come ben osserva Plutarco (1). In quanto all origine di quest arma , pretende Pausania die scudi primamente si adoperassero in battaglia da Preto ed Acrisio (1). Plinio ci narra che formavansi anticamente di legno fles sibile, di faggio cio, di fico , o di salice , perch i combattenti potessero ben adattarli alla persona (3) ; e tali erano quelli degli antichi Romani, che Camillo il primo fece coprire d una la mina di ferro , perch meglio riparassero i colpi ({). Anche di giunchi furono un tempo gli scudi formati, giusta quel detto di Virgilio , . . . Jlectunlque salignas umbonum crates (5) ; ed Alessandro pure ne fa menzione in parlando a certi suoi sol dati facinorosi (6). Da Omero abbiamo precise notizie intorno alla materia non meno , che alla struttura' degli scudi a tempi eroici adoperali. Questi formavansi di varj strati di cuoio , coperti da piastre me talliche, e fermati e stretti a\la circonferenza con verghe pur di metallo. Perci frequentemente nomina il Poeta rxi'Sxt fitt/a t, scudi di cuoio bovino (7). Questi strati di cuoio erano poi m olti, annoverandosene fin sette nello scudo d Ajace (8) , e lo scudo quadruplice di Teucro interpreta Esichio che fosse di quattro strati di cuoio formalo (q). Marcata cos la solidit dello scudo deGreei antichi, fa duopo osservarne 1 ampiezza, che certo bastava a coprire tutta la persona. Perci Omero chiama gli scudi inrfims ttfttptfipaTxs,
( 1 ) Opusc. t. 3 poftegmi de* Lacedem oni; (a) T . i , In C o rinzia; (3) H stor. 1. 6, c. 4o ; (4) Plut. Vita di Camillo ; (5) Aeneid. 1. 6, v. 63a ; (6) C a r . 1. io, c a> t . aS ; ( 7 ) II. 1. 5, y. &5a et seq. - 1. 12 . 4^5 * ibid, ?. aOi et seq. ; ( 8 ) II. 1.
7

* .

219

et ae<j. et aa3 ; ( 9 J H esycb. voc.

rjHOcff A* ; Schol ad 11. lib. 5,

v>*?9-

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e T ltin tu ti, che Eustazio interpreta qui hominis ttaturam aequabant (i). Una parte nello scudo assai rimarchevole si era quello sporto nel mezzo, detto l/upakt, e dai Greci, Umbo dai L atini, con un altra prominenza al disopra chiamata rtAftti. Tale sporto, oltre al dar fermezza allo scudo, serviva par ticolarmente a respingere le armi lanciate dai nemici. Lo scudo poi portavasi dagli antichi pendente di sotto al col lo , per mezzo di certo legame di cuoio detto TtXmfiii, che 10 fermava alle spalle de combattenti. Tenevasi per ripiegato sulla sinistra per aver libera la destra al maneggio dellasta (a). In seguito tal modo di portar lo scudo, come pendente dal collo, riuscendo imbarazzante, si pens ad imbracciarlo col si nistro braccio per mezzo di un certo manico inseritovi nella posterior parte e chiamato , o mediante certe spranghe dispostevi dietro a modo di lettera X , del qual uso voglionsi inventori i Carj (3). Per negli scudi d Omero pur qualche volta menzione di manico con cui imbracciarli; come in quelli d Idomeneo e di Nestore (4) : e ci sul supposto che la voce * tit da lui adoperata significhi certo tal manico con cui im bracciar lo scudo, perch le autorit intorno a questo punto non bene si combinano (5). Cos conosciuta la natura dell arme necessario avvertire che varie specie di scudi ebbero i Greci, e pi o meno stimati. Gli argolici vuoisi che fossero gli eccellenti , mettendosi nel grado medesimo di perfezione che le corazze attiche e le celate beotiche (6). Degli Spartani fa d uopo credere che avessero un modo par ticolare di scudo, spiegandosi cos 1 asserzione di Plinio, che ne 1 1 fa inventori. Scrivesi che fu da loro ritrovato in certo vicolo della Pieria, il quale perci dissero Z xr, cio scudo (7).
( 1 ) Ad lliad. 6 ; (a) lliad* 1. 1 6 , . 8 0 * - r . io 6 j (5) V. Etimolog- A ttctor. Stom. Scholiast. et E ustath. a d Iliad. 1. 1 6 , v. 8 os; (4) Ui&d. 1. i3, . & 01 - 1. 8 , t . 1 9 1 ; (5) V . Scboliast. a d H om er. Iliad. 1. 8 , r . 1 9 1 - B n s ta lh . ad loc. ennd. He* #ych. t o c ( 6 ) Aelian. V a r. H iJtor. de Xenoph. 1. J, cp. 7 ) Stefano.

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NOTE

Dello scudo essi facevano grandissimo conto. In fatti le madri spartane vi si adagiavano sopra allatto del partorire (i); e perci la prima culla dello Spartano era lo scudo (2). Adulti, che fos sero i figli, lor consegnavano le madri di propria mano lo scu do , all atto che partivano per la battaglia , coll eroica inti mazione su citata i) rii , in ) rat ; o con questo , o su d questo : cio o con questo ritorna , o muorvi sopra ; e tale il famoso detto che merit d essere ripetuto da tanti scrittori (3). Lo scudo de Lacedemoni doveva essere assai largo , avvegna ch canti Tirteo che tutto il corpo se ne copriva (4) ; e se tale non fosse stato non avrebbe certo servito all uopo di por tarvi sopra i feriti. In esso era inscritta la lettera A Lacedemoni/, prima del loro nome (5). Sappiamo da Plutarco che prima di Cleomene essi usavano portarlo fermato sotto il collo per mezzo d una fibbia , e che egli apprese loro ad imbracciarlo col ma nico (6). Gli scadi degli Ateniesi erano al certo pesanti e grandissimi prima che Ificrate in pi leggieri li tramutasse (7). Essi vi por tavano effigiata sopra una nottola , immagine di Minerva (8). Lo scudo dei Macedoni ci viene particolarmente descritto da Leone (9). Esso era di bronzo, non per largo abbastanza per coprire tutta la persona di chi stasse diritto in piedi ; perloch Alessandro comanda ai suoi clypeati di metter ginocchio a terra per meglio sotto gli scudi ghermirsi dai colpi di freccia. Fin qui degli scudi rotondi di particolar uso dei Greci. (22) Scudi. Ora fa duopo determinare la differenza, che passa fra lo scudo detto rists clypeus , e quello chiamato Svps, cio scutum. Questa consiste nella diversit della figura, impe rocch rotondo era il primo , ed il secondo bislungo a guisa d un cilindro tagliato per met. Dell aspi* si pu affermare
( 1 ) N oonas , Dionysiac. 1. 4t ; (a) Scholiast. Thacid. 1 . 3 ; (5) Sext. E m p i rie. P y n h . H y p o ty p . 1. $ , c. a i - A ristacnet. I. 3 , e p iit. 1 7 - A ristotel. apod Stobaeam , aerm. 1 - A ason. Epigramm. 1 7 ; (4) Carm. 5 , . a3 e t *eq.; (5) Eastalh. ad Iliad. 3 ; ( 6 ) V ita di Cleomene; ( 7 ) Prob. i* Ijihicrat; ( 8 ) V* C am erar. ad Sophocl. Ajac. p . m. 96 ; (9 ) Taclic. c. <5, $ 58.

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che fa duso particolare dei Greci, e del thureos che venne specialmente adoperato dai Romani. Perci inclino a credere che Arriano degli scudi di questi ditimi qui intenda far cenno, avendo prima menzionati quelli de Greci col proprio lor nome. N ci strano in lu i, che peritissimo delle cose remane ne tien di spesso discorso. A questo proposito non ardir affermare che nell armadura de Greci D o n si dasse esempio di scudo bislungo ; ma mmi bens facile il provare che rotondi erano gli scudi de popoli fra essi pi belligeri, de guerrieri intendo de tempi eroici, de La cedemoni , degli Argolici, e de Macedoni. Omero infatti chiama espressamente itt-xlSat ivaxAtvr clypeos orbiculatos gli scudi de suoi eroi (i); e spesso ne encomia 1 esteriore circonferenza i t n y In tutte le memorie sopraccitate intorno allo scudo de Lacede moni non s incontra mai la denominazione di i ma bens chiamasi costantemente ei**s o * r x n , le stesse voci usate da Omero. Rotondi erano gli scudi degli Argolici, come ben si rimarca da Ammiano (2) e da Virgilio ; questi paragona ad uno scudo argolico I occhio di Polifemo (3). I grandi scudi tramutati da Ifcrate agli Ateniesi erano pure rotondi , perci detti cljrpei da Probo (4) autore per la pro priet dello scrivere a niun secondo. Una stessa cosa dicasi de Macedoni, affermandosi d essi, che targhe non scudi portavano. Arm a , cypeus, sarissaeque illis romano scutum majiis corpori (egumentum (5). Io non saprei meglio descrivere lo scudo romano , che ri portando il passo medesimo , con cui descritto ci vien da Poli bio. 1 armatura intiera de Romani primieramente lo scudo, largo due piedi e mezzo nella superficie convessa , e lungo quattro piedi : il maggiore ha un palmo di pi. congegnato
( 0 n . 1. S , . 455; f i) Lib. >4; (3) Aeneid. I. I , t . (5) Iiy. 1. 9 , c 1 9 .
6

J 7 ; (4) la Ipliiorat.

A sauna.

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NOTE di due tavole unite con colla bovina : 1 esterna superficie avvolta in tela, e poscia in cuoio di vitello. Nelle parti supe-' riori ed inferiori della circonferenza ha desso una piastra di ferro, che lo difende da colpi di taglio, e fa s che impune mente pu poggiarsi a terra. Vi pur adattato un bellico di ' ferro , che lo salva da colpi violenti di pietre , di lance , e di qualsivoglia altra forte saetta (i). Dopo questa descrizione , a cui certo niente s aggiunge n di precisione n di chiarezza dai tanti passi d altri autori con cui Lipsio am d illustrarla , facile il comprendere , perch Arriano chiamasse gli scudi cos formati t u e , e Giuseppe li dicesse ix ip ix tis , cio pi lunghi, che larghi (a), e Plutarco finalmente w cS ifttt, fino ai piedi cadenti li denominasse (3). Ma torniamo ai Greci. Le fin qui menzionate sono le principali armi di difesa , ond essi coprivansi per farsi forti contro nemici sempre di gran lunga superiori in numero, e peritissimi nellarte del combattere di lontano. Comprendevano bene i Greci che un picciolo nu mero non pu mai superare un maggiore se non se combat tendo davvicino. Ma come aggiungere impunemente alle schiere de barbari espertissimi del gettar armi dogni sorta, senza ren dersi per cos dire impenetrabili ai loro colpi ? Ecco perch si aveva come massima fondamentale dai prischi Greci, che il va lore consistesse nell incontrar la battaglia con indosso buon ar madura (4) : Perci i Romani , che dai Greci avevano prese le massime pi sublimi di Tattica, vantavansi di proceder in guerra di tal maniera arm ati, che non avevano parte del corpo che non fosse al coperto dai colpi del nemico (5). (34) Spade. Qui si entra a parlare delle armi doffesa degra vemente arm ati, 'le quali erano la spada e l asta. prezzo dell opera l 'esaminare ambedue con Io stesse metodo fnor prati cato , rimontando all epoche pi remote della storia greca , e
( 0 Le Stor. t. 3,1, 6 , p. a3o e jeg. j ( j ) Lib. 5 ; (3) Vii di Emilio ; (4J Plot. V ita di Pelopida ; (5) Aegesipp. 1. 3 , c. s4>

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discendendo gi fino ai tempi moderni di questa nazione , qual si era il secolo in cui Arriano scriveva. La spada arma conosciutissima. Essa tenevasi per s eccel lente dagli antichi, eh portavasi come il simbolo del valore. E per vero ella costrutta per modo, che ha triplice attivit d of fendere , una che si esercita nella punta , e le altre due nei due tagli. Intorno alla teoria di quest arma fa d uopo consultare le opere- de matematici, che 1 hanno fondata sulle propriet del cuneo. 1 Greci la usarono sicuramente fino dai tempi eroici, portan dola appesa dagli omeri in gi alla coscia per mezzo d una striscia di cuoio destinata a sostenerla (1); e da -Esiodo sappia mo, che anticamente la spada era di bronzo (a). Che lateralmente poi andasse a cadere la spada penduta dagli omeri lattestano Ome ro , e Virgilio. Infatti dice il primo, che i soldati erano soliti cavar la spada dalla parte della coscia (3); ed il secondo parlando di Enea: . . . . . . . Ocyus ensem Eripit a femore (4). Ed altrove di Evandro : . . . Lateri atqwe humeris Tegaeum subligat ensem (5). Si potrebbe far quistione da qual lato portassero' i Greci la spada. Ma a ci non si pu meglio rispondere che con le pa role onde Lipsio decifra un egual punto intorno ai Romani. Eo descendo , ai mutasse ( Romanos ) hanc rem censeam, et aliter atffue aliter gestasse (6). Per Giuseppe afferma espressamente parlando della cavalleria,' che aveva in costume portarla dal lato destro (7). Alcuni popoli della Grecia ebbero particolari specie di spade loro proprie. Sono da rimarcarsi quelle de Lacedemoni, le quali erano corte a guisa quasi di pugnale. Perci gli Ateniesi li deri( 1 ) H om. 11. 1. 3 , 45 ; 1. f t * . *9 , Odyas. 1. i , r . 8 ; (*) l a icnt. HeccnL r . (8) 11. 1. i , v. 1 9 0 ; 1. 5 , . 6 6 C O d y jj. 1. 9 , . 5oo; I- 1 0 , v. i s 6 , 9 9 4 5 n , 535 ; ( ( ) Aeneid. 1. 1 0 , v. 7 8 G; (5) Aeneid. I. 6 , v. 4&9 (G) De Milit. Rom. I, %, Dlal. 3 ; ( 7 ) Guer, Giud. tom. 6 , 1 . 3 , pag. 3oi<

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NOTE

devano, dicendo che le spade loro erano tali che potevano ve nir divorate dai prestigiatori (i). N i da Plutarco solo , ma da altri pure h testificata la picciolezza delle spade deLacedemoni (a). Ci noti pertanto siffatte spade erano al dir di Polluce eccel lenti , venendo paragonate in bont alle corazze attiche ed alle celate beotiche (3). Esse erano alquanto incurve a guisa di falce, annoverandosi da Polluce medesimo tra le armi falcate (4) ; e tali chiaramente venendo da Esichio descritte (5). Gli Spartani per si vantavano altamente di tal loro arma dicendo : nos his pugionibus hostes attingimus (6) ; ed Antalcida interrogato perch spade si corte adoperassero essi in guerra, rispose, perch dap presso combattiam col nemico (7). Gli Ateniesi prima d 1Serate avevano essi pure minate le spade , ond egli loro le raddoppi in lunghezza (8). In quanto al vantaggio che gli accennati popoli traevano dalle due su descritte diverse specie di spade mi necessaria avverti re , che entrambi avevano il loro particolare , ma in senso di verso ; perch dalle propriet decunei si ricava, che l accresci mento di forza nella punta della spada , prodotto dalla maggior lunghezza , con quello disturbasi vicendevolmente de due tagli, per ragioni che non qui di mio istituto l addurre (9). Le migliori spade de Greci pare che fossero quelle adoperate dai Macedoni. Esse infatti alla maniera della spada ispana, la grand arma doffesa de Romani, ferivano sicuramente di punta non meno che di taglio. Alexander resistentium adversa ora fodiebat, Jugientium terga, (10). Questo manifesto esempio della prima maniera di ferire, e della seconda possono vedersi altri molti, dai quali si raccoglie che le spade macedoni erano buo nissime a recider membra , ed a troncare eziandio il capo (11).

( f ) F iat. Opasc. t. s , Apoftegmi degli Spart. j (a) Senofonte, Cirop. t. i , I. 4 ; (3) Lib. i , c. IO ) sect. i3 ; (4) Lib. i , c. i o , secl. 4 ; (5) A d voc* S p jjA t* ( 6 ) P lnt. V ita di Licurgo; ( 7 ) Plut. Opasc. t. s , A poft. degli S p a rt.; ( 8 ) Prob. in Iphicrat. - Diod. lib. t 3 ; (9 ) V. Palm. A rte della guer. 1. %, c. 3 ; ( 1 0 ) Cnrt, 1. 4 > c. i 5 , v * riic a l.,5 i ; ( u ) A rria n o , Spedii, d* A le . I. 1 .

ALL ARTE TATTICA.

181

E Curzio ci narra d Aristo , che con la spada tronc il capo ad un satrapa persiano comandante la cavalleria (i). Dopo aver cosi riconosciuta 1 eccellenza delle spade macedoni, qual sorpresa non reca losservare questi valorosi soldati impau rirsi alla vista della strage che faceva la spada ispana da Ro mani ben maneggiata ? (a) La ragione di questo singoiar fenomeno si era sicuramente , che i Romani adattata in tutto alla spada ispana avevano eziandio 1 ordinanza, onde tal arma spiegar poteva l intero suo effetto; quando in vece lordinanza macedoAe veniva tutta diretta al maneggio dell asta in falange , modo di disposizione affatto contrario a quello , che pel maneggio della spada richiedesi. Quest arma infatti nelle mani de Greci era per cos dire d uso secondario ; quando cio 1 esser gi gli eserciti petto a petto impediva il moto dell asta, e la rendeva inutile (3). Ma ci non accadeva ai Greci combattendo coi Romani se non se quando 1 ordine loro in falange era di gi stato sconvolto e rotto ; ed allora come reggere alla spada di questi ultimi, educati per cos dire all unico maneggio d un arma cotanto poderosa ? (4) Da questo tratto manifesto che 1 educazion militare de Romani non era solo diretta al maneggio della spada a preferenza daltra qualsiasi arma , ma anche ad un tal modo di maneggio che avesse a riuscire il pi mortifero, e recar maggior strage al ne mico che fosse possibile. (35) Aste. L asta un arma che consiste in una mazza tor nita a grossezza, da potersi facilmente aggavignare, con un pezzo di metallo alla cima , raffigurato a modo di doppia piramide stiacciata , tagliente nelati e con punta ben acuta allestremit. Bench sia questa la definizione pi generale che a talarma convenga il meglio, cioonondimeno fa d uopo avvertire , che di varie specie n ebbero i Greci, le quali per mancanza di notizie non si possono tutte distintamente descrvere. Per Ite due mas ti) Lib. e. il.
4, c. s ,

() C o ri.

1. g , c. 54 j (5) C u lt. 1.

k,

c.

i5j

(4) Vegot. 1. t,

182 NOTE sime diversit in quanto alle aste degli antichi consistevano in un tal modo di struttura, che le rendeva suscettibili o d esser get tate contro il nemico , pugnando in distanza , o solo d esser maneggiate in giusta ordinanza, combattendo dappresso, quale si era il massimo fine della Tattica de Greci (i). In Omero trovansi molti tratti, i quali provano che ambedue queste differenti specie d aste erano famigliati ai Greci fino dai tempi eroici. Cos aste da maneggiar dappresso esser dovevano sicuramente quelle degli Abanti, con che spingevansi a squarciar il petto ai nemici {a). Della seconda specie , cio di quelle da gettare, si era sicura mente 1 asta, con che Ettore percosse, inutilmente slanciandola, lo scudo d Achille (3). Idea d un asta leggierissima e da lanciarsi a gran distanza abbiamo pur dal Poeta , ove introduce certo Trasone a vantarsi del suo trarre 1 asta quanto mai altri le frecce (4) : Altri esempj abbiamo in Omero di conflitti incominciali col vibrar 1 aste , come quello fra Paride , e Menelao (5) ; e quell altro fra Ca store , e Linceo, vivamente descritoci da Teocrito (6), e poi finiti col maneggio delle spade ; ci che prova la fralezza delle aste da gettare. Intorno a quest arma all epoca de tempi eroici restami a di re , che la mazza n era di frassino, onde Omero dalla parte il lutto denominando, chiama di spesso ftiA/n l asta tutt intera, e quella specialmente dAchille (7). Perci ebbe a dir Plinio, par lando del frassino: procera haec ac leres , pennata et ipsa folio, multumque Homeri praeconio , et Achillis /tasta nobilitata (8). Questa mazza poi guernivasi alla cima con spuntone di bronzo, per cui frequente nell Iliade l espressione 1y% ts, tenea hasta, ed allinferior parte con un ordigno di ferro acuto rmvpnf detto da Omero (9), merc del quale 1 asta, spezzata che
( 0 V. S lrib . 1. 1 0 ; (a) II. 1. a , y. 543; (5) II. 1. aa, v. a 8 g; (4) Odyas. 1 . 8 ; ( 6 ) 11.1. 3 , t . 54o; ( 6 ) Idyll. aa, t . 1 9 1 e t seq.; ( 7 ) U. 1. 1 9 , v. 3 9 0 ; (8 )H i tH a t . 1. 1 6 , c . iS ; (9 ) II. 1. 1 0 .

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i83

fosse, rendevasi atta all offen4ere anche da questa parte. Intorno alla struttura di cos fatto guernimento di ferro, oltre ad Esichio e Polluce, vuoisi consultare Eustazio, il quale benissimo lo decrive (i). Particolari aste furono dipoi in uso presso diversi popoli della Grecia ; le quali non trovo che in altro differissero, se non se nella maggiore o minor lunghezza della mazza. Questa differenza non pertanto essenzialissima , perch quasi tutta ne dipende la forza dellasta, per ragioni che si addurranno al $ XVI, onde giudico opportuno lentrare intorno a ci in qualche particolare dettaglia Degli Spartani pare si debba credere , che avessero una par ticolare loro specie d asta, come eziandio di celata e di spada, dietro le osservazioni di Plinio , che di tutt e tre quest armi li fa inventori. Qual poi si fosse lasta loro difficilissimo a deter minarsi. Non dubito per d affermare , che prima di Cleomene essi non sapevano ordinatamente maneggiarla, perch da Plutarco noto , che questo Re loro apprese il primo ad aggavignarla con ambedue le m ani, 1' unico modo senza dubbio con cui adoperar si possa in ordinata falange (2). Da questo passo rilevasi eziandio che laste da Cleomene sbandite dovevano esser corte, se egli vi sostitu le sarisse di mazza lunghissima, come si vedr in appresso. Ci non di meno una simile innovazione si f senza dubbio dettata da una profonda penetrazione de principi del* l arte, e da giusta teoria dell arme. Degli Spartani poi certo, che furono esimj nel pugnar d asta ; al che si riferiscono i ripetuti apoftegmi che si rinven gono in Plutarco luno di Agesilao , 1 altro di Archidamo, e l ultimo di Alcidamante (3). Degli Ateniesi noto , che prima di Ificrate corte avevano le aste e che questi loro le raddoppi in lunghezza (4). (36) Lunghe picche. Questa 1 ultima specie d asta di cui reste ( 1 ) A d II. 1. i o , v. i55 et seq. ; (a) V ita di Cleomene; (5) Opusc. t. a, Apo ftegmi degli Spartani ; (4) Diod. 1 . 5 - Prob. in Iphicr.

i64 NOTE rebbe a parlare, detta con proprio sqo nome raftrr* sarissa, e di particolar uso deMacedoni. Ma poich lAutore tien discorso altrove della costoro falange, modo dordinanza propriamente dirtto a spie gar tutto leffetto dellasta; cos col meglio ne cadr discorso (i). (3> 7 ) Non hanno essi n scudo , n corazza. Gli arcieri dunque dei Greci erano spogli interamente d armi di difesa : una stessa cosa afferma precisamente Eliano (2). Non trovo per giusta la conseguenza, che ne deduce Palmieri.- Gli antichi istessi , che avevano tante armi di difesa per quelli che combattevano dappresso , non ne diedero alcuna agli arcieri, a frornholieri , ed a tutti gli altri che combattevano con armi da trarre (3 ) ; imperocch se tanto si pu affermare de Greci, non una stssa cosa pu dirsi de Romani. Questi infatti diedero ai loro veliti celate e scudo , per ambedue di cuoio in vce che di ferro ; ed in quanto alle armi d offesa , oltre ai dardi vollero che portassero la prima di cui si valevano tutti, la spada ispana (4). Da tale modo di armadura facile il dedurre che i veliti de Romani potevano riuscire pi proficui in. battaglia, che non quelli dei Greci. (38) Adoperano armi da gettare. Queste sono denominate qui dall Autore con termine generale i * jacula missilia : ma dall esposizione che quinci ne fa , si deduce essere state di tre specie, cio i dardi da vibrare a mano , le frecce da lanciar coll arco , e le pietre da gettarsi pure a mano o con la from bola. Di ciascheduna uopo far parola, e primamente dei dardi. (39) Scagliano a mano. Questi dardi sono propriamente quelle aste sottili e leggiere, chiamate zitrts da Omero, che vibransi colla sola forza del braccio anche a certa distanza , delle quali gi fu abbastanza discorso in trattando dell asta. Sarebbe inutile il qui riportare gli esempj col addotti della maestria de Greci in maneggiar tali arme fino dai tempi eroici (5). (>) V. Commant' al 16 ; (9! T act. c. 1; (3) A rte della G ue rra , e. 3; (4) Polii, t. 5, 1 . 6 , p. s3f ; (5) V. II. 1 . 11, v. 55.
t.

1, 1. a,

ALL ARTE TATTICA.

i85

Il modo poi di struttura di questi dardi, non potendosi ben determinare in quauto ai G reci, giovami formarne idea dalla distinta pittura che ne fa Polibio , parlando dell armadura dei veliti romani : Il dardo de veliti ha comunemente il legno lungo due cubiti e grosso un dito: la punta lunga un pal li) m o, e tanto sottile ed affilata che necessariamente dopo la prima lanciata si piega , e non pu essere rimandata da ne mici (i). Questa ra la vera asta velitare di cui ogni sol dato ne aveva sette (a). facile il trasferire la stessa idea ai Greci , la cui asta da vibrare non doveva essere dalla qui de scritta dissimile. (4o) Arco. La freccia consisteva in una punta di ferro assicu rata ad una leggier asta di legno, corta e sottile , con certe pinne ai lati, perch vibrata pi agevolmente fendesse l aria. Guemivasi di uncini acutissimi per farla riuscire pi mortifera (3), e di questi mettevansi alle volte fin tre e quattro (4). Tali frecce s infettavano altres di veleno, della qual arte crudele Omero ci afferma esser andato Ulisse in traccia nell E fira {5 ). Per questo fu pi costume debarbari, degli Sciti in ispecie e de Parti, che non- de Greci. Tal freccia poi lanciavasi per mezzo di una macchina dai Greci chiamata r(<>, arcus dai Latini. Intorno alle qualit ed alla struttura dell reo le memorie lasciateci dagli antichi non sono abbastanza distinte onde calcolare precisamente la sua sfera dattivit ; dipendendo questa da circostanze che non si possono pi riconoscere nel buio della favola , di che i greci mitologi hanno coperta 1 invenzion di tale arma , la quale non so inten dere , come essi che avevano tanto in pregio il combatter dap presso , si studiassero di predicare d origine divina. Gli antichi Greci formavano 1 arco per lo pi di legno, il quale poi adornavano d oro , d argento , o d altro ben terso
( 0 Le S to r ie , t, 5 , 1. 6 , p. i5 o ; (s) L iv io , 1. 1 6 - Val. M ax. L i , e. 5 ; (3) O rid. de A m o r.; (4) Stat. Thebaid. 1. u ; (5) O d y n . I* i , t . sfti.

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NOTE

metallo, del che si possono vedere in Omero parecchi eseinpj. Pretende*! eziandio che usassero farlo di corno (i). Ma nasce dubbio, se la voce adoperata da Licofrone nel descriver 1 arco attribuito ad Apollo non significhi piuttosto rpi%a<rif , cio il nervo d elt arco , il quale formavasi, giusta Omero , di cuoio tagliato in coregge ; ond egli nomina r'| ficti* ; arcus bovini (?). In quanto al maneggio di tale arma i barbari furono d assai pi esperti deGreci, gli Sciti in ispecie ed i Persiani. Il modo onde questi ultimi se ne valevano ci viene dipinto da Proco pio (3). Diversamente usavano maneggiarlo i Greci antichi come si raccoglie da Omero (4). In tardi tem pi, i saettatori pi celebri fra tutt i popoli della Grecia si furono i Cretesi, i quali perci arrolavansi come mercenarj negli eserciti (5). (4i) Pietre a mano, o con frombola slanciale. Delle pie tre adoperate come armi sonovi memorie antichissime. Gli eroi non isdegnavano di lanciarle essi stessi a mano. A questa guisa , presso Omero, Agamennone investe gli ordini nemici (6). Dio mede con un sasso enorme getta a terra Enea (7); ed Aiace sca gliatolo contro Ettore gli rompe lo scudo (8). Cos Ettore ferisce di sasso Epigeo (9) , e Patroclo Stenelao (10). Omero encomia eziandio altamente la forza degli antichi guer rieri in lanciar sassi enormi, dicendoci che quello onde Dio mede colp Enea , non avrebbero potuto portar due uomini dei tempi suoi (11) ; e molto di pi narra Virgilio per rapporto a Turno (ta). Voglio ben io concedere, che la fantasia poetica ingrandisse di molto questi oggetti, e che tali racconti non debbansi pren( 1 ) Hom. II. 1. 4 , r . io5 - L icofr. Cassandr. . 563 ; (a) II. 1-4 ia a ; (3) De Bello pers. 1. i ; (4) II* 1* 4 is 3 - E ust. a d i i . 1- m. c. ; (5) Poi* lu x , 1. i , c. io ; ( 6 ) II. 1. i l , v. a64; ( 7 ) II- 1* 5 , r. 3oS; ( 8 ) II. I. 7 / v . ayo; (9 ) II. 1. i4 , v. 5 7 7 ; ( 1 0 ) 11. 1. 2 6 , v. 6 8 6 ; ( 1 1 ) XI. 1. 5 , t . S0 2 et seq. ; ( 1 9 ) Aeneid, l. ia , v. 8 9 6 .

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187

dere alla lettera ; ci non di meno sar sempre del savio critico il dedurne, che gli antichi erano molto addestrati a lanciar sassi in,battaglia. E per vero abbiamo da Pindaro , che con pietra irirpa furono uccisi dodici eroi (1); e che similmente ammazzasse Mardonio uno Spartano ne fa testimonianza Plutarco (1). De sassi valevansi specialmente gli antichi per gettarti da lu ghi alti e muniti contro gli assalitori : come i Greci addosso ai Trojani , stando questi per superare i loro alloggiamenti (3) ; e gli Ateniesi contro i barbari (4). notabile, che da un sasso Cos lanciato fu ucciso sotto Argo il celebre Pirro epirota (5). Per questa maniera di valersi desassi ad uso di guerra, essendo in tutto diversa da quella che si adopera in campo aperto, non vuol essere qui ricordata che per incidenza. Restami di parlar della from bola , come di macchina parti colarmente adoperata ad accrescere limpulso dellarme da gettare. Questa serviva a lanciar d ordinario le pietre , ma anche talora palle di metallo, come quelle de nostri archibugi, ed eziandio certe frecce di struttura particolare. Non si pu ben determinare quali popoli ne fossero inventori, vantandone alcuni i Fenici (6), altri gli abitatori dell isole Baleari (7), altri gli Etoli (8) , gli Acarnani ecc. Ci poco importando al soggetto, io comincio dal1 osservare , che alla guerra di Troja fu noto 1 uso drlla from bola, la quale Omero dice formata di lana di pecora (9). Intorno alla materia, ond era la frombola intessuta vuoisi no tare il passo di Strabone aut e melancrcena , aut e pilis, aut e nervis (io). Questa melancrasna una tal specie d erba o di giunco , famigliare nelle Spagne , di che ivi fannosi le corde ; onde probabile che sotto tal nome comprendesse Strabone il lino nou meno che il canape , d ambedue i quali sicuramente formavansi frombole (11); e Vegezio aggiunge che si facevano an che di seta , le quali riputavansi migliori (12).
( 1) Od. i rrfe<p. /}. T- 7 : (*) V* A ris tid e ; (5) II. 1. la, v.
1 55;

(4) E rod.

t. 4, U r t n i a ; (5) J n stin . B ist. 1. a5 , c. 5 ; (6 ) Plin. 1. 8 , c. 56 ; ( ;) Veg. 1. i , c. iG ; (8 ) Slrab. 1. 5 ; (9) II. I. i 5 , v . 5 9 9 ; ( 1 0 ) Lib. S ; ( i 0 Suid. ( 1 3 ) Lib. 1 .

188 NOTE La frombola era dunque una funicella attortigliata a due capi, formante un seno ovale nel mezzo, onde contenere la pietra o la palla, fino a tanto che il fromboliere, abbandonato lun capo e ritenuto 1 altro , fuori non la slanciasse. Perci la figura della terra vien da Dionisio Alessandrino e da Eustazio paragonata alla porzione ovale della frombola. All atto del lanciar la pietra , o la palla , la frombola aggiravasi intorno al capo una o pi volte (i). Ci non ostante Vegezio preferisce un sol giro ai molti (a). Tra i popoli della Grecia ve ne furono di espertissimi nel tirar di frombola. A questo titolo Polluce encomia gli Acanaani (3). Gli Etoli sono pur celebrati-pel tirar di frombola (4); ma pi di tutti gli Achei, abitatori delle vicinanze di Egio , di Dima , e di Patras, i quali ne avevano di non somiglianti quelle degli altri popoli (5). Intorno a questa particolar specie di frombola e di dardo, che Suida chiama telum funditorium ex Achaia , meritano di essere consultale le erudite discussioni di Lipsio (6). Circa al peso delle pietre e delle palle di piombo , lanciate merc la frombola , non ci rimangono in quanto ai Greci pre cise memorie. Per n\olte ne abbiamo risguardanti altri popoli, dalle quali giudicar possiamo anche rispetto ai Greci dell effetto di que st arma. Con essa oi afferma Diodoro (7), che grandi sassi lan ciavano i Beleari, e Suida ne accenna il peso dicendo: Balearium insularum funditores lapides minae pondere jacebanl. Qui s intende la mina attica di cento dramme. Le palle poi erano di piombo., perci dette p tixvfiSi'Stt dai Greci ; e queste lanciavansi con tanta rapidit, che al dir di Seneca liquefacevansi nell aria (8). A ci allude anche Virgilio, oVe dipinge mirabilmente l impeto della frombola in mano di
( 1) Vifg. Aeneid. 1. 9 , t . 58; - S tat. Thebaid. 1. 1 ; () Lib. i j (3) Lib. 1 , 1 0 - Tucid. St. I. 1 ; (4) Strab. 1. 3; (5) Liv. H ijt. Rom. 1. 38; ( 6 ) n 6

e.

XtcpKtrixSt, I. 4 ; ( 7 ) Bibl. ito r. I.

; ( 8 ) N aturai. Quaeat.

1.

a , e. SS.

ALL ARTE TATTICA. 189 Mezenzio (1). Se dobbiamo poi credere a Vegezio, contro un colpo di frombola non v era arma di difesa che reggesse, e la percossa ne riusciva mortifera (2). Finir questo articolo coll osservare che gli antichi col ben maneggiar la frombola , mediante la destrezza che in tale eser cizio acquistavano fin da fanciulli, potevano offendere il nemico poco meno che non fossi oggigiorno con 1 archibugio ; poich non trascuravano attenzione onde il vibrar di quest arma fosse moltiplice in brevissimo tempo. Osservisi infatti ehessi munivano ogni fromboliere di tre frombole, le quali tutte vuole Strabone, che fossero cinte intorno al capo (3). Secondo Diodoro invece con una di esse il frombatore circondava il suo capo, collaltra il ventre, e teneva in mano la terza (4). Di pi ogni fromboliere recavasi seco in una tasca, a ci appesa alla persona, i sassi e le palle , onde averle prontissime al lanciare, nella stessa guisa che oggid portansi le cartatucce. Ci afferma Senofonte : jussit funitores lapidum plenos habere sacculos (5) ; e Strabone ezian dio, dicendo d un certo Pirecma etolo, che venne a battaglia cum funda et pera lapidum , wifttt Xttmt (6). E qui sia fine al trattar dell armi de veliti. Altrove cadr discorso del modo loro di ordinarsi, e dell uso che d essi face vano i Greci in battaglia (7). (43) Que che usano gli scudetti. Questa terza specie di fonti denomioavasi dei peltati, griArarrr ; a ragione, che portavano essi certi scudetti, detti dai Greci pellai *Ar ; i quali erano minori de grandi scudi, che con proprio vocabolo dicevansi
r x iis i nc*n.

La storia di questi peltati si dar all occasione che Arriano parler delle loro ordinanze. Ora fa d uopo occuparci delle ar mi , ond erano forniti si per 1 offesa , che per la difesa. (43) Scudetto. Lo scudo loro, minore del comune, pare fosse inventato da lficrate (8). N alcuno si lasci imporre dalla parola
( 1 ) Aeneid. 1. 1' A a a b t s i , l. 5
9 3

; (a) Lib. 1 , c. 1 6 ; (S) Lib. 3 ; (4) Bibl. St. 1. 6 ; (5) Senof. (6 ) Lib. t j ( 7 ) Ved. S >9 ! ( 8 ) Frub. in Iphicr.

igo

NOTE

parm a , qui impropriamente usata da Probo, quasi che i Greci prima d Ificrate portassero uno scudo piccolo , quale tal nomesignifica ; perch da Diodoro manifesto che gli scudi tramu tati da quel capitano agli Ateniesi erano precisamente quegrandi e rotondi, detti t>r/cfiy aspides (i). Se badiamo agli scrittori indefinibile si la forma della, pelta. Plutarco (a), parlando dell ancte, picciolo scudo d amendue i lati reciso, che i Romani credevano loro disceso del Cielo , lo vuol dissimile dalla pelta, perch rotonda. Da ci farebbe duopoinferire, che la pelta de Greci fosse poco dissimile dalla parma velitaris de Romani ; ma altre memorie rinvengonsi, dietro le quali fa d uopo crederla di figura quadrangolare, n* Arati, dice Suida, a m lii* rtrpiyttict'. peltae clypei quadrangoli ; e simil mente lo Scoliaste di Tucidide : IIjAt* , itrxls nrpayatcs. Di Pentesilea trovasi in Virgilio : Ducit Amazonidum lunatis agmina peltis (3). cP onde forse dedusse Isidoro : Pelta scutum brevissimum in fo r marli lunae mediae. Ma il buon uomo, perch non poteva egli interpretare la figura lunata per un intera circonferenza ? La sciamo queste erudite minuzie ; bastando al nostro scopo il sa pere che la pelta era uno scudo ' pi piccolo e pi leggiero di quello che portavasi dai gravemente armati, inventato per dare ai soldati maggiore agilit. (44) Verretta. Ho chiamato con questo nome una specie di picciol asta detta da Greci u tin o * , la quale doveva essere poco dissimile dal pilum dei Romni, -cio atta a lanciarsi a mano. L autorit cui m appoggio si quella d Esichio, il quale definisce 1 * tcttrttt pti*p* acontion, parva lancea: al tri disse similmente x itn e t re fip*%v fpv, nx) pixTi/tttct ; acontion ; hasta brevis, quae eijcitur (4). Convien per credere che siffatta specie d asta leggiere e corta fosse d invenzione posteriore ad Ificrate , poich non v ha dubbio che s egli al( ) Bibl. St. 1. i5 j (a) Vita di Numa ; (3J Aeneid. 1. i , icbop.
y.

; (&) Alo-

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19,

leggeri lo scudo, allung del doppio le aste degli Ateniesi. Come dunque risulta qui da Arriano che i peltati avevano aste pi corte e pi leggieri dei gravemente armati? Egli forse alludeva ai Macedoni, le cui aste lunghissime, dette sarisste , non por tavasi che dagli opliti propriamente. (45) Caschetti alla Lacedemone. Di questi, come d arma del capo , fa menzione Polluce, e li mette fra le eccellenti (1). Sic come essi dovevano essere pi leggieri e meno compatti delle gravi celate che portavano gli opliti, cosi per quanto fossero ben costrutti e buoni alla difesa, come dice Polluce , non ba stavano per a riparar nemmeno i colpi di freccia ; e Tucidide n testimonio: Tunc res molesta Lacedaemoniis accidit; neque enim pilei sui a sagitlis prolegebant (i). Come avrebbero dunque riparato i colpi tremendi dell asta grave ? Ci prova essere im possibile il trovar modo d alleggerire le armi di difesa senza che perdano il loro effetto. (46) Caschetti a lt Arcade. Questi caschetti proprj degli Ar cadi non sono particolarmente nominati da verun scrittore. Da un passo di Pausania si potrebbe conghietturare , che fossero di cuoio , o anche di semplici pelli di fiere (3). (47) Due gambiere. Nel testo detto semplicemente ao^/cTir, senza la voce <f# , la quale sembra essenziale, seguendovi **(i\t 1*1* ; ma io ho creduto meglio lo specificar due gambiere, attesoch parlandosi qui de Greci antichi, egli certo che am bedue le gambe ne avevano fomite. Nell armadura di Paride che il Poeta descrive, si annoverano belle gambiere x.uXas, che il molle eroe si cinse in torno alle gambe, assettandovele con fibbie d argento (4). E nell armadura d Achille si comprende pure quest arma difensiva descritta con le stesse parole (5). E poich Omero in ambedue questi passi cita stiniere alle gambe parlando dell armadura d un solo , necessario dedurne che due ne usavano portare gli antichi Greci, come qui 1 afferma Arriano.
( 1 ) Lib.
1

, c.

10

v . 3 3 o i (5) 11 1.

19

, n e t . i3 ; () Tucid. 1. 4 i (3) La M ess-oia; (4) Il 1. 3, , v. 46g. '

i9a

NOTE

DI qual materia si fossero da Omero non ben si comprende; ma v ha ragion di crederle di metallo, perch tali le attribuisce Esiodo ad Ercole, del qaale dice che guern le gambe di stiniere formate di splendente oricalco, inclito dono di Vulcano (i). In Ateneo si trova pure fatta menzione di certo edificio a Marte sacro , in cui erano dappertutto affisse a chiodi stiniere rilucenti, le quali si pu credere ragionevolmente che fossero di metallo (a). N queste gambiere metalliche erano d uso particolare di qualche eroe, ma comuni alle fanterie gravemente armate ; Leone ce n assicura annoverandole fra 1 arme di difesa degli opliti (5). (48) Una sola, come fra i Romani. Chei Romani-portassero una sola gambiera pare doversi dedurre da Polibio , il quale esprime questa parte della loro armadura colla voce Tfticivftts ocrea (4). Una stessa cosa aflrma Vegezio , ed aggiunge che la gamba la quale usavano guernire si era la destra (5); e ne adduce per ragione che combattendo dappresso si pone in nanzi il destro piede (6). Ci per intender non si debbe de primi tempi di Roma ; imperocch Livio e Dionisio, ripor tando le classi del censo di Servio, annoverano fra le armi sti niere in plurale, specificando un solo scudo, ed una sola asta. (49) Corazze a squamme. In quanto ai Greci non saprebbesi quali esempj addurre di corazze cos formate ; onde da sup porre che Arriano ne traesse lidea da altri popoli; da Sarmati in ispecie, da Persiani, ' e da Parti , che le avevano famigliarissime , e che ne armavano la loro cavalleria. Plutarco descrive Lucullo con indosso corazza a squamme il d che combatt con Tigrane (7). A squamme erano pur formate le corazze che Macrino tolse alle guardie pretoriane (8). N credo prezzo d opera il riportar qui varj passi di poeti latini, che di simili corazze armano i loro eroi, perch tali esempj essendo singolari niente
( 1 ) Scol. H ercnl. r . 34; (1) Le Stor. ]. 1 8 ) Dio. in Mucr. ; ( 1 ) Aleaeas pad then. 1. i4 ; (3) T act. c. 5 ,
1

191 6

p.

; (5) Lib,

; e. i5 ; () Ibid. ; ( 7 ) V iti di Lacollo ;

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provano al soggetto. Isidoro ci fornisce con che formare idea adequata delle corazze in quistione. Squama est lorica ex laminis aereis, vel ferreis concatenata in modum squamarmi pisci s (i). (5 0) A piccioli anelli tessute. Anche questo modo di arma dura, fuori del nostro A ., non troviamo che fosse proprio dei Greci ; imperocch egli certo da Yarrone che tali corazze, le quali noi diremmo piuttosto maglie di ferro, furono dai Galli inventate (a). Checch ne sia di questi fatti, resta solo a dedursi per 'con seguenza dal fin qui detto intorno alle corazze de peltati, che esse erano d una specie pi leggiera di quelle degli armati gra vemente , le quali non a squamme n ad anelli , ma d intera solida lamina di ferro o di bronzo formavansi, ragion per cui miSi'tvf, oppure tit* it, cio sode e compatte le chiamavano i Greci. (5 1) Armate tutte intere. La greca voce rmpfmrn ; significa propriamente lorica , ossia corazza militare, cio 1 armadura del petto. Tal voce viene dal verbo QfJucvm , che in greco significa munio. Ad effetto di evitare ogni equivoco necessit osservare, che in quanto al preciso significato della parola cataphracta passa diversit fra I applicarla ai pedoni o ai cavalieri. Dicen dosi infatti pedites cataphracti s intende soldati di corazza mu niti al petto ; ed in questo senso vuoisi che Livio usasse tal espressione (3) ; quando all opposto se dicasi cataphracti equite s , intendesi soldati con tutto il corpo guernito d intera armpdura , insiem col cavallo. (52) Corazze a squamme o di lino , o di corno. Che vuoisi qui significare per corazze di lino, trattandosi dun genere dar madura fra tutti il pi grave ? L espressione del testo thoracibus squamatis prova chiaramente che la stofl di lino , lungi che per s stessa costituisse le corazze in quistione, non serviva che di sostegno alle scaglie o squamme ,

( i ) L ib . S 2 ( ) D. 1. J. i ( J ) L ib . S7 .

Annuso.

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i 94 NOTE dalle quali realmente l arme prendeva sua forza. Uu passo di Sallustio decide benissimo questo punto. Equiles cataphracti, ferrea omni specie, equis paria operimenta erant quae lintea, ferreis laminis in modum plumae adnexuerant (i). Dal qui detto si rileva dunque che la stoffa di lino era tutta coverta da squamine di ferro, dette anche plumce dai Latini (a), 1 una nell altra perdentisi alla guisa medesima che le scaglie de pesci e de ser penti ; onde tali corazze dissero i Greci vs , oppur Xtxiietrcus s per il che la catafratta riusciva flessibile in ogni senso, e ben ripiegavasi sulle membra, assecondandone i movi menti. La pelle altre volte faceva le veci della stoffa di lino (3). D armadura cosi costrutta frequentissima menzione presso gli antichi, che la fanno d assai (4). Alla stessa foggia poi ond era . la corazza de cavalieri formata, usavasi pur di costruire quelle decavalli tutte intiere; e ci per ch tal modo di cavalleria essendo per cosi dire la miglior truppa in cui ponessero i barbari lor confidenza, riusciva inutile tostoch dall armi gravi de Greoi o de Romani venissero i loro cavalli feriti (5). f In quanto alle corazze di corno non ho altro a dire se non che in queste, invece che di ferro, le squamme erano di corno formate. Ammiano attribuisce tali specie di corazze ai Sarmati ed ai Quadi (6). Della medesimarma ottima descrizione si trova eziandio in Pausania , che pure ai Sarmati 1 appropria (7). L armadura a squamme pi perfetta e maravigliosa si era quella de barbari, de Parti specialmente e de Persiani , i quali sapevano adattarla s bene alla persona, che parevano esser statue di ferro animate. Essi n erano coperti, 1 uomo ed il ca vallo (8). Questi cavalieri avevano pur anche coperto il capo e la fac cia di celata con visiera, raffigurata a foggia di volto umano , e
( 0 In fragm ent. j (*) Slt. Thehaid. 1. n ; (J) Virg. A neid. 1. u ; (4) V . V irg. Aeneid. 1. n - S e rr. ad loc. ean d. - Ammian. 1. 4 - C ort. 1. 4 ; (5) Snid- V . in fra ; ( 8 ) Lib. 1 7 ; ( 7 ) LA ttica t. 1 , 0 . a i, p. 5 ; ; (S) Ia jtio . 1. 4 1 - Ammian. I. iS.

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tale che Don lasciava scoperto le non se il luogo agli occhi corri spondente, eoa una picciola fessura sotto le narici (i). La caval lera grave de P arti, come la pi singolare in questo genere , pub servir d esempio anche per gli altri popoli. Il modo poi di combattere della cavalleria gravemente armata si era quello di avanzarsi, tenendo serrati gli ordini, contro il nemico ; perch ben difesa dal tenore delle sue arm i, facile le riusciva il romperlo (a). Qualunque ne fosse per l impeto e la forza di questa grave cavalleria, non pu moversi dubbio, che essa veniva di leggieri superata e vinta dalla fanteria gravemente ormata (3). Il modo migliore onde atterrare la cavalleria de catafratti quello si era di tirarli nel mezzo della battaglia , facendo sem bianza di cedere al loro impeto , e poi ristrngendo gli ordini investirli con 1 aste ai fianchi (4). (53) Fasce allis cosce. Arriano chiama queste, che si direbbon cosciali, e tal voce sembra venir da ftnfts co scia. Non vha dubbio che simili arnesi erano differenti dalle stiniere , le quali mettevansi alle gambe ed al piede, e /ti fi s con proprio vocabolo si denominavano. (54) Guemimenti ai lati. Quest arma di difesa per i cavalli ella precisamente definita da Polluce. Paraplcuridia, arma equorum circa latera (5). Senofonte afferma che tali guemimenti erano di bronzo (6). (55) Testiera. Ella propriamente quell arma di difesa, con cui cuopresi la testa del cavallo. Usavasi formarla o di bronzo , o di ferro (7) ; riputandosi importantissima la difesa del cavallo per la ragione addotta dallo scrittore da Suida citato. Ma rivolgendo il distorso ai Greci propriamente, quale si era fra essi il modo <f armadura de cavalieri catrafatti, s in quanto all offesa , che alla difesa ? Giuseppe ce Io dichiara manifesta
t i ) Annoiali. ). iS, Inlt. - V . S n ld .; ( 3 ) N aiarn In Panegyric. Constant. I m p e ra i.; (3) Ammian. Marceli. 1. io , c. 6 ; (4) N a z a r i in P anrgyric. Constali. Im p .j (5) Lib. , c. 4 - 53; (0) Ciroped. t. a, I. j , p. ioo; ( j) Mauric. 1. i, c. *

196 NOTE mente loro assegnando spada lunga al destro lato, asta pur lunga nella mano destra, scudo trasversalmente appoggiato sul caval lo , tre o pi giavelotti nella faretra, con ampia punta alla cima, e d molte non minori alle comuni lance : inoltre ce late e corazza a tutti comuni, alla guisa stessa che i fanti (i). Polibio egli pure ci fornisce con che pienamente dilucidare que sta materia, avvertendo ehe 1 asta de catafratti greci era soda e grave , e tale da poter offendere s dall una .che dall altra estremiti, in caso che uopo fosse di ripetere il colpo; e che gli scudi erano sodi e massicci, e ben acconci al difendere s nel1 atto dell assalire, che del far fronte al nemico. Egli parla dei Romani a cavallo mostrando come anticamente avessero difettoso genere darmadura, e dice: 11 perch avendo cotali armi fatta mala pruova, adottaron presto la struttura delle armi greche, per cui il primo colpo assestato coll estremit anteriore va a segno , ed insieme efficace , essendo 1 asta solidamente co strutta e non tremula , ed ove voltisi, fermo e gagliardo 1 uso della punta di sotto. Lo stesso dicasi degli scudi ; die negli assalti da lungi e da vicino saldi e sicuri sono nell ado pcrarsi. Conosciute ( i Romani ) queste cose si fecero tosto ad imitarle (a), a Combinando questa pittura de cavalieri catafratti greci con quella che ne fa Arriano , ed unendovi tutte le notizie date gi sopra intorno alle armi ed ordinanze demedesimi presso i bar bari , ne risulta la storia completa d una specie singolare di ca valleria , la cui armadura non ben esaminata potrebbe per av ventura sembrar favolosa. (56) Truppe che non hanno intera armadura. Tutte le di verse specie di cavalieri qui nominati erano armati leggiermente ; ma poich il modo onde vengono descritti dall A. egli al quanto confuso ; cos credo sia prezzo d opera lannoverarli con qualche maggior chiarezza, specificando anche il tenore delle ri spettive loro armi.
(i) G uerra Giud. t.
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, I. J ; (a) l e Stor. t. 5, 1.

, p. *54-

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La massima differenza fra le diverse specie di questi cavalieri leggiermente armati ripeteva dal combatter essi di lontano , o dappresso al nemico ; differenza essenzialissima per le tante ra gioni gi spra addotte , la quale importa non solo diversit corrispondente nella qualit dell armi che si maneggiano, ma eziandio nell ordinanza che rispettivamente vuoisi adattare a cia scun arma. (57) Gli astati. La classe di quelli che si battevano dap presso dicevasi degli astati, a cagione che la costoro arma principale d offesa era lasta. Ha oltre a questa essi usavano al tresi di portare <?erti dardi, o giavellotti, i quali lanciavano a mano in correndo al modo stesso che gli Alani ed i Sarmati j e cos dai diversi nomi , onde chiamavansi queste varie armi da trarre, acquistavano essi pure diverse denominazioni. Ma un altra differenza ripetevasi eziandio dall arma di difesa, a cagione che tra gli astati eranvi di quelli che portavano lo scudo, e di quelli che He andavan senza ancorch venissero come i primi alle mani col nemico. i (58) Tirefri. Que pertanto che di scudo erano forniti chia mavansi scalati ; e questi considerava! come gli astati perfetti, perch bene acconci all offendere non meno che al difendersi : quelli che non avevano scudo prendevano il nome dall arma d offesa , di che particolarmente si valevano ; quinci se questa era 1 asta dicevansi doratofori\ se i dardi, o giavellotti contofo ri o anche xistofori ; avvegnach si kontos che xiston si gnifichino in greco un arma in asta , acuminata alla cima , cd atta ad essere lanciata. Gli antiquari si sono affaticati assaissimo in tentar di fissare le rispettive differenze di queste diverse armi da trarre, e con quanta riuscita non ardirei decidere , perch trattandosi di det tagli cos minuziosi , egli facile il dire di molte parole senza che ne risultino conseguenze, sulle quali si possa fondar gran fatto. Perci io tralascio qui di buon grado di trascrivere le prolisse loro 'osservazioni, solo importando allo scopo attuale di sapere, che i soldati a cavallo ond discorso, adopera

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vano tutti armi di tal tenore , le quali potevano e lanciarsi di lontano prima daggiungere al nemico, ed esser maneggiate dap presso allorch si era venuto alle mani. Il medesimo fine avevano precisamente i Romani in armare i loro veliti a cavallo di quelle aste leggieri , eh essi chiamavano velitares , e di spada ispana eziandio , arma sopra le altre tutte eccellente per combattere dappresso (i). (5g) Lanciatoli. La seconda classe de cavalieri non cataphracti, ossia leggiermente armati, era di quelli che si battevano discosto , tentando d offendere il nemico senza venir petto a petto; e questi sono genericamente chiamati dal nostro A. aupfibirra,) , fercntarii , spiculatorcs dei Latini, e che noi diremo lanciatoti. (60) Tarentini. De lanciatoli a cavallo si distinguevano fra i Greci due diverse specie ; 1 una di quelli che offendevano di lontano il nemico con armi da trarre , ma tali che si gettavano a mano , cio senza 1 aiuto di macchina alcuna, e questi sono i tarentini, o lanciatori propriamente detti; laltra di quelli che tiravan di frccia con larco, ippotoxoli; vale a dire saettatori. Per ultimo osserva 1 Autore che di questi tarentini eranvi alcuni, i quali dardeggiavano prima in distanza, e poi s avven tavano al nemico , valendosi a tal uopo dellasta o della spada, e questi li chiama leggieri. Essi venivano a rispondere precisa mente in quanto al modo dell armadura ai veliti a cavallo dei Romani. In quanto poi alla maniera del combattere facile av vedersi che non differivano per nulla da quegli astati, dequali gi sopra femmo menzione (2). La cavalleria dunque nell esercito greco conteneva sei distinte Specie di cavalieri. i. Gli armati gravemente ; 2.0 gli astati ; 3 . que' degli scudi; 4.0 i tarentini ; 5 . i saettatori; 6. i leggieri. Combattevano dappresso al nemico i gravemente arm ati, gli astati, e que dagli scudi ; combattevano discosti i saettatori
( 0 T. L iv . H ist. Rom. I. *6, (1) Nota a sm . 5;.

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Con k frecce, i tarentini con 1 aste leggieri, o lance die dir si vogliano ; ma di questi ve n era una specie particolare, che lanciati prima alcuni dardi s affrontava tosta col nemico , detta de leggieri ; i quali, come si veduto , tornavano allo stesso che gli astati, quando pure non ne differissero per la spada di che eran fom iti, arme che Arriano a quelli non assegna speci ficamente. (61) Romani a cavallo. Questa maniera darmadura de sol dati romani a cavallo, la quale comprende si le armi pi gravi di difesa, che le pi importanti di offesa, non loro originaria; imperocch siamo certi da Polibio, eh essi la presero dai Greci la prima volta, che ne furono convinti dei vantaggi. Merita d esser trascritto il passo dell insigne Storico , il quale illustra benissimo il soggetto in quistione. L armadura de cavalieri & ora simile a quella de Greci. Anticamente non aveano corazze, ma combattevano in farsetto ; d onde avveniva che pronti erano e spediti a balzar di cavallo, ed a risalirvi con prestez za ; ma nelle mischie a grande pericolo esponevansi, percioc ch pugnavano ignudi . Prosegue l Autore a rimarcare gli svantaggi di questantica leggiere armadura della cavallera dei Romani s per le aste troppo sottili e leggiere, che per gli scudi non ben sodi e massici , e finisce a conchiuderne : Il perch avendo cotali arme fatto mala prova , adottarono presto la struttura delle armi greche (i). * Qual si fosse tale antaadura inutile il qui disputare, aven done gi sopra ampiamente trattato in parlando della grave cavalleria de Greci. Aggiugner solo ad elogio de Romani una circostanza , che Polibio rimarca , e dalla quale passiamo argor mentare in p arte, onde procedesse la perfezione della loro tattica. I Romani sono fra tutte le nazioni i pi atti a can giar costumi e ad emulare il meglio (a). (62) Picciole scuri tui( alV intomo di punte guemite. Quest
( 1 ) l e Storte, 1.6 , t. 3! p. SS seg j () t e St. 1. 6 , t. 3, p, 54 - V A rr. E rc rc iu t. e^aeitr. Roman. [>. f i .

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NOTE

1 ultima fra 1 arme de G reci, onde restaci a far parola.' Si pu ripeterne 1 uso fino dai tempi eroici (i). Omero la chiama {/rii, e la pone in mano a Pisandro, che si affronta con Agamennone , il quale 1 investe con la spada (2). Il fendente della bipenne era di bronzo e.dirigevasi alla testa del nemico. Non poteva per reggere al confronto della spada, e grandissima sproporzione esisteva tra la forza d offesa d am bedue queste armi (3). Ci nondimeno furonvi popoli nella Grecia , gli Arcadi a cagion d esempio ed i Tebani, i quali si valsero di quest arma * mentr erano comunemente adottate la spada e l asta, e Se nofonte n testimonio. Al qual proposito rimarc benissimo un dotto moderno: Celle arme rpitoit ses coups si lentement, et dotinoti lant de prise la piqu , et V pe, par son ampie moavement, qu*il est surprenant qu' elle ait i t i en usage dans le mme temps que ces deux armes. I l ne fa tti pas moins qu Xnophon poar le persuader (4). Di tal arma si valsero moltissimo i barbari ; e gli eserciti dei Persiani vinti da Alessandro erano per gran porzione armati di scuri, come si pu vederne di molti esempj in Q. Curzio. Di queste scur guernite di punte, come d arme degli anti chi fa pur menzione Leone (5). E cosi fatta particolarit delle punte dinot Leone probabilmente dietro la scorta del nostro Ar riano. (63) Buona attitudine al combattere. L ordinare la truppa in modo che ne risulti buona attitudine al combattere , egli h il fine dell arte della guerra. E poich Arriano parla di quest at titudine, come di cosa dipendente dall uniformit, unione e cor rispondenza delle rispettive parti componenti il tutto, che le sercito, cosi giova ricordare intorno a ci 1 avviso d ISerate , il quale soleva paragonare l ordinanza dun esercito tutt intero alla
( 1) H o m e r . I I . 1. 5 , T. 711 ; ( a ) I I . I. i l , r . 6 1 0 e t s q . ; ( 5 ) H o m e r . I I . 1. 1S , v . 6 i 5 e t s e q . ; ( 4 ) G u i j c b a r d t . H e m o r . s m l i t a l r . s u r l e s A n c i e n * . 1 . 1 I>ag. 1 9 0 ; ( 5) T a c t . . , S SJ.

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struttura del corpo amano. Diceva egli, che k falange teneva luogo del petto, i veliti delle mani, la cavallera de piedi, ed il generale del capo : onde ne conchiudeva che mancando questo ultimo tutto il corpo, era inutile, come pure che mancandovi al cuna delle suddette parti, doveva tenersi il corpo come storpio, monco ed imperfetto (i). Quale immagine eloquente della propor zione e corrispondenza , in che esser debbono fra loro le parti componenti un esercito ! (64) Esercito ben ordinato. Poich 1 uniformiti, 1 unione, e la buona attitudine al combattere dipendono certamente dall or dine , cio dal modo proprio ed adequato onde sono disposte le rispettive parti ; quindi non maraviglia se le antiche na zioni pi celebri nell arte della guerra furono tutte oltremodo gelose dell osservar gli ordini nelle battaglie , ed in Dissero pene gravissime a chi strettamente non li serbasse. Omero nella disposizione rispettiva che assegna all esercito de Greci e de Trojani ha posto mirabilmente al confronto l idee dell ordine e del disordine in una battaglia. Egli para gona i Trojani ora ad Un crocchio di gr disperse con grande strepito nell aria, ed ora ad un branco innumerevole di belanti pecore fra loro raccolte confusamente ; e queste immagini non possono essere pi eloquenti per dipingere gli svantaggi del dis ordine in nn esercito (a). I Greci tutt al contrario descrive spiranti 'valore procedere ordinati in guisa da recarsi lnno 1 altro vicendevole aiuto ; fiso ciascuno ed attento al comando del proprio duce (3). II lasciar gli ordini, ed il fuggire sovrastando pericolo erano presso gli Ateniesi due gravissimi delitti, di 1 uno, di *xrriritu 1 altro ; e i delinquenti venivano trasmessi dal polemarco all Areopago, perch ne fossero condannati (4)* La pena era di morte (5). Di questa legge fa eziandio menzione Lisia (6).
( 0 Polien. Stratag. 1. S, p- i l i e seg. ; (>) 11. 1. 9 , . a ; 1.1, . 453 ; (5) II. 1 i , t . 8; 1. 4> t . (S; (4) V. Postoli, ds Rep. Athen. c. h i (5) SjriaD. la H eraeg. ; (6) Orat. in Alcibiid.

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NOTE

Anche il generale avea facolt di dar pena di morte a chi la* sciava, gli ordini (i). Cosi per la fuga (2), ed al generale spettava lapplicar questa pena (3). Sublime in fatto del conservare gli ordini in battaglia era la legge degli Spartani (4). Sparta puniva d infmia chi in guerra abbandonava gli ordi ni (5) ; ed il mirabile si , che le madri spartane erano in ci pi severe delle leggi medesime; conciossiach parecchie contansi desse, che uccisero di propria mano i figli fuggiaschi dalla bat taglia. Damatria spense per tal cagione il proprio figlio; e certa Lacena avendo inteso che suo figlio erasi sottratto dai nemici con la fuga , serissegli o che provasse falsa tal imputazione , o che cessasse d esistere. Mala de te fama sparsa e s t , aut hanc elue , aut ne amplius esto. V ha un epigramma intorno a tale altra, che per simile causa ammazz un.suo figlio. Peri, minime Sparta digne , nec te. genui. (6). Questi eccessi di crudele virt mostrano da quanto valore fos sero gli Spartani infiammali per la gloria delle loro armi. In quanto all ordine restami da osservare, che fra gli Ateniesi riputavasi delitto di morte il gettar lo scudo {7); e fra gli Spar tani chi gettasse questarma era marcato d infamia. Si creduto che la severit di tali leggi procedesse dal tener che facevano i Greci in sommo conto le armi di difesa. Egli verissimo che essi fondavano aSSai su queste armi ; ma da ci non procedeva il motivo della legge, imperocch potevansi gettare indifferente mente 1 elmo e la corazza , bench armi importantissime di di fesa. La ragione si era, che l elmo e-la corazza portavansi per pura difesa propria , e lo scudo in vece per vie meglio serbare I ordine comune (8). singolare come 1 erudito Palmieri inciampasse egli pure
( 1) A uct. Problem at. re tto r ie . 1. 4o ; ( 2 ) Marina Victorin. in CiceV. R ethorfc. 1. 2 - C alpnrn. Elacc. Declamata i5 - Marcellin. in H erm ogen.; (3) Syriauus. j (4) Demarat. presso Erodoto, t. 4* 1* 7 (5) Isocr. do Pac.j ( 6 ) Antholog. 1. 1 til.

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x t J f l ' x r ; ( 7 ) Sopatei in Hermog. ; (8) Elut. t. a,'Aj?ofteg. degli Spartani.

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nell errore di credere che lo scodo si portasse dai Greci per personale difesa (i). (65) Lordine prevale sempre alla moltitudine. Questa massima sublime ed importantissima che formava parte della Tattica degli antichi non quasi pi conosciuta dai moderni , i quali tutto calcolano sul numero nel far la guerra. Ci deriva dalla natura dell arme da fuoco , di modo che alle guerre doggi si pu esattamente applicare il detto di Ciro : erit hic illorum victoria , qui plures fuerint. A giorni nostri si pregia moltissimo un ar tigliere, che sia capace di fare in un minuto un tiro doppio del consueto, e fra gli antichi egli sarebbe stato il soldato meno stimato. Quanto sublime 1 esclamazione l Archidamo al primo vedere la catapulta , macchina da lanciar dardi sicuramente pi mortifera che non sono i nostri cannoni di campagna : Oh noi meschini, che ogni valore perduto ! Ecco perch oggigiorno, non gi Atene contro l intera Persia, ma nemmeno una potenza di secondo rango in caso di far fronte ad una di primo. (66) Fila o schiera. La fila quella serie che nasce dall essere pi soldati disposti l uno dietro 1 altro di maniera, che il petto dell uno corrisponda alla schiena dell altro : e perci questo modo di ordinanza dicesi volgarmente da petto a schiena. La fila aveva tra i Greci il nome proprio di A i%t ovvero erta ti (lochos - stichos ). Questo modo di ordinanza non trovo che in latino abbia nome proprio e ben determinato; avvegna ch le voci versus, series, orda, adoperate dai traduttori di Eliano e di Arriano, non ' esprimono per nulla la posizione de soldati nella serie in quistione. Essi avrebbono schivata la confusione ritenendo il nome greco lochos una volta spiegato, (67) Altri prefissero di otto uomini. Sarebbe fatica inutile il ricercare ne libri degli storici e de Tattici esempj di questa fatta. Esempio celebre di battaglia tutta ordinata a file di otto uomini abbiamo in Tucidide (a). In quanto ai Greci la massima fondamentale si eh essi formar dovevano le file profonde , onde Ar
ci) A rte della gueir. I.
1,

e. J ; ( 9 ) t i b . S, V. A n n o ta i, al S iS.

oo4 NOTE riano non trova convenevole un numero minore di sedici ; ma bens utile quello finanche di trentadue individuL Infatti,-sicco me il fine dell ordine egli che i soldati possano valersi delle armi loro col maggior vantaggio possibile, cosi secondo la Tattica greca le file dovevano essere profonde, perch lordinanza pi utile all asta quella in cui la sua mazza all indietro passa per maggior numero dindividui; cio riceve forza maggiore dalla pres^ sion laterale di que tutti ai quali s appoggia ; ed eziandio dalla pressione che esercitano gli ultimi sui prim i, ci che si vedr assai meglio in appresso trattando della serrata. (68) A l vocabolo d etiomoza. Che questo vocabolo significhi qualche cosa di diverso dalla fila manifesto dalle ordinanze degli Spartani, i quali chiamavano enomozia un corpo particolare r{<, composto d uomini trentadue (i). Intorno al significato di questa voce si possono consultare eziandio Suida e Polluce. (69) Senofonte. Le parole dello storico, cui allude qui lA. sono le seguenti : xj xapiyynX t r tit X%ctyt7t *r rl* t w*inrrlitt x a m t rtr iavrtu : e comand ai con dottieri delle ordinanze che ciascheduno disponesse la sua per enomozie (1). (70) Del resto. singolare la precisione dell ordinanza ne Greci. Si pu dire, che nel loro esercito uomo non fosse, il quale non avesse una particolare denominazione. Infatti non si accontentavano essi, determinato il numero de soldati componenti una fila di dis tinguere con nome proprio quello, che nera il capo (lochagos); ma spezzata la fila per met ( dimeria ) , ad ogni met costitui vano un secondo capo (dimerita); e questa met di nuovo in due suddivisa ( enomotia ) , un terzo capo veniva ad avere (enomotarca), oltre poi alla distinzione de protostati e degli epistati, merc cui si designava particolarmente ciascun individuo della fila. Ma ove ben si rifletta, far duopo convenire che in questa singolare esattezza d ordine consisteva, per cos d ire, l essenza della loro Tattica. In fatti siccome lasta , larma offen( 1) Scholiast. ad Thacid. 1. I ; ( 9 ) Cirop. 1. 4.

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giva di cui quasi unicamente valevansi, tale , che. dall impulso di molti dee ricevere la sua forza perch sia atta a , spiegare alteramente il suo effetto si in offendere, che in difendere, per ci non cade dubbio che lordinanza era il tutto fra i Greci, perch 1 uomo isolato secondo la loro Tattica non valeva quasi a nulla, ed i soldati loro non potevano dirsi attivi se non se mutuamente connessi, cio come parti di un tutto. Ecco perch riusciva loro interessante il riconoscere quasi i soldati in ogni fila ad uno ad uno. (71) Capo squadra. Questo uffiziale in greco dicevasi lochagos; nome che significa propriamente duca o condottier della fila , composto da X*%*t, fila , ed u y , guido, conduco. Egli volevasi che fosse il migliore^della fila intera, perch la prima riga tutta di locaghi formata riguarda vasi come il punto, in cui si esercitava la forza intera della falange. Di ci sar me glio discorso al $ i 5 . (71) Retroguida. Quest uffiziale chiamavasi tpaytt, tiragas, che vale quanto dire duca dell? estremit della fila ; nome com posto di tip * coda ed iym guido. Di questo pure si esigeva che fosse assai valoroso, perch il condensarsi e lurtar della falange da lui per gran parte dipendeva , come pur limpedire che i sol dati di mezzo non voltassero faccia. Se ne far parolp al $ 16. (73) Sjrllochismus. Questa voce composta da evi con , e da fila significa propriamente il congiunger che fassi 1 una fila con 1 altra, allorch pi di queste si pongono mutuamente ac canto. Cos, dato che le file gi siano formate, giusta il modo su espresso (t), ciascheduna d un egual numero d uomini situati da petto a schiena , egli evidente che dall accozzar pi file fra loro reciprocamente ne nasce una seconda serie di que tutti, che ven gono a corrispondersi spalla a spalla, la quale dicesi riga. Da questo modo d unione di pi uomini nelle due accennate serie disposti, ne risultano corpi ordinati d armata, la cui latitudine, o altezza o fondo che dir si voglia, vien rappresentata dalla fila, e la lunghezza o fronte dalla riga.
(O SS s e
0.

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NOTE

(74) Parastate. Io questo modo di ordinanza manifesto che tatti i capisquadra trovandosi disposti nella prima riga, le altre susse guenti debbono ciascuna venir formate al modo medesimo che la prima, dallunion laterale di quelli che di mano in mano vengono l uno dopo laltro a succedersi lungo la serie delle file, fino i re troguide. Tal maniera poi di stare dell un soldato d una fila late ralmente al suo corrispondente dell altra, caposquadra cio con caposquadra, primo con primo, secondo con secondo, retroguida con retroguida fino al formarsi della riga intera, quello che i Greci esprimono col nome di parastate,- trctfxvrim t, il quale propriamente si d a colui, che accanto a i altro sta collocato. Siccome poi il vocabolo sillochismo non gi particolare a -qualsiasi dato corpo, ma esprime solo genericamente 1 union di pi file ; cosi dalla geometria si ricava che il sillochismo dee aver sempre di necessit la figura dun rettangolo, il quale per in Tattica acquista diversi nomi a misura che il lato esprimente la fronte maggiore di quello che esprime il fondo o vice versa , o veramente che ambidue i lati esprimenti le due serie sono fra loro eguali. In questultimo caso la figura della batta glia acquista il nome di quadro , ed ha un egual numero di file che di righe. Quando poi il lato che corrisponde alla fronte minore di quello che corrisponde al fondo, la figura denominasi colonna, ed in questo modo di disposizione il numero delle ri ghe maggiore che non quello delle file. Per ultimo, allorch il lato che esprime la fronte supera quello che esprime il fondo, tal figura dicesi rettangolo , nel quale il numero delle righe minore che quello delle file ; e tutto ci per la ragione che la serie delle righe reciprocamente formata dalla unione delle file, e quella delle file dalla unione delle righe. Rispetto poi alla Tattica dei Greci si osservi che il modo pi semplice di sillochismo, qual si era 1 unione di due sole file, veniva ad essere come 1 elemento di tutti gli altri ordini possi bili, perch questi, come si vedr in appresso (1), non si corn

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ponevano altrimenti che dal raddoppiare ripetutamente le file fino alla formazione dell intera falange. (75) Si denomina falange. Dal modo onde 81 esprime lA. in torno alla falange ben manifesto che qui egli intende dar spiega zione dalcuni nomi alla Tattica famigliali, prendendoli per nel senso loro pi generale. Egli dice che l unione di tutto lesercito nesuoi corpi ordinato si denomina falange accennando cos il significato pi esteso di tale vocabolo. A questo modo nominando le falangi greche, le legioni ro m ane, vengonsi a dinotare generalmente gli eserciti di Grecia e di .Roma, presa la parte per il tutto. Ed in quanto ad Arriano , egli usurp il nome di falange in senso cos generale, che non dubit applicarlo fin anche agli eserciti de barbari (1). Qualche volta egli intese eziandio con tal nome dinotar la figura secondo la quale fosse ordinata una data truppa (a). Si avverta che il nome di falange, comech usato dai Greci per dinotare qualsiasi numero di soldati posti in ordinanza, si gnificava in senso pi preciso un corpo darmata di dato nu mero , per assai diverso ed indeterminato. 11 divino Omero 6empre preciso nel poetico suo linguaggio, in descriver atroce battaglia fra i Greci ed i Trojani, pone intorno agli Aiaci due falangi, dal che si comprende aver egli inteso specificare due determinati corpi darmata (3). Se crediamo a Vegezio le falangi degli antichi Greci e Tro jani dovevano esser oiascheduna di otto mila uomini (4). Ma questautorit incertissima, perch di tempi assai tardi, e di scrittore nemmeno esatto in quanto alle cose de suoi Romani. Rispetto alla falange macedone si ha di che affermare fonda tamente , che contava sedici mila soldati all incirca. Arriano ne assegna sedici mila ottantaquattro alla falange intera, ove fa men zione de rispettivi corpi darmata onde si forma (5); ed indu bitato eh egli ovunque parla di Tattica, ha particolarmente di
( 3 ) Spediz. d'Alasi. 1. 5 , p.
117

, dova
3 9

race di armata il testo ba q / i X a y -

(*) Spedii, d* AJess. 1. i , p.

, dove in vece di ordini lunghi il testo

ha funga falang*', (S) II. 1. iS , v. ja5 ; (4) De Re milit. 1 . a , c. a ; (S) $ i3-

ao8

NOTE

mira le ordinanze di Alessandro. Uno stesso numero di soldati che Arriano prefigge Eliano alla falange (i) ; e nella sua prefa zione ad Adriano dice espressamente eh egli intende trattare delle ordinanze macedoni sotto Alessandro. Inoltre la falange ma cedone definiscono positivamente di sedici mila Livio (a), Ap piano (3) ed altri ; del che sar pi preciso discorso nelle anno tazioni al $ 16. Queste differenze nel significato de vocaboli militari tengono alla diversit detempi presso i differenti popoli, cqnciossiach facilmente accada, che o l'uso, o il bisogno, o le circostanze rendano necessaria una mutazione nel numero de diversi corpi d armata, mentre frattanto ritengonsi i medesimi nomi, del che abbiamo anche oggigiorno infiniti esempj. Ci sia detto ad av vertimento di quelli che intenti allo studio degli antichi, urtano ben di spesso in gravi difficolt, le quali dipendono unicamente dal significare assai diverso de medesimi vocaboli, ancorch ado perati comunemente dagli scrittori. In quanto alla storia della falange dir che secondo la tra dizione de Greci il primo inventore di essa si fu Pane, capitano delle truppe di Bacco, celebre ne monumnti antichi per aver soggiogate le Indie (4). Comunque siasi il fatto, perch si tratta di tempi involti nel buio delle favole, fuor di dubbio che dai Greci si riferiva la- scoperta delle ordinanze militari ad epoca antichissima e di molto anteriore a quella, in cui si pu dire cominciata la storia. Tal conseguenza almeno si dee dedurre dalla memoria qui citata, ancorch vogliasi favolosa. Si pu far quistione se Sparta, la nazion fra i Greci pi bellicosa, avesse corpi ordinati in falange alla guisa deMacedoni. Veramente n Tucidide al luogo pi memorabile, ove parla degli ordini di battaglia in che era diviso l esercito spartano, n il di lui Scoliaste, che di molto illustra questo passo importante (5), fanno menzione di falange. Cionnondimeno laccennano altri scrit(i) Tact. e. 9 ; ( i ) Lib. 55, o. & ; 1. 5 7 , c. 4 oj (5) In S yriac ; ( t ) P o lien. Slratagem. 1. 1 , p. 6 ; (5) Ijt o r . 1. 5.

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a09

tori (1). Ma qui il significato di falange non propriamente, che quello d esercito. D un particolar modo di falange alla maniera degli Spartani fa cnno Erodiano, ove narra che Antonino Caracalla, alla stessa guisa ch ebbe coorte pitanate e falange ma cedone, aver volle eziandio falange spartana: (2) Ma che fondare su duno scrittore, il quale poco dopo al passo qui citato, denomina coorte questa medesima, che dipoi chiama falange? (3) Leruditissimo Meursio ebbe dunque il torto di affermare degli Spartani : quin phalangem ut Macedones habuerunt (4) ; e fu di lui critico di gran lunga migliore il Cragio, che in trattando deloro ordini militari non fece di falange menzione (5). La vera falange adunque, quella onde pu cader quistione in trattando di Tattica, quella che si riguardata come il capo dopera dell ordinanza greca, quella, di che il profondo Polibio istituisce paragone con lordinanza deRomani, si pu affermare essere stata primamente da Filippo imaginata, per giusta i principj antichissimi di gnerra dominanti fra i Greci fino dai tempi eroici (6); (76, 77) Formar le righe. - Formar lefile. Qui Arriano non fa, che dinotare colle denominazioni lor proprie le due maniere di serie, secondo le quali i soldati stanno disposti nel sillochismo, per quella cio delle righe da spalla a spalla, e questa si esprime in greco col verbo zygein ; e per l altra delle file, da petto a schiena, la quale dinotasi col verbo stoichein: in latino si direbbe jugare , e versare ; ma noi non abbiamo onde spiegare con ima sola parola questi due modi di serie essen ziali alla Tattica. (78) In due parli. La divisione della falange in due parti mas sime, cio in ale, o corna, destro e sinistro che'chiamar si vo gliano , si attribuisce pure dai Greci allo stesso Pane, il quale dicesi aver la falange inventata; anzi pretendesi che per ci ap punto venisse egli raffigurato con due corna in fronte (7)..
CO Prob. in Pelop. - Diod. Sic. Bibl. S t.-t. 5 , I. i* , pag 8 0 j (a) Erod. 1. 4 , p . n o ; (3) Xd. ibid. j (5) Misceli. tacon. 1. > , t . l | (5) De Rep. Lacedami. 1. 4 , c. k ; (6 ) Diod. Sic. Bibl. St. t. S, 1. tG; ( 7 ) Voi. 3trat. 1. 1 , p. 6 .

AatiJto.

35

2 ,q

NOTE

Questa divisione della falange denominavasi

Vt (l).
(79) Ala sinistra o coda. Dal Lexicon militare antico risulta che coda ed ala sinistra erano una sola e medesima cosa (a). Ma Senofonte per coda della falange tip y y tt intende lultima o posterior parte dell esercito; il che fa d'uopo avvertire onde age volarsi la via a ben intendere gli scrittori greci (3). A soccorso della memoria, ed a maggior dilucidazione delle ordinanze, onde sar in appresso discorso, trovo opportuno il raccogliere qui in un brevissimo quadro le particolari denomina zioni Gnor menzionate, intorno alla falange. A i% ti, o Trinci erano dunque le file formate da soldati dis posti 1 uno dopo 1 altro da petto a schiena. Dall unione di queste file componevasi un ordinanza detta Zvyt) erano propriamente le righe, le quali risultavano dal lunione laterale, cio da spalla a spalla, de'soldati nelle file disposti, allorch pi di queste si ponevano luna laltra accanto. <t>*Aay{ esprimeva lunione di tutte le file, e per conseguenza anche delle righe in disposizion di battaglia, -comunque potesse variare in essa il numero de soldati. Per tal nome si applicava particolarmente ad un esercito di sedici mila uomini incirca. M im e Q&Xayytt denominavasi 1 estensione della falange Iti lunghezza, ossia la fro n te , determinata dal numero delle file, che quanto dire dalla lunghezza delle righe. Cos chiamavasi v p S rtt vy'it la prima riga, itirtp * t vytt la seconda riga, e via di seguito, sino allesaurimento totale del numero de sol dati , ond erano le file composte, sedici per lordinario. B itte , o tpiXayyoi significava la Astensione della falange in larghezza, ossia laltezza della battaglia, la quale volgarmente si dinota col nome di fondo, e questa veniva determinata dal
( 1 ) V. Lexicon m ilitare an tic o ; (a) Vroped. t. 1 , 1 . i , p. i5$. c y y i f j (5) Ci-

ALL ARTE TATTICA. 2u sumero delle righe, che quanto dire dal numero degli uoiniui che entravano 0 comporre ciascheduna delle file. Ai7ftl Q&X*yyt veniva ad esprimere la divisione della fla n g e in due parti eguali fatta per tutta lestensione del fondo. Kipml* erano le due ali. SLiptts Stolti, . 1 ipa\ ra la destra. Kip*t iv tv fttt, t iv f Fola sinistra. "Oft<paXe(, tlift* , m t% , mpmpcf tp*X*yyt significava per ultimo il centro della falange, ossia la divisione intermedia frapposta tra le due ale. (80) Per lo piti gli armati alla leggere. T singolare come i Greci attribuissero ai barbari limportantissima scoperta, principio fondamentale si pu dir d ogni Tattica, di porre ordinatamente io battaglia le diverse specie di truppe, e di variamente disporle secondo la diversit dellarmi loro assegnate. Abbiamo da Ero doto che Ciassare, quel celebre re di Media, che al suo dire, soggiog tutta lAsia fino al fiume Halis, fosse il primo che dis tribuisse in ordine i combattenti, cio gli astati, i sagittarj, ed i cavalieri, i quali prima mescolatamente andavano alla battaglia (1). (81) Dal dardeggiar delle armi. Dunque il modo di disposi zione della falange secondo Arriano quello esser debbe, che gli armati gravemente stieno disposti all avanti, e che loro a tergo vengano collocati i veliti; adducendone per ragione che questi, come sforniti allatto d armi di difesa, fannosi scherno dei prim i, ai quali cionnonpertanto torna assai bene dal fitto dardeggiar di costoro al disopra della lor testa, affine di porre in iscompiglio gli ordini nemici col saettume prima di correre clla falange ad investirli. Una stessa disposizione si trova precisamente in Elia no (2). La differenza tra i due autori sta in ci, che Arriano ragion assegna di tal disposizione, di cui Eliano non fa cenno , e che questi colloca la cavalleria dietro i veliti, mentre quegli nessun luogo determinato le prefigge.
( 0 Tom.
1

, la CHo , pag-

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e seg. n. io3 ; (a) T act. c.

7.

a ia

NOTE

Pure e Togliamo credere ad Onosandro tal mdo di disporre i veliti non colo, doveva riuscire mutila, ma anche svantaggioso'; avvertendo egli che gli arcieri, i fromblieri, e que tutti che hanno armi da gettare, vogliono esser ordinati all innanzi dellA falange, perch se le stassero a tergo, essi recherebbono ai suoi il medesimo danno che ai nemici (i). Non qui prezzo dopera il discutere se tale osservazione sia vera o falsa. Ma a giustificazion cT Arriano io dir che anche Omero, senza dubbio il ppJmo maestro della Tattica greca, dietro la falange de gravemente ar mati i suoi saettatori dispone pc far loro schermo, essendo nudi, dellarme gravi di quelli; mentr essi frattanto alla coda appiattati sconfiggono con le frecce, neinmen veduti, gli ordini nemici (2), . Fqjfaftiente afferm dunque Guischardt : ce que Arrien et Elien disent des troupes lgres, places derrire la phalange, fin de lancer les tralts par-dssus ses rangs, n est pas constati, que je sache, par aucun exemple (3). Qual esempio pi noto, che quello addotto da Omero? Ma in quanto ai veliti egli certo che in molti altri diversi modi venivano essi disposti secondo che luopo il richiedeva. Alla fronte qualche volta per appiccar la zuffa, lasciandosi per piccioli intervalli nella falange, per i quali potessero allTappres sarsi del nemico retrocedere in ordine, esaurite che avessero le loro armi, senza dover ripiegarsi sullestreme parti della falange (4); alle ale, segnatamente alla sinistra, d onde potevano saettare ob, bliquamente contro la destra del nemico, come la pi esposta perch non coverta dallo scudo, che t'enevasi dal sinistro brac cio (5) ; e cosi dicasi di altre] molte giovevoli posizioni, delle quali cadr meglio discorso in trattando particolarmente develiti (6). (82) Mediante Vesercizio. Questa massima di addestrare le truppe ad ogni sorta di movimenti e di evoluzioni, ella sicu ramente fondamentale di Tattica, ragion per cui trovasi inculcata
(1) S tr a t e g ie , c. 17 ; (1) I I . I. 13 ,
v.

j j i ; ( 5) M roolr

m ilit. sn Ics A n

c i e n , t . a , p g . 167 ; (4 ) O n o s a n d r . c. 19 j (5) I d . 1. c. ; (6 ) S < 8-

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aJ3

da que tatti, che nellarte della guerra ebbero genio e talenti particolari. Perci il maresciallo di Saxe non dubitava di dire, che il secreto devolgimenti d un esercito sta nelle gambe riposto. Ma se tanto essenziale si reputa lesercizio dei moderni Tattici, qual conto non dovevano farne gli antichi, specialmente i Greci, la cui falange con sommo artificio ordinata , perch spiegar po tesse lintero suo effetto, richiedeva tal uniformit e precisione ne movimenti di tutte specie, che dal solo modo di procedere desoldati in avventarsi al nemico conoscevano i generali qual esser dovesse lesito della battaglia? E per vero Agesilao al primo vedere il tenor della marcia degli Ateniesi comandati da Cabria si arrest d'un colpo, e cambi pensiero, convinto della somma perizia desuoi nemici negli ordini di guerra (i). Filopemene quel generale di s alto genio, del qual solo, pi che di tutti gli eserciti Greci temeva laccorto Filippo, egli aveva posto tantq studio nell evoluzioni, che nella solennit de ludi Nemei ebbe la Grecia a stupire in veder la pomposa mostra della sua falange, e la prestezza e la vigora con che fece fare a suoi soldati prodigiose e misurate mozioni, alle quali gli aveva mira bilmente addestrati secondo le regole dell ordinanza da lui sta bilita. Non dunque da maravigliarsi se egli nella battaglia di Mantinea, che vinse contro Macanida, seppe togliere alla falange greca il vizio radicale che apposto gli vien da Polibio, traen done un partito .affatto nuovo, nel quale pareva consistesse la tanto vantata superiorit dell ordinanza romana, quello di com battere a picciole divisioni in vece che in piena falange (a). Agesilao egli pure era a tal segno convinto dell importanza, che i soldati fossero ben addestrati ai movimenti coll esercizio, che veduta la debolezza, e l inferiorit della sua cavalleria a quella dePersiani, abbench trovasse necessario il riformarla in tutto, considerato per che questa era opera di gran tempo, prescelse di frammischiarla alla fanteria, e sostener cos con esempio inaudito la debolezza di quella colla .forza di questa;
( i ) Diod. Sic. Bibl. St. 1.
17

, c.

> (a) Polib. t . 4 , I.

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NOTE

persuaso che in guerra giovi pi un cattivo metodo, cui per il soldato gi dal lungo esercitarlo addestrato, che non un mi gliore, al quale non sia per anche avvezzo. Perci le evoluzioni de generali greci hanno sempre del raaraviglioso, quando siano ponderate giusta i principi dell arte; e quelle d Agesilao in Tessaglia e di Nicia in Sicilia dimostrano tanta maestria ne sotdati ad eseguir prontamente le disposizioni de lor capitani, che in vano si tenterebbe di trovarne esempi nelle storie daltri popoli. Combattendo dappresso come facevano gli antichi , si pu dire, che nell esercizio staase il secreto del vincere; sublime esempio noi ne abbiamo nella famosa battaglia d Amilcare con tro i ribelli, il quale per deludere un esercito gi prima av vezzo a combattere sotto di Ini, fnse di fuggire, per con mo vimenti si misurati e si giusti , e calcolato si bene il tempo e l istante di ciascun evoluzione, che avendo i nemici addosso volt faccia allimprovviso, ed i generali de ribelli si trovarono a fronte una battaglia ordinata, in vece che una torma confusa e fuggiasca ; dal cui impeto investiti, furono tosto pienamente sconfitti (i). Ci sia detto a confermare la massima del nostro A. ; che il generale dee solo porre in ischiera quel numero d uomini, dei quali abbia sicurezza che sieno , mediante l esercizio, ben ad destrati ad ogni movimento di guerra. (83) Sedici mila trecento ottantaqualtro individui. Questa k precisamente la falange macedone, come dissi gi sopra (a). In quanto al numero dei veliti, prefisso ad una met di quello dei gravemente armati, fa d uopo osservare che per essi non si vo gliono intendere i sagittari ed i lanciatori, la etti proporzione se fosse la qui prescritta sarebbe al certo viziosa , e contraria a tutt i principi della Tattica greca ; ma bens i peltali, i quali erano in tutto armati alla stessa guisa che gli opliti, eccetto-che alquanto pi leggiermente. Come si pu concepire in fatti, che
( 0 Politi. t. i , 1. i ,
; 6

, pag.

12 9

s segj (a) V. n o ta li. jS'

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a i5

lA. dopo aver descritti con tanta precisione i peltati (i) dicendoli approssimarsi in tutto ai gravi e per larmi doffesa e per quelle di difesa , li trascuri poi qui al segno che li bandisca per cosi dire dalla falange ordinata, onde sostituirvi un numero A grande di sagittari e di lanciateri ; soldati a quali il tenore dell armi proprie impediva di adattarsi a qualsiasi o rd in e, non potendone aver nessuno, mentre i Greci tutta la fona del loro combattere facevan si pu dire unicamente consistere nell ordine ? Siccome .quest avvertenza di somma importanza perischifare un gravis simo erro re, nel quale sono inciampati que tu tti, ad eccezion di Palm ieri, d ie hanno trattato della Tattica de Greci , perci fa d uopo fissarla ben dapprincipio, comech altrove abbia a cadente discorso. ($4 ) M inore di una mett. Questa proporzione deSoldati a ca vallo all intera falange bench sia giusta , non fu per risguardata come norma fedele dai generali greci, i quali ebbero per massima di proporzionare il numero della cavallera alla natura del terreno Sul quale avevano a combattere. I Romani trascura rono assaissimo questa specie di truppa , ed in pi occasioni se ne trovaron ben male , avendo piena sconfitta dalla cavalleria nemica , qual fu nella battaglia di Regolo contro i Cartaginesi comandati da Xantippo (a). (85) Particolari nomi. Il significato di tutti questi n o m i, qui di seguito riportati dallA ., chiaramente espresso dalle rispettive radici, onde daschedun nome in greco composto. A tutta pri ma ho creduto fosse prezzo dopera il fare analisi di tali radici ; ma considerato che agl intelligenti della lingua greca ci riusci rebbe in u tile, e che quelli che non la conoscono , non Sarebbono per trarne gran pr , ho creduto miglior avviso il soppri mere una discussione che avrebbe di troppo del dizionario. Nella traduzione ho per ritenuti i nomi proprj , perch pa rafrasati in italiano riescono pi oscuri che non sieno in greco, una volta che vengano ben definiti, come ha fatto Arriano con
( 0 V. S S : ( 2) Polib. 1. .

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NOTE

tutta la precisione. La oscurit nasce da ci , che la lingua ita liana non possieda un testo , al quale attingere le voci di Tattica in dettaglio , abbench non manchi di ottimi libri intorno al1 arte m ilitare, fra i quali se non fosse che il solo di Machia vello , ella avrebbe di che andarne ben fastosa. Ma il dotto autore ha parlato de grandi principj di T attica, n u bbe giammai di mira il minuto dettaglio. Lo stesso Algarotti nella sua lettera intorno alla nomenclatura militare italiana, in cui ha infilate tante, espressioni qua e la pescate con paziente studio nei varj autori, non ha saputo rinvenir tali nomi, n modi di dire, i quali vagliano a rendere il senso delle voci e denominazioni greche , ond qui quistione. Ci sia detto a conforto di quelli, che soglionsi smarrir di spirito al primo abbattersi in una voce, che senta un po dellantico; bench porgano ,poi facilmente lo recchio , anche con certo gusto , a que tanti barbari modi di dire , onde lo straniero neologismo ha si malconcio nell' ultimo passato secolo il bel parlare toscano. Se dunque non suonano male ai moderni 1 espressioni di rango , di serrafila , di drizzare i \ ranghi, caricar il nemico ec., ed altri simili barbarismi, io mi lusingo non debbano loro nemmeno recar spavento i nomi di dilocha , fajangarcha , taxiarca ec. , i quali provengono da una lingua, che particolarmente da noi coltivata, ci rese gi un tempo maestri d ogni sapere a tutt i popoli dell Europa. (86) Quattro file. Qui nel testo di Arriano v una manifesta lacuna , alla quale ho supplito traducendo da Eliano le poche parole comprese fra i due segni (i). - (87) Corpo di sento uomini. Ad oggetto di schivare ogni con fusione nell, enumerare i corpi d armata de G reci, mi uopo avvertire che qui pu nascer equivoco fra il corpo detto pro priamente taxif , e 1 altro chiamato ecatontarcha , che non compreso nella proporzion consueta di raddoppiare le file , qual si veduto degli altri. La differenza Sta in c i , come ben chia, ramente si rileva dall A. medesimo , che taxis propriamente
(1) Tact. c. 9 , pag. 541 , Edit. G emer, in fol.

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una truppa di cento ventotto individui, composta cio, giusta la proporzione assegnata, di due tetrarchie , che quanto dire di otto file ; quando in vece ecatontarcfa vien ' a significar un corpo di cento uom ini, che Afriano cita come fuor di regola, a cagione che questo numero oltre alla quarta parte non pu pi in due esattamente esser diviso. Ma simile precisione nel numero e nelle denominazioni de corpi fu ben di spesso in pratica trascurata , ond che in tardi tmpi invalse perfino il nome di ecatontarca in vece che di taxiarca , come pu ve dersi nell autore de vocaboli militari (1). Queste avvertenze vagliono qualche volta ad illustrare di molte oscurit nellintelligenza degli scrittori. (88) Sintagma. Anche questo passo , difettoso al certo in Ar riano , supplito con l seguenti parole d Eliano , le quali ho tradotte ed inserite per maggior chiarezza: i St <f r |e i t x*X*Z*Tcti riiTctyfict, is ec. (2). Ci sia detto per que gli ellenisti accigliati ; che amano meglio lasciar incomprensibile un autore , e non intenderlo forse nemmen essi medesimi , che scostarsi d un atomo dal testo , del quale , ben ben stillato che s hanno il cervello, finiscono tante volte a tradur le parole e niente il senso. Io mi son prefisso di far intendere il mio au tore, perci mi sono anche permesso quelle pochissime alterazioni, che ho credute indispensabili ad ottener il mio scopo. (89) Cinque distinti. Suida determina con somma precisione le rispettive funzioni de cinque offiziali qui assegnati da Arriano ad ogni sintagma, e giova tradurne il passo alla lettera per formar sene giusta idea. II banditore annunzia ad alta voce ci' che si ha a fare ; 1 alfiere d gli opportuni segnali , se lo stre pito vien a confondere qualsiasi altro suono ; il trombetta annunzia gli o rd in i, se la polvere impedisce il vedere i segni ; laiutante porta a voce agli officiali il comando del generale; ed il retroguida attende a tenere ben serrati i soldati nelle righe e nelle file, guardando che non vengano a disordinarsi
(l) Io TOC. (s) Tact. c. 9 , pag- 54* , E^dit. Gesner. in fol*

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NOTE

e disperdersi. Ma non bisogna confondere il retroguida a questo luogo nominato , il quale era un officiale distinto in ogni sintagm a, con l altro dello stesso nome che occupava 1 ultimo posto dogni fila, abbench entrambi avessero il nome di uragos. Ci basti del numero e delle attribuzioni degli officiali minori. Di quelli di maggior grado e del capitano generale riprovevole come il nostro A. non faccia menzione. Io credo che manche rebbe di molto alla storia della Tattica deGreci, se questo punto importante si avesse qui a trascurare. Intorno ai capitani delle greche armate avvertir p rim o , che siccome i due popoli ad ogni titolo pi celebri nella Grecia si furono gli Ateniesi e gli S partani, cos far d uopo occuparci unicamente delle dignit militari , che stabilirono entrambi se condo lo spirito del lor governo, poich per le altre c itt , che avevano leggi differentissime, vana ed inutile riuscirebbe questar fatica. In tempi antichissimi che la Grecia ebbe r e , la dignit di capitano generale non si competeva che a questi ; i quali do vevano valorosamente combattere in persona alla testa dell eser cito ; e ci negando per vilt d animo di fare , venivano vitu perosamente deposti, come accadde a Timete re degli Ateniesi , il quale non volendo misurarsi con Xante re di Beozia, che il provocava a battaglia, fu torto privato della sua dignit , e So stituitogli un valoroso straniero. Introdotto il governo popolare in Atene venne stabilito , che il popolo radunato nelle sue 'trib si costituisse i suoi capitani; intorno al che dubbioso se ogni trib nominasse il suo pr* prio , o se tutte insieme li eleggessero con voto universale. Questi capitani erano dieci giusta il numero delle trib , detti strategi. Ne primi tempi tutti si spedirono in guerra con egual potere , stabilito che comandassero nn giorno per ciascheduno ; di modo che a fine d evitare che cinque per cinque non fos sero di contrario avviso, e cos venissero a sospendersi le ope razioni, loro se n aggiunse un undecimo detto polemarco ; il cui voto decideva in questo caso , che prevalesse la parte per la

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quale egli s dichiarava. I gravi iaconvenienti d un tal metodo di creare i generali veggonsi allevidenza nella storia della guerra di M edia, in cui Milziade non avrebbe mai vinta la famosa battaglia di Maratona , se contro 1 avviso de suoi consocj non avesse saputo trar con destrezza da sua parte il polemarco , e deludere cosi le loro opposizioni (1). Conosciuto adunque , che un tanto numero di capitani non poteva che riuscir dannoso al buon esito delle imprese , si con tinu a nominarne un eguale dal popolo per ciascun anno, senza per che tutti fossero addetti alla m ilizia, venendo la maggior parte destinati al governo della citt, ed un solo, o due o pi giusta l uopo, spediti a comandar 1 esercito (2). D qui ne ven ne , che in due classi furono questi strategi distinti ; alcuni detti ( */ tUs S tttx iin u s, cio addetti al governo della citt; altri chiamati 2 tifi tAwi . cio incaricati di comandar le armate. Il potere di questi capitani generali abbench supremo nelle cose di guerra, non era per arbitrario ed illimitato , perch circoscritto da certe leggi, ragion per cui finito il lor ministero erano tenuti renderne stretto conto ; al qual fine volevasi cha a niuno si confidasse il comando di guerra , il quale non pos sedesse un campo tra i confini dellAttica, e non avesse figli (3 ), cio non fosse in istato di garantire il suo operato con quanta ha luomo al mondo di pi prezioso, la propriet e la famiglia Ci non pertanto urgendo necessit pi savio consiglio si riputava lo sciogliere da questa legge quello straordinario uom o, cui s imponeva di salvar la repubblica , confidandogli pieno ed illimitato potere, nel qual caso autocralor si denominava, giusta Suida. Cos Aristide ebbe assoluta autorit nella famosa battaglia di Platea ; N icia, Alcibiade e Lamaco egualmente nella spedi zione di Sicilia, ed a ltri, de quali possono vedersi esempi in Plutarco (4). E poich si trovano pochi uomini che posseggano
( 1 ) E rod. I. 8 , e. (4) V ita di Aristide. (a) V. D etto li. F ilipp. I ; ( ! ) D in trc h . in D e tto s i ! ;

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NOTE

le virt e i militari talenti iu grado esimio, cosi era lecito no* m inar pi volte capitano il soggetto medesimo , certo essendo che Focione , abbench alieno- dagli onori, consegu il supremo comando quarantacinque volte per libero voto del popolo (i). Agli strategi, o pretori che dir si vogliano, seguivano in au torit i taxiarchi, i quali erano pur dieci , uno per trib (a). Le attribuzioni di questi officiali si erano di disporre gli ordini m ilitari, di metter in battaglia i fatiti, regolar le marcie delle truppe , provvedere agli alloggiamenti , depennar dal catalogo della milizia i nomi de rei (3). I taxiarchi non avevano co mando che nell esercito de fanti. Come gli strategi ed i taxiarchi comandavano la fanteria, pre siedevano alla cavallera gli ipparchi, ed i filrchi (4). Gl ipparchi avevano il supremo Comando della cavalleria , e tutti gli afiri spettanti all ordine equestre dipendevano dal loro giudizio. Erano due di numero , ed in autorit vicini agli stra tegi , non per eguali , perch certo che ai loro ordini essi pure furono tenuti ad oftbeilirp (5). 1 filarelli erano dieci, giusta il numero delle trib , ed in autorit venivano presso aglipparchi. Fra le,m olte loro attribu zioni avevano pur quella di accettare i soldati nella cavalleria , e di dimetterli all uopo (6). Tali erano gli officiali, che comandavano la fanteria e la ca valleria degli Ateniesi ; intorno ai quali per uopo osservare che la forza de loro eserciti facevano tutta consistere ne grave mente armati. Anticamente in fatti adoperavano essi in guerra questa sola specie di truppa ; narrando Erodoto che nella batta glia di Maratona non avevano n soldati a cavallo, n sagittarj, onde i Medi di lor si beffavano come osassero nemmen misurarsi contro unarmata che ne contava in s gran numero. N su ci occorre muover dubbio , perch i cavalieri ed i sagittarj non furono introdotti nell esercito ateniese che dopo la sconfitta di
( 0 PInt. V ita di Focione ; (a) Deraosth. in O rat. de Komio j (3) V. L isi O rat. p r Mantitheo. - D e nsglect. Milit. - A ristoph. in A r ib u i; (4) D emosth. pr Ctesiph. j (5) Demosth. in Med. ; (6 J Lisias pr Maatitheo.

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Serse, e questi pure nello scarso numero di trecento pe* en trambi ; come ne sono testimonj Eschine (i) ed Andocide (a). Il medesimo si pub affermare degli S partani, come quelli che si leggier conto fecero sempre della cavalleria , che in ogni tempo 1 ebbero difettosa e mal ordinata fino all epoca d Agesilao ; il quale a questo titolo si trov di molto inferiore ai barbari. Pausania (3 ) afferma , che prima della guerra co Messenj essi non si curarono quasi punto di cavalleria, ci che notai gi sopra intorno all origine di questa specie di truppa (4). E per vero gli Spartani il nerbo del loro esercito posero ne gra vemente arm ati, ond ebbe a dirli Diodoro molto agguerriti per riguardo alle truppe pedestri (5 ). E poich le armi , con che si resero tanto potenti e terribili agli altri popoli furono 1 asta , la spada , 1 elmo e la corazza , vale a dire le pi importanti in quanto all offesa ed alla difesa , necessit inferirne che fra le truppe essi stimassero sopra tutte le gravemente armate , coma quelle che sole sono atte a valersene. E qui cogliendo occasion di discorso intorno agli Spartani, trovo opportuno il far menzione degli ordini ne qt^ali era distri buito il loro esercito, del numero e denominazion de c o rp i, de gradi ed attribuzioni de capitani, come di cose importantis sime , trattandosi della nazione pi celebre , che vantasse nel1 armi la Grecia. L ordinanza degli-Spartani fu al certo riconosciuta per otti ma (6). L esercito loro era tutto formato da capitani di capitani, giusta l espression di Tucidide, vale a d ire , che i capi si suc cedevano dal primo all ultimo con somma regolarit ed in giu sta serie, ben fissate le attribuzioni di tu tti, e distribuiti i po teri adequatam ele dal supremo generale fino all ultimo de sol dati (7) : La loro costituzione politica riuniva i tre po teri, il regio, quello de nobili, e quello del popolo; ma in guerra non vollero ammetter che il primo (8).
*

( 1 ) De falsa Legar.; (a) T ract. de Pace ; (3) Tom. a , 1. 4- L a Messenla ; (4) N ot. al 5 ; (5) Bibl. St. t. i , 1. a j (6) Sudas ; (7 ) Lib. I -, (8 ) Isoctat. Nicoch

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NOTE

Un supremo capitano doveva dunque comandare a tutto l e sercito e questo per legge di Licurgo si era 1 Uno dei re (i). Tanto infatti si temeva la division de poteri in guerra, che si era portata legge, che entrambi i Re non potessero uscire io campo (2). La sola necessit faceva eccezione a questa legge; a chi comandava oltre il re in siffatto caso aveva il proprio nome di /3i y t t bagus. Se il re era in et minore assumeva in sua vece il comando il prodico, ossia il regio tutore, abbench ci non accadesse di frequente. Ne abbiamo esempio in L icurgo, che fu capitano qual tutore di Carilao (3) ; ed in Pausania, tu tor di Pleistarco, mentre combatteva contro i Persi (4). Anticamente il potere del re in guerra era arbitrario ed as soluto, ma in seguito gli fu in qualche manira ristretto da certo numero di consiglieri; senza i quali si decret per legge che non potesse condurre in campo lesercito. T al legge fu fatta all occasione che si giudic aver imprudentemente il re Agide concesso tregua agli Argivi. Ad Agesilao vennero per decreto del popolo assegnati fin trenta di questi consiglieri (5). D altronde era in costume che1due Efori accompagnassero il re in guerra (6). E quanto gli Efori fossero intenti a frenare il regio potere noto a chiunque per poco conosca la storia di Sparta. Comun que sia , non v ha dubbio che in guerra potevano questi influire sulle deliberazioni del re ma non deciderne. Il re p er , contro luso degli altri popoli della G recia, e degli Ateniesi in ispecie, comandava al solo esercito di te rra , e non allarmata navale; alla qual pratica non si trova eccezione fuori dAgesilao (7). In quanto agli altri capitani, ed alle rispettive loro attribuzioni vedi bel tratto di Tucidide: Allorch il re alla testa dell e sercito tutto sottoposto al suo comando; egli ordina il da farsi ai polemarchi ; questi ai locaghi ; questi ai pentecontateri, e questi agli enomatarchi (8). Al qual luogo lo Scoliaste avverte:
(1) Senof. Repub. di Lacedem. Opus. t. s ; (2} Erod. t. 3 , 1. 5 ; ( 3) P lat.
V ita di Licurgo j (4) V. Erod. Tucidid. Pliit. Fro b . ec. ; (5) Senof. St. G r. 1. 5, p . 3 1 8 ; (6 ) Senof. St. G r. I. i ; ( 7 ) Plu t. V ita di Agesilao ; ( 8 ) Lib. 5.

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vide ordinem principatus. Primus, rex ; secundus , polemarchus; teriius , lochagus; quartus , pentecotater ; quintus, ettomotarcha. Questi adunque erano tanti capitani, che dopo il re
comandavano sotto suoi ordini a distinte parti dellesercito. Ma per ben comprendere le loro attribuzioni fa duopo conosceresti ordini ne quali era V esercito distribuito. Di questi annoverano quattro speciali, i. Mora Mipm ; a. Lochos 3 . Pentecostys n i i r i x i m r ; 4 . Enomotia 'E t* p ur/*. Ma v ha luogo a credere che mora e lochos fos sero un solo e medesimo ordine. Che mora fosse un certo ordine particolare degli S partani, e di non picciol num ero, b manifsto dal modo onde ne parlano gli scrittori (i). Diodoro afferma, che vi si contavano cinquecento uomini: a tip it x itr * in e i (a); ma altri avvisano diversamente (5). Per 1*opinion pi probabile par quella che ogni mora compren desse cinquecento uomini incirca. In quanto al lochos ragionevole il credere che fosse una Stessa cosa con la m ora, abbenchfe anche su ci si possano movere di molti dubbj. Ma Esichio il dichiara manifestamente: Nani apud Lacedaemonios quinque lo ch i, vel cohortes rurtus m orae nominatae. Intorno poi al numero de rispettivi ordini nell esercito spar tano da Tucidide abbiamo che in ogni locho erano comprese quattro pentecostyes , ed in ogni pentecostyes quattro enomotiae, e che in ogni enomotia combattevano quattro di fronte, ed otto di fondo (4). Da ci dunque manifesto che 1 enomozia era formata da quattro file di otto uomini per ciascheduna , che 'vai quanto dire di trentadue uomini in tutto. Trovato questo num ero, tutto'il resto si rinvien facilmente die tro il gi esposto. Infatti se in ogni pentecostyes entravano quattro enomotiae, era quella sicuramente formata di cento ven totto individui. Cosi se quattro pentecostyes vi volevano a for( 0 V . Plutarco , Glor. degli A t. V ita di Pelopida - Prob. in Iphict* j ( 2 ) Bibl. St. t. 6 , ! i5 ; (3J P lat. Vita di Pelopida ; (4) Lib. 5*

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NOTE

mare un lochos , bon evidente che questo comprendeva cin quecento dodici uomini. Ed in quanto all esercito spartano del quale parla Tucidide , poich afferma che vi si contavano setta lochi, oltre a seicento sciriti, soldati d una specie particolare , manifesto che tutt insieme era composto di quattro mila cento ottantaquattro combattenti (>). (90) Due pentacasiarchie. Anche a questo luogo v fc manifesta lacuna nel testo di A rriano, ond io vi ho supplito con le seguenti poche parle di Eliano. Ai tf tfuo , xxXautTctt , iJpSt %t\ir xcf. Qui si avverta che la pentacosiarcha essendo un corpo di cento dodici uom ini, viene a rispon dere precisamente al lochos degli Spartani. Fa d uopo aver atten zione a questa particolarit , attesoch due demassimi storici greci, Tucidide e Senofonte, adottano le denominazioni e le ordinanze deLacedemoni. Senza tal cognizione non possibile lintendere la disposizion del marciare, che 1 ultim descrive nella sua riti- " rata de dieci mila (2). (91 , 92) Epaminonda nella pugna di Leuttra. Sul conto d i questa famosa battaglia cos si esprime Diodoro. Ecco come i due . eserciti erano disposti : Dalla parte de Lacedemoni alle due ale stettero uno per parte, Cleombroto re , ed Archidamo figliuola del re Agesilao, entrambi discendenti da Ercole. Dalla parte dei Beozii Epaminonda scelse un cert ordine particolare e veramente esimio , e con codesto trovato suo, degno della pi sottil arte di un gran capitano, ottenne quella non mai abba stanza commendata vittoria. Imperocch da tutto il suo esercito egli prese i pi valorosi, coi quali intendeva di cominciar la battaglia ; ed accuratamente scelti li mise in un lato. I pi deboli poi mise nella ltro , ordinando loro che incominciata 1 azione fingessero di fuggire, e che cedessero adagio adagio all impeto de nemici. Quindi piantata obbliquamente la sua falange , coll altr ala , in cui avea il fiore de suoi soldati, sta bili di dare la battaglia. Gi le trombe davano il segno, e al
( 0 V. Io Scoliast. di Itrclil ; (a) C ip . a i-

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primo muoversi s alzava il clamore per 1 a ria , quando i La cedemoni, formata la loro falange a foggia della luna falcata y spingono innanzi entrambe le loro ale. A l contrario i Beozii con una traggono il piede indietro. ma coll altro prendendo la corsa fanno impeto addosso ai nemici. Venutosi alle mani da principio, dagli uni e dagli altri combattendosi valorosamente, la battaglia era p a ri Indi prevalendo per valore e pei ben Etti ordini i soldati di Epam inonda, facevasi grande strage dei Peloponnesii, che non potevano sostenere quella mole di for tezza, colla quale erano da que scelti uomini incalzati ; ma nel resistere altri cadevano, altri piagati nell opposto petto erano morti (i) . Ecco precisamente marcata lordinanza, che cuneo vien qui denominata da Arriano. Osserva cionnondimeno Diodoro, che la vittoria non si decise pei Beozj finch l ' una dell-ale de Lacedemoni non fu priva del suo capitano Cleombroto, spento il quale venne posta in disordine e sconfitta. Onosandro (a) d la teoria dentrambe queste ordinanze. Cosi egli ne parla. consueto ai generali, che hanno numerosa ar ti mata il disporla in battaglia a semicerchio , portando all in nanzi pi le ale che il centro, nella vista che il nemico avan ti zandosi per spingersi a qi^esto , sar facilmente inviluppato dalle a ale . E tale sicuramente si fu lintenzione degli Spartani. Onosandro fa menzione del modo onde lesercito minore pu evitare dessere circondato, il quale consiste in dividersi in tre corpi, attaccando con i due laterali le ale nemiche , e tenendo immobile il centro. Egli osserva, che in questo caso le truppe del centro nemico all indietro sono costrette a rimanersi ino perose, ove pur vogliano serbare il primo ordine, e che se si . attentano di cangiarlo, marciando all innanzi per formar colle ale una linea retta, noi possono senza sconvolgersi e disor dinarsi affatto, perch essendo alle prese, loro tolto di aprirsi per ricevere intramezzo quedel centro *. Sia in un modo sia nell altro , l esercito minore ne trae sempre vantaggio, po( 0 Diod. Sic. t. 5 , 1. i5 , pag. J 9 e J e g . j (a) Cap a i .

AkMAHQ.

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NOTE

tendo giovarsi assaissimo della confusione insorta nella parte opposta. Ma Epaminonda , non si tenne sulla difesa, e ordin la b at taglia obliqua per attaccare il nemico. Ecco la teoria, che ne da Onosandro (t) senza per nominare il generale in quistione. Lo sforzo di questa disposizione si fssa sull una o sullaltra ala, che si attacca co n 'trup p a scelta, e la miglior dell armata. Come il nemico non pu valersi che duna parte delle sue tru pp e, egli spesso forzato a cedere dall un lato, e la scon fitta dun ala trae seco quasi sempre quella di tutta 1 armata. Un altro mezzo che pu eziandio riuscir giovevole, egli quello di fingere una ritirata anche precipitosa. Linimico riputandola una fuga prender coraggio , ed impegnato all inseguire velo cernente , ne verr sconvolgendo probabilmente i suoi ordini. y > Allora lala che si ritirava, voltando fronte ad un tratto, potr di leggieri investire una truppa in disordine, e sorpresa d una * s ardita ed inaspettata risoluzione. Dentrambi questi espedienti si valse Epaminonda contro i Lacedemoni; ma egli fu debitore della vittoria allo spingersi che fece furiosamente sovr essi con 1 una delle sue ale ben stretta e serrata negli o rd in i, che k quanto dire nella disposizione pi favorevole al pieno effetto dell asta, e la meglio atta a compartir tutto limpeto possibile alla falange. Infetti Diodoro afferma che Epaminonda vinse e col va li lore e col tener stretta la battaglia (?) . (g?) Epaminonda nella pugna di Leultra ec. Anche nella battaglia di Mantinea lEroe tebano si valse a un di presso della medesima ordinanza che in quella di Leuttra. Perciocch da j* quella p a rte , dalla quale aveva assaltati gli a w e rsa rj, rim a nendo vincitore, fece fuggire tutto l esercito nimico (3) . Cos Senofonte, il quale paragona il m odo, onde il generale tebano si gett addosso alla battaglia -lacedemone, all urto d un naviglio, che con la punta della prua colpisca di fianco un va scello nemico.
( 1 ) Clip, ai j () Bibl. St. t. 5 , 1. i5 , pag. pag. SS].
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; (5) Storie greche

lib.

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Dai fin qui dello si rileva dunque che per la battaglia delta a cuneo vuoisi intendere a questo luogo lordinanza in colonna, nella quale le file sono assai profonde, e la fronte minor del laltezza. Tale precisamente si 1 i^cA. dei G reci, che non si dee confondere con la disposizione a cuneo , secondo la quale essi usavano di ordinare le truppe in p arata, a puro oggetto di esercizio. Intorno a ci meritano d esser considerati i commen tar] di Folard a Polibio. (g3 ) Schiera, prima con certo agio disposta. Questa la disposizion di parata , in Cui ogni soldato occupava quattro cubili di spazio. Veniva appresso una disposizion pi stretta , in cui lo spazio da ogni soldato occupato era di due cubiti ; e per ultimo seguiva un modo strettissimo d ordinanza, nel quale il soldato non occupava pi che un cubito solo di terreno (i). Perch poi abbiasi a formare giusta idea degli spazj rispet tivi , che occupavano i soldati greci in tutti e tre gli accennati differenti modi di ordinanza, uopo determinar prima qual fosse realmente la misura del cubito. Questo, giusta Vitruvio (2), e secondo le annotazioni fattevi da Filandro, equivale ad un piede e mezzo, che quanto dire , che il cubito composto di tre met dun piede, ossia che questo sta a quello nel rap porto di a a 3 . E questa proporzione del cubito al piede am messa da tutt i popoli dell antichit ; dagli Egizj, da Babilonesi, da Greci, e dai Romani ; in guisa che di tutti si pu affermare che avevano fissato il valore del cubito a quello del loro rispet tivo piede come 3 a 3 (3). O r siccome egli non men verosimile che ragionevole, che scrittori di Tattica greca in parlando di misure citassero quelle da Greci adottate, cosi per trovare il giusto valore del cubica in quistione fa duopo determinar quello del piede greco antico. Ma la verificazione di questa misura dipendendo dalla scelta c qualit dei diversi monumenti, ai. quali sonosi appoggiati i cri tici per determinarla, soffre di molte minuziose difficolt, delle
( 0 V. JE1. Tact. e. 1 1 ; (a) l i b . 5 , c. 1 ; (3) V. Cristiani , delle Misuro d ogni genere antiche e moderne n. t , 56.

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NOTE

quali sarebbe vizio il qui intrattenersi anche per poco. E poich questo argomento di gi stato ampiamente discusso dagli eru diti (i) ; cosi io tn accontento di qui riportare il ragguaglio che essi fanno del piede greco a quello di P arig i, dicendolo com posto di 11 pollici, 4 linee , e 3 decimi ; dal che si rileva che il piede greco era minore del parigino di men d un pollice , componendosi questo di dodici pollici, com fe ben noto a chiun que. Ci avvertito una sol volta, parlando io di cubito e di piede greco, per non m imbarazzare delle frazioni, le quali nel nostro caso non gioverebbono a nulla, lascer che i leggitori facciano di lor mente quella piccola detrazione, che si richiede per con guagliare il valore di tali misure al conosciuto piede di Parigi. Il calcolo reggerebbe con poca diversit, anche quando in vece del piede greco intender si volesse il rom ano, non cadendo dubbio che questo sta a quello come 24 a a5 , ossia eh for mato di 10 pollici, 10 linee e 9 decimi. (94) Ravvicinandosi i soldati si da spalla a spalla che da petto a schiena. Cos formavasi quell ordinanza , ossia modo di disposizione, che i Greci con proprio nome chiamavano irli ut* tris pyenosis. Ristringevansi adunque tutl i soldati nella serie delle ' righe non meno che delle file, all atto che il generale voleva menar la battaglia contro i nemici, e ci affine di meglio coprirsi ravvicinando gli scudi, e di compartire all asta tutto l impeto della falange, il che ottenere non si poteva senza rapprossimar gli ordini. Ma qui uopo far attenzione a ci che dice Eliano intorno alla strettezza; cio ch ella debb essere tale, che siavi luogo a far mutazioni e volgimenti. Est autem condensatio quando, e x

latioribus intervallis minora intervalla aliquis f cien s, condensarit phalangem secundum longitudinem et latitudinem, adeo u t astites , et substites coarctentur quidem,' verum tantum relinquatnr spatii inter ipsos , ut mutationi sii locus (a). E poi ch la voce metabolm usata qui da Eliano, significa
( 0 V . C ristiani n.
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a) 28 -, ( 1 ) Tact, e.

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propriamente il capovolgere dalla fronte alle spalle , che si fa mediante il mezzo giro di tutta la persona , cos non potendosi ci eseguire se non lasciato certo intervallo fra le righe e le file, nasce dubbio, se con tal modo di disposizione usassero realmente i Greci d investire il nemico, certo essendo che lasta spiegar non poteva il suo effetto se non nel caso che la bat taglia fosse ben stretta negli ordini. L a difficolt si toglie facendo distinzione fra il porsi in istretto della falange all atto di marciar contro al nemico, o al momento del venir alle mani. Nel primo caso infatti conveniva il rapprossimar alquanto gli ordini, ma per con quegiusti intervalli, che concedessero il moversi ed il rigirarsi secondo 1 uopo. E che i Greci fossero espertissimi del marciare stretti negli ordini, e del fare con somma celerit, anche a fronte al nemico, le pi dif ficili evoluzioni, manifesto da infiniti esempi. Dir di Alessan dro e di Filopemene, per citarne due soli de pi sorprendenti. 11 primo nella giornata dArbela fece fare un giro a diritta a tutta la sua arm ata, e marci di fianco per gran tempo in fac cia al nemico, senza punto sconvolgere il suo ordine di battaglia (i); ed il secondo pratic lo stesso alla battaglia di Mantinea, allor ch con un movimento laterale fece occupare alla sua prima linea la stazione, che le truppe della sua ala sinistra superate dal ne mico avevano abbandonata (a). N si dee credere , clic la pro fondit delle file loro impedisse questi difficili movimenti, che anzi contribuiva a renderli pi giusti e compassati. Nella disposizione ond discorso, che era quella d andar contro al nem ico, la distanza fra un soldato e l altro nella serie delle righe era pochissima, ed al certo minore dun piede; im perocch se Eliano assegna ad ognuno non maggior spazio di due cubiti, cio di tre pied i, egli ben manifesto che nella posizion naturale andandone pi di due perduti tra il corpo e l arm i, men d un piede restava dintervallo fra i combattenti da spalla a spalla, piccolo tratto che veniva per coperto dagli scudi, i
( 0 A rr. St. della spediz. d A le js. pag- 39 e sog. ; (a) Polib f. 4 , 1 9.

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NOTE

quali mtuamente disposti dal sinistro fianco compartivano all or dine maggior peso e fermezza. Questo piccolo intervallo fra un Combattente accanto all altro era poi causa ch e, in caso che la falange si volgesse a diritta o a sinistra per fare del fianco fronte, rimanesse ancora sufficiente spazio fra tutte le righe dalla fronte alla coda, perch i soldati avessero a mettersi senza confusione in giusta ordinanza. Se parliamo poi della distanza che si frapponeva tra le righe nella disposizion di p ycn osi , di cui trattiam o, dir che questa era poco pi appena d un mezzo piede. Ed in vero poich si Arriano (i) che Polibio (a) affcrrtiano concordemente , che nella falange macedone le estremit delle sarisse andavano dalla pri ma riga fino alla sesta traendosi all indietro di due in due cubiti, vale a dir di tre piedi, cos necessit inferirne che tale precisamente si era lo spazio da ogni riga occupato nella disposizion di pycnosi, compreso il corpo del soldato colle sue rm i, e lintervallo rispettivo fra 1 una e 1 altra riga. O r dato al corpo del soldato da petto a schiena anche un piede solo di spazio, che forse non bastava ( attesoch la corazza di ferro , perch lasci liberi i moti del petto nel respirare, e quelli del tronco dehb essere assai pi ampia e rilevata all intorno che non un vestito di stoffa cedevole); siccome in questo modo di disposizione la strettezza non era la massima possibile, cos le aste gi sporte allinnanzi non essendo per anco conficcate tra le file, n sostenute dalla prcssion laterale del manico all in dietro, perch fossero tenute nella situazione orizzontale dove vano i soldati impugnarle all estremit colla destra m ano, por tando il braccio alquanto all'indietro, ed aggavignarle colla si nistra pi avanti; il che richiede che il braccio corrispondente faccia nn angolo col petto. Ma questa posizione certo importa che pi di un piede di spazio perdasi appunto nell inclinazione delle due braccia, oltre il gi occupato dalla persona, che pur dicemmo maggior dun piede; dunque lo spazio assegnato alle
( 1) Tact. c. ; (a) t e Storie , I.
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righe essendo di tre piedi, manifesto che lintervallo fra riga e riga vaniva a risultare minor d un piede, detratti cio i due piedi e quel dippi di spazio che i soldati occupavano da petto a Schiena nella posizione di tener lasta sporta all innanzi in at titudine di combattere. Ma l intervallo di men dun piede non basta al m arciare, perch lo spazio compreso tra i due piedi dun uomo in cam m ino, che i Greci dicevano bema, equivale a due piedi e mezzo; essi dunque nella disposizion di pycnosi dovevano marciare in tromettendo i piedi dall una nell altra riga, maniera usata an che oggigiorno , quando tengonsi stretti gli ordini, e che i Fran cesi chiamano emboiter les piedi. Questo era dunque il modo di disposizione, con che il ge nerale menava la battaglia contro il nemico. Fit autem pycnosit seu condensatio , quando dux phalangem contro hostem du cere voluerit (i). Ma giunti gli eserciti a fronte, gli ordini si stringovan vie pi, e facevasi minore duna. met lo Spazio gi prima dal soldato occupato; ed eccoci a dichiarar la serrata. (95) Serrata. Questo il terzo modo di disposizione, che i Greci usavano propriamente all atto che urtavansi col nemico. E d abbench Eliano dica che tal serrata facevasi per sostenere limpeto di quello, egli per certo chje si rendeva eziandio necessaria per investirlo e romperlo. Gli ordini in tal caso erano si stretti, che ogni uomo collarmi occupava appena lo spazio di un cubito, cio dun piede e mezzo incirca. I soldati, ap poggiati spalla a spalla e petto a schiena, spingevansi dallin dietro all avanti a vicenda ,. e non potevano far pi nessuna evo luzione , eccettuato lavventarsi al nemico, in marciando sul pic ciolo spazio che si frappone tra le due gam be, allorch luna si mette regolarmente innanzi da tutti giungo la riga intera.-Per tal disposizione alla falange greca si compartiva quellimpeto enorme, cui non eravi ordinanza qualunque , che valesse a far fronte. Cosi le sei serie d aste, che sporgevano all infuori, dalla
( 0 -Sliaii. T sct. c. i r

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NOTE

prima riga venivano spinte contro l esercito degli avversari con la for%a individuale di ciascuno che le teneva aggavignate, pi con la pressione laterale di que tutti, per i quali passavano col manico all indietro entro alle righe, e finalmente con limpulso che esercitavano sulle -prime sei righe le altre dieci allindietro , le cui aste non aggiungevano alla fronte della battaglia. Prim a di finire questo articolo uopo rimarcare quanta fosse la precision deGreci in calcolar gli spazj, che doveva occupar la falange ne modi suoi rispettivi di disposizione. Poich dun que, dice Eliano, mille e ventiquattro capisquadra stanno dis posti alla fronte della battaglia, egli chiaro, eh essi occupe ranno quattro mila e novantasei cubiti per lunghezza, cio, dieci atadj e novantasei cubiti. Cosi ristretti negli o rd in i, cio in disposizioni di pyenosi, occuperanno eglino cinque stadj e qua rantotto cubiti ; e serrati, cio in disposizione di synospismo , terranno lo spazio di due stadj e mezzo e ventiquattro cubiti (i). (96) Testuggine deRomani. Tal modo di ordinanza celebre nella storia delle guerre di questa nazione. Consisteva la testug gine nell unirsi strettamente i soldati o a manipoli, o a cen turie, disponendosi in varie figure, come ben rimarca lA., e formando con gli scudi, per ordine intromessi 1 uno nell al tro al disopra del capo, una-specie di tetto, che risultava de clive , a cagione che i primi all innanzi si tenevan pi a lti, e gli altri allindietro s andavano gradatamente abbassando collincurvar le ginocchia, e ci al fine, che le armi gettate al di sopra dai nem ici, frecce , sassi, giavellotti e sim ili, piom bassero pi facilmente al suolo (a). Della testuggine cosi formata s avvalevano i Romani per av vicinarsi senz essere oiTesi alle mura delle fortezze, e scavarli dai fondamenti, rendendo inutili contro s medesimi gli sforzi degli assediatiti (3). Non poi da meravigliarsi se qui afferma lA ., che la testug gine era connessa si fortemente, che valeva a sostenere lancia( 1 ) Tact. e. 1 1 , (a) V . le T a r . poste i s principio del t . d Diodi Sic. - V. L i r . 1. 44 ; (3} Ammian. 1. 2 6 .
7

, della Bibl. S t.

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tori al disopra, i quali facessero lor volgimenti come s un tetto; perciocch ci narrano scrittori degni di tutta fede, che i Ro mani , costrutta una prima testudine al basso delle m u ra, ' usa vano sorrapporvene un a ltra , sulla quale facevano eziandio montare altri armati; e Tacito n testimonio (i). E se crediamo a Dione, quando la testudine fosse fatta in luogo incavato e ri stretto, ella era ferma al segno che sosteneva al disopra ca valli e carri eziandio (a). Per il che fu fatto ai Romani quel sublime elogio : V iri in limilibus conslituti ad tutelam imperii: quorum senta in caput sublata vel currus sustineant, atque jetiam equitibus sint vehendis accomodala (5 ). E qui lAutore test fcitato parlando degli usi ai quali facevasi servir la testudine dai Romani, vi annovera non solo quello di espugnarne i luoghi difesi, ma 1 altro ancora di coprirsi in battaglia campale dal fitto saettar de barbari, per loro appros simarsi impunemente, e trucidarli (4). A questa guisa Antonio, avendo addosso i Parti, collesercito quasi circondato dai copio sissimi loro sagittari, e dalla lor veloce cavalleria, fe fare la testudine ai suoi Romani; ed i nem ici, poich li vedevano ab bassarsi e porsi sotto agli scudi, credutigli stanchi ed oppressi dalla fatica e dalle ferite, lor piombarono stoltamente addosso, e ne furono tosto disfatti. La testudine a tal uopo formata dai Romani cos descrive Plutarco : Quelli che muniti erano di scudi grandi tolsero in mezzo i soldati leggieri, e fecero ad essi riparo colle loro ar mi ; perocch i prim i, messo ginocchio a terra posero innanzi gli scudi , quelli che in appresso erano , sollevati ne tenevano i loro al disopra di questi, e cos di mano in mano facevano anche gli altri. La figura d una tale disposizione , che va a guisa di tetto , rappresenta alla vista la gradazione d un tea tro , ed la difesa che cuopre e ripara i soldati pi d ogni altra contra le frecce, le quali indi sdrucciolan gi (5) .

CO Hit. 1. 5 ; (>) T. a . I. tg , p- 5 3 7 0 se 8 - > (3) A rijtid . ; (4) Id . ibid. p. 536 e seg. j (5) t. 5 , Vita d* A n to n io , p. 5ga.

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NOTE

Quanto poi dice A rriano, che n i cassi bench misurati tal serrata scompongono., contradetto dal fatto, imperocch, sebben sia vero, che la testudine ben formata riusciva abbastanza soda e robusta per reggere a grandi pesi al disopra, egli non dimeno certo, che gli assediati le ne geltavan addosso di tali , che era costretta a sconnettersi, ed allora i soldati al disotto ne restavano si pu dir sfrantumati. Il primo sforzo degli assedianti a questo fine si era di rompere con enormi sassi la te studine, e poi nellaperto varco andar cacciando disperatamente lance, frecce, giavellotti, ed ogni qualsiasi altra simile arm a, affine di sconfiggerla e dissiparla tutt intera (i). (97) Che i capisquadre sieno grandi e valorosissimi. mi rabile l attenzione, e lo studio che ponevano i Greci nell'ordi nar la fila, elemento di tutti gli altri o rd in i, e nel fissarvi il posto a ciascheduno dallavanti allindietro, secndo la propor zione del valore e dellabilit rispettiva. Loro massima si era che il primo dalla fronte fosse il pi valoroso ed il pi ro busto di tutti; che il secondo in posto avesse ad esser pure in fortezza il secondo, e che cosi mano mano si procedesse al terzo, al quarto, fino allultimo, il quale volevasi pure assai fo rte, e di molto sperimentato ne militari sperimenti. Senofonte ragione allega di tal disposizione nella Ciropedia; perciocch i primi serviranno agli altri di guida, e gli ultimi di stimolo . Ad un medesimo principio pure appoggiata 1 ordinanza di O m ero, ove Nestore vuol posti all innanzi i c a rri, sui quali combattevano i prim i dell esercito , ed i pi valorosi ; all in dietro la schiera derobustissimi fanti, e nel mezzo della bat taglia i pi deboli, perch anche contro voglia fossero costretti a combattere (3). (98) Vien ad esser ci , che la punta nel ferro. L idea di paragonar la falange ad una spada, di cui le prime righe rappre sentino la punta , e le altre il resto , in guisa che, come nella spada, dato che la punta sia molle e mal temprata, riesce vana
( 1) Tact. H ijt. 1. S j (a) II. 1. 4 , y.
197.

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la forza del rim anente, del pari nella falange se le prime righe non sono forti e valorose, inutile torni l impulso delle altre all indietro , imagine eloquente di quell unit d azione e di mo vimento, che dominava nell ordinanza de G reci, i quali tutto fondavano sul gran principio, che le forze individuali si moltipli cano col ferie agire congiuntamente ; ritenuto sempre che larma loro d offesa si era lasta, la quale l uomo da per s appena pu movere, e ehe dall unione acquista irresistibile veemenza. (97) Imperocch e le costoro picche aggiungono fin o al nemico. Un gravissimo errore vuoisi notare a questo luogo nella traduzione di Arrian dataci da Guischardt (1). Egli cos rnde il passo in quistione. Ils peuvent mmc encore atteindre t ennemi de V pe, en la passant par les intsrvalles da premier rang. Quale spropo sito non si appone qui ad A rriano, di cui non che un dotto ge nerale qual era questi, fin anche un caporale avrebbe onde ar rossire ! Come sognare infatti contro tutt i principj della Tattica de G reci, ehe stretti essi negli ordini ed appoggiati spalla a spal la , non solo potessero maneggiar la spada, d ie certo richiede li bero il braccio e la persona in ogni senso, ma che eziandio i soldati della seconda riga fra gl intervalli della prima le spade loro spingessero a ferire il nemico! Il traduttore egli pure sospett che questa fosse chimera , e pretese scusarne Arriano colla seguente annotazione. Si les soldats da second rang, comme Arrien le dit?

pouvoient atteindre F ennemi avec leurs e p es, il fa u t que le soldat, dans V occasion , ait i t i le maitre de tenir la piqu de la main gauche, en la prenant par le m ilieu , et laissant trafner le bout par derrire, pour pouvoir avec sa droite manier I pe. I l est difficile de concevoir comment la longueur des sarisses ne les a pas embarasss (2). Ma tutto difficile a
comprendersi, quando pel non intender il senso degli autori, se ne stravolgono bizzaramente i testi. Il passo di Arriano in Greco sta come segue: Ks yecp r i Tvret Spv if< *rt 7rc< t t r'c tir) t o v c ^cX ifiitvs j che tradotto letteralmente suona imperocch
(f ) Mrooir. miHt. or les Anele- t. s ; (a) T. s , p. lyS.

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NOTE

la costoro asta perviene fino ai nemici . Se dunque ii signor Guischardt avesse compreso il senso della parola cT.pv , che tutti dizionari traducono asta invece che spada, non avrebbe sicura mente posti i Greci nell imbarazzo di portar le aste alla sinistra per conficcar le spade tra le righe all innanzi ; disposizione me ramente chimerica, ed in tutto contraria ai principi della loro Tattica. Ci sia detto a lume di quelli, che credono sia inutile una traduzione italiana di qualsiasi classico greco o latino quando alcuna se n abbia in francese. Di noi si dice che abbiamo cat tive traduzioni de greci scrittori ; ma delle nazioni doltramonte non saprei se si potesse affermar di meglio. (98) Ma eziandio alV aspetto. Tutti quanti parlano della fa lange macedone, la descrivono tremenda al solo aspetto, che di s presentava al nemico. Torva, incolta e serrata negli ordini a guisa di cuneo, la dipinge Charidemo a Dario (1). Orrida p erle folte picche la rappresenta Arriano in altra sua opera (2) : ra gion per cui metteva ai Geti terrore (3 ). Similmente Plutarco riferisce che il console Lucio al primo vedere della falange ma cedone fu preso da sbigottimento, siccome quegli, che non aveva mai pi veduto spettacolo pi formidabile di quello: di modo che nel tempo in appresso menzionar solea spesse volte la grande costernazione che a quella vista provata egli ave va (4) . Il che perfettamente combina con un frammento di Polibio conservatoci da Suida (5). (99) Spazio di due cubiti. Vedemmo gi sopra, che lo spazio di due cubiti egli quello precisamente assegnato alla disposizion di pycnosi. E tal modo di ordinanza lasciando quasi un piede d intervallo da spalla a spalla fra i soldati, riesce difficilissimo a comprendersi ; come senza il mutuo appoggiarsi di tutt i com battenti , potesse l asta spiegar il Suo pieno effetto ed acquistare la falange tutto il suo impeto. Cade per in acconcio di osser vare che tanto Arriano come tutti gli altri tattici greci (6), i quali
( 1 ) C u rt. 1. 3 > c. s , n. i3 ; (a) St. sulla spediz. d ' Aless. 1. 3 , i4 p . 1 2 2 j (3) A rr. spediz. d* Aless. 1. i , $ 5 , p . 7 e seg, ; (4) T. a, V i t a di Paolo Emilio* (5) 3 *4 , nota ; (6 ) V. 4SI. Tact. c. i4- - Leon. Tact. c, 3 ,

s 59.

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posero lo spazio di due cubiti tra 1 uno e 1 altro combattente affidaronsi all autorit di Polibio , il quale non di due ma ben di tre piedi vuole che sia lo spazio occupato da ogni soldato (i). Se errarono pertanto la loro colpa consiste nell aver trascritte quasi alla lettera le altrui parola senza impegnarsi ad investigare il vero in un punto di tanto rilievo. Ci nondimeno sono essi da scusarsi, perch quando un autore si riconosce per esatto, diligente e versatissimo nelle materie onde tra tta , vanto che si curamente non si debbe a niuno pi che a Polibio, egli facile riposarsi tranquillamente all ombra d un autorit , che si tiene in tutto infallibile. Che poi lo stesso Polibio non sempre in egual modo opinasse sullo spazio che ciascun individuo doveva occupare nella falange macedone , sembrami evidente, se pren diamo ad osservare il come si esprime allorch parla di propo sito di questa ordinanza, paragonandola colla romana. Quando la falange, egli dice, ha la disposizion sua p ro p ria, s nella serie delle righe che delle file, calcolata cio la stazion del soldato tanto da spalla a spalla, che da petto a schiena, la strettezza degli ordini tale, che scudo a scudo, celata a celata, ed uomo ad uomo si toccano e si congiungono (2) . Anzi per render vie meglio limmagine di tale strettezza ei ri porta insigne passo d Omero in cui un medesimo ordine s fat tamente viene descritto (3 ). Oltre di che il divino Poeta in altro luogo ripetendo la cosa stessa alla lettera aggiugne, che alla guisa medesima che in una parete stanno fra loro strette e com baciate le pietre , cosi del pari nella falange greca stavano stret tamente congiunte celate a celate e scudo a scudo (4). Questa strettezza degli ordini si credeva tanto essenziale alla falange macedone, che affermano gli scrittori averla Filippo ima ginata dietro lesempio dellordinanza secondo la quale Omero dispone le schiere de suoi eroi. E un nuovo modo anche in tradusse ( Filippo ) presso loro , di stare ben concentrati e

( 0 l i b . 1 7 . V* in proposito P a lm ., a rt. della G u e rra , t. (5) II. 1. i 5 , t . i3i ; (4) II. 1. >6 , t . 1 1 1 .

, 0.

; (a) I.

17;

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NOTE

fitti nelle schiere per lo unire uno coll altro gli scudi, sicco me usavano sotto Troja gli eroi ; e cosi venne ad essere il creator primo della falange macedonica (i) . N si trova dif ficolt a concepire per sola via di ragione ci, che comprovano ampiamente le testimonianze fin qui citate, quando si rifletta che 1 arma d offesa dei Greci era lasta. Tali verit di ragione e di fatto premesse, come nemmeno si pu immaginare che allordinanza di Polibio sia applicabile la massima d Omero intorno alla strettezza degli ordini ? Questi gli vuol serrati di maniera che non solo uomini ad uom ini, ma celate a celate, e scudi a scudi sieno congiunti e comba ciati , alla guisa medesima che stanno poste le pietre in una so lida parete; e Polibio al contrario, ad ogni soldato assegnando tre piedi di spazio, li vuol per guisa distanti, che non possano nemmen toccarsi da spalla a spalla , restando giusta tal misura tra l uno e laltro un piede incirca d intervallo. Che Polibio in punto di Tattica avvisar potesse diversamente da Omero non recherebbe sorpresa veruna; ma che alla massima del divino Poeta appoggiar voglia linsigne Storico un modo d ordinanza che le ripugna, quest ci di che non si saprebbe trovar ra gione. O dunque convien supporre che lo spazio di pycnosi onde parla Polibio, fosse quello del menar la battaglia contro il nemico, ma non gi da tenersi all atto del dar la stretta allas salto; o che egli parlava duna misura, il cui valore noi non conosciamo ; o finalmente eh egli in realt commettesse uno sba glio ; poich non vai ragione d essere granduom o, per serbarsi immune sempre da qualsiasi errore. La prima ipotesi a tutta prima plausibile. Noi provammo gi sopra (a) che nella disposizione di pycnosi lo spazio era di due cubiti eguale appunto a tre p ied i, e ci al fine che i sol dati marciando al nemico avessero sufficiente intervallo, onde fare all uopo lor volgimenti; intervallo per che si perdeva al momento della battaglia, perch giunti a fronte gli eserciti, fa ci) Diod. Sic. Bibl. St. t. S , 1. 16 , p. il ; (a) S <4 > 94-

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cerasi, come gi dicemmo, la serrata , in cui ogni soldato non teneva pi che lo spazio di un cubito, il quale equivale ad un piede e mezzo. E poich Polibio, ove determina l misura dei tre piedi per lordinanza macedone, parla precisamente di p y cnosi, ossia di semplic strettezza, e non di serrata : xmrt r* t itx y m tltv s w v x ttirtit, cosi si potrebbe interpretare, che lo spazio in quistione ei lassegnasse alla falange, moventesi verso il nem ico, allorquando cio sono tuttor necessarii volgimenti di varie specie, ma non al momento dell attacco ; congetturando che per questo particolarmente volesse far egli valere la massima d O m ero, di stivar come i soldati negli ordini 1 uno addosso, all altro. Tale si fa la mia prima interpretazione, allorch mi posi ad esaminare il punto in quistione ; ma in seguito rinvenni con sorpresa che era smentita da Polibio medesimo. Egli infatti proseguendo il sno discorso intorno alla falange macedone os serva che siccome il soldato romano occupa come il greco insietn coll armi tre piedi di spazio , Cos abbisogna dell intervallo di altri tre, per potere liberamente maneggiar la sua spada ; dal che deduce, che ad un romano toccher a star contro a due della prima fila della falange, e combattere contro a dieci sarisse (i) . Se dunque un soldato romano che occupa sei piedi si trova aver due falangiti a fronte in attualit di batta glia, non cade pi dubbio che lo spazio di tre p ie d i, ad ogni falangita assegnato da Polibio, riguarda il tempo dell azione, allorquando si richiede la serrata, e non quello del marciar con tro al nemico, allorch basta la strettezza, ossia la disposizion di pycnosi. Dunque questa prima interpretazione non regge pi, e la difficolt sussiste la medesima. Veggiamo in secondo luogo se ci vien fatto di decifrarla me diante il ragguaglio delle misure. Polibio, nellassegnar i'tre piedi in quistione, di qual specie di piede parlava egli? Del greco, del romano, o d altro da entrambi diverso? Se dei due primi
( 0 L e S torie 1. 17.

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NOTE

il calcolo non regge n per l u n , n per laltro; attesoch il piede greco equivalendo a l t pollici, 4 lin. e 5 decim. del piede parigino, ed il romano a io pollici, io lin. e 9 decim. del me desimo (1), lo spazio di tre piedi, sieno essi greci o rom ani, egli ancor ampio al segno che i soldati toccar non si possono da spalla a spalla, e non fare per conseguenza la serrata in que stione. Resterebbe a sospettare se Polibio parlando di piede, s avesse finta in mente tal sua misura particolare, la quale fosse d un terzo o d una met minore della conosciuta sotto questo nome ; ma s fatta interpretazione non ha luogo, perch smen tita da lui medesimo. E vagliami il vero, egli confuta Callistene, e lo taccia d assurdo per aver affermato , descrivendo la batta glia tra Alessandro e Dario nelle strette della Cilicia, che quando Alessandro s approssim al nemico per combatterlo, ordinasse una falange di trentadue mila uomini a otto di fondo in un ter reno , che non poteva esser pi esteso di undici stadj ; men trech , soggiunge Polibio , pongansi in istretto quanto pi puossi gli uom ini, vi si richiedevano almeno venti stadj (2) . Cos stando il suo calcolo, non cade pi dubbio eh egli tiene in quanto al piede la misura comune. Lo stadio infatti equiva lendo , giusta le discussioni dei critici , a 600 piedi g reci, ed a 6 s 5 rom ani, ne risulta che se 20 stadj si richiedevano a 4 ooo uomini ( che di tanti appunto la fronte d una falange di tren tadue mila a otto di fondo ordinati ) , questi per occuparli tu tti, dovevano tener ciascheduno lo spazio di tre piedi ordinarj, per ciocch 12000 p ie d i, calcolatine 600 per ogni stadio, corrispon dono precisamente ai 20 stadj , che Polibio reputa necessarj alla falange in questione. Che se egli avesse inteso parlar dun piede, il cui valore fosse duna met minore del piede comune greco o romano antico , allora non pi venti stadj vi sarebbono ab bisognati , ma gli undici di Callistene sarebbono stati pi che sufficienti , avanzandone uno di superfluo. Dopo tutte queste investigazioni si pu dunque francamente
( 0 S <4 > n o ta n. 94 ; (a) 1*0 S to rie > 1. la .

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decidere che l opinion di Polibio intorno alla misura de tre piedi assegnati ad ogni falangite macedone in attitudine di com battere , falsa ed erronea, e contraria ai principj della Tattica greca, non che a quelli della pi comune esperienza. Dagli errori degli uomini grandi fa d uopo guardarsi assai cautamente , per ch stando in lor favore la presunzione , essi riescono pi diffi cili a scoprirsi, e pi ardui ad estirparsi dalle menti eziandio de saggi. O r poich 1 errore di Polibio palese intorno allo spazio as segnato alla, falange macedone in atto di battaglia , viensi a far manifesto egualmente lo sbaglio di Arriano , di Eliano , e di Leone, che lo hanno ciecamente seguito, trascrivendo quasi alla lettera le sue parole , senz impegnarsi ad investigare il vero in un punto di tanto rilievo. Ci nondimeno sono essi da scusarsi, perch quando un autore si riconosce per esatto, diligente , e versatissimo nelle materie onde tratta , vanto che sicuramente non si debbe a niuno pi che a Polibio , egli facile riposarsi tranquillamente all ombra d un autorit , che si tiene in tutto infallibile. (100) Lunghezza della sarissa. Oltre al nostro A. tutti con cordemente affermano i T attici, che la lunghezza dell asta ma cedone detta propriamente sarissa, era di sedici cubiti (1). E poich il fatto non ha uopo di prove ulteriori, resta solo a farsi qualche riflessione intorno al meccanismo di questarm e, in quanto la sua forza ed uso ne dipendono. L asta dicemmo gi sopra (2) consistere in una mazza tornita a grossezza da potersi facilmente aggavignare, con un pezzo di me tallo alla cim a, raffigurato a modo di doppia piramide stiacciata,, tagliente nelati, 0 con punta ben acuta allestremit. Egli quinci evidente che quest arme riesce non atta altrimenti ad offendere che la punta, poich quivi soltanto trovasi guernita di fendente. Essa dunque dee tenersi drizzata al nemico in posizione orizzon tale , non avendo altro moto che il retto; perci vale alla difesa
(1) V. Polibio 1. 17 ;*(a) 5 , nota 35.

Abriabo,

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NOTE

mediante solo la sua lunghezza, con la quale unicamente pu im pedir 1 accesso ad armi pi corte. Inoltre deesi avvertire che il centro di gravit di quest arm e sta verso la cima, essendo qui collocato il fendente, la cui gra* vit specifica, perch formato di metallo, maggiore di quella della mazza di legno costrutta. Ci posto ne segue che 1 asta essendo per s stessa pesantissima e gravitando alla cim a, il soldato ha uopo della forza dambedue le braccia per tenerla nell attitudine d offesa e di difesa, cio drizzata contro al ne mico, nella situazione orizzontale; ond ch egli deve aggavignarla colla man destra vicino all estrem it, e colla man sinistra quanto pi pu agiatamente scostarsi dalla destra verso la cima. In que sto caso 1 asta sta nelle sue mani come una le v a, nella quale il punto d appoggio la sinistra, il peso posto alla cima , la po tenza formala dulia destra all estremit (i). (io i) Ed il corpo di chi la tiene. Qui pure tutti i Tattici Sono d accordo col nostro A. in affermare che 1 asta per un quarto e pi ancora della sua lunghezza stava intromessa entro il corpo della falange dalla prima riga all indietro. Dico pi ancora d un quarto , perch Polibio scrve che nell' altitudine del ferire essa sporgeva all innanzi di chi la teneva il tratto di dieci cubiti ; dal che manifesto che la mazza per sei cubiti ne restava all indietro d ogni riga (a). Leone sta con Polibio in quanto al tratto dei dieci cubiti, che fa porger 1 asta all in nanzi (3) , ed Eliano afferma con Arriano sporgerne dodici ; ma che che ne sia di queste differenze non eonciliabili forse dalla pi stillata filologia, egli certo ed incontrastabile, che i Macedoni usavano d impugnar 1 asta in modo , che per un quarto o un terzo incirca della sua mazza si rimanesse Jpa le m a n i, ed all indietro d chi la teneva. E poich tutte le rig h e, l una dopo l altra ordinate, avevano le aste impugnate allo stesso modo , cosi non cade dubbio che s elleno erano promi nenti dalla prima rig a , ossia dalla fronte della battaglia il tratto
( i ) V. Palm. A rte della G oerra , c. 4 ; (a) L. 17 , c. 5

; (S)

L. c.

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di dieci cub ili, le righe successive traendosi all indietro di due in due cubiti, anche le serie delle aste corrispondenti s andavano ritirando per .un egual m isura; con tal ordine, che le aste di tutte le righe, dopo la prim a, restavano intromesse nella falange per il tratto di sei cubiti costantemente all indietro, pi quello all innanzi, che corrispondeva alla porzione della mazza, la quale passar doveva tra le file anteriori, onde sporger fuori dalla fron te ; e questo tratto era d i due cubiti per la seconda rig a , di quattro per la terza , di sei per la quarta, di otto per la quinta, aggiunti i sei cubiti posteriori eguali per ogni riga. Tutto ci nella disposizione di pycnosi , perch in quella di synaspismos, ossia di serrala, lo spazio da ogni soldato occupato, cosi da spalla a spalla, che da petto a schiena si diminuiva duna met, e si riduceva ad un cubito, ossia ad un piede e mezzo (i). Dal fin qui detto manifesto risulta, che massima de Greci si era di far agire le aste coll impulso di tutta insieme la falange e non colle forze partite e individuali de soldati ; onde ritenendo 1 imagine d O m ero, che i combattenti vuol stretti in battaglia, come le pietre combaciate in una parete, si pu dire che la falange greca era un muro di soldati, con entro vi conficcate le aste al modo anzidetto , moventesi cos impetuosamente coll intera sua massa, che non eravi ordinanza che gli valesse a resistere. Ma perch tanta stretta negli ordini, e perch questo far agire 1 asta non coll impulso particolare de soldati, ma col comune dell intera falange? Non cade dubbio che cos fatta maniera di ordinanza teneva al tenore medesimo dell arme in quistione. Ed in vero provammo gi non guari (2), che 1 asta nelle mani del soldato era un vette, fatto punto dappoggio sulla sinistra mano, col peso posto alla cima e la potenza applicata dalla destra al1 estremit. O ra per la conosciuta teoria della leva n oto, che in essa la potenza ed il peso agiscono in ragion reciproca delle distanze dal punto d appoggio ; ed applicando questo principio al nostro caso
( 1 ) S i/i , noia j (a) Nula too.

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NOTE

si scorge manifestamente che la potenza della mano destra mo vente T asta trovasi vicinissima al punto d appoggio, non essen done discosta che il breve tratto che l una mano dall altra divide, ed il peso o la resistenza n lontano per tutto il rima nente della lunghezza dell asta. Ci posto ne segue di necessit che quest arme non pu esser dalla forza individuale d un uomo tenuta nell attitudine d ofTesa, cio nella situazione orizzontale drizzata al nemico. Supponiamo infatti che un soldato avversario vi applichi alla cima la pressione d un' arma corta qual sarebbe la spada , egli svia tosto 1 asta dalla direzion sua , perch applica una potenza eguale ( essendo in ambedue la forza della destra di nn u o m o ), ma a tanta maggior distanza dal punto d' appoggio, di quanto la lunga porzione dell asta, che al di l della sinistra di chi l impugna , eccede la breve, che si comprende fra le due mani. Se cosi l individua forza d un uomo non basta a tener l asta nella sua attitudine d offesa e di difesa. Dunque tanto meno ella sar sufficiente a compartirle l impulso necessario al ferire. E poich non basta la forza dun gomo alle due azioni delloffen dere e del difendere, far d uopo trovare la potenza movente dell arme nella composizione di molte forze riunite, il che si ot tiene mediante il modo di stretta ordinanza qui su descritto. Ecco il principio fondamentale della Tattica dei Greci. (toa) Per tal modo a l nemico rendendo incomportabile Fim peto della falange. Il meccanismo della greca ordinanza nou pu esser meglio descritto di quello abbia fatto l A. in questo breve significante periodo. Le prime sei righe della battaglia te nevano le picche tutte drizzate al nem ico, e sporgenti all infuori ; le righe successive allindietro, che a quello con 1 aste arrivare non potevano, tenevanle inclinate sulle teste de posti loro avanti, formandovi come sopra un fitto steccato, onde render vano l im peto dell armi di lontano gettate ; di pi esse premevano con tutta la forza possibile le righe anteriori, e cacciavate col peso dei loro corpi all innanzi : dal che manifesto che alla fronte della battaglia era concentrato l impeto dell intera falange, e che nelle gei serie d aste drizzate al nem ico, e strette c serrate immoh** -

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mente dalla presiion laterale delle file si esercitava1 una forza enorme, non risultante dallimpulso diviso e particolare della mano destra d ogni, soldato ; ma composta dalla conbinazione pi van taggiosa , di migliaia di forze riunite in moto ed azion comune. Ecco c i , che Polibio ha descritto mirabilmente in paragonando l ordinanza greca alla romana. Essendo adunque queste ,cose veramente e rettamente dette , non cade dubbio, che cinque sarifise avanzavano di necessit fuori di oiascim de p rim i, tanto che dall una dii altra era. differenza di due! cubiti per , quella porzione^ che sporgeva allinfuori. >Da ci fatile Oom prendere qual esser dovesse l im peto, l:assalto , e la forza d itu tta la falange,, vietalo tanto d altezza, quanta :ne fanno sedici uomini in tal modo l'uno dopo laltro disposti. Di que ll sii sedici poi quelli ohe sono oltre alla quinta- fila non posso) nelle zuffe porgere aiuto con le loro sarisse; per. il che non a fanno essi impeto combattendo uomo per u o m o ,. ma tengono le sarisse elettile sopra,le spalle di quelli, .che seda davanti per ' render, sicura e difesa, la fronte. della ' battaglia, impedendo con la spessezza delle sarisse, d ie 1 arm i d a i 1nemici lanciate percuotano tjoviro ai prim i, trapassandoli vengano ferir quelli, th seno 'lor; dalle' Spalle. O ltrp:* ci, con la -gravzza decorpi laro spingendo quelli, che hanno all innanzi, fanno in modo ohe l impeto riesca molto gagliardo e che qui che! sono avanti non possano ritirarsi (i) . Ad una stessa maniera Appiano Alessandrino, parlando della Falange d Antioco , ha espresso con insigne tratto il meccanismo della greca ordinanza. Dequali ( armati), tutti quein ordinanza dietro la quinta, riga non vagliono gran che per s stessi nel combattimento ; mentre non ne deriva offesa da uomo ad uomo, ma dopo le spalle, de suoi sostengono, a riparo della sommit fli tutta la schiera , elevate in fuori le sarisse ; acci queste coll. loro spessezza impediscano ai dardi lanciati al 'di- sopra della celate deprotostali, di recar danno alle file seguenti. Col peso
( 0 Ire S to rie , 1. 17

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tuttavia, de loro corpi spignendo pur all innanzi le antidette righe' nell affrontare il nemico, e rendono pi violento il loro u rt ,.e le privano-d ogni speranza di ritirata (i) . Lungi dunque l idea di particolar maneggio dell asta nella greca ordinanza.\I1 maneggio panioolardtf quest arme richiede ampiezza d? ordini, e liberi movimenti della persona; cd ecco una condi zione che contraddice ni fatto , peroh tutti concordemente af fermano i-Tattici ohoogni forza della falange dal condensamento dalla'strettezza degli ordini dipendeva. Inolile sarebbe il qui ripeter le; tanto autrit-gi sopra dtate--a questo riguardo t, . da Qmroi cominciando gi- discendendo fino a Leone. Basti, per tutti Eliano ove dic; he 'ogni- soldato .serrsto fra cinque o sci Parisse, o stretto in mzzo d altrettante forze-de7suoi conw pagnL Milas item firmus ac robusiuf constai qunque, sexque' sarissis obseptus T eti tot tanlique fm hu t innirmsqu facilitati-*

bus commUilonum. Quin etiam y qui. post stxtum positi sunt jug u m , e t si mihus, sarissis aguBt\ tamen pontiere sui corporis prtominefibss, augenl vires tatlus phaatrgis, etf& ridtattm etfi. (a).
iD iq in la 'ra g io n e d una s smisn rata :4ungliezza delle aste , di Cui i Greci faoevario oondizicmc al vinche essenziale: Perci-tutti ipie capitasti pi celebri, che attesero a! perfezionare la Tattica! press Io -nazioni, che l aVevno pi ;iimperfetta , semprq laccrb-u br-o lo^o la 'lunghezza dell' asta. Di Claskwtne ci attesta P lutar co , che invece dell asta corta di la sarissa a suoi Spartani , facendola impugnar loro con entrambe' le mani (3). . - .. .D Ifierate i riporta Probo , che intento a perfezionar larmadjjra de:suoi" Ateniesi f raddoppi lor&. la .luaghm a dell asta,htfstae modum .difpicavil (4), al qual sproposito afferma ezifmdio Diodoro che: la forma delle aste e delle'spade fu cambiala d a'In i, perciocch fece assai pi lunghe le une e le altre (5) . Plutarco pur testimonio, che Filopemeue , osservato che-gli Achei avevano picche 1pi corte' do Macedoni, - attribu' a qusto difetto 1 * fiver

( i ) Delle guerre siriache e p ertich e ; (s ) Tacr. c. <4 ; (3) Vira di Clcom. , t. 5 , p. 44 (4 In Ip h ic r. j (5) Bibl. Si- t. 5 , 1 . i5 , p. <>*.

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essi sempre la peggio, ' ancorch si valessero egualmente che quelli della falange; onde le allubg loro in giusta proporzione, venendo cosi a compartire allordinanza in quistione la piena sua forza (i). Queste disposizioni uniformi duomini cotanto insigni ]nell armi provano, che tutti erano determinati dal gran principio, su cui pure Filopemene fond la sua innovazione, cio che essendo corte le aste, poche serie di queste ne pu presentare la fronte; e Che se il nemico ne ha dippi, forza cedere ad impeto supe riore. Pi infatti lunga 1 asta , maggior porzione di essa pu internarsi nelle file all indietro, e per tanto maggior tratto rice ver forza dalla pression laterale di qne tutti pei quali passa ; e cosi venirsi a togliere lo svantaggio in chi l impugna dal tenerla ferma in un punto assai lontano dal luogo, in cui si esercita la resistenza. Il gran fondo poi delle file, e la somma strettezza degli ordini facevano si che 1 urto della falange dovesse riescire incompor tabile al nemico ;' e poich questo il solo modo di disposizione conveniente all asta, perch ella vaglia tutto quanto valer possa si in difendere che in offendere, cosi hassi onde ammirare la saviezza de*Greci, che-l ordinanza seppero in tutto adattare al tenore dellarm e, di cui si valevano; punto in Tattica sicuramente di qualsivoglia altro pi essenziale. Senofonte, uomo tanto insigne per militari talenti, e per lunga esperienza nell arm i, fa rimarcare con fatti assai luminosi il sommo vantaggio, che il gran fondo in un ordinanza ha sopra il minore. Nella battaglia di T im brea, ove si vede Ciro trionfare di Creso, che aveva un esercito al suo superiore al doppio in num ero, i soli Egzj sono quelli, che tengon forte in mezzo al comune sterminio de loro alleati ; anzi il loro impeto ta le , che la falange persiana ne vien brusca mente respinta, senza che vaglia a romperli n la costoro caval leria mossa lor contro dalle spalle, n qualsiasi altro sforzo di C iro , che quasi egli stesso rimane vittima d un tanto valore ; onde gli uopo per farli arrendere combatterli di lontano , cio
( i ) Vita di Filopemene , t 3 , p. 17 e seg.

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NOTE

render inoperose le loro a rm i , ed anche offrir loro onorevoli patti, ed ampie promesse. Ma Senefonte parlando della loro ordinanza d ice, eh essi erano disposti in tanti battaglioni qua d ra ti, di cento uomini di fondo ed altrettanti di fronte , e che armati di luughe picche usavano di battersi alla maniera > dei Greci . Ciro al contrario aveva ordinata la sua falange a soli dodici di fondo per proporzionare alquanto la sua fronte a quella di Creso, che 1 aveva formata estesissima. Se dunque i Persiani, ancorch vittoriosi non valsero a reggersi petto a petto agli E gizj, ci fu per la gran forza del fondo della costoro bat taglia al paragone di quella de primi (i). Sulla massima medesima insiste 1 egregio storico ove descrive la battaglia di Leuttra. In questa 1 ' ordinanza tebana aveva cin quanta uomini di fondo , e quella de Lacedemoni dodici solamente, ond che all impeto della prim a, di tanto perci superiore alla seconda, egli attribusce la strepitosa vittoria di Epaminonda (a). Polibio avvisa parim enti, ohe alla battaglia di Sellasia , Anti gono non p er altro rimase vittorioso di Cleomene che per aver egli raddoppiato il fondo della sua falange, formando le file di trentadue, mentre 1 esercito spartano non. le aveva che di se-, dici (3). Il gran fondo adunque, e la strettezza degli ordini ( perch ove gli ordini non siano stretti, il fondo inutile ) erano indispensa bili per compartire all asta la piena sua forza d offesa, e 1 una e 1 altra debbonsi perci risguardare come due massime fonda mentali della Tattica de Greci. Dopo quest? investigazioni facile concepire ragione, perch l impeto d una falange , su tali prin cipi ordinata, riuscisse incomportabile a qualsiasi pi valoroso nemico. Dalle cose anzidette risulta chiaramente quanto fosse impor tante l officio dei retroguide nell esercito greco. Come la forza tutta della falange consisteva nell ordine e nel movimento uni( i ) Cirop. t. a , I. 5 , p. io8 e seg. - O siervaz. di F re r e t sopra la battaglia data a Timbrea ibid- p. aa5 e seg. ; (a) St. G r. I. 6 ; (5) Le S to rio , t. t , S 56 e seg.

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forme della m assa, coti si voleva aver dalle spalle uomini valo rosi Bop meno , che sperimentati nelle cose di guerra, i quali capaci fossero.di tener questi ordini, stabilmente, serrati e vigo rosamente diretti contro al nemico. E poich la serrata dipen deva pressoch in tutto dall opera dei retroguide, cosi pu dirsi egualmente che il buon esito duua battaglia pure in gran parte ne dipendesse ; no cadendo dubbio che per la serrata compartivasi alla falange il pieno suo impeto. Intorno agli ufficj del retroguida merita d essere letto Un bel tratto d Eliano. Iam vero tergiductor , quem extra seriei or* dinem nonnulli pon un t, prudens eslo , totiusque seriei quisque suae curum gerat : ut recte inter se fugati et ordinati progrediantur, et e o s , qui a serie recedimi vel propter metum , vel propter aliam causarn coerceat , cogatque locfim in acie se r vare. Atque si quando conscutatione opus f y e r i t , ejjciaf , ut miiites quam maxime simul inter se coarctentur. Hoc enim est, qaod aciei robur au get, si non solum a fro n te , sed eliam a tergo aciei ipsius fu erit aliquis cum potestate et in im perio, propter praedictas causai ( 1 ). Dilucidato cosi per esteso tutto quanto concerne l ordinanza macedone, poich questa risguardar si dee come archetipo di perfezione della Tattica greca, giudico necessario il porla a con fronto a quella d altre nazioni, per fissare i vantaggi reciproci, che 1 un modo d i far la guerra pu aver sull altro , ci elle servir ad illustrar non poco la storia generale di quest arte. E siccome i latti in ogni ricerca preceder debbono il ragionare, perci comincio dal riportare pittura insigne della falange mace done , che fatta da Caridemo a Dario cost a quello la vita , ed a questo, perch la tenne in disprezzo, l intera sua disfatta con la perdita insieme del regno e della vita. Macedonum acies (diceva l esule ateniese al superbo R e ) torva sane et in cu lta , cljrpeis hastisque immobiles cuneos , et conserta robora virorum tegit. Ipsi phalangem vocant pedititm stabile agmen. V ir v ir o ,
( t ) T act. c 14,

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NOTE

armis arma conserta sunt: ad nutum monentis intenti, sequi signa , ordines servare didicere. Q uoi intperatur, omties eccaudiunt : obsistere, circumire, discnrrere iti co m u , mutare pu gnarti , noti duces magis, quam milites callent. Et ne auri argentique studio teneri putes, dhuc illa disciplina paupertate magistra stetit. Fatrgatis hurttus cubile est : cibus quem occu* pant satiat : tempora somrti arctora, quam noctis sunt (i).
In questo eloquente tratto di Curzio noi ravvisar possiamo tutto quanto entrava a costituire la perfezione della falange macedone. Egli vi rimarca. i ? La somma strettezza degli ordini, che dimostrammo gi sopra essere stata principio fondamentale d ogni Tattica fra i Gre ci ; e quel suo d ire , che 1 ' esercito de Macedoni teneva chiusi e coperti sotto le aste e gli scudi de cunei irremovibili di soldati fortissimi, stretti uomo ad uom o , ed arma ad arm a, dimostra al vivo, quanto Filippo ed Alessandro avessero fedelmente aderito alla massima d Omero di disporre in battaglia i combttenti, come le pietre in una muraglia. 2. La somma perizia di qualsivoglia maniera di movimento, 6 mirabil destrezza in far tutt i volgimenti possibili ; qualit su blimissime , e sicuramente le pi difficili ad aversi da un intero esercito. L affermar 1 Autore , che del volgersi, del rigirarsi, del tramutar la battaglia, del trasportarsi dal centro alle ale e c ., erano' ttimamente instrntti i soldati non meno che i capitani, prova che la falange in quistione era fondata sovr* altra massima in Tattica importantissima, che la forza del soldato riposta non tanto nell arm i, quanto nell esercito { cio che il secreto del vincere sta nel poter disporre prontamente le truppe come si vuole.1 1 3. Rigre estremo di disciplina , sostenuto da povert ; quellindurar abituale a qualsiasi pi grave stento o fatica , che fa che il soldato assai pi del cib o , del sonno , del danaro , e della vita medesima ami la vittoria.
( i) Q. C art, 1. 3 , c. a , versic. 6.

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Ben ponderate queste qualit insigni non pi da maravigliarsi se i Greci con le loro falangi ruppero e sconfissero eserciti immensi di> b a r b a n te se Alessandro con poche genti tratte di Macedonia-, e dai confinanti paesi giunse a conquistare tutto lO riagt, ed a mettersi appiedi i re pi potenti dell Asia. Ecco pencb diceta Chademo a D ario, dispreizando i suoi ricchis simi e numerosissimi eserciti : ie tanti apparatas exercihts , hosc tot gentium , et totius orienti* excita sedibus sui* mole s , JiniiimU potest esse terribili* : nitet parpura auroqe, Julgetrm is et opubmtia , qtamtam qui oculis non subjecere, anim a canci/tere .non p o ssa n t ............. Iam Thessai equites , et Aenrtum es , jEtoliqne , inOicta bello manas, fu n d is credo,

et busti igne durati* repelluntur ? Pari robore opus est. In illa.terra , tpue ho*, genuit anxtlia queerend* srnnt : argentar* istu d , atque aurum ad.eonducenrhim militepi mia. Qual pi
viva magine det'imbecillit de* barbari a fronte deila potenza grecai mOT asmi \ Ma. tempo oramai di porre al confronto la falange mace done alla legione romana , poich questo uno de punti pi *antichit ci offra a discu gravi ed importanti in Tattica , che 1 tere. Polibio , che istituisce di proposito questo paragone (i) , ci sar d i1scorta ; abbench, come si vedr m seguito 4 adulatore delta potenza de* Romani , in encomiar giustamente i vantaggi delta bostoro ordinanza , non giudicasse di quella de Macedoni c o n egual rettitudine di consiglio, ed amore di verit. EgK comincia dall affermare che quando la falange ordinata per modo che poBsa spiegare la propria forza, l impeto suo tale j\ he non 9! pu starle a fronte, ed ogni ordinanza con vie* che ceda (3). E qui entra di poi ad investigar ragione dun tanto im peto, e la trova nella lunghezza delle sarisse, nella strettezza degli ordini', e nel gran fondo della battaglia , cose tutte gi sopra ampiamente spiegate ; e ne conchiude: cosa facile il dimostrare quale e quanto debba essere l impeto e
(1 ) Le Storie , 1 .

1 7;

(s) L c.

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NOTE

1 Urto di tale falange, allorch abbia il suo fondo di sedici uomini (i). Il fatto non ammette dubbio di sorta. De Ro mani impegnati contro Pirro nella battaglia d Ascoli dice Pia*tarco : a aspramente combattevano colle loro spade contro delle salisse senza risparmiar punto s stessi* e avendo unicamente la mira a ferire e ad atterrare i nemici) n facendo conto ve-, runo del proprio lor danno. Dopo un lungo combattimento dicesi che cominciarono i Romani a dar le spalle dalla p a rte , dove investiti eran da P irr o , che si stava lor sopra con gran' violenza (2) . E degli stessi Romani contro Perseo condotti da Paulo Emilio afferma il medesimo ,autore : In tal . guisa truci dati restando i primi com battenti, quaglino che venivano ldr. dietro si sconfortarono , ma non .si diedero gi per questo a fuggire : solamente ritirando s andavano : al monte , chiamato Olocro. Per la qual cosa Emilio si squarci al dire di .Posi donio, la veste, Veggendo che gi quelli cadevano * e che gli' altri Romani si scansavano pure dalla falange de Macedoni > la quale non lasciava luogo , dove penetrar si potesse 'ina opponendosi agli assalitori quasi con ubo steccato , colla spes-* sezza di quelle sue picche era da per tutto insuperabile (3) . Dunque i R om ani, allo scontro delle loro legioni con la greca; falange sempre si trovarono inferiori, e ne furono con gravissi ma strage respinti. Mi si d ir, che in fine n ebbero la vittoria. Ma ci niente prova contro la greca ordinanza , perch il viti-* cer de Romani non dipendelle mai dall aver essi superata la forza della falange, ma dall aver saputo renderla inetta si pu dire al combattere. Se ne vedranno manifeste prove in appresso. Aveva dunque giusta ragion Filippo di dire : Macedonum phalangem loco aequo, justaque pugna , semper mansuram invi-

ctam (4).
Ma egli appunto su questo luogo adattato, che non si pu .sempre,avere, e su quest ordine giusto di battaglia, il quale;

(1) Le St. 1. 17 ; ( 3 ) Yita d P irro t. 3 , p. 12! ; (3) V ita di Panlo E m i lio , t , 2 , p a 5$ e s eg . ; (&) Liv. I. 33 , c. 4-

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non sempre si pub conservare, che Polibio, e dietro lui Livio e Plutarco , fondano ogni lor argomento contro la greca ordi nanza, mostrandola a mille riguardi inferiore alla romana. Sa scolti il p rim o , come dappi degli altri nelle cose di guerra. Qual dunque la causa , che i Romani vincono ? E perch restano inferiori quelli, che usano la falange ? Perch i tempi ed i luoghi delle fazioni in guerra sono incerti ed indetermi nati ; e la falange ha una sola spezie di tempo e di luogo da poter bene adoperarsi. Perci se gli avversar] fossero costretti ad affrontarsi con la falange ne tempi e neluoghi ad essa ac comodati, quando avessero a combattere con tutte le forze, Verosimile per le ragioni anzidette , che la falange ne rima nesse vittoriosa, massime quando non si possa schivare il suo impeto. Ma tale ordinanza non riesce pi cos spaventevole ; imperocch ciascun confessa che la falange ha uopo de luo ghi p ia n i, sgombri e di non incontrare impedimento alcuno , come san fosse , balze , ciglioni, colli e fium i, perch tutti questi ostacoli sono atti ad impedire e sconvolgere tale ord nanza ; e nello spazio d ogni venti stadj e pi il trovar luo ghi, in cui non sia alcuno d i quest impedimenti, quasi im possibile: e se non impossibile, certo assai raro e difficile, al che nessuno contraddir certamente . Polibio dimostra che trovatosi anche luogo alla falange opportuno, se i nemici schi veranno l incontro, e si daranno in vece a saccheggiar le terre vicine, ed i paesi confederati, potranno impadronirsi della cam pagna , e privar frattanto delle necessarie provvisioni la falange flessa , senza che questa, stando ferma al suo posto, vaglia ad opporvisi, e tentando battaglia in luogo per s mal acconcio arrischi di perdersi. Osserva inoltre , che vizio radicale della falange si pure quel dover essa agire tutta insieme di con certo , ragion per cui a questa gran massa unita dee riuscir dif ficile , e talvolta impossibile il camminare per luoghi difficili, l alloggiare in siti opportuni, il preoccupare posti vantaggiosi, l assediare il nemico, il tenersi ordinata, allorch questi le si scuoprano addosso all improvviso, occorrenze gravissime, che

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NOTE

decider possono della vittoria, non meno che della sconfitta. E tutto c i , secondo Polibio, dipende dal non potere il fante fstlangita agir da solo , cio uomo per uom o, n compagnia per com pagnia, il che riesce facilissimo al rom ano, atteso il tenore della sua arma , e della sua ordinanza, la quale ben atta ad ogni luogo e tempo ed improvviso assalto, e ritiene la pro pria disposizione sia che si combatta unitamente, o partitamentc , o compagnia per compagnia o uomo per uomo. Poich infatti il maneggio della spada , l arma d offesa dei R o m an i, tutto individuale , perci presso loro la forza dovevajjdi necessit risieder nelle p a rti, quando in vece appo i Greci consisteva nel tutto. Ma siccome per le ragioni anzidette innegabile che le forze de soldati nella falange , agendo con giuntamente , moltiplicano il loro impulso , cio si rendono di gran lunga pi attiv e, cos dubbio non nasce che ove modo si trovasse, onde l ordinanza unita adattar si potesse alle oc correnze del luogo e del tempo senza punto perdere la forza del tu tto , questa verrebbe a riuscir superiore ad altra qualsiasi , perch tale essendo per s medesima, le si toglierebbe in si fatto caso 1 unico suo debole, che quello di non aver sem estrinseche circostanze. E d ecco ci che hanno pre favorevoli 1 tentato con esito ben felice alcuni tra i generali greci, il che fu dissimulato da Polibio , prova eh egli in far superiore l ordi nanza de Romani alla greca ebbe in vista di adulnr pi la coloro potenza, che di far conoscere con sinceri colori la verit. Ed in vero basterebbe il provare nella quistion presente, che un solo tra i generali greci fosse riuscito a correggere il debole della falange , senza farle perdere di sua forza , ond esser convinti, che ogni qualvolta fu questa, vinta per difetto di luogo o di tempo , ci dipendette meno da vizio inerente al modo suo di disposizione, che dal poco genio, o dall improvvido ar dire , o anche dall ignoranza de generali che 1 ebbero a co mandare. E vaglia il v e ro , qual partito prese egli Senofonte, nella sua ritirata dei dieci mila, allorch ebbe a combattere contro i Col-

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chi. Stavano i Greci alle falde di u monte, e quelli ne'avevano preventivamente occupata la cima ; la salita era scoscesa ed ineguale. Ecco il caso di un 'terreno si sfavorevole, in cui la falange, secondo Polibio , non pu pi agire , cio come non fosse. Ma sotto gli ordini di Senofonte questa era ancor tutto. E g li, riflettuto prima che il monte non potendosi dappertutto ascendere, lordine di falange doveva spezzarsi per s medesimo, e temendo d altronde che i nemici superiori in numero non riuscissero ad inviluppar la sua fronte avanzandola colle a l i , decise che la falange dovesse dividersi in ottanta p a r ti, o co lonne ripartite di cento uomini per ciascheduna ; e queste salire ognuna per quella strada , d ie il meno le fosse per riuscir ma lagevole. Ci fu eseguito dietro concerto che le colonne si te nessero a tal portata fra loro che potessero alluopo soccorrersi, onde alcuna che le altre avanzasse, non venisse ad essere rove sciata , e che i nemici s avessero a prender di fianco nel caso, die volessero penetrare tra gl intervalli delle colonne (1). Ecco un ordine di battaglia, in cui la falange ritiene tutta la sua fo n a, senza pi alcuno degli esagerati suoi difetti, e secondo H quale atta a combattere egualmente in ogni luogo , tem po, ed oc correnza possibile di guerra. Anche Filopemene trov nel suo genio una simile risorsa alla famosa battaglia di Mantinea contro a Macanida capo de Lace demoni. In questa battaglia tutte le disposizioni d un tanto eroe sono tali, che si direbbe aversi a fare piuttosto con una legione romana , che non con una falange greca ; e ci eh pi nota bile , comandata da un generale che 1 ordinanza di falange , in quanto alla strettezza degli ordini, alla lunghezza delle sarisse, ed al gran fondo delle file , aveva portata a tutta la possibile perfezione (2). Qui necessit riflettere che Filopemene fu il primo , il quale insegnasse agli Achei tal specie di ordinanza , che Plutar co chiama n r t i p i i t t i , vale a dir spirale (3) Qual realmente si
( 0 Ciroped. t. 1 , I. 4 ; (a) V. 1$ , nota n. Sa ; ( 5) Vii di Filopemeoe t. 5 , p. 17.

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NOTE

fosse quest ordinanza n i traduttori , n i commentatori dell opere degli antichi si studiarono gran fatto di determinare. Folard pretende, che la spirale dei Greci sia' la fa lla ta dei -Romani in Ire linee diverse di armi e di a rm a ti, sull idea che concepita una linea , la qual passasse rasente ai corpi cosi disposti dalla fronte alla coda , risulterebbe spirale. Dacier , abbench . nelle note alla vita di Filopemene sembri scostarsi dall avviso di Fo~ la rd , vi aderisce per pienamente nella prefazione. Ma tal spie gazione non regge, perch rapprossima in tutto lordinanza greca alla romana, quando in vece, attesa la diversit dell arm e, non poteva conform atisi che per qualche particolare riguardo. E poich 1 ordinanza spirale , che Filopemene insegn agli Achei voleva egli opporre ad un esercito nemico, ordinato in falange ; cosi uopo credere eh ella fosse di tal tenore da potersi adat tare contro a questa ; che quanto d ir e , che ritenesse disposizion essenziale di falange , perdendo il difetto della massa tutta insieme ordinata, la quale non si conviene ad ogni qualsiasi luogo, e meno a quello che Filopemene aveva scelto per com battere , il qual era ineguale. Tali propriet non si rinvengono dunque che in unordinanza distinta per intervalli in pi corpi; e questi disposti ciascuno paratamente secondo 1 ordine di fa lange , cio con le file profonde e gli uomini stretti da spalla a spalla, e da petto a schiena , e con le aste addrizzate orizzontal mente al nemico. E poich Polibio per dinotare i manipoli e le coorti de Romani adopera la voce m l f * , spira (i) , cos necessit inferirne, che 1 ordinanza spirale dai Greci s inten desse in ci diversa dalla comune di falange, che secondo questa' 1 esercito era tutto unito in piena linea, e giusta quella era di stinto in sezioni o parti, le quali potevano agir di concerto, ma separatamente 1 una dall altra. Tale senza dubbio si fu la disposizione, giusta la quale ordin Filopemene il suo esercito (a). E 1 essersi quel gran capitano [ prefisso drconibaltere sopra un terreno ineguale, con montagne
( i ) Le S torie , t. 5 , 1. G; t. 5 , 1. n ; (a) V. P olibio, le S to rie , t. 4, 1 9 .

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d ambedue i Iati e diviso in mezzo dal letto di un torrente, fu causa che pensasse al modo con che riserbare tutta la forza alla sua falange, e toglierle insieme il solo debole di non potersi adattare in piena ordinanza ai luoghi ard u i, ineguali e special mente interrotti da fosse. La piena vittoria, che riport di Macanida prova con quanta profondit di consiglio avesse egli prese le sue misure. Dopo esempj si luminosi di espertissimi generali , che la fa lange fecero agire poderosamente anche ne luoghi pi difficili meno ad atti, in quelli ne quali, giusta Polibio, doveva necessa riamente soccombere , come affermar con giustizia eh essa avesse un difetto essenziale ed incorreggibile nella sua ordinanza ? Nfe giova addurre in contrario le celebri vittorie, che sui Greci riportarono i Romani ; perch, ripeto , basterebbe un solo de ci tati esempj a provare che la sconfitta dipendette meno in quelli da vizio dellordinanza, che da imperizia o altro qualsiasi errore del generale. Polibio assai indulgente verso i R om ani, imputa a solo difetto de loro comandanti le sconfitte , eh essi ebbero da Annibaie, e dice: O r deconflitti fatti daRomani con Annibaie e delle perdite di quelli , non uopo ragionare a lungo , perch i Romani restarono inferiori non per ragione dell ar ti madura e dell ordinanza , ma per la destrezza e sagacit di A nnib aie............. In fatti, tostochb i Romani ebbero un capi tano di valore pari ad Annibaie divennero vittoriosi (i) . qui inutile il trattenersi ad esaminare se tale asserzione sia vera in tutto; perch egli stesso si contraddice altrove (a), affermando che la vittoria di Scipione a Z am a, non tanto dipendette dalla con dotta , eh egli tenne in questa battaglia , quanto dal valore e dalla buona disciplina de suoi Romani. Osservo unicamente in quanto all attuai soggetto , che se le perdite de Romani egli at tribu ad incapacit de lor generali, a pi forte ragione da ima stessa causa ripeter doveva le sconfitte che da quelli ebbero i Greci. E siane prova il fatto di Perseo. E tale fu lardimento e l impeto ( de Macedoni ) , cos Plutarco , che esattamente
( 0 li. >7 ; () L. iS.

AnsiAno.

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NOTE

dipinge questa battaglia , col quale avventarono contro i Rom ani, che i prim i, chebbero a cader morti, discosti non erano dalle trincee de Romani medesimi che due soli stadj. Poich essi adunque con tanta foga avanzati si furono , E m i lio , che l latto si era , trov che que Macedoni che anda~ vano innanzi, fermate avean gi le' punte delle lor aste negli scudi de Romani , e che per questi non potevano arrivare colle spade a coglier quelli,- e veggendo che gli altri Macedoni p u re , tratti gi dalle spalle quegli scu d i, che chiamati son pelte, e inclinate tutti daccordo le loro aste, sostenevano gli scudati rom ani, e saldamente combaciate e connesse teneano quelle lor pelte , e presentavano dalla fronte un orrido scon tro di punte, fu preso da timore e da sbigottimento, siccome quegli, che non aveva mai pi veduto spettacolo pi formida bile di quello : di modo che nel tempo in appresso nenzionar solea spesse volte la gran costernazione che a quella vista pr vata egli aveva. Ci nulla ostante , facendo mostra in allora di essere tranquillo ed ilare , cavalcando andava lungo le schiere senza elmo e senza corazza. Ma il re de Macedoni , al dir di Polibio , tutto intimoritosi nel principio della balla to glia spron il cavallo verso la citt sotto colore di andarvi a sacrificare ad Ercole (1) . Fin qui noi non scorgiamo che la superiorit assoluta de soldati macedoni ai romani , e l estre ma codarda di Perseo , che senza attender punto il proceder della battaglia , si trae vilmente con la fuga dal comandare i suoi. La quistione adunque non pi se Perseo fosse superiore 0 inferiore in valore a P. Emilio ; ma in vece se un esercito che non ha pi capitano , che lo guidi , possa far fronte ad un altro comandato da un abilissimo generale , il quale per vedere tutto da s , scorre egli stesso le file; ed all oggetto di rincorar vieppi le truppe smarrite, depone finanche lelmo eia corazza. Ci non per tanto , ad onta pure dell estremo degli svantaggi , che aver possa un esercito in fazione , quello di Perseo si so( 0 P lu ta r c o , V ita di P aulo Eoiilo , t. i , p . 337 * seS-

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uSg

stien forte coatro gli attacchi vigorosissimi d un nemico, si pu dir disperato , e ti respinge s bruscamente , che P. Emilio si d per perduto. Non potendo pertanto i R om ani, per qua lunquc sforzo facessero , romper la falange , contro la qual combattevano , Salio, il capitan de Peligni, strappata l inse gna de suoi propri soldati avventolla in mezzo a nemici. I Peligni allora (imperciocch cosa disdicevole ed esecranda si per gl Italiani 1 abbandonare l insegna ) si scagliarono tutti impetuosamente a quel luogo, e cos, venute ad una fiera mischia amendue le p arti, si fece un orribil conflitto, mentre procuravano i Romani di troncar colle spade le picche dei Macedoni, e di respingerle cogli scudi , e , afferrandole pure colle lor mani, di strapparle da quelle de'nemici o distornarle in modo , che potessero quindi aprirsi il varco e inoltrarsi , ed i Macedoni , tenendo salde a due mani quelle lor picche presentate in quella maniera , e passando da banda a banda insieme colle armature tutti quelli , che si gittavano sopra di n loro, non essendovi n scudo, n corazza,7che resister potesse * > alla forza delle picche medesime , cader faceano rovesciati a terra i Peligni ed i Marmcini , i quali da s stessi spingeansi senza considerazione o riguardo veruno , ma con un furore bestiale contro le ferite e contro la morte gi manifesta . Qual pittura fedele del vero modo di combattere d una falange in fazione ! Idea pi giusta non avrebbe potuto darne il mede simo Paulo Emilio se avesse avuto a descriverla. In tal guisa trucidati restando i primi combattenti , queglino , che venian lor dietro si sconfortarono , ma non si diedero gi per questo a fuggire: solamente ritirando s andavano al monte , chiamato Olocro. Per la qual cosa Emilio si squarci, al dir di Posido nio , la veste , veggendo che gi quelli cedevano , e che gli altri Romani si scansavano pure dalla falange de Macedoni, la quale non lasciava luogo, dove penetrar si potesse , ma opponendosi agli assalitori, quasi con uno steccato, colla spes sczza di quelle sue picche era da p'er tutto insuperbile (i)
( 0 P lu td r c o , V ita d i P aolo E m ili o , t. a , p . 33g e seg.

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NOTE

Qui la superiorit della greca ordinanza ad altra qualsiasi si di mostra in tutto il suo lume , perch il saper reggersi immobile agli attacchi pi furiosi de R om ani, e dippi il respingerli ed il rovesciarli, seoz aver un capo che la battaglia com andi, quasi si direbbe macchinalmente operando , sommo prodigio d or dine e di disposizione, il quale prova che il nerbo della falange stando nel tutto , essa riusciva forte anche per s medesima , ogni qualvolta la sua unione non venisse da circostanze estrinse che scompaginata e disciolta. Ma in una sola che s incontri di queste, egli i ben facile accorgersi, che allora il mancar di capo, o laverlo ignorante od imprudente dee mandarla al certo perduta, perch in tal caso si richiede la forza superiore del genio , che supplisca al difetto del luogo ; ed ecco la vera ra gione , perch la falange di Perseo , abbench vittoriosa , venne finalmente da Romani disfatta. 1 1 luogo infatti su cui si combat teva era ineguale, e ordinata quella in un corpo solo per tutta la sua lunghezza, si col forzare il nem ico, che inegualmente 1 at taccava, come anche coll incalzarlo dalla parte ov egli si ritira v a, venne di necessit a sconnettersi, ed a lasciar deglintervalli in varie p arti; per i quali penetrando i Rom ani, ed investendo uomo ad uomo con la spada, riusc loro agevole il superarla ed il vincerla. Infatti la piena ordinanza non si poteva tener pi , attesoch la natura del luogo noi pativa , e 'non eravi generale di sorta , il quale cambiando tosto disposizione ( operazine in fac cia al nemico difficilissima , ma che i Greci per sapevano de stramente eseguire) adattar sapesse lordine di battaglia a quello del nemico. Ma questo tratto di genio attender non si poteva da Perseo, s perch n era in tutto incapace, s perch , mentre i suoi erano alle prese coi R om ani, egli fuggitosi nella citt e ricovratosi in un tempio stava facendo voti ad Ercole per la vit toria (1). Ma poich , essendo ineguale il terreno e lunga la fronte dell armata in m odo, che conservar non poteva il combagiamento , e la connession degli scudi, s avvide egli
( i ) P i a u r e o , Vit di P ia lo Umilio , t. t , p. 558.

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a6 i

che quella falange in molti siti rompendo e disgiungendo si andava ( come naturalmente addiviene ne grandi eserciti e nelle varie mosse , che si fanno da combattenti (i) . 1 Ro mani invece erano comandati da un generale, non meno dellanimo valoroso, che della mente perspicacissimo, il quale non appena vide il primo turbarsi della falange , che coltone tosto partito , si di ad investirla parte a parte , e cos la pose in istato di non potersi aeramen pi difendere. Mentre io alcune parti respinta era ( la falange ) ed in alcune altre balzava in n anei, andatosene tosto a dividere le sue coorti , comand * che i soldati savventassero separatamente negl interstizj e nei vacui della falange avversaria , facendo cos non gi un solo assalto e combattimento contro tutto il corpo della gente n e mica, ma molti e da varie parti in un tempo medesimo (a) . A questo modo fu vinta dei Romani la falange macedone. Ma si dir perci che alla superiorit della loro ordinanza fossero essi debitori della vittoria? Se quella, ancorch comandata da uu vile, e rimastasi dal bel principio dell azione senza capo , rovesciar seppe la fronte de nemici e costringerli a ritirarsi in disordine , fu per sola superiorit di sua ordinanza , la quale unita pu spiegar l iutera sua forza, anche senza avere chi la diriga (van taggio sommo , che manca sicuramente all ordinanza romana ) ; e se in ultimo rest vinta, ci fu per mancanza d un capitanar, che sapesse renderla superiore all estrinseche sfavorevoli circo stanze , con distinguerla in p a r ti, e queste disporre in guisa , che ritenessero la forza del tutto. Poich dunque Polibio fu s generoso verso i Romani, che le sconfitte eh'essi ebbero da Santippo e da Annibaie nelle guerre puniche, tutte attribu a difetto de lor generali , come non gli entr il sospetto, se R om a, quando pure la falange macedone in vece che un Perseo avesse avuto per capitano un Senofonte , un Filopemene , fosse stata per veder giammai il trionfo d E milio ?
(i) Pldt. V ita di P. Emilio , t , p. t4o ; (*) PI ut. , ibld. p. a^o.

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NOTE

E se Polibio fu ligio cotanto della potenza de Romani , che adular li volle anche contro il vero , qual maraviglia , che gli scrittori latini, Livio in ispecie, da lui ritraendo ci che tornava lor bene , portassero anche pi oltre il disprezzo per la sublime Tattica de Greci ? Questi non dubita d affermare , che la mini ma scabrezza del luogo rende affatto inutile la lor falange , inutilem vel mediocris iniquitas loci efficere potut (i). E poco dipoi : erant pleraqe sylvestria lo c a , incommoda phalangi maxime Macedonum ; quce , nisi ubi preelongis hastis velat valium ante clypeos objecit ( quod ut f ia t, libero campo opus est ) nullius admodum usus est (2). Ma lo storico quando cosi scriveva , s era buonamente dimenticato del monte , che Senofonte aveva superato con la sua falange ; della valle di Mantinea, attraversata da un torrente, in cui Filopemene sera indotto non per necessit , ma per suo proprio volere a combattere", ripor tando di Macanida completa vittoria ; e si queste non possono dirsi leggieri inconvenienze di luogo , perch di pi gravi io credo non se n incontrino in guerra. Resterebbe da esaminare la battaglia del proconsole Elaminio contro Filippo in Tessaglia, la qual pur si adduce come decisivo argomento della superiorit della Tattica de Romani a quella dei Greci (3) ; ina poich non mio scopo il trattare storicamente di oggetti particolari , cosi mi accontenter di osservare, che in questa fazione a ben meditarla altro non si scorge se non che entrambi i generali commisero de grossi sbagli ; che il procon sole vinse non per proprj talenti , ma per 1 ardita risoluzione d un suo tribuno, nella quale non ebbe egli parte; che Filippo perdette non per difetto di sua ordinanza , che anzi i Romani 1 ebbero a provare s formidabile in successivi attacchi , che le fuggivan d innanzi atterrili , ma unicamente per mancanza di tempo , il quale non seppe quegli ben misurare ; in somma che la vittoria degli uni e la sconftta degli altri dipendettc da tutte altre cause , che da vantaggio o vantaggio reciproco delle due ordinanze in quistione.
( 1) Lib. 44 > c. 57 in f. ; (a) L ib . 5 i , c. $9 ; (3) P o lib rt), lib . 17-

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Conchiadiamo adunque, che siccome propriet della lalange greca si era 1 avere un ordine com une, eccellente per s me desimo , merc cui le parti erano tenute in unione strettissima, e propriet della legion romana 1 aver in vece le parti separate e distinte, cio pi facilmente ed in varie maniere disponibili giusta le circostanze di luogo e di tempo ; cosi ne segue mani festamente, che quando pure calcolar si voglia il vantaggio re ciproco dell una ordinanza sopra dell a ltra , convien riconoscere superiore la greca alla romana. L ordine comune infatti, eccel lente per s medesimo fa si , che la battaglia venga ad esser fortissima da s stessa , anche indipendentemente dalla parte , che pu avervi la saviezza del generale , come ben chiaro dai molti succitati esempj intorno ai Greci ; mentre all opposto il non aver 1 esercito un tal ordine comune importa , che senza l immediata assistenza del generale egli niente possa contro il nemico, di che le guerre deRomani ci offrono manifeste prove. L esser dunque 1 ordine de Greci ottimo per s medesimo , e quello de Romani dipendente in tutto dalle disposizioni d nn capo , decideva che quelli per vincere avessero uopo solo d un generale , il quale capace fosse di serbar intero 1 ordine di bat taglia ; quando questi all opposto , per poco che il generale mancasse di genio, erano tostamente ed irreparabilmente perduti. Una leggier svista di Regolo contro lo spartano Santippo mand in una sola battaglia tutt intera perduta 1 armata de R om ani, che gi da vicino minacciava Cartagine. L enormi ripetute scon fitte , eh' ebbero questi da Annibaie , e la tremenda giornata di Canne provano ampiamente che il generale era il tutto nella Tattica de R om ani, e che lordine per s medesimo nou valeva a nulla ; perch tal conseguenza necessit dedurre ogni qual volta si scorge, che il minimo sbaglio per parte di chi comanda 1 esercito causa che vada questo interamente disfatto. 11 vantaggio poi che Polibio ed altri hanno preteso dare al1 ordinanza romana sulla greca , perci che questa non pu al pari di quella adattarsi ad ogni circostanza di tempo e di luogo, aifatto chimerico, quando si rifletta che il genio e la saviezza

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NOTE

del generale pu conservare intera in qualsiasi tempo e luogo la disposizion di falange senza ' punto farle perdere di sua forza. E l esservi combinazioni di luogo e di tempo che richieggan dal generale qualche modificazione diversa dall ordine consueto , decider che la Tattica greca sia alla romana inferiore? Ci non vuol dir altro se non che la falange greca aveva uopo sol qual che volta in chi la comandava di quel sublime genio , di cui sem pre, e costantemente, ed in ogni luogo e tempo abbisognava la legion romana pel vincer non m eno, che pel non essere vinta. La storia delle battaglie di Senofonte, di P irro, di Tela mone , di Filopemene provano ampiamente che a generale il luminato riusciva facile il disporre a sezioni distinte, quando ne fosse bisogno , un intera falange , onde avesse questa a combat tere con gli stessi vantaggi dell ordinanza rom ana; ma in tutto il corso della storia non s incontra esempio , che un generale romano , anche col tanto esagerato vantaggio d una facile atti tudine ne suoi a ricever qualsiasi modo di disposizione, riuscisse giammai a rinvenirne un tale , con che compartire alla sua le gione l impeto irresistibile della greca ordinanza; anzi nemmeno fermezza sufficiente a sostenerne 1 urto. Infatti il maneggio della spada , 1 arma de Rom ani, ripugna a qualsiasi unione di p a rti, unione che anzi richiedesi per dare all asta il suo pieno effetto t e senza unione le forze essendo isolate non ricevono giammai aumento dalia reciproca combinazione. Cos provato i. che la falange greca aveva un ordine ottimo per sfe medesimo; a.0 che era suscettibile dei vantaggi dell ordi nanza romana ; 3. che a quest ultima riusciva assolutamente impossibile il pretendere ai vantaggi essenziali di quella , ne se gue irrepugnabilmente che la Tattica greca si debbe riconoscere come superiore per sommi titoli alla romana. (io 3) Soldati leggiermente armati. Qui il nom edi leggieri if/ixSii usato assai impropriamente da A rriano; come quello che si attribuisce piuttosto ai lanciatori in genere che non ai peltati , de quali a questo luogo sicuramente intende lautore tener discorso. Io giudico di somma importanza l insistere alquanto

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sovra un tal punto ; s perch tro v o , che nessun de commen tatori , il cui studio d ordinario non si estende giammai pi in l delle parole, lo ha punto avvertito, si perch parmi che dal non avvertirlo nascer ne debba, intorno all attuai soggetto, inestricabile confusione. lo dunque non dubito di affermare, che qui Arriano chiama leggieri i peltati. E vaglia il vero , egli impiega due interi ca pitoli a parlare de modi loro di disporsi in battaglia, del nu mero e distribuzione de loro ordini ecc. ; e destina dopo un particolar capitolo a descrivere gli officj in guerra de lanciatori ; sagittari cio, from bolieri, ed altri. Ora se questi tali leg gieri , de quali prima si occupa , avess egli avuto iu mente di confondere co lanciatori, perch trattar di questi distintamente, ed in modo da non aver essi punto a fare co primi ? Stando infatti a quanto gli dice d entram bi, le attribuzioni de lan ciatori non sono quelle per nulla de* denominati da lui leggieri ; dunque il discorso attuale non pu cadere che intorno ai peltati. Ci tanto pi probabile, attesoch Eliano afferma espres samente , che i peltati si comprendono fra le truppe di leggier armadura. Qiiane major fe re pars solet hos ( peltastas ) inter velites collocare (i). Leone avvert saggiamente a questo pr posito che gli scrittori moderni di T attica, fra i quali sicura mente annoverar si debbe A rriano, come quegli che fiori- dopo lera volgare, trascurarono di trattar particolarmente depeltati, confondendoli co leggieri (a). (io 4) Divisi fr a gli ordini de pedoni gli ordini de' veliti al ternamente frappongons Questo modo di ordinanza ripugna assolutamente a qualsiasi specie di lanciatori, e solo i peltati vi si possono facilmente adattare. Come infatti imaginar nem meno che fra gli ordini de gravemente arm ati, la cui forza ed il cui impeto tutto dipende dalla strettezza delle file e delle righe , a intrometter s avessero agittarj, from bolieri, lanciatori , che hanno uopo di largo spazio tutt all intorno della
( 0 Taci. c. i ; () Tct. c. 6 , 5 *7'

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NOTE

persona per gettar l armi loro ai nemici ? I pellati in vece potevano tra i gravemente armati aver facile il luogo. L A. non manc gi prima di avvertire , che il tenore delle loro armi li rendeva a questi ultimi assai consimili (t). E per vero non cade dubbio che quantunque i peltati avessero uno scudo pi picciolo ed -una corazza pi leggiere degli arm ati, essi per erano guerniti di scudo , di lorica , e di elmo , cio d armi di difesa ; e tenevano per armi d offesa la spada e 1 asta, cio quelle che vagliono al ferir dappresso ; quando in vece i leg gieri , propriamente d e tti, combattevano n u d i, privi d ogni ar ma di difesa, e atti solo ad offendere con l arco e con la frombola , o con altre armi da gettare (a). L asta sola dei peltati potrebbe fare al nostro assunto qual che eccezione, in quanto dal nome i i t t n t t , che le vien dato, pare che fosse minore e pi leggiera della picca (3) , ed atta perci forse a lanciarsi. Ma oltrech 1 asta da gettare pu an che drizzarsi dappresso al nemico , egli certo che i peltati in origine ebbero 1 asta assai lunga per istitzion d Ificrate, il quale di tal specie di fanti fu primo inventore, come si ve*dr in seguito. Provato adunque che delle medesime armi dof fesa e di difesa erano fomiti a un dipresso non meno i peltati che gli o p liti, necessit dedurne che quelli potevano venir ordinati precisamente allo stesso modo di questi ; quando in vece 1 ordinanza de veliti doveva esser in tutto diversa, e ci per la diversit dell arm i, che nel primo caso erano perfette, justa arma , non cosi nel secondo. Conseguentemente al fin qui detto io dubito assai se Ar riano (4), Eliano (5), Leone (6), ed altri avessero ragione di af-* fermare 1 armatura de peltati tenere una proporzion media fra la leggiere e la grave ; cio la fanteria de peltati esser d una specie mezzana tra i gravemente armati ed i veliti ; mentre a ben osservare, questi si scorgono non differire quasi punto dagli
( O S 3 ; (a) S 5 . V . nota S7 ; (3) 3. V. nota (6) Tact. c. 6 , S 37. ; (4) 3 ; (5) Tact. c. fl;

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armati si riguardo alle armi d ie all ordinanza, ed essere in tutto diversi dai veliti. Dunque a ragion pi forte Arriano ed Eliano ebbero grave torto di confonder con questi ultimi 1 peltati. (io 5) Conviene metter in battaglia un costoro numero , il quale rispetto ai pedoni sia minore d 'u n a met. Ecco un terzo evidentissimo argomento che per i leggieri, onde qui parla A rriano, intender si debbono realmente i peltati. Come infatti sognar nemmeno che nella falange greca, tutta fondata sul gran principio del combatter dappresso, i lanciatori avessero ad es sere in si gran numero da conguagliare la met degli opliti ? Chi la pensasse s (attamente mostrerebbe di non conoscer il minimo de principi della Tattica greca. Ci sia detto per evitare un errore , il quale non avvertito deforma d assai le opere de moderni scrittori di Tattica. Sic come infatti gli antichi hanno abusato non poco del nome di leggieri, falsamente attribuendolo ai peltati ; cos n ' venuto che la proporzione de leggieri e quella de gravemente armati , nelle ordinanze de Greci e de Romani comparsa assai mag giore di quello che realmente non era; ragion per cui ne fu dedotta falsissima conseguenza in favore dell armi da tra rre , ed in tutto opposta alla realt del fatto. Ci avvertano quelli, che in istudiare gli antichi badano pi seriamente ai nomi che non alle cose. O r poich a questo luogo particolar discorso de peltati , io credo di non poter meglio illustrare la Tattica degli antichi G reci, che tessendo in breve la storia di questo particolar ge nere di truppa dalla sua prima origine fino alla tarda epoca di Leone , che 1 ultimo , che ne parli. L origine de peltati dovuta a Ificrate celebre capitano degli Ateniesi, le cui gesta nella storia della Grecia cominciano poco dopo espulsi d Atene i trenta tiranni ; all epoca che Tebe si gloriava di Pelopida e d Epaminonda, e Sparta d Agesilao. L eroe ateniese fatta dunque esperienza in guerra che gli scudi grandi e luoghi, i quali erano usati a portar gli Ateniesi, loro impedivano il muoversi liberamente, li tramut in alcune

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NOTE

minri targhe; dal che ne venne' che i soldati si trovarono abbastanza coperti dalle offese del nem ico, ed insieme pi agili e pi pronti ai volgimenti. Cos que fan ti, che prima dal por tar gli scudi si dicevano clypeati, dal portar ora le targhe ot tennero di peltati il nome. Fin qui Diodoro (i). Ma Probo aggiunge, che Ificrate non solo diminu gli scudi, che anzi abol eziandio le corazze di ferro , o di bronzo , volendo in vece che si formassero di lino (a). Yero , che per corazza di lioo non si vuol intendere un giupponcino di semplice tela; mentre sap piamo , che gli antichi maceravano a questo fine il lino nell aceto e nel sale, e ne formavano un tessuto assai grosso duro e compatto , capace a proteggere in qualche maniera dai colpi de nemici (3) ; ma egli certo , che simile arma di difesa non avea proporzione in quanto alleffetto con la corazza di metallo. Ificrate tramut pure agli Ateniesi 1 arme d offesa ; poich 1 aste volle che fossero d una met pi lunghe , giusta Probo , hastce modum duplicava , e d tin sesto giusta Diodoro ; e le spade quasi lunghe del doppio , che prima non erano. Da tutto questo si scorge dunque che il capitano ateniese miglior di molto l armi d offesa , e peggior quelle di difesa : in quanto allo scudo non dir con sicurezza , perch uno scudo di mediocre grandezza pu difendere abbastanza dai colpi la persona ; ma certamente in quanto alla corazza, purch a Probo si vogli prestar fede. In queste disposizioni d Ificrate altro non si scorge, se non che egli era grand uomo in arme , avvegnach 1 allungar che fece la spada e l asta prova che conosceva perfettamente la teoria di quest armi ; ma non cade dubbio che s egli allegger di tanto 1 armi di difesa, ci fu perch i suoi Ateniesi non erano pi quelli di Milziade alla battaglia di Maratona; resi cio pi molli e pi deboli dal lusso, che sotto Pericle ed Alcibiade aveva preso gi tanto piede in Atene.' Nascemi per dub( 0 Bibl. St. t, 5 , I. iS , e. j , p. 6 l ; (a) In I p h io r .; ( 5) S 5 , nota Si. V. Lips. de MilU. Rora. 1. 3 , dial. 6. - Nicet. Chooiat. 1. i , R er. Isaac. Ang. - Prob. in usum De)ph. nota 7. - Croph utiqoit. Macedonie, in Gronov. t. 6 , p. 3933.

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bio , se questo peggioramento dell armi di difesa fosse conforme ai principj della tattica greca , perch trovo che Filopemene, ancorch fiorisse ne tardi tempi della Grecia , veduto che gli Achei avevano assai leggieri le armi in quistione , diede loro scudi pi ampi e P' pesanti, gravi corazze, e stiniere di fer ro ; volle in somma che vestissero la perfetta armadura ; sull idea che 1 armadura leggiere atta solo al combatter discosto, ma non al pugnar dappresso (1). Nessun generale rese pi cele bre la sua falange a ragion d a rm i, e d ordine , e di volgi menti , quanto Filopemene. Ci prova che il genio d un eroe sa tramutar per cos dire la tempra agli uom ini, e trionfar degli ostacoli, che il costume depravato e molle oppone al va lore ed alla grandezza delle nazioni. Dei peltati frequente menzione presso gli storici, che hanno descritto le imprese militari di Alessandro. Da Arriano sono essi detti u m in rirrc (2) e Curzio li chiama armati levibus scutis , cithane maxime speciem reddenlibus (3) ; e ne loro racconti or sono confusi con gli armati gravemente, ed or da questi ma nifestamente distinti; il che prova che avevano armadura soda abbastanza per battersi separatamente , e che d altronde pote vano di leggieri adattarsi agli ordini degli armati. Cos all as sedio di Pila Parmenione comaiuja gli arm ati, ed Alessandro i peltati ed i saettatori (4)- Nell ordinanza di Alessandro alle gole della Cilicia veggonsi i peltati formare insieme con gli armati lala destra dell esercito (5). N di questi peltati mancarono i b a rb a ri, che anzi si trova aver essi fatto parte dellesercito degli A griani, mossi da Langaro a favor di Alessandro (6). Cos nellesercito di Dario eranvi dieci mila peltati appiedi e due mila a cavallo, Barcani di nazione ; per diversissimi dai G reci, che portavano per arme doffesa la scure (7).
( i ) Plutarco, Vita di F ilo p em en e, t. 5, p. 17 e seg. ; (9) St. della Spedii, d Alesa. 1. 1 , 1. * , ed altrove ; (3) H ist. Alex. 1. 5 c. a ; (4) St. della Spediz. di Ale**. 1. a p. 61 e seg. ; (5) Ibid. p. 6g e cg. ; (G) Ibid. 1. 1 P* 9 i (7) C ari. I. 5 , c. a , r. 5 .

vjo

NOTE

Tra le truppe di Filippo contro i Romani furonvi di que pel' ta ti, raccontando Livio come egli ne mandasse a Calcidc il numero di mille con certo suo capitano Menippo ad oggetto di soccorso ; e qui lo storico ci assicura che la pelta era una cotal foggia di scudo somigliante ad una cetra (i). Il medesimo Re pose in agguato di questi peltati contro i Rom ani, riuscen dogli per vano il tentativo (i). Cesare nomina egli pure soldati di questa specie ove d ice, che insieme alle legioni di Afranio e di Petrejo trovavansi ot tanta colonnelli incirca di Spagnuoli delle provincie di qua ar mati di scudi, ed altri delle provincie di l , armati di queste p elte, o cetre (3). Da ci: s inferisce che quella particolar spe cie di scudo onde i peltati furono denominati , era in uso tra gli Spagnuoli ; non per tu tti, ma solo fra quelli delle ultime pro vincie , le pi prossime cio all A frica, i cui abitatori al certo ebbero famigliare cosi fatta maniera di scudo ; come si pu rac cogliere da Isidoro, che definisce la cetra o pelta, scutum loreum sine Ugno , quo uluntur A fri et M au ri , e dallo Scoliaste di giovenale, O ryx animai minus, quam bubalus, quem Mauri uncem vo ca n t, cujus pellis ad cetras p ro fieit , scuta Maurorum minora. Simili scudi Tacito attribuisce ai B ritanni, de quali dice che combattono , ingentibus g lad iis , brtvibus cetris. rimarchevole come Cesare mettesse in piena rotta quattro colonnelli di questi cetrati , avventandovi contro la sua cavalle ria , senza che quelli potessero per un momento sostenerne l im peto (4). Ma se alcuno ne inferisse perci che l armadura dei peltati fosse leggiere, fa d uopo rifletta che tale poteva essere tra nazioni pressoch barbare, quali erano gli ultimi Spagnuo li , ma che una simile conseguenza sarebbe assai mal dedotta in quanto ai peltati dei Greci.

( i) Hist. 1. 18 , c. 5 ; (i) Iiiv. H ist. 1. 3 i , c. 3 6 ; ( 3) Coesar. Comment. de Bello cir. 1. i , p . 455 ' t (4) De Bello civ. 1. i , p. 4j 8.

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Cosi fatto genere di soldati pare non aver durato gran tempo dopo let di A rriano, imperocch Leone attesta che a suoi , tempi perfino il nome de peltati era passato in dimenticanza (1). (106) E gli ordini de veliti. Siccome questa partizione degli ordini de p eltati, che tali provammo gi sopra essere senza dubbio i denominati qui veliti da A rriano, in tutto conforme a quella della falange de gravemente arm a ti, ad eccezione che per i primi il numero sempre minore della met che per i secondi ; cosi possono applicarsi a questo luogo tutte le osserva zioni riguardanti s, i nomi degli ordini che tutte le attribuzioni degli officiali ecc. (107) I lanciatoti, i saggittarj , ed i frombolieri. Delle armi di cui si valevano i soldati di questa specie gi fu sopra ampia mente parlato (a). Qui si tratta di tessere la loro storia , e di determinare cos precisamente gli usi de leggieri , secondo lo spinto della Tattica greca. La loro armadura , come ben 1 attesta lA. (3) dunque tale, che non ammette che il combattere di lontano ; avvegnach non vi si comprenda arma a|cuna di difesa, e quelle d offesa sieno tutte da gettare,-le frecce intendo o le pietre lanciate con par ticolari macchine, quali sono 1 arco e la frombola. O r poich l oggetto di tali armi si d offendere il nemico senza esporsi agl immediati suoi colpi, cos escludendo esse il valore, si pu conghietturare che per sentimento di debolezza venissero primamente inventate. Ed infatti tra i molli Asiatici^ e presso i popoli meno agguerriti furono quest armi sempre in gran pregio , ed universalmente usate. Perci i Persiani ebbero 1 arco in tanta stima che i loro re tenevanlo in mano a guisa di scettro come simbolo d impero. Cos Fraate vien descritto da Dione seduto sovra una seggiola d oro e tenendo la mano . sopra il nervo dell arco (4). Dippi l invenzione dell armi da gettare si attribuisce dagli

< 0 Tact. c. 6 ; ( 2 ) S 5 , note p. 535.

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e l>2 ; (3; S 3 j (() Istorie Roin. t.

s^a

NOTE

storici, e dai mitologi a popoli o pochissimo o niente celebri per alcnna guerresca impresa. Tali sono a cagion d esempio i Cretesi, a quali pretcndesi che insegnasse Apollo larte del gettar le frecce, i Fenici ( i ) , o in lor vece i Baleari (a), che si pre dicano inventori della frombola. Costoro nelle guerre della G re cia e di Roma non ebbero altra parte che quella di soldati mercenarj e prezzolati. Si pu in generale affermare che i Greci pochissimo conto facessero sempre mai de lanciatori d ogni specie. Nondimeno se ne valsero come di truppe ausiliarie, e di ci si trovano memorie (ino dall epoca dell assedio di Troia ; purch si tenga Omero per lo storico verace de tempi eroici. E g li, che nella sua Iliade ha fondati .i grandi principi di T attica, descrive i saettatori come atti a ferir di soppiatto , protetti dai gravemente armati ; come capaci ad appiccar la zuffa, ed a sconvolgere non veduti gli or dini nemici ; ma in determinare questi ed altri loro ufficj in guerra, rimarca ad ogni tratto quanto il far battaglia discosto e con arme cosi fallaci debba tenersi a vile e da poco. L imbelle maniera di combattere de saettatori dipinta mara vigliosamente dal Poeta, ove descrive Teucro sommamente pe rito in quest arte , che di furto lancia la sua freccia , e poi si ricovra subitamente sotto lo scudo di A jace, come un bambino in seno alla madre (3). Altrove il Poeta parlando de Locri come d eccellenti saetta tori e from bolieri, li descrive sforniti di qualunque siasi arma di difesa, e perci inetti a far battaglia dappresso, lor non reg gendo l animo d affrontarsi petto a petto al nemico. Quindi se gue a descrivere come i leggieri con gli archi loro e le loro frombole , appiattati dietro ai gravemente armati , spesso lan ciando pietre e frecce , scompiglino non veduti le file nemiche , e giovino cos all uopo di portar turbamento e confusione negli avversari (4).

( i ) Plin . I c. 5 6 ; ( 3 ) Veget. 1. t , e. 16; ( 3) II. ! 8 , . 366 . . . 273 ; (4) II. 1. i 5 , v. 712 . . 733.

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' Nondimeno' Omero solo attribuisce le armi da gettare a troppe interiori c poco stim ate; e se qualche rara volta.le poe m mano ad un E roe, ci ' unicamente per far sentire la loro fal lacia o debolezza al confronto dell asta e della spada; come llor quando fa che Pandaro, eccellente saettatore, lanciate in darno due frecce contro Diomede, si sdegni qon armi cosi infide, le. quali non vagliono che a tradirlo .(>) ; e cosi pure allorch fa, inveir Aiace contro .Teucro suo fratello, che adoperi l arco e le frecce, se queste gli sono inutili a ferire il nemico (a). O r discendendo ai diversi popoli dell G recia, non cade dub bio che i pi belligeri fra essi , quelli cio che versati costante* mante nel mestier dell armi gran fama ottennero e di scienza e di valor militare, gli Ateniesi intendo, gli S partani. ed i Ma cedoni, ebbero sempre in disprezzo i leggieri, ed ogni lo r forza fondarono sui gravemente armati. Infatti in quanto agli Ateniesi si g ii veduto (3 ) che neittt famosa battaglia di Maratona essi don avevano n cavalieri, n saettatori. Ma quale nella storia di Atene v ha vittoria da pareg giarsi a quella di Maratona? 11 poco conto j che facevano gli Spartani di questi leggieri, die di lontano combattono, non meglio si dimostra che nella risposta di .Antalcida a colui, che gli cercava perch usassero essi le spade assai corte: P er combatter pi da vicino (4) N a' quell altro , che l interrog quanto si estendessero i confini della Laconia , rispose gi Agesilao, fin dove giunge il tirar dnn arco; ma bens fin dove tocca, la punta ' un asta : Vibrando a 1 asta , disse ; fino a dove arriva questa (5). In quanto ai Macedoni, si rimarchi che il pi celebre delor capitani Alessandro teneva s a vile 1 armi da gettare, che non credette di poter meglio rincorar l animo de su o i, all atto che stavano per azzuffarli con i Persiani, quanto lor ricordando che

( 0 II; 1. * i (a) H- 1. i5 l W S S . n o tt j > . - S >* . 9 j ( i) * Ojmac. t. a. ApoCt. da Lacd. p. i H ; (I) Pini. ibid. f . u t .

Attuilo.

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costoro erano la maggior parte armati d arco e di from bola, e che pochi portavano giuste armi (i). P er una stessa ragione Senofonte chiama servile questo genere d arm adura, e vuol solo, che n usi la moltitudine inerme (2). Il giudizio, eh egli fa fare a Ciro intorno ai leg gieri , poich pu riguardarsi come il medesimo, eh egli stesso ne portava, merita d essere qui esposto , ad oggetto di vie me glio illustrare la storia della Tattica greca. Attesta l illustre Capitano che i leggieri erano il solo genere di truppe in vi gore fra tutte le nazioni orientali, contro le quali Ciro ebbe guerra. E poich questi popoli avevano per arnki 1 arco e le frecce, cos sservando Ciro che ove si combatte di lontano prevale sempre il maggior numero sul m inore, e convinto dal tronde di non poter proporzionare in numero le proprie forze a quelle dei nem ici, le bilanci in vece con arm ar tutt i suoi piuttosto che d arco e di frecce, di corazza, di scudo e di spada. Cos il tenor dell a rm i, animate dal valore, suppl al difetto del numero, e tutta lAsia fu doma (5). Questo gravissimo punto di Tattica merita d esser profondamente meditato dai mo derni capitani. Perfino i p o eti, dominati forse dallopinion comune, tennero intorno ai leggieri linguaggio di disprezzo. Sofocle infatti (4) fa che Menelao questionando con Teucro lo morda con questo sar casmo :

Sagiltarius non humilia vide tur sentire ;


Quasi maravigliandosi che un saettatore fosse capace di nobili Sentimenti. Lo stesso che si detto de Greci pu dirsi di tutte le nazioni in armi valenti e celebri per imprese di guerra. E qui cade in acconcio il far qualche parola de Romani ; avvertendo prima mente intorno ad essi, che degli armati gravemente sempre for( i) C u t . I. i , c. , comm. 5 ; ( 9 ) Ciropedia, t. ro p e d , t. 1 , 1, 1 , p. 60; (4) In Aiae. r . ii4 i.
1

, I.

, p.

1*7

; (J) Ci-

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m a ro D O

a- 5

il nerbo delle loro ralorose legioni. Larmadura de loro legionari, al par di quella degli opliti fra i G reci, era gravis sima per antico istituto, imperocch portavano elm i, corazze, scudi e stiniere tutte di bronzo (1). Solo per proporzionare le proprie armi a quelle de popoli con i quali ebbero a far guerra, pare che i Romani introduces sero pur anche de veliti ne loro eserciti. L origine prima di questa specie di truppa dovuta a certo L. Nevio , centurione nell esercito romano all assedio di Capua ; il quale osservato che i cavalli de suoi per essere p o ch i, non potevano far fronte alla copiosa cavalleria de Capuani, sclse tra i fanti a piedi un numero de pi spediti e pi destri del co rp o , che vi fos sero; e poste loro in mano certe aste leggieri e corte, facili ad esser lanciate, con una piccola rotola in sul braccio, li addestr a saltar prestamente di terra sui cavalli, e da questi a balzar di nuovo a te rra , secondo 1 uopo ; avvisando , eh essi potessero a questo modo mettersi sotto i cavalli denem ici, ed il cavallo in sieme e l uomo ferire. Pare strano ed inverosimile che con siffatto espediente venissero a capo i Romani di toglier a Capuani il vantaggio duna superiore cavalleria. Tanto per afferma Va lerio Massimo (a). Ma questa fu risorsa del momento ; poich egli c e rto , che i Romani tennero sempre a vile i leggieri, armando a questa foggia sol pochissimi desuoi, ed eziandio della pi bassa classe, e ricorrendo in decorso di tempo a m ercenari, quali erano i frombolieri b aleari, i saettatori numidi e cretesi, piuttosto che porsi in mano essi stessi le armi spregevoli dell arco e delle frecce. Il genere grave di armadura si sostenne negli eserciti deRomani dal primo sorger di Roma fino a Macrino impera dor, che tolse il primo alle guardie pretoriane le corazze a squamme, e gli scudi (3). Quinci a misura che la gloria di Roma nell armi and caden do , che si sconvolse il giusto ordine m ilitare, e che la buona
<0 Lir. I. i j (>) Dietor. Factor, memorili. 1. , c. i ; (3) Dione.

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NOTE

Tattica ci co rrup p e,. crebbe parimenti di pi in pi il numero de leggieri nelle arm ate; finch sotto Graziano la fanteria tutta fu spogliata d ogni arma di difesa. Quinci non maraviglia sa lim pero, cui prima obbediva, si pu d ire , il m ndo, fu posto miseramente a terra dall orde tumultuanti de G o ti, degli U n n i, degli A lani, e da altri simili b arb ari,ch e non pi contro celate e corazze di bronzo, ma contro petti nudi ed inerini slanciavano nembi di frecce (i). (108) Le ordinanze della cavalleria. Gi sopra si parlata ampiamente dell anni della cavalleria (3). Qui seguendo le tracce dell A. uopo determinare come gli ordini de cavalli si dispai nessero in battaglia. I Greci mettevano grande studio nell evoluzioni della cavali leria , onde molte dovevano averne famigliar! e di diversa figura. Siane prova quel regolamento degli Ateniesi, il quale portava phe nessuno potesse entrare nella payalleri senza essere stato assoggettato a solenni prove 4 abilit nell arte di reggere il ca vallo excustus i t t i (tari $ e chi infrangeva questa lgge era marcato d infamia (3). Anche in S parta, bench anticamente vi si trascurasse la ca valleria , tutto contando sui fanti appiedi (4), in tempi pi tardi furonvi maestri dell arte del cavalcare, chiamati da Esichio (5). Questi erano incaricati di addestrare a tal esercizio la giovent. Infatti la cavalleria fu mutile agli Spartani finch, chiusi essi negli angusti loro confini, ebbero solo a far guerra coi Messenj., e ci perch la regione del Peloponneso , essendo scabra e montagnosa, impediva i liberi movimenti di quella, e quindi la rendeva inutile. Ma quando vinti i Messenj portarono pi lungi le loro guerre, essi pure sentirono la necessit di pro porzionare in questa parte le proprie forze a quelle de nemici. Il maggior numero de loro soldati a cavallo traevano essi da Sciro , citt non discosta di Lacedemone, i cui abitanti ci afferma Tu-r
( 0 V. Veget. I. i , c. o ; () $ I , nota l i . . . 6 1 $ (3) t j r s i u . O rti. jn Alcibitd. f (i] P ii , t. t , U Meiiauia -, (5) Lexicon.
1,

ALL ARTE TATTICA.

a7j

cidide (i) ette starano cdllocati all ala sinistra dellesercito, co in in posto lr prprio.
Ctnoscevano benissimo i Greci che la cavallera componen dosi d a rm i, d* uomini e di cavalli, e le due pHme parti es sendo comuni alla fanteria, la tei'za era quella, che sola costi tuiva la qualit essenziale di questo genere di truppa. Quinci dalla buona scelta de Cavalli riputavano essi che dipendesse la bont del tutto ; e questa dna delle pi insigni regole di Tattica. Gli Ateniesi perci nell* assoggettare a rigido esame chiunque aspirava ad esser arruolato alla cavalleria, facevano prove ed esperienze pi sollecite del cavallo che non dell domo. In quanto a questo Senofonte ci attesta che non vi era ammesso chi non fosse ricco di sostanze, e forte, e ben formato della persona. Ma riguardo al cavallo richiedevasi che fosse sommamente docile al cavaliere, e rifiutavansi quelli che erano indomiti o timorosi ; al qual fine loro intronavansi le orecchie col forte suono della cam pana, o <F altro romoroso stromento ; esperienze tutte che si facevano in presenza de magistrati competenti (a). Linsigne scrittore, nel suo libro dell arte del cavalcare , insegna tutte le altre qualit, che si hanno considerar nel cavallo per farne giusto saggio, e deci derlo atto agli usi di guerra. Esse com prendoni nel bel tratto di Virgilio ;

................... illi ardua cervix Argutumque caput, brevis alvus , obesaque terghi, Luxurialque tors animosum pectus. Honesti Spadces , glaucique , color deterrimus albis , Et gilvo (3).
Se tanta solennit di prove richiedevansi dnque per arruolar nomo e cavallo alla cavalleria , necessit dedurre che i volgi menti di questa fossero molti e difficili presso i G reci, e richie dessero non comune perizia per essere ben eseguiti.
( i ) L . 5 j ( 1 } Opaao. di Sena F. t. 1 . Del carico del generala di cavallari*. D ell a rt* di cavalcare ; (I ) Gergie. 1. I .

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NOTE

(log) S valsero assaissimo. Nell' arte del cavalcare furono questi popoli celebratissimi nella Grecia. La loro cavalleria riputavasi si eccellente che per fame acquisto Filippo si mosse a difenderli contro Licofrone ed Onomarco, le cui forze unite erano assai poderose. Egli vinse costoro per la superiorit assoluta della cavalleria de Tessali (i), e d allora in poi la cavalleria tessala, unita alla falange macedone, ebbe sempre col suo valore moltis sima parte nelle vittorie s di Filippo che di Alessandro. I Colofonj eziandio, rispetto alla cavalleria, non cedettero punto in fama a que di Tessaglia. Essi furono nell equestri bat taglie riputati invincibili ; . ragione per cui nelle guerre lunghe e difficili s implorava il loro soccorso, con fiducia che dovesse riuscir superiore la p a rte , alla quale si dedicavano. Infatti, allor ch trattavasi di portar qualche cosa all ultima perfezione era passato in proverbio il detto r itin ti Colophonem ad der , come ci attesta Strabene (a). Anche la cavalleria degli Ateniesi vien encomiata altamente da Senofonte, come quella che seppe proteggere que di Mantinea contro l irruzione de Tebani insieme e de Tessali (3). ( n o ) La qitale voce che Ileo tessalo il primo inventasse. Eliano dice che il ritrovatore della schiera romboidale si fu G iasone, tessalo come ognun s a , perch figlio di Erone, il cui fratello Pelia regnava in Tessaglia (4 ). Ci sembrerebbe contrad dire ad A rriano, che ne afferma autore quest Ileo ; ma Eliano medesimo in altro luogo ci d con che sciogliere un tal dub bio ; dicendo che la schiera a modo di rombo fu inventata da Ileo e praticata da Giasone (5). Qui vero che lAutore parla della battaglia ovale, ma questa ha tali rapporti colla romboi dale , che si pu credere esserne stato uno e medesimo linven tore. Arriano per, non contento di s remota origine, opina che nemmeno Ileo, fosse il vero inventor del rombo., ma che egli passasse per tale a cagione dell averlo famigliarmente ado( 0 Diod. Sic. Bibl. St. t. 5, I. 1 6 , c. 8 , p. 18 7 e seg. ( 1 ) Lib. l4 ; (5) Storie Greche , 1. 7 , p. 54g ; (4) T ic r. c. 18 ; (5) Cap. 45.

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pelato. Convien dunque inferirne, che i Tessali conoscessero da epoca immemorabile le pi compassate evoluzioni della cavalle ria. Questo- tratto caratteristico della passione che avevano i Greci d involgere lorigine delle cose loro nel buio delle favole, per renderle cosi vieppi rispettabili. ( i n ) Simile ordinanza molto acconcia a volgimenti di tutta sorta. Gli elogj cbe 1 A. e con lui Eliano fanno egualmente alla battaglia rom boidale, sono esagerati assaissimo ; anzi falsi in tu tto , quando tal figura s intenda adattare agli usi di guerra. L idea che terminando essa in punta possa fendere la battaglia nemica puramente ipotetica ; imperocch prova la pi comune esperienza che i cavalli in battaglia non si reggono gli uni con gli altri come fanno i fanti appiedi ; che non possono giammai far impeto sopra un sol p u n to , e che una schiera , la quale non abbia altra fronte che quella dun uomo solo, stando nel rombo innanzi a tutti lflarca , oltrech incapace assolutamente a rom pere qualunque corpo nem ico, ne debbessere anzi al primo urto sconvolta e rovesciata. E che perci ? Tacceremo noi d igno ranza Arriano ed E liano, come hanno fatto sconsigliatamente Folard e Palmieri , per questo difetto che rileviamo ne loro scritti ? Riflettiamo pi saviamente, e vedremo che tali asser zioni possono essere in qualche senso favorevolmente interpretate. E vaglia il vero ; che queste difficili ordinanze praticassero i Greci non si pu metter in dubbio, perch il fatto concor demente affermato da scritto ri, i quali le memorie degli antichi conoscevano profondamente, e senza dubbio meglio di noi. Dal tronde rivocar in dubbio un fatto egli sol lecito al crtico , al lorquando ripugna alla ragione, o non combina con una serie di fatti certi. Ma noi vedemmo altrove che 1 esercizio m ilitare, in ogni genere, avevano i Greci portato all ultima perfezione ( i ) , ed in quanto alla quistione attuale osservammo poco di so p ra, che richiedendo essi le condizioni pi scrupolose si in quanto all uomo che al cavallo per arrolare un soldato alla cavallc( i) S , noia 8a.

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NOTE

ria (i); di pi chs nell* due nazioni della G recia, Atene e Sparta, essendovi state pubbliche scuole d esercizj cavallereschi per la giovent, uopo confessare eh essi avessero in inira volgimenti assai difficili e complicati per un tal genere di truppa ; e ebe a questi volassero famigliarmente accostumare si i cavalli che gli uomini. Tali cose premesse ne segue d evidenza, che i Greci dovevano conoscere e praticare per-uso di esercizio e di parata le evoluzioni ix| quistione. Eliano in fatti descrive tre diversi modi di rom bo, 1' uno combinato per righe e non per file ; l altro per file e non per righe ; il terzo , che n nell Ono n nell al tro modo ordinato; maniere tutte d i disposizione, le quali per essere ben osservate richieggono passi e movimenti compassati ed esattissimi (2). Ma come non dovevano accorgersi i Greci che tali ordinanze in guerra non erano praticabili? Se dunque vole vano che i soldati le avessero famigliar)', ci era solo per por tar 1 esercizio all ultimo punto possibile di perfezione (3). Con tutto ci si dee confessare il difetto de nostri A utori, di aver encomiate come praticabili ed utili in'guerra tali ordinanze ed evoluzioni, le quali non vi ponno aver luogo. Ma-quest er rore , in vece che da ignoranza, ripeter in essi piuttosto dalla passione a Greci connaturale di dar sempre unimpronta di maraviglioso alle antiche loro geste, col pericolo finanche di cader nel falso. Ci si vuol bene qui rim arcare, perch in seguito accader qualche altra vlta di urtare nello stesso scoglio. (11 a) Della ordinanza a foggia di cuneo form ata. Tutto quanto si detto dell ordinauza romboidale si pu qui ap plicare esattamente alla cuneiforme , come impraticabile in guer ra ; ben inteso che questo nome si prenda alla lettera. Che se per 1 ordinanza a cuneo intender si volesse quella in co lonna , potendo la voce ift fi tk ti dei Greci avere luno e 1 altro significato (4) , la quistione cangerebbe totalmente d aspetto. Di Alessandro si trova , clic nella battaglia d Arbela
( 0 V. note 1 0 8 , 1 0 9 ; () T act. e. 19 ; (I) Opnsc. di Senof. t. ricit del generale della cavalieri a , p, a g o ; (4) S 15 , Bota g . . Del 3 -

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dispose la sua cavalleria insieme con una falange a modo di cu n e o , e con quest ordinanza si gett addosso all esercito per siano (1). La stessa cosa anche rispetto alla cavallera rinviensi di Epaminonda alla battaglia di Mantinea (a). Che se ben si con sideri dal principio al fine l ' ordine d entrambe queste battaglie, manifesto si scorge che la parola , ci che altrove ho gi rim arcato, non vien adoperata n da Senofonte, n da A rriaoo per significare il cuneo, prpriamente, ma bens per espr mere il modo di ordinanza in colonna; giusta il quale disponen- 1 dosi la falange, anche la cavallera vi si doveva in certa pro porzione adattare. Dico in certa proporzione, perch i Greci conoscevano il danno di dar troppo fondo alla cavallera. (1 13) Le battaglie quadrate. Arriano sulla prima proposi zione , che ogni specie di ordinanza ha i suoi vantaggi, tenta qui di attribuirne alcuni alla figura quadrata per la cavallera. Questi per non consistono in altro , a ben osservare quanto egli ne .dice , clfe nell' essere tale ordinanza l pi semplice e la pi facile insiem e, e nell aver movimenti uniformi e non complicati. Osserviamo quali popoli tra i Greci 1 a' essere pi famigliare. ( n 4) Che sono assai valenti nella cavalleria. Intendi i Tessali, i quali bench non fossero della Grecia propriamente detta , dopo che Filippo li associ alle sue' imprese guerresche, fecero parte si pu d ire essenziale, delle grephe arm ate, spe cialmente sotto il comando di Alessandro. * La cavalleria tes sala , dice Polibio , che eccellente allorch si batte di visa in squadroni, ossia ordinata in file ed in righe . L avverbio infatti, di cui si serve l Autore viea da , e significa disposizione a modo di fillahge ( per phalanges,'vel turm atim ). Che se ella abbandona, prosegue lo Storico, quest ordinanza, non pi buona a nulla . E qui riflette che fra % Greci sonovi p o p o li, che hanno uopo di bat to Stori aa la apulii, d ' Ala. 1. I , $ i4 p. u t ; ( i j Storie Greche ,
1. j , p. SSi-

a8a

NOTE

taglia ordinata per mostrare lor valore; come, oltre ai Tessali, i Macedoni e gli Achei: ed altri in vece, che non avendo sufficiente fermezza n per assalire , n per sostener 1 urto d un assalto, si danno al depredare improvviso , all attaccare qua e l il n e mico, ritirandosi in disordine e riordinandosi velocemente; com battendo in somma da sbandati, piuttosto che di pi fermo ed in giusta ordinanza (i). Ma, parlando propriamente dei Tessali, io son d avviso che i loro squadroni fossero in guisa ordinati di non aver lo svantaggio del gran fondo; perch altrimenti nelle guerre di Alessandro la cavalleria persiana , a cagione appunto della sua massa enorme e dell ampie sue battaglie quadrate , non sarebbe da essi cos facilmente rimasta vinta. (2). Credo adunque che i Tessali si valessero della battaglia qua drangolare piuttosto che della quadrata ; il che , in quanto al fondo , costituisce gran differenza. (115) I fa n ti appiedi a questa foggia disposti. Questa mas sima , non solo enunciata ma provata eziandio da A rriano, pu dirsi rispetto alla cavalleria la pi importante che in Tattica si conosca. Anche Eliano insiste sul medesimo principio, e prova come il gran fondo nelle battaglie di cavalleria ridondi in p ro prio d anno, e non de nemici (3 ). Da questi principj sarebbe naturale 1 inferire la conseguenza, che i Greci dassero un fondo ben piccolo alla loro cavalleria. Leone infatti lo afferma positivamente. Ma il fatto soffre molte difficolt, allorch si vuol confermarlo colle massime e con gli esempj degli antichi. Polibio il primo a contraddirlo, poich afferma che il fondo migliore per la cavalleria di o tto , e parla di questo come di usato generalmente (4). E d in quanto ad autorit egli fuor di dubbio che la sola di Polibio vai pi che quelle insieme di A rriano, di Eliano e di Leone ; perch si tratta di scrittore antico pieno di dottrina, che aveva egli stesso vedute ed esercitate le greche ordinanze , al confronto di altri
( 1) L e Storie , t. 4 , 1.
S to r ie ; t. 4 , 1. 12.

j () Y. n o te 1 n. u t ; (I ) Tact.

0.

18

; (4) Le

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pi recenti, i quali scrivevano in tempi che la gloria de Greci nell armi era in tutto spenta. Ma poich 1 autorit perde il suo peso allorch si trova in contraddizione si con la ragione che con altri fatti ben conosciuti, quinci ne deriv l impegno in al cuni moderni di rinvenir prove nelle antiche memorie, che gli antichi Greci davano poco fondo alla loro cavalleria. Palmieri vi si provato senza per riuscirvi gran fatto a mio parere. Egli si fonda su certa asserzione di P lutarco, che gli Spartani avevano i corpi di cavalleria composti di cinquanta cavalli ordinati in fi gura quadrata. Supponendo adunque che questo quadrato fosse di figura e non di num ero, perch la quarta parte di cinquanta comprende una frazione ; dippi calcolato che il cavallo occupi per il lungo doppio terreno che per il largo, finisce a conchiu derne , che cinquanta cavalli, in cinque righe ordinati, occupano appunto un terreno quadrato , e che perci il fondo della ca valleria in Sparta doveva essere di cinque (1). Lo scrittore non cita da qual luogo di Plutarco traesse il fatto in quistione ; e poi ch a m e , per quanto mi vi affaticassi intorno, non venne fatto di rinvenirlo , cos non posso portarne fondato giudizio. Pi strano si quanto afferma un altro moderno intorno alla cavalleria degli S partani, che il fondo in vece che di cinque, usavano formar di dodici ; e ne cita esempio alla battaglia di Mantinea, senza specificar nemmen questi lo scrittore su cui fonda le sue ragioni (a). Se egli si riportato a Senofonte, che quella battaglia descrive da m aestro, assai mi dorrebbe che avesse ap plicato alla cavalleria il fondo che l insigne storico assegna ai fanti appiedi; ma in tuttaltra battaglia che in questa, quella cio di Leuttra (3). Io non mi so indurre a credere, che Guischardt, poich tale si 1 autore di quest o p era, prendesse un si grave sbaglio. Egli nondimeno certissimo che alla battaglia di Man tinea , leggasi essa in Senofonte (4) , o in Diodoro (5) , o in Plu( ) A rt. dell* G uerra , I. 5, e. a ; ( t ) M an bert de G o a r e j t , Merooir. milif. su r ls Ancien , n , p . 1 93 g (5) Le Storie G r. 1. 6 , p. aj5} (4) Le Storie O r. 1. 7 , p. 545 e seg. j (5) Bibl. St. t. 5 , 1. i5 , p . 1 1 S e seg.

*84

HOTE

tarco ( i ) , o in Plibto (a ), non si tro ta da nessuno di questi determinato qual fosse in numero il fondo della cavalleria. De siderando adunque ai moderni qualche maggior attenzione in istu diar gli antichi, tentiamo di scoprire quel poco che in. questi ultimi v ha di certo intorno all attuai quistione. Dopo l esame d un gran numero' di fatti in qUantoalla ca valleria de G reci, io mi sono finalmente condotto a poter fon dare alcune massime, le quali mi sembrano degne dellattenzione de Tattici; e queste qui espongo colle prove lor rispettive; la sciando alle persone dellarte la cura d trarne quelle conseguenze, che crederanno pi opportune ai progressi della medesima. La prima si che i pi grandi tra i generali greci ebbero in costume di non far agire la cavalleria sola , nemmen contro altra cavalleria ; onde sostener quasi il debole di quella con la forza di questa. Cos Senofqnte narra essere avvenuto nella bat taglia di Agesilao contro Tisaferne (3). E P lutarco, descrivendo il medesimo fatto d a rm i, afferma che nell esercito spartano la fanteria era propriamente frammischiata alla cavalleria (4)> dove gli scutati ben s comprende che dovettero secondare in tutto i movimenti della cavalleria. Cos Agesilao inferiore di gran lunga nella cavalleria ai Persiani, tolse con t?l espediente alla sua il debole, e scompigli e ruppe quella de nemici. La falange infatti eh egli guidava, avendo trovato le loro schiere gi in pieno disordine pot facilmente riportarne completa vittoria. Si rimarchi che a quest epoca la - cavalleria spartana era la peggior della Grecia. Senofonte lo attesta parlando della batta glia di Leuttr (5). E s che le istituzioni di Agesilao in quanto a cavalleria voglionsi calcolar di mlto ; perch in Sparta fu il primo che at tese a migliorarla. Egli non risparmi premj a quest effetto (6). Perci egli giunse a tramutare un imbelle cavalleria di doviziosi vigliacchi in altra di robusti e valorosi soldati (7).
( 0 Tom. 4 V ita d i Agesilao ; () L e S to rie , t. ( , 1. g ; (5 ) Opnso. t. a , O raz. in lode di Agesilao t p . 1 0 j (4) Tom. 4 1 V ita d i Agesilao , p. $3 ; X&J Storie G r. 1. 6 , p- a j i ; ( 6 ; Opnsc. di Senof. O ra r, in lode d e i r e Agesi* lu j , t. a , j>. 8 ; ( j ) F ia t. t . 4 , V iti di Agesilao p . 9 3 .

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a 85

Epaminonda nell* sue battaglia ci fornisct pure esempio d i questo metodo di ordinare insieme la cavalleria con la fante ria. La battaglia di Mantinea vien descrtta in lai modo da Se nofonte , che si rileva non aver solo l illustre Tebano sostenuta sempre la cavallera coi fanti appiedi, ma i nemici essere stati sconftti, perch trascurarono di frammischiare alcuna specie di fatili ai cavalieri (i). Questa massima poi di ordinare i fanti insiem coi cavalli, posta in tutto il suo lume da Senofonte , il quale la inculca come regola importante di Tattica (a). Intorno alla massima di avvalorare la debole cavallera con la fanteria >la quale provammo avere stabilita nella Grecia con lu minosi esempj Agesilao ed Epam inonda, uopo avvertire che non fu ignota ai Romani ; i quali se ne valsero specialmente contro Annibaie nella seconda guerra Punica. Su questo principio fond Scipione il suo ordine di battaglia al Ticino ; avventurandosi a combattimento con un numero di cavallera minor di due terzi a quella del nem ico, avvalorata per& da cinque mila leggieri. Palla narrazione che fa Polibio di questo conflitto manifesto si scorge, che il piano di Scipione era quello che i leggieri do vessero tener gli intervalli fra gli squadroni di cavalleria e m ar ciare per questi all innanzi o ritirarsi all indietro , secondo cho 1 uopo il richiedesse. Questi leggieri infatti non potendo reg gere all urto della cavalleria nemica , si ricovrarono tosto fra gl' intervalli de cavalieri. Essendo cos i duci come i cavalieri d ambedue le p arti impazienti d affrontarsi, tal fu il primo scontro, che i lancieri, non avendo ancor gittate il primo daado piegarono subito e fuggirono per gl interstizi dietro gli squadroni della loro cavalleria (3 ) . Qui i fanti combat tevano tramezzo aglintervalli degli squadroni, discendendo anche appiedi molti de' cavalieri. Quelli che di facciata assaltatosi lasciarono buona pezza la battaglia bilanciata, che pugnavan

f i ) Senof St. G r, I._ j , p. SS* ; () Opale, t. 1 . Dal carico dal generai* della cavalleria , p . lo l -, ( I ; La S to rie , I. t , 1. S , p . j t .

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NOTE

insieme fanti cavalli essendo molti discesi a terra nello stsso conflitto (i) . Sul fine del combattimento si vede pure che i leggieri facevano tramezzo agl intervalli della cavalleria i con sueti lor volgimenti ; perch presi alle spalle dai Numidi loro voltaron subitamente la fron te, si tenner saldi in com battere, finch poi superati dal numero restarono sconfitti. Questo cele bre fatto d arme vuol essere studiato in P olibio, come forse il pi acconcio a dare idea precisa della m aniera, con che gli an tichi combinavano e facevano agir di concerto le armi della cavalleria insieme e della fanteria. Anche Tiberio Sempronio tenne la stessa pratica ; poich si trova in P olibio, che egli uni prima mille leggieri alla sua ca valleria, quinci tutti quanti ne aveva (2). In Cesare si trovano molti esempj di questa fatta. Non dun que maraviglia se Yegezio fond per regola, che quando la propria cavalleria pi debole di quella del nemico, fa d uopo sullesempio degli antichi, avvalorarla colla leggier fanteria (3). Una seconda massima de Greci intorno alla cavalleria, la quale merita tutta la riflessione degli intelligenti, riguarda prpriamente il fondo. Del numero di cui lo formassero non si pu fondar regola generale; perch i fatti in proposito sono ineerti e tal volta contraddicenti ; perch spettano ad epoche differentissime ; perch riguardano popoli diversi, i quali in varj tempi ebbero sistemi di milizia assai differenti, e perch infine sempre hanno uopo di stillate interpretazioni e di speciosi calcoli, onde pro vino tutto quanto si vorrebbe far loro provare. Ci che si pu affermare di positivo nell attuai quistione si , che i Greci co noscevano- i danni e gli svantaggi di un fondo troppo estso per la cavalleria, e che facevano regola al vincere essenziale di non cadere in tale difetto. : A questo sbaglio, per parte de Lacedemoni e dei loro confe derati , attribuisce Senofonte la sconfitta, eh essi ebbero da Epa minonda nelle battaglie di Mantinea. Se mai generale seppe ap( 0 I> S t . , t. a , 1. 3 , e.

76

i (a) Ibid., p.

81

; (3) Lib. 3 , c.

16.

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a87

profittarsi della forza irresistibile, che la fanteria acquista dal gran fondo, si fu al certo il Tebano , che la battaglia di Leuttra vinse con formar le sue file di cinquanta daltezza ( i ) ; e di quella di Mantinea sort vittorioso avventandosi al nemico stretto in colonna ed urtandolo, dice lo S torico, come la prua d un naviglio colpisce nel fianco un vascello avversario (?). Ma Senofonte afferma espressamente che lo svantaggio dei Lacedemoni dipendette dall aver essi ordinata la cavalleria al modo di ' fa lange , e dall aver dato a quella il fondo medesimo, che a questa (3). Esempio pi luminoso degli svantaggi che ridondano dal gran fondo alla cavalleria, lo abbiamo nella battaglia di Alessandro con tra Dario ; in descriver la quale afferma Arriano che i Persiani a cavallo , bench numerosissimi, rimasero facilmente sconfitti per ci appunto, che in vece di tenere un ordinanza suscettibile di movin>enti e di evoluzioni, attesero ad affollarsi e stringersi gli uni addosso agli a ltri, dal che piuttosto che maggior fermezza alla loro battaglia, per lo sturbarsi reciproco de cavalli sol ne venne confusione e disordine (4). Qui si potrebbe dubitare v ero , se questo fatto non fosse in contraddizione con laltro gii riportato (5 ), che in entrambe le citate battaglie Epaminonda ed Alessandro ordinarono a figura di cu neo , ossia in colonna, la loro cavalleria. Ma uopo riflettere che questa maniera di ordinanza essi adoperarono per giungere vantaggiosamente a portata del nemico. Alessandro infatti eoa le schiere cos disposte si gitt nel vuoto della fanteria Persiana; ma i suoi movimenti furono ta li, che in vece di presentare al nemico una massa pesante e confusa, pot fare tutti i volgimenti necessari al combattere della cavalleria. Infatti, se il suo cuneo avesse avuta la solidit della battaglia persiana, non sarebbe giammai riuscito a vincere il nemico, per quel difetto medesimo in questo, di cui egli stesso peccava.
S

mb

(<) Senof. St. O r. I. 6 , p. i j J ; ( i ) Ibid., 1. p. 55a; (l) Ib id ; (4) Storia la spedii. d Aless. 1. 5 , $ i4 , p. ia3 e seg. ; (5) V. nota n i .

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NOTE

(116) La schiera poi eleromecf o quadrangolare. La schiera rettangolo, la quale ha la fronte maggiore del fondo, senza dubbio la pi confacente alla cavalleria, e quella in cui la forza di questa si esercita nel modo pi favorevole al suo pieno ef fetto. Le regole dei Tallici intorno ai movimenti della caval leria si riferiscono per la maggior parte a cos fatta maniera di ordinanza. Le principali ho io tratte da Polibio, il quale le ac cenna qua e l nelle sue opere. Alcune di queste riguardano pi i Romani che i Greci ; ma poich tutte partono da un uomo cotanto insigne per militari talenti, cosi debbono tenersi come egualmente importanti (i). Nello stabilire eh egli fa il fondo di otto , come universal mente adottato, non manca d inculcare che fra gii squadroni sieavi intervalli ampli abbastanza, per i quali possa lo squadrone fare suoi volgimenti dai fianchi, o dalle spalle (a). Parlando del conflitto equestre tra i Cartaginesi ed i Romani alla famosa giornata di C anne, dichiara apertamente che il vero modo di combattere della cavalleria non quello di pi ferm o, ma che consiste neUavventarsi ordinatamente al nem ico, quinci nel ritirarsi pure con ordine, e poi tornare di bel nuovo all assalto. E poich il conflitto in quistione non fu.di tal spe cie , egli lo dichiara conflitto di barbari (3). Le pi importanti e le pi utili evoluzioni della battaglia eque stre sono da Polibio ottimamente descritte in un tratto insigne , ove rende Conto degli esercizi he Scipionc, dopo aver presa C artagine, fece fare al^sue esercito. Qui egli distingue i movi menti di ciaschedun cavaliere , da quelli dell* intero squadrone. F ra i primi annovera le declinazioni sui fianchi, cio il far a dritta , il far a sinistra , e l immutazione , vale a dire il vol gersi dalle spalle. Fra i movimenti dello squadrone annoverar il q u arto , la m e t, ed i tre quarti di conversione. Nel passo di Polibio possono vedersi questi oggetti in maggior dettaglio ({)

(i) V. A nnotai, ai 5 lag. ; (a) La S to ria , I.


u t , p . iS ; (4) La Storia ,1 . 1 0 , S < 1 .

11,

$ 9 j (SJ La torie, 1. 3 ,

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389

Anche in Senofonte si trovano eccellenti m a n in e intorno agli esercizj della cavalleria (1) ; ma non per cosi luminose e pre cise, quali sono quelle di Polibio. Senofonte attende pi in questa parte al trattare oggetti particolari, che non al discutere grandi principj. Metter fine all attuai soggetto con far cenno d alcune impor tanti differenze fra la cavalleria de' Greci , e quella de* Romani. I primi erano soliti formare d ordinario gli squadroni di centoventotto individui (a), ordinandoli a otto di fondo (3) ; i secondi formavano invece le loro torme di trenta o trentadue individui, ordinati a quattro di fondo (4). Da ci si Tede che l idea nei Greci di render soda la battaglia equestre prevaleva in qualche grado a quella d aver una cavallera pronta, leggiere e spedita ; e che ne Romani era in vece radicata la massima che il Vero combatter di questa non gi consistesse nella fermezza degli or dini , ma nel moversi continuamente e con speditezza. Polibio ci attesta, che tal maniera di combattere a cavallo era la lor consueta (5). Mi mancano tra i loro scrittori tracce frequenti di questa mas sima. Sallustio, narrando come i cavalieri numidi andassero di sordinatamente' sconvolgendo, sturbando ed offendendo talmente la fanteria rom ana, che quasi vinta s incontrava dipoi colla fantera nem ica, dice ; che in ci fare non serbavano per tiulla il vero ordine del combattere a cavallo, quello cio del proce dere all assalto e poi ritirarsi (6). Qui si vede manifestamente la diversit che passa fra la cavallera leggiera, che non tien ordine di so rte, e- la cavallera di lin ea, la quale ancorch spe dita ne suoi movimenti, serba per sempre un giusto ordine nel combattere. Servio egualmente che Sallustio si esprime intorno ai volgi menti della cavalleria (7).
(1 ) O p u sc o li, t.
1

. Del earieo del g e n erile della c iT a lle ria , p . >85 e seg ;

(a) V. S * i (I) Polib. I. 1 1 , S 9 i (l) V. S a< , nota 1 1 8 ; (5) Le Storie , ! 5 , SS " 4 > >5 . p- *5> e seg j (6) Bell. Jugnrlh. o. 5g j (}) Lib. 1 . &neid. - T icit. Anaal. 1. 6 . - Lir.

A iri a n o .

4o

390

NOTE

I Rom ani, giusta: Vegezio, destinavano particolarmente la ca valleria ad inseguire il nemico , ed a finire cos di sconfiggerlo. Questa infatti vuol egli che stasi cheta finch dalla fanteria non sia quello posto in fuga. (i). Tale precisamente si il mag gior uso che si fa oggigiorno della cavalleria. - Tutto insieme considerato si pu dunque credere ragionevol mente che le massime de Romani intorno all ordinare la ca valleria fossero pi giuste di quelle de G re ci, e sicuramente di assai pi conformi ai principi della moderna Tattica ; mentre noto che le innovazioni, che negli ultimi passati secoli fecero nella cavallera i pi celebri capitani, tutte furono dirette a minorare il fondo, ed a render la battaglia pi acconcia al com b atter spedito e in movimento continuo.. 11 fondo infatti og gid comunemente adottato si quello di tr e , stabilito da Montecuccoli. Che se mi si domandasse, perch i Romani nelle guerre pu niche restassero di tanto inferiori ai Cartaginesi nelle fazioni eque s tr i, risponder, che ci dipendette dall aver essi avuti cavalli forse non buoni egualmente che quelli dei nem ici, ed in nu mero di gran lunga minore (a). (117) Quattro mila novantasei soldati a cavallo. Questa pro porzione della cavalleria alla fanteria fu ella in Grecia gene ralmente adottata ? Pare che no. Infatti ben naturale che in varj tempi e presso diversi popoli, differente norma si do le sse in ci ten ere, secondo che gli usi di Tattica, la ric chezza e potenza della nazione che facea guerra , i l . terreno su cui s aveva combattere , la qualit de nemici ecc. , esigevano meglio. E siccome la quistion presente non riguarda certo le an tiche epoche della G recia, imperocch provammo che gli Ate niesi e gli Spartani gran tempo stettero senza prevalersi quasi punto di cavalleria nelle lor guerre ; cos fa d uopo riferirla all epoca medesima, in cui fu stabilito il preciso numero della falange presso i Macedoni. Infatti l-A. intende determinare la /
1

(1) Lib. 3 , c. t i ; (3) Polib. Le S t. 1. 3 , u G , p. 135 e aeg.

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291

cavalleria in proporzione della fanteria ordinata sul piede di falange ; la quale per istituto di Filippo vedemmo essere stata formata di sedici mila incirca gravemente armali. L A. egli stesso disse g ii sopra (1) che la battaglia degli armati gravemente deve ammontare al numero di sedici mila trecento ottantaquattro individui ; quella de leggieri ad una met di que sta , cio ad otto mila cento novantadue ; e quella de cavalli ad una met di quest ultima , il che equivale appunto al numero qui citato di quattro mila novantasei cavalieri. Ci posto pare che ad un esercito di ventiquattro mila fanti incirca ( poich i gravemente armati insieme coi leggieri dogni specie, peltati in tendo e lanciatori, formano ventiquattro mila cinquecento settan ta sei individui in tutto ) competer debbano pi d i quattromila cavalieri. Questa proporzione, stando all asserzione di Arriano , si trova precisamente nell esercito con cui Alessandro pass di Grecia in Asia ; contandovisi trenta mila fanti tra opliti, peltati e leg gieri , oltre a cinque mila cavalli (a). Ci nondimeno v ha .luogo a dubitare se pur questo sia veroCallistcne infatti, che si trovava presente alla battaglia tra Dario ed Alessandro in Cilicia, adertila che nellesercito di questulti mo , quando pass in A sia, contavansi quaranta mila fan ti, e quattro mila cinquecento cavalli solamente ; che in seguilo rice vette di Macedonia in sussidio altri cinque mila fanti cd otto cento cavalli ; il che forma in tutto quarantacinque mila di fan teria con cinque mila trecento di cavalleria (3). Il divario dun que tale in quanto al (atto presente tra Callistene cd A rriano, che quegli assegna ad un esercito di quarantacinque mila fanti quasi lo stesso numero di cavalli, che Arriano ne attribuisce ad uno di Irenta mila. Citando altri esetnpj d epoche posteriori, quando la Tattica greca era al sue punto di perfezione, esercitata cio dall ultimo

( 1) V. S (>) St. su la sptdiz. d' A le . 1. I > l4 , p. al ; (3) Pulib. Le St. ). a , io.

392

NOTE

F ilippo, da Filopemene, e da altri sommi guerrieri, d una tanta proporzione di cavalleria alla fanteria si trova difficilmente esem pio. L armata in fatti con cui Filippo fece guerra ai Romani in Tessaglia , non contava appena che due mila cavalli p er un in tera falange di ventiquattro mila fanti incirca (i). L armata con cui Tolomeo Filopatore a Rafia sconfisse Antioco il grande, com prendeva solo cinque mila cavalli per settanta mila fanti (a). Quella dAntioco era ordinata a un dipresso sulla stessa propor zione (3). Rispetto a cavalleria si attenero i Romani a proporzione di gran lunga minore ; assegnando per ogni legione di quattro mila e dugento fan ti, e talvolta anche di cinque mila, lo scarso nu mero , prima di dugento cavalli, quinci di trecento ; all epoca in cui scriveva Polibio (4). 1 Cartaginesi fra tutte le nazioni eh ebbero giusto sistema di Tattica ( perch de barbari non qui discorso ) furono quelli > che portarono la cavalleria a proporzione di gran lunga mag giore , che non in alcuno degli esempj fin qui citati. Alla bat taglia comandata da Santippo contro i Romani eranvi quattro mila in tutto di fanteria (5). A quella d Amilcare Barca contro i ribelli d Africa, il numero decavalli era. eguale a quello dei fa n ti, vi si contavano cio cinque mila uomini per entrambi (6). Annibaie impegn battaglia coi Romani sulla Trebia con un eser cito di dieci mila soldati di cavalleria per soli venti mila di fanteria (j). Alla famosa giornata di Canne, larmata cartaginese contava dieci mila soldati a cavallo, e quaranta mila fanti (8). Tutti questi fatti provano dunque che i Cartaginesi facevano sommo conto della cavalleria, e che col gran numero di questa s avvisavano di togliere ai Romani il vantaggio d una fanteria a tutti i titoli eccellente. Ci loro riusc di fatti. Onde Annibaie
( 0 Polib. Le St. 1. 1 7 . - L I t. L 35 , n. 5 . . . i i > P lo t. V iti di F U min. t . 3, p. 5s ; ( 9 ) P o lib . L e St. 1. & , $ 7 9 , 9 0 ; (J) Ibid * (4) Le St. 1 G , $ 18 , p . j * 8 ; (5) Polib. Le St. 1. 1 , $ S i p . 7 7 ; ( 6 ) Pohb. Le St. 1- 1 , S j 5 > P1 ( 7 ) Polib. Le St. 1. S , $ 7 > p. 85 ; (8 ) Polib. L e St. 1- * . S i*S , p. i5*.

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a ^3

a Canne volendo rincorar le sue tru p p e, e farle quasi certe della v itto ria, non credette poter meglio riuscir nel (uo intento, che ricordando loro quanto fossero superiori ai nemici nella ca vallera. Perci Polibio non dubiti di affermare che le grandi vittorie , da Cartaginesi sui Romani riportate nella seconda guerra punica, tutte furono dovute al vantaggio della numerosa cavalleria ; onde ne dedusse per conseguenza essere a miglior partito c h i, avendo met parte della fantera del nem ico, gli superiore in caval leria, di quello che quegli, d ie entrambe avendo con lui eguali, s impegna in guerra (i). Per questa massima ha uopo di grandi avvertenze per esser riputata giusta ; poich non mancano numerosi esempj in con trario , che dubbiosa la rendono e soggetta a molte eccezioni. A che servirono infatti quelle innumerevoli schiere di cavalli, che i re di Persia mossero nelle prime lor guerre contro ai G reci, che non avevano quasi punto nelle loro armate? che val sero contro ai pochi Ateniesi di Maratona i numerosissimi ca valli di Dario ? Che pot contro ad Agesilao la cavalleria di Tisaferoe? Che valse contro ad Alessandro la copiosissima di Dario Codomano? Ma per citare pi luminoso esempio di quanto qui ai afferma, chi che non sappia a qual numero prodigioso ammontasse la cavalleria di Tigrane contro ai Romani comandati da Lucullo (a) ? Pure i diciassette mila catafratti, che formavano come un muro di ferro, furono sconfitti e posti in fuga da due coorti romane , e da pochi cavalieri tra Galati e Traci. In somma que sta numerosissima cavalleria non giov punto a Tigrane | poich a fin di battaglia, tutta, si pu d ir, la sua armata rimase vinta e trucidata (3). Non dunque tanto il numero della cavalleria , quanto l ordine e larte di ben com andarla, che proficua la rendono alla vittoria. Se lesercito di Tigrane avesse avuto per

( ) Polib. Le St. 1. ! , S
p . k i i (5) l i ibid. p- 485.

m 6

, p. iS5 j (i) Plot. Vii* di Locallo , I. S ,

a9 4

NOTE

generale A nnibaie, forse il sarcasmo di quello verso i Romani sarebbe stato giusto e ben adattato. Se vengono come ainba sciadori, son bene assai ; ma se come soldati, son pochi (i). Da questi fatti si deduce da alcuni la conseguenza, che la ca valleria , di qualunque specie ella siasi, pu nulla o pochis simo contro alla fanteria. La quistione importante; ma io cre do che con gli esempj fin qui citati non si possa punto deci derla ; poich sono presi tutti da nazioni b arb are, le quali non conoscevano giusto ordine di Tattica, impegnate in guerra contro ai Greci o ai Rom ani; i due popoli meglio istruiti nellirte del combattere, che giammai fossero in ogni tempo. Non si dee dun que dissimulare che i fatti in quistione perch provino tutto quanto si vuol far loro provare contro alla cavalleria , conver rebbe supporre che la forza della fanteria, calcolata non tanto nel num ero, quanto nel tenore dllarmadur e nella maniera di ordinanza, poich questa accresce infinitamente il momento di quella, fosse da entrambe le parti eguale. 1 dati adunque neces* sarj al decidere questa quistione non avverandosi n per i Greci contro ai Persiani', n per i Romani contro ai P a rti, uopo porre al confronto due nazioni, che nellarte del combattere or dinato sieno egualmente istruite ed esercitate. 11 paragone fra i Romani ed i Cartaginesi, all epoca di Annibaie , il solo che venga giusto nellattuale quistione. Si tratta di due popoli entrambi agguerriti, e che combattevano ambedue con giusto ordine di Tattica. O r sa questi fissando il nostro esame necessit confes sare , che la forza della cavalleria riesce giovevolissima anche contro alla fanteria , e che uh numero superiore di quella pu benissimo decidere della vittoria. Ed in vero dalle Alpi fino 3 Canne non s incontra fatto darmi, di cui Annibaie sortisse vin cito re, e non ne fosse debitore alla sua cavalleria. Cito Polibio in testimonio di questo fatto, ed un tanto mallevadore rispet tabile abbastanza, perch non sabbia a moverne dubbio. E ci
( 0 Pini* V ita di L a c u llo , t. 5 , p. 7 9 .

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agS

nellipotesi, che te forze de* due popoli in quanto a fanteria fos sero eguali; mentre, a voler bene esaminare la cosa , si dee con-, fessare, che quelle de Cartaginesi erano inferiori, attesa la va riet delle nazioni onde componevasi la lor fanteria, e lesser questa mercenaria per il maggior numero e non armata unifor memente; cosicch v aveva uopo di tutto il genio di Annibaie per, misurarsi di pi fermo coi Romani : circostanza , che accresce, tanto di pi il valore dellargomento in favore della cavalleria. Se dunque le vittorie de Greci e de Romani contro l immense schiere a cavallo de barbari persiani e p a r ti, provano d ie la cavalleria un arma debole per chi non ha larte di valersene a luogo e tempo; quelle di Annibaie fanno manifesta fede eh ella assai poderosa in Inano di chi sa trarne tutto il partito , che il sublime talento di guerra pu suggerire ad un gran generale, qual era il Cartaginese. I R om ani, essi stessi a lungo andare furono poi finalmente convinti di tale massima. Perci Scipione attese nella battaglia d i Zama a farsi forte della cavalleria africana di Massinisaa ; e que sta sicuramente fu una delle tante sfavorevoli circostanze, che contribuirono alla disfatta di Annibaie. Un fatto si luminoso prova decisiva nell attuai quistione. (i 18) Ogni ile , o compagnia. Questile o compagnia, che i Greci formavano di sessantaquattro cavalieri, facevano di soli trenta i Romani. Ad una tal banda essi davano il nome di furm a , 6 dieci ve nerano per ogni legione (i). Ci posto, poich una schiera di trecento a cavallo , la quale competeva ad ogni le gione , si divideva in dieci part o turm e , forza dedurne che queste comprendessero per ciascheduna il numero di trenta cavalieri (a). , osservabile che Polibio usa il vocabolo A* p er esprimere la turma dei Romani , e che in questo significato vien tal voce di greco in latino tradotta da Livio. Dicendo quegli che nella battaglia di Scipione con Asdrubale nelle Spagne, furono tolte
( 0 Polib. t c St. t. 5 , I. 6 , S 3 . P >33; () V. V air. tv , do L. L.

3q6

NOTE

di schiera. {7* 1\* t <ariri, traduce questi r subductas ex acie tem as equitum lurmas (i). (119) La quale i Romani chiamano ala. Dunque 1 ala eque stre de Romani ( poich essi eziandio chiamano ale le estreme parti laterali dellesercito appiedi ) , a quanto ne dice Arriano , doveva esser formata di cinquecento uom ini, ad un dipresso come lipparcha de Greci. Per questo numero non fu costante; e da Polibio risulta (a) che lala in quistione solo comprendeva quattrocento cavalieri. Simile esempio si trova nella guerra di Cesare in Africa (3). Al numero di cinquecento incirca determina Igino lala eque stre (4), e tal pratica poteva esser forse in vigore allepoca in cui Arriano scriveva. Chi amasse maggiori lumi intorno a questo punto consulti Lipsio (5). (iao) Dovendosi richiamar vocaboli dimenticati. G li ordini, i nomi , e le distribuzioni de carri e degli elefanti ad oso di guerra, possono vedersi partitamente in Eliano (0). Se ne far cenno ancor qui fra non m olto, all occasione che si parler della m aniera, la quale tenevano gli antichi nellordinar in bat taglia gli elefanti. ( a i) Quelli che abitano le isole , dette britanniche , poste fu o ri del M ar grande. Gli antichi dicevano M ar grande il Me diterraneo. Tali isole erano dunque I*Irlanda e l Inghilterra, ed i barbari che le abitavano gli antichi Bretoni. Questi popoli ave vano una loro particolar maniera di com battere, la quale consi steva in salire armati su certe carrette , dette essede, tirate da due cavalli, colle quali a briglia sciolta avventavano dardeg giando alla battaglia nemica ; smontandone per combattere ap piedi , tostoch vi si fossero internati alquanto mediante il dis ordine prodottovi col prim o slanciar delle frecce, e eoli urto de carri (7).

( 0 I * Si. 1 . 1 8 ; (>) Le St. 1. 6 , S 18 tg ., p. 1 1 8 Mg. ; (S) H ist. da Ballo aM eano 1 (U V. Scbal. ad Hygin. p. 7 1 ; (5) Da MiUt. R o m . 1. a , . diilog. 8 ) (6) Vact. e . U t i i ) (j) V. C a i. da Bello gali. I. 4 , p. a (i.

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397

Poich dunque gli essedarj mettono piede a terra solo al lorquando , mediante il gettar delle frecce e l impeto de carri iti corso, hanno di gi scompigliata alquanto la battaglia nemica, e si sono insinnati entro agli squadroni della cavalleria ; non si possono perci riguardare come semplici fanti appiedi, che si prevalgono delle essede a puro oggetto di trasportarsi facilmente a combattere ove lor pi aggrada; il che falsamente ha affermato Palmieri (1) ; ma si hanno bens a tenere come un tal genere di truppa , che ora combatte di star sui carri colle frecce, alla guisa medesima che la cavalleria leggiere ; ed ora fa battaglia a terra, secondo che meglio l'uopo il richiede. Se questi soldati infatti , di star sull essede sbaragliano il nemico prima di rag giungerlo , e col favor di queste rompono alquanto la fronte av versaria , uopo confessare d ie l essede loro servono a qual che maggior uso , che non a quello di semplice veicolo. Ci& appare pi manifesto dall* osservarsi che appunto per tale loro maniera di combattere gli essedarj ebbero dapprima molti van taggi sui Romani si appiedi che a cavallo, e questi durarono assai fatica a vincerli (a). Da tutti questi tratti manifesto ristdta che la milizia degli essedarj aveva e la stabilit della fanteria, e la mobilit della cavalleria. Cesare solo ne riport vittoria, allorch li f investire dalla fanteria insieme e dalla' cavalleria con tanta rapidit , che non ebbero canapo al metter piede a terra ; e cosi loro fu tolto uno de vantaggi , che li rendeva per met superiori ai nemici (3). , (laa) Piccioli cavalli <fogni fatica pazienti. La maestria dei Bretoni in reggere questi cavalli da Cesare magnificamente de scritta (4). ( ia 3) Carri falcati. frequente menzione presso gli storici di carri cosi denominati dalla qualit dellarm adura, onde si guernivano ad oggetto di renderli terribili e rovinosi ne fatti dar

co A rre dalla G aerra, 1 . , c. J , n. g j () V. C a i . da Bello (all} (i) Id. ibid. 1. I ; (4) Ibid. 1. 4-

298

NOTE

m e: Senofonte ne attribuisce l invenzione a Giro (i); ma non ben certo chi primo in guerra li adoperasse. Per i barbari ne' fecero particolar uso ; i Parti in ispecie, ed i Persiani. Mitridate ed Antioco ne condussero in molto numero nelle loro armate con tro ai Romani (a). Contro ai Greci ne mossero pare i Persiani. E quanto simili carri fossero numerosi nellesercito di Dario, pu vedersi in Q. Curzio, che soventi volte ne tien discorso (3). I carri falcati, giusta le descrizioni che ne fanno gli storici greci e latini, erano certe macchine da guerra larghe e pe santi , sostenute da ruote sode e massicce ; e queste fermate ad assi ben fermi e lunghi , affinch difficilmente venissero a rivol tarsi. Erano tirati da quattro cavalli tutti gravemente armati ; ed il luogo ove sedevano gli aurighe era costrutto di fortissimi legni, ed alto in maniera che veniva a coprirli fino, al petto. E d af finch potessero quelli sicuramente reggere il carro, avevano tutto il coperto d intera armadura , dagli occhi in fuori (4). O ltre le falci da cui ebbero il nome queste macchine, altre particolarit rinvengonsi negli scrittori intorno alla loro arma tura. Alla testa del timone eranvi certi spuntoni di ferro spor genti pi cubiti allinfuori a guisa di lunghe aste, i quali tra passavano tutto quanto rincontrassero all innanzi : cosi pure al lestremit del giogo de cavalli, dalluno e dall altro ca n to , stavano affisse punte di ferro , oppur due falci ; luna cio di traverso parallela al piano del giogo, laltra rivolta .a terra: quella perch recidesse quanto si opponeva al carro di fianco ; questa affinch ferisse e squarciasse chi si trovava in basso, o fosse in terra caduto. Erano eziandio da ciascuna estrem it'dellasse, in torno al quale volgonsi le ru o te, taglienti falci situate nelle due diverse direzioni suddette, non che punte di ferro copiose fer mate ai ragg i, ed altre minori falci pendenti v^erso terra e fisse al lembo delle ruote ; le quali difficile a concepirsi in qual modo fossero poste a non impedire il libero movimento del carro (5).

( i ) Ciroped. t. a , 1. 6 , c . , p. Cjr ; (5) Veget. 1. 3 , c. a 4 ) (S) Lib. 4 , et a lib i; (4) Senof. C irop t. 2 , 1. 6 , c. i , p Gj ; (5) Curt. 1. 4 , c 9 .

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399

Egualmente si esprime Livio intorno alle quadrighe falcate d i Antioco (1). , Il numero di questi carri non si pu ben definire in qual proporzione stasse con quello dellesercito tuttintero. Se ne p o trebbe istituir ragguaglio almeno in quanto ai Persiani, se fsse ben noto il 'numero intero de com battenti, che si compren devano nellarmata di Dario contro ad Alessandro alla battaglia famosa di Arbela. In quella sappiamo che eranvi dugento carri falcati, divisi in quattro schiere di cinquanta per ciascheduna; e ci per uniforme testimonianza si di Curzio (3),- che d i Arria no (3). Ma come fare un ragguaglio fra il numero de* carri e quello de com battenti, se intorno a quest ultimo le asserzioni de due scrittori sono fra lor ripugnanti ? Curzio afferma infatti che in tutto l esercito di Dario si contavano quarantacinque mila cavalieri, e dugento mila pedoni (4). Ma quanto non fa sorpresa il trovare in A rriano, che i cavalieri ascendevano a quaranta m ila, ed i fanti ad un milione (5) ? La differenza dunque circa il numero de fanti tale che non si pu rinvenire un termine di ragguaglio onde giudicar della proporzione in che stava il numero de carri falcati a quello dell intero esercito. Ma non supponendo errore ne codici n i per l uno n i per 1 altro autore ; ove per si voglia giudicarne dal confronto dal tri scrittori, lo smisurato numero di Arriano trova maggior ap poggio nell autorit di questi, che non il mediocre di Curzio. Giustino (6) assegna all esercito in quistione 100,000 cavalieri , e 400,000 fanti ; Diodoro (7) 300,000 cavalieri, ed 800,000 fanti; Plutarco (8) 1,000,000 di combattenti in genere; Orosio (9) 4o4ooo fanti, e 100,000 cavalli, dal che si vede manifesto che il n u mero riportato da Arriano si accosta ben pi di gran lunga al1 asserzion comune , che non quello di Curzio, almeno in quanto ai pedoni ; perch per i cavalli in tutti stranamente diverso.
( 0 Curt. 1. I l , c. ( i : () Lib 4 . c. 1 3 ; (3> Le S t . 1. J , 8 , p . 1 1 5 ; (4) Lib. 4 , o . i l , S '5 ; (5) Le St l. S , S 8 , p. n 3 ; (6) Lib. 1 , e. 11 , S 5 ;-(?) Bibl. St. t. 6 . I. 1 ; , c. 8 , p . 58 ; e u. 11 , p. ;o ; (8) T. 4, Vite di Ale, p. 5 i 3 ; (9 ) L. 5 , c . i j . ' '

3oo

NOTE

Ritornando al soggetto, uopo prima Sapere come si dis ponessero in guerra i carri falcati. Essi mettevansi alla fronte della battaglia, affinch liberamente e senza recare impaccio all esercito proprio, potessero avventarsi contro ai nem ici, ed aprire e scompigliare la loro ordinanza. Cosi erano ordinati nell esercito di Dario (i). Egualmente disposti stavano contro ai Greci i carri di Artaserse (a). Alla stessa guisa Antioco aveva poste di fronte ai Romani le sue quadrighe falcate; e Livio ne adduce per ragione che se fossero state collocate all* indietro, o nel mezzo della battaglia, avrebbono dovuto trapassare gli or dini de suoi prm^i di giungere al nemico (3). Perci questi, sul timore che i suoi c a r ri, dopo la prima corsa al nemico , non venissero ad ingombrargli il terreno su cui lesercito doveva far battaglia, ordin che fatto il primo urto si traessero tosta mente di mezzo , e si ritirassero in disparte ((). Dalle dottrine fin qui esposte si comprende manifestamente che i carri falcati, considerati nella loro struttura, nella ma niera onde si disponevano, nell effetto che potevano produrre in battaglia, erano macchine belliche, che presso gli antichi te nevano luogo in certo senso della nostra artiglieria di campo ; imperocch per s medesimi recavano offesa ; tanto p ii che ad eccezione degli aurighe , pare ohe non portassero gente armata : in ci per differentissimi dai cannoni, d ie essi non agivano in distanza, qual propriet di questi, e che avevano uopo di toccare al nemico per sortir loro effetto ; condizione assai svan taggiosa , si perch richiedevasi a tal oggetto campo libero e sgombro , si perch ogni minimo impedimento dai nemici frap posto poteva arrestarli nel corso e renderli inoperosi (5). Ma lasciando queste discussioni ai Tattici, certo che quando i carri in quistione potevano sortir lor effetto , prima cio che le dottrine e lesperienza de' generali greci e romani non ri-

( ) V. Cari. I. , c. l i , n. 1 ; (a) Piai. t. 6 , ViU di A r tu e rs e , p. iS ; (S) t . ! j i c. J | ( i) Appiano , dUe guerre (iliache o partiohe ; (5) Vegot. 1 . * , a. (.

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3 ot

trovassero espedienti onde renderli vani ed inu tili , essi riusci vano sicuramente terrib ili, e portavano squarcio enorme nelle file pel tenore non meno dell armi loro, che per limpeto con che venivano mossi. E vaglia il vero ; nella battaglia di Arbela tra Dario ed Ale**sandro i carri falcati de Persiani scompigliarono e ruppero al quanto dapprima le file macedoni ; molti essendone feriti e la cerati da quell armi acutissime, che recidevano tutto quanto si parava loro d innanzi. Questo fatto, bench tacciuto da Ar riano ( i) , vien per contestato da Curzio (a) e da Diodoro (3). Si vedr in seguito come ad onta di questo primo scompiglio, riuscissero i Macedoni a mandar a vuoto l impeto decarri di Dario. Mitridate con cento trenta di questi carri cotidotti da Cra tero , port strage immensa nell esercito di Nicomede re di Bitin ia, confederato de Romani ; sconfitta, che a questo pure riusci assai perniciosa. L effetto terrbile di tali belliche macchine non si pu veder meglio dipinto di quello facesse Appiano (4); e non merita minori elogj la vivace pittura, che fa Lucrezio dellenorme strage, che arrecano le quadrighe falcate (5). O r poich i carri, ond discorso, furon particolarmente ado* perati da barbari contro ai Greci ed ai Rom ani, cos questi nelle guerre frequenti eh ebbero con essi lo ro , attesero a trovare spedienti onde poco o nulla soffrirne. Alessandro, prima d impegnarsi in fazione con D ario, calco lata la maniera d' agire di queste m acchine, aveva ordinato ai suoi che se i Persiani le avventassero lor contro con fremito strepitoso, essi aprendo la battaglia le ricevessero nel mezzo in silenzio ; e se quelli procedessero taciturni coi carri in corso, essi alzando gran rumore procurassero colle strida non meno che col percuoter dell armi spaventar i cavalli, ed investirli col saettarne (6).

( 0 St. soli* spedii d* Alesi. 1. J , S $ . P *** * J L . 4 , e tS , S S . . . 5 ; (3) Bibl. St. t. 6 I. 1 7 , c. 1 1 , p. 84 seg. ; (k) Della Gaeira mitridatica ; (S) De Keroin nat. 1. 5 ; (CJ Curt. 1. & , c. 1 1 , S SS

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NOTE .

11 primo consiglio ebbe effetto secondo Curzio ; imperocch- i M acedoni, bench scompigliati alquanto dallurto improvviso dei ca rri, cionnondiineno spezzaron la fro n te, e lasciatili innoltrare alquanto nel mezzo della battaglia, vi formarono intorno unevo luzione a foggia di steccato; ed investendoli ai fianchi coll aste lunghissime drizzate lor contro, tosto cominciarono a cader feriti in gran copia cavalli ed aurighe ; tutti essendone al fitae inevi tabilmente trucidati (i). Giusta Diodoro fu posto eziandio ad effetto il secondo consi glio di atterrir collo strepito dell armi i cavalli e metterli in fuga ; onde questi, parte altrove riv o lti, e parte spinti furiosa mente all indietro, portarono a loro strage e scompiglio (a). Arriano sostiene che i Macedoni non ebbero danno di sorta da simili carri, e che questi in parte assaliti dai lanciatori con dardi e frecce, ed in parte presi tramezzo agli o rd in i, fra i quali si erano a bella posta lasciati internare , passarono tosta mente in potere di Alessandro (3). Eumene nella battaglia de Romani contro ad Antioco riusc a scompigliare e cacciar addietro i carri falcati col mettere in ispavento i cavalli, che li tiravano ; giudicando esser questo il mezzo pi acconcio a volgere in danno del nemico 1 armi sue proprie. A tal fine in vece di riceverli intramezzo agli ordini , al primo lanciarsi che fecero a briglia sciolta, egli mosse lor contro gli arcieri , i frombolieri ed i lanciatori a cavallo ; comandando loro il disporsi pi radi e sparti che fosse possi bile. Q uesti, veloci nel corso, or qua or l scorrendo , facil mente schivavano 1 urto de carri , mentre che frattanto gli an davano d ogni lato perseguitando col saettar copiosissimo. Cosi atterriti e posti in fuga i cavalli, que carri furono respinti si prestam ente, che i Romani li risguardarono come schernimenti di guerra (4). Siila tenne a un dipresso lo stesso metodo per respingere i

<i) L. 4 5 c- i5 j i4 . 1 8 ; (a) Bibl. Si. t. 6 , 1. 1 7 , c. 11 , p. ; (1; St. sulla spedii, d Alesj. 1. 3 , 5 >3, P- la ie s c g . ; (4) Liv. I. 3;, c. 4i.

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carri falcati di Archelao, disponendovi contro la battaglia -fdS veliti ; ma ebbe dippi la precauzione di far figgere sodamente in terra numerosi p ali, fra i quali impacciatesi le quadrighe , trovaronsi cosi esposte al saettare delanciatori, mentre che larmata era benissimo difesa contra ogni lor tentativo (i). Uno stesso me todo tenne Cesare in difendersi dalle falcate quadrighe deGalli (). Queste notizie reputo pi che sufficienti a poter formare ade quato giudizio di tutto quanto riguarda i carri falcati degli an tichi. Passiamo a descriverne altri di diversa specie. (124) Spessissimo in lor battaglia si valsero di carri nudi. Quali fossero questi carri nudi si g ii dichiarato altrove (3 ). Qui ci rimane a far parola dei p o p o li, che li adoperarono in battaglia, e ciglia maniera onde se ne yalsero ad uso di guerra. Dei Greci e dei Troiani noto che avevano in molto numero di questi carri ne loro eserciti. Ma quali sona memorie intorno i C irenei, cui Arriano pure li attribuisce ? Senofonte ne fa menzione dicendo di Ciro. Ma tolse via la moda di certi carri, adoperati per lo passato da T ro ian i, e al presente dai Cire n e i, che per lavanti e .la Media, e la Siria, e lA rabia, e generalmente tutti quedellAsia si valevano decarri, come fanno oggid i Cirenei (4) Stefano , sull autoriti d E foro, rimarca ( In voc. BatwWa ) , che i Cirenei furono valenti nel guidar carri in guerra, quanto gli Ateniesi nell arte del navigare , i Tessali in quella del cavalcare , ed i Beozj negli esercizi di ginnastica. Ritornando ai G reci, uopo richiamare a memoria ci che fu gi sopra dimostrato (5) , che la forza della cavalleria ai tempi eroici consisteva quasi tutta ne c a rri, ai quali venivano accop piati due o pi cavalli ; del che abbiamo nell Iliade moltissimi esempj. Ogni carro montato da due guerrieri ; n ve n ha esempio d un maggior numero : 1 uno che ne reggeva il corso 'HtftKts } l altro che combatteva nxpxifS*rf s il quale se non per dignit, certo per vigora valore era superiore al primo (6).
fi) Front. StnMgem. J. a , o. 5 ; (i) Id. ibid ; (J) I , noti t j ; ( t) Ciro^ed. t . a , 1, 6 , p. 6 6 i (5) 5 , nota i5 ; (6 ) 11. 1. a5-

5 o4

NOTE

' L auriga veniva ad essere in qualche modo al combattent su bordinato, in quanto doveva diriggere ove questi gli additava, e tenersi a suoi ordini. Ci vien rimarcato da Eustazio (i) : e si rileva pnre benissimo da Omero (a). Per l impiego d auriga non tenevasi a vile, perch era so stenuto non meno dagli Eroi d ie da Numi in qualche caso* Moltissimi esempj se ne veggono nell Iliade : N estore, a cagion desempio, che guida il carro di Diomede (3) ; i due figli di P ria mo , de quali uno regge il carro , e 1 altro combatte (4) , Mi nerva , che ascende a reggere il carro di Diomede , e Giunone che guida il c a rro , mentre Minerva viene a battaglia (5). Al carro accoppiavansi per lo pi due cavalli, come sono quelli d Achille, Xanto e Balio nominati (6) ; e quegli altri di Licaone (7). Si aggiungeva alle volte un terzo cavallo , xapntptc detto da Omero (8), cio assicurato al tim one; ed Eustazio ci dichiara come questo stasse collocato accanto agli altri d u e, che forma vano il giogo ; non legato per strettamente alla maniera di questi, ma alquanto pi libero (9). Ilmpnfl chiama il P. la coreggia, con cui tal cavallo era legato al carro. Nestore infatti la recide per lasciarsi addietro questo terzo cavallo gravemente ferito, onde non recasse impaccio agli altri due (io). Tale cosa vedesi pur fetta da Automedone (11). T al uso degli antichi, di attaccare un cavallo fuor del gioge del c a rro , vien pure confermato da Dionigi d Alicamasso, ap punto sulla scorta d Omero (12). Intorno al numero delle ruote, onderano sostenuti questi carri^ si conghieltura da alcuni luoghi d O m ero , che fossero due sole ( i 3 ) ; ma certo che nell Iliade rinvengonsi pure esempj

f i ) Ad Iliad. i l , r . t i g . - Ad Iliad. 8 , r . 1 1 7 ; ( ) Xliad. 1. l i , T . i j , (S) Lib. 8 , v. 1 1 S a seg. ; (() L. 1 1 , . io j (5) L. i , . i ( 8 | (6) L. & , r . 4 1 0 ; ( 7 ) Lib. 5 , r . ig j j (8 ) L. 1 6 , T. i j i (9 ) Ad Iliad. I. 8 , T. i j . L. i5 , t . 6 0 1 ; ( 1 0 ) 11. 1. 8 , t . 8 7 seg. ; (il> L. 1 6 , . i j k i (>>) Le Ant. Rom. 1. a , 1 . 7 , s 73 . P- 4'4 e eg. j (ij) II. I. a l , 377.

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di carri a quattro ruote; come quello, a cagion d'esempio , che portava il cadavere di Ettore (i). Pretendesi dagli antiquarj (a) che i carri a quattro ruote fos sero particolarmente destinati a portar pesi e bagaglie, e che i combattenti si valessero specialmente di quelli di due; ma questa conghiettura non appoggiata a manifesti argomenti, per quanto abneno si ricava dal leggere lopere loro. E incerto se alla guerra di Troia fossero in uso le quadrighe, come parrebbe doversi argomentare dal m odo, onde Ettore parla distintamente ai suoi quattro destrieri. Ma siccome 1 Eroe in parlar loro si vale del numero duale ; cosi gli antichi critici ne hanno arguito che i due primi nomi non fossero che epiteti dei secondi (3). Qualunque siasi il valore di questo passo, egli ragionevole il credere che la quadriga venisse adoperata in guerra allepoca onde parliamo; attesoch fu inventata assai tempo prima. Il ritrovatore infatti ne fu Erittonio (4) quarto re d Atene (contando da C ecrope), il quale fiori tre secoli in circa avanti allassedio di Troia (5 ). E poich il modo onde s esprime Virgilio prova che ad uso di guerra si valse Erittonio della quadriga ; cos tanto pi pro babile che nellimpresa famosa contro a Troia se ne giovassero i Greci ; i quali certo in quest occasione non dovettero lasciar intentato mezzo alcuno, che fosse giovevole alle maniere di guerra in allor. conosciute. La conghiettura tanto pi verosimile, quanto Omero , al certo pittor verace e storico fedele de tempi ero ici, accenna egli stesso la quadriga, allorch vuole esprimere la velocit della nave di Feaco (6). Posto qui termine alla descrizione di tutti gli oggetti concer nenti i carri in quistione, restami a dichiarare a qual uso pre( i ) II. 1. a&, . Sa ; (a) L y d a s , synagm. sacr. de Re mlit. c. co, p. i55. Menochias de Rep. Hebraor. J. 6 , c io , 8 j (3) 11. I. 8 , v. i85 e seg. ; (&) Min, 1. 7 , c. 56. - T e rlall. de Spect&c. c. ; (5) Virg. Georg. 1. 5 ; ( 6 ) Odis. 1. i3 , t . 8 i.

3 o6

NOTE

cisatnente valessero in guerra. Si pu affermare che essi non erano, 9 ben osservarli, che veicolo de combattenti : cos almeno convien giudicarne dall esempio de pi celebri E ro i, che giun tisi presso coi carri ne discendono per far battaglia. Ettore in fatti desiderando di affrontarsi coi G reci , mette prima piede a te rra , poi va coll asta in ogni parte dell esercito aizzando i combattenti alla zuffa (1). Paride similmente discende armato dal suo carro prima di combattere (2) , ed Esiodo ci dipinge pure Ercole e Cigno, che per far battaglia balzan fuori entrambi dalle bighe (3). Perci Virgilio , imitator fedele di Omero , fa che Turno smonti pure dal carro al medesimo oggetto (4). Si pu domandare se questi carri, veicoli dei com battenti,ed i quali per s non recavano offesa veruna al nemico , fossero dis posti con certr ordine nella battaglia, e diretti e tenuti in ischiera da un capo. Su ci Omero non ci lascia dubbio di sorta. Due differenti modi di dispor 1 esercito veggonsi nell Iliade ; ma in entrambi la cavalleria , consistente come gi si veduto ne soli carri, distinta dalla fanteria e tenuta in luogo suo proprio. Nel primo modo praticato da Nestore vedesi la schiera dei carri posta alla testa dell esercito ; i fanti gravemente armati collocati all indietro, e le truppe inferiori nel mezzo. Gli ordini che d questo capitano provano che i Greci alla guerra di Troia conoscevano certe regole e principi, onde muover ordina tamente i carri contro al nemico. Egli infatti raccomanda ai soprassaglienti di tener ben in freno i loro cavalli; di marciare con giusto ordine senza punto sturbarsi, n confonder le schiere ; ed impone di guardarsi particolarmente dal balzar fuori della pro pria riga per desiderio di avventarsi troppo presto al nemico (5). E da quanto prosegue a narrare Omero in questo luogo ma nifesto appare che dai carri si combatteva petto a petto coll armi gravi ; e sembra doversene inferire che 1 arte stasse nel balzar sul carro del nemico e tentare di rovesciamelo trafitto.
( 1) II. 1. Il , r . u t e eg. ; () II. ]. S , 1 9 ; (5) Seat. Herc. T. (4) .fflneld. 1. i o , r . 45! ; (5) II. 1. 4 , v. Sai . . . tio . ;

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3 o7

l a altra occasione vedesi all innanzi posta in battaglia la fan teria , e poco dietro a questa star schierati i carri (). Rimarca altrove il P. , che i combattenti comandavano agli anrighe di star ben fermi alla fossa , e tenersi schierati in giusto ordine'(a). Non cade adunque pi dubbio che la battaglia de carri si moveva con certe regole e p rin cip i, e che veniva diretta e go vernata da un capo. Tal era Nestore fra i G reci, il quale in un eloquente discorso, che fa all oggetto d indurre Achille a ripren der le arm i, si vanta che fin da teneri anni egli si aveva acqui stata gloria immensa in questo genere di battaglia, e che aveva ucciso un certo Mulio, capitano valorosissimo della schiera dei carri, che contra que di Pilo avevano mossi gli Epei (3). Da questo tratto insigne d O m ero, e dai tanti altri su riportati si raccoglie adunque che i carri n u d i, o non armati che dir si vogliano , non altro erano, come gi dissi, che veicoli dei com battenti ; di star sui quali, invece che in te rra , si iacea battaglia. La maniera per di combattere de Greci sui carri, ond di scorso, era in ci da quella degli Asiatici differentissima, che quelli si venivano appressando al nemico fino al punto che petto a petto facean battaglia coll armi gravi e con l asta in ispecie ; c questi al contrario pare che dei carri innanzi all epoca di Ciro non si valessero che per combattere alla maniera dei leggieri ; in distanza cio e collarmi da lanciare. Ciro infatti, che abol tal genere di carri usati prima da tutti gli O rientali, a ci s indusse per quest unica ragione , che quelli che li montavano essendo i pi valorosi dell esercito, egli riputava gente perduta , dal momento che dovean combattere alla maniera dei leggieri (4). Ecco perch Ciro ai carri n u d i, de quali trattammo fin o ra, veicolo dei combattenti, sostitu i falcati ; i quali erano macchine da guerra, che per s sole e in dipendentemente dai soldati, che vi potessero esser sopra, reca vano offesa al nemico.

(i) II. 1. Il , r . 4 9 e seg. j (j) Ibid; (3) II. 1, i t , v. j r j e srg. - V. j33 c tS- i (4) Cirop. t. a , 1. 6 , p. 6 6 eg.

3 o8

NOTE

A compimento dell attuai soggetto uopo riportare la maniera di ordinanza, giusta la quale afferma Eliano che gli antichi usavano di distribuire i loro carri in battaglia (i). Cna schiera intera di carri era formata di sessantaquattro ; e questa veniva suddivisa in parti distinte , delle quali la prima ne comprendeva d u e, poi quattro , poi o tto , e cosi di seguito. L Autore appropria tale ordinanza si ai carri n u d i, che ai falcati indistintamente ; ina avverte, che si mettevano pi di queste falangi curul nel medesimo esercito, secondo l uopo , e l occorrenze. Licei aulem plures curruum phalanges constituere , si necessitas postularti, et easdem eodem modo distri-

buere oportebit, et singulas partes iisdem nominibus appellare. Currbus vero alii Itevibus usi sunt, alii falcati$ (2). (ia 5) Non usandosi nemmeno pili gli elefanti. La storia di
questi animali, in quanto al primo usarli che fecero in guerra i pi celebri popoli dell antichit , gi fu sopra bastantemente esposta. Qui si tratta di dichiarare il fine per cui vennero ado perati al combattere , i modi secondo i quali si mettevano iu battaglia , o si movevano contro ai nemici , ed i diversi espe dienti imaginati s dai Greci che dai Romani , per mandar a vuoto limpeto lo ro, e volgerlo in danno della parte avversaria. Tali fiere furono tratte dagli Orientali in guerra sulla fiducia che dovessero recare altrui molta offesa, e non riceverne punto; attesoch non cedevano ai co lp i, ed incutevano terrore colla smi surata loro m ole, e cos dura avevano la cute che era difficile il trapassarla con qualsiasi ferro pi acuto (3). Considerali dunque gli elefanti quali macchine belliche , poi ch non altra idea si dee concepirne come si vedr qui sotto, uopo prima sapere in quale proporzione stasse il loro numero a quello dell intero esercito. Diodoro dice di Staurobate re dell In d ie, impegnato in guerra con Semirade, che ne aveva mol tissimi nel suo esercito ({). M a, in quanto al numero s degli

( 1 ) Tact. c. ; (a) Ibid.; (3j Casslodor. Variar. I. St. t. 1 , I, a , c. 6 , p. a5B a seg.

10

, c. 5o ; (4) Bibl.

ALL ARJE TATTICA.

3 og

nomini, che de cavalli e degli elefanti in queste armate inu tile 1 occuparsi p u n to , perch lo storico ha tratto da Ctesia i suoi racconti, scrittore poco degno di fede. Discendendo all epoca di Alessandro rinviensi che quando egli assali Poro all Idaspe, questi contava nel suo esercito, sopra trenta mila fanti, trecento c a rri , e ottanta elefanti (i). Questo numero non eccessivo se si consideri quanto l India abbondi di essi animali. , I successori di Alessandro, tutti al certo esimj capitani, ne introdussero in molto numero nelle loro arm ate, e se ne valsero assaissimo nelle guerre eh ebbero tra di loro dopo la morte di quel Monarca (a). Perci Agatarchide (3) asser falsamente che Tolomeo Filadelfo re dEgitto, fosse stato il primo a far caccia di tali fiere ; del qual errore venne da Fozio confutato, coin quegli che non aveva avvertito esservi stati elefanti al conflitto di Alessandro con Poro re deglindiani. Ma Fozio poteva valersi del fatto di Staurobate, or or citato, d epoca di tanto pi antica. Vedemmo gi sopra che nell esercito di Tolomeo Filopatore alla battaglia di Rafia contavansi settantatr elefanti e settantacinque mila combattenti tra i fanti e cavalieri; e che in quello di Antioco il grande se ne annoveravano cento e due per un numero quasi eguale di gente d arme (4). Nell armata che Tolomeo Centuno accord a Pirro per due a n n i, onde aprii* guerra ai R om ani, trovavansi cinquanta ele fanti con cinque mila fan ti, e quattro mila cavalli (5 ). Cartagine, fra tutte le nazioni, le quali conobbero giusto or dine di T attica, quella che nelle forze degli elefanti ripose maggior fiducia. Nell esercito, eh essa affid a Santippo per combattere i Romani comandati da Regolo, si contavano cento defanti incirca per soli dodici mila uomini appiedi, e quattro mila a cavallo (6). Al combattimento di Macar fra i ribelli di

fi) Curt. 1. 8 , c. iS , S 6 ; fs) 1' Att. c. 1 1 , p. S ; (S) L. t , da Mari rnbr j (4) V. n , n. 1 1 7 ; (5) Jasr. I. 1 7 , c. ; (6 ) Polibio , L St. t. 1 , I. 1 , S 3> , p 7 J-

3 io

NOTE

Africa ed Amilcare B arca, questi aveva nel suo esercito settanta elefanti sopra dieci mila uomini tra fa n ti,.e cavalieri (i). Nella seconda guerra Punica rinviensi molto minore propor zione di elefanti all intiero esercito, che nella prima. Soli qua ranta infatti ne contava Annibaie al partire di Cartagine ; men tre nel suo esercito i combattenti ascendevano a novanta mila fanti , e dodici mila cavalieri (a). Le sue truppe dall Ibero al Rodano eransi diminuite quasi d una met (3 ). Rinviensi per con sorpresa che al passaggio del Rodano gli elefanti erano an cora in numero di trentasette (4). In quanto poi al determinare il numero degli elefanti rispetto a quello dei combattenti negli eserciti di Cartagine, uopo atte nersi agli esempj di Santippo e di Amilcare ; perch lo scarso num ero, che in proporzion di questi n ebbe A nnibaie, vuoisi attribuire alla grave difficolt di trasportar sul m are, in paesi esteri, bestie di tanta mole. Il punico Capitano infatti, alla bat taglia di Zama in Africa contro Scipione, contava egli molti elefanti (5). Livio ci assicura , che questi erano ottanta, e che un ugual numero non gli era giammai occorso di porne in bat taglia : per il solo motivo sicuramente che mai non aveva guer reggiato in p a tria, ma sempre al di fuori (6). Non determina Polibio il numero de combattenti nell esercito cartaginese j ma dall esserne rimasti venti mila morti ed altrettanti prigionieri, gli altri dispersi, si pu arguire che non fossero minori di cin quanta mila (7). O r dai fatti di Santippo , di Amilcare Barca , e di Annibale a Zama , bench assai diversi in quanto alla proporzione in di scorso , come ben manifesto a chiunque li metta al confronto, volendosi formare un ragguaglio generico del numero degli ele fanti a quello dei combattenti negli eserciti di Cartagine , se ne

( 0 Polib. t e St. t. 1 . 1. 1 , j5 , p. u 8 ; ( 1 ) Id. ibid. t. , I. 3 , S 35 , p. / | 2 ; ( 3 ) Id* ibid. p. 4 5 ; (4) Id. ibid. 4$ , p. So. - Appiano , Guerra Annib. p. 6 ; (5) Polib. Le St.I. |5 , 1 6 ; (6 ) Id. 1. So, c. 55; (j) Id. 1. i5 , S i4- - l'ir . 1. So, c. 35.

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3n

deduce che quelli lavano a questi in ragione di uno per ogni trecento all incirca. Eliano forma la schiera degli elefanti di sessantaquattro per ogni falange, che quanto dire per un esercito di circa ventotto mila uomini ; e quella suddivide nella maniera , che qui segue. In elephantis autem is , qui unius depilanti ductor est zoarchus vocatur. Duorum vero therarcus , et ipsorum constitutio therarchia vocatur. A t quatuor elephantorum dux appellatur cpitherarcus , eorum acies epitherarchia. Octo vero ilarcha , et ipsa constitutio ilarchia. Sexdecim ductor elephantorum dicilur elephantarcha , et constitutio ipsa clephantarchia. Trginta duorum autem com a praefectus , seu ceratarcha , et constitutio hujusmodi corna d icilu r , seu ceratarchia. Scxaginta quatuor phalangem vocamus, et ejus ducem phalaugarcham (1). L A. in riportare questordinanza degli elefanti la suppone praticata dagli antichi in genere, e non lappropria ad alcuna particolare nazione. E prezzo d opera l osservare che la proporzione del numero degli elefanti a quello dell intero esercito secondo Eliano molto differente dalla rimarcata gi sopra nelle armate cartagine si ; contandosi in questo caso un elefante per ogni numero di quattrocento trentasette combattenti all incirca. Ora uopo indagare qual fosse la battaglia degli elefanti ; quale la maniera di ordinarli, di farli agire in fazione ; e quali vantaggi o svantaggi riportassero gli antichi da questo loro par ticolar genere d arme. Degli elefanti si pu genericamente affermare che ne combat timenti giovavano all uopo di atterrire colla smisurata lor m ole, collinsolito cd orrendo barrito che alzavano all alto dazzuffarsi, e col fetore che da lor si esalava , uomini non meno che cavalli nemici (a). consueto agli storici il raffigurar gli elefanti in forma di to rri, chc si alzavano tra gli ordini degli arm ati, per esprmere cos il terrore, chc mettevano al solo guardarli. Perci Diodoro
(1) T a c t. c aS ;

1. 3 , c. 3$.

3 ia

NOTE

paragona alle mure torrite d una citt l esercito di Poro (i). Di questa stessa immagine si valgono Curzio ed altri parecchi (a). Qualche altro dipinge tali fiere a guisa di colli ambulanti (3). Non dunque maraviglia che le nazioni anche pi valorose nell armi rimanessero atterrite al primo veder queste fiere, sic come avvenne ai Macedoni nel conflitto all Idaspe tra Poro ed Alessandro (4). Gli stessi cavalli ne concepivano facilmente spavento ; e questo fatto testificato da molti. Perci Alessandro al passaggio dell Idaspe temette forte che la sua cavalleria, impaurita , non riuscisse a guadagnare la riva nemica (5). E per un ugual mo tivo ebbe Poro fiducia che i cavalli di Alessandro non ardis sero penetrare fra gl intervalli degli elefanti (6). La sconfitta eh ebbero da Pirro i Rom ani, viene dagli storici attribuita all essere stata la loro cavalleria posta in ispavento dal1 aspetto e dal fetore di queste fiere (7). Che i Romani fossero vinti per la sola novit degli elefanti nell esercito nem ico, falso; mentre la vittoria di Pirro dipendette essenzialmente dalla sua perizia nel comandar la battaglia (8). Ci non di meno la presenza di queste fiere fu una delle favorevoli circostanze , che contribuirono alla disfatta de Rom ani; i.quali senza dubbio al primo vederle ne concepirono molto spavento (9). La cavalleria de Romani rest pure gravemente turbata all aspetto degli elefanti nella battaglia , che quelli diedero a Ma gone nellInsubria (10). Simili esempj si veggono spesso in Livio, ed altri (n ).

( 1) Bibl. St. t. 6 , 1. cy , c. 1 6 , p. 1 3 9 ; (a) Lib. 8 , c. 4 S i5 ; itera 3, la. - Arriano* St. sa U pedi*, d Aless. I. 5 , n , p. aaa. - Pollieno , 1* 4 Alessandro, p. 1 6 6 ; (5) Ammise. Marceli. 1. a& , c. aa $ (4) Cort. 1. 8 c* 1 4 s *5 ; (5) Arriano , St. sulla spediz. d* Aless. I. 6 , $ 7 ; P* *i4 (6 ) Id. ibid. $ 9 , p. aao e seg. ; ( 7 ) Fior. 1. 1 , c. 1 8 ; ( 8 ) Palm. Arte della guerra , 1. a , c. 4 * i (9 ) Paas. 1 Attica , c. 1 9 , p. Sa. - Livs Epitom. 1. tS. - Just. 1. 1 8 , c. i* - Plin. 1. 8 c. 6 . Varron. de ling. lat. 1. 6 . Tront. Stratag. 1. a , c. V -S o lin . e. a8 , ec. ; ( 1 0 ) Lir. 1. So, c. 1 8 ; ( 1 1 ) V. Ammian. Marceli. 1. a$, ed altrove.

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33

qui uopo notare la particolarit accennata dallo Scrittore, che gli elefanti in guerra si ornavano di pennacchi; come ezian dio coprivansi di valdrappa rossa (i). Delle to rri, che portavano sul dorso sar discorso in appresso (2). O r poich dalle memorie fin qui citate appare manifesto che le nazioni meglio esercitate nell arte della guerra concepirono grave terrore dalla presenza degli elefanti, cosi i facile il com prendere quanto maggior spavento eccitar doveva il loro aspetto ne popoli b arb ari, e d ogni Tattica ignoranti. Annibaie infatti, nel suo tragitto dalle Spagne in Italia , trasse giovamento dal solo mostrar queste fiere ai feroci abitatori delle A lpi, che gli contendevano il cammino, i quali ne venivano posti in iscompiglio al primo vederle (3). N solo il terro re, ma l impeto eziandio con cui urtavano i nem ici, e la strage ch ne facevano , erano cagione che questi ne rimanessero sconfitti e sterminati. E per vero , ben ammae strati che fossero gli elefanti negli usi di guerra ( nel che gl In diani e gli Etiopi mettevano grande studio ) rompevano feroci al primo accendersi della zuffa le schiere avversarie , calpestando co piedi tutti quanti si paravano loro allincontro ; non che altri schiacciando colla proboscide , ed altri con questa afferrati ed agitati in varj sensi nell a ria , gettando semivivi all indietro tra le armi de suoi. Feriti inoltre e maltrattati montavano nelle fu rie , e laceravano co denti quel tutto che potevano ; rendendo ai suoi medesimi funesto il loro furore. A questo modo 1 esercito di Semiramide venne dagli elefanti di Staurobate pienamente ,sconfitto (4). Egualmente i Macedoni guidati da Alessandro contra Poro re dell In d ie, bench a fin di battaglia riuscissero vincitori, non dimeno da principio ebbero molto a soffrire dagli elefanti. Dalla pittura eloquente che ne fa Diodoro si pu arguire qual strage

( i ) P l n t . t . 4 , V i t a d i E u m e n e , p* 6 7 j ( * ) V. L t . 1. 3 7 , c . 4 o ; (3) P o l i b i o , l e S t . t . ] , 1 1. 3 , 5 53 , p . G3 ; ( 4 ) D i o d o r o , c. 6 , p. aGa. Bibl. St.

t.

, 1. a ,

3 14

NOTE

e sterminio de nemici facessero queste fiere al primo combat tere (i). Curzio in descrivere questo medesimo fatto d armi ri marca una particolarit singolare, che gli elefanti oltre al calpe stare e conquidere in diversi modi i nemici, erano eziandio am maestrati ad afferrarli colla proboscide, ed a gettarli all ins verso a quegli, che ad effetto di reggerli loro sedevano snl dorso, onde venissero pi facilmente trafitti (a). Arriano, scrittor militare, che trascurando le storiche particolarit tien solo di mira nelle battaglie il grande e 1 essenziale dell azione , afferma espressa mente che la schiera degli elefanti mossa contro ai fanti Mace doni , da qualsiasi parte volgevasi , sempre scompigliava la fa lange , abbenchfe densa e sodamente ordinata (3). Dunque lo scopo principale che avevano gli antichi nel con durre elefanti a guerra, quello si era di scompigliare le schiere degli avversarj prima che si venisse alle m ani, e col favore del disordine prodottovi rendersi pi fcile lo sconfggerli. Polibio 1 afferma positivamente parlando di Annibaie alla battaglia di Zama (4). Perci tali fiere mettevansi d ordinario alla fronte della battaglia , e cos disponendole si aveva anche in mira di far che su esse cadesse 1 urto de nemici in caso che fossero questi i primi ad attaccare. Nel combattimento, di Staurobate con S e miramide , il pi antico esempio che si rinvenga nelle storie di simili bestie tratte in conflitto, queste veggonsi schierate alla fronte dell esercito appiedi (5). Ma 1 ordinanza degli elefanti dalla fronte non era sempre la stessa; imperocch rinvengonsi esempj negli antichi di due modi di questa, diversissimi luno dall altro. Secondo l'u n o venivano quelli schierati bens alla fronte, ma in una medesima linea con gli armati ; e secondo 1 altro stavano collocati molto pi avanti, cio discosti per certo intervallo dalla prima fila dell esercito. Schierandoli giusta il primo modo si aveva in mira di far ,

(i) Bibl. St. t. 6 , 1. 17 , c. 16, p. 129; (2) Lib. 8 , c. i&, aG . . . *8/ ( 3 ) St. sa la spediz. d* Aless. 1 . 6 , $ ? , p. 922 e seg. ; ( 4 ) Le St. 1 >5 > ifl ; ( 5 ) Diod. Bbl. St. t. 1 , ). * , c. 6 , p. *61.

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3 .5

che gli elefanti fossero dagli armati p ro tetti, e questi da quelli reciprocamente (i). Di tale maniera furono ordinati gli elefanti nella falange dAntioco contro ai Romani (a). Livio accenna la particolarit di due elefanti frapposti ad ognuna delle dieci ban de , nelle quali questa falange era divisa (3). In quanto poi al secondo modo di collocar gli elefanti, non gi in una linea medesima con la fronte dellesercito, ma bens molto pi all innanzi, uopo avvertire che Arriano lo attri buisce a quel medesimo P o ro , il quale , giusta le testimonianze di Diodoro e di C urzio, s era in vece avvisato di disporre se condo il primo modo 1 ordinanza delle fiere ip quistione. Non si potrebbe conciliar meglio siffatta contraddizione, che riflettendo aver forse A rrian o , come conoscitor di T attica, fatto onore a Poro dell avere immaginata questa maniera di metter gli elefanti in b attagliala quale bench non giusta, per alquanto miglior della prima. Comunque stiasi il fatto, tal modo di ordinanza m erita, secondo il descrive lo scrittor medesimo, d essere cono sciuto. E prima (schier) gli elefanti, discosti l uno dall altro non meno di cento p ied i, affine di tenerli alla testa delle i> sue milizie pedestri , e darne insieme terrore alla equestre di Alessandro ; e ci principalmente perch egli non concepiva che alcuno ardisse d internarsi fra gli spazlj intermedj a questi animali, non coi cavalli che ne sarebbero spaventati, e meno appiede ; imperciocch nell adito stesso sarebbero tutti attra versati dal saettare dei soldati grevi , o calpestati dalle bestie, ch si volgerebbon su loro. Quindi schier la fanteria non gi nella linea degli elefanti, ma in altra immediatamente appres s o , tanto che per poco non entrava le distanze fra 1 uno e 1* altro di questi ; e tenea pur de fanti ai corni su gli elc fanti (4) . S ingannano poi altamente quelli, che tra 1 ordi nanza degli elefanti esposta dal N. A ., e quella adoperata da

( i ) Diodoro , Bibl. St. t. 6 , ]. 1 7 , c. 1 6 , p. 1 2 8 e seg - V. C urt. 1. 8 , e. i4 , $ iS ; () A p p ia n o , St. delle guerre siriache j (5) Lib. 8 7 , c. 4o ; ( l) St. sa la spediz. d* Aless. 1 . 1 , 5 i o , p s to e seg.

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NOTE

Santippo contro ai R oyiani, non credono passar differenza (i). Lo scopo infatti dell ordinanza or or descritta da Arriano tende a far forti gli elefanti dell aiuto degli armati , ed a protegger questi reciprocamente colla forza di quelli : e 1 ampiezza dello spazio lasciato tra 1 uno e 1 altro elefante prova che le bande de combattenti dovevano avanzarsi, secondo 1 uopo , tramezzo agl intervalli di questi, ed impedire che non venissero assaliti di fianco dai nemici. Al luogo , in cui noi esporremo il fatto di Santippo , si prover aver egli avuta tutt altra mira che questa nell ordinar che fece i suoi elefanti molto innanzi dalla fronte dell esercito. Ci resta a far parola d alcuni altri modi giusta i quali si dis ponevano simili fiere in battaglia. L uno si era quello di met terle dalla coda della falange, e questa dipoi apertasi e ceduto loro il luogo, farle procedere allinnanzi, e scoprirle all improv viso addosso ai nemici (3). Si pratic eziandio di metter insieme gli elefanti con la ca valleria , del che abbiamo esempio nell ordinanza di Scipione contro a Cesare nella guerra d Africa (3). Qualche volta si pur costumato di collocar gli elefanti d in nanzi alle due ale della falange ; il che vedesi fatto da Anni baie nella battaglia data ai Romani alla Trebbia. E qui vuoisi avvertire un errore di F o lard , il quale taccia ingiustamente Po libio d essersi ingannato nel raccontare che Annibaie mettesse gli elefanti sopra 1 una o 1 altra ala della cavalleria. Questo falso ; mentre lo Storico afferma solo che gli elefanti furono po sti alle ale della falange, fiancheggiata da entrambe le parti dalla cavalleria (4). Del resto, qualunque maniera di ordinanza si accostumasse da gli antichi in quanto agli elefanti, egli certo che quella dalla fronte fu la pi usitata e la ricevuta pi comunemente in ogni

( t ) V. Rafelins , in notis ad A rrlan a m , p . Sjo ; (a) A p p ia n o , Storia della g uerra ispanica j (3) H irt. de Bello a fr. p. 7 S6 j (4; La Storie , t. * , 1 3 ,
S 7* , p. 85 .

ALL ARTE TATTICA.

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tempo, e presso qualsiasi nazione. Di ci fanno fede i molti eserap} sopraccitati, ed altri moltissimi che addurre se ne potrebbono, ma che si ommettono per brevit. Una particolarit singolare, in quanto agli usi degli elefanti in guerra, quella era di sovrapporre loro sul dorso certe to rri, capaci a sostenere parecchi armati nella lor sommit, d onde questi com battevano dappresso con le sarisse. Frequenti sono gli esempj, che s incontrano negli storici si greci che latini, di elefanti detti turriti da siffatte macchine, eh essi portavano ; e bench, per poco che vi si riflett?, veggasi manifesto che una simile maniera di armar queste fiere, viziosa per s medesima, doveva riuscire spesso imbarazzante e talvolta nociva; pure sulla realit del fatto non vuoisi muover dubbio, avvegnach irrefragabili sieno i monumenti, che lo comprovano ; fra i quali insigne quello di Polibio, ove descrive la battaglia di Tolomeo con Antioco a Rafia. Qui veggonsi settantadue elefanti dall una parte, e settantacinque dall altra azzuffarsi tra loro con impeto violento, e gli a m a ti dalle torri fare atroce battaglia, e ferirsi con l aste driz zate all avanti, si pu dir petto a petto. Scorgesi eziandio qual maniera tenessero gli elefanti in combattere tra di lo ro , codenti lacerandosi, e respingendosi colla proboscide ed investendosi ai fianchi ; procacciando cosi ciascuno di rimover dal posto, e di rovesciare il suo avversario (1). E poich una delle maggiori forze d offesa degli elefanti era ne denti riposta ; cos uopo qui ricordarsi di ci che afferma A rriano, che loro armavansi a questo fine i denti di ferro acutissimo, e perch fossero pi atti al ferire, e perch non ne venissero di leggieri recisi (2). Anche gli elefanti di Pirro portavano torri sul dorso; il che afferma Floro parlando della seconda battaglia, che i Romani diedero a questo re con esito della prima ben pi felice (3).. Guerniti egualmente di torri ci si dipiugono da Livio gli elefanti di Antioco contro ai Romani (4). E 1 uso delle torri si sostenne

f i ) L e S to rie (" r. 3 , 1. 5 , 8 4 , p . <)4 e scg i (1) S 5 , p . 119; ( 5 ) LU). 1, c. 18 j ( 4 ) L . 57 , 11. (0 .

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NOTE

anche in tardi tempi ; mentre ce ne trova esempio nella guerra di Cesare in Africa, ove Scipione mosse lui contro torriti elefanti (i). Lo storico di questa guerra attesta eziandio che torriti erano parimenti que sessantaquattro elefanti, i quali Cesare, sconfitto Scipione, prese presso a Tapso (a). N cade dubbio che gli elefanti presi in guerra venivano dai vincitori trascinati in trionfo con le loro torri sul dorso ; del quale spettacolo ebbero a godere i Romani dopo la sconfitta di Pirro ne campi arusini in Lu cania (3). L ordine del discorso richiede in adesso che si discenda a par lare degli espedienti trovati dai capitani greci e romani per ren der vano l impeto degli elefanti, e per volgerlo in danno di que' medesimi, che li mettevano in battaglia. Ma poich non si venne a capo di tale intento se non se studiando il debole di queste fiere, cosi uopo investigar prima qual vizio fosse loro inerente e proprio per natura; mentre ih tal modo si compre der ragione, perch non sempre riuscissero in guerra profitte voli , e perch a fin di fazione, piuttosto che ai nemici, recas sero ai suoi rovina e scompiglio. Lessenziale difetto degli elefanti consisteva dunque nella naturale loro ferocia. Dna volta infatti che o dall armi o dalle strida degli avversarj, o per il calor medesimo della mischia venissero posti in furore, essi non co noscevano pi n amici n nem ici, e respinti da questi infieri vano atrocemente contra i suoi, e ne facevano irreparabile ster minio (4). Perci commane malum li chiam Lucrezio (5) : e Plinio ne rese ragione dicendo ; minimo suis stridore terrenlur,

vulneratique et territi retro semper cedunt, haud minore partium suarum pemicie (6). Per quanta docilit infatti attribuissero
gli antichi agli elefanti, e per quanti prodigj di questa si vantino nelle loro opere (j) ; ci non di meno ferma rimane la regola :
( 0 H irt. de Ballo a fr. p. j 8 ; ( i ) Id . ibid. p. , 6 6 ) (3) F io r. I. i , e. 1 8 ; (( ) Appiano , St. della g u erra is p a n ic a ; (5) I>. 6 , r . 1 3 5 9 ; (G) L. 8 , c. g ; {,) V . Plin. ). 8 . - P ln t. V ita d A lesi, t. ( , p , !S 8 . - C uri. 1. 8 , o. i l , s Sg. - jElian. H ist. a nim . 1. S , o . (<S. - Seoee. E p lit. 8 S. L ip i. C en t, i , E p ijt. So. - B ulenger. de Y e n tt. etc.

ALL ARTE TATTICA.

3 ig

Eiephanli mullorum annorum doctriiia usuquc vetusto v ii edoct, tamen communi periculo in aciem producuntur (i). E Livib a
tal proposito osserva saviamente, parlando della battaglia tra Marcello ed Annibaie, che sugli elefanti, una volta che venuti sieno in ispavento, ha assai pi di forza il terrore nello spingerli furiosamente all indietro fra i suoi, che non l impeto di chi li regge nel mandarli all innanzi (a). Alessandro , che il primo tra i capitani greci si misur in battaglia contro agli elefanti degl In d ian i, ebbe dunque ragione di non temer gran fatto d un tal genere d arm e, travedutone gi il debole prima ancor della zuffa : Anceps auxilii genus, egli diceva, parlando ai suoi atterriti dallaspetto di queste fiere, et in suos acrius fu rit. In hostem enim imperio , in suos pa vere agitar (3). Prima , a quanto ne dice Curzio, s era egli av visato di fare investir gli elefanti da suoi falangiti, che avevano le aste a tal uopo acconce , perch sode e lunghissime (4) : il successo non corrispose all intento , perch la falange , urtata dagli elefanti , quasi cedeva il campo (5). Quinci Alessandro mosse lor contro gli armati alla leggiera, i quali infestandoli col saettar copiosissimo, li turbarono al segno, che pot la falange tenersi ferma (6). poi singolare il modo con c u i, giusta 1 Autore > riuscirono i Macedoni a respinger pienamente gli elefanti, feren doli cio ne piedi con scuri a ci preparate, e nella proboscide con spade adunche a guisa di felci, dette copide (7). Conferma Diodoro il fatto, e narra come gli elefanti, posti in furore per le ferite, ricalcitrarono gettandosi con impeto enorme addosso ai suoi ; dal che gl Indiani turbati ruppero ogni ordine di batta glia , onde furono dai Macedoni tostamente sconfitti (8). Arriano scrittor m ilitare, e per conseguenza pi diligente nell indagar le cause dell esito delle battaglie, mostra dapprima come per certo tempo venisse fatto agl In d ian i, investiti dalla cavalleria

(1) H irt. de Bello a fr. c. 17 ; (9) E. * 7 , c. iC ; (3) C urt. 1. 8 , e. 4 * S 16 ; (4) L ib . 8 , c. i& , S 16 ; ($) Ibid. *4 j (6) Ibid. $ n 5 ; (7) C u rt. 1. c. S *8 . . . Si , (8) Bibl. St. t. 6 , 1. 17 , c. 16 , p. lag seg.

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NOTE

nem ica, di riam arsi presso'agli elefanti, quasi sotto ad un muro di difesa. ; e come se ne staccassero , all atto che i Macedoni cedevan terreno , rifuggendo di bel nuovo al parapetto delle fiere tostoch venivano da questi incalzati (i). Dal rimanente della nar razione vi si scorge , che questa vicenda di retrocedere e di an dar innanzi dalluna e dallaltra parte con reciproca strage dur, dubbia pendendo sempre la battaglia , fino a tanto che i Mace doni non riuscirono a stringer talmente gl In d ian i, che gli ele fanti non ebbero pi campo al muoversi. Allora cominciarono questi a sterminare i suoi, egualmente che i nemici (2). Cosi non fu de Macedoni, che avendo libero il campo all indietro , riu sciva lor facile il ritirarsi allorch venivano urtati dagli elefanti, e l infestarli col saettume quando davano all indietro (3 ). In tal guisa Alessandro ebbe dagli elefanti medesimi si pu dir la vittoria. Venendo ai Romani, uopo rimontare alla guerra di Taranto, loro mossa da Pirro ; in c u i, a quanto ne dicono gli scrittori latini, ed essendo stati viDti, ed avendo vinto egualmente-per gli elefanti, viensi a comprender ragione e del sinistro che n ebbero dapprim a, e della vittoria, che ne riportaron di poi. Vedemmo gi sopra che il terrore concepito all aspetto di queste fiere, contribu certo non di poco alla loro sconfitta presso Eraclea, Non raro infatti il trovar nelle storie che una nuova maniera di battaglia metta in {spavento anche gli eserciti pi valorosi. Ed il timore che viene dalla sorpresa il pi delle volte fondato non su giuste cause, ma sopra vane ed apparenti. Onde Curzio disse a ragione, vanis et inanibus militem m agis, quam justis form dinis causis moveri (4). I Romani esperimentarono pi d una volti il vero di questa massima ; come allor quando vedendo i Fidenati muoversi lor contro armati di faci; form a inusitatae pugnae romanos milites terruit (5). Cos egualmente nella guerra etnisca , puguando De-

( 0 St. su la s p e d iz . d Aloss. I, 5 , $ (4) L. I , c- i3 , 5 i (W L i r . 1. 4 , c. 33.

p . a a s ; ( 3 ) I b id . p . a3j (3) I b i d ;

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3 ai

ci con i G alli, novum pugnae conterruil genus (i); il che av venne eziandio de soldati di Cesare, combattendo coi Britanni, novo genere pugnae territi (?). Nfe io adduco questi esempi Per provare che gli elefanti fossero vani presidj di guerra, poich in mano di Santippo contro a Regolo essi valsero assaissimo ; ma solo p e r render ragione del molto , che n ebbero i Romani a soffrire al primo aprirsi deQa guerra di Taranto. E per vero nella seconda battaglia data presso A scoli, se cre diamo agli scrittori latini, poco valsero a Pirro gli elefanti; im perocch pretendesi che i soldati non pi temendo il loro terr bile aspetto si accostumassero a ferirli, e lanciassero lor contro que loro giavellotti detti pili , e sulle torri che portavan sul dorso gettassero faci incendiarie ; infestando cosi col fuoco e coll' armi quella terribile schiera (3). Nella terza battaglia poi della guerra medesima di Taranto , pretendono gli storici latin i, che Pirro avesse piena sconfitta in causa de medesimi elefanti ; attesoch uno di questi , ferito con grave giavellotto nel cap o , cominci a gridare ferocemente , e la costui madre venutane in furore, scompigli gli a ltri, che spaventati ed inferociti trattarono al solito l suoi da nemici (4). Giusta dunque sarebbe in tutto la conseguenza di Floro : ac sic eaedem fe ra e , quae primam vicloriam abstuleranl, secundam parem fecera n t, lertiam sine controversia tradidere (5) , se Plutarco non mettesse alquanto in dubbio la verit dell espo sto. Egli infatti ci dipinge in quest ultima battaglia la forza degli elefanti come irresistibile, da cui respinti i Romani ebbero molta strage, abbench non minore essi ne facessero del ne mico (6). Quest impeto enorme della schiera degli elefanti che Plutarco paragona all urtar d un flutto o allo scuotersi d un terremoto , contro al quale non v ha forza che vaglia a resistere, sugger

( i ) Liv. 1. io c. a 8 ; ( 2 ) De B tlla gali. 1. i5 ; (5) Hor. 1. 1 , c. 1 8 , 11. 9 . V. Veget. I. 5 , c. 2 &, aO } (/) Fior. 1. 1 , c. 1 8 , n. 1 1 , 1 2 ; (5) Ibid. n. 1 $i (C) V ita di P ir ro , t. 3 , p. 1 2 & e seg.

w j s q.

4-

3 aa

NOTE

agli antichi il pensiero di divider l esercito, tostocb fosse da tali fiere investito, e di ceder loro terrenno alla fronte, riceven dole nel mezzo della battaglia; ove assalite dai fianchi venivano prese esse non meno che quelli che le reggevano senza che si avessero tampoco a ferire (1). Altro presidio inoltre adoperato dagli antichi per romper la schiera degli elefanti si era quello di muover lor contro gli armati alla leggiera, arcieri a cavallo, e lanciateri d ogni specie a piedi. Questi veloci al corso, tenendosi sparsi e ra d i, senza serbare ordinanza di sorta , erano pronti a schivar l urto di fiere naturalmente tardigrade, e ben acconci, infestandole col saet tarne , a ributtarle furiosamente addosso ai suoi ; il che se ac cadeva , facile riusciva di disfare Un nemico , che aveva gi per duto e sconvolto , per il dar addietro di tali bestie, 1 ordine suo di battaglia (a). Questi sono i due modi che trovansi nelle storie comunemente adoperati contro agli elefanti ; trascurandone alcuni pochi singo lari e speciosi, che accennano i tattici : qual sarebbe quello dei clibanarii, ossia di speciali soldati coperti d armadura di fer ro , posti su certi carri all oggetto di ferirli con lunghissime aste ; e 1 altro stranissimo de catafratti muniti di punte di fer ro sporgenti dalla celata , non che dall armadura delle spalle e delle braccia) al fine che gli elefanti non potessero afferrarli con la proboscide j e quello pure delle carrobaliste , macchine poste sui c a r ri, da cui lanciavansi grandi frecce loro addosso, tostoch fossero a tiro : ed altri consimili, citati da Vegezio (3 ) e da a ltr i, i quali come rarissimo o forse non mai adoperati, non voglionsi accennare che di passaggio (i). Fermandoci dunque sui due p rim i, giudico prezzo d opera l illustrarli alquanto con esempj tratti dalle guerre puniche ; poi ch in queste non rinviensi quasi mai battaglia, il cui esito fa vorevole per i Cartaginesi non dipendesse in tu tto , o per gran p arte, dall ordinanza degli elefanti.
( i) V .get. 1. , e. *4 j () I b id ; (S) L. J , o. l i ; (4) 1 4 ibid.

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Sa3

Al blocco dAgrigento la Sicilia, la battaglia di Annone col console Postumio fu da quello perduta per l insensata disposi zione degli elefanti. Bench Polibio non descrva l'ordinanza ri spettiva de due eserciti, rimarca egli la circostanza, che port la sconfitta ai Cartaginesi. Il lor capitano, col disegno forse di coprire la schiera degli elefanti, affinch non venissero dai ve liti romani assaliti al solito e respinti, ordin all avanti delle fiere, e nella prima fronte in battaglia, i suoi mercenarj. E i non s avvide che nel caso che questi fossero ributtati indie tro , in vece di trovar negli elefanti un appoggio, ne sareb bero stati impediti al ritirarsi, ed avrebbero eccitato in essi quel terrore medesimo e quella cnfusione, da cui erano eglino medesimi compresi. Cosi avvenne difatti ed il disordine prodottosi nella schiera degli elefanti, pel fuggire precipitoso dem ercenarj, fu tale che propagatosi per tutto 1 esercito, ne rest inevita bilmente sconfitto (i). Questo fatto prova che gli elefanti sono un genere d arme che vuol collocarsi isolato, perch non atto n a sostenere altro genere di combattenti, n ad esserne sostenuto. Lordine cronologico offre qui da citarsi il fatto di Santippo con Regolo , nel quale i Romani restarono pienamente sconfitti. H a siccome questa una delle pochissime battaglie , in cui la forza degli elefanti, saviamente posta in azione, se non in tutto, per gran parte almeno decise della vittoria; cosi giudico oppor tuno a maggior luce di quest argomento d invitare i miei lettori a riandarne la elegante descrizione lasciataci da Polibio (a). Ri tengasi che i Romani concepirono in quest' occasione si grave terrore dagli elefanti, che non ardivano quasi pi misurarsi coi Cartaginesi, come forniti perci d una forza alla loro di gran lunga superiore (3). L a battaglia di Panorma e la sconfitta che v ebbero i Car taginesi , tolsero di niente ai Romani questa timidit all azzuf farsi con gli elefanti. Mentre il proconsole Cecilio ; fingendosi (f) Polib. la 6t. t. i 1>i f $ tp i p. V} (*) M * IM A . SS M H P- 7 leg. s (3) Id. ibid. $ ty , p. 81

Zik

NOTE

debole, tenevasi ritirato col grosso delle sue forze nella c itt , e fuor ne mandava i leggieri ad appiccar la zuffa, preveduto che Asdrubale si sarebbe mosso lui contro con la fronte degli elefanti, ordin che al primo appressarsi fossero questi investiti col saettume ; e che i suoi veliti, quando pure venissero dalla forza delle fiere respinti, ritiratisi nella fossa di qui continuas sero a saettare. Cosi avvenne difatti ; e quando ardeva la pugna, 1 * intempestivo gettarsi de reggitori degli elefanti addosso ai ne mici fu causa che quegli atterriti dal saettar di questi, dassero tosto addietro con tal disordine e sterminio desuoi, che riu sc facile a Cecilio il metter 1 esercito intero in piena rotta. Il fatto narrato da Polibio d una maniera assai istruttiva (i). L esito di questa battaglia prova quanto fosse imprudente con siglio l appressar gli elefanti a luoghi muniti, dai quali il n e mico potesse ferirli e buttarli allindietro senza rimanerne egli offeso. Havvi di ci argomento pi evidente nel fatto di Nobilio presso a Numanzia (a). Nella seconda guerra punica non molto ebbero a soffrire i Romani dagli elefanti de Cartaginesi ; imperocch per una volta che Annibaie se ne valse con successo alla battaglia della T reb bia , altre fiate ne riport grave danno, specialmente in quella datagli da Marcello, nella quale rimase per colpa de proprj elefanti pienamente sconfitto (3). Annibaie da principio ottenne il suo intento ; e qui si vede manifesto tutto il vantaggio, che si pu trarre dagli elefanti. Ma tosto che Decimio ordin ad un manipolo de suoi di gettare i pili contro alle fiere, all im provviso cambi la scena. Cos dallimpeto retrogrado delle fiere turbati i Cartaginesi, e 1 ordinanza loro perduta, Marcello fu loro addosso colla fanteria , e li pose in piena fuga ; aggiungen dosi a danno di quelli, oltre all esser di gi inseguiti dalla ca valleria nemica , il non poter ricoyrarsi liberamente negli allog giamenti , perch due elefanti ne avevano a caso occupata la

( ) Polib. la St. t . iipanica ; (J) L ir. I,

1 37

, 1. 1 , s 4 o , p. , c. 1 6 .

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e >eg. ; (a) A ppiano, Dell* g u e rra

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3 a6

porta (i). Nemmeno dunque il genio di Annibaie prevenir teppe il disordine e la strage, che gli elefanti sogliono d ordinario portare ai suoi. - A sdrubale, degno fratello di questo eroe, egli pure fu vittima del furore de suoi elefanti nella battaglia , che a lui diedero i Romani alle rive del Metauro. Polibio osserva che in questo fatto d arme tali fiere tenevan luogo di nemico comune , riu* scendo infeste ai suoi non meno che ai Romani (a). Livio par lando di questo medesimo fatto d arme paragona gli defanti di g ii inferociti ed inobbedienti al comando, a navi senza timone agitate dalla tempesta, e rimarca come Asdrubale avesse ritrovato l espediente, nel caso che gli elefanti furiosi ed indomabili mi nacciassero strage ai suoi, di farli uccidere al momento dai lor reggitori col mezzo a ci valente di uno scalpello lor fitto fra le orecchie (3). Nella battaglia di Zama , celebre per la disfatta di A nnibaie, parve questi confidar molto nella forza degli elefanti ; ragion per cui ne mosse in gran numero contro ai Romani (4). Ma un tal tentativo and a vuoto, perch a principio dazione queste fiere furono in parte ributtate all indietro ; onde Massinissa riusc far cilmente a nudar di cavalleria 1 ala sinistra dell esercito carta ginese ; e le altre che si tennero nel mezzo rimasero in parte prese, ed in parte cacciate fuor di battaglia, essendone turbata scomposta l ordinanza cartaginese (5). Qui si conosce manifesta mente ch valsero ai Romani entrambi i m etodi, e di ributtar gli elefanti addosso ai suoi coll armi dei leggieri, e di aprir gl intervalli e ricever nel mezzo della battaglia q u elli, che si spingessero all avanti. Inoltre da notarsi che il primo espe diente torn loro assai b en e, perch, forte del sussidio di Mas sinissa , saviamente avverti Scipione di collocar sulle ale, alla fronte dell esercito , la costui cavalleria numida ; come quella che avvezza all aspetto ed a) fetore degli elefanti, non poteva

( 0 L t . I. a? , e. iS e aeg. | (>) L e St. 1. n , $ i ( I ) Lib. t j , e. k ; (&) Appiano , Della g a e c it ew tagioeae i (i) Politi. le St. 1- i l , S ( 1

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NOTE

soffrirne spavento , e la romana in vece, perch non ne foste atterrita, & Mare allindietro (i). It secondo espediente riusc pur bene a R om ani, in quanto Scipione aveva di gi provveduto colla sua prudenza che in vece che ostinarsi a resistere agli ele fanti , dovessero i soldati riceverli intramezzo agli o rd in i, e cosi presigli dai fianchi, metterli fuor di stato di offendere col loro urto. Fin qui della storia degli elefanti nel corso delle guerre puni che ; dalla quale si scorge che sebbene riuscissero questi il piti delle volte a fin di fazione infesti ai suoi, portando per sempre a principio enorme strage al nem ico, incussero di s grave ter rore ai Rom ani, il che vuoisi avvertire per non aderir ciecamente agli scrittori latini, ovunque essi, per coprire le perdite pro prie , e quelle magnificare delle nemiche nazioni, parlano degli elefanti come duno scherzo , o d un giuoco da guerra. Polibio pi sincero, abbench egli medesimo adulator de R om ani, at test in pi d un luogo della sua storia che essi temettero sempre forte degli elefanti de Cartaginesi, e che vinto Asdrubala alla battaglia di Panorm a, a Roma si eccit immensa allegrezza, si per aver tolto ai nemici mollo delle loro forze, e s per aver ripreso i soldati, contro a queste fiere, il coraggio in tutto per duto dopo la sconfitta avutane da Santippo (a). E vaglia il ve ro , qual prova pi convincente che i Romani in vece che farsi beffe temettero anzi assaissimo della forza di tal genere d a rm e , di quella ci fornisce il trattato di pace onde fu terminata la se conda guerra punica ? Qui lo stesso articolo, il quale portava che i Cartaginesi non potessero aver pi marina , esigeva egual mente , che non avessero a tener mai pi elefanti ad uso di guerra (3). Vero che contro agli elefanti si narrano dei Romani p ro digi di valore; come di quel veterano di Cesare alla guerra dAfrica , il quale avvinghiato dalla proboscide d un elefante e (i) Appiano, Dell guerra cartaginese; () Le St. t. i , 1. t , SS i

p. 8j e leg. ; (I) Ibid. 1. 16 , S >8-

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fe7

sortenato oo* m aria con tutta 1' armadura , non perdeUesi di coraggio, ma sguainata 1 spada cominci a frastagliare con tutte le sne forze quell enorme legame. E tanto dolore n ebbe 1 ele fante, che gettata la preda con profondissimi barriti e con violenta carriera riparossi tra suoi (i). Ma questi ed altri simili esempj (?) se provano che qualche soldato era assai valoroso e fermo d ani mo , non ci manifestano perci che tutti lo fossero egualmente. Infatti Cesare pens seriamente a prevenire i tristi effetti della paura e della sorpresa, che l aspetto di queste fiere poteva eccitar nei soldati non meno, che necavalli (3). Dione a tal proposito afferma che non per avere elefanti, sui quali poco contava , ma per accostumare al lor fetore e barrito la propria cavalleria ne voleva Cesare nel suo esercito (4). E qui mi risovviene di P er seo , il quale nella vista medesima di prevenire gli effetti della pau ra, che l aspetto degli elefanti nemici eccitar potesse nella sua cavallera, non avendo egli alcuna di queste fiere, ne finse di artificiali, imitandone la figura ; ed accostum i cavalli a guardarle senza ribrezzo, sullesempio di Sem iram ide, che un simile stratagemma aveva praticato nella guerra dellIndie (5). Scipione nella guerra dAfrica con Cesare, conosciuto il de bole degli elefanti, .che ributtati dai nemici gettansi addosso ai suoi, pens di correggere in questa guisa tal loro difetto , spesso fatale. Gli ammaestr egli colluso a trovarsi di mezzo a due opposte battaglie: 1 una di frombolieri, i quali stando loro dalla fronte, come se fossero gli avversarj, li facessero dar addietro col gettar delle pietre; e l altra di soldati, che stando loro da tergo, alla guisa stessa che lesercito de suoi, al primo rivol tarsi che facessero, percuotendogli essi pur colle pietre, li av ventassero di bel nuovo addosso ai nemici (6). Cos condotta a termine la storia bellica degli elefanti dai pi antichi tempi fino quasi allera volgare, sepibrami di poter con( i ) H ir t. D a bello fr. ( ) V. Fior- 1. i , e. 1 8 ' - Vegot. I. 5 , o. >4 l (3) V. H irt. Do bello fcfr. p. yij j (4) St. Rom. t. %. 1. 45 , e. 1 1 p. i56 i (5) Diod. Bibl. St. t, i , 1. > , c. fi , p . e jeg. ; ( 6 ) H irt. De bello afr. p. 7 6 .

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NOTE

chiudere dall esame delle molte su descritte battaglie che gli ele fanti per offendere gravemente il nemico , e non portar danno ai suoi hanno uopo di tre condizioni ; delle quali la prima lo spazio. Per poco che si mediti il fatto di Alessandro con Poro vi si conosco manifestamente che gl indiani furono dai proprj ele fanti sconfitti, perch manc loro sufficiente spazio, per il quale queste bestie, ributtate dai nemici, potessero liberamente ritirarsi. Ecco ragione onde Santippo, conoscendo il debole delle fiere, poste che l ebbe alla fron te, vi colloc molto all indietro la propria falange, lasciandovi di mezzo capace intervallo. Egli si prefisse con questo modo di ordinanza di evitare la rovina dei suoi nel caso, facilissimo ad accadere, che i Romani riuscissero a ributtare gli elefanti allindietro. In simile evento infatti, tro vandosi la falange da questi discosta, si poteva tentare di cal marli e frenarli prima che le si gettassero addosso; o in caso che ci non fosse possibile, la capacit medesima dello spazio dava tempo sufficiente a far aprire ordinatamente la falange, e lasciarli trapassare senza intoppo, per metterli fuor di battaglia, ed anche fuor di stato di offendere. La seconda condizione per gli elefanti si che combattano isolati, cio senza essere frammisti & nessun altro genere d ar m ati; e questerrore comune allordinanza di Staurobate , di P oro, di Antioco, e d a ltri, e che sempre riusc fatale, vedesi eviden temente decidere della totale sconfitta di Annone nella battaglia data ai Romani al blocco dAgrigento. Santippo l evit col met tere gli elefanti in una sol rig a , prossimi gli uni agli a ltri, senza intervalli di sorta per i quali dovessero scorrere i com battenti. Una terza condizione si pur quella che allatto che gli ele fanti urtano l inimico, non sieno soli lasciati alle prese;' ma in comincino tosto i com battenti, i leggieri specialmente e la ca valleria , ad attaccarlo nel punto suo pi debole ; qual era il fianco de Rom ani, ampiamente esteso e quasi nudo di caval leria. Ed ecco perch Santippo, all atto medesimo che comand

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agl! elefanti dandare innanzi, f muover tostamente la cavalleria per investire gli avversar] dai fianchi. Se infatti il nemico non si trova contro che i soli elefanti, egli ha tutto l agio d impie gare ogni suo sforzo a ributtarli ; ma se al momento che ha le fire addosso, si sente assalito d altra parte con vigore, il tu multo e lo scompiglio che si eccita nella sua ordinanza ta le , che ne rimane fcilmente sconfitto. Qui terminano le mie ricerche sugli elefanti. Se mi si facesse colpa dell averne trattato troppo ampiamente, riflettasi che io in ci ho dovuto supplire al difetto dell Autore che non ne dice p arola, e che stato mio scopo il ritrovare alcune massime, le quali rendessero ragione della somma influenza , che questo singoiar genere d arme , pochissimo conosciuto dai filologi, ebbe sempre in determinar la vittoria o la sconfitta nelle battaglie degli antichi : ragion per cui mi fu necessit l esaminare un gran numero di fatti onde risalire ai ricercati principj. N io credo che in un opera, la quale ha per oggetto lillustrare le storie antiche in genere, e gli autori che ne hanno scritto, la copia delle memorie, e 1 abbondanza dellerudizione si possa ascriver giammai a difetto. (126) uopo f a r menzione delle evoluzioni e de' loro nomi. L A. entra a dichiarare le speciali evoluzioni dell esercito, ossia i differenti modi di metterlo in battaglia, che erano in uso fra i Greci. Egli le accenna prima coi rispettivi loro nom i; quinci passa a trattar di ciascuna in particolare. Per conformarmi adun que allordine da lui tenuto, io riporter nel tratto successivo le osservazioni, che creder necessarie alla pieDa intelligenza del1 argomento. (137) Declinazione. K x ln t , cos 1 Enciclopedia , toient les volutions priscs en gnral (1). Dubito se ci sia vero , per ch solo nel linguaggio de moderni il nome evoluzione significa tutta sorta di movimenti. I Greci in vece chiamavano pro

ci ) A rtig l e , Armej grecq.

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NOTE

priamente evoluzioni le contromarcie i(i\iy p t ; ma queste non hanno punto a fere col movimento di elisi , ond qui discorso. Ritenuta la definizione di A rriano, cliss x\t<rtt significa quel primo semplicissimo movimento , che fa il soldato girandosi, fatto d un piede centro, sulluno o sullaltro fianco. Questo vo cabolo deriva dal verbo x x lt* , il quale presso noi suona piego , declino , propendo , volgo ec. ; d onde i traduttori latini dai greci tattici hanno tratte le voci declinatio, inclinatio. Clisis , o declinazione dnque la dizione che esprime in genere il movimento di fianco; ma poich questo pu farsi si dal lato destro che dal sinistro, cosi chiamavano i Greci x \ l n t

i v i Sifv il piegare dalla parte delF asta ; e xXlrts iw *rw(f* il piegare dalla parte dello scudo ; ci che noi volgarmente diciamo fa r a diritta , f a r a sinistra. N (128, 129) Declinazione semplice , . . se doppia. La elisi, o declinazione dicevasi semplice trAy xXlrn quando non ec cedeva il quarto di giro ; e doppia JixXH x \(rts allorch ripe
tendosi dallo stesso lato il movimento , si veniva a compiere il mezzo giro. In questo caso il soldato volgevasi dalla fronte alle spalle, e tal movimento denominavasi propriamente melabole fetTctfitXi, che quanto dire capovolgere , o mutazione. Tal voce viene dal verbo pttntfi)iXai che significa muto , tramuto ; il quale ha per radice /3AAw tiro , getto, butto, lancio. Di qui le voci dei traduttori la tin i, mutatio , immutatio , transmutatio. La metabole, o elisi doppia facevasi, alla stessa maniera che la elisi semplice , da entrambi i lati ; dalla parte cio dell asta egualmente che dello scudo (1). ( i 3 o) Metabole. Questo movimento di capovolgere si fa o per partirsi dall inimico , che si ha a fronte, o per volgersi al medesimo, che si ha dalle spalle. Nel primo caso praticavano i Greci di piegar due volte alla diritta, ossia dalla parte dellasta;

( 1) JEljftc. Tact. r. a5.

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33r

c nel secondo di piegar egualmente due volte dalla sinistra, cio dalla parte dello scudo. Cos distinguevano due specie di metabole , una con cui facevasi della fronte spalle, e che dicevasi capovolgere alla coda juira/ 3A* itr input j laltra con cui facevasi delle spalle fronte, e la quale denominavasi capovolgere dalla coda (t%r*P*\n ivpSt (t). Resta a sapersi ragione di questo uso di partirsi dalla fronte avversaria per la d iritta, e di volgervisi per la sinistra. Palmieri ne assegna una assai probabile. Il motivo della pratica dei G re c i, die e g li, derivava per avventura dagli scudi, i quali coprivano quella parte del corpo, che p e r la divisata maniera nelle declinazioni restava sola esposta al nemico ; e nelle im mutazioni, se verso 1 asta, era 1 ultima a dipartirsi ; se verso lo scudo, la prima ad opporglisi ; cosicch la parte pi esposta rimaneva sempre la pi difesa. Ma lo scudo essendo un arme gii disusata, non pu aver pi luogo listessa ragione (2). (i 3 i) Epistrofe. La voce epistrofe o conversione ha doppio senso nell opere de Greci ; 1 uno generico che esprime il mo vimento circolare d un dato corpo di soldati, e 1 altro che determina una particolar specie di questo movimento medesimo. Nel primo senso la conversione viene definita da Eliano come qui segue. *EtrrptQ T i n h ec. Conversio e s t , cum conden

sata fu erit acies, neque potest viritim aut declinatio, aut mutatio fieri propter nimiam densitatem , et ideo tota acies se simul vertitf siculi navis solet, aut aliud quodvis corpus compaclum quidem e x multis partibus, nec dissolutis quidem ipsis , sed remanente compage et ordine partium inter se junclarum (3). Questa definizione a un di presso la 'medesima che
si d dai moderni dicendosi : Conversione quando un corpo ordinato di soldati , serrate le file e righe come 6e fosse un uomo so lo , facendo d un de suoi termini centro descriva con l altro un cerchio . Afferm dunque falsamente Palmieri

(0

Tct, c. *5 ; () A rie dell g u e rra , I. a , c. j j (S5 Tact. c. i5 ;

33*

NOTE

che la voce di conversione nel senso dei G reci, non altro com prendeva chc quello che noi diciamo quarto di conversione , e che l antica definizione non pi propria per noi (i). Infatti , sebbene tal voce esprimesse particolarmente quest ultimo special movimento, come si vedr qui tosto , dubbio non cade dall al legata definizione di Eliano , che significava pur anche il movi mento generico su definito. (i 32) Conversione. Considerata dunque la conversione come un movimento circolare , siccome il corpo de soldati che lo fa , fisso il centro all uno de suoi term ini, pu con laltro descri vere un quarto, una met, tre quarti di cerchio, o anche com piere il cerchio intero ; cos la conversione d un quarto dicevasi dai Greci propriamente epistrofe , quella d una met perispasmos , quella di tre quarti ecperispasmos, e quella del cerchio intero non aveva nessun nome, in quanto forse non si praticava come affatto inutile. ^133) Anastrofe. E ra questo un movimento contrario all epi strofe'; per il quale , con un quarto di conversione opposto, si rimetteva la battaglia alla sua prima fronte. La radice di en trambe queste voci il verbo a-rptlptt che significa verto, verso, Jlecto , voluto; dal quale viene la voce orptQ versio, fle x u ra , flexu s ; d onde , colle proposizioni tri ed ectt , le voci iw iffrpttpi, ed tct<rTfctp conversio , reversio. <i34) Perispasms. Le dizioni perispasms , ecperispasmos derivano dal radicale <ntLu , che significa traho, vello, extraho , educo , divello , convello ec. ; d onde viene la parola mrcir/tef extractio , eductio ; quindi irtptmr*rpt)>t circumductio, inflexio , circumflexio, ; ed ixn-tptrx-trpt''os reflexio , deflsxio. ( i 35) Ecperispasmos. Qui vuoisi notare un errore di Ernesti nel suo lexicon alla voce ; la quale traduce re versio militimi in pristinum locum post perispasmon. Questa spiegazione, almeno in senso dei Tattici falsa evidentemente.

( i ) A rte della guerra , 1. * , c.

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Ruddeo (i) non ha commesso lo stesso errore attenendosi nella sua definizione ad Eliano. Per coloro, che poco conoscono i movimenti militari ne cessit l avvertire che quelli de quali si parla a questo luogo voglionsi ben distinguere dagli altri , onde fu discorso nel para grafo antecedente. La declinazione infatti e la mutazione , di cui venne sopra trattato , si fanno individualmente , ed in vece le diverse maniere di conversione , ond ora quistione, si effet tuano da un intera banda o schiera. Converr abituarsi pei maggior chiarezza ai nomi g reci, i quali non ammettono equi voco , e tener fermo in mente che le voci clisit e metabole esprimono movimenti speciali da eseguir da ogni soldato sepa ratamente , e che lo voci epistrofe , anastrofe , perispasmos, ecperispasmos significano movimenti comuni a tutta una schiera di soldati, stretti insieme e serrati come se fossero un corpo solo. Del resto, qualunque siasi la specie di conversione, fra le qui dichiarate, sempre essenziale per ben eseguirle che gli ordini sieno molto stretti nella serie delle righe non meno che delle file. Tale strettezza infatti si esige dai Tattici greci come qualit alle conversioni essenziale. Si possono vedere in Eliano i movi menti, che si richieggono per chiudere le distanze tra le righe e le file, tanto nella fronte come nel fondo della falange, prima di fare la conversione, e quegli altri che sono necessarj al ria prirle dopo fatta questa (a). Infatti, senza condensamento degli ordini la conversione non si pu effettuare n con uniform it, n con precisione, n con celerit : condizioni tutte indispensa bili alla giustezza di questo movimento il pi usilato d altro qualsiasi in Tattica, perch ogni qualvolta una banda di soldati ordinata dee mutar figura, sia per combattere sia per marciare, importa il ricorrere alla conversione. 1 Greci mettevano il se creto della lor Tattica nell esercizio ; e questo ancora il mezzo pi sicuro onde accostumare i soldati a ben effettuare ogni maniera di movimento.
( i ) Lexicon $ (a) T*ct. c. Ss.

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NOTE

Esempio nelle storie assai celebre demovimenti tutti qui su descrtti, e riferiti in genere alla conversione, ci fornisce Polibio nella battaglia, che sommariamente descrive di Amilcare Barca contro ai ribelli d Africa (i). Vero che questo fatto d armi non riguarda la Tattica greca, ma pu servire benissimo ad il lustrarla, specialmente in quanto al soggetto in quistione. ( i 3 6 , >37) 1 Star diritto in fila. Star diritto in riga. Qui lA. non fa che ripetere ci che ha gi dichiarato bastevolmente al trove , intorno al significato di queste due dizioni ( 2 ) . Aggiun ger a maggior chiarezza, che < r r e e q u i v a l e precisamente a quel che chiamano i Francesi dresser les Jiles ; e che tal voce deriva da tr u c i e , che in genere significa ordine , serie, suc cessione diritta; ma che a questo luogo esprime propriamente quella maniera di serie, che formano i soldati succedendosi di petto a schiena luno dopo l altro in retta linea. Cosi la voce ty y i 7t si rende benissimo col dresser les rangs de Francesi. Questa deriva da giyat giogo, paio ; ed esprime benissimo quella maniera di serie, che fanno i soldati da spalla a spalla, stando 1 uno in retta linea a fianco all altro. In quanto poi al giusto ordine delle righe e delle file, io credo che a questo si riferisse il gran precetto degli antichi: fi'im t ir rfe* in aciem stare, ordines servare, il quale cre devano esser il primo e pi essenziale dogni Tattica (3). ( i 38) Rimettere per diritto. Questa maniera di movimento , per la quale nemmeno i Greci avevano nome proprio , perch l esprimevano colla frase f i ' opiot in o Stateti, oppure e ir ifl'i, a*T*rriif*i in recium dare , reddere in arrectum , faceva rimettere il soldato alla prima posizione, cio alla fronte, da cui si era mosso per piegare sul fianco , o alle spalle. Dalla definizione, che d lA. si rileva che tal movimento efTettuavasi individualmente, cio ogni soldato leseguiva da s; donde ma nifesto appare che era opposto agli altri due di elisi e di me(O iLe Se. t . I , I. I Strategie, c. t j .

, SS T*

7I P-

'* 8

<e8 - f W

9 I (3) O o o u n d r.

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335

tdbole ; poich eoa esso venivasi a disfare il la declinazione di fianco che quella da tergo. Mi pu nascer dubbio che fosse individuale il movimento io quistione, quando ,si rifletta che per disfare sia il quarto sia la met di conversione , volgimento comune a tutta una schiera, il comando si esprimeva colla voce particolare di anastrofe, gi sopra bastevolmente dichiarala. ( i 3g) V una di file. La contromarcia di file era un evoluzione ai Greci famigliarissima , merc la quale si faceva fronte alla coda ; ma con tali determinate maniere di movim enti, che le righe medesime , le quali erano prime dalla fronte , riuscissero ad essere le prime egualmente, che da tergo facessero faccia al nemico. P er questo punto la Tattica dei moderni diversissima da quella degli an tich i, e specialmente dei Greci. Siccome infatti tutto lo scopo delle contromarcie consiste nel far fronte al ne mico , che si scuopre dalle spalle , per noi a questo fine basta la sola declinazione di mezzo giro a diritta; ma per i Greci non era cosL E d in v e ro , atteso il loro istituto di mettere sempre alla testa dell esercito , cio di stabilir primi d ogni fila , i pi valorosi e robusti, perch nella prima riga risguardavano come concentrata la forza della falange tutt intera ( i ) , riusciva per essi impossibile il volger la fronte dalle spalle col mezzo giro in quistione senza presentare al nemico un ordinanza stravolta e debole ; perch inversa di quella richiesta dal tenor medesimo dell arme d offesa, di cui si valevano. Ecco ragione onde i Greci avevano sommo uopo delle controm arcie, cio di ampie evoluzioni, per ottenere quel medesimo in ten to , che da noi si ottiene mediante un semplicissimo movimento. ( i 4 o) V altra di righe. La contromarcia di righe utile in un esercito al rendere vie pi forte una sua parte che l altra, o per soccorrere alla pi debole, o per portare un tal dato corpo di truppe a combattere in un dato luogo pi utilmente che in altro. Simili occorrenze potevano uella Tattica dei Greci accadere
( ) V. J 5 , noi*
71.

- $ >5 , noto

5 7

98

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NOTE

egualmente, d ie nella nostra ; ma non lenendo per nulla , sic,come puramente accidentali, al principio fondamentale della loro ordinanza , si dee inferirne che 1 uso delle contromarcie di ri ghe fosse per essi di gran lunga minore che non quello delle contromarcie di file. ( i4 i , i 4 a , i 43) Macedone. Laconica. Cretese. L A. ha rettamente contrassegnate le differenti specie di contromarcie dal terreno che si perde, o si acquista, o si conserva ne tre diversi modi di effettuarle qui accennati. Convengo nondimeno che le sue definizioni sieno piuttosto oscure , forse per troppa brevit ; ma siccome nel paragrafo seguente si tratta de modi di eseguire le contromarcie ; cos penso col riportare le dilucidazioni , che credo necessarie alla piena intelligenza del soggetto. Giova frattanto il sapere intorno alle particolari denominazioni di ciascheduna di queste evoluzioni, che tali vennero loro date dai popoli , i quali le hanno i primi imaginate (i). La laconica fu per molto pi in uso che le altre due ; anzi Filippo ed Alessandro, bench macedoni , la propria dimenticarono per valersi di questa (2). Di ci si vedr ragione qui sotti). Questa una circostanza, che rende assai pericolose le evolu zioni , specialmente quando sono grandi e complicate. Infatti il momento d un evoluzione il pi debole per la truppa che la fa , ed il pi favorevole conseguentemente ai disegni del nemico. Ecco perch in questo caso suggerisca Arriano di effettuare le contromarcie a picciole sezioni. ( i 44) Contromarcia macedone. Egli evidente che la con tromarcia eseguita nel modo qui indicato, faceva prender terreno al davanti della prima stazione della battaglia; e questa, bench volta la fronte al nemico , veniva a perdere rispetto a lui tanto spazio, quanto ne occupava colla sua altezza. Infatti i primi d ogni fila effettuavano il mezzo giro dalla fronte alle spalle senza per moversi punto dal loro posto ; dunque la fronte cambiava solo di direzione, mentre il corpo della battaglia si
( 1 ) iElian. Tact. c. 54 ; (>) Id. ibid.

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tramutava di sito, costandosi realmente dal nemico, e lasciando a questo un tratto libero , onde avanzarsi. Perci simile evolu zione rassomigliava ad una fuga , il die ispirava agli avversar] coraggio ed ardire (i). ( i 45 ) Si denomina laconica. Eranvi due maniere di eseguire la contromarcia in quistione ; cominciandola cio dalla fronte, o dalla coda. Se dalla fronte, il caposquadra faceva il mezzo giro, e marciava alle spalle , facendosi ripiegar dietro tutta la fila , c trasportandola seco contro al nemico , che stava da tergo. fa cile avvedersi che per siffatta maniera di evoluzione si acqui stava terreno , quanto il permetteva pi o meno la distanza o la prossimit della battaglia avversaria. Che se la contromarcia si cominciava dalla coda, il rctroguida faceva egli il mezzo giro, e gli altri tutti gli andavano marciando all avanti successivamente , e collocandosi per filo nell ordine dall A. descritto ; fino a che il caposquadra riusciva ad essere primo. Per questa seconda maniera di movimento la battaglia si tramutava all indietro della sua prima stazione per un tratto eguale al fondo dalla medesima occupato , ed altrettanto terreno veniva conseguentemente a guadagnare sopra il nemico , che le era dalle spalle; il quale perci ne rimaneva facilmente atterrito e respinto (a). Ecco palese ragione perch Filippo ed Alessandro , quantun que macedoni, alla contromarcia macedone la laconica preferis sero nelle guerre , onde 1 uno dom la G recia, e 1 altro s as soggett 1* Oriente (3). (i 46) Contromarcia corta. Questa terza specie di contromarcia faceva volgere come le altre la froute dalle spalle; ma in ma niera che la battaglia veniva precisamente a conservare il pro prio terren o , cio senza perderne n guadagnarne rispettiva-? niente al nemico. Didatti la maniera di volgimento, per il quale si effettuava , era ta le, che il caposquadra tramutavasi nel luogo del retroguida, ed il retroguida in quello del caposquadra. Con( i ) A lia li. T aci. c. 34 ; ( t ) Id . ibid ; (3) Id . Ibid.

A biuso.

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NOTE

seguentemente la battaglia cambiava solo di direzione , e niente di silo. Siffatta contromarcia, dai popoli che l ebbero in uso, fu detta cretese e persiana. Qui nominata coria dalla voce %ep'ts per la rassomiglianza che aveva coi movimenti dei cori sul teatro de Greci (i). Per la pi facile intelligenza degli scrittori greci giova avver tire quanto segue intorno alla denominazione delle contromarcie. Queste si dinotano in genere con la voce i^iXiyptaf evolutio , explicatio ; la quale viene dal verbo t f tximri evolvo , explico. Le contromarcie d i file diconsi i$tXtyfte xarct Le contromarcie di righe: i^tX tyftc) x * t U vyt. Entrambi poi questi generi si suddividono in tre specie.

I. Contromarcia macedone: i^eiypies fixsSun. II. Contromarcia laconica: i X k x u t . III. Contromarcia persiana, cretese, o coria: i^iXiyf&at tripnxcs, xpiiTix'cs, oppur ^optt'es. (147) DelVaddoppiare (diplasiasmos). La voce JiTtXctnairptcs
esprime in Tattica qualsiasi genere di raddoppiamento, e deriva dal radicale cftirXces duplex , duplus.

A xxrct. vy* , xctru ptHxct duplicatio per fuga, egli era precisamente il raddoppiar di fronte : vtx*it<ritt<rfcot xttr* ptia;, * xciTt X%ovs duplicatio in latitudinem , il rad doppiar di fondo. ,
Siccome poi entrambi questi raddoppiamenti possono essere relativi o al numero degli uomini, o all estensione del terreno, cosi si esprimevano con due diverse denominazioni. Quinci iitrX*rm<rptci t S ip t 0 f*S duplicatio quo ad numerum , significava il raddoppiar di numero: SfcXttTturpis rm riir duplicatio quo ad locum , il raddoppiar di luogo. Queste nozioni sono pi che necessarie alla piena intelligenza

( 0 V. Potter , Aroheolog. graec I. 5 , c G.

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33g

degli scrittori greci, specialmente dei molti fra essi, i quali af fettano il linguaggio militare. ( 48) Raddoppiamento di numero. Per ben comprendere l e voluzione qui descritta dall A ., uopo richiamarsi a memoria che la falange de gravemente arm ati, ordinata giusta il prescritto nel X II 1 , comprendeva in tutto mille ventiquattro file di sedici uomini per ciascheduna. Volendosi adunque raddoppiar di numero la fronte della battaglia era uopo fare un tal movimento, per cui le file riuscissero ad esser in doppio numero di prim a, tutte insieme prese, ed in met numero di soldati per ciasche duna. Ci si effettuava facendo proceder innanzi gli epistati fra gl intervalli dei protostati con tal ordine, che le distanze duo mo ad uomo della prima riga si riempissero con intramettenri i soldati della seconda, e cosi alternativamente quelle della terza, collinterposizione de soldati della quarta, e cos fino all ultima. A questo modo venivansi ad avere due mila quarantotto file in vece che mille ventiquattro : ma queste di soli otto uomini per ciascheduna; ragion per cui il fondo della battaglia diventava minore duna met. Cos la falange riusciva bens serrata del doppio, ma non contava pi che otto righe in luogo di sedici. Egli evidente che per effettuare tal maniera di raddoppia mento la falange doveva essere ordinata con una certa distanza tra le file, senza di che la seconda riga non avrebbe potuto penetrar nella prima al modo anzidetto. Pare dunque che il raddoppiamento di numero alla fronte fosse richiesto dalla cir costanza, che per agguagliare la fronte nemica uopo si avesse di tener i soldati tanto discosti da spalla a spalla , che non si potessero serrar le file al grado richiesto per il maneggio unito dellasta, senza accorciar di troppo la fronte propria, e dar campo al nemico di circondare dall uno o da entrambi i fianchi. Si vedr per qui presso come tale raddoppiamento fosse azzardoso e non opportuno all intento. (x49) Raddoppiare eziandio V estensione della fronte. Questa dilatazione degli ordini si. pu credere che fosse di pochissimo o di nessun uso ai Greci ; attesoch per essa toglievasi quella

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NOTE

derrata o strettezza, senza di cui l asta non poteva sortire suo pieno effetto. Di ci conviene qui tosto Arriano medesimo. ^ (15 0) Siffatti raddoppiamenti non tornano bene qualora i nemici sono dappresso. Eccone manifesta ragione. Se parlasi dei raddoppiamenti di luogo, sconnettendosi per questi lunione delle parti tanto essenziale alla greca ordinanza, doveva la falange es serne posta in istto di debolezza e di disordine. S poi qui stione de raddoppiamenti di numo, bisogna distinguere se questi si facevano alla fronte, o nel fondo. Nel primo caso potevano riuscir utili per serrare gli ordini senza che la fronte si accor ciasse ; ma siccome a tal effetto era necessit il diminuire d una met il fondo della battaglia, cos venivasi pure a detrarre alla falange met del suo impeto. In quanto poi al raddoppiamento di fondo, vero che si ac cresceva per esso la forza della battaglia all avan ti, e di molto si aumentava l effetto dell asta ; ma a ben considerarlo aveva pure il difetto di metter la falange nell inazione, e fuor di stato di combattere per tutto quel tem po, che si richiedeva ad effet tuarlo ; il che in vicinanza al nemico importava grave pericolo. (15 1) Perci assai miglior consiglio il distendere ai fia n ch i i levrieri e la cavalleria. Quali erano i casi ne quali uopo veniva de raddoppiamenti ? Allorquando , giusta Arriano e gli altri Tattici in genere, o si tentava d intorniare il nem ico, o impedir si voleva d essere da essolui circondati (i). A tal ef fetto rendevasi dunque necessario 1 addoppiare di fronte, e d i minuire conseguentemente il fondo della falange. Ma su questo punto ascoltisi Onosaudro. Nel voler evitare d essere circondati dal nem ico, uopo guardarsi dall estender di tanto la fronte della falange , che diminuitosi di troppo il fondo, questa ne rimanga debole e mal soda; perch allora gli avversarj, in vece che prenderla ai fianchi potrebbero investirla al centro, e trapassando al l avanti attaccarla ben anche dalle spalle. Il capitano dei non
( i ) V. Mauric. p . 525. - Leon. c. , 83 , . i4 , S >0 8 .

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solo evitar questo sbaglio ; ma approfittarne, se il commet tesse il nemico (i) . Qual pi manifesto argomento dell inuti lit , anzi del pericolo de raddoppiamenti di fronte ? Savissimo dunque il consiglio d Arriano che quando accade di estender la battaglia in lunghezza, piuttosto che addoppiar la fronte, ab biami a metter sulle ale i leggieri e la cavalleria; poich cosi facendo si ottiene l intento medesimo senza punto smuovere, sconvolgere ed indebolire la propria ordinanza. ( i 5 a) I l fondo della battaglia si raddoppia. Il metodo che a questo luogo indica 1 A. per effettuare il raddoppiamento di fondo chiaro in modo che, non ha uopo di dichiarazione. Tutto in fatti consiste nell inserire le file alternativamente l una entro l a ltra , secondo l ordine delle rig h e, di maniera che i capi delle file che raddoppiano, vengano a collocarsi dietro ai capi delle file che stanno ferme; il.secondo e il terzo della se conda fila si mettono egualmente dietro a quelli che sono loro a fianco nella prim a, e cosi di seguito in tutte le file; le quali acquistano a questo modo , diminuendosi l intero loro numero d una met , un fondo doppio di p rim a, vale a dire di trentadue uomini invece che di sedici. Credo utile il far parola d un* altra maniera di raddoppia mento di fondo , dal nostro A. non nominata : ma che Eliano accenna con questi brevi termini : His eisdem decuriis paribus per evolutionem adjunctis tergo imparium (?). Questa dovevasi effettuare per contromarcia di file alternativamente. A tal fine perci, contrassegnate tutte le file per prime e seconde, avevano le prime a procedere all avanti, e le seconde, fatto il mezzo giro, marciare alla coda fino a trovarsi poste da tergo alle' prime. Egli evidente che tal maniera di raddoppiamento importava che tutti i soldati percorressero uno spazio di terreno eguale a quello occupato dalla met del fondo della falange. ( i 53) Come egualmente si raddoppi di luogo il fo n do della battaglia. Eliano cosi descrive questo raddoppiamento da Arriano
( 0 Strategie, c. n ; (>) Tact. c. .

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NOTE appena accennato. A ut igitur ita duplanda est allitudo, aut numero eorum servato, milites se se longius porrigent, quatenus suae versum et spacium atitudinis duplicent : cum autem restitu oportuerit, aut interjectos adjunctosve tergo milites illos, in suas decuras revocabimus, aut spada coarctabimus, quaeque intervallo auximus laxiore (i).
Bastano questi tratti a ben comprendere lo spirito della Tat tica greca in quanto ai raddoppiamenti. ( i 54) Falange traversa, diritta ed obliqua. Inquanto alle tre diverse maniere di battaglia qui descritte dall A. giova il fa re , rispetto al significato delle voci, le seguenti avvertenze. UXxyi'x ipaXxyZ phalanx transversa dei traduttori la tin i, precisamente la falange nella sua posizion di battaglia; allorch avendo un maggior numero di file che non di righe ( come ha naturalmente ) vien a formare un quadrilungo, il cui lato mag giore quello che sta rivolto al nemico. Questa posizione chia mano consuetamente i Francesi en ordre de bataille. In italiano ho io amato meglio di dirla battaglia traversa, per attenermi al significato della voce greca ; avvegnach irXxyUs esprima precisamente una serie disposta in ordine traverso. O pilx tpaXay| phalanx recta , seu arreda, h quella po sizion di battaglia, in cui la falange, al contrario di p rim a , avendo un maggior numero di righe che non di file, forma bens un quadrilungo , ma o nel marciare o nel far fronte al ne mico porta all innanzi il lato minore: ed ecco il vero ordine in colonna ordre en colonne dei Francesi. Questo chiamavano diritto i Greci ; dalla voce ptf i che esprime propriamente una serie dirittamente disposta. y% phalanx obliqua ; significa quella posizion di battaglia , in cui 1 un ala essendo posta innanzi rimpetto al nem ico, laltra sta indietro in riserva, e cos tutto il corpo della battaglia trovasi obliquamente disposto; il che significavano i

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( i ) Taci, c. 99.

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Greci colla voce >{ aggiunto dinotante l obliquit di una serie. Tale propriam ente. F ordre biais , o en biaisant dei Francesi. Sieno per ben cauti quelli chp si dedicano allo studio degli scrittori greci, e degli storici specialmente, di non confondere la disposizione di falange, che dicesi irXxyf* con l altra chia mata Aaf ; il che potrebbe accader facilmente se si attendesse al significato di queste due voci in tutte altre materie che di Tattica. Stando infatti al senso generico di tali dizioni, le due disposizioni della falange, che sopra furono dette traversa ed obliqua , bench diversissime fra di lo ro , potrcbbono esser prese promiscuamente; poich tanto la voce significa trans versus, quanto l altra wX*ytt vuol dire obliquus. Entrambe infatti vagliono 1 *una per l altra. Non cosi in Tattica , ove una simile confusione farebbe cadere inevitabilmente nel falso. N da questi errori si guardano sempre anche i pi consumati ellenisti, in ci traditi appunto dall ampia lor medesima cogni zione delta greca sinonimia. Quinci lo sfiguramento deplorabile di tutte le pi belle descrizioni di battaglie, che sincontrano nelle traduzioni di Polibio, di Senofonte, di Arriano, di Plutarco ec.; sfiguramento , il quale rende quasi sempre oscuro ed impenetra bile il senso tattico delle loro opere ; certo anche per questa parte pregevolissime. (155) Parembole. IlxpiptfiaX voce che significa propriamente inserzione, derivando da xciftpifitiXXu immillo, interjicio, in tercalo ec. Avvertasi che parembole in Tattica significa ezian dio alloggiamento. (156) Prostaxis. Tftrra^it vuol dire metter avanti e viene dal verbo srp a rtim i praejicio aliquem. Tal voce ha anche il significato di comando. (157) Entaxis. E r* fir esprime precisamente inserzione, e deriva da i trarr# interjicio , interpono. In che differisca da parembole si vedr in appresso. (158 ) Ypotaxis. Ya r * r < f il mettere a lt indietro, e pro viene tal voce dal verbo iw arirr* subdo , suppone , subjicio,

344 NOTE subjugo, subigo, in potestatem redigo ; ragion per cui jrpotaxis si traduce pur anche imperium , potestas in quem. Presso ai traduttori latini dei greci Tattici insertio , interca lano corrisponde a parembole; adpositio , adstructio , praepositio a prostaxis; impositio, interstructio, injunctio ad entaxis; postpositio, suhjecto , substructio, subjunctio ad jrpotaxis. Non si pu segare che queste varie voci dieno occasione a gravi
equivoci per la loro ambiguit ; il che deriva dallessersi perduto A linguaggio tattico dei Rom ani, almeno per la parte che ri guarda la particolarit dei movimenti e degli esercizj. F in qui del significato delle voci m quistione. Resta a farsi breve cenno del tenore de volgimenti a queste dizioni corri spondenti. Parembole nella Tattica greca era una specie di volgimento , per il quale fra gl intervalli delle sezioni anteriori della falange s intromettevano alcune sezioni, che stavano allindietro, proba bilmente in riserva. Tale inserzione era dunque di corpi entro a corpi. Differentemente l entaxis ( bench fosse p u r questo ira movimento d inserzione ) si effettuava inframettendo individuo a individuo. Un altra diversit essenziale vuoisi rimarcare fra queste due specie di volgimenti, ed , che nella parembole non si frappo nevano che corpi duna stessa specie, cio falangiti a falangiti; quando in vece nell entaxis mettevansi insieme soldati di specie affatto diversa, cio armati gravemente con leggieri (i). Quando per si considerino bene i prineipj sui quali era fondata la Tattica greca, deesi credere che di poco o di quasi niun uso fosse tra i Greci il movimento d entaxis. Prostaxis dicevasi allorch la falange si rinforzava con corpi staccati di tru p pe, i quali si collocavano nella medesima fronte, o sull una , o sull altra , o su entrambe delle due ale. Per questa ordinanza dovevasi aver in mira di estender la fronte , senza esporsi al percolo dei raddoppiamenti.
( 0 V- Said. in voce Entaxis.

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\Jypotaxis poi spettava particolarmente ai leggieri ; in quanto chiamavasi con questo nome l'ordinanza formata col mettere tali soldati sui fianchi della falange aH indietro. Eliano esprime simile disposizione coll imagine d una triplice porta (i). Questo medesimo autore riporta due altre dizioni relative al1* ordinanza dei leggieri, o alla fro n te , o da tergo, n fra(ie Praestructio autem est cum velites collocamus ante phalangem peditum gravis armatume. E v/rxI-if , substructo e contrario dicitur cum a tergo collocantur (i). (159) necessario accostumar esercito a comprendere il comando. Non vha cosa infatti tanto alla vittoria essenziale,
quanto l obbedire ai segnali prescritti (3). (160) Sia che diasi a voce. Il comando deve partir dal capi tano generale, ed annunciarsi a tutto 1 esercito o con la v oce, o per segnali, o col suono della tromba. Rispetto alla voce si osservi che 1 averla forte e robusta riputavasi dagli antichi dote essenziale di un condottier d eserciti. E d in vero Omero celebra per questo titolo molti desuoi eroi ; e n adduce Eustazio per ragione , che il tuon vigoroso della voce serve non meno a far comprendere pi chiaramente il comando, che ad atterrire il nemico (4). Similmente Plutarco , appoggiato all autorit di Catone, dice di Coriolano : Imperciocch egli era appunto tale qual voleva Catone che il guerriero si fosse, terribile cio, e da non potersi sostenere dal nemico non sola mente al muover della mano e al ferire, ma al tuono ancora della voce ed al sembiante (5 ) . Ma ci vuoisi intendere so lamente detem pi, ne quali larte tattica era affatto rozza, e per cos d ir nascente. Spetta al generale, dice O nosandro, il dare il comando, la parola di campo, e fissare i segnali militari. Un generale sarebbe ben idiota, e poco sperimentato se volesse egli stesso particolarmente comunicare i suoi ordini all' eser cito. Ei getterebbe il tempo, mettendo confusione fra i soldati,
(1) Tact. 0. 3 i ; (9) Id . ibid ; (S) V . V eget. 1. X, c. (5) V ita di Coriolano , t . i , p , i j 4 . (4) A d Iliad. I. a , J ;

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NOTE

i quali s interrogherebbero l un laltro di c i , che avesse detto. Alcuni d altronde aggiungerebbero qualche cosa al di lui comando, ed altri ne detrarrebbono p^r ignoranza. dun que necessario, che egli dia i suoi ordini ai luogotenenti, i quali li comunichino agli ufficiali, e questi ai loro subalterni; e cos di seguito fino agli ultimi. In tal guisa il comando sar compreso con egual prontezza, precisione e rapidit , che se ; fosse dato col segnale del fuoco ; per il cui mezzo le truppe disperse in ispazio assai ampio di terreno, sono avvertite in un istante d un avviso convenuto (i) . E che gli antichi aves sero ufficiali, che lor tenessero luogo de nostri aiutanti di campo, si pu conghietturare da quanto dice nelle sue storie A rriano, ove descrive la battaglia di Arbela (2). La voce in guerra non vale solo al comando, ma eziandio ad esprimere un dato segnale di riconoscimento, o daltra specie; il che dicesi volgarmente parola. Vegezio suggerisce intorno a ci Ottimi avvisi (3). Questi segni vocali, che i Greci dicevano Q unxu trovansi adoperati da antichissimo tempo nelle loro battaglie. Senofonte ci riporta la parola di campo di Ciro. A /a , iy i/t m oppur < ra7 tjfx (4). A ragione per avverte Vegezio che tali for inole voglionsi spesso cambiare; avvegnach sia facile che o per tradim ento, o per sorpresa passino a cognizione del nemico. Cosi accadde infatti in una battaglia notturna fra gli Ateniesi ed i Si racusani , narrata da Tucidide (5). Questa pratica inoltre dava luogo a molti stratagemmi per parte degli avversarj ; qual fu quello di un certo capitano arcade, che attaccato di notte dai Lacedemoni, diede ai suoi per segnale di ammazzar incontanentc tutti quelli, che cercassero la parola : e cercarla non potevano che i soli Spartani ; mentre i suoi frat tanto li trucidavano impunemente , riconoscendoli al domandar del segno (6).

(1) Strateg. c. a 5 ; (a) St. sulla spediz. di A lesi. 1. S , *4 p. **S ; ( 3) L. 5 , c . 5 i ( 4 ) Ciroped. t. * , 1. 7 , p . 193,- ( 5 ) L. 7 , c. 4 4 ; (6) Po lien o , Stratag. 1. 1 , p. la , Acues.

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(161) Segni, che scorgonsi a vista. I pi antichi che usassero i Greci furono le faci accese, che lanciavansi da entrambi gli eser citi per mano di certi tediferi wvptQiptt sacerdoti di Marte (1). Quinci l immagine famigliare ai poeti di veder le faci agitarsi in fronte agli eserciti. Licofrone le dipinge accese sulle due rive di Asia, e d E uropa, dappoich i F enici, rapita Io , furono i primi a suscitar le guerre implacabili, che ebbero luogo tra i G reci, e i barbari (2). Ma i segni, di cui qui parla Arriano, sono di tuftaltra specie; Questi diconsi muti da Vegezio muta signa ; e servono a in dicare particolari opera2oni di guerra (3). Pretendesi , che 1 uso di questi segni fosse primamente ritro vato da Palamede alla guerra di Troia (4). Che poi passassero in costume di Tattica fra i Greci ricavasi manifestamente da P o libio , che raccomanda di valersene all uopo (5 ). Egli ci narra in fatti come Antigono alla battaglia di Selasia di particolari segni si valesse per diriggere i movimenti delle diverse sue truppe (6). La stessa cosa narra Plutarco parlando di questo medesimo fatto <F armi (7). Narra Curzio di Alessandro il G rande, che i suoi soldati non ben sentendo la trom ba, ebbe egli ricorso allo spediente di alzare una pertica con sopra un segno visibile a tutto lesercito (8). Que sto era il segnale del partire. Il pallio rosso sospeso in cima d' un asta , scorgesi adoperato come segnale da Conone (9) ; il che prova che questa pratica era in costume presso i pi celebri capitani della Grecia. Inutile sarebbe il moltiplicare esempi di un uso comune a tutte le nazioni, e di cui si trovano tracce nelle guerre di tutt i tempi. In quanto alla teoria de segni della Tattica greca, si osservi que-

(1) Scboliast. Enripid. Phaeniss. . i 386. - Schuliajt. Lyco p h ro n . C as s a n d o . 1395; (a) E r o d o to , la Clio , t. i , p. S a seg. ; - C assandr. (395 ; (I ) L. S , c. 5 j (1) P lin . 1. 7 , c. 5 6 ; (5) L . 9 ; (6) La St. t . 1 . 1. a , S 66 , p . J i 4 ; (7) V ita di Filopemene , t. 3 , p. 11 ; (8) L . 5 , c. 1 , S 7 > ( 9 ) Vo ltano , Stratag. 1. 1 , p . Sa , Conone.

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NOTE

sto tratto di Onosandro, 11 segno non si d solo a voce, ma eziandio con un dato gesto; mettendo a cagion desempio la mano o l arme in una posizion convenuta , o abbassando l asta, o portando avanti la spada ; affinch nella confusion della mischia il soldato abbia a distinguere i suoi, anche indi pendentemente dalla parola ; la quale pu accadere che sia nota ai nemici. Questa pratica riesce utilissima ad un armata composta di diverse nazioni alleate, perch non intendendo esse le reciproche loro lingue, verr loro fatto di distinguere al segno gli amici dai nemici. Tali segni debbonsi render pur noti ai soldati che rimangono nel campo, ancorch non com battano, e ci al fine di premunirli contro ad ogni sorpresa ostile (i). I segnali visibili di lontano sono d uso essenziale nella Tattica di mare. Ed in ci la pratica degli antichi non era da quella dei moderni punto diversa (a). Arriano in questo articolo non ha fatto parola delle bandiere, le quali per yoglionsi riferire ai segnali di guerra. Io non de scriver le tante e diversissime specie di queste, adoperate in combattere dai differenti popoli dell antichit, restringendomi ad accennarne solo alcune di quelle dei Greci. Essi chiamavano cuftil i vessili ; e non cade dubbio che l alzar d i questi in dicava di dar principio all attacco, come l abbassarli di cessar dal cbmbattere (3). Decoravansi le bandiere di pitture e di sim boli relativi alle nazioni, alle quali spettavano. Cos i Tebani vi avevano dipinta una sfinge in memoria del celebre mostro vinto da Edipo (4). Egualmente gli Ateniesi portavano sulle loro ban diere effigiata una nottola in onor di Minerva lor protettrice. E i Persiani adoratori del solfi della sua imagine rendevano insigni i loro vessilli (5). (162) Tromba: La tromba strumento guerresco antichissimo, e chi ne fosse l inventore si vedr in appresso. Prima per che

( 1 ) Strategie, c . a6 j () V. Leon. Tet. c. 1 9 , 4 o, 4 i (5) Said. T h ticy d . Scholiast ; < k) Pro b . in Kpaminon. ; (5) C urt, 1. S.

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venisse questa ritrovata si usava di sonare in vece sua per se gnale di guerra la conca marina ; e di ci sonovi memorie in contestabili negli antichi scrittori (i). Quinci il costume ne poeti di descrivere le vetuste guerre incominciate a suon di conca (a). Ma venendo alla tromba, uopo avvertire che questa si trova citata da Omero (3). E dalle sue parole hanno alcuni inferito che alla guerra di Troia fosse gi in uso tale strumento ; ma senza fondata ragione, mentre il Poeta lo nomina solo in via di simili tudine, e probabilmente < r w p t X c o n anticipazion di tempo. Infatti la tromba poteva esser nota a tempo su o , e non all epoca della guerra eh egli descrisse. E bench sia dubbio quando fiorisse O m ero, giudico assai probabile 1 opinion di Patercolo. Hic ( Homerus) longius a temporibus belli quod compos u it , troici, quam quidam rntur, abfuit (4). Eustazio sostiene infatti ebe ai tempi eroici la tromba non era ancor conosciuta (5). E qui giova il riportare insigne tratto di questo Scoliaste intorno a parecchie specie di trombe usate dagli antichi. Egli ne distingue sei diverse ; la prima delle quali

Minerva invenit, quee etiam Argivis colitur hoc cognomento v iX n y i *ini. Alteram aptid jEgyplios , quam Osiris repperit , quee xrtin chnoue dicilur pss , ulunturque ad sacrificia. Tertiam gallicani, confiatilem , haud nimis magnam, quee os habeat deformaturn in bestias , et canalem ipsum plumbeum, in quem inspirant tubicines: atque esse eam acuti soni. Vocatur autem ab ipsis Gallis carnyx Quartam paphlagonicam , cujus os effigie bovis, gravi mugitu , sursum inflandam. Quintam medicam, e calamo tubum habentem, gravi sono. Sextam tyrrlienicarn, cujus inventores Tyrrheni , quee similis tjrbiae phiygiae, habens orificium scissum autfractum. Ea valde acuta est.

( O V. T ie tie m in L y co p h r. Cassandr. Teocrit. h w r * i v f H , * Id y ll. aJ, c.

t. t.

i 5o ; j5 ;

(a) (J)

L y co p h r. C assandr. t . aio- * II. 1. i 8 , t . a i g ; ( 4 ) L . i ,

i >(5)

Ad. Iliad. 1. i4-

35o

NOTE

Quest ultima specie, come la pi acconcia agli usi guerreschi, vogliono gli scrittpri che fosse l adottata in guerra dai Greci, e che venisse loro portata da un certo Arconda tirreno , che si mosse in soccorso degli Eraclidi, probabilmente lanno ottantesimo dopo la caduta di Troia (i). L uso della tromba in battaglia benissimo determinato da Vegezio. Egli chiama semivocali i segni enunciati con questo stru mento (a). Varie specie di segni davansi con la trom ba : quello del marciare alla battaglia, quello del ritirarsi, e quello pure di f a r tutta sorta di movimenti o di operazioni convenute; ed esempi di simil fatta sono frequenti nelle guerre dei Greci. Alessandro vedesi gettarsi nel Granico ed avventurarsi al nemico a suon di tromba (3). Similmente contro agli Sciti al Tanai (4). Questi fatti ed altri consimili che si potrebbono citar numerosi, provano come fosse in costume il suonar con la tromba a battaglia; ci che di cevano i Latini classicum canere. In quanto poi a segni particolari con la tromba enunciati, eccone alcuni esempj. Alessandro alle Pile di Persia d ordine a Cratero che tosto che sentisse il segnale della tro m b a, assalisse il m uro, con cui Ariobarzane aveva chiuso il passaggio (5 ). Que sto medesimo Re a Sangala ordina che Tolomeo dia il segno con la tromba del primo sortir debarbari, e che gli altri capitani ac corrano tosto dove fossero dal suono di quella chiamati (6). Il Monarca macedone , deliberato di veder 1 Oceano , d pure col snon della tromba il segnale del partire alle navi (7). Anche dei Lacedemoni trovasi che erano usati ad annunciare a suon di tromba all esercito gli ordini del capitano. Nella battaglia

( 0 Snid. Lexicon. - Diod. Sic. Bibl. St. t. s , c. iS p. 543. Sophoel. Scholiast. a d A iacem. 1 7 . - Plin. 1. 1 , c. 56. - H igyn. fabaia a j4 - Stal. 1. 7 . - T heodoret. Serm . I 1 , p. 7 . - Isid . Origin. 1. 1 8 , c. 4- - Clem. Alex. Strom attim , 1 . 1 . - Seholiast. L yc o p h r. p. 5o ec. j ( 2 ) L. 3 , c. 5 j (3) A r r . St. sa la s pedii, d* Alesa. 1, 1 , 1 7 , p. 3 9 ; (4) Id . ibid. 1. 4 , 4 P *>7 seg. i (5) Id* ibid- I. 3 , 19 , p. isg c seg. ; (6 ) Id. ibtd. 1. 5 $ 17 , p. * 5 5 ; ( 7 ) Id. ibid. 1. 6 , $ a , p. *45 e seg.

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di Selasia tra Cleomene ed Antigono si scorge infatti dato con la tromba ai leggieri il segno del ritirarsi (i). Resta a farsi parola dei diversi strum enti, che oltre alla trom b a, usavano di adoperare in combattere i varj popoli della G re cia. Questi erano di parecchie specie, ma per lo pi atti a ren dere un suono dolce e piacevole ; non il fragoroso, che pare con venirsi al furor dell attacco. Gli Arcadi infatti sonavano a bat taglia con la zampogna (2) ; gli Eraclidi con i flauti (3) ; pure coi flauti, o con la cetra i Cretesi (4); ed altri eziandio con la lira (5 ). L uso de pifferi e delle zampogne, come istrumenti di guerra, risale fino ai tempi eroici; perciocch Omero attesta che Agamen none sentir con ribrezzo alzarsi il suono di questi nel campo troiano (6). E per incidenza siami lecito il rimarcare , che si hanno pure esempj di simili strumenti usati nelle lor guerre dai barbari in epoca antichissima, e per tutti vaglia quello di Aliatte re dei Lidj, il quale spingendosi contro Mileto marciava al suono di sirin g h e , cetere, e flauto muliebre e virile (7) . Aulo Gellio ri conosce in tal costumanza il lusso dei barbari popoli (8). Ma si potr egli attribuire a lusso e ad effeminatezza il sonar degli Spartani a battaglia con questi medesimi strumenti? Fer mandoci ad esaminar tal uso di un popolo, pi d altro qualsiasi celebre per militare valore, ci verr fatto di comprendere qual fosse il vero oggetto, che si prefiggevano i Greci in guerra colla dolcezza dell armonia. Che gli Spartani avessero in costume di marciar non m eno , che di combattere a suon di flauto, fatto certo ed indubitato nelle memorie dell antichit (9). Il vero spirito di questa pratica
( 1 ) Polib. le St. t. 1 , 1. a , $ 6 y 1 P * ' 7 ! (a) Clrm. Paedagog. 1. i , c . 4 j Stratag. 1. i , p. i t e seg. P r o d e ; (4) Polib. le St. t a, 1. 4- A ni Gel). Noclium attic I. i > c. u ; (5) A thenae. Dipoosoph. 1. 4I n s t a l l i , ad tliad. 1. a3 ; (0) II 1. io > *5 I ( 7) Erodoto , la Clio , t . 1 , p. 1 1 j (8 ) L. ( , o- 1 1 ; (g) Senofonte , R ep a b. dei Lacedem. Opusc. t. 9 ,

(S) Polieno

S *5 , p. 64 e seg. - Lucian. De sbltat. - Val. Max. L a , 1. 1 , c. iC - Mu&iu* T y r . Dissert. la , ai , etc.

c.

. - Qnintii.

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NOTE

si scuopre dalle cause che vi hanno dato origine. Polieno ne cita una assai probabile che il suono del piffero , cio ha forza e fa altrui animo nelle battaglie (i). E quando, pure sospettar si vo lesse che questo lor uso , come altri m o lti, avessero tratto gli Spartani di C reta, e non dagli E raclidi, sempre si dovrebbe credere che sonando co flauti a battaglia, essi avessero iu mira di tener ben fermi i soldati negli ordini ; tale essendo pur stato lo scopo dei Cretesi nel valersi della cetera in combattere (2). Tucidide dichiara apertamente che pe Lacedemoni il vero scopo della musica bellica era solo di regolare a suon di cadenza i movimenti e le evoluzioni di guerra, e di fare che i soldati adattassero nel combattere quelli e queste al metro dell ar monia (3). Tanta era poi la fermezza d animo che richiedevasi per uni form arsi, combattendo, al metro musicale, qual si suole nel dan zare , che Agesilao, interrogato della ragione di questa pratica, rispose che ci si faceva dagli Spartani all oggetto di distinguere in guerra glintrepidi dai vigliacchi; attesoch quelli procedevano di passo fermo, e questi noi potevano pel vacillare delle ginocchia (4). Convien dire , che il maresciallo di Sassonia o avesse in mira questa pratica dei Lacedemoni, 0 colpisse nello spirito della lor tattica , allorch gli sugger l idea di dirigere i movimenti e devo luzioni delle truppe colla cadenza e col ritmo musicale. ( i 63 ) Epagoge. Questa voce tTxyuyi deriva dal verbo w k y ti, i cui significati sono molti: fra i quali vha quello dellaggiunger T una cosa presso P altra in serie , e che i glossografi rendono adduco , adfero, post aliud adjicio. Quinci la parola itrxytny si rende ordinum series ; frequentia rerum , cum alia super aliam cumulatur : e questo n il preciso senso in Tattica : at tesoch , come si vedr in appresso , marciare al modo di epa

( O S tra tig . I. 1 , p . 1 1 , F r o d a ; (a) A ni. Geli. I. 1 , 0 . i i j (5) l e S t o r i e , 1. S. - V. A . Geli. N oct. a ttio . 1. , e. 1 1 . - P lutarco , .Vita di Licurgo ,

t. , p .
p.
1 1 G,

1 S0 e >eg. ; (4> Plutarco , Apoftegmi de Lacedemoni # Opuac. t . Agesilao. - V. A ristot. in lib. de problemat.

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goge,

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egli propriamente il metter in cammino pi sezioni di truppa 1 una dopo 1 altra ordinatamente disposte. (164) Paragoge. Uxpu-ymyi e voce , che deriva dal verbo r*p*yt>, il quale si traduce produco , profero, deduco , tra duco. Questi significati non corrispondono chiaramente al senso tattico della dizione ond discorso. Si osservi ci nondimeno che *-apiytit dicesi dei navigatori, allorch non tengono retto cainmiAo , ma vanno di traverso o di fianco, cedendo all im pulso del vento ; il che rende in qualche modo ragione del perch la voce **pxy*yi si adoperi in tattica per esprimere quella maniera di marciare, che propriamente dicesi di fianco. Notisi che il verbo xctfiy* ha pure il significato del dispie gare in largo la battaglia e rimetterla nella prima stia fronte; nel qual senso trovasi .usato spesso da Arriano (i) ed anche da Se nofonte (?). 11 marciare in ordine di battaglia di tutte le specie di mar-eie la' pi perfetta ; imperocch l esercito conserva per tal modo la sua attitudine a combattere, e si trova ad ogni momento in istato di agire. Quinci si tiene dai Tattici che le altre specie di marcie sieno pi o meno proficue e sicure, secondo che eon pi o meno di speditezza e di facilit pu lesercito riprendere la sua forma di battaglia. Certamente i G reci, tanto nelle marcie eccellenti, dovevano considerare come primo ed essenziale quel1 ordine di m arcia, secondo cui la falange si tenesse disposta, quale in atto di combattere ; ma dubito, contro all avviso di Guischardt (3) se ci dinotassero con la voce di epagoge ; imperoc ch n Eliano, n Arriano, di quello certamente pi accurato , ne fanno in tal senso alcun cenno. Ecco la definizione, che d 1 il primo dell epagoge. A t inducilo recta est,cum ordo ordinem sequilur , ut si xenagia una praecedat, hanc subsequalur al tera , et sic deinceps : vel si praeeat tetrarchia , itidem reliquae

subsequantur. Vocatur autem inducilo recta cum conira comu


(i) Si. sa la sped>z. d A I ^ s s . I. * , 9 , p. 6 9 ; (a; C o o p e r iti,-t. c * 4 P* 94 > (3) Memoir. miliiair. t. 1 , p 1 7 *.
1

, I a,

A miamo*

44

354

NOTE

hoslium progrediente arie, mullls parlibus major fuerit atitudo' aciei ipsa longitudine (i). Arriano la definisce egualmente ,
come si pu vedere qui sopra , bench con qualche maggior esattezza. Non cade adunque dubbio che la dizione epagoge fosse propria e particolare del marciare in colonna ; forman dosi questa con dividere la falange in tante sezioni eguali, pi o meno grandi giusta 1 uopo; e queste facendosi procedere l'una successivamente all altra con un tal ordine, che i capisquadre delle sezioni susseguenti corrispondessero al retroguida delle precedenti. facilissimo il comprendere di qual tenore fosse la maniera di marciare in quistione, e quali volgimenti si richie dessero tanto a convertir la battaglia in colonna, quanto a ri metter questa in ordine di battaglia. Veniamo alla paragoge. Due qualit attribuisce Arriano nella, sua definizione a tale specie di marcia : 1 unione di tutta intera la falange, la quale non veniva in tal caso ad esser divisa in varie sezioni come nellepagoge, e lesser i capi ordinati sull uno o sull altro lato della medesima. A questo fine si richiedeva dun que che la falange facesse del fondo fronte, e cos marciasse di fianco. poich il fondo era di soli sedici uom ini, perci la fronte ne risultava molto piccola, e la falange dovea presentare il vero aspetto d una colonna. A ben osservare, tal specie di marcia aveva a riuscire assai facile, ed esser la pi frequente nell uso dei Greci. T re maniere essi praticavano di ordinarsi in battaglia ; due delle quali lascia vano certi determinati intervalli tra le file non meno che tra le. righe (a). Supposto dunque che intraprendessero la marcia, or-, dinando la falange nel primo modo, che lasciava il pi ampio intervallo da spalla a spalla tra uomo ed uomo; fatto che aves sero del fianco fronte con un mezzo giro e le righe trasformate in file, lo spazio che rimaneva tra riga e riga doveva esser suf ficiente al libero marciare della colonna, senza che necessit vi fosse di prolungarsi e perder tempo in evoluzioni. I l tramutar*
( 0 Tct. 3G ; (a) V . $ 2 6 no t 157.

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inoltre le file della colonna in righe all atto di far alto per rimettersi ii ordine di battaglia, non aveva a produr confusione; perch i soldati dovevano essere esercitati assaissimo a riordinarsi nella propria stabile fila di sedici ; perch questa era 1 elemento dogni qualsiasi ordinanza, dalla cui unione risultavano le righe; fiualmente perch formavasi di dati individui guidati stabilmente da due capi , il locago e 1 urago , e prontissimi conseguente mente a riconoscere ad uno ad uno i soldati loro soggetti. Il movimento, che fece Alessandro alla battaglia di Arbela , per schivare il centro di Dario , e rapprossimarsi alla di lui si nistra , la quale aveva intenzione di attaccare , non cade dubbio essere stato una marcia in paragoge, cio di fianco, effettuata con somma maestria in presenza dell inimico (i). Siccome poi nel marciare al modo anzidetto spingeva egli all innanzi la sua ala destra , ossia la testa della colonna , e con la coda di questa , ossia con 1 ala sua sinistra, si teneva all indietro discosto dal centro avversario ; cosi tutta 1 armata dirigeva in marciando per una linea obliqua (2). Fu poi con la testa di questa colonna medesima, che penetrando Alessandro per un intervallo tra mezzo alla fanteria nemica , e presala di fianco riport dellim menso esercito persiano completa vittoria. Filopemene nella sua battaglia di Mantinea contro a Macanida ci fornisce evidente esempio di consimile marcia di fian co (3). 11 movimento laterale, con cui le prime file dei falangiti ripiegaronsi in ordine portandosi ad occupare il luogo rimasto vuoto alla sinistra per la fuga dei mercenarj, non pu essersi effettuato che mediante una marcia in paragoge rimpetto al nemico. Nel trattar delle marcie conveniente il notare nella storia greca qualche esempio di tramutazione dell ordine di battaglia iu colonna, e viceversa. Eccone un evidente fornitoci da Senofonte; Ciro, conducendo le sue truppe a Ciassarc, le aveva ordinate in

' (O Vt:di A rriano , St. su la spediz. d A le . 1. 3 , $ i5 p. n o (a) V. C art. I. 4 t c. >5 , S


1

; (5) Polibio , U St. I. n , S *3.

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NOTE

battaglia a duecento di fronte, e cento d fondo; ma incontratosi in una strada angusta prese il partito di dividere 1 esercito iu tante sezioni di mille uomini per ciascheduna , facendole proce dere ordinatamente luna dopo l altra (i). Non cade dubbio che questa maniera di marcia fosse tina vera epagoge. In quanto al tramutare la colonna in ordine di battaglia , in signe il tratto di Arriano in cui narra come Alessandro, muovendo dalie Pile per una strada assai stretta, facea marciare sopra F un ala l esercite ( siami permesso di cos rendere 1* espression greca < niptis Hyit ) ; ma appena tra. i monti co minci ad aprirsi il piano , egli dispieg sezion per sezione la falange nella sua piena fronte ; il che induce a credere , che la maf-cia anteriore si fosse effettuata per epagoge (2). (165) Si va in ordinanza da un lato solo, o da d u e, o da tre, o da quattro lati. Queste maniere di marcie ordinate in battaglia si rendono necessarie, o allorch cammina lesercito per un paese occupato dal nemico, e della cui irruzione temesi da ogni parte; o quando si tratti di aprirsi a lui tramezzo una stra da, facendo egli ogni sforzo onde impedire la ritirata. Nel primo caso s incontr Agesilao in Tessaglia, allorch di ritorno dall Asia attraversando egli per questa regione trov infestato il cammino, e contesogli da molto numero di barbari popoli (3) ; nel secondo s abbatt Nicia in Sicilia, dopo la grave sconfitta avuta dai Siracusani (4). Tali marcie vennero entrambe risguardate a ragione dai Tattici come prodigj d arte; ed ora cadrebbe in acconcio il parlarne, se per seguire lordine dellA. non con venisse meglio tenerne discorso dove si parler del quadro e del qua drilungo, che seguir qui presso; poich furono effettuate seconda questa figura. (166) Ordine di rnonophalangia. Diphalanga, triphalanga ,

( 1) C i r o p e d i a , t .

, I. a , c . 4 , p* 94 ; ( a ) S t o r i a

su

l a s p e d i z . d* A l e s . t. 4 , p. ^5 i

I- *> S 9> P-

69

; C5j S e n o f t o t d , S i . g r . 1. 4 , p . i 4 j . - O p u s c o l i , t . 3 , O r a z . - P l u ta r c o * V ita d i A g e sila o , t , 4 , 1. 1 3 , c . p . J seg,

i o lo d e d e l r e A g e sila o , p . i s .

( 4 ) T u c i d i d e , I. 7. - D i o d o r o S i c u l o , B .b ( . S t

A L t ARTE TATTICA.

35?

ttmphalangla. Il senso d* Arriano a qliesto luogo oscuro e dubbioso per troppa brevit. Io confesso di non saper forse di chiararlo all evidenza. Nasce dubbio infatti se nella diphalanga, marcia di due falangi , l una di queste procedesse all avanti, e l altra le venisse appresso, o se camminassero di Banco insieme tinite, 1 una lateralmente all'altra; in guisa che la fronte della colonna, in vece che di sedici, risultasse di trentadue. Lo stesso dicasi della triphalanga, e della telraphalanga. Al primo senso si attenuto Guischardt nella sua , che dir parafrasi piuttosto che traduzione di Arriano (t). Piacerebbemi che avesse addotta qualche ragione del voler egli che si ammetta per sola e vera questa sua spiegazione. L esempio che cita di Alessandro al Granico niente prova in proposito ; perch qui si parla bens di doppia falange e di esercito ordinato , ma non si specifica per nulla n il tenore dell ordinanza, n la disposizion della marcia: anzi nemmeno vi si nomina la voce (i). Polibio definisce la diphalanga l unione di due falangi : non gi insieme unite lateralmente) ma bens in serie successiva, 1 una cio dopo 1 altra (3). Or siccome alla giornata di Selasia, di Cui qui si tratta, la battaglia fu data in questa stessa disposizione di diphalanga, cos v ha luogo a credere che tal nome significasse non gi 1 ordine del marciare di fianco in colonna , ma bens quello del procedere al nemico in piena fronte con due falangi luna dopo l'altra collocate nell ordinaria lor posizione: di maniera che il fondo dell iiitero esercito riescisse doppio del consueto, cio di trentadue invece che di sedici. La battaglia in quistione fu in ' fatti vinta da Macedoni per l impeto irresistibile, che acquist la loro ordinanza dall ampiezza del fondo (4). In altro luogo definisce Polibio la diphalanga, e la tetrapha* Idnga per due o quattro corpi d armata, che si seguono succes-* sivamente l un dopo all altro (5)< E che la voce phalanx signi*
( i ) Memoire mililair , t. a . p. 1 9 S; ( 9 ) Storia sa la spediz. <V A leis. 1. t < S 1 6 , p. 3 7 ; (5) Le Pt. t. i , l . a. $ GG, p. 3i&; (ft) Id . ibid- 5 $9> P Sl 7* (5) Id ibid. 1. s , 5 6 6 , p. c nota 1 1 S-

358

NOTE

fcasse presso ai Greci 'U na data parte o divisione dell esercito, si gi provato altrove ampiamente (). Se queste osservazioni non bastano a dilucidare pienamente il soggetto in quistione, credo miglior consiglio il lasciar luogo su ci a qualche dubbiezza, piuttosto che ammettere una spiega zione decisiva, qual fe quella di Guischardt, senzappoggiarla ad evidenti prove ; tanto pi che 1 autorit di Polibio, al certo gravissima , sembra contraddirla manifestamente. da dolersi che Arriano, in trattar delle marcie, abbia tras curato di suggerire alcuno di que precetti o regole generali, che in siffatta materia si reputano dai Tattici essenziali ed impor tantissime. Trovo adunque necessario il supplirvi col ridurre a questo luogo le massime pi rimarchevoli, che intorno a tale argomento s incontrano sparse ne greci scrittori, ed in quelli tra i Latini, che le teorie di Tattica hanno dai Greci derivate, e riprodotte sotto varj aspetti nell opere loro. In quanto alle regole del marciare si distinguono fra i Greci Onosandro, e tra i Latini Yegezio ; ma per non trascriver di entrambi gl interi capitoli, giover il ridurli in epilogo per mag gior brevit. Lesercito deve sempre marciare in giusta ordinanza, sia a discosto dal nemico, o lui dappresso : ci riesce utile nel pri mo caso per assuefare il soldato all esattezza dell esercizio, nel secondo rendesi necessario, perch si trovi ad ogni mo mento pronto a combattere (2) . Infatti, al dir di Yegezio, sovrasta quasi pi pericolo allesercito nel marciare, che non nel far battaglia; e ci in causa che nel conflitto la sorpresa ha luogo difficilmente, tutti essendo armati, e preparati, e decisi di misurarsi con un nemico, che si veggono star a fronte: non cosi marciando, attesoch un improvvisa aggressione, o un fraudo lento attacco pu metter in iscompiglio ogni pi giusta ordi nanza. Ideoque omni cura , omnique diligentia previdero debet d u x , ne proficiscens (m iles) paliatur incursum, vel facile ac
( O S * . Boi* j 5 ; (>) O noiandro, S t n t gir.

ALL ARTE TATTICA.

35g

.tte damno repellat illatum (i). Agesilao, le cui marcie sono


riputate un capo d opera da quanti scrittori ne parlano, si con formava pienamente alla regola qui citata, e Senofonte gliene fa insigne encomio (a). - Si studier il capitano generale di procacciarsi ogni pi esatta conoscenza dei luoghi per i quali dee marciar l eser cito . Questa regola inculcata da tutt i Tattici antichi e m oderni; e per attenermi ai prim i, giusta lo spirito di quest o pera, far osservar che Polibio fra gli attributi essenziali dogni condottier darmata annovera la topografica scienza (3). E qui si riferiscono tutti i suggerimenti, che dannosi intorno all esplo rare le qualit, il numero, la lunghezza, 1 *ampiezza delle strade; intorno al valersi di buone e sicure guide; al far precedere da ogni parte attenti e fedeli perlustratori, per iscoprir le imbo scate, gli agguati, la posizione, la direzion del nemico ec.; dei quali oggetti non essendo di mio istituto il trattare minutamente, mi circoscriver a riportare, intorno a questi, due importanti -regole di Onosandro. < Si faranno marciare degli appositi drappelli di cavalleria al 1 avanti della colonna, ad esplorar il tenore de luoghi ; spe cialmente se accada dattraversar foreste, e di far cammino 7 > per paesi intralciati da varie specie dingombri; il che pre viene le imboscate che potrebbe farvi il nemico , il quale , vedendo ! suoi disegni palesi, non avr pi ardire di tendere quelle solite insidie, che prima non discoperte arrecano si . grave disonore ad un capitano. Successivamente l Autore : se avvenga di marciare per una region montagnosa, e per strade anguste, dovr il generale mandar dedistaccamenti all innanzi, per impossessarsi delle strette e delle alture; senza il quale prevedimento, venendo ad occuparle il nemico, potrebbe disputarne il passaggio alleser c ito , e rendergli difficile o anche impedirgli lo sboccare nel piano (4) .
( i ) Veget. ]. c. j (J O ra i, in lode del re A gelilao, (3) Le St. I. 9 ; (4) V. similmente Vegezio , I. c. O pnl. f. > , p.
*7

36o

NOTE

In quanto alla quantit di cammino, che pu fare un' esercito; raccomanda Onosandro che il marciare sia lento, quando si per raggiungere il nemico, specialmente in ordine di batta glia ; attesoch affaticando il soldato col troppo correre , egli si trova snervato e debole allatto dellattacco Ci torna allo stesso che il dire , che la quantit del cammino non dee mai eccedere la forza del soldato al marciare. Ma chi crederebbe che il determinare questa forza sia d un estrema difficolt ? Sic come infatti ella dipende dalla nativa costituzion del soldato, dall abitudine, dall esercizio, e da molte altre circostanze, le quali non possono venir calcolate, che da chi la scienza non meno che la pratica di guerra possiede in esimio grado; cosi e sublimit di talenti, e lunga esperienza nellarmi richieggonsi del pari al generale onde poter egli francamente decidere quanto spazio di cammino sia capace a percorrere giornalmente uu eser cito per lungo tratto di tem po, conservandosi nel suo pieno vigore. E s che da questo calcolo dipende quasi sempre l esito d una campagna ; imperocch se la marcia eccessiva e supe riore alle forze, 1 esercito , raggiunto il nemico, non si trover pi in istato che di combattere debolmente ; e se lenta pi che noi richiederebbe la naturate capacit del soldato al marciare , si avr perduto inutilmente un tempo prezioso, lasciandosi sfuggir di mano loccasione della vittoria. La storia cita con ammira zione pochi esempj di capitani a questo titolo insigni. Agesilao , il quale al certo le parti desuoi Lacedemoni aveva tutte in guerra profondamente esperimentate, ritornando d Asia in patria, fe loro percorrere in un mese quella stessa estension di cammino, nel quale il Re persiano aveva un anno intero im piegato ; ed i suoi soldati, dopo una marcia di questa fatta, con dusse a riportar sui Tebani la strepitosa vittoria di Chcronea (r). Ma ritornando alle marcie degli antichi prezzo d opera il sapere quali fossero le loro massime intorno all ordinanza da tenersi in marciare. Ecco ci che ne dice Onosandro. < r Si m ar( 0 Senofonte, O ra i. in lode del r A^e&iUo , Opuscoli , t. s , p 1*.

ALL ARTE TATTICA.

Xi

k ciet Con tenere pi estesa, che si potr la fronte, per diminuire cosi la lunghezza della colonna. Si preferir il terreno pi praticabile, ed in Cui meno occorra di defilare ; il che porta M sempre ritardo, e disordine nelle truppe. La lunghezza d una colonna, che marcia Sopra una fronte troppo corta, d assai di presa al nemico, perch attaccandola con una fronte pi estesa, potr facilmente intorniarla dai fianchi. Avr egli in questo caso i medesimi vantaggi, che ha un armata ordinata in battaglia sopra un altra pi ristretta, i cui fianchi meno estesi sieno facili ad essere investiti. Che se il nemico attacchi la colonna di fianco, non gli riescir difficile lo spezzarla e x dividerla; mentre, ancorch questa volesse fare del fianco fronte, non potr opporre allimpeto avversario che un fondo assai debole. L attacco della colonna in coda ha per il nemico i medesimi vantaggi che quello della fronte. La gran distanza fra quella e questa frapposta, impedisce il pronto >ssreciproco soccrso di entrambe; ed ci manca di spesso il tempo. dunque sempre utile il far che larmata in marciando abbia il pi possibile estesa la fronte (1) . Io interpreto che Ono sandro con ci consigli di attenersi sempre in marciare a uu tal ordine, che sia-il pi prossimo a quello di battaglia, ed il pi facile a tramutarsi nel medesimo. Ma il tenore del luogo rende di spesso impossibile il conformarsi a questa regola ; e siccome le diversit del terreno , e conseguentemente le posizioni di un eser cito sono numerosissime e pressoch indeterminabili, cos il trovare ne rispettivi casi 1 ordinanza pi utile e meno soggetta ad inconvenienti, dipende spesso in tutto, pi che dalle regole, dal genio e dall esperienza del generale. Senofonte, che raffi gura in Ciro l imagine del perfetto capitano, in quanto all scienza delle evoluzioni cos si esprime : N stimava gi che alla scienza di ordinare i soldati si richiedesse solo che uno potesse agevolmente allargare un esercito , o ristringerlo, o di punta ridurlo in falange, o , conforme si lascino vedere i ne( 0 Strategie. I. .

36a

NOTE

m ici , volgerlo bene o a destra, o a sinistra, o alle spaile : ma pensava essere in oltre richiesto spezzare al bisogno lor dinanza, e il collocarne ciascuna parte dove torni ben sopra t tu tto , e lo affrettare ove faccia d uopo prevenire . Ma in quanto all ordine del marciare non fa egli tenere a Ciro regola fissa, dicendo che diversamente disponeva 1 esercito , secondo che il richiedeva la diversit dell emergenti circostanze (i). Questo tratto di Senofonte decisivo nell attuai quistione. (167) Falange amphistome. La voce significa acuminato d a lt una e dall' altra parte , utrimque acutus ; dei* rivando da pety) circurn , circa , ju xla , e da m i/t acies ; onde /npi'm ftis vien propriamente ad esprimere una falange ordinata a doppia fronte. Eliano distingue falange antistome iirltrrtfits da falange amphistome , e tratta di ciascheduna in due separati capitoli (2). Egli fa consistere la differenza fra luna e l altra in c i , che l antistome combatte da fronte e da tergo, e l amphi stome da entrambi i Iati (3). Ma tale distinzione tien forse alle sottigliezze scolastiche di Eliano,' non trovandosi rimarcata da altri pi insigni scrittori. Nelle guerre di Alessandro, descrtte da A rriano, rinvengonsi due esempj di falange amphistome. Al fatto di Arbela quegli se ne valse per impedire che la sua battaglia non potesse venir assalita dai nemici n di fianco1 , n dalle spalle; oggetto di tale ordinanza essendo precisamente il far fronte da tutte le parti (4). Egualmente nel fatto d armi tra Poro ed Alessandro all Idaspe, la cavalleria indiana presa alle spalle da Ceno, mentre aveva d i fronte Alessandro, si ordin in ischiera amphistome per potere resistere ad entrambi. Ma qui si vede che gl Indiani, nel p ren dere quest ordinanza vennero in tale scompiglio, che diedero opportunit al secondo di urtarli con successo e ributtarli al-

CO Ciroped. t. a , 1. 8 , p. 1 9 4 () Tact. c. 38 j (3) Ibid. c. S9 ; (4) S t. k I* spedii, d* Alesa. 1. 5 , i> , p. 1 1 9 - V. Cori. 1. .4 , c. <3, $ Io.

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P indietro , mentre Ceno li premeva da tergo; il che fu poi loro cagion di sconfitta (i). Senofonte si valse egli pure della falange amphistome per ren der sicuro il suo esercito tramezzo ai barbari (?). S incontra in Polibio un tratto assai rimarchevole intorno alla battaglia amphistome , di cui narra come valorosamente si pre valessero i Galli contro ai Romani. Lesercito de Galli in due fronti schierato, riusc non solo di terribil aspetto, ma eziandio di molta efficacia (3) . Merita d essere considerata la teoria di tale ordinanza, che d questo insigne Tattico. In secondo luogo , chi o al presente, o a quel tempo non avrebbe du bitato se pi pericolosa fosse la posizione de G alli, cui da amendue le parti stringevano i nemici, o all opposto pi ac concia alla vittoria, mercech combattevano ad un ora con amendue gli eserciti, ed insieme salvavansi le spalle dalle ag gressioni di ciascheduno ? Ma ci che pi monta si , che chiusa era loro ogni via alla ritirata cos in avanti, come indietro, e tolto ogni scampo ove fossero vinti (4) : che tal propriet ha l uso dello schieramento a due fronti. Onosandro suggerisce questa maniera di battaglia , nella vista medesima di far fronte da tergo (5). Leone trova egli pur necessario il movimento amphistome afupfrrtptu St x.ttnru quando i nemiei sopravvengono all improviso da fronte e da tergo (6). (168) Diphalanga amphistome. ' Chiaro il significato di que ste due voci, atteso lessere state altrove gi dichiarate. Inquanto poi al modo di ordinanza in quistione uopo avvertire che la definizione, che ne d Arriano, non sarebbe punto intelligibile, se supporre non si volesse corrotto il testo ove dice: rtv t fi tfctyeuc { rrpupiptttvi uragos autem extra coltocatos. Come infatti possono i retroguide esser collocati al di fuori in

%
( i ) Storie sa 1* pedi*, AIsm. I. 5 , $ n , p. 32*. - C art. 1. 8 , c. >4 $ 1 7 ; (a) Polieo. S trattg . 1. t , p. 54 > Senof. ; (S) Lo St. t. i aft f P(4) ibid. $ sg, p. 1 7 1 ; (5) Strategie, c. a i ; (6 ) Tct. c. 7 $ So.

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NOTE

paragoge in un' ordinari**, la quale importa che stiano poi1 , egualmente disposti al dufuori li capisquadre ? E chi non sa
che i capisquadre, e li retroguide sono fra loro direttamente op posti? Non disputer io della maniera di correggere il testo; intorno al che si possono vedere'jle?dotte conghietture di Schefffero (i), bastandomi il rimarcare che ritenendosi l'anterior parte della definizione ,. gli uraghi si debbono intendere, in vece che al di fuori, collocati al centro. Ci determinato ne segue adunque che diphalanga amphistome era propriamente l unione di due falangi, le quali appoggiate tergo a tergo marciavano di fianco con tal ordine, che i capi squadre costeggiavano i due lati della colonna , stando li retroguide riuniti al centro. N qui si creda che il significato della voce diphalanga , presa nel senso dell unione generale di due falangi, contraddica punto alla spiegazione datasi altrove di questa medesima voce , la quale si provato esprimere, nel senso di Polibio e daltri * il movimento di due falangi, non gi lateralmente u n ite, ma bens 1 nna dopo 1 altra successivamente disposte : perciocch io sono d avviso che JiQxXuyyi* i irtpti'x diphalanga iter si gnificasse il marciare in genere di due falangi ancorch di se guito 1 uno all altra ; e che per specificare pi chiaramente il marciare di fianco di due falangi , lateralmente riunite , valesse lespressione i:Q *).xyyi* ptQ!<rTtptt diphalanga mphistomos. (169) Falange eterostome. La parola iT tp ltrtfttt vien resa dai glossografi altera tantum parte aciem habens ; e t altera tantum parte acutus ; senso che emerge dalle voci medesime onde componevi 'tripos alteri e n ifi* acies. Ma dalla definizione di Arriano scorgesi manifestamente che in Tattica tale dizione significava propriamente una falange ordinata in m aniera, che 1 suoi capitani , o capisquadre avesse per unq met disposti dal1 uno de fianchi, e per l altra inet dallaltro, in paragoge. Si

(t; Ad A rr. Tactic, p. 6#.

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falla maniera di ordinanza, per le ragioni aniidette (i) importa che li retroguide o gli urghi sieno riuniti al centro. Dunque non pare dubbioso che la diphalanga amphistome, e la falange eterostome fossero una sola e medesima ordinanza; con questunica differenza, che la prima denominazione si riferiva allunione delle due falangi, tergo a tergo appoggiate , e moventesi di fianco; quando in vece la seconda espressione valeva a significare pi propriamente quest unione medesima, rappresentante un tutto in sieme in una sola figura. . (170) Diphalanga omiostome. La voce ip ttiir r tfitf si risolve in fm tf fim ilis, e tr i fi a rie ti onde Jiqmkayyftt iptatirrftaf dee rendersi duplex phalanx , acie similis: cio a dire, unione di due falangi , t una e t altra in egual modo ordi nate. Questa uniformit di ordine in entrambe era rispettiva al luogo occupato dai capitani Infatti si scorge evidentemente dalla definizione di A rriano, che nell ordinanza in quistione i capisquadre e li retroguide stavano posti al proprio naturale lor sito, tanto nell una che nell altra falange. Dir per ispiegarmi pi chiaramente, che diphalanga omiostome significava appo i Greci 1 uqione di due falangi in marcia , il centro delle quali riuniva li retroguide della prima ai capisquadre della seconda falange ; per lo che i capisquadre restavano tutti posti sulla di ritta, o sulla sinistra di ciascheduna falange, disposti in ambedue giusta il lor consueto. (171) Embolon. Il senso letterale della voce i pi.&aX quello di cuneo ; quinci 1 espressione cuneata acies , che in Tattica s incontra frequentemente. Ma in quanto al senso reale di questa dizione negli usi di guerra, io dubito assaissimo se 1 embolon consistesse in un ordinanza triangolare , come vien descritta da Arriano ; il quale, trattando in questo scritto dell arte militare dogmaticamente, non 1 ha forse in tutto purgata dai pregiudizi delle scuole. In descriver gi sopra le battaglie di Leuttra e di Mautinea, date da Epaminonda agli Spartani, io credomi daver
(1) V. nota i t i .

a6 6

NOTE

chiaramente dimostrato che nella mente dei Greci cuneo , od embolon , non altro significasse che 1 ordinanza in colonna (i). Ma qui giovami addurre qualche nuovo argomento in conferma del primo assunto. Embolon voce , che deriva da i p t / i x , verbo che in Tattica esprime propriamente 1 azione del gettarsi con impeto addosso al nemico per romperlo e rovesciarlo ; onde si rende dai glossografi jaculor in aliquem , immillo , injicio ; hosliliter irruo ; impetum in aliquem facio. E per non scostarmi da Ar riano istesso , osservo io che nell opera , in cui egli descrive ampiamente le guerresche imprese d Alessandro , sempre usa questa dizione nel senso qui citato; ipcfiitXth i t irrupisse in Traciam (a) : i t t y i iv r t wtX'tpttt invaserat regionem eorum hostiliter: i t t " n r i Q*X x y l ** tfiaXXtn it vrtttt ipptipi'tttis simulac vero densa phalanx valido in eos (Triballos) impeturuit (3); e cosi dicasi daltri infiniti esempj, che addurre si potrebbono di questa fatta. Egualmente la voce ipcfitxi non altro significa presso d Ar riano , che l impressione violenta che si fa contro al nemico nell assalirlo : xtr rie xianic iptfitX it primo impetu. Questespressioni ho riportate per rapprossimarmi al significato dell ordinanza embolon , la quale non si trova pressoch mai adoperata da Alessandro , n conseguentemente citata forse da Arriano , pi che una volta. Ci accadde in occasione che il Monarca guerriero ordin la sua falange a cento venti di fondo ; e dopo varie evoluzioni investi il nemico dalla sinistra parte con un tal modo di battaglia , che lo storico denomina in figura di cuneo. Notisi il gran fondo di questa ordinanza, e lenorme impeto con cui assali i nemici , i quali non valsero a tenersi saldi un momento, e si avr di che convincersi ad evidenza, che lordine di battaglia in quistione fu il vero in colonna. Quauto infatti

( ) r. S <i. ot* g l ; (a) Storii sn la sp ed ii, d A le . 1. i , S * > P ! S > P- 9 ed a ltro ra ; (J) I d ibid. 1. i , J 4 > p> 6.

*i

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567

una simile, disposizione aveva a riuscir conforme a tutti principj della greca Tattica, se si consideri, che le armi in asta ogni lor forza dal fondo ricevono, altrettanto doveva esservi in tutto contraria un ordinanza triangolare, diretta colla punta contro al nemico. Chi non vede che questa affatto incompatibile con quella giusta unione, sia tra le file , sia tra le righe , la quale, fu riconosciuta tanto essenziale al pieno effetto dell asta ? Quanto a tal proposito non assurda e ridicola 1 asserzione, d Eliano intorno alla maniera di formare il cuneo? Egli pre tende che la punta di questo , nella quale , perch 1 ordinanza sorta il suo effetto , tutta debb essere concentrata la forza del l intera battaglia, sia formata , per la cavalleria , da un solo cavallo che si trova in apice alla schiera , e per la fanteria , da tre individui, che soli stanno alla fronte (1). Ma qual impressione pu fare contro ad una fronte nemica una battaglia s strana mente ordinata? Risani teneatis amici? Pure questo errore gros solano di Eliano, prodotto dal falso credere che in guerra fos sero praticabili le capricciose evoluzioni di parata , non si pu imaginare di quanti gravissimi errori sia stato fecondo per la maggior parte dei filologi, traduttori e commentatori, che i loro studj grammaticali hanno esauriti nell illustrare i greci storici o tattici ! (179) Coelembolon. significa una battaglia in cavata ; derivando tal dizione dalle voci ** Aor cavo concavo, ed /*0 t Xtt cuneo ; il che torna ad un cuneo cavo. Anche s fatta ordinanza a foggia di A , o forbice, che dir si voglia, deesi risguardarc come impraticabile in guerra;n min duco a credere che i Greci 1 adoperassero giammai. L errore del cuneo ha tratto con seco eziandio quello di un ordinanza al cuneo opposta. In ci differiscono Eliano da Arriano , che il primo parla d entrambi questi ordini di proposito, e li consiglia come proprj alle occorrenze di guerra ; ed il secondo non fa

( 1 ) T a c t. a. 17 .

368

NOTE

quasi che nom inarli, credo per ispiegare il significato di voci , che forse avevano qualche uso negli esercizj di parata de suoi tempi. {1^ 3 , 174) Plesio Plinthio. Convengo che in queste defi nizioni non siavi precisione di linguaggio geometrico ; ma dalle medesime si arguisce chiaramente che Arriano intende chiamar plesio TX*f<rtti il rettangolo , volgarmente detto quadrilungo ; e plinthio trXlttmi il quadrato propriamente denominato. Nelle imprese militari dei Greci tali ordinanze si trovano non di rado praticate da insigni capitani, quali sono al certo Nicia , Agesilao, Senofonte , ed altri ; e sempre nella vista di premu nirsi , in marciando , contro all irruzione di un nemico , di cui temasi da tutt i lati. Io per sono d avviso che la distinzione, che mette Arriano fra plesio e plinthio , debba calcolarsi come importante nell attuai soggetto. La celebre ritirata di Nicia in Sicilia, che si amerebbe veder descritta da Tucidide, non da lui che citata, almeno in quanto all ordinanza, che col solo nome di plesio (1). Da Diodoro si rileva che 1 esercito fu diviso in due massime parti , fra le quali si compresero le bagaglie , i feriti, i malati ; e che scelti i pi forti e valorosi, vennero essi posti parte allavanti e parte da tergo; cosicch pare, che la figura di questa battaglia dovesse riuscire rettangolare (a). Tale ordinanza non valse per tanto ai capitani ateniesi, che potessero schivare d impegnarsi in azione, essendovi stati dal nemico contro lor voglia costretti (3). Agesilao in Tessaglia temendo di molti nemici popoli, che gl infestavano il cammino , s era ordinato in figura quadrango lare 1> <rAmiriti i ma assalito alle spalle dai Tessali i'u costretto tramutar la battaglia e trasportar da tergo molte delle truppe , che erano all avanti (4). Vero , che Agesilao sorti vincitore da questa , che non fu quasi che scaramuccia ; ma non si pu credere che gli riuscisse gran fatto utile la prima ordinanza
(t) tb . c.
7^

j () BVI. St. t. 4 c. 5 , p. 5o ; (3) Ibid

c. 4 , p- 5t i

(k) Senofoot , O rai, in loda d tl ro Agesilao , Opasc. t. * , p . ta .

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36g

quadrangolare se.tndebole nem ico, solo col pizzicargli Feser cito , 1 obblig a prendere nuova forma ; perch il cambiar or dine di bsttagli cl nemico addosso, per poco ohe questo sia forte, ella sempre operazione difficile e pericolosa. . Di Timoteo, valoroso generale ateniese, si narra come temendo egli la numerosa cavalleria degli O lis ti, avesse ricorso all ordi nanza quadrangolare ; ma nemmeno questo fiatto prova gran cosa in favore del quadro , se si osservi che egli fu debitore del non essere stato offeso allo schermo che si fece dei molti carri, cfae seco aveva ; i quali da lui a bello studio rapprossknati e connessi, impedirono alla cavalleria nemica di rompere U atto ordine d i battaglia (i). - Senofonte specifica il vero quadrato, chiamandolo plaesio * lati eguali /< iriirX ivpn j ma dichiara apertamente aver sperimentata tale ordinanza ed. averla, trovata inutile, allo scopo di difesa ^ e da schifarsi come pericolosa,quando si ha dappresso il dmhko; Egli ne'adduce per natone che la figura quadrata difficilmente si adatta al tenore de luoghi per i quali ;marcia 1 esercito ; che occorrendo di restringerne i lati , qualora s in contri una strada angusta, una gola d i m ontagna, o un ponte., i soldati traggpnsi fuor di it o, e camminano in disordine ur tandosi e spingendosi mutuamente; onde scompigliati gli ordini, l esercito perde ogni, seu forza.: inpltre > che passate le .stre tte , n el dispiegar di bel nuovo i lati > , i soldati che erano prima sti vati , vengonsi dopo a sbandare confusamente, e lasciano quinci de vuoti e degl intervalli ; il che .d campo ai nemici dassalire su molti punti con successo. . r ( i j 5 , 1 7 6 ) Iperphalangisis - Ipercerasis. Nel trasportar dal grqqo questo capitolo non mi sono io attenuto letteralmente al testo / poich cosi facendo , il senso dell A. sarebbe, riuscito oscuro ; .il che avrebbe tradito il fine della traduzione. Eliano mi_ha servito di scorta nell interpretarne 1 ultimo tratto. Ecco come questi si esprime intorno alle due ordinanze in quistione.
( r ) Pollano , S tratig. 1. S } p.
1 S8

, Timoteo.

A & kiaso.

45

- NOTE -X*ff<p*X*yyn<rtf iperphalangpsis est cam ab utroque cornu hostmrn phalangem circumvenire cona/hur. Iper,cerasis_ auiem est eum alterum tantum comu hostium circumvenimus et illa prior velali genus est ; haec de qua loquimur, tamquani sper cies. Omnis enim , qui phalange circumvenit, etiam com u cir cumvenire dicitur. Sed non omnis qui cornu circumvenit, phwlangem poterit circumvenire : nani paucioribus com u circumvnire possumus (i). > Il significato delle due dizioni, in quanto akqeuo alle 'voci -onde si compongono chiaro; poich foratasi da. ifc'p s u p r a , trans , prater , e da <pix*y% pbalnx ; ed ixtfKtparts dalla stessa preposizione ix'tp , e da itlpti com u. I Francesi dicono dborder lennemi ses deux ailes, ou seuletneM a tate. :Afriatio , nella storia delle , guerre d Alessandro , adopera il verbo tripQaXa'yyt* per indicare il frequente pericolo , irl che eranoi Macedoni d essere circondati dalle immensi truppe 'dai barbari (i). In quanto allipercersi osservo in Polibio, che 1 espressione irfpxipxt Tale in genere accprchidre dai fianchi il nemico ; nel quale senso egli ns .iandir la voce IxtpKtptiris ; ed in u t battaglia tra Asdruble e Scipione vedsi adoperata :tal ordinanza dai Romani per circondate'ii,Gaftagfti<yi (3).. Altre particolarit intorno alle ordinanze qui citate si possono vedere in Budeo alfe voce (4)1 ( 1 7 7 ) Bagaglie.W modo di condurre le bagaglie tien alla teoria delle marcie. Al passaggio del Gradito queste veggnsi collo cale da Alessandro in codk aU^srcitO. Equites ad comua collodat ; impedintenta extrma tubsequi fubet (5). Egli inftti procedeva all1 avanti invadendo paese nemico. Nicia e Demostene in Sicilia , marciando, nel ritirarsi, per
570

!,, ;

(1) Tact. c. {9 ; (a) Storie sa la spediz. d Aless. 1. 1 , 9 , p . 70; (S) Ee Storie , 1. i t j (4) Commentar, in grate, ling. ; (5) A rriano , le Storie, 1. 1 , S >6 . p. t j .

ALL ARTE TATTICA.

3 ;r

paese nem ico, e temendo da ogni parte d essere assaliti, ave vano poste per maggior sicurezza le bagaglie nel mezzo d ell esercito : impedimento in medium agmen disponimi (i). In genere p are, che i Greci facessero poco conto deUe ba gaglie , e che temessero d esserne imbarazzati ne fatti d arme. Alessandro, procedendo alla battaglia di Arbela , stabili di la sciare indietro tutti gl impedimenti, insieme con i soldati non capaci a combattere (2). se vogliamo prestar fede a Polieno, deesi credere, che il guerriero Monarca trascurasse interamente le bagaglie in questo fatto d armi (3). Senofonte nella ritirata de diecimila trov necessario alla su bite dell esercito 1 abbruciar le bagaglie. Quindi il trascurar di esse riport Polieno tra gli stratagemmi militari di Senofonte (4). F in qui del conto che facevano delle bagaglie in guerra gli antichi Greci. Diversa dottrina rinviensi nelle opera da Gratti m oderni, e specialmente in L eone, che un intiero capitolo im piega a dichiarar la maniera , onde provvedere alla sicurezza di quelle nelle varie circostanze di guerra (5). Ma le pratiche dei medj tempi non debbonsi calcolar punto nell investigar lo spirito della Tattica greca nell eppphe felici, eh ella sali al pi alto grado di sua perfezione. (178) Omero. I versi del divino Poeta riportati da Arriano in questo capitolo , sono trascritti dall Iliade (6). In quanto al silenzio nel combattere nopo rimarcare che ebbero in costume di osservarlo i pi valorosi popoli della Gre cia. noto degli Spartani che ftir* n y i i ci xr/t*v silen ziosi , e ordinati procedevano in battaglia, ad effetto di poter pi facilmente comprendere il comando ; narrando Tucidide come fossero scoraggiti dallo schiamazzo degU Ateniesi in combattere ;

( 1) D io d o ro Sicu lo , B ib l. S t. t . 4 , 1. i3 , (5 ) S tra ta g e m m i , 1. 4 , p . (5) T a c t. c .


7, 161,

c. 5 ,

p . So ; ( 1 ) A r r i a n o , S t.
19

a la s p e d i* . d A le s s a n d ro , 1. 3 , S 9 > P- >'4- - C n r t. 1. 4 , c.
A le s s a n d ro ; (4) I b id . 1.
1,

, $ a ;

p . 54. S enofonte ;

d e tn ld o , t e a im p e d im e n ti] j

( 6 } L ib . , t . 459 - I. S , v . -

1. 4 , r . 48 a d 4 J 6 .

37a

NOTE

attesoch per questo s impediva loro di bea sentire la' voce dei capitani (i). La celebre battaglia di Cheronea fra i Lacedemoni ed i Tebani fu incominciata in silnzio (2). E bench i Tebani, ad un certo punto, fuor mettessero degli urli, afferma per Senofonte che nel mutuo trucidarsi de due eserciti non altro rumor sentivasi che un basso fremito di rancore (3). -. Pare che lo strepitar forte in combattere fosse pi proprio dei barbari. Perci Festo chiam barbarico lo schiamazzo di guerra. Livio attribuisce ai Galli un urlar loro proprio ululatum et cantum moris sui (4), e Curzio ai Persiani un truce e disordinato gridare trucem ed inconditum clamorem (5). Dopo ci che diremo noi di quel veementissimo schiamazzo de Romani nell azzuffarsi col nemico ? A. Gellio si attenta d i sciogliere questa difficolt. Quid ille vult ardentissimus clamor

militum romanorum, quem in congressibus proeliorum fie ri solitum scriptres annalium memoravere ? Contro ne institutum fiebat antiquae disciplinae tam probabile ? A n tum etiam grada clementi, et silentio est opus, cum ad hostem itur in conspectu longiquo procul distantem? Cum vero prope ad manus ventum est, tum jam a propinquo hostis et impetu propulsandus , et clamore terrendus est ? (179) Maniere del comandare. Queste medesime forme di co
mando specificano o in tutto, o in parte anche altri greci T at tici , le cui opere a tale proposito sar ben fatto di consultare. Eliano ne annovera alquante di pr che non ne abbia fatto il nostro Autore (6). Leone cita egli pure fra queste le princi pali (7). Pervenuto al fine delle mie ricerche intorno alla milizia dei Greci antichi, avviso sia prezzo d opera 1 unire qui in epilogo que pochi sublimi principj, sui quali il sistema essi fondarono

( 1) Lib. 4 i (a) Senofonte > le Storie, 1. 4 , p, i5o ; (3) O ra r, in lode del r e A gesilao, Opnsc. t. a , p. i4 e seg- ; (4) L. i , } (5) *L. 3 , c. io , S 1 1 (ti) Tact* c* 53 > ( 7 ) Tact. c. 1 , $ 85.

ALL'ARTE TATTICA.

3j3

della-lor Tattica. Vivamente animati da quello spirito pubblico, che fa che si ami la patria pi che i beni e la vita , e 1 in teresse di nazione ad altro qualsivoglia si preferisca, riposero essi la forza nel valore regolate e diretto dalla scienza e dal lesperienza; quinci riputarono che il combatter dappresso fosse 1 unico mezzo onde dare a questo valore tutto l impulso di cui era capace, e trarne cosi un effetto/ che controbilanciasse la su periorit in numero dei nemici. Ma per escluder dai loro eserciti il tim ore, ed impedire insieme il vano ed improvvido sacrificio della vita , unitamente alle armi doffesa ne accoppiarono delle gravissime di difesa; le quali aumentarono di tanto il valore, di quanto i soldati si trovarono pi dappresso ai nem ici, e meno esposti ai suoi colpi. Considerato inoltre che le forze individue associate con certe leggi, moltiplicano il proprio impulso, imaginarono quella strettezza dordini, e quell union di battaglia, merc cui le armi acquistano un momento d offesa, per valermi d un termine di Meccanica, che non avrebbono in verun modo da s medesime. Ora applicando questi principj ai tre generi di truppe, de quali il greco esercito componevasi, degli opliti, in tendo, dei peltati e dei leggieri, scorgesi ad evidenza che solo i primi in tu tto , i secondi in proporzion sufficiente, e per minima i terzi corrisponder potevano al gran fine della Tattica greca ; ed ecco ragione perch gli opliti fossero assaissimo ri putati , mediocremente i peltati, e negletti e tenutigli niun conto i leggieri. Quinci i Greci, tutti intenti al combatter di piede fermo ed in giusta ordinanza, tennero dappoco la cavalleria, con siderandola come arma debole , e che niente fruttava in mano dei barbari, che ne avevano immensa. Fissi nella massima dell union delle forze, in ogni maniera di movimenti e di evo luzioni studiarono la composizion delle parti nel tutto, e la forza di questo tutto procacciarono di conservare egualmente in qual sivoglia possibile combinazione di ordinanza. Finir con dire che il carattere pi insigne della greca Tattica consiste in un profondo spirito geometrico, che dappertutto vi domina, che re gola sugli stessi principj l unione di due fil, come quella dell in

374

NOTE ALLARTE TATTICA,

tera falange ; che riduce a preciso calcolo il tem po, il passo, il terreno, gli spazj: spirito veramente sublime, che questa invitta nazione seppe, forse pi che altra qualsiasi, trasportar dalle scuole al cam po, renderlo scevro, da vane speculazioni, e farne sicuro stromento di sua militare grandezza.

FI N E DELLE KOT B

AL L AKT E T A T T I C A .

L E T T E R A D ARRIANO
A

CESARE TRAIANO ADRIANO AUGUSTO


ED IN S S A

IL PERIPLO DEL PONTO EUSSINO


T R A D U Z IO N E

DI

NICOL

TOM M SO.

G. P. V.
BENEMERITO DELLE ITALIANE LETTERE IL TRADVTTORE CON RICONOSCENZA E RISPETTO

P R E F A Z IO N E .

Q u e s ta lettera pare scritta assai tempo dopo la morte di Traiano, e molto avanti nellimperio* dAdriano; peroc ch molti sono i re che lAutore qui nom ina, finitimi al mare Eussino, da Adriano creati; e uno solo, il re de gli Apsili, fu da. Traiano, al dire del nostro Istorico, designato. ^E quando limperatore di Roma nomin tutti que re che nel Periplo nostro sac cennano , eran gi f^tte terribili le vittorie di Roma per lOriente, cos

38 o

che i principati vicini, che confina vano quinci a Parti, quindi aRomani, piuttosto da questi solevano che da quelli riconoscere il regno. Perocch la . cagione della guerra che mosse Traiano ai Parti, era appunt, che T Armenia dalle mani di questi avea ricevuto il suo re. Ci dimostra che il terrore dell armi romane non avea per anco compreso que popoli, epper che da quel tempo allanno in cui scrisse Arriano la presente let tera, dovea essere corso non breve in tervallo. E mentre la scriveva Arriano, avea certo un potere in que luoghi : ci eh indicano e gli esercizii fatti fare a soldati, e gli stipendi i lor dati, e le stazioni delle navi assegnate da lu i, e la cura delle munizioni eh ei pren de, e dellannona; e le minacce di

381

esterminare una gente, ricusante a Romani il tributo. N tutta la spiaggia del mare Eus sino qui mostra ch egli abbia per corso, ma solo da Trapezunte a Dioscuriade cio Sebastopoli: di tutto il resto fino al Bosforo Cim merio, e quinci a Bizanzio ed al Bosforo Tra c io , narra egli per fede dudita, non gi di vista. CiAon sarebbe, se tutto il Ponto Eussino egli avesse impreso per cenno d Adriano a percorrere : e questo segno che la flotta di lui fe soltanto il suo giro in quella parte eh era al governo dArriano suggtta. N da Trapezunte egli avrebbe co minciato quel Periplo, ma dal Bo sforo Tracio, se da Trapezunte a Dioscuriade il poter suo terrestre e marittimo non si fusse disteso. Cos la milizia tutta che in questo spa

38s

zio s incontra., ei dimostra essere a lui tutta quanta soggetta. Certo che Dione ( i) attesta un Flavio Arriano essere alla Cappadocia presieduto sotto l imperio dAdriano : che, per segni verisimilissimi il nor stro : poich Trapezunte ora nel Ponto Cappadocio, ora nella Cappadocia si colloca da Tolomeo ($), ben vicino ad Arriano det. Onde in qilel s colo la Cappadocia abbracciava anche il Ponto, insino alla Dioscuriade; pre nominata. Arriano stesso chiama il Ponto pi volte provincia sua. Questi limiti pare che si dovessero a lle. v it torie di Traiano : egli > certo ch ,i Colchi furono da lui soggiogati ,, giu sta Rufo Festo, ed Eutropio. Il tempo proprio del governo dAr(i) Lib. ixtx. (a) Geog. 1. v i , c. 6 , I. vai.

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ciano, hassi dalla sua Tattica, chei dice scritta nell anno vigesima d Adriano, eh il 136 di nostr era. E questa circostanza sadatta anco' al1 Arriano che da Dione si nom ina, di cui dicesi, che la guerra degli A lani fu dal terrore dun Flavio Ar riano repressa, che allora alla Cappadocia preseda. .Cosicch se la guerra degli Alani cadde j siccome altrove toccammo (i), nell anno vigesimo ; e la guerra Giudaica di Barcocheba si compi nel decimonono; se in questo Periplo si fa cenno, come di re de Zidriti, di quel Farasmane che . mosse la gurra Ainica, segue chiaro che il Periplo debba credersi scritto tra la fine della guerra giudaica e l cominciamento dell altra.
(i) Prtfaz. agli Alani.

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E scritto,-soggiugnerema, nel pri mo entrare del nostro Arriano in provincia, quando ne faceva egli alT imperatre ( per usare una frase moderna un po barbara) il primo rapporto, in lettere latine che pi duna volta si veiggono in questo Pe riplo nominate. Certo che la maest dell imperio chiedea, che non altra lingua s usasse in iscrivere al priri^ cipe pubicam ente o al senato, che la lingua di Roma : dico ne tempi dAdriano; ch ancora non avea' Caracalla donato cittadinanza alla Grecia intera. Dal passo di questa lettera, in cui narrasi della morte di C oti, re del Bosforo detto Cimmerio, e saggiunge di questo Bosforo la sommaria descri zione, acciocch, se Adriano volesse nulla tentarne, sapesse il come ; da

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quel passo, io dicea, viensi a indur re, che il Bosforo Cimmerio fu circa quel tempo aggregato all imperio ro mano: comera anco a tempi di Stra bone ( i ) , che l dice. Quand Arriano scriveva, Adriano dovea essere verisimilmente in Italia, forse per la successione di Lucio Ve ro: che poi il nostro istorico, quando scrisse, fusse appena arrivato in Pro vincia cel mostra laccuratezza delle sue descrizioni; la qual non dovrebbe verisimilmente esser tanta, s egli gi fosse stato a quelle vie assuefatto da qualche tempo. Altro segno del suo re cente arrivo in Provincia quel dire che i Sanni ribelli, saranno, se resistono ancora, da lui sterminati: e sarebbe suo disonore se i Sanni si fossero ri(a) L. vii.
A * x ia * o.

46

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bellati sotto il suo reggimento; ned egli avrebbe osato parlarne con quel tuono di franca minaccia. E cos quel tacere di Farasmane e de moti dell Alanica guerra , in un uomo che prende cura di annunziar subito la morte di Goti al suo principe, segno anche questo di ci che af fermammo. Arriana' adunque venne a governo in sul fine dellanno cxxxvi di nostrera; poich di solito i gover natori si partivan di Roma a mezzo lanno, come appar dalle leggi di Clau dio (i): sicch giungere nelle remote provincie Asiatiche, non si potea che in sul termine dell anno stesso. Pli nio , sotto Traiano, non venne che agli ultimi di settembre in Bitinia (2), eh pur pi vicino. Dal dire che
(1) Dione l x . (2) Plin. , 1. x , c. 28.

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il Nostro fa, non essere ancora al suo arrivo la stagione di trarre le navi in secco, puossi credere lui es ser giunto in Gappadocia allestremo d ottobre. Del resto, in questo Periplo chia ro a vedere ritratta l indole e di quella e t , e d Adriano. Le istorie mitolo giche, e sino i monumenti favolosi si trovano qui m entovati, de quali si dilettava Adriano pi chaltro mai. Si trova data gran cura alla militar disciplina, in cui erasi esercitato driano, e avea fatte parecchie inven zioni : onde la Tattica da lui ordinata, e che da Arriano si espone, fino all et di Dione Gassio dur inviola ta ( i ). Si trovano memorati i guernimenti novelli delle citt, cosa, di cui
Dione

(i)

lx ix .

388

si sa bene essere stato sollecitissimo limperadore (i): si trovano accennati i viaggi di Adriano, e sappiamo cliei fu di viaggi amantissimo (2). Se non ch , non poteva Arriano aver fatto codesto viaggio, che il Nostro accenna, nel Ponto, che tardi assai: tanto pi che Sparziano medesimo non ne toc ca : se pur noi si voglia compreso nelle peregrinazioni dell7 Asia, da que sto biografo menzionate ( 3). Che Arriano di questo Periplo sia l autore , non par dubbio : s tutte le circostanze convengono, e soprat tutto quell affettato memorar eh egli fa , Senofonte il vecchio, col quale egli ebbe comune la patria, il nome, gli studii, le sorti, e volle aver co(1) Dione. Sparz. (a) Sparz. Adr. m i. (3) Ivi.

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muni anche i titoli e gli argomenti delle opere. Non per da confon dere Arriano nostro, con l altro Ar riano, amico di Plinio, Altinate (i), eh era in Italia mentrech il nostro era in Nicopoli, appresso Epitteto. Queste notizie traemmo dall eru dito Dodwello. Pi note, che lunghe vorrebbonsi, stretti dal tempo, omet tiamo.
(i) Plinio lib. in , ep. 3.

AlV Imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto Arriano salute.

A rriv am m o a Trapezunte (j) , citt g reca, siccome dice lattico Senofonte (a), edificata in sul mare ; colo*niadeSinopi. E 1 mare Eussino con piacere di l con templammo , donde e Senofonte e anche tu. Lare sor gono ancora, di pietra, ma rozza: perci le lettere non ci son chiaro scolte; e il greco epigramma erroneamente c scritto, siccome da mano barbarica. Pensai dunque e le are di pietra bianda ivi porre, e linscrizione segnarvi a distinti cartteri. Della statua he c , t u a , 1 atto bello : addita, il mare : ma nell* esecuzione non n simile a t e , n per altro bella. Sicch manda una sta tua, degna che dicasi tu a , e che sia in quel medesimo atteggiamento: ch il lugo opportunissimo a monu mento perenne. Evvi anche un tempio di pietra qua drata } edificio non tristo : m a la statua di Mercurio n del tempio degna , n del luogo. O r , se a te p a re , mandami un simulacro di Mercurio, di piedi cinque al pi, ch t a l , sembrami, sar proporzionale al tempio : ed un altro , di Filesio, di piedi quattro ; ch sconcio
(i) Comincia a dirittura, senza dire onde partisse vers Trapeennte , ned altro. (a) Senof. Anab. 1. t v , c. 8. E venni al mare in T r a p e la li te, citt greca, posta nel Ponto Eussino, colonia de Sinopesi, nella region della Colchide .

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ARRIANO

non parmi eh egli abbia comune col progenitor s,uo, il tempio e lara. Cos, se altri a Mercurio, altri a Filesio, altri a tutti e due immoler; e questi e quelli faran grado insieme e a Mercurio e a Filesio : a Mercurio, onorando un nepote suo ; a Filesio , onorando uno de1maggior del suo sangue. Perci anch io ho sacrificato un bue qui vi, non come Senofonte nel porto di Calpe (i), togliendol dal carro , per difetto di vittime; ma i Trapezunzii stessi me l appararono ostia non vile. Consultammo le vi scere quivi stesso; e, dopo i riti (2), femmone libagione. A chi primo venissero i vo ti, a te noi dico, che 1 uso mio non ignori, e sei conscio a te stesso, esser degno che tutti per te faccian voti, anche quelli che men di me , avesser da te ricevuto del btene.' Da Trapezunte partiti, approdammo il primo d al porto d1Isso (3 ) , e alla fanteria, che quivi , femmo fare esercizio : ch quel reggimento, come sa i, di fan ti, ed ha venti cavalieri, sol pe servigi delluso : pure an che a: questi convenne quel d arrestar lancia. Quinci salpam mo, aiutandoci e dell aure che i fiumi spirano da mattina, e insieme derem i: ch fredda era la brezza (siccome l in Omero (4)), ma non buona a sospingere.
(1) Senof. Anab. lib. vi , c. 5 . (2) La voce greca contien tutti i riti dellos-

servare le viscere della vittima, deU approvarle^ del porle in sul1 ara, del gustarle, e ci fatto, libar vino ed incenso. V . Salmas. Ex. Plin. c. 17. (3) Tolomeo colloca questo porto intra Farnacia e Trapezunte : e Sofronio il nomina, vit. Mat.: dove in luogo d Etiopia hassi a leggere Cappadocia. (4) Od. 1. v. 469.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

3g3

Di poi ne sorprese bonaccia; sicch irem i solo ne ser vivano : quando un nembo di subito insurto , ruppe in fiero levante, il qual era s forte e s drittamente con trario , che per poco non fummo perduti. Perocch in brieve turb tutto il mare , s che non pur dalla banda de rem i, ma e sul cassero, quinci e quindi cadea 1 onda a monti. Vista orribile ! Noi vuotare, ed ella ripiovere. Ma perch i cavalloni non venian da traverso, a pena e a stento tanto femmo co re m i, che dopo molto trava glio fummo in Atene (i). Perchhaw i, anche nel Ponto Eussino, una terra cos nominata ; e un tempio di Mi nerva c , greco : onde io predo anche l nome essere venuto alla terra. Anche un castello ci h a , abbando n a to ; ed un p o rto , capace di non m olte navi al biso gno della stagione, ma che lo r presta difesa dal vento Noto, e dallEuro: salva anco da Borea i navigli che c entrano ; ma non da Coro , n da quel che Trascia nel Ponto (a) e Scirone in Grecia chiamato (3). Di n o tte , tuoni orribili e lampi ; e l vento non pi quello, ma passato in Scirocco; e quindi a poco di Sci rocco in Libeccio: onde alle navi non era pi sicuro quel porto. Pi'ia dunque che l mare aifatto infuriasse, quante navi poteva Atene capire , le fi trarre in secco, fuor ehuna trirem e, c h e , sotto uno scoglio cacciata, fluttuava in sicuro. Molte pensai di mandarle a tirare in terra ne siti vicino; e si tirarono s che salve furon tutte, tranne u n a , che , nell arrivare, anzi tempo voltato il
(i) Ved. Steph. a questa voce. (a) Agathem. c. 2 , - Arist. Meleor. a. 6. (3) Strab. lib. x.

5g4

ARRIANO

fianco al cavallone, da quello fu cacciata alla spiaggia e rotta. Si salv per tutto ; non le vele soltanto, e gli attrezzi nautici, e gli uom ini, ma i servi ancora. La rgia fu tolta gi : cosicch di nuli altro bisogno che di legname da bastim enti, di che som m a, come sai , la copia nel Ponto (i). La burrasca dur per due giorni ; e fu forza restare. Daltronde, non si conveniva, che ad unAtene trovata nel P o n to , noi passamm o ltre , cos come a un porto deserto e senza nome. Quinci varammo sullalba, e bt temmo a orza : crescendo il d , un lieve fiato di tra montana , appian l m are, e 1 facea crespo appena. Arrivammo a mezzod, fatti stadii pi che cinquecento, in A psaro, ch ha cinque coorti di guernigione. Diedi a soldati la paga ; visitai 1 a rm i, il muro , le fosse, i m alati, il magazzino del grano : e di tutto ci qual pen siero sia l m io , nelle lettere lmine scritto. Il paese dApsaro dicono che fosse nomato Apsirto nel tempo vecchio (a), poich quivi Absirto mor per man di Medea : ed il sepolcro dAbsirto si mostra. Ma poscia il nome fu guasto da barbari indigeni, come ne furon molt altri. Cos Tiana , in Cappadocia , di cono fosse nomata Toana (3) , da T o a n te , re della Tauride , il q u a l, perseguendo Oreste e Pilade , fa ma che fino a quel luogo venisse, e morisse l di suo male. I fiumi che scontrammo in venendo da T rapezunte,
(1) Lo dice anco Senof. Anab. V I , lib. iv. (2) Ovid. Pont. HI. - Lucian. Toxar. (3) Ne parla lo Stefano a questa voce, c cita Arriano.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

3g5

son questi : l Isso , da cui nomasi il port d Isso , distante da Trapezunte stadii centottanta : 1 O fi, di* stante dal porto d Isso stadii novanta al pi, e che divide la region deColchi dalla Tiannica (i). Poscia il fiume chiamato Psicro, distante intorno a trenta stadii dall Ofi : di poi il fiume Calo ; e questo, altri trenta lontan dallo Psicro. Vi "'no allo Psicro l fiume Ri zio (2), cento e venti stachi lontano dal Calo : e trenta da lu i, 1 altro fiume Ascuro ; e sessanta dall A scuro, l Adino. Quinci ad Atene son cento e ottanta stadii ; e a sette stadii. al pi da Atene il fiume Zagati sbocca al mare. Fatto vela da A ten e, trovammo il P ritan i, dov l reame d Anchialo : e questo lungi quaranta stadii da Atene. Al Pritani segue il fiume Pixite : trambo lo spazio di stadii novanta. Dal Pixite allArchabi (3) , altri novanta ; dall Archabi all Apsaro, ses santa: e dallApsaro dipartitici, passammo lAcampsi di notte Tche intorno a quindici stadii distante dallApsa ro. Il fiume Bati a settantacinque dista dall Acampsi ; I Acinasi dal Bati, novanta ; novanta, dall Acinasi lIsi. Navigabili sono e 1 Acampsi e l Isi ; e forti son l aure mattutine eh e spirano. Dall Isi venimmo al Mogro : novanta stadii corrono fra questo e quello. Anche il Mo gro navigabile. Quinci entrammo al Fasi, novanta stadii in lontananza dal Mogro : de fiumi eh io conosco, qucst che d lac
(1) Strabone , Tiannitide. (2) Tolomeo lo colloca tra Pitiusa e il promontorio d Atene. (i) Tolomeo , Arcadi.

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ARRIANO

qua pii leggera e di color pi mutabile. Della leggerezza la statera segno; e questo anche , chei va sopranno tante al mare , e non ci simmischia. Cos dice Omero , che l Titaresio corre sopra al Peno
Lieve lieve coni olio notando (i).

Attinta a fior d acqua, londa del Fasi sha dolce ; af fondando il vase, salata : sebben tutto il Ponto d as sai pi dolce acqua, che il mar di fuori; e causa di ci sono i fiumi, eh egli riceve, d ampiezza e di numero grande. E l segno. del dolciore ( se pure segno ab bisogna in cose al senso apparenti) che i littorani di quel mare tutte conducono al mar le gregge ad abbe verare ; e quelle si veggon berne di voglia : e dicesi, che sia lor salubre quell acqua, pi che la dolce, as sai. Il colore del Fasi qual d acqua impregnata o di stagno o di piombo : ma riposata, diventa purissima. E interdetto come per legge il portar acqua a chi naviga il Fasi; ma appena entrati nel fiume, sordina di spandere via tutta 1 acqua eh nella barca: ed voce che chi non cura di farlo , non fa buona via. L acqua del Fasi non si corrom pe, ma si conserva per sino al decim. anno ; se non che va in pi dolcezza. A sinistra dell entrata del Fasi, la Dea Fasiana , che, dalla forma, par la stessa che Rea (2) : tiene un cem balo fra le mani, e i leoni ha disotto del trono; e siede come quella di Fidia nel tempio della Dea madre in
(1) IL 2. , 54 . (p i) Gli Argonauti incominciarono il culto di Rea. Questo ac
cenna Dionigi.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

3g7

Atene. Quivi anche si mostra l ncora dA rgo, eh di ferro, e non parvemi antica : e sebbene in grandezza ed in forma diversifichi alquanto dalle ncore doggid, pur mi parve men vecchia degli Argonauti. D un altra ncora di pietra si mostrano i frammenti vecchi ; e que sti, pi probabile che sien gli avanzi dellncora dArgo. Nuli altra memoria c delle favole che si contano di Giasone. Il castello , ove riseggono quattrocento mi liti e letti, e per la natura del luogo a me parve fortis simo, e opportunissimamente locato a difesa di quelli che approdano. Doppia fossa abbraccia il muro , ben larghe entrambe : in antico, di terra era il muro, e le torri sorgean di legno ; ma or sono di terra cotta e il muro e le torri : e l muro sicurato a ogni prova : ci ha mac chine : in breve, s guernito di tu tto , che non lascia adito a barbari, n spone a perieoi d assalto coloro che l guardano. E perch conveniva chanche il porto fusse sicuro per le navi, e tutti que luoghi fuor del campo che sono abitati da militari in riposo e damercatanti ; parvemi dalla doppia fossa che prende il muro., tirare gi sino al fiume un altra fossa, che cinge il porto e le case che son fuor delle mura. Dopo l Fasi trovammo il Cariente ( i) , fiume navi gabile : tra questo e quello distanza di stadii novanta. Dopo il Cariente navigammo in sul Cobo , distanza di altri novanta. Quivi fermammo : perch, e ci che quivi si facesse , la latina mia lettera tei dir. Dal Cobo pas sammo al Singami, fiume navigabile , distante da quello
(i) Tolomeo , Caristo.

3g8

ARMANO

dugento e dieci stadii, al pi. Segue al Singami il fiume Tarsura , con lintervallo fra luno e l altro di stadii centoventi. Dal Tarsura allIppo, cencinquanta; dalllppo all Astelefo, trenta. Passato l Astelefo, venimmo a Sebastopoli (i) in nanzi merggio, (parliti la mattina da Cobo): e dallAste* lefo a quivi, ha stadii cnventi. Onde ho potuto in quel d , e dare amiliti il soldo, e far la rivista de cavalli e dell arm i, e vedere i cavalieri maneggiare i lor corri dori di salto ; e visitare i m alati, e 1 annona, e i m uri, e le fosse. I stadii da Cobo a Sebastopoli sono secentotrenta , e da Trapezunte a Sebastopoli, duemila dugento sessanta. Sebastopoli in antico ebbe nome Dioscuriade; colonia di que di Mileto. I popoli che trascorremmo, son questi. A Trapezunz ii, com anco Senofonte dice (a), sono contermini i Colchi ; e que eh egli narra essere bellicosissimi e n imicissimi a Trapezunzii, chei chiama Drilli (3), e che a me paion essere i Sanni. Perch costoro sono belli cosissimi ancora , e a que di Trapezunte inimicissimi, e dimorano in paese ben forte : ed popolo che non ha re. Tributarli un tempo a Rom ani, ora dati al ladro neccio, non pensano di tributo: ma se il cielo ne salvi, o e ci penseranno, o noi gli sfaremo. A costor seguono i Macheloni e gli Eniochi: il re loro Anchialo. AMacheloni ed agli Eniochi vengon dietro i Z idriti, che obediscono a Farasm ane: a Zi(i) Or Sevatopoli. (i) Anab. V , t. (3) S enofonteD rili.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

3gg

tiriti i Lazi ; e re de Lazi M alassa, eh ha il regno da te. A Lazi sono confinanti gli Apsili : il re loro Giu liano, che dal padre tuo tiene il regno. Agli Apsili gli Abasci ( i ) ; e re degli Abasci, Resmaga: anch esso ha suo reame da te. Appo gli Abasci vengono i Sanigi (2), dov Sebastopoli : il re de7 Sanigi, Spadaga, ha da tue mani lo scettro. Infino all Apsaro navigammo a levante, alla dritta dell Eussino : e lApsaro parvemi essere il termine del Ponto, in lunghezza. Quinci si volse la nostra via a set tentrione , persino al fiume Cobo \ e dal Cobo al Singami : dal Singami piegammo al sinistro fianco del Ponto, sino al fiame Ippo \ dall Ippo , allAstelefo e a Dioscuriade : onde vedemmo il monte Caucaso, d altezza al pi come lAlpi Celtiche. E gi del Caucaso ci si m o strava una vetta, il cui nome Strobilo , dove favo leggiasi Prometeo confitto da Vulcano per cenno di Giove. Dal Bosforo Tracio alla citt di Trapezunte, il cam mino cos. 11 tempio di Giove Urio dist da Bizanzio cenventi stadii ; ed questa la pi stretta bocca del Ponto, ondei si gitta nella Propontide, come tu sai. Da quel tempio navigando a d ritta , ce il fiume Reba, di stante dal tempio di Giove stadii novanta: poi la Punta n e ra , cos nominata , centocinquanta ; e dalla Punta nera al fiume Artane, ov un porto per le navi piccole presso il tempio di V enere, altri centocinquanta. Da Artane al fiume Psili (3), cencinquanta ancora ; ove i
(1) Stefano , Abasgi. (2) Stefano , Sannigi. (3) Tolomeo in. Psilli. - Strabono xit. Psilc.

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ARRIANO

navigli piccoli possono, da uno scoglio difesi, dar fondo^ non lungi dalla foce del fiume. Quinci al porto di Calpe , dugendieci stadii. E questo porto ove sia, come si c u ro , e della fonte che c di fresche e chiaracque, e delle selve in sul lid o , feconde di legna da navi e di selvaggine, tutto ci da Senofonte il vecchio si narra (i). Dal porto di Galpe a R o e, stadii venti : eh porto da navi piccole. Da Roe a Apollonia (2), piccola iso la , poco lungi dal continente, altri venti. Nell iso letta evvi un porto. Quinci a C hela, venti stadii ; d a C hela, centottnta, fin l dove il fiume Sangario (3) si getta nel Ponto. Quinci alle foci dell Ippio (4) , centottant altri : dallIppio a Lillio , luogo di commer cio , stadii cento : da Lillio ad E lo, sessanta : quinci a C alete, altra terra di m ercatanzia, centoventi: da Calete al fiume L ieo , ottanta : dal Lieo ad E raclea citt greca,, dorica, e colonia megarese, stadii venti (5 ). In Eraclea, un porto da navi: e da Eraclea a M etroo, stadii ottanta: quinci a Posideo, quaranta : quinci a T indaride, quarantacinque : quindici di quivi a Ninfeo ; e da Ninfeo al fiume Oxina (6), trenta : da Oxina a San daraca , novanta : e Sandaraca porto da navi piccole. Quinci a C renide, sessanta; da Crenide al mercato di
(1) Anab. v i , 4-. (2) Altri la chiama Apollonia Tinaia, per distinguerla da unA pollonia Europa. (3) Scilace , Sagario. - Altri , Sagari. (4) Apollonio , Ipio. (5) La tavola Peutingeriana porta 4 ooo passi, cio stadii venti. (6) Marciano eracleota, Oxine.

PERIPLO DEL iPQRTO EUSSINO.

4oi

Esilia, trenta: quindi a T iO jc itt g rec a , Ionica,, fon*data iippo lm atfe^-anchlessa colonia de Milesii (i) , novanta. Da Tio al fiume Billeo, stadii:venti; dal Bili leb i fiume; P artenio, stadii cento : e<sia qui si sten dano i TraciO'Bita:; dequali Senofonte nelle storie sue e?memria ( a ) , come depi battaglieri <jbe siano in s^da cui ihoiti danni sofferse in quelle parti larmata d^G^eoi , poich ti divisatagli Arcadi dal partito : di Chirosofo e idi Senofonte.

i Di qnii conkincia la Paflagonia. Da P artenio,ad Ama-i stifi,'ci^greck, stadii nvaitia. I r i f jterto.Quinci ad Eritina, sessanta; da Eritinaa Cromna, altri sessanta: qtririei a G itoto, novanta; Gitotro ba.parto,: e d Citer ad Egialo, sessanta ; a Tia^ne(3), nvanta^ Garam* bi , conventi. Quindi a Zefirio, sessanta: daZfirio alle mura id Abo^ej y piocla citt ,.cncinqwanta Ini un p o rto n o rib e n e sicuro , ma ppisoo le navi possu-visi senza patirne, se gran buvrasoa =non isa. :-' Dalle m uradAbonei &.-EgIneti<(4)^altri centoinquanta: di l allemporio di Cinlij(5)^ altri sessanta: In Giooll n ^ n b u n a stazin a l^ avi y {forte dell: anno. Da Ci? noli a Stefane , centottanta : porto di mare sicuro. Da
Stef^w e/a Potano

L p g te

(i) Cosi Senofonte, Strabene , Apollopi i altri.la .Vuole! colo nia de Megaresi. (a) Senof. Anab. V i , D , (3) Tol. Teutrania. ^)i:Sterao:,;Eginebe. (5) Stefano , Cimoli.

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ARRIANO

Aera (i) ( piccitl promontorio )} icenventi. Da L ept Aera ad Armene, sessanta. Ivi porto. Anche: Serio-, fonte ricorda d Armene * (a)l

Quindi a Sinope, stadii quaranta. Siriope - iclonial Milesia. Da Sioope Carusa. (3) : ( porto : d ii,mare xunb buono), ceucinqunt. Quindi a Zagora (4) i altricentoi cinquanta : quicidial fiume A li, trecento. Questo! fiaia in antico era il termine idel ream e di Ceeso e ^e'JPersib ora scorre sotto l romano Imperio, m n da nieauaodl.^ come dice Erodotb 1(6.) y.ina dl levare del sofo: i !l dov si ^ t t a nei Ponto ^ divide i c o lti. de; Siatpesi. da^ gliA m isenj ' Dal fiume Ali a J^astatmo , stadii novanta. Ivi i porto. Quindi a Conopo , a l t i porto, .altri cinquanl<a. Da;Qor: nop ad iEusen 1(6}, cenvjeiti : quinci ad Aujti&Oiy ceiM sessanta; A fflisi,-citt igrec, colonia degli Aite'desiyi sul mar^. Da Aniiso al pprto Ancone, ove lIrr, si getta; nel Ponto, stadii centosessanata id a lle foci- delii r i - a E raeleo, trcenbo es^aiitfiilK ^poart/ Quineiial fiome Termodonte', <piaxanlau Qtiesfc i^i Term odontey ppo cui diconsi vissute lrAfaaoai (j)-.; Dal Xermodoptet a l
(i) Marciatici: e i c l t i ' : iVe' Stinide,< Lepte1 A'WHjtfioe Suniade picciolo promontorio.

1 {> ) Senof. Ariab. VI , 5.'


(3) Scilace , Carussa. (4) Strabone , Zagra - Marciano , ZTaguW. (5) Erod. I. (6) Secondo Tolomeo, questa una cittimediterrmia "diI,Paflagonia. (7)' Ved. Sain. Petit. Dlss. de Amazon.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

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fiume B ri, stadii novanta : quindi al fiume T oari, ses santa: dal Toari ad Inoe, tren ta; da Inoe al fiume Pigamonte, quaranta. Quinci al castel Fadisane , cento cinquanta ; quinci alla citt di Poiem onio, stadii dieci ; da Poiemonio al promontorio chiamato Iasonio, stadii cento trenta. Quindi allisola deCilici, quindici stadi!: dall isola deCiKci a B eone, settantacinque : Boone ha porto. Quindi a C otiora, nolianta : di <juesta come di citt parla Senofonte ( i ) , e la dice colonia de Sinopesi : ora borgo ; n grande. Da Cotiora (a) al fiume M ehmtio, stadii al pi sessanta; quindi al Farm ateno, altro* fium e, centocinquanta : quindi a Fam acea (3) , centoventi. Questa Farnacea , anticamente chiamavasi Cerasunte ; colonia anch ella de Sinopesi. Quinci ad Arrentiade isola, tre n ta: quinci a Zefirio, cenventi. Ivi porto. Da Zefirio a Tripoli, stadii no vanta; quindi ad Argina, stadii venti: da Argiria a Fiktalea, novanta ; quindi a C oralla, cento: da Coralla al' morite Iro ( sacro ) , cento cinquanta : dal monte lek) a C ordila, porto di mare , quaranta. Da Cordila ad Erm onassa, quarantacinque : anche qui porto. Da Ermonassa a Trapezunte , stadii sessanta. Quivi per. cenno tuo si fa l porto ; che prima c e r a , ma non tranquillo la pi parte dell anno. L e distanze da Trapezunte a Dioscuriade, gi le se gnai , misurando la distanza defiumi. Dunque tutta 1

<.) V . 5 . (i) Cos Senofonte. - Strabono, Cotora. (3) Straberne , Tolomeo , Senofonte : Faraatia.

io i

ARRIANO

somma da Trapezunte a Dioscuriade, nomata Sebasto poli ( i ) , sono stadii duemila dugent sessanta. E questo l corso della navigazione a diritta da Bizanzio a Dioscuriade, eh linea di confine allimperio rom ano, entrando da man destra nel Ponto. M a poi che riseppi la morte di Coti (2), re del Bosforo detto Cimmerio, prsi cura di farti nota anche questa navi gazione per sino al Bosforo; acciocch, se tu del Bosforo prendi qualche consiglio, tu l prenda non ignaro dei luoghi da percorrere navigando. A salpare adunque da Dioscuriade , il primo porto P itiunte, a stadii trecento cinquanta. Indi a N itica, stadii cencinquanta : ove in antico abit il popol sciti-r co , di cui fa memoria l istorico Erodoto (3) , e dice ch e mangian pidocchi : e ancor dura qusta fama di loro. Da Nitica al fiume Abasco, stadii novanta. Borgi dall Abasco distante stadii cenventi; e Nesi, dov il promontorio Erculeo, da Borgi, stadii sessanta. D a Nesi a M asetica, stadi! novanta; quindi ad Acheunte , stadii sessanta: il qual fiume spartisce i. Zicchi (4) dai Snichi. Re de Zicchi Stachenface: anch esso da te tiene il regno. . Da Acheunte al promontorio JErculeo, cento cinquanta stadii ; quindi ad un promontorio, ben difeso dal vento di Trascia e di Borea , centottanta. I n d i, a quella che dcesi Lazica vecchia, cenventi stddii; indi alla vecchia
(1) (2) (3) (4) Plinio diversifica Sebastopoli da Dioscuriade. Ne' parla Tacito. Annali XII. Lib. v. Tolomeo , Zinchi.

PERIPLO DEL PONTO EOSSINO.

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Achaia, cencinquanta : indi al porto eli P agra, trecentocinquanta : dal porto di Pagra al porto d Iera , centottanta : indi a Sindica, trecento ; da Sindica al Bosfo ro Cimmerio, e a Panticapeo, citt del Bosforo, cinquecentoquaranta. Quindi al fiume T anai, sessanta; il qnal dicesi che divida lAsia dall Europa; ed erompe dalla pa lude M eotide, e casca nel Ponto Eussino: sebbene Eschilo, nel Prometeo prosciolto , faccia il Fasi confine dellEuropa e dell Asia. Parlano quivi i Titani a Pro* meteo :
Venimmo a contemplar tuoi duri affanni, E de' tuo ceppi , Prometo , f ambascia.

Poi narran o , quanta terra han percorsa:


E I Fasi traversar, gemino e grande Quindi alC Asia confin, quinci ad Europa.

Il circuito della palude Meotide dicesi di stadii circa novemila. Da Panticapeo al borgo Cazeca , posto lun ghesso il m are , stadii quattrocento venti : indi a Teodosia, citt d eserta, stadii ducentottanta. Questa un tempo fu citt greca, ionica, colonia di que di Mileto : ed memoria di lei in molti scritti. Quinci a un porto di Tauro-Sciti, deserto, stadii ducento: e di l ad Almitide Taurica, stadii secento. Da Lampade al porto di Simbolo, Taurioo anchesso, stadii cinquecentoventi : indi al Chersoneso Taurico , centottanta. Dal Chersoneso a Cercinetide (i), stadii sessanta ; e da Cercinetide a Calo, porto scitico anch esso, altri sessanta.
(i) Mela nomina la Carcinitide , e Carcine citt.

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ARRIANO

D al porlo di Calo a Tamiraca, trecento : e ne dintorni di Tamiraca una palude non grande. Quinci alle foci della palude, altri trecento ; e dalle foci deQa palude ad .E one, stadii trecentottnta. Indi al fiume B oratene, centocinquanta : e dappresso al Boriatene, navigando al1 insuso, una greca c itt , ,di nome Olbia. Dal Boristene ad un isola breve,. deserta, senza no me , stadii sessanta: in d i, a Odesso ( i ) , ottanta. In Odesso c porto. A Odesso vien dopo, il porto deglistria ni , in distanza di stadii ducento cinquanta. Poscia il porto degl Isiaci, in distanza di stadii cinquanta. Quindi allo Psilo , chiamato la foce dell Istro , milleduceiito. I luoghi frammezzo non hanno n abitanti n nome. Al lato allato a questa foce, navigando diritto a vento di Cro , s incontra un isola , eh altri nomano isola d Achille , altri Dromo ( corso ) d Achille (a ), a ltri Leuca ( candida ) dal suo colore. Questa si dice che Teti desse a suo figlio, e che Achille ci stia. Avvi un tempio di lu i, un imagine dantico lavoro. L isola spoglia d ab itan ti, pasciuta da capre non molte , offerte, dicono , ad Achille d a que che ci approdano. Molt altri doni sono- appesi nel tem pio; fiale, ed anella, e pietre di pregio: tutte of ferte ad Achille. Avvi 'pure iscrizioni in latino d in gre co , in varii metri, a lode dAchille : e<i anche di Patro clo j perocch Patroclo onorano insieme ConAchjlie tu tti
(i) Tolomeo , Ordesso. (a) L isola Leuca , e il Dromo d Achille, da altri dislingucsi in due. Eust. in Dion. v. 33 o.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

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quei he ad Achille far vogliono omaggio. Uccelli molti dimoran anche nell isola ; cazzaveH, folaghe, cornacc h ie d i m are, innumerabili. Quest uccelli ministrano al tempio d Achille: Ogni di la mattina volano al ma r e ; quindi immollate le piarne, ratto rivolano al tempio, e Io sprezzano: ci fatto a c u ra , scopano il pavimento, con 1 ie. Altari narra di pi: che tutti coloro che a posta ne vanno a quellisola,; portano in nave le vittima, ed altre ne immolano, altre ne lasciano i r e , libera of ferta ad Achille: che coloi' che v approdano portati dal tem po, chieggono dal Dio stesso la vittima, e qual debban scerre, siocome migliore, tra quelle che nellisola pascono deponendo insieme quel prezzo che loro par giusto. Se loraeoi dissente (perch ci ha loracolo nel tempio ) , elli appongono al prezzo : se ancora disi sente, ed elli appongono ancora : e quando permette^ allora conchiudonio che il prezzo bastante Ma dopa c i , la vittima di. per s s offre lo ro , n fugge. pi* Sicch molto largento che dal prezzo di tali vitth&4 si raccoglie. Dicono ancora che Achille appare in sogboi a que che approdano all iso la, e a que che ci na vigano non lontano ; e lor dice dove sia l meglio acr costare all isola, dove gittare il frro. Altri ajQfermgn.Oj Achille, esser loro apparito anche in yegghia, od in sommo all albero, o al corno dell antenna, siccome i Dioscuri: e che in ei solo era m ende Dioscuri Achil le , che i Dioscuri, in qualunque acqua si navighi, ap paiono manifesti, e il loro apparire salute: ed Achille, a quelli solo che all isola appressano. Altri dicono es sere apparso loro anche Patroclo in soglio.

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ARRIANO

Queste cose che dell isola dAchille ti scrivo , h a in* tese da queche vi furono e da qeche le udiron daaltruL mi paiono non ifadegae di fede. Perocch1io reputo Achille, quant altri m ai, essere.Eroe , per la gentilezza del sangue, e per sua bellezza, e pel vigore dellanimo, e p eresser s giovane''trapassato' dal mondo , e per la poesia d Omero che lo eterna, e per essere liti stato s grande^ e nellamore e ;nell am ist, da voler pesuoi eari morire. Da Psilo , noinatp foce dellIs tro , alla seconda sua foce, sono stadii sessant: d i l a Calo, altrafoce, sta-i dii quaranta; da Calo a N acaro, quarta foce dell Istr, stadii sessanta: quinci alla quinta, cenventi; di quivi alla citt dIstria , stadii cinquecento: di quivi alla citt di Tornea , stadii trecento: da Tornea a Callantra, citt, trecett altri. Ivi porto. Quindi al porto deCari, cen-> tottanta : e anche la terra dattorno al porto dicesi C a ria*; Dal porto de Cari Tetrisiade , stadii centoventi Indi a Bizo (1), luogo deserto , itadii sessanta: da Biz a Dionisiopoli, stadii ottanta;-dt lt ad Odesso, dugento. Ivi porto. Da Odesso alle rdici dell Em o, che ven gono fino nel P o n to , stadii trecento sessanta. Anche qui porto. Da Emo alla citt di Mesmbria, eh porto, novanta ; da Mesembria Ila c itt d1nchialo, stadii settanta: e da Atchialo ad Apollonia, centottanta. Queste son tutte citt grehey pste nella Scizia, navi gando il Potato a sinistra.
(i) Strab. V II. La'chiama Bizone , e Ja dice divelta da ter remoti.

PERIPLO DEL PONTO EUSSINO.

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Da Apollonia al Chersoneso, stadii sessanta : ivi porto. Dal Chersoneso alle m ora d A ulo, ducento cinquanta ; quindi alla spiaggia T iniade, centoventi: da Tiniade aSalmidesso (i), stadii ducento. E di questo paese fa memoria anco Senofonte il seniore (a) ; e fin qui dice essere venuta l annata de G reci, eh egli conducea, quando in ultimo patteggi Seute il trace. E molto scriss egli di quel paese, importuoso alle navi che c entrano, dalla fortuna cacciate j e come i T raci, che col intorno soggiornano, pugnino per le reliquie dei naufraghi. Da Salmidesso in F rigia, sta dii trecento trenta : di l alle C inee, trecentoventi. E queste son le Cinee, che i poeti dicono essere state mobili un tem po, e per esse passata la prima nave Argo, che port in Coleo Giasone. Dalle Cine al tem pio di Giove U no, ov la bocca del P onto, stadii qua ranta: quindi al porto di Dafne, detta la pazza, stadii quaranta : da Dafne a Bizanzio, ottanta. Quest tutto ci che sincontra, venendo dal Bosforo Cimmerio al Bosforo T racio , e alla citt di Bizanzio.
(1) Straberne , Almio. (2) Senof. An. V II , 5 .

F I N E DEL P E R IP L O DEL PONTO EUSSIVO.

ORDINE DELLA BATTAGLIA


CONTRO GLI ALANI
FRAM MENTO

DARRIANO
TRADUZIONE DI NICOL TOMMASEO.

A L L A C AR A MEMORIA

DI GIACOMO GRISI
N A TO IN A L A DI T R E N TO M O R TO N EL F IO R E D E G L I ANNI E D ELLE SPERANZE IL T R A D V T T O R E S O LV E COME P V M EGLIO V N D E B IT O DI RICO N O SCEN ZA P EL BENE CHE T R A SSE DA S V O I C O LL O Q V II E D ALL ESEMPIO D EL FR AN CO ANIMO SVO.

IL TRADUTTORE
M L E T T O R I.

(C : JU'A brasiliane fu mossa TAlnica 'guerra: egli devast ia Media, e r > neffrmeni e nella Gappadocia f (latini. Ma >gli Alani dip oi, vinti, parte da doni di Vologeso, parte dal timore di Flavio; Arriano, chq 9 alla Gappadocia presedeva, posaro no . Cos Dione nel sessagebiino nono. ;Questo Flavio" Arriano l isterico nostro. La provincia* nella quale egli aVeva ci che;dicesi imperlimi et gi dii jiis , arrivava al Ponto Eussino/; emprendea quindi il Ppnto;e, la Col-' chide, sino alla citt Dioscuriade. Arriano stesso pi volte ixcl Pe^iplp

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chiama il PotQ provincia sua ; e in ci conviene con lui Tolom o, che il Ponto stesso comprnde nel nome di Cappadocia. La guerra degli Alani tocca allan no i idi? .Cristo cx^xvii;, veo.tsSnpvcJel-' 1) imperi id Adriaco : ecco oome^ L guerra Giudaaca di Biarcochehkfionanbi . < testimoni l cronica ;;< & .furr sdbsoj, nellanno diciassettsimo dellip r prao di lui;, impervers^ come llfertc ma in ^Eusebio stesso Aristpne Petreo, nel diciottesimo^ ndbidfcinaiiono brr be fine. La guerra Alanica adm*ju: xfclii, amido 'XHnd, segu falla Giudaica!,' idei 9ader: n) ;vigesimon e: non gi \ nel principi : < perocch Armiamo j appena I giunto ; meUavVniio* va !provincia^ I e i rendendo; onfeo.:at? l imperatore dlio sttito dagli ( a4 Tairi^ gli; palliai dd J B krasinayey nta aion di

sue mosse; e degli Alani non tocca. Alla vittoria Alanica p oi, segui pre sto la morte delFimperatore Adriano: perocch le morate del suo succes sore alludono a quel fatto; ciocch non sarebbe, s enon fusse stato recente. Quanto a Farasmane, Arriano me desimo altrove attesta, lui avere im perato a Zidriti, non lungi a Cappadoci : Sparziano poi nella vita di Adriano narra i sospetti che questi n ebbe ; come chiamasselo a Roma ; come costui si schermisse ; come ne fosse punito. Gli Alani son popoli della Scizia, siccome gli Unni ; co quali veggonsi uniti in Claudiano e in Cresconio Corippo. Dione li confonde co Massageti, Zonara li chiama Albani. Certo che in antico eran tre popoli difA s R lJ J f Q .

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ferenti, A lb a n iA la n i, e Massageti : questi d Asia., quelli d Europa. Ma forse uria qualche incursione, dice il Dodvello, li frammi^phi ; gli stranieri vinti forse si confusero a vincitori, e perdettero il nome. Certo il nome di Massageti era gi, da gran tempo in nanzi, perito. Al tempo di Giustiniano troviamo un altra vittoria Alanica, di cui fa cenno Cresconio Corippo nel poema de bellis Lybicis, pubblicato dal dotto ab. Mazzuchelli, bibliotcario dellAm brosiana, 1. 2 , v. 383 :
JVos Alanos , Hunnos , Francostjue , Getasquc domamus

ove la seconda dAlanos, per s lun ga, abbreviata: perch, dice il dtto Editore, i nomi barbarici, specialmente all et di Cresconio, non sa pevano a ferme leggi di prosodia sog gettarsi.

Per ci che spetta ad Arriano, egli aveva gi scritto le cose che risguardano il suo maestro Epitteto, pria che Adriano il mandasse in Cappadocia, siccome suo legato; alla qual dignit, non era, come al proconsolato, ne cessario Tessere stato console, ma era bene necessario Tessere stato pretore. Tornato in Roma , Arriano fu poscia console , come attestano e Svida, eGaleno: e se vuoisi dar fede ad una ingegnosa congettura del Dodvello, da credere che l istoria dellAlanica guerra, di cui questo un frammento, egli la finisse nell anno c x l v i u di Cristo; anno secolare, il novecentesi mo della citt, giusta il calcolo Varroniano, allora adottato. Nel presente frammento pi volt: si nom ina, come duce dell esercito, un Senofonte. Questo Senofonte, cosa

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dagli Editori non osservata, il me desimo Arriano : il qual si faceva chiamare il nuovo Senofonte y per tra durre alla lttera ; o , coni or si di rebbe Senofonte il Iuniore. Nel presente frammento si narra l ordine d una battaglia, il cui pri mo impeto mise in rotta il nemico ; siccome appare e dlie cose qui nar rate, e dal testimonio di Dione. In. una Biblioteca milanese era lunico manoscritto, da cui si trasse la co-' p ia , data poi n luce nelle edizioni del 1 6 6 4 , e del 1683 . Siano errori del codice, o sien della copia, il frammento in pi luoghi quasi in sanabilmente piagato. Pure il senso riesce per quanto ne pare a me, sem pre netto.

ORDINE DELLA BATTAGLIA


CONTRO GLI ALANI.

Precedevano tutto l esercito gli speculatori a cavallo, disposti a due a due, con il lor proprio duce. Appo questi, i cavalier frombolieri, anchessi a due a due: li guidavano i suo decurioni. Venien dopo, que dell ala eh detta Isauriana : ed insieme, quedella coorte quarta deRei {i), cui comandante era Dafni corintio. Poi que dell ala , il cui nome Colone (a) \ e insieme con essi gl Itirei, e Cirenei, e que della Retica prima ().
(i) Qui si sospetta d errore, j^ltri invece di Rei , vorria leg gere Romei, cio Romani : ma il veder a Romani preposto un duce Corintio, pare un po strano. Sebbene poco appresso si veggano comandare al corno destro tutto due Armeni, insieme con Piller , italiano. (a) Anche qui si sospetta d errore. Altri vorrebbe : Colone. (3) Questa confusione de Cirenei, degl Itirei, e de Reti, non pu essere resa probabile che dalla politica d allora , la quale dovea naturalmente confondere i varii popoli, e i varii eserciti ; non tanto forse per affratellarli, quanto per impedire i tumulti, ehe fra gente di lontani paesi, e per diffidente a vicenda, nou possono prepararsi leggiermente e d accordo.

ili

CONTRO GLI ALANI.

A tutti questi imperava Demetrio. Seguivano i cavalier Celti, aneliessi a due a due: li reggeva un centurione, cos come suole nel campo (i). Quindi , con le insegne dinanzi levate, venivano i fanti: gl itali, e deCirenei queche verano (2). A tutti duce era Fulcro , capitano deglitali. La Bosforana fan teria succedeva, avente a capitano Lampfocle ; e i Nu midi appresso, con Vero lor duce. Era l ordine della battaglia di quattro a quattro. Precedeano quanti verano saettatori. I lati dello squadrone erano quinci e quindi difesi da* cavalieri Achei : tenea dietro la cavalleria scel ta (3); e dietrole, i cavalieri della falange (4). Poscia i vibratori dalle catapulte ; poscia l insegna della falange decimaquinta ; e daccanto, il duce delta stessa, Valente; e il legato (5) , e i chiliarchi co centu rioni insieme, e co primi della prima coorte. Sotto lin segna della fanteria ne venivano i balestrieri. Anche i pedoni venivano a quattro a quattro. Dopo la decimaquinta falange seguitava 1 insegna della dudecima ; e i chiliarchi dintorno , c i centurioni , a quattro a quattro simigliantemente. E tutta con quest ordine la falange.
(1) Nota che qui si descrive un esercito in marcia. (2) Ancbe sopra ha nomati i Cirenei : quivi forse i cavalieri , e qui i fanti. ( 8) Scelta forse a tutte le varie squadre de varii popoli chef formavan l esercito. ( 4) Forse della Bosforana. (5 ) Senofonte, cio il nostro Arriano : legato dell* impei'atorftr Che questo legato sia desso , cel confrma egli medesimo poi , collocandosi appresso le insegne de fanti.

ARRIANO - CADINE DELLA BATTAGLIA

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Segniano le truppe alleate : que dell Armenia mino re (i), e gli armigeri di Trapezunte, e i Colobi (a), e i lancier de Riziani (3). La schiera pedestre degli Al bani (4) era poi: e tutte le genti alleate conducea Seculino, il conduttor degli Aplani. Di poi le bagaglio. Alla coda, la schiera de Geli col duce sita. La infiaateria da fianchi chiudevano i centurioni, anch essi a quattro a quattro ordinati. Cavalcava loro presso, per guardia, un corpo, quinci e quindi disposto a colonna : e la cavalleria itala insieme^ il cui duce veniva loro da fianco. Il capitano generale Senofonte (5 ) ora veniva d in an zi alle insegne de fanti ; or tutta l oste correa, e rag-r guardava con quale ordinanza venisse. E i forviati rad? ducea nelle file $ e que che retto procedevano, com mendava. Tale era 1 ordine della marcia (6). Venuti nel campo statuito, la cavalleria disposesi tutt attorno in isquadra tetragona. Gli speculatori furono mandati alle alture , per ispiare il nemico. Fu dato il segno d armarsi tutti in silenzio , e , armati, schierarsi a battaglia. L ordine della battaglia era questo. Luno e 1 altro /ionio dell* infanteria tenne il luogo
(t) O v e , a detto di Dione , la guerra Alanica, non men che nella Cappadocia , f* danno. () Non tutta la Colchide era soggetta ad Arriano. (3 ) Vedi Stefano. ( 4) L Editore del i 683 vorria scritto Alani : ma se gli Alani son quelli cui si fa guerra? (5) Arriano stesso. Vedi la Pref. ( ) Fin qui la marcia. Ora viene l ordine della battaglia.

4 a4

ARRIANO - ORDINE D ELLA BA TTA G LIA

pi elevato del campo: nel corno destro, quegli Ameni che venie con VasaCe ed Arbelo ; e pi in su degli altri, perch frecciatori eran tutti. Con essi insieme er!DO i pedoni della schiera italica; e duce primo di questi e di quelli era Pulcro, il conduttore degl Itali. Tutto poi il destro corno era retto da Fulcro, insieme: con Vasace ed Arbelo ; s cavalli che fanti (i). Dalla sinistra eran posti nella, pi alta parte del corno i sussidiarli dellAr menia minore ; e i Trapezunzii, fanti leggieri; e i lan ciatori Riziani. Stavano dinanzi ad essi schierati dugento degli Aplani, e cento deCirenei; acciocch questi, dar matura grave , stessero , corne a difesa, al davanti ; e quelli stando pi in alto, potessero, al di sopra di loro, contra il nemico scagliar le saette. Nel corpo dell esercito superiore era la falange decimaquinta defanti, distesa per tutta quant la cam pagna ; perch era numerosissima. Il resto dell ala sini stra era composto della duodecima falange de fanti , collocata nellestremo del corno, a otto, a otto: e stretto a quelli s univa (i) . I primi qattr ordini sta vano armati di,partigiane, al cui legno in cima soa ferri lunghi e sottili. Cotali aste le avevano que delle prime file, acciocch, a l appressar del nemico, nella prima mischia, potesser, nel petto massimamente de corridori, cacciar la punta ferrata. Que della seconda
(i) Pulcro , conduttore degl ta li, reggeva anche gli Armeni condotti da Vasace e da A rb elo., Ma tutti e tre insieme ; cio Pulcro, Vasace, ed Arbelo, reggevano tutto il corno dstro del l esercito. (3) Qui manca , ma poco.

4*5 e della terza, e della quarta fila gettavano ma dalla lungi, a modo di dardi, quelle aste : sicch facevano stramazzare cavalli, e cavalieri cadere. avveniva, che nello scudo e nel torace conficcato quel ferro, per sua tenerezza, e per forza del vibrare, piegavasi j e 1 ? asta rimanea penzolone j e toglieva al cavaliere ogni agevolezza di moti (i). L ordine seguente era quello delancionieri. Nel no no (a), la fanteria de7gittatori Nomadi, Cirenei, Bos forani , Itirei. Le macchine sinnalzavano dall un corno e dallaltro, per potere i nimici di lunge vegnenti ba lestrare anco dal di dietro di tutta 1 annata. La caval leria tutta , in otto ale e corpi ordinata, assisteva apedoni: due di que corpi ,n e duo corni dell esercito , avevano dinanzi da s, quasi scudo, i soldati di greve ar matura, e gli arcadori. Gli altri sei corpi eran per mezzo alla falange : quedella cavalleria eh erano saettieri, stavan di presso alle prime file} per potere, al di sopra di quelle alzato il braccio, dardeggiar l inimico: gli altri, armati di lance, d aste, di spade, di scuri, stavano
CONTRO GLI ALANI.
(i) Caesar. Bell. Gali., 1 . i. Gallis magno ad pugnam erat im pedimento, quod pluribus eorum scutis uni octu pilorum transfixis , et colligatis , cum ferrum se inflexisset, neque evellere, neque , sinistri impediti , satis commode pugnare poterant. (a) Nel corpo dell esercito non si trovano accennati che i primi quattr ordini, e quello de lancionieri ; onde questo do vrebbe essere non gi l nono, ma il sesto. Non resta che a di re , che le squadre di Pulcro , e le Armene , e que del corno sinistro si debbano calcolare conic tre ordini : allora nel nono cade la fanteria Nomada, ec.

436

CONTRO GLI ALANI.

co1cavalli a traverso della falange, vlti ubo in faccia

dell altro ; e aspettavano il segno. De cavalier scelti cingevano Senofonte : con esso ergiio della falange de1fanti circa dugento, le guardie del corpo, e i centurioni uniti a una picciola truppa scelta (i), e i capitani delle guardie (2), e i decurioni della truppa scelta. 11 medesimo Senofonte aveva din* torno a s cento lance leggieri, per potere esser presto alla falange tu tta , ove l uopo chiedesse, e soccorrere. Comandava a tutta la cavalleria del corno destro, Va lente, il quale della quintodecima falange era duce: nel sinistro i chiliarchi della falange dudechna (3). Cos si ordinavano : e in grande silenzio. Ma come il nimico venne a tiro di freccia, levaronsi auchelli , e con grande e terribile suono canta rono l'inno tutti della battaglia. E frecce dalle macchine, e sassi volavano ; e frecce dagli archi : e gli astati sca> gliavan lor lance, e i lanzi leggieri le loro: n le arme velitari cessavano. Anche le truppe alleate sassi piove vano dall altura sull inimico : ed era da tutte bande una nuvola di dardi densissima , terror de cavalli, ed
(1) Apposi a questa truppa scelta laggiunto di picciola; per ch l luogo, e le circostanze non paiono comportare altra idea. (3) Arriano nomina prima le guardie del corpo, e la truppa scelta ; dipoi i capitani delle guardie del corpo, e i decurioni della truppa scelta. Non hassi perci a credere c h e i capitani e i decurioni stessero in disparte dalle guardie e dalla truppa , e formassero un corpo di guardia da s. (3) Non che avessero il comando supremo. Come Valente istesso nel corno destro, era soggetto a Piller, Vasace, ed Arbelo.

ARRIANO - ORD 1NE D ELLA B A T T A G L IA

eccidio de cavalieri. il forte della speranza era tutto nellindicibile quantit delle frecce.' N i di men fotta frattanto la schifa pedestre, respi* gna degli Sciti assalentL Soffolti intra : , scudo a scudo, e spalla a spalla, sostenevano Pimpeto vigorosissimamente. E in cosiffatto rincalco, stavano giunti i primi tre ordini contro 1 urto barbarico, chra fortis* simo. Il quatto vibrava le lance: gli altri (i) con 1 aste percoterano'e trapassavano indifferentemente cavalli e cavalieri. Messi eh furono in fuga aperta, allora la fanteria avanzava terreno , e la cavalleria glinseguva : non per un corpo intero, ma di ciascun corpo la met.' Primi in fila- eran quelli, che primi doveano dar caccia a fug genti: l altra met li seguiva, ma in ordine, e non a briglia abbandonata : acciocch , se la fuga fosse lunga, potesser elli succedere co destrier freschi a primi inse guenti ; o se il nemico voltasse la faccia, potessero , insieme con .gli Armeni arcatoli, saettarli e respingerli, e cos torte a fuggitivi ogni poter di far testa. Anche i lauri leggeri correndo seguitino ; n la fanteria si ristava in suo luogo 5 anzi marciava sforzato : acciocch, se i nemici si rivoltassero con veemenza, potesse alla cavai* leria far puntello. Questo, se dopo il primo assalto , i ninfei fossersi dati alla fuga. Che se, rivolgendosi),avesser vluto toiTe
(i) L autore dice : il iert ordine ; ma l ' avea gi- ucuninatp di sopra. Onde ardisco sostituire con l1 Editore il religtu, pef dare un senso ragionevole al passo.

i-a

CONTRO GLI ALANI,

di mezzo l uno o l altro corno dellesercito, allora le estremit, nelle quali erano gli. armati alla leggiera, dovevano pi e pi distendersi per la campagna. Lo spediente non piacenti (i) : perch, veggendo il nimico, per lo-molto allungarsi, addebitila la parte, poteva far forza per mezzo, e tagliar fuori la fanteria. Pi: rallar^andosi le corna dell1esercito, necessit, che i cavalli che quivi sono, si pongano a traverso della postura del* 1 esercito,. e che a traverso si gittin le lahce (a). Tal ch , se quivi si rivoltasse il nemico, non si potrebbe con armi, da tiro, ma con sole le spade respingerlo , e con le scuri. Ora gli Sciti, non essendo armati del corpo, cavalcando destrier non armati. . . . . . . .
Manca il resto.
(i) Non piacenti? Ovvero: non t appruovo ? Ma non era Arriano tesso l ordinatore della battaglia? Non resta che a dire o che Arriano medesimo poi conoscesse e confessasse l im prudenza di quella mossa, che aveva ordinata, ma che non cadde necessiti d eseguire. 3. O che questa' mossa. fosse una di quelle regole d arte militare .che aveya', come Sappiamo, statuite Adria no , e che il nostro legato doveva forse anche contro sentenza adottare. 3 .O che questo passo sia ginnto da altra mano al fram mento; cosa non impossibile. (3) Ed in fatti, stendendosi le ale dell esercito, e venendo innanzi, e 'il corpo dell esercito rimanendo a suo posto, avviene, che dalle ale. scagliando dardi contro il nemico , questi possano facilmente cadere sul corpo dell esercito , il quale rimane da un lato. Onde non c b mezzo di battere l inimico , se non con le rme da taglio;
' FINE D E I IR A H M EN TO .

DELLA CACCIA
TRATTATELLO

DI

ARRIANO
o

SENOFONTE IL MINORE
TRA D U ZIO N I!

DI N ICO L TOMMASO

AL SIG. AB.

BERNARDINO BICEGO
DIR. DEGLI ST. FIL. NEL LICEO DI UDINE SEGVACE DE DVO SENOFONTI NELL AMOR DELLA CACCIA E DEGLI STVDI RARO MAESTRO CHE A SVOI DISCEPOLI NATI IN MISERA TERRA SEPPE COL CONSIGLIO E CON L ESEMPIO ISPIRARE L AMORE DEL BELLO E DELL ITALIA IL TRADVTTORE COME A PRECETTORE BENEMERITISSIMO.

433

DELLA

GAGGIA.

CA PO L
P ro em io , n e l q uale a n n u n cia che d ir d elle cose la scia te d a S e n o fo n te.

D a Senofonte di Grillo, fu detto gi quanti beni' ven gano agli uomini dalla caccia (i), e come gli educati da Chirone in tale esercizio, fossero e cari agli D ei, e per Grecia onorati (a). fu pur detto, quanto s af
f i ) Cap. xr. (i) La caccia ed i cani sono certamente invenzione degli D e i, Apolline e Diana; li quali onorarono Chirone con questo dono per la giustizia sua. Di lui si fecro discepoli nella cae eia, come in altre-buone a rti, Cefalo, Esculapio, Milanione, Nestore, Anfiarao, Peleo , Telamone , Melampo , Teseo , Ip polito, Palamede, Ulisse, Menesteo, Licomede, Castore , Pol lu ce, Macaone, Podalico,:'Antiloco, E nea, Achille; uomini, che alla'loro et tutti furono pregiati dagl Iddi . Cap. i. Grazio nel suo Cinegetico ripete lo stesso parlando de

. . . . Velerum quos prodit fabula rerum Semideos . . . E Rutilio : Saicula Semidedm, ferra ti nescia M a riit , Ferro crudeles sustinuere feras.
Anche il Bargeo, cui dovrebbe importar- poco de Semidei e degli E roi, ci ricanto il medesimo.

A tu jso .

49

434

ARRIANO

fratelli a la belilearte la caccia (i); e quale et si con venga per venircisi addestrando (a); e quale struttura, ed ingegno. E disse delle re ti, de lacciuoli, e delle tagliuole (3) da usarvisi ; e come trappolare le fiere, e quali d esse si possan prendere a trappole : de le pri anco, quale la loro natura, e come pascano, e come giacciano (4), e com convenga scovarli: e de1 cani, quali sien buoni segugi, e quali cattivi; e come co noscerli a vista ed a prova (5). Alcuna, cosa anche disse della caccia de cignali {6), e decervi (7), e degli orsi (8), e deleoni; come con arte con astuzia sorprenderli. Ci che a me sembra aver lui omsso nel suo trattato, (non gi per negligenza, ma per non conoscere la razza decani celti, n de cavalli di Scizia e di Libia), io dir; che ho comune con esso e il nome e la patria (9), e
(1) Gap. x i , p. 372, a^3 , 3^4 ) della nostra edizione. - L u crezio iv , 4 8 o , chiama la crocia bellum ferinum . ManiL v , .bella ferarum . Giustino parlando de Lucani ; A b inilio puber-

tatis in silvia inter pastores habebantur. Cibus his proda venatica : sic ad laboret bellicqs indurabantur(3) Cap. iu ( 3) 11 Testa vuol fare distinzione tra A)stv> e : che e veramente : ma com e. saperla ora? Ond' egli ingenuamente soggiungo: Io sono forse pi confuso di tatti nella iJrpreta zione de suddetti nomi , (4) Pag- a 43. .... (5 ) Cap. ni. . . . (6) Cap. ix. \. (7) Cap. v ii . (8) Cap. x. (9) Ateniese per adozione.

D E L L A CACCIA.

435

negli studj medesimi da giovanetto versai , la milizia, la caccia, la sapienza (i}. gi Senofonte egli stesso, ci che da Simone intorno alia cavallerizza difettosa mente fu scritto, credette dovere'scrivere, non per:ga reggiar con Simone, ma perch coaoscea di far cosa utile a mlti. C A P O II.
Che Senofonte non teppe dacaai celtici (a), n d i simigliami.

eh' ei non sapesse della razza de cani di Gallia, io credo che prova non ci bisogni}. perch ignoti erano i popoli di quella parte d Europa } tranne lItalia, abitata daGreci, e da coloro coquali la Gre cia per via di mare mesceva commercio. Ora, eh ei non conobbe razza di cani, che -in velocit simi gliasse la celtica, eccone il segno, a,Le lepri, dieegli, prese da cani ,.non son gi prese per naturale agilit, ma per caso . Or s egli avesse saputo decani celtici, panni che avrebbe infece affermato de cani. Che le lepri eh e non pigliano , non gi eh e non le pi glino per naturale tardit, ma per caso . Perocch
(i) Diog. Laert. KV

m m q>!Xiirw*t, km'i

A*f *y*r,

Km) ra * n * \t.
(a) Grazio. Magnatile diversas extollil gloria Celtas. Mart. LcporerHqtte Icesttm Gallici etmis dente. Ovid. Ut canit in vacuo leporem cum GaUictts arvo V dit . . .

436

ARRIANO

s e son bene del corpo, e d spiriti generosi, a siffatto segn gio non fugge la lepre } ove non sia impedimento di mal terreno, o nascondigli di fratte , o cavit e pro fondamento di suoli che la rubi alla vista, ofdssa ch<e le porga appiattato refugio e scampo. Quindi , credo, eh e vien distendendosi in-dire, e come convenga cacciar nelle reti la lepre (i), e come correrle dietro, e ritrovar le rme sue, e forzarla a rendersi vinta dal lungo travaglio. Ma che, fornito di cani valenti , non s abbia uopo di re ti, n di seguir la lepre fuggente, egli in nulla parte noi disse; e quella cacciagion sola espose, che da Carii e da Cretesi adoprata (2). C A P O III.
De cani celtici , e di lor forma.

I Galli , in cacciando, fanno snza di reti j coloro, 10 dico, che non vivon di caccia, ma solo il fanno pel pia cere di quell esercizio. Hanno una schiatta di cani, a fiutar 1 orme non meno acuta che la carica e la cretense (3) ; ma di forma trista e salvatica. Questi fiutano
(1) Cap. iv. (1) Ma Senofonte nomina pure i cani d Iodia, i cretesi, ed i Iaconi. ~( 3) Aristotele nell istoria degli animali' loda1:i cani eretici , e ne distingue due specie. Claudiano Laud. St. in. Hirsutcsqu* frem im i Cresta. E Vario , citato 'da' Microbio :

Ceu canis, umbrosam lustrans Gortjrnia vallem, Si vcleris pvtuit cervi comprendere lustra -,

Scevit in absentem etc.

DELLA CACCIA.

43;

eoa clangore e squittendo, come que1di Caria che molto ganniscono : se non che Questi diventano ancora pi& irrequieti poich anbasaron le peste. E d talora, a che si lasciano ingannar dalle peste deli di innanzi ^ eiccfy spesso io dovea maladire quella loro abbaiatura continua, e sempre eguale ad ogni orma: nel corso, non men che nel covo (i). Ma nel tener dietro e nel tro vare la lepre gi levata,^ non cedono a carii n a ere tici : semrach sono men corridori. Ond molto, se acceffino sola una preda in tutto il verno : tanto spazio di posarsi le danno*, se pure,ella, ammattita dal baiare de cani, da s pigliar non si lasci. E cotai cani si chiaman segugi (a) , dal nome d5un popolo della Gallia, dove dapprima, come cred io, vennero e furono in pregio. Di questi, tutto ci eh altri dicesse, direbbe cose toceate da Senofonte il vecchio : ch nulla mo strali essi di proprio n di distinto , o nel cercare, o nel correre: ov altri non volesse dire di' lro forma, che a me non par degna d nota. Se non forse nar rare , eh e sono irti e brutti a vedere. (3): ed ce fi) Lacan iv, 44 . , nec crcliliir ulti Silva cahi , nisi qui presso vestigiw rstro ' Cottigli / et prazd nescit latrare repert,
Contnius tremulo motistrasse cubilia lori).
(a) Lo Stefano erede Segusia lo stesso -che Accusia , poi Graainopoli , oggi Grenoble. 11 (3 ) Oppiano L i j d simile forma a cani britanni, non men valenti alfa traccia.

E st etiam catuli species mungine dura etc. Hispid^tta cutis . . .

438

/ i .AKBIAND)

lebre iu Gallia il detto che li somiglia afi uom che men dica alle porte } poicfi1 hanno, voce lamentabile e di pianto; e non latrano , in. cacciando ; siccome infunati, contro la fiera, ma come angosciati e dolnti. Ma di tali cose non panni' chalcuno abbia a scrivere: s poco elle ne son degne. I cani celtici pi corridori , si chiamano pertagi (i) in lingua di Celti: non hanno nome dal luogo , come i carii , i cretesi, i laconici (a) } ma, come fra eretici :altri
(i) Marziale: Non sibi sed domino venalur verlragus acer,

Itttaclun leparem qui Ubi dente refert.


Grazio : Et pictqm. macula vertragam dfilege falsa. Grazio allunga la sillaba di mezzo, ch breve in Marziale: Mar ziale scrive vertrago ; Arriano verlago. La voce celtica, come Arriano medesimo dice , e coni indicano queste variet' stesse : nde non ha luogo l etimologia di vertraha, quod feram trahat. Forse da vertrago , provennero le due parole veltro e bracco , poich rache nel vecehw sassone, v*l cane; nello scozzese, dice il Rarzio , c*n femmina., Coloro che vogliono, che la seconda parte della voce vertrago venga da racha , accento d impreca zione, citano l Evangelo di San Matteo: qui dixerit fra tri suo : rach. Mlto a proposito di cani! siccome ogaun vede. Del resta nella legge Salica un titolp : Canum molossorum , vertrpgo rum ec. - E nelle leggi de Borgognoni : < <Si cjuis caoem veltraum, ( si noti il passaggio dal vertrago al veltro ),. veL segitUutn, vel petrunculum praesuujpserit iuvolare, jubeuius ut, convictus, co raui omni populo posteriori ipsius osculetuj; . - E qui un erudito commentatore con molta facezia sojjginqge : , Ha ! Ha I H e! Ridete, o boni venatores, et hanc qupqpe vel inter Pla tonicas leges vestras sesquipedalikus litcris enojtate . (u) Virg. Georg.

Vsloces Sparla catulos, acrmque Molossunu .

DELLA CACCIA.

439

si dicono faticanti (< f<*<), dallamar la fatica} altri ra pidi ( ira/t) ): dalla prestezza j altri misti (1), da amendue questi pregii ; cosi costoro vetragi si nomano dalla celerit. La forma d alcuni depi gentili fra questi (a) cosa assai bella} s gli occhi, s il corpo tutto, s il pelo e il colore: tanto , nev a i, lo screzio dcolori vezzoso } e in quei chhanno un color solo, questuno s vivido, e di vista s piacevole al cacciatore (3).
Nemesiano C y. 11', 5 .

Seu Lacedcemonio natam seu rure Molosso.


Claudiano Laud. St. nr.

Arguteeque frem unt Cressce tenusque Locante.


Horat Epod: Na.m qiialis aut Molossus, aut fulvus Lacon. Sii. 1 , 4 a i . . . Spartanis lalratibus actus. Virg. G. n. Armaque , Amiclceumque caneni . . . Anche il Bargeo, che non avr certamente avvito che fare con cani di'Sparta: Solvuntur canibus curracia vincld. Lacoenis. (1) Qui sospetta errore lo Stefano; cio che il nome dato dai Greci a quecani che sono insieme faticanti e veloci, di fn xra ), non sia l vero ; ma manchi il nome proprio nel testo. - Non parmi : perch , dalla prima denominazione S ia trtrti , ogpiyi vede che i nomi son presi dalle qualit di que cani : onde il ftt*r* e 1 i r * 1** 1 , che a lui sembra del pari sospetto, par , se non a ltro , che possano stare. 1 . / (a) Le parole: de' pi gentili fr a qu esti , io le aggiunsi., per bon contraddire al detto poc anzi, che que'cani sono irti e brutti. (3) Oltre a c a rii, a cretesi, a laconici, e a celti, qui domi n ati, ecco altre razze di cani gi celebri. I. 1 britanni nominati nel passo d Oppiano, e detti agassei. Ne parla anche Claudiano : E Nemesiano: . . . .

Magnaque taurorum fracturce colla Britanna. Divisa Srilannia mittit V eloces, noslrique orbis ventibus aptos.

44o

ARRIANO

CAPO

IV.

D is g n i, Onde i 1 hanno a conoscere i cani veloci} n i? opposto (l). Or dir anchio da quali note si scemano i cani ci n i dori e bennati, e a che si debba aver mente :,,per distn guer fra loro i degeneri e i goffi. E d in prima sien lunghi dal oapo alla coda; ch niuno altro segno di celerit e
II. I toscani. Nemesiano :

Quin et Thuscorum non est extrema voluptat Scepe canum . . . .


III. Que di Spagna. - Nemesiano :

Et quorum, proles de sanguine nianat Ibero. 1Y . G li arcadi. - Ovid. Met. Pamphagus, et Vorceus, et Oribasus, Arcades omnes. Grazio : A t conira Jaciles magnique Lycaones armis.
V . I medi. - Grazio :

M ille canum patrice , ductique, ab origine mores Cuique. sud. Magna indocilis dat prcelia Medus.
Y I . I pannonici. - Nemesiano :

JSec libi Pannonicce stirpis temnatur. origo.


'V II. G li africani. - Lo stesso.

Qtiin etiatn siccce Libyes in Jinibus , ficres Gignuntur ca ttili , quorum non sprevens, usum. V III. Gli argivi. Omero O d., p. l . Gli lunhri. Ovidio, Seneca ec. Oppiano nc dona. una lista
pi ricca :

Arcades ,, Aitspnii , Cares ,. Thracesque, et Iberi, Pannonici , /frgivi , Lacedaemonii, Tegeatae , Suromata, Cretsi, Celtae , Magnete* , Am orgi, . . . . Locrique alacres , fulvique M olossi.
(1) Yedi Serif. cap. uu, pag. a4o.

DELLA .CACCIA.

Ut

gentilezza troverai cos chiaro in ogni specie di cani, come la loro lunghezza : e per contro la brevit li dimostra lenti e degenera. Io vidi cL e cani con molti difetti} m a , perch lunghi, eran anche correnti e animosi (i). I pi grandi p e ro , se fossero eguali nel resto , non sareb^ori. gi,' per la sola, grandezza^ migliori depiccoli. T ra i grandi son tristi que eh hanao membra: non. pro porzionalmente organate; e qusti 6on> peggiori de piciqli , se gli altri difetti wanno eguali con quelli. , > Abbiano il capo leggiere e nerboso (a)} se: grifagno o camuso, non im porta gran fatto: e cos, se sia o rio fibrosa la faccia, non d farci gran conto. Ma solo qvteohhanno greve la testa, sono cattivi} e quedalle nari schiacciate^ inon finienti i acuto (3). r-Qest? la migliorfbnna del cap. Gli occhi sieno grandi, elevati, lim pidi, lucenti, minacciosi : i. migliri son gli occhi di. fiamma, e ful minei y bornie que de? pardi , ,o de leoni, o delle .lonze: poi . vengono i . nri, se bene sbarrati e a veder torvi:, idipi- gli' azzurrigni} ch n pur questi isori occhi cattivi, n < indicii d ,cattivo cane t pw eh .sieno nfchessi -lucidi 'e biechi .(4).
(1) Grazio: Oblongum corpus s ii, et acri robore fullum. (2) Grazio lo vuole e leggiero, a flh e arguto ; "cio non carfmao i Arguttn levitate caput. Nemesiao , S in f celti vultus. ; (3> Grazio : j P otu te agiit+f.ri*rii>u$,ig n ea . Spirett, . / . (4) Grazio : . . . Fulgenlibus igne . Lummihs glaucis . . .

.Firenzuola : Questi mostravano.', checqugli cebi >mjpacia0 Sero, *, taOndo lMoobie tese. e 3' oastapeho1 , sembravamo due segugi che avesser sentita la fiera .

44a

ARRIANO

CAPO

V.

Del cane d e lt A utore, qual fosse. Ho anch'io nutricato db can cesio, quanto mai: c d era leggero, faticante, e animoso , e ben de? piedi : siccjh nel suo bel tempo a quattro lepri bastava. Per: altro, egli docilissimo 5 ( ch ancor ni vive, o r eh io scrivo)', e amantissimo del padrne: n mai p e r manzi altro catae , come questo , im m e, n lamico mio e mio compagno di caccia, Megillo. P erch , quando egli riposa dal corso, da noi non si parte, od almeno . dfclPun di noi due: ma se io: sdnlo in casa, tcco insieme dipnora j e m accompagna all escire , e nei ginnasio mi segue} e m entr io fo miei esercizii, mi assiede daccanto } e al tornar mi precede, spesso si volge, com e'per c o noscere s io abbia volta la strada ; e vedutami r ani fa prim a cenno di blandimento , :poi ini va innanzi.1 Se per affari publici io esco ,, ed egli st con 1 amico mio, e con lui fa lo stosacK ^e Pun) di noi giace infermo, egli pi non lo lascia: e se dopo picco! tempo ci vede? trasalisce e carezza, come in atto di.saluto j e gannisce. Alla c en a} va tentando ora l uno ora l altro col piede , per ricordare che -anch egli &i fatto parte cipe della mensa. Si esprim e. fcVsuotti, si che non credo aver mai veduto l&o can da tanto: : e tnttci che gli occorre , indica con la voce (1): E pcVch, ancor (1) Il Firenzuola narra che un-cane favell in Rorn , non molto 1 prima;che Tarquinio fosse discacciato : eoSa singolarissima; perch, aLdir del. medesimo >Firenzuola;, dalla : bocca d uu

DELLA CACCIA.

445

catello, fa toco&to di frusta, s altri anch adesso gli nomina a posta l fru sta, egli li va incontro il careggia, e bocca apponegli a bocca, come per bacio ; e saltel lando s appiglia al collo, finch l corrucciato non cessi da sua minaccia (i). Non voglio dunque lasciare di qui scrivere il nome di questo animale, acciocchii viva dopo

serpente e d uu asina , oli> uscirono parole umane . - Del resta, ig a tti e i cani ( il Firenzuola clie parla) fanno la voce molto pi delicata degli altri ammali : e non m i. neghereste, o Signore, ( parla il Firenzuola al Capponi ) , se foste catciatore, che da latrati varii del cane Voi non conosceste eh ei traccia la lepre, o che 1 ha trovata, o che n ha {atto preda. Che se noi non intendiam pienamente la lingua de cani , avviene a n o i , ( osservazione acutissima del Firenzuola ), quello che avvenne

agC Ita lian i, quando gli Unni .discesero in. Italia sotia il go< verno d i A ttila ; e parevano agV. Ita lia n i , che n el parlare appunto la/trassero^ come fanno li cani. - Concbiudcr questa
nota con un bel passo del medesimo Firenzuola: .Ninte ,che p il pesce dentale porti sul capo la corona nel mari de Darda nelli e di Sebeniga i che il delfino voglia bene all uomo; che i) le balgne, si spiino castelli mare.; che il polpo si trasr formi in quella cosa sulla qnal posa ; poich son privi del dono dell* lingW* Benedetto sia dunque Iddio, che tanto favore ha concesso a. voi', & me , ,e tutti noi.! :. ( i) A proposito iiftgUigeita de cdni rapporter due bre vissimi fatti . narrati dal Firenzuola ; - * Or. th. v ho mento v*to il cane , duq cose, il mio Signore, hov.vi da d ire, non fyrse da saoUi intese per l addietro. Quando j T urehi presero * l isola di A o d i, per akyin tempo i cariiifuggivao,edarerano m a schifo i Ti r c hi , . . . . Francesco Geozaga, essendo in letto, * nominava a un suo cane qualche: cottgano ^ ch ei voleva ; e il cane subito andava per il palazzo., q ve .la aouduceva . -

U i

ARMANO

;tne,7 e .sappiasi cheiSenofaate Ateniese ebbe un cane ; di j*oe Orme (i), rattissim o, sagacissimo, e sacro (2^.
fi) 'Arriano , scolare d Epitteto , volle , dice il Dodwello , ;cofcs&crare 1 suo cane una voce sacra alla stoica filosofia. (a) Quest elgio richiama1alla mente quello del tante volte citato Agnolo Firenzuola , che merita , comechfe lunghetto , d essere in parte recato: non foss altro per l uso che si fa della Mologi# ; opportunissimo, in materia di cani. Vorrei, signori uditri, dolendovi, (cortie debbo), Iridare il mio morto cane, o * vorrei,:dico , aver prima1sorbito quanto di rettoriea scrisser mi Tisia , Corace , e il dotto Eririogene : vorrei pi d una vlta avermi bagnato' le labbra in quel fotte Cballino , che 'fa'si repente glj asini diventare poeti . . . Ma prima per ch di hii favelli, faveller universalmente della f canina specie , non pretermttendo,di far memoria d alcuni famosi e pregiati cani, daUanlica et molto onorali e cari tenuti.' 11 campo per certo molto grande . . . Parler adunque generalmente pria che a particolari io discenda, secondo il costume de buoni oratri . . Ho pi fiatey signori; letto , esser il cane un ani male , alla natura1 umanr aihico- m&lto i utileV fedle , " e di gran sollazzo ; e che. la cenere dei'capi*degli'arrabbiati cani .sana il dolor dei dflnli' . Ricordami, signori , d avr ltto in un ben saggio e antico sc ritt re esse r gi Statici tani iti tanta riputazione, che,si usavano per delicato'cibo nello >case degli Dei loro, pressa Gentili . : . Gli Dei adunque, & quali ~ non mancava, n ambrosia n il dolce nettare, braccavano . . . :A i canef, perlaT&a ccellenz, dagli Dei conSecrata una rosa . Vedti n elcan i, oltre la fedelt 'ri tmor gra&de, Un telocit tni# rabile*uno spirito generoso , rma destrezza glande, con tenace : memoria ed audacia infinita Sol'ssi ricnoscowo1i lor signo ri , e a tutte lor sanilo distinguere li familiari d allistrim ei; , soli essi nort 'Sanno ster 9cnza luomo ; soli esSi f r i gli animati irragiondvoli: suino i proprii noftii, e rteooscono la domestica

DELLA CACCIA.

445

Le orecchie de cani sien grandi e molli, sicch, per loro grandezza e mollezza, paiatio fiaccate stirando. Quelle son le migliori : pure , anche se dritte , non

Voce . . . Ma tempo k ormai ch io favelli del mio Lionzo . . . Era veramente la gloria de cani . . . Era signori, troppo di lettevol cosa il vedere gli accorti suoi stratagemmi, le occulte imboscate, le preste scaramucce, il sollecito prendere dei u vantaggi col ferire e col mordere a tempo e a luogo. Vera mente, che al falso non si appose Senofonte scrivendo che le cacciagioni hanno gran sembianza con guerreggiare. Non credo, partorito abbia mai Sparta, Umbria, Epiro, e Molossia, ma dre d ottimi cani , n il pi valente n il pi destro : Croto eziandio , quel gran cacciatore , che fu dalle Muse portato in cielo, ed oggid si chiama Sagittario, non n ebbe mai un si mile. Mi avrebbe dato il cuore di por in fuga una tigre , e poscia far di lei subita presa; e buon per quelle che in Irca nia se ne stnno . . . Non era , signori , il mio cane di grandezza mostruosa ed inusitata ; ma. era di medioere statura, di pel cervato, folto , e ruvido ; di grugno acuto ; di vista non inferiore all aquila; di odorato non cedeva aU avaltoio: era di piede lungo, e peloso, di coda sottile ; d aria malia conico. Non dava noia a p o lli, non mordeva fanciulli . . ; S io volessi, signori, dirvi ad una ad una.le buone parti del mio fedel cane , si farebbe notte pria che giunto fossi alla met del mio lagrimoso sermone.. Tengo per cosa certa', si g n o ri, ch e, se il mio cane stato ci fosse in que tem pi, quando quell altro iu portato in cielo, che a lui toccato sa rebbe s alto grado. Avrebbe meritato il mio Lionzo d -esser posto sopra il sole, invece d altri animali che son tra le stelle. Se tptti i cani che al mondo furono , fossero stati di si boom natura non sarebbero mai stati mangiati da cani, C iro, Euri pide, Eraclito, Luciano, Alleane . . . -

446

ARRIANO

gran male; solo che non sien picciole e dure (i ). Il collo sia lungo, e rotondo, e tenero; tanto che, traendo il can e in aranti per la cervice , la ti paia istendersi, cede vole e molle. I petti larghi son meglio che gli angu sti (2). Le ascelle abbiano snodate, non appiccate al cor po; e che si slarghino una dall a ltra , guanto pu mai. Le gambe lunghe, diritte, ben commesse ; generosi i fianchi; il dorso ampio, non carnoso, ma di nervi com(1) Grazio : . . . breves obdticai flaccida pellis Auriculas . . . In un bucolico del medio evo , che citeremo pi sotto : Aures et callum color aspergebat uterque ( bianco e nero ). Nemesiano : . . . Sint hirtae frontbus aures. Varrone vuol le orecchie de cani, grandi e fiacche. Coltimeli dejectis et propendentibus. Havvi per nelle imagini antiche d i be cani, che le hanno ben corte. - Festo : Plaudi appeU antur

canes , quorum aures languidae sunt ac jlaccidae , e t la tiu s patere videntur. Senofonte e Polluce le vogliono sottili e piccole:
Polluce condanna le orecchie irsute. Nemesiano all incontro : : Cuique nimis molles flu iten t in cursibus aures. Le orecchie grandi paiono un pregio ne'cani da caccia. ApuL tv Canes venaticos , auritos illos. (a) Grazio : . . . V alids tum surgat pectus ab arm is,

Quod magners capiat m otus, magnisque supersit.


Questa frase un commentatore la chiama augusta , quia stuporem magis, quam interprelationem admittit. Tanto son di buon gu sto i commentatori ! e tanto a proposito escono dal costume di far commenti nudamente grammatici ! Oppiano : Pectusque ingens . . . Nemesiano : . . . Multamque gerat sub pectore lato ,

Costarum sub fin e , decenter prona , carinam.


Columella : Ampio villosoque pectore , latis armis.

DELLA CACCIA.

Hj

plesso. II venire basso; le cosce non appiccate aiombi ; i lombi snelli : le code sottili, lunghe, irte il pelo, molli, flessibili ; lestremo della coda pi irsuto : i nodelli lun ghi e bene commessi. Se le gambe di dietro avr maggiori che le dinnanzi, crrer meglio l erte; se le dinnanzi m aggiori, meglio i declivi ; se eguali tutti e <|uattro i pi, meglio il piano. Ma perch pi difficile su per l erta, npn essere vinto dal lepre-}' che corre per 1 erta assai meglio ; qub cani paiono d migliore schiatta, chhanno maggiori le gambe di dietro. I pi tondi e saldi sono i migliori (i).
( i) Raccolgo-sotto un sol-numero le varie note da spandersi su questo passo. Ne passi seguenti vedremo, oltre a caratteri da Am ano richiesti, degli altri ancora pi minutamente numerati. Grazio : Os magnum - asin eli succingant ilio, ventre*. Caeiariet non pexa n im is , non JHgoris illa

Impatiens.
Oppiano: . . . Potuti'$ quoque kialibus ora

D idatta i . . . . . . e t plurima cervix ; A tque pedes p rifti poslremis sint breviores ; Attamen oblongi i tenues , reclique fenm lur. Etne la ti lumeant arm i, costaeque patente*, Obliquo sursunl verta , lumbique forasi i Strictaqu* decurtai tergo longissima cauda.
Un bucolico del medio evo citato dal Burmanno , con molta eleganz : > Cauda b revts , sed grossa nimis , villataque villis. ' Nemesiano : . . . . . . Sit cruribs a llis , Sii rigidis ; multamque gerat sub pectore late ,\ ' Coslarum sub fin e , decenter prona , carinam ,

Quae sensim rursus sieed se collimai alvo.

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ARRIANO

C A iP O VI. D el colore : che non importa qual sia ( x). Decolor non monta, quali chesieno: o a l tatto n eri, o rossigni, o bianchii N di sospettare che lunit del colore sia segno di razza ferina : ma qual eh e siasi , sia nitido e chiaro (2). Il plo, o sia, di razza, irto , o sia basso, de&essere fino, e folto, e molle. I migliori sono que maschi che, grandi e robusti, pur nella delicatezza
Ovid. n i , Met. E t substricta gerens Sicyonius li* Ladon. Vairone : afem inibus summis corpore suppressa. Colum . lo n gum lats. - Quanto alle code, Senofonte ed Oppiano le voglion lunghe e diritte; V airon e , grosse; Columella, b re vi; anziquesti vorrebbe che dopo quaranta giorni le si tagliassero. Quanto a piedi, Nemesiano :

Effitge qui lata pandii vestigia plantd.


Varr: pedibus magnis et atis, qui ingredienti ei disploduntur,

digitis discretis, ungtiibus duris ac ct^rvis. Grazio : . . . siccis ego dura lacertis Crura v tlh n , et solidos haec in certamina calce:. Varrone: Cruribus rectis. Columella: Cruriius crassis e t hrlis.
(1) Vedi Senofonte cap. u r , p. 241 , della nostra edizione. : (2) Oppiano :

Non commendo nigros: color est deterrimus albis; Quod flammas solis neqaeunt tolrare minantes A u t hiemis gelide rigidum peferre rigorem. A t reliquia praestant quibus est cutis ipsa ferin a : A u t qui crudivonts flngunt tigresque luposque , A ut Cererem pillo referunt et adorea fla v a : Talibus et levitas et robur inesse videtur.

DELLA CACCIA.

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somiglino a feraine ; e quelle Temine che per ardire e muscolosit paian maschi (i). chi osserver questi segni corporei, avr, parm i, sufficienti indicii da scernere la bont della razz ; e da contrarii il contrario. C A P O VII. Dell intendimento de cani : quali ne sieno g t indicii. E cos dell intendimento de can i, in buona o mala p a rte , potr far ragione chi sappia osservarli come conviene. In prim a, que cani che ringhiano -contro tu tti, non sno generosi : se li troverai Beri con tra gli ignoti, al nutricatore amorosi, sar pi bepe che male. Io conobbi gi un cane, che in casa era tristo, e a niuno chp gli appressasse'facea festa; condotto a caccia, esultava; e carezzando tutti e vezzeggiando, mostrava, s di mala voglia rimaner chiuso. Anche questo bene : ma i meglio sono i pi amici dell uom o, e a cui non strania la vista di persona alcuna. Que che temono gli uomini, e a romore sbigottiscono, e son susurroni, e spesso e per nulla si scuotono, sono senz animo e senza senno. E come luom timido anche dissennato, cos cotai cani non hanno in s punto del generoso (a).

(i) Questo par voglia indicare Grazio, dicendo i casi arcadi

faciles cio snelli e leggiadri, e magni arm s , cio muscolosi e


robusti. (a) Giova a tempo il latrare pi fiero: onde i versi notabili d Ennio:

Aa s i a n o .

5O

45

ARRIANO

Son cattivi anche quelli, che, usciti di catena allaper to , non tornano al cacciatore, chiamati; ma balzano innanzi: o se dolce li chiami, non curano; e se minac ci , per timor non s accostano : ma bisogna che il cane vagante, anche in atto di corsa^ ritorni al suo guidatore, saneliegli noi chiami , facndo segno desser pronto a obedire' a checch questi voglia; e se il guidator noi com prende, di nuovo si mette a corsa, e di nuovo ritorna (1).
. . . animusque in pectore latrai: S iculi, si quando vinclo venatica aheno pta silet cani , fo rte feram si e nare sagaci S en sit , voce sud niciatque ululatque ibi acute. Ma spesso lo strepitare pu essere fuor di luogo. Curt. v i i , c a nes timidos vehemenlius latrare Bactrianis dictitatum. Grazio, chiama que latrati melus convicia. 1* Angclio: N i lecum canis accurrat, qui naribus auras

Ducat odoratas , e t nusquam impressa ferarum Insistat cupide vestigio s nec tamen ullos Lairutus vocesque hilari de pectore miltal.
Perch la stessa esultazione dell -aver trovata la traccia potrebbe destar que latrati. (i) Orazio: Elige tum facilem cursu facilemque recursu. E Nemesiano : fa cili cane. Ed altrove :

Nec non consuelae norint hortamina vocis, Seu cursus revocent, jubeant seu tendere cursus : Il Bargeo : ......................... Imperioque magistri Unius addiscant parere, atque unius omnes Nuts observare et ju ssa facessero laeti. Ed Oppiano : Sini etiam a teneris annis blandi fa cilesq u e, Non hmini solum assueti, sed equis quoque m itcs, Infestique feris tantum ; ne fo rte latratus Eniitlant; etenim sacrosancta silentia primum Sunt venatori indagalorique ferarum.

D ELLA CACCIA.

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Bene istrutti -son quelli che al siiono del cacciatore sommettonsi note per tem a, m per amor del padrone ed onore: come quella gente che inchina al gran Re (i). Che cane sciolto si fermi nel campo, non buono; se gi non fosse vecchissimo: perch segno di inerzia. I pi generosi hanno ombrato il sopracciglio, e fiera la vista; 1 andar lieve , frettoso, sospeso : e si lancian da fianchi; e protendono i colli, come esultante de striero (a). CAPO V ili.

D el come si conosca la qualit de cani a vederli mangiare. Altri dessi mangiano ingordamente, altri ammodatamcnte ; e questo indica pi gentilezza che quello. Son buoni que che non cibano cose immonde ; ma pane e farinata, che cibo a cani il pi forte : n temasene reptazione. buon segno, se gustano! cibi vecchi; e se a spruz zarli d acqua n godono, non male. A cane infermo, d brodo di carne grassa; e vimmischia fegato bovino, abbronzato sotto cenere calda, poi trito come farina :
(1) Bizzarra similitudine ! Comparar* ai cani i servitori d un tiranno. (a) Plinio : Irrut assultans , contraque belluam exurgens, hinc e t illinc artifici dimicaiionc, qa maxime opus esst , in-

festans alqiie cvitans , donec assiduti rotatum vertigine a fJlixil.

<5a

ARRIANO

che anche a catellini bobo, per crescerli bene com plessi , poich gli avrai levati dal latte. U latte a catelli ottimo per fino al nono mese, e p i l : anche pe cani malati od infermi eccellente, s in bevanda e s in pasto: ed pur buono quando patiscono abbominazione di cibo (i). C A P O IX. Del come debbano giacere cani, e con cui. Nulla vai tan to , quanto un giaciglio soffice e caldo : e il meglio presso all uomo ; ch cos gli s fanno pi am ici, e della compagnia dell uomo si piacciono ; n amano meno con cui dormono, che chi gli nutrica. Cos se il cane sta m ale, lnom se ne avvede ; e se hanno sete di notte, si posson curare, e di tutto il necessario a d a giarli. Sapr anche com abbiano riposato , perch se avranno patito vegghia , condurli alla caccia non si(1) Virgilio , quanto a c ib i , insegna , c. ni.

Nec tibi cura canum fuerit. postrema : sed und Veloces Spartae catulos acremque Molossum Pasce sero pingui . . . .
E Nemesiano :

Interdumque cibo Cererem cum lacte ministra , Fortibus ut succis teneras compiere medullas P ossin t, et valdas jam tum promittere l'ires. E poi: Tunc rursus nscere sero cerealia dona Com/eniet, fortem que dare de frugibus escam. Columella v i i , ia : Omtis sine discrimine cants hordeo e t farin a cum ero pascendo.

D ELLA CACCIA.

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curo ; n se sarannosi scossi frequente fra l sonno ; n se avranno rigettato del mangiare : e tutto ci si sa bene da chi dorme con essi. Pessimo il giacere decani co cani; molto pi se', giacendo , si tocchino. Quando l uomo con essi posa, purga i vizii di loro cotnna: ma se pi cani giaceranno ad una, col toccamento e col calore contraggono quanti ci ha mali di cute : sicch di scabbia sou pieni il pi; e di ci causa anche lodore, che, quandentri l dove han la cova, ti ferisce molesto ed acuto. CAPO X.

Come la fregagione a cani utilissima; e come farla. Sono di gran bene al cane le freghe, non men che al cavallo; e sono acconcissime a sviluppare e corrobo rare lor membra ; e il pelo fanno morbido, e la pelle nitida ; e spurgano ogni malor di cotenna. Si fregacciola il dorso e i lombi -con la man d estra, ponendo la manca sotto del ventre ; sicch, premuto di sopra, il cane non baleni nelle ginocchia, e n abbia male. Lo strofino afianchi si faccia con ambe le mani; e alle natiche fino all estremo de piedi, e alle spalle egualmente. E quando ti parr lisciato abbastanza , prendigli la coda ed arricciala; e tesa che l avrai, la sciai ire. Egli gongoler nel partirsi, e far mostra del sentito piacere (i).
(i) Anche tra certi letterali si fa presso a pooo lo stesso. Fatte le debite fregagioni, si lasciano andare, a coda levata, nel nome di Dio : questo il metodo.

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ARRIANO

CAPO

XI.

Meglio tenere legati i cani, che sciolti. Legare il can generoso tra giorno, cosa utile quant1 altra m ai: se n o , forza .che diventino indom iti; e se poi talvolta savvincono, allora fremono e mugolano, e rosicchian la soga; s che bisogna legarli con ferro, comuomini malfattori. Oltracci, cane sciolto mangia di tutto che gli venga tra piedi ; e il camminar tutto l d gli fiacca il nerbo del correre. Bisogna adunque che misuratamente cam minino , e che riposino, il pi (i).
(i) Nemesiano parlando di cani ancor teneri :

Sed neque conclusos teneas, neque vncula collo Impatiens circumdederis , noceasque fuluris Cursibus imprudens . . . Columella: Catulos, sex mensibus prim is, dum corroborantur, emitti non oportet, nisi ad malrem , lusds et lasciviae cau sd; posted et catenis p er diem continendi , et noctibus solvendi. Varrone :, Consuefaciunt quoque ut possint ligari , primum levibus vinclis : quae si abrodere conantur, ne id consuescant J a cere, verbefibus deteriore solent. L Angelio : Collaque ferratis ultro praebere capistris , Cum primum teneros artus .duraverit aetas , Et sejam, sua p er vestigia volverit annus. Ipse autem cave imprudens, concluseris usque, A u t loris vinctum , aut angusti pariete septi : Namque terent tenerum circumdata vincula collum , Impatiensque morae se se conatibus a n get, Vinculaqu arrodens , dentei obtundet et ungues

DELLA CACCIA.

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C A P O XIL Quante volte al di condur fuora i cani; e quanti scioglierne insieme , e quali. Condurrai fuora i cani, almen quattro volte al d, in pian terreno e disgombro; e quivi gli sciorrai, che fac ciano il necessario, che saltino e corrano. Se saran pigri dopo caccia, pi spesso il farai. E due a due in una volta, perch, con mutua gara e diletto, si godano in sieme e s addestrino. Molti non iscioglierne insieme: perch si lanciano lun sull a ltro , e si fanno gran male. N can frte e gi fatto, farai compagno ad un cucciolo : grave e dannoso il confronto : ch quello e nell inseguire 1 avanza, e nel fuggire lo lascia dietro di lieve ; sicch l cucciolino convien che si scuori, veggendo di valer sempre meno. N cani che s'odiano sono da lasciar liberi insieme, ac ciocch non si nocciano ; perch hanno anch essi i lor odii; edhavvene d inconciliabili, siccome gli umani : e specialmente maschi con m aschi, e femine con femine ; il pi per invidia. Non cosa da prendere a gabbo.

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ARRIANO

CAPO

XIII.

Quante volte di state e di verno convenga dar mangiare a' cani (1). Nella stagione d inverno, darai loro mangiare una volta, un po prima di sera : ch l giorno co rto , e conviene adusarli, perch se si debba tutto il d lavorar nella caccia, sostengan la fame. Di state buono d a r loro mangiare un poco di pane, perch no languiscano nella lunghezza del d ; e cos se avran sete, pi salubremente beranno dopo mangiato. E sar bene anche che tu lor dia zirbo a sale (2). Ma quandarde pi l cal d o , tu , preso un uovo, e largata la bocca del c a n e , caccialvi entro, che lo inghiotta di tratto: questo sargli e buon cibo, e refrigerio all affanno, e ristoro alla sete.
(1) Senof. c. vii. Dia loro da mangiare presso le reti ; mentre sono giovani . . . Il cacciatore dia di sua man propria spessis simo il mangiare a cani ; poich, quando non hanno bisogno di cosa alcuna, non tengono conto del loro padrone. (1) V . note al cap. ix.

DELLA CACCIA.

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C A P O XIV. In che tempo sia da menare i cani alla caccia (i). Li menerai alla caccia, di primavera e d autunno, spesso ; ch sono le due stagioni pi sicure pe' cani : di state pi raro, perch trambasciano dal caldo grande.
( ) SenoF. La state si guidino fuori, fino al mezzo giorno; ma il Trno tutto il d intero. L autunno, in ciascun ora, dal me riggio in fuori : e la primavera, verso il tardi . Nemesiano : ............. Hiemis sub tempus aquosae

Incipe veloces catulos immitiere pratis.


Orazio : A t cum lonantis annus hibemus Iovis

Imbres nivesque com parat, A ut trudit acrcs hinc et hinc multd cane A pros in obstantes plagas, Leporem que ............ Opp iano : A st hibema magis venanti indago qu adrabit, Quod non difficili vestigia piet labore V el nivibus c e m a t, vel pingui pervia caeno. Autumnus canibus m elior, contraria veris Tem peries , quod humus convestiat herbida glebas Floribus innumeris . . . . Inde ferarum obscurus odor vanescit in auras.
Nemesiano stesso ;

Venemur dum mane novum , dum mollia prata Noctum is calcata feris vestigia servant. Seneca Hippol: Dum signa pedum roscida tellus Impressa tenet . . . Grazio: . . . tum signa vapore ferino Intemerata legens . . .

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ARRIANO

I cani al caldo non reggono ; anzi m olti, mentrech inseguono la fiera di forza, caggiono soffocati nellasima. Perci bisogna che il cacciatore rechi dell uova con s; s che, se l cane affannato, gliene cacci uno intero : ci pi di tutto refrigera loro il caldo, e 1 asima accheta. Anche, se il cane br di colpo, cos affannato, pe ricolo: onde bisogna guardare di non condurli fuora a d caldi. N pur di verno, se l freddo molesto : e molto pi, se la terra ghiacciata ; perocch i cani sul gelo m an cano: a taluni vanno gi le ugne, e le piante depiedi cre pano. S poi son troppo animosi, anche 1 ossa de piedi sul ghiaccio ne sono malconce nel correre senza po sa ( i ). La lepre allincontro leggera, e velluti ha suoi piedi, e molli, s che pu correre innocuamente la ghiaccia (2). C A P O XV. Come caccino i Celti, e quando. De' Celti i pi ricchi e pi agiati cacciano a questo modo. Sull alba, mandano neluoghi sospetti chi vegga il covo del lepre (3) : indi altri annuncia, s el fu visto , e
(1) Havvi una razza di cani detti petronii da Grazio per Io resister che fanno lor piedi alla corsa su pe dirupi ghiacciati. (a) Onde Grazio :

A ut hlrsuta sequi leporis vestigio, parvi.


(3) Stat. AchiL 2 , j a : ............ .. . velut ille , cubilia praedae Indubitata ten erti , multo legit am a Molosso

V enator, donec videat sub frondibus hostem.

DELLA CACCIA.

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quanti. Poi muovono eglino stessi; sguinzagliano i cani, e scovan la fiera. E dietrole a cavallo (1). C A P O XVI. Della distanza, in che bisogna dietro la lepre lasciare i cani; e quanti. Chiunque ha buon can i, non dee n lasciarli troppo presso alla lepre, n pi di due: perch, sella foss1 an che lattissima, e a molti cani molte volte sfuggita, pur cacciata di covo, e atterrita dal clamore de cani immilienti, forza che si scuori; ed allora assai volte le mi glior lepri muoiono ingloriose, senza far mostra di s n difesa notabile. Lascinsi dunque fuggir dal coviglio, e prender cuore. Se il lepre sar ben de piedi , alza le orecchie, e a gran balzi si lancia dal nicchio: e i cani, protendendo le cedevoli membra, e quasi vi brandosi, gli mirano dritto addosso. Ed allora spetta colo degno delle tante pene, che pel nutricamento de cani convien sostenere.
La caccia de Celti pare tracciata in que versi di Sen. Hipp.

Ile , umbrosas cingile silvas , Summaque montis juga Cecropii Celeri pianta, lustrate vagi ; Et vos laxas . . . Canibus tacitis minilethabenas.
(1) I trattati antichi della caccia congiungono quasi tutti la cura del cavallo con quella del cane. Allora la caccia era eser cizio men faticoso, e pi sano, pi celere, e per tutto ci pi poetico.

<6o

ARRIANO

C A P O XVII. Delle lepri ; e quali sieno i lor pregi (i). I migliori tralepri son queche hanno il covo in luogo libero e aperto; che per fiducia di s , non si ascon dono, ma provocan, direi quasi, i cani: e lepri siffatte, se sieno inseguite, non fuggono tracespugli, n in selva, sebbene affatto vicina, s che di leggieri potrebbon torsi al periglio (a) : ma nellaperto si lancian di forza, gareg giando co cani; e se questi son tardi a seguirli, corrono tanto solo, quanto son perseguiti: se poi il cane velo ce , corrono a potere. Assai volte fuggendo ai p ia n i, se sentono che un buon cane gli giunge, e lor sovrasta dell om bra, con andirivieni frequenti gli rompono l a foga del correre, e volgonsi alle fratte per trovarci
(t) Oppiano cosi li descrive:

Corpus eis breve, cauda pedesque breves, cutis hiria , Auriculae longae, cervix arguta , pedumque D ispar est ratio : non omnibus est color idem etc. Scintillas ingens vibrai pupilla coruscas. etc. A t noeta venerem exercent . . .
(a) L ordinario per delle lepri d usare ogni astuzia perbene nascondersi. Sen. Ep. 68. N e inveniri possint, vestigio circa ipsum cubile confundunt. 11 giuoco che Arriano qui pone, de scritto da Ovidio Met. v i i .

Et modo deprendi, modo se subducere ab ipso Vulne re visa fera e s t, nec limite callida recto In spatiumque f u g it, sed decipit ora sequentis, Et redit in g yrtm . . .

DELLA CACCIA.

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latibolo. Quest segno che il cane vinse la lepre; poi* ch i veri cacciatori, non m etano gi fuora i cani, p er eti e prendan la fiera, ma perch contendano seco di corso, e gareggino : godon ansi che il: lpre si 6alri ; e se l veggono rifuggire infra dumeti non folti, e quivi accosciarsi, rappellanoi cani ; specialmente s e fecero bene. Ond io stesso assai volte a cavallo, raggiuntili in loro corso, e trovatol p reso , gli perdonai ; e ri tratti ed avvinti i c a n i, lu lasciai vivo fuggire. Che sio sorvenia tardo ; dolevano! a vedeo si valente nemico spento da cani (i). In ci solo io dissento da Senofonte : il veder la fiera scoperta, e inseguita, e raggiunta, concedo che sia spettacolo da far obliare quant ha luom di pi caro (a): ma vederla gi presa, non n dolce vista n mirabile, al certo : anzi triste piuttosto , e da non far perdere il gusto di pi puri diletti. Senofonte per, che non cono sceva cani veloci, egli a perdonare, se un lepre ac chiappato gli parea degno spettacolo (3).
(i) Grazio par faccia come un delitto dell uccider la fiera, potendola lasciar ire. - Nel Pastor fido (dnfmma , secondo il commentatore, pi simile all Anfitrione di Plauto che al Ciclope d Euripide), si trova scritto:

. ... . E f u s dstro Melampo mio , che non F ha guasta, o tocca.


Nemesiano: Quin etiam d o d i victam contingere praedam Exanimare velini tantum . . . (a) Le parole di Senofonte sono: E poi adorna di tanta grazia, che ognuno, vedendola, mentre la ceqca, mentre corre, mentr presa, si dimenticherebbe di ci che pi amasse. (3) La caccia suppone uno stato di societ, od almen d animo,

Ifl

ARRIANO

Che poi linseguente metta gridi nel corno, io noi vorrei ; m a so bene che assai volte forza, perch cosa da far prorompere in grida anche im u ti, com fama che avvenne al figlio di Creso. CAPO XVIII.

Che giova fa rsi sentire a cani nellT atto della caccia. buono anche chiamare il cane per nome : perch godono a sentire la voce del padrone (i); ed han p e r conforto del travaglio il conoscer davere chi li rguaiv d a , e che non ascoso il loro'far bene (a).
incolto ed agreste : occupa tutto l uomo ; cosa che di molt altri diletti pi civili non k. - Dal costume di guerreggiare le bestie venne quello del guerreggiare gli umini; dal costume di man giare la preda, venne l orribile rito degli antropofagi. - D es # peliples chasseur, tels qu taient les Qrsiliens, et les Cana diens, des insulaires, comme les Garaibes, n nyant pas tou jours une subsistance assurde, ont pu devenir quelquefois an-. tropophages. - Nelle lettere di S. Girolamo c qualcosa di pi svagolare.. Quum ipse adolesceatulus in Gallia viderim Scotos n gentem britannicam humanis vesci earnibus, et, cum per sylvas porcorom greges pecudumque reperiant, tamen pastorum nates et faeminarum papillas solere abscindere, et lias solas ciboruin delicias arbitrari. Andare a caccia delleJaeminarum p a p illa s, per abscinderle, bene strano! 11 piacere proposto a Silvio nel Pastorfido pi umano e pi comodo. E seguendo altre f e r e .

E la vita passando in festa e in gioco, Goder la state alVombra e il verno al foco. (i ) Plin. Soli vocem dominicani agnoscunt. (a).Nemesiano: Emeritae laudem virtutis amare.

DELLA CACCIA.

463

Che nel primo corso tu l chiami quanto t aggrada, non vieto (i): ma nel secondo e nel trzo, quando il cane dee essere gi allassato, parmi che tu non debba chia marlo spesso per nome; perch, nell impeto e nella vo lont di piacere al padrone, sforzandosi oltre suo po dere (a ), non se gli rompa qualcosa di dentro : ch doti molti canij e generosi, perirono. Ma allora da la sciar che fatichino, come vogliono; perch non alcuno agope si d u ro , come questo del lepre e del cane : se non che l lepre corre ove vuole, e il cane tiene altrui dietro : quegli svariando suo corso, e menando il cane qua e l, fugge innanzi ; questi, ingannato, si svia, ed forca che di nuovo divori il cam m ino, e tanto ne acquisti, quant aveva perduto. Innoltre le difficolt del terreno alla lepre giovano pi che al cane; dico, gli anfratti, i cespugli, le erte , le disagguaglianze : la lepre pi lieve, e i suoi piedi per la velocit del corso non crepano, battendo nel duro : ed infine il dover correre p e ria v ita , rende insensibile ad ogni dolore.
(i) Ovid. in Met A t comites validum soitis hortatibus

qgmen. Instigant.
Heroid. Phaed: Hortari celeres per iuga tumma canes. (?) Quest che Ovidio dice : hortatibus urgere.

464

ARRIANO

CAPO

XIX.

I l cane,che fe bene, convienpalpeggiarlo , e con la voce blandirlo. Se il cane la prende i, o se altrimenti. la 'vince nel orso, tu di balzar di cavallo, e palparlo j e parlargli, e baciarlo nel capo, e titillargli le orecchie, e chiaman do! per nome : bene , o Cirra ; bravo, Bonn; ben e , Orme ; e cos' ciascun per .suo nonie : p e rc h , lo d iti, si godono ^ cornei pflod uomo fa (i), S egli poi peir fatica rista dalla caccia , allora e ti viene incontro adulando, e con piglio daffetto (2). poi buono che, tornato, si voltoli in terra, come veggiam fere a1cavalli: ci mostra chegli non abbandon p e r lassezza la preda, ed insime il ristora del durato trav a glio.
(1) Nemesiano vuole anco che lor si dia della preda : ................... Canibusque vocatis In praedam partemque fe r a e , d Oiscera aeti

Diripiant, siccaeque fluant de sanguine fauces.


Seneca Hipp. Tum rostro canes sanguine multo

Rubicunda gwrunt, repetitque cursus Rustica longo turba, triumpho. (a) Eliano : Venaticus canis, ubi feram ceperit, tamquam pracmium indeptus, laetatur. . . Canem venandi munere bene defunctum manu verbisque blandioribus demulce. Lo stesso : Sibi, capta fe r a , plau dit; et praedae parte, ut proemio, fruitur^ simulac accesserit Venator. - Grazio: Aut effecta levi testatur gaudia caud.

DELIA CACCIA.

465

CAPO

XX.

Come debbano uscire a caccia que che non sanno pretto dov'. Que che non hanno esploratori escono, in molti di conserva, a cavallo ; e sciorrendo i luoghi sospetti, se balza fuori una lepre, ci mandano i cani. Ma coloro cha mano per proprio 'diletto la caccia, escon pedoni'; ed uno accavallo li segue, ordinato a seguir la fiera coi cani. Dispongonsi dunque a fronte a fronte: quin ci, andando in linea r e tta , percorrono un certo,spa zio; poi rivlgnsi insieme sul medesimo spazio., e per la via stessa; oercando ogni luogo sospetto e ac cessibile. Ma se molti cani si condurranno, non conviene che vadano cos alla rinfusa; perch quando il lepre si stana, non niuno che non gli vglia mandare addosso il suo c a n e , o per brama di veder ciascheduno correre il suo } ovver confisso dal. tumulto e non consapevole a s : cos dunque. si piglia senza certame la lepre col solo boato de cani ; e il meglio dello spettacolo ito. Con viene pertanto ordinare un capocccia ( i ) , che metta i

(i) Firenzuola v u i , p'. 5 . - Messe per tutto le caliamole ai valichi, e tese le lungagnole, e posti i cacciatori alle poste, sciol sero i bracchi, i quali ricordevoli della lor sagace disciplina, poscia' eh egli ebbero con grandissimo silenzio cercato una buona parte del paese, avuto il segno del capocaccia .' . . la tradu-

Aihiaxo.

51

466

ABAIAMO

cani appaiati (1), e disponga: se il lepre salta da questa, tu e tu lascia i cani ; se da questialtra, tu e tu : e tu tti obediscano.
c a p o

' XXI.

Conte caccino i Celti. I Celti cacciano, mischiando i bracchi a6egugi : quelli fiatano, mentre che i cacciatori si dilungano un p o c o , conducendo a.mano i levrieri l dove pi probabile che la lepre diriga il co rso , per cacciarli a sorprenderla. Fanno cotai cani quello che a Senofonte le reti: m a la caocia ne diventa inordinata; e la lepre, bench valente, il pi delle volte dal clangore decani atterrita s, c h e ,

zione di quel d Apuleio: Solertis disciplinae memores, p a rtita e, totos praecingunt aditus, tacitaque prius servaid m ussitatione, signo sibi repentino reddito, latratibus fervidis dissonisque m scenl omnia. 11 capocaccia da Greci dicevasi x v iu y c y ts. 1 L a tini non pare che avessero tin vocabolo a ci. Grazio accenna l idea , comandando 1unus magister. . . . . Quem spectet silvas domitura Juventus. (i) Lorenzo de Medici:

Q uand hanno poi d i campo preso un p ezzo , I l cappellaio ai can leva la coppia. Sen. Thyest ; Sic cum /e ro s vestigat, e t lojigo sagax Loro tenetur Umber . . . Polluce: CoUarum a tenui loro dependet, quod ad canis du cem tenditur : et ab hoc canis ducitur-

D ELLA CACCIA.

467

se per lungo spazio non corra e cos non riabbia il co raggio , si lascia attonita senea fatica pigliare. Dee dunque chi sguinzaglia un buon cane, non la nciarlo addosso alla lepre confusa ancora, ma aspettar ch ella fccia le prime aggirate, ed allora prosciogliere il veltro : se pur non vuole guastar lo spettacolo. CAPO XXII.

Che non bisogna lasciare i cani addosso a tenera preda. Sia interdetto cacciar fiera novella : c s obedjsca a l consiglio del filosofo che porta il mio nome ( i ) t la si lasti a Diana (2). Anche i levrier, se si p u , se ne cerchino richiam are; bench ad obedire restii per la fame: eh anzi son s accaniti a divorare intera intera lampre da, eh appena li potrai col bastone quinci divellere.
(1) Non senza ragione affetta il nostro Arriano .nominar sem pre e tacitamente comparare a s quell auico Senofonte, di <;ui Massimo Tirio scrivea che, solo di tutti i filosofi, egli onor la

filosofia in detto e in fa tto . (a) Senof. Gli amatori delift caccia lascino le nate di fresco
per fare cosa grata a Diana.

468

ARRIANO

CAPO

XXIII.

Come sta Ha codiare i cervi, o olir fira maggiore (i). Il cervo , od altra preda d i 1 simi gitante grandez z a , da cacciare con cani ben forti : ch grande la fiera , e corre molto, ed non sicura a pigliare: poi periglio non picciolo, che un cane buono, per causa dun cervo, perisca.I cervi, nelle apriche pianure de M isii, de G eti, di Scizi* j e d Illiria, si perseguono con1cav&Hi' scitici o illirici. Cotesti cavalli da prima son tardi a incitarsi : ma sebbene, a vederli, non n faresti al tutto stima, com parandoli a qaedi Tessalia, di Sicilia , del Peloponneso pur molto reggono alla fatica : sicch vedresti sovente u n veloce destriero e grande e animoso, allessarsi; u n picciolo e quasi scabbioso , prima raggiungerlo, poi la sciariosi addietro , poi toccare alla fiera, e tanto insi stere da forzare il cervo alla resa. Il quale, allen tando la corsa, e boccheggiando di stento, ti viene s a,tiro , che tu puoi ferirlo , se vuoi, da vicino, come irretito (a); o gittategli sopra le maglie, condurtelo vivo.
( i) V . Senof. c. 7. (a) Y irg., G. hi. Ingentem clamore premes a d retia cervum.

DELLA CCCIA.

469

CAPO

XXIV.

Come que'di Libia, a cavallo, prendano le grosse fiere. Ma in Libia, con que cavalli che diconsi nom adi, ( ond anche la gente che li cavalca ebbe nome ), non prendono sol cervi e daini (ch queste non son prede di molta fatica, n valenti si stimano i caValier che le fanno ) , ma anche gli asini salvatici, singolari e per velocit, e per lo regger lungo che fanno alla corsa (1). P erch, quando i Greci seguitavano Ciro, figliuol di Dario , contro il gran Re ; co quali anche Senofonte milit ; questi narra, che passando i piani dArabia, apparvero loro gregge d onagri, de quali niuno p* teasi raggiungere da un sol cavaliere, ma solo ponen dosi varii a varie distanze , e inseguendoli : eh e resi stevano assai,.m a alla fine cedevano affaticati. Talch Ciro stesso, figliuolo e fratello del gran R e , non ava corridori buoni a tal caccia. i fanciulli Africani d ottanni .0 di poco pi, sopra nudi cavalli, reggendoli con una verga, come i Greci col fren o , perseguono c s bene incalzano codesti asini della selva, che al1 ultimo , gittato loro sopra un lacciuolo, li traggon seco : e la vinta fiera gli segue. Cos caccian coloro eh hanno cani valenti e cavalli ; non con reti, o con tagliuole, o con lacci, n con altri inganni ed accorgimenti illudendo le fiere, ma a dirit tura sfidandole. E gli altri sono spettacoli, partili, ben
(1)

Georg,

ih .

Saepe etiam citrsu limidos ngitnbis onngrns.

47o

ARRIANO

lontani da questi: quelli simigliano a latrocinio od a furto : questi a gurra con valor guerreggiata. Gli u n i, come p irati, di nascoso si lanciano sulla preda ; gli al tri , siccome gli Ateniesi che ruppero i Medi alla batta glia navale in Artemisio, e a Salamina , e a Psittalia , e poscia in Cipro; cos delle fere, pugnando allaperto, trionfano. C A P O XXV. Da che et sieno da menare a caccia le cagne. L et del cane atta al corso, , quanto alla fem ina, P undecimo mese. Anche prim a, cio dopo il decimo , potrai condurnela a caccia, se sar ben costrutta e non troppo molle. Lascerai dunque andarti di mano una lepre in luogo aperto, e il cane novello le lascerai tosto dietro ; perch ne pasca la vista , e perch veggendola vicino, volfentier s affatichi per la buona speranza. Quindi un altro cane robusto lascera ir e , perch non si travagli troppo il catello, e non sia vinto dalla fatica: or questaltro, con ispesso ed agile passo giugnendo la lep re , porteralla al giovine cane, a cui lascerai di spa rarla co denti ed ucciderla (i). Ma, giunta la stagion di condurlo, fa prima ehei corra per le vie pi aspre : esercizio buono a assodare i piedi del cane. Indi, chi lo conduce si ponga in luogo aperto
(i) Oppiano: Quod si Venator cupiat tentare M olosso!, Ante urbis portas aeratas e x it, et and Vivurn aut exanimum eporem f e r t . . . . . . Imprimis signat vestigio recta ; Inde p er anfractus obliqua volumina torquens,

DELLA. CACCIA.

47 i

e allo; e lasci il cane prima che la lepre si perda di vista, s eh egli non debba correre senza vederla. Que st ultimo insegna Senofonte a chi educa i bracchi. Se caccerai il veltro dietro a lepre non vista da lui, egli andr saltellante, vagando, quasi senza senso, e confuso. Anzi, s anche ad un cane provetto la lepre sfugga, egli non ha pi riposo, al cacciatore non to rn a , non obedisce al richiam o, e per cieca voglia di co rrere, e rra , e quasi insanisce (i). Or shai da instruire un cane novello, ponlo in sito, qual sopra dicemmo; e nascondilo dove parr che
A c proctd nfodiens lepotem , r ursust/ui reversus , Solertem catulum subito deducit ab u rbe, Constiluitque renitentem vestigia circum. Mussitat ille frem ens , leporino plenus odore. Nemesiano: Iam cum bis denos Phoebe reparaverit orbes, Incipe non longo catulos prodcere cursu , Sed parvae vallis spatio septpve liovali. Hc leporem prcemitte mona, non viribus aequis N ec curss virtute. parem , sed tarda trahentem Membra , queant jam nu.nc faciles ut sumere praedam. Nec semel indulgi catulis moderamene cursus, Sed dontc validos lepores praevertere suescant Exerceto diu venandi munere . . . (i) Oppiano ha pii una vivissima similitudine, che, tradotta
perde ogni forza. Assomiglia le smanie di questo cane alle smanie del parto. Altri giudichi della convenienza: certo che lespres sione si viva da for dimenticare la molta distanza delle due idee. E 1 Ariosto :

Come levrier che la fugace fiera Correre intorno ed aggirarsi mira , Si torm enta, s affligge , e si dispera, Schiattisce indarno , e si dibatte e tira.

4 7a

ARRIANO

la lepre, gi stanca, voglia piegare. Vedutala, scioglile il cane vicino ; ma noa di faccia, perocch l cane- c o n trppo impeto gitterebbesi contro, e la lepre dun salto di leggieri volgerebbesi altrove. Allora dovrebbe il cane restar molto addietro, e stenterebbe a piegare in altra parte la corsa ; come le triremi che vadan diritto, si voltano a stento, e non pria che rimanga per gran pezza sospeso il mover de remi. Lascia dunque passare la le p re , poi lanciale il can da traverso: presa eh ei labbia, accorra alcuno d i fre tta , innanzi che l cane s inebrii dei sangue : non che debba far conto della carne chi caccia sol p er diporto ( i ) , ma perch male suserebbe un buon cane a divorar quella carne; e perch molti, che dopo lungo corso, affannati ancora, se nempiettero, poco appresso, soffocati, perirono. C A P O XXVI. De can maschi, in quale et si convenga condurli a caccia. da menare alla caccia il m aschio, non pria che compiuti i due anni (a): ch amaschi molto pi tardi sassodan le membra: ed pericol non lieve ; perch molti,
(i) Orazio, SaL: . . . leporem Venator ut altd In nive sectatwr, positum si tangere nolit etc. (a) Senof. ir : Conduca i cagnuoli alle foreste; le femmine d otto mesi, i maschi di dieci . Nemesiano vuol venti mesi.

DELLA CACCIA.

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posti alla prova pria d'essere bene adulti, morirono anzi ora. E ne pi valnti pi facile; ch, per lardore del* 1 animo ^ sforzami di tutt impeto al crso. Quanto alle altre c u re , tutto ci che delle femmine dissi, anche ad osservare pemaschi. Li guarderai bene dal coito entro quell et ; ch, nl seme ancora hanno maturo , ma tenue troppo ed inferm o, come quel de fanciulli : ed eglino poi si guastano al tu tto , sicch per niun mezzo puossi dappoi ammendare il difetto. Ma finito il terz anno, allora sar giusto il tempo del co* primento (i). CAPO XXVII.

Quando sia da permettere d cani il congiungimento (2). Badisi a ci: che la cagna abbia fatto il suo mestruo; perch l seme, concetto prima d allora, non prende :
(1) Colum. yii.. Huic quadrupedi, neque faeminae neque nutr , nisi posi annum permitlenda venus est quae , si te n erti conceditur, carpit et corpus et vires, animosque degenerai. Nemesiano :

Huic parilem submitte marem, sic omnia magnum; Dum superant vires , dum laeto flore juventus. Sed diversa magis foeturae convemt aetas. Tu bis vicenis plenum jatn mensibus acrem In venerem permilte marem : sit faemina binos Quas tulerit soles . . .
(3) Intorno a lf accoppiamento di razze diverse , nulla dice Arriano. Il Bargeo c h e , sebbene toscano , doveva naturalmente saperne moltissimo di cani greci, insegna d unire i cani di To-

4; i

AR RIAN O

ma portato via dal sangue, com nelle donne. E pongasi m ente, che brete il tempo che passa, dal ces sare la purga al finire la foia del congiungimento. L a et buona delle femmine dal secondanno al settimo. C A P O XXVIII. .

Che se alcun guarda l accoppiarsi de can i, non compiesi la generazione. Il meglio rinchiudere insieme il maschio con la fem mina , sicch niuno li vegga : perch le accoppiature in palese non pigliano, se vuoisi credere a' buon cacciato ri. Ma lopera, consumata di furto, dicesi che riesca bene (i).
scasa con quelli di Sparta, que di Caria con quelli di Tracia , que d Arcadia con quelli d Elide : imitazioni d Oppiano , e rimembranze, come ognun vede , che sono 1 essenza del classi cismo. Che con la mistura delle razze si possano migliorare le specie, Grazio cel dice :

Quondam inconsultis mater dabit Umbrica Gallis Cursum agilem . . .


I cani d india , nascevano , si dice, da una cagna c da un tigre. Grazio : . . . Ultroque gravis succedere tigrint

Ausa canis , maio re tulit de sanguine foetum*


I cani Iaconi , da una volpe e da un cane. - Que d India , se condo Ternistio , da un leone a da un pardo; secondo Polluce, da un leone. (i) Grazio:.

Sed fru stra longus properat labor , ald il si non A lias in tenebrai , unique inclusa marito. Faentina; nec patilur, veneris sub tempore, magnos

D ELLA CACCIA.

475

Appresso, si conducano a caccia ; ch l moto giova molto al vigore decani: ma lasciarle al lepre, no mai; poi eh pericolo che affaticata la cagna si sconci (i). Anche l maschio non da lasciarlo alla lep re, prima che riposalo dalla fatica e afforzato : a che vuoisi ses santa giorni, non meno. Di poi, nulla vieta tornarlo al travaglio. CAPO XXIX.

D el tempo acconcio alla nutrilura de cagnolini. Il migliore la prim avera, si ben temperata tra l freddo e il calore. Il freddo a crescere i catuli non buono, e per altre ragioni e per manco di latte. Il caldo alle madri molesto, per la nutrizione: l autunno in ci men buono della primavera, che 1 verno viene addosso a cagnucci, non ancora formati (a).

Illa , neque emeritae servai fastigia landis. fa stg i a audis est castitas ; dice il Burmanno.
( i) Grazio :

D a requiem gravidae , solitosque remitte labores : V ix oneri super illa suo . . . (a) Oppiano : Vere brevi gratum veneris permitte cubile.
Nemesiano dice che la gravidanza dora due mesi : Plinio e Aristatele, tra i sessanta e i sessantatr giorni : altri , tre mesi : altri, settantadue d. La cecit decagnucd dura pi a lungo, se nascon pi presto. Angelio :

Concipielque novos foetu s , qtios denique sextd Parte anni exarti genitrix enixa . . .

ijd

ARRIANO

CAPO

XXX.

Come sien dop il parto da curare le cagne, perch tornino ad corso quelle d i pria.
Partorito eh eli abbia, se vuoi che riprenda la prima agilit, non lasciar eh1 ella nutra i cagnuoli ; se non in quanto la si sollevi del soperchio di latte. T glieli dunque, e dalli ad altra cagna, ma buona; ch il latte delle dappoco a generosi parti nimico (i). Ma se la madre non ti par pi buona al corso, meglio lasciarli nutrire a lei, che attaccarli a straniera mam( i) Oppiano insegna altrimenti: Seti ca ve , s catulos cupias nutrire sagaces, Distentas mammas exsugant lacte recenti, N on oviumve , canum ve, hirsutarumve caprarum. Quippe graves tandem Jierent, fugerentque abores Sed primo uberibus cervae laclentur agrestis , A u t crudo domitae pascantur lacte leaenae , Noctivagave lupac . . Grazio : . . . . tum deinde m onebo , N e matrem indocilis natorum turba fatiget.. Nemesiano : Nam , tibi si placitum populosos crescere fo e tu s , Iam macie lenues succique videbis inanes, Pugnantesque dia qtdsnam prius uber lam bal, Distrahere invalidarli lassato viscere matrem. Varrone : In nutricatu ad secondarli partum , si plures sunl, statini eligere oportet qos habere veis ; reliquos abjicere. Quam paucissmos reliqueris, iam optimi in olendo f n i n t , propter copiam lactis.

DELLA CACCIA.

477

mella. Perch la nutritura strania, siccome anco Senofonte dichiara, non conferisce molto , e lor giova assai suggere della madre il latte e gli spiriti (1). CAPO XXXI.

D i ci eh*ordina Senofonte intorno. al nutrimento de* cani. E quando i cagnuolett gi cominciano ad andare da s , ben die1 egli, che convien nutrirli di latte : ed avverte che per grevi reptazioni lor si distorcono le gambe, e i corpi si corrompon per morbo (a). E quando dice, che nomi brevi e facili da pronunciarsi sono da porre a cani, anche in ci da seguirlo: de quali nomi ta luni e ne scrsse; parte trovati innanzi lui, parte fatti da lui medesimo acconciamente (3).
( 1) Senof. vii. - Lascia i cagnoletti, quando siano n a ti, sotto la m adre, non sotto altra cagna, perch la servit che vien fatta dalle straniere, non giova punto a nutrirli bene : il latte p o i, ed il calore materno buono, e le carezze soavi . Columella v ii, IX N ee usquam e o s , quorum generosam volumus indolem conservare , patiemur aliente nutrici! uberibus ed u ca ti, quoniam semper et lac et spiritus mattrnus tonge melius ingenia atque incrementa corporis auget. (a) Angelio : ............. tenuesque magie retmere cibatus , N e gravi articulot depravet pontiere notes. (3) Lorenzo de Medici raccoglie in una stanza diversi nomi di cani : Adunque il Cappellaio n o m i cammina, Chiama Tamburo, Pentolo j e M artello,

4j8

ARRIANO

Se non vorrai che la madre nutrichi i suoi p a rti, guarda il pi attentamente che puoi, che esse non ab biano necessit di quel vuotamente) di latte: ch allora si gonfian loro le mamme, e s empion di latte, e si di stende il disotto del ventre. N allora sicuro cacciarle alla lepre; ch di leggieri lor si rompono i fianchi. Anzi non convien lasciarle scherzare n manco con al tra cagna; che.force sforzando oltre potere il gioco, non caggiano in pari pericolo. Ma il meglio aspettare, finch le poppe si sgonfino; ed segno che cessa il pe rcolo , questo, che , al sol toccare , i peli lor cascano leggiermente. Allora , al parer m io , che si sciolgono anche dalla necessit sopraddetta.
La F oglia, la Castagna , e la Guerina , Fagiano , Fagianin , Rocca, e Capello , E F riza , e Biondo , Bamboccio , e Bossina, Ghiotto , la T o rta , Viota , Pastelli>, E Senchio , e F u re, e il mio Buontempo vecchio , Zambteco , Buratel, Scaccio , Penecehio.
Il sig. Orazio Marrini, QmtneQtatare del lamento di Cecco, parlando de nomi di Tevere e Giordano , dati nel Malmantile a due cani, con molta -e molto faceta erudizione soggiunge: 1 tre eruditissimi commentatori del Malmautile non fanno al cuna osservazione, n, come sarebbe desiderabile, alcuna no tizia ci danno, intorno al porre apani per lo pi nomi di fiume: n si spiegano, se questo costume sia antico, e se fosse in vigore anche presso i Greci e i Latini. A me per non reca mara viglia alcuna il loro silenzio, essendoch nessuno, per quanto a: mia notizia > sa render di ci una vera e giusta ragione. Comunque sia la cosa, io non intendo di decidere la questione> e son contento di confessare colla maggior parte degli Eruditi, da me consultati, di nulla sapere di positivo su tal materia .

DELLA CACCIA.

479

C A P O XXXII. Differenza tra l maschio e la femmina. Messi a correre, la femmina pi leggera del ma schio : ma il maschio regge di p i , e corre tutto il tempo dell anno ; ond pi d apprezzarsi; Pi : le femmine buone son molte; trovare un buon maschio non facile: anche per ci pi prezioso. Le femmine, molto se fino al quint anno conservino loro agilit; i maschi la guardano fino al decimo ; sicch pare a me cara cosa un cane maschio, che sia generoso davvero (1). CAPO XXXIII.

Che 1 cacciatori debbono sacrificare a Diana. N senza dono degli Dei questa sorte incontra aji cac ciatore: onde debbonsi a Diana cacciatrice sacrifica pel dono. A lei si sacrifichi anche dopo la caccia felice, e se n offrano le primizie. E alla Diva si lustrino cani e cacciatori, secondo i riti dalla patria legge prefissi (2).
(1) Plinio: Oetonos Laconicae pariunt : propria in eo genere marius labori* atacritas : vivunt Laconici annis denis ; fa e minae duodeni'* . . . Mares alacrius laborant ; faem inae iis vivaciores sunt. singolare a notarsi come il G reco, c sovente anche il Latino ami il femminino di questo animale: ci verr dalla pi frequenza di buone cagne che di cani yalentL (2) Nemesiano incomincia il suo canto; Auspicio , D iana , tuo. La invoca anche il Bargeo : invocazione veramente classica ! Diana e la caccia era come tutt uno. Marziale :

Inter Caesareac discrimina saeva Dianae.

48o

ARRIAHO

CAPO

XXXIV.

Del costume de Celti e del denaro , da essi raccolto a Diana.


uso de Celti sacrificare ogni anno ad Artemide: al tri fanno colletta lla Dea ; e per u nlep re pigliato gittan due oboli neltesauro; per una volpe, una dramma; perocch bestia frodolente, e fa strage de lepri : perci pi n offrono, come per nimico preso. Per un daino., dramme quattro; perch1 animai grande; e preda: or revole. Compiuto lanno, e venuto il d natale d Arte mide , s apre la cassa, e della somma raccolta si com pra la vittima. Quale una pecora, quale una capra , quale un vitello; se tanta la somma. E sacrificato, ed offerte le primizie dellostia alla Dea cacciatrice, co m e a ciascuno costume ; si godono ed essi, e i lor veltri (i) . Questi vanno ghirlandati quel giorno,a mostrar che per lro la festa (2 ).
( 1) Grazio : ............. Tota Juventus Lustraturaue Dece , proque anno reddft honorem. (2) Stazio, Sylv. : . . . . . Solito caluli velantur honore. Grazio : . . . . . Ips coronai Emerito* Diana canes , et spicula tergit. Voltaire : Ponrquoi le chien a-t-51 t hdor ou rvv ( comme on voudra ) chez 'les Egyptiens? Cest, dft-on, que le tJrien a*rertit lhomme. Plutarque nous apprend , quprs que Cambyse eut tue leur boeuf Apis, et leut fait mttre la broche, aucun ani mai i/osa manger les restes des'convives, Urtit tait profond le respect pour A pis; mais le chien nfe fut paS si serupuleux, il avaia da dieu. Les Egyptiens furent scandalista, camme on le peut croirc, et Anubis 'perdit beaucoup de son crdit.

DELLA CACCIA-

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CAPO

XXXV.

A m m o n im en to d e l sacrificare a g li D ei p ro tetto ri d e ll' a rti um ane.

Anch io comiei socii di caccia seguo il costume de1 C elti, e dichiaro, che niente senza gli Dei giunge agli uomini dj perfetto bene (i). Quelli che navigano prendon principio dagli Dei, se e pur curano la lor salvezza; e salvati, offrono sacrificio di grazie a N ettu n o , e ad Anfitrite, ed alle Nereidi : que che lavorati la terra, a Cerere, e alla figliuola di le i, ed a Bacco ; que che travagliano alle arti, a Minerva e a Vulcano ; que che agli studii, alle Muse c ad Apollo lor prncipe, ed a M nemosineed a Mercurio : qnechamano, aV enere, e a Cupido, e a Suada, e alle Grazie. Cos quelli che soccupan della caccia, non deggiono obliare Diana la cacciatric e , n Apollo , n P a n e , n le Ninfe (a), n Ermete insegnator delle vie e conduttore, n quant altri ci ha Dei demontL Se n o , egli ben forza che ogni lor cura riesca imperfetta; e i cani offesi, e zoppicanti i cavalli, e i cacciatori frustrati.

(i) Nemesiano: Dona cono D ivm , Icetas venantibus artes. (pi) Nemesiano a Diana : Tecum Niades facile * , viridique iuventd Pubentes D ryades, Njrmphteque unde omnibus humor, A d sin t, et docilis decantet Oreadas hcho. A ttujxo.
5%

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ARRIANO.

CAPO

XXXVI.

Testimonianze tolte da Omero: doversi in ogni cosa sacrificare agl' inventari e rettori delle opere umane. E ci mostra anche Omero nel suo poema 5 ove dice che T eu cro , il pi destro saettiere deGreci, nella gara del prem io, tocc la corda e la incise, perch non f voto ad Apollinea m entre che Merfone, di frecciar non esperto, votato eh ebbe ad Apollo , nell uccel gi vo lante feri. E d ic e , i nipoti di quelli che con Polinice pugnarono sotto Tebe , averla espugnata, Perch de' Numi il cenno.ebbero a scorta,
E d i Giove r aita . . .

E i padri lo ro , niente minori di forza, quivi perirono per non avere obbedito agli auspicii del Cielo. E d E tto re , sordo alla voce di Polidam ante, che lo scon siglia dall irrompere sino alle navi de G reci, p erch dal segno di un dragone soverchiato da un'Aquila evedea che dovrebbon tornarsene con iscorno^ E tto re , dico , poco appresso col fatto impar, non esser utile il disobbedire agli Dei. Noi pertanto, al lor potere soggetti, siccome in ogni altropera nostra, cos nella caccia, da loro incomince remo; e vittime di grazie, e libagioni, ed inni, e ghirlande, e le primizie della preda offriremo: non altrimenti che il vincitor della pugna offre le spoglie mimiche (1).
(1) Anche in quest opuscolo avverasi ci che osservammo nella prefazione della lettera ad Adriano. Si sa chc l Imperatore nella Misia innalz una citt col nome di Caccia d Adriano. 11 nostro Stoico si ferma con diletto su cose chc possano compiacere al suo bravo padrone.

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APPENDICE
ALLA CACCIA.

Arriano ognun vede non essere che un Trattatello molto imperfetto sopra un picciolo ramo deW Arte. Vo ler con note ricompiere quanto man ca, sarebbe cosa lunghissima, e inop portuna al proposito nostro. Giova per dare in breve di quella menoma parte che da Arriano trattata, le idee pi recenti, che noi raccogliamo dal Ma nuel du Chasseifl*.
Q u e s to d
I.

D e 1cani.

Il cane,

dice Buffon, lasciantP anche la leggiadria di sua forma, la sua vivacit, la sua forza, la sua legge rezza , ha que pregi interiori che valgono a renderlo ,

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ARRIANO

pi eh altro animale , 1 amico dell uomo. Un indole ardente ed irosa, talor anche feroce, rende il cane sel vaggio terribile ad ogni animale j e cede nel dome stico a sentimenti pi dolci, 1 piacere d aver un pa drone, al desiderio di gradirgli: egli viene, tutt umile, a porre al piede di lui il suo coraggio, la forza, 1 av vedimento j egli attende , per usarne , il suo cenno 5 lo interroga, lo consulta, Io supplica, e ad inten derlo un atto gli basta. Non ha 1 energia del pensiero, ma par eh abbia quella del sentimento : ha la fedelt, la costanza negli affetti : non furia di vendetta, non tema d altro che di dispiacere; tutto zelo, tutt im peto . tu tt obbedienza : pi memore de beneficii che degli oltraggi, soffre l essere m altrattato \ 1 oblia, o noi rammemora che per aumentare l affetto. Non s ir rita , non fugge ; s espone da s all altrui sdegno , e lambe la man che lo batte : non le oppone che l a i , e la disarma all ltimo con la sofferenza, con la som missione. L a pregnezza dura fra i sessanta e sessantatr giorni : ne nascono se i, se tte , anche dodici : non aprono gli occhi che al decimo o al duodecimo d. Al -quindice simo mettono quattro d e n ti, due sopra, due sotto. In meno dun mese hanno il pieno uso di tutti i lor sensi. Allora, o indi a sei settimane, si levan dal latte: e a cani da ferma si taglia la coda con ferro rovente. Al quarto mese perdono qualche dente, che tosto rim ette, e non casca poi pi. In giovent han denti bianchi, taglienti ed acuti : gl incisivi hanno intorno alla punta delle ineguaglianze m inori, che si pianaa

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cogli anni. I denti s1 allungano, e ingiallano fino ai dodici : il m uso, la fronte , e il dattorno degli occhi divien grigio allora; e il quattordicesimo anno o il quin dicesimo l u ltim a, quanto a pi. Dun pane nutritivo dorzo e di frum ento, e di poco grasso in moltacqua bollente fassi una zuppa sanissima a cani da caccia : ma non convien darla che tepida. Han bisogno sovente di molt acqua fresca : e talvolta, per purgarsi, dun po'di salnitro o di magnesia, o dar gilla mischiata alla zuppa. Nettisi ogni giorno il canile ; tengasi ventilato ; si lavi con acqua calda il truogolo della zuppa al di den tro e al di fuori; si rinnovi la paglia. Una volta al mese si faccia la purgagione che dir : mettesi in un vaso di terra due o tre prese di sale, con altrettantossido nero di manganese; si mischiano insiem e, um et tandole con poc acqua : si versa su questa pasta un bicchier pieno d acido solforico, ammezzato con la cqua. N escir un fumo bianchiccio che appurer laria del canile : di l a mezz ora si toglie il vaso , e , dile guato bene il fum o, ci si rimettono i cani. II. Educazione. , Il can bracco abbia le orecchie lunghe e zoloni ; macchiettate : pi di lepre ; garetti luppati; ampio petto. Nell et d un anno la tuiione comincia. Lo si appaia, lo si usa gi pen bene svi sua instial collare

4%

ARRIANO

eoa sonaglio, lo si addestra a conoscere i vani suoni di tromba. All7orme recenti o alla vista della preda, na turalmente egli abbaia. Se perde la traccia, se rim an dubbio sul cammino da scegliere, e tu 1 addirizza con la voce e co cenni. Educati che sieno a bene ormeg giare, avvezzano allora a pi severa obbedienza, e alla frusta , se occorre. IIL Caccia della lepre. La lepre si fa coviglio o dentro un prunaio o sotto un picciolo greppo: cangia covo sovente, ma non esce di certo spazio, mai. Dorme ad occhi aperti gran p a rte del d; all imbrunire va al p asco lo ;la notte cammina. 11 mattino la b rin a , e fra giorno un fumicel bianco Chesala, la scopre. Il maschio si distingue alla parte di dietro bianchic cia , alle spalle per lo pi ro sse, alle orecchie corte , larghe, biancastre e raccolte ; alla testa corta e pi paffuta, a peli del muso pi lunghi, a suoi cacherelli pi piccoli, secchi e puntuti. Quando la lepre acceffata, mette un grido ben forte. Quando ci si mira di corsa, convien lasciarla passare un poco, e mirare alla nuca tra le orecchie : se le si tira al di dietro, ben raro stenderla al primo colpo. Morta che sia, la si lascia dimenare un poco daca ni , se ne danno ad essi le orecchie, e non la si ripone nel carniere se, preso con la manca il collo, e premendo

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il ventre col pollice della destra, nop $0 ne tragga 1 orina. La lepre ^ fatte le prime aggirate, ei caccia nel co niglio , poi prende la pianura, e si sforza di passare i cani: se fugge alla distesa e a dilungi, vuol dir eh lepre straniero a quel contorno, e che forse fuggir lon tano a pi miglia. Non potendo la lepre veder dritto dinanzi da s, per la forma dell occhio suo , vien tal volta incontro al cacciatore, che dee, senza muoversi, lasciarla venire; e tirarle, mirando alle spalle. Io vidi, dice du Fouilloux, una lepre s a c co rta , che all udir della trom ba, balzava dal covo, e correa (ne fossanche stata lontana), dentro a uno stagno ; e vi si adagiava fra giunchi. Vidi u n a , correre per due ore dinnanzi al c a n e , poi scovare un altra lepre e acquattarsi nel covo di questa. Altre ne vidi nuo tare per due o tre stagni, de quali il meno era largo d ottanta passi. Altre dopo dieci ore di corsa, m ontar su pel tetto dun pecorile e accosciarsi fral gregge. Altra cacciarsi fra pecore pascenti in un cam po, e abbaiata daeani, non volersene tor via: altri passare stretti da una parte della siepe, e voltare dallaltra ; e cos sempre, sic ch fra loro ed i cani non vavea che la siepe di mezzo. A ltri, che stanchi sarrampicavano su vecchia muraglia alta sei pi; e si ficcavano entro qualche pertugio ve stito d ellera. In pianura si caccia la lepre con c a n i, c h e , non avendo odorato, han bisogno chc i bracchi la scovino; od essi poi, vedutala, slanciansi, giungonla, la stramaz zano, e cacciano il lungo lor muso nel sangue di lei.

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La lepre vive sett anni od o tto , cresce in un a n n o , ed atta alla generazione subito. La pregnezza non dura che trentaN di; ne nascono o q u a ttro , o due. Figliato cheli ebbe, tom a a congiungersi ancora. Allatta per venti d; poscia i figli vivono solitarii, da s. Raro che si partano dai contorno ove nacquero; onde, trovato un lepratto, certo , che , vicino , ne troverai due ancora o tre. La si coglie in primavera fra le biade nascenti; di state, fra le stoppie; d autunno, neHe vigne e ne ter reni di recente smossi ; di verno, fra i cespugli ed in luoghi difesi dal vento e dall umido. La pelle del lepre dun grigio rossigno : que di montagna e di bosco son pi grandi e pi forti che que di pianura.

intorno a quella parte argomento che Arriano trat t , noi troviamo in un Almanacco stampato a Venezia, molte idee j precise, che crediamo f a r cosa grata ai L ettori, darne qui an breve sunto * e duolci non poter offerirne che un saggio ; poich l egregb Autore d i quel pregevole Opuscolo promettea d i seguire negli anni ve gnenti lo stesso soggetto f e non sappiamo s egli abbia potuto attener la promessa. Giova frattanto dar a cono scere a' cacciatori questo lavoro che non pu non giun gere ad essi utile ad un tempo e piacente. Sappiamo che questo medesimo Autore scrisse sul cane un opera lunga ed assai diligente che noi non troviamo: Vaannciam con piacere a chi V ignorasse.

DELLA CACCIA.

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primieramente necessario, che la madre .l'on abbia mancato a doveri di sposa : poich dove fossero adul terazioni ed illegittima copula, i figli se ne risentirebbono, e la specie non sarebbe pi pura. Non mai da lasciar accoppiare la madre col fi glio o il fratello con la sorella ; unioni di effetto pes simo , e inette. Perch i cagnuoli abbiano a nascere robusti e bene form ati, si trov di dover permetter^ due o al pi tre copule, chabbiano ventiquattrore fra s dintervallo. Vuole la natura che questatto sia occul to : il contrario dannoso all atto in particolare del c a n e , eh ha una conformazione diversa da ogni altro animale. Compiuta lopera, si seguiti a tener chiusa la fem mina insino a tanto che sia affatto fuori di stato di novellamente accoppiarsi. Questo assicura che il padre fu un solo, e che le copule non furono pi del bisogno. v Nati i cagnuolini, diasi la scelta del migliore alla m adre. La vi si conduce cos : Prendesi un cerchio di botte e tutto lo sinviluppa di stoppa : nel centro di quello si pongono i cagnuoli, senza che la madre sav vegga ; di poi si d fuoco alla stoppa. A questo punto lo si mostra alla madre : essa balza nel fuoco, e ad uno ad uno ne leva i suoi figli. Il primo salvato il migliore : cos di seguito. Ritrovai a questo modo di scelta, prescritto da m o lti, corrispondere il fatto. Scelto il nostro allievo, egli m erita tutte le cure: ed da trarre profitto dall et tenerella, poich, divenuto grandicello, non s? educherebbe con pari faci lit. La prima avvertenza dee essere il tenerli lontani

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RRIAJTO

da fanchdli; poich non potendo questi a meno di giocolare ogni giorno con loro, vimprimono tali abU ludjni e vizii che rendon poi l educazione difficile. a Giunto il cagnuolo al quarto mese circa, prima di educarlo conviene esplorare lindole sua. V ha decani focosi, irosi, audaci, ostinati; ve n ha di tranquilli, freddi, timidi, docili. Nessuno per manca al tutto di pregi. Se senza aver fatto questo primo discernimnto, si comincia a instruirlo, si dura fatica grandissima, si getta il tem po, si resiste a natura, si perde il cane. Ve nh a che non vogliono minacce n busse, ma premii e ca pezze; e cos vicevrsa. Incominciasi dal fargli portare una qualche cosa con pazienza e buon garbo. A mano a piano eh egli s addestra, e ogni volta che fa bene alcun c h , lo si premii subito con qualche cibo e con carezze : se manea^ non sar inutile qualche tiramento dorecchie. Si castiga cos lanimale, e le orecchie diventan pi belle. F atto pi grande si conduce al passeggio , e si chiama e si guida, e si fa che s occupi sempre d aggradire al padrone. utilissimo avvezzare i cagnuoli a star in calesse; p er ch giungendo ad un luogo di caccia, non si trovino di gi stanchi. pur necessario che quegli che lo educa (sarebbe pur bene che sempre lo educasse il padrone), sia solo a cibarlo ; e c o s, che il cane al mangiare sia solo. Prima del decimo mese non conviene ammaestrarli a esercizii laboriosi. Non deesi sturbar la natura, allor ch si consolidai Columella: nisi post atmum. Cosa importante il nome da im porvisi, appena

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spoppato; nome facile, sonoro, brevissimo, e che Aon somigli a cosa di frequente domestico u s o , p e r evitare l equivoco. Una voce sonora, breve, pronta, -sode ari* che pi L agevolmente in lontano. Imposto una volta, non si cangi mai pi. u Sammaestri il giovine sotto la scorta d un cane vecchio. Giova molto lesempio. Per conservarli in salute sallontanino dalle carni, da cibi grassi, che accorcian loro la vista. L ossa il cibo migliore e pi necessario. Non mangino a tutte l ore : ci li fa troppo ghiotti, e non concede una digestion regolare. Non conviene stancarli, particolar mente la state. Non abbian per letto cose soffici e lane, ma tavole, o sostanze vegetabili secche: la paglia di se gale la meglio ; e d meno ricetto alle pulci. E uti lissimo alla state bagnarlo nellacqua di m are assai spesso: cos si tien m ondo, e guardato dalla scabbia canina, male talvolta incurabile. Vive quattordici a n n i, e sviluppasi in due : la vec chiezza gli incomoda; sente allora dun odore ingra tissimo , e s abbandona delle gambe pi eh altro ani male. un beneficio il por fine a suoi giorni.

In un libercolo, stampato V anno scorso col titolo: la Scuola di Caccia collarchibugio, troviamo le seguenti avvertenze che fanno Appendice al Trattatello d A r riano. Omettiamo tutte le cose che non si rapportano alle idee ed precetti toccati dal nostro Autore.

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ARRIANO

i Darai mangiare al cane due volte al d } se si p u , lle ore medesime sempre. Lo ciberai sempre con pane di tritello asciutto, e una volta la settimana con zuppa. Ne d di riposo lo condurrai a passeggio la m attina e la se ra , se si p u , alle stesse ore sem pre, ne luoghi meno frequenti. Non si lasci uscir so lo , n correre a cani che incontra per via. La> prim avera, per quindici d , gli darai bere alla m attina del latte, o meglio del siero, se noi ricusa. F ra lanno, se taccorgi chel cane patisca di calore interno, dagli del pane inzuppato d olio di lin o , non altro. S calore esterno, non si faccia che radei'gli il pelo , ove trovasi rossa la pelle. Cos, quand il cane ha qual che ferita o morsura. Tornato da lunga caccia, ugnigli le piante con sego caldo* cos se gli sgonfiano. S avvezzi a dormire sul suolo nudo anche all aperto, quando non sia molto rigida la stagione.

F IN E D E L L A C A CC IA E D E L TOM O SECONDO.

I NDI CE
DELLE OPERE DI ARRIANO.

TOM O PRIMO.

Le Storie su la spedizione di Alessandro.

TO M O SECONDO.

Delle Cose dell* I n d i a .....................................................Pag. Periplo del Mar Rosso .......................................... . . . Degli scritti di Arriano, Estratto di F o z io ..................... La T a ttic a ............................................................................... Lettera dArriano a Cesare TraiaDo Adriano AuguUo, ed in essa il Periplo del Ponto E ussino...........................

i 61 g3 1 15

3^5 4 11

11 Frammento della spedizione contro gli Alani


Della Caccia (tratta tello )..................... .....

. 429

I N D r e
DEI RAMI

che accompagnano le Opere di Arriano.

TO M O RIMO. Carta geografica de* paesi percorsi da Alessandro . . Pag. i

Macchina da g u e rr a .......................................................... in fine Anni greche............................... ..... .................................... Armi e guerrieri orientali............................................... ivi ivi

TOM O SECONDO.

f il corso dell In d o ...........................


Carte geografiche 1 le coste di Mekran dall Indo al Golfo rappresentanti j Persico.......................................... . .

29

46
391

\ le piagge del Ponto Eussino

Errori.
g. 5g4 puiaiDin* i l ; ' C ip p ad o ci

Correzioni.
p a n a l i h a da* n o i venia duodecima potessero

i l i lao decurioni Wi Yemen dopo


4*4

i dadecima potesser 4*5 Nota, uni oetu 4 * 7 degli Sciti (vi segoiono kly talora a ohe 4 S8 re rta g i ivi eertragam 44* m i au le d o U S incontro il careggia. 456 I Capo IX . 458 lor piedi 4 6 1 spento d a ' cani 4 6 7 i le v rie t

uno ictu,
gli Sciti cegnlano talora t che e tra g i

eertraham
mi si assieda incontro , il oareggla. Cp. V i l i . i lo* morto le v rie ri