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Tito Lucrezio Caro Biografia Della vita di Lucrezio ci ignoto quasi tutto: egli non compare mai sulla

a scena p olitica romana n sembra esistere negli scritti dei contemporanei in cui non viene mai citato, eccezion fatta per la lettera di Cicerone ad Quintum fratrem II, co ntenuta nella sezione Ad familiares, dove il celebre oratore accenna all'edizion e postuma del poema di Lucrezio, che egli starebbe curando. Un'altra fonte che l o cita San Girolamo nel suo Chronicon, in cui ci dice che circa nel 94 a.C. Titu s Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et pe r intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emen davit, sua manu se interfecit anno 44 ("nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo ess ere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri [del poema?] neg li intervalli della follia, che Cicerone pubblic postumi, si suicid all'et di quara ntaquattro anni"); tale dato non concorda tuttavia con quanto affermato da Elio Donato (IV d.C.), maestro di San Gerolamo, secondo il quale Lucrezio sarebbe mor to quando Virgilio (nato nel 70 a.C.) indoss a 15 anni la toga virile, nell'anno in cui erano consoli per la seconda volta Crasso e Pompeo. Questo dato ha fatto propendere a credere che Lucrezio nacque nel 98 a.C. per poi morire nel 55 a.C., all'et di quarantaquattro anni. Queste vengono comunemente considerate le uniche notizie biografiche tramandate direttamente dall'antichit. Ignoto risulta anche il luogo di nascita, che tuttavia taluni hanno creduto esse re la Campania e pi precisamente Pompei o Ercolano, per la presenza di un Giardin o Epicureo in quest'ultima citt, e la condizione sociale, sebbene i tria nomina e il suo anelito pacifista facciano credere che potesse essere di nascita aristoc ratica. Neppure la sua militanza politica sembra essere ricostruibile: il deside rio di pace accennato prima non sembra affatto ricordare il drammatico rancore d ell'aristocratico (per altro stoico) che vede sgretolarsi la Repubblica e la lib ert, ma il desiderio dell'amico epicureo, che vede nella pace e il benessere di t utti la possibilit di fare accoliti e viver serenamente. Tale era, del resto, il suo desiderio di pace da auspicare alla fine del proemio della sua opera un "placida pace" per i Romani. Questo anelito cos forte alla pa ce peraltro riscontrabile non solo in Lucrezio, ma anche in Catullo, Sallustio, Cicerone, Catone l'Uticense e perfino in Cesare: esso rappresenta il desiderio d i un'intera societ dilaniata da un secolo di guerre civili e lotte intestine. Una possibile ricostruzione della vita di Lucrezio [modifica] La scarsit delle fonti sulla sua vita, ha portato molti a interrogarsi persino su lla stessa esistenza del poeta, a volte considerato solo uno pseudonimo sotto il quale si celava un anonimo poeta, per alcuni[6] Tito Pomponio Attico.[7] Second o lo storico Luciano Canfora, possibile ricostruire una scarna biografia di Lucr ezio.[8] Secondo Canfora, Lucrezio nacque in Campania nel 94 a.C. circa, a Pompe i (dove aveva una villa la famiglia nobiliare di un possibile parente, Marco Luc rezio Frontone[9]) o nella vicina Ercolano, appartenente quasi sicuramente alla famiglia nobile dei Lucretii. Studi l'epicureismo proprio ad Ercolano, dove si tr ovava un centro della "filosofia del giardino", diretta dal filosofo greco Filod emo di Gadara, allora ospite nella villa di Lucio Calpurnio Pisone, il ricco suo cero di Cesare (la cosiddetta "villa dei papiri"). Lucrezio avrebbe sofferto di sbalzi d'umore, un moderno disturbo bipolare, ma non sarebbe stato pazzo, ma di questo umore alterno risent il suo lavoro. In disaccordo con le guerre civili, av rebbe lasciato Roma prima del 54 a.C. e non sarebbe morto suicida, ma avrebbe vi aggiato in Grecia, ad Atene, nei luoghi del maestro Epicuro, e oltre, essendo fo rse il suo nome conosciuto da Diogene di Enoanda (che secondo l'autore non visse nel II secolo d.C. ma nel I secolo), quindi quasi in Asia minore, nelle cui fam ose incisioni sotto il portico della sua casa si ricorda un certo "Caro" (nome p oco diffuso), romano, e sapiente epicureo.[10] Lucrezio, spinto da una delusione d'amore, si sarebbe allontanato lasciando incompiuto il suo poema, affidato for se a Cicerone stesso, ma senza impazzire e morire (suicidandosi o assassinato), e sarebbe stato volutamente confuso da Gerolamo con Lucullo, onde screditare l'e

picureismo.[11] Il destinatario dell'opera, Memmio, caduto in disgrazia, and ad A tene nel 52 a.C., causando nuova delusione a Lucrezio, che, tornato a Roma, sare bbe morto intorno o dopo il 50 a.C.[12] Ipotesi immaginarie [modifica] In una storia apocrifa, attribuita al latinista Luca Canali[senza fonte] come fi nzione letteraria, si propone una tesi piuttosto bizzarra (per alcuni da intende re come provocazione) ripresa da un'affermazione di San Girolamo, secondo la qua le l'autore del De rerum natura sarebbe un Cicerone giovane, mentre Lucrezio non sarebbe mai esistito. Tale tesi ha il difetto di non tenere nel dovuto conto gl i aspetti stilistici, non ciceroniani, dell'opera. Si ipotizza che Cicerone, poc o convinto dell'opera, l'avrebbe pubblicata sotto lo pseudonimo di "Lucrezio", i n una specie di rinnegamento dei suoi scritti giovanili. Tale tesi si basa princ ipalmente sul fatto che Cicerone l'unico contemporaneo a parlare di Lucrezio. In oltre: fu Cicerone a pubblicare il De rerum Natura per primo, con una nota intro duttiva che disprezzava l'opera, proponendola come esempio da non imitare, anche se, nel 54 a.C. in una lettera al fratello Quinto cicerone scrisse:"Lucretii po emata, ut scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis"(le po esie di Lucrezio, come tu mi scrivi, sono dotate di molti lumi di talento, e tut tavia di molta arte.(Ep. ad Quintum fr. II 9)). Il prestigio del nome di Ciceron e come autore, sostenuto da San Girolamo, avrebbe cos salvato l'opera in quanto r itenuta, appunto, di Cicerone.[13] C' anche da aggiungere che San Girolamo, in ve ste di ecclesiastico, cerc di denigrare Lucrezio che, essendo un atomista, non cr edeva nell'immortalit dell'anima[senza fonte] Il personaggio Lucrezio [modifica] La scomodit di Lucrezio [modifica] Lucrezio, per il periodo in cui vissuto, stato un personaggio scomodo: gli ideal i epicurei di cui era profondamente intriso corrodevano le basi del potere di un a Roma alla vigilia della congiura di Catilina. In un'epoca di tensioni repubbli cane, infatti, isolarsi dalla realt politica nell' hortus epicureo significava so ttrarsi ai negotia politici e uscire di conseguenza anche dalla sfera d'influenz a del potere. Le pi forti correnti stoiche, ostili all'epicureismo, avevano permeato la classe dirigente romana in quanto pi conformi alla tradizione guerriera dell'Urbe. L'epi curismo era invece presente anche attraverso il citato Filodemo e altri in Campa nia, dove Virgilio avrebbe approfondito la sua conoscenza dell'epicureismo. La presunta pazzia [modifica] La natura poetica del De rerum natura fa s che Lucrezio col suo pessimismo esiste nziale avanzi profezie apocalittiche, visioni quasi allucinate, critiche e ambig ue espressioni, che accompagnano il poema. Alcuni teologi cristiani come San Gir olamo ed altri, hanno dato di lui l'immagine di un ateo psicotico in preda alle forze del male. Appoggiandosi alla psicoanalisi qualcuno ha sostenuto che in cer ti bruschi cambiamenti di immagine e di pensiero ci fossero i sintomi di una paz zia delirante o di problemi di ordine psichico. In realt l'ipotizzata pazzia di Lucrezio potrebbe essere un tentativo di mistific azione per screditare il poeta, cos come la presunta morte per suicidio sarebbe s tato l'esito di un modo di pensare perverso, che travia chi lo segue. L'ipotesi dell'epilessia poi, viene avanzata sulla base dell'arcaica credenza che il poeta fosse sempre un invasato; elemento quest'ultimo da collegare alla credenza che gli epilettici fossero sacri ad Apollo e da lui ispirati nelle loro creazioni. Comunque altri scrittori cristiani come Arnobio e Lattanzio affermarono che egli non fosse pazzo e che non si fosse ucciso. L'ipotesi della follia e del suicidi o attestata dal Chronicon di San Girolamo si fondava su illazioni di Svetonio, p eraltro di difficile verifica. Potrebbe anche esserci stata una confusione dovut a all'abbreviazione Luc., impiegata indifferentemente nei codici latini per indi care i nomi di Lucillius, Lucullus e Lucretius. Plutarco scrisse infatti di un c erto Licinio Lucullo, politico, generale e cultore dei piaceri, che mor dopo esse re impazzito a causa di un filtro d'amore. L'errore di interpretazione dell'abbr eviazione Luc. potrebbe cos aver permesso lo scambio dei due personaggi. Le intenzioni di Lucrezio [modifica]

A causa dell'impossibilit di ricostruire i momenti salienti della sua vita, dunqu e, il progetto letterario che egli volle esprimere ricostruibile interamente sol o dalla sua opera poetica, considerata tra le pi vigorose d'ogni et. Bisogna ora i ndividuare le motivazioni che spinsero Lucrezio a scrivere il De rerum natura, c he fondamentalmente sono due: la prima una ragione etico-filosofica, in quanto i l poeta, affascinato dalla filosofia epicurea, desiderava invitare il lettore al la pratica di tale filosofia, incitandolo a liberarsi dall'angoscia della morte e degli di. La seconda motivazione invece di carattere storico. Lucrezio era cons cio che la situazione politica a Roma peggiorasse di giorno in giorno: Roma era quadro ormai di continui scontri bellici e conseguenti dissidi; giustappunto egl i, con un evidente positivismo, voleva incoraggiare il cittadino-lettore romano a non perdere la fiducia verso un successivo miglioramento della situazione. La rivoluzione lucreziana [modifica] Lucrezio si proponeva di rivoluzionare il cammino di Roma, riportandolo all'epic ureismo che aveva declinato in favore dello stoicismo. La prima cosa da distrugg ere era la convinzione provvidenzialistica stoica e pi propriamente romana[14]: n on c'era un dovere romano di civilizzare "l'orbe terrifero e de le acque", come dir Virgilio ad un Enea che parla alla Sibilla Cumana; non c' un intelletto semina le in ognuno di noi che parte integrante del Divino e che far ritornare tutto att raverso i tempi; ma un mondo che non unico nell'universo, che peraltro infinito, anzi esso stesso uno dei possibili mondi tutti esistenti o che esisteranno. Non c' quindi nessun fine provvidenziale di Roma, essa una Grande fra le Grandi, ed un giorno perir nel suo tempo. La religione, considerata come Instrumentum regni, deve essere non distrutta, ma integrata nel contesto del viver civile come util e ma falsa. Egli afferma fin dal 1libro del De rerum natura[15]: Tanto male pot suggerire la religione. Ma anche tu forse un giorno, vinto dai ter ribili detti Dei vati, forse cercherai di staccarti da noi. Davvero, infatti, qu ante favole sanno inventare, tali da poter sconvolgere le norme della vita e tur bare ogni tuo benessere con vani timori! (De rerum natura, vv. 101-106) Lucrezio colpiva direttamente la credenza negli di latini sostenendo che non c' pr eghiera che schiuda le fauci di una tempesta, giacch essa regolata da leggi fisic he e gli dei, seppur esistenti e anche loro composti da atomi cos sottili che ne assicurano l'immortalit, non si curano del mondo n lo reggono; ma la religione dev e essere inglobata nella scoperta e nello studio della natura, che rasserena l'a nimo e fa comprendere la vera natura delle cose: infatti l'unico principio divin o che regge il mondo la Divina Voluptas: il piacere, la vita stessa intesa come animazione regge l'universo, ed l'unica cosa in grado di fermare lo sfacelo che sta portando Roma alla fine: Marte, ovvero la Guerra. Proprio per questo, egli e logia Atene, creatrice di quegli intelletti pi grandi che hanno illuminato la nat ura e quindi l'uomo stesso, ed in ultima istanza Epicuro, sole invitto della con oscenza rasserenatrice. Non solo, egli stesso si sente quasi un poeta rasserenat ore delle tempeste umane e proprio per questo si sente profondamente affine ai p oeti delle origini, il cui luogo principe in Empedocle (secondo infatti per elog i solo a Epicuro) ma con una sola grande differenza: egli non portatore di una v erit divina fra le umane genti, ma di una verit affatto umana, universale e per tu tti, che attecchir ben presto per la salvezza di Roma. Il destinatario e i destinatari [modifica] Il dedicatario dell'opera il Claris Memmiadis Propago, ovvero il rampollo della famiglia dei Memmi, che solitamente si fa indicare con Gaio Memmio. Pi in general e, si pu dire che il destinatario che l'autore si prefigge di conquistare proprio il giovane aperto e pronto ad ogni esperienza che un giorno prender il posto dei politici e attuer quella rivoluzione propugnata con cos tanto fervore da Lucrezio . Ma, almeno con Memmio, egli fall: cresciutosi divenne un dissoluto, fraintenden do il significato di piacere catastematico epicureo, e fu allontanato dal Senato Probi Causa, ovvero per immoralit. Dopo di ci si ripar in Grecia, dove scrisse poe sie licenziose, e dove ce lo cita anche Cicerone (nelle Ad Familiares), pronto a voler distruggere la casa e il giardino dove proprio Epicuro risiedette, suscit ando lo sdegno degli epicurei che fecero istanza a Cicerone di intervenire per i mpedirglielo, cosa in cui Cicerone fallir.

Lo stile [modifica] In un simile progetto Lucrezio scelse di doversi rifare ad un modello di stile a rcaico, che vedeva in Livio Andronico, ma soprattutto in Ennio e in Pacuvio i mo delli emuli, per motivi fra loro quanto meno vari: l'egestas linguae (povert dell a lingua),lo vede costretto a dover arrangiare le lacune terminologiche e tecnic istiche con l'arcaismo, ancora che proprio Lucrezio, insieme a Cicerone, sia uno dei fondatori del lessico astratto e filosofico latino, e a colmare e ancor meg lio comprendere l'oscurit del filosofo con la mielosa luce della poesia. Discende ndo pi in profondit nelle anguste gole del poema, si notano anche altri problemi c ui dovette far fronte: primo fra tutti, come tradurre parole di pregnanza filoso fica in latino, che ancora non aveva termini confacenti. Finch pot, egli evit la se mplice translitterazione (ad es. "Atomus" per ?t???) e prefer invece usare altri t ermini presenti gi nella sua lingua magari dandogli altra accezione oppure (come mostrato anche sopra) creando neologismi. Ed proprio grazie all'arcaismo che Luc rezio riesce a rendere possibile tutto questo: infatti era proprio dello stile a rcaico il neologismo munificenza ed anche un certo uso (convulso a detta di anti chi e moderni) delle figure di suono quali allitterazioni, consonanze, assonanze e omoteleuti. Molto importante anche il fatto che Lucrezio non si limit a trasme ttere il messaggio di Epicuro con un arido scritto filosofico, ma lo fece attrav erso un poema che, a differenza del rigoroso linguaggio razionale della filosofi a, parla per squarci imaginifici. Opera letteraria [modifica] Per approfondire, vedi Storia della letteratura latina (78 - 31 a.C.). Il De rerum natura [modifica] Per approfondire, vedi De Rerum Natura. Il frontespizio del De rerum natura, principale opera di Lucrezio. Si tratta di un poema didascalico, di natura scientifica-filosofica, in esametri suddiviso in sei libri (raccolti in diadi) che illustrano fenomeni di dimension i progressivamente pi ampie: dagli atomi (I-II) si passa al mondo umano (III-IV) per arrivare ai fenomeni cosmici (V-VI). L'intera opera dedicata a Gaio Memmio. Riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la struttura del poema ? e?? f?se?? di Parmenide (anche un'opera di Epicuro aveva il medesimo titolo). Secondo i filologi vi sono corrispondenze e simmetrie interne che corrispondereb bero ad un gusto alessandrino. L'opera infatti suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare ed una fine tragica. Ogni diade comincia con un inno ad Epicuro e l'ultimo libro termina con un altro inno ad Epicuro, mentre il secondo libro inizia con un inno alla scienza e il terzo libro con l'esposizione dell'e stetica di Lucrezio. Essendo un poema didascalico, ha come modello Esiodo e quindi anche Empedocle, c he aveva preso il modello esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento dell a filosofia. Altri modelli potrebbero essere i poeti ellenistici Arato e Nicandr o di Colofone, che usavano il poema didascalico come sfoggio di erudizione lette raria. Critiche all'opera [modifica] Molti critici hanno affermato che il De Rerum Natura sia un'opera incompiuta. Se infatti lo scopo di Lucrezio era quello di trasmettere un'etica, egli non ne il lustr mai esplicitamente le caratteristiche. Questa critica mette in luce, per, un a delle pi grandi abilit di Lucrezio: trasmettere, attraverso l'analisi del cosmo, un'etica implicita che non consisteva certo nel confezionare valori predefiniti , ma nel fornire, invece, gli strumenti culturali per decidere liberamente in co sa credere.[senza fonte] Filosofia di Lucrezio [modifica] Per approfondire, vedi Epicuro e epicureismo. Ontologia [modifica] Sul piano teorico l'opera di Lucrezio si caratterizza come una puntualizzazione di quella epicurea con alcune esplicazioni che nel suo referente greco non erano

abbastanza chiare. Il concetto di parenklisis che Lucrezio tradurr con clinamen mancava di definizione chiara. Nella Lettera ad Erodoto Epicuro poneva infatti l a parenklisis al 43[16], ma poi al 61 parlava piuttosto di una deviazione per ur to[17]. Il celebre passaggio del II libro del De rerum dice: Perci sempre pi necessario che i corpi deviino un poco; ma non pi del minimo, affin ch non ci sembri di poter immaginare movimenti obliqui che la manifesta realt smen tisce. Infatti evidente, a portata della nostra vista, che i corpi gravi in se s tessi non possono spostarsi di sghembo quando precipitano dall alto, come facile c onstatare. Ma chi pu scorgere che essi non compiono affatto alcuna deviazione dal la linea retta del loro percorso? (Lucrezio, La natura delle cose, a c. Biagio Conte, Rizzoli 2000, p.175) Lucrezio precisa poi ulteriormente le modalit del clinamen aggiungendo: Infine, se ogni moto legato sempre ad altri e quello nuovo sorge dal moto preced ente in ordine certo, se i germi primordiali con l inclinarsi non determinano un q ualche inizio di movimento che infranga le leggi del fato cos che da tempo infini to causa non sussegua a causa, donde ha origine sulla terra per i viventi questo libero arbitrio, donde proviene, io dico, codesta volont indipendente dai fati, in virt della quale procediamo dove il piacere ci guida, e deviamo il nostro perc orso non in un momento esatto, n in un punto preciso dello spazio, ma quando lo d ecide la mente? Infatti senza alcun dubbio a ciascuno un proprio volere suggeris ce l inizio di questi moti che da esso si irradiano nelle membra. (Ibi, pp.175-176) Per quanto riguarda la sfera del vivente Lucrezio la collega direttamente agli a tomi nel loro processo creativo[18], scrivendo: Cos difficile rescindere da tutto il corpo le nature dell'animo e dell'anima, sen za che tutto si dissolva. Con particelle elementari cos intrecciate tra loro fin dall origine, si producono insieme fornite d una vita di eguale destino: ed chiaro c he ognuna di per s, senza l energia dell altra, le facolt del corpo e dell anima separat e, non potrebbero aver senso: ma con moti reciprocamente comuni spira dall una e d all altra quel senso acceso in noi attraverso gli organi. (De rerum, vv.329-336) Gnoseologia [modifica] Secondo Lucrezio, che riprende in maniera radicale la tesi gi di Epicuro, la reli gione la causa dei mali dell'uomo e della sua ignoranza. Egli ritiene che la rel igione offuschi la ragione impedendo all'uomo di realizzarsi degnamente e, sopra ttutto, di poter accedere alla felicit. Il poema ha tre argomenti principali: la lacerante antinomia fra ratio e religio. La ratio vista da Lucrezio come quella chiarit folgorante della verit che squarcia le tenebre dell'oscurit, il discorso razi onale sulla natura del mondo e dell'uomo, quindi la dottrina epicurea, mentre la religio ottundimento gnoseologico e cieca ignoranza, che lo stesso Lucrezio den omina spesso con il termine "superstitio". Indica l'insieme di credenze e dunque di comportamenti umani "superstiziosi" nei confronti degli dei e della loro pot enza. Poich la religio non si basa sulla ratio essa falsa e pericolosa. Lucrezio afferma che sono evidenti le nefaste conseguenze della religione e addu ce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito una rappresentazion e falsata della realt (cfr. Evemerismo). La religione perci la causa principale de ll'ignoranza e dell'infelicit degli uomini. Lucrezio riprende i temi principali della dottrina epicurea, che sono: l'aggrega zione atomistica e la "parenklisis" (che egli ribattezza clinamen, la liberazion e dalla paura della morte, la spiegazione dei fenomeni naturali in termini meram ente fisici e biologici''. Egli opera un completamento di essa in senso naturali stico ed esistenzialistico, introducendo un elemento di pessimismo, assente in E picuro, probabilmente da attribuirsi a uno stato di depressione di cui era affet to.) Da un punto di vista ontologico, secondo Lucrezio, tutte le specie viventi (anim ali e vegetali) sono state "partorite" dalla Terra grazie al calore e all'umidit originari. Ma egli avanza anche un nuovo criterio evoluzionistico: le specie cos prodotte sono infatti mutate nel corso del tempo, perch quelle malformate si sono estinte, mentre quelle dotate degli organi necessari alla conservazione della v

ita sono riuscite a riprodursi.[19] Tale concezione materialista, antiprovvidenz ialista e storica della natura sar ereditata e rielaborata da molti pensatori mat erialisti dell'et moderna, in particolare Diderot e La Mettrie. L'uomo e il progresso [modifica] Il De rerum natura tradotto da Mario Rapisardi Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originari a e afferma che l'uomo si affrancato dalla condizione di bisogno tramite la prod uzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Per Lucrezio, per, il progresso non positivo a priori, ma solo finch libera l'uomo dall'oppressione. Se invece fonte di degradazione morale, lo condanna duramente . Anima e Animus [modifica] Lucrezio introduce nel III libro del De rerum una chiarificazione che nel mondo latino era stata trascurata generando non poche confusioni, circa il concetto di animus in rapporto a quello di anima[20]. Egli scrive: Vi sono dunque calore e aria vitale nella sostanza stessa del corpo, che abbando na i nostri arti morenti. Perci, trovata quale sia la natura dell'animo e dell'an ima - quasi una parte dell'uomo -, rigetta il nome di armonia, recato ai musicis ti gi dall'alto Elicona, o che essi hanno forse tratto d'altove e trasferito a un a cosa che prima non aveva un suo nome. Tu ascolta le mie parole. Ora affermo ch e l'anima e l'animo sono tenuti Avvinti tra loro, e formano tra s una stessa natu ra. Ma il capo, per cos dire, il pensiero a dominare tutto il corpo: quello che n oi denominiamo animo e mente e che ha stabile sede nella zona centrale del petto . Qui palpitano infatti l'angoscia e il timore, qui intorno le gioie provocano d olcezza; qui dunque la mente, l animo. La restante parte dell anima, diffusa per tut to il corpo, obbedisce e si muove al volere e all impulso della mente. Questa da s sola prende conoscenza, e da s gioisce, quando nessuna cosa stimola l anima e il co rpo. (De rerum natura, III, vv. 130-146) Lucrezio riprende il concetto ellenico di anima come "soffio vitale che vivifica ed anima il corpo, ci che i greci chiamavano psych. Questo soffio pervade tutto i l corpo in ogni sua parte e lo abbandona solo con l ultimo respiro". L "animus" invec e identificabile col "nos" ellenico, traducibile in latino con mens. Dunque animu s e mens paiono essere o la stessa cosa o due elementi coniugati dell unit mentale. L indicazione della zona centrale del petto come sede fa pensare al concetto di cuor e , ricorrente ancora oggi nel linguaggio comune per indicare la sensibilit umana, centro dell emozione e del sentimento. Parrebbe allora che l animus sia insieme e co noscenza e emozione, mentre l'anima soffio vitale. L'angoscia esistenziale [modifica] Il De rerum natura ricchissimo di elementi tipici dell'esistenzialismo moderno, riscontrabile specialmente in Giacomo Leopardi, che dell'opera di Lucrezio era u n profondo conoscitore, anche se in realt non noto il lasso di tempo in cui Leopa rdi lesse Lucrezio.[21] Questi elementi di angoscia hanno indotto alcuni studios i a sottolineare il pessimismo di fondo che si opporrebbe alla volont di rinnovar e il mondo a partire dalla filosofia epicurea; in altre parole, in Lucrezio ci s arebbero due spinte contrapposte; l'una dominata dalla razionalit e fiduciosa nel riscatto dell'uomo, l'altra ossessionata dalla fragilit intrinseca degli esseri viventi e dal loro destino di dolore e morte. Altri studiosi, per ritengono che l 'insistenza di Lucrezio sugli aspetti dolorosi della condizione umana non sia al tro che una strategia di propaganda, per fare emergere pi fortemente la funzione salvifica della ratio epicurea.[22] Opere [modifica] Lucrezio, La natura delle cose, a cura G.B.Conte-L.Canali-I.Dionigi, Milano, Riz zoli 2000