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IL BENE E IL MALE CHE COS’È?

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Atti del Convegno “Il Bene e il Male. Che cos’è?”, Torino, ottobre 2007

Trascrizione integrale del parlato a cura di Laura Giusiano Redazione a cura di Letizia Omodeo Salè Testo NON rivisto dal relatore

In copertina: “San Giorgio e il Drago” ideazione ed elaborazione grafica di Giorgio Bonicatto e Fabio Delizia

ed elaborazione grafica di Giorgio Bonicatto e Fabio Delizia Archiati Edizioni, Cumiana (To), 2009 ISBN 978

Archiati Edizioni, Cumiana (To), 2009

ISBN 978 - 88 - 96193 - 08 - 2

Archiati Edizioni

Strada Oreglia, 43/12 10040 Cumiana (To) Tel: 011.905 8608 – 335 205299 info@archiati-edizioni.it – www.archiati-edizioni.it

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Pietro Archiati

Atti del Convegno

IL BENE E IL MALE CHE COS’È?

Torino, ottobre 2007

Pietro Archiati Atti del Convegno IL BENE E IL MALE CHE COS’È? Torino, ottobre 2007 scaricato

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Indice

Nota dell’Editore 9

Breve Introduzione 11

Il bene e il male. I vuoti da riempire 13

Caino, Edipo, Giuda. Le sconfitte che fanno vincere 45 La sofferenza e la morte. Il male che fa bene 85 Francesco d’Assisi. Il bene in ogni uomo 117 Inferno e Paradiso. Due stati di coscienza 161

A proposito di Pietro Archiati 189

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Nota dell’Editore

Caro lettore,

con questi Atti del Convegno ti presentiamo una stesura redazionale strettamente fedele al parlato. Il nostro intento era, per quanto possibile, di mantenere la spontaneità del linguaggio che racconta, si sofferma sugli esempi e sulle immagini di vita.

Maria Nieddu

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Breve Introduzione

Il bene del corpo è la salute, il suo male è la malattia. Così è anche per gli uomini: stanno bene in salute quando si favoriscono a vicenda come gli organi e le cellule di un organismo; stanno male, soffrono, quando si mettono gli uni contro gli altri, quando ognuno pensa solo a se stesso.

Un vecchio adagio dice: La virtù sta nel mezzo. È vero: ogni forma di male risulta da una qualche unilateralità, da un esagerare di qua o di là, dal troppo e dal troppo poco. Il nostro corpo, per esempio, lo possiamo mortificare oppure rammollire:

il bene morale sta nel giusto equilibrio che fa del corpo uno strumento “sano”, cioè altrettanto ben accordato quanto uno strumento musicale.

Francesco d’Assisi è stato, a dire di tanti, un uomo davvero “buono”. Aveva risorse, forze di amore all’infinito. La domanda che ci poniamo è: da dove gli venivano queste forze, come si sono generate in lui?

È a questa domanda fondamentale che il convegno cerca di dare una risposta: come faccio concretamente, giorno per giorno, ad aumentare in me le forze reali dell’amore, della veracità? come si impara nella vita quotidiana l’arte del bene?

Pietro Archiati

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1. Il bene e il male I vuoti da riempire

Gentili ascoltatori, cari amici, vorrei cominciare ringraziando

gli amici di Torino che ci hanno consentito di realizzare questo

incontro. Il tema questa volta è di grande importanza. Io devo dirvi,

sinceramente, è una vita che faccio il mestiere di conferenziere, ma non mi è mai riuscito di cominciare una conferenza senza

un minimo di batticuore. Anche perché le cose che vanno dette

nell’umanità di oggi, che attraversa un periodo di profonda

crisi spirituale, portano con sé anche una certa responsabilità morale. E questa volta è proprio il tema della morale. Mi appello anche alla bontà del vostro cuore, perché mi rendo conto che

mi sono ripromesso di dire cose importanti, fondamentali nella

vita. Ci ho già provato diverse volte, perlopiù in tedesco, e si

fa l’esperienza di essere un po’ un balbettatore. Dunque mi

sentirete un po’ balbettare in questo lavorìo di dar voce ad una

coscienziosità morale che emerge in questa umanità tutta nuova. Una umanità illuministica, se volete, emancipata, una umanità che non si lascia più guidare da autorità umane perché ognuno, in quanto essere umano, si sente giustamente una autorità. Viviamo in un grande periodo di passaggio: da una morale

della legge, del dovere, della sottomissione, dell’osservanza, ad una morale che deve ancora nascere, che sorge come un’aurora, come un’alba che si manifesta nei suoi primi albori. Per dirlo

in una parola, in una morale per la quale la legge comune,

l’osservanza della legge diventa solo il presupposto per il bene morale. E moralmente buono, il bene morale del futuro, il bene morale per una persona degna di vivere l’umano, è unicamente ciò che l’essere umano fa a partire dalla sorgente della sua libertà e del suo amore.

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Pensavo, come piccola introduzione, di passare in rassegna con voi i tre grandi valori morali, i tre grandi beni morali che vediamo nella vita. Nella vita umana c’è un primo bene morale, una cosa buona,

moralmente buona – e sono convinto che mi darete tutti ragione che è una gran bella cosa. Ed è che il bambino, a partire dai nove mesi nel grembo della madre e poi nei primi anni, non avendo ancora la capacità di pensare autonomamente e di volere in proprio delle cose proprie, vive in simbiosi, in comunione coi genitori, soprattutto con la mamma.

Il primo bene morale, la prima gran bella cosa nell’umano

è l’unione. L’unione, o la comunione, se volete. Ognuno può usare le parole che vuole, esse contengono infiniti risvolti di esperienza, di vissuto quotidiano. Un archetipo, un esempio fondamentale del bene morale, del fatto che la comunione, la coesione, l’unione sia una cosa moralmente buona, l’abbiamo

nell’organismo. Nell’organismo fisico tutti gli organi del corpo sono in unione fra di loro, non vanno ognuno per conto proprio:

la milza, per esempio, non ha una volontà che contraddice la volontà del cuore o del polmone, così come il bambino piccolo in seno alla propria famiglia non ha una volontà che si oppone alla volontà dei genitori. Osservando la vita cogliamo che dove c’è comunione in senso armonico, dove c’è sintonia, il bene consiste nel fatto che le varie parti si favoriscono a vicenda, proprio come nell’organismo.

A questo punto ci viene fatto di chiederci: ma se questa unione

è una cosa così bella, perché poi viene rotta? Perché è nella legge della vita che finisca? In tempi passati forse bisognava aspettare che il figlio o la figlia avesse quattordici, quindici o sedici anni, oggi ancora prima, ma prima o poi subentra la rottura di questa unione. E sappiamo tutti che le antiche scritture – supponiamo che ci siano stati degli iniziati o degli esseri umani privilegiati

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che hanno osservato anche nello spirituale –, se prendiamo la Bibbia, essa ci descrive gli albori dell’umanità e ci dice che la vita, l’evoluzione dell’umanità è cominciata in Paradiso. E il Paradiso è un’immagine di unione, di comunione – com – col divino. All’inizio gli esseri umani erano in Paradiso, e la domanda è la stessa: perché non sono rimasti se il Paradiso è una cosa così bella? Perché sono stati catapultati fuori? Se volete un’immagine bellissima della prima cacciata dal Paradiso, questa è il taglio ombelicale e la nascita. Questo grembo materno è veramente, biologicamente, un paradiso: tutta una bellissima armonia di forze biologiche, fisiche, fisiologiche per il bambino, per il nascituro, il quale poi viene scaraventato fuori da questo paradiso, da questo grembo materno. E gli esseri umani sono stati scaraventati fuori, si parla proprio di Cacciata dal Paradiso. Perché mai? Perché questo primo bene, questa prima realtà moralmente buona dell’unione, della comunione iniziale, non basta all’essere umano.

C’è un secondo bene morale ancora più micidiale, che ha un peso morale ancora maggiore, perché con la seconda bontà mo- rale, col secondo valore morale, etico, le cose diventano molto più difficili che non nel primo valore morale: il primo valore morale è più facile perché questa unione paradisiaca viene data

dalla natura; il secondo valore morale, il secondo bene morale, etico, è la libertà, l’autonomia individuale. Perché è un bene morale e non un male? C’è bisogno che ve lo dimostri astratta-

mente, che ve lo dimostri filosoficamente

siamo tutti adulti qui, non siamo bambini piccoli – lo sa, non ha bisogno che glielo si dimostri che essere autonomi, pensare con la propria testa e avere degli impulsi volitivi, avere delle voli- zioni proprie è una gran bella cosa! O qualcuno di voi vorrebbe dimostrarmi che è moralmente meglio, che dà più soddisfazio-

Ognuno di noi – e

?

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ne, maggiore realizzazione dell’essere umano il fatto di essere dipendenti dai pensieri di un altro, essere dipendenti da ciò che questi vuole, e fare ciò che questi vuole? Non c’è bisogno che sprechi parole per convincervi del fatto che l’autonomia indivi-

duale è una gran bella cosa! E siccome questa autonomia indi- viduale crea molti più problemi – lo sappiamo bene – che non questa unione paradisiaca in cui i bambini sono un’appendice dei genitori, proprio perché è più difficile crea più problemi, ha uno spessore morale, etico, ancora più forte. Potremmo anche dire che il valore etico, il valore morale, il bene morale di que- sto secondo stadio dell’evoluzione sta nel fatto che con questa autonomia individuale sorge la libertà. Essere autonomi nel pensare, come cammino di conoscenza – bisogna farsi i propri pensieri sugli eventi del mondo –, essere autonomi in fatto di sapere ciò che si vuole nella vita, proprio perché non lo dà la natura ma va conquistato a brano a brano con la libertà, ha un valore morale ancora più grande. Ho detto anche altre volte che l’umanità moderna, soprattutto

di stampo occidentale, nell’insieme, sta passando i secoli della

pubertà, e la pubertà sono i primi inizi di questa acquisizione

dell’autonomia della libertà individuale. Autonomia significa

coltivare giorno per giorno una capacità di giudizio sul senso dell’evoluzione. Se prendiamo l’unione, in fatto di conoscenza e l’autonomia,

in fatto di conoscenza, come si manifesta l’unione col divino,

l’unione coi genitori? Si manifesta col fatto che tutto il fenomeno

di conoscenza veniva offerto per rivelazione. Nella rivelazione

l’essere umano è come un bambino che riceve i contenuti di verità, in quanto la divinità o chi la impersonifica – l’autorità religiosa –, gli somministra la verità, e lui ci crede. Quindi l’atteggiamento nei confronti della rivelazione è il credere: la fede. Però, è chiaro, che credere ad un altro è un atteggiamento

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da bambino, e la fase del bambino è bellissima, ma è destinata

a venir superata nel corso del tempo. L’autonomia, in chiave di pensiero, è che la rivelazione divina si ritira, e si ritira volentieri per far posto al cammino

di conoscenza – chiamatelo come volete –, all’impegno del

singolo, non più di credere ad una rivelazione divina o ad una

autorità religiosa, ma di attivare la propria capacità pensante

in modo da farsi giudizi propri sul senso dell’evoluzione, sul

bene e il male morale. Quindi, in chiave di autonomia sorge il

pensare dell’individuo, e il pensare si costruisce con l’amore verso la conoscenza. La conoscenza gestita dall’autonomia individuale non si crea

in un giorno, è una specie di eros conoscitivo che fa parte della

libertà individuale, è una delle componenti più belle della liber-

tà individuale. E le conquiste della mia mente hanno a che fare

con la mia libertà. È nella mia libertà che io decido cosa la mia

mente si conquista, non soltanto come sapere in quanto fattore

di quantità, ma in quanto conoscenza profonda del senso degli

eventi, del senso dell’evoluzione. Quindi è chiaro che anche in questa occasione io mi guardo molto bene dal venire col gesto

di

chi, come autorità, vi rivela qualcosa e voi vi lasciate irrora-

re

da questa rivelazione. No. Tutto quello che io espongo sono

pensieri che sorgono dalla sorgente del mio pensiero, vengono offerti a voi, ma poi l’importante è ciò che ognuno di voi ne

fa in quanto pensatore autonomo, individuale. Perciò il dibat-

tito, lo scambio di idee che avviene dopo che io ho parlato, è non meno importante di quello che io ho da dire. Quello che io dico sono spunti, pulci nell’orecchio, ma l’importante è ciò che salta fuori dalle varie menti, dove si evidenzia che ognuno si presenta con i propri pensieri, e non come una persona che ha ricevuto passivamente oracoli di un’autorità che somministra la verità, ma col gesto di una gestione autonoma, individuale, dei

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contenuti del pensiero.

La cultura occidentale si è fondata sul pensiero greco e il primo gesto di questo pensiero è l’arte del dialogo. Quindi pensiero

e contro-pensiero: dia-logos. Il logos la capacità logica del

pensiero, e dia in greco significa proprio il pensiero che va avanti

e indietro. Il pensiero dell’uno provoca il pensiero dell’altro,

l’interlocutore ritorna sui suoi passi e dice: ma come, ma come ?

E i dialoghi platonici non servono a dimostrare qualcosa, tant’è

vero che molti dicono che ve ne sono alcuni in cui alla fine non si

sa quale sia l’opinione di Platone! Ma è giusto, perché a Platone

non interessa rivelare la sua opinione su qualcosa. Gli interessa questo esercizio di gestione autonoma individuale del pensiero, dove l’individuo fa sempre di più l’esperienza della sua libertà,

della sua creatività, della sua fantasiosità, soprattutto in campo

di pensiero, perché dal pensiero sorge tutto il resto.

Adesso abbiamo due valori morali, due beni morali: l’unione,

? Più di

così

i valori morali – sia l’unione ai primordi del cammino

dell’umanità che si ripete all’inizio di ogni vita, sia l’autonomia

pubertaria del primo emergere dell’individualità –, comportano due vuoti, due buchi enormi, perché quell’unione iniziale è senza autonomia, e questa prima autonomia viene conquistata perdendo la comunione. A questo punto c’è sempre qualcuno che dice: ma perché non si potrebbe conquistare subito l’autonomia senza perdere

la comunione? No, no, non funziona. Se fosse possibile uscire

dalla comunione iniziale, conquistarsi l’autonomia individuale

mantenendo la comunione di partenza, le cose sarebbero

troppo facili e il gusto sarebbe minimo. Non ci sarebbe gusto.

la comunione, e l’autonomia del singolo. E basta, no

Ma c’è una terza riflessione da fare e cioè che entrambi

!

Il gusto sorge, intendo dire che non ci si ferma lì. Ma proprio a

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fronte di questa emancipazione, di questa libertà negativa che

si mette contro ogni autorità (contro i genitori, contro la scuola,

contro tutti per affermare se stesso), proprio perché è di nuovo unilaterale – unilaterale l’unione perché è senza autonomia del singolo, e unilaterale la prima autonomia del singolo perché è senza l’unione –, sorge la dinamica, il dinamismo verso il terzo grande valore morale, il bene morale della vita, che è la sintesi, l’equilibrio di comunione e libertà. Sono questi i balbettii di cui vi dicevo prima, ma sono cose

troppo grosse, bisogna avere il coraggio di attribuir loro un nome. La chiamo la sintesi, però sintesi è una parola ora provvisoria, e

ci

capiremo meglio in seguito: sintesi tra comunione e libertà. Detto in una parola, c’è un tipo di comunanza che non conosce

la

libertà individuale e c’è un tipo di affermazione della libertà

individuale che lede, che mortifica la comunanza, la coesione.

E poi c’è un tutt’altro tipo di coesione, di comunanza, e un

tutt’altro tipo di libertà individuale, ed è di questo terzo bene morale che dovremo parlare in questi giorni. C’è un tipo di convivenza, c’è un tipo di comunità, di comunione, architettata in modo tale che favorisce, vuole, propugna, la libertà del singolo e che non riesce a vivere senza la comunanza della libertà del singolo; e c’è un tipo più profondo di libertà, di autonomia individuale, c’è un tipo di individualizzazione, di emergenza di unicità dell’Io dell’uomo, che vive della donazione di sé alla comunità, agli altri. Adesso, al posto della parola comunione, comunanza, comunità, uso la parola amore, cioè essere gli uni per gli altri. La libertà dell’individuo, cioè l’unicità dell’individuo, la creatività dell’individuo diventa massima nell’amore, e l’amore diventa massimo, moralmente perfetto, soltanto se ama la libertà dell’individuo. La perfezione dell’amore all’umano è l’amore a quell’umano. L’amore per l’umano diventa perfetto

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quando l’uomo ama ciò che è più perfetto nell’uomo. E cos’è

che è più perfetto nell’uomo? La libertà individuale. Quindi, l’amore moralmente più perfetto è l’amore alla libertà del singolo. Se non ama la libertà del singolo, non la vuole, non la favorisce. È un amore ancora per strada. L’amore alla libertà

è la perfezione dell’amore, e la perfezione della libertà è di

donarsi liberamente agli altri, di dare tutti i propri talenti, le proprie energie a favorire la libertà altrui. Essere liberi vuol dire amare la libertà dell’altro. Questa è la

perfezione della libertà. Se è vero che ci sono questi due grandi beni morali – il bene

dell’amore, della comunione, dell’essere gli uni per gli altri;

e il secondo bene morale, quello dell’autonomia, della libertà

individuale del singolo, che è anche l’unicità–, ognuno di noi, non soltanto nel suo corpo fisico, ma nella sua anima, nel suo spirito, è un mondo ricchissimo, ma tutto unico, tutto speciale!

Non esistono due esseri umani né sul piano fisico, ma ancor meno nella compagine dell’anima e nella luce dello spirito, che siano uguali. Gli esseri umani sono stati concepiti con una tale fantasia dell’amore divino, che ogni essere umano è una creazione e un mondo unico, ricchissimo.

Il bene morale – questa sera vi butto lì alcune cose che poi dovremo verificare nel corso di domani e dopodomani –, il bene morale dell’uomo, del singolo, non è ciò che lui è chiamato

a fare. Perché se il bene morale fosse ciò che io sono chiamato

a fare, il bene morale sarebbe estrinseco al mio essere. Il bene

morale supremo, cioè ciò che fa moralmente bene agli altri del mio essere, è ciò che io sono! È quel tipo di bene, quel tipo di arricchimento, di fecondazione dell’umanità che il Creatore del mio essere, nella fantasia del suo amore, ha avuto in testa

quando ha creato il mio Io: il bene morale supremo per gli altri

è ciò che io sono. E il fare serve soltanto a diventare sempre di

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più ciò che io sono stato concepito. Se volete, il fare morale, l’agire morale, è l’intento di diventare sempre più genuini, sempre più puramente se stessi. La domanda della morale non è: Qual è il bene che devo fare? La domanda della morale, dell’etica, è: Che cosa ha avuto in mente il Creatore del mio Io, in quanto arricchimento morale dell’umanità, unico, che io soltanto posso dare? Quindi, il valore, il bene morale supremo di ogni individuo umano è ciò

che lui è, nel suo essere più vero, più profondo. Si tratta solo

di scoprirlo, di capirlo sempre meglio. Nessun essere umano

può, nel suo fare, diventare migliore di ciò che lui è in quanto intuizione morale della fantasia del Creatore del suo spirito o della sua anima. Quindi la domanda della morale è: Chi sono io nell’organismo dell’umanità? Quell’arricchimento unico che soltanto il mio essere può immettere nell’umanità, questo è il bene morale che soltanto io posso immettere nell’umanità. Vedremo che

la morale del dovere, della legge, dell’osservanza, ha la sua

legittimità, ma soltanto negativa, in un certo senso.

Cambio registro e pongo adesso una domanda che è poi la do- manda fondamentale dell’etica moderna. La grande questione

della morale che imperversa nell’umanità di oggi è: C’è o non

c’è

un bene oggettivo? Il bene e il male è oggettivo, è qualcosa

di

assoluto oppure dipende dalla cultura, dipende dalla religio-

ne, dipende dalle convenzioni? Uccidere una persona è oggetti-

vamente male? Vi assicuro che certe persone vi direbbero: “No, uccidere un tipino come Bush è una gran bella cosa, una cosa

buona

diversi anni in Sudafrica con il mio dogmatismo europeo, la- sciatemi aggiungere cattolico – non cristiano, cattolico. Pen- savo che la coscienza morale fosse una cosa oggettiva e che ci

Sono stato

, guarda cosa ti combina nell’umanità

!”.

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fossero dei valori morali, universali, oggettivi. Ho dovuto far marcia indietro, ho dovuto ricredermi. Mi sono reso conto che tantissime cose che io ritenevo universalmente valide in quanto umane, erano invece condizionate dalla nostra cultura – e non tanto cristiana, parecchio cattolica, ma negli ultimi tempi ne- anche quello! Cos’è il bene, cos’è il male? Si può dare una risposta oggettiva? C’è un bene o un male oggettivo? Se non c’è, allora diventa difficile anche il discorso che facciamo in questi giorni, perché di nulla possiamo dire: questo è oggettivamente male o questo è oggettivamente bene! Ci tocca sempre dire: no, è tutto relativo,

dipende dalle culture, dipende dalle religioni, dalle razze, dalla specie di legislazione su cui si accordano gli esseri umani. Questo vuol dire che c’è soltanto ciò che è lecito, ciò che è permesso, ciò che è proibito, ma non c’è un bene e un male oggettivo. I due campi sono ferocemente opposti. Imperversa una lotta culturale gigantesca, perché gli uni, soprattutto di vecchio stampo, dicono: “Ma, signori! se noi mandiamo a ramengo il fatto che la natura umana è oggettiva e che c’è oggettivamente qualcosa che favorisce questa natura – e questo è moralmente bene –, e c’è qualcosa che oggettivamente lede, distrugge questa natura – ed è oggettivamente male –, se non c’è più un bene e un male oggettivo, allora ognuno ha il diritto di fare quello che vuole!” Altrettanto feroci quelli del fronte avverso, dicono: “Ma sei dogmatico! Tu vuoi imporre la tua opinione giusto perché tu hai queste convinzioni: questo è bene, questo è male. Da un passato di autorità repressiva

ecc… lo vuoi imporre agli altri

ma chi sei tu? Hai soltanto

, opinioni personali sul bene e il male!” E ognuno ha soltanto le sue opinioni. Chi ha il diritto di presentarsi dicendo: “Questo è oggettivamente bene.”? C’è una specie di compromesso che passa attraverso la legge,

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ma non funziona. Anche in Germania, magistrati e avvocati dicono: “Se noi aspettiamo di metterci d’accordo su ciò che è bene, su ciò che è male, su una morale, su un’etica ecc aspetteremo fino alla fine del mondo. E non ci basta metterci

d’accordo in campo legislativo su ciò che permettiamo e su ciò che proibiamo! Allora si tratta di dire solo: questo è permesso e questo è proibito, e non ci interessa dire se è bene o se è male, è importante che ci accordiamo su ciò che è permesso e su ciò che è proibito. Io non ho niente in contrario sul fatto che la legislazione sia necessaria – e ne parlerò in questi giorni –, perché senza legislazione, senza un accordo su azioni che permettiamo e azioni micidiali che invece vogliamo proibire, la comunanza,

il vivere sociale non sarebbe possibile. Quindi, mi sta bene

che ci sia questa esile voce della giurisprudenza, e intanto che aspettiamo di metterci d’accordo se c’è o non c’è un bene morale

oggettivo, e un male morale oggettivo, mettiamoci almeno

d’accordo su ciò che vogliamo permettere e su ciò che vogliamo proibire. Però io aggiungerei: questo tipo di accordo giuridico non basta! E nel dibattito fatevi sentire anche voi. La mia lettura dell’animo umano è che l’animo umano non

si contenta di dire: non esiste il bene e il male, esiste soltanto

un accordo di legge arbitrario che dipende dai tempi, dipende dalle culture, dipende dai popoli, su ciò che si vuole proibire

o su ciò che non si vuole proibire. C’è un altro tentativo,

balbettante se volete, nei profondi dell’animo umano, una voce che dice: No, ci sono delle cose che sono oggettivamente buone per l’uomo indipendentemente da cultura o religione o razza, perché quando parliamo dell’umano parliamo di una realtà. Certi aspetti, certe dimensioni sono dipendenti dalla cultura, dall’epoca, dal popolo, però ci sono dimensioni dell’umano – altrimenti non avremmo nemmeno la parola l’umano, o l’essere

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umano – che sono universali. Sono universali sulla faccia della Terra, rappresentano l’umano in modo uguale in tutte le culture, e sono universali nel corso del tempo nel senso che non sono umani oggi, e poi la natura umana diventa un’altra

nel secolo successivo. In altre parole, io parto dal presupposto

– che potete mettere in questione nel dibattito –, che l’animo

umano avverte nel profondo che c’è qualcosa di universalmente umano. Qualcosa che è molto profondo, forse non facile da

sceverare in termini di conoscenza, ma l’animo lo avverte che c’è, ed è molto sacro, perché si tratta proprio “dell’umano” che tutti gli esseri umani hanno in comune. Ogni essere umano è

un essere umano al di là della sua razza, al di là del suo popolo,

al

di là della sua lingua materna, al di là della sua cultura, al di

dell’epoca in cui vive.

C’è o non c’è un bene e un male morale etico oggettivo? Sì e

no. Adesso viene il passo successivo in cui io cerco di spiegare

in che modo io vorrei dar ragione a tutti e due i fronti. Hanno

ragione coloro che dicono: “Ma come! ma c’è un bene e un male oggettivo, altrimenti non ci sarebbe una natura umana!”

E hanno ragione coloro che dicono: “No, il bene e il male sono

relativi, dipendono dal tipo di uomo, dipendono dal tipo di

epoca, dal tipo di cultura!” E la proposta che vi faccio, come avvio di pensiero, come provocazione a pensare, la pongo

di

nuovo in termini di evoluzione, di cammino dell’umanità

e

direi: nella fase dell’infanzia dove – lo dicevo anche prima

il volere del singolo, l’autonomia del singolo ancora non si

presenta, c’è una moralità comune, di comunione, di comunità. Ed è la moralità comune dove ancora non emerge l’individuo. In seconda istanza c’è una moralità che presenta un tipo di bene e un tipo di male che è individuale, che non è il bene e il male che riguarda un altro, perché ciò che fa bene a uno, non

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deve far necessariamente bene a un altro; e ciò che è male per

una persona non deve essere necessariamente male per un’altra persona. Quindi, vedete che ci sono tutti e due i livelli: c’è il livello della comunanza umana, e c’è il livello del bene e del male assolutamente individuale. In tempi passati, fino a duecento anni fa, fino alla morale di Kant, quello che non c’era nell’umanità era l’emergenza del singolo di cui parlavo prima. Fino ad allora la morale, l’etica,

si fondava sulla legge, e la persona moralmente buona era la

persona che osservava la legge. Oggi, la persona, l’individuo che osserva tutte le leggi, tutte le norme fondate sul diritto se

volete, tutti i comandamenti che ci sono, non ha ancora fatto nulla di moralmente buono. Ha creato i presupposti, ha creato soltanto le condizioni necessarie per il fattore morale. In altre parole, nei tempi passati la morale comune era il tutto della morale. In tempi di emergenza della libertà dell’individuo, le leggi, le norme, i comandamenti, questa morale comune dell’osservanza, diventa la base, il fondamento, il presupposto del bene e del male morale. Le leggi di cui abbiamo bisogno, i comandamenti

di cui abbiamo bisogno, servono a garantire, a rendere possibile

ad ognuno di vivere nella libertà. Sono moralmente buone unicamente quelle leggi che servono, che consentono all’individuo di essere creatore nella sua libertà. In altre parole, una legislazione moderna, una legislazione umana e non antiumana, ai nostri giorni dovrebbe essere una legislazione che ha la forza morale di limitarsi a proibizioni. La legge dovrebbe unicamente sancire ciò che è proibito. Nessuna legge a questo mondo ha il diritto di dire all’individuo ciò che questi deve fare, perché il da farsi è del tutto individuale, è del tutto fantasioso, tutto da creare! Invece, la legge è necessaria per dire ad ognuno di noi ciò che ci dobbiamo proibire, le

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azioni che dobbiamo non fare, perché altrimenti lederebbero, impedirebbero la libertà dell’individuo. Prendiamo i dieci comandamenti della legge mosaica: questi comandamenti dicono ciò che si deve fare o proibiscono ciò

che non si deve fare? Non rubare, non uccidere,

prendere tutti e dieci e la loro essenza è: proibiscono qualcosa. Una volta in Germania ho fatto un seminario e ho proposto:

una legislazione moderna in tempi di libertà dell’individuo dovrebbe avere il coraggio unicamente di proibire azioni che

vanno proibite perché altrimenti lederebbero la libertà, e non dovrebbe esserci nessuna legge che comanda ciò che l’essere

umano deve fare. Era presente un giurista, e disse: “Ma come la mettiamo con le tasse da pagare? Lo Stato ti dice: devi pagare

, discusso. La seduta successiva lo stesso avvocato ci ha detto: “Ci ho pensato, formalmente sembrerebbe che lo Stato ti dice cosa devi fare: ‘devi pagare le tasse’, ma in effetti è una proibizione. Ti proibisce, se tu hai guadagnato cento, di tenere tutto e cento per te. Ti dice che non ti è consentito di tenere tutto e cento per te. Quindi in effetti è una proibizione mascherata, perché se tu tieni tutto e cento per te, ledi, comprometti la libertà, l’agire libero dei singoli individui umani.” Questa libertà ha bisogno di una base tale per cui ognuno che guadagna cento deve qualcosa alla comunità. Che poi siano il 10% o il 15% è questione di nuovo di intesa a livello di legislazione. Quindi c’è un modo pulito a livello di pensiero di dimostrare che una legislazione degna di uno spirito umano moderno – che ha l’aspirazione a diventare sempre più individualizzato, sempre più libero, più creatore –, dovrebbe assolutamente, strettamente, limitarsi a proibire le azioni che a ragion veduta, secondo una deliberazione, veramente ledono la libertà. Questa deliberazione – quali azioni ledono la libertà – è una cosa molto

non ti dice forse cosa devi fare?” Bene, abbiamo

tanto di tasse

si possono

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complessa, è una cosa che va fatta sempre, continuamente.

Non sto dicendo che sia facile individuare e circoscrivere le azioni che ledono la libertà e che vanno proibite. Quello che sto dicendo è che l’osservanza, cioè il proibirsi, il non fare le cose che lederebbero la libertà, non è il bene morale, non fa parte della morale. È la base della morale, è la conditio sine qua non del bene morale. Come può il bene morale essere qualcosa di negativo, come può essere il bene morale qualcosa che io non faccio! Ciò che

io mi proibisco di fare per amor di libertà è soltanto la base, la

conditio sine qua non, ma il bene morale è ciò che l’individuo

compie a partire dalla sorgiva della sua libertà e del suo amore per arricchire l’umanità. La sfera della legge, la sfera dei comandamenti e delle norme, nella misura in cui serve come strumento necessario all’emergere della libertà dell’individuo, viene assunta proprio perché ne è lo strumento e la conditio sine qua non nella sfera della libertà. E nessun individuo che viva a piene mani, sempre più profondamente la creatività del singolo, si permetterebbe

di infrangere, di compiere azioni che ledono il valore umano

supremo che è la creatività, la fantasia dell’amore del singolo individuo. Quindi, la legge si limita a proibire le azioni che lederebbero la libertà, e l’osservanza di questa legge e il non fare queste azioni diventa per l’individuo che vive sempre più

in libertà, assolutamente sacra.

Diciamo allora che un gravissimo male morale dei nostri tempi è l’arroganza della legge che si permette di dire all’individuo ciò che deve fare, quando invece avrebbe soltanto il compito di dirgli ciò che deve lasciare, ciò che deve non fare. La seconda moralizzazione della nostra cultura è che noi pensiamo che il male dell’individuo consista nel ribellarsi alle leggi (che sono per la maggior parte disumane perché vogliono

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dire all’individuo ciò che deve fare). E quindi il grosso quesito della morale non è quello di andare indietro, di chiederci come possiamo convincere sempre più individui a stare alle regole,

a osservare le leggi. No, la grande questione della morale,

dell’etica del futuro, è se avremo il coraggio di rendere tutto ciò

che è di norma, tutto ciò che è di legge, soltanto uno strumento

di base; e considerare morale, un bene morale, unicamente ciò

che l’individuo fa con le forze della libertà e dell’amore.

Ciò che l’uomo deve non è mai ciò che deve fare. Ciò che

l’uomo deve è soltanto ciò che deve lasciare, e basta che non

lo voglia. Quindi se l’individuo già da sé non vuole fare le cose

che ledono la libertà degli altri, non rimane più nulla che deve.

In ultima analisi, non c’è nulla che l’individuo deve fare, ci sono

soltanto azioni che deve non fare. E ciò che noi chiamiamo “il

dovere” è di fatto ciò che il suo intimo essere vuole con tutte le

sue forze perché è lui, perché si vuol portare all’essere sempre

di più, sempre più in pienezza. Ve lo dicevo che avrei cercato di

balbettare

tempi di infanzia, di individualizzazione unicamente incipiente, potenziale, il bene morale era l’osservanza della legge uguale per

tutti, l’adempimento del dovere. E dove basta l’adempimento del dovere l’essere umano è ancora bambino, è ancora molto lontano dal diventare moralmente buono, immettendo nell’umanità

la bontà unica del suo essere nell’organismo dell’umanità. In

tempi di potenziale, incipiente individualizzazione, in tempi d’infanzia il bene morale era l’osservanza della legge uguale

per tutti perché non c’era ancora la differenziazione, lo spicco

infinitamente variopinto dei singoli individui.

riassumo: c’è un bene oggettivo, valido per tutti? In

Poi c’è un secondo passo, un secondo stadio della moralità

e siamo in questo lavorìo immenso che passa da un’etica

di

osservanza, di sottomissione che diventa sempre più

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mortificante dell’umano, a una morale che è tutta da costruire,

che vale per tempi di reale individualizzazione. In tempi di reale individualizzazione, di capacità, di creazione a partire dalla fantasia morale dell’individuo, di ciò che è bene per l’individuo

e per tutta l’umanità, il bene oggettivo, la legge valida per tutti

si fa da fondamento, da sostrato, da presupposto, da conditio sine qua non. L’osservanza della legge è un bene morale soltanto se serve a favorire il vivere nella libertà e nell’amore. Un’osservanza della legge che non volesse – che non vuole! –

l’esuberanza della libertà e dell’amore, diventa un male morale perché precludere la via è proprio, come dire, negare ciò che è il bene morale supremo, il valore morale supremo che è la libertà

e l’amore dell’individuo. Il bene oggettivo, la legge valida per

tutti si fa da sostrato, da presupposto, da condizione. Non è più il bene morale, ma è il presupposto per il bene morale. E il bene individuale è ciò che crea la fantasia morale dell’amore e della libertà che è unica in ognuno. Quindi il bene oggettivo, il bene morale etico di una legge uguale per tutti comprende solo un’etica negativa. D’ora in poi il bene oggettivo valido per tutti sarà soltanto negativo: abbiamo soltanto il diritto di dire all’individuo le cose che non ha il diritto di fare. Ripeto: nessun essere umano ha il diritto di dire a un altro ciò che deve fare, perché ciò che un essere umano deve fare, ciò che è chiamato a fare, è del tutto individuale. Nessun essere umano può essere preso a norma di ciò che un altro ha da immettere come arricchimento nell’organismo dell’umanità. Perché quando un essere umano si fa norma morale di un altro, questo è un puro fenomeno di immoralismo in quanto viene cancellato, viene annullato il valore morale supremo. La morale comune, l’etica comune, è soltanto un’etica negativa che si limita a dire ciò che dobbiamo tutti non fare – e basta non

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volerlo, tra l’altro lasciatemi dire tra parentesi: un individuo che

ha abbastanza da fare nel creare in modo individuale e fantasioso,

non ha neanche tempo di andare a fare le cose che sono proibite! Non ne ha né voglia, né tempo! E se abbiamo una società piena

di prevaricazione, da un lato è perché la legge è diventata esosa,

invade il campo dell’ingiunzione morale, e dall’altro perché abbiamo una massa di bambini che ancora non trovano la forza di creatività della libertà e dell’amore! Perché quando questo avviene, la legge diventa più umana, diventa più modesta. Si limita soltanto a sancire le azioni che vanno omesse e l’essere umano diventa sempre più creativo, sempre più generoso nei confronti dell’umanità, e non gli passa neanche per la testa di

prevaricare, di fare delle azioni che compromettano la sua e la

libertà altrui

È l’ultima cosa che penserebbe di fare! In ultima

analisi, se volete in una prospettiva di bene morale vertiginoso, la legge diventa superflua perché un individuo che gode il bene

morale della libertà e dell’amore neanche si sogna di compiere

azioni che compromettano la sua e l’altrui libertà. A che serve

la legge?

Non ce n’è più bisogno!

Intervento. Ritorniamo al Paradiso. Archiati. Non torniamo al Paradiso. Nel Paradiso non c’era l’individualità. Io sto parlando di un paradiso che viene alla

fine, che viene conquistato attraverso una radicalizzazione delle forze dell’individuo, dell’individualità. La comunione della fine

è fatta di tutti e due: comunione e individualità. Tutte e due

portate alla perfezione. La morale dell’individualismo etico, come la chiama Rudolf Steiner, è più difficile, più complessa, perché è una morale in cui ognuno fa ciò che vuole, perché la volontà è diventata la volontà pura dell’amore. E una morale in cui il bene morale consiste in qualcosa che è unico in ognuno, comporta un sociale molto più

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complesso, molto più difficile. Allora si comprende la paura

e subito questo moralismo che spaccia – vorrebbe spacciare –

questa maggiore difficoltà come caos, come libertinismo già

in partenza, e crede che la soluzione sia di andare indietro, di

ritornare all’osservanza. Però viviamo in tempi – siamo sinceri con noi stessi, ognuno basta che sia sincero con se stesso –, viviamo in tempi di tale aspirazione a muoversi liberamente, ognuno individualmente, che nessuno di noi, se è sincero, è contento ed è d’accordo di tornare alla pura osservanza. E qui

vi chiedo soltanto di non barare, di essere sinceri. Poteri di

questo mondo – e non soltanto la Chiesa –, che per comodo

loro vorrebbero tornare ai tempi in cui l’individuo è bravo, moralmente buono perché si sottomette e osserva, ci sono. Questi poteri ci sono! Però ognuno sia sincero con se stesso di fronte al quesito: se è veramente contento, lui, di tornare ai tempi della sottomissione, o se invece di fatto lo predica agli altri ma

lui

stesso, però, non lo vorrebbe fare. È questa la sincerità che

vi

chiedo di usare, ognuno con se stesso.

Ci vuole tutto un nuovo progetto di uomo, di vita, tutto un

nuovo progetto di educazione, di formazione, di pedagogia,

perché l’individuo umano va preparato, va formato fin dall’inizio

a

antica. Il bene morale del passato che consisteva nell’osservare, nell’essere bravi, non è più un bene morale se resta soltanto

quello. È un male morale. L’osservanza diventa soltanto il

presupposto, e il bene morale è ciò che l’individuo crea con le forze dell’amore e della libertà. Quindi, stiamo perdendo molto tempo se non ci rendiamo conto che tipo di educazione, che tipo di formazione dobbiamo assolutamente realizzare, cominciando dai primi anni dell’in- fanzia, della gioventù. Quando prendiamo un uomo di trent’an-

ni, di quarant’anni, cinquant’anni, non è facile fargli cambiare

un tipo di morale del tutto nuovo che in fondo ribalta la morale

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la

matrice mentale, la forma mentis, come si diceva una volta.

Ci

vuole un nuovo progetto di educazione, di pedagogia, di for-

mazione, per una morale del tutto nuova. È come una svolta copernicana della morale dove l’osservanza non è più il bene morale, ma soltanto il fondamento del bene morale, la conditio sine qua non. E quindi l’osservanza che non sfocia nell’eserci- zio della libertà è una cosa assurda, perché non serve a nulla. L’osservanza è moralmente buona soltanto se serve a far

fiorire l’essere umano in libertà e amore. Se non serve a ciò che è libero, a ciò che è amante, non serve a nulla. Serve solo a mortificare l’uomo, e diventa immorale, moralmente malvagia, cattiva, perché mortifica l’uomo. Ho sempre detto: Oggi – viviamo nel terzo millennio dopo questo Essere che ha portato l’impulso dell’Io, della libertà e dell’amore –, se una persona si presenta al Padreterno dopo la

morte e gli dice: Sono stato bravo

comandamenti! E il Padreterno: – E poi? Hai fatto solo quello? - E che altro dovevo fare? Mi hanno sempre detto che si è bravi, si è buoni, se si osservano tutti i comandamenti, c’erano soltanto quelli dello Stato, quelli della Chiesa e adesso tu mi dici che non basta ? - Ma non ti ho creato per sottometterti! Il tuo creatore ti ha creato a sua immagine e somiglianza, è uno spirito che crea! Lo spirito che ti ha creato non è uno spirito che osserva, che osserva soltanto la legge! Cosa fa questo povero Padreterno? Per fortuna che gli può dire: Ma sì dai, torna sulla Terra, però impara a far qualcosa che tu vuoi, che tu ami, non tornare una seconda volta a dirmi che hai soltanto osservato le leggi degli altri! - Le leggi umane sono sorte nella testa di altri uomini, no? Se tu hai osservato per tutta la vita, sei rimasto per tutta la vita un bambino! Torna sulla Terra e diventa adulto! Se tu

Ho osservato tutti i tuoi

?

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hai osservato tutto quanto, chi mando in Paradiso, chi mando all’Inferno? Le autorità? Ma non te! Hai scaricato la respon- sabilità sempre sull’autorità, hai fatto quello che ti dicevano gli altri, allora devo mandare gli altri in Paradiso o all’Inferno! E te, dove ti mando? Torna sulla Terra, dai! Impara un pochino a prendere tu la responsabilità di ciò che fai!

Cosa vuol dire essere buono? In tempi passati era buono chi osservava tutte le regole. D’ora in poi è buono soltanto colui

che arricchisce l’umanità in un modo tutto unico, che è tutto suo. E se non arricchisce l’umanità non è buono per l’umanità. L’uomo buono del passato diceva: Non ho fatto nulla di male! La moralità del futuro, l’etica del futuro non chiede se hai fatto qualcosa di male. Chiede: Cosa hai fatto di bene? Non mi basta che non tu abbia fatto nulla di male, perché se non hai fatto nulla di male e non hai fatto nient’altro, non hai fatto nulla! Ripeto il pensiero perché forse vi è scappato via. Dire: Io non ho fatto nulla di male! Ma se tu hai dedicato tutte le tue forze a non far nulla di male, non hai fatto nulla di male, e non hai fatto nulla! Cosa hai fatto oltre a non far nulla di male? Quello interessa, quello è importante!

- Non ho fatto nulla di male! -

- Va bene, e poi che altro hai fatto? -

- No, non ho fatto nulla di male! -

- Allora non hai fatto nulla! - Facciamo cinque minuti di pausa, per dare una calmata al relatore, cinque minuti, e poi tocca a voi.

Dibattito

Qualcuno ha qualcosa da dire? Per chi non mi conosce devo forse aggiungere che è permesso che i pensieri espressi

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in assemblea siano più intelligenti di quelli del relatore. È permesso. Anzi, è tutto da godere. Allora, chi si è fatto una pensata?

Intervento. Perché questo “Rubicone” viene messo dopo Kant? Archiati.Dopo Kant? Viviamo in tempi in cui un’argomentazione puramente teorica non convince nessuno perché il pensiero è diventato poverello e in base alle scienze naturali convince soltanto un tipo di argomentazione fenomenologica dove c’è la

percezione. Praticamente, io, i tre valori morali li ho fatti sulla falsa riga della vita che abbiamo tutti davanti. Fenomenologicamente sta di fatto che Kant è uno degli ultimi grossi fenomeni morali, perché ha messo una morale che in Germania tutt’oggi è molto in auge. Se noi prendiamo Kant duecento anni fa, e Rudolf Steiner cento anni fa, il “Rubicone” era là in mezzo perché la morale di Rudolf Steiner è già tutta dopo il “Rubicone”, molto più moderna di quello che siamo noi. E nella sua “Filosofia della libertà” Steiner contrappone Kant che mette al centro della morale die Pflicht – rifuggo un pochino dal tradurlo, perché in italiano… Die Pflicht è il dovere! Però la parola dovere non ha il peso che ha la Pflicht in Kant

perciò ho parlato di Kant, la sottomissione in Kant

E questo

Steiner parla di libertà. Io faccio una riflessione puramente di fenomenologia: perché Kant ha potuto, come ultimo, instaurare una morale dove il bene morale consiste nel fare il proprio dovere

in quanto sottomissione alla legge? Perché, difatti, studiando la storia vediamo che non soltanto nella Prussia dei suoi tempi,

ma un pochino in tutta l’umanità

come dire, le rivendicazioni

dell’individuo, quello che l’individuo vuole, la libertà che l’individuo rivendica a sé, duecento anni fa ai tempi di Kant era quasi inesistente. L’individuo era contento, si sentiva a posto,

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si sentiva buono quando aveva osservato tutti i comandamenti.

Oggi abbiamo in tutto il mondo – soprattutto occidentale – una massa di individui che quand’anche avessero osservato tutte le leggi che esistono, sono del tutto insoddisfatti, vogliono di più. E dicevo: io non rispondo alla sua domanda in termini di argomentazione teorica, ma di osservazione sperimentale

e dico: se è vero che la stragrande maggioranza degli esseri

umani, oggi, è del tutto insoddisfatta con l’osservanza di tutte

le leggi che ci sono, vuol dire che nella natura umana si presenta

qualcosa d’altro. E va preso sul serio, o altrimenti creiamo una massa di persone sempre più insoddisfatte, e questo sarà un caos non da poco. Vent’anni fa, quindici anni fa, dove parlavo un pochino di più

in assemblee di gente che coltiva la scienza dello spirito – io ho tutta una formazione filosofica, e teologica un po’ più dogmatica

– argomentavo un pochino di più a suon di pensiero. Adesso

sono diventato un pochino più modesto se si vuole, perché ciò che veramente convince è, in fondo, in chiave anche di scienze sperimentali che abbiamo alle spalle, l’osservazione dei fatti. Perciò ho posto la domanda: Chi oggi è felice e contento per il semplice fatto di osservare tutte le leggi che ci sono? Se ci fosse una persona matura, adulta, che dicesse: Io sono contentissimo, mi basta, non mi manca nulla quando ho osservato tutte le regole! Io gli direi, però lì devo mordermi un po’ le labbra:

Allora sei un bravissimo bambino!

Intervento. Signor Archiati, felice di conoscerla. Lei è, per quanto sento, una splendida interpretazione dell’evoluzione del pensiero umano, bello il suo amore per l’amore. Il male, essendo un’interpretazione di un’azione, e quindi essendo uno stato, un modo di essere, non può essere una condizione indispensabile per arrivare a riconoscere l’altro stato, l’altra condizione del

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bene? E quindi quando si dice “il povero diavolo” in fondo altro non è che uno strumento al servizio del bene affinché esso si riconosca? Archiati. Visto che si è presentato il filosofo? Niente di male,

bellissima la sua riflessione! Lei, tutti noi, prende di nuovo le mie parole come uno spunto di pensiero. Il mio intento non è mai di dare una risposta. La sua domanda è un esercizio eterno del pensare umano. Allora io propongo, non come risposta alla sua domanda, ma per godere il cammino di pensiero che la sua domanda mette in atto, ciò che la cultura occidentale in modo particolare a partire da Aristotele – poi un Agostino, Tommaso

D’Aquino

Lei è partito col male. Lei forse lo sa – lo sanno in molti qui –, uno dei pensieri fondamentali della cultura occidentale, soprattutto cristiana, sul male è che il male non è qualcosa, perché se fosse qualcosa, sarebbe bene. Il male sono i buchi dell’evoluzione, il male è una carenza. Il male dell’egoismo non è l’amore di sé, perché l’amore di sé è ciò che c’è, e ciò che c’è è buono. L’amore di sé è buono, talmente buono che viene dato come modello per l’amore al prossimo: Ama il prossimo tuo come te stesso. Quindi se c’è un male nell’egoismo, è il suo buco, è la carenza dell’amore verso l’altro. Di fronte all’affermazione che il male è qualcosa, Agostino direbbe: Mai! È l’abisso del pensiero quando il pensiero comincia a pensare il male come se fosse qualcosa, allora lì il pensiero viene inquinato nel modo più assoluto. Però adesso, come dire, la Scienza della Logica 1 di Hegel comincia col Sein 2 e poi il Nichts, il nulla. E sul nulla c’è un sacco di cose

– ha detto sul male.

1 Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scienza della logica (Wissenschaft der Logik), 1812. 2 L’essere

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da dire! Ma, come un sacco di cose da dire su nulla? E la sua

domanda è: Allora cos’è un buco? La risposta più feconda per il pensiero l’ha data una bambina di sette anni: Il buco è un niente con qualcosa intorno. Perché senza qualcosa intorno non è un buco, quindi è il qualcosa intorno che fa il buco. Cos’è il male? Il bene che avrei potuto fare e che non ho fatto. Per fortuna il Creatore è così pieno d’amore che mi dà

una seconda possibilità, una terza, una quarta, una quinta

all’infinito, altrimenti la libertà non ci sarebbe. Quindi il male

non c’è, proprio non c’è, non c’è! Oppure mi dica lei cos’è il

, ci provi. Lei ha dimostrato di essere un bravo

filosofo, non dica che non ci vuole provare. Cos’è il male?

male? Provi

non

fatto dal

falegname. Archiati. Va beh, se proprio vuole è uno sgabello senza gradini. Non ne viene a capo se lei il male lo vuole presentare come qualcosa che esiste. Replica. È l’espressione della dualità esistenziale, è il negativo del positivo. Archiati. Ecco, ecco, lì siamo d’accordo. L’ombra, diciamo la tenebra, non è qualcosa, è mancanza di luce. Non è un essere a parte oltre alla luce, non è un altro essere oltre alla luce. È mancanza di luce. Il freddo non è un altro essere rispetto al calore, è mancanza di calore. Però, adesso qui andiamo nel filosofico e andiamo un po’ per aria. Direi basta così su questa domanda. È una delle domande più difficili che esistano. Ho soltanto dato uno spunto partendo da una riflessione veramente fondamentale di tutta la tradizione occidentale, che il male è la carenza del bene, la mancanza, il vuoto.

Replica. È una bella domanda! È uno sgabello

Intervento. Posso aggiungere una cosa, una riflessione mia

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personale sul male? Mi spiace che abbia appena detto che in

fondo è da chiudere un momento questa riflessione sul male, però parto dai fatti. Lei ci ha invitato a farlo, no? di osservare. Il male – è forse l’ultima frase che ha usato – è assenza. Però il male è quando io decido, mi vien da dire, che quando io per paura, per orgoglio, per qualche motivo, decido di andare, forse contro quello che è un bene. Per cui non lo vedo tanto come uno stato, il male, quanto invece come una decisione. Però se

lei riesce un attimo a prendere il mio pensiero, ciò che è bene,

mi fa piacere e ringrazio che mi aiuti a chiarire. Archiati. Giusto, giusto, perché prima era rimasta un po’

metafisica la domanda: cos’è il male, cos’è il bene? Adesso lei dice: Ma ci sono delle azioni che sono cattive! Suicidio, per

Non è che noi vogliamo dare tutte

le risposte già questa sera, però come un minimo di anticipo… Quando un essere umano compie un’azione oggettivamente distruttrice, malvagia, giustamente lei dice: Io non posso dire che è soltanto una mancanza di bene, è un’azione reale, è una distruzione reale! È questo che lei voleva dire, ed è giusto. Però c’è un altro pensiero e fa parte di questa tradizione occi- dentale che si rifà a Platone 3 , in cui Platone a più riprese dimo- stra che l’essere umano non è capace di volere il male, è contro la sua natura. L’essere umano può volere qualcosa soltanto se, per lo meno, gli appare come un bene, perché se lui è convinto che è male, non lo fa! Quindi l’essere umano può fare qualcosa soltanto dal punto di vista che gli appare come un bene, perché non è capace di volere il male, è contro la sua natura. E lei dice, giustamente: Come la mettiamo con le azioni malvagie? Però questo lo prendete come spunto per domani e dopodomani: se è vero che l’essere umano non è capace a questo livello dell’evo-

esempio, Giuda, suicidio

3 cfr. Timeo, Platone, 427- 437 a. C.

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luzione di volere azioni malvagie, e però ci sono esseri umani

che le compiono, devono essere posseduti da esseri extraumani. Devono essere posseduti nel termine tecnico della parola, da esseri extraumani. In altre parole, prendiamo un Hitler, suppo- niamo che questi abbia compiuto non soltanto carenza di bene, ma veramente azioni o cose che sono oggettivamente malvagie

, tutta la cultura cristiana, tra l’altro, è che se un essere umano compie azioni intrinsecamente malvagie, non può averle volute lui, deve averle volute uno spirito extraumano che si serve di lui per compierle. L’archetipo di questo fenomeno è il Giuda che all’Ultima Cena riceve il nutrimento. E quando l’essere umano mangia, il processo di digestione, di ricostruzione, di ricarica- mento del corpo umano – simile anche al raddoppiamento che è la generazione –, crea delle forze corporali istintive tali per cui l’essere umano in quanto spirito si trova, diciamo, massi- mamente indebolito rispetto a queste forze del corporeo, del

fisiologico. E il Vangelo di Giovanni dice: Dietro al cibo, dietro

al boccone che il Cristo gli dette, entrò dentro di lui satana:

azioni malvagie. L’interpretazione del male morale in

in sé

και e„sÁlqen e„j αυτòν satan©j. 4 Il che significa che il testo del Vangelo ci dice: D’ora in poi non agisce più Giuda, agisce

un essere superumano. Quindi il testo presuppone che ci siano questi esseri attraverso Giuda. La volontà di Giuda in quanto

uomo, non c’è più, perché finché la volontà di Giuda resta in lui e lui agisce in base alla sua volontà, non può volere il male. Questa affermazione è veramente incoraggiante. Uno Steiner dice: Ci sono pochissimi esseri umani a livello

di magia nera che sono già posseduti a un livello tale da po-

ter volere direttamente il male, ma la stragrande maggioranza degli esseri umani è ancora a livelli di evoluzione dove non

4 cfr. Vangelo di Giovanni 13, 27

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sono capaci di volere il male. Quindi intrattenerci, diciamo, su un fenomeno come Hitler è soltanto un esempio estremo, ma bisogna prendere esempi estremi. Sarà il compito di domani e dopodomani. Quindi se affrontiamo la questione del bene e del male è chiaro che non è tutto facile. Non è tutto facile.

Intervento. Mosè rivisto in questa nuova luce diventa attualissimo. Archiati. Cosa intende dire? Intervento. Non ricordo in quale passo Gesù dice: Io sono venuto per completare l’opera di Mosè. Quindi ci aggiunge l’amore, e dunque non è più un’imposizione, non è più un subire ma è un creare. E la seconda domanda invece è questa:

questa insoddisfazione generale crescente ci porta vicini a una rivoluzione? Archiati. Ci porta a un caos sociale, era questo che voleva

dire, no? Il mio pensiero era: o troviamo il coraggio – e questo

lo devono fare gli individui e dipende dal fatto che ce ne sia

un numero sufficiente – di instaurare un tipo di morale del tutto nuova che presuppone un tipo di educazione del tutto

nuova, oppure gettiamo il sociale nell’abisso. Però, di nuovo

e io lo vedo, lo

un pensiero su cui potete esprimere il vostro

vedo nel quotidiano che diventa sempre più difficile… Però per creare una morale nuova bisogna partire dal pensiero, non si può

più imporre per autorità: Devi fare una morale. Torneremmo

indietro allora, quindi il compito è enorme, è immane perché ci

si appella alla capacità pensante dell’individuo.

Intervento. Vorrei ritornare un attimo al discorso che è stato fatto fino a qualche minuto fa sul male come assenza del bene.

E abbiamo anche detto: il buio, in fondo, è l’assenza di luce,

cioè qualcosa che non c’è, dunque noi non possiamo metterli

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come contrapposti. E questo pensiero mi convince. Però, se vado a guardare, per esempio, il pensiero tradizionale cinese che dice: Dall’uno viene il due, e chiama questi due con i nomi yin e yang, che non vogliono dir nulla, ma dove questi due

concetti non sono uno l’assenza dell’altro, sono due assolute entità, allora il pensiero cinese ci dice: C’è movimento, c’è vita, perché c’è l’alternarsi continuo di queste due forze. Questo pensiero sembrerebbe in contraddizione con quello che stiamo dicendo noi. Archiati. No, hai omesso un passaggio nella tua riflessione. Cioè, il famoso cerchio con yin e yang… Il concetto non è che uno è bene e l’altro è male, sono due beni, sono due realtà buone. Maschile e femminile per esempio, no? Sono due realtà buone che si arricchiscono a vicenda. Se noi volessimo dire: però essendo due realtà, nessuna è perfetta e se yang è imperfetto, se c’è una certa carenza è perché gli manca yin; e se yin è imperfetto è perché gli manca yang, diciamo, che l’evoluzione

di

yin è di acquisire sempre di più in sé lo yang; e l’evoluzione

di

yang è di acquisire in sé sempre di più lo yin. Però non si

parla di una realtà bene e male. Sono due realtà buone, una

polarità, tutte e due positive come il maschile e il femminile. Non è che si possa dire il maschile sia bene e il femminile sia male o viceversa. Perché in base a questa riflessione resta la

domanda: Allora, cos’è il male

? Non c’è, non c’è.

Intervento. Come non c’è? Archiati. Si, ma non c’è il male!

Replica. Potrebbe essere una trappola però, no? Credere che

non ci sia

!

Archiati. Continua

affermazione?

perché hai paura di fronte a questa

Replica. Perché temo che quando il male riesce bene nel suo

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compito, riesce proprio a far dire che non esiste. Invece il male

lo constatiamo giorno per giorno, il male esiste. E lei ha detto

anche che l’uomo non è capace di commetterlo, va bene, ma che

il male non esista è in contraddizione con quello che ha detto

prima Archiati. No, io non ho detto che il male non esiste. Replica. Allora Satana chi è? Archiati. Stiamo parlando del male umano, degli uomini. Allora prendiamo Auschwitz. Bisogna prendere questi esempi forti, naturalmente ha ragione lei quando dice: Ma non è soltanto

, un male enorme! Giusto. Ma la cosa non è così semplice. In

filosofia abbiamo fatto semestri e semestri su questa questione perché è la cosa più difficile da articolare a livello del pensiero, però se noi dicessimo che il bene consiste nell’evitare questo male che è Auschwitz, allora non c’è neanche il bene. Quindi il bene non si ha evitando il male. Ho soltanto evitato il male, ma non c’è ancora il bene. Soltanto quando ci metto il bene a quel posto, mi accorgo che c’era un vuoto, però il vuoto è qualcosa.

E un buco è qualcosa, un buco è un buco! Però è qualcosa fatto

di niente. Replica. Non è che non c’è, che non esiste, è un buco,

comunque è un buco. Archiati. Si, però è fatto di niente.

Replica. È fatto di niente, ma è fatto anche da vortici terribili,

terrificanti, insomma

qualcosa che non c’è

c’è! è una cosa enorme che c’è stata,

fatto di niente!

Archiati. Allora, o il pensiero ha la forza di diventare paradossale, e questo non è una cosa facile, oppure usiamo

metafore. ‘Vortice’ è una metafora. Cioè, questo male immenso

di Auschwitz

basta evitarlo? No. Per evitarlo devi fare il bene.

In altre parole, se vuoi che non ci sia il buco, devi riempire

il

buco, cioè ci devi mettere qualcosa, questo è il pensiero.

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E quando ci metti qualcosa, quando fai il bene, il male non

c’è. Non c’è, non c’è. E allora salta fuori

mancava! Però per fare il bene non basta evitare il male, questo volevo dire. Non basta evitare Auschwitz perché ci sia il bene

nell’umanità. Perché non ci sia Auschwitz bisogna fare il bene, perché se noi non compiamo il bene, salta fuori Auschwitz.

ah! era il bene che

Intervento. Nel “Padre Nostro” noi chiediamo: Liberaci dal

male! Archiati. In greco non sarebbe ‘dal male’, ma ‘dal maligno’. Dal maligno. Il maligno è fatto apposta per acchiapparmi, per possedermi, per usarmi, per servirsi di me come strumento, per fare quello che gli pare a lui. Come mi libero dal maligno? Non dandogli nessun posto dentro di me, nessun buco dove può entrare. Il maligno entra nei buchi.

o

l’ndrangheta? Archiati. Come? Dice: allora, la camorra è tutta bucata ? Auguro a tutti una buona notte e tutti i problemi che non sono stati risolti oggi, verranno risolti domani!

Intervento. La camorra è tutta bucata

?

La

mafia,

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2. Caino, Giuda, Edipo Le sconfitte che fanno vincere

Gentili ascoltatori, cari amici, un pensiero fondamentale

di

ieri sera era questo: la cosiddetta etica, la morale, l’arte

di

compiere il bene – cioè ciò che fa bene all’uomo umano,

all’essere umano e all’umanità –, si trova a una svolta. A una

grande svolta, paragonabile alla svolta che avviene nella vita del singolo quando nella pubertà passa da una conduzione dal

di fuori – che era necessaria perché il bambino non è ancora

capace di gestirsi dal di dentro, non ha ancora pensieri propri,

non ha ancora capacità di volere qualcosa a partire dal di dentro

–, alla capacità di gestirsi in modo autonomo. Viene questo

periodo, difficile ma molto bello, perché fa fare un grande passo in avanti dove, nell’uomo che cresce, sorge la capacità di gestirsi dal di dentro. La morale, l’etica umana, si trova in questo passaggio da una morale di comandamenti, di leggi – il comandamento e la legge è ‘la conduzione dal di fuori’. E questa conduzione dal di fuori non sta più bene, è come un abito che diventa sempre più stretto mentre il ragazzo o la ragazza nell’epoca della pubertà diventa sempre più grande. E, dicevo ieri sera, questa morale dove il tutto della morale era l’osservanza, la sottomissione, non è che sparisca, perché restano leggi da osservare. Però ciò che prima era il tutto della morale (l’osservanza dei comandamenti, delle leggi) si fa da sostrato, da fondamento. Diventa ora la condizione necessaria, e il bene morale vero e proprio diventa qualcosa del tutto nuovo. D’ora in poi un’etica moderna, degna dell’uomo d’oggi che vuole gestirsi sempre di più a partire dal di dentro, richiede leggi uguali per tutti che si limitino a sancire ciò che viene proibito. La legge uguale per tutti ha il diritto di dire all’individuo

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unicamente ciò che questi non deve fare, e non ha nessun diritto

di dirgli ciò che deve fare.

Dicevo che ciò che l’individuo deve fare non glielo può dire nessuno dal di fuori, glielo può dire soltanto la conduzione dal di dentro, perché il da farsi dell’individuo è del tutto indivi- duale. È un continuo arricchimento spirituale, di pensieri, di sfumature dell’animo, di sentimenti, come dire, di rapporto del cuore al cuore dell’altro, che è del tutto individuale; e questo individuale, creativo, questo elemento artistico sarà il bene mo-

rale del futuro. Mentre l’osservanza della legge, cioè proibirsi,

il non fare le azioni che sono proibite, serve unicamente a ren-

dere possibile l’emergenza, la creazione artistica individuale di questo bene del tutto individuale, arricchisce l’umanità ed è moralmente buono soltanto nella misura in cui viene fatto a

partire dalla sorgiva della libertà e dell’amore. Questa libertà e questo amore è autorealizzazione dell’indi- viduo. Porta l’individuo a un massimo di individualizzazione, quindi non annulla l’individuo in un collettivo. Diciamo, se vo-

lete, che questa era un po’ la matrice delle religioni prima della grande svolta dell’evoluzione. Pensiamo al buddismo ai tempi del Budda – non ai buddisti

di

oggi, ma al buddismo ai tempi del Budda –, il cui concetto

di

Nirvana era di annullare, sciogliere l’Io dentro una realtà

universale impersonale. Invece la prospettiva di evoluzione del

futuro è che l’Io è destinato a tutt’altro che sciogliersi. È destinato

a trovare la sua perfezione, il suo compimento di individualità

unica, che ha qualcosa di unico, di specifico, di irripetibile da immettere nell’umanità, proprio in questo esercizio di dedicarsi alla comunanza dell’umanità che abbraccia tutti gli uomini, e non ne esclude neanche uno, indipendentemente da razze o religioni o popoli o lingue, così come fanno gli organi in un

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organismo vivente. In questo bene morale che è il costruire dell’organismo unitario, spirituale, dell’umanità c’è non l’annullamento, non lo sciogliersi dell’individuo nel collettivo umano, ma proprio

l’emergere sempre più spiccato del contributo che deve restare fino in fondo unico e irripetibile in ognuno. Quindi, di risvolto dicevo che in questa svolta copernicana della morale, la legge uguale per tutti deve rigorosamente limitarsi a proibire. Non deve comandare nessuna azione, non ha il diritto di comandare nessuna azione, deve soltanto proibire quelle azioni che a ragion veduta sarebbero lesive della libertà. E la persona intelligente,

la persona che veramente ama se stessa e l’umanità, per natura

sua non vuol fare tali azioni. C’è dunque una prospettiva evolutiva così bella, dove la legge che proibisce diventa superflua, perché nell’esercizio di compiere

il bene, di immettere nell’umanità questo arricchimento unico,

individuale, di ognuno, l’individuo stesso si rende conto che, se

a latere facesse delle azioni che ledono questa libertà, sarebbe il primo a farne le spese, perché allora non soltanto impedirebbe agli altri, ma impedirebbe a se stesso ciò che è il meglio, che è il compiere il bene, creare questo bene che arricchisce l’umanità.

Il bene morale in senso vero e proprio non è più un’osservan-

za, ma è ciò che viene fatto individualmente, artisticamente,

creativamente, con l’intuizione del cuore, in amore e in libertà.

E a quel punto lì, l’amore di sé e l’amore del prossimo diventa

una cosa sola, perché io non posso amare l’organismo unitario dell’umanità senza amare ciò che io sono, come cellula vivente, come membro vivente in questo organismo. E non posso amare l’umanità senza amare me stesso in quanto membro vivente di questa umanità.

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La massima morale del bene morale Ama il prossimo tuo come te stesso, se volete, ha un risvolto essoterico come si diceva ai tempi di Aristotele – exo significa fuori, un risvolto essoterico significa palese, uguale, comune a tutti –, e il risvolto essoterico è: Ama il prossimo tuo come ami te stesso. Ma c’è anche un risvolto esoterico – e in greco eso significa dentro, quindi un significato più profondo, più nascosto, che dapprima pochi, forse, antesignani dell’evoluzione, fanno proprio. Il significato esoterico spirituale, nascosto, più profondo di questa massima è: Ama il prossimo tuo, lui è te stesso, perché siete membra dello stesso organismo e tu non puoi amare un membro dell’organismo più di un altro o meno di un altro. O ami tutto l’organismo, o non ami tutto l’organismo. E questa prospettiva esoterica di questa massima del bene morale, è proprio il futuro della morale: rendersi conto non soltanto a livello della testa, ma a livello del cuore, che l’altro è me stesso, è “io stesso”! Soltanto al livello fisico della maya, dell’illusione fisica, siamo separati, ma ad ogni altro livello – dell’anima, dello spirito, dei sentimenti, dei pensieri, delle forze karmiche del destino che ci uniscono –, non siamo separati. Quello che io faccio a te lo faccio a me, e quello che faccio a me lo faccio a te. Ogni essere che innalza se stesso innalza, per natura, tutta l’umanità. E ogni essere che moralmente abbassa se stesso, abbassa, di tanto, tutta l’umanità. Nessuno di noi è separato, è fuori, dall’organismo spirituale dell’umanità. Quindi, questo bene morale, in senso vero e proprio, che è ciò che viene fatto con amore e libertà, è individuale, unico, lo può creare soltanto l’individuo con l’intuizione del cuore, perché nessun altro può dire a te chi tu sei nell’organismo dell’umanità, perché l’altro è un altro. Chi io sono nell’organismo dell’umanità lo posso intuire soltanto vivendo me stesso, vivendo come io opero sugli altri;

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nella misura in cui osservo con l’attenzione del cuore il mio

operare negli altri e osservo cosa mi fanno gli altri, capisco sempre meglio chi io sono nell’umanità, nell’organismo dell’umanità. E questo che io sono, è il bene morale che io sono per gli uomini e per me stesso. Nella religione tradizionale si è disquisito spesso sulla volontà di Dio: cosa vuole Dio da me. Dio, colui che mi ha creato, non vuole qualcosa da me. Ma come si permetterebbe

di

volere qualcosa da me

Se volesse qualcosa da me, farebbe

di

me uno strumento per raggiungere la sua volontà, ciò che Lui

attraverso di me vuole. Fare di me, fare dell’essere umano uno strumento è l’essenza dell’immoralità. Quindi il Padreterno che

mi ha creato non ha nessun diritto di volere qualcosa da me, ha

soltanto il diritto di volere me. Me ha creato, e avendo creato me, questo ha voluto. Quindi il contenuto della morale non è

una volontà di Dio su di me. Non esiste! È un moralismo che è

fatto soltanto per soggiogare, per tener sotto gli esseri umani.

La volontà di Dio su di te, sei tu. Questo Lui vuole.

Ripeto il pensiero: se Dio – dio, o usate un’altra parola, quello che volete, non è la terminologia che ci interessa –, se il senso della mia esistenza, se il bene fosse esterno a me, per cui la volontà di Dio è qualcosa che io devo fare, allora non vuole me. Vuole me in vista di qualcosa d’altro. Ma allora mi rende uno strumento per qualcosa d’altro, e ciò che Lui attraverso di

me vuole è più importante di me

modo è una cosa assurda, oltre al fatto che non avrebbe nulla a che fare con l’amore verso l’essere umano. Quindi la volontà di Dio su di te, è quella pienezza che tu sei! Quello Lui ha voluto creandoti, perché se avesse voluto qualcosa d’altro avrebbe creato qualcosa d’altro. Avrebbe creato qualcosa d’altro. Quindi, cos’è la volontà di Dio, così come è stata concepita attraverso i secoli? Il volere di altri uomini su di

Un dio concepito in questo

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me. Perché Dio vuole ciò che crea, e se crea gli uomini, vuole gli uomini, non qualcosa d’altro attraverso gli uomini.

però

spero che vi rendiate conto che sono puliti a livello di pensiero,

ed essendo così fondamentali ci rendiamo conto che in fatto di

bene e di male, in fatto di morale, siamo agli inizi di una presa

Dicendo questi pensieri voi restate così ammutoliti

di

coscienza proprio dei fondamenti della morale. Se è vero quello che sto dicendo, che il bene morale è ciò che

si

sprigiona dall’individuo perché viene creato dall’essenza del

, della rosa, è di essere rosa nel giardino, se volete, per la morale

di cui sto parlando, un paragone sarebbe di prendere il suolo, il

terreno di un’aiuola: le forze del suolo, della terra sono uguali per tutti i fiori che crescono. Questo livello del suolo, della terra, dell’acqua, del calore o dei sali della terra, ecc. sarebbe come la morale dell’osservanza. Le leggi da osservare, quindi

le azioni che uno si deve proibire, come fondamento, sono come

il terreno di cui tutti abbiamo bisogno, per far sorgere il morale vero che è poi il modo unico di ogni fiore di spuntar fuori. Il terreno è uguale per tutti i fiori, però su questa aiuola ogni fiore ha una legge di metamorfosi, di formazione, dei colori, delle forme, tutta sua. Dallo stesso terreno sorge una ricchezza

variopinta, infinita di fiori. Così l’umanità, sullo stesso terreno

di una legge uguale per tutti (che proibisce a ognuno di fare ciò

che impedirebbe di crescere), sulla base di questa legge uguale per tutti sorgono individui che sono come fiori, ognuno diverso dall’altro. Ma la bellezza, la ricchezza di un’aiuola, non è la noiosità del suolo che è uguale per tutti i fiori, è proprio nella ricchezza delle variazioni dei fiori all’infinito. Il bene morale da godersi, non è la base comune della legge, ma è ciò che sorge su questo terreno comune, dove ognuno è una creazione unica, irripetibile. Sul terreno sorge una viola, chi

così come la rosa, il bene

suo essere, da questa genuinità

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dirà alla viola come deve crescere? È immanente nella viola, le

forze di crescita della viola sono immanenti nella viola. Quindi, come può un essere umano dire a un altro essere umano chi è

lui, come deve crescere

Lo sa soltanto lui!

Nella misura in cui la legge, i comandamenti finiscono di invadere tutta la nostra vita – al punto che ci portano via tutte le forze con tutto quello che c’è da fare, perché ci dicono non soltanto ciò che c’è da non fare, ma anche il da farsi –, quando la legge comincia a lasciarci respirare un pochino perché si limita alle azioni che dobbiamo lasciare, ognuno trova un pochino più forze, un pochino più tempo, e anche viene incoraggiato

a guardarsi dentro e a trovar la gioia di diventare sempre più

creatore. Finché veniamo subissati da leggi, regolamenti, ecc. ecc…, in Germania ogni tanto dico: La prova apodittica che ci devono essere ripetute vite terrene è il fatto che una vita sola

non basta neanche per leggere tutti gli ordinamenti e le leggi

che ci sono

Questa creazione unica, tutta artistica, tutta bella, perché proviene dalle forze dell’amore, della libertà dell’individuo,

che viene creata per intuizione, non è tanto nelle azioni esterne

, adesso tutti gli uomini che esistono a compiere azioni sempre del tutto diverse? No, non è nel cosa l’individuo fa che si esprime

il bene morale, ma è nel modo in cui lo fa. Mille mamme, o

mille papà se volete, possono fare le stesse azioni per cuocere un pranzo per altre persone, ma l’individuale, il bene morale, non è nelle pentole che muovono, nel modo di muovere le mani ecc… Il bene morale è nei pensieri che pensano queste mille persone, nei sentimenti che immettono nell’umanità. E ditemi voi se è mai possibile che la serie di pensieri che anche soltanto due persone pensano mentre compiono azioni che sono uguali

che l’individuo compie

perché voi mi direte: Ma come fanno

immaginiamo poi per metterli in pratica.

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in mille altri, e i sentimenti che essi sentono, possono essere

uguali. È del tutto escluso. Quindi il bene morale, la fecondazione dell’umanità che avviene in base alla sorgiva dell’amore, della libertà dell’individuo, non è tanto nelle azioni esterne, quanto in questo afflato, in questa aura di pensieri, di sentimenti, anche di atti volitivi che accompagnano invisibilmente le nostre azioni. Pensiamoci un momento: nel mondo dei pensieri che è infinito, nel mondo dei sentimenti che è infinito, c’è posto per tutte le individualizzazioni che si possono immaginare. Lì è possibile diventare individuali, unici all’infinito, creativi, artisti. Già soltanto il linguaggio – qualche volta l’ho detto – è fatto di una ventina di lettere che sono sempre le stesse, ma prendiamo anche le centomila, centocinquantamila parole:

le centocinquantamila parole sono uguali per tutti, però non

troverete mai due persone che, anche soltanto con dieci parole, ne facciano la stessa successione. Il modo di combinare le

parole diventa subito individuale.

In

questi ultimi mesi stiamo stampando in tedesco 430 pagine

di

Steiner sulle cause della prima guerra mondiale

Conferenze

attualissime in cui Steiner ha letto diverse cose e citato giornali

di allora. La stenografa non sempre riusciva a inserire tutto il testo, tante volte metteva soltanto l’inizio e la fine di una citazione. Nell’opera omnia tedesca vi sono tante citazioni di

Steiner seguite da: c’è una lacuna nel testo

Noi cosa abbiamo

fatto? Vi sto dicendo il modo in cui l’individualizzazione morale si compie anche nei confronti del linguaggio: siccome

la

trascrizione dello stenogramma ha quasi sempre le prime e

le

ultime parole della citazione, noi siamo andati su Google,

vi

abbiamo inserito varie combinazioni di parole

e ci è stato

possibile trovare citazioni vecchie di un secolo, tra l’altro alcune in scrittura gotica. Proprio per il fatto che avevamo una

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combinazione anche soltanto di quattro, cinque parole, e questa combinazione di quattro, cinque parole è avvenuta nell’umanità soltanto quella volta. Una cosa allucinante! Questo per dirvi come non soltanto il linguaggio, ma il pensabile è come un terreno: il terreno è uguale per tutti, però l’individuo combina

i fiori in un modo del tutto diverso. Le forze sono le stesse, ma il modo di combinarle è del tutto diverso. Così il linguaggio,

il pensabile è uguale per tutti, ma il modo di combinare le

parole…, c’è posto all’infinito per la fantasia, per la creatività

artistica di ognuno. Immaginiamo poi nel modo di amare che una mamma può avere per il proprio bambino. Certo che tante mamme fanno più o meno, esteriormente, le stesse azioni – il bambino va pulito più o meno allo stesso modo –, ma i pensieri di amore, diciamo l’afflato di amore che accompagna queste azioni, può ed è destinato a diventare sempre più individuale, sempre più unico, sempre più creativo in ogni persona. Questo bene morale individualizzato proprio perché sorge,

non è qualcosa di dovuto, non si limita all’osservanza fatta a denti stretti, ma viene donato dall’esuberanza del cuore, della mente. Proprio per questo è moralmente doppiamente buono. Il bene che si fa perché si deve, è un mezzo bene, anzi un quarto

di

bene, proprio perché lo si fa perché si deve. Ma il bene che

si

fa perché si vuole, perché lo si ama, è doppiamente bene.

Soltanto quello è veramente buono, perché è voluto, è amato, è

dato, regalato in libertà.

E quando il dovere diventa presupposto necessario per ciò che

si fa nella libertà, allora anche le azioni che mi devo proibire,

non me le proibisco più a denti stretti, ma non le voglio. Non

le voglio fare! E quindi, c’è una prospettiva del bene e del

male per il futuro, una morale del futuro dove il dovere non è più necessario. Non c’è più nulla che l’essere umano deve, c’è soltanto ciò che a partire dall’esuberanza del cuore vuole

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per sé e per gli altri. E le azioni che non si devono fare perché comprometterebbero ciò che è libero e ciò che è pieno d’amore, non vengono volute, quindi non c’è bisogno di proibirle.

Prendiamo un esempio – qui nel disegno uso anche un po’ di colori perché adesso ho bisogno non soltanto del corpo fisico. Prendo il caso di un’infermiera in un ospedale – a Torino per esempio –, o anche un infermiere, ma prendiamo un’infermiera perché forse l’elemento femminile impersonifica meglio quello che voglio dirvi. Questa infermiera la chiamo la persona A. Poi c’è la persona B. È una persona che vive lontano, però per ragioni di lavoro, o quello che volete, si trova in visita a Torino. Incappa in un incidente stradale per cui finisce nell’ospedale dove si trova la nostra infermiera. Riassumendo: una persona che altrimenti vive in tutt’altro luogo e per caso si trova a Torino, ha avuto un incidente stradale e ora si trova a ricevere le cure di questa infermiera che è qui a Torino. È un caso? Cosa vuol dire caso? Caso vuol dire: Non so perché è avvenuto. Adesso facciamo un salto, perché il nostro materialismo vede soltanto i due pezzi di materia. Se noi andiamo in ospedale abbiamo il malato, il traumatizzato, e l’infermiera. L’infermiera gioca in casa sua, a Torino, però il malato si trova per caso a Torino, e per caso incontra questa persona. Il salto mortale che va fatto per capire cosa è successo col materialismo, è di chiedersi: Ma queste due persone consistono soltanto nel loro pezzo di materia? Una umanità un pochino più vecchia diceva: Ma no, è da matti pensare che l’uomo sia soltanto questo. Ognuno di questi due ha tutto un mondo, un’aura se volete, invisibile, che è la sua anima. La scienza dello spirito parla di corpo eterico, di corpo astrale, chiamiamolo l’anima,

fatta di pensieri. I pensieri non sono visibili. E quest’altro tizio,

pure lui

,

è un mondo di pensieri, di sentimenti. C’è in ogni

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essere umano un Io superiore e questo Io superiore che vive nell’anima, nello spirito. Vedete, qui nelle forze del karma, nelle forze dell’anima, non sono separati questi due individui. Il pensiero che sta alla base è che questi due esseri umani hanno un lungo passato in comune. (fig.)

due esseri umani hanno un lungo passato in comune. (fig.) E cos’è che spinge l’Io di

E cos’è che spinge l’Io di colui che ha avuto l’incidente a To - rino ad andare a Torino per avere questo incidente, che è il pre-

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supposto per incontrare questa persona, questo può avvenire soltanto se tra queste due persone in base a ciò che è avvenuto

fra di loro come scambio di forze a livello dell’anima, a livel-

lo dello spirito, ci sono delle forze che richiedono un incontro

per continuare questa osmosi di forze, questo scambio di forze. Quindi l’Io superiore di B ha voluto liberamente andare a To - rino, a Torino avere un incidente per incontrare assolutamente questa infermiera A, ed esporsi e vivere questo trapasso di for- ze, questo scambio di forze che è la continuazione di un cam- mino fatto insieme. Altrimenti non sarebbe andato a Torino ad avere questo incidente per incontrare proprio questa persona. Sarebbe andato magari in un’altra città. Invece di avere un in- cidente, avrebbe incontrato un’altra persona senza incappare

in un incidente. Però questa infermiera (A) poteva incontrarla

soltanto grazie ad un incidente che l’ha condotto all’ospedale. E l’Io superiore si dice: questo scambio di forze, del tutto indivi-

dualizzato, è per me così importante nel mio karma che mi sta benissimo che avvenga in base a un incidente. L’incidente è una cosa secondaria, l’importante è che l’incontro avvenga. La coscienza umana decaduta ha ucciso la consapevolezza dell’Io superiore. Questo è il mistero di Caino che uccide Abele. Caino è l’io inferiore chiamato a piombare nel mondo della materia per individualizzarsi, per conquistarsi l’autonomia, e questa autonomia la si può conquistare soltanto perdendo di vista per un certo tempo la comunanza di queste forze del karma.

Quindi l’uccisione del fratello, di Abele, da parte di Caino è una delle prime necessità dell’evoluzione. Non è un peccato morale, che sarebbe meglio se non fosse successo. Perché se Caino – e Caino è ogni essere umano, Caino è ognuno di noi –, se l’uomo non avesse ucciso, non avesse cancellato la coscienza della realtà dell’Io superiore, non avrebbe mai avuto la possibilità

di

chiudersi nel mondo della materia che lo isola in tutto e per

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tutto dagli altri, non avrebbe conquistato la sua autonomia,

la sua libertà. L’autonomia, la libertà dell’uomo Caino, si può

conquistare soltanto uccidendo, cioè facendo sparire la realtà

di questa osmosi di forze tra Io e Io, non avendo più nessuna

idea della realtà vivente, operante, di questa osmosi di forze tra

Io e Io.

La svolta della morale del bene e del male è che i tre gradini, i tre grandi passi di questa cacciata dal Paradiso della coscienza

umana, di questo oscuramento della coscienza umana, sono:

Caino, Edipo e Giuda. Giuda è alla svolta dell’evoluzione, e con Giuda si compie la triplicità di questo inabissarsi dell’essere umano nel mondo della materia. È questo venir piantato del seme dentro al suolo della terra, però questo morire nel suolo della terra è il presupposto

per rinascere a livello individualizzato. Il seme che muore nella

terra, muore nella sua realtà individualizzata perché la Terra è uguale per tutti, le forze della Terra sono uguali per tutti. Morendo dentro a ciò che è uguale per tutti, perdendo di vista

ciò che ci accomuna, l’essere umano crea i presupposti per

rinascere, per risorgere dalle forze comuni del mondo fisico e

ricreare in chiave di libertà e di amore una individualità del tutto unica. Però il presupposto di questo rinascere come individui è di individualizzarsi perdendo di vista ciò che è comune, e inserendosi del tutto nell’elemento che ci separa gli uni dagli altri. Ho spesso ricordato una delle massime fondamentali della Scolastica, dei pensatori scolastici che si rifanno ad Aristotele:

materia, principium individuationis. La materia è il principio

di individualizzazione. Soltanto inserendosi nell’elemento

della materia ognuno di noi può viversi come separato, individualizzato. È il principio, l’inizio, un primo inizio di

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individualizzazione perché è soltanto esterna. Però sulla falsa riga di questa separazione, di questa individualizzazione esterna, ora ritorniamo, facciamo la sintesi di ciò che è comune. Anche in questa osmosi di forze, in questa comunione di forze c’è allo stesso tempo il compimento di ciò che è individuale:

materia principium individuationis.

Una volta che Caino – l’essere umano che si identifica col mondo fisico, tant’è vero che il sacrificio di Caino non sale

gradito a Jahvè, ma resta sulla Terra, quindi le forze di Caino sono le forze dell’uomo che opera nel mondo della Terra, nel mondo della materia –, nella misura in cui Caino uccide, perde

di vista l’Abele che è dentro di sé – l’Io superiore, l’Io divino

ancora unito col mondo spirituale che è dentro di sé –, a questo

essere umano che nella sua coscienza uccide l’Io superiore resta soltanto, in sé e nell’altro, l’io fatto di materia. E nella misura in cui la coscienza umana vive soltanto la realtà materiale di sé e dell’altro, nasce il vivere gli uni contro gli altri, proprio perché nel mondo materiale siamo divisi gli uni dagli altri: ciò che è

un mio vantaggio è un tuo svantaggio, ciò che sto mangiando io

non lo puoi mangiare tu, i cinquanta euro che ho in tasca io non puoi averli contemporaneamente in tasca tu, ecc… La legge del fisico non è soltanto la divisione, la separazione, ma, diciamo, se l’umanità non riconquista la realtà dello spirituale, l’esoterismo dice che la prospettiva dell’evoluzione del materialismo, l’ultima conseguenza, è la guerra di tutti contro tutti. È l’ultima conseguenza, l’ultimo abisso dell’essere gli uni contro gli altri, della cosiddetta concorrenza in campo

economico della vita professionale, ecc… E questa guerra di tutti contro tutti la può evitare soltanto l’individuo che riconquista

la realtà dell’invisibile, dello spirituale, dove non siamo gli uni

contro gli altri, ma gli uni per gli altri come le membra di un

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organismo che sono tutte, in un modo perfetto, le une per le altre. E questo essere gli uni per gli altri, questo favorirsi a vicenda degli organi di un organismo, noi la chiamiamo salute. La morale del futuro, il bene morale del futuro, è la salute dell’umanità. Salute vuol dire: ogni membro favorisce e viene favorito da ogni altro membro. Un altro adagio 5 degli scolastici è una massima che riguarda l’organismo: per aver la salute devono esser sane tutte le sue componenti, per essere malati basta che ne sia malata una. Dire:

Io ho il fegato rovinato, però non importa nulla, è un problema solo del fegato. Non è un problema mio. No, è un non senso.

Basta che sia malato un solo organo, ed è malato tutto. Per avere

la

salute dell’organismo devono essere sane tutte le membra.

E

gli scolastici dicono: bonum ex integra causa, il bene deve

avere tutto; malum, il male, la malattia ex quocumque defectu, proviene anche da una sola carenza. Quindi, un individuo in quanto membro sano nell’organismo dell’umanità vi immette salute, mentre se è malato fa ammalare tutto l’organismo dell’umanità. Voi direte: Ma allora è impossibile arrivare al punto in cui tutti gli esseri umani, quasi costretti per forza, siano buoni. No. Se è vero che anche un solo membro è capace di far ammalare tutto l’organismo, allora la legge dell’evoluzione deve essere che l’uomo ha la possibilità di tirarsi fuori dall’organismo dell’umanità: ricade al livello dell’animale. L’Apocalisse dice: Ricade al livello della bestia. E allora, tirandosi fuori dalla comunanza dell’umanità non ha più la possibilità di far ammalare l’organismo dell’umanità. Però questo ultimo mistero

5 Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. Citazione di Tommaso d’Aquino e «…bonum procedit ex una et perfecta (integra) causa, malum autem procedit ex multis particularibus (singularibus) defectibus» (Dyon. IV, XXII, 572).

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del male lo volevo soltanto accennare, perché ci porterebbe troppo lontano. Quindi, la domanda di questo incontro è: Che cosa avviene fra i due Io superiori? Che cosa avviene in questo mondo infinito

dell’anima dell’infermiera e dell’anima di colui che si è rotto una gamba? C’è un’osmosi di forze, meravigliosa e se vogliamo misteriosa allo stesso tempo. La scienza dello spirito è la riconquista della consapevolezza

di ciò che è invisibile, e perciò è imprescindibile per i passi

successivi dell’umanità, perché se non riconquistiamo prima nella mente e poi nel cuore la realtà dell’invisibile, la prospettiva è sempre di più – e lo vediamo, basta che apriamo un giornale –, la guerra di tutti contro tutti. Cosa leggiamo sui giornali? Passi decisivi, sempre più decisivi in direzione di una guerra di tutti contro tutti, questa è la quintessenza di tutto ciò che leggiamo sui giornali. Quindi l’alternativa è il riprendere coscienza di ciò che è invisibile.

Adesso, supponiamo che queste due persone – che siamo tutti noi – abbiano questo tipo di coscienza: tu sei venuto in questo ospedale non per caso ma perché cerchi me, perché hai bisogno

nella tua anima, nel tuo spirito, di ciò che io e soltanto io posso immetterci; e io ho bisogno di ciò che tu mi porti incontro perché il nostro incontro, che è così individuale, ha un passato individualizzato, fatto di secoli, di millenni. Allora tutti e due

si chiedono: Quali pensieri, quali sentimenti vuole portarti

incontro il mio Io, perché sono quelli pieni di libertà, pieni di

amore, unici, che posso creare soltanto io? Nella misura in cui tutti e due – infermiera e paziente – si rendono conto di questo, la coscienza assurge a questo livello del bene morale. Il bene morale che essi sovraconsciamente vorrebbero donarsi a vicenda diventa conscio, e comincia a

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venire gestito dalla libertà consapevole. Nasce un’attenzione del cuore a ciò che io sono per te in modo unico, e a ciò che tu sei per me. E questa attenzione del cuore è il bene morale che è lasciato alla libertà della coscienza e alla libertà dell’amore dei due. Questo è il futuro della morale: prendere coscienza di questo

tipo di bene, di aiuto reciproco, che è del tutto individuale perché ciò che quest’uomo cerca da questa infermiera non glielo può dare nessun altro essere umano al mondo. Egli cerca i pensieri

di questo essere umano, i sentimenti di questo essere umano,

perché sono loro che nel corso secoli hanno lavorato nella sua anima. Questo tipo di bene morale è strabiliante, è stratosferico rispetto a quel misero bene morale che consta nell’osservare tutte le regole e i comandamenti che ci sono. Risulta evidente, convincente, basta che uno lo capisca. Per quanto io faccia un po’ fatica – sono più abituato a dire queste cose in tedesco che non in italiano –, credo che

il pensiero sia abbastanza chiaro. Però diciamoci che la

prospettiva dell’evoluzione del bene e del male, dell’evoluzione della morale, è veramente molto bella, molto umana! Perché è una prospettiva di individualizzazione, di spicco dell’Io singolo di ognuno, all’infinito, di creazioni della libertà e dell’amore, all’infinito, diverse in ognuno. La persona B esce dall’ospedale e porta nel suo cuore e nella

sua mente i pensieri dell’altro, i sentimenti dell’altro. E forse cinquecento anni dopo, mille anni dopo, si ritrovano e allora saranno forse stati creati i presupposti per far buon uso del ri- cordo, dell’anamnesi delle vite passate, e si diranno: Ti ricordi

quel giorno a Torino? Tu eri la mia infermiera

sieri che ci siamo scambiati, i sentimenti del tutto individuali,

unici? Adesso i sentimenti che io ti ho portato incontro li ritrovi

tu dentro di te, e i sentimenti che tu allora mi hai portato incon-

ti ricordi i pen-

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tro, li ritrovo oggi dentro di me. E adesso facciamo di nuovo uno scambio del tutto nuovo, del tutto diverso. La cosiddetta scienza dello spirito è un riprendere coscienza dell’Abele, dell’Io superiore che, cari amici, è una realtà assoluta molto più operante, molto più reale, molto più causante che non il pezzo di materia che ci trasciniamo dietro. Quindi la persona B non è per caso che si trova in quel giorno a Torino e che ha un incidente stradale. No, avviene perché il suo Io superiore l’ha voluto! Con tutte le forze della sua libertà e del suo amore, perché ha voluto questo incontro, ha voluto esporsi ai pensieri, ai sentimenti – pensieri e sentimenti che naturalmente si esprimono nei gesti dell’infermiera, ecc…, però i gesti hanno soltanto il significato dell’animo che li accompagna. Nessun gesto ha un significato oggettivo, nessuna azione ha un significato oggettivo, ogni azione è nella sua essenza ciò che l’essere umano pensa e sente e vive mentre la fa. Caino uccide Abele – se volete, Caino e Abele è il piombare della coscienza umana dallo spirito verso la materia, lo spirito viene perso di vista e l’essere umano prende coscienza soltanto del mondo della materia. Perde di vista la realtà dello spirito.

Edipo, un passo successivo nell’evoluzione dell’umanità: Edi- po uccide il padre e si unisce con la madre. Naturalmente io adesso sto riassumendo questi miti: Caino e Abele è un mito dell’umanità anche se è nella Bibbia. Edipo che uccide il padre, sposa la madre e poi interpreta l’enigma della Sfinge è di nuovo un mito, un mito greco. E poi troviamo di nuovo Giuda alla svolta. Questi tre miti li ho chiamati: tre passi dell’evoluzione di ogni essere umano. Quindi, ognuno di noi ha un’esistenza cainica alle sue spalle, un’esistenza di Edipo alle sue spalle e un’esistenza di Giuda alle

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sue spalle. Perché se l’essere umano non fosse stato né Caino,

né Edipo, né Giuda non sarebbe individualizzato, non varrebbe

nulla. Caino, Edipo e Giuda è ogni essere umano al cento per cento.

La proposta, l’avvio di pensiero che propongo è: come nel mito di Caino e Abele c’è l’asse verticale tra spirito e materia, lo spirito viene perso di vista e la coscienza piomba nella materia, così nel mito di Edipo c’è il mistero del rapporto di tensione tra il passato e il futuro, perché il padre è la generazione passata e il figlio è la generazione futura. Ora, la tensione dell’evoluzione consiste sempre nel trovare il giusto rapporto tra il passato e il futuro. Un estremo è che

il passato non vuol far posto al futuro – è il padre che non

vuol far posto al figlio. L’altro estremo è che il futuro crede

di potersi stabilire soltanto uccidendo il passato, e si scalza la

base su cui costruire il futuro. Quindi l’arte dell’evoluzione è proprio il giusto equilibrio tra il gesto conservatore che vuole soltanto restare al passato e non vuole nulla di nuovo; e il gesto rivoluzionario che vuole scalzare tutto il passato e si toglie i presupposti per andare avanti. Il mistero di Edipo, che è ogni essere umano, è la tentazione

di un estremo e dell’altro estremo, in questa asse, chiamiamola

orizzontale, dell’evoluzione nel tempo. Il passato si fa da sostrato, da base, il passato si fa conditio sine qua non, il passato

è il terreno necessario per il futuro, però il senso del passato non è di proibire o di non volere il futuro. E il futuro non può sorgere se non sulla base del passato – così come il fiore non può sorgere se non sulla base del terreno. Cosa vuol dire nel mito greco che l’uomo, arrivato allo stadio

di

Edipo – che è ogni essere umano –, uccide il padre per unirsi

in

matrimonio con la madre? Vedete, qualcuno di voi forse lo sa,

coloro che non lo sanno dovranno concedere che questa scienza

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dello spirito ha veramente qualcosa del tutto nuovo, bellissimo,

da dire all’umanità. Questo mito di Edipo ha un significato esoterico, se volete, che riguardava l’iniziazione greca di allora, ma era anche un tratto comune di tutta l’iniziazione. Prima della svolta dell’evoluzione avvenuta duemila anni fa l’iniziazione avveniva… uccidendo il mondo fisico. Il mondo fisico veniva chiamato il “Padre” perché l’elemento maschile è molto più a casa sua nel mondo fisico. E per il mondo eterico, il mondo del vivente, il mondo delle metamorfosi si usava la parola “Madre” perché l’elemento femminile è più ancorato con le forze della vita. Quindi, siccome il maschile è più a casa sua in ciò che è morto, minerale (nel mondo delle macchine, della tecnica, ecc.), per entrare nel mondo spirituale, nel mondo eterico – nel mondo delle “Madri” (vedi il Faust di Goethe) –, l’uomo prima di Cristo doveva lasciare, doveva uccidere il

mondo fisico

E perché doveva uccidere il “Padre”? Lasciare il mondo fisico per entrare nell’eterico, questa è l’essenza dell’antica iniziazione:

proprio si lasciava, si scavalcava, si usciva dal mondo fisico, per entrare nell’eterico. Il motivo è che l’essere umano non aveva ancora la forza di pensiero individualizzata di entrare nello spirituale restando congiunto col cervello fisico. Quindi questa vecchia iniziazione era una iniziazione di esseri umani ancora deboli. Il mito di Edipo dice: Questo tipo di iniziazione è del tutto imperfetto perché può conquistarsi la realtà dell’eterico, del vi- vente, del soprasensibile, unicamente lasciando il mondo fisico. Il che voleva dire, indirettamente, che il passo in avanti consi- sterà nella capacità di congiungere questi due mondi: restare coi piedi saldi nella Terra e nel mondo fisico, e nella coscienza desta del mondo fisico per conquista di libertà, e contempora- neamente vivere nello spirituale. Quindi, il futuro dell’umanità

Che peccato, che peccato!

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è di vivere in due mondi contemporaneamente: nel mondo della percezione e nel mondo dei concetti. Contemporaneamente.

L’evoluzione della libertà e dell’amore è l’amore reciproco tra

il

fisico e l’invisibile, in una interazione continua tra percezione

e

creazione di concetti, e non lasciare un mondo per entrare

nell’altro, e poi lasciare l’altro per ritornare nel primo. L’uomo del passato doveva scegliere: o il mondo fisico, e allora perdeva quello spirituale; o quello spirituale e allora perdeva quello

fisico. La prospettiva del bene morale del futuro è di averli tutti

e due che si fecondano a vicenda all’infinito. Questa è l’affermazione fondamentale del mito sublime

di Edipo: “Oh essere umano, evolviti al punto tale da non

essere più costretto a uccidere, ad abbandonare, a lasciare,

a disattendere il mondo fisico, il mondo paterno, per entrare nel mondo della Madre, per unirti col mondo delle Madri; e

non sarai più costretto a lasciare il mondo della Madre quando vuoi tornare nel mondo fisico. Evolviti a un punto tale che si abbracciano a vicenda, si fecondano a vicenda, restando sempre

di più uniti l’uno nell’altro. Lo spirituale lo troverai d’ora in poi

unicamente dentro al mondo cosiddetto fisico, e ogni pensiero

che non abbia un risvolto di percezione non è una realtà, è una pura astrazione; e ogni percezione che non venga trasformata

in pensiero non è una realtà, è una pura illusione.”

Anche nel mito di Edipo, come conseguenza del fatto che in

chiave di iniziazione l’essere umano è costretto ad alternare: o

il mondo spirituale – il matrimonio con la madre e allora devo

uccidere il padre; oppure sono con il padre – e allora non posso unirmi con la madre –, come conseguenza di questo dover

alternare i due mondi, quando è nel mondo fisico l’essere umano

è costretto a piombarci dentro e ad avere solo quello, e sorge di nuovo questo essere gli uni contro gli altri che l’umanità vive

da tanti secoli.

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Giuda, il mistero di Giuda è Caino più Edipo, tutti e due insie- me. Per chi non lo conoscesse abbiamo tradotto in italiano il libretto di Steiner “Il Vangelo di Giovanni e i sinottici”. Sono conferenze di Steiner mai pubblicate neanche in tedesco, tut-

to un secolo…, l’Archiati-Verlag le ha pubblicate per la prima

volta.

In queste conferenze Steiner narra questa bellissima storia di

Giuda. Questa leggenda di Giuda, tra le più amate nel Medioevo, tra le più popolari, dice che Giuda prima di incontrare il Cristo ha ucciso suo fratello, alla soglia della pubertà. Era un fratellastro. Una leggenda bellissima. Tra l’altro per chi di voi conosce la leggenda aurea di Jacopo da Varagine 6 , vi trova

questa leggenda di Giuda sotto Mattia. Dovete trovare San Mattia. Perché sta sotto San Mattia questa leggenda di Giuda? Perché Mattia è stato colui che ha preso il posto di Giuda nel concerto dei dodici. Siccome Giuda si è impiccato, s’è detto:

dobbiamo scegliere un dodicesimo, perché il nostro numero

deve essere dodici come i segni dello zodiaco. Quindi colui che

è stato scelto come sostituto di Giuda, si chiama Mattia. E così nella leggenda aurea sotto San Mattia trovate questa leggenda

di Giuda. È una cosa bellissima.

E in questa leggenda – che adesso non vi ripeto perché

sarebbe troppo lunga, potremmo parlarne per ore e ore intere –,

le stazioni fondamentali della vita di Giuda sono: che uccide il

fratello – Giuda che ripete il destino di Caino; poi uccide il padre

– Giuda che ripete il mistero di Edipo, e si unisce con la madre;

e poi come terza stazione abbiamo questo uomo, questo Giuda perfetto, uomo caduto perfetto, quando il peccato originale è portato alla perfezione, cioè quando la caduta è compiuta così

6 Legenda Aurea, Jacopo da Varagine, XIII sec.

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che più in basso non si può andare. La caduta deve andare fino in fondo, perché soltanto dal fondo si può ritornare su. Se un individuo si fermasse a metà non avrebbe la possibilità di tornare su, perché le forze per

tornare su le dà il fondo. Soltanto quando si arriva fino in fondo

il contraccolpo è così convincente che si ritorna su. Se invece

non si va fino in fondo si resta per aria

Adesso c’è sempre qualcuno che dice: Ma chissà se io sono veramente arrivato fino in fondo? Fammi andare ancora un

Semmai, qualcuno avrebbe potuto porsi

questa domanda ai tempi di Giuda, duemila anni fa. Però sono passati duemila anni dopo la svolta, vi assicuro che ogni essere umano che vive oggi, per necessità evolutiva, è andato fino in fondo, e qualcuno ancora più in là perché non ha ancora trovato

le forze per ritornare su. E in che cosa consiste il fondo?

Dopo aver ucciso il fratello – l’Io superiore –, dopo aver uc- ciso il Padre – cioè il vanificare il mondo fisico, il tentativo di entrare nello spirituale annientando, annullando il mondo fisico

–, l’essere umano uccide se stesso. Giuda è il suicida. Quindi ri-

pete il gradino evolutivo di Caino e uccide il fratello – leggetelo

nella bellissima leggenda di Giuda; ripete il destino di Edipo

perché è il suo passato, è il passato di ogni essere umano, quin-

di uccide il padre e sposa la madre. Il nuovo in Giuda consiste

nel fatto che lui si rende conto di ciò che ha fatto, e la madre

che ha sposato, disperata, lo manda dal Cristo, e col Cristo …

diventa suicida. Impara che uccidere l’altro e uccidere il mondo fisico, è suicidio. L’essere umano può restare in vita soltanto donando vita all’altro, perché l’altro è il suo stesso organismo. L’essere umano può vivere lo spirituale in un modo libero, creatore, soltanto restando dentro al mondo fisico, non ucci- dendo il padre che è il mondo fisico. E per capire questo fino

in fondo, Giuda, uccidendosi, fa l’esperienza che ogni essere

pochino più giù!

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umano che uccide il fratello e uccide il padre, che perde di vista il mondo spirituale e vanifica, svuota il mondo materiale, vani- fica e svuota se stesso, e si uccide. E mentre avviene il suicidio

di Giuda, all’albero della croce muore il Cristo. Contemporane-

amente sull’albero della vita del Paradiso, si impicca – alcuni dicono con la cintola dei calzoni – Giuda. L’albero della vita con Giuda che si impicca, l’albero della morte col Cristo che crea le forze di risurrezione dell’essere umano.

Il

Vangelo dice: Ogni stilla di sangue è stata versata 7 . Quindi

il

Cristo è l’uomo che non trattiene per sé neanche una goccia

di sangue, ma lo dona all’umanità. Impiccarsi, strangolarsi, significa che neanche una goccia viene versata, si raggruma tutto all’interno. È soltanto accennato adesso, ma ognuno di voi, soprattutto coloro che amano le fiabe, ecc. hanno qui immagini. Ma non si tratta di farci una metafisica trasformando queste immagini subito in concetti, si tratta di restare alla fenomenologia delle immagini che è feconda. È di risvolti infiniti questo parallelismo della contemporaneità della morte dell’archetipo umano sull’albero della croce, e della morte dell’archetipo umano in negativo, che è Giuda. E questa morte comune crea i presupposti perché questi due alberi della vita e della conoscenza – Giuda muore sull’albero della conoscenza decaduta e il Cristo muore sull’albero

dell’amore che risorge a vita –, quindi i due alberi del Paradiso, che nel Paradiso erano intrecciati l’uno nell’altro e che poi si sono separati – l’uomo si è conquistato la conoscenza perdendo

la vita del mondo spirituale –, ora tornano a intrecciarsi. Si

intrecciano di nuovo questi due alberi, e la simbologia di questi due alberi è qualcosa rispetto al futuro della morale del bene e

7 cfr Vangelo di Giovanni 19,32-34

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del male. È qualcosa di meraviglioso. Però è fatta per meditarci sopra, non per farci teorie. Qui lo posso soltanto accennare.

Giuda guarda all’altro albero, al Cristo che muore in croce, e ”

sente le parole “Elì, Elì lammà sciavachtanì

salmo, parole antiche, e chi di voi ha studiato l’ebraico – come ho fatto io perdendo un po’ dei capelli che ho perso – , riscontra

una cosa straordinaria

Elì, Elì lammà sciavachtanì, basta cambiare due lettere, non due sillabe: se uno dice sciavachtanì, sciavach significa innalzare; e asaf significa lasciare, abbandonare. Quindi “Elì, Elì lammà sciavachtanì” significa: Quanto mi hai innalzato! e “Elì, Elì lammà asaftanì” significa Perché mi hai abbandonato!

Con l’iniziazione antica, l’essere umano per entrare nel mon-

perché mi

hai abbandonato. Perché mi hai abbandonato? Allora io sono inutile, non servo a nulla? Innalzi l’essere umano abbandonan- do il mondo fisico? Alla morte dell’Essere pieno di libertà e di amore il mondo fisico vive l’illusione di venire abbandonato, ma in realtà risorge nel mondo spirituale. Quindi l’io inferiore, l’egoismo, si sente abbandonato. Però è illusorio questo sentirsi abbandonato perché l’amore non abbandona l’egoismo, l’amore si crea soltanto vincendo giorno per giorno l’egoismo. E per vincere l’egoismo, bisogna che ci sia. Se uno abbandona l’egoi- smo, se uno si illude di essere fuori dall’egoismo, non ha più nulla da vincere. Quindi sulla croce, diciamo, c’è questo grosso mistero espresso in questa parola d’iniziazione ebraica che nel suo significato essoterico significa – e lo trovate in tutte le ver-

do spirituale doveva abbandonare il mondo fisico

forse qui qualcuno sa l’ebraico. Questo

8 , sono parole del

8 Elì, Elì lama asaftanì: perché mi hai abbandonato אלוהים אדירי כי אתה נטשת אותי

כמה אתה הרמת אותי

Elì, Elì lama sciavachtani: quanto mi hai innalzato אלוהים אדירי Crf Vangelo di Matteo 27,46 e Vangelo di Marco 15,34

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sioni dei vangeli: - Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbando- nato? Ma il significato esoterico è: Mio Dio, Dio dell’Io, quanto mi hai esaltato! E come è avvenuta questa esaltazione? Non uccidendo il padre, ma grazie al fatto che l’Essere del Sole si è incarnato – per tre anni e un terzo d’anno – dentro al mondo fisico, per redimerlo, per portarlo a risurrezione. Quindi, è soltanto l’io dell’egoismo che vive nell’illusione di venire abbandonato, quando invece l’amore fa risorgere il mondo fisico a un livello superiore. Il futuro della morale, il futuro del bene e del male, è questo innalzare il Caino, di nuovo, nel mondo di

Questo innalzare nel mondo della materia non avviene

Abele

lasciando il mondo della materia, altrimenti non ci sarebbe più nulla da innalzare. Questo innalzare: Quanto mi hai esaltato, quanto mi hai alzato! Avviene proprio restando in interazione

quotidiana col mondo della materia. L’esperienza della libertà può avvenire soltanto in quanto liberazione, un’azione del liberare. E la partenza, l’imprescindibile punto di partenza di questo liberare, è sempre il mondo della materia.

Per trascendere il nostro essere divisi gli uni dagli altri dobbiamo partire dall’essere divisi, e amare questo essere divisi come presupposto per poterci lavorare, per poterlo trascendere. Le sconfitte che ci fanno vincere, sono le sconfitte di Caino che ritorna col suo materialismo, sempre di nuovo, a uccidere l’Io superiore, suo fratello. E come si fa a vincere questa sconfitta? Uccidere Abele signi- fica mandare a ramengo Abele, e la parola dell’evoluzione di Caino è: Sono forse io il custode di mio fratello? Si! questa è la vittoria su questa sconfitta: imparare ogni giorno a diventare il custode del fratello. L’io inferiore come custode dell’Io superio- re. È un’arte morale da esercitare ogni giorno. Quindi, questa

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sconfitta di Caino – che è ognuno di noi, che ha ucciso per ne- cessità evolutiva l’Io superiore –, ci dà la possibilità di vincere questa sconfitta, diventando giorno per giorno nella coscienza ordinaria custode: lo scrigno che custodisce questo tesoro pre- zioso che è l’Io superiore. La coscienza ordinaria che diventa scrigno, lo scrigno che custodisce questo tesoro eterno fatto di sostanza d’oro puro, nelle sue forze solari, che è l’Io superiore pieno di amore, pieno di libertà.

Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, lo sei, nella misura in cui di giorno in giorno lo diventi il custode di tuo fratello, e lo sarai soltanto, lo diventerai soltanto se lo diventi con libertà

e con amore. Nessuna legge di questo mondo ti può costringere

a farlo, sarebbe un assurdo.

Edipo, la sconfitta di Edipo che si getta nell’abisso, che è l’uccidere il padre, il vanificare il mondo fisico per entrare –

ma soltanto illusoriamente – nel mondo spirituale, la vittoria su questa sconfitta è lo sciogliere l’enigma della Sfinge: l’essenza della scienza dello spirito moderna è la conoscenza dell’essere umano. Steiner la chiama antroposofia, non soltanto perché è una scienza conquistata, una conoscenza conquistata dall’uomo

– antropos –, ma perché è una conoscenza sull’uomo, sull’essere

umano. Le scienze naturali ci danno la conoscenza di tutto il mondo della natura fuorché una conoscenza dell’uomo. Le scienze na- turali non conoscono nulla dell’uomo, non conoscono neanche il corpo fisico, perché il corpo fisico lo si conosce soltanto co- noscendo le forze eteriche, animiche, spirituali che vi lavorano dentro. Quindi l’uomo non è mai stato un enigma sfingeo così immenso come oggi. E la vittoria dell’uomo Edipo di oggi è lo sciogliere questo enigma dell’uomo, di conoscere l’uomo attraverso un’antropo-

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sofia che riscopra l’Abele dentro l’uomo, che riscopra il mondo delle forze vitali, il mondo delle forze dell’anima, il mondo del- le forze dello spirito come prospettiva di evoluzione, di indivi- dualizzazione di ogni Io, di creazioni artistiche all’infinito. La sconfitta di Edipo è il presupposto stesso per vincere questa sconfitta. E il mito di Edipo termina con questo mistero della Sfinge che poi si getta nell’abisso, e l’abisso in cui la Sfinge si getta è l’abisso della coscienza umana: la Sfinge è l’uomo, e la conoscenza dell’uomo si butta nel subconscio. L’uomo ha per- so coscienza di chi lui è spiritualmente, e per vincere questa sconfitta di Edipo ci vuole una scienza dello spirito che sia una scienza sull’uomo, una scienza dell’uomo e sull’uomo, che ci faccia sciogliere questo grande enigma dell’evoluzione. Que- sto detto greco solare sul Tempio di Apollo: Γνóqι σεαυτÕν – Ghnòti seautòn –, O uomo conosci te stesso, come vittoria sull’enigma dell’Edipo e della Sfinge.

E Giuda, la sconfitta del suicidio? In che cosa consiste la vittoria su questa sconfitta del suicidio, che sembrerebbe definitiva? La ricchezza, l’esuberanza infinita dell’amore divino che regala a

Giuda una nuova vita,

e una nuova nascita. Dante ha scritto la “Vita nuova” 9 . È la vittoria sulla sconfitta di Giuda, l’amore divino che gli regala una vita nuova. Chi siamo noi? Cari amici, ognuno di noi è in un senso reale della parola il Giuda redivivo. Chi altro siamo noi, se non Giuda redivivo? Ognuno di noi, tutti noi, siamo piombati fino in fondo, in questo abisso dell’individualizzazione, della separazione. E grazie a questa dovizia infinita dell’amore divino, dopo questo suicidio che tutti abbiamo dovuto commettere per diventare un

e una nuova nascita,

e una nuova vita,

9 Vita Nova, 1292-1293, Dante Alighieri

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Io separato, autonomo, ci viene concessa di nuovo una vita, e di

nuovo una vita, e di nuovo una vita, per ricostruire l’umano in modo individuale, artistico, con libertà e con amore. Facciamo una pausa, e poi sentiamo cosa voi avrete da dire.

Dibattito

Intervento. La nota che mi è balzata all’orecchio tra questi due miti, il mito di Edipo e la leggenda che lei citava di Giuda, è questa differenza tra il comportamento delle due madri, cioè

di questa Giocasta che si impicca, e invece la madre di Giuda

che conduce Giuda al Cristo. Ho cercato di cogliere un po’ in

che cosa consisteva la differenza tra questi due comportamenti, però mi farebbe piacere se lei mi aiutasse a mettere un pochino più in luce questa differenza di passaggio. Archiati. Proviamoci! L’interpretazione dei miti è come l’interpretazione delle fiabe, è all’infinito. Il senso di un’immagine è di essere inesauribile, perché se l’immagine fosse esauribile allora sarebbe meglio avere un concetto. Si ricorre all’immagine proprio per dire: Sta attento che questo mistero è inesauribile, lo puoi cogliere da questo lato, da quest’altro lato, da diversi lati. Adesso lei ha focalizzato, su questa Giocasta, la madre

di Edipo, e Ciborea – kyborea – la madre di Giuda. Se noi

conoscessimo il greco e il latino ad altri livelli, vedremmo che

nel nome c’è il mistero già espresso: Iocaste e Kyborea. Kyborea

c’è un periodo evolutivo dell’umanità che è uperboreico e questa

madre è upo-boreica: Kyborea. Quindi nel nome c’è già…., però per non fare un discorso etimologico che rischia anche

di essere un pochino aleatorio, restiamo a questa indicazione

fondamentale: la madre di Edipo precorre il destino di Giuda e si uccide. Giuda è poi l’essere umano che si uccide.

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Nel primo caso è la madre dell’essere umano che si uccide.

Invece Ciborea, la madre di Giuda, crea i presupposti perché il figlio ritrovi una nuova vita, mandandolo dal Cristo. Quindi la madre di Edipo uccide la propria vita, e la madre di Giuda dà, rinnova o, diciamo, fa nascere suo figlio Giuda a nuova vita,

mandandolo dal Cristo

fisicamente. Il fatto che

il primo inizio di un cristianesimo, che non è ancora per niente

cristiano, abbia espresso il pensiero che questo suicidio è l’ultima

parola su Giuda (al punto che lo manda all’Inferno eterno), è proprio l’ultimo abisso della coscienza umana, del pensiero

umano, che aspetta di essere redento in modo assoluto. Perché si dispera la madre di Edipo? Perché le forze di re- denzione, le forze di ascesa possono essere compiute soltanto quando la caduta è compiuta. Questo gesto della madre di Edi- po che si uccide dice: No, la caduta deve andare ancora più a fondo!

E il fatto che la madre, l’intuizione del cuore della madre di

Giuda, lo mandi dal Cristo è l’intuizione del cuore umano che dice: Adesso siamo in fondo, adesso viene la salvezza. La re-

andando dal Cristo Giuda si uccide

Che poi resta il grosso enigma, che

,

denzione può cominciare soltanto quando la caduta è andata fino in fondo.

E questa è la spiegazione delle due madri, soltanto uno spunto

, poi che nei miti, soprattutto nella mitologia greca, ogni mito

viene raccontato in diversi contesti, gli Argonauti, ecc… Ulisse,

E se si

ha una chiave di interpretazione dei miti, chiave che dà una scienza dello spirito fondata, si è in grado di sceverare aggiunte che sono state fatte al mito un po’ all’acqua di rosa, e aggiunte che invece colgono nel segno. La mitologia greca è una cosa molto complessa.

e a seconda dei racconti si aggiungono tanti ricami

di pensiero

se ne possono esprimere tanti altri. Aggiungiamo

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Intervento. Mi riesce abbastanza facile comprendere l’incontro

tra l’infermiera e il turista cinese. Nel vivere quotidiano invece,

mi riesce più difficile comprendere l’incontro tra l’aguzzino

e la vittima, e proprio nel mio essere terreno non riesco ad

accogliere, a comprendere questi incontri. Archiati. Una domanda molto importante che va affrontata dalla coscienza sempre di nuovo. Sempre di nuovo così come noi ogni giorno mangiamo, più volte al giorno, così questi grossi

enigmi dell’esistenza vanno affrontati ogni giorno, e man mano che la coscienza li affronta li approfondisce sempre di più. Una persona – lei l’ha chiamata aguzzino – supponiamo che questa persona non possa essere diventata un aguzzino soltanto in quel paio di decenni che ha avuto a disposizione in questa vita – io lo presuppongo senza mettervelo lì come un dogma. Presuppongo che questo essere diventato così cattivo,

così istintivo, istintuale, abbia alle spalle un cammino lungo,

di secoli, di millenni, dove c’è stata in chiave di libertà una

ripetuta e forte omissione dell’umano. La domanda successiva

è: in questa evoluzione del suo essere che lo ha portato a questa

è lui l’unico attore

animalità, a questa omissione dell’umano

o è l’attore principale con il concorrere di tanti altri esseri

umani?

Il pensiero successivo è che nessuno di noi si evolve nell’iso-

lamento. Ognuno di noi è l’attore principale del suo cammino,

ma questo attore principale non esclude il concorrere profondo, che incide profondamente, delle persone che gli sono più vi- cine. Soprattutto le persone che ci sono più vicine. Quindi, il karma di un individuo è proprio questo intreccio di cui parlavo

a proposito di questo incontro, dove ognuno di noi è l’attore

principale, però c’è un influsso – l’ho chiamato un concorrere – che può essere anche molto profondo da parte di altri.

,

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E la legge del karma è che ognuno di noi va in cerca – l’Io

superiore cerca – e ha tutte le forze necessarie per incontrare

– l’Io superiore in questa vita ci porta a incontrare le persone – quelle persone che hanno concorso maggiormente più di altre

a ciò che siamo divenuti. E le persone che hanno concorso

minimamente o per nulla a ciò che io sono divenuto, siccome non ho nulla in comune con loro, non ci sono forze che mi portano

a incontrarle. La vittima viene esposta a questa istintualità:

può venire esposta a questa istintualità per caso? Questa è la domanda. Se noi diciamo: Avviene per caso! Allora diciamo:

non c’è saggezza, c’è aleatorietà, c’è arbitrio cieco nel karma, negli incontri umani. Se invece diciamo: è nella legge, nella libertà e nell’amore dell’Io superiore, di cercare di voler incontrare, e proprio incontrare soprattutto e in primo piano le persone che maggiormente hanno contribuito, non come causa prima, ma come causa seconda, terza, quarta ecc… a ciò che io sono divenuto, allora diciamo che a questa istintualità – animalità, se vuole – dell’aguzzino, possono essere esposti soltanto gli uomini che hanno concorso a crearla, e cercano il pareggio karmico. Se questa istintualità non mi riguardasse, è escluso che io ne venga esposto. Quindi la domanda del karma è: Quali forze sovraconscie hanno portato me, a essere vittima di questo aguzzino? Perché ha acchiappato me e non un altro? Aggiungiamo che quando il passato comune è un passato di scambio profondo di egoismo – e il passato dell’umanità è in termini di egoismo, perché per diventare ognuno chiuso in se stesso ognuno di noi ha dovuto creare un massimo di egoismo –, l’intento di amore e libertà dell’Io superiore è ora di incon- trare la persona al cui egoismo io ho contribuito tantissimo. Ma l’intento dell’Io superiore è sempre quello del perdono e del pa- reggio dell’egoismo in chiave di amore. E se essi si rincontrano

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omettendo di vincere l’egoismo del passato con amore, il più

possibile, è perché omettono in questo momento di rischiarare col pensiero la coscienza, e di vincere l’egoismo con l’amore quanto sarebbe possibile alla libertà. Perché questa è la volon-

tà, e deve essere la volontà dell’Io superiore. La volontà dell’Io

superiore è sempre puro amore e pura libertà, altrimenti non sarebbe l’Io superiore. Quindi nel sovraconscio di queste due persone c’è l’intento, il desiderio di rincontrarsi per sciogliere il più possibile questa

somma comune di egoismo con l’amore, col perdono. Ma il presupposto è che io, che sono la vittima, trovi la forza morale

di

dire: Non ho mai il diritto di puntare il dito contro di te

se

non lo punto contemporaneamente contro me stesso, perché

non c’è nessun male morale nell’umanità a cui io non abbia contribuito, proprio perché sono immerso dentro all’organismo dell’umanità.

Qualcuno dirà: Eh, è una cosa non facile. E io vi rispondo:

Perché deve essere facile? Le cose belle non sono facili, se fossero

facili non sarebbero belle

baggianate quello che stai dicendo, non ci credo. Padronissimo.

Cosa volete dimostrare a uno che mi dice che sono baggianate,

, parlo a quelle forze del cuore di ogni essere umano. E se uno le conosce queste forze del cuore, se ne è in contatto, se non ha perso ogni contatto, a quella forza del cuore che balbettando

cosa gli volete dimostrare

non c’è nulla da dimostrare. Io

E qualcun altro può dire: Ma sono

come sto facendo io, esprime queste cose, il cuore dice: Sì, sì, è vero! Lo dice il cuore però, non la mente saccente, quella dice:

Sono baggianate, perché non le va di affrontare questo compito karmico, di vincere veramente l’egoismo. L’egoismo mio che mi torna incontro nell’altro. Perché, chi l’ha costretto a diventare

Ognuno può dirsi: Chi ha

costretto me a diventare così egoista? L’egoismo degli altri ,

così egoista? Chi ha costretto me

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il mio in primo piano, certo, ma non solo. Non basta il mio

egoismo per diventare egoista, ci vuole anche quello degli altri.

Mi sono dovuto difendere di fronte all’egoismo degli altri.

Allora, chi ha costretto questo aguzzino a diventare così

egoista? In primo piano lui stesso, ma anch’io però! Come avrebbe potuto diventare così egoista in un mondo di puri spiriti amanti? Ama il prossimo tuo, lui è te. Al livello dell’Io superiore, gli esseri non sono divisi gli uni dagli altri, non sono separati. Allora, non è che debba essere così, ma aggiungo un’immagine:

Tu sei l’aguzzino, io sono la vittima. Queste forze dell’amore

hanno la capacità di far sorgere un’immagine: Ma guarda,

non per caso ora mi vieni

seicento anni fa io ti ho ammazzato

, incontro come aguzzino. Come può diventare, in questa vita,

mio aguzzino senza che io in qualche modo non sia stato a mia

volta il suo aguzzino

il karma non bara.

Intervento. Cioè, non c’è la possibilità che due cose avvengano senza collegamenti fra di loro, solo per caso? Archiati. Vedi che sei diventato cauto, e la poni come una domanda

Intervento. Le chiedo di ritornare, per favore, un momento alla frase che ha detto, che mi ha colpito moltissimo: L’io inferiore diventa custode dell’Io superiore. È una visione che non mi aveva ancora sfiorato, e mi chiedo come questo passaggio così grandioso…., insomma, di aiutarmi un poco a vedere questa strada. Archiati. ‘Custode’ è un simbolo, un’immagine. E una delle immagini più belle del custode è da un lato l’Angelo custode che accompagna il bambino piccolo, lo custodisce, lo protegge – l’ala che protegge, lo protegge dai pericoli, lo tiene via dai

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pericoli. E qual è l’altra immagine sul piano fisico, di colui che custodisce, che nella nostra cultura non c’è più perché siamo diventati così avulsi dalla natura? È il pastore che custodisce le pecore. Cosa c’è in questo simbolo del custodire? Accompagnare il cammino di crescita, che le pecore possano pascolare senza venir sbranate dal lupo: il pastore le custodisce. Un’immagine usata anche dai Vangeli naturalmente, no? Adesso lei chiede: In che modo l’io inferiore diventa il pastore che pasce le pecorelle? Il pastore pasce. Pasce significa che gli dà da mangiare, gli dà il modo di mangiare. La risposta è semplicissima: l’evoluzione dell’Io superiore avviene pascendosi del corpo fisico, cioè consumandolo come la cera di una candela, perché la luce della coscienza e il calore dell’amore si sprigionano soltanto consumando il corpo fisico, finché l’ha consumato del tutto. E la morte è quando si è consumato del tutto. Il Cristo, l’Essere del Sole, lo spirito dell’umanità aveva una forza di luce, una forza di un calore di amore tale che in tre anni ha consumato tutto il corpo! Noi ci mettiamo un po’ di più e dobbiamo ripeterlo, ripeterlo, ripeterlo. Tutte le forze fisiche pascono, danno nutrimento al cammino del pensiero e al cammino dell’amore e vengono mangiate, vengono consumate. Sono forse io Caino – io uomo fisico, le forze della natura fisica – sono forse il custode, il pastore, che pasce il mio fratello? Ma

certo! È proprio nella tua natura, fatti mangiare in modo che il tuo Io cresca in conoscenza e in amore. E quando la cera ha fatto sprigionare tutta la luce che c’è e tutto il calore che c’è, tutto il

mondo fisico viene spiritualizzato

un pascolo che non termina mai. Però alla fine è finito: Cieli e

ma le mie parole, i pensieri di luce e il calore

Un pascimento all’infinito,

terra passeranno

, dell’amore, quello rimane in eterno. Risorge dal consumarsi del

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fisico, da questo pascolo, da questo pascere, lo spirito. Il mondo

Quanto

mi hai esaltato

Intervento. Volevo solo dire che tutto questo proprio lo capisco e lo amo, ma ho un piccolo problemino: non vorrei

essere anestetizzata dal male, cioè non rendermi più conto… Se

mi trovo di fronte a uno stupro, a un furto, cosa faccio? Devo

lasciare la libertà a quella persona di fare quell’atto malvagio? Perché il mio istinto è quello di intervenire, cioè lo picchio, lo malmeno, non sono capace di rimanere… e penso che ci sia un

karma fra loro, oppure io devo rispettare la libertà dell’uno e dell’altro. E quindi mi trovo in questa strana situazione e non vorrei affrontare niente, non vorrei vedere niente di male. Archiati. Adesso lei ha dato un altro caso, lei porta l’esempio della terza persona. Io ho capito la domanda di prima nel senso

che lei si poneva nella situazione della vittima. Lei invece dice:

Io non sono né l’aguzzino né la vittima, ma guardo. È il mio compito di intervenire? Quello che un terzo ha da fare, non tocca a me dirglielo. Replica. (Intervento acusticamente incomprensibile) Archiati. Se lei è il terzo in questione, deve sapere lei cosa vuole fare, come glielo posso dire io? Io al massimo, so cosa faccio io, come terzo. Per quanto riguarda la vittima, io non

sto dicendo alla vittima: Devi comportarti così

Sto soltanto

dicendo: Se ti comporti così, vai avanti tu e l’altro; se ti comporti così, vai indietro tu e l’altro. Ma come la vittima si comporta, sono affari suoi, è la sua libertà. Però si comporterà anche a secondo del livello di coscienza che ha acquisito. Adesso lei ci pone la domanda: Ma noi siamo il terzo che sta

lo lasciamo fare? La

, prima domanda che io faccio: Se gli dai botte, diventa migliore la situazione? Io ho fatto una proposta che però lei adesso non

dell’illusione dice: Perché mi hai abbandonato? No

!

!

Può servire come piccolo avvio di pensiero?

fuori, guarda quei due lì

, e l’aguzzino

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ha messo nel conto: che la legge ci deve essere, un vivere sociale

non è possibile senza accordi su azioni che proibiamo. Nella gestione del loro rapporto entrambe le persone sono libere. Una legge pulita non ha nessuna possibilità di intervenire dal

di fuori, altrimenti è subito una dittatura, dovrebbe sindacare

andrebbe all’infinito! Ciò che

sulla vita privata delle persone

, avviene tra due adulti sono affari loro.

Intervento. Però se tu ti esponi a me, effettivamente coinvolgi anche il mio karma; se è un fatto che avviene come diceva lei,

io sono testimone di un fatto violento…

Archiati. Sì, ma perciò io ho preso un caso molto più specifico,

di qualcosa che avviene in una stanza dove ci sono soltanto due

persone…

Replica. Acusticamente non comprensibile. Archiati. No, no resta a questo caso, il caso che lei portava è troppo diffuso, si può dire tutto quello che si vuole perché non è circoscritto. Quindi, la legge o trova il modo di circoscrivere azioni e allora ha la possibilità di proibirle, ma se non sono

circoscrivibili non può proibirle. È proprio questo il senso: che

la legge è diventata soverchia perché sindaca sempre di più su

ciò che è privato, in fondo.

Replica. Io pensavo di averlo proprio circoscritto, cioè io sono testimone di un atto ingiusto di qualsiasi tipo. Archiati. No, no, no, devi dirmi di quale atto Replica. Posso vedere un ragazzo che tira giù dalla moto un altro e lo riempie di botte, non so per qual motivo. E io cerco

di separarli.

Archiati. Si, ma guarda che non c’è nulla che “devi” fare. La legge non ti può obbligare, comandare, a fare qualcosa. Replica. No, no, la legge non mi obbliga. Archiati. Benissimo. Quello che fai sono affari tuoi. Perciò ti

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ho detto: io non ti posso dire quello che tu senti il dovere o non

il dovere di fare, è la tua intuizione morale.

Replica. Ecco, appunto per questo dicevo, non vorrei arrivare al punto di sentire anestetizzato il mio, non so come chiamarlo,

senso del dovere, per cui dico: Beh, sono fatti loro. Archiati. Se tu non vuoi arrivare al punto di anestetizzare la tua coscienza morale, fai in modo di non anestetizzarla. Chi te lo proibisce? Replica. Eh, diventerò anche anarchica allora. Archiati. Sono tutti concetti stratosferici. Che significa anarchica? Significa tutto e nulla. Cioè, ciò che tu compi nei confronti di una palese ingiustizia deve sorgere da te, nessuna

legge te lo può dire, perché non è generalizzabile. Supponiamo che tu abbia tre bambini che ti aspettano urgentemente, e adesso rischi di pigliare tu stessa botte che vai all’ospedale. Hai il dovere di andare dai bambini, e di lasciare

? Vedi che hai individualizzato la

situazione. Quindi non si può generalizzare. Se tu sei il terzo, sei tu il terzo. Non chiedere a me cosa devi fare tu. Supponiamo che tu, come terzo, hai paura di prenderti botte anche tu. Adesso arriva un altro, arriva un Pietro Archiati e ti dice: Non devi aver paura! A che ti serve? Adesso ti impaurisco anch’io così hai un’altra paura in più. La legge della morale del futuro è: vivere e lasciar vivere! Nella prima edizione della “Filosofia della libertà” di Steiner era così: Leben und leben lassen. La seconda edizione, siccome tanti avevano frainteso questa dicitura, dice: Vivere nell’amore a ciò che si fa, e lasciar vivere nella comprensione di un vo- lere che mi è estraneo, perché è quello di un altro Io. In altre parole quello che il tuo Io, come terzo, nel suo Io superiore vuole in questa situazione è tutt’altra cosa di quello che il mio Io vuole, altrimenti sarebbero lo stesso Io. Quindi quello che

i due in pace. E allora

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il tuo Io vuole in questo momento, come terzo, lo devi sapere tu. Se i tuoi bambini piccoli possono aspettare mezz’ora, prova in mezz’ora, però sapendo che se rischi di andare all’ospedale aspettano due giorni anziché mezz’ora… ma tutto questo sop- pesare è del tutto individuale, non lo può fare uno per l’altro. In altre parole, ci rendiamo conto che ogni tipo di morale che dice all’uomo ciò che deve fare è una morale per bambini. Il bambino non può sapere cosa il suo Io superiore vuole. Troppo piccolo, lo si aiuta e gli si danno delle regole. Una morale che dice all’uomo d’oggi ciò che deve fare è antiquata, è anacro-

nistica. La legge comune si deve limitare a individuare quelle azioni che nessuno ha il diritto di fare perché ledono la libertà. Ma il da farsi è diverso in ognuno. C’è posto per tutti al mondo, se ognuno si inventa un modo di essere, un modo di operare del tutto diverso. Sì, c’è posto per tutti. Gli esseri umani, se sono genuini, non sono conflittuali perché sono stati concepiti come gli organi di un organismo. Sarebbe come dire: ma se la milza si esprime in tutto e per tutto come milza, del tutto diversa dall’essere polmone, ecc. ecc…, manda

Ma

sei bacato!

a ramengo tutto il resto e succede il caos

L’ho fatta apposta così! Quindi più gli esseri umani

si individualizzano, più ognuno costruisce un mondo tutto suo,

e più c’è armonia. La disarmonia nasce dal fatto che siamo tutti insoddisfatti perché nessuno realizza, veramente, il suo spicco del tutto individuale. Un tipo come Dante, cui interessano soltanto i

mondi che lui stesso costruisce in tutta questa Divina Commedia

ecc. ecc

ma che gl’importa quello che l’altro essere umano

nella cameretta vicina sta facendo. Faccia quello che vuole!

Basta che non vada nella stanza accanto con la pistola e allora

la Divina Commedia non può andare avanti

ma finché lo

lascia in pace

, Sarebbe come dire, la viola dice: no, no, tu

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sei rosa, sei giglio, mi disturbi perché sei tutto diverso! Non è disturbata la viola dal fatto che il giglio sia del tutto diverso Cioè, questo voler uniformare gli esseri umani è anacronistico. È anacronistico. La legge dell’umano è una esuberanza

all’infinito, una variabilità all’infinito, e proprio queste forze dell’artistico della creatività vengono mortificate: devi, devi, devi sottometterti! Devi sbuffare per chi vuol far soldi? Lui, però! Devi essere bravo per andare poi in Paradiso dopo la

trasformare la vita sulla Terra

in un inferno per andare poi in un paradiso che non c’è, non c’è mai stato. E finalmente tante persone si sono accorte che è una bella buggeratura. E sarebbe ora! Ma a chi serve questo Paradiso e questo Inferno? A chi vuol tenere sotto l’uomo. Buon appetito a tutti!

morte? Sì, una bella pensata

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3. La sofferenza e la morte Il male che fa bene

Cari amici, questo pomeriggio parlando del bene e del male, cos’è il bene e cos’è il male, vogliamo affrontare un tema in cui è chiaro che uno dei quesiti più importanti riguarda la sofferenza, le malattia per esempio, quei tratti di vita dove le cose non vanno troppo lisce. E poi, parlando di sofferenza, c’è quel mistero ultimo dell’esistenza che noi chiamiamo la morte dove tutto termina o sembra terminare. E l’angolatura che ci siamo proposti in questi giorni è di vedere sia la sofferenza –

interiore, psichica, e anche fisica del corpo – sia la morte – ma non soltanto la morte alla fine della vita, ma anche il morire quotidiano –, in chiave di bene e male. Credo che, coscientemente o meno coscientemente, voi vi aspettiate da me che io vi dimostri apoditticamente che la sofferenza è uno dei beni più grandi della vita. Detta così la cosa suona un po’ paradossale, perché la reazione spontanea

di fronte alla sofferenza dell’uomo comune di oggi, è che la

sofferenza è un male e che sarebbe meglio se non ci fosse. E io cercherò di spiegarvi perché ritengo che questo è un grave errore di pensiero, un enorme errore di pensiero; che la sofferenza non

soltanto non è un male, ma è uno dei fattori più propulsivi, più positivi, più fecondi nel cammino dell’uomo.

E cercherò di interpretare il fenomeno sofferenza prima di tutto

in senso vasto e quindi includo nella sofferenza, decisamente e

centralmente, fenomeni come la paura esistenziale, fenomeni come la depressione che si diffonde sempre di più, ma anche l’aggressività, perché l’aggressività è un modo di esprimere la propria insofferenza o la propria sofferenza. In questo tentativo di interpretare in senso vasto il fenomeno sofferenza nel contesto di quello che dicevo ieri sera e questa

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mattina, propongo una categoria che se volete è una categoria di pensiero e una categoria psicologica allo tempo stesso:

propongo di sostituire per una mezz’oretta – finché io parlo –,

al posto della categoria sofferenza un’altra parola che io chiamo

l’insofferenza oppure, diciamo, l’insoddisfazione. L’insoddisfazione, una bella parola italiana che tra l’altro sarebbe molto difficile da tradurre in tedesco. Non si riesce a renderla in tedesco così piena di significato come in italiano. Allora,vifacciolapropostadiinterpretareilfenomenosofferenza secondo questa chiave di lettura: l’essere umano non è mai stato così insoddisfatto su tutta la linea come oggi. E il discorso sulla cosiddetta sofferenza diventa più concreto, più moderno, più comprensibile, più fecondo per la mente e il cuore dell’uomo di oggi se l’affrontiamo dal lato dell’insoddisfazione. Il mio convincimento fondamentale, che pongo alla base delle mie riflessioni, è questo: abbiamo a che fare con una umanità

piena di individui insoddisfatti, e sarebbe meglio lasciar da parte

la categoria della sofferenza, perché cento anni fa, addirittura

mille anni fa, gli esseri umani hanno sofferto per tutt’altre cose che non oggi. L’uomo d’oggi soffre, in prima linea, in modo

centrale, a causa della sua insoddisfazione e deve chiedersi:

Perché sono insoddisfatto, cos’è che mi rende insoddisfatto?

E ci sono modi, prima di tutto nel pensiero – il pensiero deve

sempre precorrere ciò che poi la vita riesce a conquistarsi –, di

capire un pochino meglio, di chiarire le cose sull’insofferenza, sull’insoddisfazione endemica dell’uomo d’oggi.

Perché la maggior parte degli uomini d’oggi è insoddisfatta? Qui arriva subito la risposta telegrafica. Naturalmente si potrebbe rincarare la dose, rendere paradossale questa insoddisfazione dicendo che non c’è mai stata un’epoca in cui l’essere umano

è in grado di soddisfare tante voglie, tanti bisogni, quanto

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oggi. Non c’è mai stata tanta soddisfazione, o meglio, tanto soddisfacimento, come oggi. Non ci sono mai stati tanti soldi come oggi, la tecnica che mette a disposizione tantissime cose che si possono comprare, ecc. ecc… quindi, il rincorrere, il

soddisfare i propri bisogni, le proprie voglie, bisogni veri e non veri, mai l’essere umano ha avuto la possibilità di soddisfare tantissime voglie, tante quante oggi, e mai è stato così insoddisfatto come oggi. Questa osservazione sociale, psicologica, rende ancora

, moderno che si può permettere a tutt’altri livelli di soddisfare tantissime cose che i nostri antenati non potevano soddisfare,

è l’essere umano più insoddisfatto che ci sia mai stato

perché le voglie che genera crescono in proporzione aritmetica,

e le voglie che soddisfa crescono soltanto in progressione

geometrica? Nel contesto di quello che dicevo ieri sera e questa mattina

segue una interpretazione di questo fenomeno così tipico dell’uomo d’oggi. E naturalmente, tenete presente che io sto dicendo di riflesso che questa insoddisfazione di vita, di fondo, così endemica, è l’origine di ogni tipo di paura, perché la paura esistenziale è in fondo: Ma chissà se mi mancherà qualcosa di cui ho bisogno? Essendo insoddisfatto, ho paura perché dico:

è forse

più paradossale il fatto che: Ma come

proprio questo uomo

Ma allora la vita non mi può mai soddisfare? La paura è una conseguenza dell’insoddisfazione. Dicevo che anche la depressione è una conseguenza dell’insoddisfazione. Allora la paura, la depressione e anche l’aggressività… Un esse-

re umano diventa aggressivo quando è insoddisfatto. Un essere

umano soddisfatto, cioè che vive contento di ciò che ha, non ha bisogno di diventare aggressivo. Quindi sia l’aggressività – pro- pongo chiavi di lettura –, sia la depressività, sia la paurosità, la paura, sono conseguenze di questo modo esistenziale di porsi,

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di vivere il quotidiano, che rende l’essere umano insoddisfat-

to. Torniamo allora a chiederci: quali sono le origini profonde dell’insoddisfazione? Cos’è che soddisfa l’essere umano e cos’è

che non può soddisfare l’essere umano?

Qui propongo due campi fondamentali: c’è una serie infinita di

realtà che non può soddisfare l’essere umano, ed è tutto ciò che

dà la natura. Tutto ciò che la natura mi dà non può soddisfarmi

Ma perché? La natura è piena di doni! Prendete il fenomeno di un essere umano a vent’anni: la natura gli dà un corpo giovanile pieno di forze, salute, poi un

linguaggio, capacità, uno studio, università, ecc…, ma è infinito ciò che la natura gli dà! Prendiamo il caso di un giovane che sia bello sano e non malato. Eppure, tutto ciò che la natura ci

per natura, non può soddisfarci. Perché? Perché non è libero.

E

l’essere umano è per natura fatto in un modo tale che tutto

ciò che la natura gli dà non gli basta. Vuole di più che non ciò che dà la natura. Vuole ciò che lui aggiunge liberamente, per creazione libera, a ciò che la natura dà. Una fonte enorme di depressività, di depressione, è la scienza

naturale, la neurobiologia. I nostri neurobiologi che vogliono dimostrarci che tu, caro essere umano, con tutti i tuoi pensieri, tutti i tuoi fenomeni di coscienza, tutti i tuoi sentimenti, i tuoi valori, i tuoi ideali sei un risultato del dato di natura, della mistura di geni che ti sei pigliato quando i tuoi due genitori hanno combinato i loro geni e li hanno assortiti. Questo pensiero:

Io sono il risultato del dato biologico! crea un’insoddisfazione assoluta, getta l’essere umano nella depressione, perché è nella sua natura di fare del dato di natura il sostrato, il fondamento,

il presupposto, la conditio sine qua non, lo strumento per le

creazioni della sua libertà. E la scienza naturale, la biologia, dice: No, tu non puoi cre-

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are nulla di libero, la libertà è un’illusione. Questo pensiero pseudo scientifico è un dogma terroristico che vuole soggiogare l’uomo, tenerlo a bada – e che non salti fuori nulla di libertà

perché quello creerebbe problemi, … la natura è fatta di deter- minismi non di libertà. Il determinismo è la legge fondamentale della natura, cioè l’opposto della libertà. E l’affermazione che ci vorrebbe frutto dei nostri geni è pseudo scientifica perché è un errore, non è una verità. È un’affermazione falsa, però questa sicumera del-

la scienza naturale che per grazia di Stato siede sulle cattedre

universitarie e si spaccia per scienza sapiente quando invece è piena di ignoranza, impaurisce gli uomini. Gli uomini si lasciano abbindolare da questo tipo di dogma: la

libertà è un’illusione e tu sei soltanto risultato dei meccanismi

E il risultato assoluto è di

deterministici delle leggi di natura

una totale insoddisfazione, ma proprio su tutta la linea. Il tipo più melanconico o più flemmatico reagisce con la depressione,

il tipo più collerico, più sanguinico reagisce con l’aggressività,

ma l’uno e l’altro

l’uno diventa depressivo, l’altro diventa ag-

gressivo proprio per il fatto che si sente del tutto insoddisfatto, non può soddisfare il suo essere se è soltanto in balìa delle forze

di natura.

,

Questa sofferenza tipica, moderna, dell’uomo d’oggi, che è

fatta di insoddisfazione, è uno dei beni morali più grandi che

ci siano. Perché se l’essere umano arrivasse al punto da essere

soddisfatto, da essere contento per il fatto di essere soltanto il risultato delle forze di natura, sarebbe del tutto perduto. Ben venga l’insoddisfazione! Finché resta insoddisfatto, questo rosichìo, questo pungolo sarà proprio la leva per spingerlo a cercare e a costruire qualcosa che va oltre a ciò che la natura dà. E allora è salvo come essere umano. In questo senso la

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sofferenza può essere veramente un male che fa bene. Questo tipo di sofferenza, in modo particolare tutta moderna, che è l’insoddisfazione endemica, si evince proprio da questa pseudo scienza naturale che non soltanto osserva e descrive i fenomeni, ma addirittura senza un minimo di forza di pensiero, interpreta i fenomeni. Dire che nell’essere umano c’è soltanto ciò che la natura crea non è un osservare i fenomeni, è un’inter- pretazione, è un’affermazione che va ben oltre i fenomeni che si osservano. Detto in altre parole, abbiamo il cervello con le sue strutture. Il parallelismo psicofisico dice: parallelamente a certi movimenti, a certi fattori delle sinapsi e del cervello, ci sono nella coscienza altri fenomeni. L’osservazione scientifica può dire soltanto:

I due fenomeni sono paralleli, mentre nel tuo cervello fisico avvengono queste cose, tu mi descrivi che nel sogno tu hai visto queste immagini, tu mi descrivi che tu hai avuto questi pensieri. Quindi, lo scienziato può soltanto evidenziare che c’è un concorrere parallelo tra fenomeni di coscienza e fenomeni nel biologico. Ma lo scienziato va oltre. Siccome lo scienziato è un essere umano, non si ferma all’af- fermazione: nel cervello avviene questo, e contemporaneamen- te, parallelamente, nella coscienza avvengono questi pensieri. Siccome è un essere umano pensante, è portato a porre la do- manda della causa e dell’effetto. E senza nemmeno accorgersi, ti sbatte lì il dogma che ciò che avviene nel cervello, nel biolo- gico, è la causa, e ciò che avviene nella coscienza è l’effetto. Ma questo non è un dato di osservazione. È un dato di interpreta- zione pensante, e il pensiero può anche errare. Perché un buon ragazzo che là discuteva con Socrate nei dialoghi di Platone avrebbe detto subito: Un momento, e se fosse l’opposto, che ciò che avviene nella coscienza è la causa, e ciò che avviene nel cervello è l’effetto?

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A questo pensiero: che potrebbe essere l’opposto, che ciò che

avviene nella coscienza è la causa e ciò che avviene nel cervello biologicamente è l’effetto, lo scienziato ordinario non ci arriva

neanche, perché la scienza ha già posto alla base il dogma che ciò che è fisiologico, in quanto sensibilmente percepibile, è una realtà e quindi capace di causare (in quanto è una realtà mate- riale, visibile); e tutto ciò che è invisibile non è una realtà quindi non può causare nulla.

E questo è un dogma, o un assioma se volete. Ma bisogna

rendersene conto e concedere quali sono gli assiomi da cui si

parte, perché l’altro ha anch’egli il diritto di partire da un altro assioma fondamentale. E in tutte le culture l’assioma fondamentale dell’umanità fino agli ultimi secoli, è che ciò che è spirituale, ciò che è invisibile è una realtà assoluta che crea, che causa, capace di fare qualcosa, e tutto ciò che è visibile è effetto. La povertà, il peccato originale, la caduta della coscienza umana sta proprio nell’aver ribaltato questa auto esperienza dello spirito e di aver posto come dogma, come primo assioma che non si pone neanche più in discussione, che tutto ciò che è materiale è realtà, quindi è causante, può causare qualcosa; e tutto ciò che è invisibile è un epifenomeno, un effetto di ciò che è materiale.

In gran parte questa affermazione è vera, ma è vera solo per

l’uomo d’oggi. La caduta della coscienza umana sta nel fatto che i fenomeni di coscienza, ciò che avviene nel pensare puro, nell’umanità moderna è diventato così esile, così esangue, così fatuo, che in effetti per la maggior parte degli uomini, oggi, nella coscienza compaiono quasi solo effetti di ciò che avviene nel biologico. Però questa affermazione è vera soltanto per la maggior parte degli uomini d’oggi. Non era vera per un Aristotele, non era vera per un Tommaso D’Aquino! Per loro era vero l’opposto. La loro coscienza, il loro pensare, era una realtà

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così forte, così densa di realtà, che decideva lei cosa avveniva

nel cervello.

Ciò che lo scienziato d’oggi in un certo senso giustamente

evidenzia, ciò che constata nell’uomo d’oggi, lo generalizza e

fa

come se non ci fosse altro modo possibile di interazione tra

la

coscienza e il cervello. E afferma che sia sempre stato così:

che il biologico determina e decide molto di più ciò che avviene nella coscienza, che non l’opposto. Però a questo neurobiologo,

a questo scienziato, bisognerebbe chiedere: Come fai tu a

sapere come stavano le cose in un Tommaso D’Aquino o in un Aristotele? Non hai nessun diritto – sperimentalmente, da un

punto di vista di scienza oggettiva –, di generalizzare ciò che

tu osservi, forse giustamente, nella maggior parte degli uomini

d’oggi, e affermare che deve essere stato così anche ai tempi di Aristotele e di Tommaso D’Aquino.

L’insoddisfazione che vivo nel vedermi prigione, nel vedermi

costretto nei determinismi della natura, questa insoddisfazione che genera paura, mi rende depresso e mi rende in balìa di un esubero di forze del fisico. Tra l’altro le forze del fisico vengono esasperate in base a ciò che mangiamo, in base all’aria non più pura che respiriamo, il fisiologico risulta sempre più pesante e dunque sempre più determinante i processi di pensiero. Questa sofferenza tipica dell’uomo d’oggi ben venga perché è l’ultimo richiamo, è l’ultima possibilità che ho – se veramente

mi sento insoddisfatto – di potermi dire: allora l’essere umano

non è stato creato come l’animale, come la pianta, come la pietra, per essere un puro fenomeno di natura. L’essere umano vive soddisfatto e contento, si realizza sol-

tanto nella misura in cui ciò che è di natura egli lo usa come uno strumento musicale, ma ciò che gli dà soddisfazione è la musica che fa sprigionare dallo strumento. Allora il cervello è

lo

strumento necessario per il pensare, ma ciò che dà soddisfa-

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zione sono i pensieri che grazie a questo strumento vengono suonati in tutta libertà, composti, articolati, formulati in una sequela tutta libera, tutta artistica, tutta diversa da persona a persona. E il dato di natura diventa strumento, diventa la base per creazioni sempre più individuali, sempre più libere nelle quali l’essere umano esprime, vive, non il determinismo ma la libertà assoluta. Questa è una prima chiave di lettura dell’insofferenza e quindi dell’insoddisfazione, dell’insoddisfacimento dell’uomo d’oggi. La sofferenza tipica, la più moderna che ci sia è questa insoddisfazione, per cui l’uomo non si contenta, non si soddisfa, non gli basta ciò che la natura dà. Per fortuna!

Se volete, aggiungerei un altro pensiero. Però questo lo aggiungo perché nella mia vita sono stato anche un pochino più a occidente dell’Europa, al di là della pozzanghera che si chiama oceano Atlantico. Nel continente americano, lì, mi è parso di vedere i primi tipi umani che si rassegnano talmente talmente rassegnati, che sono capitolati talmente di fronte a questo dogma terroristico della natura, della scienza naturale, che cominciano a essere soddisfatti, a sentirsi come puro meccanismo di natura. Esseri umani che hanno la parvenza, che vorrebbero dare a vedere di essere contenti con la pura istintualità. Io sono inor- ridito di fronte a questo fenomeno perché mi sono sentito del tutto inerme. Mi sono detto che a quel punto lì non c’è più nulla da fare. Finché c’è la leva dell’insoddisfazione è possibile fare qualcosa, perché l’essere umano che è insoddisfatto e cerca la soddisfazione, cerca ciò che lo soddisfa. Nel momento in cui si contenta di ciò che dà la natura, è perso. In un giornale inglese di primo piano, due o tre settimane fa, c’era un articolo di fondo che poneva la domanda: Qual è il

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futuro di Bush adesso che finalmente finisce di essere presidente degli Stati Uniti? Che prospettiva c’è per un uomo di questo tipo qui che rappresenta molti, naturalmente, in America – i milioni che l’hanno eletto. Forse molti si sono pentiti di averlo eletto dopo che hanno visto quello che ha combinato con la guerra dell’Iraq. E il titolo diceva: “La noia con un sacco di soldi!”. Quando l’essere umano comincia ad accontentarsi di ciò che la natura gli dà, quando non sente più questa insoddisfazione così salutare, così genuina, così buona, diventa indifferente. Così come la morte è la morte del corpo, l’indifferenza è la morte dell’anima. Io conosco tantissime persone che hanno pensieri di suicidio

– vanno ben oltre la metà, il 50% dell’umanità d’oggi – e queste persone dovrebbero ritenersi fortunate di non essere ancora arrivate al punto dell’indifferenza, dell’accontentarsi, del non aspirare a più di ciò che la natura mi dà; perché nel momento in cui la persona si accontenta di ciò che la natura le dà, è morto come essere umano. A quel punto il potere ne può fare un robot

e lo può usare come strumento per le disumanità più micidiali

che ci siano, perché è diventato indifferente di fronte al fattore

umano. E il fattore umano è nella libertà che si costruisce sul dato di natura. Specifico dell’umano è la libertà. La natura è lo strumento musicale, la natura fa da base. La natura, il dato di natura, l’essere umano ce l’ha in comune

con l’animale, con la pianta, con la pietra; specifico dell’umano

è ciò che l’animale, la pianta e la pietra non hanno, ciò che ha

soltanto l’uomo. Ma il fattore di libertà non me lo può dare la natura, altrimenti non sarebbe libero. Viene lasciato all’uomo,

e ho sempre detto: Il fattore di libertà deve essere omissibile,

altrimenti non sarebbe libero. Ed essendo omissibile si capisce perché tanti lo omettano, perché ognuno ha tanta libertà, ognuno esperisce tanta libertà quanta ne costruisce, liberamente, giorno

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per giorno, né più né meno. La natura non ci offre neanche un centesimo di libertà: la natura è natura, è l’opposto della libertà. Ciò che la natura fa non soddisfa l’essere umano, perché questi oltre al naturale, oltre a ciò che dà la natura, cerca ciò che costruisce egli stesso liberamente.

Detto questo primo livello dell’insoddisfazione, ne arriva un

altro. La seconda grande realtà che crea insoddisfazione è ciò che è generale, ciò che è comune: la legge valida per tutti, la legge comune. Cosa manca alla legge che vincola tutti noi in modo uguale, per cui l’osservanza della legge non ci soddisfa? Perché non soddisfa l’osservanza della legge? Soddisfaceva forse fino a duecento, trecento anni fa ai tempi

di Immanuel Kant 10 . Ci siamo detti ieri sera e questa mattina

che oggi un essere umano che osservasse tutti i comandamenti, tutte le leggi che esistessero a ragion veduta, non può sentirsi

soddisfatto. E perché? Perché così come nel dato di natura

manca ciò che è libero, così nell’osservanza della legge manca ciò che è individuale. E l’essere umano vuole, cerca ciò che

è individuale, unico, e la libertà crea qualcosa che è del tutto individuale. La seconda grande sorgente di insoddisfazione è l’osservanza della legge comune. L’attenersi, l’osservare ciò che le leggi comuni per tutti non possono mai, ma proprio mai, soddisfare un essere umano moderno che senta l’aspirazione a ciò che è

individuale, a una creazione che è tutta sua. Quindi, in merito

al dato di natura: manca la libertà; in merito al dato di cultura:

manca ciò che è individuale. L’uomo moderno vive tutto ciò che

è comune, le leggi comuni, di nuovo come un presupposto, una

10 Immanuel Kant, 1724-1804

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base – non è ciò che lo soddisfa –, ma è la base che ci mette tutti in condizione di creare qualcosa che è del tutto individuale,

e soltanto la creazione di ciò che è del tutto individuale può soddisfare l’individuo.

La natura si fa da fondamento per ciò che è libero, e la legge

si fa da fondamento per ciò che è individuale. E creare ciò che

è individuale è cosa dell’individuo. Nessuna legge comune,

uguale per tutti, può dire all’individuo ciò che lui è capace di creare, ciò che lui è in modo unico, irripetibile, nell’organismo dell’umanità.

Riassumo dicendo: questa sofferenza dell’insoddisfazione è un male che fa molto bene perché ci indica, è il pungolo che spinge l’essere umano a creare sempre più ciò che è libero, e a creare sempre più ciò che è del tutto individuale. Nella misura in cui l’essere umano crea qualcosa che è generato dalla sua

libertà, e crea qualcosa che è del tutto individuale, vince la paura. Non ha più paura perché si dice: Ho tutto in me, tutto il necessario per creare qualcosa di libero. Non mi manca nulla

e non mi mancherà per tutta la vita. E non mi manca nulla per creare qualcosa che è tutto mio, tutto individuale. Quindi la paura esistenziale è un inganno. Quando noi

pensiamo che l’uomo d’oggi ha paura, perché ha paura che gli

, vero! Non è vero! La paura si riferisce molto più profondamente, psicologicamente considerata, a questo tipo di insoddisfazione che vorrebbe fargli vedere: Guarda che tu hai paura di vivere nel vuoto, ma nel vuoto di ciò che potresti creare, come prodotto della tua libertà, e ciò che potresti creare come prodotto della tua individualità… ma non ti manca nulla per creare ciò che è libero, e per creare ciò che è individuale. Nella misura in cui lo fai – e lo può ognuno, basta esercitarlo ogni giorno – vinci la paura. In altre parole, nessun essere

mancheranno i soldi, ha paura che gli verrà una malattia

non è

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umano ha motivo di aver paura, se fa – e ognuno lo può – giorno

per giorno, di creare quanto può. E non è necessario che sia di più di quanto può. Ma ognuno può a modo suo creare ciò che è libero e quindi pieno di amore, e ciò che è del tutto individuale.

E in quanto ognuno lo può, perché ognuno è un essere umano,

ognuno è capace di vincere la paura, perché la paura nasce soltanto quando non sento in me ciò che è libero, ho paura di restare senza ciò che è libero, senza ciò che è individuale.

L’essere umano ha paura di venire ingolfato e subissato dai meccanismi di natura, e ha paura di essere inglobato e fago-

citato dai collettivismi del potere della società. Ma di fronte a entrambe queste paure, ha tutti gli strumenti per vincere questa duplice paura creando qualcosa che è libero e che fa lui perché

lo vuole lui, e qualcosa che è del tutto individuale.

Un paio di volte Rudolf Steiner ha posto la domanda: C’è un tipo di azione che è del tutto libera? dove non ci sia nulla al mondo che mi dia una spintarella per farla? E dice, per esempio,

la meditazione.

Perché la stragrande maggioranza delle persone non medita? Perché non c’è nulla al mondo che li spinga a meditare. Questo significa che la decisione di fare cinque minuti di meditazione all’inizio della giornata e cinque alla fine, è del tutto libera! E chi può prendere questa decisione libera? Tutti. Basta volerlo. Quindi la libertà, ciò che è libero, è accessibile a tutti, però non devo aspettarmi la spintarella perché allora non sarebbe li- bero. E di cose libere che vengono lasciate alla libertà di ognu- no ce n’è all’infinito. Soltanto l’opera omnia di Rudolf Steiner – sono 350 volumi:

è lasciato alla libertà di ognuno di studiarseli, non è proibito

a nessuno. Non è proibito a nessuno. Ma nessuno riceve una spinta: devi, devi, devi, altrimenti non ti do da mangiare! No, è

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una cosa del tutto libera.

Io vi porto questo esempio a ragion veduta, perché so che cosa porta nella vita lo studiare queste conferenze di Steiner. Ma è del tutto libero. Quindi non mi dite: Non c’è niente che io possa fare liberamente, tutto il campo è preso! Te lo lasci prendere

tutto il campo

e vedrai quanto tempo salta fuori per fare ciò che vuoi. Una

persona che vuole guadagnare fior di… un tempo si diceva fior di milioni al mese, adesso bisogna dire fior di migliaia di euro al mese, e per guadagnarsi tanti soldi deve sbuffare dalla mat-

tina alla sera, certo che ha ragione dicendo: Eh, non mi resta tempo per fare qualcosa che io vorrei fare! Ma chi te lo fa fare

a voler tanti soldi? Che ne fai di tutti questi soldi? Ah, ma ne ho

bisogno

Se non si sceglie mai non si esercisce la libertà. La libertà si

esercisce, si vive proprio, anche scegliendo. Se uno non vuole mai scegliere e vuole avere tutto quanto, non sarà mai libero, perché chi vuole avere tutto finisce per non avere nulla. Tutto

non si può avere, perché volendo avere tutto non si sceglie mai,

e non si esercita mai la libertà. La libertà si esercita scegliendo: questo non lo voglio per far posto a quest’altro che voglio liberamente. Ma se io non dico

mai di qualcosa: questo non lo voglio! non faccio posto, perché

il campo di ciò che ci viene indotto come necessario, è tutto

preso.

Spesso ho portato l’esempio – perché me lo sono goduto così, che sono andato in un supermercato un paio di volte – non una volta sola – per godermi tutto ciò di cui non ho bisogno. E più grande era il supermercato e più me la sono goduta. Però,

mi hanno fermato

una volta stavo uscendo fuori tutto bello

, dicendomi che non potevo andarmene senza aver comprato qualcosa! Sapete cosa ho fatto? Ho comprato la busta vuota!

cioè, nella vita bisogna anche scegliere.

manda a ramengo questo, questo e quest’altro

,

Ma allora

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Costava un paio di centesimi, e poi sono uscito tutto bello

pimpante con la mia busta vuota in alto che mostravo a tutti quanti. Ma senza busta vuota non mi lasciavano uscire, senza aver speso almeno un minimo di soldi. Naturalmente non è che

vi stia dicendo di andare al supermercato con l’intento di non

comprar nulla. Non è questo che sto dicendo, però la libertà si esercita proprio scegliendo nella vita. Se non si sceglie mai, non si può fare l’esperienza della libertà.

La seconda sfera: com’è che noi creiamo una cultura del sociale a misura d’uomo che sia talmente amante dell’essere umano da

volere l’essere umano, e non soltanto la soggezione, l’assogget- tamento dell’essere umano. Mi pare di avervi dato una chiave

di