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“La persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi non lo fa aperte le

virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non
sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle
attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si
ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate
sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è
lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al
paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme
del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei
due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in
strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato
intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme, per capire davvero un terrore molto peggiore di quello
della caduta”
(David Foster Wallace, da Brevi interviste con uomini schifosi, 2006)

David Foster Wallace si è ucciso nella sua casa di Clairemont (California) circa sette mesi fa, la sera
del 12 settembre 2008, due anni dopo aver scritto le parole che leggete sopra. Era noto soffrisse, da
oltre venti anni, di una grave forma depressiva, che nel corso degli ultimi mesi aveva continuato a
combattere, in una battaglia finale dall'esito scontato, con l’interruzione di tutti i farmaci di cui per anni
era stato imbottito, che non sopportava più, a causa di fortissimi effetti collaterali. Dopo un iniziale
miglioramento, improvvisamente era peggiorato, e il successivo ritorno ai farmaci aveva peggiorato la
situazione, con l’ingenerarsi di un effetto paradosso che aveva aggravato anziché migliorare la
situazione, ciò che lo ha portato nel giro di pochi mesi alla fine. Non ha lasciato alcun messaggio, né
alla moglie, né ai genitori o alla sorella.
All'indomani del suicidio, i giornali di tutto il mondo hanno riportato la notizia con enfasi straordinaria,
persino sproporzionata alla fama di cui il personaggio aveva goduto sino a quel momento. Foster
Wallace era scrittore considerato di nicchia, per molti versi sperimentale (post-post moderno, veniva
definito dalle riviste di gossip letterario), e non si può certo definire come sforna-best-seller: aveva
anzi venduto relativamente poco, soprattutto in relazione alla notorietà relativa di cui godeva a livello
accademico, e al favore dei critici, che pressoché unanimente riconoscevano in lui uno dei massimi
talenti della letteratura mondiale, nonché un talento eccezionale ed inclassificabile.
La reazione partecipe dei media (non solo loro, ma anche dei blog che si occupavano di narrativa, dei
circoli letterari, delle riviste specialistiche) alla notizia della morte di Wallace deve essere attribuita sia
alla confusa ma implicita (inconscia) consapevolezza della grandezza dello scrittore, che in qualche
modo doveva essersi insinuata in chiunque avesse avuto l'opportunità di leggerne qualche pagina
(trattasi di grandezza ostica e monumentale, difficilmente aggredibile da un lettore medio che la
affronti privo della necessaria concentrazione e disponibilità alla ri-lettura), sia al fatto che si trattava
di "morte annunciata", colma di elementi drammatici e profondamente letterari, quel genere di
elementi (la dannazione, l'insoddisfazione di sé, la consapevolezza circa l'intrinseca futilità
dell'esistenza) che tradizionalmente accompagnano nell'immaginario collettivo la fine di un grande
artista.
Fatto è che nulla di tutto ciò fa parte della biografia reale di Foster Wallace, che godeva invece di una
bella moglie, una bella casa, di un gratificante lavoro riconosciuto a livello mondiale, una corte di
amici adoranti, e di uno spirito ironico e bonario, innestato in una intelligenza aguzza ed analitica. La
biografia reale di Wallace che emerge a chi si vuole dare la minima pena di approfondirla non
appartiene, in alcun modo, alla biografia immaginaria e maudit tratteggiata sui media all'indomani
della morte, gonfi di melodramma e di predestinazione "artistica". Foster Wallace è stato un bambino
ed un adulto amato, ed un letterato di successo.
Ciononostante, David Foster Wallace è morto, dicono, a causa della depressione. Per dirla come
l’avrebbe detta mia nonna, si è ucciso perché era profondamente, disperatamente triste, il che pare
tanto enorme quanto insensato: si può morire di tristezza? Diciamo di no, che di tristezza non si
muore, di tristezza non si moriva nei campi di sterminio e non ne muoiono, ma anzi vi sopravvivono
bellamente persone che giorno dopo giorno affrontano vite difficilissime, con difficoltà morali e
materiali apparentemente insormontabili.
Dunque rifaccio la domanda: perché è morto David Foster Wallace?

Al netto di ogni componente psicologica o comportamentale, la cui incidenza è in ogni caso


riconosciuta, la depressione è un disturbo di origine biologica, correlato ad uno squilibrio
biochimico conseguenza alla in/capacità del metabolismo di produrre autonomamente e/on
misura sufficiente sostanze chiamate neurotrasmettitori monoamminici, e cioè la serotonina e
la noradrenalina (ce ne sono altri, ma sarà meglio farla semplice). La grande maggioranza dei
farmaci psichiatrici in commercio hanno come obiettivo primario l'incremento e la
stabilizzazione (es. sali di litio) di tali particolari neurotrasmettitori nell'organismo. That’s all.

Pertanto Foster Wallace, uno dei più grandi scrittori della nostra epoca, sarebbe morto, nella generale
costernazione, perché il suo organismo non era in grado di produrre una quantità sufficiente di
serotonina, e nonostante tale fatto fosse a tutti ben noto (e comune a molti milioni di persone nel
mondo) la medicina e la farmacopea ufficiale non sono state in grado di innalzargli i livelli di
serotonina in modo tale da bilanciarne stabilmente il tono dell’umore, e lasciargli intravedere una
speranza di futuro che ne preservasse l’istinto di sopravvivenza.
Se avete voglia di andare a spulciare su Internet le migliaia di siti, forum e blog dedicati alla
depressione, o se per qualsiasi motivo vi interessa leggere uno qualsiasi fra le migliaia di ponderosi
tomi dedicati alla scomposizione delle origini e delle componenti - endogene ed esogene - della
depressione, scoprirete che l'asserzione sopra riportata in grassetto non è pacifica: la componente
"biologica", largamente maggioritaria in psichiatria, è infatti fortemente avversata da psicanalisti,
psicoterapeuti e psichiatri eterodossi che, pur senza mai negarla apertamente (non sia mai che il
paziente muore, nel frattempo che si scandagliano con la dovuta calma remoti traumi affettivi a botte
di 130 euro/ora) le contrappongono la componente socio-comportamentale.

Anzi: sono in molti a ritenere il biologismo puro una sorta di "teorema" che avrebbe la funzione di
diffondere nella massa della popolazione “malata” (le virgolette tendono a sminuire e porre in dubbio
la medicalizzazione del disturbo) l'uso acritico e massivo di prodotti farmaceutici, "collegandosi in tal
modo e con sinergia perfetta all'ideologia mercantilista corrente che ovunque mira a sostituire
strumenti conviviali umani (l'intelligenza affettiva e creativa degli uomini) con oggetti di produzione
industriale (droghe piuttosto che contatti umani; prostitute virtuali piuttosto che amori in carne e ossa;
attori virtuali piuttosto che attori veri; computer musicanti piuttosto che musicisti e, appunto, protocolli
terapeutici standard piuttosto che terapie mirate sulla persona, ecc.)".
Dunque David Foster Wallace è morto di depressione, ma cosa davvero sia la depressione non lo sa
definire nessuno (o meglio: ogni scuola psichiatrica offre la sua chiave interpretativa, in un quadro
che a me risulta troppo frammentato per essere ricondotto ad una ragionevole unità), la gente ne
muore metaforicamente e no (4.000 suicidi l’anno in Italia, la maggior parte in un evidente quadro
depressivo, per non contare le vittime innocenti che i depressi trascinano spesse volte con se), e per
quanta ne muore se ne troverà sempre altrettanta disponibile a sostenere che la depressione altro
non è se non uno stato del Se, che non solo non deve essere medicalizzato (i.e. non va combattuto
coi farmaci) ma neppure specificamente “combattuto” in quanto tale, nel senso di tentare di
rimuovere, sopprimerlo in toto, sovrapponendogli artificialmente o indicendo attraverso meccanismi
psicoterapeutici altri stati di umore.
Secondo molti (forse persino secondo me) siamo ciò che siamo e lo stato del nostro umore, le sue
profondità ed i suoi abissi dolorosi, non sono altro che parte della nostra complessità, della
irripetibilità dell’individuo, non esiste una normalità standard, non esiste una felicità standard 1.
Eppure. Eppure nella scrittura di Foster Wallace, per quanto la scandagli, trovi difficilmente qualcosa
che induca a ritenere che senza la depressione egli sarebbe stato scrittore o essere umano meno
profondo, meno complesso o curioso del mondo: al contrario, ciò che mi risulta immediatamente
evidente, al di là di una costante melanconia di fondo che non ha nulla di patologico (richiamo
dell’immensa desolazione delle pianure del Midwest, dove è cresciuto, e la desolata consapevolezza,
propria del genio, di essere in ogni caso umano e inadeguato rispetto alla missione che si è
prefissato), è proprio l’incredibile umanità, la vorace curiosità e fame di vivere, il frenetico desiderio di
comprendere e descrivere la realtà ad ogni livello (Foster Wallace, specializzato in logica modale e
matematica, fu sino alla fine un divoratore di testi scientifici, riflesso di questa bramosia sempre
irrisolta di comprendere “tutta” la realtà; e a sua volta uno dei suoi ultimi lavori – di scarso successo-,
del 2003, è un saggio di matematica titolato Everything and more: a compact history of infinity); per
poi scendere di un livello, e ancora di uno, continuare a descrivere l’apparentemente irrilevante (il
battito d’ali di una farfalla in Cina) sino a renderlo rilevantissimo, cruciale per le nostre esistenze, per
arrivare all’essenza delle cose. Tutto ciò, in termini cognitivo-comportamentali, è opposto e speculare
all’abito mentale di un depresso.

Per cui, a meno di non volersi lanciare in improbabili esercizi di stile sulla vita di una persona che in
ogni caso non si è conosciuta personalmente, è sensato pensare che Foster Wallace non sia stato
quel grande scrittore che è stato grazie alla depressione (in tal caso, avrebbe ragione chi
romanticamente sostiene che la sua morte altro non rappresenta se non il naturale compimento di un
ciclo vitale ed artistico), ma nonostante la depressione, ragione per cui può affermarsi che senza la
depressione avrebbe scritto di più, più efficacemente, ed avrebbe vissuto più a lungo, più felicemente.
Eppure.

Eppure, dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un
terrore molto peggiore di quello della caduta. Lo ha scritto lui in un momento di assoluta, totale
lucidità (dovreste leggere tutto il testo per rendervene conto, e davvero dovreste); non lo avrebbe
fatto non avesse sentito gravare su sé l’immensa oppressione di un peso che non riusciva mai a
scaricare, di una minaccia dalla quale era impossibile liberarsi. Comprendere la genesi di un gesto
così totale e disperato, contrario a tutto quello per cui lui aveva scritto e vissuto (la comprensione del
mondo nella sua interezza, la vorace curiosità per la vita) diventa pertanto significativo ai miei occhi,
anche nell’ottica della comprensione della scrittura di Foster Wallace, non soltanto del dato biografico
dello scrittore alla moda: non mi convince pensare che quelle fiamme siano il solo prodotto di
comportamenti e circostanze altrui tali da innescare meccanismi psicologici di causa-effetto (tua
madre non ti amava abbastanza, dunque cerchi conferme di quell’amore mancato in chiunque si
relazioni a te, la loro mancanza o insufficienza scatena immancabilmente un meccanismo
depressivo) che un uomo immensamente intelligente ed ironico come Foster Wallace non sarebbe
stato in grado di gestire, domare depotenziandole, magari con l’irrisione, la sfida diretta al fenomeno.
Ma non riesco neppure a pensare che ciò che lo ha definitivamente piegato, portandolo ad
arrendersi, e andarsi ad impiccare nel garage di casa (senza lasciare un biglietto alla moglie, che
pure amava moltissimo, e dalla quale era adorato), sia stato un banalissimo basso livello di
serotonina, noradrenalina o dopamina nell’organismo (se ti manca la vitamina C, vai al super e
compri del succo d’arancia, no? Non te la fai mancare fino a languire e morirne).

Se la depressione è male del nostro tempo, ed un uomo bello, di successo ed amato come Foster
Wallace non ha potuto nulla, e ha perso la sua guerra, nonostante la sua incredibile intelligenza (e
non v’è da supporre che non l’abbia combattuta: nessun nichilistico cupio dissolvi, ma sano
pragmatismo americano) mi chiedo: in ragione di cosa affondano i sommersi, e si selezionano i
salvati?

Se ci sembra incredibile che possa davvero sussistere una singola ragione biologica così pervasiva
da non poter essere gestita chimicamente, in tempi in cui persone prive delle gambe corrono la
maratona sotto le 3 ore o i ciechi dalla nascita si apprestano a vedere grazie a speciali telecamere
che invieranno gli impulsi visivi, codificati in segnali elettrici, direttamente sul nervo ottico, ci sembra
invece ragionevole ritenere che possa esistere un qualunque trauma nel proprio passato, per quanto
forte, capace di togliere il senso e la ragione di continuare a sopravvivere, che non possa essere, se
non estirpato dalle nostre coscienze, quantomeno messo a dormire perché ci lasci liberi di vivere una
vita degna di essere vissuta?

Ed anche rispondere, cerchio-bottisticamente: “le cause della depressione vanno ricercate in una
combinazione di elementi biologici, personologici e socio-ambientali”, (ciò che di fatto costituisce la
vulgata largamente maggioritaria in psichiatria), non rappresenta forse un argomento pavido, che si
limita a ripartire probabilisticamente i potenziali fattori causativi, lasciando la vera genesi del male in
una foschia indistinta in cui tutto è possibile, senza nulla spiegare, senza prendersi la responsabilità
di dire alla persona che sta male: “ecco, ora te lo dico, visto che insisti; è esattamente per questo o
quest’altro motivo che la mattina tu (o tuo figlio, o la persona che ami) non riesci a pensare ad altro
che alla tua morte, la mattina, quando ti addormenti (se ti addormenti) carezzandone e cullandone il
fascino ed il progetto non si creeranno le condizioni per realizzarlo, e ti devo confessare che questo
motivo è più forte di me, più forte di tremila anni di medicina e farmacia, più forte dei milioni di libri
che ammuffiscono sugli scaffali delle librerie di psicanalisi e psichiatria, più forte di ogni conoscenza
scientifica di cui dispongo, eppercui, amico caro, rassegnati, perché né io né nessun altro siamo in
grado di dirti guarirai, nemmeno lo sappiamo, cosa può significare guarire, nel tuo caso”?

Non si sta parlando di scarsa attenzione a un disturbo. La depressione maggiore, nella sua forma più
acuta, è un male (non una malattia, ché nessuno, men che mai i malati, riesce mai a percepirla come
tale, anche se come malattia è classificata nel DSM IV- Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders) che menoma e invalida il soggetto colpito a un punto che poche malattie, pur
tradizionalmente invalidanti, riescono mai a raggiungere: il soggetto gravemente depresso non è
genericamente “triste” (anche se è ciò che esternamente apppare, quando va bene; altre volte appare
semplicemente inerte, o pigro), ma si trova in uno stato di costante e non redimibile prostrazione, che
talvolta (se il soggetto è particolarmente intelligente, furbo o educato, o vive in un contesto sociale
che lo favorisce) riesce a dissimulare con qualche successo.

Le persone che circondano e vogliono bene a una persona depressa si accorgono probabilmente
della melanconia o dell’astenia o della mancanza di voglia di vivere, ma nella maggior parte dei casi
non arrivano neppure a sospettare l’enorme sforzo, la fatica della battaglia quotidiana, l’immenso
dolore che quella persona prova, in assoluta solitudine ed isolamento dal mondo. Nessuna di quelle
persone può sospettare quale fatica pressoché insormontabile sia per il depresso alzarsi la mattina,
lavarsi, vestirsi, indossare per il mondo una faccia che sia accettabile socialmente, che non procuri
disagio all’esterno. Né è possibile sospettare, per voi che ci parlate, che mentre il depresso è lì con
voi, e vi sta parlando, tutti i suoi reali pensieri sono rivolti alla fine, alla morte, al non-essere (al non
soffrire). Non dico in ogni momento, ché anzi sono molti i momenti in cui è in grado di ridere e
lavorare e persino divertirsi, fare sesso o pensare, ma certamente in ogni momento della sua giornata
è conscio che tutto quel che sta facendo, tutti i suoi sforzi di apparire normale agli altri e a se stesso
sono sostanzialmente inutili, peggio: sono futili. Per quanto si cambi cavallo, è soltanto un altro giro di
giostra, che potrà allungare la corsa ma non potrà alla fine che ricondurre al punto di partenza, dalla
giostra non si scende2.

Primo Levi è uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento. Torinese, di famiglia ebraica,
partigiano, venne catturato durante l’estate del 1944 e, dopo aver dichiarato di essere un ebreo
latitante (per evitare di essere fucilato sul posto, come invece succedeva ai partigiani “banditi”
arrestati), venne internato, dapprincipio in campo di lavoro a Fòssoli, e successivamente nel campo di
concentramento di Auschwitz. Levi sopravvisse al campo di sterminio grazie al fattore tempo (la
sopravvivenza media nei campi oscillava da pochi giorni a qualche mese, e Levi ebbe la ventura di
finire ad Auschwitz pochi mesi prima della liberazione del campo da parte dei russi), ed in virtù del
suo mestiere di chimico, che all’interno del campo (lavorò nell’infermeria) gli assicurò una situazione
di relativo privilegio.

Levi ha scritto sulla sua esperienza di internato una serie di romanzi e saggi, che costituiscono il
cuore della sua opera (si è occupato anche d’altro, naturalmente), che sono stati tradotti in moltissime
lingue, rendendolo famoso in tutto il mondo. Uno degli ultimi romanzi, scritto nel 1986, quando si
pensava che avesse ormai detto tutto ciò che aveva da dire sulla sua esperienza di internato, si
intitola “I sommersi ed i salvati”, e costituisce uno scarto ed un salto di qualità rispetto all’esperienza
- puramente narrativa - precedente: si tratta infatti di un’analisi del mondo del campo di
concentramento interpretato, più che nella sua valenza storica, come sistema sociale chiuso e
negativamente “perfetto”. La narrazione (c’è anche un esile filo che tesse una sorta di trama, anche
se si tratta a tutti gli effetti di un saggio socio-antropologico) descrive con freddezza i meccanismi che
regolano i rapporti di potere tra oppressori e oppressi, la corruzione morale delle persone che vivono
nei sistemi chiusi (anche, ma non solo concentrazionari), gli scopi e gli utilizzi sociali di tali sistemi, la
replicazione - naturale o artificiale - di simili dinamiche nella realtà quotidiana

Ritengo questo romanzo (scritto quando Levi aveva già 67 anni, al crepuscolo della sua migliore fase
creativa) uno dei capolavori di Levi, la conclusione di un lavoro durato quarant’anni. Mentre lo
leggevo, per tutto il tempo in cui l’ho letto, ho continuato a chiedermi se, in una situazione analoga,
sarei stato un sommerso o un salvato, se avrei avuto le energie necessarie non solo a conquistarmi,
ma anche solo a desiderare la sopravvivenza (questo, di fatto, è lo scopo ultimo del libro, e la sola
domanda che sollecita con urgenza ad ogni lettore).

Nel contempo, mi chiedevo se l’avere vissuto un’esperienza di quel tipo costituisse,


paradossalmente, un rafforzamento dei propri anticorpi contro la depressione o qualsiasi analogo
“male di vivere”: chi ha conosciuto il dolore e le privazioni, secondo il comune sentire popolare, non
ha tempo per stare male per piccolezze, non ha spazio per effeminatezze simili alla coscienza di
possedere un’inconscio.
Soltanto un anno dopo avere finito I Sommersi e i Salvati, Primo Levi è precipitato nella tromba delle
scale del suo palazzo, morendo sul colpo. Non ha lasciato messaggi. Per gli amanti del genere, sarà
interessante apprendere che l’inchiesta che venne aperta sul fatto dalla Procura di Torino non ha mai
univocamente chiarito se si fosse trattato di caduta accidentale o suicidio. Tuttavia, io
(letterariamente) non riesco ad avere dubbi: il non aver lasciato messaggi non sembra affatto
determinante (la sua intera opera può essere letta come un unico messaggio di commiato, un
messaggio in una bottiglia affidata all’acqua) e, se non si pensa alla forza dell’uomo capace di
sopravvivere al campo di sterminio, si può anche affermare che la forza evocativa di quella morte, in
quella fase della sua vita fosse, più che annunciata, necessaria.

Per cui Levi, che era sopravvissuto al nazismo e ad Auschwitz, che era riuscito a metabolizzare
quell’esperienza, anziché rimuoverla, per offrirla intatta a chi sarebbe venuto dopo di lui, è stato
sommerso, quarant’anni dopo quelle esperienze, da quella che è stata definita come una
“depressione latente” portata dentro di sé per quasi mezzo secolo, e ciò quando era (relativamente)
ricco e decisamente famoso, amato e compreso e studiato da studenti in tutto il mondo.

A voi, non sembra incredibile questo? Non sembra irragionevole (sia nel caso di Wallace che in quello
di Levi) questo soccombere così, in un lampo, dopo avere tenuto testa per così tanto tempo, per
ragioni così apparentemente futili? (“Ma perché? Cosa gli era successo, veramente?”). E in due
persone di quella capacità intellettuale poi, con quella capacità introspettiva di saper “vedere” le cose
da fuori, sdrammatizzarle, ridimensionarle? Cosa è successo, quale interruttore è scattato, quale
sottile filo si è spezzato, il giorno che hanno ceduto di schianto, proprio quel giorno e non 20 o 40
anni prima, prima che riuscissero a realizzarsi, ad esprimersi come artisti?

L’unica spiegazione che riesco a darmi, dopo averci pensato continuamente per settimane (oddio,
non è che propriamente ci pensassi, era come un task incessantemente in background, in qualche
angolo remoto del mio cervello, ed era solo quando tutto il resto si metteva in stand-by che potevo
sentirlo lavorare) è che quelle specifiche qualità che hanno fatto di loro due scrittori così straordinari
non avessero nessuna relazione con la necessità, molto concreta, di essere in grado di fronteggiare
le fiamme che gli divampavano davanti. Puoi essere una splendida persona, ma se la tua casa brucia
l’unica possibilità che hai per salvarla è essere un pompiere.

Così, sospetto non abbia importanza chi tu sia, quale il tuo livello sociale, il tuo conto in banca o
quanto il tuo passato ti abbia reso persona più forte, sicura, cosciente della media: se le fiamme
divampano nella tua stanza, la tua reazione sarà comunque il terrore: terrore che le fiamme possano
mangiarti vivo, ma anche (man mano che te ne starai lì rannicchiato a vedere le fiamme bruciare i
tuoi mobili, assieme alle speranze, i ricordi, gli affetti) terrore e vergogna di dover restare così per
sempre, bloccato in un angolo, a contare i secondi che sei sopravvissuto e a sperare di sopravviverne
ancora. E così (immagino), poco a poco quel terrore continuato ti paralizza e ti fiacca, e se una volta il
fuoco si spegnerà prima di sopraffarti, e sarai in grado di uscire dalla stanza, la volta dopo sarà
peggio, nel ricordo di quel che hai passato la volta precedente, nella consapevolezza di essere
diventato nel frattempo più vecchio e più debole.

E il terrore non si impara, non si gestisce, al contrario cresce e si alimenta di altro terrore, di altro
dolore (lo stare male e la paura di continuare a stare male, la vergogna di essere fonte di dolore per
gli altri). Se la vedi così, e nessuno di noi vivi ha elementi per parlare per quelli che non ce l’hanno
fatta, ti riesce più facile capire come alcuni di quelli che fino all’ultimo hanno guardato quelle fiamme
negli occhi d’improvviso cedano, di schianto, e preferiscano lanciarsi nel vuoto, ad occhi sbarrati sotto
gli occhi sbarrati della folla incredula, che urla non farlo.

Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme, per capire davvero un
terrore molto peggiore di quello della caduta. Dovresti esserti svegliato per mesi alle cinque del
mattino con il fiato rotto, lo stomaco chiuso e strizzato, e il solo desiderio ossessivo di non voler
essere più. Dovresti aver passato anni a scrutare negli occhi della gente la conferma del tuo
fallimento, della tua inutilità, lo sfinimento della finzione di una vita in cui non credi, perché non ti
riesce di credere veramente in niente (ma ricordi benissimo di quando ti riusciva, sai che eri la stessa
persona, e che al tempo stesso non lo sei più). Dovresti avere passato anni ad indurire i lineamenti
per metterti in faccia un espressione “normale” che mascherasse il disastro che affiorava, tale da
renderti socialmente accettabile, al contempo rendendoti perfettamente conto che quel che mostravi
all’esterno non era più un espressione, ma un ghigno, e che la faccia nello specchio non ti
apparteneva più. Oppure, dovresti aver passato ogni secondo utile a ruminare pensieri di
annullamento e vaga vendetta, che non avevano nulla di sano o di consequenziale, al tempo stesso
essendo perfettamente cosciente, “da fuori”, che quel che stava accadendo era al tempo stesso
distruttivo ed inevitabile.

Io credo che David Foster Wallace abbia vissuto tutto questo, per troppo tempo. Credo che il suo
sguardo acuminato e tagliente sul mondo fosse semplicemente inadatto a dargli il coraggio di cui
aveva bisogno per andare avanti. Credo che né lui né Primo Levi abbiano premeditato nulla, e che il
fatto non abbiano lasciato messaggi possa provare soltanto l’immensa stanchezza di qualcuno che
aveva lottato così a lungo da essere consapevole che ogni ruga del suo volto ed ogni parola lasciata
dietro di se fosse un messaggio bastevole.

Non credo ad un crollo delle percezione, ad una fuga assoluta dalla realtà o ad un momento di black-
out particolarmente doloroso, tale per cui “se ci fosse stato qualcuno con loro in quel momento” non
sarebbe successo nulla. Credo invece che il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso
che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla stessa finestra davanti alla quale si son trovati
loro così a lungo, ma semplicemente che a un determinato momento quella finestra, e quella caduta,
è diventata, lucidamente, un’opzione preferibile.

Quello scarto, quel momento in cui tutto sembra franare, o chiarirsi, quando il bianco diventa nero,
avvolgendo tutto quietamente, spegnendo definitivamente i rumori, i ricordi e le speranze, è un
mistero che per il momento non ho nessuna intenzione di indagare.