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[eBook ITA] Benson_autorita

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Robert Hugh Benson

CON QUALE AUTORITÀ?
traduzione di PAOLINA EDELMANN Versione elettronica a cura di Frsst53 dei forum di www.totustuus.name per il quale si chiede un’Ave Maria come ringraziamento

PARTE PRIMA

Capitolo I UNO SGUARDO AL PAESE

Il londinese, costretto a fermarsi nel piccolo villaggio di Great Keynes per farvi ferrare il cavallo o accomodare una ruota, doveva, guardando il vecchio campanile, il piazzale e lo stagno dove si abbeveravano i cavalli, rimanere colpito dal contrasto che presentava quel luogo quieto, solitario, con le vie così rumorose e affollate nelle vicinanze del Temple o di Whitehall. Nell'osservare poi quella gente dalla fisionomia tranquilla e grave, che lo guardava con profondo rispetto, doveva domandarsi se era possibile che essa fosse della stessa razza di quei cittadini svelti e loquaci che con tanta animazione commentavano le notizie che giungevano ogni giorno dal continente o dal nord dell'Inghilterra. Eppure i tumulti e le sollevazioni, che avevano la loro origine nei cuori dei re e degli uomini di stato, o negli improvvisi eventi suscitati dalla Provvidenza, e che si estendevano non solo a tutta l'Inghilterra, ma all'Europa intera, finivano sempre per giungere, per quanto indeboliti, fino a questo

piccolo villaggio, situato otto miglia a ovest della strada di Brighton e venti miglia a sud di Londra, dove tanto la vita di mastro Musgrave; che campava del suo lavoro, quanto quella del vecchio Martin, che rattoppava le scarpe dei contadini, risentivano delle decisioni dei lontani signori scozzesi e delle speranze e dei timori degli abitanti del sud dell'Inghilterra. Durante tutta la prima parte del regno di Elisabetta l'impero spagnolo era apparso minaccioso sull'orizzonte meridionale, e adesso nel nord dell'Inghilterra, dove Maria Stuarda regnava sul cuore degli abitanti se non sui loro beni, rumoreggiava il tuono annunciatore di futura tempesta, e quelli che amavano il loro paese scuotevano tristemente il capo nel vederlo dilaniato da interne discordie e circondato da pericoli. Una delle famiglie di Great Keynes, che maggiormente aveva risentito dei cambiamenti religiosi avvenuti nel paese, era quella dei Maxwell che abitava alla Hall. Il vecchio Sir Nicholas, che si era conservato fervente cattolico, non riusciva a capire come si potesse rinunciare all'antica religione per una nuova, e quindi non aveva mai voluto rimetter piede nella chiesa parrocchiale da quando era stata destinata al nuovo culto. Il maggiore dei suoi figli, di nome James, era considerato dagli abitanti del villaggio un personaggio misterioso: spesso faceva gite in città, e nelle sue conversazioni, nonostante si mostrasse cortese e affabile, era riservatissimo ed evitava qualsiasi allusione a se stesso; di più, sebbene fosse il maggiore dei figli e dovesse perciò un giorno ereditare la tenuta paterna, non mostrava di interessarsi affatto della vita campestre. Suo fratello Hubert era invece di carattere vivace, espansivo e amante di ogni genere di sport. Alla Hall abitava pure la sorella di Lady Maxwell, Mrs. Margaret Torridon, una vecchia signora dall'espressione dolce e serena, che usciva molto di rado e intorno alla quale aleggiava pure un'ombra di mistero. A causa della sua religione, la famiglia Maxwell era di continuo in gravi difficoltà e contrasti; così, per esempio, mentre tutte le simpatie di Sir Nicholas erano dal lato religioso per la Spagna, egli provava aborrimento per l'impero meridionale, e ciò in conseguenza del suo grande amore per il proprio paese, amore così intenso da fare invidia al più ardente patriota. Lo stesso avveniva in lui circa i suoi sentimenti verso Maria Stuarda e i suoi partigiani francesi: egli si accendeva di sdegno pensando all'assassinio di Darnley, del quale molti nemici della regina la dichiaravano complice, e si animava al tempo stesso all'idea che in Maria Stuarda o nel figlio di lei, coronato da poco col nome di Giacomo I di Scozia, erano riposte le speranze di una futura successione cattolica. Questa sua simpatia per la regina Maria, che nasceva dal suo stesso sentimento religioso, veniva spesso in lui ravvivata dal ricordo di un'udienza che Sua Maestà gli aveva concessa anni addietro, e durante la quale aveva potuto baciare la bianca mano della Stuarda e fissare i suoi occhi affascinanti, mentre, in ginocchio, cercava alla meglio di esprimerle in francese la propria fedeltà e le proprie speranze. E Maria, sia con l'arte diabolica attribuitale dai suoi nemici, sia con la sua stessa innocenza affermata dai suoi amici, o forse con uno strano insieme dell'una e
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dell'altra, come alcuni storici posteriori hanno creduto vedere in lei, aveva saputo conquistarsi il cuore e la fiducia del vecchio. Oltre a essere combattuto da questi opposti sentimenti, Sir Nicholas era al pari di sua moglie turbato da cose d'ordine materiale: era per loro un immenso dolore vedere la chiesa, dove un tempo avevano adorato Iddio e ricevuto i Sacramenti, abbandonata a un prete scismatico e alla predicazione di ciò che per essi era una nuova eresia. George Dent, il rettore, non era però un fanatico della nuova religione, giacché apparteneva alla nuova Chiesa anglicana, allora poco conosciuta, che costituisce adesso il ramo principale della Chiesa d'Inghilterra: egli approvava le conseguenze, ma non l'origine della Riforma, e si rallegrava che fossero state tolte le caligini dell'errore accumulatesi sopra la fiaccola della fede; inoltre, sebbene deplorasse il fanatismo delle fazioni puritane e ginevrine, esultava che l'Inghilterra avesse finalmente una Chiesa sua propria, conforme al suo carattere e libera dalla tirannia di un despota straniero, che si era arrogato prerogative alle quali non aveva alcun diritto; al tempo stesso egli rispettava l'episcopato, indossava la veste talare, e aspirava ardentemente al tempo in cui la nazione e la Chiesa sarebbero state nuovamente una cosa sola; quando cioè la nazione sarebbe stata in grado di praticare il suo culto per mezzo di una Chiesa a essa confacente, e la Chiesa di partecipare alla gloria e all'influenza della sua potente alleata e protettrice. Del tutto diverse erano le idee della signora Dent. Essa aveva assimilate le fiere dottrine dei Ginevrini, e le pareva che suo marito perdesse della sua dignità col tenere una via di mezzo tra il sacerdozio cattolico e il ministero evangelico. Di più, l'irritava il vedere che per il suo carattere debole e per i suoi principi non saldi, i principali fra i suoi parrocchiani potessero mantenersi in rapporti amichevoli con un ministro del quale non riconoscevano lo stato ecclesiastico e quindi neanche i diritti. Da tutto ciò è facile immaginare come la posizione del rettore fosse penosa e difficile, tanto in casa propria che fuori. La terza importante famiglia del villaggio era quella dei Norris, che abitavano la Dower House, che ancora cinquant'anni addietro faceva parte della tenuta della Hall. Il signor Norris, il quale in gioventù aveva subito l'influenza delle nuove dottrine e che volonterosamente si era conformato ai cambiamenti religiosi avvenuti al tempo di Edoardo, era un pio e colto puritano. Dopo la morte di sua moglie si era consacrato interamente all'educazione dei figli, impiegando il tempo che gli rimaneva a scrivere un libro sull'Eucaristia. Era per lui una vera consolazione vedere che sua figlia Isabel, la quale aveva allora diciassette anni, cresceva coi suoi stessi principi e che tutto l'affetto dell'anima di lei trovava sfogo in una viva e profonda fede in Dio. Tuttavia, all'opposto di ciò che avrebbero fatto altri della sua religione, egli vedeva di buon occhio, e anzi incoraggiava l'amicizia di sua figlia per Lady Maxwell, riconoscendo che la vecchia signora aveva, nonostante tutte le sue superstizioni, un animo buono e affettuoso, e che la sua amicizia avrebbe procurato a Isabel ciò che il suo stesso amore paterno non avrebbe mai potuto darle. Nel cuore della fanciulla ardeva anche un altro affetto vivissimo e questo era per suo fratello Anthony, più giovane di lei di
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tre anni, il quale, fatta eccezione di Hubert, che aveva i suoi stessi gusti, pareva interessarsi quasi più ai suoi falchi e al suo cavallo che non ai parenti e agli amici. Qual era intanto lo stato del villaggio sotto il punto di vista religioso? Il rettore stesso aveva perso ogni speranza di arrivare a conoscerlo, poiché sebbene a Pasqua tutti, a eccezione dei Maxwell e dei loro sottoposti, ricevessero la comunione nella chiesa parrocchiale, era manifesto che molte delle antiche credenze non erano del tutto scomparse, e che gli abitanti erano poco entusiasti della nuova religione. Di politica essi non s'interessavano quasi affatto: a loro poco importava che Maria Stuarda fosse colpevole o innocente, che i suoi partigiani si sollevassero, che l'ombra minacciosa degli spagnoli comparisse ad agghiacciare i cuori dei londinesi, poiché essi dovevano anzitutto munger le vacche e governare i falchi. La loro vita quindi scorreva assai più tranquilla di quel che oggi può immaginare colui che ricorda quei tempi così agitati. Essendo poi il villaggio di Great Keynes lontano dalle strade maestre, che servivano allora di comunicazione fra le grandi città, non era neppure turbato dallo scalpitio dei cavalli e dalle notizie che giungevano dal continente. Intanto, con l'autunno dell'anno 1569 cominciavano a ingiallire le foglie degli alberi, e la falce ad abbattere le alte spighe di grano; Isabel conduceva la sua solita vita tranquilla, Anthony andava a caccia con i suoi levrieri, e tutti erano sereni come se la Scozia fosse stata un paese di fate e la Spagna un sogno.

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Capitolo II LA HALL E DOWER HOUSE

Nell'ottobre Anthony, che aveva allora quasi quattordici anni, dovette lasciare la casa paterna per andare in collegio a Cambridge. Il giorno prima della sua partenza, il padre gli dette molti buoni avvertimenti e la mattina seguente, dopo un commoventissimo addio di Isabel, egli partì a cavallo seguito dal suo servitore. Isabel lo seguì con lo sguardo sinché le fu possibile, poi corse in camera sua, e dette in un pianto dirotto. Anthony, invece, per quanto in realtà affezionato ai suoi, era partito contento, poiché gli pesava la vita che conduceva a Dower House. Per lui era sempre stato un vero sacrificio l'inginocchiarsi ogni mattina nel vestibolo e ascoltare la lettura che soleva fare suo padre di lunghi passi delle Preghiere cristiane, mentre fuori splendeva il sole, ronzavano gli insetti e scintillavano i fiori; come pure ascoltare la sera dei ragionamenti di soggetto religioso, quando più che mai avrebbe desiderato correre in giardino, dove risplendevano i bruchi, e nell'oscuro stagno dietro la casa le trote prendevano il loro pasto serale. Di più, egli aveva sempre avuto una profonda antipatia per tutti quegli ecclesiastici che spesso venivano a Dower House, e che condannavano apertamente la sua passione per lo sport. Isabel, all'opposto di Anthony, era di carattere quieto e riflessivo; pallida in viso, con grandi occhi tendenti al grigio e una capigliatura nera e lucente, non poteva dirsi veramente bella, ma una grazia speciale la rendeva oltremodo attraente. Amando vivamente suo fratello, avrebbe voluto trovar diletto nelle cose che più lo divertivano, ma invece i suoi falchi le incutevano timore e, anziché correre sul suo cavallo attraverso la campagna, preferiva accarezzarlo. Anche nei loro più intimi sentimenti essi differivano completamente: così, mentre Anthony assisteva impaziente alle preghiere della mattina e della sera, l'anima di lei, che aveva ereditato tutta la pietà del padre, e che viveva come lui in intima comunione col mondo spirituale, s'innalzava fervorosa a Dio. All'età di quattordici anni questa fanciulla, puritana tanto per educazione che per carattere, aveva assistito con il fratellino a ciò che ai loro occhi era parsa una purificazione della chiesa del villaggio: da principio un po' impauriti dalla folla tumultuante che aveva invaso la tranquilla casa del Signore, si erano tenuti in disparte in un angolo, e Isabel non aveva disapprovato il modo violento col quale quella gente
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voleva rivendicare la verità. Suo padre le aveva insegnato che il culto doveva essere del tutto spirituale, e perciò, avendo essa sino dall'infanzia considerato il grande crocifisso appeso nel mezzo della navata come un semplice oggetto d'arte, con completa indifferenza lo vedeva adesso legato con funi con cui alcuni uomini cercavano di calarlo. A un tratto una delle corde cedette, e la grande figura con le braccia amorosamente distese cadde al suolo con terribile schianto. Un fanatico vi si precipitò sopra gridando, e furiosamente calpestò la testa coronata di spine come se fosse stata quella di un idolo; Isabel, anche davanti a questo triste spettacolo, non provò, sebbene fosse di teneri sentimenti, che il rimpianto per la distruzione di un oggetto antico e finemente lavorato. Ma un altro fatto doveva in quel giorno fare impressione su di lei. Anthony era uscito dalla chiesa insieme con i tumultuanti che avevano trascinato fuori le statue: era entrata allora nel coro e vi aveva visto, inginocchiato in un oscuro angolo, il vecchio prete, che da vent'anni aveva officiato in quella chiesa, e che ora piangeva e si lamentava sommessamente. Sotto il regno di Edoardo aveva dovuto lottare assai per conservare il suo posto; salita al trono Maria ne aveva ringraziato Iddio con tutta l'anima sua; al ristabilimento della religione protestante per opera di Elisabetta, aveva invocata l'ira divina; durante gli otto anni successivi era ancora riuscito a tener viva l'antica fede nei cuori dei suoi parrocchiani, talvolta resistendo, talvolta cedendo, talaltra cercando di uniformarsi agli eventi, nella speranza sempre di giorni migliori. Ma ora, purtroppo, il colpo fatale era stato dato, e il povero vecchio, incapace di riconoscere nelle grida confuse di quella folla tumultuante e nello schianto delle statue spezzate accenti di una nuova verità, si era prostrato dinanzi all'altare, dove in quei tristi anni si era conservato fedele a quella che egli riteneva verità divina, deplorando tra i singhiozzi gli orrori che si commettevano, e forse, venendo meno alla carità cristiana, invocando la vendetta di Dio sul gregge infedele. Isabel, mossa da un sentimento di compassione, si avvicinò al vecchio balbettando timidamente qualche parola di conforto, ma egli volse su di lei uno sguardo di così profondo dolore e d'ira, che spaventata corse a raggiungere il fratello. La domenica seguente il sacerdote aveva lasciato il paese e un giovane, fervente ministro evangelico era venuto da Londra a occupare il suo posto. I puritani di quel tempo erano ancora ben lungi dall'avere una religione fredda e di carattere negativo: la loro fede, al contrario, era dogmatica all'eccesso, e si concentrava tutta intorno alla persona di Nostro Signore; e tale appunto era quella di Isabel. Il suo amore per il Salvatore aveva persino qualche cosa di romantico e di appassionato; e mentre il suo affetto per il fratello era spesso ravvivato in lei da particolari esteriori, come la sua mano abbronzata dal sole o le cicatrici lasciate gli dal becco o dagli artigli del suo falco, il suo amore per il Signore era una profonda e santa passione che pareva ispirata non già dalla sua bellezza o dal suo volto trasfigurato dai dolori o dalle sue mani trafitte, ma dal suo incommensurabile amore, che la sosteneva e tutta la cingeva ogni qualvolta pensava a Lui, e che nei momenti di più intima comunione divina rapiva l'anima sua fino all'estasi. Questi due amori però, l'uno così terrestre e l'altro così celeste, ma per lei ugualmente soavi, parevano
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talvolta in conflitto nel suo cuore, dove da un po' di tempo un altro affetto era venuto a complicare maggiormente gli apparenti contraddittori diritti dell'amore divino e di quello umano. A poco a poco il dolore di Isabel per la partenza del fratello andò calmandosi, ma col pensiero essa continuò a seguirlo per il viottolo che conduceva alla strada maestra. A un tratto udì la voce di suo padre che la chiamava; si avvicinò alla porta e tese l'orecchio. «Scendi, è arrivato Hubert Maxwell», diceva il signor Norris. Subito essa si asciugò gli occhi e scese rapidamente le scale. Hubert le espresse dapprima il suo dispiacere di non essere arrivato a tempo per salutare Anthony; poi le parlò del suo soggiorno nel nord dell'Inghilterra, e di una sollevazione che si stava preparando in favore di Maria Stuarda. Ma egli pareva leggermente imbarazzato e così pure Isabel. «Mia madre» le disse al momento di congedarsi «la prega di venire questa sera a tenerle compagnia, perché il babbo ha dovuto andare a Chichester per presentarsi di nuovo davanti alla Commissione; ritengo che domani sarà di ritorno.» Quella sera dopo cena Isabel chiese a suo padre il permesso di uscire e si avviò verso la Hall; giunta al cancello di comunicazione fra i due giardini trovò Hubert che la aspettava. «Il babbo è già tornato» diss'egli «ma la mamma l'aspetta egualmente.» Salirono la scalinata che dal giardino conduceva al vestibolo ed entrarono nella grande sala rivestita di legno di quercia e col soffitto a rosoni. Dalle pareti pendevano degli antichi arazzi e fra l'uno e l'altro ritratti, corna di cervo, armature, morioni, scudi, corazze e alabarde. Ritto davanti al caminetto, dove ardeva un bel fuoco, era Sir Nicholas ancora in abito da cavalcare che parlava concitatamente, mentre la moglie lo ascoltava in silenzio senza alzare gli occhi dal suo ricamo. All'entrare di Isabella vecchia signora le dette la mano facendole cenno di sederle accanto, e Hubert andò a mettersi vicino a suo padre. Questi era così concitato che non parve neppure accorgersi di loro e continuò a dar sfogo alla sua collera. Era un bell'uomo dal viso piuttosto colorito, con baffi grigi, barba a punta e una folta capigliatura; in mano teneva un frustino col quale ogni tanto dava una sferzata al suo stivale. «È cosa vergognosa, gli ho detto, obbligare un uomo a pagare continuamente multe perché obbedisce alla sua coscienza; gli ho pure detto che la religione di mio padre e di suo padre e di tutti i nostri antenati è la sola che mi soddisfa; e perché, in nome di Dio, deve il cattolico, che non ha mai cambiato la sua religione, pagare delle multe anziché l'eretico? Il giudice mi ha ascoltato in silenzio scotendo il capo, però t'assicuro che ho ben saputo sostenere le mie ragioni.» Ma a poco a poco il buon vecchio si calmò ed essi si misero a tavola. Il resto della serata fu da loro passato nel salotto di Lady Maxwell, bella ed elegante sala, rivestita di legno come quella a terreno, ma con mobili più delicati e una grande arpa. Isabel aveva sempre avuto una predilezione per questo salotto e ciò forse a causa di alcuni oggetti che le sembravano oltremodo strani e attraenti: fra gli altri una
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delicata statuetta di Maria Vergine col Bambino che teneva in mano una corona: e la fanciulla nel guardare il dolce gruppo nella sua nicchia aveva talvolta pensato che si fosse rifugiato lì dentro quando era stato scacciato dalla chiesa; poi ragionando più freddamente aveva detto a se stessa esser ciò soltanto una superstizione. Quella sera tornando a casa con Hubert gli espresse il suo dispiacere per le noie che Sir Nicholas aveva di nuovo avuto. «Non so capire» diss'ella «perché non si debba vivere tutti in buona armonia e perché non debba esser lecito a ciascuno di adorare Dio nel modo che crede meglio.» Hubert sorrise. «Non credo che neppure la regina Maria penserebbe che ciò possa esser permesso; sono però contento di sentire che secondo lei la religione non dovrebbe essere causa di divisione. E crede lei...» «Che cosa?» «Oh, niente» rispose il giovane. Erano intanto arrivati al cancello fra i due giardini e Isabel lo salutò dicendo che non occorreva che la accompagnasse più oltre. Hubert rimase immobile con la mano appoggiata al cancello ad ascoltare il fruscio delle sue vesti sulle foglie morte, e con lo sguardo seguì la bianca figura finché non fu scomparsa fra le tenebre; poi nell'udire aprire e richiudere la porta di Dower House, dette un sospiro e lentamente ritornò verso casa. Isabel intanto entrava nello studio di suo padre; questi, tutto avvolto nella sua pelliccia, stava scrivendo circondato dai suoi libri. Egli le fece cenno di aspettare un istante e per alcuni minuti la penna continuò a scorrere veloce sulla carta; poi, alzatosi, andò vicino al caminetto. Il signor Norris era un uomo alto, magro e col viso oltremodo espressivo. Sorridendo chiese alla figlia come avesse passata la serata, ed essa allora gli raccontò di avere visto anche Sir Nicholas. «E non c'era nessun altro?» «Sì, Hubert.» «Ti ha accompagnata sino a casa?» «No, sino al cancello.» Il signor Norris rimase un momento silenzioso, poi si voltò a guardare il fuoco. «Bisogna che tu stia attenta, figliuola; ricordati che è un papista e che ha anch'egli un cuore che può infiammarsi.» Isabel abbassò gli occhi e si fece rossa. «Saprai essere prudente e buona non è vero? Mi fido completamente di te.» Poi la baciò in fronte e posatale la mano sul capo e alzato gli occhi secondo l'uso dei puritani, soggiunse: «Che il Signore ti benedica e ti conservi fedele sino alla fine.»
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Già da lungo tempo egli aveva incominciato a dubitare che il giovane fosse innamorato della figlia e ciò gli dava pensiero perché, sebbene non avesse difficoltà a essere in rapporti amichevoli con dei papisti, e nutrisse stima per ciascuno di loro in particolare, non avrebbe mai voluto che Isabel sposasse uno di essi. Inoltre gli piaceva chi sapeva mostrarsi zelante per la sua fede, fosse pur questa una fede superstiziosa, e in Hubert aveva invece notato una certa indifferenza o mancanza di principi; di più, dai suoi discorsi si era anche accorto che non aveva per suo padre tutto quel rispetto e quella venerazione che il buon vecchio si meritava. Quali erano intanto i sentimenti di Isabel rispetto al giovane? Sarebbe stato difficile poter dire quale posto egli occupava nel suo cuore, giacché essa stessa non se ne rendeva pienamente conto: sapeva soltanto che le faceva piacere trovarsi con lui e sentire il rumore dei suoi passi sulla ghiaia del giardino. Quella stessa mattina, non aveva trovato difficile asciugare le lacrime versate per il fratello appena aveva saputo che in salotto c'era Hubert; né le era dispiaciuto, durante le ore passate da Lady Maxwell, che egli dal suo angolo oscuro la fissasse continuamente; tornata poi a casa, allorché suo padre le aveva chiesto del giovane, aveva dovuto fare uno sforzo per sostenere il suo sguardo. Si sarebbe anche potuto affermare, con quasi tutta certezza, che Hubert durante i tre mesi passati nel nord dell'Inghilterra si era molto avvicinato alla sua meta, occupando un posto sempre più grande nel cuore di questa fanciulla, alla quale così ardentemente aspirava. E ora Isabel, prima di inginocchiarsi per recitare le sue preghiere, si mise a sedere sul letto pensando forse più a Hubert che non ad Anthony; ricordando poi le parole di suo padre cercò, sebbene in cuor suo ne conoscesse il significato, di provarne meraviglia. Si sovvenne allora di non essere tornata in camera del fratello, dove quella stessa mattina aveva pianto così amaramente, e con lo sguardo fisso si domandò se il suo amore per il Signore era tuttora così vivo e se occupava solo il suo cuore come per l'addietro; e quando finalmente si mise in ginocchio supplicò il Dio d'amore di benedire non soltanto suo padre e suo fratello, ma anche Sir Nicholas, Lady Maxwell, Mrs. Margaret e... e Hubert e suo fratello James, e di condurli tutti fuori dalle tenebre del papismo nella gloriosa libertà dei figli del Vangelo.

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Capitolo III LONDRA

Ai primi di dicembre il signor Norris partì con la figlia per Londra, dove aveva deciso di passare un po' di tempo in casa di un suo vecchio amico, l'olderman Marret. Quel labirinto di strade anguste che non lasciavano scorgere che lembi di cielo, quelle case di una tinta scura con insegne di ferro, le quali sporgendosi le une verso le altre parevano volersi comunicare segreti, quei fantastici effetti di luci e di ombre sul calar della notte, quegli assembramenti di gente strana, quell'incessante rumore di carrozze nelle vie affollate, dettero dapprima ad Isabel, abituata alla tranquilla vita di campagna, l'impressione di una magica visione, e al tempo stesso le fecero intravedere un mondo a lei del tutto ignoto. Più volte durante il suo soggiorno a Londra, paragonò quella vita che scorreva fra un turbinio di notizie portate da messaggeri su cavalli ansanti a quella quieta e monotona di Great Keynes, dove i rumori e le notizie giungevano affievoliti dal tempo o dal dubbio, come echi di pensieri di un altro mondo. Tutte le mattine l'olderman Marret comunicava loro le notizie giunte allora dal nord dell'Inghilterra; così un giorno mentre erano riuniti a tavola annunciò che Lord Northumberland e Westmoreland con varie migliaia di cattolici si erano diretti verso il sud con il vessillo delle Cinque Piaghe spiegato al vento; che avevano attraversato Durham City, acclamati da centinaia di cittadini e che erano entrati nella cattedrale con a capo il vecchio Richard Norton. La nuova tavola per la comunione era stata portata fuori della chiesa, la Bibbia inglese e il Libro di Preghiere stracciati, l'antico altare tolto dalle macerie, dov'era stato gettato, e trasportato con reverenza al suo primitivo posto; poi, accese le candele, si era celebrata la messa in mezzo al più grande entusiasmo. Nei giorni seguenti, egli raccontò come i cattolici avevano continuato la loro marcia verso sud; che a York Lord Sussex era stato incapace di opporre resistenza; che la regina, spaventata e incerta, aveva inveito e pianto; che la Spagna si preparava già a mandare bastimenti a Hartlepool per aiutare i ribelli e che tutti ritenevano ormai certo che Maria Stuarda, prigioniera a Tutbury, sarebbe stata liberata. Poi comunicò loro che Maria era stata condotta a Coventry e per ultimo notizie ancora più spaventose: York si era arresa, Maria Stuarda evasa ed Elisabetta si preparava alla fuga.
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Ma alcune mattine dopo l'olderman Marret, col viso di nuovo sereno, annunciò loro che non v'era nulla di vero nelle notizie dei giorni precedenti: la rivolta era andata a vuoto; la posizione di Lord Sussex a York era inespugnabile e la città difesa dai cannoni di Hull; Lord Pembroke raccoglieva forze a Windsor, e i Lord Clinton, Hereford e Warwich si dirigevano verso York per aiutare gli assediati. E Isabel, a conferma di ciò, poté vedere le milizie con picche ed elmi scintillanti attraversare Cheapside fra le entusiastiche acclamazioni della folla. Poi, quando gli animi si furono rasserenati, si incominciò a parlare delle terribili punizioni inflitte ai ribelli. Tutti i villaggi del nord dell'Inghilterra presentarono uno dopo l'altro il più orrendo spettacolo: nei loro piazzali erano appesi tutto intorno corpi d'impiccati, e i bambini passavano di corsa nascondendosi il volto, per non vedere ciò che era stato fatto ai loro padri per ordine di Sua Maestà la regina. Sebbene i cattolici fossero stati incitati a combattere per la loro fede, e per animarli fosse stato celebrato il santo sacrificio e si fosse sventolato il pietoso vessillo, essi si erano mostrati titubanti e incerti, e la loro sconfitta era stata completa. A Isabel, vissuta sempre in campagna, la religione degli abitanti di Londra doveva pure riuscir cosa del tutto nuova. La prima domenica, si recò con il padre nella chiesa di St. Paul, dove già molta gente era convenuta per la preghiera del mattino. Gli armoniosi accordi dell'organo e le voci di ragazzi che cantavano inni dettero alla fanciulla l'impressione di arpe e cori angelici. Ecclesiastici di alto grado celebravano intanto il divino servizio con una solennità che certo doveva sembrare fredda e insignificante ai vecchi che ricordavano l'antico culto, e al signor Norris, causa la sua semplicità e spiritualità, un modo sensuale di onorare Iddio. A Isabel invece dettero un'idea di ciò che è l'adorazione: le oscure volte dove luccicava un pulviscolo dorato, le melodie che giungevano dal lontano coro illuminato da una debole, tremolante luce, i gravi e solenni accordi dell'organo, tutto contribuì a darle quel senso della impenetrabile profondità della maestà divina che il Credo protestante, così preciso e freddamente determinato, non aveva potuto rivelare all'animo suo, per quanto evocasse in lei dolci ricordi e fosse illuminato e riscaldato dal suo amore per il Salvatore. La vista, poi, della folla fuori della cattedrale radunata intorno al pulpito di pietra serena, dove gesticolava la nera figura del predicatore, le dette un'idea della potenza del culto collettivo che ore di preghiera in camera sua, e passeggiate solitarie sotto i pini della Hall, e prediche del rettore di Great Keynes, non erano riuscite a darle. E fu appunto in quella domenica che la sua serena anima s'innalzò per la prima volta dalla solitaria unione con Dio al concetto di quel vasto mondo spirituale, del quale lei non era che una piccola cellula. Nel ritornare a casa suo padre non le rivolse che poche parole; egli cominciava a comprendere quanto Vera e profonda fosse la vita spirituale di sua figlia e a temere che qualcosa potesse interporsi fra l'anima di lei e il suo Salvatore. Con grande gioia di Isabel, suo fratello venne a Londra alcuni giorni prima di Natale; essi visitarono assieme la città e un pomeriggio andarono anche alla Torre. Stavano appunto uscendo dalla grande prigione, allorché si accorsero di un tale che
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nel vederli si arrestò come incerto se retrocedere o avanzare; poi levatosi il cappello fece loro un profondo inchino. Era un uomo con spalle spioventi, barba e baffi rossicci e un' espressione tra umile e ardita. «Signor Norris» diss'egli in tono risoluto ma al tempo stesso ossequioso. «Lei non si ricorda di me,. non è vero?» «Mi pare di averla già vista» rispose il signor Norris, dopo un momento di incertezza. «Sì, signore, a Great Keynes, quando ero ancora al servizio della famiglia Maxwell.» «Sì, sì, ora mi ricordo perfettamente di voi; siete Lackington?» L'altro chinò il capo in segno affermativo. «Lasciai quel posto circa otto anni fa e, grazie a Dio, ho potuto ottenere un impiego governativo. Ma desidero ch'ella sappia che sono stato felicemente indotto a cambiar religione; ero papista, come lei si ricorderà.» Il signor Norris si congratulò con lui. «La ringrazio» rispose Lackington; poi essendosi accorto che i due ragazzi lo guardavano, fece un nuovo inchino. «La signorina Isabel e il signor Anthony, non è vero?» «Mi ricordo di voi» disse timidamente Isabel. Lackington parve soddisfatto. «Se lei me lo permette» disse volgendosi al signor Norris «l'accompagnerò per alcuni passi.» Uscirono così assieme dalla Torre e Lackington subito domandò notizie di tutta la famiglia Maxwell e in particolar modo del signor James, per il quale pareva avere una speciale affezione. «Corre voce» disse il signor Norris «che egli vada all'estero.» «Ah sì?» replicò il servo con vivo interesse. «Anch'io lo avevo sentito dire, ma non sapevo se prestarvi fede.» Pregò quindi il signor Norris di salutare da parte sua il fattore Piers e alcuni guardaboschi, e di servirsi di lui in qualsiasi circostanza tanto per commissioni che per ambasciate, assicurandolo che sarebbe sempre stato felice di essere utile a una persona alla quale si sentiva così affezionato. Erano intanto giunti all'angolo di Wharfstreet e Lackington stava per salutarli, quando accadde uno strano incidente. Un uomo, che andava di carriera in direzione opposta, fu lì lì per urtarli e già aveva pronunciato una parola di scusa, quando, mutando a un tratto espressione, sputò per terra con aria di profondo disprezzo. Ma di ciò Lackington non parve neppure accorgersi. «Perché ha fatto questo?» domandò il signor Norris meravigliato. «Che cosa, signore?»
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«Come, non avete visto quel tale che ha sputato per terra nel guardarmi?» «No, non me ne sono accorto» rispose l'altro; poi dopo alcuni minuti prese congedo. «Credo che Lackington sappia benissimo perché quel tale ha sputato» disse Anthony con un malizioso sorriso. «Ma se ha detto di non averlo neppure visto.» «Appunto per questo» rispose il ragazzo. Alcuni giorni dopo il signor Norris, avendo saputo che la regina doveva andare a Nonsuch, condusse i figli ad assistere al passaggio del corteo reale da una finestra in Cheapside. La strada quel giorno era gremita di gente e presentava un aspetto animatissimo: numerose bandiere sventolavano sui tetti e sulle facciate delle case, oltre tappeti, arazzi, stoffe di seta e di broccato d'oro, con cui erano addobbate le finestre, si vedevano stemmi e insegne a vivaci colori oppure di semplice ferro, raffiguranti grotteschi animali rampanti. Mentre Anthony e Isabel attendevano impazienti l'arrivo di Sua Maestà, notarono a un tratto tra la folla un gran movimento, accompagnato da applausi, risate e fischi, che partivano dall'altra estremità della strada. Anthony si spenzolò fuori della finestra, ma non riuscì a vedere che la testa di un cavallo attaccato a un carretto e quella dell'uomo che lo guidava. Le risate e le grida divennero intanto sempre più forti e la folla cominciò ad accalcarsi lungo i muri. Dopo un poco, giunto il carretto vicino alla casa dov'erano affacciati, Anthony vide che dietro a esso era legato un vecchio, nudo sino alla cintura, con le spalle tutte una piaga, e seguito da un manigoldo che agitava in aria una sferza con la quale ogni tanto percuoteva le sue spalle insanguinate. A ogni sferzata il disgraziato si contorceva per lo spasimo voltando supplichevole ora da un lato ora dall'altro il mesto viso contraffatto dal dolore, e la folla a quella vista gridava e rideva ancora più forte. «Ma chi è quell'uomo?» chiese Anthony desideroso di sapere di che si trattava. Un ragazzo dalla finestra accanto rispose: «È uno che ha detto che Gesù Cristo non è in cielo». In quell'istante un buffone, che camminava vicino al carretto gridò: «Largo a Sua Maestà il Re!». La folla accolse esultante il crudele sarcasmo, e subito alcuni togliendosi il cappello gridarono ancora più forte: «Largo a Sua Maestà il Re! Largo a Sua Maestà il Re!». La triste, insanguinata figura passò lentamente, poi scomparve agli sguardi dei curiosi, mentre sempre più affievolite giungevano le grida di scherno dei suoi araldi. Anthony esultante si voltò verso sua sorella: «Che cos'hai che sei così pallida? Sai bene che è un bestemmiatore» . «Sì, lo so» rispose Isabel. Un momento dopo si udì in lontananza un confuso rumore di trombe e di voci simile a quello del vento fra le fronde, e dall'angolo del cimitero di St. Paul Anthony
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vide come un grande scintillio di colori. Il suono delle trombe si fece ancora più forte; ad esso si mescolavano adesso fragorosi applausi che si propagarono come un'onda da un capo all'altro della strada. La folla incominciò a indietreggiare e ad accalcarsi lungo i muri delle case, e il ragazzo allora si accorse di due strisce lucenti, tremolanti, che si avanzavano parallele, e che pochi minuti dopo riconobbe esser gli elmi e le lance dei soldati, che aprivano il corteo reale. Essi camminavano a due a due, con passo lento e grave, lasciando ogni tanto cadere a terra le pesanti lance, noncuranti delle esclamazioni di dolore che sfuggivano ai più vicini. Dietro di loro, su splendidi cavalli neri, che scotendo la bella criniera facevano tintinnare i loro bubboli, venivano i magistrati dall'aspetto grave e in veste scarlatta; quindi a piedi e a capo scoperto i gentiluomini della guardia d'onore della regina, con una verga in mano e corti mantelli guarniti di ricchissime gale; seguivano i trombettieri in maglie di acciaio, poi gli araldi che portavano degli stemmi raffiguranti leoni e gigli. Per un momento Anthony rimase completamente affascinato dal loro splendore, ma poi il suo sguardo si volse verso il Lord Mayor che avanzava su un maestoso cavallo bianco sorreggendo un cuscino sul quale posava lo scettro reale. Dietro a lui era un cavaliere con la lucente Spada di Stato; tanto Anthony che Isabel non gli dettero che una rapida occhiata; già avevano visto i pennacchi dei cavalli del grande cocchio reale circondato da numerosi palafrenieri e servi in lunga veste e calze alla veneziana. L'aria adesso risuonava di applausi e frenetiche grida; l'entusiasmo della folla aveva raggiunto il colmo; tutti sventolavano fazzoletti e berretti. Intanto la pesante carrozza dorata era giunta sotto la finestra dei ragazzi. Seduta nel mezzo, rigida, impettita come un idolo pagano, era una figura dall'aspetto oltremodo maestoso. La regina indossava un ricchissimo e fantastico abito di porpora con strani ornamenti, una sorta di alto colletto rigido a fitte piegoline le incorniciava la testa, e la vita sottilissima sembrava sparire nella veste, che diventava a un tratto amplissima, ricoprendo i cuscini tutto intorno; completava il fastoso costume un mantello cremisi tempestato di perle e foderato d'ermellino, che lasciava scorgere i grossi diamanti che le scintillavano sul petto e i fili di perle. Sulla folta capigliatura di un castano rossiccio, lisciata e tirata alle tempie, posava molto all'indietro un cappello finemente ricamato con una minuscola corona scintillante e un'alta piuma. Il suo volto era ovale, pallido, quasi trasparente; il mento a punta, la fronte alta, le sopracciglia molto arcuate e un poco più scure dei capelli; la bocca piccola con gli angoli leggermente rialzati, le labbra sottili e strettamente chiuse, gli occhi chiari e vivaci. Alla vista di quella maestosa figura, vestita con fasto barbarico, i due giovani si sentirono così sopraffatti da non poter nemmeno applaudire. Elisabetta infatti colpiva non solo per lo splendore che l'avvolgeva, ma perché in lei era personificata l'allegra, crudele, licenziosa nazione inglese; si sarebbe detto un simbolico gigante, il quale calmo, sereno, dominante, avanzava tra una folla ebbra di gioia, verso misteriosi destini. Ogni sovrano, anche se privo di gloria personale, possiede sempre, sino a un
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certo punto, un aspetto dignitoso, ma Elisabetta possedeva per di più una naturale e straordinaria maestà, e certo il re Enrico non avrebbe arrossito di questa sua figlia. Quale meraviglia, dunque, se quella folla era come delirante in presenza dell'imponente figura, di quella pallida, vergine regina, calma e appassionata; violenta come il padre e licenziosa come la madre; ardita, intrepida in sommo grado, volubile, ma non debole, e sufficientemente padrona di se stessa per essere imparziale nella sua politica; abile in materia di finanza, e vana fuor di misura. Ed era ben naturale che nel vedere nel gran cocchio dorato quella strana, dominatrice creatura, regale di carattere come di nascita, avvolta in ermellino, velluto e perle, ammirata da uomini di spirito, da adoratori, da servi, da uomini di stato, da frivoli ed eleganti gentiluomini che pomposamente cavalcavano dinanzi a lei e seguita da uno stuolo di dame su bianchi cavalli, avvolte in mantelli di porpora, Anthony pensasse, almeno per alcuni istanti, che lì finalmente era l'incarnazione dei suoi sogni. Questa impressione veniva poi in lui rafforzata dalle fanfare che echeggiavano per tutta la lunghezza della strada mescolando il loro suono a quello delle campane, al tumulto della folla, alle grida dei bambini, al calpestio di migliaia di persone; e dallo spettacolo veramente grandioso che presentava l'intero corteo illuminato dal sole e incorniciato da quella fantastica, serpeggiante strada, ornata da arazzi e da bandiere, che formavano come un immenso arco trionfale. E si comprende pure facilmente che il cuore di questo ragazzo di campagna esultasse in quel momento di un entusiasmo di cui egli stesso non si rendeva conto, per la causa di un popolo che aveva saputo dare una simile regina, e per quella di una regina capace di regnare su un tale popolo; e che la sua immaginazione si accendesse all'idea di potersi consacrare al servizio di queste due cause, pronto a sacrificare per esse la sua stessa vita. Ma in quel medesimo istante, per una di quelle misteriose rievocazioni che sorgono dal profondo dell'animo nostro, rivide l'immagine del vecchio dai capelli grigi, che una mezz'ora prima era passato di lì, lamentandosi e contorcendosi sotto i colpi di sferza.

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Capitolo IV MARY CORBET

La primavera che Isabel passò a Great Keynes, dopo il suo soggiorno a Londra, trascorse apparentemente senza nessun avvenimento importante; tuttavia fu questo per la fanciulla un periodo di emozioni, che doveva lasciar tracce nella sua vita. Nonostante gli avvertimenti del padre, la sua simpatia per Hubert era andata ognora crescendo; egli era stato il primo a far nascere in lei l'idea di essere capace di ispirare amore, e lo specchio che rivela questa verità a un'anima conserva sempre qualche cosa dello splendore della rivelazione. A lei piacevano i modi a un tempo umili e cavallereschi del giovane, il quale sapeva corteggiarla con arte, non oltrepassando mai certi limiti, e tornando subito come un buon fratello appena notava in lei un certo turbamento; di più, col raccontarle i contrasti che spesso aveva con il padre era anche riuscito a far nascere nel suo cuore un senso di compassione verso di lui. Una sera che Isabel era sola nel vestibolo, egli entrò d'improvviso nella più grande agitazione e con gli occhi luccicanti. «No, non posso più sopportare una cosa simile» esclamò camminando concitato per la sala. «Il signor Bailey manca continuamente alla carità; ora, sebbene io sia cattolico, non posso permettere che dica male dei protestanti. Anche questa sera tanto lui che il babbo hanno sparlato della regina, o per lo meno» soggiunse dopo un istante non volendo esagerare la cosa «hanno detto che è degna figlia di suo padre; e allora non ho potuto fare a meno di dirgli che, essendo anch'io suo suddito, non potevo sopportare che fosse insultata in mia presenza; e ho aggiunto che, considerato il bene che faceva la religione cattolica, non mi pareva che fosse migliore delle altre. Mio padre è andato su tutte le furie e mi ha detto di uscire immediatamente dalla stanza, e io gli ho ubbidito, ma per venire qui.» E nel dire ciò si buttò a cavalcioni su una sedia nascondendosi il volto fra le braccia incrociate sulla spalliera. Certo che Hubert avrebbe difficilmente potuto trovare parole più atte a commuovere il cuore di Isabel: in esse era insinuato che per amor suo aveva preso le difese dei protestanti e che era venuto da lei sicuro di essere compreso e consolato. Isabel, infatti, pur mostrando di biasimare la sua sfuriata, gli lasciò capire che lo compativa, e Hubert, dopo averle detto ch'essa era riuscita come al solito a calmarlo, se ne andò lasciandola nel dubbio che egli fosse realmente innamorato di lei. E la fanciulla rimasta sola pensò, fissando la fiamma, che forse per
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mezzo suo egli si sarebbe liberato dalle superstizioni che l'avvolgevano e che... Isabel chiuse gli occhi e dalla gioia e dalla commozione si morse le labbra. Alcune settimane dopo essa fu cagione di una conversazione fra Hubert e suo padre. Lady Maxwell, dopo molte riflessioni e ansietà, aveva comunicato al marito i suoi timori rispetto ai due giovani, e lo aveva pregato di dire in proposito una parola a Hubert. Sir Nicholas, oltremodo sorpreso da ciò che sua moglie gli aveva detto, aveva accusato il giovane di essere un presuntuoso, di non avere cuore, di corteggiare Isabel solo per vanità, e di non amare né i suoi genitori, né la sua religione. Lady Maxwell per calmarlo gli aveva preso dolcemente la mano: «Ti ricordi quanti anni avevi quando venivi a trovarmi a Overfield?». Il volto del vecchio si era rasserenato e aveva finito per sorridere, ricordando che anche egli allora aveva diciotto anni. «Bene, bene, capisco che ciò sarà duro per il ragazzo, ma bisogna farla finita; mandamelo qui; cercherò di prenderlo con le buone.» Il colloquio col figlio fu invece tutt'altro che tranquillo, perché Hubert si risentì subito delle osservazioni del padre e di nuovo parlò con leggerezza della sua religione. «Dopo tutto» diss'egli «vi sono tanti bravi uomini che hanno abbandonato la fede cattolica, la quale non cagiona altro che dolori.» Le mani di Sir Nicholas incominciarono a tremare, ma si contenne pensando che il ragazzo era innamorato. «Mio caro figlio, tu non sai quello che dici.» «Lo so benissimo» replicò Hubert picchiando col piede per terra. «Dico che la religione cattolica è ovunque cagione di dolori e di morte, basta guardare a ciò che avviene nei Paesi Bassi.» «Io non sono in grado di giudicare ciò che accade laggiù» e a queste parole Hubert ebbe un sorriso ironico. «Ma questo io so, e ho il diritto di dirlo, che l'ingiuriarmi in tal modo è un atto da... non è un atto degno di mio figlio. Senti» disse avvicinandosi a lui. «In questo momento tu sei arrabbiato e, Dio mi perdoni, lo sono anch'io; ma ho promesso a tua madre...» e di nuovo s'interruppe. «No, non è possibile che si parli di ciò adesso; sarà meglio che tu torni questa sera.» Hubert, che teneva il viso voltato dall'altra parte, rimase un momento silenzioso; poi disse: «Mi perdoni, la prego». Gli occhi di Sir Nicholas si riempirono di lacrime. «Sono stato un vile» proseguì il ragazzo «a parlare in quel modo, ma farò il possibile, anzi le prometto di non dir niente per ora a Isabel; e poi me ne andrò via per un po' di tempo.» E a queste parole il buon vecchio gli gettò le braccia al collo.
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Qualche giorno dopo questa scena, Isabel andò da Lady Maxwell, che trovò in giardino insieme a sua sorella e a suo figlio James, arrivato il giorno prima. Era questi un giovane alto, bruno, simpatico, vestito sempre con una severa eleganza, e che già incominciava ad avere nome come poeta; di più si diceva fosse ben visto a corte, dove si era acquistato la benevolenza della stessa regina. «Signorina Isabel» diss'egli dopo averla salutata «noi stavamo parlando di Sua Maestà la regina; ma ecco qui la signorina Corbet, sua dama d'onore, la quale potrà certo meglio di me dare notizie di corte.» Isabel alzò gli occhi e con una certa meraviglia vide un'elegante dama con una vaporosa e variopinta veste tutta guarnita di pizzi scendere rapidamente le scale che portavano in giardino. Il suo viso, sebbene un poco pallido, aveva un'espressione vivacissima; la fronte era alta, le sopracciglia nere e arcuate, gli occhi scintillanti, la bocca piccola ed espressiva con labbra vermiglie, che parevano atteggiarsi a un malizioso sorriso. La signorina Mary Corbet, la quale sebbene cattolica era dama di corte di Sua Maestà, avanzò con un gran fruscio di seta, sventolando il fazzoletto che teneva in mano come se volesse scacciare le mosche. «Ma di che cosa parlavate che avete tutti un aspetto così grave?» chiese col suo solito brio. «Della regina» rispose il signor James. «Per dire il vero, penso talvolta ch' essa non abbandoni mai la scena; e con quale arte, e con quale animazione sa recitare!» «Poiché noi tutti, qui, siamo sudditi fedeli, ci spieghi un poco che cosa intende dire con ciò» disse James. «Precisamente ciò che ho detto, ossia che non vi è mai stata persona più amante di recitare e più desiderosa di occupare il primo posto sulla scena» rispose Mary picchiando col piccolo piede per terra e continuando ad agitare il fazzoletto, mentre Isabel la guardava meravigliata, pensando che non aveva mai visto persona più irrequieta. «Nel gennaio passato» proseguì Mary, la quale, ben si capiva, era abituata a far da novelliere di corte «la regina superò se stessa nel recitare la parte di tiranno. Ed ecco come andò la cosa: un giorno che ero nell'anticamera, mi parve di sentirmi chiamare; aprii subito l'uscio e vidi Sua Maestà seduta a una certa distanza dal tavolino, dove quel povero diavolo di segretario, tutto pallido in viso, stava scrivendo sotto i suoi ordini, guardandola ogni tanto di sfuggita, come un povero bambino guarda la bacchetta che sta per colpirlo. La regina a un tratto diede col piede un forte colpo per terra, poi battendo ripetutamente col pugno sul bracciolo si mise a gridare come una sentinella ubriaca. Poco a poco si fece bianca dall'ira; i suoi occhi mandavano lampi. "In nome di Dio" gridò "voglio che siano tutti impiccati. Dite a... (non oso dirvi come essa chiamò Lord Sussex, ma certo ben pochi saprebbero riconoscerlo a quel nome) che voglio che la mia volontà sia eseguita. Questi... (non ho neppure il coraggio di
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ripetervi come chiamò i ribelli) già da due mesi si sono ribellati a me, e ancora non sono stati impiccati. Fateli impiccare nei loro stessi villaggi, affinché i loro bambini vedano quali sono le conseguenze della rivolta." Io intanto ero rimasta vicino alla porta credendo sempre che mi avesse chiamata; ma si sarebbe detto ch'essa non vedesse altro che forche e fiamme dell'inferno. Le chiesi allora con tutta dolcezza che cosa desiderava; in un batter d'occhio mi fu accanto e mi schiaffeggiò; sì, mi schiaffeggiò ripetutamente con la mano ingemmata e io mi ritirai piangendo. Sì» continuò la signorina Corbet abbassando la voce e con lo sguardo pensieroso. «Sì, si sarebbe proprio detto che fosse veramente arrabbiata, tanto impetuosi erano i suoi movimenti e terribile la sua voce.» Il signor James ebbe un leggero sorriso e Lady Maxwell parve voler dire qualche cosa, ma la signorina Corbet non gliene dette il tempo. «E poi bisogna vedere Sua Maestà quando fa la parte di innamorata: è qualche cosa di meraviglioso. Se foste stati spettatori di ciò che ho veduto a Nonsuch, senza sapere però che si trattava di una commedia o piuttosto di una prova, avreste detto che Artemide si era pentita della sua freddezza. Una sera d'estate la regina, dopo esser stata con le sue dame a passeggiare per il prato dov'era il gioco delle bocce, rientrò in casa perché da un momento all'altro doveva arrivare Lord Leicester. Poco dopo volli andare a prendere un libro, e nell'attraversare la corte vidi un cavallo ansante che mandava fumo da tutto il corpo; sarà, dissi fra me, senza osservare la sua bardatura, quello di un messaggero; e senz'altro continuai fino alla porta della galleria al di là della quale è la mia camera. Già avevo girato la maniglia, quando sento la voce della regina; per fortuna faccio a tempo a fermarmi e rimango lì, immobile, senza neanche richiudere la porta per tema di far rumore; intanto attraverso lo spiraglio, riesco a vedere Sua Maestà e Lord Leicester che camminavano su e giù. Ed ecco la regina mettergli un braccio attorno al collo e accarezzarlo ripetendo "Robin, mio dolce Robin" e poi con voce mesta sussurrargli altre dolci parole, mentre egli, più sfinito del suo povero cavallo, cercava di prender fiato, e quando la commozione glielo permetteva la chiamava sua regina, ciò che difatti essa era, e suo amore, e sua luna e sua stella, ciò ch'essa non era, poiché era tutta una commedia. Fortunatamente, forse grazie al sole, che entrando dalla finestra a occidente batteva loro proprio negli occhi, essi non si accorsero di me; non so però come non mi avessero sentita salir le scale e aprire l'uscio. Ma forse Lord Leicester era troppo ansante, e la regina troppo occupata a recitare la sua parte, da non poter accorgersi d'altro. Orbene, v'assicuro che entrambi recitavano a meraviglia: egli era così esausto ed essa così tenera che sono stata lì lì per esclamare: "Bravi!", ma per fortuna mi sono ricordata a tempo che era una prova in privato. Però in passato mi è accaduto di veder Sua Maestà recitare una simile parte anche in pubblico. Ah! guardate quel pavone!» esclamò la signorina Corbet cambiando a un tratto discorso e additando il magnifico uccello che uscito di fra gli arbusti andava lentamente a posarsi su un muricciolo vicino. «Anch'egli è un suddito fedele e viene a sentir le notizie della sua regina.»

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«Credo sia piuttosto venuto» ribatté James sorridendo e dando un'occhiata alla variopinta veste della signorina Corbet «a vedere sua cugina». Mary si alzò e fece una riverenza all'uccello, che fatti alcuni passetti si fermò volgendo ora da un lato ora dall'altro il petto luccicante. «La invita a ballare una pavana con lui» disse James gravemente. «Non oso veramente danzare una pavana con un vero pavone.» «Ah! capisco» rispose James in tono da cortigiano. «Lei è troppo compassionevole verso di lui e troppo spietata verso di noi». «Non oso, perché non cessa mai di esercitarsi.» «Nella speranza che lei un giorno si degni di ballare con lui.» Quindi Mary e James si abbandonarono a quel fraseggiare brillante e fatuo messo in voga da Lily, e che prediligeva la gente di società di quel tempo. Le due vecchie signore continuavano intanto tranquillamente a ricamare e un sorriso appariva di quando in quando sul loro volto. La povera Isabel, invece, si sentiva come oppressa da quelle frasi così elaborate e così vuote; le pareva che fosse quasi una colpa servirsi in tal modo del nobile dono della parola e lanciarla in quel vertiginoso fandango; e mentre assurdità si sovrapponevano ad assurdità, ricadendo le une sopra le altre in spuma lucente e scintillante, e nomi di dèi pagani, di ninfe, di semidei, di licenziose donne dell'antichità classica risuonavano per l'aria formando come una folle struttura che finì con l'incendiarsi e ricadere in allusioni e frizzi sfavillanti e abbaglianti come un razzo, lasciando dietro a sé un'impenetrabile oscurità, la povera fanciulla puritana fu presa da un irresistibile bisogno di piangere. Se almeno quei due avessero concluso con una risata, avrebbe capito che si trattava di uno scherzo, per quanto assai stupido; ma no, Mary aveva finito col fare una profonda riverenza, il serio e grave James si era inchinato con i piedi uniti e la mano sul cuore come un vero «Monsieur» e l'elegante dama era quindi fuggita via con un gran fruscio di seta, lasciando svolazzare al vento i suoi veli e le sue trine; e nessuno aveva riso, né pronunciato una parola di biasimo, né spiegato che cosa tutto ciò significasse; e Isabel allora, stordita e confusa, aveva finito col rivolgere uno sguardo supplichevole a Lady Maxwell. James se ne accorse e subito mutò espressione. «Lei non ci deve prender troppo sul serio, signorina Isabel» disse dolcemente. «Tutto ciò non fa che parte del gioco.» «Del gioco?» domandò seria seria la fanciulla. «Sì» interruppe Mrs. Margaret, continuando a ricamare. «Del gioco di far da re, da regine e da cortigiani.» James sorrise leggermente. «Sei pungente, cara zia.» «Ma...» disse Isabel.
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«Lei pensa» riprese James «che sia male discorrere di simili sciocchezze, e per dir il vero credo abbia ragione» e di nuovo si fece serio. «Oh, non volevo dir questo!» esclamò Isabel. «Ma è che non avevo capito il gioco.» «Sì, lo so, e Dio voglia ch'ella non lo capisca mai.» E così dicendo volse sulla fanciulla uno sguardo dolce e grave che le fece abbassare gli occhi. «Isabel ha ragione» disse Mrs. Margaret «e tu lo sai. Tutto ciò può esser permesso come passatempo, ma per taluni diventa l'unica occupazione e ciò non è altro che uno scherzare con i doni di Dio.» «Non temere per me» rispose James dolcemente. «Sai bene che non ne ho più per molto tempo.» Lady Maxwell dette un'occhiata al figlio, che le rispose con un impercettibile segno di capo, mentre Mrs. Margaret lo guardava con tristezza e affetto; poi seguì un silenzio più eloquente di qualsiasi parola, e Isabel si domandò meravigliata che cosa tutto ciò potesse significare. Durante i vari mesi che la signorina Corbet passò alla Hall, Isabel non riuscì affatto a intendere il suo carattere; e come spesso avviene ad anime semplici di dover piegare il capo davanti a cose per loro enigmatiche, così essa dové accettare Mary come un mistero pieno di significato, ma per lei del tutto incomprensibile. I suoi sentimenti verso di lei non erano però né di antipatia né di diffidenza; la sua candida anima la considerava in silenzio come potrebbe fare un uccelletto che dal nido guarda colui che fa capolino tra il verde del suo piccolo mondo, cercando di attirarlo con dolci suoni. Intanto a sua insaputa Isabel esercitava su Mary un vero fascino; era la prima volta che costei si trovava in intimo contatto con un'anima così pura, e tutte le volte che andava a Dower House si compiaceva di interrogarla minutamente sulle sue abitudini e sulle sue idee; poi, dopo averla osservata in silenzio per alcuni istanti, finiva col dare in una risata e baciarla; la sua ingenuità era per lei un enigma, come per Isabel la natura complicata di Mary. Quest'ultima aveva finito con l'avere per lei un senso di rispetto, e perciò nel parlarle di spettacoli e feste di corte evitava, meravigliandosi di se stessa, di toccare tasti scabrosi. «Senti» diss'ella un giorno a Isabel. «Non arrivo a comprendere la tua religione, poiché differisce completamente da quella dei protestanti di corte, essi non sanno fare altro che ascoltare prediche, e la loro religione è tetra e rumorosa. Tu invece possiedi un'anima speciale: mi sembra che tu sia come un orticello molto semplice, ma accuratamente coltivato e pieno di vita, dove è salubre e piacevole aggirarsi all'ora del tramonto; invece gli altri protestanti di mia conoscenza somigliano piuttosto a una corte lastricata quando i raggi del sole di mezzogiorno l'hanno resa infuocata, dura e abbagliante. Parlami ti prego della tua religione.» Ma per quanto cercasse ripetutamente di soddisfare la sua curiosità, Isabel non riuscì a darle che rigide e vuote definizioni.
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«M'accorgo» le disse un giorno la signorina Corbet, guardandola fissa «che non è la tua fede che ti rende quale tu sei, poiché essa è pesante come quella degli altri. Ma tu hai un'anima dolce, e dovunque posi il piede spuntano i fiori; non hai però di che arrossire, poiché il merito non è tuo, ma di Dio.» A Isabel simili discorsi riuscivano insopportabili; le pareva che la sua anima fosse trascinata fuori dalla fresca, olezzante ombra ed esposta nuda sulla pubblica via. Un'altra volta Mary le parlò ancora più apertamente. «In fondo all'anima tu sei cattolica, o lo saresti del tutto se tu conoscessi questa religione; ciò che pensi di noi cattolici somiglia tanto al vero quanto io a una santa, oppure tu a una peccatrice. Giurerei che tu ci credi tutti idolatri.» E Isabel dovette confessare che li riteneva per qualche cosa di simile. «Vedi, se non ho indovinato giusto? Ma perché quelle signore della Hall non ti hanno un po' illuminata?» «Esse non mi hanno mai parlato di religione.» «Ah, capisco. Se lo avessero fatto tuo padre non avrebbe più lasciato la sua pecorella frequentare i lupi; bisogna però che tu convenga che esse hanno il buon senso di adottare il sembiante di pecore e che il loro travestimento è completo.» Allorché Anthony venne a casa per le vacanze estive, fece anche egli la conoscenza della signorina Corbet, che giudicò a prima vista una donna frivola o una dama, termini per lui equivalenti; poi incominciò a modificare il suo giudizio; quindi cessò dall'esprimerlo e in ultimo finì col fare i suoi elogi. Mary aveva subito mostrato di interessarsi ai suoi cani, e gli aveva chiesto persino in qual modo riusciva a rendere il loro pelo così lustro; poi aveva lodato la sua capacità e un giorno gli aveva anche domandato di darle prova della sua forza muscolare. Tutto ciò naturalmente aveva soddisfatto l'amor proprio del ragazzo. Ma la sua ammirazione e simpatia per la signorina Corbet accrebbero ancora di più nell'osservare che, mentre aveva maniere semplici e scherzava e rideva allegramente quando era fuori con lui, sapeva poi in casa condursi da vera regina e imporre la sua volontà persino a quei vecchi amici di suo padre, che continuavano a guardarla dall'alto in basso. E tale era l'arte con la quale Mary sapeva atteggiarsi e parlare, e tanta la semplicità di questo povero ragazzo che egli, dopo pochi giorni, dimenticando di averla dichiarata una nullità, era ai suoi piedi completamente affascinato dalla sua grazia e dal suo splendore. Però, per giustizia verso la signorina Corbet, bisogna dire ch' essa si sarebbe comportata nello stesso modo anche se fosse stata sola o in presenza di una statua, proprio come fa il pavone che si pavoneggia e agita le sue belle piume davanti a un gattino; e che non avrebbe mai neppure pensato a far male a nessuno, come certo l'atropa non pensa ad avvelenare la stupida pecora che mangia le sue bacche. Anthony, con l'impareggiabile presunzione di un ragazzo di quindici anni, si era figurato ch'essa avesse scoperto in lui una nobiltà non apprezzata dagli altri; e ben presto cominciò a far sogni dorati, nei quali si vedeva come un re, riverito e adorato da questa splendida creatura, la quale dopo le disillusioni della vita di corte aveva
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finalmente trovato in questo semplice e virile giovane di campagna il signore del suo cuore. Fortunatamente, però, egli era abbastanza modesto da non comunicare ad altri questi suoi sogni. Un giorno che Isabel era in giardino con il fratello, sentì la voce di Mary, che li chiamava. «Volete venire con me? Desidero andare a veder la chiesa.» «La chiesa?» esclamò Isabel. «Ma è chiusa; bisogna andare a chiedere il permesso al rettore.» «Chiusa? Ed è forse anche questa una conseguenza della Riforma? Via, andiamo egualmente.» Attraversarono insieme il villaggio e si diressero verso il presbiterio. Giunti sotto la finestra del rettore, Anthony dette un'occhiata dentro, poi indietreggiò di alcuni passi ridendo: «Eccoli alle solite» disse. Allora anche Mary guardò dentro lo studio e vide il rettore seduto proprio di fronte. Era un uomo di bassa statura, di carnagione scura e senza barba; il suo sguardo era fisso su una grande, magra figura di donna, che voltava le spalle alla finestra e che discorreva concitata. A un tratto egli si accorse che qualcuno li osservava. «Siamo di disturbo» disse Mary freddamente, e si tirò indietro.

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Capitolo V L'ARRIVO DI UN MESSAGGERO

«Noi andiamo avanti, signor Anthony» disse la signorina Corbet avviandosi con Isabel verso il cancello del cimitero. «Vuol fare il piacere di portarci le chiavi appena il rettore e sua moglie avranno finito?» Pronunciò queste parole con tale asprezza che Isabel la guardò tutta meravigliata. Erano appena giunte al cancello quando udirono i passi del rettore e di Anthony che si affrettavano a raggiungerle. Il signor Dent, che indossava l'abito talare, aveva in mano le chiavi. La sua testa, dal viso piccolo con naso aquilino e occhi scuri, piuttosto vicini l'uno all'altro, aveva una certa somiglianza con quella di un uccello, e questa somiglianza era resa ancora maggiore dalla sua abitudine di far rapidi movimenti con il capo. «La signorina Corbet, non è vero?» disse inchinandosi e nel suo sguardo vi era una leggera inquietudine. Mary fece un cenno affermativo. «Possiamo vedere la chiesa, o piuttosto la sua chiesa?» domandò. «Se ciò non la disturba.» Il signor Dent s'inchinò rispettosamente. Allora Mary cambiò tattica e assunse un'aria contenta e allegra, ciò che però non rassicurò Isabel. Il rettore aprì il cancello del portico mentre Mary lo osservava con aria soddisfatta. «Ma lei sembra proprio un prete! Permettono i loro vescovi, se pure è così che li chiamano, questa sua veste? Credevo che nessuno di loro la portasse più.» Il signor Dent la guardò dapprima come incerto, poi visto che il suo viso sorridente non esprimeva altro che interesse, le spiegò minutamente che egli di fatto non era che un prete cattolico, sebbene il nome di ministro fosse più comunemente usato, e che quella era sempre la stessa chiesa, solo purificata dalle superstizioni. Mary scosse il capo come potrebbe fare un bimbo in un momento d'imbarazzo. «Non arrivo a comprenderla; non è possibile che sia la stessa chiesa, poiché allora come si spiega che noi cattolici siamo così vilipesi e perseguitati? Ma mi dica, che cosa pensano loro del Papa?» Il signor Dent rispose che anche il Papa era una delle tante superstizioni.
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Erano intanto entrati in chiesa e subito Mary cominciò a fare delle osservazioni. «Che aspetto triste ha quella piccola nicchia! Suppongo che la statuetta della Vergine sia in pezzi in qualche letamaio. Certo, signore, non può essere la stessa religione, visto che hanno ridotto in frantumi la statua della Madonna, ma forse, era anch'essa una superstizione. E dov'è l'antico altare? E stato ridotto in pezzi? Era anch'esso una superstizione? Quante ce ne dovevano essere! M'accorgo che lo era pure l'acqua benedetta, e che adesso in luogo dell'altare hanno una bellissima tavola. Ah! Loro leggono le nuove preghiere su un altro leggio, fuori del coro e non più negli stalli! Era anche quella una superstizione? E che è accaduto dei paramenti sacri? Ha potuto la sua signora adoperarli per qualche cosa di utile? Se non con le stole, almeno con le pianete avranno potuto fare delle splendide guarnizioni da vestiti.» Il signor Dent rispose che i paramenti erano stati tutti bruciati. «Ah sì! Vedo che è stato rovinato anche il tetto del coro; mi figuro che un tempo ci fossero lì statue di angeli. Che idea strana distruggere ogni cosa, a meno che anche gli angeli fossero una superstizione. Credevo che i protestanti ne ammettessero l'esistenza; mi accorgo d'essermi ingannata. Ma in che cosa crede lei, signor Dent?» chiese fissando su di lui i suoi grandi occhi vivaci esprimenti curiosità e incertezza. Non gli dette però tempo di rispondere. «Ah!» esclamò con voce che esprimeva il più profondo dolore. «Ecco la pietra consacrata» e inginocchiatasi all'entrata del coro baciò lentamente e con reverenza la pietra con le cinque croci, che al tempo della distruzione dell'altare era stata incastrata nel pavimento per mostrare che non rappresentava nulla di sacro. Per alcuni istanti rimase inginocchiata muovendo leggermente le labbra e con i grandi occhi neri rivolti verso il finestrone screpolato da colpi di pietre. I due giovani puritani la guardavano meravigliati: era la prima volta che la vedevano sotto questa luce. Quando Mary si alzò, i suoi occhi erano pieni di pianto. «Mi perdoni, signor Dent» disse con voce triste ma dignitosa, e tendendogli la mano. «Lei sa, poiché io credo che abbia un po' di compassione di noi, poveri cattolici, che cosa tutto ciò significhi per me.» Dopo avere visitato il coro entrarono nella cappella dei Maxwell, dov'era la tomba dei genitori di Sir Nicholas. L'altare dove un tempo soleva ogni settimana esser celebrata una messa di requiem era scomparso e soltanto lo scalino e il sacrario ne indicavano il posto. «Questa era una cappellania, non è vero?» chiese la signorina Corbet. Il rettore rispose affermativamente. «Ah!» diss'ella. «L'altare è stato gettato fuori, il prete è andato via, ma... mi scusi signore, il denaro c'è ancora? Suppongo che il denaro non sia una superstizione.» Giunti poi vicino alla porta, si voltò ancora a guardare la navata. «E il gran crocifisso!» esclamò. «Anche Cristo in croce è sparito? Ma in nome di Dio, che cosa rimane allora?» e guardò il rettore piena di sdegno.
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«Rimane, per lo meno, la gentilezza e la bontà cristiana» rispose egli in tono severo. Mary abbassò gli occhi e uscì, mentre Isabel e Anthony la seguivano confusi e impressionati. Ma prima di arrivare alla gradinata vicino alla quale si vedeva ancora il tronco della croce del cimitero, Mary era già ritornata padrona di sé. Ritta in cima alle scale stava quella grande, magra figura di donna che poco prima avevano visto attraverso la finestra del rettore; costei, pallidissima, con i lineamenti della parte inferiore del volto fortemente marcati e le labbra sottili strettamente serrate, osservava la signorina Corbet di sotto le palpebre socchiuse. Mary la guardò dall'alto in basso, poi scese le scale e insieme a Isabel e Anthony, si diresse verso il piazzale; non vi erano però ancora arrivati che udirono al di là del muro del cimitero una stridula, acuta voce di donna, e poi quella grave e risoluta del rettore. «Eccoli daccapo» disse Anthony. . «Ma che cosa vuol dire con ciò, signor Anthony?» «Oh, se sapesse che linguaccia è quella donna; nel villaggio infatti tutti la odiano.» «Mi sembra che non sia simpatica neppure a lei» rispose Mary sorridendo. «Temo però che lei dica che anch'io sono una cattiva lingua. Ma che vuole, io non posso sopportare di vedere queste povere chiese... forse però sono stata...» S'interruppe e proseguì la strada in silenzio. Poco dopo Isabel e Anthony la lasciarono per far ritorno a Dower House e Mary si avviò verso la Hall. Giunta là entrò in giardino, dove Mrs. Margaret era sola a lavorare. Mary le si mise accanto e, preso in mano un libriccino ingiallito che Lady Maxwell aveva lasciato su una sedia, incominciò a sfogliarlo. «Ma questo libro è appartenuto a un convento di monache» disse osservando la dedica e il sigillo sulla prima pagina. «Sì» rispose tranquillamente Mrs. Margaret. «Difatti io sono una monaca.» Mary la guardò meravigliata. «Ma...» «Sì, io ho appartenuto a un ordine religioso che è stato soppresso nel 1538.» «Sarei molto desiderosa di sapere qualche cosa del suo convento e della vita che vi conduceva» disse Mary posando il libro. «È chiedermi molto, mia cara. Eravamo così felici in quel luogo e vi regnava tanta pace. Talvolta ci pareva che la terra fosse un sogno e che noi fossimo in paradiso. Nelle ore "di perfetto silenzio", quando non si pronunciava parola alcuna, salvo in lode di Dio, ci pareva che se il silenzio fosse durato un po' più a lungo e nei nostri cuori fosse stata una quiete perfetta, si sarebbero uditi i cori e le arpe angeliche, e persino il soave rumore dei passi di Nostro Signore. Ma forse perché nella nostra felicità non pensavamo abbastanza agli altri figli di Dio, non tutti felici come noi, Egli permise che per noi pure venissero i dolori. Così avvenne che un giorno fummo tutte costrette a lasciare quel caro, sacro luogo; alcune mie consorelle andarono in Francia, ove entrarono in altri conventi, e io, per ragioni che a lei poco importerebbe
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conoscere, venni qui, dove però ho sempre continuato a osservare la mia regola. Le ho raccontato tutto ciò perché lei pure è cattolica e perché so di potermi fidare di lei avendola osservata durante il tempo che ha passato qui.» E ciò dicendo fissò su Mary il suo dolce penetrante sguardo. «E lei crede» chiese questa sorridendo «di avermi anche conquistata alle sue idee?» «Oh no, ma è nostro Signore che l'ha conquistata, o che per lo meno si avvicina a lei.» Mary rimase silenziosa per alcuni minuti; le pareva che anche quella vecchia signora fosse una di quelle persone che cercano per mezzo di suggestioni, e con una pretesa intuizione del futuro, di indurre tutti a farsi monache o frati. «Forse lei crede che anch'io mi farò monaca» replicò alla fine freddamente. «Non mi pare che questa sia la sua vocazione» rispose tranquillamente Mrs. Margaret. «Ma credo che il Signore voglia che lei lo serva nello stato in cui si trova.» Mary, un poco sconcertata da quella risposta, ricominciò in silenzio a sfogliare il libro. La vecchia signora, infatti, durante le ultime settimane l'aveva osservata attentamente e si era accorta che sotto quella apparenza brillante e frivola c'era un cuore sensibile. Aveva perciò deciso di fare il possibile per richiamarla a quella vita interiore che in lei minacciava di estinguersi. Pochi minuti dopo giunse Lady Maxwell in compagnia di Anthony, venuto a cercare Mary per fare insieme una cavalcata. Appena i due giovani si furono allontanati Mrs. Margaret informò la sorella della conversazione avuta con Mary. «Le ho confidato ogni cosa; ci si può fidare di lei.» Lady Maxwell chinò il capo in segno di approvazione. «Ha buon cuore» riprese Mrs. Margaret. «E sono sicura che il Signore la destina a compiere qualche cosa a corte.» Aveva appena finito di pronunciare queste parole che si sentì il rumore di una porta aperta violentemente; poi in cima alle scale comparve Sir Nicholas tutto ansante e nella più grande agitazione, seguito da un messaggero coperto di polvere e col viso acceso; dietro a loro venivano James, la signorina Corbet, alcuni servi e per ultimo Anthony. James prese suo padre per il braccio, e la piccola comitiva scese le scale verso il quieto, assolato giardino. «Che cosa è successo?» chiese Lady Maxwell cercando di nascondere la sua agitazione. «Spiegate alla signora di che si tratta» disse Sir Nicholas al messaggero che si teneva in disparte.

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«Una bolla del Santo Padre è stata trovata affissa alla porta del palazzo vescovile di Londra; in essa si dichiara Elisabetta deposta e i suoi sudditi sciolti da ogni vincolo di fedeltà.» «E allora?» chiese Lady Maxwell avvicinandosi al marito. «I cattolici devono ora scegliere tra la loro regina e il loro Dio» rispose il vecchio. «Signore, abbiate pietà di noi» esclamò un servo dietro a loro.

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Capitolo VI IL SIGNOR STEWART

La risposta di Sir Nicholas non era esagerata, ma se la terribile scelta, che egli in cuor suo desiderava dover fare e alla quale aveva accennato con occhi scintillanti, non fu subito necessaria, lo divenne però in seguito. Sotto ogni aspetto la bolla papale pareva un atto infelice, per quanto potesse essere stata resa necessaria dalle circostanze, giacché segnava la dichiarazione di guerra tra l'Inghilterra e la Chiesa cattolica. Tuttavia non bisogna dimenticare che il Papa prima di emanarla aveva cercato di venire a una conciliazione con Elisabetta, esortando la sua cara Figlia in Cristo (che era stata incoronata col rito cattolico durante la messa e che aveva pure ricevuto il santissimo Sacramento dell'Altare) a ritornare all'ovile; ma essa non gli aveva risposto che col disprezzo. Da quel momento, dunque, continuare a chiamarla Sua Figlia in Cristo sarebbe stato uno screditare la propria autorità paterna di fronte all'intero mondo cristiano; era quindi divenuto necessario considerarla e trattarla come una nemica della religione, una usurpatrice delle prerogative spirituali, un'apostata e spogliatrice di chiese. Certo un tale atto poteva esser causa di guai ad altri figli della Chiesa, meno notevoli ma più obbedienti di lei, i quali si trovavano in suo potere; ma pretendere che senza alcuna necessità si erano procurate pene ai cattolici, e che il Papa, e solamente il Papa, era responsabile della loro persecuzione sarebbe stato un voler disconoscere che Elisabetta aveva non solo apertamente sfidato e ripudiato la sua autorità, ma anche fatto tutto il possibile per indurre gli altri suoi figli a ribellarsi a lui. La regina, la quale non aveva creduto che il Papa ricorresse a una simile misura, ne rimase oltremodo impressionata, tanto più che correva voce che la Francia e la Spagna si sarebbero probabilmente unite contro l'Inghilterra, e che una almeno di queste due potenze avesse sancito la promulgazione della bolla; tutto ciò naturalmente rese ancora più difficile la già intricata situazione politica, e indusse Lord Clinton a rafforzare la squadra della Manica. Nel Consiglio di Stato regnava intanto la più grande agitazione: Elisabetta fra le minacce di La Mothe, ambasciatore francese, da un lato, e gli argomenti di Arundell, amico dei cattolici dall'altro, si mostrò ondeggiante sin da principio, e ciò anche perché Lord Keeper Bacon la minacciava di completa rovina se non si fosse decisa a sostenere la causa dei protestanti, continuando le ostilità verso il partito cattolico scozzese.
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Ma nonostante tutte le minacce di Lord Bacon, Elisabetta sarebbe forse venuta a una conciliazione con Maria Stuarda e coi cattolici, se non fosse stato per la temerità di Lord Southampton e del vescovo di Ross, amici della Stuarda. Lord Southampton venne arrestato e la causa protestante ricevette un nuovo incoraggiamento dai successi degli Ugonotti e dalle momentanee sconfitte dei cattolici francesi; in tal modo il pendolo continuava a oscillare. Elisabetta, tormentata dalla paura di una crociata continentale e da timori spirituali per la bolla del Papa, mutava ogni giorno di politica, e questa sua mutabilità di pensiero faceva la disperazione di quanti la circondavano. Frattanto uscì un violento opuscolo incitante alla lotta, e a esso fu risposto con moltissimi altri ugualmente violenti. Ma ben presto tutti compresero che la lotta a parole per attaccare o sostenere opinioni teologiche non era sufficiente, e che bisognava venire a qualche cosa di pratico; si cominciò allora a cercare dappertutto copie della bolla, e una ne fu trovata in Lincoln's Inn nella stanza di uno studente. Questi, messo alla tortura, confessò di averla ricevuta da un certo John Felton, nobile cattolico, che viveva in un suo possesso vicino a Southwark. Felton, che fu immediatamente arrestato, confessò subito di avere egli stesso affisso la bolla alla porta del palazzo vescovile di Londra; ma sebbene fosse messo ripetutamente alla tortura non rivelò il nome di alcun complice. Durante il suo processo asserì con volto lieto di non essere egli il solo, e che venticinque pari, seicento nobili e trentamila commoners erano pronti a dare la loro vita in difesa del Papa. Mai un istante mostrò di temere la sorte che lo attendeva, e dopo che fu pronunciata la sua condanna di morte sotto accusa di alto tradimento, mandò alla regina un anello di diamanti del valore di quattrocento sterline per mostrarle di non avere contro lei rancore alcuno. John Felton, che era stato sempre un fervente cattolico, e la cui moglie era stata dama d'onore di Maria e amica di Elisabetta, subì l'otto agosto la terribile pena: trascinato su una treggia sino alla porta del palazzo vescovile in St. Paul's Churchyard, dove aveva affisso la bolla, venne in quello stesso luogo impiccato e, prima ancora che perdesse del tutto conoscenza, sventrato e fatto a pezzi. La Santa Sede, per la quale egli così volonterosamente aveva dato la vita, lo collocò poi fra i santi. Tali fatti suscitavano naturalmente la più viva agitazione fra tutti i cattolici del regno. Sir Nicholas, che aveva una di quelle nature ardenti sulle quali l'opposizione e l'oppressione producono lo stesso effetto dell'olio sul fuoco, incominciò subito a organizzare le forze delle quali poteva disporre per prepararsi alla lotta, che appariva imminente; e anzitutto aprì a Londra e in case dei dintorni una specie di posta, con uno scopo però piuttosto difensivo che offensivo, cioè di potere tanto lui che i suoi amici essere subito avvertiti di qualsiasi pericolo. Anthony e Isabel, essendosi intanto accorti che da un po' di tempo al loro entrare nel salotto della Hall le conversazioni venivano di colpo interrotte, incominciarono a diradare le loro visite. C'era infatti nell'aria qualche cosa che pareva impedire la mutua confidenza. Un giorno poi Isabel venne a sapere che James era partito, ma nessuno seppe dirle per dove e neppure quando sarebbe stato di ritorno.
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Spesso adesso sul calar della notte arrivavano alla Hall dei forestieri, i quali dopo uno o due giorni ripartivano silenziosamente per Londra; erano preti o agenti cattolici che venivano dall'estero, i primi per esercitare il loro ministero varie miglia all'intorno, gli altri per portare lettere a personaggi di corte o a capi del partito cattolico. Il buon Sir Nicholas non era certo, con il suo carattere impetuoso e con la sua assoluta mancanza di prudenza e d'astuzia, adatto a far la parte di cospiratore. Era del tutto incapace di distinguere fra sedizione e religione; ospitava con eguale entusiasmo preti e intriganti politici; si arrabattava per delle ore su lettere cifrate delle quali poi lasciava in giro la chiave, oppure rivelava con gesti e sguardi, quando meno lo avrebbe voluto, che si stava preparando qualche cosa. Al tempo stesso, però, possedeva al sommo grado il sentimento dell'onore e della fedeltà, e i cattolici al di là della Manica, avendo estremo bisogno di agenti fidati, si esponevano di continuo al rischio di metterlo a parte dei loro disegni. Una mattina di agosto entrò in camera di sua moglie e le annunciò che in serata sarebbe arrivato un forestiero. «Ti prego, mia cara, di far preparare per lui la camera nell'ala est; questo giovane signore, che noi chiameremo signor Stewart, spera rimanere con noi sino a tutto domani. Mi faresti anche piacere se... ma no, ci penserò io.» E il buon vecchio andò nella scuderia dove ordinò a uno degli staffieri di partire subito per Cuckfield conducendo con sé un altro cavallo sellato. «Giunto all'albergo, aspetterete l'arrivo di un signore, che mi farete il piacere di chiamare signor Stewart.» Soggiunse poi che quel signore, dopo avere lì cambiato di cavalli, sarebbe venuto alla Hall, e che la sera seguente alle nove gli stessi cavalli avrebbero dovuto essere di nuovo a sua disposizione. Quella sera giunse alla Hall il misterioso forestiero. Era questi un uomo di non più di trent'anni, magro, d'aspetto riflessivo, di modi cortesissimi e che discorreva con un leggero accento scozzese. Ogni suo più piccolo movimento sembrava pensato e voluto; così, per esempio, nel salutare Lady Maxwell, lasciò cadere il frustino e poi lo raccolse con tanta grazia e dignità che si sarebbe giurato l'avesse fatto appositamente; al tempo stesso tenne sempre d'occhio due valigie che aveva portato con sé. Condotto in camera, vi fu poco dopo raggiunto da Sir Nicholas il quale, sebbene egli non fosse arrivato di nascosto, volle che gli fosse lì con gran segretezza servita la cena. Quando poi ebbe finito di mangiare l'accompagnò in salotto dove li aspettavano le due signore. Il signor Stewart mostrò loro dei libri e degli oggetti di devozione che aveva in una piccola sacca, affinché ne scegliessero alcuni, visto che in quei tempi in Inghilterra era così difficile procurarseli, e poi incominciò a parlare dei Paesi Bassi, dove allora vivevano molti profughi cattolici sotto la protezione del duca d'Alba. Durante tutta la serata discorse con brio e vivacità mostrandosi molto ben informato di tutto quanto accadeva non solo all'estero, ma anche in Inghilterra; ma quando più

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tardi Sir Nicholas lo ebbe riaccompagnato in camera egli, mutando a un tratto espressione, gli disse: «Non le ho ancora detto ogni cosa; parlavamo or ora del dottor Storey; ebbene, è stato arrestato». Sir Nicholas ebbe un'esclamazione di terrore. «Poco prima d'imbarcarmi ad Anversa» proseguì il signor Stewart «lo avevo visto per la strada che passeggiava appoggiato al braccio di un giovane. Il giorno seguente, al mio arrivo a Yarmouth notai in direzione del cantiere un grande movimento; avvicinatomi per conoscerne la causa, vidi gente che si affollava gridando attorno a una carrozza circondata da sbirri, e dentro, con mia somma meraviglia, rividi il vecchio Storey, pallido ma sereno. Ora, lei si può ben immaginare quanto io stia in pensiero per lui, sebbene pensi che certamente il duca d'Alba e il re di Spagna si adopreranno in suo favore, poiché non è possibile che lo abbandonino nelle mani di Cecil. Ma intanto anche noi, Sir Nicholas, dobbiamo tenerci preparati, poiché non sappiamo che cosa ci può accadere.» Il dottor Storey, naturalizzato da Filippo II ed entrato al servizio del duca d'Alba, era stato con una astuzia attirato da agenti inglesi su un bastimento mercantile a Bergen-op-zoom; poi, condotto a Yarmouth, vi era stato fatto prigioniero. Tale notizia non fece naturalmente che accrescere lo stato di angosciosa incertezza di Sir Nicholas: accogliere con gioia l'intervento della Spagna, qualora si fosse intromessa, e adoperarsi attivamente in favore suo, significava per lui tradire il proprio paese; agire invece contro la Spagna voleva dire ritardare il ristabilimento della religione cattolica, cosa che gli sembrava un tradire la propria fede. E ora si domandava se il terribile momento della scelta tra la sua sovrana e il suo Dio era imminente. L'arresto del dottor Storey era stato un fatto così grave e misterioso che anche tutti gli altri cattolici d'Inghilterra ne erano rimasti impressionati: aveva dunque il governo un braccio così lungo e uno sguardo così penetrante? E se gli era possibile allontanare un uomo dalla cattedrale di Anversa sottraendolo alla protezione del duca d'Alba, per consegnarlo poi a Yarmouth in mano degli sbirri, e ciò nel corso di poche ore, chi poteva ancora sperare di essere al sicuro? Quella notte i due rimasero insieme sino a ora avanzata, commentando il fatto; e solo allorché dagli spiragli delle imposte cominciò a trasparire un po' di luce, Sir Nicholas si decise ad andare a letto. Il signor Stewart, per quanto anch'egli afflitto per l'arresto del dottor Storey, non ne era rimasto così turbato e ciò forse perché nessuna persona a lui cara era implicata in fatti il cui esito era così dubbio, e anche perché, essendosi ormai completamente consacrato alla causa che difendeva, sapeva bene ciò che avrebbe fatto qualora si fosse trovato nel caso di dover scegliere fra Filippo II ed Elisabetta. Il giorno seguente, essendosi ormai reso conto quanto Sir Nicholas fosse semplice, ingenuo e mancante di prudenza, durante le ore che passò con lui e le due signore si
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limitò a parlare della terribile scorreria fatta in Scozia nel precedente aprile, poi delle fantastiche avventure amorose e cavalleresche delle quali Maria, regina degli scozzesi, era stata oggetto durante la sua prigionia nel castello di Bolton. Il paese, disse egli, era pieno dei suoi adoratori, i quali le si affollavano intorno come api a un alveare; di notte fra le tenebre si aggiravano nei pressi del castello chiamandola ad alta voce, e quando le guardie venivano fuori udivano nel silenzio echeggiare una risata, ma non riuscivano mai a vedere anima viva. E i fedeli di Sua Maestà continuavano a passare le notti fuori contemplando la sua finestra e pregando con lo sguardo fisso in quel punto luminoso, che a lungo brillava fra le tenebre (Sua Maestà soleva coricarsi molto tardi), come se fosse stata una lampada davanti al Santissimo. Talvolta, allorché la regina andava a caccia, circondata sempre da guardie e seguita da vicino da Lord Scrope o da Sir Francis Knollis, un povero seduto sul ciglio della strada le chiedeva l'elemosina dicendo: «Dio salvi Vostra Maestà», ma sotto la lacera veste di quel mendicante si nascondeva un uomo avvezzo a portare abiti di seta. Vi erano pure molti giovani della nobiltà che avrebbero ringraziato Dio di poter avere, invece di pranzo, una percossa o una ingiuria dal più volgare soldato pur di ricevere prima, come benedizione, uno sguardo dalla loro regina. Spesso a lei giungevano biglietti, e ciò proprio sotto il naso di Lord Scrope e di Sir Francis, che giocavano a scacchi nella sua stanza; ma grazie alla Madonna e ai santi, non era ancora stato dato scacco matto, e la bianca regina avrebbe vinto, a Dio piacendo, prima che fosse vuotata la scacchiera. Il signor Stewart parlò pure dell'infelice risultato della rivolta dei cattolici nel nord dell'Inghilterra, e delle miserabili condizioni dei profughi, fra i quali persino deboli donne e delicati bambini avevano coraggiosamente sopportato ogni genere di privazioni e di sofferenze per sostenere la causa di quella religione ch'era loro tanto cara. Come già si è detto, Sir Nicholas si trovava nel dubbio se era lecito a un suddito insorgere contro il suo sovrano temporale per difendere le libertà religiose; tutta la sua natura inglese si ribellava a un tale atto; ma ciò nonostante egli ascoltava col più vivo interesse la storia di questi suoi correligionari, che erano così convinti del diritto di insorgere in difesa della propria fede. Discorrendo di questi tristi avvenimenti, essi passarono quel pomeriggio d'agosto. L'aria era afosa e sarebbe stato più piacevole sedere in giardino, ma Sir Nicholas aveva dichiarato che, date le circostanze, non vi era neppure da pensarvi; si erano perciò accontentati di spalancare tutte le finestre per respirare un po' meglio. Sir Nicholas aveva dato ordine che quella sera la cena fosse servita nel suo studio. Un poco prima delle sette e mezzo il signor Stewart salì in camera a chiudere le sue valigie e appena fu ridisceso essi si misero a tavola. I cavalli erano stati ordinati per le nove.

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Capitolo VII LA PORTICINA DEL GIARDINO

La mattina dopo il misterioso arrivo del signor Stewart alla Hall, il rettore andò a passeggiare nel prato che confinava col cimitero. Non aveva ancora dimenticato gli scherni della signorina Corbet; le ferite ricevute si erano cicatrizzate, ma gli producevano tuttora una sensazione dolorosa. «Come sono ciechi questi papisti» pensava tra sé. «Come sono pieni di pregiudizi su certi particolari insignificanti del culto, ignoranti dei veri principi religiosi da noi conservati» e ripeteva a se stesso che le antiche verità riguardanti Dio, la fede e la Chiesa erano tuttora professate dagli abitanti del villaggio e che non erano state tolte che le incrostazioni dell'errore; i cuori, è vero, soffrivano ancora del cambiamento avvenuto, ma l'eterno Dio avrebbe dato prova della sua divina pazienza e bontà. Com'era difficile però tenere una via di mezzo, e quale fede, quale avvedutezza e calma occorreva avere, giacché se da un lato covava lo scontento dei papisti, dall'altro ardeva il fanatico, impetuoso zelo dei puritani. E pensò all'arcivescovo Parker e alla sua prudente moderazione nel reprimere gli eccessi; alla sua pazienza e amorosa conoscenza del cuore umano, che gli permettevano di mettere in esecuzione i suoi disegni in mezzo allo scatenarsi delle passioni; ma nonostante queste riflessioni il signor Dent non riusciva a tranquillare l'animo suo. Che cosa poteva fare lo stesso arcivescovo quando i suoi suffraganei valevano così poco? Quando Leicester, il più potente uomo a corte, era un ardente partigiano dei puritani? Il rettore sarebbe stato contento di sopportare i disordini del suo gregge se avesse avuto fiducia nell'azione del suo partito, ma le stranezze dei puritani minacciavano di rovinare ogni cosa. Quella stessa mattina aveva ricevuto una lunga lettera di un suo amico di Cambridge, il quale gli faceva un'esposizione delle diverse opinioni che agitavano allora gli animi creando sempre nuove divisioni e contrasti. I rigoristi schernivano apertamente la religione della Chiesa d'Inghilterra, e se si sottomettevano all'ordinazione episcopale era solo per necessità legale; si rifiutavano di portare l'abito prescritto e di osservare le feste e i giorni di astinenza, trovando che questi erano avanzi giudaici, e criticavano ogni forma di culto, eccetto quello direttamente sanzionato dalla Scrittura; in poche parole rimanevano nella Chiesa d'Inghilterra e riscuotevano i loro assegnamenti mentre disprezzavano i suoi comandamenti e si burlavano dei suoi diritti. E potevano fare tutto ciò impunemente, non già perché i vescovi non
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disponessero di mezzi disciplinari, oppure perché la regina fosse avversa a misure repressive, che anzi essa insisteva continuamente perché si conformassero alle regole della Chiesa; ma piuttosto perché, come appariva a menti calme come quella del rettore, ciò che mancava era il principio di autorità perdutosi col rifiuto del papato, e di conseguenza ciò che prevaleva nella Chiesa nazionale era non tanto la libertà quanto l'anarchia. Difatti qualsiasi strana fantasia sembrava esservi tollerata, purché non si avvicinasse troppo all'antica religione; e di tutto ciò il signor Dent s'affliggeva profondamente. Ma a turbarlo concorrevano anche altre cause. La sua posizione a Great Keynes si era andata facendo ogni giorno più difficile; sua moglie cercava con ogni mezzo di rompere le sue buone relazioni con i Maxwell e gli abitanti lo consideravano come un impiegato qualsiasi, pagato dal governo per promulgare la nuova religione dello Stato. Vi era però in paese una persona che sempre gli aveva mostrato rispetto e amicizia, e al pensiero di potere anche in quello stesso giorno andare dal buon signor Norris, l'animo turbato del rettore si rasserenò alquanto. A un tratto un rumore gli fece alzare il capo, e al di là della siepe vide un uomo a cavallo fermarsi davanti al presbiterio. Pensando fosse venuto a cercare di lui, stava già per rientrare in casa quando lo vide ripartire al galoppo in direzione del villaggio. A pranzo chiese alla moglie che cosa fosse venuto a fare quell'individuo; ed ella rispose che le aveva portato un'ambasciata. Temendo una delle solite scenate, il rettore non osò chieder altro, e appena finito di mangiare uscì dicendo che andava dal signor Norris e da alcuni ammalati. Sua moglie non rispose, ma lo guardò allontanarsi dalla finestra; intanto una strana espressione appariva sul suo volto. Mai come quel giorno il signor Norris parve al rettore così buono e affettuoso. Dopo che gli ebbe aperto il suo cuore, Norris lo condusse in giardino, e là, passeggiando per il lungo viale, gli rivolse parole di conforto. «Lei è turbato, caro amico, e io non me ne meraviglio vista la confusione di questi tempi; naturalmente non posso considerare le cose alle quali accenna, ossia la gerarchia, le cerimonie d'uso nel ricevere la Comunione e altre ancora, dal lato in cui lei le vede; ma, se non m'inganno, ciò che la turba maggiormente è l'attuale stato di confusione e la mancanza di ogni autorità e rispetto per l'antichità. Lei è in una triste condizione in mezzo a questo infuriare di flutti, sbattuto in qua e in là, dimenticato, non stimato, anzi disprezzato. Ora, sebbene io non mi trovi nella sua posizione, capisco quanto grande debba essere lo sforzo che deve fare per sopportare tutto ciò; ma se lei me lo permette, le dirò francamente che è appunto ciò che lei considera una vergogna che io reputo una gloria: è il segno della croce che è adesso sulla sua vita. La sua condizione è simile a quella di Nostro Signore quando si avviò alla Passione: tanto gli ebrei che i gentili gli erano avversi; i suoi diritti erano stati disconosciuti; la sua dignità di sovrano negata; Egli non andò incontro alla Passione come a un trionfo, sopportando il dolore fra la silenziosa ammirazione di un mondo meravigliato, ma disprezzato e reietto dagli uomini; vi andò sotto le percosse e gli sputi, col volto cosparso di sudore e di sangue, schernito dalla gente più vile, odiato dai più odiosi, rigettato dai reietti, insultato dagli infimi; e fu appunto tutto ciò che rese così amara la
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sua Passione. Andare incontro alla morte fra gli onori e gli applausi, o almeno in mezzo a un rispettoso silenzio, è cosa facile: non è arduo il morire su un trono; ciò che invece è duro è vivere come Giobbe su un letamaio. Ripeto che so bene di non avere alcun diritto di parlare così a un ministro di Dio, ma giacché lei è venuto da me, debbo dirle ciò che penso, e non faccio che ripeterle, quello che disse un savio: "Temete la gloria poiché la vergogna è vicina. Desiderate la vergogna poiché ad essa di sicuro seguirà la gloria". Se ciò è vero per il filosofo, quanto più lo sarà per un ministro di Dio, la cui missione è di seguire Cristo e di rendersi simile a lui.» Molte altre cose ancora gli disse, e la sua fede così dolce e benefica lenì le ferite del rettore e rinvigorì la sua volontà. L'amico lo condusse poi nel suo studio dove gli lesse alcuni passi di scrittori mistici tedeschi, che secondo lui potevano fare al caso suo. Quindi, sembrandogli che le parti fossero state invertite, e un po' strano che un pastore fosse venuto a chiedere conforto a un suo parrocchiano, gli chiese alcuni consigli circa i suoi figli. «Quanto ad Anthony, non sono affatto inquieto; so che il ragazzo crede di essere innamorato, e quando è in casa non fa altro che sospirare; ma ho notato che mangia con appetito e dorme saporitamente. Di Isabel invece non sono egualmente tranquillo: l'ho osservata attentamente e sono certo che ha un animo buono e che soprattutto ama il Signore, ma come posso essere sicuro che sotto quella sua apparenza così calma non si nasconda un cuore che soffre?» Il rettore gli suggerì di allontanarla da casa per un po' di tempo, consiglio che il signor Norris disse avrebbe seguito; dopo di che, sentendosi più spiritualmente unito all'amico di quanto non fosse mai stato, gli chiese di recitare con lui una preghiera, e inginocchiatosi chiese a Dio luce in quei tempi di tenebre, pace in mezzo alla tempesta e di voler benedire tutti gli abitanti del villaggio e il loro pastore, al quale «Tu hai dato da bere il calice della tua passione». Quella sera, allorché il rettore fece ritorno al villaggio, il cielo era burrascoso, ed egli, nonostante provasse una specie di oppressione fisica, aveva la pace nel cuore: le parole del signor Norris gli avevano insegnato a trovare nell'amaro calice il punto fragrante ove le labbra di Nostro Signore si erano accostate, e ciò era adesso per lui fonte di consolazione. Di più, il suo animo di vero pastore aveva in quel giorno ricevuto un altro conforto: un burbero vecchio, che sempre l'aveva guardato con il viso arcigno, prima di morire gli aveva chiesto perdono ed era così morto riconciliato con Dio e con gli uomini. Ripensando in seguito a tutto ciò, il signor Dent ebbe la ferma convinzione che Dio avesse voluto in quel modo fortificarlo per i dolori che lo attendevano a casa. Appena entrato nello studio, vide comparire sua moglie con una strana espressione. La donna richiuse l'uscio e senza avanzare: «George!» disse in tono brusco. «Non devi essere arrabbiato con me, ma...». «Che c'è di nuovo?» chiese egli, e sentì il cuore agghiacciarsi. Aveva capito che si preparava qualche cosa di terribile.
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«Ho agito per il meglio» e nel suo sguardo c'era ostinatezza e passione. «Bisogna che tu ti mostri uomo. Non è conveniente che delle dame di corte si facciano impunemente beffe di te.» Il rettore si era alzato; il suo sguardo esprimeva adesso risolutezza. «Donna, che hai fatto?» gridò. Essa stese una mano come per trattenerlo; poi con voce metallica e squillante soggiunse: «Ti dirò ciò che penso. Ma non è già per questo che ho agito così: tu sei un ministro del Vangelo e devi mostrarlo. La polizia è qui, e sono io che l'ho fatta chiamare». «La polizia?» ripeté egli come trasognato. «Il signor Frankland di East Grinsted è qui con alcuni sbirri. C'è alla Hall un messo papista e sono venuti per arrestarlo.» Il rettore fece uno sforzo per mandar giù la saliva, poi volle rispondere, ma essa non gliene dette tempo. «E ho anche promesso che tu li farai entrare dalla porta del giardino.» . «Ciò non sarà mai» gridò suo marito. Ma di nuovo essa alzò la mano per imporgli silenzio; poi guardando verso la porta soggiunse: «Ho già dato loro la chiave». Era questa la chiave di una porticina del giardino dei Maxwell, i quali anni addietro l'avevano imprestata al parroco, e che non si erano mai fatta rendere dal rettore protestante. «Non c'è via di mezzo» continuò la donna. «George, mostrati uomo» e ciò dicendo lasciò la stanza. Per alcuni istanti il signor Dent rimase completamente immobile, stringendosi le tempie con le mani. Poi a poco a poco recuperò la lucidità di mente e l'animo suo si accese d'ira e di sdegno. Questo era il colpo finale; era la conseguenza della diabolica invidia di sua moglie. Ma che cosa poteva fare? La polizia era già lì. Era possibile avvertire i suoi amici? Nell'angoscia si strinse ancora più forte le tempie; l'orrenda situazione gli appariva in tutta la sua terribile realtà. «Dio mio, che cosa posso fare?...» Udì nell'ingresso un rumore di passi e poi aprire la porta. Alzò il capo e vide un uomo di grossa corporatura e in tenuta da cavallo, seguito dalla signora Dent. Il rettore si alzò senza profferire parola e poi dette un'occhiata a sua moglie che andò a sedersi in un angolo oscuro. «Oh!» esclamò il magistrato, senza mostrare di accorgersi del suo turbamento. «Lei ha proprio una perla di moglie. Non credo che Salomone abbia mai pronunciato verità più grande di quando disse, se non erro, che una donna è l'ornamento del marito; ma lei come ministro deve sapere ciò meglio di me, che sono un semplice laico» e si mise a ridere. «Che cosa intende dire questo stupido?» pensò il rettore. «Se almeno non parlasse così forte. Bisogna che rifletta su ciò che posso fare.»
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«È stata proprio molto astuta» proseguì il magistrato sedendosi; e il rettore seguì il suo esempio mettendosi a sedere con le spalle voltate alla finestra e appoggiando il capo alla mano. Il signor Frankland ricominciò a discorrere. Il rettore dava ogni tanto un'occhiata a sua moglie, la quale nell'ombra, col viso pallido e risoluto, le mani in grembo, osservava i due uomini. La voce del magistrato faceva al signor Dent, tuttora trasognato, l'effetto di una ruota su dei sassi, e quell'incessante, stridulo suono lo istupidiva. Ma che cosa andava dicendo? Che cosa raccontava di sua moglie? che lo aveva mandato a chiamare il giorno prima e che lo aveva avvertito che stava per arrivare un agente papista? Ah! un uomo pericoloso il quale distribuiva opuscoli sediziosi? Essi almeno credevano che questo fosse l'uomo ricercato. Sì, sì, ora capiva; questi uccelli notturni erano un pericolo per lo Stato; bisognava dare loro la caccia come a insetti nocivi. Precisamente, ed egli come ministro del Vangelo doveva essere il primo a prestare l'opera sua. Senza dubbio, ne conveniva pienamente; sì, perché era un ministro del Vangelo. Ma intanto, oh Dio! che fare? Bisognava impedire a quell'uomo di... Ah! ma che cosa aveva detto? Qualcosa gli era sfuggito. «Vorrebbe, signor Frankland, ripetere quello che ha detto?» Sì, sì, ora capiva; gli sbirri erano già al loro posto. Nessuno sospettava di niente; essi erano venuti dal viale dei cavalli. Ogni porta? Aveva ben inteso che ogni porta della Hall era vigilata? Ah! già, ciò era prudente; non vi era dunque pericolo che qualcuno potesse avvisarli? Oh, no no, egli non credeva che ci fosse nessun cattolico nascosto che potesse far ciò; stava riflettendo soltanto a questa probabilità. Sì, sì, il magistrato aveva ragione, non si poteva mai essere troppo prudenti. Perché ah ma perché aveva nominato Sir Nicholas? Sì, sì, era veramente un buon signore, e molto ben visto nel villaggio. Certo era meglio far la cosa tranquillamente entrando dalla porta del giardino; sì, era appunto quella che si apriva con la sua chiave. Ma forse sarebbe stato meglio che egli non li accompagnasse, perché Sir Nicholas era suo amico ed era meglio non disgustarsi con lui. Ah! non sino alla casa? Benissimo; allora sarebbe arrivato soltanto sino al filare dei tassi; e... e a che ora aveva detto il magistrato? Alle otto e mezzo? Sì, il signor Frankland aveva detto che quella era l'ora migliore, perché Sir Nicholas aveva ordinato i cavalli per le nove; cosicché essi arriverebbero proprio in buon punto. E quanti uomini vi sarebbero stati? Otto? Ah, sì, otto e... non riusciva a capir bene il loro piano. Sì, sì, ora capiva: attraverso il filare di tassi e poi per la porta a mezzogiorno entrerebbero nell'atrio. Ma se fosse chiusa col chiavistello? Non aveva detto il magistrato che c'era soltanto un agente? Ah! egli non aveva capito. Dunque, anche Sir Nicholas? Ma perché? Perché ospitava preti? No, quell'individuo era certamente un agente segreto. Certo, se lo diceva il magistrato, doveva essere vero; soltanto gli pareva che non fosse necessario arrestare anche Sir Nicholas. Ah sì, sì, egli non avrebbe detto altro. Adesso capiva tutto il piano. No, non era davvero un protettore dei cattolici, Dio ne guardi! sua moglie poteva attestarlo. Sì, sì, era grato al magistrato dei suoi complimenti. Dalla porta sud, aveva detto? sì, e di lì nell'atrio. Sì, la camera a est era lo studio di Sir Nicholas; naturalmente essi
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potevano essere a cena di sopra; ma ciò poco importava; il magistrato aveva ragione: purché occupassero la scala principale e tutte le porte fossero vigilate, potevano essere sicuri di prenderlo. No, no, era inutile sorvegliare anche l'altra parte della casa; e poi non aveva detto il magistrato che Marion aveva visto la notte precedente dei lumi nell'ala est? Sì, dunque non c'era dubbio. E quale doveva essere il segnale? Non aveva capito bene: la campana doveva essere il segnale? Ma perché? perché era necessario un segnale? Ah, sì, ora comprendeva: perché alle otto e mezzo tutti fossero pronti. Sì, sua moglie avrebbe mandato Thomas a suonarla. Sì, certamente, lei era una di quelle donne delle quali si poteva essere orgogliosi e poi era una così sincera protestante; non aveva misericordia di quei birbanti. Ed era tutto? Sì. Come si faceva buio; dovevano essere quasi le otto; e i suoi uomini avevano tutto il necessario? Dunque tutto era pronto. Sì, sebbene la gente del villaggio andasse a letto di buonora era meglio non avere lumi per non destare sospetti. Ah sì, benissimo; forse sarebbe meglio che il signor Frankland andasse dai suoi uomini per tenerli tranquilli; sua moglie avrebbe provveduto a tutto il necessario. Benissimo, ed egli aspetterebbe lì al buio sino a che lo avrebbero chiamato. Fra un quarto d'ora? Sì, grazie. Appena la porta fu richiusa, il signor Dent, rimasto solo, ricadde sulla seggiola nascondendosi il viso fra le mani. Ah, che cosa poteva fare? Niente, niente niente. E là, alla Hall, erano i suoi amici: il buon vecchio cattolico e le due signore. Come avrebbe potuto sostenere ancora il loro sguardo? Ma che cosa poteva fare? Niente. Come pareva lontano quel pomeriggio passato col signor Norris, e quella tranquilla passeggiata sotto i pini. Certo a quell'ora egli sedeva di nuovo al tavolino circondato dai suoi libri, mentre Isabel vicino al fuoco era occupata a lavorare; quale pace, quale tranquillità e dolcezza in quel quadro! E laggiù, a distanza di soli cinquanta metri, era il villaggio dove ogni lume era spento e dove tutti probabilmente erano già immersi nel sonno. Ah, che dolorosa notizia avrebbero ricevuto al loro risveglio! E quella strana conversazione del pomeriggio sul Salvatore e sul suo calice di dolore e sull'umiliazione della Passione! Ah! sì, egli avrebbe potuto soffrire con Gesù sulla croce, su quell'albero della vita, ma non con Giuda sull'albero della morte. E il rettore, chinata la testa sulla scrivania, dal dolore dal rimorso e dalla disperazione di sentirsi impotente a far cosa alcuna, incominciò a versare calde lacrime. Da nessuna parte era possibile avere aiuto: tutti erano contro di lui; persino sua moglie e Iddio medesimo. Poi con un gemito alzò il capo: «Gesù!» esclamò dal più profondo dell'anima. «Tu sai tutto, Tu sai ch'io t'amo».

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Capitolo VIII L'ARRESTO DEL SIGNOR STEWART

Il sole era già tramontato da un'ora e le tenebre cominciavano ad avvolgere il tranquillo villaggio. Alla Hall erano ancora a tavola; non essendo state chiuse le imposte, la luce dei candelabri si rifrangeva attraverso i vetri sulle bianche lastre del terrazzo, diffondendo all'intorno un debole chiarore, che faceva parere ancora più scura l'alta siepe di tassi che, come un muraglione, lo fiancheggiava dal lato sinistro. Lo studio di Sir Nicholas, così bene ammobiliato e illuminato, e lo scintillio dei gioielli di Lady Maxwell, suscitavano nella mente del signor Stewart, per natura amante del bello e del lusso, un vago senso di piacere; guardò un momento la tavola scintillante e il viso sorridente del buon vecchio che gli sedeva di faccia, poi le tenebre esteriori e sospirò pensando che di lì a una mezz'ora avrebbe lasciato gli agi di quella casa per la bianca, polverosa strada maestra, per dormire di nuovo su un duro giaciglio in qualche misero, sudicio alberghetto di campagna. Tanto per nascita che per educazione, egli sarebbe stato portato a passare la sua vita in un ambiente signorile come quello dei Maxwell e invece, non per sua spontanea scelta, ma per ciò che egli avrebbe chiamata la sua vocazione, viveva quasi sempre all'estero come un povero esule, in camere ammobiliate, e quando tornava in patria si nascondeva sotto travestimenti tutt'altro che attraenti, come un misero fuggiasco. Per alcuni minuti nessuno dei quattro pronunciò parola; poi d'improvviso nel profondo silenzio risuonò un rintocco di campana. Lady Maxwell alzò gli occhi e incontrò quelli di sua sorella, nei quali le parve di vedere un'ombra di inquietudine. «Vuol far burrasca questa sera» disse Sir Nicholas rivolgendosi al signor Stewart. Questi non rispose e Lady Maxwell si accorse che fissava la buia terrazza dirimpetto e che un'ombra gli oscurava il viso. Sir Nicholas intanto continuava tranquillamente a staccare i chicchi dal suo grappolo d'uva. A un tratto il viso del giovane si oscurò maggiormente: si alzò e poi si rimise a sedere. «Che cosa c'è, signor Stewart?» chiese Lady Maxwell con voce agitata. «Che c'è?» ripeté Sir Nicholas alzando la testa. Il giovane si era nuovamente alzato, indietreggiando di alcuni passi e fissando sempre il terrazzo.
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«Mi scusino, ma ho visto passare alcuni uomini davanti alla finestra.» Si udì nell'atrio un rumore di passi e di voci. Sir Nicholas e le due signore balzarono in piedi guardandosi l'un l'altro. Fu girata la maniglia e spalancata la porta. Un uomo dall'aspetto forte e robusto, ma con un'aria un poco sospettosa, avanzò tenendo ostentatamente in mano una grande mazza; dietro a lui comparvero altri uomini. Sir Nicholas, di solito rosso in viso, si era fatto pallidissimo, e con la bocca semiaperta guardava il magistrato come istupidito. Il signor Stewart afferrò il coltello vicino al suo piatto. «In nome di Sua Maestà la regina...» disse lentamente il signor Frankland, guardando il viso risoluto del giovane e la mano che stringeva il coltello. «E’ inutile, signore» soggiunse. «Sir Nicholas, voglia persuadere il suo ospite a non opporre una inutile resistenza; siamo dieci contro uno, e la casa è già vigilata da varie ore.» Sir Nicholas fece un passo avanti come per dire qualche parola, ma nessun suono uscì dalla sua bocca. Lady Maxwell gli gettò le braccia al collo. «Entrate» disse il magistrato agli sbirri ché erano rimasti fermi vicino alla porta. Subito sei di loro si fecero avanti; erano tutti armati da capo a piedi. Mrs. Margaret, la sola che avesse conservato la calma, si rimise a sedere. «Domando scusa» proseguì il magistrato. «Ma il mio dovere non mi permette di agire diversamente» e così dicendo si volse verso il giovane, che all'entrare degli sbirri aveva posato il coltello, e che ora, con una mano appoggiata alla tavola, guardava il magistrato con aria di disprezzo. Sir Nicholas fece ancora uno sforzo per parlare; il suo viso era alterato, e la sua mano tremante. «Siediti» gli disse la moglie con voce agitata. «Ma che vuol dire tutto questo? Non capisco, signor Frankland, che cosa desidera da noi? E chi sono questi altri signori? Non vuole accomodarsi e rinfrescarsi un poco? Mi permetta di presentarle il signor Stewart.» «Non credo sia necessario» rispose il magistrato sorridendo «poiché temo che questo signore sia già conosciuto da alcuni di noi. No, no, è inutile» gridò bruscamente volgendosi verso il signor Stewart. «La finestra è sorvegliata.» «Non so che cosa lei intenda dire» rispose il giovane, il quale infatti si era di nuovo voltato a guardare la finestra. «Avevo visto un ragazzo attraversare il terrazzo.» Di nuovo si udì rumore nell'atrio. «Chi è là?» gridò il magistrato. Un momento dopo entrò uno sbirro tenendo Anthony per un braccio. «Ah, sei tu!» disse Mrs. Margaret con voce del tutto tranquilla. Si udì un sommesso mormorio fra gli sbirri.

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«Silenzio» gridò il magistrato. «Non abbiamo tempo da perdere; adesso bisogna occuparsi di questo signore e poi penseremo al ragazzo. Chi di voi conosce costui?» chiese accennando al signor Stewart. «Signor Frankland» rispose uno degli sbirri facendosi avanti. «Io lo conosco sotto due nomi: sotto quello di signor Chapman e di signor Wode; è un agente papista e io l'ho visto ad Anversa or sono quattro mesi insieme con il dottor Storey.» «Ah, sì!» esclamò il giovane in tono derisorio. Poi inchinandosi soggiunse con aria di trionfo: «Mi congratulo con voi; in aprile io ero in Francia. Voglia, signor Frankland, ricordarsi delle parole di costui; esse potranno essermi utili, giacché mi figuro che lei sia venuto per arrestarmi.» Il signor Stewart pareva avere adesso riacquistata tutta la sua calma. «Sono oltremodo spiacente» soggiunse voltandosi verso Sir Nicholas e Lady Maxwell, che silenziosi assistevano a questa scena «di avere loro procurato tutte queste noie; ma costoro sono così astuti da vedere ovunque delitti; veramente non so ancora di che cosa io sia colpevole, ma ciò poco importa. Sir Nicholas, noi dovevamo in tutti i modi separarci fra una mezz'ora; ci diremo dunque addio qui, invece che al cancello.» Il magistrato si pose una mano davanti alla bocca per nascondere un malizioso sorriso. «Domando scusa, signor Chapman, ma non occorre che lei si separi così presto dal suo amico, poiché anche egli deve venire con noi.» A questa notizia Lady Maxwell parve venir meno. «Sono lieto di poter così godere ancora della compagnia del mio ospite» fu la sola risposta di Sir Nicholas. Era ora venuta la volta di Anthony. Il magistrato fissò su di lui uno sguardo scrutatore. «Chi è costui?» domandò. «Signore» rispose uno degli sbirri «io lo conosco bene: è un buon protestante e figlio del signor Norris.» «Ma allora perché lei è venuto qui?» chiese il signor Frankland al ragazzo. Avendo questi risposto di essere venuto soltanto per far visita ai signori Maxwell, il magistrato dette ordine che fosse condotto fuori e vigilato sino alla loro partenza. Il grande vestibolo dove Anthony fu fatto sedere era ancora del tutto buio non essendovi stata accesa che una sola candela, e quella oscurità piena di mistero dava l'idea che fra quelle mura stesse per accadere una tragedia. Agitato e impressionato da quanto aveva visto e udito, egli ora con le orecchie tese cercava cogliere ogni più piccolo suono; ma in tutta la casa regnava il più profondo silenzio. Dopo poco vide passare uno sbirro insieme con Boyd, servo di Sir Nicholas, e mentre entravano nello studio, poté rivedere le due signore, Sir Nicholas e il suo ospite seduti vicino alla
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tavola; un uomo armato era ritto dietro al signor Stewart e un altro dietro a Lady Maxwell; dopo un istante Boyd ritornò fuori con il magistrato e uno sbirro. «Da questa parte, signore» disse il cameriere. I tre attraversarono l'atrio e salirono la larga scala di legno che conduceva alle stanze superiori, e poco dopo si udì di sopra un rumore di porte aperte e richiuse. Nello studio invece regnava un profondo silenzio, che solo un istante fu rotto da un'allegra risata del signor Stewart e Anthony, meravigliato, si domandò come quel giovane potesse ridere con la morte così vicina, anzi con ciò che era ancora più terribile della morte; e un senso di rispetto e di ammirazione s'impadronì di lui. Poco dopo il magistrato tornò da basso seguito da Boyd e dallo sbirro, il quale posò per terra alcune valigie; entrarono nello studio e per alcuni minuti il silenzio fu ancora più profondo. Poi Anthony vide uscire il signor Stewart con due sbirri ai lati, e dietro a lui il signor Frankland; di nuovo l'uscio fu richiuso. Il ragazzo allora balzò in piedi non riuscendo più a dominare la sua agitazione. Che cosa stava per accadere? Vide ancora aprire la porta e questa volta comparve Mrs. Margaret, che avanzò rapidamente verso di lui con la sua solita aria tranquilla e dignitosa. «Che succede?» chiese con voce tremante. Ma essa gli fece cenno di tacere. Gli pareva adesso di poter persino udire i battiti del proprio cuore, tanto il silenzio era profondo. A un tratto fu girata la maniglia; si vide uno spiraglio di luce; poi la porta fu aperta del tutto e comparve Sir Nicholas. «Margaret, Margaret, dove sei? Va', ti prego, da Mary.» Dallo studio giunse un lamento. Mrs. Margaret con passo rapido e fermo rientrò per consolare la sorella, mentre i prigionieri circondati dagli sbirri uscivano dalla porta che metteva in giardino. Il magistrato nel passare davanti ad Anthony si fermò un istante come incerto: «Posso fidarmi di lei ed essere sicuro che non darà l'allarme appena saremo partiti?». Il ragazzo fece cenno di sì, e il signor Frankland uscì richiudendo la porta dietro di sé. Nel medesimo istante il vestibolo fu invaso dai servitori, ma Anthony, senza fare attenzione alle loro domande ed esclamazioni, corse in terrazza. Essi certo dovevano avere voltato a sinistra; si fermò un istante in ascolto e udì il calpestio dei cavalli, e attraverso i tassi vide il bagliore delle fiaccole; allora senz'altro prese per il sentiero che conduceva alla porticina di faccia al presbiterio. Scese rapidamente i pochi scalini e poi si arrampicò fra gli arbusti sino alla sommità del muro, bassissimo dalla parte dov'era lui e alto dall'altra, e guardò in basso. Gli sbirri avevano formato un cerchio intorno ai prigionieri, che erano già a cavallo e che guardavano in giro mentre venivano assicurate le valigie alle loro selle; lo staffiere che era andato a prendere il signor Stewart a Cuckfield, stava con le spalle appoggiate al presbiterio, pallido, con gli occhi sbarrati, e poco distante da lui era il magistrato, pronto a montare sul suo cavallo, del quale il piccolo servo del rettore teneva la briglia.

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Al chiarore delle torce Anthony, sdraiato fra le foglie morte, poteva vedere in tutti i più minuti particolari la scena che si svolgeva proprio sotto di lui. Sir Nicholas, che gli voltava le spalle, teneva la testa china e pareva del tutto inconsapevole di quanto accadeva intorno a lui; il signor Stewart, invece, sedeva diritto e impassibile e il suo volto aveva un'espressione intrepida e serena. Ma ecco a un tratto spalancarsi la porta del presbiterio e comparire una figura in veste nera; era il rettore, che facendosi strada fra gli sbirri andò a gettarsi in ginocchio presso il vecchio signore. «Oh, Sir Nicholas!» esclamò singhiozzando; e Anthony vide che un tremito scuoteva tutta la sua persona e che le sue mani stringevano il ginocchio del vecchio. «Mi perdoni, oh mi perdoni!» Sir Nicholas non rispose; era sempre immobile, con la testa china. Il rettore continuava a gemere e singhiozzare. «Basta, basta, signor Dent» disse il magistrato in tono severo, e fece cenno agli sbirri di allontanarlo. Immediatamente alcuni di loro lo presero per le spalle e lo trascinarono fuori dal gruppo, mentre egli continuava a singhiozzare. Di nuovo risuonò la voce di comando del magistrato, e gli sbirri partirono a passo rapido con i loro prigionieri nel mezzo; in quel momento Anthony poté vedere il viso abbattuto e addolorato di Sir Nicholas sul quale scorrevano lacrime. Il rettore si era appoggiato al muro della sua casa nascondendosi il viso fra le mani, e il ragazzo lo fissò con crescente sospetto e terrore. Il bagliore delle torce spariva intanto fra i folti alberi e sempre più debole giungeva il calpestio dei cavalli.

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Capitolo IX GIUSTIZIA DI VILLAGGIO

La mattina seguente la notizia dell'arresto di Sir Nicholas si diffuse in un baleno per tutto il villaggio, e tale fu il dolore che tutti ne provarono che nessuno quel giorno pensò a lavorare, e i campi rimasero deserti; si formarono invece di continuo capannelli ove l'accaduto era vivamente commentato. Ben presto si venne anche a sapere che il rettore e sua moglie avevano avuto una parte importante in quell'arresto; lo staffiere che era stato presente alla partenza dei prigionieri raccontò di quella nera figura che si era gettata ai piedi di Sir Nicholas implorando perdono e alla quale egli non aveva risposto una sola parola; e il piccolo servitore dei Dent, minacciato dai contadini, finì col dire che durante tutto il giorno precedente degli sbirri erano stati nascosti nella cucina del presbiterio, e che egli stesso aveva dovuto dare il segnale con un tocco di campana; disse pure che per aprire la porticina del giardino si erano serviti della chiave che era in possesso del rettore; e che due ore dopo l'arresto era stato mandato a portare una lettera a Lady Maxwell, la quale l'aveva rimandata senza nemmeno aprirla. Col calar della notte crebbe ancora l'ostilità della popolazione contro il signor Dent; durante tutto il giorno questi non si era fatto vedere. Ripetutamente nelle vicinanze del presbiterio echeggiò il nome di Giuda e dei sassi furono lanciati contro le tegole della casa. La mattina seguente Anthony, per assecondare il desiderio di suo padre, partì di buon'ora per Londra per procurarsi notizie di Sir Nicholas, e al suo ritorno riferì a Lady Maxwell che suo marito era in prigione a Marshalsea, che stava bene e che la mandava a salutare. Più tardi anche il signor Norris andò a trovare la povera signora, alla quale comunicò il suo timore che la popolazione avesse a vendicarsi sui Dent dell'arresto di Sir Nicholas. A queste parole Lady Maxwell lo guardò meravigliata. «Tutti gli abitanti del villaggio» diss'egli «sanno come è andato il fatto; non sembra però che il vero colpevole sia il signor Dent, ma piuttosto sua moglie; è lei che ha avvertito il magistrato e ordito ogni cosa. Il rettore ne è stato informato solo quando era ormai troppo tardi per opporsi ai loro disegni.» «Ma lei gli ha parlato?» chiese Lady Maxwell. «No, sono già stato due volte da lui, ma non mi ha voluto ricevere, e so che è rimasto sempre chiuso nel suo studio.»
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«Forse l'ho trattato un po' duramente rimandando il suo biglietto senza aprirlo» disse Lady Maxwell. «Però è fuor di dubbio che egli non ha cercato di impedire l'arresto di mio marito» e gli occhi le si riempirono di lacrime. «Ma la prego, parli lei alla gente del paese e dica che sarebbe per noi un vero dolore se qualcuno avesse adesso a soffrire in conseguenza dell'accaduto.» Quella sera Isabel, nell'avviarsi verso la Hall per andare a tener compagnia a Lady Maxwell, attraversò appositamente il piazzale per vedere, come le era stato raccomandato da suo padre, se c'era nulla da temere dagli abitanti del villaggio; ma quei pochi che incontrò le parvero tranquilli e che non meditassero alcuna vendetta. Anche quella sera Lady Maxwell volle che la cena fosse servita nello studio di Sir Nicholas; nonostante i suoi sforzi per mostrarsi calma, essa appariva profondamente commossa e il suo triste sguardo si posava ora sull'uno ora sull'altro di quegli oggetti che così vivamente le ricordavano suo marito. Allorché verso le sette salirono nel suo salotto, faceva ancora abbastanza chiaro, ma sopra il filare di tassi il cielo cominciava a colorarsi di ambra e rosa. Nel silenzio della tranquilla serata non si udiva che il sinistro gracchiare delle cornacchie e il dolce mormorio dell'acqua nella fontana del cortile. Lady Maxwell e sua sorella sedettero vicino al camino e Isabel nel vano della finestra. Poco a poco il cielo si fece di un azzurro cupo e verso ovest comparvero come tante strisce di un rosso vivo. L'oscurità nel salotto cresceva di momento in momento; anche il silenzio si era fatto più profondo; ma a un tratto un confuso, sinistro rumore risuonò per la quieta campagna. Isabel balzò in piedi; in quel rumore che veniva dal villaggio le era parso di distinguere grida di terrore. Si erano forse avverati i presentimenti di suo padre? Anche Lady Maxwell si era alzata. «È un messo con una lettera di mio marito» disse con voce tremante. Isabel tese l'orecchio e poté udire distintamente il calpestio di un cavallo al galoppo. Che mi sia ingannata? disse fra sé; ma nel medesimo istante più cupo e terribile echeggiò il medesimo rumore; alcune porte a terreno furono aperte violentemente, si udirono dei passi per le scale, e un istante dopo un messo entrò ansante in salotto porgendo una lettera a Lady Maxwell. «Signora» disse. «Stanno assalendo il presbiterio.» Lady Maxwell, che già stava per aprire la lettera, si volse alla sorella: «Come, Margaret?», poi dopo un momento di esitazione: «Vieni» disse, e insieme scesero rapidamente le scale seguite da Isabel. Dal piazzale intanto continuavano a venire grida furiose, fischi e risate, ma anche queste avevano qualche cosa di terribile. Giunte vicino al presbiterio, videro che il cancello del giardino era spalancato e così pure la porta; l'interno della casa era tutto illuminato, ma non pareva che ci fosse anima viva; invece l'oscuro piazzale poco distante era gremito di gente la quale si dirigeva verso lo stagno. Le tre signore affrettarono il passo e ben presto furono vicine ai tumultuanti, alcuni dei quali, nel riconoscerle, dettero un'esclamazione di meraviglia. Un istante dopo echeggiò un
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grido e contemporaneamente esse videro farsi avanti tre uomini che lottavano fra di loro; uno di essi in lunga veste nera, tutta intrisa d'acqua, cercava di liberarsi dagli altri dando pugni e calci; alfine riuscitovi disparve tra la folla gridando disperatamente: «Marion, Marion, eccomi; oh, Dio!» e Isabel con un senso di spavento riconobbe in lui il rettore. Ma già gli altri due lo avevano raggiunto e pochi istanti dopo tutti e tre furono di nuovo di fronte a Lady Maxwell. «Signora» disse uno di loro. «Non vogliamo fargli alcun male, noi...» Seguì un momento di silenzio, poi echeggiò un grido straziante seguito da un tonfo e di nuovo l'aria risuonò di risate e di fischi. Lady Maxwell si spinse coraggiosamente tra la folla ma non senza difficoltà poté arrivare allo stagno. Allorché pochi minuti dopo Isabel, che si era trovata separata da lei, poté raggiungerla, vide ai suoi piedi, distesa nella mota, una donna che piangeva e singhiozzava. I tumultuanti avevano adesso fatto silenzio e quelli più vicini alla vecchia signora la guardavano meravigliati. Essa aveva alzato il suo gran velo e sul volto illuminato dal bagliore delle torce si leggeva il più profondo sdegno. «Mi vergogno di voi» gridò. «Credevo che foste gente di cuore, credevo che amaste mio marito e... me.» Quindi, chinandosi verso la misera donna, che le si era trascinata accanto e che le cingeva i piedi con ambo le braccia, dolcemente le disse: «Vieni a casa con me, mia cara». Fu una strana processione quella che allora attraversò il piazzale e si diresse verso la Hall. La gente confusa e silenziosa guardava Lady Maxwell e sua sorella che se ne ritornavano sorreggendo la signora Dent; questa, coi capelli disciolti e la veste gocciolante, camminava a fatica, piangendo e singhiozzando. Non avevano fatto che pochi passi, allorché, seduto per terra con le mani penzoloni e lo sguardo vago, videro il rettore; egli le fissò un momento e le sue labbra si mossero leggermente, ma non ne uscì alcun suono. «Conducetelo a casa» disse Lady Maxwell a quelli che lo circondavano, e proseguì. Allorché le signore furono giunte ai piedi della scalinata della Hall, gli uomini che le avevano precedute con torce si fermarono ed esse, sorreggendo sempre la triste figura, salirono lentamente e disparvero nel vestibolo.

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Capitolo X UN CONFESSORE DELLA FEDE

Sir Nicholas e il signor Stewart passarono la prima notte del loro arresto a East Grinsted, e il giorno dopo furono condotti a Londra e rinchiusi a Marshalsea. Siccome nessuna grave accusa pesava sul vecchio, gli fu sin da principio lasciata una grande libertà; ma ben diversamente fu trattato il povero signor Stewart, nelle cui valigie erano stati trovati non solo oggetti di pietà, ma alcune lettere del dottor Storey e degli opuscoli stampati a Douai, taluni dei quali erano commenti della bolla pontificia, e altri scritti incitanti i cattolici a mantenersi fermi e a non sottomettersi all'autorità regia in materia religiosa. Passati alcuni giorni, Sir Nicholas fu condotto nella Torre, da dove scrisse subito a sua moglie raccontandole, con la sua solita ingenuità, il suo primo interrogatorio. «Finalmente, mia cara, eccomi in appartamenti reali; ma prima di venire qui sono stato condotto nella sala del Consiglio dove erano i Lords, i quali mi hanno fatto sedere davanti a loro e senza guardie ai lati; io però sapevo bene che la porta era custodita. Mi hanno chiesto se ero un papista, e a ciò ho risposto che se per papista intendevano un cattolico, io lo ero certamente; poi se conoscevo il signor Chapman e ho risposto che se volevano parlare del signor Stewart, non solo lo conoscevo, ma lo consideravo un vero gentiluomo; hanno quindi voluto sapere se credevo che i protestanti temono Dio. Oh questo poi no! ho esclamato. Essi non temono alcuno, salvo Sua Maestà la regina e tutti si sono messi a ridere, ma non so davvero perché. Mi hanno anche chiesto che cosa pensavo della bolla pontificia e se credevo che il Papa avesse il diritto di sciogliere i sudditi dal giuramento di obbedienza. Ho risposto che consideravo il Papa vicario di Cristo, e che dal momento che affermava questo diritto, supponevo che lo avesse. Dopo avermi rivolto alcune altre domande hanno confabulato alquanto e poi mi hanno detto che dovevo rimanere prigioniero nella Torre, da dove, mia cara, t'invio i miei più teneri baci.» I membri del Consiglio, essendosi accorti che il buon vecchio era persona del tutto innocua, che mai era stato implicato in trame politiche e che per di più nulla sapeva dei fini segreti di tutti gli agenti papisti che aveva ospitato alla Hall, avevano deciso di non imporgli altra pena all'infuori della prigionia, e ciò anche perché in generale nessuno approvava che si mettesse un uomo alla tortura unicamente per i suoi principi religiosi. Tuttavia Sir Nicholas dovette subire altri interrogatori i quali, se
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non per lui, almeno per i suoi giudici, riuscirono veramente divertenti e furono come gli intermezzi comici di vere tragedie. Nessuno però rideva intorno al signor Stewart. Sin dal suo arrivo nella prigione di Marshalsea era stato separato da Sir Nicholas, il quale aveva invano tentato ogni mezzo per rivederlo e fargli giungere qualche biglietto; il carceriere a tutte le sue domande aveva risposto soltanto che il signor Stewart era ancora vivo e rinchiuso nella Torre, e al buon vecchio non era perciò rimasto che pregare per il simpatico giovane che la fosca maestà della legge aveva fatto sparire così misteriosamente. «Temo scrisse egli un giorno a sua moglie che il nostro amico sia ammalato o in fin di vita; non riesco mai ad avere sue notizie; anzi appena domando di lui, il carceriere si fa serio e pensieroso.» Ci fu una sera in cui Sir Nicholas dovette attendere a lungo la cena che il carceriere era solito portargli alle cinque; finalmente, invece di lui, venne sua moglie, e il vecchio si accorse che aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto. «Oh Sir Nicholas» esclamò. «Che triste posto è questo! Si figuri che è dalle due che quel povero giovane è alla tortura e James è occupato con gli altri a questo orrendo ufficio; è per questo che sono venuta io da lei.» Sir Nicholas si sentì come venir meno. «Ma di chi parlate?» gridò. «Di chi?» «Del signor Stewart» rispose la donna, e ricominciò a piangere; poi se ne andò, dimenticando nel suo dolore di richiudere la porta. Per alcuni minuti Sir Nicholas rimase del tutto immobile; egli sapeva bene che cosa era la tortura, ma mai come ora ne aveva compreso tutto l'orrore. Dopo un poco si alzò, si avvicinò all'uscio e tese l'orecchio, ma non udì che il cupo rumore del vento e la voce di un prigioniero che in un'altra cella canterellava alcune strofe di una canzone. Guardò giù per le scale, ma non vide altro che l'oscuro vuoto in fondo al quale un fioco lume a olio gettava sinistre ombre che si muovevano in qua e in là a seconda che le folate di vento facevano vacillare la fiammella. Allora rientrò nella sua cella e con tutto l'ardore dell'anima sua si mise a pregare per il giovane del quale si laceravano le membra in qualche parte dell'immensa Torre. Mezz'ora dopo venne il carceriere per assicurarsi che tutto era in ordine; ma forse perché impressionato da quanto aveva visto, non si accorse neppure che la porta era stata lasciata aperta; senza far cenno della sua orrenda occupazione prese i piatti, augurò la buona notte e se ne andò richiudendo l'uscio a chiave. Naturalmente anche di tutto ciò Sir Nicholas mandò una minuta narrazione a Great Keynes. Intanto altri cambiamenti erano avvenuti nel villaggio da quando Sir Nicholas era stato arrestato. L'impressione ricevuta dalla signora Dent era stata così forte che neppure le cure amorose delle signore della Hall durante i vari giorni che aveva passato in casa loro erano valse a calmarla: spesso durante la notte si svegliava di
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soprassalto invocando aiuto e misericordia; la sua alterigia era del tutto scomparsa e una profonda umiltà si era impadronita dell'animo suo. «Crede lei» aveva chiesto un giorno a Isabel «che Lady Maxwell mi abbia perdonata? Lo crede veramente?» e subito dopo: «Io non ho insegnato altro che odio alla povera gente del villaggio; la prego, voglia lei infondere in essa lo spirito di carità.» Il rettore la domenica dopo il triste fatto aveva cercato di esprimere dal pulpito il suo dolore per l'accaduto, ma le sue parole erano state accolte con risate e con fischi; sentendo quindi di non poter più vivere a Great Keynes, una mattina di buon'ora era partito con sua moglie. Lady Maxwell, che aveva appreso con profondo dolore le notizie del signor Stewart, ricevette alcuni giorni dopo un biglietto di suo marito: «Ho da darti, mia cara, una ben triste nuova: questa mattina verso le nove ho visto uscire dalla Beauchamp Tower un vecchio in mezzo a due guardie e più tardi ho saputo dal carceriere che quell'uomo, che avevo preso per un vecchio, era il mio amico e che è stato condotto a Tyburn! Altro non dico: prega per lui». Allorché verso la fine di ottobre Hubert fece ritorno a casa, si mise subito, per ordine del padre, a occuparsi dei loro beni e presto mostrò di saper disimpegnare con intelligenza e avvedutezza l'incarico affidatogli. Spesso nelle belle serate autunnali, nel far ritorno a casa dopo avere passato gran parte della giornata a girare a cavallo per la tenuta, si abbandonava a sogni dorati, e mentre la mistica luce della luna si fondeva armoniosamente con quella del giorno morente e nella crescente oscurità i lumi che apparivano a poco a poco nei casolari sembravano tanti occhi di fuoco, egli pensava a future gioie domestiche, e con l'immaginazione vedeva una snella ed elegante figura di donna aggirarsi in un salotto vivamente illuminato, dove ardeva un bel fuoco. Nel passare poi davanti a Dower House, guardava la finestra di Isabel tutta chiusa e buia, essendo essa ancora assente, e desiderava ardentemente il Natale pensando che allora avrebbe alfine potuto rivederla. Vi era però un pensiero che veniva talvolta a turbarlo: essendo egli il figlio minore, non avrebbe potuto ereditare la casa paterna: e allora dove sarebbe andato ad abitare con Isabel dopo appianate quelle difficoltà religiose che ancora si opponevano al loro matrimonio? Un giorno nel tornare a casa insieme ad Anthony, col quale aveva passato tutta la giornata cacciando, cercò di volgere la conversazione su Isabel e chiese al suo amico se sapeva di preciso il giorno del suo ritorno; poi in gran segreto gli confidò di essere innamorato di lei. Anthony dapprima provò meraviglia a questa confessione, poi si rallegrò pensando che, se Hubert avesse sposato sua sorella, egli avrebbe potuto andare a caccia con lui, e con la sua fervida immaginazione gli parve di vedere se stesso e Mary stabiliti a Dower House e Hubert e Isabel alla Hall. Quella sera a cena si mostrò così pensieroso che suo padre gli chiese se non aveva fatto una buona caccia, e allora soltanto il ragazzo, lasciando di pensare a Mary, cominciò a parlargli con entusiasmo della bravura e del coraggio dei suoi falchi.
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Hubert, avendo trovato a casa una lettera di Sir Nicholas con istruzioni circa la tenuta, fu anch'egli obbligato a scendere dalle rosee alture dove il suo amore e la visione di Isabel lo avevano trasportato, per occuparsi di granai, di contadini e di raccolti.

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Capitolo XI MASTRO CALVINO

Pochi giorni prima del ritorno di Hubert a Great Keynes, il signor Norris aveva mandato sua figlia a Northampton a passare un po' di tempo in casa di un suo vecchio amico, il dottor Carrington, e ciò con lo scopo di farle vedere come il puritanesimo strettamente praticato fosse un sistema altrettanto capace di regolare la vita dei suoi seguaci quanto il cattolicesimo, del quale incominciava a temere l'influenza sull'anima sua. Ma al tempo stesso era suo desiderio ch'essa provasse avversione per la inflessibile rigidità che avrebbe trovato a Northampton, e che così, dopo un poco di incertezza, scegliesse una via di mezzo e trovasse riposo nel quieto eclettismo da lui eletto. Northampton era in quel tempo una Ginevra in miniatura: vi era nel carattere dei suoi abitanti qualche cosa che la rendeva specialmente suscettibile a quella corrente di puritanesimo che si faceva sentire in tutta l'Inghilterra. Il dottor Carrington, un vecchio dai capelli grigi, dagli occhi celesti e senza barba, era un fervente rappresentante della Chiesa puritana; egli considerava il mondo diviso in redenti e dannati, e queste due classi erano per lui come i perni della vita; ogni pensiero aveva valore solo in quanto era conforme agli immutabili decreti di Dio. Questa austera e inflessibile dottrina era però in lui contemperata da un sincero amore per gli uomini e da maniere affabili e gentili. Tuttavia la meccanica rigidezza, che formava la caratteristica della sua famiglia, e quel senso di gravità della vita che da essa derivava, furono come una rivelazione per la fanciulla. Per lei la figura del dottor Carrington, quando inginocchiato a capo tavola nell'oscura sala da pranzo recitava a testa alta le preghiere della mattina e della sera, aveva qualche cosa di veramente terribile e, nell'ascoltarlo, le pareva che l'inflessibile onniveggente essere, che egli invocava col nome di Jehova e il quale rispondeva alle loro preghiere con un silenzio mortale, fosse un altro Dio da quello che suo padre invocava con maggiore semplicità, ma non con minore devozione, e che pareva rispondere nei raggi di sole che illuminavano la stanza, nelle ombre che proiettavano le piante sul tappeto, e nel cinguettio degli uccelli sotto le fronde. A Great Keynes la vita scorreva fra l'amore della famiglia, le occupazioni campagnole, le passeggiate nel giardino; e la presenza di Dio, come luce e profumo, compenetrava di sé ogni cosa; qui invece scorreva sotto

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il fulmineo sguardo di Dio, e qualsiasi occupazione nella quale la sua presenza non fosse sentita era considerata di natura peccaminosa. Un giorno Isabel, che aveva visto per la strada una quantità di ministri, chiese a Kate, una delle figlie del dottor Carrington, dove essi erano stati. «Sono stati ai Prophesyings» rispose Kate. «Mio padre dice che non vi è nessun esercizio che santifichi un giovane e pio ministro così rapidamente come questo.» Poi le spiegò in che cosa consistevano questi Prophesyings, le disse cioè che i ministri si radunavano ogni sabato sera e che uno di loro leggeva o commentava un passo della Bibbia, sul quale gli astanti erano invitati a discutere: che i meno istruiti facevano delle domande alle quali rispondevano quelli di maggior cultura e che in tal modo la discussione si faceva animata. «Questo metodo» soggiunse Kate, che era una colta e ardente calvinista «è il mezzo migliore e più rapido per giungere alla verità, poiché ciascuno ha in mano le Sacre Scritture e ribatte gli argomenti degli oratori col mezzo di una guida infallibile.» «Ma se uno è indotto in errore dal proprio intelletto?» chiese Isabel, la quale riteneva che in fatto di materia religiosa dovesse esistere una qualche autorità. «Per prima cosa, bisogna che tutti credano alle verità contenute nel simbolo degli Apostoli, e bisogna pure che firmino un foglio nel quale il Papa è dichiarato l'Anticristo, e nel quale sono contenute altre simili verità.» Questa risposta, anziché illuminare Isabel, la rese ancora più dubbiosa e non poté fare a meno di pensare che in tal caso il giudizio personale non era altrimenti un'autorità suprema per quegli stessi i quali lo ritenevano tale. La domenica seguente Isabel andò con i Carrington nella chiesa di St. Peter per ascoltarvi la predica, che per i puritani aveva somma importanza, ritenendo essi che la parola predicata avesse nel comunicare la verità e la grazia all'anima una forza quasi sacramentale. Appena entrata, diede un'occhiata in giro e di nuovo ricevette l'impressione, avuta già a Great Keynes, che la religione predicata in quel luogo non si confaceva all'edificio, sebbene fosse stato fatto tutto il possibile per adattarlo al nuovo culto. Gli altari, i gradini, i sacrari erano stati tolti, come pure tutte le immagini e anche la trave dalla quale un tempo pendeva il grande crocifisso; dei vetri bianchi erano stati sostituiti a quelli istoriati, e dalle pareti era stata fatta scomparire ogni traccia di colore eccettuato dove erano scritti passi della Scrittura; notò poi che la parte principale della chiesa, verso la quale adesso sembravano convergere tutte le linee e tutti gli sguardi, non era più l'altare, ma il pulpito. Tuttavia, nonostante questa trasformazione, l'antica religione continuava a trionfare; l'ordinata disposizione di tutte le parti in modo da escludere ogni ombra non impediva che le arcate, le delicate modanature e i grandi pilastri facessero sentire che nel Dio, per il quale quel tempio era stato edificato, vi era a un tempo mistero e rivelazione, amore e giustizia, affabilità e maestà, bellezza e terribilità, inviti amorosi ed eterni decreti.
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Il ministro in lunga veste di seta nera era già salito sul pulpito e là, con le mani incrociate sulla Bibbia posata su un gran cuscino di velluto con nappe, dominava l'uditorio col suo sguardo minaccioso; si sarebbe detto un tetro gigante in atto di iniziare un tragico divertimento. L'istintiva avversione provata da Isabel nel vederlo si mutò, appena ebbe incominciato a predicare, in un vero terrore. Quando gli ultimi arrivati ebbero preso posto e si fu fatto silenzio, egli con voce tonante che soffocò gli ultimi bisbigli, annunciò il testo della sua predica: «Che diremo dunque di tali cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?». Poi, dopo alcune frasi pronunciate lentamente, con voce profonda, spiccando ogni sillaba così da dare l'impressione di lontani colpi di fucile, egli si immerse nel caliginoso vangelo di Calvino: dottrina, voce, figura erano egualmente spaventose e opprimenti; il grande disegno divino appariva adesso a Isabel come attraverso la porta dell'inferno, illuminato dal bagliore delle fiamme eterne, e davanti a lei era la smisurata, spietata, terribile volontà di Dio che avanzava su poderose ruote armata di tuoni. La prescienza di Dio poneva termine a qualsiasi incertezza, ed era prova evidente della predestinazione: il destino dell'uomo era dunque irrevocabilmente stabilito, incatenato, immutabile e irremovibile come le leggi della stessa persona di Dio; ma ciò nonostante sull'austero e terribile suo sembiante tremolava una debole luce, detta misericordia: e questa misericordia giustificava la sua esistenza col chiedere che alcune anime potessero sfuggire all'eterna, finale condanna, che si meritava ogni anima concepita e nata nell'inimicizia di Dio, e sotto lo sdegno della sua giustizia. Poi, attraverso nubi, donde partivano lampi e tuoni, apparve la figura di Gesù che aveva per araldo l'ira divina. Isabel allora alzò gli occhi animata da un sentimento di speranza; ma Egli non aveva più quell'amorevole sembiante col quale si era rivelato a lei in momenti di dolce comunione, sotto il limpido cielo del Sussex; in questo mondo dove non echeggiava che ira, Egli era pallido, austero, con lo sguardo fulmineo, e con l'orrenda, insanguinata croce dietro di sé; e anch'Egli, come Suo Padre, era incapace di salvare una povera, timida, disperata anima sulla quale era stato pronunciato l'eterno decreto. Invece d'avere la fronte cinta da una rosea corona d'amore, aveva il volto illuminato dal rosso bagliore dell'ira divina e le sue labbra strettamente chiuse non dovevano aprirsi che per condannare; no, quella non era la bocca umana e palpitante che aveva sorriso e tremato, e che si era abbassata a baciare deboli anime, che da sole non potevano più sperare né trovare aiuto e che sempre le aveva sorriso dall'istante in cui lo aveva conosciuto. E Isabel, che aveva vissuto così a lungo sotto la Sua ombra benefica, si sentiva ora con terrore strappata da quel dolce ritiro per essere esposta ai raggi cocenti di questo incandescente sole di giustizia. Le parole del predicatore le riuscivano dolorosamente convincenti; i tentativi della sua mente e della sua immaginazione erano come afferrati dalla foga delle sue argomentazioni; la sua timida speranza che Dio fosse veramente amore, come essa sempre aveva creduto nel contemplare la figura del suo Salvatore, veniva distrutta come una fanciullesca illusione; la visione del Padre dalle braccia eternamente amorevolmente distese spariva nel regno dei sogni; e in luogo di essa vedeva, in
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questa furiosa tempesta d'ira, appressarsi un Dio mostruoso con il volto di pietra e il cuore di macigno, il quale doveva essere in eterno il suo tormento o la sua salvezza. Ed essa tremò all'empio pensiero che, se Egli era veramente tale, sarebbe stato per lei ugualmente doloroso essere dannata o salvata. Ma non poteva darsi che quell'uomo affermasse il falso, e non soltanto contro il suo prossimo, ma, cosa ancora più terribile, forse anche contro il suo Dio? No, ciò che udiva era troppo convincente; la sua argomentazione poggiava su una struttura d'acciaio, costruita e resa incandescente dalla veemente eloquenza di un altro grande uomo. Il predicatore appoggiato al pulpito, con il viso acceso, e dominando l'uditorio con gesti di una forza irresistibile coi quali suscitava le emozioni che voleva, simile a un direttore d'orchestra, che con la sua bacchetta ottiene i suoni desiderati, inveiva, minacciava, quasi volesse col gesto regolare persino le potenze del mondo di là e con la voce farsi loro interprete. Pareva a momenti alla povera fanciulla di udire un demone, che con voce tonante annunciasse il vangelo dell'onta eterna; avrebbe voluto non credere alle sue parole, ma suo malgrado si sentiva trasportata, dalla sua eloquenza come un filo di paglia da un fiume in piena. Allorquando nella clessidra del predicatore incominciarono a cadere gli ultimi granelli di sabbia, egli finalmente additò in mezzo a quel mare in tempesta il luogo di rifugio, e con alcune frasi sonanti, simili a quelle con le quali aveva principiato, dipinse la pace dell'anima redenta, che si sente al sicuro nelle braccia di Dio, e che gode già in questo mondo della luce del suo volto e dell'estasi del suo amplesso; che dimora presso le sorgenti di conforto e riposa nei verdi pascoli del celestiale amore, mentre intorno a questa isola di salvezza, situata in mezzo a un oceano di terrore, echeggiano i tuoni dell'ira divina come flutti che s'infrangono contro una lontana scogliera. L'impressione che questa predica produsse su Isabel fu ancora più profonda di quella ricevuta durante il suo soggiorno a Londra. Là le era parso che la sua serena religione ricevesse una sanzione nell'atmosfera piena di mistero della chiesa di St. Paul; qui, invece, che fosse irrevocabilmente condannata da quel puro calvinismo che con tanta veemenza aveva sentito predicare. Le ultime parole pronunciate da quel ministro non le avevano dato pace alcuna; se era necessario attraversare quelle muggenti onde d'ira divina per giungere nella Terra felice, essa allora non vi era ancora arrivata, si era invece cullata in un'illusione; aveva passato tutta la vita in un paradiso immaginario dove la luce, il calore, i fiori erano tutte cose artificiali e ora sentiva di non avere la forza di ricominciare da capo. Sebbene confusamente riconoscesse la stringente forza di questa religione e sentisse che, sincéramente professata, poteva conferire ai più piccoli particolari della vita un valore eterno, sapeva pure che l'anima sua non avrebbe mai potuto conformarsi a una simile fede e che, redenta o dannata, non avrebbe saputo far altro che rannicchiarsi con terrore davanti a una deità così dispotica.

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Uscì di chiesa con il cuore oppresso e gli occhi che rivelavano la profonda mestizia dell'animo. Era questa veramente la Rivelazione dell'amore di Dio nella persona di Gesù Cristo? E tutto quanto essa conosceva del Vangelo si era dunque fuso in questa infuocata dottrina? Il resto della giornata trascorse senza che nulla. venisse a mutare l'impressione ricevuta. La sera, la famiglia Carrington si riunì nella buia sala da pranzo dove il dottore lesse un discorso di Calvino, e Isabel nell'ascoltarlo si domandò se quell'uomo dall'espressione così dolce credeva realmente a quel terribile vangelo della mattina; poi i suoi occhi si volsero a contemplare il pallido cielo della notte. Verso occidente splendeva ancora un debole chiarore, che le parve riflettere lo stato dell'anima sua in quel momento; la tenera luce del giorno era scomparsa, ma come attraverso le sbarre di una prigione, essa poteva discernere in lontananza le tracce della sua presenza; però la notte dell'ira di Dio calava rapidamente e faceva scomparire dalla sua anima disperata gli ultimi punti luminosi. Allorché augurò la buona notte al dottor Carrington, questi la guardò un momento con ansietà mista ad approvazione. Gli occhi e la bocca della fanciulla rivelavano una certa stanchezza e abbattimento, e il cuore del vecchio si animò alla speranza che la parola di Dio avesse finalmente toccato il cuore di questa sua pecorella, la quale troppo a lungo era stata nutrita di latte e tenuta lontana dal sole e che adesso, forse suo malgrado e con dolore, abbandonava le tenebre per avviarsi verso i puri e salubri pascoli del Verbo, che si trovano nel fulgore della disvelata gloria di Dio. Quando Isabel, salita in camera, fu di nuovo sola, si sentì presa da una profonda tristezza; e con la fronte appoggiata ai vetri rimase a lungo a guardare il cielo dal quale era scomparso ogni chiarore, desiderando con tutta l'anima sua la piccola camera a Dower House, con l'inginocchiatoio e gli altri oggetti a lei familiari, e di poter udire lo stormire dei pini agitati dal vento notturno. Le pareva che una mano, alla quale non era possibile sottrarsi, l'avesse trascinata lontano da tutti quei posti e oggetti a lei cari, e che uno sguardo penetrante scrutasse ogni recesso dell'anima sua. In un certo senso le pareva di essere adesso più vicina a Dio, ma al tempo stesso era per lei straziante trovarlo così diverso da come se lo era figurato; finalmente si coricò, ma sempre sotto l'impressione di essere dominata dal suo opprimente sguardo. La mattina dopo il dottor Carrington l'avvertì che anche lei avrebbe dovuto subire nel pomeriggio del mercoledì un piccolo esame, che sarebbe stato fatto dal ministro e dai santesi a tutte le famiglie di Northampton in preparazione alla comunione della domenica seguente. «Ma non si spaventi, signorina Norris» soggiunse affettuosamente vedendola allarmata. «Mia figlia le insegnerà tutto ciò che occorre sapere.» Kate disse poi a Isabel che nel caso suo, essendo forestiera, l'esame sarebbe stato una semplice formalità; difatti, quando nel giorno stabilito quella specie di tribunale di inquisizione si riunì nella gran sala da pranzo dei Carrington, le furono rivolte soltanto poche domande sull'interpretazione da darsi ad alcune parole di Gesù Cristo. Ma il solo fatto di un interrogatorio fece comprendere a Isabel quanto rigorosa era la
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disciplina che i rigidi puritani volevano osservata ovunque, e al tempo stesso le diede un'idea di una responsabilità collettiva sulla quale lei non aveva mai sino allora riflettuto; l'unione dei fedeli acquistava adesso un significato per lei; non si sentiva più sola col suo Signore, ma capiva di essere parte di un corpo con differenti funzioni e che la cura dell'anima sua non riguardava soltanto lei, ma anche il ministro e gli stessi santesi. I giorni che precedettero la Comunione furono dai Carrington impiegati a prepararvisi colla massima rigidezza; per Isabel la preghiera fu, durante quel tempo, ciò che è la brezza profumata per il viandante nel deserto. «Signore» ripeté essa mattina e sera. «La cecità della nostra corrotta natura non ci permette di valutare sufficientemente i tuoi grandi benefici, pure, per ubbidire al comando di Nostro Signore Gesù Cristo, noi ci presentiamo a questa mensa, che egli ci ha lasciato perché noi commemorassimo la sua morte sino al suo ritorno, e per manifestare e attestare al mondo che solo per mezzo suo noi abbiamo la libertà e la vita, che per Lui Tu ci riconosci come figli ed eredi, che solo per Lui noi possiamo avvicinarci al trono della tua grazia, e giungere al nostro regno spirituale e mangiare e bere alla sua mensa; che per Lui potremo salire al Cielo, e i nostri corpi risorgeranno dalla polvere e noi godremo della gioia eterna che Tu, o Padre della Misericordia, hai preparato ai tuoi eletti prima di porre le fondamenta del mondo.» Quando la domenica mattina Isabel entrò nella chiesa di St. Sepulchre insieme ai Carrington, la trovò già gremita di gente. La tavola di maogani, trasportata sotto la cupola, era stata coperta da una tovaglia bianca, che toccava quasi terra e sopra erano vasi d'argento, patene e grandi coppe e caraffe. Essa nascose il volto fra le mani e cercò di ritirarsi nella solitudine dell'anima sua, ma invano, poiché il bisbiglio di varie persone che chiacchieravano fra loro la distraeva terribilmente. Infine, all'entrare dei quattro ministri, tutti fecero silenzio: uno di loro salì sul pulpito e gli altri presero posto vicino alla sacra Tavola; fu cantato un salmo in versi secondo l'uso ginevrino, e poi ebbe inizio il servizio divino. Giunto il momento della predica, il ministro che era salito sul pulpito fece un lungo discorso cercando di dimostrare che il Sacramento eucaristico era una manifestazione di fede in Cristo, e non un atto di sacrificio a Dio, come a torto insegnavano i papisti; esortò poi caldamente coloro che avevano attaccamento al peccato, che nutrivano cattivi sentimenti contro il prossimo e che in qualsiasi maniera si tenevano lontani da Dio, ad abbandonarsi completamente all'amore del loro Redentore, deplorando la loro vita peccaminosa e proponendosi di riformarla. Questa risoluzione, compiuta nel silenzio dell'anima, avrebbe fatto tornare immediatamente il peccatore da morte a vita, e avrebbe trasformato ciò che minacciava di essere un veleno in un cibo vivificante e salutifero. Quindi si rivolse a coloro che erano venuti pentiti, affamati del pane di vita e assetati del vino dato dal Signore; si congratulò con loro che possedevano la grazia e che ricevendo degnamente questo consolante sacramento sarebbero stati grandemente santificati; concluse predicando Cristo cibo degli affamati, bevanda degli assetati, riposo degli affaticati.

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Con meraviglia di Isabel, il predicatore, invece che scendere dal pulpito dopo finito la predica, si mise a sfogliare la gran Bibbia posata su un cuscino davanti a lui; intanto gli altri tre ministri continuavano il servizio divino. Allorché essa incominciò a sentir leggere le preghiere della Consacrazione, cercò, com' era sua abitudine, di concentrarsi maggiormente ritenendo che questa fosse la parte più importante del servizio divino, ma ecco di nuovo farsi udire la voce del predicatore: «E disse loro Gesù: Tutti voi patirete scandalo per me questa notte. Infatti sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecorelle del gregge: ma resuscitato ch'io sia, vi precederò in Galilea». Ah! ma perché non faceva silenzio? Isabel adesso non voleva il Salvatore del passato, ma del presente; non un ricordo della sua vita, ma Lui vivente e soprattutto non il ministro, ma il Gran Sacerdote in persona. «Cominciò ad attristarsi e sgomentarsi. Allora disse loro: L'anima mia è addolorata a morte: restate qui e vegliate con me.» I tre ministri si erano comunicati e Isabel udì il fruscio dei passi di coloro che andavano a ricevere la comunione. Il predicatore intanto continuava a leggere la storia della Passione. «Così non avete potuto vegliare un'ora con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione: lo spirito veramente è pronto; ma la carne è debole.» Anche i Carrington si erano alzati e dopo qualche minuto li seguì Isabel la quale, nel prender posto nella panca parata di bianco, non poté fare a meno di notare il disordine che regnava in chiesa; alcuni per ricevere le sacre specie s'inginocchiavano devotamente, altri rimanevano seduti e altri invece le ricevevano in piedi; e intanto, sempre più forte, soffocando lo stropiccio dei piedi e il bisbiglio dei ministri, risuonava in tono ora alto ora basso la narrazione evangelica. Era giunta la volta di Isabel, che s'inginocchiò tenendo le palme aperte e gli occhi chiusi. Ah! quel predicatore non avrebbe mai fatto silenzio? Non poteva la realtà parlare di per sé e il suo interprete tacere? Certo il Dio dell'amore non aveva bisogno di un araldo quando Egli era lì presente. «E subito la mattina i gran sacerdoti con gli anziani, gli scribi e tutto il Sinedrio, fatto insieme consiglio, legato Gesù lo condussero...» Isabel si era comunicata: adesso avrebbe voluto pregare e al tempo stesso fare attenzione tanto a ciò che leggeva il predicatore, quanto alla voce del suo Salvatore, col quale credeva di essere in intima comunione, ma invece non provava che aridità e distrazione; che lettura interminabile era quella! Alzò il capo e ciò che vide la riempì di stupore: alcuni erano seduti e discorrevano fra di loro, altri guardavano in giro come se fossero stati a un pubblico divertimento; ma specialmente la colpì la vista di un uomo dall'aspetto brutale, con viso rosso, guance cadenti, occhi piccoli e privi di espressione. Come pareva seccato e stanco da quella lunga, obbligatoria cerimonia! Essa richiuse gli occhi rimproverandosi di lasciarsi così facilmente distrarre mentre le sue labbra erano ancora profumate dal vino di Dio e sentiva tuttora
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l'amplesso del suo Diletto. Allorché li riaprì, gli ultimi comunicati ritornavano ai loro posti, i ministri riponevano le coppe, e dal pulpito il predicatore leggeva la narrazione della Resurrezione come promessa di un giorno migliore: «E dicevano fra di loro: Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro? Ma riguardando videro rimossa la pietra ch'era molto grande». Il ministro chiuse il gran libro; il servizio divino era terminato. Quella sera all'ora del crepuscolo Isabel, in preda a una specie di disperazione, andò a passeggiare da sola lungo il fiume. Di nuovo fece uno sforzo per avere coscienza della grazia ricevuta in quel Sacramento così unico e prezioso, ma persino nell'aria pareva che ci fosse qualche cosa di opprimente: nuvoloni plumbei e grevi si addensavano sulla città; il sentiero dove camminava esalava un forte odore di foglie morte e gli alberi e l'erba erano impregnati di umidità. Invano cercò di rincuorare l'anima sua, che lottava e si dibatteva senza poter risorgere; non riusciva a provare né amarezza nei rimproveri che si rivolgeva, né gioia nelle sue aspirazioni: la mano di Calvino poggiava con tutto il suo peso sulla delicata, languida creatura. In uno stato di profondo abbattimento si avviò per far ritorno a casa; giunta a poca distanza vide che davanti alla porta c'era un cavallo e varie persone fra le quali la sua cameriera, che nel vederla le corse incontro gridando: «Signorina Isabel, s'affretti». «Che cosa c'è?» gridò con un triste presentimento. «È arrivato uno staffiere da Great Keynes con un...» Ma fu interrotta da Kate. «Mio padre l'aspetta» disse, e Isabel entrò in casa. Il dottor Carrington l'attendeva nella sala da pranzo. . «Ma che cosa è accaduto?» chiese Isabel con voce tremante. «Si faccia animo, cara figliola. Sono giunte notizie di suo padre mandate da Lady Maxwell» e ciò dicendo fissò su di lei uno sguardo calmo e sereno che le infuse coraggio. «Il Signore aveva dato, il Signore ha tolto.» Isabel, pallidissima, continuava a fissarlo con le labbra dischiuse. «Benedetto sia il nome del Signore» soggiunse il vecchio.

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Capitolo XII DOLOROSA CONSEGUENZA

La sera seguente Isabel, accompagnata dal dottor Carrington, giungeva a Dower House; ma solo il giorno dopo le fu concesso di vedere il cadavere del padre. Lady Maxwell, che era stata presente alla morte del signor Norris, avvenuta quasi a un tratto, le narrò i suoi ultimi momenti e come, prima di spirare, fissandola avesse pronunciato il nome di sua figlia, quasi intendesse raccomandargliela. Alcuni giorni dopo fu stabilito, avendone Isabel stessa espresso il vivo desiderio, che Mrs. Margaret sarebbe andata a stare con lei a Dower House perché non fosse del tutto sola, visto che suo fratello doveva ritornare a Cambrigde per finire gli studi. La fanciulla aveva esitato molto a chiedere a Lady Maxwell di rinunciare alla compagnia di sua sorella sapendo quanto le era cara, ma la vecchia signora le aveva detto di non preoccuparsi per lei, tanto più che presto, come le era stato confidato da un cattolico di corte, suo marito avrebbe potuto far ritorno a casa. Una lettera di Sir Nicholas venne alcuni giorni dopo a confermare questa notizia. «Spero scriveva di passare il Natale in un luogo un po' più allegro di quanto che non sia la prigione.» Poi, temendo di allarmare sua moglie, aveva aggiunto: «non credere che io intenda parlare del Cielo» e terminava con una notizia che doveva riuscire oltremodo dolorosa a Hubert, il quale andò subito in cerca di Isabel per comunicargliela. Essa, sull'imbrunire, era uscita a passeggiare in giardino, e nell'udire al di là della siepe il rumore dei suoi passi si arrestò, incerta se retrocedere o avanzare. Da quando era tornata a Dower House aveva notato in lui una grande riservatezza; infatti non le aveva mai parlato, se non per esprimerle con poche ma sentite parole le sue condoglianze, quasi non volesse in nessun modo approfittarsi del suo stato di abbattimento; ma al tempo stesso non aveva mai mancato di usarle gentilezze ogni qualvolta gli se ne era presentata l'occasione, mostrando in tal modo dov'erano costantemente i suoi pensieri. «Signorina Isabel» diss'egli avvicinandosi. «Sono venuto per dirle che dovrò partire appena mio padre sarà di ritorno.» E nella sua voce era dolore e rabbia. «Partire?» ripeté Isabel e nel pronunciare quella parola capì quanto cara le era la presenza di Hubert.
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«Oh, so bene che non dovrei parlarle, e specialmente in questo momento, ma non vorrei ch'ella credesse che sono io che desidero partire.» Essa continuava a guardarlo. «Mi permette di accompagnarla?» chiese il giovane. «Ma purtroppo non le potrò dire molto. Bisogna che vada a Durham ad amministrare le terre di un vecchio signore. Mio padre non vuole che io rimanga qui dopo il suo ritorno, ed essendogli stato offerto questo posto per me, ha risposto accettandolo, e solo dopo mi ha comunicata la cosa; cosicché non mi resta che obbedire.» Istintivamente Isabel si era avvicinata alla casa, ma Hubert le posò una mano sul braccio ed ella ebbe un tremito per tutta la persona; sentì di non dover rimanere con lui e risolutamente incominciò a salire la scalinata che conduceva alla terrazza. «Ah, mi lasci parlare» diss'egli. «Non le ho poi dato grandi noie.» Isabel esitò ancora un momento. «Entri, la prego, nello studio di mio padre, e le porterò la lettera che egli ha scritto». E mentre Hubert saliva di corsa le scale, Isabel attraversò l'atrio ed entrò nello studio. La rossa, vacillante fiamma illuminava gli arazzi, l'inginocchiatoio, le grandi finestre e il tavolino al quale il giovane era stato seduto poco prima; appoggiò il capo alla cornice del caminetto e attese triste e turbata. «Ecco» disse Hubert entrando precipitosamente nella stanza, con la lettera in mano. «"Di' a Hubert che Lord Arncliffe ha bisogno di una persona che amministri le sue terre, essendo egli ormai troppo vecchio per occuparsi di ciò. Mi è stato offerto questo posto per nostro figlio e io l'ho accettato, sicché bisognerà che egli parta appena sarò di ritorno. Mi dispiace separarmi da lui, ma giacché James..."» Hubert s'interruppe. «Non posso leggerle ciò che segue.» Isabel rimase immobile e silenziosa con le mani protese verso il fuoco. «Ma che cosa posso fare?» esclamò egli appassionatamente. «Bisogna che parta, e Dio sa per quanto tempo sarò assente, forse per cinque o sei anni, e al mio ritorno troverò lei...» e un singhiozzo gli troncò la parola. «Hubert» disse Isabel fissandolo tra incerta e risoluta; e anche in quel momento notò i lineamenti regolari e il bell'ovale del suo volto illuminato dalla fiamma. «Lei non dovrebbe...» «Sì lo so, lo so, ho promesso a mio padre, ma non posso sopportare una cosa simile. Naturalmente, non pretendo che lei mi faccia promesse, ma speravo che forse mi avrebbe potuto dire che crede... che non ci sarà mai nessun altro, e che al mio ritorno...» «Hubert» ripeté ella in tono risoluto. «Ciò è impossibile, le nostre religioni...»

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«Ma io sarei pronto a fare qualsiasi sacrificio. Inoltre tante cose possono accadere in cinque anni. Lei potrebbe diventare cattolica, o io potrei giungere a credere che la religione protestante è quasi la medesima o altrettanto vera o... o..., insomma non si sa ciò che può succedere. Non può dunque dirmi una sola parola prima che io parta?» Un raggio di speranza aveva rianimato il cuore della fanciulla, e senza quasi rendersi conto delle proprie parole mormorò: «Ma Hubert, anche se io dicessi...». Egli le prese le mani e le baciò ripetutamente. «Oh Iddio la benedica! Ora parto felice.» Isabel cercò di ritirare le mani dalle sue, ma egli le stringeva fortemente, e nei suoi occhi erano lacrime di gioia. «Sì, sì, so bene che non mi ha promesso nulla; lei potrà sempre in seguito prendere la decisione che crederà meglio: è libera di fare di me ciò che le pare e piace. Ma...» e di nuovo le baciò le mani; poi prese il berretto e uscì. Mille pensieri e mille emozioni s'impossessarono allora della mente e del cuore della fanciulla. Sino al momento in cui Hubert era venuto da lei tremante e quasi piangente, essa non si era figurata sino a che punto ricambiava il suo affetto, e ora, inginocchiatasi vicino al fuoco, guardò quelle mani che egli aveva così teneramente baciato e che adesso, trasparenti contro la rossa luce, parevano ardere d'amore. Poi, con lo sguardo fisso sulla fiamma, incominciò a provare un vivo, forte desiderio d'avere un sostegno in questo giovane, che tanto l'amava: senza di lui si sentiva così sola; egli era venuto e l'aveva chiesta in sposa in nome della legge sovrana; lei non gli aveva fatto promesse, ma in quelle poche parole aveva rivelato tutto il suo cuore; Hubert le aveva giustamente interpretate e ora Isabel sentiva di non potere in coscienza ripudiare la sua interpretazione. Tremante d'emozione, rimase inginocchiata con le mani strette al petto; le pareva adesso che tutti i confini di quella quieta vita interiore fossero momentaneamente distrutti, e quasi provò disprezzo per la freddezza e la limitazione di essa: come tepido era l'amore di Dio a confronto di quell'ardente corrente dalla quale si sentiva trasportata!... e vinta dall'emozione si abbandonò sempre più sulle ginocchia. A un tratto cadde uno dei grossi pezzi di legno che ardevano nel caminetto, le fiamme divamparono e l'oscura stanza parve a un tratto piena d'ombre vive. Isabel balzò in piedi e guardò in giro spaventata e piena di vergogna. Ma che cosa faceva lì? Trasgrediva così presto alla volontà del padre, il quale aveva avuto tanta fiducia in lei e che tanto l'aveva amata? Poi il suo sguardo si posò sul berretto, sul frustino e sui geti di Hubert posati sulla seggiola accanto a lei, e alla vista di quegli oggetti sentì di non avere il diritto di rimanere in quella che era adesso la sua stanza; poi, nell'udire di nuovo il passo di Hubert, uscì rapidamente dallo studio. A Great Keynes fervevano già i preparativi per le festose accoglienze che gli abitanti del villaggio volevano fare al vecchio Sir Nicholas, e quando una mattina giunse un corriere con la notizia che egli sarebbe arrivato la sera stessa, tutti i
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contadini indossarono i loro abiti da festa e Hubert insieme con Piers, il fattore, partirono a cavallo seguiti da dodici scudieri muniti di fiaccole per andargli incontro. Verso le otto di sera uscì anche Isabel e salì su una delle piccole torrette ottagonali vicino alla casa del portiere. Era una bellissima serata e in cielo scintillavano le stelle; guardò verso il villaggio, illuminato dalla rossa luce di un grande falò acceso nel mezzo del piazzale e intorno al quale si muovevano animatamente i contadini intenti a far girare un gigantesco spiedo con un intero bue ammazzato per la lieta circostanza. Le case più vicine erano vivamente illuminate dalle fiamme, mentre le altre erano completamente avvolte nelle tenebre. Tuttavia qualche sprazzo di luce rischiarava di tanto in tanto l'oscuro campanile, in cima al quale splendeva, simile a un'immensa stella, la fiaccola della guardia notturna che scrutava la strada del nord. Dal piazzale giungeva un continuo mormorio di allegre voci alle quali si mescolavano le grida di gioia dei bambini; e questo lieto rumore rievocò per contrasto nella mente di Isabell orrendo tumulto avvenuto in quello stesso luogo, quando la gente del villaggio si era vendicata della signora Dent. A un tratto vide oscillare la fiaccola in cima al campanile, poi agitarla in alto e in basso; le campane incominciarono a suonare a festa. Guardò in direzione della strada, ma ancora non le fu possibile vedere nessuno. Istintivamente si voltò allora verso la Hall; la porta era spalancata e sullo sfondo luminoso dell'atrio spiccavano le figure delle due vecchie signore; in quel mentre le giunse il rumore di cavalli al trotto, e un momento dopo vide comparire, illuminati dalle fiaccole, vari uomini a cavallo; gli evviva si fecero più clamorosi e la folla abbandonò il piazzale per correre loro incontro. Isabel distingueva adesso la bianca testa di Sir Nicholas, che si inchinava a salutare ora da un lato ora dall'altro, e il berretto piumato di Hubert e il nero cappello di Boyd; i cavalieri avevano oltrepassato il falò e avanzavano per il viale, mentre i contadini si stringevano loro d'intorno. Isabel si sporse fra i merli della torretta e vide che le due vecchie signore erano vicine al cancello; ma a un tratto si tirò indietro con gli occhi pieni di lacrime: aveva sorpreso lo sguardo di Sir Nicholas nell'istante in cui aveva visto la moglie. Quando i cavalli si fermarono davanti il cancello, la folla che non aveva cessato d'applaudire fece silenzio; Isabel si affacciò di nuovo e vide Sir Nicholas in atto di scendere da cavallo, e vicino a lui le signore; poi le giunsero staccate alcune frasi che il vecchio rivolgeva alla folla: «Per la fede», «Mia moglie e voi tutti», «nuovamente a casa», «mio figlio Hubert che è qui», «voi e la mia famiglia», «la religione cattolica», «Sua Maestà la regina», «Dio salvi Sua Maestà». Di nuovo scoppiarono fragorosi applausi; Isabel guardò Sir Nicholas salire la scalinata seguito da suo figlio; ma allorché ebbero varcato la soglia della Hall, essa appoggiò la fronte ai freddi merli e pensando a quanto tutto ciò significava per Hubert e per lei, sospirò dolorosamente.

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PARTE SECONDA

Capitolo I ANTHONY A LONDRA

Lo sviluppo di una nazione può paragonarsi a quello dell'uomo: in entrambi vi è un periodo di adolescenza nel quale si manifestano nuove forze, si accresce la robustezza, si affacciano alla mente nuovi ideali, si risveglia la coscienza personale; le forme del corpo si fanno più pronunciate, e movimenti a un tempo vivaci e goffi succedono alla grazia dell'infanzia; si nota allora uno strano insieme di gentilezza e di rozzezza, di indolenza e di sensibilità; la volontà è soggetta a fantasie, facilmente eccitata e a stento calmata; e tuttavia questa età, nonostante gli inconvenienti che presenta, è indubbiamente un periodo di crescita. Il regno di Elisabetta coincise precisamente con questo periodo di sviluppo dell'Inghilterra. Il suo giovanile vigore cominciava allora a manifestarsi, e Hawkins e Drake ne davano prova al mondo mostrando che quando l'Inghilterra allungava le membra dovevano necessariamente avvenire catastrofi all'estero. Le piaceva lo sfarzo e anche contemplarsi sulla scena del mondo, e cantare là le sue canzoni d'amore, simile a una fanciulla che si adorna davanti a uno specchio fissando con compiacenza i propri occhi; e tale appunto ci viene rappresentata da Marlowe, da Greene e da Shakespeare. Al tempo stesso, come il ragazzo che si diletta in divertimenti pericolosi, così essa godeva nell'assistere a combattimenti di orsi nell'arena, veder scorrere il sangue e ascoltare il ringhiare dei cani. La sua politica sotto Elisabetta era, come il suo genio, priva di accortezza, mal ponderata e capricciosa; ciò nonostante, come il ragazzo adolescente, il quale sebbene sia diventato più goffo riesce a spiccare salti più alti dell'anno precedente, essa finiva sempre col raggiungere i suoi intenti. E per continuare col nostro paragone, mentre durante l'età di mezzo di questo regno i partiti e i poteri si controbilanciavano, si videro principi e tendenze manifestarsi in modo più determinato, come i muscoli e i tendini quando incominciano ad apparire nelle forme tondeggianti di un bambino in crescita. Cosicché, se fra il 1571 e il 1577 non ci furono cambiamenti notevoli negli affari dell'Inghilterra, la situazione prese però un aspetto più deciso: i vari partiti continuarono, per quanto alterando di poco le loro mutue relazioni, a svolgersi rapidamente secondo i loro diversi principi, facendosi sempre più distinti e meno disposti a venire ad accordi; le inimicizie estere diventarono più vive, i complotti
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contro la vita della regina più frequenti e più gravi, e l'opera di Walsingham per sventarli più persistente e sagace; nel commercio la concorrenza e le intraprese si fecero più ardite; la situazione in Scozia più complicata e i movimenti di rivolta e di repressione in Irlanda più violenti. Ciò che accadeva in politica accadeva anche in religione, poiché esse erano inestricabilmente collegate; così, mentre i puritani si facevano ogni giorno più turbolenti e intolleranti, le loro adunanze più tumultuose e le loro domande più irragionevoli e interessate, i papisti divenivano quasi d'un tratto più numerosi e rigorosi nell' osservanza della loro religione, ciò che indusse il governo a usare contro di loro misure ancora più severe. Così che nel 1571 si giunse a promulgare l'atto che dichiarava essere delitto di alto tradimento tanto riconciliarsi che essere già riconciliati con la Chiesa di Roma, mettere in atto la bolla papale, possedere oggetti di superstizione e dichiarare la regina eretica o scismatica. La Chiesa d'Inghilterra, intanto, sotto la savia guida di Parker aveva incominciato con risolutezza sempre maggiore ad adottare una condotta di tolleranza e di moderazione e farsi la rappresentante del sentimento religioso di una nazione fortemente divisa in materia di fede, cercando di racchiudere entro il suo ovile ogni individuo che non fosse del tutto un fanatico sia nel campo papista che in quello puritano. Di modo che, tanto in politica interna che. estera, in arte, in letteratura e in religione, l'Inghilterra si risvegliava e si liberava da ogni legame; gli ultimi fili che la tenevano ancora legata al continente venivano strappati dalla Riforma, ed essa, conscia della propria bellezza e della propria forza, credendo l'anima sua alfine desta e libera, era pronta a presentarsi al mondo come una potenza dominante e imperante. Anthony Norris era stato come tanti altri colpito dalla visione di questa sua giovane patria, che attendeva di essere servita dai suoi figli. Aveva lasciato Cambridge nel '73 e grazie al generoso assegno che gli passava il suo tutore, aveva per tre anni condotto una vita senza scopo alcuno: era stato con Hubert nel nord dell'Inghilterra, poi a Great Keynes dove non aveva fatto altro che annoiarsi, quindi in casa ora di un amico ora di un altro, e in ultimo aveva finito col concludere, come già gli era stato fatto osservare da molti, che stava perdendo il suo tempo. Aveva allora incominciato a cercarsi un'occupazione e nella scelta di essa influì naturalmente l'educazione religiosa ricevuta nella fanciullezza, la quale aveva tenuto desto in lui quel senso del soprannaturale, che altrimenti avrebbe potuto essere soffocato dalla sua esuberante vita fisica. Riflettendo al modo col quale avrebbe potuto servire il suo paese, divenne conscio che il carattere religioso di esso aveva per lui una speciale attrattiva; quindi per un po' di tempo ebbe l'idea di ricevere gli ordini, poi l'abbandonò, continuando però sempre a desiderare di servire in qualche modo la Chiesa nazionale. Vi era in essa molto che poteva impressionare i suoi figli, poiché se mancava di unità in materia di fede e in politica, ciò però non appariva in modo del tutto manifesto, e la sua intrepida condotta era tale da colpire gli animi. Possedeva grandi ricchezze e grande potenza; gli antichi edifici e le loro rendite erano in suo possesso; il potere civile a sua disposizione e la regina stessa desiderava ardentemente estendere sempre più la sua autorità e proteggere i suoi vescovi contro
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l'usurpante potere del parlamento; e a questo fine pretendeva per la sola Corona il diritto d'essere il punto d'unione tra la parte civile della nazione e quella ecclesiastica e di convalidare col suo consenso o annullare col suo veto tanto gli atti del parlamento, che quelli dell'assemblea del clero. Pareva ad Anthony che la Chiesa d'Inghilterra avesse davanti a sé un grandioso destino, come rappresentante del sentimento religioso d'una nazione che cominciava ad acquistare nel mondo una posizione dominante, e che non esistessero limiti all'influenza che essa avrebbe potuto esercitare disciplinando l'esuberante forza dell'Inghilterra e opponendosi con la sua prudenza e padronanza di sé all'appassionato fanatismo delle nazioni latine. Così a poco a poco in luogo del difettoso individualismo, che era la sola cosa ch'egli conosceva della religione, sorse davanti a lui la visione di una Chiesa vivente, che avanzava terribile come un'armata con i vessilli spiegati, circondata dal rispettoso affetto che il nazionalismo poteva darle, con la regina stessa per custode e grandi prìncipi e prelati per sostenitori; mentre accanto alle ruote del suo splendido carro camminavano i suoi ardenti, cavallereschi figli, che la servivano per terra e per mare diffondendo ovunque le sue glorie, e ciò forse non tanto per difesa delle sue pretese spirituali, quanto perché essa era ossa delle loro ossa, e non meno zelante di loro nel tenere alto il nome e il carattere dell'Inghilterra. Quindi, allorché verso la fine del '76 fu offerto ad Anthony, grazie alle raccomandazioni di un amico, il posto di gran scudiere nella casa dell'arcivescovo di Canterbury, egli l'accettò con vero entusiasmo. In altri tempi questa carica dava molto da fare, ma l'arcivescovo Grindal, in ciò diverso dal suo predecessore, non era amante del fasto e preferiva una vita semplice e tranquilla. Egli, che sin dai primi anni del suo episcopato era caduto in disgrazia presso la regina, godeva allora dei suoi ultimi giorni di libertà e ne approfittava per attraversare spesso il Tamigi e andare a conferire con i suoi amici e con i membri del Consiglio. Correva voce che Elisabetta fosse decisa ad abolire tanto i Prophesyings dei puritani, quanto le funzioni dei papisti, e ciò perché entrambi contribuivano a turbare quella pace che era risoluta a mantenere nel regno; Grindal dal canto suo appariva deciso a non cedere davanti ad alcuna ingiunzione. Si diceva persino che avesse scritto a Elisabetta di non immischiarsi in ciò che non la riguardava, che anche lei avrebbe dovuto un giorno rendere conto delle sue azioni al tribunale di Cristo, e che avesse finito col minacciarla dell'ira di Dio se avesse persistito nei suoi propositi. Un paggio reale aveva raccontato che un giorno, mentre sedeva nella sala di guardia, aveva udito Sua Maestà bestemmiare come un soldato e dichiarare che se lei era come Oza, Achab e compagnia, come Grindal le aveva detto, avrebbe fatto in modo ch'egli fosse almeno come Michea, figlio di Jemla. Poi incominciò a trapelare che Elisabetta mandava i suoi ordini direttamente ai vescovi invece che per mezzo del metropolitano, e a poco a poco apparve manifesto che l'arcivescovo stava per cadere del tutto in disgrazia. Le barche che solevano approdare a Lambeth diminuirono di numero di giorno in giorno, e le lunghe tavole nella sala da pranzo divennero sempre più deserte.
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Un giorno, al suo ritorno a Lambeth, Anthony notò che vi era nel palazzo qualche cosa d'insolito; a pranzo poi lo colpì l'aspetto triste e agitato di Grindal, che non toccò quasi cibo e, appena finito, lasciò in fretta la sala. Pochi minuti dopo un servo venne a dire ad Anthony che l'arcivescovo desiderava parlargli e che l'aspettava nel cortile. Il giovane si affrettò ad andare da lui, ma visto che discorreva animatamente con uno dei suoi segretari, si fermò a una certa distanza in attesa di essere chiamato. Pochi minuti dopo il segretario inchinatosi rientrò in casa, e Grindal, fatti ancora alcuni passi su e giù, cercò con lo sguardo Anthony e gli fece cenno di avvicinarsi. «Signor Norris» disse. «Abbia la compiacenza di fare subito sellare sei cavalli; il signor Frampton le darà poi altri ordini in proposito. Informi pure, la prego, tutti i miei servitori che ho dei dispiaceri a causa di Sua Maestà e che mi daranno prova della loro fedeltà obbedendomi con prontezza. Oggi stesso, ma ciò rimanga fra noi, mi è stato comunicato dai membri del Consiglio che per sei mesi io non debbo uscire di casa, e ciò per volontà della regina. Ora, essendo io deciso, come ho anche scritto a Sua Maestà, a non proibire gli Esercizi e a continuare a governare il mio gregge secondo i lumi che mi darà il Signore, non so davvero come le cose andranno a finire.» Fu con vero dolore che i sottoposti di Grindal appresero queste notizie, essendosi egli, con il suo carattere dolce e affabile, conquistato l'affetto di tutti loro; nessuno però ne fu afflitto quanto Anthony, il quale sapeva pure quanto egli fosse mal visto anche dai papisti. Costoro in quell'anno erano non solo cresciuti di numero, ma si mostravano sempre più risoluti a non conformarsi al nuovo culto, sì che giungevano continuamente lagnanze contro di loro. Nel novembre le cose si fecero così serie che l'arcivescovo stesso si sentì obbligato a prendere provvedimenti per punire i non conformisti; e nel dicembre giunse la notizia che a Lanceston, in Cornovaglia, Cuthbert e Maine erano stati messi a morte. Alcuni giorni dopo Anthony poté accorgersi dell'ira che questo fatto aveva suscitato fra i cattolici. Se ne tornava a cavallo da Battersea, allorché giunto vicino alla porta di Morton vide un uomo che stava attaccandovi un foglio; ma lo sconosciuto, accortosi di lui, scappò via prendendo attraverso i campi. Anthony rimase un momento incerto se inseguirlo o no, poi, curioso di sapere di che cosa si trattasse, andò a staccare il foglio e vide che conteneva un vero e proprio attacco contro l'arcivescovo sospettato di avere avuto parte nella morte dei due papisti. Entrato nel palazzo, lo fece leggere al signor Scott e quando questi glielo ebbe reso lo gettò sdegnato nel fuoco. «Ma perché l'ha fatto?» esclamò il maggiordomo. «Avrebbe forse voluto che lo incorniciassi per poi mostrarlo all'arcivescovo?» «Veramente non so se, agendo così, ella abbia inteso nuocere ai papisti; tali ingiuste accuse sono la loro maggior condanna, ed è sempre meglio conservare prove contro un traditore, anziché distruggerle; inoltre ci sarebbe stato possibile arrestare quel birbante, ora invece bisognerà rinunciarvi» soggiunse guardando il foglio già nero e accartocciato.
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«È un mistero per me come vi possano essere dei papisti» disse Anthony. «È gente che odia l'Inghilterra» rispose il maggiordomo. Ma al ricordo di Sir Nicholas e della sua signora, Anthony si domandò se ciò poteva dirsi anche di loro. Egli però non dubitava che ciò fosse vero dei cattolici come corpo: essi avevano cessato di essere inglesi; la causa del Papa e della regina erano irriconciliabili. E così quell'incidente non fece che accrescere in lui il sentimento di amore e di fedeltà alla patria, che già così vivo ardeva nel suo cuore. Tale sentimento venne ora ravvivato in lui da quel poco che poté vedere della vita di corte e ciò grazie a Mary Corbet, che solo una volta o due aveva visto in società, senza però avere mai avuto, da quando l'aveva incontrata a Great Keynes, occasione di parlarle. Spesso nel ricordare quel tempo e la sua fanciullesca passione per Mary, si era sentito salire le fiamme al viso; tuttavia quel suo antico affetto non era ancora del tutto spento; cosicché alcuni giorni dopo provò un certo turbamento nel ricevere un biglietto di Mary Corbet, che gli chiedeva di andare a trovarla quello stesso giorno a Whitehall Palace. Puntualmente all'ora indicata Anthony si presentò al palazzo; fu subito introdotto in una galleria tutta illuminata dal sole e con finestre che davano su un grande cortile dove i cavalieri solevano giostrare, e che era adesso avvolto in un pulviscolo dorato. Abbagliato da quella gran luce si fermò un istante sulla porta e in quel mentre udì un'esclamazione di gioia e vide farsi avanti l'attraente figura di Mary, che ricordava così bene. La giovane non era quasi punto cambiata da quando sei anni addietro era stata alla Hall, e Anthony, alla vista di quegli occhi scintillanti e di quelle labbra vermiglie, sentì di nuovo tutto il fascino di lei. «Come son felice di rivederla!» disse Mary. «Ricordo ancora i bei giorni passati a Great Keynes» e nel pronunciare quelle parole gli strinse così forte la mano ch'egli fu quasi forzato a credere di essere sempre stato l'oggetto dei suoi pensieri. «In che posso servirla, signorina Corbet?» domandò inchinandosi. «Servirmi? Ma ciò che desidero è soltanto discorrere un poco con lei e avere notizie dei nostri buoni amici» e così dicendo lo fece sedere nel vano di una finestra. Anthony si affacciò un momento e nella grande, luminosa corte vide un uomo a cavallo con un lungo bastone in mano che si dimenava violentemente dando forti strattoni alle redini e bestemmiando ad alta voce. «Ah guardi quello sciocco!» esclamò Mary. «Crede che il suo cavallo sia stupido quanto lui.» «Chris, Chris» gridò al cavaliere. «Imbecille, non tratti in quel modo la sua povera bestia, cerchi di calmarla; non capisce che cosa lei voglia con le sue sfuriate e con quel suo bastone che le gira come un mulino a vento intorno alle orecchie.» Il cavaliere smise d'un tratto d'imprecare e guardò in alto furioso; Anthony vide allora un viso acceso circondato da una folta barba nera. «Vede, Chris?» proseguì Mary senza dargli tempo di rispondere. «La povera bestia è di nuovo tranquilla come una pecora. Ora dia il colpo». «Ma che fa costui?» chiese Anthony.
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«Si esercita alla quintana. Ah, ah!» esclamò vedendo che il cavaliere non aveva centrato il bersaglio e riceveva nel passare un forte colpo sulla schiena. «Va al mercato, Chris? È seguito da un ben duro pastore. Bee, bee, pecora nera.» «Chi è quel cavaliere?» domandò Anthony, mentre l'altro, come spinto dalle contumelie che gli piovevano dall'alto, spariva in direzione delle scuderie. «E Chris Hatton, che la regina chiama la sua pecora; e di pecora ha infatti l'intelligenza, gli occhi, la voce e anche la mansuetudine, poiché segue ovunque Sua Maestà. Ma abbastanza si è parlato di lui; mi dica adesso un po' qualche cosa di Isabel; non si è ancora fatta papista?» Anthony fece un viso così meravigliato che Mary scoppiò in una risata. «Via, via, non ho mica detto niente di male. E quel giovane, che era assente l'ultima volta che sono stata a Great Keynes, si è forse fatto protestante?» A questa nuova domanda Anthony parve ancora più stupito. «Ma mio caro, dove ha gli occhi?» «Signorina Corbet, io non so veramente che cosa intenda dire. Hubert è a Durham già da alcuni anni e nessuno parla di...» e si arrestò. Il viso di Mary si fece nuovamente serio. «Sì, sì, sono sempre stata una chiacchierona; mi scusi signor Anthony.» Parlarono allora di Great Keynes, di Sir Nicholas, dell'arresto e della morte del signor Stewart; poi Mary volle ch'egli le raccontasse nei più minuti particolari la vita che conduceva a Lambeth e Anthony a poco a poco incominciò ad animarsi e a divenire sempre più disposto a far confidenze. Mary era così affabile e graziosa mentre lo interrogava e ascoltava con tanto interesse, e il suo delicato profumo di viole risvegliava in lui tanti dolci ricordi! A un tratto si udì lo squillo di una tromba; Mary alzò un dito e piegò il capo in atto di chi ascolta. «Dev'essere l'ambasciatore» disse. Anthony la guardò interrogativamente. «Si vede bene che lei vive in campagna; venga con me e vedrà» e ciò dicendo si alzò rapidamente. Egli la seguì attraverso interminabili corridoi, su e giù per le scale dell'immenso palazzo, meravigliato e stordito dal numero infinito di porte che vedeva da ogni lato; finalmente Mary si fermò e gli fece cenno di affacciarsi a una finestra. In un cortile gremito di gente, davanti a una porta era fermo il cocchio reale circondato da numerosi servi; da un lato erano dodici dame a cavallo e poi numerosi nobili spagnoli e inglesi, tutti in splendidi costumi: i primi avevano al collo ricche catene e in capo grandi cappelli a falda, ornati di pietre preziose e perle; gli altri berretti guarniti di piume e preziose fibbie.

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«Ah, ecco ancora quello stupido di Chris» disse Mary. «Mi piacerebbe ripetergli bee, bee!, ma con tutti questi forestieri non oso. Guardi quell'uomo alto con la testa calva sul davanti e che ha un berretto con una piuma rossa, è Leicester, che sta sempre vicino alla regina; l'altro dietro a lui, su un cavallo baio, è Oxford: lo guardi bene, è il più bravo a colpire la quintana, nessuno gli sa stare alla pari; per lui è facile quanto buttar giù dei birilli. Ma non vedo Burgley. Ah, non pensavo che adesso è vecchio e gottoso e che preferisce un cuscino e una poltrona, e starsene avvolto nella flanella piuttosto che inginocchiarsi davanti alla regina. Lei sa che Sua Maestà gli permette di sedersi quando discorre con lei; ma già, è sempre propensa a mostrare benevolenza agli uomini con la barba. Ah, ecco il caro Sidney; quello lì sì che ha un animo gentile. Ma che sta a fare qui tra queste mura, quando potrebbe passeggiare sotto i faggi di Penshurst? Non è così savio come avrei creduto... Quell'altro accanto a lui, con bocca e occhi storti e un berretto di velluto con penna bianca, è Maitland; vorrei che invece di essere qui fosse a Penshurst oppure a Bath o piuttosto a Gerico, poiché allora sarebbe ancora più lontano; non posso soffrire quell'individuo. Ah, ecco anche Sussex, ma ciò non mi fa meraviglia. Come lei saprà, è propenso a un matrimonio francese, cosicché si può immaginare quale simpatia Mendoza abbia per lui. In barca saranno come due gatti che si azzuffano, a Sua Maestà piace tenere gli avversari nell'incertezza e vedere l'uno e poi l'altro allungare le grinfie, inarcare il dorso, digrignare i denti e graffiarsi; poi, quando incominciano a volare peli e l'aria risuona di ogni genere d'invettive, lei sparisce e termina col fare ciò che più le piace.» Lo spettacolo che Mary illustrava con i suoi sarcastici commenti riusciva così strano e nuovo ad Anthony, abituato alla vita tranquilla di Lambeth, che quasi gli pareva di essere trasportato in una regione incantata, dove vivevano personaggi sfolgoranti di gloria. La signorina Corbet stava per esprimergli le sue idee sull'elemento forestiero che costituiva metà del corteo, quando dall'interno del palazzo giunse un suono di strumenti. Alcuni trombettieri vicino alla porta risposero con squilli di trombe; pochi minuti dopo si vide uscire il corteo reale, che simile a un fiume di colori e di gioielli pareva scaturire dal basamento dell'edificio per andare a scorrere intorno al gran cocchio dorato; servitori in livrea, gentiluomini, dame e paggi seguivano senza interruzione. Anthony non staccava gli occhi da quella fantastica visione lasciandosi sfuggire esclamazioni di meraviglia, alle quali Mary rispondeva con un sorriso. Finalmente si vide ondeggiare il grande baldacchino e sotto a esso apparvero, simili a due sfarzose farfalle davanti alle quali tutti si prostrarono, la pallida Elisabetta dai capelli rossicci e il bruno Mendoza. Appena le due imponenti figure ebbero preso posto nel grande cocchio, squillarono nuovamente le trombe, e gli alabardieri circondarono la carrozza, che, preceduta dai gentiluomini e seguita dalle dame di corte, partì per Chelsea Stairs. Anthony fissava ancora il nudo lastricato e la scala ricoperta di ricchi tappeti, pensando a quelle due potenze di questo mondo ch'egli aveva visto incarnate nella risplendente figura della regina e in quella dell'ambasciatore spagnolo, allorché in lontananza, in direzione dell'Abbazia, echeggiò il limpido squillo di un corno che
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annunciava ai fedeli sudditi l'arrivo di Sua Maestà. In quel cocchio dai bianchi pennacchi egli aveva visto il rappresentante del vasto regno del sud, il cui solo nome risvegliava l'idea di ardenti passioni e di sterminate ricchezze, e quello del piccolo compatto regno del nord, che cominciava a stendere le sue membra, mentre un fremito scuoteva i muscoli e le vene del suo corpo d'adolescente; e ora, al pensiero ch'egli era una delle tante cellule di questo giovane organismo, e che in lui come in Elisabetta e in quella risplendente figura di donna che gli stava accanto, scorreva il vermiglio sangue dell'Inghilterra, e che essi erano tutti uniti nel godimento di una medesima vita, il suo cuore s'infiammò d'entusiasmo. Lasciata Mary, si diresse a cavallo verso Westminster dove attraversò il fiume su una chiatta; giunto all'altra sponda, udì venire, forse a un miglio di distanza, il melodioso suono di strumenti mescolato a un cupo rumore di remi e vide nelle lontane barche reali, illuminate dal sole autunnale, luccicar gli acciai e risplendere i gai costumi. Pensò allora con un senso di meraviglia a quelle due grandi potenze, che in mare si combattevano accanitamente e i cui rappresentanti sedevano lì uno accanto all'altro su cuscini di seta, trasportati dalle medesime acque.

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Capitolo II NUOVI INSEGNAMENTI

Dal ritorno di Sir Nicholas e dalla partenza di Hubert per il nord erano trascorsi sei anni, durante i quali nessun fatto importante aveva turbato la pace di Great Keynes. Ma ecco a questo periodo di quiete, succedere tristi avvenimenti preceduti dall'inaspettato ritorno del giovane. Una sera d'agosto Isabel e Mrs. Margaret erano uscite sulla terrazza, dove si erano fermate ad ascoltare il grido delle civette nascoste fra l'edera che ricopriva i camini della casa, e ne avevano osservato una dileguarsi silenziosamente fra le tenebre e sparire in direzione dei campi, quindi tornare indietro e, come sospettosa, posarsi un momento su un ramo prima di far ritorno al suo nido. Isabel era ancora intenta a guardare la civetta che con la coda pendente fra gli artigli ricurvi presentava contro lo sfondo luminoso del cielo il profilo di un topo, quando udì richiudere la porta del giardino; non vi fece però attenzione. Poco dopo Mrs. Margaret le chiese di andare a prendere degli scialli, ed essa scese le scale, attraversò il prato ed entrò nell'atrio ancora del tutto buio. Nello stesso istante vide aprirsi l'uscio di fronte e alla luce che veniva dal corridoio scorse la figura di un uomo. Ebbe un sussulto, poi dopo un momento d'incertezza, credendo fosse Anthony, lo chiamò per nome. Le rispose invece la voce di Hubert. «Isabel!» diss'egli avvicinandosi rapidamente, e per la prima volta la strinse fra le braccia. Nel sentire il suo respiro sul volto, Isabel cercò di svincolarsi e il giovane allora la lasciò libera; la fanciulla indietreggiò di alcuni passi, poi si arrestò silenziosa e ansante. «Isabel» sussurrò lui di nuovo. «Isabel.» «Oh, Hubert!» diss'ella appoggiandosi allo stipite della porta. «Perché sei venuto?» e al debole chiarore crepuscolare notò il pallore del suo volto. «Non ho potuto aspettare più a lungo; in certi momenti ho persino creduto di diventar pazzo; ho abbandonato il mio posto.» «Ebbene?» chiese la giovane, e a Hubert non sfuggì il tono ansioso della sua voce. «Ho in mente nuovi progetti, ma te li comunicherò domani; dov'è mia zia?»
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«Eccola che viene» rispose Isabel, nell'udire il rumore di passi sulla ghiaia del giardino. Hubert aprì la porta e scomparve nell'oscurità. Il giorno seguente il giovane comunicò i suoi progetti al padre, ciò che fu causa di una disputa. «Io non posso più andare avanti così e aspettare eternamente» disse Hubert. «Inoltre sono trattato come un servo, e lei sa anche come sono miseramente pagato. Le ho obbedito per sei anni, e ora ho abbandonato il mio posto e ho detto francamente a Lord Arncliffe che non posso più rimanere con lui.» Sir Nicholas si fece rosso dalla rabbia. «È il tuo maledetto carattere, che è cagione di tutto ciò» rispose concitato. «Ti conosco già da lungo tempo; non puoi più aspettare; e perché? A causa di quella giovane protestante? Mi pare di averti già detto che non ci devi pensare.» «Non mi pare di averla nominata» rispose freddamente Hubert, deciso a non comunicare subito tutti i suoi progetti al padre. «È perché voglio farmi una posizione, che non posso più aspettare; forse sarò impaziente, non lo nego.» «E come intendi migliorarla?» chiese Sir Nicholas ironicamente. «In novembre m'imbarcherò con Drake» rispose Hubert, in tono risoluto e fissando suo padre. «Allora, in nome di Dio, vattene pur subito con lui» esclamò Sir Nicholas battendo col pugno sulla tavola. Hubert divenne bianco dalla rabbia, ma seppe contenersi. «In tal caso, la saluto» e così dicendo lasciò la stanza. Lo stesso giorno il giovane ripartiva per Londra. Durante la serata Lady Maxwell fece di tutto per calmare il marito. «Mio caro» diss'ella affettuosamente. «Bisogna che Hubert ritorni fra noi; non deve partire con Drake.» Il viso del vecchio si fece di nuovo rosso dalla collera. «È padrone di fare ciò che gli pare e piace; non m'importa più nulla di lui. Ha rinunciato al posto che gli avevo fatto avere, e poi osa venir qui a metter lo scompiglio in casa e... e...» «Non è che un ragazzo» riprese sua moglie. «E poi è nostro figlio.» . Il vecchio borbottò qualche parola. «E giacché James non può ereditare le nostre terre» soggiunse Lady Maxwell «è necessario, come tu sai, che vadano a Hubert e che egli porti l'antico nome.» «Lo ha disonorato!» esclamò arrabbiato il vecchio. «E ora se ne va con quel maledetto protestante a perseguitare i cattolici. Per grazia di Dio amo il mio paese e

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sarei pronto a versare il mio sangue per Sua Maestà la regina, ma che mio figlio abbia ad andare con Drake...» e di nuovo gli venne meno la voce. Solo alcuni giorni dopo Lady Maxwell poté ottenere dal marito il consenso a scrivere una lettera conciliante al figlio, dicendogli che permettevano che andasse con Drake, se veramente si era impegnato con lui, perché come lui stesso aveva fatto osservare a suo padre non vi era in ciò, almeno per il momento, niente che fosse realmente contrario alla fede, ma al tempo stesso lo supplicava di non partire senza tornare a rivedere i suoi genitori. «Tuo padre è vecchio» terminava «e Dio solo, nelle cui mani è la nostra vita, sa quanto egli potrà ancora campare; torna dunque a riabbracciarci. Non devi dare troppo peso alle sue parole, perché è vivace e impetuoso come te; sai bene che t'amiamo tutti e due teneramente. Vieni dunque, e rendi la serenità ai nostri poveri cuori.» Ma trascorsero intere settimane senza che giungesse nessuna risposta di Hubert, e l'ansia dell'attesa accrebbe il dolore degli afflitti genitori. Finalmente, in settembre, un corriere portò una lettera del figlio, scritta da Plymouth, nella quale diceva alla madre che ormai era troppo tardi; che già nell'agosto, prima ancora di venire a Great Keynes, si era impegnato con Drake e che doveva quindi mantenere la parola data; domandava perdono a suo padre per essere stato così brusco con lui, ma si capiva che il suo dispiacere non era sincero. Per ultimo dava la notizia che la piccola flotta sarebbe salpata in novembre e che in quei giorni erano occupati ad allestire i bastimenti e ad arruolare uomini; cosicché era impossibile per lui tornare a salutarli prima di imbarcarsi. Sir Nicholas non disse che poche parole, e un silenzio ancor più grave e angoscioso regnò nella casa. Alcuni giorni dopo Lady Maxwell, non sapendo come interpretare la tranquillità e la rassegnazione di Isabel, la mandò a chiamare ed ebbe con lei una lunga conversazione. La fanciulla le confessò di amare ancora Hubert con tutta l'anima e di non serbargli alcun rancore; era soltanto rimasta sorpresa del suo modo d'agire. La vecchia signora allora le domandò che cosa pensasse di fare, considerata la diversità della loro religione; se lo avrebbe sposato essendo egli cattolico e lei protestante. Isabel rispose che, stando così le cose, essi non avrebbero mai potuto essere felici; che non sapeva che cosa decidere, ma che per il momento pensava che non ci fosse altro da fare che attendere lo svolgersi degli avvenimenti; poi era scoppiata in un pianto dirotto, e si era gettata in ginocchio nascondendo il viso in grembo a Lady Maxwell. Trascorse gran parte dell'autunno senza che alla Hall giungessero altre notizie di Hubert; poi verso la fine di novembre si seppe che la flotta era salpata, ma che aveva dovuto tornare indietro e cercar rifugio a Falmouth a causa di una terribile tempesta nella Manica. A questa notizia gli animi si aprirono di nuovo alla speranza. Una sera dopo cena, Sir Nicholas disse di non sentirsi bene e di avere la febbre; si coricò di buon'ora e in quella stessa notte fu preso dal delirio; fu subito avvertita Mrs. Margaret, e un servo andò a chiamare il dottore e il sacerdote di Cuckfield. Durante la
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giornata seguente lo stato del vecchio si fece ancora più grave, e la notte dopo all'alba, essendo imminente la sua morte, le due signore e il prete, che già la sera prima gli aveva somministrato l'estrema unzione, s'inginocchiarono presso il suo letto. Nel caminetto ardeva un bel fuoco e la legna di cedro diffondeva nell'aria un soave profumo; Sir Nicholas teneva tra le mani un crocifisso che stringeva di tanto in tanto; un leggero tremito agitava le sue labbra e il suo volto di solito colorito era adesso del tutto smorto. Il prete con voce ferma si mise a leggere le preghiere dei moribondi; l'agonia incominciava. «Proficiscere, anima christiana, de hoc mundo. Parti, o anima cristiana da questo mondo, in nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato; in nome di Gesù Cristo, figlio di Dio vivo e vero, che per te ha patito; in nome del Santo Spirito, che in te è disceso a santificarti; in nome degli Angeli e degli Arcangeli, in nome dei Troni e delle Dominazioni; in nome dei Principati e delle Potestà...» A un tratto il vecchio, che muoveva leggermente la testa, rimase del tutto immobile; richiuse la bocca, guardò sua moglie mostrando di riconoscerla. «Mia cara...» disse sorridendo, e nel pronunciare quelle parole dette l'ultimo respiro. Durante i giorni che seguirono la morte di Sir Nicholas Isabel non vide che di rado Mrs. Margaret, la quale non lasciò quasi un istante sua sorella. Nel paese intanto incominciarono a correre strane voci; vi era un continuo andare e venire di forestieri, e moltissime furono le persone che assistettero nella cappella dei Maxwell alla sepoltura del vecchio gentiluomo. Il giorno dopo quell'aria di mistero parve accrescersi e la giovane signora Mellon disse sottovoce e in grande segretezza a Isabel che tanto lei che suo marito avevano veduto alle tre di mattina dei lumi nella cappella dei Maxwell. Poco dopo, essendo andata a visitare la tomba, Isabel notò che il muro era affumicato come se vi fosse stata avvicinata un po' troppo una candela. Il corriere mandato a Hubert per comunicargli la morte del padre e fargli sapere che questi lo aveva lasciato padrone della villa e della tenuta, ritornò alla fine del mese con la notizia che la flotta era ripartita il giorno 13 e con essa Hubert; Lady Maxwell continuò quindi a vivere sola alla Hall, conservando per il momento la sua antica posizione, e il fattore Piers assunse l'amministrazione della tenuta. Sebbene negli ultimi sei anni Isabel fosse apparentemente poco cambiata, un grande mutamento era avvenuto in lei, e forse se Hubert fosse stato consapevole del suo stato d'animo non sarebbe partito così precipitosamente con Drake. La vita così intima che la fanciulla conduceva con Mrs. Margaret aveva finito per produrre il suo inevitabile effetto; si era infine accorta che, sotto la splendida e persino cruda superficie delle pratiche della religione cattolica, vi era una profondità di devozione che non aveva mai immaginato. La vita della vecchia monaca era stata per lei una vera rivelazione: nelle tristi mattinate invernali, mentre era ancora a letto, udiva il
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lieve rumore dei suoi passi nella stanza vicina, e ben presto venne a sapere ch'essa passava per lo meno due ore in preghiera prima ancora di uscire di camera e che anche durante il giorno si ritirava allo stesso scopo. Poi a poco a poco Isabel poté accorgersi che, tanto per i cattolici quanto per i puritani, l'anima della religione era la persona del Salvatore, e che il culto della Vergine e dei santi, anziché distogliere da Lui l'amore delle sue creature, sembrava renderlo più intenso. Talvolta le pareva che ai cattolici il Re dell'Amore apparisse avvolto in un ineffabile splendore e che i volti della sua corte adorante riflettessero tutto intorno la sua gloria, rifrangendo così la luce del Sole che era in mezzo a loro, anziché oscurarla, come lei aveva sempre creduto. Anche altre sue obiezioni incominciarono a sembrarle prive di fondamento allorché le esaminò alla luce, che irradiava dai limpidi occhi e dal candido volto di Mrs. Margaret. Così, per esempio, sebbene avesse appreso dalla signorina Corbet che nel recitare il rosario il fedele medita sui misteri della vita e morte di Nostro Signore, fu solo per mezzo suo che Isabel giunse a intendere pienamente il significato di questo metodo di preghiera, che le pareva una complicata e superstiziosa sostituzione alle ispirate pagine del Vangelo. Una mattina era seduta in giardino quando vide comparire Mrs. Margaret con una corona in mano; la vecchia signora alla vista di Isabel parve un istante incerta se avanzare o no; poi andò a sedersi poco distante da lei. Alcuni minuti dopo la fanciulla notò ch'essa teneva gli occhi chiusi e che le sue labbra si muovevano leggermente, mentre il suo volto, illuminato dalla dolce luce che irradia un'anima serena, pareva quasi quello di una bambina in sogno; e intanto fra le sue dita scorreva lentamente la bianca corona d'avorio. No, questa non era l'azione meccanica che essa aveva sempre associato all'idea del rosario; quel pallido volto incorniciato da bianchi capelli rivelava troppo il gaudio di uno spirito in comunicazione con Dio. «Mrs. Margaret» disse allorché la vecchia signora ebbe finito di recitare la sua corona. «Io non arrivo a capire questo modo di pregare, ossia non vedo quale sia l'utilità di ripetere sempre la stessa preghiera.» «Ho visto l'altro giorno la signora Martin che teneva la sua bimba sulle ginocchia dondolandola dolcemente; e la piccina continuava a ripetere: "Oh mamma!"» «Ma Amy è una bambina» replicò Isabel. «Se non diverrete come fanciulli..." sta scritto nel Vangelo» rispose dopo un istante Mrs. Margaret. «Vedi, rispetto a Dio e alla sua santa Madre noi non siamo che fanciulli; il ripetere Ave Maria, è il miglior modo di esprimerle il nostro amore; e poi la corona è per noi come la cintura della Vergine, ed è dolce poterla tenere in mano mentre discorriamo con Lei, che intanto presenta ai nostri sguardi la vita del suo caro Figlio e noi così contempliamo, una dopo l'altra, le grandi azioni ch'Egli ha compiuto per noi.» Come è diversa questa religione, pensava talvolta Isabel, da quel Vangelo di fuoco predicato dal rigido e austero ministro di Northampton, alla cui voce pareva che un velo si squarciasse per scoprire un cielo rovente; come dolce e pura, simile all'azzurro
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cielo d'estate. Se soltanto fosse vera! se esistesse davvero una gran Madre pronta a chinarsi amorevolmente su ciascuno dei suoi figli e a sorreggerli con quelle potenti e tenere braccia che hanno sostenuto il Divino Figlio! E Isabel, la cui anima sentiva così vivo il bisogno di una madre, sospirò ripetendo a se stessa non esservi che un mediatore fra l'uomo e Dio: «L'uomo Cristo Gesù»; E così, silenzioso e costante come il flusso del mare, passava il tempo per Isabel, lasciando sempre qualche traccia nell'anima sua. La buona Mrs. Margaret si limitava a rispondere alle domande, che lei spesso le rivolgeva, non volendo fare di più per un sentimento di rispetto verso il defunto suo padre, né di meno per il suo amore verso Dio e la fanciulla stessa. Un giorno di dicembre Isabel, di ritorno da una passeggiata, era andata a sedersi nel vano della finestra per contemplare il rosso cielo del tramonto. «Ho creduto un tempo» disse a un tratto volgendosi a Mrs. Margaret «che i cattolici non avessero una vita spirituale; e ora mi sembra che siamo invece noi puritani che non l'abbiamo. Loro conoscono così bene ciò che riguarda l'anima, ciò che viene da Dio e ciò che viene dallo Spirito Maligno, mentre a noi riesce così difficile saperlo; eppure Nostro Signore ha detto che il suo gregge avrebbe riconosciuto la sua voce.» «Mia cara figliola, se tu intendi parlare dei nostri preti e scrittori d'opere spirituali, ciò è perché essi ne fanno uno studio; noi crediamo alla scienza dell'anima, e consultiamo le nostre guide spirituali per la salute dell'anima nostra, come consultiamo il dottore per quella del nostro corpo.» «Ma perché dobbiamo interrogare il prete, quando Iddio parla ugualmente a ciascuno di noi?» «Perché, come nell'ordine naturale Dio parla anche per il medico, così nell' ordine soprannaturale parla per il prete.» «Ma perché dovrà il prete saperne più dei laici?» «Perché dice quello che insegna la Chiesa, e quando egli abbia questa scienza di Dio non è necessario che si distingua per la sua cultura nelle scienze profane. Similmente il fornaio saprà fare del buon pane anche se è un ladro o uno stupido.» «Ma come sa lei...» continuò Isabel alla quale pareva ch'essa fosse lenta ad afferrare la sua idea. «Come sa lei che la Chiesa è nel vero?» «Perché credi tu» rispose Mrs. Margaret dopo un momento di riflessione «che ogni anima che chiede lume a Dio conoscerà la verità?» «Perché a tali anime è stato promesso lo Spirito Santo» rispose Isabel. «Non è allora probabile» proseguì Mrs. Margaret «che siano nel vero quei milioni di anime che compongono la Santa Chiesa e che del possesso della verità sia indice anche l'unità del pensiero che regna fra loro? Noi crediamo che anche alla forza che emana da tale concordia di fede abbia voluto accennare nostro Signore quando ha detto che le porte dell'Inferno non prevarranno contro la sua Chiesa.»
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«Ma perché» insistette Isabel non ancora convinta «non debbono le Scritture essere sufficienti, visto che esse sono la parola di Dio?» «Ti pare davvero, considerando lo stato della cristianità, che esse siano sufficienti?» rispose sorridendo la vecchia signora. «Se sono così chiare, come è che vi sono luterani, anabattisti, la Famiglia dell'Amore, calvinisti e la Chiesa d'Inghilterra, confessioni che affermano tutte di attenersi soltanto alle Scritture? No, no, la Scrittura è la grammatica e la Chiesa è la maestra, che attinge da essa il suo insegnamento; ma essa conosce molto più di quello che è contenuto nelle sacre carte, essendo anche depositaria di ciò che chiamasi Tradizione. Ma dove non c'è maestra che insegni, i figli incominciano a disputare intorno al libro e al suo significato». Un'altra volta la loro conversazione s'aggirò sulle prerogative di san Pietro. Passeggiavano per il giardino quando Isabel a un tratto disse a Mrs. Margaret: «E fuori di dubbio che Cristo è il solo fondamento della Chiesa; san Paolo stesso lo dice espressamente». «Sì, mia cara, ma Cristo ha detto: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa". E Colui che è il buon Pastore ha pure detto a Pietro: "Pasci le mie pecorelle". E Colui che è la "Clavis Davidica che apre e nessuno chiude" gli disse pure: "Ti darò le chiavi del regno dei Cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei Cieli" ed è per questo che noi chiamiamo Pietro vicario di Cristo. So bene che ciò ti sembra strano e nuovo, ma non era così per tuo nonno e i suoi antenati; per loro, come per me, questo è il vero significato di queste parole di Cristo. Noi cattolici crediamo di dover intendere con semplicità ciò che Nostro Signore ha detto semplicemente e lo stesso facciamo anche rispetto a quelle parole che si riferiscono al sacro mistero del Suo Corpo e del Suo Sangue. A noi, come tu sai» proseguì con un leggero sorriso, e appoggiando affettuosamente una mano sul braccio della fanciulla «sembra che voi protestanti svisiate la parola di Dio contro ogni giustizia.» Alcuni mesi dopo, mentre passeggiavano di nuovo insieme in giardino, la fanciulla ritornò sullo stesso argomento. «Mrs. Margaret, ho pensato tanto durante questi ultimi tempi; quando lei parla trovo chiaro e convincente tutto ciò che dice; lei sa però che se io non sono in grado di rispondere ai suoi argomenti, potrebbero farlo i nostri grandi teologi; mio padre non era un papista, e i nostri vescovi sono tutti uomini colti. Come spiega lei questo fatto?» La vecchia signora rimase un momento silenziosa. «È la solita storia, non si vuol capire che in materie di questo genere possono aver ragione i bambini quanto i savi e i prudenti; anzi, con più facilità di loro, se si deve credere alle parole del Salvatore. Mia cara figliola, non vedi tu che Nostro Signore è venuto per salvare tutti gli uomini e chiamare tutti entro la Sua Chiesa, e che in conseguenza Egli deve averle dato dei contrassegni per mezzo dei quali l'ignorante potrà riconoscerla con la stessa facilità del dotto? L'erudizione è cosa utilissima, ed è
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un dono di Dio; ma la salvezza e la grazia non possono dipendere da essa. Soltanto un architetto potrà sapere perché la chiesa di St. Paul è una bella e salda costruzione, e che cosa è che la rende tale; ma qualsiasi bambino o ignorante potrà accorgersi della sua bellezza.» «Non capisco» disse Isabel, corrugando la fronte. «Voglio dire che tu puoi riconoscere la Chiesa colla stessa facilità del dottor Grindal e del dottor Freake o anche come avrebbe potuto riconoscerla il tuo caro padre. Soltanto un teologo può dar spiegazioni su di essa, ma tanto per me che per te o per qualsiasi di loro, essa è visibile.» «Ma allora perché non sono tutti cattolici?» domandò Isabel sempre dubbiosa. «Ah!» rispose dolcemente Mrs. Margaret. «Questo non lo sa che Iddio, il quale legge nel cuore degli uomini. A ogni modo l'erudizione non ci ha che vedere.» Simili conversazioni, che avvenivano di quando in quando, rivelavano alla vecchia signora, come piccole bolle alla superficie di un chiaro ruscello, il rapido movimento di questa candida anima ch'essa così teneramente amava. Intanto tutto il passato della fanciulla e le memorie a lei più care e più sacre erano in conflitto con questo movimento dell'anima sua: il ricordo del dolce, savio padre la turbava come un rimprovero; gli stessi entusiastici discorsi che le faceva Anthony ogni qualvolta ritornava da Lambeth sui gloriosi destini della Chiesa d'Inghilterra, sulle sue coraggiose proteste contro la corruzione d'Occidente e sulla sua futura e unica posizione nella cristianità, come Chiesa nazionale del paese di maggiore progresso, la facevano indietreggiare spaventata dal passo al quale si sentiva portata. Ma più di ogni altra cosa la turbava il pensiero che ciò che esercitava un'influenza su di lei era il suo amore per Hubert, e che di conseguenza s'ingannava grandemente sulla sincerità dei propri sentimenti. Finalmente, una sera questo suo stato d'animo finì col provocare una scena che impressionò seriamente Mrs. Margaret. Un'ora dopo avere accompagnato Isabel in camera, la vecchia signora stava per coricarsi, quando udì bussare all'uscio e poi farsi avanti Isabel col viso pallido e sconvolto, i capelli sciolti e gli occhi esprimenti la più viva angoscia. «Che cosa hai, mia cara figliola?» le chiese spaventata. Isabel richiuse la porta e la fissò un istante con le labbra dischiuse. «Come posso sapere» disse, parlando come in sogno «se la voce ch'io odo è quella di Dio oppure quella della mia perversa natura? No, no!» soggiunse, mentre la vecchia signora le si avvicinava. «Mi lasci parlare; bisogna che le parli.» «Sì, mi dirai ogni cosa, ma intanto siediti» e così dicendo le avvicinò una seggiola, le avvolse le ginocchia e i piedi in uno scialle e le si mise a sedere accanto prendendole affettuosamente la mano. «Dimmi Isabel, che cosa ti è accaduto?» «È tanto che sono turbata da questi pensieri» incominciò la fanciulla con voce tremante e con lo sguardo fisso «e questa sera a letto non sono più stata capace di sopportare ciò. Amo Hubert, e credevo un tempo di amare anche Nostro Signore, ma
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ora non so più se l'amo. Mi pare che Egli mi conduca entro la Chiesa cattolica. In essa tutto è più chiaro e facile e sembra più convincente, e noi tutti invece, che ne siamo fuori, andiamo errando fra le tenebre. Ma vede, se divento cattolica, potrò sposare Hubert e non posso fare a meno di pensare a ciò e di desiderare di sposarlo, e forse è questa la ragione per la quale tutto mi appare così convincente, unicamente perché desidero mi sembri tale. E che cosa debbo fare? Perché Nostro Signore non mi fa conoscere quali sono i miei sentimenti e qual è la sua volontà?» «Mia cara bambina» rispose Mrs. Margaret scuotendo leggermente il capo. «Nostro Signore ti ama e desidera renderti felice: non ti pare che Egli cerchi di agevolarti la cosa attirandoti entro la sua Chiesa per mezzo di Hubert? Perché non dovrebbe Egli volere l'una cosa e l'altra, ossia che tu diventi cattolica e che tu sposi colui che ami?» «Sì, ma come posso sapere che questa è la sua volontà?» «Una cosa sola puoi fare per saperlo: cerca di agire con semplicità e di mantenerti tranquilla; ogni qualvolta l'anima tua incomincia a essere turbata e inquieta, mettiti nelle mani di Dio e rifiuta di decidere da sola. È tanto facile, tanto facile.» «Ma perché dovrei essere turbata e inquieta se non fosse Nostro Signore che mi parla e dà avvertimenti?» «Noi cattolici» rispose Mrs. Margaret «sappiamo che cosa sono questi turbamenti dell'anima e li chiamiamo scrupoli; tu devi resistere a loro come se fossero tentazioni. Ci viene insegnato che quando l'anima è in grazia di Dio e desidera servirlo, prova soavità ogni qualvolta Egli le parla, mentre si sente turbata quando è lo Spirito Maligno che le fa sentire la sua voce. E perciò ritengo che questo tuo turbamento non venga da Dio. Tu ti senti oppressa quando vuoi pregare e non sai più dove trovare Iddio, non è vero? Ma allorché senti la tempesta scatenarsi sopra il tuo capo e i flutti ricoprirti, mantieniti calma e serena; non acconsentire d'essere turbata, e presto avrai di nuovo la pace e vedrai nuovamente risplendere la luce.» Già da lungo tempo Mrs. Margaret si era accorta che le nubi erano andate addensandosi su Isabel, e che la sua anima era adesso completamente oscurata e incapace di distinguere chiaramente cosa alcuna; e per questo credé bene darle questi semplici consigli, sicura che un'anima così pura non sarebbe stata tenuta a lungo tra le tenebre. Poi, inginocchiatasi, con voce dolce e tranquilla nella quale pareva trasfusa la serenità dell'astro notturno che illuminava adesso la stanza, supplicò il Dio di misericordia di ridare pace a quell'anima agitata, facendole finalmente vedere la luce.

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Capitolo III IL RITORNO DI HUBERT

Trascorsero diversi mesi dopo la partenza della flotta di Drake senza che nessuno ricevesse notizie degli avventurieri; poi giunsero le lagnanze del viceré della Nuova Scozia per i saccheggi sulla costa occidentale del paese; e finalmente, dopo un anno, Anthony, che si era molto interessato a quella spedizione, venne a sapere che il Pelican era felicemente entrato nel porto di Plymouth carico di un incalcolabile bottino. Quasi contemporaneamente gli giunse un biglietto di Lady Maxwell che lo invitava a Great Keynes per festeggiare il ritorno di Hubert; però a causa delle sue occupazioni poté andarvi solo due giorni dopo l'arrivo del nuovo padrone della Hall. L'ultima volta che era stato a casa, era rimasto impressionato dall'aspetto triste e preoccupato di sua sorella; ma questa volta notò in lei un grande cambiamento. Col viso che esprimeva la più viva gioia, essa subito gli disse che quella sera stessa Hubert li aspettava tutti e due alla Hall per far loro il racconto del suo viaggio; poi gli mostrò alcuni ricordi che le aveva portato, e fra gli altri una piccola verga d'oro, sulla quale però non volle dare spiegazioni. Andati alcune ore dopo alla Hall, Anthony notò anche nel suo amico una malcelata gioia, che però non pareva causata dall'esito felice della spedizione, sebbene egli descrivesse le sue avventure con grande animazione ed entusiasmo. «E che cosa pensi fare adesso?» chiese Mrs. Margaret quando egli ebbe finito il suo racconto. «Bisogna che torni presto a Plymouth per aiutare a estrarre i tesori dal nostro bastimento; e passerò là la primavera e anche l'estate perché Drake vuole che lo aiuti nei preparativi della nuova spedizione.» «Non ripartirai però con lui?» chiese sua madre con una certa ansia. «Oh no, gli ho già scritto che bisogna che io faccia qui le veci di mio padre ed egli capirà le mie ragioni» e nel dire ciò guardò Isabel che abbassò gli occhi, mentre suo fratello, nel sorprendere quell'occhiata, si domandò se dopo tutto non vi era qualche cosa di vero in ciò che la signorina Corbet gli aveva detto. Due giorni dopo avere lasciato Great Keynes, Anthony ricevette un biglietto di Lady Maxwell, la quale lo avvertiva che sarebbe stato condotto prigioniero a Lambeth un cattolico di nome Buxton, e lo pregava, essendo egli un suo buon amico,
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di usargli ogni maggior gentilezza. La sera dopo, infatti, arrivò il prigioniero, che venne rinchiuso nella piccola torre che serviva talvolta per i prigionieri di più alto grado, e dove subito Anthony andò a trovarlo. Il signor Buxton era un uomo con capelli scuri, occhi vivaci, maniere cortesi e franche, vestito con severa eleganza. Disse subito al giovane di essere stato varie volte a Great Keynes e di avere conosciuto molto bene il povero Sir Nicholas. «Mi è sempre parso che la sua vita fosse una di quelle che danno una continua smentita a coloro che affermano che un buon cattolico non può essere un buon inglese; infatti non credo sia mai esistito un suddito più fedele di lui.» «Sono in ciò completamente della sua opinione; non avviene però talvolta che i cattolici si trovino nel dubbio se ubbidire al Papa o al capo dello Stato?» «Sì, o per lo meno ciò può accadere. Nonostante il principio sia chiaro: Date Caesari quae sunt Caesaris! La difficoltà sta nell'applicarlo.» «È invece difficile che ciò possa mai accadere con noi che apparteniamo alla Chiesa d'Inghilterra, giacché il sovrano è anche il governatore della Chiesa.» «Capisco, lei vuol dire che una Chiesa nazionale è preferibile, poiché in questo caso l'autorità civile ed ecclesiastica sono una cosa sola.» «Precisamente» rispose il giovane incominciando a riscaldarsi, poiché era questo uno dei suoi temi preferiti. «La Chiesa è la forza religiosa della nazione: quando l'Inghilterra combatte per terra, si serve del suo esercito, quando combatte per mare, della sua armata, e quando è in lotta con poteri spirituali si serve della sua Chiesa; appare dunque manifesto che essa deve essere sempre la Chiesa della nazione. Gli inglesi e gli spagnoli sono come cani e gatti fra loro; a loro non piacciono gli stessi cibi, né gli stessi abiti; mi si dice che le loro costruzioni siano pure differenti dalle nostre; diversa è pure la loro lingua; e differiscono da noi persino fisicamente e intellettualmente: perché allora dovrebbero la loro religione e le loro preghiere essere uguali alle nostre? Ed è appunto perché Dio ci ha fatti diversi che non condanno la religione degli altri.» Il tema che stava tanto a cuore ad Anthony gli aveva dato un'insolita eloquenza. Il signor Buxton, che lo aveva ascoltato attentamente facendo col capo piccoli cenni come d'approvazione, rimase un momento silenzioso e poi disse: «Benissimo, benissimo. Come teoria potrebbe riuscire convincente ed è appunto quello che professa l'Inghilterra. Ma, mio caro giovane, Cristo non ha voluto un regno di questo genere. "Il mio regno Egli ha detto non è di questo mondo", cioè non è regolato dalle divisioni e sistemi del mondo. Lei mi ha descritto Babele: ma fu appunto per distruggere Babele e costruire una nuova spirituale città che venne Nostro Signore, e che Egli mandò lo Spirito Santo a Pentecoste per formare la sua Chiesa di Arabi, Medi ed Elamiti; per abbattere le mura di divisione, come dice l'Apostolo, affinché non ci fossero più né Ebrei, né Greci, né Barbari, né Sciti, e per fondare un solo vasto regno, che noi appunto per questa ragione chiamiamo cattolico; per distruggere le differenze fra nazioni e nazioni, per attirare tutti a far parte del
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popolo di Dio, per abbattere Babele, la città della confusione, e costruire Gerusalemme, la città della pace. Ma mio Dio!» e nel suo eccitamento balzò in piedi mentre Anthony lo guardava meravigliato e confuso. «Lei e la sua Inghilterra vorrebbero dividere il Regno celeste in tante Chiese nazionali, fra tutti i regni del mondo, e ciò nonostante si dicono servi di Colui che venne a fare l'opposto, e che lo farà malgrado loro, che costruiscono i regni di questo mondo anziché il Regno di Dio e del suo Cristo. Ma se ogni nazione deve avere la sua Chiesa, perché non dovrà averla anche ogni contea, ogni città, ogni singola anima, visto che tutte sono diverse? No, no, signor Norris, lei è accecato dal Principe di questo mondo, anche adesso egli le addita dalla sommità di un alto monte i regni di questo mondo e la loro gloria, ma levi lo sguardo verso le colline donde le viene aiuto, verso quelle colline più alte del monte sul quale ella posa, e guardi la nuova Gerusalemme ammantata di gloria scendere da Dio per abitare con gli uomini.» Gli occhi del signor Buxton erano scintillanti e la sua parola e il suo gesto rivelavano un tale entusiasmo, che Anthony non riuscì suo malgrado a provar risentimento. «Ebbene, signore» rispose dopo un momento di silenzio. «In un certo senso sono naturalmente della sua opinione, ma per ora questo regno non è venuto, né l'avremo sino a che non torni Nostro Signore a render chiara ogni cosa.» «Non è ancora venuto!» esclamò il signor Buxton. «Ma che cosa è la Chiesa cattolica e apostolica se non questo? In essa voi trovate il regno visibile composto di gente d'ogni nazione, d'ogni lingua e d'ogni classe, come ha detto l'Apostolo. Io ho, signor Norris, un piccolo possesso in Francia dove vado talvolta, e la gente che vive in quel posto porta grossi scarponi di legno e parla una lingua umana diversa dalla mia, ma, grazie a Dio, essa parla lo stesso linguaggio di contrizione, di adorazione e di preghiera. Là, come nel mio oratorio di Stanfield, si celebra la stessa messa, vi sono gli stessi preti, si conserva il medesimo Divino Sacramento e si professa la medesima fede. Vada in Spagna, in Africa, a Roma, in India: ovunque Cristo è predicato, la Chiesa è, come qui, la città della Pace. Ma che dire della sua Chiesa! Scusi, con chi è unito lei, signor Norris?» Punto sul vivo da questa domanda, Anthony senza riflettere rispose: «Per lo meno a Ginevra e a Francoforte vi è gente che parla la nostra stessa divina lingua, come lei la chiama, e che concorda con noi in materia di fede». «Davvero!» esclamò il signor Buxton e un sorriso arguto gli illuminò il viso. «Ma allora che ne è del suo nazionalismo e dei diversi temperamenti che lei ha detto avere Dio dato agli uomini?» E Anthony si morse le labbra accorgendosi di non avere colto nel segno. «È possibile» proseguì il signor Buxton, con sempre maggior animazione «che vi siano uomini così ciechi da preferire quelle piccole e disunite società, che essi chiamano Chiese nazionali e nelle quali non c'è che confusione e spirito di negazione, a quel glorioso Regno che Cristo riscattò col suo prezioso sangue, e che Egli ha
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edificato sopra Pietro e contro il quale le porte dell'Inferno non prevarranno? Sì, so bene che soddisfa l'amor proprio pensare che questa piccola nazione ha la sua propria Chiesa, e che è invece umiliante e duro per l'Inghilterra essere costretta a sottomettersi a un potentato estero in materia di fede; ma gridate pure come un tempo gli ebrei: "Non Cristo, ma Barabba. Noi non vogliamo che quest'uomo regni sopra di noi". Questa, e non quella, è la volontà di Dio. Ponga mente a quanto le dico, signor Norris: ciò che sperate non accadrà mai, l'Impostore non manterrà la sua parola, voi non avrete la Chiesa che desiderate: come avete trattato, così sarete trattati, come avete rigettato, così sarete rigettati; l'Inghilterra stessa vi rigetterà; la parte religiosa della nazione si dividerà in innumerevoli sètte; già i puritani incominciano a farsi beffe dei vostri prelati; e se principiano così presto, che cosa non faranno in seguito? Voi avete ripudiato l'autorità, e l'autorità vi abbandonerà. "Ecco, vi sarà lasciata deserta la vostra casa." Mi perdoni, signor Norris» soggiunse dopo un momento «se forse le ho detto cose che l'hanno offesa, ma io bramo, come dice l'Apostolo, che "diventiate qual son io oggi, da queste catene in fuori".»

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Capitolo IV CONTRO MARCIA

Hubert passò l'estate a Plymouth occupato con i preparativi di una spedizione che Drake voleva fare contro la Spagna, e per la quale aveva ottenuto l'aiuto morale e finanziario della regina. Scopo di essa era fare una dimostrazione collettiva contro la Spagna con navi francesi, portoghesi e inglesi sotto il comando generale di Don Antonio, pretendente portoghese; esse avrebbero dovuto occupare Terceira nelle Azzorre; però tanto Drake che Hawkins nutrivano anche speranza di fare un largo bottino. In un pomeriggio di quell'estate, Isabel era andata a sedersi nel giardino della Hall, e là aveva incominciato a pensare a Hubert e a quanto era avvenuto tra loro. Allorché alla fine dell'anno era stato a casa, le aveva lasciato supporre che il loro matrimonio fosse ormai cosa certa; infatti le aveva persino regalato una piccola verga d'oro, dicendole che sarebbe servito come anello nuziale. Di conseguenza, essa riteneva che sarebbe ritornato a Great Keynes appena gli fosse stato possibile per avere la sua risposta. Fra loro non era mai stata fatta parola delle difficoltà religiose che potevano opporsi al loro matrimonio; soltanto una volta, avendovi Isabel fatto un lontano accenno, egli le aveva affettuosamente imposto silenzio, sicché aveva immaginato che ormai egli avesse indovinato quale direzione aveva preso l'anima sua, ma che per un sentimento di delicatezza non volesse impegnarla con parole a fare forse più di ciò che avrebbe voluto. Altre spiegazioni non le pareva potessero darsi alla sua apparente tranquillità. I dubbi religiosi si erano andati poco a poco dileguandosi e ora Isabel si domandava come avesse potuto esitare così a lungo, e come potesse esitare ancora; ormai la coppa era piena fino all'orlo e non occorreva più che una leggera spinta per farla traboccare; tuttavia, sentiva di non poter fare il passo finale prima che la sua convinzione fosse completa. Mrs. Margaret le aveva insegnato che l'anima ha più rapido il volo allorquando si agita meno, quando cioè con uno sforzo supremo riesce a far cessare ogni suo proprio movimento e ad abbandonarsi completamente nelle mani di Dio per essere da Lui trasportata. Sapeva adesso che l'azione divina si fa appunto sentire quando l'umile supplicante, dopo avere cercato di conoscere la volontà del Signore e avere implorato la Sua misericordia, attende con il cuore ben disposto e lo sguardo rivolto verso di Lui, ch'Egli si degni di risponderle, e per questo
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attendeva tranquilla il dono che Dio stava per farle e del quale essa non osava ancora entrare in possesso; al tempo stesso lasciava che la sua immaginazione, la quale almeno era perfettamente libera, vagasse, simile a un uccello dell'arca, per portarle un po' di pace. Lì vicino c'era la cappella dove un giorno si sarebbe inginocchiata insieme con Hubert, e lì c'era la terrazza dove avrebbe potuto passeggiare come persona che ne ha il diritto. E quale sarebbe stata la sua camera? Ah, come Iddio era buono! A un tratto vide aprirsi la porta che dava sulla terrazza e comparire Mrs. Margaret con una lettera in mano. «Ma che cos'ha?» pensò tra sé la fanciulla vedendola scendere le scale con passo tremante. «Che cosa è successo?» chiese alzandosi spaventata, mentre la vecchia signora le si avvicinava a capo basso. Mrs. Margaret cercò di sorridere, ma un moto convulso le agitava le labbra e i suoi occhi erano pieni di lacrime; senza pronunciare parola le porse una lettera, che Isabel prese nella più dolorosa incertezza: sopra stava il suo nome scritto da Hubert. «Che cos'è successo?» ripeté, fattasi pallidissima. Mrs. Margaret la guardò tristemente, poi volse il capo dall'altra parte, e Isabel si accorse che faceva sforzi per non piangere; mai l'aveva vista in quello stato, neppure alla morte di Sir Nicholas, e si domandò se poteva esservi qualche cosa di più terribile della morte; ma era lei stessa troppo agitata per poterla interrogare e Mrs. Margaret rientrò in casa senza profferire parola. Rimasta sola la fanciulla guardò un momento la lettera, poi sedette e la aprì. Era di Hubert e datata da Plymouth; incominciava col darle notizie della spedizione, poi veniva il seguente paragrafo: «Ed ora, mia carissima Isabel, debbo darti una buona notizia: mi sono fatto protestante, non esiste più dunque nessun ostacolo al nostro matrimonio e potremo sposarci appena sarò di ritorno. Sono certo che sarai felice di sapere che abbiamo adesso la stessa fede; è tanto tempo che io pensavo di farmi protestante, e se prima non te ne ho parlato è stato per timore di darti poi una disillusione. La religione di Sir Francis Drake mi sembra ora la migliore; è pure quella di tutti i "lupi di mare", come sogliono chiamarci, e anche quella di Sua Maestà la regina e ciò che più importa è la religione della mia diletta. Naturalmente non la conosco ancora che poco, ma il buon signor Collins, che è qui, mi ha mostrato tutte le superstizioni del papismo e spero adesso di essere, come dice il Vangelo, giustificato con la fede senza le opere. Ho scritto anche a mia madre e a mia zia per dar loro questa notizia, che mi figuro apprenderanno con dolore, ma tu cerca di consolarle; forse un giorno giungeranno anch'esse a credere come noi». La lettera terminava con alcune frasi affettuose.

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Isabel posò il foglio sul muretto dov'era seduta, e volse in giro uno sguardo vago. Lì, davanti a lei era l'antica, grigia casa; il sole coi suoi caldi raggi rendeva più smaglianti e profumati i fiori delle aiuole e accresceva la vivacità degli insetti; ma tutto ciò non aveva più alcun significato per lei; era come l'immagine di un libro, sulla quale è stata voltata la pagina. Solo pochi minuti prima aveva considerato la sua vita e l'azione della grazia di Dio, che metteva lentamente ordine tra gli elementi costitutivi di essa, fino allora nel caos, e aveva guardato la via che doveva percorrere e che si svolgeva davanti ai suoi occhi quanto più vi si inoltrava: ma d'improvviso una mano aveva rigettato ogni cosa nel disordine e il sentiero era adesso nascosto da rovine. Poi, a poco a poco, un pensiero si staccò dagli altri e le fiammeggiò davanti vivo e spaventoso, frapponendosi in tutta la sua terribile realtà fra lei e il mondo visibile, che stava fissando: abbracciare la fede cattolica significava rinunciare a Hubert; come protestante era concepibile che sposasse un cattolico; ma come cattolica non era ammissibile che sposasse un apostata. Lentamente e attentamente rilesse la lettera di Hubert e provò meraviglia che le sue parole sulle superstizioni papiste e la semplicità del Vangelo fossero così contrarie al vero. Cercò di imporre silenzio ai suoi pensieri, ma le due ragioni per le quali Hubert aveva cambiato religione le apparivano in modo chiaro e insistente: per sentirsi anzitutto più unito a quei pirati che egli ammirava, e in secondo luogo perché non vi fosse più alcun ostacolo al loro matrimonio. Ma allora di che tempra era il cuore che egli le aveva donato? In un lampo d'intuizione vide che le si preparava una lotta, in confronto alla quale i suoi conflitti spirituali non erano che un gioco da fanciulli, e che non le era possibile evitarla; poi a poco a poco la terribile visione svanì e Isabel rientrò in casa per trovarvi la desolata madre il cui figlio aveva perduto la fede. Trascorsero due lunghi mesi durante i quali Lady Maxwell, in preda al più profondo dolore, non fece che rivolgere strazianti preghiere a Dio per il figlio apostata, al quale pure scrisse supplicandolo, in nome di tutto ciò che credeva gli fosse più caro, di ritornare alla fede per la quale suo padre aveva sofferto e nella quale era morto. Ma non ricevette che poche righe di risposta; in esse suo figlio diceva essergli impossibile fare per iscritto la propria difesa ed esprimeva al tempo stesso il pio desiderio che un giorno essa abbracciasse la sua religione. Lo stesso messaggero portò una lettera per Isabel, nella quale Hubert si mostrava meravigliato di non avere avuto risposta all'ultima sua. Essa intanto doveva attraversare da sola una valle di tenebre. Anthony era a Londra, ma anche se le fosse stato vicino non avrebbe potuto in quella circostanza esserle di nessun aiuto; suo padre era morto, e adesso ne ringraziava Iddio; Mrs. Margaret pareva tutta assorta nel dolore della sorella, che non lasciava quasi un istante; era quindi abbandonata completamente a se stessa nella dura, terribile lotta. Gli argomenti in favore del cattolicesimo le riuscivano adesso spietatamente convincenti, e ogni loro particolare chiaro e distinto; soltanto la Chiesa cattolica le sembrava avesse i contrassegni della Sposa di Cristo, ossia visibile unità, visibile
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cattolicità, visibile apostolicità, visibile santità; non v'era dubbio, in essa erano i suggelli dell'Altissimo. Allora con disperazione si rigettò nel protestantesimo, e là in luogo della santità, vide i contrassegni della Gran Bestia: visibile disunione, visibile nazionalismo, visibile Erastianismo, visibili abissi. Quel sistema, nel quale non poteva più trovar pace, la colpiva adesso per tutta la sua incoerenza, per la sua mancanza di spiritualità e per la sua adultera unione col potere civile, invece di quella tutta pura e tutta santa della Sposa di Cristo. E di nuovo si meravigliò come avesse potuto esitare così a lungo, e come osasse esitare ancora, tanto più che anche dal lato teologico vi erano argomenti che s'imponevano al suo intelletto con tale forza che non riusciva a confutarli. Cessò allora di sentirsi attratta verso il cattolicesimo da puro sentimento; questo, avrebbe sempre potuto essere soffocato con uno sforzo di volontà; ma lo stesso non poteva farsi con queste fredde realtà, che non colpivano il cuore, ma la mente. Eppure, cosa strana, non si sentiva ancora di abbracciare risolutamente il cattolicesimo; la forte attrazione, anziché affrettare la crisi, l'aveva pietrificata. Più di una volta durante la notte s'alzava d'un tratto, risoluta a svegliare Mrs. Margaret e dirle che non poteva aspettare più a lungo; che voleva farsi subito cattolica e così porre fine a quello stato d'angosciosa incertezza; ma ogni qualvolta s'avvicinava alla sua porta, le pareva che un impenetrabile muro sorgesse davanti a lei. Intanto la sua natura umana non cessava d'invocare Hubert; giorno e notte vedeva al suo fianco il cavalleresco, amabile giovane, che le era stato fedele per tanto tempo, che l'aveva aspettata con tanta pazienza e che con tanto ardore le era corso incontro nel rivederla. Lo vedeva in tutta la sua forza e robustezza, e al tempo stesso in umile, tenera attitudine, desideroso sempre d'indovinare e soddisfare tutti i suoi desideri. Lo sentiva unito a sé da tanti ricordi, e le pareva che appunto per la loro diversità di carattere egli fosse il compagno più adatto per lei. E ora la sua conversione e il suo matrimonio con Hubert erano diventate due cose inconciliabili; egli stesso, col suo amore per lei, aveva reso impossibile l'attuazione dell'una cosa e dell'altra. Quanti sogni svaniti! Quella prima messa che doveva ascoltare con lui, durante la quale avrebbero assieme ricevuto il loro Dio, quelle passeggiate all'ora del crepuscolo, quelle cavalcate sulle colline dei dintorni, quei nuovi legami che l'avrebbero unita alle buone signore della Hall: tutto, tutto era svanito! Alcuni di questi sogni non avrebbero mai più potuto avverarsi, altri sì, ma a condizioni che la facevano rabbrividire al solo pensarvi. Però più di ogni altra cosa era per lei di tormento pensare di essere stata in certo modo la causa del cambiamento di religione di Hubert, e ciò col non avere prima corrisposto alla grazia divina e coll'aver indugiato a confidarsi con lui. Passarono così intere settimane senza che essa trovasse la forza di rispondere alla lettera di Hubert. Ben presto anche il suo fisico incominciò a rivelare lo stato dell'animo sud: appariva sempre stanca e abbattuta; i suoi occhi infossati sembravano più grandi e più scuri, e le palpebre e la bocca rivelavano un'insolita languidezza; andava da sola a
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fare brevi passeggiate e poi, al ritorno, s'abbandonava spossata su una poltrona, dove finiva coll'addormentarsi. Finalmente, nell'ottobre Hubert fece ritorno a casa. Isabel era andata un pomeriggio a passeggiare per i boschi, che già incominciavano a tingersi dei colori autunnali, ma mai, dacché il senso del bello si era risvegliato in lei, era rimasta così insensibile alla loro bellezza; si sarebbe detto che quello stretto legame di vita che la univa a tutte le cose viventi fosse stato oscurato e spezzato, e che essa camminasse in un isolamento ancor più terribile in quanto era circondata dalla muta presenza di tutte le cose che amava. Ancora l'anno prima, l’allegro canto del merlo, le nebbie che la sera avvolgevano i campi, i rumori che si udivano nei boschi prima del silenzio della notte, il fruscio delle foglie morte, smosse da qualche coniglio, il gracchiare delle cornacchie, avevano contribuito a formare quella dolce atmosfera naturale in mezzo alla quale il suo spirito respirava e vagava liberamente; ma questa specie di soave unione con tutto ciò che la circondava non esisteva più; e ora essa era bandita dalla natura e dimenticata da quel Dio che ne era il creatore. Le sue relazioni con il Salvatore, che ancora poco tempo prima era stata la Persona intorno alla quale si concentravano tutte le gioie della sua vita, gioie che da Lui irradiavano e ch'essa a Lui attribuiva, avevano incominciato a essere oscurate dal suo amore per Hubert, e ora erano cessate del tutto; essa aveva considerato il suo terreno e il suo divino amante come due persone ciascuna delle quali aveva certi diritti sul suo cuore, e ognuna delle quali aveva cercato in modo diverso di accontentare, anziché identificarle e servire l'una non separatamente, ma nell'altra. Le pareva adesso di sperimentare una divina gelosia, che non la lasciava essere soddisfatta né con Dio, né con l'uomo. L'anima sua era esausta dall'interno conflitto, dal rapido alternarsi di attrazione e repulsione fra i poli della sua vita soprannaturale e naturale. Talvolta quello stato doloroso le dava l'impressione di essere sospesa in croce, ma così in alto da non poter poggiare a terra, e così in basso da non poter toccare il cielo; se poi cercava di dimenticare se stessa, non era neppure più capace, come un tempo, di quello sforzo supremo con il quale l'anima cessa di agitarsi, e che sarebbe stato così necessario per la sua pace. Stanca e abbattuta fece ritorno a casa; nell'attraversare il giardino vide le candele accese nel suo salotto, ma la loro dolce luce non le parve annunciatrice di una lieta accoglienza. Entrò nell'atrio ancora tutto buio e dove il fuoco era quasi spento; nel medesimo istante si aprì la porta di fronte, e sullo sfondo luminoso del corridoio vide spiccare la figura di un uomo. «Anthony» disse sommessamente. Ci fu un momento di silenzio; la porta fu richiusa e tutto ritornò nell'oscurità; poi udì la voce di Hubert pronunciare il suo nome e nel medesimo istante si sentì stretta fra le sue braccia; per un momento anche lei si strinse appassionatamente a lui. Ah sì, quell'amplesso era davvero cosa reale! Ma a un tratto l'abisso che si era aperto fra di loro si spalancò nuovamente, e lei vi fissò con terrore lo sguardo. «Oh Hubert, Hubert!» esclamò.
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Egli la prese fra le braccia e quasi di peso la portò su un'alta seggiola vicino al caminetto; si chinò, attizzò il fuoco, e le fiamme divamparono illuminando le sue forti mani e il suo viso dai lineamenti regolari; poi, sempre in ginocchio, si volse verso di lei, le prese le mani e le avvicinò alle labbra. «Oh Isabel, perché non mi hai scritto?» Essa non rispose; era come una persona che guarda affascinata un precipizio. «Vedi» egli disse dopo un momento «la nostra spedizione non si farà più: la regina ha finito col negarci il permesso di partire e io sono ritornato da te.» . Come era forte e bello al bagliore delle fiamme! Come poteva ancora esitare fra quella calda, ardente, umana realtà e la fredda possibilità di un invisibile vero? Istintivamente gli strinse le mani. «Ho sofferto tanto» disse infine. «Ma, mia cara» rispose Hubert gettandole le braccia al collo e avvicinando il viso a quello di Isabel «tutto ciò è finito.» Essa si tirò indietro, e sotto l'impulso di una forte risoluzione che rianimò la sua volontà gridò: «No, no! Bisogna che ti parli. Ho avuto timore di scriverti: Hubert, bisogna che io aspetti ancora un poco. Io... io non so più a che cosa credo». Il giovane la guardò meravigliato. «Ma che vuoi dire, Isabel?» «Ho riflettuto tanto durante questi ultimi tempi e mi dispiace che tu ti sia fatto protestante perché questo rende ogni cosa più difficile.» «Ma, mia cara è... non ti capisco.» «Ho pensato» proseguì coraggiosamente Isabel «che forse la religione cattolica è la vera.» Hubert lasciò andare le sue mani e si alzò, mentre lei si rannicchiava nella grande seggiola fissando con terrore il suo volto alterato. «Isabel!» disse con voce agitata. «Questa è una sciocchezza. lo so che cosa è la religione cattolica; e so che non è la vera.» Isabel non rispose; dopo un istante egli le si gettò ai piedi. «Oh cara, cara, ora capisco, tu facevi questo per me; sì, intendo, ed è appunto ciò che anch'io...» e s'interruppe. «Lo so, lo so!» gridò Isabel con voce piena d'angoscia. «Ed è appunto questo che ho tanto temuto; cioè che il nostro amore ci avesse accecati entrambi. Oh, che cosa dobbiamo fare? Oh Dio! Hubert, aiutami.» Egli allora incominciò a parlarle sommessamente e con animazione, tenendole sempre strette le mani; Isabello ascoltava guardando la sua testa riccioluta e il suo volto illuminato dalle fiamme.
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«Adesso intendo ogni cosa» disse egli con tenerezza. «Tu hai vissuto qui in compagnia di mia zia, una cara vecchia santa; ed essa ti ha parlato della religione cattolica e te l'ha dimostrata buona e vera; e tu, mia cara, hai pensato qualche volta a me, e mi hai anche amato un poco, non è vero? e hai desiderato che avessimo la stessa religione, e così hai cominciato a desiderare e poi a sperare e finalmente a credere che quella cattolica fosse la vera. Ma tu non lo credi veramente; nell'intimo del tuo cuore tu sai, come io so da tanto tempo, che essa non lo è, e che è tutta un'invenzione di preti e di monache; è certo molto bella, ne convengo, ma non è che una bella finzione e tu non devi rovinare tutto per amore di una favola. Io sono stato gradatamente indotto a vedere la luce ed è stato il tuo...» e la voce gli venne meno «sono state le tue preghiere, che mi hanno aiutato. Ho così ardentemente desiderato conoscere ciò che ti rendeva così dolce e serena, e ora lo so: è la tua pura, semplice religione, essa è tanto più logica di quella cattolica e ha tante più probabilità di essere la vera. Vedi, è tutta contenuta nella Bibbia e in modo così chiaro, come mi ha dimostrato il signor Collins. Perciò ho finito anch'io per credervi, e ora bisogna che tu scacci dalla mente tutte queste idee, tutti questi sogni. Tuttavia Isabel, io ti amo» e di nuovo le baciò le mani. «Ti amo per avere voluto credere in essa per amor mio; e ci sposeremo prima di Natale, e anche noi avremo la nostra novella di fate, la quale però sarà di fatto cosa vera e reale.» Sembrava adesso a Isabel, nell'ascoltarlo, di stare davvero sacrificando la realtà a un sogno e che quest'idea, che già da tanto tempo la perseguitava, si fosse incarnata nell'uomo che amava così appassionatamente e che ora parlasse per mezzo delle sue stesse labbra: eppure nella sua stessa incarnazione pareva rivelare la sua debolezza. Cercò di alzarsi, ma Hubert la sospinse indietro. «No, mia cara, sarai prigioniera fino a che non mi avrai dato la tua parola.». Per due volte essa fece uno sforzo per parlare; ma nessun suono uscì dalle sue labbra. Le pareva che i pensieri che lottavano nella sua mente avessero paralizzato ogni sua facoltà. «Dunque Isabel?» chiese Hubert. «Non posso, non posso!» gridò disperata. «Bisogna che tu mi dia tempo. Il tuo ritorno in questo momento è stato troppo inaspettato. Io non so più a che cosa credo. Oh Dio, aiutatemi.» «Isabel, promettimi che sarà prima di Natale. Ancora pochi minuti fa pensavo alla nostra felicità, e dubitando che mia madre non volesse neppure parlarmi, ero come sempre venuto da te, sicuro che dopo che avevo rinunciato alla mia religione, mi avresti detto d'amarmi in eterno. E ora...» Un singhiozzo gli troncò la parola. A Isabel pareva che il cuore le si squarciasse: un singulto le scosse il petto. «Isabel, promettimelo, promettimelo!» ripeté Hubert afferrandole le mani. Ma di nuovo la fanciulla si sentì il cuore invaso da un impeto di risolutezza; fece uno sforzo e si alzò. Anche Hubert si rizzò e le si pose di fronte.

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«Tu non mi devi chiedere questo» disse lei coraggiosamente. «Sarebbe colpevole decidere così presto; io non posso in questo momento distinguere cosa alcuna chiaramente, né so a che cosa credo. Bisogna che tu mi dia tempo.» Hubert rimase un momento silenzioso e immobile, il suo viso era del tutto nell'ombra, e Isabel perciò non poteva dalla sua espressione indovinare i suoi pensieri. «E questa è la sola risposta che mi dai?» diss'egli finalmente con voce perfettamente calma. Isabel abbassò il capo. «Allora... allora, signorina Norris, le auguro la buona notte.» S'inchinò, prese il berretto e uscì. Isabel fece uno sforzo per richiamarlo, ma la voce le venne meno; udì il rumore dei suoi passi sul lastricato, poi più nulla. Per alcuni istanti credette di sognare; non le pareva possibile che egli l'avesse lasciata in quel modo; appoggiò il capo al caminetto e fissando la fiamma si domandò se era questa l'opera della religione; se davvero Dio voleva, come compenso di tutte le sue aspirazioni e dei suoi sforzi, farsi scherno di lei privandola a un tratto di quell'amore che aveva fatto nascere nei loro cuori e ciò proprio nel momento in cui vi ardeva più vivo. Era questi il Padre dell'Amore, nel quale le era stato insegnato di credere, e che trattava così duramente i suoi figli? E a questi pensieri altri ne seguirono, non meno strazianti. Intanto si sentiva del tutto impotente: sentiva di non poter richiamare Hubert, né promettergli ciò che egli voleva; una grande forza si era impadronita di lei; poteva essere o no benefica, ma certo in quel momento le pareva che non lo fosse; era però una forza irresistibile, e lei doveva piegare il capo e sottomettervisi. A un tratto vide riaprirsi la porta e ricomparire Hubert, che avanzò con passo rapido. «Signorina Isabel» disse. «Mi può perdonare? Riconosco di aver agito da vigliacco; non insisto altrimenti per avere la sua promessa; mi rimetto completamente a lei; faccia di me ciò che vuole. Ma... ma se soltanto mi potesse dire quando saprà...» Egli aveva toccato la giusta corda, e il cuore di Isabel ebbe un palpito di dolore e di compassione. «Oh Hubert!» rispose con voce rotta dal pianto. «Sono così addolorata, ma ti prometto che te lo dirò... per Pasqua.» E il tono della sua voce era interrogativo. «Sì, sì» rispose senza staccare lo sguardo da lei; e lei si accorse che la sua bocca era tremante e che nei suoi occhi brillavano lacrime. Istintivamente essi s'avvicinarono ed egli la strinse appassionatamente fra le braccia. Quella stessa sera avvenne una scena tra Lady Maxwell e suo figlio. Durante la cena, essendo presenti i servi parlarono di cose indifferenti, ma appena essi si furono ritirati, Hubert disse a sua madre:

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«So bene a che cosa lei pensa; ma capirà che non posso acconsentire a esporre i motivi della mia decisione. Non intendo neppure incontrarmi con il signor Barnes né a Cuckfield, né qui. Sono soddisfatto del passo che ho fatto». «Hubert» rispose Lady Maxwell in tono dignitoso. «Non mi pare di avere nominato quel prete, né in verità alcun altro.» «Va bene» rispose il giovane in tono impaziente. «In ogni modo non intendo vederlo; ma desidero dirle alcune parole riguardo a questa casa, giacché è necessario che la nostra posizione sia messa in chiaro. Mio padre ha lasciato a lei l'uso dell'intera ala del chiostro, e di ciò sono contentissimo; ritengo che lei vi si troverà bene e non occorre le dica che spero vorrà continuare a occupare la camera qui sopra; s'intende pure che le lascio l'uso di tutta la casa; anzi, le sarò grato se vorrà serbarne la direzione, per lo meno sino a che non ci sarà una nuova padrona.» «Grazie, Hubert.» «Riprenderemo presto questo discorso» proseguì il giovane con lo sguardo fisso sulla tovaglia. «Ma desidero prima dirle qualche altra cosa. Io sono adesso in tutto e per tutto un fedele suddito di Sua Maestà la regina: in religione come in ogni altra cosa; credo perciò di non poter continuare a ospitare preti, come soleva fare mio padre; la mia coscienza non me lo permetterebbe. Ma naturalmente, lei è libera di fare come le pare e piace nel suo appartamento, né io le farò mai nessuna domanda in proposito, né mi servirò di spie, né tenderò insidie. Soltanto bisognerà che i preti non vengano in questa parte della casa, né che passeggino in giardino; fortunatamente c'è un prato dal lato del chiostro, e quindi non mancherà loro né aria, né modo di far moto.» «Non temere Hubert, io non ti darò noie e tu non correrai alcun rischio.» «Mi pare che avrebbe potuto risparmiarsi queste parole, giacché non mi sembra di essere un codardo.» Lady Maxwell si fece rossa, e incominciò a toccare nervosamente il coltellino d'argento accanto al suo piatto. «Ho creduto bene» proseguì Hubert «avvertirla di ciò; la cappella è in quell'ala e lei ha anche il prato a sua disposizione; non mi pare dunque di trattarla duramente.» «E tuo fratello James, non dovrà neppure lui venire qui?» «Ho pensato molto anche a questo, e sebbene mi costi dirlo, credo sia meglio che egli non venga in casa mia; almeno quando io sarò qui; e nel caso bisognerà che io non ne sappia nulla; ma quando sarò assente, lei potrà fare, tanto con lui quanto con gli altri, come le pare e piace. Capisce bene che la cosa è già abbastanza difficile per me; voglia quindi non renderla maggiormente penosa.» «Non temere, all'infuori di noi nessun altro cattolico verrà a darti noia.» «Ed ecco stabilito anche questo. Ma ora bisogna che le dica ancora una parola. Che cosa ha fatto a Isabel?» E nel dire ciò le dette un' occhiata severa.

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«Non so che cosa tu voglia dire» rispose sua madre. «Oh, lo sa bene essendo sempre stata con lei.» «Ti ho già detto che non so a che cosa tu alluda.» «Ma...» esclamò Hubert. «Se Isabel è diventata quasi cattolica!» «Che Dio ne sia lodato» rispose tranquilla sua madre. «Ah sì! Lei ne ringrazia Dio, ma io chi debbo ringraziare?» «Vorrei che anche tu potessi ringraziarlo di ciò.» «Ah!» replicò con disprezzo. «Lo sapevo bene: "Non nobis Domine" e ciò che segue.» «Hubert!» rispose Lady Maxwell. «Non voglio credere che tu intenda insultarmi in questa casa; ma o questo è un insulto, o io interpreto male le tue parole e in questo caso te ne chiedo scusa.» «Va bene» diss'egli in tono brusco. «Cercherò di spiegarmi: credo che il cambiamento avvenuto in Isabel sia dovuto all'influenza esercitata da lei e dalla zia.» In quel mentre si aprì la porta ed entrò Mrs. Margaret. «Vieni» disse Lady Maxwell. «Si tratta appunto di cosa che ti riguarda.» La vecchia signora si avvicinò al giovane con la sua solita espressione di dolcezza, e gli posò affettuosamente una mano sulla manica di raso nero. «Che c'è di nuovo, Hubert?» Il giovane si alzò, le avvicinò una sedia alla tavola e le pose davanti un bicchiere. «Ho lasciato Isabel in questo momento» soggiunse Mrs. Margaret. «Non so perché, sembra molto afflitta. L'hai vista questa sera?» «Sì» rispose Hubert con voce triste e con lo sguardo fisso. «Ed è appunto di ciò che stavamo parlando. Mi saprebbe dire lei chi è causa della sua tristezza?» «Speravo appunto che me l'avresti detto tu» rispose su zia. «Ero infatti venuta qui apposta per chiedertelo.» «Mio figlio ha fatto a noi l'onore...» incominciò Lady Maxwell, ma Hubert la interruppe. «Quando sono partito, Isabel era ancora felice e protestante e ora la ritrovo afflitta e diventata quasi cattolica, se pure non lo è già del tutto e...» «Oh! ne sei proprio sicuro?» interruppe Mrs. Margaret con gli occhi che esprimevano la più viva gioia. «Se ne sono sicuro! Ma se ha persino detto di non volermi sposare, almeno per ora.» «Oh povero mio Hubert, che hai perduto tanto la fede quanto Isabel!» Il giovane la guardò furibondo; ma la zia sostenne il suo sguardo calma e serena. «Povero figliolo!» ripeté.
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Hubert abbassò gli occhi e la sua bocca si atteggiò a scherno. «Per quanto riguarda me» disse «capisco che ciò sia loro indifferente, ma mi meraviglio che abbiano così abusato della fiducia riposta in loro dal padre di Isabel.» Lady Maxwell divenne pallida dallo sdegno. «Ti ho già detto» ripeté «ma sembra che tu non voglia credere alle mie parole, che per quanto io sappia non ho avuto nessuna parte nella sua conversione, la quale» soggiunse con voce più forte «chiedo a Dio di voler compiere. Isabel mi ha naturalmente rivolto talvolta delle domande, alle quali ho risposto, ed ecco tutto.» «Ed è ciò che ho fatto anch'io» soggiunse Mrs. Margaret. «Ma in questo momento sei fuori di te; se non fosse così non avresti parlato in questo modo a tua madre; non mi meraviglio però che tu sia in questo stato.» Hubert si alzò; il suo volto per quanto abbronzato appariva pallidissimo; appoggiò una mano sulla tavola; la gala che gli circondava il polso tremava tutta. «Sono adesso un sincero protestante» disse in tono sarcastico «e avendo vissuto tanto tempo con protestanti ho dimenticato le maniere cattoliche... Ma...» «Taci, Hubert» interruppe sua madre. «Non terminare la tua frase, ché presto avresti a pentirtene. Vieni, Margaret» e si diresse verso la porta. Suo figlio si affrettò ad aprirla. «No, no» disse sua sorella. «Va' tu, Mary; io rimango con Hubert.» Lady Maxwell chinò il capo e uscì. Mrs. Margaret dette un'occhiata alla tavola e sorridendo disse: «Mi hai dato un bicchiere, ma niente da bere». «È inutile, è inutile!» esclamò il giovane. «Non avete il diritto di trattarmi in questo modo. Oh, che cosa hanno fatto della mia Isabel?» Poi con voce profondamente commossa: «Oh zia, me la renda, me la renda!». Quindi si abbandonò sulla seggiola nascondendosi il viso col braccio, e gli sfuggì un singhiozzo. «Via Hubert, mostrati uomo» disse Mrs. Margaret con la sua limpida, tranquilla voce. Egli rialzò il capo; i suoi occhi erano umidi di pianto e luccicanti d'ira. Ma essa continuò a guardarlo sorridendo dolcemente. «E ora ti chiedo per la seconda volta di volermi dare qualche cosa da bere.» Hubert prese la caraffa, meravigliato che ella sapesse così bene dominarsi. «Veramente» riprese lei «mi sembra che tu ti comporti come un ragazzo, e non come un uomo che ha girato mezzo mondo. È possibile che non ti sia ancora venuto in mente come riconquistare Isabel?» «Non so che cosa intenda dire.» «Ritorna nella Chiesa, mio caro, e rendi così di nuovo felice tua madre; sposa Isabel e salva l'anima tua.»
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«Oh zia, ciò è impossibile; ho realmente perso la fede nella religione cattolica e... e lei non vorrebbe che io diventassi un ipocrita.» «Ah!» esclamò Mrs. Margaret. «Tu non puoi ancora dire ciò. Se Dio lo vuole, tu puoi riacquistarla. Oh, mio caro figliolo, in cuor tuo sai bene che essa è la vera.» «Davanti a Dio, le assicuro che sono convinto che non lo è.» «No, no, no!» gridò la vecchia signora stendendo una mano tremante, e i suoi occhi si oscurarono. «Sì, è così. Ne ho dubitato durante interi anni, ma parendomi che fra tutte le religioni fosse ancora la migliore, non ho voluto rinunciarvi; e poi non volevo far ciò contro la mia volontà e soltanto per ubbidire alle leggi della regina, come il cane che abbandona il canile sotto le sassate.» «Ma non sei che un ragazzo...». Egli si mise a ridere. «Qualsiasi prete mi direbbe che da circa vent'anni ho il dono della ragione. Inoltre non sono così vile da rientrare nella Chiesa cattolica senza credere che sia la vera, e se anche osassi fare un tale passo, non avrei più il coraggio di guardare in faccia Isabel.» «Hai intenzione di rimanere qui per un po' di tempo?» «Oh, no! Sino a che Isabel è così, ciò non è possibile, ho intenzione di partire subito e soltanto al mio ritorno le rinnoverò la mia domanda.» «E quando ti darà una risposta?» «Per Pasqua. Oh, preghi lei per noi!» Gli occhi di Mrs. Margaret si illuminarono. «Dunque vedi, mio caro, che credi ancora nell' efficacia della preghiera.» «Ma perché non ci dovrei credere? Pregano anche i protestanti.». «Bene, bene. Ma ora vieni da tua madre e sii buono con lei.»

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Capitolo V L'ARRIVO DEI GESUITI

Anthony era rimasto profondamente offeso dalle parole del signor Buxton. Quale arroganza, aveva detto fra sé dopo averlo lasciato, osare disprezzare la grandezza, la forza e la vitalità dell'Inghilterra, e ciò per esaltare una misera nazione latina, che osa pretendere di essere la sede del Vicario di Cristo! Basta esaminare l'assurda pretesa basandosi sugli scritti dei santi Padri e sulle decisioni dei concili, che il dottor Jewel cita con tanta erudizione, per vederla convertirsi in fumo; se poi la si esamina considerando l'azione della Provvidenza, appare manifesto che Dio stesso ha voluto dimostrare ch'essa non è che un'empia favola. E Anthony ripensò ai tentativi fatti dai cattolici per riconquistare l'Inghilterra all'antica fede. Già da diversi anni William Allen, fondatore del collegio di Douai, aveva di continuo mandato preti in Inghilterra e più di duecentoventi avevano lavorato fra i loro compatrioti per preparare il grande attacco, che era stato sferrato in tre zone contemporaneamente. In Scozia esso aveva avuto più che altro un carattere politico, e Anthony ricordò con disprezzo il conte Esmé Stuart, ritenuto emissario dei Gesuiti, il quale aveva cospirato con ecclesiastici e nobili, e per meglio raggiungere i suoi fini aveva professato il protestantesimo. In Irlanda il tentativo aveva avuto un risultato poco meno che ridicolo, e il giovane ripensò con gioia crudele allo sbarco di quegli stupidi traditori, a quei frati scalzi, a quel vessillo così solennemente consacrato, e come un anno dopo i corpi di quei seicento, che avevano preferito il regno spirituale del signor Buxton al dolce governo di Elisabetta, erano stati come bestie morte allineati sulla spiaggia di Smerwick per poter essere contati da Lord Grey de Wilton. Ma nel ricordare il terzo tentativo fatto dagli stessi Gesuiti, Anthony provò un leggero turbamento. Allorché nel luglio si era diffusa la notizia ch' essi erano in Inghilterra, un senso di timore aveva invaso i cuori, e le menti si erano abbandonate alle più strane fantasie. Un tale nativo di Blunsdon nel Wiltshire, e guardia di Lambeth, aveva narrato ad Anthony che una muta di cani infernali era stata udita latrare dietro a degli spiriti; a Bodmin, c'era chi diceva di aver visto bastimenti fantasmi attaccare un castello fantasma trasportato dalle onde verso la costa di Cornovaglia; si raccontava pure che una vecchia donna di Blasedon aveva messo al mondo un mostro con un'enorme testa, bocca di topo, otto gambe e una coda; e nelle osterie del Somersetshire si sussurrava che erano state viste aggirarsi per l'aria tre compagnie di uomini in veste nera. Ma più di tutto le immaginazioni erano rimaste colpite dalle due strane figure di padre Persons e padre Campion; taluni
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dicevano che essi andavano in giro facendo del bene; altri che incitavano il popolo alla rivolta. Anthony aveva anche letto alcuni opuscoli dove si affermava che non erano agenti politici ma spirituali, e che loro unico scopo era quello di far seguaci a Cristo; in uno di questi opuscoli, intitolato Challenge and Brag, Campion sfidava qualsiasi teologo inglese a sostenere con lui una pubblica disputa. Ma dopo alcune settimane lo sdegno suscitato in Anthony dalle parole del signor Buxton andò calmandosi, ed egli allora incominciò suo malgrado a sentire tutta la forza degli argomenti del suo avversario, tanto più che essi avevano precisamente colpito nel punto ov'egli credeva stesse la sua forza. Nessuno sino allora gli aveva mostrato in modo così chiaro l'antitesi esistente fra il nazionalismo e il cattolicesimo; o, per meglio dire, nessuno gli aveva mai esposto il vero stato di quest'ultimo; e ora tanto la teoria del signor Buxton quanto la sua, che egli vedeva rappresentata dai simboli della potenza dell'Inghilterra, venivano ad avere per lui un'apparenza di realtà: la Chiesa nazionale gli imponeva rispetto in quanto rappresentava il lato spirituale della nazione inglese; e la concezione del signor Buxton gli ispirava ammirazione e reverenza per la sua stessa audacia. Questo grande regno spirituale, che continuava il suo cammino calpestando le barriere di temperamenti e di nazionalità, noncurante d'ogni umana restrizione e di ogni freno artificiale, dominando imperiosamente il mondo, sebbene esso si divincolasse e si ribellasse, gli appariva ora sotto un nuovo aspetto, reso anche più impressionante dall'arrivo dei Gesuiti. Due di essi, Campion e Persons, erano da tutti riconosciuti come uomini di intelligenza veramente superiore: Campion era stato un famoso oratore di Oxford, Persons uno studente di Balliol, ed entrambi avevano dapprima, in conseguenza di una obbedienza volontaria, scelto una vita d'esilio, poi eran tornati in Inghilterra per non avere più un momento di pace, per essere di continuo esposti a pericoli così terribili che la mente inorridiva al solo pensarvi; per essere perseguitati come malfattori, per non avere mai un tetto dove riposare, per nutrirsi dei cibi più grossolani, per essere odiati dalla maggior parte dei loro compatrioti e inseguiti ovunque dall'ombra della forca e dal fumo della caldaia del boia. E Anthony, nella cui mente le nuove idee erano venute rafforzandosi, finì col concludere che, se tutto ciò era un sogno superstizioso, era però certamente un ben nobile sogno. «Qual è» si chiedeva intanto «la risposta che l'Inghilterra dà alla sfida di padre Campion, e quale il metodo di difesa che il governo prepara contro le armi spirituali dei Gesuiti? Nuove prigioni a Framingham e a Battersea, nuove pene decretate dal Parlamento, e soprattutto l'argomento inoppugnabile della tortura e per ultimo, per porre termine a ogni discussione, la forca. E com'è composta l'armata destinata a combattere i preti e che ha già incominciato a scorrazzare per la campagna del Berkshire, dell'Oxfordshire e di Londra? Di traditori, impostori, delatori, che erano infatti tra i più fidi agenti del governo. Strani alleati invero per servi di Cristo!» Nella solitudine della sua camera, Anthony leggeva adesso una traduzione copiata a mano di un opuscolo di padre Campion intitolato: Dieci ragioni e l'esultante retorica di quelle pagine, dove l'arditezza della parola sembrava voler piuttosto provocare che
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ingannare, lo induceva a domandarsi se lo scrittore era veramente un impostore e un traditore, come diceva il signor Scotto «Prendo a considerare i Sacramenti diceva l'autore e veggo, o Cristo! che in verità non ne hanno lasciato alcuno; neppur due, neppur uno... Il loro battesimo, sebbene sia vero battesimo, pure secondo essi non salva per l'acqua! Non è il canale della Grazia! Non ci applica i meriti di Cristo. E soltanto un segno di salvezza!» Lo scrittore apostrofava poi Elisabetta e le diceva di tornare all'antica religione, e di essere veramente il Difensore della fede, come era chiamata. «"Tuoi nutritori saranno i re, e tue nutrici le regine" ha detto Isaia. Ascolta, Elisabetta, o potente regina! È per te che canta il Profeta! Egli t'insegna quale deve essere la tua parte. Unisciti dunque a questi principi! Verrà giorno, Elisabetta, in cui vedrai chiaramente chi è che ti ha amata di più, se la Società di Gesù o la progenie di Lutero.» «Quale arroganza» pensò fra sé Anthony. «Ma anche quale sicurezza!» Intanto i fatti che accadevano non eran tali da rassicurare gli amici del governo: l'influenza dei Gesuiti andava crescendo di giorno in giorno, sebbene fossero state decretate contro i cattolici pene ancora maggiori, arrestati e messi alla tortura sei preti e lo stesso Sir George Peckham rinchiuso a Marshalsea per avere ospitato Campion. Chiunque adesso si riconciliava o si era riconciliato con la Chiesa di Roma, era dichiarato reo di lesa Maestà, e tutti coloro che dicevano o ascoltavano la messa, oppure si rifiutavano di assistere ai divini uffici della Chiesa stabilita dallo Stato, erano minacciati di perdere non solo i loro beni, ma la stessa libertà. Ciò nonostante dai giornali, che di quando in quando capitavano agli agenti dello Stato, appariva che l'unica risposta dei preti era quella d'inveire sempre più contro gli eventuali casi di conformismo, dichiarando che il prender parte al nuovo culto stabilito dallo Stato rendeva rei, salvo il caso di esservi stati costretti con la forza, del peccato mortale di scisma, se non anche di apostasia. Il governo, fortemente impressionato nel vedere che quelle minacce ottenevano il loro effetto e che molti membri dell'antica aristocrazia incominciavano a far ritorno alla fede dei loro padri, stese nelle contee vicine a Londra una specie di rete intorno a tutte le persone sospette. Si diceva che ci fossero spie dappertutto: nelle osterie, nelle case signorili, ai crocicchi delle vie, nei piazzali dei villaggi; e il nome di Campion era su tutte le bocche. Ora si diceva che gli sbirri erano sulle sue tracce, ora che era stato arrestato, poi che era tornato in Francia, quindi che era a Londra; e così ogni nuova notizia contraddiceva la precedente. Anche Anthony partecipava all'eccitamento generale; la figura di quest'uomo sul quale tanti falchi erano sempre pronti a calare, aveva colpito la sua immaginazione al punto che spesso adesso sognava di lui; talvolta gli appariva sotto le sembianze di un uomo scaltro, con occhi piccoli, spalle cadenti, che correva d'ombra in ombra attraverso una campagna illuminata dalla luna; talaltra con viso acceso, mentre attraversava a cavallo una via affollata; alcune volte anche gli parve che fosse un secondo signor Stewart, del quale non aveva mai potuto dimenticare l'espressione vivace e intrepida.

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Finalmente un giorno, mentre era nel suo studio occupato a rivedere alcuni libri di conti, udì nella sala accanto un confuso rumore di passi e di voci, e poco dopo un servo venne a dirgli che l'arcivescovo desiderava parlargli. «Credo» soggiunse il servo «che si tratti dei Gesuiti.» Anthony andò subito da Grindal che passeggiava su e giù per la galleria, mentre, davanti alla porta che conduceva nella Torre di Chichele, era fermo un messaggero. «Ho saputo or ora, signor Norris» disse l'arcivescovo «che Campion è stato finalmente arrestato; potrebbe andare in città a informarsi se è vero?» Pochi minuti dopo Anthony cavalcava lungo la sponda del fiume, provando in cuor suo un certo sgomento all'idea che quella notizia potesse essere vera. Eppure quale altra poteva essere la sorte del famoso oratore di Oxford? Non senza difficoltà il giovane attraversò il London Bridge, gremito di gente che si dirigeva in città. Non era ancora giunto alla grande porta all'altra estremità del ponte, che un'esclamazione gli fece alzare il capo; vide allora un tale che ridendo indicava al compagno le orride teste dei giustiziati confitte su pali sulla sommità di essa. La folla intanto cresceva di momento in momento; e Anthony, dalle parole udite, era ormai certo dell'arresto di Campion; tuttavia, fermato il cavallo davanti al cortile di un albergo, chiese a uno stalliere il perché di tutta quella gente. «Aspettano Campion, il Gesuita» rispose questi. «È stato preso a Lyford e sta per passare di qui». Aveva appena finito di pronunciare queste parole che da un'estremità della strada partì un urlo e poi s'innalzò un sordo mormorio accompagnato da grida di scherno; e Anthony tra quella folla, che presentava l'aspetto di un mare in tempesta, vide avanzare dei gendarmi a cavallo, seguiti da uomini dall'aspetto piuttosto ordinario. No, pensò Anthony, Campion non può essere fra questi. Venivano quindi altri gendarmi e altri prigionieri che sembravano gente di campagna. Vi era poi uno spazio vuoto. Ah! chi veniva adesso? Circondato da una decina di gendarmi, avanzava a cavallo un uomo con qualche cosa di bianco sul cappello; il tumulto intorno a lui era indescrivibile e faceva pensare a un branco di bracchi intorno al carro su cui è legato un cervo. Una certa emozione s'impadronì di Anthony all'avvicinarsi del famoso Gesuita; ancora pochi istanti e sarebbe passato davanti a lui; già poteva distinguer bene la sua persona: aveva i gomiti legati dietro la schiena, ciò che dava un aspetto irrigidito alla persona; era vestito da laico, con un abito color camoscio come usavano i soldati e i signori di campagna di quel tempo; e sul foglio attaccato al suo cappello stava scritto: «Campion il sedizioso Gesuita». Le redini del suo cavallo erano tenute dai gendarmi che aveva al fianco. Anthony fissò un momento il suo volto bello, distinto, un po' pallido, ma perfettamente calmo; la barba e i baffi erano accuratamente tagliati, e i grandi occhi ardenti che volgeva sulla folla furente avevano un'espressione a un tempo serena e vivace. Vi era del romanzesco intorno a questo prete, al quale era stata data una
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caccia così accanita, come del misterioso intorno alla paventata società da lui rappresentata; e Anthony pensò che non sembrava davvero quel furfante che aveva visto in sogno e che era oggetto di generale scherno. Vi fu poi un istante in cui il suo sguardo incontrò quello del prigioniero, ed egli sentì come un tremito per tutta la persona; sentì pure di essere irresistibilmente attratto verso quel reo, e si domandò, come già gli era accaduto anni addietro alla vista di quel vecchio sferzato da un manigoldo, se anch'egli, dopo tutto, non era nel vero e i suoi persecutori nell' errore. Ma già Campion era passato, e il suo sguardo era rivolto altrove. L'attenzione del giovane fu allora attratta da alcune persone a una finestra di fronte: sul davanti erano due uomini corpulenti, che parevano personaggi importanti, e che continuavano a lanciare invettive contro il prigioniero: «Papista, traditore, astuta volpe vagabonda» gridavano, e dietro a loro una donna pallidissima, con le labbra dischiuse, seguiva il prete con lo sguardo; il suo volto esprimeva profonda compassione e intenso dolore; ma al tempo stesso splendeva nei suoi occhi una strana espressione di trionfo: era l'espressione di chi nell'ora suprema della disfatta intravede la vittoria. Un minuto dopo la donna era scomparsa nell'oscurità della stanza. Anthony allora abbandonò il suo posto accorgendosi solo in quell'istante che, per una strana coincidenza, era stato fermo sotto la finestra alla quale anni addietro si era affacciato con Isabel. Quando fece ritorno a Lambeth, il sole incominciava a tramontare; il cielo e il fiume in quella magnifica serata parevano come un'immensa massa d'oro fuso, sulla quale, simili a mistici palazzi, spiccavano Westminster Hall, l'Abbazia e le Houses of Parliament, e Anthony pensò che Dio stesso volesse con tanto splendore illuminare le ultime pagine di quella vita umana, che egli aveva intraveduto in Cheapside. La potenza dominatrice della personalità di quel prete lo aveva profondamente colpito facendogli comprendere che l'universo non era, come si era figurato al tempo del suo fanciullesco amore, una scena dove folleggiare pavoneggiandosi. Aveva pure compreso di essere stato spettatore di un atto della tragedia nella quale quell'uomo era a un tempo l'eroe e la vittima; e nell'abbagliante splendore della natura che aveva servito da glorioso sfondo, sentì momentaneamente disperdersi e svanire tutti i suoi antichi argomenti contro la causa che quel prete rappresentava. Giunto a Lambeth, riferì all'arcivescovo quanto aveva visto e udito; poi turbato e inquieto si ritirò in camera. Pochi giorni dopo tutti conoscevano nei più minuti particolari l'arresto di Campion, avvenuto per il tradimento di un cattolico. Sir Owen Hopton, governatore della Torre dove Campion era stato rinchiuso, incominciò coll'usargli dei riguardi, poi ad accennare a promesse e accordi; finalmente si sparse la voce che il prigioniero, vinto dalla sua bontà, era disposto a fare una ritrattazione a Paul's Cross, e che in ricompensa gli sarebbe stato dato l'arcivescovado di Canterbury; ciò che suscitò una grande indignazione a Lambeth. Ma ai primi di agosto si diffusero altre voci e fra queste che Campion, messo alla tortura, avesse rivelato una quantità di nomi. Coloro che erano favorevoli ai cattolici
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si divisero allora d'opinione: taluni credevano che egli avesse purtroppo ceduto nello spasimo della tortura, altri, invece, e più tardi si seppe che questi erano nel vero, che avesse rivelato soltanto nomi di persone già conosciute dalle autorità. Verso la fine di quello stesso mese l'arcivescovo pregò Anthony di accompagnare la mattina seguente il suo cappellano alla Torre, per assistere a una pubblica disputa che doveva tenersi tra i teologi inglesi e il Gesuita. «È ciò che Campion ha sempre chiesto» gli disse «e Sua Maestà ha voluto acconsentire al suo desiderio.» La mattina seguente, un po' prima delle otto, Anthony e il cappellano entravano nella piccola cappella romanica di St. John, dove erano stati loro riservati due posti. Era vero che le autorità avevano stabilito di dare modo al prigioniero di difendersi, ma per rendergli la cosa il più difficile possibile tale decisione non gli era stata comunicata che all'ultimo momento; di più, era stato stabilito che la disputa sarebbe stata diretta dai suoi avversari e che egli avrebbe potuto soltanto rispondere alle loro obiezioni, tenendosi sempre sulla difensiva anziché sull'offensiva. Appena Anthony ebbe preso posto, volse in giro lo sguardo e vide che proprio davanti a lui era il palco con i seggi per i due decani Nowell e Day, i quali stavano adesso discorrendo animatamente; ai due lati una fila di seggiole per i teologi che avrebbero dovuto, in caso di necessità, sostenerli nella disputa. Dalla sua parte invece erano già seduti molti ecclesiastici e cortigiani; nel mezzo della navata, poi, era una piccola tavola con libri per i notari e poco distante i panchetti per i prigionieri, ai quali, sebbene i loro corpi fossero stati straziati dalla tortura, si era voluto negare persino l'appoggio di una spalliera. Nella piccola cappella rischiarata dai primi raggi del sole si diffondeva il confuso suono di voci e di risa di coloro che erano venuti ad assistere alla disputa per rallegrarsi del trionfo della religione protestante; ma guardando più attentamente, Anthony notò anche alcuni, forse amici di Campion, i quali parevano vivamente commossi; anch'egli però era ben lungi dall'esser tranquillo. Aveva studiato a fondo l'opuscolo di Campion intitolato le Dieci ragioni ed era rimasto sorpreso nel vedere che quelle autorità che il dottor Jewel allegava, ossia le Scritture interpretate dai santi Padri e dai concili, e illustrate dalla storia, erano precisamente le stesse autorità alle quali Campion si appoggiava, e che la fiducia con la quale il Gesuita si appellava a esse, non era certo inferiore a quella del protestante. Tal fatto lo aveva naturalmente indotto a pensare che, se non esisteva una vivente autorità capace di decidere fra i due contendenti, la Cristianità era davvero in un ben triste stato. A chi doveva ricorrere il laico, quando i dottori in teologia erano discordi? Al proprio giudizio, rispondeva il protestante, ma in tal caso il giudizio personale di Campion lo induceva a sottomettersi alla pretesa della Chiesa cattolica! Esiste o no sulla terra, si chiedeva adesso Anthony, una autorità capace di dichiararmi la Rivelazione di Dio?

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Per la prima volta in vita sua egli incominciava a sentire la necessità logica e spirituale di un esterno infallibile Giudice in materia di fede e ad accorgersi che la Chiesa cattolica era la sola che affermava di possederlo. La questione dell'esistenza di questa autorità e la dottrina della giustificazione occupavano in quel tempo le menti di tutti, ed erano di continuo soggetto di conversazione; tuttavia ad Anthony, all' opposto degli altri, pareva che la più importante di queste questioni fosse la prima, e che tutto il rimanente fosse d'ordine secondario; le indulgenze, la messa, l'assoluzione, il culto della Madonna e dei Santi dovevano essere ammessi o rigettati in conformità dell'autorità di Dio manifestata all'uomo. Quindi ciò che anzitutto importava sapere era: dove si poteva con certezza trovare questa autorità? A un tratto cessò nella cappella quel confuso bisbiglio di voci; una porta fu aperta e scortati da numerosi soldati entrarono i prigionieri. Campion, che veniva avanti per primo, era quasi irriconoscibile; un leggero tremito gli agitava la testa; il volto aveva il pallore della morte e la persona era curva come quella di un vecchio. Un'esclamazione di sdegno e di dolore sfuggì a qualcuno dei presenti; a tutti era nota la causa di quel cambiamento. Appena seduto, egli guardò in giro per vedere dov'erano i suoi avversari, e Anthony, nell'incontrare il suo sguardo, sentì di nuovo come un tremito percorrergli tutta la persona. Dopo alcuni minuti il decano Nowell dette inizio alla discussione. Varie furono le questioni trattate in quel giorno e fra le altre fu discusso della diversa mitezza della Chiesa cattolica e di quella protestante nel governare le anime; della posizione di Lutero rispetto all'epistola di san Giacomo e di altre ancora di poca importanza. Campion, all'opposto dei suoi avversari, avrebbe desiderato una discussione su princìpi invece che su particolari, ma nonostante i suoi tentativi fu trattata una sola questione dottrinale, ossia la giustificazione per la fede. «Noi siamo giustificati per la fede» disse uno dei suoi avversari. «Se ho la fede e non ho la carità, io sono un niente» rispose Campion. Egli poi sostenne che i concili possono errare in cose di fatto, le quali non si riferiscano alla fede, ma che non vi possono essere errori nella Scrittura. «Così, per esempio» e il suo viso smunto dai patimenti s'illuminò di un sorriso «io sono obbligato a credere, sotto pena di essere proprio dannato, che il cane di Tobia aveva la coda, perché sta scritto che la dimenò.» Il pubblico si mise a ridere e i decani gli rivolsero un'occhiata severa. «Non conviene scherzare su un argomento così serio» disse gravemente uno di loro. Campion abbassò gli occhi e si fece serio, come persona alla quale sia stato rivolto un rimprovero.

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«Allora» riprese «se a loro non piace questo esempio, ne addurrò un altro: io debbo credere che san Paolo aveva un mantello, perché sta scritto che egli volle che Timoteo lo portasse con sé.» Ciò suscitò nuovamente l'ilarità dell'uditorio e anche Anthony fu costretto a ridere per quanto si sentisse commosso; gli pareva adesso che i faceti esempi del prete cogliessero nel segno più di tutto quanto avevano detto i decani. La mattina seguente la disputa fu tenuta in Hopton's Hall, ma per misura di prudenza non fu permesso al pubblico di assistervi, avendo taluni il giorno prima accolto le parole di Campion con un mormorio di approvazione. Fu con vivissimo interesse che Anthony ascoltò gli avversari discutere sulla visibilità della Chiesa, essendo questo uno dei punti sui quali protestanti e cattolici erano maggiormente discordi. Egli già credeva che la Chiesa fosse una, e pensava che se essa era visibile, doveva essere visibilmente una, e in questo caso appariva manifesto quale era questa Chiesa; ma se era invisibile, allora poteva essere invisibilmente una, ed egli poteva rimanere nella Chiesa d'Inghilterra; in caso contrario... e l'animo suo si ritraeva spaventato dall'abisso che gli si presentava dinanzi. «Bisogna che la visibilità sia un contrassegno essenziale della Chiesa» disse Campion «e che questa sua dote sia inseparabile da lei. Bisogna che la Chiesa sia necessariamente visibile, come il fuoco è di necessità caldo e l'acqua umida.» «Ma» rispose Goode «allorché Cristo fu preso e gli apostoli fuggirono, la Chiesa era, per lo meno in quel tempo, invisibile, e se lo era allora, perché non deve esserlo sempre?» «La Chiesa era allora in formazione, non già una Chiesa perfetta.» «Soltanto Dio» replicò Goode «conosce la Chiesa e di conseguenza essa è invisibile; molti sono i lupi entro di essa, e molte le pecore fuori.» «Io non so chi sia l'eletto» replicò Campion «ma so chi è cattolico.» «Soltanto gli eletti sono nella Chiesa» disse Goode. «E io affermo che tanto buoni che cattivi appartengono alla Chiesa visibile» rispose l'altro. «Essere eletti o veri membri di Cristo è una cosa» proseguì Goode «ed essere nella Chiesa visibile è un'altra.» Con lo svolgersi della discussione Anthony poté accorgersi dove stava la confusione: i protestanti erano ansiosi di dimostrare che l'essere membri di un corpo visibile non assicurava la salvezza; ma ciò non era stato mai affermato dai cattolici. La questione era piuttosto questa: aveva Cristo inteso che ci fosse una Chiesa visibile, l'essere membro della quale era il mezzo ordinario, sebbene non infallibile, di salvezza? Fu quindi discusso se una Chiesa visibile appariva necessaria.

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«C'è» disse il prete «nel capitolo diciottesimo di san Matteo un comandamento da osservarsi in perpetuo; "Dite alla Chiesa". Ma ciò non si potrà fare, se la Chiesa non è visibile, ergo la visibilità della Chiesa deve essere continua.» «Soltanto quando c'è, come da noi, una Chiesa stabilita dallo Stato, si potrà ricorrere a questo rimedio» rispose Goode. «Ma il male è continuo» replicò Campion «ergo il rimedio deve essere continuo. A chi mi sarei rivolto prima del tempo di Lutero? A quali prelati avrei allora potuto fare le mie lagnanze? Dove era la vostra Chiesa novecento anni fa? Di chi erano Giovanni Huss, Girolamo da Praga e i Valdesi? Erano essi vostri?» Poi voltosi a Fulke, sdegnosamente soggiunse: «Venga lei in suo aiuto, dottore». Ma Fulke non fece che ripetere le parole di Goode, ossia che per quanto prezioso fosse il rimedio, non si poteva sempre avere. Anthony era confuso; ambedue le parti sembravano avere ragione. La persecuzione doveva spesso impedire di godere pienamente del privilegio di essere membri della Chiesa e anche opporsi all'esercizio della sua disciplina; tuttavia la vera questione era questa: quale era stata l'intenzione di Cristo? Che la Chiesa fosse visibile? Pareva adesso che gli stessi ministri fossero di questa opinione. In tal caso l'asserzione dei cattolici che l'intenzione di Cristo non era mai stata frustrata, e che una visibile unità era da trovarsi in mezzo a loro, appariva più facile da credere che non la teoria protestante, la quale affermava che quella Chiesa, che era stata visibile per quindici secoli, non era affatto la vera Chiesa, e che nonostante l'intenzione di Cristo, la vera Chiesa era stata invisibile durante tutto quel tempo e che essa poteva adesso trovarsi soltanto in piccole, sparse società. Ma ciò ammesso, che ne era della promessa: «Le porte dell'Inferno non prevarranno contro di lei»? A questo punto la disputa fu sospesa per essere ripresa alle due, allorché fu discusso se la Chiesa poteva errare. Fulke asserì di sì, e che infatti essa errava, e fece questo sillogismo: «In qualsiasi errore può cadere ciascun membro, potrà cadere l'intero corpo: ogni singolo membro può errare, ergo tutta la Chiesa». «Nego tanto la maggiore che la minore» rispose Campion tranquillamente. «Ogni uomo può errare, ma non già tutti gli uomini uniti in un solo corpo, poiché a questo è stata fatta una promessa, e non già a ciascuno individualmente.» «Non è vero!» esclamò Fulke battendo col pugno sulla tavola. «Ogni membro ha lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di verità; conseguentemente possiede la stessa promessa fatta a tutto il corpo.» «Ma allora» obiettò Campion sorridendo «non ci dovrebbero essere eretici.» «Sì» rispose Fulke. «Vi possono essere eretici nella Chiesa, i quali però non fanno parte di essa.» E così si trovarono di nuovo al punto di partenza. Anthony dette un sospiro e poi si mise a osservare i teologi, che continuavano a seguire la disputa con vivo interesse, mentre gli altri apparivano seccati di udire trattare argomenti già discussi, come del libero arbitrio, della grazia, e del battesimo dato ai bambini.
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«Dottori» interruppe a un certo punto il governatore della Torre. «La questione che doveva oggi discutersi era se la Chiesa visibile può errare.» «Causa della digressione è stato Campion» rispose Goode; quindi volgendosi al prigioniero: «Qualsiasi comunione erri in materia di fede non è la vera Chiesa; ora la Chiesa di Roma erra in materia di fede, ergo, non è la vera Chiesa». «Nego la sua minore» replicò Campiono «La Chiesa di Roma non ha errato.» Vennero quindi a parlare del concilio di Trento, dell'imputata giustizia e dell'uso di negare il calice ai laici. L'impazienza fra il pubblico cresceva di momento in momento. Campion era disperato nel vedere quale piega prendeva la disputa. «E così noi finiremo» esclamò «col trattare d'ogni genere di questioni; di questo passo ci vorrà un anno per venire a una qualche decisione.». Ma Fulke, non volendo darsi per vinto, gli rivolse subito una domanda riguardo al concilio di Nicea. «Avremo adesso una discussione sulle immagini» disse sospirando Campion. «Lei è nimis acutus» replicò Fulke «e vuole saltare la barriera, se pure vi arriverà mai; io non intendo affatto parlare delle immagini.» Furono quindi trattati altri argomenti secondari coi quali ebbe fine la disputa. Gli avversari si riunirono ancora il 23 settembre per discutere questa volta sulla presenza reale di Gesù Cristo nel sacramento dell'Eucaristia. Fulke, adirato contro Campion perché era opinione generale che nella disputa precedente egli aveva avuto il sopravvento, gli rivolse subito la parola in tono aspro. «L'ultima volta» disse «allorquando avevamo ancora qualche speranza ch'ella si convertisse, ci siamo mostrati molto tolleranti e le abbiamo permesso di ragionare a piacer suo; ma ora che abbiamo visto che ella è un eretico ostinato, e che cerca di nascondere la luce della verità sotto un cumulo di parole, non intendiamo ulteriormente permetterle così lunghi discorsi.» «Comunque stiano le cose, lei è oggi molto imperioso» rispose Campion tranquillamente «e io del resto sono prigioniero della regina e non suo.» «Non sono affatto imperioso, ma esigo ch'ella si tenga entro i limiti della disputa.» Ben presto Anthony poté accorgersi che era possibile interpretare le Sacre Scritture in due modi: secondo il senso letterale e secondo quello metaforico. Il Sacramento eucaristico o era il Corpo di Cristo, come appariva dalla lettera, oppure non lo era. Ma chi doveva decidere fra padre Campion che diceva che lo era, e Fulke che sosteneva che non lo era? Era possibile che Cristo lasciasse il suo gregge nell'incertezza rispetto a cosa di tanto rilievo? No certamente, pensò Anthony. E allora dove era l'arbitro? Padre Campion diceva che l'arbitro era la Chiesa, e il dottor Fulke diceva che era invece la Scrittura; ma non era che un circolo vizioso, poiché la questione da decidersi era questa: «Qual è il significato della Scrittura, visto che essa può significare almeno due cose diverse». E Anthony si trovò di fronte alla pretesa della Chiesa di Roma, la quale diceva che l'arbitro era lei; e nel vedere che questa
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Chiesa forniva appunto ciò che era richiesto in questo caso, ossia un'infallibile vivente guida per l'interpretazione della Rivelazione di Dio, si sentì preso da sgomento e non prestò più che una scarsa attenzione all'argomento che veniva discusso, sembrandogli non avesse ormai che una importanza secondaria. Tuttavia lo colpirono alcune frasi di Campion, il quale stava spiegando ciò che la Chiesa intendeva per sostanza, ossia che sostanza è ciò che trascende i sensi. «Non è lei il dottor Fulke?» domandò. «Eppure io vedo soltanto il suo colore e la sua forma esterna; la sua sostanza non può essere veduta.» «Non mi degno di risponderle; ciò è troppo puerile per un sofista» rispose il decano con voce di scherno. Dopo interminabili sillogismi, dei quali non volle accettare le premesse, Campion cercò di spiegare la dottrina secondo la quale per quanto i malvagi ricevano Gesù Cristo realmente presente nell'Eucaristia, non ricevono però la sua grazia; e questa distinzione riuscì del tutto nuova ad Anthony, educato secondo le idee puritane. Anche la discussione del pomeriggio non diede grandi risultati; tanto Anthony che altri incominciavano ad accorgersi che il nodo della questione era l'autorità della Chiesa, e che di conseguenza, sino a che questo non era risolto, qualsiasi altra discussione era inutile. Il giovane comprese ancora meglio l'importanza di questo punto durante la quarta e ultima disputa, nella quale fu discusso se le Scritture erano sufficienti per la salvezza. Il signor Charke, che sosteneva adesso la parte d'avversario, cominciò con una preghiera estemporanea, alla quale come al solito Campion rifiutò di unirsi, pregando invece da solo dopo essersi fatto il segno della croce. Seguì un pomposo e insolente discorso di Walker il quale ricordò «un certo Campion, figlio snaturato della sua patria, inglese degenerato, apostata, fuggiasco e suddito infedele». Il prigioniero attese con gli occhi bassi che il ministro avesse finito, poi, incominciata la disputa, fece osservare che i protestanti erano persino incerti su quali fossero i libri della Scrittura, giacché Lutero aveva rigettato tre delle epistole del Nuovo Testamento, e concluse col dire che la Chiesa era necessaria come guida che dicesse anzitutto agli uomini che cosa è la Scrittura. Walker allora si tirò d'impaccio dicendo di non essere luterano, ma cristiano; passarono quindi a trattare dei libri apocrifi e il Gesuita mise ben presto l'avversario alle strette. «Appare chiaro e manifesto» disse «doversi lasciare una via aperta alle tradizioni che lo Spirito Santo ha rivelato alla Chiesa; infatti è per la tradizione, molto più chiaramente che per la Scrittura, che si conosce che il battesimo va dato ai bambini, che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio e molte altre verità ancora. Provi ciò direttamente per mezzo della Scrittura se le è possibile.» Charke rispose adducendo per analogia la circoncisione praticata ai bambini, e citando le parole con le quali Cristo aveva annunciato di mandare il Consolatore, e di nuovo Anthony pensò che tutto dipendeva dalla interpretazione della Scrittura, e che di conseguenza era necessario un interprete autorevole; e dove poteva esso trovarsi se non in una voce infallibile e vivente?
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Una domanda di Campion ricondusse la questione al suo vero punto: «Era la Scrittura già tutta scritta allorché gli apostoli incominciarono a insegnare?». E Charke non osò rispondere affermativamente. Nel pomeriggio fu discussa la dottrina della giustificazione per la fede, ma al giovane, che incominciava a comprendere tutta l'importanza di un'autorità vivente, parve che anche questa fosse una questione secondaria, e tutta la sua attenzione si concentrò sul prete dal volto aperto e risoluto, che ascoltava sereno le volgari invettive dell'avversario e rispondeva ai suoi attacchi con abilità e destrezza. Trascorso il tempo stabilito, la disputa fu sospesa dal governatore della Torre, e i prigionieri furono ricondotti nelle loro celle. Quella sera all'ora del tramonto, Anthony fece da solo ritorno a cavallo a Lambeth House, con gli occhi fissi in una visione che durante gli ultimi mesi aveva gradatamente preso forma davanti a lui, sovrapponendosi a un'altra dalla quale era stato un tempo affascinato; e questa nuova visione, potentemente rafforzata dagli argomenti di Campion e illuminata dal fuoco che irradiava dalla sua personalità, era adesso per lui cosa viva e reale e gli torreggiava dinanzi autoritativa, stabile, predominante, e sulla sua fronte vedeva scritto: «Chiesa cattolica». Essa avanzava in tutta la sua stupenda realtà, molto al di sopra di un cumulo di teorie che si dileguavano come nuvole; viva in contrasto a un passato morto che i suoi nemici invocavano invano; eloquente mentre gli altri sistemi erano muti; autoritativa mentre gli altri erano esitanti; incrollabile mentre essi vacillavano e cadevano. Intorno al suo trono vivevano i suoi figli di ogni età e di ogni razza, sicuri sotto la sua protezione, savi della di lei sapienza, mentre gli altri uomini era titubanti, dubbiosi e incerti. E ora, nel contemplarla per la prima volta, Anthony riconobbe in lei la Signora e la Madre dell'anima sua, e sebbene dense nuvole di argomenti, di teorie e di dubbi venissero di nuovo a offuscargli la vista, sentì di avere realmente veduto il suo volto e che il ricordo di quella visione non l'avrebbe mai più abbandonato.

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Capitolo VI CONTRASTI

A Lambeth l'autunno trascorse senza che avvenissero fatti importanti. Il rigore usato da principio verso l'arcivescovo era andato man mano scemando, tuttavia, avendo la regina respinto la petizione indirizzatale dall'assemblea del clero per ottenere che Grindal recuperasse la sua antica posizione, questi di fatto era ancora prigioniero e impossibilitato a prender parte agli avvenimenti del suo tempo. La sua condizione ispirava perciò veramente compassione, tanto più che oltre a essere in disgrazia presso Sua Maestà e avere perso molti amici, stava per diventare del tutto cieco. In questo suo triste stato egli spesso cercava la compagnia di Anthony, col quale si compiaceva in special modo di discorrere delle sue piante e dei suoi fiori per i quali aveva una vera passione, ma che non poteva più vedere. Da quando Anthony aveva assistito alla disputa dei due decani con Campion, spesso aveva ricordato il famoso Gesuita, i cui sottili ragionamenti avevano suscitato un conflitto nell'animo suo. Vi erano molti adesso che facevano le più grandi lodi del prete, e vantavano non solo i suoi costumi e la sua nobiltà d'animo, ma anche la sua profonda dottrina. Finalmente nel novembre ebbe luogo in Westminster Hall il suo processo, al quale Anthony volle assistere. Il prigioniero questa volta gli parve ancora più pallido, ma se a momenti la sua dolce, sonora voce tradiva lo stato di debolezza fisica, i suoi grandi occhi e la sua bocca esprimevano sempre fermezza e serenità. Durante poi i giorni del dibattito fu veramente con uno strano insieme di sincerità e di eloquenza, e persino di spirito, che fece la propria difesa dimostrando come stolta era l'accusa che egli e i suoi compagni fossero dei traditori unicamente per il fatto che altri cattolici lo erano stati. Parlò poi del tentativo dei suoi avversari di far credere che essi non erano condannati per la loro religione ma perché cospiratori. «C'è stato offerto» gridò indignato «di essere liberati a condizione di andare nelle loro chiese ad ascoltare sermoni, e infatti Pascal e Nicholas, che vi hanno acconsentito, sono stati messi in libertà, ciò che dimostra che siamo perseguitati unicamente per la nostra fede.» Avendolo poi il giudice accusato di non avere voluto manifestare dei segreti contenuti in una sua lettera che era stata intercettata, il prigioniero fece una nobile difesa del proprio ministero, dicendo che come confessore era obbligato a rispettare il
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sigillo sacramentale, e che di conseguenza non poteva a nessun costo svelare ciò che gli era stato scritto, trattandosi di cose udite in confessione. Dopo che gli altri prigionieri ebbero anch'essi perorata la loro causa, Campion rivolse un'ultima volta la parola ai giurati, ma il tono della sua voce era adesso piuttosto quello di un giudice che quello di un reo. Un profondo silenzio si era fatto nella sala; tutti, fuorché coloro che erano decisi a condannarlo ancor prima d'udire la sua difesa, erano rimasti soggiogati dalla sua manifesta sincerità ed eloquenza. «Ritengo» disse il prigioniero fissando il suo penetrante sguardo sui giurati «che ciascuno di voi si renda conto della responsabilità che sta per assumersi. Certo voi non ignorate quanto l'innocente è caro a Dio, e quale valore ha per Lui il sangue di un uomo. Eccoci qui in vostro potere; noi non possiamo appellarci che alla vostra rettitudine e al vostro discernimento; ricordate, vi prego, che le accuse che pesano su di noi sono prive di fondamento, e come secondo la costituzione del regno non è permesso condannare un uomo su mere supposizioni. Dio vi dia grazia di giudicarci secondo giustizia; noi per tutto il resto ci rimettiamo nelle Sue mani.» I giurati si ritirarono e i giudici si alzarono in attesa del loro ritorno. Anthony era oltremodo agitato e il suo sguardo inquieto si posava ora sul prigioniero, ora sul giudice Ayloff, che conosceva personalmente. «Buon giorno, signor Norris» disse uno degli avvocati dietro a lui. «Noi certo stiamo per assistere a un'assoluzione, né può essere diversamente dopo quanto abbiamo udito.» Stava poi per lodare l'eloquenza di Campion, quando una esclamazione del giudice Ayloff attirò la loro attenzione. Questi stava esaminando una delle sue mani dalla quale usciva sangue e cercava con l'altra di arrestarlo. «Strano» borbottò fra sé. «Non c'è ferita.» Poi accorgendosi di essere osservato si rimise in fretta il guanto. I giurati intanto erano rientrati e dopo alcuni minuti, in mezzo al più profondo silenzio, fu letto il verdetto, che era già stato chiesto dall'avvocato della Corona e col quale i prigionieri erano dichiarati colpevoli. «Campion e compagni» chiese il primo giudice «avete nulla da dire per dimostrare che non siete meritevoli di morte?» Il prete allora, con voce forte e ferma, fece ancora un ultimo ma vano tentativo. «Noi non abbiamo mai temuto la morte, ma sapendo di non essere padroni della nostra vita abbiamo creduto nostro dovere difenderci; se è la nostra religione che ci rende traditori, noi siamo meritevoli di essere condannati, ma per tutto il resto, ripeto, siamo sempre stati, e siamo tuttora, sudditi fedeli di Sua Maestà la regina. Condannandoci, voi condannate tutti i vostri antenati.» E nel pronunciare quelle parole la sua voce si fece più forte ed egli volse sui suoi uditori uno sguardo triste ma intrepido: «Voi condannate tutti i preti, vescovi e re, tutti coloro che sono stati la gloria dell'Inghilterra, di quest'isola di santi e della più fedele figlia della Santa Sede. Che cosa abbiamo noi insegnato» gridò con indignazione «che non sia stato
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uniformemente insegnato anche da tutti costoro? Eppure voi avete voluto trovare in ciò un tradimento. Ma a noi, l'essere condannati insieme a questi luminari dell'Inghilterra, anzi dell'intero mondo, e ciò dai loro degeneri discendenti, procura soltanto letizia e gloria.» Quindi con nobile e dignitoso gesto e con voce più forte, che echeggiò per la grande sala esclamò: «Dio esiste, ed è nel Suo giudizio e in quello dei posteri che noi confidiamo». Sommessi applausi accolsero queste parole, ma cessarono appena il primo giudice incominciò a leggere la sentenza. Udita la condanna di morte e l'enumerazione degli orrendi particolari dell'esecuzione, Campion gridò esultante: «Te Deum laudamus! Te Dominum confitemur». «Haec est dies» soggiunse Scherwin «quam fecit Dominus; exultemus et laetemur in illa.» E così, con il rendimento di grazie dei condannati ebbe termine il derisorio processo. Alcuni giorni dopo, in una mattinata fredda e piovigginosa, Anthony cavalcava verso Tower Hill per assistere al loro supplizio. Vicino al cancello da dove essi dovevano uscire, erano fermi quattro cavalli attaccati a due tregge, intorno alle quali la folla cresceva di momento in momento. Anthony cercò di avvicinarsi il più possibile, poi triste e turbato attese lì una lunga ora senza quasi accorgersi della moltitudine che rumoreggiava intorno. Da quando aveva assistito al processo di Campion e dei suoi compagni si era formato la convinzione che essi erano stati condannati unicamente per la loro religione, per quella religione che gradatamente gli era apparsa come la sola, grande realtà e verità della Rivelazione di Dio all'uomo; e ora sapeva anche di essere venuto ad assistere non a un supplizio, ma a un martirio. Si udì un rumore di passi e di chiavistelli; il cancello fu aperto, e circondati da alabardieri uscirono i tre preti vestiti da laici; seguivano gendarmi a cavallo, poi alcuni ministri con la Bibbia in mano e altri gendarmi. La folla indietreggiò, e Anthony approfittò di quel momento per fare avanzare il suo cavallo in modo di essere in prima fila; dietro a lui si schierarono gli ufficiali della Torre. A un tratto risuonò la sonora voce del prigioniero e la folla impaziente, tumultuosa, fece silenzio. «Dio vi salvi, signori, Dio vi benedica e vi faccia tutti buoni cattolici.» Poi sotto la fine, penetrante pioggia s'inginocchiò volgendosi verso oriente e in quel momento Anthony rivide il suo volto ancora più pallido per il lungo digiuno in preparazione alla morte. Tutti tacevano guardando il condannato, che terminò la sua preghiera raccomandando ad alta voce l'anima a Dio: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum».
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Appena ebbe finito di pronunciare queste parole fu, come i suoi compagni, legato supino su una delle tregge, con i piedi verso i cavalli, e subito dopo Sir Owen Hopton, che era in prima fila insieme con Charke, il predicatore di Gray's Inn, dette il segnale della partenza. Schioccò una frusta e i cavalli partirono trascinandosi dietro le tregge che balzando sul terreno facevano schizzare in giro il fango: i prigionieri incominciavano così la loro via dolorosa. La folla li seguiva discorrendo animatamente, ma al disopra di tutte le voci risuonava quella di Charke, il quale continuava a ingiuriare e schernire i miseri condannati, sicuro ormai che non avrebbero più potuto rispondergli; poi di tanto in tanto rivolgeva pompose frasi al popolo. «Guardate» gridava «questi furfanti, questi preti papisti trascinati per le calcagna, sì per le calcagna a onta di tutte le loro astuzie; guardate questo individuo che si diceva morto al mondo; egli ha saputo, è vero, travestirsi e nascondersi a lungo per sottrarsi alla giustizia, ma i servi di Sua Maestà sono alfine riusciti a scoprirlo, ed essi sapranno pure smascherarlo in modo che la sua stessa madre potrà conoscere quale egli sia veramente. Ah! Campion, mi odi tu?» Di fianco a Charke camminavano i ministri occupati a voltare le pagine delle Bibbie che tenevano in mano, mentre ai loro piedi sobbalzavano fra i sassi e il fango le teste dei condannati. I loro amici cercavano di seguirli il più dappresso possibile, non cessando mai dal pregare, e uno fu visto chinarsi su Campion per passargli dolcemente il fazzoletto sulla bocca. Il prigioniero teneva gli occhi chiusi, ma dal leggero movimento delle labbra si capiva che egli pure pregava. Quando furono giunti a New Gate, dove in una nicchia era una statua della Vergine con lo sguardo pietosamente volto in basso, egli fece uno sforzo per sollevare la testa e salutare la sua gloriosa regina, suscitando così di nuovo le ire dei suoi nemici. Una folla immensa attendeva a Tyburn l'arrivo dei condannati. Il luogo dell'esecuzione presentava in quel giorno l'aspetto di un mare di teste umane, in mezzo al quale, simile a un secondo calvario, s'ergeva la piccola altura con le tre forche. Poco discosto l'orrenda caldaia. avvolta nel fumo, e la mannaia e il ceppo. Appena fermate le tregge, quelli più vicini nel guardare i prigionieri esclamarono con voce di stupore: «Ridono, ridono!». La folla ondeggiò e Anthony colse quel momento per spingere il suo cavallo davanti alla gran trave dalla quale pendevano tre nuovi capestri. Sotto stava un carretto al quale era stato tolto l'asse di dietro e lì, ritto, era il carnefice in abito attillato, con le braccia nude e un grosso coltello infilato nella cintura di cuoio. Anthony lo vide spenzolarsi come in atto di afferrare qualche cosa e un istante dopo Campion gli era accanto pallido, coperto di fango, ma con il viso illuminato da un dolce sorriso; e mentre egli sereno guardava la folla che ondeggiava e rumoreggiava sotto di lui come un mare in tempesta, il boia prese il nodo scorsoio che pendeva dalla forca, glielo passò attorno al collo, poi saltò giù lasciandolo solo sul carretto, incorniciato dai legni del patibolo con dietro l'azzurro cielo e in basso la rumorosa City. Tutti fissavano il condannato, dal quale pareva che il silenzio irradiasse e si prolungasse, simile a un increspamento d'acqua, sino agli estremi lembi della folla; poi, quando fu cessato ogni rumore, « Spectaculum facti sumus Deo,
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angelis et hominibus» disse. «Siamo fatti spettacolo a Dio, agli angeli e agli uomini. Sono queste le parole di san Paolo che oggi si verificano in me, che sono qui uno spettacolo al mio Signore, uno spettacolo ai suoi angeli e a voi, uomini, lieto di morire come si conviene a un vero cristiano e a un cattolico». A queste parole risposero grida di protesta e di scherno dei ministri. «Voi non siete qui per predicare al popolo ma per confessarvi reo» disse Sir Francis Knowles in tono duro. «Oh no!» esclamò il condannato. «Ciò che io voglio, è attestare la mia innocenza; sono cattolico e prete, e nella mia fede intendo morire: se voi considerate la mia religione un tradimento, allora sì, sono colpevole; ma altri tradimenti non ho commessi e di ciò Dio è testimone.» Di nuovo gli fu gridato di tacere. «A quanto pare» rispose Campion guardando impavido la folla «non si vuole concedermi di parlare, ma almeno voglio dire che, come è vero che Dio è mio giudice, io non ho mai preso parte a nessuna cospirazione. Perdono ai giurati che mi hanno condannato poiché essi sono stati tratti in inganno; perdono a tutti coloro che hanno macchinato la mia morte o che in qualsiasi modo mi hanno fatto del male, come spero di essere anch'io perdonato; e chiedo in special modo perdono a coloro dei quali ho rivelato il nome durante la tortura nella certezza che non sarebbe stato fatto loro alcun male, avendone avuto la promessa dal Consiglio stesso.» Poi chiuse gli occhi e dal movimento delle sue labbra Anthony capì che stava pregando. A un tratto qualcuno dietro al carretto gridò che la regina non puniva nessuno per la sua religione, ma queste parole furono accolte con un mormorio di incredulità e di protesta. «Campion» gridò un altro «rinnega lei il Papa?» «Io sono cattolico» rispose tranquillo il condannato e si rimise a pregare. «Signor Campion, signor Campion» disse allora uno dei ministri. «Rinunci al papismo e dica: "Cristo, abbi pietà di me".» «Lei e io non siamo della stessa religione, quindi la prego di non insistere; io non impedisco agli altri di pregare, desidero soltanto che coloro i quali sono della mia stessa fede preghino con me, e nella mia agonia recitino un solo Credo» e così dicendo richiuse gli occhi. Pater noster qui es in coelis... «Preghi in inglese, preghi in inglese» gridò un altro ministro. Ma il prete, sebbene i suoi avversari cercassero di non lasciargli pace neppure nei suoi ultimi istanti, rispose con un sorriso, che strappò un singhiozzo di compassione e di amore ad Anthony. «Pregherò Dio in una lingua ch'Egli e io intendiamo.» «Signor Campion, chieda perdono a Sua Maestà, e se lei è un suddito fedele preghi Iddio per essa.»
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«In che cosa l'ho io offesa? Verso di essa io sono innocente; oh, vogliate credere a queste che sono le mie ultime parole: ho pregato e prego per essa.» «Ah, ma per quale regina? Per Elisabetta?» «Sì, per Elisabetta, per la vostra e mia regina alla quale auguro un lungo e felice regno.» Si udì un colpo di frusta e il calpestio di un cavallo; la folla ondeggiò, mentre da essa si sollevava un cupo rumore simile a quello di onde che s'infrangono sulla spiaggia; nello stesso istante si vide la figura di Campion barcollare sul carro, che gli sfuggiva di sotto i piedi. Anthony chiuse gli occhi; le grida della folla diventarono più forti; poi di nuovo risonò la dolce, sonora voce del prete: «Muoio vero cattolico...». Il giovane continuava a tenere gli occhi chiusi e il capo basso; forti singhiozzi gli sollevavano il petto. Ah! il prete era adesso in agonia! Quell'improvviso grido generale, seguito da profondo silenzio, ne era certo la prova. Ma che cosa aveva chiesto Campion? Un solo credo? «Credo in Dio, padre Onnipotente...» Ora forte ora sommesso s'innalzava dalla folla un mesto confuso suono di voci; erano i cattolici che impavidi, in un impeto di amore e di dolore, si stringevano e pregavano attorno a lui. Gesù, Gesù, salvalo! Sii il suo salvatore! Maria, prega per lui, prega per lui! Credo in Deum Patrem omnipotentem... Passus sub Pontio Pilato... Crocifisso, morto e sepolto... La remissione dei peccati... E la vita eterna... Anthony chinò la testa sulla criniera del suo cavallo.

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Capitolo VII UN MESSAGGIO DALLA CITY

Un mese dopo la morte di Campion, Sir Francis Walsingham sedeva solo nel suo gabinetto da lavoro. Egli aveva ripreso tutte le sue occupazioni interrotte da un soggiorno in Francia, dove era stato mandato a concludere un trattato fra quel paese e l'Inghilterra. Walsingham era un uomo di un' attività straordinaria e questa sua attività, unita a un'intelligenza ed esperienza non comuni, gli permetteva di occuparsi non solo di cose inerenti alla sua carica, ma anche di quel vasto servizio di polizia segreta da lui stabilito principalmente con lo scopo di difendere la persona della regina. I pericoli in Inghilterra erano allora innumerevoli, essendo il paese minato, tanto nel campo religioso che in quello politico, ma Walsingham riusciva a far fronte a tutto, e i suoi agenti, instancabili quanto lui, erano dappertutto: nelle prigioni, per le strade, ai crocicchi delle vie; ora sedevano a tavola con ladri, e ora alla mensa di ricchi signori. In quella fredda e umida mattinata di gennaio, Walsingham stava pensando a una notizia giuntagli dal cuore stesso di Londra. Egli era un uomo con viso espressivo, grandi, melanconici occhi, sguardo da fanatico, bocca e fronte da poeta. Si lisciò una o due volte la barba e poi suonò il campanello. Subito comparve un servo. «Se il signor Lackington è da basso, ditegli di salire.» Lackington, che era stato un tempo cameriere di Sir Nicholas Maxwell, era entrato al servizio di Sir Francis allorché da cattolico si era fatto protestante, ed era uno dei suoi più fidi agenti; ma essendosi molto spesso occupato di casi di non conformismo, era ormai conosciuto da quasi tutti i papisti. e quindi di rado Walsingham si serviva di lui. «Lackington» disse Sir Francis appena fu entrato. «Ho tra le mani un affare del quale non ho tempo di occuparmi, ma che vi affiderei volentieri; ed ecco di che si tratta. La casa in Newmans's Court al numero 3 ha già da qualche tempo destato sospetti e io l'ho fatta sorvegliare; so adesso con certezza che serve ai papisti; da principio però avevo creduto che servisse per qualche complotto di scozzesi. Ieri nel pomeriggio è stato visto uscire di là un ragazzo il quale è entrato in parecchie altre case, delle quali vi darò adesso il numero; finalmente è stato arrestato in St. Paul's Churchyard e condotto qui. L'ho spaventato minacciandolo di torturarlo e credo di essere riuscito a sapere da lui la verità. Mi ha detto che in questa casa si dice ogni
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tanto la messa, e che andava appunto ad avvertire dei cattolici che potevano andarci domenica mattina; ma è stato arrestato prima ancora di andare dal prete, cosicché, se questi non sarà avvertito questa sera stessa da qualcuno di sua fiducia, domenica non sarà detta la messa, e noi non potremo impadronirci di questo covo di papisti. Non credo che sarebbe opportuno mandare da lui il ragazzo, il quale, anche se riuscissimo a fargli dire ciò che vogliamo, ci tradirebbe col suo contegno; sarebbe anche rischioso che voi stesso faceste l'ambasciata fingendovi un messo cattolico; ma forse vi riuscirà di trovare qualche altro espediente. In tutti i modi, vi dico sin d'ora che se riuscirete a impadronirvi di questi cattolici, sarete ricompensato per la vostra fatica. Vi do tempo fino a lunedì e metto a vostra disposizione quanti uomini volete.» «La ringrazio» disse Lackington in tono ossequioso. «Permette che interroghi il ragazzo in sua presenza?» Walsingham suonò di nuovo il campanello. «Conducete qui il ragazzo che è chiuso nel salotto del maggiordomo» disse al servo. «Sedetevi Lackington, e interrogatelo a piacer vostro.» Sir Francis prese alcune carte che erano in una casella della sua scrivania e le porse all'agente; quindi si rimise a scrivere. Dopo alcuni minuti entrò il ragazzo accompagnato dal servo. «Potete andare» disse Walsingham a quest'ultimo senza alzare il capo. Il ragazzo, pallidissimo, si era appoggiato alla parete vicino alla porta, e come istupidito guardava i due uomini con occhi pieni di terrore. «Come ti chiami?» chiese Lackington in tono brusco e giudiziario. «John Belton» rispose il ragazzetto con voce tremante. «E sei un piccolo papista, non è vero?» «No signore, sono protestante.» «Ma allora perché vai a far ambasciate per i cattolici?» «Perché me lo comanda il mio padrone.» «Tu sai» continuò Lackington in tono minaccioso, dopo avere esaminato per alcuni istanti le carte che aveva in mano «che questo signore ha il potere di metterti alla tortura; e sai pure, non è vero, che cosa è la tortura?» Il ragazzo fece cenno di sì, diventando ancora più pallido. «Ebbene, egli ti ascolterà e saprà se dici o no la verità. Anzitutto dimmi se tu confermi ciò che hai detto ieri.» E Lackington, aiutandosi coi fogli consegnatigli da Walsingham, incominciò a interrogarlo. «Dunque, asserisci di chiamarti John Belton, di avere dodici anni, di essere protestante e di essere incaricato dai papisti di avvertirli quando c'è la messa?» «Sì signore» rispose il fanciullo singhiozzando. «È proprio la verità; però vado soltanto di rado a fare questa ambasciata per il mio padrone; generalmente ci va il signor Roger in persona; ma egli è ammalato.»
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«Ah! Ma ieri non avevi detto questo.» «No, ma il signore non me lo aveva chiesto» spiegò il ragazzo con crescente spavento. «Ebbene, chi è il signor Roger, e che aspetto ha?» «È il servo del mio padrone, e ha un occhio bendato, e balbetta un poco.» Lackington parve soddisfatto da questi particolari, che non potevano certo essere inventati dalla mente impaurita di un ragazzo. «E quale era l'ambasciata che dovevi fare ai cattolici e al prete?» «Voglia, signore, venire, poiché tutto è pronto.» Lackington ebbe un'esclamazione di dubbio; la frase gli pareva inverosimile. «Può essere che sia così» intervenne Sir Francis senza alzare gli occhi. «Già un'altra volta ho sentito una simile frase convenzionale.» «Grazie, signore» rispose l'agente. «E ora» soggiunse rivolgendosi al ragazzo «dimmi un po' come è che tu conosci il significato di queste parole?» «Signore» rispose egli incoraggiato dal suo tono di voce un po' più dolce. «Ho osservato che già altre due volte che ho fatto questa ambasciata, il prete e gli altri cattolici si sono riuniti la domenica seguente; immagino dunque che significhi che non ci sono pericoli e che possono venire.» «Sei un ragazzo astuto» disse la spia in tono di approvazione. «Sono soddisfatto di te.» «Allora, signore, posso tornarmene a casa?» chiese l'altro in tono supplichevole e pieno di speranza. «No, no, non ho ancora finito; bisogna che tu risponda ancora ad alcune domande. Perché non sei andato prima dal prete?» «Perché avevo avuto ordine di andare a incontrarlo a Papist's Corner soltanto alle cinque, se a quell'ora io avessi fatto l'ambasciata a tutti gli altri cattolici; in caso contrario avrei dovuto incontrarlo oggi, nello stesso posto.» Lackington rifletté un momento. «E come si chiama il prete?» «Signor Arthur Oldham.» L'agente ebbe un sussulto e dette un'occhiata penetrante al ragazzo; poi parve riflettere per alcuni istanti. «Quando si è ammalato il signor Roger?» «Ieri, poco prima di pranzo, è scivolato vicino alla porta di casa sua e non gli è più stato possibile muoversi.» «Di casa sua? Egli dunque non dorme in casa del tuo padrone ?» «No, signore, dorme in una casa in Stafford Alley.» «E tu, dove dormi?»
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«Di solito vado a casa da mia madre.» «E dove abita tua madre?» «Al numero 4 in Bell's Lane.» Lackington rifletté ancora un momento fissando il ragazzo. «Signore, permette adesso che me ne vada?» L'agente anziché rispondergli si volse a Sir Francis. «Per ora mi basta; posso però tenere il ragazzo qui fino a lunedì?» Il piccolo Belton incominciò a singhiozzare, ma Lackington gli lanciò un'occhiata così furibonda che egli pieno di terrore si calmò immediatamente. «Come volete» acconsentì Sir Francis posando un momento la penna; toccò il campanello e di nuovo comparve il servo al quale dette ordine di condurre John Belton nella stanza del maggiordomo e di tenerlo lì fino a che fossero date altre istruzioni. Il ragazzo uscì piangendo seguito dal servo. «E se la madre cerca di lui?» chiese Walsingham. «Col suo consenso, signore, le farò sapere che il ragazzo è nelle mani della polizia e che se il suo padrone lo manda a cercare, deve dire che è ammalato.» «Mi farete sapere qualche cosa lunedì» soggiunse Walsingham. «Sì signore, e spero allora di averli già tutti nelle mie mani.» Sir Francis fece un cenno di approvazione e di nuovo la sua penna cominciò a scorrere veloce sulla carta; Lackington s'inchinò e uscì silenziosamente. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, mentre attraversava il cortile di Lambeth House Anthony fu avvicinato dal portiere il quale gli disse che vicino al portone c'era una bambina con un biglietto per lui, e ch'essa desiderava parlargli. Il giovane si diresse verso la panca dove la bimba si era seduta; essa si alzò rispettosamente e gli porse una lettera. Anthony l'aprì e con una certa meraviglia lesse la seguente frase: «Voglia, per amore di Dio, venire subito in aiuto di qualcuno che può essere utile a un suo amico: segua la bambina, signor Norris, ed essa lo condurrà da me. Per l'affetto che lei ha per le persone di Great Keynes, non indugi a venire». Anthony esaminò il biglietto, che non aveva né firma né data, e chiese alla bambina se sapeva da chi fosse stato scritto; ma essa rispose di no, e che il signore il quale glielo aveva consegnato, le aveva detto soltanto di portarlo al signor Anthony Norris a Lambeth House; e ch'essa poi avrebbe dovuto accompagnarlo in una casa della City, della quale però non ricordava il nome. Tutto ciò era molto strano, pensò tra sé Anthony; il biglietto sembrava essere stato scritto da persona che lo conosceva bene, e l'allusione a Great Keynes gli fece dubitare che fosse successo qualche cosa a Isabel o ch'essa fosse minacciata da qualche pericolo. Rifletté ancora un momento e poi disse alla bimba di andare ad aspettarlo a Paul's Cross, dove egli l'avrebbe subito raggiunta. Essa se ne andò
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correndo e Anthony dopo poco si diresse a cavallo verso la City, poi a piedi, dopo avere lasciato il suo cavallo nelle scuderie del vescovo, si avviò verso Paul's Cross. Era una triste giornata e cadeva una pioggerella fine e penetrante; le strade erano quasi deserte. Giunto vicino alla chiesa vide sotto al pulpito esterno la bambina, che cercava di ripararsi dall'acqua. «Eccomi» le disse affettuosamente. «E ora mostrami la strada.» La bimba rasentò la cattedrale, attraversò il camposanto e poi prese per tortuosi vicoli seguita da Anthony, che a ogni angolo dava sospettose occhiate in giro, poiché non era difficile che in quelle oscure viuzze un gentiluomo ricevesse un colpo di pugnale. In certi punti le case si sporgevano talmente le une contro le altre da nascondere la più piccola striscia di cielo; ma a una svolta poté intravedere il campanile di Bow Church; un momento dopo la bambina si fermava in una piccola corte lastricata. «E qui» disse; e nel pronunciare quelle parole scappò via con tale rapidità che Anthony non fu in tempo a fermarla. Si guardò allora attorno, ma non vide anima viva. La casa di fronte pareva disabitata; le finestre erano tutte ermeticamente chiuse e non ne usciva alcun suono. Vi era del misterioso in quel luogo solitario, al quale la pioggia che continuava a cadere dava un aspetto ancora più tetro. Anthony mise la mano sul suo pugnale, dette un'altra occhiata in giro e bussò. Per qualche minuto nessuno rispose; alzò il capo e gli parve di vedere un' ombra dietro una delle finestre; poco dopo udì un leggero fruscio di passi; un po' di luce apparve sotto l'uscio, furono tirati i chiavistelli e Anthony vide davanti a sé la figura di una vecchia con un lume in mano. L'apparizione non era poi tale da incutere terrore. «Circa mezz'ora fa» disse «sono stato pregato per iscritto di venire qui.» «Ah!» fece la vecchia fissando su di lui uno sguardo scrutatore. «Lei cerca del signor Roger, non è vero?» «Suppongo che si tratti di lui» rispose secco secco Anthony, non abituato a essere trattato con diffidenza. La donna lo fissò ancora un momento e poi gli fece cenno di entrare; chiuse accuratamente la porta e lentamente si mise a salire le scale facendogli luce con la lampada che teneva in mano. L'interno della misteriosa casa era assai meglio di ciò che il suo aspetto esterno lasciava supporre, e nell'osservare il delicato intaglio nel legno di quercia che rivestiva le pareti, Anthony incominciò a dubitare che potesse essere il retro di una delle signorili case di Cheapside. La vecchia continuava a salire con respiro leggermente affannoso, voltandosi di quando in quando per dare un'occhiata a Anthony; passarono così davanti ad alcune porte tutte chiuse. Salvo il rumore dei loro passi e quello di un topo che correva dietro al legno delle pareti, non si udiva alcun suono; anche l'oscurità sarebbe stata completa senza la tremolante fiammella della lampada. Giunti al terzo piano la vecchia si fermò davanti a un uscio: «Sta qui» disse con la sua voce roca, poi senz'altro si mise a scendere le scale.

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Anthony rimase immobile per alcuni minuti; il cuore gli batteva forte forte; di nuovo si domandò quale potesse essere il significato del misterioso biglietto e che cosa potesse avere a che fare Isabel con le persone di quella casa sepolta nel cuore della grande città. Udì richiudere un uscio, poi più nulla; anche il fruscio dei passi della vecchia era cessato del tutto. Per infondersi coraggio toccò di nuovo il suo pugnale e bussò. «Avanti» rispose una voce che tradiva l'ansia dell'attesa. La stanza dove entrò il giovane era miseramente arredata: nel mezzo c'era un tavolino con sopra alcuni libri, una catinella e un piatto; sulla brace nel caminetto una pentola, e nell'angolo vicino alla finestra un letto dove era coricato un uomo. «Ah! Dio sia lodato!» disse questi con voce fioca. Anthony più tranquillo si avvicinò a lui, ma essendo la stanza illuminata soltanto dalla debole luce del fuoco, non poté distinguere il suo viso nascosto in parte dalle coperte tirate fin sopra il mento; per di più, una benda gli copriva un occhio. Con sua meraviglia lo sconosciuto gli prese la mano stringendola con manifesta agitazione. «Ah! Dio sia lodato!» ripeté. «Ma non c'è tempo da perdere.» «Come posso servirla?» chiese Anthony, sedendosi accanto alletto. «Nella sua lettera lei accenna ai miei amici di Great Keynes, ma bisogna che mi spieghi un po' meglio di che si tratta.» «È chiusa la porta?» chiese l'altro in tono inquieto e balbettando leggermente. Anthony si assicurò che fosse chiusa, poi tornò a sedersi vicino a lui. «Ebbene, signore, se non erro lei è amico di un prete di nome Maxwell. Anthony scosse il capo. «Che io sappia non esiste un prete di questo nome.» «Ah!» esclamò l'altro con voce tremante. «Ho forse detto troppo? Ma non è lei il signor Anthony Norris di Dower House, che abita in casa dell'arcivescovo?» «Sì» rispose Anthony. «Ma...» «Bene, bene» interruppe l'altro. «Bisogna che adesso le confidi ogni cosa. Colui che lei conosce sotto il nome di James Maxwell è un prete cattolico, conosciuto da molti con il nome di Arthur Oldham, ed egli è in gran pericolo.» Dalla meraviglia Anthony non rispose; ora finalmente capiva perché tanto mistero circondava la figura di James, e perché Sir Nicholas non gli aveva lasciato, sebbene fosse il maggiore, il possesso della Hall. «Mi sono forse ingannato?» chiese lo sconosciuto con voce tremante. «Non le ho risposto prima perché sono rimasto oltremodo sorpreso da ciò che mi ha detto. Non avevo idea che il signor James Maxwell fosse un prete; e in che modo posso essergli d'aiuto?» «Egli è, come le ho detto, in gran pericolo» riprese l'altro balbettando sempre leggermente. «Ora bisogna ch'ella sappia che anch'io sono cattolico; vede, signore, se
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mi fido di lei; e sono solo in questa casa. Ero stato incaricato di avvertire il signor Maxwell del pericolo che lo minaccia e dovevo incontrarlo questa sera alle cinque, ma disgraziatamente sono scivolato e mi sono fatto tanto male a un piede che non mi posso muovere. Non ho voluto mandargli una lettera per mezzo della bambina per paura che qualcuno la pedinasse, e non ho neppure osato ricorrere a un altro cattolico, temendo che il signor Maxwell, il quale è qui da poco tempo, non si fidasse di una persona a lui sconosciuta; ma per fortuna mi sono ricordato di averlo udito parlare di lei come di un buon amico, e allora ho pensato di mandarla a chiamare sperando che mi avrebbe fatto questo favore. Acconsente, non è vero? In caso contrario sarei proprio disperato, non sapendo davvero a chi altro ricorrere.» Un dubbio era sorto nella mente di Anthony nell'ascoltarlo: non poteva sotto tutto ciò nascondersi un tentativo di sedizione? e poi chi lo assicurava che quell'uomo fosse veramente un cattolico? E alla debole luce del fuoco cercò di leggergli in volto. Lo sconosciuto pareva oltremodo agitato; il suo sguardo era inquieto e più volte si passò la mano sulla fronte. «Come posso essere certo che lei mi dice la verità?» L'altro allora con un gesto d'impazienza si sbottonò la camicia e tirò fuori una specie di piccolo astuccio in pelle attaccato a un cordoncino. «Ecco signore» balbettò. «Prenda e guardi che cosa è questo.» Anthony si avvicinò al caminetto e, aperto l'astuccio, vide che conteneva un Agnus Dei, cioè una medaglia in cera rappresentante l'Agnello. «Ecco, ecco!» gridò lo sconosciuto. «lo mi sono messo nelle sue mani, e se vuole ancora un'altra prova...» e mentre Anthony tornava vicino a lui con in mano la medaglia, si mise a frugare sotto il guanciale e ne tirò fuori una corona. «E ad-adesso mi crede?» Essendo considerato delitto possedere simili oggetti, ogni dubbio di Anthony scomparve. «Sì» rispose rendendogli l'Agnus Dei. «E le faccio le mie scuse. Però lei mi assicura che in tutta questa faccenda non vi è alcuna sedizione.» «Ma ne-nessuna signore; le do la mia parola» rispose lasciandosi ricadere sul guanciale. «Le dirò adesso ogni cosa e lei dopo potrà giudicare da sé; ma mi deve promettere di tenere il segreto. La messa dovrebbe essere celebrata domenica mattina al numero 3 in Newman's Court, ma quella maledetta spia di Walsingham è venuta a saperlo e la casa è adesso sorvegliata dai suoi agenti; non sarebbe perciò sicuro andarvi. Non occorre però che lei racconti tutto ciò al signor Maxwell. Gli può dire soltanto, se crede, di avermi visto; ma mi prometta di non dire altro, neppure a lui, perché dovendo parlargli in un luogo pubblico qualcuno potrebbe sentirla. E ora le dirò anche dove lo può trovare e che cosa deve dirgli; ma bisogna affrettarsi perché sono quasi le cinque, ora alla quale io avrei dovuto incontrarlo. Il luogo è Papist's Corner nella cattedrale e le parole da dirsi unicamente queste: "Venga, poiché tutto è pronto". Lei sa, signore, che noi cattolici corriamo, continuamente dei pericoli per
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sfuggire i quali dobbiamo, come povere lepri, ricorrere a ogni specie di sotterfugi. Ora, anche se qualcuno udisse questo messaggio non potrebbe mai sospettare che fosse un avvertimento, ed è per questo che l'ho pregata di non aggiungere altro, eccettuato che lei ha visto mastro Roger, il quale ha un occhio bendato e balbetta un poco; e così il signor Maxwell sarà certo che sono io che l'ho mandata. E ora, signore, mi ripeta l'ambasciata affinché sia sicuro che l'abbia bene impressa in mente e poi sarà bene che vada, e Dio la benedica, e Dio la benedica per la sua bontà verso di noi, poveri papisti» e così dicendo gli prese la mano e gliela baciò con gratitudine. Anthony ripeté allora le istruzioni ricevute, sentendosi suo malgrado commosso dalla gratitudine di quel povero cattolico. «Sì, sì, va bene, signore» disse questi. «E ora, la prego, vada via subito, altrimenti non troverà più il prete; la bambina è giù che aspetta; le indicherà di nuovo la strada.» E mentre Anthony richiudeva l'uscio, continuò fra i singhiozzi a invocare benedizioni su di lui. Il giovane prese la lampada che la vecchia aveva lasciato sul pianerottolo, scese le scale e aprì la porta. Era così buio che con difficoltà riuscì a scorgere la bambina appoggiata al muro di fronte. «Vieni» le disse. «Conducimi al cimitero.» Poi, prima di lasciare la piccola corte, si voltò per guardare ancora la casa e a una delle finestre vide ora un po' di luce; contemporaneamente udì tirare i chiavistelli; la vecchia doveva esser stata di guardia. Anthony sapeva bene a quale rischio si esponeva andando a Papist's Corner a fare un'ambasciata a un prete cattolico; e ciò nonostante vi andava senza nessuna esitazione perché si trattava di un suo amico, il quale per di più era minacciato da grave pericolo. Si aggiunga a ciò che Anthony era sempre stato avverso a ogni sorta di persecuzione e, dopo quel che aveva visto e udito l'anno precedente, si sentiva portato alla causa cattolica più di quanto egli stesso avrebbe creduto possibile. Seguì la bambina attraverso un labirinto di vicoli senza neppure accorgersi, preoccupato com'era, di alcuni uomini, i quali, avendo smesso di piovere, erano usciti a chiacchierare sulla porta delle loro case, e che vedendo l'elegante giovane preceduto dalla bambina lo guardavano con una certa meraviglia. Nella sua mente era intanto un continuo succedersi di pensieri: non era forse un mancare di fedeltà verso l'arcivescovo prendere in tal modo le parti dei papisti? Ma ormai era troppo tardi per agire diversamente. Che cosa strana che James Maxwell fosse un prete. Ecco perché era stato tanto tempo assente da casa; probabilmente aveva passato quegli anni in un seminario all'estero. Poi Anthony, come già gli era accaduto molte altre volte, si mise a riflettere su quella meravigliosa religione, la quale così potentemente attirava a sé gli uomini, che per essa erano pronti a rinunciare alla famiglia, alle ricchezze, agli amici, e ad affrontare con animo lieto la povertà, la diffidenza, l'odio e ogni genere di pericoli, compresa la morte; e tutto ciò per amore del regno dei cieli!

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Quasi senza accorgersene si ritrovò davanti alla cattedrale; guardò in giro e vide che la sua piccola guida era di nuovo scomparsa. Lì era assai meno buio che nei vicoli; il cielo plumbeo era ancora leggermente rischiarato dalla luce del tramonto, che faceva luccicare i vetri delle case. Anthony girò intorno alla cattedrale ed entrò dalla porta a ovest. Nell'interno l'oscurità era profonda; solo due lumi ardevano ancora, ma stavano per essere spenti, essendo vicina l'ora della chiusura. Non si udiva alcun suono, salvo l'eco dei rumori della città e lo scalpiccio dei passi di alcune persone, che si aggiravano ancora per le buie navate, dove le colonne sparivano in svelti fasci nelle tenebrose volte. Vi era in quella profonda quiete qualche cosa di più impressionante di ogni maggior tumulto; si sarebbe detto che la cattedrale fosse diventata un tempio del silenzio, o piuttosto un tempio della morte. Nel dirigersi verso Papist's Corner, Anthony vide una nera, solitaria figura d'uomo, che camminava su e giù per la navata, ma a causa dell'oscurità non poté distinguere il suo volto. Si avvicinò allora rapidamente e nel momento in cui l'altro si voltava: «Signor Arthur Oldham» gli disse tendendogli la mano; l'altro si arrestò bruscamente e fissò un istante il giovane. «Come, sei tu, Anthony!» esclamò James stringendogli la mano. «Ma che cosa fai qui?» «Sono venuto a incontrare il signor Oldham» rispose Anthony sorridendo «e per fargli questa ambasciata: "Venga, poiché tutto è pronto!"» «Ma mio caro» disse James fermandosi a un tratto. «Spiegami, ti prego, che cosa vuoi dire con ciò.» «Non temere, è il signor Roger che mi manda: egli si è fatto male a un piede e mi ha mandato a chiamare.» «Il signor Roger?» ripeté James. «Sì, egli ha un occhio bendato e balbetta leggermente.» James dette un respiro. «Non so come ringraziarti, ma tu sai il significato di queste parole?» «Sì, lo so.» «E tu, protestante e membro della casa dell'arcivescovo?...» «E perché no» rispose Anthony. «Sono anche cristiano e tuo amico.» «Iddio ti benedica» e gli strinse con affetto la mano. Erano intanto giunti vicino alla porta dove si fermarono un momento. I lampioni di Ludgate Hill erano già tutti accesi e a destra, sullo sfondo scuro del cielo, spiccavano le case di Amen Court. «Non mi posso trattenere» disse Anthony «perché alle sei devo essere a Lambeth; il mio cavallo è qui nelle scuderie del palazzo.» «Allora addio; ringrazio il Signore che vi sono ancora dei cuori sinceri come il tuo; che Iddio ti benedica e che un giorno ti faccia dei nostri!»
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Capitolo VIII LA CASA DI NEWMAN'S COURT

Alle quattro di mattina della domenica seguente, Newman's Court era ancora immersa nell'oscurità. I nuvoloni della sera innanzi erano scomparsi, e con essi il tempo tetro dei giorni precedenti; in cielo scintillavano le stelle e l'aria era fredda e pungente; un sottile strato di ghiaccio ricopriva il terreno, e dei ghiaccioli pendevano dalle grondaie. Un gelido silenzio regnava in tutta la città. Poco dopo le tre una pattuglia passò per Cheapside e mezz'ora dopo si udì la voce di una guardia notturna che gridava che la notte era serena; poi essa pure si allontanò. Newman's Court era un recinto rettangolare con due entrate: quella a nord, sotto l'arco di una stalla, immetteva nel vicolo Newman dal quale si aveva accesso a quello di St. Gile, che conduceva in Cheapside; dall'altra, all'estremità del suo lungo lato destro, attraverso un labirinto di vicoli si arrivava agli scali a ovest del London Bridge. Nel lato est della corte, ossia in quello a sinistra di chi entrava dal vicolo Newman, c'erano tre case; in quello opposto, terminante con l'altra entrata, si apriva il retro di un fondaco; gli altri due lati più corti terminavano uno coll'arco della stalla, che aveva sopra un fienile; e l'altro con un alto muro. Erano appena suonate le quattro allorché apparve sotto l'arco una silenziosa figura di donna, la quale dopo essersi fermata alcuni istanti entrò nella corte. Giunta davanti alla terza casa si fermò come in ascolto guardando in giro; poi con l'unghia dette undici o dodici colpettini contro la porta, che si aprì immediatamente senza il minimo rumore, non lasciando vedere altro che tenebre e subito si richiuse silenziosamente. Per alcuni minuti non apparve più anima viva, ma poi, un poco prima delle cinque, entrò dall'altra parte del cortile un uomo d'alta statura, il quale giunto alla porticina picchiò nel medesimo modo e di nuovo fu aperto. Subito dopo apparvero altre persone, talune delle quali parevano esitanti e guardavano sospettose in giro, altre invece andavano risolute verso la porta, che continuava ad aprirsi e richiudersi silenziosamente. Così in poco tempo circa trenta persone sparirono nell'oscura, misteriosa casa senza che mai dall'interno alcun lume rivelasse la loro presenza. Finalmente, alle cinque cessò quella strana processione di ombre, e la piccola corte sotto il cielo stellato fu di nuovo deserta come un'ora prima.
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In quella notte di profondo silenzio, non si udiva neppure il lontano rumore di carrozze né, essendo gelato, il gocciolio dell'acqua delle gronde; soltanto due volte si fece sentire il prolungato guaito di un cane al di là delle case. Passarono dieci minuti, e nell'oscurità dell'entrata che conduceva verso il fiume apparve qualche cosa di chiaro, che sembrò per un istante una maschera sospesa e ondeggiante nell'aria: era il volto di un uomo che avanzava cautamente; giunto nella corte si voltò e fece un cenno; subito apparvero vari altri uomini, ed altri ancora entrarono contemporaneamente dall'entrata sotto l'arco. Erano tutti armati. Uno di essi scivolò sul ghiaccio e bestemmiò sommessamente; uno dei capi della piccola schiera gli dette un' occhiata furibonda, senza però pronunciare parola. Sebbene la corte fosse adesso piena di gente, continuava a essere immersa in un profondo, pauroso silenzio; gli uomini avevano formato un solo gruppo e nella gelida aria il loro fiato s'innalzava come fumo. Erano le cinque e un quarto. A un tratto si udì il lieve suono di un campanellino; immediatamente i due capi della schiera avanzarono verso la casa misteriosa; le loro teste eran così vicine che parevano toccarsi, tuttavia si poteva udire il sibilo delle loro parole. Giunti davanti alla terza porta, uno di essi vi dette con una mazza tre forti colpi e con voce di comando gridò: «Aprite, in nome di Sua Maestà la regina». I loro compagni si avvicinarono con accette e alabarde, pronti a sfondarla qualora non fosse stata aperta; e di nuovo la stessa voce gridò: «Aprite in nome di Sua Maestà la regina». A tutte le finestre delle case vicine e persino a quella piccolina del fienile, dove dormivano i mozzi di stalla, si incominciarono a vedere lumi e teste di curiosi, spaventati e sorpresi da quell'insolito rumore; qualcuno con una fiaccola passò sotto l'arco e una figura d'uomo comparve sul muro di fronte. Al rumore dei colpi sotto ai quali la porta sembrava cedere di momento in momento, si mescolavano adesso le grida e le esclamazioni dei vicini che erano tutti usciti fuori per conoscere la causa di quell'invasione notturna, e ben presto quel tumulto divenne spaventoso. Si sarebbe detto che per una diabolica trasformazione la piccola, tranquilla corte, illuminata adesso dalla luce rossastra delle fiaccole, fosse diventata una bolgia infernale, nella quale stava compiendosi la strage del dolce silenzio notturno. Ciò nonostante, la misteriosa casa, dove quelle nere figure erano scomparse, continuava a non dare segni di vita e rimaneva oscura e silenziosa. A un tratto, dal retro echeggiò un urlo; la figura ritta sull'alto muro agitò le braccia, e quasi contemporaneamente altri uomini armati invasero la corte; la piccola porta che aveva opposto una così forte resistenza cedette alfine ai colpi degli assalitori ed essi irruppero nella casa. Intanto a quel terribile frastuono si erano svegliati anche gli abitanti dei vicoli vicini e ben presto Newman's Court fu piena di una massa di uomini, di donne e di ragazzi, che cercavano in mezzo a quel tumulto di scambiarsi informazioni. «È un nido di papisti» dicevano gli uni. «Il fumo sta scacciando quelle spie.» «Ma che cosa hanno fatto?»
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«Hanno commesso un delitto: è stata tagliata la gola a due donne.» «No, no, è una casa dove si celebrava la messa» dicevano altri. «Dio salvi Sua Maestà e la liberi dai suoi nemici.» «Quei maledetti spagnoli mandano l'Inghilterra in rovina.» «Sono fuggiti dal retro.» «No, no, hanno tentato fuggire, ma non vi sono riusciti; anche quella parte era vigilata.» «C'erano più di cinquanta papisti.» «Si tratta di un complotto; anche Maria Stuarda vi è implicata. Volevano far saltare in aria con della polvere la nostra regina, come è stato fatto con il povero Darnley...» «E qui che erano stati deposti i barili.» «No, no; è soltanto una casa dove si diceva la messa.» «E chi è il prete?» «Lo vedrete a Tyburn, legato su una treggia.» «Gli starà a dovere per la sua buffonata da traditore.» «No, no, è già stato versato abbastanza sangue; Campion è morto da uomo e da vero inglese pregando per la regina.» E sempre più cresceva il tumulto. Anche le finestre della casa misteriosa cominciavano a essere illuminate e dietro ai vetri luccicavano adesso elmi e alabarde. Dalla porta sfondata si poteva vedere, ritto a metà scala, un gendarme con una torcia in mano, ma il fumo gli nascondeva completamente il volto; un altro, spalancata una finestra, s'affacciò per gridare un ordine alla sentinella ferma vicino alla porta; per sola risposta questa alzò le spalle additando la folla rumoreggiante. Gli occhi di tutti erano ora rivolti verso delle sottili colonne di fumo che s'innalzavano dal tetto; gli sbirri, per far scendere i fuggiaschi che potevano essersi nascosti nei camini, avevano dato fuoco a della paglia. Di nuovo si udì il cupo rimbombo di colpi, accompagnato da uno scricchiolio di legno; adesso tentavano con accette di scoprire nascondigli nel pavimento e nelle pareti; ma ecco a un tratto echeggiare un grido di trionfo seguito da profondo silenzio; poi di nuovo più forti risuonarono le grida della folla. «Hanno preso il prete!...» «No, è fuggito. Che sia maledetto!» «Hanno acchiappato soltanto delle donne.» «Ma che stupidi quegli sbirri!» «Hanno scoperto la cappella e l'altare.» «Hanno anche arrestato il prete.» A un tratto quelli più vicini alla porta videro lo sbirro rimasto fermo a metà scala farsi indietro e poi apparire un mesto corteo. Venivano prima due sbirri, poi delle donne e degli uomini, quindi degli altri sbirri e degli altri prigionieri. La folla fece largo formando come due mura viventi che terminavano all'arco della stalla; e in mezzo a esse le donne arrestate furono riunite in un solo gruppo intorno al quale otto sbirri formarono un quadrato, mentre gli altri circondavano gli uomini. Si capiva però
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che mancava ancora il prigioniero più importante; ed ecco dopo alcuni minuti comparire James Maxwell in mezzo agli sbirri. Egli indossava le vesti sacerdotali; un filo di sangue gli rigava il volto e aveva le mani legate dietro la schiena. Era appena entrato nella piccola corte che una voce di donna o di fanciullo gridò: «Che Dio la benedica, padre!». Il prete si voltò dalla parte da cui era venuto quel grido, sorridendo dolcemente; poi con un cenno del capo salutò tutti i cattolici, che adesso avevano gli occhi fissi su di lui. Uno degli sbirri dette il comando della partenza e lentamente il mesto corteo scomparve sotto l'arco della piccola corte; la folla subito si pigiò dietro ai prigionieri, ultimo fra i quali veniva il sacerdote, che con la sua tossa pianeta pareva avviarsi a celebrare qualche sacra funzione; ma l'impenetrabile luccicante siepe di alabarde da ambo i lati riconduceva la mente alla dolorosa realtà. Prima ancora delle sei del mattino Newman's Court era di nuovo deserta e silenziosa, e davanti alla casa numero 3, le cui finestre salvo una erano adesso tutte buie, non vi era più che una sentinella. Un uomo dal viso pallido e sbarbato s'affacciò un momento con una candela in mano, poi quel lume scomparve per riapparire via via nelle altre stanze. Le stelle che avevano brillato in quella gelida nottata diminuirono a poco a poco di splendore, poi scomparvero del tutto e una luce bianca si diffuse per il cielo, che si fece più azzurro e luminoso. La sentinella incominciò a stiracchiarsi; si udì il canto di un gallo che salutava l'aurora, e il lontano suono di alcune campane; poi per le scale risuonò il passo di un uomo: era Lackington che scendeva con una valigia in mano. Il suo viso era più pallido del solito; si avvicinò alla sentinella e diede un'occhiata in giro. Dappertutto nella piccola corte si vedevano tracce del tumulto di quella notte: il lastricato era coperto da una quantità di ghiaccioli ridotti in pezzi; i muri in vari punti anneriti dal fumo di torce; il ghiaccio delle piccole pozze frantumato; qua e là brandelli dì vestiti e un cappello. Ma più eloquente di ogni altra cosa era la piccola porta che aveva opposto una così forte resistenza, e i cui pezzi tenuti ancora assieme da un grosso catenaccio poggiavano sulla parete interna. «E stata una buona nottata» disse Lackington alla. sentinella. «Ecco preso un altro alveare e qui» soggiunse battendo con la mano sulla valigia «porto del miele sopraffino.» L'altro lo guardò sonnolento; era stanco e seccato di quella occupazione, che non era di suo gusto. «E ora» proseguì Lackington «bisogna che torni a casa. Tu continua a far la guardia; fra un'ora ti sarà dato il cambio.» La sentinella abbassò il capo e Lackington si allontanò rapidamente. In quella stessa mattina, ancora prima dell'alba, Lady Maxwell si svegliò d'un tratto sembrandole udire la voce di suo figlio James che la chiamava in aiuto. Già molte altre volte aveva sognato di lui e ciò forse perché la vita di un prete era in quei tempi esposta continuamente a pericoli, ma mai come questa volta il sogno le era
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parso così vivo e reale. Accese la candela e guardò in giro: le sembrava ancora di udire la sua voce. Sopra il caminetto pendeva un grande arazzo incorniciato, raffigurante Atteone inseguito dai cani: il cacciatore correva ansante e dietro a lui gli animali dalle grosse mascelle, che sembravano sul punto di addentarlo. Non potendo dominare la sua agitazione si alzò, aprì le imposte e guardò fuori. Nel cielo scintillavano le stelle, e in fondo al terrazzo biancheggiavano nell'oscurità due statue di marmo. Dopo un momento tornò a letto e si assopì leggermente. Le pareva adesso di vedere James con addosso qualche cosa di rosso, che si allontanava da lei correndo per un lungo interminabile corridoio che aveva delle porte chiuse da ambedue i lati. Volle chiamarlo, ma solo un debole suono uscì dalle sue labbra. Quindi fra il sonno e la veglia credette di nuovo di sentire la sua voce, e rizzatasi sul letto gridò: «Eccomi, eccomi». Finalmente si svegliò del tutto al rumore di passi vicino alla sua camera; spaventata guardò verso la porta: era soltanto la cameriera che veniva a svegliarla. La donna aprì le imposte e la stanza fu inondata di luce. «È un freddo, chiaro mattino, signora» disse. «Dite a uno dei servitori che vada da Mrs. Margaret a pregarla di venire da me il più presto possibile; ma che non si metta in pensiero perché sto bene e desidero soltanto parlarle.» . Quando poi venne sua sorella, Lady Maxwell le raccontò il sogno che l'aveva tanto turbata. «Mary» rispose Mrs. Margaret prendendole affettuosamente la mano. «Bisogna abbandonarci nelle mani di Dio; forse il tuo sogno avrà qualche significato e forse non ne avrà alcuno, ma in tutti i modi noi possiamo pregare. Permettimi di comunicarlo a Isabel; ha l'anima pura come quella di una bambina, e le preghiere dei bambini sono potenti presso l'Altissimo.» Lady Maxwell acconsentì e Isabel fu invitata a passare la giornata alla Hall. Anche la fanciulla rimase impressionata dal sogno, e quel pomeriggio, mentre Mrs. Margaret leggeva a sua sorella un passo di un mistico inglese, al quale però la vecchia signora, tuttora vivamente agitata, non prestava che scarsa attenzione, ricordò come alcuni anni addietro si era trovata in quello stesso salotto, e che anche allora Mrs. Margaret leggeva ad alta voce; poi d'improvviso era stata interrotta dall'arrivo di un messaggero e dalle spaventose grida che venivano dal villaggio; e ora pure le pareva che di momento in momento dovesse essere interrotta da qualche cosa di terribile. «La più sublime preghiera» stava leggendo Mrs. Margaret «è quella che invoca la Bontà di Dio, poiché questa scende a sovvenire a ogni nostro più piccolo bisogno; rianima l'anima nostra, la vivifica, e la fa crescere in grazia e in virtù; ci è sempre vicina, pronta sempre a beneficarci; è la stessa grazia che l'anima cerca e che sempre cercherà sino a che sapremo con certezza che Egli ci ha tutti accolti in sé. Egli non disprezza mai ciò che ha creato, né disdegna di abbassarsi ad aiutarci nel più umile lavoro, e ciò per amore dell'anima ch'Egli ha fatto a Sua immagine. Così come il corpo è coperto dalle vesti, e le ossa dalla carne, e il cuore dal tutto, noi, anima e corpo, siamo rivestiti e circondati dalla Bontà di Dio, anzi in modo anche più
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perfetto, poiché quelle cose possono consumarsi, ma la Bontà di Dio sarà in eterno la medesima; di più essa ci è incomparabilmente più unita, poiché il nostro Diletto desidera veramente che l'anima nostra si stringa a Lui con tutte le sue forze e che sempre più noi aspiriamo alla Sua Bontà; e questa è la cosa più grata a Dio, ed è pure quella che ci è maggiormente d'aiuto. Colui che è l'Altissimo ama l'anima nostra in modo speciale da superare tutto ciò che le creature possono...» «Silenzio» esclamò Lady Maxwell balzando in piedi e alzando un braccio. Per un istante le tre donne trattennero il respiro; il cuore di Isabel batteva forte, forte. Era una serata senza vento e l'edera che ricopriva il muro esterno e le piante d'alloro nel giardino parevano anch'esse ascoltare silenziose. «Mary...» Ma Lady Maxwell fece di nuovo cenno a sua sorella di tacere. Poi, in lontananza, si udì distintamente il rumore di un cavallo al galoppo. Lady Maxwell chinò il capo lasciando ricadere il braccio. Anche Mrs. Margaret e Isabel si erano alzate e ora immobili ascoltavano il crescente scalpitio del cavallo sul terreno ghiacciato. «Fai aprire la porta sul davanti» disse Lady Maxwell a sua sorella. Isabel fece un passo per seguirla, ma la vecchia signora l'arrestò con un cenno. Il cavallo si avvicinava sempre più. La grande porta fu spalancata e una fredda folata di vento penetrò negli anditi sollevando leggermente il ritratto di Sir Nicholas, appeso a una parete nel vestibolo. Lo scalpitio si fece ancora più forte; un istante dopo il cavallo entrava di carriera nel cortile. Si udì un confuso rumore di voci e dei passi affrettati sulle scale. Lady Maxwell era rimasta immobile accanto alla finestra, e Isabel pallidissima fissava la porta aperta. Un forestiero entrò nella stanza: i suoi abiti erano in disordine e i suoi stivali coperti di brina; teneva in mano un frustino e pareva estremamente affaticato. «Lady Maxwell?» disse facendo un profondo inchino. Essa chinò il capo. «Vengo a portarle notizie di suo figlio prete. Egli è vivo e sta bene, ma è stato arrestato questa mattina insieme ad altri trenta cattolici mentre diceva la messa e ora è prigioniero a Marshalsea.» Le labbra di Lady Maxwell si mossero leggermente, ma non ne uscì alcun suono. «È un suo amico, signora, che lo ha tradito.» «Un suo amico!» gridò Lady Maxwell con voce metallica. «E come si chiama?» «Il nome del traditore è Anthony Norris.» Isabel vide la stanza oscurarsi. «Oh no, no!» gridò facendo un passo avanti. Mrs. Margaret che aveva seguito il forestiero su per le scale, vedendo Isabel vacillare fece un passo verso di lei; ma già Lady Maxwell le era vicino. «Mia povera figliola!» esclamò, mentre Isabel cadeva fra le sue braccia.

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Capitolo IX DA FULHAM A GREENWICH

Sebbene Anthony avesse passato tutta la giornata di domenica a Londra, fu soltanto la sera a cena che seppe dell'arresto dei papisti, e in cuor suo si rallegrò di avere fatto in tempo ad avvertire l'amico. Il giorno seguente vi era fra gli invitati a pranzo dall'arcivescovo anche Sir Richard Barkley, che sedeva alla tavola di Grindal; a quella accanto erano Anthony e il signor Scott, il maggiordomo. Il pranzo era quasi per finire quando questi, che discorreva con Anthony, s'interruppe d'un tratto facendogli cenno di sospendere la conversazione. «Li ho visti io stesso» stava dicendo Sir Richard all'arcivescovo. «Di chi parla?» chiese sottovoce Anthony al maggiordomo. «Dei cattolici.» «Erano trenta» proseguì Sir Richard «e sono stati presi insieme al loro prete mentre diceva la messa. Il prete si chiama Oldham.» Si udì il rumore di una seggiola spinta violentemente e nella sala si fece un profondo silenzio. «Domando scusa, Sir Richard» disse Anthony che gli si era avvicinato. «Ma è proprio sicuro che questo è il nome del prete che è stato arrestato ieri?» «Sì, signore» rispose bruscamente Sir Richard, meravigliato e offeso dalle parole del giovane. «Allora... allora...» disse Anthony, e fatto un profondo inchino all'arcivescovo lasciò la sala. Allorché quella sera a ora tarda fece ritorno a casa, trovò il maggiordomo che lo aspettava nel vestibolo. Anthony lo guardò come trasognato e senza dir parola andò a mettersi vicino al fuoco. Il suo viso era pallido e sconvolto. «Sua Eccellenza vuole parlarle» disse il signor Scotto. Anthony rispose con un semplice cenno di capo. «Dunque lei non mi può dire niente?» riprese il maggiordomo.

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Il giovane scosse il capo con un movimento d'impazienza e uscì per andare dall'arcivescovo. Quando Grindal lo vide entrare con gli abiti in disordine, il viso pallido, lo sguardo vago, fu così impressionato dal suo aspetto che subito lo fece sedere e gli offrì da bere; poi affettuosamente gli chiese di spiegargli il suo strano contegno e dirgli che cosa aveva fatto in quel pomeriggio. Anthony allora gli raccontò ogni cosa; disse anche d'esser stato a Marshalsea dove era prigioniero il suo amico; di aver tentato ogni mezzo per parlargli, ma che tutto era stato inutile; che la casa in Newman's Court era adesso piantonata, e che quella vicino a Bow Church era ermeticamente serrata come se gli inquilini fossero andati via. Poi, fattosi un po' più calmo, finì col supplicare l'arcivescovo di venirgli in aiuto. «E’ inutile» rispose il vecchio. «Che cosa posso fare io? Non ho potere alcuno e... e poi si tratta di un prete papista; come è possibile che io intervenga?» «Ma Eccellenza» gridò Anthony col viso acceso e con voce supplichevole. «Non vede che tutto ciò è avvenuto per tradimento? Io sono stato uno stupido, e quell'uomo nella casa dietro Bow Church era una spia. In nome di Cristo, mi aiuti Eccellenza!» Grindal fissò i grandi, luccicanti occhi del giovane e sospirò. «È inutile, è inutile, signor Norris. Una cosa sola posso fare ed è di darle domani una lettera per Sir Francis Walsingham; come lei sa, siamo stati un tempo all'estero insieme, ed egli mi serba ancora una certa amicizia; non bisogna però dimenticare che è un rigido protestante, e quindi dubito assai che acconsenta ad aiutarla. Ma ora vada a letto, mio caro giovane, perché ha proprio bisogno di riposo.» Anthony s'inginocchiò per ricevere la benedizione del vecchio, e poi si ritirò. Il colloquio del giorno seguente con Walsingham fu ancora più sconfortante di quanto Anthony si era immaginato. Alle dieci di mattina egli era già alla casa del segretario di Stato, dove incaricò un servo di consegnargli la lettera dell'arcivescovo, e dopo alcuni minuti fu fatto passare nel gabinetto da lavoro di Walsingham. Anthony s'inchinò in silenzio dinanzi al segretario di Stato, il quale gli rese il saluto senza però alzarsi. «Rilevo dalla lettera di Sua Eccellenza» disse Sir Francis in tono freddo e duro «che lei desidera venire in aiuto di un prete papista di nome Oldham o Maxwell, il quale è stato arrestato domenica mattina in Newman's Court. Se lei vuole avere la gentilezza di dirmi in che modo desidera aiutarlo, io potrò essere più esplicito nella mia risposta. Spero però, signor Norris, che lei voglia soltanto che il suo amico sia giudicato secondo giustizia.» «Io... egli è mio amico, come ella ha detto, ed è stato preso con un mezzo indegno; io stesso ritengo di aver servito a farlo arrestare. Certo non può essere un atto di giustizia tradire un uomo per mezzo d'un suo amico» e Anthony narrò anche a lui com'era avvenuto il fatto. Sir Francis lo ascoltò impassibile; solo un istante nei suoi grandi, melanconici occhi brillò un malizioso sorriso.

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«Lei è stato certamente molto ingenuo» disse quando il giovane ebbe finito il suo racconto. «Non dubito affatto che le cose siano andate come lei dice, e che quel povero uomo zoppo, balbuziente e con un occhio bendato, possieda una vista e una loquela perfette. Non credo però che io avrei così facilmente prestato fede alle sue parole, giacché come poteva essere possibile che, essendo amico del prete, non trovasse nessun cattolico disposto a fargli quell'ambasciata? Questa però non è adesso la questione; il prete ormai è stato preso, e il modo poco importa; e... e lei che cosa desidera che io faccia?» «Speravo» rispose Anthony con crescente indignazione «che lei mi avrebbe in qualche modo aiutato a riparare a questa indegna azione. Certo, Eccellenza, lei non pensa che sia onesto ricorrere a simili astuzie da furfante.» «Mio buon signor Norris, noi non stiamo facendo un gioco con delle regole determinate, che bisogna assolutamente osservare; ma cerchiamo di aiutare la giustizia, e abbattere ogni genere di false pratiche tanto in religione che in politica, contro Dio e contro il principe. Ora ciò che lei e io dobbiamo considerare non è già se quel signore avrebbe dovuto essere arrestato in un altro modo, ma se egli è innocente o reo.» «Dunque lei non mi vuole aiutare?» chiese Anthony. «Io non l'aiuterò certamente a distruggere l'opera della giustizia. Signor Norris, lei è giovane, e se la sua amicizia fa onore al suo cuore, le sue maniere nell'avanzare le sue pretese non fanno altrettanto onore alla sua mente; io la consiglio di essere cauto nelle sue parole e nei suoi atti. Dopo tutto, come i suoi amici le avranno già detto, nel tentativo di salvare questo papista traditore lei ha fatto una parte che io, come ministro della Corona, debbo chiamare da furfante; ma per divina Provvidenza il suo tentativo è andato a vuoto. E però davvero passare i limiti pretendere che io l'aiuti; mai, mai ho udito una simile audacia.» Pochi minuti dopo Anthony, profondamente adirato, lasciava la casa del Segretario. L'arcivescovo aveva avuto ragione di dire che Sir Francis Walsingham era un convinto protestante; ma il giovane aveva creduto che avrebbe almeno provato indignazione per il modo col quale il suo amico era stato arrestato, e che quindi sarebbe stato disposto a rimediare a tale atto. Ritornò allora a Marshalsea, dove seppe che James era stato condotto alla Torre insieme ad alcuni altri cattolici, e nella speranza di poter vedere l'amico andò là immediatamente; ma il custode non volle neppure accettare di fargli un'ambasciata. Sempre più sconfortato fece ritorno a Lambeth, dove trovò un biglietto di Isabel, portato da uno scudiero, il quale attendeva risposta. «Ti supplico, fammi sapere subito, caro Anthony, come è avvenuto l'arresto del signor James; io non posso né voglio credere a ciò che mi è stato detto di te. La povera Lady Maxwell è, come puoi immaginare, in uno stato da far pietà, non sapendo che cosa accadrà di suo figlio; credo ch'essa verrà a Londra nella settimana ventura. Attendo con ansia un tuo rigo.»
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Anthony le rispose in fretta alcune righe dicendo com'era stato ingannato, e pregandola di spiegare ogni cosa a Lady Maxwell, affinché essa ne informasse James il più presto possibile. Poi diede egli stesso il biglietto allo scudiero dicendogli di consegnarlo immediatamente a Isabel appena arrivato. La mattina seguente Anthony riferì all'arcivescovo il colloquio avuto con Sir Francis. «Purtroppo temevo che andasse così» commentò Grindal. «Non resta dunque che abbandonare il suo amico nelle mani del Signore.» «Ma, Eccellenza, io non posso cessare di occuparmi di lui, anzi oggi stesso andrò dal vescovo, e se egli non potrà far niente per aiutarmi, cercherò di parlare con la regina.» «Con la regina!» esclamò Grindal alzando le mani con un gesto di spavento. «Ma ciò sarebbe rovinare ogni cosa; non pensa che, essendo un mio sottoposto, non riuscirà che a farla montare in collera?» «Il mio amico è in prigione per colpa mia, e io devo tentare ogni mezzo per liberarlo.» Pochi minuti dopo Anthony stava per uscire per mettere in esecuzione il suo progetto, quand'ecco vicino al cancello un servo in livrea reale gli consegnò un biglietto della signorina Corbet così concepito: «Che cosa possiamo fare per il povero signor James? Un cattolico mi ha raccontato che lei è stato causa del suo arresto, ma so bene che è una calunnia, anzi sono sicura che farà tutto il possibile per salvare il suo amico. Gli ho perciò risposto come si meritava, affermando che lei era un gentiluomo, incapace di una simile azione. Venga a trovarmi, caro signor Anthony, e tenteremo assieme ogni mezzo. Questa mattina la regina si è accorta che avevo pianto; alle sue domande per conoscere la cagione delle mie lacrime ho risposto con delle scuse, ma essa ha capito che non le ho detto la verità; ed è così curiosa che non sarà soddisfatta se non quando sarà riuscita a conoscerla. L'aspetto oggi stesso nel pomeriggio; siamo adesso a Greenwich; forse potrà essere anche necessario che lei parli con Sua Maestà e le racconti come è avvenuto il fatto. Sua aff.ma MARY CORBET» Anthony incaricò il servo di far sapere alla signorina Corbet che avrebbe fatto ciò ch' essa gli domandava, e poi a cavallo andò in città; lì seppe che il vescovo era per l'appunto andato a Fulham, per dove proseguì immediatamente. Già altre volte Anthony aveva avuto occasione di parlare col vescovo Aylmer, il quale aveva una certa simpatia per questo giovane e zelante membro della Chiesa d'Inghilterra; cosicché adesso era abbastanza fiducioso di avere da lui qualche aiuto. Lo trovò che passeggiava in giardino, tutto imbacuccato nella sua pelliccia, essendo la giornata assai fredda; tuttavia il ghiaccio che ricopriva il terreno incominciava a sciogliersi e degli uccelletti saltellavano qua e là in cerca di cibo. Aylmer, nel vedere
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il giovane avvicinarsi con passo rapido e con aspetto agitato, si domandò con una certa meraviglia che cosa potesse volere da lui; ma Anthony non gli comunicò subito lo scopo della sua visita. Passeggiarono così un poco assieme discorrendo di cose indifferenti. «Guardi quel birichino come conosce bene il suo mestiere» disse il vescovo additando un tordo che picchiettava col becco per terra, dove il terreno era stato smosso da un lombrico, e col capo leggermente inchinato da un lato pareva attendere che esso uscisse. «Ah! ah! l'ha acchiappato!» L'uccello aveva infatti preso il lombrico, che curioso di conoscere la causa di quel rumore era venuto fuori, e ora spaventato cercava di indietreggiare. Ma l'uccello lo tirava a sé con tutta la forza, e ben presto l'ebbe trascinato fuori del tutto e inghiottito. «Monsignore» disse Anthony. «Sono appunto venuto da lei a implorare misericordia per uno che è stato preso con l'inganno.» Il vescovo lo guardò meravigliato e gli chiese di chi si trattasse; ma appena ebbe saputo che l'arrestato era un prete e che per di più era stato preso mentre celebrava la messa, ogni dolcezza sparì dai suoi occhi e scosse il capo con aria severa. «È proprio inutile che lei sia venuto da me; ella sa bene che l'essere ordinato prete fuori d'Inghilterra ed esercitare poi qui il ministero sacerdotale è considerato adesso come un delitto, poiché è un atto di ribellione a Sua Maestà la regina, e le confesso che mi sorprende molto che lei, signor Norris, creda che io voglia adoperarmi per aiutare un reo. E le dirò francamente che sono anzi contento che questo prete sia stato preso, poiché se non altro ci sarà un agitatore di meno in Inghilterra. So bene che è facile parlare di persecuzione e di ingiustizia, e che questo è sempre il grido della folla; ma qui non si tratta di persecuzione religiosa, come lei sa benissimo; è soltanto perché la Chiesa romana si oppone alla pace del Regno e all'autorità della regina, che l'esercizio del suo culto è proibito; noi non condanniamo le opinioni personali di nessuno; ma lei sa già tutto questo meglio di me.» «Non sono più così sicuro che ciò sia vero» rispose il giovane. «Avevo sperato ch'ella mostrasse almeno compassione per il mio amico, considerato con quale vile inganno è stato preso; e ora mi riesce difficile rimettermi al giudizio di persona che su questo punto è di sentimenti diversi dai miei.» «Questa è un'insolenza che io non posso tollerare, signor Norris» esclamò Aylmer, fermandosi di colpo e fissando freddamente il giovane con gli occhi socchiusi. «Allora, Monsignore, sarà meglio che vada subito da Sua Maestà.» «Da Sua Maestà!» esclamò il vescovo. «Appello Caesarem» rispose Anthony, e inchinatosi partì senza aggiungere parola. Due ore dopo entrava nel cortile del palazzo di Greenwich, dove in quel momento, essendo appena finito il pranzo di corte, passavano numerosi servi con piatti. In un angolo, legati a un cancello, dei grossi cani destinati al combattimento con l'orso, che doveva aver luogo in quello stesso giorno, abbaiavano nel sentire l'odore delle vivande.
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Anthony incaricò uno dei servitori di annunciarlo alla signorina Corbet e pochi minuti dopo fu introdotto in una piccola stanza dalle pareti rivestite di legno di quercia e con una finestra che dava sul prato; s'affacciò e guardò l'alta siepe di tassi e la meridiana. Il rapido succedersi di quei colloqui aveva talmente stordito Anthony che ora quasi gli pareva che tutto ciò fosse un sogno. Cinque minuti dopo entrava la signorina Corbet, sul cui volto si leggeva una profonda ansietà; ma essa mutò subito espressione nell'accorgersi dello stato di abbattimento del giovane. «Ringrazio Iddio che lei sia venuto» disse stringendogli la mano. «E ora che cosa possiamo fare per il signor James?» E ciò dicendo lo fece sedere nel vano della finestra. Mary indossava un elegante vestito rosa, ma le sue labbra erano smorte e i suoi occhi tristi e abbattuti. «È da domenica che non chiudo occhio; mi racconti, la prego, tutto quello che sa.» Anthony allora narrò ogni cosa, quasi meccanicamente e con voce che rivelava la sua profonda afflizione. «Ah, ora capisco» diss' ella quando ebbe finito. «Lei sa, suppongo, che è stato interrogato nella Torre?» «Ma non con la... la...?» chiese Anthony. Essa abbassò il capo stringendo le labbra. «Oh Dio, Dio!» gridò il giovane e Mary gli prese affettuosamente le mani. «Comprendo il suo dolore, ma si faccia animo pensando quanto egli è coraggioso.» Anthony si alzò; tremava tutto; dopo un istante si rimise a sedere. L'orrenda notizia gli aveva ridato una visione chiara e lucida delle cose. «Ah! che cosa possiamo fare? Lasci che io parli alla regina, forse essa si muoverà a compassione.» «Bisogna che in ciò lei si rimetta a me» disse Mary. «Conosco Sua Maestà e so che sarebbe pazzia andare da lei in questo momento; oggi è arrabbiata con Pinart per qualche cosa che è accaduto con il Duca; come lei saprà, Monsieur è qui, e ieri essa lo ha baciato; ma Dio solo sa se lo sposerà o no. Bisogna che lei aspetti un giorno o due, e poi si tenga pronto; penserò io ad avvertirla.» «Ma» balbettò Anthony «egli intanto continua a soffrire.» «Oh no. Talvolta li lasciano tranquilli per molto tempo, affinché possano riaversi; ed egli è stato messo alla tortura soltanto ieri.» Anthony non rispose; il suo sguardo errava adesso sul prato, dove all'ombra della siepe c'era ancora un po' di ghiaccio. «Aspetti qui un momento» disse Mary; si alzò e uscì.
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Egli rimase immobile col pensiero fisso a quella terribile notizia. Dopo un momento essa tornò con un bicchiere di un fine cristallo veneziano pieno di vino bianco. «Ecco beva; ma ha pranzato?» «Non ne ho avuto il tempo.» «E lei viene qui digiuno ad affrontare la regina!» esclamò Mary in tono severo. «Oh che ragazzo! Non si muova di qui» soggiunse in tono imperioso, e uscì nuovamente. Anthony tornò a guardare il prato. Dopo qualche minuto rientrò Mary, la quale gli prese il bicchiere che egli teneva ancora in mano; dietro a lei veniva un servo con un vassoio su cui erano un piatto di carne, del pane e della frutta. «Adesso» diss'ella appena il servo si fu ritirato «si metta a mangiare e non dica una sola parola sino a che non avrà finito.» Incominciò quindi a raccontargli tutto ciò che quel cattolico di corte le aveva detto e come la regina, avendola veduta con gli occhi rossi, le avesse fatto un monte di domande. «Piansi quando seppi che era stato messo alla tortura; in quel momento non seppi farmi forza, e rifugiatami in camera scoppiai in un pianto dirotto; ma non ho voluto dire questo a Sua Maestà, anche perché non sarebbe servito a niente; le ho detto invece che avevo mal di capo, ma in modo tale da lasciarle capire che era una scusa. Questa mattina non mi ha fatto altre domande; è troppo preoccupata per il combattimento all'orso di quest'oggi per pensare ad altro; non mancherà certo però di interrogarmi di nuovo, giacché non dimentica mai nulla; e allora, signor Anthony, toccherà a lei dirle la causa delle mie lacrime, tanto più che lei ha un viso simpatico e di quelli che piacciono a Sua Maestà; ma bisognerà che sappia essere tanto ardito e timido a un tempo, poiché essa ammira l'arditezza ma odia la sfrontatezza, è per questo che ha simpatia per Chris; egli è uno stupido, ma è un bello stupido e inoltre è ardito e tenero, e sa sospirare e piangere, e poi chiamarla la sua dea. L'altro giorno si è presentato a Sua Maestà tutto pallido e singhiozzante come un povero bambino e ciò a causa di quell'anello ch'essa ha regalato a Monsieur, la petite grenouille, e allora la regina si è mostrata così tenera con lui. Dunque, signor Anthony, sappia anche lei mostrarsi ardito; la guardi accigliato e la chiami Jezabel o tiranna come più le aggrada: ma poi la chiami anche Cleopatra o Diana: non dimentichi mai ch'essa è una donna.» «Ma io non so mostrare sentimenti che non provo, e bisogna che dica ciò che mi detta il cuore.» «Sì, sì, è appunto ciò che intendevo dire, ma badi bene che sia proprio il suo cuore a parlare.» Si udì uno squillo di tromba e Mary balzò in piedi. «Bisogna che la lasci; Sua Maestà sta per andare nell'arena e io devo accompagnarla. Ma ci venga anche lei; le manderò subito un servo che ve l'accompagni.»
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Pochi minuti dopo Anthony saliva le scale dell'anfiteatro dietro al palazzo; lo spettacolo che presentava quel giorno era tale da colpire anche chi non l'avesse visto per la prima volta. Essendo una splendida giornata, era stato tirato il tendone e il sole illuminava il bel recinto già gremito di dame e gentiluomini in fastosi costumi scintillanti di gioielli. Gli occhi di tutti erano rivolti verso il centro, dove alcuni cani eccitati dal suono di trombe e di cembali e dalle acclamazioni degli spettatori, aizzavano un enorme orso legato a un grosso anello. Ogni tanto scoppiavano risa o applausi; era manifesto che le dame di corte assistevano a quel crudele spettacolo con lo stesso entusiasmo della loro regina, e Anthony si sentì preso da sgomento nel pensare a quale cuore avrebbe dovuto appellarsi. La morte d'ogni cane era accompagnata dagli striduli accordi di vari strumenti, e quando finalmente il povero orso soccombette agli attacchi dei suoi inferociti assalitori, l'arena echeggiò di squilli di trombe e di corni. Subito la regina lasciò l'anfiteatro, e Anthony nel seguirla con lo sguardo si domandò se quella donna, per la quale un simile spettacolo costituiva un piacevole passatempo, potesse anche essere capace di un sentimento di compassione. Tornato nel piccolo salotto vi fu poco dopo raggiunto da Mary Corbet. «Bisogna che lei rimanga qui il più tardi possibile» disse ella. «Avrei anche desiderato che dormisse qui, ma il palazzo è pieno di olandesi e di francesi e non c'è neppure una camera disponibile. La regina adesso è di umore migliore e se la rappresentazione più tardi andrà bene, vi è ancora speranza che una sua parola le tocchi il cuore; l'avvertirò appena sarà il momento. Ma lei intanto bisogna che assista alla rappresentazione e prima che incominci le manderò qui la sua cena.» Anthony chiese allora se poteva presentarsi alla regina con quegli abiti... «Sì, sì» rispose Mary. «Anzi, sembrerà che lei sia venuto qui in tale fretta da non avere neppure avuto il tempo di cambiarsi; e poi a Sua Maestà piace che un uomo abbia talvolta l'aspetto agitato e in disordine e che non sembri di continuo un pavone che fa la ruota.» E ciò dicendo lo lasciò nuovamente solo. Il coraggio della fanciulla aveva rianimato Anthony, e l'agitata vita del palazzo reale lo aveva suo malgrado distratto dai suoi mesti pensieri. Si mise a sedere vicino alla finestra lasciando errare lo sguardo sul prato. Dalla sala da pranzo, dove adesso la regina stava cenando con la sua corte, giungeva il suono di vari strumenti, ed egli pregò Dio di ispirargli parole adatte a commuovere quella fiera donna; poi pensò a Mary, la cui natura vivace e sensibile era per lui così attraente, e ricordò l'amore fanciullesco che aveva nutrito un tempo per lei, amore che aveva lasciato il posto a un rispettoso affetto fraterno. Ora incominciava a sentire che entrambi avevano da compiere una missione ancor più sublime di quella del matrimonio, e sentiva pure che la religione che rendeva quella donna così superiore, mantenendo la pura e leale in mezzo a una corte corrotta, tenera in mezzo a cuori freddi, piena di carità in mezzo a esseri egoisti, lo attirava irresistibilmente a sé. Passò quindi a considerare il modo col quale Mary compiva coraggiosamente la sua parte in quella corte protestante, dimostrando coi fatti quale fosse la forza che le dava la sua religione e si domandò che cosa facesse egli intanto. Gli ultimi tre giorni però avevano operato miracoli in
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lui; il modo col quale era stato ricevuto da Walsingham e da Aylmer, la loro apparente incapacità a considerare l'indegna astuzia sotto il suo vero aspetto, l'intero metodo del governo, e soprattutto la visione che egli aveva in quel momento di una buia cella dove su della paglia giaceva una silenziosa, sofferente figura d'uomo, tutto contribuiva a rendere ancora più forti le impressioni ricevute. E commosso pensò a quel suo coraggioso amico che aveva previsto un tale premio ancora prima di farsi prete, e che ora senza dubbio lo accettava con animo lieto e riconoscente. Poi a quella visione ne seguì un'altra; ed egli vide se stesso diventato cattolico e forse... ma Isabel! Che direbbe Isabel! E a quel pensiero si alzò e cominciò a camminare su e giù per la stanza. Alcuni minuti dopo ricomparve il solito servo per condurlo nella Presence Chamber, dove doveva avere luogo la rappresentazione. «Ho saputo dalla signorina Corbet» disse questi richiudendo un momento la porta «che lei è qui per adoprarsi in favore del signor Maxwell. Io pure, signore, sono cattolico e chiedo a Dio di benedirla. Perdoni, la prego, questa mia libertà.» Non essendo Anthony in abito da corte, fu introdotto nella parte più bassa della sala, dove era già una quantità di gente. La rappresentazione consisteva in un dramma classico recitato da alcuni ragazzi, ma Anthony era troppo preoccupato per prestarvi attenzione, e fu ben felice quando vide calare il sipario. Subito ci fu un gran movimento nella sala e di nuovo squillarono le trombe. Anthony approfittò di quel momento di confusione per uscire assieme ad alcuni altri e fermarsi vicino alla porta dalla quale doveva passare la regina col suo seguito; vi era appena giunto, quando d'improvviso udì risuonare un'aspra squillante voce femminile, accompagnata da risa sommesse. Un istante dopo, con sua grande meraviglia, vide uscire Mary la quale, senza dire parola, gli fece cenno di seguirla. In silenzio attraversarono insieme vari corridoi; giunti finalmente nel piccolo salotto, egli s'accorse che sul pallido volto di Mary c'era l'impronta di cinque dita e che i suoi occhi erano pieni di lacrime. «Non vi è più alcuna speranza per questa sera» disse facendo uno sforzo per non piangere. «Sua Maestà è arrabbiata con me.» «E... e...» disse Anthony pieno di stupore. «E mi ha schiaffeggiata» proseguì Mary cercando di sorridere. «Ma è stata tutta colpa mia. Ero seduta accanto a Sua Maestà pensando tutto il tempo al povero James, e certo dovevo avere l'aspetto triste, poiché alla fine della rappresentazione la regina, dopo avermi chiesto se mi era piaciuta, mi ha domandato se era per Scipione l'Africano o per qualcun altro che ero così mesta; e io sono rimasta silenziosa. Allora quel piccolo ranocchio di d'Alençon si è messo a ridere e sottovoce le ha detto in francese qualche cosa di brutto, che io ho potuto sentire. L'ho guardato severamente, ma la regina se n'è accorta e senz'altro mi ha schiaffeggiata in presenza di tutta la corte e poi mi ha comandato di uscire.»

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«Ma questo è un insulto!» esclamò Anthony furibondo e pieno di compassione. «Lei non deve più rimanere qui, signorina Corbet. Questa è già la seconda volta, non è vero?» «Ah, ma bisogna che io rimanga, altrimenti chi parlerà in favore dei cattolici? Ma ormai per questa sera è inutile cercar di vedere Sua Maestà; forse domani sarà pentita di ciò che ha fatto: spesso avvengono in lei di questi cambiamenti, e allora cercherà di rimediare in qualche modo; e quello sarà il momento buono per parlarle. Cosicché torni qui domani all'ora di pranzo.» «Oh se sapesse, signorina Corbet, quanto vorrei poter essere utile a qualche cosa!» E Mary a queste sue parole non seppe più trattenere le lacrime. Anthony ritornò a Lambeth afflitto e scoraggiato. Durante tutta la nottata non fece che sognare di cortei che gli sbarravano la strada per la quale doveva andare a salvare James, e ogni volta che incominciava a invocare aiuto le trombe soffocavano la sua voce, e la regina gli passava fiera davanti, salutando tutti eccetto lui. Il giorno dopo ritornò a Greenwich all'ora indicata da Mary. Era nel solito salotto da pochi minuti, quando essa entrò raggiante di gioia. «Glielo avevo detto, glielo avevo detto! La regina oggi è spiacente di ciò che ha fatto; proprio in questo momento mi ha dato una tiratina d'orecchi e mi ha detto di andare fra un'ora nel suo salotto e io allora la supplicherò di salvare il signor James; lei intanto si tenga pronto e non si perda d'animo, poiché con l'aiuto di Dio possiamo ancora riuscirvi.» Anthony la guardò pallido e sgomento. «E che cosa dovrò dirle?» «Ma ciò che le suggerirà il suo cuore. Le parli come ha parlato ieri con me; sappia essere ardito, ma non troppo; dica francamente che il signor James è uno dei suoi più cari amici e che è stato lei che lo ha involontariamente tradito. Sua Maestà apprezza le forti amicizie. Soggiunga che è un bel giovane, e che è alto e ben fatto; essa ammira molto le belle forme; le dica pure che non ha moglie, e che mai ne avrà; mogli e mariti non le vanno, nonostante la petite grenouille. Poi abbia il coraggio di fissarla come ha fissato me, quando piangevo come una bambina; le piacciono gli uomini che ardiscono farlo; però subito dopo volga lo sguardo altrove, come abbagliato dal suo splendore, e ciò, può essere sicuro, le farà ancor più piacere.» Anthony aveva ascoltato Mary con un'aria così stupefatta ch'essa finì col dare in una risata. «Ecco mio caro, le riassumo tutto in due parole: dica la verità e si mostri uomo; si ricordi, uomo; poiché quelli che sanno esserlo sono i prediletti di Sua Maestà, sebbene essa ami anche pecore come Chris Hatton e ranocchi come il Duca, e bertucce come il piccolo spagnolo, e scimmie chiacchierone e ballerine come il francese... e... e diavoli come Walsingham. Ma lei, ripeto, si mostri uomo, e non si lasci intimidire: non dubito che vi riuscirà.» E così dicendo fissò su di lui uno sguardo così tranquillo e sorridente ch' egli si sentì rianimato.
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«Ma prima bisognerà che beva un po' di vino; glielo mando subito: e aspetti qui di esser chiamato.» Quando però Anthony fu di nuovo solo, un senso di sgomento s'impadronì dell'animo suo al pensiero che tutto adesso dipendeva da lui, giacché la regina era di buon umore, e che forse una simile occasione non si sarebbe mai più presentata. Passarono alcuni minuti; poi a un tratto sentì un rumore di passi nell'andito e quindi aprire la porta; balzò in piedi credendo si venisse a chiamarlo per andare dalla regina; ma era soltanto un servo che gli portava un generoso vino italiano. Per rianimarsi ne bevve un lungo sorso e il sangue incominciò a scorrergli più rapido nelle vene; stava posando il bicchiere quando la porta fu riaperta. «Sua Maestà» disse un paggio inchinandosi «mi ha comandato di condurla alla sua presenza.» Tremante d'emozione Anthony lo seguì attraverso alcuni corridoi e poi per una scala a chiocciola di legno, che portava in una lunga galleria con vetri colorati; lì il paggio si fermò davanti a una porta e dopo avergli dato un' occhiata significativa, bussò e aprì. Anthony entrò e l'uscio fu richiuso.

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Capitolo X L'APPELLO A CESARE

Seduta su un'alta sedia intarsiata e tutta illuminata dal sole che penetrava da due finestroni dietro a lei, era un'immobile figura di donna in veste scarlatta, con lo sguardo rivolto verso la porta. Anthony avanzò di alcuni passi e le s'inginocchiò davanti, ma nell'atto di chinarsi si accorse di un'altra persona ritta dietro alla sedia, e notò pure che su un tavolino c'era un liuto e che dalle pareti pendevano degli arazzi; ma erano tutti particolari insignificanti che sparivano di fronte a quella grandiosa figura dal pallido volto, incorniciato da un'aureola di capelli rossicci. Per alcuni istanti nessuno pronunziò parola. Si udì il guaito d'un cane nella corte e il rumore di una porta sbattuta dal vento. La regina si mosse leggermente e il solo fruscio delle sue vesti diede un tremito ad Anthony. «Ebbene, signore?» diss'ella finalmente con voce fredda e squillante. «Maestà» rispose il giovane pigliando respiro, e per un istante alzò gli occhi su di lei, abbracciando con quella rapida occhiata ogni particolare della regale persona. Elisabetta indossava una veste scarlatta ricamata in oro, con maniche a grandi sbuffi e un'enorme gorgiera intorno al collo. «Lei si presenta stranamente vestito» disse Elisabetta. «Il mio cuore è oppresso, Maestà.» La regina fece un lieve movimento. «Lei non ci ha ancora detto per quale ragione. si è presentato a noi.» «Per ottenere giustizia dalla mia regina» rispose il giovane. «E misericordia da una donna» soggiunse dopo un istante. «È forse lei, birichina, che gli ha suggerito questo?» chiese Elisabetta volgendosi verso Mary, ritta dietro alla sua sedia. «Oh no, Maestà» rispose Mary in tono umile. «È il suo cuore che glielo ha ispirato.» «Ebbene» riprese Elisabetta. «Ci dica brevemente, signore, ciò che desidera da noi.» Anthony pensò che era venuto il momento di essere ardito.
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«Maestà, sono stato da Sir Francis Walsingham, e da sua eccellenza il vescovo di Londra, ma da nessuno dei due ho potuto ottenere né giustizia, né misericordia. Sono perciò venuto da Sua Maestà, affinché insegni loro il modo di comportarsi.» «Ma questa è un'insolenza verso i miei ministri!» «E ciò che mi ha detto monsignore» rispose Anthony, fissando quel viso dall' espressione dura e sul quale già si vedevano le tracce degli anni. La regina non seppe nascondere un leggero sorriso, e Mary da dietro la sedia fece al giovane un segno d'incoraggiamento. «Dunque, insolente, prosegua.» «E per uno che è stato dichiarato reo e traditore secondo le leggi di Sua Maestà, ma che è anche un coraggioso cavaliere cristiano, che io sono venuto a intercedere.» «Il suo amico non manca certo di coraggio» disse Elisabetta a Mary. «Oh no, Maestà, non ne ha mai mancato.» «Ebbene prosegua» riprese la regina in tono brusco. «Non posso passare tutta la giornata ad ascoltarla.» «Egli è un prete papista, Maestà, ed è stato preso mentre diceva la messa, e ora è prigioniero nella Torre; ed è già stato interrogato e messo alla tortura; è ancora molto giovane, ed è alto e robusto.» «Ma che m'importa di tutto ciò?» interruppe Elisabetta in tono aspro. «Non posso mica perdonare a ogni bel giovane del regno. E cos'altro ha da dire in suo favore?» «È stato preso con un'indegna astuzia; una spia, ingannandomi, ha fatto dire a me le parole che l'hanno fatto cadere nella rete.» E Anthony, la cui timidezza era ora del tutto scomparsa, parlò della sua amicizia per James Maxwell, amicizia che datava dalla loro infanzia; fece i più grandi elogi del suo carattere, affermò che era un vero gentiluomo, e poi narrò com'era stato ordito l'inganno. Egli adesso era dominato soltanto dal pensiero che non aveva che pochi minuti per perorare la sua causa, e che forse dalle sue parole dipendeva la salvezza o la morte dell'amico. La regina aveva abbandonato la sua rigida attitudine, e col gomito appoggiato al tavolino davanti a sé e le labbra dischiuse, lo ascoltava attentamente. «Ah, Maestà!» esclamò finalmente il giovane alzando le braccia in atto supplichevole. «Lei ha un cuore di donna; tutti i suoi sudditi sono concordi nell'affermarlo e quindi non può permettere che quest'uomo sia messo a morte. Nessuno ha mai udito dire che alcuna causa sia stata avvantaggiata da tradimenti; se i suoi sottoposti non sanno impadronirsi dei preti in modo onesto, faccia ch'essi piuttosto rinuncino a prenderli. Ma servirsi di un amico per far di lui un Giuda, far pronunciare a labbra amiche parole traditrici, oh, questa è cosa diabolica! Deh! Maestà, voglia rendergli la libertà. Un prete non potrà abbattere il regno, ma un solo delitto commesso in nome della giustizia potrà attirare l'ira divina su tutta la nazione. Pensi che una simile astuzia è peggio di qualsiasi insubordinazione; e come potremo
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noi inveire contro i Gesuiti, se facciamo peggio di loro? Maestà, salvi, salvi, salvi il mio amico. Oh, purtroppo so bene di non saper perorare questa giusta causa, ma Sua Maestà permetta che la causa parli per se stessa.» «No, no» disse dolcemente Elisabetta. «Lei si fa torto; il suo viso, signore, rivela un animo sincero e ciò vale per me più di qualsiasi parola. Dunque, Minnie» proseguì voltandosi verso Mary «è questa la grazia che lei voleva, ed è questo il suo avvocato? Davvero non ha scelto male. Ma ora parli lei.» Mary rimase un momento silenziosa, poi si gettò anch'essa ai suoi piedi, e appoggiando dolcemente le sue mani su quella della regina posata sul bracciolo: «Maestà, Maestà!» esclamò con voce vibrante d'emozione. «Pensi alla piccola cella della Torre, dove giace il misero giovane con le membra straziate; egli certo sta in ascolto del passo dei carnefici, che dovranno fra breve trascinarlo di nuovo alla tortura; ma egli è coraggioso e non si lascerà sfuggire alcun nome, e non già perché non ami Sua Maestà e non desideri servirla, ma perché anzi egli la serve e l'onora nel modo migliore, servendo e amando anzitutto il suo Dio. Pensi a lui nel momento in cui le sue membra saranno nuovamente stirate e contorte sino allo spasimo, ma anche in quell'istante le sue labbra riarse pronunceranno soltanto il dolce nome di Gesù. Pensi alla sua povera madre, laggiù nella solitaria campagna; essa certo non fa che pregare per il figlio, e più non dorme, e se un istante si assopisce crede di vederlo tra le mani dei crudeli carnefici e incomincia a piangere. Con una sola parola Sua Maestà può por fine a tanto strazio; può far sì che la madre riacquisti la pace e il figlio la libertà; e che questo giovane prostrato ai suoi piedi abbia la consolazione di essere il salvatore, anziché il traditore dell'amico. Egli è venuto qui confessando la sua colpa; le ha detto apertamente di avere cercato, nonostante le leggi dello Stato, di rendere un servizio all'amico, e ciò perché ritiene che l'amore sia la legge sovrana. Oh, quante anime è in potere di Sua Maestà di rendere felici. Quale potenza è quella di una regina! Voglia, oh voglia Sua Maestà essere pietosa, e usare quella misericordia con la quale spera un giorno di essere trattata.» Mary pronunciò queste ultime parole in tono così addolorato da dare l'impressione di un lungo lamento. La regina la fissò per alcuni istanti, poi con voce leggermente agitata disse: «Sì, sì, scioccherella, sarà fatto come lei vuole. Ha saputo troppo bene perorare la sua causa». «Che Iddio benedica Sua Maestà!» esclamò Anthony commosso. «Via, via, non siete che dei ragazzi» disse Elisabetta mentre Mary le baciava ripetutamente la mano. «Però anche due bei ragazzi; e ora alzatevi.» Essi ubbidirono e Mary riprese il suo posto dietro la sedia. «A dire il vero, mi avete messa in un grande imbarazzo; si dice già abbastanza che sono volubile; ma Sir Francis Walsingham dovrà ben pensare lui a trovare un espediente, poiché sono certa che ha avuto parte in questo arresto; anzi voglio parlargli subito. Minnie, mi chiami un paggio.»

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Mary aprì una porta all'altra estremità della stanza, e fece un cenno; subito comparve un paggio che s'inchinò profondamente. «Sir Francis Walsingham è qui a palazzo?» Il paggio fece un nuovo inchino. «Allora ditegli di venire qui. E voi vedrete che so tenere la mia parola» disse appena il paggio si fu ritirato. «Andate là» soggiunse.additando la porta dalla quale il paggio era uscito «e lasciate la porta socchiusa.» Mary, raggiante di gioia, prese Anthony per la mano. «Ah, non in presenza mia» esclamò la regina. E il giovane, nonostante la sua gioia, divenne rosso dalla rabbia. Dietro a quell'uscio c'era uno stanzino dove il paggio soleva stare di sentinella, e lì i due sedettero l'uno vicino all'altro. «Dio sia lodato» mormorò Anthony. Di nuovo risuonò l'aspra voce di Elisabetta. «Non fate chiasso là dentro.» Mary sorrise mettendosi un dito sulla bocca. Poi la regina fece un arpeggio sul liuto, e incominciò con voce metallica, ma abbastanza limpida e intonata, a cantare una romanza di Harrington: Whence comes my love? Ma a metà del primo verso si arrestò per gridare: «Avanti». Anthony udì aprire e richiudere la porta. Walsingham era entrato e s'inchinava davanti a Sua Maestà. «Desidero, Sir Francis, che sia subito messo in libertà un prigioniero che è nella Torre.» I due giovani trattennero il respiro per udire meglio; ci fu un momento di silenzio, poi risuonò la voce profonda di Walsingham. «Sua Maestà non ha che da comandare.» «Si chiama James Maxwell ed è un prete papista.» Seguì un assai più lungo silenzio. «Non so se Sua Maestà sia informata di tutti i particolari.» «Certo, signore, altrimenti non penserei a interpormi.» «Quando è stato arrestato, il popolo ha manifestato i suoi sentimenti in modo violento.» «Ebbene, che me ne importa?» «Ciò potrebbe diminuire l'ammirazione che il popolo ha per Vostra Maestà.» «Ma non ho detto che il mio nome non deve comparire? E poi, crede che abbia paura dell'ira dei miei sudditi?» Seguì un'altra pausa. «Ebbene, Sir Francis, perché non parla?» «Maestà, non ho nulla da dire.»
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«Dunque la cosa sarà fatta.» «Non vedo in questo momento come potrebbe essere fatta, ma si troverà il modo.» «Allora lo trovi subito» replicò la regina con la sua voce metallica. Mary si voltò verso Anthony con aria grave e stringendo le labbra. «È stato messo alla tortura due giorni fa, Maestà.» «Non le ho già detto che conosco tutti i particolari? Debbo ripeterglielo ancora?» Era chiaro che la regina cominciava ad arrabbiarsi. «Domando scusa, Maestà, volevo soltanto dire che è stato tenuto per alcune ore alla tortura.» Anthony rabbrividì e Mary lo guardò sorridendo dolcemente per infondergli coraggio. «Bene, bene» disse Elisabetta. «Non pretendo cose impossibili.» «Non sarebbero più tali, quando Sua Maestà le comandasse.» «Complimenti!» bisbigliò Mary all'orecchio di Anthony. «Dunque, signore, lei penserà a farlo curare da un medico e poi gli farà avere il permesso di partire appena sarà in grado di muoversi.» «Sarà fatto come comanda Sua Maestà. Domando scusa, ma...» «E ora che c'è di nuovo?» «Desidererei sapere quale è la volontà di Sua Maestà circa il futuro del signor Maxwell. Non si deve esigere niente da lui?» «Si capisce bene che se dirà di nuovo la messa, sarà a suo rischio e pericolo. Dovrà poi immediatamente fare il giuramento richiesto, e qualora si rifiutasse, gli sarà rilasciato un salvacondotto di quarantotto ore, entro le quali dovrà abbandonare il regno.» «Maestà, sono costretto a farle osservare...» «In nome di Dio!» esclamò Elisabetta alzandosi di scatto (e i due nello stanzino udirono il colpo dei suoi tacchi sul pavimento). «Sono o non sono la regina? Ne ho abbastanza dei suoi consigli. Lei, signore, presume troppo!» E con la mano scintillante di anelli diede un forte colpo sul tavolino facendo traballare il liuto. «Lei presume troppo dalla sua posizione, sono io che gliel'ho data e sono io che posso togliergliela. E lo farò se ardisce darmi ancora un solo consiglio. E ora pensi a fare eseguire subito la mia volontà, poiché non intendo ripetere i miei comandi.» Di nuovo ci fu silenzio, e i due giovani udirono aprire e chiudere la porta. Il cuore di Anthony batteva forte forte; nel momento in cui Elisabetta era balzata in piedi, anch'egli si era alzato tremante d'emozione; era bastato il suono di quella voce furente per fargli sentire un tremito in tutta la persona. Mary, abituata a simili sfuriate, lo aveva guardato sorridendo silenziosamente e scuotendo le spalle. Un fruscio di seta li
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avvertì che la regina si era rimessa a sedere; dopo un istante essa riprese il suo liuto e con la sua voce metallica, adesso agitata come le acque del mare dopo la tempesta, finì la romanza di Harrington. Appena ebbe terminato, Mary si alzò facendo cenno ad Anthony di fare altrettanto. «Ritornate qui, voi due» gridò la regina. «Ebbene» lasciando scorgere nel sorriso i suoi brutti denti. «Ho mantenuto la mia parola?» «Sua Maestà» rispose Mary inchinandosi fino a terra «ha certo oggi reso dei cuori felici; non intendo però parlate di quello di Sir Francis.» La regina si mise a ridere. «Venga qui» disse. «Qui accanto a me.» Mary sedette sul panchetto della regina appoggiando come una bimba il capo sulle sue ginocchia e guardandola sorridente, mentre Elisabetta la baciava ripetutamente sulla fronte. «Dunque» proseguì la regina con voce tenera. «Non ho fatto ammenda? Sono io forse una dura padrona?» E ciò dicendo mise il braccio sinistro attorno al collo di Mary e incominciò a trastullarsi con i suoi orecchini di diamanti e a carezzare il suo morbido viso. Anthony intanto guardava meravigliato quella tenera tigre, che pochi minuti prima aveva in modo così terribile dato sfogo alla sua ira. «Oh!» esclamò la regina. «Ecco ancora qui il signor Norris che ci guarda come se fossimo due mostri. Non ha mai visto due giovani donne farsi carezze, che è così meravigliato? Ah, Minnie, egli vorrebbe essere seduto al mio posto; non è vero, signore?» «No, Maestà, preferisco essere dove sono e poter guardare la mia regina» rispose Anthony in un momento di felice ispirazione. «Ma è già un perfetto cortigiano! Vedo che Minnie le ha dato lezioni; che birichina!» «Un cuore leale fu sempre il miglior cortigiano» rispose Mary prendendo delicatamente le mani della regina. «E qual è la cosa che le fa più piacere?» riprese Elisabetta. «Ascoltare Sua Maestà» rispose subito il giovane. «Lei Mary, ha uno scolaro molto sveglio. Intende parlare del liuto, non è vero, signor Norris?» «No, della voce di Sua Maestà. Avevo dimenticato il liuto.» «Questa volta la risposta è un po' insipida.» «Non è certo per mancanza di buona volontà.»

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Quella conversazione con quella strana, potente creatura in veste scarlatta, ricoperta di perle, sembrava al giovane un gioco di scherma, dove l'arma fosse la parola. «Ah! guardi guardi, Minnie, come si è fatto rosso!» esclamò la regina. Mary si voltò, e Anthony si fece di fuoco. «Maestà, porto la sua livrea» diss'egli in cerca di una scusa. Mary batté le mani guardando la regina. «Davvero Minnie, egli fa onore alla sua maestra!» «Sì, è vero, Maestà, ma sa fare ancora molte altre cose.» «Voglia, Maestà, estendere la sua misericordia, e comandare alla signorina Corbet di non accrescere la mia vergogna.» «Silenzio, signore. Continui pure Minnie: e che altro sa fare?» «Ah, è un così bravo cacciatore; bisognerebbe che Sua Maestà vedesse come ha addestrato bene la sua peregrina, alla quale ha dato il suo nome, ciò che dimostra com'egli sia un suddito fedele.» «Veramente ciò non mi persuade molto; i falchi sono uccelli crudeli.» «Non è già per la sua crudeltà che le ho dato il nome della mia regina.» «E allora perché, signor Norris?» «Perché essa s'innalza tanto al di sopra di ogni altra creatura e perché non cala mai se non per conquistare.» Mary guardò esultante Elisabetta, che le diede un buffetto sulla guancia. «Stia zitta lei, birichina, non deve dare incoraggiamenti al suo scolaro.» La regina, per la quale quel gioco di parole era un passatempo abituale, si divertiva adesso più che altro nell'osservare quel giovane di modi così semplici, che sapeva risponderle se non sempre con spirito, per lo meno con arditezza e vivacità; tuttavia incominciò a dare segni di stanchezza e disse ad Anthony che si facesse rivedere a cena e poi nei salotti. «Ah!» esclamò dopo un istante. «Ricordate che nessuno di voi deve rivelare come è avvenuta la liberazione del signor Maxwell, poiché ciò deve rimanere un atto segreto del Consiglio; il mio nome non deve in alcun modo comparire; Walsingham si prenderà cura di ciò.» Così dicendo la regina porse ad Anthony la sua delicata, profumata mano, ch'egli baciò in ginocchio con gratitudine. «Mi sembra che Minnie le abbia insegnato anche troppo» disse Elisabetta sorridendo. Il giovane, fatto ancora un profondo inchino, indietreggiò sino all'uscio e lì il suo sguardo si posò per un'ultima volta sull'imponente figura in veste scarlatta dalla vita snella e dal pallido volto ovale, incorniciato dall'aureola di capelli rossicci, la quale sorridendo lo fissava coi suoi piccoli occhi, avvolta tutta in una luce di gloria.
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In attesa dell'ora di cena Anthony andò a passeggiare lungo il fiume pensando a James e domandandosi se egli era già stato avvertito della sua liberazione; certo gli dispiaceva un poco non poter far sapere all'amico quanto si era adoperato in suo favore; ma la sua gioia era troppo sincera per poter essere veramente turbata da questo pensiero. Pensò poi alla regina, per la quale adesso provava una così viva gratitudine, sebbene non gli ispirasse simpatia; egli capiva troppo bene che la grazia concessagli non era stata che il risultato d'un capriccio, come capricci erano i suoi colpi e le sue carezze; di più, gli pareva che quelle sue arie giovanili non si addicessero a una donna di quella età; egli avrebbe voluto meno accordi di liuto e meno spiritose insinuazioni, e trovare in lei maggiore serietà e sentimento. Verso l'ora del tramonto tornò al palazzo per indossare l'abito di corte che Mary gli aveva fatto preparare: era di seta bianca, con giustacuore ricamato e grandi maniche a sbuffo, il mantello corto foderato di verde e il berretto bianco con una piuma; l'elegante costume era completato da una spada con elsa ingemmata, e da due grandi spille con smeraldi. Appena pronto, Anthony andò nella lunga galleria dalla quale Sua Maestà doveva passare per andare a cena e dove erano già ad attenderla molti gentiluomini. Poco dopo squillarono le trombe per annunciare il suo arrivo, e subito tutti s'inginocchiarono; ed ecco comparire una quantità di paggi con mazze, poi gentiluomini della guardia d'onore in splendidi costumi e finalmente la regina in veste di porpora e broccato, che avanzava sorridente, lasciando dietro di sé un forte profumo. Al suo fianco camminava il duca d'Alençon: piccolo, con la testa troppo grossa per il suo corpo, il viso butterato, la carnagione scura, vestito di velluto, col petto scintillante di decorazioni. Chiudevano il corteo le dame di corte, e fra esse Mary raggiante di gioia, che diede un'occhiata ad Anthony. Questi insieme agli altri gentiluomini le seguì nella vasta sala da pranzo, dove la tavola era preparata per Sua Maestà, il duca d'Alençon e altri grandi personaggi a una estremità; e all'altra per i commensali di grado inferiore. Durante la cena, che fu assai rumorosa poiché, oltre le voci di ben quattrocento persone, risuonò tutto il tempo una musica vivace e allegra eseguita da una piccola orchestra dall'alto di una galleria, egli ebbe agio di osservare gli splendidi arazzi, le armi e le corna di cervo che ornavano le pareti, il luccicante vasellame d'oro e d'argento e gli abiti dai vivaci colori dei numerosi invitati. Finita la cena alcuni ragazzi salirono nella galleria, dove cantarono il rendimento di grazie, dopo di che la regina si ritirò col suo seguito nei suoi appartamenti. Anthony, secondo l'ordine ricevuto si preparava ad andare nei salotti, allorché, giunto ai piedi dello scalone incontrò Mary che gli fece attraversare alcuni corridoi, dove sempre più distinta giungeva una voce di donna con accompagnamento di spinetta; poi quel canto cessò e risuonarono fragorosi applausi. «E Lady Leicester» disse Mary aprendo una porta, e Anthony vide davanti a sé una sfilata di tre splendide sale, che, avendo le porte di comunicazione aperte, facevano l'effetto di un solo, immenso salone. Tanto nella prima che nella seconda erano gentiluomini e dame di corte, che discorrevano e ridevano fra loro; in quella di fondo, più elevata delle altre, era la regina insieme a Lady Leicester, la quale aveva
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appunto finito di cantare, e alcuni grandi personaggi. Mary si fermò nella seconda sala, dove nel mezzo ardeva un gran fuoco; i cortigiani seduti intorno dettero un'occhiata al nuovo venuto, ma vistolo in compagnia della signorina Corbet si sentirono rassicurati sulla sua rispettabilità e si misero a chiacchierare. «Minnie, Minnie» gridò a un tratto la regina. «Venga qui a danzare una pavana con noi, se pur le riesce di rinunciare un momento alla compagnia del suo amico.» Evidentemente Sua Maestà era di buon umore. Mary andò subito da lei mentre gli altri interrompevano i giochi e le conversazioni, poiché a Sua Maestà occorrevano spettatori e applausi. Si udirono alcuni dolci accordi di liuto e subito dopo la regina e le sue dame incominciarono una pavana, danza di movimento lento e grave. Lo sguardo di Anthony si posava ora sui luccicanti piedini ora sulle svelte ed eleganti figure, che con graziose movenze agitavano nubi di veli e di trine. La dolce luce dei candelabri e del fuoco illuminava il fantastico spettacolo accompagnato da una flebile musica, la quale pareva lo stesso lento, maestoso movimento trasformato in melodia, e che era ravvivata ogni tanto da un leggero colpo di tamburello. Quando poi quell'aiola di fiori cessò di ondeggiare sotto la brezza musicale, ci fu un momento di silenzio al quale seguirono fragorosi applausi e poi risuonò un'allegra musica di flauti, di strumenti a corda e di tamburi. Dopo una breve pausa la regina fece il primo passo di un'altra danza e tutte le dame si abbandonarono con lei all'animato coranto. Avanzarono dapprima in una sola fila, sì che le fibbie di diamanti delle loro scarpine parevano una sola striscia sfolgorante; a ogni passo le ricche sottane di broccato sollevandosi alquanto lasciavano intravvedere vaporose, bianche gale, mentre i veli svolazzanti ora scoprivano ora nascondevano le spalle. Sui loro visi intanto si leggevano diverse espressioni: colei che considerava la danza come un'azione importante, appariva preoccupata unicamente di far con arte ogni passo; un'altra, col sorriso che illuminava tutto il suo volto, rivelava l'ebbrezza che le davano la musica e il ballo; un'altra ancora, conscia soltanto della propria bellezza, mostrava il desiderio di riuscire ancora più affascinante con le graziose movenze. Anthony guardava ora l'uno ora l'altro di quei visi, ma il suo sguardo si posava in special modo su quello pallido, ovale, della regina, incorniciato dalla capigliatura rossiccia intrecciata di perle. Essa teneva il labbro inferiore forzatamente rialzato per nascondere i brutti denti, ciò che le dava un'espressione arcigna; e sul magro petto sobbalzavano le lunghe, grosse file di perle. Quando un'ora dopo Anthony lasciò quelle sale, era del tutto inebriato dalla musica, dalla danza, dallo sfavillio di colori e di gioielli; gli pareva di aver trovato in quel luogo di ebbrezza il segreto della vita, gli antichi sogni si erano ridestati in lui e di nuovo sentiva tutto il fascino della figura di Mary Corbet coi suoi capelli neri, gli occhi scintillanti, le labbra vermiglie e il suo soave profumo di viole. Nell'attraversare il cortile illuminato dalle stelle ebbe l'impressione che essa gli camminasse davanti tendendogli le mani, chiamandolo «caro amico», invitandolo ad abbandonare la sua vita oscura e monotona per ascendere con lei a una mistica

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regione di poesia e di amore, dove avrebbero vissuto eternamente insieme ascoltando una musica dolce e melodiosa ravvivata da colpi di tamburello. Ma poco dopo, cavalcando di nuovo verso Lambeth, l'abito scuro che indossava, lo scricchiolio della sella, il vento freddo che soffiava attraverso i larici del fiume risvegliarono in lui l'antico buon senso puritano, ed egli pensò che quel melodioso mondo era una sfarzosa assurdità; che ballare non era lo stesso che vivere, e che Mary Corbet non era che un arcobaleno su della schiuma, che sarebbe svanito ai primi raggi del sole; ma che tanto lei che lui erano anime umane che il Salvatore aveva redento con la sua morte, e che dovevano compiere l'opera ch'Egli aveva loro assegnata senza sprecar tempo né forze in follie. E pensò che James Maxwell, prigioniero nella Torre, con le membra dolenti, la fronte e le labbra madide di un sudore d'agonia, era nel vero; mentre quella magra, acre, furiosa donna in veste scarlatta, ornata di perle, che cenava allo squillo di trombe e danzava al suono dei liuti, era completamente e per sempre nell'errore.

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Capitolo XI UNA STAZIONE DELLA VIA CRUCIS

Dicono i filosofi che il valore dell'esistenza non sta nelle cose che noi percepiamo, ma nella nostra facoltà di percezione: così il dolore di una bambina per una bambola rotta non è meno intenso di quello di un pagano alla vista di un idolo spezzato, né di quello di un re per la rovina di un regno; per la stessa ragione il conflitto che straziò l'animo di Isabel durante tutto l'autunno e l'inverno non fu meno doloroso delle sofferenze fisiche di James alla tortura, né di quelle morali di Lady Maxwell, né delle ansie di Anthony in attesa della liberazione dell'amico. Isabel aveva un animo sommamente sensibile, ma al tempo stesso oltremodo forte nel sopportare il dolore. Se fosse stata meno coscienziosa, non avrebbe dato ascolto alla voce dell'amore divino che pareva chiamarla entro la Chiesa cattolica; se fosse stata meno semplice e meno tenera di sentimenti, avrebbe saputo soffocare il suo amore per Hubert, e in tal modo non si sarebbe più sentita straziata da ambedue le parti. In certi momenti le pareva che i vincoli dai quali era stretta si allentassero ora da un lato ora dall'altro; ma il sollievo che ne provava era passeggero, e appena cercava di godere di una decisione divenuta per lei possibile, essi si stringevano d'un tratto, e di nuovo si sentiva alla tortura. Allora incominciò a provare terrore della notte con le sue lunghe ore d'inquietudine e di tormento: quando la sera si ritirava in camera, si metteva a leggere o a pregare nella speranza di distrarsi sino a che il sonno fosse diventato una necessità assoluta; ma non appena si era coricata, esso si faceva scherno di lei agitando le ali, e volava via lasciandola completamente sveglia a fissare le tenebre, e ciò sino a che dagli spiragli della finestra non appariva un po' di luce, e si udiva il primo canto del gallo. Isabel aveva deciso di non palesare a nessuno lo stato dell'animo suo; ma alla fine sentì un'assoluta necessità di aprirsi con Mrs. Margaret: tuttavia non ebbe il coraggio di dirle il bisogno che provava dell'amore di Hubert, sembrandole che una vecchia monaca non avrebbe mai potuto capire il suo sentimento. «Mia cara» le disse la vecchia signora «non ci sarebbe il Calvario se non ci fossero le tenebre, e tu non puoi avere Cristo senza il Calvario; ricordati che la Luce del Mondo si nasconde di preferenza fra le tenebre, e se tu sentissi che vi è un'anima umana realmente capace di intenderti, le tenebre sarebbero già per te scomparse. Due
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volte in vita mia mi sono trovata in una simile notte; credo che la terza volta sarà nella valle della morte.» Isabel non comprese del tutto il significato di quelle parole, tuttavia fu per lei una specie di conforto sapere che altri avevano appressato le labbra all'amaro calice, e che la bevanda, per quanto amara, non era velenosa. Un'altra volta, passeggiando con lei sotto ai pini, aveva di nuovo cercato di farle intendere lo stato di desolazione dell'anima sua. «Ascolta, mia cara» le aveva risposto Mrs. Margaret. «Ti voglio confidare un segreto. Laggiù» e così dicendo le aveva additato la parte dove il sole splendeva ancora dietro gli alberi e le colline «laggiù a West Grinsted c'è Nostro Signore nel Santissimo Sacramento; il Suo Corpo è là, solo, trascurato, dimenticato da tutti, salvo che da poche anime, mentre vent'anni addietro era adorato da tutta l'Inghilterra: guarda e considera se vi può essere dolore simile...» Ma nel vedere lo sguardo pieno di sgomento di Isabel, si era arrestata d'un tratto. Da quel giorno quel pensiero non abbandonò più la fanciulla, e talvolta le riuscì di conforto. Tuttavia spesso si domandava: «È vero? Sto sacrificando la mia vita per un sogno, per una novella di fate? Oppure è vero che quel Corpo che millecinquecento anni fa è stato appeso in croce, è ora solitario e nascosto in una pisside d'argento? È vero, oh Dio?». Anche il giorno di Natale era passato; ma ormai pareva a Isabel che perfino i più teneri misteri della religione cristiana non producessero più alcuna impressione su di lei: essa camminava nel regno della grazia come in quello della natura, senza sentirne lo spirito; un dolore interno aveva assorbito tutte le sue potenze sensitive, in modo da renderla insensibile a qualsiasi altra cosa. Perciò, la mattina di Natale tanto il lieto suono delle campane, quanto la vista della neve e dell'allegra fiamma nel salotto, dove i sempreverdi diffondevano il loro penetrante profumo e le rosse bacche inghirlandavano i quadri, l'avevano lasciata del tutto indifferente. Andata poi in chiesa, si era inginocchiata alla balaustra per adorarvi il Divino Infante. Ma anche nel momento di ricevere i sacri simboli della Sua Carne e del Suo Sangue, e quando aveva supplicato il Signore di usarle quell'amorosa tenerezza che lo aveva fatto scendere dal cielo, aveva sentito che tutto ciò era per lei meno reale del suono della voce di Hubert, allorché due mesi addietro le aveva detto addio, e meno reale ancora di quei dolorosi pensieri che come frecce le trafiggevano l'anima. Quando poi le corde sensitive dell'anima sua erano state tese sino allo spasimo, una mano invisibile le faceva vibrare, senza che esse però si strappassero. Ad accrescere infine il dolore di Isabel, si era aggiunta la notizia del tradimento di suo fratello. E ora, con l'avvicinarsi della Pasqua, veniva a turbarla anche il pensiero del prossimo ritorno di Hubert, al quale aveva promesso di dare una risposta. Il martedì dopo l'arresto di James, Lady Maxwell aveva di buon' ora mandato ad Anthony il biglietto di Isabel per mezzo di un messaggero, il quale al suo ritorno il giorno seguente aveva detto di essere stato incaricato di far sapere che non c'era risposta. Che cosa poteva significare se non che nessuna risposta era possibile?
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Tuttavia Isabel non pensò né che il fratello fosse colpevole, né che egli fosse innocente: il dolore l'aveva resa così passiva che quel nuovo colpo non fece che produrre in lei l'effetto opprimente di una suggestione ipnotica. La sua volontà non accettò il fatto come vero, né il suo intelletto lo prese in considerazione; ma essa soccombé sotto il suo peso. Non scrisse dunque di nuovo ad Anthony, né interrogò nuovamente il servo; se lo avesse fatto avrebbe forse finito per sapere ch'egli aveva perduto il biglietto che gli era stato consegnato e che per non confessare il suo fallo aveva detto una menzogna. L'animo di Isabel, ormai completamente affranto, aveva cessato di essere, agitato: l'ultima sua speranza era svanita: Anthony aveva tradito l'amico. Passò così una settimana. Non avendo dimenticato la raccomandazione della signora Dent di occuparsi dei poveri e degli infermi, uscì nel pomeriggio del sabato seguente per visitare alcuni ammalati che abitavano fuori del villaggio. Nel far ritorno verso sera, costeggiò la foresta di Ashdown; la neve caduta prima di Natale si era già sciolta e così pure il ghiaccio; l'aria era pesante e nel cielo plumbeo si vedevano strisce di luce viva e rossastra. Isabel fissò un momento l'oscuro gruppo di case di Great Keynes pensando alle gioie domestiche che vi si nascondevano e che così violentemente contrastavano con lo stato di desolazione dell'animo suo, e poi si avviò verso la Hall per comunicare a Lady Maxwell le notizie dei suoi malati. Nell'attraversare il villaggio notò con meraviglia che aveva un aspetto insolito; varie porte erano spalancate, e nell'interno i lumi erano accesi come se gli abitanti fossero usciti improvvisamente senza pensare a spegnerli; altre case erano invece ancora completamente buie, sebbene la sera fosse già avanzata; per la strada poi non c'era anima viva. Giunta al cancello lo aprì in fretta, ma si arrestò quasi subito alla vista di un gruppo di uomini, donne e bambini, che parevano ascoltare un tale, il quale parlava sommessamente in mezzo a loro. Sorpresa, avanzò di alcuni passi e allora riconobbe in quell'individuo il servo di James. «Che cosa è accaduto?» gli domandò sottovoce. «E arrivato il signor James, e ora è con Lady Maxwell. Vuol passare signorina?» «Il signor James? e non ci sono notizie del signor Anthony o... del signor Hubert!» «No signorina.» Poi esitante soggiunse: «Il signor James è stato messo alla tortura» e ciò dicendo gli sfuggì un singhiozzo. Isabel ebbe un'esclamazione di terrore e indietreggiò vacillando. Un mormorio di compassione si diffuse fra i presenti. «Le domando scusa» ripigliò il servo «non avrei dovuto...» «È di sopra?» domandò Isabel. «Sì, signorina.»

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Essa fissò su di lui uno sguardo pieno di sgomento, e poi risolutamente entrò in casa. Nel vestibolo erano servi, staffieri e camerieri, e tutti silenziosi. Al comparire di Isabel fu sussurrato il suo nome, ma nessuno si fece avanti. Attraversò il vestibolo, e si avviò verso l'ala del chiostro; ma giunta ai piedi della scala si arrestò tremante d'emozione e tese l'orecchio: non si udiva alcun suono; i lumi per le scale non erano ancora stati accesi e un po' di luce penetrava soltanto dalla finestra che dava sul terrazzo. Era tremendo pensare che lì, a pochi passi da lei, c'era la personificazione stessa del dolore. Le pareva che quel silenzio fosse più spaventoso della morte stessa; un grido, un lamento, l'avrebbe quasi sollevata. Con occhi dilatati dal terrore, volse in giro lo sguardo: avrebbe voluto tornare indietro, ma sentì di non poterlo fare; volle gridare e non ne ebbe la forza; salì alcuni scalini e poi si arrestò tremante, e ancora tese l'orecchio nella speranza di udire qualche suono, ma invano. Finalmente giunse in cima alle scale e si trovò di fronte alla porta del salottino di Lady Maxwell, dalle cui fessure traspariva un po' di luce. Per alcuni istanti rimase lì immobile, in preda alla più grande agitazione; poi fattasi coraggio picchiò leggermente. Nessuno rispose; le parve però di udire un gocciolare d'acqua. Picchiò di nuovo e questa volta sentì un lieve bisbiglio; allora aprì la porta. Nel mezzo della stanza, vicino a un tavolino con sopra delle candele accese, stavano tre figure perfettamente immobili. Isabel aveva visto una volta, in un libro di preghiere di Mrs. Margaret, un'incisione rappresentante una Pietà, ossia la Vergine col Figlio morto in grembo e Maria Maddalena inginocchiata da un lato, in atto di sorreggere una mano di Cristo, e nel contemplare adesso il pietoso gruppo le parve di avere davanti a sé una rappresentazione viva e reale della dolorosa scena. Lady Maxwell era china sul figlio, il quale con il capo abbandonato sul petto della madre pareva svenuto; la barba e i capelli neri facevano maggiormente risaltare il pallore del volto illuminato dalla luce tremolante delle candele; la bocca semiaperta contribuiva a dargli l'aspetto di un morto. Mrs. Margaret, inginocchiata accanto a lui, gli sorreggeva la mano sinistra, bagnandola delicatamente con una spugna, mentre la madre gli passava ogni tanto un fazzoletto sul volto; per terra era una lunga fascia, e l'aria era impregnata di un odore d'unguento. La debole luce crepuscolare e quella delle candele illuminavano stranamente le tre meste, silenziose figure e la tavola, che dava l'idea di un altare. Non si udiva alcun suono fuorché il gocciolare dell'acqua nella catinella e il tranquillo respiro delle due signore e del giovane. A un tratto Isabel, che era rimasta immobile vicino alla porta, non seppe più trattenersi e cadendo in ginocchio esclamò: «Oh Anthony, Anthony. No, Anthony, non è possibile che tu sia stato la causa di tutto ciò». Si udì un lungo respiro di James, e poi un lamento; un tremito agitò la sua persona; quindi con voce forte e straziante gridò: «Jesu... Jesu... esto mihi... Jesus». Egli stava riprendendo i sensi, ma credeva di esser sempre alla tortura.
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Lady Maxwell non pronunciò parola, ma strinse maggiormente il figlio al petto, chinandosi ancor più su di lui. James si agitò nuovamente, aprì gli occhi e riconobbe sua madre. Mrs. Margaret gli prese allora la mano e delicatamente incominciò a fasciarla. A un tratto James si voltò verso la fanciulla che era rimasta in ginocchio e la fissò per alcuni istanti; poi con voce affannosa pronunciò il suo nome. Mrs. Margaret volse anch'essa gli occhi verso Isabel e il suo dolce sguardo alleviò la terribile oppressione di quel povero cuore. «Vieni ad aiutarmi» disse la vecchia signora. «No no, tu stai fermo» soggiunse rivolgendosi a James, che aveva fatto un movimento per alzarsi. Nell'avvicinarsi Isabel fu colpita dalla strana espressione del volto del giovane, che pareva quello di una persona che era stata lungamente ammalata. «Vede, signorina Isabel, non mi è permesso di alzarmi.» Gli occhi della fanciulla si riempirono di lacrime; quello sforzo per non mancare alla sua abituale cortesia era oltremodo commovente. Nel sorreggere poi la sua mano vide che le dita erano gonfie e slogate e che il suo avambraccio aveva perso la forma e il colore naturale. Alzò su di lui uno sguardo pieno di angoscia, ma già egli si era voltato a guardare sua madre. «Ecco fatto» disse Mrs. Margaret, facendo l'ultimo nodo. James la guardò con gratitudine ed essa sorridendo dolcemente uscì dalla stanza. «Questa non è che una visita alla sfuggita, signorina Isabel» disse James dopo un momento. «Bisogna che riparta domani.» Egli si era adesso rizzato a sedere, ma sua madre continuava a cingergli la persona col braccio; e Isabel, al suono di quella voce così debole, pensò con un senso di terrore alla tortura che aveva potuto fare di quell'uomo già così forte una debole creatura che s'abbandonava fra le braccia materne. Lady Maxwell non aveva ancora detto una sola parola; il suo viso, solcato da rughe e incorniciato dai bianchi capelli, aveva acquistato una nuova e suprema dignità; non vi si leggeva né ansia, né agitazione, ma un calmo, terribile dolore, che superava ogni umana sofferenza; in quella profonda tranquillità, che accompagna solo una suprema angoscia, essa non era conscia che del figlio. Dopo alcuni istanti Mrs. Margaret tornò con un bicchiere di vino che avvicinò alle labbra del prete, il quale ne bevve alcuni sorsi. Essa guardò ancora un momento la madre e il figlio, poi disse a Isabel: «Ora vieni con me; qui non c'è altro da fare». Appena giunte nel salotto al piano terreno, la vecchia monaca sedutasi attirò dolcemente a sé la fanciulla, che si mise su uno sgabello ai suoi piedi appoggiando il capo alle sue ginocchia. Per alcuni minuti rimasero silenziose; poi a un tratto un moto convulso scosse Isabel che scoppiò in un pianto dirotto.
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«Mia cara» disse la vecchia signora colla sua dolce voce «dovremmo ringraziare Dio di quanto è accaduto anziché affliggerci; è consolante pensare che questa casa ha già dato due confessori della Chiesa. Ma so bene a che cosa pensi; pensi a quei due giovani che tutt'e due amiamo tanto. Ma vedi, noi non possiamo dire nulla con certezza di loro, e dobbiamo confidare in Dio. Forse non sarà vero ciò che è stato detto di Anthony, e poi se anche lo fosse... Forse dopo tutto egli avrà creduto in tal modo di servire Sua Maestà. In quanto a Hubert...» Isabel fissò su di lei uno sguardo interrogativo, e pieno di terrore. «No, mia cara figliola, non devi guardarmi così. Non vi è nulla di peggio che non confidare in Dio.» «Anthony, Anthony» mormorò la fanciulla. «James ci ha ripetuto ciò che ha detto quel signore» proseguì Mrs. Margaret «ma non ha detto neppure una parola dura contro di lui, e so che non lo condanna: conosco il suo cuore. Egli non sa in che modo sia stato messo in libertà, né per ordine di chi; ma soltanto che lunedì deve avere lasciato l'Inghilterra, e perciò partirà di qui domani nella stessa lettiga con la quale è venuto e, se sarà in grado, domattina celebrerà la messa.» «La messa? qui?» chiese la fanciulla sottovoce, cessando a un tratto di singhiozzare. «Sì cara, così ha stabilito se gli sarà possibile reggersi in piedi e servirsi delle sue mani.» Ma Isabel continuava a fissarla con lo sguardo vago. «Non devi essere così turbata; James considera le sue piaghe come la più preziosa cosa al mondo, e così pure sua madre.» «Bisogna che io senta la messa.» «Tu non sai ora ciò che dici» rispose con dolcezza Mrs. Margaret. «Oh sì, lo so; voglio veramente ascoltarla, perché tale è la volontà del Signore.» La vecchia signora prese dolcemente fra le mani il viso della fanciulla e fissò i suoi grandi, mesti occhi, ma questa sostenne tranquilla il suo sguardo; poi dopo alcuni minuti incominciò a parlare con frasi rotte; ma le sue idee erano chiare e ordinate, e giusta era la sua interpretazione di quanto le era accaduto negli ultimi mesi. Con le mani incrociate sulle ginocchia di Mrs. Margaret, le confessò tutti i suoi contrasti, districando finalmente i complicati fili della sua volontà, della sua condotta, del suo accecamento, che tanto si erano intrecciati nella sua vita. Un senso di meraviglia s'impadroniva intanto della vecchia signora nel vedere come l'istinto spirituale di questa fanciulla puritana le facesse interpretare giustamente i moventi della propria condotta, eliminando quelli che erano personali, e fermandosi a quelli che erano di ispirazione divina; e come adesso avanzava piena di fiducia fra i banchi di sabbia di un intelletto e di una coscienza scrupolosa, e i nascosti scogli di quella presunzione e disperazione che l'avevano così a lungo resa
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perplessa, tracciando in mezzo a essi il sicuro canale dell'intenzione di Dio, il quale nella sua bontà le aveva concesso di uscire dai tortuosi e ingannevoli viluppi di carattere e di circostanze, nel vasto, aperto mare della sua sovrana volontà. Ma per giungere a ciò era stato necessario un fatto supremamente tragico, che le era stato rivelato dal pietoso gruppo della madre e del figlio. In esso la fanciulla aveva visto una gloriosa manifestazione di un altro dolore, e di un'altra vittoria; in quell'umana Pietà aveva ritrovato quasi tutti gli elementi del proprio dolore, e in special modo il supremo sacrificio dell'amore umano subordinato a quello divino; aveva visto l'amore umano purificato, trasfigurato e reso invincibile e immortale nella sua stessa immolazione ai piedi di Dio; dal corpo martoriato del figlio, e dal cuore trafitto della madre, era venuta luce al suo animo perplesso e tormentato; e al chiarore che si sprigionava dalle tenebre del loro dolore, aveva visto la strada che doveva percorrere. «Isabel» disse infine Mrs. Margaret. «Credo anch'io adesso che questa sia la volontà del Signore; chiederò perciò a James il permesso che tu assista alla messa, e tu passerai qui la notte.» La cappella della Hall era nell'ala del chiostro, ma certo nessun estraneo avrebbe mai sospettato che fosse l'andito che univa il salottino di Lady Maxwell con la sua camera da letto. Quest'andito di circa quattro metri per ogni lato pareva avere la stessa larghezza delle due stanze, ma non era che un'illusione prodotta dal fatto che una delle sue pareti era un poco sporgente e l'altra più sottile, mentre le pareti delle stanze erano rivestite di legno e di pesanti arazzi. In quell'andito non c'era che un gran cassone con dentro un vecchio vestito e delle stoffe, ma, spingendo il suo fondo in due punti contemporaneamente, l'asse dal lato della parete cedeva, rivelando un nascondiglio, dove erano riposti gli arredi sacri; di lì poi si passava in una stanzina dove vi era posto per due persone e dalla quale, in caso di estremo pericolo, si poteva arrivare sul tetto. La mattina seguente, prima ancora delle quattro, Mrs. Margaret andò a svegliare Isabel, raccomandandole di vestirsi al buio perché la casa poteva essere sorvegliata e dalla finestra trasparire un po' di luce. La fanciulla si vestì in fretta e poi, attraversati alcuni corridoi rischiarati soltanto da lumicini a olio posti negli angoli, entrò nel salottino di Lady Maxwell e quindi nell'andito, che aveva adesso un aspetto del tutto diverso dal solito. Il cassone, trasformato in altare, era ricoperto da una tovaglia; un piccolo rialzo indicava il posto della pietra sacra e nel mezzo era un gran crocifisso d'argento con ai lati delle candele accese; il davanti del cassone, sul quale era scolpito il sacrificio di Abramo e l'offerta di Melchisedech, faceva le veci di paliotto e alla parete era appeso un quadro raffigurante la Vergine col Bambino Gesù. Tre panche erano state poste davanti all'altare. Isabel andò a prender posto nella prima accanto a Mrs. Margaret; in quelle dietro erano già varie persone di servizio. Fuori spirava una leggera brezza e l'aria dell'andito, anch'essa un poco mossa, faceva vacillare le fiammelle delle candele. Dopo un po' si udì il passo di una persona che camminava a stento, e si vide comparire il prete in veste talare sostenuto da sua madre; giunti vicini al posto di Lady Maxwell, egli le fece un rispettoso inchino; poi lentamente si avvicinò all'altare e si fece il segno della croce.
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Uno dei servi, accortosi che non aveva la forza d'indossare da solo le vesti sacerdotali, gli pose intorno al collo l'amitto; poi gli mise il camice raccogliendolo intorno ai fianchi col cingolo; gli dette la stola da baciare, gli adattò il manipolo al braccio sinistro e per ultimo lo coprì con la rossa pianeta e il prete fu di nuovo, come la domenica precedente, in rossi paramenti; ma ahimè, quanto cambiato! Quindi il servo gli si inginocchiò accanto e il sacerdote incominciò a recitare le preghiere che servono di preparazione all'atto più grande della religione; accostatosi poi all'altare, si chinò lentamente, lo baciò e la messa ebbe principio. L'attenzione di Isabel era così concentrata nell'ascoltare quel mormorio di parole latine e nell'osservare i movimenti del prete, che non aprì neppure il libro di preghiere imprestatole da Mrs. Margaret. Sino allora il culto pubblico era stato per lei qualche cosa di affatto diverso, ed era consistito nell'ascoltare il predicatore dal pulpito, credendo che la sua parola dovesse avere un effetto sacramentale sull'anima, o nel seguire le preghiere che egli recitava distintamente e con enfasi affinché l'intelletto dei suoi uditori vi assentisse con un sincero Amen. Il ministro protestante era un ministro della parola di Dio all'uomo, era un interprete del Vangelo; qui invece il sacerdote si rivolgeva a Dio e non all'uomo, e per questa ragione parlava a bassa voce e in una lingua che, come Campion aveva detto sul patibolo, «entrambi intendevano». Inoltre, e qui stava la seconda fondamentale differenza, non era affatto necessario seguire parola per parola ciò che il prete diceva, poiché l'essenza di quel culto non consisteva nell'afferrare il significato di parole, ma in un volontario e pieno assenso e partecipazione dei fedeli al supremo atto per il quale le parole erano sì necessarie, ma subordinate; era dunque l'atto che aveva valore presso Dio, e non già le parole. E Isabel, nel pensare che per quei cattolici lì riuniti era di nuovo offerto a Dio il Sacrificio della Croce, si sentì, per quanto non intravedesse ancora che in modo confuso il sublime mistero, profondamente commossa. Intanto Iddio, che dall'alto dei cieli aveva guardato con compiacenza fra le tenebre del Calvario allorquando vi si compiva l'atto supremo col quale il mondo veniva redento, guardava ora nell'oscura cappellina, dove si rinnovava il medesimo Sacrificio per opera di un uomo, il quale, in virtù della sua partecipazione al sacerdozio del Figlio di Dio, aveva il potere di pronunciare quelle impressionanti parole, per mezzo delle quali quel Corpo che era stato appeso in croce, e quel Sangue che da Esso era uscito, erano di nuovo esposti ai Suoi occhi sotto le specie del pane e del vino. La voce del sacerdote si fece sempre più sommessa, sino a che si spense in un solenne silenzio; i fedeli si prostrarono in una più profonda adorazione ed egli, con un doloroso sforzo, alzò le deboli braccia tenendo l'Ostia fra le dita; in quel momento anche la giovane puritana chinò il capo, ed elevò il cuore a Dio supplicandolo di guardare il mistero che si stava compiendo in terra e, per amore del Suo Figlio diletto, di diffondere la Sua Grazia sulla Chiesa cattolica, di fortificare e salvare i vivi, di dare pace e riposo ai morti, e di ricordarsi in special modo di suo fratello Anthony e di Hubert, ch'essa amava tanto; di Mrs. Margaret, di Lady Maxwell e di suo figlio, il
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quale non solo come prete, ma anche come vittima aveva acquistato una somiglianza con l'Eterno Sacerdote, e che ora portava sul suo corpo i suggelli di Gesù Cristo. Allorché il sacerdote si fu comunicato, Lady Maxwell e Mrs. Margaret si alzarono per ricevere da lui il Corpo del Signore; seguirono alcune brevi preghiere e con esse ebbe termine la messa. Isabel aiutò allora Mrs. Margaret a rimettere tutto a posto e poi uscì con lei dalla cappella, dove non rimasero che il sacerdote e sua madre. Giunte nel salottino, la vecchia signora gettò le braccia al collo della fanciulla. «Che Dio ti benedica! avevo pregato tanto per te. Adesso torna a coricarti perché non sono che le cinque; ti chiamerò prima che James parta.» La fanciulla obbedì ma stette a lungo senza poter prender sonno; le pareva ancora di udire la voce sommessa del prete, e di vederlo chinarsi per baciare l'altare, mentre accanto a lui, in ginocchio e a capo chino, stava il vecchio servitore. Poi cominciò a riflettere su ciò che aveva fatto: era stata presente a quello che il governo considerava un delitto; ed era per quell'innocente insieme di atti, di parole e di oggetti che creature di carne e ossa come lei erano pronte a morire, mentre altre avevano il coraggio di metterle a morte. Sì, era alla messa, a quell'atto sublime e terribile, così pieno di significato e di valore ch'essa aveva assistito. Pensò ad Anthony che sarebbe stato così indignato se lo avesse saputo; a Hubert che forse per lei aveva rinunciato a questa fede sublime; a suo padre che su questa terra non l'aveva mai conosciuta, e finalmente a Mrs. Margaret, la quale possedeva una così profonda vita spirituale da superare tutto ciò che lei aveva mai sperimentato, o soltanto immaginato, e l'anima di questa vita era la messa. Questo insieme di atti e di parole pure per migliaia di altre persone era più prezioso di qualsiasi preghiera e meditazione; ma era possibile che l'intero edificio di preghiera e di sacrifici posasse su una follia? Passò quindi a considerare il lato spirituale della messa; era veramente avvenuto ciò a cui credeva così fermamente la buona Mrs. Margaret? Erano cioè il Corpo e il Sangue del Signore divenuti presenti sull'altare in virtù delle Sue stesse parole? Era realmente quell'azione di una sola mezz'ora l'atto più grande della religione? Era vero che l'Agnello di Dio, eternamente immolato, offriva se stesso e la sua morte al Padre per mezzo di un sacrificio incruento e così augusto che gli stessi angeli non potevano celebrarlo e lo veneravano di lontano? Oppure era tutto ciò, come le era stato insegnato nella sua infanzia, una fanciullesca, empia buffonata? La giovane puritana, che durante quella sua prima messa si era offerta con Gesù all'eterno Padre, fece ora tremante il primo passo verso il riconoscimento di una reale, visibile autorità: «Credo» diss'ella a se stessa «che la messa è nella sua essenza un medesimo sacrificio con quello della croce, non già perché la mia esperienza me lo insegna, e neanche perché la Bibbia me lo attesta, visto che le parole della Scrittura possono interpretarsi in modo diverso; ma credo perché me lo dice quella società che io mi propongo di considerare come divina, e che rappresenta in terra il Verbo Incarnato, la quale anzi è il Suo Mistico Corpo; e io mi rimetto a Lei, mi abbandono nelle sue braccia, che sono le stesse braccia dell'Eterno, e pendo dalle sue labbra per mezzo delle quali parla l'Infallibile Verbo».
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E dopo questo primo atto di fede cattolica, la fanciulla provò finalmente un senso di quiete e di pace e, stanca per tante emozioni, finì coll'addormentarsi. Allorché si svegliò alcune ore dopo vide la sua stanza già tutta illuminata dal sole e Mrs. Margaret che le sedeva accanto. «Non ti ho svegliata prima pensando che dovevi avere bisogno di dormire. James partirà fra un'ora, sicché sei ancora a tempo a rivederlo.» Isabel si alzò e si vestì in fretta, poi andò nel salottino dove sapeva che egli era con sua madre. La vecchia signora nel vederla entrare le rivolse uno sguardo dolce e sorridente come per incoraggiarla, e poi la lasciò sola col sacerdote. «Signorina Isabel» disse subito padre James facendole cenno d'accomodarsi. «Non le so dire quale consolazione sia stata per me vederla questa mattina assistere alla messa. Sarebbe forse sperar troppo credere adesso che ella vorrà farsi cattolica?» Isabel, che lo aveva ascoltato con gli occhi bassi, lo guardò sorpresa; il tono della sua voce, per quanto sempre rispettoso e cortese, era adesso quello di una persona che parla con autorità. «Vorrei prima conoscer meglio la religione cattolica.» «Lei ha tutte le ragioni, e anzi di ciò ringrazio Iddio; il signor Barnes sarà la persona adatta per istruirla; mia madre penserà ad avvertirlo e ritengo che egli la riceverà nella Chiesa cattolica per Pasqua e che allora lei farà pure la sua prima Comunione.» Isabel chinò il capo meravigliata della sua sicurezza. «Forse le sembro scortese, signorina» soggiunse il sacerdote. «Ma lei mi scuserà; non credo però di ingannarmi circa le sue disposizioni: lei viene come verrebbe un bambino per essere istruito, non è vero?» Ella fece un cenno affermativo. «Allora non la trattengo più a lungo; se vuole inginocchiarsi le darò la mia benedizione.» La fanciulla ubbidì senza pronunciare parola; poi, sotto un impulso al quale non seppe resistere, prese quella mano che con un così doloroso sforzo egli aveva alzata su di lei e la baciò con reverente affetto. «Oh, signor Maxwell, perdoni, oh perdoni, la supplico, mio fratello: sono sicura che ha agito senza riflettere.» «Non solo lo perdono, ma gli sono riconoscente per avermi dato modo di ricevere un segno d'amore dal mio Dio.» Di nuovo Isabel gli baciò con venerazione la mano, e poi se ne andò con gli occhi pieni di lacrime.

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Capitolo XII UNA DISPUTA

I continui contrasti che i due sistemi rivali, ossia quello di Roma e quello d'Inghilterra (se pure può dirsi che l'Inghilterra avesse allora un qualche sistema coerente) avevano destato in Anthony, lo avevano pure indotto a occuparsi di controversia religiosa, cosa che era servita a fargli sempre meglio comprendere come i due sistemi fossero diametralmente opposti, e come i sostenitori di ciascuno di essi fossero ugualmente tenaci nell'affermare che solo il loro rappresentava l'Istituzione di Cristo. Il giovane chiedeva ora a se stesso se era vero ciò che diceva Elisabetta, ossia che secondo l'istituzione di Nostro Signore la Chiesa a era una parte della vita nazionale e che il sovrano aveva il diritto di essere il suo supremo reggitore, per quanto poco s'ingerisse della sua amministrazione ordinaria; oppure se la Chiesa era, come aveva detto il signor Buxton, una vasta società non avente nazionalità alcuna, la quale necessariamente dipendeva, fino a un certo punto, da circostanze locali, ma che nella sua essenza non era affatto legata né da un sentimento di nazionalità, né di razza. Naturalmente da ciò diramavano molte altre questioni, che sono ancora soggetto di disputa tra i controversisti dei nostri giorni; ma ad Anthony, come del resto a tutte le autorità civili e religiose di allora, pareva che quella della supremazia fosse la principale. A chi spettava questa supremazia? A Elisabetta o a Gregorio? Per chiarire i suoi dubbi egli aveva letto vari libri e sebbene non fosse teologo, e quindi non riuscisse ad afferrare certi ragionamenti più sottili, era riuscito a farsi un'idea abbastanza chiara delle due tesi opposte. Ciò che però meglio di qualsiasi libro gli aveva fatto comprendere a che cosa conduceva la supremazia della regina in materia religiosa, era stato l'atto col quale questa donna, la cui pietà non ispirava certo ammirazione a nessuno e la cui vita non era neppure esemplare, aveva sospeso Grindal dall'esercitare il suo ministero di vescovo, e non già perché egli fosse colpevole d'eresia o perché inetto a occupare quel posto, ma soltanto perché questo primo ecclesiastico del regno, uomo pio, umile e sincero, professava riguardo alla disciplina e libertà della Chiesa idee diverse dalle sue; e aveva potuto fare ciò, non già con una usurpazione di potere, ma in conseguenza del sistema che regolava la Chiesa d'Inghilterra. E Anthony, nel considerare questo fatto, aveva pensato che i pericoli che venivano dall'accettare come principio fondamentale della religione la supremazia della regina erano ben più grandi di quelli che poteva presentare l'intromissione papale, poiché i primi erano
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pericoli che, invece di minacciare la pace e la prosperità terrena, minacciavano la stessa vita spirituale della nazione. Il giovane aveva poi riflettuto sui vantaggi e gli svantaggi che presentava il nazionalismo. Quando era entrato al servizio dell'arcivescovo, aveva creduto che la Chiesa avrebbe partecipato alla crescente gloria dell'Inghilterra, ma ora incominciava a domandarsi se essa avrebbe avuto la forza di resistere al crescente spirito di mondanità, che doveva esserne una conseguenza necessaria, e gli sembrava poco probabile che uomini esaltati da successi militari e commerciali accettassero i freni imposti dalla religione. Se la Chiesa fosse stata indipendente dalla nazione, avrebbe potuto biasimare e condannare ciò che non approvava, ma legata strettamente a essa, la cosa certo era del tutto impossibile. Di tutto ciò però Anthony rimase ancor più convinto dopo una conversazione che ebbe con il signor Buxton ai primi di febbraio. Non aveva ancora finito di pranzare, allorché, con somma meraviglia, gli fu annunciata la sua visita. Felice di rivedere l'antico prigioniero di Lambeth, lo ricevette immediatamente. «Come vede» disse il signor Buxton stringendogli la mano «il topo è venuto a trovare il gatto.» «Mi racconti un poco come ha fatto a uscire di prigione» chiese Anthony. «Oh, suppongo che fossero stufi di me, e poi non ero né una spia, né un cospiratore, ma soltanto un signorotto di campagna, cosicché, dopo avermi preso ancora un centinaio di sterline, mi hanno lasciato andare. Ma lei, signor Norris, verrà questa sera a cena con me non è vero? Sono alloggiato al Running Horse in Fleet Street, dove però non mi tratterrò che sino a domani.» Anthony accettò con piacere l'invito, e quella sera andò dall'amico il quale, lieto di potere alfine tornarsene a casa, era di umore ancora migliore del solito, ciò che indusse Anthony, prima che fosse finita la cena, a esporgli i dubbi che lo tormentavano. «La ringrazio» rispose il signor Buxton «della prova di stima e di fiducia che lei mi dà e che mi riesce tanto più cara dopo essere stato considerato un furfante durante tutto il tempo della mia prigionia. Ma mi dica, può lei figurarsi san Pietro che predica l'ubbidienza religiosa a Nerone come un dovere cristiano? Io non dico che Sua Maestà sia un Nerone, né una Poppea, Dio me ne guardi; ma potrebbe accadere che uno dei suoi successori fosse o l'uno o l'altra. Non nego che una Chiesa nazionale possa essere molto potente e convertire gente a migliaia; e non nego neppure che fra i suoi membri ci siano sante persone; ma che avverrà nel momento della prova? Forse però mi spiegherò meglio con un esempio: ha mai osservato due amanti? Sino a che l'uomo è innamorato e fa la corte alla donna nella speranza di poterla sposare, essa gli può comandare a suo piacimento, ma una volta diventati marito e moglie, se per sventura egli è un villano, le cose cambiano del tutto e la donna, che prima era da lui riverita, diventa per così dire la sua serva. Ora io ritengo che lo sposare il corpo spirituale a quello civile sia sposare una delicata creatura a un uomo rozzo: egli potrà darle ricchi abiti, gioielli e farle carezze, ma con tutto ciò essa dipenderà interamente
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da lui e non sarà più una donna libera; e quando poi» soggiunse con voce più grave «la sposa è la Sposa di Cristo riscattata con la sua morte, quale non sarà la colpa di sposarla a una nazione carnale che forse dapprima le userà ogni riguardo, ma che passati i primi tempi incomincerà, appena avrà mutato sentimenti, a trattarla come una schiava? Allora purtroppo si vedranno le fantasie della nazione divenir leggi per lei, ed essa costretta a mutare opinione secondo che farà piacere alla nazione. Come già sotto Enrico, così adesso sotto Elisabetta la parte più gravosa viene lasciata alla Chiesa e tale stato di cose durerà sino a che essa sarà strettamente legata alla nazione, invece di essere la libera Sposa di Cristo; le confesso, signor Norris, che perderei la fede se dovessi credere che la Chiesa d'Inghilterra è veramente la Chiesa di Cristo.» Anthony allora gli fece osservare, desiderando avere da lui qualche spiegazione in proposito, che tanto le sedi Vescovili che i benefici erano stati occupati senza interruzione e canonicamente, e che la Chiesa d'Inghilterra era quindi di fatto identica a quella di prima della Riforma. «Distinguo» rispose il suo amico. «Naturalmente in un certo senso è succeduta a quella. Sarebbe impossibile voler tracciare esattamente tutta la linea di separazione; purtuttavia le faccio notare che l'Act of Supremacy del 1559 e l'Act of Uniformity dello stesso anno sono manifesti esempi di una rottura con l'antico ordine di cose: col primo di questi atti il governo fu tolto al suo primitivo possessore, cioè al Vicario di Cristo e conferito a Elisabetta; e come lei saprà, tanto i Certosini che Sir Thomas More e molti altri ancora preferirono la morte, piuttosto che riconoscere questo fatto; con il secondo furono abolite tutte le antiche forme di culto per favorirne una nuova. Per me dunque la Chiesa d'Inghilterra è succeduta a quella cattolica unicamente in quanto ha occupato i suoi edifici e i suoi beni, ma il suo spirito è del tutto diverso. Se domani un malandrino mi getta a terra e mi strappa gli abiti di dosso e poi se ne va via col mio cavallo, si potrà in un certo senso dire che egli è succeduto a me nel possesso delle cose mie; ciò nonostante egli sarà ben ardito se oserà presentarsi a mia moglie e ai miei figli dicendo di avere veramente diritto di portare il mio nome e di possedere la mia casa.» «Ma» rispose Anthony «nel caso della Chiesa, non è stata usata violenza a nessuno; i vescovi e il rimanente del clero, o per lo meno la maggior parte di esso, hanno acconsentito al cambiamento avvenuto.» Il signor Buxton sorrise. «Sia pure» disse. «Tuttavia il caso non differisce di molto dall'esempio che le ho portato, perché se quel malandrino mi minaccia di tortura qualora io non acconsenta a dargli ogni cosa, e se io per sventura sono debole e per viltà gli faccio ogni sorta di promesse, egli non diventerà per questo erede legittimo né del mio nome, né della mia fortuna. E se lei legge gli atti di Sua Maestà la regina e anche quelli del re Enrico, vedrà che ciò è appunto quello che è accaduto. Mio caro amico» proseguì il signor Buxton «mi scuserà, spero, se le dico che sono meravigliato della sfrontatezza di coloro che pretendono non esservi stata rottura con l'antico ordine di cose. I
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puritani, almeno, sono più logici; essi vi dicono francamente che l'antica religione era anticristiana, che Sua Santità (Dio mi perdoni il dirlo) era un usurpatore, e che la nuova teologia ginevrina è l'antico vangelo rimesso in luce. Questa è cosa che riesco a capire; e del resto anche fra gli ecclesiastici della sua Chiesa vi sono molti di questa stessa opinione, i quali cioè credono che col protestantesimo si sia avuto un nuovo principio della vera religione. Ma quando Sua Maestà afferma di essere cattolica e dice ai francesi che sono qui che in Inghilterra si professa ancora l'antica religione, e lo stesso ripetono alcuni dei vostri vescovi, allora io rimango senza parola. Ma se è la stessa religione perché, in nome di Dio, sono stati abbattuti gli altari, distrutti i paramenti, le immagini, le pilette, i quadri, gli arredi sacri? Perché è stata abolita la messa e sostituito a essa questo nuovo guazzabuglio? E perché adesso viene condannato a morte chi osa celebrarla? No, no, affermare ciò è una vera stoltezza, se pure non è qualche cosa di peggio.» Il signor Buxton tacque per alcuni istanti, poi riprese ancora più concitato. «Ma eccitano ancor di più il mio sdegno coloro che, a seconda del loro vantaggio, sono ora una cosa, ora un'altra. "Siamo l'antica Chiesa, dicono essi, quindi lasciateci avere il vostro denaro, i vostri edifici che ci appartengono di diritto." Ma se un povero cattolico dice loro: "Permetteteci allora di avere l'antica messa, l'antica confessione, le antiche immagini". "No, no, esclamano subito, mutando d'un tratto atteggiamento, tutto ciò è papismo e noi siamo protestanti; noi abbiamo abolito questa buffonata e tutti gli oggetti di superstizione." E così si barcamenano, e voi non sapete più da che parte pigliarli.» Quando Anthony fu per andarsene, il signor Buxton gli pose affettuosamente la mano su una spalla e gli disse: «Lei ha dato prova di gran pazienza ascoltandomi, e io la ringrazio della sua gentilezza; prego Iddio che la illumini e la conduca entro la Chiesa cattolica, giacché non v'è pace altrove». «E io la ringrazio del suo augurio» rispose il giovane «e la prego di raccomandarmi a Dio.» «Parto domani per Stanfield» soggiunse il signor Buxton. «Se lei volesse venire a passare un po' di tempo da me, mi farebbe veramente piacere.» Anthony rispose di non sapere per il momento che cosa decidere, sembrandogli in coscienza di non potere più a lungo rimanere con il vescovo; ma che qualora si fosse deciso a lasciarlo, avrebbe accettato il suo invito. «A Stanfield» riprese il signor Buxton «lei avrebbe anche occasione di seguire un corso di esercizi spirituali, i quali meglio di qualsiasi altra cosa potrebbero far sparire i suoi dubbi; le spiegherò per lettera in che cosa consistono poiché, essendo ormai tardi, non voglio trattenerla più a lungo.» Anthony salutò affettuosamente l'amico e col cuore oppresso fece ritorno a Lambeth.

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Dopo alcuni giorni di riflessioni e di incertezze si decise a domandare udienza all'arcivescovo, il quale subito gli fece sapere che gliel'avrebbe data quello stesso pomeriggio nella sala di Cramner. In attesa di essere ricevuto, Anthony, oltremodo agitato, andò a passeggiare nel chiostro, dove poco dopo, dalle finestre aperte della cappella, gli giunse il suono dell'organo. Nella speranza che la musica calmasse la sua agitazione, vi entrò e vide che chi suonava era il vecchio ed esimio Tallis; già varie altre persone erano lì riunite ad ascoltare le sue melodie. Sebbene la cappella non fosse illuminata che dalla debole luce crepuscolare, si potevano ancora vedere le splendide vetrate di Morton, le quali, per mezzo di un ingegnoso sistema di figure e di prefigurazioni, come quello della Biblia Pauperum (1), illustravano l'Antico e il Nuovo Testamento. Gli sguardi di Anthony si fermarono in special modo sulla vetrata a est dove, nello scomparto di mezzo, era la figura di Cristo in croce, e in uno dei laterali quella commovente di Isacco che, ignaro, portava la legna per il proprio sacrificio. Sotto la vetrata, al posto occupato un tempo dall'antico altare, ricco di stoffe, di preziosi metalli e di pietre preziose, e che era stato l'anima della splendida cappella, si vedeva adesso una grande tavola di legno; ed egli non poté fare a meno di domandarsi se tavola e altare avessero lo stesso significato. Intanto sotto l'alta volta si spandevano le armoniose note dell'organo. Il vecchio stava improvvisando: un motivo semplice e solenne formava il tema che egli abbelliva e arricchiva con gravi accordi. Il melodico fiume incominciò a scorrere attraverso una terra ridente di soavi armonie, abitata da gente semplice e virtuosa; quindi con leggeri accordi passò su un letto poco profondo, dove il sole illuminava le sue acque e scherzava con esse in mezzo ai sassi; poi rumoreggiando, come grossi ciottoli travolti nell'oscura profondità delle acque, attraversò un paese con grandi rocce e caverne, dove l'eco si ripeteva cupa e profonda. Finalmente si avvicinò alla cascata che attraversava il paesaggio come una bianca linea, e allora si fece più ampio e profondo; per alcuni istanti le sue acque divennero silenziose, poi a un tratto precipitarono con fragore immenso. Il melodico fiume riprese allora il suo corso attraverso città abitate da uomini di spirito e da cortigiani, e mentre scorreva rapido fra i sontuosi palazzi che sorgevano lungo le sue sponde, delle barche trasportate dalle sue acque andavano in direzione del mare, verso quel finale che assorbe ogni suono, ogni sforzo, ogni dubbio, ogni interrogazione, tanto nel campo dell'arte che in quello della teologia; che abbraccia la vita dell'intelletto, del cuore, della volontà; esse andavano verso quell'inconcepibile eterno abisso, dal quale tutto procede e al quale tutto ritorna; verso quell'abisso che gli uomini chiamano l'Amore di Dio. Soltanto dieci minuti erano trascorsi da quando Anthony era entrato nella cappella, e già la musica aveva prodotto il suo benefico effetto; adesso si sentiva non solo più tranquillo, ma anche più forte e pronto a portare anche lui la legna sul monte del sacrificio e a lasciarsi trasportare dal fiume della Volontà di Dio, per poter poi posare
1 Bibbia dei poveri, così chiamata perché adoperata dai frati Predicatori, che erano detti i Poveri di Cristo. La storia sacra vi era rappresentata in circa cinquanta quadri, illustrati da note in latino. Fu uno dei primi libri stampati nel XV secolo. (N.d.T.) 165

sul Suo Cuore; e in attesa di quel momento era disposto a rimanere nelle risonanti caverne del dubbio, a continuare la sua semplice vita di campagna e persino a precipitarsi fra le tenebre nelle spumeggianti acque della cascata, sicuro di arrivare poi al mare, che raggiunge inevitabilmente chiunque si affida alla divina corrente. Si udì un rumore di passi: «Sua Eccellenza l’aspetta, signor Norris» disse un servo avvicinandosi. Anthony si alzò e lo seguì. «Che c'è di nuovo?» chiese affettuosamente l'arcivescovo appena lo vide entrare. Anthony allora gli aprì senz'altro l'animo suo, gli espose cioè i suoi dubbi, le sue incertezze; gli parlò dell'impressione prodotta su di lui dalla sospensione inflitta dalla regina al primo ministro della Chiesa d'Inghilterra, e da quella ricevuta dall'arresto, processo e morte di Campion; gli disse quali letture aveva fatto e quali riflessioni gli avevano suggerito; gli parlò delle conversazioni avute con un cattolico; e terminò dicendo di essere quasi certo che prima o poi avrebbe abbandonato la Chiesa d'Inghilterra per entrare in quella cattolica, e che perciò lo pregava di voler accettare le sue dimissioni; al tempo stesso lo assicurava della profonda riconoscenza che avrebbe sempre serbato per lui, che tanta bontà gli aveva usata. Grindal rimase silenzioso per alcuni minuti. Da una delle porte rimasta socchiusa, penetravano nella sala i gravi e dolci accordi dell'organo, che dovevano formare un melodioso sfondo alla loro conversazione e calmare i sentimenti di entrambi. «Signor Norris» rispose finalmente l'arcivescovo. «Devo anzitutto ringraziarla per la fiducia che mi ha dimostrata, e in secondo luogo dirle che credo opportuno accettare le sue dimissioni, e ciò per il bene di tutti e due: per lei, perché, come mi ha detto, avendo l'atto della regina (atto che io non condanno né scuso) esercitato un'influenza sull'animo suo, le sarà più facile giudicare i fatti con maggiore serenità allorché avrà lasciato la mia casa, e per me, per ragioni che sarebbe inutile le dicessi. Desidero però che sino a metà estate ella continui a ricevere il suo assegno; sì, sì, mi lasci dire» soggiunse, vedendo che Anthony voleva interromperlo. «Lei è padrone di andarsene appena avrà sistemato ogni cosa col signor Somerdine, il quale per il futuro dovrà disimpegnare anche l'ufficio suo, giacché non intendo avere un altro gran scudiere. In tutti i modi, credo sarà meglio che lei mi lasci prima della domenica di metà quaresima. In quanto poi ai suoi dubbi, so bene che non essendo io un controversista mi sarebbe difficile esserle di qualche utilità, tuttavia voglio farle osservare che quel cattolico col quale ha parlato, e che apparentemente può avere ragione, ha portato argomenti che in realtà non sono convincenti quanto potrebbero parere a prima vista, e volendo si potrebbe con essi provare qualsiasi teoria; mi fanno pensare a certi ricami a giorno, che si vedono nelle tovaglie d'altare, e che si fanno tirando semplicemente dei fili. Il suo amico ha appositamente eliminato tutto ciò che è contrario alla sua tesi e così è riuscito a fare un grazioso disegno: egli ha perciò trascurato le parole di Cristo sulla tradizione, e ciò che si legge nella Scrittura circa il culto degli Angeli, come pure le parole di san Paolo rispetto alle mortificazioni e penitenze corporali. Egli sembra avere anche dimenticato quelle terribili parole concernenti l'uomo del peccato e il mistero dell'iniquità; e prendendo solo una delle
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parole pronunciate da Cristo sul Suo Regno, ha su di essa fabbricato il suo grande edificio. Ma sarebbe facile confutarlo: come lei sa, il vescovo Jewel ha trattato tutte queste questioni e altre ancora, e molto più profondamènte di quanto sarebbe possibile a lei o a me. Io però posso dirle questo, che in ogni religione ella troverà delle difficoltà, e non nego che ve ne siano anche nella Chiesa d'Inghilterra; ma al tempo stesso ritengo che ne troverebbe assai più in quella di Roma. Perché dunque non rimanere dove Iddio l'ha posta, ed essere contento del retaggio avuto? Col cercar di meglio, lei corre il rischio di perdere ogni cosa.» Il modo col quale l'arcivescovo aveva ascoltato la sua confessione senza mostrare alcun risentimento, aveva vivamente commosso il giovane, il quale ben sapeva come per Grindal la Chiesa cattolica fosse una società del tutto basata sul falso, e come, data questa sua convinzione, egli avesse dovuto fare uno sforzo per rispondergli con calma. Tuttavia dopo un poco Grindal, al quale forse pareva di non avere sufficientemente difeso le proprie credenze, soggiunse: «Lei sa che io ho del papismo un'idea ancora peggiore, e se non ho detto nulla di più è stato soltanto perché desidero soprattutto esserle d'aiuto anziché dare sfogo ai miei sentimenti». Ma l'arcivescovo, come del resto quasi tutti i teologi inglesi di quel tempo, era più che altro versato in una teologia distruttiva, e con dispiacere di Anthony fu a questa che egli adesso s'appigliò. «Non arrivo a concepire, signor Norris» disse «che una persona la quale ha conosciuto il semplice Vangelo, possa tornare nelle tenebre. Guardi» soggiunse alzandosi e andando a frugare fra i suoi libri. «Ecco qui ciò che i papisti chiamano indulgenza» e così dicendo tirò fuori dal libro di Jewel un foglietto che mostrò ad Anthony. Era un'immagine di Cristo con le mani legate; dietro a Lui la Croce e ai lati la lancia e la canna con la spugna. «Voglia, la prego» soggiunse Grindal «leggere ciò che sta scritto sotto.» E Anthony lesse ad alta voce: Si concedono 32.750 anni d'indulgenza a coloro che recitano devotamente cinque Pater Noster, cinque Ave Maria e un Credo contemplando quest'immagine. «Mi dica ora, signor Norris» riprese il vecchio. «Ha considerato che sorta di religione è quella che sta per abbracciare? Non occorre, credo, che io faccia commenti.» «Eccellenza» rispose il giovane rendendogli il foglio. «Le dirò che anch'io provo ripugnanza per cose di questo genere; però debbo confessarle che non so affatto che cosa sia un'indulgenza; ma penso che se fosse una stoltezza come noi protestanti riteniamo, non sarebbe possibile che alcun uomo di buon senso rimanesse cattolico, eppure tra i papisti ci sono molti buoni e dotti uomini, ciò che mi fa credere che sia tutt'altra cosa. Mi permetterò pure di dirle che, se io fossi un turco, proverei probabilmente uguale avversione per molte cose che si professano nella religione
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cristiana. Mi verrebbe, per esempio, di domandarmi come può essere possibile che la morte di un innocente, quale fu Cristo, possa essere la mia salvezza; come può essere giusto che io sia salvato per mezzo della fede, e se colui che ha gravemente peccato non dovrebbe fare qualche cosa per ottenere perdono, anziché confidare unicamente in un altro. Lei mi risponderà che si possono dare spiegazioni a queste difficoltà, e a molte altre ancora, le quali tutte sparirebbero poi a poco a poco quando io mi fossi fatto cristiano; ma le dirò che, per quanto cristiano, mi sembra anche adesso che la predestinazione sia in contraddizione col libero arbitrio; eppure colla grazia di Dio credo a questa dottrina e ad altre ancora, non già perché le capisca, ma perché credo siano parte della Rivelazione di Dio. Lo stesso ritengo si debba fare con la Chiesa romana cattolica; io non devo cioè considerare tale o talaltra sua dottrina separatamente, ma devo cercar di sapere con tutta certezza se essa è o no l'unica Chiesa cattolica e, ciò stabilito, credere a tutto quello che m'insegnerà, e non già perché io lo capisca, ma perché è essa che me lo insegna. Queste sono, Eccellenza, le mie impressioni, che io solo malamente riesco a esprimere non essendo che un laico; ma spero che lei vorrà scusarmi.» «Lei deve giudicare di un corpo cristiano secondo ciò che insegna» rispose l'arcivescovo. «E che cosa è che l'attira verso i papisti, se non ciò che essi insegnano?» «Sì, Eccellenza, io giudico infatti l'intero corpo di dottrine e la sua azione sull'anima; ma ciò non è la stessa cosa che prendere in considerazione un solo punto, e su di esso basare il mio giudizio.» «Non credo, signor Norris, che noi possiamo oggi continuare più a lungo su questo tema, e le confesso che sono meravigliato nel vederla turbato da difficoltà di questo genere. Ma la prego di venire liberamente a parlarmene ogni qualvolta ciò le farà piacere; e ne parli pure con altre persone, che le potranno essere di maggiore aiuto, come per esempio col signor Redmayn e col signor Chambers. Non le so nascondere che sarebbe per me un vero dolore se lei si facesse papista.» Anthony ringraziò di cuore il buon arcivescovo, col quale prima di lasciare Lambeth ebbe ancora altre conversazioni, che però non valsero a chiarire i suoi dubbi. Grindal aveva uno spirito del tutto puritano: secondo lui bisognava anzitutto prendere in considerazione lo Stato e le responsabilità dell'individuo di fronte alla società alla quale apparteneva; Anthony invece riteneva che si dovesse considerare prima la società e poi l'individuo. Grindal, per esempio, considerava i particolari della religione cattolica solo in relazione all'individuo; domandandosi se egli sarebbe stato o no in grado di accettare questo o quel particolare; Anthony invece credeva che si dovesse considerare prima la religione cattolica e poi occuparsi delle difficoltà che potevano sorgere. Tuttavia, per seguire il consiglio di Grindal, Anthony volle discutere le sue idee anche con l'arcidiacono e col cappellano; ma Redmayn si dimostrò così sprezzante di
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ogni dottrina che non fosse la sua, e Chambers così ignorante della religione cattolica, che egli sentì di non potersi rimettere al loro giudizio. Poco tempo prima della sua partenza da Lambeth, Anthony ricevette il seguente biglietto del signor Buxton: «Si ricordi di venire da me appena avrà lasciato il suo posto; lei sa che l’aspetto con impazienza e che la mia casa è a sua disposizione; se lei vorrà farmi questo piacere, troverà qui anche un bravo prete, col quale potrà fare gli Esercizi spirituali, che sono un eccellente metodo di meditazione e di preghiera insegnato da Ignazio di Loyola per risolvere ogni dubbio e illuminare e fortificare l'anima, affinché essa conosca chiaramente la volontà di Dio e l'abbracci volonterosa». Anthony gli rispose subito di avere già presentato le sue dimissioni all'arcivescovo, che accettava il suo invito e che sarebbe andato a passare da lui le tre settimane prima di Pasqua. Scrisse poi a Isabel per avvertirla che stava per lasciare Lambeth e che, dopo un breve soggiorno in casa di un suo amico, sarebbe andato a Dower House. La sorella non rispose che poche righe, che gli parvero oltremodo strane ed enigmatiche; in esse traspariva un vero affetto per lui, ma al tempo stesso una certa riservatezza e anche compassione; una frase specialmente lo meravigliò oltremodo: «J. M. è stato qui, e ora è partito per Douai; spero, caro Anthony, anzi sono certa, che un giorno tu ci spiegherai molte cose». Ciò gli fece dubitare che sua sorella avesse indovinato la parte ch'egli aveva avuto nella liberazione dell'amico, ma ricordando la promessa fatta alla regina stabilì di non dire niente che potesse confermarla in quest'idea. Fu anche sorpreso nel sentire che James era stato a Great Keynes, poiché il lunedì dopo la sua visita a Greenwich, essendo andato alla Torre a chiedere di lui, gli era stato detto che aveva già lasciato l'Inghilterra. Sicuro che Lady Maxwell fosse stata informata da Isabel com'era avvenuto l'arresto di James, non le aveva mai scritto nulla in proposito; ma, come è stato detto, il biglietto che aveva mandato a sua sorella non era mai stato recapitato. Lady Maxwell naturalmente non si era più fatta viva con colui che riteneva il traditore del figlio, e Isabel dopo il suo silenzio non aveva più osato chiedergli spiegazioni. Quando Anthony andò a salutare l'arcivescovo ricevé da lui un'accoglienza che lo commosse profondamente. Grindal, che lo aspettava nella gran sala di Cramner, volse subito su di lui uno sguardo pieno di ansietà, e poi disse: «Sono turbato per causa sua, signor Norris, perché temo di non avere fatto il mio dovere verso di lei. Iddio ha voluto togliermi il grave ufficio che mi aveva affidato, per vedere se sapevo almeno governare bene quelli di casa mia; ma anche questo non ho saputo fare». «Eccellenza» rispose il giovane. «Se lei mi permette di parlare con tutta franchezza, le dirò che per me il più forte argomento in favore della Chiesa protestante è che in essa vi sono uomini di una pietà profonda come la sua; se non fosse per questo, ogni mia incertezza sarebbe già sparita.»
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«No, no, non dica ciò» interruppe Grindal «perché mi fa dispiacere; e io anzi la prego di scusarmi se in qualche modo ho mancato verso di lei. Si ricordi che, qualunque cosa avvenga, le mie preghiere l'accompagneranno sempre, poiché non potrò mai dimenticare che in mezzo a un mondo che mi ha rigettato e dimenticato, lei è sempre stato buono e rispettoso verso di me, comportandosi da vero amico, anzi come un figlio. Che Iddio la benedica e le dia la sua grazia.» Mezz'ora dopo Anthony lasciava Lambeth House seguito dal suo servo, e al pensiero del buon vecchio che lasciava lì, solitario, a soffrire di un immeritato castigo, durò fatica a trattenere le lacrime.

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Capitolo XIII GLI ESERCIZI SPIRITUALI

Al suo arrivo a Stanfield, Anthony restò veramente sorpreso dello splendore della casa del signor Buxton, il quale con finissimo gusto artistico l'aveva non solo arredata con artistici mobili fatti fare appositamente in Germania e in Inghilterra, ma anche arricchita di quadri e di oggetti di gran valore acquistati durante i suoi viaggi all'estero. Bellissimi erano pure i grandi giardini, in mezzo ai quali sorgeva una graziosa casetta con una fantastica meridiana, raffigurante una pertica a strisce di diversi colori terminante con un drago. Il signor Buxton fece ad Anthony la più festosa accoglienza, poi, dopo averlo condotto nella camera a lui assegnata, gli fece vedere un salottino a piano terreno, che metteva pure a sua disposizione e dal quale si poteva passare in un giardinetto sul retro della villa. «Qui» gli disse «potrà prendere il fresco senza essere disturbato da nessuno, giacché in questa parte della casa abitano solo due sacerdoti: il signor Blake, mio cappellano, e il signor Robert, il quale spero le farà quel corso di Esercizi spirituali di cui abbiamo parlato.» Poco dopo Anthony fece la conoscenza dei due sacerdoti e subito rimase colpito dall'aspetto e dalla conversazione del signor Robert: era questi un uomo sulla quarantina, alto e tarchiato, con la parte inferiore del volto fortemente pronunciata e uno sguardo acuto e penetrante. Durante la cena parlò a lungo di una quantità di riforme che riteneva necessarie, ma che non erano di ordine ecclesiastico e alle quali oggi si darebbe il nome di problemi di socialismo cristiano come, per esempio, le condizioni dei poveri, dei reietti, dei delinquenti, esponendo vari mezzi pratici di venire loro in aiuto. Anthony lo ascoltava con una certa meraviglia sembrandogli che fosse uno di quegli uomini che col pensiero precorrono i tempi; al tempo stesso pensò che un uomo di idee così pratiche poteva difficilmente essere una buona guida spirituale. Rimasto poi solo col signor Buxton gli comunicò la sua impressione. Il suo ospite sorrise leggermente. «Lei non conosce ancora padre Robert; come forse avrà già indovinato, è un Gesuita, e il loro metodo di educazione e la loro operosità superano tutto quanto uno può immaginare. Sono certo che tra una settimana lei si domanderà con meraviglia
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come può un uomo che possiede una così profonda vita spirituale essere capace di mangiare o semplicemente di darle il buongiorno. No, no, non abbia timore; come l'Angelo dell'Apocalisse, dopo averla fatta salire in cielo, le aprirà il pozzo dell'abisso e le farà vedere le cose future; e sebbene forse ciò le sembri impossibile, è appunto la sua profonda pietà che lo rende così sagace e pratico; egli vive così intimamente unito a Dio, che le Sue opere e i mezzi dei quali Egli si serve, mentre forse gettano lei e me in uno stato d'incertezza, riescono invece per lui perfettamente chiari e semplici.» Il giorno dopo, essendo Anthony uscito a passeggiare in giardino con padre Robert, questi gli disse: «Lei forse immagina che io mi proponga di farla entrare a forza nella Chiesa cattolica; mi preme perciò dichiararle che io non la spingerò mai a questo passo, essendo convinto che deve essere una cosa del tutto spontanea; del resto, scopo degli Esercizi è unicamente quello di eliminare dall'anima ogni falso movente, di presentarle la figura del Redentore come suo vero e adorabile Sposo e Re, e di ispirarla a scegliere la via che deve seguire con l'aiuto della grazia di Dio, avendo di mira soltanto quello che dev'essere il movente d'ogni perfetta azione, ossia l'amore di Dio». Quasi tutto il lunedì fu da Anthony passato fuori a cavallo insieme con il signor Buxton, che gli fece visitare i dintorni di Stanfield. La sera al loro ritorno, padre Robert diede principio agli Esercizi spirituali. L'impressione che essi produssero su Anthony fu grandissima e forse a ciò contribuì anche il luogo dove furono dati: nessun rumore, salvo il tubare dei piccioni, veniva mai a turbare la profonda quiete della piccola stanza dove tre volte al giorno si ritrovava con padre Robert, e dove l'oggetto che più colpiva la vista era un grande realistico crocifisso, ai lati del quale ardevano di continuo due candele. Si aggiunga a ciò l'ardore, l'attività, l'esperienza di padre Robert, il quale conosceva la natura umana come un anatomista conosce la struttura del corpo, sì che per lui il viluppo di moventi buoni e cattivi delle nostre azioni era visibile come i viali di un giardino; egli sapeva dire di quali cose la natura umana abbia bisogno, di quali può fare a meno e quale è la sua forza di resistenza; di più, egli possedeva contro le tempeste dell'anima una quantità di rimedi già sperimentati su altri. Durante i primi giorni che Anthony passò a Stanfield, egli a sua insaputa lo aveva attentamente osservato cercando con racconti e improvvise domande di conoscere il suo grado d'intelligenza e di sensibilità; aveva cioè studiato l'anima che veniva da lui per essere curata, come un coscienzioso dottore studia la natura di un nuovo ammalato prima di prescrivergli una medicina. Gli Esercizi furono divisi in tre parti, ciascuna delle quali fu svolta in circa cinque giorni. Prima di tutto ci furono gli esercizi di purificazione, scopo dei quali era di produrre l'effetto del fuoco quando separa l'oro dalla scoria, ossia di scrutare e purificare i recessi dell'anima. Allorché la mattina s'inginocchiava davanti al grande crocifisso, Anthony provava l'impressione che gli antichi moventi delle sue azioni
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sparissero a poco a poco lasciandogli al tempo stesso vedere tutte le realtà del mondo spirituale. Padre Robert aveva cominciato col fargli una minuziosa esposizione del fine dell'uomo, che in modo generale può dirsi la gloria di Dio raggiunta per mezzo della santificazione e salvezza dell'individuo. Quindi ogni creatura di Dio che l'anima incontra deve essere esaminata secondo questa regola: sino a che punto serve l'uso di essa per l'ultimo fine? Poiché deve essere usata sino a questo punto e non oltre. Nei giorni successivi meditarono assieme su quelle terribili verità che di fatto quasi tutti gli uomini ammettono, ma che così poco prendono in considerazione nell'operare, ossia sulla morte, sul giudizio e sull'inferno. Pareva ad Anthony, nell'ascoltare la voce vibrante di padre Robert, che di fronte a queste spaventose realtà, la stanza, la casa, il mondo, tutto sparisse; gli pareva di udire i gemiti e le bestemmie dei dannati, di quegli esseri ribelli, che per avere deliberatamente rigettato Iddio, si sono ridotti in un'eterna schiavitù; e di sentire l'amarezza delle loro lacrime di rabbia e il fetore di quella corruzione che è la conseguenza della colpa. Gli pareva anche di vedere gli inferi fiammeggiare dell'ira dell'uomo contro il suo Divino Fattore. Poi, sempre sotto la guida del prete, prese a considerare il giudizio finale, che attende ogni anima, e vide i morti grandi e piccoli stare davanti al trono di Dio, e gli angeli portare e aprire i neri libri d'infamie. Il silenzio condannatorio di quel Giudice dopo il quale non è possibile appellarsi, la cui sentenza è nell'istante applicata, e dalla cui prigione non vi è speranza di uscire, era già di per sé spaventoso; ma più terribile ancora fu l'udire dopo un istante pronunciare quella sentenza di morte che suo malgrado lo stesso colpevole riconosce giusta, e che gli angeli ascoltano nascondendosi il volto. Vide poi ai due lati del trono due rotanti schiere, una simile a una nera nube che precipitava nell'abisso della disperazione, e l'altra radiosa che ascendeva veloce verso l'Increata Luce; e nel guardarle si domandò con un senso di dolorosa incertezza in quale di quelle schiere sarebbe stata un giorno l'anima sua. Venne poi a figurarsi la sua morte: vide la stanza dove giacerebbe infermo con Isabel vicino al suo letto, e vide sé pallido e col respiro affannoso, e sulla parete di fronte delinearsi due ombre: quella del prete e quella del medico. Istintivamente si toccò la fronte e la sentì madida di un sudore di morte; e gli parve che nell'aria fosse già diffuso quel nauseabondo odore che è sempre nella camera di un morto, e che sul suo volto fosse già stesa l'ombra dell'ala di Azrael. Guardò il letto e sotto il lenzuolo vide la forma di un corpo irrigidito e capì che quei piedi immobili erano i suoi. Volle poi visitare la propria tomba sulla quale l'erba era già cresciuta e in parte nascondeva una piccola croce; incominciò allora a scavare; toccò il coperchio della bara, levò i chiodi, lo sollevò, e guardò dentro... Passò quindi a esaminare il peccato; lo sezionò, lo analizzò, lo pesò e considerò la sua gravità; osservò come esso si insinua facilmente in un'anima innocente, ricca di grazia e di doni, e vide in quel processo di corruzione il rovescio della legge primaria di Dio: vide cioè la bella, dolce, soave creatura diventare immonda. Considerò poi attentamente le diverse specie e gravità di peccati: quelli veniali, che come piccole
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ulcere indeboliscono, avvelenano, deturpano l'anima, e fra essi notò in special modo la tiepidezza, ossia quel leggero ma mortifero sonno, che la uccide a poco a poco. Meditò sul peccato mortale, su quell'unica cosa che è del tutto orrenda, e vide l'indescrivibile spettacolo di un'anima in stato di peccato grave; vide la terra ritirarsi da essa, la natura diventare silenziosa, il sole oscurarsi, l'inferno mandar grida esultanti, e Dio allontanare da essa il Suo sguardo. Intanto, come l'acqua del mare che s'infiltra tra la malerba pendente da uno scoglio, questi pensieri penetrando l'animo del giovane ne purificarono ogni recesso ed eliminarono tutto ciò che non faceva organicamente parte della sua vita; la resero un'anima semplice, e sola col suo Dio. E allora padre Robert si accinse a dipingerle, con colori di una bellezza sovrumana, il ritratto di un adorabile Sposo e Re. «È questo veramente» si chiedeva il giovane con crescente meraviglia «il ritratto di quel Gesù di Nazareth, del quale è narrata la vita nel Vangelo?» Sì, non vi era dubbio; tutti i lineamenti corrispondevano esattamente; e intanto il ritratto pieno di vita pareva respirare, muoversi e passare attraverso i vari stadi dell'esistenza: dapprima Anthony vide l'Eterno Verbo in seno al Padre, il Figlio Diletto che pieno di compassione volgeva pietosamente lo sguardo sul mondo in guerra e si offriva all'Eterno Padre, che stabiliva l'Incarnazione di Lui per opera dello Spirito Santo; vide quindi una silenziosa fanciulla servire umilmente Iddio e offrirsi a Lui col giglio della sua purità e in quell'istante apparirle, risplendente di luce, l'Arcangelo Gabriele, e il Verbo far scendere su di lei un raggio di gloria. Poi entrò nella stalla, e lì vide il Divin Bambino; si avvicinò e toccò la ruvida paglia sulla quale giaceva, e poi il rozzo cingolo che pendeva dalla vita della Madre; in quel mentre una fredda folata di vento, entrando nel misero rifugio, svegliò il tenero Pargoletto. Osservò quindi Colui, che è l'Increata Sapienza e nelle cui mani sono i mondi, avanzare in sapienza e in età, e commosso lo guardò andare al pozzo di Nazareth ad attingere acqua, e lavorare nella bottega del falegname, e a tale vista sentì il suo cuore infiammarsi d'amore. Lo seguì allorquando andò al Giordano e poi nel deserto, dove Egli, avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente ebbe fame. Gli fu vicino sul pinnacolo del Tempio, e poi dalla sommità dell'alto monte contemplò insieme con Lui tutti i regni del mondo, e rifiutò di averli in dono. Assisté quindi ai suoi miracoli; si rallegrò col lebbroso per la sua guarigione, pianse di dolore e di gioia con la madre di Naim e con le sorelle di Betania e con Maria si inginocchiò per baciargli i piedi; poi gli andò dietro passo a passo per la lunga, solitaria strada che conduce da Gerico a Gerusalemme, e là, col cuore che ardeva adesso del più vivo amore, si rannicchiò vicino alla porta dove Egli era entrato. La cena ebbe principio; dopo qualche istante uscì Giuda che scomparve frettoloso fra le tenebre; egli allora guardò dentro e vide il suo Signore prendere il pane, spezzarlo, alzare il calice, e in quell'istante, non sentendosi come Giovanni la forza di contemplare una gloria che si celava sotto sì tenui veli, si nascose il volto. Lo vide poi silenzioso uscire insieme ai suoi discepoli e avviarsi verso le corti del Tempio; attraversare il ponte ed entrare nel Getsemani; fattosi più ardito, gli si avvicinò lasciando dietro a sé gli otto discepoli e poi anche i tre prediletti, e andò a
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inginocchiarsi accanto a quella solitaria figura che singhiozzava, tremava e sudava sangue. A un tratto udì un rumore d'armi, e vide un bagliore di fiaccole; intuì il pericolo, e volle avvertirlo; ma non gli fu possibile: vide quindi Giuda accostarsi e dargli il bacio traditore; assisté al suo arresto, all'abbandono, alla fuga dei discepoli; lo seguì quando fu condotto da Caifa e lo vide deriso e schiaffeggiato; assisté alla sua flagellazione e vide il Divin Sangue macchiare le lastre all'ingiro. Volle anche seguirlo fino al Calvario e là vide alzare la gran croce al di sopra della folla e udì delle risa, delle voci di scherno e i singhiozzi di alcune donne; e vide il sole oscurarsi, la terra tremare, le pietre spezzarsi e le croci ondeggiare con i loro pesi; poi, quando fu cessato il tremore della terra e fu riapparsa un po' di luce, si accorse che il suo Signore era morto. Gli andò dietro quando lo portarono al sepolcro, e vide ribaltare e sigillare la gran pietra e le guardie venire per custodire la tomba. Avvenuta la sua Resurrezione fu con Lui sulla via di Emmaus e sul lago di Galilea, e assisté assieme con gli apostoli alla sua Ascensione; vide nel limpido cielo formarsi quella strana nuvola ch'era la porta del Paradiso; udì lo squillo delle trombe e il suono delle arpe con le quali gli angeli accompagnavano il nuovo inno di gloria, e poi vide il suo Signore, che egli era finalmente riuscito ad amare e conoscere pienamente, ascendere sorridendo e benedicendo al Cielo, da dove verrà un giorno a giudicare i vivi e i morti. Il ritratto era compiuto? ma Anthony continuava a contemplarlo pieno di meraviglia e d'amore, pensando che non vi era perfezione che il suo Salvatore non avesse posseduto al sommo grado, e che Egli non avrebbe potuto fare nulla di più per le sue creature, e prostratosi esclamò con Tommaso: «Signore mio, Dio mio». Con somma dolcezza padre Robert aiutò allora il giovane a fare gli ultimi passi e a sollevarsi dalla vita illuminativa a quella unitiva, dalla Visione della Vita Incarnata, che parla così intimamente al nostro cuore, alla contemplazione di quella ineffabile Luce, la quale sembra così fredda e così poco reale a coloro che la vedono attraverso le nubi di questa terra; e a tal fine lo condusse in quella atmosfera di gelido silenzio dove soltanto anime elette e molto avanzate nella vita spirituale possono respirare, e poi su quelle pendici dalle quali si ascende al Trono e là, nel profondo silenzio dei cieli, dove la voce d'adorazione è per la sua stessa intensità silenziosa, dove tutti i colori ritornano al bianco, tutti i suoni al silenzio, tutte le cose alla loro essenza, tutto il creato al Creatore, egli l'abbandonò perché effondesse tutto il suo amore in un solo ardente atto, e facesse la sua scelta.

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Capitolo XIV IL GIORNO DI PASQUA

La settimana santa fu per Anthony come uno di quei sogni dopo i quali l'uomo si sveglia con gli occhi bagnati di pianto, senza sapere se ha versato lacrime di dolore o di gioia. Gli Esercizi erano terminati la domenica delle Palme e quello stesso giorno egli aveva preso la sua decisione; la quale però non era stata determinata né dagli Esercizi, né dalle letture che aveva fatto: queste avevano rimosso i dubbi della mente, e gli Esercizi gli ostacoli della volontà; l'anima sua, rimasta così del tutto libera, aveva aspirato a seguire la via la più perfetta. Tuttavia, desiderando comunicare a voce la sua risoluzione a Isabel, aveva stabilito di non fare la sua abiura che alla vigilia di Pasqua e nella chiesa di Cuckfield. Durante gli ultimi giorni che passò in casa del signor Buxton, ricevé ogni mattina una breve istruzione religiosa da padre Robert, e assisté anche alle funzioni della settimana santa, che però a Stanfield non poterono essere celebrate con quello splendore che le caratterizza; ciò nonostante la reverente tenerezza con la quale i cattolici si soffermano sui dolorosi particolari della Passione, incastonandoli come preziose gemme entro splendidi incastri liturgici, e la solennità con la quale compiono quelle sacre, commoventi cerimonie, lo colpirono vivamente facendogli ancor meglio sentire la freddezza di quel culto protestante al quale aveva rinunciato. La sera del venerdì si intrattenne ancora a lungo con padre Robert. «Certo» disse questi. «Sarei stato ancor più contento se lei si fosse fatto Gesuita, ma anche come sacerdote secolare potrà fare molto bene, e sono anche lieto di sapere che andrà presto a Douai.» «Spero di poterci essere a metà estate; bisognerà però che prima vada a casa a sistemare alcuni affari e per sapere che cosa mia sorella intenda fare adesso.» «E io lascerò Stanfield domani mattina per andare in un posto assai lontano da qui, dove ho intenzione di rimanere sino al mio ritorno all' estero; ma forse ci vedremo a Douai.» E, benedetto il giovane, che si era inginocchiato, si separò da lui. Poco dopo entrò nella stanza il signor Buxton. «Mi meraviglio» disse «che non abbia ancora indovinato chi sia veramente padre Robert.» Anthony lo guardò sorpreso.
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«Ebbene, glielo dirò io, giacché ormai parte domani mattina e poi mi ha permesso di dirglielo: padre Robert è padre Persons, il compagno di Campion, del quale certo lei avrà sentito parlare; tutti lo credono a Roma e forse solo sei persone, noi due compresi, sanno ch'egli è qui.» Così grande fu la meraviglia di Anthony nel sentire che padre Robert era il famoso Gesuita che tutta l'Inghilterra cercava per metterlo a morte, che quella notte rimase lungamente desto pensando a lui e domandandosi com'era possibile che quell'uomo, del quale tuttora udiva risuonare sinistramente il nome, fosse quel medesimo che con tanto affetto l'aveva condotto per la via del Vangelo e nel cui cuore ardeva un così tenero e vivo amore per Cristo. La mattina seguente, dopo un affettuoso addio al signor Buxton, Anthony partì a cavallo per Great Keynes. Era una smagliante giornata di primavera: in cielo vagavano leggere nuvolette e tutta la campagna annunciava il risveglio della natura; gli uccelli cantavano allegramente fra le siepi in boccio, le campanule sotto i grandi alberi formavano un tappeto di un delicato azzurro, e le viole e le primule spandevano nell'aria il loro soave profumo. Ogni tanto qualche coniglio usciva ratto ratto dalla tana in cerca di cibo per i suoi piccoli, mentre le allodole s'innalzavano con un rapido batter d'ali lasciando che il loro canto si sperdesse nell'infinito spazio; altre volte invece, giunte a una certa altezza, si arrestavano facendo piovere di lassù le loro soavi melodie. E intanto il cuore del giovane, per ciascuna di quelle note musicali e per ciascun colore della ridente campagna, effondeva espressioni di riconoscenza verso il Creatore di quell'essenza spirituale che giace sotto ogni bellezza, e della quale ogni bellezza è formata. Egli adesso vedeva spalancate davanti a sé le porte di un regno a confronto del quale il mondo terrestre non è che una misera, fredda prigione, e col pensiero ritornava ai lunghi anni passati fra le tenebre, mantenuto in vita unicamente da quella luce riflessa che era giunta sino agli ultimi gradini, dove egli si era assiso all'ombra della morte, e dove il calore della grazia, vincendo il gelo che lo circondava, aveva impedito il suo assideramento. Durante tutto quel tempo, senza che egli se ne fosse accorto, la Chiesa cattolica gli era stata accanto pulsante e raggiante di grazia, illuminata da quella luce divina che è la vita dei suoi membri, e che mai aveva cessato di splendere dopo le tenebre del Calvario, dando da quell'istante migliaia di svariatissime forme a tutto quanto aveva saputo assorbirla. Le grandi arti, attirate una a una in quel Regno, erano state trasformate e immortalate dal succo vitale e miracoloso della grazia; filosofia, scienze e linguaggi erano pure stati in esso santificati; e ora finalmente anche l'anima di questo giovane puritano, assetata di celeste sapienza e di grazia, veniva a prender possesso del suo retaggio. La dolce visione gli appariva ancora in modo indistinto, ma quanto padre Robert gli aveva detto era bastato per fargli comprendere che la sua antica, sterile esistenza stava per finire e che una nuova di grande fecondità stava per incominciare. Soltanto due ore di cammino lo separavano ancora dalle colline e dai fiumi della Terra Promessa, e mentre la primavera della grazia agitava sempre più il suo cuore, la
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verdeggiante campagna ch'egli rapidamente attraversava pareva rallegrarsi con lui e rinascere anch'essa a nuova vita. Anthony arrivò a Dower House alle quattro; scese in fretta da cavallo e attraversò il vestibolo chiamando sua sorella; ma nessuno rispose; allora entrò in giardino. Isabel, che stava passeggiando nel lungo viale di tigli, impallidì appena lo vide; egli se ne accorse e la strinse affettuosamente fra le braccia. «Sei sorpresa di vedermi, non è vero? Avrei voluto avvertirti del mio arrivo ma non mi è stato possibile, non avendo che Geoffrey con me.» Isabel non rispose; Anthony allora la condusse dolcemente a sedere su una panca vicina. «Raccontami che cosa c'è di nuovo» le disse. Isabel fece uno sforzo su di sé, poi con voce tremante rispose: «Non ti aspettavo; il tuo improvviso ritorno mi ha impressionata» . Per darle tempo di rimettersi, egli allora incominciò a parlarle dell'amico dal quale era stato, della sua bellissima casa, dei suoi giardini; poi, quando gli parve che fosse un po' più tranquilla, le prese affettuosamente la mano e le disse: «Ho ancora da darti una notizia, però non ti spaventare, giacché è una buona notizia», ma nell'alzare lo sguardo notò di nuovo sul suo volto un' espressione di terrore e di angoscia. «Isabel, ti prego, dimmi che cos'hai e perché mi guardi in questo modo; non sono mica per perder la fede, anzi l'ho acquistata: Isabel, sto per farmi cattolico.» Essa fece uno sforzo per alzarsi ma non vi riuscì. «Oh, perché?» gridò. «Perché, Anthony, vuoi farti beffe di me? Che cosa ho fatto perché tu mi tratti in questo modo?» «Ma, Isabel, te lo giuro, non scherzo, parlo sul serio...» «Ma... ma allora, dimmi, perché hai agito in quel modo con James?» «Come, non hai avuto il biglietto nel quale ti dicevo...?» «No; il messaggero tornò dicendo che tu non gli avevi dato nessuna risposta.» «Ma se ti scrissi subito! Cosicché anche Lady Maxwell e James ignorano tuttora... Senti, Isabel, io adesso non posso trattenermi qui più a lungo dovendo andare a Cuckfield, però prima che ti lasci dimmi che non mi credi colpevole.» Essa volle rispondergli, ma la voce le venne meno. «Mia cara» proseguì Anthony. «Siamo ancora tutti e due cristiani e serviamo lo stesso Dio; certo non vorrai rompere con me perché mi sono fatto cattolico.» «Oh, Anthony, giurami che non scherzi.» «Guarda, Isabel, ecco qui una lettera del prete che mi ha istruito per don Barnes, nella quale gli dice che questa sera stessa può ricevermi nella Chiesa cattolica.» «Don Barnes non è a Cuckfield.» «Come lo sai? dov' è allora?»
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«È alla Hall per celebrarvi domani la messa e...» «Che cos'hai, Isabel?» «E... per ricevermi nella Chiesa cattolica.» Quella sera i due giovani passeggiarono a lungo in giardino; in cielo scintillavano le stelle e nei loro cuori ardeva la gioia più pura e più viva. Anthony narrò a sua sorella com'era avvenuto l'arresto di James e la fanciulla volle subito informarne Mrs. Margaret e Lady Maxwell, che per l'appunto erano entrambe a Dower House, e grande fu la loro gioia alla notizia dell'innocenza di Anthony. Esse poi li lasciarono per andare a occuparsi dei preparativi per la commovente cerimonia della loro abiura, che in quella notte doveva celebrarsi alla Hall. Anthony allora comunicò alla sorella le proprie speranze di essere un giorno prete e di potere in quel modo servire Iddio e i suoi compatrioti. «E dove farai i tuoi studi?» chiese Isabel tremante al pensiero di ciò che il sacerdozio era costato a James. «A Douai, e credo che partirò quest'estate.» «Così presto!» Poi dopo un momento di silenzio: «Anthony, bisogna che ti parli di Hubert» disse, e incominciò a narrargli tutto quanto era avvenuto nei mesi precedenti e come egli era tornato una settimana prima del tempo stabilito per avere la sua risposta. «Lunedì scorso udii a un tratto il suo passo per le scale e un momento dopo lo sentii entrare nella stanza dov' ero, ma non ebbi il coraggio di guardarlo: egli mi si avvicinò rapidamente e io, vinta dalla commozione, caddi a sedere nascondendomi il volto e scoppiai in pianto. Egli allora mi prese le mani e me le strinse fortemente, poi sottovoce mi disse: "Sarò quello che tu vuoi, cattolico o protestante". Oh, Anthony, se tu sapessi che cosa furono di terribile per me quelle parole! Lo guardai; era pallidissimo e la sua bocca aveva un tremito convulso; mi disse ancora tante altre cose, ma ho cercato di dimenticarle. No, non posso, non voglio pensare a lui com' era in quel momento. Alla fine mi lasciò pieno di rabbia e da allora non l'ho più visto. Un'ora dopo Lady Maxwell mi fece chiamare nel suo salotto per dirmi che non poteva rimanere alla Hall; soggiunse che Hubert era partito per Londra e che sarebbe tornato soltanto la domenica dopo Pentecoste, e mi chiese se sarei stata disposta a partire con lei. Ma io non seppi risponderle nulla in proposito, desiderando prima parlare con te e farti sapere che mi ero fatta cattolica.» Quando i due giovani rientrarono in casa trovarono Mrs. Margaret che li aspettava nel vestibolo. «Sembrate davvero due sposi» disse loro sorridendo con dolcezza e fissando su di loro uno sguardo pieno di ammirazione.
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Anthony indossava un abito di raso con una gala intorno al collo, e Isabel un vestito di velluto nero; suo unico ornamento erano gli splendidi capelli neri e un vezzo di perle. Insieme con la vecchia signora andarono allora alla Hall: era una tranquilla serata senza un alito di vento e nel profondo silenzio non si udiva che il lieve mormorio dell'acqua nella fontana e il debole cinguettio di qualche uccelletto, che cercava posto entro il nido di un compagno. Dietro la scura siepe di tassi incominciò a sorgere la luna e a poco a poco tutto il gran tetto della casa fu da essa completamente illuminato. Passarono due ore; poi la porta della Hall fu nuovamente aperta e comparvero cinque figure: Lady Maxwell, Mrs. Margaret, Anthony col berretto in mano, Isabel con il capo coperto da un velo e dietro a loro don Barnes in veste talare. Lady Maxwell abbracciò la fanciulla e baciò in fronte il fratello; poi i due giovani commossi e silenziosi fecero ritorno a casa loro. Durante la notte Isabel si svegliò e, nel vedere la sua stanza tutta illuminata dalla luce della luna, scese dal letto e si avvicinò alla finestra: guardò il cielo scintillante di stelle, poi il gran prato che si distendeva davanti alla casa, il muricciolo rivestito di edera e i grandi alberi. A un tratto nel profondo silenzio si udì un melodioso gorgheggio. Meravigliata alzò lo sguardo: erano delle allodole che nel loro volo notturno facevano piovere sui campi e sui boschi le loro soavi note. A quel suono parve che la terra si agitasse nel sonno: un uccello incominciò a cantare, un coniglio uscì dalla tana e si mise a correre per il prato, poi subitamente si arrestò nel vedere la bianca figura alla finestra; in quel mentre si udì in lontananza il bramito di un cervo. «Così pure anela l'anima mia» sospirò Isabel. Poi quel fiume melodico, che coll'avvicinarsi dei cantori notturni alla terra era andato crescendo d'intensità, cessò quasi a un tratto e in quella solenne quiete essa sommessamente soggiunse: «Quanto sei buono, oh mio Signore!». Finalmente cominciò ad albeggiare. Cristo era risorto! Prima ancora che sorgesse il sole Anthony e Isabel si diressero nuovamente verso la Hall ed entrarono nella piccola cappella, dove la sera prima erano stati ricevuti nel seno della Chiesa cattolica. Un soave profumo di fiori era diffuso per l'aria; lo scuro cassone sul quale adesso posava la pietra sacra, era di nuovo trasformato in uno splendido altare, verso il quale grandi gigli volgevano i loro candidi calici, come in ascolto del silenzioso arrivo del Signore; e per terra, in luogo delle taglienti palme sulle quali Egli aveva camminato la settimana precedente, erano sparse delle frasche, delle erbe odorose, delle foglie di lauro e dei bianchi fiori, che formavano un soffice tappeto per i Suoi piedi trafitti. Dopo alcuni istanti entrò il prete, la cui personalità spariva adesso sotto lo splendido simbolismo delle vesti sacerdotali, e la gloriosa messa di Pasqua ebbe inizio.
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«Immolatus est Christus. Itaque epulemur. E stato immolato Cristo; per la quale cosa solennizziamo la festa» disse san Paolo attraverso l'Epistola ai due convertiti. «Quis revolvet nobis lapidem? Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro? chiesero le due donne. Ma riguardando videro rimossa la pietra, che era molto grande: erat quippe magnus valde.» Era adesso l'Evangelista che parlava. I due giovani s'inginocchiarono: per vie diverse, senza saper l'uno dell'altra, Anthony e Isabel avevano entrambi coraggiosamente attraversato le tenebre e, giunti alfine nella casa paterna, si erano incontrati nella piena, visibile gloria del volto del loro Signore: «Orto jam sole», poiché il Sole della Giustizia era sorto, e sotto le sue ali ogni dolore era consolato. «Et credo in unam sanctam Catholicam et Apostolicam Ecclesiam », esclamarono simultaneamente i loro cuori. Credo finalmente in una Chiesa cattolica; una, perché fondata su di uno solo e perché una è la sua fede; santa perché essa è Figlia di Dio e Madre di Santi; apostolica, perché ha per reggitore il principe degli apostoli, il vicario stesso di Cristo. «Et expecto vitam venturi saeculi.» E aspetto la vita del secolo avvenire, e al pensiero di essa e di Colui che è la via per giungervi, sono pronto a rinunciare a ricchezze, parenti, fratelli e sorelle. Il trionfale squillo delle trombe, che aveva echeggiato al Gloria in Excelsis, era già da lungo tempo svanito; i nomi e i titoli del principe erano stati proclamati: «Unum Dominum Jesum Christum; Filium Dei Unigenitum; ex Patre natum ante omnia saecula; Deum de Deo; Lumen de Lumine; Deum Verum de Deo Vero; Genitum non factum; consubstantialem Patri». E proclamata pure era stata la sua prima opera: «Per quem omnia facta sunt». E ora il sacerdote rammentava i suoi grandi trionfi: come Egli era sceso dal Cielo in cerca della sua Diletta; come per amor suo si era travestito, e come per un miracolo, che era stato il coronamento dell'amore e l'opera più grande dell'Onnipotente Iddio, Egli si era fatto uomo: «et homo factus est» e nel pronunciare queste parole il sacerdote abbassò ancora di più la voce, e i fedeli si prostrarono davanti a questo principe così glorioso e così umile. Il suo ministro ricordò poi quelle sue vittorie, che erano parse così tristi sconfitte; quindi, con un grandioso crescendo, rammentò i suoi ultimi trionfi: come Egli aveva sconfitto il principe delle Tenebre, dato l'assalto alla sua fortezza, forzata la sua prigione, e come alfine era salito trionfante al cielo, dove si era assiso alla destra del Padre. I più commoventi pensieri si affollavano intanto nella mente dei due giovani: ai loro sguardi, che già avevano contemplato i Suoi splendidi araldi, apparivano ora delle misteriose figure con le offerte di Melchisedech, adombranti il sublime evento che stava per succedere. Quindi avvolte in risplendenti nuvole videro le prime file
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delle gerarchie angeliche: Angeli, Dominazioni, Podestà, Virtù e Serafini, che a una voce gridavano alla terra e al cielo di acclamare Colui che veniva nel nome di Dio; ed ecco al solenne Hosanna in Excelsis squillare di nuovo le trombe; poi fra un religioso silenzio avanzare quelle gloriose creature che sono sempre vicine al Suo trono, e prima fra tutte Sua Madre, risplendente di gloria, quindi i Principi di sangue reale Pietro e Paolo, accompagnati dalle figure mitrate di Lino, Cleto, Clemente e compagni. Il silenzio si fa più profondo e impressionante, e i fedeli si prostrano maggiormente per adorare Colui che si avvicina sempre più. Ed eccolo alfine avanzare, calpestando le sue stesse leggi e ciononostante, come sul lago di Galilea, sostenuto da esse; Colui che vive nell'eternità diviene in un istante presente. Colui che trascende gli spazi è ora immanente sotto le sacre specie; Colui che è sempre alla destra del Padre posa, sebbene non circoscritto, sul bianco corporale, in mezzo ai sacri vasi e al profumo dei fiori, mentre al di fuori del circolo luminoso della Sua presenza tutto il suo seguito sparisce nel silenzio e nel nulla. Davanti a Lui il sacerdote s'inchina profondamente cercando con gesti d'interpretare quel silenzio al quale nessuna parola può sostituirsi, e i fedeli contemplano con gli occhi della mente Colui che. è il più bello fra i figli degli uomini, e per il quale i loro cuori ardono d'amore. Passano alcuni minuti; le Vergini che seguono l'Agnello, ossia Felicita, Perpetua, Agata e le loro compagne, avanzano sorridenti; il Padre Eterno è invocato colle parole stesse del Figlio, e per ultimo il Re, scendendo ancora un gradino della Sua infinita umiltà, getta via le ultime vestimenta della sua dignità reale, e in un impeto di desiderio e di passione penetra nell'invisibile profondità di quei due cuori tremanti, fatti a immagine Sua, i quali in un'agonia d'amore si sollevano per andargli incontro e unirsi a Lui. Fuori intanto sempre più viva e intensa si fa la luce: il sole appare dietro l'alta siepe di tassi; le gocce di rugiada, che splendono come diamanti, spariscono a una a una; l'uccelletto, che durante la notte aveva fatto sentire il suo debole cinguettio, gorgheggia allegramente; le allodole, che al lume di luna avevano rivolto in alto il loro volo, corrono veloci fra gli alti fili d'erba, e i gigli del giardino, ai quali non era stato dato di adornare la sala del Trono, attendono ansiosi coloro i quali hanno potuto vedere il Re così da vicino. Ed ecco comparire i due giovani: essi avanzano silenziosi, ma la gioia che illumina il loro volto eclissa lo splendore del mattino, il canto degli uccelli, lo scintillio delle gocce di rugiada.

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PARTE TERZA

Capitolo I L'INVINCIBILE ARMADA

Da quando i Gesuiti erano sbarcati in Inghilterra, il conflitto fra l'antica religione e la giovane, ardente nazione era andato continuamente accrescendosi, e sebbene molti preti fossero adesso esiliati, imprigionati e anche messi a morte, altri impavidi venivano dal continente a sostituirli. Quando poi nel 1583 il famoso padre Holt andò in Scozia, si ebbe una manifestazione ancora più grande del sentimento cattolico, la quale purtroppo fra le classi ignoranti si esplicò in atti che ben potevano prestarsi a critiche. Avvenne allora una vera scissione nel campo cattolico, nel quale si formarono due gruppi ben distinti: al primo appartenevano coloro che non volevano assolutamente occuparsi di questioni di politica e desideravano essere a un tempo buoni cattolici e buoni inglesi, ossia obbedire al Papa in materia di fede, e a Elisabetta in tutto ciò che apparteneva alla vita civile; al secondo invece appartenevano uomini esaltati, i quali si consideravano in lotta con il capo dello Stato, da loro ritenuto eretico e usurpatore, e ordivano trame per attentare alla sua vita, pronti anche a morire per sostenere la propria causa. Disgraziatamente il Governo commise il fatale errore di non far distinzione fra questi due gruppi, cosicché furono torturati e impiccati molti, che erano fedeli sudditi inglesi, unicamente perché professavano la stessa religione dei cospiratori. Vi era tuttavia una domanda che rendeva perplessi e dubbiosi molti buoni cattolici, ed era se il Papa aveva o no il diritto di deporre il sovrano, e spesso i giudici se ne servivano per poter dichiarare colpevoli gli accusati. Ma se ai cattolici non era sempre possibile dare una risposta soddisfacente, essi mostrarono coi fatti, quando l'Armada fu mandata contro l'Inghilterra, da quali sentimenti erano animati. Però, prima ancora che ciò avvenisse, molti fra gli stessi protestanti avevano incominciato a condannare le misure eccessive usate contro di essi, e soprattutto la morte di Campion e dei suoi compagni. Dopo un periodo di grande agitazione causata dalla spedizione del 1580, l'Irlanda veniva nuovamente ridotta in servitù, e colla tortura e morte di Hurley e il massacro degli scozzesi, venuti in soccorso degli irlandesi, si ristabiliva nell'isola una quiete temporanea. In Scozia intanto gli intrighi intorno a Maria Stuarda finivano per condurla alla morte. Walsingham con fine astuzia era riuscito a indurla a tenere una
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corrispondenza segreta, fornendole egli stesso un barile da birra ingegnosamente costruito per far passare di nascosto le sue lettere, che venivano lette dai suoi nemici prima di arrivare a destinazione. Quando poi fu giunto il momento adatto, egli fece arrestare un gruppo di fanatici dei quali supponeva che Maria Stuarda conoscesse i disegni, e dopo che questi furono giustiziati, nell’87 ottenne che Elisabetta firmasse la sentenza di morte di Maria Stuarda. Questo atto della regina fece scatenare la tempesta che la sua condotta aveva già sollevato nel continente, e l'anno dopo la Spagna mandava la sua Armada. Frattanto le condizioni della Chiesa d'Inghilterra erano tutt'altro che prospere: e siccome i puritani diventavano ogni giorno più potenti e numerosi, fu incaricata una commissione con a capo Whitgift di chiedere ai loro teologi di riconoscere la supremazia della regina e di accettare i Trentanove articoli e il nuovo Libro di preghiere. A ciò Burgley e i Commons opposero un deciso rifiuto; ma Whitgift, che era intanto succeduto a Grindal, tenne duro. Incominciò allora una interminabile disputa, e Copping e Thacker furono messi a morte per aver pubblicato libri in favore della causa puritana. Ciò che in politica dava adesso maggior pensiero all'Inghilterra erano le relazioni con la Spagna. Da quando Drake aveva corseggiato nei domini spagnoli, era sorta una forte inimicizia tra i due paesi, la prima manifestazione della quale si ebbe nell'armamento di una flotta a Cadice, furono quindi catturati alcuni bastimenti inglesi in porti spagnoli: e poco dopo, per vendetta, Drake saccheggiò alcune città lungo la costa spagnola, fra le altre Vigo e Santiago, e in seguito anche San Domingo e Cartagena nelle Indie. Nel 1587, poi, ottenne nuovamente dalla regina il permesso di molestare la Spagna, e dopo aver bruciato tutti i bastimenti che erano nel porto di Cadice, assediò i forti di Faro, distrusse a Corinna le munizioni dell'Armada e si impadronì della nave San Felipe con tutte le ricchezze che essa conteneva. Da principio Elisabetta si curò poco che in tal modo si accrescesse l'inimicizia con la Spagna, pensando che questa avesse già abbastanza da fare con i Paesi Bassi, allora in rivolta, per poter rispondere agli attacchi degli inglesi; ma quando incominciarono a giungere notizie dei preparativi dell'Armada, anche Elisabetta cominciò a dar segni di inquietudine, tanto più che la Francia, turbata da lotte interne, essendo divenuto erede del trono il protestante Enrico di Navarra, non poteva certo venirle in aiuto. E ora purtroppo pareva inevitabile che il gigantesco regno meridionale stesse per vendicarsi del piccolo regno del nord, che così a lungo lo aveva impunemente insultato. Le prime notizie dei grandi preparativi di guerra degli spagnoli giunsero in Inghilterra nell'ottobre dell’87 suscitando la più viva agitazione, che dopo alcuni mesi si mutò in vero sbigottimento, sì che si finì per non parlar d'altro che della gigantesca armata, comandata da uomini che appartenevano al fior fiore dell'aristocrazia spagnola e il cui fervore religioso era simile a quello dei crociati. I superstiziosi incominciarono allora a confrontare con un senso di timore i nomi delle navi inglesi Leone, Vendetta, ed Elisabetta Giona con quelli delle spagnole: San Felipe, San Matteo e Nostra Signora del Rosario; altri invece, di spirito più pratico,
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consideravano con un senso di tristezza la parsimonia della regina nel far distribuire polvere e munizioni. Finalmente, verso metà estate, anche le navi inglesi furono pronte alla guerra e le truppe si riunirono a Tilbury sotto il supremo comando dell'incapace Lord Leicester. Uno dei porti lungo la costa meridionale, dove la notizia della guerra imminente aveva suscitato maggiore entusiasmo, era quello di Rye: nella sua grande e poco profonda baia c'era un continuo andare e venire di barche da pesca, e per le sue ripide vie acciottolate gli abitanti si arrestavano per acclamare ogni marinaio che passava; oppure, fermi per lunghe ore lungo la riva del mare, osservavano i bastimenti che offrivano un aspetto animatissimo. Circa il 20 luglio un messaggero entrò di carriera in città con la notizia che tutti dovevano tenersi pronti a incontrare il nemico alla fine del mese, ciò che accrebbe ancora l'agitazione degli animi; poi la sera del 28 echeggiarono a un tratto delle grida nella parte più alta di Rye, e subito dopo la campana della chiesa dette il segnale d'allarme. I marinai, occupati a rotolare barili di polvere sul molo, interruppero il loro lavoro e di corsa si diressero verso la via principale, dove già da ogni vicolo affluiva gente in preda alla più viva inquietudine: alcuni bestemmiavano, altri ridevano, e altri pallidissimi correvano come all'impazzata senza pronunciar parola. In direzione ovest, al di là di Winchelsea, era stata vista innalzarsi nella tranquilla aria della sera una colonna di fumo, la cui base pareva di fuoco, e subito dopo erano stati uditi dei colpi di cannone sparati dalla torre di Ypres, per avvertire le sentinelle sugli scogli di Folkestone che il nemico era giunto in vista dell'Inghilterra. Fu quello il principio di un periodo d'ansietà. Giorno e notte centinaia di persone stavano con lo sguardo fisso verso ovest per scoprire se l'Armada avesse tentato uno sbarco sulla costa meridionale, oppure se si fosse avvicinata alla costa francese per unirsi al principe di Parma; ma sul vasto, azzurro mare si vedevano solo bastimenti, che poi sparivano verso destinazioni ignote. Le notizie che portavano i messaggeri erano vaghe e incerte; si diceva che c'era stato un combattimento senza alcun risultato decisivo, che gli spagnoli non avevano ancora tentato uno sbarco e che molto probabilmente non vi si sarebbero arrischiati prima di avere congiunto le loro forze a quelle della Fiandra. Finalmente il 4 agosto, prima ancora del sorger del sole, si udirono distintamente, in direzione sud-ovest, i primi colpi di cannone; ma con l'imbrunire tutto ritornò nel silenzio e l'ansia degli abitanti non fece che accrescersi. Durante tutta la notte le strade furono affollate di gente agitata da speranze e da timori, la quale in attesa degli avvenimenti s'abbandonava a ogni sorta di congetture. Quand'ecco che il venerdì mattina un nuovo fatto suscitò la più grande agitazione: una squadra inglese era stata vista andare velocemente verso est. Immediatamente una barca uscì dal porto e si diresse verso l'alto mare in cerca di notizie, mentre altre barche partivano per i porti vicini. Finalmente, dopo tre lunghe ore d'attesa, la prima di esse tornò con notizie che gettarono lo scompiglio in città. Nella giornata di mercoledì, allorché il mare era in perfetta calma, era avvenuto un combattimento di risultato incerto; poi la mattina seguente erano stati catturati alcuni bastimenti mercantili spagnoli, e vi era stato un altro combattimento, nel quale le navi inglesi non avevano patito quasi alcun danno, mentre i nemici avevano subito gravi perdite; e per ultimo, e questa era la notizia più
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importante, le navi di cui Rye poteva disporre dovevano subito partire per unirsi entro la giornata di sabato alla squadra inglese a ovest di Calais. La squadra che era stata vista passare era comandata dallo stesso ammiraglio e diretta a Dover per rifornirsi di vettovaglie e di munizioni, e prima di sera avrebbe dovuto riunirsi alla flotta. Alcune ore dopo salpavano tutte le navi che erano in porto, e madri, spose e fidanzate le seguivano con lo sguardo pensando ai loro cari che portavano lontano; poi, quando le ebbero viste scomparire tra le nebbie che avvolgevano le coste della Francia, ritornarono tristemente alle loro case. Sulla riva rimasero solo alcuni vecchi marinai i quali, fissando i puntini bianchi che si scorgevano in lontananza, andavano ripetendo che certo laggiù era una gran flotta. Quella sera all'ora del tramonto il cielo era burrascoso; durante la notte ci furono vari rovesci, e la mattina dopo le strade di Rye erano tutte bagnate e le onde s'infrangevano impetuose contro il molo della piccola città.

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Capitolo II COMBATTIMENTO NAVALE

Dopo la partenza delle navi l'ansia degli abitanti di Rye non fece che accrescersi. Durante il giorno i migliori punti d'osservazione furono continuamente occupati, e la notte molti rimasero sulla torre di Ypres esplorando con lo sguardo il plumbeo, agitato mare; ma sulla vasta distesa d'acqua non si vedevano che pochi bastimenti che traversavano la Manica, e delle barche da pesca che talvolta entravano in porto; ma le notizie che portavano erano sempre contraddittorie, e non facevano che aumentare lo stato d'inquietudine della popolazione. La piccola cappella di St. Clara, nell'antica chiesa parrocchiale di St. Nicholas, ogni mattina era gremita di donne che venivano a chiedere a Dio di proteggere i loro cari, che combattevano laggiù contro i terribili spagnoli; il martedì esse vi accorsero ancora in maggior numero, perché il giorno prima era stato udito un sordo rumore, che taluni, per calmare gli animi, avevano detto essere quello del tuono, ma la loro stessa voce aveva tradito il pensiero. Allorché quella mattina le donne uscirono dalla chiesa, un marinaio affacciato a una finestra gridò loro che un bastimento stava avvicinandosi alla città; allora di corsa si diressero verso il porto, dove vi era già una gran folla, ma lì seppero che si trattava soltanto di uno dei soliti bastimenti che facevano servizio tra Boulogne e Rye; tuttavia attesero che fosse ancorato, desiderando assistere allo sbarco dei passeggeri. Allorché quasi tutti furono scesi a terra, comparve sul ponte una giovane signora vestita di grigio con un mantello sul braccio; era Isabel Norris, la quale avanzò con passo rapido seguita dal fratello e dai loro servi. Anthony era assai cambiato da quando sei anni prima era partito dall'Inghilterra; aveva adesso una bella barba e il suo sguardo, un tempo così vivace e allegro, era ora serio e riflessivo. Isabel fisicamente era ben poco cambiata, soltanto aveva un aspetto più grave; il suo portamento era più dignitoso, la sua bocca esprimeva maggior fermezza e nei suoi occhi era più accentuata quell'espressione di astrazione che è spesso indizio di una profonda vita interiore. I due giovani si avviarono verso l'albergo senza quasi scambiare parola; giunti là, Anthony chiese che fosse loro servito il pranzo in un salottino privato e poi disse all'albergatore che gli occorrevano dei cavalli per proseguire il viaggio.
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«In quanto al pranzo li posso subito accontentare» rispose questi. «Ma per il rimanente ciò non è possibile sino a domani mattina, avendo fuori tutti i miei cavalli.» Anthony allora decise di passare la notte a Rye. Tanto a lui che a Isabel pareva quasi impossibile ritrovarsi in patria dopo tanti anni. Quando avevano lasciato il paese, erano andati a stabilirsi a Douai insieme con i Maxwell; ma poco tempo dopo Mrs. Margaret li aveva dovuti lasciare per obbedire all'ordine della sua superiora, che la chiamava in un convento a Bruxelles; Anthony era entrato in seminario, e Isabel era così rimasta con Lady Maxwell. Ma una triste mattina, nell'entrare in camera sua, l'aveva trovata morta sul suo inginocchiatoio, ai lati del quale le due candele, ch'essa aveva acceso la sera prima, ardevano ancora; la sua testa era reclinata sul petto e le sue bianche mani stringevano ancora la croce infissa nell'inginocchiatoio. Isabel aveva mandato in fretta a chiamare un dottore il quale, nel vedere quella figura immobile in un'eterna preghiera, si era inginocchiato esclamando: « Pendant ses oraisons!», poi con voce più commossa aveva soggiunto: «Priez pour moi, Madame». La pia, fervente cattolica, che su questa terra aveva tanto sofferto, era alfine giunta al luogo del riposo. Durante i suoi ultimi anni aveva avuto il conforto di poter essere vicina al figlio James, e ciò in parte l'aveva consolata del vivere lontana dal suo paese. Isabel, rimasta sola, era andata a stare presso degli amici, poi, dopo l'ordinazione di Anthony, avvenuta nel giugno, era partita con lui per far ritorno in Inghilterra, e adesso erano diretti a Stanfield dove, essendo morto il vecchio don Blake, il signor Buxton aveva vivamente pregato Anthony di venire a fargli da cappellano, e di condurre con sé la sorella. La proposta era stata accettata con piacere da Anthony, che aveva però stabilito di passare prima da Dower House, rimasta in custodia della signora Carrol. Quel giorno durante il pranzo essi parlarono pochissimo e soltanto dell'Armada, del loro viaggio e della gioia di poter presto rivedere la vecchia casa paterna, e ciò per prudenza, essendo stati avvertiti dai loro amici che, specialmente nei porti di mare, si nascondevano numerose spie. Stavano terminando il pranzo allorché a un tratto udirono un colpo di fucile. Anthony si affacciò alla finestra e vide gente che correva in direzione del porto; chiese che cosa fosse successo, ma non ottenne risposta. «Andrò a vedere che cosa è accaduto e poi ti farò sapere qualche cosa» disse alla sorella. In quel mentre un servo entrava precipitosamente nella stanza. «Signore!» esclamò. «È stata catturata una nave spagnola vicino a Dungeness.» Alcune ore dopo, allorché parve ristabilita un po' di calma in città, Anthony si avviò verso il molo, dove gli riuscì di vedere assai bene il bastimento ancorato a poca distanza, e anche una parte del bottino sparso per terra, consistente in circa una
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dozzina di cassoni scolpiti e con borchie di acciaio, sei barili, una quantità di ricchi abiti e tappezzerie sulle quali erano stati gettati un crocifisso d'argento e la campana della nave; per terra era anche una bella tavola di mogano che un pastore protestante stava ammirando. «Ecco qui qualche cosa che farebbe per la mia chiesa» diss'egli. «Chiederò alla regina di regalarmela.» «Santa vendetta» rispose Anthony. Sebbene egli poco s'intendesse di bastimenti, nell'osservare il San Juan de Cabellas aveva subito pensato che un tempo doveva esser stato un legno mercantile, al quale poi erano state praticate delle aperture da ambo i lati per le bocche dei cannoni; ma adesso era in una ben triste condizione. La forte armatura era sfondata in molti punti da palle di cannone, e così pure lo scafo; gli alberi tutti abbattuti, a eccezione di uno che aveva molte spaccature; il bompresso spezzato, l'alto cassero, tipico dei bastimenti spagnoli, quasi del tutto rovinato, e sulla polena, che rappresentava una testa d'uomo circondata da un'aureola, si vedevano tracce di numerosi colpi d'ascia. Più triste ancora era l'aspetto dei ponti di mezzo: tanto i tronchi degli alberi che la battagliola e gli attrezzi della nave erano tutti macchiati di sangue, ciò che dimostrava quale accanita resistenza il San Juan avesse opposto al nemico. Ritornato all'albergo, Anthony raccontò alla sorella ciò che aveva visto. Il resto della giornata fu da essi passato in casa, mentre per le strade risuonavano grida entusiastiche per la cattura della nave nemica. Sull'imbrunire il tumulto anziché cessare andò crescendo; finalmente verso le nove, dopo che un'allegra comitiva fu entrata nella sala a terreno dell'albergo, parve ristabilita un po' di quiete. Isabel allora pensò di andare a dormire, ma in quell'istante un servo picchiò all'uscio. «Signore» disse rivolto ad Anthony. «C'è da basso il tenente Raxham del Seahorse, il quale sta narrando come è stato preso il San Juan; vuol venire anche lei a sentirlo?» Anthony dette un'occhiata interrogativa a sua sorella. «Sì, vai pure, poi mi racconterai ogni cosa.» Egli scese le scale ed entrò nella grande sala dove, con suo dispiacere, vide che gli era stato riservato il posto d'onore a capo tavola. «La prego di accomodarsi accanto a me» disse l'albergatore, andandogli incontro. Anthony dette un'occhiata in giro; la sala era piena di gente: intorno alla tavola sedevano dei soldati e dei contadini di Hawkhurst, Cranbrook e Appledore che erano stati mandati a Rye per difendere la costa; molti di loro portavano il giaco e l'elmo, altri la corazza e la spada, altri ancora tenevano in mano delle alabarde che scintillavano al di sopra delle teste; il rimanente della sala era occupata da uomini di Rye. Sul volto di tutti si leggeva la più viva animazione; l'ansia dei lunghi mesi di aspettativa era cessata: il mostro meridionale era apparso sul mare e il piccolo regno
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nordico gli si era gettato addosso affondando in lui i suoi artigli; e ora il cuore di questi inglesi esultava nell'udire sino a che punto esso era riuscito a dilaniarlo. Il tenente Raxham, un giovane sui diciotto anni, sedeva di fronte ad Anthony, all'altra estremità della tavola; con la mano sinistra teneva un bicchiere e con la destra gestiva animatamente. Egli non era, a dir vero, un oratore, ma il suo aspetto sveglio e simpatico e le sue espressioni vive ed efficaci facevano sì che gli uditori lo ascoltassero in religioso silenzio, interrompendolo solo ogni tanto per applaudirlo. All'entrare del forestiero egli tacque un istante. «Parla del San Juan» disse l'albergatore sottovoce ad Anthony. «Ed essi» riprese il giovane «continuarono a sparare Contro di noi, ma riuscirono soltanto a danneggiare la coffa, dov'era il povero Tom Dane, il quale cadde morto.» S'udì nella sala qualche sommessa esclamazione, ma Raxham non vi fece caso. «S'era chinato sul suo fucile e in quell'istante una palla lo colpì alla schiena; e fu ferito anche il vecchio Harry e altri ancora; noi intanto continuavamo a far fuoco prendendo di mira la poppa del loro bastimento sino a che... Ma andate a vederlo, e allora soltanto potrete farvi un'idea di ciò che siamo riusciti a fare. Quando poi fummo vicini al San Juan, mi accorsi che dai suoi ombrinali venivano fuori dei veri ruscelli di sangue e che sul ponte di mezzo s'erano riuniti marinai e soldati e anche alcuni preti; intanto le nostre palle, che passavano fischiando fra la poppa e il castello di prua del bastimento nemico, facevano sempre nuove vittime.» Tacque un momento e bevve un lungo sorso; un confuso mormorio si diffuse per la sala. «Fu circa a mezzogiorno, e prima ancora che arrivasse l'ammiraglio, che affondò il nostro vecchio Seahorse. Noi ci eravamo ancor più avvicinati al San Juan quand'ecco una palla colpì il vecchio Dick Kemp e ridusse in pezzi la barra del timone.» «Dick?!» esclamò uno degli uditori. «Silenzio!» gridarono gli altri. «Era dunque venuto per noi il momento di abbordare e invadere la nave nemica! E io intanto continuavo a far fuoco ma non riuscivo quasi più a distinguer niente; il fumo era così denso che pareva di essere avvolti da una fitta nebbia; il rumore poi era veramente assordante; tuttavia potevo ancora udire la forte voce del capitano, la quale pareva dominare ogni altro suono. A un tratto un tremendo schianto mi fece alzare il capo, e vidi i ponti della nave spagnola più alti di noi, e sulla sua poppa, che sembrava una torre, due spagnoli, che guardavano in basso digrignando i denti; in quell'istante m'accorsi di essere proprio di fronte a una colubrina; con un salto fui a poppa gridando ai miei compagni di seguirmi. Quasi contemporaneamente gli spagnoli spararono una bordata; fu un momento terribile; capii che quella era la fine del nostro vecchio Seahorse: infatti attraversato da ogni parte dalle palle nemiche incominciò a girare, a sussultare, e l'aria echeggiò di alte, terribili grida. La poppa del nostro bastimento era adesso all'altezza del ponte di mezzo della nave spagnola; solo da quel punto era possibile invaderlo. Il capitano, che sino allora
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aveva combattuto con una freddezza meravigliosa, senza mai lasciarsi sfuggire neppure un'imprecazione, aveva adesso il viso rosso come il fuoco e i suoi occhi mandavano lampi. La nostra poppa ondeggiava violentemente sbattuta dalle onde, ma non era questo che lo preoccupava, e neppure le palle che piovevano dall'alto, né quei diavoli neri che lo minacciavano con le loro picche e ai quali rispondeva soltanto con le più terribili maledizioni, bensì la sicura, inevitabile perdita del Seahorse, che già aveva cominciato ad affondare. Un momento dopo la nostra poppa toccava la nave nemica: ebbene» disse il tenente fissando un momento i suoi uditori e scoppiando poi in un riso convulso. «Vi assicuro che in vita mia non ho mai veduto nulla di più spaventoso. Il capitano con la sveltezza di un gatto selvatico spiccò un salto, posò un istante il piede sulla battagliola del San Juan e fu in mezzo ai nemici; gli vidi spaccare il viso a due spagnoli, poi senz'altro mi precipitai dietro a lui insieme con i miei compagni, abbandonando così il Seahorse alla sua inevitabile morte. Compresi subito che gli spagnoli non erano più in grado di opporre resistenza; già altri dodici uomini erano stati uccisi; anche il nostro capitano perdeva sangue da una ferita, e ciò nonostante continuava a menar colpi. Qualcuno mi trapassò il braccio con un coltello, ma non vi feci caso, e seguii il capitano a poppa, mentre gli spagnoli, visto che era ormai inutile ogni resistenza, gettavano a terra le loro armi; un ufficiale in divisa blu avanzò verso di lui borbottando non so quali parole, ma egli, che non voleva saperne di venire a trattative, gli ficcò la daga nel bel mezzo del viso, facendolo andare a gambe all'aria.» La sala risuonò di risa sommesse. Anthony volse intorno lo sguardo; la più sincera gioia traspariva sul volto di tutti. «Il mio capitano» proseguì il tenente «salì la scala di poppa e io sempre dietro; ed ecco attraversare il ponte e farsi avanti con passo lento e grave il capitano della nave spagnola, che indossava un ricco abito guarnito di trine e aveva un cappello con grandi piume; fece un profondo inchino tenendo la spada per la lama, e "Senor" disse, ma in risposta alle sue riverenze ricevé un colpo di spada sulla faccia così forte che, fatte varie giravolte, andò a sbattere contro la battagliola e poi cascò in mare come una bestia morta.» Tutti scoppiarono in risa. «Ma non finì qui» ripigliò il giovane. «Il capitano ritornò sul ponte per compiere la carneficina; il combattimento poteva dirsi ormai finito. Alcuni spagnoli, che parevano tante cornacchie, erano ancora sulla coffa, e in mezzo a essi vidi un prete chinato su un moribondo; nella sinistra teneva un crocifisso e nella destra il suo onnipotente Dio; ma dopo un momento stramazzò a terra anche lui: una palla gli aveva attraversato il cuore. "Ma dove sono andati gli altri diavoli?" gridò il capitano che si era avvicinato all'albero maestro. Uno dei miei compagni gli indicò il boccaporto. In quel momento, forse per il dolore che mi dava la ferita, persi i sensi; quando rinvenni mi trovai seduto sul cadavere di uno spagnolo e accanto a me era il capitano, che mi sorreggeva la testa e mi porgeva da bere.» «E gli altri?» chiese l'albergatore.
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«Morti, tutti morti. Il capitano con circa dodici miei compagni si mise a dar loro la caccia sul bastimento, e uno di quei diavoli fece per ben due volte il giro del ponte, e poi finì col fare un salto in mare invocando non so quale santo, che però doveva essere sordo come il vecchio Baal del quale ci parla il nostro pastore la domenica, giacché non venne in suo aiuto: ma almeno quell'indemoniato di spagnolo avrà adesso il corpo pieno d'acqua salata. I pochi superstiti si erano intanto rifugiati sulla coffa: Il capitano puntò verso di loro, e l'uno dopo l'altro caddero come tanti uccelli.» «E il Seahorse?» chiese l'albergatore. Il tenente rimase silenzioso per alcuni istanti; tutti ormai sapevano qual era stata la sua fine, ma era terribile doverla confermare; si leggeva adesso sul viso del giovane una sincera commozione. «Affondato, insieme con i morti e i feriti» rispose alfine in tono brusco. Poi dopo una breve pausa disse come egli era stato incaricato di condurre il San Juan nel porto di Rye; che il capitano e il rimanente dell'equipaggio erano stati destinati da Drake alle navi rimaste con pochi marinai, e che al tramonto, finito il combattimento, la flotta inglese aveva inseguito ciò che rimaneva dell'Armada su per il mare del Nord. Appena Raxham ebbe finito il suo racconto, scoppiarono grida entusiastiche alle quali seguirono evviva e brindisi e più volte Anthony udì pronunciare un nome, che però non riuscì di afferrare. «Dio salvi Sua Maestà e la nostra Inghilterra» gridò un arciere di Appledore. «E che Dio mandi tutti i suoi nemici al diavolo» soggiunse un robusto alabardiere, alzando il bicchiere. Il baccano aveva adesso raggiunto il colmo. «Qual è il nome del capitano?» chiese Anthony all'albergatore. «Maxwell; Hubert Maxwell; uno di quelli che hanno preso parte alla spedizione di Drake.» Mezz' ora dopo, nel salire le scale, Anthony sentì Isabel che lo chiamava; aprì l'uscio della sua camera e la trovò seduta sul letto. «Ebbene?» chiese la fanciulla. «Un tenente ci ha raccontato come è stata catturata la nave nemica, e pare che il vincitore sia Hubert.» «Ah, Hubert!» ripeté lei dopo un momento di silenzio; ma il suo pallido viso non rivelò nessuna emozione. «Sì, Hubert; egli è salvo, e ha dato prova di gran valore.» «Ah sì!» rispose ella dolcemente. «Buona notte, Anthony.» «Buona notte.» Ma la mattina seguente suo fratello non ebbe il coraggio di dirle tutto ciò che aveva udito.
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La loro partenza da Rye dovette intanto essere ritardata di un altro giorno, essendo i cavalli ritornati oltremodo stanchi. Nel pomeriggio Anthony uscì a fare una lunga passeggiata; l'aria era afosa e verso ovest s'addensavano grossi nuvoloni neri. Nel far ritorno all'albergo, sull'imbrunire, osservò con meraviglia che le strade erano deserte; si diresse allora verso il porto, e poco dopo incontrò una quantità di gente che rideva e discorreva animatamente; fatti ancora pochi passi vide Isabel che avanzava con passo rapido. Subito egli pensò che le fosse accaduto qualche cosa: il suo viso di solito così sereno rivelava ora una profonda commozione e le sue labbra erano tremanti. «L'Armada è stata sconfitta» disse. «E ho visto Hubert.» Poi, senza aggiungere altro, continuò con Anthony sino all'albergo; giunti là, gli raccontò ciò che aveva fatto. «Avevo sentito dire che il capitano Maxwell era arrivato con la nave Elisabetta per fare provvigioni per la squadra di Lord Howard, e che era sceso a terra. Perciò sono andata verso il porto. Oh Anthony! tu mi conosci; non ho potuto far diversamente; né di ciò mi vergogno. Iddio legge nel mio cuore ed Egli non può essere irato con me. Giunta là ho trovato una gran folla, e dopo poco ho visto Hubert avanzare insieme con il signor Hammon e tutti hanno incominciato ad acclamarlo, ma egli pareva del tutto indifferente ai loro applausi, e sul suo volto, più abbronzato di prima, m'è parso di vedere un' ombra di tristezza. A un tratto mi ha scorta tra la folla; si è fatto avanti, mi ha salutata e mi ha baciata la mano. Oh Anthony! non ti so dire come sia stata felice in quell'istante. Alcuni si sono messi a ridere; a me poco importava, ma egli ha dato loro una occhiata così severa che hanno smesso immediatamente. Dopo avermi presentato il signor Hammon, ha voluto che salissi sul suo bastimento, che mi ha fatto visitare da cima a fondo, e mi sono anche trattenuta un po' nella sua cabina, dove mi ha parlato di sua moglie e del suo bambino; essa è figlia di un pastore protestante di Plymouth ed egli l'ha conosciuta quand'era con Drake. Cosicché vedi...». Isabel s'interruppe e andò a sedersi vicino alla finestra; poi dopo un momento: «Mi ha chiesto di te, e gli ho detto che andavamo a stare dal signor Buxton a Stanfield; gliel'ho detto perché sapevo di potermi fidare di lui. In quel momento passava davanti alla porta della cabina il signor Hammon, che andava a esaminare i cannoni e poco dopo, essendo un marinaio venuto a dire che tutto era pronto, sono venuta via. Ma sono tanto contenta d'averlo visto e di saperlo felice!». La tranquillità abituale di Isabel era scomparsa; essa ora sembrava quasi una bambina in preda a un grande eccitamento, e suo fratello non poté fare a meno di guardarla meravigliato. «Non capisci» disse lei dopo un momento «che io lo amo ancora? Ma amo anche sua moglie e il suo bambino: che Iddio li benedica e li protegga.» Anthony allora l'abbracciò in silenzio; tutto ciò era per lui un mistero.
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Capitolo III RITORNO ALLA CASA PATERNA

La sera seguente, con un tempo burrascoso, i due giovani partirono per Great Keynes. Durante tutto il giorno aveva soffiato un forte vento che sull'imbrunire era andato crescendo di intensità, spingendo sempre più l'Armada verso il mare del Nord, mentre i suoi nemici l'inseguivano per impedirle di tornare indietro. Però sulla strada che conduceva a Great Keynes e che era distante ben venti miglia dal mare, e protetta da colline, il vento non scuoteva che le più alte cime degli alberi. A un certo punto, per arrivare più presto a casa, i Norris abbandonarono la strada maestra e presero per quelle scorciatoie che ricordavano così bene, e ben presto Anthony poté, nonostante l'oscurità, distinguere le alte canne del prato di Great Keynes, ove scorreva un ruscello nel quale da ragazzo s'era divertito a pescar trote, e verso ovest le colline, dove tante volte era andato a caccia con Hubert. Egli cavalcava in silenzio pensando con tristezza che, secondo la legge del paese, il suo ritorno in patria costituiva un atto di tradimento e che di conseguenza la sua vita sarebbe stata d'ora innanzi esposta a continui pericoli. E Isabel era turbata al pensiero di rivedere i luoghi dove tanto aveva sofferto, ma dove aveva anche passato anni felici, ignara delle forze che si nascondevano nella sua quieta natura. Quando però attraversarono l'oscura valle, dove dietro gli alberi si scorgevano già i lumi della Hall, la gioia di ritrovarsi finalmente a casa fece sì che Anthony non pensasse più al suo tradimento e Isabel ai suoi conflitti, e nei loro occhi brillarono lacrime di gioia alla vista dello stagno, del ponticello sotto il quale solevano passare le barchette, e della palude con gli iris. «Come sono cresciuti gli alberi!» disse finalmente Anthony. «Non riesco neppure a veder i lumi di casa nostra.» «Forse la signora Carrol ci avrà preparato le camere al primo piano.» «Mi dispiacerebbe; avrei preferito dormire nella mia antica camera.» «Ah, guarda la colombaia!» esclamò Isabel. Girarono attorno alla fattoria e giunsero vicino al cancello del piccolo giardino cinto da mura. In quell'istante un'esclamazione di meraviglia sfuggì ad Anthony, mentre Isabel rimaneva muta dallo stupore: davanti a loro la vecchia casa era completamente buia; neppure dalle finestre della signora Carrol traspariva un po' di luce.
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«Oh Anthony!» esclamò Isabel dopo un istante. «Che non ci sia nessuno? che sia successa qualche disgrazia?» Il fratello scosse il capo e spronò il cavallo; lei lo seguì agitata da un triste presentimento. Giunti davanti alla porticina che si apriva sul retro della casa, scesero in fretta da cavallo. Anthony passò sotto il piccolo porticato e avanzò rapidamente fra le tenebre; a un tratto urtò col piede nella soglia, stese la mano, ma invece della porta si accorse di aver toccato la parete interna; allora indietreggiò spaventato, come se avesse toccato il viso di una persona morta. «Anthony, che cosa è successo?» domandò Isabel che era rimasta un po' indietro. «Fatemi luce» disse il giovane ai servi. Dopo un istante che parve loro un secolo, uno di essi accese un lume e riparandolo con la mano si avvicinò alla casa. Isabel gli passò rapidamente davanti, ma fatti pochi passi s'arrestò di colpo: alla luce tremolante della fiammella aveva visto che la porta giaceva in pezzi sul pavimento del vestibolo. Anthony le si avvicinò e la strinse affettuosamente fra le braccia, poi tutti e due entrarono in casa. La ringhiera della scala di legno che conduceva al primo piano era tutta sconquassata, e per terra, nella più gran confusione, stavano vestiti, trine, libri e mobili rovinati. «Ma dov'è la signora Carrol?» esclamò Anthony, e di corsa salì le scale; ridiscese però dopo pochi minuti. «Dev'esser fuggita» disse sottovoce. Anche la porticina a sinistra, che dava in cantina, era sfondata; sui primi scalini si vedevano turaccioli e bottiglie infrante; e sulle pareti delle macchie di vino. «Vieni» disse Anthony prendendo Isabel per la mano; e insieme entrarono nella gran sala a pianterreno. Anche lì tutto era in grandissimo disordine: gli arazzi che un tempo ornavano le pareti erano strappati, la cornice in legno del camino ridotta in pezzi, uno dei grandi pilastri all'estremità della sala spezzato, e per terra frammenti di vetro, e quadri sfondati. «Vieni» ripeté egli e per un'altra scala salirono ai piani superiori. Purtroppo la devastazione si poteva dire completa, poiché non erano state risparmiate che le stanze della servitù, dove forse gli invasori avevano pensato non valesse la pena di entrare. Più d'ogni altra destava pietà la camera di Isabel: i vetri erano tutti infranti, l'inginocchiatoio spaccato nel mezzo, il legno che rivestiva le pareti ammaccato da numerosi colpi di pietra lanciate dal di fuori e che ora coprivano il pavimento; e in mezzo a esse il ritratto di sua madre. Isabel si chinò per prenderlo e vide che era tagliato da cima a fondo; allora, sedutasi su quel letto dove aveva sperato di poter passar tranquilla la notte, scoppiò in un pianto dirotto. «Fatti coraggio, Isabel» disse Anthony avvicinandosi. «Oh, ma perché hanno fatto questo?» gli chiese fra i singhiozzi. «Che male abbiamo fatto?» La stanchezza del viaggio e il dolore l'avevano completamente affranta.

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«Perché siamo cattolici» le rispose il fratello. «Non respingere la croce che il Signore ti porge.» Era adesso il prete che parlava. Isabello fissò un istante, poi si asciugò le lacrime e appoggiò la testa sulla sua spalla. «Oh Anthony, aiutami!» Allorché fu un po' più calma, suo fratello la lasciò per andare ad avvertire i servi rimasti fuori di quanto era accaduto e dare loro alcuni ordini; ma dopo un poco essa lo raggiunse, e lì nella grande cucina, dopo aver chiuso ermeticamente tutte le finestre perché la luce non tradisse la loro presenza, cenarono con le provviste del viaggio, essendo ormai troppo tardi per rimettersi in cammino. Allorché ebbero finito, Isabel disse a suo fratello: «Avevo dimenticato ciò che avevamo stabilito per strada; ora vado da lei per darle sue notizie». «Che Dio ti accompagni» rispose Anthony dopo un momento di silenzio. Essa lo abbracciò e uscì. Fu con vero sollievo che mezz'ora dopo egli la vide tornare. «Ringrazio Dio» diss'ella avvicinandosi e prendendogli la mano «d'essere andata a trovarla; l'ho lasciata così tranquilla.» «Raccontami ogni cosa.» «Ho attraversato il giardino della Hall, ma poi, per non dare sospetti, sono andata a bussare alla porta davanti. Mi ha aperto un servo, al quale ho detto che dovevo parlare con la signora per comunicarle notizie di suo marito; egli allora mi ha fatta accompagnare in camera sua da una cameriera. E lì, in un letto a baldacchino era lei, la moglie di Hubert! Oh, se tu vedessi com' è carina! I suoi capelli di un biondo oro coprivano il guanciale, e il suo viso aveva una così dolce espressione; appena mi ha vista ha gettato un grido. Per tranquillizzarla le ho subito detto: "Suo marito è vivo e sta bene". Dalla commozione si è messa a piangere e a ridere al tempo stesso; ma quando s'è calmata è stata così affettuosa con me e mi ha baciato più volte; poi ha sollevato il lenzuolo e mi ha fatto vedere il visino d'una piccina: la loro bimba! nata soltanto martedì scorso! È la secondogenita. Mi ha detto che aveva pensato di darle il nome di Mercy, qualora entro domani non avesse ancora avuto notizie di suo marito, ma che adesso l'avrebbe chiamata Victory.» «E tu che cosa hai risposto?» chiese Anthony sorridendo. «Le ho detto di chiamarla ugualmente Mercy, e lei ha risposto che avrebbe seguito il mio consiglio» e nel dire ciò Isabel, sebbene avesse gli occhi pieni di lacrime, fece uno sforzo per sorridere. «Le ho poi parlato ancora di Hubert e le ho detto che aveva una leggera ferita alla testa, ma che del resto stava benissimo, e che la guerra pareva ormai terminata. A un tratto, mentre parlavo, lei ha immaginato chi ero e mi ha chiesto se aveva indovinato; non ho saputo nasconderle la verità; ma mi ha promesso di non dirlo a nessuno. Poi
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mi ha raccontato come, e da chi, la nostra casa è stata devastata: pare che una volta Hubert abbia biasimato la condotta di quelli che avevano abbandonato il loro paese, anziché rimanere a difenderlo; ma sono certa che nel dire ciò egli non ha avuto nessuna cattiva intenzione; purtroppo la gente si è ricordata di questa sua frase, che è andata di bocca in bocca, e quando la settimana scorsa è giunta la notizia dell'arrivo dell'Armada, una turba di gente è venuta da Grinsted, e dopo aver passato la giornata ridendo e schiamazzando nelle osterie, sull'imbrunire ha dato l'assalto a Dower House. Fortunatamente la signora Carrol, avvertita a tempo del pericolo, ha potuto rifugiarsi alla Hall e poi è partita per Stanfield, dove è ad aspettarci. Ma se tu sapessi come Grace è spiacente di quanto è successo! Ha persino insistito perché andassimo a stare in casa sua. Le ho risposto che non era possibile, dopo di che ho recitato una preghiera per lei, l'ho abbracciata e sono venuta via.» Anthony non rispose, ma guardò sua sorella con meraviglia e ammirazione. Alle tre della mattina del giorno seguente, mentre il villaggio era ancora immerso nel sonno, i due giovani lasciarono Dower House. La casa, illuminata adesso dalla scialba fredda luce del mattino, presentava, come pure il giardino dove l'erba e le aiuole erano calpestate e i vasi rotti, un aspetto di ancor maggior desolazione che non fece che accrescere il dolore di Anthony e di Isabel, i quali durante la loro dimora all'estero non avevano forse passato un solo giorno senza ricordare la casa paterna, rallegrandosi al pensiero di farvi ritorno. Il rimanente del loro viaggio fu dunque ben triste, ed essi provarono un vero sollievo quando in lontananza videro alfine il tetto di Stanfield Place. Ad attenderli vicino al cancello era il signor Buxton, che fece loro la più cordiale e affettuosa accoglienza. Dopo che Isabel si fu ritirata in camera, Anthony gli narrò la dolorosa sorpresa avuta al loro arrivo a Dower House. «Sono già stato informato di quanto è accaduto dalla signora Carrol, arrivata qui ieri sera» rispose il suo amico «ma spero che la signorina Isabel vorrà considerarsi qui come a casa sua. Credo poi bene avvertirla che, se in privato lei è per me Anthony Norris, in pubblico la chiamerò signor Capell e nessuno, salvo quelli di casa, saprà che lei è un prete e che viene dalla Francia.» Lieto di essere di nuovo col suo buon amico, Anthony non seppe trattenersi dal dirgli quale consolazione era per lui trovarsi a Stanfield. «Dio voglia» rispose il signor Buxton, guardandolo affettuosamente «che lei possa davvero essere felice in casa mia.» . Due ore dopo Anthony e Isabel, dopo essersi cambiati per la cena, scesero in salotto dove li aspettava il loro ospite, che indossava adesso un abito di raso nero con una ricca gala intorno al collo. «Mi scuserà, signorina Isabel» diss'egli dopo un momento «se questa sera la cena viene ritardata; solo mezz'ora fa è arrivata qui una gran dama per passare un po' di tempo a Stanfield Place e... Ah, eccola!»

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All'altra estremità della sala, che rimaneva quasi tutta nel buio, era stata aperta una porta; una signora in ricca veste celeste e con il petto scintillante di diamanti avanzò facendo una grande riverenza a Isabel, che si affrettò a fare altrettanto, mentre i signori s'inchinavano profondamente; ma appena la luce dei candelabri illuminò la sua persona, Anthony con viva sorpresa riconobbe in quella figura dagli occhi vivacissimi, le labbra vermiglie e i capelli neri, una cara, antica conoscenza: la signorina Corbet. E mentre la guardava sorpreso e contento, senza dargli il tempo d'impedirglielo, lei piegò un ginocchio davanti a lui e disse: «Dio la benedica, padre Anthony!». In quel momento il servo richiudeva la porta. Ma il giovane prete, nell'incontrare lo sguardo di Mary, si domandò se nei suoi occhi brillasse un malizioso sorriso o una lacrima. «Ciò è molto rispettoso da parte sua, signorina Corbet» disse il signor Buxton «ma la prego di non inginocchiarsi più in presenza dei miei servi.» «Lei è sempre stato un uomo prudente» rispose essa sorridendo; poi voltandosi verso Anthony: «Ha visto tutte le porte segrete che il nostro ospite ha fatto fare a Stanfield? Sono certa che nei labirinti di questa casa potrebbe nascondersi l'intera Chiesa cattolica e sfuggire come una lepre al cacciatore, fosse questi lo stesso Santo Padre aiutato dai cardinali.» «Aspetti di essere diventata una lepre e che un altro sia il cacciatore; e vedrà che allora anche lei ringrazierà Iddio per questi labirinti.» Mary invece di rispondergli si voltò verso Isabel. «Cosicché lei non è più la fanciulla puritana di un tempo? Bisognerà che questa sera mi racconti come sono andate le cose.» «Mi sembra» disse Isabel sorridendo, mentre si mettevano a tavola «che la signorina Corbet sia sempre la stessa; nulla le deve rimanere nascosto.» Anche Anthony era meravigliato di trovar Mary così poco cambiata, mentre in lui tanti mutamenti erano avvenuti da quando l'aveva vista a Greenwich; e pensò alla ineffabile gioia provata al momento della sua ordinazione, e alle consolazioni interiori che gli procurava di continuo il suo nuovo stato. Eppure, nonostante tutto ciò, si sentiva ancora unito a Mary da un puro santo affetto fraterno. «Non ho da dar loro notizie di Sua Maestà» disse dopo un momento la signorina Corbet «eccetto che nella sua vecchiaia sta diventando soldato: si figurino che giorni orsono è andata a Tilbury, vestita di scarlatto e con una corazza d'acciaio, per vedere il suo caro Robin e il suo esercito; i soldati l'hanno accolta con grandi applausi e lei ha avuto un sorriso per tutti; ben diverso però era il suo umore prima della partenza, allorché non si riusciva ad affibbiarle l'armatura.» «Come siamo fortunati, signorina Isabel, ad avere con noi un'amica di Sua Maestà, la quale ci dà la crema delle notizie, che però è talvolta alquanto acida» disse il signor Buxton.
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«Chi ama la regina, ama pure che si dica la verità sul conto suo, per quanto questa possa essere amara; io però non ho labirinti dove nascondermi.» «È difficile che la crema non inacidisca accanto alla regina, dove ci sono tanti miasmi nell'aria» interruppe Anthony. «Persino la luce che irradia dalla sua gloriosa persona è insopportabile» disse Mary. «Sua Maestà è opprimente tanto quando splende il sole che quando tuona.» Anche dopo cena la regina fu il soggetto della loro conversazione e più volte Mary parlò di lei con tale acrimonia che il signor Buxton finì col dire: «Francamente, signorina Corbet, non riesco a capirla; so che è affezionata alla regina, ma al tempo stesso, a giudicare dalle sue parole, mi pare quasi che stia meditando la sua morte». Mary si fece pallidissima. «Ah, lei non mi capisce» rispose sommessamente con voce piena d'ira e di sdegno. «Ma allora che cuore è il suo? E vero però» soggiunse dopo un momento «che non ha assistito alla morte di Maria Stuarda.» «Come, lei è stata presente alla sua morte!» esclamò Anthony. Mary fece cenno di sì. «Se il nostro ospite me lo permette, vi racconterò ciò che ho visto.» Passarono allora in salotto, dove Mary fece cenno al signor Buxton di spegnere le candele, in modo che la stanza rimanesse illuminata soltanto dalla vacillante fiamma del caminetto. Allora, nel più profondo silenzio, incominciò il doloroso racconto. Parlò prima degli ultimi mesi dell'infelice regina, intorno alla quale l'astuto Walsingham aveva teso come una rete, sì che alla fine essa non poteva più fare un solo passo senza che si accusasse tanto lei che i suoi amici di trame vere o immaginarie; disse come lei stessa, nel dicembre dell’86, era stata mandata a Fotheringay da Elisabetta nella speranza che, essendo cattolica, Maria Stuarda le facesse delle confidenze e finisse anche per confessare d'aver preso parte alla cospirazione di Babington, ciò che invece essa negò sino all'ultimo, e persino nelle sue più intime conversazioni. «Ebbene, vi assicuro che, per quanto fosse già stata condannata a morte, la terribile sentenza non sarebbe mai stata firmata da Elisabetta, se Maria Stuarda si fosse dichiarata colpevole del delitto del quale era stata accusata. L'infelice regina riceveva poi di continuo ogni genere di insulti: un giorno mi condusse nella sala, dove un tempo era stato il suo trono, spogliato adesso del drappo regale, e dove Sir Amyas Paulet osava sedersi in presenza sua col cappello in capo, e mostrandomi un crocifisso, che aveva fatto appendere dove prima erano le sue insegne reali, mi disse: "J'en appelle de la Reine au Roi des rois". Quella stessa sera, nell'affacciarmi a una finestra, vidi nel cortile il fratello di Walsingham che scendeva in quel momento da cavallo, e dall' espressione del suo
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viso capii che i nemici di Maria Stuarda avevano ottenuto ciò che volevano, e che egli veniva con la sentenza di morte. Il lunedì arrivò Lord Kent e il giorno dopo Lord Shrewsbury, anch'essi assetati di sangue. Entrati nella sala dov'era la regina, che aveva appena finito di pranzare, le dissero che l'esecuzione avrebbe avuto luogo il giorno dopo. Io, che ero ritta dietro la sua sedia, guardai istintivamente la sua mano, che poggiava sul bracciolo, ma non potei notare il minimo tremito. Sua Maestà rispose che ciò non poteva essere vero, e che non credeva sua cugina Elisabetta capace di un tale atto. Ma quando poi dovette convincersi che quella era purtroppo la verità, non pianse né implorò misericordia; ma con dignitosa calma incominciò a prepararsi alla morte, e anzitutto chiese di potersi confessare a don Preau. A ciò Lord Kent rispose con un rifiuto e offrì invece di mandarle il signor Fletcher, assicurandola che era un sant'uomo. ''Je n'en doute pas" disse ella sorridendo. Non potendo dunque avere un prete, ciò che per lei fu molto doloroso, si confessò direttamente a Dio, e pensato così all'anima sua si occupò di sistemare varie altre cose. Quindi, dopo avere cenato con le sue dame, fece chiamare il signor Gorion per consegnargli alcuni oggetti da distribuirsi dopo la sua morte. Sino alle due del mattino stette alzata scrivendo e dando i suoi ultimi ordini. Nella corte intanto era un continuo andare e venire di gente, e, nell'attraversare un andito, vidi le torce di coloro che erano venuti ad assistere alla sua fine, e sentii i colpi di martello nella grande sala. Finalmente la regina andò a letto e credo che in quella notte nessuno nel castello dormisse più tranquillamente di lei. Prima dell'alba tornai in camera sua insieme con le altre dame, e fu uno strazio vedere quel dolce viso riaprire gli occhi alla terribile realtà. L'accompagnammo poi nel suo oratorio, dov'ella prese la pisside d'oro inviatale dal Santo Padre e si comunicò da sé, non essendo stato permesso ad alcun sacerdote di avvicinarla. Dopo pochi minuti si udì picchiare alla porta; erano venuti per condurla al patibolo. Volemmo seguirla, ma ci fu impedito: essa doveva morire sola fra i suoi nemici. Finalmente fu concesso a due delle sue dame di accompagnarla; ma io, decisa a qualsiasi costo a essere presente ai suoi ultimi momenti, mandai un biglietto a Lord Shrewsbury, che avevo conosciuto a corte, pregandolo di concedermi questa grazia. Mentre aspettavo la risposta, mi giunse dal cortile il suono della Canzone funebre delle streghe. Anche i musicisti si facevano scherno dell'infelice regina! Finalmente venne un alabardiere con l'ordine di farmi passare.» Mary Corbet tacque per alcuni istanti. Si era nascosta il viso col ventaglio e la sua persona, di solito così irrequieta, aveva assunto l'immobilità di una statua. I suoi uditori, impressionati dalla dolorosa narrazione e dal tono oltremodo commosso della sua voce, tacevano anch'essi. «Il patibolo» riprese Mary «era stato innalzato nella parte più alta della grande hall e ricoperto da un drappo nero; nel camino ardeva un gran fuoco. All'entrare della regina tutti i gentiluomini là riuniti l'accolsero con riverente silenzio, ad eccezione di uno che osò ridere. Sua Maestà, che vestiva di nero, avanzò con passo fermo e salì sorridendo i gradini del funereo trono; si sedette e guardò serena in giro. La... la mannaia era proprio di fronte a lei. Beale allora si mise a leggere la sentenza, e vidi i
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Lords fissare lo sguardo su di lei nell'udir pronunciare le ultime parole; ma il suo viso non manifestò che una lieta speranza. Guardò poi con intenso affetto il crocifisso d'avorio che teneva in mano, e le sue labbra si mossero leggermente; parlava con Colui che era morto per lei.» Mary Corbet tacque di nuovo per alcuni istanti e nel silenzio si udì un suo singhiozzo; dopo un po' continuò con voce ancora più bassa: «Il signor Fletcher incominciò a rivolgerle delle esortazioni, ma dovette suo malgrado interrompersi varie volte; alla fine la regina gli disse sorridendo di non disturbarsi maggiormente, poiché essa moriva nella religione cattolica. Fletcher non si volle dare per vinto e continuò a parlare, mentre essa fissava di nuovo lo sguardo sul crocifisso. "Non è il tenere in mano l'immagine di Cristo che la salverà, se Egli non è impresso nel suo cuore" le disse allora duramente Lord Kent. Sua Maestà non rispose e, inginocchiatasi, si mise a recitare dei salmi in latino mentre Fletcher, per impedirglielo, incominciò a dire ad alta voce delle preghiere, e a lui si unirono i gentiluomini; ma a poco a poco. fecero tutti silenzio fuorché la regina, la quale, baciato il suo crocifisso, con dolce, straziante voce gridò: "Oh, Gesù, che stendesti in croce le braccia, accoglimi ora in quelle della tua misericordia e perdona i miei peccati!"». Di nuovo la signorina Corbet fece silenzio. Isabel adesso piangeva, e anche Anthony era profondamente commosso. «Allorché i carnefici le chiesero se potevano aiutarla» proseguì Mary ancor più sommessamente «la regina sorridendo disse loro di non avere mai avuto simili servi; e allora fu permesso a due sue dame di avvicinarsi a lei per prestarle gli ultimi servigi. Io dalla commozione mi nascosi il volto fra le mani. Il silenzio era profondo. Quando rialzai il capo vidi che era pronta: il suo niveo collo era adesso scoperto; e i suoi occhi splendevano della più pura gioia, rendendo così ancor più bello il suo volto delicato. "Ne pleurez pas" disse alle sue dame che la guardavano singhiozzando. Poi s'inginocchiò e la signora Mowbray le bendò gli occhi. ''Addio, o piuttosto arrivederci" disse Sua Maestà. Recitò un altro salmo in latino, posò il capo sul ceppo e pronunciò le sue ultime parole: "In manus tuas, Domine..."» Mary si tolse dal seno un cordoncino di seta al quale era legato un anello in rubini. «Questo era suo» disse; e ciascuno dei cattolici presenti baciò con reverente affetto il prezioso anello. «Quando rialzarono il suo corpo, il piccolo cane prediletto dalla regina, che si era nascosto sotto le vesti della morta, saltò fuori mandando lamentosi guaiti; e a tale vista anche quel gentiluomo che prima aveva riso, si mise a piangere.» Tristi e silenziosi i quattro amici passarono assieme il rimanente della serata.

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Capitolo IV STANFIELD PLACE

Tanto per Anthony che per Isabella vita a Stanfield Place, dopo i tristi anni passati all'estero, era piena di dolcezze. Entrambi amavano intensamente il loro paese, e per loro perfino la vista dei biondi bimbi inglesi, le loro allegre voci, i grandi boschi che circondavano Stanfield, erano fonte di gioia; inoltre, godevano della compagnia del signor Buxton e di Mary Corbet. Le giornate scorrevano senza che nulla venisse mai a turbare la pace del luogo: ogni mattina Anthony celebrava la messa nella piccola stanza dove un tempo aveva fatto i suoi Esercizi; assistevano non solo quelli di casa ma anche cattolici del vicinato. La stanza, allorché veniva trasformata in cappella, rivelava, come del resto tutta la casa, il fine gusto artistico del proprietario. Sull'altare era uno splendido crocifisso d'oro, d'ignoto artista, ch'egli aveva comprato in uno dei suoi viaggi; i bracci della croce terminavano con i quattro uccelli simboleggianti il Salvatore: in quello superiore era un pellicano, in quelli laterali un'aquila che sosteneva i suoi piccoli pronti a prendere il volo, e una fenice fra le fiamme, e nel lato inferiore una gallina con i pulcini sotto le ali; gli occhi dei quattro uccelli erano di smeraldi, e la figura di Cristo, finemente lavorata, aveva dei rubini nelle mani, nei piedi e nel costato. Bellissimi erano anche i candelabri che il Marrina aveva disegnato per la cappella Piccolo mini di San Francesco in Siena, e i paramenti sacri. Tra la cappella e la camera del prete c'era uno stanzino che serviva per gli arredi sacri e dove, in caso di pericolo, egli avrebbe potuto nascondersi. Il signor Buxton aveva fatto fare in casa sua molti di questi nascondigli, che fece vedere ad Anthony il giorno dopo il suo arrivo. «Non ho osato mostrarglieli l'ultima volta che è stato qui» disse. «E poi allora non era necessario. Guardi, eccone uno» disse fermandosi nella sala davanti alla grande cornice intagliata del camino; diede un' occhiata in giro per assicurarsi che nessun servo fosse presente, poi salì sopra un canapè e toccò un punto della cornice; immediatamente apparve un'apertura circolare, grande abbastanza per lasciar passare un uomo. «Se un giorno avrà bisogno di rifugiarsi là dentro, ciò che chiedo a Dio non avvenga mai, vi troverà del prosciutto, una candela e dei datteri.» «Ma qual è il segreto?» domandò Anthony mentre la cornice ritornava al suo posto.
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«Basta spingere le orecchie del terzo capriolo, che è nello stemma; l'apertura poi si richiude da sé per mezzo di una molla, e nell'interno vi è un chiavistello. Non consiglierei però a nessuno di rifugiarvisi, eccetto in caso di gran pericolo, poiché d'inverno il calore della gola del camino, lì dietro, è insopportabile, e d'estate non ci si respira per mancanza d'aria.» Quando furono in fondo al corridoio, il signor Buxton si fermò davanti al ritratto di un vecchio dallo sguardo benevolo. «Non le sembra che questo sia un onest'uomo? Ma ora osservi come ho saputo fare di lui un impostore» e così dicendo mise una mano dietro la cornice e il quadro si aprì come una porta, lasciando vedere un nascondiglio, dove avrebbero potuto stare tre o quattro persone. Anthony saltò dentro seguito dal suo amico, il quale, dopo avergli mostrato alcuni abiti appesi alla parete, tirò a sé il quadro e così si trovarono nell' oscurità. «Ora guardi che vista acuta ha il buon vecchio.» Anthony guardò nella direzione indicatagli, e attraverso due buchi praticati nel centro di ciascun occhio poté vedere l'intero corridoio. Ma nel voltarsi vide il muro dietro di sé aprirsi lentamente; e fatto un passo si trovò in un passaggio, all' estremità del quale era la piccola stanza dove sei anni addietro aveva fatto gli Esercizi; udì richiudersi una porta e al posto dell'apertura vide uno scaffale, con libri, carta e penne. «Ebbene, avrebbe mai sospettato che la Storia di Tacito e le Satire. di Giovenale potessero custodire il passaggio per il quale fugge un cristiano, anzi un ecclesiastico?» chiese il signor Buxton. Poi gli mostrò come, per aprire lo scaffale, bisognasse tirare a sé uno dei palchetti e contemporaneamente spingerne un altro. Rientrarono quindi nel nascondiglio e il signor Buxton indicò ad Anthony una molla nella parte interna del quadro. «Cosicché, mio buon amico, lei ora ha visto che, entrato di qui come un prete traditore in veste talare, inseguito dai Lords, dai Commons e da Sua Maestà la regina, può uscire nell'ingresso con un bel giustacuore rosso e mettersi tranquillamente a passeggiare su e giù domandandosi il perché di tanto rumore.» Gli mostrò quindi un'altra via di fuga: dalla scala che scendeva in cantina si penetrava in un corridoio sotterraneo che conduceva alla piccola casa in mezzo al giardino. «Di questo sono veramente fiero, e forse un giorno potrà riuscir utile, per quanto io speri che nessuno debba mai servirsene. Davvero, caro amico, Sua Maestà e il Consiglio hanno ragione quando dicono che noi papisti siamo gente astuta!» Dopo alcune settimane di vita in comune, l'amicizia che univa il signor Buxton ai suoi ospiti si fece ancora più viva e profonda, e a ciò contribuì l'aver essi la stessa fede e l'essere esposti agli stessi pericoli; Mary Corbet vedeva perciò con dispiacere avvicinarsi il settembre, epoca del suo ritorno a corte. Ma ciò che soprattutto la affliggeva era il pensiero di separarsi da Isabel, che le aveva di nuovo ispirato la più

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viva simpatia e affetto. Alcuni giorni prima della sua partenza, passeggiando in giardino col signor Buxton, Mary cercò di volgere la conversazione sulla sua amica. «Lei ha proprio un buon cappellano, signor Buxton» incominciò col dire. «Com'è serio e devoto! Dio voglia ch'egli almeno non caschi fra gli artigli dei nostri nemici. E sua sorella, che aspetto dignitoso ha acquistato! Mi ricordo di quando solevo sdraiarmi sul suo letto e ridere di ciò che dicevamo, ma ora preferirei mettermi in ginocchio davanti a lei; col suo sguardo serio e pieno di tenerezza, mi sembra una Madonna.» «Ero sicuro che questa era la sua opinione» rispose il signor Buxton. «Quando noi due scherziamo a tavola» riprese Mary «lei non prende mai un'aria austera, come farebbero certe persone devote, ma ci guarda soltanto con un sorriso nei suoi grandi occhi. Ah, non le so dire quanto le voglia bene.» «E anch'io credo di volergliene» rispose dopo alcuni minuti il signor Buxton. «Che cosa?» chiese Mary, che aveva completamente dimenticato la sua ultima frase. «Oh, niente» e non volle aggiungere altro. Poi Mary incominciò a parlargli dei Maxwell. «Si dice che Hubert sarebbe un favorito di Sua Maestà, se non avesse moglie: alla regina non piacciono gli uomini ammogliati; so però che a Depfort ha mostrato molta ammirazione per lui. Lei sa, non è vero, quello che c'è stato con Isabel?» Il signor Buxton fece cenno di no. «Come? Se tutti dicevano che si sarebbero sposati, se quello stupido non avesse rinnegato la sua fede.» E Mary in poche parole gli raccontò l'intera storia. «Sono però contenta che la cosa sia finita così.» Poco tempo dopo la partenza di Mary, giunsero a Stanfield notizie di fatti dolorosi: a Derbey tre preti, Garlick, Ludlan e Sympson, erano stati messi a morte per la loro fede; nel settembre Elisabetta, incoraggiata dalla sconfitta dell'Armada, aveva ripreso con più ardore la persecuzione dei cattolici, e il sacerdote Leigh, quattro laici e Margaret Ward erano stati giustiziati. Poi giunsero notizie di quelle poche navi, unico resto della gran flotta spagnola, che erano fuggite su per il tempestoso mare del Nord, costeggiando la Scozia e l'Irlanda, nella speranza di ricevere soccorsi; ma in tutte le baie dove avevano approdato era stato risposto col ferro e col fuoco, e a Clew, Connemara e Dingle i miseri spagnoli, affamati e assetati, erano stati passati a fil di spada da selvaggi irlandesi e da civili inglesi. L'ultimo giorno di settembre, poco prima di pranzo, Isabel, che era in camera sua, udì il trotto di due cavalli, e pochi minuti dopo nello scendere da basso si trovò a faccia a faccia con Hubert, che un servo stava introducendo in sala: entrambi si arrestarono e si guardarono un istante in silenzio. Hubert era acceso in viso e pareva oltremodo agitato; il volto di Isabel, invece, esprimeva soltanto meraviglia e contentezza.
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«Come, è lei signor Hubert!» disse con un sorriso e dandogli la mano. «Entri, la prego.» Allorché il servo ebbe richiusa la porta, Hubert le rivolse finalmente la parola. «Signorina Isabel» le disse in tono quasi supplichevole. «Che posso dirle? La sua casa è stata rovinata e ciò in conseguenza di alcune mie stolte parole; e lei in cambio ha voluto usare un atto di gentilezza a mia moglie; sono venuto a chiederle perdono e a ringraziarla. Sono arrivato soltanto ieri sera.» «Oh, io non merito nessun ringraziamento» rispose essa dolcemente. «In quanto alla casa...» «In quanto alla casa» interruppe Hubert «desidero farle sapere che ero fuori di me quando pronunciai le parole che Grace le ha ripetuto; ma la supplico di volermi permettere di riparare al danno.» «No, no. Anthony ha già dato ordini in proposito.» «Ma allora che cosa posso fare?» gridò egli appassionatamente. «Se lei sapesse qual è il mio dolore e più ancora qual è il mio...» Isabel alzò su di lui uno sguardo calmo e dignitoso, ed egli s'arrestò confuso. «Come stanno Grace e Mercy?» gli chiese con voce perfettamente calma. «Oh, Isabel!» ripigliò Hubert; ma essa gli impose nuovamente silenzio con uno sguardo; poi si avvicinò all'uscio. «Sento il passo del signor Buxton» e così dicendo aprì la porta. Alla vista di Hubert l'altro s'arrestò di un tratto; entrambi presero un'aria sostenuta e sul viso abbronzato di Hubert apparve un'ombra di scherno; Buxton, più padrone di sé, lo fissò con gli occhi socchiusi. Per alcuni minuti nessuno pronunciò parola. Finalmente Isabel ruppe il penoso silenzio. «Lei si ricorda, non è vero, del signor Hubert Maxwell?» e la sua voce era quasi supplichevole. Il signor Buxton la guardò sorridendo dolcemente, ma subito dopo, nell'incontrare lo sguardo di Hubert, prese di nuovo un' espressione fredda e dura. «Sì, sì, mi ricordo benissimo di lui, ed egli certo mi conosce, e sa pure per quale ragione non posso chiedergli di rimanere a pranzo con noi.» «Ah, sempre la solita storia della religione!» esclamò Hubert con una risata di scherno. «Le chiedo scusa per la libertà che mi sono preso di venire in casa sua. Non avevo davvero pensato a questo ostacolo; è tanto ormai che vivo in mezzo a protestanti che avevo del tutto dimenticato in che cosa consiste la carità dei cattolici.» E nella sua voce erano tale ira e rancore che istintivamente Isabel prese la mano del signor Buxton, che gliela strinse con affetto. Hubert se ne accorse e dette di nuovo in un riso beffardo: era diventato pallidissimo e un leggero, mal represso tremito agitava la sua bocca. «Se lei mi vuol lasciar passare, andrò all'albergo» soggiunse con lo stesso tono.
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Il signor Buxton si fece indietro e Hubert, dopo avere fatto a Isabel un inchino così profondo da parere una derisione, uscì con passo rapido. Era però appena giunto vicino alla porta d'entrata quando, mentre ordinava allo scudiero di portargli il cavallo, si accorse che Isabel gli era accanto. «Hubert, non posso sopportare una cosa simile» gli disse con voce rotta dal pianto; sul suo volto ora pallidissimo si leggeva una profonda commozione; le sue labbra erano tremanti e i suoi occhi pieni di lacrime. Egli non poté fare a meno di guardarla, ma poi bruscamente si voltò dall'altra parte. «Hubert!» ripeté Isabel. «Io non sono nata cattolica e i miei sentimenti sono diversi da quelli del signor Buxton; la ringrazio di essere venuto, e del suo desiderio di riparare ai danni della casa; vuol farmi il piacere di salutare Grace?» Egli allora si voltò verso di lei con un tale impeto di passione che essa indietreggiò spaventata. In quel momento lo scudiero fermava i cavalli davanti alla porta; Hubert montò sul suo senza profferire parola e, con gli occhi lampeggianti d'amore e di gelosia, partì di carriera, lasciando Isabel immobile sulla soglia. Solo allorché fu scomparso, essa rientrò in casa.

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Capitolo V JOSEPH LACKINGTON

Fu con l'animo in tempesta che Hubert fece ritorno a Great Keynes. Pochi giorni prima, dopo avere visto i cinquanta vascelli, quanto restava della grande Armada, passare i Blaskets tuttora sotto il comando nominale di Medina Sidonia per fare ritorno in Spagna, egli, costeggiando la parte sud dell'Inghilterra, era arrivato a Rye, dove aveva ricevuto una vera ovazione; ma durante tutto il viaggio, o per lo meno da quando si era incontrato con Isabel, era stato il suo volto e non quello di Grace che aveva avuto di continuo davanti gli occhi. Arrivato a casa sul fare della sera e saputo della visita ch'essa aveva fatto a sua moglie e della devastazione di Dower House, aveva senz'altro dato ordine che il suo cavallo fosse tenuto pronto per la mattina seguente. All'alba, senza dare spiegazioni a sua moglie, era partito per Stanfield; e giunto là era stato accolto con scherno dall'uomo che era il protettore e l'amico di Isabel! Allorché scese da cavallo davanti alla porta della Hall, era già buio: un servo l'avvertì subito che sin da mezzogiorno lo aspettava un forestiero venuto da Londra. Ho creduto bene di portargli la cena nel salottino soggiunse. Nell'attraversare il vestibolo Hubert udì sua moglie che lo chiamava con voce timida; alzò il capo e vide in cima alla scala la sua testa bionda. «Che vuoi?» le chiese. «Ah, sei tu? Sono così contenta.» «Oh, e chi dovrebbe essere?» rispose egli in tono brusco, e si diresse verso il salottino. Al suo entrare il forestiero si alzò inchinandosi con aria ossequiosa. La sua fisionomia non era nuova a Hubert. Le domando scusa, signor Maxwell, ma il servo ha tanto insistito che non ho potuto fare diversamente disse lo sconosciuto accennando alla tavola dov'era ancora un piatto di carne e una bottiglia di vino. Hubert lo guardò con una certa curiosità. «Mi pare di conoscerla, ma non riesco a ricordarmi il suo nome.»
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Lackington rispose l'altro con un lieve sorriso. «Joseph Lackington.» Hubert lo guardò meravigliato. «Ah, sì! Ora ricordo, il servitore di mio padre.» «Sì, un tempo, rispose l'altro con un nuovo inchino ma ora agente di Sir Francis Walsingham» soggiunse con un certo sussiego. Hubert capì con quale scopo egli avesse detto ciò, e non seppe trattenere un sorriso di scherno. «Sono contento di vederla; è tornato per rivedere la casa dove ha abitato, non è vero?» e così dicendo si abbandonò su una seggiola, allungando le gambe davanti al fuoco, stanco dalla lunga cavalcata. Lackington, ferito nel suo amor proprio, sedette anch'egli immediatamente. «No, non è per questo, signor Maxwell» rispose in tono di familiarità «ma per farle un'ambasciata di Sir Francis». Hubert, meravigliato, fissò un istante il suo viso prosperoso terminante con una barba a punta accuratamente tagliata; e nel notare che anche in tutto il suo vestiario appariva una certa ricercatezza, pensò che poteva anche essere un uomo importante, ma se non lo era lui, lo era però certamente Sir Francis. «Viene con un'ambasciata per me?» gli chiese finalmente. «Vengo per fare alcune domande su cose importanti» rispose Lackington e ciò dicendo tirò fuori una carta con la firma di Sir Francis e la data di tre giorni prima; in essa egli era nominato suo agente per tutto un mese. Hubert prese il foglio. «Come vede, Sir Francis me lo ha consegnato soltanto lunedì passato; può quindi fidarsi completamente di me.» «Ma si tratta di cosa lunga?» chiese Hubert rendendo il foglio. «No, signor Maxwell, e poi bisogna che io parta fra un'ora dovendo essere a Rye domani a mezzogiorno; questa notte dormirò a Manfield.» «Ah, lei va a Rye? C'ero anche io ieri.» Lackington non rispose, ma dall'espressione del volto si capì che la cosa non gli riusciva nuova. «Cenerò anch'io qui» disse Hubert «e intanto potremo discorrere» e suonò perché gli fosse servita la cena. «Posso dirle subito di che si tratta?» chiese Lackington appena ebbero incominciato a mangiare. Hubert fece cenno di sì. «Allora le dirò che il giorno dieci agosto a Rye lei ha parlato sul suo bastimento con la signorina Isabel Norris.» Nell'udire il nome di Isabel Hubert trasalì, ma subito fece uno sforzo per dominarsi.
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«Ebbene?» «E ha parlato anche col signor Anthony Norris, che da poco tempo è stato ordinato prete all'estero.» «Questa è un'invenzione.» «Ah sì?» replicò Lackington in tono di meraviglia. «Ma che cosa non è vero: ch'egli si è fatto prete, o che lei ha parlato con lui?» «Io non so niente di lui» rispose Hubert che cominciava a essere inquieto. Lackington prese con una certa ostentazione alcuni appunti in un libriccino; si era accorto che Hubert era intimorito e pensò che fosse per timore di essere accusato d'aver avuto a che fare con un traditore. «E lei...» chiese di nuovo Lackington col lapis in mano e spiccando le parole. «Lei nega pure di avere parlato con la signorina Norris?» Hubert rifletté un momento; poi, pensando che Lackington dovesse già essere informato d'ogni cosa e che fosse quindi inutile negare il fatto, rispose: «No, non l'ho mai negato». Quindi per mostrarsi indifferente riprese a mangiare. Lackington scrisse di nuovo alcune parole. La sua domanda fu un vero colpo per Hubert. «E dove sono adesso?» chiese fissandolo. «Non lo so.» «Lo giura?» «Sì, lo giuro.» «Allora la signorina Norris ha cambiato idea» riprese Lackington. «Che cosa intende dire?» «Se le ha detto dove andavano» rispose l'altro in tono di rimprovero. Hubert comprese che era solo un artificio per scoprire da lui la verità poiché, se le autorità ne fossero state già informate, Lackington certo non gli avrebbe fatto quella domanda. Perciò rispose tranquillamente: «No, non me l'ha detto, ma credo che essi... lei sia in Francia». «Essi» ripeté Lackington maliziosamente. «Dunque lei sa anche qualche cosa del prete!» Ma Hubert fu abbastanza astuto da rispondere: «So soltanto ciò che lei mi ha detto or ora, ossia che egli era a Rye; suppongo mi abbia detto la verità». Lackington si lisciò la barba sorridendo; o Hubert era oltremodo astuto, cosa che non credeva, oppure gli aveva detto tutto.

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«La ringrazio, signor Maxwell» disse deponendo la sua aria di giudice. «Ma non le nascondo che speravo di sapere qualche cosa di più da lei; ritengo però sia vero ciò che mi ha detto, e che perciò sia inutile cercarlo qui più a lungo.» Hubert si sentì riavere: egli aveva salvato Isabel. «Mi racconti ogni cosa» lo sollecitò dopo avere bevuto un bicchiere di vino. «Ebbene, le dirò che è stato il signor Thomas Hammon ad avvertire Sir Francis che gli era stata presentata a Rye una certa signorina Norris e che gli sembrava che quello fosse il nome di qualcuno che anni addietro s'era fatto papista. Noi, che ricordavamo benissimo il fatto, appreso per mezzo di una delle numerose spie che abbiamo ovunque, persino nei seminari, pensammo che essa fosse appunto uno di quegli uccelli ai quali diamo la caccia; tutto il resto era una nostra congettura. So però positivamente che il signor Norris è partito non molto tempo fa da Douai per l'Inghilterra, e potrebbe darsi che fosse ancora qui; tuttavia dalle informazioni che lei mi ha dato e da quelle che ho potuto avere da altri, credo piuttosto che la signorina Norris sia arrivata in Inghilterra prima del fratello e che avendo trovato il paese in grande agitazione a causa degli spagnoli, sia ritornata immediatamente in Francia, e ora attenda con lui un momento più propizio per tornare in patria. Naturalmente in quella terribile settimana non ci è stato possibile sapere quali erano i bastimenti che arrivavano e quelli che partivano, ma d'ora innanzi tutti i porti saranno ben vigilati.» Durante la conversazione con Lackington, Hubert era stato agitato dai più diversi sentimenti: anzitutto aveva provato vergogna d'essersi completamente dimenticato della presentazione fatta a Rye, poi meraviglia per i metodi degli agenti di Walsingham, quindi profonda soddisfazione e sollievo nell'aver fatto loro perdere le tracce di Isabel, e infine contentezza per avere giovato anche ad Anthony, al quale si sentiva affezionato. Essi parlarono poi di altre cose e Hubert finì per trovare quasi piacevole e simpatica la compagnia dell'agente, tanto che provò dispiacere allorché questi gli disse che era tempo per lui di andar via. Nell'accompagnarlo alla porta Hubert, ricordandosi a un tratto dell'accoglienza avuta dal signor Buxton, pensò di chiedergli informazioni su di lui, sembrandogli che ciò non potesse nuocere ai Norris. «Sa nulla di un certo Buxton, che se non sbaglio abita vicino a Tombridge?» «Buxton? Buxton?» ripeté l'altro. «Sì, l'ho visto una volta; è un uomo di statura piuttosto piccola, carnagione scura, grandi occhi, e che ha un po' l'aspetto di un francese.» «Buxton?» ripeté Lackington. «Un papista, non è vero?» «Si» rispose Hubert, sperando di sapere qualche cosa contro di lui. «È forse un suo amico?» «No!» esclamò Hubert, e con tanta veemenza che Lackington lo guardò meravigliato.
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«Sì, mi ricordo di lui» rispose dopo un momento. «Sei o sette anni fa è stato in prigione a Wisbeach; ma credo che da allora in poi sia stato lasciato in pace. Desidera lei forse... ?» «Niente, niente.» Ma nei suoi occhi Lackington vide un lampo d'odio. In quel momento lo scudiero fermava il cavallo davanti alla porta, e l'agente, dopo avere salutato Hubert con aria di nuovo ossequiosa, si allontanò rapidamente. Nel rientrare in casa Hubert trovò sua moglie che l'aspettava nel vestibolo. Aveva una figura delicata, con una bella capigliatura bionda e occhi celesti. Nel vederlo gli corse incontro e timidamente lo prese per un braccio. «Oh, Hubert, sono così contenta che quell'uomo sia andato via!» Egli la guardò quasi con disprezzo. «Ma se non sai niente di lui.» «Hai ragione, ma mi ha fatto tante domande!» Hubert trasalì e la fissò con terrore. «Hubert!» esclamò spaventata, facendo un passo indietro. «Ti ha fatto delle domande?» chiese egli prendendole le mani. «Ma di chi ti ha chiesto?» «Della... della signorina Isabel» rispose lei piangendo. «E tu, cos'hai risposto? gli hai forse detto?...» «Oh Hubert, sono così dispiaciuta, ma ti supplico, non mi guardare così.» . «Che cosa gli hai detto» ripeté egli fra i denti. «Ho... ho detto una bugia, Hubert; ho detto che non l'avevo mai vista!» . Hubert le gettò le braccia al collo e la baciò ripetutamente. «Cara, oh cara!» Poi la prese in braccio e di peso la portò su per le scale, mentre essa, col capo abbandonato sulla sua spalla, piangeva, perché egli invece di sgridarla si era mostrato contento di lei. Giunto davanti alla porta della camera dove dormiva il loro bambino, la posò a terra. Grace si mise un dito sulle labbra e poi stette come in ascolto: dall'interno non veniva alcun suono; aprì dolcemente la porta ed entrò assieme al marito. In una nicchia dietro la culla, dove dormiva il piccolino, ardeva una candela, e Hubert provò una leggera stretta al cuore nel ricordarsi che un tempo c'era lì una statuetta della Vergine. La madre si chinò sulla culla e Hubert guardò la testa ricciuta di suo figlio, che con un ditino sulle labbra sembrava voler imporre silenzio persino al pensiero. Poi Hubert alzò lo sguardo, e appeso alla parete, dove al tempo della sua infanzia era un crocifisso, vide uno sperone arrugginito che egli aveva trovato in un cassone del San Juan, e che il piccino aveva attaccato a un chiodo perché quell' emblema della vittoria del padre gli fosse di protezione durante il sonno. A un tratto il bambino si mosse e mormorò qualche parola. «Il babbo è tornato» sussurrò la madre. «Tutto è andato bene, torna a dormire.»
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Ma nel rialzare il capo, s'accorse che il marito era già uscito dalla camera. Avveniva di rado che Hubert rimpiangesse la fede perduta, ma quella sera tutto aveva cospirato a fargliela rammentare: anzitutto le parole pungenti del signor Buxton, poi fa vista di Isabel, sempre dolce e dignitosa, quindi la conversazione con quel servo, che da cattolico si era fatto spia del governo e nemico acerrimo di tutti i cattolici, e per ultimo la vista della nicchia e dello sperone sopra il letto del suo bambino. Seduto davanti al fuoco, in quello che era stato un tempo lo studio di suo padre, volse intorno lo sguardo e involontariamente pensò come quasi tutto in quel luogo era cambiato; soltanto la cornice del caminetto era ancora la medesima: lì si vedeva tuttora lo stemma dei Maxwell rappresentante due aquile a doppia testa e il motto Reviresco, di cui aveva fatto rinfrescare la doratura quando aveva ereditato il possesso paterno e che ora risaltava fra le ombre dell'intaglio. Ma al disopra della cornice, invece del piccolo quadro della Veronica, che egli soleva guardare con riverenza da bambino, vide adesso la propria spada. Che sia un segno di progresso? pensò fra sé. L'arazzo sul muro era sempre quello rappresentante delle belle dame a cavallo che andavano alla caccia con falconi; ma sullo scaffale non c'erano più i libri di devozione, di agricoltura e di sport che prediligeva suo padre; l'unico che ora più s'avvicinasse a un libro religioso era quello di un mistico botanico, il quale in modo strano e ingegnoso identificava le piante con le virtù. Anche l'inginocchiatoio era sparito, e al suo posto stava adesso un armadio con dei logori, dei geti e una balestra. «Mi sono comportato indegnamente?» chiese egli a se stesso. «E per chi ho rigettato questa fede tramandata di generazione in generazione, e che mio padre mi ha lasciata come la più preziosa delle eredità, e per la quale egli stesso è stato lieto di ricevere condanne, d'essere imprigionato e persino di esporre la vita? Per Isabel» confessò a se stesso. E poi... e poi quella Potenza, che si nasconde dietro al visibile, gli aveva tolto l'oggetto per il quale aveva pagato un sì caro prezzo. Non era stato un atto spensierato e brutale il suo, di ripudiare quella dolce fede per la quale tanti milioni di persone avevano vissuto ed erano morte, per l'amore di una donna? E uno strano sentimento d'orgoglio di famiglia per quella fede cominciò ad agitarlo. Di più, non era congiunto a essa un sentimento d'onore, specialmente dopo che pene così severe erano state inflitte a chi la professava? Era stato poi proprio quello il momento di rigettarla? Reviresco. Mi rivesto di fronde. Ma non era uno strano innesto quello di uno sperone in luogo di un crocifisso, e di una balestra per un inginocchiatoio? Reviresco. Nell'antico albero era sempre lo stesso succo, ma da qual suolo traeva adesso la sua forza vitale? Un senso di vergogna, già da lui altra volta provato, s'impadronì di Hubert; lì nella stanza del padre, anzi nella sua stessa poltrona, sedeva lui, il primo protestante fra i Maxwell. Chiuse gli occhi e gli parve di vedere la cappellina di sopra con le candele accese e il prete ritto davanti all'altare; gli parve persino di sentire il profumo dei fiori nei vasi, e quello delle rose di giugno sparse per terra e l'odore dell'incenso che s'innalzava nell'aria; poi di udire nel silenzio il fruscio delle vesti di sua madre che si alzava per andare a ricevere la Comunione; e nello stesso istante, come per
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contrapposto ricordò la chiesa con le nude, bianche pareti, dove adesso andava ogni domenica con sua moglie; il pulpito dove il virtuoso signor Bodder in veste nera pronunciava i suoi discorsi, i testi biblici sporgenti dalle pareti, e la tavola in mezzo al coro. Ma quale di questi due culti era quello veramente voluto da Dio? Paragonò allora i membri dell'una e dell'altra religione: certo, Drake, il suo eroe prediletto, era un protestante convinto, e l'uomo più coraggioso che avesse mai conosciuto; pensò poi ai suoi marinai, che avevano tutti qualcosa del suo spirito intrepido e non temevano né la morte né ciò che segue; e ricordò anche il rettore Bodder: sì, erano tutti, sia pure in modo diverso, degni di ammirazione; ma erano essi come Cristo? Pensò poi ai membri dell'altro campo: eppure suo padre, nonostante il suo carattere vivo, sua madre, suo fratello, sua zia, quei sacerdoti che frequentavano un tempo la casa, e Isabel... ma al pensiero di lei udì come una voce che veniva dal più profondo dell'anima sua e che gli rivolse la terribile domanda: «E se alla fin fine la religione cattolica fosse la vera?». Gli pareva adesso che l'aria tutta echeggiasse di questa domanda, e ch'essa si facesse sempre più forte e insistente. E se fosse la vera? se fosse la vera? se fosse la vera? Si guardò in giro. Nel candelabro vicino alla porta le candele ardevano tranquille, mentre la portiera agitata dall'aria esterna si muoveva leggermente; gli angoli oscuri vicini all'armadio e i vani delle finestre facevano pensare alla presenza di altri esseri. A un tratto gli parve che dal grande camino venisse un lamento. Era la voce di persona viva, che si faceva udire al suo orecchio, oppure una voce interiore, che parlava al suo cuore? Ma fosse l'una o l'altra... Fece uno sforzo per dominare la sua agitazione e guardò risoluto in giro; no, non c'era nessuno. Ma poi, se fosse vero ciò che gli era stato insegnato da ragazzo? In tal caso egli non era solo in quella piccola stanza, poiché la solitudine non esiste; era invece alla presenza dell'onnipotente Iddio che aveva offeso, dei santi la cui intercessione aveva ripudiato, degli angeli buoni e cattivi i quali... Ah, ma che cos'era mai? Gli era parso di sentire dietro di sé un lungo sospiro. Era forse quello di un'anima errante? Oppure era il sospiro di uno degli esseri che lo avevano amato e che desiderava dargli un avvertimento prima che fosse troppo tardi? Poteva forse essere... E di nuovo gli parve di sentirlo; i capelli gli si rizzarono nel capo. Che silenzio mortale; e come l'aria era fredda! Oh, ma che cos'era quel rumore? Ha bussato qualcuno?.. In nome di Dio, chi può essere... Hubert si passò la lingua sulle labbra aride e sorrise a Grace, che aveva aperto la porta, inquieta di non vederlo venire a letto. Oh, come sono superstizioso!

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Capitolo VI LA PARTENZA DA STANFIELD

Mentre a Stanfield i mesi trascorrevano tranquillamente, tristi fatti accadevano in altre parti dell'Inghilterra. In seguito alle pene sempre più terribili inflitte ai cattolici, i più deboli apostatavano e purtroppo tra questi ultimi c'eran stati due preti di Chichester, uno dei quali aveva rinnegato la sua fede nel salire sul patibolo a Broyle Heath, e nel dicembre altre due persone avevano seguito a Pauls' Cross il loro triste esempio. Questi apostati diventavano poi i più accaniti persecutori dei cattolici, e ciò per rassicurare tanto la propria coscienza, quanto i protestanti, d'avere agito per convinzione. Poco prima di Natale Anthony ricevette una lunga, affettuosa lettera di James Maxwell, che si trovava ancora in Francia. «Il Rettore scriveva vuole che io rimanga a Douai e mi addita ai più giovani come se io fossi una specie di eroe, ciò che è dannoso per l'orgoglio, ma subito dopo mi dice che sono di maggiore utilità qui come esempio di quanto potrei esserlo in Inghilterra, e ciò serve subito a umiliarmi. Cosicché dopo tutto sono contento di rimanere. È pure umiliante per me non poter più servirmi delle braccia e delle gambe come un tempo, ma laudetur Jesus Christus.» James esprimeva poi il suo dolore per la condotta di Hubert e dopo qualche altra notizia finiva con queste parole: «Sono finalmente riuscito a sapere chi era quel tuo amico nella casa dietro Bow Church, il quale balbettava e faceva così bene la parte del cattolico; era niente di meno che il nostro antico servo Lackington, il quale entrò al servizio di Walsingham allorché si fece protestante. Ho saputo ciò da un certo P., il quale un tempo faceva pure da spia, ma che ora invece serve Cristo ed è qui studente; sicché guardati da lui; egli porta adesso la barba a punta ed è tutto calvo sul davanti. La stessa persona mi ha detto che era sulle tue tracce quando sei sbarcato, ma che ora ti crede di nuovo in Francia. Tuttavia, siccome ti conosce, ti consiglio di non rimanere mai a lungo nello stesso posto: potresti forse andare nel Lancashire, che è un vero paradiso per i cattolici: lo zelo e la pietà di quegli abitanti non hanno limite, e per l'appunto vi è là scarsità di preti. Dio ti protegga, mio caro fratello, e che la regina del cielo interceda per te. Raccomandami al Signore». Le notizie di James sul Lancashire vennero confermate la domenica dopo Pasqua dalla lettera di un amico del signor Buxton, di nome Norreys, capo di una delle più zelanti famiglie cattoliche, il quale abitava a Speke Hall sulla riva del Mersey.
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«Qui scriveva non vi è, grazie a Dio, mancanza di sacerdoti, sebbene non ve ne siano di troppi; ma nelle campagne il gregge, che è pur tanto buono, è senza pastore e la settimana passata ho saputo che in una chiesa i fedeli, in numero di circa duecento, si radunano ogni domenica anche senza prete: uno di loro legge ad alta voce delle preghiere, dopo di che fanno tutti la comunione spirituale. Le eresie delle quali parla l'Apostolo non hanno qui ancora avvelenato le sorgenti di pura dottrina: alcuni non hanno mai neppure sentito parlare della supremazia di Elisabetta, né della riforma di Enrico dalle sette mogli. Ciò nonostante è necessario, caro amico, che mandiate un sacerdote, senza di che costoro finiranno col perire.» Il signor Buxton, nel leggere quella lettera, provò un forte contrasto, ma poi si decise a comunicarla ad Anthony. «Sono suo cappellano, ma anzitutto ministro di Dio» rispose il giovane dopo averla letta. «Ha ragione; ero sicuro che questa sarebbe stata la sua risposta. Scriverò in proposito ai Norreys.» Fu poi stabilito che Anthony sarebbe partito per il Lancashire alla fine di luglio, e Isabel decise di accompagnarlo in quel viaggio, pensando che la sua compagnia gli sarebbe stata di conforto, mentre la sua presenza sarebbe servita ad allontanare da lui ogni sospetto; e perché ancora più difficilmente si potesse dubitare che fosse un prete, pensarono di condurre con loro la cameriera francese e cinque servi. Buxton, spiacente di veder partire Isabel della quale si era profondamente innamorato, tentò, ma invano, di opporsi al suo progetto. Ciò ch'egli ammirava in lei era la sua grande serenità: gli pareva che non solo i suoi occhi, ma gli stessi suoi movimenti effondessero un'aura di pace, e ben si comprende come per una natura viva come quella del signor Buxton la presenza di Isabel riuscisse oltremodo dolce. Poiché rimanevano solo due mesi prima della partenza, egli decise di prepararla in quel frattempo alla proposta di matrimonio che tanto desiderava farle. Scrisse pure a Mary Corbet dicendole francamente come stavano le cose, e supplicandola di venire nel luglio ad aiutarlo col suo consiglio. Mary rispose soltanto poche righe promettendogli che sarebbe venuta, ma senza dargli alcun incoraggiamento. «Vorrei scriveva poterle dare delle speranze; è vero che non ho visto Isabel da gennaio, ma, a meno che non sia cambiata, non credo che acconsentirà a sposarla. Come vede le dico francamente ciò che penso, ma spero per la sua felicità d'ingannarmi.» Con l'avvicinarsi dell'estate Isabel, che negli ultimi tempi era divenuta ancor più seria e silenziosa, soleva passare molto tempo, prima e dopo cena, passeggiando per il viale di tigli. Spesso il signor Buxton la guardava a sua insaputa da una delle finestre, e talvolta usciva a passeggiare con lei. Ma ora più che mai trovava difficile far nascere una certa intimità fra di loro, sì che incominciò a sospettare di esserle dispiaciuto in qualche cosa, e che Mary Corbet avesse ragione. Per il solito nel pomeriggio Isabel e Anthony uscivano insieme a cavallo, e ogni volta il loro ospite
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era incerto se accompagnarli o no; talvolta s'univa a loro e talvolta se ne asteneva, rimpiangendo sempre la sua decisione, qualunque fosse stata. Incominciò quindi a desiderare ancora di più l'arrivo di Mary per potersi consigliare con lei. Finalmente essa giunse alla fine di giugno. La prima serata che passarono assieme fu per tutti piacevolissima. Mary era felice di essere lontana dalla corte, il suo ospite di poter avere i suoi consigli, e tutti e quattro di essere di nuovo insieme. Col suo solito brio la signorina Corbet dette ai suoi amici notizie della corte; poi, dopo cena, uscì a passeggiare in giardino col signor Buxton. «Quanto ho desiderato vederla, signorina Mary, per consigliarmi con lei riguardo a ciò che le ho scritto; mi dica ora, la prego, che cosa devo fare.» Mary fissò un momento la luna che sorgeva sull'orizzonte, poi lo guardò affettuosamente. «Mi dispiace oltremodo doverle dire cosa che le farà dispiacere; ma non vede che ciò è impossibile? Forse sbaglierò, ma credo che il cuore di Isabel sia del tutto consacrato al Salvatore, e che non possa sentire nessun affetto di questo genere.» «Oh, come può dire questo!» esclamò il signor Buxton. «L'amore per Nostro Signore non impedisce un amore umano, anzi lo purifica e lo trasfigura.» «Sì, spesso accade così» rispose Mary gravemente. «Ma l'amore della vera sposa di Cristo è ben diverso: esso non lascia posto per uno sposo umano.» «Lei vuol dire che l'amore che prova la signorina Norris è quello dell'anima consacrata a Dio?» Mary chinò il capo. «Sì, però non posso dire d'esserne del tutto certa.» «Ma allora, che cosa posso fare?» Al debole chiarore della luna Mary poteva adesso leggergli in volto una profonda commozione; gli posò dolcemente la mano sul braccio. «Bisogna che lei sia molto paziente, e si mostri sempre pieno di rispetto; che non sia né ardente né impetuoso, che le parli con posatezza e rispetto; che abbia un fare semplice e non la guardi mai in viso, né mostri ansia, né disperazione, né speranza. Non tema che in tal modo il suo amore non le riesca manifesto; a dire il vero, credo anzi che se ne sia già accorta.» «Come? se non ho...» «Sì, so che lei non le ha detto nulla, ma ho notato che Isabel l'ha guardata soltanto una volta durante la cena, e proprio mentre lei guardava da un'altra parte; è chiaro che non desidera incontrare il suo sguardo.» «Ah, essa mi odia» sospirò il signor Buxton. «Non dica sciocchezze; ché anzi ha stima e affetto per lei e le spiace che lei soffra, ma non credo che acconsentirà a sposarla.»
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«E quando dovrò parlarle?» «Bisogna che aspetti che Dio le mandi l'occasione propizia, ma non sia lei a cercarla.» «Lei vorrà dire una parola in mio favore?» «Caro amico» rispose Mary sorridendo. «Mi pare talvolta che gli uomini non ci conoscano affatto. Non vede che Isabel è superiore a ogni influenza? Qualsiasi cosa io dicessi non servirebbe a nulla.» Finalmente si presentò l'occasione predetta da Mary. Una sera, prima di pranzo, il signor Buxton era andato a passeggiare in giardino, quand'ecco a un tratto, a una svolta del viale, si trovò faccia a faccia con Isabel; si sarebbe proprio detta un'occasione offerta dalla Provvidenza. Né l'ora né il posto potevano essere più adatti; il quadro era perfetto: dal lato nord del viale c'era un'alta siepe di tassi tagliata come raccomandava Bacon, non fantasticamente ma a forma di graziose piramidi; dal lato sud un seguito di aiuole interrotte da tassi e cipressi; a est un monticello erboso; a ovest un sentiero che spariva fra alti alberi, e in lontananza, contro il cielo rosso della sera, spiccavano le fantastiche torrette e le banderuole della casetta in mezzo al giardino. I fiori esalavano un soave profumo, l'aria era fresca e fra le piante svolazzavano delle bianche farfalle; i due personaggi formavano col poetico quadro un tutto veramente armonioso. Il signor Buxton in abito di velluto nero guarnito di trine era certamente, con il suo aspetto virile e distinto, una figura da colpire il cuore di una fanciulla. Nel guardare il viso sereno e la svelta figura di Isabel egli ebbe un momento di speranza, seguito da disperazione profonda al pensiero che quella splendida creatura di Dio forse non sarebbe mai stata una cosa sola con lui. Senza parlare si mise a camminarle accanto; entrambi sentivano che quel silenzio annunciava la vicina crisi. «Signorina Isabel!» diss'egli finalmente, senza alzare lo sguardo. «Non so se lei immagina che cosa sto per dirle.» Essa non rispose. «Ma bisogna che io le parli» proseguì Buxton «e a qualsiasi costo. Signorina Isabel, io l'amo tanto.» Essa s'arrestò come se esitasse ad andare avanti. «Un momento» diss'egli, alzando il capo. «Voglia aver pazienza con me; forse non sarà necessario che io l'assicuri di non aver mai detto ciò ad alcuna donna; anzi, non ho mai provato questo sentimento per nessun'altra creatura. Non so esprimere tutto ciò che provo, ma le posso dire che da quando un anno fa io l'ho conosciuta, lei mi ha insegnato che cosa è amore.» Si erano fermati, ma Buxton non osava guardarla in viso. Poi a un tratto sentì la mano di Isabel sul suo braccio; alzò lo sguardo e lesse nei suoi occhi il più sincero dolore. «Caro amico, è impossibile...»
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«Mi conceda ancora un momento» la pregò Buxton; e ricominciarono lentamente a passeggiare. «So quale presunzione sia la mia, né le chiedo ciò che è impossibile; voglia soltanto permettermi d'insegnarle che cosa è amore.» «Oh, questa è la cosa più dura ch'ella poteva dirmi, poiché già lo so.» Egli non comprese del tutto il significato di quelle parole e la guardò un istante. «Anch'io ho amato una volta» bisbigliò Isabel. «Oh! mi perdoni se forse l'ho forzata a farmi questa confidenza.» «Lei. è sempre stato gentile e buono con me, e ciò rende la cosa maggiormente penosa.» Fecero ancora alcuni passi in silenzio. «L'ho rattristata?» le chiese fissandola un istante. «Sono addolorata per lei» rispose Isabel con gli occhi pieni di lacrime. «Mi crede, non è vero?» «Credo che lei è e sarà sempre la regina del mio cuore.» La voce del signor Buxton era tremante; egli le prese la mano e la baciò. Isabel non seppe trattenere un singhiozzo; poi s'allontanò rapidamente, lasciandolo solo col suo dolore. Una settimana dopo, di buon mattino, Anthony e sua sorella lasciavano Stanfield. Il signor Buxton aiutò Isabel a montare a cavallo; poi tenendole un momento stretta la mano le disse: «Mi perdoni, ma non posso accettare la sua risposta; non lo dimentichi».Essa scosse il capo senza dir parola e senza guardarlo; ma, giunta vicino al cancello, si voltò per dare un'ultima occhiata al tetto e alle finestre di quella casa, dove aveva passato un tempo così felice. Sulla soglia era ancora immobile la scura figura del signor Buxton. «Oh, Anthony!» disse Isabel con voce commossa. «Quanto esige da noi il Signore!»

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Capitolo VII NEI BOSCHI DI STANSTEAD

La vita di Anthony e Isabel nel nord dell'Inghilterra fu ben diversa da quella che avevano condotta a Stanfield; occorreva, è vero, che usassero tuttora certe precauzioni quando erano nelle vicinanze delle città, ma una volta in aperta campagna potevano vivere del tutto tranquilli, come se per quei posti non fossero esistite le leggi penali dell'Inghilterra. Durante i vari soggiorni che fecero in casa di alcune antiche famiglie del Lancashire poterono accorgersi che la Riforma non aveva portato alcun cambiamento nel loro genere di vita, e ch'esse erano sempre desiderose di assistere alla messa e ricevere i sacramenti. La prima fermata di Anthony e di Isabel fu a Speke Hall, splendida dimora dei signori Norreys sulle rive del Mersey; passarono poi nel Westmoreland, nella regione dei laghi, e nel Cumberland, fermandosi in tutti quei luoghi dove il giovane prete sapeva di poter esercitare il suo dolce ministero di richiamar gli erranti, rianimare i deboli e offrire a tutti mezzi di grazia. Finalmente nel marzo fecero ritorno a Speke Hall, dove Anthony, fra altre lettere a lui dirette, ne trovò una di una certa signora Kirke, la quale lo pregava vivamente di voler andare a passare un po' di tempo da lei a Stanstead perché riteneva che suo marito, il quale da quando aveva assistito a una sua conferenza in casa del signor Buxton, si era sentito fortemente attratto verso il cattolicesimo, avrebbe ora finito per convertirsi. Anthony decise di acconsentire a quella richiesta, e quindici giorni dopo essi lasciavano Speke Hall seguiti dai loro servi. Strada facendo egli si mise a rileggere la lettera della signora Kirke, che conteneva non solo minuziose indicazioni sulla strada da seguire, ma anche una piccola pianta del paese che avrebbero dovuto attraversare. «Quando sarà arrivato al fiume scriveva la signora vedrà dalla parte destra una casetta nascosta fra gli alberi; è un piccolo albergo detto Sloop, dove lei potrà fermarsi senza alcun pericolo, essendo l'oste uno dei nostri; cerchi con qualche segno di fargli subito capire che lei è cattolico, e poi, quando sarà solo con lui, gli dica che ella viene da me, ed egli provvederà a procurarle il mezzo per attraversare il fiume.» Anthony e Isabel non ebbero difficoltà a trovare la casetta e, scesi da cavallo nella piccola corte sul retro, entrarono assieme. Seduto a un tavolo era un uomo che aveva l'aspetto di un marinaio; e Anthony, credendo che fosse l'oste, prese un pezzo di pane
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e lo spezzò: era questa una delle astuzie di padre Persons, alla quale spesso ricorrevano i cattolici per riconoscersi a vicenda. Lo sconosciuto lo guardò senza mostrare di aver inteso il significato di quell'atto, e Anthony allora andò a picchiare a un uscio. Subito comparve un grosso uomo; il prete spezzò nuovamente il pane che teneva ancora in mano e ne mise un pezzetto in bocca; l'altro inarcò leggermente le sopracciglia e un leggero sorriso apparve sul suo viso; Anthony capì di aver trovato l'amico. «Venga di qui, la prego, e lei pure, signora» disse subito l'oste. Anthony e Isabel lo seguirono in una piccola cucina,dove una donna era intenta a mescolare qualcosa in una pentola. Lo Sloop era evidentemente un albergo d'infimo ordine, dove non si fermavano che barcaioli e i viaggiatori che avevano bisogno di attraversare il fiume. «Mi,dica, signore, in che cosa posso servirla?» chiese l'oste appena ebbe richiuso l'uscio. «Desideriamo andare a Greenhithe e la signora Kirke mi ha detto di rivolgermi a lei.» «Sono pronto a servirli» rispose l'oste sorridendo. «Il barcaiolo è adesso all'altra riva del fiume, ma se lei vuole potrà essere qui fra mezz'ora. Intanto potranno rifocillarsi un poco.» «Chi è l'uomo nell'altra stanza?» chiese allora Anthony. «A dire il vero, non glielo so dire; dall'aspetto si direbbe un marinaio; qui nessuno lo conosce, ma non credo ci sia da temere da lui.» «Ho spezzato il pane in presenza sua credendo fosse il padrone» soggiunse Anthony non del tutto tranquillo. «Veramente» rispose l'oste, che all'opposto dello sconosciuto era alto e grasso «mi pare di essere qualcosa di meglio.» Poi andò nell'altra stanza e Anthony lo udì esclamare: «Oh! è già partito; però ha lasciato i quattro soldi per la birra». Mezz'ora dopo Anthony e Isabel con i loro servitori e i cavalli attraversavano il fiume sulla grande chiatta, mentre l'oste fermo sulla riva li salutava ancora affettuosamente augurando loro buon viaggio. In dieci minuti furono all'altra riva, dove rimontarono a cavallo; non erano però ancora arrivati alla curva della strada, che giunse loro lo squillo del corno che richiamava indietro il barcaiolo. Per andare da Greenhithe a Stanstead si poteva prendere tanto a destra attraverso Longfield e Ash, che a sinistra attraverso Southfleet e Nursted; entrambe queste strade erano state minutamente descritte dalla signora Kirke, la quale aveva pure avvertito Anthony che nei folti boschi che circondavano Stanstead vi erano innumerevoli scorciatoie che s'incrociavano in ogni direzione; ma già all'albergo i nostri viaggiatori avevano stabilito di prender la prima di queste strade, perché, sebbene presentasse alcuni svantaggi, era la meno frequentata e a loro premeva
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soprattutto di non essere visti. La distanza da Greenhithe a Stanstead era di circa dieci miglia; non avendo però premura di arrivare a una data ora, avevano abbandonato le briglie sul collo dei cavalli, che stanchi procedevano al passo, fermandosi ogni tanto per mangiar l'erba ai lati del sentiero. L’aria in quel pomeriggio era oltremodo calda, si che Anthony e Isabel furono ben contenti, dopo aver attraversato il villaggio di Fawkham, di lasciare la bianca, polverosa strada maestra e di entrare nei boschi. Qui era un fresco delizioso, e nel silenzio non si udiva che il ronzare degli insetti e il cinguettio degli uccelli; ma a un tratto questi fecero silenzio; da un'apertura tra i rami avevano visto passar minaccioso un uccello di rapina. Isabel era silenziosa; pensava a Stanfield e al signor Buxton, domandandosi come sarebbero andate le cose al suo ritorno e rallegrandosi che allora sarebbe stata là anche Mary, la quale avrebbe potuto darle qualche consiglio. Mentre era assorta in questi pensieri, suo fratello subitamente s'avvicinò a lei. «Non senti nessun rumore?» le chiese. Essa lo guardò spaventata. «No, non avere paura» soggiunse Anthony. «Ma non senti proprio niente?» Isabel stette un momento in ascolto. Nel profondo silenzio del bosco non si udiva che lo scricchiolio delle selle e il passo regolare dei cavalli. «No» rispose. «Non mi pare di sentire nessun rumore particolare fuorché...» Ecco, non senti ora?» ripeté Anthony. E Isabel ùdì distintamente un rumore che poteva essere quello di un uomo che veniva di corsa o di un cavallo al passo. «Sì, sento, ma cosa credi...» «È la terza volta che odo questo rumore; deve essere gente che ci segue fin da quando abbiamo lasciato Greenhithe; forse sbaglierò, ma essi...» «Essi?» chiese Isabel. «Non sento che un solo passo.» «Devono essere tre, gli altri due non si sentono perché camminano sull'erba ai lati del sentiero, ma c'è stato un momento, quando hanno attraversato la strada del villaggio, che ho udito distintamente tre passi diversi.» Isabel fissò il fratello con occhi pieni di terrore. «No, no, non c'è niente da temere» le disse sorridendo Anthony per tranquillizzarla. «Ma che cosa possiamo fare?» chiese essa facendo un grande sforzo per dominare la sua agitazione. «Prima di tutto assicurarci se veramente ci seguono e, nel caso, non andare direttamente a Manor Lodge: ecco, guarda» soggiunse facendole vedere la pianta che teneva in mano «fra cinque minuti saremo a Fawkham Green; giunti là, invece di prender la strada che conduce direttamente ad Ash, volteremo a destra dirigendoci lentamente verso Eynsford; ma prima dirò a Robert di nascondersi fra gli alberi da un lato del sentiero e rimanere lì sino a che siano passati, così potrà vedere che aspetto
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hanno; poi uscirà dal suo nascondiglio e prenderà la strada che noi avremmo dovuto seguire, ma prima di arrivare ad Ash svolterà a destra, e andando al trotto potrà facilmente incontrarci a questo crocicchio» e ciò dicendo mostrò ancora la carta «e ci dirà che tipi sono. Non ti pare che sia un buon piano?» Isabel ripose soltanto con un cenno del capo. Da quando avevano lasciato il Lancashire per tornare nel sud, era stata di continuo agitata da timori, che si erano fatti sempre più vivi. Anthony allora chiamò Robert per dirgli ciò che aveva stabilito. Era questi un coraggioso ragazzo di una famiglia cattolica di Great Keynes, e del tutto devoto al giovane prete. «Forse i miei non saranno che vani timori» disse Anthony «e voi allora direte che sono un povero stupido.» «No, no, signore» rispose il ragazzo sorridendo. Sembrando ora ad Anthony che fossero quasi giunti all'estremità del bosco, ordinò a Robert di addentrarsi senz'altro fra gli alberi per almeno una cinquantina di metri; poi, bendato il suo cavallo e legatolo a una pianta, di ritornare vicino al sentiero, quanto poteva essere necessario per spiare senza essere veduto. «Quegli individui devono essere almeno a mezzo miglio di distanza da noi, così che voi avete tutto il tempo.» Robert si affrettò a eseguire l'ordine del suo padrone e gli altri continuarono la loro strada. «La ragione per la quale non ci seguono più da vicino» disse dopo un poco Anthony a Isabel «è che sanno che nella nostra comitiva ci sono quattro uomini, mentre loro sono soltanto tre, e in secondo luogo perché non ci vogliono arrestare prima che si sia giunti a destinazione, e ciò per poter prendere assieme con noi il nostro ospite, sotto pretesto che ha accolto in casa un prete. Inoltre, è probabile che desiderino prenderci durante la messa, poiché allora sarà loro più facile dichiararci colpevoli; ora, siccome ritengo che non sappiano dove andiamo, bisogna fare di tutto per far perdere le nostre tracce prima di giungere a Manor Lodge; bisognerà perciò inoltrarci per la strada percorsa da Robert il più lentamente possibile, come se i nostri cavalli fossero stanchi; poi svoltare come se volessimo andare a Kingsdown, ma fatto appena mezzo miglio e giunti a questa curva» e di nuovo le mostrò il luogo sulla pianta «entrare rapidamente nel bosco che fiancheggia la strada. I nostri nemici intanto continueranno il loro cammino sicuri di seguirci; per fortuna da quelle parti non ci sono case, cosicché non potranno chiedere di noi a nessuno. Quando ci avranno oltrepassato, noi ritorneremo indietro al galoppo prendendo un'altra strada, che ci condurrà direttamente a Stanstead. Ritengo fermamente che in questo modo riusciremo a fare perdere le nostre tracce.» Isabel aveva dovuto fare un vero sforzo per prestare attenzione alle spiegazioni del fratello. Le pareva adesso che i tranquilli boschi nei quali erano entrati dopo avere lasciato Fawkham Green echeggiassero di voci sinistre, e che la strada che seguivano,
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anziché condurli verso una casa ospitale, li avvicinasse sempre più al pericolo; gli stessi conigli che ratti attraversavano la strada e i piccioni che con un rapido batter di ali s'innalzavano fra gli alti alberi, e le cinciallegre, che svolazzavano cinguettando, le sembravano uniti in una terribile lega contro il fratello. Anthony intanto, che già più volte in vita sua aveva pensato alla possibilità di correre un pericolo di questo genere, anziché perdersi d'animo rifletteva ai mezzi per sfuggire al nemico, e a poco a poco il suo aspetto e la sua voce tranquilla finirono per avere un benefico effetto su Isabel, cosicché, quando Robert li raggiunse, essa aveva recuperato un po' della sua calma abituale. «Signore» disse il servo cavalcando adesso vicino ad Anthony. «Sono tre uomini; uno di loro monta un cavallo baio, il secondo ha l'aspetto di uno scudiero e il terzo è vestito come un marinaio. «Come un marinaio?» chiese Anthony. «Ed è magro e abbronzato?» «Sì, signore.» Non vi era dubbio; era l'uomo che aveva incontrato nell'osteria e doveva essere una spia, poiché all'infuori dello spezzare il pane egli non aveva fatto nulla che potesse destar sospetti in alcuno, e il significato di quell'atto non poteva essere conosciuto che da persona addentro nei segreti dei cattolici. Anthony rifletté alcuni momenti, poi chiamò gli altri servi credendo opportuno informarli di ogni cosa; dopo di che si rimisero silenziosi in cammino prendendo per la strada a destra che conduceva a Kingsdown. Allorché Anthony, che guardava in giro per scoprire un posto nel bosco dove potessero nascondersi con tutta sicurezza, vide finalmente sparire fra gli alberi un piccolo sentiero coperto da pruni e sterpi, come se da lungo tempo nessuno vi fosse passato, vi si inoltrò per primo facendo cenno agli altri di seguirlo. Dopo circa una trentina di metri, volendo essere ancora più al sicuro, si spinse nel più fitto del bosco, poi, giunto dove i rami più alti permettevano di stare comodamente seduti in sella, fermò il suo cavallo. «E ora» disse a Isabel «voglio andare a vedere io stesso per sapere chi sono quelli che ci seguono.» «Oh mon Dieu!» esclamò la cameriera francese, che sin da principio aveva dato segni di grande spavento. «Mon Dieu! ne partez pas!» «Bisogna che lei sia calma e coraggiosa» le disse Anthony severamente. «Lei pure è cattolica, preghi dunque invece di piangere.» Poi, sceso da cavallo, si allontanò in direzione della strada aprendosi un passaggio tra i rami. Nel profondo silenzio del bosco non si sentiva che il ronzio delle mosche, lo scricchiolare delle selle e il soffio dei cavalli; per alcuni minuti si udì pure il fruscio delle foglie mosse da Anthony; poi tutto tacque. Ma a un tratto un nuovo indistinto rumore colpì l'orecchio di Isabel: a poco a poco si fece più forte, ed essa capì che era il calpestio di vari cavalli. Sembrava adesso che fossero soltanto a pochi metri di distanza; non si udiva però nessuna voce, e il silenzio nel quale avanzavano i loro nemici faceva pensare a cani da caccia sulle tracce della preda. Un senso di
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terrore s'impadronì di nuovo di Isabel; una mosca, che aveva ripetutamente scacciata, si posò sulle sue labbra senza che neppure l'avvertisse; soltanto un singhiozzo della cameriera riuscì a farla tornare in sé; si voltò e le diede un'occhiata severa. Quindi a poco a poco il calpestio si fece più indistinto; i loro nemici si allontanavano. Passarono alcuni minuti, poi un leggero fruscio di foglie la avvertì del ritorno di Anthony. «Ora via, senza perdere tempo» disse questi, e preso il suo cavallo per la briglia, si avviò seguito dagli altri verso la strada; diede ancora un'occhiata in giro e, accertatosi che non vi era anima viva, salì rapidamente a cavallo. «Seguitemi da vicino e state attenti ai miei cenni.» Da principio fecero andare i cavalli a passo rapido sull'erba che cresceva ai lati del sentiero, poi, coll'aumentare della distanza dai loro nemici, non essendovi più ragione di temere che il calpestio delle loro cavalcature potesse essere udito, le misero al trotto e poi al galoppo. Isabel, che seguiva Anthony da vicino, non perdeva d'occhio la mano con la quale ogni tanto faceva dei cenni; la sua agitazione era tale che finì per non rendersi quasi più conto del perché di quella corsa disperata attraverso viottoli e sentieri su un cavallo sempre più ansante. Ricordava ora di avere una volta giocato col fratello a Follow-my-leader nei boschi di Great Keynes, e questo lieto ricordo raddolcì alquanto la terribile realtà di questa nuova corsa; ma quale gioco spaventoso era adesso il loro! Anthony, il quale aveva studiato bene la pianta che teneva ancora aperta in mano, procedeva sicuro in quel labirinto di sentieri; sua cura principale era di non passare vicino a case per paura che i nemici potessero poi chiedere di loro, e sebbene una o due volte fosse obbligato a retrocedere, finì col riuscire perfettamente nel suo intento. Un contadino nel quale s'imbatterono fermò un istante il suo vecchio cavallo per guardare la strana comitiva al galoppo; e anche un venditore ambulante alzò il capo pieno di meraviglia. Isabel intanto, sfinita dalla stanchezza e dal caldo, sentiva già la vista offuscarsi, quando finalmente apparve ai loro sguardi una casa con un gran camino e con terre ben coltivate tutto intorno: era la fattoria della signora Kirke. Pochi minuti dopo smontavano da cavallo. «Dio sia lodato!» esclamò la loro ospite, che era ad aspettarli sulla porta. «Incominciavo proprio a temere che fosse successo qualche cosa.» Anthony allora le spiegò la causa del ritardo. «Se lei lo credesse più prudente, signora, proseguirò con i miei servi; le chiedo solo di permettere a mia sorella di rimanere da lei; essendo molto stanca, ha bisogno di riposo.» «No, no, lei pure deve accettare ospitalità in casa mia, poiché ritengo che Manor Lodge sia per il momento il posto più sicuro per loro; questa sera deve tornare mio marito e con lui potranno poi stabilire il da farsi; l'abitazione più vicina alla nostra è a un miglio di distanza, e appartiene al rettore, il quale è amico dei cattolici; per di più, i boschi qui intorno sono così folti, che cinquanta uomini potrebbero aggirarvisi per un mese intero senza riuscire a scoprire la nostra casa.»
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Alle sette arrivò il signor Kirke, il quale pure consigliò ad Anthony di rimanere in casa sua; dopo di che s'immersero in questioni teologiche; ma quasi subito il prete poté persuadersi ch'egli era già molto ben istruito e persino preparato a confessarsi, di maniera che in quella stessa notte lo accolse nel seno della Chiesa cattolica. Non essendovi però a Stanstead tutto il necessario per dire la messa, il signor Kirke non poté, come sarebbe stato suo desiderio, ricevere la Comunione, ma stabilì di andare di lì a una settimana a Stanfield e là passare la notte per comunicarsi la mattina seguente. Anthony dunque non poteva essere meglio compensato del pericolo corso nel venire a Manor Lodge. La mattina dopo si riunirono tutti per discutere sul modo più sicuro per tornare a Stanfield, e anzitutto fu stabilito che avrebbero dovuto cercare di rendersi irriconoscibili; in secondo luogo cavalcare tutti uniti per proteggersi a vicenda, e per ultimo evitare villaggi, case e strade battute. Isabel propose anche di separarsi dalla sua cameriera, la quale l'avrebbe raggiunta a Stanfield la settimana seguente facendo il viaggio col signor Kirke. Questi approvò l'idea e in più si offrì di tenere il bagaglio di cui essi non avevano immediato bisogno, e di dare ai servi alcuni suoi abiti che avrebbero indossato invece delle loro livree. «In tal modo» disse «avranno l'aspetto di gente che viaggia per diporto, e difficilmente potranno essere riconosciuti.» Ma Anthony, il quale intanto aveva pensato che viaggiare per strade non frequentate avrebbe potuto destar sospetti in chi per caso li avesse incontrati, gli chiese se non avesse da imprestargli dei falchi. «Ho soltanto una peregrina» rispose il signor Kirke. «Ebbene, farà al caso nostro, ma non potrebbe farmi avere un altro falco?» «Il rettore possiede uno smeriglio e glielo chiederò ben volentieri.» «Noi, dunque» proseguì Anthony «lasceremo Manor Lodge come se andassimo a caccia. Isabel e Robert terranno un falco sul pugno e io invece terrò in mano un cappuccio e un guinzaglio come se il mio fosse fuggito. Cavalcheremo sempre tutti assieme attraverso l'aperta campagna e se c'imbatteremo in qualcuno, chiederò subito se per caso è stato visto il mio falco. In tal modo ci sarà facile, senza destar sospetti, domandare anche qualche indicazione sulla strada da seguire.» Il piano di Anthony fu pienamente approvato da tutti, e il signor Kirke si offrì di accompagnarli sino a che fossero usciti dai boschi. Alle due dello stesso giorno essi lasciavano Manor Lodge preceduti dal loro ospite, il quale prese per un piccolo sentiero; ma allorché furono sul punto di attraversare la strada maestra di Wrotham, egli fece loro cenno di fermarsi. «Voglio andare avanti da solo per vedere se c'è qualcuno.» «Non c'è che un uomo addormentato sul ciglio della strada e un carro che viene da Wrotham» annunciò tornando indietro. «Forse sarà meglio aspettare che sia passato.» «Ma che aspetto ha quell'uomo?» chiese Anthony. «Sembra un mendicante e ha il cappello sugli occhi.» Aspettarono che il carro fosse passato, poi Anthony scese da
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cavallo volendo anch'egli dare un' occhiata a quell'individuo. L'uomo era sdraiato e perfettamente immobile; vestiva molto poveramente, e accanto aveva un grosso bastone e un fagotto. «È un vagabondo» disse. «Possiamo proseguire.» Attraversarono allora la strada dirigendosi verso la cresta degli alti poggi che dominano Kemsing; giunsero così a Ightam Road, dove incominciava la discesa; ma anche qui il signor Kirke volle andare avanti da solo; non vedendo però anima viva fece cenno agli altri di seguirlo e tutti entrarono nel bosco, che era dall'altra parte. Per circa un miglio costeggiarono la strada di Ightam, godendo ogni tanto attraverso gli alberi della veduta della splendida vallata illuminata dal sole, e della Pilgrim's Way che si svolgeva come un argenteo nastro per la verdeggiante pianura. Giunti infine ove si scorgeva Kemsing Church e St. Edith's Chantry, uscirono dal bosco e si trovarono in una specie di anfiteatro naturale, di fronte al quale sorgevano, al di là di Otford e Brasted, i boschi e le colline del Surrey. «Ecco là» disse il signor Kirke additando la parte opposta della valle. «Seal, che dovrete lasciare a sinistra costeggiando i prati a ovest della chiesa e dirigendovi poi verso Knole; osservate sempre che il sole rimanga alla vostra destra e così attraverserete la campagna al di sopra di Tombridge.» Dopo avere dato le ultime indicazioni e avere baciato con gratitudine la mano del prete per quanto aveva fatto per lui, si separò da loro salutandoli affettuosamente e augurando loro buon viaggio. I viaggiatori continuarono così da soli la loro strada; attraversarono Pilgrim's Way, e poi per i campi s'avviarono verso Seal. Fino a quel momento tutto era andato bene; essi non avevano incontrato che alcuni contadini, i quali li avevano guardati meravigliati, ma poi, saputo che andavano in cerca di un falco, si erano rimessi tranquillamente al lavoro. Allorché furono nel bosco presso Weald, Isabel, che si era voltata a guardare indietro, gettò un grido di spavento. «Ah, ecco di nuovo quell'uomo!» Gli altri si voltarono, ma non videro nessuno; essa però affermò di essere sicura di avere visto un uomo a cavallo nella parte alta del bosco. Poi, giunti nelle vicinanze di Tombridge, accadde ancora qualche cosa che mise tutti in grande agitazione: un uomo a cavallo veniva verso di loro di gran carriera. Anthony, appena fu vicino, si affrettò a chiedergli se aveva visto un falco. «No, non l'ho visto, ma loro per caso non hanno mica visto un levriere dietro a una lepre? Mi dispiacerebbe molto averlo perso.» «No, non l'abbiamo visto» rispose il giovane. L'altro ringraziò e si offrì d'insegnar loro la strada se non fossero stati pratici dei posti, ma Anthony ritenne più prudente non chiedergli alcuna indicazione, ed egli allora si allontanò al galoppo fischiando per richiamare il suo cane.
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Finalmente, dopo tante agitazioni, verso le quattro i nostri viaggiatori poterono vedere il campanile della chiesa di Stanfield, e dopo un centinaio di metri i tetti dell'antica casa e la grande cancellata di ferro. Alcuni minuti dopo entravano nel vestibolo accolti festosamente dal signor Buxton e da Mary Corbet.

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Capitolo VIII L'ALLARME

Appena arrivato, Anthony informò il signor Buxton di quanto era accaduto, e poi gli disse: «Se lo ritiene opportuno, mi rimetterò senz'altro in viaggio». «Le pare» rispose il suo ospite «ch'io possa permettere che un prete, che è per di più un caro amico, mi lasci nel momento in cui lo minaccia un pericolo? Ma già non credo che questo esista neppure più, poiché lei ha certo fatto perdere le sue tracce ai nemici: cosicché rimane stabilito che passerà da me tutta l'estate.» «Voglia allora, la prego, tranquillizzare mia sorella, che è rimasta molto impressionata e che è tuttora convinta di avere rivisto quel marinaio nel bosco.» Buxton promise che avrebbe fatto il possibile, e infatti poco dopo, trovandosi solo con Isabel, le disse: «Ho saputo dei suoi timori, signorina, ma stia tranquilla che i loro nemici sono ancora sulle colline di Stanstead a maledire la loro cattiva stella; e poi qui lei è al sicuro come nel palazzo di Greenwich; per provarglielo le farò vedere dopo cena tutti i nascondigli di questa casa». Queste parole e soprattutto il tono tranquillo della sua voce finirono per rassicurare Isabel; ciò nonostante, appena ebbero finito di mangiare, il signor Buxton insisté per farle fare insieme con gli altri ospiti il giro della villa; e dapprima mostrò loro il nascondiglio della cappella, poi quello dietro lo scaffale e l'altro dietro il grande ritratto; quindi, giunti alla scala di legno che conduceva in cantina, sollevò l'estremità del quintultimo gradino lasciando loro vedere uno spazio buio; era di lì che si entrava nel corridoio che, passando sotto il giardino, finiva alla casetta all'estremità del grande viale. «Come sono contenta di non essere un prete!» esclamò la signorina Corbet arricciando il naso all'odore di terra umida che usciva dall'apertura. «Per dire il vero, preferirei essere seppellita dopo morta, piuttosto che viva. Ah, ecco là un grosso topo che ha gran bisogno di un becchino.» «Mia cara signorina!» esclamò il signor Buxton in tono indignato. «Sua Maestà stessa potrebbe dormire qui tranquilla, poiché non c'è neppure un pelo di topo.» «Non è dei suoi peli che m'importa, ma di tutto il resto.»
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«Ora le farò vedere se non ho ragione» disse il signor Buxton. «E dire che ho anche il mio più bel vestito!» Quindi, entrato dall'apertura che si otteneva alzando il quinto scalino, si mise supino sul tavolato su cui poggiava la scala e si avvicinò al muro di fondo. «Lei ricorda, non è vero, signor Anthony, che ora bisogna spingere il quarto mattone della quarta fila?» Anthony mise dentro la testa e, abbassata la candela, vide il suo amico spingere il quarto mattone del muro alla sua destra, che si aprì come per incanto lasciando scorgere uno stretto passaggio nel quale Buxton, entrato curvo, poté finalmente mettersi ritto. Sarebbe stato difficile immaginare una via di fuga più ingegnosa poiché, se anche qualcuno fosse entrato nel sottoscala, cosa che sembrava poco probabile, non avrebbe mai potuto sospettare che quello fosse un passaggio che dava accesso a un corridoio sotterraneo; la porticina di quest'ultimo era di quercia rivestita all'esterno da mattoni e con i cardini dalla parte interna. «Che aria profumata c'è qui!» esclamò il signor Buxton guardandosi in giro. «Allora» disse Mary mettendo dentro la testa «gli amici del morto devono aver rimosso il cadavere mentre lei apriva la porta. Ma la prego, venga fuori; non dubito più delle sue parole; lei finirà col prendere un'infreddatura.» «E quali sono i mezzi di difesa esterna?» gli chiese quando fu uscito fuori. «Glieli mostrerò subito» e giunti nella sala staccò la pianta della casa dalla parete dov'era appesa, e su di essa indicò ai suoi ospiti tutte le porte di Stanfield. Quella dal lato nord era di quercia e forte abbastanza da poter resistere ai colpi più poderosi; dallo stesso lato, nel cortile della scuderia, vi era quella che serviva alla servitù e che era assicurata con catene e con un grosso chiavistello; altre due porte davano sui giardini, e finalmente nell'estremità ovest della casa ve n'era un'altra per la quale si entrava nella parte che serviva da abitazione al prete; il piccolo giardino davanti, dove Anthony aveva meditato anni addietro, aveva anch'esso una robusta porta, che si apriva sul viottolo tra la chiesa e la casa. «Ma di fatto» disse Buxton «tre soltanto sono le porte dalle quali qualcuno potrebbe entrare, ossia quella del piccolo giardino, quella con la cancellata di ferro e la porta che dà sul viottolo che conduce a East Maskells, poiché tutte le altre sono sempre sbarrate. E ora vogliamo fare il giro esterno della casa?» «Lo faremo domani» ,rispose Mary. «Questa sera tanto la signorina Norris che io siamo troppo stanche, e perciò adesso le auguriamo la buonanotte.» Poco dopo anche Anthony andò a riposare; egli pure era stanco per il lungo viaggio e per le ansietà provate. Il signor Buxton rimase così solo nella sala con due candele accese; essendo una notte chiara si potevano vedere distintamente gli stemmi a colori nella parte superiore dei finestroni, mentre dalla parte più bassa, che era aperta, entrava il dolce profumo delle rose di giugno, dei satirioni e dello spigo. Fuori il silenzio era così profondo che
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si udiva persino il lieve stormire delle foglie che un alito di vento passando di tanto in tanto sui campi agitava leggermente. «Farò un giro intorno alla casa» disse fra sé il signor Buxton e uscì in giardino. Al rumore dei suoi passi Isabel si affacciò alla finestra, ma ravvisato il suo ospite, il quale proprio in quel momento passava davanti alle finestre illuminate del pianterreno, si tirò immediatamente indietro. Il signor Buxton si avviò verso la corte della scuderia serrando dietro a sé la piccola porta. Nei canili qualcosa si mosse, e poi silenzioso venne fuori un cane danese; appoggiò le zampe alle sbarre del suo recinto e guaì dolcemente nel riconoscere il padrone. Questi lo accarezzò e poi aprì la porta che dava sul viottolo di East Maskells; alla sua sinistra era un fosso asciutto con piante di ortiche agitate adesso dalla brezza notturna; un poco più in là una folta, nera macchia sulla quale Buxton fissò un momento lo sguardo; poi lo rivolse verso East Maskells: davanti a lui si stendevano le sue praterie, dove tranquillo dormiva il suo bestiame. Ritornò dentro, serrò la porta e si avviò verso la corte sul davanti della casa; nella chiara nottata la grande, pesante cancellata di ferro appariva quasi leggera e trasparente. Buxton afferrò due delle sbarre e le scosse con forza: si udì un suono stridulo. Dopo avere guardato le piccole, buie case al di là della strada, ritornò verso la porta sul davanti, attraversò il salone e alcuni salottini e giunse all'appartamento del prete, aprì silenziosamente la porticina che dava sul piccolo giardino e avanzò in punta di piedi: Anthony in quel momento spegneva la sua candela. Giunto alla porta del giardino, l'aprì e uscì nel viottolo: alla sua sinistra era il coro della chiesa parrocchiale; di fronte il cimitero con le mura irregolari e gli alti alberi scuri. Dopo un poco ritornò nella sala dove ancora ardevano le due candele; ne spense una e prese l'altra. «Sono uno stupido» disse fra sé. «Il giovane prete è al sicuro come se fosse nelle braccia di sua madre» e, salito in camera, finì coll'andare a letto. La mattina seguente Mary Corbet si alzò tardi, e quando scese trovò gli altri in giardino. «Dunque» chiese «sono già arrivati i nemici del prete? E che cosa fanno? E lei, cara Isabel, come ha dormito?» «Non ho dormito bene» rispose Isabel. I suoi occhi infatti erano stanchi e abbattuti. «Temo di averla disturbata ieri sera quando ho fatto il giro della casa» disse il signor Buxton. «Ma perché lo ha fatto?» chiese Anthony. «Oh, lo faccio spesso!» rispose egli bruscamente. «E non ha incontrato nessuno?» domandò Mary. «No, nessuno.» «Che cosa avrebbe fatto se ci fosse stato qualcuno?»
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«Sì, davvero, che cosa avrebbe fatto per avvertirci?» chiese Anthony. Buxton rifletté un momento. «Avrei suonato la campana d'allarme.» «Non sapevo che ne avesse una» disse Mary. Il signor Buxton le indicò una torretta sopra la sua camera. «Che suono ha?» «Un suono profondo e al tempo stesso squillante, ma soprattutto fortissimo.» «Cosicché, se incominciasse a suonare, potremmo essere certi che i nemici del prete stanno per prenderci?» chiese Mary. Il signor Buxton fece un cenno affermativo. «Sì, oppure che la casa ha preso fuoco, o che i francesi e gli spagnoli sono sbarcati.» Anch'egli però non era del tutto tranquillo. Aveva osservato che Isabel era ancora più silenziosa del solito e così agitata che persino in quel momento, nel vedere un servo avvicinarsi a lui e dirgli una parola, era parsa spaventata; e questo suo stato aveva finito per impressionare anche lui, tanto più che conosceva la straordinaria abilità e costanza degli agenti di Walsingham. Inoltre, durante la notte, nel ripensare alla storia del marinaio, si era ripetutamente chiesto se quell'innocente prete era davvero riuscito a far perdere le sue tracce ai nemici; e appena alzato aveva mandato un servo all'osteria per cercare di sapere se nel villaggio era stato veduto o sentito nulla che potesse destare sospetti. Il servo che Isabel aveva visto parlare con lui, e col quale Buxton era poi entrato in casa, portava appunto la risposta. «Ebbene?» gli chiese il signor Buxton appena furono soli. «Signore, non c’è niente di nuovo; nell'albergo non vi sono che alcune persone che devono proseguire questo pomeriggio per Brightelmstone, e quattro mercanti di bestiame; questa mattina di buon'ora sono passati di lì due signori.» «Sono partiti, avete detto?» «Sì signore, alle otto.» «Bisogna che io sappia da dove sono venuti; cercate di saperlo e poi venite subito a dirmelo.» Quel giorno a tavola Mary fu ancora più allegra del solito;era felice di trovarsi di nuovo nella bella dimora del signor Buxton insieme con i suoi buoni amici; su di lei il racconto dell'inseguimento non aveva prodotto una grande impressione, poiché era rimasta subito convinta che il disegno di quegli uomini, ammesso che fossero veramente delle spie, era stato del tutto sventato. Nella grande sala da pranzo con le pareti ornate da severi arazzi, da visiere e picche, entrava dai finestroni spalancati l'aria calda e profumata del giardino. «Quanto vorrei avere qui il mio liuto» disse Mary. «Nessun posto sarebbe più adatto del giardino, signor Buxton, per cantare romanze...»
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Buxton rispose sottovoce con un complimento. «La ringrazio» disse Mary. «Ma a che cosa sta pensando, signor Anthony?» «Pensavo che mi pareva di avere visto un liuto in questa casa. Ah sì, ora ricordo, è nel salottino.» «Un liuto!» esclamò Mary. «Ma io non ho spartiti e davvero non vorrei cantare sempre la sola romanza che so a memoria.» «Oh, ma ci sono anche gli spartiti.» «Allora appena finito il pranzo andremo a cercarli.» Poco dopo si alzarono da tavola; Isabel andò in giardino e il signor Buxton nel suo studio; Mary e Anthony, invece, si avviarono verso il piccolo salotto che rimaneva nel lato ovest della casa. Era una stanza con finestre che davano sul giardino e un camino assai grande, dove sugli alari erano dei grossi pezzi di legna. «Mi metta la musica qui davanti» disse Mary sedendosi e incominciando ad accordare il liuto. «È questo il verso?» chiese Anthony sorridendo e appoggiando il foglio alla spalliera della sedia. Mary fece cenno di sì: poi iniziò il preludio, e a poco a poco il delicato suono soffocò il dolce tubare dei piccioni sul tetto e il ronzio delle api in giardino. Il pezzo che Mary aveva incominciato a suonare era una romanza italiana piena di sentimento, nella quale ogni accordo era l'espressione di un vero, represso amore; non appassionato ma tenero, non disperato ma malinconico; di un amore che non avrebbe potuto avere per simbolo né la rosa né il giglio, ma lo spigo e il timo. Il preludio che con un melodioso crescendo aveva espresso le aspirazioni dell'anima amante stava smorzandosi dolcemente, e Mary già si preparava a cantare, quando d'improvviso nell'aria quieta risuonò con uno squillo terribile la campana d'allarme.

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Capitolo IX IL PASSAGGIO SOTTERRANEO

Anthony e Mary si guardarono un istante in silenzio, poi balzarono in piedi. La campana aveva cessato di suonare; si udiva adesso un confuso rumore di voci, un calpestio di cavalli e delle grida. Mary si precipitò verso la porta, l'aprì e tese l'orecchio: nell'interno della casa echeggiavano urla di rabbia e rimbombavano colpi di ascia; il frastuono era veramente spaventoso. Richiuse rapidamente e tirò il chiavistello. «Via, presto» disse «su per il camino. Non c'è altra via di scampo, sono qui.» Anthony ebbe un momento d'esitazione; l'idea di fuggire come un gatto inseguito lo rendeva titubante. «Lei non deve essere preso» disse Mary sottovoce tirandolo per il braccio. In quell'istante si udì nel corridoio un rumore di passi, ed essa lo spinse verso il camino. L'indecisione di Anthony scomparve; posò il piede su un pezzo di legno che affondò nella cenere e cominciò ad arrampicarsi. «Via, presto» ripeté Mary sentendo che la porta incominciava a scricchiolare. Nel corridoio intanto avveniva una terribile lotta fra gli invasori e i servi. Anthony alzando le mani aveva sentito una sporgenza nel camino; vi si era aggrappato e, dandosi una forte spinta, era riuscito a posarvi sopra un ginocchio; poi rizzatosi aveva guardato in basso; due bianche mani ingèmmate toglievano scuotendoli i pezzi di legna coperti di cenere e li sostituivano con altri presi nel paniere accanto. Mary faceva tutto ciò tranquillamente come se si fosse apprestata ad accendere il fuoco. Poi Anthony udì di nuovo la sua voce sommessa, ma distinta: «Salga rapidamente. Farò finta di bruciare della carta; verrà su del fumo ma non scintille; è legna verde». Nella semioscurità della gola del camino, Anthony tastò in giro e trovò a poca distanza l'uno dall'altro due mezzi anelli; accertatosi che fossero ben sicuri, s'afferrò a quello di sopra e si tirò su fino a toccare quello inferiore col ginocchio, poi con un altro sforzo riuscì a posarvi sopra il piede e di nuovo poté mettersi ritto. Si accorse allora che in alto vi era un altro di questi anelli e che perciò non gli sarebbe stato difficile continuare a salire; quindi dopo un momento ricominciò ad arrampicarsi con
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ancora maggior ardore. Il fumo sottile che adesso veniva su per il camino gli dava un forte bruciore agli occhi. A un certo punto si accorse di avere sotto di sé un'altra gola e vi mise dentro il capo per prendere una boccata di aria fresca. Non sapeva in quale stanza si aprisse, tuttavia, pensando che ormai non gli sarebbe stato più possibile rimanere lì a lungo, poiché certo ben presto gli invasori avrebbero acceso il fuoco in tutti i caminetti, si decise a tentare una fuga da quella parte, e senz'altro si lasciò cadere abbasso. Con somma meraviglia si ritrovò nella propria camera, e la vista di quel luogo a lui familiare e l'aria fresca calmarono alquanto la sua agitazione. In punta di piedi si avvicinò alla porta e la aprì: da basso il tumulto pareva crescere di momento in momento; guardò la scala alla sua destra, dalla quale si scendeva nel corridoio dove continuava la lotta fra gli invasori e i servi, e udì distintamente la voce di Robert. Non vi era dunque da pensare di scendere da quella parte. Alla sua sinistra era l'andito con il finto scaffale e la porta della cappella; due nascondigli dunque gli erano vicini; ma quale scegliere? Dopo un momento d'esitazione decise per quello dietro lo scaffale: lì avrebbe anche trovato abito pulito; il suo era coperto di fuliggine e a tal pensiero si tolse istintivamente le scarpe che pure ne erano coperte. Quindi uscì rapidamente lasciando la porta socchiusa; in quel momento udì dei passi per le scale; in un batter d'occhio fu vicino allo scaffale, toccò le due molle e saltò dentro. Ma nel richiudere l'invisibile porta sentì cadere a terra un libro e quasi contemporaneamente udì un'esclamazione di meraviglia, quindi dei passi, che però si allontanarono quasi subito: gli invasori erano entrati nella cappella. Anthony avanzò per il piccolo passaggio e tastando le pareti trovò l'abito appeso a un chiodo; si levò il suo e infilò l'altro. Sino a quel momento non aveva pensato alla possibilità di fuggire dalla porta del ritratto, perché credeva che la casa fosse già tutta invasa dai nemici, ma guardando attraverso i due buchi, vide con gran meraviglia che la galleria era deserta e tranquilla: volendo fuggire, era quello il momento, tanto più che il libro caduto a terra avrebbe ben presto attirato l'attenzione degli invasori su quella parte del corridoio, e lo scaffale sarebbe stato ridotto in pezzi. Tirò il chiavistello e il ritratto si aprì; saltò fuori, lo riaccostò alla parete e poi silenziosamente attraversò la galleria. Naturalmente non aveva speranza di poter scendere dallo scalone, poiché la sala doveva essere piena di uomini, ma gli rimaneva una via di scampo attraverso l'alloggio della servitù. Giunto nel corridoio, dove era la scaletta dalla quale si scendeva prima in dispensa, poi in cucina e finalmente in cantina, guardò in basso e sul secondo pianerottolo vide alcune cameriere pallide e tremanti, che gridavano appoggiandosi con tutto il loro peso contro una porta che si tentava di aprire; esse probabilmente l'avevano sbarrata; ciò poteva essere la sua salvezza e di corsa scese le scale. Alla vista di quell'uomo col viso tutto nero, le donne si misero a gridare ancora più forte; egli passò loro davanti mettendosi un dito sulle labbra, poi giunto in fondo aprì la porta della scaletta della cantina e la richiuse rapidamente. Lì era del tutto buio. Anthony incominciò allora a scendere a tentoni; l'aria fresca e umida, e il silenzio del luogo dove quel terribile frastuono giungeva affievolito e indistinto, servirono a rianimarlo. Giunto in fondo, ritornò in su di quattro scalini, poi alzò il quinto, e in
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quell'istante, come per un doloroso contrappasso, rivide se stesso e gli amici lì riuniti la sera prima, sereni e allegri. Entrò nel piano parallelo alla scaletta e nel mettersi supino sentì lo scatto di una molla: lo scalino era ritornato al suo posto; adesso si sentiva relativamente al sicuro, ma capiva che non c'era ancora da essere tranquilli, e senz'altro strisciò come aveva visto fare al signor Buxton verso la parete di destra. «Quale mattone devo spingere ora?» «Il quarto della quarta fila» rispose a se stesso e si mise a tastare la parete; a un tratto la porticina si aprì ed egli vi entrò strisciando sulle ginocchia; poi, rizzatosi, la richiuse. Allora soltanto si fermò e appoggiatosi alla parete si coprì il viso con le mani. Pochi minuti prima era ancora nel salotto all'altra estremità della casa, ascoltando il dolce preludio della romanza italiana. «Che cosa farà Mary adesso?» disse fra sé. «Che Iddio la ricompensi per il suo coraggio! E Isabel e Buxton dove saranno? Eppure bisogna che vada avanti.» Allora lentamente, a tastoni, incominciò a inoltrarsi nel buio corridoio dove, fatti pochi passi, inciampò in un corpo molle e informe, che gli fece pensare al topo del quale Mary aveva parlato. Tremante di freddo e di agitazione, continuò ad avanzare; finalmente sentì davanti a sé la porticina di legno. Due anni erano passati dacché era stato in quella parte del corridoio, e un profondo terrore s'impadronì di lui al pensiero di non ricordare più il segreto per uscirne. Ma appena ebbe toccato una specie di bottone, la porticina si aprì con uno stridio di metallo arrugginito e Anthony dopo tanto tempo poté vedere uno spiraglio di luce. Anche qui vi era un piano inclinato parallelo alla scaletta, ed egli si fermò per cercare di ricordare la disposizione delle stanze nella casa in cui stava per entrare. In basso, in luogo di cantina vi era uno stanzone lungo e largo quanto la casa, dove egli ricordava di aver visto in un angolo un mucchio di tegole, delle pertiche e dei pezzi di corda. Da una botola si arrivava poi a quello che era il piano terreno, e che consisteva in un'immensa stanza con vasi da fiori e quattro finestre che davano sul giardino, e un'altra con vetri opachi sul viottolo di dietro; una scaletta conduceva alla stanza di sopra, che era divisa in due. Questa casa, che secondo la prima idea del signor Buxton avrebbe dovuto servire di abitazione per i giardinieri, aveva ai lati due torri di forma fantastica, nelle quali si poteva entrare da ciascun piano e che terminavano con piccolissime stanze che avevano finestre sui quattro lati. Anthony riandò rapidamente a tutti questi particolari; poi spinse il quinto scalino, e guardò su per la scaletta; un po' di luce che entrava da una finestrina gli permise di veder subito la botola; salì gli ultimi scalini e cercò di sollevare la ribalta; da principio questa oppose una certa resistenza, poi cedette e Anthony poté entrare nella stanza a piano terreno. Si avvicinò cautamente alla porta per assicurarsi che fosse ben chiusa; le finestre per fortuna avevano i vetri a fondo di bottiglia, sicché dall'esterno nessuno poteva veder dentro. Una piccola rottura nell'angolo di uno di essi gli permise di dare un'occhiata fuori; un grande tasso nascondeva quasi completamente la villa del signor Buxton, della quale non si vedevano che i tetti; sul prato davanti era
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una seggiola e per terra un libro; dalla copertina riconobbe quello che Isabel aveva in mano al momento di uscire in giardino, e al pensiero di sua sorella il prete cadde in ginocchio coprendosi il volto con le mani: «Oh Dio, Dio mio!» esclamò. Nel momento in cui Anthony era sparito su per il camino, Mary aveva già ideato il suo piano: mettersi a bruciare dei fogli per fare credere agli invasori ch'essa avesse delle carte importanti da distruggere. Data una rapida occhiata in giro e non avendo visto carta di nessun genere, aveva senz'altro acceso il fuoco con lo spartito; ma nel fare ciò aveva avuto l'avvertenza di togliere la legna secca che era nel camino e sostituirla con altra verde, che aveva visto nel paniere accanto, pensando che questa avrebbe mandato meno scintille. Alloro entrare gli invasori avrebbero pensato che non avesse voluto aprire per finire di bruciare delle carte, e non avrebbero mai pensato che per l'appunto il prete si fosse rifugiato su per il camino. Pochi minuti dopo la porta cedeva ai loro terribili colpi ed essi si precipitarono nella stanza. Ma alla vista di Mary si arrestarono di colpo: avevano creduto trovar lì il prete, e invece davanti a loro era una signora in splendida veste, occupata a bruciare delle carte. Per un momento la guardarono incerti, poi il capo degli sbirri si slanciò verso Mary e la spinse violentemente contro il muro; quindi si affrettò a togliere dal fuoco i fogli mezzo bruciati e a spegnere le fiamme. Mary tentò di impedirglielo, ma gli altri le furono addosso. «Cani, cani insolenti!» gridò. «Sapete voi chi sono?» Era adesso accesa in viso e i suoi occhi scintillavano d'ira; pareva veramente furibonda. «Mi basta averla vista bruciare delle carte» borbottò il capo degli sbirri tuttora in ginocchio presso il camino. «Ma chi è lei, signore, che osa parlarmi in questo modo?» L'altro si alzò mettendosi i fogli in tasca; le fiamme erano ora del tutto spente. «Non posso bruciare la mia musica e tenere la porta chiusa, senza che della canaglia ne forzi l'entrata?» gridò Mary battendo furiosamente col piede per terra. Lo sbirro le si avvicinò con aria insolente. «Badi signora...» Ma lei non gli diede il tempo di proseguire e con la mano ingemmata gli applicò un solenne schiaffo. A tale vista gli altri non seppero trattenere le risa. «E ora lei si ricorderà che non si può scherzare con le dame di Sua Maestà.» Ci fu un, mormorio fra gli invasori e uno vicino alla porta gridò: «E vero, signor Nichol, è la signorina Corbet». «Sta bene, signora» rispose Nichol non appena si riebbe dalla sorpresa. «Ma adesso io ho le sue carte, che potranno ancora essere lette.» «Idiota che non è altro! Non sa neppure riconoscere la musica da liuto?» «Quello che so è che le signore non bruciano musica con le porte chiuse.» «Doppiamente stupido allora averne colta una sul fatto!»
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«Ciò si vedrà!» rispose lo sbirro in tono di scherno. «Certo non sarà una stupida bestia come lei che potrà dimostrarlo!» gridò Mary, che pareva sempre più infuriata. Gli altri dettero di nuovo in una risata. «Conducete fuori questa megera!» urlò Nichol furibondo per il volgare oltraggio. «E fate qui una perquisizione.» Due sbirri presero per le mani Mary che continuava a insultarlo e la trascinarono fuori a forza, mentre in cuor suo lei esultava per essere riuscita a trattenere lì gli sbirri. Dopo un poco uscì anche Nichol, che salì la scala arrivando in cima proprio nel momento in cui il volume di Tacito cadeva a terra aperto. Meravigliato si arrestò un istante, poi si precipitò verso la porta della cappella; con sua sorpresa non vide che una piccola stanza con due seggiole e un tavolo, ma nessuna traccia del prete; si sarebbe detta veramente una casa incantata. Si diresse allora verso la camera di Anthony e lì per terra vide un paio di scarpe coperte di fuliggine: istintivamente vi mise dentro la mano e le sentì calde. «È qui, è qui!» gridò correndo verso la porta, e subito numerosi sbirri si precipitarono su per le scale. Mary intanto veniva condotta nella stanza vicina alla sala, dove tutto era nel più gran disordine, essendo stato lì che i servi avevano opposto maggior resistenza agli invasori. Essa si guardò in giro e in quel momento vide entrare Isabel accompagnata da uno sbirro. «Lei deve rimaner qui, signora» diss'egli. «Isabel» bisbigliò Mary. Si guardarono un istante in silenzio, ma prima ancora che potessero parlarsi udirono girare la maniglia e poi la voce di un uomo. «Va bene, Lackington, lo tenga chiuso nella sua stanza, io vado a cercare Nichol.» Al suono di quella voce Isabel ebbe un sussulto; un istante dopo entrava Hubert, il quale nel vederla fece un passo indietro. Seguì un profondo silenzio. «Hubert!» disse Isabel dopo un momento. «Che cosa fa lei qui?» Hubert chiuse bruscamente la porta e vi si appoggiò senza staccare lo sguardo da lei; era diventato pallidissimo. Essa lo guardava fissamente e i suoi occhi erano più eloquenti di qualsiasi parola. «Hubert!» ripeté Isabel con una voce che fece batter fortemente il cuore di Mary. «Ci ha lei dimenticati?» I due sbirri intanto li guardavano meravigliati. «Penserò io alle signore» disse loro Hubert in tono brusco e fece cenno che uscissero; ma essi parvero esitare. «Andate» soggiunse in tono severo, e i due uomini ubbidirono al comando del loro superiore. «Isabel» diss'egli allora «se avessi saputo...» «Non è il momento di dare spiegazioni» lo interruppe. «Anthony è qui, ma non so in quale parte della casa. Lei deve salvarlo.»
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La sua voce non era né supplichevole, né tremante; rivelava soltanto la certezza di essere ubbidita. «Ma...» diss'egli. In quell'istante la porta fu riaperta e comparvero altri sbirri, i quali però s'arrestarono alla vista di Hubert. «Vengano con me» disse allora Hubert rivolgendosi a Mary e a Isabel. «Desidero che abbiano una camera di sopra a loro disposizione» e così dicendo si fece da parte per lasciarle passare. Attraversarono la sala dove, in mezzo al più grande disordine, che rivelava quanto terribile era stata la resistenza opposta qui agli assalitori, la tavola da pranzo con la sua ricca argenteria e grandi vasi di rose era stranamente rimasta intatta. Tutto all'ingiro erano sedie capovolte; per terra, vicino alla porta, c'era il grande paravento di cuoio, che nel cadere aveva rovesciato una pianta di fiori, ora tutta calpestata; e dappertutto sul lucido pavimento di legno erano tracce di grosse scarpe. Quattro sbirri stavano a guardia delle porte. Mary e Isabel salirono le scale e giunte in cima si fermarono davanti alla camera di Mary. «Rimarremo qui, signore» disse a Hubert, che le aveva seguite. In quel momento nel corridoio avanzò Lackington con una spada in mano e il cappello in capo. «Le prigioniere non devono essere lasciate assieme» disse battendo familiarmente sulla spalla di Hubert. «Non sono prigioniere» rispose questi fissandolo. «Si tolga il cappello, signore.» Lackington lo guardò meravigliato; e Hubert aprì l'uscio dicendo: «Qui nessuno le disturberà», poi si allontanò assieme con gli altri; ritornò però dopo poco. «Ho dato ordine al mio servo di sorvegliare la porta, sicché possono stare tranquille. Signorina Isabel, farò il possibile.» E inchinatosi lasciò la stanza. Cominciarono allora per Mary e Isabel delle ore di indescrivibile angoscia: dalle finestre potevano vedere gli sbirri camminare su e giù per i larghi sentieri in mezzo alle ridenti aiuole, e al di là della grande cancellata, che separava il giardino dai prati, gli abitanti del villaggio attirati dal rumore. Intanto nell'interno della casa risuonavano passi frettolosi e colpi di accetta, e ogni nuovo rumore le faceva tremare pensando fosse un segno dell'arresto di Anthony. A bassa voce si comunicavano intanto le loro supposizioni; entrambe lo credevano nascosto al piano di sopra, sembrando loro impossibile che fosse riuscito a scendere. Dunque doveva essere o ancora nella gola del camino, e in tal caso non vi erano più speranze che potesse salvarsi, o nel nascondiglio della cappella o in quello del ritratto, oppure in un altro vicino alla loro camera. Trascorsero varie ore; poco a poco il sole scomparve dietro la chiesa e le ombre della sera avvolsero il giardino.Verso le otto udirono un leggero colpo all'uscio; era Hubert con un vassoio. «Ho portato loro qualche cosa da mangiare. Non ho potuto trovare nulla di meglio; tutta la casa è sottosopra. Signorina Isabel, io posso fare ben poco; già tre
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nascondigli sono stati scoperti, ma per ora suo fratello non è stato trovato. Ho fatto di tutto perché gli sbirri lasciassero la casa, ma ancora non vi sono riuscito; sono troppo accaniti nelle loro ricerche. Se lei potesse darmi altre indicazioni, potrei forse riuscire a qualche cosa di più.» Mary e Isabello guardarono meravigliate. «Hanno scoperto tre nascondigli?» chiese Mary. «Sì, e...» «Hubert!» interruppe allora Isabel. «Anthony dev'essere nella gola del camino del salottino. Faccia ciò che può per salvarlo.» «Nel salottino dove la signorina Corbet bruciava delle carte ?» «Sì» rispose Mary. «No, non è là; un ragazzetto è già stato mandato sino in cima.» «Allora è fuggito!» esclamò Mary. «Non può essere» rispose Isabel scuotendo il capo. «La casa era circondata da sbirri ancora prima che fosse dato il segnale d'allarme.» Hubert fece un cenno affermativo. «Ma non c'è altra via di uscita?» chiese. «Ci è riuscito!» esclamò Mary balzando in piedi con occhi scintillanti e strinse Isabel fra le braccia. «Ebbene» chiese Hubert. «Cosa posso fare?» «Per ora ci lasci sole» fu la risposta di Isabel «e torni più tardi.» «Cosicché» riprese Hubert «quando avranno perquisito la casa nel giardino... Ma che cosa c'è?» Una tale angoscia si era dipinta sul volto di Mary e di Isabel che egli s'interruppe di colpo. «La casa nel giardino!» gridò Mary. «No!» «No! Hubert» ripeté Isabel. «Non ci andate.» «E sono stato io stesso a suggerire loro di andarvi per allontanarli di qui.» Si udì sotto le finestre un rumore di passi, e poi la voce di Nichol: «Andiamo, non possiamo aspettarlo più a lungo». «Essi vanno senza di me!» esclamò Hubert precipitandosi fuori della stanza.

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Capitolo X LA CASA NEL GIARDINO

Il signor Buxton, che era stato arrestato mentre suonava la campana d'allarme, verso la quale si era precipitato nell'udire un servo gridare che la corte esterna era invasa da uomini armati, passò quel lungo pomeriggio rinchiuso nella sua camera insieme con uno sbirro. Un forte colpo ricevuto sulla testa lo aveva completamente stordito, e ora sedeva immobile, col capo chino e gli occhi chiusi, ascoltando il rumore dei passi e delle voci che risuonavano per tutta la casa, e pensando all'amico forse rintanato in qualche oscuro nascondiglio. Poi, come in sogno, gli parve di assistere al suo arresto; vide il gran ritratto staccato a forza dalla parete, e Anthony saltar fuori e fare un ultimo, disperato sforzo per fuggire; salire di corsa le scale e, giunto in cima, trovare uno sbirro pronto a trafiggerlo con la sua picca; precipitarsi da basso, attraversare il salottino e sempre di corsa arrivare al cancello per trovarlo serrato; lo vide quindi a cavallo con le mani legate dietro la schiena e circondato da uomini armati; ma non doveva finire qui la sua terribile visione, e per ultimo vide il patibolo, la caldaia bollente e il boia. Emise un lamento; aprì gli occhi, e guardò in giro; nella stanza c'era solo un giovane sbirro, che lo guardava con una certa ansietà. Verso sera si ristabilì nella casa un po' di quiete. A un tratto il signor Buxton udì delle voci vicino alla sua porta e poi vide entrare un grosso uomo accompagnato da altri due con picche; senza curarsi di lui incominciarono a fare il giro della stanza dando colpi contro le pareti. «La camera è già stata perquisita» disse lo sbirro a guardia del prigioniero; ma gli altri continuarono indifferenti nelle loro ricerche. Giunti vicino al camino, quello che pareva il capo picchiò ripetutamente contro il legno al di sopra della cornice. «Qui» disse, indicando un punto. Uno dei suoi uomini ficcò la picca entro il legno appoggiandovisi sopra con tutta la sua forza; ma l'acciaio toccò subito la pietra; allora soddisfatti lasciarono la stanza. Un'ora più tardi Buxton udì ancora un rumore di passi e di voci; e dopo poco vide comparire il signor Graves: piccolo, con un viso pallido, grandi occhi e una corta barba che nascondeva solo in parte la bocca, la quale rivelava l'uomo dal carattere debole: tale era il magistrato di Tombridge. «Potete uscire» disse allo sbirro «ma rimanete accanto alla porta.»
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L'altro s'inchinò e uscì. Il magistrato guardò un momento il signor Buxton, poi, sedutosi, disse: «Sono venuto per dirle che non riusciamo a trovare il prete.» Si arrestò esitante. «Abbiamo già scoperto vari nascondigli, e sono tutti vuoti; spero di non essermi ingannato». Queste parole furono per il signor Buxton come una scossa elettrica; si drizzò e strinse i braccioli della poltrona; la sua mente incominciava a rischiararsi e le sue tempie a battere meno forte: se il giovane non era stato preso, doveva certamente essere già fuori di casa. «Spero di non essermi ingannato» ripeté il magistrato con voce agitata. «Ha ragione di sperarlo, in caso contrario la cosa potrebbe andare a finir male per lei.» «E vero, signor Buxton; ma lei sa quali sono i miei sentimenti. Ieri sera il signor Lackington mi ha mandato a chiamare e non ho potuto rifiutarmi. Non era però mio desiderio...» «Eppure lei ha dato l'ordine di arresto, anzi è qui in persona a farlo eseguire. E posso chiederle quanti dei miei armadi ha fatto sfondare? Spero poi che i suoi uomini siano rimasti soddisfatti della mia argenteria.» «La prego, signore, di voler credere che non è stata neppure toccata; in quanto agli armadi, solamente tre.» Tre! dunque il giovane è fuori di casa, pensò Buxton fra sé; ma dov'è allora? «E mi figuro non avranno risparmiato neppure le camere della servitù, né le scuderie.» «Non c'è stato bisogno di cercare nelle scuderie; i nostri sbirri avevano accerchiato la casa ancor prima che noi entrassimo, e tutte le porte erano sorvegliate sin da ieri sera alle otto.» Buxton rimase senza parola; i suoi presentimenti dunque non l'avevano ingannato. «La comitiva è stata seguita da quando ha attraversato la strada di Wrotham» proseguì il magistrato. «Il prete allora ne faceva parte e supponiamo che egli sia entrato in casa sua.» «Supponiamo!» esclamò Buxton. «Ma che cosa intende lei per "supponiamo"? Non ha detto che avete cercato dappertutto senza trovarlo?» Il magistrato si strinse nelle spalle. «E mi dica, siete saliti anche sui tetti?» soggiunse in tono beffardo. «Sì, siamo andati anche lì.» Allora, pensò Buxton, il giovane dev'essere nella casa del giardino. Ma se andassero anche là? «Posso chiederle, signor Graves, che cosa si propone di rovinare adesso?»
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Si era accorto che quel suo tono autoritativo aveva avuto un effetto sul magistrato; questi del resto non era un accanito persecutore dei cattolici, ma soltanto un uomo di deboli principi. «La prego, signore, di non parlarmi in questo modo; io non ho fatto altro che il mio dovere.» «Strano dovere» esclamò il signor Buxton balzando in piedi «quello che la induce ad assalire un amico, forzare la sua casa e guastare i suoi mobili e tutto ciò per cercare un prete che lei suppone essere qui e che non ha mai visto. Davvero, se questa faccenda giungerà agli orecchi di Sua Maestà, io non so quali ne saranno le conseguenze; lei sa, non è vero, che la signorina Corbet, la quale è qui mia ospite, è sua dama d'onore? Ma, a proposito, dove sono le signore?» «Sono di sopra» rispose il magistrato con voce tremante. «Ebbene, io non ho da offrirle che una condizione: o lei e i suoi sbirri abbandonano fra mezz' ora la mia casa e il mio giardino, lasciando libero me e le mie due ospiti, oppure per mezzo della signorina Corbet faccio sapere ogni cosa a Sua Maestà» e ciò dicendo batté col pugno sulla tavola e guardò il magistrato con aria sdegnosa. «Come può, signore, parlare di due ospiti come se non ne avesse altri?» replicò il magistrato. «Due ospiti, non capisco; perché dovrei averne di più?» «Ma allora per chi sono quei quattro posti a tavola?» chiese il signor Graves in tono indignato. Buxton rimase senza parola e il magistrato, accortosi di aver colto nel segno, si passò ripetutamente la mano tremante sulla barba. «Dunque, signore, si mostri ragionevole; è per venire a patti che ho desiderato parlare con lei. So che il prete è stato qui, e su ciò non vi è dubbio alcuno; la sola cosa incerta è se egli vi si trova tuttora o se è fuggito; abbiamo cercato dappertutto e domani proseguiremo nelle nostre ricerche; lei intanto continuerà a essere sorvegliato, ma le signore potranno godere di tutta la loro libertà. Se poi domani noi non avremo ancora trovato il prete, lasceremo la sua casa e spero che in tal caso lei vorrà scusarmi se forse ho agito con precipitazione e non vorrà, per mezzo della signorina Corbet, informare Sua Maestà dell'accaduto.» Buxton, accortosi dello sbaglio commesso nel prendere quel tono imperioso e quale infelice dimenticanza era stata quella dei quattro posti, ritenne ora opportuno, per quanto ciò gli fosse duro, venire a patti amichevoli. «Ebbene, signor Graves, voglio essere condiscendente; l'unica cosa che le chiedo è di non obbligarmi a rimanere qui mentre la mia casa sarà nuovamente perquisita, e che le signore siano libere di andare e venire come loro aggrada.» Il magistrato rimase preso all'amo come una trota.
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«Sì, sì, signor Buxton, sarà fatto come lei desidera; e in quale altra casa vuole andare?» Buxton parve riflettere alcuni istanti. «Bisognerebbe che fosse una casa non troppo lontana da qui; non credo che il rettore vorrebbe ricevermi; forse da... oppure, perché non in quella che è nel giardino?» soggiunse a un tratto. Il viso grave del magistrato s'illuminò di un sorriso. «Certamente, sarà fatto come lei desidera. Ma in che parte del giardino rimane questa casa?» «Dall'altra parte» rispose il signor Buxton in tono indifferente. «Mi stupisce che il suo zelo non l'abbia spinta a far cercare anche là.» «Devo mandare un servo a prepararla? Gradirebbe andarvi questa sera stessa?» chiese premurosamente Graves. «E perché non andarci adesso assieme? Le do la mia parola che non cercherò di fuggire.» «Ben volentieri. Non le so dire quanto le sia riconoscente; lei ha saputo rendere il mio penoso dovere cosa quasi gradita.» Il signor Buxton prese da un cassetto la chiave della casa e poi assieme con il magistrato attraversò la sala dove dette un'occhiata ai mobili ridotti in uno stato miserevole e alla tavola da pranzo con i quattro posti apparecchiati. Le sentinelle a guardia delle porte stavano adesso sedute con le armi a terra, e sui loro visi si leggeva il vivo malcontento per avere perduto la preda. Buxton e il magistrato uscirono in giardino, poi presero il grande viale che conduceva alla casetta, le cui fantastiche banderuole spiccavano contro il cielo crepuscolare. Il pensiero di potersi avvicinare ad Anthony e comunicare con lui aveva sin dal primo momento fatto nascere una speranza nel cuore del signor Buxton: ora tutto faceva credere che il giorno seguente gli sbirri, dopo avere ancora inutilmente cercato dappertutto, se ne sarebbero andati facendo le loro scuse, e senza entrare nella casa del giardino, avendola egli occupata col consenso del magistrato. Giunti davanti alla porta, Buxton nel salir gli scalini cercò di fare il maggior rumore possibile per avvisare Anthony, nel caso fosse già uscito dal corridoio; quindi girò lentamente e come con difficoltà la chiave, borbottando ad alta voce contro la serratura arrugginita. «Come vede, signor Graves» disse nell'aprire un poco la porta «la mia prigione sarà bella e spaziosa.» Quindi, entrato, dette rapidamente un'occhiata in giro. A una delle pareti erano appoggiati dei bersagli e nell'angolo vicino alla finestra che dava sul viottolo erano due file di vasi da fiori. Buxton attraversò la stanza, spalancò la finestra e guardò fuori; a quel rumore uno sbirro armato, ch' era lì sotto, alzò la testa. «Ah, vedo che ha messo una sentinella anche qui» disse Buxton in tono indifferente.
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«No, è uno degli uomini del signor Maxwell.» «Del signor Maxwell?» ripeté Buxton meravigliato. «Come? È anch'egli immischiato in quest'affare?» «Sì; non lo sapeva? È venuto da Great Keynes questa mattina; è il signor Lackington che lo ha fatto chiamare.» Il viso di Buxton si oscurò. «Ah, ora capisco, si tratta di una vendetta!» Il magistrato stava per chiedergli il significato di quelle parole, sembrandogli ora di essere in termini amichevoli col suo prigioniero, allorché si udì un rumore di passi e di voci. Per il gran viale del giardino venivano quattro sbirri seguiti da Nichol, da Hubert Maxwell e da Lackington, i quali parevano discutere animatamente fra di loro. Alla vista del magistrato e del prigioniero gli sbirri si arrestarono in attesa di un ordine dei loro capi. «Ma che c'è di nuovo?» chiese bruscamente il signor Graves. «Siamo venuti a cercare anche qui» rispose Nichol. «Mi dica, signor Graves, ha dato lei ordini in proposito?» chiese Hubert. «Basta, basta!» interruppe Lackington freddamente. «Via, uomini, fate la perquisizione della casa.» Gli sbirri avanzarono. «Come, signor Graves!» esclamò furibondo Buxton. «Lei mi conduce qui dopo che la mia casa è stata invasa e messa a soqquadro, promettendomi che sarei finalmente lasciato in pace; io accetto tutte le sue condizioni e prometto di non fare sapere nulla a Sua Maestà e poi lei permette che i suoi sottoposti continuino a darmi noie; ma non ha lei una volontà propria?» «Davvero, signore...» incominciò a dire Hubert. «Non è ancora del tutto soddisfatto signor Maxwell?» interruppe Buxton sempre più arrabbiato. «Le pare che la sua vendetta non sia completa se non riesce a togliermi anche quest'angolo di tranquillità?» «Lei sbaglia, signore» rispose Hubert, facendo uno sforzo per dominarsi. «Io sono in ciò completamente dalla sua parte.» «È quello che incomincio a credere» disse Lackington in tono insolente. «Lei incomincia a crederlo?» gridò Buxton. «Ma chi è lei per parlare in tal modo?» «Via» interruppe Nichol. «Non mi pare che valga la pena di litigare su cosa tanto da poco. Lei, signor Buxton, dice che qui non c'è nessuno e lo stesso afferma il signor Maxwell; ebbene lascino che la casa sia perquisita dagli sbirri; ciò non richiederà più di dieci minuti; frattanto il signor Buxton e il suo amico potranno prendere il fresco in giardino.»

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«Ma allora» gridò Buxton «mi lasci ritornare in casa mia, e costoro potranno rimaner qui sino al giorno del giudizio, se fa loro piacere, o piuttosto sino a che Sua Maestà si occuperà di questa faccenda» e ciò dicendo scese i due primi scalini, ma il cuore gli tremava forte. Il signor Graves gli posò la mano sul braccio come per trattenerlo; Buxton si voltò verso di lui con viso furibondo. «No, no» disse il magistrato. «Questi signori sono qui con la mia autorizzazione, e non acconsentirò che gli sbirri entrino in questa casa. Signor Buxton, la prego, abbia pazienza e torni indietro.» Buxton risalì rapidamente gli scalini. «Allora, signor Graves, voglia dare i suoi ordini poiché incomincio anche ad avere fame, e la mia cena è già stata ritardata di un'ora.» «Ebbene, ceni pure qui» disse Nichol con voce melliflua. «Noi intanto faremo la perquisizione della casa.» Allora Hubert scattò. «Lingua maledetta, si cheti; il signor Graves e io siamo i capi, e vogliamo che questo signore ceni tranquillamente, cosicché lei può condurre altrove i suoi sbirri.» «No, no, signor Maxwell» rispose Lackington con un sorriso maligno. «Io non posso acconsentire a ciò; due dei miei uomini rimarranno qui e altri due andranno dalla parte di dietro della casa; per questa sera lasceremo tranquillo il signor Buxton, ma domani si vedrà che cosa si deve fare.» Buxton mostrò di non fare caso delle sue parole e si volse al magistrato. «Ebbene, signore, qual è la sua decisione?» «Che lei dorma qui tranquillamente e non sia disturbato da nessuno» rispose Graves in tono risoluto. «Però per domani non le posso promettere niente.» «Allora vuole avere la gentilezza di permettere che uno dei miei servi mi porti qualche cosa da mangiare e anche alcune coperte per la notte? Le sarei pure grato se volesse permettere alle signore di cenare con me.» «Certamente» rispose Graves. «Signor Maxwell, vuole accompagnarle qui lei?» Hubert fece un cenno affermativo e si allontanò rapidamente. Lackington, dopo avere detto sommessamente alcune parole agli sbirri, si avviò con Nichol per un altro viale e presto entrambi disparvero. I due sbirri si fermarono a poca distanza dalla casa: era chiaro che dovevano rimanere a guardia di essa. Buxton e il magistrato si misero allora a sedere. «Che uomo ostinato è quello!» disse il signor Graves. «Mi sembra che siano tutti e due molto insolenti, e mi sono meravigliato della sua pazienza.» Poco dopo arrivarono Mary e Isabel, accompagnate da Hubert e seguite da alcuni servi con delle coperte.
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«Sono oltremodo spiacente» disse Buxton, appena esse furono entrate «di quanto è accaduto, e soprattutto delle noie che ciò può avervi procurato.» Entrambe, per quanto agitatissime, risposero con voce del tutto tranquilla e poi si misero a discorrere con il signor Graves. Questi, sebbene fosse anch'egli piuttosto inquieto, cercò di entrare nelle buone grazie di Mary; poi, allorché i servi ebbero finito di apparecchiare, si alzò per andarsene. «Ma rimanga a cena con noi» lo invitò Buxton. «No, signore, non posso perché sono responsabile della sua proprietà.» «Lei permette, vero, che queste signore vadano e vengano a piacer loro?» chiese Buxton in tono indifferente. «Ma certo.» «Vuole allora farmi il piacere di dire a due dei suoi uomini di rimanere fuori della porta per poterle accompagnare allorché vorranno andarsene, e anche per impedire che io abbia altre seccature da quelle due zelanti persone che erano qui or ora?» Il signor Graves, incantato da questa prova di fiducia, promise che sarebbe stato fatto come desiderava; poi, dopo averli rispettosamente salutati, fece ritorno alla villa. Buxton e le due signore si misero allora a tavola. Dalla porta aperta potevano vedere il giardino dove l'oscurità cresceva di momento in momento, e una volta videro passare una delle sentinelle. Sospettando che qualcuno stesse ad ascoltarli si rivolsero ad alta voce frasi indifferenti, comunicandosi invece sommessamente i loro pensieri. «Quest'individuo» disse Mary «avrebbe bisogno che gli fosse insegnata un po' d'educazione. (Credo che sia nel viale qui sotto).» «Certo che il dare la caccia all'uomo non è cosa che nobilita. (Sì, lo credo anch'io).» «Temo che abbiano sfondato il suo piccolo armadio. (Mi comunichi il suo piano se già ne ha ideato uno).» continuò Mary. E così a poco a poco essi stabilirono il da farsi. Da quando il signor Buxton aveva saputo che le signore avrebbero cenato con lui, un’idea era venuta maturando nella sua mente, e preso adesso un pezzetto di carta vi scrisse col lapis le linee principali del suo piano; poi lo passò a Mary e a Isabel, che sottovoce gli suggerirono alcune modifiche. Certo il piano del signor Buxton era oltremodo rischioso, ma essendo la situazione disperata bisognava essere pronti a tentare qualsiasi cosa; ormai era certo che il giorno dopo sarebbe stata fatta anche lì una perquisizione, essendosi Lackington insospettito, e vi era ogni probabilità che gli sbirri, i quali già avevano scoperto tre nascondigli, finissero per scoprire anche il quarto. Per poter avere il tempo di ponderare bene ogni cosa, mangiarono il più lentamente possibile, cosicché erano già le nove e mezzo quando Mary e Isabel si alzarono da tavola. Il loro ospite le accompagnò sino alla porta, dove chiamò uno
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degli uomini del signor Graves perché le scortasse a casa; quindi, fermo sulla soglia, guardò per alcuni minuti il giardino buio. «Ora me ne vado a letto e vi prego di non disturbarmi» disse ad alta voce agli sbirri, che sapeva dover essere lì vicino. Ma nessuno rispose; serrò allora la grande porta tirando anche il chiavistello e si avvicinò alla finestra che dava sul viottolo; fra le tenebre poté vedere un luccichio di acciaio. «Buona notte» disse in tono allegro. Ma di nuovo non vi fu risposta. Vi era qualche cosa di sinistro nel silenzio di quelle sentinelle, e un senso di sbigottimento s'impadronì di lui. Chiuse la finestra e poi riunì nell'angolo vicino alla botola le coperte e i guanciali portatigli dai servi; si mise quindi in ginocchio per recitar le sue preghiere della sera, e questo davvero non fu più commedia, ma atto sincero. Quando ebbe finito si levò le scarpe e il giustacuore e avvicinatosi alla tavola spense le candele. Ritornò poi nel suo angolo; sino a quel momento qualcuno forse aveva potuto spiare i suoi movimenti da qualche vetro rotto, ma ora che la stanza era del tutto al buio egli poteva muoversi liberamente. Il silenzio era profondo; anche dalla sua casa non giungeva più alcun rumore; vi fu però un momento in cui gli parve di udire il calpestio di un cavallo, e dopo poco sentì una sentinella tossire sommessamente. Per obbligarsi a rimanere fermo ancora qualche minuto, si mise a contare; giunto a cinquecento guardò attentamente da tutte le parti tendendo gli orecchi; poi stese una mano e riuscì a toccare l'anello della botola. Alzò lentamente la ribalta appoggiandola al muro, posò i piedi sulla scaletta e scese tre scalini; uno di essi scricchiolò ed egli si arrestò tremante, trattenendo il respiro; ma fuori, nel profondo silenzio non si udiva che lo stormire degli alberi agitati dal vento. Dopo un momento ricominciò a scendere nella fredda oscurità; per un istante fu incerto se chiudere o no la ribalta, poi si decise per il sì, pensando che forse avrebbe fatto un po' di rumore nell'aprire la porticina del corridoio. Finalmente giunse in fondo; allora picchiò leggermente contro il quinto scalino. Nessuna risposta. «Anthony, Anthony» disse egli sommessamente avvicinando la bocca allo scalino. Silenzio perfetto. Sollevò lo scalino e, tenendolo alzato con una mano, mise l'altra dentro e toccò il piano di legno. «Dev'essersi rifugiato nel corridoio.» Entrò allora nel sottoscala e si avvicinò alla parete di destra. «Il quarto mattone, nella quarta fila» disse fra sé; vi appoggiò la mano e sentì resistenza. Un senso di terrore s'impadronì di lui; non era forse così che si apriva? Si era dimenticato il segreto, oppure aveva sperato invano di trovar lì Anthony? Appoggiò le spalle contro la porticina e i piedi contro il muro di fronte e spinse con tutte le forze. Si udì uno scricchiolio: la porta incominciava a cedere; dunque Anthony era lì! Buxton si sentì riavere. «Anthony, Anthony» ripeté. «Mi apra, sono io.» La porticina si aprì del tutto. «Chi è? E lei?» bisbigliò il prete. «Sì, sono io; oh Dio sia lodato! Temevo...» «Ma come potevo sapere chi era? Che notizie vi sono? È fuggito?» «No, sono prigioniero su parola, ma non vi è tempo per pensare a me; lei deve fuggire. Ho ideato un piano. Domani cercheranno anche in questa casa; l'ingresso del
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corridoio da questa parte non è così ben celato come quello dalla parte opposta, e lei sarà di certo scoperto. Già sospettano che sia qui, e hanno messo degli sbirri a fare la guardia.» «Allora perché pensare...» «No, no, ho già ideato un piano che tanto Mary che Isabel hanno approvato. Ascolti attentamente: sul retro vi è una sola guardia; Mary è libera di andare e venire, poiché hanno tutti paura di lei. Fra pochi minuti uscirà di casa per andare a East Maskells, conducendo con sé la sua cameriera e due scudieri. Ma appena passata l'osteria, darà ordine a uno di essi di fermarsi lì con la donna, e lei insieme con l'altro scudiero, ossia Robert, piglierà per il viottolo che termina vicino alla finestra dalla parte di dietro della casa, e mi chiamerà, come se avesse bisogno di parlarmi. Non credo che lo sbirro farà difficoltà, giacché essa ha da poco finito di cenare con me. Mentre discorreremo, Robert si getterà sullo sbirro e lei salterà giù; la finestra è alta soltanto otto piedi. Anche ammesso che si faccia rumore, gli altri sbirri non avranno il tempo di venire in aiuto del compagno, e lei, montato sul cavallo di Robert, si allontanerà a gran galoppo insieme con Mary, nella direzione che crederà meglio; io però le consiglierei di andare verso East Maskells. Non credo che vi inseguiranno non avendo gli altri i cavalli sellati. Ha capito?» Anthony rimase silenzioso per alcuni minuti; nel profondo silenzio Buxton poteva udire il suo respiro. «Non mi va» rispose alla fine il giovane. «Mi pare oltremodo arrischiato; tante cose possono succedere. E poi che sarà di lei e di Isabel?» «Ma, caro amico, so bene che questo tentativo presenta mille pericoli, però non sarà mai così pericoloso come il rimanere qui». «E Robert?» chiese Anthony dopo un momento. «Come potrà fuggire?» «Se lei riesce a mettersi in salvo, non potranno fargli niente, non avendo modo di provare che lei è un prete; ma se invece lei sarà preso, e certo lo sarà se non fugge, probabilmente lo impiccheranno, avendo egli opposto una accanita resistenza agli sbirri allorché hanno invaso la casa. Ma del resto anche Robert potrà mettersi in salvo fuggendo per i campi.» Anthony non rispose. «Dunque?» bisbigliò Buxton. «Lei lo desidera?» «Credo sia l'unica via di salvezza.» «Ebbene, acconsento.» «Dio sia lodato! E ora bisogna che venga su con me; si levi le scarpe.» «Non le ho.» «Allora mi segua e non faccia rumore.» E così dicendo uscì cautamente dal sottoscala seguito dal suo amico, che richiuse dietro a sé l'uscio del corridoio e poi, dopo un momento che a Buxton parve un
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secolo, abbassò anche lo scalino. Uno scricchiolio del legno dette loro un tuffo al cuore. Finalmente Buxton toccò la ribalta, la sollevò e di nuovo si trovò nella grande stanza, che adesso, dopo le fitte tenebre del sotterraneo, gli parve quasi chiara, sì che poté distinguere la tavola e i bersagli. Si voltò e dalla scaletta vide comparire la testa di Anthony, poi le sue spalle e il rimanente del corpo; quando il suo amico fu uscito del tutto gli strinse commosso la mano. «Vuole qualche cosa da mangiare?» chiese avvicinando la bocca al suo orecchio. «Sì, ho fame» rispose sottovoce Anthony. Buxton andò in punta di piedi sino alla tavola, prese un piatto e un bicchiere di vino che aveva appositamente riempito in precedenza, poi tornò a sedersi accanto a lui. Erano passati appena pochi minuti, quando un improvviso rumore fece sussultare Anthony: era quello di tre o quattro cavalli al trotto al di là della chiesa. I due amici si alzarono senza dire parola, e Buxton si avvicinò in punta di piedi alla finestra che dava sul viottolo. Dopo qualche istante quel rumore si fece più debole e indistinto; i cavalli dovevano essere adesso per la strada maestra. Alla debole luce crepuscolare Anthony vide il suo amico fargli cenno di avvicinarsi, e ubbidì silenziosamente. Ma ecco, quasi d'un tratto quel rumore farsi più forte: non vi era più dubbio; i cavalli erano ormai a pochi metri dalla casa. Lo sbirro seduto su una panca dall'altra parte del viottolo balzò in piedi sorpreso, e quasi nello stesso istante risuonò la chiara, allegra voce di Mary: «Oh che buio!».

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Capitolo XI CAVALCATA NOTTURNA

Anthony si era rannicchiato vicino alla finestra, pronto a saltare giù appena fosse il momento: il suo cuore batteva adesso fortemente. Buxton, per far credere di essere addormentato, non aprì subito i vetri. «Chi è là?» gridò la sentinella. «La signorina Corbet» rispose Mary. «Desidero parlare col signor Buxton.» «Lei non può parlargli.» «Non posso? Ma non sapete chi sono? Se ho appena finito di cenare con lui.» Dall'altra parte della casa giunse un leggero, confuso rumore, e i due amici capirono che le sentinelle nel giardino erano in ascolto e pronte ad accorrere. «Mi dispiace, signora, ma non ho ricevuto ordini...» «Chi credete di essere voi, per potermelo impedire? Olà, signor Buxton, si affacci.» «Si tenga pronto» bisbigliò questi ad Anthony. «Indietro, signora, o chiamo gente.» Buxton aprì la finestra. «Chi è là?» chiese con voce del tutto tranquilla e intanto Anthony si alzava in piedi. «Sono io, signor Buxton, ma questo insolente...» «Indietro, signora» ripeté più forte lo sbirro. Risuonò nel giardino un rumore di passi e di voci e dalle finestre che davano su di esso trasparì una luce rossastra. «Ora» bisbigliò Buxton. «Aiuto! aiuto!» gridò la sentinella. Robert intanto, sceso da cavallo, si avvicinava tenendo qualche cosa in mano. Accortosene, lo sbirro volse verso di lui la sua picca. In quel momento Anthony spiccava il salto andando a cadere sulla sentinella, che era proprio sotto la finestra. In un batter d'occhio Robert le fu sopra.

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«Lasci fare a me, signore, lei monti» disse afferrando lo sbirro per la gola per impedirgli di gridare. «Ma così lo strangolerete» esclamò Anthony. «Lesto, vada, vada; eccoli che vengono» disse Mary. Anthony balzò in sella e i cavalli partirono di gran carriera. Chino sul suo cavallo, egli seguì Mary che andava come il vento giù per il viottolo. A un tratto risuonò un grido di allarme; poi, vicino alla curva, Anthony vide un uomo e una donna che lo guardavano spaventati gettando alte grida; e davanti a sé la bianca, lunga strada maestra. Raddoppiarono ancora di velocità e a briglia sciolta passarono davanti alle ultime case del villaggio; Mary era sempre la prima, ma egli la seguiva da presso. Arrivati vicino al punto dove la strada si biforcava e dove luccicavano le acque di uno stagno, essa rallentò un poco la corsa e voltatasi gridò: «A sinistra», poi prese la strada di East Maskells. Adesso da ambo le parti invece di case c'era un terreno con neri cespugli e fossi di acqua. Mary si voltò nuovamente e staccando le parole gridò: «C'inseguono, è stato impossibile impedirlo, avevano i cavalli sellati». Il giovane guardò indietro. Non si vedeva nessuno, ma si udiva in lontananza un rumore di cavalli al galoppo; tuttavia dopo un poco gli parve che quel rumore si facesse più debole ed esultante rispose: «Guadagniamo terreno». Erano intanto arrivati ai piedi di una collina con la sommità ricoperta di folti alberi, e dovettero rallentare un poco la corsa; ma raggiunta la vetta rimisero i cavalli al galoppo e in pochi minuti furono di nuovo sulla strada pianeggiante. Al loro passare ondeggiavano i sottili, spioventi rami dei salici da ambo i lati; un puledro in un prato vicino, svegliato da quell'improvviso rumore, lì segui per alcuni metri, e poco dopo il cavallo di Anthony, impauritosi alla vista di un palo, fece un salto da una parte, ed egli udì un rumore di acqua e il grido di un uccello acquatico fra le canne. Al timore, all'ansia di poco prima era subentrata nel suo cuore una vera allegrezza. Quella cavalcata notturna sotto un cielo stellato aveva per lui qualcosa di inebriante. Quale contrasto, pensava fra sé, tra questa bella campagna attraversata su un cavallo ansante, con al fianco una coraggiosa fanciulla, e il tenebroso corridoio dove ho passato ore piene di angoscia, in un silenzio mortale! Quale differenza tra una fuga a cavallo e all'aria aperta, e lo sfuggire al nemico stando rannicchiato in uno scuro buco, trattenendo persino il respiro! E a questo pensiero rise di vera gioia. Intanto erano giunti dove ricominciava la salita; davanti a loro era un foltissimo, scuro bosco, e a destra, circa un miglio distante, East Maskells. Allorché saremo vicini alla porta della città, pensò Anthony, rallenteremo la corsa, e se dietro a noi non sentiremo più nessun rumore di cavalli, Mary chiederà ospitalità in qualche casa, mentre io per maggior prudenza entrerò nei boschi. Si guardò in giro per vedere se scorgeva qualche lume, ma l'oscurità era profonda.
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D'improvviso udì un sibilo e il colpo di un'arma da fuoco; il suo cavallo fece un salto che quasi lo sbalzò di sella, poi sbuffando si precipitò su per la salita. Al colpo era seguito un grido acutissimo e un confuso rumore di voci. Anthony tirò con tutta forza le redini, ma solo dopo una cinquantina di metri riuscì ad arrestare il cavallo. In quel momento se ne vide passare accanto un altro con la criniera al vento e scomparire fra gli alberi; costrinse allora il suo a voltare, e tremante, tanto da non poter quasi tenere le redini in mano, ritornò indietro, sapendo purtroppo ciò che l'attendeva ai piedi della salita. Nel mezzo della strada, a circa una ventina di metri dal sentiero che attraverso i campi conduceva a Stanfield Place, c'era uno scuro gruppo di persone. Anthony scese rapidamente di sella; senza pronunciare parola spinse indietro alcuni uomini e si inginocchiò vicino a Mary che giaceva a terra; le sollevò la testa e la adagiò sulle sue ginocchia. «Mary, mi sente?» disse chinandosi sul pallido volto. Essa avvicinò la mano al petto, poi la lasciò ricadere: era macchiata di sangue. Una palla l'aveva attraversata da parte a parte. Quindi subitamente: «Fugga, fugga» e ciò dicendo cercò allontanarlo da sé. «Mary!» ripeté Anthony. «Presto, si confessi. Uomini, scostatevi.» Questi, che erano rimasti a guardarli in silenzio, ubbidirono, ed egli avvicinò l'orecchio alla bocca della morente. Udì un singulto e un lungo lamento, poi le sue parole, lente e rotte dal respiro affannoso. Intanto erano sopraggiunti numerosi uomini a cavallo, ma il prete non si era neppure accorto di loro; sempre chinato su Mary, non udiva che la sua voce. «Non ha altro?» chiese. Gli uomini a cavallo, che avevano formato un cerchio intorno a loro e che fino allora avevano parlato animatamente fra di loro, fecero silenzio. Mary scosse leggermente la testa; le sue labbra erano dischiuse e il suo respiro sempre più corto e affannoso. «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen» pronunciò il sacerdote facendo su di lei il segno della croce. Poi si chinò nuovamente sull'agonizzante: il petto di Mary si sollevò ancora leggermente; essa riaprì gli occhi, lo guardò e li richiuse per sempre. «Benedictio Dei omnipotentis, Patris et Filii et Spiritus Sancti, descendat super te et maneat semper. Amen.» Seguì un profondo silenzio. Poi una voce di uomo gridò villanamente: «Non è ancora finita questa buffonata papista?». Ci fu un movimento e un mormorio nel gruppo. «Sì, è tutto finito» disse il prete alzandosi.

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Capitolo XII IN PRIGIONE

La vita di Anthony nella prigione di Clink a Southwark, dove era stato condotto dopo il suo arresto, fu uno strano insieme di sofferenze e di consolazioni. Durante le prime settimane fu tenuto in ceppi in una piccola cella buia, dalla quale però il suo carceriere la domenica gli permetteva di uscire di nascosto per celebrare la messa in una cella più grande dove si riunivano molti altri cattolici. Tuttavia, soltanto dopo un mese egli poté sapere tutto quanto era accaduto la notte del suo arresto. Ricondotto a Stanfield in attesa che si facesse giorno, era stato rinchiuso nella grande sala, dove avrebbe potuto saper molto dalle conversazioni degli sbirri, ma profondamente impressionato dalla morte di Mary non vi aveva prestato alcuna attenzione. Non essendo dagli interrogatori risultato nulla di veramente grave a suo carico, gli furono alla fine tolti i ferri, concessa maggior libertà e persino permesso di vedere sua sorella, la quale subito dopo il suo arresto era andata ad abitare con i loro buoni amici, i Marrett, ora vecchi e infermi. Durante la sua prima visita, Isabel gli raccontò tutto ciò che era accaduto quella terribile notte. «Dopo avere lasciato il signor Buxton, Mary e io tornammo a casa; in salotto c'era il signor Graves, al quale essa senz'altro in tono imperioso comandò che i suoi cavalli fossero sellati; ed egli tutto spaventato rispose che sarebbe stata subito ubbidita. Poi Mary mi condusse in camera sua dove mi abbracciò teneramente: non aveva voluto dirmi addio in presenza degli sbirri per non destare sospetti. Allorché scendemmo da basso, fummo assai sorprese nel vedere che nella scuderia c'erano numerosi cavalli sellati; Mary però non fece alcuna osservazione in proposito, soltanto, prima di salire a cavallo, chiese a uno degli sbirri che la guardava in modo strano che cosa diavolo aveva da fissarla così. Appena ebbi visto Mary svoltare l'angolo della casa ritornai su, ma, invece di entrare in camera mia, mi fermai alla finestra della galleria che dà sulla corte, sapendo che il pericolo non poteva venire che da quella parte. Pochi minuti dopo udii un grido di allarme e vidi un uomo entrare di corsa e dietro a lui molti altri, i quali montarono rapidamente a cavallo partendo a gran galoppo, e poi altri e altri ancora, e dal calpestio dei cavalli capii che avevano preso per la strada maestra.
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Oh, Anthony, se tu sapessi con che ardore ho pregato in quel momento! Per ultimo entrò Lackington» e a questo nome Isabel si arrestò un istante. «Anch'egli salì a cavallo gridando: "Per i campi, per i campi, tagliate loro la strada!" e io capii che non vi era ormai più speranza, e tornata in camera mi chiusi dentro.» Isabel s'arrestò di nuovo. Anthony le prese la mano e gliela accarezzò dolcemente; dopo un momento essa proseguì: «Fu pure da quella finestra che ti vidi tornare circondato da sbirri; corsi in cima alla scala, ma ti avevano già fatto entrare nella sala dove erano i magistrati, e la porta era stata richiusa. Vidi poi altri uomini portare Mary; mi precipitai giù per le scale e giunsi nel momento in cui la posavano a terra; chiesi che fosse portata di sopra; mi ubbidirono e la adagiarono sul suo letto, su quel letto dove quello stesso pomeriggio ci eravamo sedute assieme! Ordinai allora che tutti uscissero dalla camera e rimasi sola con lei. Le incrociai le mani sul petto, e misi fra esse il crocifisso che avevo al collo; poi le accesi intorno delle candele. Il suo viso era così sereno e sorridente che pareva quello di una bambina addormentata; mi chinai a baciarla e le dissi: "Grazie, Mary, grazie". Sapevo, per quanto non conoscessi ancora i particolari del fatto, che era morta per te». Anthony si nascose il volto fra le mani. «Allorché Mary» continuò Isabel «vide un uomo fermo vicino al sentiero, pensò solo a salvarti e data una forte scudisciata al suo cavallo riuscì a passare fra te e lui! Lo sbirro che tirò il colpo, oltremodo spaventato dell'involontario errore, ha poi ripetutamente affermato ai giudici di non avere mai avuto intenzione di fare alcun male alla signorina Corbet, ma solo di ammazzare il tuo cavallo per poterti arrestare.» Anthony teneva ancora il volto nascosto fra le mani. «Come?» disse Isabel. «Non trovi che sia stata eroica? Io vado veramente orgogliosa di voi due.» Gli raccontò poi che il marinaio, che avevano incontrato in quell'osteria, non era che un agente di Lackington e un apostata come lui. «Egli ti riconobbe per cattolico allorché spezzasti il pane, e subito mandò un messaggero ad avvertire Lackington e Nichol; poi ci seguì insieme con due suoi compagni per un buon tratto di strada, ma la tua astuzia gli fece perdere le nostre tracce. Nichol, appena informato della scoperta, incaricò una quantità di vagabondi e bambini di andare per tutte le strade che circondano i boschi di Stanfield dalla parte sud, così da formare una specie di cerchio, e quel tale che incontrammo sulla strada di Wrotham, e che faceva finta di dormire, era appunto uno di loro; non appena fummo passati, avvertì il compagno più vicino, e poi assieme si misero a seguirci. Ben presto anche Nichol e Lackington furono dietro a noi, e ci seguirono sino a Stanfield, dove subito misero sentinelle tutto intorno alla casa. L'assalto poi fu dato dopo l'arrivo di Graves e di Hubert, al quale però non era stato detto chi era il prete; anzi, gli avevano fatto credere che noi eravamo ancora nel nord; egli dunque accettò di unirsi a loro al solo scopo di dare delle noie al signor Buxton, e di questo, Anthony, sono certa.» In un'altra visita al fratello, Isabel gli parlò del signor Dent.

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«Il poveretto è tanto invecchiato; sua moglie è morta tre anni or sono, ed egli talvolta viene qui, essendo uno dei cappellani della Torre; anzi, mi ha detto che sarebbe volentieri venuto da te.» Infatti pochi giorni dopo Anthony ebbe una visita del signor Dent, che egli fu ben felice di rivedere e col quale discorse a lungo, e in particolar modo di Great Keynes e di Hubert. «L'ho visto la settimana passata» disse il signor Dent. «Da pochi mesi in qua dimostra ben dieci anni di più; quasi quasi non lo riconoscevo. Ha rinunciato al suo posto di magistrato e so che vuole andare a fare un altro viaggio lasciando qui la moglie e i figli. Ma ho anche da darle notizie del signor Buxton, che, come forse lei saprà, è prigioniero nel Counter. Sono stato a trovarlo per desiderio della signorina Isabel e mi è parso una simpaticissima persona.» Anthony allora gli chiese se sapeva quale pena sarebbe stata inflitta al suo amico. «Il governatore della Torre mi ha detto che Sua Maestà è rimasta così addolorata per la morte della signorina Corbet che è decisa, per quanto è possibile, a impedire che si sparga altro sangue in conseguenza di questo triste fatto, e che perciò il signor Buxton verrà soltanto esiliato e i suoi beni confiscati.» Quei primi mesi di prigione non furono per Anthony, come è stato detto, senza consolazioni. Da quando era sbarcato in Inghilterra non aveva mai avuto un momento di quiete, essendo continuamente esposto a pericoli; e i fatti avvenuti durante gli ultimi giorni di libertà avevano contribuito a metterlo nella più grande agitazione; cosicché la tranquilla vita che conduceva adesso in carcere, e la certezza che nessuno sforzo da parte sua sarebbe valso a salvarlo, finì per calmare e fortificare l'animo suo per la prova che gli si preparava. A poco a poco poté godere di una pace così soave che nei momenti di preghiera si trasformava in un ineffabile gaudio, tanto che cominciò a comprendere che non doveva essere leggera la croce per la quale erano necessarie tali grazie preparatorie. Verso la metà di settembre venne a sapere che erano state raccolte prove contro di lui, e che ben presto sarebbe stato di nuovo interrogato. Infatti due giorni dopo fu condotto alla Torre, dove, dopo avere aspettato a lungo nella White Tower, fu fatto entrare nella sala. Seduti davanti a una gran tavola erano i giudici, i quali incominciarono subito coll'interrogarlo circa il suo viaggio nel nord dell'Inghilterra. «A qual scopo è andato là?» chiese uno di essi. «Per visitare i miei amici e adempiere al mio ufficio.» «Allora ci dica chi erano i suoi amici e in che cosa consisteva il suo ufficio.» Siccome nei precedenti interrogatori era stato accertato per mezzo di uno studente di Douai, il quale aveva apostatato, che egli era un prete, Anthony rispose francamente: «I miei amici erano cattolici, e il mio ufficio era quello di riconciliare le anime col loro Creatore».
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«E con il Papa» soggiunse Wade. «Il quale è Vicario di Cristo» replicò Anthony. «E un furfante» disse uno degli astanti. Ma quelle informazioni non potevano bastare ai giudici. Anthony era già stato dichiarato reo di alto tradimento per essere stato ordinato prete all'estero e per avere esercitato in Inghilterra il suo ministero sacerdotale; ma condannare qualcuno a morte unicamente per la sua religione poteva suscitare risentimento nel popolo; perciò le autorità cercavano sempre di fare apparire i prigionieri implicati in fatti politici. I giudici quindi gli chiesero una lista di tutti i posti dove egli era stato durante il suo viaggio nel nord dell'Inghilterra. «Lei chiede l'impossibile» rispose Anthony con gli occhi fissi a terra e col cuore che gli batteva forte, presentendo che il pericolo era vicino. «Bene, ecco qui una lista, che desideriamo ella firmi, di tutti i posti dov' è stato; sappiamo perciò che si è anche fermato a Speke Hall e a Blainscow.» «Voglia lasciarmi vedere il foglio» disse Anthony. «No, no, prima ci risponda.» «Non posso firmarlo se non lo vedo» rispose Anthony sorridendo. E il giudice a malincuore gli porse il foglio. Anthony si alzò, e presolo in mano vi dette una rapida occhiata; subito però si rese conto che la lista era stata fatta su semplici supposizioni, poiché vi erano nomi di posti dove non era mai stato. «Non è esatta» disse fissando il giudice «perciò non posso firmarla.» «Lei afferma di non essere stato in nessuno di questi posti?» «La nota, ripeto, non è esatta.» «Allora ci dica quali sono gli errori.» «Non posso.» «Troveremo bene il modo di persuaderla» disse il giudice. «Se Dio lo permette» rispose Anthony. Wade diede un'occhiata interrogativa agli altri giudici stringendosi nelle spalle, e due risposero con un cenno negativo. «Ebbene, passeremo a un'altra domanda. Sappiamo che nel novembre dell'anno passato alcuni Gesuiti sono stati nel Lancashire; può negare ciò, signore?» «Lei mi chiede troppo» rispose Anthony sorridendo. «Essi possono anche esservi stati, poiché in quel tempo io certo non li ho visti altrove.» Wade aggrottò le ciglia. «Ti ha acchiappato, Wade» disse ridendo un altro giudice.
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«La sua è una risposta sciocca; noi sappiamo che questi due preti, padre Edward Oldcorne e padre Holthy, sono stati nel Lancashire nel novembre, e che lei, signor Norris, ha parlato con loro; vogliamo ora sapere dove sono adesso.» «Lei deve ancora provare che ho parlato con loro.» «Ma noi lo sappiamo.» «La cosa può essere e può non essere; tocca a lei a provarlo.» «No, a lei dircelo.» «A lei provarlo.» «Ebbene!» gridò Wade arrabbiato. «Prenda questo foglio e guardi chi di noi è nel vero.» Anthony si alzò domandandosi che foglio poteva essere quello, e nell'avvicinarsi vide che in fondo c'era una firma. Lo prese e incominciò a leggerlo, ma gradatamente una nebbia gli offuscò la vista e il foglio gli tremò in mano: era l'ordine di metterlo alla tortura. Wade si mise a ridere. «Come, signor Norris, lei trema già alla sola lettura dell'ordine! Che cosa sarà allorché...» Ma qualcuno vicino a lui mormorò «Vergogna!» ed egli s'arrestò. Anthony si passò una mano sugli occhi e ritornò al suo posto; nel sedersi si sentì tremare le ginocchia e disprezzò se stesso per la sua mancanza di coraggio; ma dopo un istante, fattosi animo, rispose: «La carne è debole, ma grazie a Dio lo spirito è pronto». «Ebbene?» rispose Wade. «Dobbiamo noi dare esecuzione a quest’ordine o preferisce lei dirci ciò che vogliamo sapere?» «Lei farà ciò che Iddio permetterà.» Wade gettò il foglio sulla tavola e incominciò a parlare sommessamente con gli altri giudici, mentre Anthony, con gli occhi fissi, cercava di mantenersi calmo. Soltanto adesso incominciava a comprendere qual era il posto, dove era stato condotto; la porticina a sinistra, che aveva notato nell'entrare, era quella della quale aveva già sentito parlare da altri cattolici, e dalla quale si entrava nella grande cripta dove tanti prima di lui erano svenuti fra gli spasimi della tortura. Già più volte si era figurato tutto ciò, ma ben diverso era l'avere l'orrenda realtà a pochi passi di distanza! Gli tornarono allora alla memoria le parole di Norton, che si era vantato di aver reso Brian un piede più lungo di quel che Dio l'aveva fatto; e ricordò Campion, che non era neppure più stato capace di alzare la mano, e James Maxwell rimasto zoppo; e intanto ai suoi occhi apparivano le più spaventose immagini. Fece uno sforzo su di sé per calmare la sua agitazione e chiusi gli occhi ripeté più volte il nome di Gesù; ma appena udì di nuovo la voce aspra e dura di Wade, ricominciò in lui una terribile lotta.
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«Conducete il prigioniero in una cella; egli non deve ritornare a Clink.» Anthony sentì una mano posarsi sul suo braccio; era il carceriere che lo guardava con compassione. «Venga, signore» gli disse. Il giovane si alzò, e sebbene profondamente turbato, pensò a inchinarsi davanti ai giudici, alcuni dei quali gli resero il saluto. «Bisogna che io la lasci qui, signore» gli disse il carceriere allorché furono nel vestibolo. «Ma stia di buon animo perché non sarà per oggi.» Poi lo consegnò a un custode della Torre. Appena fu rimasto solo nella sua nuova cella, Anthony si sentì preso da un senso di vergogna e d'ira contro se stesso, pensando alla debolezza da lui mostrata impallidendo e tremando al solo annuncio della tortura; e gettatosi in ginocchio e chinata la testa sì da toccar la fronte per terra, esclamò: «Oh Gesù, dammi, ti prego, un po' della tua forza!». Ben presto poté rendersi conto che nella Torre sarebbe stato tenuto con molto maggior rigore che nella prigione di Clink e che mai gli sarebbe stato possibile uscire dalla sua cella. La prima volta che gli fu portato da mangiare notò la forma strana del coltello, che era tagliente soltanto vicino al manico, e quando la sera il carceriere tornò da lui con la cena, gli chiese di dargliene un altro; ma quello lo guardò in modo curioso, scuotendo la testa: «Sono i coltelli che si danno sempre ai prigionieri condannati alla tortura» e dopo un momento, sembrandogli che Anthony non avesse inteso il significato delle sue parole, soggiunse: «Affinché non si facciano del male». Di nuovo Anthony sentì un tremito per tutta la persona. «Lei vuol dire... lei vuol dire...» Il carceriere chinò la testa, continuando a guardarlo senza aggiungere altro. Ma nella notte, per una specie di violenta reazione, Anthony fece un bel sogno; le forti emozioni di quel giorno avevano colpito la sua immaginazione e prodotto su di essa l'effetto del fuoco, ossia di purificarla. Gli pareva di essere di nuovo nel nord dell'Inghilterra, in un'aperta campagna dove il terreno era coperto di erica, e di camminare assieme con qualcuno che gli era familiare, ma che pure non sapeva chi fosse. Era una splendida giornata autunnale; l'erica e la ginestra in fiore profumavano l'aria fresca, e il cielo era smagliante; tutto gli ricordava i bei giorni passati in quei posti l'anno precedente, e nel contemplare tanta bellezza sentì il bisogno di comunicare la sua, ammirazione alla persona che gli camminava accanto, ed essa gli rispose che lassù era sempre così. Davanti a sé vedeva stendersi per miglia e miglia il terreno ondulato e sebbene Skiddaw fosse alla sua destra, avvolto in una luce purpurea, vedeva alla sua sinistra il vasto, scintillante mare azzurro, dal quale veniva un venticello che faceva ondeggiare gli arbusti. Egli
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avanzava con passo rapido, e tanta era la vita che sentiva in sé che lo stesso movimento delle sue membra gli dava un senso di piacere, reso ancora più vivo e intenso dalla vista di quella campagna solitaria, dove non si vedeva alcuna abitazione e non si udiva che il mormorio di un ruscello. Ma tutto quanto vi era di bello intorno a lui e tutta la gioia che riempiva il suo cuore avevano il loro centro nella persona che gli camminava accanto; essa era come un diamante in un cerchio d'oro o come una figura in trono circondata dalla sua corte. Tutto il rimanente esisteva in grazia di lei; e l'erica era in fiore, la ginestra profumava l'aria, il mare scintillava, il cielo era azzurro, l'aria vivificante e il suo cuore caldo unicamente per lei. Ma ogni qualvolta Anthony cercava di conoscere chi essa fosse, non vedeva più nessuno accanto a sé; essa era lì, incommensurabile e indiscernibile come il centro in una sfera. Talvolta gli pareva che fosse Mary, talvolta Henry Buxton, alcune volte Isabel; una volta anche gli parve di essere certo che fosse Mrs. Margaret, ma subito dopo pensò fosse James Maxwell; e così, nel tentare di riconoscerla, ricadeva sempre nell'incertezza; e questa incertezza finì per mutarsi per lui in un vero, benché dolce tormento, che si fece sempre più grande sino ad assorbire l'intera, luminosa, profumata distesa di colline dov'egli camminava; e allora a un tratto gli apparve l'abbagliante verità che Essa era tutte queste persone a lui care, anzi molto di più, e che tutti i doni che aveva ammirato in loro il coraggio di Mary, la serenità di Isabel e l'indole dell'amico risplendevano illuminate da Essa, come atomi da un raggio di sole, sopra le sue trasparenti profondità. Quando poi si svegliò, fu attraverso vere lacrime di gioia che rivide le bianche pareti nude della sua prigione. Quel giorno il carceriere gli portò il pranzo un'ora prima del solito, e avendogli Anthony chiesto il perché di quel cambiamento d'orario, rispose che tale era stato l'ordine, ma che non si spaventasse poiché sapeva con tutta certezza che in quel giorno nessun prigioniero sarebbe stato messo alla tortura. Anthony aveva appena finito di mangiare, allorché tornò il carceriere a dirgli che il governatore della Torre lo aspettava da basso, e che egli doveva prendere con sé il mantello e il cappello. Anthony scese insieme con lui e nell'attraversare il cortile notò un gruppo di uomini fra i quali un vecchio di alta statura, con i capelli grigi e in abito da corte, che lo guardava duramente. Giunto vicino all'arco dove era fermo il governatore, Anthony si voltò, e di nuovo vide gli occhi infossati del vecchio fissi su di lui. «Chi è quell'individuo?» domandò al carceriere. «È Topcliffe.» Sir Richard Berkeley, governatore della Torre, salutò gentilmente Anthony pregandolo di seguirlo; giunti a una piccola porta, fuori della quale aspettava una carrozza chiusa, lo fece salire con lui, mentre il carceriere e una guardia montavano a cassetta.«Sa lei» gli chiese il governatore appena la carrozza si mosse «dove andiamo?» «No, non lo so.» «Andiamo a Whitehall, da Sua Maestà la regina.»
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Capitolo XIII UNA VIA DI SALVEZZA

Al loro arrivo al palazzo reale, non essendo la regina ancora tornata da Greenwich, furono introdotti in una stanza vicino alla galleria dove Anthony doveva essere ricevuto. «È Sua Maestà stessa» gli disse allora il governatore «che ha espresso il desiderio di parlare con lei; suppongo che sia per avere notizie sulla morte della signorina Corbet. Davvero è ben fortunato di poter avere l'occasione di difendere in persona la propria causa; pochi prigionieri hanno una simile fortuna. E vero che l'ha avuta anche Campion, ma non ha saputo valersene.» Anthony non rispose. I sontuosi corridoi che avevano percorso, le porte custodite da sentinelle, i numerosi servi in livrea reale, il solenne silenzio del palazzo, tutto aveva così vivamente risvegliato in lui il ricordo di Mary Corbet, da lui vista in quello stesso luogo, che persino il pericolo che lo minacciava e la speranza di poter avere salva la vita non erano più per lui che cose secondarie. Si avvicinò alla finestra e guardò nella grande corte; vicino a una delle entrate era incatenato un grosso cane, che sbadigliava tenendo gli occhi socchiusi; a un tratto rizzò le orecchie come in ascolto; un momento dopo Anthony vide un servitore passare di corsa e udì il dolce squillo delle trombe annuncianti l'arrivo di Sua Maestà; poi il rullo dei tamburi e il calpestio dei cavalli; e mentre tutti questi rumori si facevano sempre più forti, entrò nel cortile la carrozza reale. Allora da tutte le parti del palazzo si sollevò un confuso mormorio; una porta fu sbattuta, e vicino alla stanza dov'era Anthony qualcuno passò di corsa; poi di nuovo si fece silenzio, ed egli tornò a sedersi. Il governatore si passò una mano sulla barba e gli disse qualche parola sottovoce: in quell'istante si udì un fruscio di vesti, il rumore di una porta aperta e richiusa; poi delle voci sommesse, quindi il passo di persona che camminava su e giù per la galleria. Trascorsero ancora alcuni minuti senza che nessuno venisse a cercar di loro; Anthony ritornò vicino alla finestra: si sentiva vivamente agitato. A un tratto la porta della galleria fu aperta e apparve un paggio. «Sua Maestà desidera vedere il signor Norris da solo.» Il giovane si fece avanti e il paggio aprì e richiuse silenziosamente la porta. Con profonda meraviglia e commozione Anthony si accorse di essere di nuovo nella stessa galleria dove aveva una volta parlato con Mary Corbet: alla parete di
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fronte, fra i finestroni, pendevano i medesimi arazzi e tutto intorno erano le stesse armature; anche il tappeto davanti alla finestra era quello di un tempo; e come in quel lontano giorno in cui Mary gli era lì venuta incontro, il sole illuminava vivamente tutta la galleria, sì che il ricordo di lei si fece sempre più vivo e reale. Ma la figura che si era voltata a guardarlo non somigliava certamente a quella di Mary! Era una donna già avanzata in età, con un'altissima pettinatura sormontata da una piuma e con un mantello di un rosso cupo sulle spalle; la sua veste di un giallo pallido aveva i più strani ricami; su una delle maniche a sbuffo si vedeva un serpente attorcigliato col corpo luccicante di pietre preziose, e sulla sottana più corta sul davanti, sì da lasciar scorgere le scarpine con fibbie in diamanti, erano altri strani simboli, fra i quali numerosi occhi umani. Anthony alla vista di quell'imponente figura si era subito inginocchiato, rimanendo poi immobile in quell'umile atteggiamento. Dopo alcuni minuti di profondo silenzio, durante i quali sentì che gli occhi della regina erano fissi su di lui, risuonò quella voce acre e dura ch'egli ben ricordava. «Ma che cos'è tutta questa storia, signor Norris?» Anthony alzò un istante gli occhi senza rispondere, poi di nuovo li fissò a terra. «Si alzi e passeggi con me» disse la regina in tono piuttosto gentile, e così dicendo avanzò verso di lui con un gran fruscio di seta mentre sul pavimento risuonavano i colpettini dei suoi alti tacchi e quello del bastone che teneva in mano. Anthony ubbidì immantinente. Allorché gli era stato detto che doveva presentarsi alla regina, aveva provato dapprima una viva inquietudine e poi un profondo sgomento; ma ora, nel vedere che non si trattava di un colloquio formale, aveva ripreso tutta la sua tranquillità. Senza pronunciare parola giunsero in fondo alla galleria, poi, al momento di voltare, la regina con voce quasi affettuosa gli disse: «Ho saputo che lei era con Mary al momento della sua morte» . «Sì, Maestà, ed essa ha dato la vita per salvarmi.» «Mi racconti come è accaduto il fatto.» Anthony allora narrò ogni cosa, senza omettere di accennare all'amicizia di Mary per il signor Buxton pensando che ciò avrebbe potuto giovare a quest'ultimo. Quando ebbe finito il suo racconto, la regina rimase a lungo silenziosa, sì ch'egli pensò che forse, essendo commossa, non volesse tradire con la parola la sua emozione. «Ma perché» chiese finalmente Elisabetta in tono brusco «lei non è fuggito?» «Neppure Sua Maestà sarebbe fuggita.» «Sì, quando avessi visto che la signorina Corbet stava per morire.» «Non lo avrebbe fatto se fosse stata un prete.» «Che cosa ha detto?» chiese la regina fermandosi a guardarlo. «Sono un prete, Maestà, e Mary era cattolica; il mio dovere era dunque di rimanere vicino a lei.»
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«Come?» «Le ho dato l'assoluzione prima che spirasse.» «Ciò non mi era stato detto.» Fecero ancora alcuni passi, poi la regina si fermò a guardare nel cortile; ma dopo un momento, voltatasi bruscamente, ricominciò a camminare con il giovane sempre al suo fianco. «Avete mostrato coraggio tutti e due, e mi piace che i miei sudditi siano coraggiosi. Mi dica, Mary mi voleva bene?» Anthony parve esitare a rispondere. «La verità, signor Norris. Voglio sapere la verità.» «La signorina Corbet era la fedeltà in persona.» «Ma non è della sua fedeltà che le ho chiesto; voglio sapere se mi amava; come soleva parlare di me?» «Sua Maestà sa quale spirito arguto aveva la signorina Corbet, e che persino i suoi amici erano oggetto dei suoi frizzi; però quando essi colpivano Sua Maestà, rivelavano soltanto affetto, ossia il desiderio di vedere nella sua regina la perfezione in persona.» «Questa è una risposta da cortigiano; non avevo sbagliato nel dire a Minnie che lei lo era veramente. Cosicché qualche volta aveva frasi pungenti anche per me?» «Per dire il vero, Maestà, non conosco nessuno che sia sfuggito ai suoi frizzi, ma essa le era certamente devota.» «Sì sì, lo so, lo so, signor Norris. Ma mi piacerebbe sapere che cosa diceva di me.» Per un momento Anthony si stillò il cervello per ricordare qualche frase che non fosse troppo offensiva. «Una volta la signorina Corbet disse che non vi era suddito più disubbidiente di Sua Maestà.» . «Come?» chiese la regina fermandosi di colpo. «Sì, perché, disse Mary, Sua Maestà, non sapeva mai comandare a se stessa.» Elisabetta guardò un momento Anthony, poi mandò giù la saliva ed esclamò: «Che impertinente! Senza dubbio deve averlo detto quando la schiaffeggiai». «Che sia unicamente per farmi di queste domande che Sua Maestà mi ha mandato a chiamare?» si domandava intanto Anthony. Egli era anche meravigliato di sentirsi adesso così tranquillo in sua presenza; la soggezione che un tempo la regina gli aveva ispirato a Greenwich era del tutto scomparsa; egli non pensava neppure più al pericolo che lo minacciava, e per questa donna, invecchiata così presto, dalla quale i suoi cortigiani si allontanavano a poco a poco, o per la quale non avevano più che una esagerata e ridicola devozione, e della quale il mondo tutto si burlava, Anthony adesso provava soltanto un senso di compassione. Sì, sì, accanto a lui era la potente
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creatura, che circondavano adulatori e avventurieri, e che avanzava per il mondo in splendide vesti ingemmate, preceduta dallo squillo di trombe e seguita da poeti che cantavano le sue lodi; mentre il popolo, che l'applaudiva per le strade, poi in casa si faceva beffe della regina vergine, la quale credeva tuttora di essere una Diana. E intanto la sua trionfale ascensione si compiva a danno della Chiesa di Dio; il suo carro passava sopra i corpi dei suoi servi; le sue raggrinzite mani coperte di gemme si macchiavano del loro sangue; ed essa si avvicinava ogni giorno di più alla terribile realtà e all'eterna solitudine delle tenebre che sono al di fuori del regno, dove solo Cristo è Re. «Ma che cosa mi dice di sé, signor Norris?» chiese a un tratto Elisabetta interrompendo queste sue riflessioni. «Che sono felice di essere il servitore di Sua Maestà.» «Veramente ne dubito un poco; ma se lo è, perché si è fatto prete trasgredendo così alle mie leggi?» «Perché sono anche servo di Cristo, Maestà.» «L'Apostolo ha pur detto: ubbidite a coloro che hanno autorità su di voi.» «Sì, ma non in cose che riguardano la coscienza, Maestà.» La regina aggrottò le sopracciglia. «Io non comprendo voialtri papisti; ma, in nome di Dio, che cosa volete? Avete libertà di pensiero e di fede, né io desidero immischiarmi nelle opinioni private di nessuno; potete in cuor vostro adorare anche Astaroth, se ciò vi piace; Dio guarda al cuore e non all'uomo esteriore. Ecco qui una Chiesa con vescovi e ministri come i vostri; voi potete persino adorare Iddio nelle antiche chiese, anzi in esse voi vedete usati gli stessi antichi arredi. Noi abbiamo i medesimi sacramenti, e se voi volete potete persino confessarvi; in certo qual modo abbiamo anche la messa, sebbene diamo a essa un altro nome; insomma, noi facciamo ciò che Cristo ha prescritto, e voi non potete fare nulla di più. Ascoltiamo anche la parola di Dio e recitiamo lo stesso credo, e che cos'altro dunque potrebbe chiedere il più rigoroso papista? Me lo dica lei, signor Norris, giacché comincio a essere stufa di voialtri.» La regina si era voltata a guardarlo; i suoi occhi erano pieni d'ira e di rancore. Poi dopo un momento soggiunse:«Il signor Campion mi disse che per lui la difficoltà stava nel giuramento, e che egli non avrebbe mai potuto prestarlo. Gli risposi che era uno stupido, giacché io non ero il capo della Chiesa, ma, come sta dichiarato nell'Atto, soltanto il supremo governatore in materia spirituale ed ecclesiastica; non ricordo ora precisamente le parole del testo, ma glielo feci vedere, e gli chiesi se ciò era vero o no; e gli domandai anche come mai Margaret Roper e tante altre migliaia di persone cristiane quanto me e lui avevano potuto prestare il giuramento; ed egli non seppe rispondermi». Elisabetta tacque per alcuni istanti; poi con voce ancor più indignata proseguì: «Siete voi stessi causa della vostra persecuzione; guardi che cosa fanno i papisti contro di me; mi hanno scomunicata, mi hanno deposta; ma ciò nonostante seggo ancora sul trono; hanno mandato l'Armada contro di me, e non so quante volte non
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abbiano ordito complotti contro la mia persona, ed ecco che quando io mi difendo e faccio impiccare alcuni di loro, essi immediatamente si proclamano gregge di Cristo e dicono che Egli ha versato per loro il suo preziosissimo sangue e che essi sono i suoi perseguitati agnelli e io nientedimeno che Jezabel, Atalia, la moglie di Belzebù e che so altro ancora». La regina s'arrestò quasi senza fiato e guardò furibonda Anthony che taceva. «Mi dica, che risposta può dare a tutto ciò?» «Non ardisco trattare così gravi questioni. Sua Maestà sa bene che io non sono che un povero prete che non si è mai occupato di politica; ma desidererei, se me lo permette, rivolgerle due domande: e prima di tutto se ha mai avuto di che lagnarsi della condotta dei cattolici quando è venuta l'Armada. In secondo luogo se c'è stato un solo vero attentato di privati contro Sua Maestà.» «Ma ciò non ha a che fare con la questione» rispose Elisabetta risentita. «Erano cattolici tanto coloro che componevano l'Armada quanto quelli che hanno qui cospirato contro di me.» «Allora, Maestà, non tutti i cattolici sono uguali.» «Ah, vedo bene a che cosa mira.» Erano intanto giunti in fondo alla galleria. «Ma non è per parlare di ciò che l'ho fatta venire qui» soggiunse dopo un poco Elisabetta. «Parliamo adesso di lei, signor Norris; voglio sperare che non si mostrerà ostinato.» Anthony non rispose, e la regina proseguì: «Come le ho detto, non mi immischio nelle opinioni personali di nessuno; lei può credere ciò che vuole; si ricordi bene di ciò; anzi può continuare a praticare la sua religione, purché io non ne sappia nulla». Elisabetta, che si era di nuovo fermata a guardare nel cortile, si voltò a un tratto e si mise a sedere vicino alla finestra appoggiando il gomito sul bracciolo dell'alta sedia, riparandosi il viso dal sole con la mano ingemmata. «Mi ricordo così bene, signor Norris, di quando lei venne a Greenwich; parlò allora con tanta vivacità e osò anche, di quando in quando, guardarmi negli occhi, come mi piace che un uomo osi fare; e ricordo pure che Minnie le voleva bene, e per amore suo voglio essere buona con lei.» Anthony incominciava a presentire la terribile lotta che avrebbe dovuto sostenere. «So pure che lei è stato chiamato innanzi ai membri della Commissione; è Walsingham che li ha messi tutti in moto per difendere la mia persona; suppongo che le avranno chiesto dove è stato, in casa di chi, e altre simili cose?» «Sì Maestà.» «E mi figuro che non avrà voluto rispondere a queste domande.» «Non potevo, Maestà; sarebbe stato contrario alla giustizia e alla carità.»
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«Ebbene, ciò non è più necessario, poiché desidero liberarla dalle loro mani.» A queste parole il cuore di Anthony palpitò di speranza; sino a quel momento egli non si era reso conto quanto grande fosse in lui l'apprensione per il pericolo che lo minacciava. «Andranno in collera con me e diranno che non è possibile difendermi se io non li aiuto; ma dopo tutto sono la regina. Ora io non le chiedo di diventare ministro della mia Chiesa, cosa alla quale credo non acconsentirebbe mai; ma mi figuro che le piacerebbe vivere vicino a me; desidero perciò darle una carica a corte; bisognerà che pensi a trovare qualche cosa per lei.» La regina parlava con lo sguardo rivolto in basso e picchiando leggermente per terra con la punta del piede; ma Anthony, nel guardare quel volto dove le linee intorno agli occhi e alla bocca rivelavano una volontà dura e ostinata, incominciò di nuovo a perdere ogni speranza. «Lei non mi ringrazia, signor Norris?» disse Elisabetta alzando lo sguardo. «La ringrazio di tutto cuore, Maestà, per tanta benevolenza» rispose egli facendo uno sforzo su se stesso; ma nel profferire queste parole s'accorse che la sua voce tremava leggermente. Elisabetta parve soddisfatta e ritornò a fissare il pavimento. «In quanto al giuramento, non le domanderò di prestarlo formalmente, purché lei mi assicuri della sua fedeltà.» «Oh, con tutta l'anima mia, Maestà.» Il cuore di Anthony adesso batteva fortemente, pareva al giovane di essere sull'orlo di un abisso e di avvicinarsi ora alla morte ora alla vita. Come è possibile, pensava egli, che io abbia un posto a corte senza rinunciare a esercitare il mio ministero? Quale può essere veramente l'idea della regina? «Naturalmente» riprese Elisabetta «lei non potrà più dire la messa; ma non le impedirò di ascoltarla ogni qualvolta le farà piacere.» Anthony sentì il sangue dargli un tuffo al cuore, poi gli parve che questo cessasse di battere. «Maestà, mi perdoni, ma non posso acconsentire.» Ci fu un momento di profondo silenzio. Allorché egli alzò lo sguardo, vide che la regina lo guardava stupefatta. «Ma come, signor Norris, lei credeva di poter stare a corte e continuare a dire la messa ogni qualvolta le avrebbe fatto piacere?» esclamò Elisabetta con la sua voce acre e squillante. Anthony comprese che l'ira della regina stava per scoppiare. «Non sapevo veramente quali disposizioni Sua Maestà intendesse prendere a mio riguardo.»
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«Ma lei è pazzo» soggiunse Elisabetta continuando a fissarlo. «Badi, badi a ciò che fa.» «Sua Maestà sa bene che non intendo offenderla.» «Ha veramente inteso dire che a queste condizioni preferisce rinunciare al mio perdono e a un posto a corte?» Anthony non ebbe la forza di rispondere e chinò soltanto il capo in segno affermativo. «Ma non capisce, stolto, che una volta messo a morte non potrà mai più dire la messa?» «Sì, ma in tal caso, Maestà, ciò non sarà con il mio consenso.» «Lei dunque rifiuta il mio perdono.» «A queste condizioni sono costretto a rifiutarlo.» «Ebbene... lei non è che un imbecille» disse Elisabetta dopo un momento. «Ammiro però il suo coraggio; non vuol dunque essere mio servitore?» «Lo sono sempre stato, Maestà, e continuerò a esserlo.» «Sì, sì, ma non a corte?» «Ah, Sua Maestà sa bene ch'io non posso» esclamò Anthony con voce piena di angoscia. «Ebbene, per amore di Minnie sarà fatto come lei vuole; ma le assicuro che è dato a ben pochi di poter fare con me a modo loro.» Di nuovo l'idea della salvezza fece palpitare il cuore di Anthony. La regina non aveva poi in fondo un animo così duro. Egli la guardò, sorrise, e abbassò gli occhi. «Ma perché tremano le sue labbra?» «Di commozione per la benevolenza di Sua Maestà.» «Per dire il vero, mi meraviglio di me stessa; lei mi ha fatto quasi montare in collera, badi però che non mi arrabbi per davvero.» «Sua Maestà sa bene che non lo farei mai volontariamente.» «Ebbene, veniamo ora a una conclusione. Lei mi assicura della sua fedeltà?» «Con tutto il cuore.» «Allora entro una settimana deve partire per la Francia. In quanto al signor Buxton gli saranno confiscati i beni, ma avrà salva la vita. Faccio davvero molto per amore di Minnie.» «Come posso ringraziare Sua Maestà?» «E dirò a Sir Richard di fare divulgare che lei ha prestato il giuramento. Me lo chiami.»
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Parve al giovane che gli mancasse il respiro. Poi con uno sforzo supremo: «Non posso, no, non posso». «Non può chiamare Sir Richard? Ma perché? Lei è pazzo, signore!» «No, non posso acconsentire a ciò; io... io non ho prestato il giuramento.» «Ma lo so, né le chiedo di prestarlo!» La voce di Elisabetta rivelava adesso una tale agitazione che Anthony capì che la pazienza della regina era al termine. Essa aveva lasciato ricadere la mano destra e il suo bastone era scivolato a terra, senza che neppure se ne accorgesse. Per alcuni minuti Elisabetta fissò il giovane senza profferire parola: le sue sopracciglia si corrugarono ripetutamente, le linee intorno agli occhi e alla bocca divennero più marcate, e alla viva luce del sole che illuminava lateralmente la sua persona, parve ad Anthony che persino le infinite piccole rughe, del suo volto fossero agitate da un tremito d'ira. «Ma che cosa pretende signore, in nome di Cristo?» Anthony non rispose; sapeva che questo era il principio della tempesta che doveva ormai inevitabilmente scoppiare. «Mi dica, signore, che cosa c'è di nuovo?» «Maestà» rispose Anthony con un supremo sforzo di volontà, e prendendo un lungo respiro. «Maestà, non posso acconsentire che sia divulgato che ho prestato giuramento; ciò sarebbe una apostasia da parte mia.» Elisabetta balzò in piedi, fece un passo avanti e gli lasciò andare uno schiaffo. Sotto il colpo egli indietreggiò, poi rimase immobile con gli occhi bassi; allora terribile scoppiò l'ira della regina. «Ah!» esclamò con voce resa ancor più aspra dalla rabbia. «Lei è davvero il più ingrato cane che mai sia esistito; ecco che io la chiamo alla mia presenza e discorro con lei come con un amico; le offro il perdono e lei me lo rigetta in faccia; le offro un posto a corte e lei se ne ride e si pavoneggia come traditore davanti a me e si fa scherno della mia clemenza; lei crede che io non sia la regina, ma soltanto una debole donna ch'ella può governare a piacer suo, ma in nome di Cristo, saprò ben io mostrarle chi sono. Mi chiami Sir Richard, lo voglio all'istante. Sir Richard!» gridò battendo furiosamente col piede per terra. La porta della galleria fu aperta e comparve Sir Richard, pallido e agitato, col volto che rivelava la più profonda ansietà. Subito s'inginocchiò davanti alla regina. «Si alzi, Sir Richard» gridò Elisabetta «e guardi quest'uomo. Lei lo conosce, non è vero? Anch'io conosco questo cane insolente; ma sua madre non lo riconoscerà più fra una settimana. Guardi come trema il furfante, ma tremerà ben di più prima che io abbia finito con lui! Lo conduca via con sé, Sir Richard, e che i membri della Commissione facciano di lui ciò che vogliono. Il suo maledetto orgoglio e la sua insolenza saranno spezzati. Per Dio! Mai, mai sono stata trattata così! Lo conduca fuori, ripeto, lo conduca fuori!»
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Capitolo XIV LA PIETRA RIMOSSA

Alcuni giorni dopo, un po' prima dell'alba, Isabel era inginocchiata in una piccola cella della Torre presso il letto del fratello morente: in quella settimana l'infelice giovane era stato messo per ben tre volte alla tortura. Un profondo silenzio regnava nella prigione e in tutta la città. Anthony giaceva supino, completamente immobile con le braccia stese lungo la persona; il suo volto era pallidissimo e smunto, gli occhi cerchiati di nero, e le labbra, dischiuse come in uno spasimo di dolore, lasciavano intravedere i denti. Sopra una seggiola erano il suo mantello e il suo giustacuore; non era stato possibile togliergli il rimanente delle vesti che aveva indosso la sera prima mentre era alla tortura, perché intrise di sudore. Isabel al suo arrivo l'aveva trovato così tremante dal freddo che lo aveva coperto con la sua pelliccia. Durante la prima parte della nottata gli aveva letto qualche pagina del Vangelo; poi, sembrandole che si fosse assopito, aveva posato il libro e ora lo guardava in silenzio. Tale era l'immobilità di Anthony che se non fosse stato per il regolare sollevarsi e abbassarsi di una piega della pelliccia, e per un tremito nervoso che di quando in quando agitava la sua persona, si sarebbe potuto credere morto. Anche Isabel, abbandonata sulle ginocchia con le mani incrociate, era del tutto immobile; il suo pallido viso esprimeva come sempre una profonda serenità, ma al tempo stesso rivelava un nobile orgoglio: Anthony, il fratello tanto amato, durante la tortura non aveva pronunciato un solo nome, fuorché quello del Salvatore e della Sua Santa Madre. A un tratto egli aprì gli occhi; una pace profonda era diffusa sul suo volto e le sue labbra si mossero leggermente. Isabel si chinò su di lui, poi riaprì il libro e incominciò a leggere dal punto ove era rimasta. «Erat autem hora tertia: et crucifixerunt eum. Era poi l'ora terza, quando lo crocifissero... E con lui crocifissero due ladroni: uno a destra e l'altro a sinistra. Così fu adempiuta la Scrittura che dice: è stato noverato tra i malfattori.» Isabel in ginocchio leggeva con voce lenta e tranquilla, solo una volta tremò leggermente e fu alle parole: «Erant autem et mulieres de longe aspicientes. C'erano pure delle donne a vedere da lontano».

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Il prete ascoltava la commovente lettura con gli occhi chiusi; per un'ultima volta udì come il suo Salvatore era stato schernito, e come all'ora sesta si era fatto buio su tutta la terra; come Egli verso l'ora nona aveva a gran voce chiamato il Padre e poi reso lo Spirito; come il centurione aveva testimoniato essere Lui Figlio di Dio, e come per ultimo era stato messo entro un sepolcro in cui nessuno sino allora era stato posto. Isabel posò il libro e guardò il fratello. Egli aveva riaperto gli occhi e le parlava, ma con voce così debole ch'essa dovette accostare l'orecchio alla sua bocca: le pareva che l'anima sua fosse entrata in un così profondo abisso di pace da trovar difficile fare salire il pensiero sino alle labbra. A gran stento poté capire ciò che voleva e, soffermandosi a ogni parola, rispose: «Non posso farti avere un prete; non è permesso». Ma egli continuava a fissarla; che cosa diceva adesso? Finalmente riuscì a intenderlo e si mise a recitare brevi atti di contrizione, in modo chiaro e distinto fermandosi a ogni frase. Anthony richiuse gli occhi. «O mio Gesù... io mi dolgo con tutto il cuore di averti crocifisso con i miei peccati... lava l'anima mia... col tuo prezioso Sangue. Oh Dio... mi dolgo... di averti offeso... perché sei sommamente buono... detesto tutti i peccati... che ho commesso... contro la tua Divina Maestà.» Poi recitò alcune altre preghiere e sempre lentamente, in modo ch'egli potesse seguirla con la mente e assentire con la volontà. E così in quell'ora mattutina, dall'altare dove giaceva la vittima, s'innalzava a Dio la preghiera in attesa che Egli accettasse la consumazione del Sacrificio. Dopo alcuni momenti Anthony riaprì gli occhi e parve voler dire ancora qualche cosa. Isabel si chinò su di lui. «Sì, stai tranquillo sul conto mio. Mrs. Margaret mi ha scritto da Bruxelles: andrò da lei per un po' di tempo... Sì, mi accompagnerà il signor Buxton. Egli deve andare la settimana ventura in Normandia dove ha i suoi beni.» Di nuovo Anthony mosse le labbra. Un lieve rossore si diffuse sul volto di Isabel. «Non so» diss'ella, scuotendo leggermente il capo «ma non credo. Spero di potermi fare monaca... No, non ho ancora deciso... Dower House?.. Sì, la venderò... sì, a Hubert, se vorrà comprarla.» Anthony le parlava con voce così debole ch' essa, più che dal suono, capiva ciò che diceva dal movimento delle sue labbra. Di quando in quando gli passava sulla fronte un fazzoletto bagnato con una forte essenza di viole; e intanto nel guardarlo tornava col pensiero al passato e rivedeva il soleggiato giardino di Dower House, dove Anthony da ragazzo correva allegramente fra i fiori; poi le colline dove crescevano i cardi, le verghe d'oro e le piante di nocciolo e dove egli, col falco sul pugno, cavalcava veloce, con gli occhi scintillanti di animazione e di contentezza; quindi la grande sala con le pareti rivestite di quercia e i candelabri accesi sulla
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tavola, e Anthony sdraiato sulla pedana con i gomiti per terra che leggeva davanti al fuoco del grande camino; rammentò poi una scena ancora più lontana, e vide Anthony piccolino seduto sul letto con le mani incrociate sulle ginocchia, mentre lei gli dava la buonanotte. Ma il pensiero di Isabel, dopo ciascuno di questi lieti, soavi ricordi, ritornava sull'immobile figura davanti a lei dal viso pallido e smunto, e ogni volta il suo cuore le diceva che quella straziante realtà era a essi infinitamente superiore. A un tratto un uccello nascosto in qualche buco della Torre incominciò a cinguettare; seguì un momento di silenzio e poi di nuovo si fece sentire il suo dolce canto. Isabel guardò la finestra e vide che incominciava ad albeggiare. La città tutta si risvegliava dal suo sonno: dalla Lion-Gate, distante circa cinquanta metri, giunse un cupo lamento; dal fiume il grido di un barcaiolo, poi, ripetutamente, s'udì il canto di un gallo. Anthony teneva ancora gli occhi chiusi. Un pesante carro passò per la via acciottolata allontanandosi lentamente, e di nuovo ci fu silenzio. Anthony riaprì gli occhi e guardò sua sorella chinata su di lui... essa prese il libro e lesse ancora. «Et cum transisset sabbatum, Maria Magdalene et Maria Jacobi et Salome emerunt aromata, ut venientes ungere Jesum. E passato il sabato Maria di Magdala e Maria Madre di Giacomo e Salome comprarono gli aromi per andare a imbalsamare Gesù.» Un debole suono le fece alzare lo sguardo; Anthony la fissava con occhi luminosi e le sue labbra si muovevano leggermente. Di nuovo Isabel avvicinò l'orecchio alla sua bocca... Ma che cosa diceva?... Sì, era vero; e lo guardò sorridendo; era quello il Vangelo di Pasqua; il Vangelo della prima messa che avevano ascoltato insieme in quella mattina di primavera a Great Keynes, quando Dio per sentieri diversi li aveva condotti a incontrarsi ai piedi del suo altare, e ora essi si erano nuovamente incontrati. «Et valde mane una sabbatorum, veniunt ad monumentum, orto jam sole . E di gran mattino, il primo giorno della settimana, arrivarono al sepolcro sul levar del sole. E dicevano tra di loro: Chi ci ribalterà la pietra dalla bocca del sepolcro? Ma riguardando videro rimossa la pietra, che era molto grande.» «... magnus valde.» Isabel guardò il fratello, e richiuse il libro. Più non occorreva ch' ella leggesse. Mezz'ora dopo, mentre il sole sorgeva sull'orizzonte, Isabel attraversava il cortile della Torre. Passò davanti all'abitazione del governatore e poi per il piccolo ponte giunse allo scalo. Lì si fermò; dietro a lei l'immensa prigione, con le alte mura e con le torrette indorate dai primi raggi del sole, e davanti il largo fiume, che scorreva maestoso. Uno stormo di piccioni volò da una riva all'altra, e lei li seguì con lo sguardo. L'aria era fresca e spirava una leggera brezza che agitava i suoi capelli, ma nel limpido cielo d'ottobre non si vedeva neppure una nuvoletta. A un tratto da via St. Katherine comparve un uomo: giunto che fu vicino a quell'immobile figura di donna, la guardò meravigliato; si tolse il cappello e poi
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rapidamente continuò la sua strada. Era Lackington che andava alla Torre. Pochi minuti dopo Isabel, che non si era neppure accorta di lui, si allontanava in direzione opposta; i suoi occhi erano splendenti, e intorno a lei sempre più viva si faceva la luce del giorno.

FINE

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SOMMARIO

C O M P L E T A T O PER TOTUSTUUS.IT IL 10 GIUGNO 2009

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