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Francesco Lamendola

Una pagina al giorno: l'incontro con la Clautana, di Carlo Sgorlon


Dal romanzo di Carlo Sgorlon Gli dei torneranno (Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1977, parte prima, capitolo III (pp. 39-45): Le sedonere andavano sempre a due a due, tutte vestite di lane nere, come vedove o lamentatici di funerali. Vederle a coppie era unabitudine inveterata dellocchio. La Clautana invece girava da sola. Una sedonera isolata era cosa che si notava immediatamente, che aveva uno spicco stridente, quasi clamoroso. E gi questo bastava a gettare unombra di stranezza e di irregolarit sulla sua persona, come se ci avesse infranto un rituale antico e consacrato. Quando la vide apparire Simone la segu con lo sguardo, appoggiato e nascosto da un muricciolo solitario in mezzo alla campagna, finch essa disparve in fondo alla strada, dietro la curva. immagin che anche la Clautana amasse le strade come lui sesso e i suoi amici carradori, che girare col suo carretto carico di oggetti di lucido legno fosse per lei non una sorta di calvario senza fine, impostole dalla povert, ma un arcano istinto nomade. Ma certo: una donna come quella non poteva essere una nomade per necessit, una vittima del destino, e ci che faceva era per sua libera volont. Lanno successivo, sempre sul finire dellestate, una sera Simone aveva sentito un picchio discreto alla porta di legno di quella che tutti ancora a Jalmis chiamavano a casa di Lena, anche se sua madre era morta da anni. Stava leggendo, seduto sulla poltrona del tinello. Si alz con un leggero fastidio, a causa dellinterruzione cui era forzato, e and ad aprire. Era la Clautana. Poich era lontanissimo dallaspettarsi quellapparizione, rest lievemente interdetto, col libro in mano e le braccia penzoloni. Temette di arrossire, e fu lieto di trovarsi in un luogo quasi buio. La Clautana, vista da vicino, sembrava lievemente pi anziana che vista da lontano. Era alta quasi quanto Simone, che pure di grande corporatura. Dalle orecchie, di cui il fazzoletto nero scopriva i lobi, pendevano due minuscoli orecchini doro. Il petto rigoglioso che il vestito nascondeva quantera possibile, ansava un poco per la fatica. La Clautana con un gesto agilissimo si sfil dalle spalle la gerla carica di oggetti. Vi servono mestoli, portauova, martelli per la carne? disse. Era la prima volta che Simone ne sentiva la voce. Non sapeva, non immaginava come potesse essere, ma si aspettava, chiss perch, che avesse un timbro strano. E infatti la voce della Clautana era curiosamente cantante, velata e vellutata. La donna tir fuori dalla gerla un vero campionario dei suoi oggetti, disponendoli sulla tavola dabete della cucina. Simone non aveva soldi, le chiese se poteva pagarla con farina. Ma certo, per lei andava benissimo,. Il ragazzo si illumin. Aveva temuto di non poter comprare nulla, e invece la difficolt rappresentata dalla mancanza di denaro svaniva perch su, nella valle della Clautana, tenevano il denaro in scarso conto, e potevano ancora usare il baratto, come nel Medioevo. La soddisfazione di aver risolto la piccola difficolt gli diede maggiore disinvoltura. Si snet sciogliere gli impacci interiori, nati allapparire della Clautana dal fatto che lei era una donna. Aveva chiarito a se stesso che ci che doveva fare era di trattenerla il pi a lungo possibile. Dopo averle riempito il sacco di farina, si ricord di aver visto spesso le sedonere davanti un piatto di minestra e un bicchiere di vino, sedute sugli scalini delle case. Favolose risparmiatrici, esse non andavano mai allosteria, vivevamo praticamente di carit. Le chiese di fermarsi per la cena, e lei accett. 1

Lieto di aver scongiurato il pericolo che se ne andasse, si diede da fare per vedere cosa poteva offrirle. Cominci a correre su e gi dalla cantina, a rovistare nelle credenze, e riusc a metter vicino salame, formaggio, la pentola del minestrone, polenta avanzata la sera precedente, e un boccale di vino. Per un po la Clautana stette in attesa sulla porta, come se, ricevuto il piatto, contasse di andare a mangiare sulla anca dellandrone. Poteva credere infatti che lintimit della casa le fosse vietata. Che fate? Perch non entrate? disse il ragazzo. Ho gi approfittato anche troppo. Ma cosa dite. Venite dentro, sedetevi. La Clautana esit un momento, come se il trattenersi ancora in quella casa, di sera, con un ragazzo solo, fosse oltremodo irregolare. Poi s decise. Simone si dava da fare intorno allo spolert di mattoni, nel tentativo di accendere il foco. Soffiava disperatamente, ma la legna, un po umida e troppo grossa, non voleva saperne. Era diventato tutto rosso in viso, e aveva i capelli e le ciglia ingrigiti di cenere. La Clautana si avvicin: Lascia fare a me. Ho pi pratica di voi disse. Dal momento in cui aveva deciso di rompere limpedimento misterioso che la inchiodava sulla soglia della porta, divent di unalacrit veloce, disinvolta e liberatoria. Per lei fu un gioco accendere il foco. Poi prepar la tavola per due, poich Simone aveva tirato fuori tutto ci che serviva, persino la tovaglia di canapa, alla quale Gregorio metteva mano soltanto quando verano forestieri. Ormai non pensava pi di schermirsi e di rifiutare, ma di accettare tutto quello che le veniva offerto. Da tanto tempo girava per le strade e i sentieri che lidea di trovarsi di trovarsi sotto un tetto e di mangiare a una vera tavola lattirava. Era trattenuta un po soltanto dal timore che quello zio sconosciuto, di cui Siamone aveva parlato pi volte, potesse piombare in casa da un momento allaltro, e lanciarle unocchiata fredda e seccata. Ma che importava, in fondo? Se fosse accaduto, si sarebbe rimessa la gerla sulle spalle e sarebbe andata con Dio. Simone era alla fine di unimpresa per lui faticosa e la guardava soddisfatto. Anche la Clautana lo osservava ogni tanto, e lui si sentiva trafiggere dai suoi occhi scuri e luminosi, che parevano trattenere ancora le luci di luoghi e di visioni remoti. Non si rendeva conto che, nella parte ignota della sua mente, la Clautana gli ricordava la madre, seppellita gi da sette anni. Si misero a tavola. Simone fece un impacciato tentativo di servirla, ma lei scosse il capo con energia. Era roba da donne, proclam, e fu lei ad alzarsi da tavola per prendere ci che serviva. Si tolse il fazzoletto, e Simone vide apparire con sorpresa i suoi capelli nerissimi. Non era pettinata nei soliti modi delle donne di campagna, i suoi capelli formavano una specie di prua di nave che le allungava il capo allindietro, e aggiungeva al suo viso una nuova imponenza. La Clautana si segn, cominci a mangiare silenziosa, appoggiando gli avambracci sulla tavola e avanzando il busto sopra di essa. Bench fosse affamata, masticava a lungo e mangiava con parsimonia, come se per riguardo allospite trattenesse lantica fame, sua e della sua gente. Simone le chiese da dove venisse. Da Claut. Il ragazzo aveva passato in rassegna tutti i paesi della valle, il cui nome gli era noto, Andreis, Barcis,Cimolais, Ero, Casso, e proprio quello, Claut, non gli era venuto in mente. Da quel momento e per sempre la donna divent per lui la Clautana, anche dopo che ebbe saputo il suo nome, Eleonora. E come mai girate da sola? Non avete una compagna?. Lavevo. Purtroppo andata con Dio, due anni fa. Di malattia?. La Clautana scosse il suo capo fiero, e i capelli luccicanti rimandarono la luce rossa della sera. Non gli rispose subito. Unatavica riservatezza le rendeva difficile il discorso. Cambi idea solo quando si convinse che quella di Simone non era giovanile curiosit, ma un interesse che andava ben oltre di essa. caduta nel fiume.

Cera stata una brinata che rendeva scivolosa lerba del sentiero. Doveva aver perso lequilibrio, sbilanciata dal peso, ed era precipitata nellacqua che spumeggiava e rombava di sotto. Non era morta annegata ma per la congestione causata dallacqua freddissima. Nessuno era stato testimone della tragedia. Quanto tempo era stata laggi, aggrappata a ciuffi di erbe o di nocciolo, a gridare, senza avere la forza di tirarsi fuori, liberandosi dalla gerla? Solo Dio lo sapeva. Non era stata la sola ad aver fatto quella fine. Essa era toccata a molte donne della vallata. Portavano gerle troppo pesanti e cos, dopo qualche chilometro, diventavano ubriache di fatica, come intontite, e un attimo di distrazione poteva essergli fatale. Il sentiero era tutto sparso di croci di legno, piantate nei luoghi dove qualche disgraziata era caduta nel fiume. Una volta anche lei era scivolata lungo il burrone, ma per fortuna era stata fermata da un gruppo di giovani abeti. Era stata questione di un attimo, si era trovata a rotolare senza neanche capire come fosse successo. Simone si spavent per quell0incidente, avvenuto nel passato, vero, ma che poteva succedere ancora. Prov quasi allimprovviso un impaccio per la sua persona, perch lei lo stava osservando. Aveva come perso la nozione di trovarsi davanti a una sedonera, nomade e affamata, mentre aveva ben chiara quella che lei era una donna. Non poteva nemmeno smettere di pensare che erano soli, nella casa di Lena, che presto sarebbe stata notte, e che Gregorio sarebbe ritornato chiss quando. Gli pareva di trovarsi in una condizione primitiva, arcaica, dove soltanto una cosa era ben chiara, che lui era un uomo e lei una donna. Nelle esperienze fondamentali di Simone vera sempre qualcosa di profondamente naturale, semplificato fino allosso. Cercava in tutti i modi di ritardare il momento in cui lei se ne sarebbe andata. Per fortuna la Clautana non aveva fretta, e pareva provasse, ora, un ingenuo desiderio di parlare con lui. Non occorreva neppure che Simone facesse domande, lei parlava da s anche senza essere sollecitata. Aveva capito che a lui interessavano i luoghi da dove veniva, la valle del Cellina e lorrido di Montereale, e raccontava ci che le pareva pi interessante. Narr tra laltro di un cacciatore che tanto tempo prima aveva ucciso ben diciotto orsi. Degli orsi in Valcellina? E quando? Al tempo degli Austriaci o a quello dei Veneziani? La Clautana non lo sapeva, guardava Simone con meraviglia, come se lui chiedesse chiss quali stranezze. I secoli, lOttocento, il Settecento, erano per lei solo nomi vaghi, che indicavano et indefinite. Aveva senso parlare del tempo soltanto in rapporto alle generazioni, a suo padre, a suo nonno o bisnonno. Prima, quando erano vissuti proavi mai visti, si entrava in una zona lontana e indefinita del tempo, senza limiti e punti di riferimento. Simone si accorse che lei era del tutto fuori della storia, e non aveva minimamente labitudine mentale di collocare gli avvenimenti lungo la linea degli anni e dei secoli. Il cacciatore era esistito tanto tempo prima, e questo era tutto ci che lei sapeva. Dicevano che portasse la stiriana e il cappello di pelo di orso. Persino i suoi zoccoli, si diceva, erano fatti di cuoio di orso, con la pelliccia allinterno, perch linverno era freddissimo, lass. Simone aspettava attento e pieno di sorpresa, ma nello stesso tempo aspettandosi dalla Clautana racconti come quelli. La interrompeva talvolta per farle domande un po balorde, per esempio quanti gradi sottozero potevano venire dinverno in Valcellina. Lei per non sapeva niente neppure di gradi, forse non aveva neanche mai visto o sentito parlare di termometri. Per lei i gradi, sopra o sottozero, erano un po come gli anni o i secoli, qualcosa su cui non era informata, di cui sapeva con estrema vaghezza. Come aveva altri criteri per misurare il tempo, cos aveva altri sistemi per misurare il freddo: dallo spessore del ghiaccio nelle fontane; dal fatto che, uscendo allaperto, lalito si congelava attorno alle ciglia o alla barba degli uomini, e da altri particolari simili a questi. A mano a mano che parlava, Simone sentiva crescere per la Clautana una misteriosa confidenza, come se lavesse gi conosciuta; come fosse stata unamica di sua madre, per esempio, solo di qualche anno pi giovane di lei. La Clautana era vedova. Il marito era stato un boscaiolo. Una volta un tronco scortecciato, dritto come un palo di nave, che scivolava tra lerba alta, silenzioso come una biscia, laveva travolto alle spalle e precipitato nel burrone. Cos, dopo la disgrazia, era cominciato anche per lei il tempo di dover girare con il carretto, lasciando la figlioletta alle cognate. Cos era la vita. 3

Bene. Ora vi ringrazio e vi saluto. ora tarda concluse. E dove dormirete?. In un fienile o in una stalla. Perch non restate qua, invece? Qui in casa ci sono delle stanze vuote. Non si pu disse lei, guardandolo intensamente. Vera davvero una luce enigmatica nel suoi sguardo, unb riflesso di sentimenti indecifrabili e pieni di sorprese. Agli occhi di Simone la Clautana perdete ogni alone di femminilit materna. Non fu pi una sconosciuta amica di sua madre, ma soltanto una donna, formosa e regale, che nutriva pensieri insondabili. Infatti, andandosene, gli strinse la mano e rise rumorosamente, da popolana, senza un motivo evidente. Era una notte chiara di agosto, calda e profumata, e le ultime luci di un giorno che non si decideva mai a finire, sparse e vagabonde, si riflettevano nel bianco della strada. Quando la Clautana scomparve Simone continu a guardare la via con balorda insistenza. Non si chiese dove lei avrebbe trovato un fienile, dove avrebbe passato la notte, pens soltanto che se nera andata. Prov persino una vaga invidia perch lei camminava lungo le strade, mentre lui era rimasto . Per lei non verano limiti, poteva andare dove voleva, lasciarsi guidare dal nastro bianco delle strade. Non era obbligata a fare soltanto brevi giri, limitati e prefissati, come quelli che faceva lui con i carradori. Era assolutamente libera, e tutte le strade erano sue. Abbiamo scelto di presentare questa pagina del romanzo di Carlo Sgorlon Gli dei torneranno perch ci sembrato che essa riunisca alcune delle migliori qualit della sua opera narrativa - il realismo potentemente fantastico (ci si perdoni lossimoro); il senso del mistero; la caratterizzazione indimenticabile di alcune figure caratteristiche, e ormai scomparse, della civilt prealpina, anteriormente allavvento della modernit - in questo caso, la sedonera di Claut -, mentre esente da alcuni dei non lievi difetti di questo prolifico Autore che, per certi versi, riteniamo sia stato un po sopravvalutati dalla critica - quella stessa critica cos esigente e superciliosa, in genere, quando si tratta di giovani talenti che vengono dalla provincia e che non si accodano ad alcuna delle mode dominanti nel salotto buono delle patrie lettere. Per quasi mezzo secolo, fra Il vento nel vigneto del 1960 e Il velo di Maya del 2006, Sgorlon ha lavorato a ritmo febbrile, sfornando in media quasi un libro allanno (talvolta anche due), e la quantit non sempre stata allaltezza della qualit. Uno stile un po prevedibile, come sin troppo prevedibili sono alcune situazioni narrative; una certa insistenza sui medesimi temi, che sconfina, inevitabilmente, nella ripetitivit e nella monotonia; una frequente impressione di cose pensate, ma non realmente viste da parte dellAutore e,pertanto, con qualcosa di rigido, di convenzionale, di estrinseco: questi, i maggiori difetti. Ai quali va aggiunto un atteggiamento un tantino immodesto, quasi che il successo editoriale abbia fatto un po perdere a Carlo Sgorlon la coscienza dei propri limiti e il senso delle proporzioni; come quando, in un articolo su Il Gazzettino di Treviso - un articolo che avremmo preferito non leggere si mise a polemizzare con le idee politiche del grande teologo e poeta suo conterraneo, David Maria Turoldo (del quale ci siamo gi occupati nella sezione Un film al giorno per il suo film Gli ultimi, tratto dal racconto Io non ero un fanciullo ; e consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), che era gi morto da tempo. Peggio: in quella sede egli istitu un parallelo fra s e il defunto; parallelo che, oltre a peccare di scarsa modestia, non suonava certo di buon gusto, dato che loggetto dellinsistito raffronto non avrebbe potuto, evidentemente, sollevare obiezioni (anche se, osiamo credere, in vita ne avrebbe avute da fare, e pi duna). Ma non vogliamo soffermarci, qui, sulle debolezze della narrativa di Sgorlon, n sugli aspetti meno simpatici del suo carattere; bens rendere omaggio a una bella pagina di narrativa, in cui lo scrittore friulano ci fa il dono di un ritratto femminile straordinariamente vivo e vitale: quello della sedonera Eleonora, conosciuta per da tutti, e specialmente dal giovane Simone, semplicemente come la Clautana: ossia proveniente dal paese di Claut, nellalta Val Cellina (dal 1968 in provincia di Pordenone; prima di quella data, in quella di Udine).

Per chi non friulano, bisogna spiegare che le sedonere erano quelle donne che, nella buona stagione, scendevano a piedi dai piccoli borghi di montagna e si spingevano gi in pianura, fino alle citt, facendo anche moltissimi chilometri. Portavano sulle spalle una gerla piena di oggetti di legno fabbricati a mano: mestoli, forchette, portauova, matterelli per preparare la pasta, e cos via; li avevano realizzati con le loro mani, o li avevano fatti i loro uomini che, a loro volta, prendevano la via dellAustria, della Germania, della Svizzera, o pi lontano ancora, come emigranti stagionali: perch nelle valli della Carnia e del Cadore, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, lavoro non ce nera, e quel po di orto e di prati e quelle quattro mucche non bastavano certo a mantenere una famiglia. Quello della sedonera, dunque, era uno dei vecchi mestieri che la civilt industriale ha spazzato via, cancellandone quasi anche il ricordo; ricordo che Sgorlon vuole, invece, salvare, restituendoci un personaggio fresco e immediato, tutto vestito di scuro, come usavano - e usano ancora - le donne della Carnia; col fazzoletto scuro sulla testa con quella figura alta e dritta, come la Clautana fosse fiera nella sua povert (una fierezza che sarebbe piaciuta a Pasolini); con quei capelli nerissimi, nonostante let non pi giovane; con quelle maniere semplici e riservate di chi abituato a una vita frugale, se non proprio stentata; e con quello sguardo profondo, un po enigmatico, che turba profondamente il ragazzo, Simone. Non diremo come andr a finire questo strano incontro fra la donna matura e il giovane introverso e sognatore, fra la donna povera e luomo relativamente benestante; non diremo se ci sar, per essi, unaltra occasione, per non sciupare il piacere della scoperta a coloro i quali non avessero ancora letto il romanzo e che, speriamo, si sentano ora sollecitati a farlo. Romanzo che, del resto, ha una trama complessa, e nel quale sia la Clautana che Simone sono soltanto due personaggi corali che, insieme a diversi altri, compongono il vasto polittico di questa Carnia arcaica e un po misteriosa, dove ci sono ancora persone che non calcolano il tempo in anni e non misurano la temperatura in gradi centigradi; che si muovono in una dimensione non solo pre-industriale e pre-moderna, ma quasi mitica e favolosa, addirittura leggendaria perch atemporale. Carlo Sgorlon nato a Cassacco nel 1930. Scrittore estremamente legato alle sua terra, alle sue radici, si pu dire che ha fato della rievocazione di questi elementi il tema esclusivo della sua opera narrativa, che descrive storie reali in un ambiente quasi fantastico (e, da questo punto di vista, richiama un po gli scrittori latino americani del Novecento, specialmente Gabriel Garcia Marquez, al cui realismo magico pu essere accostato). Tra i suoi romanzi pi famosi ricordiamo Il trono di legno (1973), Regina di Saba (1975), Gli dei torneranno (1977), La carrozza di rame (1979), La contrada (1981: per noi, una delle sue cose migliori); La conchiglia di Anataj (1983), Larmata dei fiumi perduti (1985), Lultima valle (1987), Il calderas (1988), La foiba grande (1992), La malga di Sr (1997), Luomo di Praga (2003), Le sorelle boreali (2004). Alle sfide della modernit Sgorlon risponde con lesaltazione dei valori originari della terra, del lavoro, dellamicizia, del ritorno alla natura; e, soprattutto, con il recupero della memoria. Il Friuli che egli descrive una terra mitica, dove i contorni storici e geografici sfumano e trascolorano continuamente nel favoloso; il Friuli del Medioevo, dellantico Patriarcato di Aquileia; e, addirittura, il Friuli precristiano e preromano, il Friuli celtico dei Carni, con le loro divinit del gelo, dei boschi, delle acque; un luogo dello spirito assai prima che un luogo materiale. Se questa proposta si possa configurare come regressiva sul piano psicologico, oltre che reazionaria sul piano politico-sociale, non questa la sede per discuterne; noi ci limitiamo ad accennare a tale questione, perch si tratta, comunque, di un nodo poetico e ideologico che il lettore di Carlo Sgorlon si trova chiamato a tentare di sciogliere. Del resto, noi siamo convinti che non il romanziere o il poeta, ma il filosofo sia chiamato a giustificare razionalmente le proprie scelte pro o contro una determinata realt economico-sociale; al poeta e al romanziere, altro non si chiede che si saper evocare un mondo vivo di emozioni e sentimenti, un mondo che risvegli qualcosa che sta al fondo del nostro sentire. 5

E la pagina della sedonera di Claut, arcano ed enigmatico simbolo della femminilit contadina, ci sembra esservi riuscita pienamente. Noi la vediamo, questa donna; e, soprattutto, la sentiamo: perci possiamo ben dire di aver potuto gustare una pagina di indubbio valore artistico. Un po come Simone, che indugia ancora a lungo con lo sguardo nella via, dopo che la Clautana se n andata incontro alla calda e profumata notte dagosto, anche noi avvertiamo il vuoto creato dalla sua partenza. Anche noi proviamo una sorta di invidia per la fascinosa libert di questa montanara che se ne va alla ventura, dorme nei fienili e mangia sui gradini delle case quel piatto di minestra che qualcuno le offre: sempre dignitosa, sempre consapevole di s, pur nella estrema povert che la spinge sulle strade come unanima in pena. S, noi le abbiamo viste, nella nostra infanzia, queste forti e sobrie donne della montagna friulana, vestite di nero, umili ed eroiche come i vinti di Verga: sono proprio cos. E anche chi non le ha mai viste, anche chi non mai stato in Friuli, le pu vedere tutte, riassunte nella figura viva e commovente della Clautana di Carlo Sgorlon.