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Giovanni Damele

Leggi secolari e leggi religiose


04/11/2007

Leggi secolari e leggi religiose

Qualche giorno fa, mentre percorrevo l'Aurelia in moto, un furgoncino mi ha tagliato la strada.
Riprendendo il respiro dopo una frenata in extremis, ho fatto in tempo a leggere sul lunotto
posteriore un adesivo che recitava: “Senza Cristo non ci sono soluzioni. Con Cristo non ci sono
problemi”. Ho cercato di immaginare come si sarebbe declinata questa massima se non fossi
riuscito a frenare in tempo. Di sicuro io, che sono agnostico, non avrei avuto molte soluzioni, ma
d'altra parte l'autista cristiano avrebbe certamente avuto qualche problema.
Certo, gli slogan semplificano le cose, e non vanno presi alla lettera. Tuttavia, nel caso delle
religioni sono meno fuori luogo di quel che si possa pensare, dal momento che anche le religioni
nascono principalmente per semplificare le cose. Il che dovrebbe significare che anche le religioni
non andrebbero prese alla lettera. La questione, però, non è così semplice, e ha anzitutto a che
vedere con quel che intendiamo con un espressione come «prendere alla lettera».
Il fatto che una religione cerchi di semplificare la vita delle persone, fornendole di quelle
spiegazioni che non riescono a darsi razionalmente o di regole di comportamento fondate sulla
credenza in una divinità giudicante, non ha sempre rappresentato un vantaggio. In effetti, anche nel
caso di religioni basate su testi sacri definitivamente codificati e univocamente riconosciuti dagli
adepti, si è presentato abbastanza presto il problema di far quadrare una realtà piuttosto complessa
in un quadro normativo relativamente semplice. Il che ha così finito per incrementare,
inevitabilmente, la complessità di quel quadro normativo, accresciuta dall'indisponibilità del
legislatore originario.
Dal momento che le norme di comportamento contenute nei testi religiosi sono proferite in
linguaggio ordinario e, perciò, naturalmente vago, esse sono suscettibili di interpretazioni
contrastanti, tutte legittimamente fondate, soprattutto, ma non solo, laddove manchi un'autorità
riconosciuta che imponga come valida la propria interpretazione. Può avvenire così che due
interpretazioni contrastanti siano sostenute da due interpreti che, per accreditare la propria versione,
affermino entrambi di seguire la lettera del testo sacro, creando un contrasto insanabile.
In alternativa, uno dei due interpreti può affermare di seguire, piuttosto che la lettera, lo spirito del
testo, il che, in campo religioso, può avere notevoli conseguenze. In effetti, quando ci si appella allo
spirito di un testo, si può finire per tenersi lo spirito e lasciar andare il testo. Così i puritani del
Massachusetts aderenti alla corrente detta «antinomiana», sviluppatasi tra il 1636 e il 1638, spinsero

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Giovanni Damele
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04/11/2007

la loro libertà di interpretazione fino a sostenere il loro diritto di non seguire le scritture, poiché
ritenevano di trovarsi in diretta comunicazione con Dio e di dovere perciò privilegiare, rispetto al
testo, le suggestioni e i suggerimenti della voce divina che parlava alla loro coscienza. Tale
posizione creò, come si può capire, non pochi problemi, non solo perché rendeva inutili i ministri di
culto, che nel Massachusetts rappresentavano anche il nucleo del governo civile, ma perché
privilegiando al testo la voce della coscienza di una comunità di illuminati attribuiva a questi ultimi
un potere potenzialmente illimitato. Un potere che, in un certo senso, si ritorse contro chi lo
deteneva e fu la causa della fine della stessa corrente degli antinomiani, che si disperse quando il
suo capo carismatico, il predicatore John Cotton, passò nel campo dei ministri ortodossi di Boston.
Il problema principale, comunque, è che quando l'interpretazione di una norma avviene chiamando
a testimone l'autorità divina, può diventare piuttosto difficile comporre un contrasto tra due opposte
interpretazioni, e ancor di più tra due norme contrastanti appartenenti a due diverse tradizioni
religiose. Qualcosa di analogo a quest'ultimo caso accade anche quando si giudica una legge
secolare alla luce di una legge religiosa, poiché chi lo fa mette in campo il richiamo a un'autorità
che, soprattutto in una società multireligiosa o multiculturale, non è riconosciuta da tutti, e oltretutto
lo fa all'interno di un discorso pubblico che, normalmente, concerne i «principi», cioè questioni per
le quali non può neppure valere il semplice ricorso al principio di maggioranza, fosse pure una
maggioranza di credenti illuminati.

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