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Traduzione Ars Poetica - Orazio

Traduzione Ars Poetica - Orazio

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Traduzione letteraria Ars Poetica di Orazio
Traduzione letteraria Ars Poetica di Orazio

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Traduzione vv.

1-107

Se un pittore volesse congiungere una testa umana con un collo di cavallo e attaccasse piume variopinte a membra raccolte da ogni parte, cosicché una donna bella nella parte superiore terminasse sconciamente in un brutto pesce, se foste ammessi a guardare, amici, trattereste le rise? Credete, o Pisoni, che a questo dipinto sarà molto simile l’opera letteraria di colui che rappresenterà immagini evanescenti come sogni di una persona malata con risultato che né piede né capo possano essere ricondotti ad una figura che (possa dirsi) unitaria. “Ai pittori e ai poeti è stata sempre concessa una giusta facoltà di osare qualunque cosa volessero (quidlibet)”. Lo sappiamo e chiediamo e diamo a nostra volta questa possibilità, ma non al punto che animali selvatici vadano insieme ad animali domestici, non al punto che i serpenti possano accoppiarsi con gli uccelli e gli agnelli con le tigri. Agli inizi solenni e che promettono grandi cose, nella maggior parte dei casi di cuce addosso un panno di porpora che risplenda per ampio tratto. Quando si descrive il bosco sacro e l’ara di Diana e un altro, il corso tortuoso di un ruscello attraverso campi ameni oppure quando si descrive il fiume Reno o l’arcobaleno, ma allora non vi era posto per queste cose e forse sai dipingere un cipresso. A che ti serve se chi viene dipinto dopo aver dato i soldi riesce a salvarsi a nuoto contro ogni aspettativa? Dopo il naufragio delle navi? Si comincia a dare dorma a un’anfora; perché viene fuori un orcio? Per concludere sia qualunque cosa si voglia ma si intende semplice e unitaria. La maggior parte di noi poeti, o padre e ragazzi degni del padre, siamo ingannati dall’apparenza di ciò che è giusto. Voglio essere conciso (mi sforzo), risulto oscuro; e chi prova a scrivere in uno stile elegante accade di essere abbandonato dalle proprie idee; chi si propone grandi obiettivi risulta ampolloso (tuget); chi vuole stare troppo al sicuro striscia

per terra timoroso della tempesta; chi desidera variare un argomento semplice in maniera prodigiosa, dipinge un delfino nei boschi e un cinghiale in mezzo alle onde: il voler evitare l’errore conduce al vizio se manca di arte. Nei dintorni della scuola gladiatoria di Emilio, un tipo di fabbro saprà scolpire le unghie e imiterà col bronzo la morbidezza (molles) dei capelli, infelice nell’opera nel suo insieme perché non saprà raffigurarla per intero. Se io mi preoccupassi di comporre qualcosa non vorrei essere come lui, piuttosto che vivere con un brutto naso ed essere affascinante per gli occhi neri e i capelli neri. Voi scrivete, scegliete un argomento adatto alle vostre forze e riflettete a lungo, su che cosa le vostre spalle rifiutino di sopportare e su che cosa siano in grado (di sostenere). Chi avrà scelto un argomento commisurato alle proprie capacità (potenter) non sarà abbandonato né dall’eloquenza né da un chiaro ordine. La virtù e la grazia dell’ordine sarà questa, se non mi sbaglio, che (il poeta) dica ora ciò che va detto ora, tralasci il resto e lo ometta per ora (praesens in tempus). Anche nell’unire le parole con eleganza e attenzione, l’autore di un carme a lungo atteso prenda questo e disprezzi quest’altro. Ti sarai espresso in maniera eccellente se un accorto accostamento avrà reso nuovo un termine usuale. Se per caso si rende necessario indicare con termini recenti concetti nascosti avverrà di foggiare parole adatte non udite dai Cetagi forniti di cinto e sarà concessa questa possibilità se sfruttata con moderazione e parole nuove e da poco coniate avranno corso se cadranno da un’origine greca, ma ricavata con discrezione. Perché mai i Romani concederanno a Cecilio (Stazio) e Plauto ciò che è negato a Virgilio e Vario (tragediografo)? Perché io, se posso fare qualche piccolo acquisto, vengo visto male quando l’opera di Catone e di Ennio ha arricchito la lingua dei padri e ha attribuito nomi nuovi alle cose? È stato permesso e sarà sempre permesso, coniare una parola contrassegnata con uno stampo dell’oggi. Come i boschi mutano le foglie con

passare † rapido † degli anni, le prime cadono [forse manca la menzione delle nuove foglie che nascono] così muore l’antica generazione delle parole, mentre quelle appena nate fioriscono in maniera giovanile e sono nel pieno delle forze. Noi e le nostre opere siamo debitori della morte; sia che Nettuno accolto nella terra tenga le navi al riparo dai venti † opera di re † oppure che una † palude a lungo † sterile e adatta alla navigazione dia nutrimento alle città vicine e senta il peso dell’aratro, sia che un fiume abbia mutato il proprio corso dannoso alle coltivazioni dopo aver imparato un percorso migliore, le opere dei mortali periranno e ancora meno resterà vivace il decoro e la bellezza delle lingue. Rinasceranno molti vocaboli che ormai sono caduti in disuso e vi cadranno quelli che adesso sono in vigore se lo vorrà l’uso che è l’arbitro, la legge e la regola della lingua. Omero ha mostrato in quale metro si dovessero scrivere le imprese dei re e dei condottieri e le luttuose guerre. In principio venne incluso in versi uniti in modo diseguale il lamento (quaerimonia); poi anche il sentimento relativo al soddisfacimento di un voto. Su chi tuttavia abbia scritto brevi elegie, gli eruditi non sono d’accordo e la questione è ancora davanti al giudice. La rabbia armò Archiloco del giambo che gli è proprio. I socci della commedia e gli altri coturni della tragedia usarono questo piede adatto ai dialoghi, capace di vincere il brusio del pubblico e nato per l’azione. La Musa ha concesso alle corde della lira di raccontare gli dei e i loro discendenti e il vino bevuto in libertà (vino libero). Se io non so e non sono in grado di rispettare i generi stabiliti e gli stili delle opere, perché vengo salutato come poeta? Perché preferisco rimanere ignorante per un falso senso di vergogna piuttosto che imparare? Una situazione comica non vuole essere trattata in versi tragici. Allo stesso modo la cena di Tieste si rifiuta di essere narrata in versi adatti alla vita di tutti i giorni e degni quasi della commedia. Ogni elemento mantenga il posto che gli conviene ottenuto in sorte. Talvolta, tuttavia,

anche la commedia alza la voce e Creméte adirato con parole altisonanti (con la bocca gonfia) e il personaggio tragico spesso esprime il suo dolore in un linguaggio comune quando Télefo o Péleo, l’uno povero e l’altro esule, gettano via entrambi le parole ampollose e i vocaboli lunghi un piede e mezzo, se (tale personaggio) si preoccupa di toccare il cuore dello spettatore con il suo lamento. Non è sufficiente che i componimenti poetici siano ben fatti; devono essere commoventi e condurre l’animo dell’ascoltatore ovunque vogliano. Così come risponde col sorriso, allo stesso modo il volto umano piange se vede piangere. Se vuoi che io pianga, tu per primo devi provare dolore; allora le tue disgrazie mi addoloreranno, Télefo o Péleo; se reciterai una parte scritta male, o sonnacchierò o riderò. A un volto triste si addicono parole piene di dolore, ad un volto irato parole piene di minaccia, ad uno scherzoso parole gioiose, ad un volto serio parole severe da pronunciare.

Traduzione vv. 108-201

La natura infatti ci predispone in un primo momento internamente a ogni tipo di sorte; ci rende felici o spinge all’ira o prostra fino a terra per un grave dolore e opprime. I seguito porta in superficie i moti dell’animo attraverso la mediazione della lingua. Se le parole di chi recita saranno difformi dalle condizioni di vita, i cavalieri e i fanti romani si faranno una risata. Ci sarà una grande differenza se parli un dio o un eroe, o un vecchio molto avanti negli anni o un giovane ancora nel fiore degli anni, ed un’autorevole matrona o un’amorevole nutrice, un mercante sempre in viaggio oppure un coltivatore di un fertile campicello, un abitante della Colchide o dell’Assiria, una persona cresciuta a Tebe o ad Argo. O scrittore, o segui la tradizione o costruisci personaggi coerenti. Se per caso metti

di nuovo in scena Achille † onorato † (sia) infaticabile, pronto all’ira, inflessibile, violento, neghi che le leggi siano fatte per lui, ascriva ogni cosa alle armi. Medea sia dura e inflessibile, Ino sia lacrimevole, Issìone sia perfido, Io costretta ad errare, Oreste infelice. Se affidi alla scena qualcosa che prima non l’ha affrontata e osi dare forma a un personaggio nuovo che venga mantenuto fino alla fine quale è entrato in scena dall’inizio e sia uguale a se stesso. È arduo parlare in maniera personale di argomenti non ancora affrontati; allora tu fai meglio a ridurre in dramma l’Iliade piuttosto che per primo portare sulla scena argomenti sconosciuti e mai trattati. Un argomento noto a tutti diventerà personale se non indugerai in un ambito volgare e ritrito, né ti preoccuperai di tradurre parola per parola come un fedele interprete né imitando ti caccerai in un vicolo cieco da dove il timore reverenziale (pudor) o la legge dell’arte impedisca di fuggire. E non inizierai così come un tempo un poeta ciclico “Canterò la sore di Priamo e la nobile guerra”. Questo millantatore (promissa) cosa scriverà che sia degno di una così grande apertura di bocca (hiatu)? Le montagne avranno le doglie, nascerà un ridicolo topo. Quanto più esattamente colui che non si impegna mai invano. “Cantami, o Musa, l’uomo che dopo l’epoca della presa di Troia vide i costumi e le città di molti uomini”. Egli pensa non a produrre fumo dalla folgore, ma la luce del fumo per mostrare successivamente straordinari prodigi, Antifate e Scilla e col Ciclope Caribi. E non narra il ritorno di Diomede dalla morte di Meleagro, né la guerra di Troia dall’uovo gemello; sempre si affretta verso il componimento dell’azione e trascina l’ascoltatore che non crede possano spiccare se narrati e saprà mentire a tal punto e mescolare il vero al falso così che ciò che sta nel mezzo non stoni con l’inizio né ciò che sta alla fine non sia in armonia con la parte centrale. Tu ascolta che cosa io, e con me il popolo, desideri. Se vuoi uno spettatore che rimanga ad applaudire fino al sollevamento del sipario e che resti seduto finché il cantore dica

“applaudite” devi tenere presente le abitudini di ogni età e devi attribuire il giusto peso all’indole che cambia con gli anni. Il bambino che sa già parlare e cammina con piede sicuro smania di giocare con i propri coetanei e avvampa d’ira e si calma senza motivo e cambia comportamento di ora in ora. Il giovane imberbe, quando finalmente l’istitutore è stato congedato (non serve più), si diletta con i cavalli e con i cani e l’erba di un campo esposto al sole, fatto come di cera a essere trasportato verso il vizio, sgarbato con chi lo rimprovera, lento a procurarsi ciò che è utile, prodigo di denaro, dalle idee grandiose e pieno di ideali e pronto ad abbandonare ciò che ama. Molti fastidi circondano chi è vecchio; o perché cerca di ottenere e da avaro si astiene da ciò che ha ottenuto e teme di farne uso, o perché gestisce tutti i suoi affari in maniera timorosa e distaccata, tende a rimandare e lento nel coltivare speranze, inerte, timoroso del futuro, intrattabile, lamentoso, elogiatore del tempo trascorso quando lui era bambino, ammonitore e censore di più giovani. Gli anni, sopraggiungendo, portano con sé molti vantaggi, ritraendosi ne sottraggono molti, (dico questo) perché non vengono affidate sbadatamente parti da vecchio a un giovane e parti da adulto a un fanciullo: sempre rimarremo fedeli a caratteristiche adatte alle fasi della vita. L’azione (res) che si svolge sulla scena oppure viene riferita quando si è già svolta. Ciò che viene trasmesso attraverso l’orecchio colpisce gli animi più debolmente rispetto a ciò che è sottoposto al fedele vaglio degli occhi e che lo spettatore comunica a se stesso. Tuttavia non rappresenterai sulla scena ciò che è bene che avvenga all’interno e sottrarrai agli occhi molti fatti che in seguito riporti il racconto di un narratore. Una rappresentazione, che vuole essere richiesta e nuovamente reclamata in successivi spettacoli, non sia né più breve né più lunga di cinque atti. Né sia presente una divinità a meno che non capiti un modo drammatico che richieda un solutore; né un quarto personaggio non si affanni a parlare. Il coro

detenga le parti di attore e il ruolo di personaggio e non esegua tra un atto e l’altro un canto che non si attenga all’azione e vi aderisca in giusta maniera. Sia dalla parte dei buoni e dia consigli amichevolmente, freni chi è adirato e ami coloro che temono di sbagliare; elogi le portate di un pasto frugale, la giustizia portatrice di salvezza e le leggi e la pace quando le porte sono aperte; custodisca i segreti che gli sono affidati, invochi gli dei e preghi che la fortuna ritorni per gli infelici e abbandoni gli arroganti.

Traduzione vv. 202-300

Il flauto (in realtà oboe) che non era ricoperto come adesso di ottone e rivale della tromba, ma dal suono delicato e a una canna e con pochi fori, serviva ad accompagnare e sostenere i cori e a riempire le gradinate non ancora troppo affollate con il suo suono; dove un pubblico che si poteva contare in quanto era poco numeroso e frugale e puro e timoroso si riuniva. Dopo che il popolo vincitore cominciò ad estendere i suoi possedimenti e più ampie mura cominciarono circondare la città e il genio a essere placato con bevute divine liberamente nei giorni di festa, una maggiore libertà si aggiunse alle melodie e ai ritmi. Cosa infatti avrebbe potuto capire una persona ignorante, libera dal suo lavoro, un contadino confuso con un cittadino, una persona da poco insieme ad una per bene? In questo modo a quell’arte antica il flautista aggiunse movimento e sfarzo e trascinò la veste muovendosi per il palco; così anche alla lira severa aumentarono i suoni e il pensiero che sapeva discernere ciò che è utile e presagiva il futuro, non fu diverso da quello dei responsi di Delfi. Colui che gareggiò con una tragedia per un vile corpo, in seguito introdusse nudi gli agresti satiri e in modo rude azzardò un componimento scherzoso lasciando intatta la dignità, per il

motivo che lo spettatore che aveva partecipato alle cerimonie sacre e aveva bevuto e non era più legato ad alcun obbligo, doveva essere trattenuto con gli allettamenti di una gradevole novità. In realtà sarà conveniente presentare i satiri a tal punto schernitori, a tal motteggiatori e in tal modo volgere il serio in faceto che qualunque dio, qualunque eroe venga proposto, che poco prima era visibile avvolto in oro e porpora non vada a finire in buie taverne per la bassezza del suo eloquio, oppure per evitare un linguaggio umile, cerchi di prendere le nuvole e il vuoto. La tragedia che non merita di emettere a sproposito versi leggeri, come una matrona che è costretta a danzare nei giorni di festa, si troverà in mezzo ai satiri sfacciati un po’ vergognosa. Come scrittore di drammi satireschi non prediligerò solamente parole semplici e termini prevalenti nell’uso, o Pisoni, né mi sforzerò di distanziarmi dallo stile della tragedia al punto che non vi sia alcuna differenza se parli di Davo o l’audace Pizia che guadagna un talento soffiandolo a Simone o (se parli) Sileno precettore e servo del dio suo allievo. Partendo da elementi conosciuti, farò seguito con un testo poetico costruito in maniera tale che chiunque speri per sé il medesimo risultato, sudi molto e si affatichi invano osando lo stesso tentativo: così grande valore hanno la concatenazione e la combinazione, così grande onore di attribuisce a elementi presi da un patrimonio comune. Secondo la mia opinione (bisogna badare che) i fauni (vengano) messi in scena provenendo dai boschi non come se fossero nati per strada o direi nei mercati, o si gingillino con versi troppo molli, o pronuncino a gran voce parole oscene e vergognose. Rimango offesi infatti i cavalieri, i nobili e i ricchi e se il compratore di ceci fritti e di noci apprezza qualcosa, essi non accolgano di buon animo e non gli attribuiscono una corona in premio. Una sillaba lunga che segue una sillaba breve si chiama giambo, piede rapido; anche per questo motivo volle attribuire ai giambici il nome di trimetri, sebbene mantenesse sei percussioni,

rimanendo uguale a se stesso dall’inizio alla fine, † non così prima †. Affinché il giambo giungesse alle orecchie un poco più lento e più solenne, accolse nei suoi diritti di padre, in maniera stabile, gli spondei con affabilità e tolleranza, non al punto da abbandonare la seconda o la quarta sede in virtù del sodalizio familiare. Questo appare raramente nei nobili trimetri di Accio e incalza versi di Ennio messi sulla scena con grande pesantezza, incalza con la forte accusa o di un lavoro troppo frettoloso e mancante di rifinitura o di ignoranza dell’arte poetica. Non è da tutti saper giudicare la mancata armonia dei testi poetici e ai poeti romani è stata concessa una libertà di cui non sono degni. Forse per questo motivo abbandonerò a scrivere senza regole? Oppure crederò che tutti vedranno i miei difetti e me ne starò al sicuro e all’interno della speranza di essere perdonato? Alla fine ho evitato la colpa ma non ho meritato l’elogio: voi meditate i modelli greci di notte e di giorno. Ma i vostri antenati (bisavoli) hanno apprezzato sia i versi sia le battute di Plauto: hanno ammirato l’una e l’altra cosa in modo troppo tollerante, per non dire sciocca, se io e voi almeno siamo in grado di distinguere un’espressione volgare da una spiritosa e sappiamo riconoscere con l’aiuto delle dita e con l’orecchio la regolarità di un suono. Si dice che Tespi sia stato l’inventore del genere tragico (fino ad allora) sconosciuto e che abbia trasportato su un carro le sue opere poetiche che persone col viso cosparso di feccia eseguivano col canto o con la recitazione. Dopo di lui Eschilo, l’inventore della maschera e di un costume dignitoso sia poggiò un palco su modeste travi (invenzione del palco) sia insegnò a parlare in modo solenne e a stare in piedi sui coturni. A questi venne dietro la commedia antica non sena grande merito. Ma la libertà di espressione degenerò in vizio e violenza verbale che dovevano essere regolate con una legge; la legge venne accolta e il coro vergognosamente tacque perché gli era stato sottratto il diritto di offendere. I nostri poeti (di Roma) non

hanno lasciato nulla di intentato e hanno ottenuto una ragguardevole forma osando abbandonare le orme dei Greci e raccontare eventi del nostro popolo sia colo che misero in scena preteste sia quelli che allestirono togate e il Lazio non sarebbe stato più potente per il suo valore guerriero o per le sue ben note armi che la letteratura (lingua) se il lavoro di lima e una paziente attesa non fosse piaciute a ciascun poeta. Voi, o discendenti di Pompilio, censurate quella poesia che non sia stata corretta adoperando molto tempo e molte correzioni e che ritoccata dieci volte non sia stata riveduta fino all’unghia. Dal momento che Democrito ritiene che l’ingegno sia più felice della meschina arte e tiene lontani i poeti in salute (sani di mente) dall’Elicona, una parte considerevole non si preoccupa di tagliarsi le unghie né la barba, cerca luoghi appartati, evita i bagni. Infatti il poeta otterrà stima e fama se non avrò mai affidato al barbiere Lìcino il capo che tre Anticire non sono riuscite a guarire.

Traduzione vv. 301-346

Come sono sciocco a pungermi la bile all’arrivo della primavera; (se non mi curassi) nessun altro farebbe poesie migliori. Ma non ne vale la pena (non è così importante). Io rivestirò il ruolo di una cote che, incapace per se stessa di tagliare, è in grado di rendere tagliente il ferro. Il fondamento e l’origine del saper scrivere è la sapienza. Gli scritti dei filosofi ti potranno mostrare la materia e le parole faranno seguito volentieri a un argomento ben predisposto. Chi ha appreso i suoi doveri verso la patria e verso gli amici in che modo si debba amare il padre, il fratello e l’ospite, il compito di un senatore e quello di un giudice, quali siano i doveri di un generale inviato in guerra, quel poeta senza dubbio è in grado di attribuire a qualunque personaggio i tratti che gli si addicono. Prescriverò al poeta

addottrinato si osservare il modello originale della vita e delle abitudini e da qui trarre vive parole. Talvolta un’opera che si distingue per massime morali e con caratteri ben delineati anche senza alcuna attrattiva, senza gravità e arte diletta il pubblico maggiormente e lo intrattiene meglio di versi privi di sostanze e di sciocchezze sonore. La Musa concesse ai Greci l’ingegno, (concesse) di parlare con perfetta eloquenza a loro che di nulla sono desiderosi eccetto che della gloria. I bambini romani imparano a dividere un asse in cento parti con lunghi calcoli. “Dica il figlio di Albino: se da cinque once viene sottratta un’oncia, cosa rimane? Puoi rispondere”. “Un triente”. “Bravo. Potrai conservare il tuo gruzzolo. Se si aggiunge un’oncia quanto fa?”. “Un mezzo asse.” Ma quando questa ruggine e questa eccessiva attenzione verso il proprio patrimonio avrà impiegato una volta le menti, potremmo sperare che vengano composte poesie da spalmare con olio di cedro e conservare in scatole di levigato cipresso? I poeti o intendono essere utili o dilettare, o fare entrambe le cose a dire parole gradevoli e utili per la vita. Qualunque cose insegnerai sii breve affinché gli animi docili imparino rapidamente le tue parole e le ricordino fedelmente; tutto ciò che è superfluo trabocca dal petto ormai pieno. I testi di finzione scritti per dilettare siano molto vicini al vero: così che un racconto non pretenda che si creda a tutto e non estragga un bambino vivo dal ventre di Lamia che lo ha appena divorato. Le centurie dei più anziani rifiutano i testi privi di utilità. I superbi cavalieri sdegnano le poesia austere; ottiene tutti i voti chi mescola l’utile al gradevole, dilettando il lettore e nello stesso tempo fornendogli insegnamenti. Questo libro procura denaro ai Sosii, questo sia attraverso il mare sia prolunga la vita allo scrittore diventato famoso.

Parafrasi vv. 346-360 Questi versi parlano degli errori. Ci sono errori che possono essere perdonati e fa l’esempio del musicista che non riesce a ottenere il suono desiderato e della freccia che non c’entra l’obiettivo. Si possono perdonare pochi errori in una poesia di gran pregio come quella di Omero. Non si perdona chi commette gli stessi errori come il copista che sbaglia a scrivere la stessa lettera o il suonatore di cetra che sbaglia sempre la stessa nota. Per cui Orazio si meraviglia se un poetastro come Cherilo di Iaso (autore di un poema epico in onore di Alessandro Magno) riesce a dire due o tre cose giuste mentre si meraviglia se ogni tanto Omero sonnecchia. Parafrasi vv. 361-365 Orazio distingue la buona dalla cattiva poesia facendo un paragone tra poesia e pittura. Questo era un paragone molto antico (epoca greca arcaica). Si attribuisce a Simonide un detto secondo il quale la pittura è una poesia muta mentre la poesia è una pittura parlante. Il paragone che Orazio istituisce in questi versi è un paragone implicito tra pittura e poesia cattiva o buona. La prima preferisce essere ammirata da lontano e non regge a un’osservazione ripetuta, per la buona o cattiva poesia vale il contrario.

Traduzione vv. 366-378

O maggiore dei giovani, sebbene tu sia preparato alla retta via dalla voce di tuo padre e sia saggio per i tuoi meriti, trattieni nella memoria questo che ti viene detto; in certi campi viene giustamente ammesso un livello mediocre e sopportabile. Un esperto di diritto e un avvocato mediocre è lontano dalla capacità oratoria del fecondo Messalla né sa quanto Aulo Coscellino, ma tuttavia è tenuto in considerazione: ai poeti non hanno concesso di essere mediocri gli uomini, gli dei, le colonne delle librerie.

Parafrasi vv. 379-390 Nei vv. 379-384 Orazio fa una similitudine col mondo dello sport: se non si è bravi con gli attrezzi da ginnastica (pila: palla, disci: disco, trochi: trottola) bisogna starsene in disparte per non essere derisi. Orazio nota che i poeti dilettanti non si vergognano di scrivere poesia perché sono di nascita libera, ricchi e incensurati (se la prende con i dilettanti). Allora di rivolge al figlio di Pisone (vv. 385-390), inizia il discorso con tu, che si contrappone ai poeti precedenti; gli dice di non fare come loro: se non ha la vocazione non deve scrivere poesia e se dovesse farlo, deve farle ascoltare prima a Mezio Torpa (famoso critico letterario), a suo padre e a lui perché una volta che si pubblica non si può più tornare indietro (c’è bisogno che una poesia resti in un cassetto per nove anni).

Traduzione vv. 391-411

Orfeo, sacerdote e interprete degli dei, tenne lontani gli uomini che vivevano allo stato ferino dall’uccisione dei propri simili e da un turpe vitto, per questo si disse di lui che ammansiva la rabbia di tigri e di leoni; anche di Anfione, fondatore della città di Tebe, si disse che spostava i sassi col suono della cetra e con una musica carezzevole li conduceva dove volesse. Questa fu un tempo la sapienza, distinguere il diritto pubblico da quello privato, quello sacro dal diritto profano, proibire gli accoppiamenti occasionali, dare leggi ai coniugi, fondare città, incidere le leggi sul legno. In questo modo ai divini voti e ai loro componimenti giunse fama e risonanza. Dopo di questi si distinse Omero e Tirteo con i suoi versi spinse gli animi virili agli scontri di Marte. In versi vennero pronunciati i vaticini e venne indicata la via della vita e con i ritmi lirici si cercò di ottenere il favore dei re e venne inventato il teatro e la fine delle lunghe fatiche: (dico questo) affinché non ti vergogni della Musa esperta della lira e di Apollo cantore. Ci si è chiesti se una poesia fosse perfetta per natura o per arte. Io non vedo di cosa sia capace lo studio senza una ricca vena poetica, né un ingegno non affinato; in questo modo l’una cosa chiede l’aiuto dell’altra e collabora amichevolmente.

Parafrasi vv. 412-452 Orazio continua il discorso di quanto detto prima (ars e ingenium). Prende un’immagine dal mondo dello sport (chi vuole vincere nella corsa, fin da bambino deve aver fatto molti sacrifici) e una dalla musica (il flautista che va a suonare ai giochi pitici ha dovuto imparare fin da bambino). Orazio dice che al poeta non è concesso fare poesia senza sforzi. Nei vv. 419-437 fa un ritratto del falso critico e del falso amico: invitati a sentire poesia elogiano il poeta ma solo per averne dei vantaggi. Orazio fa l’esempio delle prefiche per spiegare questo concetto. Bisogna dunque guardarsi dalle volpi. Nei vv. 438-452 dice invece come devono essere il vero critico e il vero amico: Quintilio Vario, amico di Virgilio e di Orazio. Usa l’imperativo congiuntivo che esprime irrealtà (vuol dire che Quintilio era morto “se tu avessi potuto far sentire i tuoi versi a Quintilio…”). Doveva essere un critico severo. Un critico coscienzioso non deve aver paura di offendere l’amico dicendogli che non ha scritto bene, che ha fatto degli errori, perché in caso contrario l’amico verrebbe deriso. Aristarco di

Samotracia, allievo di Aristofane di Bisanzio, era noto per la sua pignoleria: ha fissato i segni diacritici.

Traduzione vv. 453-476

Le persone che hanno senno hanno paura di toccare ed evitano il poeta pazzo come se fosse uno afflitto dalla scabbia o dall’itterizia1 o da scarsa follia a causa dell’ira di Diana, i ragazzini lo stuzzicano e incauti lo inseguono. Costui mentre con la testa per aria erutta versi se ne va in giro, se, come un uccellatore che sta dietro ai merli cade in un pozzo o in una fossa, anche se dovesse a lungo gridare “aiuto cittadini!” non vi sarebbe chi si preoccupasse di salvarlo. Se qualcuno si prendesse la briga di portare aiuto e lanciare una fune io dirò “come puoi sapere che non si sia gettato lì volontariamente e non voglia essere salvato?” e racconterò la morte del poeta siculo Empedocle, che pur di essere considerato un dio immortale, si gettò freddo nell’Etna ardente. I poeti abbiano il diritto e la facoltà di morire; chi salva la vita a uno che non lo desidera è come se lo uccidesse. E non ha fatto questo una volta sola, né se verrà salvato di nuovo diventerà ragionevole e metterà da parte l’amore per una morte gloriosa e non appare abbastanza chiaro per quale motivo faccia continuamente versi se abbia urinato sulle ceneri del padre o abbia contaminato una infelice pecora (bidental) in maniera empia: di certo è pazzo e come un orso se è capace di rompere le sbarre poste di fronte alla gabbia mette in fuga, recitando versi senza pietà, la persona colta e quella ignorante; e se cattura qualcuno lo trattiene e lo uccide a furia di leggere, come una sanguisuga che non intende lasciar andare la pelle se non quando è piena (sazia) di sangue.

1

Ittero || fig. far venire l'i., si dice di chi o di ciò che fa rabbia.

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