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La vita degli eremiti a Swarga-Ashram | Mircea Eliade

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La vita degli eremiti a Swarga-Ashram


23 febbraio 2011 (17:22) | Autore: Mircea Eliade
Tags: ascesi, eremiti, naga, sanscrito, yoga

Imaginando

Le campane suonano per la seconda volta. mattina, ma non si vede ancora il sole, perch sorge dallaltra parte delle montagne. Cornacchie e pavoni; un crocidare monotono, e questo grido acuto, metallico, penetrante dei pavoni selvaggi. La giungla fresca dopo il vento della notte. Il Gange esala lo stesso profumo intenso di neve sciolta. Vestiti dei loro abiti arancioni, gli eremiti scendono sul greto per il bagno mattutino. Si immergono completamente pi volte, tappandosi con le dita orecchie e narici e ripetendo dei mantra. Dopo di che si lavano le vesti, le stendono sulle rocce ad asciugare e si ritirano nella loro kutiya. Ricompaiono di nuovo quando si sente il martellare della khetra: scalzi o con sandali di legno, la ciotola di rame del mendicante in mano, scendono i sentieri elemosinando cibo. Mangiano con le dita, come ogni indiano, senza parlare, servendosi solo della mano destra, perch il nutrimento unofferta del corpo degli dei e il pasto soprattutto un rituale. Il braccio sinistro poggia col gomito sul pavimento, e sarebbe una grave indelicatezza, in tutta lIndia, se un ospite toccasse qualsiasi cosa con la mano sinistra durante il pranzo. Ci che resta gettato via o dato alle vacche; nessuno pu toccare gli avanzi. Non appena il pranzo finisce, gli eremiti si avviano verso la spiaggia per lavarsi il viso, la bocca e le mani. Non c popolo pi pulito degli indiani. Il bagno quotidiano viene considerato, pi che necessario, indispensabile. La maggior parte fa ogni giorno due bagni completi. Prima e dopo il pasto, si lavano accuratamente le mani e il viso, e dopo ogni atto impuro, quale che ne sia la natura, ripetono le abluzioni mattutine. Certamente fra gli ortodossi ce ne sono di quelli che, esagerando, fanno il bagno e si cambiano dabito dopo la visita di ogni straniero, e che non accettano di mangiare se non insieme a individui della stessa casta. Se, per strada, lombra di uno shudra li sfiora, fanno dietrofront e vanno a bagnarsi ritenendosi impuri

"Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perch il meraviglioso ci con cui abbiamo la pi profonda confidenza. La felicit che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verit dei nostri sogni" (Ernst Jnger).

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Swarga-Ashram ricorda il motto del monastero di Rabelais: Fai ci che vuoi. Non sono neppure obbligatori i servizi religiosi del tempio di Shiva, dove ogni sera sintrecciano ghirlande di fiori rossi. Pi di centotrenta sadhu vi abitano, ma al tempio non ne vengono mai pi di due o tre. Nulla imposto a chi ha definitivamente rinunciato ai doveri e alle gioie di questo mondo. Il loro Dio uno e unico ma ciascuno lo chiama come crede: alcuni Narayana, altri Shiva, altri ancora Shankara, e alcuni sadhu si appagano di quel mantra divino che e Om!, simbolo dellimpronunciabile presenza del divino in tutto. Quando si incontrano il loro saluto e lo stesso: Om! namo Narayanaya! (Orn! rispetto a Narayana!). Ma se vengono a sapere che qualcuno adora Dio sotto il nome di Shankara, gli altri sadhu , quando lo incrociano, lo salutano pronunciando; Shankara! Shankara!.

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Il mio vicino un naga (asceta nudo) del Panjab, giovane, bello e pio. Non conosce n teologia, n etica, n metafisica, come daltronde ignora il sanscrito, ma mi dice che Dio sarebbe davvero meschino se si rivelasse solo ai sanscritisti. Il mio naga non pratica unascesi violenta, si contenta di una semplicit naturale e trascorre le giornate a leggere limmenso Bhagavatapurana e a pronunciare una stessa parola: Shankara. Quando lo interrogo sulla salvezza della sua anima, mi risponde che basta per questo pronunciare il nome divino. La notte, tuttavia, pratica il pranayama (yoga del respiro), e spesso mi ha invitato nella sua capanna allo spuntar delle stelle per iniziarmi a questa tecnica che prolunga la coscienza nel sonno -un sonno senza sogni- e persino nella catalessi. Il suo il ben noto metodo della scuola dello hathayoga, cos come viene praticata nello Himalaya e nel Tibet. Si tappa le orecchie con la cera e adotta una posizione stabile (asana), le gambe incrociate, la schiena perpendicolare (in modo che i plessi, sacro, prostatico, solare, cardiaco, faringeo e cavernoso coincidano su una stessa linea mediana che comincia dal muladharachakra e termina nel sahasrarachakra), le mani in equilibrio sui ginocchi, gli occhi chiusi, mentre si concentra sul plesso sottile (ajnachakra) situato tra i sopraccigli. Dopo aver ottenuto la concentrazione necessaria (pratyahara, vale a dire lannullamento delle attivit sensoriali periferiche), la satura ripetendo mentalmente il mantra Om, poi rallenta a poco a poco il ritmo respiratorio distanziando sempre pi le inspirazioni, fino ad arrivare a una inspirazione ogni quattro secondi. Il corpo acquista unimmobilit rigida, talvolta catalettica, e si pu costatare dal suo ritmo respiratorio che lasceta dorme, nel senso che tutte le sue attivit sensoriali e mentali sono sospese. In questa condizione, liberato dagli ostacoli della vigile coscienza diurna, il naga esplora la zona inaccessibile del sonno. Daltronde, la pratica del pranayama non ha altro senso se non quello di spostare la coscienza della veglia in zone che normalmente appartengono allinconscio Quando lascio la capanna, egli conserva la stessa immobilit statuaria: non un muscolo facciale si muove, e si pu seguire con precisione le tappe della sua respirazione ritmica -prima il gonfiarsi della parte inferiore dei polmoni per il ritirarsi del diaframma, poi della parte mediana per il sollevamento dello sterno, e infine della parte superiore attraverso lincurvatura dellarco toracico, come stabilisce ogni trattato di hathayoga.

La libert degli eremiti non concerne solo le pratiche religiose, ma anche la loro condotta personale. Ciascuno pu fare ci che vuole, prega quando gli va e rispetta le credenze di chiunque. Nessuno manifesta quellatteggiamento rigido degli occidentali, che credono di essere i soli ad aver trovato il vero Dio e pensano che tutti gli altri siano degli eretici. Nessuno tenta di convertirti (questo pregiudizio semita del monoteista intollerante e proselita). Le loro conversazioni vertono sul Brahman , Dio uno, immanente in tutta la creazione e che tuttavia la trascende, perch immutabile, non qualificato e non deducibile attraverso relazioni. I loro testi sacri: la Bhagavadgita, le Upanishad, lImitazione di Cristo, i Brahmasutra, col commento di Shankara, e gli Yogasutra di Patanjali. Ma non leggono soltanto; meditano e mettono in pratica la spiritualit rivelata in questi libri. Gran parte del loro tempo la passano nella loro kutiya a pregare; la preghiera non tuttavia sempre religiosa nel senso cristiano del termine, ma piuttosto un esercizio spirituale di purificazione interiore, unatletica metafisica. Anche se non tutti sono filosofi, tutti pensano col loro cervello. Il loro pensiero talora monotono, mediocre e poco immaginativo, improntato alla Gita e alla letteratura popolare religiosa, ed esprime fino alla saziet quello stesso e sempre ricorrente motivo dellidentit profonda tra Atman e Brahman . Le conversazioni con questi sadhu sono sterili e stancanti, ma nessuno pu dire fino a che punto abbiano portato a compimento quella banale verit, fino a che punto il loro dogma resti una semplice e vacua formulazione. In ogni caso, sono particolarmente sorprendenti la loro indiscussa sincerit e la loro totale tolleranza per qualsiasi fede, da qualunque parte provenga. Le si riscontrano persino nei sadhu pi mediocri, sempre ansiosi di sentir parlare di Ges Cristo, di san Francesco, di Kabir, di Guru Nanak e di qualsiasi altro guru inviato da Dio. Da quando mi sono stabilito allashram, sono venuti a farmi domande sul cristianesimo e hanno tanto amato le storie di fra Lorenzo (nei Fioretti francescani) e alcune delle pie leggende medievali che mi hanno pregato di ripeterle ogni giorno. Tutti considerano Ges come il figlio di Dio e lo chiamano Lord Jesus alla maniera dei missionari. Ci non impedisce assolutamente di considerare Buddha, Krishna e altri, uguali a Cristo. Non possono accettare limiti o zone geografiche al manifestarsi della divinit. Il loro spirito panteista evidente sino nelle pi semplici affermazioni metafisiche. E i risultati sono toccanti. Un vecchio sadhu , maestro insuperabile nel parlare sanscrito, mi ha abbracciato al nostro primo incontro e si messo a piangere dicendomi: Siamo tutti Uno! Si sono liberati dellinsopportabile curiosit degli europei, e nessuno finora mi ha chiesto se fossi protestante, anglicano, cattolico o

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ortodosso. Un giorno ho messo alla prova uno swami domandandogli se era necessario iniziarsi allinduismo per conoscere Dio. Questa domanda lha fortemente sorpreso e mi ha risposto che nessuna conversione era necessaria, che se io amavo linduismo potevo accettarne gli ideali: ecco tutto. Nondimeno ha aggiunto che se il mio amore dellinduismo era sincero, questo proverebbe solo una cosa: che ero stato un indiano in una mia precedente esistenza. Dicono noi tutti siamo Uno e, ci che importante, non cessano di mettere in pratica questa affermazione. Si aiutano lun laltro, si privano della loro personalit davanti agli amici e praticano la seva (servizio). Un certo swami alla soglia della vecchiaia celebre per il suo comportamento. Non lavora mai per s, bench sgobbi come un bracciante di notte e di giorno. Pulisce le kutiya dei suoi vicini, lava la biancheria per i malati, fa il te per tutti, accende le lampade, il messaggero di ciascuno, ed di una modestia e di una umilt francescana. Alcuni giorni dopo il mio arrivo allashram, venuto a piantare un cespo di fiori sotto la mia finestra, perch ogni mattino, al mio risveglio, mi rallegrassi gli occhi. Un giorno ho accompagnato a Brahmapuri, ad alcune miglia nella giungla, a monte del Gange, una miss venuta a visitare Swarga-Ashram. Vi si trovano numerose grotte e una era il riparo di un sadhu del Malabar, di cui non si sapeva che cosa ammirare di pi: la scienza o la santit. Ci siamo seduti sulla sabbia fredda della grotta e, bench fossimo venuti a imparare da lui, lui che si messo a fare domande a noi. Ci ha mostrato le Confessioni di Agostino chiedendo a questa miss se avesse letto lImitazione di Cristo. Alla sua risposta negativa, le ha consigliato con dolcezza: La legga, perch uno dei pi grandi libri che siano mai stati scritti su questa terra. Allora sono arrossito ancora una volta per la vanit e i peccati degli europei venuti a convertire lAsia. *** Brani da India, Torino, Bollati Boringhieri, 1991 [Bucuresti, Editura Cugetarea, 1934, 1935, Paris, Editions de l'Herne, 1988]. Il presente scritto stato tratto dal sito Gianfranco Bertagni. Share |

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