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CLAUDIO TOLOMEI

I - A LICE

Questi soavi fiori, queste erbe e queste novelle rose, pur or clte da 'namorata mano e 'n ghirlanda poi dolcissimamente legate, l 've natura vedi d'un pari et arte gire, al crin biondo sopra, Lice candida, ponle, et adorna lor di vaghezza tua, te di vaghezza loro; e mostra, in sembianza pari, come poco ti possa l'alma natura mai vincere et arte meno.

II - D'ALCONE

Mentre sovra un pruno selvaggio domestico pruno Alcone innesta, queste parole dice: "Deh, come s'appiglia dentro a s fatta durezza d'un ramo selvatico questo novello ramo, onde e vaghi fiori con fronde vaghissime poscia sorgere et indi cari frutti venir si vede, che ciascun li mira, ognun con dolcezza li coglie, e gustati poi pi saporiti sono; tal nel sempre mai d'Amarilli durissimo cuore con pace questo mio tenero cor si leghi; nascane dolce vita, nasca e dolcissimo amore, onde cari al mondo et ella fiorisca et io. Lasso, i' spero pria mi si mostri una tigre pietosa che 'l suo voler fiero s'intenerisca mai. "

III - A LISETTA

Te sola amo, e sempre sola amarti, Lisetta, desio, che sola tra l'altre degna d'amore mi pari. Giusto guiderdone, deh, rendimi dunque Lisetta: e come te sola amo, pregoti, me solo ama.

IV - IL RIO

Eccolo 'l chiaro rio, pien eccolo d'acque soavi: ecco di verdi erbe carca la terra ride. Scacciano gli alni i soli co' le fronde co' rami coprendo:

spiraci con dolce fiato auretta vaga. Febo ora dal mezzo del ciel piove ampie scintille, arde ora i pi freddi monti l'adusto cane. Fermati: troppo sei da fervide vampe riarso: non pnno i stanchi piedi pi oltre gire. Qui l'aure il caldo, qui la stanchezza i riposi, qui le gelat'acque puonti levar la sete.

FRANCESCO MARIA MOLZA

S come fior, che per soverchio umore carco di pioggia, ed a se stesso grave, inchina, e col gi tanto odor soave a forza perde il suo nato colore, n pi donzella, o giovane, ch'amore sotto 'l suo giogo dolcemente aggrave, che 'l nodrisca, come dianzi, o lave, poich s poco tien del primo onore: ma se benigno raggio ancor del sole vien, che lo scaldi con soave foco, subito avviva, e ne diventa adorno; cos vostre bellezze al mondo sole, donna, vid'io sparire a poco a poco, e poi pi vaghe fare a voi ritorno.

II

S'a poco ferme, e non vivaci carte i vostri onor commetto, almo mio sole; e s'al desio non seguon le parole, per altrui colpa, o per difetto d'arte; non sia per, che del bel viso parte oscuri il tempo, come gli altri suole; o che pur una de le lodi invole, per la mia lingua gi tanti anni sparte. Ch'io veggo dopo voi in altra etate alzarsi con pi audaci, e miglior piume, e gir solinga al ciel vostra beltate. Canter questa ogni real costume pi largamente, e 'l pregio d'onestate; non offesa, com'io, dal troppo lume.

III

Dietro un bel cespo di fioretti adorno,

allor che 'l caldo a le campagne avea acceso il sole e per la sete ardea la gregge sparsa e la bell'ombra intorno; a Testili fur presso a quest'orno Damone un bacio, mentre ella sedea negletta il crine e gli occhi rivolgea al cozzar di duo capri a mezzo giorno. L'alma fra perle e bei rubini accolta pi volte di lasciarlo ebbe vaghezza, dal piacer vinta a cui s inferma fue. Or che 'l misero in sen l'ha pur raccolta, mesto diletto, amara e gran dolcezza gli vanno al core e vivesi intra due.

IV

Alma Citt, che sovra i sette colli seder solevi gloriosa, e altera, com' mutata la tua forma vera dopo tante speranze, e pensier folli! Ben deve gli occhi aver di dolor molli, chi cagione , che 'l tuo bel nome pera, di Curi, e Deci madre alta, e severa, che morta ancora l'altrui fama tolli. Quel che poss'io, o mia diletta Roma, il tuo cenere onoro, e le torri arse, per cui superba gi gran tempo andai. Cos dicendo di pur or la chioma con mestissima mano in terra sparse donna, che a pochi si mostr giammai.

La mia Fenice ha gi spiegate l'ali per volar al suo dolce antico nido, ed io pur dietro sospirando grido: dove mi lasci fra cotanti mali? Dove ten porti i miei lumi fatali, dov' il sembiante, in cui solo mi fido? il bel rostro, e le piume, onde ogni lido risuona, e sente odori almi immortali? Ella non m'ode, e gi per l'aria poggia, onde ogni augello ad onorarla intento, di schiere, e di bei canti il Cielo ingombra. Io qui versando lagrimosa pioggia, ed aggiacciando al Sol, ardendo a l'ombra, mando i sospiri e le parole al vento.

VI

I miei lieti, felici, e dolci amori, che come nebbia al vento si dilegua, passare, n mai poi pace, n tregua ebbi co i duri miei gravi dolori: i miei soavi ed amorosi ardori spense chi tutto spegne e tutto adegua, e per maggior mio duol non vuol, ch'io segua, chi morta trasse me di vita fuori. Per, Guiddiccion mio, se queste rime vi parranno di stile, e di dolcezza forse diverse assai da le mie prime; morte incolpate, e sua cruda durezza, che anzi tempo tronc la pi sublime pianta d'amor, e l'alta mia ricchezza.

VII

Co' desir tutti a i patri lidi intenti, solcando il mar gi d'Ilio il vincitore, vinto restava dopo lungo errore fra l'onde sorde e i duri suoi lamenti; ma gentil Ninfa e da bei strali ardenti d'amor piagata gi gran tempo il core gli diede vita sul maggior furore di Giove irato, e de' turbati venti; e col bel velo, onde con breve giro cingea la fronte contra l'onde infeste, schermo gli f, per cui 'l mar lieto giacque. Simile aita anch'io fra le tempeste d'amor attendo, allor che 'l drappo miro, di cui bearmi a la mia donna piacque.

GIOVANNI GUIDICCIONI

Vera fama fra i tuoi pi cari sona ch'al paese natio passar da quelle quete contrade ov'or dimori e belle (n spiar so perch) disio ti sprona. Qui sol d'ira e di morte si ragiona, qui l'alme son d'ogni piet rubelle, qui i pianti e i gridi van sovra le stelle e non pi al buon ch'al rio Marte perdona. Qui vedrai campi solitari, nudi, e sterpi e spine invece d'erbe e fiori, e nel pi verde april canuto verno; qui i vomeri e le falci in via pi crudi ferri converse, e pien d'ombre e d'orrori questo di vivi doloroso inferno.

II

Vorrei tacere, Amore, gli affanni e' dolor miei per non turbare il bel viso sereno, e perch quel c'ho in core con lingua non potrei n con la penna mai narrare appieno; e son di stupor pieno com' io lo dica o scriva, pensando a quelle sole dolci estreme parole, cagion che 'n tante pene ardendo viva, ed a la bianca mano che la mia strinse, ond'or la piango invano. Non s alpestre fra, ch'udendo 'l mio gran pianto, non cangi in pia la sua orgogliosa mente. Quanto da quel ch'io era mutato sono! e quanto era 'l mio meglio in quel punto dolente morir! ch dolcemente moriva, riguardando negli occhi e nel bel volto, ch'ora a dolor mi vlto sempre 'l suo nome e 'l mio destin chiamando. Lasso! pi non ho io altro ch'un dolce di morir disio. Gli amorosetti augelli di questo inculto loco al tristo suon degli aspri miei lamenti, non pi leggiadri e belli, cantan lor dolce foco, ma con pietose voci e mesti accenti piangon li miei tormenti e la mia afflitta vita; ch non fu mai n fia ugual pena a la mia, qualor ripenso a l'empia dipartita. Ma 'l ciel pi sordo fassi quant'io pi piango intorno a questi sassi. Dunque quest'aspro colle e questi folti boschi mi chiudon l'alta via del paradiso. O desir vano e folle, o pensier ciechi e foschi u' mi guidaste voi senza 'l bel viso? ov' quel grato riso ch'acqueta 'l mio martre? e quelle chiome d'oro e l'altro bel tesoro, per cui mi sento ad or ad or morire? Stolti! non v'accorgete che innanzi agli occhi mille morti avete? Almo terren felice, le chiare piante tocchi e godi quel che 'l ciel m'adombra e toglie!

Deh, perch a me non lice contemplar que' begli occhi e saziar le mie oneste accese voglie? perch l'alte mie doglie non ponno trasformarsi nel primo dolce stato? Ahi, doloroso fato! O cielo, o stelle, a mia salute scarsi, qualche merc vi giunga; ch' io pi non posso e questa guerra lunga O poverella mia, fra' boschi nata, se 'l ciel piet non volve, presto mi vederai ridotto in polve.

III

Spirto gentil, che del pi vago manto ch'altro vestisse mai, s altro andasti qui fra' mortali e poi te ne spogliasti, acerbo ancor tornando al regno santo; se de gli affanni miei ti calse tanto quanto negli atti tuoi gi dimostrasti, perch cos per tempo mi lasciasti senza te, solo, in angoscioso pianto? Gi sapevi ben tu che, spento il sole degli occhi tuoi che in questo mondo cieco mi guidr, lasso! eran mie luci spente, e che, chiuso il bel passo a le parole che risonar udia s dolcemente, fran le orecchie mie chiuse ancor seco.

IV

Il bianco e dolce cigno cantando muore, ed io piagnendo giungo al fin del viver mio. Strana e diversa sorte: ch'ei muore sconsolato, ed io moro beato! Dolce e soave morte, a me vie pi gradita ch'ogni gioiosa vita! Morte, che nel morire m'empi di gioia tutto e di desire, per te son s felice, ch'io moro e nasco a par de la fenice.

O tu, cui 'l Sol de la sua luce adorna, alma beata Luna, ch'or ten vai per l'ampio ciel superba de' bei rai, ambe innalzando le tue ricche corna se ne la mente alcun dolce ti torna, ch'amando il bel pastor gi sentito hai, nascondi il chiaro tuo splendore omai, che l'ombra fosca de la notte aggiorna, acci ch'io possa, sconosciuto e solo, per l'amico silenzio gir l, ov'io de' mie' affanni (o ch'io spero) avr mercede; ch'intanto l'ora s'avvicina e 'l mio desir mi sface, mi solleva a volo se non quanto il poter fallace riede.

VI

I d gi involan parte de la notte, e le stelle noiose dipartendo, il freddo perde; vedesi a parte a parte e Driope e le sorelle di quel che 'n Po morio, vestir di verde; ogni bosco rinverde, e i prati son dipinti di fior persi e vermigli; or gli odorati gigli e Giacinto ed Adone, ancora tinti di sangue, apron appieno a le lascive aurette il vago seno. E le vezzose ninfe si veggiono infiorire verdi ghirlande e i crin dorati ornarsi; e per l'erbette linfe lievemente fuggire con mormorio soave, e 'l terren farsi gravido tutto, e starsi su' fioriti arboscelli, allor che 'l d vien fuora, a salutar l'Aurora con vari canti i dilettosi augelli; e 'l tauro ora le corna a un tronco indura or l'altro a ferir torna. E 'l pastorel, cantando a le fresch'ombre, mira con occhio lieto la sua dolce schiera. Ma che vad'io narrando, se il cor langue e sospira, quante scopre ricchezze primavera? Perch la storia vera de' mie' infiniti mali (bastando dir ch'Amore m'assalse e punse 'l core ne l'acerba stagion co' fieri strali) non raccont'io piangendo e a disfogar il mio dolor mi rendo? Dico ch'Amor diviso,

s tosto com'io entrai sotto il suo giogo dispietato, m' have da l'angelico viso, da' chiari e caldi rai degli occhi e da la tanta onest grave, dal ragionar soave ch'addolcia le mie pene: ma pi, lasso! m'attrista che la beata vista mi chiuda allor ch'in fronte a scherzar viene tra gl'irti capei d'oro e inanellati, ond' io mi discoloro. Pur crederei tenermi, fra tante pene, in vita, fra quante Amor mi ruota indegnamente; ch'agli occhi tristi e 'nfermi talor la mente ardita il bel volto disegna e quell'ardente luce, ove dolcemente piove Amor gioia pura; ma s'agghiacciano i sensi, quando avvien poi ch' i' pensi che il mio ricco tesoro altri mi fura, e 'n guisa manco e tremo, ch'a gran giornate vo verso l'estremo. Dir puoi, canzon, se a' pi santi t'inchini, che pi de l'altrui gioia che del mio gran dolor sento di noia.

VII

Se 'l tempo fugge e se ne porta gli anni maturi e in erba e 'l fior di nostra vita, mente mia, perch, tutta in te romita, non antivedi i tuoi futuri danni? Dietr'a quel fiero error te stessa affanni che sospir chiede a la speranza ardita? Scorgi omai il ver, ch'assai t'hanno schernita or false larve or amorosi inganni; e fa qual peregrin che cosa vede che piace, ed oltre va, n il desio ferma lungi dal nido suo dolce natio; mira qui il bel che l'occhio e 'l senso chiede, ma passa e vola a quella sede ferma ove gli eletti fan corona a Dio.

VIII

O messaggier di Dio, che 'n bigia vesta l'oro e i terreni onor dispregi tanto e nei cuor duri imprimi il sermon santo, che te stesso e pi 'l ver ne manifesta, il tuo lume ha via sgombra la tempesta

dal core ove fremea, dagli occhi 'l pianto; contra i tuoi detti non pu tanto o quanto de' fri altrui desir la turba infesta. L'alma mia si fe' rea de la sua morte dietr'al senso famelico, e non vide sul Tebro un segno mai di vera luce: or, raccolta in se stessa, invia le scorte per passar salva e s'arma e si divide da le lusinghe del suo falso duce.

FRANCESCO COPPETTA BECCUTI

Qual voce, d'orror piena, oim! fu quella che ben tre volte mi chiam per nome e m'annunziava, e non saprei dir come, vita infelice e morte acerba e fella? Qual empia luce o qual nimica stella, per giunger peso a le mie gravi some, mostrava lunghe, inargentate chiome a la mia fresca, verde et novella? Ben mi soccorse l'amorosa dea, perch 'l nome gentil, che 'l cielo onora, ne le sue mani scritto a me volgea, ma dentro al cor mi rugge un leon ora, che sparve 'l sonno, e lei, mentr'i' leggea; tal ch'io son desto e tremo e spero ancra,

II

Pi che di lunghe e bionde chiome e crespe, d'un breve e molle e negro crin m'appago. Mi punge 'l cor un'amorosa vespe, e son ognor pi d'attuzzarla vago. Onde, quasi com'uom ch'adombre e incespe, leggo nel guardo suo vivace e vago: - Dammi nel volto pallidetto e bruno ben cento baci, e men non ne voglio uno -.

III

Piangete, occhi miei lassi, occhi, piangete, versate, ormai, gi per le guance un fiume, poich 'l mio bel tesor pi non vedete; occhi, piangete, poich 'l vostro lume si nascosto da voi, piangete tanto,

fin che 'l mio cuor in pianger si consume; occhi miei, raddoppiate il vostro pianto, poich v' tolto di mirar pi quella che sopra l'altre donne ha 'l pregio e 'l vanto. Udite, orecchie mie, l'aspra novella: partita la mia dea, n pi vi lice d'ascoltar quell'angelica favella; non passer pi a voi chiaro e felice quel suon de le dolcissime parole che fr de l'ardor mio prima radice. O stanchi piedi miei, gi non vi duole stancarvi pi, mo' che v' tolto il gire ov' colei ch'esercitar vi suole? come potete, o passi miei, soffrire de l'usato cammin vedervi fuora n poter pi l'alta belt seguire? Dunque, occhi, orecchie e piedi miei, siate ora ciechi, sordi ed infermi, or che vi tolto vederla, udirla e ritrovarla ognora. Ma tu, cuor mio, che sei da me disciolto e trovi la dea nostra al primo volo e senza lei non stai poco n molto, scuoprile il nostro affanno e 'l comun duolo; so che tu messagger fidato sei; dille ch'io vivo e ch'io mi pasco solo di pianger sempre e pensar sempre in lei.

IV

Il ricco laccio, ove m'ha giunto Amore, d'un diamante in nuova sorte ordito, il pi vago, il pi terso, il pi gradito che rendesse gi mai luce e splendore. E s come l'avaro a tutte l'ore brama di star col suo tesoro unito, cos nel lume anch'io resto invaghito del nodo mio n cerco uscirne fuore: quindi traluce Amor, quindi traspare il piacer e 'l desio, lo strale e l'arco, e si specchia bellezza a loro intorno. O catene gentil, lucenti e chiare, per voi, non come gli altri amanti carco, ma sopra l'uso uman son fatto adorno.

Fida mia carta, se la bianca mano che 'n mille nodi e mille il cor mi lega, per mia ventura ti rivolge e spiega, e sia da quella ogni timor lontano, e se quel ciglio alteramente umano a la bassezza tua s'inchina e piega, e se l'alto intelletto udir non niega

quel che fai chiaro in brevi detti e piano, dirai che quel c'ho chiuso entro nel core, foglio non chiude, e non pu studio ed arte mostrar con voci morte un vivo ardore; stancar ben posso penne, inchiostro e carte per ombreggiar quanto m'insegna Amore, ma non pur dirne la millesma parte.

VI

Porta il buon villanel da strania riva sovra gli omeri suoi pianta novella e, col favor de la pi bassa stella, fa che risorga nel suo campo e viva; indi 'l sole e la pioggia e l'aura estiva l'adorna e pasce e la fa lieta e bella; gode il cultore e s felice appella, ch de le sue fatiche il premio arriva: Ma i pomi, un tempo a lui serbati e cari rapace mano in breve spazio coglie, tanta la copia degl'ingordi avari. Cos, lasso! in un giorno altri mi toglie il dolce frutto di tant'anni amari ed io rimango ad odorar le foglie.

VII

Chi pon le labbia su le vostre rose nttar bever si crede e il velen sugge; la lingua vibra empie saette ascose ed assalta in un tratto e fre e fugge. Lasso! queste spagnuole arti insidiose gi non conobbe un che per voi si strugge; n men del bianco dente allor s'accorse, che mostr di baciarlo e 'l cuor gli morse.

VIII

In questa luce nubilosa e breve non luce oggi di voi luce pi chiara, o luce a me pi che le luci cara, al cui bel raggio i' son farfalla e neve. Ma s l'arder m' dolce e 'l pianger leve, che gli spirti al suo mal corrono a gara, perch' ventura sovra ogni altra rara per voi patire ogni aspro affanno e greve: e ne ringrazio Amor, ch'al vostro lume femmi alzar gli occhi e di s nobil fiamma

m'invagh l'alma a tanta luce inferma; la qual, ben che s'abbruci e si consume perder non vuol de lo splendor suo dramma e intorno a voi sempre s'aggira e ferma.

IX

Di diamante era il muro e d'oro il tetto e le finestre un bel zaffiro apria e l'uscio avorio onde il mio sogno uscia che de l'alto edificio era architetto. Da s ricco lavoro e s perfetto pareva uscisse angelica armonia, e s strana dolcezza il cor sentia, che i sensi ne fr ebbri e l'intelletto. Ruppesi alfine il lungo sonno. Oh quanto la cieca notte il veder nostro appanna! Perch sul giorno, aprendo gli occhi alquanto, era l'altier palazzo umil capanna, strido importun d'augei notturni il canto e l'oro paglia e le gemme alga e canna.

1 Amor, che voli ai bei pensieri in cima e negli occhi pi vaghi il seggio tieni, lascia Citera e l'odorato clima del tuo bel Cipro, e in questo luogo vieni dove il pi bel pensier s'alza e sublima dove son vlti pi che 'l ciel sereni; e se bellezza e se valor ti muove, volgi, Amor, qui il tuo corso e non altrove. 2 Vieni, Amor, che pi degno e dolce luoco trovar non puoi dovunque il volo aggiri; mena teco il diletto, il riso e 'l giuoco e lascia star le lacrime e i sospiri: vieni e in quest'alme desta col tuo fuoco di virtute e d'onore alti desiri, n ti sia l'onestade oggi nimica, poich a queste bellezze fatta amica. 3 Deponi, Amor, tutte l'altre armi e prendi la pi chiara, soave e pura face e l'infiammate nostre voglie accendi di bella gioia e di perpetua pace. Scendi veloce ai nostri preghi, scendi : ecco ciascuno al tuo venir gi tace; gi le tue penne sopra noi fan ombra e 'l tuo bel fuoco ogni bel petto ingombra.

ANNIBAL CARO

Donna, qual mi foss'io, qual mi sentissi, quando primier in voi quest'occhi apersi, ridir non so; ma i vostri non soffersi, ancor che di mirarli appena ardissi. Ben gli tenn'io nel bianco avorio fissi di quella mano, a cui me stesso offersi: e nel candido seno, ove gl'immersi, e gran cose nel cor tacendo dissi. Arsi, alsi, osai, temei, duolo e diletto presi di voi; spreggiai, posi in oblio tutte l'altre, ch'io vidi, e prima, e poi. Con ogni senso Amor, con ogni affetto mi fece vostro, e tal, ch'io non desio, e non penso, e non sono altro che voi.

II

In voi mi trasformai, di voi mi vissi dal d che pria vi scorsi, e vostri tersi i miei pensieri, e non da me diversi, s vosco ogn'atto, ogni potenza unissi. Tal per desio di voi da me partissi, il cor, ch'ebbe per gioia anco il dolersi infin che piacque a i miei fati perversi, che da voi lunge, da me stesso gissi. Or, lasso, e di me privo, e de l'aspetto vostro, come son voi? dove son io solingo e cieco, e fuor d'ambedue noi? Come sol col pensar s'empie il difetto di voi, di me, del doppio essilio mio? Gran miracoli, Amor, son pur i tuoi.

III

Guiddiccion, tu sei morto? tu che solo vivendo, eri mia vita e mio sostegno? Tu, ch'ai mio errante e combattuto legno fosti ad ogni tempesta il porto e 'l polo? Ben ne volasti al Ciel: ma da tal volo quando a me torni? od io quando a te vegno? Chi de' suoi danni, e del tuo fato indegno ristora il mondo? E chi tempra il mio duolo?

Deh, porgimi dal ciel, angelo eletto, tanto di sofferenza o pur d'oblio, che 'l mio pianto non turbi il tuo diletto. O talor scendi a consolarmi; ond'io con pi tranquillo, o men turbato affetto consacri le tue glorie e 'l dolor mio.

IV

Ahi, come pronta e lieve scende, al suo fin correndo, l'umana vita a voi tanto diletta; peso terreno e greve d'alta cima cadendo, s veloce non va, n con tal fretta; n fuor d'arco saetta, che man possente scocchi, move con s prest'ale, come 'l viver mortale fugge e sparir fa 'l suo cammin da gli occhi; con s rapido corso, ch'a pena spunta un d, ch'a l'altro corso. Fiume tranquillo e chiaro, tu nel tuo bel cristallo, mentr'io mi specchio in te, veder mi fai quanto sia 'l tempo avaro, che 'n s breve intervallo furato ha gli anni miei pi dolci e gai: lassa, passata omai la stagion del diletto, e i miei giorni felici, secche han le lor radici; veggio cangiato il giovenil aspetto; ond'avr tosto al fianco l'et men vaga, e 'l crin pi raro e bianco. O vita dolce e cara, se a noi cotanto piaci, perch s tosto sgombri, e sol ne lasci con la memoria amara de' tuoi piacer fugaci? O perch almen non torni e non rinasci, se d'aura sol ne pasci? In questo fiume resta pur la sua forma intera se ben mattino e sera l'onda sua corre al mar leggiera e presta; e tu co' giorni nostri, via ti di legui, e mai pi non ti mostri. Miseri, con che vane speranze si disperde il fin de' nostri obietti, e come spesso dietro a voglie non sane uom si consume e perde; oltra che un d non ha certo a s stesso? Poi co 'l desir impresso di te, che resta in noi, mentre s pronta fugg? Tal ne rodi e distruggi,

e sente l'alma acuti i sensi tuoi qual gi stanco destriere, s'altri lo sprona a troppo erto sentiero. Ma se pur questo fermo ordine delle Stelle, che 'l viver nostro a tal legge soggiaccia; qual pi leggiadro schermo, che l'opre ornate e belle si puote aver, che l'uom sicuro faccia? mentre 'l tempo minaccia de' suoi perpetui danni, e dispensando i giorni in atti e 'n studi adorni, far contra le sue frodi illustri inganni; cos 'l tempo n'avanza, n si teme il morir con tal speranza. Per su l'ali accorta, che 'l Ciel prima ti diede, alma, or ti leva da gli usati errori; e sia tua vera scorta, spera sicura e fede, d'impetrar grazia de' celesti cori; e per trartene fuori, convien che non aspiri a gli ingordi appetiti; che se tal' or graditi dianzi gli avesti, in giovenil desiri son frutti di Natura, ma vizio nostro ne l'et matura. Mentre il Sol cresce e monta, pu vago peregrino fuor di strada ir cogliendo erbette e fronde; ma quando ei cala e smonta, non dee dal suo cammino torcer il pie, perch non soprabbonde l'oscuro, e lo circonde fra boschi orridi e densi senza sicuro nido; ed ha consiglio fido, chi s' svi'ato un tempo dietro a' sensi, di tornar alla strada, che ne gli anni maggior non pera o cada. Con simil cure intente, al mio dolce riposo qui men verr; cos pur mi si presti, di star pi lungamente fra queste rive ascoso, n sia cosa di qua, che mi molesti. Ma perch a' voti onesti, par che 'l fato consenta, spero, se ben m'attempo, stato sereno un tempo; se pur com'uom, che ancor la carne senta, no 'l render turbato qualche sospir del bel tempo passato. Canzon, tu non sei tal, che sperar possi di sostener la guerra del tempo ingordo, che tutt'altro atterra.

BENEDETTO VARCHI

"Cosa al mondo non , che pi mi piaccia, E mi dilette in pi soavi tempre, Caro Tirinto mio, che viver sempre, E poi morir nelle tue dolci braccia; Solo ch'a te, novello Adon, non spiaccia, Ch'io nel mirarti mi distrugga e stempre, E 'l tuo bel guardo, come suoi, contempre L'ador che tutta, e notte e d m'agghiaccia." Queste proprie parole appo la villa In cui s'onora il gran divo Ercolano, E dove or tutte il ciel sue grazie stilla, Cant, mentre d'amor trema e sfavilla, Con dolcissime voci in atto umano La vaga e felicissima Tesilla.

II

Ninfe, che nude il petto e sparse i biondi Crin fin a' pi di latte, e 'nghirlandate Di mille bei color, scherzando andate Con Arno sempre nei pi alti fondi; Queste verdi d'alloro amate frondi V'appende, e bianchi fiori a mezza state Vi sparge il buon Damon, perch guardiate Dal suo bel Dafni i vostri antri profondi. Mentre ei di salci e fresche canne avvolto La fronte, al maggior d per le vostre acque Sen va lieto notando, ed io con ello; Membrando meco ognor quanto gi piacque A s stesso Narciso, e come il bello Ila ad Alcide fu rapito e tolto.

III

Casa gentile, ove altamente alberga Ogni virtute, ogni real costume, Casa, onde vien, che questa etate allume E le tenebre nostre apra e disperga: All'austro dona fiori, in rena verga; Suoi pensier scrive in ben rapido fiume Chi d'agguagliarsi a voi, stolto! presume, In cui par ch'ogni buon s'affine e terga. Quanto allor che 'l gran Bembo a noi moro, Perdro in lui le tre lingue pi belle, Tutto ritorna, e gi fiorisce in voi, Per cui l'altero vostro nido, e mio, Che gli rendete i pregi antichi suoi,

Risonar s'ode infin sopra stelle.

GIOVAN BATTISTA STROZZI

In volando per l'aere il mio cor lieve Come augellin fu colto A bel filo d'or teso infra la neve All'aria del bel volto: Videlo empio fanciullo, e cos involto Quasi scherzando il prese, E 'n quelle fiamme accese De' begli occhi avventollo; ond'ei pur arse; E fumo, ed ombra via subito sparse.

II

Hor chi Filli beata Il bell'oro t'increspa? la bell'ora; E la guancia rosata Chi di s fresche rose ti colora? Ogni mattin l'Aurora: E chi gli occhi t'accende, e chi gli muove? Amore, e 'l Sol, che non s'annida altrove.

III

Dolcissimo Riposo Della Notte figliuol, del sogno padre, Che 'nvisibile spieghi per l'ombroso Aer quelle penn'adre, Ecco il cieco silenzio, eccone a squadre Le mute ombre notturne al tuo soggiorno; Deh per quest'occhi omai Che non fai nel mio cor fosco ritorno? Nel mio cor s, che mai non vide giorno.

IV

Ecco l'Alba, ohim che nuovo campo Di fatiche, e di lagrime vegg'io?

E chi schermo, chi scampo Ne 'nsegna, altri che Morte al pianger mio? Deh giorno, oh giorno rio, Vatten, fuggine a volo Col mio duolo; tu mia diletta vera Torna, ma torna eterna alma mia sera.

Ombra io seguo, che piagge, e monti cuopre; Tutti per l'oscurissima foresta Del mondo alfin discuopre Aguati con sua face atra funesta; Fuma, e sfavilla questa Sempre; n mai per onda, n per vento Si spegne; n si strugge Per tempo, od altro; fugge di spavento L'ardito, il vile, il misero, il contento.

VI

Vidi anch'io tutta ignuda, Ma sola, e 'n grembo all'erbe, non all'acque La mia Dea via pi bella, e manco cruda Di lei, cui sol la selva, e l'arco piacque; S forte le dispiacque Del mio languire, e 'l collo, e 'l cor m'avvinse. Deh perch non mi estinse Allor la gioia, o poscia Che desto io fui, la disperata angoscia?

VII

Dormiami; e nel dormir sospiri, e pianti S dolci mi parea Spargere, anz'io spargea, e tanti, e tanti; Ch'al fin pur ne' miei lacci io rivedea La bella fera scorsa; N tigre, od orsa pi, ma Ninfa, o Dea; Se non ch'invida Aurora La mi cangi nella pi rapid'ora,

VIII

Ecco maggio seren, chi l'ha vestito Di s bel verde, e giallo? Ninfe, e Pastori al ballo; Al ballo Ninfe, e Dij per ogni lito; Ecco MAGGIO fiorito: Lice al ballo, e tu Clori, Grazie al ballo, al ball'Aure, al ballo Amori.

IX

Ecco l'alba col d, svegliati bella, Che tutta ignuda s soave dormi: O deh cuopriti almen, non si trasformi Meravigliando in qualche sasso anch'ella. Amore , che s dolce ti favella, Santa Madre, e vela del bel velo: Ma come se' di gielo? E come se' pur dura? Ahi null'altro, che inganno, al mondo dura.

A quante sveglia violette, e gigli Zefiro, io pur m'affiso; E chi par, che l'avorio m'assimigli, Chi l'oro del bel viso; N, perch'io sia diviso Da gli amorosi raggi del bel guardo, D'una men fiamma io ardo.

XI

D'un bel lucido rio Candida Ninfa semplicetta, e schiva Quasi un bel Sole usco; E postasi a sedere in s la riva Diede il fin'oro alla dolce aura estiva. O sempre accesi lumi, O Stelle, o Luna, o Sol, che 'l mondo allumi; Hor quanto, e quanto di voi tutti er'ella Sola costei pi bella?

XII

L'Arno, il bell'Arno gi, ma nudo campo Hor d'arena cocente, Ch'amarissimamente Io di pi dure ognor lagrime stampo, Umile, e 'nchino al solar carro ardente Pur si rivolge, e lagrimar vorria; Ma dove son le stille? acerba, e ria Sete gli ha 'l seno asciutto, E secco, anzi arso tutto.

XIII

Della mia Filli bionda la nuova in Ciel chioma aurea lucente; Io ben s l'oro, e l'onda Riconosco, e 'l bel crespo, e 'l lume ardente: N pi tremi la gente sbigottita, Ma meco si conforte, Che non per guerra, o morte, Ma sol per darne aita Quinci sparita al Ciel sua degna sede Treccia bella d'Amor volando riede.

XIV

Torna il d lungo, torna A s gran passi il breve; E torna la stagion carica, e greve Di pomi, e l'altra di fior mille adorna; Riedene chi n'aggiorna, e chi n'assera: Sol la mia stella altera, Il mio Sol, che languir sempre mi vede, Da' bei colli del Cielo ancor non riede.

XV

L'onda lascia, e gli scogli Delle sempre atre nebulose rive, E qui meco t'accogli O Filli in questi poggi, e 'n queste olive; Dove l'alma si vive S riposata, e lieta; Che tal non si consola, e non s'acqueta Afflitto pellegrino L ver la sera al fin di suo cammino.

XVI

So ben di tua volante aura fugace, E di tue mille, e mille Scogli, e Sirene, e Scille, onda rapace, Onda orgogliosa, ond'aspra, onda fallace; C'hor s tranquilla ridi, E cos pur n'affidi, E chiami al falso tuo liquido vetro; Ma sordo anch'io non muovo, anzi m'arretro.

GIOVANNI DELLA CASA

Nel duro assalto, ove feroce e franco guerrer, cos com'io, perduto avrebbe, a voi mi rendei vinto; e non m'increbbe privo di libert pur viver anco. Or tal nato giel sovra 'l mio fianco, che men fredda di lui morte sarebbe e men aspra; ch'un d pace non ebbe l'alma con esso, n riposo unquanco. Ove il sonno talor tregua m'adduce le notti, e pur a' suoi martir m'invola, questi del petto lasso ultimo parte: poi come in sul mattin l'alba riluce, io non so con quai piume o di che parte, ma sempre nel mio cor primo sen vola.

II

Cura, che di timor ti nutri e cresci, e pi temendo maggior forza acquisti, e mentre con la fiamma il gielo mesci, tutto 'l regno d'Amor turbi e contristi; poi che 'n brev'ora entr'al mio dolce hai misti tutti gli amari tuoi, del mio cor esci: torna a Cocito, a i lagrimosi e tristi campi d'inferno: ivi a te stessa incresci, ivi senza riposo i giorni mena, senza sonno le notti, ivi ti duoli non men di dubbia che di certa pena. Vattene: a che pi fera che non suoli, se 'l tuo venen m' corso in ogni vena, con nove larve a me ritorni e voli?

III

Il tuo candido fil tosto le amare per me, Soranzo mio, Parche troncaro, e troncandolo, in lutto mi lassaro, che noia quant'io miro e duol m'appare. Ben sai ch'al viver mio, cui brevi e rare prescrisse ore serene il ciel avaro, non ebbi altro che te lume o riparo: or non chi 'l sostenga, o chi 'l rischiare. Bella fera e gentil mi punse il seno, e poi fuggo da me ratta lontano, vago lassando il cor del suo veneno; e mentre ella per me s'attende invano, lasso, ti parti tu, non ancor pieno i primi spaz pur del corso umano.

IV

Quella, che del mio mal cura non prende, come colpa non sia de' suoi begli occhi quant'io languisco, o come altronde scocchi l'acuto stral che la mia vita offende, non gradisce 'l mio cor, e no 'l mi rende, perch'ei sempre di lacrime trabocchi; n vl ch'i' pra, e perch gi mi tocchi Morte col braccio, ancor non mi difende. E io son preso, ed 'l carcer aperto; e giungo a mia salute, e fuggo indietro; e gioia 'n forse bramo, e duol ho certo. Da spada di diamante un fragil vetro schermo mi face: e di mio stato incerto n morte Amor da te, n vita impetro.

Solea per boschi il d fontana o speco cercar cantando, e le mie dolci pene tessendo in rime, e le notti serene vegghiar, quand'eran Febo e Amor meco. N temea di poggiar, Bernardo, teco nel sacro monte ov'oggi uom rado vne: ma quasi onda di mar, cui nulla affrene, l'uso del vulgo trasse anco me seco, e 'n pianto mi ripose e 'n vita acerba, ove non fonti, ove non lauro od ombra, ma falso d'onor segno in pregio posto. Or con la mente non d'invidia sgombra

te giunto miro a giogo erto e riposto, ove non segn pria vestigio l'erba.

VI

Mentre fra valli paludose e ime ritengon me larve turbate e mostri, che tra le gemme, lasso, e l'auro e gli ostri copron venen che 'l cor mi roda e lime; ov'orma di virt raro s'imprime, per sentier novi, a nullo ancor dimostri, qual chi seco d'onor contenda e giostri ten vai tu sciolto a le spedite cime. Onde m'assal vergogna e duol, qualora membrando vo com'a non degna rete col vulgo caddi, e converr ch'io mora. Felice te, che spento hai la tua sete! Meco non Febo, ma dolor dimora, cui sola p lavar l'onda di Lete.

VII

Le chiome d'or, ch'Amor solea mostrarmi per meraviglia fiammeggiar sovente d'intorno al foco mio puro, cocente (e ben avr vigor cenere farmi), son tronche, ahi lasso: o fera mano e armi crude, e o levi mie catene e lente! Deh come il signor mio soffre e consente del suo lacciuol pi forte altri il disarmi? Qual chiuso in orto suol purpureo fiore, cui l'aura dolce, e 'l sol tepido, e 'l rio corrente nutre, aprir tra l'erba fresca; tale, e pi vago ancora, il crin vid'io, che solo esser devea laccio al mio core: non gi ch'io, rotto lui, del carcer esca.

VIII

Arsi; e non pur la verde stagion fresca di quest'anno mio breve, Amor, ti diedi, ma del maturo tempo anco gran parte: libert cheggio, e tu m'assali e fiedi, com'uom ch'anzi 'l suo d del carcer esca; n prego valmi, o fuga, o forza, od arte. Deh qual sar per me secura parte? qual folta selva in alpe, o scoglio in onda chiuso fia, che m'asconda?

e da quelle armi, ch'io pavento e tremo, de la mia vita affidi almen l'estremo? Ben debb'io paventar quelle crude armi che mille volte il cor m'hanno reciso, n contra lor fin qui trovato ho schermo altro che tosto pallido e conquiso con roca voce umil vinto chiamarmi. Or che la chioma ho varia, e 'l fianco infermo, cercando vo selvaggio loco ed ermo, ov'io ricovri, fuor de la tua mano: ch 'l pi seguirti vano, n fra la turba tua pronta e leggera zoppo cursore omai vittoria spera. Ma, lasso me, per le deserte arene, per questo paludoso instabil campo, hanno i ministri tuoi trovato il calle; ch'i' riconosco di tua face il lampo e 'l suon de l'arco, ch'a piagar mi vne: n l'onda valmi, o 'l giel di questa valle, n 'l segno duro, n l'arcier mai falle. Ma perch'et cangiando, ogni valore cos smarrito ha 'l core com'erba sua virt per tempo perde, secca la speme, e 'l desio solo verde. Rigido gi di bella donna aspetto pregar tremando e lacrimando volli, e talor ritrovai ruvida benda voglie e pensier coprir s dolci e molli, che la tema e 'l dolor volsi in diletto. Or chi sar che mia ragion difenda? o i miei sospiri intempestivi intenda? Roca la voce, e quell'ardire spento; e agghiacciarsi sento e pigro farsi ogni mio senso interno, com'angue suole in fredda piaggia il verno. Rendimi il vigor mio, che gli anni avari tosto m'han tolto, e quella antica forza che mi fea pronto, e questi capei tingi nel color primo, che di fuor la scorza come vinto quel dentro non dichiari; e atto a guerra far mi forma e fingi, e poi tra le tue schiere mi sospingi, ch'io no 'l recuso, e 'l non poter m' duolo. Or nel tuo forte stuolo che face pi guerrer debile e veglio? Libero farmi il tuo fra e 'l mio meglio. Le nubi e 'l gielo e queste nevi sole de la mia vita, Amor, da me non hai, e questa al foco tuo contraria bruma: n grave esser ti dee, che frale omai lungi da te con l'ali sciolte i' vole. Per che augello ancor d'inferma piuma a quella tua, che in un pasce e consuma, esca fui preso: e ben dee viver franco antico servo stanco suo tempo estremo almen l dove sia cortese e mansueta signoria. Ma perch Amor consiglio non apprezza, segui pur mia vaghezza, breve canzone, e a madonna avante porta i sospiri di canuto amante.

IX

La bella Greca, onde 'l pastor Ideo in chiaro foco e memorabil arse, per cui l'Europa armossi, e guerra feo, e alto imperio antico a terra sparse; e le bellezze incenerite e arse di quella, che sua morte in don chiedeo; e i begli occhi e le chiome a l'aura sparse di lei, che stanca in riva di Peneo novo arboscello a i verdi boschi accrebbe; e qual altra, fra quante il mondo onora, in maggior pregio di bellezza crebbe, da voi, giudice lui, vinta sarebbe, che le tre dive (o s beato allora!) tra' suoi be' colli ignude a mirar ebbe.

Vago augelletto da le verdi piume, che peregrino il parlar nostro apprendi, le note attentamente ascolta e 'ntendi, che madonna dettarti ha per costume. E parte dal soave e caldo lume de' suoi begli occhi l'ali tue difendi; ch 'l foco lor, se, com'io fei, t'accendi, non ombra o pioggia, e non fontana o fiume, n verno allentar p d'alpestri monti: ed ella, ghiaccio avendo i pensier suoi, pur de l'incendio altrui par che si goda. Ma tu da lei leggiadri accenti e pronti, discepol novo, impara, e dirai poi: Quirina, in gentil cor pietate loda.

XI

Vivo mio scoglio e selce alpestra e dura, le cui chiare faville il cor m'hanno arso; freddo marmo d'amor, di piet scarso, vago quanto pi p formar natura; aspra Colonna, il cui bel sasso indura l'onda del pianto da questi occhi sparso: ove repente ora fuggito e sparso tuo lume altero? e chi me 'l toglie e fura? O verdi poggi, o selve ombrose e folte, le vaghe luci de' begli occhi rei, che 'l duol soave fanno e 'l pianger lieto, a voi concesse, lasso, a me son tolte; e puro fele or pasce i pensier miei,

e 'l cor doglioso in nulla parte ho queto.

XII

Errai gran tempo, e del camino incerto misero peregrin molti anni andai con dubbio pi, sentier cangiando spesso, n posa seppi ritrovar giamai per piano calle o per alpestro ed erto, terra cercando e mar lungi e da presso: tal che 'n ira e 'n dispregio ebbi me stesso, e tutti i miei pensier mi spiacquer poi ch'i' non potea trovar scorta o consiglio. Ahi cieco mondo, or veggio i frutti tuoi come in tutto dal fior nascon diversi! Pietosa istoria a dir quel ch'io soffersi, in cos lungo esiglio peregrinando, fra: non gi ch'io scorga il dolce albergo ancora, ma 'l mio santo Signor con novo raggio la via mi mostra, e mia colpa s'io caggio. Nova mi nacque in prima al cor vaghezza, s dolce al gusto in su l'et fiorita, che tosto ogni mio senso ebro ne fue; e non si cerca o libertate o vita, o s'altro pi di queste uom saggio prezza, con s fatto desio com'i' le tue dolcezze, Amor, cercava; e or di due begli occhi un guardo, or d'una bianca mano segua le nevi, e se due trecce d'oro sotto un bel velo fiammeggiar lontano, o se talor di giovenetta donna candido pi scopro leggiadra gonna (or ne sospiro e ploro), corsi, com'augel sle che d'alto scenda e a suo cibo vole. Tal fur, lasso, le vie de' pensier miei ne' primi tempi, e camin torto fei. E per far anco il mio pentir pi amaro, spesso piangendo altrui termine chiesi de le mie care e volontarie pene, e 'n dolci modi lacrimare appresi, e 'n cor piegando di pietate avaro vegghiai le notti gelide e serene, e talor fu ch'io 'l torsi; e ben convene or penitenzia e duol l'anima lave de' color atri e del terrestre limo, ond'ella per mia colpa infusa e grave: ch se 'l ciel me la di candida e leve, terrena e fosca a lui salir non deve. N p, s'io dritto estimo, ne le sue prime forme tornar giamai, che pria non segni l'orme piet superni nel camin verace, e la tragga di guerra e ponga in pace. Quel vero Amor dunque mi guidi e scorga che di nulla degn s nobil farmi; poi per s 'l cor pure a sinistra volge,

n l'altrui p n 'l mio consiglio aitarmi, s tutto quel che luce a l'alma porga il desir cieco in tenebre rivolge. Come scotendo pure alfin si svolge stanca talor fera da i lacci e fugge, tal io da lui, ch'al suo venen mi colse con la dolce esca ond'ei pascendo strugge, tardo partimmi e lasso, a lento volo; indi cantando il mio passato duolo, in s l'alma s'accolse, e di desir novo arse credendo assai da terra alto levarse: ond'io vidi Elicona, e i sacri poggi salii, dove rado orma segnata oggi. Qual peregrin, se rimembranza il punge di sua dolce magion, talor se 'nvia ratto per selve e per alpestri monti, tal men giv'io per la non piana via seguendo pur alcun ch'io scorsi lunge, e fur tra noi cantando illustri e conti. Erano i pi men del desir mio pronti, ond'io del sonno e del riposo l'ore dolci scemando, parte aggiunsi al die de le mie notti anco in quest'altro errore, per appressar quella onorata schiera. Ma poco alto salir concesso m'era. Sublimi elette vie, onde 'l mio buon vicino lungo Permesso feo novo camino, deh come seguir voi miei pi fur vaghi! N par ch'altrove ancor l'alma s'appaghi. Ma volse il penser mio folle credenza a seguir poi falsa d'onore insegna, e bramai farmi a i buon di fuor simile: come non sia valor, s'altri no 'l segna di gemme e d'ostro, o come virt senza alcun fregio per s sia manca e vile. Quanto piansi io, dolce mio stato umile, i tuoi riposi e i tuoi sereni giorni vlti in notti atre e rie, poi ch'i' m'accorsi che gloria promettendo angoscia e scorni d il mondo, e vidi quai pensieri e opre di letizia talor veste e ricopre. Ecco le vie, ch'io corsi, distorte: or vinto e stanco, poi che varia ho la chioma, infermo il fianco, volgo, quantunque pigro, indietro i passi, ch per quei sentier primi a morte vassi. Picciola fiamma assai lunge riluce, canzon mia mesta, e anco alcuna volta angusto calle a nobil terra adduce. Che sai, se quel pensero infermo e lento ch'io mover dentro a l'alma afflitta sento, ancor potr la folta nebbia cacciare, ond'io in tenebre finito ho il corso mio, e per secura via, se 'l ciel l'affida, s com'io spero, esser mia luce e guida?

XIII

Poco il mondo giamai t'infuse o tinse, Trifon, ne l'atro suo limo terreno, e poco inver' gli abissi onde egli pieno i puri e santi tuoi pensier sospinse. E or di lui si scosse in tutto e scinse tua candida alma, e leve fatta a pieno salo, son certo, ov' pi il ciel sereno, e quanto lice pi ver' Dio si strinse. Ma io rassembro pur sublime augello in ima valle preso, e queste piume caduche omai pur ancor visco invoglia, lasso; n ragion p contra il costume: ma tu del cielo abitator novello prega il Signor che per piet le scioglia.

XIV

S lieta avess'io l'alma, e d'ogni parte il cor, Marmitta mio, tranquillo e piano, come l'aspra sua doglia al corpo insano, poi ch'Adria m'ebbe, men noiosa in parte. Lasso, questa di noi terrena parte fia dal tempo distrutta a mano a mano, e i cari nomi poco indi lontano (il mio col vulgo, e 'l tuo scelto e 'n disparte), pur come foglia che col vento sale cader vedransi. O fosca, o senza luce vista mortal, cui s del mondo cale, come non t'ergi al ciel, che sol produce eterni frutti? Ahi vile augel su l'ale pronto, ch'a terra pur si riconduce!

XV

Feroce spirto un tempo ebbi e guerrero, e per ornar la scorza anch'io di fore, molto contesi; or langue il corpo, e 'l core paventa, ond'io riposo e pace chero. Coprami omai vermiglia vesta, o nero manto, poco mi fia gioia o dolore: ch'a sera 'l mio d corso, e ben l'errore scorgo or del vulgo che mal scerne il vero. La spoglia il mondo mira. Or non s'arresta spesso nel fango augel di bianche piume? Gloria non di virt figlia, che vale? Per lei, Francesco, ebb'io guerra molesta; e or placido, inerme, entro un bel fiume sacro ho mio nido, e nulla altro mi cale.

XVI

Varchi, Ippocrene il nobil cigno alberga che 'n Adria mise le sue eterne piume, a la cui fama, al cui chiaro volume non fia che 'l tempo mai tenebre asperga. Ma io palustre augel, che poco s'erga su l'ale, sembro, o luce inferma e lume ch'a leve aura vacille, e si consume: n p lauro innestar, caduca verga d'ignobil selva. Dunque i versi, ond'io dolci di me ma false ud'novelle, amor dettovvi e non giudicio: e poi la mia casetta umil chiusa d'oblio. Quanto dianzi perdeo Venezia e noi Apollo in voi restauri e rinovelle.

XVII

O sonno, o de la queta, umida, ombrosa notte placido figlio; o de' mortali egri conforto, oblio dolce de' mali s gravi ond' la vita aspra e noiosa; soccorri al core omai che langue e posa non have, e queste membra stanche e frali solleva: a me ten vola o sonno, e l'ali tue brune sovra me distendi e posa. Ov' 'l silenzio che 'l d fugge e 'l lume? e i lievi sogni, che con non secure vestigia di seguirti han per costume? Lasso, che 'nvan te chiamo, e queste oscure e gelide ombre invan lusingo. O piume d'asprezza colme! o notti acerbe e dure!

XVIII

Or pompa e ostro, e or fontana ed elce cercando, a vespro addutta ho la mia luce senza alcun pro, pur come loglio o felce sventurata, che frutto non produce. E bene il cor, del vaneggiar mio duce, vie pi sfavilla che percossa selce, s torbido lo spirto riconduce a chi s puro in guardia e chiaro dielce, misero; e degno ben ch'ei frema e arda, poi che 'n sua preziosa e nobil merce non ben guidata, danno e duol raccoglie. N per Borea giamai di queste querce, come tremo io, tremar l'orride foglie: s temo ch'ogni amenda omai sia tarda.

XIX

S'egli averr, che quel ch'io scrivo o detto con tanto studio, e gi scritto il distorno assai sovente, e come io so l'adorno pensoso in mio selvaggio ermo ricetto, da le genti talor cantato o letto, dopo la morte mia viva alcun giorno, bene udir del nostro mar l'un corno e l'altro, Rota, il gentil vostro affetto, che 'l suo proprio tesoro in altri apprezza, e quel che tutto a voi solo conviene per onorarne me, divide e spezza. Mio dever gi gran tempo a le tirrene onde mi chiama; e or di voi vaghezza mi sprona: ahi, posi omai chi mi ritiene!

XX

Di l, dove per ostro e pompa e oro fra genti inermi ha perigliosa guerra, fuggo io mendico e solo, e di quella esca ch'i' bramai tanto, sazio, a queste querce ricorro, vago omai di miglior cibo, per aver posa almen questi ultimi anni. Ricca gente e beata ne' primi anni del mondo, or ferro fatto, che senz'oro men di noi macra in suo selvaggio cibo si visse, e senza Marte armato in guerra; quando tra l'elci e le frondose querce ancor non si prendea l'amo entro a l'esca. Io, come vile augel scende a poca esca dal cielo in ima valle, i miei dolci anni vissi in palustre limo; or fonti e querce mi son quel che ostro fummi e vasel d'oro: cos l'anima purgo, e cangio guerra con pace, e con digiun soverchio cibo. Fallace mondo, che d'amaro cibo s dolce mensa ingombri! Or di quella esca foss'io digiun, ch'ancor mi grava, e 'n guerra tenne l'alma co' i sensi ha gi tanti anni! ch pi pregiate che le gemme e l'oro renderei l'ombre ancor de le mie querce. O rivi, o fonti, o fiumi, o faggi, o querce, onde il mondo novello ebbe suo cibo, in quei tranquilli secoli de l'oro! Deh come ha il folle poi cangiando l'esca cangiato il gusto, e come son questi anni da quei diversi in povertate e 'n guerra! Gi vincitor di gloriosa guerra prendea suo pregio da l'ombrose querce: ma d'ora in or pi duri volgon gli anni,

ond'io ritorno a quello antico cibo che pur di fere fatto e d'augelli esca, per arricchire ancor di quel primo oro. Gi in prezioso cibo o 'n gonna d'oro non crebbe, anzi tra querce e 'n povera esca, virt, che con questi anni ha sdegno e guerra.

XXI

Gi lessi, e or conosco in me, s come Glauco nel mar si pose uom puro e chiaro, e come sue sembianze si mischiaro di spume e conche, e fersi alga sue chiome; per che 'n questo Egeo che vita ha nome puro anch'io scesi, e 'n queste de l'amaro mondo tempeste, ed elle mi gravaro i sensi e l'alma ahi di che indegne some! Lasso: e soviemmi d'Esaco, che l'ali d'amoroso pallor segnate ancora digiuno per lo cielo apre e distende, e poi satollo indarno a volar prende: s 'l core anch'io, che per s leve fra, gravato ho di terrene esche mortali.

XXII

O dolce selva solitaria, amica de' miei pensieri sbigottiti e stanchi, mentre Borea ne' d torbidi e manchi d'orrido giel l'aere e la terra implica, e la tua verde chioma ombrosa, antica come la mia, par d'ognintorno imbianchi, or, che 'nvece di fior vermigli e bianchi ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica, a questa breve e nubilosa luce vo ripensando, che m'avanza, e ghiaccio gli spirti anch'io sento e le membra farsi; ma pi di te dentro e d'intorno agghiaccio, ch pi crudo Euro a me mio verno adduce, pi lunga notte, e d pi freddi e scarsi.

XXIII

Questa vita mortal, che 'n una o 'n due brevi e notturne ore trapassa, oscura e fredda, involto avea fin qui la pura parte di me ne l'atre nubi sue. Or a mirar le grazie tante tue

prendo, ch frutti e fior, gielo e arsura, e s dolce del ciel legge e misura, eterno Dio, tuo magisterio fue. Anzi 'l dolce aer puro e questa luce chiara, che 'l mondo a gli occhi nostri scopre, traesti tu d'abissi oscuri e misti: e tutto quel che 'n terra o 'n ciel riluce di tenebre era chiuso, e tu l'apristi; e 'l giorno e 'l sol de le tue man sono opre.

MICHELANGELO BUONARROTI

I' ho gi fatto un gozzo in questo stento, come fa l'acqua a' gatti in Lombardia o ver d'altro paese che si sia, c'a forza 'l ventre appicca sotto 'l mento. La barba al cielo, e la memoria sento in sullo scrigno, e 'l petto fo d'arpia, e 'l pennel sopra 'l viso tuttavia mel fa, gocciando, un ricco pavimento. E' lombi entrati mi son nella peccia, e fo del cul per contrapeso groppa, e' passi senza gli occhi muovo invano. Dinanzi mi s'allunga la corteccia, e per piegarsi adietro si ragroppa, e tendomi com'arco soriano. Per fallace e strano surge il iudizio che la mente porta, ch mal si tra' per cerbottana torta. La mia pittura morta difendi orma', Giovanni, e 'l mio onore, non sendo in loco bon, n io pittore.

II

Chi quel che per forza a te mi mena, oilm, oilm, oilm, legato e stretto, e son libero e sciolto? Se tu incateni altrui senza catena, e senza mane o braccia m'hai raccolto, chi mi difender dal tuo bel volto?

III

Come pu esser ch'io non sia pi mio?

O Dio, o Dio, o Dio, chi m'ha tolto a me stesso, c'a me fusse pi presso o pi di me potessi che poss'io? O Dio, o Dio, o Dio, come mi passa el core chi non par che mi tocchi? Che cosa questo, Amore, c'al core entra per gli occhi, per poco spazio dentro par che cresca? E s'avvien che trabocchi?

IV

Qua si fa elmi di calici e spade e 'l sangue di Cristo si vend'a giumelle, e croce e spine son lance e rotelle, e pur da Cristo pazienzia cade. Ma non ci arrivi pi 'n queste contrade, ch n'andre' 'l sangue suo 'nsin alle stelle, poscia c'a Roma gli vendon la pelle, e cci d'ogni ben chiuso le strade. S'i' ebbi ma' voglia a perder tesauro, per ci che qua opra da me partita, pu quel nel manto che Medusa in Mauro; ma se alto in cielo povert gradita, qual fia di nostro stato il gran restauro, s'un altro segno ammorza l'altra vita?

Com'ar dunche ardire senza vo' ma', mio ben, tenermi 'n vita, s'io non posso al partir chiedervi aita? Que' singulti e que' pianti e que' sospiri che 'l miser core voi accompagnorno, madonna, duramente dimostrorno la mia propinqua morte e' miei martiri. Ma se ver che per assenzia mai mia fedel servit vadia in oblio, il cor lasso con voi, che non mio.

VI

Crudele, acerbo e dispietato core, vestito di dolcezza e d'amar pieno, tuo fede al tempo nasce, e dura meno c'al dolce verno non fa ciascun fiore.

Muovesi 'l tempo, e compartisce l'ore al viver nostr'un pessimo veneno; lu' come falce e no' sin come fieno, .................................. La fede corta e la belt non dura, ma di par seco par che si consumi, come 'l peccato tuo vuol de' mie danni. .............................. ........................................ sempre fra noi fare' con tutti gli anni.

VII

Che fie di me? che vo' tu far di nuovo d'un arso legno e d'un afflitto core? Dimmelo un poco, Amore, acci che io sappi in che stato io mi truovo. Gli anni del corso mio al segno sono, come saetta c'al berzaglio giunta, onde si de' quetar l'ardente foco. E' mie passati danni a te perdono, cagion che 'l cor l'arme tu' spezza e spunta, c'amor per pruova in me non ha pi loco; e s'e' tuo colpi fussin nuovo gioco agli occhi mei, al cor timido e molle, vorria quel che gi volle? Ond'or ti vince e sprezza, e tu tel sai, sol per aver men forza oggi che mai. Tu speri forse per nuova beltate tornarmi 'ndietro al periglioso impaccio, ove 'l pi saggio assai men si difende: pi corto 'l mal nella pi lunga etate, ond'io sar come nel foco el ghiaccio, che si distrugge e parte e non s'accende. La morte in questa et sol ne difende dal fiero braccio e da' pungenti strali, cagion di tanti mali, che non perdona a condizion nessuna, n a loco, n tempo, n fortuna. L'anima mia, che con la morte parla, e seco di se stessa si consiglia, e di nuovi sospetti ognor s'attrista, el corpo di d in d spera lasciarla: onde l'immaginato cammin piglia, di speranza e timor confusa e mista. Ahi, Amor, come se' pronto in vista, temerario, audace, armato e forte! che e' pensier della morte nel tempo suo di me discacci fori, per trar d'un arbor secco fronde e fiori. Che poss'io pi? che debb'io? Nel tuo regno non ha' tu tutto el tempo mio passato, che de' mia anni un'ora non m' tocca? Qual inganno, qual forza o qual ingegno tornar mi puote a te, signore ingrato, c'al cuor la morte e piet porti in bocca? Ben sare' ingrata e sciocca l'alma risuscitata, e senza stima,

tornare a quel che gli di morte prima. Ogni nato la terra in breve aspetta; d'ora in or manca ogni mortal bellezza: chi ama, il vedo, e' non si pu po' sciorre. Col gran peccato la crudel vendetta insieme vanno; e quel che men s'apprezza, colui sol c'a pi suo mai pi corre. A che mi vuo' tu porre, che 'l d ultimo buon, che mi bisogna, sie quel del danno e quel della vergogna?

VIII

Vivo al peccato, a me morendo vivo; vita gi mia non son, ma del peccato: mie ben dal ciel, mie mal da me m' dato, dal mie sciolto voler, di ch'io son privo. Serva mie libert, mortal mie divo a me s' fatto. O infelice stato! a che miseria, a che viver son nato!

IX

Come fiamma pi cresce pi contesa dal vento, ogni virt che 'l cielo esalta tanto pi splende quant' pi offesa.

S'un casto amor, s'una piet superna, s'una fortuna infra dua amanti equale, s'un'aspra sorte all'un dell'altro cale, s'un spirto, s'un voler duo cor governa; s'un'anima in duo corpi fatta etterna, ambo levando al cielo e con pari ale; s'Amor d'un colpo e d'un dorato strale le viscer di duo petti arda e discerna; s'aman l'un l'altro e nessun se medesmo, d'un gusto e d'un diletto, a tal mercede c'a un fin voglia l'uno e l'altro porre: se mille e mille, non sarien centesmo a tal nodo d'amore, a tanta fede; e sol l'isdegno il pu rompere e sciorre.

XI

Veggio nel tuo bel viso, signor mio, quel che narrar mal puossi in questa vita: l'anima, della carne ancor vestita, con esso gi pi volte ascesa a Dio. E se 'l vulgo malvagio, isciocco e rio, di quel che sente, altrui segna e addita, non l'intensa voglia men gradita, l'amor, la fede e l'onesto desio. A quel pietoso fonte, onde sin tutti, s'assembra ogni belt che qua si vede pi c'altra cosa alle persone accorte; n altro saggio abbin n altri frutti del cielo in terra; e chi v'ama con fede trascende a Dio e fa dolce la morte.

XII

Vorrei voler, Signor, quel ch'io non voglio: tra 'l foco e 'l cor di ghiaccia un vel s'asconde che 'l foco ammorza, onde non corrisponde la penna all'opre, e fa bugiardo 'l foglio. I' t'amo con la lingua, e poi mi doglio c'amor non giunge al cor; n so ben onde apra l'uscio alla grazia che s'infonde nel cor, che scacci ogni spietato orgoglio. Squarcia 'l vel tu, Signor, rompi quel muro che con la suo durezza ne ritarda il sol della tuo luce, al mondo spenta! Manda 'l preditto lume a noi venturo, alla tuo bella sposa, acci ch'io arda il cor senz'alcun dubbio, e te sol senta.

XIII

Veggio co' be' vostr'occhi un dolce lume che co' mie ciechi gi veder non posso; porto co' vostri piedi un pondo addosso, che de' mie zoppi non gi costume. Volo con le vostr'ale senza piume; col vostro ingegno al ciel sempre son mosso; dal vostro arbitrio son pallido e rosso, freddo al sol, caldo alle pi fredde brume. Nel voler vostro sol la voglia mia, i miei pensier nel vostro cor si fanno, nel vostro fiato son le mie parole. Come luna da s sol par ch'io sia, ch gli occhi nostri in ciel veder non sanno se non quel tanto che n'accende il sole.

XIV

I' mi son caro assai pi ch'i' non soglio; poi ch'i' t'ebbi nel cor pi di me vaglio, come pietra c'aggiuntovi l'intaglio di pi pregio che 'l suo primo scoglio. O come scritta o pinta carta o foglio pi si riguarda d'ogni straccio o taglio, tal di me fo, da po' ch'i' fu' berzaglio segnato dal tuo viso, e non mi doglio. Sicur con tale stampa in ogni loco vo, come quel c'ha incanti o arme seco, c'ogni periglio gli fan venir meno. I' vaglio contr'a l'acqua e contr'al foco, col segno tuo rallumino ogni cieco, e col mie sputo sano ogni veleno.

XV

O notte, o dolce tempo, bench nero, con pace ogn'opra sempr'al fin assalta; ben vede e ben intende chi t'esalta, e chi t'onor'ha l'intelletto intero. Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero che l'umid'ombra e ogni quiet'appalta, e dall'infima parte alla pi alta in sogno spesso porti, ov'ire spero. O ombra del morir, per cui si ferma ogni miseria a l'alma, al cor nemica, ultimo delli afflitti e buon rimedio; tu rendi sana nostra carn'inferma, rasciughi i pianti e posi ogni fatica, e furi a chi ben vive ogn'ira e tedio.

XVI

Gli occhi mie vaghi delle cose belle e l'alma insieme della suo salute non hanno altra virtute c'ascenda al ciel, che mirar tutte quelle. Dalle pi alte stelle discende uno splendore che 'l desir tira a quelle, e qui si chiama amore. N altro ha il gentil core che l'innamori e arda, e che 'l consigli, c'un volto che negli occhi lor somigli.

XVII

Il mio refugio e 'l mio ultimo scampo qual pi sicuro , che non sia men forte che 'l pianger e 'l pregar? e non m'aita. Amore e crudelt m'han posto il campo: l'un s'arma di piet, l'altro di morte; questa n'ancide, e l'altra tien in vita. Cos l'alma impedita del mio morir, che sol poria giovarne, pi volte per andarne s' mossa l dov'esser sempre spera, dov' belt sol fuor di donna altiera; ma l'imagine vera, della qual vivo, allor risorge al core, perch da morte non sia vinto amore.

XVIII

Ancor che 'l cor gi molte volte sia d'amore acceso e da troppi anni spento, l'ultimo mie tormento sarie mortal senza la morte mia. Onde l'alma desia de' giorni mie, mentre c'amor m'avvampa, l'ultimo, primo in pi tranquilla corte. Altro refugio o via mie vita non iscampa dal suo morir, c'un aspra e crudel morte; n contr'a morte forte altro che morte, s c'ogn'altra aita doppia morte a chi per morte ha vita.

XIX

Non ha l'ottimo artista alcun concetto c'un marmo solo in s non circonscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all'intelletto. Il mal ch'io fuggo, e 'l ben ch'io mi prometto, in te, donna leggiadra, altera e diva, tal si nasconde; e perch'io pi non viva, contraria ho l'arte al disiato effetto. Amor dunque non ha, n tua beltate o durezza o fortuna o gran disdegno del mio mal colpa, o mio destino o sorte; se dentro del tuo cor morte e pietate porti in un tempo, e che 'l mio basso ingegno non sappia, ardendo, trarne altro che morte.

XX

S come per levar, donna, si pone in pietra alpestra e dura una viva figura, che l pi cresce u' pi la pietra scema; tal alcun'opre buone, per l'alma che pur trema, cela il superchio della propria carne co' l'inculta sua cruda e dura scorza. Tu pur dalle mie streme parti puo' sol levarne, ch'in me non di me voler n forza

XXI

Per qual mordace lima discresce e manca ognor tuo stanca spoglia, anima inferma? or quando fie ti scioglia da quella il tempo, e torni ov'eri, in cielo, candida e lieta prima, deposto il periglioso e mortal velo? C'ancor ch'i' cangi 'l pelo per gli ultim'anni e corti, cangiar non posso il vecchio mie antico uso, che con pi giorni pi mi sforza e preme. Amore, a te nol celo, ch'i' porto invidia a' morti, sbigottito e confuso, s di s meco l'alma trema e teme. Signor, nell'ore streme, stendi ver' me le tuo pietose braccia, tomm'a me stesso e famm'un che ti piaccia.

XXII

Caro m' 'l sonno, e pi l'esser di sasso, mentre che 'l danno e la vergogna dura; non veder, non sentir m' gran ventura; per non mi destar, deh, parla basso.

XXIII

La nuova belt d'una mi sprona, sfrena e sferza; n sol passato terza, ma nona e vespro, e prossim' la sera. Mie parto e mie fortuna, l'un co' la morte scherza, n l'altra dar mi pu qui pace intera. I' c'accordato m'era col capo bianco e co' molt'anni insieme, gi l'arra in man tene' dell'altra vita, qual ne promette un ben contrito core. Pi perde chi men teme nell'ultima partita, fidando s nel suo propio valore contr'a l'usato ardore: s'a la memoria sol resta l'orecchio, non giova, senza grazia, l'esser vecchio.

XXIV

Come portato ho gi pi tempo in seno l'immagin, donna, del tuo volto impressa, or che morte s'appressa, con previlegio Amor ne stampi l'alma, che del carcer terreno felice sie 'l dipor suo grieve salma. Per procella o per calma con tal segno sicura, sie come croce contro a' suo avversari; e donde in ciel ti rub la natura, ritorni, norma agli angeli alti e chiari, c'a rinnovar s'impari l s pel mondo un spirto in carne involto, che dopo te gli resti il tuo bel volto.

XXV

Qual meraviglia , se prossim'al foco mi strussi e arsi, se or ch'egli spento di fuor, m'affligge e mi consuma drento, e 'n cener mi riduce a poco a poco? Vedea ardendo s lucente il loco onde pendea il mio greve tormento, che sol la vista mi facea contento, e morte e strazi m'eran festa e gioco. Ma po' che del gran foco lo splendore che m'ardeva e nutriva, il ciel m'invola, un carbon resto acceso e ricoperto. E s'altre legne non mi porge amore che lievin fiamma, una favilla sola non fie di me, s 'n cener mi converto.

XXVI

I' sto rinchiuso come la midolla d la sua scorza, qua pover e solo, come spirto legato in un'ampolla; e la mia scura tomba picciol volo, dov' Aragn'e mill'opre e lavoranti, e fan di lor filando fusaiuolo. D'intorn'a l'uscio ho mete di giganti, ch chi mangi'uva o ha presa medicina non vanno altrove a cacar tutti quanti. I' ho 'mparato a conoscer l'orina e la cannella ond'esce, per quei fessi che 'nanzi d mi chiamon la mattina. Gatti, carogne, canterelli o cessi, chi n'ha per masserizi' o men viaggio non vien a mutarmi mai senz'essi. L'anima mia dal corpo ha tal vantaggio, che se stasat'allentasse l'odore, seco non la terre' 'l pan e 'l formaggio. La toss'e 'l freddo il tien sol che non more; se la non esce per l'uscio di sotto, per bocca il fiato a pen'uscir pu fore. Dilombato, crepato, infranto e rotto son gi per le fatiche, e l'osteria morte, dov'io viv'e mangio a scotto. La mia allegrezz' la maninconia, e 'l mio riposo son questi disagi: che chi cerca il malanno, Dio gliel dia. Chi mi vedess'a la festa de' Magi sarebbe buono; e pi, se la mia casa vedessi qua fra s ricchi palagi. Fiamma d'amor nel cor non m' rimasa; se 'l maggior caccia sempre il minor duolo, di penne l'alma ho ben tarpata e rasa. Io tengo un calabron in un orciuolo, in un sacco di cuoio ossa e capresti, tre pilole di pece in un bocciuolo. Gli occhi di biffa macinati e pesti, i denti come tasti di stormento c'al moto lor la voce suoni e resti. La faccia mia ha forma di spavento; i panni da cacciar, senz'altro telo, dal seme senza pioggia i corbi al vento. Mi cova in un orecchio un ragnatelo, ne l'altro canta un grillo tutta notte; n dormo e russ'al catarroso anelo. Amor, le muse e le fiorite grotte, mie scombiccheri, a' cemboli, a' cartocci, agli osti, a' cessi, a' chiassi son condotte. Che giova voler far tanti bambocci, se m'han condotto al fin, come colui che pass 'l mar e poi affog ne' mocci? L'arte pregiata, ov'alcun tempo fui di tant'opinion, mi rec'a questo, povero, vecchio e servo in forz'altrui, ch'i' son disfatto, s'i' non muoio presto.

XXVII

L'alma inquieta e confusa in s non truova altra cagion c'alcun grave peccato mal conosciuto, onde non celato all'immensa piet c'a' miser giova. I' parlo a te, Signor, c'ogni mie pruova fuor del tuo sangue non fa l'uom beato: miserere di me, da ch'io son nato a la tuo legge; e non fie cosa nuova.

XXVIII

Giunto gi 'l corso della vita mia, con tempestoso mar, per fragil barca, al comun porto, ov'a render si varca conto e ragion d'ogni opra trista e pia. Onde l'affettuosa fantasia che l'arte mi fece idol e monarca conosco or ben com'era d'error carca e quel c'a mal suo grado ogn'uom desia. Gli amorosi pensier, gi vani e lieti, che fien or, s'a duo morte m'avvicino? D'una so 'l certo, e l'altra mi minaccia. N pinger n scolpir fie pi che quieti l'anima, volta a quell'amor divino c'aperse, a prender noi, 'n croce le braccia.

XXIX

Scarco d'un'importuna e greve salma, Signor mie caro, e dal mondo disciolto, qual fragil legno a te stanco rivolto da l'orribil procella in dolce calma. Le spine e' chiodi e l'una e l'altra palma col tuo benigno umil pietoso volto prometton grazia di pentirsi molto, e speme di salute a la trist'alma. Non mirin co' iustizia i tuo sant'occhi il mie passato, e 'l gastigato orecchio; non tenda a quello il tuo braccio severo. Tuo sangue sol mie colpe lavi e tocchi, e pi abondi, quant'i' son pi vecchio, di pronta aita e di perdono intero.

XXX

Carico d'anni e di peccati pieno e col trist'uso radicato e forte, vicin mi veggio a l'una e l'altra morte, e parte 'l cor nutrisco di veleno. N propie forze ho, c'al bisogno sino per cangiar vita, amor, costume o sorte, senza le tuo divine e chiare scorte, d'ogni fallace corso guida e freno. Signor mie car, non basta che m'invogli c'aspiri al ciel sol perch l'alma sia, non come prima, di nulla, creata. Anzi che del mortal la privi e spogli, prego m'ammezzi l'alta e erta via, e fie pi chiara e certa la tornata.

XXXI

Di morte certo, ma non gi dell'ora, la vita breve e poco me n'avanza; diletta al senso, non per la stanza a l'alma, che mi prega pur ch'i' mora. Il mondo cieco e 'l tristo esempro ancora vince e sommerge ogni prefetta usanza; spent' la luce e seco ogni baldanza, trionfa il falso e 'l ver non surge fora. Deh, quando fie, Signor, quel che s'aspetta per chi ti crede? c'ogni troppo indugio tronca la speme e l'alma fa mortale. Che val che tanto lume altrui prometta, s'anzi vien morte, e senza alcun refugio ferma per sempre in che stato altri assale?

XXXII

S'avvien che spesso il gran desir prometta a' mie tant'anni di molt'anni ancora, non fa che morte non s'appressi ognora, o l dove men duol manco s'affretta A che pi vita per gioir s'aspetta, se sol nella miseria Iddio s'adora? Lieta fortuna, e con lunga dimora, tanto pi nuoce quante pi diletta. E se talor, tuo grazia, il cor m'assale Signor mie caro, quell'ardente zelo che l'anima conforta e rassicura, da che 'l propio valor nulla mi vale, subito allor sarie da girne al cielo: ch con pi tempo il buon voler men dura.